ulivo velletri


luglio 31 2008

Rifondazione ultimo atto: un dramma in costume con venature di fantascienza

Seguo sempre con estrema attenzione tutti i congressi di Rifondazione Comunista. Dico sul serio: mi sorbisco ogni giorno tutte le pagine congressuali di Liberazione (che grazie al cielo ti fa scaricare ogni pagina in Pdf) e mi godo il cosiddetto dibattito interno nella mitica pagina delle lettere dell’organo ufficiale del partito di Bertinotti, Vendola, Ferrero, chicchessia.

Il motivo per cui mi sottopongo ad un simile suppostone di gergo comunistese concentrato non è frutto di sola propensione all’autolesionismo, ma anzi risponde ad una sana esigenza di intrattenimento paracinematografico.
Sì, perché vivo i congressi di Rifondazione come drammi in costume, peraltro quelli un po’ cheap in cui la ricostruizione storica lascia un po’ a desiderare, mitizzando le epoche: personaggi,parole, riti, gesti, completamente sganciati dalla realtà attuale e proiettati ad emulare un passato che non solo non ritorna, ma che come Baffone non si è presentato già la prima volta.

Insomma, giuro che ogni volta provo a prendere sul serio Rifondazione Comunista e le sue parole e ogni volta resto sconvolto dal totale sganciamento dalla realtà che si evidenzia nei suoi documenti congressuali e nei discorsi dei delegati.

D’altronde come reagire di fronte al fatto che una delle mozioni congressuali si pone come obiettivo (cito testualmente) “la realizzazione della società comunista” in Italia? Sì, ovvio, viene a tutti naturale un sano istinto di tenerezza.
Ma il problema è che non si tratta di una frangia minoritaria di ibernati nei sotterranei delle Frattocchie nel 1947 e scongelatisi 10 minuti fa: quello che ho citato è il documento congressuale e programmatico di una delle mozioni che, verosimilmente, farà parte della maggioranza congressuale di Rifondazione ed eleggerà (contestatissimo) segretario l’ex ministro Ferrero. Sì, proprio quel Ferrero che durante la sua attività di governo si è luminosamente distinto per… per… ehm… Cavoli non mi viene in mente niente.

Uno ci prova anche, visti i suoi trascorsi adolescenziali nella sinistra marginale, a prendere sul serio Rifondazione Comunista. E scopre che l’intervento più applaudito - l’unico in grado di unificare la platea congressuale, che prima e dopo si è gioiosamente presa a male parole, canzonacce e fischi come un qualsiasi congresso missino negli anni Ottanta - è quello del “semplice delegato” Bertinotti, che da ex presidente della Camera è tornato a fare l’autoproclamato “padre nobile”.

Certo, dall’ex segretario storico del partito ci si aspettano grandi cose: una linea unitaria, una prospettiva matura e serena sul futuro, idee brillanti, innovative, svecchianti.
La realtà è che i 7 minuti di standing ovation tributati dalla platea congressuale al prode Fausto sono dovuti in sostanza a due affermazioni che è sano riportare.

La prima è “ripartiamo dagli operai”, seguita da un “facciamo un grande sciopero generale”.
Ecco, lungi da me il trascurare la condizione operaia e la vita di quei pochi operai che rimangono in questo paese, ma credo che anche i muri più scrostati sappiano che i nuovi operai, i nuovi sfruttati, i nuovi non garantiti sono quei poveracci dai vent’anni in su che - magari con una laurea appesa nella cameretta in casa dei genitori, dove tuttora vivono - prendono la partita IVA e lavorano come dipendenti (ma senza le loro garanzie, senza gli straordinari riconosciuti, con solo 11 mensilità pagate ogni anno, ecc.) per imprese grandi, piccole e medie.
E quelli con la partita IVA, si sa, non possono de facto scioperare.

Insomma, dalle parti di Rifondazione si guarda, come al solito, ai soliti vecchi interlocutori. Cioè i pochissimi (sempre meno!) lavoratori salariati dipendenti delle grandi aziende e del settore pubblico. Gente che, peraltro, appena può vota Lega Nord (pur avendo la tessera della CGIL in tasca).
Difficile spiegare ad un rifondatore che lo scenario è lievemente cambiato negli ultimi anni e che quelli che loro chiamano “evasori fiscali” e “piccoli imprenditori vampiri” al 90% sono ventenni sfruttati, non garantiti, senza mutua, senza contratto e *costretti* a prendere la partita IVA pur di sbarcare il lunario.
E meno male che l’identità di sinistra si riconosce nell’ “interpretare il reale”!

Però io un’idea ce l’avrei: trasferire in massa Rifondazione Comunista in Cina o in India (militanti inclusi). Lì è pieno di operai e lì si concentra la maggior parte della produzione operaia e manifatturiera del pianeta. Sarebbe una liberazione (altra parola chiave del congresso dei rifondatori) e ci sarebbe pure molto lavoro da fare. Peccato che, per quanto riguarda la Cina, dalle parti di Rifondazione tifino per la parte sbagliata.

Le seconda frase trascina-applausi del subcomandante Fausto è “ritorniamo alla politica dei nostri avi”. Ecco, da persona che è “nata” nella cultura della sinistra posso anche capire questo appello. Peccato lo pronunci una persona che, prima di diventare segretario di Rifondazione Comunista, ha avuto in tasca solo una tessera: quella del PSI, per di più all’epoca in cui in quel partito spadroneggiava Craxi.
E poi, francamente, la storia del PCI non ha nulla a che vedere con Rifondazione Comunista, che è un partito settario e minoritario con evidenti e radicati flirt extraparlamentari (andati a buon fine: ora sono fuori dal parlamento) e più o meno riusciti tentativi di egemonizzare il movimentismo dell’extrasinistra.
Agnoletto e Caruso (e quelli come loro, maggioritari in Rifondazione, da oggi) non posso annoverare nella loro storia il PCI (nel bene e nel male).

Quindi io non so a che avi si appelli Bertinotti. Di certo non al PCI. E anche lo facesse - appropriandosi di qualcosa che non appartiene alla sua storia di craxiano e alla storia del suo partito - finirebbe per non produrre nulla.
Mi spiace dirlo, perché è parte della mia storia umana e politica, ma il PCI è quel partito che è stato 50 anni all’opposizione, che non ha sviluppato una cultura di mercato, che si è sempre distinto per antimodernismo, moralismo, scarsa propensione all’innovazione in ogni campo.

Esattamente a che cosa si vuole appellare Bertinotti? Cosa vuole fare? Cinquant’anni di opposizione? Visto come si è comportato le due volte che il centrosinistra è stato dolorosamente e brevemente al governo, direi che le premesse ci sono tutte.

Il fatto è che nel 2008 dobbiamo riconoscere che gli slogan non valgono più niente. Non si costruisce nulla con il crudo e solitario appello alle emozioni, peraltro un appello improprio ad una storia altrui.

E soprattutto non si costruisce nulla senza idee chiare. L’appello ai valori, il voto “alla memoria”, ecc. sono cose che producono uno zerovirgola di voti e la mazzata esiziale di aprile credo lo abbia dimostrato.
Cosa vuole Rifondazione Comunista? Fare l’opposizione per sempre? Vuole governare? E se vuole governare, con chi vuole farlo, visto che non conta nulla? E se poi disgraziatamente governasse, come governerebbe visto che non ha uno straccio di prospettiva o anche solo di visione sul presente?

Io, fossi un precario, mi incazzerei come una iena con l’orrendo spettacolo decadente che Rifondazione Comunista sta dando in questi giorni. Il Governo precarizza ancora di più il lavoro senza alcuna garanzia, senza alcun ammortizzatore sociale e questi stanno lì a Chianciano a blaterare di “partito degli operai”, quando la preoccupazione numero uno sarebbe quella di preoccuparsi del “partito dei consulenti da 1.000 euro lordi al mese”, che guadagna meno dell’operaio medio e non ha una singola garanzia.

Mi va anche bene che ci siano dei partitini estremisti e folkloristici, ma li vorrei seri, allineati al presente, capaci di proporre - - magari accompagnate da soluzioni bislacche - analisi ragionevoli e lucide dell’attuale stato di cose.

Mi consola il fatto che nei paesi più civili del nostro, cioè ovunque, i partitini trotskisti, le formazioni minoritarie assurde e il folklore politico di ogni colore contano pochissimo e sono meno che marginali sullo scenario elettorale.
Ma questo che vediamo - finalmente - morire oggi è un partito che fino a qualche tempo fa prendeva il 6-8% dei voti validi, pur non avendo un benché minimo programma di governo che non fosse la ridistribuzione del reddito.

Se c’è uno scenario politico da guardare in prospettiva - perché la misura di Rifondazione e della piccola umanità che la abita ancora prima della definitiva estinzione è irrisoria rispetto alla portata degli eventi importanti - è la sparizione dallo scenario politico dei partiti che pensavano che i problemi italiani si potessero risolvere solo con una diversa distribuzione della ricchezza presente.

Quello che l’elettorato di sinistra tutto (non solo quello che votava per gli estremisti arcobaleno) dovrebbe capire è che i modelli che propongono diverse modalità di spalmare la poca Nutella su una fetta di pane sempre più grande sono totalmente inadeguati.
La giustizia sociale non si ottiene se non si riflette anche sul *modo* in cui la ricchezza si produce e se non si aumenta la dimensione di quest’ultima.
Insomma, o un certo pezzo di sinsitra pauperista si mette a produrre ottiche di sviluppo, o la sola mentalità ridistributrice è destinata al fallimento totale e all’inadeguatezza. E gli elettori se ne sono accorti.

E’ quindi con somma gioia e un po’ di sano sentimento di vendetta per il 1998 che vedo Rifondazione Comunista svanire nel nulla, presa nella sua inadeguatezza, nelle sue contraddizioni, nei suoi estremismi e nella sua totale a-storicità.
Se sparisce un partito simile è un bene per tutti:

- per la politica, che perde un protagonista irrazionale e da sempre funzionale alla destra berlusconiana

- per la sinistra, che perde un concentratore di voti incapace di esprimere una cultura di governo e responsabile, insieme ai Verdi e ai Comunisti Italiani, di alcune delle più grandi figure di merda della sinistra italiana

- per l’elettorato, che finalmente avrà l’occasione di farsi furbo e, per quanto riguarda la sinistra, maturare, crescere e capire che lo scimmiottamento apocrifo di vecchi riti di un partito perdente e antimoderno non è il futuro e non è nemmeno il presente.

Ha ragione, alla fine, proprio Bertinotti. Rifondazione deve fare come i suoi (i nostri) avi: giunta la sua ora, deve morire.http://www.suzukimaruti.it/


NON VEDO NIENTE DI SINISTRA, IN QUESTA "SINISTRA"

Mi mette molta tristezza, quello che vedo succedere alla nostra “sinistra”.

 

Perdere in quel modo violento ed assoluto le elezioni non può che scatenare rancori, depressioni ed anche un profondo senso di scollamento dalla società (soprattutto per chi fa della simbiosi con i movimenti di partecipazione e cittadinanza il proprio mantra). Una crisi di identità, una fase di autoanalisi collettiva e un po’ autolesionista, qualche mese morettiano, li avevo messi in conto. Me li aspettavo. Pensavo addirittura che potessero far bene a dei partiti che – mia modesta ma informata opinione – da troppo tempo non si fermavano a riflettere su chi erano e dove andavano, e se quello che dicevano e facevano aveva una sua logica coerenza, un segno comprensibile, oppure era solo abitudine – un modo non troppo faticoso per continuare ad essere ciò che ognuno era stato in un’altra epoca, insieme. (So che quello che scrivo potrebbe applicarsi anche al PD, tra qualche anno. Esserne consapevoli può solo aiutarci ad evitarlo)

Ma quello che succede va molto oltre il rituale di espiazione preventivato.

I verdi… che dire dei verdi. “Occupano” un marchio che da solo dovrebbe essere garanzia di serietà ed offrire una rendita di posizione automatica, per il semplice fatto che ogni singolo cittadino di questo pianeta (ormai anche Bush) riconosce che la questione ambientale e climatica è LA sfida dei prossimi anni e decenni – e che se non si risolve quella, non ci saranno altri anni e decenni. La corsa al consumo sta virando nettamente (almeno in occidente) verso la qualità e la sostenibilità, ed essere “ecologici” sta diventando uno status symbol - tanto che cresce, anche in tempi di crisi economica, il consumo di prodotti biologici. E’ evidente che non potremo fare senza fonti di energia rinnovabile, e che il tema è e sarà non IN agenda, ma LA agenda di questi anni. E noi ci ritroviamo con un partito (o è ancora un movimento?) che si perde in quelle faide interne (e comportamenti pubblici) che ricordano tanto le dinamiche malate e perverse di quei partitini minori della Prima Repubblica (che eleganza però allora, che nostalgia può venire…). 5 correnti a dividersi lo 0,qualcosa degli italiani. Lungimiranti, davvero.

Il PDCI almeno è coerente. Lambrusco a parte, non si cambia nulla – va tutto bene, avanti tutta. Nicchia è, e nicchia sarà. Forse più piccola, ma piccolo è bello – è la filosofia di base dell’avanguardia rivoluzionaria, se non ricordo male. Inutile ed irrilevante. Non mi aspettavo nulla di diverso.

Rifondazione aveva l’occasione della vita. Premetto che ho un approccio sentimentale, e per nulla distaccato, alle loro vicende. Conosco molte persone che hanno fatto di quel partito una delle loro principali ragioni di vita. Sono amici che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel periodo dei “movimenti”, quando passavamo intere giornate chiusi nella sede della CGIL a discutere fino all’esasperazione ogni più piccolo dettaglio di quella che sarebbe diventata poi una delle più importanti e belle manifestazioni della storia di questo Paese, quella contro la guerra in Iraq. Per mesi, ogni giorno, abbiamo passato ore a costruire una casa comune per chi in comune aveva davvero ben poco: dalle Acli a Casarini, dalla Cisl a Bernocchi, passando per gli scout. Li conosco come persone serie, appassionate a quel che fanno, coerenti, coraggiose e persino aperte ad ascoltare e valutare opinioni lontane dalle loro. E credo sinceramente che quello sia stato il partito che, negli anni che hanno preceduto l’ultima esperienza di governo, ha fatto il cammino più interessante ed utile all’evoluzione di una parte della società italiana: l’assunzione della nonviolenza come tratto fondamentale e caratterizzante di quella parte politica non era scontata né facile, ed ha avuto, credo, una valenza storica che resterà. Se non la cancellano oggi.

La deriva minoritaria, l’idea che l’importante è testimoniare la purezza delle proprie idee contro tutto e tutti, può avere uno spazio – neanche irrilevante, soprattutto in tempi di triste disperazione e di paure come il nostro. La sfida che “a sinistra” ha segnato questi ultimi anni, per come l’ho vista io, da spettatrice vicina, è stata quella di non saldare l’anti-globalizzazione con atteggiamenti di chiusura identitaria che sfociano in fenomeni tipicamente di destra. Evitare che le paure avessero la meglio sull’indignazione, sull’aspirazione a cambiare, che di fronte al mondo che ci piace sempre meno l’unica soluzione fosse chiudersi nell’ “io”, nel “noi” che esclude tutti gli altri.

Oggi paradossalmente vedo, a sinistra, solo processi di chiusura identitaria, di scontro e contrapposizione. Ho letto che qualcuno al congresso di Rifondazione ha auspicato la “creazione di conflitti” argomentando che è stato un errore lavorare per “gestire i conflitti”. E subito dopo leggo di scontri ripetuti e violenti, a Bologna, tra anarchici e autonomi. Leggo di spranghe e nasi rotti, di omertà con le forze dell’ordine. E so che i due mondi (anzi, tre: quello di rifondazione, quello degli anarchici e quello degli autonomi) non si toccano – anzi si odiano, tanto per cambiare -, ma vedo una comune matrice. Vedo violenza, ed odio, e rifiuto di chi è diverso da te (anche solo di poco, anzi, meglio se solo di poco). Vedo la presunzione di essere nella ragione, contro tutto e tutti. Vedo l’autocompiacimento del sapersi isolati, pochi, i migliori. Vedo attaccare la Luxuria perché va all’Isola dei Famosi, perché si sporca col mondo volgare che c’è lì fuori. Mentre Togliatti rimproverava chi non leggeva le pagine sportive, perché erano quelle più lette dal “popolo”.

Non vedo niente di sinistra, in questa "sinistra".

Ammetto che la mia formazione politica è stata anomala e certamente spuria, ma a me hanno insegnato che essere di sinistra significa lavorare per l’inclusione e la convivenza in pari dignità ed opportunità, e contrastare le dinamiche di esclusione e discriminazione. Che questo sia per e con chi è povero, chi è sfruttato, chi ha scelto o è stato costretto a migrare, chi guarda l’Isola dei Famosi e chi sogna di andarci. E chi siede accanto a te al congresso del partito in cui insieme fate politica.

La nostra società è piena di conflitti. La nostra vita è malata di conflitti. Non abbiamo bisogno di chi li alimenti, ma di chi li sappia gestire, e possibilmente risolvere. Questo mi parrebbe molto di sinistra…http://blogmog.ilcannocchiale.it/


Molto pratico: Silvio Berlusconi torna ad essere padrino di se stesso

[Die Welt]

Dopo la vittoria elettorale sembrava che il Cavaliere volesse riformare il Paese. In realtà fa politica per se stesso e si paragona a un buon vino rosso.

Quando Silvio Berlusconi vede un microfono, inizia irrefrenabilmente a scherzare. Come la settimana scorsa quando, nel corso di incontro di imprenditori italiani, ha raccontato di essere come un buon vino rosso: “Miglioro con l’invecchiamento”, per poi aggiungere alla fine uno “sto scherzando”.

Anche mercoledì scorso era di ottimo umore, il suo parlamento aveva appena approvato una legge che capita proprio a fagiolo. “Questa legge è una buona cosa” ha scherzato in quell’occasione “così ora non mi tocca passare tutti i sabati incontrando i miei avvocati”. Ad appena cento giorni dall’inizio del suo terzo mandato, Berlusconi è soprattutto una cosa – il Berlusconi di sempre.

Chi aveva sperato che, eletto, si sarebbe comportato come uno statista, dev’essere rimasto deluso. “Stiamo vedendo lo stesso film di cinque anni fa”, ha affermato con rassegnazione un politico dell’opposizione. A settembre di quest’anno un giudice milanese avrebbe presumibilmente dichiarato Silvio Berlusconi colpevole di aver corrotto un avvocato inglese. Ma la legge sull’immunità, approvata questa settimana poco prima del centesimo giorno di governo, garantisce al premier la sicurezza di non dover temere alcuna condanna, nonostante i molti procedimenti in corso.

La recente decisione del Parlamento è solo l’ultima in ordine di tempo di una sfilza di leggi ad personam. Tutte insieme, fanno pensare che, scegliendo di partecipare alla vita politica del Paese, abbia pensato non da ultimo proprio a se stesso. Così nel 1994 si è messo in politica perché, dopo il crollo del sistema dei partiti all’inizio degli anni ’90, aveva perso tutti i suoi aggangi politici. Non c’era più nessuno che gli potesse spianare la strada in caso di difficoltà. Lo scrittore americano Alexander Stille nel suo libro “Citizen Berlusconi” cita questa sua frase: “Devo entrare in politica perché non ho più nessun padrino. Ora devo diventare padrino di me stesso”.

E ad aprile lo e’ di fatto diventato per la terza volta. Inizialmente era sembrato che il Cavaliere, che mai nessuno aveva preso tanto sul serio, fosse diventato un vero uomo di Stato. Ha messo insieme la sua squadra di Governo in tempi rapidissimi, come se non vedesse l’ora di emulare l’amico Nicolas Sarkozy, dichiarando allo stesso tempo di guidare tutta l’Italia verso la crescita economica. Ma quando alla fine del discorso di presentazione del Governo gridava allegramente “Viva il Parlamento, Viva l’Italia!”, era sicuramente solo uno scherzo – un altro scherzo.

Berlusconi riesce a vendere la realtà del suo partito come realtà oggettiva, anche quando questa viene smentita dai fatti. “E’ difficile capire come mai gli altri non siano in grado di riconoscere questa verità”, ha detto una volta un dipendente di Mediaset parlando del suo capo. Con i sondaggi che tiene sempre a portata di mano il funzionamento è lo stesso. Le preferenze oscillano costantemente tra il 70 e l’80%. Anche se non è vero, la sola notizia basta a far crescere i consensi effettivi. Questa tecnica è solo una parte della sua politica. Secondo il libro “Citizen Berlusconi”, l’imprenditore era solito dare questo consiglio ai suoi dipendenti: “Se volete convincere qualcuno, inventatevi una citazione e attribuitela ad un personaggio conosciuto. Chi andrà mai a verificare?”.

La maggior parte degli italiani non è infastidita da questi giochetti, per loro tutti i politici appartengono ad una casta che pensa solo a sé stessa. E l’ opposizione, in particolar modo il Partito Democratico di Walter Veltroni, fino a poco tempo fa ancora foriero di speranze, ha problemi al suo interno a causa della pesante disfatta di aprile. Il Parlamento si limita ad approvare quel che di fatto è già stato deciso dal Governo, perché spesso – e senza una grave motivazione – Berlusconi impone provvedimenti d’emergenza che richiedono l’approvazione del Parlamento dopo alcuni mesi. Questo è previsto dalla Costituzione e garantisce la rapidità degli interventi, ma il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha già avvertito Berlusconi di non fare di questa possibilità la regola.

Ma per lui il fare è un valore a sé, e il confronto parlamentare, nella migliore delle ipotesi, un giochino divertente. Venerdì sera il consiglio dei ministri ha deciso di dichiarare lo stato d’emergenza nazionale perché il numero di immigrati irregolari provenienti dall’Africa sarebbe raddoppiato. Il modo in cui è stata presa la decisione è ancor più irritante della decisione in sé, visto che già il governo Prodi aveva dichiarato lo stato d’emergenza per le regioni del Sud.

Al Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica, Napolitano arriccia un po’ il naso, ma ha firmato la legge sull’immunità, nonostante la Corte Costituzionale avesse già bocciato una proposta simile nel 1994. Il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi aveva aveva spesso frenato le iniziative di Berlusconi.

Ora Silvio Berlusconi ha tempo libero il sabato: non deve più incontrarsi con i suoi avvocati, ma può dedicarsi a tenere insieme la sua baracca. Perché in autunno la Lega Nord, l’alleato con tendenze separatiste, vuole portare avanti il suo progetto preferito, il federalismo fiscale: le tasse pagate al Nord devono essere spese al Nord – e non disperdersi nel Sud, considerato inetto. Su questo punto l’altro partner della coalizione, il partito conservatore di destra Alleanza Nazionale, ha un punto di vista ben diverso, trattandosi di una formazione radicata soprattutto nel Sud del Paese. E’ una fortuna per Berlusconi avere una maggioranza così ampia in Parlamento. Così potrà continuare per altri cinque anni, fino alle elezioni del 2013, ad essere il solito vecchio Berlusconi – fare, scherzare e, nel frattempo, migliorare – proprio come un buon vino.

[Articolo originale di Martin Zöller]


La televisione e la transpolitca


di Antonio Ruggieri - Megachip

La televisione ha compiuto "il delitto perfetto" nei confronti della realtà rappresentando, subdolamente e nello stesso tempo, l'assassino e l'arma che serve a rinnovarlo senza sosta. Lo aveva lucidamente argomentato Baudrillard e ne ha dato leggiadra e inquietante conferma Vladimir Luxuria, annunciando la sua partecipazione "militante" (sic) all'isola dei famosi.

"Sono appena uscita da un reality e già me ne propongono un altro", ha chiosato l'ex deputata riferendosi alla sua avventura appena terminata a Montecitorio.

"In aula eravamo continuamente sotto tiro di fotografi con teleobiettivi potentissimi, che volevano ritrarci in pose sconvenienti".

Con l'evanescenza di dichiarazioni rese a cuor leggero, indifferentemente per il Corriere della sera, Novella 2000 o Skynews24, la vita pubblica e istituzionale - la percezione dell'impianto della nostra democrazia - cambia luogo e addirittura senso.

La turbopolitica veloce e ridondante che utilizzava i media in funzione amplificativa ben oltre le lente e controverse procedure dei partiti territoriali ormai patetici e disfunzionali, ha ceduto il passo alla transpolitica che si fa comunicazione essa stessa.

Che si dissimula nel marketing e confonde il consenso con l'audience.

Che si priva definitivamente del senso (il messaggio) affidandolo a un mezzo sempre più convergente e pervasivo.

Luxuria all'isola dei famosi, voluta e blandita da Simona Ventura, ha suscitato un vivace dibattito che ha trovato ampio spazio anche sulle pagine di Liberazione.

Angela Azzaro, capo redattrice del quotidiano della Rifondazione (che dovrebbe in qualche modo occuparsi anche della rifondazione del quotidiano) ne ha raccolto gli esiti, augurando in conclusione "buona fortuna a Vladimir" e disvelando il senso e la prospettiva della transpolitica alla quale siamo (stati) ridotti.

La Azzaro esordisce destituendo d'interesse le lettere di protesta riguardanti i lauti guadagni di Luxuria in ragione della sua partecipaizone al reality.

"Guadagna quanto sa e quanto può. Come tutti e tutte", sentenzia lapidaria mettendo da parte in questa circostanza il materialismo storico.

Ironia della sorte ("strategia del fato" avrebbe detto ancora Baudrillard) l'ex deputata comunista, di cognome, all'anagrafe fa Guadagno.

Poi la Azzaro prende di petto il grumo "dignitoso" delle critiche rivolte alla partecipazione di Luxuria all'isola e riferite alla qualità scadente del programma e ai suoi contenuti affatto commendevoli.

La prende alla larga, ma poi declina con precisione imbarazzante, tattica e strategia della transpolitica che incombe.

"Il territorio non è solo quello fisico, ma anche quello culturale e mentale creato dalla televisione e dagli altri mezzi di comunicazione di massa", asserisce strizzando l'occhio al teorema de "il delitto perfetto".

E passa a proporre una strategia "entrista", capace di colonizzare l'isola con la militanza spiazzante e concettosa di Luxuria.

A quest'ultima è stato obiettato che il reality di Rai2 lede pesantemente gli interessi degli indios Garifuna, ai quali viene impedito di pescare durante la registrazione del programma, nelle isole honduregne teatro delle riprese.

Ha risposto di non essere a conoscenza della questione, ma che se ne farà carico e ne parlerà in trasmissione; magari fra una nomination e l'altra.

Ha anche assicurato la liberale disponibilità di Simona Ventura a non censurare in alcun modo il tenore della sua partecipazione.

"Crederci sempre, arrendersi mai", avrebbe detto la famosa showgirl a certificazione definitiva del suo profondo convincimento democratico.

Come in un tristissimo "eterno ritorno", la sinistra dà testimonianza di una minorità culturale irrisarcibile nei confronti della comunicazione e delle sue strategie d'irradiamento.

La redattrice capo di Liberazione, prefigurandosi l'impatto di Luxuria con gli italiani, conclude il suo intervento in questo modo :"la sera, mentre cenano, si troveranno davanti una persona che s'è inventata la sua vita, che ha inseguito il suo desiderio per diventare quello che vuole e sente di essere. Questa persona noi la conosciamo bene e siamo sicuri che saprà fare al meglio".

Una dichiarazione in bilico fra Alda D'Eusanio e Maria De Filippi, e nemmeno nella loro forma più smagliante.

Del tutto inconsapevole, comunque, di quello che ci è (già) accaduto, transpoliticamente parlando.


Vigilanza Rai, un esposto alla Corte dei Conti contro il sabotaggio della destra
di Giuseppe Giulietti

Come volevasi dimostrare la destra del conflitto di interessi non solo tenta di impedire la nomina del presidente della commissione parlamentare di vigilanza ma, contestualmente fa mancare il numero legale anche nella sede del consiglio di amministrazione della Rai per impedire che sia affrontata la vicenda Saccà ed anche per bloccare, effettivamente, alcuni importanti contratti. Dal momento che le principali aziende del settore sono soltanto due ed una è di proprietà del presidente del consiglio ha chi giova l’attuale paralisi? Quanto sta accadendo, dunque, non è soltanto un atto di prepotenza nei confronti delle opposizioni e di Leoluca Orlando ma anche un vero e proprio atto di sabotaggio che sta alterando quel poco che era restato in vita del cosiddetto libero mercato dei media. L’associazione Articolo21 attraverso l’avvocato Domenico D’Amati ha presentato un suo esposto alla Corte dei Conti. Ci auguriamo che anche le indipendenti autorità di garanzia vogliano ridestarsi dal lungo sonno e battere un colpo.http://temi.repubblica.it/micromega-online/30-luglio-2008-giuseppe-giulietti-vigilanza-rai-un-esposto-alla-corte-dei-conti-contro-il-sabotaggio-della-destra/

Tronchetti e i “suoi” giornali


tronchetti-marco-giornale.pngQuesto articolo e’ uscito su “Vanity fair”.

Accipicchia se servono, i giornali, in Italia! Paolo Mieli ha mobilitato le firme piu’ autorevoli del “Corriere della Sera” per celebrare la riabilitazione del suo azionista Marco Tronchetti Provera che non compare fra gli indagati per lo spionaggio illegale dispiegato in Telecom e Pirelli sotto la sua presidenza.
“Il Sole 24 Ore” lo ha presentato addirittura come vittima della politica, con un articolo maliziosamente affidato a Franco Debenedetti, fratello dell’editore di “Repubblica”. Cioe’ il quotidiano che nel frattempo rilanciava il messaggio cifrato di Giuliano Tavaroli: non ci sto a fare il caprio espiatorio, ho agito in nome e per conto dei vertici aziendali.
Suppongo che l’ex responsabile della security Telecom sia oggi un uomo spaventato. Gia’ troppe volte nel nostro paese i protagonisti di scandali che lambivano i vertici del potere, hanno fatto una brutta fine. Ma non e’ di lui e dei suoi torbidi messaggi che voglio occuparmi. Trovo istruttivo, piuttosto, esaminare i parametri variabili su cui si regge l’autodifesa di un establishment abilissimo (spudorato?) nel mascherare i suoi fallimenti, contando su una regola infallibile: e’ sempre il potere a determinare la reputazione, mai viceversa.
Al “Corriere della Sera”, in questo caso, basta e avanza che il pubblico ministero lasci Tronchetti Provera fuori dal registro degli indagati per riabilitarlo come imprenditore esemplare. Ma state tranquilli che non trattera’ con minore riguardo l’altro suo azionista, Cesare Geronzi, piu’ volte condannato e rinviato a giudizio senza che cio’ gli impedisca di accrescere il suo ruolo cruciale in Mediobanca.
Questo non e’ garantismo, ma servilismo. Ai giornali non si richiede di anticipare le sentenze ma di valutare come i manager agiscano a tutela della trasparenza e della legalita’, se la concorrenza sia esercitata correttamente, se gli azionisti e i consumatori abbiano tratto danno o vantaggio dalla loro gestione.
Purtroppo vediamo invece giornali che si preoccupano dell’impunita’ dei loro azionisti, pure quando essi distruggono valore e manifestano come minimo ingenuita’, se non spregiudicatezza, nella gestione aziendale. Si accredita la favola di un Tronchetti Provera costretto a lasciare Telecom perche’ aggredito dalla politica. Come se non fosse emersa come minimo la sua negligenza, se non la sua spregiudicatezza, nel tollerare che dentro Telecom allignasse una rete che ha spiato illegalmente migliaia di dipendenti, parlamentari, giornalisti, imprenditori.
L’unica attenuante e’ che in Italia, per connivenza o malinteso senso di responsabilita’, e’ invalsa la pratica dell’autoprotezione collusiva tra figure-chiave dell’establishment. Se oggi Tronchetti Provera si ricandida a un ruolo di protagonista dell’economia nazionale, cio’ si deve alla decisione assunta nel 2007 da Intesa Sanpaolo, Generali e Mediobanca di rilevarne a prezzo sopravvalutato le azioni Telecom, insieme agli spagnoli di Telefonica. Lasciar fallire un esponente del “salotto buono” e’ considerato inopportuno, rischioso. E se domani dovesse capitare a me?http://www.gadlerner.it/index.php/2008/07/30/tronchetti-e-i-suoi-giornali.html


Turchia, la Corte costituzionale non scioglie il partito Akp, ma gli dimezza i fondi pubblici

La Corte Costituzionale turca ha deciso di non chiudere il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, il filo-islamico Akp al governo, decidendo però di tagliare della metà i suoi finanziamenti pubblici. Lo ha annunciato poco fa in una conferenza stampa ad Ankara, il preside della Corte Hasim Kilic. La chiusura del partito era stata chiesta a marzo dal procuratore generale Abdurrahman Yalcinkaya, che lo ha accusato di aver violato la laicità della Turchia.

All'interno della Corte, un bastione dell'establishment laico, si è verificata la spaccatura prevista da alcuni analisti, con sei giudici a favore dello scioglimento e cinque contrari. Per arrivare alla chiusura dell'Akp, erano necessari però i voti favorevoli di sette membri del più alto organo giudiziario turco.
 
La decisione della Corte significa che nessun esponente dell'Akp verrà messo al bando dalla politica per cinque anni, come aveva chiesto Yalcinkaya per cinque 71 membri del partito, fra cui il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e il presidente turco Abdullah Gul.
 
Precisando che i giudici della Corte, nel prendere la loro decisione, hanno tenuto conto delle sue conseguenze politiche e sociali sul paese, Kilic ha annunciato che "un serio ammonimento" sarà rivolto all'Akp e ha chiesto a tutti i partiti politici turchi di prendere i provvedimenti normativi necessari per evitare che altri casi per la chiusura di un partito giungano davanti alla Corte.
 
"L'Akp non è stato comunque 'scagionato' del tutto", spiega a PeaceReporter Wolfango Piccoli, un analista dell'Eurasiagroup. "Il problema non è stato risolto da questa decisione. Alla fine il divario tra i secolaristi e l'Akp rimane, ora sarà cruciale vedere il comportamento del partito nei prossimi mesi. Se dimostrerà di aver capito il messaggio, ci sarà la possibilità di una stabilità. Se invece continuerà ad agire in modo autoritario, specie su temi che riguardano il ruolo dell'Islam e il secolarismo nel Paese, si potrebbero vedere nuovi picchi di tensione molto presto".http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11798

Repressione continua: quattro anni di carcere per avere difeso i diritti degli espropriati
L’avvocato Liu Yao è accusato di avere "fomentato violenze", ma lui risponde che ha fatto solo il suo lavoro e che sono “false” le prove dei pretesi danni. Intanto va ai lavori forzati per un anno, senza processo, né appello, un insegnante che ha fotografo e messo sul web le scuole crollate del Sichuan.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – L’avvocato Liu Yao è stato condannato a 4 anni di carcere dal tribunale di Heyuan (Guangdong) per avere sostenuto le ragioni dei contadini del villaggio Bainitang contro gli espropri di terre attuati da un imprenditore di Shenzhen. Nella “armoniosa” Cina olimpica chiunque protesta finisce subito in galera.

A dicembre gli abitanti di Bainitang hanno proposto causa contro gli espropri delle loro terre per costruire una stazione idroelettrica, anche lamentando i bassi indennizzi. Ma la corte di Dongyuan ha risposto che il progetto è approvato dal governo locale e che l’indennità è equa. Liu, che segue la vicenda dal 2006, non si è arreso e ha continuato a trattare con l’imprenditore.

Ora Liu è stato condannato per avere “incitato decine di persone” ad assalire le proprietà della ditta con danni per circa 50mila yuan. Liu dice che non ha fomentato alcuna azione violenta e che manca qualsiasi prova di danni alle opere, e quando: le foto dei danni sarebbero relative ad altri luoghi.

Liu Fang, avvocato di Shenzhen, commenta che “difendere [la popolazione] contro queste ingiustizie sociali è un grande rischio, specie se sono coinvolti gli interessi di imprese ed autorità locali”. Dice che c’è grande sfiducia tra gli avvocati.

Intanto l’insegnante Liu Shaokun è stato condannato a un anno di lavori forzati nei campi di rieducazione-tramite-lavoro per avere fotografato e messo sul web le scuole crollate durante il terremoto del Sichuan del 12 maggio, sotto le quali sono morti oltre 9mila studenti e professori. Il gruppo per la tutela dei diritti Human Rights in China spiega che  egli è stato giudicato colpevole di avere “istigato disordini”. Questa condanna è “amministrativa”, non prevede processo, né appello.

I genitori degli alunni dicono che le scuole erano mal costruite e sono crollate mentre sono rimasti in piedi gli edifici intorno. Hanno chiesto indagini, anche per la sottrazione dei fondi pubblici destinati alle scuole, ma le autorità locali si sono preoccupate di ridurli al silenzio, per evitare cattiva pubblicità durante le Olimpiadi.

Liu è insegnante di scuola media a Deyang, una delle zone colpite, e ha girato per la zona scattando fotografie delle scuole crollate. E’ stato arrestato il 25 giugno e la moglie ha saputo della condanna il 23 luglio. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12890&size=A


L'esca

   

David Albahari è tra gli scrittori più apprezzati in Serbia, il suo Paese, e nel mondo. In Italia il mese scorso è uscito presso Zandonai Editore "L'esca", un romanzo sul rapporto con la madre e con il Paese natale. Un'intervista di Sergej Roic
Di Sergej Roic

Di origini ebraiche, molto conosciuto e tradotto in Francia, Germania e negli Stati Uniti, Albahari si è presentato al pubblico italiano qualche anno fa con il breve e toccante romanzo “Goetz e Mayer” (Einaudi), che ripercorre un episodio dell’eccidio degli ebrei in Serbia durante la seconda guerra mondiale per mano dei nazisti. Albahari, che oggi vive e scrive in Canada, all’inizio degli anni Novanta come presidente dell’associazione ebraica serba si è adoperato per aiutare gli ebrei rimasti intrappolati nella Sarajevo assediata. Scrittore dallo stile inconfondibile, Albahari viene riproposto all’attenzione del pubblico italiano con la traduzione di uno dei suoi romanzi maggiori, “Mamac-L’esca”, pubblicato da Zandonai. Il titolo del libro è intraducibile in italiano trattandosi di un gioco di parole: mamac, in serbocroato, significa infatti sia esca sia mamma. La mamma-esca è il motore della storia: una sua lunga confessione viene registrata dal protagonista del romanzo. Si tratta di una confessione “materna”: attorno a ciò che la madre ha perso e a quanto di materno è stato perso, il Paese natale, la Jugoslavia e la sua lingua un tempo condivisa, ruota questa storia “scritta tutta d’un pezzo”; il romanzo, infatti, è un blocco unico, non ci sono capitoli, paragrafi o “a capo”.

A partire dalla propria esperienza di espatriato, Albahari racconta ne L’esca la vita della madre. La figura del narratore lascia trapelare un rapporto ambiguo con i propri ricordi, le proprie memorie e con un’idea sempre più instabile di identità. L’esca ha vinto nel 1997 il premio NIN, il principale premio letterario serbo, nel 1998 si è aggiudicato il Balkanica Award.

David Albahari
L’esca (orig. Mamac)
Zandonai 2008
“L’esca” è un romanzo sulla “maternità”, sul rapporto con la madre e con il Paese natale, che è la “grande madre” di ognuno di noi. È la lingua materna a renderci ciò che siamo, a fare di noi, noi stessi? Com’è possibile continuare a vivere se viene a mancare la lingua madre?

Sì, la lingua madre ci definisce e definisce anche ciò che chiamiamo il mondo attorno a noi. Perciò, se ci ritroviamo da qualche altra parte, fuori e lontano dal Paese natale, rischiamo di trasformarci nelle controfigure di noi stessi. Infatti, quando parliamo una lingua diversa, straniera, non siamo più noi stessi, siamo qualcos’altro, siamo altri.

Naturalmente, si può vivere e sopravvivere anche dopo la morte della madre e quindi ci sembra di poter vivere in un Paese che non è il nostro e in cui si parla una lingua che non è la nostra. Tuttavia, per quanto ci si possa trovare bene in un Paese straniero, là e allora il nostro essere si trova costantemente fuori equilibrio.

Tutti gli stranieri, se li osservate bene, quando camminano barcollano impercettibilmente non avendo un punto d’appoggio nel Paese in cui vivono e nella lingua che parlano.

Definirebbe “L’esca” un romanzo storico o, piuttosto, si tratta di un romanzo sulla storia?

“L’esca” è un romanzo sulla storia, sull’intrusione della storia nella vita di un uomo che credeva che essa si fosse ormai compiuta, che fosse, in un certo senso, “terminata”. In realtà, “L’esca” è il romanzo che parla della vendetta della storia, ovvero dei tentativi di reinterpretare il corso della storia che è già stata vissuta. Il corso della storia non può essere ripetuto, la storia può solamente più o meno assomigliare a se stessa, al suo percorso passato.

Se le storia della Jugoslavia, quella della seconda guerra mondiale ad esempio, si fosse ripetuta, oggi, anche se a prima vista ciò potrebbe apparire paradossale, avremmo una qualche Jugoslavia unita, come d’altronde è accaduto dopo la seconda guerra mondiale.

Invece, oggi, ciò che abbiamo sono sette nuovi Paesi (come i sette nani della fiaba di Biancaneve). Della storia, in Jugoslavia, si è abusato, si è cercato di riscriverla per cercare di dimostrare, innanzitutto, che i cinquant’anni di storia jugoslava non sono stati reali. Quei cinquant’anni di storia comune jugoslava sono stati un sogno, un cauchemar? Se ciò fosse vero, anche tutti quelli che hanno vissuto in Jugoslavia in quel tempo storico risulterebbero irreali, inesistenti, fittizi!

È perciò che molti, nella ex Jugoslavia, negli ultimi anni hanno continuato a cambiare opinioni e orientamenti diventando trasformandosi in nazionalisti estremisti. L’insistere sulle loro vite e opinioni passate li avrebbe trasformati nei fantasmi di una storia che non volevano ammettere di aver vissuto e a cui avevano contribuito con la loro vita. Coloro che non volevano cambiare pelle, che volevano rimanere se stessi, se ne sono andati e non vivono più nella ex Jugoslavia.

Il modo di scrivere di David Albahari assomiglia di più a un vortice, a un gorgo, piuttosto che a un lento fiume tranquillo. Il lettore, leggendo i suoi libri, è catturato dalla narrazione al punto da “annegare” – metaforicamente, naturalmente – nel testo. David Albahari si ritiene l’erede legittimo del grande e magmatico Thomas Bernhard?

Apprezzo molto Thomas Bernhard e lo considero uno dei più significativi scrittori del ventesimo secolo. Naturalmente, il suo cinismo e lo spirito critico che lo caratterizza sono inarrivabili. In ogni caso, per me sono stati di grande ispirazione. Ci sono altri autori europei che mi hanno influenzato e che scrivono orientandosi verso brani lunghi e densi, ad esempio Beckett e Saramago.

Questa forma o tipo di scrittura “bernhardiana” assomiglia effettivamente a un gorgo, a un vortice, ed io credo che rappresenti anche una sorta di labirinto per il lettore. Insomma, una volta che è penetrato in un testo del genere, il lettore deve cercare il filo che lo condurrà fuori dal labirinto e che gli permetterà, una volta che è stata compresa, di uscire dalla storia raccontata. Il lettore, indubbiamente, dovrà sforzarsi un po’ ma solo così, con uno sforzo comune, l’autore e il lettore potranno arrivare al traguardo; che è quello, naturalmente, del senso profondo che caratterizza il racconto.

A metà degli anni Novanta David Albahari ha deciso di abbandonare l’Europa. Anche il personaggio principale de l’”Esca”, il narratore, si stabilisce in Canada. Un altro personaggio, lo scrittore canadese Donald, sembra voler dare al narratore delle vere e proprie lezioni di storia. Qual è il rapporto di David Albahari con l’America del Nord? Che tipo di storia la caratterizza?

Quando dall’Europa arrivate in Nord America, vi ritrovate in un “mondo nuovo”. Certo, si tratta di un’espressione logora e abusata, in realtà essa è, col passare del tempo, sempre più veritiera dato che le differenze fra i due continenti sono sempre più marcate.

Le differenze si colgono a prima vista, sia per quel che riguarda la vita quotidiana sia per quel che concerne il dibattito sulla cultura e le idee. Ma c’è di più: mentre l’Europa osserva con grande interesse tutto ciò che succede in America, gli americani non si interessano minimamente dell’Europa. Un tale atteggiamento caratterizza anche Donald, il personaggio del mio romanzo. Donald e il narratore parlano, discutono, ma è come se ognuno di essi parlasse solo con se stesso. Non c’è dialogo.

E mentre per il narratore la storia, innanzitutto la storia del suo Paese, è tutto, per Donald essa non rappresenta niente, non ha alcuna importanza. Il narratore ritiene di essere una vittima della storia, qualcuno che ha ingoiato l’esca della storia facendosi prendere all’amo. Donald, invece, è convinto di esserne il padrone. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9916/1/51/

Iraq: i Sunniti rientrano nel Governo

Il Primo Ministro al-Maliki ha approvato il rientro nell’Esecutivo della principale formazione politica sunnita del Paese, il Fronte dell’Accordo, dopo quasi un anno di assenza

I Sunniti si erano ritirati l’agosto scorso, come segno di protesta nei confronti delle scelte del Governo, accusato di condurre una politica settaria rivolta esclusivamente al perseguimento degli interessi sciiti e alla vendetta nei confronti della minoranza sunnita. Il portavoce del movimento sunnita, Salim al-Joubouri, ha annunciato che sei ministri del blocco entreranno da subito a far parte del Gabinetto, partecipando già alla prossima seduta del Consiglio dei Ministri.

Questa svolta potrebbe aiutare il Paese a ritrovare l’unità nazionale, dopo le tensioni degli ultimi mesi e gli scontri tra l’Esercito e le milizie sciite di Muqtada al-Sadr. La decisione era già stata anticipata, all’inizio dell’anno, dal reintegro nella vita pubblica degli ex appartenenti al Ba’ath, il partito di Saddam Hussein, cui aveva seguito anche un’amnistia nei confronti di molti sunniti detenuti nelle carceri irachene.

I nodi da sciogliere nell’intricato panorama iracheno restano soprattutto due: l’assegnazione dei giacimenti petroliferi e la redistribuzione delle rendite provenienti dalle vendite di idrocarburi da un lato e, strettamente collegata, la questione del futuro assetto statale dall’altro. Tra marzo e febbraio, infatti, a fare da preludio agli scontri nel Sud del Paese erano state proprio le proposte di legge in senso federalista, che vedono gli uomini di al-Sadr fermamente contrari, e quelle sulla decisione di quali compagnie petrolifere sarebbero entrate in Iraq. Per attendere nuovi sviluppi politici si aspetta ora il momento delle elezioni amministrative locali, in cui si capirà meglio la reale influenza delle forze politiche in campo e, soprattutto, la loro radicazione e diffusione sul territorio. A breve, inoltre, sarà da definire anche la posizione di Kirkuk, che i Curdi vorrebbero sotto la propria diretta responsabilità. Verosimilmente, qualsiasi decisione venga presa in merito rischia di essere destabilizzante per gli equilibri del Paese, considerazione che rende il governo di unità nazionale ancora più indispensabile per la risoluzione delle controversie.

Stefano Torelli

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33354


Se il Belgio diventasse la nuova Cecoslovacchia

(Foto: stttijn / Flickr)

(Foto: stttijn / Flickr)

Ci sarà in Belgio una scissione tra fiamminghi e valloni come quella avvenuta nel 1992 tra cechi e slovacchi? La separazione deve essere decisa dai politici? Ripercussioni economiche, problemi linguistici e risultati sportivi: una prospettiva slovacca sul modo in cui è scomparso uno degli ultimi Stati europei.

di Roman Moravcik. Traduzione Livia Imbriani

In Slovacchia le informazioni sulla situazione e lo sviluppo storico del Belgio sono carenti, anche a causa di una copertura mediatica è abbastanza scadente. Il Belgio è visto come un Paese piccolo e lontano, e la crisi che sta attraversando non sembrano coinvolgerci. Un esempio? I quotidiani hanno dedicato solo quindici righe alle dimissioni, respinte da re Alberto, del primo Ministro Yves Leterme. In Slovacchia, Bruxelles è considerata più la capitale dell'Unione europea che non la capitale del Belgio. E la questione della capitale è proprio una delle differenze tra il Belgio e l’ex- Cecoslovacchia. I fiamminghi e i valloni si dividono Bruxelles, mentre in Cecoslovacchia non c’erano dubbi sul fatto che Praga fosse una città ceca .

Hockey: un’ingiustizia

Mentre la Cecoslovacchia era una federazione formata dalla Repubblica Socialista Ceca e dalla Repubblica Socialista Slovacca (la federazione, nata nel 1968, conservò il termine “socialista” fino al 1989), Praga era la sede non solo del Governo e del Parlamento federale, ma anche del Governo e del Parlamento nazionale ceco. Le istituzioni nazionali slovacche avevano sede a Bratislava, la capitale della Repubblica slovacca. Questo non ha quindi creato “dispute sulla capitale” durante la divisione.
Ci fu più di un motivo di conflitto dopo la separazione pacifica nel gennaio del 1993. Il triangolo blu su sfondo bianco e rosso della bandiera cecoslovacca improvvisamente diventò ceco, e la Slovacchia dovette creare una nuova bandiera (a strisce orizzontali bianche, rosse e blu con lo stemma slovacco). Insieme alla capitale, i cechi tennero la moneta cecoslovacca, la corona, e perfino la posizione della squadra nazionale all'interno della Federazione Internazionale dell'Hockey sul ghiaccio (IIHF). La squadra di hockey slovacca dovette ricominciare dall’inizio e ci vollero due anni perché riuscisse a risalire dalla categoria C alla categoria A del campionato mondiale.

Decisioni politiche

Nonostante questi dettagli, sia gli abitanti della Repubblica ceca che quelli della Repubblica slovacca sentono che i due Paesi hanno tratto beneficio dalla separazione. Finalmente i cechi non hanno più la sensazione di dover aiutare i loro "fratelli minori", gli abitanti della Slovacchia, tradizionalmente meno sviluppata a livello industriale. Gli slovacchi, invece, hanno smesso di sentirsi troppo controllati da Praga. (Ora stiamo cominciando a sentirci troppo controllati da Bruxelles, da quando, nel 2004 siamo entrati nell’Ue).
Nonostante questo bisogna dire che la maggioranza dei cechi e degli slovacchi erano contro il voto dell’assemblea federale (il Parlamento cecoslovacco) per dividere il Paese nel 1992, perché la relazione tra le due nazioni era troppo forte. Il partito nazionale slovacco pro-separatista (Sns) ricevette meno dell’8% dei voti alle elezioni per il Parlamento nel 1992. Secondo un sondaggio effettuato dopo la separazione nel marzo 1993, solo il 29% degli slovacchi sosteneva la divisione, mentre il 49% era contrario: gli slovacchi volevano solo maggiore indipendenza politica all’interno della federazione esistente. La scissione avvenne dopo che i rappresentanti cechi (guidati da Vaclav Klaus, attuale Presidente della Repubblica ceca), e i rappresentanti slovacchi (guidati da Vladimir Meciar,  attuale leader di uno dei partiti della coalizione di Governo in Slovacchia), non riuscirono ad accordarsi su alcune delle strutture politiche federali.

1992: la “separazione di velluto”

Una separazione pacifica, basata su un accordo politico, pose le basi per una relazione ancora oggi eccezionale tra la nazione ceca e quella slovacca. Dopo quindici anni, la maggior parte della popolazione è soddisfatta della separazione. Ci sono più di 65 mila slovacchi che lavorano legalmente nella Repubblica ceca, mentre circa 1.500 cechi vivono in Slovacchia. Ci sono molti matrimoni misti. Dopo che entrambi i Paesi hanno aderito al trattato di Schengen nel dicembre 2007 non ci sono più frontiere visibili, sebbene i passaporti non fossero mai stati necessari.
Infine, le lingue non sono simili come si potrebbe pensare. Ma dopo la separazione, il ceco è rimasto nella Repubblica slovacca, dato che molti libri o film stranieri erano tradotti in ceco: economicamente, non era conveniente tradurli in slovacco quando c'era già una traduzione ceca. Il risultato è che cinque milioni di slovacchi capiscono la lingua di dieci milioni di cechi.
Mentre ero in vacanza nel sud della repubblica ceca lo scorso settembre, ho avuto un'esperienza scioccante quando un ragazzino ha cominciato a parlarmi in inglese, perchè non mi capiva mentre gli chiedevo qualcosa in slovacco. Dovetti ripetere la domanda in ceco.http://www.cafebabel.com/ita/article/25685/belgio-nuova-cecoslovacchia.html


IL MESSICO DICE NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DEL PETROLIO

 

Gennaro Carotenuto

Nel referendum consultivo convocato dai partiti progressisti in Messico, l’87% dei votanti ha detto di NO all’ingresso dei capitali privati in Pemex, la compagnia petrolifera statale, rifiutando il piano di privatizzazione del governo di Felipe Calderón.
Quando il petrolio fu nazionalizzato, nel 1938, il presidente Lázaro Cárdenas disse: “dal possesso del petrolio dipende di chi è il Messico. Se il petrolio è dei messicani allora il Messico sarà dei messicani”. Oggi, 70 anni dopo, la sostanza del discorso non è cambiata e al centro del programma del governo del PAN (centrodestra) presieduto da Felipe Calderón, su straordinarie pressioni di multinazionali petrolifere, innanzitutto spagnole e statunitensi, per entrare nel mercato messicano, c’è di nuovo la privatizzazione, sia pur parziale, di PEMEX una delle più grandi compagnie petrolifere al mondo. Il motivo principale addotto dal governo è la scarsa capacità di investimenti della compagnia statale coniugato con la necessità di attrarli dall’estero per estrarre greggio soprattutto in alto mare in condizioni che necessitano di tecnologie particolarmente avanzate.
Un aspro dibattito va avanti da marzo, con continue manifestazioni in tutto il paese in difesa di una delle principali ricchezze del paese, ma adesso si è arrivati allo svolgimento di un referendum, autoconvocato e con puro valore consultivo, dai principali partiti della sinistra a partire dal PRD (Partito della Rivoluzione Democratica), che ha schierato le sue due figure più importanti, l’ex-candidato presidenziale Andrés Manuel López Obrador e il sindaco di Città del Messico Marcelo Ebrard.
Il referendum si è svolto in 10 dei 32 stati del paese e l’87% di no, che corrisponde a più di due milioni di votanti, ha generato commenti contrastanti. Per la maggioranza i votanti sono stati meno del previsto in un referendum che non avrebbe alcun valore. Per l’opposizione, che il Referendum ha convocato, invece la consultazione è stata un grande successo di mobilitazione popolare e i quasi 900.000 votanti nella sola capitale rappresentano il massimo di partecipazione in consultazioni del genere.

www.gennarocarotenuto.it



IL SEGRETO DEL PICCO PETROLIFERO E DELL'ESERCITO AMERICANO

 

DI MIKE STATHIS
The Market Oracle

Quelli di voi che non credono nella teoria del picco del petrolio [teoria del Peak Oil n.d.r.] dovrebbe prima assicurarsi di averla capito fino in fondo. Secondo questa teoria, dopo che una riserva è stata estratta per metà del suo volume totale, la produzione inizia a livellarsi o a rimanere costante per un periodo di tempo indeterminato. A un certo punto (non prevedibile) la produzione comincia ad avere un declino costante di durata variabile (anche questa incalcolabile), finché l'estrazione del petrolio rimanente non è più economicamente sostenibile con le tecnologie correnti.
In pratica, la teoria del Peak Oil non sostiene che la terra stia esaurendo le risorse di petrolio in termini di quantità. Sostiene che la terra stia esaurendo il petrolio meno caro, conosciuto come petrolio convenzionale - petrolio di alta qualità che si ricava trivellando la terra e che richiede costi di raffinazione minimi.

Ciò significa che in totale potremmo avere abbastanza petrolio (convenzionale più non-convenzionale) per i prossimi cent'anni. Ma questo non conta. Ciò che conta è quante riserve di "conventional oil" rimangono, perchè è il petrolio che si produce al costo più vantaggioso. In altre parole, la teoria del Peak Oil considera la quantità di greggio che possiamo produrre e raffinare al giorno per ogni dollaro.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto il picco di produzione petrolifera agli inizi degli anni '70. Da quel momento siamo dipesi sempre più dalle importazioni di petrolio estero. Curiosamente, in quel periodo, abbiamo anche cominciato a dipendere sempre più anche dall'importazione di altri beni, mentre i debiti dei consumatori e federali si sono gonfiati. Secondo esperti indipendenti del petrolio (e imparziali), il mondo raggiungerà presto questo periodo di picco petrolifero, costringendoci a ricorrere all'utilizzo di fonti non convenzionali.

Durante gli ultimi due decenni, i ritrovamenti petroliferi non convenzionali sono stati scarsi e poco accessibili. E quelli che inizialmente sembravano grossi ritrovamenti hanno dimostrato di avere una resa molto inferiore al previsto. Durante tutto questo periodo la domanda di petrolio è continuata ad aumentare. In particolare si è rinforzata negli ultimi anni in seguito alla rapida espansione dell'Asia.

Dato che la domanda è aumentata e i nuovi ritrovamenti sono diminuiti, l'OPEC ha falsificato i dati sulle riserve di petrolio per molti anni, tenendo nascoste le implicazioni del Peak Oil fino a giorni recenti. Come diretta conseguenza, i prezzi del petrolio sono saliti vertiginosamente. E questo ha reso l'esplorazione di fonti non convenzionali non solo più conveniente, ma indispensable. Per questo motivo, negli ultimi anni, è aumentata la nostra dipendenza verso più fonti non convenzionali, come catrame, sabbie bituminose e trivellazioni in mare aperto. Queste sono considerate fonti non convenzionali perchè comportano spese onerose per la realizzazione di prodotti finiti di petrolio. Queste due variabili, incremento della domanda e diminuzione della fornitura di "non conventional oil" sono state le principali cause responsabili dei prezzi record del petrolio. Nell'ultimo anno il petrolio è aumentato anche per gli effetti dell'inflazione causata dalla Federal Reserve, che ha indebolito il dollaro. Il legame dollaro-petrolio spiega molte cose che probabilmente non sapete.

Giganti dell'industria del petrolio come la Exxon insistono nel dire che abbiamo petrolio a sufficienza per le prossime decadi, ma poi aggiungono che sono necessari maggior investimenti per l'estrazione all'estero. Ciò che in realtà stanno dicendo è che i prezzi più alti del petrolio sono dovuti alle implicazioni del Peak Oil – la riduzione delle riserve di petrolio convenzionale, che costringe le società a ricorrere al petrolio non convenzionale. Usano giochi di parole per nascondere la verità perchè sono consapevoli che le possibili conseguenze del Peak Oil porterebbero alla ricerca di fonti di energia alternative, creando una minaccia per il loro monopolio. L'OPEC fa lo stesso gioco, e Washington, da parte sua, alimenta queste fantasie per una ragione ben più rilevante – per salvaguardare il legame dollaro/petrolio.

Come potete vedere, finché il mondo dipenderà dal petrolio, il dollaro resterà in piedi grazie al greggio fintanto che si potrà acquistare solo in dollari (con una rara eccezione che citeremo brevemente). Il legame dollaro/petrolio favorisce il mantenimento del dollaro come valuta universale. E siccome il mondo intero deve usare il dollaro, potete immaginare come questo meccanismo diluisca gli effetti dell'inflazione riscontrata negli Stati Uniti causata dall'eccesso di moneta in circolazione. In questo modo, il rapporto dollaro-petrolio permette che le conseguenze del meccanismo inflazionistico della Federal Reserve si disperdano per il mondo. Senza il rapporto del dollaro con il petrolio l'inflazione negli Stati Uniti avrebbe ripercussioni molto più gravi.

Questo è il segreto di cui virtualmente nessuno si rende conto. Non è una cospirazione. E' una realtà di fatto. E i pochi che ne sono consapevoli a Washington non lo ammetteranno mai. Chiedetevi perchè gli Stati Uniti hanno relazioni così strette con gli Arabi. Dopo tutto è stato il presidente Nixon a negoziare con la Famiglia Reale Saudita per il pagamento del petrolio in dollari poco dopo aver abolito il Gold Standard. Subito dopo l'Opec ha fatto la stessa cosa. In cambio della garanzia del legame dollaro/ petrolio, la Famiglia Reale Saudita gode della protezione delle Forze Armate statunitensi. Questo è il motivo per cui i Sauditi raramente sono criticati da Washington. Possono permettersi qualsiasi cosa, persino di essere coinvolti con il terrorismo e di mantenere bassa la produzione di petrolio.


I Sauditi sanno molto bene di avere un'influenza considerevole sul destino dell'economia statunitense. Considerando il fatto che l'Iran ha creato una borsa del petrolio (Iranian Oil Bourse, marzo 2006) che accetta solo Euro, capirete perché vogliono le armi nucleari - per proteggersi da un possibile attacco militare americano. L'Iran si rende conto perfettamente che rompere il legame dollaro/petrolio è il modo più diretto per mettere in ginocchio gli Stati Uniti. Di conseguenza, qualsiasi nazione che cercherà di fare la stessa cosa ne subirà le conseguenze. Nel 2000 Saddam Hussein tentò di vendere il petrolio accettando solo Euro e sappiamo tutti cosa gli è successo. Allo stesso modo, qualsiasi azione diretta a portare gli Stati Uniti all'utilizzo di fonti di energia alternative minaccia di distruggere il dominio universale del legame petrolio/dollaro. Le energie alternative verranno. Ma poco per volta e Washington si preoccuperà di farle venire lentamente. Di questo ultimo punto ne parlo più approfonditamente, fra molti altri temi sull'argomento, nel mio libro “America's Financial Apocalypse”.

Mike Stathis è il direttore principale dei consulenti della Apex Venture, una società di servizi per il business e per l'investment intelligence volta a rispondere alle esigenze delle imprese di speculzione di mercato, di corporations e fondi d'investimento su vari progetti. Mike nel mercato privato si occupa di analisi della valutazione dei rischi, analisi gestionale e business strategy. Nel mercato pubblico si occupa di consulenza finanziaria e assiste le corporations in strategie d'investimento, analisi di valutazione, previsioni di mercato, risk management e 'distressed securities analysis'. Recentemente è stato particolarmente attivo nell'aiutare i suoi clienti a muoversi nella crisi bancaria e del mercato immobiliare.
L'accuratezza delle sue previsioni e le sue analisi dettagliate nelle edizioni del 2006 di “America's Financial Apocalypse” e “Cashing in on the Real Estate Bubble” gli hanno reso il merito di essere considerato come una delle menti finanziarie più creative e acute degli Stati Uniti. Queste pubblicazioni sono la prova che sta navigando sulla cresta dell'onda e che continua a dare ai suoi clienti un vantaggio unico e competitivo.


Titolo originale: "The Big Secret about Peak Oil and the US Military"

Fonte: http://www.marketoracle.co.uk
Link
11.07.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Chantal


CHI VUOLE UNA TURCHIA DESTABILIZZATA?

E' di 18 morti e oltre 150 feriti l'ultimo bilancio dell'attentato dinamitardo che alle 21,45 (le 20,45 in Italia) della giornata di domenica ha colpito il quartiere Gungeron, sul lato europeo di Istanbul. Secondo il governatore della città Muammer Guler è convinto che si tratti di un "attentato terroristico", mentre ricadono i sospetti sul Pkk, mentre i curdi separatisti negano.

Un bilancio incerto sino alla fine quello delle vittime del duplice attentato che domenica ha scosso Istanbul, colpita due volte in rapida successione nel cuore commerciale di Gungoren, quartiere situato nella parte europea. Il numero dei morti è salito a 18 - gli ultimi due deceduti in ospedale – mentre quello dei feriti tocca ormai la quota 160. Un aggiornamento che si fa sempre più difficile proprio per le gravità dello stato in cui versano molti dei feriti, la maggior parte vittime della seconda esplosione, quella più potente. Come affermato da un testimone all’agenzia Associated Press, “la prima deflagrazione non è stata particolarmente violenta e molte persone sono accorse sul posto per vedere cosa fosse successo, finendo per essere travolte dallo scoppio del secondo ordigno”.

A ventiquattrore dal duplice attentato le autorità della città sul Bosforo cominciano a tracciare piste ed escluderne altre: “Si tratta di un attacco terroristico – ha commentato il governatore di Istanbul, Muammer Guler – gli ordigni erano stati collocati nei raccoglitori dell’immondizia. È pertanto esclusa qualsiasi ipotesi di attentato suicida”.

Nessun attacco kamikaze, insomma, come alcune fonti avevano in un primo momento riportato. Resta da chiarire, e non sarà facile, la matrice. Guler è stato cauto: “Non disponiamo ancora di informazioni sull’organizzazione che ne è responsabile”. Eppure sin dalle prime ore dopo l’attentato il dito è stato puntato sulla matrice curda. Fin troppo velocemente, le autorità di polizia hanno collegato l’atto terroristico al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan la cui sopravvivenza è messa a dura prova dalle incursioni delle Forze Armate turche ormai ufficialmente impegnate anche oltre il confine della Turchia, nelle aree irachene a maggioranza curda.

 

L’offensiva su larga scala contro la guerriglia del PKK, a detta di molti analisti, avrebbe potuto scatenare la reazione. Nulla di sorprendente: la guerriglia curda è stata già protagonista nel passato di attentati contro i civili, al punto che anche lo stesso Guler, seppure con tutte le cautele del caso, non si è sottratto all’ipotesi di un “certo legame tra l’accaduto ed il PKK”. Il coinvolgimento dei curdi è stato messo in relazione al bombardamento di alcune postazioni dei separatisti nel nord dell’Iraq da parte dell’aviazione di Ankara, avvenuta appena poche ore prima dell’esplosione. Nonostante le evidenti incertezze, la stampa turca ieri ha insistito sulla presunta matrice curda e l’opinione pubblica sembra essere orientata verso la pista che conduce al PKK. Ma sempre ieri, in mattinata, è giunta la secca smentita della dirigenza separatista. Tra tutte hanno un certo peso e credibilità le parole di Zubeyir Aydar, ex deputato curdo al parlamento turco. “Si tratta di un incidente dai contorni oscuri. Questo episodio non ha nulla a che vedere con la lotta per la libertà portata avanti dal popolo curdo. Non può essere fatta alcuna connessione con il PKK”, ha dichiarato l’attuale dirigente della sezione Politica del partito dei lavoratori del Kurdistan interpellato dall’agenzia pro curda Firat. La guerriglia nega con forza qualsiasi coinvolgimento nei fatti di Gungoren. Difficile dubitarne, anche perché gli attentati a firma curda sono sempre seguiti da una rivendicazione di responsabilità, e non il contrario come in questa occasione.

Più facile, per gli inquirenti, guardare in casa. Le antenne sono puntate in particolare sull’apertura, proprio ieri, del procedimento a carico del partito di governo, l’AKP, di cui fanno parte sia il primo ministro Recep Tayyp Erdogan, sia il presidente Abdullah Gul. L’accusa al vaglio della Corte costituzionale di Ankara è quella di aver svolto attività politiche contrarie alla laicità dello Stato, fondamento della Repubblica di Turchia. L’AKP, infatti, nasce e si muove su binari dichiaratamente confessionali e per la laicissima Turchia ciò si può tradurre nel tentativo di attentare all’unità statale. Gli atti terroristici potrebbero essere un monito all’indirizzo della suprema magistratura turca, ma anche delle Forze Armate che negli ultimi anni, dall’alto della loro funzione costituzionale di garanti della laicità dello Stato, hanno più volte rischiato la collisione con il potere esecutivo. Il copione non scritto potrebbe avere dei risvolti da manuale della dietrologia, con i settanta alti dirigenti dell’AKP sotto accusa, Erdogan e Gul compresi, pronti a tutto pur di mantenere la guida del Paese, anche a provocare uno stato di emergenza che rimandi a data da destinarsi la sentenza dell’Alta Corte. Un gioco vecchio ma scontato, quello di provocare tensione per evitare la catastrofe.

Eppure non regge: sono proprio loro, i dirigenti dell’AKP, i meno interessati a provocare un’instabilità interna che allontanerebbe inevitabilmente il sogno europeo covato a lungo proprio grazie agli sforzi di Erdogan e di Gul. L’appello all’unità lanciato dal primo ministro assomiglia più ad un’esortazione a non gettare a mare anni di trattative con l’Unione europea che ad un messaggio cifrato ai rivali della linea laica. Resta in piedi un’ultima possibilità, forse la più probabile, ovvero che oggi come nel 2003 – quando una serie di attentati colpirono sempre Istanbul provocando una sessantina di morti – si tratti di un attacco pianificato da nuclei terroristi di matrice islamica che nulla hanno a che vedere con l’istituzionale AKP. Schegge senza controllo che tentano di destabilizzare la Turchia con il duplice fine di abbattere i fondamenti laici della Repubblica e ridimensionare la portata politica degli islamici moderati. In una parola: fondamentalisti.



Fonte: http://www.rinascita.info

PARTE DAL MISSOURI LA FASE DEL CORPO A CORPO

Barack Obama in campagna elettorale Barack Obama in campagna elettorale

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - In ogni elezione americana dal 1900 a oggi, con la sola eccezione del 1956, il Missouri ha sempre azzeccato il vincitore della corsa alla Casa Bianca. E' proprio la fama di stato-barometro degli umori americani, che ha spinto Barack Obama e John McCain a far partire da qui la frenetica corsa finale alla conquista degli stati-chiave, che caratterizzerà una campagna entrata nella fase più calda.

Obama e McCain si sono trovati nello stesso stato lo stesso giorno, per la prima volta da quando sono cominciate le elezioni generali. E' un assaggio del 'corpo a corpo' che porterà sempre più vicini i due sfidanti, fino a farli salire insieme sul ring dei dibattiti presidenziali di autunno. Gli stati contesi sono ancora tanti, tra 12 e 18 secondo le varie stime. Ma presto si ridurranno a una manciata e si vedranno scene come quelle del 2004, quando George W.Bush e John Kerry finirono per tenere comizi alla stessa ora, a poche centinaia di metri l'uno dall'altro, nella piccola Davenport in Iowa.

Se il contatto ancora non è fisico, i colpi bassi sono già partiti in Tv, sul web e nelle dichiarazioni. McCain ha lanciato un nuovo spot televisivo e su YouTube nel quale ironizza su Obama celebrità planetaria, mettendolo sullo stesso piano delle regine del gossip, Britney Spears e Paris Hilton, e sollevando dubbi sulla sua capacità di guidare il paese. Lo staff democratico è stato rapido a reagire, usando l'arma dell'ironia e parafrasando un celebre brano della Spears. "Nel giorno in cui i media accusano McCain per la serie continua di attacchi falsi - hanno detto i portavoce di Obama -, lui ne ha lanciato un altro. E' il caso di dire: 'Oops! He did it again...'".

I due candidati hanno in questo momento problemi d'immagine diversi. McCain, di cui è nota la passione per la boxe vecchio stile, quella con regole chiare sul ring, è accusato di condurre una campagna che sembra ispirarsi all'Ultimate Fighting senza esclusione di colpi sotto la cintura. Da giorni insiste con gli affondi contro Obama e gli osservatori si chiedono se non si stia spingendo troppo oltre, rischiando un effetto contrario.

Il senatore democratico, invece, deve difendersi dalle accuse di eccessi di atteggiamento 'presidenziale' che lo inseguono dal suo viaggio della scorsa settimana in Europa. Il Washington Post é andato giù duro nel raccontare una visita fatta da Obama nella capitale martedì, accompagnata da misure di sicurezza eccezionali di solito riservate a Bush. "Il presidente Obama continua il suo giro della vittoria", lo ha graffiato Dana Milbank, uno dei più influenti giornalisti politici di Washington, aggiungendo che Obama si sta trasformando "da presunto candidato in candidato presuntuoso".

Ma le polemiche fanno solo da caotico sottofondo al lavoro reale che le due campagne stanno svolgendo in questo periodo, incentrato sulla conquista degli stati-chiave. Gli 11 voti elettorali che il Missouri porterà in dote il 4 novembre sono tra i più ambiti e lo stato per ora resta nella casella degli incerti. Le mappe degli strateghi elettorali cominciano intanto a colorarsi di blu e di rosso, i colori rispettivamente dei democratici e dei repubblicani, per fare il punto sul cammino verso 'quota 270', il numero di voti elettorali necessari per diventare presidente degli Stati Uniti. Obama viene dato in testa con 238 voti in tasca (di cui solo 135 sono considerati solidi e difficili da strappare per McCain). L'avversario ne avrebbe al momento 163, ma sono i 137 voti elettorali degli stati incerti il vero bottino a cui tutti puntano.

marco.bardazzi@ansa.it

 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_732010251.html


IN MEMORIA DI ALI AHMED, DIRETTORE DI ‘ELMAN’, VOCE PER I DIRITTI UMANI




“Chi lo conosceva sa che la Somalia ha perso uno dei suoi eroi”: è il modo in cui il quotidiano ‘Garowe’ dà notizia della morte di Sudan Ali Ahmed, direttore della ‘Elman Human right’, una delle più attive organizzazioni per la difesa dei diritti umani nel paese, morto ieri nella capitale somala. Ricordando le numerose battaglie sociali della ‘Elman’, fondata nel 1996 e intitolata alla memoria e al nome del fratello di Ali Ahmed, ucciso in uno scontro a fuoco a Mogadiscio nello stesso anno, la stampa somala riferisce che l’attivista è deceduto in seguito a una malattia che lo aveva costretto a diversi ricoveri negli ultimi mesi. Alla sua fondazione per i diritti umani si è aggiunta, con gli anni, un’associazione per il recupero e l’educazione degli orfani somali. L’ultimo contatto della MISNA con Ali Ahmed risale al 26 giugno scorso quando il notiziario ne ospitò la voce in questi termini:"Dovrebbe essere un giorno felice ma la gente non ha il coraggio di uscire di casa neanche per andare a fare la spesa. Nei cuori, come per le strade non c’è atmosfera di festa ”: lo ha detto Sudan Ali Ahmed, direttore dell’organizzazione per i diritti umani 'Elman' contattato dalla MISNA a Mogadiscio nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’indipendenza del paese. “Nessuna manifestazione è prevista oggi, 26 giugno, per ricordare quest’avvenimento – racconta Ahmed - e d’altra parte la popolazione ha ben poco da festeggiare, visti i massacri di innocenti a cui assistiamo quotidianamente”. Proprio oggi , la sua organizzazione ha diffuso un rapporto in cui denuncia la morte di 2136 civili in Somalia dall’inizio dell’anno, colpiti nel fuoco incrociato di militari etiopici e insorti che da mesi mettono il paese a ferro e fuoco. “Se la comunità internazionale non interviene immediatamente per fermare quest’eccidio, la popolazione civile sarà falcidiata” prosegue il direttore, sottolineando che “il numero di sfollati interni e il bilancio delle vittime è continuato a salire drasticamente, negli ultimi mesi”. Un’apprensione, quella di Ahmed, condivisa dalle altre organizzazioni umanitarie, prima fra tutte Medici senza frontiere (Msf), tra le più attive nel paese, secondo cui “la situazione per la popolazione somala è semplicemente catastrofica”.
http://www.misna.org/

La nuova costituzione dell'Ecuador

Il buen vivir, la pace e l'intercultura diventano principi fondamentali della nuova Carta costituzionale dell'Ecuador. Approvata dall'Assemblea costituente pochi giorni fa, la Costituzione sarà sottoposta a referendum il prossimo 28 settembre.

«Niente per noi stessi, tutto per la patria» è il leitmotiv che, negli ultimi otto mesi, ha accompagnato i lavori dell’Assemblea Costituente ecuadoriana, impegnata a redigere la nuova Costituzione. Il testo definitivo, presentato pochi giorni fa alla presenza delle più alte autorità locali, verrà sottoposto a referendum il prossimo 28 settembre.

La nuova Carta, che dovrà riformare la struttura dello Stato, è il risultato di un processo democratico dall’alto valore simbolico. Dal 2006, il più piccolo tra i paesi andini è guidato da un giovane economista, Rafael Correa, che si inspira ai principi del socialismo del XXI secolo, un progetto che, in molteplici forme, sta trovando applicazione in vari paesi del Sudamerica. L’idea di riformare la Costituzione, promossa in campagna elettorale da Correa, è stata sottoposta a referendum nel settembre 2007: l’80 per cento degli ecuadoriani ha espresso il proprio sì e, poche settimane dopo, ha eletto i membri della Costituente. Otto mesi di tempo erano stati concessi dal popolo ecuadoriano per completare la riforma ed otto mesi sono stati utilizzati dai costituenti per realizzarla.

Ma, oltre ai tempi, sono i contenuti a farne un modello di organizzazione dello Stato e di convivenza civile e pacifica.
La nuova Costituzione ecuadoriana è improntata sul concetto del buen vivir, il buon vivere, che rimette il cittadino e i suoi diritti al centro dello Stato. L’Ecuador, uno dei paesi più poveri del continente, garantirà l’educazione e la sanità gratuite per tutti nonchè l’accesso sicuro e permanente ad una alimentazione sana e sufficiente; l’acqua assurge a diritto umano inalienabile e si promuove la sicurezza alimentare. Si proibisce l’ingresso nel paese di rifiuti tossici e scorie nucleari, così come la produzione, commercializzazione e trasporto di armi chimiche, biologiche e nucleari, di contaminanti altamente tossici, di agrochimici proibiti a livello internazionale e di organismi geneticamente modificati.

Ma non finisce qui. L’Ecuador viene definito «territorio di pace» e si proibisce la costruzione di basi militari straniere o di installazioni straniere per fini militari; allo stesso modo, si proibisce la cessione a stranieri di basi o installazioni militari nazionali. Gli indigeni vedranno finalmente sancito il carattere plurinazionale dello Stato mentre kichwa e shuar, i due principali idiomi ancestrali, diventano lingue ufficiali in relazione di interculturalità con il castigliano.

L’Ecuador è uno dei principali esportatori di petrolio della regione, tanto che i proventi della vendita del greggio costituiscono la prima voce del Pil, seguiti dalle rimesse degli emigrati che, con il loro lavoro, contribuiscono allo sviluppo delle economie di Spagna, Italia e Stati Uniti. Nonostante questo, l’art. 15 della nuova Costituzione stabilisce che lo Stato promuoverà l’uso di tecnologie ambientalmente pulite e di energie alternative. In più, si riconosce il diritto della popolazione a vivere in un ambiente sano e si dichiara di interesse pubblico la preservazione dell’ambiente e la prevenzione del danno ambientale.

In Ecuador, come in molti paesi latinoamericani, l’informazione è da sempre controllata dalle poche famiglie che, nel corso degli anni, hanno detenuto il potere economico e politico. Se il 28 settembre il popolo ecuadoriano dirà Sì alla nuova Costituzione, anche l’informazione dovrà tornare ad essere libera: tutti avranno diritto ad una comunicazione libera, diversificata e partecipativa, con uguali possibilità di accesso alle tecnologie dell’informazione e all’utilizzo delle concessioni radiotelevisive. Lo Stato promuoverà la pluralità dell’informazione e non permetterà il monopolio o l’oligopolio nella proprietà dei mezzi di informazione.

L’Ecuador è anche il paese con il maggior numero di sfollati e rifugiati del continente. Sono quasi tutti colombiani irregolarmente entrati nel paese, in fuga da un conflitto che dura ormai da 50 anni e che, dopo la liberazione di Ingrid Betancourt, rischia di sprofondare nuovamente nel silenzio e nell’indifferenza. Nonostante questo, la nuova Carta costituzionale ecuadoriana riconosce a tutti il diritto a migrare mentre lo Stato non considererà illegale nessun essere umano a causa della propria condizione migratoria. Ogni immigrato che vive in Ecuador potrà fare ritorno nel proprio paese e lo Stato si impegnerà a garantire che tale rientro possa avvenire in maniera sicura e dignitosa, indipendentemente dall’avere o meno i documenti in regola. Allo stesso modo, garantirà anche agli immigrati irregolari l’assistenza sanitaria ed un’alimentazione adeguata.

Per Costituzione, tutti avranno diritto alla ricreazione, al tempo libero e alla pratica di almeno uno sport. Chiunque avrà diritto a vivere in una casa sicura e dignitosa, indipendentemente dalla situazione sociale o economica, e si riconoscono i diritti delle coppie di fatto anche omosessuali.
Infine, tutti i diritti e tutti i doveri previsti dalla nuova Costituzione riguarderanno sia i cittadini ecuadoriani che gli stranieri presenti nel paese, senza discriminazione alcuna.

Un risultato storico, dunque, che affonda le proprie radici nel passato recente del paese andino. In trent’anni di democrazia, l’Ecuador è stato caratterizzato da governi corrotti, politiche neoliberali dettate dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale, banchieri che portavano all’estero i risparmi dei cittadini e poi dichiaravano fallimento. Un bel giorno, nell’aprile del 2005, dopo anni di lotte indigene che hanno aperto il cammino, la gente comune, gli anziani, gli studenti, i disoccupati, gli intellettuali, i pensionati, i professori, le casalinghe, armati di casseruole e pentole, scendono in strada e non rientrano nelle proprie case fin quando, dopo tre giorni di proteste, non vedono scappare a gambe levate l’ennesimo presidente corrotto. L’anno successivo, sale al potere il socialista Rafael Correa ed oggi il paese festeggia una «costituzione magnifica», come l’ha definita Alberto Acosta, ex presidente della Costituente ed una delle menti di questo progetto innovativo.
Nel frattempo, in Italia si intende dichiarare lo stato d’emergenza per gli immigrati mentre per l’immunità di pochi eletti si paralizza un paese intero. Niente per la patria, tutto per noi stessi.


COMMERCIO: EPA, l’UE accelera per paura che gli stati africani ci ripensino
Hilaire Avril


PARIGI, (IPS) - Bruxelles è tentata di evitare la traduzione nelle 23 lingue ufficiali europee degli Accordi di partnership economica (EPA) provvisori, perché teme che alcuni paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) possano cambiare idea sulla ratifica degli accordi finali.




In un documento interno dell’Unione europea del 17 luglio 2008, cui l’IPS ha avuto accesso, si legge che tradurre e verificare legalmente le lingue degli EPA provvisori siglati l’anno scorso si sta rivelando più gravoso e richiede molto più tempo di quanto previsto inizialmente.

“Allo scopo di accelerare la firma degli accordi provvisori nel 2008 proponiamo, eccezionalmente, di modificare il metodo tradizionale di produzione di testi autentici in tutte le lingue ufficiali al momento della firma, concordando invece di adottarli in una fase successiva”, si aggiunge.

Secondo il documento, la Commissione teme che tradurre il grosso degli EPA provvisori nelle 23 lingue ufficiali dell’Unione potrebbe comportare ritardi. E senza gli EPA, sostiene la Commissione, verrebbe perpetuato con i paesi ACP un regime commerciale non conforme alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO).

“La Commissione ha valutato che seguire il consueto approccio che precede la firma, rischierebbe di portare il processo oltre il periodo di Pasqua 2009. Un simile ritardo potrebbe avere delle ripercussioni sulla sicurezza legale e sulla notifica del WTO”, si legge.

Ma al di là del tempo e degli sforzi necessari per tradurre migliaia di pagine di accordi commerciali in 23 lingue, la Commissione sembra avere ben altre preoccupazioni.

Tradurre gli accordi “potrebbe comportare un maggiore rischio politico che alcuni paesi ACP cambino idea e decidano di non firmare gli EPA provvisori”, spiega il documento.

Eliminando i tempi che richiederebbe la discussione degli accordi tra i membri dell’Unione nelle rispettive lingue nazionali, la Commissione spera che gli accordi vengano firmati dal Consiglio europeo prima che i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico siano in grado di modificare la loro posizione.

Il Consiglio europeo è formato dai capi di stato o di governo dell’Unione europea e dal presidente della Commissione.

Se il Consiglio europeo decidesse di firmare gli EPA nella loro forma attuale, la Commissione potrebbe notificare questi accordi provvisori al WTO; e una volta notificati, sarebbe molto più difficile per i paesi ACP rinegoziarli.

Secondo Jean-Denis Crola, responsabile della campagna per la Giustizia economica di Oxfam-France, “sin dal primo giorno, la Commissione ha usato il tema della conformità alle norme del WTO come una scusa per nascondere le vere ragioni per cui vuole che gli accordi vengano firmati il prima possibile”.

“Ma questo non è un problema reale, visto che tutte le relazioni commerciali tra l’Unione e i paesi ACP sono compatibili con il WTO dal 1 gennaio. Anche i paesi che non hanno firmato gli accordi provvisori sono coperti dal regime di scambio ‘Everything But Arms’ (Tutto tranne le armi)”, ha spiegato Crola.

“Il vero motivo che spiega l’approccio della Commissione è il timore che alcuni paesi possano cambiare la loro posizione e rifiutare ogni forma di accordo”, aggiunge.

Con il pretesto di risparmiare tempo, la strategia proposta è in realtà quella di affrettare il processo di approvazione e garantire che i paesi ACP ratifichino gli impegni temporanei.

Perché gli Stati membri ricevano tutte le informazioni sui temi di cui la Commissione chiede l’approvazione, la procedura tradizionale dell’Unione europea prevede di tradurre i trattati in tutte le lingue ufficiali dei paesi dell’Unione.

In un comunicato stampa del 2005, la direzione generale per le traduzioni della Commissione riconosce che “la portata del regime multilingue [dell’Ue] lo rende unico al mondo, e per alcuni il lavoro straordinario che esso genera per le istituzioni sembra a prima vista pesare più dei vantaggi”.

La direzione generale per le traduzioni ha difeso però questa politica come un prerequisito per il dibattito democratico.

”Ci sono delle ragioni specifiche per questo. L’Unione approva leggi direttamente vincolanti per i suoi cittadini e le imprese, ed è solo per una questione di giustizia naturale che l’Ue e i suoi tribunali devono avere una versione delle leggi cui doversi uniformare scritta in una lingua che possano comprendere”, conclude.

Il documento della Commissione specifica che si tratterebbe in questo caso di un allontanamento eccezionale dal protocollo, “che è già stato sperimentato nell’accordo Ue-Usa ‘Passenger Name Records Agreement’ dello scorso anno”: un accordo sulla trasmissione dei dati personali dei passeggeri prenotati.

La strategia contenuta nel documento è in netto contrasto con la posizione sostenuta da Christine Taubira, membro francese del Parlamento rappresentante della Guyana, in un recente rapporto sugli EPA commissionato dal presidente francese Nicolas Sarkozy.

Vengono proposte alcune raccomandazioni per ripristinare la fiducia in un processo di negoziazione che è stato spesso compromesso, a causa delle accuse di malafede sia da parte dell’Ue che dei paesi ACP.

Tra le raccomandazioni, si sollecita l’Ue ad eliminare ogni ambiguità linguistica per promuovere una maggiore chiarezza sugli EPA. Si insiste sul fatto che essere informati nella propria lingua madre è un principio basilare del diritto internazionale.

La Francia, presidente di turno dell’Ue, sembra aver stabilito che questa raccomandazione è un passo fondamentale in un processo di negoziati equo e che vada a buon fine.

Come ha dimostrato tuttavia la recente disputa tra Sarkozy e il Commissario europeo al commercio Peter Mandelson, la posizione europea sugli EPA è ancora ben lontana dal raggiungere un equilibrio.

Sarkozy ha attaccato Mandelson per aver promosso accordi EPA che porteranno a una riduzione nella produzione agricola Ue, e negoziati EPA che “hanno influenzato” il voto irlandese contro il trattato di riforma dell’Unione europeahttp://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1250

Kirkuk : manifestazione pacifica si trasforma in un massacro
di Shorsh Surme*

La decisione arbitraria e l'approvazione da parte del parlamento federale iracheno - a maggioranza araba - della legge 24 sulle elezioni provinciali, che autorizza che a scegliere i membri dei consigli provinciali siano i partiti politici e non i cittadini, come invece previsto dalla nuova costituzione dell'Iraq, ha fatto preoccupare i Curdi.

Infatti senza dubbio, nel caso della città curda di Kirkuk, la nuova legge crea seri problemi che potrebbe trasformarsi in un scontro tra le varie etnie come Curdi, Arabi originari, Turcomanni, Assiro-Caldei, che sono presenti in questa città e che convivono da secoli.

Proprio per queste preoccupazioni, più di 150 mila persone hanno manifestato pacificamente contro la legge elettorale di recente approvata dal Parlamento, quando improvvisamente una donna kamikaze si è fatta esplodere in mezzo ai manifestanti uccidendo 35 persone e ferendone più di 180.

I problemi della città di Kirkuk, famosa per i suoi giacimenti petroliferi, sono cominciati quando il regime di Saddam ha cominciato ad arabizzare la città, importando con la forza gli Arabi delle paludi del Sud dell'Iraq e deportando o costringendo la popolazione curda di abbandonare la propria città. Cosi il regime cercava di dimostrare che la città di Kirkuk non è una città curda e non fa parte dal territorio del Kurdistan, ma è una città a maggioranza araba.

Si sperava che, dopo la caduta del regime, il nuovo governo e il parlamento potessero risolvere per sempre questo problema applicando l'articolo 140 della Costituzione, che dà la possibilità ai cittadini di scegliere attraverso un referendum se rimanere sotto il governo centrale di Baghdad o tornare fa parte della regione del Kurdistan.

Purtroppo quello che è successo durante la pacifica manifestazione dei cittadini curdi di due giorni fa (erano presenti anche i gruppi appartenenti alle etnie araba, turcomanna e assiro-caldea) è stato un attacco al processo di democratizzazione e di riconcliazione nazionale dell'Iraq, che con molta fatica cerca di andare avanti.

* giornalista curdo-iracheno


www.osservatoriosullalegalita.org

 



luglio 30 2008

Wow, la sinistra in outsourcing!

Dunque, a poco più di tre mesi dalla sconfitta elettorale, si va finalmente definendo il vero governo ombra, quello che fa l’opposizione a Berlusconi.

Si tratta di:

Thomas Hammarberg, del Consiglio d’Europa, premier ombra.

Martin Schulz, vicepremier ombra.

Michael O’Leary di RyanAir, ministro dei trasporti ombra.

John Micklethwait, direttore dell’Economist, ministro della giustizia ombra.

Celestino Corbacho, ministro degli interni ombra.

E’ ufficiale, in assenza di un’opposizione interna abbiamo deciso di darla in outsourcing all’estero.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Qualifiche

 


La vox populi dice che questa signora è diventata Ministro per le Pari Opportunità grazie al fatto che ha fatto eccellenti pompini a sua eccellenza il PresDelCons. Sinceramente mi sfugge il motivo per cui la cosa, ammesso che sia vera, costituirebbe motivo di scandalo - Mara Carfagna sarebbe qualificata esattamente quanto qualsiasi altro membro del governo, e in più sarebbe brava a fare pompini.http://inminoranza.blogspot.com/

Besame, Chitarrino



Ora d'aria
l'Unità,
Quando Il Giornale era una cosa seria, cioè quando lo dirigeva Montanelli, vi era severamente vietato criticare la Rai per evitare che qualcuno potesse pensare che la critica era un favore all’editore Berlusconi, proprietario della Fininvest. Me lo raccontò Giovanni Arpino. Poi, nei primi anni 90, perché fosse ancor più chiaro chi comandava al Giornale tra lui e l’editore, il vecchio Indro ingaggiò come critico televisivo Sergio Saviane, che non perdeva occasione di spernacchiare il Berlusca e il suo mondo. Sono trascorsi appena 15 anni, ma non sono stati vani: siamo nell’èra dei servi felici, abbiamo abolito il pudore e perduto il senso della vergogna. Basta leggere, sul fu Giornale, le cronache al seguito del Cavalier Padrone. Passa il lodo Alfano, titolo a tutta prima pagina: “Sia lodo, fine della guerra”. Segue commento non firmato, dunque attribuibile al direttore, Mario Appelius Giordano: “La bella estate di Silvio”. Fior da fiore: “Adesso non ci sono più nuvole. Le foto di Villa Certosa immortalano un momento di serenità privata: per il compleanno della moglie Veronica, Berlusconi ha radunato tutta la famiglia in Sardegna. Ci sono i figli, i nipotini, i giochi, le gite in barca, piccoli scampoli di ordinario lusso e straordinaria felicità… Quest’immagine di serenità privata diventa segno e simbolo della serenità politica… Napoli è stata ripulita dai rifiuti… la Finanziaria sta per essere approvata… l’immunità per le alte cariche, come ciliegina sulla torta (di compleanno) mette finalmente il governo al riparo dall’assalto giustizialista… Ronaldinho al Milan? Toh, è arrivato pure quello. E allora, mano nella mano con Veronica, non resta che gustarsi un po’ di relax come si conviene. E’ la bella estate di Silvio, non c’è niente da fare… La sinistra allo sbando deve rassegnarsi: nel centrodestra non è più tempo di Casini (battuta, ndr). Questo è il tempo della fedeltà e della serenità, come testimoniano le foto con Veronica e la pace con Bossi…”.

Era dai tempi dei dispacci della Stefani sulle virili vacanze del Duce e donna Rachele a Rocca delle Caminate, che non si leggeva niente del genere. Un’intera pagina fotografica gentilmente offerta da “Chi” (altro house organ della ditta) ritrae il ducetto “rilassato e innamorato” con le sue “tinte turchesi” nella “nuova Camp David” di Villa Certosa, là dove solo un anno fa pascolavano sulle sue ginocchia cinque prosperose ragazze, subito trasformate in altrettante “attiviste di Forza Italia” impegnate in un simposio di alta politica. Quest’anno invece la Veronica ha piantato le tende alle costole dell’esuberante consorte e non lo molla un istante (le ampie maniche delle rispettive camicie nascondono le manette ai polsi dei due coniugi). Nemmeno quando lui tenta la fuga a Portofino, in una delle tante ville. Anche qui, stuolo di fotografi al seguito e cronista da riporto del Giornale: un tale Vincenzo La Manna, che dev’essere giovanissimo, ma ha già capito come gira il mondo. Il suo paginone di lunedì sul Giornale, dal sobrio titolo “Love in Portofino”, è un piccolo capolavoro: “In camicia blu scuro e pantaloni abbinati, Berlusconi si presenta poco dopo le 9 di sera, sorridente, al centro della splendida località marina. E con la mano sempre intrecciata a quella della moglie, raggiunge il porticciolo. Per dirigersi, guardato a vista dalle guardie del corpo in tenuta estiva (ecco: niente plaid, cuffie di lana, pelli di foca o cose del genere, ndr) verso lo yacht ‘Besame’ di Marina”. Da non confondere con lo yacht “Suegno”, che invece è di Piersilvio detto Dudi. Segue cena in uno “storico ristorante”, allietato dalle note di “Carlo, detto il Chitarrino”: un Apicella locale. “Alla famiglia Berlusconi si aggregano il giornalista Guido Bagatta e la compagna”, per elevare ulteriormente il livello della conversazione. “Moscardini fritti e spiedini alla griglia, un tocco d’insalata russa”, e poi “branzino bollito” in onore di Bondi. Infine “orata al forno con olive nere e sorbetto shakerato alle fragole”. Poi “via in discoteca per alcune ore”.

L’indomani, sempre pedinato dal solerte La Manna, il Cainano “riceve in giardino la visita di Marina e Piersilvio, che lasciano per un po’ i loro yacht attraccati in rada”. Si spera, non incustoditi. Sarà così, minaccia il cronista, per tutta l’estate “e poco importa se il settimanale ‘Chi’ riesce a immortalare i suoi momenti di svago e intimità”. Ecco: Lui, sempre così ritroso, non ama finire sui giornali, ma quei comunisti molesti di “Chi” lo immortalano lo stesso. E Lui, da vero liberale, continua a stipendiarli.

Torna in mente quel che scrisse Montanelli, sulla Voce, il 26 novembre ’94: “Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede. L’abbiamo sempre dipinto come un leccapiedi, anzi come l’archetipo di questa giullaresca fauna, con l’aggravante del gaudio. Spesso i leccapiedi, dopo aver leccato, e quando il padrone non li vede, fanno la faccia schifata e diventano malmostosi. Fede, no. Assolta la bisogna, ne sorride e se ne estasia, da oco giulivo. Ma temo che di qui a un po’ dovremo ricrederci sul suo conto, rimpiangere i suoi interventi e additarli a modello di obiettività e di moderazione… Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. (...) Il risultato è scontato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di ricorso a leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti”.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Il paese che purtroppo amo

Amare l’Italia non è mai stato più difficile di oggi. Tuttavia, l’autrice non potrebbe vivere altrove. Storia di una confusione di emozioni.

Quell’estate, in cui mi sono innamorata degli italiani, sulle spiaggie si raccontava delle frodi di Bettino Craxi, e io pensavo: strano paese, dove anche i bagnini sanno come imbroglia il leader socialista! Era l’estate del 1989, io ero distesa sulla sdraio e ascoltavo il bagnino, che senza alcuna remora parlava del sistema del finanziamento illecito ai partiti socialista e democristiano, degli abusi d’ufficio e delle tangenti, delle infiltrazioni e omicidi mafiosi come se si trattasse del prossimo torneo di bocce sulla spiaggia.

Nello stesso anno mi recai in Sicilia per la prima volta come giornalista. Lì ho conosciuto il funzionario di polizia che ha fatto luce sulla Pizza Connection, traffico di eroina tra la Sicilia e il Nord America. Era protetto da due guardie del corpo e circolava su una berlina blindata, e mi ricordo ancora cosa pensai: Che strano paese! Qui, le forze di polizia devono essere protette!

Il Ministero dell’Interno lo aveva invitato a lasciare la Sicilia, perché la sua sicurezza non poteva più essere garantita. Al suo rifiuto, fu trasferito d’ufficio a Palermo. Ho trovato molto strano che in Italia i poliziotti che compiono con successo il loro dovere siano puniti, ma pensai che queste cose presto sarebbero cambiate, dopotutto in quella estate del 1989 eravamo tutti molto ottimisti sul futuro. C’era un’atmosfera di rivalsa e speranza, finalmente il mondo stava cambiando. Nell’ Europa dell’est cadevano i muri, e noi giornalisti eravamo convinti che anche in Italia le fondamenta su cui si reggeva il sistema di collusione tra mafia e corruzione politica con in testa democristiani e socialisti, stesse cedendo.

In Italia adesso si va avanti, pensavo. L’ italiano al mio fianco rimase scettico.

Solo due anni più tardi mi sono arresa anch’io all’immaginario tedesco dell’Italia e sono passata dalla parte dell’italiano al mio fianco, nella terra del viaggio italiano “dove in genere nessuno lavora solo per vivere, ma per godere, e dove anche il lavoro per vivere è un’occasione di felicità”, nella terra con una eterna natura meravigliosa e intrepidi magistrati. A Milano stava per essere scoperta tangentopoli e le trasmissioni televisive più seguite erano quelle che venivano trasmesse dal palazzo di giustizia di Milano. Allo stesso tempo, con il maxiprocesso di Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, riuscivano a portare a termine un processo di mafia attraverso tutti e tre i gradi di giudizio, senza che la mafia riuscisse a ribaltare le sentenze nei gradi intermedi. E anche dopo l’assassinio di entrambi i magistrati, non vi era alcun dubbio che l’Italia si trovasse ad un punto di svolta sulla questione morale e non volesse essere più permeabile alla mafia e alla corruzione della classe politica: nel 1993 il primo ministro, per la settima volta, Giulio Andreotti fu accusato a Palermo di associazione mafiosa.

Le cose cambieranno, pensavo. Solo l’italiano al mio fianco rimase scettico. Da 2000 anni qui comanda la Chiesa cattolica e abbiamo il Papa a casa nostra!, disse. Non dimenticare che il cattolicesimo come religione di stato è stato abolito solo nel 1984! La mafia e la Chiesa non lasceranno mai che le cose cambino in Italia! Qui non siamo in Germania! Non essere ingenua!

Io invece consideravo la chiesa come una scelta personale e la mafia come un fenomeno creato dagli uomini: come tale avrà un inizio ed una fine, come disse anche Giovanni Falcone. Perché questo non dovrebbe valere anche per le altre cose in Italia? Cominciai ad avere qualche dubbio, quando le critiche ai pubblici ministeri cominciarono a farsi sempre più forti. Non c’è nulla di più sgradito nella cattolica Italia del cosidetto giustizialismo, manie di giustizia: Non siamo forse tutti peccatori davanti a Dio? Gli italiani smisero di tirare monete ai politici. E cominciarono a votare Berlusconi. La sua discesa in campo fu caratterizzata da tacchi alti, un partito fatto in casa e con calze da donna sugli obbiettivi delle telecamere per migliorare la sua immagine. I redattori di giornali tedeschi cominciarono a telefonarmi eccitati e a chiedermi cosa fosse successo agli italiani. Con serenità citai il giornalista italiano Indro Montanelli, “Il modo migliore per immunizzare gli italiani contro Berlusconi, è lasciarlo governare per una volta”. Non potevamo prevedere che gli italiani fino ad ora si sarebbero lasciati immunizzare senza successo per ben tre volte. Berlusconi deve essere qualcosa di simile all’ebola, ha affermato lo scrittore Roberto Alajmo.

Alla seconda vittoria elettorale di Berlusconi il livello di sgomento era già diminuito, la terza volta nessuno dei miei colleghi tedeschi ha chiesto alcunché. Berlusconi era diventato qualcosa di simile ad un reumatismo cronico, qualcosa come la mafia, che in Germania non si capisce come non si possa tenere sotto controllo. I miei colleghi in Germania iniziarono a scrivere canzoni di addio per un paese per il quale già Pasolini ebbe a piangere: “Ho amato gli italiani purtroppo, sia al di fuori dei palazzi del potere (e anche in disperata opposizione a questi) e sia al di fuori dei modelli populisti e umanitari. E’ stato un vero e proprio sentimento di amore esistenziale. Così, con tutti i miei sensi, mi sono reso conto come l’imposizione di nuovi modelli consumistici abbia modificato, sfigurato e umiliato in maniera irreparabile la coscienza del popolo italiano”.

Per i corrispondenti esteri la rielezione di Berlusconi è stata tuttavia un colpo di fortuna, perché sotto il governo Prodi, era ancora più difficile spiegare ai lettori cosa succedeva in Italia. Prodi non è Berlusconi, cosa che in Germania lasciava intendere che “la destra è il male, a la sinistra il bene”. Questo stereotipo non va d’accordo con il fatto che anche l’ex leader comunista, Massimo D’Alema quando era al governo inciuciasse con Silvio Berlusconi e sostanzialmente abolisse la legge sui pentiti di mafia. Ancora più difficile da veicolare ai lettori è il perché Clemente Mastella, ministro della Giustizia nell’ultimo governo Prodi, si occupasse personalmene di fare in modo che i pubblici ministeri venissero ricusati non appena si occupassero di casi coinvolgenti politici italiani. Al procuratore calabrese Luigi De Magistris fu avocata un’indagine perché, in un’ inchiesta sull’uso di fondi europei, aveva deciso di indagare non solo sugli amici del Ministro della Giustizia ma anche nei confronti di Prodi stesso, quando questi era ancora in carica come Presidente della Commissione europea. Poco dopo il ministro della Giustizia fu costretto alle dimissioni per abuso di potere ed estorsioni, cosa che ha portato alla caduta del governo Prodi.

Ma non è poi sempre così in Italia? Dissero i miei amici tedeschi. Poi quasi annoiati, sottolinearono, non senza un sorriso, il fatto che si trattava del 62mo governo del dopoguerra, cosa che mi irrita sempre un po’. Infatti, a differenza della Germania, i 62 governi del dopoguerra non sono espressione diretta della capacità tipicamente mediterranea di cambiamento, bensì il rituale di una casta di politici che si spartiscono il potere da 60 anni. In Italia non ci sono facce nuove sulla scena politica da 30 anni. Chi è riuscito ad entrare in Parlamento rimane seduto al suo scranno sino alla morte, e Andreotti, non morirà mai. Qui si riesce a vendere il leader dei Democratici di Sinistra, Walter Veltroni, che è in politica dagli anni Settanta, come il nuovo. Perché sicuramente è un nuovo arrivato, rispetto al novantenne Andreotti.

Berlusconi ha ripreso il suo ruolo di clown che governa una nazione derisa e per la quale gli stranieri si interessano solo per sapere dove sono le sue spiagge più belle, i suoi alberghi più economici e i ristoranti migliori. Ma dietro quest’opera buffa si nasconde un paese impaurito e fermo. Un paese che ha perso molte occasioni per il suo progresso in campo culturale ed economico. Un paese che è governato da un cinico, accusato di frode fiscale, falso in bilancio, partecipazione ad associazione mafiosa, corruzione, complicità in attentati - tutte accuse che sono finite nel nulla previa assoluzione, o archiviazione, o insufficienza di elementi di prova o di condanna poi amnistiata. Questo cinico è riuscito brillantemente a mettersi d’accordo con l’opposizione di sinistra che si mostra combattiva al mondo esterno, come se si fosse ancora ai tempi della rivoluzione industriale, ma che nel profondo ha lo stesso disprezzo per gli elettori che ha Berlusconi.

Anch’io preferisco scrivere delle gaffes di Berlusconi. E’ più divertente scrivere che ha nominato Ministro per Pari Opportunità una modella di nudo, anziché spiegare perché la sua coalizione di governo, come primo atto ufficiale, abbia proposto una legge sulla restrizione dell’uso delle intercettazioni. Ora non si può più essere intercettati, se si è sospettati di falsa testimonianza. O se si è sospettati di far parte di un’associazione criminale. I giornalisti che fanno uso di materiale intercettato rischiano fino a tre anni di carcere. E l’opposizione non dice nulla. In ogni caso, non ne sembra molto preoccupata. E perché dovrebbe. I reati, che di solito sono intercettati sono commessi dalle persone dell’establishment. Di cui fanno parte anche i politici del Partito Democratico. Anche la prima proposta legislativa del precedente governo Prodi riguardava la limitazione delle procedure di intercettazione. Solo che non fu approvata.

E’ più divertente scrivere del trapianto di capelli di Berlusconi che del modo in cui la camorra amministra gli affari per lo smaltimento dei rifiuti di Napoli o di come la ‘ndrangheta calabrese faccia 44 miliardi di euro di fatturato, quasi il tre per cento del prodotto interno lordo italiano. O perché una pattuglia di polizia sia intervenuta nel reparto di ginecologia al Policlinico di Napoli per prevenire un aborto - solo perché contro l’attuale legge sull’aborto la Chiesa cattolica ha lanciato una vera e propria crociata da un po’ di tempo a questa parte. O quanto spazio quotidiani come ad esempio la Repubblica, di tendenze sinistro-liberali, dedichino ai cardinali e ai loro vaghi commenti in merito alla “tutela della vita”.

Anche i fratelli minori della Spagna danno consigli

Nel frattempo, l’italiano al mio fianco deve trattenere non solo l’umiliazione subita dagli spagnoli, i poveri fratelli minori, in campo sportivo calcistico, ma anche leggere su Repubblica i consigli che il Primo Ministro spagnolo Zapatero dà per far si che l’Italia recuperi il ritardo accumulato in vari campi. Pieni di invidia, gli italiani guardano alla Spagna - e non solo al prodotto nazionale lordo, ma anche perché gli spagnoli ora sembrano fare tutto meglio degli italiani. Zapatero ha preso ripetutamente la lotta con la chiesa cattolica, una lotta che in Italia si dà per persa fin dall’inizio. Mentre Zapatero è riuscito ad introdurre una legislazione per il matrimonio gay e per la rimozione di simboli religiosi dagli edifici pubblici, i politici italiani fanno a gara per baciare la mano del papa.

I miei colleghi tedeschi mi chiedono: Come è possibile che l’unica seria opposizione in Italia sia rappresentata da un comico, un filosofo, un giornalista e un ex magistrato? E io dico: l’Italia è un paese in cui 70 deputati del Parlamento sono pregiudicati. Ma è anche un paese dove milioni di italiani scendono per strada a manifestare per opporsi al dominio di questo Parlamento fatto di pregiudicati.

Quando mi sono resa conto che in questo momento storico le parole non portano a nulla, ho deciso di agire. Perché io, a differenza dei miei colleghi, non mi sono solo limitata a riportare la drammatica perdita di appeal dell’Italia per i tedeschi, ma io l’italiano al mio fianco l’ho sposato. Dopo 19 anni di convivenza.

[Articolo originale di Petra Reski]

 

http://italiadallestero.info/archives/495


Crime fiction [legal drama, all'italiana]

Prosegue la nuova rubrica che promuove la premiata biscotteria BIV. Difficile descriverne la fraglanza.

Emergenza immigrazione

Roma: meno di 200 militari da destinare al controllo territoriale [da impiegare su 4 turni, ovvero meno di 50 per turno di pattuglia].

Volanti della Polizia di Stato operative sul territorio romano,
10 [fonte sindacato di Polizia].

Napoli: poco più di 150 militari [idem come sopra].

Fondi per la sicurezza e l’operatività delle forze dell’ordine previsti in finanziaria:

meno 3,4 miliardi di euro [comprendendo gli equipaggiamenti e le dotazioni militari dell’esercito italiano]. Tagli analoghi al funzionamento dei tribunali e delle sedi giudiziarie.

Quando si dice pugno di ferro in guanto di velluto.

L’unico vero "
biscotto" lo serve, come sempre, Silvio Berlusconi.


Link map
: il biscott
o|legal drama|militari in città, pochini

http://ethos.ilcannocchiale.it/


Bassanini: l´opposizione si svegli serve più vigilanza sui colpi di mano
(r.p.)
la Repubblica

Una retromarcia del governo sui due emendamenti contestati, ma anche qualche affanno, dovuto ai tempi strettissimi dell´esame della manovra, alle blindature e alla massa enorme di misure messe in campo. C´è anche qualche incertezza tra le file parlamentari del centrosinistra? Franco Bassanni, presidente di Astrid, costituzionalista ed ex ministro della Funzione pubblica, suona la carica ai neodeputati e li invita a maggiore vigilanza. «Effettivamente – dice a Repubblica – tra i ranghi dell´opposizione c´è chi dovrebbe darsi una svegliata. Credo che paghiamo lo scotto di una compagine impoverita di alcuni deputati di grande competenza». Colpa di giovani deputati «inesperti»? Oppure dell´assenza di competenze come quelle di Vincenzo Visco, Giorgio Benvenuto, Roberto Pinza ed altri «grandi esperti» delle battaglie parlamentari? Il benevolo buffetto sulle guance dei parlamentari più giovani si esaurisce qui e Bassanini allarga l´analisi: «La manovra sta andando avanti con un percorso segnato da una velocità assurda e da una serie di colpi di mano: lo stesso Tremonti – aggiunge Bassanini - si è vantato di aver varato il decreto legge in nove minuti e mezzo. Ma poi emerge che il ministro del Welfare Sacconi, che è responsabile della materia, prende le distanze da due emendamenti. Mi pare proprio che ci sia qualcosa che non va». Ma decidere e fare e in fretta non è un´esigenza sentita un po´ da tutti? «E´ proprio questo il punto – replica Bassanini - Berlusconi e molti a sinistra dicono che il problema principale oggi è quello di avere un governo che decide. Invece, in meno di un mese, abbiamo avuto l´approvazione di una manovra gigantesca e omnibus da parte di Camera e Senato. La verità è che ci vogliono più controlli, checks ad balances. Perché non si debba rocambolescamente correre ai ripari come sta accadendo».


C'è un limite a tutto

casini.jpgLeggo in un articolo sul Corriere che racconta dei progetti dalemiani per il futuro del centro-sinistra (quelli di questa settimana, per la prossima vedremo) che il candidato per il posto di Walter Veltroni nel 2013 sarebbe niente meno che Pierferdinando Casini.

Il mio amico Gianni Cuperlo avrebbe addirittura dichiarato a proposito di Casini: "lui lo potrei votare". Ecco, io no, uno come Pierferdinando Casini non lo potrei votare in nessun caso: non potrei dargli il mio voto per fargli fare il deputato, figuriamoci il capo della coalizione. http://www.ivanscalfarotto.info/


Svanita nell’ombra

Missing

 

E’ stata gia’ oggetta di attenzione di Diego Bianchi come oggetto di paragone tra quelli “che sognavano di cambiare il mondo” e quelli “che sognano di fare i ministri”.

Credo invece che alla fine le critiche sulle candidature per “tipi sociologici” da Grande Fratello abbiano trovato la loro conferma nella realta’. 

Il ministro ombra sulle Politiche giovanili Pina Picierno sembra essere svanita nulla. Nessuna critica precisa al governo, nessuno commento approfondito su alla realta’ giovanile italiana, tutt’altro che in buona salute, qualche dichiarazione ai giornali, persino qualche sacrosanta polemica. Niente di niente. Dall’8 Maggio quando fu presentato il governo ombra del PD.

A dire il vero c’e’ anche un suo blog dove i commenti sono moderati.

Ad esempio potrebbe iniziare a chiedere pubblicamente come mai in due regioni governate dal PD, Campania e Calabria, di borse di studio per i giovani se ne vedano poche (salvo apparire magicamente un giorno prima della loro scadenza sui siti regionali). Basterebbe copiare la lodevole iniziativa del governatore della Puglia Vendola con la sua campagna “Bollenti Spiriti”.

Sarebbe il caso di strigliare qualcuno, ma nell’ombra non si muove nessuno. Sara’ forse il caldo.http://www.giuseppeveltri.it/blog/


Consigli.

Compagni, complimenti, bella vittoria congressuale.
Ma perché il partito si chiama ancora rifondazione? Chiamatelo Democrazia proletaria, non suona meglio?
C'è Ferrero, c'è Russo Spena...
Dai, Democrazia Proletaria va bene. In questi ultimi vent'anni abbiamo scherzato, poi si sa, Bertinotti è un burlone...
Auguri.

(preciso per evitare equivoci, io non avrei votato nemmeno la mozione Vendola, perché appoggiata da perfetti imbecilli. Capisco che molti hanno votato Ferrero proprio per questo, ma temo un'ulteriore involuzione)
http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/


La famiglia Totti e le Ferrovie

di ne'elam, Dove si dimostra, con un semplice esercizio, che l'italia pallonara ha regole migliori di quella ferroviaria.

     

    Siete tifosi della Lazio e una notte, madidi di sudore, vi svegliate di soprassalto. Ancora inebetiti ricordate l'incubo. La prossima domenica ci sarà il derby capitolino e il designatore arbitrale ha affidato ad Aristide Totti, l'incarico di dirigerla. Aristide é fratello del più famoso rampollo della stirpe Totti, Francesco. E' proprio vero, el sueño de la razón produce monstruos, ma adesso che siete finalmente svegli vi rassicurate. Nessun infausto presagio: é tutta colpa della birra gelata che vi siete avidamente tracannati prima di andare a dormire. Dopotutto, vi dite subito dopo, questo non può accadere: neppure la più sguaiata fantasia di un tifoso della Maggica potrebbe partorire un simile mostro.

Questo è vero nel calcio, ma altrove? Altrove, questo delirio si è già materializzato. Per dimostrarlo basta fare un semplice esercizio. Sostituite mamma Totti con le Ferrovie dello Stato, e i suoi due amati pargoli rispettivamente con Trenitalia e Rete Ferroviaria Italia (RFI). Trenitalia è il fratello giocatore, RFI il fratello arbitro. Il disegno regolamentare in vigore stabilisce che l'assegnazione delle tracce orarie su cui viaggiano i treni è svolta da RFI; il servizio ferroviario è svolto da Trenitalia. Funzioni separate, ma all’interno dello stesso gruppo, ovvero tutto in famiglia. Ci sono dispute sull'operato dell’arbitro? Niente paura e soprattutto niente moviole né, tanto meno, interminabili chiacchiericci televisivi fra tifosi. Nel Bel Paese, terra natale del diritto, si sono posti il problema e, ci mancherebbe altro, lo hanno felicemente risolto.

L’articolo 16 del DPR 2 luglio 2004, n. 184 al comma 4 vi tranquillizza perché:

Ai sensi delle disposizioni di cui all'articolo 37 del decreto legislativo 8 luglio 2003, n. 188, recante attuazione delle direttive 2001/12/CE, 2001/13/CE e 2001/14/CE in materia ferroviaria, è istituito l'«Ufficio per la regolazione dei servizi ferroviari».

Il comma successivo vi rincuora:
l'Ufficio per la regolazione dei servizi ferroviari svolge i compiti individuati nell'articolo 37 del decreto legislativo 8 luglio 2003, n. 188 con particolare riferimento alla vigilanza sulla concorrenza nei mercati del trasporto ferroviario, al controllo sulle attività del gestore delle infrastrutture ed alla risoluzione del relativo contenzioso.

Dunque tutto a posto? Non commettete l'errore proprio alla fine dell'esercizio, ricordatevi che siete nel Bel Paese. Se nonostante questa dritta non ci arrivate, ebbene fate un piccolo passo indietro e ritornate al comma 4 dello stesso articolo che finalmente vi illumina:

Per garantire assoluta autonomia e piena indipendenza di carattere organizzativo, giuridico e decisionale, l'Ufficio é posto alle dirette dipendenze del Ministro.

Ovvero il capotribù della famiglia Totti.

Come dire, riprendendo l'esempietto calcistico di prima, che le partite di Totti non solo sono arbitrate dal fratello ma che il loro babbo é il capo degli arbitri.

Se siete un concorrente di Trenitalia, non siete messi per niente bene. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/La_famiglia_Totti_e_le_Ferrovie#body


Facciazza

Marcello Dell’Utri è sfortunato nelle frequentazioni. Prima i mafiosi siciliani, ora gli uomini della ‘ndrangheta calabrese. Non lo lasciano in pace, lo perseguitano, lo assillano, lo tormentano. E lui che è tanto una brava persona non sempre riesce a dire di no. Lo incontrammo il 13 marzo 2008. Gli chiesi di farsi da parte in attesa di chiarire le frequentazioni mafiose e risolvere le grane giudiziarie. Lui mi rispose dicendo che frequentare mafiosi come Mangano, Cinà e Virga è meglio che frequentare gente come me. Quando si dice la coerenza. Ora apprendiamo dalle cronache che il 3 dicembre 2007 il senatore Dell’Utri avrebbe incontrato a MIlano un paio di personaggi in odore di ‘ndrangheta, Antonio Piromalli e Giocchino Arcidiacono, entrambi arrestati lo scorso 23 luglio in una retata contro il clan Piromalli, di cui è capostipite Giuseppe detto “Facciazza”, che soffre tanto per il regime di detenzione del 41 bis e vorrebbe ottenere un trattamento più umano. Nell’incontro i calabresi chiedono e promettono favori. Tra questi, la concessione di un passaporto diplomatico. Non è dato sapere come sia andata la trattativa, sta di fatto che alla vigilia delle elezioni del 13 aprile ci sarebbe stato un secondo incontro a Roma. Ma questo non vuol dire nulla, sia chiaro. A chi non capita di avere un paio di colloqui, magari per un interesse comune per i libri antichi, con un boss della ‘ndrangheta? Siamo certi che Dell’Utri saprà chiarire tutto alla magistratura. Gli inquirenti l’hanno convocato in qualità di persona informata dei fatti per chiarire i motivi di quelle innocenti frequentazioni, ma per il momento il braccio destro di Berlusconi non si è presentato per “impegni istituzionali”. Doveva forse votare la Legge Alfano per l’amico Silvio, che ora gli deve un favore. E quel favore si chiama immunità parlamentare. In sostanza il medesimo salvacondotto che si volevano procurare i due calabresi che, non essendo deputati, si accontentavano di un salvacondotto diplomatico.

QUI trovate la notizia della retata. http://www.pieroricca.org/


Pigrizia drastica

Spesso l'alibi per non fare niente è voler far tutto.

E' quello che penso quando sento chi proclama "O tutto, o niente".
Persone così tutte d'un pezzo, da non far niente, piuttosto che darla vinta al "poco".

Potremo chiamarla "pigrizia drastica".
Le sue vittime si agitano, inveiscono, brandiscono il famoso "ci vorrebbe ben altro..." e poi... non fanno nulla.
Ma nella gloria della coerenza. E magari, sentendosi pure "scomodi".

Il massimo, per un pigro. http://massimoscoperto.blogspot.com/


I Sopranos vestono meglio

 

 http://malvino.ilcannocchiale.it/

Riposa in prrrrr

Quel figlio mai nato

Oriana lavora da anni a un' opera molto importante e attesa in tutto il mondo, fra pile di documenti, in un disordine solo apparente, con fervore guerresco. Le avevo chiesto di scrivere quello che aveva visto, provato, sentito dopo quel martedì e Oriana ha raccolto su alcuni fogli emozioni, pensieri. (Ferruccio de Bortoli, corruttore di vecchiette, Corsera, 29/9/2001)

Sul romanzo postumo di Oriana Fallaci, Un cappello pieno di ciliege (ciliege senza la “i”, tarate il vostro correttore automatico), io ho un forte pregiudizio, che nemmeno ho intenzione di verificare.

Perché parliamoci chiaro: se alla mia età non ho ancora letto le Upanishad e i Miserabili, non credo che troverò il tempo per il cappello pieno di ciliege. No, quello che farò qui è incartarvi il pregiudizio fatto e finito. Una cosa discutibile e persino un po’ vigliacca, la pisciatina sull’inedito illustre; ma su un blog si può fare.

Dicevamo, il cappello pieno di ciliege. Una gran palla, secondo me. Per i lettori non lo so, ma per lei di certo. Perché scusate, mica stiamo parlando di uno di quegli stitici letterati del Novecento, perennemente in preda a crampi e blocchi, quelli da cento paginette a decade; questa è Oriana Fallaci, una che quando trovava la storia giusta (e la trovava spesso), ti buttava giù un paginone centrale prima di colazione, una che la sua Olivetti Lettera 32 la pestava con undici dita alla volta, la faceva cantare come un Kalashnikov, tatatatatà ding! Tatatatà ding! Ding! Ding! Ding!

Almeno fino al 1991.
Era appena uscito Insciallah, un poema epico lungimirante (NIE quando ancora Genna guardava i cartoni), che mentre tutti fissavano con aria attonita le rovine del Muro, indicava nel Medio Oriente il nuovo sanguinoso fronte tra mondo libero e barbarie. Passa qualche mese e un certo Saddam Hussein le dà clamorosamente ragione invadendo il Kuwait, in quello che agli osservatori internazionali appariva ancora un inspiegabile capriccio. La guerra è imminente e la prima reporter d’Italia (e del mondo) non si fa aspettare… ma poi nelle retrovie succede qualcosa.
Questa guerra non si vede. La Fallaci ha passato una vita a guardare e a raccontare, ma stavolta no. Stavolta non si vede e non si capisce niente. Luci verdi su sfondo scuro, ed è tutto. La prima guerra del Golfo fu uno choc per molti vecchi reporter, ma per la decana Oriana dev’essere stata la percezione della fine. Analogica in un mondo digitale. Improvvisamente sei un vecchio disco polveroso e comunque il giradischi lo abbiamo lasciato in casa dei nonni.

Ma credete che abbia strepitato, sputato fuoco contro i nuovi media e i giornalisti embedded? No, quella volta reagì in un modo curiosamente freddo. Si ritirò a New York a scrivere un romanzone storico. Lo chiamava "il-mio-bambino", sì, vabbè – un bambino, per quanto piantagrane, massimo in nove mesi si scodella. Questo in dieci anni non ha voluto venir fuori. Oh, ma stiamo parlando di Oriana Fallaci, settanta battute al minuto! Voi come ve lo spiegate? Per me, semplicemente, si annoiava. Il Settecento, l’Ottocento, le guerre in costume, le ciliegie… una palla. Il suo bambino. Quante volte avrà voluto raschiarlo via, quel bambino mai nato e già promesso agli editori. “Oriana, come va?” Eh, come va, mica posso dirti che non sto combinando un cazzo. “Sto lavorando a quel romanzo, sai… ma è una cosa lunga”. “Ah, sarà sicuramente un capolavoro”. Certo, certo, come no.

In mezzo a tutto questo, ti diagnosticano pure il cancro… l’“alieno”, come amavi chiamarlo. Sicché tra un bambino che non vuole saperne di nascere, e un alieno che ti vuole morta, non devi aver passato degli anni molto belli, a New York. Fino a quel mattino di settembre in cui, come tutti sanno, il Medio Oriente si rifece vivo alla finestra.
E tu c’eri. Di nuovo in mezzo alla notizia. In mezzo alla realtà. Altro che Sette e Ottocento. 11 settembre 2001, e la prima reporter del mondo c’è. Come devi esserti sentita? Piena di rabbia e di orgoglio, lo sappiamo; ma in mezzo a tutta questa rabbia e orgoglio, come ti devi essere sentita, Ms Fallaci?
Secondo me ti sentivi bene. Come dopo un’operazione alle cataratte, ti sbendano e rivedi il mondo con occhi nuovi, con gli occhi vecchi, con gli occhi tuoi. Che emozione, rinascere a settant’anni. Fissi la finestra per un’ora, telefoni a qualcuno, qualcuno ti telefona, e fumi come una ciminiera; ma prima o poi ti volti verso l’olivetti lettera 32. E lo vedi. Il tuo bambino mai nato, deforme e rompipalle. Ma che se ne vada a fottere nel cestino! Foglio nuovo, vita nuova.

“Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l' altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria! Vittoria!». Uomini, donne, bambini”.
Decisamente i palestinesi di Gaza non avevano molti motivi per gridar vittoria, col senno del poi lo sappiamo. Ma tu, invece. Che gran momento è stato per te. Da eremita volontaria, scrittrice quasi fuori catalogo, a salvatrice dell’Occidente. Hai venduto odio cartonato ai cinque continenti, ma più che per soldi credo che tu l’abbia fatto per dimostrare che eri viva, come l’occidente quando non sa che problema risolvere e bombarda a casaccio. L’hai fatto perché non volevi finire come una vecchia scrittrice coi crampi, e soprattutto non volevi morire di cancro, come una fumatrice qualsiasi: tu volevi la fatwa, l’hai chiesta in tutti i modi, hai fatto in modo di meritartela... e se quei barbogi dei mullah non te l’hanno concessa è solo perché sono veramente stronzi. Ma nessuno la meritava più di te, insomma, chi è questo Rushdie al tuo confronto?

Poi un giorno sei morta, e adesso eccolo qui, il tuo bambino mai nato. Bello, brutto, chi lo sa. Io credo che non ti piacesse, e che piuttosto di finirlo avresti fatto scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Riposa in pace. Un giorno voglio andare a sussurrarlo sulla tua tomba. Solo per tendere l’orecchio e sentire che dallo sdegno ti rivolti. Vecchia stronza, beh, sì – un po’ mi manchi.http://leonardo.blogspot.com/

Lufthansa sciopera, vacanze a rischio

Alla Lufthansa entrano in sciopero dalla mezzanotte. Come accadde per i trasporti pubblici berlinesi qualche mese fa, lo sciopero non ha una scadenza: va ad oltranza. A rischio le vacanze di quei milioni di tedeschi che avevano acquistato il biglietto aereo. Nel frattempo, avventate strategie societarie e aumento del carburante spingono Air Berlin, la compagnia aerea privata più grande d'Europa, ad aumentare i prezzi dei biglietti. Air Berlin non è mai stata una low cost in senso stretto, ma una sorta di via intermedia fra Ryanair e Lufthansa. Insomma, aria pesante sui cieli di Germania e sulle vacanze dei tedeschi. http://walkingclass.blogspot.com/

Senza Chahine


Youssef Chahine è morto domenica all'alba, al Cairo, a quasi un mese e mezzo dall'aggravamento delle sue condizioni di salute, che provocarono il coma. Funerali in una chiesa del Cairo, sepoltura nella tomba di famiglia nella sua Alessandria, del cui cosmopolitismo conservava ancora il mito e la nostalgia.

Se ne va il più grande regista cinematografico nel mondo arabo, un artista, un leone, un uomo coraggioso che non aveva nessuna remora ad attaccare chi governa, al Cairo così come a Washington. Amava entrambi i paesi, l'Egitto dov'era nato e l'America dove aveva studiato cinema, ed è per questo che continuava (e ha continuato sino alla fine, con il suo Heya Fawda, il suo Chaos) a stigmatizzare le tristi derive di questi tempi. Era un uomo incredibilmente ironico, un vecchio signore senza peli sulla lingua. L'avevo intervistato quando vivevo al Cairo, nel suo ufficio polveroso e piccolo di downtown: era lucidissimo, severissimo, amabilissimo.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

Tech President

Da quando McCain ha confessato di non capire un tubo di computer, che tanto c'è la segretaria, le prese in giro nei media USA si sprecano.  Perché è vero che molti vecchietti non hanno mai usato un computer, ma non esattamente quelli della stessa classe sociale del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Così ora il vecchio soldato promette che imparerà. Non è mai troppo tardi. Ma servirebbe l'equivalente del maestro Manzi.
Newsweek, SFGate via Andrew Sullivan

http://giornalismoparma.typepad.com/


SRI LANKA
Terrorismo, energia e crisi alimentare al centro del vertice Saarc
di Melani Manel Perera
All’insegna della “Partnership fra i popoli” ha preso il via il summit dei Paesi dell’Asia del Sud. Nel fine settimana attesi i capi di Stato e di Governo, che dovranno trovare “soluzioni condivise” per favorire la crescita economica. Ingenti misure di scurezza per il timore di attentati.

Colombo (AsiaNews) – Terrorismo, sicurezza alimentare, crisi energetica e cambiamenti climatici: sono i principali temi di discussione al centro del 15esimo vertice Saarc – organizzazione che riunisce i Paesi dell’Asia del Sud – iniziato lo scorso 27 luglio a Colombo. Il 2 e 3 agosto prossimi si riuniranno nella capitale cingalese i capi di Stato o di Governo di Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan e Sri Lanka; nel frattempo le diplomazie dei vari Paesi coinvolti hanno iniziato i lavori, mettendo sul tavolo le principali questioni da affrontare per dare nuovo impulso all’economia e garantire la sicurezza nella regione.

Rohitha Bogollagama, Ministro degli esteri dello Sri Lanka, ha riferito ai diplomatici presenti l’auspicio espresso dal presidente Mahinda Rajapaksa, secondo il quale il vertice potrebbe fornire soluzioni utili e condivise volte a risolvere i problemi più urgenti della regione. “Il vertice Saarc rappresenta un momento significativo per la storia del nostro Paese – afferma il Ministro degli esteri – e il presidente è orgoglioso di mostrare lo Sri Lanka alla comunità internazionale”, grazie ai progressi compiuti negli ultimi anni.

Scandendo lo slogan del summit, che promuove una “Partnership fra i nostri popoli”, il segretario aggiunto agli Esteri e portavoce del Saarc Prasad Kariyawasam sottolinea l’occasione propizia per “migliorare i rapporti fra le nazioni e dar vita a una visione comune di intenti” in materia di sviluppo economico e sicurezza, centrando l’attenzione “sui problemi concreti della gente”.

Nei prossimi giorni i delegati dovrebbero ratificare quattro provvedimenti che prevedono: un finanziamento di 307 milioni di dollari Usa al fondo Saarc per lo sviluppo (Sdf); la mutua assistenza dei Paesi dell’Asia del Sud per i crimini; la nascita del South Asia Regional Standards Organization; l’ingresso formale dell’Afghanistan nel South Asia Free Trade Agreement (Safta), l’ente preposto al controllo dei commerci fra i Paesi dell’Asia meridionale. Al centro dei colloqui vi è anche la nascita di un fondo per risolvere la crisi alimentare e la creazione di meccanismi volti al controllo dell’aumento dei prezzi del carburante, due annose questioni che minano lo sviluppo economico della regione.

Ingenti le misure di sicurezza predisposte dagli organizzatori, che temono attentati da parte delle truppe ribelli delle Tigri tamil (Ltte); il governo cingalese ha schierato 19mila membri dei reparti speciali per la sicurezza, nonostante l’invito delle Tigri a un “cessate il fuoco temporaneo” in concomitanza con il vertice. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12880&size=A


Aspettando Radovan

Da L'Aja, scrive Ana Ljubojević

Il Tribunale dell'Aja
Radovan Karadžić dovrebbe arrivare all’Aja questa settimana. Il Tribunale Internazionale si prepara per un evento atteso da 13 anni, mentre i giornalisti presidiano l'ingresso dell’unità penitenziaria di Scheveningen
Il primo atto di accusa contro Radovan Karadžić è datato 24 luglio 1995, quando a capo della Procura del Tribunale Penale dell'Aja per la ex Jugoslavia c'era il sudafricano Richard Goldstone. Da allora, e fino a lunedì scorso, l'imputato è rimasto latitante. Né Goldstone né i giudici che hanno guidato la Procura dopo di lui, Louise Arbour e Carla del Ponte, che ha emesso il testo finale dell’Atto il 31 maggio del 2000, hanno potuto vedere l’accusato varcare la soglia del centro di detenzione del Tribunale, a Scheveningen.

Toccherà a Serge Brammertz “ospitare” l’ex presidente della Republika Srpska. Nella prima dichiarazione ufficiale dopo l’arresto, Brammertz ha ringraziato il Consiglio nazionale di sicurezza serbo e il team incaricato di rintracciare i latitanti.

“Oggi è una giornata importante per le vittime, che hanno atteso questo arresto per più di un decennio”, ha sottolineato il Procuratore generale, aggiungendo che “oggi è un giorno importante anche per la giustizia internazionale, perché dimostra che nessuno è fuori dalla portata della legge, e che prima o poi tutti i latitanti saranno processati”.

L’Atto di imputazione attuale contiene 11 capi di accusa, basati sia sulla cosiddetta “responsabilità di comando” (responsabilità del superiore gerarchico per i crimini commessi dai subordinati, art. 7 comma 3 dello Statuto del Tribunale), che sulla responsabilità individuale (articolo 7 comma 1).

Karadžić è accusato di genocidio, crimini contro l’umanità, violazione delle leggi e delle usanze di guerra, gravi violazioni della Convenzione di Ginevra, sterminio, omicidio, persecuzione, deportazione e altri atti inumani, sequestro, e di aver inflitto il terrore alla popolazione civile. Il presidente del Tribunale, il giudice Fausto Pocar, ha emesso già il 22 luglio scorso l’ordine che assegna il processo alla prima Camera di prima istanza, dalla quale verranno scelti tre tra i sette giudici che la compongono.

I tempi per “gestire” questa lista impressionante di crimini sono ristretti. Secondo quanto stabilito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Tribunale dovrebbe infatti chiudere i propri lavori entro il 2010, data che verosimilmente slitterà al 2011. Nonostante l'avvicinarsi della data di chiusura, il portavoce del Tribunale Nerma Jelačić ha tuttavia ricordato la possibile eccezione che riguarderà gli imputati ancora latitanti e i due recentemente arrestati.

“Il Tribunale non dovrebbe chiudere finché non concluderà tutti i processi, ivi compresi quelli che riguardano Ratko Mladić e Goran Hadžić”, ha aggiunto Jelačić, anche se spesso si cita la fine di questo anno (2008) come data limite per avviare un processo.

„La decisione finale spetta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU“, ha ricordato il portavoce, aggiungendo che „ancor prima degli ultimi due arresti (Župljanin e Karadžić), il Tribunale e il Consiglio di Sicurezza avevano iniziato i lavori per trovare i meccanismi per permettessero di terminare i processi che oltrepasseranno i limiti di tempo prescritti”.

Il presidente Fausto Pocar ha già dichiarato in passato che i processi di prima istanza dureranno fino al 2009, mentre gli appelli dovrebbero essere conclusi entro il 2011. La Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza con potere di veto, insiste però che il Tribunale chiuda entro il 2010.

Il processo Karadžić potrebbe durare ancora di più se l'imputato deciderà di rinunciare agli avvocati. Secondo Geoffrey Nice, che ha sostenuto l'accusa nel processo Milošević, il Tribunale dovrebbe dare a Karadžić la possibilità di difendersi da solo. La posizione del Tribunale in questi casi è chiara: si preferisce assegnare un rappresentante legale agli imputati.

“Ogni caso comprende un’immensità di materiale di prova, per lo più documenti scritti, e il processo si basa su di una combinazione di elementi di common e civil law, e quindi gli avvocati devono conoscere bene entrambi”, ha spiegato il portavoce del procuratore Olga Kavran.

Nice crede che l’esperienza del caso Milošević, come del caso Šešelj, potrebbe portare alla “decisione dei giudici di imporre a Karadžić di prendere un avvocato, nel caso oltrepassasse il limite nell’organizzare la sua difesa”.

Mentre intorno al Tribunale l’atmosfera si potrebbe descrivere come “Aspettando Radovan”, l’Olanda ha raffreddato nuovamente le aspettative della Serbia di candidarsi quanto prima all'Unione Europea.

Il ministro olandese per gli Affari europei, Franz Timermans, ha dichiarato che l’arresto di Karadžić era molto importante, però la valutazione olandese sulla cooperazione completa con il Tribunale dell’Aja sarà confermata una volta trovatosi anche Mladić davanti ai giudici.

Timermans ha ricordato che l’Olanda non ha dimenticato neanche l’altro accusato per crimini, Goran Hadžić, e che la posizione olandese non sarà cambiata nemmeno dopo una valutazione positiva di Serge Brammertz, attesa questa settimana.

La partita politico-diplomatica tra Belgrado e Bruxelles continua, e solo nei prossimi mesi se ne potrà conoscere l'esito. Nel frattempo, anche la giustizia internazionale dovrebbe continuare il suo corso.

Il testo completo dell’Atto di imputazione contro Radovan Karadžić è disponibile sul sito del TPI a: The Prosecutor of the Tribunal against Radovan Karadzic
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9915/1/42/

Santa Cruz spaccata in due
di Barbara Meo Evoli, 
SANTA CRUZ, Bolivia - Per le strade del centro di Santa Cruz si vedono case, bar e locali pubblici con bandiere e insegne verdi con scritto “Autonomia Sì”, ma appena si oltrepassa la terza circonvallazione nella direzione della periferia, scompaiono e sono sostituite dalle scritte verniciate a mano “Evo adempie” alle sue promesse, “Bolivia cambia”.

Il 4 maggio scorso si è svolto nel departamento di Santa Cruz il referendum confermativo del nuovo statuto regionale approvato con l’85% dei voti favorevoli e promosso dall’oppositore al governo Ruben Costas, il presidente della regione più ricca della Bolivia. Santa Cruz, oriente del paese, infatti, oltre a essere produttrice dei sette decimi degli alimenti boliviani, possiede anche ampie riserve di petrolio. Il 10 agosto invece si terrà il referendum revocatorio dei mandati di presidente, vicepresidente e tutti i presidenti delle regioni, tra cui sette su nove sono dell’opposizione. I sondaggi hanno pronosticato una conferma del mandato del presidente Evo Morales che manterrebbe una popolarità maggiore del 50%.

Riguardo allo statuto, il vicepresidente della regione, Roly Aguilera, ha affermato che si fondamenta in una «rivendicazione storica di Santa Cruz, ossia una maggiore autonomia dal governo centrale di La Paz, così da poter concretare una democrazia più profonda». Secondo invece il Movimento al Socialismo (Mas, il partito governante), il referendum è stato un’ulteriore manovra per frenare il processo di rifondazione dello stato promosso dal governo.

Il presidente della potentissima Confederazione agraria dell’Oriente (Cao, con funzioni simili alla Confindustria italiana), Mauricio Roca, ha confermato la posizione delle autorità regionali rispetto all’autonomia, evidenziando che il prossimo referendum revocatorio «è invece illegale e porterà solo a un maggiore scontro fra chi sostiene il governo e chi si oppone». «Noi (dell’opposizione) – ha proseguito - vogliamo solo lavorare e desideriamo la pace per il paese». Ma l’assessore della Cao, Luis Baldomar, ha spiegato che in realtà «il referendum sull’autonomia è stato un meccanismo per non arrivare alla separazione di Santa Cruz dal paese» poiché la battaglia «è fra due modelli di stato: uno socialista e comunitario voluto dal governo, e uno neoliberale» voluto dalla destra che si concentra a Santa Cruz.

Lo storico e sociologo Humberto Vazquez Vania, spiega che l’autonomia regionale che si è raggiunta è un grande passo avanti, considerando che fino al 2005 i presidenti delle regioni erano nominati dal presidente della repubblica e non eletti, ma che deve essere resa ancora più incisiva. «La destra – afferma - si è appropriata dell’idea di Autonomia, quando invece è un’aspirazione di tutta Santa Cruz» e sottolinea che «lo statuto della regione è stato redatto secondo le direttive delle due grandi loggie massoniche di Santa Cruz: Toborochi e Cavalieri dell’oriente, che sono proprietarie delle società che gestiscono acqua, elettricità, telefonia e mezzi di comunicazione».

Un dato tristemente noto è che, da quando è stato eletto Morales, si sono ripetute non solo a Santa Cruz ma anche in altre regioni, aggressioni fisiche contro i “collas”, ossia i boliviani dell’occidente del paese con tratti somatici degli indigeni quechua e aymara, e contro chi appoggia il Mas. Nel dicembre 2006 sono state picchiati a sangue decine di indigeni e contadini della provincia Chiquitania (nord di Santa Cruz), e son stati bruciati i loro negozi e case in vari paesini. Queste violenze sono state imputate dal governo all’Unione giovanile di Santa Cruz (Ujc), organizzazione legata al Comitato civico pro Santa Cruz, che raggruppa le piccole e grandi imprese della regione e dirige la campagna politica dell’opposizione.

Luis Nuñez, il vicepresidente del Comitato, ricorda invece che anche l’opposizione è stata attaccata fisicamente da coloro che appoggiano il governo, da lui definito come «dittatoriale e totalitario» e denuncia di essere «stato assalito dal dirigente del Mas Felix Martinez poco prima del referendum sull’autonomia, mentre mi apprestavo a fare propaganda».

Un ragazzo che vuole mantenere l’anonimato e che apparteneva all’Ujc ha dichiarato che «il Comitato ci paga da 50 boliviani (8 dollari) a 100 dollari dipendendo dal grado di ogni membro e quando entri dentro non ne puoi uscire». «Io adesso – spiega senza alzare lo sguardo - ho capito che è sbagliato prendersela con Morales o gli indigeni, che il razzismo che ci insegnano non porta a nulla di buono. Ho deciso di uscire dall’Unione e sono dovuto fuggire dalla città di Santa Cruz, così non mi possono trovare Nuñez inoltre ha denunciato che «il governo di Morales ha ricevuto e riceve finanziamenti illeciti dal governo di Hugo Chávez e usa questi soldi per fare campagna proselitista e regalare assegni in bianco alla gente umile delle campagne e della periferia».

«I finanziamenti – ha affermato in risposta il massimo dirigente del Mas di Santa Cruz, Edgar Rivero - sono una donazione del Venezuela alla Bolivia nell’ambito di un accordo di cooperazione internazionale» e ha invece denunciato «il finanziamento della campagna a favore dell’opposizione da parte dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Bolivia».

Secondo le ricerche di Benjamin Dangl, giornalista statunitense, dei documenti dell’agenzia di cooperazione americana USAID, rivelano che nel 2006 «sono stati donati 4.451.249 dollari ai governi delle regioni che promuovevano l’autonomia (ossia dell’opposizione)».

La destra oggi reputa ad altissimo rischio di frode elettorale il prossimo referendum revocatorio, non aveva dato però lo stesso allarme per il passato referendum sull’autonomia. Il 4 maggio Hugo Cayo, il dirigente del Mas del quartiere povero Plan Tres Mil dove si concentra l’appoggio al governo a Santa Cruz, aveva voluto denunciare frode elettorale. Cayo è stato arrestato ed è tuttora sotto processo per aver denunciato di aver trovato nelle urne dei voti per il Sì all’autonomia prima dell’apertura del seggio.

Nel conflitto fra governo e destra non si può non accennare al ruolo centrale dei media. «Questi - afferma Hernan Cabrera, il segretario generale della Federazione dei sindicati della stampa di Santa Cruz - appartengono tutti ai grandi imprenditori boliviani e alla elite che si oppone al governo». «Qui – sottilinea – si fa campagna politica con la stampa. L’informazione è uniforme in tutti i media, che infatti apertamente promuovono la ratifica di Costas nel referendum revocatorio».

La Bolivia corre un grave pericolo di balcanizzazione dovuto all’esaltazione dei regionalismi e l’esasperazione delle differenze fra “cambas”, gli orientali meticci, e “collas”. Tale scontro, secondo la destra, è da imputare al governo che non fa altro che esaltare l’indigenismo dimenticando le rivendicazioni della classe media.

L’odio fra “collas” e “cambas” in realtà non esiste. La destra ha fatto leva sulla presenza di diverse razze nel paese per spaccare il paese e vincere la lotta che intraprende contro il governo centrale. In Bolivia la lotta non è fra “cambas” e “collas”, che hanno d’altronde sempre convissuto pacificamente, ma fra due modelli di paese. È la lotta fra chi ha dei privilegi e chi no.

Barbara Meo Evoli


www.meoevoli.eu

Viva il Belgio, ma unito

Il Belgio è ancora una nazione? (Foto: Jean-Sébastien Lefebvre)

Il Belgio è ancora una nazione? (Foto: Jean-Sébastien Lefebvre)

Come in una saga televisiva, i media internazionali stanno seguendo tutti gli sviluppi della crisi istituzionale che da tempo paralizza il Paese. E qualcuno si batte contro il comunitarismo.

di Jean-Sbastien Lefebvre. Traduzione Elena Borghetti

 

Nonostante quello che media e politici vogliono far credere, non tutti i belgi hanno come chiodo fisso la separazione tra fiamminghi e valloni – i due maggiori gruppi linguistici del Paese – per mettere fine, una volta per tutte, all’errore storico da cui il Belgio ha avuto origine.

143mila firme per il Belgio

Manifestazione del novembre 2007 in favore dell'unità del Belgio. (Foto: _Skender_ Flickr)Manifestazione del novembre 2007 in favore dell'unità del Belgio. (Foto: _Skender_ Flickr)Durante la crisi di Governo del 2007 un segnale forte è stato inviato alla classe politica belga: una petizione con 143mila firme (su dieci milioni di abitanti) per il mantenimento dell’unità nazionale. La mobilitazione ha raggiunto il suo apice nel novembre scorso, quando 50.000 persone sono scese per le strade di Bruxelles a manifestare il loro attaccamento al Paese. A lanciare l’iniziativa Marie-Claire Houard, semplice cittadina stanca dei continui battibecchi tra politici, e Vincent Godefroy, giornalista e scrittore. Come lui stesso ci spiega: «La nostra non è una mobilitazione di carattere politico, ma vuole esprimere il malcontento della popolazione».
«Le decisioni e le discussioni dei politici non riflettono le reali preoccupazioni dei cittadini. Dato che il voto è un dovere, ci sentiamo in diritto di affermare che questi partiti non ci rappresentano più… abbiamo organizzato questa petizione e la manifestazione per dimostrare ai politici che noi, i loro datori di lavoro, non abbiamo più intenzione di assecondarli».

Verso elezioni comuni

Philippe Van Parjis,fondatore del gruppo Pavia. (Foto: PP)Philippe Van Parjis,fondatore del gruppo Pavia. (Foto: PP)Iniziative di questo tipo non restano casi isolati. Esistono anche gruppi più organizzati, e con precise rivendicazioni politiche: Philippe Van Parijs e il suo movimento ne sono un chiaro esempio. Professore di etica economica e sociale all’Università Cattolica di Lovanio (nel centro delle Fiandre, ndr) e ad Harvard, Philippe, è uno dei membri fondatori di Pavia, gruppo di cui fanno parte sia studenti fiamminghi che valloni. La loro rivendicazione è semplice, ma potrebbe avere dei risvolti decisivi per il Belgio: la creazione di una circoscrizione belga al Parlamento federale. «Un numero prestabilito di deputati verrebbe eletto da valloni e fiamminghi, contrariamente a quanto avviene oggi dove ciascuna delle due comunità sceglie i propri rappresentanti», precisa il rappresentante del gruppo.

Due piccioni con una fava

«Con un simile rinnovamento politico i rappresentanti eletti dovranno rispondere del loro operato di fronte all’intero Paese. Allo stato attuale, infatti, un ministro o deputato può essere sanzionato solo dalla rispettiva comunità. Si pone in tal senso un problema di legittimità. Inoltre, se i suddetti candidati nazionali vorranno essere eletti, dovranno ottenere l’appoggio di tutto il Belgio. Saranno così obbligati a portare avanti una campagna elettorale su scala nazionale, e non solo facendo promesse per una comunità».Tutto questo potrebbe avere delle ripercussioni positive anche sui media. Dopo quarant’anni di federalismo e divisioni, fomentate anche dai mezzi di comunicazione, l’opinione pubblica si è spaccata in due parti che s’ignorano a vicenda. Con il ritorno di una campagna elettorale a livello nazionale si assisterebbe ugualmente ad una rinascita negli scambi tra i media delle due parti.

Sogno di un Belgio unito e bilingue

L'Atonium dell'esposizione universale del 1958 è uno dei simboli dell'unità del Paese. (Foto: J.Lf)L'Atonium dell'esposizione universale del 1958 è uno dei simboli dell'unità del Paese. (Foto: J.Lf)Certamente innovativa, questa proposta per alcuni rappresenta solo l’ennesimo grattacapo. La soluzione a questa impasse politica e istituzionale sarebbe una riforma radicale: il ritorno ad un Belgio unito, esattamente come lo è stato prima delle riforme degli anni Sessanta e Settanta. «Il nostro partito vuole trasformazioni che consentano di costruire un nuovo Belgio, con un unico Parlamento e un solo Governo. Conservando evidentemente le leggi in materia linguistica, estremamente progressiste per un’epoca in cui solo il francese veniva tutelato», spiega il segretario del B.U.B., Hans Van der Cauter, fiammingo di nascita ma francofono e belga prima di tutto. Le iniziali del B.U.B., partito di centro fondato nel 2002, stanno per Belgische Unie-Union Belge (Belgio Unito): prova che anche in un acronimo ci può essere unità. «Gli aspetti negativi dal federalismo attuale? Una spesa pubblica che ammonta a 10 miliardi di euro l’anno, dal 5 al 10% di funzionari in eccesso, 600 deputati e 60 ministri per 10 milioni di abitanti, un’instabilità politica nefasta per l’economia, gli investimenti e altro ancora. Gli aspetti positivi non li abbiamo ancora trovati…». In seno al B.U.B. non ci sono professionisti: «Siamo dei cittadini che hanno deciso di scendere in campo, a prescindere dal fatto di essere fiamminghi o valloni».

L’immagine di un Belgio sull’orlo dell’implosione non riflette la reale situazione del Paese. Secondo uno studio dell’Università fiamminga di Lovanio, il 40% dei valloni e il 15% dei fiamminghi sono per l’unità del Paese mentre, solo il 15% dei fiamminghi e il 4% dei valloni appoggia la scissione. Il divario con i sondaggi pubblicati dai giornali – spesso risultato di interviste fatte per strada – è enorme.
Queste cifre sono, però, in totale contraddizione con il misero 1% ottenuto dal B.U.B. alle ultime elezioni. «Oggi le persone si rendono conto che il federalismo è stato un fallimento: avrebbe dovuto salvare il Belgio negli anni Settanta, invece l’ha distrutto. Dopo la crisi del 2007 nessuno difende più il federalismo. Questo sentimento si concretizzerà nei risultati elettorali dei prossimi anni. Ho fiducia nel cambio elettorale che accompagnerà il futuro del nostro Paese».http://www.cafebabel.com/ita/article/25686/viva-belgio-unito.html


La Thailandia, la Cambogia e il tempio della discordia

di Enrico Sabatino

Nelle ultime settimane e' improvvisamente salita la tensione tra Thailandia e Cambogia, in seguito alla decisione dell'UNESCO di inserire nella lista dei Patrimoni Mondiali dell'Umanita' il tempio hindu di Preah Vihear risalente all'XI secolo e situato in una zona di confine tra i due Paesi, oggetto di disputa fin dagli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia ha pero' assegnato alla Cambogia la sovranita' territoriale sul tempio e la Thailandia ha accettato il verdetto. Il problema ancora irrisolto riguarda pero' un'area di 4,6 Km quadrati vicino al tempio che garantisce l'accesso alla sua entrata principale.

Infatti finora l'unica strada percorribile per arrivare all'entrata del tempio e' in territorio thailandese. Dalla Cambogia non e' ancora possible, per mancanza delle infrastrutture necessarie, accedere all'entrata del complesso religioso.

Quest'area contesa sara' infatti fondamentale per costruire, anche attraverso i prossimi e sicuri fondi emanati dall'UNESCO, le strade e tutte le strutture turistiche utili ad attrarre le migliaia di turisti che nel prossimo futuro affluiranno a visitare il tempio, che necessita anche di notevoli fondi, sempre gentilmente forniti dall'UNESCO, per importanti opere di restaurazione e conservazione. Si tratta percio' di un grande business in prospettiva ed entrambi i Paesi ne vogliono beneficiare.

Finora questa vicenda ha gia' provocato qualche settimana fa le dimissioni del ministro degli Esteri thailandese, accusato di aver svenduto la sovranita' sul tempio alla Cambogia con l'accordo firmato a Parigi insieme al direttore dell'UNESCO e al ministro degli Esteri cambogiano nel Maggio scorso, con cui il governo thailandese accettava ufficialmente la decisione dell'UNESCO.

E in questi due Paesi infiammare le rispettive popolazioni soffiando sul nazionalismo e' questione di un attimo. Si e' infatti gia' arrivati al punto che circa duemila soldati thailandesi sono schierati sul territorio conteso, fronteggiati da altrettanti soldati cambogiani disposti sull'altro versante del confine.

Questo movimento di truppe e' dovuto all'arresto, durato pero' solo poche ore, di tre attivisti politici thailandesi del movimento PAD (People's Alliance for Democracy), tra cui un monaco, che, dopo aver oltrepassato il confine di soppiatto per protestare contro la decisione dell'UNESCO, erano entrati nel tempio, la cui entrata principale era gia' stata chiusa giorni prima dalle autorita' cambogiane.

Domenica scorsa poi si sono svolte le elezioni politiche in Cambogia, stravinte ancora una volta dall'eterno primo ministro Hun Sen, che in campagna elettorale ha molto strumentalizzato la questione del Preah Vihear toccando il nervo nazionalista dei cambogiani.

Va ricordato anche che nel gennaio del 2003, sei mesi prima delle precedenti elezioni, e' bastata una dichiarazione alla radio cambogiana di una famosa attrice thailandese che reclamava il ritorno alla sovranita' thailandese di un altro complesso di tempi hindu - quello di Angkor Wat situato nel nord-ovest della Cambogia - per richiamare immediatamente centinaia di persone intorno all'ambasciata thailandese di Phnom Penh e metterla letteralmente a ferro e fuoco, insieme a molti negozi della compagnia di telefonia mobile Shinwa, appartenente all'allora premier thailandese Thaksin Shinawatra.

Si e' poi scoperto che si era trattato di una montatura costruita alla perfezione dal partito di Hun Sen. La dichiarazione dell'attrice era stata infatti estrapolata da una vecchia puntata di una soap opera che la vedeva protagonista.

Sono comunque in corso colloqui tra i due governi per risolvere la questione pacificamente, cosi' come tra i capi delle rispettive Forze Armate. Ma il ministro degli Esteri cambogiano ha gia' dichiarato che se i colloqui dovessero fallire il suo Paese si rivolgera' al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La Thailandia invece vuole mantenere la questione
solo a livello bilaterale.

Il nodo da sciogliere ruota intorno a quale mappa fare riferimento. Una e' stata disegnata dai francesi durante il periodo coloniale, ma favorisce la Cambogia ed e' rifiutata dai thailandesi che insistono per un'altra mappa disegnata da loro con il supporto di tecnici americani.

Comunque il movimento PAD, in lotta contro il governo da piu' di due mesi e che ha gia' ottenuto le dimissioni del ministro degli Esteri, e' convinto che dietro la decisione dell'UNESCO ci siano le grandi Potenze - USA e Cina in testa - che avrebbero supportato la Cambogia per avere poi in cambio le concessioni per l'estrazione di petrolio dai nuovi e ricchissimi giacimenti scoperti un paio di anni fa circa al largo delle coste cambogiane.

Inoltre il PAD accusa il governo thailandese di aver svenduto la sovranita' thailandese per permettere a Thaksin Shinawatra e ai suoi amici di fare nei prossimi anni grossi affari nel campo del turismo e delle infrastrutture nell'area contesa.

Ma per ora i soldati dei due Paesi schierati sul confine si scambiano solo cibo e chiacchiere, non pallottole. Pero' la situazione potrebbe improvvisamente sfuggire di mano, anche perche' quella e' una zona piena di mine antiuomo, crudele lascito della guerra civile cambogiana degli anni '80 e '90.

E gli ex Khmer Rossi - che allora in quella zona intorno ad Anlong Veng spopolavano guidati dal comandante Ta Mok, morto due anni fa - hanno gia' fatto sapere di attendere solo il segnale del premier Hun Sen per riprendere le armi in difesa della sovranita' cambogiana.

Nei prossimi giorni si vedra se sara' necessario o meno l'intervento dell'ONU per risolvere una contesa territoriale che verte fondamentalmente su come spartirsi i fondi UNESCO e i proventi che deriveranno dall'industria turistica destinata a svilupparsi in quell'area. Ma dietro a tutto cio' c'e' ancora una volta l'oro nero.

http://enricosabatino.blogspot.com/



luglio 29 2008

Nessuna Rifondazione
Gianfranco Pasquino


L’esperimento della Sinistra Arcobaleno, affrettato dalla scadenza
elettorale e nato in stato di necessità, senza una guida visibile e
convincente, privo di un progetto, non poteva avere successo. La
inaspettata, ma meritata, scomparsa dal Parlamento degli esponenti di quello
che fu soltanto un cartello elettorale è stata decretata, non dal terremoto
provocato dal «voto utile».

Ma dalla decisione degli elettori che era davvero inutile votare coloro che
non avevano (non hanno) ancora deciso quali debbono essere i loro
comportamenti politici, quanta lotta e quando, quanto governo e quando, per
quale sinistra, per quali prospettive. Nessuno, infatti, può negare alla
sinistra il diritto di manifestare in piazza e di formulare politiche
alternative. Ma, quando si è al governo, il dissenso non si esprime con
Ministri e segretari di partito che vanno in corteo e le politiche
alternative si formulano, eventualmente, nelle sedi governative e
parlamentari. Certamente anche per la schizofrenia dei comportamenti e della
dichiarazioni dei loro dirigenti, compreso l’allora Presidente della Camera
dei Deputati, più della metà dell’elettorato congiunto dei partiti che
diedero vita alla Sinistra Arcobaleno li abbandonò al momento del voto del
13 aprile 2008. Appare improbabile che, al termine della stagione dei loro
piccoli congressi, quell’elettorato abbia ascoltato messaggi convincenti e
stia preparandosi a tornare. Senza nessun barlume di innovazione, i Verdi e
i Comunisti Italiani hanno sostanzialmente optato per la continuità delle
loro organizzazioni e persino della loro leadership (magari qualche volta
qualche dirigente si dimettesse assumendosi la responsabilità delle
sconfitte elettorali e non cercasse di imporre il suo successore).

Alla luce dell’esito di un congresso combattuto fra opzioni e posizioni
alquanto differenti e distanti, Rifondazione comunista che, in quanto
struttura più radicata e più solida, potrebbe (ri)prendere la guida di un
processo di rinnovamento della sinistra radicale, antagonista, alternativa
(a che cosa?) o comunque preferisca definirsi, sembra non riuscire a
guardare avanti, a offrire ad uno sparso elettorato di sinistra qualcosa di
politicamente nuovo. Salvare l’identità, peraltro, non meglio definita
(ancora puramente e duramente "comunista"? a giudicare dal canto di
"Bandiera rossa" la risposta è certamente affermativa) può servire nel
migliore dei casi a garantire qualche carica elettiva locale e, a seconda di
dove verrà collocata la soglia di sbarramento, anche europea. Ma questo è il
passato quando le cariche elettive erano essenziali per il radicamento del
partito. Non si è intravista nessuna elaborazione di un futuro politico
possibile, nessuna effettiva "rifondazione" di un pensiero nuovo, di una
strategia di sinistra originale, neppure nell’emotivo discorso di
Bertinotti. Dunque, la maggioranza, per quanto risicata, di Rifondazione
ritiene che il governo di destra durerà cinque anni e che la guerra contro
le politiche di destra potrà, anzi, dovrà essere condotta in maniera
orgogliosamente identitaria.

È una brutta notizia anche per il Partito Democratico poiché le alleanze
necessarie per continuare a governare a livello locale senza regali per la
destra diventeranno inevitabilmente più difficili e conflittuali. Non
potranno sicuramente essere costruite intorno a stanche ripetitive rituali
riaffermazioni di identità invece che facendo preciso riferimento a
programmi da stilare e a politiche da attuare. Forse, la notizia non è del
tutto brutta per i Verdi e per i Comunisti Italiani che, avendo messo in
piazza la loro indisponibilità e, più probabilmente, incapacità di
cambiare/cambiarsi, non correranno il rischio di essere sfidati nella
organizzazione di qualcosa di diverso e di migliore della Sinistra
Arcobaleno. Ma, che cosa può essere diverso e migliore se nessuno dei tre
partitini ha osato indicare un futuro appetibile e percorribile? A ciascuno
la sua identità e la sua nicchia, anche se è facile prevedere che i voti
continueranno ad essere pochini.

Soprattutto, però, la notizia è pessima per tutti quegli elettori che
ritengono che le loro opinioni e le loro preferenze non sono rappresentabili
dal Partito Democratico, ma che avrebbero maggiore peso e potrebbero
esercitare qualche influenza grazie ad un’organizzazione di sinistra capace
di pensare e di agire nell’ottica dell’elaborazione di un programma di
governo, anche con necessarie radicalità sui valori e sui diritti, e della
conseguente assunzione di responsabilità che comincia proprio, nella
migliore tradizione della sinistra e del comunismo italiano, dal modo di
fare opposizione. Rifondazione comunista ha perso l’occasione. Non ha saputo
compiere questo passo. Non è neppure un passo indietro: è uno stallo triste.
Troppo passato, nessuna Rifondazione. L'Unità

Rom, l'Europa contro l'Italia "Ignorati i diritti umani"
Repubblica.it,
STRASBURGO - "Le misure attuate in Italia non tengono conto dei diritti umani e dei principi umanitari e potrebbero fomentare altri episodi xenofobi". E' durissimo il giudizio espresso da Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, in occasione della diffusione del suo rapporto sulla visita compiuta in Italia il 19 e 20 giugno scorsi per discutere della nuova politica italiana in materia di immigrazione e della situazione dei nomadi.

Hammarberg si è detto "estremamente preoccupato" per tutti gli episodi di violenza avvenuti nei campi nomadi italiani. Il commissario Ue ha denunciato come durante gli episodi di violenza "non vi sia stata una effettiva protezione da parte delle forze dell'ordine che a loro volta hanno condotto raid violenti contro gli insediamenti di questi gruppi". Hammarberg pur riconoscendo gli sforzi delle autorità italiane ha sottolineato che al momento "sono stati fatti pochi progressi nell'effettiva protezione dei diritti umani dei Rom e dei Sinti" e ha ammonito la classe politica: "L'approvazione, diretta o indiretta, di questi atti da parte di certe forze politiche, singoli politici e da parte di alcuni organi di informazione è particolarmente preoccupante".

Nel rapporto, che è stato reso noto oggi, si sottolinea come il ripetuto ricorso a misure legislative d'emergenza "per affrontare i problemi legati all'immigrazione sembra indicare un'incapacità di affrontare un fenomeno non nuovo e che "la decisione di rendere la presenza illegale in Italia un'aggravante nel caso in cui la persona commetta un reato, potrebbe sollevare serie questioni di proporzionalità e di discriminazione". Sotto accusa anche la possibilità, contenuta all'interno delle nuove norme sulla sicurezza, di espellere cittadini comunitari sulla base di motivazioni di pubblica sicurezza. Secondo il commissario queste leggi "pongono seri dubbi di compatibilità con la Convenzione dei diritti umani", su cui si basano le sentenze della Corte di Strasburgo.
Hammarberg che durante la sua ispezione ha visitato alcuni insediamenti ha definito "inaccettabili" le condizioni del campo nomadi Casilino 900 di Roma, esistente da quarant'anni e definito semiregolare dove però "la situazione è rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi tre anni". Positiva invece la situazione a Pescara dove "le autorità locali hanno saputo rispondere al problema abitativo".


Varie

 

1. Toh, chi si rivede, Guglielmo Epifani. Dice che teme una deriva autoritaria, in Italia. Ma va’? C’era chi ne aveva avuto già una mezza idea, a naso, per esempio, i radicali. Ma giacché gli indicatori non toccavano gli interessi pecuniari dei lavoratori – piuttosto, chessò, il loro diritto a ricorrere alle tecniche di fecondazione assistita – nessuna mobilitazione. Idiota di un comunista. Non meno idiota, a ben vedere, di un liberista che consideri secondario ogni libertà che non sia economica. Idioti che non hanno capito che chi ti vuole schiavo comincia sempre col mettere le mani sul tuo corpo.

2. Monsignor Elio Sgreccia su La Stampa di oggi, contro l’adozione di bambini da parte di single o coppie non regolarmente sposate (chissà perché, non fa differenza tra matrimonio religioso e civile, e sì che un uomo di Chiesa non dovrebbe mai dimenticare di ricordare che il primo è sacramento e l’altro no): [Quelle gay] – dice – sono coppie non capaci di sviluppare complementarietà: il bambino è impossibilitato a confrontarsi con la figura materna e paterna perché entrambi i genitori adottivi sono dello stesso sesso. Così si crea un grave impedimento alla maturazione regolare del figlio. L’identificazione manca e la legge [che eventualmente autorizzasse in Italia ciò che in molti paesi civili è possibile già da anni e anni] produce una stortura non solo per la religione ma per la ragione”. Insomma, il bimbo viene su storto. [Mi viene in mente che l’ortopedia è l’arte di tirar su dritto (orthos) il bimbo (pais): sensu stricto, Sua Eccellenza è ortopedico.] Storto come? Non è chiaro. Tutti gli studi su bambini adottati da coppie gay, oggi ormai adulti, non mostrano alcuna significativa differenza con i gruppi di controllo (quelli che la statistica rubrica a norma). E allora: storto come? Storto, non dritto: non della drittezza – per esempio – di Sua Eccellenza.

3. Tutte le volte che la signora Berlusconi è stata trattata male in pubblico da suo marito, non sono mai sceso in campo, col mulo e lo spadone, per salvare la fanciulla dal drago, e oggi mi dico che ho fatto bene. Tra moglie e marito non mettere mai il dito. Vedo la fanciulla passeggiare col drago, mano nella mano, e mi pare una coppia mediamente felice, come si dice. Se penso a tutti quei poveretti – poverette, per lo più – che hanno preso le difese della povera Veronica, come se fosse vittima, a piacere, di villania o crudeltà mentale, devono constatare che è vittima mediamente felice.

4. D’ora in poi farò così, commenterò le schifezze che Il Foglio manda in edicola come ultima voce delle Varie. Un commento non riesco a evitarlo: sono schifezze sempre più grosse. Per esempio, questo editoriale di lunedì 28 luglio. Ancora su Eluana Englaro, stavolta liscio, senza aggiunta di acqua minerale. Il direttore parla dal profondo del suo cuore, che gli sta a due dita dallo stomaco: non odia Beppino Englaro, e meno male, sai quanto sarà contento a leggerlo, quello. Già che ci si trova, ci mette un inciso: non odia nemmeno le donne che hanno deciso di interrompere una gravidanza. Odia l’aborto e l’eutanasia, lui, in quanto forme di omicidio, però mica di sogna di dare dell’omicida a qualcuno. L’omicidio sta lì, l’autore è “un modo di nascere, vivere e morire nel secolo fuori di ogni ipoteca trascendente o cristiana”, poi arriva una donna gravida o il padre di una ragazza in coma irreversibile e – zac! – li usa come mezzo. Sotto ipoteca, si sa, si nasce, si vive e si muore più spensieratamente, sarà che metti a nanna la coscienza e la libertà di scegliere, sicché si può capire com’è che la vita prenda a somigliare a ciò che non è ancora e a ciò che ormai non lo è più: non sei ancora persona e allo stesso tempo non lo sei più, a te ci pensa l’amore e la compassione del direttore de Il Foglio, o chi per lui, indovina chi? Sì, dice proprio “amore e compassione”, e sono questi due sentimenti che gli ispirano il seguente testo di legge: “Nessun malato o portatore di handicap può essere soppresso finché qualcuno nel mondo sia pronto a darsi per la sua amorevole cura”. Come per la ruota degli esposti, un’altra idea geniale, di appena qualche mese fa. Non vuoi portare avanti la tua gravidanza? Portala avanti lo stesso e poi ci consegni il frutto del concepimento. Certo, tutte queste amorevoli cure non possono essere a gratis, lo Stato dovrà sganciare i dindi ai compassionevoli. E così staremo tutti sotto ipoteca, al sicuro. http://malvino.ilcannocchiale.it/


La fine di Rifondazione e il futuro del Pd

E’ ovvio che a chiunque abbia il cuore a sinistra venga una gran tristezza a vedere come si sono conclusi i congressi dei tre partitini che avevano messo insieme la defunta Sinistra Arcobaleno.

Quello di Rifondazione, in particolare, è stato il peggior concentrato di lotte intestine, cospirazioni di corridoio e trame di corrente, uno spettacolo indecoroso che neanche ai tempi del Psdi si volava così basso.

Verrebbe la malinconia, quindi, se non provassimo a pensare che a volte è dalla più alta entropia che può venire fuori qualcosa di buono.

Io dal dissesto della Sinistra arcobaleno e di Rifondazione, per esempio, vedo la speranza che accanto alla sinistra residuale e novecentesca di Ferrero - destinata a rimestare in eterno nella propria marginalità, come i partitini comunisti americani - si affianchi presto una sinistra innovativa e moderna, che contribuisca a dare un’identità - anche di sinistra, appunto - a quell’ammasso informe che è oggi il Pd.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Ryanair e un’Italia come Mediaset


Bossi - RyanairL’opposizione dovrebbe imparare come si fa la concorrenza dalle pubblicita’ Ryanair: Bossi che alza il dito agli italiani, costretti a pagare due volte Alitalia (con le tasse e con tariffe monopolistiche) e’ un capolavoro di sintesi. Mi fa ridere il ministro Castelli che minaccia la sua espulsione dalle rotte nazionali: vada a Orio al Serio, aeroporto sotto casa sua, e chieda cosa ne penserebbero.
Quello che Ryanair non dice e’ il modelli cui si ispira la politica del centrodestra su Alitalia: cioe’ la politica autarchica di tanti piccoli mercati protetti. Tu tieni viva Alitalia garantendole di fatto l’esclusiva sulla tratta Linate-Fiumicino, con i soldi dei concessionari delle autostrade (Benetton, Gavio) e un aspirante esclusivista delle costruzioni per l’Expo 2015 (Ligresti). Magari riservando una particina pure al quasi monopolista dell’energia (Eni). Se non troverete in cordata pure Mediaset, siatene certi: vuol dire che non c’e’ da guadagnarci. Tanto piu’ che Mediaset non ha bisogno di bussare al governo per garantirsi un mercato protetto. Lei e’ gia’ il governo.
Dunque l’idea e’ estendere il modello del mercato radiotelevisivo (azienda dominante in Italia, gracile all’estero) in tutti i settori della nostra economia. Vale per Telecom, dove si tenta con gli stessi metodi di sbarrare la strada agli spagnoli. E si e’ agito con lo stesso metodo contro i francesi all’Alitalia, pur sapendo di chiedere per questo un sacrificio ai contribuenti e ai viaggiatori.
Quanto florido possa essere il futuro di tutte queste aziende, protette nel suolo patrio ma prive di respiro internazionale, ve lo lascio intuire. Ma tant’e', il governo puo’ suonare la fanfara patriottica stringendo alleanza con i soliti notabili di un establishment rinsecchito. Siamo all’autarchia del terzo millennio.http://www.gadlerner.it/index.php/2008/07/28/ryanair-e-unitalia-come-mediaset.html


Tutta colpa di Gonzales

Un rapporto del dipartimento della Giustizia mette la parola fine allo scandalo dei procuratori. Le pressioni politiche ci furono. Il rapporto comunque dà la colpa a Gonzales e alle persone a lui vicine. Cioè a quelli che hanno già levato il disturbo.
Ap via New York Timeshttp://giornalismoparma.typepad.com/


OBAMA A LEZIONE DI ECONOMIA CON LE STAR

Il candidato democratico Barack Obama Il candidato democratico Barack Obama

di Emanuele Riccardi

NEW YORK - La lista è impressionante, da 'All Stars' dell'economia, è una sorta di nazionale dei grandi imprenditori, con ambizioni da campioni del mondo.

Barack Obama, il senatore dell'Illinois che punta alla Casa Bianca per il Partito Democratico, ha convocato una serie di 'pesi massimi' economici oggi a Washington, per farsi spiegare quali sono le ricette per fare uscire gli Stati Uniti dalla crisi dei mutui a rischio.

L'economia rimane infatti la preoccupazione numero uno degli elettori statunitensi: irritati e spaventati dall'aumento della benzina, preoccupati di perdere il posto di lavoro e quindi la casa, il simbolo del sogno americano, l'American Dream.

Con Obama ci sono tutti o quasi: da Warren Buffett, l'oracolo di Omaha, l'uomo che con la sua Berkshire Hathaway non ha mai sbagliato un investimento; a Eric Schmidt, l'uomo che ha trasformato il piccolo motore di ricerca Google in un colosso del web.

Da James Dimon, il numero uno della Jp Morgan Chase, una delle banche meno coinvolte nella crisi; a Indra Krishnamurthy Nooyi, la presidente della PepsiCo, una indiana considerata la business woman più potente del mondo.

Per non parlare poi di personaggi dell'establishment pubblico: dal segretario al Tesoro Robert Rubin all'ex numero uno della Fed Paul Volcker, dal più grosso sindacalista americano John Sweeney all'ex presidente della Consob Usa, Bill Donaldson.

Come ha fatto nel suo viaggio in Medio Oriente e in Europa, il senatore, di nuovo in testa nei sondaggi, ha scelto ancora una volta di ascoltare gli esperti, prima di prendere posizione in maniera decisa. Aprendo la riunione, con a destra Buffett e a sinistra la sindacalista Anna Burger, Obama ha parlato di "decisioni irresponsabili prese a Wall Street e a Washington" negli anni passati, auspicando l'avvio di "misure per ristabilire l'equilibrio economico".

Il suo avversario repubblicano John McCain, in California per una serie di eventi di raccolta fondi, ha denunciato il carattere mondano dell'incontro con le 'All Stars' economiche. McCain ha lasciato parlare la sua consigliera economica Carly Fiorina (secondo alcuni una possibile candidata vicepresidente), ex numero uno della Hp, la quale ha definito l'incontro "una photo opportunity", una passerella riservata ai fotografi.

La Fiorina (licenziata dal colosso dei pc e delle stampanti nel 2005, per i pessimi risultati) ha ricordato che McCain organizza regolarmente una serie di "conversazioni tranquille" con esponenti di primo piano come il presidente della Fed Ben Bernanke o l'attuale segretario al Tesoro Hank Paulson.

"Ho l'impressione che il popolo americano stia assistendo a una nuova photo opportunity di Obama - ha detto la Fiorina - proprio mentre McCain parla di economia, capisce l'economia, e raccoglie consigli sull'economia da diversi mesi ormai".

L'entourage del senatore dell'Arizona ricorda volentieri che Obama vuole aumentare le tasse a chi guadagna oltre 250 mila dollari l'anno, e soprattutto si oppone alle trivellazioni offshore per trovare nuovi giacimenti di petrolio in mare.

Obama continua intanto a raccogliere i dividendi del suo viaggio oltreoceano, complessivamente andato bene, visti gli appoggi ottenuti in politica estera e il suo successo popolare. Non è l'unico a farlo, ma il Wall Street Journal esprime una serie di dubbi: forse Obama è stato un po' troppo vicino al presidente uscente George W. Bush su questioni come Medio Oriente e l'Iran, oltre ad essere stato forse troppo esigente con gli alleati europei, chiedendo più militari in Afghanistan.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_731833521.html


Francia - Germania: visita di Barack Obama

La visita è importante per diverse ragioni

Il candidato democratico alle presidenziali statunitensi del prossimo novembre, Barack Obama, è atteso in Germania (24 luglio) e in Francia (25) per colloqui con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy.
Non è un segreto che l’opinione pubblica in Francia e in Germania, nonostante le vittorie dei candidati di centro-destra (Sarkozy e Merkel) negli ultimi anni, abbia sviluppato una considerevole ostilità per la politica estera dell’Amministrazione di George W. Bush. Le élites politiche francesi e tedesche, dal canto loro, hanno assistito con costernazione allo smantellamento del “multilateralismo” e della “moderazione strategica” dell’epoca di Clinton. Tutto ciò è stato in gran parte male interpretato ed etichettato come “anti-americanismo”, mentre si è trattato in realtà dell’opposizione a una politica – quella di Bush, Cheney & Co. – che ha rimesso in questione gli equilibri di potere nell’area euro-atlantica.

Francia e Germania hanno visto diminuire la propria influenza a Washington dopo il 2001 e hanno anche osservato con preoccupazione il deterioramento delle relazioni russo-americane in seguito alle più importanti decisioni di politica estera degli USA: la guerra in Iraq, la riluttanza di Bush a conformarsi alle decisioni collettive in materia di ecologia, le rivoluzioni colorate e la questione dell’integrazione della Georgia nella NATO, il ruolo da assegnare a ONU e organizzazioni internazionali.

Se Barack Obama dovesse risultare vincitore a novembre, è prevedibile che gli europei, e soprattutto francesi e tedeschi, cercheranno di rilanciare un più forte ruolo dell’UE nell’alleanza transatlantico. E sia Parigi, sia Berlino ritengono il Partito Democratico americano il più propenso a riprendere alcuni assi della politica clintoniana. Tutto ciò però appare complicato dai contesti strategici mediorientale ed eurasiatico, sicuramente molto diversi che nel 2000, e nei quali anche il prossimo presidente USA dovrà agire con un margine di manovra non molto ampio. Ciò nonostante, c’è da aspettarsi che un intenso dialogo fra Obama, Sarkozy e Merkel prenda corpo in previsione di una possibile vittoria del candidato democratico. Gli altri attori internazionali dovranno seguirlo con attenzione sia per quanto riguarda i suoi aspetti geostrategici, sia per quelli economico-internazionali, soprattutto in un’epoca di forti tensioni finanziarie.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33353


INDONESIA
Terrorista di Bali: “Per l’islam morire decapitati è una benedizione”
di Mathias Hariyadi
Gli attentatori non mostrano alcun rimorso per la morte di oltre 200 turisti occidentali in vacanza sull'isola e chiedono di essere uccisi secondo i dettami della Sharia, che prevede la decapitazione. La sentenza sarà eseguita nelle prossime settimane in un’isola dello Java centrale.

Jakarta (AsiaNews) – Secondo la legge islamica è meglio “morire decapitati che fucilati”, e non bisogna mostrare “pentimenti o rimpianti” per le violenze che sono state commesse “in nome della guerra santa”. È il “testamento spirituale” di Imam Samudra, uno dei tre responsabili della strage di Bali del 2002 nella quale morirono oltre 200 persone, in attesa di essere giustiziato dalle autorità indonesiane.

“Fino a che morirò, non mostrerò mai segni di pentimento per le mie azioni”, avrebbe dichiarato il terrorista al fratello Lulu Jamaluddin, nel corso di un recente colloquio nel carcere di massima sicurezza dell’isola di Nusakambangan, nello Java centrale. Egli ha inoltre aggiunto che la guerra santa, condotta mediante “l’uso di bombe” e attacchi kamikaze, è “benedetta da Dio”, per questo non ci saranno mai “appelli alla clemenza” per evitare la pena di morte.

Secondo un avvocato della difesa, essi avrebbero chiesto di procedere alla condanna seguendo “i dettami della Sharia” che prevedono la morte per decapitazione: esso sarebbe un ulteriore segnale del loro sforzo di “promuovere i valori della legge islamica fino all’ultimo, anche in punto di morte: morire decapitati è una benedizione”. Il legale ha inoltre aggiunto che è stata scelta l’isola di Bali per l’attentato perché presa d’assalto da centinaia di “infedeli”, ovvero i cittadini americani e gli alleati più stretti fra cui inglesi e australiani, che ogni anno ne affollano le spiagge e i locali.

Da Jakarta un altro legale del trio ha chiesto il rigetto della sentenza di condanna perché “la corte suprema del Paese non ha seguito le corrette procedure per applicare la pena capitale”. Una presa di posizione subito respinta da Andul Hakim Ritonga, vice-procuratore distrettuale, secondo il quale “tutto è stato fatto a norma di legge” e vanno solo espletate “le ultime formalità burocratiche”. Egli sottolinea che è già stato scelto il luogo – la reggenza di Cilacap, nello Java centrale – ed è stata inoltrata una “richiesta ufficiale alle forze dell’ordine dell’isola e al quartier generale della polizia a Bali, al fine di nominare i tiratori scelti che eseguiranno la sentenza”.

La fucilazione dovrebbe avvenire entro la fine del mese prossimo, prima dell’inizio del mese sacro del Ramadan. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12870&size=A


Prove tecniche di riconfigurazione

   Da Pristina, scrive V. Kasapolli

Continua il braccio di ferro sulla riconfigurazione della missione Unmik in Kosovo. Il Segretario Generale dell'Onu insiste sulla graduale cessione di competenze ad Eulex e al governo locale. Le posizioni di Pristina e Belgrado, così come di Mosca e Washington, restano però lontane
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è nuovamente nello stallo sul Kosovo, per la ferma opposizione della Russia a cambiamenti nella struttura delle autorità internazionali presenti nella regione. Nonostante la posizione di Mosca, tuttavia, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon continua a sostenere i piani di riduzione dell'Unmik, per far gradualmente posto ad Eulex, la missione di consolidamento delle istituzioni kosovare dell'Unione Europea.

Nella riunione trimestrale dell'Unmik a New York, tenuta lo scorso 25 luglio, il nuovo Rappresentante Speciale in Kosovo del Segretario Generale dell'Onu, l'italiano Lamberto Zannier, ha riscontrato una riduzione drastica della propria capacità di implementare decisioni sul terreno, visto il progressivo entrare in vigore della nuova costituzione del Kosovo, approvata a metà giugno. Nel suo rapporto, Zannier ha dichiarato che le istituzioni di Pristina, a partire da quel momento, stanno acquisendo sempre più competenze prima gestite dagli amministratori internazionali.

D'altro canto, Zannier deve affrontare altri sviluppi politici in questo periodo di grande confusione. Dopo le elezioni amministrative in Serbia, tenute l'11 maggio, nuove autorità parallele operano adesso in tutte le municipalità a maggioranza serba. Il nuovo numero uno dell'Unmik ha detto che continuerà nell'applicazione del piano del Segretario Generale sulla riconfigurazione dell'Unmik, adattandosi alla situazione emersa in Kosovo negli ultimi mesi. Una “task force” della stessa Unmik, impegnata a definire la riconfigurazione, ha completato la sua prima valutazione nelle settimane scorse, ed ora attende istruzioni da New York su come procedere.

Ban Ki Moon ha presentato all'inizio di giugno un piano di riduzione dello staff dell'Unmik, così come delle funzioni gestite dalla missione, pur non prevedendo alcun termine alla presenza dell'Onu in Kosovo. Zannier ha ribadito venerdì scorso - durante la riunione trimestrale - che i negoziati con l'Ue sulla riconfigurazione stanno proseguendo senza sosta, ma ha declinato ogni invito ad indicare una data precisa per il pieno dispiegamento della missione Eulex in Kosovo.

Sebbene mai adottato dal Consiglio di Sicurezza, il piano dell'ex inviato speciale delle Nazioni Unite sullo status del Kosovo, Martti Ahtisaari, presentato nel febbraio 2007, prevede il ritiro dell'Unmik e il trasferimento delle competenze chiave al governo di Pristina. Secondo il piano, l'indipendenza del Kosovo dovrà essere supervisionata dall'International Civilian Office (ICO), mentre l'Ue, attraverso la missione Eulex, si occuperà di magistratura, polizia e lotta alla criminalità.

Le istituzioni del Kosovo e i partiti politici hanno giudicato positivamente la riunione del Consiglio di Sicurezza della settimana scorsa, sostenendo che a New York si è preso atto della nuova realtà del Kosovo indipendente, e che la fase di transizione verrà portata avanti ad andatura sostenuta. Il vice premier Hajredin Kuci ha dichiarato che la posizione dei Paesi che hanno riconosciuto il Kosovo è in completa sintonia con quanto sta succedendo oggi in Kosovo, e che anche la stessa Unmik è ormai consapevole di essere interessata da un processo di riconfigurazione. “Da oggi in avanti ci sarà un'accelerazione di questo processo all'interno della missione Onu in Kosovo, con il trasferimento di competenze alle istituzioni locali e il dispiegamento dell'Eulex su tutto il territorio kosovaro”, ha detto Kuci.

Ministri degli Esteri alle Nazioni Unite

Venerdì scorso, a New York, il Kosovo è stato rappresentato per la prima volta alle Nazioni Unite dal suo ministro degli Esteri, Skender Hyseni. Hyseni ha dichiarato che per Pristina i negoziati sullo status sono da considerare conclusi, e che il Kosovo è pronto a discutere di importanti questioni tecniche con la Serbia, ma soltanto come negoziati tra due stati sovrani. “L'indipendenza del Kosovo non è negoziabile, e non si possono fare passi indietro. La questione è chiusa, e fa parte del passato”, ha detto Hyseni ai giornalisti dopo l'incontro.

Secondo il ministro degli Esteri kosovaro, la riconfigurazione della missione civile internazionale è una risposta agli sviluppi sul terreno, dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza di Pristina del febbraio scorso.

Il ministro degli esteri serbo, Vuk Jeremic, a sua volta ha dichiarato che “la Serbia non è pronta a discutere con le autorità secessioniste del Kosovo”, ma solo con l'Unmik e con le autorità dell'Onu a New York. Jeremic ha anche invitato il Segretario Generale a non procedere con la riconfigurazione dell'Unmik, che avrebbe come conseguenza un passaggio di consegne alla missione Eulex, in quanto questo violerebbe la risoluzione 1244. Il ministro degli Esteri serbo ha poi ribadito che la riconfigurazione “deve essere portata avanti col nostro consenso, e ricevere un'approvazione esplicita del Consiglio di Sicurezza”.

Durante la discussione aperta durante la sessione di venerdì scorso, tutti gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza hanno, di fatto, ribadito le proprie posizioni sulla questione kosovara.

L'ambasciatore russo Vitaly Churkin ha dichiarato che il Segretario Generale ha usurpato della propria autorità, promuovendo una riconfigurazione dell'Unmik non supportata da alcuna decisione del Consiglio. Il rappresentante degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, ha invece espresso un giudizio positivo sui cambiamenti in atto, sostenendo che l'Unmik deve adattarsi alla nuova realtà nata dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo.

Mantenendo una posizione estremamente equilibrata durante l'incontro con i quindici membri del Consiglio di Sicurezza, Lamberto Zannier ha dichiarato che continuerà a rispondere ai compiti assegnati dal piano di Ban Ki Moon. Zannier ha poi informato il Consiglio dell'apertura di negoziati tecnici tra Pristina e Belgrado, aggiungendo di ritenere di poter giocare un ruolo positivo in questi negoziati. Il diplomatico italiano ha poi giudicato come “riuscito” il primo incontro avuto la settimana scorsa a Belgrado.

Da quando Ban Ki Moon ha reso pubblico il suo piano, all'inizio di giugno, l'Unmik non si è affrettata più di tanto nel ridefinire le proprie competenze. Nel frattempo, però, in Kosovo le fazioni sul campo stanno radicalizzando le proprie posizioni. Da una parte la maggioranza albanese, attraverso le istituzioni locali, sta acquisendo sempre più competenze a partire da febbraio, mentre vengono create nuove agenzie statali ed istituzioni, con l'appoggio dei 43 Stati che fino ad oggi hanno riconosciuto l'indipendenza di Pristina. Dall'altra i serbi del Kosovo hanno rafforzato i propri legami col governo di Belgrado, che continua ad intervenire in modi disparati sulla via delle municipalità ed enclaves abitate da serbi.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9908/1/51/


luglio 28 2008

Una mattina mi son svegliato...
di Giampietro Sestini,
- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che l’uomo più ricco d’Italia, padrone di molte aziende e diverse televisioni, impelagato in varie vertenze giudiziarie, si candidava ad essere Presidente del Consiglio. Ho pensato che essendo riuscito a fare bene i suoi interessi, altrettanto avrebbe fatto quelli dell’Italia, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che l’uomo più ricco d’Italia, una volta eletto Premier, si preoccupava anzitutto di salvaguardare i suoi interessi e quelli delle sue aziende. Ho pensato che superata quella prima fase, si sarebbe occupato dei problemi di tutti, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il Premier aveva definito “coglioni” coloro che non l’avevano votato. Ho pensato che a lui piacciono le battute, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il Premier nel Parlamento europeo aveva chiamato “kapò” un parlamentare tedesco. Ho pensato che a lui piacciono le battute, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il Premier aveva deciso di partecipare alla guerra contro l’Iraq perché possedeva armi micidiali di distruzione di massa. Ho pensato che fosse vero, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che, vinta la guerra in Iraq, verificato che non esistevano armi di distruzione di massa, il suo ex-dittatore era stato impiccato per i genocidi compiuti. Ho pensato che ben gli stava, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che la polizia aveva caricato e manganellato a Genova un gruppo di pacifisti contrari alla guerra, uccidendo un ragazzo. Ho pensato che in una manifestazione qualche incidente è sempre possibile, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che nelle carceri italiane, stracolme all’inverosimile, si verificavano continuamente violenze e suicidi. Ho pensato che la pena deve essere scontata, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il Premier aveva modificato la legge elettorale in modo tale da essere definita una “porcata“ dai suoi stessi alleati. Ho pensato che se il Parlamento l’aveva approvata, evidentemente doveva essere cambiata.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il capo della Chiesa cattolica e dello Stato estero Vaticano, invitava i cittadini italiani a disertare le urne in occasione del referendum sulla fecondazione assistita. Ho pensato che Chiesa e Stati esteri hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che un vescovo negava il funerale in chiesa ad un uomo malato da tempo che non voleva più essere curato. Ho pensato che nessuno può disobbedire ai Comandamenti di Dio, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che una donna malata da tempo era stata costretta a recarsi in Svizzera per mettere fine alle sue torture. Ho pensato che la vita è un dono del Signore, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il capo della Chiesa cattolica e dello Stato estero Vaticano aveva giudicato “grave” la decisione della Corte di Cassazione italiana e della Corte d’appello di Milano di autorizzare un padre a staccare il sondino naso-gastrico alla figlia che giaceva incosciente e paralizzata in un letto da oltre 16 anni. Ho pensato che la vita è un dono del Signore, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che una coppia italiana era stata costretta a recarsi in Portogallo per poter metter al mondo un figlio. Ho pensato che la volontà del Signore non può essere aggirata, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che una donna era stata fermata e interrogata dalla polizia perché aveva abortito in un ospedale. Ho pensato che mia moglie non avrebbe mai abortito, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che l’uomo più ricco d’Italia, candidatosi per la quinta volta a Premier, nel corso della campagna elettorale aveva boicottato la trattativa avviata dal Governo in carica con una compagnia aerea francese per salvare dal fallimento la compagnia aerea italiana. Ho pensato che sarebbe stato meglio se il salvataggio fosse avvenuto ad opera di italiani, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che l’uomo più ricco d’Italia, eletto Premier per la terza volta, aveva disposto di prendere le impronte digitali a tutti gli zingari presenti nel mio Paese, anche ai bambini. Ho pensato che gli zingari sono fastidiosi, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il Premier era d’accordo col suo maggiore alleato per fare dell’Italia un paese federale. Ho pensato che una maggiore autonomia al territorio non sarebbe male, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il leader del maggiore partito alleato col Premier aveva minacciato il ricorso alle armi se non sarà approvato il “federalismo”. Ho pensato che si trattava di una battuta, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che c’è chi organizza “ronde” nei confronti di cittadini stranieri. Ho pensato che un maggiore ordine pubblico fosse una cosa auspicabile, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che in talune zone del mio paese i cittadini di altre religioni sono multati perché, non avendo luoghi ove pregare, pregano per strada. Ho pensato che deve trattarsi di una questione temporanea, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il Premier intendeva vietare ai magistrati di intercettare le conversazioni telefoniche e di svolgere per un anno la gran parte dei processi, in alcuni dei quali era coinvolto. Ho pensato che i magistrati ce l’avevano con lui, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che, in cambio del blocco dei processi, il Premier proponeva che le quattro maggiori cariche dello Stato, fra cui lui, non fossero incriminabili. Ho pensato che era una proposta ragionevole, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che per abolire l’ICI il Premier ha costretto i Comuni a tagliare i servizi sociali da loro erogati. Ho pensato che quest’anno io risparmierò circa 200 euro, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che per compensare il mancato introito dell’ICI il Premier aveva tagliato in modo indiscriminato i fondi ai Ministeri. Ho pensato che la Pubblica Amministrazione italiana costa troppo, e non ho protestato.

- Una mattina mi son svegliato ed ho trovato che il Premier aveva tagliato anche i fondi necessari per il rinnovo del contratto degli statali. Ho pensato che IO, precario all'Università, già sono retribuito poco, e quindi volevo protestare. Ma nessuno era più disponibile e mi sono ritrovato solo.

- Avessi sbagliato a non protestare prima?

(Giampietro Sestini)


http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=13725

Shakespeare tra le bandiere rosse
Sebastiano Messina
la Repubblica
Non si era mai visto un partito che uccide il padre il giorno dopo averlo portato in trionfo, anche se quello compiuto ieri notte dal congresso di Rifondazione è stato in realtà un delitto per interposta persona, una catarsi di rimbalzo. Per colpire Bertinotti hanno pugnalato il suo figlio prediletto, quel Nichi Vendola che era il suo erede designato e che ha pagato con una amarissima sconfitta tutte le colpe imputate a dodici anni di bertinottismo.
Ma il dramma che si è consumato nella inutile frescura delle terme di Chianciano - perché il mal di fegato dei comunisti era tutto psicosomatico - non può essere compreso e spiegato inforcando solo gli occhiali della politica, incapaci per esempio di dare un senso al paradosso più eclatante: un partito che imputa alla sua dirigenza di aver portato Rifondazione nel governo Prodi, e poi elegge come nuovo segretario Paolo Ferrero, ovvero l´unico suo iscritto che di quel governo sia stato ministro.
No, c´è dell´altro dietro questo scontro avvelenato, dietro le raffiche di parole sorde che hanno segnato la resa dei conti di un partito ormai extraparlamentare. E forse ci vorrebbero le lenti della psicanalisi, che letteralmente significa scioglimento dell´anima, per decifrare le ansie nascoste, i sogni misteriosi e i desideri inconsci di una risicata ma solidissima maggioranza di comunisti che, dopo la più rovente sconfitta della loro storia, fucilano sul campo tutto il quartier generale e imboccano senza esitazioni il sentiero della purezza ideologica (o della solitudine politica).
Sotto il tendone bianco del Palamontepaschi ha prevalso, prima della ragion politica, la voglia irresistibile di regolare i vecchi conti, vestendola magari di altri sentimenti come nella trama di un dramma shakesperiano. Eppure bastava dare un´occhiata ai documenti delle cinque mozioni per trovarne le tracce. La mozione 1, quella di Ferrero, cominciava con una citazione di Majakovskij che era uno schiaffo al bertinottismo: «Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada». E la mozione 4, quella del trotzkista Claudio Bellotti, ci andava ancora più pesante: «E´ necessario compiere una vera e propria rivoluzione interna che faccia piazza pulita dei veleni del carrierismo e dell´istituzionalismo». Titolo: «Que se vayan todos!», che se ne vadano tutti.
Così è stato. A nulla è servita l´affascinante, poetica e astuta orazione con cui Vendola ha aperto il congresso, indicando al partito la strada di una nuova autonomia, però senza rompere col Pd e senza rinunciare a cercare nuove alleanze a sinistra, «infedele ai richiami della nostalgia e dell´identitarismo». A nulla è valso l´appassionato intervento di Bertinotti, che evocava Lula, Chavez e Morales per seppellire definitivamente la «Sinistra Arcobaleno» e ammetteva che «bisogna saper imparare dalle sconfitte»: l´applauso che lo ha sommerso, quella standing ovation che per otto minuti ha dato l´illusione ottica di un partito di nuovo unito nel nome del padre, nascondeva la voglia di celebrare con un giorno di ritardo il 25 luglio di Rifondazione, l´espulsione dalla nomenclatura interna di chiunque abbia gestito il partito negli ultimi dieci anni.
L´ora della verità è arrivata nella notte, al momento di votare il documento politico che avrebbe deciso la linea del partito. Allora i bertinottiani hanno capito che gli altri si erano coalizzati contro di loro, che non accettavano nessuna proposta di mediazione. «Abbiamo il 47 per cento - ha protestato poi Gennaro Migliore - e ci viene impedito di proporre un documento unitario. Incredibile. E´ come la storia del nano più alto del mondo, avete presente?». Bertinotti, però, aveva capito tutto in anticipo, quando ha sentito che l´intervento di Ferrero veniva salutato con «Bandiera rossa».
Allora s´è girato verso Vendola e gli ha sussurrato: «Hai capito cosa ti stanno facendo? Vogliono farti passare per il traditore del comunismo. Chi vota per te tradisce».
La sindrome del traditore ha spianato la strada all´ex ministro e sbarrato quella del governatore delle Puglie. Claudio Grassi, leader della corrente «Essere comunisti» con il suo 7 per cento avrebbe potuto consegnare a Vendola le chiavi della segreteria, ma lui non se l´è sentita di passare dall´altra parte, dopo il sangue sparso nei congressi provinciali - le assemblee taroccate, i tesserati fantasma e la guerra di ricordi - per non sentirsi chiamare Giuda dai suoi compagni. Era uno schiaffo a Bertinotti? Pazienza, commentava Maurizio Acerbo, il combattivo alfiere della mozione di Ferrero: «Qui non siamo nella fattoria degli animali. Nessuno è più compagno degli altri. Nessuno è maggioranza per diritto divino».
La parte di Bruto, ovvero il compito di assestare il colpo finale, è toccata a Giovanni Russo Spena, che ha letto al congresso il documento politico della nuova maggioranza. Senza enfasi e senza fretta («Ve lo leggo, compagni, sono solo quattro cartelle») l´ex capogruppo al Senato ha disegnato l´identikit della nuova Rifondazione: un partito ancora più marxista-leninista, che lavora nell´anno 2008 alla ricerca di una «società comunista», che si gode la sua solitudine per non inquinare la purezza della sua ideologia, che non vuol saperne non solo del Pd di quel centrista perso di Veltroni - centrosinistra addio - ma neanche del Partito socialista europeo, troppo in odore di socialdemocrazia.
Bertinotti ascoltava, dalla solita settima fila, e l´abbronzatura rendeva ancora più forte lo scurirsi del suo viso. Lui è rimasto muto, ma i suoi no.
«Si può tenere in vita un simbolo e cancellare la sua storia» ha gridato Graziella Mascia scendendo dal palco, mentre Vendola c´è andato giù pesante: «Considero questo congresso come la fine della storia di Rifondazione comunista». Per un partito nato da una scissione, la vera nemesi storica sarebbe la sua scissione. Invece ci sarà solo una coabitazione tra separati in casa: da una parte Vendola con la sua minoranza del 47,3 per cento - «il nano più alto del mondo» - dall´altra Ferrero con i comunisti duri e puri, da Citto Maselli al trotzkista Bellotti, che alzano una bandiera ancora più rossa e marciano spediti verso il deserto che li aspetta.


Il comma 22 del dipendente
Luciano Gallino, la Repubblica,

Quando un governo è intimamente orientato da idee di destra, quale che sia la sua auto-etichettatura politica, in tema di politiche rivolte a peggiorare le condizioni di lavoro ci si può aspettare veramente di tutto.
In Francia sono state appena eliminate di fatto le 35 ore introdotte dieci anni fa dal governo socialista di Jospin come orario normale ed effettivo del lavoro settimanale. I governi Blair e Brown hanno fatto di tutto – riuscendoci, alla fine, pochi mesi fa – per far approvare dai ministri degli Affari sociali europei una norma che permette alle imprese di costringere i lavoratori a seguire orari compresi tra le 60 e le 78 ore la settimana. L´ultima trovata del governo Berlusconi batte però ogni precedente, quanto a disprezzo per le persone che si guadagnano da vivere alle dipendenze di un´impresa e adozione esplicita di misure che tolgono ad esse ogni possibilità di difesa, mentre introducono tra i lavoratori stessi forme clamorose di ingiustizia sociale.
Il nocciolo della trovata è noto. Finora un lavoratore titolare di un contratto a termine, come dipendente effettivo o come finto autonomo (è il caso dei lavoratori a progetto), il quale riteneva che il contratto medesimo fosse viziato da qualche irregolarità poteva far ricorso al giudice del lavoro. Se quest´ultimo stabiliva che il contratto era effettivamente irregolare, una condizione che sicuramente sussiste, tra gli altri, proprio per decine di migliaia di lavoratori a progetto, poteva imporre all´impresa di trasformare il rapporto di lavoro precario in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Ora non più. Il governo intende togliere al giudice simile facoltà. Salvo ripensamenti dell´ultima ora, un emendamento della finanziaria stabilisce infatti che l´impresa colta in fallo è tenuta al massimo a versare al soggetto alcune mensilità di stipendio, a titolo di indennizzo. Né ha l´obbligo di rinnovare almeno il contratto a termine. Le conseguenze a carico dei lavoratori interessati sarebbero esilaranti come il famoso Comma 22 (se vuoi essere esonerato dalle missioni pericolose devi essere dichiarato pazzo, ma nessuno può essere dichiarato tale se chiede l´esonero) se non fossero drammatiche.
Anziché passare da una condizione di precarietà lavorativa ed esistenziale alla modesta sicurezza che offre oggi un contratto a tempo indeterminato, la persona che protesta per le irregolarità che subisce rischia di perdere pure il contratto a termine.
Da parte loro le imprese non tarderanno ad approfittare della nuova normativa. Dinanzi alla prospettiva di perdere anche il posto da precario, pochi lavoratori oseranno rivolgersi al giudice, reso ormai impotente dal nuovo dispositivo. Territori sterminati si aprono quindi per la moltiplicazione dei contratti a termine, quasi non bastassero quelli che già impoveriscono la vita di alcuni milioni di persone. Intanto si inasprirà il conflitto tra chi ha un lavoro stabile, e teme sopra ogni altra cosa di finire catapultato nella massa di coloro che per decenni un lavoro stabile non sanno nemmeno che cosa sia.
Si dice che la trovata di togliere potere ai giudici del lavoro, annerendo al tempo stesso le prospettive di lavoro e di vita di tanti precari, sia motivata dal fatto che migliaia di lavoratori delle Poste che hanno un contratto a termine hanno fatto causa all´azienda. Se il motivo fosse davvero questo, la trovata in parola non solo apparirebbe ancora più meschina di quanto già non sia.
Sarebbe anche rivelatrice di che cosa debbono attendersi i lavoratori italiani per quanto riguarda le intenzioni già annunciate dal governo di procedere a ulteriori riforme del mercato del lavoro. Si parte da situazioni specifiche, che magari fanno problema ma richiederebbero soluzioni altrettanto specifiche, per ridurre all´impotenza e al silenzio la massa dei lavoratori dipendenti.


Sul suicidio della sinistra italiana


Editoriale consigliato.

E notizia (ennesima del giorno): Rifondazione si suicida (forse era ora).  E Niki Vendola, per fortuna della Puglia (confrontare con Bassolino) continua il suo onesto lavoro.

Gli Dei accecano chi vogliono perdere.


http://blogs.it/0100206/images/Ico_Colapesce.jpg

www.caravita.biz

 


Paolo Ferrero è il nuovo segretario di Rifondazione Comunista. A nulla sono valsi i tentativi di mettere d’accordo le due principali mozioni. L’ex Ministro della Solidarietà Sociale, persona che peraltro stimo molto, arriva alla guida del Partito dopo una battaglia serrata con il governatore della Puglia Nichi Vendola. Vendola, esponente della ex maggioranza bertinottiana, era l’unico candidato ufficiale alla segreteria ma la sua mozione aveva conquistato solo il 47% dei delegati per il Congresso, una maggioranza relativa ma non in grado di poter guidare, da sola, il partito. Ferrero invece, forte di un 40% della mozione uno, ha saputo unire le altre tre mozioni arrivando quindi a farsi eleggere dal Comitato Politico e cioè dal “parlamentino” nominato oggi dai delegati del Congresso.

Gennaro Migliore, vendoliano ed ex capogruppo alla Camera, in un suo intervento di oggi ha accusato i “ferrariani” di non aver voluto unire il 90% del partito (e cioè i delegati delle due principali mozioni) ma di aver voluto solamente coalizzare quattro mozioni contro una.

Nichi Vendola ha ammesso la sconfitta ma ha annunciato battaglia, “minacciando” piu o meno velatamente di creare una corrente nel partito. Corrente che avrà il 48% e che quindi sarà la metà esatta di Rifondazione.

Il “furbo” Ferrero ha avuto in dote i voti dei “comunisti duri e puri” ed ora dovrà gestirli. E cosi, se pur nelle difficoltà e nella spaccatura verticale, il Prc ha deciso. Ha impresso una svolta a Sinistra, ha messo una pietra tombale sul progetto di Sinistra Plurale, ha ritirato fuori Falce e Martello annunciando la corsa solitaria alle Europee, ha affievolito il progetto di Sinistra Europea nato quattro anni fa, ha dichiarato guerra al PD rendendosi indisponibile ad alleanze politiche. Fonti del Tg1 parlano anche di una eventuale uscita dalla maggioranza nelle amministrazioni locali. Una svolta a 360 gradi con salto mortale carpiato all’indietro.

Un salto nel vuoto, mi viene da aggiungere.

Rifondazione parte dal 3% circa della Sinistra Arcobaleno. E’ molto probabile che, rispolverando i gloriosi simboli del passato, riuscirà ad incrementare questo misero risultato. Complice anche una possibile riunificazione con il PDCi e con le altre “schegge” comuniste, immagino che si potrà arrivare ad un 4-5% e forse anche ad eleggere qualche parlamentare europeo tra un anno.

Detto questo però, dobbiamo anche capire QUALE PREZZO dovrà pagare la Sinistra Italiana. Le prime avvisaglie le avvertiamo già in questi giorni. Fassino corteggia l’Udc. Casini nicchia ma sta valutando sul da farsi. Se continuerà ad essere “chiuso” a Destra, per potersi “salvare” sarà costretto ad allearsi con il Partito Democratico. Ed il Partito Democratico, per poter avere qualche speranza di vittoria futura, dovrà scegliere le alleanze guardando ai numeri ed alla compatibilità. La scelta quindi apparirà obbligata. Perche a Sinistra del PD non ci sarà piu una Federazione Progressista compatibile con l’esperienza di governo. A Sinistra del PD ci sarà un Partito Comunista dei “duri e puri”, poco avvezzi al dialogo e comunque troppo schiacciati su posizioni incompatibili con la cultura di Governo. E quindi il PD guarderà maggiormente all’Udc.

Nel frattempo le altre forze politiche della ex-Sinistra Arcobaleno, orfane di un contenitore che possa ospitarle e rinnegate dai nuovi dirigenti di Prc, saranno “costrette” ad una confluenza, piu o meno dolce, nel Partito Democratico. Nel frattempo il populismo di Di Pietro calamizzerà i voti degli antiberlusconiani, comprese frange di Rifondazione e della Sinistra Radicale.

Fin qui l’analisi politica. Ma quali saranno le conseguenze “sociali”? Proprio in questi giorni la maggioranza di centrodestra ha cancellato la possibilità di regolarizzazione dei precari nei casi di contenzioso in atto. Una norma tutta a favore degli imprenditori e che va a danno dei piu deboli. Deboli per i quali, se pur tra le infinite polemiche, il Governo Prodi aveva previsto qualche tutela in piu. Il Protocollo sul Welfare, che anche io ho criticato aspramente, dava qualche piccolo aiuto. Prevedeva il pareggio del costo del lavoro entro il 2011, forniva qualche tutela ai cocopro. Troppo poco per i lavoratori, troppo poco per la Sinistra Radicale, che è stata “travolta” anche per questi motivi.

E qui torniamo al Congresso di Rifondazione. Visto il fallimento del Governo Prodi in alcuni provvedimenti di indirizzo sociale ed ideologico, visto che la ex maggioranza bertinottiana aveva avallato, seppur tra le polemiche, quei provvedimenti, ecco che, per reazione, i “duri e puri” svoltano a Sinistra. Rinunciando al Governo, maledicendo quella alleanza.

I duri e puri dimenticano di ricordare che “Quella” alleanza però si reggeva su un Senatore, grazie ad una legge diabolica e grazie anche alla pochezza della proposta politica complessiva del CentroSinistra.

I duri e puri dimenticano di ricordare che 60 senatori della Sinistra valevano quanto un Dini o un Fisichella o un Turigliatto e che in quelle condizioni era molto difficile operare.

I duri e puri dimenticano di ricordare che, comunque siano andate le cose, “quella” maggioranza ha detassato l’ICI ai redditi medio-bassi, ha permesso di risparmiare grazie alla liberalizzazioni, ha combattuto l’evasione fiscale, ha previsto dei miglioramenti sociali, ha ritirato le truppe dall’irak, ha fatto approvare la moratoria sulla pena di morte all’ONU. Ha fatto pochissimo sia ben chiaro ma qualcosa ha fatto.

Ma hanno vinto i duri e puri. O almeno pensano di aver vinto. Sino a quando Ferrero non si rivelerà per quello che penso sia, cioè una persona furba che ha saputo sfruttare il momento ma che non ha un chiaro disegno politico se non quello di complicare ulteriormente la vita alla Sinistra

Ma in tutto questo contesto, che fine faranno quei cittadini a cui Rifondazione si è sempre rivolta? Quei cittadini “senza voce”, gli operai, i precari, i “deboli” non tutelati ne dal punto di vista sociale ne da quello dei diritti civili?. Ferrero dice che il partito dovrà stare “Meno in tv e piu con la gente”. Ricominciare dal basso quindi.

Io vorrei però entrare nel cervello di tutti quei delegati, quegli iscritti e quegli elettori di Rifondazione e degli altri partiti della galassia comunista-radicale per capire “COME” vorrebbero risolvere i problemi. Un partito di lotta ottiene ben poco se non accetta gli “oneri” che il governo del paese impone.

Il Partito Comunista, con il suo 30 e passa percento, ha fatto tante battaglie certo ma chi ha ottenuto lo Statuto dei Lavoratori, la Nazionalizzazione dell’Energia Elettrica, la Riforma della Scuola Pubblica? Forse il PCI che scendeva nelle piazze? O forse il PSI che appoggiava la maggioranza di governo con l’allora DC?

In Spagna Zapatero ha messo mano al mercato tv tagliando le gambe ai monopoli privati ed alle lottizzazioni politiche, ha “Laicizzato” il paese, ha ritirato le truppe dall’Irak. Lo ha fatto dalle piazze oppure Governando, anche con l’appoggio della Izquerda Unida, e cioè la Sinistra Radicale Spagnola?

E’ chiaro che Prodi non era Zapatero, come non lo è Veltroni, è chiaro che in Italia, dove un uomo vestito di bianco si affaccia ogni domenica da un balcone e detta le condizioni, è molto difficile portare avanti certi discorsi. E’ altrettanto chiaro che l’Italia è un paese conservatore, nelle idee e nei modi. In una situazione di questo tipo si deve scegliere. Governare, scendendo a compromessi ma realizzando qualcosa (a seconda dei “numeri” delle varie maggioranze) oppure essere “duri e puri” rimanendo perennemente all’opposizione, ululando alla Luna e lasciando il proprio popolo in una condizione di difficoltà.

Marx, Engels, Gramsci, l’Anticapitalismo, l’antiglobalizzazione, la cultura, la filosofia, la storia, le recriminazioni non aiutano ad arrivare a fine mese, a pagare il mutuo, ad avere uno stipendio dignitoso.

E sappiamo tutti che quando le persone soffrono, spuntano fuori i “parassiti” che puntano l’indice contro il “diverso” di turno. Sia esso ebreo, gay, rom o musulmano. E guarda caso gli episodi di intolleranza si stanno moltiplicando, tra l’indifferenza di molti, troppo presi a “sbarcare il lunario”.

Cari Comunisti “duri e puri”, continuate cosi, filosofeggiate su chi è piu puro oppure denunciate la situazione sociale senza però proporvi come alternativa credibile e di governo. Ritirate fuori la “lotta di classe” tra Borghesi e Operai dimenticando che da che mondo è mondo il piu forte cerca sempre di “sottomettere” il piu debole e questo non accade solo tra imprenditori ed operai ma anche tra semplici cittadini. E’ compito dello stato cercare di tutelare tutti, senza distinguere tra classi, preoccupandosi di tutti i “singoli cittadini”, in quanto tali e non in quanto imprenditori, operai, impiegati, etcetc.

Continuate cosi cari amici. La nave “Italia” sta affondando e voi state contribuendo in modo decisivo a farla affondare.
http://termometropolitico.forumcommunity.net/?t=18067388

L'oppio di Karzai
Un alto funzionario Usa conferma le denunce di PeaceReporter
Hamid Karzai“Karzai ci ha preso in giro: invece di combattere il narcotraffico ha protetto i signori della droga e i loro commerci. Il governo di Kabukl si mantiene al potere grazie all’oppio. Alti funzionari del governo sono profondamente coinvolti nel narcotraffico, come lo è lo stesso fratello del presidente, Ahmed Wali. Negli ultimi anni la produzione afgana di oppio è cresciuta a dismisura, raggiungendo ormai i 200mila ettari di piantagioni (più del doppio rispetto ai 91 mila ettari coltivati del 1999, l’anno del record storico sotto il regime talebano, ndr). Anche il Pentagono e la Nato hanno ostacolato la lotta anti-droga”.
E’ la denuncia che Thomas Schweich, fino al mese scorso come coordinatore del programma antidroga in Afghanistan per il dipartimento di Stato statunitense, ha fatto sulle pagine del New York Times e alla radio Bbc.
Alla luce di questo, vi riproponiamo il reportage sull’oppio che un anno fa PeaceReporter ha realizzato nel sud dell’Afghanistan, e che svelava il pesante coinvolgimento del governo Karzai nel narcotraffico.
 
 
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
 
Lashkargah, profondo sud dell’Afghanistan, primavera 2007. Le acque del fiume Helmand, che serpeggia lento e sinuoso attraverso il Dasht-e-Margo, il Deserto della Morte, danno vita e fertilità a una terra altrimenti arida.
 
Lashkargah (Foto E.Piovesana)Nell’aria calda e polverosa della città, il profumo degli alberi di mandarino in fiore si mescola all’odore acre di carne bruciata dei cadaveri straziati e carbonizzati dall’esplosione dell’ennesimo uomo-bomba saltato in aria in centro. Nella notte tiepida e illuminata dalla luna, il dolce canto dei grilli fa da sottofondo
al rumore degli elicotteri da guerra e dei jet militari che volano senza sosta, carichi di missili e bombe che sganceranno sui villaggi controllati dai talebani. Missili e bombe che uccidono centinaia di civili, come testimoniano i feriti che arrivano nell’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ma nessuno lo dice, perché dall’anno scorso il governo afgano – di concerto con la Nato – ha imposto la censura più completa su qualsiasi notizia che possa ingenerare sentimenti “contrari alle forze internazionali presenti nel paese”. Forze che a Lashkargah non si vedono più: hanno paura. Contrariamente a quanto accadeva fino a pochi mesi fa, oggi è impossibile incrociare per le polverose strade della città i Land Rover dell’esercito britannico – questa è zona loro: se ne stanno chiusi nella loro base-fortezza, il Prt di Lashkargah. Muoversi in convoglio per il centro abitato sarebbe un suicidio: la gente qui odia i militari stranieri, e i talebani ormai sono presenti ovunque e colpiscono ovunque. In giro ci sono solo soldati e poliziotti afgani armati fino ai denti, oltre ai contadini e ai primi braccianti stagionali che da tutto il paese stanno affluendo per il raccolto qui in Helmand, dove si produce la metà di tutto l’oppio afgano. Nei campi fuori città, i papaveri da oppio sono sfioriti e quasi pronti per essere incisi. Quest’anno si prevede un raccolto che straccerà ogni record storico. Le abbondanti piogge primaverili, del tutto eccezionali per questa regione arida, dovrebbero garantire una produttività mai vista prima, sfondando addirittura il tetto dei cento chili di oppio per ettaro, il doppio della norma. Questo, ovviamente, ha fatto scendere di molto il prezzo di mercato del tariak, l’oppio grezzo, quotato a 80-90 dollari al chilo. Meno degli anni passati – quando l’oppio rendeva 100-120 dollari al chilo – ma sempre molto più di quanto renderebbero altre colture come il riso, il grano o il mais, ancora fortemente deprezzate a causa dell’imbattibile concorrenza delle forniture gratuite del World Food Programme che negli ultimi anni hanno inondato il mercato afgano. Per questa gente l’oppio è l’unica possibile fonte di sussistenza. Vista la mancanza di alternative, senza l’oppio morirebbero di fame. Per questo sono pronti a difendere i loro campi, anche con le armi, anche a costo della loro vita. Sono già decine i contadini uccisi quest’anno dalla polizia afgana impiegata nella campagna antidroga del governo Karzai, sostenuta dai quattrini della comunità internazionale. Ma anche questi fatti vengono tenuti nascosti, o camuffati: i contadini uccisi diventano, da morti, talebani.
Già, la campagna antidroga: un programma fantasma, che in cinque anni non ha dato nessun risultato. La produzione dell’oppio in Afghanistan non è mai stata florida come sotto il governo Karzai. L’anno scorso nel paese c’erano 165 mila ettari di terreno coltivati a oppio e quest’anno
sfioreranno i 180 mila ettari, vale a dire il doppio rispetto ai 91 mila ettari coltivati del 1999, l’anno del record storico sotto il regime talebano, quando vennero prodotte 4.600 tonnellate di oppio. Quest’anno il raccolto previsto è di settemila tonnellate. Le strade delle città europee sono
inondate di eroina “made in Afghanistan” molto più oggi (il novantadue percento della produzione mondiale) di quando a produrla c’erano i mullah con turbante e barba lunga (il quaranta percento).
 
Lashkargah (Foto E.Piovesana)Come spiegare un simile fallimento nel conseguire un obiettivo che fin dall’inizio dal 2001 era stato presentato come una delle ragioni per cui bisognava abbattere il regime talebano? Un obiettivo tanto più importante in quanto – lo sapevano tutti – il rifiorire dell’oppio sarebbe stato usato dai talebani per finanziare la loro riscossa, com’è puntualmente accaduto. La risposta a questa domanda la iniziamo a trovare alla periferia di Lashkargah, all’ombra di un grande cartellone che pubblicizza i raid antioppio delle ruspe governative. Qui incontriamo Faizullah e Nur, due coltivatori amici di amici di amici che hanno acconsentito a raccontarci cose che non si dovrebbero dire a nessuno, tanto meno a uno straniero.
“Voi credete che il governo venga a distruggere i raccolti. Invece viene a rubarli”, afferma il barbuto afgano lasciandoci a dir poco perplessi. “Vedete quei camion laggiù?”, dice indicando una lunga fila di mezzi parcheggiati ai margini della città. “Sono quelli sui quali il governo caricherà i
papaveri tagliati dalle ruspe, per poi portarli a Kabul dove tutto dovrebbe essere bruciato in grandi falò. Ma li avete mai visti questi falò?”, domanda Faizullah facendo la faccia di chi la sa lunga. “Dovrebbero farli davanti alle telecamere, dando alla cosa la massima pubblicità, non vi pare?
Invece dicono che fanno tutto di nascosto, per motivi di sicurezza. La verità è che l’oppio viene portato nelle raffinerie del governo, trasformato in eroina, e poi smerciato all’estero. Altro che campagna antidroga!”. Interviene il suo amico, Nur, il quale ci invita a riflettere su un semplice
fatto. “Secondo voi, per quale ragione il governo decide di ‘distruggere’ i campi di papavero proprio in coincidenza con il raccolto? Perché aspetta che i papaveri siano pronti? Se lo scopo fosse veramente quello di distruggere i raccolti, il governo potrebbe mandare le ruspe prima, quando i papaveri sono ancora bassi. Invece aspetta la maturazione delle piante, per raccoglierle, non per distruggerle! Vi siete mai chiesti perché il governo si è sempre opposto all’uso degli aerei per distruggere i campi con i defoglianti? Credete forse che, come dicono loro, vogliano tutelare la salute dei contadini? A spararci addosso però non si fanno problemi!”.
 
Lashkargah (Foto E.Piovesana)Dopo la chiacchierata con Faizullah, decidiamo di approfondire l’argomento. Parliamo con altre persone di Lashkargah, altri coltivatori di papavero. Tutti confermano: il governo di Kabul finge di lottare contro il narcotraffico, ma in realtà sta semplicemente cercando di imporre una sorta di “monopolio di Stato” su questo lucroso business, colpendo solo i produttori di oppio “antigovernativi”, quelli che non si adeguano o che, peggio, sfidano le autorità. “Chi come me ha un campo di oppio – spiega Gulam, proprietario di una piccola piantagione appena fuori città – ha due spese principali, che sostiene in oppio o in denaro: pagare la manodopera stagionale necessaria per il raccolto lasciando ai braccianti una parte dell’oppio da essi raccolto, e pagare il governo per mettere al riparo il campo dalle ruspe e dalle irruzioni della polizia. Chi non paga questa tassa, o peggio paga il pizzo ai talebani, rischia che il suo raccolto finisca razziato dal governo”.
Insomma: il governo di Kabul si impossessa dell’oppio o “prelevandolo” con questo sistema di tassazione feudale clandestina, o rubandolo con la forza a coloro che non si adeguano, agendo dietro la copertura della campagna antidroga.
Che fine faccia l’oppio che arriva a Kabul a bordo dei camion mostratici da Faizullah ce lo spiega Sayed, che ha un fratello che lavora per il governo nella capitale. A suo dire, fino a un paio di anni fa, quell’oppio veniva trasportato direttamente all’estero, soprattutto in Iran e Tagikistan, dove c’erano le raffinerie in cui veniva trasformato in eroina da inviare in Europa. “Poi il governo – spiega Sayed – ha capito che conveniva costruire raffinerie qui in Afghanistan, così da smerciare all’estero direttamente il prodotto finito, l’eroina. Con dieci chili di oppio si fa un chilo di polvere bianca:
un camion carico di eroina ne vale almeno dieci carichi di oppio. Ovviamente questo lo hanno capito anche i talebani e i trafficanti a loro collegati, che qui al sud hanno costruito centinaia di raffinerie. Quelle governative invece stanno tutte nella zona di Kabul. Mio fratello mi ha detto di
aver visto l’anno scorso un camion del governo stracolmo di sacchi di farina pachistana: dentro però c’era un altro tipo di polvere bianca. Tra l’altro – conclude Sayed – gira voce che molti di questi sacchi vengano rivenduti, o regalati, anche a ufficiali stranieri, soprattutto statunitensi”.
Al di là delle leggende urbane, i racconti di queste e di molte altre persone che abbiamo incontrato a Lashkargah descrivono una situazione completamente diversa, anzi opposta rispetto a quella che conosciamo noi in Occidente: il governo di Kabul sostenuto dalle nostre truppe e dai nostri soldi finge di lottare contro la produzione e il commercio dell’oppio, in realtà ci è invischiato fino al collo. Il che non dovrebbe stupire più di tanto, se si considera che Walid Karzai, fratello dell’elegante presidente afgano, è noto per essere il maggiore trafficante d’oppio della regione di Kandahar. Ciononostante, i dubbi rimangono. Almeno fino a quando la realtà dei fatti non ci viene platealmente sbattuta in faccia con un evento che ha dell’incredibile.
Pochi giorni dopo, infatti, i braccianti stagionali della provincia di Helmand hanno minacciato uno sciopero per chiedere di essere pagati di più. “Gli anni scorsi i proprietari terrieri ci pagavano lasciandoci un decimo, un quindicesimo dell’oppio che raccoglievamo”, raccontava un contadino in quei giorni. “Noi accettavamo qualsiasi paga perché avevamo bisogno di lavorare. Ma quest’anno sono i coltivatori ad avere bisogno di noi: il raccolto eccezionale richiede una quantità eccezionale di manodopera per incidere tutti questi papaveri prima che il sole li secchi. Inoltre quest’anno – proseguiva il bracciante – lavorare qui in Helmand è pericoloso perché c’è la guerra, si rischia la vita. Per questo abbiamo deciso che avevamo il diritto e la forza contrattuale per chiedere di essere pagati meglio: vogliamo la metà dell’oppio raccolto, sennò andiamo a lavorare da un’altra parte”. Messi alle strette da questa minaccia, i coltivatori d’oppio della zona sono subito andati a manifestare sotto il palazzo del governatore di Helmand, Asadullah Wafa, chiedendo di intervenire in questa disputa salariale a difesa dei loro profitti. “Abbiamo speso tutti i nostri soldi per coltivare i campi e ora rischiamo di perdere tutto se il raccolto si blocca. Il governo deve intervenire, ci deve difendere!”, dicevano i proprietari terrieri scesi in piazza sotto gli occhi di quella stessa polizia che, in teoria, dovrebbe distruggere le loro piantagioni. Sono bastate poche ore di protesta perché il governatore accettasse di intervenire, stabilendo il “giusto salario” dei raccoglitori nella misura di un quarto del raccolto. Incredibile: le autorità governative, lungi dal combattere i produttori d’oppio, ne difendono gli interessi, per un motivo molto semplice: sono soci in affari. E tali sono considerati dai proprietari delle piantagioni, che infatti trovano del tutto naturale
rivolgersi al governo per chiedere il suo aiuto: se salta il raccolto ci perdono entrambi, coltivatori e governo.
 
Sotto la tutela dell’Occidente, Stati Uniti in testa, l’Afghanistan sta diventando il narco-Stato più potente del pianeta. Il famoso ‘Triangolo d’Oro’ in Indocina è diventato una bazzecola a confronto. Due realtà lontane, accomunate però da una caratteristica che fa riflettere: quella di svolgere, o di aver svolto, il ruolo di roccaforte alleata degli Stati Uniti nelle loro guerre contro “il male” del momento: il comunismo ieri, il terrorismo oggi. Una volta chiesi a un esperto straniero di questioni economiche: “Qual è la vera ragione per cui gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001? Visto che lì di petrolio non ce n’è e la famosa faccenda dell’oleodotto della Unocal era marginale e superata, l’hanno fatto per cosa: per vendicare gli attentati dell’11 settembre oppure per difendere i loro interessi strategici nella regione, le basi militari a ridosso della Cina?”.
Lui rispose: “Né l’uno né l’altro. In Afghanistan non c’è petrolio, ma c’è l’oppio. Nel 2000 i talebani, per ottenere il riconoscimento della comunità internazionale, avevano smesso di coltivarlo, destabilizzando e rischiando di mettere in crisi il terzo mercato più redditizio del pianeta dopo quello del petrolio e delle armi: quello della droga. Ora tutto è tornato a posto”. All’epoca non lo presi sul serio.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11735
 

Cuba: La riforma del settore agricolo

Una riforma agraria che consentirà ai privati di ampliare le concessioni statali portandole al massimo a 40 ettari

Il governo cubano guidato da Raul Castro ha annunciato una riforma agraria che consentirà ai privati di ampliare le concessioni statali portandole al massimo a 40 ettari. Questa segue altre riforme lanciate da quando Raul ha ottenuto l'incarico, come l'eliminazione di restrizioni sulla vendita di beni come telefoni cellulari e computer o l'introduzione di bonus salariali legati alla produttività.

Queste riforme segnano un forte cambio di rotta e mostrano la volontà della nuova amministrazione cubana di andare oltre i principi che hanno regolato l'economia dopo la rivoluzione. L'importanza della riforma agraria è tale da poter cambiare l'intero settore primario: ciò si può osservare dal fatto che fino ad ora era consentita l'esistenza solo di piccole aziende agricole private ed esse, pur rappresentando solo un quinto della superficie coltivata, forniscono la metà della produzione cubana. L'intervento dell'amministrazione risulta essere mirato a voler favorire un incremento di produttività con cui migliorare la quantità di alimenti prodotta internamente (Cuba importa circa metà del proprio fabbisogno) e rispondere quindi agli aumenti di prezzo che tali beni hanno subito. Al di là tale motivazione, quello che più si può dimostrare portatore di future conseguenze è il segnale simbolico che viene lanciato: infatti, dopo la caduta di un altro importante tabù (l'uguaglianza salariale), viene ad essere ridimensionato anche il ruolo dello stato nella produzione.

Tra le conseguenze più immediate della riforma si può prevedere un aumento del settore privato nella quota di prodotti agricoli prodotti. Sebbene un meccanismo che impedisce il trasferimento della proprietà delle quote dovrebbe evitare che il cambiamento diventi fonte di accentramento delle terre in mano a pochi produttori, si può ritenere che sarà favorita solo la parte dei proprietari più orientata al mercato e che quindi abbia a disposizione risorse per investire in nuove terre e affrontare le maggiori tasse. Da questa come dalle precedenti riforme ci si può quindi aspettare, più che una maggiore ricchezza per tutta la popolazione, il rafforzamento del ruolo di una nuova classe media-alta che se da una parte dovrebbe trainare l'economia per portare benessere diffuso, rischia in realtà di rafforzare le differenze interne al paese e indebolire ulteriormente il regime cubano.

Stefano Tettamanti

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33309


ELECTION DAY -100, CORSA ANCORA TUTTA APERTA

Barack Obama Barack Obama

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - La volata finale è cominciata e sul vincitore resta l'incertezza. Nella domenica che ha segnato il giro di boa dei -100 giorni all'Election Day, Barack Obama ha ricevuto buone notizie dai sondaggi sugli effetti del tour europeo. Ma il candidato dei democratici alla Casa Bianca si è mantenuto prudente e ha subito spostato la battaglia sul fronte dove l'ha collocata negli ultimi giorni l'avversario John McCain: quello dell'economia e della crisi energetica.

Nel primo sondaggio realizzato nei giorni in cui Obama si muoveva tra Berlino e Parigi, l'autorevole istituto Gallup ha registrato una lieve impennata dei favori degli americani verso il senatore democratico. Dopo settimane di sostanziale parità, che hanno fatto sorgere interrogativi sul perché un politico con la visibilità di Obama non riesce a decollare nei sondaggi, la Gallup lo ha piazzato in testa su McCain con un margine di 48-41%. Ma la media nazionale dei sondaggi, tenuta dal sito Real Clear Politics, resta sotto al 5% e soprattutto, per Obama, c'é il problema delle rilevazioni negli stati che contano nel voto del 4 novembre, dove nei giorni scorsi McCain ha dato segni di ripresa, passando anche in testa in Colorado.

 "Abbiamo messo in conto che il mio viaggio, nel breve periodo, possa farci perdere qualche punto nei sondaggi", ha detto Obama, aggiungendo però di essere certo di venir premiato quando gli americani riconosceranno "che i problemi che abbiamo a casa sono strettamente connessi con quelli all'estero". Anche il manager della campagna, David Plouffe, ha messo le mani avanti nel caso i sondaggi dei prossimi giorni portino cattive notizie: "E' stata una settimana importante, ma è solo una settimana e d'ora in poi ogni giorno sarà importante".

Con giornali e Tv ancora pieni di bilanci sul viaggio all' estero, unanimemente riconosciuto come un successo d'immagine, Obama si è lanciato a recuperare l'eventuale terreno perduto a casa. McCain ha spostato il mirino del dibattito sui temi che stanno più a cuore degli americani, a partire dalla situazione dell'economia per arrivare al prezzo della benzina. Ed è su questo terreno che i repubblicani cominciano a pensare di aver trovato 'l'arma segretà anti-Obama, secondo quanto vari esperti hanno riferito al Washington Post: il petrolio.

Il 73% degli americani si dicono a favore dell'estensione delle trivellazioni al largo delle coste degli Usa, per cercare di frenare la corsa del prezzo del barile e diminuire la dipendenza dal petrolio arabo. McCain cavalca la proposta, accompagnato dai repubblicani in Congresso, ma Obama e i democratici sono contrari. Cercare di convincere gli americani che la strategia vincente per il futuro non è più trivelle, ma un insieme di interventi per sviluppare fonti alternative, non sarà impresa facile per il democratico e può rivelarsi una mossa rischiosa in molti stati-chiave.

Obama ha segnalato l'intenzione di tornare a battersi a tutto campo sull'economia convocando per lunedì una sorta di consiglio di guerra economico con alcuni esperti di alto profilo: l'ex ministro del Tesoro Robert Rubin, l'ex presidente della Fed Paul Volcker e il multimiliardario Warren Buffett. Il democratico è pronto anche a mandare in campo un altro 'consigliere' di rilievo: l'ex avversaria Hillary Clinton ha annunciato che ad agosto girerà il paese per far campagna per l'uomo che le ha soffiato il sogno della presidenza.

Mentre le armate tornano a schierarsi sui due fronti, dopo la parentesi internazionale di Obama, la volata finale dei 100 giorni si appresta a venir arricchita anche da due tappe decisive: quelle dell'annuncio da parte di entrambi i candidati su chi saranno i loro vice. Sia Obama, sia McCain (che ha trascorso la domenica a lavorare su questo nella residenza di Sedona, in Arizona), sembrano intenzionati a venire allo scoperto presto. Forse prima che gli americani comincino ad essere distratti dalle immagini in Tv delle Olimpiadi di Pechino.

marco.bardazzi@ansa.it

 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_731771826.html


 

E LA SPERANZA DELLA POLITICA IN INTERNET

 

DEL PROF. PETER DALE SCOTT
Global Research

Lo “Stato nello Stato” e l'11/9

 

L’inimmaginabile – che elementi appartenenti allo Stato cospirassero insieme a dei criminali per uccidere civili innocenti – è divenuto non solo immaginabile, ma anche un luogo comune nell’ultimo secolo. Un esempio significativo è stata l’Algeria francese, dove elementi dissidenti delle forze armate francesi, opponendosi ai piani del generale De Gaulle per l’indipendenza algerina, si sono organizzati nella Organizzazione Segreta dell’Esercito ed hanno attaccato indiscriminatamente i civili, prendendo a bersaglio anche scuole ed ospedali1. Alcuni oppositori come Alexander Litvinenko, che è stato poi ucciso a Londra nel novembre 2006, hanno sostenuto che gli attentati del 1999 contro edifici residenziali intorno a Mosca, attribuiti ai separatisti ceceni, in realtà sono stati opera del servizio segreto russo (FSB)2.

Attacchi similari in Turchia hanno dato origine al concetto di uno “Stato nello Stato”3 extra-legale, una combinazione di forze che spazia da ex membri di Gladio, un’organizzazione della Cia, ad “una vasta matrice di funzionari della sicurezza e dell’intelligence, membri ultranazionalisti della criminalità turca e rinnegati del PKK4, il movimento separatista curdo. Lo Stato nello Stato, finanziato in parte dal traffico di eroina turco, è stato accusato dell’uccisione di migliaia di civili in incidenti come l’attacco dinamitardo del novembre 2005 contro una libreria di Semdinli. Questo attacco, inizialmente attribuito ai PKK, si è scoperto essere stato messo in atto da membri da membri del servizi segreti della polizia paramilitare, insieme ad ex membri del PKK diventati informatori5. Il 23 aprile 2008, all’ex ministro degli Interni Mehmet Agar è stato imposto di sostenere un processo per il suo ruolo in questa guerra sporca degli anni 906.



Nel mio libro The Road to 9/11 ho proposto l’esistenza, almeno a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, se non da prima, di un analogo Stato nello Stato americano, anch’esso composto di ufficiali dei servizi e da elementi del crimine dediti al traffico di droga7. Ho anche indicato i decenni di collaborazione tra lo Stato nello Stato americano e al Qaeda, un’organizzazione terrorista le cui attività di narcotraffico sono state minimizzate dal Rapporto della Commissione 11 settembre e dai media ufficiali americani8.

Resta ancora da spiegare il fatto, anomalo e non preso in considerazione, che l’addestratore dei dirottatori di al Qaeda, Ali Mohamed, fosse contemporaneamente un agente doppio che faceva capo all’Fbi e che quasi certamente aveva mantenuto dei legami con la Cia, che lo aveva usato come agente e lo aveva aiutato a venire in America negli anni 809. Non c’è dubbio che Ali Mohamed abbia organizzato gli attacchi all’ambasciata [americana] in Kenya; e che lo abbia fatto dopo che la polizia canadese, che lo deteneva a Vancouver insieme ad una altro noto terrorista, ha rilasciato Mohamed su direttiva dell’Fbi10.

Partendo da queste premesse storiche di collaborazione, offrirò un’ipotesi per una loro ulteriore indagine: che lo Stato nello Stato americano sia in qualche modo implicato con al Qaeda nell’atrocità dell’11 settembre; e che questo aiuti a spiegare l’intenso coinvolgimento della Cia e di altre agenzie americane nel successivo insabbiamento.

Sibel Edmonds, ex traduttrice turco-americana dell’Fbi, ha pubblicamente indicato un collegamento di al Qaeda e ufficiali americani al traffico di eroina che sta alla base dello Stato nello Stato turco. Sebbene le sia stato impedito di parlare direttamente da un ordine straordinario di un tribunale11, le sue dichiarazioni sono state raccolte da Daniel Ellsberg:

Al Qaeda – citano queste interviste – è finanziata al 95% dalla droga… un traffico di droga verso cui il governo americano chiude un occhio, che ha ignorato, perché coinvolge pesantemente i nostri alleati e le nostre risorse, come Turchia, Kirghizistan, Tagikistan, Pakistan, Afghanistan… tutti gli Stan… ad un traffico di droga dove l’oppio parte dall’Afghanistan, è lavorato in Turchia e spedito in Europa, dove fornisce il 96% dell’eroina, da albanesi, sia in Albania che Kosovo… albanesi musulmani in Kosovo… fondamentalmente UCK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, che noi abbiamo fortemente sostenuto in quella situazione alla fine del secolo12… Sibel dice che valige di contanti sono state consegnate al Presidente della Camera dei Rappresentanti, Dennis Haster, a casa sua, vicino a Chicago, da elementi turchi, sapendo che molti di quei soldi provenivano dal narcotraffico13.

Nel 2005 le accuse di Sibel Edmonds sono state in parte riportate da Vanity Fair. Il giornale ha rivelato che la Edmonds ha avuto accesso ad intercettazioni dell’Fbi di conversazioni tra membri del Consiglio Turco-Americano (ATC) riguardo alla corruzione di ufficiali americani e riguardo “a qualcosa che sembrava un riferimento ad ingenti spedizioni di droga ed altri crimini.”14



11 settembre: non un colpo di Stato, ma una delle azioni dello Stato nello Stato

Nel 2003 il giornalista italiano Maurizio Blondet ha pubblicato un libro dal titolo 11 settembre: colpo di Stato (Milano, ed. Effedieffe, 2002)15. Nel corso degli anni l’idea dell’11/9 come colpo di Stato è stata sostenuta da molti osservatori, compreso Gore Vidal16. Nel maggio 2008 la ricerca su Google di “colpo di stato + 11/9” produceva 297.000 risultati. Uno dei risultati più recenti, di Ed Encho, suggerisce che il cuore del colpo di Stato possa essere stata l’introduzione, l’11 settembre, senza dibattito e nemmeno la notizia, dei cosiddetti ordini di “continuità di governo” (COG) – degli ordini segreti tutt’ora sconosciuti ma con implicazioni di carattere costituzionale17. Senza ombra di dubbio, come afferma il Rapporto della Commissione 11/9, i COG, il frutto di 20 anni di collaborazione segreta tra Rumsfeld e Cheney, sono stati resi operativi l’11 settembre18. Come vedremo, semplicemente non è chiaro cosa significhi, oggi come allora. Ma alcuni giornalisti hanno dichiarato che le prime versioni dei COG comprendevano la sospensione della costituzione19.

In ogni caso definire l’11 settembre un colpo di Stato marca eccessivamente la differenza tra la presente condizione di debolezza dello Stato e la condizione, sui cui si è lavorato negli anni, decenni, per arrivare a questo finale. Per mezzo secolo la costituzione e le leggi dello Stato sono state prima eluse, poi erose, quindi progressivamente sfidate e sovvertite da parte delle forze dello Stato nello Stato. Vorrei suggerire che questa erosione è stata ottenuta in parte attraverso una serie di importanti azioni dello Stato nello Stato nella storia del dopoguerra americano – aspetti dei quali (era chiaro fin dall’inizio) saranno persino ignorati o soppressi dai media ufficiali.

La storia recente ha visto molti eventi di questo genere, come l’assassinio di John F. Kennedy, che sono talmente inspiegabili in base alle conoscenze pubbliche della politica americana che la maggior parte degli americani tende a non pensarci nemmeno. La maggior pare di loro accetta la spiegazione superficiale, anche se sospettano che non sia vera. E quando altri dicono di credere che “Oswald ha agito da solo”, probabilmente lo fanno con la stessa, confortevole ma irrazionale, mentalità di chi crede che Dio premierà il giusto e punirà il malvagio.

Così da un lato dobbiamo vedere un’America che ha raggiunto una condizione di palese restrizione dei tradizionali diritti civili mai vista prima – come quando l’ex Procuratore Generale Gonzalez ha detto ad uno sbalordito comitato parlamentare che “nella costituzione non viene espressa chiaramente la garanzia all’Habeas Corpus.”20 Allo stesso tempo, dobbiamo vedere che l’11/9, come evento inspiegabile o coperto che ci spinge via dalla normalità costituzionale verso un’inutile stato di polizia permanente, non è senza precedenti. Fa parte di una serie di eventi similmente non spiegati, ognuno dei quali ha avuto lo stesso risultato, che ci riportano indietro all’incidente del Golfo del Tonchino, all’assassinio di Kennedy ed all'ormai dimenticato inizio della Guerra di Corea.

La “sorpresa” simulata dall’amministrazione Bush per l’attacco dell’11/9 è del tutto analoga alla “sorpresa” simulata dall’amministrazione Truman allo scoppio della guerra in Corea il 25 giugno 1950. Lo storico Bruce Cumings, in un libro di 957 pagine, ha ricordato il curioso comportamento tenuto dai più alti livelli delle istituzioni nelle settimane precedenti.

La Cia, il 14 giugno, prevede la possibilità di un’invasione della Corea del sud in qualsiasi momento. Nessuno lo mette in dubbio. Cinque giorni dopo, prevede un’imminente invasione […]. Ora, Corson […] dice che il rapporto del 14 giugno era giunto a conoscenza di “circoli informati” e così “si temeva che gli oppositori dell’amministrazione al Congresso potessero sollevare la questione pubblicamente. Di conseguenza, la Casa Bianca prese la decisione di informare il Congresso che tutto andava bene in Corea.” Non era forse da aspettarsi che al Congresso venisse detto che tutto non andava bene in Corea? Certo, a meno che l’obiettivo non fosse avere un Congresso sorpreso ed indignato.21

Nella sua esaustiva analisi delle origini della guerra, Cumings vede questo inganno verso gli Usa da parte parte degli alti livelli istituzionali come una risposta ad eventi manipolati, che a loro volta erano la risposta alla minaccia di una imminente espulsione da Taiwan del Kuomintang (KMT), il partito nazionalista cinese, insieme ad una pacifica riunificazione della Corea. I dettagli sono complicati, ma non meno rispetto all’11 settembre, a causa del coinvolgimento del KMT, finanziato dall’oppio.

Alla fine di giugno, [il segretario di Stato Dean] Acheson e Truman erano gli unici alti funzionari a tirarsi indietro dalla difesa della Repubblica di Cina [Taiwan]… Sir John Pratt, un inglese con 40 anni di esperienza al servizio consolare cinese e al Far East Office, nel 1951 scrisse: “Il governo di Pechino ha pianificato di liberare Formosa il 15 luglio e, a metà giugno, è giunta notizia al Dipartimento di Stato che il governo di Syngman Rhee in Corea del sud si stava disintegrando. I politici da ambo le parti del 38 parallelo stavano preparando un piano per rovesciare Syngman Rhee e apprestare un governo unito per tutta la Corea.” Così l’unica via di uscita per Chiang Kai-shek, leader del KMT era che Rhee attaccasse il nord, cosa che alla fine spinse Acheson a dare la precedenza alla difesa della Cina nazionalista [di Taiwan]22.

Intanto verso la fine di giugno, in Corea del sud, un rappresentante dell’ambasciata australiana spediva rapporti quotidiani, dicendo che “pattuglie del sud si spingevano verso nord nel tentativo di attrarre il nord in un inseguimento. Plismoll avvertì che questo poteva condurre alla guerra ed era chiaro che c’era anche un certo grado di coinvolgimento americano.” Secondo l’ex Primo Ministro australiano Gough Whitlam “le prove erano sufficientemente fondate per il Primo Ministro australiano da autorizzare un telegramma a Washington che esortava a non incoraggiare il governo della Corea del sud.23

Cumins fa notare anche gli avvertimenti della fine di aprile da parte di un diplomatico americano, Robert Strong, secondo cui “misure estreme possono essere tentate da parte del governo nazionalista cinese per coinvolgere gli Usa in una guerra guerreggiata come mezzo per salvare sé stesso.24” In capitoli troppo complessi per essere riassunti in questa sede, Cumins espone gli intrighi di molti sostenitori di Chiang, compresi la “lobby cinese” a Washington, il generale Calire Chennault e la sua allora quasi defunta CAT (più tardi conosciuta come Air America), il generale William Donovan, ex capo dell’OSS, ed il generale del Giappone MacArthur ed il suo capo dell’intelligence Charles Willoughby. Cumings fa notare la visita a Seul di due generali di Chiang, una delle quali avvenuta con un aereo militare americano proveniente dal quartier generale di MacArthur. E conclude che “Chiang poteva aver trovato […] nella penisola coreana la provocazione per una guerra che salvasse il suo regime [a Taiwan] per altri 2 decenni.”

Chiunque abbia letto con attenzione fino a questo punto e non crede che Willoughby, Chiang, Wu Tieh Cheng [generale di Chiang e suo emissario a Seul], Yi Pōm-sōk, [Syngman] Rhee, Kim Sōk-won, Tiger Kim e il loro giro fossero capaci di cospirare per provocare una guerra, non può essere convinto da alcuna prova.

Cumins aggiunge che gli anticospirazionisti americani “sono in preda a quella che si può definire la fallacia del cinismo insufficiente”… un’accusa che può essere riutilizzata, se si potrà mai dimostrare che anche l’11 settembre è stato “una cospirazione per provocare una guerra.25



11/9, il Golfo del Tonchino e l’assassinio di JFK

Nel 1964 il Congresso ha approvato la Risoluzione del Golfo del Tonchino, in risposta alle assicurazioni del Segretario della Difesa McNamara secondo qui c’era “prova inequivocabile” di un secondo “attacco non provocato” contro cacciatorpedinieri americani. Oggi sappiamo che questo secondo attacco non ci fu, ma che le azioni di disturbo combinate dei motoscafi della Cia e dei cacciatorpedinieri Usa nelle acque del Vietnam del nord erano così provocatorie da spingere ad un altro. George Ball, che all’epoca era Sottosegratario di Stato, nel 1977 commenterà in una intervista alla BBC:

Molte delle persone che erano legate alla guerra cercavano ogni scusa per iniziare i bombardamenti. L’invio di un cacciatorpediniere nel Golfo del Tonchino è stato soprattutto una provocazione. […] C’era la sensazione che se il cacciatorpediniere avesse avuto qualche problema, questo avrebbe fornito la provocazione di cui avevamo bisogno26.

Questa azione sotto copertura del Golfo del Tonchino presenta molte affinità con l’azione sotto copertura della Corea del 1950. Il Golfo del Tonchino può anche essere analizzato in tre fasi distinte: l’inganno del Congresso da parte di alti funzionari governativi, preceduto da intrighi provocatori in Asia e rinforzato dalla manipolazione dei rapporti all’interno dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA). (Tutte e tre le fasi possono essere ritrovate nelle manovre provocatorie della nave spia USS Pueblo, in un incidente o azione sotto copertura che non ha portato, come alcuni chiaramente volevano, ad una risposta militare contro la Corea del nord.)27

Ora sappiamo da un resoconto ad uso interno della NSA recentemente desecretato che il 4 agosto 1964 la NSA possedeva 122 SIGINT28 che, messi insieme, indicavano chiaramente che non c’era stato alcun secondo attacco vietnamita il 4 agosto: “Quella notte la marina di Hanoi non era impegnata in altro se non nel salvataggio di due delle navi danneggiate il 2 agosto.” Ma di questi 122 SIGINT, solo 15 vennero forniti alla Casa Bianca – “solo i SIGINT che sostenevano l’affermazione secondo cui i comunisti avevano attaccato i due cacciatorpedinieri.”29

Nel frattempo, alla Cia, “nel pomeriggio del 4 agosto, l’analista esperto di Nord Vietnam […] aveva concluso che probabilmente nessuno aveva sparato contro le navi americane. Aveva incluso un paragrafo a riguardo nella nota per il Bollettino di Intelligence Aggiornata, che sarebbe stato spedito alla Casa Bianca e ad altre agenzie chiave e che sarebbe stato stampato la mattina successiva. E poi è successo qualcosa di veramente unico. Il Direttore dell’Ufficio dell’Intelligence Aggiornata, un ufficiale anziano, […] è sceso nei meandri dell’agenzia per ordinare che il paragrafo venisse cancellato, con questa spiegazione: “Non lo diremo al presidente Johnson adesso. Ha già deciso di bombardare il Vietnam del nord.”30

Gli eventi paralleli alla NSA e alla Cia illustrano come una comune mentalità burocratica, od una propensione all’escalation militare, possa generare risposte sinergiche in ambienti diversi, senza che ci sia necessariamente una collusione cospirativa tra le due agenzie.

Di non secondario interesse è il fatto che la Cia negli anni 60 avesse ancora ufficiali anziani che credevano che prima o poi un confronto con i comunisti cinesi fosse inevitabile ed aveva rinnovato la vecchia proposta del generale Chennault di un attacco su larga scala da parte di Chiang contro la terraferma cinese31. Ciò sembra spiegare una serie di manipolatorie mosse di escalation in Laos, poco prima degli incidenti del Golfo del Tonchino, con una spinta similare verso l’espansione della guerra americana oltre il Vietnam del sud. Nel 1963-64 si notano ancora, come nel 1950, elementi locali del Kuomintang, in questo caso forze direttamente coinvolte nel traffico di oppio32.

Come per l’11 settembre, il paradosso tra la tranquillità di facciata e i segnali di allarme è palese come lo era nel 1950. Persino il Rapporto della Commissione 11/9 riconosce che durante l’estate del 2001 “il sistema era in allarme rosso” a causa di un attacco di al Qaeda. Questa presa d’atto smentisce ampiamente l’affermazione di Condoleeza Rice del maggio 2002: “non credo che nessuno avrebbe potuto prevedere che queste persone avrebbero […] provato ad usare un aeroplano come un missile, un aereo dirottato come un missile”33. Tuttavia nel mezzo della crisi la Cia, nell’agosto 2001, stava nascondendo platealmente delle prove fondamentali all’Fbi che, se condivise, avrebbero aiutato l’Fbi nei suoi sforzi per localizzare uno dei presunti terroristi, Khaled al-Mihdar. Nascondere questi documenti spinse un agente dell’Fbi a prevedere a quel tempo, con precisione, che “un giorno qualcuno morirà”34.

Come spiegato nella prossima riedizione aggiornata del mio libro The War Conspiracy, il fatto che la Cia abbia colpevolmente nascosto prove fondamentali all’Fbi ricalca da vicino il fatto che la Cia non abbia passato all’Fbi importanti informazioni riguardo a Larry Lee Oswald nell’ottobre 1963. L’ex direttore dell’Fbi Clarence Kelly nelle sue memorie ha lamentato che questo è stato il motivo principale per cui Oswald non venne messo sotto sorveglianza il 22 novembre 196335. In altre parole, se la Cia non avesse nascosto queste informazioni, né l’assassinio di Kennedy né l’11/9 avrebbero potuto svolgersi nel modo in cui si sono svolti.

Pur senza comprendere i dettagli, possiamo certamente concludere che le operazioni della Cia – lo Stato nello Stato – erano in qualche modo implicate, che abbiano attivamente cospirato o meno, nei retroscena sia dell’assassinio di Kennedy sia del 11/9. Riguardo al fatto che la Cia non abbia passato informazioni all’Fbi riguardo ad Oswald, persino un ufficiale della Cia, Jane Roman, ha convenuto che ciò indica “una qualche specie di interesse operativo per la documentazione su Oswald [da parte della Cia].”36 Lawrence Wright, commentando nel New Yorker riguardo ad un analogo trattenimento di informazioni riguardo ad al-Mihdar è giunto alla medesima conclusione, che cioè “la Cia possa aver protetto un’operazione all’estero e temeva che l’Fbi potesse scoprirla.”37

In breve, da queste prospettiva, l’11 settembre non è un fatto interamente senza precedenti nella storia americana. Non dovrebbe essere visto come una singola diversione da un ordinamento costituzionale – un colpo di Stato – ma come un altro inspiegato evento dello Stato nello Stato, dello stesso tipo che ha continuato ad erodere il sistema costituzionale americano di politica pubblica e libertà civili.



11/9: non solo una operazione dello Stato nello Stato, ma un’operazione contro la Costituzione

Si tratta in ogni caso di un’azione dello Stato nello Stato di un grado nuovo e senza precedenti. Questo genere di azioni volte al controllo politico nella nostra nazione sono molto più frequenti di quanto la maggior parte di noi voglia riconoscere. A partire dagli omicidi eccellenti degli anni 60 ed inizio 70 – tutte azioni dello Stato nello Stato – almeno altri sei politici sono morti in incidenti aerei. Benché molti di questi incidenti fossero accidentali, colpisce il fatto che soltanto un repubblicano sia morto in questo modo, contro i cinque democratici38. I resoconti ufficiali delle morti di tre di questi democratici – il senatore Paul Wellstone e i parlamentari Hale Boggs e Nick Begick – sono state messi in discussione, così come la morte “accidentale” molto sospetta del sindacalista dello UAW Walter Reuther, in un incidente aereo nel 197039.

Di queste azioni dello Stato nello Stato, alcune – specialmente l’assassinio di JFK – emergono per il loro impatto profondo sulla società politica americana. Le tre più importanti guerre americane dopo la Seconda Guerra Mondiale – Corea, Vietnam e ora Iraq – sono state tutte precedute da eventi di questo genere che hanno progressivamente contribuito a definire l’attuale economia di guerra americana. Visto in questo modo, l’11 settembre si inserisce in una sequenza nella quale viene preceduto dal secondo incidente del Golfo del Tonchino e dagli intrighi e bugie del giugno 1950 riguardo alla Corea.

Ma di tutti questi eventi, l’11 settembre può essere considerato il primo ad avere implicazioni non solo strumentali, ma anche costituzionali. Perché, con l’introduzione dei COG prima delle 10 del mattino dell’11 settembre 2001, lo status della costituzione americana nella società americana è cambiato, in un modo che ancora prevale. Cosa i COG significhino in pratica ci è ancora ampiamente ignoto. Però è chiaro che le innovazioni dei COG dopo l’11 settembre, invalidando l’Habeas Corpus ed il Quarto Emendamento40, hanno reso la nostra situazione costituzionale più simile a quella della Gran Bretagna, dove le leggi scritte sono esplicitamente limitate e superate da una vaga Prerogativa Regale41: un insieme di poteri che appartengono al Sovrano, privi di qualunque base legale42.

L’abuso della Prerogativa Regale è stato una delle principali lamentele che hanno portato alla Rivoluzione Americana. Allora come oggi essa era connessa all’allestimento da parte dell’impero di eserciti da condurre in guerra. Si potrebbe dire che, nell’America di oggi, i poteri necessari ad imporre un dominio globale sul mondo ancora una volta sono giunti a limitare il raggio d'azione dello Stato basato sulla costituzione.

Il grado di limitazione cui il potere presidenziale è legato da leggi parlamentari è stato e sarà continuamente e ampiamente dibattuto. Tuttavia è chiaro che l’amministrazione Bush ha riesumato quella visione estremistica o monarchica espressa, per la prima volta nella storia politica americana, dal presidente Richard Nixon: “quando lo fa il presidente, significa che non è illegale.”43

Jack Goldsmith, ex assistente del Procuratore Generale dell’amministrazione Bush, ha riferito che, all’interno della Casa Bianca, il consigliere legale di Dick Cheney, David Addington, spesso sosteneva che “la costituzione conferisce al presidente il potere di esercitare la prerogativa di fare ciò che è necessario per salvare la nazione in una situazione di emergenza.”44 Goldsmith conclude dicendo che “la presidenza, all’epoca del terrorismo – la Presidenza del Terrore – è affetta da molti dei difetti della presidenza imperialistica di Nixon.” 45

Cheney, sostenuto da Addington, ha espresso chiaramente nel suo Rapporto di Minoranza sull’affaire Iran-Contras del 1987 il suo convincimento che “il Capo dell’Esecutivo di tanto in tanto si sentirà in dovere di affermare la nozione monarchica della prerogativa che gli permetterà di agire al di sopra della legge.” Cheney sosteneva questa affermazione portando ad esempio l'Acquisto della Louisiana di Jefferson46, che Jefferson, senza usare la parola “prerogativa”, aveva giustificato in base “alla legge della necessità, dell’autoconservazione, e del servire la nostra nazione quando in pericolo.”47 Ma la difesa di Cheney-Addington di una prerogativa senza limiti ad una guerra al terrore senza limiti ha molte più cose in comune con la teoria legale monarchica del 17° secolo, che non con il singolo ricorso a tale azione, dopo una vita spesa ad attaccare l'idea di Prerogativa Reale, da parte di Jefferson.”48

Come esempio di questa visione illimitata o monarchica dei poteri esecutivi, abbiamo assistito al dibattito sulla possibilità o meno da parte del presidente di ignorare o accantonare gli obblighi internazionali che proibiscono la tortura. Prima che venissero proclamati i COG, l’11 settembre 2001, una rete di leggi sviluppate per mezzo di pesi e contrappesi da parte di tutti e tre i rami delle istituzioni federali proibiva la tortura. “Non sarebbe durato.”49

Coerentemente con la pianificazione dei COG negli anni 80, l’amministrazione Bush ha compiuto delle incursioni simili contro l’Habeas Corpus, un diritto conferito dalla Magna Carta, riconfermato dal parlamento inglese nel 1679 e citato nella costituzione americana. Nondimeno, per definire l’attuale crisi costituzionale che stiamo affrontando, è importante vedere che questa crisi non è un evento anomalo e senza precedenti, ma radicato in decenni di preparazione.



11/9, le azioni dello Stato nello Stato e la mentalità di dominio globale nella società americana

La continuità delle azioni dello Stato nello Stato è parte del problema con cui devono confrontarsi coloro che desiderano comprendere e cambiare ciò che ne sta alla base. Perché i media ufficiali americani (quali ora li possiamo vedere con chiarezza) sono implicati a tal punto nelle bugie su Corea, Golfo del Tonchino e l’assassinio di JFK che, al pari del governo, ora hanno un interesse manifesto nell’impedire che emerga la verità riguardo ad uno di questi eventi 50.

Ciò significa che l’attuale minaccia ai diritti costituzionali non deriva dal solo Stato nello Stato. Come ho scritto altrove, il problema è una mentalità di dominio globale che è preponderante non solo a Washington ma anche nei media ufficiali e persino nelle università, una mentalità che è arrivata ad accettare i recenti attacchi alle libertà costituzionali e che stigmatizza, o perlomeno risponde col silenzio, a chi è allarmato da tali attacchi51. Così come l’accettazione di una “logica del branco” è condizione necessaria per l’avanzamento all’interno dello Stato, allo stesso modo l’accettazione della nozione di decoro tipica di questa mentalità è divenuta sempre più il requisito per partecipare alle vita pubblica che conta.

Dicendo questo, intendo qualcosa di più specifico del pervasivo “consenso creato dagli affari” che una volta Gabriel Kolko ha affermato essere “una realtà fondamentale”, sottolineando come “una classe dominante rende i propri piani operativi.”52 Sarei d’accordo nell’affermare che, a partire dall’era Reagan, la mentalità che descrivo si è via via più chiaramente identificata con la mentalità di una casta determinata a proteggere i propri privilegi e persino ad ampliarli a danno del resto della società.

Ma la mentalità cui mi riferisco è più ristretta nei suoi scopi – inizialmente preoccupata di difendere ed ora progressivamente più preoccupata ad allargare il dominio dell’America sul mondo, in un’epoca di risorse finite e sempre più scarse. Ed è anche sempre meno un consenso e sempre più un luogo di profonde divisioni e dibattiti.

Chiaramente questa mentalità non è monolitica. Ci sono stati continui dissensi al suo interno, per esempio quando James Risen ed Eric Lichtblau hanno rivelato al New York Times che l’amministrazione Bush, in spregio del FISA Act53, è stata impegnata nella sorveglianza elettronica senza mandato di telefonate all’interno degli Stati Uniti54. Ma su altre questioni, soprattutto sulla guerra in Iraq, il New York Times ha ampiamente mancato di giocare quel ruolo di critico giudizioso come fece per la guerra in Vietnam. In generale, come racconta Kristina Borejsson nel suo devastante libro, “il giornalismo investigativo si sta gradualmente riducendo [..] perché costa, attira le denunce e può essere contrario agli interessi aziendali e/o alle connessioni governative del dipartimento media della società madre.”55 E come nei confronti del pensiero critico riguardo all’11/9, come prima riguardo all’assassinio di Kennedy, il Washington Post, prevedibilmente, ha fatto di più, descrivendo il movimento per la verità sull’11 settembre come un “cacofonico e ruspante […] mucchio di complottisti.56

Secondo una ricerca di Lexis Nexis, il New York Times non ha dato notizia dell’affermazione, molto interessante, del Procuratore Generale Gonzalez secondo cui “nella costituzione non viene espressa chiaramente la garanzia all’Habeas Corpus” (il Washington Post l’ha riportata, senza commento, in un articolo di 197 parole57). E sulla questione della torture persino Michael Ignatieff, professore liberale di Harvard, in un libro pubblicato dall’università, partendo da un punto di vista neutro (“una democrazia è dedita sia alla sicurezza della maggioranza sia ai diritti del singolo”), ha sostenuto una allarmante difesa dell’”interrogatorio coercitivo”58.

In questo stato di cose, devo dire, internet offre una possibilità di opposizione dall'importanza politica potenzialmente enorme.



NOTE

1 Nel solo marzo 1962, l'OAS ha messo una media di 120 bombe al giorno ("The Generals' Putsch," http://countrystudies.us/algeria/34.htm). N.B. La numerazione delle note differisce da quella originale, in quanto contiene anche le note alla traduzione, N.d.T.

 

2 BBC News, 24/11/2006: “Alexander Litvinenko ha scritto un libro in cui asserisce che agenti del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) abbiano coordinato gli attacchi dinamitardi agli edifici residenziali del 1999, che hanno ucciso più di 300 persone.

3 In inglese “deep state”, cioè “Stato profondo”. Poiché in questo caso l'accento è posto sul fatto di operare da dentro lo Stato vero e proprio ma in segreto e attraverso un sodalizio con la criminalità organizzata, con mezzi e procedure che spesso prevalicano lo Stato medesimo, si è preferito renderlo con con una formula che in italiano ha la stessa valenza e che è già stata usata con lo stesso significato, N.d.T.

4 Gareth Jenkins, "Susurluk and the Legacy of Turkey’s Dirty War," Terrorism Monitor, 1/5/2008. http://www.jamestown.org/terrorism/news/article.php?articleid=2374142

5 Nicholas Birch, Irish Times, 26/11/2005, http://www.ireland.com/newspaper/world/2005/1126/1908792893FR26TURKEY.html. L'ex presidente turco e primo ministro Suleyman Demirel in seguito ha commentato dicendo che “è un principio fondamentale che ci sia un solo stato. Nel nostro Paese ce ne sono due [...] C'è uno Stato nascosto ed un altro Stato [...] Quello che dovrebbe essere vero è quello in più, quello che dovrebbe essere in più è quello vero. (Jon Gorvett, "Turkey’s `Deep State’ Surfaces in Former President’s Words, Deeds in Kurdish Town," Washington Report on Middle East Affairs, January/February 2006, http://www.washington-report.org/archives/Jan_Feb_2006/0601037.html )

6 Jenkins, "Susurluk and the Legacy of Turkey’s Dirty War." Una ricerca su Google del 7 giugno 2008 di "Semdinli + PKK" nelle più importanti pubblicazioni in lingua inglese forniva 157 risultati. Di questi, solo due erano americani. Uno di questi due (Washington Time, 6/12/2006) non ha fatto alcun accenno al coinvolgimento dello Stato nello Stato. L'altro (Newsweek, 28/11/2005) ha definito lo Stato nello Stato senza fare accenno al coinvolgimento della criminalità. Una ricerca simile per “Stato nello Stato” rivela la stessa scarsità di copertura nei media americani.

7 Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America, Berkeley and Los Angeles, University of California Press 2007, 4-7, 14-17, etc.

8 Scott, The Road to 9/11, 121-22, 124-27, 163-69.

9 Scott, The Road to 9/11, 139-42, 150-60, etc.; Peter Lance, Triple Cross: How bin Laden’s Master Spy Penetrated the CIA, the Green Berets, and the FBI –and Why Patrick Fitzgerald Failed to Stop Him, New York, Regan/HarperCollins 2006).

10 Toronto Globe and Mail, 22/11/2001, citato in Scott, The Road to 9/11, 153. Non è un caso che la stampa ufficiale americana sia rimasta in silenzio, non solo riguardo a questo importante fatto, ma anche riguardo ai due libri che lo riportavano: Triple Cross di Peter Lance ed il mio The Road to 9/11. Triple Cross alla fine è stato menzionato nel New York Times ma solo perché l'editore, Judith Regan, è stata licenziata dalla corporation dell'informazione di Ruper Murdoch (New York Times, 19/12/2006).

11 Il 10/10/2002 il Procuratore Generale John Ashcroft ha invocato il segreto di stato per impedire che la Edmonds rivelasse la natura del proprio lavoro con la motivazione che questo avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale.

12 Il riferimento è alla guerra in Kosovo del 1999, in cui la Nato si è schierata al fianco dell'UCK contro la Serbia, N.d.T.

14 Vanity Fair, settembre 2005. Secondo il sito dell'ATC, “una delle associazioni d'affari leader degli Stati Uniti, il Consiglio Turco-Americano (ATC) si dedica ad un effettivo rafforzamento delle relazioni Usa-Turchia attraverso la promozione di relazioni commerciali, di difesa, tecnologiche e culturali. I suoi eterogenei membri includono appartenenti alla lista dei 500 di Fortune, aziende americane e turche, multinazionali, organizzazioni nonprofit e singole personalità con un interesse nelle relazioni Usa-Turchia.” E' quindi comparabile al Consiglio per la Sicurezza Americano, le cui attività nel 1963 sono discusse in Scott, Deep Politics, p.e. 292.

La Edmond è stata parzialmente corroborata da Huseyin Baybasin, altra figura del traffico di eroina turco ora in prigione in Olanda, nel suo libro Trial by Fire: “Ero con la mafia ma stavo portando a termine questo lavoro con lo stesso gruppo mafioso del quale facevano parte quelli che comandavano in Turchia”. Baybasin sostiene di essere stato assistito da ufficiali turchi che lavoravano per la Nato in Belgio ("The Susurluk Legacy," di Adrian Gatton, Druglink Magazine, nov/dec 2006, http://adriangatton.com/archive/1990_01_01_archive.html ).

15 Anche nel 2003 l'ex consulente del governo Chalmers Johnson ha dichiarato in un'intervista che quello che era accaduto in Florida dopo le elezioni del 2000 era un “colpo di stato” (Critical Asian Studies, 35, no. 2 [2003], 303). Lo stesso anno Bill Moyers, un veterano dell'amministrazione Johnson, ha definito le mosse di G.W. Bush per riallineare il governo “il più radicale assalto alla nozione di nazione, indivisibile, che sia capitato nel corso della nostra vita” (testo del discorso alla conferenza della Take Back America, sostenuta dalla Campaign for America's Future, 4/62003, Washington, DC.

http://www.commondreams.org/views03/0610-11.htm).

16 Intervista di Alex Jones del 2/11/2006, http://jonesreport.com/articles/021106_vidal.html.

17 Ed Encho, "9/11: Cover For a Coup D'Etat?" OpEdNews, 27/5/2008, http://www.opednews.com/maxwrite/diarypage.php?did=7521.

18 9/11 Commission Report, 38, 326; Scott, Road to 9/11, 228-29.

19 Ross Gelbspan, Break-ins, Death Threats, and the FBI: The Covert War against the Central America Movement, Boston, South End Press 1991, 184, citato in Scott, The Road to 9/11, 183-87; Alfonso Chardy, Miami Herald, 5/7/1987.

20 Robert Parry, Gonzales Questions Habeas Corpus, Baltimore Chronicle, 19/1/2007, http://baltimorechronicle.com/2007/011907Parry.shtml.

21 William R. Corson, The Armies of Ignorance: The Rise of the American Intelligence Empire, New York, Dial 1977, 315–21, citato in Cumings, The Origins of the Korean War, Vol II, 611, 613; l'intero passaggio è citato in Peter Dale Scott, Drugs, Oil, and War: The United States in Afghanistan, Colombia, and Indochina, Lanham, MD, Rowman & Littlefield 2003, 61. Cumings cita ulteriormente dalla testimonianza di Dean Rusk al Congresso del 20 giugno: “Non vediamo alcuna indicazione attuale per cui la gente oltre il confine abbia intenzione di combattere una guerra su larga scala a questo scopo” (occupare la Corea del sud). Fa notare che il generale Ridgway in seguito dirà di “essere stato scosso” dalla rassicurante testimonianza di Dean Rusk.

22 Cumings, Origins, II, 600-01. La selezione delle mie citazioni non può rendere giustizia alla complessità del libro di Cumings, che presenta tre differenti possibili spiegazioni per lo scoppio della guerra. Cumings delinea un contesto per la il futuro della penisola – ed anche per Taiwan – nel quale i leader locali di entrambi gli schieramenti cercavano il supporto delle rispettive superpotenze.

23 Gavin McCormack, Cold War/Hot War, Sydney, Hale and Iremonger 1983, 97, citato in Cumings, Origins, II, 547; E. Gough Whitlam, A Pacific Community Cambridge, MA, Harvard UP 1981, 57-58.

24 Cumings, Origins, II, 527.

25 Cumings, Origins, II, 600, 601. Yi Pōm-sōk, a favore di Chiang, spingeva per un attacco contro la Corea del nord. Kim Sōk-won era un comandante coreano che in precedenza aveva attaccato la Corea del nord. Tiger Kim era un veterano coreano dell'esercito giapponese vicino a Rhee, un criminale di guerra.

26 James Bamford, Body of Secrets, New York, Doubleday 2001, 301. William Bundy non è d'accordo con questo giudizio, sostenendo che un'escalation della guerra verso nord “non si accordava per nulla ai nostri piani” (Robert McNamara, "The Tonkin Gulf Resolution," in Andrew Jon Rotter, Light at the End of the Tunnel: A Vietnam War Anthology, New York, St. Martin’s Press 1991, 83). Ma Ball è stato corretto nel riportare che i bombardamenti si accordavano ai piani di qualcuno.

27 Peter Dale Scott, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War, Ipswich, MA, Mary Ferrell Foundation Press 2008, 178-215.

28 Da Wikipedia: SIGINT, abbreviazione delle parole inglesi SIGnals INTelligence, è l'attività di raccolta di informazioni mediante l'intercettazione e analisi di segnali, sia emessi tra persone (ad esempio comunicazioni radio) sia tra macchine (è il caso dell'Electronic signals intelligence) o una combinazione delle due, N.d.T.

29 Robert J. Hanyok, Skunks, Bogies, Silent Hounds, and the Flying Fish: The Gulf of Tonkin Mystery, 2-4 agosto 1964,Cryptologic Quarterly, declassificato nel National Security Archive Electronic Briefing Book No. 132.

http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB132/relea00012.pdf.

30 Ray McGovern, CIA, Iran & the Gulf of Tonkin, ConsortiumNews, 12/1/2008 http://www.consortiumnews.com/2008/011108a.html.

31 Roger Hilsman, To Move a Nation, Garden City, N.Y., Doubleday 1967, 318, 314, citato in Scott, War Conspiracy (2008), 132, cfr. 67.

32 Scott, War Conspiracy (2008), 88, 93-103.

33 "National Security Advisor Holds Press Briefing," White House Website, 16/5/2002 http://www.whitehouse.gov/news/releases/2002/05/20020516-13.html.

Sappiamo che l'11/9 c'erano numerosi giochi di guerra ed esercitazioni, compresa un'esercitazione al National Reconnaissance Office vicino all'aeroporto Dulles, per testare le reazioni “nel caso in cui un aereo stesse per colpire un edificio” (Scott, Road to 9/11, 215-16; Evening Standard [Londra], 22/8/2002; Boston Globe, 11/9/2002, http://www.boston.com/news/packages/sept11/anniversary/wire_stories/0903_plane_exercise.htm).

34 9/11 Commission Report, 259, 271; Lawrence Wright, The Looming Tower: Al-Qaeda and the Road to 9/11, New York, Knopf 2006, 352-54 (agente dell'FBI). Dopo l'11/9 un altro agente dell'Fbi è stato anche più duro: “Loro [la Cia] non volevano che l'Fbi si intromettesse nei loro affari, ecco perché non lo hanno detto all'Fbi [...] Ecco perché l'11/9 è accaduto. Ecco perché è accaduto [...] Hanno le mani sporche di sangue. Hanno tremila morti sulla coscienza (James Bamford, A Pretext for War: 9/11, Iraq, and the Abuse of America’s Intelligence Agencies, New York, Doubleday 2004, 224).

35 Clarence M. Kelley, Kelley: The Story of an FBI Director, Kansas City, Andrews, McMeel, & Parker 1987, 268, citato in Scott, The War Conspiracy (2008), 389.

36 Jefferson Morley, Our Man in Mexico: Winston Scott and the Hidden History of the CIA, Lawrence, KA, University Press of Kansas 2008, 196-98; discussione in Scott, The War Conspiracy (2008), 387-88.

37 Lawrence Wright, The Agent, New Yorker, 10 e 17/07/2006, 68; discussione in Scott, The War Conspiracy (2008), 388-89.

38 Anche i senatori repubblicani Heinz e Tower sono morti in incidenti aerei, ma in seguito alla collisione di due velivoli. Il democratico conservatore Larry McDonald è morto quando un aereo di linea civile KAL 007 è stato abbattuto da intercettori sovietici nel settembre 1983.

39 Michael Parenti, Dirty Truths, San Francisco, City Lights Books 1996, 201, 206: “Negli anni precedenti all'incidente fatale ci sono stati dei tentativi di omicidio contro Walter e Victor [Reuther]. Victor ritiene che l'attentato nei suoi confronti fosse un messaggio per Walter. In ognuna di queste occasioni, le agenzie di sicurezza statali e federali si sono dimostrate assai indolenti nei loro sforzi investigativi, suggerendo la possibilità di una collusione ufficiale o quantomeno di tolleranza verso il gesto criminale. [...] Terzo, come nel sospetto scampato incidente accaduto l'anno prima, anche nell'incidente mortale c'era la presenza di un altimetro malfunzionante in un piccolo aereo. E' una notevole coincidenza che Reuther sia salito su due aeroplani che avevano l'esatta medesima avaria in quel breve arco di tempo. [...] In una successiva intervista a noi rilasciata, Victor fa anche notare: 'C'è stata ostilità da parte del governo per un po' di tempo [prima dell'incidente]. Non era solo la presa di posizione di Walter riguardo il Vietnam e la Cambogia a far arrabbiare Nixon, ma ho anche scoperto alcuni elementi della Cia all'interno del sindacato, e anche questo era associato a Walter [...] C'è una linea sottile tra la mafia e la Cia. Ci sono molte sovrapposizioni. Lungo tutta la storia delle relazioni sindacali è presente una sordida storia dell'industria in associazione con Hoover e la mafia [...] Bisogna cercare all'interno dei gruppi aziendali di destra e i loro collegamenti con il sistema di sicurezza nazionale.' Cercare all'interno di queste cose non è un compito facile. L'Fbi continua a rifiutarsi di rilasciare quasi 200 pagine di documenti riguardanti la morte di Reuther, compresa l'abbondante corrispondenza tra gli uffici locali dell'Fbi e Hoover. E molti dei documenti rilasciati – alcuni dei quali sono vecchi di 40 anni – hanno perso completamente l'inchiostro. E' difficile riuscire a cercare di capire di quale preoccupazione per la sicurezza nazionale si parli o perché l'Fbi e la Cia continuino a mantenere dei segreti riguardo alla vita e alla morte di Walter Reuther.

40 “Il diritto del popolo ad essere sicuro nella propria persona, abitazione, documenti ed effetti contro perquisizioni e confische irragionevoli, non sarà violato e non verrano emessi Mandati se non in forza di una causa probabile, sostenuta da Giuramento o affermazione, e che descrivano nei particolari il luogo da perquisire e le persone o le cose da detenere o confiscare” N.d.T.

41 Da Wikipedia: nel regno d'Inghilterra (fino al 1707), nel Regno di Gran Bretagna (1707–1800) e nel Regno Unito (dal 1802) la Prerogativa Reale storicamente era una delle caratteristiche centrali del governo del regno. Il costituzionalista AV Dicey fornisce la definizione standard di cosa sono i poteri di prerogativa: “[...] la restante porzione dell'originale autorità della Corona, ed è di conseguenza [...] il nome del residuo di potere discrezionale lasciato in qualsiasi momento nelle mani della Corona, sia che questo potere sia di fatto esercitato dal Re in persona o dai suoi Ministri.”

42 Si veda la discussione in Jack N. Rakove, Taking the Prerogative out of the Presidency: An Originalist Perspective, Presidential Studies Quarterly 37.1, 85–100; Frederick A.O. Schwarz, Jr. and Aziz Z. Huq, Unchecked and Unbalanced, Presidential Power in a Time of Terror, New York, Rodale 2007, 153-58.

43 Intervista con David Frost, trasmessa l'11/5/977; citata in Schwarz and Huq, Unchecked and Unbalanced, 159; Robert D. Sloane, The Scope of Executive Power in the Twenty-First Century: An Introduction, Boston University Law Review 88:341 http://www.bu.edu/law/central/jd/organizations/journals/bulr/documents/SLOANE.pdf, 346.

44 Jack Goldsmith, The Terror Presidency: Law and Judgment inside the Bush Administration, New York, W.W. Norton 2007, 82.

45 Goldsmith, The Terror Presidency, 183.

46 Da Wikipedia: “Il cosiddetto "Acquisto della Louisiana" fu l'acquisizione da parte degli Stati Uniti dai francesi nel 1803 di 2.140.000 km² di territorio allora conosciuto con il nome di Louisiana. Il costo fu di 11.250.000 dollari i quali sommati all'estinzione dei debiti ed agli interessi raggiunsero la cifra totale di 23.213.568. [...] Questa acquisizione segnò un momento importante per la presidenza di Thomas Jefferson anche se al momento si scontrò con l'opposizione interna, la quale sosteneva che una compravendita di territori fosse anticostituzionale [...]” N.d.T.

47 Minority Report, Report of the Congressional Committees Investigating the Iran-Contra Affair, 100th Congress. 1st Session, H. Rept No 100-433, S. Rept No. 100-216, p. 465.

48 Schwarz and Huq, Unchecked and Unbalanced, 174.

49 Schwarz and Huq, Unchecked and Unbalanced, 72; cfr. Sloane, The Scope of Executive Power, 347.

50 Cfr. il giornalista investigativo e critico dei media Philip Weiss, When Black Becomes White, in Kristina Borjesson, Into the Buzzsaw: Leading Journalists Expose the Myth of a Free Press Amherst, NY, Prometheus Books 2002, 186: “La risposta dei media ufficiali [alle teorie sull'assassinio di Kennedy] è stata monotona – nel riportare solennemente e stoicamente le asserzioni del governo, sempre e comunque.”

51 Scott, War Conspiracy, 10, 383, 395.

52 Gabriel Kolko, The Roots of American Foreign Policy, Boston, Beacon 1969, xii-xiii.

3 Da Wikipedia: Il "Foreign Intelligence Surveillance Act" (FISA, Atto sulla sorveglianza e l'intelligence straniera) del 1978 detta le procedure per la sorveglianza fisica ed elettronica e per la raccolta delle informazioni sulle intelligence straniere (foreign intelligence information) fra le "potenze straniere" (foreign powers), N.d.T.

 

54 James Risen and Eric Lichtblau, Spying Program Snared U.S. Calls, New York Times, 21/12/2005.

55 Borjesson, Into the Buzzsaw, 13. Persino l'ex portavoce di George Bush, Scott McClellan, si è riferito ai media nel suo libro definendoli “complici che hanno permesso” la propaganda di guerra dell'amministrazione Bush (Scott McClellan, What Happened: Inside the Bush White House and Washington's Culture of Deception, New York, Public Affairs 2008, 70, 125).

56 Washington Post, 8/9/2006. Cfr. BBC, Paranoia paradise, 4/4/2002

http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/1909378.stm.

La tecnica comune a questo genere di saggi è quella di concentrarsi su credenze assurdamente eccentriche e cercare di spacciarle come rappresentative.

57 Washington Post, 23/1/2007. In ogni caso, il 4 marzo 2004, il Washington Pos ha trattato la discussione in una recensione favorevole del libro dell’ex parlamentare repubblicano Mickey Edwards, Conservatism: How a Great American Political Movement Got Lost – And How It Can Find Its Way Back.

58 Michael Ignatieff, The Lesser Evil: Political Ethics in an Age of Terror, Princeton NJ, Princeton University Press 2004, 8. Titolo originale: "9/11, Deep State Violence and the Hope of Internet Politics"

Fonte: http://cronachedamileto.blogspot.com/
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11.06.2008

Traduzione a cura di Cronache da Mileto Blog


Europa della difesa: un obiettivo possibile?

Vecchio carroarmato a Londra (Foto: Davesag / Flickr)

Vecchio carroarmato a Londra (Foto: Davesag / Flickr)

Nel rapporto con gli Stati Uniti, più aggressivi, l’Europa non sembra avere ancora una politica estera ben definita. Militarismo e “soft power”. Ma è ancora aperto il dibattito su un progetto comune.

ANALISI

di Aurlien BORDET. Traduzione Laura Bortoluzzi

 

Nel suo libro Paradiso e Potere, Robert Kagan (Of PAradise and Power, Oscar saggi 2004) distingueva l’Europa dagli Stati Uniti sul piano della politica estera. Gli Americani verrebbero da Marte, il dio della guerra secondo la mitologia romana, e ricorrerebbero più facilmente all’azione militare per regolare le questioni internazionali; l’Europa, discendendo da Venere, avrebbe piuttosto la tendenza a voler risolvere i conflitti con la negoziazione.

Militarismo contro “soft power”

Soldato spagnolo di fronte al Parlamento Europeo a Strasburgo (Foto: MoeHaf / Flickr)Soldato spagnolo di fronte al Parlamento Europeo a Strasburgo (Foto: MoeHaf / Flickr)In effetti, la politica estera europea è fortemente impregnata dei valori che essa giudica universali, come i diritti umani o la democrazia. Ma l’Ue non può limitarsi ad un “soft power”, come osserva giustamente lo svedese Jesper Haglund, consigliere politico della Commissione Sviluppo del Parlamento europeo. La sua forza deve risiedere nella capacità di non ricorrere alla forza militare se non in casi di estrema necessità, «dopo aver valutato le possibili conseguenze di un’azione del genere rispetto ad una scelta di non intervento», precisa Haglund. Detto in altri termini, l’Europa può fare la differenza dimostrando di poter scegliere.
Per raggiungere questo obiettivo, l’Europa deve dotarsi «di strumenti efficaci (…) a sostegno della sua politica estera», sosteneva Diego López Garrido. Questo avviene sicuramente grazie ad «un coordinamento sempre più stretto fra le politiche per la sicurezza e per la difesa dei vari stati, a livello politico, militare (e civile)», riassume Jesper Haglund. In fin dei conti, però, «spetta al singolo stato decidere il ruolo del proprio esercito nazionale», aggiunge, e la prospettiva di un esercito europeo e di un’unica politica di difesa per tutta Europa appare molto lontana.

Combattere il terrorismo internazionale

L'Europa ha già mandato contingenti in Africa. (Foto: hdptcar / Flickr)L'Europa ha già mandato contingenti in Africa. (Foto: hdptcar / Flickr)Anche se l’Europa non ha “nemici” nel senso militare del termine, continua Haglund, «il terrorismo è un vero problema». Durante una conferenza all’Università estiva dei Paesi Baschi, il Ministro spagnolo alle politiche europee, Diego López Garrido, indicava proprio il terrorismo internazionale come una delle priorità dell’Unione Europea, al pari della lotta contro le armi atomiche. Ma «è difficile, se non impossibile, combatterli direttamente», prosegue Haglund, e «la lotta al terrorismo si rivela più efficace se condotta attraverso una serie di azioni volte a rafforzare i contatti fra paesi, regioni, culture e religioni e che abbiano l’obiettivo di ridurre le differenze fra i paesi e le popolazioni povere». Il dialogo più che l’azione militare, dunque.
Ancora una volta, sembra che «l’Europa della difesa non sia un problema economico, bensì politico», sostiene Vicente Palacio, vice direttore del think-tank progressista OPEX di Madrid. Si tratta di fissare degli obiettivi prioritari, ma anche di ricollocarsi sulla scena internazionale, ridefinendo in particolare la relazione dell’Ue rispetto agli Stati Uniti all’interno della Nato, per non passare più il tempo a «rimettere insieme i cocci rotti» degli Americani, lamenta Palacio.
http://www.cafebabel.com/ita/article/25604/europa-difesa-soft-power.html


SALUTE-SWAZILAND: Aids: una società in pericolo
James Hall*


In Swaziland, un bambino su 10 è orfano. Quando i nonni, che spesso si prendono cura di loro, muoiono, diventano ancora più vulnerabili.




MANZINI,(IPS) - In una stretta valle ancora permeata di colori invernali, una piccola fessura tra montagne rocciose, Gogo Ndlovu bada ai suoi cinque nipotini rimasti orfani.




La nonna, una figura esile e con la schiena curva, appoggia il suo bastone sul ciglio di un campo seminato, con l’aiuto dei vicini, a mais. I gambi sono secchi e avvizziti, le pannocchie striminzite.

”Ha piovuto, ma poi ha smesso. Il mais non è più cresciuto. Non abbiamo niente, niente. Non so cosa fare. Quando vai al negozio per comprare cibo, vogliono i soldi”, racconta.

I bambini, Famuza (9 anni), Sifiso (11), Sanla (11) e Mbuso (10), e la sorella Nelisiwe (12) non hanno molto da indossare per la scuola. Due ragazzi condividono un paio di scarpe, mentre gli altri vanno scalzi. Di solito arrivano a scuola affamati, e aspettano il pranzo del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF).

La famiglia di Gogo Ndlovu - relativamente parlando - è fortunata, perché è sorvegliata dalle agenzie di aiuti, e non tutti i nuclei familiari lo sono. Riceve razioni alimentari d’emergenza dal Programma alimentare mondiale (PAM), e i ragazzi frequentano la scuola, che viene pagata da un programma governativo.

È solo una delle tante famiglie che si ritrovano nella stessa situazione in questo piccolo regno montagnoso dell’Africa meridionale. Con un’incidenza di Hiv del 19 per cento - il tasso più alto al mondo - l'Aids ha conseguenze senza precedenti in Swaziland. L’aspettativa di vita è scesa da 60 a 31 anni, la soglia più bassa al mondo, e un bambino su tre è orfano, o vulnerabile a causa dell’Aids. L’anno scorso, circa il 40 per cento della popolazione è dovuta ricorrere agli aiuti alimentari.

“L’Aids è tra i fattori che hanno contribuito alla carenza di cibo. Le famiglie perdono i capifamiglia, gli uomini e le donne più forti. Restano solo i nonni, che si trovano in un momento della loro vita in cui dovrebbero andare in pensione, e in cui spesso avrebbero bisogno di cure, e invece devono tornare ad allevare la nuova generazione di bambini. I nonni sono troppo vecchi per occuparsi dei campi, e i bambini troppo piccoli”, spiega Abdoulaye Balde, rappresentante nazionale del PAM.

La terra rimane incolta e questo, secondo gli usi locali, rappresenta un rischio per i bambini. Nelle aree rurali della Swazi Nation Land, dove l’80 per cento della popolazione vive praticando un’agricoltura di sussistenza, i capi tradizionali assegnano le fattorie alle singole famiglie finché la terra viene sfruttata. Alcuni capi hanno espulso dalle fattorie i vecchi e i giovani dopo che la generazione di mezzo è morta di Aids. La famiglia che rimane viene assorbita nelle fattorie dei parenti, oppure viene lasciata senza casa e in condizioni precarie.

La sede di Women in Law dell’Africa meridionale in Swaziland ha fatto del diritto di proprietà degli orfani una priorità. L’organizzazione Swazis for Positive Living (SWAPOL), formata da donne affette dall’Hiv, lavora insieme all’UNICEF per assicurare che i bambini non vengano separati dai luoghi che per loro rappresentano la casa.

Siphiwe Hlope, fondatrice di SWAPOL, spiega: “Realizziamo progetti per assistere le persone affette dall’Aids. Sin dall’inizio della nostra attività, nel 2003, almeno un quarto del denaro che ricaviamo dai nostri progetti di agricoltura e di cucito va agli orfani”.

Sunshine Kunene, una sarta di 45 anni rimasta vedova, membro di SWAPOL, osserva: “Il rischio che (gli orfani) devono affrontare è l’abbandono, perché il loro numero è elevatissimo. Un abitante del paese su cinque è un bambino sotto i 15 anni, orfano di entrambi i genitori morti di Aids, e che ne rimarrà colpito entro due, tre anni. Dove sono le risorse per prendersi cura di loro?”.

L’operatrice sociale Agnes Khumalo aggiunge: “Lo Swaziland non può farcela da solo. Come potrebbe? Nessun paese riuscirebbe a gestire una crisi di Aids nel bel mezzo di una crisi alimentare e umanitaria. Quasi la metà delle donne incinte nel paese è positiva all’Hiv”.

Una prospettiva simile si ritrova in una recente ricerca prodotta dalla Divisione Health Economics and HIV/AIDS Research dell’Università di KwaZulu-Natal in Sud Africa. Si richiama l’attenzione sul fatto che nonostante il paese sia devastato dall’Aids, la comunità internazionale non gli starebbe assegnando la giusta priorità. Il paese è menomato perché i successi economici del passato hanno fatto sì che venisse classificato tra i paesi a medio reddito, e quindi non idoneo per accedere agli aiuti che i paesi a basso reddito ricevono dalla comunità di donatori internazionale.

Il rapporto 2007 “Verificare le emergenze per lo Swaziland”, indica che quando l’economia del paese, in rapido declino, lo farà precipitare nella categoria a basso reddito, potrebbe essere troppo tardi per qualsiasi intervento efficace. Oggi i tassi di mortalità superano le soglie di mortalità giornaliera utilizzate dalle agenzie come indicatori di emergenza, riferisce il rapporto, ed è necessaria una nuova risposta.

Nonostante l’attuazione di diversi programmi di sostegno, la loro capacità di rispondere ai bisogni complessivi è limitata.

Mentre le agenzie internazionali discutono i termini, Gogo Ndlovu continua a lottare. I suoi nipoti percorrono a fatica due chilometri di sentiero accidentato per raggiungere il centro comunitario di assistenza per gli orfani. Si siedono sopra un cumulo di rocce insieme agli altri bambini, mentre un pentolone di porridge bolle su un fuoco a legna.

Una donna versa il porridge nelle scodelle e i bambini ci soffiano sopra per raffreddarlo, perché non hanno i cucchiai, e devono mangiarlo con le mani.

Il silenzio dura qualche minuto, poi, avvolgendo strato su strato diverse buste di plastica, viene fabbricato un pallone da calcio, che i bambini cominciano a lanciare per aria intorno ad una pozzanghera, urlando.

Mentre lava la grossa pentola di ferro, il cuoco li guarda. “Basta davvero così poco per renderli normali, no?”.

*Con il contributo di Kathryn Strachan a Johannesburg.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1248

USA : cure ai mentalmente incapaci per poterli giustiziare
di Rico Guillermo*

La Corte suprema della Pennsylvania ha recentement stabilito che ai detenuti mentalmente incapaci che si trovano nel braccio della morte puo' essere imposta una cura di farmaci adatti a metterli in grado di affrontare la pena capitale.

In particolare, il caso esaminato riguarda due detenuti condannati a morte, ma trovati incapaci di partecipare ai ricorsi presentati a loro nome. Poiche' la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato che i mentalmente incapaci non possono essere giustiziati, il magistrato della Pennsylvania ha annullato le decisioni tribunale di grado inferiore e dato disposizioni che all'appellante siano somministrati forzatamente, se necessario, farmaci anti-psicotici per renderlo capace.

E' da registrarsi anche un parere in dissenso del giudice Max Baer il quale ha affermato che l'interesse dello governativo all'esecuzione delle pene di morte non riesce a superare la violazione del diritto degli imputati a non essere costretti ad assumere farmaci psichiatrici contro la propria volonta'.

E questo senza contare, va detto, che in genere i problemi mentali sono preesistenti al delitto commesso, anzi ne sono la causa, quindi rendere artificialmente in grado di intendere e di volere un imputato che non lo era al momento del crimine e' uno stratagemma ingiusto, dato che permette di condannare a morte e giustiziare una persona diversa da quella che ha in effetti commesso il delitto.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 

 


luglio 27 2008

Partorirai con dolore

madonna-addolorataSe fossi un uomo, a Bologna non potrei più farmi il piercing sul pisello.

Se fossi lesbica,  sarei stata aggredita a Roma la scorsa notte.

Se avessi 12anni, non potrei più vaccinarmi gratuitamente contro il Papilloma Virus, il carcinoma del collo dell'utero. 

Se il mio datore di lavoro fosse un farabutto, potrebbe, di nuovo tranquillamente, farmi firmare una lettera di dimissioni in bianco, caso mai restassi incinta.

Se dovessi partorire (senza lavoro, vedi sopra) il servizio sanitario nazionale non mi "passerebbe" pù l'anestesia epidurale per partorire senza dolore.

Nell'ordine: un'ordinanza  del Comune di Bologna, un atto di violenza e tre provvedimenti del Governo.   

Ancora una volta,in Italia tutto sommato è sempre meglio essere un uomo.

La Ministra per le Pari Opportunità si sta smaltando le unghie? http://loveisavirus.splinder.com/post/17897444/Partorirai+con+dolore


Polveroni

Mi chiedevo a cosa servissero le rivelazioni di Tavaroli sul fondo quercia ..
Poi leggi la notizia del dossier di Giancarlo Masciarelli sulla sanità in Abruzzo per cui
«la sanità dell'Abruzzo sarebbe stata una sorta di cassaforte del gruppo forzista che faceva capo a Fabrizio Cicchitto, ex vicecoordinatore nazionale degli azzurri e oggi capogruppo del Pdl alla Camera, al deputato Pdl Sabatino Aracu e a Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia».

Cicchito smentisce.
Sul memoriale comunque resta scritta l'equazione:
«Il sistema sanità in Abruzzo è come la maxitangente Enimont».

Eh, ecco cosa si doveva nascondere.
Questo come pure le notizie sul
coinvolgimento di Dell'Utri nell'inchiesta sul clan Piromalli e sui rapporti con Micciché (Gli strani misteri di Dell´Utri su l'Unità).

E possiamo anche dare una interpretazione dietrologica al
lungo applauso a Fassino alla camera.
Solidarietà di Casta,
ma anche un avvertimento.
Che l'opposizione sia responsabile, altrimenti ci penserà lui, il premier impunito, che si candida a fare le riforme anche per la sinistra.

Colpirne uno per educarne cento, di magistrati. Che anche loro sono stati avvertiti: altro che procure politicizzate.
La Forleo è stata cacciata
(come anche De Magistris) dopo aver accusato D'Alema e soci di far piano di un disegno criminale.
Anche lei, come De Magistris, è “incompatibile”. Ma non con Milano o con Canicattì.
E’ incompatibile con questo lurido paese.

L'impunibilità vale solo per i politici.
http://unoenessuno.blogspot.com/

Lettera al presidente del Senato




di Marco Travaglio

l'Unità, Gentile Presidente del Senato, avv. sen. Renato Schifani, chi Le scrive è un modesto giornalista che ha avuto la ventura di occuparsi talvolta di Lei per motivi professionali. L’ultima - forse lo ricorderà - fu nel mese di maggio, quando Lei ascese alla seconda carica dello Stato e io pubblicai una sua breve biografia sull’Unità e nel libro “Se li conosci li eviti” (scritto con Peter Gomez) che poi presentai su Rai3 a “Che tempo che fa”. Anzitutto mi consenta di congratularmi con Lei per la Sua recentissima invulnerabilità penale, in virtù del Lodo Alfano, figlio legittimo del Lodo Schifani già dichiarato incostituzionale dalla Consulta nel 2004 e prontamente replicato in questa legislatura, anche grazie alla fulminante solerzia con cui Lei l’ha messo all’ordine del giorno di Palazzo Madama. E’ davvero consolante, per un cittadino comune, apprendere che da un paio di giorni l’articolo 3 della Costituzione è sospeso con legge ordinaria approvata in 25 giorni, e che dall’altroieri esistono quattro cittadini più uguali degli altri dinanzi alla legge, come i maiali della “Fattoria degli animali” di George Orwell. Il fatto poi che Lei faccia parte del quartetto degli auto-immuni è per tutti noi motivo di ulteriore soddisfazione.

Si dà il caso, però, che Lei mi abbia recentemente fatto recapitare in busta verde, da ben tre avvocati (uno dei quali pare sia un Suo socio di studio), un atto di citazione presso il Tribunale civile di Torino affinchè io vi compaia per essere condannato a risarcirLa dei presunti danni, patrimoniali e non, da Lei patiti a causa del mio articolo sull’Unità e della mia partecipazione al programma di Fabio Fazio. Danni che Lei ha voluto gentilmente quantificare in appena 1,3 milioni di euro. A carico mio, s’intende. Tutto ruota, lo ricorderà, intorno al fatto che avevo osato ricordare come Lei, alla fine degli anni 70, fosse socio nella Sicula Broker di due personaggi poi condannati e arrestati per mafia, Benny D’Agostino e Nino Mandalà; e che negli anni 90 Lei abbia prestato una consulenza in materia urbanistica per il Comune di Villabate, poi sciolto due volte per mafia in quanto ritenuto nelle mani dello stesso boss Mandalà. Circostanze che Lei non ha potuto negare neppure nel suo fantasioso e spiritoso atto di citazione (ho molto apprezzato i passaggi nei quali Lei fa rientrare quei fatti nell’ambito dei “commenti sulla vita privata delle persone”; e mi rimprovera di non aver rammentato come Lei sia stato socio non solo di persone poi risultate mafiose, ma anche di altri “noti imprenditori mai coinvolti in episodi giudiziari”, e come Lei abbia prestato consulenze non solo per comuni poi sciolti per mafia, ma anche per altri enti locali mai sciolti per mafia).

Ora, sul merito della controversia, decideranno i giudici. Ma non Le sfuggirà la sproporzione delle forze in campo, sulla bilancia della Giustizia, fra la seconda carica dello Stato e un umile cronista: i giudici, già abbondantemente vilipesi e intimiditi negli ultimi anni da Lei e dai Suoi sodali, sapranno che dar torto a Lei significa dar torto al secondo politico più importante del Paese, mentre dar torto a me è davvero poca cosa. E’ questo oggettivo squilibro che, in tempi e in paesi normali, consiglia a chi ricopre importanti cariche pubbliche di spogliarsi delle proprie liti private, per dedicarsi in esclusiva agli interessi di tutti i cittadini. Lei invece non solo non si è spogliato delle Sue liti private, ma ne ha addirittura ingaggiata una nuova (con me) dopo aver assunto la presidenza del Senato. Ora però quello squilibrio diventa davvero abissale in conseguenza della Sua sopraggiunta invulnerabilità. In pratica, se io volessi querelarLa per le infamanti accuse che Lei mi muove nel Suo atto di citazione, non avrei alcuna speranza di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, perché il Lodo Alfano La mette al riparo da qualunque conseguenza penale delle Sue parole e azioni, imponendo la sospensione degli eventuali processi a Suo carico. Lei può dire e fare ciò che vuole, e io no. Riconoscerà che, dal mio punto di vista, la situazione è quantomai inquietante.

Ma c’è di più e di peggio. L’anno scorso l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate, Francesco Campanella, indagato per mafia a causa dei suoi rapporti con la cosca Mandalà e con Bernardo Provenzano, ha raccontato ai giudici antimafia di Palermo che il nuovo piano regolatore di Villabate era stato addirittura “concordato” da lei e dal senatore La Loggia con il solito Mandalà. Lei e La Loggia annunciaste subito querela. E da allora i magistrati antimafia stanno verificando se Campanella si sia inventato tutto o magari dica la verità. Io Le auguro e mi auguro, visto che Lei ora rappresenta l’Italia ai massimi livelli, che prevalga la prima ipotesi. Ma, nella malaugurata evenienza che prevalesse la seconda, il Lodo Alfano impedirebbe alla magistratura di processarLa, almeno per i prossimi cinque anni, finchè terminerà la legislatura e, con essa, svanirà il Suo preziosissimo scudo spaziale. Converrà con me, Signor Presidente, che nella causa civile che Lei mi ha intentato la conclusione di quelle indagini sarebbe comunque decisiva per valutare la mia posizione: sia che le accuse di Campanella trovino conferma, sia che trovino smentita, sarebbe difficile sostenere che io non abbia esercitato il mio diritto-dovere di cronaca, segnalando ai cittadini una vicenda di così bruciante attualità e interesse pubblico. Detta in altri termini: non vorrei che la causa civile da Lei intentatami si concludesse prima delle indagini sul caso Campanella-Villabate, magari in conseguenza del blocco di quel procedimento per via del Lodo Alfano. Essere condannato a versarle 1 milione o anche 1 euro, e poi scoprire a cose fatte di aver avuto ragione, sarebbe per me estremamente seccante.

L’altro giorno, con nobile gesto, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha rinunciato preventivamente al Lodo, dando il via libera al processo che lo vede imputato per diffamazione ai danni del pm Henry John Woodcock. Mi rivolgo dunque a Lei, e alla prima carica dello Stato che quel Lodo ha così rapidamente promulgato, affinchè rassicuriate noi cittadini su un punto fondamentale: o ritirate le vostre denunce penali e civili finchè sarete protetti dallo scudo spaziale, oppure rinunciate preventivamente al Lodo in ogni eventuale processo che potesse eventualmente influenzare, direttamente o indirettamente, l’esito di quelle cause. In attesa di un Suo cortese riscontro, porgo i miei più deferenti saluti.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Casa e Chiesa

Qualche giorno fa a Monfalcone assisto a una conversazione con Giulietto Chiesa su media e informazione. Si parla del prezzo del petrolio e delle guerre degli Stati Uniti, del surriscaldamento globale, del fatto che i telegiornali e la stampa a grande diffusione non ne parlano, che l'industria automobilistica continua a produrre auto che tra cinque-sei anni saremo costretti a lasciare in garage. Di quanti kilowatt consumiamo girando la chiavetta dell'accensione e facendo questo e quello.
Manca l'informazione.
E d'accordo, con qualche piccola riserva firmo pure io - come la maggioranza dei presenti, quel genere di pubblico accorto e preoccupato che fa domande intelligenti - per il progetto di Pandora.tv. Intanto penso distrattamente ai miei che in quel momento si stanno guardando qualche soap bavarese e combattono il surriscaldamento globale con il climatizzatore che ronza in modalità "I feel good".

Il giorno dopo.
Origlio familiare, al largo di Duino.
- Lina, godiamoci tutto questo.
- Domani piove?
- No, tra cinque anni non ci potremo permettere neanche il carburante per il motore della barca.
- Perché saremo poveri?
- Perché il prezzo del petrolio sale, mica scende più.
- Sale, sale.
- Poi questi attaccano l'Iran. Israele, Stati Uniti. Comunque attaccano.
- Ma Ahmadinejad ha già detto che in caso di attacco lui affonda tutte le petroliere nello Stretto di Hormuz.
- E fa bene, fa.
- ...
- ...
- Scusate, ma queste cose dove le avete sentite?
- Come. Telegiornali, giornali.
- Mica ce le leggiamo su internèt, noi.

Note a me stessa:
1. rivedere il concetto di informazione dal basso;
2. prepararsi ad attacco contro Iran;
3. più soap bavaresi nella mia vita.

Ah, i berluscones...

Dopo l'articolo dedicato al "gregge" di Dio, in altre parole ai cattolici più praticanti, ho deciso di passarne in rassegna, statistica alla mano, un altro. Quello di Berlusconi. Ecco come un'analisi fondata sui dati dell'European Social Survey (ESS) ritrae gli elettori del Popolo della libertà.

L'elettore-tipo del Pdl è leggermente più anziano, di circa un anno, rispetto alla media dei votanti italiani. E' una differenza minima e, in termini statistici, poco significativa. Altrettanto ridotte appaiono le differenze nella distribuzione per genere, con una leggerissima prevalenza dei maschi rispetto alle donne. Lo scarto, però, diventa indicativo - manco a dirlo - alla voce livello d'istruzione. Infatti, sono prevalenti rispetto alla media dei votanti, i soggetti in possesso solo di una licenza media o elementare, che costituiscono quasi la metà dell'elettorato del Cavaliere. Piuttosto bassa risulta invece la percentuale dei laureati.

Ogni uomo è già per metà innamorato di una donna che lo sta a sentire.
- Legge di Francis - Aforismi e poesie -

Il "pidiellino", che resta pur sempre un elettore in fieri, per ora, è ancora molto legato alle identità dei suoi due principali partiti antesignani. Forza Italia e Alleanza nazionale. Una minoranza non marginale dei due elettorati, peraltro, appare piuttosto diffidente verso l'altra metà del (suo) cielo. In particolare, il dato si evidenzia di più tra gli ex elettori di An.

L'elettore del Pdl è tendenzialmente cattolico e più praticante della norma, anche se i dati mostrano pure una quota rilevante di soggetti che dichiara di recarsi in chiesa "solamente nelle festività più importanti". Decisamente sottorappresentati, invece, sono i non praticanti assoluti e quelli che si dichiarano non credenti. Sostanzialmente l'inverso di quanto succede, per esempio, nel Pd dove i non-praticanti (vale a dire coloro che hanno dichiarato di non recarsi mai in chiesa), risultano ben uno su cinque, rispetto ad una media tra i votanti italiani del 16%.

Singolare, poi, appare la distribuzione socio-economica dell'elettore del Pdl. Quasi il 70% è riconducibile a queste poche precise categorie sociali. Operai, pensionati e casalinghe. Si direbbe una sorta di "blocco sociale" fondamentalmente proletario, da partito marxista.

Sarà anche per questo che Berlusconi, proprio recentemente, è arrivato a sostenere che il suo governo sta praticando una "politica di sinistra". Stavolta, credo, la sua non sia stata malafede. Nella concezione propagandistica della politica del premier, il dirigismo e lo statalismo, fin dai tempi della "discesa in campo" del 1994, sono tutto uno con la sinistra. Peccato che quello che allora si autodefiniva, pomposamente, il partito liberale di massa, liberale non lo è mai diventato.

Tremonti, oggi, sostiene la teoria che vuole che sia lo Stato a definire le regole che portino l'economia a generare benefici per i cittadini. E' una soluzione un po' datata, a suo tempo proposta da Derzjinsky e poi praticata nei piani quinquennali da Stalin. Sia chiaro, è una teoria legittima, ma è da sempre osteggiata dagli economisti liberali - ecco spiegati il perché dei tanti attacchi da parte dell'Economist, del Fiancial times o del Wall street journal. Più tenero è il solo Sole24ore, l'organo dei nostri industriali. Ma loro, storicamente, amano massimizzare i profitti, magari occupando sicure nicchie protette ed ex monopoli, per poi socializzare le perdite. Tanto prima o poi, paga Pantalone...

Un'economia liberale, invece, si basa sul principio che sia la concorrenza a dover generare quei meccanismi che portano benefici ai cittadini, mentre delega allo Stato il solo ruolo d'intervento affinché garantisca che la concorrenza si esplichi: smantellando i cartelli, le concentrazioni, i monopoli ed impedendo i conflitti d'interesse.

Berlusconi che fa questo? :-) Figuriamoci... http://xoomer.alice.it/fysalvat/berluscones.html


Parlamento in ginocchio
Solo decreti legge nei primi tre mesi di legislatura, contro una prassi costante che ne prevedeva al massimo 3 al mese. L’unica proposta di legge per salvare il Premier (il c.d. lodo Alfano) è passata alla Camera in soli tre giorni con una forzatura regolamentare spaventosa, consentita dal suo Presidente. Al Senato si è ricorsi allo stesso rito sommario. Più o meno cinque giorni per il complessivo esame parlamentare di un testo che nella vicina Francia di Chirac aveva richiesto 5 anni (dal 2002 al 2007).
Spesso sono aggirate le prerogative del Presidente della Repubblica perché vengono inserite nei decreti, durante l’esame alle Camere, disposizioni che non avrebbero ottenuto la firma iniziale del Capo dello Stato (clamoroso il caso della norma blocca processi inserita nel decreto sulle sicurezza). Prassi ancora più pericolosa e sempre in dispregio delle prerogative presidenziali è quella di “giocare” con i decreti legge trapiantandone allegramente uno nell’altro. Questo è avvenuto con i decreti Alitalia ( d.l. n. 80/2008 e n. 97/2008); è avvenuto ancora con i decreti rifiuti in Campania (d.l. n.90/2008 e n. 107/2008 ) ed ora, con il decreto c.d. “milleproroghe”, l’operazione è ancora più spregiudicata perché si fondono insieme ben tre decreti legge (n.97/2008,nn.112e 113/2008). Tutto questo con la benedizione ovviamente dei Presidenti delle Camere!. Sono proprio curioso di sapere come giudicherà, a suo tempo, la Corte costituzionale questa prassi che calpesta vistosamente gli articoli 72, 77 e 87 della Costituzione:
La fiducia posta sul decreto economico fiscale (la terza,manon certo l’ultima, in questo primo scorcio di legislatura) è stata particolarmente odiosa perché ha impedito qualsiasi discussione o confronto su un provvedimento di un centinaio di articoli che costituisce la prima manovra economica del Governo: una specie di finanziaria anticipata.
Anche questo precedente è assolutamente nuovo e assolutamente negativo perchè le finanziarie hanno già conosciuto maxiemendamenti e fiducie, ma sono comunque partite come leggi ordinarie e con un adeguato tempo per l’esame parlamentare.
In questo caso si è partiti invece con lo strumento del decreto legge e con tempi spaventosamente compressi. All’interno c’è poi una “perla” dal punto di vista costituzionale: si autorizza il Ministro dell’economia a modificare con atto amministrativo la struttura del Bilancio, come se non esistesse l’art.81 della Costituzione che ha una rigida riserva di legge.
In aggiunta a tutto questo la più dura svolta xenofoba della storia recente del nostro paese contro ricongiungimento familiare, rifugiati e comunitari è stata realizzata in semiclandestinità parlamentare utilizzando decreti “correttivi”ed una delega legislativa del centro sinistra del tutto inidonea allo scopo.
E’ bastato invece un semplice atto amministrativo (Decreto Presidente del Consiglio) ed una serie di ordinanze con un aggancio del tutto abnorme alla protezione civile per avviare la schedatura di massa dei rom e dei bambini rom. Per fortuna che alle proteste vibranti dell’opposizione e di tutto il mondo delle associazioni e della Chiesa si è aggiunta la clamorosa censura del Parlamento europeo.
E’ evidente che procedendo in questo modo, con il disprezzo totale delle più elementari regole parlamentari, con una maggioranza amplissima e militarizzata ai suoi ordini, con un Governo prono ai suoi piedi che approva la manovra finanziaria in 9 minuti e mezzo, è evidente che in queste condizioni Berlusconi, che già ha una naturale propensione a sentirsi onnipotente, si senta addirittura un padreterno e minacci di voler fare subito la riforma della giustizia, la compressione delle intercettazioni e il ripristino dell’immunità parlamentare. Ritiene di aver messo in ginocchio il Parlamento e ne vuol trarre le conseguenze, perdendo ogni pudore.
Sa benissimo il Presidente del Consiglio che l’immunità parlamentare, prevista nel testo originario della Costituzione, era stata tolta di mezzo, nel 1993, dopo tangentopoli con una legge costituzionale, approvata a larga maggioranza. Sa benissimo il Presidente che la fortissima spinta dell’opinione pubblica verso quella modifica nacque non solo per effetto di tangentopoli ma a causa di una continua e disastrosa prassi parlamentare che con criteri del tutto corporativi proteggeva i parlamentari di fronte a reati e ad incriminazioni di ogni tipo, attinenti alla loro vita privata, che nulla, proprio nulla avevano a che fare contro le invasioni delle prerogative parlamentari (alcuni esempi: emissione di assegni a vuoto, truffa, concorso continuato in peculato, concussione, appropriazione indebita, truffa allo Stato e ricettazione).
Il ritorno a quelle disposizioni e a quei privilegi oggi sarebbe considerato assolutamente intollerabile. Si darebbe alla maggioranza parlamentare un potere pressoché assoluto di autoassolversi.
E’ già molto discutibile la prassi parlamentare che in attuazione dell’art.68, primo comma, della Costituzione oggi “salva” dal processo parlamentari che vanno ben oltre la manifestazione di opinioni e di voti legati all’esercizio delle funzioni: ci sono cittadini comuni che per effetto di queste prassi non riescono ad avere giustizia.
I problemi della giustizia sono altri: si tratta di darla giustizia, non di toglierla. Si tratta di fare una riforma con la magistratura, non contro la magistratura, in attuazione della Costituzione, non contro la Costituzione. Una riforma che ampli e non riduca la possibilità dei cittadini di partecipare, di conoscere il processo.
Restano prioritari ed intangibili i due principi stampati a caratteri cubitali nella nostra Carta: giustizia efficace, uguale per tutti ed esercitata in nome del popolo. http://www.robertozaccaria.it/blog/index.php

Fascismi

La traduzione dell'articolo del Guardian sulle violenze della Diaz, con una chiosa molto pesante.
È una storia in cui, come già detto, le responsabilità penali sono solo una parte. La parte politica si svolse nella centrale operativa della questura. E il politico fino che stava lì non si è mai neanche sentito l'obbligo morale di parlare di quei fatti. Una vicenda che descrive l'uomo più di tanti finismi a cui ci ha abituato.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Paura

Uno degli elementi infallibilmente indicativi dello stato di crisi in cui viviamo è la paura di spendere e non c’è niente di più evidente della reiterazione di quella paura per individuare lo stato di crisi di una classe dirigente.
E’ dall’inizio della legislatura che il paese è inondato da folate di “terrore”: ora agisce la quinta colonna dei rom,  domani quella dei cinesi, infine i comunisti/giustizialisti o i magistrati e - last but not least - gli extra comunitari. Siamo invasi, siamo impotenti: non ci sono strumenti, non c’è tempo da perdere, il dramma incombe. Sulle spiagge dei pochi fortunati in ferie, sui cervelli bolliti dei tanti rimasti a casa, sulle anime dei vecchi e dei bambini ormai sono piombati gli invasori.  I capri espiatori fanno a gara per manomettere la nostra bella vita (che fu). Dopo aver appaltato i lavori più umili ai più poveri, qualcuno ci fa intendere che il vero problema ora è non riuscire ad appaltare la nostra povertà a qualcun altro.
Se non ci fossero i testi economici dal vago sapore nazional socialista di Tremonti, che poi si smentisce con una finanziaria inutile e di segno opposto, se non ci fosse una legge che sconfessa l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, se non ci fosse Bossi che irride il tricolore in nome del suo federalismo autoritario e neo centralista, direi che siamo alla solita farsa. E se aggiungo a questi pochi elementi, la povertà vera e percepita e le paure che questa si porta appresso quando ti invade, allora capisco che cosa significa avere un governo fortissimo che non ha uno straccio di soluzione legale ai problemi ma che ha una straordinaria capacità di inventarsi un paese finto per far esplodere problemi veri ma montati al cubo - improvvisamente - come un fulmine a ciel sereno. E’ così che scivola dietro le saette dei media questo nuovo modello di governo scuro e oscuro, che si sostituisce - senza che si muova una foglia nei cervelli dei famosi osservatori - a quelli “champagne”, piena di “think pink” e ottimismo del berlusconismo vincente. Un  governo che fa della paura la sua campagna elettorale e che governa il paese con la stessa arma è peggio di un governo “fascista” o “piduista”. Potrebbe essere il futuro. L’unico che ci è rimasto.http://www.insolitacommedia.it/


Harry Potter all'italiana

 

di Marco Cedolin

Silvio Berlusconi è “sceso” a Napoli per annunciare la fine dell’emergenza rifiuti in Campania, risolta dal suo governo con un vero e proprio colpo di bacchetta magica in soli 58 giorni, durante i quali secondo le sue parole lo Stato è tornato a fare lo Stato e Napoli è ritornata ad essere una città occidentale. Si sarebbe trattato, secondo il premier di una sorta di “missione impossibile” vinta dal governo anche contro tutti coloro che avevano scommesso nella mancata riuscita dell’operazione.

Le strade sono tornate libere dalle 50.000 tonnellate di rifiuti che le ammorbavano, come ampiamente documentato dai servizi del TG5 che hanno mostrato più volte le riprese video di qualche mese fa con i sacchetti della spazzatura che sembravano essere dappertutto, messe a confronto con quelle di questi giorni che documentano strade linde e pulite ai bordi delle quali si possono notare i cassonetti disposti ordinatamente in fila con i coperchi chiusi.

Ora che la fase drammatica dell’emergenza come per incanto è terminata si deve provvedere, nelle intenzioni del Premier, alla messa a regime di tutto il sistema dei rifiuti ...

... che consiste nel costruire e mettere in funzione 4 inceneritori, che saranno finanziati con il denaro dei consumatori tramite i contributi Cip6, all’interno dei quali bruciare la spazzatura. Un’operazione, quella di costruire e rendere operativi i forni inceneritori, che dovrebbe essere portata a termine nel giro di tre anni, anche se Berlusconi da inguaribile ottimista ha dichiarato di sperare che ne possano bastare due, dopodiché le strade di Napoli, dice il Cavaliere, dovranno somigliare a quelle di Tokyo dove non si vede neppure un mozzicone di sigaretta.

Ogni italiano alla luce di questa “bella notizia” si trova giocoforza di fronte ad un dilemma che lo costringe a prendere posizione e domandarsi come sia stato possibile tutto ciò.

O il Cavaliere è dotato di poteri sovrannaturali che gli consentono di sovvertire le leggi della fisica e dilatare a piacimento lo spaziotempo, oppure siamo stati tutti presi in giro dal carrozzone della politica e dell’informazione che ci ha imboniti presentandoci come vero un ologramma preconfezionato, costruito per ottenere maggiori consensi elettorali ed il pieno appoggio dell’opinione pubblica nei confronti di un progetto tanto assurdo quanto anacronistico come quello di riempire la Campania di forni inceneritori.

La risposta ovviamente è retorica in quanto il Presidente del Consiglio nelle vesti di Harry Potter non sarebbe più credibile di quanto Tremonti lo sia in quelle di Robin Hood, ma come sono riusciti a raggirarci così abilmente da far si che la maggior parte di noi non si accorgesse di nulla?

Va considerato come l’intero ologramma sia parso convincente arrivando ad ottenere l’effetto desiderato, grazie ad un barbatrucco tanto semplice quanto geniale che ha consentito di costruire l’intera rappresentazione sulla base di un assioma indimostrato ma da tutti accettato come buono.
L’immondizia stava invadendo le strade di Napoli perché le discariche erano piene e non esistevano inceneritori.

In realtà si trattava di una pura menzogna creata fingendo d’ignorare il fatto che la raccolta della spazzatura e lo smaltimento della stessa rappresentano due fasi differenti della gestione dei rifiuti, la prima delle quali non deve necessariamente cessare di esistere anche qualora si manifestino serie problematiche nel portare avanti la seconda.
La monnezza ha invaso le strade di Napoli, creando l’emergenza che ha riempito per mesi le pagine dei giornali e gli schermi della TV, semplicemente perché qualcuno ha deciso che i camion compattatori non dovevano più andare a raccoglierla, scatenando di fatto il caos marcescente che tutti abbiamo avuto modo di ammirare. Se i camion avessero continuato a raccogliere la spazzatura destinata a trasformarsi in “ecoballe” magari ammonticchiate in depositi di fortuna come era accaduto fino ad allora, le strade di Napoli sarebbero comunque rimaste linde e pulite come le vediamo oggi, i “teppisti invisibili” non avrebbero avuto nulla da bruciare, i giornali non avrebbero potuto parlare dell’annientamento del turismo, Berlusconi non sarebbe stato giustificato a dichiarare Napoli una città ormai avulsa al conteso dell’occidente, i napoletani non si sarebbero ritrovati esasperati oltremisura dalla difficile convivenza con i cumuli di spazzatura maleodorante che invadevano le carreggiate.

A pensarci bene 58 giorni sono perfino troppi, anche per una persona normale, per compiere un miracolo che in fondo è consistito solamente nell’ordinare agli autisti di tornare nelle strade a raccogliere l’immondizia e l’unico vero miracolo consiste nel fatto che i media riescano ad ostentare serietà nel presentare come credibile la fine di una burla di questo genere.

Marco Cedolin

 

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2707


Al peggio non c’è mai limite

Adesso che Il Foglio è stampato su una carta di qualità assai più scadente per consistenza e colore, chiudendo gli occhi, sembra di avere in mano Libero.
Aprendo gli occhi: pagina color cero-di-sego, che si stropiccia al solo tocco, diafana da leggerci le righe stampate sul rovescio. Se sputi, ora la buchi. http://malvino.ilcannocchiale.it/


Afghanistan, inchiesta su stragi di civili causate dai bombardamenti Nato
I comandi militari Usa e Nato in Afghanistan hanno annunciato un'inchiesta su tre recenti bombardamenti aerei che hanno causato la morte di 78 civili.
 
Caccia NatoIl primo raid in questione è quello avvenuto il 4 luglio nel villaggio di Zoomia Bala, nella provincia orientale del Nuristan, dove secondo il governatore provinciale Tamim Nuristani sono stati uccisi 22 civili. Nuristani è stato rimosso pochi giorni dopo da Karzai.
Il secondo bombardamento è quello che ha prodotto la strage - 42 morti - di donne e bambini che il 6 luglio partecipavano a una festa di matrimonio sulle montagne nella vicina provincia di Nangarhar.
Il terzo fatto è quello avvenuto nella provincia occidentale di Farah, sotto comando italiano, dove le bombe sganciate dai caccia Usa hanno ucciso per errore 8 poliziotti afgani.
Dall'inizio del 2008, secondo le cifre ufficiali raccolte dall'Onu, i civili uccisi dalla Nato in Afghanistan sono almeno 255. Ma è solo la punta dell'iceberg, poiché le morti civili vengono alla luce solo quando le autorità locali afgane hanno il coraggio di contestare la versione ufficiale della Nato, che parla sempre di "talebani" uccisi. Come ancora oggi, in occasione dei bombardamenti sulla provincia di Ghazni, dove sono rimasti uccisi almeno quaranta presunti talebani.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=11739

USA. Meno pieni... meno incidenti!

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Pubblicato da Debora Billi in Scenari


Il "folle" aumento della benzina negli States (è raddoppiata di prezzo in pochi mesi - come accade quando non è gravata di molte accise) ha gettato gli automobilisti nella disperazione.

Ma almeno ha portato una conseguenza positiva: la diminuzione del 9% degli incidenti automobilistici mortali, e fino al 20% in alcuni Stati.

Secondo l'Associated Press, che riporta la notizia, per trovare un precedente simile bisogna risalire alla famosa crisi araba del 1973, quella dell'"austerity".

Considerando che gli incidenti d'auto costituiscono la prima causa di morte in USA tra i 3 e i 33 anni, scopriamo che il primo sintomo della crisi energetica non è una diminuzione della popolazione ma... un aumento!http://petrolio.blogosfere.it/


Mamme e videoclip: un reato federale


di Loris “snail” D'Emilio - Megachip

DMCA e Fair Use. Una questione ancora aperta. La Universal Music intima ad una madre di togliere da Internet il video di suo figlio con una canzone di Prince in sottofondo. La EFF risponde: smettetela di tartassare gli onesti cittadini.
Quanti di voi, da genitori, si sono cimentati nel filmare i primi passi, i primi compleanni, i momenti più importanti dei primi anni di vita dei vostri figli? E quanti di voi, da bambini, sono stati filmati dai vostri genitori e ancora oggi, ormai adulti, vi vergognate come dei ladri sorpresi a rubare in un appartamento nel rivedere quelle immagini sfocate dei guai che combinavate da piccoli?

Immaginiamo una scena tipica: padre e madre, trentenni benestanti, genitori di un adorabile pargolo che muove i primi passi appoggiandosi ad un girello, o pedala su un triciclo in una improbabile gimcana lungo il corridoio di casa; telecamera a portata di mano e via che gli orgogliosi genitori si trasformano in cineasti amatoriali, filmando divertiti tutto il filmabile delle acrobazie dello sportivo in erba.

L'altro ieri c'erano le cineprese con i filmini, quelle pellicole dentate di color marrone che giravano in grandi bobine mentre il proiettore emetteva il tipico ronzio da “silenzio in sala!”; ieri si usavano le telecamere, con le cassette VHS ed i video proiettori collegati ai grandi televisori strategicamente posizionati nella “sala da pranzo”; oggi ci sono le handycam, videocamere digitali con minicassette DV il cui contenuto è facilmente scaricabile su un computer e magari montato con dei titoli, delle didascalie, una musica di sottofondo.

Ma soprattutto, l'altro ieri e ancora ieri, i filmini e le videocassette si vedevano in casa con parenti e amici, magari si spediva una copia per posta ai parenti più lontani; oggi c'è Internet, ed in particolare Youtube, una piattaforma di condivisione di video, per cui condividere con gli altri i video del piccolo orgoglio di famiglia e le sue avventure alla scoperta del mondo è molto più facile e per certi aspetti gratificante, se i genitori cineamatori hanno un minimo di capacità di video editing.

Nel fare queste operazioni, però, i nostri genitori immaginari, da trentenni benestanti della medio borghesia, potrebbero ritrovarsi ed essere considerati come dei pericolosissimi criminali, avendo violato una legge federale statunitense, ovvero il Digital Millennium Copyright Act, o DMCA[1].

Esagerazioni? No. E' quello che sta accadendo ad una mamma americana, la signora Stephanie Lenz la quale, avendo girato un breve video del suo bambino [2], ha pensato bene di accompagnare le immagini con trenta secondi di brano della canzone “Let's go crazy” di Prince [3] (e mai testo poteva essere più appropriato!).

Apriti cielo! La Universal Music, detentrice dei diritti sulla canzone, ha immediatamente intimato alla signora Lenz di togliere il videoclip dal web inviandole una “takedown letter” (ossia la richiesta di rimozione), pena la citazione in giudizio con richiesta di danni derivanti dal mancato rispetto del copyright.

Ma stavolta la Major sembra aver trovato pane per i suoi denti: la Lenz infatti, appoggiata dall'avvocato Corynne McSherry della Electronic Frontier Foundation [4] ha fatto causa all'etichetta, intenzionata a dimostrare che l'industria del disco abusa del Digital Millennium Copyright Act a danno dei cittadini onesti, chiedendo un risarcimento danni per essere stata accusata ingiustamente di un crimine federale.

La Universal, attraverso il suo avvocato Kelly Klaus [5], fa sapere che il caso in questione non rientra nel cosiddetto “fair use” perché quel contenuto ci è finito lì per caso e, soprattutto, Universal non può essere ritenuta responsabile di alcunché perché il DMCA prevede compensazioni solo se chi ha effettuato la richiesta di rimozione non è intestatario dei diritti d'autore sul brano musicale contestato, mentre nel caso specifico Universal è proprietaria al 100% del brano di Prince.

La questione ora è in mano al giudice Jeremy Fogel che dovrà decidere sulla questione cercando la migliore interpretazione della controversa norma (il DMCA); e questo, nonostante il biasimo della Biblioteca del Congresso [6] come misura deleteria per il bene comune.

Vogliamo scommettere a favore di chi sarà la sentenza?

NOTE

[1] http://www.copyright.gov/legislation/dmca.pdf

[2] http://it.youtube.com/watch?v=N1KfJHFWlhQ

[3] http://www.canzoni-mp3.net/testo_let_s_go_crazy.htm

[4] http://www.eff.org/deeplinks/2007/07/mom-sues-universal-music-dmca-abuse

[5] http://blog.wired.com/27bstroke6/2008/07/universal-says.html

[6] http://kingofgng.com/2008/07/19/la-libreria-del-congresso-squalifica-le-drm-e-il-dmca/

FONTI

Se Universal Music fa arrabbiare una mamma
Per la prima volta una Corte federale americana si trova a dover decidere se i contenuti generati dagli utenti riversati online su siti come YouTube possano o meno contenere canzoni protette da diritto d'autore.
Alessandra Carboni - VisionPost, 21 luglio 2008
http://www.visionpost.it/weweb/se-universal-music-fa-arrabbiare-una-mamma.htm

Universal: inutili gli appelli al fair use
(PI - News) La major spiega ad un tribunale che l'equo utilizzo non serve a niente e che i giudici non dovrebbero perderci tempo sopra.
In ballo una interpretazione decisiva del famigerato DMCA
Alfonso Maruccia - Punto Informatico, 21 luglio 2008
http://punto-informatico.it/2362756/PI/News/Universal--inutili-gli-appelli-al-fair-use/p.aspx

 


3/ Corrispondenti chi?

 

Ora ne siamo certi. Marco Varvello non sa il tedesco. E d’altronde come potrebbe? Anni e anni di sudato lavoro nel regno di Sua Maestà per poi essere, così di botto, trasferiti all’ombra della Porta di Brandeburgo. Bisogna pur tentare di comprenderlo! Senonché il Nostro ha solennemente deciso che, pur di non rimediare porche figure parlando di cose serie, sia meglio rimediarne di normali (almeno stando agli italici parametri) parlando- mi si consenta- di stronzate. E così il 21 Luglio scorso il buon Varvello, che una ne fa cento ne pensa, confeziona per il Tg1 delle 20.00 un servizio da far a dir poco accapponare la pelle. Tema: il primo calendario sexy della moglie di un soldato dell’esercito. Olé! Se ne sentiva la mancanza, effettivamente. Che poi almeno si fosse trattato dell’esercito tedesco, avrei ancora capito, ma si dà il caso che l’esercito in questione fosse in realtà quello a stelle e strisce, sia pure di stanza ad Ansbach, in Baviera. Il reportage del solerte corrispondente è recuperabile a questo indirizzo. Reggetevi forte. E.... alla prossima!http://germanynews.ilcannocchiale.it/


Frontstage e backstage del discorso di Obama a Berlino

Barack_obama_a_berlino Oltre 200 giornalisti avevano chiesto di poter volare su Obama One con Barack Obama durante il viaggio "presidenziale" che lo ha visto visitare in una settimana sette paesi, in Medio Oriente e in Europa, e che si terminerà oggi a Londra: i collaboratori del senatore americano ne hanno selezionati 40, tutti americani, nessuno straniero. Contributo richiesto: 20mila dollari ciascuno. Il candidato democratico alla presidenza americana è arrivato a Berlino con una schiera di consiglieri. La squadra di Obama non ha voluto rivelare cifre: la stampa però ha contato una ventina di automobili di servizio nella sola tappa di Amman, in Giordania. E la Berliner Zeitung calcola che i consiglieri di politica estera del candidato democratico siano circa 300, divisi in una ventina di gruppi di lavoro. Molti di loro hanno partecipato questa settimana alla tappa tedesca. Giovedì sera ero al Tiergarten ad ascoltare Obama, venuto in Europa un po' per presentarsi agli europei e un po' per ritagliarsi negli Stati Uniti un'immagine di statista internazionale (il video del discorso). Ero tra la folla, non nella tribuna riservata al seguito e alla stampa. La calca era incredibile: non so se la stima di oltre duecentomila persone sia corretta, ma certo il numero dei partecipanti era significativo. Molti erano sinceramente interessati ad ascoltare il senatore americano, ma una buona parte del pubblico era nel Tiergarten per divertirsi in compagnia, ascoltare musica dal vivo, bere una birra e mangiare un Wurst. L'atmosfera era da classico Biergarten, non da evento politico. Famiglie con bambini, anziani in carozzella, turisti di passaggio, coppiette di studenti, hippies della nuova generazione, immigrati africani in abiti tradizionali, uomini d'affari in giacca e cravatta. Chi a piedi, chi in biclicetta e chi per comodità munito di un seggiolino pieghevole.

Lo spaccato di società tedesca era variegato e divertente in un Paese nel quale il 61% della popolazione appoggia le idee del 46enne candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti. L'organizazione di Obama aveva previsto la vendita di memorabilia in ricordo dell'avvenimento, tutti con la foto del candidato. Prezzo: 4 euro per un badge, 10 euro per una maglietta. Nel contempo, gli organizzatori avevano vietato striscioni, ma alcuni partecipanti erano riusciti a trafugare all'ingresso alcuni manifesti. "Obama close Guantanamo" diceva uno striscione steso per terra. Martin, 38 anni, è riuscito per alcuni minuti a sbandierare un pannello con su scritto: "No, you can't - First Blood Tour Berlin 2008". Ha spiegato di volere protestare "contro il militarismo americano e la decisione di vietare striscioni". Ursula Peters, 73 anni, è stata costretta anch'essa a ripiegare il suo manifesto contro la spesa in armamenti "per evitare la prima multa della mia vita". Tra i partecipanti l'entusiasmo era evidente: d'altro canto, Obama ha cavalcato il tema del multilateralismo, sottacendo eventuali interessi nazionali americani. La sua figura carismatica attira in Europa, e non solo perché è una cesura rispetto all'era di George W. Bush. Il percorso del senatore dell'Illinois è prettamente americano, ma la sua storia famigliare è stranamente europea. Ha studiato a Columbia e a Harvard, ma il padre è un keniota e il nonno faceva il cuoco quando il Paese africano era ancora una colonia britannica. In un'Europa sempre più multiculturale e multietnica, l'esperienza di Obama, immigrato della nuova generazione, tocca corde conosciute. Paradossalmente Obama attira gli europei per gli stessi motivi per i quali provoca cautela nell'America profonda. Dal canto loro, i giornali tedeschi hanno reagito entuasiasti alla sua prestazione nel Tiergarten, incoronandolo virtualmente 44mo presidente degli Stati Uniti. Tra i pochi a rimanere cauti Josef Joffe, editorialista di Die Zeit, che in varie circostanze in questi giorni ha avvertito di possibili future delusioni. Ha ricordato tra le altre cose che nel suo libro, The Audacity of Hope, Obama scrive a proposito della politica estera americana: "Vi saranno momenti in cui dovremo avere ancora una volta il ruolo riluttante di sceriffo del mondo. Non vedo come ciò possa cambiare, né credo debba cambiare".http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/07/frontstage-e-ba.html#more


L'ORIZZONTE DEGLI EVENTI

 

 

DI JAMES HOWARD KUNSTLER
Clusterfuck Nation

Esiste un particolare momento che tutti i quaranta-cinquantenni conoscono bene: è il momento in cui Willy Coyote, tutto preso dall’estasi dell’inseguimento, supera il bordo della mesa e, mentre ancora si lecca i baffi e si sfrega le zampe pregustando un arrosto di Beep Beep, si rende conto di essere sospeso in aria da nulla più che la velocità della rincorsa. Il suo ghigno si trasforma in una smorfia di mortificazione. Diventa di un verde nauseato e cade con un sibilo per centinaia di metri finendo il suo viaggio, di nuovo a terra, con un tonfo distante, tristo, appena udibile. Noi siamo la Nazione Willy Coyote.

C’è ancora qualcuno, nell’universo conosciuto, che non pensi che il sistema finanziario statunitense non si trovi a 15 metri oltre il bordo della mesa della credibilità?

Nulla può più essere di giovamento. Neppure se Sirhan Sirhan [l'uomo accusato dell'omicidio di R. Kennedy n.d.r.] fosse rilasciato sulla parola oggi a mezzodì e trasportato direttamente nell’Ala Ovest della Casa Bianca con due .44 magnum, una per mano (mentre fuori lo attende un taxi guidato dal Diavolo per portarlo al Ministero del Tesoro e agli uffici della Federal Reserve).

E' difficile immaginare i melodrammi che si stavano svolgendo sui prati di Hamptons lo scorso fine settimana, mentre tutti gli altri, in America, se ne stavano a guardare le corse automobilistiche o si davano da fare tra gli scaffali del BJs Discount Warehouse per l’approvvigionamento settimanale di patatine Dorito al sapore di mesquite e guacamole, o si stavano facendo tatuare fiamme e catene sul collo, o erano persi in una nebbia di valium e metanfetamine.

La scorsa settimana, il decesso della IndyMac Bank e l’immagine delle due GSE Fannie Mae e Freddie Mac distese fianco a fianco in ambulanza, attaccate alla flebo, dirette all’ancor più affollata unità di terapia intensiva della Federal Reserve, ci hanno dato l’impressione che il Sogno Americano sia passato attraverso l’orizzonte degli eventi che segna l’apertura di un buco nero. [N.d.T.: le GSE – government sponsored enterprises – sono corporation ora private ma istituite dal Congresso degli Stati Uniti a supporto del credito in alcuni settori chiave. Fannie Mae e Freddie Mac sono i nomignoli di due GSE operanti nel settore delle ipoteche e dei finanziamenti immobiliari; si tratta, rispettivamente, della Federal National Mortgage Association e della Federal Home Loan Mortgage Corporation]

Cosa accadrebbe se il Governo degli Stati Uniti facesse qualcosa per salvare queste due imprese irresponsabili, e cosa succederebbe se non lo facesse? In entrambi i casi, non è un bel quadretto. Se il Signor Bernanke – presidente del comitato dei governatori della Federal Reserve – non comincerà a spalare prestiti nel buco nero delle GSE, finirà col minare ulteriormente la solidità della sua combriccola e in realtà non farà nulla per rimediare ai problemi strutturali di Fannie e Freddie, che hanno passato al vaglio troppi prestiti che non saranno mai restituiti. Se invece Fannie e Freddie fossero acquisite direttamente dal governo statunitense (e ricordiamoci che la Federal Reserve non è il governo), allora il debito nazionale raddoppierebbe da un giorno all’altro, il che sbatterebbe il dollaro USA a profondità abissali.

Nel frattempo, gli stranieri titolari di dollari decrepitanti magari non si affretterebbero a raggiungere lo sportello dei rimborsi, ma li userebbero piuttosto per comprarsi, il più velocemente possibile, ogni contratto future sul petrolio sulla faccia del non più tanto ridente globo – e sarebbero stupidi se non lo facessero – lasciando al Gaio Automobilista Americano prezzi del carburante ben oltre i 5 dollari al gallone, o forse oltre i 10 dollari. (In tal caso, possiamo pure dire addio alle linee aeree. In realtà, possiamo dire addio a ciò che passa per il resto dell’economia statunitense, compreso, in particolare, il celebrato settore al dettaglio che si suppone sia responsabile del 70% dell’azione.)

Se Fannie e Freddie sono lasciate a morire sul pavimento di una sala delle negoziazioni deserta, possiamo dire addio al mercato immobiliare, alle principali banche di investimento, alle innumerevoli banche regionali, ai fondi pensionistici di praticamente tutti gli Americani, nonché alla capacità economica di tutti e 50 i governi statali e alla capacità operativa quotidiana di tutte le municipalità – e molto probabilmente anche all’attuale incarnazione del sistema bancario mondiale.

Questo processo adesso è davvero fuori controllo. Il risultato finale sarà la bancarotta totale degli Stati Uniti. Il Partito Repubblicano guidato da George Bush sarà ricordato come il partito che ha fatto naufragare l’America (versione 2.0). Per quanto sia doloroso, agli Americani conviene trovarsi un nuovo “Sogno”. E in tempi brevi. Sarà meglio che si tratti di un sogno basato sul modo in cui l’universo funziona davvero, vale a dire una procedura operativa condotta con sforzi zelanti e veridicità, piuttosto che nel mero tentativo di ottenere qualcosa in cambio di nulla, e desideri espressi guardando le stelle. Potremmo cominciare simbolicamente con l’evacuazione di Las Vegas e il bombardamento aereo di tale odiosa località, così da segnare il nostro nuovo atteggiamento basato sulla realtà.

Dopo di ciò, dovremo darci da fare per riattrezzarci in tutte le attività quotidiane della nostra esistenza, compreso il modo in cui coltiviamo il nostro cibo, il modo in cui racimoliamo e schieriamo il capitale, il modo in cui commerciamo e produciamo, il modo in cui andiamo dal punto A al punto B, il modo in cui educhiamo i nostri figli, il modo in cui ci manteniamo in salute, e il modo in cui occupiamo il paesaggio. Lo so, sembrano parecchie cose, forse troppe. Ma “groccatevi” questo: se vogliamo un futuro plausibile in questo pezzo di continente nordamericano, non abbiamo altra scelta.

Naturalmente, è improbabile che accada nulla di tutto ciò. Invece, e nelle peggiori condizioni economiche immaginabili, probabilmente ci imbarcheremo in una campagna per puntellare l’impuntellabile e sostenere l’insostenibile, ovvero per difendere qualsiasi abitudine e comportamento statu quo cui siamo abituati, a prescindere che sia salvabile o meno. Naturalmente, sarà un fatale spreco di risorse, le poche che ci sono rimaste, ma la storia ci insegna che, tendenzialmente, proprio questo è l’ultimo atto del melodramma di ogni impero che vacilla.

Abbastanza presto nel corso di tale processo, il risultato sarà il crollo sociale e il sovvertimento politico. I fanatici dei tatuaggi, che da anni si preparano a recitare il ruolo di protagonisti di una qualche sorta di Apocalisse dei fumetti, avranno finalmente la loro occasione di farsi notare. Un sacco di gente sarà ferita e morirà di fame. La proprietà cambierà di mano in modo disordinato. E, nel frattempo, un Hitler americano di marzapane starà ad aspettare, alla fine di questo processo, il momento buono per dare una raddrizzata a tutto e tutti.

I mercati aprono tra circa un’ora. Buona fortuna a tutti.

Titolo originale: "Event Horizon"

Fonte: http://jameshowardkunstler.typepad.com
Link
14.07.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN


Accordi senza Washington

Gli Stati Uniti non c'erano, negli ultimi accordi raggiunti in Medio Oriente (si parla del LIbano, ovviamente): questa è l'analisi di Jay Solomon per il Wall Street Journal. Con il commento a latere di Joshua Landis di Syria Comment.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Signori della guerra

scrive Michele Nardelli

Il grottesco Karadžić/Dabić e le guerre degli anni '90. L'inganno della follia etnica, il saccheggio e la comoda latitanza. Note sulla modernità della disintegrazione criminale di un Paese, dalla tragedia fino alla farsa dell'epilogo
Dunque un uomo vecchio e solo, ridotto a vivere in un’anonima periferia metropolitana. Una maschera verso se stesso e il mondo, che lascia senza parole tanto risulta stridente il contrasto d’immagine fra questa vita e quella precedente. Il criminale e l’asceta possono essere benissimo la stessa persona, in fondo la banalità del male è anche questo.

Ma, ciò nonostante, per davvero – come afferma il dottor Dabić – la farsa sembra prevalere sulla realtà. E non convince.

In primo luogo perché accredita l’idea che quanto è accaduto in Bosnia Erzegovina negli anni ’90 sia stato il folle prodotto del nazionalismo, un generale impazzimento “tipicamente balcanico” che aveva in alcuni personaggi da baraccone i principali protagonisti. Una guerra etnica, profondamente arcaica, “perché lì è sempre stato così…” tanto che ora, passata la follia, lo psichiatra pazzo può persino mettere i panni del guru…

C’è però un piccolo particolare. Karadžić non era un pazzo nazionalista (o almeno non solo), era un “signore della guerra”, che è ben altra cosa. La differenza sono gli affari, i traffici criminali che riguardavano armi e droga come i prodotti sottoposti ad embargo o gli stessi aiuti internazionali che prima di arrivare alla gente di Sarajevo venivano spolpati appunto dai signori della guerra delle diverse fazioni. La pulizia etnica – non dovremmo mai dimenticarlo – è stata sì il tragico riapparire dei campi di concentramento nel cuore dell’Europa ma anche i conti correnti e i depositi bancari confiscati, le 500 mila case che prima di venir bruciate passavano attraverso il setaccio delle bande criminali (denaro e oggetti di valore…) e dell’industria del profitto di guerra (si faceva compravendita perfino dei mattoni), la distruzione dei catasti affinché alla scomparsa dei proprietari corrispondesse quella delle proprietà, la firma estorta nei campi di concentramento per la cessione dei beni ed altro ancora. L’odio etnico, che pure veniva cosparso a piene mani per giustificare una guerra di banditi, era il grande inganno.

Una guerra moderna, invece, dove si fingeva di combattere per i confini e si aprivano conti correnti miliardari a Cipro, per almeno un decennio la cassaforte della guerra di Bosnia. Dove si distruggevano i ponti e le biblioteche ma si lasciava intatto l’Holiday Inn affinché i media di tutto il mondo potessero descrivere questo tragico gioco. E poi… Moderni dopoguerra, dove quegli stessi signori, tolta la divisa, sono diventati uomini d’affari che, grazie al controllo politico e militare del territorio, non hanno esitato a trasformare vecchie miniere in discariche per lo stoccaggio dei rifiuti tossici, riciclando i profitti di guerra attraverso le case da gioco, i night club, i centri commerciali…

«Uno stato offshore» mi rispose il dottor Stakić, allora sindaco di Prijedor ed in seguito primo condannato all’ergastolo dal Tribunale de L’Aja, alla mia domanda sul futuro della “Republika Srpska” in quel marzo del ’96. Lui, che era semplicemente un potente signorotto locale della più ampia ragnatela di potere tessuta da Radovan Karadžić.

Una modernità con le sue gerarchie ma che sgocciolava interessi criminali diffusi, sempre a proposito di banalità del male. Che nel canto patriottico e nelle leggi del branco si autoassolveva, che nell’ostentazione dei simboli nazionalistici copriva lo stupro e quanto di peggio l’uomo sa dare di sé.

Radovan Karadžić in questa gerarchia era nella cupola di comando.

Un buffone, certo, che amava l’azzardo e la bella vita, poeta e incantatore di serpenti… Ma soprattutto uomo d’affari tanto da ritrovarlo con Slobodan Milosević e Željko Raznjatović (più tardi noto come Arkan) fra i soci della Dafiment, la società che nel 1990 (con la Karićbank) organizzò l’operazione “Prestiti alla Serbia”, un grande rastrellamento di valuta pregiata ad interessi particolarmente vantaggiosi alla quale corrispondeva la stampa su licenza governativa di enormi quantità di dinari in una spirale che aveva come obiettivo quello di mettere mano, prima ancora dei processi di privatizzazione, su quote significative dell’industria di stato.

Karadžić non era un intellettuale, né tanto meno un fanatico religioso, né un nazionalista, e nemmeno un dirigente politico. Come non lo era mai stato Milosević. Semplicemente dei criminali, che nella disintegrazione della Jugoslavia videro grandi opportunità di arricchimento e di potere. Che hanno usato con estrema spregiudicatezza ogni terreno, compresa la politica. «Passeremo alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi, o come i più grandi criminali» diceva Goebbels nel 1943.

Sicuramente affabili imbonitori, invece, capaci di interpretare le viscere e la fragile psicologia sociale del loro popolo. Che nelle loro apparizioni televisive – prima che scoppiasse l’inferno – suscitavano l’ilarità delle persone più istruite, quelle stesse che poi si sono trovate a dover bruciare i propri libri per potersi riscaldare in quella città, Sarajevo, che Karadžić odiava per la sua raffinata cultura e per il fatto che non l’aveva mai preso sul serio.

“Maschere”, per usare l’indovinata espressione di Paolo Rumiz, ma capaci di tenere in scacco il mondo intero per anni, le loro stupide diplomazie, e di giocare con i loro interessi fino a sancire con gli accordi di Dayton la loro vittoria, tanto che quella divisione della Bosnia Erzegovina continua a generare incubi ed instabilità.

Anche sulla sua latitanza c’è qualcosa da dire. In primo luogo non dovremmo dimenticare quanto ebbe ad affermare nel 2004 Graham Blewitt, allora vice di Carla Del Ponte: «Ci sono state occasioni per arrestare Karadžić, ma la SFOR [la forza internazionale presente in Bosnia Erzegovina, ndr] non lo ha fatto».

Che le sue dimissioni da presidente dell’entità serba di Bosnia fossero state concordate in un patto scellerato di impunità, è emerso più volte in questi anni e confermato dalla moglie Ljiljana Zelen Karadžić: «Durante il 1995 Radovan e Holbrooke fecero un accordo: che mio marito avrebbe rinunciato alle funzioni politiche nella Repubblica serba e si sarebbe ritirato dalla vita pubblica, politica e sociale, e che non avrebbe rilasciato nessuna dichiarazione ai media. In cambio gli Stati Uniti avrebbero fatto in modo di ritirare tutte le accuse contro di lui, creando le condizioni per assicurargli una normale vita professionale e famigliare. Tale accordo è stato verificato come un accordo ed esiste sotto forma di atto ufficiale nell'archivio della RS e degli USA».

Lo stesso negoziatore statunitense a Dayton, Richard Holbrooke, dichiarò al “Dnevni Avaz” di Sarajevo che «[…] Ci eravamo messi d'accordo che Karadžić sparisse, che si sarebbe nascosto per sempre. Vi ricordate che lui dovette rinunciare anche alla carica di presidente della RS e dell'SDS [Partito Democratico Serbo, ndr]» (Monitor, 11 febbraio 2005). Ne uscì un gran polverone ed arrivò una formale smentita, ma la cosa non fece che confermare quel che da più parti veniva ipotizzato.

Nessun mito di imprendibilità, dunque, ma ben più prosaici accordi, uomini e mezzi a disposizione ed un reale contesto di sostegno e protezione.

Non si rimane latitanti per tredici lunghissimi anni con un saio ed una barba. C’è voluto un netto cambio politico in Serbia prima che il dottor Dabić divenisse ingombrante e dunque scaricato. Tanto che la sua cattura è coincisa con il cambio della guardia alla testa dell'intelligence serba, la BIA (Agenzia di informazione e sicurezza) e la modifica della squadra preposta alla collaborazione con il Tribunale dell’Aja, alla localizzazione dei latitanti e al loro arresto.

Ora il dottor Dabić si è tagliato la barba e ha deciso come d’incanto di rimettere i panni dell’eroe nazionale. In Serbia come in Bosnia Erzegovina i partiti nazionalisti continuano ad avere forti consensi, un processo di elaborazione collettiva di quanto accaduto negli anni ’90 appare lontano, la gente chiusa nel proprio incubo e nel proprio dolore che con fatica cerca di mettersi alle spalle la tragedia di dieci anni fa.

Quella stessa elaborazione è mancata in questa nostra parte d’Europa. Della lezione balcanica non abbiamo capito un bel niente e continuiamo a leggere quel che accade di là dell’Adriatico con le lenti inservibili degli stereotipi e della superficialità, incapaci di cogliere riflessi ed interdipendenze. Tanto che il processo di integrazione europea non solo è di una lentezza estenuante e dagli effetti perversi (facendo di Schengen una gabbia intollerabile), ma sfuma nell’immaginario collettivo prima ancora che nell’arroccarsi delle cancellerie nazionali.

Qualcuno in questi giorni ha parlato della fine di un incubo. L’arresto di Karadžić è un atto di giustizia, ma per uscire dall’incubo serve ben altro. Ad esempio, quello di comprendere il tragico inganno degli anni ’90.

Altrimenti sarà davvero l’ennesima farsa.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9907/1/42/

AFGHANISTAN: I talebani invadono il campo di Karzai
Anand Gopal


KABUL, (IPS) - Lo scorso fine settimana in Afghanistan decine di civili sono rimasti uccisi, nell'ennesimo episodio di una spirale di violenza che sta avvolgendo il paese. Le vittime civili, gli attacchi dei talebani e il numero di perdite tra i militari provocano crescenti tensioni nella coalizione guidata dall'Occidente – e qualcuno comincia a parlare di una guerra che non può essere vinta.





Domenica scorsa, in uno scontro a fuoco nella provincia occidentale di Farah, le forze internazionali hanno ucciso quattro funzionari della polizia afgana e cinque civili. In un altro episodio avvenuto la stessa notte, alcuni colpi di mortaio sparati dalla coalizione hanno provocato almeno quattro vittime civili nella provincia orientale di Paktika. Lunedì, nella provincia di Laghamn, sempre ad est del paese, i combattenti talebani hanno lanciato un missile contro un camion di benzina, uccidendo sei civili.

Questi episodi giungono mentre gli Stati Uniti (Usa) tentano di respingere le critiche del governo afgano sull'uso eccessivo e inappropriato della forza da parte della coalizione. La scorsa settimana, un gruppo di parlamentari afgani ha rivelato che durante un attacco aereo Usa 47 civili sarebbero stati colpiti a morte durante una festa di nozze nella provincia di Nangarhar. Due giorni prima, riferiscono i funzionari locali, un altro attacco aereo Usa aveva ucciso 15 civili nella provincia del Nuristan.

”(Il presidente afgano) Karzai deve consegnarci gli assassini da mandare alla forca, oppure dimettersi”, ha dichiarato un abitante della comunità colpita di Nangarhar all’agenzia stampa Institute for War and Peace Reporting (IWPR). “Se non farà né l’una né l’altra cosa, allora lasceremo le nostre case e prenderemo noi in mano la situazione”.

Le Nazioni Unite stimano che dall’inizio del 2008 in Afghanistan avrebbero perso la vita oltre 700 persone, quasi due terzi in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Nella prima metà del 2008 le forze della coalizione hanno sganciato 1.853 tra bombe e missili, con un aumento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo del 2007: secondo gli analisti, i raid Usa sono una reazione all'aumentata forza dei ribelli.

I combattenti talebani avevano promesso una nuova offensiva in primavera, e hanno mantenuto la parola con una serie di attacchi su vasta scala, rafforzandosi in alcune regioni del paese. Alla fine di aprile, i ribelli sono quasi riusciti ad assassinare il presidente Hamid Karzai, e a giugno, con una spettacolare azione pianificata contro la principale prigione di Kandahar, i talebani hanno liberato circa mille detenuti. Due settimane fa, un'autobomba di enorme potenza ha sventrato l’ambasciata indiana a Kabul, uccidendo più di 40 persone e ferendone un centinaio.

I talebani hanno aumentato la propria presenza in tutto il paese, e in particolare nelle zone intorno a Kabul. Secondo alcuni rapporti dalla provincia di Ghazni, dopo il tramonto i ribelli controllano quasi tutti i distretti. Nelle province del Kunar e del Nuristan, la polizia ha persino smesso di istituire posti di blocco, lasciando ai talebani completa libertà di movimento.

Intanto, un documento riservato Usa, diffuso dal quotidiano canadese The Globe and Mail, rivela che a Kandahar i talebani controllano un numero maggiore di distretti rispetto al governo afgano, anche se le regioni più popolose in gran parte sono ancora sotto il comando di Kabul.

Grazie alla loro influenza sempre più estesa, i ribelli hanno potuto intensificare gli attacchi contro le forze della coalizione.

La scorsa settimana, 200 combattenti talebani hanno assaltato un avamposto statunitense, uccidendo nove soldati - il più alto numero di perdite americane registrato in una sola offensiva negli ultimi tre anni. Dall’inizio dell’anno sono rimasti uccisi in totale 138 soldati Usa, molti più che nel 2007.

Di fronte a questa escalation, i parlamentari americani cominciano a prendere in considerazione l’ipotesi di intensificare le loro truppe sul campo. I comandanti Usa in Afghanistan chiedono almeno 10mila unità da combattento per reprimere le violenze.

Il candidato presidenziale democratico Barack Obama ha promesso di inviare due reggimenti, o più di 7mila soldati, riducendo allo stesso tempo l’entità delle truppe in Iraq. Il suo rivale John McCain promuove una strategia analoga, ma lasciando inalterato il numero dei soldati in Iraq.

Questo tipo di approccio può far pensare che l’aumento delle violenze sia dovuto ad una presenza militare inadeguata. Le violenze però hanno registrato un netto incremento nell’ultimo anno, nonostante l’aumento delle forze Nato, passate dai 37.500 uomini del gennaio 2007 ai 53mila di oggi.

Molti afgani sostengono che senza affrontare i problemi di fondo (povertà e mancanza di infrastrutture), altri 7mila soldati possono fare ben poco davanti all’escalation di violenze. Dei 25 miliardi di dollari in aiuti allo sviluppo promessi dai donatori internazionali dal 2002 al giugno di quest’anno, solo 15 miliardi sono stati effettivamente devoluti. Di questi, “la cosa incredibile è che il 40 per cento è tornato ai paesi donatori sotto forma di profitti aziendali e salari”, sostiene la Agency Coordinating Body for Afghan Relief, un’organizzazione con sede a Kabul.

Il governo afgano stima che 4,5 milioni di afgani - circa il 17 per cento del paese - sarebbero oggi ad “alto rischio” di insicurezza alimentare per le recenti impennate nei prezzi del cibo, mentre da diversi rapporti emerge che, per la disperazione, sempre più donne si dedicano alla prostituzione.

Una siccità devastante ha colpito almeno 19 delle 34 province del paese. L’Afghanistan ha il tasso di fertilità più alto di tutta l’Asia, e il secondo tasso più elevato di mortalità materna al mondo. Il tasso di disoccupazione supera il 50 per cento.

Gli analisti stimano che la popolarità del governo sarebbe ai minimi storici, e paventano il rischio di una società ancora più frammentata e controllata dai potenti locali e signori della guerra, invece che dal governo centrale. Secondo una recente valutazione dell’intelligence americana, il governo di Karzai oggi controlla solo il 30 per cento del paese, mentre il resto dell’Afghanistan sarebbe in mano ai talebani, o ai signori della guerra

 

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1247


La frontiera blindata

 

21 milioni di automobili all´anno, media di attesa: un’ora e mezza. La frontiera Tijuana-San Diego è al collasso, ma le autorità Usa hanno annunciato nuove misure di sicurezza per il 2009. Gli stessi cittadini statunitensi non potranno esibire le patenti come prova di residenza nel loro Paese, ma dovranno consegnare un passaporto, mentre le loro automobili saranno sottoposte ai controlli di indiscreti cani anti-terrorismo. I tempi rischiano di farsi eterni.
Le perdite in benzina, ore lavorative, lo stress, i ritardi per le merci non sono argomento sufficiente quando si tratta di sicurezza. Gli Usa vogliono blindarsi e, un passo dopo l´altro, ci vogliono riuscire. Tra Tijuana e San Diego, frontiera dove sono migliaia le persone (le stime dicono 130.000) che devono attraversare il confine giornalmente per motivi di lavoro, le perdite finanziarie hanno un numero: 7200 milioni di dollari annuali.

Dopo il muro, l´isolamento continua.http://luiro.blogspot.com/

11 settembre : I "piegacucchiai" e la guerra mentale
 


di Pino Cabras


La parola agli esperti. Un documentario statunitense sull’11/9, One Nation Under Siege, per valutare l’attacco al Pentagono dà spazio ai dubbi di un vecchio ufficiale, il generale a due stelle Albert Stubblebine III, il quale dichiara che non può essere stato un Boeing 757 a colpire il Dipartimento della Difesa.

La dichiarazione proviene da una fonte di un certo peso. In piena guerra fredda, in anni di massima tensione USA-URSS, Stubblebine comandava una delle più delicate articolazioni dell’intelligence militare americana. L’organizzazione da lui comandata si chiamava (e si chiama tuttora) United States Army Intelligence and Security Command (INSCOM). Vi sono inquadrate decine di migliaia di unità con elevata specializzazione.

Per non perderci nel ginepraio delle sigle, ci basti sapere che l’INSCOM è l’anello di collegamento fra US Army e National Security Agency (NSA), ossia fra l’esercito statunitense e il cuore dello spionaggio elettronico: congiunge la struttura che dispone i piani militari operativi sul terreno con la megastruttura d'intelligence che fornisce - in estremo dettaglio - le immagini e i suoni del territorio e di chi lo percorre, ovunque nel mondo. La sede dell'INSCOM è nella base di Fort Belvoir. L'11 settembre 2001 vi si svolgeva un’esercitazione che supponeva di «testare la sicurezza della base in caso d’attacco terroristico». Una delle tante esercitazioni in corso, proprio quel giorno, ...




... lungo tutto il paese, con decine di basi militari e ogni sorta d’agenzia governativa già mobilitate per delle simulazioni.

I dubbi del vecchio Stubblebine – qui ancora incollati a un mondo materiale di misurazioni tangibili che gli americani definirebbero “no-nonsense” - vengono ripresi anche in altri documentari, come Inganno Globale e Zero:

«Calcolavo le dimensioni di parti delle installazioni sovietiche partendo dalle fotografie. Era il mio lavoro» spiega Stubblebine, che aggiunge: «guardo al buco nel Pentagono e guardo alle dimensioni dell’aeroplano che si suppone abbia colpito il Pentagono. L’aereo non ci sta in quel buco. Dunque che cosa ha colpito il Pentagono? Cosa lo colpì? Che cosa succede?»

Riepiloghiamo. Un militare al quale la massima superpotenza ha affidato negli anni più tesi della sua storia la valutazione delle immagini del nemico, oggi dice che le immagini dell’11 settembre non gli quadrano per nulla.

È interessante o no, come attestazione?

Parla una figura qualificata oppure no?

A me sembra di sì. Converrete che si tratta di una faccenda degna di approfondimento, come minimo.

A loro modo hanno voluto “approfondire” anche i mitografi della versione ufficiale. Dal cesto che contiene i frutti della biografia di Stubblebine hanno scelto un frutto storto e strano: il generale curava vasti programmi che studiavano i poteri paranormali come arma da addomesticare e utilizzare per le guerre future.

I mitografi usano questa informazione per presentare Stubblebine come un mentecatto isolato, dedito a esperimenti folli e solitari. Fanno solo un vago cenno ad “altri” personaggi che sostennero questi programmi, ma lasciano la pazzia tutta a Stubblebine.

Assai comodo, tutto ciò, e anche molto selettivo, oltremodo manipolatorio direi.

Chi sono gli “altri”? Fra questi “altri” viene dimenticato nientemeno che il generale Peter Schoomaker, un personaggio che ha toccato l’apice della sua carriera addirittura dopo l’11 settembre, come Capo di Stato Maggiore dell’esercito USA (2003-2007) quando fu richiamato – fatto senza precedenti – dalla pensione, dopo una vita nelle forze speciali. Proprio il libro citato selettivamente per screditare Stubblebine (Jon Ronson, The Men Who Stare At Goats, Simon & Schuster, New York 2004), racconta che il generale Schoomaker ha costituito un think tank presso l’ufficio di Capo di stato maggiore della US Army volto a diffondere tecniche paranormali nell’esercito USA. Il libro descrive la propagazione di obiettivi estremi – fino alle frontiere più lunatiche della New Age – una diffusione che si è fatta strada nelle alte sfere militari statunitensi: si tratta di un sistema di idee inteso a forgiare le armi più impensabili, rivolte ai teatri di guerra più inimmaginabili, per le volontà di dominio più esagerate.

Qualcuno definisce il mondo di militari descritto da Ronson come “the spoonbenders”, cioè “i piegacucchiai”. Come tutte le “volontà di potenza” incorporate nella burocrazia militare, anche le evocazioni dei “piegacucchiai” sono molto comiche. Il comico è il tragico visto di spalle. La guerra è molto tragica. Perciò è molto comica. Non esisterebbero capolavori come Il Dottor Stranamore o Il buon soldato Švejk, altrimenti.

A un certo punto però possiamo anche smettere di ridere. E possiamo provare a capire perché enormi rivoli di denaro, grandi organizzazioni e interi pezzi delle nuove scienze militari siano inghiottiti da smisurati capitoli del budget della Difesa. Stanziamenti occulti (perché impenetrabili anche alle commissioni parlamentari). Stanziamenti occultisti (per il repertorio di forze parapsicologiche evocate).
Il punto è che la “guerra totale”, oggi, vuol essere totale in tutti i sensi. La nuova corsa al riarmo ha obiettivi massimi: il controllo militare totale dello spazio , il controllo assoluto del clima come arma entro il 2025, il controllo delle menti e dell’opinione pubblica.

Altro che Stubblebine, ancorato alla fisica e frustrato dal paranormale...
Sono interi spezzoni della macchina bellica americana – fra i più accaniti difensori della verità ufficiale dell’11/9 – a voler spingere con preoccupante esaltazione la “Guerra al terrorismo” verso confini inauditi.

Pensate ad esempio a uno di questi “piegacucchiai”, il generale Paul E. Vallely. È uno di quegli ufficiali a riposo beccato dal «New York Times» a fare in TV propaganda sfegatata e bugiarda per le guerre di Bush e Rumsfeld mentre nascondeva i suoi corposi interessi privati. Vallely scrisse assieme a Michael Aquino un inquietante saggio, From PSYOP to MindWar: The Psychology of Victory (ovvero “dalla guerra psicologica alla guerra mentale: la psicologia della vittoria”). Il saggio partiva da idee già spregiudicate:
«La guerra mentale è soprattutto strategica ... Nel suo contesto strategico deve estendersi in ugual modo ad amici, nemici e neutrali in tutto il globo - non attraverso i primitivi volantini gettati sui campi di battaglia o gli altoparlanti della guerra psicologica, né attraverso gli sforzi deboli, imprecisi e limitati della psicotronica - ma attraverso i mezzi d'informazione posseduti dagli Stati Uniti che hanno la capacità di raggiungere virtualmente ogni popolo sulla faccia della terra. Questi mezzi d'informazione ovviamente sono quelli elettronici, radio e televisione.»
Fin qui sembrano le parole di un Goebbels che abbia letto McLuhan. Ma Vallely – per anni colonna editoriale di Fox TV - si abbeverava a queste parole:

«Gli sviluppi più avanzati delle trasmissioni permettono una penetrazione delle menti ovunque nel mondo in una maniera che sarebbe stata inconcepibile appena pochi anni fa. Come la spada di Excalibur, noi dobbiamo arrivare a prendere possesso di questo strumento e tutto ciò può trasformare il mondo per noi, se avremo il coraggio e l'onestà di promuovere con esso la civiltà.»

Va bene, siamo ancora in zona Harry Potter. Ma è ora che arriva il bello, per i profeti della MindWar:
«Ci sono delle condizioni puramente naturali in cui le menti posso diventare più o meno ricettive e la guerra mentale deve servirsi pienamente di fenomeni quali l'attività elettromagnetica dell'atmosfera, la ionizzazione dell'aria e le onde dalle frequenze estremamente basse».

Capito dove arrivano i “piegacucchiai” con le stellette?

Il co-autore era il maggiore Michael A. Aquino, uno specialista di guerra psicologica che nel 1975 aveva fondato una setta satanica denominata "Il tempio di Set", aspirante alla leadership della “Via della mano sinistra”. Si tratta di ambientini che incrociano facilmente le cose peggiori, dalla pedofilia ad Abu Grahib. E che infatti hanno incrociato le stanze dell’Amministrazione Bush.

Quel che possiamo notare è che il vecchio Stubblebine sembra un tizio ormai fuori dai giochi, mentre buona parte dell’ambiente psichico di riferimento della MindWar continua ad agire concretamente nel dispositivo della propaganda che sta modellando la parte occulta della nuova guerra. Ad uso del pubblico vengono rilasciate formule eufemistiche, vagamente orwelliane. Si parla di sviluppare "armi non letali", di curare la "ciber-organizzazione della guerra", di attuare una "intelligence in tempo reale". Dietro le formule si celano categorie meno inoffensive. Proprio Peter Schoomaker, proteso a contaminare metodi d’azione, ha parlato esplicitamente di "fusione tra guerra e criminalità".

Altri militari puntano a creare "soldati cibernetici": truppe con un microchip impiantato nel cervello da interfacciare con i comandi di "intelligence in tempo reale".

È però un lavoro di lunga lena, che non riesce dall’oggi al domani. C’è chi anticipa il nuovo scenario: «ora i figli vanno ribellicizzati», sebbene «in discontinuità generazionale», sottraendoli alle vecchie agenzie educative. In attesa di mezzi paranormali, qualcosa c’è già. «I veicoli d'istruzione migliori saranno i nuovi videogiochi e i film». Ecco dove spacciare sin dall’infanzia i videogiochi più spietati e violenti che affrontano le sfide «di gestione e superamento di difficoltà estreme». Chi usa parole tanto esaltate? Un tal Carlo Pelanda, in un articolo apparso sull’organo tartarinesco italiano della cultura neocon (Il progetto di rieducare i diciottenni di oggi alla possibilità reale della guerra, «Il Foglio», 28 giugno 2006).

John Maynard Keynes, che collezionò molti degli scritti di Isaac Newton sull'alchimia, disse che «Newton non fu il primo dell'età della ragione: fu l'ultimo dei maghi.» Parafrasandolo – si parva licet componere magnis – potremmo dire che in questo mondo di Stranamore dissennati «Stubblebine non fu il primo dei nuovi maghi: fu l'ultimo dell’età della ragione.»

Stubblebine sembra ancora potersi permettere incursioni nel mondo della vecchia fisica al momento di valutare un incidente aereo.

Gli altri "piegacucchiai" sono invece in giro a colonizzare i cervelli intanto che anelano alla prossima grande guerra. Le loro incursioni nel mondo della fisica le riservano alle stanze in cui si spartiscono gli appalti della Difesa.

Cosa diranno in quei momenti? Qualcosa come: «Odio la realtà, ma è l’unico posto dove mangiare una buona bistecca» (Woody Allen)

Pino Cabras

Articolo originale
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2715

Il «no» irlandese e l’allargamento

L'ambasciata croata di Londra: la bandiera europea è già esposta. (Foto: Damien Smith / Flickr)

L'ambasciata croata di Londra: la bandiera europea è già esposta. (Foto: Damien Smith / Flickr)

Il voto irlandese contro il Trattato di Lisbona cambia i programmi sugli ulteriori allargamenti dell’Unione Europea: «Senza il Trattato, nessun allargamento», dicono Merkel e Sarkozy. Il caso della Croazia.

di Sergej Zupanic / Nabeelah Shabbir. Traduzione antonella selis

Le reazioni in Europa al «no» irlandese al Trattato di Lisbona sono state drammatiche. «Senza il Trattato, nessun allargamento», hanno annunciato il Cancelliere tedesco Angela Merkel e il Presidente francese Nicolas Sarkozy all’apertura del summit di Bruxelles del 17 giugno. «Il trattato è morto», ha minacciato il Presidente polacco Lech Kaczyński al quotidiano Dziennik il 1 luglio. In accordo con le sue dichiarazioni anche il Presidente ceco Vaclav Klaus.

«Tutti vogliono far parte dell’Ue: è la più grande calamita del mondo», spiega Diego Lopez Garrido, Ministro spagnolo per le Politiche comunitarie. «Ma se il Trattato di Lisbona non verrà ratificato, l’allargamento sarà seriamente compromesso». E allora qualcuno si chiede perché l’Ue propone trattati quando i suoi cittadini non li approvano. È forse un modo di creare pressioni al fine di rendere Paesi come Irlanda e Repubblica Ceca “responsabili” della frustrazione di candidati quali la Turchia o la Croazia, che dal 2005 stanno negoziando l’accesso all’Unione Europea?

La necessità di una doppia corsia nell’Ue

In Croazia la povertà è ancora un grosso problema. (Foto: Bobby Xinhua / FLickr)In Croazia la povertà è ancora un grosso problema. (Foto: Bobby Xinhua / FLickr)Il percorso verso l’inclusione della Croazia si è notevolmente “accelerato” nel 2008. Due nuovi “capitoli” verranno aperti durante i sei mesi della Presidenza francese all’Ue nella seconda metà del 2008. Economicamente, la Croazia è in una fase di sofferenza: i prezzi degli alimentari sono aumentati del 7,5% nel 2008. A questo si aggiunge il già esistente pessimismo nei confronti della disoccupazione: il livello occupazionale è del 30% più basso rispetto alla media europea. Un articolo pubblicato l’11 luglio sul maggiore quotidiano croato, Večernji List, dice che l’82% dei cittadini sente di essere stato forzato a determinate scelte in materia di politica europea. Il 57% ritiene che la voce dei cittadini croati non venga sufficientemente ascoltata. C’è una certa preoccupazione per il futuro dell’industria della pesca, e dei settori agricolo e navale, tematiche verso le quali l’Ue dovrebbe mostrare maggiore sensibilità.
Vari interventi sono stati messi in atto al fine di conformare il Paese agli standard Ue. Riforme per sanare il sistema giuridico corrotto, un miglioramento nelle relazioni diplomatiche con la Serbia e l’adozione del processo di Bologna nel 2005. Tuttavia, la Chiesa è sempre più critica nei confronti del governo cristiano democratico. «Alcuni gruppi forzano la società croata al cambiamento con il pretesto che è ciò che l’Ue si aspetta da noi», afferma l’arcivescovo Josip Bozanić, a capo della Chiesa romano cattolica di Zagabria, in seguito all’adozione, il 9 luglio scorso, di una legge contro la discriminazione.

Il 71% dei croati a favore dell’Ue

Stjepan Mesic, il Presidente croato. (Foto:Bertelsman StiftungStjepan Mesic, il Presidente croato. (Foto:Bertelsman Stiftung«Lo scetticismo nei confronti dell’entrata della Croazia è crescente», riportava il 27 giugno la versione inglese online del settimanale croato Nacional Neovisni, «anche se le autorità e i diplomatici croati continuano a pensarla diversamente». Alcune ricerche condotte dall’agenzia Večernji List and Puls hanno rilevato che il 71% dei croati è a favore dell’ingresso nell’Ue, mentre il 52% dei cittadini dell’Ue è a favore della Croazia, dopo la Norvegia, l’Islanda e la Svizzera.
Nel frattempo l’opinione pubblica croata non è diventata anti-irlandese: entrambi i Paesi sono cattolici, entrambi condividono vicende nazionali simili. I croati vedono il voto irlandese come il diritto democratico di esprimersi, sebbene possa avere ripercussioni sulla loro entrata nell’Ue. Il Presidente croato Stjepan Mesic ha puntualizzato: «Ora che l’Irlanda ha utilizzato i fondi strutturali, e che ha avuto uno sviluppo enorme, mi sorprende che la solidarietà sia finita». È assodato che il voto irlandese è dovuto a cattiva informazione: non biasimate i cittadini, ma i politici.

Diciotto mesi per gli irlandesi, nel 2012 i croati?

E ora? Il summit del Consiglio Europeo nell’ottobre del 2008 avrà bisogno dell’unanimità dei 27 stati membri. La ratifica del Trattato di Lisbona continuerà il suo percorso, la cui conclusione è prevista per il gennaio del 2009. Le elezioni europee del 2009 si terranno con le attuali norme di Nizza o le nuove di Lisbona? «Non è compito nostro dire agli irlandesi cosa devono fare, ma loro dire devono dirci cosa vogliono», sostiene Chantal de Bourmont, ambasciatore francese, rivolgendosi alla Slovenia, Presidente uscente dell’Ue. Nel corso di un dibattito, le autorità irlandesi hanno suggerito la necessità di attendere diciotto mesi prima che l’Irlanda possa nuovamente esprimersi.

In Croazia, la sfera politica è ovviamente molto irritata dopo il «no» dell’Irlanda. Il Primo Ministro Ivo Sanader e il Presidente Stjepan Mesic fanno eco alle dichiarazioni di politici stranieri come l’austriaco Hannes Swoboda, relatore del parlamento europeo in Croazia («Il 2012 è una probabile data di ammissione all’Ue»), o Sarkozy («Dobbiamo continuare i negoziati»).
L’attuale ‘blocco’ potrebbe rafforzare in Croazia l’ala più pessimista (per lo più di destra) e danneggiare politicamente i partiti politici favorevoli all’Ue.http://www.cafebabel.com/ita/article/25613/no-irlanda-allargamento-ue.html


HRW: in Nord Kivu ancora omicidi dopo gli accordi di pace

Mappa del Kivu - © web.stratfor.com
Mappa del Kivu - © web.stratfor.com
“Le uccisioni e gli stupri di civili nella provincia orientale del Nord Kivu nella Repubblica democratica del Congo continuano a un ritmo terrificante nonostante la firma sei mesi fa degli accordi di pace” – denuncia Human Rights Watch (HRW) in un comunicato divulgato nei giorni scorsi a conclusione della recente missione di monitoraggio dell’associazione nei territori di Masisi e Rutshuru nella zona est della Repubblica Democratica del Congo.

“Il processo di pace perde ogni significato se non riesce a proteggere la popolazione civile dai peggiori abusi. I partiti che hanno sottoscritto gli accordi di pace dovrebbero attenersi ai loro impegni per proteggere i civili, mentre i diplomatici dovrebbero nominare urgentemente un Commissario speciale per i diritti umani per assicurarsi che gli impegni si trasformino in in una realtà” – dichiara Anneke Van Woudenberg - senior researcher per l'Africa di HRW che ha effettuato la visita nei territori. A partire dall'inizio dell'anno, cioè dopo la firma degli accordi di Goma del 23 gennaio scorso - e solo in questa parte del paese - l'organizzazione americana ha registrato più di 200 civili uccisi, centinaia di donne e giovani ragazze stuprate dai gruppi armati, esercito congolese compreso.

Gli accordi di pace firmati dopo settimane di colloqui, tra il governo di Joseph Kabila e i 22 gruppi armati ribelli, comportavano il cessate il fuoco immediato, il ritiro delle milizie dai fronti di battaglia e l'osservanza dei diritti umani, così come stabilito dal diritto internazionale. A seguito della firma, il governo - nonostante le scarse risorse finanziarie stanziate - ha varato un programma di pace, il cosiddetto “programma di Amani”, volto a coordinare gli sforzi di pace nel Congo orientale.

Tutto inutile a leggere il report di Human Rights Watch. Anche secondo i dati delle Nazioni Unite gli accordi di pace non sono serviti a fermare i combattimenti. I funzionari Onu hanno documentato circa 200 violazioni di cessate il fuoco dal 23 gennaio a oggi, la maggior parte riscontrate tra le forze del generale dissidente Laurent Nkunda del CNDP (National Congress for the Defense of the People) le forze dei Mai Mai Mongol, la coalizione dei PARECO (Coalition of Congolese Patriotic Resistance) e i combattenti del FDLR (Democratic Forces for the Liberation of Rwanda), un gruppo ruandese capeggiato da comandanti che parteciparono al genocidio in Rwanda in 1994 (il FDLR non è firmatario degli accordi di Goma).

Ma ancora più preoccupanti e gravi sembrano essere le prove che Human Rights Watch ha trovato a sostegno dell'ipotesi che i soldati dall'esercito nazionale congolese stiano sostenendo il PARECO, i Mai Mai Mongol e la coalizione di FDLR, mettendo in seria discussione l'impegno del governo nel processo di pace.

Secondo le terribili testimonianze raccolte durante la missione, le peggiori violazioni dei diritti umani sono state commesse nel distretto amministrativo di Bukombo nel Rutshuru occidentale, qui circa 150 civili sono stati uccisi fra febbraio e maggio 2008. PARECO e combattenti Mai Mai Mongol, molti dei quali male addestrati e ancor peggio equipaggiati, hanno avuto il controllo della zona, supportati anche dai combattenti delle FDLR. I racconti degli intervistati dicono che i combattenti hanno attaccato ripetutamente i villaggi per saccheggiare e fare razzia di bestiame, violentando le donne e uccidendo chiunque si opponesse alle loro barbarie. Nessuna pietà per nessuno. I racconti sono davvero agghiaccianti, violenze su donne in stato di gravidanza, vere e proprie esecuzioni davanti a parenti anche se bambini solo per citarne alcune.

Combattimenti tra le varie fazioni, avvenuti negli ultimi mesi, sono poi responsabili del massiccio spostamento dei civili in cerca di zone tranquille. Dalla firma degli accordi, quasi 100.000 persone sono state costrette a fuggire nella zona del Nord Kivu. I profughi in totale sono oltre 3 milioni, in maggioranza donne e bambini. Anche la situazione umanitaria che non accenna a migliorare è una delle cause degli spostamenti. Da sottolineare a questo proposito che delle 3,5 milioni di vittime, circa 500 mila sono state uccise nei combattimenti, mentre circa 3 milioni sono morte per le carestie e altre conseguenze provocate dalla guerra.

Degli uomini della missione di pace Onu (Monuc), più di 5.000 sono schierati nel Nord Kivu, e recentemente hanno tentato di entrare nelle zone cuscinetto fra le fazioni in combattimento per poi ritirarsi dopo gli attacchi di CNDP nella zona di Bukombo.

I Commissari per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno documentato molti degli abusi, ma non hanno pubblicato le informazioni e neppure le hanno rese disponibili agli interlocutori internazionali per facilitare il processo di pace nel paese. Un segnale positivo sembra essere il via libero da parte del governo congolese alla nomina di un Commissario speciale per i diritti umani responsabile per il Congo orientale (in .pdf), ma la nomina non è ancora avvenuta. Human Rights Watch ha accolto con favore la disponibilità del governo, ma ribadisce che “se non si mette fine alle violenze nei confronti della popolazione civile nessuna pace verrà mai raggiunta”.

Nel frattempo un campo coltivabile dedicato alla pace e alla coabitazione pacifica, è stato inaugurato con una solenne cerimonia a una trentina di chilometri da Goma. Circa 300 ettari di terreno proprio nel territorio del Masisi. “Questo campo - ha detto durante la cerimonia Julien Paluku, governatore del Nord-Kivu - consentirà a migliaia di sfollati sulla via del ritorno di aver di nuovo accesso alla terra: è un modo di aiutare la popolazione a tornare in zone abbandonate a causa della guerra. Chiunque lo desidererà - ha aggiunto Paluku - potrà coltivare un piccolo appezzamento nel campo della pace”. Non basterà, ma è un segno per cominciare a ridare fiducia a una popolazione sconvolta dalla violenza.

(Elvira Corona)
http://www.unimondo.org/article/view/159449/1/

ZERET, LA STRAGE OCCULTATA

Matteo Dominioni

Lo sfascio dell'Impero

Gli italiani in Etiopia 1936-1941

Prefazione di Angelo Del Boca

Laterza 2008

pp 366

euro 22

Emanuele Giordana



E' il 30 marzo del 1939 e la guerra in Etiopia e' ormai in corso da tre anni. L'areonautica italiana ha intercettato un consistente numero di “ribelli” e fornito le coordinate a una colonna di militari che si mettono all'inseguimento. Ma non si tratta di un'operazione di ordinaria controguerriglia. Non che tra gli etiopi in fuga non vi siano combattenti: c'è ad esempio Tesciommè Sciancut, un capo cui gli italiani danno la caccia da tempo. Ma la maggior parte dei fuggiaschi – un fatto che gli avieri devono aver notato - è composta di feriti, anziani, donne e bambini parenti degli uomini in arme. Quelli che oggi definiremmo “sfollati”, civili in fuga dall'orrore della guerra.

Trovano rifugio in una grande grotta nella regione di Gaia Zeret-Lalomedir. La caverna sembra un rifugio sicuro, non solo per l'ampiezza ma per la difficoltà di penetrarne gli anditi più reconditi, dove è facile nascondersi nell'oscurità del vasto labirinto sotterraneo. Ma, dopo un lungo assedio, con un accorto e spericolato operativo, gli italiani hanno la meglio. Calano dall'alto sull'imboccatura dell'anfratto alcuni bidoncini di iprite, gas che provoca morte e ampie lacerazioni, già ampiamente usato dalla nostra aviazione. “Il mio compito – scrive nel suo diario il sergente maggiore Boaglio che, nel commando italiano, ha il compito di calare e poi far detonare l'iprite all'ingresso della grotta – era far scendere e scoppiare i bidoncini...nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente....”. Ma quando, dopo una notte, gli etiopi ancora non si sono arresi “si scatenò l'inferno”, scrive ancora Boaglio. Mitragliatrici, lanciafiamme, granate e proiettili lacrimogeni. Gli etiopi si arrendono, uscendo in massa dalla grotta, almeno quelli che già non sono stati uccisi dal gas e dai proiettili.

Paradossalmente Sciancut e una quindicina di partigiani riescono a scappare mentre gli italiani dividono, all'uscita, gli uomini da donne e bambini. I primi vengono mitragliati a gruppi di cinquanta sull'orlo del burrone che farà loro da tomba. Gli altri vengono risparmiati, ma su di loro marcia inesorabile l'effetto dell'iprite, gas vietato dalle convenzioni internazionali. L'11 aprile è tutto finito. E' già passato. Storia. Ma è una storia rimasta ignota fino a qualche anno fa, quando un giovane storico, Matteo Dominioni, non si imbatte nei documenti che descrivono la strage all'Ufficio storico dello stato maggiore a Roma e, in seguito, nel diario inedito di Boaglio.

Dominioni però non si ferma alle carte. E, costume non sempre condiviso dagli studiosi, vuole andare sul posto. Vedere la grotta coi suoi occhi. Ragionare sulla strage non solo per capirne il meccanismo tecnico ma anche per tentare un bilancio dei numeri delle vittime che alla fine stima tra 1200 e 1500. “Lo sfascio dell'Impero” (Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza) non è dunque solo un manuale di storia della guerra etiopica che racconta lo sconosciuto massacro di Zeret, ma anche l'ammissione di una necessità: coniugare a quel che divoriamo con gli occhi sulla carta, ciò che la nostra fibra ottica può restituire alla ragione, seppur mezzo secolo dopo, su un paesaggio soltanto immaginato.

Il libro inizia con un'onesta ammissione:”La grotta non era per nulla simile a come l'avevo immaginata”. Così che il prologo del saggio dovrebbe forse andare alla fine quando anche il lettore, che dal percorso di ricostruzione minuziosa di Dominioni tra le carte si è fatto la “sua” idea della caverna, possa adesso confrontarla col reportage compiuto settant'anni dopo grazie al sostegno dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. “Stava davanti a noi, imponente: una parete alta centocinquanta metri, un'imboccatura alta come un paio di persone e larga come mezzo campo di calcio...” scrive come farebbe un bravo cronista. C'è spazio anche per una notazione sul comportamento dei locali: “per tenersi lontana dalla grotta la comunità ha creato un tabù; è difficile stabilire se ciò sia avvenuto per rispetto nei confronti dei martiri o per paura”. Un tabù che per settant'anni ha occultato anche a noi una delle pagine più infelici della nostra storia coloniale.


Questa recensione è uscita anche sul Domenicale del 24Ore

http://www.lettera22.it/showart.php?id=9370&rubrica=16


TORTURE: UN RAPPORTO ACCUSA ESERCITO E DENUNCIA L’IMPUNITÀ



“Un’indagine completa e indipendente su ciò che è accaduto a Guantanamo, Abu Ghraib e in altri luoghi di detenzione ‘speciali’, che preveda procedimenti penali contro i responsabili di crimini di guerra, qualsiasi posizione ricoprano nella catena di comando militare”: lo ha chiesto al termine di una lunga audizione presso la Camera dei rappresentanti (camera bassa del parlamento), Allenn Keller, dell’organizzazione americana ‘Physicians for Human rights’, composta da medici e operatori sanitari impegnati per il rispetto dei diritti umani. “L’esercito americano ha violato la regola d’oro ostentata per anni: non torturare. E pur di non ammettere le sue responsabilità ha cominciato a definire ‘tecniche di interrogatorio avanzate’ quelle che in altri tempi si sarebbero chiamate con il loro vero nome: torture” ha detto Keller dopo aver presentato all’assemblea il rapporto “Broken laws, broken lives’ (Leggi violate, vite violate’), recentemente diffuso dall’organizzazione, premio nobel per la pace nel 1997 in qualità di membro fondatore del comitato per la campagna contro le mine anti-uomo. Nel documento, “si evidenziano gli abusi e gli illeciti commessi ai danni di 11 ex detenuti, rilasciati senza alcuna accusa a loro carico, nelle carceri di Guantanamo, Abu Ghraib e di diverse località dell’Afghanistan tra il 2002 e il 2006”. Oltre 120 pagine di racconti e referti medici che documentano “pratiche inumane di interrogatorio” a cui sono stati sottoposti, presumibilmente, altre centinaia di detenuti e che hanno causato, in chi le ha subite “gravi conseguenze a livello fisico e psicologico”. “Dopo anni di inchieste, filmati, denunce, ammissioni parziali e processi dalla discutibile credibilità non ci sono più dubbi sul fatto che l’attuale amministrazione abbia commesso crimini di guerra in spregio a tutte le convenzioni sui diritti umani – sostiene nella prefazione al rapporto l’ex generale dell’esercito americano Antonio Teguba, capo della commissione di inchiesta sugli abusi nel carcere iracheno di Abu Ghraib - Quello che resta da chiarire è se i responsabili pagheranno per questo”.

http://www.misna.org/

Negoziati Usa-Iraq, Addio SOFA, si lavora all’accordo “ponte”
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,

Adesso la notizia è sul Washington Post. Sia i negoziatori iracheni che quelli statunitensi avrebbero abbandonato le speranze di concludere un accordo globale – e a lungo termine – che definisca la presenza militare Usa in Iraq, non solo entro la scadenza del 31 luglio, ma prima del termine del mandato presidenziale di George W. Bush.

Dunque, addio Status of Forces Agreement (SOFA), almeno per ora. La palla passerà, eventualmente, al prossimo presidente – che sia il Repubblicano John McCain oppure il Democratico Barack Obama.

Le fonti del quotidiano statunitense, da sempre molto ben introdotto nell’establishment di Washington, sono “alti funzionari” Usa – rigorosamente, e ovviamente, coperti dall’anonimato, secondo i quali, al posto del SOFA, ora i due governi starebbero lavorando a un documento “ponte”, più limitato quanto a portata e arco temporale, che consentirebbe agli Stati Uniti di mantenere una presenza militare in Iraq dopo il 31 dicembre – quando scadrà il mandato Onu che autorizza la cosiddetta “Forza multinazionale”.

Nonostante il presidente Bush abbia più volte respinto al mittente tutte le richieste di stabilire un calendario per il ritiro delle truppe dall’Iraq, ora “stiamo parlando di date”, ammette “un funzionario vicino ai negoziati”.

Alla base ci sarebbero le pressioni dei leader iracheni, i quali “ci stanno dicendo tutti la stessa cosa”: ovvero che hanno bisogno che nell’accordo, patto, o memorandum di intesa come chiamar si voglia, ci sia qualcosa che assomigli a una scadenza – perché, dicono, “gli iracheni vogliono sapere che le truppe straniere non saranno qui per sempre”.

Fino al 2009

Quello che si sta discutendo è un accordo che probabilmente si limiterà al 2009, e dovrebbe includere un “orizzonte temporale” (secondo l’espressione utilizzata da alcuni leader iracheni, fra cui il vice premier Barham Salih), con obiettivi specifici per il ritiro delle forze Usa da Baghdad e da altre città, nonché da complessi come l’ex palazzo presidenziale di Saddam Hussein, all’interno di quella che ora è la cosiddetta Green Zone, e che attualmente ospita l’ambasciata statunitense.

A detta delle fonti Usa, il riferimento alle date sarà probabilmente accompagnato da avvertimenti sulla capacità delle forze irachene di operare indipendentemente, ma tutti concordano sul fatto che sarà inevitabile inserirlo: perché senza di esso è assai dubbio che la parte irachena firmi.

Il Primo Ministro Nuri al-Maliki e i suoi alleati di governo sono infatti sottoposti a forti pressioni nel Paese, non solo da parte delle forze di opposizione (né solo da parte di ambienti politici), e vogliono che l’accordo con Washington sia formulato in modo da sottolineare le condizioni in base alle quali gli americani se ne andranno dall’Iraq, piuttosto che quelle in base alle quali rimarranno – dice uno dei funzionari che ha parlato col Washington Post.

Salvare la faccia a Maliki?

L’idea – spiega - è quella di rendere la vita un po’ più facile al premier iracheno, e togliere argomenti ai suoi oppositori, trovando una nuova formulazione, che chiuda la bocca a tutti quelli che lo accusano di negoziare una presenza militare americana permanente in Iraq.

Ci sono comunque ostacoli seri.

Il principale oggetto di contenzioso tuttora irrisolto riguarda l’immunità nei confronti della legge irachena per i militari Usa e il personale del Dipartimento alla Difesa.

Qui la faccenda sarebbe veramente spinosa, e le posizioni inconciliabili, dice un altro funzionario statunitense “vicino ai negoziati”. Anche perché gli americani su questo non mollano.

E tuttavia, perfino qui una formulazione che parli di scadenze potrebbe aiutare, spiega il funzionario, perché “un conto è l’immunità se nella mente degli iracheni si tratta di un accordo che preveda le truppe Usa per sempre” - diverso invece, “se questi accordi relativi all’immunità sono temporanei perché le forze Usa sono temporanee”.

Che tradotto dal linguaggio diplomatico significa: stiamo cercando di salvare la faccia a Maliki e fregare gli iracheni.

Anche su altre questioni controverse sarebbero stati raggiunti compromessi “per lo più cosmetici”, scrive il quotidiano statunitense.

Fra questi, la formazione di commissioni miste Usa-Iraq per la supervisione di tutte le operazioni unilaterali Usa – sia quelle che riguardano operazioni di combattimento sia quelle relative all’arresto di cittadini iracheni.

Il tutto per dare “una vernice di controllo iracheno”: per questo, ad esempio, Washington avrebbe acconsentito a cedere, rinunciando all’immunità per i cosiddetti contractors.

Insomma, entrambe le parti riporrebbero le loro speranze nel nuovo accordo che si sta negoziando- che a Washington chiamano "protocollo operativo temporaneo", e a Baghdad "memorandum di intesa".

“Per non trasformarci in una zucca il 31 dicembre”

I negoziati per un accordo a lungo termine dovrebbero continuare – almeno così dicono i funzionari dell’Amministrazione Usa. Tuttavia, con la scadenza del mandato Onu che incombe, sottolinea uno di loro, “abbiamo bisogno di un ponte che ci consenta di avere una qualche autorità per continuare le operazioni”. “Per non trasformarci in una zucca il 31 dicembre”, dice il funzionario, utilizzando la similitudine della favola di Cenerentola.

Né Washington né Baghdad vorrebbero una proroga del mandato delle Nazioni Unite.

L’Iraq desidera soprattutto non essere più soggetto al Capitolo VII della Carta dell’Onu – che lo definisce una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, con tutta una serie di limiti alla sua sovranità.

Gli Stati Uniti ritengono che una proroga limitata di detto mandato non farebbe che rinviare la necessità di un accordo bilaterale con il governo di Baghdad, e potenzialmente lascerebbe le loro truppe in Iraq “con le spalle al muro”.

Ma un protocollo temporaneo, secondo i funzionari Usa, farebbe felice anche Maliki, in quanto gli permetterebbe di aggirare il Parlamento – dove una opposizione contro un accordo a lungo termine con Washington è forte, e dove è improbabile che riuscirebbe ad avere la maggioranza dei due terzi necessaria alla ratifica di un SOFA.

"Sta cercando di capire, proprio come abbiamo fatto noi, come si può configurare un accordo bilaterale e fare in modo che sia legalmente vincolante”, dice uno dei funzionari che hanno parlato con il Washington Post, “ma senza passare per l’organo legislativo".

La smentita di Baghdad

Per il premier – e per il governo – iracheno non è proprio un ritratto lusinghiero – e infatti da Baghdad è arrivata rapidamente una smentita.

Il consigliere per la sicurezza nazionale, Muwaffaq al Rubai’e – lo stesso che pochi giorni fa aveva detto: “Non accetteremo nessun accordo se non conterrà anche un calendario per il ritiro delle forze Usa” – ha liquidato l’articolo del Washington Post, dicendo che “non coglie la sostanza” dei negoziati in corso, e ha aggiunto che Iraq e Stati Uniti sperano ancora di arrivare a un accordo entro il 31 luglio.

"Stiamo lavorando sodo per arrivare a questa scadenza, e penso che ci sia ancora speranza”, ha detto ieri al Rubai’e ai microfoni della CNN, aggiungendo che le due parti stanno facendo buoni progressi.



Fonti: Washington Post, Agence France Presse http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6173



USA : California , stop alle richieste di clemenza degli imputati
di Rico Guillermo*

Il diritto dell'imputato a rivolgersi al giudice prima della pronuncia della sentenza per invocare la clemenza della corte senza essere controinterrogato - un diritto risalente al 17° secolo in Inghilterra - non esiste in California. Lo ha stabilito la Suprema Corte dello Stato giovedi'.

Chiamati ad esaminare il caso di un uomo che durante l'udienza di condanna aveva chiesto di intervenire per invocare la clemenza della Corte dopo che il suo avvocato aveva sostenuto che egli non dovesse deporre in qualita' di testimone, i giudici hanno stabilito all'unanimita' che la dichiarazione dell'imputato che sta per essere condannato e chiede clemenza dovra' essere trattata come qualsiasi altra testimonianza e quindi raccolta sotto giuramento e soggetta a controesame da parte del procuratore.

La dichiarazione, nota come allocuzione, e' consentita dalla legge nei Tribunali federali, ed e' stata autorizzata da un giudice d'appello della California in un altro caso nel 1994. L'Alta Corte d'Appello ha annullato tale sentenza e ha detto all'uomo che, anche se egli fosse stati disposto a comparire in qualita' di testimone, aveva aspettato troppo a lungo a fare la sua richiesta.

Il giudice ha affermato che il diritto di allocuzione risale al diritto inglese del 17° secolo, quando la maggior parte dei delitti per felonies erano puniti con la morte e gli imputati non avevano alcun diritto di testimoniare o di essere rappresentati da un avvocato.

La legge californiana odierna, invece, non garantisce il diritto di fare una simile dichiarazione e il magistrato potrebbe decidere di permettere una tale dichiarazione, ma solo il procuratore fosse d'accordo. Il difensore dell'imputato ha detto che la sentenza sarebbe passata come prassi comune nei tribunali californiani, mentre di solito i giudici chiederono agli imputati se hanno qualcosa da dire prima della condanna: "E 'un ulteriore spersonalizzazine e disumanizzazione del processo di condanna".

Tuttavia, secondo il vice procuratore generale dello Stato, il controinterrogtorio e' importante per arrivare alla verita' verificando la concordanza delle dichiarazioni con gli altri elementi di prova.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



luglio 26 2008

spiegatemi 'sto fatto

* Criticare Berlusconi perché scambia voti con veline non è fare opposizione seria.
* Criticare Berlusconi perché scambia ministeri con fellationes non è fare opposizione seria.
* Quindi criticare Bossi che mostra un dito sulle note dell'inno nazionale... non è fare opposizione seria, vero? No, pare che invece stavolta sia seria. Però dovreste anche spiegarmi il perché.http://piste.blogspot.com/2008_07_01_archive.html


A Midsummer's Nightmare

Incubo di una notte di mezza estate

C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano, e dice:

“Buongiorno”.
“Buongiorno, ma... Non posso credere ai miei occhi!”
“Ci creda, pure, giovanotto, ci creda”.
“Lei è... il Presidente della Repubblica”.
“Proprio io, già”.
“E si è messo in fila proprio al mio sportello!”
“Sa com'è, stamattina passavo di qui... e mi sono detto: perché no?”
"Che onore, ma... non sapevo che avesse un conto qui”.
“In effetti, ora che mi ci fa pensare, non ce l'ho”.
“Ah. Vorrebbe aprirne uno?”
“No, grazie per l'interessamento, no!”
“E quindi... è interessato a qualche nostro prodotto? Io sono solo un cassiere, forse è meglio se chiamo il direttore di filiale e...”
“No, non lo disturbi. Lei andrà benissimo per quello che mi serve”.
“Va bene, allora dica. Cosa posso fare per lei?”
“Dunque, la vede questa borsina? Ecco, vorrei che lei aprisse la cassaforte per me, e la riempisse di banconote di piccolo taglio”.
“Ma...”
“Devo avvertirla che sono armato. Un vecchio sten che avevo nascosto in attesa di tempi migliori”.
“È uno scherzo?”
“No, senz'altro no. E non si azzardi a premere quel pulsante, l'ho vista sa?”
“Ma lei... è il Presidente. Voglio dire, non può rapinare le banche”.
“In effetti fino a qualche giorno fa non potevo. Ma un qualche giorno fa è uscito l'ultimo numero della Gazzetta Ufficiale con il Lodo Alfano, l'ha letto? Avvincente. Ecco, in pratica quel lodo mi consente di rapinare tutte le banche che voglio”.
“Ma...”
“Così oggi stavo passando di qui e mi sono detto: perché no? Adesso, giovanotto, può fare quello che le dico? Perché non ho tantissimo tempo”.
“Un attimo! Sento come una voce... un megafono là fuori”.
“Ah, ecco, ci mancava anche questa”.
“Giorgio!”
“Auff”.
“Giorgio, sono Silvio, sono venuto a parlarti”.
“Tutti i giorni questa storia”.
“Giorgio, senti, io posso capire che l'immunità... a una certa età... possa fare un brutto effetto...”
“Il solito cafone”.
“Del resto, guarda, anch'io stamattina ho corrotto un paio di finanzieri... così... giusto per provare quel brivido... l'adrenalina... per cui ti posso capire, Giorgio. Però... insomma, è la dodicesima banca che rapini stamattina”.
“E allora?”
“Il capo della polizia è disperato, non sa più cosa fare. Ho dovuto promettergli che ci pensavo io. Allora senti, questa volta non prendere ostaggi, per favore. Sto entrando nella banca, mi senti? Sto entrando disarmato. Niente armi. Solo me e te. Ci facciamo una chiacchierata tra immuni, ok? Mi senti? Spara un colpo in aria se mi senti”.
Bang.
“Allora entro, eh? Oh, eccoti qua, ciao Giorgio. Senti, perché non....”
Bang. Bang. Bang.
“Ouch! Cos'hai fatto?”
“Ti ho sparato Silvio, sì. Era una cosa che sognavo di fare da anni”.
“...Ma...”
“Mi sono sempre trattenuto, perché sai com'è, le leggi, la rispettabilità, tutti questi lacciuoli piccolo-borghesi... finché un giorno tu non mi hai dato l'immunità”.
“...Io credevo che...”
“Renditi conto. Prima hai lasciato che un ex comunista stalinista salisse al Quirinale, e poi gli hai dato l'immunità. E poi ti lamenti se quello ti spara? Un po' te lo meriti, eh”
“...Muoio”.
“Vedo. Non mi resta che sciogliere le camere. Chissà se poi una volta sciolte le riapro, mah. Devo pensarci bene. Dopotutto il mondo è mio. Uah uah uaaaaaaaargh!”

****

“Aaaaargh!”
“Silvio, che hai? Sei tutto sudato”.
“Ho fatto un sogno... un incubo... c'era Napolitano che entrava in una banca e poi...”
“Come incubo non sembra un granché”.
“Sì, ma poi arrivavo anch'io... e lui mi uccideva... a sangue freddo. Dio! Perché non ci ho pensato prima!”
“A cosa dovevi pensare?”
“Ho lasciato l'immunità... un potere immenso, quasi diabolico... a un comunista! Ora lui può fare quel che vuole, può persino...”
“Ma vedrai che non ci farà niente, è solo un vecchietto un po' suonato”.
“Sarà. Ma non sono tranquillo per niente, Veronica”.
“Veronica a chi?”
“Ah, scusami, già... Anita”.
“Mi prendi in giro”.
“O eri la Bice? O la Chicca? Scusami, ma non mi ricordo più con chi mi sono coricato ieri sera. Eri una nuova, mi pare”.
“Gianfranca. Mi chiamo Gianfranca”.
“Ah, già, Gianfranca. Mi ricordo di te. Così alta e abbronzata, anche se... un attimo. Dove sono i tuoi lunghi e fluenti capelli neri?”
“Me li sono tolti, mi impicciavano”.
“Ma quindi tu non sei...”
“Dentro di te sai benissimo chi sono. Accendi pure il lume, se vuoi”.
“Non ci posso credere! Gianfranco!”
“Proprio io, già”.
“Ma come ho potuto...”
“Silvio, a una certa ora ormai tu sei in grado di abbordare qualsiasi oggetto in movimento e io, modestamente, sono ancora un bel pezzo di oggetto in movimento”.
“Ma cosa hai intenzione di fare? Ricattarmi?”
“Ma no, perché? Il mio piano è molto più banale. Ora che mi sono introdotto con l'inganno a Palazzo Chigi, intendo soffocarti con questo cuscino, come fece Caligola con l'imperatore Tiberio. Perché io alle mie radici ci tengo”.
“Ma ti scopriranno! Hai lasciato impronte praticamente... dappertutto!”
“E allora? Io sono immune, non ricordi? Sei tu che mi hai voluto immune”.
“Ma io credevo che...”
“Lo so, tu credevi che io fossi una mezza calzetta. L'hai sempre creduto. E io te l'ho sempre lasciato credere. È stato un piano minuzioso, messo a punto in vent'anni... e ora...”
“Gianfranco, aspetta! Parliamone! Noi due possiamo ancora fare tante cose insieme!”
“E' troppo tardi, vecchio. Muori”.

****

“Aaaaah!”
“Renato, cos'hai? Un altro incubo?”.
“Sì... questa volte c'era Napolitano che entrava in una banca... e poi Silvio a letto con Gianfranco... una cosa oscena... io...”
“Renato, forse dovresti fare terapia”.
“Eh, forse sì”.
“Voglio dire, un po' di rimorsi li posso anche capire... ma è passato un anno, ormai, da quando li hai strangolati nel sonno tutti e tre”.
“Del resto cosa potevo fare? Non l'ho mica chiesto io di diventare Immune”.
“Ci dovevano pensare bene, prima”.
“Cioè, lo hanno sempre saputo che avevo contatti con la mafia. Dico, bastava leggere Travaglio. Lo hanno sempre saputo, e un giorno mi hanno nominato Immune. Secondo loro cosa sarebbe successo, dopo? Bastava un po' di fantasia”.
“Erano dei minchioni, Renato. Hai fatto bene a sistemarli. Adesso dormi, che domani c'è l'inaugurazione”.
“Del ponte sullo stretto? È già pronto?”
“Non proprio, no. Anche perché ho sentito che hanno un po' ampliato il progetto”.
“In che senso ampliato?”
“Hanno deciso di allungarlo fino a Lampedusa, sarà il ponte più lungo dell'Universo. Domani inaugurano il nuovo cantiere”.
“Aaaaaaarg!”

***

“Aaaaaarg!”
“E adesso che c'è, Presidente?”
“Un incubo orribile! C'era Schifani che... Dio mio, che ho fatto!”
“Che hai fatto, Presidente?”
“Ho firmato il Lodo Alfano! Una legge diabolica, un mostro giuridico che... ci trasformerà in tanti mostri... ma forse faccio ancora in tempo... Clio, ricordami di chiamare la Corte Costituzionale, domani”.
“Ma non sono Clio. Clio è a Stromboli in confino, non ricordi?”
“E tu chi sei?”
“Sono la vergine del venerdì”.
“Del venerdì?”
“Davvero non rammenti? Da quando sei diventato immune, pretendi di giacere ogni notte con una vergine diversa, e al mattino le fai mozzare la testa”.
“Aaaaaaaaarg!”
“Su, non prendertela! Vieni qui che ti racconto una storia. Comincia così. C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano...”
http://leonardo.blogspot.com/
(Continua, all'infinito).


Il patetico muro di Lampedusa


lampedusa.jpgQuesto articolo è uscito oggi su “Repubblica”.
Il governo italiano risponde da par suo al cittadino del mondo Barack Obama, simbolo meticcio della contemporaneità. “Dobbiamo abbattere tutti i muri che ancora dividono i popoli e le razze, i ricchi dai poveri”, invocava giovedì da Berlino il candidato presidente. E noi? L’indomani facciamo finta di edificare il patetico muro di Lampedusa.
Naturalmente è una bugia che il territorio nazionale sia minacciato da un’invasione di “clandestini” tale da richiedere la proclamazione dello stato d’emergenza. Al contrario, una vera emergenza scatterebbe nella malaugurata ipotesi che i lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno abbandonassero le nostre aziende e le nostre famiglie. Ma per il ministro Maroni lo scandalo e la riprovazione internazionale sono boccate d’ossigeno, perseguite cinicamente, come già i commissari etnici, il censimento dei nomadi e la sottolineatura esibita delle impronte digitali obbligatorie per i minori rom.
Di fronte ai funzionari del Viminale e ai prefetti impensieriti da tale crescendo di deroghe alla normale amministrazione dell’ordine pubblico, pare che Maroni si giustifichi sottovoce: lasciate che io lanci i miei proclami urticanti e prometta ai sindaci squattrinati la stella di sceriffo; ci aiuterà quando dovremo far digerire agli enti locali l’inevitabile perpetuazione dei campi nomadi e dei ricoveri provvisori. Logica vorrebbe che il governo della destra autoritaria, come antidoto ai flussi incontrollati, faciliti nuove procedure d’immigrazione regolare. Ma non è questo che vuole. Gli stranieri continueranno ad arrivare con visti turistici per essere assunti in nero. Resteranno estenuanti le pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno, e nel frattempo anche i regolari che perdono il posto verranno lasciati precipitare nel gorgo dell’illegalità. Perché nel paese dell’economia sommersa il sopruso e l’ingiustizia convengono a molti.
Chi ha vinto le elezioni imponendo la percezione di una società preda della criminalità straniera, chi alimenta la leggenda degli immigrati furbi, titolari di privilegi a scapito della popolazione locale, ora accoglie come un complimento perfino l’accusa di disumanità. Ne misura gli effetti benefici sui sondaggi d’opinione.
Il senso comune reazionario viene infatti coltivato a uno scopo preciso: programmare una guerra tra poveri qualora il calo dei redditi acuisca gravemente il disagio sociale. Seminare oggi il falso allarme per “il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari”; annunciare il potenziamento delle “attività di contrasto”, non rappresenta una deriva fascista ma qualcosa di più subdolo e insidioso: la codificazione della disuguaglianza anche in materia di diritti fondamentali dell’uomo, fra cittadini e non cittadini, fra appartenenti al popolo ed estranei necessari al popolo purchè rassegnati alla condizione di paria. Questa teorizzata disparità di trattamento è alla base delle antimoderne campagne contro la costruzione di moschee a Milano e Genova, città in cui vivono decine di migliaia di musulmani. Ma l’intimidazione degli stranieri irregolari -necessari e quindi tollerati purchè ridotti a paria- già ne condiziona la vita, all’insegna della paura: varie associazioni di medici denunciano un calo drastico dell’utenza di immigrati bisognosi di cura nelle strutture sanitarie. Vogliamo considerarlo un risparmio, o una vergogna?
La destra italiana fu rigenerata quindici anni fa dall’inventore della tv commerciale facendo leva sulla figura universale, moderna, tendenzialmente cosmopolita, del consumatore di prodotti. Oggi, al contrario, la stessa destra propugna una visione etnica dell’italianità. E aspira a dominare il tempo delle vacche magre rifornendosi del combustibile particolarista: quasi un nuovo colonialismo applicato al mercato domestico.
Nel resto d’Europa destra e sinistra si dividono sull’applicazione di norme rigorose che governino il flusso migratorio, sempre finalizzate all’integrazione e alla cittadinanza. Ultima venuta, l’Italia viceversa s’inebria di retorica del “territorio” da purificare con la macumba di un’immensa ronda provvidenziale. Come se per bucare il video dei talk show i politici di entrambi gli schieramenti fossero chiamati solo a gareggiare su chi sia il più bravo a espellere il maggior numero dei famigerati “clandestini”. Eppure non è lontano il tempo in cui le nuove generazioni degli immigrati parteciperanno alla contesa pubblica, chissà, forse esprimendo i loro Obama multicolore. Speriamo solo di non arrivarci per via di una guerra tra poveri, nel segno dell’odio separatista.


Io mi tengo gli scontrini delle vacanze

A fine anni '90, per entrare in una piscinetta all'aperto qui vicino ci volevano 3mila lire. Il prezzo valeva la candela, visto che è una 25 metri più la pozza per i bimbi. Poi c'è il trampolino.
All'epoca mi trasferii in Germania e scoprii che la piscina costava 5 marchi. Era tanto all'epoca, però era una piscina olimpionica, più due piscine vere per i bambini.
Poi arrivò l'euro, e la piscina qui vicino passò dalle 3 mila lire ai 3 euro di colpo. Quella tedesca, che è compartecipata dal comune, fece il cambio aritmetico, 2 euro e 60, per poi crescere anno dopo anno ed arrivare agli attuali 3 euro e 30.
Nella piscinetta qui vicino ieri ho pagato 6 euro a testa per l'ingresso.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Walter devi scegliere: con Aristotele o con Napolitano?
di Paolo Flores d'Arcais

In un editoriale sull’Unità del 24 luglio, il direttore Antonio Padellaro si è rivolto al presidente della Repubblica con toni più che rispettosi, e dopo aver ribadito la gratitudine a Napolitano per il modo in cui ha fin qui interpretato la sua alta carica, si è permesso di ricordare al presidente che sono “numerosi quelli che giudicano il lodo [Alfano] come un grave strappo al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge” di modo che “da oggi dunque ci sono quattro cittadini più uguali degli altri e tutto per consentire a uno solo, e sappiamo a chi, di non essere più sottoposto ai dettami della giustizia, come un sovrano senza limiti”. Conseguenza-appello di Padellaro: “Caro Presidente, siamo convinti che lei troverà il modo e le parole per rispondere anche a questo largo malessere. In nome dell’unità nazionale che lei rappresenta, e che qualcuno cerca di calpestare per esclusivi interessi personali, gliene saremo grati”.
Apriti cielo! Nelle alte sfere del Partito democratico è stato un immediato e furibondo stracciarsi di vesti. Culminato nel lapidario e apologetico “quello del presidente Napolitano è un atto dovuto” del segretario Pd e premier-ombra Walter Veltroni. E per Padellaro solo un coro di “vade retro!”.
Ora, noi non ci permettiamo di entrare nel merito. Siamo infatti rispettosissimi di ogni istituzione, ombre comprese. Ci permettiamo però di richiamare tutti, presidenti e ombre, al più elementare dei doveri, quello del rispetto verso la logica.
L’articolo 74 della Costituzione recita: “Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione”. Può, purché lo motivi. I motivi, ovviamente, possono essere molti, e non solo quello – cruciale – di una manifesta incostituzionalità della legge. Ma se poi una tale incostituzionalità è manifesta, il “potere” del Presidente diventa un “dovere”, almeno moralmente, visto che il Presidente è, per comune definizione, il “custode della Costituzione”.
Ora, la stragrande maggioranza dei costituzionalisti italiani, compresi numerosi ex presidenti della Corte costituzionale, in un appello a cui il sito Repubblica.it ha dato grande evidenza (oltre 150 mila visitatori lo hanno firmato) ha parlato esplicitamente, a proposito del lodo Alfano, di “insuperabili perplessità di legittimità costituzionale”. INSUPERABILI. Dell’aggettivo “insuperabile” viene data dal Devoto-Oli la seguente definizione: “Precluso alla possibilità di venir superato sia al presente che nel futuro, insormontabile”. Significato inequivocabile, che nessuna acrobazia ermeneutica può manipolare.
Di modo che, se vogliamo rispettare il venerando Aristotele, almeno minimamente (non meno dei politici di oggigiorno), delle due l’una: ha ragione Veltroni, la firma di Napolitano era un atto dovuto, ma allora sbagliano tutti gli illustri costituzionalisti, e visto che tra loro ci sono quanti hanno per anni e anni presieduto la suprema corte, la chiave di volta del nostro intero sistema giuridico è stato in mano ad incompetenti. Oppure: la Corte costituzionale, presieduta da giuristi di vaglia, ha garantito il rispetto della Costituzione, i costituzionalisti hanno ragione nel dichiarare INSUPERABILI le perplessità di legittimità costituzionale in cui incorre il lodo Alfano, ma allora la firma di Napolitano non era affatto un “atto dovuto”, checchè ne sentenzi il premier-ombra. Che dovrebbe scusarsi con Padellaro.
Walter Veltroni è leggendario per il suo “ma anche”. Dalla parte di Napolitano “ma anche” di Aristotele, sarà perciò tentato di dire. Tuttavia, con Aristotele e la sua logica il “ma anche” è tassativamente vietato: “per la contraddizion che nol consente”, come diceva padre Dante, che la logica la rispettava (e mandava anche i Papi viventi all’inferno).
Perciò, caro Walter, devi scegliere: col filosofo di Stagira o con l’uomo del Colle?
http://temi.repubblica.it/micromega-online/walter-devi-scegliere-con-aristotele-o-con-napolitano/

Franco Giordano, ovvero Alice nel paese delle meraviglie

Giordano Invece di preoccuparsi degli operai che votano per la Lega, l’ex-segretario del Partito della Rifondazione Comunista Franco Giordano, che ha perso tre voti su quattro ad aprile, è preoccupatissimo di contrastare Antonio di Pietro e la cultura giustizialista.  http://www.gennarocarotenuto.it/


L’America e Obama l’europeo

GUIDO MOLTEDO


L’immensa folla berlinese che ascoltava rapita Barack Obama, due giorni fa, era la stessa, per dimensioni e per intensità di partecipazione, che all’indomani dell’11 settembre invase quello stesso viale per solidarizzare con il popolo americano colpito dal terrorismo.
Da allora, la capitale tedesca, come altre città europee, ha vissuto tante grandi manifestazioni e raduni. Ma di segno opposto.
Contro Bush, contro la sua politica in Iraq.
Antiamericanismo? Macché.
Quello che si è visto giovedì sera al Tiergarten fin a l m e n t e ridicolizza un’idea stravagante che, grazie a un’efficace e insistente propaganda , rischiava di diventare senso comune: l’idea di un’Europa pregiudizialmente ostile all’America solo perché in disaccordo con il suo presidente in carica. Non era così, ovviamente.
Caso mai, come dimostra la straordinaria accoglienza riservata a Obama nel suo tour europeo, c’è nel Vecchio Continente un eccesso di attesa e di speranza nei confronti dell’America.
La suggestione obamiana dei muri da abbattere e dei ponti da costruire scalda i cuori europei anche perché ha, evidentemente, molto a che fare con l’esigenza di ricollocare sul binario giusto una relazione transatlantica che è storicamente molto forte ma che, non per questo, può essere data per scontata o, peggio, mortificata, né da parte europea né da parte americana.
Obama torna, dunque, in patria con un grosso risultato politico.
Che sicuramente potrà spendere bene da presidente, se sarà eletto, riuscendo a ottenere quello che a Bush fu negato.
Paradossalmente, però, non è affatto detto che il trionfo europeo lo aiuti come candidato.
Potrebbe essere ininfluente, nel senso che potrebbe semplicemente rafforzare le posizioni di chi già lo sostiene. O potrebbe essere addirittura controproducente.
Specie verso un certo elettorato dell’America più profonda, questa sì pregiudizialmente anti-europea o radicalmente isolazionista.
Quando Obama si dichiara cittadino del mondo, la platea europea applaude.
Ma a un pubblico di qualche cittadina del Kansas quella stessa affermazione potrebbe suonare come “unpatriotic” o “unamerican”. Nonché “elitist”. Aristocratica.
E quella non è affatto un’America residuale. Quattro anni fa, John Kerry fu messo in croce per i suoi gusti ritenuti troppo europei ed estranei all’“average John”, all’americano medio. Una battuta di sua moglie Teresa Heinz – «John è come il vino, invecchiando migliora» – divenne uno dei tormentoni della propaganda nemica per certificare che, in casa Kerry, si beve vino e non l’americanissima birra.
L’altro rischio, per Obama, è che il successo conseguito, anzi l’idea stessa del tour europeo, lo faccia apparire “presumptuous”, presuntuoso, nel senso letterale: presume di essere già presidente, si muove come se già fosse alla Casa Bianca. Un senso di sicurezza che verrebbe visto come arroganza e potrebbe indispettire un elettorato oscillante, e dunque ipersensibile.
I prossimi giorni diranno se il paradosso di un’Europa in pieno afflato filoamericano e di una certa America proprio per questo ancor più antieuropea è tuttora attuale e peserà sulla corsa di Obama.
Ma se si verificherà che anche questo schema – se mai è stato fondato – non regge più, è perché le immagini del tour mediorientale ed europeo hanno avuto un effetto positivo anche presso quell’elettorato che abbiamo prima descritto.
E che in questi anni di Bush – pur avendolo probabilmente votato – ne è rimasto profondamente deluso, come risulta chiaro dai sondaggi, mai così drammaticamente bassi per un presidente. La favola di un’America autosufficiente e di un’Europa ingrata poteva far breccia nel 2000 e nel 2004. Oggi è più difficile da raccontare. Forse può risultare più convincente, e suscitare orgoglio patriottico, l’immagine di un probabile presidente acclamato in tutto il mondo. Anche nell’invisa vecchia Europa.

http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp

Argentina, sentenza storica: ergastolo a Luciano Menéndez, capo militare durante la dittatura
Luciano Benjamin Menendez Luciano Benjamin Menendez ex capo del terzo corpo dell'esercito argentino e uomo forte della dittatura militare è stato condannato all'ergastolo da un tribunale di Cordoba per reati legati alla violazione dei diritti umani. Si tratta di una sentenza storica, giunta dopo l'annullamento della “legge del perdono”.
Menendez è stato accusato insieme a altre sette persone, tutti ex ufficiali, per il sequestro, la tortura e l'uccisione di quattro militanti politici legati a movimenti di sinistra durante il periodo della “guerra sporca”.
Il giudice argentino, inoltre, ha stabilito che Menendez debba scontare la pena in un carcere comune fra detenuti comuni e non agli arresti domiciliari come fatto fino a oggi.
 
Per gli altri ex militari coinvolti il giudice ha usato la mano pesante: quattro di loro sono stati condannati come Menendez all'ergastolo, due hanno subito una condanna a 22 anni di prigione e un altro rimarrà in prigione per 18 anni.
Menendez durante la lettura della sentenza non sembrava turbato e avrebbe rivendicato il suo ruolo durante il periodo della dittatura mentre gli altri imputati si sarebbero dichiarati innocenti. La sentenza è stata definita dai familiari delle vittime un evento storico e “un trionfo contro l'impunità”.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=11723

SARKOZY E OBAMA, A PARIGI PROSEGUE TOUR TRIONFALE EUROPEO

Il presidente francese Nicolas Sarkozy riceve Barack Obama Il presidente francese Nicolas Sarkozy riceve Barack Obama

di Tullio Giannotti

PARIGI - Non ci sarà stata la folla oceanica di Berlino, saranno mancate le frasi storiche per fare i raffronti con Kennedy, ma la mini-visita di Barack Obama all'Eliseo è servita per confermare che con Nicolas Sarkozy l'intesa politica e umana è forte. E che l'Eliseo di destra ha più feeling con il candidato democratico alla Casa Bianca.

"Bonjour": da vero "americano a Parigi", Barack Obama ha salutato l'enorme folla di fotografi e cameramen accalcata per attenderlo all'arrivo nel cortile del palazzo presidenziale per le cinque ore parigine incastonate fra la lunga visita a Berlino e la puntata serale a Londra. Fuori dall'Eliseo, decine di semplici passanti, diventate centinaia col passare del tempo, si sono fermati al di là delle transenne nella speranza di scattare una foto del candidato beniamino delle banlieue.

Sarkozy aveva fatto precedere l'incontro da una sortita su Le Figaro nella quale sostanzialmente gli si attribuisce la frase: "Obama è amico mio". Ricambiato prontamente dall'americano: "lui è un grande leader". Il faccia a faccia fra i due si è prolungato più del previsto, poi si sono presentati ai giornalisti - il francese senza nemmeno provare a nascondere la quindicina di centimetri d'altezza che era costretto a concedere all'americano - ed è cominciato lo show.

Ha aperto le danze un Sarkozy che non riusciva a rimanere fermo, guardava i giornalisti, poi Obama, poi in alto. La sua mimica facciale accentuata per accompagnare il discorso sottolineava la differenza con l'ospite americano, compassato, braccia ferme, parole cercate senza fretta e sempre pacate. "La Francia è felice di accogliere Barack Obama perché è americano - ha esordito il capo dell'Eliseo - e i francesi amano gli americani". Sapiente pausa, risolini in platea, poi ancora: "se non lo avessi detto, si sarebbero offesi...". Poi la "convergenza di vedute" su tutti i temi affrontati, quindi sono cominciati i siparietti, tutti o quasi innescati da battute del presidente francese.

Come quando ha ricordato l'incontro con Obama nel 2006, "quando parlammo del Darfur. Eravamo due: uno é diventato presidente, l'altro deve soltanto fare altrettanto". Se qualcuno avesse avuto ancora dubbi sul partito scelto dall'Eliseo, Sarkozy ha aggiunto che "questa non è ingerenza".

Pacato e fermo il breve discorso di Obama, che ha elencato i temi affrontati nell'incontro, le "sfide comuni" degli Stati Uniti con l'Europa, prima fra tutti "la pace fra israeliani e palestinesi" ma poi insiste molto sull'ambiente, confermando che gli Stati Uniti sono pronti a fare "passi avanti importanti" su temi finora delicati come i limiti all'emissione di Co2. Non poteva far mancare anche lui una battuta: "quando Sarkozy è venuto negli Stati Uniti, ha incontrato due senatori, John McCain e me. Fidatevi del suo fiuto politico".

La prima domanda dei giornalisti - Sarkozy ha offerto per ospitalità la precedenza a un'inviata americana - ha interrotto il clima idilliaco, mutando le battute del presidente francese in repliche al vetriolo. La giornalista chiede a Sarkozy se le banlieue che oggi inneggiano a Obama siano le stesse che erano in fiamme quando lui era ministro degli Interni: "complimenti per la conoscenza della società francese - ha sorriso acido Sarkozy perdendo l'auricolare - ma lei sa che queste cose le ha vissute anche l'America. Con una differenza: in Francia non c'é stato nemmeno un morto, contrariamente alle rivolte negli Stati Uniti. E dalla mia elezione non c'é stato più in disordine, perché nelle banlieue abbiamo avviato una politica di promozione dell'integrazione".

Afghanistan e Iran hanno dominato il resto delle domande e degli interventi. Sul primo tema, Obama ha detto che "non abbiamo scelta, l'Afghanistan è una regione cruciale, e dobbiamo concludere il lavoro". Sarkozy ha rincarato: "lì non dobbiamo assolutamente perdere, non possiamo far tornare i taleban", "non deve poter tornare il Medio Evo". Sull'Iran, Obama ha esortato in un appello a Teheran a non aspettare l'elezione del presidente per accettare le proposte dell'Occidente sul nucleare "perché la pressione può soltanto aumentare". Infine "cooperazione rafforzata" Usa-Europa, complimenti di Sarkozy per "la capacità degli Stati Uniti di cambiare leader dopo 10 anni" e rivelazione finale su cosa Obama ammira nel presidente francese: "é un grande leader, che gli americani apprezzano molto. Ho sempre ammirato la sua energia. Mi sono sempre chiesto cosa mangia!".http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_731035670.html


Europa amara

Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova

Un recente rapporto della Commissione europea critica duramente la Bulgaria per lo scarso impegno nella lotta alla corruzione e alla criminalità. L'esito di questa bocciatura è il blocco di 825 milioni di euro di fondi. Le reazioni di politici e analisti bulgari
Il 23 luglio la Commissione Europea ha deciso di bloccare definitivamente 825 milioni di euro di fondi alla Bulgaria, che fino ad oggi erano rimasti congelati, e di ritirare l'accredito a due agenzie statali impegnate nella gestione di denaro proveniente da Bruxelles a causa dei pochi passi in avanti nella lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata.

Nel rapporto annuale della Commissione, emesso in questa data, si legge che i pochi processi intentati nella “guerra contro la corruzione” dichiarata da Sofia riguardano in realtà “una frazione estremamente piccola dei crimini di questo genere” e che rappresentano “un progresso molto piccolo nel processo di congelamento e confisca di beni ottenuti per vie illegali”. Nel suo insieme, il rapporto critica Sofia con toni molto accesi, “perché la mancanza di risultati convincenti da parte delle attuali strutture di governo è sorprendente, e sono necessarie iniziative urgenti perché la situazione possa mutare”.

I media bulgari hanno commentato il blocco dei fondi europei come una misura punitiva volta a proteggere le tasche dei contribuenti europei ed hanno parlato di “sanzioni più forti nella storia dell'Unione Europea”. Il tentativo di Sofia di nascondere i problemi reali, insieme al nepotismo e alla corruzione nei piani alti del potere hanno portato al sonoro schiaffo ricevuto ora da Bruxelles. Secondo molti commenti, però, poteva andare anche peggio, se la Commissione avesse deciso di minacciare un rinvio dell'ingresso della Bulgaria nella zona Schengen e in quella della moneta unica. Il quotidiano Dnevnik ha scritto che l'euro-commissario bulgaro, Meglena Kuneva, avrebbe provato a smorzare i toni del rapporto europeo fino all'ultimo, mentre i suoi colleghi Jacques Barrot (Francia) e Danuta Hubner (Polonia) avrebbero insistito per un rapporto ancora più negativo.

Ancora teorie della cospirazione

Nonostante il rapporto negativo, il premier Sergey Stanishev non ha voluto estromettere i ministri maggiormente responsabili dell'insuccesso. In conferenza stampa, Stanishev ha annunciato che i vari ministeri realizzeranno piani d'azione che verranno poi analizzati politicamente dai leader dei tre partiti di maggioranza, il Partito Socialista Bulgaro (BSP) il Movimento per le Libertà e i Diritti (DPS) e l'NDSV, movimento capeggiato dall'ex monarca Simeon Sakskoburggotski.

Il premier ha annunciato che ha ricevuto informazioni riguardo ad “iniziative mirate contro la Bulgaria da parte di commissari appartenenti alla famiglia politica dell'opposizione bulgara”. Aggiungendo poi che “esistono decine di esempi positivi sulle attività della Bulgaria come partner all'interno dell'Ue”.

Ancor prima che il rapporto divenisse pubblico, politici di alto rango di area governativa avevano iniziato ad utilizzare la “teoria della cospirazione”, arrivando ad accusare Bruxelles di utilizzare la Bulgaria come capro espiatorio all'interno dell'Unione, di utilizzare un doppio standard nei confronti del paese e di appoggiare un complotto tramato dall'opposizione interna. Il presidente Georgi Parvanov ha chiesto ai propri connazionali di non lasciarsi prendere dal pessimismo o da sentimenti anti-europei.

Il ministro degli Esteri, Ivaylo Kalfin, nel tentativo di scaricare la “patata bollente” ha sostenuto che la destra europea lavora in modo coordinato con l'opposizione parlamentare ed extraparlamentare bulgara contro il governo. Secondo Kalfin il rapporto europeo, dai toni molto negativi, è stato preparato a tavolino, ed ha portato grandi danni alla Bulgaria. Secondo Solomon Pasi, deputato dell'NDSV ed ex ministro degli esteri, il rapporto è obiettivo, e le forze al governo non prendono in dovuta considerazione le indicazioni di Bruxelles. La sua, però, è stata una presa di posizione isolata, mentre in molti si affrettavano a trovare responsabilità altrove.

Un giorno prima che venisse reso pubblico il rapporto, l'Ufficio Europeo per la Lotta Anti-frode (OLAF), ha annunciato che nel 2007 la Bulgaria è stato il paese col maggior numero di inchieste sull'uso di euro-fondi pro-capite (52 inchieste su una popolazione di circa 7 milioni), seguita dalla Romania (95 casi su una popolazione di 21 milioni circa) e quindi dalla Grecia. A differenza di Sofia, però, a Bucarest è stata riconosciuta una collaborazione attiva alle inchieste, e quindi la Romania non ha ricevuto sanzioni.

Vergogna e crisi

L'opposizione ha chiesto subito un voto di sfiducia verso il governo Stanishev, a causa dei danni materiali e morali che avrebbe causato al paese e ai suoi abitanti per il mancato arrivo dei fondi comunitari. Gli analisti della vita pubblica sono particolarmente critici verso i governanti. “Dobbiamo vergognarci, perché quanto succede non si riflette solo sulla nostra immagine, ma anche su come veniamo considerati in Europa e nel mondo”, ha dichiarato il politologo Antoniy Todorov.

Secondo l'analista Ivan Krastev, la Bulgaria è un paese che “non riesce a dimostrare responsabilità politica”. Lo stesso Krastev ha poi pronosticato per l'attuale esecutivo una crisi politica senza soluzione di continuità. “In questi tre mesi, che seguono la crisi nel ministero degli Interni (l'ex ministro Rumen Petkov è stato costretto alle dimissioni per contatti con il mondo della criminalità organizzata), le reazioni degli uomini di governo hanno dato l'impressione che l'esecutivo è più pronto alla lotta contro la Commissione Europea e l'OLAF che contro la corruzione nel paese”.

Il 24 luglio allevatori infuriati hanno bloccato la strada per Kardzhali in cinque differenti municipalità per più di un'ora. Secondo i loro rappresentanti le sanzioni e il blocco dei fondi danneggiano in modo particolare i produttori bulgari, molti dei quali hanno preso prestiti per la gestione della propria attività, e che adesso diventa particolarmente difficile poter restituire. Dall'Associazione Nazionale dei Produttori di Latte hanno chiesto al governo di pagare comunque i fondi del bloccato progetto SAPARD utilizzando denaro proveniente dal budget nazionale.

Da mesi ormai i cittadini bulgari mostrano di avere più fiducia nelle istituzioni europee che in quelle nazionali. Rimane da vedere se Bruxelles sarà in grado di costringere il governo di Sofia a contrastare la corruzione e la criminalità organizzata nel paese. Esiste il pericolo che la Bulgaria, già oggi il paese più povero dell'Unione, possa divenire ancora più marginale e addirittura oggetto di ironia da parte dei propri vicini balcanici, come della Macedonia, dove il quotidiano "Utrinski Vesnik" ha commentato gli ultimi avvenimenti scrivendo che la Commissione Europea non ha il coraggio di ammettere che l'ingresso di Bulgaria e Romania nell'Ue è stato un grosso errore.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9900/1/51/

Sudan: la Lega Araba propone un piano per la risoluzione della crisi

Il Presidente della Lega Araba Amr Moussa ha incontrato Bsashir a Khartoum

A seguito della richiesta della Corte Penale Internazionale di arrestare il Presidente sudanese Omar al-Bashir per crimini contro l’umanità, il Presidente della Lega Araba Amr Moussa ha incontrato Bsashir a Khartoum. L’incontro è avvenuto sabato, in seguito ad una riunione dei Ministri degli Esteri arabi al Cairo, convocata per discutere una possibile risoluzione della crisi politico-diplomatica scaturita dalla decisione della Corte dell’Aja. Il Presidente del Sudan è accusato da Luis Moreno-Ocampo, procuratore capo della Corte Penale Internazionale, di genocidio nei confronti della popolazione del Darfur, tramite azioni militari e l’appoggio ai Janjaweed, i guerriglieri cammellati in lotta con gli abitanti del Darfur.

Sebbene i dettagli del piano non siano ancora stati resi noti, la Lega Araba ha annunciato di voler risolvere la controversia tramite la ricerca di una soluzione alternativa, che potrebbe essere quella di sospendere il giudizio della Corte Internazionale per 12 mesi. Tale richiesta andrebbe fatta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’organo che ha incaricato la Corte di giudicare sulle violenze in corso da più di cinque anni in Darfur. Secondo la Lega Araba, infatti, la decisione di Moreno-Ocampo rischia di compromettere ulteriormente il processo di pace auspicato per il Sudan, portando il Paese ad una destabilizzazione definitiva, preludio per una conseguente diffusione su scala nazionale delle violenze in corso. Inoltre i Ministri presenti nell’incontro del Cairo hanno criticato la richiesta dell’Aja anche sulla base del fatto che, a parte Giordania, Gibuti e le Isole Comore, nessun paese arabo ha ratificato l’instaurazione della Corte Penale Internazionale, peraltro non riconosciuta neanche da Khartoum stessa.

Gli sforzi intentati dalla Lega Araba vanno di pari passo con quelli dell’Unione Africana e del Presidente senegalese Abdoulaye Wade, che, in conformità con la Lega Araba, ha chiesto di sospendere il giudizio per un anno. L’Arabia Saudita, conscia del fatto di non poter porsi completamente al di fuori della Comunità Internazionale, né di poter creare una crisi diplomatico-giuridica a livello globale, ha reso noto che, in ogni caso, i crimini di cui è accusato Bashir dovranno essere comunque giudicati. Questa sarebbe la condizione per far sì che il Consiglio di Sicurezza ritiri il mandato di giudizio alla Corte Penale Internazionale. In ogni caso, Bashir sa che qualsiasi decisione venga presa contro di lui, potrebbe essere verosimilmente bloccata dal veto della Cina (e probabilmente della Russia) in sede ONU. Se, dunque, la Lega Araba mostra di voler essere attiva a livello diplomatico e vuole porsi come risolutore delle controversie internazionali (così come già successo di recente per il Libano), vi è il rischio che queste azioni possano portare ad un mantenimento dello status quo, facendo perdere peso ed immagine alla Corte Penale Internazionale ed all’efficienza delle organizzazioni internazionali.

Stefano Torelli

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33307



RAPPORTO SUL COLLASSO DELL'ECONOMIA USA

 

DI RICHARD C. COOK
Global Research

Con le notizie economiche della settimana del 14 luglio, la continua crisi dei mutui, l’inizio dei fallimenti bancari, l’annunciata riduzione di organico della General Motors, lo scivolone del Dow-Jones al di sotto di quota 11,000, stiamo assistendo al collasso continuo dell’economia statunitense.

Anche i ricchi stanno diventando nervosi, mentre risuonano le grida d'allarme per una sospensione d'emergenza dello “short selling” [scommettere al ribasso n.d.t.].

Ciò che sta succedendo realmente è che l’economia produttiva dei lavoratori e delle lavoratrici è colpita soprattutto dal debito opprimente sulle case, sugli affari e sui governi che per il 2010 potrà raggiungere i 70mila miliardi di dollari. Il sistema finanziario, inclusi i giganti dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, è in bancarotta e il debito sul quale questo si basa non può essere ripagato.

Questo avviene poiché l’economia produttiva delle persone che lavorano per vivere, semplicemente non riesce più a generare sufficiente potere d’acquisto nemmeno per pagare i loro debiti o per permettere loro di comprare ciò che è venduto sul mercato. A sua volta il carico del debito e la perdita sociale del potere d’acquisto sta facendo precipitare il mercato azionario. Così il collasso dell’economia finanziaria ha iniziato a distruggere l’economia produttiva.

È una “tempesta perfetta”, il risultato di un sistema finanziario vecchio 200 anni dove il denaro è creato dal prestito bancario e dove dal 1980 la nostra industria e il nostro lavoro sono stati continuamente appaltati a imprese esterne per rendere il mercato del lavoro più economico. In questo modo il reddito domestico ristagna mentre il prodotto interno lordo non è capace di stare al passo con l’esponenziale crescita del debito.

Mentre i classici mezzi di informazione sono ciechi, sordi e muti riguardo le cause, le vittime all’interno della classe media e operaia vedono le loro vite rovinate, lavori portati via, pensioni erose, case che non possono essere riscattate dall’ipoteca; devono fare i conti con un debito sempre crescente e sono forzati a lavorare in condizioni di lavoro sempre più stressanti a causa del crescente carico fiscale, dell’inflazione del prezzo di gas e cibo e regole e regolamentazioni burocratiche. Gli unici posti dove una vita più o meno normale può essere possibile saranno i ricchissimi centri imperiali come Washington, New York, Chicago o San Francisco.

Tutto ciò che le attuali strategie di salvataggio finanziario promosse dalla Federal Reserve stanno facendo, è di creare più debito per sostenere le istituzioni finanziarie in fallimento. Non viene creata nessuna nuova ricchezza. È un cerotto sopra un altro cerotto.

Politicamente il problema è che il controllo degli USA è stato spostato tempo fa sui banchieri e gli uomini della finanza dell’Occidente. È stata chiamata “deregolamentazione finanziaria”, accelerata sotto la presidenza Reagan, e da allora non si è più fermata. Da un punto di vista storico più ampio, è lo stesso fenomeno che prima ha creato e poi ha mandato in rovina l’impero britannico ed è ciò che ha creato e adesso sta distruggendo l’impero statunitense oggi.

L’effetto collaterale di questo tipo di controllo da parte dei banchieri e degli uomini della finanza è che essi sono anche sionisti, così abbiamo anche un cospicuo carico di miliardi di dollari per cercare di conquistare il Medio Oriente in nome degli interessi internazionali riguardo il petrolio ed in nome dello stato di Israele.

La situazione è peggiorata bruscamente dagli anni 70 quando gli affari Usa sono stati gestiti in nome degli interessi finanziari da quelli che si possono chiamare i “tre amigos”- Henry Kissinger, Paul Volcker e Alan Greenspan. Kissinger, mentre era segretario di stato di Nixon, rese gli Stati Uniti dipendenti dal Medio Oriente per il petrolio, ricoprendo di milioni di dollari la macchina da guerra israeliana e creò il petroldollaro per supportare il nostro commercio e i deficit fiscali. Volcker, mentre era presidente della Federal Reserve, fece a pezzi l’economia produttiva Usa nella recessione del 1979-1983, guidando la nascita dell’”economia dei servizi”. Greenspan, durante la sua presidenza della Federal Reserve, presiedette a quell’economia-montatura che fu creata attraverso una massiccia frode ufficiale nei prestiti dei mutui per la casa e che ora sta affondando come il Titanic.

I politici hanno dato il permesso per questi crimini finanziari. Soprattutto è stata la famiglia Bush, per tre generazioni, a svolgere la funzione di cavallo di Troia politico in favore dei finanzieri, con affari che sono diventati di volta in volta peggiori da quando George H. W. Bush ha invaso l’Iraq per la prima volta nel 1991. Chi ha permesso ciò è la maggioranza dei membri del Congresso statunitense. (Guarda le conclusioni del nuovo libro di Patrick Buchanan, Churchill, Hitler, and the Unnecessary War, per rendersi conto di come gli Usa dalla presidenza del primo Bush hanno rifatto gli stessi catastrofici errori del fallimentare imperialismo britannico).

Il popolo americano non è completamente innocente. Siamo stati cullati dai media in mano ai poteri finanziari, permettendo che questi disastri potessero svolgersi, e ora ne raccogliamo le conseguenze. Siamo stati il foraggio per le loro guerre e i firmatari dei loro prestiti. Abbiamo cercato di spartirci la nostra fetta di una torta che ora si sta sbriciolando.

Ciò che sta prendendo piede non è solo il collasso degli Usa, ma molto probabilmente il crollo finale della civiltà occidentale, visto che siamo l’ultimo degli imperi mondiali a scomparire. La prima Guerra Mondiale ha visto la fine dell’impero tedesco, austro-ungarico, russo e ottomano. La seconda Guerra Mondiale ha visto la scomparsa dell’impero francese, britannico, giapponese e italiano, assieme con la Germania nazista. L’impero sovietico collassò nel 1991. Quello americano è vicino alla sua fine. Il pericolo riguarda la possibilità di reazioni sbagliate che portino ad una terza Guerra Mondiale nucleare a causa della frustrazione e per assecondare gli elitisti del mondo che vedono la guerra e la carestia come una strada per il controllo del mondo. Una guerra del genere significherebbe anche un controllo militare domestico per gestire la nazione pateticamente debole che stiamo diventando.

Ai banchieri non interessa se le nazioni e gli imperi distruggono se stessi, perché sono internazionalisti. Infatti più guerra e carestia c’è, meglio si sentono. Tutto ciò di cui hanno bisogno è una base dalla quale operare. Londra è stata la base principale delle operazioni dalla fondazione della Bank of England nel 1694, sebbene abbiano un forte presenza anche nelle altre nazioni. Sono stati molto influenti specialmente nell’Europa nord-occidentale, dove l’elitismo nella forma della Massoneria ha tentato, sin dai tempi della Rivoluzione Francese, di distruggere l’autorità della Chiesa cattolica.

In effetti, il primo conflitto mondiale fu un progetto della Massoneria per smembrare la Germania e l’impero Austro-ungarico, entrambi a maggioranza cattolica. Questa distruzione permise ai signori dell’usura di prosperare all’interno della cultura atea e materialistica che la Massoneria stava sviluppando attraverso l’Europa. La prima Guerra Mondiale portò pure al virus del Comunismo, largamente incitato dagli internazionalisti e dai massoni sebbene avesse un così tragico impatto sulla Russia e sull’Europa centrale prima di espandersi in Cina e nell’Asia orientale.

È teoricamente possibile che gli Usa si possano ancora salvare tramite una rivoluzione interna, accontentandosi di giocare un ruolo molto ridotto nel concerto globale. Dopo tutto Inghilterra, Francia e Italia esistono ancora all’ombra della grandezza del proprio passato. Ma, realisticamente, ciò che le persone normali possono fare al giorno d’oggi è cercare di sopravvivere, forse lavorando con gli amici e i vicini nell’agricoltura per vivere all’interno di un’economia sotterranea. Alla fine così le persone non dovrebbero morire più di fame, perché per quanto possa essere difficile pensare che “possa succedere qui”, una diffusa carestia negli Stati Uniti sembra una possibilità piuttosto concreta nei prossimi anni. Le nazioni si assumono questi rischi quando permettono al capitalismo dell’agricoltura di distruggere la produzione locale.

A livello nazionale, è probabile che come reazione alla crisi economica qualche tentativo verrà fatto da politici disperati nel tentativo di ripetere il New Deal, ma per fare ciò è necessario un controllo politico da parte di un partito nazionalista e riformista. Anche in questo caso ulteriori misure come il controllo del credito in qualità di servizio pubblico, la garanzia del reddito di base e un dividendo nazionale sarebbero necessarie per una reale sicurezza economica col fine di rimpiazzare l’attuale pazzia che presto potrebbe fare degli Usa una reliquia della storia.

Richard C. Cook è un ex analista del governo USA, la cui carriera ha incluso incarichi presso la 'U.S. Civil Service Commission', la 'Food and Drug Administration', la Casa Bianca sotto Carter, la NASA, e il Dipartimento del Tesoro USA. I suoi articoli di economia, politica e politica dello spazio sono stati pubblicati in molti siti web e su 'Eurasia Critic magazine'. Il suo libro sulla riforma monetaria intitolato 'We Hold These Truths: The Hope of Monetary Reform' verrà pubblicato dalla Tendril Press. E' autore anche di 'Challenger Revealed: An Insider’s Account of How the Reagan Administration Caused the Greatest Tragedy of the Space Age', definito in una recensione, 'il libro sui voli spaziali più importante degli ultimi 20 anni'. Il suo sito è www.richardccook.com.

Titolo originale: "Status Report on the Collapse of the U.S. Economy "

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
22.07.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DENIS BOZZI


La crescente inflazione in Asia può fermare lo sviluppo di interi Stati
Nel Continente sempre più Stati distolgono risorse da altri progetti per destinarle a sussidi per i meno abbienti o per incrementare l’agricoltura, finora trascurata nelle economie nazionali. Esperti: occorre riconsiderare il modello di sviluppo, valorizzando anzitutto le risorse nazionali.

Tokyo (AsiaNews/Agenzie) – La crescente e continua inflazione in Asia, ai massimi livelli da 10 e più anni, può mettere in crisi lo stesso sviluppo di molti Stati, costretti a impegnare miliardi di euro per l’assistenza economica a cittadini e imprese, distogliendoli dai progetti per infrastrutture.

In Vietnam a giugno l’inflazione è stimata del 27,04% a luglio, record dalla crisi del 1991. E per agosto si prevede peggiori, spinta dal forte aumento (+36%) attuato a fine luglio sul prezzo del carburante. L’aumento dei prezzi impoverisce imprese e lavoratori a reddito fisso, ma colpisce anche il settore dei servizi, sempre più costretto a lavorare con scarsi profitti o in perdita, e la produzione di merci.

Ma il problema è generale. I governi eletti nel 2008 in Corea del Sud, Taiwan e Thailandia non hanno potuto mantenere le molte promesse delle campagne elettorali di dare robusto impulso alle infrastrutture, pressati dalla priorità dell’aumento dei prezzi. Il premier tailandese Samak Sundaravej ha promesso di investire almeno 32 miliardi di euro in infrastrutture in 4 anni, ma finora ha soltanto provveduto a tenere bassi i prezzi del trasporto pubblico e dell’elettricità per i residenti.

Anche il neopresidente coreano Lee Mjung-bak ha promesso grandi infrastrutture, tra cui un canale attraverso il Paese per oltre 9 miliardi di euro, ma ora sono stati destinati 6,35 miliardi di euro a sussidi per le famiglie meno abbienti, diminuzioni fiscali e altri aiuti pubblici.

Ma Ying-jeou, nuovo presidente di Taiwan, ha promesso la realizzazione di 12 megaprogetti per una spesa stimata di 82,5 miliardi, ma ora si occupa di un programma per 23,5 miliardi che vuole risollevare il consumo interno e contenere l’inflazione.

In India a giugno ci sono state diffuse proteste di piazza per un aumento contenuto del prezzo del carburante, peraltro tuttora tenuto dallo Stato sottocosto. Il governo malese ad aprile ha annullato la costruzione di un treno veloce a Singapore del costo di 1,6 miliardi, preferendo destinare 826 milioni ad aumentare la produzione di riso, frutta e vegetali.

Anche in Giappone l’inflazione a giugno ha segnato il record da 15 anni, seppure pari ad appena l’1,9%.

Esperti osservano che questa politica di sussidi, seppure utile nel breve termine, si sta rivelando inadeguata a fronte di un perdurante aumento mondiale dei prezzi di energia, materie prime e alimenti: rischia di assorbire ingenti risorse che sono distolte dalla realizzazione di altre opere utili per lo sviluppo economico. E’ in atto un’ampia rivalutazione del settore agricolo, finora negletto, riscoperto essenziale per coprire necessità primarie. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12852&size=A


L'Ue pronta a bloccare gli aiuti alla Bulgaria
[L’emittente britannica Bbc ha rivelato che un rapporto della Commissione europea, che dovrebbe essere reso noto solo dalla prossima settimana, prevede il blocco di circa un miliardo di euro di aiuti alla Bulgaria. La ragione della decisione, ancora non ufficializzata ma già senza precedenti nella storia dell’Ue, è che il paese non sarebbe riuscito a lottare efficacemente contro la corruzione e la criminalità. E’ a rischio, secondo la Bbc, anche l’ingresso della Bulgaria nei paesi dell’area di Schengen. I piani di aggiustamento per i paesi candidati a entrare nella Ue prevedono anche delle misure di riorganizzazione del sistema bancario e della burocrazia statale, secondo parametri di efficienza e trasparenza, sia rispetto ai cittadini che rispetto alle istituzioni comunitarie. Questo per evitare che i fondi europei siano stornati per fini diversi da quelli istituzionali oltre che per sostenere l’economia di mercato. La Bulgaria sarebbe «indietro» rispetto al programma di adesione proprio su questi punti, ritenuti cruciali quanto–e forse più–di altri parametri, come il rispetto dei diritti umani.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/14699

NEGOZIATI GOVERNO-OPPOSIZIONE: “LA SPERANZA DI UN NUOVO INIZIO”


“Accogliamo l’avvio di questa fase cruciale dei negoziati con la fervente speranza di un nuovo inizio per tutta la popolazione dello Zimbabwe”: lo affermano, in merito alle trattative in corso tra governo e opposizione, diversi organismi ecclesiastici e religiosi, tra i quali il Consiglio ecumenico delle chiese cristiane e la Federazione mondiale degli studenti cristiani. “Preghiamo – si legge in una lettera aperta pubblicata ieri, nel primo giorno dei colloqui – affinché tutti i negoziatori siano guidati dai veri interessi e dalle più profonde aspirazioni della gente”. Rappresentanti del partito di governo Zanu-Pf e del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc), la principale forza di opposizione, stanno discutendo a Pretoria la possibile formazione di “un governo di unità”; avviati anche grazie alla mediazione del presidente sudafricano Thabo Mbeki, dell’Onu e dell’Unione Africana, i colloqui mirano a superare le tensioni politiche e sociali che hanno attraversato lo Zimbabwe dopo le controverse elezioni presidenziali di marzo. L’inizio dei negoziati – riferisce oggi l’emittente sudafricana “Sabc” – sembra aver favorito un certo ottimismo anche negli ambienti imprenditoriali; ieri, la Banca centrale dello Zimbabwe aveva annunciato una serie di misure per ridurre le conseguenze negative per consumatori e lavoratori dipendenti dell’elevatissimo tasso di inflazione.
http://www.misna.org/

LA STORIA DI ESTHER E ANA SCOPERCHIA IN GUATEMALA IL TRAFFICO DI ADOZIONI ILLEGALI

 

Gennaro Carotenuto

La piccola Esther, figlia di Ana Escobar, ad appena sei mesi di età era stata sequestrata da banditi armati che l’avevano strappata dalle braccia della madre a Città del Guatemala per alimentare il traffico multimilionario delle adozioni illegali verso gli Stati Uniti. Sono stati necessari un anno e mezzo di battaglia e due esami del DNA per ottenere giustizia.
In Guatemala le adozioni per anni sono state informali e facilissime. Quasi un supermercato di bebè che alimentava un traffico intenso quasi tutto diretto verso gli Stati Uniti, 5.000 bambini solo nello scorso anno, al secondo posto al mondo dopo la Cina. Ana Escobar era ed è una giovane casalinga della capitale. Nel negozio di scarpe della famiglia entrò, era l’inizio del 2007, una banda di sequestratori armati, la picchiarono e le strapparono Esther dalle braccia per sparire nel nulla.
Ma Ana non si è arresa. Ha continuato per mesi a cercare la figlia disperatamente. Quando l’ha trovata, un anno fa, sua figlia era in compagnia di due donne statunitensi nella sede del Consiglio Nazionale delle Adozioni. La bambina era sul punto di essere portata fuori dal paese. Per un breve momento pensò che il suo calvario fosse finito ma non era così. Le fu presentata una prova del DNA falsificata che apparentemente accertava che Esther non fosse sua figlia. C’è voluto un altro anno estenuante di ricerca della giustizia, senza alcuna collaborazione da parte delle autorità fino ad ottenere un secondo esame del DNA che ha finalmente certificato quello che Ana sapeva da sempre: che quella bambina dichiarata adottabile era la sua Esther.
Il caso ha scoperchiato le complicità anche ad altissimo livello del traffico di adozioni in Guatemala. Sebbene dal dicembre 2007 sia entrata in vigore una legge più restrittiva in materia, a partire da maggio 2008 è stato necessario congelare tutte le adozioni internazionali.
Per la prima volta con Esther è stata dimostrata la relazione diretta tra il sequestro di bambini e il sistema di adozioni in Guatemala. Per un bambino legale, o meglio legalizzato attraverso il Consiglio Nazionale delle Adozioni, negli Stati Uniti sono disposti a pagare fino a 40-50.000 dollari. Una somma che per metà finisce ai mediatori statunitensi, la tariffa è di circa 25.000 dollari, e per l’altra metà serve a corrompere funzionari locali o pagare addirittura i sequestratori o giovani madri povere che cedono i loro bambini appena nati. Girano dunque cifre importanti in grado di alimentare l’industria dei sequestri e l’intera industria delle adozioni muoverebbe 200 milioni di dollari l’anno. Per un paese povero come il Guatemala sarà difficile estirparla.

 www.gennarocarotenuto.it


Strategia di Lisbona: il posto dell’Europa nel mondo

Immagine: Proyecto GarajeTM / Flickr

Immagine: Proyecto GarajeTM / Flickr

La situazione geopolitica privilegiata dell’Europa è in pericolo: globalizzazione, cambiamento climatico, demografico, carenze energetiche e alimentari obbligano a ripensare il ruolo del Continente, ancora dietro ripespetto agli Stati Uniti. E Sarkozy rilancia Lisbona.

ANALISI

di Fernando Navarro Sordo, Bruselas. Traduzione Laura Pipponzi

 

Qualcosa sta cambiando. Se davvero cominciano a muoversi gli obiettivi della Commissione Europea per il 2020 in materia di ambiente e di efficienza energetica, si assisterà alla materializzazione di un’autentica politica industriale. Almeno questa è la conclusione che si profila nelle ultime settimane tra gli analisti economici europei. Scommettere sul settore industriale europeo è, inoltre, una delle raccomandazioni di Laurent Cohen-Tanugi, il quale è stato incaricato da Nicolas Sarkozy di elaborare, per la Presidenza semestrale europea, un piano per una strategia europea per la mondializzazione. In altre parole, la proiezione dal 2011 al 2015 della Strategia di Lisbona per convertire l’economia Europea nella più competitiva del mondo («Diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale», come recita il documento).
Esistono Paesi come quelli nordici – più piccoli e più omogenei – che stanno applicando la Strategia di Lisbona dagli anni Novanta, prima ancora che esistesse.

Il sogno americano

Laurent Cohen-Tanugi(Foto: by OECD)Laurent Cohen-Tanugi(Foto: by OECD)Il Pil per abitante dell’Ue continua ad essere il 70% di quello degli Stati Uniti. Come venti anni fa. Secondo i dati dell’Ocse, mentre negli Stati Uniti ogni abitante lavora in media 865 ore all’anno, nell’Ue solo 726. Mentre in Giappone e negli Stati Uniti, rispettivamente il 40% e il 38% della popolazione possiede una laura, in Svezia o Francia le percentuali ascendono al 30% e al 25%. Se negli Usa si pubblicano più di 750 articoli scientifici per ogni milione di abitanti, nell’Ue non si arriva ai 600. Il tutto nonostante le politiche di liberalizzazione praticate nel nostro continente da oltre quindici anni.
Con questi dati, la Strategia de Lisbona adottata nel 2000 e rinnovata nel 2005 «corre il pericolo di apparire un disastro nel 2010», afferma l’avvocato Cohen-Tanugi. «Una prospettiva che si attenuerebbe se si tracciano già da ora nuove prospettive fino al 2015», conclude.

Euromondo 2015: modellare la mondializzazione

L''energia solare è ormai una priorità in Germania, Spagna e Danimarca. (Foto: Sagabardon / Flickr)L''energia solare è ormai una priorità in Germania, Spagna e Danimarca. (Foto: Sagabardon / Flickr)La nuova consegna, come proposta della Presidenza semestrale francese dell’Ue, è che l’Unione deve «modellare la mondializzazione». Un messaggio che i politici di ogni paese trasferiscono alle rispettive opinioni pubbliche: «L’Ue deve governare la mondializzazione e i suoi effetti insidiosi, come l’innalzamento del prezzo dell’energia e degli alimenti», si sente dire dal Governo spagnolo. «Dato che la marca ”Lisbona” non piace e viene confusa con il Trattato di Lisbona, ne propongo una nuova: Euromondo 2015», lancia Cohen-Tanugi. Sarà sufficiente questo esercizio di marketing?
Innovazione, educazione e rafforzamento del settore industriale sono le priorità indicate da Cohen-Tanugi. Se l’investimento pubblico in risorse e sviluppo nell’Ue è un 20% inferiore a quello statunitense, propone che si esiga dagli Stati membri un aumento del 10% ogni anno del loro budget per la ricerca, fino a raggiungere gli obiettivi previsti dalla Strategia di Lisbona. Questo condurrebbe il settore privato nella stessa direzione, soprattutto se l’investimento pubblico si converte in uno dei principali interessi dell’Unione nei prossime pianificazioni generali. Ci sono casi d’inefficienza evidenti: l’obbligo di tradurre e registrare una richiesta di brevetto in ogni Paese membro affinché questa sia riconosciuta a livello comunitario moltiplica per 11 il costo del suddetto tramite comparato con gli Usa e per 14 in relazione al Giappone.

Con riferimento al sistema universitario, il piano elaborato da Cohen-Tanugi e pubblicato lo scorso aprile, evidenzia che gli Stati Uniti destinano il 3,3% della loro ricchezza alle università contro l’1,3% della Ue. Oltre Oceano si spendono 36.500 euro per studente all’anno, contro gli 8.700 dell’Ue. Il nuovo obiettivo è che si raggiunga il 3% del Pil investito nell’università, che il 50% degli europei raggiunga una laurea e che il numero di università europee della classificazione di Shanghai secondo merito si moltiplichino. Una delle indicazioni proposte è quella di innalzare le tasse universitarie.
Infine, per stimolare una politica industriale europea, Cohen-Tanugi insiste nell’avvicinarsi al tabú dei suoi contadini, la Politica Agricola Comune. Propone di rinazionalizzarla, restituirla agli Stati per utilizzare il budget restante nelle politiche industriali basate nel sostenimento delle tecnologie verdi e nel risparmio energetico. Una proposta che va in contrasto con la nuova politica agricola approvata dagli Stati Uniti, copia quasi identica della Pac comunitaria.http://www.cafebabel.com/ita/article/25618/strategia-lisbona-posto-europa-mondoimm.html


Crimini di guerra : il mio vicino Radovan Karadzic
di Jasmina Tesanovic*

Il mio vicino Radovan Karadzic Radovan Karadzic, il poeta dei crimini di guerra serbi, uno dei due criminali più ricercati nei Balcani, quello con i riccioli soffici, è stato catturato la scorsa notte a Belgrado in Serbia. Secondo le prime voci sembra che sia stato trovato nel mio stesso quartiere, dove frequentava un famoso ristorante di destra dove la gente delle ONG non era la benvenuta.

Al momento Karadzic viene trattenuto nel Tribunale speciale per i crimini di guerra di Belgrado, e sta per essere estradato al Tribunale internazionale per i crimini di guerra dell’Aja. Slobodan Milosevic lo ha preceduto nella stessa trafila alcuni anni fa.

A giudicare dalle chiacchiere sul blog B92 e i messaggi telefonici che ho ricevuto dai miei amici, come ho a lungo sospettato l’”Osama bin Laden Europeo” ed io siamo stati vicini di casa. Abbiamo mangiato lo stesso cibo, visto gli stesso mendicanti nel centro di Belgrado dove lui si è nascosto per tutti questi anni, un macellaio genocida travestito da ciarlatano New Age.

Un giornalista che vive vicino a me mi ha mandato un sms che diceva: Karadzic deve aver bevuto birra con il nostro vicino zingaro in strada. Come tutti sospettavamo e come alcuni di noi sapevano per certo: Karadzic si stava nascondendo dalla giustizia dietro i nostri nomi e le nostre vite, usando la popolazione serba come suoi scudi viventi. Il nuovo governo filoeuropeo della Serbia doveva rompere con quella politica di copertura. Così i democratici premiano i votanti che hanno a lungo sofferto e che hanno dato loro il vantaggio sui rivali nazionalisti.

Anche l’ex partito socialista di Milosevic sembra aver fatto parte dell’affare. Radovan Karadzic, poeta, psichiatra e criminale planetario di guerra numero 1 , in realtà aveva fatto perdere le sue tracce nel 1996. Il suo generale Ratko Mladic, è ancora ricercato. Karadzic e Mladic sono stati rispettivamente l’architetto e l’esecutore del genocidio di Srebrenica in cui 8000 fra uomini e ragazzi sono stati assassinati in tre giorni. La scorsa notte il fuggitivo da lungo tempo scomparso è stato formalmente interrogato nel tribunale speciale per I crimini di guerra di Belgrado. Si tratta dello stesso tribunale dove due anni fa ho seguito personalmente il processo agli Scorpioni, partecipanti al genocidio di Srebrenica.

Il nome di Karadzic fu molte volte menzionato con profonda deferenza dagli Scorpioni. Un paio di mesi prima che gli Scorpioni fossero arrestati nel 2005, la polizia fece irruzione nella casa della famiglia Karadzic arrestando per breve tempo il figlio. In questa occasione la moglie chiese pubblicamente al marito di consegnarsi alla giustizia. Il mito creatosi attorno al suo tetro personaggio era che lui non si sarebbe mai consegnato vivo ma che sarebbe morto come un martire suicida per amore della sua famiglia e per la causa dei Serbo-Bosniaci.

A Karadzic non sono mai mancati i sostenitori. Gruppi urlanti di hooligans di destra hanno trascorso la notte fuori del tribunale per i crimini di guerra gridando il suo nome e chiedendo che Boris Tadic si suicidasse salvando così la Serbia. I militanti erano vigilati da una robusta presenza di polizia e la folla si è presto dispersa. Politici internazionali come Richard Holbrooke si congratulano ora con il governo serbo per la sua importante azione, ritardata e ostacolata per tutti questi anni.

Si è spesso dato notizia di uomini che somigliavano a Karadzic in varie parti della Bosnia e della Serbia e vari presunti complici sono stati sottoposti a giudizio per complicità. Era chiaro che erano protetti da potenti alleati locali, e si presume che Karadzic sia stato arrestato ieri grazie al tradimento di qualche addetto ai lavori. C’è ancora una taglia americana di 5 milioni di dollari non riscossa per l’arresto sia di Karadzic che di Mladic; per 12 anni l’allettante gruzzolo di denaro non è stato reclamato da nessuno.

Karadzic si sta difendendo con il silenzio, ma non un completo silenzio. Ha dichiarato che il suo arresto era una “farsa” e che era stato catturato tre giorni prima da uomini mascherati e tenuto prigioniero in una piccola cella. Durante una conferenza stampa mattutina sono stati rivelati maggiori dettagli da parte di Rasim Ljajic, un funzionario governativo serbo responsabile della cooperazione con l’Aja. Secondo Ljajic, Radovan Karadzic che ufficialmente risulta bosniaco ha vissuto a Belgrado come cittadino serbo, sotto falsa identità e con un nuovo nome- "Dragan Dabic."

Il "Dott. Dabic" ha lavorato come dottore di “medicina alternativa” in una clinica privata. Magro, occhialuto, con una incipiente calvizie e con una folta barba, Il Dott. Babic si muoveva liberamente a Belgrado. I lavoratori della clinica negano di aver conosciuto la sua vera identità Sembra che sia stato scoperto e arrestato mentre cercava di cambiare appartamento. Il mondo è mortalmente serio riguardo alla “farsa” di Radovan dato che sul presidente Tadic, la polizia e il sistema giudiziario serbo piovono congratulazioni.

L’Aja non sarà mai popolare in Serbia specialmente dopo che il presunto criminale di guerra bosniaco Naser Oric è stato liberato malgrado gli attacchi ai serbi. Sulle rovine fracassate della Yugoslavia non ci sarà mai un’accurata distribuzione della responsabilità ma questo avvenimento rappresenta un passo gigantesco verso un ruolo vitale per una Serbia pacifica e democratica all’interno di un’Europa moderna.

* scrittrice e attivista - Women in Black, Code Pink - in gruppi femministi di origine serba. Traduzione di Patricia Tough Si ringrazia Doriana Goracci

www.osservatoriosullalegalita.org



luglio 25 2008

Colpirne due per educarli tutti


Foto di Roberto CorradiOra d'aria
l'Unità,
La vera anomalia non è l’aborto giuridico del Lodo Alfano, che si spera verrà spazzato via dalla Corte costituzionale come il suo deforme progenitore Maccanico-Schifani: solo un marziano un po’ tonto poteva scambiare Al Tappone per uno statista dedito agl’interessi del Paese anziché ai cazzi suoi. La vera anomalia è quel che accade, anzi non accade tutt’intorno. E’ l’aria di annoiata normalità con cui il Lodo è stato accolto in Parlamento anche dal grosso delle cosiddette opposizioni. E’ il silenzio del Colle, allarmato invece da una fantomatica “giustizia spettacolo”. E’ il Tg1 che lo nasconde come terza notizia del giorno. Sono i giornali che non gli dedicano un solo editoriale (a parte, forse, il manifesto) e gli riservano lo stesso spazio dedicato a celebrare il “ritorno di Veronica a Villa Certosa”, con tanto di foto della Sacra Famiglia gentilmente offerte da “Chi” (Mondadori). E’ il tradimento degli intellettuali “liberali” che si son messi “a vento”, proni a tutto (nel 2003 il Corriere di De Bortoli denunciava le leggi vergogna, infatti De Bortoli dovette sloggiare). Ed è pure questo Csm che, cacciando in sequenza Luigi De Magistris e Clementina Forleo, fa di tutto per dar ragione a Gasparri e anticipa spontaneamente la controriforma annunciata da Angelino Jolie per conto del padrone: quella che farà dell’ex “organo di autogoverno” dei giudici l’ennesima pròtesi della Casta.

Riforma sintetizzata dal cosiddetto ministro Rotondi con l’icastica frase “colpire un magistrato per educarne cento”. Il giorno scelto per trasferire la Forleo da Milano non poteva essere più azzeccato: mentre Tavaroli rivela a Repubblica i ricatti che regolano la politica e l’economia, mentre il Cainano si blinda dai processi come la regina d’Inghilterra (che però non ha processi) e mentre s’annuncia il festoso ritorno dell’immunità parlamentare, la gip che osò intercettare i furbetti del quartierino e i loro santi protettori trasversali sparsi fra Bankitalia, Palazzo Grazioli, Pontida e il Botteghino viene espulsa dalla sua sede naturale. Anche il voto al plenum è emblematico: tutti d’accordo, come già per De Magistris, destra e sinistra, laici e togati (a parte, per la Forleo, quelli di MI). Con i complimenti del Giornale, per la penna del rubrichista con le mèches: avrebbe preferito il suo licenziamento, ma per ora s’accontenta, poi magari ci pensa Brunetta.

Una soave corrispondenza di amorosi sensi destra-sinistra che la dice lunga sull’astio trasversale della Casta per i cani sciolti, senza padrone e senza collare. Ancora 15 anni fa erano i magistrati più preziosi. Oggi sono i nemici da abbattere. “Un giudice indipendente che non appartiene a nessuno”, ha detto Clementina al Csm mentre le sparavano addosso da destra a sinistra, “in questo Paese ancora non può esistere”. Cacciata per “incompatibilità ambientale”. Motivo: ha provocato “disagio e allarme sociale” (figuriamoci) denunciando ad Annozero la solitudine di chi tocca i poteri forti e confidando le sue ansie per l’inchiesta sulle scalate a un pm milanese e a un vecchio collega, Ferdinando Imposimato, di cui (sbagliando) si fidava. Trasferita non per aver venduto o insabbiato processi, non per aver poltrito, non per aver agito scorrettamente. Ma solo per aver parlato, dicendo cose magari discutibili, ma parole, pensieri, concetti (incredibile che i “progressisti”di Magistratura democratica, così sensibili alla libertà di espressione si siano prestati a una simile vergogna).

Il Csm, che l’aveva lasciata sola nei mesi terribili dell’estate scorsa mentre l’intero Parlamento le saltava addosso per l’ineccepibile ordinanza sulle scalate, l’ha trattata come una mitomane “tendente al vittimismo” che s’inventa pericoli inesistenti. Intanto quell’ordinanza, presentata un anno fa come una sua alzata d’ingegno in dissenso con la Procura, è stata avallata dalla stessa Procura, che due mesi fa ha chiesto al Parlamento europeo il permesso di usare a carico di D’Alema le telefonate tra quest’ultimo e Consorte. Intanto le sue denunce han trovato conferma in un’indagine a Potenza e nell’arrivo di proiettili e lettere anonime, tanto che le hanno assegnato una scorta armata. Purtroppo la scorta non ha potuto proteggerla dal Csm che, con l’aria di smentire le sue denunce, ne ha in definitiva confermata tutta l'attendibilità. Sapeva che gliel’avrebbero fatta pagare,e gliel’han fatta pagare. Anche lei, come De Magistris, è “incompatibile”. Ma non con Milano o con Canicattì. E’ incompatibile con questo lurido paese.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/


E’ colpa degli arabi

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E’ un genio. No, lo dico seriamente: Berlusconi è un genio. E’ davvero un genio nella creazione di emozioni diffuse, di percezioni comuni.

E l’ultima che si è inventata è magistrale: è colpa degli arabi. Se siamo sempre più poveri e la crisi ci strangola, è colpa degli arabi speculatori.

Gli arabi, in effetti, già stanno parecchio sulle palle a molti: quelli che arrivano qui da noi, ad esempio, sono brutti e burini, si siedono per strada e bevono birra, occupano marciapiedi, fanno casino, spacciano, eccetera. Quelli che non vengono da noi sono potenziali terroristi, o - bene che vada - speculatori sul petrolio, ed ecco spiegata la crisi mondiale, quindi italiana.

Il previdente Berlusconi gioca d’anticipo: quando torneremo dalle ferie scopriremo che, seppur liberato dalla persecuzione giudiziaria delle toghe rosse, non ci sta rendendo più ricchi, anzi. La colpa, però, sarà degli arabi speculatori. Lui lo aveva detto.

Questa degli arabi speculatori, ovviamente, è una mediocre balla o - a essere generosi -una delle tante sfaccettature di un problema gigantesco. Ma semplificare aiuta, nella comunicazione: e, soprattutto, proiettare interamente i propri problemi su qualcuno di diverso - e di antipatico - fa bene, ci fa bene, e fa bene principalmente a lui che per mandato sarebbe chiamato a risolverceli, i problemi.

Hitler, negli anni di Weimar, se l’era presa con gli ebrei strozzini. Maroni ci ha provato con gli zingari. Berlusconi, più furbo, ha trovato gli arabi speculatori.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Innovazione e rifiuti: California e Campania,Berlusconi,popone,il cavallo.
di Francesco de Notaris,
I manifesti affissi anche negli aeroporti che comunicavano al mondo che Napoli non è solo monnezza e quindi informavano chi non ne era a conoscenza che le strade di Napoli erano piene di spazzatura non hanno ragione di esistere.

Il Presidente Berlusconi, manager esperto in ogni settore, ha fatto sparire a Napoli tutti i tipi di rifiuti e l'informazione ha documentato l'evento rispettando la direttiva e guardandosi bene da pericolosi zoom.

Il Presidente ha fatto sversare in discarica il "tal quale" e ha promesso che, con la realizzazione di bruciatori, tra tre anni avremo il 'sol dell'avvenir'.

L'unica operazione possibile, quella denominata "sotto il tappeto", si è conclusa.

Il tappeto corto ha lasciato scoperti pezzi di Campania, vaste periferie ed ha fatto vedere come non ci sia nulla di virtuoso nè in potenza, nè in atto intorno ad un'emergenza voluta, enfatizzata e procrastinata per favorire l'idea che la soluzione è nell'incenerimento.

La consorteria politico-industriale per lo smaltimento dei rifiuti è al lavoro e la solidarietà del cavaliere per l'Impregilo sotto processo la dice lunga.

Saranno costruiti quattro bruciatori oltre quelli previsti dal piano regionale. Tutti insieme hanno una portata che è quasi il doppio dei rifiuti prodotti in Campania e quindi l'obiettivo sembra essere quello di bruciare tutto, mentre si allontana la realizzazione della differenziata a Napoli.

Non dimentichiamo che da 15 anni il Commissariato straordinario di Governo, si badi bene, di Governo, ha gravi responsabilità e lo stesso Berlusconi vuol far dimenticare che per metà di questi anni è stato capo del Governo.

I numerosi cittadini che in Campania si riuniscono nelle Assise e si incontrano in Palazzo Marigliano sollecitati dall'avv.Gerardo Marotta, da anni, avevano proposto di considerare metodologie e strumentazioni non pericolose per la salute e per l'ambiente per lo smaltimento dei rifiuti, indicando esperienze pilota già realizzate in California.

Il partito dei grandi inceneritori rifiutava il confronto.

Ma ecco che il 23 Luglio u.s. l'ANSA comunica che arriva dagli Stati Uniti, dalla California, una proposta innovativa illustrata presso il consolato di Napoli dai responsabili dell'azienda interessata.

Hanno parlato gli Americani e il sistema informativo si è mosso: prima notizia sul Tg3 regionale e i quotidiani a ruota.

Potenza di una grande Potenza!

Insomma l'industria dei bruciatori sembra aver subito la mossa del cavallo.

Guarda caso, proprio il 23 Luglio Antonio Graziano ed Angelo Turetta giornalista e noto fotografo, impegnati in una inchiesta, accertano la presenza di discariche abusive nel territorio dell'agro aversano, a Casaluce, Teverola, Frignano, in località Popone e nel sito borbonico di Carditello dove avvengono incendi con interventi dei vigili del fuoco.

In un mondo nel quale i simboli hanno significato e per rispetto per il Cavaliere, che, a dire il vero, non ho mai visto a cavallo, ma che ben li conosce, devo partecipare la meraviglia dei due giornalisti che in una discarica hanno trovato un cavallo con la testa mozzata.

Ero rimasto fermo ai cavalli di Arcore e a quelli...intercettati telefonicamente che al giudice Borsellino non sembravano cavalli a quattro zampe, ero preoccupato per il cavallo della RAI che ha la febbre...ma l'episodio andrebbe approfondito, perchè il cavallo senza testa, che così conclude la sua corsa ,è segno negativo e conferma in quel territorio, regno di illegalità e abusivismo, una patologia dura a morire e il non governo.

Le istituzioni locali sembrano confuse e dimezzate nelle responsabilità e la politica innovativa tace.

Il colpo di teatro del Presidente rinforza una politica dell'immagine di corto respiro e rallenta i processi di partecipazione democratica.

E' triste notare l'incapacità della classe dirigente politica ed amministrativa nel fare chiarezza, nel fare luce, nell'instaurare un dialogo di qualità con la cittadinanza.

La politica del rinvio, della chiusura copre il timore della maggioranza e dell'opposizione che sanno di aver perso la fiducia del popolo, di un popolo paziente e in certo senso anarchico e di non avere la capacità, la forza, la cultura per governare e per essere avanguardia nell'indicare obiettivi e orizzonti.

Aver ridotto i campani a parlare e a confrontarsi sui temi dell' immondizia mentre in altre zone del mondo la vivacità intellettuale dei cittadini apre spazi esaltanti e impegna i giovani come soggetti di autentico rinnovamento è motivo di delusione e costituisce una palla al piede pesantissima.

Subire poi giudizi sul livello di civiltà delle nostre popolazioni sulla base di parametri né scientifici, né condivisibili , come è accaduto,spinge allo sberleffo e conferma ampi strati della popolazione sulla inadeguatezza del governo.

http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=13685

Vigilanza Rai, la destra pretende di scegliere il candidato dell’opposizione

di Giuseppe Giulietti

Come volevasi dimostrare, neppure oggi la destra del conflitto di interesse ha consentito la nomina di Leoluca Orlando a Presidente della Commissione di Vigilanza. L’ex ministro Gasparri, dopo la esibizione sulla cloaca, non ha più tirato fuori come pretesto gli eccessi verbali dell’Idv. Di questo dobbiamo dargli atto. Questa volta invece ha pensato bene di chiedere all’opposizione di fornirgli una rosa di nomi affinché la destra berlusconiana possa scegliere il nome più gradito al capo supremo. Siamo sicuri che nessun deputato del centro sinistra accetterà mai di prendere il posto di Leoluca Orlando e di portarsi l’etichetta di Berlusconiano Gasparriano. O no?http://temi.repubblica.it/micromega-online/24-luglio-2008-giuseppe-giulietti-vigilanza-rai-la-destra-pretende-di-scegliere-il-candidato-dellopposizione/

La "sinistra" è a corto di cretinate equamente sostenibili

 

Il 29 marzo di quest’anno, a due settimane dalle elezioni, parlando ad una rappresentanza di amministratori locali del Pd, Massimo D’Alema avvertiva: “Se votassero solo quelli che leggono i giornali, non ci sarebbe partita. Non parliamone se votassero solo quelli che leggono i libri. Ma siccome vige il suffragio universale, state attenti: è nella fascia meno acculturata che sfonda la destra. Tocca a voi recuperarla”.
Oggi, tre mesi dopo lo sfondamento elettorale della destra, Francesco Cundari porta un consistente contributo all’approfondimento della questione (La sudditanza del cretino Quadernino, 21.7.2008). Se astratta dalla contingenza, che qui sta nell’analisi di un voto che rivela la crisi culturale prim’ancora che politica della “sinistra”, la questione è vecchia: è quella del rapporto tra élite e massa, tra potere e consenso, tra forma e sostanza della democrazia, e dunque merita attenzione anche da chi non trova eccitanti le analisi post-elettorali.

Cundari comincia col sollevare un interessante rilievo critico ai termini in cui la questione è stata posta da D’Alema (o a quelli sui quali si è potuto frainteso ch’egli la ponesse), e attacca il sempre mal supposto e mai ben dimostrato “nesso tra cultura e intelligenza”. Scrive: “Non credo […] che leggere giornali e libri significhi essere intelligenti, anzi, sinceramente, non penso nemmeno che aiuti. Ritengo semmai che un cretino colto rappresenti per la società un pericolo molto maggiore di un cretino ignorante”.
Sembra una sciocchezza, ma questa geniale scorciatoia ci fa arrivare al cuore della questione, evitandoci estenuanti riletture che spazierebbero dalla Repubblica di Platone a La ribellione delle élite di Christopher Lasch, dalla teoria degli aristoi nella Costituzione degli Ateniesi di Aristotele a quella dei “persuasori occulti” di Packard Vance. Grazie, Cundari.

Liberato il campo da storia e cultura, basterà risfogliare qualche operetta morale nel solco dal Libro del sapiente di Charles de Bovelles a La prevalenza del cretino di Fruttero & Lucentini, giusto per qualche rapido ragguaglio fenomenologico: il cretino è colui che crede in buona fede qualcosa di sbagliato, e che preferisce continuare a crederlo fino a quando è costretto a spostare la sua buona fede sotto qualcos’altro di sbagliato. Gli capitasse, per puro caso, di mettere la sua buona fede al servizio di qualcosa di giusto, sarebbe cretino lo stesso, forse, ma uno potrebbe risparmiarsi di definirlo tale.
Ed ecco la scorciatoia, dritta, sgombra, leggermente in discesa, comoda: “I cretini ci circondano ovunque. […] Non si può governare senza preoccuparsi innanzi tutto del consenso dei cretini […] La partita non la perdiamo nel girone degli intelligenti, dove giochiamo più o meno alla pari, ma nel girone dei cretini, dove i nostri cretini vengono quotidianamente, letteralmente stracciati dai cretini avversari”.
Non è tutto, c’è anche una penetrante osservazione sulla natura di questo flusso di cretinaggine che affloscia un’egemonia e ne inturgidisce un’altra, segna le sorti di un’oligarchia rispetto a un’altra, scrive la storia delle classi dirigenti che si avvicendano alla guida della gran massa dei cretini; e l’osservazione è questa: “I nostri cretini ripetono cretinate altrui, ripetono cretinate che non sono le nostre”.

Non vorrei aver letto oltre quanto scritto, ma a me pare che qui ci sia la parte del contributo di Cundari: ai cretini bisogna dare quello che vogliono, possibilmente qualcosa che sia sostenibile dalla loro buona fede del momento, e il genio politico, che sta nel vincere le elezioni, sta nel capire quali cretinate siano così equamente sostenibili.
Le cretinate che i leader della “sinistra” hanno affidato per mezzo secolo alla buona fede dei cretini non sono più sostenibili, per esse non c’è più buona fede a disposizione. Per chi partiva con l’idea che tutti i cretini potessero avere emancipazione, è una rivoluzione copernicana. Tutto sta, adesso, a ottenere che in buona fede qualcuno consideri questa rivoluzione
“qualcosa di sinistra”.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Tamil, in fuga da 25 anni
Sri Lanka, dai pogrom del 1983 alla guerra di oggi
Oggi i tamil dello Sri Lanka, e quelli della diaspora sparsi per tutto il mondo, celebrano il 25° anniversario del ‘luglio nero’ del 1983, ovvero dei pogrom anti-tamil che diedero inizio alla guerra civile che ancora oggi insanguina l’isola asiatica.
 
I pogrom del 1983 a ColomboIn fuga dai pogrom. Il 23 luglio del 1983, in rappresaglia a violenze e stupri commessi dall’esercito contro i civili tamil nel nord del Paese, il nascente gruppo delle Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte) uccide tredici soldati singalesi in un’imboscata. L’episodio scatena la reazione, non propriamente spontanea, di folle inferocite di singalesi che nei giorni successivi assaltarono i ghetti tamil della capitale, bruciando e saccheggiando le loro case e massacrando uomini, donne, bambini e anziani tamil. Tutto sotto gli occhi di esercito e polizia, che non intervennero e spesso parteciparono alla carneficina, che proseguì fino al 30 luglio, estendendosi anche alle città tamil della costa orientale. Il bilancio finale fu di almeno tremila tamil uccisi e centocinquantamila costretti a fuggire al nord.
 
Sfollati degli ultimi giorniIn fuga dalle bombe. Oggi, venticinque anni dopo, quella fuga verso nord continua. Proprio in questi giorni, miglia di civili tamil stanno fuggendo dai loro villaggi nel distretto di Mannar, bombardati dall’artiglieria dell’esercito governativo che sta lentamente avanzando verso nord all’interno del territorio controllato dai ribelli. File di trattori carichi di gente e masserizie hanno lasciato gli insediamenti di Moonraampiddi, Paaliyaaru, Kaneasapuram, e Theavanpiddi, cercando rifugio a Vannearikkulam e Akkaraayan, nel distretto di Kilinochchi, ancora al riparo dai bombardamenti. Alcune centinaia di sfollati sono stati alloggiati in scuole e uffici pubblici, ma la maggior parte di loro si sono accampati sotto gli alberi al brodo delle strade.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11702

Settlers' intifada?

Incursione dei coloni israeliani nel paesino palestinese di Burin, nella zona di Nablus. Venti uomini hanno rotto finestre, danneggiato decine di macchine e se ne sono poi andati, dice la polizia palestinese. Non è la prima volta, nell'area delicata di Nablus, Cisgiordania settentrionale, dove sono stati creati alcuni degli insediamenti più caratterizzati dal punto di vista ideologico-religioso, che i coloni sono protagonisti di atti vandalici o di attacchi contro i palestinesi. Nelle scorse settimane, si sono anche rincorse notizie di razzi artigianali sparati da insediamenti in direzione dei villaggi palestinesi, poi confermate anche dalla stampa israeliana, che ha anche parlato dell'arresto di un settler coinvolto nel lancio di razzi. Non è, peraltro, solo la zona di Nablus, quella interessata da una sorta di "intifada" dei coloni, anche se il termine intifada è ovviamente un termine improprio, visto che non si tratta di una rivolta verso un ordine costituito. A essere colpita è stata più volte anche l'area delle South Hebron Hills: luogo altrettanto sensibile, vista la presenza, anche dentro la città di Hebron, di insediamenti israeliani con un'alta vocazione ideologico-religiosa.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Ich bin ein Frankfurter

John McCain - per fare ombra al bagno di folla di Barack Obama a Berlino - ha deciso di andare a mangiare in un ristorante tedesco in Ohio.
TPM

http://giornalismoparma.typepad.com/


OBAMA A BERLINO: COSTRUIAMO PONTI,ABBATTIAMO MURI

Il discorso di Barack Obama a Berlino Il discorso di Barack Obama a Berlino

di Gaetano Stellacci

BERLINO - L'America non può isolarsi, l'Europa neanche. E' arrivato il momento di costruire nuovi ponti, abbattere i muri che dividono i popoli e le razze, ma anche i ricchi e i poveri. L'America ha bisogno dell'Europa, anche in Afghanistan, ha detto questa sera il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, in un ispirato discorso davanti alla Colonna della Vittoria di Berlino, accolto con entusiasmo da 200.000 persone.

"Berlinesi e popolo del mondo, la strada in avanti sarà lenta ma dobbiamo procedere verso il nostro futuro", ha detto Obama a conclusione di un discorso di 35 minuti, che ha riportato alla mente John Kennedy a Berlino nel 1963. Poi ha fatto un vero e proprio bagno di folla stringendo mani sotto gli occhi preoccupati dei suoi responsabili per la sicurezza.

E' stato il primo e unico intervento pubblico nel suo primo viaggio in tre capitali d'Europa, dopo Berlino anche Parigi e Londra. Nessuna tappa italiana ma "Amo l'Italia, è un paese meraviglioso - ha detto nel pomeriggio a Sky Tg24, prima del discorso a Berlino - "Prometto che verrò appena possibile".

Nel discorso di questa sera, non indirizzato solo ai berlinesi ma anche espressamente al resto del mondo, Obama ha indicato, anche agli americani, le difficoltà che attendono il mondo libero. E non ha dimenticato di lanciare un appello alle "nuove generazioni perché raccolgano la sfida". Il discorso é stato trasmesso in diretta e ascoltato da milioni di persone, nel resto d'Europa come negli Stati Uniti.

Le immagini impressionanti di una folla di centinaia di migliaia di persone accorsa a sentire il discorso di un uomo politico straniero (200mila secondo la polizia) ha fatto da cornice a Obama che si è schierato per un mondo senza armi nucleari.

Ha invitato inoltre a "proteggere il nostro pianeta, a agire in modo che il commercio arricchisca tutto il mondo". "E' arrivato il momento di salvare questo pianeta - ha ripetuto - Vogliamo ridurre le emissioni di Co2 che lo distruggono. Dobbiamo dare una speranza alle persone che soffrono per la globalizzazione. E non permetteremo mai più che avvenga quello che è successo nel Darfur, in Sudan".

E sull'Afghanistan all'Europa ha rivolto un chiaro appello: "Per il popolo dell'Afghanistan, e per la nostra sicurezza condivisa, il lavoro deve essere fatto. L'America non può farlo da sola, il popola afghano ha bisogno delle nostre truppe e delle vostre truppe; del nostro appoggio e del vostro appoggio per sconfiggere i Taleban e al Qaida, per sviluppare l'economia, per aiutarli a ricostruire il loro paese. La sfida é troppo alta per essere abbandonata".

Un invito rivolto anche alla Russia, con la quale bisogna lavorare, quando è possibile. Obama ha anche esortato tutti ad appoggiare i milioni di iracheni che si stanno sforzando per ricostruire il loro paese. Il senatore dell'Illinois a Berlino è stato accolto come il rappresentante dell'altra America, quella agli occhi di molti scomparsa negli ultimi anni e sostituita dall'America di Guantanamo e Abu Ghraib.

Obama, che oggi ha avuto colloqui giudicati positivamente a Berlino con la cancelliera Angela Merkel e il ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier, domani prosegue il viaggio per Parigi.

gaetano.stellacci@ansa.it

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_730968500.html


Il fu Mattia Pascal balcanico


Note a margine sull'arresto di Karadžić: il marketing della politica, la retorica sulla giustizia, la voce dei forum di Sarajevo. Voci da uno Stato che non c'è. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Di Valentina Pellizzer

E così lo hanno arrestato. Per fortuna, altrimenti sarebbe morto senza che noi sapessimo della sua altra vita. Karadžić, il fu Mattia Pascal balcanico. Certo con un passato alquanto più pesante da nascondere e con una rete di amicizie che per dodici anni gli ha permesso di vivere la sua altra vita.

Curioso come chi ne ha prese tante si sia potuto prendere il privilegio di averne una ancora, e non una qualunque, ma una pubblica con tanto di titolo e lezioni. Radovan/Dragan/David, ricercatore di psicologia ed esperto di bioenergia e medicina alternativa!!!

Se mi avessero detto che sarei stata soddisfatta, non lo avrei ammesso. Probabilmente perchè concedersi di credere alla giustizia, quella eseguita dalla polizia, dagli stati insomma dagli organi ufficiali delegati ad essa sembra una favola. E si sa, le adulte non credono alle favole. Se ne concedono stralci nel buio di un cinema guardando il signore degli anelli o ne sognano, con parsimonia.

In fase REM, delle volte, riusciamo ad essere più ottimiste che da sveglie.

La notizia

Alla notizia, la notte del 21, la gente a Sarajevo ha festeggiato, non in diecimila in piazza, questo no. Tredici anni di attesa e quotidiane manipolazioni in chiave nazionalista di ogni evento, fosse anche il più minuto, hanno il loro peso. Per quanto mi riguarda, mi è bastato vedere le bandiere verdi dell’islam e quelle bianche dei ljiljiani e mi sono sentita triste, sconfortata.

Ieri, come oggi, anche se già con maggiore controllo, la mia giornata lavorativa, si perde inghiottita da tutto questo: hanno arrestato Karadžić. E’ vero ho tanto lavoro, ma sarebbe ingeneroso verso tredici anni di accurato pedinamento (!), di intense negoziazioni (!) non fermarsi per pensare a questo arresto.

Martedì sera in piazza Oslobodjenje (della Liberazione), come in molti continuano a chiamarla non accettando la nuova nomenklatura che l'ha rinominata Piazza Alija Izetbegović, un gruppo di giovani (DOP, movimento giovanile democratico) aveva invitato la gente a festeggiare, erano in venti, con forse trenta giornalisti. Bene mi sono detta, Sarajevo è sopravvissuta anche a questo. Oggi a Belgrado manifestazioni... di supporto.

Leggendo, guardando i vari reportage, ho sentito l’ambivalenza crescere. La soddisfazione di vedere che anche le alleanza più forti (13 anni di rete, non sono pochi) possono incrinarsi, ha ceduto di fronte alla consapevolezza del circo che ci/mi aspetta.

Le amministrative in BiH mettono sale&pepe.

Naturalmente ho ascoltato, letto. Le frasi da establishment alla Lajčak, che la giustizia alla fine trionfa, fa il suo corso mi sono parse marketing. Sulla giustizia si apprende molto, troppo nei e dai Balcani.

So che è un arresto importante per le tante persone, donne, uomini che hanno vissuta la guerra, che hanno perso vite, speranze. So che è una sorta di monito, di brusco risveglio per chi si è lasciato cullare da una identificazione con l’inafferrabile, l’intoccabile.

So anche, ed è parte della mia amarezza, che la partita è stata una lunga negoziazione sul prezzo durata tredici anni. Lo so e lo indica il comunicato del ministero degli Interni serbo che ha voluto chiarire fin da subito di non essere responsabile, di non avere partecipato all’arresto.

A Sarajevo piove, una pioggia lunga insistente. E’ cominciata la notte dell'arresto quasi volesse lavare, ripulire. E’ strano, ma questo cielo, le sue nuvole sono lo specchio opaco delle nostre vite assembrate di fronte allo spazio mediatico.

Mi sono rivista molti anni fa ascoltare le notizie dalla Romania, l’arresto del dittatore, la sua fine, perché non tradisse i traditori, perché la transizione avesse luogo, perché i nomi non fossero rivelati nella loro interezza.

Karadžić, arrestato a Belgrado, nessuno lo ha visto/tanti lo hanno visto, nessuno gli ha parlato/tanti lo hanno ascoltato. Per due giorni buoni, forse tre, saremo LA NOTIZIA… noi… La prima di copertina!!!

Forum, voci vivaci e alternative

In tutto questo, l’umorismo feroce e lucido della gente che emerge dai forum, è, al momento per me, l’unica medicina. Amara, naturalmente. Una vera voce pubblica la gente l’ha solamente in questi luoghi popolati da nomignoli (estremisti compresi). C'è anche il nuovo sito del guru da visitare con i suoi insegnamenti: Dragan Dabic i suoi proverbi preferiti... da non confondere con il sito attraverso cui si promuoveva: psy-help-energy

E c'è anche un romanzo, pubblicato nel 2006, che parla proprio del leader serbo-bosniaco e della sua nuova vita in una clinica privata... chissà chi ha ispirato chi..."Prvi, drugi, treći čovek", di Mirjana Đurđević

I mie colleghi scherzano, battute sferzanti, per gestire l’ovvio di questa situazione:

“Hanno arrestato Karadžić”
“Come mai era in Serbia?”
“Scappava da Dodik… gli aveva alzato la tariffa per la protezione!!”


La gente legge, pensa, parla. Ci sono gli/le strafelici, ma vengono subito ridimensionate. Si sente che quest’arresto diverrà lo show dei prossimi cinque-sei anni. Un ottimo palcoscenico attraverso cui distrarci, farci sragionare di diritti, di cospirazioni, di eroi…

Karadžić a un incontro pubblico durante la latitanza (il primo a sinistra)
Ci sono le quotazioni in caduta di Mladić, dato adesso a 1.70 contro i precedenti 2.40. I fronti neo-fascisti gridano alla vendetta in inglese, cirillico. Australia bianca, nemici musulmani…

Lo ammetto, se non apprezzassi l’ironia tagliente di questo paradosso, mi sentirei mancare. Un uomo d’esperienza, che magari ha anche ispirato qualche giovane con i suoi insegnamenti, basta guardare le foto per capirlo, temerlo.

Non ha nemmeno negato di essere lui, anche se il suo avvocato si è lamentato per l'arresto, ha parlato di violazione dei diritti: lo avrebbero arrestato venerdì, sull’autobus. Lo avrebbero trattenuto al buio. Chissà che odore aveva quel buio, chissà se gli ha riportata, un poco, la paura delle migliaia che sono morti in bui ben più miseri.

Questa è la notizia dell’anno. E so, per esperienza, come queste notizie facciano sbattere il muso contro la manipolazione nazionalista che ricopre e pervade la BiH e non solo. Infatti sulla televisione della Federazione è un succedersi dell’inventario dell’orrore: Tribunale internazionale, campi di concentramento, strette di mano e applausi fra Karadžić e Mladić; sulla tv della Republika Srpska (RS) trasmissioni normali, tutto scorre. Nulla succede, la notizia rimane confinata dentro i telegiornali. Dodik ha detto che la famiglia Karadžić, adesso, ha il diritto di essere aiutata dalla RS, come tutti gli altri imputati all'Aja.

Su internet, a parte le grandi testate, la voce della gente si sente e cambia velocità e colori a seconda delle provenienze. La gente non riesce a crederci, la Serbia si è liberata della sua vergogna, dicono. La Serbia ha arrestato un serbo, Tadić il più grande traditore, dicono. I morti non tornano, dicono, radiamo al suolo l'RS, dicono. Ma non vedete come sono tutti uguali, tutti ustasa, tutti cetnici, tutti predatori della loro propria gente, dicono.

Lo hanno arrestato e noi tutte dovremmo sospirare e basta. Invece ecco che parte una lunga linea parallela di perché/di come.

La politica dei politici

Dayton, 21 novembre 1995
Intanto, nella vita quotidiana, il prepotere, la corruzione, prosegue. I nomi sono e restano eccellenti: le più alte cariche di questa terra amministrata alla Dayton, percentuali di appartenenze mi/ci ammorbano.

E’ affascinante guardare come ognuno disponga le proprie pedine in una complementarietà simmetrica con i propri alter-ego lungo la direttrice Banja Luka/Sarajevo/Belgrado

I politici con cura rilasciano le proprie dichiarazioni. Quelli della RS sono i più assennati. Con una mano plaudono all’arresto, con l’altra sottolineano la responsabilità individuale. Questa è la notizia vera! In Bosnia Erzegovina (BiH) tutto è collettivo, il diritto umano è collettivo, se non si ha una comunità d'appartenenza si è niente e nessuno, nitko-i-ništa.

I politici della Federazione croato-bosniaca applaudono anche loro, mentre sottolineano il legame fra la RS di oggi ed il presidente di guerra di ieri.

Il lato della medaglia, quella che mi tormenta, lo so, è che con la la criminalità del passato si rischia di coprire la corruzione del presente.

Questa giustizia arrivata con tutti questi anni di ritardo servirà alla Serbia per il proprio futuro, mentre aprirà un vortice di polemiche nazionaliste in BiH. Questo serve per nascondere la complementarietà dell’élite politico criminale al potere tanto in Republika Srpska che in Federazione.

Il passato della BiH è estremamente problematico e fra giustizia e riconciliazione la tensione è terribilmente a favore di un giustizialismo facile. Il presente invece viene occultato e la gente combatte per la sopravvivenza senza poter godere di cittadinanza.
L’arresto di per sé in questa cornice prende un sapore amaro e velenoso.

La Federazione è al collasso economico derubata oltre ogni limite, la RS vive immersa nel monopolio politico-finanziario di un solo uomo. La retorica nazionalista avvolge ogni cosa come un velo efficace e inarrestabile. Ogni tentativo di resistenza si infrange contro un sistema che protegge se stesso sorretto dallo sfacelo del sistema di tutela internazionale.

L’arresto di Karadžić è una tregua, un momento di pausa in questo forsennato fomentare divisioni, sospetti. E nello stesso tempo seguendo l’escalation all’interno dei forum, l’arresto diventa spesso la scusa per scontri patriottici, liste di buoni e di cattivi. Le battute si sprecano, e costituiscono l'unico argine a tutti gli ultra-seri, ultra-destra, ultra-nazionalisti di ogni colore che al momento non fanno altro che inveire: chi di vittoria, chi di sconfitta.

Una scoperta, per me, invece, è che oggi invidio per la prima volta in vita mia l’esistenza dello stato. Nello specifico l’esistenza e la consistenza di quello stato che comunque è la Serbia.

L’esistenza dello stato in Serbia ha fatto si che Karadžić possa essere ceduto in un governo democratico alleato con gli ex di Milošević. La non esistenza dello stato fa sì che in BiH non si possa mai provare una soddisfazione piena senza dovere articolare i ma, i forse, le mille visioni e versioni per cercare una strada che non sia tutta buchi e fratture.
Vado al cinema .. in un modo o nell’altro devo uscirne fuori. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9898/1/51/

Sale la tensione nel Kashmir, 9 morti in due diversi attentati
Una bomba è esplosa in mezzo a un gruppo di lavoratori migranti a Srinagar. Secondo la polizia l’obiettivo era una squadra paramilitare di pattuglia, ma un testimone riferisce che ad essere presi di mira erano un gruppo di pellegrini indù. In un secondo attacco ucciso un ex leader dei mujahedin.

New Delhi (AsiaNews/Agenzie) – È di nove morti, fra cui donne e bambini, il bilancio della nuova ondata di violenze che questa mattina ha insanguinato il Kashmir. Il primo episodio a Srinagar, la città più importante della regione autonoma: una bomba è esplosa in mezzo a un gruppo di lavoratori migranti e alle loro famiglie, uccidendo cinque persone – compresi due bambini e una donna – e ferendone altre 24. Secondo fonti della polizia l’attentato è da imputare alle milizie fondamentalisti islamiche, che intendeva colpire una squadra delle truppe paramilitari presenti nella zona, ma le vittime sono tutte civili. Un testimone presente al momento dell’esplosione riferisce invece che i veri obiettivi dell’attentato erano gruppi di pellegrini indù, in attesa di salire sull’autobus che li avrebbe condotti al santuario di Amarnath.

Il secondo episodio è frutto di una esecuzione mirata che ha portato all’assassinio di un ex leader ribelle e tre suoi familiari: la moglie, una figlia e il nipote di appena quattro anni. Ghulam Hussain, un tempo figura di spicco del gruppo combattente dei mujahedin pro-Pakistan, è stato ucciso nel distretto di Doda, a circa 170 km a sud di Srinagar, capitale estiva del Kashmir.

La lotta fra Pakistan e India per il controllo della regione è iniziata nel 1989 e ha causato oltre 43mila morti. Nonostante il processo di pace avviato nel 2004, nelle ultime settimane sono ripresi con una certa frequenza gli episodi di violenza. Lunedì 21 luglio quattro persone, fra cui due civili sono caduti in due diverse imboscate. Ieri, invece, un dimostrante che aveva aderito a uno sciopero della fame si è suicidato ingerendo del veleno. K K Sharma, questo il nome dell’uomo, protestava contro la revoca della decisione di restituire alcune zone boschive al santuario indù di Amarnath.

Gli estremisti indù proseguiranno con manifestazioni a oltranza finché il governo del Kashmir non revocherà la decisione, mentre i leader della rivolta invitano “la popolazione di Jammu a violare il coprifuoco” e scendere in piazza.

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12844&size=A

Poliziotti attaccano contadini in Chiapas
Elio Henríquez La Jornada

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas [Frayba] ha denunciato che poliziotti statali hanno aggredito dei contadini della comunità di Cruztón, municipio di Venustiano Carranza, e osservatori appartenenti all’Altra Campagna. In un comunicato stampa, l’organizzazione civile ha raccontato che i fatti sono avvenuti questo martedì mentre i contadini–aderenti all’Altra Campagna–in compagnia di membri di La Otra Jovel, stavano pulendo una sorgente che fornisce l’acqua potabile alla comunità perché hanno riscontrato l’insorgere di malattie infettive addominali, e per questo svolgono compiti di pulizia nei campi di mais che si trovano sulle terre da loro “recuperate”, le stesse terre che sono occupate dalla polizia statale preventiva [Pep] dallo scorso 18 giugno.
L’organizzazione presieduta dal vescovo emerito di San Cristóbal, Samuel Ruiz García, “ha testimoniato che gli abitanti sono stati aggrediti da circa 35 elementi della Pep, guidati dal delegato di governo di questa regione, Limberg Capito, e da un agente del Pubblico Ministero, di cognome Carbonel, che senza preavviso hanno aggredito le persone che stavano facendo pulizia, provocando diversi feriti tra i quali un abitante di Cruztón le cui condizioni sono gravi avendo ricevuto un colpo in testa col calcio di una carabina, sferrato da un agente della polizia statale”.
Da parte sua, la Segreteria di sicurezza e protezione cittadina ha comunicato che gli agenti ero giunti a Cruztón in compagnia del funzionario per prendere misure precauzionali ed offrire sicurezza permanente, ma “hanno incontrato con un gruppo di persone armate di pietre, bastoni e machete che impedivano il passaggio agli agenti”. Quando si è tentato di dialogare con le persone, “queste si sono scagliate contro il funzionario del Pubblico Ministero, ed un individuo è riuscito a colpirlo in testa con una pala, quindi gli agenti hanno arrestato il professor Víctor Manuel Escobar Pineda, presunto aggressore, al quale è stato sequestrato un machete col quale ha cercato di opporsi all’arresto”. Inoltre, dichiara, “al funzionario è stato sottratto il telefono cellulare, un anello ed un braccialetto, sembra d’oro”.
Secondo l’ente, i feriti [il funzionario ed un poliziotto] sono stati trasportati su un’ambulanza del pronto soccorso e l’aggressore è stato messo a disposizione del pubblico ministero come presunto responsabile dei reati di tentativo di omicidio, lesioni, danni, furto, porto d’armi proibite e rerati a danno dei funzionari.

[Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo] http://www.carta.org/campagne/chiapas/14755

Iraq

i Sunniti rientrano nel Governo

Il Primo Ministro al-Maliki ha approvato il rientro nell’Esecutivo della principale formazione politica sunnita del Paese, il Fronte dell’Accordo, dopo quasi un anno di assenza. I Sunniti si erano ritirati l’agosto scorso, come segno di protesta nei confronti delle scelte del Governo, accusato di condurre una politica settaria rivolta esclusivamente al perseguimento degli interessi sciiti e alla vendetta nei confronti della minoranza sunnita. Il portavoce del movimento sunnita, Salim al-Joubouri, ha annunciato che sei ministri del blocco entreranno da subito a far parte del Gabinetto, partecipando già alla prossima seduta del Consiglio dei Ministri.

Questa svolta potrebbe aiutare il Paese a ritrovare l’unità nazionale, dopo le tensioni degli ultimi mesi e gli scontri tra l’Esercito e le milizie sciite di Muqtada al-Sadr. La decisione era già stata anticipata, all’inizio dell’anno, dal reintegro nella vita pubblica degli ex appartenenti al Ba’ath, il partito di Saddam Hussein, cui aveva seguito anche un’amnistia nei confronti di molti sunniti detenuti nelle carceri irachene.

I nodi da sciogliere nell’intricato panorama iracheno restano soprattutto due: l’assegnazione dei giacimenti petroliferi e la redistribuzione delle rendite provenienti dalle vendite di idrocarburi da un lato e, strettamente collegata, la questione del futuro assetto statale dall’altro. Tra marzo e febbraio, infatti, a fare da preludio agli scontri nel Sud del Paese erano state proprio le proposte di legge in senso federalista, che vedono gli uomini di al-Sadr fermamente contrari, e quelle sulla decisione di quali compagnie petrolifere sarebbero entrate in Iraq. Per attendere nuovi sviluppi politici si aspetta ora il momento delle elezioni amministrative locali, in cui si capirà meglio la reale influenza delle forze politiche in campo e, soprattutto, la loro radicazione e diffusione sul territorio. A breve, inoltre, sarà da definire anche la posizione di Kirkuk, che i Curdi vorrebbero sotto la propria diretta responsabilità. Verosimilmente, qualsiasi decisione venga presa in merito rischia di essere destabilizzante per gli equilibri del Paese, considerazione che rende il governo di unità nazionale ancora più indispensabile per la risoluzione delle controversie.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33317



luglio 24 2008

Lodo Alfano : niente di simile nelle democrazie occidentali
di Rita Guma*

L'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti Onlus, a fronte dell'approvazione del considdetto Lodo Alfano, che assicura l'immunita' alle cinque piu' alte cariche delo Stato, ribadisce che nulla di simile esiste nelle altre democrazie occidentali.

Nonostante quanto affermato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, infatti, negli altri Paesi e' il solo capo dello Stato (sia esso elettivo o ereditario) a godere dell'immunita' nel periodo di esercizio delle funzioni, in quanto massimo rappresentante dello Stato.

Il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri stessi godono di modeste forme di immunita' (a seconda se anche parlamentari) per gli atti nell'esercizio delle funzioni, ma possono essere processati per i delitti comuni - commessi durante o prima dell'assunzione dell'incarico - dai tribunali ordinari o da tribunali speciali (come l'italiano Tribunale dei ministri). Diversi capi dell'esecutivo sono stati inquisiti durante il mandato (ad esempio in Francia e USA).

L'Osservatorio valuta positivamente il fatto che l'imputato o il suo difensore munito di procura speciale possano rinunciare in ogni momento alla sospensione, misura quest'ultima a garanzia dell'imputato, e il fatto che l'immunita' decada alla cessazione del primo incarico, ma fa rilevare che in tal modo ci si potrebbe trovare con situazioni penali differenti in capo a persone che ricoprono in tempi diversi incarichi uguali. Piu' corretto sarebbe, allora, prevedere l'ineleggibilita' ad altro incarico fino a sentenza.

L'Osservatorio, infine, attende un parere della Consulta Costituzionale, che a suo tempo boccio' il Lodo Schifani anche per la violazione dell'art. 3 della Costituzione, ovvero per la violazione dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Il testo del ddl

*
www.osservatoriosullalegalita.org


E il clan Piromalli bussò da Dell’Utri
Guido Ruotolo
La Stampa
C’è anche il senatore Marcello Dell’Utri nelle carte della procura di Reggio Calabria che hanno portato a una ventina di fermi, e che raccontano gli affari, gli omicidi, la guerra e le nuove alleanze delle più potenti ‘ndrine della Piana di Gioia Tauro, le relazioni con la politica e le istituzioni. Si parla di affari nelle telefonate tra gli uomini della ‘ndrangheta e non solo.
Del porto di Gioia Tauro, dove la cosca Piromalli, alleandosi con gli Alvaro, si «fa impresa» attraverso l’acquisizione della coperativa portuale «All Services», scippandola alla cosca Molè, storica alleata diventata nemica (i Piromalli uccidono un suo esponente, Rocco Molè). E degli affari Oltreoceano (dall’esportazione di agrumi alla vendita di vaccini di una casa farmaceutica americana in America Latina).
Va subito detto che il senatore del Popolo delle libertà non è indagato, anche se tutti gli atti che lo riguardano sono stati trasmessi a Palermo, dove è in corso il processo d’appello che vede lo stesso Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Convocato come persona informata sui fatti, il senatore non si è presentato per «impegni parlamentari» (la Procura lo riconvocherà). E va detto pure che anche i contatti ravvicinati avuti con l’ex Guardasigilli Mastella o l’allora vicesegretario dell’Udc, Mario Tassone, non hanno prodotto i risultati sperati dalle ‘ndrine.
È il carcere duro, il 41 bis, l’oggetto principale delle relazioni cercate dai rappresentanti dell’ «onorata società» che offrono come contropartita l’appoggio elettorale. È sui tentativi di cancellare o ammorbidire il 41 bis al boss «facciazza», Giuseppe Piromalli, che suo figlio, Antonio, e Aldo Miccichè si mobilitano facendo il giro delle sette chiese. Micciché confida all’«erede naturale» di «facciazza» di essersi rivolto «anche alla massoneria, per quanto riguarda eventualmente l’intervento di un giudice molto importante»: «L’altra strada che voglio percorrere, sia pure segretissima, è quella del Vaticano...». Nulla da fare, però, Giuseppe Piromalli rimane al 41 bis. E ovviamente è rimasta anche lettera morta la richiesta inoltrata a Marcello Dell’Utri di garantire l’immunità ad Antonio Piromalli, magari attraverso la nomina a «console onorario».
Qualcosa di questa indagine era trapelata alla vigilia delle elezioni politiche anticipate di aprile - ma leggendo le carte si ha la conferma che gli indagati erano già stati informati delle indagini in corso da qualche talpa -, con i contatti tra Marcello Dell’Utri e Aldo Miccichè, ex dc impresentabile della Prima Repubblica riparato in Venezuela, (nel decreto di fermo si ricorda che «ha rilevanti trascorsi penali, tali da valergli un cumulo di pena di anni 25 di reclusione»). E l’allarme per possibili brogli elettorali nelle circoscrizioni all’Estero (America Latina). In quell’occasione, Dell’Utri disse di non conoscere «personalmente» Aldo Miccichè: «Qualche mese fa ebbi dei contatti telefonici con lui perché si occupava di fornitura di petrolio e io ho fatto da tramite con una società russa che ha sede anche in Italia».
Sarà, ma dalle carte emerge ben altro: «Marcello Dell'Utri chiama (dicembre 2007, ndr) Aldo Miccichè e questi gli dice che non sa come deve fare per la mamma di Silvio (Berlusconi ndr), cioè fare qualcosa come comunità e come singolo.
Poi Aldo gli dice che dall'Abruzzo, dove gli ha mandato una persona, il presidente del Senato gli ha fatto capire che ormai sono vicini alle nuove elezioni e che loro si devono preparare. Di seguito Aldo chiede a Marcello una email di Berlusconi perchè gli deve mandare le cose della gente di là perchè è una cosa molto importante per lui, riferito a Berlusconi. Aldo dice di volere questa email in quanto non può utilizzare la email personale di Berlusconi che lui ha».
Micciché e Dell’Utri si soffermano sulle strategie elettorali: «Di seguito Aldo gli dice che per quanto riguarda la faccenda del petrolio gli ha mandato tutto via email. Poi Aldo si raccomanda di chiamare Armando Veneto (ex senatore, ndr) e di dirgli di essersi sentito con lui. Aldo poi gli dice di aver riferito a Veneto del fatto che il partito della Rosa Bianca ha rotto con l'Italia dei Valori e che vuole entrare con loro... Poi Aldo aggiunge che può garantire a lui, (cioè ad Armando Veneto?), un minimo di 40 mila voti nella provincia di Reggio Calabria e il senatore ribadisce " questo è importante". Aldo di seguito dice " quelli che gli possono dare la copertura completa, le cose nostre sono segrete, ricordatelo, sono le persone che tu hai ricevuto ( Lorenzo e Gioacchino Arcidiaco ndr), mi hai capito o no?...».
Dell’Utri, dalla lettura delle carte, di sicuro ha avuto almeno due incontri con gli uomini della ‘ndrangheta. Con Antonio Piromalli e con Giacchino Arcidiaco, a Milano, il 2 dicembre scorso.
In quell’occasione, l’emissario chiese consiglio ad Aldo Miccichè: «In che termini mi devo proporre?». Risponde Miccichè: «La piana... la piana è cosa nostra facci capisciri... il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi... Gli devi dire: “ho avuto autorizzazione di dire che possiamo garantire Calabria e Sicilia”...».


L'università colpita a morte
Giovanni Bachelet*,
Signor Presidente, l’ordine del giorno n. 9/1386/263 impegna il Governo a individuare, qualora si rivelasse necessario, provvedimenti normativi straordinari atti a garantire, sia nell’università che negli enti di ricerca, la possibilità tecnica di realizzare operazioni di reclutamento, stabilizzazione e promozione in misura adeguata all’auspicato ringiovanimento – auspicato dal Ministro, naturalmente – e in ogni caso sufficiente ad onorare gli impegni assunti dai precedenti Governi. Parlo dell’invecchiamento perché il Ministro, a più riprese, ha parlato del problema dell’invecchiamento del corpo docente dell’università, segnalando che il 47 per cento del corpo docente verrà pensionato nei prossimi cinque anni (dunque la metà) e che l’1 per cento degli ordinari e l’8 per cento degli associati ha meno di quarant’anni.
Con la serie di provvedimenti previsti dal decreto-legge in esame avremo il blocco del turnover al 20 per cento e questo, unito ai vincoli di budget delle università, vuol dire che per ogni otto pensionati se ne potrà riassumere uno. Con candore, qualche giorno fa, il Ministro ha dichiarato in un’intervista, che il blocco del turnover non è esclusivo dell’università e della ricerca, ma è per tutti. Vorrei ben vedere!
Il punto è che, dopo le affermazioni del Ministro sul fatto che il corpo docente va ringiovanito, ci aspettavamo un rilancio delle assunzioni dei giovani; invece non solo il Ministro non è riuscito ad ottenere questo, ma neppure ad escludere l’università e la ricerca dal blocco del turnover. Il blocco del turnover, insieme alla previsione di metà dei docenti che verranno pensionati e alla riduzione sostanziale del Fondo di finanziamento ordinario è, secondo moltissimi osservatori, un decreto di condanna a morte per l’università e perfino per le fantomatiche fondazioni che l’articolo 16, in modo del tutto surrettizio, introduce come riforma totale del sistema universitario.
Tale articolo che trasforma le università – o meglio: dà ad esse la facoltà di trasformarsi – in fondazioni, risulta inapplicabile e privo di copertura, come ho mostrato in altra sede. Vorrei qui ricordarne soltanto due commi che faranno sì che anche le fondazioni nasceranno morte: il comma 13, che implica per ricercatori e docenti la permanenza del trattamento economico e giuridico vigente, fino a data sconosciuta, e il comma 14, che dichiara la permanenza di tutte le disposizioni vigenti in ambito universitario anche per le fondazioni; quindi, anche per le fondazioni varranno le attuali regole di reclutamento, gli attuali requisiti minimi per i corsi di laurea, il blocco del turnover nelle assunzioni e così via. Dunque, anche queste fondazioni non potranno aiutarci.
Non è un caso che ieri, ad esempio, il rettore della Sapienza abbia indetto un’assemblea di tutto il personale. È un fatto che – credo – non accadeva dalla guerra; l’aula magna era piena, ero presente anch’io e vi erano duemila persone; non era «roba» di sinistra, perché tra i partecipanti ho visto anche il mio collega Gianvittorio Pallottino che parecchi anni fa è stato anche responsabile dell’università e della ricerca di Alleanza Nazionale. Del resto, leggevo su Il Secolo d'Italia, che non è un giornale propriamente comunista, un articolo di Franco Cardini che, qualche giorno fa, stroncava le implicazioni del decreto-legge n. 112 del 2008 sulle università, sostenendo anch’egli che si trattava di un vero bombardamento che non avrebbe lasciato altro che macerie.
Dunque si sentono le prime urla bipartisan, perché la comunità universitaria rischia di essere colpita a morte. Vorrei dire, visto che è cominciata una divertente campagna su Il Giornale, che il problema non è per i baroni come me, che sono già dentro, e nessuno di questi provvedimenti è capace di scalfire, meno che mai di licenziare; il problema è dei giovani, che da anni lavorano con contratti di ricerca a tempo determinato e non avranno nuovi concorsi: per molti altri anni non vi saranno nuovi concorsi da ricercatore e da associato.
Chi altro urlerà? Urleranno i ricercatori idonei che non sono chiamati come associati, e urleranno gli studenti che avranno molte più tasse: la riduzione del FFO provocherà almeno il raddoppio delle tasse; e ciò a fronte della metà dei professori, perché metà di essi andranno in pensione e nessuno li rimpiazzerà nei prossimi cinque anni. Urleranno i ricercatori in via di stabilizzazione negli enti di ricerca perché, benché esclusi dal blocco del turnover, anche gli enti di ricerca sono seriamente a rischio per l’articolo 74 del decreto-legge, che riduce gli assetti organizzativi. Rischiano quindi di saltare le stabilizzazioni previste dal precedente Governo per il 2009.
Dunque, senza interventi normativi straordinari sarà impossibile onorare gli impegni assunti dai precedenti Governi e meno che mai procedere al ringiovanimento che tanto sta a cuore al Ministro. Per questo motivo l’ordine del giorno impegna il Governo ad individuare provvedimenti normativi straordinari atti a garantire la possibilità tecnica di realizzare reclutamento, stabilizzazione e promozione nella misura adeguata al ringiovanimento auspicato http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2157&id_titoli_primo_piano=5
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
*Intervento alla Camera dei Deputati del 22 luglio 2008 - Resoconto stenografico


C’è un giudice, a Strasburgo



Vignetta di NatangeloOra d'Aria
l'Unità,

I politici devono rassegnarsi alle critiche, anche aspre. E devono smetterla di considerarle “insulti” o “attacchi” e di denunciare chi le muove. Mentre in Italia la Casta si blinda con scudi, immunità e bavagli alla stampa, da Strasburgo arriva un’altra fondamentale sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in difesa del quarto potere «cane da guardia della democrazia». La sentenza condanna lo Stato italiano a risarcire il politologo Claudio Riolo, condannato a versare 80 milioni di lire (140 con gli interessi) al presidente forzista della provincia di Palermo, Francesco Musotto, per averlo criticato.

Nel novembre 1994 Riolo, che insegna all’Università di Palermo, pubblica su Narcomafie diretto da don Luigi Ciotti l’articolo «Mafia e diritto: la Provincia contro se stessa nel processo Falcone. Lo strano caso dell’avvocato Musotto e di Mister Hyde». Riolo mette il dito nel conflitto d’interessi di Musotto, che in veste di avvocato difende un mafioso imputato per la strage di Capaci e in veste di presidente della Provincia è parte civile nello stesso processo. Musotto denuncia Riolo (non la rivista) in sede civile, chiedendo 500 milioni di danno patrimoniale e 200 di danno morale. Narcomafie ripubblica l’articolo con le firme di altre persone che si autodenunciano con lui. Tra questi, Castellina, Cazzola, Forgione, Lumia, Manconi, Alfredo Galasso, Giuseppina La Torre, Santino, Vendola, Folena, Di Lello. Musotto non li denuncia. Anche perché intanto viene arrestato col fratello con l’accusa di aver ospitato nella sua villa al mare alcuni boss mafiosi latitanti. Sarà assolto per insufficienza di prove: non è provato che fosse al corrente che i capimafia soggiornavano in casa sua, mentre è provato che lo sapesse suo fratello, condannato definitivamente per concorso esterno. In compenso, nel 2000, il Tribunale civile di Palermo condanna Riolo: 80 milioni di danni morali al presidente della Provincia, rieletto trionfalmente alla presidenza della provincia dopo la disavventura giudiziaria. Condanna confermata in appello e in Cassazione nel 2007. Il professore si vede pignorare il quinto dello stipendio e della liquidazione. Ma ricorre a Strasburgo tramite l’avvocato Alessandra Ballerini. E l’altro giorno ha ottenuto ragione dalla Corte europea: la sua condanna viola l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, lo Stato italiano deve risarcirlo con 60 mila euro più 12 mila di spese legali.

La Corte, presieduta dalla giudice belga Francoise Tulkens, spiega che «l’articolo incriminato era fondato sulla situazione in cui si trovava Musotto all’epoca dei fatti»: il suo «doppio ruolo» di presidente della Provincia e di difensore di un mafioso «poteva dar luogo a dubbi sull’opportunità delle scelte di un alto rappresentante dell’amministrazione su un processo concernente fatti di estrema gravità» (la strage di Capaci). L’articolo «s’inseriva in un dibattito di pubblico interesse generale»: Musotto è «uomo politico in un posto chiave nell’amministrazione», dunque «deve attendersi che i suoi atti siano sottoposti a una scrupolosa verifica della stampa». «Sapeva o avrebbe dovuto sapere che, continuando a difendere un accusato di mafia… si esponeva a severe critiche». Riolo non ha scritto che Musotto abbia «commesso reati» o «protetto gli interessi della mafia»: ha solo osservato che «un eletto locale potrebbe essere influenzato, almeno in parte, dagli interessi di cui sono portatori i suoi elettori». Un’«opinione che non travalica il limite della libertà di espressione in una società democratica». Riolo l’ha pure sbeffeggiato con «espressioni ironiche». Ma «la libertà giornalistica può contemplare il ricorso a una certa dose di provocazione», che non va confusa con «insulti e offese gratuite» se «si attiene alla situazione esaminata» e se «nessuno contesta la veridicità delle principali informazioni fattuali nell’articolo». Nessun «attacco personale gratuito», allora, ma doverosa critica. Guai a sanzionare le critiche con multe salate che «possono dissuadere» giornalisti e critici a «continuare a informare il pubblico su temi di interesse generale».

Insomma la condanna inflitta a Riolo è «un’ingerenza sproporzionata nel diritto di libertà di espressione» e va annullata col risarcimento. Mentre in Italia con la confusione fra critiche e «insulti», si tenta di soffocare la libera stampa, dall’Europa arriva una boccata d’ossigeno. C’è un giudice, almeno a Strasburgo.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Il viaggio di Obama in Europa

Ma la storia della fantastica politica estera del berlusca, dell'alleato americano, etc etc, come si coniuga col fatto che, nel suo tour Europeo, Barack va in UK, Francia e Germania, ma non in Italia?
Una cosa comunque è sicura: sulla stampa europea non si parla d'altro da giorni. Su quella Italiana si parla solo d'altro.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Parisi: il centrosinistra ha bisogno dell'Ulivo
di Giampiero Cazzato, Rinascita«Abbiamo camminato insieme per 15 anni. Ed abbiamo camminato in avanti. E, pensando anche a quando ero Ministro della Difesa, aggiungo, non è stata una passeggiata. Ma abbiamo camminato insieme». Arturo Parisi era all'apertura dei lavori del congresso del Pdci a Salsomaggiore. A «titolo personale» e per marcare la distanza dalla linea del suo partito, il Pd, che con i comunisti “cattivi” di Diliberto non vuole avere nulla a che fare. E invece lui, il professore sardo, co-inventore dell'Ulivo ci tiene a ricordare «il contributo del Pdci», ci tiene a sottolineare che il centrosinistra è riuscito, pur con tanti limiti, «ad organizzare metà del campo della politica italiana». E nelle parole del segretario sulla lunga fase di opposizione che è davanti ai Comunisti italiani vede non una «vocazione, che sarebbe una sconfitta», ma la presa d'atto che dopo il trauma elettorale, «dopo la cesura del 13 e 14 aprile il confronto tra il Pd e la sinistra pur non essendo affatto scontato è comunque un processo che va tenuto aperto e ricalibrato. Ho trovato la relazione di Diliberto davvero bella».

Professore cosa le è piaciuto nella relazione del segretario del Pdci?
E' stata una relazione di altri tempi. Abbiamo bisogno, tutti, del ritorno non dico di un pensiero forte, non dico dell'ideologia, ma almeno di un pensiero serio. Ed io voglio riconoscere nella relazione di Diliberto questo timbro di verità e di serietà che è appunto il presupposto per il confronto e per un nuovo incontro.

Per la prima volta nella storia repubblicana comunisti e socialisti sono fuori dal Parlamento. A decretarlo non sono state solo e tanto le urne quanto la decisione di Veltroni di chiudere con l'esperienza del centrosinistra. Non crede che la madre vera della sconfitta sia insomma la famosa separazione consensuale tra Veltroni e Bertinotti?
Sì, il trauma inizia da lì, da quella scelta che io giudico scellerata, una scelta certo nel Pd incoraggiata da troppi, ma anche scoraggiata troppo poco a sinistra, una scelta guidata dall'illusione che la divisione allargasse il campo più dell'unità. Tutta la mia vita è stata guidata, all'opposto, dall'idea che è l'unità che allarga il campo. Soprattutto quando al centro della competizione sta il governo del Paese e non la sola rappresentanza dei singoli interessi e delle distinte identità. La separazione consensuale - lo vediamo ora con chiarezza - ha invece messo in moto un processo divisivo che rischia di fare del campo del centrosinistra una maionese impazzita, dove le divisioni che si sono prodotte tra la sinistra ed il sedicente centro alimentano ulteriori frammentazioni. Per questo leggo nell'appello di Diliberto ad un ritrovarsi dei comunisti un tratto positivo, un invito cioè a resistere al processo dissolutivo nel quale siamo tutti coinvolti; anche perché non lo vedo connotato da un incontro tra “comunisti contro” ma da un incontro che prelude ad un nuovo confronto più ampio di tutto il campo del centrosinistra.

Quando parla di disgregazione si riferisce anche alle vicende interne del Pd?
Non solo. Penso anche alla recente divisione tra il Pd e Di Pietro, l'unico scelto come compagno di una strada solitaria e proposto come l'eccezione che confermava la regola. Quanto al mio partito è sotto gli occhi di tutti il confronto scomposto tra capicorrente piuttosto che tra correnti. Una dinamica che non promette niente di buono per il futuro. Ma, lo ripeto, il primo passo di questo processo degenerativo va ricercato nel rifiuto del riconoscimento del cammino che avevamo fatto all'interno della coalizione di governo. Nel 2006, unendo per la prima volta tutte le forze del centrosinistra siamo riusciti a realizzare il massimo della quantità e della estensione, ma non abbiamo fatto in tempo ad assicurare quella qualità e quello spessore di cui aveva bisogno l'azione di governo. E' stato un nostro limite, di tutti. Mentre alcuni di noi pensavano però che quello fosse un ritardo da contrastare e superare, altri hanno, invece, investito su questo limite per un ritorno all'indietro.

Lei ha chiesto una nuova convocazione dell'Assemblea costituente del suo partito. Lo ha fatto con toni drammatici...
Ho usato toni drammatici perché è drammatica la situazione. Nel momento in cui un partito cessa di essere comunità e non riesce e a confrontarsi e a decidere a partire da regole condivise; nel momento in cui è costretto a confrontarsi fuori dal suo perimetro, sui media, oppure in modo obliquo ed opaco, attraverso mezzi e strumenti che sono una cosa diversa da quello che dicono di essere, evidentemente quello è un partito a rischio. Vogliamo riconoscere finalmente che ci sono delle domande che attendono delle risposte e che attorno a queste domande si sta svolgendo invece un dibattito sempre più inselvatichito? Perché non riconosciamo allora le sedi che ci siamo dati, non per chiacchierare ma per decidere? Questa è la differenza tra un convegno culturale ed un congresso di partito, la differenza tra un assembramento ed una comunità politica. Certo non possiamo illuderci di colmare questo deficit del partito attraverso la scorciatoia della decisione personalistica affidata alla leadership, soprattutto se una leadership fortemente indebolita. Il dramma del Pd è oggi all'origine del dramma di un sistema politico che non offre al cittadino una possibilità di scelta ed una alternativa. Da quello che fu un tempo un bipolarismo imperfetto rischiamo oggi di approdare ad un monopolarismo imperfettissimo, dove il risultato elettorale siciliano, l'80 per cento a 20, rischia di non essere una eccezione isolata, e l'alternativa al centrodestra rischia di dover essere cercata nello stesso centrodestra.

Berlusconi propone per le europee una soglia di sbarramento del 5 per cento. Una stretta autoritaria che vuole esportare la cancellazione della rappresentanza politica anche a Strasburgo.
La manipolazione della proporzionalità ha senso in un contesto nel quale l'esito della scelta dei cittadini è più o meno direttamente il governo ed è quindi utile spingere le forze politiche ad aggregarsi e allearsi in modo trasparente prima del voto. Ma nel caso del Parlamento europeo, la cui funzione è strettamente rappresentativa, l'introduzione di una soglia così alta sarebbe una violenza fine a se stessa. Non meno grave è poi nella proposta l'esclusione del voto di preferenza. In un momento nel quale i cittadini sono stati privati della possibilità di scegliere i propri rappresentanti a Roma non possiamo privarli di scegliere i propri rappresentanti anche a Strasburgo.

Leo Peschiera

Riguardatevi su youtube il nostro video con Emilio Fede.
Tra gli amici di Fede spicca un tipo grosso, con accento bresciano e rasatura laterale. Si chiama Leo Peschiera. E’ quello che mi dice: “ti sei sputato addosso, attore!”. Da tempo s’accompagna con il direttore del tg4. Ce ne avevano parlato come di un personaggio piuttosto danaroso e molto discusso, diciamo così. Di questa sera la notizia che l’hanno arrestato. Gli auguriamo naturalmente di poter chiarire la propria posizione e dimostrare la propria innocenza. Ma intanto è inevitabile ripensare a quell’ambigua affermazione di Emilio Fede: “questa storia voglio risolverla personalmente, senza carabinieri né polizia”. Subito chiarita da Leo Peschiera: “non è una minaccia sicuramente”. Bella compagnia che ti scegli, Emilio! E quereli pure?

(AGI) - Brescia, 23 luglio
La squadra mobile di Brescia, insieme alla guardia di finanza, ha eseguito sei provvedimenti di custodia cautelare in carcere per i due incendi dolosi verificatisi a fine aprile ai danni dei due più importanti locali notturni di Desenzano del Garda (Brescia), il “Sesto Senso club”, andato completamente ditrutto, e il “Lele Mora House”, intaccato solo parzialemente.
Tra gli arrestati, tutti di nazionalita’ italiana, e’ stato individuato il mandante del tentato incendio del “Lele Mora House”, identificato nel responsabile dei parcheggiatori del “Sesto Senso”, Felice Cangiano. I provvedimenti sono stati emessi inoltre nei confronti dell’imprenditore mantovano Piervittorio Belfanti, del bresciano Leo Peschiera - entrambi soci di “LM House” - e dei componenti dello staff di “LM House” Salvatore Aiello, Carmelo Anastasi e Mario Stefano Sacco.
La polizia ritiene che Belfanti e Peschiera siano implicati nei violenti pestaggi organizzati nell’aprile scorso, quando l’autore materiale del rogo all’LM House, il responsabile dei parcheggiatori del Sesto Senso e il responsabile della sicurezza della stessa discoteca vennero sequestrati, pestati a sangue e minacciati con armi, affinche’ rivelassero il nome del mandante dell’attentato. Belfanti deve anche rispondere di tentata estorsione: secondo l’accusa avrebbe chiesto un pagamento di 100.000 euro al titolare del “Sesto Senso” per convincerlo a non riaprire piu’ il locale. (AGI) http://www.pieroricca.org/


Il sovrano e l'ideologo


di Ida Dominijanni - da il Manifesto

La forma della Repubblica cambia nell'aula del senato alle 20 in punto, 171 sì 128 no e 6 astensioni al lodo Alfano che rende Silvio Berlusconi immune dal virus della giustizia. Lo spettro del Sovrano Assoluto si materializza, rigurgito di premodernità che scava la democrazia postmoderna. Ma è di prima mattina, ore 10.30, seduta appena iniziata, che entra in scena l'intendenza, addetta alla divisione ideologia. La guida Gaetano Quagliariello, professione storico, senatore da due legislature, vocazione intellettuale organico. Non nega, non sdrammatizza, non derubrica: rivendica, «a testa alta». Altro che interessi personali del premier, dice: il lodo rende uno storico servigio al paese.


Il paese, argomenta, soffre da sempre di una malattia, che si chiama «illegittimità del potere politico» e si manifesta nel fatto che l'esercizio del potere viene vissuto come un'usurpazione, fino a che il potente di turno non dà segni di cedimento e diviene oggetto di spietata crudeltà popolare. Con scientificità, diciamo, opinabile lo storico cita vittime illustri, da De Gasperi a Fanfani, da Moro a Craxi; con furbizia da guitto si annette l'idea dell'autonomia della politica di Togliatti, perché risalti di più l'ignavia dei suoi eredi che a un certo punto presero a considerare la magistratura «una casamatta gramsciana da conquistare per derivarne il potere sullo stato». Poi arriva al punto: dopo l'89, la storia d'Italia è storia del doppio conflitto fra potere politico e potere giudiziario, e fra giudici militanti e giudici «servitori (o servi?) dello stato». Sì che tre vittorie elettorali non sono bastate a togliere ai giudici il vizio di provare a delegittimare Berlusconi. È tempo di voltare pagina: si sappia d'ora in poi «che un risultato elettorale è definitivo fino alla successiva elezione», perché chi è legittimato dal popolo deve poter fare quello che vuole senza sottostare a legge alcuna. E l'opposizione ringrazi, perché il lodo le dà la storica occasione di liberarsi da quella «sindrome di superiorità morale» che un altro storico, com'è noto, le rimprovera un giorno sì e l'altro pure dalle colonne di un grande quotidiano.

Applausi. L'intellettuale organico ha svolto bene il suo compito. Ha preso i fatti e li ha messi a testa in giù e piedi in aria, come si conviene a una buona ideologia. Ha preso le carte e le ha mischiate col trucco, come si conviene a un mediocre illusionista. Ha scambiato lo storico deficit di legalità che affligge in Italia potere politico, potere economico e società civile e l'ha ribaltato in un deficit di legittimità. Ha preso l'equilibrio fra i poteri, che in Costituzione vincola il principio della legittimità politica al principio della legalità, e l'ha trasformato in «due legittimità concorrenti, quella dell'autorità giudiziaria e quella che deriva dalla sovranità popolare», rivoltando la tragedia in farsa. La tragedia, per dirla con le parole di Gustavo Zagrebelsky, è il rischio assai prossimo che lo scarto che si sta spalancando tra legalità e legittimità si trasformi nel conflitto insanabile «tra una legittimità illegale e una legalità illegittima». La farsa è il banale quadretto sempreverde di Silvio Berlusconi rincorso da frotte di toghe rosse.

Da ieri però c'è anche una farsa che può rivoltarsi in tragedia. Finora troppo pop, troppo cheap, troppo naïf, Silvio Berlusconi ha capito che gli serve un apparato ideologico, un pennacchio intellettuale, una rilettura della storia nazionale adatta allo scopo. E' l'ultima casamatta da espugnare all'egemonia che fu della sinistra. Lo spettro della sinistra ci rifletta e riemerga anch'esso da dov'è nascosto. È ora di ritrovare quantomeno una propria versione dei fatti e dei misfatti.

Internet e democrazia in medio oriente


di Manuel Caiti - Megachip

Può il "cyber-attivismo" ridare vita al processo di democratizzazione?
Sono poco prevedibili gli effetti che nel lungo periodo avrà la diffusione di internet in medio oriente, quello che é certo, é che i regimi se ne stanno già preoccupando. Regimi come quello egiziano, giordano, siriano e algerino sono in difficoltà di fronte ai cambiamenti introdotti dal web, il quale rappresenta uno spazio in cui il dibattito pubblico è molto difficile da censurare.

Andiamo per gradi. Questi regimi rappresentano un grattacapo per coloro che studiano i processi di democratizzazione. Infatti, la terza ondata di democratizzazione, così battezzata dal celebre politologo Samuel Huntington, sebbene abbia innescato processi di democratizzazione in America Latina, Europa dell'est, Asia e Africa, non ha sortito alcun effetto in medio oriente. Infatti, ad ogni sfida, interna o esterna che fosse, questi regimi hanno saputo replicare con raffinate strategie.

Vediamo un esempio. Nel mondo globalizzato, questi paesi hanno sviluppato economie di rentier o di semi-rentier , ovvero economie che, se non sono rette dalla rendita petrolifera, necessitano di ingenti investimenti esteri. Ma gli investimenti esteri, sono possibili solo se i governi sono in grado di fornire garanzie di tipo politico come, ad esempio, elezioni free and fair . In questo caso, come in molti altri, i regimi hanno saputo aggirare il problema: si tengono elezioni free and fair , tuttavia, esse non producono un cambio di governo. In che modo? E perché?

Le leggi elettorali sono soggette ad operazioni di ingegneria elettorale che, attraverso premi di maggioranza e accurati metodi di definizione delle circoscrizioni, conferiscono una vittoria certa al partito che sostiene il regime. (Vi ricorda qualcosa?)

E' proprio attraverso questo tipo di strategie che il processo di democratizzazione si é interrotto in medio oriente. La maggior parte delle azioni, volte ad allargare lo spazio politico, sono state pilotate dall'alto attraverso strategie funzionali al potere. Il risultato é ciò che i politologi definiscono regime semiautoritario . Sebbene la definizione sia molto elegante, essa indica una realtà molto triste, ovvero un tipo di governo dotato di una facciata liberale, ma con una realtà ancora tipicamente autoritaria all'interno. La facciata democratica, è il mezzo attraverso cui perseguire il fine: la sopravvivenza del regime e il mantenimento dello status quo.

Tuttavia, la nascita dei nuovi media, rappresenta una prova che difficilmente gli autoritarismi mediorientali potranno superare. Se la televisione satellitare non ha prodotto trasformazioni significative sul piano politico; internet, al contrario, può rappresentare il vettore adatto per futuri cambiamenti. Vediamo perchè.

Al-Jazzera non è nata come televisione nazionale del Qatar, ma come televisione pan-araba, ovvero rivolta a tutto il mondo arabo. La nascita della televisione satellitare ha fatto perdere inaspettatamente il controllo sulla televisione ai regimi. Ciò ha creato molti imbarazzi. Alcuni paesi hanno tentato di arginare il problema vietando l'uso delle antenne paraboliche, altri ancora hanno commissionato ad aziende hi-tech straniere (come la Nokia), sistemi per criptare le trasmissioni satellitari. Tutto inutile. Soap opera e reality show sono diventati “il pane quotidiano” del telespettatore arabo. Si prenda ad esempio il Libano, dove, per la fase eliminatoria di un reality show chiamato "Star Accademy" (versione libanese del format "Amici di Maria de Filippi"), hanno partecipato via SMS oltre un milione di persone.

Le emittenti televisive, sebbene rappresentino una forte rottura con il passato, non hanno portato cambiamenti politici significativi. La televisione, influenza l'opinione pubblica ma, essendo un mezzo di comunicazione dove l'utente è passivo, ha impedito lo sviluppo di uno specifico attivismo politico. Internet, al contrario, coinvolge direttamente gli individui. Su blog e comunità on-line le persone possono confrontarsi su questioni tabù, come sesso, religione e politica. Attraverso l'uso della rete, l'utente sì collega ad una comunità d'interesse nella quale può esprimersi liberamente. Ciò sta sviluppando il dibattito pubblico verso una direzione mai conosciuta prima in medio oriente. Se i regimi non saranno in grado di contrastare questi nuovi effetti, ci si aspetta di vedere grandi cambiamenti in un futuro non troppo lontano.

Il caso di Alì Abdulemam e il suo blog Bahrain Online , testimonia le potenzialità di internet come mezzo per il cambiamento sociale. Il blog di Alì, ha sempre criticato aspramente la monarchia sunnita, che governa in un paese a maggioranza sciita. Poi, nel 2005, dopo aver pubblicato un report delle Nazioni Unite sulla violazione dei diritti umani in Bahrain, Alì e gli altri responsabili del blog sono stati fatti arrestare. Ciò ha mobilitato una campagna di protesta contro la monarchia dal nome "Free Ali", organizzata interamente tramite internet, la quale ha portato, nel giro di due settimane, al rilascio dei responsabili di Bahrain Online . Questo é solo un esempio di come il web può attivare politicamente le persone. Più recentemente, alcuni dissidenti egiziani, hanno indetto una campagna di protesta per l'80° compleanno del dittatore Mubarak. L'intera manifestazione è stata organizzata tramite Facebook. Anche se questa iniziativa ha avuto meno successo di quella in Bahrein, dimostra che comunque esiste un fervente cyber-attivismo volto all'appropriazione di un nuovo spazio pubblico: la rete.

Analizziamo gli aspetti tecnici. Un'indagine portata a termine da una compagnia giordana, la Arab Advisors Group, rivela che 19 milioni di arabi usano internet, ovvero circa il 10% della popolazione. Può sembrare un piccolo bacino di utenza, tuttavia, nel conteggio, bisogna considerare anche un altro fattore importante: la sharing attitude . Infatti, una seconda indagine della Arab Advisors Group, portata a termine nel 2008, rivela che il 64% delle famiglie che possiede la connessione internet, la condivide con almeno altre 3 famiglie. Questo funge, di fatto, da moltiplicatore.

Il numero degli utenti sta diventando alto, i regimi hanno già fiutato il pericolo. La strategia messa in opera per resistere al cambiamento è, come al solito, quella di porre in essere un'apertura democratica dall'alto, seguita da una restrizione. Infatti, per apparire all'avanguardia agli occhi degli investitori stranieri, è consentita l'istallazione delle infrastrutture per il funzionamento della rete, tuttavia, molti blog e altri siti come You Tube, sono sottoposti a una severa censura informatica. Questa strategia non pagherà questa volta. Internet non è qualcosa che i regimi possono controllare, come le leggi elettorali o l'attivismo della società civile. In Siria, ad esempio, dove la lista dei siti proibiti é molto lunga, la censura del regime è stata aggirata con connessioni Proxy. Questo tipo di connessione consiste nel contattare un server, il cui indirizzo non si trova sulla lista nera, per poi accedere tramite ad esso alla pagina desiderata. In questo modo sì "by-passa" la censura informatica. Questo sistema di connessione, che a noi risulta persino difficoltoso da capire, è ampiamente diffuso in medio oriente. Si pensi, ad esempio, che in tutti gli internet café in Siria é possibile accedere con connessione Proxy a qualsiasi tipo di risorsa internet.

La rete é uno spazio di dibattito pubblico che i regimi probabilmente non riusciranno a censurare. Se il dibattito si svilupperà in questo nuovo spazio, allora emergeranno nuove domande che questa volta potrebbero essere irresistibili per regimi logori e sempre sull'orlo di una crisi annunciata. La domanda che rimane aperta è la seguente: che tipo di regime sostituirà queste vecchie autocrazie?

E-mail: Manuel.caiti@gmail.com

Un’occasione storica per la Serbia


Predrag Matvejevic
“La Serbia con tutte le sue difficoltà è di fronte ad un’occasione storica: dimostrare davanti all’Europa quanto è matura. O se è più matura degli altri e anche di se stessa”, un commento sull’arresto di Karadžić scritto da Predrag Matvejević
Di Predrag Matvejević

L’evento ha scosso non soltanto noialtri, abitanti di questa, ormai “ex”, Jugoslavia. Il mondo torna a guardare verso questa regione, con uno sguardo che attende che si compia finalmente quello che già da tempo doveva essere fatto. E che non è stato fatto.

Da tempo ripeto che ognuno di noi dovrebbe guardarsi nello specchio della Storia, di una Storia più remota e più attuale. Dovrebbe chiedersi cosa abbiamo fatto agli altri, e cosa gli altri hanno fatto a noi. Di cosa siamo colpevoli noi e di cosa sono colpevoli gli altri.

L’esempio che ci ha offerto, non senza grande fatica, la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale - Paese di una profonda e significativa cultura in cui il crimine era riuscito a soffocare la cultura - dovrebbe essere dinanzi ai nostri occhi. La vicina Italia non ha avuto il suo Tribunale di Norimberga - e questo è probabilmente una delle ragioni per cui abbiamo potuto vedere recentemente di nuovo sulle piazze di Roma le camicie nere e i saluti romani. Per simili atteggiamenti che vediamo spesso nella ex Jugoslavia, in una Germania democratizzata la giustizia sarebbe intervenuta senza temere la memoria.

Qui nei Balcani non è così. Ognuno ricorda i crimini degli altri e cerca di cancellare i propri.
L’arresto di Radovan Karadžić avviene in Serbia in un momento molto grave - in cui il governo relativamente positivo di Tadić cerca con grande difficoltà una minima stabilità per costituirsi e agire. Cerca di evitare il ritorno sulla scena del tipo di nazionalismo ortodosso di Koštunica, indegno di una società moderna. Sappiamo bene che per tali eventi non ci sono momenti facili. I nazionalisti sono pronti a tutto per giustificare un criminale.

Ripeteranno, Dio sa quante volte, che anche gli altri hanno compiuto crimini sui serbi, come se un crimine potesse essere giustificato da un altro. I seguaci di Milošević, capaci di spostare l’ago sulla bilancia del governo, dovrebbero ricordarsi che anche lo stesso Milošević si giustificava dichiarando che Karadžić e Mladić facevano tante cose a modo loro, di propria iniziativa, e che così facendo lo compromettevano come capo della Serbia e della «serbità».

La Serbia in questa occasione, con tutte le sue difficoltà, ha anche una chance storica: di dimostrare dinanzi all’Europa quanto è matura. O se è più matura degli altri e anche di se stessa. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9896/1/51/

MCCAIN NEGLI STATI CHIAVE PER REAGIRE ALL'OBAMA-MANIA

Il senatore John McCain Il senatore John McCain

WASHINGTON - Semidimenticato dai media sempre più attratti da Barack Obama, il candidato dei repubblicani alla Casa Bianca, John McCain, sta approfittando del viaggio all'estero dell'avversario per lanciarsi all' assalto di stati-chiave nel voto di novembre e per attaccare i programmi dell'avversario. Ma il senatore dell'Arizona continua ad aver difficoltà ad attirare i riflettori e a contrastare l' 'obama-mania' che tiene il rivale sulle prime pagine e in testa ai sondaggi.

McCain è sbarcato in Maine, dove tra l'altro ha ottenuto da George Bush padre un aiuto nella raccolta di fondi elettorali. Il senatore repubblicano ha poi messo in programma tappe in Colorado, New Hampshire, Ohio e Pennsylvania - nei giorni in cui Obama sarà in Medio Oriente e poi in Europa - per cercare di strappargli un po' di consensi in luoghi decisivi a novembre. L'occupazione, l'energia e la sanità sono i temi su cui McCain fa campagna in questi giorni, dopo aver aperto le ostilità oggi con uno spot televisivo nel quale accusa Obama di non voler rendere indipendenti gli americani dal petrolio arabo, permettendo nuove trivellazioni.

Nello stesso tempo McCain è comparso sui grandi network televisivi, non appena Obama ha messo piede in Iraq, per attaccarlo sulle sue proposte irachene. "Spero che il senatore Obama abbia la possibilità di toccare con mano il successo della nostra strategia in Iraq", ha detto McCain, accusando il rivale di spingere per un ritiro delle forze americane senza aver capito cosa sta accadendo nel paese e avendo visitato Baghdad fino a oggi una sola volta, nel gennaio 2006 (il candidato repubblicano vi si è recato più volte negli ultimi anni). "Obama ha gravemente mal giudicato la situazione irachena, è testardamente a favore di un ritiro a tutti i costi", ha detto McCain, secondo il quale la strategia militare americana "sta funzionando e stiamo vincendo".

McCain è indietro nei sondaggi nazionali rispetto all' avversario, con percentuali che variano dai 2 ai 9 punti. I suoi strateghi hanno scelto di reagire con una campagna sempre più aggressiva, di cui è parte lo spot lanciato oggi, nel quale McCain in sostanza accusa Obama di essere responsabile della crescita dei prezzi della benzina. Nello spot una voce fuori campo, dopo aver sostenuto che "qualcuno a Washington dice ancora no a trivellare in America", si chiede chi sia da ringraziare per i prezzi che crescono al distributore: l'immagine subito dopo stacca sul senatore democratico, mentre si leva un coro che intona "Obama, Obama...". http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_730077676.html


AGRICOLTURA-SUD AFRICA: I piccoli coltivatori spinti a piantare semi GM
Kristin Palitza


Molti piccoli coltivatori non si fidano dei semi GM, ma li piantano lo stesso se offerti gratuitamente.




DURBAN, (IPS) - Baphethile Mntambo da cinque anni usa metodi di coltivazione biologici, perché sa che sul lungo periodo evitare il ricorso a prodotti chimici recherà beneficio al raccolto. Ha deciso di non piantare semi geneticamente modificati perché ha sentito dire che non si possono conservare per la stagione successiva, e a lungo andare impoveriscono il terreno. Ma non ha capito bene come e perché.





“Ho sentito parlare degli OGM, ma non ho capito bene cosa sono”, dice. “So solo che i semi, il fertilizzante e i pesticidi costano un mucchio di soldi”.

Mntambo è una dei 50 piccoli agricoltori della Valle delle Mille Colline, nella provincia sudafricana del KwaZulu-Natal, a cui l’organizzazione non governativa Valley Trust ha insegnato a usare metodi di coltivazione biologici. I contadini imparano a seminare colture stagionali che forniscono alle loro famiglie sia sicurezza alimentare che un’opportunità di generare reddito vendendo i prodotti sui mercati locali.

“Abbiamo deciso di promuovere l’agricoltura biologica per garantire sostenibilità ai piccoli agricoltori. Crediamo sia l’unico modo per dar loro sovranità alimentare e stabilità”, spiega il facilitatore per la sicurezza alimentare della Valley Trust, Nhlanhla Vezi.

In passato, la Valley Trust collaborava con il ministero dell’Agricoltura, spiega Vezi, ma la collaborazione si è interrotta quando il ministero ha cominciato a fare pressioni sui piccoli agricoltori, spingendoli a formare delle cooperative in cambio del suo aiuto. “Il Ministero fa delle offerte molto allettanti per fornire attrezzature, impianti di irrigazione e sementi, ma poi le usa come strategia per imporre gli OGM, a causa degli accordi firmati con le multinazionali che detengono i diritti sulle sementi GM”, afferma Vezi.

I coltivatori agricoli spesso vengono convinti a piantare semi GM dal ministero dell’Agricoltura con promesse di sostanziosi prestiti bancari e la prospettiva di ingenti profitti, concorda Lesley Liddell, direttore di Biowatch, una ONG che promuove alternative all’agricoltura OGM incoraggiando i contadini a far uso di intercolture, fertilizzanti naturali e colture non chimiche. “Alla fine, però, la maggior parte dei coltivatori si ritrova indebitata fino al collo, perché non può conservare i semi ed è costretta a comprare pesticidi e fertilizzanti abbinati agli OGM”.

Eppure, i piccoli coltivatori spesso hanno talmente bisogno di sostegno economico che prendono in considerazione l’ipotesi di piantare colture OGM senza conoscerle a fondo, se le sementi gli vengono offerte gratuitamente. “So che gli OGM non fanno bene, a lungo andare, ma se qualcuno mi regalasse i semi li pianterei comunque”, dice Tholani Bhengu, un altro piccolo coltivatore che lavora con la Valley Trust. “Per me, la cosa più importante è avere da mangiare tutte le settimane. Non mi posso permettere di pensare adesso cosa accadrà l’anno prossimo”.

Poiché nell’Africa rurale i piccoli agricoltori sono spesso privi di istruzione, generalmente non sono in grado di compiere scelte informate sulle coltivazioni OGM. “Noi li incoraggiamo a partecipare alle commissioni ministeriali che discutono le norme OGM, ma le conoscenze degli agricoltori sono molto limitate, e quindi è difficile per loro contribuire. Capiscono i problemi, ma non la legislazione”, aggiunge Liddell.

Il Sud Africa è l’unico paese della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC, Southern African Development Community) che coltiva sementi GM – mais, cotone e soia – a livello commerciale. Dal 1997, l’agricoltura OGM è regolata dal Genetically Modified Organisms Act.

L’adozione di colture GM in Sud Africa è aumentata negli ultimi dieci anni e si è diffusa anche tra i piccoli coltivatori”, conferma Priscilla Sehoole, capo ufficio stampa del Ministero dell’Agricoltura.

“Come ogni altra tecnologia, anche gli OGM presentano una serie di rischi potenziali, alcuni dei quali relativi alla salute umane e animale e anche dell’ambiente”, ammette. “Di conseguenza, la regolamentazione di tutte le attività che comportano l’uso di OGM viene sottoposta a un procedimento di valutazione scientifica che ne accerta i rischi potenziali”.

Seehole afferma che il ministero dell’Agricoltura sudafricano vorrebbe armonizzare le politiche sugli OGM della SADC, per “eliminare alcune barriere tecniche che (attualmente) frenano il commercio nella regione”.

Gli attivisti anti-OGM, come l’African Centre for Biosafety, si oppongono a questo approccio. “L’industria degli OGM spinge per avere una legislazione omogenea, perché così sarà più facile commercializzare varietà di sementi GM in diversi paesi. Chi si preoccupa della biosicurezza nutre forti dubbi sugli ipotetici vantaggi di una armonizzazione legislativa regionale (sulla biosicurezza)”, afferma la direttrice dell’African Centre of Biosafety, Mariam Mayet.

“Attualmente, ogni paese della SADC ha le proprie politiche in materia, e le leggi differiscono l’una dall’altra. Ciò significa che ogni applicazione di OGM deve passare per il sistema di consultazione e di approvazione pubblica di ciascun paese, e questo giova alla trasparenza e alla responsabilità”, spiega.

Quando il Sud Africa ha varato la legislazione sugli OGM nel 1997, la maggior parte della popolazione non era consapevole delle polemiche che avrebbero investito questa tecnologia. Ma ormai non si può tornare indietro. Quel che è fatto è fatto”, dice Mayet.

L’industria alimentare sudafricana è già satura di OGM, afferma: “È tutto contaminato, e a peggiorare la situazione, l’etichettatura del contenuto GM non è obbligatoria. Occorre una profonda riforma della legislazione in vigore, e un sistema di verifica per individuare quali cibi contengono OGM e quali no”.

Nell’ultimo decennio, il Sud Africa ha stretto accordi commerciali con grandi imprese multinazionali di biotecnologia agricola, come la Monsanto, che – nel tentativo di controllare la produzione agricola mondiale – promuove il sovvenzionamento di sementi GM brevettate. Mediante un sistema di incentivi a sostegno delle monocolture, i piccoli coltivatori vengono sistematicamente integrati nell’agricoltura commerciale, soprattutto per l’export, e incoraggiati a mettere insieme le proprie terre.

“Sulla carta è tutto molto bello, ma in realtà è un ingegnoso stratagemma per ottenere accesso alle terre. I piccoli agricoltori che firmano i contratti per gli OGM perdono presto il controllo della gestione dei semi, della produzione e infine della terra. E quindi perdono la propria sovranità alimentare”, spiega Mayet. “Gli OGM emarginano i piccoli coltivatori poveri. Ci aspettano tempi duri e bisogna lottare per il diritto alla terra e alle risorse. Ma non molleremo”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1246

POLISARIO, ONU AGISCA PER PROTEGGERE I SAHRAWI



“L’Onu deve intervenire immediatamente per porre fine alle politiche coloniali del governo marocchino nel Sahara Occidentale”: lo ha chiesto, in un messaggio inviato al Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon il Polisario (Fronte popolare per la liberazione della Saguia el-Hamra e del Rio de Oro) in seguito ad un'aggressione di cui sarebbero state vittime decine di Sahrawi nella zona di Einterfet, nella regione di Dakhla, nell'estremo sud del Sahara Occidentale. Secondo Mohammed Abdelaziz, portavoce del Polisario, “almeno 40 persone sono state ferite, due arrestate e una persona risulta dispersa” in seguito a un attacco, avvenuto la notte tra lunedì e martedì, ad opera di “gruppi di coloni direttamente legati ai servizi di sicurezza marocchini”. Diversi magazzini e depositi dei sahrawi sarebbero stati incendiati e saccheggiati durante quella che i mezzi di informazione marocchini definiscono “una rissa, aggravatasi con atti di vandalismo, tra gruppi di pescatori”. Il Sahara Occidental, ex-colonia spagnola annessa al territorio marocchino nel 1975, è oggetto di un conflitto tra Rabat e il Polisario, che propone un referendum per l’autodeterminazione del popolo sahrawi conformemente alla risoluzione 1754 del Consiglio di sicurezza, mentre la monarchia marocchina intende accordare al popolo Sahrawi “un’autonomia amministrativa e politica sotto sovranità del Marocco” . Dal giugno scorso, le due parti si sono incontrate a più riprese per dei colloqui mediati dalle Nazioni Unite per porre fine al conflitto, che dura da più di 30 anni. Dopo quelli di Manhasset (New York), il prossimo colloquio dovrebbe tenersi in un paese europeo.

 

http://www.misna.org/


 

 

Csu, in crisi la balena bianca bavarese
Chissà se il congresso di Norimberga dello scorso fine settimana darà alla Csu lo slancio necessario per risalire la china nei sondaggi. I sorrisi non sono mancati, così come le testimonianze di fede e di speranza. Soprattutto non è mancato l’appoggio della cancelliera Angela Merkel che si è gettata alle spalle le critiche anche ingenerose dei suoi alleati e ne ha anzi lodato il programma fiscale di riduzione delle tasse, sostenendo che è parte integrante della piattaforma con cui il centrodestra andrà alle elezioni politiche nell’autunno 2009, sempre che la Grosse Koalition arrivi indenne al termine della legislatura.

Prima però ci sono le elezioni regionali bavaresi a settembre, che danno il là ad un anno elettorale decisivo. La Csu è la costola bavarese della Cdu e negli ultimi anni ha subito un’erosione di consensi preoccupante: il partito si confronta, forse per la prima volta nella sua storia, con una crisi che rischia di ridimensionarla drasticamente. La Baviera è il Land più ricco della Germania, il più autonomo e una volta il più sicuro dal punto di vista elettorale. Qui la Csu domina incontrastata: salvo un triennio nei lontani anni Cinquanta è sempre stata al governo e dal 1962 senza bisogno di alleati. Un dominio assoluto come la maggioranza granitica che fa di questa regione un’eccezione in tutta Europa.

Il rischio è che non sia più così. Nel 2003 il partito guidato ancora da Edmund Stoiber ragginse uno dei suoi picchi storici, il 60,7 per cento, sfruttando l’onda lunga della sfortunata corsa alla cancelleria perduta l’anno prima contro Schröder. A casa propria, Stoiber ritrovò l’affetto che per un soffio gli era mancato nella competizione nazionale. Da quel momento però il partito ha iniziato la fase calante. Ed è passato attraverso traumi politici e umani che ne hanno scalfito la credibilità: l’appannamento della stessa leadership di Stoiber, voci di scandali, guerre intestine, la sfida chiassosa e distruttiva della “pasionaria” Gabriele Pauli, l’esautorazione del capo. Per un partito carismatico come la Csu, transitato indenne dalla giocosa e schietta ruvidezza di Franz Josef Strauß all’algida figura di Stoiber, uno shock. Tanto che il partito ha dovuto far ricorso a due uomini laddove ce n’era sempre stato uno solo. Una buffa diarchia, nata da un lungo e faticoso compromesso: Beckstein ha sostituito Stoiber alla guida della regione, Huber gli è succeduto alla guida del partito.

Ma due politici non fanno un leader. Appaiono un po’ impacciati, si muovono ognuno per conto proprio, sembrano in disaccordo tra di loro anche se poi fanno reciproche marce indietro una volta venuti a conoscenza della posizione dell’altro. E così la crisi che in Germania sta investendo gli storici partiti di massa ha cominciato a corrodere anche questa piccola cassaforte regionale, che però in Baviera è il partito di massa. Senza carisma non si governa. Stoiber s’è messo da parte, rinunciando tre anni fa, in una sorta di cupio dissolvi, anche a concludere la sua carriera politica in un ministero economico a Berlino. Al suo posto c’è l’onesto Glos (l'altro ministro csu è Seehofer all'Agricoltura). Non basta per marcare il profilo del partito, al quale mancano gli ingredienti forti oltre che le personalità. Il programma è vago, la diarchia salta da una proposta all’altra nel tentativo (secondo i sondaggi per ora vano) di inseguire i desideri degli elettori: il pendelpauschale, una sorta di sgravio fiscale per i pendolari che usano l’auto, l’ammorbidimento della legge contro il fumo, la polemica anti-immigrazione. Una pesca delle occasioni nella speranza di indovinare il bussolotto giusto. Per ora non ha funzionato: alle comunali di qualche mese fa è stato un disastro e il partito ha perduto tutte le grandi città della regione.

A Norimberga il congresso ha mostrato due volti. La prima giornata è stata tutta di Angela Merkel, la sorella maggiore. La cancelliera ha provato a rassicurare l’alleato e a restituirgli un po’ della fiducia perduta. E’ preoccupata anche lei: un crollo del partito bavarese potrebbe riflettersi negativamente fra un anno, quando si tornerà a votare per il parlamento e la cancelleria. Ma se lo slogan congressuale affermava che “la Germania ha bisogno della Baviera” è apparso semmai evidente che è la Csu ad aver disperato bisogno di Angela Merkel.

La seconda e conclusiva giornata è stata invece segnata dal ritorno sulla scena della diarchia del partito che ha ripreso alcuni temi fissi degli ultimi tempi. Il presidente della regione Beckstein ha puntato sull’aumento della criminalità dovuto – a suo dire – all’immigrazione degli stranieri. Il capo del partito Huber ha infiammato i delegati rilanciando la proposta di sgravio fiscale per i pendolari e accusando i socialdemocratici di voler aprire le porte ai neo-comunisti della Linke: insomma, un pericolo rosso per la cattolicissima Baviera.

I toni sono quelli di una campagna elettorale all’ultimo respiro. Tutto si giocherà su due soglie: quella del 50 per cento che assegna la maggioranza assoluta, attorno alla quale oscilla la Csu, e quella del 5 per cento sulla quale danzano i sondaggi della Linke. L’ingresso della sinistra radicale nel parlamento bavarese potrebbe far saltare anche qui equilibri storici. Huber, noto anche per le sue freddure, s’è inventato uno slogan astruso: raggiungeremo il 50 per cento più x. A questa formuletta matematica la Csu affida le proprie speranze.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 22 luglio 2008)

http://walkingclass.blogspot.com/


l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) delle Nazioni Unite

Malnutrizione e morte prematura

La malnutrizione uccide o indebolisce in modo permanente soprattutto i neonati e i bambini più piccoli. E non si sta facendo quasi niente per intervenire direttamente ed efficacemente per risolvere il problema dell’altissimo numero di bambini che ne subiscono le conseguenze, giorno dopo giorno.

Questo dato agghiacciante, relegato a dettaglio marginale, a danno collaterale, in secondo piano rispetto a problemi strutturali globali e complessi, sembra sfuggire totalmente alla comprensione e alla capacità di risposta delle istituzioni mondiali, concentrate su questioni quali il prodotto interno lordo e la produzione agricola globale complessiva e impegnate a lanciare campagne infinite per fermare la povertà, eliminare la fame e dare il via a nuove rivoluzioni verdi.

È necessario apportare cambiamenti radicali nella programmazione degli aiuti alimentari e nutrizionali nei paesi con tassi di malnutrizione e mortalità infantili elevati, se vogliamo smettere di assistere passivamente alla morte di milioni di bambini. La programmazione dovrebbe sostenere maggiormente gli sforzi verso gruppi di età specifici (madri e bambini piccoli) in regioni povere del mondo e a rischio di malnutrizione invece di consacrarsi interamente alle ambiziose strategie globali generalizzate che, inevitabilmente, si rivelano deludenti perché prive di obiettivi immediati e a breve termine.

Gran parte del danno causato dalla malnutrizione si verifica in aree limitate del mondo, in particolare nell’Asia meridionale e nell’Africa subsahariana. In queste zone del mondo, i bambini piccoli sono esposti alla malnutrizione principalmente a causa della varietà e qualità del regime alimentare più che per la scarsità di cibo disponibile ai nuclei familiari. E gli effetti della malnutrizione durante l’infanzia hanno ripercussioni nell’età adulta. Come oramai sappiamo grazie all’opera pionieristica di David Barker, questi stessi bambini malnutriti sono più a rischio di malattie croniche e di una minore aspettativa di vita, ma anche di diventare sovrappeso e obesi, quando lo sviluppo economico porti a un netto incremento del consumo calorico pro capite anziché a un miglioramento nella varietà e qualità del regime alimentare.
Purtroppo la rilevanza e le implicazioni di queste problematiche non sono comprese interamente da chi decide a livello politico e dall’opinione pubblica generale. Eppure non sono così complessi. Per molti genitori si tratta semplicemente di buon senso. I bambini più piccoli consumano quantità piccolissime di cibo rispetto ai bambini più grandi e agli adulti. Una famiglia deve trovarsi veramente in una situazione di grave insicurezza alimentare per non essere in grado di fornire a un bambino piccolo il suo fabbisogno calorico quotidiano. Questo non rappresenta certamente il loro problema principale. Piuttosto, è il regime alimentare che essi possono offrire al bambino che provoca danni: un regime basato quasi esclusivamente su cereali e legumi che, in particolar modo nel bambino piccolo che sta crescendo rapidamente, non previene le carenze alimentari ed è il fattore responsabile di tutte le forme di malnutrizione, dal marasma al kwashiorkor , dall’arresto dello sviluppo fino a tutte le manifestazioni sistemiche imputabili a carenze alimentari a cominciare dall’indebolimento della risposta immunitaria alle infezioni.

Agli inizi del ventesimo secolo si verificò questo stesso problema, quando quasi un bambino su tre moriva nei primi anni di vita a Londra, Parigi e New York. Budin, un ostetrico attivo in Francia, avviò le prime attività sistematiche per monitorare la crescita dei bambini più piccoli. Ciò portò in breve tempo alla realizzazione di programmi su vasta scala per garantire un approvvigionamento di latte sicuro sotto il profilo sanitario nelle metropoli e per fornire ai bambini piccoli del mondo industrializzato latte pastorizzato, gratuito o con un sussidio. I decenni successivi, spesi nella ricerca nutrizionale, condussero all’era delle vitamine e quindi all’integrazione con nutrienti essenziali di tutti gli alimenti base in vendita sul mercato e alla produzione degli alimenti arricchiti per neonati che oggi , nei mercati occidentali e per le famiglie che hanno i mezzi per procurarseli, sono cose ovvie.

Il risultato di tutto questo fu una rivoluzione nella crescita dell’uomo e nell’aspettativa di vita a livelli mai visti prima nella storia dell’essere umano, ampiamente documentata da un nuovo settore di ricerca della storia antropometrica, per il quale Robert Fogel ricevette il premo Nobel per l’economia nel 1993. In effetti molte popolazioni europee stanno ancora crescendo di generazione in generazione. E i successi nei primi paesi industrializzati si sono ripetuti nel corso del secolo in molti altri paesi, dalla Cina allo Sri Lanka e alla Thailandia, da Cuba al Cile e al Costa Rica.

Nella nutrizione umana vi sono oltre 40 nutrienti essenziali per la crescita, lo sviluppo psicomotorio e cognitivo e la funzione immunitaria. In qualche misura sono come i farmaci essenziali. In presenza di una carenza di uno di essi nel regime alimentare, i processi metabolici vengono alterati, la crescita dei bambini si arresta e sorgono in breve tempo, e in modo significativo, delle manifestazioni sistemiche tra cui un’aumentata predisposizione alle infezioni. Il ruolo dei nutrienti essenziali sia per quanto riguarda la causa che la cura della malnutrizione è stato descritto molto chiaramente da Michael Golden. Di particolare importanza è la relazione tra la carenza dei nutrienti essenziali di tipo II, come lo zinco, e l’anoressia. In realtà, nei bambini piccoli affetti da malnutrizione, il problema non consiste tanto nel fatto che abbiano fame quanto nel fatto che non abbiano abbastanza fame.

Oltre a promuovere la varietà del regime alimentare e l’arricchimento degli alimenti base in commercio, esiste evidentemente una sola possibilità per un intervento diretto ed efficace volto a invertire le conseguenze a breve e a lungo termine della malnutrizione nei primi anni di vita, incluso il periodo di gestazione: quella di una nuova generazione di prodotti nutrizionali di alta qualità adattati alle condizioni ambientali e sanitarie delle comunità povere dell’Asia e dell’Africa. Questa possibilità, fondamentale per la cura delle forme più gravi di malnutrizione e l’integrazione preventiva dei regimi alimentari inadeguati dei bambini appartenenti al sud del mondo, viene totalmente trascurata.

Questa soluzione può non risolvere nell’immediato il problema della povertà e del sottosviluppo ma sarebbe un grande passo in avanti per salvare la vita di milioni di bambini e nel lungo periodo ridurrebbe il numero di malattie e di morti premature causate dalla malnutrizione. E chiunque abbia letto Sen e Fogel sa bene che ridurre la malnutrizione nei bambini piccoli è il migliore investimento che un paese possa fare per promuovere la produttività economica, per interrompere il ciclo della dipendenza dagli altri paesi e garantirsi un futuro da stato sovrano. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33290



luglio 23 2008

A proposito di Lodo Alfano

Anche se «alla gente non interessa», giova ricordare brevemente che in nessun paese del mondo - oh, dico nessuno - l’immunità, talvolta garantita al Capo dello Stato, si estende anche al capo dell’esecutivo.

Ps. Nella sua recente visita a Tokyo il nostro premier ha avuto modo di lodare moltissimo il Gippone, il suo ordine, le sue leggi, la sua sicurezza. Ma lo sa il Cavaliere che in Giappone il primo ministro è così poco immune che uno è finito in galera?http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Sorpasso

"I sacerdoti pedofili vanno consegnati alle forze dell'ordine".

Sembra un concetto ovvio.
E invece il Papa ha dovuto affrontare una lunga elaborazione prima di abolire la sconcertante consuetudine fino ad oggi seguita, di spostare da un posto all'altro i preti pedofili.

Così. mentre il Governo sta cercando il modo di reintrodurre l'immunità per i parlamentari, bisogna dare atto al Vaticano di averla tolta ai preti pedofili.

Bene, dopo essere stati superati dalla Spagna in economia, ci tocca subire pure il sorpasso del Vaticano sulla legalità.
Non siamo messi benissimo. http://massimoscoperto.blogspot.com/