Pd: Monaco a Rutelli, c'è un limite al girovagare
Adnkronos - GRAZIE A ULIVO E' STATO SINDACO, LEADER E VICEPREMIER
Roma, . - (Adnkronos) - "A Rutelli, che dipinge l'Ulivo come un caravanserraglio, rammento due cose: e' grazie ad esso che lui e' stato sindaco, candidato premier, leader di partito, vicepremier; alla conflittualita' interna lui ha dato un decisivo contributo con il suo sistematico gioco a smarcarsi e, prima, con la decisione di affossare la lista unitaria dell'Ulivo nel 2006 che ci procuro' una maggioranza esile e sotto ricatto. C'e' un limite al girovagare". Lo dichiara Franco Monaco, ulivista del Partito democratico, replicando alle parole di Francesco Rutelli che ha dichiarato di non avere nessuna nostalgia "dei caravanserragli" dell'Ulivo.
"Ulivista con l'Asinello -prosegue Monaco riferendosi sempre a Rutelli- e come candidato premier nel 2001, centrista con la Margherita, di nuovo ulivista come vice Prodi, poi attivamente impegnato a liquidare la formula politica su cui si reggeva il governo di cui era vicepremier (per 'alleanze di nuovo conio'), poi ancora riconvertito unionista nella sfortunata corsa di solo tre mesi fa per il Campidoglio, ora di nuovo sprezzante con l'Ulivo per un Pd che occhieggia alla sua destra. A quando la prossima? Resta il fatto che con l'Ulivo e solo con l'Ulivo qualche volta si e' vinto".
Il modo di guidare è un ottimo indicatore del grado di convivenza di una comunità.
Ad esempio, in Sicilia - dove sono appena stato per una splendida vacanza - guardando il traffico si capisce che manca il senso della collaborazione, uno degli elementi più decisivi per lo sviluppo locale.
Anzi, non solo manca, ma viene considerato come un'espressione di subalternità. Roba da persone non dignitose.
Così si ostenta l'indifferenza, segno dell' orgoglioso individualismo di chi vuole mandare un messaggio forte e chiaro al prossimo: io di voi me ne fotto.
Un esempio?
La guida con l'avambraccio sinistro penzoloni.
Il messaggio non verbale è: mi faccio solo i fatti miei; non chiedetemi altro.
Un altro esempio è il "ritardo premeditato".
Ogni gesto di relazione viene svolto con studiata lentezza affinché non sia percepito come l'esecuzione di un ordine, ma solo come scelta volontaria.
Questo vale anche fuori dal traffico.
Come quando mi avvicino alla cassa di un bar e c'è una signorina che appena mi vede avvicinare, sente il bisogno di chiamare l'amica per comunicarle una futilità.
Così mi mette in attesa, come a dire: decido io quando occuparmi di te, perché non sto qui a prendere ordini.
Devo dire che questi atteggiamenti - forse per i miei interessi in sociologia ed antropologia - mi colpiscono per la loro valenza culturale, più di quanto possano indispettirmi.
E mi viene da pensare che sono l'ennesima conferma che le comunità più democratiche ed evolute hanno perfezionato il senso di collaborazione e di fiducia reciproca.
Infatti, dove abbondano i furbi - i ladri di fiducia sociale - c'è ritardo di sviluppo.
E in Italia ne sappiamo qualcosa. http://massimoscoperto.blogspot.com/
Il problema di Alemanno non è che “è un fascista”, come si diceva un po’ istericamente nei giorni precedenti la sua elezione, nell’improbabile tentativo di vitaminizzare un cavallo bolso e screditato come Rutelli.
Il problema di Alemanno a poco a poco sta emergendo in questi giorni, ed è - semplicemente - che non si tratta di persona molto intelligente.
La gaffe sui turisti olandesi, intendiamoci, è poca cosa. Ma basta sentirlo parlare ogni sera al tg regionale, vedere come si mal raccapezza tra i congiuntivi, come traballa in un lessico incerto e povero, come palesa a ogni vocabolo un’insipienza linguistica che è il frutto di una più che probabile miseria intellettuale.
Attenzione, non è il linguaggio volutamente popolaresco di Di Pietro: è - al contrario - il parlar posticcio e tortuoso del geometra incravattato che cerca di venderti una casa infiorettandosi di barocchismi imbarazzanti, tipo “qui è in atto un discorso di ristrutturazione”, a cui segue una cascata di “e quant’altro” per nascondere il nulla.
Un paio d’anni fa ho incontrato Alemanno in aereo, di ritorno da Kathmandu. Era con un gruppo di amici, ma il caso ha voluto che il futuro sindaco sedesse accanto a me nel tratto dal Qatar a Roma. Abbiamo parlato del Nepal, del re, delle montagne, cose così (lui, ovviamente, difendeva la monarchia feudale che sarebbe crollata di lì a poco). Allora ho attribuito la pochezza del suo esprimersi alla stanchezza del viaggio - e al disimpegno di una banale conversazione in aereo. Adesso credo che invece il suo limite sia proprio lì, nel suo modo di parlare e quindi di ragionare.
Poi un buffo caso della storia - l’idiozia del Pd che ha ricandidato Rutelli - ha portato quest’omino di poche e cattive letture, di poche e scarse frequentazioni, a occuparsi della cosa pubblica come sindaco della capitale italiana. Ora teniamocelo: in fondo la sua nullità esprime benissimo lo spirito del tempo.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Succede anche a voi, certe volte, di sentirvi guerci in un mondo di ciecaccioni?
Io non mi sono mai creduto un Occhio particolarmente clinico; eppure, ve lo giuro, la prima volta che ho visto questo orrore (su Paferro, il 29),
ho pensato: vabbè, ma è un fake. Una bufala. Uno scherzo fatto con photoshop, se non direttamente con lo scotch. Cioè, ma l'avete vista per più di due nanosecondi? Non si vede chiaramente che quella faccia pentagonale è rudemente appiccicata su uno sfondo nero? Da dove partirebbero, di grazia, i capelli? La sua espressione sorridente non vi ispira l'istintivo e metafisico orrore che si prova davanti alle teste senza collo, stile Jolly Joker sulle carte da giuoco? E come farebbe, vediamo, una candidata alla vicepresidenza a torcere il collo in quel modo? Provateci voi davanti allo specchio, dai. Insomma, ero convinto che Paolo Ferrandi volesse prenderci in giro. Poi lui stesso ha avvertito che era un fake, segno che per qualche ora ci doveva essere cascato. Ma continuava a sembrarmi strano.
Nel frattempo però - ormai lo sapete tutti - la foto è finita in prima pagina sulla Stampa, nelle pagine interne sul Corriere e sulla cache di Repubblica punto it. E a questo punto ci si potrebbe chiedere: cosa sta succedendo al giornalismo italiano? Manca il controllo delle fonti, va bene, ma a parte questo: state diventando tutti ciechi? Perché per uscire con una prima del genere alla Stampa doveva essere cieco il giornalista, presbite grave il titolista, astigmatico senza speranza il correttore di bozze, fulminato il direttore... cos'è, un'epidemia? Il giorno dei Trifidi?
Persino chi è riuscito ad accorgersi del fake, sembra essersi affidato più alle proprie competenze che agli occhi. Si veda per esempio il processo induttivo di Guia Soncini:
...gli ho fatto notare che quella non era la grafica di Vogue America, almeno non degli ultimi quindici anni; che Anna W mai farebbe una copertina pistacchio e fucsia; che se una misconosciuta governatrice fosse stata sulla copertina di Vogue (dove in genere ci sono attrici, la volta che ci fu Hillary da first lady ancora ce la ricordiamo) l’avremmo all’epoca notato; che le (scarse) notizie che giravano in rete parlavano di febbraio 2008, e ci volevano circa cinque secondi su google per scoprire che a febbraio 2008 in copertina c’era Kate Bosworth.
La mia prima idea era che si trattase di un’edizione minore, Vogue Australia o chessò – ma in effetti non si capisce perché Vogue Australia avrebbe dovuto copertinare la governatrice dell’Alaska.
Ci sono voluti ben due minuti di ricerche perché entrambi realizzassimo che la copertina era dichiaratamente un falso, e che il servizio (di Vogue America) era interno e nessuno aveva pensato a metterlo in rete.
Due minuti non è male. Anzi, per il giornalismo italiano è un record. Resta il problema che un normovedente ci sarebbe arrivato in dieci secondi. Forse bisognerebbe fare una campagna per introdurre persone normovedenti nei quotidiani italiani, anche se poi... sento già le critiche... ce l'hai coi redattori ciechi perché sei invidioso... il fatto che tu sappia mettere a fuoco i globi oculari non significa che tu sappia fare un giornale... no, no, lasciamo perdere.http://leonardo.blogspot.com/
Potevi non comprare Europa nel caso ti interessasse solo l’articolo di Mario Adinolfi, lo leggevi sul suo blog assai prima che il giornale arrivasse in edicola: era la regola, e io ho sempre pensato che questa fosse una delle ragioni per le quali Europa ha sempre venduto così poche copie (d’altra parte, che t’importa vendere copie quando sei finanziato dallo Stato?). Non stavolta, ed è davvero strano, ma solo fino a un certo punto. Strano, perché in questo articolo che Europa pubblica in prima pagina, sabato 30 agosto, Mario Adinolfi fa una domanda – “Che dite, vado al reality?” – e chiede un consiglio a tutti, via “email,commenti sul blog, lettere a Europa”. Chi non legge Europa sarà stato interpellato troppo tardi, quando la decisione sarà stata già presa.
Sarò malizioso, ma penso che Mario Adinolfi abbia già deciso. Sempre sabato, peraltro, il Giornale pubblicava una sua intervista nella quale, con fin troppa evidenza, la partenza era già per data, previo un dettaglio formale, quello della firma al contratto preparatogli da Mediaset. Andrà, ma vuole che lo si spinga, vuole che pure questo capitolo della sua “carriera” paia come scritto dal suo “popolo”, un “popolo” che si esprime per “democrazia diretta”. Soprattutto non vuole che ci siano troppi pareri contrari: le email rimangono private, e tra quelle, come tra le lettere al giornale, si può scegliere quali rendere pubbliche, mentre i pareri contrari – gli accorati tentativi per dissuaderlo, ma soprattutto i cocenti biasimi – verrebbero quasi tutti dalla blogosfera, che è un troiaio, dovreste sapere. È lì che Mario Adinolfi ha a lungo coltivato il suo personaggio – cioè il ritratto della sua persona – ed era un personaggio estroso, polimorfo e atipico, ma a tutto c’è un limite, e stavolta la partecipazione ad un reality è una pennellata che potrebbe risultargli fatale. Ecco perché mette la sordina alla faccenda proprio sul suo blog, dove ogni sua avventura – anche la più meschina – ha sempre avuto assai enfasi. Nell’articolo su Europa mette le mani avanti: “mica si può star lì a cincischiare”. Se qualche giovine della Generazione U avesse da ridire oltre il tempo utile, è preavvisato.
A piegare qualche resistenza, ecco una ragione di forza maggiore molto pop: “Questione di soldi? Sì, l’offerta economica è buona: niente di trascendentale, non cambia la vita, ma è buona”. “Non cambia la vita, ma è buona”, sembra frase di Gerry Scotti, da Chi vuol esser milionario?, quando il concorrente lascia e porta a casa i 25.000 euro. Se qualcuno avesse avuto ancora un dubbio su cosa fosse questa “democrazia diretta”, eccola.
Sia chiaro, partecipare a un reality non è cosa disdicevole, ma in cuor suo Mario Adinolfi così la sente: utile e disdicevole, quindi ha bisogno di offrire al mondo una decisione che faccia tornare l’utile a se stesso e il disdicevole a quanti parrà che lo avranno spinto in quel senso. Comunque vada, Mario Adinolfi è transimmacolato.
Costruire surrettiziamente responsabilità e rappresentanza, identificazione e proiezione, empatia e partecipazione: se c’era bisogno dell’ennesima prova, a me pare che questa sia la migliore. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Con la solita puzza sotto il naso di chi si considera antropologicamente superiore, noi europei siamo abituati a pensare che la politica americana sia un grande spettacolo e un business mostruoso, dove contano soltanto gli spot televisivi e i giochi d’artificio, i soldi e le lobby. Associamo a quel processo democratico l’idea di una politica venduta alle big corporation e agli interessi speciali, distante dalla gente e vicina agli affaristi. Elitaria e pacchiana allo stesso tempo. Quando da noi si prova a introdurre qualche elemento di quel sistema politico che, peraltro, si basa sulle stesse solide istituzioni di oltre duecento anni fa (e noi, nel frattempo, che cosa abbiamo passato e in che stato ci troviamo?), immancabilmente si parla di americanate e di derive plebiscitarie, come se la spettacolarizzazione della democrazia americana fosse un pericoloso narcotico per la gente comune e una manna dal cielo per le solite caste di ricchi e potenti. “Bullshit”, per dirla nel moderno latino. Solo in America un quarantaseienne nero, figlio di un immigrato africano e di una mamma del midwest, cresciuto in Indonesia e nelle lontane isole Hawaii, può essere a un passo dal diventare presidente del suo paese e leader del mondo libero, dopo peraltro aver annichilito con la forza delle sue idee, e il denaro che ne è conseguito, la più potente macchina politica degli Stati Uniti.
Solo in America può capitare che una ragazza di quarantaquattro anni, cresciuta nel posto più lontano possibile da Washington, madre di cinque figli e sposata con un metalmeccanico eschimese che per arrotondare e divertirsi fa il pescatore, abbia la possibilità di diventare vicepresidente del paese più importante del mondo. Fino a quattro anni fa Barack Obama era un perfetto sconosciuto, fuori dal suo collegio elettorale di politico locale dell’Illinois. Otto anni fa, nel 2000, il Partito democratico che oggi guida con piglio sicuro non lo ha fatto nemmeno entrare alla convention di Los Angeles che stava per nominare Al Gore alla presidenza. Sarah Palin era sindaco di un paesino di novemila abitanti quando, due anni fa, ha sfidato l’establishment del suo partito e sconfitto, prima alle primarie poi alle elezioni generali, il governatore uscente, il suo predecessore e l’industria del petrolio. Fino a un paio di mesi fa, nemmeno gli insider di Washington l’avevano mai sentita nominare. Solo in America. Purtroppo.
CONVENTION ST.PAUL, L'APRONO BUSH, CHENEY E GUSTAV
L'uragano Gustav visto dal cockpit di un C-130 J della Difesa Usa
di Emanuele Riccardi
NEW YORK - Un secondo uragano, dopo Sarah Palin -il Governatore dell'Alaska scelto come vice per la Casa Bianca da John McCain- sta scombussolando i lavori della Convention repubblicana che si aprirà teoricamente lunedì a St.Paul, in Minnesota, per incoronare il senatore dell'Arizona.
L'uragano Gustav, quello vero, si sta infatti minacciosamente avvicinando alle coste del sud degli Stati Uniti, rischiando di colpire ancora una volta la città di New Orleans, tre anni esatti dopo Katrina che la devastò, provocando oltre 1.500 vittime.
Non solo: Gustav potrebbe avere conseguenze dirette sulla Convention stessa. In una intervista alla FoxNews (che andrà in onda domenica anche su SkyNews24), lo stesso McCain non ha escluso di accorciare i lavori della Convention in caso di tragedia. O anche addirittura di sospendere la kermesse repubblicana.
'Non sarebbe opportuno avere una occasione festosa mentre una semi-tragedia o una terribile sfida ci si presenta davanti sotto forma di disastro naturale'', ha detto McCain alla Fox, in base alle anticipazioni diffuse sabato.
L'impatto di Gustav con le coste degli Usa è atteso nella notte tra lunedì e martedì: teoricamente poche ore dopo il previsto intervento alla Convention del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, della first lady Laura, e del vicepresidente Dick Cheney.
Bush deciderà all'ultimo momento se rinunciare all' intervento di St.Paul per recarsi a New Orleans e nei dintorni, onde evitare il ripetersi della debacle di Katrina, quando le autorità locali e federali furono prese alla sprovvista, minimizzando decisamente l'impatto di uno degli uragani più devastanti della storia degli Stati Uniti.
Per il partito repubblicano, Gustav rischia di essere una doppia maledizione: non soltanto ravviva il ricordo dei fallimenti di Katrina, uno dei momenti più bui della presidenza Bush, ma rischia di mettere in difficoltà McCain, non amato da parte dell'establishment del partito, che lo considera un cavallo (troppo) sciolto.
Il tandem democratico per la Casa Bianca composto da Barack Obama e Joe Biden è immediatamente passato all'attacco, oggi. Incontrando un gruppo di giornalisti mentre faceva colazione con Biden e le rispettive moglie in un tipico 'diner' (ristorante a buon mercato) di Youngstown, in Ohio, Obama si è detto "molto preoccupato.
Ho chiesto ai miei collaboratori al Senato di sorvegliare da vicino la situazione... per essere sicuri che questa volta che la preparazione sia adeguata". Anche McCain e la sua nuova vice Sarah Palin stanno facendo campagna nelle aree calde del Midwest: si trovavano oggi a Pittsburgh, nella parte occidentale della Pennsylvania, in piena 'rust belt' (la cintura della ruggine), cioé le aree della siderurgia e dell'industria automobilistica in crisi.
Ohio e Pennsylvania sono due tra gli Stati chiave per le presidenziali del 4 novembre, e potrebbero essere proprio le 'tute blu' della 'rust belt' a decidere chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_758704819.html
L'articolo del Financial Times andrebbe letto per intero, a dir la verità a me non sembra fatto particolarmente bene: io, questi gran miglioramenti nella legge sulla bancarotta non li hoi visti, ma magari sono poco attento. Il passaggio che ci interessa è il seguente.
First parenthesis: Alitalia’s rebirth eliminates a profitable competitor. Second parenthesis: the NewCo’s investors, answering Berlusconi’s call for “patriotic” businessmen with €1bn of their money, shows the vigour of the Roman market in quid pro quos.
Traduzione corretta. Prima parentesi: la rinascita di Alitalia elimina un concorrente profittevole. Seconda parentesi: coloro che hanno investito nella NewCo, rispondendo alla chiamata di Berlusconi agli uomini d'affari ''patriottici'' con un miliardo di euro dei propri soldi, hanno mostrato il vigore del mercato romano per lo scambio di favori.
Adesso invece leggete l'articolo del Corriere. Lasciamo perdere la tesi sul ''giudizio nel complesso positivo'' sull'operato del governo, che io francamente non ho visto; sarà questione di sensibilità. Lasciamo perdere anche il lamento cripto-patriottardo sull'uso dei cliché; a me non risulta che FT si sia messo a parlare di pizza e mandolino, si è limitato a richiamare i fatti.
Dove non possiamo lasciare perdere è la traduzione della seconda parentesi di cui sopra (in particolare il pezzo ''shows the vigour of the Roman market in quid pro quos''), che il giornalista del Corriere traduce come ''la risposta patriottica degli imprenditori con un miliardo di fondi propri mostra la capacità del mercato italiano di fare equivoci''.
Fare equivoci? Capisco che i giornalisti del Corriere abbiano problemi con l'inglese, ma addirittura con il latino? Una volta, almeno, il liceo classico lo finivano.
Aiutiamoli un po', va. Qui c'è una spiegazione di cosa intendono gli anglofoni con ''quid pro quo''. In sintesi:
English speakers often use the term to mean "a favour for a favour"
Ossia, a Roma si sono accordati per un bello scambio di favori alle spalle dei contribuenti. Cosa c'entrano gli equivoci?
Per capire dove stanno veramente gli equivoci date un'occhiata alla voce di wikipedia in italiano su ''quid pro quo'', che ci suggerisce la probabile fonte dell'errore: il prode giornalista ha scambiato ''quid pro quo'' con ''qui pro quo'', un'espressione effettivamente usata dagli italiani per denotare un equivoco. Peccato che questo non abbia nulla a che vedere con l'uso che fanno gli anglofoni di ''quid pro quo''. Il significato dell'espressione è più vicino a quello che gli italiani rendono con ''do ut des''. Vale la pena di riportare un pezzo di questa voce:
Do ut des: frase latina, dal significato letterale: «io do affinché tu dia» e senso traslato «scambiamoci queste cose in maniera ben definita».
.....
La frase è ancora oggi usata anche nel discorso comune, in genere per indicare la propria volontà di fare qualcosa solamente per un tornaconto diretto oppure per stigmatizzare uno scambio avvenuto tra due terze parti.
Nessun equivoco direi, ma solo parti che fanno qualcosa per tornaconto diretto.
Ah, sto ovviamente assumendo che l'equivoco nella traduzione sia dovuto a scarsa dimestichezza con le lingue straniere. Chi mai penserebbe che, nel principale giornale italiano, si possa artatamente ed in malafede sbagliare una traduzione solo per favorire un padrone politico o economico? Simili abissi di mancanza di professionalità non sarebbero degni della peggiore repubblica delle banane. Ma noi siamo in Italia, diamine. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Alitalia_e_i_qui_pro_quo_del_Corriere#body
Ma se voi foste il Papa – ci avete mai pensato bene?
Se tra tutte le creature senzienti, lo Spirito Santo avesse scelto voi, proprio voi, per fare le veci di Gesù Cristo sulla terra, come vi sentireste? Investiti di un pesante fardello, di una tremenda responsabilità, certo.
Dar voce a un miliardo di credenti. Ma anche tentare di evangelizzare gli altri cinque miliardi, senza però offendere la sensibilità di Chiese e religioni concorrenti. C’è da perderci la salute – uomini più santi di voi l’hanno già persa.
Ma insomma, se voi foste il Papa, con un’agenda così, non avreste proprio meglio da fare che occuparvi di questa roba?
Poi hai un bel da dire, Santa Sede, che le prese di posizione di Famiglia Cristiana non ti rappresentano. Eh, certo, può darsi che schedare i bambini sia una vergogna, però noi abbiamo altri problemi di cui occuparci, per esempio il ranocchio crocefisso. Sacrilegio! Eresia!
Ma Benedetto Papa, tu stai dando una nuova speranza agli artisti d’avanguardia. Da troppo tempo si ostinavano incarogniti in atteggiamenti provocatori che ormai non provocano più niente e nessuno. Nessuno? Ma no, vedi che uno che ci casca ancora c’è, e sei tu! Finalmente un Papa che si prende a cuore l’arte, come ai tempi di Giulio II e Sisto IV! Perché diciamolo, ai tempi del tuo predecessore, il signor Martin Kippenberger chi se lo sarebbe filato? Dopo qualche mese di esposizione a Bolzano, si sarebbe re-impacchettato il suo ranocchio in croce e se ne sarebbe tornato all’oblio da cui proveniva. E invece grazie a te il ranocchio in croce sta per diventare l’Opera d’arte più discussa del 2008, vale a dire la più riuscita… e magari anche la più quotata. A questo punto non è difficile prevedere per il 2009 un fiorire di animaletti in croce, santini osé e tutto quello che potrebbe urtare la sensibilità del vostro curato di campagna… a proposito, il vostro nanetto da giardino vi sembra ritratto in una posa vagamente mistica? Magari guarda in alto, come i santi rapiti di Guido Reni? Ehi, pensateci bene, magari potreste avere in casa il prossimo capolavoro proibito!
Sull’argomento segnalo le parole del grande poeta Davide Rondoni, al tg2 di oggi: “Io credo che un artista sia libero di fare quello che vuole e anche il Papa di dire che gli fa schifo, evidentemente. In genere registro che i grandi artisti della storia non hanno mai offeso nessuno: né Michelangelo né Caravaggio sono diventati noti perché hanno fatto opere offensive”.
Come dire, sacrosanto. Cioè, v’immaginate se Michelangelo o Caravaggio si fossero messi in testa di offendere qualcuno? Per dire, se il Buonarroti avesse preteso di mettere nudi integrali nel Giudizio Universale? O se il Merisi avesse cominciato a ritrarre le Sante coi piedi da popolani? Oggi nessuno parlerebbe più di loro, proprio come nessuno parla più di quel rancoroso e offensivo gobbetto, come si chiamava, Giacomo Leopardi, mentre fuori dalla libreria ci sono le file per acquistare i libri di versi del grande Davide Rondoni.http://leonardo.blogspot.com/
Il tragicomico revival dell'Italietta degli anni '50
Alla riforma della scuola, così come poteva concepirla un governo di merda come questo, manca ancora l’abolizione delle classi miste e il ritorno alle bacchettate sulle nocche e/o il cappello a cono con le orecchie d’asino.
Ma al tempo, senza correre, ché a quello arriveremo solo quando Silvio Berlusconi sarà Presidente della Repubblica e, a dare il tocco finale, il suo ritratto sarà obbligatorio in aula.
Lì immagino qualche screzio nel centrodestra: sopra o sotto il crocifisso?http://malvino.ilcannocchiale.it/
GIANFRANCO PASQUINO (La Repubblica Emilia-Romagna)
Adesso, è sostanzialmente ufficiale. Il coordinatore della segreteria
cittadina, lo stesso segretario provinciale, molti dirigenti del Partito
Democratico sostengono la ricandidatura del sindaco Sergio Cofferati "senza
se e senza ma". Purtroppo per loro "di se e di ma" ce ne sono davvero tanti.
Il primo "se" riguarda il semplice fatto che nessuno sa, per l'appunto, se,
dove, quando, con quali motivazioni, quali votazioni e quali maggioranze una
decisione effettivamente ufficiale sia stata concretamente presa. Non ne
stiamo stati informati. Il secondo "se" riguarda l'interrogativo concernente
il regolamento nazionale, che esiste, e regionale, che sembra non sia ancora
stato stilato, relativo alla selezione delle candidature a cariche
monocratiche, vale a dire "se" le primarie non debbano essere lo strumento
da usare regolarmente. Con stupefacente candore il presidente della
Commissione statuto regionale, l'autorevole giurista Luciano Vandelli,
sostiene l'incompatibilità delle primarie con "una Festa dell'Unità pro
Cofferati". E qui si trova uno dei più "ma". Ma, davvero, con tutti gli
irrisolti problemi, locali e nazionali, del Partito Democratico, bisogna
fare una Festa dell'Unità tutta dedicata a incoronare un particolare
candidato sapendo che un altro candidato è già in campo e che almeno la
minoranza bindiana sta cercando un'alternativa praticabile?
Mai, e la mia memoria in materia è lunga, in passato le Feste dell'Unità
sono state appiattite su candidature uniche, su pensieri unici, su dibattiti
a senso unico. Al contrario, erano luoghi nei quali opinioni diverse si
confrontavano con i dirigenti pronti a trarre profitto da quanto di
intelligente veniva detto e dagli umori delle compagne e dei compagni, come
un partito forte, strutturato e radicato è sempre in grado di fare. Né
bastano, nella situazione attuale, le affermazioni un po' troppo
giustificazioniste del costituzionalista Augusto Barbera che sostiene che
"formalmente e politicamente il PD non ha l'obbligo di essere arbitro". A
parte che il Partito Democratico è un corpo composito al quale non è
possibile, né a Roma né a Bologna, una rousseauiana volontà generale, è
perfettamente possibile non essere arbitri senza giocare platealmente a
favore di un candidato che rimane notoriamente e comunque controverso.
Naturalmente, l'autocandidato, che non è affatto un segno di demerito,
Andrea Forlani ha ragione a pretendere spazi, almeno per il dibattito, se
non gli si consente concretamente di raccogliere le firme a sostegno della
sua candidatura a causa dei ritardi, quasi certamente voluti, nella
formulazione e approvazione del regolamento. Ed è deprecabile che gli
organizzatori della Festa abbiano deciso di evitare qualsiasi
contraddittorio, anche di carattere "teorico" su quanto di buono e,
eventualmente, di meno buono possa scaturire da primarie competitive e
partecipate.
E' un peccato, che potrebbe rivelarsi capitale, che la maggioranza dei
dirigenti e forse degli iscritti al Partito Democratico non sappiano e non
vogliano utilizzare le primarie non soltanto per scegliere bene un
candidato, ma anche e soprattutto per aprire il partito alle molte
associazioni civiche bolognesi e per dare inizio brillantemente ad una
campagna elettorale che potrebbe presentare molte asperità. Eppure, la
narrativa del Partito Democratico ha tra i punti di partenza ineludibili
proprio l'apertura ad una società incisivamente partecipante che giochi
tutte le sue carte senza posizioni pregiudizialmente favorevoli a nessuna
candidatura. La Festa dell'Unità di Bologna sembra contraddire molti
principi e mancare proprio gli obiettivi cruciali.
Questo è il mio diario americano che oggi è su Europa:
“Tra un candidato con cui condividi il 100% delle posizioni ma sai che non ne realizzerà alcuna, ed uno col quale sei d’accordo sul 50% delle proposte ma credi che quelle le realizzerà, per quale voteresti?” – così Bill Clinton ha aperto il suo intervento all’International Leaders Forum qui a Denver, ponendoci di fronte alla più cruciale delle questioni della politica moderna: la capacità di deliver, di ottenere o meglio consegnare risultati. La risposta è quasi scontata - per molti ma forse non per tutti, se si pensa a quanto spazio continuano ad avere soprattutto sulla scena europea partiti “di testimonianza” che si propongono agli elettori dichiarando esplicitamente il proprio totale disinteresse a governare. Credo si possa definire attraverso la risposta a questa domanda la differenza tra un comportamento politico/elettorale ideologico ed uno post-ideologico, o “pragmatico”. In realtà, sono certa che uno come Clinton non potesse pensare alla politica di testimonianza (per un americano è una contraddizione in termini), ma piuttosto agli strumenti che la politica ha (o non ha) per realizzare gli impegni che assume, con i cittadini e con la comunità internazionale. Prendiamo gli accordi di Kyoto: Clinton ha definito la loro ratifica il primo provvedimento sul quale il Congresso lo ha battuto prima ancora che avesse il tempo di presentarlo. Eppure, a suo dire, se anche la storia fosse andata diversamente, con ogni probabilità gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto gli obiettivi – com’è successo per la maggior parte dei paesi che hanno sottoscritto quegli impegni. Promettere e non mantenere, impegnarsi e non riuscire – questa è la lenta morte della democrazia, la radice della sua perdita di credibilità, della disaffezione dei cittadini. Linfa per l’antipolitica, che nasce solo dove la politica non funziona. Il rimedio? L’accountability forse – ovvero la trasparenza, il render conto – che richiede però opinioni pubbliche attente, esigenti e dotate di abbondante senso critico. La capacità di scegliere le soluzioni con lungimiranza, guardando all’interesse generale dell’oggi e del domani, ed il coraggio di prendere decisioni impopolari se necessarie. Scegliere la strada giusta, la misura più efficace per risolvere un problema, avere lo sguardo fisso sulle conseguenze che ogni scelta ha sulla vita quotidiana delle persone reali, comuni. Scegliere non tanto tra “right or left”, ma tra “right or wrong” – come un Governatore ha detto oggi alla Convention.
Ecco, mentre ascoltavo queste cose, pensavo che in realtà abbiamo qualcosa da invidiare a questo paese in cui i delegati alla Convention agitano bandierine e rispondono a coro alle domande retoriche dello speaker di turno (“Vogliamo altri 4 anni uguali a questi ultimi 8…?!” – “NO!!!”), come si balla la macarena nei villaggi turistici. Che in tre giorni che sono qua non ho mai sentito la parola “bipartisan”, ma ho sentito la Clinton elogiare MacCain come uomo e come politico, e poi spiegare che semplicemente la sua ricetta non è quella giusta. Senza drammi e senza insulti. Che tutti i governatori intervenuti finora si sono vantati di essere riusciti a fare qualcosa di buono per il loro Stato (che fosse la riduzione delle tasse o l’energia rinnovabile) unendo tutti i cittadini, insieme ai Repubblicani – e che così loro sono riusciti a deliver, conquistando la fiducia degli elettori alla politica ed alla loro, di parte politica. Il modo migliore di onorare il servizio alla comunità: scegliere sempre nel merito.
Se la vediamo così, è più semplice capire l’unità dei Democrats dopo primarie così feroci: tra MacCain ed Obama, Hillary sceglie Obama. Il raggiungimento del risultato (un Democratico alla Casa Bianca) è il modo migliore, dice, per non sprecare tutto il lavoro fatto fin qui. Forse abbiamo qualcosa da imparare. http://blogmog.ilcannocchiale.it/
DEMOCRATS Un finale pirotecnico per un un leader carismatico. E enigmatico
Il visionario pragmatico
GUIDO MOLTEDO DA DENVER
Un gran finale con fuochi d’artificio e musica di qualità (Stevie Wonder) era la conclusione più “logica” di una convention altamente spettacolare, per una nomination che definire presidenziale è poco. È l’incoronazione di fronte a un’immensa platea adorante di un idolo, di un personaggio “larger then life”, come dicono gli americani quando vogliono definire un fenomeno che supera i limiti della realtà. Politica spettacolo? Di più. Personalizzazione estrema della politica? Siamo oltre.
Nei giorni della convention, i discorsi di personaggi come Hillary e Bill Clinton, o di Michelle e Joe Biden avevano suscitato passioni tumultuose e ovazioni mai viste prima in un raduno politico. Specie quando ha parlato Hillary che «ha fatto cadere giù la casa», come le ha riconosciuto Obama nella sua apparizione a sorpresa mercoledì sera. E proprio quella breve performance ha fatto capire come fosse nulla quello che si era visto e sentito prima. Il Pepsi Center è letteralmente esploso, una corrente di alta tensione emotiva che solo le rockstar sanno generare. Un delirio che spinge una dirigente politica razionale come Nancy Pelosi a definire Barack «un leader che ci arriva con la benedizione di Dio».
Si è detto e scritto molto della rockstar Barack Obama. Meno del perché il più grande partito del più importante paese del pianeta, e tanti americani, ne siano stati contagiati in un crescendo inarrestabile fino alla scelta di portare un personaggio così alla Casa Bianca. Non semplicemente un nero, già di per sé un fatto storico, ma un fenomeno carismatico di questa natura, senza precedenti. Non un populista, non un demagogo, come spesso accade nei momenti di crisi di un paese.
Perché tutto è Obama tranne che un propagandista cinico e ruffiano. Caso mai è esattamente il contrario. Incarna, sì, la speranza e il cambiamento in un paese che ha fame di queste parole. Ma lo fa con i piedi per terra. Dice di lui Cassandra Sunstein, che lo conosce dai tempi dell’università insieme a Chicago: «Barack? È un minimalista, non nel senso che è sempre a favore dei piccoli passi (non lo è) ma perché preferisce soluzioni che possano essere accettate da gente con un ampio spettro di inclinazioni teoriche».
«Quando offre approcci visionari – prosegue Sunstein – lo fa come un minimalista visionario, cioè come qualcuno che tenta di acconciarsi alle credenze che definiscono la maggioranza degli americani, e non di ripudiarle».
A Barack viene rimproverato, appunto, di non avere una Big Idea, dietro la generica speranza e il vago cambiamento. È un messaggero senza un messaggio. Ma paradossalmente è qui la sua forza. Il suo carisma. L’idea cioè che sia autentico quando ripete alle sue platee: siete voi non io, io senza di voi chi sono? L’idea insomma di non calare dall’alto la politica, ma di farla crescere dal basso.
Il meccanismo, propagandisticamente, funziona. Obama sa “connettersi” (“connecting” è l’altra parola-chiave della nuova politica americana) con l’America di oggi, sicuramente con il suo partito, che, come ci dice fieramente un insegnante, un delegato del Missouri, «è il People’s Party, la forza politica che accoglie tutti sotto la sua Grande Tenda, senza discriminazioni, senza chiederti “da dove vieni?”». E se non lo era più, il partito del popolo, se era diventato il partito delle lobby e dei palazzi di Washington, grazie a Obama torna essere una forza autenticamente popolare.
Anche qui l’antipolitica? Questa percezione è legittima e per niente estranea alla genesi del fenomeno, non solo per la sua personalità peculiare, ma perché il senatore dell’Illinois è da troppo poco nel giro washingtoniano per esserne stato contaminato. Ha un’immagine “pura”, anche se c’è il rovescio della medaglia che tanto eccita gli avversari: l’inesperienza, l’enigma su chi è davvero, la sensazione di firmare con lui un assegno in bianco.
Insomma, Obama è un personaggio che sfugge alle definizioni. Dice di lui uno dei suoi più stretti collaboratori, Chris Lu: «È come il test di Rorschach: ognuno ci vede quello che vuole».
Di nuovo, qui, l’altra faccia della medaglia.
Cosa ci vedono quegli elettori democratici, ben 18 milioni, che gli hanno preferito Hillary nelle primarie? Nulla che li interessi. Cosa ci vede la mai tanto citata working class? Qualcosa di irritante, anche se non sanno bene cosa. Già, perché adesso tutti questi tripudi dovranno tradursi in voti, anche dove finora il fenomeno non ha fatto breccia quando non è visto con ostilità.
La grande fascinazione lascia ora il posto alla prosaica lotta finale per la conquista della Casa Bianca. Contro un avversario forse troppo sottovalutato e che invece si sta rivelando un osso duro. E che ricorre, contrariamente alle aspettative, alle armi aggressive della denigrazione del rivale, mai abbastanza vituperate moralmente ma ancora efficaci politicamente.
Ma anche su questo terreno Barack e la sua squadra sanno come muoversi. E d’altra parte sarebbe particolarmente ingenuo pensare che una macchina di potere come il Partito democratico non voglia far di tutto per vincere a novembre. Si può pensare ogni male possibile dei Clinton e del loro entourage, ma non che siano insinceri quando dicono che l’America non merita altri quattro anni di un altro Bush. Anche perché non si voterà solo per la presidenza, ma per il rinnovo della camera e di un terzo del senato, senza contare le tante cariche locali. Davvero qualcuno pensa che ci siano dei democrats ansiosi di perdere la Casa Bianca, e così rischiare anche di perdere seggi al congresso, solo per far dispetto a Obama? «Incredibile – ci dice Anthony Sistilli, delegato “italiano” dei Democrats Abroad – che i media continuino a ricamarci sopra, anche dopo quel che si è visto in questi giorni al Pepsi Center».
E infatti quel che si è visto non è tanto l’unità ritrovata, che non sembra solo di facciata, quanto una determinazione a vincere insieme. Con una squadra di fuoriclasse.
Il ticket con Biden si combina bene con il duo clintoniano, mentre anche pesi massimi come John Kerry o personaggi come il governatore del Montana Brian Schweitzer hanno dato prova alla convention di poter offrire un forte contributo. E tanti altri così dello stesso calibro. Da Denver viene fuori un gruppo di mastini determinati a condurre una campagna elettorale che non lascerà solo l’idolo delle folle. Lo aiuterà nella cruciale battaglia per la raccolta dei fondi e lo coprirà bene su tutti i versanti delicati. La politica internazionale. Il rapporto con l’America profonda. La guerriglia anti-repubblicana.
Il tutto con una base ipermotivata che farà un capillare porta a porta e insieme un altrettanto efficace porta a porta via internet.
McCain non avrà invece un dream team di questo calibro al suo fianco, ma un controverso compagno di viaggio e diversi altri compagni da non far salire proprio sul suo treno. George Bush, innanzitutto.
Italiani e fiorentini d’America, l’agenda politica, gli incontri con i Clinton e con i Kennedy, lezioni di politica e di unità, il grande Bill, il discorso di Biden, la sorpresa di Obama e l’attesa per il gran finale… allo stadio
Si calcola che in giro per il mondo ci sia un'altra Italia, più o meno equivalente in popolazione (a seconda delle generazioni incluse) a quella che in Italia abita davvero. Denver non fa eccezione: al Colorado History Museum è appena terminata una mostra "Italians in Denver" che forniva un dato di partenza formidabile; nel 1910, noi italiani eravamo il 14% della popolazione di questa città, che continua tuttora a nutrire una grande simpatia, non solo calcistica o eno-gastronomica, per i nostri colori. Se poi dici che vieni da Firenze - perdonatemi l'orgoglio di campanile - scopri che la mia città resta uno dei luoghi più amati se lo si è visitato o sta in cima alla lista dei desideri futuri se non se ne è ancora avuta l'occasione. E ciò spiega meglio di ogni altra cosa quando si dice che una città speciale non appartiene solo a chi la abita ma al mondo intero.
Mentre la città smaltisce gli stravizi di ieri sera, partecipo di buon mattino ad una grande conferenza sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Oggi questo sarà il tema degli eventi collaterali e anche dei principali interventi alla Convenzione.
Una ricerca che fornisce la base della discussione mette sul piatto i due elementi principali. L'agenda americana è cambiata radicalmente in un anno: nel settembre 2007, l'Iraq stava al top delle rilevazioni con il 47%, la salute al 31 %, l'immigrazione al 26%, l'economia al 24%; un anno dopo, l'economia e il lavoro conquistano il primo posto dell'agenda con il 45%, il costo dell'energia il 41%, la salute resta al 30%, l'Iraq cade di quasi 20 punti.
In sostanza, ad oggi, i problemi domestici dominano su quelli internazionali anche se alcuni aspetti sono intimamente connessi: secondo il 70% degli elettori di entrambi i partiti, il prossimo Presidente deve occuparsi di ridurre la dipendenza energetica degli Stati Uniti. Come chiosa un analista, la storia insegna che le nazioni crescono e cadono (Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Venezia (!), Portogallo) sulla loro forza economica, non su altro.
Il secondo dato rivela i danni del bushismo nella coscienza collettiva americana: il 66% degli americani chiede un approccio multilaterale alle crisi internazionali, un nuovo rapporto con gli alleati, a dispetto di un modesto 33% che conferma il metodo Bush "vado-li ammazzo-e-torno"; sull'altro fronte però, vista la scottatura irachena, cresce di quasi 20 punti fra i democratici, di 33 punti fra gli elettori indipendenti, il numero di coloro che chiedono un'amministrazione più "isolazionista", dedicata agli affari americani e meno a quelli mondiali.
Richard Holbrooke, ambasciatore alle NU e storico consigliere dem, la mette giù piatta: "America cannot go anymore alone. This was the biggest mistake we did" (l'America non può più andare da sola. E' stato il più grosso errore commesso). Richiama l'esperienza positiva dei Balcani, elogia l'attivismo europeo sulla Georgia ma avverte che l'America intende mantenere la guida degli affari globali e che con un presidente democratico gli europei devono prepararsi a fare di più.
Straordinaria e netta Jessica Matthews del Carnegie Endownment: "se vuoi guidare, te la devi guadagnare; se vuoi parlare di clima, devi stare dentro il protocollo di Kyoto; se vuoi lottare per un diverso modello di energia, devi essere disposto a cambiare stile e organizzazione di vita; se vuoi guidare sulla non proliferazione e sulla libertà, non puoi arretrare su diritti umani e libertà civili con Guantanamo e i via libera all'uso della tortura".
Emerge nel dibattito con grande forza una doppia preoccupazione, come ricostruire l'immagine americana nel mondo, un paese non più amato ma nemmeno più temuto nonostante le mostruose spese per la difesa; come rendere però efficaci i principi dichiarati in un mondo dal disordine crescente.
Da europeo mi pongo la domanda speculare: quando un presidente innovativo e gradevole leverà ogni comodo alibi anti-americano ma ci chiederà al tempo stesso una maggiore responsabilità, saremo pronti a rispondere ?
Non ho molto tempo per trovare la soluzione perché ricevo una telefonata inattesa e graditissima di un amico newyorkese che mi ha visto ieri nei corridoi del Pepsi Center e che mi propone un canale per organizzare di lì a poco un incontro fra Veltroni e Bill Clinton. Proposta accettata senza esitazioni. Di lì a un'ora siamo nel grande albergo che ospita i Clinton e incontriamo sia Bill che Hillary che hanno appena terminato un incontro di ringraziamento con deputati e finanziatori della propria campagna.
Hillary appare davvero in grande forma dopo la performance di ieri sera, più ancora di Bill che ha oramai la chioma interamente bianca anche se non è cambiato di niente il volto accattivante da ragazzo invecchiato.
Il suo staff preannuncia un discorso storico per stasera, il che spiega l'afflusso ancora più grande di pubblico che preme fin dal mattino sul Pepsi Center.
Dopo gli incontri di ieri notte, ho organizzato un pranzo in un ristorante italiano, anzi fiorentino, in una zona residenziale di Denver: mangiamo pasta e pizza eccellente in compagnia di un simpatico gruppo di giovani italiani che vivono qui dopo un matrimonio americano, chi vendendo vino, chi gestendo ristoranti. Qualcuno ha nostalgia di casa, molti altri no: elogiano la qualità della vita, il sistema fiscale; qualcuno comincia a dimenticare l'italiano ma tutti hanno mantenuto fortissimo il segno del nostro Paese nel loro lavoro e nel loro stile di relazione. Molte foto e tanti inviti a tornare qua per sciare sulle montagne del Colorado. Magari !
Dopo il primo vero caffè espresso da qualche giorno in qua, torniamo downtown.
Prendo un secondo pessimo caffè con Matt Browne, già capo della policy unit di Tony Blair ed oggi collaboratore di John Podesta al Center for American Progress. Facciamo il punto su alcune iniziative che stiamo pensando di mettere in piedi in Italia fra settembre e la primavera prossima.
Marialina ci ha invitato ad una festa della famiglia Kennedy.
Confesso la mia emozione: il senatore Ted, dopo lo sforzo di lunedì, è tornato alle sue cure, ma la famiglia è al gran completo. Nel ricordo di Bob e della fondazione a lui dedicata, saluta gli ospiti Ethel, la vedova di Bob, circondata da molti giovani nipoti. Walter, esperto della storia di famiglia, mi ricorda la straordinaria fortuna e sfortuna che ha accompagnato la famiglia di Bob: 11 figli, John John morto in un incidente aereo, un altro in una accidentale sciagura sciistica, un altro ancora - l'unico che, casualmente, vide in diretta tv l'assassinio del padre nella notte di Los Angeles mentre i fratellini dormivano - perduto pochi anni dopo nel tunnel oscuro della droga. Ma sono colpito dalla forza di clan che fa grande questo nome, dalla somiglianza impressionante dei volti e dei gesti della nuova generazione con i volti e i gesti di John, Bob e Ted. E nella festa di questa famiglia, che è stata importante per la vittoria di Obama e per la riconciliazione con i Clinton, puoi vedere un intero mondo politico che in fila stringe la mano a Ethel e ai suoi figli e nipoti come davanti ad una famiglia reale.
In attesa di entrare al Pepsi Center, chiacchiero con Joschka Fischer, l'ex ministro degli esteri tedesco ed una delle personalità politiche europee che preferisco. Veltroni rilascia un paio di interviste in tv, io saluto i già citati Mario Calabresi e Maurizio Molinari e via per la terza serata.
La giornata è dedicata essenzialmente alla politica estera, al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Le misure di sicurezza sono state rafforzate ancora.
Ma il primo atto politico della Convenzione di oggi segna il successo della giornata di ieri: comincia la chiamata nominativa delle delegazioni statali; c'è da sciogliere il dilemma di cosa faranno i delegati di Hillary. Quando viene chiamato l'Illinois, lo stato di Obama, i delegati annunciano di attendere cosa faranno quelli di New York, lo stato di Hillary. La senatrice "libera" i propri delegati, rinuncia alla chiamata nominativa e chiede la nomination di Obama per acclamazione.
La partita è chiusa alle 4.58, Obama è ufficialmente il candidato, il partito ha trovato la sua unità e l'ha comunicata al Paese.
Gran bella lezione per tutti noi.
Anzi, approfitto per un'altra considerazione. I discorsi politici americani hanno in genere due assi portanti, talvolta fusi assieme, talvolta no: i valori, la visione, la speranza, l'american dream oppure la concretezza delle politiche, dei numeri, degli obiettivi da raggiungere. Non sentirete mai una parola sul partito, sulle alleanze, sulla macchina interna, sulle regole da cambiare. Esattamente ciò che invece costituisce il 90% dei discorsi politici, delle interviste, dei talk show italiani e che fa dire a noi dei discorsi americani, quasi con fastidio, "ma quando è che parlano di politica ?".
So di essere un inguaribile filo-americano ma riconosco a questo sistema un'incoercibile coerenza interna che va ammirata e non ridicolizzata nella battuta che tutto si ridurrebbe al trinomio Dio-patria-famiglia. E se anche così fosse, sono contento che il mio Paese abbia recuperato solo recentemente e dunque tardivamente - e grazie al Presidente Ciampi - un attaccamento alla propria bandiera e al proprio inno come simbolo di unità nazionale. Alle convenzioni americane, i colori sono rigorosamente quelli della bandiera (rosso e blu), le serate finiscono tutte con una breve meditazione spirituale e relativa benedizione e negli intervalli i cantanti intonano i propri pezzi con lo sfondo video che riporta la Dichiarazione di Indipendenza. E' quella religione civile della libertà che non giustifica gli errori americani, ma spiega assai bene perché questo Paese respiri permanentemente il battito del futuro e senta, a torto o a ragione, di avere una missione che va al di là delle pur proprie legittime malinconie. E a me questo piace.
Molti sono gli speaker di rango stasera, Madeleine Albright, Evan Bay, John Kerry (il candidato sconfitto nel 2004) ma.... posso dirlo, almeno fino a domani ?
Bill Clinton è sempre il numero 1 !
Accolto dalla musica che fu la sua colonna sonora del 1992 "don't stop thinking about tomorrow" dei Fleetwood Mac e salutato poi da "beautiful day" degli U2, l'ex presidente prende per mano la sua platea, quella che lo ama da 16 anni, e la conduce per politica estera ed economia, con toni seri e battute auto-ironiche. Spiega come ricostruire il sogno americano in patria e la leadership americana nel mondo, distrugge in poche cifre otto anni di presidenza repubblicana, ricorda come lui stesso venisse rimproverato di essere giovane e inesperto nel 1992 per dimostrare come anche per Obama soffi a favore il vento della storia e del cambiamento.
Per i dems americani, Clinton - se mi passate la battuta - è il migliore, quello che avrebbero rieletto volentieri una terza volta, l'uomo delle due uniche vittorie democratiche negli ultimi 30 anni.
Ed è un sentimento giustificato dall'incredibile carisma mostrato anche stasera, carisma che - a me che ho avuto il privilegio di ascoltarlo varie volte - stasera appare perfino un poco frenato per evitare di strafare, di rubare la scena agli altri protagonisti.
Datemi retta, cercate l'intervento sul web, guardate i gesti, gli occhi, sentite il tono, il gioco con la platea e comprenderete perché Bill Clinton cammina tranquillo su una platea che sventola entusiasta bandierine a stelle e strisce.
In attesa del gran finale con il vicepresidente designato, passa sullo schermo uno straordinario e commovente video sul ruolo dei militari americani nel mondo. L'esercito e i veterani di guerra sono un segmento assai delicato per questo Paese che ha perso in Irak oltre 4.000 soldati e che ha riportato a casa più di 30.000 invalidi e mutilati che - secondo le stime di Joseph Stiglitz - incidono in spese mediche, risarcimenti e previdenza per circa 600 miliardi. A rappresentarli interviene una giovane donna, con il grado di maggiore, pilota di elicotteri in Irak, abbattuta in volo sopra Baghdad: parla di onore, di rispetto per i guerrieri delle guerre sbagliate, di fallimento della politica estera. Solo quando si allontana dal palco, la platea si accorge che entrambe le gambe sono protesi artificiali.
Con una toccante introduzione del figlio, chiude la serata Joe Biden, il vicepresidente designato. Registro pareri discordanti fra di noi nel giudizio sul suo discorso. Personalmente ne apprezzo la misura e l'impianto: prima la storia della propria famiglia, l'elogio della madre come incarnazione del sogno americano, poi l'elogio del Presidente, delle sue qualità, infine l'attacco garbato ma frontale a John Mc Cain, collega di Senato e amico personale, sul fronte della politica estera. Se penso al discorso assai artificiale che ascoltai quattro anni fa a Boston da parte del vice di allora, John Edwards, mi sento di apprezzare molto il garbo e il merito di Biden, che fra l'altro ho conosciuto personalmente.
Ma la sorpresa vera è la comparsa inaspettata di Obama al momento dei saluti. Arrivato finalmente a Denver, Obama esce sul palco con tutta la famiglia di Biden, mentre la band suona una delle colonne sonore preferite delle convention democratiche - "we are a family" delle Sister Sledge, Il Pepsi Palace viene letteralmente giù dagli applausi. Obama ringrazia Biden, elogia con grande calore Hillary e Bill Clinton che assistono da uno dei palchi e dà appuntamento all'Invesco Field.
Domani, la Convenzione trasloca allo stadio di Denver: da 18.000 a 85.000 presenti e un grande finale che spazierà da Al Gore a Bruce Springsteen.
Vorrei andare a sentire un concerto dei Black Eyed Peas che suonano in un evento serale ma confesso che la stanchezza prevale, e poi servono energie per domani.
See you, italian democrats !http://www.lapopistelli.it/cgi-bin/articoli.exe/?id=162&data=39688
Ma a questo punto, insomma, uno cosa deve fare?
Preso atto che la Russia di Putin può rosicchiarsi e annettersi pezzi di Georgia a suon di bombe, e tutto quello che otterrà dall'opinione pubblica occidentale sarà un sommesso mormorio; preso atto che il Diritto internazionale è la legge del più forte addobbata con qualche nastrino; che la democrazia non è necessariamente un destino; preso atto di tutto ciò, come dovrebbe comportarsi, mettiamo, un pacifista cresciuto tra Ottanta e Novanta, per salvare giusto la propria dignità?
Per adesso mi sono venute in mente solo tre opzioni, vedete voi se ne avete di migliori.
1. La prima opzione potremmo chiamarla Realpolitik, ma sarebbe ancora un nome troppo gentile. È il riflesso che scatta quando dopo un paio di giorni di georgiani massacrati sui giornali, la tv finalmente inquadra la faccia di Bush II, con l'aria contrita di uno che è tornato prima dalle vacanze a causa di un'Abcazia che ancora non ha capito cosa sia, forse una malattia della milza. A quel punto dalla tua poltrona d'occidente realizzi una cosa terribile, e cioè che se dobbiamo proprio tornare in Guerra Fredda (e ci stiamo tornando) tu non avresti dubbi a scegliere tra il minchione texano e Putin. Cioè, vogliamo mettere? Il primo è un incapace che si è trovato nell'eredità di famiglia l'esecutivo di una Superpotenza, un dislessico che si è fatto dettare l'agenda internazionale da una banda di terroristi beduini. Il secondo è il vero uomo che nel cuore putrido dell'impero del male si è fatto strada a colpi di judo, uno che da solo ha rimesso in piedi un impero, altro che alitalia, un impero! In fondo basta così poco, dalla poltrona d'occidente. Disinserisci la funzione “pietà” e di colpo non è più un bombardatore di innocenti, ma un grande protagonista della Storia che sta mettendo sotto il tacco un fastidioso celenterato. Stringi un po' gli occhi. Con le bande nere sopra e sotto sembra fiction, vedi? La scena più divertente è quella della telefonata in cui il Grande Uomo dice a Saakashvili dove può ficcarsi l'appoggio degli occidentali. Come si fa a non ammirarlo, un Malvagio così? Se Machiavelli fosse vivo, non avrebbe dubbi. Sarkozy e Berlusconi, che appunto sono vivi, dubbi non ne hanno. Quest'uomo può gelarci nel giro di due inverni: ci tiene per le palle, ma farsi tenere per le palle da lui è quasi un onore. Non è come il minchione, che per cercare un tizio sepolto sotto il Karakorum ci sta tenendo impegnato un po' di truppe da cinque, dico, cinque anni. Lui arriva, bombarda e si annette l'Ossezia: rapido e doloroso, è un uomo del XXI secolo (ma anche nel XVI o nel IV avrebbe fatto la sua porca figura).
No, questa non è neanche Realpolitik, è qualcosa di molto più profondo. È la fine della Storia come ce la siamo raccontata per più di un secolo, come un percorso verso la libertà dell'individuo, o verso la società degli uguali, in ogni caso come un romanzo a lieto fine a cui mancavano tra l'altro poche pagine. No, probabilmente la Storia futura somiglierà alla passata, un lungo elenco di violenze e prevaricazioni senza fine, dinastie di uomini forti che decadono in figliocci minchioni, finché nuovi barbari arrivano, spodestano e spadroneggiano, ma poi decadono anche loro, una palla tremenda ben nota a chi ha provato a orientarsi tra le dinastie cinesi. Il futuro è questo, niente di nuovo sotto il sole: se per vostra sfortuna siete uomini di ingegno e non di lignaggio, vi conviene spogliarvi di ogni ideologia residuale e mettervi a corte del Principe più cinico che trovate in giro. Più somiglia a Putin, meglio è.
2. Ma se ti spogli di ogni ideologia, sei proprio sicuro che ti resti qualcosa? E se saltasse fuori che l'ideologia non era nei vestiti che indossavi, ma nella tua carne e nel sangue, nella tua dignità di essere umano che non ci sta, per Dio, non è nato per sottomettersi alla legge del più forte? In fin dei conti si potrebbe ricominciare benissimo da qui. Le idee le abbiamo, volendo abbiamo anche gli strumenti. Un tiranno ci taglieggia col gas? Dovremo rinunciare al gas. E appena possibile anche al petrolio, che finanzia il terrorismo. E a tutte le materie prime e alla manodopera sottopagata con cui le nuove tirannidi stanno drogando il nostro stile di vita. Non sarà facile e nemmeno indolore, serviranno sacrifici, ma non li stiamo già facendo? Non ci stiamo già allenando per questo? È da quindici, vent'anni, che ci alleniamo a riconoscere l'oppressione in un pieno di benzina, in un succo di frutta, nel logo di una scarpa – forse la comparsa all'orizzonte di tiranni moderni come Putin e i suoi colleghi cinesi è quello che ci voleva per darci una sveglia, per rispolverare quella vecchia idea di Mondo Libero che a fine secolo scorso trovavamo banale e perfino un po' scontata, e invece no. Si tratta di una sfida titanica, beninteso: non solo contro la Storia, ma anche contro la politica spicciola dei nostri piccoli governanti. Necessiterebbe di uno sforzo emozionale molto alto, per raggiungere la temperatura di fusione necessaria a forgiare un'ideologia nuova, che vista da vicino poi somiglierebbe molto a una religione. Ma probabilmente è proprio una religione quella che ci vuole per convincerci a separare la spazzatura, a spegnere le luci inutili, a sopportare un po' di più il buio e il freddo, e a chiamare tutto questo con un nome che da solo dovrebbe illuminare e scaldare: Libertà...
3....eh? Sì, scusate, mi ero appisolato (sempre qui sulla poltrona d'occidente) e ho fatto un sogno in cui l'Europa restava al buio e diventava una specie di delirio quacchero. Ma a chi la vogliamo raccontare? Se ci staccano la spina noialtri ci mettiamo cinque minuti a cominciare a divorarci a vicenda, sotto i cuscinetti di ciccia siamo belve. E poi, che bisogno c'è di vedere tutto nero. La soluzione è molto più semplice: vedrete che adesso Barack Obama farà un bellissimo discorso, vincerà le elezioni, e la differenza tra il bene e il male diventerà molto più chiara: dico, te l'immagini? Obama contro Putin? Puoi esitare anche soltanto un secondo nel scegliere da che parte stare? Un sorriso da telefilm contro il ghigno dell'agente kgb? La famiglia interrazziale contro lo zar che per compleanno si fa uccidere le giornaliste? E se l'obamania ti sembra una soluzione troppo semplicista, attento: forse sei solo tu a essere troppo complicato. Davvero sei cresciuto tra Ottanta e Novanta? Allora ormai la maggioranza della popolazione mondiale è più giovane di te. Se l'entusiasmo occidentale (più europeo che americano) per l'Uomo Nuovo trasmette una frequenza che non capti più, alla fine è un problema tuo. Ma se ci rifletti bene, Obama incarna tutta quella voglia di sentirsi cittadini del mondo liberi civili e democratici che Bush frustrava. Magari è un abbaglio. Quasi sicuramente lo è. Ma intanto ci farà perdere tempo, due o tre anni, prima della solita delusione. E nel frattempo ci potrebbe anche venire un'idea migliore.http://leonardo.blogspot.com/
Quarantacinque anni dopo, il 'sogno' oggi è più vicino. Nello stadio del football di Denver, scelto per "coinvolgere persone di solito mai coinvolte nel processo politico", Barack Obama, che aveva due anni quando Martin Luther King parlò a una folla oceanica nel Mall di Washington, ha trasformato in realtà la più famosa speranza del padre dei diritti civili.
Obama ha fatto la storia. Per la prima volta negli Stati Uniti un nero è il candidato di un grande partito nella corsa alla Casa Bianca. Due sono le celebrazioni cariche di simboli che un intreccio del destino ha fatto consumare nello stesso giorno davanti a 80 mila persone e alle colonne che evocano la Casa Bianca ma anche il monumento a Lincoln davanti a cui 45 anni fa parlò Luther King: l'anniversario del più celebre discorso delle battaglie contro la discriminazione razziale ha coinciso con il momento clou della parabola di Barack Hussein Obama, il self made man della politica americana che trascende le razze e che ha fatto dell'"audacia della speranza" - il titolo della sua autobiografia - il filo conduttore che lo trascina verso la Casa Bianca.
Il senatore dell'Illinois ha scritto a mano e limato fino all'ultimo il discorso di accettazione della nomination, il più importante e difficile della sua folgorante carriera: una pausa in palestra per scaricare lo stress, poi di nuovo di corsa in albergo per riflettere sull'ultima bozza di un testo mille volte rivisto e i cui punti di riferimento, l'ispirazione - ha detto il suo stratega David Axelrod - sono stati il messaggio della Nuova Frontierà di JFK. alla Convention democratica del 1960 e quello della 'Nuova Alleanza' con cui nel 1992 Bill Clinton, in coppia con Al Gore, riuscì a scardinare la macchina repubblicana del clan Bush riconquistando le chiavi dello Studio Ovale con la promessa di "ricostruire l'America" dopo 12 anni di potere repubblicano.
Ma c'é anche - tra i modelli di Obama citati da Axelrod - il Ronald Reagan del 1980, il candidato repubblicano che fece leva sul malessere dell'America di Jimmy Carter, paralizzata dal secondo shock petrolifero e dalla crisi degli ostaggi in Iran, per un appello a "tornare di nuovo ad essere grandé.
Oggi è l'America di George W. Bush che si trova impantanata nel 'malaise' del caro-benzina, i licenziamenti e la cassa integrazione, le case pignorate, l'immagine screditata a livello internazionale. "Il sogno americano sta scivolando vià, ha chiuso ieri notte i lavori del Pepsi Center il numero due democratico Joe Biden.
Oggi è toccato a Obama il compito di riempire di concretezza le speranze di cambiamento con una ricetta per rimettere il paese sui binari, in patria come all'estero. Yes we can, secondo Obama, sì, si può: dopo otto anni di Bush l'America può uscire dall'incubo con un pacchetto di sgravi e fiscali e un attacco frontale alla crisi immobiliare. Il messaggio è "di sostanza, non retorica", sanità, istruzione, sfide internazionali, hanno anticipato i collaboratori del senatore sperando che col discorso allo stadio Obama riesca a far breccia in tutto il paese, democratici e repubblicani, laici e fedeli, uomini e donne, bianchi ispanici asiatici e neri, stati 'rossi' e stati 'blu'.
Ed ecco dunque che è toccato a Gore, e non a Clinton che aveva parlato ieri invitando come la moglie Hillary a votare per Obama, il compito di onore dopo la performance in prima serata di Stevie Wonder, il musicista preferito di Barack e Michelle.
Premio Nobel per la pace come Martin Luther King, premio Oscar per l'eco-documentario 'Una Verita' Scomoda', vincitore del voto popolare nel 2000 pur essendo stato battuto da George W. Bush per verdetto della Corte Suprema, Gore è rinato come profeta di una causa trasversale: la lotta contro l'effetto serra in cui si identificano ormai anche molti evangelici.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_758561686.html
USA : roulette dei rifugiati grazie ai giudici politicizzati di Bush di Rico Guillermo*
Gli immigrati richiedenti asilo negli Stati Uniti sono stati respinti sproporzionatamente dai giudici che l'amministrazione Bush ha scelto usando un filtro politico conservatore. Lo si rileva da una analisi dei dati dello stesso Dipartimento della Giustizia USA.
I dati si concentrano su 16 giudici che sono stati selezionati in base all'affiliazione politica, ed esaminano almeno 100 casi ciascuno. Il confronto delle loro decisioni con quelle di altri magistrati operanti nella stessa citta' mostra come il gruppo abbia operato nei confronti di richiedenti asilo in maniera significativamente orientata rispetto ai colleghi che sono stati nominati, come richiede la legge, ai sensi di regole politicamente neutrali.
I critici del politicizzazione dell'ufficio immigrazione dicono che non e' sufficiente che nel 2007 il Ministero abbia smesso di utilizzare procedure di assunzione illegali. Il fatto che molti dei giudici politicamente selezionati rimangano al loro posto, essi dicono, continua a minare la percezione di equita' delle audizioni per la lotta contro la deportazione degli immigrati.
Il tribunale dell'immigrazione "e' ora la sede di persone fisiche che sono state nominate illegalmente, il che significa che nella mente di molte persone il tribunale simboleggia illegalita'", ha detto al New York Times Bruce Einhorn, un docente di diritto della Pepperdine University per quasi vent'anni giudice in materia di immigrazione. Ma Peter A. Carr, un portavoce del Dipartimento di Giustizia, ha risposto alle domande dell'autorevole giornale che "Il fatto che il processo sia stato viziato non significa che i giudici dell'immigrazione selezionati attraverso questo processo non siano idonei a servire."
L'amministrazione Bush e' stata accusata dai Democratici e altri critici di aver improntato impropriamente in modo politico le attivita' di agenzie federali come l'Agenzia di protezione dell'ambiente, l'Amministrazione Servizi Generali e, piu' ancora, il Dipartimento di Giustizia, che e' stato travolti da accuse di politicizzazione della legge.
Questa estate, il servizio dell'ispettorato generale ha pubblicato due relazioni che confermano che per diversi anni l'amministrazione ha preso illegalmente in considerazione l'affiliazione politica dei funzionari in sede di assunzione. La relazione riguardante la selezione dei giudici dell'immigrazione mostra che alcuni selezionatori hanno posto ai candidati domande sulle loro convinzioni politiche e la loro campagna di ricerca contributi. L'amministrazione ha inoltre condotto ricerche su Internet sui loro nomi e parole come "asilo", "immigrato" e "frontiera", come pure su questioni come l'aborto, l'Iraq, i gay o l'associazione con nomi di personaggi politici, per determinare il loro punto di vista.
La relazione non presenta prove che tali sforzi siano stati collegati a qualsiasi politica ufficiale con l'obiettivo di restringere l'asilo. La Casa Bianca ha detto anzi di non aver mai ordinato un taglio politico all'assunzione di dipendenti pubblici.
Il Dipartimento di Giustizia impiega piu' di 200 giudici in materia di immigrazione in piu' di 50 tribunali in tutto il Paese. Essi hanno il compito di condurre audizioni per non cittadini che chiedono di non essere deportati, tra cui i richiedenti asilo che dicono di temere persecuzioni religiose o politiche. Anche se sono chiamati "giudici" i funzionati preposti alle audizioni non sono confermati dal Senato a vita come accade per i magistrati. Essi sono coperti dalle disposizioni federali del servizio civile che prevedono l'assunzione sulla base del merito ai sensi si criteri politicamente neutrali.
Ma all'inizio del 2004, incaricati politici hanno assunto il controllo della selezione dei giudici allontanando liberali e democratici e aprendo le porte ai fedeli di Bush o comunque di fede politica repubblicana. Nel 2007, dopo che la legittimita' del processo di selezione era stata messa in dubio, l'amministrazione ha modificato il metodo di selezione con uno gestito da professionisti di carriera. Ma nel frattempo 31 giudici in materia di immigrazione sono stati nominati con il processo viziato. Il Dipartimento di Giustizia non ha contestato un elenco di tali giudici presentata dal New York Times.
Dati supplementari provengono da un gruppo di ricerca dell'Universita' di Syracuse, che ha analizzato i dati del Dipartimento di Giustizia e il profilato i giudici del'immigrazione evidenziando che la differenza di trattamento nel respingere le richieste d'asilo concordava con l'orientamento politico dei giudici con la negazione nel 66,3% dei casi, cioe' di 6,6 punti percentuali in piu' rispetto agli altri loro colleghi. Cio' si traduce in 157 casi di richieste d'asilo respinte in piu' rispetto alla medi nazionale. Addirittura alcuni magistrati hanno negato l'asilo in oltre il 90% dei casi, mentre altri giudici nella stessa citta' lo hanno negato in meno dell'80% dei casi. Ma c'e' stato chi ha mantenuto rispetto ai colleghi un divario del 29%.
Vi sono state anche delle eccezioni: tre dei giudici selezionati politicamente hanno riconosciuto il diritto d'asilo molto piu' spesso di coetanei, tuttavia uno studio accademico dello scorso anno effettuato su 140.000 decisioni nell'arco di quattro anni ha trovato forti differenze negli esiti delle audizioni di casi di immigrati della stessa nazionalita', anche tra i giudici della stessa città. Gli autori dello studio, chiamato "Roulette rifugiati", ha concluso che i dettagli di un caso possono essere meno importanti nel determinare se qualcuno verra' rimpatriato rispetto a chi sia il giudice che giudica il caso..
Secondo Charles H. Kuck, presidente dell'Associazione degli avvocati dell'immigrazione americana ha detto che tutti i giudici selezionati con il metodo illegale, indipendentemente dalle loro qualifiche, dovrebbero dimettersi ed essere riselezionati per i loro posti di lavoro insieme ad altri candidati. Ma un ispettore generale del Dipartimento di Giustizia ha detto in audizione al Senato USA che "sarebbe difficile se non impossibile" decidere se la selezione di un giudice e' stata qualificata ed ha osservato che i giudici non possono essere licenziati perche' sono protetti dalle attuali leggi sul servizio civile, le stesse leggi violate quando sono stati selezionati.
In tale occasione alcuni senatori hanno espresso frustrazione per la mancanza di misure correttive. Una soluzione e' stata proposta da Stephen H. Legomsky, un professore di legge in materia di immigrazione alla Washington University di St Louis, che ha proposto che il procuratore generale riassegni i giudici a posizioni non giudicanti allo stesso stipendio, il che non viola le regole sul servizio civile. Ma c'e' anche chi si oppone.
In ogni caso non e' dato sapere quante persone la cui richiesta d'asilo e' stata respinta ingiustamente a motivo della politicizazzione del giudice e quindi deportate in patria hanno subito conseguenze negative dalla politica relizzata dall'amministrazione Bush. Diversi avvocati stanno considerando la possibilita' di sollevare la questione per i loro assistiti, ma coloro che ormai sono stati rimpatriati non avranno piu' la possibilita' di ricorrere, dopo essere stati ricacciati indietro da quella che pensavano fosse la patria delle liberta' civili e che li avrebbe quindi salvati dalle persecuzioni del loro Paese.
È stato difficile scrivere questo articolo perché l'elenco di sconcezze che si leggono sulla vicenda Alitalia è enorme. Ancora una volta, paga il contribuente, si salvano i privilegiati, e lucrano le grandi famiglie imprenditoriali. Le associazioni dei consumatori, invece di preoccuparsi di chi sta pagando queste scelte scriteriate, pensano a chi ha sbagliato ad investire. Davvero un bel paese di ...
1. Fino a pochi giorni fa, non la voleva nessuno, questa Alitalia. Il Sole 24 ore ci informa che ora, invece, rispetto agli investitori resi noti Lunedì, ne sono emersi ufficialmente altri cinque. Possiamo accodarci anche noi, per favore? È bene menzionarli, questi geni dell'imprenditoria, che ricevono un marchio a costo zero, sapendo che se andasse male ci sarebbe comunque un governo prossimo venturo pronto a salvarli: Roberto Colaninno, attraverso Immsi, il gruppo Benetton attraverso Atlantia, il gruppo Aponte, Riva, il gruppo Fratini attraverso Fingen, i Ligresti con Fonsai, Equinox, Clessidra, il gruppo Toto, il gruppo Fossati attraverso Findim, Marcegaglia, Caltagirone Bellavista attraverso Acqua Marcia, il gruppo Gavio con Argo, Davide Maccagnani con Macca, Tronchetti Provera e la stessa Intesa Sanpaolo.
2. Settemila dipendenti verranno esuberati alle poste ed al catasto o in qualche altro ufficio pubblico. Come al solito, paga il contribuente, ossia il produttore privato vero del centro-nord. Certo, è triste che così tante persone possano perdere il posto di lavoro, ma il garzone del panettiere sotto casa che ha chiuso bottega il "posto alle poste" non gliel'hanno dato. Perché?
3. Codacons e altre associazioni dei consumatori pensano ad una class action per proteggere i piccoli azionisti. Ora, non sappiamo chi sia stato a convincere questi piccoli azionisti ad investire in Alitalia. Forse sono stati convinti con dolo. Ma se non fosse così, resterebbe il fatto che hanno investito in un'azienda fallimentare. Davvero sono meritevoli di tutela? Ci voleva tanto a capire che l'azienda era in stato di fallimento occulto? La vicenda chiarisce, ancora una volta, che il famoso marchio "Alitalia", con o senza i nuovi slogan berlusconiani, vale zero. Zero, perché senza l'annullamento dei debiti ed il posto da ministeriale per i dipendenti, nessuno si sognava di attaccarsi alla famosa cordata. Ora invece c'è un free-for-all.
4. Adesso il tutto si gioca in realtà a Bruxelles, perché le ragioni per cui questa operazione non è accettabile nel quadro europeo di politica industriale sono tante e tali da far paura. Ma l'astuto BS (che sin dai tempi della campagna elettorale andava cucinando la truffa a danno del paese) ha piazzato un obbediente romano a commissario dei trasporti. Quindi il problema ora consiste nel seguente: quanto cederà l'Italia, sottobanco, su decine di altri tavoli negoziali per ottenere il beneplacito o al più una simbolica multa della Commissione? In altre parole, oltre agli evidenti costi visibili dell'operazione salvataggio parassiti&fighetti romani (circa un miliardino di euro, forse più) quanti e quali saranno i costi sommersi?
5. Ah, complimenti a Marcegaglia, vero esempio di imprenditoria moderna, competitiva e non assistita. Dimettersi da presidente Confindustria per l'evidente conflitto d'interessi non è che le verrebbe in mente, graziosa signora? Allora glielo suggeriamo noi spiegando anche il perché: da quando in qua la presidente di un'associazione imprenditoriale che si siede a trattare con il governo ogni due giorni è anche legittimata a fare affari, e che affari, con il medesimo?
6. Complimenti ai cittadini tutti, ai piccoli imprenditori, all'opposizione, a tutti quelli che chiaccherano che occorre cambiare: non vi vediamo in piazza a difendere le vostre tasche ed i vostri diritti contro il furto romano. In particolare, non abbiamo udito ancora nulla dai beoti leghisti! Banda di polentoni tonti: il cosidetto federalismo del piffero voi non ce l'avete ancora, mentre invece Roma-ladrona intasca allegramente qualche altro miliardo di tasse del Nord per mantenere nel lussuoso far niente migliaia dei suoi abbronzati fighetti e fighette. Diteci: ci fate o ci siete? Perché esseretonti così tanto è veramente incredibile.
7. Complimenti, infine, al vostro ministro dell'Economia. Dalle parole ai fatti: sta dimostrando in cosa consiste la sua nuova politica industriale che permetterà al paese di affrontare la concorrenza con il resto del mondo e con i paesi emergenti in particolare. Continuate così, massacratevi. Che oramai del male ve ne siete fatti abbastanza.
La penultima volta Gianfranco Fini, il politico più stimato dagli italiani, era stato avvistato nella Questura di Genova nel 2001 durante il G8. Non poteva essere lì eppure da lì si dilettava a seguire, dirigere, il massacro. L’ultima volta si è fatto mettere incinto da una velina ex-fidanzatina di Luciano Gaucci, il che per un cinquantaseienne ultracattolico sposatissimo, è… una gran botta di vita. Ma adesso c’è dell’altro e ci sarebbe da fare un bel plastico per una puntata di Porta a Porta.
Adesso la Lega Ambiente lo pesca farsi il bagno nell’area protetta dell’isola di Giannutri, un vero lusso per potenti veri. Gianfranco Fini ci si fa addirittura portare dai vigili del fuoco che, fino a prova contraria, non sono la sua scorta e dovrebbero essere in altro affaccendati. Oltre alla violazione dell’area protetta, chi ha pagato il carburante? Gli stessi che hanno pagato il trasporto delle spigole del Generale Speciale, oggi parlamentare di AN?
E’ il fascino proibito del potere ma in mezza Europa, per molto meno, ti stroncano la carriera.
Come diceva Luciano Gaucci, ex-fidanzato (ma non ti fa senso?) dell’attuale lady Fini, Elisabetta Tulliani: “c’è chi può e chi non può; io può”. Gaucci è da qualche anno latitante (esule direbbe la buonanima di Bettino Craxi) a Santo Domingo.
Magari presto potrà indicare a Fini altri luoghi proibiti dove immergersi, magari tutti e tre, con Lucianone e Betty.
Vanity Fair, Il Paese va in malora, Berlusconi accumula denari, potere e immunità, ma i sinistri apparati della sinistra sembrano accorgersi di nulla. Tutti occupati - come ai tempi irosi e lieti del loro ultimo governo - a azzannarsi tra loro.
Riassumendo. Il sindaco di Torino Sergio Chiamparino è in guerra con l’altra metà del partito democratico piemontese per via di un grattacielo, di una banca e per incompatibilità di carattere. Renato Soru, governatore della Sardegna, viene trascinato in tribunale da un tale Antonello Cabras, segretario del suo stesso partito, che lo accusa di essere poco meno di un dittatore. Massimo Cacciari, sindaco di Venezia definisce i leader democratici (quando va bene) dilettanti e inconcludenti. Agazio Loiero, altro sinistro, nonché governatore di Calabria, è in definitiva rotta di collisione con i suoi ex compagni di partito. L’alleato Di Pietro ha varato una sua lotta permanente a Walter Veltroni e annuncia di candidarsi da solo alle prossime elezioni per la presidenza della Regione Abruzzo decapitata dopo l’arresto di un'altra bandiera della sinistra democratica, Ottaviano Del Turco. Veltroni ricambia Di Pietro con la medesima ostilità ogni qual volta si stanca di prendersela con il suo nemico storico Massimo D’Alema. Il quale restituisce il disprezzo, estendendolo volentieri a Arturo Parisi, ex ministro della Difesa del governo Prodi, che a sua volta detesta sia Veltroni che lo stesso D’Alema. Antonio Bassolino, il re dalemiano della spazzatura napoletana, governatore della Campania, anzichè dimettersi e scomparire, sconfessa Veltroni, elogia Berlusconi, e prepara la sua candidatura al parlamento europeo come buonuscita estera per il suo capolavoro (inter)nazionale. Altri litigi si segnalano in Sicilia, in Molise e perfino dove il pd non esiste quasi più, come in Lombardia. Avanti così, bene, e che poi qualcuno spenga la luce. (Vignetta di Molly Bezz) http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Sandra Lonardo in Mastella ha avuto una condotta tale da “compromettere il regolare funzionamento della pubblica amministrazione” e “faceva clientelismo per conto dell’Udeur” *. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Questo è il peggior titolo d'apertura di una prima pagina in giornale italiano di sempre. Era il 1993 e il giornale era "l'Unità". Il direttore allora era Valter Weltroni.
Nessuno è mai riuscito a spiegare cosa potesse interessare agli iscritti della Bolognina - già peraltro traumatizzati dalle note vicende di quegli anni - che il presidente degli Stati Uniti avesse scelto un nuovo chairman del Joint Chiefs of Staff delle Forze Armate Usa.
Oggi il "Corriere della Sera" con il meraviglioso "Un piano per uccidere Obama" vince la medaglia d'argento di questa particolare competizione. Volendo si potrebbe intervistare il direttore, Paolo Mieli, per chiedergli se secondo lui guidare cercando di investire i pedoni - la mente del complotto suprematista è stata arrestata per questo - sia una delle strategie per passare inosservati che insegnano nelle migliori scuole per killer professionisti. paferrobydayhttp://giornalismoparma.typepad.com/
Qui è l'una passata e domattina la sveglia suona alle 6.30. Vado veloce.
Giornata magnifica: Bill Clinton formidabile, seguito da Lagos, Fischer, Mary Robinson... insomma, alto livello. Cibo per la mente, tanti nuovi pensieri. Una di quelle cose che sei lì le ascolti e pensi: sto imparando qualcosa. Bello.
Poi sono andata ad un seminario sulla difesa e la national security con due dei principali consiglieri di Obama sul tema (uno di loro lo ha accompagnato nel viaggio in Afghanistan, Medio Oriente e Europa). Interessante che il loro punto di vista sulla Russia sia nettamente diverso da quello della Casa Bianca: Mosca va inclusa di più, e non esclusa, nella comunità internazionale. Dialogo, dialogo, dialogo - insieme all'Europa. E' più efficace e meno pericoloso.
Poi di corsa all'incontro di Emily's list - donne ovunque, ed a parlare Hillary, la Pelosi e Michelle.
Poi Greenberg - interessante che abbia detto una cosa che si è puntualmente verificata la sera alla Convention: ovvero che quello che manca alla campagna dem è sottolineare che MacCain prolungherebbe di fatto di 4 anni le politiche della presidenza Bush. E puntualmente lo slogan della serata è stato: 4 more months, not 4 more years. Geniale.
Poi al Pepsi - nel frattempo è arrivato Veltroni, incontro con Dean (sempre più cordiale) poi a sentire la Clinton. E' stata la prima volta che mi è piaciuta (forse perchè invitava a votare Obama...). A tratti è riuscita quasi ad emozionare. Due cose belle: che in America puoi diventare chi vuoi diventare (più o meno - a lei non è proprio riuscito), e che questo è il paese dove non si rinuncia mai (keep going).
Se qualcuno ne ha voglia, vada a vedersi l'intervento del Governatore del Montana, una potenza.
Questo è il diario che esce oggi su Europa:
"Noi italiani siamo sempre un po’ provinciali. Anche chi parte con le migliori intenzioni finisce col cadere nel complesso di inferiorità, paragonando situazioni così diverse da non avere quel minimo comun denominatore che permette il confronto, o al contrario non vedendo che alcuni difetti sono ampiamente condivisi. Così, la domanda delle domande per noi democratici che siamo qui a Denver alla Convention dei Democrats è: perché non siamo meravigliosi e perfetti come loro?
A vivere la prima giornata al Pepsi Center tra i gradini del primo anello, agitando i nostri cartelli “one nation” ed ascoltando le parole forti di Ted Kennedy e poi quelle dolci ed incredibilmente umane di Michelle, sentendo l’energia priva di rancori e complicazioni che saliva dalla platea, in effetti un po’ di invidia un democratico italiano può ragionevolmente provarla. Il partito è unito (o almeno dà ottima mostra di unità, il che ai fini della comunicazione elettorale è egualmente efficace), il discorso semplice e chiaro, l’entusiasmo neanche offuscato da un dubbio.
Eppure, se trasferissimo questa prima giornata di Convention in Italia, se traducessimo i bellissimi discorsi nella nostra lingua, se immaginassimo l’apertura di un congresso del PD esattamente così, credo che ben pochi ne sarebbero soddisfatti. Troveremmo povera l’analisi e poco articolata la proposta. Troveremmo falso ed ipocrita l’unanimismo di facciata, i buoni sentimenti di chi ha perso e sorride. Troveremmo noiosa la ripetizione esasperata di quei tre semplicissimi messaggi che ogni esponente dei Democrats ripete ormai da quasi due anni: porre fine alla guerra in Iraq (si è recentemente aggiunto “responsabilmente”), garantire che l’assistenza sanitaria sia un diritto per tutti e non un privilegio per pochi, ed investire sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Tre messaggi semplici semplici che come un mantra perforano la memoria dei più distratti elettori. E poi ovviamente il cambiamento, il futuro, la speranza, l’unità, il ritorno dell’American dream. Efficacissimo. Magnifico. Perfetto. Eppure temo che quello che qui, in mezzo ai cartelli blu e i palloncini, sembra davvero magico ed invidiabile (compresa l’umanissima capacità di una moglie di commuoversi e commuovere nel parlare in modo del tutto privato del marito), trasportato a casa nostra ci parrebbe ridicolo, piccolo, povero – troppo semplice. Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, un passaggio drastico dal bizantinismo mediterraneo alla semplicità della asciutta logica anglosassone, per poter davvero pensare di fare politica così. Il che non sarebbe affatto male, tutt’altro – ma è bene essere consapevoli che la strada che porta a quella perfetta semplicità è l’esatto opposto di quella che porta ai nostri passatempi preferiti (che si tratti di politica o di calcio): l’ “aprire una riflessione”, l’ “approfondire l’analisi”, il commentare il commento del commento. La complessità del pensiero – e spesso della vita.
Nel frattempo, accecati dall’invidia per la semplicità altrui (che non vorremmo replicare), non vediamo i limiti e le ossessioni, le psicosi, che i democratici sulle due sponde dell’Atlantico in realtà condividono: la paura atavica di perdere; la tendenza a vedere sempre ciò che non funziona nel proprio campo, la vocazione all’autocritica che a tratti sfocia nell’autoflagellazione; il perfezionismo che oscura i buoni risultati. Si può facilmente arrivare al paradosso di sentire da un americano democratico, in questi giorni di apoteosi di un fantastico candidato destinato probabilmente a cambiare la storia del mondo, che sì Obama è il candidato perfetto – ma forse la sua perfezione è un limite."http://blogmog.ilcannocchiale.it/
La politica in altura, l’ossessione democratica di Bill Clinton, i veterani della guerra in Irak, le donne in politica di Emily, l’arrivo di Veltroni, il ristoratore fiorentino e Sean Penn
Mi perdonino i lettori molto seri ed esigenti: questi appunti erano nati come una promessa fatta ad alcuni amici e perciò volevano avere un tono abbastanza leggero. Da ieri il diario è sul sito del PD e ieri sera (notte fonda in Italia) sono stato perfino chiamato da una tv che trasmette la convenzione sul satellite il cui conduttore aveva appena letto pezzi del blog e mi chiedeva un commento in diretta. Beh, grazie, grazie a tutti ma, nonostante questo piacevole interesse verso il piccolo oblò aperto sulla convention, non cambierò tono più di tanto.
E andiamo a cominciare.
Giorno 3. Denver è conosciuta con il nomignolo di "the Mile High City" poichè ad un certo scalino dell'ingresso del Municipio si è esattamente ad un miglio sopra il livello del mare. L'orizzonte è piatto ma in poco più di un'ora di macchina si può salire ad oltre 4000 metri e, del resto, delle 54 montagne americane sopra i 14.000 piedi (circa 4500), ben 52 stanno proprio in questo Stato.
Insomma, uno stacco geografico per dire che stiamo facendo politica in altura e sarà pure per questa ragione che la somma dell'adrenalina politica, del jet lag e dell'aria secca e rarefatta ci ha regalato una seconda giornata ancora più intensa della prima. E' evidente che da qui a giovedì sarà un crescendo.
La mattina inizia subito molto bene. Il Club di Madrid, l'organizzazione formata da ex capi di Stato e di governo, ha imbastito una tavola rotonda sulla "capacità realizzativa delle democrazie".
Il tema è stimolante: i sondaggi globali mostrano che i sistemi autoritari non dispiacciono così tanto perché almeno sono in grado di decidere; così, la vera sfida delle democrazie è dimostrare la loro capacità di scegliere e condurre a compimento i propri obiettivi.
Arriva a sorpresa Bill Clinton. A lui è affidato il compito di introdurre: carismatico e disinvolto come sempre, traccia le linee del campo del dibattito e afferma la centralità della sfida del climate change; poi termina quasi malinconico "quando sei stato primo ministro o presidente capisci che non puoi portarti dietro questo titolo a vita ma devi rispondere ad una domanda, quasi una ossessione: come la democrazia può essere capace di realizzare gli obiettivi". Moderano il dibattito Joschka Fischer e Madeleine Albright e discutono assieme personalità del calibro di Ricardo Lagos (Cile), Mary Robinson (Irlanda), Kim Campbell (Canada), Alexandro Toledo (Perù) e altri. Assai vivace e interessante lo scambio sulla convenienza della democrazia in contesti culturali e religiosi diversi come quello del mondo arabo, tema quanto mai hot dopo gli ultimi anni di politica estera di Bush.
Downtown all'ora di pranzo è una sorta di supermercato politico che offre eventi per tutti i gusti, una scelta decisamente più ricca di Boston 2004, eterogenea fino alla stravaganza: davanti ai grandi alberghi che ospitano i vip democratici puoi trovare le "mamme in rosa" che manifestano per la non violenza e contro la guerra così come coraggiosi picchetti di sostenitori di Mc Cain; altrove due manifestazioni democratiche ma di opposto orientamento si fronteggiano con megafoni dai due lati della strada: è un acceso scontro fra anti-abortisti e pro-choice (libertà della donna di scegliere) che va in scena davanti allo Sheraton.
Partecipo a due seminari fra i tanti possibili.
Il Truman National Security Project ha lo scopo di formare i politici democratici sui temi della sicurezza e della difesa per levare questi temi dalle mani della destra: fra gli speaker due dei possibili senior adviser di Barack, ma mi colpisce vedere (il sistema lobbistico funziona così) le due principali aziende della difesa americana come sponsor della faccenda. Paradossalmente ma simpaticamente, uscendo dall'edificio mi trovo in una situazione che all'inizio non comprendo: due file di militari in divisa ma senza armi camminano sul marciapiede con le movenze assai serie e agguerrite di chi bonifica un'area di guerriglia; molti fotografi attorno, poi alcuni attivisti distribuiscono una cartolina; si tratta dell'organizzazione dei veterani di guerra dell'Irak contrari al conflitto e alla sua gestione.
Fuggo all'iniziativa di Emily, la storica associazione di promozione politica delle donne. E' tutto esaurito poiché è attesa la presenza di Nancy Pelosi, di Michelle Obama e di Hillary Clinton, la protagonista della giornata. La capacità di mobilitazione e di fidelizzazione di Emily's list è formidabile e visibile nelle donne che fanno la fila per entrare nel salone per conoscere le altre donne candidate che si apprestano a concorrere nei vari livelli elettivi.
Del resto, anche la Convenzione è oggi prevalentemente una giornata al femminile. Intervengono due delle governatrici più in vista del partito, Janet Napolitano dell'Arizona e Kathleen Sebelius del Kansas, che ho incontrato a Chicago a giugno e che è stata nella short list dei possibili vice-presidenti. Donne di una straordinaria concretezza e capacità sulle questioni economiche, donne capaci di incursioni elettorali nel campo repubblicano, una in grado di strappare uno Stato notoriamente conservatore.
Il tema della giornata è l'economia, il campo in cui i sondaggi segnalano la maggiore debolezza di Mc Cain: se a novembre l'agenda fosse centrata sulla paura e sulla sicurezza potrebbero essere guai per i dems, ma se i temi saranno prevalentemente domestici ed economici la stanchezza verso Bush è perfino maggiore di quella verso la sua politica estera.
Il Pepsi Center ascolta molti Governatori, Massachussets, Pennsylvania, New Mexico, Mexico, Montana, Ohio, una generazione giovane e uno dei due serbatoi tradizionali (governatori e senatori) che da sempre sfornano candidati alla Casa Bianca.
Prima di entrare alla Convenzione vado all'aeroporto a prendere Veltroni che ci ha finalmente raggiunto, mentre Fassino ha alla fine rinunciato alla trasferta a causa degli impegni legati alla crisi georgiana.
Andiamo diretti a downtown per un primo affettuosissimo incontro con i Kennedy e poi presso la convenzione incontriamo il presidente dei democratici Howard Dean: verifico anche qui un grande calore umano e una immutata attenzione verso il progetto del PD italiano che Dean, del resto, venne a "benedire" nei due congressi fondativi di Roma e Firenze. Ci diamo appuntamento a novembre, dopo le elezioni.
Il "keynote speaker" di quest'anno (a Boston nel 2004 fu proprio Obama) è Mark Warner, governatore della Virginia: ritorna ancora il sogno americano, il riscatto dai fallimenti, il paese della seconda e anche terza opportunità, la politica della speranza contro quella della paura ma manca decisamente la magia di 4 anni fa e la platea non si scalda più di tanto.
Arriva in prime time il momento di Hillary Clinton che parla in un mare di cartelli bianchi, che recano non slogan ma solo il suo nome, e di stendardi blu con la scritta "unity": ovazione, commozione, un inizio di grande effetto con le pause giuste. Si definisce "madre orgogliosa, americana orgogliosa, senatrice orgogliosa, democratica orgogliosa, orgogliosa sostenitrice di Barack Obama come prossimo Presidente", attacca con ironia Mc Cain, ringrazia i suoi sostenitori. Il discorso enfatizza più volte il sostegno leale a Obama nella battaglia di novembre, chiama all'unità del partito ma detta anche un pezzo importante dell'agenda politica del Presidente, centrata sul tema del welfare e dell'assistenza sanitaria universale.
Niente da dire. E' un discorso di grande impatto che dimostra il valore indiscusso di una personalità che non abbandona certo la scena politica. Mugugnano forse quei sostenitori di Obama che si attendevano qualche autocritica per i toni accesi della campagna ma alla fine della serata il candidato presidente non può che essere assai soddisfatto del grande sostegno ricevuto dalla senatrice di New York.
Stasera è serata di feste politiche in tutti i locali del centro: mi affaccio a quella dei dems della Grande Mela dove incontro un giovane ristoratore fiorentino che ha fatto fortuna qui e due colleghi del Pd, Francesco Sanna e Guglielmo Vaccaro, arrivati fin qui in camper a seguire la convention; proseguiamo assieme fino all'evento della New Democratic Coalition, il caucus dei deputati più liberal dell'Asinello americano.
Il coprifuoco scatta attorno alla mezzanotte.
Una nota di mondanità anche per oggi (non vorrei prenderci troppo gusto): ho puntato stamani il grill bar del Brown Palace come un luogo di potenziali incontri interessanti e ho mangiato il mio consueto hamburger seduto al tavolo stavolta accanto a Sean Penn. Not bad.
A domani, fellow democrats !
Il grande colpo a sorpresa di Barack Obama, presentarsi sul palco alla fine di un fiacco intervento del simpatico nonno Joe Biden, è servito a riprendersi il partito e i titoli dei giornali sequestrati per due giorni dai Clinton.http://www.camilloblog.it/
CONVENTION DENVER; PER OBAMA UNITI IN GRANDE TENDA
di Alessandra Baldini
Barack Obama è il candidato ufficiale dei democratici per la sfida contro John McCain il 4 novembre. Febbrili telefonate e incontri a quattr'occhi al Pepsi Center hanno permesso ai clan Clinton e Obama di fumare il calumet della pace.
Lo stadio Invesco di Denver da cui domani Obama partirà in coppia con Joe Biden nella volata finale verso la Casa Bianca comincia finalmente ad assomigliare a una grande tenda. L'unità del partito innanzitutto, come era riuscito a fare Ronald Reagan chiamando a raccolta nel 1980 sotto la grande tenda della Convention di Detroit repubblicani conservatori e moderati per strappare a Jimmy Carter le chiavi della Casa Bianca.
L'elettrizzante discorso di Hillary, il suo determinato appello al 'Votate Obama, e' il mio candidato', ha segnato la svolta: "Noi americani sappiamo cosa significa andare avantì, diceva l'ex aspirante Commander in Chief mentre in platea la macchina prodigiosa del consenso istantaneo sostituiva i cartelli bianchi con il suo nome in corsivo con quelli blu che inneggiavano a Obama.
"Grazie Hillary", le ha subito telefonato Barack dal Montana, e poi, conclusa la telefonata "di parecchi minuti", ha fatto il bis con Bill: "Capisco il tuo orgoglio. Ho provato la stessa ammirazione quando lunedì ha parlato Michelle", gli ha detto alla vigilia del 'Bill Day'.
Il discorso in prima serata dell'ex presidente è stato mantenuto top secret alla stampa e anche alla campagna di Obama fino all'ultimo. Tra Clinton e la moglie, sostengono gli amici, é lui che è rimasto più scottato dalle esperienza delle primarie, al punto che, secondo la Cnn, avrebbe deciso di abbandonare la piazza prima dell'incoronazione di 'Re Obama' domani in mezzo a un tifo da stadio.
Fermo restando che, col discorso di Hillary di ieri, i Clinton hanno messo l'ipoteca su una prossima corsa presidenziale targata Clinton (già nel 2012 se Barack perde), per Bill quella di oggi potrebbe essere comunque l'ultima volta.
Non solo per l'America, anche per la Dinasty di Hope, Arkansas, potrebbe esser arrivata l'ora di "andare avanti". Intanto sono state avviate manovre di disgelo anche con Joe Biden, il senatore del Delaware preferito a Hillary per il posto di numero due. Biden, a cui è stato affidato l'ingrato compito di chiudere la terza notte della Convention quando l'America della Costa Est ha probabilmente cambiato canale, ha incontrato i Clinton nel backstage del Pepsi Center.
Non è chiaro cosa si siano detti i tre: l'amicizia di famiglia di decenni avrà avuto il sopravvento sulla gelosia professionale? Intanto nella maxi-arena dell'Invesco Field polizia, Fbi e Secret Service stanno preparando misure di sicurezze degne di una visita papale.
Ufficialmente non è stato fatto nulla di più di quanto già previsto, visto che il timore di un attentato contro Obama esiste da sempre. L'arresto nei giorni scorsi di tre balordi vicini agli ambienti suprematisti bianchi, pronti a parole a uccidere Obama allo stadio, non ha avuto conseguenze sulle precauzioni, già eccezionalmente strette, al massimo ha aumentato l'attenzione delle forse dell'ordine.
Non è d'altra parte la prima volta che vengono proferite minacce di carattere razzista contro Obama, e non sarà neppure l'ultima. E' successo all'inizio del mese in Florida: la polizia aveva trovato un vero e proprio arsenale nell'auto di un uomo che aveva pubblicamente minacciato non solo Obama ma anche l'attuale presidente degli Stati Uniti George W. Bush. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_757868780.html
Potrà sembrare un fatto minore, e in effetti il subcomandante Marcos ha detto ai partecipanti alla Carovana di solidarietà che ha visitato le comunità zapatiste del Chiapas nella prima metà di agosto, di essersi applicato–con successo–a distruggere la popolarità che il suo passamontagna e la sua pipa avevano sui media e tra gli intellettuali di sinistra. Ciò nonostante, la carovana di qualche centinaio di persone provenienti dall’Europa [dove è in corso una campagna intitolata «Los zapatistas no estàn solos»], dall’America latina e dallo stesso Messico, incaricati di far vedere al governo messicano che per l’appunto gli zapatisti non sono soli, aveva una composizione inattesa. E’ quel che raccontano i quattro redattori di Carta che hanno camminato su e giù per le montagne e le selve dello stato meridionale del Messico insieme agli altri «internacionales». Prima di tutto, tra i quattrocento e passa, c’erano molti italiani: sono anni che va così, e la notizia è che continua ad essere così. Poi, se uno immagina militanti e rivoluzionari di professione, aggrappati alle precarie «camionetas» che portavano in giro per i cinque «caracoles» [le aggregazioni di municipi autonomi zapatisti] i «compas» venuti da lontano, si sbaglia di grosso. C’era gente normale, diciamo così, talvolta di qualche anzianità ma soprattutto molto giovane e senza particolari esperienze che non fossero i comitati che si agitano contro discariche e inceneritori, basi militari e centrali ad energia fossile, razzismi e sicurezze. Bizzarro, vero? Mentre siamo tutti qui a piangere al capezzale della agonizzante sinistra politica, ci sono ragazzi che prendono aerei e vanno a vedere che cosa capita in fondo al Messico.
E che cosa capita, laggiù? Il discorso con cui Marcos ha accolto la Carovana [che pubblichiamo integrale nel settimanale di Carta in uscita questo venerdì] contiene un paio di affermazioni forti: la prima è che il grande passo dell’Ezln, dopo l’insurrezione del primo gennaio del ’94, fu il «cambiamento di posizione sulla questione del potere», e cioè, dice il «Sup» [nomignolo usato dagli indigeni, nelle cui lingue scarseggia la «b»], capirono che le cose «cambiano solo facendole dal basso». La seconda, reciproco della prima, è che la popolarità degli zapatisti è precipitata quando hanno detto no a chi proponeva loro di sostenere il candidato del centrosinistra, Lòpez Obrador, alle presidenziali del 2006, perché, dice Marcos nel suo linguaggio diretto, «il potere è un club esclusivo» in cui puoi entrare se accetti le regole date, e che ti cambia: «E’ quel che noi chiamiamo l’’effetto stomaco’ del potere: ti digerisce e ti trasforma in merda».
Perciò, nonostante l’apparenza di una crisi dello zapatismo [poco tempo fa il settimanale Internazionale fece una copertina di questo tono], la realtà è che gli indigeni zapatisti, con le loro procedure democratiche alquanto strane, in cui ad esempio non esistono politici di professione e ogni cosa è decisa [per consenso e non a maggioranza] nelle assemblee di comunità, stanno semplicemente, dicono loro, scegliendo da sé come vogliono vivere. E i partecipanti alla Carovana, oltre a vedere i soldati federali fare cose imbarazzanti, come pisciare nei fiumi da cui le comunità traggono acqua o fare irruzione nei villaggi alla ricerca di inesistenti piantagioni di marijuana, hanno visto il sistema sanitario diffuso e la nuova clinica solo per donne, il sistema scolastico in cui non si insegna più la storia dal lato dei «conquistadores», i posti di promozione culturale con accesso a internet, il lavoro attorno a una agricoltura meno chimica e più biologica, e così via. E hanno constatato la differenza enorme che esiste tra la qualità della vita nei territori zapatisti e quella dove gli indigeni sono sotto tutela governativa. E stiamo parlando di decine di migliaia di persone.
Tutto questo raccontiamo molto ampiamente – visto lo scarso successo degli zapatisti presso gli intellettuali di sinistra – su Carta. Non solo perché è una buona notizia, ma anche perché abbiamo il sospetto che un metodo simile [non un modello, ma un suggerimento] potrebbe essere utile come antidoto a quel che Marco Revelli, in un argomentato saggio breve, scrive sullo stesso numero di Carta a proposito del «fascismo post-moderno» che è calato sulle nostre teste come un ombrellone di piombo: «Una sorta di dittatura, di dispotismo, più o meno ‘dolce’, più o meno ‘consensuale’». http://www.carta.org/campagne/chiapas/14824
Chissà se qualcuno dei reazionari nostrani, quelli che si richiamano alla tradizione e alla storia, quelli che abbasso il couscous viva la polenta, quelli che vogliamo essere padroni a casa nostra, quelli che viva Fallaci e Magdi Cristiano, quelli che portano il maiale a pascolare davanti alle moschee, chissà se qualcuno di questi si è accorto - oggi - che nel suo animo ha lo stesso identico terrore e livore degli estremisti hindu.
Esposti come e più di loro alle raffiche della globalizzazione, spaventati come e più di loro dallo sradicamento della famosa identità, dalla contaminazione dei credo e dei costumi. E convinti, come e più di loro, che per fermare il vento si debba prenderlo a mazzate.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
In politica, perfino più che nella vita, credo sia giusto attenersi al principio di ingenuità: se mancano elementi in contrario, assumere come dato di partenza la sincerità e la serietà di ogni interlocutore e delle sue promesse. Credo sia giusto moralmente (non vorrebbe essere trattato così ciascuno di noi?), ma sia anche saggio, perché realistico (la diffidenza programmatica è tipica dell’insicuro che preferisce gli yes-men, da cui sarà puntualmente fregato). Si tratta, ovviamente, di una ingenuità metodologica e consapevole, dunque di un atteggiamento critico ancor più esigente, che prende terribilmente sul serio ogni affermazione di valore dell’interlocutore, e su di essa è in diritto (in dovere) di giudicare le sue azioni.
I propositi di giornalismo militante che Concita De Gregorio ha affermato nel suo primo editoriale da nuovo direttore di “l’Unità” sono perciò molto più che apprezzabili, molto più che “ottimi e abbondanti”: sono condivisibili al 101%. La difesa intransigente della Costituzione repubblicana e dei suoi valori, per cominciare, sottolineandone il carattere essenzialmente antifascista (chi lo fa più, in concreto, nel Pd, visti gli “hurrà!” veltroniani alle commissioni bipartisan di Alemanno, uno che ha un pedigree invidiabile in fatto di neo-fascismo, non di antifascismo?). E il berlusconismo bollato come “disastro collettivo”, come “la più grande tragedia”, la corruzione di quel “modello culturale ed etico” promesso dalla Costituzione e che solo in parte (grazie anche alla spinta del ’68 studentesco e operaio: una dimenticanza generazionale, speriamo) cominciava a realizzarsi (cosa altro è “mani pulite” se non il primo tentativo sistematico e riuscito di applicare il principio che “la legge è eguale per tutti”?). Una descrizione, quella che Concita fa del berlusconismo, che illustra perfettamente l’idea che MicroMega sostiene da molti anni, di un regime capace solo di ridurre l’Italia a macerie morali, culturali, politiche, sociali, istituzionali. Scrive infatti Concita: “ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere soldi per pagare, se hai belle gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero”. E’ detto benissimo. Sembrano (anzi sono) le voci di piazza san Giovanni 14 settembre 2002 o di Piazza Navona luglio 2008, appena ieri. “Berlusconi… ha forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa ‘vergogna’ come fosse normale, anzi auspicabile: un modello vincente”, e questo grazie al suo “denaro e alle tv che piegano il consenso”. Cos’altro si può aggiungere, di più “giustizialista” a 24 carati? E fra i valori che deve ritrovare la sinistra Concita mette addirittura la laicità al primo posto. Davvero, cosa c’è di diverso da Piazza san Giovanni e Piazza Navona?
E come risposta giornalistica a queste macerie, l’impegno alla cronaca rigorosa, senza guardare in faccia a nessuno, insomma il rispetto e anzi il culto per quelle che Hannah Arendt chiamava “le modeste verità di fatto” e che indicava come antidoto primo alle derive totalitarie. E che oggi nel giornalismo latitano (“La scomparsa dei fatti” è non a caso il titolo di un libro di Marco Travaglio). E la striscia rossa con una frase di Antonio Gramsci, che suona anatema per il Pd “dialoghista” e in perenne sindrome del “bacio della pantofola”: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani”.
Insomma, a prendere alla lettera l’editoriale, come giusto e doveroso, sembra davvero che Concita De Gregorio abbia in mente proprio quel quotidiano che, oltretutto, è l’unico ad avere uno spazio di mercato: i valori dei democratici coerenti, che negli ultimi anni hai ritrovato nelle piazze dei movimenti e in qualche voce, rivista, editorialista isolati, e il giornalismo-giornalismo delle verità di fatto, sempre scomode per governo e establishment.
Nella lucidità e consapevolezza, che diamo per scontate in primo luogo presso Concita, che il percorso con cui si è arrivati alla sua nomina (e del resto quello con cui qualche anno fa fu estromesso Furio Colombo e sostituito con Antonio Padellaro) tutto è stato meno che trasparenza, e lascia aperti tutti gli interrogativi che proprio sull’Unità Furio Colombo e Marco Travaglio – ai quali l’editoriale di Concita appassionatamente chiede di continuare nel loro impegno al giornale – hanno ricordato nei giorni scorsi.
Siamo dunque tra i tanti, tantissimi spero, che seguiremo con ingenuità critica partecipe i prossimi giorni dell’Unità. Perché se c’è qualcosa che distingue un democratico, e di cui il berlusconismo è invece la negazione assoluta, è la coerenza tra le parole e i fatti. Quella serietà morale che manca all’Italia di oggi, e a gran parte del suo giornalismo.http://temi.repubblica.it/micromega-online/lunita-di-concita-e-il-dovere-dellingenuita-critica/
Ora d'aria
l'Unità, Lo schema ormai è un classico. Al Tappone minaccia di impalare i magistrati. L'Anm insorge, il Pdl la accusa di essere al servizio della sinistra, il Pd invita Al Tappone a non compromettere il dialogo sulle riforme «ma anche» i magistrati a non arroccarsi su posizioni corporative. Poi arriva il Ghedini o l'Angelino Jolie di turno e dice che no, impalarli forse è troppo: si potrebbe garrotarli, come gesto di buona volontà. A quel punto saltano su i pontieri del Pd che elogiano le «aperture» dei «moderati» Ghedini o Angelino in vista di un sereno confronto sulla Giustizia.
È accaduto per il Lodo Alfano: Berlusconi blocca 100 mila processi, poi bontà sua si accontenta di bloccare i suoi e il Pd esulta per la grande «vittoria dell'opposizione». È riaccaduto l'altro giorno: Al Tappone, citando Falcone (che probabilmente gli è apparso in sogno), minaccia di abolire l'obbligatorietà dell'azione penale, separare le carriere e infilare qualche altro politico nel Csm. Poi Ghedini e la Bongiorno si accontentano di separare le carriere e politicizzare vieppiù il Csm. E subito dal Pd si levano voci per la riapertura del dialogo, mentre Latorre se la prende con l'Anm («esagera») e Violante addirittura propone di portare da 1 a 2 terzi i membri laici, cioè politici, del Csm (un terzo nominato dal Parlamento, un altro terzo designato dal capo dello Stato, che potrebbe presto essere Al Tappone: geniale). È l'eterna strategia rinunciataria e gregaria del «meno peggio» che - diceva Sylos Labini - prelude sempre a un peggio peggiore.
A parte la patologica ossessione del Cainano per la stessa parola Giustizia, non esiste alcuna ragione per modificare l'azione penale, il Csm e le carriere dei magistrati (fra l'altro già di fatto separate dalla demenziale controriforma Castelli-Mastella). Ma stavolta, per creare dal nulla un'emergenza che non esiste, si cita a sproposito il pensiero di Falcone, ignorando l'appello della sorella Maria a leggere quel che davvero diceva Giovanni. Per esempio i due discorsi, citati a sproposito in questi giorni, del 5.11.1988 e del 12.5.1990 (Fondazione Falcone, «Interventi e proposte», Sansoni, 1994). Falcone criticava le derive corporative del Csm e dell'Anm e chiede ai colleghi più «professionalità e competenza tecnica» per rendere un miglior servizio ai cittadini, difendere meglio «l'autonomia e l'indipendenza della magistratura» e attuare «i valori di uguaglianza e di solidarietà sanciti dalla Costituzione». Altro che manometterla. La figura del «giudice impiegato», con la sua «carriera ispirata a criteri di anzianità senza demerito», finisce col fare il gioco di quei «settori esterni alla magistratura che valutano questa figura di giudice-impiegato come funzionale a certi progetti politici, che non tengono in sufficiente conto il valore essenziale per la democrazia di un controllo di legalità efficace e rigoroso nei confronti di chiunque». Capito?Di chiunque. «L'affermazione ricorrente di taluni settori della politica circa la ormai completa attuazione della Costituzione - diceva Falcone - va nettamente respinta: i valori costituzionali sono quotidianamente posti in discussione» mentre «è più acuta l'insofferenza di certi settori dell'economia e della politica avverso il controllo di legalità». Col nuovo Codice di procedura, in arrivo di lì a un anno, Falcone sosteneva che il pm avrebbe dovuto specializzarsi con «una sua specifica professionalità, che lo differenzia necessariamente dalla figura del giudice». Ma «non si tratta di esprimere preferenze o timori per un pm dipendente dall'esecutivo o per carriere separate all'interno della magistratura; anche se su questi temi ci si dovrà confrontare al più presto con mente scevra da preconcetti per elaborare e proporre le scelte ritenute più idonee».
Due anni dopo, Falcone denunciava «la forte tentazione dei partiti di occupare anche l'area riservata al potere giudiziario» che «rischia di scardinare l'assetto costituzionale della divisione dei poteri» e un «progetto di delegittimazione della magistratura» con «attacchi e sospetti sui giudici antimafia», accusati di «pretese scorrettezze nella gestione dei 'pentiti'» e di essere «professionisti dell'antimafia». Poi tornava ad auspicare una formazione specifica per pm e giudici, la cui «autonomia e indipendenza» vanno «tutelate», anche se «in modo diverso». E citava «l'obbligatorietà dell'azione penale costituzionalmente garantita», proponendo di «ridiscuterla e approfondirla», ma in senso esattamente opposto a quello oggi in voga: «Negli Usa gli agenti sotto copertura (gli infiltrati, ndr), pur di raggiungere risultati utili alle indagini, possono commettere impunemente reati», mentre in Italia l'azione penale obbligatoria lo impedisce. Non, dunque, creare zone franche per i colletti bianchi, ma, al contrario, consentire a magistrati e poliziotti di incastrarli anche con agenti infiltrati. Così, chiudeva Falcone, «garantire la legalità - cioè la punizione dei colpevoli dopo un giusto processo - sarà una conquista autenticamente rivoluzionaria». Parole che, se Falcone non fosse morto, o se qualcun altro le ripetesse oggi, farebbero gridare allo scandalo e al giustizialismo. Tutto il resto sono balle. http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
«Se due turisti vengono a Roma in bicicletta e si vanno ad accampare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati, ebbene è difficile garantire loro la sicurezza: la loro è stata una grave imprudenza».
Diteglielo ad Alemanno che il problema non sta nell'accampamento abusivo, che se si fossero accampati abusivamente in Piazza Navona non avrebbero corso gli stessi rischi, diteglielo che ci fa la figura di quello che usa l'emergenza criminalità per i suoi scopi elettorali ma quando poi non le serve più preferisce scaricare le responsabilità sulle vittime per nascondere quella stessa incapacità di gestire la sicurezza delle periferie che solo qualche mese fa attribuiva ai suoi avversari (sempre più mi convinco che siamo dentro Arancia Meccanica, e capirete quanto mi senta al sicuro).
Parisi: Il Pd ha affossato l' Ulivo e così si condanna all' opposizione di Luciano Nigro, Repubblica -
ROMA - «Certo che l' Ulivo è morto. E ad affossarlo purtroppo è stato questo Pd». E' durissimo Arturo Parisi. Una requisitoria nei confronti di un partito democratico che «rischia di portarci non a nuove vittorie, ma a un monopartitismo» berlusconiano. Era accanto a Romano Prodi, Parisi, quando nasceva l' Ulivo. Ora l' ex ministro della Difesa che chiede un congresso e contesta Veltroni («300 giorni nel segno della sconfitta»), dalla Sardegna legge il piccolo sfogo del Professore («Anch' io sono orfano dell' Ulivo», ha detto l' ex premier) e impugna la bandiera della rifondazione ulivista. Prima che sia troppo tardi. Ha letto, professor Parisi, cosa dice Prodi? «E cosa vuole che Prodi potesse dire? Sono le idee che ci guidano da 15 anni! E' vero che gli slogan martellano da mesi che questi sono anni da dimenticare. Ma idee alternative finora non ne ho visto». Non ne ha viste? E il Pd cos' è? «Non basta una fogliolina nel simbolo per dire che il Pd è la continuazione dell' Ulivo. Senza l' Ulivo il Pd non sarebbe mai nato. Purtroppo, per come è nato, dell' Ulivo il Pd è stato l' affossamento e non il compimento». Veltroni killer o la creatura era già spirata? Al governo avete fallito due volte. «Due crisi diverse. Di fronte alle difficoltà nella coalizione allora cedemmo alla tentazione di tornare a "prima dell' Ulivo", a una semplice alleanza di partiti». E questa volta? «Abbiamo accelerato illudendoci di raggiungere la meta in solitudine, pensandola vicina». C' erano altre vie? «Non le abbiamo cercate. Nel '98, di fronte all' ostacolo, chi stava in sella riportò il cavallo sulla vecchia strada degli accordi tra i partiti». Nel 2008 ha cercato di saltare l' ostacolo. «Peccato che la distanza fosse eccessiva». A cavallo c' era Veltroni. «Solo l' autoreferenzialità della segreteria e il cattivo uso dei sondaggi può spiegare quell' illusione: distavamo almeno 12 punti dai 45 necessari per vincere col premio di maggioranza». L' Ulivo non era già superato? «Si dica quel che si vuole ma è l' unica idea che ci ha fatto vincere. E anche quando abbiamo perso, come nel 2001, ci ha protetto dalla disfatta e consentito di riprendere il cammino». La ragione? «è l' unica formula che siamo riusciti ad elaborare per organizzare il polo di centrosinistra in una democrazia bipolare. Ed è connotata da novità, apertura e unità». Piuttosto vaga e mutevole, in realtà. «Diciamo pure che era un "non so che". Rifiutava di dire perfino nel nome cosa esattamente fosse e proprio per questo si proponeva come una novità rispetto a tutti i partiti fino allora esistiti. Ma quel "non so che" è stato capace di scaldare i cuori e liberare la fantasia molto più di quel "so cos' è" che il Pd minaccia di essere». Cos' era per lei l' Ulivo immaginato con Prodi? «Era allo stesso tempo un punto di partenza e un orizzonte. Una realtà aperta che chiamava tutti ad una unità non riducibile ai vecchi cartelli di partito». E' questo che manca oggi? «Sì. E' questo orizzonte che con la disfatta del centrosinistra è venuto meno. Non è soltanto che abbiamo perso. Anche nel 2001 perdemmo. Ma da un bipolarismo competitivo, siamo ritornati a ciò che fu definito bipolarismo imperfetto, dove un polo pare destinato stabilmente alla vittoria e l' altro all' opposizione». Berlusconi "nuova Dc", eternamente al governo? «Sarà la depressione diffusa, ma sento parlare addirittura di monopartitismo imperfetto». Come se ne esce? «A questo punto: o si dota il centrosinistra di un soggetto capace di competere in uno schema bipolare (e allora è all' Ulivo che dobbiamo tornare) oppure dobbiamo tornare al proporzionale per consentire alla nostra porzione di sommarsi con altre nel gioco delle alleanze che si fanno e si disfano in continuazione. Ma così ci arrendiamo alla idea che l' Italia debba vivere per sempre nei "giorni dell' impotenza"». Rimpiange i bei giorni, professore? «Non è nostalgia. Anche se ogni, volta che sento il refrain della Canzone Popolare, anch' io mi commuovo. No: è l' affermazione della perdurante attualità dell' Ulivo e quindi della necessità che qualcuno riprenda in mano la sua bandiera».
Concordo con Alemanno. Perché quando uno ha ragione, non c’è niente da fare, bisogna ben dargliela. Insomma, due turisti micragnosi non possono mica pretendere di girare in bicicletta, in periferia, accamparsi con la tenda in un prato e pensare che possono stare tranquilli. Sono stati incauti, anzi se la sono cercata.
Alemanno, poveraccio, è pur sempre un sindaco di Destra. É in grado di garantire perfettamente la sicurezza, ma solo nell’atrio dei Grand Hotel.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Stanotte ho dormito (6 ore, ma l'importante è migliorare), e tra un'ora ripartiamo per il Forum: stamattina abbiamo una tavola rotonda con, tra gli altri, Bill Clinton e Lagos. Quindi l'aggiornamento è rapidissimo e sommario.
Ted Kennedy forte come un leone. Michelle dolce e autentica come una splendida moglie e madre. Obama in collegamento da Kansas City un po' ingessato - l'immagine era molto anni 50, statica e un po' imbarazzata di fare una cosa così banale, ma forse era proprio questo l'effetto voluto, molto poco star, molto reale (chiunque di noi, ripreso nel salotto di una famiglia di sconosciuti, con tutti gli sconosciuti intorno immobili e sorridenti, dovesse interloquire con moglie e figlie in diretta mondiale, si sentirebbe un po' uno scemo, presumo). L'organizzazione un disastro: tempi infiniti, sicurezza maniacale, una miriade di eventi in contemporanea e la città paralizzata. Ieri ho seguito un dibattito interessantissimo sul ruolo degli USA nel mondo con Holbrook e l'ambasiatore Russo che ha virato immediatamente e pericolosamente sulla Georgia.
Per ovviare un po' alla frettolosità del post, qui sotto il diario della prima giornata che ho scritto per Europa (ormai era... l'altroieri, per me!):
"Inizia l’avventura, qui a Denver – una parte della nostra delegazione è già qui: insieme a me sono arrivati Lapo Pistelli e Gianni Vernetti. Veltroni, Fassino e Rutelli ci raggiungeranno in questi giorni. Siamo ospiti dell’NDI, il National Democratic Institute presieduto da Madeleine Albright (padrona di casa in tutti i sensi, essendo Denver la sua città natale), che funziona un po’ da dipartimento internazionale dei Democrats. Abbiamo un denso programma di incontri riservato ai quasi 500 invitati dell’International Leaders Forum – leader di partito, ex (e forse futuri) capi di Stato e di governo, ministri, parlamentari da ogni parte del mondo: dalla Georgia al Cile, dal Giappone all’ Uganda, dalla Svezia all’Italia.
A fianco degli incontri del Forum, vedremo da vicino una Convention storica - o come la chiama un mio amico americano che Convention dei Democrats ne ha viste tante, e da molto vicino, “lo zoo”. La città è piccola e non pare offrire grandi attrazioni, se si esclude un bellissimo luna park che si staglia nello skyline tra i grattacieli e lo stadio dove giovedì sera Obama farà uno dei discorsi più importanti e difficili di questa lunghissima campagna elettorale. L’attrazione è “lo zoo”: il groviglio di delegati e curiosi che si aggira per le strade in cerca di un evento in cui intrufolarsi, una “reception” che non abbia liste d’ingresso chiuse all’entrata, chi in giacca e cravatta chi in shorts, tra i 10 gradi dell’aria condizionata dei grandi alberghi ed il caldo torrido della fine di agosto nel bel mezzo del deserto americano. E’ la mia prima Convention, e a prima vista mi ricorda tanto i Forum Sociali di Porto Alegre: le bancarelle che vendono cibo biologico e i gadget, musica ovunque, i fiori e gli hippy di ritorno – un grande bazar a cielo aperto, un suk dove ognuno cerca e prende ciò che vuole, ignorando il resto. Credo che tutti possano sentirsi un po’ a casa, qui, ed al tempo stesso ad una grande festa.
Se è uno zoo, non è ben chiaro chi fa la parte degli animali in gabbia e chi quella del visitatore: molti si fanno fotografare accanto al “big” di turno, ma si ha la sensazione che per i politici l’attrazione sia la massa confusa rumorosa e curiosa di gente che è venuta a vedere l’evento, a partecipare ad un pezzetto di storia di questo grande paese , per poter raccontare ai nipoti che “quel giorno, quando il primo presidente nero della storia d’America ha avuto la nomination, io c’ero”. Qui ci si crede, che la vittoria sia a portata di mano, ma ho l’impressione che si sia consapevoli (oggi più di qualche mese fa) delle difficoltà e delle insidie che un avversario atipico come MacCain può opporre alla marcia trionfale di un candidato carismatico, giovane, intelligente e con sufficiente esperienza politica da toccare i tasti giusti: il cambiamento, il futuro, l’unità, la speranza. Che l’America sia davvero pronta a guardare avanti e lasciarsi alle spalle il lungo capitolo della paura aperto l’11 settembre, che sia pronta a credere di nuovo nella possibilità di vivere e costruire l’ American dream , che in tempi di recessione economica non si rifugi piuttosto nel più rassicurante vecchio (una colpa davvero imperdonabile qui) veterano bianco, questo è tutto da vedere.
Alla Convention il 40% dei delegati è espressione di una minoranza. Ma quando i maggiorenti (bianchi) del partito parlano della “grande svolta epocale” di un candidato nero lo fanno con un’enfasi ed un imbarazzo colpevole che li rende molto distanti dal messaggio di superamento delle divisioni razziali che un nero come Obama (e tanti altri, neri o bianchi che siano, della sua generazione) è capace di fare.
Vedremo durante questa straordinaria settimana se i Democrats per primi sono pronti ad entrare pienamente nel nuovo millennio e metabolizzare il passato – o se i loro elettori si sono spinti più avanti di quanto il partito non sia in grado di fare. Qui è palpabile la tensione tra i delegati eletti dalla base (con primarie e caucus), vincolati al candidato per il quale sono stati eletti, ed i “superdelegates” di Washington (830 su più di 4.000). Due di loro – l’ex vicepresidente Mondale e l’ex presidente del partito Kirk – ieri durante il primo degli incontri cui abbiamo partecipato si giustificavano con imbarazzo del loro status di superdelegates adducendo il motivo della “necessità di una supervisione adulta” alle dinamiche della Convention…"http://blogmog.ilcannocchiale.it/
le trattative triangolari con Israele attraverso la Turchia si intensificano
La Siria sembra voler chiudere quanto più brevemente possibile un accordo di pace con Israele. In questi giorni, infatti, su numerosi organi di stampa israeliani e siriani sono apparsi nuovi articoli riguardo alla volontà di trattare nel concreto il ritiro di Gerusalemme dal Golan da una parte e la possibilità per Damasco di chiudere i rapporti con Iran, Hezbullah e Hamas.
Nei mesi scorsi l'opinione pubblica internazionale ha molto applaudito gli sforzi della Turchia di Erdogan nel mediare tra le due posizioni sebbene le quetioni in gioco riguardino principalmente come salvaguardare la sicurezza di Israele nei confronti dei nemici statuali e non confinanti e molto meno sulle questioni territoriali. Tuttavia molti mesi sono passati dalle prime notizie dei colloqui e ancora niente è stato raggiunto.
Lo stallo della situazione è spiegabile grazie ad alcuni fattori fondamentali. Il primo riguarda la cronica debolezza interna di Olmert che dovrà coinvolgere nelle trattative certamene il suo successore designato. In secondo luogo il negoziatore Erdogan continua a subire forti pressioni interne (Corte Costituzionale e attentati trroristici) che lo rendono altrettanto debole. In terzo luogo i sempre più insistenti legami tra Siria e Russia per la fornitura di sistemi d'arma antimissile sofisticati (Pantsyr-S; BUK-M1) non aiuta a rendere Israele più sicura. Inoltre è importante ricordare il fatto che i porti siriani sono sempre più disponibili ad ospitare navi militari russe alla ricerca di nuovi posizionamenti strategici nel mediterraneo.
I tre elementi sono estremamente sensibili ma tuttavia non bastano a spiegare la lentezza dei colloqui che certamente passareanno anche attraverso una rigida e serrata trattativa sul territorio, la sua gestione ed il suo sfruttamento.
Con l’eccezione di Cuba e parzialmente del Brasile lo sport latinoamericano è rimasto in ombra anche a Pechino, a testimoniare la persistente arretratezza negli investimenti in educazione fisica, cultura e salute. Il 9% dell’umanità così raccoglie appena 9 medaglie d’oro e 53 in totale, delle quali metà cubane e un terzo brasiliane. Le stelle sono Dayron Robles, ostacolista cubano, e il nuotatore brasiliano Cesar Cielo Filho, ma il bilancio totale è negativo.
Fidel Castro stesso ha protestato duramente per il trattamento subito da Cuba. Ha denunciato la mafia degli arbitraggi, in particolare nella boxe e nel taekwondo, ma ha dovuto ammettere: "Abbiamo dormito sugli allori. Siamo seri e ammettiamolo. Rivedremo ogni sport, esamineremo ogni disciplina, analizzeremo le risorse umane e materiali che abbiamo dedicato allo sport. Servono nuove idee e nuove conoscenze". Il risultato di Cuba (che pure ha conquistato 24 medaglie, solo tre meno dell'Italia) è meno buono del previsto, soprattutto per quanto concerne gli ori (malgrado quello prestigiosissimo dei 110 ostacoli con Dayron Robles). Cuba però, con appena 12 milioni di abitanti su 550, sfiora comunque la metà delle medaglie conquistate dall’intera America Latina. Il fatto è che Cuba ha degli allori sui quali –eventualmente- dormire. Il resto del continente non li ha. E’ oramai un quadro consolidato. L’America latina conquista meno del 4% delle medaglie olimpiche in media, delle quali circa la metà sono per Cuba, l’unico paese che fa della salute e dell’educazione fisica dei cittadini una politica di stato.
Il Brasile ha ottenuto tre ori molto pesanti, oltre ad una serie di piazzamenti, soprattutto negli sport di squadra. Cesar Cielo Filho ha vinto nei 50 stile libero di nuoto. Maurren Higa Maggi (nella foto) ha conquistato la medaglia d'oro nel salto in lungo e inoltre hanno vinto le ragazze della pallavolo. Ma sono pur sempre tre soli ori per un paese di 200 milioni di abitanti.
Il resto si elenca presto: gli splendidi calciatori argentini, che poco hanno a che vedere col movimento olimpico, molte proteste e scarsi risultati, oltre che una sequenza infinita di polemiche.
Perfino il Venezuela, che molto aveva investito e aveva qualificato la delegazione più importante della storia è rimasto al palo. Vedremo tra quattro anni se la semina del presentare squadre giovanissime (le ragazze della pallavolo erano una juniores di fatto) comincerà a produrre un raccolto a Londra.
I paesi andini, compreso il presunto modello cileno, non avevano speranze. Dalla Colombia alla Bolivia presentavano quasi esclusivamente atleti di secondo piano qualificatisi con risultati di categoria B, quelli che garantiscono la mondialità delle Olimpiadi, ma con misure facili che poi difficilmente danno accesso alle finali e men che meno alla zona medaglia. Ancor meno han fatto i paesi piccoli, Uruguay, Paraguay e tutto il Centroamerica. L’unione fa la forza. Il Messico poi, che ha visto le sue due medaglie d’oro venire entrambe dal taekwondo, ha visto la sua atleta più rappresentativa, Ana Guevara, ritirarsi per protesta contro la corruzione del proprio Comitato Olimpico.
Quando non si tratta di pallone, molto, forse decisamente troppo, resta ancora da fare per lo sport e soprattutto per l’educazione fisica dei giovani latinoamericani.
Sono cinque anni che lo vado dicendo, ma nessuno mi ha mai voluto ascoltare. Ora invece gli scienziati con la “s” maiuscola mi hanno dato ragione, e posso quindi declamarlo a voce alta, una volta per tutte: è stata la stramaledettissima colonna 79 a cedere, innescando il crollo che ha portato il WTC7 alla distruzione totale.
Come avete visto, lo ha detto il NIST, l’Istituto Nazionale per gli Standard della Tecnologia, che era stato incaricato dal governo americano di spiegare al mondo perchè quell’edificio fosse crollato così miseramente, sotto gli occhi di tutti, nel pomeriggio dell’11 settembre 2001.
D’altronde, lo si vedeva benissimo anche dai filmati: quando un edificio crolla in forma così rapida e simmetrica, è chiaramente colpa di una delle colonne. Basta che ceda una di quelle, e tutta l’impalcatura si sfascia come se fosse di bambù.
Nonostante questi indizi evidenti nessuno voleva crederci, e sostenevano tutti che “gli edifici in acciaio non crollano per il fuoco“. Persino gli stessi debunkers, ben coscienti di questa caratteristica dell’acciaio, erano arrivati ad inventarsi “profonde lacerazioni“ e “danni incommensurabili“ all’edificio (che sarebbero stati causati dal crollo della Torre Nord), pur di giustificare in qualche modo il suo “crollo spontaneo”.
E invece non avevano alcun bisogno di mentire: era sufficiente informarsi, per sapere che nei grattacieli in acciaio basta che ceda una colonna qualunque, ...
... per dare inizio alla devastazione totale a cui abbiamo assistito. Gli edifici moderni, come è noto, non hanno alcuna ridondanza, e sono costruiti al limite della resistenza fisica. Mica è come una volta, quando le leggi ti obbligavano ad una ridondanza strutturale tale da poterti portare anche un elefante in ufficio: oggi i grattacieli si costruiscono alla “spera-in-bene”, si avvitano due travi qui e là, e che Dio ce la mandi buona. Se poi viene giù tutto, la colpa è degli inquilini che non stanno attenti a dove mettono i piedi. (Non tutti lo sanno, ma nei grattacieli americani esistono già da tempo dei vistosi cartelli ad ogni piano, che dicono: “Non appoggiatevi alle colonne – pericolo di crollo totale”).
In questo caso nessuno si è appoggiato alla colonna 79, ovviamente, ma è stato il fuoco che ha deciso di violare le leggi della fisica, riducendo l’acciaio ad una specie di bastoncino di liquirizia sotto il sole d’agosto. E’ vero che l’acciaio resiste al fuoco, normalmente, ma in casi eccezionali questo può anche non avvenire.
Sul crollo del WTC7 eravamo tutti un po’ confusi, riconosciamolo, ma per fortuna è arrivato il NIST a mettere le cose a posto: in un colpo solo ha smentito i debunkers raccontapalle, e ci ha finalmente regalato quel trancio di verità che aspettavamo con ansia da quasi sette anni. (Già in precedenza il NIST aveva “spiazzato” gli amici debunkers, che nelle Torri Gemelle avevano puntato tutto sulla “teoria pancake”, solo per vedersela invalidare dallo stesso NIST).
Nessun complotto quindi, nessuna demolizione controllata, e che la vergogna accompagni fino alla morte tutti coloro che hanno osato sospettare dell’onestà dell’amministrazione Bush. D’altronde, bastava ragionare: un’amministrazione trasparente e sincera, che ha sempre messo l’interesse del cittadino davanti al proprio e non ha mai detto una sola bugia in otto anni di governo, perchè mai avrebbe dovuto mentirci proprio sul fatto più determinante di questi otto anni?
Rimangono, è vero, alcune piccole ombre sul crollo di questo sfortunato edificio, ma nulla che non si possa spiegare con un pò di pazienza ed attenzione. Vediamo le principali obiezioni.
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Qualcuno potrebbe domandarsi, ad esempio, come facessero i pompieri, la polizia e persino i cronisti della TV a sapere del crollo addirittura 3-4 ore prima che avesse luogo.
In realtà non lo sapevano, ma lo temevano, e quindi hanno pensato bene di far sgomberare la zona fin dal primo pomeriggio. Si chiama “precauzione”, e non c’è nulla di male nell’applicarla, anche con eccesso. (A chi gli diceva ”Ma perchè sgomberare? Lo sapete che gli edifici in acciaio non crollano per gli incendi!”, i pompieri rispondevano “E tu che ne sai? Ci può sempre essere una prima volta, quindi levati di lì.” E per accertarsi di essere stati chiari, aggiungevano a voce alta: “The building is about to blow up”. Sapevano bene, infatti, che il semplice termine “crollo” non sarebbe bastato a spaventare la gente di New York, per cui hanno rincarato la dose dicendo letteralmente “L’edificio sta per saltare in aria”).
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Ci sarebbero poi da spiegare questi strani “sbuffi” che sono apparsi sul fianco dell’edificio, in alto, pochi istanti prima del crollo, ma si è trattato sicuramente del famoso “effetto whiplash”, da noi noto come “colpo di frusta”.
Quando cede una colonna, i pavimenti si ritirano con violenza verso di lei, fanno sbattere le porte ai piani superiori, e creano la compressione d’aria sufficiente a far esplodere alcune finestre.
(Un pò come per le Torri Gemelle, dove gli “squibs” -- che sembravano denunciare la demolizione controllata -- erano in realtà il risultato di una compressione dovuta al crollo dei pavimenti. Anche quando lo squib si manifesta 30 piani più in basso, naturalmente).
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Ci sarebbero poi quelle maledettissime pozze di acciaio fuso, che sono state trovate sotto le macerie delle tre torri a ben sei settimane dai crolli.
Qualcuno ha suggerito che quelle pozze denunciassero un tipo di esplosivo particolarmente potente, ma in fondo si tratta solo di testimonianze, ed è noto come la gente tenda ad esagerare, in casi come questo. E’ quindi probabile che si sia trattato di qualche fuocherello residuo, che qualcuno nella confusione ha scambiato per metallo fuso.
(Gli stivali dei pompieri si “fondevano” camminando sulle macerie? Gomma di merda, ovviamente, comperata a Taiwan per risparmiare. Comprate stivali seri, di sano cuoio texano, e vedrete che resistono a qualunque temperatura).
Tutte queste testimonianze sono quindi false, o comunque errate. (Non lasciatevi fuorviare dalle immagini dei travi d’acciaio piegati come liquirizia, che stanno in fondo alla pagina linkata. Non ci sono prove che si trattasse di acciaio, e poi sotto il sole può succedere di tutto).
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Un’altra piccola contraddizione da appianare si trova in questo articolo del New York Times, che risale al 1989.
L’articolo spiega come Silverstein avesse rinforzato le strutture del WTC7, prima di prenderne possesso, costruendo una specie di “edificio dentro l’edificio”.
Fra le altre cose, leggiamo:
“Abbiamo costruito con tale ridondanza da poter rimuovere intere porzioni dei piani senza intaccare l’integrità strutturale”. E anche: “Oltre 375 tonnellate di acciaio, che richiederanno 18 chilometri di saldature, verranno installate per rinforzare i piani per le attrezzature supplementari della Solomon.”
Tutto inutile. A che serve rinforzare i piani, ci si domanda, se poi ci si dimentica delle colonne? Anche un bambino ci sarebbe arrivato.
Pensate inoltre a questo aspetto curioso della faccenda: a giudicare dall’articolo del NYT, si potrebbe pensare che sia stato lo stesso Silverstein, con le sue “modifiche” strampalate, a gettare le basi per l’instabilità dell’edificio, e ci si aspetterebbe quindi di vedere il buon Larry trascinato in tribunale dall’assicurazione che ha dovuto rispondere del crollo. Invece la stessa assicurazione ha voluto premiare Silverstein con un rimborso di circa il doppio del prezzo che lui aveva sborsato inizialmente per comperare l’edificio. (Fra l’altro, questo dimostra che la famosa “voracità” delle compagnie assicurative è solo una favola, e che di fronte a casi umani come questo sono invece disposte a soprassedere con grande magnanimità sulle vere responsabilità dei disastri da rimborsare).
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C’è infine da risolvere il caso del testimone Barry Jennings, che avrebbe udito esplosioni nel WTC7 fin dalle prime ore del mattino.
Ma che volete, lui è un semplice ispettore comunale, e non è certo qualificato per distinguere delle esplosioni dal rumore di un cassetto che cade, di una porta che sbatte, o del collega che magari tossisce un po’ forte.
Certo, se improvvisamente ti viene a mancare il pavimento sotto i piedi – come è successo a Jennings - vuole dire che la tosse del collega è proprio bruttina, ma è lo lo stesso NIST a tranquillizzarci, dicendoci che quelle esplosioni non possono esserci state e basta: “The sound levels reported by all witnesses do not match the sound level of an explosion that would have been required to cause the collapse of the building. “I livelli sonori riportati da tutti i testimoni non corrispondono ai livelli sonori di un’esplosione che sarebbe stata necessaria per causare il crollo dell’edificio”.
Come faccia il NIST a conoscere l’esatto “livello sonoro” udito dai testimoni rimane un mistero, ma la correttezza della loro posizione è confermata da questo impeccabile ragionamento:
If the two loud booms were due to explosions that were responsible for the collapse of WTC 7, the emergency responder—located somewhere between the 6th and 8th floors in WTC 7—would not have been able to survive the near immediate collapse and provide this witness account. “Se i due forti “boom” fossero stati causati da esplosioni che sono state responsabili per il crollo del WTC7, l’addetto all’emergenza [Jennings] – che si trovava fra il 6° e l’8° piano – non avrebbe potuto sopravvivere il susseguente crollo e fornire la testimonianza che ci ha dato”.
Siccome Jennings è vivo, quelle non erano esplosioni. Semplice e lineare.
(Non è che per caso erano invece “pre-esplosioni”, proprio di quelle che si usano per demolire edifici particolarmente robusti?)
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Purtroppo, fra le tante belle notizie ce n’è anche una negativa: centinaia di esperti in demolizioni controllate di ogni parte del mondo sono stati improvvisamente licenziati dalle società per cui lavoravano. Non servono più, visto che ora sappiamo che basta minare una sola colonna per far crollare un intero grattacielo di 47 piani. Da oggi in poi basteranno quindi un manovale generico per piazzare il singolo candelotto, e un pensionato della locale bocciofila per dar fuoco alla miccia con un mozzicone di sigaretta acceso. Il resto, sta tutto nella fantasia di chi guarda la TV.
Pregasi confrontare i giornali italiani e quelli americani sul plot per uccidere Obama. In Italia sembra che abbiano praticamente sparato. In America la notizia non c'è, perché in effetti non c'era. Un lettore genio, Fabrizio G., mi fa notare come sul Corriere si sia arrivati a scrivere questo: "Le preoccupazioni sulla sicurezza erano già emerse in gennaio. E qualche giornale, nel darne conto, aveva fatto anche la seguente prova. Digitando la frase «assassinate Obama» sul motore di ricerca Google si ottenevano 2000 «risposte». Questa mattina erano 2.700.000. Un test che non ha un particolare significato ma che è sintomo di un clima".
Il lettore, a proposito di clima, ha cercato "assassinate Bush" e i risultati sono 4.800.000 risultati, mentre "assassinate Clinton" 3.400.000 risultati.http://www.camilloblog.it/
Hillary Clinton e la figlia Chelsea alla Convention di Denver
di Alessandra Baldini
Vestita di bianco come una sposa, ma in tailleur pantaloni come una donna in carriera, accompagnata dalla figlia Chelsea e non dal marito Bill, Hillary Clinton ha fatto le prove generali sul podio della Convention democratica per il discorso più importante e difficile della sua vita.
E' Hillary Day a Denver: il palco del Pepsi Center oggi è stato tutto suo anche se in teoria il clan di Barack Obama aveva affidato all'ex governatore della Virginia Mark Warner, il 'keynote speaker', il discorso più importante della serata.
Tutto è coreografato nell'ultimo dettaglio: un video curato dagli amici storici di Hollywood Linda e Harry Thomason ha raccontato la traiettoria politica della ex First Lady con un breve omaggio anche al rivale Obama.
Nulla è casuale, neanche il vestito bianco indossato nel sopraluogo del Pepsi Center: un messaggio di fedeltà a dispetto del tradimento.
E' in questo spirito, nell'88esimo anniversario del voto alle donne, che l'ex rivale di Obama ha affrontato la sfida della Convention. Una kermesse che, se avesse strappato lei la candidatura, avrebbe potuto essere all'insegna del potere femminile, ma che gli elettori democratici hanno invece consegnato al suo rivale Barack Obama rinviando a data da destinarsi il traguardo di una Casa Bianca in rosa.
I Clinton sanno che questi sono i giorni di Obama, e lo sa anche John McCain, il rivale repubblicano che, violando la tregua tra partiti durante le Convention, ha continuato ad attaccare il candidato democratico inviando a Denver alcuni 'pezzi da novanta', l'ex sindaco di New York Rudy Giuliani e l'ex governatore del Massachusetts e 'papabile' vice Mitt Romney.
Usando Hillary per far breccia nella fragile unità dei democratici, McCain ha lanciato un nuovo spot che usa la First Lady per seminare zizzania: "Hillary ha ragione", conclude lo spot clonato da quello celebre delle 'tre di notte' dopo che l'ex First Lady, nel messaggio promozionale di qualche mese fa, aveva elogiato l'esperienza di McCain in fatto di politica estera criticando Obama su questo stesso fronte.
E' il terzo spot in tre giorni a tema Hillary diffuso dalla campagna di McCain: una strategia consapevole per dividere il partito democratico fratturato da tensioni. Significativi di questo clima sono gli insulti volati tra delegati afro-americani in un hotel di Denver.
Emil Jones, delegato vicino a Obama, ha dato alla clintoniana Delmarie Cobb della "Zio Tom": l'insulto preso a prestito dal personaggio del celebre romanzo 'La Capanna dello Zio Tom' di Harriet Beecher Stowe del 1852 viene usato per insultare i neri che agiscono con un atteggiamento di sottomissione nei confronti dei bianchi.
E ad accrescere la tensione ci sono stati i quattro arresti resi noti ieri notte negli ambienti dei suprematisti bianchi col sospetto di un complotto per uccidere Obama. C'é chi ha parlato di una possibile Dallas sventata, ma dalle prime indicazioni sembra che si sia trattato solo di un gruppo di balordi con precedenti penali per droga, poco organizzati anche se simpatizzanti delle organizzazioni razziste bianche americane.
Il procuratore federale del Colorado, Troy Eld, ha decisamente minimizzato la minaccia. "Siamo assolutamente certi - ha indicato Eld - che non c'é nessuna minaccia credibile contro il candidato, la Convenzione Democratica, il popolo del Colorado".http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_757786255.html
Leggo e rileggo il comunicato dell'editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore de l'Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza «multimediale». Sgombero subito il campo da un paio di equivoci.
Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo "offelè, fa el to mestè". Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l'umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell'Unità perché l'avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente.
Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita De Gregorio, se non che è un'ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.
Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole. Prima le voci. Poi l'intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera che, all'indomani dell'acquisto dell'Unità da parte di Renato Soru, auspicava un "direttore donna", cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio). Lì s'è avvertita la prima, violenta rottura: non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del successore, specie se quel giornale non appartiene né a lui né al suo partito. Se, nell'autunno del 2002, pur provenendo da tutt'altra storia e tradizione, accettai con gioia la proposta di Colombo e Padellaro, mediata dal comune amico Claudio Rinaldi, di collaborare all'Unità con una rubrica quotidiana, fu proprio perché l'Unità non era più un giornale di partito, ma un giornale libero, che rispondeva soltanto ai suoi editori, direttori e lettori. Infatti in questi sei anni mi sono sentito libero di scrivere in assoluta autonomia, senza mai subire la benchè minima censura. Ora quel fatto da troppi trascurato - l'intervista di Veltroni - comporta una svolta non da poco, un peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro.
Il secondo fatto è che l'uscita di scena di Padellaro segue, a tre anni di distanza e in qualche modo completa, quella di Colombo, l'altro direttore che aveva resuscitato l'Unità. E attende spiegazioni più plausibili delle chiacchiere sulla "multimedialità". Il giornale va male? Pare di no, anche se paga le scarse risorse finanziarie (e pubblicitarie) e, politicamente, la grande depressione seguita al biennio della cosiddetta Unione al governo. Se dunque non è un problema di copie (la media giornaliera di 48 mila, con 274 mila lettori, è tutt'altro che disprezzabile, visti i chiari di luna, e speriamo di non doverla mai rimpiangere), è un problema "di linea". Lo stesso che era stato sollevato nel 2005, quando fu allontanato Colombo.
Ora l'esperienza nata sette anni fa dalla straordinaria alchimia di questi due direttori, capaci di coinvolgere e coalizzare in una sorta di campo-profughi collaboratori delle più varie provenienze e culture, oggettivamente si chiude. Si finisce il lavoro e si completa il disegno avviato nel 2005, quando Furio fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale. Tre anni fa il disegno si compì a metà, magari nella segreta speranza che Antonio capisse l'antifona e riconsegnasse il giornale al partito che l'aveva ucciso. Padellaro, pur con la sua diversa sensibilità rispetto a Colombo, l'antifona non la capì. Continuò a scrivere e a farci scrivere in assoluta libertà. Beccandosi le reprimende più o meno sotterranee di molti politici del Pd e quelle pubbliche del Caimano. Il quale avrà tanti difetti, ma non quello di nascondere simpatie e antipatie. Lui i veri oppositori li riconosce subito e, a suo modo, li onora molto meglio di chiunque altro. Infatti, a dimostrazione del nostro successo, nei giorni delle ultime elezioni tornò a sventolare minacciosamente l'Unità additandola a nemico pubblico numero uno (chi sostiene che l'antiberlusconismo fa il gioco di Berlusconi, mentre le vere spine nel fianco del Cavaliere sono i "riformisti", spiegherà forse un giorno perché lui abbia continuato a sventolare l'Unità, anziché Il Riformista o Europa, semprechè ne abbia notata l'esistenza).
Ora, è evidente che la chiusura di questo ciclo non si deve a lui. E' il padrone di quasi tutto, ma non ancora di tutto. Lo si deve a chi, nel centrosinistra, vedeva in questa Unità una minaccia. Salvo poi, si capisce, meravigliarsi insieme a Nanni Moretti se l'opinione pubblica latita (o forse, più propriamente, non trova sponde politiche, punti di riferimento, occasioni di manifestarsi e manifestare). Nell'Agenda Unica del Pensiero Unico del Padrone Unico, mentre la gran parte dell'opposizione dialogava o andava a rimorchio, l'Unità ha continuato a proporre pervicacemente un'altra agenda, un altro pensiero, un altro vocabolario. A dire le cose che, altrove, non si possono dire e a vedere le cose che, altrove, si preferisce non vedere. Nel paese dove, come ha detto efficacemente Gianrico Carofiglio all'Espresso, «da 15 anni Berlusconi è il padrone delle parole della politica», perché «ha scelto lui i nomi con cui chiamare le cose e gli argomenti», l'Unità portava ogni giorno in prima pagina altre parole, continuando ostinatamente a chiamare le cose col loro nome, non con gli pseudonimi berlusconiani e dunque "riformisti": su questa Unità la guerra è guerra, non missione di pace; il separatismo è separatismo, non federalismo fiscale; il razzismo è razzismo, non sicurezza; il monologo è monologo, non dialogo; l'inciucio è inciucio, non riformismo; il regime è regime, non governo di destra con cui dialogare; i mafiosi sono mafiosi e i corrotti corrotti, non vittime del giustizialismo; i processi sono processi, non guerra tra giustizia e politica; le leggi incostituzionali sono leggi incostituzionali, non risposte eccessive a problemi reali; Mangano era un mafioso e chi lo beatifica non «fa una gaffe»: è come lui.
Mentre scrivo, ho appena letto l'addio di Padellaro. E mi tornano alla mente le nostre mille telefonate all'ora di pranzo (mi sveglio tardi) per decidere insieme la rubrica del giorno. Scambi di battute e trovate che nascevano cazzeggiando e ridendo fra noi fino alle lacrime e poi finivano regolarmente nel "Bananas", poi nell'"Uliwood Party", infine nell'"Ora d'aria". Articoli che, come spesso ci ripetevamo, potevano uscire su un solo quotidiano: questo. Quello che dava il nome alle celebri feste estive, dalle quali sono bandito da quattro anni, pur scrivendo sull'Unità quasi ogni giorno da sei (ma ora han cambiato opportunamente nome). «Un giorno - mi diceva spesso Antonio, tra il serio e il faceto - me le faranno pagare tutte insieme, le tue rubriche, insieme al resto. Ma scrivi tutto, è troppo divertente». Ora che quel giorno è arrivato, mi sento soltanto di dirgli grazie. Per avermi sopportato, da gran signore e da liberale autentico, a suo rischio e pericolo. È stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo.
I rumeni, si sa, sono delinquenti per natura, è l’etnia che li fotte, c’è poco da fare: o ladri o stupratori o entrambe le cose. I due turisti olandesi non erano imprudenti: s’è saputo che erano cattolici di quelli tosti, dunque fiduciosi nel prossimo loro, per indole e per convincimento, e infatti hanno preso l’accaduto come volontà del Signore. Il sindaco Alemanno, poi, poverino, che c’entra? Non mi sembra il caso di imbarazzarlo troppo con domande speciosette con la scusa che è stato eletto a sindaco di Roma con la promessa che alla sicurezza ci pensava lui: si vede che è mortificato assai, mi sembra crudele accanirsi.
L’esercito, è tutta colpa dell’esercito, ecco. Quando è necessario un parà in mimetica e col mitra, non c’è mai: questa è la dura realtà delle cose. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Sono le 4 del mattino, ed ovviamente sono sveglia. Mi ero illusa che dormire in aereo 4 delle 12 ore totali del viaggio mi avrebbe consentito di assorbire con relativa facilità un fuso orario di 8 ore da cambiare due volte in una settimana. Ha funzionato solo in parte: all’arrivo a Denver, a mezzogiorno ora locale (le 8 di sera in Italia), sono riuscita a reggere due ore di Albright e Mondale sulle regole delle primarie e delle Convention, ed altre due ore di “reception” con i relativi obblighi/piaceri sociali che comporta - saluti baci abbracci scambi di biglietti da visita e aggiornamenti sulla vita di persone che non vedi da un bel po’ e che a volte sei anche sinceramente felice di ritrovare.
Alle 10 ero a letto (le 6 del mattino in Italia), ma alle 3 in punto sveglia come se fosse mezzogiorno. Tutta la melatonina e le strategie del sonno del mondo non mi libereranno mai da questa cosa: ogni volta che sono in America, semplicemente non dormo. Una volta sveglia, scatta il pensiero che dall’altra parte dell’oceano è pieno giorno, si può telefonare e mandare email e il “tuo” mondo è connesso, ed è la fine. Così eccomi a raccontare questo inizio d’avventura seduta alla scrivania della mia enorme stanza di hotel (fornita anche di tavolo da pranzo e cucina, chissà perché), nel mezzo del deserto tra Denver e l’aeroporto, con fuori il buio e il vento di una notte di fine agosto e qualche altra finestra dell’hotel di fronte illuminata a testimoniare che qualche altro europeo soffre di jetlag esattamente come me.
Oggi inizia la Convention. Sono qui per l’International Leaders Forum, il programma che l’NDI (National Democratic Institute della Albright, che funge da dipartimento relazioni internazionali dei Democrats) organizza ogni 4 anni per guidare gli ospiti internazionali alla scoperta della Convention. Abbiamo un programma fitto di incontri e tavole rotonde, durante le quali esponenti di primo piano della politica (non solo ma prevalentemente democratica), del giornalismo e dei think tank illustrano e dibattono i differenti aspetti della fase politica. Siamo 500 ospiti internazionali, provenienti davvero da tutto il mondo – dalla Georgia al Giappone, dall’Uganda al Cile, dalla Giordania alla Svezia. Leader di partito, capi (ed ex, e forse futuri) di Stato e di governo, Ministri, parlamentari, varia ed interessante umanità. Per il momento siamo qui in 4, per il PD (io, Lapo Pistelli, Gianni Vernetti e Luca Bader), tra domani e dopodomani arrivano Veltroni, Rutelli e Fassino.
La settimana sarà intensa, emozionante e divertente – “uno zoo”, mi ha detto un Democrat che di Convention ne ha viste tante. Uno zoo in cui animali e spettatori si confondono. Gran caos, musica e stand e fantasiose manifestazioni per le strade di una città altrimenti poco vivace – ieri si aggirava per il centro un enorme gabinetto con le gambe che attirava l’attenzione dei delegati e dei passanti sullo spreco d’acqua che comporta lo sciacquone… Il clima mi ha immediatamente ed istintivamente ricordato quello dei Forum Sociali, un bazar dove ognuno prende ciò che più trova interessante.
Ma la Convention non è ancora iniziata – apre oggi con Michelle Obama (sono davvero curiosa di sentirla), la Pelosi e un tributo a Ted Kennedy. Per ora, avendo passato “nello zoo” solo 4 o 5 ore, ho già avuto una buona dose di contatti ed input: il “panel” sulle regole delle primarie e delle convention è stato interessante (ho scoperto ad esempio che un candidato indipendente può avere accesso ai tre dibattiti televisivi finali della campagna solo se almeno 5 sondaggi a livello federale gli attribuiscono un consenso superiore al 15% - altro che soglia di sbarramento al 3 o al 5!); ho ascoltato la Albright, la Pelosi, e l’ex vice presidente Mondale (parecchi ex, nel nostro programma – il che stride un po’ con l’accento sul futuro della Convention e della campagna di Obama). Soprattutto, ho salutato i miei amici dell’NDI e Howard Dean, che si è mostrato ben più amichevole di quanto potessi prevedere - la nostra proverbiale ospitalità lo aveva stupito e colpito, quando era venuto al Congresso di scioglimento dei DS a Firenze, ed ha mantenuto con me un atteggiamento di amicizia riconoscente che solo per un americano è possibile assumere dopo solo 3 o 4 incontri… Ci eravamo già visti infatti al Congresso del PSE a Porto (incontro bilaterale Dean - Fassino e Dean - Prodi, altri tempi), poi avevo organizzato la sua visita in Italia l'anno scorso ed ero andata a trovarlo a Washington con Marina Sereni un anno fa (era il giorno in cui Veltroni faceva il discorso al Lingotto, se non ricordo male)
That’s all for now! (spero che gli altri aggiornamenti non saranno in notturna…)http://blogmog.ilcannocchiale.it/
“L’indipendenza del Kosovo è in armonia con il diritto internazionale?” È la domanda che la Serbia ha deciso di rivolgere, previa approvazione da parte dell’Assemblea generale dell’Onu, alla Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite
Vuk Jeremić, il ministro degli Interni serbo, a metà agosto ha presentato una proposta di Risoluzione della Serbia sul Kosovo secondo la procedura ufficiale dell'Assemblea Generale dell'Onu. Con la risoluzione si chiede all'Assemblea Generale di sollecitare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sulla legalità della dichiarazione d'indipendenza del Kosovo.
Presentando la proposta di Risoluzione la Serbia ha avviato la procedura ufficiale presso l'Assemblea Generale dell'Onu, che si riunirà regolarmente a partire da settembre.
Nel testo della risoluzione presentata dal ministro Jeremić, come riporta Tanjug [agenzia di stampa serba, ndt.] si dice:
«Considerando le finalità e i principi delle Nazioni Unite, rammentiamo che il 17 febbraio 2008 le istituzioni provvisorie dell'amministrazione autonoma del Kosovo hanno proclamato l'indipendenza dalla Repubblica della Serbia. Consapevoli che questo atto è stato accolto in maniera differenziata dai membri dell'Onu in relazione alla sua armonizzazione con l'assetto esistente del diritto internazionale, decidiamo che in base all'art. 96 della Carta delle Nazioni Unite si richieda alla Corte di Giustizia Internazionale, richiamandosi all'art. 56 del suo Statuto, di fornire un parere consultivo sulla seguente questione: La dichiarazione unilaterale di indipendenza proclamata da istituzioni provvisorie dell'amministrazione autonoma del Kosovo è in armonia con il diritto internazionale?»
Lo scopo dell'iniziativa è quello di sospendere il processo di riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo fintanto che la Corte Internazionale non si pronunci su tale questione. In questo modo la Serbia tenta anche di ostacolare l'entrata del Kosovo nelle istituzioni internazionali. Nell'argomentare la nuova iniziativa Jeremić ha affermato che questa è parte della strategia adottata dal governo della Repubblica della Serbia e che costituisce una parte del Piano d'azione il cui contenuto non è ancora stato rivelato all'opinione pubblica serba.
Jeremić ha dichiarato che con questa mossa la Serbia vuole riportare la questione del Kosovo sul piano del diritto internazionale, dove, secondo le parole del funzionario di Belgrado, la Serbia ha più argomenti per difendere la tesi sull'integrità territoriale e la sovranità.
«Se l'Assemblea Generale stabilisse che tale domanda va posta alla Corte Internazionale di Giustizia, credo che l'effetto a breve termine sarebbe che i paesi che non hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo, a nostro parere una proclamazione illegale dell'indipendenza del Kosovo, non lo farebbero fino a che la Corte non avrà espresso il suo parere», ha dichiarato Jeremić in un'intervista per B92. «Se a settembre, a New York, raggiungeremo il nostro obiettivo, penso che non ci saranno nuovi riconoscimenti, e in quel momento il Kosovo non diventerà membro di nessuna importante organizzazione internazionale», ha affermato Jeremić. Il ministro ha poi aggiunto che la Serbia si aspetta che il parere della Corte confermi che l'indipendenza del Kosovo è contraria al diritto internazionale, cosa che riporterà le parti del processo al tavolo delle trattative.
Jeremić ha sottolineato che il parere della Corte Internazionale non ha potere vincolante, ma ha una grande influenza morale, politica e giuridica.
Il ministro si aspetta una forte opposizione alla risoluzione presentata dalla Serbia, in particolare dai paesi che hanno già riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Jeremić ha aggiunto che sa bene che si tratta di alcuni dei paesi attualmente più potenti, ma che la «Serbia è assolutamente determinata a persistere in questa iniziativa e per questo, in questi giorni, sono in corso intensi colloqui diplomatici con il mondo intero». Il ministro ha dichiarato che la Serbia non si fermerà. «Utilizzeremo tutti i mezzi politici, giuridici e diplomatici per difendere la sovranità e l'integrità territoriale del nostro paese.
Affinché l'iniziativa venga accolta sono necessari i voti di 96 più uno dei 192 stati membri che compongono l'Assemblea generale. I funzionari di Belgrado ritengono che ci siano ampie possibilità che la risoluzione venga accolta, in quanto nella prassi adottata finora dall'Assemblea non è mai accaduto che una tale iniziativa venisse respinta.
Gli analisti serbi ritengono che la Repubblica della Serbia, se avrà il sostegno dell'Assemblea generale, otterrà un grande valore morale. Nella trasmissione «Uvećanje», [Ingrandimento, ndt.] su B92 dedicata a questo argomento, l'esperto di diritto internazionale Vladimir Đerić ha affermato che è impossibile prevedere come voteranno i paesi su questa risoluzione, ma sicuramente si tratterà di una decisione assai complicata. «Non è reale aspettarsi che dopo il parere della Corte si annullino le decisioni sul riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo né che si apra un nuovo processo di negoziazione. Il parere della Corte, però, avrà un grande valore morale e giuridico» ha sottolineato Đerić. L'ex ministro degli Esteri Goran Svilanović ritiene che la risoluzione della Serbia sia una buona mossa. Egli sostiene che così la questione del Kosovo smetterà di dominare la scena politica serba e che ci vorranno almeno due anni per avere il parere della Corte.
L'iniziativa della Serbia a molti non piace. I funzionari americani hanno già mandato un monito alla Serbia, e Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, ha fatto presente alla Serbia che ciò potrebbe rallentare il cammino del paese verso l'integrazione europea. Sonja Licht, presidente del Centro belgradese per l'eccellenza politica, non ritiene tuttavia che la risoluzione sarà l’ostacolo della Serbia sulla strada verso l'adesione all'Ue. La Licht ha messo in evidenza che se la Serbia continuerà a rispettare gli impegni internazionali nessuno metterà in discussione il suo futuro di stato membro dell'Ue. «Ci saranno diverse interpretazioni. Qualcuno dirà che la risoluzione non va bene, e qualcuno dirà, per fortuna, che finalmente la Serbia, in una situazione in cui si trova a fronteggiare un grosso problema, lo affronta utilizzando dei mezzi legali, e non un confronto fuori misura», ha aggiunto Sonja Licht.
Dušan Lazić del Forum per le relazioni internazionali si aspetta che, dopo l'iniziativa diplomatica di successo della Serbia, sia bilateralmente che unilateralmente, molti stati decidano di sostenere la risoluzione. Lazić sostiene che questi non lo faranno per il Kosovo o la simpatia nei confronti della Serbia, ma per poter proteggere in futuro i propri interessi e stabilire un meccanismo di tutela nel diritto internazionale. Lazić aggiunge che la risoluzione ha «più possibilità» di essere approvata dopo la guerra tra Georgia e Russia e la questione dell'indipendenza dell'Ossezia del sud e dell'Abkazia.
Se l'iniziativa della Serbia otterrà l'approvazione nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite questa sarà la prima volta che la Corte Internazionale di Giustizia si pronuncerà sulla secessione di una parte di territorio di uno stato.
Il procedimento della Corte Internazionale è complesso. La Corte richiede il parere del paese che presenta l'iniziativa, in questo caso la Serbia, ma anche degli altri paesi che la sostengono all'Assemblea generale dell'Onu. Al procedimento possono prendere parte anche i paesi che non hanno appoggiato l'iniziativa e che vogliono essere ascoltati dalla Corte. Il procedimento termina con la lettura del parere consultivo in una seduta pubblica. Il parere non è giuridicamente vincolante, e la sua messa in pratica dipende dalla decisione dell’organo, ovvero dell'organizzazione che lo ha richiesto. La principale forza del parere sta nel prestigio della Corte Internazionale di Giustizia.
La Corte Internazionale di Giustizia è stata fondata nel 1946, ha sede all'Aja, ed è uno dei sei organi più importanti delle Nazioni Unite. Alla Corte Internazionale vengono sottoposte le controversie mosse dagli stati, casi in cui la Corte emette un verdetto. Altra competenza della Corte è dare un parere consultivo nel caso in cui questo venga richiesto da un organo delle Nazioni Unite.
I principi secondo cui opera la Corte sono obiettività e indipendenza, i giudici non vengono scelti su proposta degli stati membri, ma le loro candidature vengono presentate da esperti di tutto il mondo, e l'elenco di nomi dei candidati proposti viene depositato nell'ufficio del Segretario generale delle Nazioni Unite. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10029/1/49/
CINA: Le Olimpiadi del millennio?
Analisi di Antoaneta Bezlova
PECHINO, (IPS) - Mentre cala il sipario sulle Olimpiadi di Pechino, si apre la gara per stabilire quale sia l'eredità di una delle edizioni più controverse della storia. Per il paese ospitante, sono stati i “giochi del millennio”, che annunciano l’alba del “secolo asiatico” in cui la Cina regna sovrana.
Per i difensori dei diritti umani, però, le etichette da dare ai giochi variano dalle “Olimpiadi del genocidio” alle “Olimpiadi della repressione”.
La Cina ha impressionato o no? E il mondo esterno avrà visto il vero volto di questa superpotenza in ascesa? Il divario di percezioni tra la Cina e il mondo esterno si profila sempre più ampio nella definizione di questi giochi tanto contestati.
Il tono dei media cinesi è stato improntato alla massima solennità. “Sono le Olimpiadi del millennio”, proclamava un editoriale del China Times. “Il XXI secolo appartiene all’Asia e le Olimpiadi di Pechino ne sono il simbolo più appropriato”.
Il 21st Century Business Herald le ha giudicate “le Olimpiadi del rinascimento cinese”, ricordando agli stranieri che nel 1830 la Cina era un paese ricco e rappresentava un terzo della produzione economica mondiale. “L’ascesa attuale della Cina è solamente un ripristino del vecchio status quo”, ha scritto.
“I giochi olimpici di Pechino sono una tappa fondamentale nel grande percorso di rinvigorimento della nazione cinese”, concordava un commento dell’agenzia stampa governativa Xinhua.
Il ritorno alla ribalta dopo un secolo di debolezza e umiliazioni, in cui la Cina era considerata il “malato d’Asia”, qui viene descritto come una vittoria consegnata al popolo dal partito comunista. È stata profusa una quantità di lavoro straordinaria per pianificare tempi e luoghi dei giochi olimpici in modo tale da inserirli nel grande affresco della rinascita cinese nel ruolo di grande nazione.
“Tutto è permeato dall’idea che questa rara combinazione di fortuna cosmica e dignità nazionale è stata consegnata al popolo dai suoi leader”, spiega Liu Junning, analista dell’Istituto di studi culturali cinesi di Pechino.
Governando uno stato a partito unico, i leader cinesi non devono preoccuparsi del tasso di consenso pubblico. Eppure le apparenze fanno pensare che la loro legittimità abbia guadagnato una forte spinta dalla perfetta organizzazione dei giochi.
Si stima che la cerimonia d’apertura dell’8 agosto sia stata seguita da un miliardo di telespettatori. Secondo il Comitato Olimpico Internazionale, i giochi di Pechino sono stati i giochi olimpici più seguiti di sempre. I turisti confluiti in città sono rimasti abbagliati dagli impianti olimpici favolosi, dall’organizzazione superba e dalla calda accoglienza di Pechino.
A completare il tutto, la Cina ha dato prova di valore sportivo, accaparrandosi il più alto numero di medaglie d’oro nella storia della sua partecipazione olimpica. Per la prima volta, inoltre, la Cina ha superato gli Stati Uniti nel conteggio delle medaglie d’oro. Nel medagliere complessivo, vincono gli Stati Uniti.
Vista da qui, ci sono pochi motivi di controversia a guastare la grande festa della Cina. Le autorità cinesi hanno revocato il visto dello statunitense Joey Cheek, medaglia d’oro alle Olimpiadi e grande critico del presunto ruolo cinese nella crisi umanitaria del Sudan. Per quanto infastidite dall’etichetta di “Olimpiadi del genocidio” che i sostenitori della causa del Darfur hanno cucito loro addosso, le autorità sono riuscite a relegare ai margini delle Olimpiadi il dibattito sul ruolo della Cina nelle crisi del Darfur.
Ferree misure di sicurezza hanno garantito che nessuna protesta rovinasse il corso dei giochi.
Dopo aver concesso tre zone per manifestazioni di protesta, le autorità pechinesi hanno negato tutte le autorizzazioni alle persone che volevano protestare. Due signore settantenni sono state condannate questa settimana a un anno di “rieducazione attraverso il lavoro” dopo aver chiesto ripetutamente l’autorizzazione per manifestare contro lo sfratto immotivato dalle loro case di Pechino.
I giornalisti che riportavano i pochi e isolati tentativi da parte di stranieri di inscenare proteste sono stati maltrattati e minacciati. I trasgressori sono stati immediatamente espulsi e nessun mezzo di informazione interno ha mai accennato agli episodi.
Ma le iniziative per ricordare le polemiche sull’assegnazione dei giochi alla Cina hanno continuato a sorgere persino mentre gli ospiti marciavano spediti verso il gran finale.
Il Dalai Lama ha condannato le violenze perpetrate questa settimana contro i manifestanti tibetani, mentre Pechino ospitava le Olimpiadi. Parlando in Francia, il leader spirituale tibetano in esilio ha detto che le truppe cinesi hanno aperto il fuoco sulla folla il 18 agosto nella regione del Kham, nel Tibet orientale, uccidendo e ferendo diversi manifestanti.
In un’intervista rilasciata a Le Monde, il Dalai Lama ha affermato che da marzo 400 tibetani sono stati uccisi soltanto nella capitale tibetana, dopo il giro di vite deciso dai cinesi. “Uccisi da proiettili, anche se protestavano senza armi. I loro corpi non sono mai stati restituiti alle famiglie. Se si considera tutto il Tibet, il numero delle vittime è ovviamente più alto”, riportava l’articolo.
I disordini sono scoppiati a Lhasa a marzo dopo quattro giorni di proteste contro il dominio cinese. La dura reazione cinese ha attirato proteste durante la staffetta della torcia olimpica in molti paesi. Nel periodo che ha preceduto le Olimpiadi e durante i primi giorni, le minoranze combattenti Uighur, nella irrequieta regione dello Xinjiang, hanno compiuto diversi attentati contro il personale statale e le forze di polizia.
A Pechino, però, i giochi sono proseguiti dietro un imponente muro di sicurezza.
“Come temevamo, le Olimpiadi di Pechino sono state un periodo utile per compiere arresti, condanne, censure, controlli e persecuzioni nei confronti di oltre cento giornalisti, blogger e dissidenti”, ha affermato il segretario generale di Reporter Senza Frontiere Robert Ménard in un comunicato stampa.
“Questa repressione sarà ricordata come una delle caratteristiche principali dei giochi di Pechino”, ha dichiarato.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1270
Sharif ritira il partito dalla coalizione di governo a Islambad La rottura, inattesa, col Partito popolare ha sorpreso gli ambienti politici pakistani. A dividere i partiti che hanno portato Musharraf alle dimissioni la scelta di chi dovrà divenire presidente e la questione del reintegro dei giudici allontanati dall’attuale capo dello Stato.
Islamabad (AsiaNews/Agenzie) – Nawaz Sharif ex primo ministro e leader della Lega musulmana N si è ritirato dalla coalizione di governo. Lo ha reso noto egli stesso, con un annuncio che gli ambienti politici non si aspettavano.
Sharif con la sua Lega faceva parte del governo di coalizione insieme con il maggioritario Partito popolare PPP di Asif Ali Zardari, vedovo dell’ex primo ministro Benazir Bhutto.
I due partiti che avevano collaborato alla caduta del presidente Musharraf erano entrati in contrasto su varie questioni, a partire dalla scelta di chi dovesse succedere all’ex presidente, fino al reintegro dei giudici estromessi da Musharraf.
Secondo analisti locali, l’uscita della Lega N non dovrebbe portare automaticamente alla convocazione di nuove elezioni, in quanto si ritiene il Patito popolare in grado di assicurare comunque la maggioranza necessaria a mandare avanti il governo.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13055&size=A
DENVER - "Il Barack Obama che conosco oggi é lo stesso uomo di cui mi sono innamorata 19 anni fa". C'é anche questa dichiarazione d'amore nel discorso di Micelle Obama nella prima serata della convention democratica a Denver.
"Barack ed io siamo cresciuti con gli stessi valori: sappiamo che bisogna lavorare duramente per ottenere risultati nella vita, che la parola data conta e che bisogna fare quello che dici che farai, che bisogna trattare il prossimo con dignità e rispetto".
"Vogliamo che le nostre figlie, e tutti i bambini di questa nazione, sappiano che il solo limite all'altezza di quel che puoi raggiungere è la vastità dei tuoi sogni e la tua volontà di lavorare per ottenerlì, dice Michelle alla platea di Denver. Il discorso descrive non solo la storia della vita di Obama ma anche l'infanzia di Michelle: "Sono cresciuta nel South Side di Chicago da un padre che era un operaio del comune e una mamma che stava a casa con mio fratello e con me".
Solo lei conosce fino in fondo la risposta alla domanda che potrebbe decidere la corsa alla Casa Bianca: chi è veramente Barack Obama? E' una risposta che Michelle Obama, la donna che potrebbe diventare tra pochi mesi first lady degli Stati Uniti, é stata chiamata a dare nella giornata d'apertura della Convention Democratica di Denver col discorso più importante della serata.
Una giornata che mira a fornire un ritratto rassicurante del senatore dell'Illinois che riesce a conquistare le folle con la sua vibrante oratoria ma che è riuscito finora a nascondere le sue emozioni ed i suoi sentimenti dietro una facciata di elegante ma anche fredda razionalità.
"Barack è una persona come tutte le altre - ha ripetuto più volte Michelle nelle interviste pre-convention - Viene dalla classe media. E' riuscito a fare il college solo grazie alle borse di studio. I suoi problemi sono quelli di tutti i genitori americani: vuole un avvenire migliore per le nostre figlie".
Nessuno conosce Barack Obama meglio di Michelle. Spesso, quando sono con gli amici, completano istintivamente le frasi cominciate dall'altro, un meccanismo che la dice lunga sulla sintonia raggiunta dalla coppia.
"Non solo sono marito e moglie, ma sono anche i migliori amici e grandi partner in ogni aspetto della vita", afferma uno dei loro amici. Michelle, con le sue radici nella Chicago povera e profondamente nera, con sempre presenti i sacrifici enormi fatti dai suoi genitori per darle la possibilità di fare il college, si è assunta il compito di tenere sempre il marito con i piedi per terra pungendolo, con battute ironiche.
"Ci completiamo a vicenda - ha detto di recente - Io lo aiuto ad essere più organizzato. Lui mi ha insegnato ad essere più paziente". I valori di Michelle Obama sono riflessi in decisioni come quella, quando lui è diventato senatore a Washington, di continuare ad abitare a Chicago per non turbare la vita delle figlie.
E quando è stato necessario un maggiore impegno di Michelle nella campagna presidenziale, con richieste di apparizioni in tutta l'America, la donna ha posto delle condizioni ben precise: mai avrebbe trascorso più di una notte lontano dalle due figlie, Malia (10 anni) e Sasha (7 anni). Una promessa che ha mantenuto.
Educata a Princeton ed Harvard, donna manager, Michelle è apparsa a suo agio anche nel ruolo non previsto di moglie di un candidato alla Casa Bianca. Anche se qualche volta non è riuscita ad evitare gaffe (come quando ha detto: "per la prima volta nella mia vita adulta mi sono sentita realmente orgogliosa del mio paese").
L'immagine un po' fredda che a volte proietta hanno diffuso il mito di 'donna arrabbiata', ripreso in una recente famosa copertina della rivista liberal New Yorker dove era disegnata con mitra e tuta mimetica, stile guerrigliera, accanto ad un Barack Obama vestito da guerrigliero di Al Qaida.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_757726455.html
Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.
Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sullaseparazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).
Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame. (Vignetta di Molly Bezz)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Ho letto con tutta la benevolenza possibile l'intervista al sindaco di Roma sul recente fatto di cronaca che ha drammaticamente coinvolto due cicloturisti olandesi. E nonostante la buona disposizione d'animo mi sfugge la ragione per cui Gianni Alemanno si consideri il sindaco solo delle zone ben illuminate della citta'.
"Non stavano uscendo da una stazione della ferroviaria né andavano sulla ciclabile, come la Reggiani e Moriccioli. Se due turisti vengono a Roma in bicicletta e si vanno ad accampare in un posto abbandonato da dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati, ebbene è difficile garantire loro la sicurezza. La loro è stata una grave imprudenza".
sono un suo affezionato lettore e un insegnante dell'Università di Toronto, in Canada. Stamani ho letto il suo editoriale relativo al caso della famiglia gay distrutta nell'incidente aereo di Madrid. Prima di andare avanti con questa mia lettera di protesta, devo avvisarla che il suo editoriale di oggi non avrebbe trovato spazio su nessun giornale canadese né progressista né conservatore, perché si tratta di un articolo duramente omofobico, pur se lei - mi pare chiaro - è in buona fede e io credo non si sia nemmeno reso conto della gravità delle tesi sostenute.
Sono rimasto stupefatto dal suo editoriale perché - al di là del livoroso attacco a Franco Grillini e all'Arci Gay, associazione che le ha risposto a dovere in un proprio comunicato stampa - lei ha perso una meravigliosa occasione per tacere e non mostrare a tutti di non aver nemmeno afferato l'argomento del contendere in questa circostanza.
Cos'è il giornalismo, dottor Merlo? Il giornalismo dovrebbe registrare e riportare (in inglese: to report) la realtà ed, eventualmente, commentarla al fine di offrire delle interpretazioni che possano spiegarla meglio alla gente che non ha avuto modo di osservare il fatto in oggetto con i propri occhi. Il giornalismo è dunque un mezzo potente di comunicazione e di formazione dell'opinione pubblica, perché leggendo un articolo di cronaca su un fatto che non ho visto, io firmo una delega al giornalista che lo ha scritto. Lui mi racconta quel che io non ho visto di persona, e io tendo a credere al suo racconto.
La realtà qui è che lo stewart italiano Domenico Riso è morto assieme al suo compagno di vita francese e al loro figlio. I tre convivevano sotto lo stesso tetto, erano quindi una famiglia, così come la intendiamo nel mondo Occidentale. Famiglia di fatto, di common law, sposata o pacsata, non ha poi grande rilevanza per il giornalista, mentre ne ha ai fini dell'eventuale eredità. Domenico Riso, Pierrick Charilas ed Ethan Charilas erano un nucleo familiare. Se Domenico si fosse chiamato Mimma, i giornali italiani avrebbero parlato di "famiglia distrutta nel rogo dell'aereo" (sempre abusando dei luoghi comuni tanto cari ai giornalisti più beceri) e punto, come infatti è riportato in questo articolo di oggi di Repubblica.it, il cui inizio è emblematico di quanto sto cercando di spiegarle:
"Una famiglia distrutta sulla famigerata Statale Jonica 106, fra Melito Porto Salvo e Reggio Calabria. Padre, madre e un ragazzino di 11 anni sono morte: gravemente ferito il figlio maggiore, 18 anni."
Capisce? Padre, madre e figlio di 11 anni che muoiono sono "una famiglia distrutta" (sposata? in unione civile? ma chissenefrega?), due uomini conviventi con il loro figlio no.
Nell'incidente aereo di Madrid invece succede che l'unica vittima italiana fosse un gay per di più convivente e - orrore signora mia! - con tanto di prole al seguito. Sottolineare questa mera e banale realtà per i "giornalisti" di Repubblica e Corriere della Sera (e di tutti i principali giornali italiani) non è stato possibile. Ecco allora che sono fioccate sul Corsera delle orrende VIRGOLETTE al termine "famiglia", quasi a dire: questi erano finocchi, QUINDI non erano una famiglia. Su Repubblica il compagno di Domenico è stato invece retrocesso al rango del "suo più caro amico" e il loro figlio di tre anni è diventato "il figlio dell'amico". Poi pazienza se questi due AMICONI convivessero insieme e crescessero insieme il bambino: vorremo mica insinuare sulla gloriosa stampa italica che i gay possono essere una famiglia, siano capaci di sentimenti, affetti, progetti di vita, convivenze, crescere un figlio loro? No, proprio non si poteva, per voi "giornalisti": forse significava mettere in dubbio il virile profilo dell'italica gente e quindi s'è fatto come nel Ventennio: gli omosessuali italiani non esistono, al massimo qualche "velenoso pettegolezzo", per citare ancora il Corsera. Da qui la protesta del dottor Grillini e dell'Arci Gay, per una volta nel giusto.
Di questo, caro signor Merlo, si parla in questa polemica. Del fatto che su quasi tutta la stampa italiana si è NASCOSTA UNA PARTE DELLA REALTA', chiamando una famiglia gay in altra maniera: nel migliore dei casi con le virgolette, nel peggiore riducendo il marito al ruolo di amico. E il fatto che lei non abbia capito nemmeno l'argomento del contendere la dice lunga su come siete messi a Repubblica.
Lei e i suoi colleghi avete negato a un morto la verità più autentica e importante della vita di una persona: la relazione con l'altro e l'amore verso un bambino, anche e addirittura quando quel bambino non è biologicamente proprio. Avete negato a questo uomo di 41 anni il diritto di essere riconosciuto, da morto, per essere stato un uomo che da una realtà insostenibile, dove addirittura esseere melomani era visto con sospetto, ha costruito un suo progetto di vita, emigrando in un altro paese, prendendo a morsi la vita e costruendosi quella felicità che in Italia gli era negata. Domenico Riso non ha avuto certo una bella morte, ma ha avuto una bellissima vita. E voi gliel'avete camuffata nel giorno della sua morte in qualcosa di parodistico, di macchiettistico. Davvero complimenti.
Avrei poi moltissimo da dirle riguardo a tutto il resto del suo editoriale, di come lei scambi la sessualità per l'orientamento sessuale e confonda quest'ultimo con l'elementare diritto di una famiglia che muore in un incidente - a prescindere che questa coppia sia etero o gay - a essere riconosciuta come una famiglia. Avrei da rimbrottarle il distillato di scemenze scritto sul come si vive da omosessuali nel Sud Italia oppure in provincia, distillato di scemenza tipico di chi proprio mostra di non avere l'alba di quale sia la realtà italiana su questo tema. Avrei da spiegarle che la tecnica del negare la realtà e di trasformarla leggermente o pesantemente, è stata una sopraffina tecnica di comunicazione di massa del fascismo prima e del maccartismo poi. Avrei perfino da spiegarle qualcosa su cosa sia la Lega e sul perché abbia tanto successo popolare in certe zone del Nord.
Ma se dovessi stare a citarle rigo per rigo tutte le squisite bestialità con cui lei ha riempito il peggior editoriale della sua carriera (per altro da me molto apprezzata, fino a ieri: ricordo ancora con sommo piacere un brillante pezzo su un ipotetico "Promessi Sposi" in chiave gay) e forse della storia di Repubblica, questa lettera diventerebbe un saggio critico come lunghezza. E i saggi critici, quando stroncano, fanno davvero troppo male.
Torna la contrapposizione tra due i due blocchi. Cos'è cambiato rispetto al passato
PeaceReporter vi propone un confronto tra il mondo com’era ieri, all’epoca della Guerra Fredda, e com’è oggi, con un bipolarismo di sfere d’influenza che ricorda molto da vicino i due blocchi contrapposti del passato.
Oggi come ieri, i due poli aggreganti sono Usa-Europa da una parte e Russia-Cina dall’altra, più una serie di paesi neutrali.
Immutati rispetto al passato sono anche gli interessi strategici contrapposti di questi due schieramenti (accesso a risorse energetiche e materie prime) e quindi le loro politiche di potenza e i loro appetiti territoriali.
Confrontando i due mondi di ieri e di oggi (clicca quiper l'animazione), la cosa più evidente è la notevole riduzione della sfera d’influenza di Mosca, sia in Europa che nel Caucaso.
I paesi europei dell’ex Patto di Varsavia sono passati tutti al campo occidentale, così come quelli est-europei e baltici che facevano parte dell’Urss (con le eccezioni di Bielorussia, Kaliningrad e Transnistria).
Lo stesso è avvenuto per i paesi balcanici, oggi tutti filo-occidentali (tranne la Serbia) e per i paesi sud-caucasici che facevano parte dell’Urss (salvo Armenia, Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud e Abkazia).
Sono invece rimasti legati a Mosca quasi tutti i paesi centro-asiatici che facevano parte dell’Urss (salvo il Turkmenistan).
In Medio Oriente, la Russia ha perso l’Iraq, ma ha guadagnato l’Iran.
Completa, invece, la débacle di Mosca nel continente africano: tutti i paesi un tempo filo-sovietici o non allineati sono tornati nel campo occidentale, in un trionfo di spinte neo-colonialiste. Oggi, l’unico paese africano apertamente anti-occidentale (a parte i non filo-occidentali come Libia, Zimbabwe ed Eritrea) è il Sudan, alleato della Cina.
L’Occidente ha guadagnato molto terreno anche in Asia: dall’Afghanistan, all’India, all’Indocina (esclusa la Birmania, passata al campo cinese).
L’unico continente dove l’influenza statunitense è nettamente retrocessa è proprio quello americano: diversi paesi dell’America Latina (Nicaragua, Ecuador, Brasile, Bolivia, Paraguay. Uruguay) si sono svincolati dalle tradizionali alleanze con Washington, e il Venezuela è diventato addirittura un paese anti-statunitense.
Infine un’annotazione sull’Europa occidentale: i paesi un tempo non allineati o neutrali, sono oggi tutti – di fatto o di diritto – partner della Nato.
Mark Alperinnota che la dispendiosa strategia di Barack Obama che prevede di fare campagna anche in stati molto incerti - pur motivata dal punto di vista strategico - potrebbe costargli l'elezioni. E' probabile che la scelta di interrompere temporaneamente la pubblicità in alcuni stati (ma c'è anche la Florida) e la scelta di Joe Biden come VP sia il frutto del ripensamento della strategia iniziale e l'inizio di una maggior attenzione ai risultati. Vedremo. Los Angeles Times
Denver. Barack Obama accetterà la candidatura a presidente degli Stati Uniti giovedì sera, al termine dei quattro giorni di convention del Partito democratico di Denver, in Colorado. Lo stato ospitante è uno dei campi di battaglia alle prossime elezioni del 4 novembre, il territorio bushiano (sia nel 2000, sia nel 2004) che con più probabilità potrebbe passare nella colonna dei democratici. In palio ci sono nove Grandi Elettori, considerati decisivi per raggiungere 270, la quota necessaria a vincere le elezioni presidenziali americane. In vantaggio, sia pure d’un soffio, c’è il candidato democratico Barack Obama e la tendenza politico-elettorale favorisce il suo partito almeno dal 2006, cioè da quando i democratici hanno conquistato la poltrona di governatore. Il partito ha scelto Denver come sede della sua convention proprio per questo, perché da tempo convinto che in questo stato, così come in tutta la regione delle Montagne rocciose, situata nel cosiddetto “interior west”, potesse cominciare la rivincita politica sui repubblicani.
Anche un secolo fa, nel 1908, i democratici hanno tenuto a Denver la convention. In quell’occasione nominarono uno dei più formidabili oratori della loro storia: William Jennings Bryan, un leader progressista e religioso che mescolava politica riformatrice e linguaggio evangelico. Bryan, in seguito, è passato alla storia per le sue battaglie contro l’insegnamento dell’evoluzionismo darwiniano nelle scuole, culminate nel 1925 nel processo “Scope Monkey”. Senza la religione, diceva Bryan, non ci può essere vero cambiamento. Dopo la convention di Denver del 1908, il predecessore di Obama vinse in Colorado ma perse le elezioni generali contro William Howard Taft.
In Colorado la partita non sarà facile per Obama, anche se la convention lo aiuterà, perché lo stato non è soltanto sede di alcune delle enclave più liberal d’America, come le località sciistiche di Aspen e Telluride, ma anche dell’Accademia dell’Aeronautica militare e, soprattutto, di “Focus on the Family”, l’organizzazione militante cristianista di James Dobson che ha preso il posto della “Moral Majority” e della “Christian Coalition” alla guida della della destra religiosa americana. I moderni borghi radical chic e il quartier generale della “Jesus Machine” di Colorado Springs, insieme nello stesso stato del west che è grande poco meno dell’Italia ed è abitato da poco meno di cinque milioni di persone. Il Colorado è uno di quegli stati americani che si notano subito sulla cartina geografica, grazie alla sua perfetta forma rettangolare e ai suoi confini artificiali. Un bestseller appena uscito negli Stati Uniti, “How the States got their shapes” di Mark Stein, spiega che il Colorado ha questa forma squadrata come quasi tutti gli altri stati che lo circondano perché nella seconda metà dell’Ottocento il Congresso di Washington aveva deciso per quanto possibile di creare uguali i nuovi stati, mentre ad attenuare le diseguaglianze con le ricche, potenti e popolose 13 ex colonie provvedeva già la Costituzione con il sistema bicamenrale e la rappresentanza paritaria al Senato.
La storia del Colorado è strettamente connessa all’epopea americana del west, alla corsa all’oro, alla lotta contro la schiavitù e ai più rigorosi principi costituzionali federali. Nel 1876, a cento anni esatti dalla nascita degli Stati Uniti, il presidente Ulysses S. Grant ha firmato l’ingresso del Colorado come trentottesimo stato dell’Unione e, da allora, il motto locale è “lo stato del centenario”. Nel 1854 fu scoperto l’oro in una zona al centro dei quattro territori e improvvisamente arrivarono da ogni dove cinquantamila persone. La gran parte dei giacimenti era in Kansas, ma il governo locale era impegnato a sedare la violenta battaglia tra schiavisti e abolizionisti e non era in grado di amministrare le esigenze dei cittadini dei nuovi insediamenti che chiedevano un governo più vicino e presente. Nel 1859, i rappresentanti delle miniere d’oro si riunirono e crearono il “territorio di Jefferson”, cercando di inglobare quasi tutti i giacimenti di oro e argento, ma anche vasti terreni agricoli. Il Congresso, nel 1861, rispose alla richiesta dei residenti creando il territorio del Colorado, peraltro con l’errata convinzione che il fiume Colorado nascesse dentro i suoi confini. Il fiume locale, in realtà, era il Grand river, poi rinominato anch’esso Colorado nel 1921. Washington mantenne i confini est e ovest decisi dai residenti, ma accorciò quelli settentrionali e meridionali. La larghezza del Colorado, ampia sette gradi, era la stessa dell’Oregon e, successivamente, è diventata il modello per le dimensioni dello stato di Washington, del Wyoming, del Nord e del Sud Dakota, in osservanza del principio che tutti gli stati, per quanto possibile, devono essere creati uguali.
Il Colorado è il primo stato dell’Unione ad aver ottenuto con un referendum popolare il diritto di voto per le donne, nel 1893. La speranza di Obama, con la convention di Denver e con le buone probabilità di strapparlo ai repubblicani, è che possa essere anche il primo ad aver lanciato ed eletto un presidente nero alla Casa Bianca.
Barack Obama, Joseph Biden e le rispettive mogli a Springfield
di Cristiano Del Riccio
WASHINGTON - Senza giacca, con le maniche della camicia arrotolate, il nuovo dinamico binomio democratico Barack Obama e Joe Biden si è presentato sabatioper la prima volta al giudizio dell'America nella piazza del Campidoglio di Springfield (Illinois), teatro di un famoso discorso di Lincoln.
Obama e Biden, accolti sul palco dalle note trascinanti di 'The Rising' di Bruce Springsteen, hanno cominciato subito ad attaccare il rivale repubblicano John McCain. Obama ha messo immediatamente in evidenza le qualità del suo vice sottolineando i suoi successi al Senato, la sua esperienza di politica estera, le sue radici nella classe media americana.
Sono i pregi che l'hanno portato a scegliere l'esperto Biden e che saranno al centro della campagna elettorale democratica. Biden, mostrando a sua volta grande energia, è balzato subito ad attaccare "l'amico John McCain" ironizzando sul fatto che il candidato repubblicano "deve scegliere quali delle sette cucine usare" mentre considera il suo futuro economico (un perfido riferimento alle numerose case possedute da McCain).
"Biden sarà un grande vicepresidente - ha detto Obama - E' un esperto in politica estera che ha il cuore e i valori fermamente radicati nella classe media". Obama è apparso preoccupato di spuntare una possibile arma dei repubblicani - il fatto che Obama chiede il mutamento a Washington scegliendo poi un insider come Biden come partner - affermando oggi che Biden "ha cambiato Washington mentre la capitale non è riuscita a cambiare Biden".
Ma questo resta un punto debole del ticket democratico. Obama ha sottolineato le origini povere di Biden, le sue tragedie familiari (compreso un incidente d'auto che uccise la moglie ed un figlio), la sua capacità di "trovarsi perfettamente a suo agio in un bar di Cedar Rapids come nei corridoi del Congresso o al centro di una crisi internazionale".
Per la presentazione ufficiale del suo vice Obama aveva scelto un luogo altamente simbolico: la stessa piazza del Campidoglio di Springfield dove 18 mesi fa, in un giorno freddo di gennaio, aveva lanciato ufficialmente la sua candidatura alla Casa Bianca. La piazza del Campidoglio ha valore simbolico anche per un altro motivo: qui Abramo Lincoln fece quasi 150 anni fa uno dei suoi discorsi più famosi.
Un discorso centrato sulla necessità per la nazione di "non essere poì un paese diviso" e di "ritrovare unità". Un messaggio molto vicino al cuore di Barack Obama. Durante l'evento, svoltosi davanti a migliaia di sostenitori entusiasti che agitavano cartelli freschi di stampa con la scritta Obama-Biden, il candidato democratico ha commesso un lapsus presentando Biden come "il prossimo presidente degli Stati Uniti", correggendo poi subito in "vice-presidente".
In un altro passo del suo discorso Obama ha comunque sottolineato che Biden è un leader "pronto a assumere l'incarico di presidente" in caso di necessità. Anche Biden ha commesso un lapsus chiamando ad un certo punto il suo partner "Barack America".
I repubblicani non hanno perduto tempo nell'usare contro Barack Obama la scelta del senatore Joe Biden come suo vice: "Biden è stato il critico più feroce della mancanza di esperienza di Obama", aveva affermato poco prima un portavoce del candidato repubblicano John McCain.
"Biden ha denunciato in passato le posizioni sbagliate di Obama in politica estera ed ha argomentato ciò che gli americani stanno scoprendo rapidamente: che Barack Obama non è pronto per diventare presidente", aveva osservato il portavoce repubblicano Ben Porritt.
Gli esponenti del partito democratico hanno reagito oggi con entusiasmo alla decisione di Barack Obama di scegliere l'esperto senatore Joe Biden come suo vice per la Casa Bianca. Il leader dei senatori democratici, Harry Reid, ha detto che "adesso abbiamo un ticket che realizzerà i cambiamenti che tutti stiamo aspettando: Biden è un grande democratico".
Il presidente del partito democratico Howard Dean ha detto che Obama "ha fatto una grande scelta: Biden è un leader forte, con forti valori, sarà un grande partner per Obama". Un'altra possibile candidata, Hillary Clinton, ha affermato oggi che Obama "ha scelto un leader eccezionalmente forte, ricco di esperienza e un devoto servitore dello stato: è una scelta che mira a vincere". Ma resta da vedere quanto le sue parole siano sincere.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_757666033.html
CONCLUSI I GIOCHI OLIMPICI: SUCCESSO PER PECHINO E PER IL SUD DEL MONDO
Una trentina di paesi del Sud del mondo, primo tra tutti la Giamaica con sei medaglie d’oro, figurano tra gli 87 paesi d’ogni parte del mondo che, su un totale di 203, hanno conquistato almeno una medaglia nei Giochi Olimpici di Pechino, conclusi oggi con un’indiscutibile affermazione della Repubblica popolare Cinese, sia nella manifestazione sportiva (51 medaglie d’oro, seguite a distanza dalle 36 statunitensi e dalle 23 russe) sia in termini d’immagine complessiva. Fino all’ultimo momento - e probabilmente ancor più nei prossimi giorni - Pechino è stata bersaglio di ripetute e pesanti critiche di organizzazioni e istituzioni internazionali (e perfino di atleti in gara) che hanno sottolineato - non sempre in totale buona fede - il persistere di gravi problemi del settore dei diritti umani nel grande paese asiatico; altre prese di posizione polemiche hanno riguardato in alcuni casi il comportamento di giudici e arbitri cinesi e perfino il modo in cui gli atleti cinesi vengono addestrati. Le prime reazioni internazionali prevalenti indicano comunque nella Cina una nuova grande protagonista sulla scena sportiva internazionale e sembrano presentare, a meno di visioni totalmente negative e di parte, un’immagine della Cina notevolmente diversa da quella che i suoi più ostinati nemici cercano di dipingere. Tra le prime posizioni del “Medagliere del Sud del mondo” - che la MISNA ha costruito e aggiornato in questi giorni e su cui il notiziario quotidiano tornerà domani - dopo la Giamaica (13° posto nel medagliere generale), figurano nell’ordine il Kenia (15° nel generale), Etiopia (18°), Brasile (23°), Cuba (28°, con un totale di 24 medaglie ma solo due d’oro), Tailandia, Argentina e Zimbabwe. Atleti giamaicani e keniani sono stati alcuni dei protagonisti più ammirati dal pubblico internazionale, surclassando in simpatia anche protagonisti di primo piano appartenenti a squadre di grandi paesi. http://www.misna.org/
CINA Pechino dice addio ai Giochi olimpici. Un piccolo bilancio di Wang Zhicheng Alla cerimonia finale, grande enfasi sull’eredita delle Olimpiadi: fraternità, amicizia, comprensione fra i popoli. Per Jacques Rogge sono state “eccezionali”, con guadagni stratosferici. La Cina “superpotenza” anche nelle medaglie. La nota dolente dei diritti umani. I rischi di una guerra civile.
Pechino (AsiaNews) – Con i fuochi d’artificio lungo l’asse meridiano di Pechino (“il centro del mondo”), dallo stadio “Nido d’uccello” fino a una piazza Tiananmen deserta, si è conclusa la XXIX edizione dei Giochi Olimpici. La splendente cerimonia finale – forse un po’ più sobria di quella d’inizio – è iniziata alle 20 (ora locale) in uno stadio ridondante di spettatori, atleti, acrobati, cantanti, tamburi, luci, comparse;al centro, un palco circolare circondato da un quadrato, che ricorda l’altare del Tempio del Cielo, dove cielo e terra – secondo la simbologia cinese – si incontrano. E per invogliare a partecipare alla prossima edizione a Londra, non sono mancati Jimmy Page dei Led Zeppelin, la cantante Fiona Lewis e il calciatore David Beckham. A sottolineare l’internazionalità delle Olimpiadi hanno cantato anche il tenore Placido Domingo e il soprano cinese Song Zuying.
A un banchetto offerto in mattinata da Hu Jintao ai dignitari politici e internazionali, il presidente cinese ha esaltato l’atmosfera olimpica, fatta di “spirito di solidarietà, amicizia e pace”, che promuoverà ancora di più “la comprensione mutua e l’amicizia fra il popolo cinese e i popoli delle altre nazioni”.
L’enfasi retorica abbonda anche nel messaggio di Zhang Yimou, il regista direttore delle cerimonie d’inizio e fine delle Olimpiadi: “La fiamma olimpica non è spenta; … essa brucerà nel cuore di ognuno di noi”. E ancora: “Ci mancherete tanto e ricorderemo per sempre ogni momento di queste settimane. Perciò cantiamo insieme ancora una volta la canzone-tema: ‘Tu ed io, cuore a cuore, siamo una sola famiglia”.
Al suo discorso conclusivo Jacques Rogge ha detto che attraverso queste Olimpiadi “la Cina ha imparato qualcosa del mondo e il mondo ha imparato qualcosa della Cina”. Egli ha definito questa edizione dei Giochi “davvero eccezionale”. In effetti, per il Comitato olimpico internazionale essi sono stati una formidabile operazione commerciale:si prevede che fra sponsor,diritti televisivi, percorso internazionale della torcia (e relativi sponsor), le Olimpiadi di Pechino hanno portato guadagni fino a 5 miliardi di dollari, che entro i prossimi 4 anni potranno giungere fino a 7 miliardi di dollari, quasi raddoppiando gli introiti di quelli di Atene.
Al momento in cui la bandiera olimpica passa nelle mani di Boris Johnson, sindaco di Londra, dove si terranno le prossime Olimpiadi (nel 2012), si può cominciare un bilanciodell’edizione appena conclusa. La Cina ha davvero primeggiato in tantissimi aspetti. Tutti concordano che l’organizzazione, le infrastrutture, il servizio sono stati impeccabili. Molto è dovuto alle miriadi di persone impiegate e zelanti, come pure ai diktat governativi per eliminare il traffico locale; decretare vacanze forzate per i pechinesi; salvaguardare corsie privilegiate per le macchine olimpiche; chiudere e trasferire fabbriche dall’oggi al domani, lasciando disoccupati decine di migliaia di operai.
La Cina ha vinto anche nello sport. Per la prima volta nella storia essa ha superato gli Stati Uniti – con 51 medaglie d’oro rispetto alle 36 degli americani, diventando una “superpotenza sportiva”, oltre che economica e politica. “Ciò che abbiamo compiuto durante questi Giochi – ha detto Liu Peng, ministro dello sport – costituisce una dinamica formidabile per il futuro”.
Ciò in cui Pechino non ha vinto è sul rispetto dei diritti umani. L’associazione della stampa straniera in Cina ha denunciato “il ricorso alla violenza, le intimidazioni e abusi” contro i giornalisti. Sophie Richardson, di Human Rights Watch, afferma che “Questi Giochi affossano in modo definitivo l’idea che essi avrebbero portato qualche progresso. In realtà essi sono stati un catalizzatore di abusi, espropri, detenzioni, repressione politica e ripetute violazioni alla libertà di stampa”.
Da parte del popolo cinese rimane il silenzio: i pechinesi sono stati costretti a starsene in casa “per questioni di sicurezza”; i parchi designati per le proteste sono rimasti vuoti perché le 77 richieste di manifestazioni non hanno ricevuto permessi; dissidenti, attivisti, pastori protestanti, vescovi e preti cattolici sono stati arrestati; chiunque ha osato dire qualcosa – come le due vecchiette Wu Dianyuan, 79 anni, e Wang Xiuying , 77, espropriate della casa – sono state condannate a un anno di lavori forzati.
Eppure la grande esibizione di forze di sicurezza e di controlli non ha fermato né gli incidenti nel Xinjiang, né striscioni e scritte per il Tibet libero. Tutto questo mostra che il gigante cinese è insieme molto potente, ma anche immensamente fragile, e che il muro del controllo è soggetto a crepe e falle. Le rivolte e lo scontento che si registrano ovunque in Cina sono un segno di avvertimento al governo: non è più possibile guidare il Paese senza dare voce al suo popolo.
Un analista cinese – che vuole rimanere anonimo – ha detto che con l’economia in discesa in Cina (la borsa di Shanghai ha perso il 50% dall’inizio dell’anno) e nel mondo, con ogni probabilità ci saranno più rivolte di contadini e operai, sempre più violente. Per salvare la Cina dalla guerra civile sarà allora necessario mettere in atto gli ideali Olimpici per ora proclamati a parole: solidarietà, amicizia e pace.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13045&size=A
Prima approvano l'abolizione dell'ICI accodandosi agli strombazzamenti ed ai colpi di grancassa populisti del PDL, poi si rendono conto che era una tassa federale e siccome tutto ciò che è federale è buono e giusto (perfino le tasse!) gli statisti polenta e faidate, scoprono che è stato ingiusto toglierla perchè i Comuni cominciano a dover tagliare i servizi.
L'ICI foraggiava i Comuni con fiumi di soldi sicuri. Sicuri perchè siamo un popolo di proprietari di case e perchè se per caso non pagavi l'imposta o ne sbagliavi il conteggio, una mattina ti trovavi davanti alla porta il messo comunale con la cartella di contravvenzione da consegnarti a mano.
I Comuni, se erano ben amministrati, utilizzavano i fondi raccolti creando servizi (asili nido, assistenza agli anziani, sanità pubblica ecc.)
Il governo precedente aveva già ridotto l'imposta basandosi sul reddito e privilegiando i proprietari meno abbienti ma, come sempre, non era stato capace o non aveva voluto vendere la propria iniziativa all'opinione pubblica.
Togliendo l'ICI di brutto, il governo Berlusconi non ha evidentemente pensato a come compensare l'ammanco nelle casse degli enti locali che ora cominciano giustamente a lamentarsi, comprese le amministrazioni di centrosinistra.
Il fatto è che quella dell'ICI era una mossa ad effetto, a fini propagandistici, che non poteva essere elusa. Qualunque sbaglio farà Berlusconi in futuro, qualunque mascalzonaggine, dovesse pure fuggire alle Barbados con la cassa, potrà sempre dire "io vi ho tolto l'ICI". Non importa se è stata una manovra errata che ha portato la nave sugli scogli, andava fatta. E' questo il pericolo di un governo che si regge sullo spot pubblicitario.
Basterebbe studiare un fisco più efficente che desse la possibilità di scaricare tutto, anche lo scontrino del bar, come negli Stati Uniti, e che invogliasse a rilasciare e richiedere regolari fatture; basterebbe fare in modo che pagassero tutti, soprattutto coloro che non pagano e non ci sarebbe bisogno di nuove tasse. Tantomeno quelle odiose sulla casa di proprietà, create per difendere e non voler bastonare gli illustri evasori.
Bossi non può non sapere che, anche chiamandole tasse federali, il suo elettorato non ha piacere di pagarle comunque. E' gente che vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Vuole i servizi, l'asilo, la scuola, la sanità aggratis, che lo Stato gli fornisca il respiratore e i pannoloni per l'anziano, pretende Robocop che gli pattugli il cortile di casa e gli sbatta via i négher ma senza sborsare una lira (visto che l'euro non gli piace). Pensa davvero che in nome del federalismo sarebbero contenti di pagare nuovamente l'ICI? Non ci credo nemmeno se li vedo.
Comunque il pericolo è un altro. Che reintroducano l'ICI sotto mentite spoglie, aggiungano qualche altra tassa per condimento e alla fine andiamo a pagare più di prima. Tanto se il tg e i giornali non ne parlano non ce ne accorgeremo nemmeno. Rimarrà sullo schermo l'immagine di Berlusconi che dice: "vi ho tolto l'ICI, adoratemi".http://ilblogdilameduck.blogspot.com/
Qualche giorno fa ho riportato su questo blog un articolo di Raffaele Meo che denunciava l’emergenza culturale del paese. Si riferiva ai tagli all’università. Non tutto quello che diceva Meo era condivisibile. Conosco Raffaele da tanti anni e so quello che pensa e, soprattutto, so quello che ci divide. Lui ha una visione molto più “statalista” e meno “mercatista” (se mi è permessa la semplificazione). DestraLab l’ha criticato fortemente, cogliendo solo l’aspetto della polemica politica o della critica puntuale ad alcune sue frasi, ma senza valutare attentamente ciò che Raffaele nella sostanza stava dicendo: questo paese sta sottovalutando in maniera drammatica il problema dell’università e della cultura. Non è solo il problema del taglio degli stipendi dei professori: è il modo con il quale sistematicamente si affrontano questi temi.
È vero quello che dice Raffaele. Lasciamo perdere per un momento la polemica politica. Questo paese non ama l’università e la cultura, la scienza e la tecnologia, considera la scuola un costo da minimizzare, immagina che il nostro futuro o, più prosaicamente, il nostro “benessere” si possa costruire attraverso altri strumenti e percorsi.
Peraltro, concordo con Angelo quando dice che il problema è di fondo, del paese nel suo complesso. Questo paese ha una sfiducia totale nel mondo della cultura, dell’università e della scuola. Ma il problema è più profondo: non ha più una visione di stesso, del suo futuro, di ciò che è e di ciò che vuole essere.
È vero. Gli universitari, i politici, i grandi manager, tanti decision makers hanno molta responsabilità in tutto questo, in quanto hanno accettato, tollerato e messo in pratica atteggiamenti e modi di operare inaccettabili. Lo vedo tutti i giorni, anche nell’università e nelle scuole che mi capita di frequentare.
Ma è altrettanto vero che ci stiamo scapicollando in una corsa al massacro dove “tutto è sbagliato e tutto è da rifare”, dove qualunque cosa e chiunque ha torto o necessariamente nasconde qualche “scheletro nell’armadio”, come se potesse esistere qualcuno di perfetto e immacolato: a cercare il male, prima o poi lo si trova. Viviamo tutti i giorni con la convinzione che ciò che fa il mio partito è giusto per principio, mentre quello che fanno dalle altre parti politiche è sbagliato per definizione. Io spero di non cadere in questa trappola. Critico molto, ma spero nel merito e non per “partito preso”.
Tutto questo mi pare evidenzi “il” problema culturale del paese. Siamo (e uso il “noi”) sfiduciati, distruttivi, “scazzati”, ipersospettosi. Non sappiamo più neanche riconoscere i nostri meriti quando li abbiamo.
All’articolo di Meo, alcuni hanno replicato che l’emergenza non è la cultura come diceva Raffaele, ma la giustizia, o la certezza della pena.
Ripensando a quello che leggevo mi viene da dire che l’emergenza vera è proprio quella culturale. Non solo o non tanto nel senso del problema specifico della scuola e dell’università. Ma nel modo secondo il quale viviamo in questo paese, ne affrontiamo i problemi, ne combattiamo le battaglie. Spesso ci sentiamo dire che bisogna avere un atteggiamento costruttivo, che miri alla crescita. Giusto, ma questo deve basarsi secondo me su alcune cose semplici a dirsi, anche se molto difficile a farsi:
Capacità di analisi e competenza. I problemi sono complessi ed è finita l’era dell’improvvisazione e del “fai da te”.
Lavoro di gruppo. Me ne accorgo tutti i giorni. Noi siamo individualisti, egocentrici. E non ci accorgiamo che le nostre legittime ambizioni personali possono trovare molte più opportunità di svilupparsi in una squadra capace di competere per il titolo mondiale, piuttosto che tentando di vincere da soli il campionato provinciale.
Onestà intellettuale. Saper dire bianco se è bianco e nero se è nero, indipendente dal colore di chi lo dice e dall’interesse del singolo. Tolleranza zero, culturalmente intendo, innanzi tutto verso se stessi.
Un po’ di francescani candore e umiltà. Io sono un ipersospettoso e forse non posso permettermi di non esserlo. Ma almeno ogni tanto dobbiamo fare lo sforzo di “dismettere i panni del maligno”.
Io credo che ci serva questo cambio “culturale”. La speranza nasce dal ripartire da questi basics, dal riconoscerci e dal ritrovarci intorno a questi valori, dal trarre da queste idee e da chi le condivide la forza per rimetterci in corsa “insieme”, anche in modo un po’ incosciente e “folle”. Ciò non significa uno stare “insieme” fittizio o di comodo. Serve uno “stare insieme” che si basi sull’onestà intellettuale e sull’amore verso la cultura, la storia e la tradizione di questo paese. E anche verso questi “maledetti italiani” che tanto mi fanno incazzare, ma verso i quali non riesco a non provare una “passione” ancora viva e profonda.http://www.alfonsofuggetta.org/
Quando discutemmo, nella redazione di Carta, di come fare l’ultimo numero del settimanale prima della pausa di agosto [numero che è tuttora in edicola], tradizionalmente un numero speciale a tema, eravamo molto incerti se chiedere a noi stessi, ai nostri collaboratori e naturalmente ai lettori se il complesso dell’azione del governo disegni una sorta di fascismo. E se sì, di che tipo di fascismo si tratta: un ritorno del mai morto in camicia nera, o qualcosa di completamente nuovo. Esitavamo perché temevamo di scivolare nell’invettiva vecchio stile: l’epiteto di «fascista!», con tanto di punto esclamativo, è perfino diventato scherzoso, ha perso qualunque capacità contundente. Però da vari lati, e non solo quella della «sicurezza» o del razzismo legalizzato, ci pareva di poter tentare un raffronto tra il ventennio mussoliniano [le schede storiche sono a cura dei nostri amici della rivista Zapruder] e l’oggi. Ad esempio, la politica dell’autarchia con la polemica di Tremonti contro il «globalismo»; o il partito unico con il finto bipolarismo messo in scena dai media; o ancora, la figura dei due cavalieri, il loro ruolo di capi indiscussi e l’uso pubblico che fanno del loro corpo [il torso nudo di Mussolini durante la «battaglia del grano» e la bandana di Berlusconi dopo il trapianto di capelli]. Alla fine la cosa ci pareva funzionasse, tanto che nel settimanale del rientro, in uscita venerdì 29, un ampio articolo di Marco Revelli riprenderà e discuterà il tema e altre riflessioni proporremo in seguito.
Ma quel che più ci ha fatto riflettere è che questa ipotesi ha bucato la cortina di fumo della politica quando è stata scritta, un paio di settimane dopo, dal direttore di Famiglia Cristiana. E certo, se a dire una cosa del genere è un periodico ad altissima tiratura destinato alle persone che frequentano le parrocchie, e non un piccolo settimanale di quelli che i media definiscono «no global», la cosa fa molta impressione. Però c’è qualcosa di più: secondo me, ed è la timidezza della gente di sinistra [noi inclusi] che dopo tutte le botte che ha preso non ha affatto una buona cera, e tende a perdere la fiducia in se stessa. Cosa c’è di più classico di un comunista, o giù di lì, che dà del fascista a chiunque non gli vada a genio? Il bombardamento dei media, sui luoghi comuni di sinistra, è stato talmente prolungato e pesante, che da questa parte ci si sente non solo minoranza, ma anche un po’ minorati. La Chiesa cattolica, che invece guarda all’eternità e, sia detto con rispetto, ha digerito i suoi auto-da-fé, possiede l’autorevolezza morale per usare un’espressione logora come «fascista» e ottenere di sollevare un vespaio.
Noi tutti ci auguriamo un autunno meno rassegnato della stagione che l’ha preceduto. Ed ad esempio sarebbe interessante concentrare l’attenzione sulla mutazione che stanno subendo i sindaci: da rappresentanti dei cittadini a braccio del governo centrale, grazie ai poteri di polizia che Maroni gli vuole attribuire, assecondando il delirio della «sicurezza» che ha prodotto un Regolamento comunale mostruoso come quello di Firenze. Un incrocio tra un prefetto e un questore. Con la differenza sostanziale, però, che i leghisti, mentre diffondono metodi polizieschi, e mentre il loro ministro preferito, Tremonti, saccheggia con la finanziaria le casse municipali, rivendicano a gran voce l’autonomia fiscale dei comuni. Un bel groviglio, apparentemente contraddittorio, quello tra sindaco-podestà e sindaco-sovrano, che andrebbe sciolto. Specialmente dopo sei o sette anni di teorizzazioni e di esperimenti di «neo-municipalismo», ossia di nuova partecipazione democratica destinata a fare dei comuni le cellule di una nuova rete democratica in grado di respingere gli assalti che dall’alto piovono sui territori in forma di «grandi opere», privatizzazione dei servizi pubblici, messa in vendita dei beni comuni, ecc. Mi pare chiaro che il ruolo del sindaco dipenda da quale pressione è più forte. E oggi quella dominante viene dalla spinta para-fascista a mettere sotto controllo le città per offrirle più facilmente sul mercato del turismo, dell’intrattenimento, dell’appropriazione privata degli spazi pubblici e allo stesso tempo la rivendicazione del separatismo del denaro.
Contrariamente a quel che pensa Veltroni, secondo cui basta rimettere in moto la «crescita» per risolvere tutto, la grande crisi in cui ci troviamo non lascia margini se non a un regime politico molto peggiore del berlusconismo del 2001 e che non abbiamo nemmeno cominciato a capire.http://www.carta.org/campagne/partecipazione/14818
Stamen Filipov, meglio conosciuto come "nonno Stamen", è un anziano cittadino di Skopje che ha scelto un insolito passatempo per i suoi anni da pensionato: fare da sentinella nella difesa della costituzione. Un rompiscatole per le autorità, un paladino per i cittadini
La democrazia vive grazie alla cittadinanza attiva, che controlla in modo costante le attività di chi governa. Cittadini attivi sono un elemento essenziale delle società libere. E' il cittadino ad essere al centro della democrazia. Nel nostro caso, un singolo cittadino: Stamen Filipov.
Spesso chiamato “il Terminator legale”, Filipov è un anziano che vive a Skopje, e che ha scelto un insolito passatempo per i suoi anni da pensionato: fa da sentinella nella difesa della costituzione.
La costituzione macedone garantisce ad ognuno, persone fisiche e giuridiche, di presentare ricorsi di fronte alla Corte Costituzionale. Tutti i provvedimenti approvati dal parlamento, o gli atti di governo, devono essere in accordo con i principi basilari enunciati dalla costituzione. Chiunque ritenga che uno di questi provvedimenti, in tutto o in parte, violi la carta fondamentale, può agire e chiedere un parere alla Corte. Plamen Filipov l'ha fatto quasi cinquecento volte, a partire dall'indipendenza della Macedonia nel 1991.
Fino ad oggi, la stessa Corte Costituzionale gli ha dato ragione 120 volte, mentre altre 30 richieste vengono attualmente vagliate.
Ormai, nel parlamento di Skopje, prima di approvare un provvedimento di legge, sulle bocche di molti deputati gira la battuta: “Non sarebbe meglio chiedere prima a nonno Stamen cosa ne pensa?”. Meglio farlo prima, che aspettare le sue reazioni dopo...
Alcuni anni fa il governo voleva limitare il diritto alla maternità pagata solo alle donne che avessero dimostrato almeno sei mesi di retribuzione continuativa prima del parto. Tormentato dalla cronica mancanza di fondi, l'esecutivo voleva risparmiare un po' di denaro. Ma nonno Stamen disse: “E' ingiusto, questa è discriminazione!”. La Corte Costituzionale gli diede ragione.
Nonno Stamen si è iscritto alla facoltà di Legge non prima di aver compiuto 36 anni, e si è laureato mentre continuava a lavorare nell'esercito, prima quello jugoslavo e poi, dal 1991, in quello macedone. La sua prima petizione risale agli anni '70. Tutto cominciò per aiutare un amico. La legislazione allora vigente per il personale militare garantiva il diritto a poter usufruire di facilitazioni nell'acquisto della casa solo agli ufficiali, e non ai civili che lavoravano per l'esercito. Per nonno Stamen era un'ingiustizia. Dopo aver scritto la sua petizione, alla Corte Federale Jugoslava ci vollero meno di sei mesi per dargli ragione. La legge fu abrogata ed il suo amico poté mettersi in lista per un appartamento.
Nonno Stamen tiene sott'occhio tutte le leggi approvate, ma si è specializzato in alcuni settori, come lavoro, affari interni e legislazione sull'esercito. Talvolta compila anche una o due petizioni alla settimana.
Per alcune delle sentenze la Corte Costituzionale tiene sedute aperte al pubblico, e Stamen è stato convocato più volte. All'inizio, racconta l'anziana “sentinella”, il presidente della corte si fermava a salutarlo e fare due chiacchiere. Poi i rapporti si sono raffreddati. Nonno Stamen li costringeva ad un super-lavoro che non era affatto gradito.
Stamen sottolinea che non riceve alcun tipo di beneficio, né politico né materiale, dalla sua attività di “guardiano della Costituzione”. “Il mio unico interesse è dare una mano perché la legge venga fatta rispettare”.
Solo una volta ha ricevuto 1500 denari (circa 25 euro) da parte di un “cliente”, che gli ha chiesto consigli su come compilare a sua volta un ricorso.
D'altra parte, col crescere della sua fama, è probabile la consulenza di nonno Stamen diventi sempre più richiesta. Nei mesi è stato “assunto” dal direttore dell'Open Society Institute, Vladimir Milcin, un noto intellettuale, per contestare l'approvazione di una legge, recentemente approvata, sulla “lustrazione”. Il provvedimento, fonte di numerose controversie, prevede l'esclusione dai pubblici uffici dei collaboratori dei servizi segreti al tempo del regime comunista, sulla falsa riga di leggi già approvate in molti paesi est-europei. Milcin sostiene che la legge sia stata in realtà scritta per discreditare gli oppositori politici. Per nonno Stamen questa legge avrebbe avuto senso se fosse stata approvata nel 1991, mentre adesso, dopo 17 anni, sarebbe del tutto controproducente. L'obiettivo di Milcin e di nonno Stamen è di vedere la controversa legge del tutto abrogata, e il caso verrà esaminato dalla Corte Costituzionale nel prossimo futuro.
In molti, anche nelle istituzioni, preferirebbero certo che nonno Stamen passasse il suo tempo giocando a scacchi nei parchi, come un pensionato qualsiasi. Ma la “sentinella” non sembra aver intenzione di ritirarsi presto.
“Controllo tutte le leggi che vengono approvate. Quando noto qualcosa di strano, allora faccio ricorso. A spingermi, come cittadino e come avvocato, è il desiderio di veder rispettata la legge”. Nonno Stamen tiene a sottolineare che non fa parte di alcun partito politico.
Stamen Filipov rigetta le considerazioni di chi dice che, essendo così tanti dei suoi ricorsi accettati, si può concludere che l'intero sistema legislativo macedone sia disfunzionale. Secondo lui il sistema è solido, ma ha bisogno di impegno costante per essere tenuto in funzione. Dal suo punto di vista, il problema più grave è che non sempre le sentenze della Corte Costituzionale vengono fatte rispettare dalle istituzioni. “Questa è la morte della legalità”, sostiene deciso Stamen.
Nel passato nonno Stamen ha messo in discussione il diritto della polizia di trattenere cittadini per 24 ore in mancanza di atti d'accusa. Anche stavolta la Corte Costituzionale gli ha dato ragione, ma gli organi di sicurezza continuano ad aggirare la sentenza, e si registrano ancora casi di persone detenute senza alcuna accusa ufficiale.
Se nel passato nonno Stamen veniva visto innanzitutto come un eccentrico, col passare degli anni l'anziana “sentinella” ha ricevuto parte del riconoscimento che merita.
Una Ong che si occupa di diritti civili ha pubblicato un libro, dal significativo titolo “Il Costituzionalista”, in cui sono raccolti tutte le sue petizione e i suoi ricorsi.
E' stato poi nominato da un gruppo di cittadini come candidato al premio nazionale “13 novembre”, ma non ha vinto. “Non mi sorprende”, dice nonno Stamen, “molti mi vedono soltanto come un rompiscatole”.
Marco Müller, rendendo noto il programma della 65a Mostra del Cinema di Venezia, ha dedicato questa edizione a Youssef Chahine, uno dei cineasti più illuminati della storia del cinema, proiettando “Porta di ferro/Cairo Station” domenica 31 agosto in Sala Grande a mezzanotte.
L’egiziano Youssef Chahine (il cui ultimo film, “Il Caos”, è stato presentato a Venezia lo scorso anno) è morto a 82 anni il 27 luglio 2008, già da giugno versava in gravi condizioni a causa di un aneurisma cerebrale. Nato ad Alessandria d’Egitto, debuttò con lo straordinario “Bābā Amīn” (1950); un anno dopo, con “Il ragazzo del Nilo” (1951), fu per la prima volta invitato al Festival del Cinema di Cannes, dove diede scandalo dichiarando candidamente tanto il suo laicismo quanto la sua bisessualità. Fu però negli anni ‘70 che si affermò a livello internazionale con “Il passero” (1973), in cui attaccava l’Egitto per la sconfitta nella “guerra dei sei giorni” contro Israele: epica la sequenza finale, in cui la gente si riversa nelle strade per gridare il suo sostegno nei confronti del presidente Nasser.
Famosissima la sua autobiografia visiva in fieri, che parte da “Alessandria… perché?” (1978), passando per “Una storia egiziana” (1982), “Alessandria, ancora e ancora” (1990) e il meraviglioso “Alessandria… New York” (2004). Combatté anche a favore dell’emancipazione femminile in Egitto e in tutta l’Africa, come dimostrato da uno dei suoi maggiori film, “Porta di ferro/Cairo Station” (1958). Si scagliò altresì contro l’occupazione francese in Africa e i guasti che questa produsse, nella sua personale e struggente rilettura dell’invasione napoleonica in “Addio Bonaparte” (1985), dove viene narrata la sconfitta che il generale corso subì ad Abukir. Con “Il Destino” (Palma d’Oro al 50° festival di Cannes nel 1997) ha messo in scena una delle più profonde riflessioni critiche nei confronti non solo della religione islamica, ma di tutte le religioni, ponendo al centro del film uno dei più grandi personaggi della storia dell’umanità: Averroè.
Un Averroè costretto a subire l’offensiva della censura da parte degli stolti religiosi, illuminante riferimento al ruolo reazionario esplicato dai fondamentalisti islamici in epoca contemporanea. Come d’altronde fece scalpore in Occidente (e non solo) il bellissimo episodio, “Egypt”, che diresse per il film collettivo “11 Settembre 2001”
Chahine era costantemente minacciato di morte dai fondamentalisti islamici (e non solo, visto la sua forte opposizione prima a Sadat e successivamente al suo delfino ancora al potere, Mubarak) e nonostante ciò ha sempre continuato a vivere in un quartiere popolare al Cairo, rifiutando la scorta e vivendo tra la gente di ogni fede e religione che si mescola e vive quotidianamente, in pace e armonia, nella splendida città egiziana. Ecco, la sua migliore arma, oltre al cinema, era la gioia di vivere un costante confronto con l’altro da sé, senza mediazioni o steccati di sorta, quell’altro che è anche il titolo di uno dei suoi ultimi film, “L’altro” per l’appunto, del 1999. Ci piace qui ricordarlo attraverso alcune sue parole estratte dalla lezione di cinema che tenne nell’ambito del Festival del Cinema di Cannes nel 1998 (pubblicata nel volume antologico edito dall’Editrice Il Castoro nel 2007 Lezioni di cinema):
Avevo diciotto anni, ero ancora più brutto di adesso, il naso molto più appuntito, le orecchie come vele di barche… Come si dice, tutto questo aveva un certo charme, ma non lo charme slavo, né quello britannico, piuttosto il fascino arabo-greco-meticcio. Incarnavo tutto il pasticcio che caratterizzava a quei tempi Alessandria. E a chiunque mi parlasse nella propria lingua rispondevo nella sua lingua. Parlavo italiano, francese, arabo, inglese, e a quei tempi non ancora abbastanza il russo… L’ “altro” esisteva ad Alessandria, era così. C’erano ebrei, c’erano cristiani, c’erano musulmani, e fra di noi, siamo onesti, tutti sono andati a letto con tutti. E non è che fosse peggio!
Oggi è cambiato tutto, e vivo al Cairo, dove mi consigliano di spostarmi scortato da guardie armate di pistole. Tanto vale prendersi una prigione, una prigione ambulante. Averroè, il filosofo arabo-andaluso, diceva: “Preferirei morire nel mio letto circondato da donne in lacrime, ma se domani un pazzo mi uccide per strada, pazienza.”
Oggi è sicuro che la penso come lui! Ho quindi mandato indietro le guardie del corpo armate. Le ho sopportate una settimana, non di più. Vivo in uno dei quartieri “difficili” della città, ma è proprio per questo che trovo la mia sola e fondamentale sicurezza: essere come gli altri in mezzo agli altri.
Alla fine Barack Obama ha fatto la scelta più ovvia. Joe Biden sarà il suo running mate. Insomma Obama e l'anti-Obama nello stesso ticket. Secondo Marc Ambinder è una scelta giusta. E lo dice con un occhio ai sondaggi (piace alla working class e agli anziani: e in Pennsylvania e Florida, per esempio, è importante) anche FiveThirtyEight (che però avrebbe preferito Hillary).
Certo è che tra la storia del discorso copiato da Neil Kinnock, la notevole autostima unita a una proverbiale prolissità, il fatto di aver detto che Obama non era pronto per fare il presidente, la capacità innata di fare gaffe e il sottofondo razzista di alcune sue affermazioni, i repubblicani ci andranno a nozze (qui e qui). Però è anche capace di battute eccezionali: la definizione dei discorsi di Rudy Giuliani come "noun + verb + 9/11" è sua.
Sul Daily Mail di martedì scorso [5 agosto 2008, n.d.t.], la lettera principale, firmata Federazione dei Polacchi in Gran Bretagna, aveva come titolo “I polacchi si sentono perseguitati”. L’autore, Wiktor Moszczynski, si lamentava che le “notizie dei quotidiani enfatizzano gli aspetti negativi della presenza polacca nel Regno Unito”. I polacchi sono stati collegati ai problemi nel Servizio Sanitario Nazionale e nelle scuole, alla disoccupazione tra i britannici, allo spaccio di droga, agli stupri e ad altro ancora. Essi si sentono umiliati e vulnerabili, sono stati denunciati “centinaia di atti razzisti nei confronti di polacchi, alcuni dei quali sono sfociati nel ferimento o nella morte”.
La lettera non nominava alcun quotidiano autore di offese e i lettori del Mail potrebbero essere perdonati per il fatto di essersi chiesti perché essa fosse lì, in una pagina delle lettere che, come in molti giornali popolari, è relegata tra i programmi TV e le notizie sportive. In realtà, essa è il seguito di una lunga discussione tra Moszczynski e il Mail, e la sua lettera (una versione più lunga si trova sul sito Internet del Mail) fa parte di una risoluzione in cui la Press Complaints Commission svolge il ruolo di mediatore. Benché anche altri quotidiani raccontino storie che mettono in cattiva luce i polacchi e altri immigrati dell’Est europeo – ad esempio, Moszczynski ha segnalato alla PCC un editoriale del Times – il Mail è di gran lunga il maggiore autore di offese. La denuncia di Moszczynski elenca 80 titoli a partire dal maggio 2006, ma una ricerca nell’archivio online del Mail fa pensare che ne avrebbe potuti includere molti di più.
La maggior parte delle notizie era meritevole di essere pubblicata e ben documentata. L’obiezione che viene fatta riguarda il modo in cui sono presentate e le conseguenze dovute all’evidenziare continuamente il legame con i polacchi. Secondo Moszczynski "esse assicurano che ogni volta il lettore medio del Daily Mail faccia un salto sulla sedia indignandosi o allarmandosi”. Il recente afflusso di Europei dell’est ha permesso al Mail e ad altri giornali di rianimare le loro tradizioni di fomentare la xenofobia. L’intolleranza nei confronti delle persone di carnagione scura non è più accettabile e potrebbe anche incorrere nei rigori della legge. Il trucco è quello di trovare dei sostituti. Il Daily Express preferisce i “clandestini”, il Mail si concentra sui “polacchi”.
Gli articoli del Mail, indipendentemente dalla notizia di partenza, ritraggono un’Inghilterra arcadica insudiciata da intrusi stranieri maleducati che vivono alle spalle dei contribuenti indigeni. “Qui a Peterborough," scrive Sue Reid, "una bella, tipica città inglese…, la notizia della generosità del governo si è diffusa rapidamente all’interno della ... comunità multi-etnica che sta crescendo più velocemente nella provincia della Gran Bretagna". Il titolo è "La città in cui comandano i polacchi". Fiona Barton entra nel negozio Polskie Delikatesy e, tra cavoli rossi e cetrioli sottaceto, non riesce a capacitarsi. “Mi sento una straniera, ma questa non è Varsavia, Cracovia o Gdansk. Sono a Southampton".
Alcuni articoli hanno il chiaro obiettivo di suscitare indignazione: “Gli immigrati polacchi che vivono in Gran Bretagna rivendicano 21 milioni di sterline per i figli rimasti nel Paese di origine” e “Paura per il Servizio Sanitario Nazionale e le scuole dal momento che OGNI mese nascono 1000 bambini polacchi” sono degli esempi. Altri articoli sono leggermente più sottili. Ogni tentativo da parte di banche, supermercati, pub ed editori di venire incontro alle esigenze di un mercato polacco in crescita viene riportato assiduamente dal Mail, insieme ad articoli su come polizia, vigili del fuoco ed enti locali insegnino ad alcuni dipendenti a parlare polacco o producano volantini in quella lingua. Essi sono frequentemente preceduti dall’avverbio, “adesso”, cui fa seguito il sottotitolo "cos’altro in futuro?".
Quando dei polacchi sono coinvolti in incidenti stradali, secondo il Mail questo solitamente accade perché non capiscono i segnali stradali in inglese. Ma quando gli enti locali installano segnali in polacco è uno spreco di denaro dei contribuenti. Un articolo ha confrontato la questione dei segnali stradali in polacco qui da noi con la minaccia del governo polacco di “deportare i britannici che si ammalano”. In realtà, solo gli stranieri con malattie gravi come il colera e la febbre gialla non verrebbero curati in Polonia – perché il Paese non ha risorse sufficienti per affrontarle.
Sul Mail, i polacchi sono accusati delle cose più incredibili. “I prezzi della birra pronti a salire mentre le vendite di birra chiara polacca crescono del 250%”, veniva messo in risalto da un titolo, come se le due cose fossero collegate. I polacchi non riescono a combinarne una giusta. Come molti immigrati, inviano sostanziose rimesse alle loro famiglie rimaste a casa – cosa che potrebbe essere considerata ammirevole, perché assicura che il denaro arrivi alle persone che ne hanno bisogno. Sul Mail, tuttavia, il titolo è il seguente: “Gli immigrati polacchi privano l’economia britannica di un milione di sterline”. Se i polacchi ritornano a casa, il Mail presenta il fatto come un abbandono del Regno Unito. Benché non sia normalmente vigile nel difendere gli omosessuali, il Mail ha riportato la notizia secondo cui il direttore generale del Ministero dell’istruzione polacco ha intenzione di licenziare gli insegnanti che promuovono la “cultura omosessuale”..
Talvolta l’odio del giornale nei confronti dei polacchi si scontra con il suo credo secondo cui la Gran Bretagna, in ogni caso, sta andando in rovina, come quando un adolescente polacco è ritornato a casa perché, ha dichiarato, le scuole in Polonia sono notevolmente superiori. L’implicito verdetto del Mail è stato che i polacchi non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.
Moszczynski pensa che il Mail abbia corretto il suo atteggiamento da quando egli si è rivolto alla PCC e afferma che “non c’è stato molto di cui lamentarsi ultimamente”. A mio avviso, egli è troppo magnanimo. L’immigrazione non è più una notizia in primo piano come lo era un tempo, ma il Mail non perde l’opportunità di solleticare i pregiudizi dei lettori. Il mese scorso, ad esempio, ha raccontato che due dirigenti di un’autolinea erano stati arrestati dopo aver falsificato dei documenti per nascondere violazioni delle norme sulla sicurezza. Alcuni autisti lavoravano fino a 31 giorni consecutivi senza giorni di riposo e presso il deposito della compagnia sono stati trovati 16 autobus non sicuri. Onore al Mail per aver fatto conoscere questo esempio di imprenditori che mettono a rischio i loro lavoratori e clienti. L’aspetto che veniva evidenziato, tuttavia, era l’impiego di polacchi da parte dell’azienda. Essi erano nella prima frase dell’articolo e nel titolo sul sito del Mail (sebbene non nella versione cartacea). Un riquadro colorato posto in primo piano riferiva della “ricerca di personale polacco” da parte delle autolinee, quando il frequente mancato rispetto da parte dell’industria delle normative sulla salute e sulla sicurezza era sicuramente più importante.
Il Mail è particolarmente esperto nel percepire le questioni di attualità per l’Inghilterra media. Quello è il segreto del suo successo. Non nego – e non lo fa nemmeno Moszczynski – che l’arrivo dei polacchi in grande quantità abbia provocato un autentico risentimento, in parte probabilmente giustificato, nei confronti delle politiche governative. Ma non giustifica il Mail nel trasformare i polacchi in delinquenti e trascinarli gratuitamente in ogni articolo possibile. Come gran parte dei giornalisti, ammiro la professionalità del giornale che, occasionalmente, viene utilizzata per sostenere tesi che condivido. Tuttavia questo non dovrebbe nasconderci la verità: il Mail fa abitualmente uso di quello che una volta Tony Blair definì il suo “potere assoluto e irresponsabile” di legittimare odio e pregiudizio e svilire il dibattito pubblico.
Giornalista:Se tu fossi riuscito a scoprire che cosa significava Rosebud, scommetto che questo avrebbe spiegato tutto.
Altro giornalista: No, non penso, no. Il signor Kane era un uomo che ha ottenuto tutto quello che voleva e poi lo ha perso. Forse Rosebud era qualcosa che non era riuscito a ottenere, o qualcosa che ha perduto
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Con la maledizione della memoria, ecco una sintesi della ritirata nel settore dei giornali questa estate:
– I giornali tagliano gli uffici di corrispondenza di Washington. Howi Kurts del WP scrive il necrologio di un settore che rinuncia a coprire l’influenza della politica nazionale sulle questioni locali. Diversi direttori spiegano perché
– Il San Francisco Chronicle offre incentivi alle dimissioni per altri 125 giornalisti.
– Il Newark Star-Ledger dice che dovrà vendere il giornale se non riuscirà a tagliare la forza lavoro del 20 per cento.
– The Buffalo News propone incentivi alle dimissioni per 107 dipendenti.
– La Gannett annuncia che eliminerà mille posti di lavoro nei giornali, circa il tre percento della sua forza lavoro.
– Il Sarasota Herald-Tribune (un giornale locale del New York Times) taglia 33 posti di lavoro.
– Il Chicago Tribune taglierà 80 posti di lavoro in redazione
– L’Orlando Sentinelelimina senza tanto chiasso il 20 percento dei posti di lavoro in redazione.
– Il Tampa Tribunelicenzierà 21 persone nella redazione.
– Il Milwaukee Journal dice che taglierà il 10 per cento dei suoi 1.300 dipendenti.
– Il Palm Beach Post taglierà 300 posti di lavoro, 130 dei quali in redazione.
– Il Boston Herald prevede di licenziare da 130 a 160 dipendenti.
– La McClatchy dovrebbeseliminare il dieci per cento della forza lavoro nel complesso della società.
– Il Charlotte Observer riduce la forza lavoro di 123 unità.
– Il Sacramento Bee taglierà 86 posti di lavoro.
– Il Miami Herald taglia 250 posti di lavoro.
– Il Kansas City Star taglia 120 posti di lavoro.
– La Media Generaleliminerà 750 posti di lavoro entro ottobre.
– Il St. Petersburg Times evita i licenziamenti: in 200 accettano il prepensionamento.
– La Cox annuncia l’intendimento di vendere tutte le testate di sua proprietà, tranne tre, compreso l’Austin American-Statesman.
Potrei aver dimenticato qualche altro caso, ma il concetto è chiaro. Nei siti di alcuni giornali le pagine con gli articoli che annunciano i ridimensionamenti sono state cancellate.http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/
Più che parlarci dei candidati, dei quali sappiamo già molte cose, ogni elezione americana sembra rivelarci qualcosa di nuovo rispetto al popolo che si ritrova ogni quattro anni a scegliere uno fra i leader politici più importanti nel mondo.
Nel 2000 abbiamo visto come sia bastata una reazione di “antipatia“ verso il presuntuoso e arrogante Al Gore, che da grande favorito è riuscito a soccombere di fronte al “piccolo uomo qualunque“ impersonato da George W. Bush. (Sappiamo tutti che ci fu l’intervento della Corte Suprema, ma in teoria Gore non avrebbe mai dovuto permettere a Bush di avvicinarsi così tanto, nei risultati elettorali, da potervi fare ricorso).
Nel 2004, nonostante tutti avessero capito che la guerra in Iraq era un disastro ormai irreversibile, bastò che Dick Cheney agitasse per qualche settimana lo spauracchio del “ritorno del terrorismo“, e nuovamente l’America corse a ripararsi ... dietro allo stesso uomo che l’aveva trascinata in quel disastro.
Ora con Obama e McCain stanno succedendo cose molto strane, che nuovamente ci insegnano qualcosa del popolo americano che evidentemente non conoscevamo.
Dopo aver vinto la tenace battaglia con la Clinton per la nomination, Obama aveva veleggiato per oltre un mese con un vantaggio nei sondaggi, rispetto a McCain, che si aggirava sugli otto-dieci punti di percentuale. In altre parole, se si fosse votato in quel momento, Obama avrebbe vinto con il 48% circa dei voti, ...
... contro il 38% circa di McCain (il resto dei voti andava ai candidati “di frangia”, sia di destra che di sinistra).
Da quel giorno Obama non solo non ha commesso errori, ma ha rinforzato il suo messaggio con diversi interventi di un certo spessore, incastonando il tutto in un viaggio internazionale – Europa e Medio Oriente - decisamente di successo: eppure oggi, sorprendentemente, Obama si ritrova con un paio di punti di svantaggio rispetto a McCain nei sondaggi nazionali.
Che cosa è successo nel frattempo? Apparentemente nulla, non fosse per l’uscita di due spot pubblicitari contro Obama, che evidentemente hanno avuto un effetto addirittura superiore a qualunque aspettativa da parte repubblicana: nel primo spot Obama veniva paragonato - in maniera volgare e grossolana – alla starlette Paris Hilton. Le immagini di Obama che raccoglie applausi a Berlino erano mescolate a quelle della Hilton che raccoglie applausi in passerella, mentre il commento dello spot diceva: “Oggi Obama è certamente una star, ma è in grado di guidare una nazione come l’America?”
Nel secondo spot i repubblicani riprendevano un tema già utilizzato dalla Clinton, che nuovamente metteva in dubbio la “preparazione“ di Obama nel caso di una qualunque emergenza nazionale.
Naturalmente, nessuno di questi spot è supportato da fatti o aneddoti che possano far dubitare delle effettive capacità di Obama, ma è stato sufficiente “dirlo”, per capovolgere un trend che sembrava destinato a regalargli una schiacciante vittoria nel mese di novembre.
Nel frattempo sono iniziati i confronti televisivi, anche se in forma non ufficiale (i due candidati attendono la Convention di ciascun partito, per la nomina ufficiale), e ormai si è capita chiaramente la diversa strategia che ciascuno ha scelto di utilizzare nelle pubbliche occasioni. Obama si rivolge alla parte “intelligente“ della nazione, dando risposte complesse e ragionate, che mostrano chiaramente il suo livello di consapevolezza rispetto ai problemi trattati. McCain invece predilige le risposte “di pancia“ - delle semplici e banali frasi fatte, come “non aumenterò le tasse“, “difenderò l’America dai mali del mondo“, “la vita è sacra e l’aborto è un peccato mortale“, ecc. - intese ad accontentare i livelli meno preparati della popolazione, che normalmente vogliono sentirsi dire certe cose senza preoccuparsi di affrontarle con metodo critico.
Sono le “due Americhe” di cui si è parlato già altre volte: la “Blue America” (gli stati democratici, collocati soprattutto sulle coste est e ovest, con popolazione di prevalenza urbana e intellettualmente più progredita), e la “Red America” (gli stati centrali, a prevalenza rurale, meno colti e con forte caratterizzazione religiosa), che tornano a fronteggiarsi con apparente parità di forze.
Il vantaggio, almeno teorico, rimane sempre dalla parte di Obama, in quanto lui può ancora erodere buona parte del cosiddetto “centro” (gli indecisi), mentre McCain può solo sperare di mantenere la propria base sulle posizioni già raggiunte. Ma il lavoro è ancora tutto da fare.
Fra una decina di giorni ci sarà la convention democratica, e solo a quel punto inizierà per Obama la vera fatica per riuscire a conquistare la Casa Bianca.
La domanda è: perché l'Iran sta facendo crescere la tensione con gli emirati del Golfo, e soprattutto con gli Emirati Arabi Uniti, che pure hanno dimostrato in questi ultimi mesi di voler mitigare i venti di guerra che vengono da Oltreatlantico? La risposta, per ora, non c'è. Per ora c'è, invece, l'apertura di due uffici amministrativi iraniani sull'isola contesa di Abu Mousa, con tanto di rimostranze e severe critiche non solo da parte dei diretti interessati, gli Emirati Arabi Uniti che da quasi quarant'anni hanno il contenzioso diplomatico aperto con l'Iran, ma anche da parte del Gulf Cooperation Council. Abu Mousa, non c'è che dire, è in un posto strategico, per Teheran che è a rischio di un attacco "preventivo".http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Dal 19 agosto è stato completato il cartellone della 33. edizione del Toronto International Film Festival (TIFF), in programma dal 4 al 13 settembre. I numeri della kermesse sono a dir poco impressionanti: 18 le sezioni ufficiali e 312 i film presentati, da ben 64 paesi. Lo spazio riservato ad autori e storie che gravitano intorno al pianeta Africa – parafrasando la contestata denominazione della sezione a tema, soppressa alcuni anni fa – è piuttosto marginale, ma tale è la dimensione generale dell’offerta che mettere insieme un palinsesto panafricano di interesse è possibile, anche se a conti fatti l’unico titolo firmato da un regista africano in anteprima mondiale è, nella sezione Real to Reel, il documentario Sea Point Days del sudafricano François Verster (When the War is Over, 2002; The Mothers’ House, 2006), uno sguardo inusuale al parco e alle piscine di Sea Point a Cape Town, frequentate da cittadini di tutte le estrazioni sociali. E sempre dal Sudafrica – paese chiave, che verrà più volte evocato – ma da Johannesburg, arriva anche il corto Jesus and the Giant di Akin Omotoso (Discovery). Inoltre, il TIFF fa scoprire oltre Atlantico alcuni titoli recenti presentati a Locarno (come Khamsa, del tunisino Karim Dridi, e il corto Expectations, del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun), e a Venezia (Teza, dell’etiope Haile Gerima).
Maggiore spazio viene dato all’Africa vista da, luogo di incroci di mercato e proiezioni dell’immaginario. Ancora dalla Rainbow Nation arrivano altre due anteprime mondiali molto attese. Disgrace (Special Presentations) è una coproduzione Australia/Sudafrica, diretta dall’australiano Steve Jacobs e tratta dal noto romanzo del Premio Nobel J.M. Coetzee (in Italia, col titolo Vergogna, è edito da Einaudi), che vede protagonista un professore universitario bianco di mezza età (John Malkovich), prima licenziato dall’università per aver sedotto una studentessa e poi assalito nella fattoria di campagna della figlia da tre neri che la violentano, con la sospetta complicità di un vicino (Eriq Ebouaney). Con l’anglosudafricano Skin (Contemporary World Cinema), firmato dall’esordiente Anthony Fabian, torniamo invece negli anni ’50, per veder raccontata la storia vera della giovane Sandra Laing (l’afroinglese Sophie Okonedo, già nominata all’Oscar per Hotel Rwanda), alle prese con i problemi di discriminazione e identità che le derivano dall’essere figlia di genitori bianchi (Sam Neill e Alice Krige).
Sempre in anteprima mondiale, da segnalare alcuni documentari di rilievo. In Youssou N’Dour: I Bring What I Love (Special Presentations), diretto dall’americana Elizabeth Chai Vasarhelyi, la popstar senegalese si racconta durante il tour di presentazione del suo ultimo album Egypt: il 6 settembre alle 20.30 è previsto un concerto gratuito dell’artista, accompagnato dalla sua band Le Super Etoile, all’interno di un cartellone di eventi collaterali, che avrà luogo nella location di Yonge-Dudas Square. Soul Power (Real to Reel), dell’americano Jeffrey Levy-Hinte, ci riporta nel mitico concerto che accompagnò nel 1974 lo storico match di Muhammad Ali e George Foreman nello Zaire di Mobutu, con James Brown e altri giganti del soul. Molto più triste il viaggio compiuto nello spagnolo Return to Hansala (Contemporary World Cinema), in cui il regista Chus Gutiérrez ci guida sulle tracce di 13 migranti clandestini marocchini morti sette anni fa in mare mentre tentavano di superare lo stretto di Gibilterra. L’austriaco Nikolaus Geyrhalter, col suo 7915 km (Real to Reel), ci offre invece una prospettiva personale sul rally Parigi-Dakar, mettendo a confronto stereotipi e pregiudizi sull’Africa e sull’Europa. Peace Mission (Real to Reel) della tedesca Dorothee Wenner, già trasmesso in un’altra versione su Arte, ci fa scoprire infine il boom dell’industria dell’audiovisivo in Nigeria, esploso nell’ultimo decennio.
Ma le novità che fanno più rumore arrivano dalla diaspora afroamericana. A Toronto verrà infatti presentato in anteprima assoluta anche l’attesissimo Miracle at St. Anna di Spike Lee (nella foto) sulla campagna toscana della 92° divisione all-black dei Buffalo Soldiers, scritto da James McBride sulla base del suo romanzo omonimo e interpretato da un ricco ed eterogeneo cast, comprendente tra gli altri Derek Luke, John Turturro, Kerry Washington, John Leguizamo e i nostri Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi e Omero Antonutti: inizialmente ventilato come anteprima veneziana, il film sarà accompagnato l’8 settembre alle 20.30 da un concerto straordinario del compositore jazz Terence Blanchard, autore delle musiche di questo e numerosi altri film di Spike.
Si annuncia calda anche l’anteprima mondiale di The Secret Life of Bees (Gala Presentation) di Gina Prince-Bynthewood (L’amore prima di tutto, 2004): tratto da un romanzo e ambientato nella Carolina del sud nel 1964, il film descrive il viaggio alla ricerca delle origini della madre compiuto da una ragazzina (Dakota Fanning), in compagnia delle bizzarre e anticonformiste sorelle Boatwright (Queen Latifah, Alicia Keys e ancora Sophie Okonedo). Medicine for Melancholy (Discovery), dell’indipendente Barry Jenkins, ci fa conoscere San Francesco dal punto di vista di due giovani afroamericani sbandati, mentre Goodbye Solo (Contemporary World Cinema) dell’iraniano-americano Ramin Bahrani, già in cartellone a Venezia, è ancora un viaggio a due fra un vecchio bianco aspirante suicida e un giovane tassista senegalese. Who Do You Love (Gala Presentation), di Jerry Zaks, è invece un’omaggio al leggendario produttore Leonard Chess, scopritore negli anni ’50-’60 con la sua etichetta di alcuni grandi talenti del blues e R&B, come Muddy Waters, John Lee Hooker e Chuck Berry.
Sul versante non-fiction, si parlerà di diritti civili nel work-in-progress film The People Speak di Howard Zinn (con le testimonianze, tra gli altri, di Danny Glover e Kerry Washington) e nell’installazione The Death of Tom, in cui il videoartista Glenn Ligon ha riletto il primo adattamento di Uncle Tom’s Cabin, diretto nel 1903 da Edwin S. Porter.
Per finire, il menu afro-europeo prevede alcune anteprime internazionali in parte già segnalate come La fille de Monaco con Roschdy Zem (da Locarno), Blindness di Fernando Meirelles con Danny Glover, Dernier maquis di Rabah Ameur-Zaïmeche e Hunger dell’afrobritish Steve McQueen (da Cannes), 35 Rhums di Claire Denis con Alex Descas e Pa-ra-da di Marco Pontecorvo con Jalil Lespert (da Venezia), L’empreinte de l’ange del franco-algerino Safy Nebbou, JCVD del franco-marocchino Mabrouk El Mechri, ma anche una prestigiosa world premiere: in Aide-toi le ciel t’aidera, François Duperyron (Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, 2003) descrive le disavventure di una madre-coraggio senegalese (Félicité Wouassi, L’odio, Il grido del cuore) che, nel giorno del matrimonio della figlia, scopre che il figlio è implicato in un traffico di droga e il marito è fuggito con i soldi del ricevimento. Il cast comprende anche altri volti noti della diaspora francoafricana come Jacky Ido (La masai bianca), Fatou N’Diaye (Nha fala, Un dimanche à Kigali) e Mata Gabin (Monsieur Ibrahim, Sexe, Gombo et beurre salé).http://www.cinemafrica.org/spip.php?article669
O se ne va nel 2010 e si consegna alla storia come il Presidente della ritrovata fiducia, o si ripresenta ed indebolisce la democrazia colombiana (e la sua stessa ereditá al Paese).
In questi termini pone la questione il New York Times, che non si astiene dal suggerire l'alternativa preferita: che annunci subito la sua intenzione di non ricandidarsi.
Un terzo mandato di Uribe sarebbe gravissimo: poiché certamente non verrá accompagnato da una riforma costituzionale completa, genererá una "mezza democrazia" in cui troppi poteri deriveranno la loro legittimita (e nomina) dalla stessa persona.
Cosa ne penserá il Governo USA? Secondo me, sono favorevoli a sostituire un Uribe con Juan Manuel Santos. Quest'ultimo infatti fornisce garanzie antichaviste, é vicino ai militari, continuerebbe le politiche economiche liberiste di Uribe e salverebbe (la faccia al)la democrazia colombiana.http://bogotalia.blogspot.com/
La morte di Hua Guofeng, riportata ieri dagli organi di stampa ufficiali cinesi, può prendere molti di sorpresa: la maggior parte delle persone, infatti, si stupiscono del fatto che fosse ancora vivo, talmente apparteneva ad un’altra epoca
dalla corrispondente
Ilaria Maria Sala
Hong Kong - La morte di Hua Guofeng, riportata ieri dagli organi di stampa ufficiali cinesi, può prendere molti di sorpresa: la maggior parte delle persone, infatti, si stupiscono del fatto che fosse ancora vivo, talmente apparteneva ad un’altra epoca. Hua, deceduto a 87 anni a Pechino per un’imprecisata malattia, fu per breve tempo Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, dopo essere stato eletto a tale ruolo da Mao Zedong stesso, sul letto di morte. “Con te al comando, sono tranquillo”, si dice che Mao abbia detto poco prima di morire al sicofante Hua, che aveva perfino modificato il suo aspetto fisico il più possibile per assomigliare al Grande Timoniere, assumendone il taglio di capelli e alcune delle movenze – e venendo dunque accusato di volersi far adorare come un “Nuovo Mao” e di star cercando di creare un culto della personalità intorno a sé.
Una volta al potere, il suo regno fu di breve durata, e il suo ruolo rimane incerto, almeno nella storiografia ufficiale – per quanto il necrologio pubblicato ieri dall’agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina lo chiami “un grande membro del Partito Comunista Cinese, un combattente comunista di lunga durata e lealtà, e un rivoluzionario proletario”. Fu l’uomo-cerniera che riuscì ad evitare che il paese cadesse nel caos alla morte di Mao, e diede il via al periodo di limitate purghe che ebbe luogo dopo la morte di questi.
Privo di carisma o personalità significativa, Hua, all’epoca chiamato “Il Saggio Leader”, era Segretario quando venne denunciata ed arrestata la Banda dei Quattro (a cui furono attribuiti tutti gli eccessi della Rivoluzione Culturale e delle varie altre campagne radicali dell’ultimo decennio maoista), un’azione che mise formalmente fine agli anni di acuta follia politica del paese. La vedova di Mao, Jiang Qing, nel corso del processo contro di lei accusò l’intera dirigenza cinese (incluso Hua) di essere colpevoli tanto quanto lei di quello che era avvenuto dalla fine degli anni ’50 in poi, dichiarando che tutte le sue azioni erano state approvate anche da Mao stesso.
La politica più nota di Hua Guofeng, espressa subito dopo l’arresto della Banda dei Quattro, fu quella nota con il bizzarro nome dei “Due Qualunque”, che raccomandava che la Cina si attenesse a qualunque politica Mao avesse adottato in precedenza e seguisse qualunque istruzione che il Grande Timoniere avesse impartito.
Appena due anni e mezzo dopo, però, Hua venne tolto di torno, senza troppe cerimonie, da Deng Xiaoping, l’architetto delle riforme economiche cinesi, e da allora veniva in particolare ricordato per essere rimasto “eccessivamente radicale”. Deng, perseguitato come “elemento di destra” sotto Mao, poté essere riabilitato e venire al potere grazie ad un colpo di mano sostenuto dai militari e da quei numerosi membri del Partito Comunista che avevano compreso che il paese fosse allo stremo, e che l’economia nazionale non poteva più essere vittima delle utopie politiche più estreme. Hua, un quadro di partito che aveva attirato l’attenzione di Mao per il suo idealismo agricolo e la sua disciplina non godeva di grandi amicizie fra i militari, ma soprattutto fra i burocrati di medio e basso rango. Nominato Segretario provinciale dello Hunan (regione natale di Mao Zedong) nel 1959, riuscì a mantenere una relativa neutralità politica negli anni più turbolenti della Cina moderna, per poi divenire l’erede apparente una volta deceduto l’altro ex-favorito di Mao, Lin Biao, scomparso in un misterioso incidente aereo nel 1971.
Figura di transizione troppo attaccata al passato per poter essere utile nel vorticoso presente delle riforme di Deng, Hua venne ufficialmente sollevato dal suo ruolo di Segretario del partito nel 1980, e da allora non aveva più fatto parlare di sé, trascorrendo gli ultimi trent’anni impegnandosi nella calligrafia cinese e poco altro. http://www.lettera22.it/showart.php?id=9568&rubrica=225
KASHMIR: DECINE DI MIGLIAIA A SRINAGAR PER INDIPENDENZA DA NEW DELHI
In decine di migliaia, oltre 100.000 secondo alcune fonti, hanno risposto oggi all’appello della Conferenza Hurriyat, coordinamento di partiti e organizzazioni separatiste, per una grande manifestazione a Srinagar per chiedere l’indipendenza del Kashmir dall’India. “Il governo deve capire che la questione del Kashmir si deve risolvere con il coinvolgimento di New Delhi, Islamabad e i rappresentanti del Jammu e Kashmir” ha detto Mirwaiz Farooq, presidente della Conferenza, riferendosi ai negoziati avviati nel 2004 da India e Pakistan per risolvere disputa territoriale che perdura dal 1947. Gli indipendentisti hanno proclamato uno sciopero generale per tre giorni a cominciare da oggi, annunciando inoltre un ‘sit in’ nel centro della città per lunedì. È la seconda e più grande manifestazione pro indipendenza nel Jammu e Kashmir, l’unico Stato della federazione indiana a maggioranza musulmana, da quando a fine maggio si sono aggiunte nuove tensioni con la minoranza indù sorte per la cessione di 40 ettari di terreno destinati alla creazione di ostelli per pellegrini diretti al santuario induista di Amarnath, autorizzazione poi revocata. Almeno 23 persone, tra musulmani e indù, quest’ultimi nel distretto di Jammu, sono morti in scontri con la polizia durante proteste contro o pro la concessione del lotto di terreno, questione che ha riacceso le rivendicazioni nazionaliste dell’una e altra parte. Dal 1989 è in corso nel Jammu e Kashmir una guerriglia separatista con decine di migliaia di vittime, che negli ultimi due anni ha fatto però registrare una riduzione della violenza con il procedere delle iniziative diplomatiche tra Islamabad e New Delhi. http://www.misna.org/
Bielorussia : rilasciati tre prigionieri politici di Gabriella Mira Marq
Sono stati finalmente rilasciati dalle carceri bielorusse i prigionieri Aleksandr Kozulin, Andrey Kim, e Sergei Parsyukevich. Aleksandr Kozulin è stato rilasciato il 16 agosto, Andrey e Kim e Sergei Parsyukevich il 20 agosto.
Fin dal 2006 sia l'Unione Europea che l'OSCE chiedevano la liberazione di Kozulin e di tutti i altri prigionieri politici. Il Presidente in carica del Consiglio OSCE, il ministro degli Affari esteri finlandese Alexander Stubb, ha quindi accolto con soddisfazione il rilascio da parte delle autorita' bielorusse.
"La comunità internazionale ha seguito da vicino questi casi - ha detto ieri Stubb - La liberazione dei prigionieri e un passo incoraggiante, soprattutto alla luce dellle elzioni parlamentari del prossimo mese, che saranno seguite dall'OSCE".
Per le limitazioni alla liberta' di stampa, di espressione e di manifestazione imposte dal governo del presidente in Bielorussia, l'Unione Europea ha da anni stabilito sanzioni per alcuni leader del Paese.
Dalle isole della Croazia alle coste del Mar Nero, alle spiagge urbane del nord Europa fino alla festosa penisola salentina. Spiagge emergenti per chi ha voglia di sperimentare nuovi itinerari.
Dimora di sbalorditivi scenari: coste e foreste quasi ancora inesplorate. Da qualche anno la Croazia vive una dinamica stagione turistica. I prezzi modici e i numerosi divertimenti sono alcuni motivi per cui sempre più giovani la scelgono come meta per le vacanze. Sono circa 1.200 le isole che si affacciano sulle sue coste croate: la più è quella di Brac, sede di una spiaggia molto particolare, Zlatni Rat. Una sottile striscia di sabbia e ciottoli finissimi che si spinge, come una lingua, per quasi cinquecento metri nel mare. Fenomeno unico: cambia forma quasi ogni giorno, a volte gira a destra, a volte a sinistra, per effetto delle correnti marine, del vento e delle onde.
Salento, la Tarantella all’ombra del tacco d’Italia
La taranta (Foto: Riccio "il colore del ricordo inganna"/Flickr)La penisola salentina, conosciuta come tacco d'Italia, si estende sulla parte meridionale della Puglia, tra il mar Ionio e l’Adriatico. Da qualche anno a questa parte è una meta di “vacanze giovani”, apprezzata per le sue spiagge incontaminate, le scogliere veraci, le sagre di paese, e i borghi soleggiati. Ma la cosa che attira di più è la tradizionale festa della Taranta, ballo popolare che arriva dall’uso di battere il tempo che accompagnava i riti di guarigione delle tarantolate, cioè delle donne che si credeva fossero state morse dalla tarantola, il ragno a cui si è attribuito lo stesso nome.
Il mare è bello anche quando è Nero
Nesebar in Bulgaria | (Foto: Boby Dimitrov/ Flickr)Ma le spiagge non sono solo quelle del Mediterraneo. La Bulgaria, grazie ai bellissimi paesaggi e ai prezzi modici, negli ultimi anni è testimone di un’esplosione del mercato turistico. La costa del Mar Nero, invasa in estate, offre una vita notturna molto vivace. Nesebăr, città-gioiello sulla costa è collegata alla terra da una sottile lingua di terra, è uno delle località più visitate. Nel 1983, grazie al ricco incontro di cultura ellenistica, romana e ortodossa, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
Al fresco del Baltico
Jumala | (Foto: mightymightymatze/ Flickr)Da pochissimi anni le spiagge della Lettonia suscitano interesse e curiosità per i viaggiatori che non avevano mai pensato al mar Baltico come meta. Le coste lettoni si estendono per 497 chilometri lungo il mar Baltico e il golfo di Riga. Il mare potrebbe non essere caldissimo come ai Caraibi, ma si può godere della costa senza il sovraffollamento estivo. Oltre alla spiaggia di Jurmala vicinissima a Riga, quasi al confine del Paese si trova Liepaja la località più hippy della Lettonia frequentata da musicisti e artisti bohemien .
Spiagge urbane
Jogging a Amager Strandpark (Foto per gentile concessione di AS)La moda delle spiagge in città di diffonde in Europa. Copenhagen offre Copencabana e Amager Strandpark, (costruite nel 2005), situate a soli cinque chilometri dalla città. Si tratta di spiagge che affacciano su una laguna, collegate alla costa da tre ponti. Qui in migliaia fanno il bagno nelle acque limpide del mare, giocano a beach volley, fanno picnic, praticano attività sull’acqua. Proprio come se fosse vero. Più conosciute quelle di Berlino (Bundespressestran) e la Paris plage, che ormai da anni ripara dall’afa all’ombra di Notre Dame.http://www.cafebabel.com/ita/article/25962/spiagge-deuropa-il-turismo-allultima-moda.html
New York. Questa mattina Barack Obama annuncerà il suo candidato vicepresidente che, salvo sorprese, sarà uno tra Joe Biden, Evan Bayh, Jack Reed (senatori) e Tim Kaine (governatore della Virginia). Il suo avversario repubblicano, John McCain, annuncerà la sua scelta venerdì, un giorno dopo la fine della convention democratica di Denver e tre giorni prima dell’inizio della sua convention a Minneapolis-St. Paul. I nomi che circolano sono quelli di Mitt Romney e del governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, ma da McCain c’è da aspettarsi anche il tentativo di convincere il generale David Petraeus.
Lo scontro tra i due contendenti s’è fatto durissimo, in questi giorni in cui McCain ha azzerato il vantaggio di Obama. Il candidato repubblicano, però, è scivolato sul numero di case di sua proprietà: “Non so quante siano, devo chiedere al mio staff”, ha risposto a una domanda del giornale online The Politico. Gli obamiani hanno subito confezionato un efficace spot tv intitolato “seven”, che ricorda come, mentre molti connazionali perdono la propria abitazione a causa della crisi dei mutui, McCain non ricorda nemmeno quante ne possiede. “Sono sette”, recita lo spot, e c’è un’altra casa, la White House, che per gli americani sarebbe meglio che McCain non occupasse. La risposta di McCain è arrivata subito con un altro spot: Obama è l’ultimo a poter parlare di case, visto che ha ricevuto un paio di favori immobiliari da un amico costruttore condannato per corruzione e destinato a finire in galera. McCain è intenzionato a inondare la convention democratica con gli spot. Gli ultimi due sono stati diffusi l’altro ieri: il primo prende in giro l’aura messianica di Obama e il secondo lo descrive come “pronto ad aumentare le tasse, ma non a guidare il paese”. Inoltre c’è il caso di American Issues Project, un gruppo esterno alla campagna McCain che ha preparato un ruvido spot sui rapporti fra Obama e l’ex capo del gruppo terrorista Weather Underground.
Il senatore democratico risponde colpo su colpo, al contrario di qualche settimana fa e ora, con la convention, ha l’opportunità di presentarsi sotto una diversa luce. L’idea di Denver è quella di raccontare Obama come una grande storia americana, radicata profondamente nella storia e nella tradizione del paese. Comincerà lunedì sua moglie Michelle, con i familiari, a collegare questo sogno obamiano con la battaglia quotidiana dei cittadini americani (una decina dei quali, incontrati in campagna elettorale, parleranno in prime time tv ogni sera). Oltre a un tributo a Ted Kennedy, ci sarà spazio per il leader afroamericano Jesse Jackson, per la presidentessa del gruppo abortista Naral e per la speaker della Camera, Nancy Pelosi. Martedì Obama punterà sull’economia e darà spazio a Hillary Clinton e al keynote speaker Mark Warner, candidato al Senato in Virginia. Prima di loro interverranno i governatori del partito democratico. Mercoledì è il giorno della politica estera e del vicepresidente, ma anche di Bill Clinton. Giovedì, presentato da Al Gore, parlerà Obama.
Il programma di McCain comincia il lunedì successivo, 1 settembre, a St. Paul, in Minnesota. Il tema del primo giorno è “Service” e sarà aperto dal senatore democratico, e nel 2000 ex candidato vice di Al Gore, Joe Lieberman. A seguire Arnold Schwarzenegger, il vicepresidente Dick Cheney, Laura e George. Martedì McCain mostrerà il suo lato riformatore, con gli interventi di Rudy Giuliani, Mike Huckabee e una serie di star nascenti del partito repubblicano, tra cui la governatrice dell’Alaska Sarah Palin, l’ispanica Rosario Marin e il nero Michael Steele.
Il terzo giorno, dal titolo “Prosperity”, toccherà al candidato vicepresidente, al 36enne governatore indo-americano della Louisiana Bobby Jindal, a Mitt Romney e alle due principali consulenti economiche, le ex cape di eBay e Hewlett Packard, Meg Whitman e Carly Fiorina. Giovedì 4, a parlare di “Pace”, ci saranno Pawlenty, il governatore della Florida Charlie Crist e, infine, John McCain.
Mindanao nel caos: 220mila sfollati e il timore di una guerra civile di Santosh Digal Il mancato accordo fra Milf e governo ha acuito le tensioni nella provincia meridionale. Secondo un’agenzia Onu sono centinaia di migliaia gli sfollati, ma il pericolo è che divampi un altro sanguinoso conflitto. L’aiuto della Chiesa cattolica alla popolazione civile.
Manila (AsiaNews) – Sono più di 220mila gli sfollati che nelle ultime settimane hanno dovuto abbandonare le loro case nel Mindanao, nel sud delle Filippine, a causa del conflitto fra l’esercito governativo e i ribelli del fronte islamico Moro (Milf). Lo rivela l’agenzia Onu World Food Program (Wfp), annunciando di avere stanziato oltre 900 tonnellate di derrate alimentari per aiutare quanti non hanno più né cibo né alloggio.
Secondo il Wfp gli ultimi interventi interessano le province di Maguindanao e Shariff Kabunsan: a oltre 10mila famiglie (per un totale di 60mila persone circa) nel mese prossimo verranno distribuite 250 tonnellate di riso per garantire loro un pasto giornaliero, con un investimento pari a 207mila dollari Usa. “A causa del crescente senso di insicurezza che si respira nella regione – si legge in una nota pubblicata dall’agenzia delle Nazioni Unite – sempre più famiglie abbandonano le loro abitazioni”. Auspicando il raggiungimento di un accordo fra Milf e governo, il documento Onu illustra inoltre gli aiuti umanitari messi in campo a partire dall’11 agosto scorso – oltre 650 tonnellate di riso per più di 160mila persone – nelle province di Lanao del Sur, Lanao del Norte e North Cotabato.
“Auspichiamo pace e stabilità nella zona – sottolinea Stephen Anderson, direttore del Wfp per le Filippine – perché la crisi umanitaria assume proporzioni sempre più gravi. Il Wfp cerca di far fronte ai bisogni immediati, ma speriamo che presto la situazione possa migliorare”.
Anche la Chiesa cattolica del Paese si è attivata per aiutare i bisognosi: i gesuiti hanno avviato una raccolta fondi da devolvere alle vittime dei conflitti nel Mindanao, ma chiedono al contempo che ripartano i colloqui di pace e venga sottoscritto il memorandum of agreement (Moa). “I civili sono il bersaglio principale delle violenze, senza distinzioni fra cristiani, musulmani e gli indigeni dell’etnia Lumads”, denuncia Jose III V. Chan-Gonzaga, direttore esecutivo del Jesuit Social Service filippino.
L’arcidiocesi di Cagayan de Oro, in collaborazione con le diocesi di Iligan e Marawi invita a fornire aiuti umanitari per le città della provincia di Lanao, teatro nelle ultime settimane di attacchi alla popolazione e incendi alle abitazioni. I fondi raccolti saranno devoluti all’arcidiocesi di Cagayan de Oro, che attraverso l’opera dell’arcivescovo Antonio Ledesma e della locale Università di San Francesco Saverio ne cureranno la distribuzione.
Nel Paese cresce il clima di sfiducia e di pregiudizio verso i militanti del Milf, giudicati “inaffidabili” e "incapaci di raggiungere un accordo di pace" che ponga fine alle violenze; i ribelli hanno riaperto “vecchie ferite all’interno della comunità cristiana”, la più colpita dalla “logica di guerra e massacri” promossa dai ribelli islamici. Il pericolo è la ripresa di un “nuovo conflitto fra cristiani e musulmani”, sottolinea p. Armando Picardal, del seminario maggiore redentorista Sant’Alfonso a Davao. “Sono state commesse incredibili atrocità – denuncia il religioso – nella sola Iligan, la mia città natale, vi sono stati due attacchi bomba e fra i cittadini si respira un’atmosfera crescente di panico. La sensazione è che presto l’area verrà attaccata dai ribelli islamici”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13042&size=A
Secondo i dati resi pubblici dalla Cgia di Mestre l’indebitamento delle famiglie italiane dal momento dell’introduzione dell’euro è praticamente raddoppiato, avendo raggiunto a dicembre 2007 una media di 15.765 euro a famiglia su base nazionale, con punte che superano i 21.000 euro nelle grandi aree metropolitane come Roma e Milano, facendo registrare una crescita del 93,28% rispetto al 2002. Uno studio precedente della stessa Cgia aveva evidenziato come già nel 2006 il 78% delle famiglie italiane non fosse riuscito più a risparmiare trovandosi anzi costretto a ridurre i propri consumi per riuscire ad arrivare alla fine del mese, quantificando in circa 500.000 le famiglie italiane sovraindebitate o sotto usura.
Le famiglie italiane stanno perciò continuando ad indebitarsi sempre più, anche se la situazione risulta per certi versi meno drammatica rispetto agli Stati Uniti dove il debito medio delle famiglie ha ormai superato gli 84.000 euro, ma il peggiore campanello di allarme arriva dall’analisi della natura dell’indebitamento. In Italia le ragioni per le quali si domanda denaro a prestito sono infatti costituite sempre meno da investimenti a lungo o medio termine quali mutui per l’acquisto della casa o da crediti finalizzati ad acquistare beni di consumo dal costo estremamente elevato come autovetture o componenti d’arredo, e sempre più dalla cessione del quinto dello stipendio, da prestiti non finalizzati come le carte di credito revolving o da prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi che negli anni passati risultavano voci marginali nell’ambito dei finanziamenti, quali viaggi, spese mediche, palestre, piccoli elettrodomestici e beni di consumo dal costo relativamente basso. Pur in una situazione di pesante riduzione dei consumi, dai dati relativi al 2007 emerge infatti l’estrema vivacità del credito al consumo, cresciuto dell’11,3% (+ 12,8% per quanto riguarda la cessione del quinto dello stipendio) contro l’8,7% del mercato dei mutui, arrivando a sfiorare il 20% dell’indebitamento totale per una cifra di circa 100 miliardi di euro.
Il ricorso al credito da parte delle famiglie italiane, il cui indebitamento medio ha ormai superato il 50% del reddito disponibile, sta pertanto continuando a crescere, pur alla luce della vistosa contrazione dei consumi, risultando sempre più indirizzato a contenere, almeno in parte, la progressiva perdita del potere di acquisto di salari e pensioni. Sempre più spesso ci si indebita per riuscire a fare la spesa l’ultima settimana del mese, per comprare i libri di scuola ai figli, per andare comunque in vacanza una settimana, per non rinunciare alla palestra o ad una cena con gli amici, per riparare l’auto, per fare tutte quelle cose che fino a qualche anno fa rientravano nell’ambito della capacità di spesa di una famiglia dal tenore di vita normale ed ora necessitano di un accesso al credito. Sempre più spesso ci si indebita per aiutare economicamente i figli ormai in età adulta che non riescono a trovare lavoro, tanto che stanno crescendo in maniera esponenziale le formule di finanziamento orientate alla categoria dei pensionati e destinate a questo scopo. Ci si indebita per allontanare la consapevolezza del fatto che si sta diventando sempre più poveri, più infelici, più indebitati e più ricattabili, perché proprio sulla libertà di scelta finisce per ripercuotersi il costo più grave di una vita a credito. http://ilcorrosivo.blogspot.com/
Titolo del Corriere: "L'italiano morto a Madrid con il compagno e un bimbo". Titolo di Repubblica: "Uno steward palermitano in vacanza con un amico francese e il figlio". Titolo della Stampa: "Lo steward morto con l'amico e suo figlio".
Insomma, a leggere il titolo del Corriere, Domenico Riso, morto nell'incidente aereo, era gay. Ed è morto insieme alla persona con la quale conviveva. Il Corriere ha scelto di scriverlo nel titolo. Repubblica lo ha omesso completamente, scrivendo solo che viveva insieme con l'uomo con cui è morto. La Stampa ha scelto una terza via, la peggiore, la più ipocrita, la più ammiccante parlando dell"l'amico" (in prima, scrive addirittura, con espressione ributtante, "l'amico del cuore").http://stamparassegnata.splinder.com/
Le fantasie del “Giornale” e l’impegno dei democratici coerenti
di Paolo Flores d'Arcais
“Girotondino per una poltrona”. Questo il titolo in prima pagina, e a tutta pagina, a caratteri di scatola, che apre “Il Giornale” – house organ del regime di Berlusconi – mercoledì 20 agosto. A tale “notizia” venivano dedicate interamente la pagina 2 e la pagina 3. Notizia clamorosa, evidentemente, più importante della guerra tra Russia e Georgia e perfino delle esternazioni di Calderoli. Eppure la notizia non c’era, le tre paginate del “Giornale” erano state montate tutte a partire da una frase da me pronunciata in coda ad una intervista su “La Stampa”, vecchia oltretutto di una settimana. Le tre pagine, in realtà, non dicono nulla. La “notizia” è solo un pretesto per vomitare insulti sui cittadini che ancora prendono la democrazia sul serio, anziché confonderla col regime putiniano con cui l’idolo del “Giornale” (nonché padrone, per interposto fratello) sta avvelenando quel che resta dell’Italia.
Nell’intervista a “La Stampa” mi ero limitato a constatare che per il nostro paese non c’è speranza fino a che non nascerà di nuovo una opposizione democratica degna del nome (e perciò candidata credibile al governo), quella opposizione che il Pd NON è, e che oggi sono solo i movimenti (il più recente, Piazza Navona). Perciò, o alle elezioni europee ci sarà una lista della società civile sulla linea di tali movimenti, capace di rappresentare i tanti cittadini ormai intenzionati al non voto, e gli altrettanti elettori ormai disgustati dal Pd-bacio-della-pantofola, o il regime putiniano di Berlusconi potrà fare dell’Italia macerie istituzionali e morali, sempre più impunemente e senza opposizioni. Il che, tradotto in cifre, significa un Pd ridimensionato al 25% e una lista dei movimenti che copra ad abudantiam quella sconfitta.
Questa la necessità logico-politica da un punto di vista democratico coerente, questo quindi l’auspicio. Che poi si trovino coraggio e forze e volontà e lungimiranza e generosità e superamento di personalismi, perché necessità e auspicio diventino realtà, è purtroppo un altro discorso. Le tre paginate dell’house organ del regime putiniano hanno perciò solo il senso di voler distruggere questa necessità-speranza (per i democratici coerenti) prima che possa muovere anche embrionali e timidissimi passi. La prospettiva, ancorché solo adombrata, di una rappresentanza organizzata dei democratici coerenti evidentemente spaventa i pasdaran del pensiero unico.
Che si sono ben guardati dal dare l’unica, modestissima, notizia effettiva: un forum sulla necessità-possibilità di una opposizione diversa, capace di rappresentare l’altra Italia (siamo infatti ormai al sovvertimento dei valori repubblicani nati dall’antifascismo, alla distruzione di ogni moralità, merito, serietà, e insomma quasi alla mutazione antropologica) si aprirà a metà settembre su questo sito, coinvolgendo oltre cinquecento organizzazioni di base, decine di blog e siti internet e un numero assai elevato di personalità della società civile.
Perché in effetti la preoccupazione del regime (e della non-opposizione) nei confronti della forza potenziale dei democratici coerenti non è campata in aria: il sondaggio di Mannheimer su Piazza Navona, mai commentato e subito archiviato, se tradotto in termini elettorali (come ho ampiamente spiegato nel numero speciale di MicroMega su Piazza Navona, “Il regime non passerà!”, attualmente in edicola) dice che la linea politica dei movimenti ha oggi un gradimento superiore al risultato del Pd di Veltroni alle ultime elezioni, e riscuote il consenso di un elettore leghista su quattro e di quasi il 15% degli elettori (evidentemente già delusi) di Berlusconi-Fini. Costituisce dunque l’unica alternativa credibile, possibile, realistica, al regime putiniano di Arcore.
Uno dei punti chiave della definizione di Web 2.0 è quello della centralità della conversazione, ovvero del fatto che molte persone contribuiscano (anche in molte altre forme) a un post o un articolo, o in senso più generale alla vita di un sito, dicendo sistematicamente la loro, ovvero dialogando.
Pur se abbastanza convinto che la conversazionalità sia realmente centrale, ed anche questo sito ne è una dimostrazione, sono sempre stato abbastanza curioso (anche per le vicissitudini che alcuni ricorderanno) rispetto alla reale importanza della conversazione.
Sto cercando da tempo studi attendibili su quant’è la percentuale di lettori dei commenti rispetto ai lettori totali, quanti sono i commentatori e quant’è la percentuale di reload (ricaricamenti della pagina) dati solo dal voler vedere se qualcuno ha commentato (any suggestion?).
Credo che la forchetta delle risposte possibili sia molto ampia, ma credo anche che capire meglio la reale importanza dei commenti, sarebbe importante capire qualcosa di più della nebulosa informativa partecipativa. Qui mi imbatto in questo studio, peraltro abbastanza empirico, che sostiene una cosa: la stragrande maggioranza dei commentatori lo farebbe una volta sola. Il grafico si riferisce ad un solo blog, ma gli autori dicono di aver tracciato 2000 blog per parecchi mesi.
Ebbene nel blog al quale si riferisce il grafico, 1.500 commenti su circa 1800, ovvero circa l’85% di quelli del blog del caso (ma le medie generali non sarebbero dissimili), sarebbe di autori intervenuti una ed una sola volta. Questo vorrebbe dire che non solo non sappiamo bene qual è il rapporto reale tra lettori dei post e lettori dei commenti, e non sappiamo bene neanche quello tra lettori e commentatori, ma che la stragrande maggioranza dei commentatori non lo fa per dialogare ma per lasciare una sorta di epitaffio.http://www.gennarocarotenuto.it/2974-esiste-davvero-la-conversazione-nei-blog#more-2974
“Nei grandi processi storici – scrive Curzio Maltese (il Venerdì, 22.8.2008) – ci sono sempre comunità, gruppi sociali o nazioni incapaci di adattarsi alle nuove condizioni e quindi destinate a decadere”. Mi pare che sia un’affermazione difficilmente contestabile. Potremmo estenderla agli individui e alle civiltà. Potremmo estenderla anche agli altri animali, che però non hanno la coscienza degli umani per riuscire a concepire quel concetto di “grande processo storico” che seleziona – in base alla capacità di adattamento, sia moralmente carino o no – un singolo esemplare rispetto a un altro, questo o quel gruppo di cui fa parte, la sua intera specie.
Voglio dire: se a un dodo – prima che i dodo andassero incontro all’estinzione – fosse stata data la coscienza dell’essere un uccello con due ali tozze e inadatte al volo, con due zampe troppo esili per una stazza sui venti chili, sarebbe servito a cosa? Avere coscienza della propria incapacità di adattamento a nuove condizioni non basta a farsi crescere le ali o a irrobustirsi le zampe, certo, ma almeno ad avere coscienza dell’imminenza di un destino inevitabile. Non si poteva chiederlo al dodo, ma nemmeno si può chiederlo agli italiani: gli italiani non hanno coscienza d’essere inadatti al nuovo, ma coltivano con ostinazione la convinzione – alla fin fine è la loro unica fede – che sia il nuovo ad essere inadatto a loro, sicché andrà incontro all’estinzione, e prevarrà il vecchio. Come a dire: le vecchie e care cose del bel tempo andato batteranno la globalizzazione per almeno tre a zero.
Ci credono, sono fatti così, all’inizio della partita sono tutti belli caldi e cantano l’inno, e se azzardi qualche dubbio passi per disfattista, iettatore o depresso, e fanno gli scongiuri, e chiamano un prete a benedire l’area di rigore. Come cazzo vuoi che possano salvarsi dalla sconfitta, tipi così?
Curzio Maltese continua con un’altra affermazione che difficilmente è contestabile. (Uso per la seconda volta questa formula perché a me Curzio Maltese è sempre stato un po’ sul cazzo, ma in questa sua sintetica analisi, che qui sto commentando a modo mio, mi pare azzecchi il cuore del cuore di tutti i problemi italiani. Quando posso cambiare idea su una persona, seppur di poco, mi affretto a dichiararlo.) E saggiamente scrive: “Gli ultimi quindici anni di vita pubblica italiana sono in fondo la sperimentazione di un’utopia negativa. Il sogno di respingere la globalizzazione in un Paese solo”.
Lasciate stare la forma, che non sarà il massimo, ma Curzio Maltese ha perfettamente ragione e vorrei vedere chi possa negarlo.
Vi ricordate quindici anni fa? Tutti contro la Prima Repubblica. Oggi, tutti a rimpiangerla, e chi in passato diceva che mai avrebbe voluto morire democristiano, oggi sospira “magari si potesse!”.
Vi ricordate quindici anni fa? C’era Silvio Berlusconi che scendeva in campo per fare la rivoluzione liberale.
Scusate mi fermo un attimo, e posto una simpatica immaginina. Poi, in un inciso, vi spiego il perché.
(Scusate se dalla lettura del pezzo di Curzio Maltese, sdraiato sul divano, passo alla telefonata con un caro e vecchio amico che non sentivo da un sacco di tempo, che mi fa passeggiare nervosamente avanti e indietro per casa con il cellulare all’orecchio. Mi fa notare che una volta ero un liberale tutto odoroso di lavanda e adesso puzzo di zolfo. Gli mando il testo del discorso che il suo Silvio Berlusconi – suo, perché il caro e vecchio amico sta nel Pdl – tenne nell’occasione in cui gli fu scattata la simpatica immaginina; e gli scrivo in calce: “Chi è cambiato di più, lui o io?”. Ancora non mi arriva la risposta, sono passati due mesi.)
Curzio Maltese continua: “Berlusconi è soltanto la materializzazione del patetico desiderio di decine di milioni di connazionali: tornare al passato, rifiutare il presente e ancor più il futuro. Fermare l’orologio della storia”, e qui aggiunge una considerazione di carattere personale su Berlusconi, che ci può pure stare, ma che rovina la sua folgorante sintesi, macchiandola di troppo colore, e dunque la salto.
Chiude: “Tutto è fermo da anni, fino all’inevitabile catastrofe”. Anche qui troppo colore, forse. Io sarei portato a credere che, come l’incosciente e dunque incolpevole dodo, gli italiani manco se ne accorgeranno.http://malvino.ilcannocchiale.it/
Paraguay, via i vertici militari. Lugo continua il rinnovamento del Paese
Il presidente Fernando Lugo ha dato una notevole sferzata alla politica paraguayana.
Dopo aver nominato fra i suoi ministri una donna di origine indigena (è la prima volta che accade nel Paese), adesso Lugo mette in ordine le alte cariche militari.
Una misura quella voluta dell'ex prelato che tende a tagliare i ponti con il passato per far partire un nuovo processo di purificazione di certi ambienti alimentati da decenni di corruzione. Dunque, la stragrande maggioranza dei vertici militari andrà in congedo. Fra loro i comandanti dell'esercito, de la Armada, dell'aviazione e altri 15 ufficiali. Stessa sorte è toccata al capo della polizia nazionale sostituito circa una settimana fa dal commissario Federico Acuña.
La decisione di cambiare i comandi militari è stata presa dal presidente per rispondere alla domanda della popolazione che da tempo chiedeva di porre fine all'abuso di potere, alla corruzione e alla mancanza di sicurezza all'interno delle istituzioni. Non solo. La società civile paraguayana ha spesso criticato le forze militari per la loro corruzione e per il ruolo giocato nella vita politica del Paese spesso vicina ai tentativi golpisti.
I nuovi vertici militari, considerati “fedeli all'ordine istituzionale” giureranno oggi.
Dave Stewart e Forest Whitaker, Amy Keys, Macy Gray, Jason Alexander, Colbie Caillat, Whoopi Goldberg, Joss Stone, Buju Banton, Ann Marie Calhoun, Barry Manilow, Linda Perry, Cyndi Lauper, Sergio Mendes, Herbie Hancock, Mike Bradford, Margaret Cho, Joan Baez, Daedelus, Pamela Anderson, Peter & Gordon, Sierra Swan, Nadirah X, Perez Hilton, appoggiano Barack Obama.
A Mostar tre media pubblici in lingua croata rischiano la chiusura. L'ultimo statuto della città, infatti, impedisce che vengano finanziati con fondi pubblici dei media che hanno una dichiarata inclinazione nazionale
Che fine faranno, a Mostar, i tre media in lingua croata: Radio Postaja, Radio Herceg Bosna e HTV (televisione croata)? Corrono infatti il rischio di chiudere per sempre. Problema principale: i soldi. Fino ad oggi i tre media sono riusciti sopravvivere grazia ai fondi pubblici.
A dire il vero a Mostar ci sono anche altri media croati: Radio Oscar, Radio Dobre Vibracije e TV Oscar, ma sono tutti privati e cercano di sopravvivere con la pubblicità. La questione quindi riguarda solo i primi tre, che sono considerati pubblici.
Certo è molto difficile capire cosa sia pubblico a Mostar. Siamo pur sempre in una città divisa, anche se sulla carta doveva essere unita. E così, secondo l’ultimo statuto di Mostar, la città non può finanziare i media nazionali (quelli esclusivamente croati o esclusivamente bosniaci). Pertanto, Radio Postaja e HTV, che fino a qualche anno fa erano aiutati dalle casse del comune, sono rimasti privi di un'importante fonte di finanziamento.
I politici croati di Mostar e del cantone Erzegovina-Neretva hanno cercato di trovare una soluzione inserendo i “media croati” nel budget del cantone. Quindi, anche per quest’anno, il cantone di Erzegovina-Neretva , come dicono i croati, ha deciso di stanziare 360mila euro per i media che a Mostar “parlano” in croato.
Va detto però che il potere, sia a Mostar sia nel cantone, è diviso tra i partiti croati e quelli bosniaci (nessuno ha la maggioranza), e che la decisione di stanziare questi fondi non è stata approvata dai partiti bosniaci (musulmani). Tanto che il ministro cantonale della Cultura e dell’Educazione, che è un musulmano, si è rifiutato di versare quel denaro sul conto dei media croati, giustificando la presa di posizione col fatto che questi media potrebbero essere usati per la campagna elettorale (che infatti inizia fra pochi giorni).
Per spiegare la confusione sul campo, dovremmo fare un passo indietro e tornare a Mostar prima della guerra. A quell’epoca c’era solo una radio pubblica, Radio Mostar, che già nei primi giorni del conflitto veniva "conquistata" dal HVO (esercito croato) e ribattezzata "Hrvatska Radio Postaja". Il solo sostantivo “postaja” era di per sé provocatorio: significa “stazione”, ma è detto in un croato, per così dire "un po’ esagerato".
Radio Postaja, sia per via del nome che per la politica redazionale, faceva tornare in mente il periodo degli ustascia. La programmazione era composta esclusivamente dai comunicati del HVO e dalla musica di Thompson e simili (quindi da tutto quel che ricordava l’epoca di Ante Pavelić). In redazione, poi, si parlava appunto "un croato esagerato", gonfiato, secondo alcuni “molto più croato” di quello parlato nello stesso periodo a Zagabria.
All’inizio del 1993, a Mostar fu creata un’altra radio croata: Radio Herceg Bosna. A differenza di Radio Postaja, che copriva solo la città di Mostar, Radio Herceg Bosna doveva coprire tutta la regione. E difatti veniva ascoltata fino Zagabria. Era quello il periodo dei fortissimi legami con Zagabria, il periodo di Tuđman, Šušak e compagnia, quando la Croazia investiva molto sul territorio dell’Erzegovina occidentale, territorio che Zagabria avrebbe voluto annettersi.
Ad ogni modo, Radio Herceg Bosna era una struttura tutta nuova, mentre Radio Postaja era la vecchia radio pubblica ora “occupata” dai croati.
Arriva la pace e le cose cambiano. A Mostar est (parte musulmana) con l’aiuto di varie Ong sono nate nuove stazioni radio, che però alla fine quasi tutte sono diventate private. Così Radio Postaja e HTV, la televisione nata da questa stessa radio, per anni sono state considerate dei media pubblici anche se rappresentavano sempre solo una politica e una nazionalità: il partito HDZ e i croati.
Dopo la guerra in Bosnia Erzegovina è stata introdotta la CRA (Commissione regolatrice per i media), e grazie a questa molte cose sono cambiate. Soprattutto il linguaggio provocatorio e nazionalista.
Radio Postaja era famosa soprattutto per la sua linea redazionale: offendere gli altri (musulmani e serbi) e diffondere una forte propaganda nazionalista.
Ma la situazione è iniziata a cambiare proprio quando la CRA ha cominciato a sanzionare tutti quelli che in un modo o nell’altro offendevano altre nazionalità oppure facevano propaganda per un partito politico. Le regole della CRA erano rigide, ma grazie ad esse le radio croate di Mostar (ed anche quelle della parte bosniaca) si sono calmate e hanno cominciato a mettere in pratica un giornalismo molto più serio.
Però, con i cambiamenti avvenuti dopo la fine della guerra e soprattutto col tramonto della politica di Tuđman, i croati in Erzegovina si sono trovati senza molti fondi e privi di quei budget che prima gli erano garantiti.
Sono finiti i soldi per la Croazia-Mostar e anche le radio e le tv croate hanno cominciato e sentirne le conseguenze. In redazione si vive sempre peggio, stipendi bassi e sempre in ritardo. La pubblicità non garantiva molti soldi nemmeno in precedenza e con il nuovo statuto di Mostar la situazione è divenuta critica.
Proprio in questi giorni, i giornalisti croati stanno scrivendo lettere di protesta dirette ai politici croati, con cui chiedono gli stipendi degli ultimi sei mesi e i contributi degli ultimi quattro anni. Come è possibile, si chiede qualcuno in Italia, che si arrivi a protestare solo dopo quattro anni di contributi non versati? Ma questa situazione in Bosnia Erzegovina ormai è ampiamente diffusa. Ci sono aziende dove la gente non riceve lo stipendio da anni.
Si lamentano, vero, ma senza farsi troppe illusioni. Un altro lavoro e quasi impossibile da trovare e la gente non lascia il proprio posto (anche se non pagato), augurandosi che prima o poi la situazione possa cambiare. Simile è il caso dei dipendenti delle radio e tv croate di Mostar. Aspettano una soluzione, cercando di spiegare che senza di loro il popolo croato in Bosnia resterà senza radio e tv in lingua croata.
“Un popolo senza la sua lingua non è più un popolo”, ci ricordano le associazioni croate dell’Erzegovina, e non rinunciano alla loro lotta per “la lingua e l’informazione”. A Sarajevo c’è la Televisione federale, FTV, che trasmette programmi in croato e bosniaco ma sembra che per i croati dell’Erzegovina i croati di Sarajevo non siano quelli giusti e non parlino bene il croato.
Chi conosce la situazione della Bosnia Erzegovina, sa bene che negli ultimi decenni i croati dell’Erzegovina si sono creati un mondo tutto loro. Fin dall’inizio hanno cercato stretti contatti non con Sarajevo, ma solo con Zagabria. Poi, pian piano Zagabria li ha dimenticati e abbandonati. L’HDZ di Sanader non aiuta più gli erzegovesi come faceva nel periodo di Tuđman. E poi lo stesso HDZ in Bosnia Erzegovina sì e diviso in due formazioni politiche distinte, tanto che il popolo croato in BiH vede diminuire il potere di cui godeva prima. E si sa che assieme al potere arrivano i soldi. Che ora mancano.
In questo momento, Radio Postaja, Radio Herceg Bosna e HTV Mostar hanno pochissima pubblicità per poter sopravvivere autonomamente. Nel frattempo i giornalisti delle tre emittenti croate fanno di tutto per attirare l’attenzione. A breve ci saranno le elezioni. Poi si vedrà.
SVILUPPO: Sfuggire alla trappola della povertà
Mercedes Sayagues
Secondo una recente inchiesta, garantire un reddito minimo è la via per uscire dalla povertà.
PRETORIA, (IPS) - Cos’hanno in comune una vedova del Bangladesh con un figlio sordo, un minatore dodicenne del Kirghizistan, una coppia di contadini ugandesi con dodici bambini e una collaboratrice domestica sudafricana che perde la casa quando muore il marito e il lavoro quando si rompe una gamba? Sono intrappolati, bambini compresi, nella miseria cronica, anche quando i loro paesi mostrano segni di crescita economica.
In tutto il mondo, sono tra i 320 e i 440 milioni le persone che vivono nella povertà cronica. Una trappola cui potrebbero sfuggire con l'aiuto di cinque precise misure politiche, sostiene il secondo rapporto internazionale sulla povertà cronica 2008- 2009, presentato a luglio a Londra.
Il rapporto è stato prodotto dal Chronic Poverty Research Centre (CPRC), una partnership globale tra università, istituti di ricerca e ONG di vari paesi tra i quali Bangladesh, India, Sud Africa, Uganda e Regno Unito, finanziata dal dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo britannico. Il centro è diretto dall’Università di Manchester e dall’Overseas Development Institute (ODI) del Regno Unito.
L’indagine inframmezza queste storie personali con analisi e identifica cinque fattori che soggiacciono alla povertà: insicurezza, cittadinanza limitata, distribuzione spaziale, discriminazione sociale e scarse opportunità di lavoro.
Per risolvere queste “trappole della povertà” si propongono reti di protezione sociale, soprattutto mediante sovvenzionamenti alle famiglie; servizi pubblici per i poveri più difficili da raggiungere; misure per combattere la discriminazione e aumentare le pari opportunità; costruzione di risorse collettive e individuali e politiche urbanistiche e migratorie strategiche.
Forse la proposta più interessante del rapporto è quella di ampliare i sistemi di welfare per garantire un reddito minimo ai poveri cronici, sia come diritto sia come via d’uscita dalla povertà. Le esperienze di Brasile, Cina, India e Sud Africa dimostrano che i sussidi sociali in denaro o in natura riducono la vulnerabilità, consentono ai poveri di impegnarsi in attività economiche più produttive e generalmente vengono spesi in modo assennato.
Secondo gli autori della ricerca, la protezione sociale ha un costo sostenibile e può essere aumentata persino in paesi relativamente poveri come hanno dimostrato il Bangladesh e l’Uganda.
Tuttavia, spesso i governi hanno dubbi sui rischi dell’assistenzialismo e sulle risorse economiche a lungo termine che esso comporta. Guadagnare il consenso sulla protezione sociale è fondamentale, afferma il rapporto, che fa appello ai leader mondiali affinché si impegnino a redigere una Strategia di Protezione Sociale Globale entro il 2010, con l’obiettivo di sradicare le forme più estreme di povertà entro il 2025. Una strategia, questa, basata sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio che puntano a dimezzare la povertà entro il 2015
Polemicamente, il rapporto sottolinea come alcuni governi che hanno affrontato con efficacia il problema della povertà – Etiopia, Uganda e Vietnam – non sono del tutto democratici. La democrazia da sola non basta a garantire politiche contro la povertà, afferma il documento. Alcuni “progetti d’élite” (un eufemismo per indicare quei regimi con tendenze autoritarie) hanno forgiato un patto sociale tra cittadini e stato, ponendo in primo piano sull’agenda politica la questione della miseria cronica. I legislatori devono cominciare “a pensare oltre il mantra contemporaneo delle elezioni democratiche e della decentralizzazione”.
Ciò significa, spiega all’IPS il direttore del CPRC Andrew Shepherd, che a volte si crea “una tensione a livello internazionale tra le iniziative volte a promuovere la riduzione della povertà… e quelle che promuovono la democrazia pluripartitica competitiva”.
“In molti casi le democrazie producono governi molto efficaci nel ridurre la povertà: basta vedere la recente esperienza del Brasile, per esempio”, aggiunge.
“Esistono anche regimi meno democratici che sono stati e sono tuttora molto efficaci nel ridurre la povertà, e la comunità internazionale deve riconoscere che parte di questa efficacia può essere dovuta anche alla natura del regime, laddove una forte connessione tra il regime e i cittadini è stata creata da un movimento popolare, che genera un “patto sociale” tra élite e poveri nell’ottica di un progetto di sviluppo nazionale.
“Cina e Vietnam sono due possibili esempi, e negli ultimi sessant’anni ce ne sono stati altri. Questo implica che la comunità internazionale dovrebbe muoversi con prudenza quando si aggiungono condizioni politiche agli aiuti o ad altri negoziati internazionali. Ovviamente questo non significa che in casi estremi (come lo Zimbabwe) la comunità internazionale non debba assumere una forte posizione politica”.
Duncan Green, direttore della ricerca presso l’ONG britannica Oxfam, trova “coraggiosa” questa analisi. “Bisogna affrontare la questione senza pregiudizi'', dice. ''Soprattutto dopo eventi traumatici, le autocrazie riescono a ricostruire i paesi con più efficacia dei governi eletti. La politica non è soltanto una conta di voti”.
Solo alcuni “progetti d’élite” sono così accurati. In paesi ricchi di mineral, come Sudan, Myanmar, Angola e Congo (Brazzaville), le élite razziano fondi attraverso sistemi fiscali non trasparenti, dirottando risorse che potrebbero alleviare la povertà. Peggio ancora, alcuni governi violentemente predatori incutono tanto terrore che i cittadini preferiscono evitare qualsiasi rapporto con lo stato, si legge nella ricerca.
In uno dei capitoli più interessanti, il rapporto analizza diversi stati. Dei 32 paesi identificati come “cronicamente svantaggiati”, 22 sono considerati stati fragili, tormentati da conflitti, guerre ed élite avide. Per stato fragile si intende uno stato che non tutela i cittadini attraverso la garanzia di legalità, servizi e infrastrutture.
“Per i donatori, il sostegno agli stati fragili dovrebbe avere altrettanta importanza della lotta al cambiamento climatico”, ha dichiarato Shepherd.
Negli stati ricchi di minerali ma poco attenti ai poveri, i donatori dovrebbero perorare iniziative per dare più potere ai cittadini e fornire assistenza tecnica per la protezione sociale, principalmente per quanto riguarda salute e istruzione, spingendo tali stati a diventare istituzioni che interagiscono in modo significativo con i poveri.
Nei paesi poveri di risorse, con governi attenti ai poveri, i donatori dovrebbero aumentare il sostegno economico, ridurre l’instabilità degli aiuti e farsi carico di gran parte dei costi legati alla fornitura di servizi essenziali e protezione sociale.
Questo, finché la crescita economica non alza il reddito di base. Col tempo, gli stati funzionali dovrebbero mettere a punto sistemi efficaci di finanze pubbliche. Chi deve pagare le tasse le paga, invece di evadere il fisco, e i poveri ne beneficiano.
La crescita economica attenua la povertà, ma un’onda montante non tiene a galla tutte le imbarcazioni, ammonisce il rapporto. La crescita da sola non reca automaticamente benefici ai poveri cronici. Vivendo in aree isolate, soffrendo di carenze alimentari e sanitarie, sfruttati nel lavoro, lontani dalla vita sociale ed economica, i poveri sono esclusi dai processi di crescita nazionale.
Le Strategie per la Riduzione della Povertà, strumento tanto decantato, hanno fallito, sostiene il rapporto. Percepite come prodotti di proprietà dei donatori, esse non tengono conto dei cronicamente poveri, mancano di una seria analisi della povertà e ignorano i temi della giustizia, della discriminazione, delle pari opportunità e della migrazione. Restano un’opportunità sprecata, afferma il rapporto, di costruire un patto sociale più equo.
Spiccano due tendenze: la drammatica riduzione del numero di poveri in Cina, e il fatto che in America Latina e nei Caraibi la povertà stia diventando urbana piuttosto che rurale. In altre parti del mondo in via di sviluppo, il 70 per cento dei poveri risiede in zone rurali, ma vista la rapida urbanizzazione del mondo, si può prevedere una svolta verso la povertà cronica metropolitana.
Ciò richiede politiche coraggiose nei confronti della migrazione e della pianificazione urbana. Invece di vedere i migranti come un problema, come tendono a fare legislatori e residenti delle aree urbane, dovrebbero essere aiutati ad acquisire una parte di benefici urbani, produttività e crescita. In aree remote, stabilire dei poli di crescita urbana può fare da volano alle economie locali.
Alla radice della povertà c’è l’impotenza. I poveri cronici hanno cittadinanza limitata e poca o nessuna voce in capitolo. La società per lo più li ignora. Eppure, i movimenti sociali – dalle cooperative alle minoranze etniche, dai contadini senza terra agli squatter metropolitani – possono influenzare le politiche pubbliche necessarie per eliminare le trappole della miseria cronica.
Il mercato principale di gas naturale - La difficile situazione dell’Argentina
L’Argentina si trova così in poco tempo a perdere la propria autosufficienza in campo energetico e sarà costretta a comprare risorse all’esterno
L’Argentina, a dispetto della sua popolazione molto ridotta nemmeno 40 milioni di abitanti contro i 180 del Brasile è il mercato principale di gas naturale nella regione, consumando circa il 40 di tutta l’America Latina: questo si spiega con il fatto che due terzi della sua energia elettrica viene prodotta attraverso centrali termiche alimentate da gas. Lo sfruttamento delle risorse argentine è particolarmente intensivo da ormai quarant’anni, diversamente degli Stati vicini che hanno iniziato diverso tempo dopo e, considerando i dati appena elencati, non sembra nemmeno troppo efficiente, dal momento che una considerevole quantità di gas viene utilizzata per soddisfare una popolazione dalle dimensioni sostanzialmente ridotte. Buenos Aires ha vissuto la sua “età dell’oro” esattamente dieci anni fa: sulla scia del decollo in piena epoca menemista, nel 1998 il Paese iniziò ad estrarre più gas di quanto ne avesse bisogno, divenendo un esportatore netto soprattutto verso mercati vicini quali il Cile. Si è trattato di una “bonanza” effimera però, dal momento che politiche sbagliate tariffe troppo basse, per esempio hanno incentivato una crescita incontrollata dei consumi interni, spingendo il Paese a diventare praticamente dipendente dal gas senza nel frattempo pensare a valide alternative. Si giunse così, proprio l’anno scorso, al pareggio tra produzione e consumo interno: il trend, ovviamente, a meno che non vengano scoperti in tempi rapidi nuovi giacimenti, non è destinato ad invertirsi.
L’Argentina si trova così in poco tempo a perdere la propria autosufficienza in campo energetico e sarà costretta a comprare risorse all’esterno, cercando accordi con i propri vicini più “dotati” per cercare di scongiurare un aumento di costi di produzione e prezzi al consumo che si rivelerebbero letali per l’economia locale, in forte crescita ma caratterizzata da una latente fragilità.Per questo Buenos Aires ha fortemente incoraggiato l’ambizioso progetto del Gran Gasoducto del Sur, che collegherebbe i soggetti facenti parte del Mercosur partendo dal Venezuela, “rubinetto” di tutta la regione. Il progetto, prevede la costruzione di un gasdotto lungo più di seimila chilometri con ramificazioni che raggiungono i novemila chilometri di estensione: un’opera faraonica che dovrebbe costare 27 miliardi di dollari statunitensi. I lavori, il cui inizio era previsto per novembre 2007, non sono però iniziati a causa della posizione del Brasile, evidentemente non disposto in questo momento a legarsi con un regime “scomodo” come quello del Venezuela. Anche secondo Roberto Lavagna, ex ministro argentino dell’economia, il progetto del Gasoducto non sarebbe politicamente conveniente perché costituirebbe una partnership troppo intensa con il regime di Caracas
Troppo lento il ritiro dell’esercito russo dalla Georgia Il ritiro doveva avvenire entro oggi. Invece avverrà forse entro 10 giorni. Le truppe di Mosca vogliono comunque costituire una forza cuscinetto attorno alle regioni indipendentiste. Il Consiglio di sicurezza Onu è bloccato. I villaggi dei profughi ancora bersaglio di incendi e saccheggi
Tbilisi (AsiaNews) – Le truppe russe stanno lentamente lasciando il territorio della Georgia, ma sono decisi a far rimanere una forza militare cuscinetto attorno alle due regioni indipendentiste della Sud Ossezia e dell’Abkhazia. Sebbene la comunità internazionale continui a sollecitarli a lasciare presto il Paese, i generali russi hanno dichiarato che un pieno ritiro avverrà entro 10 gorni.
Secondo un accordo accettato da Mosca, le truppe dovrebbero completare il ritiro entro oggi. Osservatori fanno notare che in alcune zone della Georgia i soldati russi stanno organizzandosi con posti di blocco e trincee.
Il presidente georgiano Saakashvili ha detto che non accetterà mai ciò che lui definisce “una annessione russa” del territorio. Ma la comunità internazionale sembra impotente. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu si è in stallo: i russi hanno proposto una loro risoluzione, diversa da quella francese che afferma l’integralità territoriale della Georgia. Nei giorni scorsi Mosca ha deciso di interrompere la collaborazione militare con la Nato, accusandola di voler difendere il “regime criminale” di Tbilisi.
Intanto la situazione dei civili sfollati dalle zone di guerra rimane grave, ma ancora più grave è quella dei rimasti nei villaggi semi-distrutti: essi non hanno cibo, né medicine, né speranze di ricostruirsi una vita. Alcuni giornalisti testimoniano che alcuni villaggi georgiani confinanti con la Sud Ossezia continuano a bruciare ancora oggi. Soldati russi sono anche accusati di saccheggio.
si sbaglia sempre a fidarsi. Come sempre tutto viene usato contro di te. Sono venuto al dibattito su tuo invito, perché volevo esprimere in questo modo considerazione alla tua posizione umana e politica. Perché io mi ostino a pensare che se tu sapessi veramente le cose e io riuscissi a comunicartele daresti un giudizio radicalmente diverso sulle vicende che mi hanno coinvolto e persino sulla mia persona. E riconosco che ho potuto esprimermi, in quella sede, in piena libertà, nonostante il clima ostile. (A proposito: come fai a tollerare i post che partono dall’aspetto fisico dell’avversario? Quelli del tipo: basta guardarlo in faccia. E nessuno replica. Che fascismo e pieroricchismo si somiglino? Perché credo tu sappia che cultura sia il lombrosianesimo? E il naso, com’è il mio naso, a becco o a patata? )
Naturalmente la trascrizione di Elia mi fa apparire sin dalla punteggiatura un deficiente rispetto a Davigo. Ma va bene, lui è la scienza io no. Ma le mie obiezioni restano tutte, e non capisco cosa ci sia di deontologicamente o politicamente rivoltante come sostengono i commentatori.
1) Un libro scientifico su giustizia e corruzione politica, dove gli eroi sono quelli di Mani pulite, scritto da uno di Mani pulite non mi pare possa avere il crisma della neutralità che la scienza pretende. Sbaglio? Davigo si paragona allo scienziato che cura il cancro e scrive delle proprie operazioni. Non è la stessa cosa. La giustizia esprime sempre una valutazione in qualche modo soggettiva. Il giudice si riferisce ai fatti giocando la sua coscienza e la sua idea del diritto secondo una certa interpretazione, come si evince anche dalla risposta dove il dottor Davigo espone il suo concetto del patteggiamento. Interessante peraltro; capisco questo dal paragone con l’oncologo: che Davigo si senta un purificatore, e questo dà alla sua azione una caratura inconscia di Grande Inquisitore che c’entra pochissimo con la serenità del giudizio.
2) Dice Davigo, a proposito del mio patteggiamento: “Lei Farina era libero di farsi processare invece di patteggiare come ha fatto, certo avrebbe avuto una pena più severa”. Come fa a saperlo? Mi incuriosisce molto. Ha parlato con Spataro o con il giudice monocratico? Sa già come andrà il processo ad Abu Omar? Dove l’ha appreso? Io credo in realtà che in molti magistrati la colpevolezza e la pena da applicare sia un apriori stabilito a prescindere dal processo. Io, proprio sapendo questo, ho deciso di patteggiare tenendo conto dei rapporti di forza, tenendo conto che se avessi affrontato il processo sarei ancora lì nella palude, per anni e anni, spendendo la mia vita e il mio patrimonio per una questione per la quale in coscienza mi reputo innocente. Ma avevo il diritto di tenere me e la mia famiglia impelagata in una questione infinita in cui sono stato messo dentro a forza per ragioni che io credo politiche?
3) La terza questione attiene all’opinione pubblica. Davigo sostiene che è manipolata da Berlusconi. Per me è manipolata moltissimo dai magistrati in legame coordinato con i bravi cronisti della giudiziaria, ben indirizzati dalle direzioni e dalle proprietà. Questo è accaduto al tempo di Mani pulite. C’era il pool dei cronisti parallelo e dipendente da quello dei magistrati. Andavano persino a passare le vacanze insieme. Io sono andato due giorni col Berlusca, ma lo sanno tutti, tant’è che ci ho fatto due interviste… E Travaglio lo ha scritto in tre libri. Lui va con Ingroia, e resta una questione normale, ovvia, si sa, sono brave persone, loro: a prescindere.
Il fatto che sia dispiaciuto molto a Davigo che io sia diventato deputato lo trovo normale. A me dispiace che lui sia magistrato. Ma fa sempre in tempo a raggiungere Di Pietro e D’Ambrosio in Parlamento.
Renato Farina
La mia risposta
Caro Renato,
ti ringrazio della lettera, mi fa piacere che segui questo piccolo blog.
Dei commenti non mi assumo la responsabilità, non ho il tempo di vagliarli tutti. Le espressioni irriferibili non passano e comunque tutti sanno che i commenti ai blog sono spesso solo uno sfogo. Dolersene mi sembra pretestuoso. Peraltro, non credo che sia fascismo prestare attenzione alle facce. Ogni adulto in fondo è responsabile della propria. Uno con la faccia di Angelino Alfano, per dire, mi risulterebbe inadeguato perfino come usciere di tribunale. Mi verrebbe piuttosto da domandare a te come si fa - senza provare imbarazzo - a stare in compagnia di certi esponenti dell’attuale maggioranza parlamentare.
Non c’è stata alcuna manipolazione nella trascrizione: il dibattito è a disposizione di tutti nell’archivio audio di radio radicale. L’ho pubblicato perché mi sembrava un documento di un qualche interesse. Non è colpa di nessuno se nel linguaggio parlato c’è chi è più lineare e chi meno. Nel tuo testo era difficile perfino mettere la punteggiatura. In generale, penso che rileggere la trascrizione di ciò che vien detto a braccio sia un esercizio utile a riesaminare la validità degli argomenti e la lucidità del pensiero, anche in chiave autocritica.
Quella sera, a quel dibattito, non hai trovato un clima ostile. Se no, figuriamoci, ne avresti scritto e te ne saresti giustamente lamentato. Al contrario, ricordo che buona parte della platea, accogliendo il mio invito, ti ha salutato con un appaluso. Giusto per prevenire ogni tentazione polemica e conseguenti vittimismi.
Quindi hai fatto bene a fidarti di noi.
Confido di incontrare un trattamento ancor più cordiale se e quando verrò invitato a dire la mia a un convegno organizzato da Libero o dal Pdl.
Quanto alla vicenda Sismi, io so quel che è emerso dai media e dai dati dell’inchiesta giudiziaria e disciplinare. E non mi sembra una storia di cui si possa andare fieri. In privato mi parli di carte segrete che ristabiliranno la verità in tuo favore. E non vedi l’ora che siano pubblicate. Sarò lieto di leggerle, tiferò per te, ma intanto permettimi di dubitarne.
Sui punti specifici Davigo ti ha risposto e io concordo con lui. Per quanto attiene alla manipolazione dei media, la realtà è sotto gli occhi di tutti: in Italia opera una centrale di potere politico ed economico che controlla gran parte dei flussi di comunicazione e pubblicità e ha modificato il senso comune degli italiani. E’ l’azienda-partito che ti ha regalato un posto alla Camera dei Deputati.
Per quanto attiene al patteggiamento, in caso di condanna in dibattimento tu saresti andato incontro a una pena superiore. Magari un altro al tuo posto - ritenendosi innocente - avrebbe accettato il giudizio (con i suoi tre gradi) per salvare l’onore. Io per esempio avrei fatto così.
Gridare berlusconianamente al complotto politico è facile. Ma non ci si lamenti se poi non tutti ci credono.
Il cosiddetto "bene comune" e la cosiddetta "opinione pubblica" al riguardo
Finora non avevo speso neanche una parola di commento sulla “società mucillagine” (Giuseppe De Rita), la “scomparsa dell’opinione pubblica” (Nanni Moretti) e la “perdita della visione di un bene comune” (Eugenio Scalfari), perché le ho ritenute suggestioni inadeguate a rappresentare l’Italia attuale, e per certi versi ingannevoli, dunque pericolose. Mi decido a parlarne dopo aver letto un editoriale di Francesco D’Agostino (Avvenire, 21.8.2008) che mi sembra dia l’esatta misura della loro inadeguatezza, ingannevolezza e pericolosità. Certo, sto parlando di Francesco D’Agostino, cioè di uno che ha un discreto grado di bravura nel manipolare le ragioni avverse al tornaconto dei vescovi italiani, al cui soldo scrive, come contestualmente cercherò di dimostrare; e però quelle ragioni non devono essere abbastanza solide – almeno nell’immagine che realizzano – se si fanno manipolare così bene; sicché vorrei provare a spiegare il perché, invece di limitarmi a farle cadere nella disattenzione. Dico subito: se l’Italia è un paese degradato in ordine ad ogni indicatore comunemente preso in considerazione per parametrare una “crisi” (culturale, sociale, economica, ecc.), non lo è perché Silvio Berlusconi ha vinto queste elezioni politiche, o perché quattordici anni fa è “sceso in campo”, o perché è il catalizzatore del peggio di quanto residuato dalla Prima Repubblica, e comunque il degrado non sta solo in questi elementi che sono, tutt’al più, di aggravamento di una “crisi” vecchia più di mezzo secolo. In altri termini, penso che la “crisi” potrebbe essere risolta positivamente solo da una rivoluzione liberaldemocratica che De Rita, Moretti e Scalfari non gradirebbero per intera. Ciò che essi non gradirebbero di questa rivoluzione – che ormai dispero sia possibile, sarà l’età – è proprio quanto lamentano di questa “crisi”, a torto, secondo il mio modesto avviso. C’è una “perdita della visione di un bene comune” in Italia? Certo, ma perché il “bene comune” si è sempre cercato in un qualcosa che dovesse essere considerato “bene” da tutti. Il fascismo, la Chiesa, la cosiddetta “cultura di sinistra” hanno sempre predicato un “bene comune” che si facesse “opinione pubblica” come massimo comun divisore, invece che come minimo comune multiplo: i loro costrutti di “bene comune” (non di rado coincidenti: si pensi alla visione organicistica della società) erano sistemi invadenti, puntavano su un ideale comunitario in cui l’individuo era un nemico se non assorbito dalla rete relazionale delle strutture intermedie (la famiglia, il partito, la parrocchia, ecc.), per neutralizzarne l’intrinseca pericolosità di un’opinione particolare invece che pubblica, cioè omologata. Dico subito un’altra cosa: quando il “bene comune” va appena al di là dal concedere all’individuo la massima sovranità su se stesso (limitata solo dalla pari sovranità concessa a tutti gli altri individui), è “comune” in virtù di un principio che sulla comunità scende dall’alto e non parte dal basso. Più semplicemente: se il “bene comune” non è limitato al rispetto di pochissime e severissime regole che non tocchino le libertà individuali (in primo luogo quelle autodeterminative), non è “bene” per tutti, ma solo per il gruppo di potere che assuma la guida (paternalistica, autoritaria, pedagogica, ecc.) di una società, con la forza del numero o di un assunto concettuale che sia disposto a sacrificare anche il volere della maggioranza. Ancora più semplicemente: si può lamentare quanto lamentano De Rita, Moretti e Scalfari solo partendo da un lamento che riguardi la “crisi” del proprio assunto di “bene comune”, un “bene comune” che è sempre un po’ intrudente lì dove dovrebbe laisser faire. Brutalmente: l’unica “morale” che si può imporre all’individuo – e perciò ho messo il termine morale tra virgolette – è il rispetto della massima libertà del proprio simile, fin dove essa non tocchi la propria massima libertà. Non di più, sennò il “bene comune” diventa una scusa per costruire una società buona solo per una minoranza a scapito di una maggioranza (oligarchia autoritaria) o viceversa (populismo paternalistico).
Ma vengo all’editoriale di Francesco D’Agostino, a cominciare dal titolo: “E infine si torna a ragionare di bene comune”. Lamentate la perdita del senso del “bene comune”? Oh, bene, anche noi ratzingeriani. “Tenderei senza difficoltà a condividere il grido di dolore di Moretti e le espressioni altrettanto preoccupate di Scalfari, ma ad una condizione: che si radicassero in una prospettiva antropologica non relativistica, ben diversa, cioè, da quella oggi dominante. Se infatti si ritiene essenziale superare le «tante opinioni private» e costruire una significativa e condivisa «visione del bene comune» bisogna smetterla di continuare a fare gli elogi, in modo narcisisticamente miopie, di un liberalismo scettico, accreditato come «progressista, riformista, laico» (sono sempre parole di Scalfari) e ostile all’idea che esistano valori umani universali e oggettivamente condivisibili”. Universali. Oggettivamente condivisibili. Cioè traducibili in regole che disegnino un modello antropologico unico, eterno, al di sopra e al di là del pluralismo, che sia lecito imporre a tutti in virtù di una morale che si vuole fare sistema. Massimo comun divisore o minimo comune multiplo? Se diciamo “comune” per intendere “universale” – suggerisce Francesco D’Agostino – abbiamo come modello un “uni-verso” o un “multi-verso”? È un mezzuccio sofistico che tende a dare valore sostanziale (e dunque prescrivibile in termini logici) ad un’idea di universo come creato da un creatore: serve a ricondurre l’individuo sotto la necessità di una guida che sia trascendente o ispirata al trascendente. Ma è un mezzuccio che può funzionare, almeno sul piano polemico, per quel “comune” che De Rita, Moretti e Scalfari hanno dimenticato di (o non hanno potuto o voluto) chiarire come il minimo di “comune” cui debba essere ricondotta la regola che valga per ciascuno e per tutti. Insomma, a fronte della lamentela, Francesco D’Agostino ha torto, ma risulta aver ragione. “Immagino benissimo le obiezioni che potrebbero esser mosse a questo discorso. Per essere liberali […] dovemmo prendere fermamente le distanze da ogni discorso «pubblico» che faccia riferimento a valori assoluti (soprattutto se trascendenti e religiosi!); dovremmo non solo tollerare, non solo rispettare, ma addirittura promuovere tutti i singoli stili di vita, tutte le singole ideologie, tutte le singole visioni del mondo”. Sottinteso: che orrore! Sicché: “Hanno ragione, quindi, Moretti, Scalfari e tanti altri ad invocare l’opinione pubblica come autentico e irrinunciabile bene democratico, ma ha un senso farlo, solo se si ritiene che un bene comune esista e che sia doveroso operare perché se ne elabori – tramite appunto la pubblica opinione – una visione adeguata”. Adeguata a cosa, inutile dirlo.http://malvino.ilcannocchiale.it/
Dopo la visita del presidente siriano Assad a Mosca, la marina Russa arriva nel mediterraneo
Secondo il sito Debka file, vicino all'intelligence israeliana, dopodomani, 23 agosto, arriverà nel porto siriano di Tartous un imponente contingente navale russo, guidato dalla portaerei Admiral Kuznetsov e dal più importante lanciamissili russo, il Moskva e comprendente almeno quattro sommergibili dotati anch'essi di armamenti nucleari.
Che faranno in Siria? E come si è arivati a questo punto?
Il presidente siriano Bashar Assad, a capo di quello che l'amministrazone Usa definisce da anni uno Stato canaglia, ha iniziato in questi mesi a rompere l'isolamento e a recitare un ruolo chiave in tutte le maggiori crisi regionali, dal Libano all'Iraq, dall'Iran alla Russia, senza escludere Usa, Europa e Israele. Il mese scorso, dopo il suo primo viaggio in Francia su invito di Nikolas Sarkozy, Assad si è recato in Iran per rassicurare Ahmadinejad e, mercoledì 20 agosto, è giunto in Russia, dove incontrerà il presidente Medvedev. Con lui discuterà di scenari politici mediorientali e, soprattutto, di armamenti.
Lo ha ammesso lo stesso Assad prima della partenza: “La cooperazione tecnica e militare è il primo obbiettivo. L'acquisto di armi è molto importante e penso che dovremmo accelerarlo dal momento che l'occidente e Israele continuano a mettere pressione sulla Russia”. Proprio la crisi nel Caucaso sembra sia tra le ragioni principali della visita: in seguito all'attacco di Tbilisi in Ossezia del Sud dell'8 agosto scorso, Mosca ha denunciato a più riprese la fornitura di armi, mezzi militari e formazione, da parte di Israele all'esercito di Mikheil Saakashvili. Israele replica di non aver sostenuto l'esercito georgiano come nazione, bensì attraverso le sue compagnie private nel campo della sicurezza. Tuttavia quelle stesse vendite private possono avvenire solo con un l'approvazione del ministero della Difesa. Secondo Assad il ruolo che Israele sta ricoprendo nei conflitti mondiali non fa altro che spingere paesi come la Siria (cioè i nemici degli Usa e alleati di Russia e Iran) a stringere i legami con Mosca. Fonti diplomatiche russe, citate dall'agenzia Interfax, confermano che Mosca e Damasco starebbero per firmare diversi accordi per la fornitura di sitemi missilistici anti-aerei e non solo. Nonostante le pressioni israeliane, che in passato erano riuscite a bloccare queste forniture, oggi Assad e Medvedev sembrano intenzionati a riallacciare quel legame, sia commerciale che politico, che stingeva assieme Damasco e Mosca nel corso della Guerra Fredda. Il sostegno dichiarato da Assad per le operazioni russe nel Caucaso è stato il primo passo, gli accordi che verranno firmati in questi giorni ne saranno la logica conseguenza. “Il sostegno fornito da Israele alla Georgia nel suo conflitto con la Russia è destinato a condizionare, nel prossimo futuro, i rapporti tra Russia e Israele, oltreché quelli tra Mosca e i paesi arabi” ha concluso il siriano.
La rinnovata cooperazione tra Siria e Russia è dunque una questione che oltrepassa i confini del medioriente, e Assad si è dimostrato consapevole del peso specifico dell'accordo, dicharando di essere anche disposto a ospitare in territorio Siriano i sistemi missilistici russi di tipo Iskander, come risposta al progetto Usa di Scudo Spaziale nell'Europa orientale. “Vogliamo collaborare con la Russia in tutto ciò che può consolidare la sua sicurezza” ha dichiarato al quotidiano russo Kommersant, e ha concluso paventando un ipotetico isolamento ai danni di Mosca che “deve pensare a misure di risposta se si troverà accerchiata”. “Bashar Assad è sempre più un pilasto del Medio Oriente” scriveva il cronista dell'Independent, Robert Fisk, all'indomani della sua visita a Teheran. Secondo Fisk il presidente siriano si trova oggi in posizione di forza “senza aver sparato un colpo”. Sarkozy aveva bisogno di lui per mediare con il presidente iraniano Ahmadinejad sulla questione del Nucleare e della sua influenza in Libano per stabilizzare anche il paese dei Cedri. Lo scorso 16 agosto c'è stata la storica visita del presidente libanese Michel Suleiman a Damasco, storica perché sancisce la nascita di relazioni diplomatiche “normali” tra Beirut e Damasco, dopo che per anni il libano era stato un protettorato siriano. D'altro canto, però, Assad non ha rinunciato a sostenere i sogni nucleari di Teheran e, parlando con Ahmadinejad, ha sostenuto la sua visione di una cospirazione israelo-statunitense. Un fatto imperdonabile per l'amministrazione Bush, che però a sua volta ha bisogno di lui per non perdere il controllo della situazione in Iraq. Nei mesi scorsi, con la mediazione della Turchia, Assad aveva anche intavolato una trattativa con Israele per la restituzione delle alture del Golan, ma non per questo aveva rinunciato a esprimere il proprio sostegno per Hezbollah e Hamas, la cui leadership politica trova asilo a Damasco.
Hillary Clinton e Barack Obama ad un comizio a Unity, in New Hampshire
di Alessandra Baldini
NEW YORK - Nove dei 18 milioni di voti raccolti alle primarie da Hillary Clinton rischiano di impallinare le speranze di una Casa Bianca di nuovo democratica: secondo l'ultimo sondaggio Wall Street Journal/Nbc solo metà degli 'orfani' della ex First Lady ha intenzione di votare Barack Obama alle elezioni di novembre. Nove milioni di crepe - per usare la metafora della ex Firsty Lady il giorno del ritiro - nel sogno di Obama.
E' un campanello d'allarme, finora il più serio, ed è un allarme che viene dall'interno. A un elettore di Hillary su cinque - tre milioni e mezzo, poco più dello scarto che nel 2004 fece perdere John Kerry e dei voti raccolti nel 2000 dal terzo incomodo Ralph Nader - non basterà restare a casa il 4 novembre lasciando che l'elezione sia decisa da altri: nel segreto dell'urna - hanno detto al Wall Street Journal/Nbc - voteranno il repubblicano John McCain.
Dipende ovviamente da dove è concentrata la fronda, spiegano gli addetti ai lavori del sistema elettorale, dal momento che il voto popolare è solo il primo passo nell'elezione del presidente degli Stati Uniti: serve a designare stato per stato i grandi elettori del Collegio Elettorale in base alla formula che il vincitore piglia tutto.
Se gli irriducibili di Hillary fossero concentrati a New York o in California, entrambe roccaforti democratiche in partenza in mano a Obama, il senatore dell'Illinois avrebbe poco da temere. Diverso il caso di un 'tradimento' in Ohio o Pennsylvania, stati in bilico dove ogni vota conta, e dove alle primarie l'ex First Lady aveva sbaragliato l'avversario facendo leva sul malessere di tute blu, madri di famiglia, pensionati.
E' in questi stati che John McCain ha mobilitato le sue truppe in un corteggiamento senza quartiere dei clintoniani: lunedì a Scranton, feudo della senatrice perché ci abitava suo nonno, Carly Fiorina, 'top economic advisor' del candidato repubblicano, si è abboccata privatamente con Tony Rodham, fratello minore della ex First Lady e con altri hillariani delusi.
Chiarissimo l'intento della ex manager di Hewlett Packard, così come hanno lo scopo di blandire quelle che poco galantemente il giornale online Slate ha definito "le virago di Hillary" le lodi della campagna elettorale repubblicana alla ex candidata, e le aperture di McCain sulla scelta di leader favorevoli al diritto di aborto come l'ex governatore della Pennsylvania Tom Ridge o il senatore indipendente Joe Lieberman come vice.
Invitata a parlare nel secondo giorno della Convention, quello dedicato all'88esimo anniversario del voto alle donne, Hillary potrebbe diventare, senza più essere candidata, il terzo incomodo della corsa alla Casa Bianca. "Barack dovrebbe scegliere lei come numero due", ha detto oggi alla Cnn Ralph Nader, che la sa lunga in proposito: nel 2000 - si disse all'epoca - fu proprio per colpa sua che Al Gore cedette il campo a George W. Bush.
Il toto-vice infuria (oggi Obama ha fatto campagna con il 'papabile' Tim Kaine, governatore della Virginia, e intanto salgono le azioni di Kathleen Sebelius, governatrice del Kansas e 'surrogata' di Hillary) mentre i gruppi pro-Clinton si preparano a marciare su Denver: uno si è battezzato '18 milioni di voci', un'altro, Democratici per Clinton', continua a mantenere il suo sito web in cui quotidianamente tiene il polso alla "eleggibilità" di Obama.
Con una inconsueta decisione lo staff della ex First Lady ha creato un servizio d'ordine di 40 persone per garantire che i sostenitori di Hillary non si producano in imbarazzanti manifestazioni anti-Obama durante il voto per la nomination.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_756832783.html
VIOLENZE ELETTORALI: SILENZIO, PER ORA, SUI POLITICI COINVOLTI
Rimarranno ‘confidenziali’ fino a quando non saranno eseguite tutte le verifiche i nomi dei responsabili, tra cui esponenti dell’attuale governo, emersi nel rapporto della Commissione nazionale sui diritti umani (Knchr) del quale è stata resa pubblica una versione preliminare. Lo ha deciso la Commissione Waki (dal nome del suo presidente, il magistrato Philip Waki) incaricata dal governo di indagare sulle violenze post-elettorali che causarono oltre mille morti e migliaia di sfollati. La Commissione Waki ha chiesto di poter esaminare l’intero rapporto, inclusa una presunta versione 'corretta', nella quale figurerebbero i nominativi di diversi ministri e parlamentari sospettati di aver fomentato gli scontri tra simpatizzanti dei due principali rivali, il presidente rieletto Emilio Mwai Kibaki e il suo avversario Raila Odinga.
POLITICA: L’ombra del Kossovo sulla crisi in Ossezia del Sud
Ali Gharib
WASHINGTON, (IPS) - Le ostilità tra Georgia e Russia tendono lentamente a placarsi dopo la firma di un accordo per il cessate il fuoco, ma restano ancora aperti gli interrogativi sul ruolo degli stati Uniti nell’inizio del conflitto e sulla posizione che assumeranno mentre ci si avvia a una soluzione.
Risale a dieci giorni fa lo scoppio di una guerra su vasta scala tra le forze russe e georgiane per il controllo della regione separatista georgiana dell’Ossezia del Sud.
Quale sia stato il ruolo degli USA all’inizio del conflitto, il 7 agosto, è poco chiaro, ma un articolo del Washington Post di questa settimana ha rivelato che Matthew Bryza, sottosegretario di Stato e inviato speciale degli USA nel Caucaso, era già a conoscenza delle operazioni militari georgiane prima del loro inizio.
In una conferenza stampa svoltasi martedì a Washington, in linea con la posizione georgiana, Bryza ha affermato che i movimenti militari georgiani sono stati una reazione agli attacchi dei separatisti osseti e alle manovre russe nell’Ossezia del Sud.
“Chi ha sparato per primo?”, ha detto Bryza al Centro per la Stampa Estera. “Non so se avremo mai una risposta a questa domanda”, ha commentato prima di definire “irrilevante” la questione, perché “la Russia ha dato vita a un’escalation così brutale da far rivoltare tutta la comunità internazionale”.
Mosca ha negato la ricostruzione dei fatti fornita da Georgia e USA, ma non ha dato al Washington Post una sua cronologia dei movimenti militari russi.
Parlando in un forum del Consiglio Atlantico per gli Stati Uniti, l’ex segretario di stato per gli affari politici, R. Nicholas Burns, ha attribuito alla Russia tutta la responsabilità del conflitto e ha dichiarato che le incursioni russe sono la piega “più deludente” presa dalla Russia dopo la caduta del Muro di Berlino.
Burns, attenendosi alla linea sostenuta con forza dal rappresentante statunitense presso le Nazioni Unite Zalmay Khalizad la scorsa settimana – e fermamente negata dal rappresentante russo – ha affermato che le azioni russe sono una reazione all’aumento di libertà e democrazia in Europa dopo la fine della Guerra Fredda.
“La Russia le ha messe a rischio”, ha affermato Burns.
Burns ha anche risposto alle critiche di chi afferma che il sostegno incondizionato degli USA alla Georgia possa aver incoraggiato il presidente Mikheil Saakashvili a compiere un passo falso intervenendo militarmente nell’Ossezia del Sud, un provincia generalmente filorussa che reclama l’indipendenza dai primi anni Novanta.
Secondo l’ex segretario di stato, si tratta di accuse senza fondamento: “puntare il dito” contro la Georgia e gli USA è un errore, e l’unica responsabile del conflitto è la Russia.
“Non si può addossare agli USA la responsabilità di quanto accade in Georgia”, ha ribadito Burns all’IPS dopo la conferenza del Consiglio Atlantico”. “La responsabilità è solamente russa”.
Paul Saunders, direttore esecutivo del Nixon Centre ed esperto di Russia e di relazioni USA-Russia, ha riferito all’IPS di non essere sorpreso dal fatto che USA e Georgia neghino le proprie responsabilità.
“Burns è una persona che, in veste di sottosegretario di stato fino a poco tempo fa, ha contribuito a elaborare la politica statunitense nei confronti della Georgia”, ha affermato, “e quindi è inverosimile che trovi dei difetti proprio in quelle politiche”.
Quanto al fatto che gli USA abbiano preso le parti della Georgia, un alleato democratico filooccidentale, contro l’Ossezia del Sud e i suoi sostenitori russi, Burns ha affermato che gli USA non dovrebbero assumersi il ruolo di decidere i confini dei paesi europei.
“Non spetta a noi ridisegnare i confini dell’Europa”, ha detto Burns di fronte a una vasta platea durante la conferenza del Consiglio Atlantico.
Interpellato più tardi dall’IPS per sapere se il commento di Burns rispecchiasse la posizione USA, Bryza ha detto di non sapere esattamente di cosa stesse parlando Burns. Tuttavia, Bryza ha confermato nell’insieme le posizioni espresse da Burns, ritenendole adeguate al caso eccezionale del conflitto georgiano.
“Non possiamo permettere che la situazione attuale tracci nuovi confini in Europa e impedisca che un governo democraticamente eletto entri nella NATO, se vuole”, ha dichiarato all’IPS.
Molti commentatori hanno sottolineato come le ambizioni russe di realizzare l’indipendenza per l’Ossezia del Sud e per un’altra regione separatista filorussa, l’Abkhazia, siano state enormemente rafforzate dal sostegno statunitense all’indipendenza del Kossovo, che la Serbia considera ancora parte del suo territorio.
Molti funzionari USA e i loro difensori hanno negato con forza che il sostegno statunitense al Kossovo – arrivato rapidamente dopo la dichiarazione di indipendenza – abbia creato un precedente legittimo per cui la Russia può sostenere l’indipendenza delle regioni separatiste georgiane.
Dopo la conferenza, Burns ha detto all’IPS che l’indipendenza kossovara e quella di Ossezia del Sud e Abkhazia sono “fondamentalmente diverse”.
“Avevamo tutte le ragioni di sostenere il diritto all’indipendenza del Kossovo”, ha dichiarato Burns all’IPS, spiegando che la differenza fondamentale era il controllo dell’ONU sulla Serbia dopo la guerra di fine anni Novanta, scatenata da quello che Burns ha definito “brutale attacco” del leader serbo Slobodan Milosevic contro il Kossovo.
Per alcuni commentatori, tuttavia, quando sei mesi fa il Kossovo ha dichiarato l’indipendenza, gli USA avrebbero dovuto capire che il problema di costituire un precedente internazionale non si limita semplicemente al fatto di dichiararlo tale o meno.
“[Gli USA] hanno fatto di tutto per sostenere l’indipendenza del Kossovo, senza che costituisse un precedente”, ha detto Saunders all’IPS. “Quello che l’amministrazione non capisce è che agli occhi di tutti è apparso come un precedente”.
“Non spetta a noi decidere come devono reagire gli altri a quello che facciamo”, ha aggiunto. “Sono gli altri a decidere”.
In attesa di una risoluzione finale del conflitto, Bryza ha detto che gli attori principali restano Russia e Georgia in quanto governi democraticamente eletti, di cui gli USA riconoscono la piena legittimità.
“Noi appoggiamo l’integrità territoriale della Georgia”, ha detto Bryza. “Ciò significa che i leader dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud non hanno gli stessi fondamenti legali dei leader democraticamente eletti di Georgia e Russia.
Ossezia del Sud e Abkhazia, non essendo indipendenti, non hanno un governi de iure riconosciuti a livello internazionale. Tuttavia, entrambe le regioni hanno governi e leader di fatto che agiscono in modo indipendente.
Inoltre, poiché gli USA citano continuamente lo status democratico della Georgia come forte ragione per sostenerla, molti restano incuriositi dal fatto che non si parli mai del referendum del 2006 nell’Ossezia del Sud, in cui la popolazione si è espressa all’unanimità per l’indipendenza. Indipendentemente dal fatto che siano democraticamente eletti in base agli standard internazionali o meno, i leader della regione separatista di certo rappresentano legittimamente questa posizione.
Se chiedete alla popolazione delle due regioni dove vogliono vivere [se indipendenti o sotto lo stato georgiano], è palese che la leadership ne rappresenti la posizione”, ha affermato Saunders.
Ma se gli USA continuano a ignorare la realtà, la posizione internazionale degli Stati Uniti come fautori di democrazia e autodeterminazione potrebbe ulteriormente attenuarsi.
“Il mondo si chiede per quale motivo assumiamo queste posizioni”, dice Saunders. “E diventa molto più difficile sostenere che è una questione di principio”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1268
USA : bambini ancora condannati a morire in prigione di Rico Guillermo*
Ian Manuel aveca 13 anni quando partecipo' ad un tentativo di rapina in Florida, lasciando una vittima ferita con un colpo di arma da fuoco non fatale. Ian si consegno' alla polizia e il suo avvocato gli disse che avrebbe avuto 15 anni di reclusione, qualora riconosciuto colpevole. Invece e' stato condannato all'argastolo (in USA: a vita senza possibilita' di uscire sulla parola).
Ma la storia di Ian non e' la sola, come abbiamo gia' avuto modo di scrivere su questo sito, e lo spiega un rapporto di "Iniziativa per una giustizia equa" che parla di pene crudeli e inusuali, cioe' la condanna a morire in prigione per ragazzini di 13 - 14 anni.
Lo studio della ONG dell'Alabama - un'organizzazione no profit che prevede la rappresentanza legale per gli imputati e i detenuti indigenti, documenta 73 casi negli Stati Uniti dove il adolescenti sono stati condannati a morire in prigione e argomenta che infliggere questa dura pena a giovanissimi viola l'ottavo emendamento della Costituzione americanacontro il divieto di pene crudeli e inusuali ed e' anche in contrasto con le convenzioni internazionali.
L'organizzazione rileva che tali tipi di sentenze sono state condannati da un certo numero di accordi internazionali, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Gli Stati Uniti sono quasi la sola nazione al mondo ad imporre ergastoli per crimini commessi da minori in giovane eta' e questo modello di "giustizia" ha stimolato una campagna a livello nazionale che contesta queste dure sanzioni e chiede di modificare le leggi esistenti, oltre che prendere misure di cui possano beneficiare i bambini gia' condannati.
Peraltro lo studio evidenzia che i crimini commessi nascono spesso sullo sfondo di vite gia' straziate da abusi fisici e sessuali e/o caratterizzate da trascuratezza, abbandono e gravi difficolta' familiari, contesti sociali molto violenti ed estremamente poveri in cui la salute e la sicurezza erano un lusso che le loro famiglie non potevano permettersi.
Inoltre, dopo essere stati accusati di un crimine, questi ragazzini hanno avuto assistenza legale inadeguata, con avvocati negligenti o incompetenti o, nel migliore dei casi, oberati di lavoro. Lo studio evidenzia che quasi due terzi dei giovani che ottengono queste pene sono di colore.
La relazione osserva che in altri aspetti della cultura americana, e' ritenuto normale che la maggior parte dei 13 e 14eni non siano ritenuti allo stesso livello di responsabilita' di adulti. Vi sono impedimenti legali o limitazioni a sposarsi, guidare e votare in giovane eta', mentre vi e' ancora l'obbligo scolastico. D'altra parte studi scientifici dimostrano che le aree del cervello che governano il controllo delle emozioni, la valutazione dei rischi e il ragionamento morale sono tutti ancora sottosviluppati negli adolescenti.
Il duro autunno economico del “dopo-Olimpiadi” Le Olimpiadi hanno trainato poco l’economia cinese, ma il governo vi ha posposto gravi decisioni, per contenere l’inflazione ed evitare proteste sociali. Ora la Cina deve affrontare problemi strutturali della produzione, quali crescenti costi di energia e materie prime e minore esportazione. Il parere di esperti.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina ha speso oltre 29 miliardi di euro e impegnato 7 anni per le Olimpiadi. Ora che si constata che hanno trainato “poco” l’economia, tutti si chiedono cosa avverrà dopo il 24 agosto, spenta la fiamma olimpica, a un’economia cinese che ha rinviato a “dopo” i Giochi l’affronto di problemi strutturali.
I miliardi spesi per le opere dei Giochi costituiscono meno dell’1% della spesa 2007 per strade, ponti, fabbriche, e hanno beneficiato soprattutto Pechino, che rappresenta il 3,6% dell’economia nazionale. Seppure per pochi anni, le Olimpiadi hanno creato a Pechino 1,5 milioni di posti di lavoro, per la gran parte a salariati migranti, già cacciati dalla città, che potranno essere “assorbiti” in futuro in altri progetti, come l’Expo di Shanghai del 2010, bisognosa di lavoratori a basso prezzo.
I crescenti costi di lavoro, energia, materie prime e il rafforzamento dello yuan mettono in difficoltà le grandi imprese specie quelle del Delta del Fiume delle Perle, a sud, abituate a invadere i mercati esteri grazie ai bassi prezzi dei prodotti. In apparenza l’economia cinese è solida: il prodotto interno lordo è cresciuto dell’11,9% nel 2007 e si prevede avanzi del 9,9% nel 2008.
Ma l’export è aumentato “solo” del 22% nei primi 6 mesi del 2008, rispetto al +28% del primo semestre 2007, e i profitti per le imprese sono cresciuti del 21% nei primi 5 mesi del 2008: la metà del 2007. Soprattutto: la borsa di Shanghai ha perso il 60% da ottobre 2007, dopo che era cresciuto del 130% nel 2006 ed era raddoppiata nel corso del 2007. Oggi ha ceduto un altro 2,6% per le perdite dei settori bancario e immobiliare, che pure per anni hanno garantito profitti notevoli; dall’inizio dei Giochi essa ha perso oltre il 10% , segno che non c’è fiducia in un’ulteriore espansione: nella zona centrale di Pechino, ad esempio, sono sfitti almeno un terzo degli uffici.
Certo, ciò dipende anche dal rallentamento dell’economia mondiale, specie degli Stati Uniti che, ad esempio, negli anni scorsi hanno comprato circa il 40% dei 15,6 miliardi di euro di mobilia esportata: ora i produttori cinesi lamentano che gli ordini diminuiscono o, addirittura, molti importatori non pagano con regolarità.
Wang Yiming, vicedirettore della Commissione per lo sviluppo nazionale e la riforma, organo leader per la macroeconomia, osserva che “le basi dell’economia [cinese] non cambieranno dopo le Olimpiadi”, perché la produzione del Paese è tale che l’intero sforzo olimpico ne ha costituito solo una frazione. Ma il problema è che ora lo Stato non potrà più rinviare l’affronto di problemi strutturali.
Lo Stato vende petrolio ed energia sottocosto, tiene stabili i prezzi di molte materie prime e pratica una politica di sussidi ed esenzioni fiscali alla produzione. Tutti ritengono che lo ha fatto anche per contenere l’inflazione ed evitare proteste prima dei Giochi, ma non può proseguire. Proprio oggi la State Grid Corp. of China, maggiore delle 2 ditte statali monopoliste della fornitura energetica regionale, ha chiesto un aumento delle tariffe dell’energia, facendo presenti i forti costi: 73,6 miliardi di yuan (7,36 miliardi di euro) solo per il ripristino della rete di distribuzione elettrica dopo le tempeste di neve di gennaio; investimenti previsti di 1,2 trilioni dal 2006 al 2010 per coprire la crescente richiesta. Anzi, la ditta chiede che sia “introdotto un sistema scientifico e stabile per adeguare i prezzi dell’energia e di lasciarne la determinazione alle scelte di distributori e consumatori per assicurare un sano sviluppo dell’industria”. Del tutto insufficiente è l’aumento medio deciso ieri da Pechino di 2 fen (centesimi di yuan) per chilowattora (pari al 5,3%), che diventa di 2,5 fen in zone come Shanghai, Guangdong, Zhejiang dove maggiore è il costo del carbone. Esperti, come Li Xiaolin vicepresidente della China Power International Development, dicono che ci vorrebbe un aumento ben più che doppio, solo per coprire i recenti aumenti del costo del carbone.
Ieri Wang Huisheng, presidente della State Development and Investment Corp., maggiore holding statale, ha annunciato l’intenzione di Pechino di vendere a privati le partecipazioni “non strategiche” in molte aziende statali, vendita che presuppone che le ditte seguano le leggi di mercato e producano in attivo: si parla di trasporti, infrastrutture e agricoltura, meno probabile per energia e risorse naturali.
Un aumento di prezzi di energia e carburante e l’eliminazione dei prezzi imposti per alimenti e materie prime rinforzerebbe però l’inflazione, già elevata, con conseguente necessità di incremento dei salari, in una spirale pericolosa. L’inflazione per i prezzi al consumo, giunta all’8,7% a febbraio, è scesa a luglio al 6,3%, ma assai maggiore è l’aumento dei costi per la produzione (+ 10% a luglio), che le imprese dovranno presto traslare sui consumatori. L’inflazione spaventa i leader cinesi, consapevoli che la gran parte delle circa 80mila proteste di massa che ogni anno esplodono dipendono da malcontento per la situazione economica, che ha privilegiato le grandi ditte e gli interessi dei leader locali, a detrimento della popolazione minuta.
Per questo Pechino sa che occorre “ripensare” l’intero modello di sviluppo. (PB)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13029&size=A
Deboli democrazie mediterranee - Le difficoltà della meritocrazia
di alberto lusiani, Segnalo e discuto due articoli pubblicati sul Corriere della Sera del 14/8/2008.
A. Panebianco recensisce un saggio di L. Morlino, che mi sembra alquanto interessante, sulle esperienze democratiche negli Stati mediterranei europei, "Democrazia tra consolidamento e crisi".
Secondo il riassunto di Panebianco, la democrazia negli Stati mediterranei (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) ha stentato ad affermarsi per lo storico basso livello di legittimazione delle istituzioni democratiche stesse. Nel confronto, è l'Italia ovviamente ad avere il livello più basso di legittimazione istituzionale. Nei Paesi mediterranei, diversamente da altri Paesi, le masse popolari sono state legate alle istituzioni democratiche da una serie di associazioni corporative come partiti di massa, sindacati e confindustria. Queste stesse strutture corporative, tuttavia, in seguito possono tendere a soffocare e minare la democrazia stessa.
Preso questo spunto - premetto: senza aver letto il saggio che tempo permettendo sarebbe cosa doverosa - mi getto nel dare una mia personale valutazione delle difficoltà della democrazia in Italia, che vale per quel poco che so della storia del Belpaese. Secondo me i problemi della democrazia e del funzionamento delle istituzioni democratiche in Italia derivano dalla combinazione di due elementi: il ritardo di alfabetizzazione e di istruzione delle masse italiane e la bassa qualità delle elites italiane.
Il ritardo di alfabetizzazione è un dato storico misurabile facilmente confrontando le percentuali di analfabeti, (Tullio De Mauro ha affermato che l'Italia ha un ritardo di circa 400 anni rispetto ai paesi nord-europei). Il ritardo (italiano e mediterraneo) è sicuramente collegato con l'assenza o la sconfitta della Riforma protestante e, specie in Italia e Spagna, con l'affermazione della Controriforma. Nelle condizioni di limitata alfabetizzazione della metà del 1800, l'Italia ha avuto un Regno costituzionale basato su un sistema oligarchico, con diritto di voto limitato alla minoranza di alfabetizzati. Probabilmente, tra lo Statuto Albertino e l'istituzione del suffragio universale le elites italiane hanno posto le premesse per lo sfascio successivo che ha prodotto prima il Fascismo e poi la Repubblica delle Banane odierna. Dato l'analfabetismo di massa, sarebbe stato opportuno un programma di alfabetizzazione accelerata con conseguente allargamento del diritto di voto. Invece i notabili recalcitravano, perché nella loro retrograda valutazione i contadini dovevano pensare solo a zappare e per leggere bastavano i signori. Dall'altra sponda, cattolici e socialisti tendevano al populismo e hanno premuto per avere il suffragio universale indipendentemente dalle condizioni di semi-analfabetismo delle masse popolari.
La democrazia italiana nasce bacata proprio dalla pessima qualità della classe dirigente di notabili che non ha predisposto un piano accelerato di istruzione e allo stesso tempo ha pensato bene di poter meglio plagiare le masse popolari con metodi populisti alimentati dall'ignoranza, anche mediante strutture corporative come partiti di massa e sindacati, particolarmente necessari per mediare tra masse semi-analfabete e strutture statali democratiche.
Questa predilezione per l'ignoranza delle masse e per i metodi populisti si intreccia e si combina molto opportunamente con l'altra vocazione storica delle elites italiane, quella di usare la legge (e lo Stato) non come strumento di organizzazione consensuale della società, ma come strumento per avvantaggiare sé stessi, i propri famliari e conoscenti e la propria fazione ai danni degli altri. Per questo scopo come ho già scritto (qui e qui ) è utile che le masse siano ignoranti e che la legge sia difficile da comprendere, di qui la predilezione per il latino prima, in seguito l'italiano e oggi il burocratese.
Tutto ciò secondo me ha prodotto una democrazia debole e poco funzionale, tendente al populismo demagogico.
Le difficoltà della meritocrazia
Non ho trovato il testo usato da M.Salvati, ma credo che questo articolo dello stesso autore ne sia una buona approssimazione. Il saggio analizza in quale misura in UK si stia realizzanto il modello di meritocrazia basata sull'educazione (education based meritocracy, EBM). Secondo questo modello, sponsorizzato in particolare dal New Labour, la società dovrebbe essere organizzata per offrire uguali possibilità di educazione avanzata a tutti, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza. Il sistema economico dovrebbe poi premiare con posizioni sociali più elevate chi ha conseguito i migliori risultati in base ad una valutazione equa delle strutture educative. Gli autori investigano quindi se, nel corso degli ultimi decenni, le posizioni più elevate della società inglese sono correlate sempre più solo ai risultati dell'educazione e sempre meno alle condizioni sociali di partenza. Contrariamente alle aspettative, essi documentano un arretramento nel raggiungimento di questo obiettivo rispetto ai risultati raggiunti negli anni '70.
Riassumo all'estremo (invitando a leggere direttamente l'articolo). Secondo l'autore non si tratta di un fallimento o arretramento della società e dell'intervento pubblico, ma piuttosto di un mutamento nel funzionamento del sistema economico. Contrariamente all'idea diffusa, secondo cui l'economia è in misura sempre maggiore un'economia della conoscenza in cui gli individui hanno successo in base al loro talento, la struttura economica si è evoluta nella direzione di offrire un numero relativamente maggiore di posizioni altamente redditizie nel settore "vendite". In questo settore, comprensibilmente, il talento e le conoscenze tecniche contano meno, mentre contano di più le capacità relazionali. In particolare, dai dati appare che la società inglese promuove economicamente chi ha talento (indipendentemente dalle condizioni di partenza) ma fallisce, in misura maggiore rispetto agli anni '70, nel ridurre lo status sociale dei "somari" quando costoro partono da classi sociali elevate. Questo avviene perché i "somari agiati" trovano maggiori spazi in posizioni elevate, per salari e responsabilità, in un settore vendite che cresce di dimensioni. Complessivamente, in termini quantitativi, la situazione netta è peggiore rispetto a quella di 20-30 anni fa, nel senso che chi nasce bene non cade in giù quando ha poco talento, ma trova interstizi ad alta redditività utilizzando le proprie relazioni.
Dal mio punto di vista questo significa che, anche dopo aver portato il Belpaese (tra qualche secolo) a livello delle democrazie più avanzate, con buona istruzione di massa, borse di studio vere per i meritevoli, meritocrazia nel settore privato e pubblico al posto delle sanatorie dei precari, i problemi non saranno ancora finiti: a Roma, nel settore vendite, regneranno sempre gli stessi ... http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Deboli_democrazie_mediterranee_-_Le_difficolt%C3%A0_della_meritocrazia#body
Viene da chiedersi che Paese è quello in cui migliaia di persone si disperano, piangono, urlano per la scomparsa del presidente di una società sportiva (Franco Sensi), peraltro non particolarmente amato in vita. E viene da chiedersi quanti saranno a piangere quando morirà, chessò, uno come Vittorio Foa. Ma poi viene da chiedersi anche se questo non sia moralismo demodè, sinistrismo snob un po' alla Michele Serra (con tutto il rispetto), incapacità di comprendere le pulsioni profonde che animano il popolo, la gente vera, lontana dai riti della politica. Vengono da chiedersi un sacco di cose, come si vede. E neanche uno straccio di risposta.http://stamparassegnata.splinder.com/
“Dodici milioni di voti esatti nel 1996, raccolti tra PDS, Rinnovamento Italiano e Partito Popolare. Poco meno di 12 nel 2001, con Margherita e DS. Di nuovo 12 nel 2006 con l’Ulivo. E ancora 12, nel 2008, con il Partito Democratico.
Proprio da dodici anni non riusciamo a esorcizzare “quota 12″. e’ ancora più inquietante se ci ricordiamo che quella stessa quota fu toccata dal PCI nel 1976 e nel 1984.
Attenzione: e’ evidente il rischio di un’idea ghetto di opposizione, della quale alcuni possono sembrare addirittura innamorati. Un’idea che non ci appartiene in alcun modo.
Non apparteneva all’Ulivo, non appartiene al PD. Dobbiamo invece aprire le porte a chi vuole entrare e condividere il percorso, senza sacrificare la nostra vocazione maggioritaria. Per vincere, per tornare nel cuore degli italiani, dovremo uscire dal nostro perimetro tradizionale”
Enrico Letta
Non si riuscirà ad “esorcizzare quota 12” se non si esce da una visione pauperistica della realtà che ci porta a credere che coloro che vivono male o appartengono all’area del forte disagio, siano la maggioranza in questo Paese e nelle nostre città.
Ai cittadini carraresi, in un recente sondaggio “scientifico”, quindi svolto in una fase di difficoltà economica generale, è stato chiesto di descrivere, di dare un giudizio, sulla propria condizione economica.
Il 2,9% l’ha giudicata “molto buona”, il 59,6% “abbastanza buona”, il 31,2% “poco buona”, il 6,3% “per niente buona”.
Il 6,3%, l’area del forte disagio economico, significa, rapportato alla popolazione, circa 4.200 persone, più di 1.800 famiglie (a Carrara la dimensione media di una famiglia è 2,3 individui). Sono coloro che, senza tema di smentita, potremmo definire “poveri” che vivono spesso grazie all’assistenza sociale. Sono un numero importante e non trascurabile.
Il 31,2% è l’area del disagio, ampliatasi in questi ultimi anni, a livello locale come nazionale. Sono coloro che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che hanno ristretto i consumi e li hanno ridotti sul piano quantitativo e qualitativo, quelli che rinunciano alle vacanze, preoccupati dell’aumento delle bollette, dei libri di testo, ecc. Corrispondono a circa 20.400 abitanti, quasi 8.900 famiglie.
Al lato opposto abbiamo i “ricchi”, il 2,9%, altre 1.900 persone, 830 famiglie che evidentemente vivono molto bene. Non ho dati recenti, solo per un paragone, nel 2004 appena 211 carraresi dichiararono al Fisco un reddito superiore ai 100.000 euro, vogliamo dire che quel numero, nella realtà, andrebbe moltiplicato almeno per quattro?
Poi abbiamo la classe media, 59,6%, 39.000 persone, quasi 17.000 famiglie, che pur preoccupate di non cadere nella soglia del “31,2%”, dichiarano una condizione economica “abbastanza buona”. Stanno attenti ai consumi, ma continuano a frequentare Coop, Esselunga e Conad e non i discount, bevono nei bar affollati aperitivi da 6 ad 8 euro, riempiono i ristoranti, vanno in vacanza, magari per periodi più brevi, affittano le esaurite cabine degli stabilimenti balneari di Marina di Carrara, hanno almeno due auto in famiglia, casa in proprietà (a Carrara è in proprietà oltre l’80% delle abitazioni), i figli al venerdì in discoteca, hanno computer, internet e macchina fotografica digitale, ecc. Chi sono? Non soltanto liberi professionisti, artigiani, commercianti, il popolo della partita iva, ma anche lavoratori dipendenti dove, all’interno dell’ “azienda famiglia” riescono a sommare una pluralità di redditi, regolari, in nero, pensione del genitore convivente, ecc.. In un contesto dove, come sappiamo, non è più la “collocazione di classe” a determinare la quantità di reddito a disposizione del nucleo familiare…Sono quelli che, ad esempio, vedono con favore la detassazione degli straordinari, l’abolizione dell’Ici, il federalismo fiscale, il liberismo in economia, ecc.
Insomma, a Carrara, ma anche nel resto del Paese, il 60% dei cittadini vive, tutto sommato, bene.
Ora questi ceti sociali maggioritari, sono da sempre regalati dalla Sinistra al Centrodestra, senza colpo ferire e non a caso invece, nelle nostre realtà hanno avuto ed hanno successo personaggi come Angelo Zubbani a Carrara o Roberto Pucci a Massa, entrambi borderline, cioè capaci di raccogliere consensi sia nel serbatoio del 60% che “stanno bene”, sia nel 40% che soffrono una situazione di disagio più o meno accentuato.
Pucci e Zubbani ( tra loro si intendono bene), sono stati in grado di fare “da sinistra” (lo riscrivo, “da sinistra”), ciò che Berlusconi, su scala nazionale, ha fatto “da destra”.
Questa è, a mio avviso, la strada per rivincere sul piano nazionale, è la strada che aveva intrapreso il Partito Democratico suscitando ampie aspettative e che occorrerà rapidamente riprendere. http://ottopassi.splinder.com/
Ora d'aria l'Unità, I giornali seri non sposano nessun partito, o movimento, o governo, o leader. Hanno una propria linea editoriale, in base alla quale leggono e giudicano l’attualità, plaudendo a chi è più vicino e criticando chi è più lontano. Famiglia Cristiana è un giornale cattolico serio, diretto da un sacerdote serio come don Antonio Sciortino che ne rappresenta la linea editoriale insieme agli editorialisti, a cominciare da Beppe Del Colle, giornalista di lungo corso e di specchiata onestà, morale e intellettuale. Sulle questioni di fede è allineata al magistero della Chiesa. Sulle scelte politiche risponde al cervello e alla coscienza dei suoi editori (la Compagnia di San Paolo) e giornalisti. Ha criticato il governo Prodi sui Dico, ora critica il governo Berlusconi per le tendenze fascistoidi e xenofobe, oltrechè per le violazioni della legalità e della Costituzione (che persino in Pakistan portano alle dimissioni forzate del presidente). Insomma è un’ottima cartina al tornasole per misurare il rapporto fra i nostri politici e la libertà di stampa. Che, per lorsignori, corrisponde alla libertà di applauso. La critica non è ammessa, né a destra né a sinistra.
Il 9 giugno scorso F.C. critica il Pd per le ambiguità sulle questioni etiche. Franco Grillini la tratta come serva del Vaticano: “F.C. si allinea alle posizioni più reazionarie della gerarchia vaticana sposando la politica della diffamazione e dell'insulto verso gli omosessuali”. Zanda: “Espressioni cattive, violente e ingiuste. Non le usa nemmeno il più duro degli avversari politici. Sono mortificato e addolorato”. Soro: “Editoriale inaccettabile, settimanale fazioso, non fa un buon servizio ai cattolici”. Marini: “La posizione di F.C. è sbagliata, ingenerosa e inaccettabile. Noi cattolici democratici non siamo sotto tutela”. Fioroni: “Non vorrei che F.C., rimpiangendo vecchi schemi, chiedesse il restauro di una corporazione cattolica bonsai”. Vita: “Che senso ha un attacco così aspro? Anche F.C. partecipa alla contesa politica?”. Vita non spiega che c’è di male se un giornale partecipa alla contesa politica. Poi, due mesi dopo, difende F.C. quando la stessa accusa - “fare politica” - la lanciano i berluscones a proposito dell’allarme sul “nuovo fascismo” e il Vaticano la scomunica: “La libertà d'informazione non può essere messa in discussione. Neanche dalla Chiesa. E' alquanto discutibile che vi sia stato un intervento che, al di là delle intenzioni, non può che apparire come censorio. Tra l'altro le opinioni liberamente espresse da F.C. riflettono evidentemente un sentimento diffuso in ampi strati del Paese, sia tra i credenti che i non credenti. E' curioso che spesso F.C. venga presa come esempio editoriale, ma quando fa riflessioni un po’ scomode va ridotta al silenzio”. Ecco, appunto.
La stessa smemoratezza mostrano i berluscones, a parti invertite. Quando F.C. criticava Prodi, Il Giornale della ditta titolava compiaciuto: “Anche F.C. contro il governo”. Ora, forse per dimostrare che il fascismo sta tornando davvero, sbatte in prima pagina il seguente titolo: “Famiglia cristiana sfruttava i figli dei poveri”. James Bondi; ancora cinque mesi fa, scioglieva peana: “F.C. ha il merito di prendere atto che in Italia esistono i centristi, ma non esiste un centro cattolico. Il che equivale da un lato a riconfermare la fine di ogni residuale idea di partito unitario cattolico, e dall'altro lato ad apprezzare l'evoluzione bipolare indelebile per la discesa in campo di Berlusconi e le scelte del Pd” (12 marzo 2008). Ora invece sostiene che F.C. è “catto-comunista”, ha “un’antipatia viscerale per Berlusconi”, “ha perso il rapporto con il popolo, credenti e parrocchie”, “prende lucciole per lanterne”, insomma “danneggia la Chiesa”.
Poi c’è Maurizio Lupi, l’onorevole ciellino che la sera di Pasqua scortava Magdi Allam per la conversione a favore di telecamera. Il 19 maggio F.C. chiede di rivedere la legge 194. Lupi si spella le mani: “Condivido pienamente l'appello lanciato da Famiglia Cristiana”. Poi F.C. critica il governo Berlusconi e riecco Lupi, riveduto e corretto: “F.C. ha un continuo pregiudizio contro il nostro esecutivo… Un attacco come questo me lo sarei aspettato da Liberazione o dal Manifesto, non da un giornale cattolico… Spiace che un simile orientamento sia espresso da un settimanale cattolico che sembra sempre più allineato sulle posizioni dell’Unità o del Manifesto invece di trasmettere messaggi per la costruzione del bene comune… Il settimanale è ondivago: un giorno attacca il Pd, l’altro il Pdl, insomma dà un colpo al cerchio e uno alla botte”. L’idea che sia semplicemente un giornale libero non lo sfiora neppure. E’ la Casa delle Libertà.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Il punto di maggiore convergenza, o completa coincidenza, tra maggioranza e opposizione, compresa la stampa estera (per anni l'unica vera opposizione a Berlusconi), rappresentata dal settimanale Newsweek è sicuramente il giudizio sul successo di Berlusconi nell'affrontare l'«emergenza rifiuti» in Campania. Un'emergenza, dopo i risultati immediati di Napoli «ripulita», che si avvia verso la sua definitiva soluzione. Ma è proprio così? Analizziamo le principali misure adottate.
Uno . Berlusconi ha nominato il capo della Protezione civile, Bertolaso, sottosegretario all'emergenza rifiuti in Campania. Bertolaso era già stato commissario straordinario nello stesso ruolo e si era dimesso con un atto da molti assimilato a una fuga. Una fuga dovuta alla mancata realizzazione del piano di nuove discariche in cui smaltire i rifiuti che si andavano accumulando per strada. Pochi giorni dopo la sua «rinomina» la magistratura campana ha azzerato i vertici della Protezione civile proprio per reati attribuiti al modo assai «disinvolto» in cui aveva gestito i rifiuti campani. Ora, o la magistratura campana fa parte di un complotto teso a perpetuare il disastro, come sostiene Berlusconi, che per questo l'ha esautorata, oppure la nomina di Bertolaso andrebbe sottoposta a beneficio di inventario.
Due . Berlusconi avrebbe liberato in meno di tre mesi le strade della Campania dai rifiuti. La rimozione dei rifiuti era stata realizzata in gran parte dall'esercito durante la gestione del predecessore di Bertolaso. Con i rifiuti raccolti per strada - circa 300 mila tonnellate - Di Gennaro aveva riempito la discarica di Serre, spedito diverse decine di migliaia di tonnellate in Germania e aperto una serie di «depositi temporanei»: cioè accumulato dentro capannoni industriali tonnellate e tonnellate di rifiuto tal quale, rimasto lì a putrefare per mesi, evitando tra l'altro - non si sa perché - di usare una discarica perfettamente attrezzata, in località Parco Saurino (Ce), misteriosamente rimasta inutilizzata sia sotto Di Gennaro che sotto Bertolaso. Da allora quei «depositi temporanei» non sono stati più svuotati. I rifiuti che Bertolaso ha rimosso dalle strade, quindi, sono solo 15 mila tonnellate residue, che ha potuto smaltire nelle «nuove» discariche di S. Arcangelo e Savignano predisposte anch'esse da Di Gennaro. Discariche aperte in violazione di impegni sottoscritti dai precedenti commissari, solo grazie all'intervento dell'esercito, autorizzato a difenderle dalle comunità locali come «siti di interesse strategico nazionale». Un precedente le cui conseguenze sono state sottovalutate: tornerà molto utile al governo per impedire a chiunque di ficcare il naso nella conduzione degli impianti nucleari che ha in programma.
Tre . Berlusconi ha varato un piano di nuove discariche. Le undici discariche in programma sono quanto basta per sotterrare i rifiuti urbani di tutta la Campania per anni, anche se non venisse fatto nemmeno un grammo di raccolta differenziata. Perché questa dilatazione, nel tempo e nelle dimensioni, del sistema più vecchio, inquinante, insalubre e distruttivo di «smaltire» i rifiuti? Per evitare, in attesa degli inceneritori - che, come mostra il caso di Acerra, tarderanno parecchio a arrivare - il trattamento intermedio: quello che nel rifiuto indifferenziato separa il secco dall'umido, la frazione organica da quella combustibile e dal sottovaglio. In questo modo si garantisce al futuro incenerimento l'intera produzione di rifiuti: esattamente quello che voleva e ha fatto la Fibe in sei anni di gestione sciagurata dei rifiuti campani, realizzando discariche non autorizzate sotto forma di depositi temporanei di «ecoballe».
Quattro . Berlusconi ha imposto la realizzazione di quattro inceneritori. Perché quattro, con una capacità equivalente all'intera produzione di rifiuti urbani della regione senza raccolta differenziata (Rd)? Per smaltire rifiuto tal quale, ben sapendo che in queste condizioni l'obiettivo del 50% di Rd non avrà alcuna possibilità di essere perseguito, come otto anni di attesa dell'inceneritore di Acerra hanno ampiamente dimostrato. Ma che convenienza c'è mai in tutto ciò? Nessuna, se ci si attiene ai costi industriali delle diverse operazioni: raccolta differenziata, riciclaggio, compostaggio, trattamento intermedio del residuo, incenerimento, discarica. Ma miliardi (di euro!), invece, se bruciando rifiuti si incassano gli incentivi CIP6, che erano stati aboliti in ottemperanza alla normativa europea, e che Prodi ha reintrodotto per il solo inceneritore di Acerra e il Pd ha voluto estendere a tutti i futuri inceneritori campani. Miliardi che gli utenti i saranno tenuti a pagare con la bolletta elettrica.
Cinque . Berlusconi sostiene che i 4 inceneritori servono per bruciare il «pregresso»: gli 8 milioni di tonnellate di «ecoballe» che Fibe e Commissari straordinari hanno accumulato in attesa di incassare gli incentivi CIP6 non potranno mai venir smaltite in un normale inceneritore, ma su quelle ecoballe non si sa che cosa contengano e i pochi saggi effettuati hanno provato che non possono finire né in un inceneritore né in una discarica normale, dato che approfittando delle «distrazioni» delle autorità, la camorra è riuscita a infilarci dentro di tutto. Ci vogliono degli impianti ad hoc, che non hanno niente a che fare con il trattamento dei rifiuti urbani. Ma è certo anche prima che si cominci a bruciare le ecoballe nei nuovi inceneritori e a gratificarne lo «smaltimento» con gli incentivi CIP6, entrambe le decisioni verranno impugnate dalla Commissione europea, aprendo le porte a una nuova procedura di infrazione contro l'Italia.
Sei . Berlusconi, per prevenire questi divieti, ha autorizzato le discariche, gli inceneritori e persino i depuratori della Campania a ricevere rifiuti e reflui tossici, contrassegnati con codici Cer (codice europeo dei rifiuti) che ne vietano il trattamento in impianti ordinari. E questo, nonostante che la Campania, oltre a una straordinaria dotazione di impianti di trattamento intermedio dei rifiuti urbani (i cosiddetti Cdr di cui il piano di Berlusconi prevede lo smantellamento), abbia anche una dotazione straordinaria di impianti di depurazion ove trattare il percolato delle discariche: tutti fuori uso per una gestione scellerata, ma facilmente riattivabili per chi avesse una cultura della manutenzione. E' ovvio che anche questa decisione verrà impugnata dalla Commissione europea, con il rischio di nuove penali, ma anche di rimandare sine die la soluzione dell'emergenza. La quale non può trovare soluzione che in una gestione ordinaria, fondata sulla Rd spinta - prevista, è vero, dal piano Berlusconi, ma senza alcuna misura concreta per attivarla - e nel trattamento mirato delle diverse frazioni raccolte, compresa quella del rifiuto indifferenziato.
Riassumendo: la «pulizia» di Napoli - o, meglio, del suo centro - e la violazione dei patti per aprire le due nuove discariche in cui stipare la nuova produzione di rifiuti erano già state realizzate quasi completamente sotto Di Gennaro. Berlusconi si è preso la gloria di un lavoro altrui.
La «strategia» per risolvere definitivamente il problema, cioè la costruzione di quattro inceneritori, è ancora tutta da realizzare; e non sarà facile: per adesso funzionano a pieno ritmo le discariche, mentre vengono lasciati inutilizzati gli impianti di Cdr che potrebbero risolvere in modo pulito e economico il problema nel giro di pochi mesi. Per far funzionare i futuri inceneritori, Berlusconi, con l'aiuto del Pd, ha reintrodotto gli incentivi CIP6 a spese di tutti gli utenti elettrici del paese e ha autorizzato il trattamento di rifiuti e reflui tossici sia nelle discariche e negli inceneritori che nei depuratori.
Quanto alla raccolta differenziata, può attendere: se non si farà, si sotterrerà o si brucerà tutto. Se si farà, la Campania, per tenere accesi i suoi inceneritori, potrà continuare a ricevere rifiuti da altre regioni, come ha sempre fatto.
In compenso è stato smantellato il controllo di legalità sulla gestione dei rifiuti (abolendo il principio del giudice naturale) e è stato messo l'esercito a presidiare i «siti di interesse nazionale»: due precedenti che renderanno la difesa dell'ambiente ardua per tutti, in tutta l'Italia, per tutti gli anni a venire.
Arrivo allo stadio trafelato. Finalmente fuori c'è il sole. Caldo, bruciante accogliente. In fretta e furia giungo al mio sedile e mi fermo. Sono circa le 11 e di lì a pochi minuti cominciano le eliminatorie per i 110 ad ostacoli. Lo stadio è pieno. La gente è in attesa. Ogni cinese che mi circonda ha come minimo una macchinetta fotografica, una telecamera o un qualcosa con cui immortalare il momento storico.
Pochi secondi, il tempo di una sudata e la prima batteria è pronta. Vi è un cinese in batteria. La gente batte le mani ed urla. "Cina, Cina". Ma niente di eccessivo. Educatamente tutti osservano senza scomporsi mai. La prima batteria va via liscia. Io sono lì a pochi metri dagli ostacoli. Osservo lo sforzo degli atleti che si sono preparati per anni e in poco più di dieci secondi tutto finisce, con il successo completo o con l'onta della sconfitta.
Le batterie proseguono. Niente di eccezionale. I tempi non sono bassi. Dopotutto sono solamente le eliminatorie. Gli atleti hanno bisogno di carburare prima di esplodere e nessuno vuole strafare.
Finalmente lui arriva. E' la sesta batteria. Lo stadio è pieno fino all'inverosimile. Fino a quel momento avevamo seguito tutto il resto del programma seduti tranquillamente. Ma lui si affaccia sulla pista. La gente accalcata sui seggiolini si alza in piedi per vederlo ed ammirarlo. E come un sol uomo parte un coro di sostegno. Ognuno dei presenti prepara la camera. Vuole la fotografia o il video di un momento che potrebbe diventare storico.
Liu Xiang si muove. Fa una sgambata nel tripudio generale.
I cori diventano più forti e più alti. Il servizio dello stadio invita tutti a stare seduti. Ma tutto il pubblico, me compreso, non ce la fa. Vogliamo guardare il fenomeno. E anche io mi lascio coinvolgere nei cori che dovrebbero sostenerlo. Tutti lo attendono, perchè assieme a Yao Ming (il cestista degli Huston Rockets) è stato l'uomo immagine di questa olimpiade. Le pubblicità per le strade, in tv, sulle lattine si sprecavano.
Ad un certo punto, durante il riscaldamento, Liu Xiang si ferma. Si tocca la caviglia. Fa una smorfia di dolore. Mi accorgo immediatamente che c'è qualcosa che non va. Lui si massaggia vigorosamente il punto interessato e torna verso i blocchi.
Si cambia, indossando la classica cannottiera rossa con la scritta "China" gialla. Lo speaker dello stadio annuncia i nomi, in inglese ed in cinese, degli atleti. Quando pronuncia il suo nome, la sua voce viene coperta da un boato. Sono tutti pronti, e lo sono anche io.
La pistola spara. La batteria parte. La pistola spara la seconda volta per indicare la falsa partenza. I maxi schermi dello stadio inquadrano la sua faccia. Si vede che zoppica vistosamente. Un brivido percorre lo stadio. Tremiamo per la salute del nostro idolo.
Gli atleti cercano di riconcentrarsi per la partenza.
Lo intravedo che sconsolato, e deluso si avvia verso gli spogliatoi. Lo speaker dello stadio da il ferale annuncio.
"Liu Xiang si ritira".
La voce sembra rotta dalla disperazione e dal dolore.
Un urlo di delusione invade lo stadio, e simultaneamente le decine di migliaia di persone si risiedono. Qualcuno abbandona lo stadio. La corsa prende il via. E in pochi secondi finisce. Qualche metro più in là proseguono le qualificazioni per il lancio del martello femminile. Ma tutti in un attimo si alzano ed abbandonano lo stadio. Con calma, ordine ed educazione. Ma sopratutto con tristezza. Tutti si aspettavano il trionfo, ed invece è arrivata la sconfitta.
Una triste e cocente sconfitta.
Una delle cose divertenti degli Stati Uniti è che se dici una balla, prima o poi lo scoprono. Così Daily Kos ha trovato il precedente letterario di un episodio di prigionia e croci nella polvere che McCain racconta spesso. Sarebbe in "Arcipelago Gulag" di Solzhenitsyn. Però c'è un fatto: a quanto pare Solzhenitsyn questo episodio non ha mai scritto. Eppure la storia è attribuita a lui da almeno da mezza dozzina di conservatori religiosi USA. E magari McCain l'ha letto (o sentita) da loro. Intanto si scopre che anche la storia di Cindy McCain convinta da Madre Teresa a portare negli States due orfani è falsa. Cindy McCain non ha mai incontrato Madre Teresa. Daly Kos, TPM, Andrew Sullivan, Huffington Post
Gli allevatori bulgari sono scesi in piazza. Protestano contro la burocrazia, che con i suoi errori ha privato molti di loro dei sussidi statali sulla produzione. La situazione è resa più complicata dalla decisione Ue di congelare i fondi al paese dopo la scoperta di truffe e irregolarità
Foto Tanya Mangalakova
Numerosi produttori di latte in Bulgaria sono a rischio fallimento, visto che lo stato non paga i sussidi per l'acquisto del foraggio. Molti allevatori, che hanno chiesto denaro agli istituti bancari per ammodernare stalle e strutture produttive, da mesi non riescono a pagare le rate dei prestiti ottenuti. Molti hanno chiesto finanziamenti con la speranza di ottenere poi sussidi europei, ma nel frattempo Bruxelles ha congelato gli “eurofondi” diretti alla Bulgaria dopo la scoperta di numerose appropriazioni indebite e malversazioni. Durante l'estate la tensione è cresciuta, e il paese è stato scosso da violente proteste da parte degli allevatori. Migliaia di produttori infuriati hanno manifestato su tutto il territorio nazionale, bloccando strade, mentre gli allevatori della regione di Kardzhali hanno minacciato di portare le proprie mandrie in Grecia, per riuscire ad ottenere sussidi più sostanziosi.
I manifestanti chiedono un sussidio annuale di 20 stotinki (10 eurocent) per ogni litro di latte prodotto, la diminuzione al 10% dell'IVA sui prodotti agricoli, un meccanismo che garantisca un prezzo minimo di acquisto per il latte e la carne, la cessione gratuita di terreni statali e comunali per le necessità dell'allevamento e altre misure. Il premier Serghey Stanishev ha accusato gli allevatori di aver messo in atto una protesta di stampo politico, ma l'attuale situazione di crisi è il risultato di errori di valutazione dei burocrati, che non sono stati in grado di mappare adeguatamente il numero di animali e pascoli in Bulgaria, privando così molti produttori di sussidi.
Il 6 agosto scorso il governo ha sottoscritto un accordo per lo stanziamento di 60 milioni di leva (30 milioni di euro) per affrontare la crisi. Questi fondi però non sono sicuri, visto che il governo potrà stanziarli solo dopo aver ricevuto il via libera da Bruxelles. Il ministro dell'Agricoltura, Valeri Tzvetanov, insieme al vice-premier Meglena Plugchieva proverà a convincere le strutture comunitarie della necessità di questo finanziamento imprevisto, ma non prima di settembre. In caso di valutazione negativa da parte della Commissione europea, Sofia rischia infatti forti multe.
Questi problemi assillano l'esecutivo bulgaro da ormai quasi sei mesi. I sussidi finora stanziati da Sofia hanno supportato solo il 25-30% degli allevatori, quelli che possiedono stalle dichiarate di “prima categoria”, ma non le molte piccole aziende che non hanno fondi a sufficienza per modernizzare le proprie strutture. Al momento vengono pagati circa 1,7 milioni di leva per la produzione di latte di qualità ( 6 stotinki al litro), ma molti allevatori non hanno ancora ricevuto i sussidi relativi allo scorso mese di marzo, promessi dal ministro Tzvetanov. La domanda è quando il governo sarà in grado di mantenere le proprie promesse, e dove andrà a pescare per reperire i fondi necessari a farlo.
Gli allevatori hanno dato un ultimatum al governo per il pagamento dei sussidi di marzo ed aprile, ed hanno minacciato di bloccare il passo di Shipka (il più importante passo che scavalca la catena dei Balcani) il 21 agosto. Andrian Tzakovski, presidente dell'Associazione dei Produttori di Latte in Bulgaria ha dichiarato che gli operatori del settore hanno perso fiducia nell'esecutivo, e che non sono più disposti ad aspettare. Tra l'altro, ha aggiunto poi Tzakovski, a settembre ci sarà meno lavoro da fare nelle stalle, e quindi più energie a disposizione per portare avanti la protesta.
“La situazione si è fatta tesa”
Allevatori provenienti da tutta la Bulgaria si sono dati appuntamento il 13 agosto davanti al ministero dell'Agricoltura di Sofia, per protestare al suono di zampogne, tamburi e canzoni tradizionali, scandendo “Mafia”, “Lasciateci almeno le briciole” e “L'Ue deve capire che non siamo i parenti poveri”.
Radoslav Dinev
“La situazione si è fatta tesa”, ha ripetuto più volte all'Osservatorio Balcani Radoslav Dinev, allevatore di 45 anni, arrivato dal villaggio di Topolyane, provincia di Radnevo, con la sua bisaccia da pastore e i campanacci della sua mandria. Come molti altri, due anni fa, Radoslav ha chiesto un prestito per modernizzare la propria stalla, ma dall'anno scorso la sua mandria di cinquanta tra vacche e bufale è al limite della sopravvivenza economica. “Tutto quanto guadagno dagli animali va direttamente nelle casse della banca. Durante l'inverno, riuscivo a produrre non più di 30 litri di latte, ma sono riuscito a tirare avanti. Ho resistito fino a primavera, ma adesso la situazione è diventata insostenibile. Da due mesi non pago le rate del credito. Nel nostro villaggio ci sono 100 case, in tutto siamo solo due allevatori, e tutti e due navighiamo nelle stesse acque agitate”.
Secondo Radoslav i soldi che gli toccavano sono andati a finire nelle tasche di burocrati che non hanno niente a che fare con la produzione. “La colpa è di chi governa. Si sa quanti sono gli allevatori nel paese. Alla fine, però, i soldi sono stati rubati, e quindi non bastano per tutti. Siamo una voce nel deserto, non c'è nessuno disposto ad ascoltarci... Siamo molto lontani dall'Ue. Qui si ruba senza vergogna, e i fondi a cui avremmo diritto vengono dirottati per la costruzione di hotel sulla costa del Mar Nero. Pensavo di riuscire a fare qualcosa per me e la mia famiglia, ma evidentemente in questo paese le cose non vanno”.
“La burocrazia è come la criminalità organizzata”
Veselin Yankov, 43 anni, del villaggio di Galiche, provincia di Vratza, fa l'allevatore da 17 anni. Ha iniziato con una sola mucca, oggi ne ha dieci, insieme a vitelli e giovenche. Tutta la sua famiglia lo aiuta nel lavoro dalla mattina alla sera “ma le cose non vanno, si fatica come schiavi, ma non c'è guadagno”.
Veselin Yankov
Secondo Veselin la protesta di fronte al ministero dell'Agricoltura non porterà a risultati concreti. “Non riusciremo a sconfiggere la burocrazia, che è come la criminalità organizzata. Solo due delle stalle del nostro villaggio di 2400 abitanti sono riuscite ad ottenere sussidi per il foraggio. Quando siamo andati all'agenzia regionale, sulla porta abbiamo trovato un annuncio, in cui si diceva che i fondi a disposizione erano già stati terminati. I dipendenti non avevano la minima idea su chi avesse ordinato di non accogliere più domande di finanziamento, e in base a quale provvedimento di legge. Il 23 maggio hanno detto che il termine era scaduto, e che 11mila produttori agricoli avevano ottenuto sussidi, ma ci sono almeno altri 13mila che non hanno avuto niente. Io ho pagato il foraggio per i miei animali, ho le fatture, ma non ho ricevuto un soldo. Ma c'è chi ha presentato fatture per mille leva, e ne ha ricevuto almeno 5mila di sussidio”.
Veselin ha un suo punto di raccolta e vendita diretto, in grado di fornire 400 litri di latte al giorno, 100 dalla sua mandria e altri 300 da altri soci dello stesso villaggio. L'allevatore spiega che, per essere riconosciuta come “prima categoria” una stalla deve trovarsi fuori dai centri abitati, e deve essere fornita di attrezzature moderne e molto costose. Il latte prodotto solitamente nei villaggi più piccoli è “terza categoria” e permette guadagni risicati, che non garantiscono uno standard di vita accettabile per le famiglie di Veselin, che oltre alla stalla possiede un piccolo negozio.
Dal villaggio di Galiche, la prospettiva europea si tinge di tinte fosche. “Dovremmo essere tutti nella stessa grande casa europea, ma la politica è diretta a far sì che le grandi ditte possano avere il monopolio, e che le piccole debbano chiudere, così che mentre alcuni si arricchiscono altri affondino nella miseria, per farci degli schiavi di fatto e costringerci ad andare a fare i badanti all'estero”, dice Veselin amareggiato.
L'allevatore sembra un ritratto del lavoratore di un tempo: con cinque ettari di terra, una mandria, un negozio, si è tirato su le maniche per darsi da fare insieme a tutta la famiglia. Tempo fa è anche diventato pastore evangelista, e forse per questo il suo racconto somiglia nel tono ad una profezia. Si lamenta, ma allo stesso tempo ancora vede il suo futuro, e quello del figlio di 17 anni, nel villaggio natale. “Il ragazzo mi aiuta con la stalla. Gli ho consigliato di occuparsi di informatica, ma è troppo intemperante per quel mestiere. Ora ha dieci agnelli. Tra due anni, dopo aver preso la maturità, se la situazione si normalizzerà, potrebbe chiedere sussidi a fondo perduto per giovani allevatori. Alle volte mi chiedo se la bicicletta che abbiamo voluto non sia troppo pesante per noi, e che pur riuscendo a far muovere i pedali, non riusciamo però ad andare avanti”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10005/1/51/
NEPAL Prachanda a Pechino per la chiusura delle Olimpiadi, gelo dell’India di Kalpit Parajuli New Delhi ha molto insistito perché il neopremier visitasse prima l’India. Kathmandu risponde che non è un viaggio politico, ma solo la partecipazione a un evento sportivo.
Kathmandu (AsiaNews) – Il neopremier nepalese, il maoista Pushpa Kamal Dahal alias Prachanda, con ogni probabilità sarà a Pechino per la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi. Gelo dell’India, tradizionale partner nel Nepal, che per prima si è congratulata con Prachanda invitandolo a New Delhi.
E’ tradizione che il premier nepalese vada in India come primo viaggio ufficiale. Ma Prachanda ha già indicato che partirà il 23 agosto per Pechino. Cosa che anche permette al Partito indiano d’opposizione Bharatiya Janata, nazionalista indù, di rinfocolare le sue pretese nazionaliste, dicendosi “preoccupato per i 7 milioni di nepalesi che vivono in India se il nuovo governo va contro l’India, l'hindi e l’induismo in Nepal”.
Il leader maoista Mohan Baidhya, meglio noto come Kiran conferma ad AsiaNews che “l’India ha molto cercato di impedire questa visita in Cina, ha anche detto che non è opportuno andarci così presto. Ma non è un evento politico, il premier parteciperà solo a un evento olimpico e ripartirà”. Il governo nepalese non era rappresentato alla cerimonia d’apertura.
Prachanda è accusato dagli stessi alleati politici di voler mantenere una scorta personale composta da guerriglieri maoisti, ma risponde che è necessaria per la tutela del proprio partito e il precedente governo gli ha consentito una scorta di 30 guerriglieri.
Gli altri partiti osservano che ciò svilisce l’esercito nazionale.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13024&size=A
NEW YORK - Barack Obama ha deciso sul suo numero due ma tiene tutti col fiato sospeso, forse perfino lo stesso prescelto. Nelle ultime ore gli addetti ai lavori della politica hanno tenuto gli occhi puntati sul blackberry o il telefonino perché è lì che arriverà il primo annuncio. L'allerta e-mail o sms arrivera' certamente nel corso della settimana.
Secondo il New York Times, che cita fonti della campagna, negli ultimi giorni il senatore dell'Illinois si è concentrato su tre candidati: il senatore Evan Bayh dell'Indiana, il governatore Tim Kaine della Virginia e il senatore Joe Biden Jr. del Delaware. Alcuni democratici hanno detto che sperano che Obama in extremis scelga l'ex rivale Hillary Clinton (il 30 per cento) o un'altra donna: il governatore del Kansas Kathleen Sebelius, ma pare poco probabile.
Esclusa la 'sorpresa' Al Gore: l'ex vicepresidente, premio Nobel per la pace e candidato alla Casa Bianca battuto da George W. Bush nel 2000, parlerà il 28 agosto davanti alle 70 mila persone assiepate sugli spalti dell'Invesco Field, nella giornata finale della Convention, prima dell'investitura di Obama. A rivelarlo alla Cnn sono state fonti dello staff del candidato democratico. In questi giorni, uno dietro l'altro, i big del partito erano comparsi nel programma a partire da Bill e Hillary, ma Gore continuava a risultare stranamente assente, alimentando interrogativi sulla possibilità che fosse caduta su di lui la scelta di Obama.
Il candidato vice-presidente parla la penultima sera della Convention e adesso la collocazione del Nobel nella serata finale sembra la conferma che non sia lui il running mate.
Con segnali che McCain sta accorciando la distanza - l'ultimo sondaggio della Quinnipiac University lo dà indietro 42 a 47 mentre in luglio Obama era in vantaggio 50 a 41 - sono cominciati a trapelare ieri in serata indicazioni che l'annuncio potrebbe essere vicino. Il sito Drudgereport.com aveva 'sparato' che il New York Times "aveva il nome" e lo avrebbe stampato sull'edizione di oggi, illazione risultata poi del tutto campata in aria. Secondo quanto appreso dal quotidiano della famiglia Sulzberger il candidato democratico avrebbe raggiunto la decisione durante la vacanza alle Hawaii.
"Nominerà un candidato relativamente dentro le righe, non vuol rischi con una scelta che alteri la dinamica del giocò, ha scritto il Times, mentre sui blog hanno cominciato a circolare con insistenza voci secondo cui potrebbe essere l'ex rivale alle primarie Biden il 'numero due' del ticket. Oggi, parlando a una platea di veterani, Obama ha citato il senatore, grande esperto di politica estera e portatore di consensi nel serbatoio dei voti cattolici, per appoggiarne la proposta, fatta al rientro da una missione-lampo a Tbilisi, di un miliardo di dollari di aiuti per la ricostruzione della Georgia.
Sarebbe una scelta fatta all'insegna della maturità e dell'esperienza: presidente della commissione esteri del Senato, conosciuto negli ambienti internazionali in tutto il mondo, Biden ha 65 anni, 18 di più di Obama. Quanto a McCain, la 'saggezza corrente' dei politOlogi di Washington lo vogliono orientato a puntare su Tim Pawlenty, il governatore del Minnesota che a 47 anni è coetaneo di Obama. L'annuncio del ticket repubblicano avverrà a Dayton in Ohio il 29 agosto, una data scelta ad arte: all'indomani del sipario sulla Convention democratica, ma anche nel giorno del 72/o compleanno del "rugoso" (nella definizione di Paris Hilton) John McCain.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_756739758.html
New York. Mancano settantasei giorni alle elezioni presidenziali americane del 4 novembre, cinque alla Convention democratica di Denver che nominerà Barack Obama e dodici a quella di Minneapolis-St.Paul che lancerà ufficialmente la sfida del repubblicano John McCain. Tradizionalmente gli americani cominciano a prestare attenzione ai candidati e ai loro programmi dopo Labor day, la festa del lavoro che negli Stati Uniti si festeggia il primo lunedì di settembre. Ma già adesso i sondaggi sono quotidiani e gli osservatori più attenti come lo stratega elettorale di George W. Bush, Karl Rove, sono già in grado di fotografare nel dettaglio lo stato della corsa con una cartina colorata che parla da sola.
Probabilmente già domani, al più tardi nel weekend, Obama sceglierà il suo vicepresidente che, salvo sorprese (Al Gore? Hillary Clinton? un repubblicano?), dovrebbe essere uno tra il senatore Joe Biden, esperto di politica estera, il senatore centrista dell’Indiana Evan Bayh, il governatore della Virginia Tim Kaine, il senatore del Rhode Island Jack Reed, l’ex senatore ed esperto di proliferazione nucleare Sam Nunn. La scelta è importante perché il vice colma le debolezze del candidato alla Casa Bianca oppure aiuta a conquistare uno degli stati in bilico e decisivi per la vittoria elettorale.
Il repubblicano McCain risponderà tra due venerdì, in Ohio, il giorno dopo della fine della convention di Obama. Nella sua lista di possibili vicepresidenti ci sono il governatore del Minnesota Tim Pawlenty, l’ex governatore della Pennsylvania Tom Ridge, l’ex sfidante Mitt Romney, l’ex direttore dell’Ufficio del Budget e rappresentante del Commercio estero Rob Portman e il senatore del Sud Dakota John Thune, ma McCain potrebbe puntare anche sul senatore democratico Joe Lieberman (già candidato vicepresidente nel 2000, con Al Gore), la giovane governatrice dell’Alaska Sarah Palin, il trentaseienne governatore indo-americano della Louisiana Bobby Jindal e l’ex presidente di eBay Meg Whitman. Negli ultimi giorni, McCain non ha escluso la possibilità di nominare un vice pro-choice, cioè favorevole al diritto all’aborto, facendo alzare le quotazioni di Ridge e Lieberman, anche se la scelta di annunciare il candidato vicepresidente in un comizio in Ohio fa pensare a Portman, ex deputato di Cincinnati.
Oggi la corsa verso la Casa Bianca vede Obama leggermente in testa. Tutti i sondaggi degli ultimi mesi, da prendere con le molle, sono favorevoli al senatore democratico. Le ultime rilevazioni nazionali danno un vantaggio di 2 o 5 punti a Obama. Nelle ultime settimane, la differenza si è assottigliata e, complice un cambio di vertici e di strategia, la campagna McCain ha cambiato marcia, ha regolato il proprio messaggio, attacca duramente Obama e si prepara a spendere 96 milioni di dollari nei prossimi dieci giorni.
I commentatori liberal e numerosi dirigenti democratici cominciano a essere preoccupati perché, considerato lo straordinario fenomeno Obama e la quantità di soldi raccolti, a questo punto i numeri dovrebbero essere molto più favorevoli al senatore democratico, tanto più che l’impopolarità di George W. Bush è alle stelle (anche se comincia ad affacciarsi la pubblicistica revisionista). Se si aggiungono la percezione di vivere una recessione economica, la crisi dei mutui, le due guerre in medioriente e il prezzo della benzina, queste elezioni dovrebbero essere una passeggiata per i democratici. Senonché l’aver scelto un giovane e inesperto candidato di colore come Obama (ma la stessa cosa sarebbe successa con una donna così odiata da metà paese, come Hillary) le rendono molto aperte. Il senatore dell’Illinois, come si è visto alle primarie contro la Clinton, non è ancora riuscito a convincere in pieno la “classe lavoratrice bianca”. I boss locali del Partito democratico affidano al Times la loro preoccupazione: Obama parla di cambiamento, ma non di cose concrete e per questo non riesce a trovare una connessione reale con gli elettori comuni.
C’è tempo, spiegano gli obamiani, la campagna elettorale non è ancora cominciata. McCain, lunedì lodato a sorpresa da Bill Clinton per le sue posizioni ambientaliste contro il surriscaldamento terrestre, sta cercando di recuperare con parole d’ordine populiste ma efficaci come “drill here, drill now”, trivelliamo qui, trivelliamo subito, per abrogare il divieto federale di cercare nuovi giacimenti di petrolio al largo delle coste americane e in Alaska. Obama e i democratici (ma un tempo anche McCain) sono contrari e hanno criticato il senatore repubblicano, ma due giorni fa la speaker della Camera Nancy Pelosi ha lasciato intendere che il partito potrebbe presto cambiare idea.
La crisi internazionale tra Russia, Georgia e Nato – così come il miglioramento della situazione in Iraq, dovuto in gran parte alla nuova strategia del generale David Petraeus invocata da McCain e ostacolata da Obama – si riflettono nei sondaggi nazionali che segnalano la crescita del senatore repubblicano, anche perché sulle questioni di sicurezza nazionale McCain è considerato dagli elettori americani più affidabile dell’inesperto Obama.
I sondaggi nazionali però non contano niente, dicono i manager del team Obama. Il sistema elettorale infatti non elegge alla Casa Bianca chi ottiene più voti popolari nazionali, ma chi conquista almeno 270 Grandi Elettori, assegnati ai singoli stati dell’Unione sulla base del numero degli abitanti. In sintesi bisogna vincere negli stati, come spiega la cartina elaborata di Karl Rove.
L’architetto delle ultime due vittorie presidenziali si è studiato tutti i sondaggi statali dell’ultimo mese e ha assegnato ciascuno dei cinquanta stati più Washington D.C. a McCain (in rosso) e a Obama (in blu) ovunque uno dei due candidati ha un margine di vantaggio superiore ai tre punti. Rove ha colorato di giallo gli stati dove la differenza tra i due candidati è minima, inferiore ai tre punti. La partita si gioca qui, in questi otto stati che, in totale, assegneranno 84 Grandi Elettori. Gli altri 43 stati, salvo sorprese, sono già al sicuro per l’uno e per l’altro, anche se la crescita di McCain si nota nel dimezzamento dello scarto in stati obamiani come il Wisconsin o New York. Se si votasse oggi, secondo Rove, Obama avrebbe 260 Grandi Elettori, contro i 194 di McCain, cioè sarebbe a un passo dalla quota presidenziale di 270. La cartina di Rove mostra come le strade di Obama per la Casa Bianca siano più d’una. Ora il dilemma della sua campagna è se perseguirle tutte e quindi puntare a una grande vittoria a valanga, oppure se concentrarsi sulla via più diretta per evitare che la dispersione di impegno, forze e denaro finisca per non fargliene imboccare nemmeno una. Obama può raccogliere i 10 voti necessari a diventare presidente vincendo in Florida (27 voti), in Ohio (20), in Virginia (13) oppure combinando i 9 voti del Colorado con i 5 del Nevada, i 4 del New Hampshire o i 3 di Montana e Nord Dakota. McCain, invece, deve vincere praticamente in tutti gli stati in bilico e può tentare soltanto in Michigan (17 voti) e forse in Pennsylvania (21) una difficile sortita nel campo obamiano. Al di là dei numeri di questi giorni, Rove crede che la Florida sia salda nel campo McCain e che, alla fine, saranno Colorado, Virginia, Michigan e Ohio i quattro stati che decideranno il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti.
SETTIMANA MONDIALE DELL’ACQUA: IN AGENDA SPRECHI E FUTURO
L’impatto delle attività umane sulle risorse idriche, la rapida crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo di Asia e Africa e i pericoli della mancanza di igiene e di strutture sanitarie sono stati i principali argomenti finora discussi a Stoccolma, la capitale svedese che ospita la Settimana mondiale dell’acqua (World water week, Www). “Occorre capire bene che quello che mangiamo, quello che compriamo, ha conseguenze immediate sulle risorse in acqua” ha sottolineato Stephanie Blenckner, portavoce dell’Istituto internazionale dell’acqua (Siwi), ricordando che lo sfruttamento delle risorse naturali dovrà senz’altro intensificarsi per rispondere alla domanda crescente di beni, cibo, servizi e combattere la povertà nel mondo. Secondo dati dell’Onu, un quinto della popolazione mondiale vive oggi in condizione di mancanza di acqua; un dato che entro la fine dell’anno raggiungerà quota 30%. In Asia, dove vive il 60% della popolazione, lo sviluppo economico esponenziale degli ultimi anni ha avuto un impatto significativo sulla diminuzione delle risorse idriche: oggi, ogni abitante del continente asiatica può contare in media sul 20% dell’acqua di cui poteva disporre negli Anni ‘50. Neanche l’Europa è risparmiata dal problema dell’acqua, considerando che 20 milioni di persone non hanno accesso a installazioni sanitarie decenti. “Cinquemila bambini muoiono ogni giorno di dissenteria legata alla mancanza di igiene e di bagni decenti” ha aggiunto Blenckner, sottolineando che la questione della pulizia igienico-sanitaria non può essere dissociata dallo sviluppo. Dello stesso parere il presidente del Madagascar, Marc Ravalomanana – una delle 2500 personalità invitate alla XVIII edizione della settimana dell’acqua – che ha deplorato la mancanza di sensibilizzazione sui rischi di decessi dovuti alla precarietà delle infrastrutture e alla mancanza di igiene; motivo per il quale il suo governo ha di recente creato un ministero dell’Acqua. Il professore John Anthony Allan, il ricercatore inglese laureato quest’anno del ‘Premio dell’acqua di Stoccolma’, ha attirato l’attenzione sul consumo di acqua generato dagli agro-carburanti; il l Wwf ha invece presentato un rapporto sui più grandi consumatori di ‘acqua virtuale - Italia, Gran Bretagna, Brasile, Messico, Cina e Giappone - ovvero importatori di prodotti come cibo, abbigliamento e altri beni per i quali è necessario un importante uso di acqua. http://www.misna.org/
Donna in Nordafrica : progressi legislativi lenti e vita difficile di Carla Amato
La situazione della donna in Nordafrica e' ancora critica nonostante i lenti progressi, soprattutto legislativi.
Il World Economic Forum ha compilato nel 2007 una classifica basata sul "divario di genere" che prendeva come indicatori l'iscrizione delle donne a scuola, l'accesso ai posti di lavoro, le retribuzioni ed altri indicatori di tutto il mondo. In tale classifica molti Paesi nordafricani, anche normalmente ritenuti piu' evoluti, erano agli ultimi posti su scala globale, dal centesimo in poi, con la Tunisia al 108, l'Egitto al 120 e il Marocco 122simo.
Un certo numero di paesi sub-sahariani ha fatto meglio, in particolare in termini di diritti delle donne e posizione sociale, con il Ghana, classificato al 63 e Kenya a 83, mentre i Paesi del Nord Africa sembrano fare poco in relazione con il resto dell'Africa, anche se hanno assistito ad un decennio di riforma sostanziale che ha portato alla realizzazione di alcuni progressi nel migliorare lo status delle donne.
Gran parte della riforma ottenuta nei Paesi nordafricani e' stata dovuta alla revisione dei "codici di famiglia", serie di disposizioni legislative che norma il ruolo e lo status delle donne nel matrimonio e i loro diritti in materia di divorzio e la custodia. Il codice di famiglia e' stato un importante punto di riferimento per i diritti delle donne perche' le sue leggi sono cruciali nella societa' musulmana ed affrontano questioni che sono al centro della vita sociale.
Negli ultimi anni, quindi, alle donne di Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia sono stati assicurati piu' diritti, un maggiore accesso all'istruzione e un un modesto incremento della loro rappresentanza politica. La Tunisia ha riformato il suo codice di famiglia nel 1957. Tuttavia, fu solo nel 1993 in Tunisia (e un decennio più tardi in Algeria e in Egitto) che una donna sposata ad uno straniero ha ottenuto la possibilita' di passare la sua cittadinanza e nazionalita' ai suoi figli. In precedenza, per i bambini si richiedevano i permessi di soggiorno come per qualsiasi straniero.
Le donne algerine hanno una tradizione di lotta che risale ai tempi del colonialismo, quando le 'eroine' della guerra di liberazione ruppero gli schemi imposti dalla societa' patriarcale e accettati dal colonialismo gettando le basi per il successivo movimento democratico femminile negli anni '70. Tuttavia, nonostante l'opposizione e le proteste, nel 1984 fu adottato il Codice della famiglia come compromesso tra il regime e gli islamisti. Il codice sanciva di fatto, in contrasto con la Costituzione, l'inferiorita' della donna, messa sotto tutela a vita.
Gran parte del merito dei successivi progressi nei Paesi nordafricani va ascritto all'emergere dei movimenti delle donne indigene in Africa settentrionale nel corso del 1980 e 1990. Ma i progressi sono stati lenti e irregolari. Nel 2005 l'Egitto concedeva alle donne maggiori diritti in caso di divorzio, ma gli sforzi per cambiare la legge che permetteva alle donne di viaggiare senza il permesso del marito o del padre hanno trovato opposizioni per timore che fossero visti come troppo radicali per essere approvati.
Peraltro in molti casi si e' registrato solo un cambiamento della legge, non un cambiamento della societa', come accaduto anche in altri contesti, ad esempio con le leggi indiane in favore delle donne, in quanto vi sono sempre rsistenze tradizionali, tribali e maschili. Ad esempio, il divorzio resta socialmente molto difficile: le donne divorziate si trovano ad essere emarginate e soffrono economicamente. Tuttavia, un cambiamento della legge puo' fcilitare cambiamenti nella societa'.
America Latina: il gas naturale inizia a scarseggiare, finirà presto l’autosufficienza energetica?
Il continente è rimasto sostanzialmente autonomo fino ad oggi, pur potendo contare su una quantità ridotta di risorse in rapporto al totale globale
Il gas sembra però destinato ad esaurirsi entro un decennio: quali prospettive all'orizzonte? L’Argentina, fortemente dipendente da questa forma di energia, sembra destinata ad affrontare tempi duri se non cambierà presto politiche. Avvantaggiato il Brasile, che con l’idroelettrico e l’etanolo può contare su una valida diversificazione della propria produzione energetica.
L’autosufficienza energetica è uno dei maggiori punti di forza che stanno caratterizzando lo sviluppo economico dei Paesi dell’America Latina in questi ultimi anni, di pari passo con progetti alternativi e di successo come l’implementazione su larga scala dell’etanolo come combustibile (vedi il caso del Brasile). Petrolio e gas naturale sono due risorse fondamentali per gli assetti geopolitici della regione e vedono in prima fila il Venezuela di Hugo Chàvez. Questa situazione non sembra però destinata a durare ancora per molto, dato che la maggior parte delle stime condannano sostanzialmente tutte le nazioni sudamericane (con l’eccezione del Venezuela) a vedere esaurirsi i propri giacimenti di gas naturale nell’arco di una decina d’anni. Lo scenario che si presenterà quando si verificherà questa circostanza non è ancora del tutto prevedibile ma, verosimilmente, costringerà i vari governi a scelte strategiche fondamentali.
La situazione dei diversi Paesi
Più del 75% delle riserve energetiche del mondo sono concentrate tra la Russia e il Medio Oriente. Potrebbe risultare dunque sorprendente sapere che in America Latina si trova soltanto il 4% delle riserve globali e che il 65% di esse è posseduto dal solo Venezuela, mentre la Bolivia è al primo posto tra i Paesi del Cono Sur detenendo il 40% delle sole riserve di gas naturale. Eppure, a dispetto di queste percentuali trascurabili rispetto al totale mondiale, l’intero continente può contare, almeno fino al giorno d’oggi, su una sostanziale autosufficienza energetica, con anche diversi casi di nazioni esportatrici nette di energia: questo non succede solo a Caracas, ma anche, per esempio, a La Paz e a Buenos Aires. Questo si spiega con il livello di sviluppo e di popolazione decisamente più bassi rispetto all’Europa o all’Asia, il che si traduce in un minor fabbisogno energetico.
La distribuzione del gas naturale in America Latina è la seguente: il Venezuela è di gran lunga il leader nella regione con 146,5 trilioni di metri cubi (TMC); segue la Bolivia con 28,7 TMC, quindi l’Argentina con 23,4 TMC, il Brasile con 9 TMC e il Perù con 8,7 TMC. Come la produzione, anche i consumi sono sostanzialmente irrilevanti su scala mondiale, con un consumo del 4,6%.Il problema maggiore del continente è la mancanza di infrastrutture di rete che permettano di condividere in maniera ottimale le risorse, come accade invece in Europa, dove il livello di integrazione è molto più elevato. Infatti, progetti concreti di cooperazione energetica sul suolo americano si registrano attualmente solo tra Stati Uniti, Canada e Messico. A questo proposito, il progetto del Gran Gasoducto del Sur ha cercato di presentarsi come una seria iniziativa per l’integrazione energetica sudamericana, ma la reticenza del Brasile di Lula sembra aver fatto naufragare il tutto, o quantomeno averlo posto in una condizione di stallo.
L’ex agente del Sismi Renato Farina continua a scrivere in prima pagina sul quotidiano Libero, dopo aver patteggiato una pena di sei mesi per favoreggiamento. Qualcuno l’ha proposto per l’Ambrogino d’oro, ma finora non gliel’hanno assegnato. In compenso il nostro eroe è stato premiato con uno scranno alla Camera dei Deputati.
Era rimasto indietro il suo botta e risposta con Piercamillo Davigo, durante un nostro convegno a Milano, svoltosi lo scorso 14 novembre in occasione della presentazione del saggio di Davigo “La corruzione in Italia” (Laterza). Il buon Elia l’ha recuperato e sbobinato. Per i cultori della materia, lo pubblico di seguito.
Farina
Inanzitutto comincio con l’andare sull’innocente, così sono diverso dagli altri che poi dicono: c’è il segreto istruttorio. Cercherò di parlare pochissimo perchè è un avvertimento giusto che mi ha dato il giudice Davigo. Comincio subito con una questione personale che per me è molto importante ed è questa: nel libro che ho letto da poco perchè avevo altri pensieri, di Marco Travaglio, come si chiama quello… i fatti… “La scomparsa dei fatti”, lui mi accusa di aver chiesto ad un giornalista di calunniare su un giornale, lo fa esplicitamente: io credo che non sono più in tempo per la querela penale però appena ho un po’ di tempo e di testa libera, mi muovo e le chiedo se lei ritiene vero questo, di procedere lei contro di me per non so che cosa… istigazione a delinquere… qualcosa del genere, perchè io voglio essere in sede dibattimentale dovunque liberato da questo sospetto gratuito. Questa è la prima cosa che tengo a dire perchè è una questione personale, non vorrei che fosse stato influenzato da questo libro che sicuramente ha letto. Riguardo al testo (La corruzione in Italia, Laterza) io me lo sono letto in questi giorni e devo dire che il libro è molto… è veramente interessante. Il passo di scrittura è completamente diverso dal linguaggio usato stasera, è molto più diretto e franco, io faccio un po’ di obiezioni e un po’ di discorso scusate se… non voglio essere troppo lungo e mi toglie la parola, ed è questo… la prima cosa è il metodo, allora è vero che il giudice deve essere imparziale, può avere le opinioni che vuole però è anche vero che lo scienziato quando analizza un fenomeno non deve essere parte del fenomeno analizzato mentre lei è stato protagonista della lotta alla corruzione, ottimo protagonista, Mani pulite ha visto in lei un protagonista e Mani pulite è anche un termine chiave per studiare questi fenomeni dentro questo libro, allora io mi chiedo se uno può essere l’arbitro di una partita in cui gioca lui, secondo me dal punto di vista scientifico questo è un limite del libro, nel momento in cui lei finirà di giocare potrà anche valutare le cose ma secondo me il libro doveva essere secondo me solo della professoressa Mannozzi, questo è il mio avviso dal punto di vista scientifico senza togliere il fatto che poi c’ha ragione nelle cose che dice nel libro tranne alcune osservazioni che voglio fare. C’è una parte sul patteggiamento assolutamente… siccome io ne so qualcosa, sono credo uno dei maggiori esperti del patteggiamento in Italia perchè ho studiato tutto, la disamina che avete fatto sul patteggiamento è perfetta, i pro e i contro… e soprattutto quando citando un autore Paternò mi sembra Patarnè o Paternò non mi ricordo in nessun modo può avere valore di condanna poi però vi scatta la penna è a pagina 135 due volte dite la condanna raggiunta con patteggiamento oppure sono stati condannati definitivamente dal tribunale attraverso il patteggiamento questo denota secondo me un animo sicuramente c’è un travalicare della scienza e si passa invece ad un aspetto secondo me proprio da pm che vuole avere il gusto di percepire la condanna quando il patteggiamento è esattamente, per quello che capisco io, io rinuncio a provare la mia innocenza e il magistrato rinuncia a provare la sua accusa perchè le prove si formano in dibattimento in questo nuovo processo e se non c’è prova dibattimentale non c’è neanche condanna.
Davigo
Allora cominciamo dall’ultimo punto, il patteggiamento è un istituto del processo penale che riguarda la limitazione della libertà personale fosse anche per la multa perchè comunque la multa o l’ammenda si possono convertire in libertà controllata. Nel nostro ordinamento la libertà personale non è diritto disponibile se no uno potrebbe vendersi come schiavo, se non è un diritto disponibile intanto si può dare una pena a uno in quanto sia colpevole. Allora queste sono tutte storie, uno patteggia perchè ritiene di non poter contrastare l’accusa, questa è la verità cioè è allo stato degli atti colpevole perchè se fosse allo stato degli atti innocente il giudice deve proscioglierlo ai sensi dell’articolo 129 del codice di procedura penale. Lo so anche io che c’è una giurisprudenza, che per altro non condivido, che dice: beh il patteggiamento non accerta e quindi per esempio non si può, se uno ha patteggiato una pena, revocare una precedente condizionale, nel nostro ordinamento in certi casi si può dire che il reato è stato commesso perfino quando si assolve: pensate quando per esempio assolve un imputato per non aver commesso il fatto di falso e dichiara la falsità dell’atto oppure quando per una serie di altri accertamenti processuali comunque accerta incidentalmente la commissione di un reato, per esempio ai fini di una aggravante, pur senza avere l’ imputato in quel fatto oggetto in nessun giudizio. Allora raccontare che il patteggiamento riguarda gli innocenti è una bugia. Il patteggiamento non può riguardare un innocente per cominciare. Si può dire: il patteggiamento evita l’ accertamento legale con tutti i crismi previsti dalla Costituzione della Repubblica in un pubblico dibattimento; questo è vero, ma ci vuole il consenso dell’ imputato. Lei Farina era libero di farsi processare invece di patteggiare come ha fatto, certo avrebbe avuto una pena più severa. Seconda questione, lei dice che io sono parte del fenomeno, ma vede, in questo libro si discute soprattutto di dati e i dati non dipendono dal fatto che io abbia o no trattato quei processi perchè questi sono dati del casellario, sono difficilmente confutabili, o si sostiene che i dati del casellario sono falsi e questo è un altro discorso, comunque non lo tengo io il casellario, lo tiene il ministero della giustizia e quindi non riesco a capire l’ obiezione se non nel senso che la mia interpretazione dei dati può essere influenzata dalle mie funzioni e questo è certamente vero però abbiamo allegato le tabelle e quindi lei è libero di fornire una interpretazione assolutamente diversa perchè i dati sono a sua disposizione. Non ho presentato, non abbiamo presentato le nostre opinioni senza corredarle dei dati su cui queste opinioni si fondano dopodichè è vero che ogni selezione di dati è necessariamente arbitraria ma avendoli tutti a disposizione lei è libero di ricostruire un’ altra selezione e di opporre una interpretazione diversa. Dopodichè, sa, io non mi faccio influenzare da ciò che ha scritto Marco Travaglio, anche perchè mi pare che Marco Travaglio riferisse di un tentativo.. sono stato ampiamente diffamato e calunniato, ho credo ottanta procedimenti penali o civili in cui sono danneggiato dai reati di diffamazione o calunnia, quindi uno in più uno in meno non mi fa nè caldo nè freddo. Nell’ altra distinta vicenda che la riguarda io ho scoperto, non la riguarda direttamente ma indirettamente tramite Pio Pompa, ho scoperto di essere diventato un pericolo per la sicurezza militare dello Stato. Ora tutto mi sarei immaginato nella mia vita tranne di diventare un pericolo per la sicurezza militare dello Stato, pensi che ho fatto l’ ufficiale di complemento e ho fatto anche il richiamo alle armi tanto sono patriottico.
Farina
Dieci secondi se vuoi per replicare, se no monopolizzo e non è giusto. Ecco a me dispiace che io non ho nessuna querela da parte sua contro di me, non l’ho mai avuta, dispiace che lei tenga questo atteggiamento come: va beh uno più uno meno… che voleva parlare di me… calunniatemi… è uguale… a me dispiace perchè io sono qui ed essere trattato come cioè uno de… dà fastidio… è proprio una cosa ingiusta, io penso così… poi dopo lei si comporti con la sua coscienza come crede. L’altra domanda era una domanda… però è più vasta… la faremo un’altra volta, si riferisce al nesso che c’è stato negli anni ‘92 ‘93 tra magistratura e giornalisti cioè io mi chiedo se non ci sia stato… perchè non esiste soltanto il beneficio economico nella vita… esiste il beneficio della fama, esiste il beneficio della carriera, esiste anche il beneficio di una tale esposizione pubblica che poi provoca reazioni che a loro volta portano a episodi di querela che comportano anche una serena vecchiaia come lei aveva scritto su un suo fascicolo, io leggo qui che voi dite che esiste anche la corruzione attraverso oltre che all’effettivo passaggio di denaro anche attraverso il passaggio di altra utilità, io mi domando io a quel tempo ero un giornalista che non si era mai occupato di giustizia e avevo dei colleghi che andavano al palazzo di giustizia e avevano notizie, fascicoli, tutte cose legali… non lo so… più o meno, solo perchè erano completamente proni alle tesi sicuramente giuste del pool di Mani pulite. Questi isolavano i giornalisti che erano su altre posizioni e c’è stato un reciproco scambio di carriere e di notorietà
Piero: La domanda qual è? Questa è la sua opinione, la domanda qual è?
Farina
La domanda è se… che giudizio dà di questo tipo di scambio, visto che lei ha detto che l’opinione pubblica è stata influenzata negativamente da Berlusconi, se non sia stata a sua volta viziata da un atteggiamento acritico dei grandi quotidiani che poi dipendevano dai grandi poteri finanziari di quel tempo.
Piero
Ok grazie, quindi la domanda è: c’è stata una tifoseria un po’ viziata da parte di alcuni giornali per logiche di potere nei confronti dell’ inchiesta Mani pulite?
Davigo
Io non so se ci sia stata faccio soltanto questa considerazione, prima una premessa personale: io non ho mai dato in vita mia nè una notizia nè un atto che fosse coperto da segreto o riservato a nessuno. Detto questo è molto facile dire: c’erano giornalisti che siccome sposavano certe tesi della procura avevano un trattamento privilegiato. Facciamo i nomi, i casi e i verbali assumendoci le responsabilità. Lei dica che io ho dato qualche verbale a un determinato giornalista per farmi fare pubblicità sul giornale e poi risponderà in giudizio di quello che ha affermato e vedremo se è in grado di provarlo…
Interruzione di Farina
C’era il pool famoso, si chiamava il pool…
Davigo
No, il pool è un soggetto indeterminato, i reati li commettono persone fisiche.
Piero: Un attimo solo Renato, la domanda è chiara, la ricorderò io se va fuori tema, gliela ricorderò io
Davigo
Seconda questione: c’è stata una intensa attività di stampa perchè era dirompente quello che emergeva dai giornali, perchè la lettura di quelle dichiarazioni man mano che quelle dichiarazioni diventavano pubbliche… perchè anche lì poi la storia del segreto… tutti quanti facevano richiesta di riesame e questi verbali finivano al tribunale del riesame… decine di avvocati li avevano e non erano atti segreti… è ovvio che finì tutto sui giornali ma quando per esempio un imputato racconta che in una grande azienda di stato, l’ANAS, si pagano tutti dai commessi al ministro e il sistema va avanti così da vent’ anni, quale volete che sia la reazione dell’opinione pubblica? Ma questa è tifoseria per il pool o è legittima indignazione per il tradimento che è stato fatto nei confronti dei cittadini da parte… (gli applausi coprono le parole). Terza e ultima questione: lo schieramento politico c’entra assai poco, io una sera sono rimasto ammirato, perchè vorrei che tutti i cittadini reagissero in questo modo, da un esponente di un partito politico, siamo abituati a pensare in termini di tifoseria… ognuno difende i suoi, in una di quelle trasmissioni “Milano, italia”, avevamo appena arrestato il segretario cittadino dell’allora PDS e intervistarono un militante di quel partito il quale disse più o meno così: “Sono trent’anni che io vado ai festival dell’Unità a girare salamelle sulla griglia e adesso scopro che mentre io giravo le salamelle sulla griglia i miei capi rubavano: devono andare tutti in galera!” . Questa è la reazione che ci si aspetta dai cittadini… (frase coperta dagli applausi.), non perchè è la mia parte allora… http://www.pieroricca.org/
L’Italia in vacanza dice molto più di se stessa che nelle altre stagioni. Anche quest’anno sono in ferie in un villaggio turistico (motivi famigliari) e sulla spiaggia, quando non sono impegnato a respingere con cortesia e fermezza le proposte più bizzarre degli animatori che vorrebbero coinvolgermi in un girone infernale di tornei, passo il tempo a leggere e a sonnecchiare. Ma c’è un momento della giornata in cui, qualunque cosa stia facendo, mi blocco e rimango rapito ad ammirare lo spettacolo: l’ora dell’”acquagym”. Una mandria di bagnanti maschi e femmine, perlopiù flaccidi e inguardabili, dunque orgogliosissimi di farsi guardare, ballonzolano ritmicamente per una mezz’oretta buona con l’acqua alla cintola sulle note di vari motivetti della discodance anni 80 tentando invano di ripetere i movimenti che, dalla riva, suggerisce loro una graziosa animatrice.
Fissandoli negli occhi, inspiegabilmente raggianti, si ha la netta impressione che quello sia il loro momento, la loro mezz’oretta di celebrità, una specie di Isola dei Famosi proletaria e democratica, aperta a tutti, senza bisogno di selezioni o nomination. In quei corpi sudaticci e sgraziati, che tremolano come gelatine malferme, c’è tutta la volgarità, l’esibizionismo, la vuotaggine della società italiana degli ultimi anni. Fino a qualche tempo fa, osservando la gente sotto l’ombrellone, era rarissimo trovare qualcuno che non leggesse almeno un giornale, una rivista, un libro. Oggi la stragrande maggioranza non legge nulla. Mai. Per tutto il giorno. Per tutta la vacanza. Il tempo che una volta era dedicato alla lettura oggi è riservato ad armeggiare col cellulare (sempre con suonerie sgangherate e a diecimila decibel), a ripetere ad altissima voce i tormentoni ebeti sentiti alla televisione, a viziare bambini obesi e cafoneggianti ricoprendoli di gelati, ghiaccioli, cornetti, leccalecca, patatine, popcorn e porcherie varie (ultima trovata: il chupa-chupa con ventilatore incorporato, in grado di tranciare anche tre dita per bambino), a guardare nel vuoto per ore e ore sotto il sole, o, per i più impegnati, a grattarsi la pancia davanti a tutti.
Un gruppetto di tamarri sui cinquant’anni prelevano ogni giorno le sdraio dalla fila, le immergono nell’acqua, oltre il bagnascuga, restandovi stravaccati a mollo per tutto il giorno, e lì le lasciano la sera, finchè un’onda non se le porta via, tanto quella mica è roba loro. Devono essere gli stessi che scorrazzano nella stanza sopra la nostra con gli zoccoli ai piedi fino alle quattro del mattino. Di fronte a me, un nonno passa il tempo a farsi dare dello “stronzo-testadicazzo-figliodiputtana” dal nipotino di 6-7 anni. Al posto del moccioso, io da piccolo avrei perso i denti con mio padre e le gengive con mio nonno. Invece questo nonno moderno trova simpaticissimo il nipotino, e lo ricompensa con ogni sorta di regali per la squisita educazione. Tra qualche anno, se tutto va bene, il piccolo mostro diventerà ministro. Dichiarerà guerra ai fannulloni, manderà i soldati nelle strade, chiederà l’arresto dei mendicanti, bandirà Blob e Montalbano dalla televisione pubblica, metterà il grembiule alle scolaresche e il velo ai nudi del Tiepolo, perché è ora di finirla con tutto questo permissivismo e questa volgarità.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
1. Il fine giustifica i mezzi
2. Il fine è oggettivo se si tratta del mio, diventa soggettivo se si tratta dei vostri
3. Non nego di non affermare il contrario quando non è d'uopo non farlo
4. I diritti civili sono importanti se e solo se non mi richiedono di mutare le mie abitudini
5. I diritti sociali sono importanti se e solo se non intaccano il mio stato sociale
6. Se si deve concedere troppo al vicino, vada per l'autarchia
7. La proprietà privata è inviolabile, insindacabile e non negoziabile
8. Mi interesso dei problemi altrui solo quando questi potrebbero diventare anche i miei
9. L'emergenza ecologica/ambientale mi preoccupa se dovrò mutare le mie abitudini. Ai miei figli non ci penso, se la vedranno loro
10. L'eredità lasciata dalla generazione precedente se positiva diventa automaticamente un mio diritto, se negativa diventa un obbligo altrui risolverla
11. Uno stato tirannico mi sconvolge se e solo se mi danneggia personalmente
12. Vige sempre la regola del più forte, del più furbo, del più scaltro. Chi rimane indietro, a meno che non sia io, rimanga indietro
13. Ricerco la protezione di qualcuno o di qualcosa
14. Mi sento frustrato socialmente e perciò rivendico il diritto di scatenare la mia rabbia repressa come meglio ritengo
15. Covo un profondo rancore verso qualcosa o qualcuno
16. Ambisco a diventare arbitro della vita altrui
17. Invidio coloro i quali sono stati in grado di rischiare per ottenere un risultato, a costo di sacrificare la propria morale
18. La morale è superflua laddove mi impedisca di esprimere le mie volontà.
19. Credo in Dio, ma qui sulla terra decido io
20. Provo fastidio nel frequentare persone di diversa cultura, razza, religione o tendenze sessuali.
21. Non esterno tale fastidio per codardia, ma lo dimostro quando la mia coscienza ha libero sfogo
22. Soccorro un estraneo per strada solo se ho la certezza che non ci saranno conseguenze per me
23. Elargisco carità finanziaria quando posso
24. Non sopporto se qualcuno mi chiede la carità, specie se di fronte a persone che conosco
25. Non mi ritengo soddisfatto della mia vita
26. Se si imparasse a farsi gli affari propri, si vivrebbe meglio
27. Se ne avessi la possibilità e coraggio, prenderei a calci e pugni qualcuno che mi fa uno sgarro
28. Se mi offrissero la possibilità, vorrei provare l'ebrezza di essere il migliore in qualcosa
29. Sotto sotto, essere un dittatore non mi dispiacerebbe
I risultati particolarmente interessanti NON verranno divulgati a psicanalisti di grido, NE' tantomeno gli account verranno cancellati per precauzione.http://termometropolitico.forumcommunity.net/?t=18787473
Non appena Anskij è ritornato on line dopo le ferie estive, da brava sua lettrice compulsiva sono andata di corsa a leggermi l’ultimo post di Ghino La Ganga, che del blog è simpatica ed irrinunciabile guest star (io provo a fregarglielo, ma non c’è verso, mannaggia!).
Il buon Ghino racconta la sua esilarante esperienza come spettatore nelle piazze romagnole, dove si tengono le selezioni per Miss Italia e Veline, e analizza, spietato, come dette selezioni non siano solo pittoreschi caravanserragli estivi per rianimare economie turistiche al lumicino, ma veri e propri riti fondanti del costume italico. C’è tutto l’ambaradan che serve, su quei palchi, a mandare in solluchero l’italiano medio cresciuto fra la festa di piazza organizzata dalla parrocchia e il tinello con al centro la tv: il plotone di fanciulle italiane, con la faccia un po’ scipita e la coscia rivelante già a vent’anni una pericolosa inclinazione cellulitica; quelle ragazze che incontri fin da piccine sulle scale e poi ti ritrovi cresciute di botto, con tacco da dodici e minigonna inguinale (“Gigi, te la ricordi la Carmela? Ma sì, pensa, è andata a Miss Italia, neh!”); la selezione di ragazze estere, con facce altrettanto anonimamente bellocce, ma ammantate di fascino esotico perché provenienti da oltreconfine, e quindi, in quanto straniere, sempre più peccaminose; il presentatore venuto su dalle tombole per il Santo Patrono, e pertanto bravissimo a lasciar intendere doppi sensi e a scandalizzarsene subito dopo (“Ecco, adesso Veruska, che ce la dà… ma nooo! Che avete capito??? Che ce la dà… la cartellina con scritti i nomi delle vincitrici!”).
É lo strapaese declinato in tutta la sua grezza e sfavillante bonomia, immutato ed immutabile dai tempi dell’avanspettacolo nei cinema di seconda visione, anche se si è dato negli anni qualche aggiustatina di facciata, e l’aspirante miss, che studia economia e commercio, può presentarsi scortata da mamma, papà e moroso tatuato e palestrato - con cui di certo la sera non recita avemmarie - senza che i parenti o il pubblico si scandalizzino.
Dopo aver lumato ed essersi beato per le grazie delle fanciulle, Ghino però, dato che è tipo di buone letture, si domanda che razza di idea delle donne abbia l’uomo di questo nostro Belpaese, superata ormai la soglia del fatidico Terzo Millennio; e, ancor più si chiede che razza di idea abbiano, delle donne e del loro ruolo, queste donne e queste ragazze, che, pur se tutte laureate o laureande, per un posto sul palco di Miss Italia o una inquadratura in un sottoprodotto di Striscia la notizia, sono disposte a cadere con perizoma all’aria, trangugiare latte con aria finto lussuriosa, scosciarsi e strusciarsi in scimmiotamenti di lap dance modello gita in famiglia. Si interroga, rigira il quesito ai suoi lettori, di conseguenza anche a me; e io, da donna, confesso che non so rispondergli. Sparar loro addosso sarebbe molto facile, ma a me le cose facili non piacciono, e poi rischierei di passare per una zia aciduzza, che fa del moralismo perché, data l’età e l’altezza, non può partecipare lei pure allo show.
Secondo me la chiave di interpretazione non sta nel comportamento delle ragazze, ma in quello che sta loro attorno, non solo sul palco, ma nella vita. Lo Strapaese immobile in cui sguazziamo tutti, e di cui, nonostante i mugugni, siamo in fondo in fondo soddisfatti. L’Italia non è un paese moderno, e non è nemmeno un paese avanzato: può essersi ingolfata di telefonini, riprendere la sagra di paese con la fotocamera digitale, ma alla sagra di paese degli anni ‘50 è rimasta come mentalità di fondo. C’è la famiglia, il campanile, il parroco che è bonario e simpatico fintanto che tutti gli riconoscono l’autorità di metter bocca in ogni cosa, il sindaco che si scappella e quando pensa all’Istituzione dona sempre la maiuscola di rito; poi ci sono gli uomini, che sono tutti peccatori e soprattutto un po’ bauscia, e le donne. Queste ora sì, sono moderne, il che vuol dire che possono studiare e trovarsi un posto di lavoro (uno stipendio doppio, poi, adesso in casa serve, ci mancherebbe), ed essere, fintanto che non diventano madri e mogli, anche un po’ sensualmente zoccolette: del resto la società borghese questo, sotto sotto, l’ha sempre permesso, purché non si dia troppo scandalo, e pure Madonna Luise Veronica Ciccone, che di quest’epoca è da sempre epitome, insegna che essere da giovani trasgressive, è il miglior viatico per accreditarsi come signore bon ton passati i quaranta.
Ma il vero potere delle donne, e la loro possibilità di farsi notare nella vita, risiede ancora e sempre nella femminilità stereotipata ed esibita come tale. Ti fai il culo a studiare e pretendi di essere elogiata per quello, e sei una virago, o per lo meno, nel migliore dei casi, una frustrata rompipalle; ti rifai il culo dal chirurgo e lo metti in mostra su un calendario, e da sex simbol conclamato e spiritoso ti si aprono tutte le porte, comprese quelle dei Ministeri.
In Italia la carriera unica prevista per una donna, se sola, è sempre quella di favorita del Sultano; se sposata, di moglie del medesimo, che vede e tace per il bene del marito e la salvaguardia della famiglia. I piccoli passi di ammodernamento che ci sono stati han solo reso meno fissi i ruoli. Un tempo non era concesso passare da una categoria all’altra, e si doveva scegliere presto se far parte della prima o della seconda, per sempre: una reputazione rovinata ti escludeva da ogni gioco; oggi la ragazza di mondo comincia come procace velina disposta a tutto, se è intelligente diviene favorita, poi, ottenuta visibilità e costruita una carriera, si trasforma in moglie e madre tradizionale, magari facendo le pulci alle nuove leve di giovinotte che vengon su in batteria.
Questo è il mondo di cui le aspiranti miss-veline-letterine-grandifratelline vivono, di questo mondo sono il prodotto, e, non essendo sceme, ci si adeguano, cercando di ritagliarsi, da brave italiane, un angoletto di paradiso privato in mezzo ad un pubblico disastro. Non combattono il sistema, provano a sfruttarlo a loro vantaggio. Esattamente come cercano di fare i loro coetanei maschi divenendo servi del potentato di turno. In questo, pur nella differenza di mezzi, si è raggiunta una specie di amara parità.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Chi meglio di Umberto Bossi può sapere se il federalismo si possa fare, o no, senza l’Ici (o senza qualcosa che la sostituisca)? Forse questo governo non è così stabile come dà da credere. Leva la soppressione dell’Ici, il massimo ardire che il populismo berlusconiano poteva permettersi, e di questi cento giorni resta poco o niente, solo effetti speciali. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Questo articolo è uscito su “Vanity fair”.
Alzi la mano chi non ha provato fastidio nell’apprendere che la meravigliosa bambina cinese dello stadio olimpico di Pechino faceva solo finta di cantare, rubando la scena a un’altra bambina più brava ma meno telegenica di lei.
Meticci, cosmopoliti, bastardi e infedeli come siamo, pure restiamo aggrappati al mito dell’autenticità. Ci ribelliamo all’idea di una vita artificiale da cui siano espulse per sempre la purezza, la tradizione, la natura. Ma siccome il mercato globale ha già plasmato i nostri gusti e perfino i nostri bisogni, corriamo il rischio di inseguire solo una patetica superstizione.
Per farmi capire meglio, e magari cercare insieme una soluzione a questo malessere esistenziale, vi propongo una storia istruttiva del vino italiano, cioè di un prodotto antico, soggetto alle caratteristiche minerali della terra e alla sapienza contadina, senza le quali ben poco possono le nuove tecniche di lavorazione in cantina. Me ne sono dovuto rendere conto quest’estate in Monferrato, quando la mia vigna è stata afflitta da troppe piogge e da una furibonda grandinata.
Accade dunque che due contrade fra le più rinomate della viticoltura italiana, Montalcino e Montepulciano, siano state oggetto di un’accusa strana. Non certo di adulterazione, chè i loro vini restano sani e squisiti. Pare invece che produttori illustri abbiano violato il disciplinare di produzione facendo ricorso ai cosiddetti “vitigni migliorativi”, come il syrah, il petit verdot, il cabernet, in grado di modificare il Brunello e il Nobile quel tanto che basta per adeguarli al gusto internazionale e quindi favorirne lo smercio sul mercato americano. Quelle ottime bottiglie, dunque, incontrerebbero un successo crescente giovandosi di lievi, sapienti “correzioni”. Più morbidezza, meno acidità. E a dirla tutta, pare che tale prassi sia diffusa anche fra alcuni celebri vignaioli piemontesi.
Dobbiamo scandalizzarci, visto che si tratta comunque di prodotti di alta qualità? O al contrario dobbiamo esultare per il contributo che un “taglio” accurato fornisce al successo internazionale della nostra viticoltura di qualità?
Naturalmente ad arrabbiarsi sono soprattutto i piccoli produttori le cui bottiglie continuano a risentire di sfumature affascinanti, ma anche di variazioni significative, da una vendemmia all’altra: perché il loro lavoro in cantina non può mai prescindere dai capricci di madre natura visto che rispettano integralmente il disciplinare. Se un vino è “in purezza”, cioè figlio di un solo vitigno, ne recherà la magia e l’asprezza. Se invece è un “uvaggio”, cioè l’esito di un’accurata miscela fra due o più vitigni diversi, in ogni caso saranno prodotti di quel particolare territorio, come dichiarato sull’etichetta.
Hanno dato il buon esempio alcuni, purtroppo pochissimi, maestri del vino italiano. Di quelli che possono vendere in anticipo a caro prezzo le loro bottiglie perché hanno un nome garanzia di qualità. Ne conosco uno che sull’etichetta mette ormai solo il suo marchio, non citando più il vitigno che gli ha dato la celebrità, tanto il suo prodotto è squisito comunque.
Onore al merito. Figuriamoci se un infedele come me, circondato da spacciatori di false identità, potrebbe dichiararsi nemico del meticciato e del progresso in materia di vino. A un patto, però: che non mi si voglia vendere una sostanza per l’altra. Usate pure i “vitigni migliorativi”, è roba buona, mica metanolo. Ma per favore ditemelo sull’etichetta, e meglio se dichiarate pure dove sono stati coltivati. Una tale riforma dei disciplinari di produzione avrebbe pure il pregio di lasciare lo spazio che meritano ai piccoli produttori all’antica, ostinati cultori del vino “in purezza”, disposti a guadagnare meno pur di valorizzare le qualità meravigliose del loro territorio. Sarebbe oltretutto una riforma lungimirante, perché se il vino italiano è giunto ai vertici della qualità mondiale lo si deve ai custodi di vigne tramandate per generazioni: alla faccia della tecnica, nessuno potrà sconfiggere il fattore tempo. L’uva migliore è quella generata dalle vigne vecchie di almeno quarant’anni.
Noi cittadini del mondo cerchiamo nella verità l’antidoto ai falsi miti della tradizione. Per questo brindiamo a quella bimba cinese dalla voce di velluto che non ha potuto cantare dal vivo nello stadio di Pechino.http://www.gadlerner.it/index.php/2008/08/20/il-vino-e-gli-spacciatori-didentita.html#more-638
Indigeni: una settimana di protesta per difendere l'Amazzonia dalle compagnie petrolifere
scritto per noi da
Viola Conti
Una settimana di protesta. I sessantacinque popoli indigeni dell’Amazzonia peruviana, in lotta contro i soprusi delle compagnie petrolifere che, complice il governo, minacciano da decenni la loro libertà, incolumità e diritto alla terra, sono reduci da sette giorni di sommossa, culminati sabato con l’assalto a un ponte strategico.
Sul piede di battaglia. In tremila, con le facce tradizionalmente dipinte in segno di guerra, hanno bloccato il collegamento fra la regione nord-andina di Cajamarca e, appunto, l’area amazzonica, creando il caos. Un gesto dimostrativo dopo la rottura, venerdì, del dialogo con il ministro dell’Ambiente Antonio Brack, incapace di trovare soluzioni all’annoso problema: difendere queste popolazioni dai soprusi delle multinazionali del petrolio, che straziano ettari ed ettari di preziosa terra vergine per estrarre l’oro nero, adesso più che mai risorsa ambita e ricercata.
"Egoisti". Immediata la reazione del governo, che, invece di riaprire un altro canale di dialogo con gli indios, ha deciso, durante una riunione urgente della Presidenza del consiglio dei ministri, di inviare le forze di sicurezza affinché convincessero i nativi a “lasciar perdere la loro posizione violenta”, specificando che un dialogo riprenderà solo quando arriverà una tregua dai dirigenti indigeni.
Solidarietà. Ma la situazione è complessa. Questa settimana di proteste ha visto sorgere focolai di solidarietà in molti angoli del paese: dal nordest al sudest, diverse manifestazioni sono andate crescendo stimolate da quanto accadeva in Amazzonia. Quattromila indigeni Awajum e Wampis, con arco e frecce, sono insorti a Imaza, nordest, tenendo in ostaggio una ventina di poliziotti per ore. Una notizia data dal quotidiano peruviano La Republica e negata dal ministro dell’Interno che ha annunciato: “Tutto è sotto controllo”. Eppure, proprio a Imaza le installazioni statali petrolifere della Petroperù sono occupate da giorni, con pesanti conseguenze nel funzionamento dell’oleodotto che trasporta il greggio alle raffinerie della costa.
"Scontro culturale". “Si tratta di un problema culturale – ha dichiarato con insistenza il ministro dell’Ambiente – Il dialogo deve essere di alto livello”, ha ammesso, precisando di non poter risolvere personalmente la questione dato che i dirigenti indios si considerano “dei” e quindi accetteranno di parlare in modo costruttivo soltanto con il presidente della repubblica Alan Garcia. Nessun intermediario sarà preso in considerazione, come i recenti fatti dimostrano. “I nativi non capiscono – ha ribadito Brack – che il sottosuolo è di proprietà di tutti i peruviani e insistono che il suolo è loro”, ha aggiunto. E viste le due posizioni, non si può che assecondare questa considerazione: si tratta esattamente di scontro culturale, dato che il governo peruviano ha fatto ben poco per instaurare una convivenza costruttiva con tribù che vivono queste terre da sempre e che da secoli hanno subito una pesante colonizzazione senza se e senza ma. Per avere cosa in cambio? Morte e distruzione. Questa gente considera il tanto agognato petrolio ninfa vitale della terra, un’Amazzonia che loro venerano e rispettano e che vedono soffrire e venir meno ogni ora che passa. Per questo lottano, come possono, con armi e frecce. E il ministro dell’Ambiente, che dovrebbe pensarla in maniera similare quantomeno a chi vuol difendere il polmone del mondo, come reagisce? Definendoli egoisti e poco lungimiranti. Non c’è che dire: è proprio una questione di scontro culturale!
"L'Amazzonia muore". Eppure le voci che appoggiano la posizione di questi nativi “egoisti” sono tante e non provengono solo dall’opposizione politica a Garcia, che potrebbe essere tacciata di opportunismo e liquidata sotto l’etichetta di “strumentalizzazione politica”. Gli studi scientifici sullo stato della foresta amazzonica danno loro completamente ragione. Uno recente, l’ennesimo, pubblicato negli Stati Uniti ed eseguito da due Onlus dell’Università di Duke, mette in guardia che i progetti di esplorazione petrolifera e di gas naturale nella regione occidentale del bacino amazzonico si sono convertiti in una minaccia per la biodiversità e per i popoli indigeni dell’intera America Latina. La miopia, dunque, da che parte sta?
La vecchia centrale elettrica di Silahtarağa riacquista nuovo splendore attraverso l’interessante progetto di recupero di archeologia industriale realizzato dall’Università Bilgi di Istanbul. Riceviamo e pubblichiamo
Di Giacomo Danielli - fotografie di Marc Souberbielle, pubblicato da Direonline, periodico del Dipartimento di ricerche europee Università degli studi di Genova
Attraversiamo un altro cimitero musulmano, saliamo sopra un’altra collina, entriamo in un
altro sobborgo, nel sobborgo di Halidgi-Oghli, abitato da una popolazione mista; una piccola città dove ad ogni svolto di vicolo, si trova una nuova razza e una nuova religione. Si sale, si scende, si rampica, si passa in mezzo alle tombe, alle moschee, alle chiese, alle sinagoghe; si gira intorno ai cimiteri e a giardini; s’incontrano delle belle armene di forme matronali e delle turche leggere che sbirciano a traverso il velo; si sente parlare greco, armeno spagnuolo,-lo spagnuolo degli ebrei-; e si cammina, si cammina. Si dovrà pure arrivare in fondo a questa Costantinopoli!- diciamo fra noi. - Tutto ha un confine su questa terra! Già le case di Halidgi-Oghli diradano, cominciano a verdeggiare li orti, non c’è più che un gruppo di abituri, vi passiamo in mezzo, siamo finalmente arrivati... (E. de Amicis, Costantinopoli, Milano, Touring Editore, 1997).
Così un inconsueto Edmondo de Amicis descrive gli ultimi sobborghi della sponda orientale del Corno d’Oro.
Il volto odierno dei sobborghi di Sutluce e Halicioglu ha fisionomie molto distanti dai caratteri multietnici e cosmopoliti dell’ultimo quarto del XIX secolo; le vicende seguenti al primo conflitto mondiale e alcuni episodi seguenti hanno portato ad una quasi totale “turchizzazione” del tessuto sociale di Istanbul.
Se a questo si aggiunge l’esplosione demografica che ha investito la metropoli turca nell’ultimo ventennio e la conseguente speculazione edilizia invasiva e dilagante, si può immaginare quanto questi quartieri abbiano perso l’identità descritta nel 1875 dallo scrittore italiano.
Trentacinque anni dopo la stesura di questo racconto di viaggio viene indetta un’asta per la costruzione della prima grande centrale elettrica di tutto l’Impero Ottomano, esattamente nei luoghi descritti nel brano di De Amicis.
La centrale elettrica di Silahtarağa: una breve cronistoria
L’ingresso del complesso museale
Le esigenze di modernizzazione dell’Impero, ormai prossimo al tragico smembramento che seguirà al primo conflitto mondiale, avevano come costante punto di riferimento le moderne società europee. Le recenti vicende storiche avevano avvicinato alle potenze mitteleuropee il Sultano in carica (Mehmet V), ormai poco più di un “fantoccio” nelle mani dei “Giovani Turchi”. Questa scelta di campo condizionerà soprattutto l’intervento ottomano nella Prima Guerra Mondiale, arrivando a sancirne - di fatto - il suo definitivo disfacimento.
Proprio grazie agli ottimi rapporti politico-economici intrattenuti con l’Impero Austro-Ungarico, la Compagnia Elettrica Ganz, con sede a Budapest, viene incaricata di realizzare la prima, imponente centrale elettrica dell’Impero, alimentata a carbone; obiettivo prioritario al momento dell’inizio dei lavori sarà quello dell’elettrificazione della capitale.
Posta su di una superficie complessiva di 118.000 metri quadri, comprendenti i locali dei boiler e dei motori, gli edifici amministrativi, gli alloggi del personale e ampi magazzini per lo stivaggio del combustibile fossile, la struttura viene ultimata negli ultimi mesi del 1913.
All’immediata vigilia della “Grande Guerra”, il giorno 11 febbraio 1914, la nuova centrale di Silahtarağa inizia l’erogazione di corrente elettrica alla rete tramviaria della capitale, giungendo a servire pochi giorni dopo i palazzi imperiali ed alcuni sobborghi attigui.
Le tragiche vicende del conflitto non fermeranno il processo di elettrificazione di Istanbul. Sebbene l’allora capitale fosse occupata dalle truppe dell’Intesa, già negli anni ’20 la potente centrale poteva servire molti quartieri della città ubicati nella sponda europea.
Grazie alla posa di un sistema di cablaggio sottomarino attraverso il Bosforo, nel 1926 anche la parte asiatica della città viene elettrificata e servita dall’impianto di Silahtarağa.
Nel 1937 l’intero complesso viene nazionalizzato e destinato l’anno successivo alla Municipalità d’Istanbul. I progetti di potenziamento della rete elettrica della metropoli avranno un costante incremento, ma la struttura resterà l’unica fonte di approvvigionamento elettrico fino al 1952.
Nel 1956 la capacità produttiva raggiunge il massimo potenziale di 120.000 kilowatt, allorquando emerge l’esigenza di incrementare il numero delle centrali di approvvigionamento elettrico. Da questo momento inizia il lento declino produttivo dell’impianto.
Il 13 maggio 1983, la centrale elettrica, ormai antiquata e particolarmente inquinante a causa della sua alimentazione a carbone, cessa la produzione e interrompe la sua gloriosa storia che ben ha rappresentato i contraddittori processi di modernizzazione della Nazione Turca.
Il progetto di recupero: il Museo dell’Energia
La sala di controllo della Centrale
Dopo l’esaurimento del suo ruolo produttivo, il destino della centrale istanbuliota diventa molto simile a quello di impianti omologhi ubicati in tutte le parti del globo.
Ormai in disuso, il progressivo deterioramento dell’impianto lo inserisce di fatto nel novero delle
strutture che vanno a comporre il tessuto dell’archeologia industriale della città.
Questo simbolo della modernizzazione post-imperiale del Paese resta per anni dimenticato, finché
nel 2004 il ministero dell’Energia assegna all’Università Bilgi d’Istanbul una concessione ventennale per il recupero dell’intera area e la riassegnazione della stessa ad attività accademiche e culturali. Il 17 luglio 2007 viene inaugurata dal premier Erdoğan la nuova “Santral Istanbul”. L’ambizioso progetto dell’Ateneo privato si può sintetizzare nella sostanziale integrazione di un nuovo campus dell’università stessa con due strutture museali.
Gli interventi degli architetti turchi Nevzat Sayın, Emre Arolat e Han Tümertekin si rivolgono innanzitutto al recupero dei locali destinati alle turbine e ai generatori e alla loro riconversione in museo dell’energia. L’approccio non invasivo alla struttura originaria mantiene sostanzialmente invariati sia i capannoni che i macchinari in esso contenuti, creando nel contempo alcune infrastrutture che facilitano la visita dell’intero spazio museale.
In un’atmosfera suggestivamente cupa si possono visitare entrambi i locali-motori, all’interno dei quali sono state dislocate postazioni interattive che conducono il visitatore in un percorso didattico attraverso la simulazione di alcuni principi fisici attinenti alla produzione di energia elettrica.
La sala di controllo conserva intatta una suggestiva atmosfera proto-industriale, esaltata dalla pavimentazione a piastrelle di cemento bianco dipinte a mano, tipica dell’architettura d’interni della città nei primi anni del ventesimo secolo. Al di sotto della sala di controllo sono stati ricavati dai locali dei trasformatori un atelier espositivo e un auditorium.
Il progetto di recupero: il Museo d’Arte Contemporanea
Mehmet Güleryüz-‘Climbing monkey’-1977
L’approccio rivolto alla creazione di un’area espositiva dedicata all’arte contemporanea si è concretizzato nella totale riedificazione di due locali ampiamente deteriorati e assegnati nei primi anni di attività della centrale ai boiler adibiti alla produzione termodinamica.
I due edifici di cinque piani integrano alla struttura portante in cemento armato un rivestimento esterno in vetro e acciaio. Il reticolo in metallo grigio permette alla luce diurna di filtrare all’interno dei locali del museo; nelle ore notturne un’apposita illuminazione fa risaltare le rifrazioni dei pannelli ed esalta le trasparenze del vetro, modificando l’aspetto esterno del complesso.
Di giorno, infatti, il contrasto della luce naturale con il rivestimento non permette di vedere l’interno della costruzione che si svela dopo il tramonto, contrastando fortemente con il relativo buio circostante.
Una struttura in vetro funge da ponte di collegamento tra i due edifici che sono, di fatto, integrati in un unico spazio espositivo di 7000 metri quadri.
Durante la recente Biennale d’arte, svoltasi l’autunno scorso, i locali del museo sono stati utilizzati per diverse mostre temporanee. Una di queste, intitolata “Modern ve ötesi” (“Moderno e oltre”), visibile fino al 15 giugno 2008, è un interessantissimo excursus attraverso le vicende artistiche plastiche e figurative del novecento turco. La mostra offre una visione sinottica delle tendenze e delle influenze delle avanguardie locali, prendendo in esame soprattutto il periodo che va dal 1950 ai giorni nostri. Sono più di 450 le opere esposte, provenienti da musei, collezioni private e universitarie della città. La visita dell’esposizione permette di apprezzare opere legate a schemi rappresentativi tipici delle scuole artistiche europee dell’epoca, con notevoli elementi di referenzialità ai contesti socio-culturali del paese, soprattutto rilevabili nelle opere concettuali più recenti.
Campus, infrastrutture:
All’interno dell’area della centrale dismessa sono stati realizzati gli edifici dedicati all’attività accademica, comprendenti un bel locale-mensa ubicato in una struttura indipendente in vetro e acciaio, aule, sale congressi, biblioteca.
Alcuni locali destinati a magazzini di stoccaggio sono stati riconvertiti in strutture informative, uffici o dedicati ad attività di ristorazione.
Visitando “Santral Istanbul” durante la settimana si può godere di un’atmosfera particolarmente vivace grazie alla presenza degli studenti dell’Università Bilgi che affollano i giardini del campus. Questo elemento contribuisce a rendere più viva tutta l’area recuperata, fornendo un piacevole contrasto con le imponenti strutture industriali attigue.
La realizzazione dell’intero progetto s’inserisce all’interno di un quadro complessivo di recupero di intere aree di Istanbul, ivi compreso il restauro di edifici storici ubicati in quartieri particolarmente degradati della città. La municipalità e il governo stanno moltiplicando gli sforzi in vista del 2010, quando la metropoli turca sarà Capitale Europea della Cultura, con la finalità di rivitalizzare l’immagine complessiva della città, troppo spesso considerata esclusivamente negli aspetti legati alle parti monumentali a maggiore attrazione turistica.
INFORMAZIONI:
Per chi visitasse Istanbul, l’indirizzo di Santral Istanbul è:
Eski Silahtarağa Elektrik Santrali (Ex Centrale Elettrica di Silahtarağa) Silahtar Mah. Kazım Karabekir Cad. 1 Eyüp-Istanbul
Il modo più comodo per raggiungere Santral è un servizio navetta che parte ogni 30 minuti da piazza Taksim.
Santral Istanbul è aperta tutti i giorni escluso il lunedì dalle 10 alle 20. Tutti gli spazi espositivi sono ad ingresso gratuito.
L'ultimo sondaggio Bloomberg-LAT dà Obama davanti a McCain, ma il vantaggio del senatore dell'Illinois è all'interno del margine d'errore statistico, quindi i due candidati sono praticamente appaiati, almeno a livello nazionale (che non conta molto: i voti elettorali si raccolgono stato per stato). Come è potuto accadere? Beh, intanto McCain sta spendendo tanto in pubblicità e usando tecniche che lanciano merda sull'avversario. tattiche che - nel breve periodo - funzionano decisamente bene. Obama, invece, non ha ancora cominciato. Ma ora, finalmente, si è tolto i guanti. Intanto continua la lotteria dei media USA per indovinare il nome del vice nel ticket democratico. Forse la nomination sarà prima di sabato. Joe Biden, per ora, smentisce di essere l'unto. E si ritorna a parlare di Evan Bayh. Ma forse è pretattica.
TPM, Financial Times, The Fix (Washington Post), ABC
I Giochi olimpici sono in dirittura di arrivo. La mia impressione è che i cinesi abbiano tirato un sospiro di sollievo, come a dire «È andata, anche questa è fatta». Si respira un clima più rilassato; solo ora sento parlare le mie colleghe delle gare olimpiche, adesso incominciano ad acquistare i biglietti per vivere live questa esperienza unica.
Oggi una mia collega ha chiesto il permesso di uscire in anticipo dall’ufficio per andare a vedere le gare di atletica. La sua richiesta è stata accompagnata dal biglietto cartaceo vero e proprio, a dimostrazione del fatto che non si trattava di una scusa banale, facile: era davvero destinata al Bird’s Nest.
Quando le ho chiesto perché andava solo ora, quasi alla fine dei Giochi, molto candidamente mi ha risposto che prima «dovevano andare tutti gli altri». Fino ad ora, infatti, la maggior parte dei cinesi, senza obiettare, si limitava a guardare le gare alla televisione. I cinesi hanno faticato per preparare queste Olimpiadi, hanno trattenuto il fiato fino ad ora per offrire il loro spettacolo al mondo, ora si sentono finalmente liberi di viverlo. http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp
«Fare della religione uno strumento di giustizia sociale»: questo, secondo Roger Friedland, studioso del rapporto tra fenomeni religiosi e spazio pubblico, il significato profondo del rapporto di Obama con la fede. «Mentre la tradizione seguita da Bush, che ha dominato il discorso delle comunità evangeliche e fondamentaliste» dice il docente dell’Università di Santa Barbara «ritiene che il peccato risiede nell’anima dell’individuo (ben sposandosi con una celebrazione del mercato e della sua etica dell’impegno individuale), Obama segue la tradizione del “vangelo sociale”. Per questo crede che le fonti primarie di peccato sono collocate nella società, e nel modo in cui essa sottrae agli individui la dignità e la possibilità di fare scelte eticamente giuste».
Obama rivendica la centralità della religione nello spazio pubblico, rifiutando ogni netta distinzione tra sfera pubblica e privata. Secondo lei, questa posizione potrebbe essere definita “post-secolare”? È in linea con il sentimento religioso degli americani?
Obama un politico americano post-laico? Nonostante la nostra rigida separazione tra Stato e Chiesa e la proibizione per lo Stato di istituzionalizzare la religione, la religione occupa da sempre un posto centrale nella sfera pubblica, in parte proprio grazie alla competizione e alla libertà di critica religiosa che tale separazione ha reso possibile.
Per venire al punto, nessun candidato alle presidenziali americane ha mai avuto la possibilità di essere realmente laico. Gli americani credono in Dio, credono nel paradiso e nell’inferno (a differenza degli italiani che credono unicamente nell’inferno) e hanno un’esperienza personale di Gesù. Oltre il settanta per cento dei miei compatrioti è assolutamente certo dell’esistenza di Dio, e sono più o meno altrettanti a ritenere che anche un candidato alle presidenziali dovrebbe esserlo. Così, capirete bene che un ateo non può essere eletto alla presidenza degli Stati Uniti: è necessario almeno fare le mosse di rito. Obama non è e non può essere post-laico perché non abbiamo mai avuto un elettorato laico.
La sua posizione non è però forse più autenticamente religiosa e in grado di attrarre consensi rispetto alla laicità pure favorevole alla religione, di Hillary Clinton?
Sì, a differenza di Hillary Clinton e come Jimmy Carter, Obama è un vero credente ed è molto simile al suo elettorato. Nel cuore di Obama c’è Dio, e non si tratta semplicemente di una freccia nella sua faretra di armi politiche. I paralleli e le differenze con il presidente Bush (il secondo) sono impressionanti. Sia Obama che Bush hanno ritrovato se stessi attraverso Gesù: per Bush, sono stati l’alcolismo e la prospettiva di un fallimento come marito e come padre ad averlo avvicinato a Gesù, che gli ha indicato la via. La differenza è che Obama ha trovato Gesù lavorando con e per i poveri neri di South Side a Chicago.
“Ho imparato che potevo riscattare i miei peccati”, ha detto Obama l’anno scorso alla congregazione della United Church of Christ, spiegando la sua personale esperienza di salvezza. “Ho imparato che quelle cose che ero troppo debole per compiere da solo. Lui le avrebbe compiute con me se io avessi avuto fede in Lui. E allora sono arrivato a considerare la fede, più che come un mero sostegno per i momenti di debolezza o un rifugio contro la morte, come un elemento tangibile e attivo nel mondo e nella mia stessa vita… È successo come una scelta, e nell’inginocchiarmi sotto quella croce di South Side, ho avuto la sensazione di sentire lo Spirito di Dio che mi chiamava. Mi sono sottomesso alla Sua volontà, dedicandomi alla scoperta della Sua volontà e alla realizzazione delle Sue opere”.
Qual è allora la differenza significativa tra Bush e Obama rispetto al tema della fede in Dio?
La differenza tra Bush e Obama richiama una divisione di vecchia data sul modo in cui la religione si è affermata in America. Da un lato, la tradizione seguita da Bush ritiene che il peccato risiede nell’anima dell’individuo, nella nostra debolezza e, seguendo San Paolo, nella nostra ribellione personale contro Dio. È questa la tradizione che ha dominato il discorso delle comunità evangeliche e fondamentaliste, ed è anche la tradizione più consona a una celebrazione del mercato con la sua etica dell’impegno individuale e della ricompensa individuale. Dall’altro lato, c’è la tradizione del “vangelo sociale” che afferma che le fonti primarie di peccato sono collocate nella società, nel modo in cui essa sottrae agli individui la dignità e la possibilità di fare scelte eticamente giuste. Obama proviene da questa seconda tradizione: per lui, essere cristiano significa combattere per la giustizia sociale, e questa stessa tradizione ha animato i battisti neri che hanno sfidato i razzisti bianchi del Sud e hanno distrutto la segregazione. È la stessa tradizione che ha mandato i soldati dell’Unione in battaglia contro gli stati schiavisti del Sud e ha posto fine alla schiavitù.
La rivendicazione della centralità della fede in politica, in particolare cristiana, che tipo di conseguenze potrebbe avere sulle altre confessioni, ad esempio i musulmani? Sarà in grado di convivere felicemente con la tutela delle altre confessioni?
Con un padre musulmano e un paese che dopo l’11 settembre è diventato sempre più diffidente nei confronti dei musulmani, Obama deve muoversi con attenzione per riuscire a farsi eleggere. La copertina del “New Yorker”, che lo ha ritratto in abiti di foggia araba, facendosi beffe del terrore indicibile che percorre segretamente il nostro paese, ha fatto così divampare la controversia. Tuttavia l’opinione dominante in America tra i seguaci di differenti fedi religiose è strutturalmente ecumenica, e tollerante, basata sulla convinzione che tutte le religioni portino allo stesso Dio. Se la gente mostra tolleranza per le altre tradizioni religiose, ne mostra però meno per chi non crede. Per un credente, diciamo un cattolico, è più facile parlare con un protestante, un musulmano o un ebreo che non con chi non crede. Quello che Obama farà, con sincerità, sarà appellarsi al cosmopolitismo religioso dell’America come modello per pensare eticamente al modo di riuscire a vivere insieme nel mondo. L’America è un paese con una pessima reputazione riguardo al modo in cui trattiamo i nostri cittadini più poveri, possiamo però andare fieri del modo in cui, un’ondata immigratoria dopo l’altra, abbiamo assorbito tradizioni religiose non protestanti, e ora non cristiane, e del modo in cui viviamo tutti insieme senza particolari attriti. Quando vedo i teppisti attaccare le comunità di rom in Italia, capisco sempre di più quanto sia significativo questo risultato.
Anche se gli Stati Uniti sono un paese eticamente pluralista, un presidente così religioso sarà poi in grado di fare scelte laiche a favore di aborto, diritti dei gay, nuove famiglie?
Penso che quello che Obama sta facendo e ha fatto sull’aborto sia riconoscere che non può essere semplicemente analizzato come un problema di diritti civili riguardante soltanto la donna e il suo diritto di controllare quello che avviene nel suo corpo. Egli ha compreso che si tratta anche di un problema morale dalle implicazioni profonde fondato sulla definizione dell’essere umano, della vita, che cosa essa sia e quando abbia inizio. Sebbene abbia poi condannato l’approvazione da parte del Congresso di una proibizione degli aborti “a nascita parziale”, quando aveva fatto parte del consiglio dell’Illinois aveva rifiutato di votare contro coloro che volevano proibire gli aborti “a nascita parziale”, votando “astenuto” anziché “no” (l’aborto “a nascita parziale” è un termine politico per indicare l’interruzione di una gravidanza avanzata, per cui un feto vitale viene parzialmente estratto dall’addome della madre e quindi ucciso, generalmente nel secondo trimestre di gravidanza, o al principio del terzo. Il presidente Clinton aveva opposto il veto a un disegno di legge che lo proibiva durante la sua presidenza, mentre il presidente Bush, alla fine nel 2003, lo ha definitivamente trasformato in legge, dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema nel 2007, per un solo voto. L’aborto “a nascita parziale” è proibito in trentasei stati).
Io credo che Obama si prepari ad agire sulla distinzione tra l’aspetto personale, etico e religioso da un lato e quello istituzionale e dei diritti civili dall’altro, per tentare di trovare una base comune. E, cosa molto importante, come ho già sottolineato, affronterà il problema dal punto di vista del vangelo sociale, occupandosi delle condizioni sociali che portano alle gravidanze indesiderate. Per molte ragazze, è l’impotenza nei confronti dei ragazzi a renderle vulnerabili al sesso non protetto, mentre l’assenza di prospettive di lavoro rende attraente l’idea di avere un bambino.
La religione costituisce spesso nei discorsi di Obama un'arma retorica utile per coinvolgere emotivamente il pubblico e creare consenso. Secondo lei, si tratta di un'arma, impropria, oppure il fatto che i discorsi del candidato alla presidenza appaiano spesso dei sermoni costituisce un nuovo modo di comunicare, più accattivante e meno freddo rispetto all’intellettualismo clintoniano?
È indubbio che, in America, parlare di religione e adottarne il gergo, facendo ricorso alla fede e al linguaggio morale, siano un modo di entrare in sintonia con la gente comune. I discorsi tecnocratici di Hillary sulle misure politiche che avrebbe adottato non hanno raggiunto molti elettori; quello che li ha raggiunti è il fatto di aver resistito e mantenuto la propria dignità dinanzi a un marito infedele, e di aver continuato a essere una buona madre. Molte donne che conosco la amano, letteralmente intendo. Sentono il suo dolore, la discriminazione sessista a cui è stata sottoposta dai media, la sentono come una di loro. Gli americani si rapportano alla condizione esistenziale di un candidato almeno quanto alle sue posizioni politiche, se non di più. Obama è un ragazzo che è stato abbandonato dal padre, e ciò nonostante ce l’ha fatta da solo, diventando un americano di successo, a capo della Harvard Law Review, un uomo felicemente sposato che naturalmente ama la moglie e le figlie, che ci ricorda come, se ce ne viene data l’opportunità, possiamo diventare qualcuno, possiamo avere dalla vita amore, lavoro e soddisfazioni. Egli rappresenta la grandezza dell’America e noi lo sentiamo. Il linguaggio religioso in America non è legato alla dottrina, al dogma o alla teologia ma alla spiritualità, al personale rapporto che ognuno ha con Dio, alle forze che ci trascendono, a un riconoscimento dei limiti della nostra sovranità in quanto individui completamente autonomi che fanno scelte razionali come superuomini. Il discorso religioso in America è potente perché sfrutta l’umiltà e ne produce, ed è questo che avvantaggia Obama.
In uno dei suoi saggi più famosi, il linguista George Lakoff ha parlato usato per la sinistra l’immagine della "madre nutrice" e per la destra destra quella del "padre autoritario". Secondo lei, rispetto a questo schema, Obama come si pone?
Non conosco bene la distinzione di Lakoff. Tuttavia, Obama in effetti fonde la promessa di occuparsi di noi alla richiesta di assumerci le nostre responsabilità. Egli è stato cresciuto da donne: il reverendo Wright è stato una sorta di padre putativo, l’uomo che lo ha guidato fino all’età adulta, ed è per questo che per lui è così doloroso doverlo ripudiare. Obama ha avuto il coraggio di parlare alla comunità nera, chiedendo, in occasione della festa del papà, che gli uomini si assumessero le loro responsabilità, riconoscendo che troppi di loro erano spariti, abbandonando i figli, proprio come era stato abbandonato anche lui. Questo ha richiesto coraggio da parte sua. Jessie Jackson si è indignato: senza sospettare che il microfono stesse registrando i suoi commenti, ha detto: “Guardate, Barack ha parlato ai neri... Voglio tagliargli le palle.” Così ha detto Jackson. Obama ha dichiarato pubblicamente che la condizione di vittima non è un vitalizio, che è ora di prendersi cura e insieme di esigere un’assunzione di responsabilità personale, entrambe le cose nello stesso tempo. È un appello a tutti i padri, non solo a quelli neri, perché si prendano cura delle loro famiglie. Se questo significa essere materno-paterno, mi sembra che possa funzionare.
Penso che la corsa di Obama alla presidenza abbia il potenziale per trasformare la politica americana. La religione non è destinata a uscire di scena. Quello che Obama ha l’opportunità di fare è qualcosa che è stato tentato anche dal presidente Jimmy Carter, un battista: schierare Dio dalla parte della giustizia sociale. Sarà un processo impegnativo e lento, ma non mancano già segnali in questo senso. Nel mese di giugno 2008, Obama era davanti a McCain nella preferenza degli elettori religiosi, termine con cui mi riferisco a coloro che affermano di appartenere all’una o all’altra affiliazione religiosa. La cosa interessante è osservare gli elettori evangelici, se si ricorda che quattro elettori di Bush su dieci, l’ultima volta, erano evangelici. Se McCain non riuscirà a farli scendere di nuovo in campo, o se non riuscirà a compensare la loro perdita con gli elettori cattolici, non penso che riuscirà a vincere. È in effetti probabile che saranno gli elettori cattolici a decidere il nostro futuro in questo paese, e quindi il futuro del mondo. Circa un quarto degli evangelici ora sostiene Obama. Il dato principale è che i giovani elettori evangelici, che rappresentano il futuro, si stanno spostando molto più rapidamente dei loro genitori nello schieramento di Obama o in quello degli indecisi, il che è straordinario perché McCain è contro l’aborto e Obama non lo è e in passato questa è stata la questione fondamentale. Esiste ancora una forte divisione tra coloro per cui la religione è un pilastro fondamentale della vita e coloro per cui non lo è, ma credo che Obama abbia la possibilità di rimescolare gli schieramenti, e questa sarebbe una buona cosa.http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=1,179
Intervista a Roger Friedland di Elisabetta Ambrosi
Libia: la questione della pesca conferma l’ambiguità del regime nei rapporti con l’Occidente
La questione del peschereccio “Valeria prima” costituisce un ennesimo esempio del difficile rapporto tra le sponde del Mediterraneo
La mattina di sabato un peschereccio di Mazara del Vallo, con a bordo un equipaggio di sei uomini, quattro italiani e due tunisini, è stato fermato da motovedette libiche a circa 35 miglia nautiche di distanza dalla costa africana. Il peschereccio è stato quindi scortato dalle lance libiche al porto di Tripoli, dove è stato posto sotto sequestro con l’accusa di aver violato le acque libiche e dove sono tutt’ora trattenuti i pescatori.
Il contenzioso nasce dalla decisione unilaterale della Libia di estendere il limite delle proprie acque territoriali, ampliando di 62 miglia marine la zona di tutela biologica, minacciando il lavoro dei pescherecci della Sicilia meridionale che si spingono verso l’Africa. La questione riguardante la pesca rischia di peggiorare ulteriormente i rapporti diplomatici, già difficili, tra le due sponde del mediterraneo. Uno dei motivi di scontro tra i due governi è sicuramente la questione del controllo delle coste contro l’emigrazione clandestina. Sono stati conclusi accordi di collaborazione per questo scopo, ma in Italia si lamenta uno scarso, se non inesistente, impegno di Tripoli, che viceversa a maggio ha denunciato gli accordi, accusando Roma di non tener fede alla promessa di fornire i mezzi necessari al pattugliamento.
La questione del peschereccio “Valeria prima” costituisce un ennesimo esempio del difficile rapporto tra le sponde del Mediterraneo, che già sconta le difficoltà di un passato coloniale. I disagi con l’Italia si inseriscono in un rapporto non disteso con la comunità occidentale più in generale, come dimostra l’arresto del figlio del dittatore libico in Svizzera. Il governo italiano si trova adesso stretto tra le provocazioni di Tripoli, che minaccia la sospensioni degli accordi sul controllo delle coste e l’embargo verso le industrie italiane, e le richieste delle amministrazioni siciliane perché la questione delle acque territoriali venga risolta in sede internazionale e i pescatori possano svolgere il loro lavoro senza vessazioni da parte delle autorità libiche.
India : legge speciale favorisce omicidi , razzismo e impunita' di Gabriella Mira Marq*
La legge indiana che conferisce poteri speciali alle forze armate e' stata usata per violare le liberta' fondamentali per 50 anni in India e deve essere abrogata. Lo ha denunciato ieri Human Rights Watch pubblicando un rapporto in cui descrive come la legge speciale AFSPA sia diventata uno strumento di abuso di Stato, oppressione e discriminazione.
La legge concede ai militari ampi poteri di arresto senza mandato, licenza di sparare per uccidere e di distruggere la proprieta' nelle cosiddette "zone perturbate" e protegge anche il personale militare responsabili di gravi crimini da procedimenti giudiziari, creando cosi' una pervasiva cultura di impunita'. Secondo la ONG, "Il governo indiano ha la responsabilita' di proteggere i civili da attacchi di militari che hanno una scusa per un abuso del diritto come la AFSPA", e "Cinquanta anni di sofferenze sotto la AFSPA" sono troppi, per cui il governo dovrebbe abrogare la AFSPA adesso.
Anche perche' la legge, quando fu promulgata il 18 agosto 1958, fu presentata come misura a breve termine per consentire il dispiegamento dell'esercito nei confronti di un movimento separatista armato nel nordest dell'India, ma per i successivi 50 anni i funzionari indiani hanno a lungo cercato di giustificare il ricorso delle forze armate alla legge per giustificare i poteri straordinari per combattere ribelli armati.
Human Rights Watch ha detto che la legge ha facilitato abusi come esecuzioni extragiudiziali, torture, stupri e "sparizioni", che hanno alimentato la rabbia e la sfiducia pubblica nello stato indiano. Questo ha permesso ai gruppi militanti di prosperare nel nord-est e nel Kashmir, piuttosto che combatterli.
Gli Indiani hanno a lungo protestato contro la AFSPA. La Corte suprema ha emanato linee guida per le prevenire violazioni dei diritti umani, ma queste sono sistematicamente ignorate. Irom Sharmila, un attivista nel Manipur, e' stato in sciopero della fame chiedendo di abrogare l'atto. Il governo ha risposto mantenendolo sotto custodia giudiziaria, alimentandolo forzatamente attraverso un tubo nasale e ha ignorato i numerosi appelli per l'abrogazione presentati da attivisti nel Jammu e nel Kashmir.
Nel 2004, in seguito alle proteste per la morte in carcere di un presunto militante, il governo indiano ha istituito una Commissione per rivedere la AFSPA, ma questa ha raccomandato di abrogare la legge. Stessa raccomandazione anche nel mese di aprile 2007 da parte di un gruppo di lavoro sul Jammu e il Kashmir nominato dal primo ministro, ma il governo non ha deliberato in merito a tali raccomandazioni a causa dell'opposizione da parte dell'esercito.
Ma la legge era stata anche oggetto di critica internazionale, ad esempio da parte del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite Comitato per i Diritti Umani che oltre 10 anni fa aveva gia' espresso preoccupazione per il "clima di impunità" previsto da tale atto. Da allora, il relatore speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziarie, sommarie o arbitrarie, il Comitato per l'eliminazione della discriminazione contro le donne e la commissione per l'eliminazione della discriminazione razziale hanno tutti chiesto l'abrogazione della legge speciale.
MIGRANTE UCCISO AL CONFINE CON ISRAELE, SONO 20 DALL’INIZIO DELL’ANNO
Con l’uccisione, ieri notte, di un ventisettenne sudanese da parte della polizia di frontiera egiziana sale a 20 il numero dei migranti africani assassinati dall’inizio dell’anno mentre tentavano di entrare in territorio israeliano. Secondo la ricostruzione ufficiale fornita dalle forze di sicurezza egiziane, una pattuglia di polizia ha intercettato cinque giovani migranti africani mentre tentavano di passare il confine, intimando loro di fermarsi e aprendo il fuoco. Oltre al giovane ucciso, la polizia egiziana ha fermato altri due migranti, mentre gli altri componenti del gruppo sono riusciti a mettersi in salvo fuggendo verso l’Egitto. Dopo una politica particolarmente tollerante, negli ultimi mesi le autorità egiziane – d’intesa, e secondo alcune fonti, sotto pressione israeliana – hanno avviato un controllo militare che ha provocato numerosi incidenti violenti, soprattutto ai danni di giovani sudanesi ed eritrei, che privilegiano la rotta egiziana per recarsi in Israele in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.
Sarà un caso, ma tra i big democratici annunciati nella quattro giorni di Denver l'unico nome che che manca è quello Al Gore. Forse perché sarà lui il vicepresidente?
PS
In quel caso sarebbe figo se McCain scegliesse Joe Lieberman come suo vice. Immaginatevi il dibattito vicepresidenziale con Gore e Liberman, uno talmente affidabile da essere stato scelto nel 2000 per il medesimo ruolo proprio da Gore.http://www.camilloblog.it/
Per i cristiani le dimissioni di Musharraf sono “un cambiamento positivo” di Qaiser Felix Il segretario della Commissione Giustizia e Pace commenta le dimissioni e parla dei possibili scenari futuri. La speranza che alle minoranze, anche cristiane, sia riconosciuto un maggior ruolo.
Islamabad (AsiaNews) – “Le dimissioni del presidente Musharraf sono un cambiamento positivo in Pakistan e ognuno ne è felice. Ora il Paese può uscire da una situazione di incertezza e tutto potrà migliorare”. Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione Giustizia e Pace (Gp) della Chiesa cattolica pakistana, commenta così per AsiaNews la rinuncia di ieri del presidente Pervez Musharraf, poco prima che gli fosse applicato l’impeachment con l’accusa di avere violato la Costituzione e manipolato fondi statali.
“Ora sarà possibile un confronto [politico], saranno re-insediati i giudici destituiti [da Musharraf] e per la coalizione di governo sarà più facile affrontare i vari problemi. Ma per il governo sarà maggiore anche la responsabilità, dato che ora ha tutto il potere”.
Nel suo discorso di commiato ieri, Musharraf ha difeso il suo operato, dicendo di avere fatto quanto necessario per rendere il Pakistan un Paese prospero e democratico e ricordando di avere tenuto elezioni democratiche e di avere lasciato la carica di capo dell’esercito (che deteneva insieme a quella di presidente). Ha definito infondate e “fabbricate” le accuse contro di lui, ma ha dovuto prendere atto che il rapporto con il governo si era deteriorato. Per cui, per il suo amore al Paese, si è dimesso per porre fine a questo conflitto. Ha concluso chiedendo perdono alla popolazione se, come ogni essere umano, ha comunque fatto errori.
Le accuse contro Musharraf non sono state rese pubbliche, ma secondo i media comprendono il golpe militare nel 1999 contro il governo eletto di Nawaz Sharif, la sospensione due volte del sistema costituzionale e l’aggressione contro il potere giudiziario il 9marzo e il 3 novembre 2007, il mancato rispetto dell’annuale consultazione del parlamento e l’istituzione nelle province di competenze autonome finanziarie senza consultarlo, le operazioni militari in Baluchistan e l’uccisione del leader locale Nawab Akbar Bugti, le operazioni militari in Lal Masjid nel luglio 2007 e altre operazioni militari. La gran parte degli analisti ritiene che le dimissioni siano state concordate.
Jacob osserva che nel suo discorso di addio, l’ex generale si è vantato di aver liberalizzato le elezioni per i gruppi di minoranza [prima i vari gruppi potevano votare solo per loro candidati separati - ndr]. In realtà, afferma il segretario di Gp, le libere elezioni sono state ripristinate soltanto grazie a una lunga battaglia della società civile e degli attivisti per i diritti, perché il gabinetto di Musharraf è stato a lungo contrario.
Riguardo a possibili ricadute verso il fondamentalismo, egli ritiene che il governo attuale ha “ministri con una buona esperienza”, in grado di affrontare i problemi del Paese. Anche su Nawaz Sharif, leader del partito Pakistan Muslim League Nawaz (Pml-N), ha forti relazioni con gruppi religiosi estremisti e si è espresso a favore dell’introduzione della legge islamica, il parere è positivo: “tutto questo – dice Jacob - fa parte del passato”. “Ora il Pml-N ha una posizione più responsabile, perché è al potere non da solo, ma insieme a partiti liberali”, né nell’attuale situazione appaiono possibili differenti alleanze di governo. Per questo il segretario di Gp è anche fiducioso che, nonostante la diffusione dell’estremismo islamico, la politica non sia determinata da fattori religiosi e possano anzi avere ascolto le minoranze, tra cui la componente cristiana della società. Finora tale confronto era reso difficile anche per la situazione di incertezza conseguente al contrasto tra Musharraf e il governo.
Jacob spera che le minoranze possano avere un ruolo attivo nel governo, con riconoscimento dei loro diritti politici, e intende “incontrare ogni ministro per parlare dei problemi delle minoranze”. “Nell’immediato – egli dice – le minoranze debbono formulare le loro richieste con grande attenzione”. Entro due o tre mesi egli prevede che sarà presentata al parlamento una riforma costituzionale per riconoscere le diverse religioni e che “il Pakistan è un Paese con più di una religione”.
Trattandosi di Mara Carfagna, le parole di Italo Bocchino dell'altro giorno al Corriere del Mezzogiorno sembrano quelle di un ex fidanzato rancoroso: "Carfagna candidata alla presidenza della Campania? Non ha né l'età né l'esperienza". Ora, sorvoliamo pure sul fatto che i due sono stati talmente amici al punto che Bocchino (sì anche lui), sposato bene a Napoli, ha recentemente smentito a un settimanale di gossip una liaison con Mara, mi spieghi, sempre il suddetto Bocchino, esponente di An e vicecapogruppo del Pdl alla Camera, perché la Carfagna ha l'età e l'esperienza per fare il ministro? http://uqbar.ilcannocchiale.it/
Il ministro Giovanardi, su Repubblica p.2, ci rassicura: quando il Papa parla di razzismo in crescita, non si riferisce all’Italia. Giovanardi, infatti, non è razzista, lo dice a chiare lettere nella intervista rilasciata, e non vede nessun tipo di razzismo in crescita in Italia, oggi come oggi. Gli italiani sono aperti, tolleranti, educatissimi: se vogliono prendere le impronte a tutti i Rom, ad esempio, non è mica per schedarli su base di un pregiudizio etnico. È solo per poterli salutare per nome e cognome senza rischiare gaffe, quando li incrociano per strada. http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
“Se la sinistra è sprofondata in questo modo, ben al di là del suo declino reale, non è perché sia inadatta al potere o perché abbia commesso degli errori fatali (essa sfortunatamente non ha accumulato altro che dei banali errori), ma è perché, malgrado la sua decalcificazione storica avanzata, non è stata capace d’assumere l’indifferenza e l’inerzia del corpo sociale. In questo senso va quasi in suo onore l’esser caduta non per aver rinunciato al proprio ideale, ma per non aver saputo sbarazzarsene definitivamente.
La destra si identifica spontaneamente col fantasma inerte del corpo sociale e col suo risentimento profondo nei confronti della politica. In questo senso, esso è meno politica che transpolitica, cioè più congrua ad una società politicamente disaffezionata. È dunque essa che raccoglie i frutti di questa disaffezione. Ma la destra è anche senza prospettiva politica e a questo titolo la defezione della sinistra e della destra è uguale”
Jean Baudrillard, Cool memories III (1990-1995),
Éditions Galilée 1995
Della serie "media e democrazia", sembra che il primo "free-press", l'abbiano inventato i nazisti. A parte la battuta c'è da riflettere sul fatto che - con l'Armata Rossa alle porte di Berlino e il suicidio di Hitler all'orizzonte - trovassero il tempo - e la carta - per un quotidiano gratuito di quattro pagine quattro. E questo per la serie "ossessione mediatica dei regimi autoritari/totalitari". newspaperinnovation
Molte critiche e lacrime per il ritiro di Liu Xiang, il campione più atteso e amato Per un dolore alla gamba destra, non prende neanche il via. Vincitore dei Giochi ad Atene ed ex primatista mondiale, da anni fa sognare i tifosi di vincere una specialità per anni dominata dagli Stati Uniti. Il pianto dei tifosi e i tanti piccoli risvolti. I blog che lo criticano di aver ingannato il pubblico, sono stati cancellati. L'appoggio del governo.
Pechino (AsiaNews/Agenzia) – Un silenzio glaciale è sceso oggi sullo stadio “Nido d’Uccello” quando Liu Xiang, campione olimpico dei 110 metri ostacoli ad Atene e icona dello sport cinese, si è ritirato prima della partenza della batteria. Molti degli spettatori avevano pagato fino a 2 mila yuan il biglietto per vederlo correre. Dopo momenti di amaro stupore, almeno 40 mila persone sono uscite irate e confuse dallo stadio.
Già prima di entrare in pista Liu è apparso zoppicare, sofferente e poco concentrato. Con la gamba destra ha dato alcuni calci a un pannello, forse per vincere un dolore muscolare. Al via (una falsa partenza) è scattato e ha mosso qualche passo, ma si è fermato prima dell’ostacolo. Mentre gli altri atleti si sono di nuovo disposti sui blocchi, si è avviato al tunnel di uscita dello stadio, con una mano sulla gamba destra.
Il suo allenatore e mentore Sun Haiping ha poi spiegato, tra le lacrime, che Liu ha due problemi alla gamba destra: uno muscolare alla coscia e l’altro “alla fine del tendine di Achille del piede destro. Risalente a 6 o 7 anni fa, si è infiammato con il tempo”.
Per tutto l’anno ci sono state voci sui possibili suoi malanni, sempre smentite. Ancora ieri Cui Dalin, viceministro allo Sport, ha ripetuto che “Liu è in forma”.
Primo cinese a vincere i 110 ostacoli ai Giochi, Liu ad Atene ha stabilito anche il record mondiale con 12 secondi e 91 centesimi. “Solo” medaglia d’argento nella specialità ai mondiali del 2005, dopo un 2006 opaco si è ripresentato come il migliore nel 2007, vincendo anche i campionati mondiali di Osaka (Giappone).
Ha vissuto tutto il 2008 in clausura, come tutti gli atleti cinesi, partecipando ad appena 4 gare con risultati alterni. Il 23 maggio ha partecipato al meeting di inaugurazione dello stadio Nido d’Uccello, correndo in 13 secondi e 18 centesimi: molto più lento del nuovo primato del mondo, stabilito a giugno con 12,87 dal cubano Dayron Robles, come pure degli altri principali avversari.
Ora non pochi lo accusano di non essere infortunato, ma di non avere sopportato l’immensa pressione e di avere paura del cubano Dayron Robles, pressione aumentata dopo che ieri la Cina ha vinto 8 ori ed è in vantaggio sugli Stati Uniti. Al punto che Wang Wei, direttore esecutivo del Comitato organizzatore dei Giochi, ha precisato di essere “sicuro che Liu abbia un infortunio alla gamba. Ha fatto un mucchio di lavoro per difendere il suo titolo olimpico. Non si è ritirato per la pressione”.
Anche il responsabile della squadra di atletica, Feng Shuyong, ha confermato che “l’infortunio si è manifestato due giorni fa durante gli allenamenti e si è aggravato stamattina. Oggi il dolore era intenso, ma ha deciso di partecipare comunque alla batteria”.
Migliaia di cinesi avevano fatto di tutto per avere un biglietto per lo stadio per la finale dei 110 ostacoli, il 21 agosto. Qualcuno ha dormito davanti alle biglietterie per comprarlo, altri lo hanno pagato decine di volte il costo al mercato nero. Certi di vedere un atleta cinese ancora davanti a tutti.
Ma i tifosi più fedeli non si sono scoraggiati: anche fra le lacrime dicono che attenderanno il loro campione, che già tante volte ha fatto issare la bandiera sul podio. Sono sicuri che i loro atleti vincerannopiù ori degli Stati Uniti, nonostante questa malasorte.
Forse non meno tristi sono gli sponsor, come Nike, Coca Cola e Amway, che hanno usato Liu come simbolo e che ora hanno paura di una ricaduta d’immagine negativa.
I blog cinesi sono pieni anche di critiche contro il campione e il suo allenatore, che hanno mantenuto il silenzio sulle sue effettive condizioni di salute. Nel pomeriggio, moltissime critiche sui blog sono stati cancellati. Il governo cinese e perfino il vice-presidente Xi Jinping hanno espresso solidarietà e affetto per l'atleta. Il caso "Liu Xiang" è divenuto un problema nazionale.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13010&size=A
OBAMA AMMETTE LA DROGA, MCCAIN IL MATRIMONIO FALLITO
John McCain e Barack Obama con il pastore Rick Warren
di Serena Di Ronza
NEW YORK - Il maggiore fallimento del candidato democratico alla casa Bianca, Barack Obama, è stato l'utilizzo di alcol e droghe durante "la difficile giovinezza". Quello del rivale repubblicano John McCain, "il fallimento del primo matrimonio".
Un confronto sui temi etici e religiosi, quello che ha visto e registrato le 'confessioni' dei due candidati alla Casa Bianca. Nella megachiesa evangelica di Saddleback, nell'Orange County (California), Obama e McCain sono stati intervistati separatamente per un'ora ciascuno dal noto predicatore evangelico Rick Warren, dando così vita a un piccolo assaggio a distanza dei prossimi dibattiti.
Se sull'aborto le posizioni sono state chiaramente ed evidentemente subito diverse, sul matrimonio la risposta iniziale dei due candidati è stata inizialmente la stessa: è "l'unione fra un uomo e una donna". Poi però Obama ha subito precisato di opporsi a un emendamento costituzionale che definisca il matrimonio e di appoggiare le unioni civili fra persone dello stesso sesso. La Corte della California ha "sbagliato" ad approvare i matrimoni fra lo stesso sesso, osserva invece McCain, sottolineando comunque come "questo non significhi che non si possano siglare accordi legali".
Sulla nascita della vita, Obama e McCain hanno ribadito le proprie posizioni: il primo pro-scelte e il secondo pro-vita. "Sono a favore della possibilità di scelta. Non sono pro-aborto ma non credo che le donne prendano una simile decisione casualmente", ha spiegato il senatore dell'Illinois. Più breve e conciso il rivale: "Sono per la vita. Sarò un presidente pro-vita". Il momento più leggero della maratona televisiva - le due interviste sono state trasmesse in diretta da Cnn e Fox News - si è avuto quando è stato chiesto ai due candidati di definire la parola "ricco". A porre la domanda è stato l'intervistatore Rick Warren, l'autore del 'manuale di salvezza' bestseller 'Come dare scopo alla vita', decine di milioni di copie vendute in 30 paesi del mondo, da sette anni solidamente ai primi posti delle hit parade dei libri più venduti. "Beh se si hanno vendite di libri per 25 milioni..", ha risposto ironicamente Obama, incassando un gesto di simpatia da parte di Warren, che si è alzato dal tavolo per stringergli la mano. "Ricco dovrebbe significare una persona felice", ha affermato McCain, rifiutandosi di dare in un primo momento una quantificazione precisa. Poi, incalzato, ha detto: 5 milioni di dollari.
Il dibattito a distanza si è poi spostato su temi meno etici, ma con risvolti sociali, quali ad esempio chi degli attuali membri della Suprema Corte di Giustizia, i due candidati non avrebbero nominato. McCain ha nominato tutti i giudici liberali: "La nomina dovrebbe essere basata su provati criteri di stretta aderenza alla Costituzione". Per Obama, invece, il giudice che non dovrebbe occupare il proprio posto è Clarence Thomas, non qualificato per ricoprire il ruolo. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_736572181.html
ACQUE SPORCHE E SALUTE A RISCHIO: L’AGRICOLTURA POVERA DELLE PERIFERIE
Dalle periferie dell’Estremo oriente agli “slum” sub-sahariani, riso e verdure sono troppo spesso coltivati con acque di scarico che possono causare gravi problemi alla salute: a sostenerlo è uno studio presentato in occasione dell’apertura dei lavori, oggi a Stoccolma, della Settimana mondiale dell'acqua. Redatto dai ricercatori dell’Istituto internazionale per la gestione delle acque (Iwmi), il rapporto documenta come in oltre il 70% delle 53 metropoli censite in Asia, Medio Oriente, Africa e America Latina più della metà dell’acqua utilizzata per coltivare i campi delle periferie non sia depurata affatto o lo sia in modo insufficiente; negli appezzamenti ricavati a ridosso delle grandi città molto spesso finirebbero insieme scarichi organici e di origine domestica, ma anche rifiuti industriali contenenti polveri di metallo potenzialmente ad alta tossicità. Il direttore dell’Imwi ha sottolineato come i fenomeni di urbanizzazione caratteristici degli ultimi decenni abbiano contribuito ad accrescere il fabbisogno di forniture idriche nelle grandi città; a favorire l’uso di acque di scarico sembra essere anche il forte aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità, una tendenza che del resto spinge verso lo sfruttamento intensivo dei terreni coltivabili vicini ai mercati metropolitani. Lo studio prende in considerazione diversi casi tipo e porta l’esempio di Accra: nella capitale del Ghana circa il 10% della popolazione acquisterebbe verdure prodotte in appena cento ettari di terreni in periferia, dove sono convogliate quasi esclusivamente acque "sporche". In tutto il mondo – sostengono i ricercatori - questo tipo di “agricoltura povera” riguarda 20 milioni di ettari; “A fronte della scarsità d’acqua a livello globale e della mancanza di accesso a fonti pulite – si legge nel rapporto – i contadini delle città non avranno alternative all’uso di acque di scarico, diluite o non trattate affatto”.[ VG]
Bambina soldato : vittima e carnefice nell'inferno Uganda
di red
Nel mondo ci sono più di 300.000 bambini soldato; questa è la storia di uno di loro. Una storia che si apre tra le miserie di un’infanzia negata e si conclude con un messaggio di speranza che vorrebbe essere universale.
Una storia di violenza, di coraggio e di incrollabile speranza nel futuro China Keitetsi aveva appena nove anni quando, in fuga da un’infanzia di sopraffazioni e di violenze domestiche, venne arruolata tra le fila dell’Esercito di Resistenza Nazionale ugandese.
Dieci anni più tardi riuscì finalmente a scappare dagli orrori della guerra e dai trattamenti inumani che, come tanti bambini soldato, aveva dovuto subire da parte dei propri superiori: abusi, stupri, umiliazioni continue.
Dopo infinite difficoltà, China è stata finalmente aiutata dalle Nazioni Unite a mettersi in salvo e a raggiungere la Danimarca, dove tuttora vive e lavora con i bambini.
La sua testimonianza sofferta e preziosa è ora raccolta in questo libro, un documento eccezionale capace di portarci nel vivo di una delle più grandi e trascurate tragedie dell’età contemporanea, quella di regimi ed eserciti che nella lotta per il potere non esitano a usare i bambini come carne da macello.
China Keitetsi vive tra la Danimarca e il Ruanda. Grazie al suo coraggio nel rompere il silenzio è diventata difensore di tutti i bambini che subiscono traumi e vengono privati dei loro diritti. Aiutarli è ormai la sua ragione di vita. Tiene conferenze sul problema dei bambini soldato in tutta Europa. E' stata invitata a parlare presso le Nazioni Unite, l'Unesco e il Parlamento tedesco. Oggi ricopre il ruolo di ambasciatrice dell'Unicef.
Bambina soldato Vittima e carnefice nell'inferno dell'Uganda
di Keitetsi China
Ed. Marsilio
pagg. 324, euro 19,00
E noi faremo come l'Australia. Una proposta di riforma elettorale
di sandro brusco, Durante le giornate che abbiamo tenuto a La Pietra ho presentato una versione preliminare di una relazione sulla riforma elettorale in Italia. Ho finalmente prodotto una versione leggibile di tale relazione, la potete scaricare qui (pdf). È lunga e soporifera, però mi ha consentito di fare il punto sullo stato dell'arte riguardo agli effetti politici ed economici dei diversi sistemi elettorali in modo da formulare in modo informato e consapevole una proposta di riforma.
La parte che credo possa interessare di più i lettori è il capitolo 6, in cui discuto il da farsi per l'Italia. La mia proposta è relativamente semplice: adottiamo, sia per la camera sia per il senato, il sistema del voto alternativo usato per la camera dei deputati australiana e per la presidenza irlandese. Il sistema è maggioritario ma consente agli elettori di esprimere le proprie preferenze in modo più completo, evitando in particolare l'elezione di candidati che piacciono solo a una minoranza. Questo post spiega più in dettaglio la proposta, quali sono le probabili conseguenze sul sistema politico e perché esiste perfino qualche possibilità che venga presa in considerazione.
Perché iniziare ora a discutere della riforma elettorale.
Le riforme elettorali vengono tipicamente fatte da chi controlla il Parlamento tenendo di vista il proprio interesse. Ciò introduce una ovvia distorsione a favore dello status quo, dato che chi controlla il Parlamento ha acquisito tale controllo sulla base della legge elettorale vigente. Tuttavia, in questa legislatura sembrano esistere le condizioni per un cambiamento della legge elettorale. La principale difficoltà che da sempre ha impedito una compiuta riforma in senso maggioritario, ossia la presenza determinante di partiti piccoli e medio-piccoli nelle coalizioni di governo, è fortuitamente assente. A testimonianza di tale minore peso delle forze piccole abbiamo visto l'avanzare concreto di proposte di riforma per l'elezione del Parlamento Europeo in senso favorevole ai partiti grandi. Anche se di tale riforma non c'è alcun bisogno, per una volta tanto proviamo a guardare la parte mezza piena del bicchiere: in questa legislatura il potere di veto dei vari Pecoraro Scanio, Casini, Diliberto, Mussolini, Bertinotti e via naneggiando non c'è. Il quadro è stato ulteriormente semplificato dalla creazione del Partito Democratico e del Popolo delle Libertà. Essenzialmente, come spiegherò più in dettaglio successivamente, in questo parlamento le riforme elettorali le possono fare senza ulteriori condizionamenti il PdL e la Lega. La Lega è, a livello nazionale, un piccolo partito ma il suo consenso è geograficamente concentrato. Per tale ragione tende a essere favorita da un sistema maggioritario. Il PdL ha un ovvio interesse all'introduzione del sistema maggioritario, così come il Partito Democratico. In effetti l'abbozzo di intesa che si è visto per la legge elettorale europea potrebbe svilupparsi in un sostegno ad ampio raggio per una riforma maggioritaria.
La questione per il momento non è in cima all'agenda politica, ma è destinata a diventarlo quando si avvicinerà il referendum previsto per la primavera dell'anno prossimo. Ovviamente, la coalizione attualmente governante potrebbe semplicemente decidere di boicottare il referendum e mantenere il sistema attuale. Vi sono però almeno un paio di considerazioni che dovrebbero convincere anche i più restii a sfruttare l'occasione per migliorare la legge corrente. Da un lato è evidente che la diversità dei sistemi elettorali di Camera e Senato rischia di creare seri problemi di governabilità. Tutti gli indizi conducono a ritenere che tale diversità non sia il risultato di scelte consapevoli ma semplicemente del modo caotico e frettoloso in cui la riforma del 2005 è stata approvata. Il referendum può essere una buona scusa per eliminare il problema, uniformando i sistemi elettorali dei due rami del Parlamento. D'altro canto, credo non sfugga a nessuno il fatto che la legge, nonostante il fortunoso e fortunato risultato delle elezioni del 2008, mantiene intatto il suo potenziale centrifugo. Gli incentivi alla creazione di partitelli e partitini e alla formazione di coalizioni eterogenee e rissose restano sempre all'opera. Si può contare sulla propria buona fortuna, ma perché non cogliere l'occasione per solidificare mediante la riforma del sistema elettorale la semplificazione del quadro politico? Per una volta tanto gli interessi del paese e quelli delle principali forze politiche che siedono in Parlamento sembrano allineati. Se si prepara bene il terreno con una seria discussione dei vantaggi e degli svantaggi dei vari sistemi, puòdarsi che ne esca qualcosa di buono.
Che riforma elettorale attuare? Per ragioni che spiego più in dettaglio nella relazione (pdf) l'Italia ha bisogno dell'introduzione compiuta e completa di un sistema maggioritario. Questo è anche il desiderio che l'elettorato ha chiaramente espresso con il referendum sul sistema elettorale del Senato del 1993 (partecipazione al voto del 77% e percentuale di SI pari a 82,6%) e con quello per l'abolizione delle quota proporzionale del 1999 (partecipazione al voto del 49,6% e percentuale di SI pari a 91,5%; il quorum mancato di un soffio elimina gli effetti legali ma non la chiara indicazione della volontà popolare).
I politici italiani non hanno mai amato particolarmente l'idea del maggioritario e hanno tentato di annacquarla in tutti i modi. Nel 1993, dopo il referendum, introdussero un sistema misto che non eliminava affatto gli incentivi alla frammentazione, e nel 2005 è stata passata la bizzarra legge attuale. Le preferenze proporzionaliste derivavano in parte da ragioni culturali e in parte dall'ovvio interesse dei partiti piccoli, medi, o semplicemente incerti su proprio futuro. In questo Parlamento la situazione appare diversa. L'estrema sinistra e l'estrema destra sono scomparse, così come Mastella. Casini conta come il due di denari quando la briscola è a bastoni. In breve, molte delle forze piccole e medie che hanno bloccato le riforme in passato sono scomparse o sono diventate irrilevanti. Oltre a questo, e di uguale importanza, sia il centrodestra sia il centrosinistra hanno visto la nascita, mediante fusione, di partiti più grandi e a vocazione chiaramente maggioritaria.
Tutti questi fattori denotano un cambiamento a mio avviso radicale di scenario. Nella scorsa legislatura la principale proposta di riforma fu quella di Ceccanti e Vassallo (si veda qui e qui per un'analisi dei suoi possibile effetti), che puntava a un sistema proporzionale corretto da una dimensione ridotta dei collegi al fine di ridurre la frammentazione. Non si trattava di una cattiva proposta, dati i vincoli politici esistenti nella scorsa legislatura. In particolare, il ruolo fondamentale dei piccoli partiti nel formare la maggioranza di governo impediva qualunque seria ipotesi di introduzione del maggioritario. Ma, come ho detto prima, la situazione in questa legislatura è cambiata radicalmente. A mio avviso è tempo di buttare a mare tutti i compromessi proporzionalisti e puntare decisamente sul maggioritario.
Una proposta nuova: il voto alternativo.
La vera domanda diventa quindi: quale maggioritario? Per rispondere a questa domanda inizierò citando in modo esteso l'inizio dell'articolo di Ceccanti e Vassallo, che condivido quasi totalmente. Parlando degli obiettivi di una riforma elettorale, essi affermano:
Se prendiamo però per buone le dichiarazioni ufficiali, tutti concordano sugli obiettivi di fondo:
1) consentire agli elettori di giudicare la qualità dei singoli candidati al parlamento;
2) ridurre la frammentazione, garantendo un pluripartitismo moderato;
3) preservare la dinamica bipolare …
4) senza rendere però ineluttabile la formazione di coalizioni pre‐elettorali artificiose,
prive di coesione programmatica.
Per ottenere questi risultati occorre trovare un sistema alternativo sia al premio di
maggioranza (che o è irrilevante e non bipolarizza, o provoca il 4), sia al collegio uninominale maggioritario, ad uno o due turni, il quale, alternativamente, a seconda di come viene interpretato, riduce troppo drasticamente il pluralismo (2) o induce a
formare coalizioni eterogenee (4), come accadeva con i collegi uninominali della Mattarella.
La parte che non condivido interamente è il giudizio sul sistema a doppio turno, ma credo fosse un trucco retorico per poi spingere la proposta del vassallum, che era l'unica praticabile nella legislatura passata. Sono invece totalmente d'accordo che un sistema maggioritario all'inglese, in cui il primo arrivato prende il seggio anche se ha una percentuale minuscola dei voti, sia pericoloso. L'Italia ha un sistema multipartitico che probabilmente durerà un bel pezzo, e un sistema all'inglese funziona bene solo quando ci sono due partiti. Con molti partiti, a seconda di come si configurano le alleanze politiche pre-elettorali, può favorire risultati bizzarri o la formazione di coalizioni eterogenee. Il doppio turno soffre molto meno di questi problemi.
Ma, a mio avviso, si può fare anche meglio del doppio turno. Il problema principale del maggioritario all'inglese è che permette all'elettore di indicare solo una minuscola parte delle proprie preferenze, ossia qual è il candidato preferito rispetto a tutti gli altri. Il doppio turno fa un po' meglio, dato che permette all'elettore di dire chi si preferisce tra i due candidati principali. Il voto alternativo fa ancora meglio: permette all'elettore di ordinare, se così desidera, tutti i candidati in lizza.
Come funziona il voto alternativo? Lo spiego qui sinteticamente, il lettore che vuole più dettagli può consultare questa voce di wikipedia o, se proprio non riesce a dormire, la relazione (pdf). All'elettore è richiesto di ordinare numericamente i candidati. Per esempio, se si candidano Bianchi, Gialli e Bruni un possibile voto sarebbe:
Bianchi 2
Gialli 1
Bruni 3
Questo è leggermente più complicato che mettere una X accanto al candidato preferito e basta, ma direi che possiamo aver fiducia che gli italiani non sono meno bravi degli australiani (o degli irlandesi, che usano tale sistema per eleggere il presidente). Non è necessario ordinare tutti i candidati, se si desidera si può ordinarne solo una parte; ai candidati non classificati viene automaticamente assegnata l'ultima posizione.
Il vincitore si determina come segue. Primo, si contano le prime preferenze. Se un candidato raggiunge il 50% allora è dichiarato vincitore. Altrimenti, si elimina il candidato che ha ricevuto il più basso numero di voti e si riassegnano i suoi voti alle seconde preferenze. A questo punto si ricontano i voti e si vede se qualcuno ha più del 50%. Se sì, tale candidato vince. Altrimenti, si ripete la procedura: il candidato con meno voti viene eliminato e i suoi voti riassegnati alla seconda preferenza. Il processo viene ripetuto tante volte quante necessario, eliminando un candidato alla volta.
Nell'esempio qui sopra, immaginiamo che Gialli risulti ultimo nella conta delle prime preferenze. Allora Gialli viene eliminato e il voto del nostro elettore viene automaticamente assegnato a Bianchi. A quel punto restano due soli candidati, Bianchi e Bruni, e necessariamente uno dei due avrà il 50% dei voti validi.
Le conseguenze politiche del sistema australiano.
Il sistema australiano permetterebbe di evitare una delle caratteristiche più indesiderabili del sistema maggioritario all'inglese in presenza di più partiti: la sua dipendenza dalle alleanze pre-elettorali. In Italia il maggioritario all'inglese è stato usato per 3/4 dei seggi della Camera nel 1994, 1996 e 2001. Nel 1996 le elezioni sono state vinte dal centro-sinistra solo perché il centro-destra era diviso, mentre nel 2001 è successo l'opposto. Il voto alternativo elimina questo aspetto di casualità nel risultato, restituendo il potere di determinare il vincitore all'elettorato.
Cosa ci si può aspettare da un sistema maggioritario ''all'australiana''? Direi che è lecito attendersi l'emergere di due blocchi elettorali, anche se non di due partiti. Il sistema favorisce, come tutti i sistemi maggioritari, i partiti maggiori (nel caso italiano PdL e PD) e i piccoli partiti geograficamente concentrati e in grado di attrarre le seconde preferenze di altri partiti (nel caso italiano la Lega). In Australia tre partiti ottengono normalmente rappresentanza parlamentare: i Laburisti su lato sinistro e la coalizione tra Liberali e Nationals sul lato destro. In particolare, sul lato destro i Nationals sono il partito più piccolo e geograficamente concentrato della coalizione; tipicamente, gli elettori Liberali mettono come seconda preferenza i Nationals e viceversa. In tutte le elezioni del dopoguerra si è sempre formata una maggioranza stabile, di un colore o dell'altro (si veda qui per l'ultima elezione e si seguano i links per le altre).
Un'altra caratteristica attraente del sistema australiano è che penalizza molto meno del sistema inglese l'entrata di nuovi partiti. In un sistema all'inglese gli elettori sono riluttanti a votare nuovi partiti perché temono di ''sprecare il voto''. Con il voto alternativo il problema non si pone. L'elettore può dare la prima preferenza al candidato preferito e la seconda preferenza al candidato più ''vicino'' che considera un serio contendente per la vittoria. Per esempio, i Verdi australiani, un partito nato nel 1992, hanno progressivamente aumentato i propri voti fino al 7.79% delle ultime elezioni. Le maggiori possibilità di entrata riducono le rendite dei partiti più grandi e permettono di segnalare in modo più accurato la volontà dell'elettorato.
Perché il voto alternativo è desiderabile e perché è possibile.
Mi limiterò qui a comparare il sistema australiano con altri sistemi maggioritari. Ho già spiegato perché ritengo il sistema superiore migliore del maggioritario all'inglese. Quando ci sono vari partiti che possono contare su un elettorato abbastanza fedele il sistema inglese regala troppo potere ai capi dei partiti medio-piccoli, che possono decidere il risultato elettorale mediante la loro politica di alleanze. Questa è, e resterà per un pezzo, la situazione italiana.
Per evitare questo problema si può usare tanto il sistema a doppio turno quanto il sistema australiano. Premetto che sarei comunque soddisfatto se venisse introdotto un maggioritario a doppio turno, ma credo che il sistema australiano sia superiore per vari motivi. Primo, permette agli elettori di esprimere in modo più completo le proprie preferenze. Secondo, non richiede agli elettori di recarsi alle urne due volte. Terzo, in Italia l'intervallo tra il primo e il secondo turno verrebbe impiegato dai capi dei piccoli partiti per fare campagna pro o contro i candidati del ballottaggio. Questo ne accrescerebbe il potere negoziale, reintroducendo alcuni dei problemi del sistema all'inglese. Con il voto alternativo questi problemi sono meno forti. Ovviamente i partiti possono indicare ai propri elettori quali seconde o terze preferenze dare, ma inevitabilmente le campagne elettorali dovranno concentrarsi sulla richiesta di voto al proprio partito. Questo riduce le possibilità dei piccoli partiti di manipolare il risultato elettorale.
Ho spiegato sopra perché ritengo che in questo Parlamento la situazione sia assai più favorevole a una buona riforma che nel precedente. D'altro lato è ovvio che il centro-destra, come il centro-sinistra nella scorsa legislatura, non farà alcuna riforma se ciò mette in pericolo il governo. È bene pertanto guardare i numeri. La consistenza attuale dei gruppi parlamentari di centrodestra è la seguente.
Camera dei Deputati
∙ Popolo delle Libertà: 273.
∙ Lega Nord: 60.
∙ Movimento per le Autonomie: 8.
Senato
∙ Popolo delle Libertà: 146.
∙ Lega Nord: 26.
∙ Movimento per le Autonomie: 2.
È probabile che il Movimento per le Autonomie (MpA) e alcuni deputati del PdL provenienti da piccoli partiti (per esempio Gianfranco Rotondi e Alessandra Mussolini) si oppongano a un sistema maggioritario. D'altra parte PdL e Lega da soli hanno 333 seggi alla Camera (maggioranza 315) e 172 al Senato (maggioranza 161). Possono quindi tranquillamente ignorare MpA e i pochi deputati dei partitini. Il sistema australiano andrebbe a beneficio di PdL e Lega, permettendo loro di assorbire (almeno come seconde preferenze) buona parte dei voti di UDC e Destra. Un fenomeno simile accadrebbe sul lato sinistro, dove il PD potrebbe assorbire parte dell'estrema sinistra e dei socialisti.
La riforma è quindi possibile. Chi ci perde (estrema destra, estrema sinistra, UDC, MpA e socialisti) non è in posizione di poterla bloccare. Chi ci guadagna (PdL, Lega e PD) controlla la maggior parte dei seggi parlamentari. In più PdL e Lega possono permettersi di irritare gli alleati minori senza pericolo di far cadere il governo. È un'occasione storica che, in caso di mantenimento del porcellum, è improbabile si ripresenti in futuro. Occorre iniziare ad agire subito per ottenere una buona riforma prima del referendum. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/E_noi_faremo_come_l%27Australia._Una_proposta_di_riforma_elettorale#body
"Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici
hanno sostenuto la necessita' e l'utilita' della termovalorizzazione dei
rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta
differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle
future". Cosi' comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un
Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso
dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in
realta' il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il
suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per
l'esattezza, 100 impianti da 170.000 tonnellate all'anno ciascuno, per
soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per
cominciare, 35 da 250.000 tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15
(totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel
trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione
indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il
cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida
considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare
tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr e' diventato conveniente
per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali
termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al
combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo
Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto
estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi
incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha
riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di
"ecoballe"; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato
e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio
contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un
inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in
Campania - cominceranno a bruciare le prime ecoballe, e' quasi certo che
l'Ue avviera' contro l'Italia una nuova procedura di infrazione, che finira'
per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a
aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si
tratta di incentivi grazie ai quali l'energia elettrica prodotta dagli
inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un
impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto
del paese dal governo Prodi - non tanto per volonta' dei Verdi, ma per
uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima
dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un
emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro
futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli
inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire
prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, e' gia' stato siglato un accordo di
massima che introduce la regola deliver or pay: in base ad essa la quantita'
di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera
autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un
Comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore
abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: cosi' impara a
esagerare!
E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva
introdurre nel contratto di servizio con la Regione e il Commissario
straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di
tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata,
e' stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in
meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo
smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far
percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata.
Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione
degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci
sono solo le Regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di
costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via
incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono
il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli di cui ha beneficiato
per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i
fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane
che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali
nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei
gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso il presidente
dell'Inter, il petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un
decreto interministeriale in "fonti di energia rinnovabili".
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 e' soprattutto l'obiettivo non
dichiarato dell'Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene
che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non e' in grado di andare
avanti. Perche' oltre che nocivo per la salute - la cancerosita' delle sue
emissioni e' comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con
rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali
che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore e' un
disastro anche in termini economici e puo' funzionare solo se lautamente
sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui
nessun fautore dell'incenerimento sosterra' mai di volersi sottrarre.
Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i "diversi partiti
politici che hanno sostenuto la necessita' e l'utilita' della
termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale
dell'aprile scorso". Ma basta andare a vedere da chi sono partite le
proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto
che su questo punto c'e' stata, gia' in campagna elettorale, un'intesa
cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli
dell'attuale opposizione. Un'intesa per di piu' segreta, o mai dichiarata,
che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del
contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si e' consolidata prendendo
a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione
campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per
neghittosita' nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per
complicita' con la camorra, che agli impianti "moderni" preferirebbe le
vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi
campana c'e' solo la decisione del gruppo Fibe--Impregilo, e di chi lo ha
assecondato, di accumulare quanta piu' monnezza indifferenziata possibile da
destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che
li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni:
per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in
funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto
il paese - dal Pnt dell'Anida.
Il gazebo, sul Gran Viale del Lido, c’è. É doverosamente adornato di manifesti verdastri e loghi PD. Seduti dietro una tavola bianca pieghevole ordinatamente linda, i tre volontari sono stravaccati con misura: più che attivisti, sembrano tre posati signori al bar, con tanto di cappellino da football in testa ed occhiali a specchio, in attesa dell’aperitivo serale.
Guardano il passaggio, si sventolano, di tanto in tanto muovono la mano per salutare un conoscente: quello saluta di rimando, si ferma, oppure sorride con gesto educato, come a dire: “Non mi interessa, grazie.” E loro, altrettanto educati, restituiscono una occhiata che replica: “Ma figurati, non c’è di che.” Non c’è alcuna ansia, insomma, alcun patema, soltanto il caldo un po’ appiccicoso ma sfumato di una sera d’estate, in una spiaggia un tempo chic, ora in smagata decadenza, sicché quello slogan perentorio gridato sull’unico manifesto Salviamo l’Italia!, stona. Sono così tranquilli, e sereni, i tre del gazebo, così magnificamente inseriti nel paesaggio e nel paese che li contiene che sembrano essere loro i primi a chiedersi, davanti a quel perentorio Salviamo l’Italia!: «Già, ma da chi?»http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/page/2/
Si delinea il tramonto politico di Berlusconi […] un leader abituato a raccogliere solo consensi […] A destra la maggioranza non regge più su nulla, tranne il naturale desiderio di non perdere il potere”. Non accadde nulla: il Polo delle Libertà non protestò e la Santa Sede non prese le distanze da un giudizio così duro. Altri tempi: “si delinea[va] il tramonto politico di Berlusconi”.
Oggi è tutto diverso: Berlusconi è saldamente al governo (un governo che intendere “compiacere” a tutti i costi Sua Santità), e c’è una linea diretta tra Letta e Bertone, e l’elettorato cattolico è in maggioranza col centrodestra, e il Vaticano ha un fortissimo appetito su istruzione e sanità, e la regola vuole che, se conviene, si può venire a concordato pure con regimi sfacciatamente dittatoriali, e qui mi fermo, sennò mi scappa di dare del fetente a san Pietro.
Tutto è diverso, oggi, tranne quel torello scatenato di Beppe Del Colle, quello che qualche giorno fa, in un altro editoriale su Famiglia Cristiana, ha espresso sulla destra giudizi analoghi a quelli di tre anni fa, forse forzando un po’ i termini, sì, perché forse poteva parlare di oligarchia populista invece che di “fascismo”, categoria ormai metafisica più che metastorica o metapolitica, se di rimando un Carlo Giovanardi dà del fascista ad una rivista che fa “apostolato di avanguardia” (parola di pontefice, come s’è visto, mica cazzi).
Ma con Beppe Del Colle – e con don Sciortino, suo direttore, che lo copre – siamo al di là della politica: siamo a quel magistero sociale della chiesa che il Vaticano II ha distratto dal cristocentrismo, partorendo politici cattolici già “adulti”, carismi che vedono l’eucaristia nella comunione fatta comunità, cardinali moderatamente possibilisti sull’uso del preservativo (ma solo in casi limite, però), perfino – vergogna! – preti operai.
Una chiesa che non ha portato in cassa il denaro necessario a tappare i mille buchi, che non ha portato in seminario leve di chierici a rimpiazzare parroci che al 68% stanno già con un piede nella fossa, che non ha portato culi sodi sulle panche delle chiesette, che non ha gonfiato i torpedoni per pareggiare le spese e farci la cresta per una mozzetta nuova. L’onda ha scosso la navicella, che ha imbarcato un po’ di secolarismo, ma adesso l’idrovora alleggerirà lo scafo, la chiglia scivolerà come prima.
Cosa? Famiglia Cristiana? Che ha fatto? Ha dato del “fascista” a Berlusconi? Non è la linea ufficiale della Santa Sede, dice la Santa Sede – lo dice pure a nome della Cei, così da oggi in poi siamo autorizzati a fare confusione tra le due cose – chi la conosce, ‘sta Famiglia Cristiana?
Nota Lo schema è quello di sempre, e sempre sarà possibile trovare, sotto il fascismo, un cardinale che faceva affari con un gerarca e un cardinale che si faceva in quattro per salvare il culo ad un antifascista; sarà sempre possibile trovare, sotto il comunismo, un prete martire e un prete spia; sarà sempre possibile leggere gli articoli antisemiti de La Civiltà Cattolica consolandosi con la storia di quella tal suora che nascondeva gli ebrei sotto la tonaca per sottrarli ai vagoni per i lager.
Lo schema è quello di sempre: la linea ufficiale della Santa Sede è identificabile sempre e solo a posteriori, d’intanto è quella utile, poi si vedrà. Famiglia Cristiana tornerà utile, a posteriori. Almeno questa è la scommessa dei paolini. È il cosiddetto “apostolato di avanguardia”.http://malvino.ilcannocchiale.it/
Benedetto XVI ebbe molte belle parole per i paolini cui aveva concesso udienza, quel 1° ottobre del 2005. Disse che “dal Concilio Ecumenico Vaticano II è andata crescendo nella Chiesa la consapevolezza del valore e dell’alto interesse che rivestono gli strumenti della comunicazione”, manifestò un caldo “apprezzamento per il servizio che rendete”, lo definì “apostolato di avanguardia” e sottolineò “penso in primo luogo alla rivista Famiglia Cristiana”.
Don Antonio Sciortino fece a Sua Santità il simbolico omaggio dell’ultimo numero del settimanale (40/2.10.2005), sul quale c’era un editoriale di Beppe Del Colle – dice niente, il nome? – nel quale, tra l’altro, si leggeva: “
Mentre in Italia un pm di Bergamo impedisce agli utenti italiani l'accesso a un noto tracker di file bit-torrent - e pasticcia un po', si spera in buonafede, con la privacy di chi naviga in Rete - negli USA una società - Big Champagne, per la cronaca - controlla le serie tv più scaricate e vende i dati alle società che producono contenuti e ai network che così hanno il polso del gradimento dei telespettatori (non più tanto generalisti, immagino). A proposito: vince "Lost" anche questa settimana. Mantellini, NewTeeVee, Big Champagnehttp://giornalismoparma.typepad.com/
Armate di bottiglie d’acqua, una decina di persone si sono radunate sulle scale del museo nazionale, uno dei punti di ritrovo più romantici di tutta Budapest. Man mano che mi avvicino, mi accorgo che anche loro hanno preso parte a “Beyond Budapest”, uno speciale tour guidato che ogni sabato mattina parte proprio da qui.
Fa molto caldo, e così le nostre quattro ore di cammino cominciano con il parco del museo, dove ad attenderci ci sono delle panchine all'ombra di alberi secolari. Per Manó Domján e György Baglyas, le nostre guide di oggi, non sarà proprio una passeggiata. Sebbene il gruppo sia composto in prevalenza da ungheresi sempre pronti a fare domande, ci sono diversi stranieri. Grazie a semplici riferimenti cronologici e a qualche aneddoto sfizioso, nel giro di cinque minuti le guide ripercorrono le tappe principali della storia del Paese.
All'ombra degli alberi del parco del Museo Nazionale (Foto:Judit Jaradi/ Judit Schvéger)
Il business Józsefváros
I due giovani neo-diplomati nel settore sociale sono riusciti a lanciare quello che chiamano “il miglior business del 2008”. «Tutto ha avuto inizio nel 2006 e 2007,» spiega Gyuri. «Un mio amico straniero è venuto a Budapest due giorni e ci ha chiesto di mostrargli le zone migliori del distretto dove vivevamo all’epoca. Percorrerle a piedi gli è piaciuto così tanto, che da lì è nata l’idea di fare un po’ di soldi mostrando valori e ricchezza di una parte della città che negli ultimi decenni è stata ingiustamente "nascosta" agli occhi dei turisti.»
Budapest guides Manó and Gyuri (Foto: J.Jaradi/J.Schvéger)
Il Distretto VIII di Józsefváros può essere diviso due parti: un quartiere detto “dei palazzi” e uno più povero, disagiato, sul lato opposto del Nagykörút (“Grande Viale”). Stando ai dati sul reddito pro capite, è tuttora una delle zone più povere della capitale, abitata soprattutto, oltre che da ungheresi, da rom, slovacchi e cinesi. «Da molti è vista come un ghetto, ma si sbagliano di grosso. Direi che parlare di bassifondi è sicuramente più appropriato,» sostiene Gyuri.
Lezioni per autoctoni
Uno dei motivi della cattiva fama di questa zona è la mancanza di pubblica sicurezza. Nonostante i miglioramenti registrati nella lotta alla criminalità, la mentalità collettiva associa ancora il distretto all’idea di pericolo. Un'altra ragione alla base di un tale declino - quando si tratta di cercare un appartamento, per esempio - è l’alta concentrazione di rom nella zona. Malgrado le iniziative di recupero già intraprese, il disagio rimane. «Ci siamo prefissati di cambiare la reputazione di questo quartiere,» insiste Gyuri. «Ci impegniamo perché culture diverse vengano a contatto, offrendo luoghi “non turistici” incantevoli e un’atmosfera accogliente.»
Il tour può addirittura insegnare qualcosa anche a chi a Budapest già ci abita, come nel caso di Piroska, una ragazza ungherese che ha seguito un amico svizzero nel tour: «Io stessa faccio la guida, ma durante questa mezza giornata di tour ho imparato veramente molte cose su Budapest.» Davide, l’amico svizzero, concorda nel promuovere questa maniera alternativa di scoprire una città, dato che «si impara sicuramente molto di più da un tour come questo che da uno più tradizionale.»
Una Lada, utilitaria popolare ai tempi del socialismo (Foto: J.Jaradi/J.Schvéger)
Comincio a sentirmi a disagio, è così difficile riconoscere apertamente che possiedo una sorta di conoscenza superficiale della mia città. Ho vissuto tutta la vita a Budapest, e dopo quattro ore di cammino in una visita guidata mi sento come se fossi straniero, al pari della ragazza americana qui di fianco a me.
Targhe, carri armati e fichi
Una città è solitamente costellata di statue e fontane, mentre Budapest è il regno delle targhe. Sono state apposte per commemorare in qualche modo quasi tutti i personaggi più o meno illustri del Paese; e molte sono di un interesse innegabile. Se volete carpire i segreti nascosti di questa città, aguzzate la vista. È ciò che hanno fatto Mano e Gyuri da quando hanno scoperto l’amore per un distretto chiamato “Nyócker”, sulla scia dell’omonimo film d’animazione realizzato da Áron Gauder nel 2004.
Uno dei cortili giallo canarino (Foto: J.Jaradi/J.Schvéger)Il tour va avanti, e non si sa mai quale sarà la prossima tappa. Si passa da ascoltare storie sulle stravaganze di due famiglie rivali nella produzione di whisky, a piombare a casa di una signora del posto cominciando a formulare aneddoti legati ai carri armati parcheggiati davanti casa sua durante la rivoluzione del 1956. La signora, tra l'altro, ci invita a seguirla in un meraviglioso e profumatissimo giardino nascosto nel cortile dell’edificio di fronte, facendoci notare che è la casa del fisico ungherese premio Nobel Albert Szent-Györgyi. In un altro giardino nascosto, nell'atelier della pittrice Ilona Szűts, ad attenderci c’è un buffet di fichi freschi colti direttamente dal suo albero.
Il tempo di una breve parentesi sull’unificazione delle due storiche città di Buda e Pest, e ripartiamo alla scoperta degli angeli al telefono sulla facciata dell'ex compagnia telefonica, e di una fucina centenaria a due passi dal museo nazionale. Sono passato accanto a quel negozio diverse volte, sempre pensando che fosse abbandonato e dimenticato da tutti: adesso è uno dei cuori pulsanti della mia città. Finalmente, e sia ringraziato il cielo, riesco a spiegarmi perché tutti gli edifici pubblici sono di colore giallo canarino; sarei ben lieto di darvi una risposta, ma vi conviene venirlo a scoprire da soli! Intanto, il tour interattivo sul sito di Beyond Budapest permette ai partecipanti al tour di r