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settembre 30 2008
I tormenti faustiani del mago pentito della finanza creativa
DI ALBERTO STATERA
«Per fare la globalizzazzione è stata firmata una cambiale mefistofelica e come tutte le cambiali, come quella di Mefistofele, anche la cambiale della tecnofinanza è ora arrivata a scadenza». Così Giulio Tremonti, in una dotta intervista al "Foglio", ha certificato ulteriormente il ravvedimento rispetto alla fase illusionistica che ha segnato buona parte della sua vita e della sua opera. Lo scenario faustiano è prelevato pari pari nientemeno che da Guido Carli, antico e indimenticato governatore della Banca d'Italia, che introdusse e concluse il libro postumo curato da Paolo Peluffo e pubblicato nel 1993 da Laterza con la narrazione delle tentazioni di Mefistofele, che consiglia all'imperatore di finanziare le proprie guerre e i propri fasti stampando banconote. Il denaro trasformato in banconota risveglia la città imperiale, il popolo è felice, consuma, l'economia gira, il Medioevo finisce e sboccia il Rinascimento. Ma poi? Che cosa mai garantirà il valore di quella carta?
Tremonti va scrivendo e ripetendo con perizia estetica e sfoggio di insolita vivacità culturale tra i suoi colleghi, che la cambiale faustiana è scaduta, che «batte ormai l'ora del giudizio» alla viglia della «tempesta perfetta» prodotta dall'illusione finanziaria. E rivendica, sbeffeggiando gli economisti, le Banche centrali e le altre Autorità di vigilanza, di aver intuito per primo, lui giurista, l'addensarsi del ciclone globalizzato. Tanto da averne fatta una trilogia letteraria che data addirittura dal 1995 con il suo "Fantasma della povertà", seguito dieci anni dopo da "Rischi fatali" e, infine, dal recente best seller "La paura e la speranza".
Nessuno dubita, per carità, della sincerità del ravvedimento operoso di Giulio Tremonti, considerato a lungo un mago della finanza creativa, né dei vincoli che possono costringere un ministro dell'Economia ad agire persino in contrasto con ciò che dentro di sé riterrebbe più giusto. Nel percorso che ha portato al ribaltamento della summa ideologica del ministro si nota tuttavia qualche rilevante discrepanza temporale e qualche sincope tra il dire e l'agire. Per anni, citando Marx e John Stuart Mills Tremonti ammoniva: «In Sud America il condono fiscale si fa dopo il golpe. In Italia lo si fa prima delle elezioni, ma è comunque una forma di prelievo fuorilegge, anzi un attentato alla Costituzione». Di prelievi fuorilegge, prima di giurare «mai più condoni», ne ha poi sfornati una quindicina, più di ogni altro ministro nella storia repubblicana.
Era già partita la trilogia letteraria del ravvedimento quando nel 2002 la finanza creativa irruppe, con cartolarizzazioni, ingegnerie finanziarie, securitization e ritrovati vari di maquillage cartaceo, sulla scrivania di via XX Settembre che fu di Quintino Sella. Come ridurre il debito pubblico di una cinquantina di miliardi ? Basta sostituire titoli di Stato a lunghissima scadenza con cedolina all'1% con Btp trentennali per poco meno di cinquanta miliardi per un valore nominale di 20. O inventare uno swap a due mesi da 4 miliardi di euro per smussare il fabbisogno statale in una data scadenza, salvo restituire sessanta giorni dopo i 4 miliardi con tanto di interessi.
«Due anime albergano nel mio petto; l'una vorrebbe staccarsi dall'altra», dice a un certo punto il dottor Faust. Una scissione dolorosa di cui il dottor Tremonti deve talvolta subire i tormenti nel suo incedere tra mercatismo ed economia sociale di mercato, tra illusionismo finanziario ed etiche regole auree, tra polpette finanziarie avvelenate ed economia materiale. Ma completata e certificata la sua trilogia, difficilmente il "cinicone straintelligente", come lo ha definito il suo collega ministro Renato Brunetta, potrà ora tornare a fare il Topolino nel cartoon "Fantasia", cui il predecessore Giuliano Amato paragona i maghi della finanza creativa.
a.statera@repubblica.it
La battaglia finale
di Franco Cordero, Repubblica - Il re decrepito, tema della fantasia alchimistica: le sue terre decadono; non cresce più niente. Bisogna ringiovanirlo e l´opus comincia da una "mortificatio": nel "Viridarium chemicum" muore massacrato dai rivoltosi; in Mayer, "Scrutinium chimicum", un lupo lo divora affinché rinasca dal fuoco (cito dalla junghiana "Psicologia e alchimia", figure nn. 173 e 175, ed. inglese). Sir George Ripley, canonico di Bridlington (1415-90), racconta una metamorfosi meno cruenta: acquattato sotto le vesti materne, ridiventa feto; lei mangia carne di pavone e beve sangue d´un leone verde (nell´iconografia alchimistica corrisponde all´unicorno); il rinato riceve carismi da luna, sole, stelle attraverso una vergine inghirlandata il cui latte è vita; trionfa sui nemici, guarisce gl´infermi, estingue i peccati (ivi, 408 ss., e "Mysterium coniunctionis", pp. 274-80).
Non era digressione oziosa. Abbiamo un presidente del Consiglio fuori misura: cantastorie stipendiati vantano mirabilia e ne è convinto; «toccatela», diceva offrendo la mano in un convegno, «ha fatto il grano»; quanto più taumaturgo dei re che guarivano gli scrofolosi. Ma deperiscono anche i corpi regali. Nell´"Allegoria Merlini" fenomeni d´idropisia preludono alla rinascita: pronto alla battaglia, chiede da bere e beve troppo gonfiandosi; non può salire in sella; vuol sudare in una camera calda; vi rimane esanime; allora vari mediconi lo tritano, poi riplasmano con ammoniaca e nitro; cuoce nel crogiolo. Quando l´ultima stilla è caduta nel vaso sottostante, salta su gridando: dov´è il nemico?; vengano a sottomettersi; se qualcuno resiste, l´ammazza. Voleva sudare e affinarsi anche Re Lanterna, padrone degli ordigni con cui s´è fabbricato un popolo d´elettori: riposava tra fanghi, pietre vulcaniche et similia; nel quarto giorno esce, dovendo assistere al derby milanese.
L´unica differenza dall´"Allegoria Merlini" è che non l´abbiano tritato: resta qual era, compatto, nerovestito, arrembante; e stermina i nemici: non vuol più sentire la parola "dialogo" (scelta semantica seria, diamogliene atto); un secco fendente decapita l´avversario, colpevole d´essersi accorto del nascente regime autoritario. Seguono due battute: la Corte costituzionale renderà ossequio al cosiddetto lodo Alfano, del cui valore un collegio del Tribunale milanese osa dubitare; altrimenti, e la voce assume toni gravi, ha in serbo una «profonda riflessione sull´intero sistema giudiziario». Parlava chiaro: qualcuno s´illude d´imprigionarlo in ragnatele legali?; gl´istogrammi dei consensi dicono chi comandi; avendo l´"omnipotence de la majorité", fa quel che vuole; può rifondare Carta, codici, personale. Non lo fermano due o tre parrucche, o quante risultino determinanti dell´ipotetica decisione ostile: s´infuria ogniqualvolta dei giudici non deliberino nei termini convenienti; è lesa maestà contraddirlo. Che lo pensi, era chiaro: gli ripugnano diritto, etica, grammatica; lo Stato è una delle sue botteghe; sinora però teneva l´idea dentro e finché stia al gioco pudibondo, l´ipocrisia vela i più tristi spettacoli. Domenica sera l´ha detto, spiazzando cosmetologhi e consiglieri legali. L´outing scoperchia retroscena visibili da chiunque non chiuda gli occhi: sarà arduo sostenere che l´immunità tuteli un interesse generale; l´ha smentito dai telegiornali, a viso duro; la pretende come scudo nei prossimi 12 anni, ritenendosi diverso da tutti, e guai se una Corte trova da eccepire.
In sede morale figura male, guadagnandovi perché gli aspetti "canaille" rendono. Oltre alla disinvoltura piratesca, sinora esibiva un penchant fraudolento, dall´ascesa affaristica alle campagne mediatiche con cui tre volte s´è impadronito del potere. Stavolta siamo sul côté violento, emerso tre mesi fa quando un emendamento al decreto sicurezza, straripando dai termini convenuti al Quirinale, minaccia scempi se non gli garantiscono l´immunità: centomila processi al diavolo; gliela votano e l´emendamento cade; caso classico d´estorsione. Eguale odore penalistico manda l´ultimo fosco messaggio: l´art. 289 c. p. incrimina «ogni fatto diretto a impedire anche temporaneamente» che la Corte eserciti le sue funzioni; e la pena va dai 10 anni in su ma è questione accademica, essendo lui immune dal processo, qualunque sia l´ipotetico reato, anche fossero in ballo i presupposti della convivenza civile.
Siccome esistono precedenti italiani, vale la pena riflettere nel senso etico-intellettuale (la «profonda riflessione» prospettata domenica 28 settembre era minaccia oscura). Raccomandiamo l´argomento ai liberal, cultori d´uno Stato democratico moderno: così dicono abusando delle parole; il plutocrate allevato dal vecchio malaffare politico, campione d´un grossolano populismo, configura fenomeni né moderni né liberali. L´analogia colpisce l´occhio perché i discorsi de quibus corrono sotto la stessa illustre testata. Post ottobre 1922 Luigi Albertini, formidabile tecnocrate della cura d´anime giornalistica, ha la coscienza inquieta: non l´ammette, anzi ripete vecchie invettive esorcistiche; a sentire lui, le sventure italiane vengono da Giolitti, ma i cinque volumi dei "Venti anni di vita politica" dicono quanto basta al giudizio storico. Rivisti gli eventi a testa fredda, gli restano pochi motivi d´orgoglio: insisteva nell´assurdo tentativo d´escludere le masse dalla scena politica; patrocinava teste piccole e torbide come Sonnino e Salandra; guerrafondaio quando è chiaro che nel caso migliore l´Italia uscirebbe stravolta; sostiene lo squadrismo fascista, reazione salutare al pericolo rosso, nonché alla neoplasia cattolica. Dio sa come potesse vedere nei fascisti un partito liberale giovane; e ancora dopo l´insediamento mussoliniano spera una metamorfosi virtuosa, ma precede tutti gli esponenti del vecchio establishment nel dissenso: in extremis salva l´anima.
Siamo a quel punto? Il teatro storico non concede bis perfetti: nello scenario 2008, ad esempio, manca l´equivalente d´un braccio armato del regime qual era la Milizia volontaria; cose d´allora sono impensabili oggi, fermo restando lo sfondo antropologico (Achille Starace e vari altri vengono su come funghi). L´analogia sta nel grave pericolo. Sotto qualche aspetto rischiamo più d´allora: Mussolini era uomo politico, con difetti calamitosi ma non affarista né pirata; e intellettualmente valeva alquanto più del musicante da crociera, impresario edile, piduista, spacciatore del loto televisivo. Nelle desinenze latine s´equivalgono: «unguibus et rostribus», declama il furibondo maestro elementare romagnolo; l´altro, laureato, infila nella loquela d´imbonimento un «simul stabunt, simul cadunt», ma racconta d´avere tradotto Erasmo, il cui latino umanistico non è dei più facili.
Christian Abbiati

Alle ultime elezioni, ha raccontato a Sportweek, ha votato per La Destra della Santanché. Il perché lo ha motivato, con tanto di distinguo tra le cose che giudica da bocciare e quelle che invece apprezza, del ventennio mussoliniano: applicato all´ultima campagna elettorale spicca, in particolare, il tema della sicurezza: «Del fascismo rifiuto le leggi razziali, l´alleanza con Hitler e l´ingresso in guerra, ma mi piace la capacità che aveva di assicurare l´ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini». (Sportweek della Gazzetta dello Sport, via Dagospia)
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Vedo un futuro nella Lazio per il portierone rossonero.http://claudiocaprara.ilcannocchiale.it/2008/09/29/christian_abbiati.html
La tripla V
A distanza di giorni sembra chiaro che l'appartamento a New York dei Veltroni è destinato a diventare un luogo comune dell'opinionismo, alla stregua della “Barca di D'Alema”. Così come non c'è niente di male ad avere una barca, allo stesso modo un investimento immobiliare a Manhattan presenta in questo periodo indiscutibili vantaggi; e tuttavia non c'è più scampo: da qui in poi WV sarà sempre “quello con il flat a Manhattan”. Si batte dalla parte dei ceti più deboli? Sì, però c'ha casa a Manhattan. Difende cautamente qualche principio di economia liberale? Per forza, cosa vuoi che faccia uno con la casa a Manhattan? E me li vedo già, corsivisti di Libero e Liberazione, divisi per credo e per stipendio, ma affratellati nel rinfacciare al leader della sinistra il suo salottino tra i grattacieli. Tutto ampiamente prevedibile: in fondo bastava studiare, appunto, il caso della “Barca di D'Alema”; il bello degli errori degli altri è che ti permettono di imparare, o no? No, pare di no. O vuoi negare a un leader della sinistra il diritto di sbagliare di testa sua?
Io lo so che dovrei piantarla, con Veltroni. Che sì, avrà fatto i suoi errori, ma non è Il Male. Non è lui che si è fatto le leggi su misura. Non è lui che mi taglierà le ore, e prossimamente la paga. Non è lui che si è preso editoria e tv. Insomma non è lui ad avermi costruito un mondo così brutto intorno. E prendersela con lui non risolve niente. Eppure non ce la faccio. C'è qualcosa che continua ad attirarmi a lui, come le ultime zanzare al faro incandescente. Il fatto è che mentre il fenomeno Berlusconi è stato descritto e interpretato fino alla noia, il fenomeno Veltroni ha ancora vaste zone d'ombra, e complessità che votandolo non t'aspettavi. Per esempio, negli ultimi giorni mi sono reso conto che Veltroni è uno e trino, proprio come Dio (un altro sul quale è meglio non fare troppo affidamento nel breve termine). Le tre persone di Dio sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; le persone di Veltroni le ho scoperte io e, con un certo risparmio di fantasia, le ho chiamate Wally, Vartere e Valter.
Wally è quello simpatico, alla mano, americano ma di Brooklin. Uno sciuscià cogli occhi lucidi di speranze e sogni... In realtà sappiamo tutti che dietro Wally c'è una strategia. Ma è comunque una strategia elaborata da Wally, mica da una commissione di sociologi ed economisti. Wally è cresciuto con il mito dell'America (quasi clandestino, perché nel frattempo Vartere e Walter frequentavano la scuola del PCI), e quando è crollato il muro di Berlino ha pensato di rivendersela come La Nuova Idea. Istintivamente, Wally ha centrato un bersaglio: esaurite le vecchie ideologie, non valeva neanche la pena di montarne di nuove. Bastava creare un certo immaginario, popolato di Personaggi Giusti: Kennedy, Martin Luther King, Don Milani, di arredi cool (il jazz, il cinema), con qualche concessione al Trivial (le figurine). Non una struttura: un fondale. L'idea era interessante, ma si è ritrovata a fare i conti con la corazzata Mediaset, che pescando nelle acque basse del desiderio collettivo stava creando un immaginario di livello assai più scadente, ma di più facile presa. Fu la battaglia tra il Cinema e la TV, e non c'è mai stato nessun dubbio su chi avrebbe vinto. In fondo, Wally la sua campagna elettorale la perse 12 anni fa, quando il suo partito montò un referendum al grido “ Non si interrompe un'emozione”, e gli elettori gli mostrarono che le emozioni s'interrompono, eccome, anche con le televendite (che così c'è il tempo per sparecchiare e poi a volte si fanno buoni affari). Ma neanche quella batosta lo ha fermato.
Ancora l'anno scorso Wally continuava a snocciolare i suoi eroi, di fronte a una platea invecchiata con lui, e incredula di trovarlo tanto simile alla sua caricatura. Io comunque ho tifato Wally, fino alla fine. Perché sì, è facile sfotterlo quando di mettere insieme due come Che Guevara e Bob Kennedy, che si sarebbero sparati a vicenda; però un'Italia con cinque canali nazionali in mano a Wally non sarebbe così male. Jovannotti finirebbe ministro dell'ambiente e i ragazzini scaricherebbero “I have a dream” come suoneria: perché no? In un'Italia così sarebbe facilissimo anche ritagliarsi il proprio spazio di bastian contrario: sfottere Wally e il wallismo è facilissimo, è come stroncare i romanzi di Baricco: non ci vuole niente e ti fa sentire super-intelligente. Se Veltroni fosse tutto qui, sarebbe simpatico. Invece no, questo è solo il primo terzo (ahimè, il migliore).
 La seconda persona di Veltroni l'ho chiamata Vartere, forma romanesca, e qui la romanità è intesa come un mix di incompetenza e autoindulgenza – no, lettori romani, non sto dicendo a voi, che siete straordinariamente simpatici e vivete in una città meravigliosa, però... però un po' sì. Del resto se Veltroni è rimasto sulla breccia è colpa anche vostra, che per due volte lo avete eletto sindaco. Un buon sindaco, dicevate – anche se Roma era sporca parecchio, dai. Ma in generale, non vi sembra che Vartere abbia goduto di una certa condiscendenza? Dopotutto fu il segretario che portò i DS ai minimi storici – sette anni dopo gli abbiamo dato in mano la sinistra intera. E lui che ne ha fatto? A un anno dalle primarie, vogliamo provare a tracciare un bilancio?
Da una parte mettiamo le cose buone. Anzi mettetele voi, ché a me non ne vengono.
Dall'altra proviamo a mettere tutte le idee bislacche e perdenti... per esempio, il Loft. Che razza di strategia comunicativa, eh, annunciare a tutti che il partito aveva un Loft. Sì, sono dettagli, ma proviamo a metterli in fila. Chi ha scelto quel colore verde vomito? Chi ha escluso la sinistra per imbarcare Di Pietro e quattro radicali? E la raccolta firme, qualcuno si ricorda della gloriosa raccolta firme (vedi Zoro)? E tante altre piccole cose che si sentono dire e che spesso si preferiscono dimenticare... ma lo sapete che vuole chiamare il movimento giovanile PD “Young Democrats”? No, ma seriamente, Young Democrats? Ma che roba è? Ma quanti yesmen devi avere incontrato sulla tua strada per venirtene fuori con queste stronzate? E il balletto su Alitalia? Mi ero finalmente convinto – leggendo quotidiani di sinistra – che il progetto CAI fosse un papocchio berlusconiano irricevibile... quand'ecco arriva Vartere, ci mette il naso, lascia intendere che i sindacati non avrebbero fatto niente senza di lui, e pretende pure che tutti gli dicano grazie, e se Berlusconi non lo fa pesta i piedi. Roba da farti rivalutare Berlusconi nel 2008, almeno lui nel fotterti è coerente.
Insomma, Vartere è il disastro nascosto dentro Veltroni, che tutti abbiamo fatto finta di non vedere. Quello che s'inventa i piani più complessi pur di fallire. Dagli in mano un quotidiano, e lui lo trasformerà in una videocassetta, che fallirà comunque. Chissà cos'avrebbe combinato all'Africa – magari questo è il senso del nostro sublime sacrificio. E comunque no, Vartere non è il peggio di Veltroni.
 Il peggio è Valter. Pronunciato alla tedesca. Con un'intonazione marziale e un sinistro rantolio. Dark Valter è il lato oscuro di Veltroni, quello che ancora oggi s'intravede fatica. Quello che deve aver ceduto alla metà oscura, a un certo punto della sua carriera. Forse subito.
È quello che assorbe polemiche e proteste come un buco nero, senza riflettere niente.
Quello che si è preso il partito, tutto, e non lo molla più, nemmeno se perde le elezioni (e infatti le ha perse. Però ha mandato Franceschini a spiegare che è normale, che anche Zapatero e la Merkel hanno perso la prima volta. Menzogne spudorate).
Quello che le critiche interne non le concepisce, semplicemente.
Quello che in giugno si fa approvare una direzione nazionale su misura e poi manda a casa i delegati in anticipo.
Quello che con gli young democrats sfodera un'arroganza che si starebbe meglio indosso a un vincente
"Il vostro compito è riprendere lo spirito del Lingotto, quando mi sono candidato alla guida del Pd, lo spirito del pullman e delle primarie di un anno fa. Altrimenti, vi spengo la luce" (Lo spirito del Lingotto?) Quello che in sostanza persegue un progetto preciso: gestire il PD come roba sua, in attesa che Berlusconi passi di moda o muoia. E tanto peggio se nel frattempo il partito sta diventando “Una democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria. Il dissenso visto come un fastidio di cui liberarsi”. Del resto anche queste non sono che parole di Wally – uno che in fondo Valter lo conosce bene.http://leonardo.blogspot.com/
 Sarà che vivo all'estero, sarà che le persone che incontro sanno benissimo come la penso, o sarà magari che la gente pure un po' se ne vergogna, ma insomma mi capita rarissimamente di incontrare persone che mi dicano apertamente di essere berlusconiane. Poi, questo fine settimana, mi è successo.
Ero a Bologna, si parlava con l'amico di un amico, uno chiaramente schierato a destra, e quando gli hanno detto che faccio politica e che ero del PD è partito con tutta una filippica sui comunisti e su Prodi e Cofferati e su come la politica del centro-sinistra abbia rovinato Bologna e l'Italia.
Gli ho detto che - grazie - vedevo benissimo le magagne di casa mia, ma che insomma tra noi e la destra c'è un abisso, etico ed estetico, sui valori delle istituzioni, della democrazia, e poi l'antifascismo e la mafia... Mi è saltato addosso con un'altra tirata al termine della quale si è fermato, mi ha guardato e mi ha chiesto pure un po' stupito: "Ma poi, a te, la mafia cosa ti ha fatto?" http://www.ivanscalfarotto.it/2008/09/che_tha_fatto.html#more
I padrini ricostituenti
Ora d'aria
l'Unità,
Al Tappone ha voluto festeggiare il suo 72° compleanno nel solco della tradizione: raccontando balle. Ha fatto la solita lista di processi a suo carico, esagerando un po’ (“100 procedimenti, 900 magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 587 visite della polizia giudiziaria, 2500 udienze, 180 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti”) e senza rendersi conto che anche un decimo di quelle cifre in qualunque altro paese avrebbe catapultato il premier, se non in galera, almeno fuori da Palazzo Chigi. Ha ripetuto di essere “ sempre stato assolto”, mentre ha avuto 6 prescrizioni perché lui stesso ha dimezzato i termini di prescrizione (controriforma del falso in bilancio e legge ex-Cirielli) e 2 assoluzioni perché “il fatto non costituisce più reato” in quanto lui stesso l’ha depenalizzato (sempre il falso in bilancio). Ha raccontato che la legge Alfano è “comune ad altri Paesi europei”, mentre non esiste democrazia al mondo che preveda l’immunità per il premier (Grecia, Portogallo, Francia e Israele la contemplano solo per il capo dello Stato). E s’è dimenticato di spiegare come mai, appena passato il Dolo Alfano, il suo avvocato on. Niccolò Ghedini annunciò che lui non l’avrebbe usato perchè voleva essere assolto, mentre ora pretende di applicarlo pure al coimputato Mills con la sospensione urbi et orbi del processo.
Per fortuna esiste ancora un giudice a Milano, anzi parecchi: per esempio quelli del processo Mediaset (D’Avossa, Guadagnini e Lupo), che hanno accolto la questione di incostituzionalità dell’Alfano proposta dal pm Fabio De Pasquale, inoltrandola alla Corte costituzionale perché la porcata venga dichiarata illegittima. Cioè nulla. I testi di De Pasquale e del Tribunale, sono la più plateale smentita alle balle del Cainano, sulla scorta di quel documento eversivo che è la Costituzione. Secondo il pm, l’Alfano la viola in quattro punti. 1) Se l’art. 3 statuisce l’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge e dunque l’art.112 prevede l’azione penale obbligatoria, non si vede come si possano sospendere i processi a carico delle 4 alte cariche dello Stato senz’alcun vaglio sulla gravità dei reati commessi né alcun filtro sull’opportunità di una scelta tanto pesante. Già bocciando il lodo Maccanico-Schifani, la Consulta aveva contestato il carattere generale e automatico della norma, ma Alfano se n’è infischiato e l’ha riproposta tale e quale. 2) Per l’art. 136, le leggi dichiarate incostituzionali sono nulle, dunque non si possono ripresentare: nullo lo Schifani, nullo anche l’Alfano. 3) La figura delle 4 “alte cariche”, per la nostra Costituzione, non esiste. Esse hanno diverse fonti di legittimità:il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune più i presidenti di Regione; i presidenti delle Camere sono eletti dalle Camere; il premier è nominato dal capo dello Stato. Accomunarli nello stesso calderone impunitario non ha alcun senso. 4) Per derogare al principio costituzionale di eguaglianza, occorre una legge costituzionale: infatti sono articoli o leggi costituzionali a stabilire trattamenti speciali per ministri, capo dello Stato, giudici costituzionali e parlamentari. L’Alfano è una legge ordinaria, dunque non vale.
De Pasquale cita i lavori della Costituente, dove nel 1947 si discusse se immunizzare il Presidente della Repubblica (non certo quelli del Consiglio o delle due Camere) per reati comuni commessi fuori della sua funzione. L’on. Bettiol la propose, ma fu bocciato a larga maggioranza. Calosso obiettò: “Non vedo la necessità di costituire al Capo dello Stato una posizione speciale. Abbiamo una magistratura che è sovrana ed è uno dei poteri dello Stato… Persino presso certi popoli coloniali è possibile chiamare dinanzi al giudice il governatore”. Il grande Mortati rivelò: “Si è omessa intenzionalmente ogni regolamentazione della responsabilità ordinaria del Presidente. E’ una lacuna volontaria della Carta costituzionale”. Il presidente dell’Assemblea, Meuccio Ruini, tagliò corto: “Meglio una lacuna che un privilegio troppo grande per il Presidente, il quale è sempre cittadino fra i cittadini, anche se ricopre il più alto ufficio politico. Non ammetterei che per 7 anni il Presidente della Repubblica non rispondesse alla giustizia del suo Paese”. Altri tempi, altri padri costituenti. Poi arrivarono i padrini ricostituenti a spiegarci che la legge è uguale per tutti, tranne quattro
(Vignetta di Natangelo)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Veltroni: Berlusconi come Putin
Parole, parole, parole
di Paolo Flores d'Arcais
 Walter Veltroni ha dichiarato che il governo Berlusconi sta “putinizzando” l’Italia.
Per questa affermazione, il segretario del Pd, nonché “Primo Ministro-ombra”, dovrebbe pagare i diritti d’autore alle manifestazione di Piazza Navona dell’8 luglio. Almeno nel riconoscimento morale che quella manifestazione, da Veltroni tanto ostacolata e vituperata, aveva visto con lucidità il senso del regime berlusconiano, col quale invece il Primo Ministro-ombra spensieratamente insisteva a voler dialogare.
In realtà il segretario del Pd non ha affatto cambiato posizione. La sua intervista è il classico specchietto per le allodole. Valga il vero: mentre Veltroni parla di Berlusconi come di un Putin all’italiana, il segretario ombra del Pd, lo skipper Massimo D’Alema, dichiara che nihil obstat a che il medesimo Berlusconi-Putin venga incoronato Presidente della Repubblica. E del resto Walter Veltroni, che i maligni considerano ormai il numero due del Pd, si è impegnato allo spasimo per togliere le castagne dal fuoco a Berlusconi-Putin sul caso Alitalia. La “soluzione” del caso Alitalia è un esempio da manuale del “tanto peggio tanto meglio”, visto che la “rapina” realizzata è esattamente la peggiore delle soluzioni possibili.
L’affermazione di Veltroni sul progetto putiniano di Berlusconi resterà senza conseguenze. È solo un po’ di retorica in vista della manifestazione indetta dal Pd per fine ottobre. Nel frattempo il dialogo non continua solo perché sprezzantemente rifiutato dal Putin di Arcore. Se le parole di Veltroni fossero più che un flatus vocis il Pd starebbe già mobilitando i suoi militanti per il referendum proposto da Di Pietro e ogni giorno in Parlamento organizzerebbe l’ostruzionismo più estremo.
Tanto per cominciare.http://temi.repubblica.it/micromega-online/parole-parole-parole/
L. elettorale: Ceccanti, Austria dimostra 'tedesco' non funziona
ANSA - (ANSA) - ROMA, - 'Le elezioni in Austria, dove si vota con un sistema simile a quello tedesco (proporzionale puro con sbarramento al 4 per cento) dimostrano ancora una volta che i sistemi proporzionali puri, fotografici, anche se corretti da uno sbarramento, rendono spesso difficile l'emergere di un chiaro vincitore'. Lo sottolinea il senatore del Pd Stefano Ceccanti, parlando della riforma della legge elettorale anche in rapporto all'esito elettorale in Austria.
'Risultati - aggiunge - tanto incerti pertanto spingono a innaturali gradi di coalizioni e favoriscano inevitabilmente il rafforzamento degli estremisti che sono fuori dal governo con posizioni demagogiche e populiste'.
'Cosi' - conclude Ceccanti - in una spirale perversa si e' spinti a riformare di nuovo una Grande coalizione con consensi sempre piu' ridotti. L'Italia puo' e deve stare alla larga da quelle tentazioni'.(ANSA).
Più di un anno fa ci fu una diatriba interna all'intellighenzia italiota in Germania, tra Delio che affermava esserci una specie di totalitarismo in Baviera e il sottoscritto che non era per niente d'accordo, visto che in Baviera si vota su base democratica.
A più di un anno di distanza, la DC locale ha fatto il suo congresso e ha provato a piazzare il suo leader maximo, Günther Beckstein; ma ha preso una batosta di quelle che non si dimenticano, perdendo 17 punti percentuali e 36 seggi.
Chiamasi democrazia.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Il New York Times nota che la crisi di Wall Street ha mostrato il vero caratteri di Barack Obama ("measured and cerebral and inclined to work the phones behind the scenes") e John McCain ("impulsive as he dive-bombed targets"). Penso che gli Stati Uniti siamo stufi di pompieri/piromani come McCain. E spero di non sbagliarmi.http://giornalismoparma.typepad.com/
Elezioni in Baviera: la CSU crolla, ma l'SPD non ne approfitta
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Qui le due fasi del live-blogging di ieri:
1^Parte
2^Parte
Dopo anni di totale ed incontrastato dominio, la Baviera si è nettamente sganciata dalla CSU. Eppure, la diaspora dell’elettorato deluso si è indirizzato in maniera inequivocabile verso gli altri due partiti di estrazione borghese, i liberali dell’FDP da un lato e la lista dei Freie Wähler dall’altro. E’ questa, in sintesi, la cartina di tornasole che emerge da una consultazione elettorale davvero al cardiopalma, nella quale sino alla fine è sembrato possibile che all’estrema sinistra (Die Linke) riuscisse il colpaccio di entrare nel Landtag di Monaco. Così non è avvenuto, ma il 28 settembre sarà in ogni caso ricordato come un giorno storico per la politica bavarese, che d’ora in poi assumerà connotati di gran lunga “più tedeschi”: niente più partiti con percentuali bulgare o liste regionali così potenti da poter essere identificate con il Land stesso. Quell’epoca si è ormai chiusa. E l’epilogo è andato in scena ieri sera, quando la CSU, dopo esattamente 46 anni di governo monocolore, è senza mezzi termini capitolata, fermandosi ad un imbarazzante 43%. Sul fiacco e goffo tandem che ne ha retto le sorti nell’ultimo anno cala per ora mestamente il sipario: Günther Beckstein, il governatore in carica, ha tuttavia già chiarito di non avere alcuna intenzione di dimettersi, mentre Erwin Huber, capo del partito, ha rinnovato la sua fiducia a Beckstein. Insomma, la coppia tenta vicendevolmente di sorreggersi, mentre il terreno le frana rovinosamente sotto i piedi: quasi diciotto punti percentuali in meno rispetto al 2003 sono infatti un’enormità per un partito che ha fatto dei successi economici e sociali del passato la sua bandiera. Aspettarsi il passo indietro di almeno uno dei due uomini al vertice era nell’ordine delle cose e chissà che infatti non succeda qualcosa di simile già a partire dalle prossime ore, quando potrebbe essere annunciato un congresso straordinario da convocarsi in ottobre. Di certo il tracollo della CSU non si ridurrà affatto ad una questione politica periferica, ma avrà conseguenze ben più serie sulla stabilità dei rapporti con la sorella maggiore, la CDU della signora Merkel, che, per battere i socialdemocratici nelle elezioni del prossimo anno, deve poter contare su una costola bavarese in grado di macinare un gran numero di consensi. Dal canto suo, l’SPD non può certo dire di aver fatto meglio: Franz Maget, lo sfidante di Beckstein, è riuscito addirittura a peggiorare il minimo storico raggiunto alle scorse elezioni, andando sotto il 19%. Ai microfoni dell’emittente televisiva ZDF, il politico socialdemocratico ha però ostentato notevole soddisfazione, proponendosi persino come ipotetico ministro-presidente per una variopinta coalizione con Verdi, FW ed FDP. Ma la strabiliante sorpresa di queste elezioni ce l’ha riservata il piccolo raggruppamento dei Freie Wähler, capitanato da un agricoltore dal forte accento bavarese e supportato da numerosi politici fuoriusciti di recente dalla CSU, tra cui anche Gabriele Pauli, l’affascinante cinquantenne che poco più di un anno fa mise alle corde Edmund Stoiber, costringendolo infine alle dimissioni. I FW, che hanno toccato la vetta del 10%, si presentano come una formazione per molti versi simile all’antica Bayernpartei, movimento ultraconservatore e dalle tendenze separatiste che fino agli anni ’60 ha fatto una serrata concorrenza alla CSU. In più, e questo è segno dei tempi, i FW incarnano anche un’anima decisamente ambientalista e particolarmente attenta ai piccoli problemi delle realtà locali. Ora, grazie al sorprendente risultato di ieri, potrebbero addirittura volare al governo del Land. Le trattative a tal riguardo verranno intavolate già a partire da domani, ma sembra scontato che si vada verso una rielezione di Beckstein attraverso l’appoggio vitale dei liberali. Congettura violentemente rigettata da Sepp Dürr, capogruppo dei Verdi al Maximilianeum, il quale ha giudicato “scandaloso” il tentativo della CSU di stravolgere la volontà degli elettori, i quali, a suo dire, avrebbero espresso un chiaro desiderio di cambiamento. In realtà, la CSU si mantiene pur sempre primo partito, mentre se si sommano le percentuali dell’opposizione rosso-verde non si va oltre quota 28%. Di primo acchito, agli occhi di un non specialista, il risultato potrebbe insomma apparire più che dignitoso per i conservatori, i quali, pur avendo perso la maggioranza assoluta, hanno comunque vinto in tutti i collegi elettorali meno uno. Ma qui si parla della Baviera, dove la normalità è entrata a far parte del gioco politico soltanto con la cesura di ieri...
P.S.: Se è vero che i problemi non vengono mai da soli, date uno sguardo sul blog di Pierluigi Mennitti a che cosa è successo alle comunali nel Brandeburgo. La CDU è andata sotto il 20% e ora appaiate in vetta ci sono SPD e Linke. L'acqua zampilla ormai dappertutto, i semplici tappabuchi non sono più sufficienti... Ad Est è meglio che la CDU si rimbocchi le maniche se non vuole rimanere con un palmo di naso tra un anno.http://germanynews.ilcannocchiale.it/
War Nerd Islamablog: giorno 2
[Visto che qua siamo sempre stati un po' da esplosivi nei camion e nei controsoffitti, che l'attentato di Islamabad ha le sue stranezze e che l'adorabile ciccione di Fresno lo sta seguendo per noi nel moltiplicarsi incontrollabile di notizie non confermate e di false piste, io dico: teniamoli d'occhio, questi post].
War Nerd Islamablog: giorno 2
di Gary Brecher
L'idea è questa: per un po' posterò tutti i giorni sull'attentato di Islamabad, cercando onestamente di vedere come filtrare le cazzate e capire cosa sta succedendo.
Dovrebbe essere un buon caso di studio, perché ne girano di tutti i colori, ho già saputo cose sorprendenti e ho scoperto che mi sono sbagliato nelle deduzioni basate sui primi lanci d'agenzia.
Chiaro, se sei duro di comprendorio qualsiasi cosa è una sorpresa. Ho letto un titolo, oggi: "Sospetti su Al Qaeda per l'attentato di Islamabad". No, ma pensa? Sicuri che non siano stati i baschi? O il fronte di liberazione della Corsica?
Quello che mi ha sorpreso è la notizia che il camion non era imbottito di esplosivo a base di fertilizzante, ma di esplosivo commerciale di alta qualità. Visto che è più efficace, ne basta meno. Le ultime notizie dicono che si trattava di circa mezza tonnellata di esplosivo commerciale e non di una tonnellata di fertilizzante. Questo solleva tutta una serie di domande. Tipo, perché preoccuparsi? Voglio dire, se una tonnellata di fertilizzante con una piccola carica molto potente collegata a una o due capsule detonanti può bastare, perché sprecare esplosivo di alta qualità? Per ora non ho risposte brillanti a questo tipo di domanda. Ma il punto qui è cercare di vedere quello che NON ha senso. È il primo errore dei war nerd principianti: ipotizzare che la storia messa in giro dalla stampa abbia senso. Un sacco di volte la cosa importante è vedere quello che non quadra, non far quadrare tutto troppo presto.
Sono tante le possibili ragioni per l'uso di esplosivo di alta qualità: tipo lo spazio. Esplosivo più potente significa che puoi farlo stare in un veicolo più piccolo. Ho guardato i video delle telecamere a circuito chiuso ( video 1, video 2) per farmi un'idea del camion che hanno usato, ma per ora non riesco a capire quali dimensioni avesse, né se questo sia importante.
Poi c'è la questione della domanda e dell'offerta: se hai un'offerta infinita di esplosivo di alta qualità non devi star lì a maneggiare grandi mucchi di fertilizzante puzzolente. Forse hanno pensato che i cani all'ingresso dell'albergo avrebbero fiutato il fertilizzante e non l'esplosivo commerciale. E qui c'è un altro fatto per il quale ho zero informazioni di partenza, e cioè: questi cani fiutano una vasta gamma di esplosivi o solo un tipo, come il nitrato d'ammonio o la dinamite? Qualcuno lo sa?
Al Q probabilmente in questo caso non deve preoccuparsi per l'offerta, perché in Pakistan è molto potente: voglio dire, se la CIA non riesce a trovare Osama dopo sette anni di tentativi, anche se sa che sta da qualche parte in Pakistan, se ne deduce che i jihadisti lì sono piuttosto forti.
In effetti per Al Q il Pakistan è più sicuro dell'Afghanistan. Ecco il perché di tutto questo parlare degli Stati Uniti che invadono il Pakistan dall'Afghanistan: perché il Pakistan è zona sicura per le milizie talebane e di Al Qaeda in fuga dalle forze ISAF/NATO in Afghanistan. Il Waziristan è quello che era la Cambogia per l'esercito nordvietnamita, un grande deposito dove tengono scorte e ospedali.
Con un controllo effettivo del territorio come quello che hanno su intere zone del Pakistan possono immagazzinare parecchio materiale, compresi tutti i tipi di esplosivi, il che - per tornare all'attentato di Islamabad - significa che possono fare a meno di preoccuparsi del fertilizzante.
In questo attentato hanno impiegato una grande quantità di roba di alta qualità, basta vedere il cratere che hanno lasciato davanti all'hotel. Qualcuno ha bisogno di un bella fossa? Servizio Osama, scaviamo mentre ispezionate il nostro camion, risultati garantiti.
Un'operazione come questa comporta parecchi calcoli. Per esempio si deve valutare a mente fredda quanto bisogna essere vicini al bersaglio al momento della detonazione. L'ideale è trovarsi all'interno dell'edificio, perché quasi tutta l'energia dell'esplosione va verso l'alto. Mi fa ancora male anche solo nominarlo, ma l'attentato suicida più efficace è stato quello che ha ammazzato 241 Marines a Beirut, dove qualche idiota aveva pensato bene di alloggiarli in un piccolo grattacielo. Gli sciiti hanno guidato un camion letteralmente dentro l'edificio, si sono fermati e sono esplosi, e il palazzone è venuto giù.
Ma è stato molto tempo fa, prima che la sapessimo lunga sui camion bomba. È una cosa che ha fatto strage nella mentalità della gente (se mi perdonate il doppio senso), dunque non è più probabile che un camion riesca ad arrivare così vicino. Non si può dare per scontato che riesca ad arrivare neanche alla zona di scarico e carico dell'albergo; bisogna calibrare la quantità di esplosivo pensando a quanto lontano dal bersaglio ti fermeranno. Forse chi ha progettato la bomba ha ipotizzato che il camion non avrebbe oltrepassato l'ingresso dove i cani si sarebbero messi ad abbaiare. (A proposito, nessuno ha trovato pezzi di cane in cortile, tipo a Delhi o ad Ankara? Se sì, teneteli, valgono qualcosa per i cacciatori di macabri souvenir perché probabilmente sono volati lì da Islamabad). Il cratere si troverà forse a una ventina di metri dall'hotel, ma quando quelli di Al Q hanno fatto il sopralluogo avranno notato che non c'è niente tra l'ingresso e la facciata dell'hotel, e il design è semplicissimo, cinque piani che praticamente si affacciano sul parcheggio. È il sogno del bombarolo, perché anche se il camion viene fermato lontano dall'albergo l'esplosione andrà verso l'altro e verso l'esterno, dritta in quei balconi. E l'ha fatto.
Un'altra cosa che mi sto chiedendo è come l'hanno fatto detonare. Nei video delle telecamere a circuito chiuso si vede il camion che prende fuoco: non esplode, ma semplicemente brucia per un casino di tempo prima di esplodere. Questo non dovrebbe succedere. Molto strano. Lo schema classico prevede qui un autista e un passeggero, con il passeggero che tiene in mano il cosiddetto "pulsante del morto", che fa detonare la bomba quando si smette di premerlo: così, se i due vengono ammazzati, le dita del morto si rilassano e la bomba scoppia. E quando lo fa c'è prima la piccola esplosione della carica seguita un nanosecondo dopo dalla grande esplosione. Non dovrebbe esserci un camion che prende fuoco in un parcheggio, che è quello che invece si vede. Si possono perfino osservare alcuni dipendenti dell'hotel che si danno da fare come idioti attorno a una macchina incendiata a Fresno: "Ce l'ha un estintore?" "Una volta mi è successo anche a me!" "È assicurato?"
Guardo il video in attesa che 'sta roba salti in aria e continuo a sorprendermi della stupidità di questi tizi. Uno di loro perfino si avvicina con un piccolo estintore e comincia a spruzzare questo camion imbottito di esplosivo potentissimo. Voglio dire, l'autista in quel momento stava baciando il Corano e dondolando avanti indietro come Stevie Wonder, singhiozzando "Ciao mamma! Ciao sorellina! Mi mancherai, babbo!" oppure "Sto arrivando, 76 vergini!", e questo cittadino servizievole pensa che sia una buona idea avvicinarsi con un mini-estintore di WalMart. E tenete presente che questa è Islamabad, un posto dove anche i ritorni di fiamma dicono "Allah al lavoro!" Ci sono persone stupide e coraggiose, laggiù. Io dal primo secondo in cui vedessi quel camion incendiarsi non farei che pensare quanto veloce può correre da Islamabad a Ovunque un ciccione come me.
E poi c'è la questione del perché abbiano scelto il Marriott. Non nel senso che l'Hilton ha più classe: voglio dire, perché colpire un hotel quando il Primo Ministro dava una festa poco più in là? Nel mio primo post citavo lanci d'agenzia secondo cui le forze di sicurezza attorno alla casa del Primo Ministro sarebbero state eccessive, e allora Al Q, come un bravo quarterback, si è guardata attorno e ha lanciato al secondo ricevitore. Per così dire. È possibile. Voglio dire, fare questa cosa del terrorismo non è facile come pensa la gente: non si può mica riportare il camion in garage e rimandare. Sono destinati a esplodere, non piace a nessuno l'idea di lasciarli in deposito. E tra l'altro anche l'autista suicida è destinato a saltare in aria, si è già preparato a vedere Allah: non puoi mica dire a un kamikaze di rientrare alla base e farsi una bella dormita, che la prossima settimana ci riproviamo. Sta già sotto pressione, e dunque bisogna avere pronto un secondo bersaglio se il primo risulta impraticabile. Perciò potrebbe essere andata così; non lo so ancora.
Ma oggi è saltata fuori un'altra teoria: pare che quella sera al Marriott ci fosse una decina di pezzi grossi della CIA, e forse Al Q ha deciso che valevano lo sforzo. Fosse stato per me, li avrei lasciati stare, come avevano fatto i vietcong con gli ufficiali incompetenti o corrotti dell'esercito della repubblica del Vietnam: meglio lasciare quegli idioti ai loro compiti che ucciderli e rischiare che vengano sostituiti da gente in gamba. Ho un bel po' di talpe nell'esercito e nelle basi degli Stati Uniti in giro per il mondo, e dicono tutte la stessa cosa: "Gary, ho smesso di credere nella CIA molto ma molto tempo fa". Le voci dicono che quelli veri sono i SEAL, e che la CIA è solo uno scherzo. Ricordo di aver letto un libro sulle gloriose passate attività dell'Agenzia, e il loro esempio di traffici della CIA era costituito da un agente che fingeva di essere un dipendente aeroportuale nello Yemen per rubare il contenitore della pipì da un aereo russo su cui volava un pezzo grosso del Cremlino. Secondo quel libro, analizzando la pipì segreta scoprirono che uno dei compagnucci di Brežnev aveva il diabete. Ecco a voi la CIA: fiutare l'urina stantia di un vecchio burocrate e chiamarlo lavoro top secret.
Il loro compito principale è tenere alle stelle il mercato immobiliare di Langley e assicurarsi che tizi loschi del terzo mondo abbiano i soldi per farsi la villa in Francia. Tutto qui. E allora perché sprecare per la CIA un buon kamikaze e tutto quell'esplosivo di alta qualità? Forse semplicemente si trovavano lì. Non ci sono tanti americani in visita a Islamabad in questo periodo dell'anno, per i turisti è bassa stagione da quando hanno dato fuoco all'ambasciata degli Stati Uniti e si sono messi a dare addosso agli occidentali perché un pazzerello saudita e i suoi seguaci hanno attaccato la Mecca nel 1979. Se vi state chiedendo "Cosa c'entravano gli americani?" la risposta è "Niente di niente". Ma è così che vanno le cose con la gente di Islamabad: tende a prendere di mira gli stessi bersagli. Sono creature abitudinarie. Così forse hanno semplicemente visto rosso come tori islamici quando hanno saputo che la CIA era scesa in città, e non si sono fermati a pensare se ne valesse davvero la pena. Come dicevo, non lo so ancora.
Ma quello che voglio dire in questo articolo è quanto sia importante a questo punto NON essere sicuri di niente e non credere a ciò che si legge. Adesso tutte le questioni sono aperte: perché il camion è bruciato? Perché colpire il Marriott? E, soprattutto: quanto sono coinvolti i servizi segreti pakistani, l'ISI? Questa è gente che fa paura, l'unica parte del paese che funzioni davvero bene, ma anche troppo bene, e c'è da star sicuri che alcuni di loro almeno sapessero che stava per succedere. E sottolineo "almeno". Potrebbero aver fatto ben più che sapere.
Lo scopriremo, e io ho intenzione di stare sulla notizia: sbagliandomi e cercando di dirvi la verità, portandovi con me a tentare di vederci chiaro.
Fonte: exiledonline
Originale pubblicato il 21 settembre 2008
Un piano europeo per tecnologie energetiche
Lo Strategic Energy Technology Plan valuta le soluzioni per il futuro energetico dell'Europa. Una nostra intervista al direttore dell'Istituto per l'Energia della Commissione, Giovanni De Santi.
La Commissione europea a novembre scorso ha varato uno Strategic Energy Technology Plan per coordinare la ricerca sulle tecnologie energetiche e porre le basi per una politica comunitaria in materia. Abbiamo rivolto qualche domanda a Giovanni De Santi, direttore dell’Istituto per l’Energia del Centro Comune di Ricerca, organismo con un ruolo di monitor indipendente sulle tecnologie per l’energia e di consulenza presso la Commissione, che ha curato lo sviluppo scientifico del piano.
Ingegner De Santi, qual è lo stato della ricerca sull’energia in Europa?
Da tempo vi è uno sviluppo notevole delle varie tecnologie, ma la cosa di cui ci siamo resi conto è che non c’era un coordinamento. Ecco perché la Commissione alla fine dell’anno scorso ha dato vita allo Strategic Energy Technology Plan. Solo un coordinamento e una visione integrale può garantire che il futuro quadro energetico sia il più sostenibile, il meno costoso e il più sicuro. È l’inizio di una politica energetica comunitaria. Quello che sta facendo la Commissione è aiutare i paesi membri ad abbattere i costi per la ricerca sviluppando una strategia comune e un mercato comune. Ad esempio, uniformare gli standard di sicurezza contribuisce molto a ridurre i tempi e i costi delle innovazioni.
Nell’ambito del piano avete fatto una “mappa delle tecnologie”: quali sono quelle che avete individuato per il futuro energetico dell’Europa?
Per l’orizzonte a breve termine, quello al 2020, abbiamo individuato 7 priorità: il solare (sia a concentrazione che fotovoltaico), l’eolico, il carbone pulito, il nucleare a fissione (di terza generazione avanzata), migliorare l’infrastruttura di distribuzione, l’idrogeno e le fuel-cell, i biofuels di seconda generazione.
Ogni tecnologia deve rispondere a tre criteri: deve essere sostenibile da un punto di vista ambientale, deve essere economica, perché il cittadino deve pagare il meno possibile, e terzo deve essere sicura, cioè dipendere il meno possibile da approvvigionamenti esterni.
C’è chi ritiene che il carbone e il nucleare non abbiano questi requisiti di convenienza economica, sostenibilità e sicurezza negli approvvigionamenti…
Ci sarà bisogno di tutte le fonti di energia, che dovranno essere ottimizzate. Il carbone è una materia abbondante in Europa, soprattutto in Inghilterra e Polonia, per cui non può essere ignorato e occorre puntare sulla tecnologia del carbone pulito, attraverso la cattura dell’anidride carbonica. Il nucleare più che i costi per gli approvvigionamenti deve vincere certe barriere di accettabilità pubblica. Le centrali di terza generazione sono già sicure e competitive, ma occorrerà aspettare la quarta generazione (il cui primo prototipo ci sarà forse nel 2020) per vedere risolti problemi come quello delle scorie, aumentata la competitività e ridotte anche le difficoltà di approvvigionamento.
Tra le priorità c’è il miglioramento della rete di distribuzione…
Dobbiamo avere una rete che si adatta alle caratteristiche di tutte le diverse fonti energetiche. Una rete flessibile e intelligente, ad esempio se si sviluppa l’eolico off-shore si ha energia che non è costante, ma che ha dei momenti di picco con molta energia che la rete deve assorbire e altri momenti in cui non si riceve niente. Ci vuole una rete elastica che assorba i picchi e immagazzini per quando non si riceve niente. Un problema molto grande perché implica un coordinamento tra i paesi membri per aver una rete unificata: occorre abbattere le barriere regionali, se non nazionali, all’import-export di energia.
Quindi si parla di una rete che possa accogliere impianti per l’energia rinnovabile di grandi dimensioni, è un modello che resta compatibile anche con la generazione distribuita da piccoli impianti domestici?
Non si parla necessariamente solo di grandi impianti, ad esempio per il solare (se si esclude quello a concentrazione che deve essere fatto per forza su grande scala) vanno seguite entrambe le linee: sia grandi impianti per produzioni rilevanti che distribuito per i consumi domestici. I due modi di produzione, distribuito a basse potenze e concentrato ad alte potenze, sono compatibili proprio perché si tratta di avere una rete flessibile e un sistema di tariffe altrettanto flessibile, fatte anche di incentivi.
Parlando di incentivi, quando ritiene che il fotovoltaico diverrà competitivo come costi nei confronti delle fonti tradizionali?
In certi paesi del sud dell’Europa è già competitivo sui costi di produzione di energia nei momenti di picco della produzione solare che, specie in estate, corrispondono anche a quelli del picco dei consumi. Quello che manca è la parità a livello di media, ma io credo che la raggiungeremo in meno di 10 anni.
GM
http://qualenergia.it/view.php?id=699&contenuto=Articolo
MUTUI, LA CAMERA BOCCIA IL PIANO E WALL STREET AFFONDA
Wall Street precipita
di Alessandra Baldini
NEW YORK - Capitol Hill boccia il presidente George W. Bush e il capo del Tesoro Henry Paulson: con 228 voti contro e solo 205 a favore i deputati americani hanno affondato il piano di salvataggio di Wall Street. "I mercati del mondo sono sotto stress. Dobbiamo fare qualcosa, e presto", ha detto Paulson dopo la batosta.
Sarebbero bastati 12 voti per capovolgere il risultato. La catastrofica bocciatura ha mandato la Borsa a picco facendo cedere a Wall Street oltre 700 punti, la maggior perdita della storia. Le misure anticrisi da 700 miliardi di dollari sono finite per oggi su un binario morto grazie a una coalizione bipartisan di deputati dopo che ieri un accordo in Congresso sembrava aver aperto uno spiraglio per il rilancio del credito.
La Camera si è riconvocata per giovedì, ma non è chiaro cosa potrà cambiare di qui ad allora. Preoccupati per le ripercussioni sul proprio seggio nel voto alle presidenziali del 4 novembre, una larga maggioranza di repubblicani (133) ma anche un sostanziale numero di democratici (95) della sinistra del partito hanno votato no al gigantesco pacchetto dell'amministrazione Bush per il salvataggio di Wall Street. Il voto è arrivato mentre il sistema finanziario americano continuava a dare prova di ulteriore fragilità con il passaggio al colosso finanziario Citigroup delle attività bancarie di Wachovia: una operazione facilitata dal governo federale. Il presidente George W. Bush, che con il vice Dick Cheney aveva spremuto ogni ultima goccia del suo capitale politico per convincere i recalcitranti, si è detto "contrariato", ha convocato i suoi consiglieri economici e ha avviato telefonate con i leader del Congresso per studiare le prossime mosse.
"Il piano non è morto", ha detto il candidato democratico Barack Obama invitando mondo politico e mercati alla calma mentre il suo avversario John Mccain lo ha attaccato: "E' colpa dei democratici se il piano è fallito".
Alla Camera i leader democratici che avevano negoziato giorno e notte con la Casa Bianca erano sconsolati: "Nessun altro tentativo di resuscitare la legge verrà fatto per oggi", ha detto Barney Frank, il presidente della Comissione Finanze che aveva architettato il piano messo ai voti emendando in 110 pagine le tre paginette della proposta iniziale di Paulson.
"Capisco che è un voto difficile", aveva ammesso stamattina Bush difendendo una legge impopolare e sottolineando che il pacchetto non rappresentava un salvataggio dei pescecani di Wall Street: "Un sì per questa legge è un voto per evitare un danno economico a voi e alla vostra comunità". I parlamentari in ansia per il proprio futuro politico il 4 novembre non gli hanno dato retta. I 228 che hanno optato per il no erano tutti deputati con seggio ad alto rischio. Il voto è stato al cardiopalma: i no sono saliti rapidamente e i leader della Camera hanno tenuto aperte le operazioni per 40 minuti cercando di riportare nella colonna dei 'si' deputati che si erano già espressi contro.
Una volta bocciato il piano, i repubblicani hanno pianto lacrime di coccodrillo: "Non abbiamo scelta, dobbiamo lavorare assieme per trovare un modo per salvare l'economia", ha detto John Boehner, capo dei deputati del Gop. Rispetto al piano offerto dal ministro del tesoro Henry Paulson quello bocciato oggi dalla Camera teneva immutata la cifra, 700 miliardi di dollari, di cui però solo 250 sarebbero stati immediatamente disponibili. Il presidente americano, se lo avesse ritenuto necessario, avrebbe potuto chiederne altri 100 e poi altri 350 soggetti, questi ultimi, all'approvazione del nuovo Congresso che uscirà dalle elezioni.
Limitati in parte anche i poteri del segretario al Tesoro, tramite l'istituzione di un board di supervisione e di un ispettore generale. Fra le altre novità l'imposizione di limiti ai 'paracadute d'orò dei super manager di Wall Street.
Molti deputati che avevano votato per il piano lo avevano fatto tappandosi il naso: Boehner aveva detto che "troppo era in gioco" per non appoggiare la proposta dell'amministrazione negoziata con i democratici. Ma anche Boehner, per non parlare degli intransigenti del partito, erano andati su tutte le furie dopo il discorso in aula della speaker della Camera Nancy Pelosi che aveva attaccato duramente la Casa Bianca per aver provocato il dissesto di Wall Street con otto anni di politiche fallite. 'Un discorso ferocemente partigiano che ha avvelenato gli animi'', ha detto Eric Cantor, uno dei repubblicani già arroccati sul fronte del no. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_785548517.html
Nepal, a salvaguardia dell’ambiente ogni turista pianterà un albero
di Kalpit Parajuli
Il programma coinvolge tutti e 75 i distretti del Paese; esso intende ridurre gli effetti del cambiamento climatico e tutelarne le bellezze naturali.
Kathmandu (AsiaNews) – I turisti stranieri che visiteranno il Nepal dovranno piantare di persona un albero o sponsorizzarne uno, per ridurre gli effetti del cambiamento climatico e contribuire alla salvaguardia dell’ambiente. Lo ha deciso l’Ente nepalese del turismo (Ntb) in occasione della “Giornata mondiale del turismo”, che si è celebrata lo scorso 27 settembre all’insegna dello slogan: “Il turismo risponde alla sfida lanciata dal cambiamento climatico”.
L’iniziativa promossa dal governo durerà un anno e si concluderà il 27 settembre 2009; secondo Prachanda Man Shrestha, capo dell’Ente del turismo, la tassa è il prezzo che “i turisti devono pagare per le emissioni di anidride carbonica” che causano attraverso lo “sfruttamento di beni e materie prime” durante il loro soggiorno in Nepal. I fondi saranno utilizzati per “promuovere uno sviluppo sostenibile” e riguarderanno tutti e 75 i distretti del Paese; per dar vita al progetto il Ministero del turismo e l’Ente turistico hanno stanziato 14mila dollari Usa, che verranno accresciuti grazie ai contributi versati dai turisti.
Hisila Yami, Ministro nepalese per il turismo e l’aviazione civile, ribadisce l’importanza di un “turismo eco-sostenibile” e invita turisti “nazionali e stranieri a contribuire alla “salvaguardia della natura e delle bellezze del Paese” con stili di vita dal “basso impatto ambientale”. Il Nepal è una meta ambita del turismo mondiale con le sue vette da scalare, gli affascinanti paesaggi montani della catena himalayana e le ampie vallate. Il ministro in persona ha deciso di prendere parte all’iniziativa, donando di tasca propria 136 dollari Usa al fondo per l’ambiente.
Per tutelare la sicurezza dei turisti stranieri l’Ente del turismo ha infine predisposto un numero telefonico da contattare in caso di emergenze o necessità, attivo tutti i giorni e a completa disposizione del visitatore. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13338&size=A
EL SALVADOR: La violenza è la nostra compagna di vita
Raúl Gutiérrez ha intervistato Puppet, capo della “Pandilla 18”
SAN SALVADOR, (IPS) - Dice che ha letto la Bibbia tre volte e che i pandilleros - i membri delle bande di strada, le pandillas- sono “non solo esecutori, ma anche vittime del sistema di violenza” in El Salvador. È uno dei capi della “Pandilla 18”, intervistato in esclusiva dall’IPS.
Ci sono voluti tre mesi per riuscire a parlare con “Puppet” (burattino), dopo diversi tentativi falliti e misure di sicurezza molto simili a quelle che servivano per entrare in contatto con i gruppi della guerriglia ai tempi della guerra civile (1980-1992).
Per raggiungere il luogo concordato, abbiamo dovuto addentrarci per i vicoli di un paesino di cui non possiamo rivelare il nome, nella parte occidentale di questo paese centroamericano.
E vincere la diffidenza del nostro interlocutore, un ragazzo di 28 anni, nei confronti dei giornalisti. Tendete sempre a “mostrare solo il lato perverso delle pandillas”, assicura. Forse proprio per rimediare questa mancanza, anche lui un giorno vorrebbe diventare giornalista.
Per molto tempo si è dedicato allo spaccio di droga e al furto. “Mi ha dato la possibilità di fare molti soldi e di avere molte macchine", un’attività che, insiste, ha già abbandonato da tempo.
Puppet ammette che le pandillas hanno anche praticato l’estorsione e che molti pandilleros vengono reclutati, a titolo personale, dalla criminalità organizzata, come sicari.
Il suo aspetto fuga ogni dubbio: sulle braccia e sul petto mostra tatuaggi che lo hanno segnato per sempre, visto che un pandillero “non smette mai di essere membro della banda anche se non è più attivo”. Ha una figlia di quattro anni, Puka. E non si separa mai dal suo telefono cellulare.
IPS: Quanti anni avevi quando sei entrato nella banda? PUPPET: Avevo 13 anni.
IPS: Perchè? P: Dopo la fine della guerra, era diventata una moda. Pura curiosità. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto, nonostante le mie follie e quello che sono diventato. Ho sempre vissuto con i miei genitori e ho sempre avuto un ottimo rapporto con loro. La mia famiglia non è mai stata la ragione per cui sono entrato nella banda.
IPS: Hai superato il rito di iniziazione (essere picchiato da diverse persone per 18 secondi)?
P: Ovvio, è la regola.
IPS: Di cosa ti occupavi in quel periodo?
P: Le nostre attività erano proteggere e difendere il nostro quartiere da altre bande, che venivano a rubare e a maltrattare i più piccoli. Così ci siamo guadagnati il rispetto degli abitanti della comunità, che si sono resi conto che noi li proteggevamo. Una protezione che non avevano neanche dalla polizia.
IPS: Come vi difendevate?
P: All’inizio non avevamo armi da fuoco, usavamo solo coltelli, machete, bastoni e pietre.
IPS: E voi non facevate le stesse cose nel quartiere dominato dall’altra banda?
P: Dove sono cresciuto, ho imparato che le famiglie, e quelli che non sono membri delle bande, non sono tuoi nemici; i tuoi nemici sono le altre bande. Per questo cresciamo in gruppo. Nei quartieri sotto il nostro controllo non chiediamo nemmeno soldi e non viene rubato niente, perché noi proteggiamo queste comunità.
IPS: Fate uso di droghe?
P: La droga - marijuana e alcol - in questo ambiente sono cose normali. Dal 1995, la vendita di cocaina e crack fa parte del business, ma il loro consumo è proibito, per i danni alla salute. Noi vendiamo droga per sopravvivere. La stessa polizia ci vendeva la droga che aveva sequestrato da qualche altra parte. Quella droga la comprano avvocati, giudici, dottori e gente con i soldi.
Per un anno sono stato dipendente dalla cocaina, ma mi sono reso conto dei danni che provocava a me e alla mia famiglia; sono riuscito ad uscirne. Dio mi ha aiutato a lasciare le droghe.
IPS: Se sapete che la cocaina provoca danni, perché la vendete?
P: Così riusciamo a sopravvivere. Ai pandilleros quasi nessuno dà lavoro. Abbiamo bisogno di mangiare, di vestirci, e i nostri figli devono andare a scuola, mangiare.
IPS: Come sei diventato leader?
P: Ci sono molte persone nella banda che danno retta. E poi, ovunque vada nel paese c’è gente che mi conosce e sa che potrei aiutarli a fare molte cose, e probabilmente è così. Ogni zona ha un suo leader. L’idea dei leader nazionali in passato è stata una stupidaggine.
Mi riconoscono e mi rispettano come leader, forse perché mi conoscono da quando ero molto giovane, per il mio comportamento con gli “homeboys” (compagni). Non mi è mai piaciuto fare del male alla gente del mio quartiere. Se uno rispetta gli altri, gli altri lo rispettano. Anche quando un membro della banda esagera con gli abitanti del quartiere…
IPS: Che succede?
P: Prima preferisco parlare con loro e fargli capire che stanno facendo una cosa sbagliata. Poi, se si è già parlato e il pandillero non ha capito, bisogna punirlo perché nella pandilla esistono delle regole. La deve pagare, un sacco di botte.
IPS: E in casi estremi, giustiziarlo?
P: Anche. È una regola che hanno tutte le organizzazioni in tutto il mondo.
IPS: Cosa significa la violenza per voi?
P: Fa parte della storia de El Salvador: violenza dentro la famiglia, abuso e abbandono di minori, disgregazione, violenza privata e istituzionale, e abusi e tortura psicologica della polizia e nelle carceri, anche se le autorità assicurano che siamo praticamente solo noi, le pandillas, la causa della violenza.
So di due pandilleros che sono diventati matti nel carcere di massima sicurezza di Zacatecoluca (centro del paese), come conseguenza della reclusione totale. Uno di loro ha finito per mangiare sapone.
Noi siamo esecutori ma anche vittime del sistema di violenza del paese. La violenza è diventata la compagna di vita di tutti i salvadoregni.
IPS: Gli esperti della sicurezza e le autorità assicurano che le pandillas si sono trasformate, da quando il governo di Francisco Flores (1999-2004) ha cominciato a usare il pugno di ferro con il suo piano del 2003-2004. Da organizzazioni giovanili sono diventate bande criminali.
P: È stato così in alcune zone. Nel mio caso, io vivo in semiclandestinità. Le pandillas hanno dovuto cercare altri metodi per sopravvivere in un ambiente che ci obbliga a non stare più per la strada.
Dobbiamo ricordare che hanno modificato i programmi di governo per poterci perseguire. E se loro fanno un passo avanti, anche noi facciamo un passo avanti per difenderci dalla morte, dal carcere. Le pandillas non possono essere fermate, neanche impiegando “gruppi di sterminio”. Per questo ci associano alla criminalità organizzata, per avere il diritto di sterminarci.
Noi ci siamo decentralizzati, e agiamo per gruppi. La struttura è più orizzontale, la catena di comando verticale appartiene al passato. Quando serve una riunione nazionale, si convocano solo i “pezzi” (membri) che permettono di prendere decisioni globali; ma se poi si prendono decisioni che un leader locale giudica controproducenti, in alcuni posti non si mettono in pratica. C’è autonomia.
IPS: È difficile riunire diversi leader?
P: … (Sorride e prende in mano il cellulare)
IPS: Siete entrati a far parte della criminalità organizzata?
P: Se facessimo parte della criminalità organizzata, una buona parte di pandilleros non sarebbe in prigione, e saremmo prosperi, avremmo la polizia dalla nostra parte, come fa la mafia in altri paesi.
IPS: Le autorità attribuiscono alle pandillas la maggior parte dei delitti, e il 70 per cento degli omicidi.
P: Non è umanamente possibile... Molti gruppi si fanno scudo delle pandillas. Siamo i capri espiatori. Esistono altri gruppi criminali, c’è molta gente che ha fame e commette atti criminali. Ma come dice il proverbio, “fatti la fama e dormici sopra”. IPS: Qual è il tuo futuro come pandillero?
P: Nella mia zona, la mia “clica” (banda) è disarticolata. La maggior parte dei membri è in galera e appena qualcuno esce, lo rimettono subito dentro, che abbia o meno commesso un altro reato. La polizia e la procura mettono in prigione i pandilleros senza prove.
Ho alcuni amici che per anni non sono stati più attivi nella pandilla, ma per il solo fatto che vivevano nel mio quartiere li hanno presi di nuovo, li hanno associati a delitti in cui non c’entravano niente, e condannati a tantissimi anni di carcere.
Voglio finire gli studi e diventare giornalista. Il mio obiettivo, tra cinque anni, se non sarò in carcere, è vivere in un luogo stabile, lavorare e forse avere un nuova famiglia, un altro figlio. Aiutare la mia Puka.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1298
La destra estrema ottiene un sorprendente (?) successo in Austria, la tradizione iniziata da Joerg Haider ha dato i suoi frutti. E guardacaso, il giorno dopo, si scopre che 90 tombe musulmane sono state profanate in un cimitero vicino Linz. E' o non è un segno inequivocabile di un aumento dell'islamofobia di cui si tiene ancora poco conto in Europa? Seconda domanda: una notizia del genere avrà l'onore della prima pagina su di un giornale italiano?http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Il voto della diaspora
scrive Azra Nuhefendić
Anche la vasta diaspora bosniaca ha diritto al voto alle prossime elezioni amministrative. Pochi però lo eserciteranno. Le trasformazioni delle comunità dei bosniaci all'estero, il loro contributo all'economia della BiH e la distanza crescente tra chi è partito e chi è rimasto
Sono tra il milione e mezzo e i due milioni i bosniaci sparsi per il mondo che formano la diaspora bosniaco-erzegovese. Tra di loro, solo 35.000 si sono registrati per votare alle prossime elezioni amministrative.
“E' triste che così pochi vogliano usufruire dell’opportunità di cambiare la situazione in Bosnia Erzegovina (BiH) al meglio”, commenta la presidentessa dell’Associazione mondiale delle società della diaspora bosniaco erzegovese, Senada Softić-Telalović.
La diaspora bosniaco-erzegovese è giovane, costituita negli anni novanta quando in molti, prima di tutto bosgnacchi, furono costretti a lasciare le proprie case. I rapporti tra le varie istituzioni e i diversi gruppi della diaspora sono pochi, spesso costruiti grazie alle iniziative individuali, con poco aiuto e scarsa considerazione delle istituzioni in patria. Non di rado si tratta di amore non ricambiato.
Le ragioni sono diverse. I bosniaci che vivono all’estero, ogni volta devono registrarsi per votare. Non esiste un meccanismo automatico, e per molti questa è solo una perdita di tempo e di soldi. La procedura di votazione è complicata, il seggio per molti è lontano da casa e non possono permettersi di prendere un giorno libero o intraprendere un viaggio solo per votare.
Le rappresentanze ufficiali della BiH riproducono la situazione in patria: sono divise, rispondono ai propri leader nazionali e non al governo centrale. Quando non si occupano dei propri interessi, i diplomatici cercano di promuovere gli interessi della etnia alla quale appartengono o della propria regione. Solo 290 bosniaci voteranno preso le ambasciate o i consolati.
Un fatto che ostacola un rapporto più solido tra la BiH e i suoi cittadini espatriati è la legge bosniaca che non prevede la doppia cittadinanza. Ogni anno, circa 50.000 bosniaci cessano di essere tali. Prendono la cittadinanza del Paese dove vivono e rinunciano a quella bosniaca. Varie volte si è tentato di cambiare la legge, senza però riuscirci. I rappresentanti serbi in parlamento hanno bloccato l’iniziativa.
Pochi tornano in patria solo per le elezioni. I viaggi si fanno durante il periodo delle vacanze, da metà giugno all’inizio di settembre. Un’indagine condotta dalla camera di commercio della BiH, l’anno scorso, ha mostrato che il 76% delle macchine che durante l’estate entrano in BiH portano in patria bosniaco-erzegovesi, il resto sono veri stranieri.
Alcuni politici in pubblico negano interesse per la diaspora che comunque non vota. Un vero scandalo è scoppiato durante l’ultimo congresso della diaspora tenutosi nella primavera scorsa a Sarajevo. L’accademico Muhamned Filipović, noto professore e politico, ha addirittura negato per i bosniaco-erzegovesi che vivono all’estero la possibilità di potersi considerare diaspora.
“Voi non siete una diaspora. Siete semplicemente emigranti. E sarebbe meglio che smetteste di considerarvi importanti per l’economia della BiH”, ha detto Filipović.
Le sue parole hanno suscitato malumore e reazioni negative da parte dei rappresentanti della diaspora arrivati da Australia, America, Nuova Zelanda e vari paesi europei. L’episodio si è chiuso con rabbia da tutte e due le parti, e l’accademico ha lasciato il congresso sbattendo la porta.
Le rimesse dei bosniaco-erzegovesi che vivono all'estero ammonta a circa un miliardo di euro l'anno. Sostengono i propri genitori, i cugini, i figli, gli amici. Il governatore della Banca centrale della BiH, Ljubiša Vladušić, conferma che i soldi che arrivano dalla diaspora sono importantissimi sia a livello individuale (aiutano la gente a sopravvivere), che macro-economico, dato che permettono alla BiH di pagare un terzo del suo debito.
In Bosnia la diaspora non gode di una buona immagine. Si tratta di uno dei tanti risultati assurdi della guerra. Ancora oggi ai membri della diaspora si applica l’immagine, creatasi negli anni sessanta e settanta, degli emigranti economici dell'ex Jugoslavia. All’epoca partivano, di solito, poveri paesani o manovali per andare a lavorare nei paesi dell'Europa occidentale. Tornavano in patria ma erano disprezzati e visti come “primitivi con tanti soldi”.
E’ assurdo, ma vero, che quelli che se ne sono andati dopo l’ultima guerra perché sono stati costretti a farlo, minacciati e deportati, o trasportati all’estero direttamente dai campi di concentramento (come ad esempio un vasto gruppo di bosniaci che ora vivono a St. Louis, negli Stati Uniti), oggi tornano in patria per le vacanze e trovano il disprezzo dei propri concittadini. “Non esco fuori quando ci sono quelli della diaspora”, mi ha confessato un'amica di Sarajevo.
Anche mia sorella per due anni ha fatto parte della diaspora (era scappata in Germania alla fine della guerra). Mi ha detto che “più dei cetnici [i nazionalisti serbi, ndr] odia la diaspora”, senza accorgersi che anch'io faccio parte del gruppo che sostiene di odiare.
Certo questa percezione generale si rispecchia anche nel pensiero dei politici. Alcuni hanno detto in pubblico che la diaspora non gli interessa, “tanto non votano”.
I bosniaco-erzegovesi che vivono all’estero, in paesi più o meno democratici, sono di solito più critici verso i politici in patria, e meno disposti ad accettare le loro bugie, le promesse non mantenute, e non sono disposti ad assolvere la corruzione che sta divorando quello che è rimasto della BiH. La diaspora è meno pronta a perdonare e accettare che le cose vanno avanti tra fatalità e indolenza, come magari fa chi non ha mai lasciato la propria casa.
Su questo ha puntato il regista Danis Tanović (premio Oscar per “No man’s land”). Dopo dieci anni di vita nella diaspora, è tornato a Sarajevo. Ha pubblicato una sorta di manifesto-sfida, invitando la gente a reagire come cittadini e non come popoli.
“Abbiamo visto con i nostri occhi che, dopo diciassette anni di potere dei nazionalisti, di totale e perfido controllo da parte loro di tutta la cultura e della vita pubblica, questi hanno distrutto ogni mentalità critica, la morale, e hanno fatto sparire addirittura quello che, prima della guerra, si considerava lo standard minimo della buona educazione”, ha scritto Tanović.
Con un gruppo di persone come lui, che sono tornati in patria, ha formato un nuovo partito, “Naša stranka” (il nostro partito), con l’intenzione di scuotere la coscienza della gente e sparigliare le carte dei partiti nazionalisti che si rivolgono esclusivamente ai “propri” serbi, ai “propri” croati, ai “propri” bosgnacchi.
Sulla stessa linea è l’invito che ha lanciato ai connazionali Edo Maajka, (Edin Osmić, il più famoso rapper e cantautore della ex Jugoslavia, di origine bosniaca e che vive a Zagabria).
“Votate come cittadini e non come una diaspora”, ha detto Edo Maajka, alludendo al fatto che i popoli costituzionali della BiH, in effetti, si comportano come fossero la diaspora della Serbia, della Croazia e della Turchia.
“I vostri diritti li potete realizzare qui, in Bosnia. Questo è il vostro Paese, non altrove. Perciò votate come cittadini della BiH”, ha aggiunto poi Edo Maajka.
Nelle prossime elezioni la partita maggiore si giocherà là, nei luoghi e sulle terre, quasi etnicamente puliti, divisi, intoccabili per gli “altri”, quelli che non sono i “nostri”. Là si concentra l’attenzione dei politici, maghi della manipolazione.
Loro sollecitano o creano la paura degli altri, dei diversi. I politici, letteralmente, vivono di questo. Fare il politico, il parlamentare, è “il business” più redditizio nella BiH di oggi. L’unica cosa sulla quale tutti i membri del parlamento federale (serbi, croati e bosgnacchi) hanno raggiunto un accordo sono appunto i salari dei parlamentari, vergognosamente alti per uno dei paesi più poveri in Europa.
I politici si rivolgono a chi senza lavoro, con pensioni misere, guadagni da elemosina e senza un degno sistema di protezione sanitaria o di educazione, è facilmente manipolabile. E che si è rassegnato in anticipo. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10185/1/42/
settembre 29 2008
Ci mancava solo il provincialotto dibattito se Berlusconi somigli più a Putin (Veltroni dixit) o all’autoritarismo argentino (Leoluca Orlando).
Ma è possibile che dopo 15 anni non sia ancora chiaro che l’impasto di potere e carisma mediatico, di assoluta indifferenza alle regole e di totale assenza di un pensiero politico che non sia “comando io” è invece un prodotto peculiare e tutto nostrano, e che semmai saremo noi (purtroppo) a esportarlo in giro?http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Caro Christian,
mi permetto di rivolgermi a te con il “tu”, dal momento che abbiamo quasi la stessa età (tu sei del '77 ed io del ’79).
Leggo una tua intervista rilasciata a Sport Week (supplemento della Gazzetta) in cui dichiari la tua fede negli ideali del fascismo, ultimo di una lunga serie di calciatori che condividono le tue stesse simpatie politiche.
Hai poi detto che eri sicuro che la cosa avrebbe provocato scalpore ma non ti volevi tirare indietro nel manifestare il tuo pensiero e le tue opinioni. A me francamente non hanno sorpreso più di tanto le tue dichiarazioni.
In effetti non vedo perché, nell’Italia di oggi e nel calcio di oggi, ragazzi ricchi oltre ogni limite del decoro sociale e ignoranti oltre il limite della umana decenza, cresciuti in un ambiente di esasperato agonismo, ottuso maschilismo, rigida gerarchizzazione delle relazioni, razzismo sfrontatamente ostentato, dovrebbero pensarla diversamente.
E non mi riferisco qui all’ambiente del calcio che conta, la cui patinata vacuità in un certo senso riesce a tenere a freno, grazie al sapiente lavoro della laicizzazione mercantile, le esuberanze più compromettenti e vistose. Mi riferisco a quel mondo delle giovanili (in cui anche tu sarai cresciuto) e del dilettantismo, ai campetti di periferia, cantati da De Gregori e descritti dalle meravigliose pagine di scrittori come Osvaldo Soriano. In realtà quei campetti di una umanità gioiosa, scanzonata e solidale, sono qui da noi – oggi – solo una suggestione letteraria. Non parlo per sentito dire, avendo girato centinaia di campi e campetti della periferia romana nella mia lunga e non fortunatissima carriera di ruvido terzino destro di una squadra di infima divisione (pur se di discreta caratura a livello giovanile). Chi parla di un calcio corrotto dagli interessi economici e dal circo mediatico che ci ruota attorno – comprese le curve neofasciste con la loro arcaicizzante lotta contro il “calcio moderno”, spesso guardata con simpatia a sinistra per le sue venature anticapitaliste – forse non ha mai sentito le grida di quei padri (e tantissime madri) indiavolati ai bordi di quei campetti ad imprecare contro i figli – degli altri, ma soprattutto propri, per qualche errore di appoggio o di disimpegno – o non ha mai assistito alle devastanti risse che quasi immancabilmente si scatenano dopo decisioni controverse di arbitri-eroi che non so quale fanatismo religioso, quale irresistibile pulsione al martirio spinge fino a quelle lande desolate. Ti risparmio, caro Christian, perché ne sarai esperto, di raccontarti cosa succede – e cosa viene gridato dagli spalti e dalla panchina – quando l’arbitro ha la malaugurata idea di essere di sesso femminile. Chi pratica il calcio dilettantistico sa che nessuno sport – a parte i combattimenti clandestini dei cani, da cui però sono esclusi i padroni – è più gratuitamente violento di questo.
Detto ciò, veniamo dunque al motivo della mia irritazione nel leggere la tua intervista. Non sono tanto le tue prevedibili simpatie fasciste a darmi molto fastidio; sono cresciuto in una scuola costellata di celtiche, bomberini ghiaccio, saluti romani e tutto l’armamentario della gioventù romana di ultima generazione e sono abbastanza smaliziato su queste cose. Quello che mi irrita davvero è la trita liturgia di dichiarazione sul perché sei e siete fascisti: “La capacità di assicurare l’ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini” e baggianate di questo genere. Nella vostra ottusa, crassa, ma per nulla innocente ignoranza, riducete sempre il fascismo a una grande organizzazione nazionale per il decoro urbano, a una sorta di braccio politico della polizia municipale. Come se uno dicesse che è comunista perché le metropolitane di Mosca erano splendide o liberale perché nell’Inghilterra della signora Thatcher le cabine del telefono erano efficientissime.
E poi, immancabilmente, per far vedere il vostro critico distacco da alcune, casuali, degenerazioni, prendete le distanze dalle leggi razziali e dall’alleanza con Hitler. Come se si trattasse di cose accidentali, congiunturali, che nulla avevano a che fare con lo spirito originario di un partito nato per costruire quattro palazzi all’Eur e far arrivare puntuali i treni. Come se si potesse dire: “Io ho grande ammirazione per l’Unione Filatelica Italiana, ma certo non ho condiviso quando hanno organizzato quel vergognoso raduno di collezionisti di francobolli”.
Mai uno che almeno si prenda la responsabilità delle sue idee, che onori quel “menefrego” fascista dicendo quello che pensa, quello che veramente pensate. Quel che pensate – giustamente e coerentemente dal vostro punto di vista, come direbbe il nostro ministro della Difesa – lo sappiamo bene noi che leggiamo queste patetiche interviste e lo sapete bene pure voi, caro Christian. Lo sai bene anche tu, che dalle foto del settimane scattate nel tuo soggiorno di eccezionale cafonaggine (tavolo di cristallo con attorno sei sedie... tigrate!) mostri orgoglioso le tue braccia coperte di insulsi tatuaggi. Lo sapete bene, ma mai nessuno che abbia il coraggio di dire: “Ebbene sì, sono fascista, mi stanno sul cazzo i negri, mi piace il Duce, i suoi ideali maschi di forza, di giovinezza, di comando, contro gli intellettualini mezzi froci e comunisti che danno lezioni su camere a gas, campi rom e altre stronzate del genere”. Invece no; siete li tutti a negare e a dire “ma figurarsi”. Come Buffon quando disse che non sapeva che “Boia chi molla” fosse un motto fascista, come Aquilani che disse che i cimeli in casa sua erano regali di uno zio ma lui non ci capiva nulla di politica, come Di Canio che disse che il suo non era un saluto romano ma un saluto alla curva col braccio poi equivocato dai giornalisti. Manco come fascisti siete buoni.http://temi.repubblica.it/micromega-online/louting-ipocrita-del-calciatore-fascista/
Lettera aperta di Gian Carlo Storti a Mauro Fanti
Caro Mauro, permettimi di inviarti questa lettera aperta con lo scopo di riaprire un percorso di confronto politico che mi pare si stia appannando nelle secche del gossip.
Lettera aperta a Mauro Fanti. Caro Mauro, permettimi di inviarti questa lettera aperta con lo scopo di riaprire un percorso di confronto politico che mi pare si stia appannando nelle secche del gossip.
Come è nel mio stile sarò molto franco e rispettoso delle persone in gioco.
1.) La rinuncia di Beluzzi. La decisione del Dr. Pier Palo Beluzzi che tu, insieme ad altri, hai presentato e sponsorizzato, è una tua pesante sconfitta politica. I motivi del ritiro del Dr. Beluzzi sono:
a. Il mancato gradimento al corpo largo del PD che ha una storia riformista, base della stessa costituzione del PD, che lo ha visto e vissuto estraneo, catapultato in uno scenario che non era il suo;
b. l’assoluta impossibilità di capire il suo progetto di rinnovamento presentato solo per slogan con qualche intervista e mai offerto in maniera completa ed approfondita;
c. la sua candidatura è stata giocata non solo come il rinnovamento della politica ma, nei fatti, come una candidatura che avrebbe impedito un ragionamento programmatico e politico con gli attuali alleati (vedi la variegata sinistra);
d. accostamenti poco felici come “Beluzzi il nuovo” e “Corada il vecchio” hanno sicuramente favorito il Sindaco uscente che è conosciuto e stimato nella sua città ben amministrata;
e. la sua professione, magistrato in servizio nella città dove opera e che partecipa alle primarie del PD, al di là della inevitabile strumentalizzazione della Lega (ma un politico non poteva non prevederla) ha aperto un dibattito sulla sua imparzialità e sulla opportunità di tale scelta. Se si fosse candidato in un'altra città, come ha già fatto un altro magistrato di Cremona, sarebbe stata solo una bella notizia..
Mi fermo qui.
Non vedo però nelle tue dichiarazioni di questi giorni un atteggiamento riflessivo e francescano, teso a prendere atto della tua sconfitta e di capire, in qualità di segretario del PD, di come uscire dalla situazione in cui si trova adesso il partito. Non sempre attaccare è la pratica giusta. A volte è necessario fermarsi, riorganizzare le fila e magari arretrare avendo chiaro l’obiettivo: sconfiggere lo schieramento di destra avversario.
Non sono utili a nessuno appelli a Corada di fare ulteriori passi indietro. Ha deciso di stare in lizza e di concorrere alle primarie. Il suo rifiuto della pur allettante proposta di mediazione avanzata da Martina dovrebbe essere sufficiente, credo. Basta insistere su questo tasto. Un terzo candidato che unirà il PD oggi non c'è. Non lo vedo.
2) Le primarie. Insomma queste primarie si vogliono fare o no? Non si potranno fare se vi sarà un solo candidato.. Se anche tu ritieni che primarie siano un valore fondativo del PD allora si lavori per individuare un altro candidato che sfidi Corada.
3.) Il secondo candidato. Chi allora ? Non tocca a me sceglierlo ma solo fare qualche valutazione di scenario e riflessione politica. Dall’impegno che hai speso nel sostenere il dr. Beluzzi, il futuro sfidante del sindaco potresti essere benissimo tu. Non ci hai mai pensato? Pensaci. Questo chiarirebbe le cose.
Si capirebbero le linee politiche tue e di Corada, il partito finalmente potrà ragionare sui contenuti e non sulle “congiure di palazzo o sull’attaccamento alle poltrone”. Alla fine avremo, secondo le regole che ci siamo, dati il candidato Sindaco da proporre alla città. Anche l’On Luciano Pizzetti ha i numeri per candidarsi sfidando Corada. E’ noto che in questi anni ha criticato piu’ volte l’operato del Sindaco ed invocato anche pubblicamente il rinnovamento. Ha quindi tutti i requisiti per potersi confrontare in una campagna elettorale per le primarie e chiarire il significato e la necessità dell’innovazione.
Da tempo viene fatto anche un altro nome e cioè quello di Maura Ruggeri. Persona che come è noto stimo moltissimo e con la quale lavoro, sui temi del welfare, da anni. Anche lei ha tutti i numeri per potersi candidare e sfidare Corada. Non ha un argomento che è quello del rinnovamento, essendo stata per molti anni assessore prima di Bodini ed ora di Corada ed ha un pregio, quello di essere una donna competente ed attiva nella politica cremonese.
Interessante sarebbe capire le differenze programmatiche fra lei ed il Sindaco Corada e dove sta il rinnovamento e la conservazione, quali diverse politiche sociali, quali alleanze ecc.
Chiudo con due riflessioni .
Caro Mauro, voltiamo pagina e portiamo questo partito a confrontarsi sui progetti e non sul “gossip od altre amenità”. Ma devi fare un scelta netta e secca. Individuare lo sfidante di Corada ed andare alle primarie.
Infine un pensiero per Maura Ruggeri, amica di tante battaglie riformiste.
Il nuovo PD Cremonese deve chiudere in fretta questa ferita e tu, con le tue capacità, esperienza e sensibilità hai tutte le caratteristiche per andare oltre questo limite pericoloso che abbiamo forse già abbondantemente superato. In politica le "riserve della repubblica" sono preziose.
Con sincero affetto.
Gian Carlo Storti
Militante del PD
Cremona 28 settembre 2009.http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=10407
Sono iniziate le grandi manovre
di Matteo Viviano (Ulivisti di Liguria),
"...autorevoli esponenti del PD si incontrano al ristorante, più che nei circoli, qualche volta in ex sezioni....Intanto vediamo chi sono i loro referenti nazionali. Sono veltroniani Victor Rasetto, segretario di Genova, il suo collega savonese Lunardon,,Andrea Orlando, Roberta Pinotti...Dalla parte di D'Alema (e un po' di Fassino) stanno il presidente della regione, Burlando, Mario Tullo...Enrico Letta ha una pattuglia di giovani fedeli: da Lorenzo Basso, consigliere regionale, a Raffaele Cruso, ma anche ex ds come Moreno Veschi...I bindiani fanno capo all'assessore comunale, Veardo. Con Rutelli troviamo Vassallo e Benvenuto. La sindaco Vincenzi sembra avere una posizione autonoma...,mentre con Fioroni sono schierati Massimiliano Costa, Gustavino e Rossetti....E poi ci sono quelli di Bersani, guidati dal super assessore comunale, Mario Margini, con Montaldo, l'uomo della snità in regione....Anche loro si incontrano..,stanno preparando un documento perchéil PD metta radici tra la gente...." (dalla cronaca di Genova de La Repubblica del 27 settembre 2008).
Sono, quindi, iniziate le grandi manovre e la caccia alle tessere, per occupare i posti di potere nel PD ligure e per decidere chi sarà il futuro parlamentare europeo (elettori permettendo). Naturalmente, tutto si svolge nel segreto delle cene di lavoro dei vari capi corrente, mentre è completamente assente ogni forma di dibattito democratico nelle sedi di partito, deputate al necessario confronto, ideale e politico, tra gli aderenti e i cittadini del popolo delle primarie. E' forse questo il triste risultato a cui volevamo pervenire noi ulivisti della prima ora, quando seguimmo Romano Prodi per dare gambe al suo progetto politico? Il DNA di certi personaggi non ci appartiene. Cosa abbiamo mai a che fare in questa autentica guerra per bande di partitocratica memoria? Ma, soprattutto, quale senso può avere la nostra testimonianza ulivista in un partito che ci condanna a fare la fine dei vasi di coccio tra quelli di ferro?
Avrei voluto rivolgere queste domande direttamente a Romano Prodi, ma , almeno per ora, il Professore si è chiamato fuori dalla mischia. E, allora, non mi resta che chiederlo sommessamente ai miei attuali punti di riferimento, ai Parisi, ai Monaco, ai Barbi, ai Lettieri e poc'altri ancora. L'esperienza politica de L'ULIVO non può, e non deve, essere messa in cantiere dagli ex margheriti, dai postcomunisti o da qualche ex craxista. Che fare? Questa non è più l'ora dei tentennamenti. Fateci fare quello che volete, MA FACCIAMOLO!
Matteo Viviano (Ulivisti di Liguria)l http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=14292
Loro insistono a farsi del male
(ma il disastro colpisce tutti noi)
Giunio Luzzatto*,
Giornali di stamattina, 29 settembre. Giorgio Tonini definisce il governo Prodi come “rappresentazione plateale e clamorosa dell’impotenza della democrazia”. Paolo De Castro risponde che Veltroni si deve dimettere da Segretario del Pd. Segue una selva di altre dichiarazioni. Intanto Massimo D’Alema offre un accordo a Berlusconi: può fare il Presidente della Repubblica se fa una riforma costituzionale che aumenti i poteri del Presidente (!) ma, bontà sua, crei qualche bilanciamento con altre istituzioni. Qualche colonna di stampa più in là, leggiamo che Berlusconi stesso promette sfracelli istituzionali se la Corte Costituzionale fa il suo dovere esaminando autonomamente le leggi: almeno su questo punto il bilanciamento tra i poteri c’è già, ma proprio Berlusconi lo vuole cancellare. Quanto sta avvenendo costituisce purtroppo una rappresentazione plateale e clamorosa dell’impotenza del Partito Democratico.
Beninteso, la scarsità di risultati del governo 2006-2008 è evidente. E altrettanto lo è la causa: ogni frammento della coalizione voleva distinguersi per avere una propria “visibilità”, esattamente come fa oggi ogni frammento del Pd. L’ala “sinistra” della coalizione ha certo ecceduto, soprattutto sulla politica estera (almeno un merito secco il governo lo aveva acquisito immediatamente, col troppo dimenticato ritiro dall’Iraq): essa ha tirato troppo la corda, ma comunque non la ha rotta. Il centrosinistra, su questo c’è grande silenzio, è stato ucciso invece dall’ala “moderata”, da Dini e da Mastella. Quest’ultimo era un corpo estraneo ai valori e al costume politico prima ancora che ai programmi propri di una sinistra democratica: non è un caso che nel centrosinistra egli fosse entrato solo perché nel 1998, in occasione del colpo al precedente governo Prodi, si era andati in cerca di una stampella per acquisire in Parlamento una maggioranza purchessia.
La rabbia per il fatto che loro vogliono rendersi visibili, e noi popolo della sinistra democratica (sia laica sia cattolica) paghiamo, aumenta se guardiamo alla crisi mondiale del “pensiero unico” iperliberista. Sarebbe il momento di mostrare agli elettori che il vituperato primato delle istituzioni pubbliche rispetto alle aziende è in realtà una garanzia per i cittadini: non solo per le fasce più deboli, ma anche per il ceto medio e per gli imprenditori non banditeschi.
Sarebbe altresì il momento di mobilitare tutti i cittadini disponibili a ricostruire, anche dal basso, la prospettiva di una alternativa progressista di governo. La ricostruzione non può coincidere con un singolo partito politico sfasciato ma arrogantemente autosufficiente, ma potrebbe vederlo protagonista se esso si aprisse al suo esterno: sola ma decisiva discriminante, a sinistra, dovrebbe essere che vi sia appunto una volontà di governo, con un programma credibile e non demagogico, senza alcuna indulgenza per gli atteggiamenti meramente protestatari.
Qualcuno si era illuso che il governo ombra potesse essere questo: non l’ombra di un governo verticistico e partitico, ma un punto di riferimento affinché la più ampia partecipazione della società riapra gli spazi della speranza civile.
* Giunio Luzzatto, ordinario di Analisi Matematica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Genova, fa parte del Consiglio di Presidenza di LeG
http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2215&id_titoli_primo_piano=1
Baricentro
Il Popolo della Libertà cerca un baricentro tra le sue due componenti: solo così, dalla somma aritmetica di due diverse clientele elettorali, potrà diventare un vero partito.
Non è facile, perché ci sono zone dove le difficoltà non sono di poco conto. Si prenda il Casertano, per esempio, tra Mondragone e Casal di Principe: il collaboratore di giustizia che ha fatto il nome di Mario Landolfi (An) è morto ammazzato a giugno, ma quello che ha fatto il nome di Nicola Cosentino (Forza Italia) è ancora vivo.
Finirà che lì bisognerà commissionare il partito prim’ancora di vederlo nascere.http://malvino.ilcannocchiale.it/
Elezioni Giovani PD: Giulia Innocenzi e Dario Marini
Nel giorno in cui Veltroni rilascia un'intervista al Corsera nel quale si mette a parlare come Flores d'Arcais (e come fa questo blog da sempre) dicendo che l'Italia di oggi è come la Russia di Putin, e nel giorno in cui Scalfari ci fa sapere che Berlusconi è sulle orme di Mussolini (e quindi durerà un ventennio), desidero attirare la vostra attenzione su un'altra intervista del Corsera fatta alla sconosciuta 24enne Giulia Innocenzi, pannelliana, che si candida alla segreteria dei Giovani Piddini (sì, un ossimoro, siamo d'accordo) contro Fausto Raciti, segretario dei Giovani DS. Io l'ho scoperta dal blog di Metilparaben.
Benché l'ottimo Zoro mi abbia ben parlato di Raciti, sapete come sono gli AnelliDiFumo: amano parteggiare per le cause perse. E allora andiamo a scoprire chi è Giulia Innocenzi, ossia la prossima sconfitta delle elezioni per i Giovani Piddini.
Aggiornamento: causa persa per causa persa, ottima anche la candidatura del sor Dario Marini da Brescia, che ha anche lui il suo bel blog e anche un profilo facebook.
Se volete saperne di più sulle elezioni dei Giovani PD, potete leggervi un articolo fazioso e destrorso, come tutti quelli di Luca Telese su Il Giornale.
http://www.anellidifumo.ilcannocchiale.it/
Pubblicato di estewald
Le elezioni americane di quest’anno sono storiche per diverse ragioni. La piu’ importante di tutte e’ che il candidato democratico e’ un afro-americano. E’ la prima volta che questo accade. Molti potranno pensare che non sia poi sta gran cosa. Non e’ cosi’.
Stiamo parlando di un paese che fino a 150 anni fa considerava legale la schiavizzazione dei neri, fu necessaria una guerra civile che duro’ oltre 4 anni con molti spargimenti di sangue per imporre la fine dello schiavismo, quella era gente che non era molto ragionevole da questo punto di vista anche perche’ grazie allo schiavismo ci facevano profitti enormi e come cantava Pino Daniele “n’copp ‘e soldi a’ gente nun guarda ‘n faccia a nisciun’”. Un paese dove non c’era uguaglianza di diritti tra bianchi e neri fino a meno di 50 anni fa. Un paese dove il razzismo permea la cultura dominante di molti stati a tutt’oggi.
Persino i piu’ distratti non faranno fatica a crederci vista la messe di film holliwoodiani sul tema che ci ha inondato per anni.
Il fatto e’ senza dubbio rilevante e costituisce molto piu’ una novita’ rispetto alla candidatura a vicepresidente di una donna per il partito repubblicano come e’ avvenuto per Sarah Palin scelta a sorpresa da McCain. Quest’ultima cosa era gia’ avvenuta nel campo democratico nel 1984 quando il candidato Walter Mondale scelse come compagna di ticket presidenziale Geraldine Ferraro (scelta poi rivelatasi infelice sia per l’incapacita’ intrinseca della donna sia per gli scandali riguardanti il marito di lei, il risultato fu una sconfitta catastrofica in favore del presidente uscente Ronald Reagan).
C’e’ una forma di sessismo nella societa’ americana, le donne vengono viste come meno capaci e come inadatte ad un ruolo di comando, tuttavia non sono infrequenti i casi di governatrici senatrici o deputate. Nel caso dei candidati di colore abbiamo invece non solo una sorta di sottovalutazione ma anche una forma di disprezzo e di odio da parte di larghi strati della parte dominante della societa’ ovvero i WASP (white anglo saxon protestant).
Essere presidente non e’come essere governatore o senatore, e’ la carica piu’ alta e senza alcun dubbio molti bianchi americani si farebbero cavare un occhio piuttosto che accettare il fatto che un nero diventi presidente degli USA.
Detto questo nessuno si faccia illusioni, a parte il non irrilevante valore simbolico non c’e’ un cambiamento radicale alle porte in caso di vittoria di Obama come magari avremmo visto con la vittoria di un Dennis Kucinch o di un Ron Paul. Obama infatti si e’ premurato di rassicurare quei poteri forti che da sempre manovrano e manipolano nell’ombra i fili del potere, che non gli avrebbe fatto la guerra. In fondo e’ comprensibile poverino, quelli che ci hanno provato sono stati uccisi tutti senza troppi complimenti come i fratelli Kennedy (mi vengono in mente anche i Gracchi per analogia), MLK, Rabin e tanti altri. Poi la loro morte e’ stata attribuita a situazioni casuali quasi fortuite generate dalla follia di un singolo esaltato, degli episodi isolati, delle coincidenze, mentre invece col passare del tempo viene sempre con maggiore evidenza fuori un disegno piuttosto chiaro. Rassicuratevi, questa gente, che a mio giudizio e’ il corpo cancrenoso di una societa’ corrotta ed in declino, non paghera’. Non lo ha mai fatto.
Questa e’ una delle ragioni per le quali ritengo l’umanita’ meritevole di estinzione.
Questo corpo cancrenoso coincide in gran parte con l’establishment dei repubblicani americani e con i loro alleati, negli USA ed altrove.
I democratici piu’ che altro questo genere di dominio lo hanno subito o ci si sono adeguati per un bel pezzo prima di provare qualche forma di reazione.
Se le mie parole possono sembrare espressione di odio (non certo razzismo non essendo essi una razza ma solo una associazione criminale) sappiate che Howard Dean, segretario del partito democratico americano, ha esternato lo stesso odio e lo stesso disprezzo in questi anni. Per chi si ritiene fan del “buonismo” sappia che Howard Dean ha preso il comando di un partito allo sbando e lo ha portato in pochissimo tempo (grazie anche ad altri fattori di cui parleremo in un altro post) a prendere il controllo sia del Senato che della Camera, e presto forse anche della casa bianca, questo per fare capire quanto sia ridicola l’argomentazione addotta da alcuni leader del PD italiano per giustificare la loro mancanza di nerbo nel rispondere agli attacchi, il buonismo non e’ un modo per vincere ma per perdere certamente. Alla faccia dei buonisti che porgono l’altra guancia non capendo che il vero obbiettivo di questa gente spietata e capace di tutto non e’ la guancia ma il collo, e che non sono li per ferire ma per uccidere.
A volte accarezzo l’idea di vedere vincere McCain sapendo che questo comportera’ una accelerazione all’inevitabile declino americano di cui si e’ parlato in un precedente post. Ma l’idea di veder vincere questi repubblicani, razzisti, avidi, guerrafondai, che nascondono dietro la parola patriottismo una forma becera di imperialismo, che nascondono dietro un fanatismo religioso la voglia di oscurantismo e di controllo assoluto, mi da troppo fastidio. Per questo in un modo o nell’altro faccio il tifo per Obama (penso che comunque la cosa non sorprendera’ nessuno).
Dopo questo preambolo torniamo al tema del post. Quanto vale il razzismo da un punto di vista elettorale? Sara’ danneggiato Obama da questo fatto?
Teniamo presente alcune cose. Innanzitutto il voto razzista non va ai democratici da oltre 40 anni. Nel 1964 infatti Lindon B. Johnson promulga il “Civil Rights Act” in favore dei neri americani. Molti bianchi del sud (ovvero gli stati della vecchia confederazione sconfitta nella guerra di secessione da Lincoln tra il 1861 ed il 1865, quindi Virginia, Alabama, North carolina, South Carolina, Mississipi, Texas ecc…) voltarono le spalle facendo diventare quella che era sempre stata una roccaforte democratica una roccaforte repubblicana, con pochissime eccezioni riguardanti singoli stati in poche delle seguenti elezioni e sempre perche’ si trattava di votare qualcuno del sud come Carter o Clinton.
Detto questo e’ abbastanza chiaro che l’impatto sulla corsa dovrebbe essere gia’ scontato nei sondaggi, e chi e’ apertamente razzista dovrebbe gia’ essere abbondantemente contato come sicuro elettore di McCain.
Secondo questo studio questo fattore interessa almeno il 15% della popolazione americana, per chi volesse approfondire c’e’ questo interessante articolo:
http://www.politico.com/news/stories/0408/9761.html
Da questo articolo si deduce una cosa importante, cioe’ che molti non dicono apertamente di essere razzisti ma vivono l’idea di votare un nero con estremo disagio.
Questo e’ quello che viene chiamato Bradley Effect.
Il nome viene da Tom Bradley candidato governatore della California nel 1982, era stato sindaco di Los Angeles per diversi anni ed era favorito nei sondaggi.
Nelle urne perse nettamente, segno che chi aveva risposto ai sondaggi non aveva detto la verita’ ed aveva celato il proprio intento dietro una dichiarazione di indecisione.
Perche’ la gente non disse la verita? Perche’ e’ nella natura umana mentire quando c’e’ da dire qualcosa che potrebbe gettare discredito verso chi la deve dire. Discredito di qualsiasi forma. Molti semplicemente non volevano sentirsi dire di essere razzisti, o semplicemente non volevano che l’intervistatore dall’altro capo del telefono pensasse questo.
Il discorso non vale solo per il razzismo e non solo per gli USA. Nel 1992 i Tories erano dati perdenti dai sondaggi e vinsero, si disse che era a causa degli “shy tories” ovvero i conservatori timidi che non avevano risposto ai sondaggi ma erano andati a votare. In Italia c’e’ un 6% di persone che sistematicamente si vergogna di dire che vuole votare o che ha votato il nano. Non importa se l’interlocutore dall’altra parte non sa quale sia il tuo voto (per esempio negli exit-poll dove sei chiamato a riprodurre in maniera segreta lo stesso voto che hai dato pochi minuti prima nell’urna reale), e’ una cosa psicologica contro la quale c’e’ poco da fare visto che loro stessi non sanno perche’ hanno votato il nano. Questi stessi magari agli amici avevano detto che avrebbero votato altro perche’ si vergognavano, per poi confessare in caso di vittoria fornendo spiegazioni puerili. Trattandosi di una scelta irrazionale, senza alcuna logica ed il piu’ delle volte addirittura autolesionista, la spiegazione assume talvolta connotati grotteschi (tipo “se mi devono rubare almeno voglio che lo faccia qualcuno che lo sa fare bene e non in maniera confusa come quegli altri li’”).
Per fare un esempio lampante basti pensare ai sondaggi sul sesso fatti dalle riviste patinate femminili. Ce ne sono a iosa. I risultati se incrociati danno degli esiti esilaranti. Gli uomini tendono a dire di aver fatto molto piu’ sesso di quanto abbiano in realta’ fatto e le donne molto meno, lasciando supporre che il sovrappiu’ di sesso dei maschi sia stato consumato con delle extraterrestri.
Immaginate un ragazzo del liceo (di quelli della borghesia bene) timido, che ha appena preso un “palo” dalla propria compagna di classe e che gia’ di suo muore dalla vergogna all’idea di tornare in classe il giorno dopo, che risponde al telefono alla signorina che le chiede quando ha fatto sesso la prima volta. Che volete che dica? Farfugliera’ una balla, rosso in faccia e con la voce tremante. In fondo sta parlando con una che lui non conosce ma che conosce lui visto che lo ha appena chiamato al numero di casa.
Situazione opposta la ragazza risponde al telefono all’intervistatore, gli potra’ mai dire che ha appena finito di scopare con il socio del padre di 20 anni piu’ grande di lei?
Decisamente no.
Se dall’altra parte c’e’ qualcuno che fa la domanda la reazione in base al grado di “vergogna” (ma anche solo alla voglia di compiacere per quieto vivere, se sai che ti ha chiamato un sondaggista notoriamente vicino al PD per un sondaggio elettorale gli dici che voti PD anche se non e’ vero, a volte lo si capisce dall’inflessione della voce dell’intervistatore) non ci si puo’ sorprendere se i sondaggi poi non riescono a fotografare la realta’ con la dovuta precisione. Se qualcuno pensa che questo effetto dovrebbe essere scontato e calcolato dai sondaggisti basti pensare che tutti gli istituti di sondaggio in Italia hanno commesso lo stesso errore nel 2006 e nel 2008, e che negli altri paesi non fanno certo meglio.
Ricapitolando potremmo riassumere il Bradley Effect come quella deviazione nei sondaggi che li rende meno accurati ed attendibili, deviazione dovuta alla voglia di evitare conflitti con l’interlocutore, alla voglia di non essere giudicato male o semplicemente alla voglia di compiacere chi ti fa la domanda.
Questo potrebbe rendere i sondaggi a favore di Obama non attendibili e presentare delle amare sorprese per il partito democratico americano, ma non e’ certo. C’e’ anche chi suppone che siccome si fanno solo telefonate ai numeri fissi il campione non includa abbastanza giovani, che hanno oramai solo il cellulare, che come si e’ ormai capito sono a favore di Obama con percentuali molto alte. Secondo quest’ultima ipotesi infatti ci sarebbe almeno un 2% da aggiungere in media ai valori di Obama per ottenere un risultato piu’ attendibile. Questa ipotesi fu fatta anche 4 anni fa con Kerry ma non si dimostro’ valida, ora si dice che l’appeal di Obama tra i giovani e’ sensibilmente superiore a quello di Kerry, il che e’ ragionevole ma tutto sta a capire in che misura la cosa incida. L’effetto “razziale” e l’effetto “cellulari” potrebbero persino compensarsi.
Un brillante studio del blog “538″ dimostra l’esistenza di un “Reverse Bradley Effect” in molti stati del sud, nei quali i neri tendevano a non dire che votavano Obama per non mostrarsi razzisti al contrario. Per quanto possa sembrare strano e’ cosi’. Questo effetto addirittura supera quello che va nella direzione opposta. Almeno questo si e’ visto durante le primarie del partito democratico nella lotta tra Obama e la mitica gallina da combattimento Hillary Clinton. Attenzione, quelle primarie sono state fatte solo tra gli iscritti al partito democratico e non su tutto l’elettorato, quindi il campione potrebbe non essere comunque rappresentativo. Chi si vuole leggere l’intero articolo lo trova qui:
http://www.fivethirtyeight.com/2008/04/reverse-bradley-effect-fact-or-fiction.html
in questo grafico si capisce chiaramente che c’e’ una distinzione molto forte tra gli stati del nord (con la scritta in rosso) e gli stati del sud (con la scritta in blu).

Nel sud infatti i sondaggi sulle primarie hanno sottostimato notevolmente il risultato effettivo ottenuto poi da Obama.
Considerando che il campione non e’ comunque rappresentativo di tutta la popolazione c’e’ da credere comunque che Obama possa avere un leggero vantaggio al sud ed un leggero svantaggio al nord soprattutto negli stati dove la percentuale dei neri e’ intorno al 10%. Cioe’ Obama sembra andare meglio rispetto ai sondaggi dove i neri sono talmente pochi da poter essere ignorati come in Vermont (puo’ sembrare strano ma Obama e’ andato benissimo in stati “bianchissimi” dove i neri non essendo percepiti come una minaccia non hanno generato alcun razzismo dovuto a paura) o talmente tanti da non poter essere “segregati e ghettizzati” come per esempio nella citta’ di Washington.
Cosa succedera’ a novembre? Non so ma se vogliamo tenere d’occhio uno stato che potrebbe rivelarsi decisivo e che potrebbe essere interessato al “Reverse Bradley Effect” (visto che l’effetto razziale e quello cellulari potrebbero compensarsi) allora suggerisco di puntare gli occhi sulla Virginia. Stato mai come in queste elezioni in bilico. Se invece ci vogliamo focalizzare sul Bradley effect diretto dovremo andare in stati del mid-west come Wisconsin e Michigan. Guardate questo video, l’ottimo Chuck Todd spiega che molti degli indecisi di questi 2 stati molti sembrano essere molto attenti ai problemi economici, sono molto critici sulla guerra in Iraq, sono veramente stufi dell’amministrazione Bush, dicono che voteranno democratico sia alla camera che al senato, ma poi se gli chiedi chi voteranno alla presidenza si bloccano, ti dicono che sono indecisi ma non ti vogliono dire perche’… Secondo Chuck Todd Obama deve ottenere una base solida di voti certi di almeno il 48% in questi stati altrimenti puo’ avere problemi seri e brutte sorprese. Il video lo trovatre cliccando qui:
http://www.msnbc.msn.com/id/21134540/vp/26927731#26703465
http://termometropolitico.wordpress.com/2008/09/26/il-razzismo-e-le-elezioni-americane-bradley-effect/
| La deriva e le prove d'orchestra |
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| Scritto da Nando dalla Chiesa |
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Oh che bello! Veltroni ha scoperto che con il signor B. è in corso una deriva autoritaria. “Deriva”. Si dice così, ormai. Autoritaria, plebiscitaria, ecc. A me più che una deriva sembra una rotta chiara. Ma si sa, il vocabolario cambia a seconda delle esigenze, delle pigrizie e delle convenzioni. Che bisognerebbe buttare all’aria, per potersi capire con franchezza. Finalmente non siamo più al “principale esponente dello schieramento a noi avverso”. Però ragazzi, per quante bufale bisogna passare per vedere quello che si vede a occhio nudo.
Un breve cenno su Genova, poi credo che in futuro non avrò più molto modo di parlarne. Ieri sera la Rassegna “Antichi cortili, giovani talenti” si è chiusa con un concerto dell’Orchestra dei conservatori. La quale in Italia non esiste, incredibilmente. E ieri ha fatto la sua prima apparizione, mettendo insieme giovani musicisti di 25 conservatori italiani. Sono stati bravissimi, bis a ripetizione. Bravissimo il direttore d’orchestra, Domenico Longo, a cui gli orchestrali hanno tributato un imprevisto applauso battendo i piedi sul palcoscenico del teatro Verdi. Bravissima a organizzare, selezionare, rischiare, la direttrice del Conservatorio di Genova, Patrizia Conti. C’era tutta la politica che conta, vista l’importanza dell’evento. Almeno in spirito. Fisicamente invece c’ero solo io, con un consigliere comunale di Cornigliano. E anche queste sono soddisfazioni.
Infine un solenne annuncio. Udite, udite. Dopo circa trent’anni che scrivo sui giornali ho deciso che prenderò la tessera di pubblicista e poi cercherò di diventare giornalista. Così almeno i miei prossimi libri saranno recensiti e ospitati a dovere. Prendo atto che ormai si recensiscono solo e si annunciano solo i libri dei leader politici ma soprattutto quelli dei giornalisti, di qualunque ordine e grado. Sul loro giornale, su quello più vicino, su quello nemico (che così mostra di essere liberal). Poi sul magazine del proprio giornale. Poi nella trasmissione televisiva dove lavora l’ex compagno di redazione. Poi nella trasmissione radiofonica dove lavora la moglie del collega. Ah, è un giulebbe, un trionfo. Fateci caso. La stampa che parla di se stessa. Anzi, solo di se stessa. Stasera, per rifarmi e senza alcun giornale, vado a presentare i miei libri alla Versiliana autunnale di Montecatini. Prima passo a “Fa’ la cosa giusta”. Devo parlare a un dibattito della festa dell’”altra economia”, sotto il mio ufficio genovese. Materia da avanguardie vere. L’ho capito con qualche anno di ritardo. Mea culpa.
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http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php
| Pubblica difesa |
| A Guantanamo, un ufficiale lascia l'incarico di procuratore, citando ''preoccupazioni morali'' |
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Più delle sentenze della Corte Suprema a favore dei detenuti, più delle critiche da parte della stampa e delle organizzazioni per i diritti umani, che l'intero sistema di Guantanamo abbia qualcosa che non va lo si intuisce dal rifiuto di alcuni ingranaggi di andare avanti così. Come è successo qualche giorno fa, quando un membro dell'accusa nei tribunali militari contro i detenuti ha lasciato l'incarico, citando “preoccupazioni morali” nel trattamento di uno degli imputati. Non solo: chiedendo che gli venga concessa l'immunità, ora intende anche testimoniare in favore della difesa.
 Il tenente colonnello Darrel Vanderveld, un riservista in servizio per un anno come pubblico ministero a Guantanamo, faceva parte del pool dell'accusa impegnato nel caso dell'afghano Mohammed Jawad, un 23enne nel campo di prigionia dal 2002, quando era ancora minorenne. Jawad è accusato di tentato omicidio per aver lanciato una bomba a mano contro la jeep di due soldati americani e del loro interprete a Kabul. L'inizio del processo nei suoi confronti, che potrebbe condannarlo all'ergastolo, è previsto per dicembre. Secondo Vanderveld, i suoi superiori sono a conoscenza del fatto che Jawad era stato probabilmente drogato prima di quell'episodio, nonché della confessione di due altri detenuti di essere gli autori dello stesso attacco. Ma vogliono omettere queste informazioni dal caso.
Il colonnello Lawrence Morris, responsabile della pubblica accusa davanti alle commissioni militari di Guantanamo, ha sminuito il caso spiegando che Vandeveld era semplicemente “deluso dal fatto che i suoi superiori non fossero d'accordo con le sue opinioni”, e che non ci sono i presupposti per i suoi “scrupoli etici”. Ma intanto l'ex accusatore, che nella lettera di dimissioni ha anche protestato contro il maltrattamento del giovane afghano, ha dato agli avvocati di Jawad la disponibilità a testimoniare dicendo cosa sa, nel tentativo di arrivare al patteggiamento e quindi a una pena più mite. Per farlo, però, ha chiesto l'immunità.
 Vandeveld non è il primo ufficiale giudiziario di Guantanamo che dice signor-no. Non sempre i loro casi sono stati resi pubblici e quindi non c'è certezza sul numero di “dissidenti”, ma si calcola che almeno altre tre persone abbiano lasciato i loro incarichi in protesta contro diverse irregolarità. Il caso più famoso è quello del colonnello Morris Davis, che nell'ottobre dell'anno scorso si dimise sostenendo di aver ricevuto pressioni dal dipartimento della Difesa per occuparsi di casi più “pepati” in vista delle elezioni del 2008. Anche lui alla fine testimoniò in favore della difesa, e in seguitò ha parlato più volte pubblicamente contro le commissioni militari istituite a Guantanamo. Le stesse giudicate incostituzionali dalla Corte Suprema lo scorso giugno, quando i giudici sancirono il diritto dei detenuti di ricorrere presso i tribunali civili negli Usa.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=12299
 Quella che vedete di fianco è la ripartizione dei seggi nel prossimo parlamento austriaco. Si gonfia il consenso delle destre, divise tra i liberal-nazionali al 18 per cento (Fpö, l'ex partito di Haider) e i neo-haideriani (Bzö) al 12 per cento. Crescita prevista ma non in queste proporzioni, soprattutto per il partito di Haider, andato assai oltre i sondaggi. Divisi anche da odi personali interni, ma uniti da una piattaforma programmatica simile di chiaro stampo populista. Cosa potrà significare questo per gli equilibri futuri di governo è ancora troppo presto per dirlo. I due partiti maggiori hanno subito una sonora sconfitta: socialdemocratici e popolari hanno pagato lo scotto di un governo di Grosse Koalition peggiore di quelli che avevano portato all'esplosione del fenomeno Heider alla fine degli anni Novanta. Ma è andata peggio ai popolari che hanno perduto di più, nonostante la guida (e la maggiore responsabilità) dell'esecutivo fallito fosse stata dei socialdemocratici. Questi ultimi si possono consolare con il fatto di esser rimasti primo partito, anche se i due raggruppamenti di destra possono contare assieme quasi il 30 per cento e trenta seggi in più rispetto alle precedenti elezioni (qui l'analisi dal quotidiano austriaco Kurier e quella di Vittorio Da Rold, in italiano, sul Sole 24 Ore).
L'Spö avanzerà la richiesta di avere la cancelleria in quanto primo partito e proverà a costruire un governo di coalizione. Ai popolari toccherà la pena di decidere se fare i partner di minoranza di una nuova Grosse Koalition, con il rischio di ripercorrere la stessa, deprimente strada degli ultimi mesi, o di avventurarsi in un governo di destra con i partiti populisti, ammesso e non concesso che questi abbiano intenzione di mettersi d'accordo fra di loro. Anche in questo caso, tuttavia, la forza delle due estreme è tale che ai popolari toccherà fare il vaso di coccio. Tengono i verdi, ma la debacle socialdemocratica rende impraticabile un governo di sinistra, anche perché i liberali non nazionalisti hanno fallito la soglia di ingresso in parlamento. Dunque, la coalizione che non è riuscita a governare, che ha fallito tutti gli obiettivi, che non ha assicurato stabilità e che è stata sonoramente bocciata dalle urne è quella che ha le maggiori possibilità di tornare a governare il paese. Se non è crisi di sistema questa... http://walkingclass.blogspot.com/
Sei cose chiare
Non so come andranno a finire i conti sulla spartizione dei seggi al parlamento bavarese, ma due o tre cose si possono già dire:
La Baviera si stacca dalla CSU, ma non si sposta di un centimetro a livello politico. Esiste e persiste un blocco storico e conservatore che questa volta si è diviso tra i cristiano-sociali, i liberali e i Freie Wähler;
Franz Maget, leader storico della socialdemocrazia bavarese, che pure non mi sta antipatico, ha una bella faccia di bronzo, perché ha commentato come se il suo partito avesse spopolato, invece se va bene non ha perso rispetto alle ultime elezioni;
ancora non si è parlato di affluenza. Bisogna infatti ricordare che il risultato spettacolare della CSU delle passate elezioni era stato dovuto anche all'affluenza più bassa della storia del dopo guerra;
Seehofer sarà il Messia a cui verrà affidata la ricostruzione della CSU. Huber, presidente del partito, sarà costretto ad andarsene;
Beckstein potrebbe rimanere, anche se ora la CSU deve costruire una coalizione e certo Beckstein non è il più spendibile in questo senso;
La cosidetta coalizione arcobaleno (tutti contro la CSU) rimane una barzelletta. Credo (spero) che non ci creda proprio nessuno.
Il resto a bocce ferme.http://1poddanubio.blogspot.com/
SONDAGGIO POST-DIBATTITO, OBAMA AVANTI 8 PUNTI
Un momento dei dibattito presidenziale
WASHINGTON - Barack Obama è avanti di otto punti (50-42%) sull'avversario nella corsa alla Casa Bianca, John McCain, secondo l'ultima rilevazione quotidiana della Gallup, che registra anche i primi effetti del dibattito in Mississippi e della decisione del candidato repubblicano di sospendere nei giorni scorsi la campagna elettorale per far irruzione nei tentativi di Washington di varare un piano salva-Wall Street. La rilevazione indica McCain in calo di due punti e Obama in crescita di uno rispetto a sabato.
Un altro sondaggio, di Rasmussen, mostra Obama avanti per 50-44%.
Ecco il punto sulla corsa alla Casa Bianca, a 37 giorni dall'Election Day:
Gli ultimi sondaggi nazionali:
Gallup: Obama 50% McCain 42%.
Rasmussen: Obama 50% McCain 44%.
Hotline: Obama 47% McCain 42%.
Media nazionale di Real Clear Politics: Obama +4,8%.
Il dato nazionale ha un significato limitato nella corsa alla Casa Bianca. Il 4 novembre i candidati si sfidano nella conquista dei singoli stati, ognuno dei quali mette in palio un certo numero di 'grandi elettori' che vanno a comporre un Collegio Elettorale di 538 membri, che elegge il presidente. Chi conquista la maggioranza del voto popolare in uno stato, si aggiudica tutti i voti elettorali. Viene eletto presidente il candidato che colleziona almeno 270 voti elettorali.
Queste le stime di vari media americani sui voti elettorali:
New York Times: Obama 255 McCain 227 Incerti 56.
CNN: Obama 240 McCain 200 Incerti 98.
NBC: Obama 233 McCain 227 Incerti 78.
Real Clear Politics: Obama 228 McCain 163 Incerti 147.
The Politico (senza stati incerti): Obama 286 McCain 252.
Queste le medie di Real Clear Politics degli ultimi sondaggi nei principali stati-chiave incerti che potrebbero decidere le elezioni:
Ohio: McCain 46,3% Obama 45,1%.
Florida: McCain 47.6% Obama 46,0%.
Colorado: Obama 50,2% McCain 44,8%.
Michigan: Obama 48,1% McCain 42,9%.
Pennsylvania: Obama 48,2% McCain 43,8%.
Virginia: Obama 48,0% McCain 46,2%.
Nevada: McCain 47,0% Obama 45,3%.
New Hampshire:Obama 46,7% McCain 45,4%.
New Mexico: Obama 50,3% McCain 44,3%.
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_785455273.html
L’azzardo di McCain
A John McCain piace giocare d’ azzardo, non solo in senso metaforico. Il New York Times, in guerra con il candidato repubblicano, ha atteso che passasse il dibattito con Barack Obama per esumare la passione del senatore per il tavolo verde e i suoi legami con i casinò gestiti dagli indiani d’America. Ma nessuna scommessa è paragonabile alla puntata fatta da McCain su Sarah Palin: i repubblicani attendono, con timori sempre più evidenti, di vedere nel dibattito di giovedì se sarà una stangata ‘alla Paul Newman’ o un flop devastante. […]

Impassibile di fronte agli attacchi ricevuti in questi giorni da McCain, il quotidiano newyorchese ha sfoderato un’inchiesta domenicale nella quale il candidato repubblicano viene descritto come pericolosamente appassionato dai lanci dei dadi del ‘craps’ nei casinò, raccontando tra l’altro una notte brava del 2000 in cui il senatore sbancò una casa da gioco in Connecticut. Al di là della passione personale di McCain per il gioco d’azzardo, ad avviso del New York Times è grave che l’abbia portata avanti in anni in cui, in Senato, era l’artefice della nascita del sistema dei casinò gestiti dagli indiani, che oggi conta 423 sale e un giro d’affari di 26 miliardi di dollari l’anno. Ancora oggi, circa 40 suoi consiglieri e responsabili finanziari risultano aver legami con l’industria di Las Vegas.
McCain, dopo essersi detto “orgoglioso” del lavoro fatto per salvare decine di tribù indiane dalla bancarotta, ha affidato al portavoce Tucker Bounds una replica tagliente: “Il New York Times mostra di essere disperatamente disponibile a giocare d’ azzardo anche la poca credibilità che ancora ha”.
I commentatori intanto ancora si interrogano sugli esiti del primo dibattito presidenziale tra McCain e Obama, con Newsweek che sintetizza, nella copertina del nuovo numero, l’immagine che emerge dei due candidati: ‘Mr.Cool contro Mr.Hot’, Obama il freddo e calcolatore contro McCain il caldo e impulsivo. Ma l’ attenzione si è già spostata verso il faccia a faccia dei vice, Palin e Joe Biden, in programma a St.Louis giovedì. E il mondo conservatore manda segni di nervosismo sempre più vistosi, ritenendo che la governatrice dell’Alaska si stia rivelando non all’altezza della sfida.
La lista delle voci della destra perplesse per Sarah si sta facendo lunga. La più nettà é stata Kathleen Parker, che sulla National Review ha chiesto apertamente alla Palin di ritirarsi “per salvare McCain, il partito e il paese che ama”. George Will, un opinionista conservatore i cui articoli escono su 450 quotidiani piccoli e grandi del paese, ha messo la scelta della Palin tra varie critiche rivolte a McCain, compreso il comportamento del candidato repubblicano nel reagire alla crisi finanziaria.
David Brooks, voce conservatrice del New York Times, ha espresso preoccupazione per l’impreparazione a suo dire dimostrata dalla Palin nelle interviste televisive fatte fino a ora. L’ultima, alla Cbs, è diventata materiale per una nuova presa in giro da parte dell’attrice Tina Fay, che imita la Palin nel seguitissimo ‘Saturday Night Live’. Altri critici della governatrice da destra sono Charles Krauthammer del Washington Post e Ross Douthat di The Atlantic: quest’ultimo era stato tra l’altro l’unica firma importante che, prima della scelta di McCain, aveva proposto il nome della Palin.
Obama non è riuscito a piazzare colpi da ko nel dibattito in Mississippi con McCain, che secondo le prime stime della Nielsen é stato visto solo da 57 milioni di americani: un risultato mediocre rispetto al passato. Ma il senatore dell’Illinois sta ora facendo scaldare Biden per il dibattito di giovedì, sperando che crei ulteriori difficoltà al ‘ticket’ repubblicano in vista del nuovo faccia a faccia Obama-McCain del 7 ottobre, che ha la formula del ‘town hall meeting’, l’incontro con gli elettori che McCain predilige.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/09/28/lazzardo-di-mccain/#more-205
Fotovoltaico che cresce, tariffe che calano
Revisione verso il basso delle tariffe incentivanti per il fotovoltaico in Germania, soprattutto per impianti sopra il MW. All’orizzonte cambiamenti anche in Spagna, dove si pensa ad un limite di potenza annuale.
Dal 1° gennaio 2009 entreranno in vigore in Germania le nuove tariffe incentivanti per il fotovoltaico. Dopo un lungo e aspro confronto fra schieramenti politici e con il comporto industriale il risultato è che nei prossimi anni, già a partire dal 2009, si avrà un notevole riduzione degli incentivi, soprattutto per gli impianti di taglia superiore al megawatt e integrati in edilizia. Tra le novità c’è l’abolizione del premio di 5 c€/kWh per le installazioni integrate nelle facciate degli edifici e la possibilità di utilizzare per il consumo personale l’elettricità prodotta da impianti con potenze inferiori a 30 kWp.
Dal 1° gennaio 2009 i sistemi FV integrati sui tetti con taglie oltre i 1.000 kWp avranno una riduzione del 25% (tariffa 2009: 33 c€/kWh), un incentivo molto vicino a quello degli impianti a terra (tariffa 2009: 31,94 c€/kWh per tutte le taglie).
Gli impianti con potenze a partire dai 100 kWp e fino a 1 MW avranno una “degressione” del 10%, sempre a partire dal 2009 (tariffa 2009: 39,58 c€/kWh).
Per gli piccoli impianti più piccoli la riduzione degli incentivi nei prossimi due anni crescerà dal 5 all’8% e, a partire dal 2011, verrà portata al 9%. Nel 2009 gli impianti fino a 30 kWp integrati avranno una tariffa di 43,01 c€/kWh; quelli da 30 a 100 kWp una tariffa di 40,91 c€/kWh.
Prima della prossima revisione, che avverrà tra 4 anni, la legge ha definito tuttavia un “corridoio di crescita”. Questa stabilisce che se tra l’ottobre 2008 e la fine del 2009 l’incremento della potenza supererà la soglia dei 1.500 MW, la degressione per il 2010 sarà aumentata dell’1%. Nel caso in cui la crescita dovesse risultare inferiore a 1.000 MW, la degressione sarà ridotta dell’1%. Il range di crescita per gli anni successivi è il seguente: per il 2011 è stato fissato tra 1,1 e 1,7 GW per il 2011 e per il 2012 tra 1,2 e 1,9.
Infine, come detto i proprietari dei sistemi FV inferirori ai 30 kWp potranno consumare direttamente l’elettricità prodotta dai loro impianti oppure offrirla ad altri nelle immediate vicinanze dell’impianto. Al posto della normale tariffa di 43,01 c€/kWh (2009), l’elettricità utilizzata per i consumi dell’abitazione è riconosciuta alla tariffa più bassa di 25,01 c€/kWh. Poiché il prezzo medio dell’elettricità per le famiglie tedesche è di 20 c€/kWh (2009), ci sarebbe solo un piccolo extra bonus. Solo nel caso in cui i prezzi dell’energia elettrica dovessero aumentare, l’attuale procedura potrebbe attrarre più operatori.
Il nuovo quadro incentivante e le perplessità degli operatori verranno approfondite sul n. 4 della rivista QualEnergia, di prossima pubblicazione.
Anche in Spagna qualcosa sta cambiando sul fronte dell’incentivazione del fotovoltaico. Entro fine settembre si dovrebbe approvare il testo del nuovo conto energia spagnolo. Nell’ultima versione il punto più critico, fortemente osteggiato dal settore industriale, era la definizione di un tetto di potenza annuo, previsto inizialmente 300 MW (200 per le installazioni sugli edifici e 100 per quelle a terra) di 500 MW per il 2009 e 400 MW per il 2010.
C’è da notare che in Spagna in un anno sono stati installati quasi 1.000 MW e certamente i nuovi limiti imposti dal Ministero dell’Industria non potranno contenere questa espansione. Il pericolo è uno stop del settore fotovoltaico spagnolo.
Per quanto riguarda le tariffe, la proposta è di abbassarle sensibilmente rispetto al passato: 34 c€/kWh per le installazioni su tetto fino a 20 kW, 32 c€ per quelle di potenza superiore, 29 c€ per le installazioni al suolo. La durata del periodo di incentivazione resta di 25 anni.
Questa taglio degli incentivi nei sue paesi europei leader del fotovoltaico potrà essere uno dei fattori della prossima crescita del mercato italiano prospettata da Silvestrini in un suo recente articolo? Tra pochissimi mesi avremo già un primo riscontro.
LB
http://qualenergia.it/view.php?id=710&contenuto=Articolo
L'Ecuador vota sul proprio futuro
Samuele Mazzolini Università di Oxford
Il 28 settembre si tiene il referendum sulla nuova Costituzione, elemento centrale del processo di cambiamento sociale ed economico innescato dal governo di Rafael Correa. Una sfida per ridisegnare il paese, non priva di contraddizioni.
L’attesa cresce freneticamente in Ecuador in vista dello storico referendum sulla nuova Costituzione elaborata dall’Assemblea costituente. Le vie delle città sono tappezzate di manifesti e di scritte, mentre lunghi e coloratissimi murales contrattati dai partiti politici campeggiano lungo buona parte delle strade del paese. Nel frattempo, le emittenti televisive e radiofoniche non smettono di bombardare la popolazione con spot a favore o contro la nuova Costituzione. L’Ecuador segue così l’esempio del Venezuela e della Bolivia: il processo di trasformazione, la fine del neoliberalismo e l’inizio di un «cambio di epoca, non solamente una epoca di cambi» per citare il presidente ecuadoriano Rafael Correa, passano per la riconfigurazione delle regole del gioco, attraverso le quali vengono sanciti nuovi principi e nuove disposizioni per la futura azione di governo.
I processi di cambiamento in America Latina sono innanzitutto nazionali, non sempre riducibili a fattori comuni, e seguono corsi che, malgrado le somiglianze, sono inevitabilmente diversi, non da ultimo per i differenti rapporti di forza tra le classi sociali. Diventa così importante comprendere che tipo di strada abbia intrapreso Rafael Correa in Ecuador, e come la Costituzione ne sia il prodotto più rappresentativo.
La ‘Rivoluzione cittadina’, questo lo slogan del partito di governo per definire il processo in marcia, ha origini profonde, che risalgono alle lotte sociali degli anni Novanta, nei quali iniziano a delinearsi i contorni dell’opposizione a un neoliberalismo rampante, che ha avutto effetti particolarmente gravi nel caso ecuadoriano. Raccoglie così molte delle istanze di tutti quei movimenti sociali, tra i quali il principale fu il movimento indigeno, che diedero vita alla caduta di due presidenti attraverso manifestazioni di piazza. Allo stesso tempo però, il ‘Correismo’ rappresenta un malessere diffuso contro le pratiche oscure e autoreferenziali di una classe politica corrotta e collusa con il potere economico. Un discorso questo, che ha fatto ampia breccia soprattutto tra le classi medie di Quito e che fu alla base dell’ultimo sommovimento che portò alla caduta del governo di Lucio Gutiérrez.
Nonostante l’attuale governo rappresenti le istanze di questi settori, la coesione iniziale ha ceduto il passo a una serie di contraddizioni che la pratica del potere ha messo in evidenza. Le maggiori difficoltà sono sorte nll’Assemblea costituente, nella quale sono emerse le divergenze tra diverse matrici di sinistra e la chiara impreparazione e insubordinazione di molti membri della maggioranza, frutto dell’ineludibile improvvisazione di un partito politico nato da poco e per di più attorno a una figura carismatica.
L’Assemblea costituente ha avuto anche l’arduo compito di assumere le funzioni legislative per via della strategia politica a lungo periodo di Correa. Nelle elezioni del novembre 2006 in cui venne eletto presidente infatti, uno dei discorsi principali di ‘Alianza País’, il movimento politico creato da Correa, fu quello di non presentarsi alle concomitanti elezioni legislative, una lungimirante mossa elettorale visto il clima politico. Il desiderio di non «contaminarsi» con la vecchia istituzione del Congreso, nido della partitocrazia tanto criticata, lasciò però il nuovo esecutivo privo di un Parlamento che legiferasse di comune accordo. Il problema doveva essere risolto con l’iniziativa, già lanciata nella campagna elettorale, di un’Assemblea costituente con pieni poteri. Il referendum sulla Costituente, approvato a larga maggioranza, e la successiva elezione dei suoi membri diedero ragione a Correa, che nel frattempo aveva scalato i sondaggi di popolarità. Con oltre il 70 per cento dei consensi ottenuti nell’elezione dell’Assemblea, il partito di governo e i movimenti alleati misero da parte il Congreso ecuadoriano, come parte delle proposte presentate alla popolazione, facendo così ricadere la funzione legislativa sulla nuova Assemblea.
Il clima di fervore attorno al nuovo organo è andato via via scemando, anche a causa di una stampa nazionale poco incline a facilitarne il lavoro e sempre pronta a speculare sulle divisioni interne alla maggioranza. Ciò nonostante, è innegabile che il clima partecipativo vissuto a Montecristi, città costiera in cui è stata scritta la nuova Costituzione, non abbia avuto precedenti. Migliaia di associazioni, movimenti sociali, sindacati, gruppi di base, comuni cittadini sono stati accolti affinché le loro ragioni trovassero luogo nella nuova Carta. Sono stati otto mesi di vero dibattito democratico a scala nazionale, nel quale questioni mai discusse hanno trovato finalmente una dimensione.
La frattura più netta si è avuta però a poche settimane dalla fine dei lavori con le dimissioni del presidente dell’Assemblea, Alberto Acosta, stimato economista di tendenza ecologista e da decenni al fianco delle realtà sociali più combattive. Nonostante la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata un disaccordo sulla tempistica dei lavori dell’Assemblea, le tensioni si stavano accumulando già da alcuni mesi. A scontrarsi due visioni distinte: da una parte quella di Correa e del Burò politico di Alianza País, ispirata dal pragmatismo e da un’economia politica «sviluppista», atta a centralizzare le decisioni e le risorse economiche con il fine di aumentare l’intervento dello Stato, dall’altra quella movimentista, informata da posizioni ecologiste, anti-estrattiviste e indigeniste. Nella fattispecie due temi contigui hanno diviso la maggioranza. In primo luogo la questione dell’industria mineraria ha visto le due fazioni con progetti diversi, una corrente con l’intenzione di sfruttare questa ricchezza con una maggior partecipazione dello Stato, con regole chiare e compensazioni per i territori inquinati, mentre l’altra cercando di limitare il più possibile l’attività estrattiva visti gli effetti nocivi sull’ambiente. Il tema indigeno si inserisce in quanto la proposta degli ecologisti ruotava intorno alla consulta popolare vincolante nei territori interessati, perlopiù situati nella zona andina ove risiedono molte comunità indigene, attraverso la quale si darebbe la possibilità alla comunità locale di decidere sull’operabilità del progetto di estrazione. In secondo luogo si aggiunge la storica richiesta della plurinazionalità avanzata dagli indigeni, attraverso la quale verrebbero attribuite importanti facoltà di auto amministrazione ai territori a maggioranza indigena. Entrambe le richieste sono state state respinte da Correa sulla base della necessità di non creare piccoli territori indipendenti all’interno dello stato che creerebbero contraddizioni con le politiche di sviluppo economico e sociale impulsate dal governo nazionale. La mediazione, che ha stabilito la possibilità di una consulta non vincolante e la menzione della plurinazionalità nella Costituzione pur priva del significato voluto dagli indigeni, ha lasciato insoddisfatto un numero di movimenti sociali che si sono gradualmente allontanati dal processo in atto, scontenti da quella che hanno visto come un’interferenza eccessiva di Correa nelle decisioni dell’Assemblea.
Sarebbe tuttavia un’errore pensare che la ‘Rivoluzione cittadina’ abbia svoltato a destra. La politica economica finora perseguita dal governo denota chiari tratti progressisti, a cominciare dall’incremento della spesa pubblica, facilitata dagli altri prezzi del petrolio, a favore di aree come l’educazione, la salute, il credito ai settori produttivi più bisognosi, e all’infrastruttura di interesse pubblico. Se il prezzo del petrolio dovessero calare, il Presidente ecuadoriano ha già annunciato che smetterà di pagare parte del debito estero. La riforma tributaria voluta da Correa inoltre, aumenta la pressione fiscale per i ceti più abbienti, in un continente in cui le oligarchie sono state di capaci di mantenere i livelli di tassazione più bassi al mondo. Non solo, la retorica di Correa contro il neoliberismo e il mercato ha preso connotati concreti, passando dal contenimento dei prezzi dei viveri, sino alla confisca dei beni del gruppo Isaias, debitore allo Stato di milioni di dollari per il salvataggio bancario del 2000, e da ultimo quelli del gruppo brasiliano Odebrecht, colpevole di aver provocato un grave danno a una centrale idroelettrica senza farsene interamente carico.
Ciò nonostante, l’efficacia dell’implementazione delle opere pubbliche trova particolare difficoltà in uno Stato che in 20 anni di neoliberalismo ha perso importanti capacità organizzative e pratiche istituzionali per mettere in atto i piani di governo. La dottrina del laissez faire ha provocato l’arretramento dell’attività statale in quasi tutte le aree, indebolendo la sua capacità di intervento. A questo si somma la difficoltà di liberare l’amministrazione pubblica dall’ideologia neoliberista e dal sistematico ostruzionismo dei funzionari collocati dai governi precedenti. Per di più, alcune cariche politiche sono state assegnate dall’attuale governo a figure estremamente moderate, che a tratti impediscono la radicalizzazione del processo. In via speculativa, è possibile avanzare tre ipotesi: la necessità di co-optare elementi del vecchio regime che detengono il know-how della macchina amministrativa, l’obbligo di pagare una quota politica ad alcuni settori imprenditoriali che hanno appoggiato Correa e che fanno parte del piano di sviluppo nazionale, la mancanza di un disegno ancora chiaro in un lento delineamento del cambio in marcia.
Malgrado le inevitabili contraddizioni di questo nuovo corso ancora in formazione, il sì alla Costituzione è arrivato da quasi tutti gli attori sociali che dall’inizio hanno appoggiato Correa. D’altronde, una Carta fondamentale che sancisce i primi diritti per le coppie omosessuali, che riconosce l’importanza dell’ambiente, che da priorità ai gruppi più vulnerabili come i portatori di handicap, i minorenni, le donne incinta e gli anziani, che facilita il coinvolgimento dello stato nell’economia in nome di un piano nazionale di sviluppo giusto e solidale, che aumenta la partecipazione cittadina nella vita pubblica non può che essere presa come un modello da seguire. L’opposizione, guidata dal sindaco di Guayaquil Jaime Nebot, tentato dal modello autonomista-separatista di Santa Cruz in Bolivia, si è afferrata ad argomenti privi di solidità, facendo ricorso piuttosto al suo seguito nella città per le faraoniche opere costruite e alla morale cristiana, quest’ultima vituperata a dire dall’episcopato locale che è intervenuto a gamba tesa nella contesa. Il ricorso a questo tipo di discorso e la generale povertà argomentativa, come sottolineato pochi giorni fa dalla cattedratica Valeria Coronel, dimostrano il grado di difficoltà della destra ecuadoriana in questo periodo storico e costituiscono un’enorme possibilità per la sinistra di stabilire una nuova egemonia, superando le divergenze e dando vita a un nuovo corso democratico e inclusivo.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15155
Ucraina: rottura definitiva tra i due protagonisti della rivoluzione arancione?
Viste le premesse non è, quindi, da escludere che invece di ricorrere alle elezioni anticipate il partito della Tymoschenko si allei con quello di Yanukovich

La rottura consumatasi la scorsa settimana tra il partito del presidente Yuschenko, nostra Ucraina, e quello guidato dalla “pasionaria” della “Rivoluzione arancione” Yulia Tymoschenko, pone serie ipoteche sul futuro politico delle forze filo-occidetali in Ucraina. L’attuale crisi di governo, se entro trenta giorni non si troverà l’accordo per la formazione di una nuova coalizione si dovrà andare alle urne, rischia infatti di rinforzare le forze filo-russe ed in particolare il Partito delle Regioni guidato dall’ex primo ministro Yanukovich tra i possibili membri del futuro governo. Il rapporto tra i due, oramai ex – alleati, Tymoschenko e Yuschenko è andato infatti sempre più deteriorandosi negli ultimi mesi anche a fronte di un riavvicinamento della Tymoschenko a posizione maggiormente filo-russe. Per Mosca il Primo ministro ha riacquistato il ruolo di interlocutore credibile ed è considerata, a differenza di Yuschenko, un possibile alleato. Mentre il presidente ucraino ha fortemente stigmatizzato il ruolo della Russia nella crisi georgiana il primo ministro ha usato toni più concilianti, e nelle ultime settimane ha addirittura messo in dubbio la veridicità di uno degli episodi mediaticamente più significativi della “Rivoluzione arancione”, il presunto avvelenamento di Yuschenko da parte di emissari russi.
Viste le premesse non è, quindi, da escludere che invece di ricorrere alle elezioni anticipate il partito della Tymoschenko si allei con quello di Yanukovich. È stata, infatti, la stessa Primo ministro a sottolineare più volte che vista l’attuale crisi finanziaria mondiale uno stallo politico nel Paese arrecherebbe danni enormi all’economia. Un’altra ragione che potrebbe ulteriormente far propendere verso la formazione di una nuova coalizione è dato dalle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Votare in contemporanea per il parlamento e per la presidenza consentirebbe da un lato di evitare i contrasti tra l’esecutivo e il presidente, che hanno caratterizzato gli ultimi anni, e dall’altro rappresenterebbero per la Tymoschenko la possibilità di proporsi come l’alternativa principale ad Yuschenko. Il presidente non gode in effetti di molta popolarità e un sondaggio ha rilevato che un’eventuale elezione parlamentare relegherebbe la sua formazione Nostra Ucraina al terzo posto, sensibilmente staccata dal Partito delle Regioni e da quello della Tymoschenko.
Felice Di Leo
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33773
NEL NORD-OVEST I RIBELLI SI SONO TRASFORMATI IN BANDITI
Si starebbero trasformando in banditi i ribelli dell’Esercito popolare per il ripristino della democrazia (Aprd): lo sospettano fonti locali della MISNA secondo le quali nell’Ouham Pende (nel nord-ovest, una delle 16 prefetture del paese, la più popolosa dopo quella della capitale) i ribelli, presentatisi in un primo tempo come paladini della gente, avrebbero cambiato volto in articolare nella regione di Ngaundaye, Bocaranga, Ndim e Bozoum. “Nella zona attorno a Ngaundaye – dice una fonte della MISNA, anonima per proteggerne l’incolumità – stanno facendo di tutto, in particolare esazioni, ma anche vere e proprie condanne a morte, almeno 18 tra luglio e agosto. La popolazione sta fuggendo e oltre 1000 persone sono rifugiate a Ngaundaye”; alcune centinaia avrebbero trovato rifugio e assistenza presso strutture caritatevoli del posto. A Bozoum, i ribelli occupano la strada che porta a Paoua (spesso erroneamente citata dai mezzi di informazione come Baoua), fermando le auto e pretendendo pagamenti: “Ma negli ultimi mesi – aggiunge la fonte della MISNA – hanno anche attaccato alcuni centri abitati uccidendo almeno 10 persone agli inizi di agosto nel villaggio di Bokogiwili; a questo bisogna poi aggiungere sequestri con richieste di riscatto e furti di bestiame”. La situazione sarebbe resa ancor più volatile dal fatto che le milizie ribelli sarebbero ormai sfuggite al controllo dei loro capi.[ GB] http://www.misna.org/
SIRIA
Autobomba esplode a Damasco, 17 morti e 14 feriti
Si tratta dell’attacco più sanguinoso in territorio siriano e segue quelli del febbraio scorso, di Imad Moughniyah, leader di Hezbollah, e di agosto contro un generale, responsabile dei rapporti con il Partito di Dio. L’attentato è avvenuto lungo una direttrice che conduce all’aeroporto, poco distante da un importante Santuario sciita.
Damasco (AsiaNews/Agenzie) – È di 17 morti e 14 feriti il bilancio dell’attentato che questa mattina alle 8.45 ora locale ha colpito Mahlak Street, nella zona sud di Damasco, poco distante dall’autostrada che collega la capitale siriana all’aeroporto.
Un’autobomba con oltre 200 chili di esplosivo a bordo è scoppiata lungo una direttrice poco distante dal quartiere di Saydah Zeinab, dove sorge un importante Santuario sciita (v. foto) meta di pellegrinaggi dei fedeli musulmani iracheni e iraniani; esso contiene le spoglie di Zeinab, una delle nipoti del profeta Maometto. Secondo le prime ricostruzioni fornite dalla tv di Stato iraniana le vittime sarebbero tutte civili, mentre l’emittente araba Al Jazzera riferisce che la zona è stata isolata dalle forze di sicurezza.
Non si sa ancora quale fosse il vero obiettivo dei terroristi, ma una tv privata locale sottolinea che l’attentato è avvenuto nei pressi di un checkpoint della sicurezza siriana. L’esercito ha chiuso la zona vietando l’acceso ai giornalisti, mentre i reparti speciali dell’antiterrorismo hanno avviato le indagini per capire chi siano mandanti ed esecutori anche se al momento non vi sono rivendicazioni ufficiali del gesto.
Si tratta del più importante attacco in territorio siriano, dove è raro che si registrino episodi di terrorismo di tale portata; a febbraio è morto in un attentato Imad Mughniyeh, capo militare di Hezbollah. Allora, mentre la voce comune ne attribuì la responsabilità ad Israele – che non ha decisamente negato. Da qualche parte si fece notare l’estrema difficoltà per chiunque di organizzare un attentato del genere contro un personaggio di primissimo piano ed in una via a breve distanza da uno dei centri dei servizi segreti siriani, che avrebbero dovuto almeno chiudere un occhio. Lo scorso agosto, invece, è stato ucciso un generale siriano, Mohammed Suleiman, responsabile del collegamento tra la Siria e gli Hezbollah libanesi, anche se la vicenda è sempre rimasta avvolta nel mistero.
Pochi giorni fa le autorità di Damasco hanno dislocato truppe lungo i confini con il Libano, ufficialmente per “ragioni di sicurezza interna”.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13332&size=A
Tiro alla fune
Da Belgrado, scrive Aleksandra Mijalković
L'UE non trova l'unanimità per scongelare l'Accordo commerciale con Belgrado. E se premier e filoeuropeisti sostengono l'implementazione unilaterale dell'accordo, proposta dall'UE, l'opposizione la ritiene una mossa ingiusta e umiliante per la Serbia
I rapporti tra la UE e la Serbia ricordano sempre più l'antico gioco del “tiro alla fune”, molto popolare nei Balcani, in cui i giocatori tirano avanti e indietro la corda per portare l'avversario dalla propria parte e vincere. Nel caso più recente, Belgrado ha guadagnato un punto con la ratifica dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA) al Parlamento serbo, ma poi, il 15 settembre, Bruxelles ha pareggiato con la decisione del Consiglio dei ministri UE, che fa sì che questo documento per ora resti solo “sulla carta”. L'Accordo commerciale di transizione basato sull'ASA rimane pertanto "congelato".
L'opinione pubblica serba, invece, non riesce a capire perché l'UE stia temporeggiando su qualcosa che non le è favorevole, e che oltretutto danneggia la Serbia e i Balcani. Con l'Accordo commerciale tra Serbia e Unione Europea, infatti, si dovrebbe iniziare a diminuire e poi ad eliminare gradualmente il dazio sulle merci importate dall'UE, cosa positiva soprattutto per le compagnie europee (ma anche per i consumatori serbi).
Inoltre, si avrebbe la conferma che l'UE è pronta a sostenere l'avanzamento della candidatura della Serbia (che ovviamente entrerà quando entrambe saranno pronte), e il chiaro riconoscimento, nei confronti dei suoi cittadini, istituzioni e forze democratiche, degli sforzi fatti finora per rispettare gli standard europei. Si tratterebbe del modo migliore per l'UE di incoraggiare e sostenere i suoi alleati in Serbia. Infine, questo contribuirebbe alla sicurezza e alla collaborazione in questa parte d'Europa, in quanto stimolerebbe i paesi dei Balcani occidentali a continuare più seriamente il loro cammino d'integrazione europea con il rispetto dei paesi vicini e con la fiducia in Bruxelles.
Invece le cose sono andate diversamente. Sotto la spinta dell'Olanda (sostenuta dal Belgio), alla Serbia è stata negata l'entrata in vigore del primo documento ufficiale che l'avrebbe messa in rapporti contrattuali con l'UE.
Secondo le valutazioni del capo della diplomazia olandese, Maxim Verhagen, la Serbia non ha ancora soddisfatto la “condizione dell'Aja”, ed è necessario insistere ulteriormente affinché raggiunga una piena collaborazione con il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia. Verhagen ha affermato che sono già stati fatti dei buoni passi avanti, e spera che “ce ne saranno anche in futuro, fino alla cattura di Ratko Mladić.”
Incoraggiamento o umiliazione
“Quando in aprile è stato firmato l'ASA, è stato deciso che sarebbe entrato in vigore una volta raggiunta la piena collaborazione della Serbia con il Tribunale dell'Aja. Se qualcuno ritiene che questo sia stato realizzato, va bene. Ma noi reputiamo che non sia così”, ha affermato Verhagen riportando la posizione del suo governo.
La maggior parte degli stati membri dell'UE non ha condiviso questo pensiero, ma la decisione dev'essere presa all'unanimità. Così, ai cittadini serbi, invece della tanto attesa “luce verde” per l'ASA, da Bruxelles è arrivata una consolante promessa che i ministri “continueranno ad insistere con l'Olanda” (per modificare la decisione forse già il mese prossimo), e la raccomandazione che, nel frattempo, la Serbia inizi con un'implementazione unilaterale dell'Accordo.
L'accordo con la Fiat non è in pericolo
Il fatto che l'Accordo commerciale di transizione tra Serbia e UE non sia stato ancora scongelato non influirà negativamente sull'iniezione di investimenti stranieri in Serbia e sull'attività delle nostre imprese, né metterà in pericolo l'affare di 700 milioni di euro dell'investimento congiunto di Fiat e Governo serbo nella casa automobilistica di Kragujevac “Zastava”.
Per la Fiat è importante che il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini sostenga chiaramente il cammino europeo della Serbia. “Sono convinto che sia una garanzia sufficiente per la Fiat”, ha commentato Đelić.
Il premier Cvetković ha confermato ai giornalisti che i colloqui con la Fiat sono stati portati a termine, la domanda è quando sarà siglato l'accordo. Cvetković ha ricordato il piano Fiat, che produrrà 200.000 auto nella prima fase e 300.000 nella seconda, “un'enorme iniezione valutaria che ha una grande importanza per la nostra stabilità macroeconomica”. |
Il Commissario europeo per l'allargamento Olli Rehn ha dichiarato che questo aumenterebbe le possibilità per la Serbia di ottenere lo status di paese candidato nel prossimo 2009, definita “data possibile” dal presidente della Commissione europea Josè Barroso .
Il capo della diplomazia francese, Bernard Kouchner, alla presidenza del Consiglio dei ministri UE, ha espresso il suo dispiacere per il mancato raggiungimento di un consenso, nonostante la “grande maggioranza” degli stati UE sia favorevole a sbloccare l'accordo con la Serbia. L'Alto rappresentante UE per la politica estera e la sicurezza, Xavier Solana, crede che nelle prossime settimane si terranno altri incontri (compresi quelli a margine dell'Assemblea Generale dell'ONU a New York), per raggiungere un accordo in ottobre. E' quanto spera anche Kouchner, che ha presieduto la seduta del Consiglio.
Questi incoraggiamenti, in particolare, non hanno consolato la parte filo-europea della Serbia, politici, cittadini ed esperti. Tra questi, anche l'ex ministro degli Affari Esteri della SRJ [Repubblica Federale Jugoslava, ndt] Goran Svilanović, consulente nella Commissione economica ONU per l'Europa, il quale ritiene che la decisione dell'UE sia negativa, perché nell'opinione pubblica serba si conferma l'impressione che tutto in Europa venga deciso per volontà politica di un gruppo di persone che decidono fuori dai criteri stabiliti.
Questi incoraggiamenti hanno suscitato una valanga di proteste da parte degli euroscettici e dell'opposizione anti-europea. Il Partito democratico della Serbia (DSS) ritiene che la posizione del premier Mirko Cvetković, secondo cui la Serbia dovrebbe accettare la raccomandazione di Bruxelles e implementare unilateralmente l'accordo con l'UE, sia il “proseguimento della politica parassitaria del governo serbo, che va contro lo sviluppo economico e contro i suoi cittadini”, e “l'inizio del danneggiamento sistematico dell'economia del paese, a causa della realizzazione degli interessi economici delle grandi compagnie dell'UE e dei loro emissari all'interno del governo serbo”.
Secondo questo partito, i cittadini sarebbero stati prima illusi con false dichiarazioni - che dicevano che l'accordo sarebbe stato scongelato a Bruxelles - e poi, come “apice di ipocrisia e cinismo dei funzionari UE”, sarebbe stato offerto loro di implementarlo unilateralmente, e “questa sarebbe soltanto una delle umiliazioni che il Governo serbo ha subito da parte dell'UE”, si legge nella comunicazione del DSS.
Miloš Aligrudić, funzionario DSS, ha definito l'esito dell'incontro a Bruxelles come “lo scontato proseguimento della politica di ricatto dell'UE nei confronti della Serbia”, condotta più sulla questione dell'indipendenza del Kosovo che sul problema della collaborazione con l'Aja. Il presidente del DSS Vojislav Koštunica ritiene che il proseguimento della sospensione dell'Accordo di Transizione economica con l'UE dimostra che la Serbia non può aspettarsi che gli altri stati la rispettino, se il governo in carica non ha la forza di manifestare nemmeno il minimo rispetto di sé nel difendere gli interessi del paese.
Il partito Nuova Serbia sottolinea che ora “è più che chiaro che l'UE non vuole una collaborazione di partenariato con la Serbia”, e il Partito democristiano vuole convincere i cittadini che l'UE “ha punito senza ragione la Serbia”, e chiede le dimissioni del vicepresidente Božidar Đelić per aver umiliato la gente con un falso ottimismo.
Uno schiaffo alle forze filoeuropee
Come hanno reagito le autorità in Serbia alla raccomandazione di Bruxelles e alle critiche nel paese?
Il presidente Boris Tadić ha riconosciuto che la Serbia, quando si tratta di integrazione europea, si confronta con gli ostacoli e le incomprensioni di questo processo, testimoniati dai singoli stati dell'UE, in primis l'Olanda, e che “non si traggono molti vantaggi dai grandi discorsi sull'entrata facile e veloce in UE, ma dal grande lavoro al processo di integrazione traggono vantaggio tutti i cittadini”.
“Oggi l'Olanda ha fatto un torto alla Serbia. Il nostro paese ha fatto tutto ciò che era in suo potere per collaborare con il Tribunale dell'Aja”, ha dichiarato Božidar Đelić ai giornalisti, insoddisfatto perché “un ministro (il capo della diplomazia olandese) ha bloccato l'intera valutazione della collaborazione del nostro paese con il Tribunale dell'Aja, e questa non è in nessun modo la strada giusta né per l'UE, né per la Serbia verso l'UE”.
Tuttavia, ha aggiunto Đelić, la Serbia non desiste dal suo cammino europeo. “L'implementazione unilaterale dell'ASA può essere nell'interesse della Serbia nella misura in cui viene presa in considerazione formalmente anche dalla Commissione europea, perché, se l'anno prossimo sarà valutata la nostra richiesta per ottenere lo status di candidato all'UE, Bruxelles guarderà sicuramente se avremo rispettato le condizioni di detto accordo”, ha spiegato Đelić, facendo notare che “la proposta di Olli Rehn costituisce un tentativo di superare l'impasse del nostro paese nel processo di integrazione. L'obiettivo è quello di acquisire esperienza nell'implementazione dell'Accordo, perché è questo ciò che viene valutato nell'attribuzione dello status di candidato”.
A suo avviso, la prossima occasione di sbloccare l'Accordo di transizione con l'UE sarà a dicembre, dopo che il procuratore capo del Tribunale dell'Aja, Serge Brammertz, avrà presentato il suo rapporto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Il premier Cvetković ha dichiarato che, nonostante tutto, la Serbia resta fedele al suo cammino europeo, in quanto questa è la strada per il miglioramento della vita dei cittadini, e non desisterà. Cvetković fa notare che sarebbe meglio se Goran Hadžić e Ratko Mladić, accusati dall'Aja, si consegnassero di loro spontanea volontà. Il premier è convinto che la Serbia sia più preparata per l'UE rispetto a molti altri paesi che sono già membri, ma che 5-6 anni siano una “data ragionevole” per l'entrata della Serbia in UE.
Il vice premier serbo e ministro dell'Interno Ivica Dačić ha commentato che il confine tra l'umore pro-europeo e quello anti-europeo è molto sottile in Serbia, e che l'UE ora ha rafforzato il peso delle forze anti-europee nel paese”. Quando gli è stato chiesto se il suo ministero sa dove potrebbe nascondersi Mladić, Dačić ha risposto che “non dispone di nessuna informazione operativa”.
La direttrice della Segreteria governativa per l'integrazione europea, Tanja Miščević, fa sapere che la Serbia non deve perdersi d'animo, ma continuare e approfondire il processo di adesione. Il capogruppo dei deputati e membro della Presidenza del partito G17 plus, Suzana Grubješić, riguardo alla proposta di Rehn ha detto che è “senza alcuno sfondo politico” e che la si deve accettare. A suo parere non si tratta di una “umiliazione per la Serbia”, e invece di aspettare che l'Olanda ceda, “dovremmo fare tutto quello che ci viene richiesto secondo il diritto internazionale e le nostre leggi interne”.
Particolarmente interessante la posizione del capo della diplomazia serba Vuk Jeremić, per il quale è necessario capire che “l'Olanda è contraria per principio all'allargamento dell'UE”, e che l'opposizione al caso della Serbia, ponendo la condizione della collaborazione con l'Aja, è solo una scusa.
“Senza alcun dubbio possiamo dire che sono state ragioni politiche interne all'Olanda che hanno decretato che, proprio in questo incontro, non si facesse tale passo [lo scongelamento dell'Accordo]”, ha dichiarato Jeremić. In realtà, il ministro degli Esteri serbo crede che la decisione sfavorevole dei ministri degli Esteri dell'UE “non rappresenti una sconfitta, ma solo un rinvio” di un passo successivo verso la legittima entrata della Serbia in UE.
Quello che, tuttavia, il ministro non ha detto è che rimandare troppo a lungo, sfortunatamente, potrebbe essere rovinoso per la posizione internazionale della Serbia, per la sua crescita economica e la stabilità sociale del paese e, soprattutto, per l'atteggiamento filo-europeo dei suoi cittadini. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10192/1/51/
settembre 28 2008
 Sono passati cinque mesi dalla scomparsa, dopo lunga malattia, della Sinistra. E' proprio vero, in Parlamento non vi sono più partiti di sinistra, nemmeno uno piccolo così ma la cosa incredibile, dite se non è vero, è che quasi non ce ne importa più niente. Sinceramente, voi vi sentite in lutto per la perdita di quella Sinistra? Ne sentite veramente la mancanza?
A volte mi fermo a pensare: che farà Diliberto? E Rizzo? E tutta la miriade di rivoli nei quali la Sinistra ama dividersi da sempre? Staranno facendo qualcosa per rimettere insieme uno straccio di alternativa alla fascio-demagogia di Berlusconi? Oppure no, si tratta di anime morte che vagano senza speranza e che finiranno solo per essere dimenticate?
Per quanto riguarda il partito che dovrebbe (il condizionale è obbligatorio) esistere perchè è rappresentato in parlamento e dovrebbe in teoria fungere da opposizione al governo Berlusconi, il Partito Democratico, mi fa venire in mente Nicole Kidman e i suoi bambini in "The Others".
I piddini si credono vivi e in grado di agire, fare e menare ma in realtà sono morti che non sanno di esserlo, come i "mortacci" di Sergio Citti, per fare un altro esempio. Ombre ed entità metafisiche che non hanno alcun potere di modificare lo stato delle cose. Hai voglia a parlare di CdA RAI, di regole del gioco. Ectoplasma sei, ed ectoplasma rimani. Tu agita pure le tue catene ma i vivi non ti sentono né ti vedono.
A questo punto, con un opposizione che appare e scompare ma non ti lascia nemmeno un lieve profumo di rose, si pone un interessante quesito metafisico: Veltroni esiste?
 C'è chi crede sinceramente nell'esistenza di Veltroni e chi invece si dichiara ateo: Veltroni non esiste.
Per conto mio, in mancanza di prove certe, sposo un prudente agnosticismo. Non posso dire né che Veltroni esista, né che non esista. Ogni tanto egli appare, si materializza in ectoplasma e pare addirittura che dica qualcosa ma ho perfino il dubbio che quando pare dica qualcosa di sinistra, si tratti di una maligna ed ingannevole manifestazione diabolica.http://ilblogdilameduck.blogspot.com/
| Scritto da Michela |
( scritto per l'Arborense - contiene elementi di sociologia urbanistica, ed è sconsigliato a chi crede che Calatrava sia l'erede di Gaudì)
Non c'è speranza: se uno non si fa un giro per un certo nord Italia, alcune cose non arriverà a capirle mai. Il mio primo vero impatto con quella che si autodefinisce “la parte sana del Paese” risale a quattro anni fa, quando mi fermai per sei mesi nella ricca Valtellina delle località sciistiche al confine con l’Austria. Il primo elemento per capire qualcosa me lo diede l’architettura. Abituata all’anarchia urbanistica sarda, nemmeno l’incantevole paesaggio montano del parco dello Stelvio riusciva a farmi sentire meno oppressa dalla sequenza chilometrica delle casette fatte in serie, con i piccoli balconi di legno tutti uguali, pieni degli stessi gerani rossi e bianchi. Ogni paese sfoggiava con orgoglio copie del medesimo campanile, e dove non c’erano abitazioni si estendevano ettari di prati verdi tosati ad altezza standard. Nessuna variazione sul tema, nessuna individualità distinguibile: era come se quel luogo e quella gente esprimessero dovunque un insopprimibile bisogno di somiglianza. Mi sembrava di essere finita in una scatola di Lego, dentro un presepe laico montato da un geometra senza troppa fantasia. In molti comportamenti persino le persone sembravano obbedire a quel diktat di impermeabile uniformità: per esempio, nonostante i continui scambi commerciali con paesi germanofoni, i valtellinesi raramente imparano il tedesco, ed è una scelta precisa.
È come se per loro abitare sul confine abbia significato diventare essi stessi confine, assumere l’identità della frontiera, che per definizione si riconosce per contrapposizione. In quei luoghi, dove ognuno sembra consapevole di incarnare un limite geografico e culturale, i segni distintivi di entrambe queste dimensioni assumono carattere di assoluto, e diventano "valori non negoziabili": la religione, la lingua, la cucina , l’architettura, le usanze e talvolta persino l’aspetto fisico sono cose che superano il loro significato primario, per raggiungere anche (e qualche volta soprattutto) quello rigido di paletti di delimitazione.
Si ha la sensazione che chi non ha avuto la ventura di nascere qui non possa sperare di prendervi mai cittadinanza, al massimo permesso di soggiorno.
È giocando soprattutto su questo naturale sentire che la Lega in queste valli ha ottenuto consensi altissimi: qui basta agitare lo spauracchio del furistér che contamina la presunta purezza dell’identità – cioè viola il confine della comunità ideale in cui chi è nato qui si identifica – per far scattare un formidabile meccanismo di autodifesa. Come in un sistema immunitario soggetto ad attacco virale, la diversità è consentita sempre fino a un certo punto, poi arriva il rigetto.
Allora pensai che non mi sarebbe mai più capitato di rivedere un altro mondo vivere in quello stato di permanente resistenza all’altro, ma mi sbagliavo. Il confine, spostato ben oltre il suo tracciato geografico, ogni tanto me lo ritrovo ancora accanto in un discorso al bar nel bergamasco, o sul marciapiede di una Milano che muore dalla paura del diverso, ma non sa più trovare niente a cui somigliare. Per questo come naufraghi molti si aggrappano a qualunque straccio di simbolo che offra uniformità e prometta riconoscimento: che sia l' ostentazione di una fede cristiana o il grembiule a scuola, tutto è buono se aiuta a vedere meglio chi è dentro e chi è fuori, chi è “noi” e chi è “loro”.
In questo clima di ossessivi distinguo e di pseudointegrazioni che privano gli altri del costitutivo della loro identità, io difendo con le unghie e con i denti il mio spazio di diversità, e forse è per questo che quando leggo sui muri la scritta “FUORI LO STRANIERO”, non ho bisogno di guardare la carta di identità per essere certa che stia dicendo anche a me.
http://michelamurgia.altervista.org/content/view/255/2/
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Razzismi
Cacchio, sono arrivato al punto di dire "Si faccia i cazzi suoi" anche quando il Vaticano dice che il governo italiano è razzista...http://suibhne.ilcannocchiale.it/
Autorizzazione a delinquere
Ora d'aria
l'Unità, Sconvolti dalla classifica di Transparency International sui paesi meno corrotti, che colloca l’Italia in coda al resto d’Europa e alle spalle di mezzo Terzo Mondo, i nostri parlamentari han reagito con uno scatto d’orgoglio contro chi continua a screditare l’immagine della politica italiana nel mondo. Infatti, due giorni fa, il Senato della Repubblica ha respinto la richiesta dei giudici di Roma di autorizzare gli arresti domiciliari per il neosenatore del Pdl Nicola Di Girolamo, accusato di aver falsamente dichiarato di risiedere in Belgio per candidarsi e farsi eleggere nel collegio degli italiani all’estero, mentre in realtà non s’è mai mosso dall’Italia. Gravi i reati contestati: false dichiarazioni, falso ideologico, abuso d'ufficio. Gravissime le conseguenze della sua condotta: Di Girolamo, se fossero provate le accuse, sarebbe un senatore abusivo che ha truffato i suoi elettori e non dovrebbe sedere a Palazzo Madama un minuto di più.
Consci della sua pesantissima posizione, i colleghi di casta, anzi di cosca, han pensato bene di coprirlo e salvarlo con la consueta maggioranza trasversale Pd-Pdl-Lega-Udc e la solita eccezione dell’Italia dei Valori (“Ancora una volta il Parlamento difende la Casta”, ha commentato il dipietrista Luigi Ligotti). Un plebiscito a favore dell’arrestando: 204 no ai giudici, 43 sì (Idv più alcuni cani sciolti). Così Di Girolamo resta non solo a piede libero, ma pure in Senato. Tutto è bene quel che finisce bene. Dopodiché Veltroni se la prende con Grillo perché non si parla più di Casta: potrebbe parlarne lui, possibilmente dopo averne fatto uscire i suoi con le mani alzate.
Intanto - rivela Liana Milella su Repubblica - il Lodo Alfano ha figliato un pargoletto. Si chiama Lodo Consolo, con l’accento sulla prima “o”, dal nome del senatore avvocato di An, e mira a proteggere non solo le quattro alte cariche dello Stato, ma anche i ministri. I quali potranno delinquere a piacimento,anche quando i loro delitti non c’entrano nulla con le funzioni ministeriali. Per questi ultimi, infatti, già oggi il Tribunale dei ministri, per procedere, necessita del permesso del Parlamento. Con la nuova legge (inserita con corsia preferenziale in commissione Giustizia dall’on. Enrico Costa, figlio del più noto Raffaele, il castiga-Casta), il Parlamento potrà bloccare i processi anche per reati comuni, extrafunzionali, commessi privatamente da chi in quel momento è pure ministro. Il noto giureconsulto Consolo, qualche anno fa, fu inquisito e condannato in tribunale (in appello strappò poi l’assoluzione) per aver spacciato per proprie alcune monografie altrui per incrementare i titoli necessari a ottenere la cattedra di ordinario all’Università di Cagliari.
Ma non è per sè che ha partorito il Lodo-bis extralarge. E’ per un suo cliente, che guardacaso fa il ministro, guardacaso è imputato e guardacaso per un reato di favoreggiamento che non c’entra nulla con le funzioni ministeriali (avrebbe avvertito alcuni indagati di un’inchiesta con intercettazioni in corso su un caso di abusi edilizi all’Elba). Dunque non necessita, almeno finora, di alcun’autorizzazione a procedere (anche se Matteoli s’è rivolto alla Consulta). Col Lodo, anzi con l’Auto-Lodo”, il processo si bloccherà e riposerà in pace in saecula saeculorum. Anche il ministro Bossi, già pluripregiudicato, potrà liberarsi di un paio di processi ancora in corso, per aver invitato una signora a “gettare nel cesso il Tricolore” e organizzato una banda paramilitare, le Camicie Verdi. Idem il ministro al Plasmon, Raffaele Fitto, imputato in Puglia per le presunte mazzette sanitarie pagategli dalla famiglia Angelucci. E cosi’ pure il ministro Roberto Calderoli, indagato per ricettazione a Milano per aver preso soldi dalla Popolare di Lodi del furbetto Fiorani.
Si vedrà se il Lodo vale anche per i viceministri e i sottosegretari (e, perché no, anche ai mille parlamentari, ai governatori, sindaci e presidenti di provincia, con relativi consiglieri e assessori, senza dimenticare circoscrizioni e comunità montane): nel qual caso salverà pure Aldo Brancher, indagato per ricettazione delle stecche targate Fiorani. Nel qual caso, la corsa ad arraffare uno dei nuovi posti di ministro e di sottosegretario messi in palio dal Cainano si farà sovraffollata, visto che Lega e Pdl ospitano una quarantina tra indagati e imputati. Ma è probabile che la nuova norma salvi anche Clemente Mastella, indagato a S. Maria Capua Vetere (ora a Napoli) quand’era ministro della Giustizia per faccende che nulla avevano a che vedere con la carica. Dopodiché, quando vedrete avvicinarsi un ministro, mettete in salvo il portafogli
(Vignetta di Molly Bezz)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Deve avere una strana idea di cosa faccia una compagnia di bandiera, il nostro amatissimo premier Silvio Berlusconi. Perché ieri, a Todi, durante una breve passeggiata in uscita dalla beauty farm che lo ospita da qualche giorno, ha così chiarito il perché sia stato necessario far rimanere Alitalia in mano italiana: «Ma se fosse andata in porto la proposta d’acquisto di Air France – ha infatti dichiarato - dove pensate che avrebbe portato milioni di turisti che si prevede arriveranno in Italia? A Todi o nei castelli della Loira?».
Ora, a casa mia, una compagna di volo, indipendentemente da quale sia la nazionalità del proprietario, ha come compito di portare i passeggeri dove questi desiderano, quindi nei castelli della Loira, se vogliono andar lì, o a Todi, se invece preferiscono Todi; anche perché se non lo fa, e porta gli uni a Todi e gli altri sulla Loira o sul Rodano, fioccano cause di risarcimento che levati. Invece, par di capire, secondo Berlusconi la compagnia di bandiera, se è francese, porta tutti, indiscriminatamente, nei castelli della Loira, anche i turisti che volessero andare, per dire, ad Abbiategrasso, mentre, al contrario, una compagnia di bandiera in mano ad italiani costringerà a visitare Todi anche i passeggeri che volevano invece andare, chessò, ad Aix en Provence.
Se questa è la logica con cui si gestirà la futura compagnia, gli scenari venturi sono inquietanti: oltre alla possibilità che i passeggeri vengano deportati a caso (“Signora, voleva andare a Parigi? Ahahahha, ma no, l’abbiamo portata a Verona! Via, vuol mettere la Torre Eiffel con il balcone di Giulietta?”), figuriamoci cosa succederà se un socio straniero avrà comunque una quota di minoranza: se, metti caso, Luftansa si compra il 20%, il volo per Roma andrà a Roma, sì, ma i passeggeri dovranno lasciare che una loro gamba sbarchi a Berlino.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Storia messicanissima. Dalla commedia alla tragedia in un lampo. Muore l’ubriacone più famoso della rete in Messico.
Da tempo era diventato famoso su YouTube per un esilarante video che mostrava le detenzioni di conducenti ubriachi, poi intervistati dalla televisione. Bene il conducente “borracho” più famoso della rete in Messico, Guillermo López Langarica, è risultato purtroppo vittima del suo stesso vizio, morto investito da un’auto condotta da una ubriaca. Ecco il suo video:
Ironicamente l’alcol l’aveva reso famoso e lo stesso alcol l’ha poi ucciso. “Don Memo” rimarrà nella storia per aver dichiarato nell’intervista di essere il “figlio del papà”, specificando poi di essere il figlio del presidente della CANACA (centrales de abastos de la Rep. Mexicana), ente assolutamente inesistente. Più dei 6 milioni di visualizzazioni per i suoi vari video su YouTube.
Ecco un altro video sulla stessa linea:
Più in là dei video, tutto sommato divertenti, non si deve però ignorare quella che è una vera e propria piaga sociale qui in Messico, le persone che guidano con tassi alcolici decisamente fuori la norma sono infatti troppe, così come sono troppi gli incedenti stradali. La colpa è anche della legge che non prevede formazione di nessun tipo per ottenere la patente di guida, bastano infatti 300 pesos (20 euro) per entrarne in possesso, senza dimenticare anche l’inadeguatezza dei “vigili” nel fare rispettare l’ordine stradale (spesso solo alla ricerca di piccole tangenti).
Se noi italiani siamo pessimi nel rispettare le norme della strada non immaginate cosa possa succedere per le strade messicane ed in particolare di Città del Messico.http://www.verosudamerica.com/2008/09/sono-il-figlio-di-pap.html
Lo sport spagnolo nella polvere rossa
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di Alessandro Cisilin, Megachip - da Galatea
In Spagna le chiamano “polvos de la madre Celestina”. Sono le polveri rosse che hanno reso sinistramente famoso il dottor Fuentes. Hanno una qualità particolarmente gradita a molti atleti e a moltissimi direttori sportivi, quella di far scomparire le tracce di Epo ai controlli antidoping. Grazie a Celestina si possono assumere droghe, ossigenanti, potenzianti, coagulanti e anticoagulanti di quasi ogni sorta, e poi presentarsi agli esami con l'apparenza chimica di un guru vegetariano. La pozione magica probabilmente non basta a spiegare il trionfo dello sport spagnolo degli ultimissimi anni, ma una congiura di fatti e omissioni rende attendibili i più inquietanti sospetti.
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Dal Giro d'Italia al Tour de France, dal Roland-Garros a Wimbledon, dagli Europei di calcio a un medagliere olimpico senza precedenti, la Spagna del boom economico sembra sportivamente ergersi sull'Europa in stagnazione con la stessa fierezza di un torero sulla preda agonizzante. E c'è del fondamento nella metafora, secondo diversi osservatori. Più che altrove si perpetua qui il culto della prestazione fisica e della vittoria. I trionfi sembrano procedere in parallelo alla ripresa produttiva – seppur adesso arenatasi come nel resto del continente – e più in generale all'atmosfera di entusiasmo dell'ancor recente riscatto democratico. Ancora, lo sport rappresenta il solo rito popolare che unifica una nazione a forte connotazione regionalistica. E alle analisi di antropologia culturale poi si aggiungono quelle di antropologia fisica, col rilevamento della rapida ascesa della statura degli spagnoli negli ultimi trent'anni. Infine e non ultimo, questo clima di crescita a trecentosessanta gradi si alimenta nel corollario di un investimento pubblico nello sport superiore alla media europea e senza pari quando si tratta di sostenere i vincenti, come dimostrano i cinquantaquattro milioni di euro stanziati per la preparazione degli atleti ai Giochi di Pechino.
Almeno parte di questi argomenti sembra in effetti dotata di solida sostanza nello spiegare l'escalation dei successi. Non fosse che c'è dell'altro. E quest'altro si addensa nell'anomalo cuneo tra il tantissimo che si vocifera e il pochissimo che si sa dell' Operacion Puerto . Quattro mesi di inchiesta, conclusasi nel maggio 2006 con un quasi nulla di fatto, al di fuori di qualche squalifica tra i clienti che ricorrevano alle polveri del dottor Fuentes. L'indagine partiva col roboante annuncio di oltre duecento atleti coinvolti. Poi ne sono stati identificati solo cinquantotto, e di questi solo una quindicina di nomi è stata resa pubblica. La selezione è curiosa. Tra i duecento, secondo la stampa spagnola, figuravano tra l'altro calciatori, tennisti e automobilisti. Tra i cinquantotto sono rimasti solo atleti dello sport più povero, ovvero i ciclisti. Tra i quindici, infine, non c'è alcun cognome eccellente, a eccezione del tedesco Ullrich e dell'italiano Basso. E' vero, ammette il redivivo campione americano Armstrong, molti stranieri hanno una strana predilezione per gli allenamenti sotto i Pirenei. Ancor più esplicito il suo britannico collega Millar, che ha parlato di periodiche trasferte degli europei negli ambulatori spagnoli, l'ultimo dei quali è stato scovato in Estremadura dall'emittente tedesca Ard, con avveniristiche ricerche accademiche su come dopare e nascondere il doping. Tra gli atleti spagnoli travolti dallo scandalo ci sono però solo i pesci piccoli e, se Contador, il vincitore della penultima Grand Boucle – in cui sette iberici arrivarono tra i primi dieci – continua a trionfare, molti dei suoi gregari usano oggi la bici solo per comprare il giornale. Sollecitata da pressioni internazionali e da un'indagine del Coni, la magistratura spagnola la scorsa primavera ha riaperto l'inchiesta, ma nulla è ancora filtrato. L'Unione Internazionale Ciclisti, che contesta a Germania e Italia un eccesso di durezza, accusa pubblicamente Madrid di lassismo. Il ministro dello sport iberico, il chimico Lissavetzky, però tira dritto e viceversa protesta quando un suo atleta o una sua squadra viene esclusa dalle competizioni all'estero. E la storia spagnola resta a tutt'oggi priva di condanne penali per doping.
acisilin@yahoo.it
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di Pino Cabras
Un dibattito sull’11 settembre 2001, sette anni dopo?
Il giornalismo di oggi non lo può tollerare.
Disobbedisci al tabù?
E io ti licenzio in tronco, parbleu!
Hai solo il tempo di portarti via lo scatolone con le tue robettine, come i mesti neo-disoccupati della Lehman Brothers. Non importa se la tua TV è decapitata.
È successo a un paio di giornalisti di «France 24», la “CNN francese”. Non due giornalisti qualsiasi, come vedremo.
I due sono Grégoire Deniau, direttore dell’informazione di «France 24», e Bertrand Coq, redattore capo della stessa rete. In Italia i loro nomi non dicono molto, ma oltralpe sono noti come autori di grandi inchieste, eccellenti inviati di guerra, cronisti capaci di indipendenza. Entrambi hanno vinto il premio Albert Londres, una sorta di “Pulitzer francese”.
La loro credibilità ha contribuito al lancio di «France 24», l’emittente internazionale tanto voluta dall’allora presidente Jacques Chirac, finché, nel febbraio 2008, Christine Ockrent, un’altra vecchia volpe del giornalismo transalpino, non è diventata amministratrice delegata di «France Monde», la holding che controlla «France 24» e altri canali.
Si dà il caso però che Christine Ockrent sia anche moglie del ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, con il quale condivide un forte slancio mirante a riportare Parigi nell’ovile della Washington neoconservatrice.
Lo scorso giugno Ockrent era anche presente all’annuale riunione del gruppo Bilderberg, la riservatissima conferenza che riunisce la ‘crème de la crème’ delle classi dirigenti che dominano le due sponde dell’Atlantico.
Il nuovo corso dell’Eliseo riconverte totalmente le autonomie praticate per decenni da De Gaulle, Mitterrand e Chirac. Gli intellettuali organici dell’era Sarkozy, come la Ockrent, si adeguano alla nuova missione: riallineare l’informazione su onde più affini alla “rivoluzione neocon” d’oltreoceano.
La posizione di Deniau e Coq traballava già prima del dibattito televisivo incriminato. Non tanto perché sulla redazione incombesse ormai una vera primadonna (per anni mezzobusto del tg serale), quanto perché da parte loro, anni fa, erano giunti grossi dispiaceri a carico del dottor Kouchner. Molto grossi.
Coq in particolare nel 2000 aveva scritto “Les tribulations de Bernard K. en Yougoslavie ou l’imposture humanitaire”, un libro durissimo che smascherava l’attuale inquilino del Quai d’Orsay, visto come consapevole strumento di un progetto di dominio statunitense sui Balcani, dentro un disegno ad ampio spettro: lui, Kouchner, a coprire il campo della cosiddetta “ingerenza umanitaria”; l’UCK e gli altri tagliagole jihadisti a fare invece il lavoro sporco (erano gli stessi anni in cui Osāma bin Lāden esibiva un passaporto bosniaco con i timbri a posto).
Il pretesto per mandare via i due giornalisti di punta è stato il dibattito sull’11 settembre. Inutile cercare le immagini della tavola rotonda nell’archivio del sito di «France 24». A differenza di altre trasmissioni, non se ne conserva traccia. Si può però trovare su altri siti. Tra l’altro, non è stato nemmeno un dibattito alla pari. I difensori delle versioni ufficiali dell’11/9 erano quattro, il critico solo uno, continuamente interrotto dagli altri quattro e anche da Sylvain Attal, conduttore del programma. Il titolo della trasmissione era a sua volta molto sbilanciato, e non certo a sfavore della versione ufficiale: “11/9, il mito del complotto”. Attal aveva perfino esordito così: «Qui non si tratta di equiparare le ‘teorie del complotto’ al rapporto della Commissione d’inchiesta».
Eppure, niente. Non poteva bastare. I tabù non si profanano, e basta.
L’editore ha lamentato che il dibattito era stato inserito a sua insaputa. Non si può. «Colpa professionale» è la sommaria giustificazione ufficiale con cui è scattato il licenziamento in tronco di Deniau e Coq. I passi di "Bernard K." saranno ora più rilassati. E anche le corsettine di Sarkozy fuori dell’Eliseo saranno più distese, lungo un panorama mediatico sempre più ‘normalizzato’.
La prima grande voce francese critica sul racconto dell’11/9, Thierry Meyssan, vive ormai esule in Libano.
Negli anni di Chirac, pur bersagliato da critiche e inchieste feroci di Meyssan, il presidente in persona aveva nondimeno assicurato un’alta protezione al giornalista, già soggetto a minacce molto concrete. La ‘liberté’, se è vera, tutela i dissidenti. Chirac ha mostrato di credere a un principio fondante della ‘République’. Meyssan non ha mancato di esprimergli gratitudine.
Con Sarkozy cambia tutto. Nessuna protezione per il fondatore della «Rete Voltaire», anzi. I messaggi che riceve sono di segno opposto. Meyssan non è al sicuro in nessun paese NATO. Il termine ‘dissidente’, con tutto il suo sapore da Cecoslovacchia anni settanta, è da rispolverare qui ed ora, in Occidente. I porti sicuri diminuiscono.
Esagero, forse? Può darsi. Ma i segnali, solo per rimanere al caso francese, sono pesanti e congruenti. Prendete per esempio l’attore e autore satirico Jean-Marie Bigard. Il 7 settembre 2008, durante una trasmissione radio a «Europe 1», ha argomentato contro la versione ufficiale dell’11/9, citando film, documentari, libri, tesi di specialisti. Dichiarazioni insomma non “pour parler”, ma legate a un prolungato ed evidente percorso di apprendimento.
Apriti cielo!
La fustigazione dei media è stata così univoca e spietata, a partire dal “progressista” «Libération» (proprietà Rotschild), che appena il 9 settembre Bigard dichiarava contrito alle agenzie: «chiedo scusa a tutti per quanto ho detto venerdì durante la trasmissione di Laurent Ruquier a “Europe 1”, non parlerò mai più degli eventi dell’11 settembre; non esprimerò mai più dei dubbi, sono stato trattato da revisionista, cosa che evidentemente io non sono». Un tipico cerimoniale di autocritica sotto pressione.
Poi Bigard è stato capace di venir meno alla promessa, per fortuna della libertà di parola, ma i cannoni sono sempre puntati contro chi manifesta il Grande Dubbio dell’11/9.
Qualche mese fa anche l’attrice francese Marion Cotillard, premio Oscar 2008, aveva dovuto faticare oltremisura per contestualizzare le sue frasi scettiche sull’11/9 “ufficiale”.
Il brutale licenziamento di Coq e Deniau non è stato però l’unico caso eclatante della resa dei conti mediatica in corso a Parigi. Il 12 agosto 2008 il benservito è toccato al giornalista Richard Labévière, uno specialista di Medio Oriente per la rete RFI, un’altra emittente del polo televisivo spadroneggiato da Christine Ockrent. Anche qui il licenziamento in tronco ha trovato una giustificazione occasionale superbamente pretestuosa: l’accusa a Labévière è di non aver avvisato la direzione della radio dell’intervista al presidente siriano Bashar al-Assad registrata a Damasco e trasmessa il 9 luglio da TV5 e il 10 luglio da RFI, pochi giorni prima della visita ufficiale di al-Assad in Francia su invito di Sarkozy.
Labévière a suo tempo era stato anche autore di uno scoop clamoroso, assieme alla giornalista Alexandra Richard di «Le Figaro». Rivelò infatti che appena due mesi prima dei mega-attentati sul suolo USA, dal 4 al 14 luglio 2001, Osāma bin Lāden, gravemente ammalato, sarebbe stato curato in un reparto VIP dell’ospedale americano di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Durante il soggiorno in ospedale, oltre alle visite di molti maggiorenti sauditi, Osāma avrebbe ricevuto anche quella del rappresentante locale della CIA. Una notizia bomba, in totale controtendenza rispetto alla lettura del ruolo di al-Qā‘ida nell’11/9. Una notizia cui la Francia di Chirac dava segno di credere. Altri tempi.
Richard Labévière era uno di quegli ostinati cronisti che quando parlavano della capitale di Israele dicevano ancora Tel Aviv e non Gerusalemme, ricevendo in cambio pubbliche reprimende dell’ambasciatore israeliano, di solito efficaci per farlo spostare da un programma visibile a uno meno visibile. Fino al licenziamento vero e proprio, stavolta per l’intervista al presidente siriano. «Colpa professionale», anche in questo caso.
Sui media francesi, per settimane, silenzio assoluto sulla notizia.
Tornando ancora indietro, ma non di molto, a luglio 2008 era stato licenziato su due piedi Maurice Sinet, in arte Siné, un disegnatore e autore di satira. Siné ha 80 anni, e ha una ben nota e lunghissima carriera di vignette satiriche. Le sanzioni però arrivano oggi, guarda un po’. Sul settimanale satirico «Charlie Hebdo» (lo stesso che aveva ristampato in nome della libertà di espressione le vignette su Maometto del danese «Jylladen Posten») Siné aveva pubblicato una vignetta su Jean Sarkozy, figlio del Presidente francese. La caricatura satireggiava su una presunta conversione del giovane rampollo all’ebraismo. Il direttore, travolto dalla canea dei media che parlavano di “antisemitismo”, lo ha cacciato ‘ad nutum’.
Oggi l’ottuagenario vignettista ha ancora la mirabolante energia per lanciare a tamburo battente una nuova rivista satirica, «Siné Hebdo».
Ma il messaggio è arrivato forte e chiaro a chi ottantenne non è, e deve tenersi caro il posto in redazione.
Nei media della stagione sarkozyana il cerchio si chiude con forza.
L’azionista di riferimento di TF1 è Martin Bouygues, un intimo di Sarkozy (è anche padrino del figlio). Il patron della catena M6 è Nicolas de Tavernost, meno intimo, ma comunque schierato. Sul digitale terrestre investono i miliardari vicinissimi a Sarko: il finanziere Vincent Bolloré e Arnaud Lagardère. Quale sia il concetto di indipendenza giornalistica per il signor Lagardère, si è pregiato di comunicarlo egli stesso: «Che cos’è l’indipendenza in materia di stampa? È aria fritta. Prima di sapere se sono indipendenti, i giornalisti farebbero meglio a sapere se il loro giornale è perenne». [ «Le Monde Diplomatique»]
Queste sono le tendenze in atto sui media in Francia, un paese che pure ha prodotto straordinari anticorpi contro l’omologazione informativa angloamericana.
La portata delle crisi internazionali in corso, nel secolo inaugurato dall’Evento dell’11 settembre, ammette sempre meno letture dissonanti agli occhi delle classi dirigenti e del loro specchio mediatico.
Se la stagione delle censure e degli ostracismi si accelera impetuosamente persino in Francia, l’allarme deve essere massimo per tutti gli altri luoghi che hanno generato meno anticorpi, come l’Italia.
Il crudo monito di Lagardère, al di là del suo uso intimidatorio, contiene una verità: la garanzia dell’indipendenza informativa è l’esistenza di una solida base organizzativa del medium di massa utilizzato.http://pino-cabras.blogspot.com/2008/09/119-e-dintorni-i-nuovi-tab-francesi.html
(Alpi bavaresi, fotowalkingclass)
Domenica elettorale in area alpina. In Baviera si vota per rinnovare il parlamento regionale. La Csu, costola regionale dei cristiano-democratici, rischia il tracollo elettorale. A rischio la maggioranza assoluta. Gli ultimi sondaggi la danno al 47 per cento. Ovviamente i margini per un governo di coalizione ci sono tutti, ma secondo molti osservatori il crollo sarebbe l'onda lunga della crisi di consenso che ha investito i partiti di massa tedeschi (e in Baviera la Csu è il partito di massa per eccellenza). Campanello d'allarme per Angela Merkel in vista della corsa alla Cancelleria del prossimo anno. Da tenere sott'occhio, come sempre in ogni nuova elezione regionale ad ovest, la Linke, vicina alla soglia d'ingresso in parlamento del 5 per cento. Dovesse farcela anche nella conservatorissima Baviera (ma pare difficile), sarebbe un ulteriore segnale. Dall'articolo pubblicato due mesi fa non è cambiato molto, a parte le sbandate alcoliche sui boccali di birra del presidente uscente Beckstein. Per questo lo ripropongo nel link qui. Aggiungo le pagine speciali della bavarese Süddeutsche Zeitung e del settimanale Die Zeit.
Si salta il confine (virtuale, siamo in Europa) e si arriva in Austria, la repubblica alpina per eccellenza. Campagna elettorale sottotono, in un quadro politico soporifero che neppure il ritorno del populista Heider è riuscito a vivacizzare. Il governo di Grosse Koalition a guida socialdemocratica è caduto qualche tempo fa nell'indifferenza generale, un nuovo governo di Grosse Koalition potrebbe riformarsi dopo il voto, probabilmente sempre nell'indifferenza generale. D'altronde l'Austria è un paese piccolo ma ricco e benestante e la politica dell'ultimo decennio non rende merito anche al ruolo internazionale che il paese svolge, grazie anche alla sua posizione geografica al centro del continente. Sarà anche per questo che gli unici spasimi vengono dai sondaggi (così come la curiosità maggiore è quella dell'introduzione del voto ai sedicenni): gli austriaci sembrano intenzionati a punire i due partiti maggiori (socialdemocratici e popolari) che hanno insieme malgovernato, sprofondandoli ben al di sotto del 30 per cento. In compenso crescerebbero in maniera sparsa tutti i partiti minori, dai nazionalisti ai populisti, dai liberali ai verdi. Ci vorrà molta fantasia e un po' di azzardo per inventare inedite coalizioni di governo. Ma se il crollo di socialdemocratici e popolari sarà davvero pesante, si vivrà il paradosso che la Grosse Koalition sarà l'unica formula matematicamente possibile di governo. Un anticipo di quello che potrà accadere tra un anno in Germania (dove già si parla, non a caso, di deriva austriaca della politica tedesca)? Intanto link alle pagine speciali dei quotidiani anche qui: Der Standard e Die Presse. http://walkingclass.blogspot.com/
IL SALVATAGGIO FINANZIARIO: ANCHE L’AMERICA HA LA SUA CLEPTOCRAZIA
DI MICHAEL HUDSON
Globalreserach
Nessuno si aspettava che il capitalismo industriale finisse così. Nessuno addirittura aveva notato che si stava evolvendo in questa direzione. Ho paura che questo difetto non sia insolito tra i futurologi: la tendenza naturale è quella di pensare a come le economie possano crescere ed evolvere nel migliore dei modi, non a come non possano essere monitorate. Ma sembra sempre presentarsi una strada imprevedibile, ed ecco che la società parte per la tangente.
Che ultime due settimane pazzesche!
Domenica 7 settembre il Tesoro si è accollato i 5.300 miliardi di esposizione sui mutui di Fannie Mae e Freddie Mac, i cui dirigenti erano già stati destituiti per falso contabile.
Lunedì 15 settembre Lehman Brother è fallita, quando i potenziali acquirenti di Wall Streen non riuscivano a vedere più alcun senso di realtà dai suoi libri contabili. Mercoledì la Federal Reserve ha acconsentito per pagare almeno 85 miliardi di dollari nelle vincite di facciata “assicurate” che si dovevano agli speculatori finanziari che avevano scommesso su scambi fatti al computer di mutui spazzatura e che avevano comprato una copertura della controparte dalla A.I.G. (l’American International Group, il cui presidente Maurice Greenberg era già stato destituito da qualche anno per falso contabile).
Ma è venerdì 19 settembre che verrà ricordato come il punto di svolta nella storia americana. La Casa Bianca ha impegnato quasi 500 miliardi di dollari per far aumentare i prezzi del mercato immobiliare in un tentativo per supportare il valore di mercato dei mutui spazzatura – mutui erogati di gran lunga superiori alla possibilità dei debitori di estinguerli e di gran lunga superiori al prezzo di mercato corrente del collaterale impegnato.
Questi miliardi di dollari sono stati dedicati a mantenere vivo un sogno – le invenzioni contabili registrate dalle aziende che erano entrate in un mondo irreale basato sulla contabilità fasulla e che quasi tutti nel settore finanziario sapevano che era falsificata. Ma si stava al gioco, comprando e vendendo pacchetti di mutui spazzatura perché era lì che stavano isoldi. Come ha detto Charles Princes di Citibank: “Finché c’è musica, bisogna continuare a ballare.” Addirittura dopo il crollo dei mercati, i gestori di fondi che se ne stavano alla larga sono stati accusati di esseare usciti dal gioco mentre la partita era ancora in corso. Ho degli amici a Wall Street che sono stati licenziati per non essere riusciti ad uguagliare i profitti che stavano realizzando i loro colleghi. E i maggiori profitti dovevano essere realizzati trattando il più grande patrimonio finanziario dell’economia – i mutui. Solamente i mutui impacchettati, di proprietà o garantiti da Fannie e Freddie, superavano l’intero debito nazionale degli Stati Uniti – il disavanzo complessivo accumulato dal governo americano dalla vittoria nella Guerra di rivoluzione!
Tutto questo dà un’idea di quanto sia stato imponente il salvataggio – e dove risiedano le priorità del governo (o almeno quelle dei Repubblicani). Invece di aprire gli occhi dell’economia di fronte alla realtà, il governo ha speso tutte le proprie risorse per promuovere il sogno illusorio che i debiti possono essere estinti. E se non possono essere estinti dai debitori stessi, allora ci penserà il governo – i “contribuenti”, in un eufemismo.
Da un giorno all'altro, il Tesoro e la Federal Reserve hanno cambiato radicalmente il carattere del capitalismo americano. Si tratta niente meno che di un colpo di stato a favore della classe sociale che Franklin Delano Roosevelt definiva i “bankster1” Quello che è avvenuto nelle ultime due settimane minaccia di alterare il prossimo secolo – in modo irreversibile, se riusciranno a farla franca. Questo è il più grande e ingiusto trasferimento di ricchezza dai tempi della distribuzione della terra ai magnati delle ferrovie all’epoca della Guerra di Secessione.
Tuttavia, ci sono poche indicazioni sul fatto che si possa porre fine alla solita tiritera del libero mercato da parte degli addetti ai lavori che sono riusciti ad evitare la sorveglianza pubblica nominando dei non regolatori nelle principali agenzie di regolamentazione – e perciò creando lo scompiglio che ora, secondo il Segretario al Tesoro Henry Paulson, minaccia i conti correnti e i posti di lavoro di tutti gli americani. Naturalmente, coloro a cui fa riferimento Paulson sono i più grandi finanziatori della campagna elettorale Repubblicana (e, ad essere sinceri, anche i più grandi finanziatori dei candidati Democratici nelle principali commissioni finanziarie).
Una classe sociale cleptocratica si è impadronita dell’economia per sostituire il capitalismo industriale. Il termine “bankster” coniato da Franklin Roosevelt la dice tutta. L’economia è stata catturata – da una forza aliena, non dai soliti sospetti. Non dal socialismo, dai lavoratori o dallo “statalismo”, né dagli industriali monopolisti o addirittura dalle grandi famiglie di banchieri. Sicuramente non dai massoni o dagli Illuminati. (Sarebbe splendido se ci fosse veramente qualche gruppo di persone che agisse con qualche secolo di saggezza alle spalle, così almeno qualcuno almeno avrebbe un piano). Invece, i bankster hanno siglato un patto con una forza aliena – non i comunisti, i russi, gli asiatici o gli arabi. Nemmeno un essere umano. I componenti di questo gruppo di persone sono una nuova stirpe di macchine. Potrebbe sembrare un film di Terminator, ma le macchine computerizzate si sono davvero impadronite del mondo – perlomeno, il mondo della Casa Bianca.
Ed ecco come hanno fatto. A.I.G. ha stipulato polizze assicurative di tutti i tipi: assicurazioni sulla casa e sulla proprietà, assicurazioni sul bestiame, persino leasing su aeromobili. Questi affari altamente redditizi non erano un problema (quindi probabilmente saranno liquidati per ripagare le scommesse andate storte della società). Il crollo di A.I.G. è arrivato dai 450 miliardi di dollari che si era obbligata a pagare come risultato della garanzia assicurativa degli hedge fund della controparte. In altre parole, se le due parti contraenti avessero giocato al gioco a somma zero di scommettere l’una contro l’altra se il dollaro sarebbe aumentato o diminuito nei confronti della sterlina o dell’euro, o se avessero assicurato un portafoglio di mutui spazzatura per essere sicuri che sarebbero stati pagati, avrebbero corrisposto una piccolissima commissione alla A.I.G. per una polizza nella quale si prometteva di pagare se, diciamo, gli 11.000 miliardi del mercato americano dei mutui avessero fatto “un passo falso” o se i perdenti che avevano scommesso miliardi di dollari nelle puntate sullo scambio di derivati stranieri, nei derivati sulle obbligazioni e sulle azioni si fossero dovuti trovare, in qualche modo, nella situazione in cui si ritrovano numerosi clienti abituali di Las Vegas, e non essere in grado di sborsare i quattrini per coprire le perdite.
A.I.G. ha raccolto miliardi di dollari in tali polizze. E grazie al fatto che le società di assicurazioni sono un paradiso di Milton Friedman – non regolamentate né dalla Federal Reserve né da altre agenzie nazionali – e quindi in grado di ottenere il proverbiale “giro gratis” senza la sorveglianza del governo – la stipula di queste polizze è stata fatta da tabulati al computer, e la società ha raccolto enormi quote e commissioni senza impiegare troppo capitale proprio. Questo è quella che viene definita “auto-regolamentazione” ed è come si suppone che funzioni la Mano Invisibile. Inevitabilmente si è scoperto che alcune delle istituzioni finanziarie che avevano effettuato scommesse per miliardi di dollari – di solito sotto forma di puntate del valore di centinaia di milioni di dollari nel corso di pochi minuti, per essere precisi – non potevano pagare. Queste scommesse vengono effettuate nel giro di millisecondi, colpi su una tastiera senza quasi alcuna interazione umana. In quel senso non è improbabile l’acquisizione da parte di individui alieni a forma di baccello. Ma in questo caso si tratta di macchine simili a robot, da qui l’analogia di prima con i Terminator. La loro improvvisa ascesa verso la dominazione è imprevista come un’invasione da Marte. L’esempio più vicino a noi è l’invasione dei ragazzi di Harvard, della Banca Mondiale e della U.S.A.I.D.2 in Russia e nelle altre economie post-sovietiche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, premendo per la distribuzione del libero mercato per creare cleptocrazie nazionali. Dovrebbe costituire un segno di preoccupazione per gli americani il fatto che questi cleptocrati sono diventati le Ricchezze Fondatrici dei loro rispettivi paesi. Dovremmo tenere a mente l’aforisma di Aristotele secondo cui la democrazia è la fase politica immediatamente precedente all’oligarchia.
Le macchine finanziarie che hanno messo in campo le trattative che hanno fatto fallire A.I.G. erano state programmate dai direttori finanziari per agire alla velocità della luce nel condurre contrattazioni elettroniche che duravano ognuna solo una manciata di secondi, milioni di volte al giorno. Solo una macchina potrebbe calcolare delle probabilità matematiche fattorizzate in relazione agli svolazzi verso l’alto e verso il basso dei tassi di interesse, dei tassi di cambio e dei prezzi di azioni e obbligazioni – e dei prezzi dei mutui impacchettati. E questi ultimi hanno assunto sempre più la forma di mutui spazzatura, facendo finta di essere debiti pagabili ma che erano in realtà materiale pubblicitario senza valore. Le macchine impiegate negli hedge fund, in particolare, hanno dato un nuovo significato al Capitalismo da Casinò, da tempo applicato dagli speculatori che giocavano al mercato azionario. Significava fare puntate incrociate, perderne alcune e vincerne altre – con il governo che mette in salvo chi non paga. La svolta nel fermento delle ultime due settimane è stata che i vincitori non potevano raccogliere le proprie puntate a meno che il governo avesse pagato i debiti che i debitori non erano in grado di coprire con il proprio denaro.
Si sarebbe portati a pensare che questo avrebbe richiesto un certo livello di controllo sul governo. L’attività forse non sarebbe dovuta mai essere autorizzata. In effetti, non è mai stata auorizzata, e dunque mai regolamentata. Ma sembra sia stato fatto per una buona ragione: gli investitori negli hedge fund dovevano firmare un documento nel quale si dichiarava di essere sufficientemente benestanti per permettersi di perdere il loro denaro in questo gioco d’azzardo finanziario. Ai piccoli investitori non era consentito partecipare. Nonostantele gli elevati guadagni che milioni di piccole contrattazioni generavano, erano considerati troppo rischiosi per i novellini che non avevano fondi fiduciari con cui giocare.
Un hedge fund non fa soldi producendo beni e servizi. Non avanza fondi per acquistare beni reali o addirittura per prestare denaro. Un hedge fund prende a prestito somme enormi per alzare la propria puntata con quasi credito gratuito. I suoi dirigenti non sono degli ingegneri industriali ma dei matematici che programmano computer per effettuare delle puntate incrociate su quale direzione potrebbero prendere i tassi di interesse, i tassi di cambio delle valute, i prezzi di azioni e obbligazioni – oppure i prezzi dei mutui bancari impacchettati. I prestiti impacchettati potrebbero essere puliti oppure potrebbero essere spazzatura. Non ha importanza. Tutto quello che importa è fare soldi in un mercato dove la maggior parte delle trattative dura solamente pochi secondi. Quello che crea il guadagno è la fibrillazione del prezzo – la volatilità.
Questo tipo di transazioni potrebbe rendere una fortuna, ma non è una “creazione di ricchezza” nella forma che riconoscono la maggior parte delle persone. Prima della formula matematica di Black-Scholes per calcolare il valore delle scommesse sugli hedge, questo tipo di opzioni put e call era troppo oneroso per garantire più utili a tutti, tranne che alle agenzie di brokeraggio. Ma la combinazione di potenti computer e l’”innovazione” dell’accesso quasi del tutto libero ai tavoli da gioco della finanza ha reso possibile frenetiche manovre da mordi-e-fuggi.
E allora perché il Tesoro ha ritenuto necessario entrare in questo quadretto? Perché questi speculatori dovevano essere salvati se avevano abbastanza soldi da perdere senza dover entrare sotto la tutela dello Stato? La contrattazione degli hedge fund era limitata a personaggi ricchissimi, alle banche d’investimento ed altri investitori istituzionali. Ma è diventato uno dei modi più semplici per far soldi, prestando fondi ad interesse alla gente per ripagare le loro trattative incrociate fatte al computer. E quasi in tempo reale, questi guadagni erano pagati in commissioni, stipendi e bonus annuali che richiamano alla mente l’epoca d’oro americana degli anni antecedenti la Prima Guerra Mondiale – parecchio tempo prima che fosse introdotta l’imposta sui redditi del 1913. La cosa straordinaria riguardo a tutto questo denaro è che i suoi beneficiari non dovevano neppure sottostare alla normale imposta. Il governo aveva permesso loro di definirlo “capital gain”, ossia guadagno in conto capitale, vale a dire che il denaro era tassato solamente una parte di quanto venissero tassati i normali redditi.
Il pretesto, ovviamente, è quello che queste trattative frenetiche creano vero “capitale” ma di sicuro non è così, secondo la concezione classica del capitale del XIX secolo. Il termine è stato scollegato dalla produzione di beni e servizi, dall’assunzione di forza lavoro o dalla innovazione finanziaria. E’ più “capitale” il diritto a gestire una lotteria e raccogliere le vincite dalle speranze di chi ha perso. D’altra parte, i casinò di Las Vegas passando ai casinò sulle barche sui fiumi sono diventati un’importante “industria in crescita”, intorbidendo i concetti stessi di capitale, crescita e ricchezza.
Per chiudere i tavoli da gioco e ripagare il denaro, chi ha perso deve essere salvato – Fannie Mae, Freddie Mac, A.I.G. e chi sa chi altri arriverà? Questo è l’unico modo per risolvere il problema di come le aziende che hanno già corrisposto i propri utili ai dirigenti e agli azionisti invece di accantonarli raccoglieranno le loro vincite dai debitori insolventi e dalle compagnie di assicurazione. Questi perdenti hanno anche corrisposto gli utili ai loro direttori finanziari e agli addetti ai lavori (insieme ai soliti contributi patriottici per i candidati politici delle commissioni più importanti che hanno la responsabilità delle decisioni sulla struttura finanziaria del paese).
Tutto questo deve essere orchestrato con largo anticipo. E’ necessario comprare i politici e dar loro una storia di copertura plausibile (o almeno una serie ben congegnata di eufemismi preconfezionati) per spiegare agli elettori perché era nell’interesse pubblico salvare gli speculatori. E’ necessaria una buona retorica per spiegare perché il governo dovrebbe permettere loro di andare al casinò e tenersi tutte le vincite mentre si utilizzano finanziamenti pubblici per ripagare le perdite delle loro controparti.
Quello che è avvento il 18 e 19 settembre ha richiesto anni di preparazione, coronato da una falsa ideologia intagliata dagli esperti di pubbliche relazioni per essere trasmessa come una situazione di emergenza per gettare nel panico il Congresso – e gli elettori – poco prima delle elezioni presidenziali. Sembra essere la nostra sorpresa elettorale di settembre. In una situazione di crisi programmata, il Presidente Bush e il Segretario al Tesoro Paulson fanno ora appello al paese per unirsi in una Guerra ai proprietari di casa in bancarotta. Si dice che sia l’unica speranza per “salvare il sistema” (E di quale sistema stiamo parlando? Non è capitalismo industriale, né bancario, per quanto ne sappiamo). La più grande trasformazione del sistema finanziario americano dai tempi della Grande Depressione è stata compressa in appena due settimane, iniziando con il raddoppio del debito del paese con la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac il 7 settembre.
La teoria economica era solita spiegare che gli utili e l’interesse erano un guadagno per un rischio calcolato. Ma oggi il gioco si chiama capital gain e gioco d’azzardo computerizzato nella direzione dei tassi di interesse, delle valute straniere e dei prezzi delle azioni – e quando si fanno cattive puntate, i salvataggi sono il guadagno economico calcolato per i contributi elettorali. Ma non è il momento di parlare di queste cose. “Ora dobbiamo agire per proteggere la salute economica della nazione da un grave rischio”, ha intonato il presidente Bush il 19 settembre. Quello che intendeva dire è che la Casa Bianca deve garantire l’incolumità del più grande gruppo di contributori del Partito Repubblicano – cioè Wall Street – mettendo in salvo le loro pessime puntate. “Ci saranno ampie opportunità di discutere le origini di questo problema. Ora è il momento di risolverlo”. In altri termini, non facciamone una questione elettorale. “Nella storia della nostra nazione ci sono stati momenti che ci hanno richiesto di unirci e andare oltre le linee di partito per fronteggiare le sfide più importanti. Questo è uno di quei momenti”. Proprio prima delle elezioni presidenziali! Le stesse frottole erano state sentite in precedenza, venerdì mattina, dal Segretario al Tesoro Paulson: “La salute della nostra economia ci richiede di lavorare insieme per una rapida azione bipartisan”. Gli annunciatori avevano detto che erano stati discussi 500 miliardi di dollari per le manovre di oggi.
Buona parte della colpa dovrebbe andare all’amministrazione Clinton per aver portato all’abrogazione della legge Glas-Stegall nel 1999, consentendo alle banche di fondersi nei casinò. O piuttosto, i casinò hanno assorbito le banche. Ed è questo che ha messo a rischio i risparmi degli americani.
Ma questo significa che davvero l’unica soluzione è quella di far risalire il mercato immobiliare? Il piano Paulson-Bernanke è quello di consentire alle banche di svendere le case di cinque milioni di debitori di mutui che quest’anno stanno affrontando un’insolvenza o il pignoramento! I proprietari di casa con “mutui a tasso variabile in procinto di esplodere” perderanno la loro abitazione ma la Fed pomperà abbastanza credito alle agenzie di prestiti di mutui per consentire ai nuovi acquirenti di indebitarsi quanto basta per impossessarsi dei mutui spazzatura che sono attualmente nelle mani degli speculatori. E’ giunto il momento per un’altra bolla finanziaria e immobiliare che salvi i prestatori e gli impacchettatori di mutui spazzatura.
Gli Stati Uniti sono entrati in una nuova guerra – una Guerra per salvare i trader dei derivati computerizzati. Come la guerra in Iraq, anche questa si basa sulle menzogne e vi si è preso parte in un’apparente situazione di emergenza – verso cui la soluzione ha poco a che vedere con la causa sottostante dei problemi. Sul piano delle sicurezza finanziaria, il governo pagherà le obbligazioni di debito collaterizzate (CDO) che Warren Buffett ha definito “armi di distruzione di massa finanziaria”.
Non c’è da stupirsi che questa distribuzione di denaro pubblico sia gestita dallo stesso gruppo di persone che metteva in guardia così religiosamente il paese sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Il Presidente Bush e il Segretario al Tesoro Paulson hanno annunciato che questo non è il momento per dissapori bipartisan per il cambiamento della politica pubblica a favore dei creditori piuttosto che dei debitori. Non c’è tempo per ridurre il più grande salvataggio della storia una questione elettorale. Non è il momento adatto per discutere se è una buona cosa quella di far salire di nuovo i prezzi del mercato immobiliare ad un livello tale che obbligherà i nuovi acquirenti ad indebitarsi sempre di più ed impiegare all’incirca il 40 per cento della loro busta paga.
Ricordate quando il Presidente Bush e Alan Greenspan comunicavano agli americani che non c’erano abbastanza soldi per pagare la Previdenza Sociale (per non parlare di Medicare3) perché in futuro (tra 10 anni? 20 anni? 40 anni?) il sistema potrebbe avere un disavanzo di quello che ora sembrano delle insignificanti centinaia di miliardi di dollari spalmati su molti molti anni. In sostanza, se non riusciamo a capire come pagare, affossiamo subito il progetto. Bush e Greenspan avevano ovviamente un’utile soluzione. Il Tesoro poteva trasferire il denaro proveniente dalle Previdenza Sociale e dall’assicurazione sanitaria verso Bear Sterns, Lehman Brothers e i loro confratelli per essere investito con la “magia dell’interesse composto”.
Che cosa sarebbe accaduto alla Previdenza Sociale se fosse stato fatto? Forse dovremmo considerare gli avvenimenti delle ultime due settimane come la cessione agli speculatori di Wall Street di tutto il denaro che era stato messo da parte da quando la Commissione Greenspan nel 1983 aveva spostato il peso fiscale sulle trattenute in busta paga per il Federal Insurance Contributions Act4. Non sono i pensionati a venire salvati, ma gli investitori di Wall Street che hanno firmato documenti nei quali si affermava che potevano permettersi di perdere i loro soldi. Lo slogan dei Repubblicani per novembre dovrebbe essere “Viva l’assicurazione sul gioco d’azzardo, abbasso l’assicurazione sanitaria”. La tanto glorificata Strada verso la Schiavitù non è stata progettata in questo modo. Frederick Hayek e i suoi ragazzi di Chicago hanno insistatito sul fatto che la schiavitù arriverebbe dalla pianificazione e della regolamentazione del governo. Questa visione ha ribaltato le idee dei riformatori dell’era classica e progressista che dipingevano il governo come la mente della società, il suo timone per regolare i mercati – e liberarli dal profitto senza giocare un ruolo essenziale nella produzione.
La teoria della democrazia fa affidamento sul presupposto che gli elettori agirebbero nel proprio interesse. I riformatori del mercato elaborarono un’ipotesi simile affermando i consumatori, i risparmiatori e gli investitori promuoverebbero la crescita economica agendo con piena conoscenza e consapevolenzza delle dinamiche in gioco. Purtroppo la Mano Invisibile si è rivelata un inganno contabile, prestiti di mutui spazzatura, insider trading e il fatto di non riuscire di collegare l’aumento vertiginoso del debito con la possibilità di pagare da parte dei debitori – uno scompiglio apparentemente legittimato da modelli commerciali computerizzati, ed ora benedetti dal tesoro.
Michael Hudson è il presidente dell’ Institute for the Study of Long-Term Economic Trends (ISLET), un analista finanziario di Wall Street, professore emerito di economia all’Università del Missouri ed autore di “Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire” (1972 e 2003) e di “The Myth of Aid” (1971).
Fonte: www.globalresearch.ca
Link originale: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=HUD20080920&articleId=10279
20.09.98
Scelto e tradotto da JJULES per www.comedonchisciotte.org
Note del traduttore
1 Gioco di parole che unisce i termini “banchieri + gangster”
2 La U.S.A.I.D. (United States Agency for International Development) è un’organizzazione governativa americana responsabile degli aiuti all’estero di carattere umanitario.
3 Medicare è un programma di assicurazione sociale istituito nel 1965 (e amministrato dal governo degli Stati Uniti) per fornire una copertura sanitaria ai cittadini di oltre 65 anni di età oppure a coloro che soffrono di gravi patologie o infermità.
4 La trattenuta per il Federal Insurance Contributions Act è un’imposta presente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti americani per finanziare sia la Previdenza Sociale che Medicare. Corrisponde sostanzialmente alla voce del contributo al Servizio Sanitario Nazionale presente nelle busta paga dei lavoratori dipendenti italiani.
LE BANCHE CINESI HANNO SMESSO DI FARE PRESTITI ALLE BANCHE USA
Reuters
Pechino, 25/09 (Reuters) – Il South China Morning Post ha riferito oggi, giovedì, che i governanti cinesi hanno ordinato alle banche nazionali di fermare prestiti interbancari ad istituzioni finanziarie USA per prevenire possibili perdite durante la crisi finanziaria.
Il giornale di Hong Kong ha citato fonti anonime dell’industria che affermano che l’ordine, proveniente dalla China Banking Regulatory Commission (CBRC) [Commissione Regolatrice del Sistema Bancario Cinese], riguarda prestiti interbancari di tutte le valute con banche USA ma non con banche di altre nazioni.
“Il decreto sembra essere il primo tentativo di erigere delle difese contro il disastro finanziario USA dopo che i principali autori di prestiti hanno riferito di avere miliardi in dollari USA di esposizione alla crisi del credito”, ha affermato il South China Morning Post.
Un portavoce della CBRC non ha rilasciato commenti.
Titolo originale: "China banks told to halt lending to US banks-SCMP"
Fonte: http://www.reuters.com
Link
25.09.2008
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
La guerra dei francobolli
scrive Gilda Lyghounis
Prosegue l'estenuante disputa tra Atene e Skopje sul nome "Macedonia", che assume ogni giorno di più risvolti da teatro dell'assurdo. Ormai si combatte anche a colpi di timbri e francobolli, e tra le parti diventa impossibile non solo il dialogo politico, ma anche quello epistolare
Dalle battaglie di Alessandro Magno alla guerra postale fra Atene e Skopje. Alla frontiera fra i due Paesi non si combatte con le sarisse, le lunghe lance dell’invincibile falange macedone di 2300
anni fa. Ma a colpi di timbri burocratici, che inesorabilmente rispediscono ogni lettera al mittente rendendo impossibile il dialogo: non solo quello politico fra le due capitali, che dal 1992, dopo lo sfascio dell'ex Jugoslavia, si contendono il copyright sul nome “Macedonia” e sull'eredità storica di Alessandro Magno, ma soprattutto quello epistolare fra i comuni cittadini.
Un esempio? Un avvocato di Salonicco, capoluogo della Macedonia sull’Egeo, la più grande regione nel nord della Grecia, ha spedito a una sua cliente di Skopje alcuni estratti del catasto tessalonicese che le permetterebbero di recuperare un terreno e una casa di proprietà dei suoi avi. In fondo la strada che collega i due Paesi è lunga solo 130 chilometri, e nel corso dei secoli il via vai di persone, trasferimenti (o confische) di proprietà o di prodotti commerciali fra la Macedonia dell’Egeo e quella del Vardar (come era chiamata sulle cartine ottomane la regione di Skopje) non è mai finito. Ma dopo qualche giorno, come riferisce la donna in una lettera di protesta pubblicata dal quotidiano di Skopje “Nova Makedonija”, il legale le ha telefonato per avvertirla che il plico era stato rispedito al mittente, ossia al suo studio professionale a Salonicco.
Errore di indirizzo? Non esattamente. Sia i greci sia gli abitanti della “ex Repubblica socialista jugoslava di Macedonia” (Former Yugoslavian Republic of Macedonia”, da cui l’appellativo Fyrom, con cui è stata riconosciuta dall’Onu) non sanno più quale recapito indicare per fare arrivare le proprie lettere a destinazione. Già, perché per scrivere dall’Ellade a Skopje bisogna tracciare, a chiare lettere, sotto la città del destinatario il nome dello stato: ovvio, direte voi, si fa così in tutto il mondo. Ma in quest’angolo dei Balcani si ragiona (o si sragiona) in altro modo. E' proprio sull’appellativo dello stato che inizia la follia burocratica.
Quale stato? Guai a chi scrive Macedonia, nome dello scandalo: è indispensabile scrivere “Fyrom”, altrimenti la lettera non raggiunge neppure la frontiera. Così ha deciso l’Elta, l’Ente postale ellenico. Ma Fyrom è toponimo “sconosciuto” agli analoghi uffici di Skopje, che a loro volta si limitano a imprimere “Greece” sulla busta e a rispedirla in Grecia. Vicende come quella del legale greco e della sua cliente riempiono i quotidiani di Skopje, da “Dnevnik” a “Vecer”, bersagliati da centinaia di missive di lettori locali inferociti.
Non è finita. Secondo il giornale ateniese "Eleftherotypia" la guerra postale si estende anche ad altri servizi pubblici. A iniziare dai doganieri di Skopje, che ai propri connazionali vogliosi di fare una capatina in Grecia impongono ore di umiliante attesa e controlli sui bagagli, cosa che non avviene per i serbi o altri turisti in viaggio per l’Ellade via Skopje.
Ma una volta passato il confine, l’odissea non è finita. Subentrano le Ferrovie greche (OSE) che proibiscono 2 o 3 volte la settimana ai convogli provenienti dalla innominabile “Repubblica di Macedonia” di entrare nel Paese degli dei dell’Olimpo. Ci si è messo pure l’embargo aereo: all’inizio dell’estate le autorità ateniesi hanno negato a un aeroscalo della Mat (Macedonian Airlines) di sorvolare la Grecia, sempre per la dicitura "Macedonian". Risultato? Il primo ministro Nikola Gruevski ha annullato la propria visita già programmata ad Atene. A differenza dei propri connazionali, che per nessuna ragione hanno rinunciato a fare le vacanze sulle inospitali, per loro, spiagge elleniche: mezzo milione di turisti "macedoni" dall’inizio dell’anno, di cui 100mila solo ad agosto. “Gente senza orgoglio nazionale” li bollano gli ultraconservatori rimasti in patria “Perché non fate le vacanze in Albania?”
Intanto, così come pacchi di corrispondenza fra Atene e Skopje aleggiano come fantasmi senza mai arrivare al destinatario, anche il dialogo fra i vertici dei due Stati sembra fermo a un binario morto. Proprio questa settimana, mercoledì 24 settembre, sia la ministra degli Esteri ellenica Dora Bakojannis sia il presidente “macedone” Branko Crvenkovski sono a New York, per incontrarsi con Matthew Nimitz, il mediatore Onu sulla questione del nome.
Ma dall’ufficio del premier "macedone" è stato precisato che “i due leader non si incontreranno”. Bakojannis vedrà Nimitz la mattina, Crvenkovski il pomeriggio. Pare che il mediatore delle Nazioni Unite proporrà, per l’ennesima volta, a Skopje di rinunciare all’appellativo “Repubblica di Macedonia” tout court per accettare, come già auspicato dalla controparte greca, una denominazione composta e di connotazione geografica, per esempio “Macedonia del nord” (per evitare suffissi etnici tipo Slavomacedonia, che esaspererebbero la forte minoranza albanese). Sarebbe un buon inizio per annullare il veto posto da Atene all'ingresso di Skopje nella Nato e nella Ue.
Finora le autorità di Skopje hanno risposto picche. A meno che quel nome composto sia usato solo nelle relazioni bilaterali con la Grecia mentre “Repubblica di Macedonia” sostituisca il poco onorevole “Fyrom” negli organismi internazionali.
Intanto, in una recente conferenza dell’Unesco, l’organizzazione culturale dell’Onu, la rappresentanza greca si è ritirata perché i colleghi di Skopje hanno distribuito un opuscolo in cui si menzionavano la lingua e l’etnia “macedoni”.
In questo labirinto senza uscita, chissà se l’avvocato di Salonicco ha deciso di mettersi in viaggio in automobile per portare di persona alla sua cliente la lettera che non riesce a farle pervenire dalla Grecia. O se la signora si è concessa un week end sulle spiagge della Calcidica, vicino alla grande città ellenica dove abitarono i suoi avi, unendosi alla carica dei 100mila "macedoni" in vacanza nella terra degli dei.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10198/1/382/
SUDAFRICA: Mezzogiorno di fuoco - insieme a Mbeki, si dimettono 11 membri del gabinetto
Analisi di Christi van der Westhuizen
CITTA' DEL CAPO, (IPS) - Da due anni, il Sudafrica è alle prese con un dramma politico, uno scandalo ai piani alti del potere che ha portato questa settimana alle dimissioni del presidente Thabo Mbeki, su disposizione del Congresso nazionale africano (ANC, African National Congress), seguite da quelle di diversi membri del gabinetto.
Mbeki ha accettato il suo destino con un discorso particolarmente schivo trasmesso il 21 settembre dalla TV nazionale. Anche la sua vice, Phumzile Mlambo-Ngcuka, ha annunciato martedì la rinuncia al proprio mandato. Diversi altri ministri li hanno seguiti, tra cui il ministro delle Finanze Trevor Manuel; quello delle Imprese pubbliche Alec Erwin; il ministro della Difesa Mosioua Lekota; il vice ministro degli Affari esteri Aziz Pahad; e il vice ministro delle Finanze Jabu Moleketi.
Mbeki era subentrato a Nelson Mandela nel 1999, dopo essere stato il suo vice dalle prime elezioni democratiche in Sudafrica, nel 1994. Era stato acclamato dal mondo come la spinta propulsiva dietro la New Partnership for Africa’s Development (Nepad), e per aver divulgato l’idea di un “Rinascimento africano”.
Conquiste offuscate tuttavia dalle recenti rivelazioni di presunti abusi delle istituzioni, a quanto pare per soddisfare i requisiti richiesti dalla Costituzione e dal Bill of Rights del Sudafrica, tanto ammirati a livello internazionale.
Il 12 settembre, il giudice Chris Nicholson ha scoperto una violazione del diritto ad un giusto processo per l’ex vice presidente del paese e attuale presidente dell’ANC Jacob Zuma, a causa dell'ingerenza di Mbeki e dei diversi ministri della Giustizia nel potere giudiziario nazionale. Il Comitato esecutivo nazionale (Nec) dell’ANC ha deciso questo week-end di sollevare Mbeki dal suo incarico.
Zuma era accusato di aver chiesto tangenti all’impresa di armi francese Thint/Thales, per agevolare la sua offerta di fornitura d’armi in un appalto del 1999, allora del valore di 4,8 miliardi di dollari. Mbeki aveva licenziato Zuma dalla sua posizione di vice nel 2005, quando il suo socio in affari Schabir Shaik era stato condannato per corruzione in relazione al contratto sulle armi.
I sostenitori di Zuma, tra cui gli alleati di sinistra dell’ANC, il Congresso dei sindacati sudafricani (Cosatu) e il Partito comunista del Sudafrica (Sacp), hanno lanciato accuse di intromissione politica sin dal primo dibattimento d’accusa contro Zuma nel 2003.
Mbeki nega ogni interferenza nel procedimento giudiziario. Ma Zuma e i suoi alleati sono riusciti a mettere i principali schieramenti del partito al potere contro Mbeki, portando all’espulsione del presidente e di quasi tutta la sua cricca dal Comitato esecutivo dell’ANC in una conferenza di partito nel 2007.
Ma il disincanto nei confronti di Mbeki, al di là dell’ANC e dei suoi partner, risale a molto prima.
Una protesta pubblica lo aveva già condannato per il licenziamento del vice ministro della Salute Madlala-Routledge nell’agosto 2007, responsabile di aver denunciato una crisi del sistema sanitario che aveva causato la morte di diversi neonati in un ospedale rurale.
Per i suoi detrattori, era solo il seguito di un tema diventato comune durante il suo mandato presidenziale, sintetizzato nel presunto rifiuto di Mbeki di riconoscere la realtà sudafricana. Tra i primi episodi, l’aver messo in dubbio alla fine degli anni ’90 i dati sugli stupri, in un paese noto per avere un tasso di stupri tra i più alti nel mondo.
Successivamente, il suo rifiuto di riconoscere il legame tra Hiv e Aids, in un paese che ha i più alti tassi di infezione al mondo, provocò indignazione da molte parti. Di fronte a questo atteggiamento negazionista sull’Hiv, passò in secondo piano il legittimo accento posto da Mbeki sul ruolo giocato dalla povertà nel creare le condizioni sociali che alimentano la pandemia dell’Hiv/Aids.
Questo atteggiamento proseguì con il rifiuto del governo di Mbeki di accettare alcuni risultati del Programma Onu per lo sviluppo 2003, da cui emergeva un peggioramento delle ineguaglianze dal 1994, a causa della politica economica neoliberista del governo.
Negli ultimi anni poi, il governo ha evitato di diffondere i dati ufficiali sulla disoccupazione (basati su una sua definizione più ampia, che include anche coloro che hanno rinunciato a cercare lavoro), a quanto pare per nascondere la vera dimensione del fenomeno; è senza lavoro il 42 per cento dei sudafricani, secondo un recente articolo del Commissario per i diritti umani del Sudafrica Leon Wessels.
Sullo sfondo di una forte e persistente disoccupazione, la povertà rimane inevitabilmente radicata, con metà della popolazione che resta esclusa dall’economia ufficiale. Secondo le Nazioni Unite, 22 milioni di sudafricani vivono ancora al di sotto della soglia di povertà.
Mbeki ha continuato ad attirarsi il biasimo dell’opinione pubblica con la scellerata affermazione sulla criminalità, che non era poi 'così alta come i sudafricani pensano'. Questo in un paese con un tasso di omicidi superiore a quello di molti altri paesi.
Ma ciò che ha portato infine al suo tracollo, è la questione dell’abuso delle istituzioni, che non è cominciato con il caso di Zuma. Alla fine degli anni ’90, Mbeki aveva accusato alcuni alti membri dell’ANC, Tokyo Sexwale, Matthews Phosa e Cyril Ramaphosa, di aver ordito un complotto contro di lui. Non esisteva nessuna prova, ma un’indagine della polizia venne utilizzata per “persuaderli” a lasciare l’attività politica.
Nello stesso periodo, l’esecutivo si affrettò a soffocare ogni possibilità del Parlamento di esercitare il proprio ruolo di vigilanza nelle indagini sul contratto delle armi. I dissidenti furono rimossi rapidamente dalla loro posizione, e fu promosso chi era rimasto fedele alla linea del partito. Questa la situazione alle soglie del 2000.
Il licenziamento di Madlala-Routledge's segue la stessa scia. Alla fine dell’anno scorso, Mbeki sospese anche il direttore nazionale dei pubblici ministeri Vusi Pikoli, perché insoddisfatto della sua decisione di arrestare il commissario della polizia nazionale e allora capo dell’Interpol Jackie Selebi con l’accusa di corruzione. Da allora, anche Selebi è stato sospeso, in attesa di processo.
Cosa significa tutto questo per il futuro del Sud Africa nel medio periodo? Mbeki ha centralizzato i processi decisionali, come presidente del paese e presidente dell’ANC. Ha messo sotto silenzio chi aveva idee diverse e promosso i suoi adulatori. La determinazione degli oppositori nel rimuoverlo dall’incarico dovrebbe essere vista come la conseguenza del soffocamento dello spazio democratico.
Anche i metodi di governo di Mbeki hanno creato un clima di scarsa considerazione per le istituzioni costituzionali e la pratica democratica. La restrizione dello spazio democratico ha alzato enormemente la posta in gioco.
In questo contesto, la spinta a togliere il potere dalle mani del gruppo di Mbeki ha comportato attacchi all’integrità del potere giudiziario e dei singoli giudici; agli appelli ad “uccidere per Zuma”; e a un atteggiamento di sfida verso la Commissione per i diritti umani del Sudafrica.
Si potrebbe sostenere che Mbeki meritasse di essere rimosso dal potere, dato il suo atteggiamento negazionista e i suoi fallimenti. Ma la sua rimozione e la perdita di molti dei membri del suo gabinetto potrebbe inasprire la momentanea paralisi nella funzione dei servizi pubblici, che si sta aggravando dopo l’elezione di Zuma a presidente dell’ANC, che ha dato vita a due centri di potere. Il governo potrebbe precipitare in una paralisi più profonda, se la nuova leadership non si affretterà a nominare i sostituti negli incarichi ministeriali, dando così un messaggio di stabilità ai dipendenti pubblici.
E questo sarà ulteriormente complicato dal fatto che il servizio pubblico è ormai politicizzato nella lotta tra le due fazioni. Per di più, l’ANC, come altri partiti, deve mettere a punto la propria lista proporzionale di rappresentanti per il parlamento, in vista delle elezioni del prossimo anno, e delle elezioni provinciali per la leadership del partito. Questi processi hanno già portato al crollo dei meeting dei rami del partito, finiti nel sangue, con almeno un morto e diverse persone accoltellate o colpite con armi da fuoco negli scontri tra le due fazioni.
Con le dimissioni in massa della cricca di Mbeki, è stato lanciato il guanto della sfida. La fazione di Zuma lo raccoglierà?http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1296
New York. “Ole Miss”, Università del Mississippi, ore tre del mattino italiane di venerdì. Primo dibattito presidenziale tra il vecchio eroe e il giovane profeta nel pieno della crisi finanziaria. Il repubblicano John McCain è parso più diretto, a tratti ripetitivo. Il democratico Barack Obama più eloquente e forbito, ma spesso distaccato. McCain si è rivolto all’avversario chiamandolo “senatore Obama”. Obama non si è mai deciso tra il colloquiale “John” e il più formale “senatore McCain”. Per sei volte McCain ha detto che “Obama non capisce”, specie riguardo alla nuova strategia irachena. Per otto volte Obama ha detto “John ha ragione” e pare che la cosa sia piaciuta agli elettori indecisi. McCain stava sempre lì a spiegare al giovane avversario come ci si comporta al mondo, ma senza eccessiva arroganza. Obama è rimasto cool, ma nella seconda metà del dibattito è sembrato quasi frustrato di fronte alla supponenza di McCain e soprattutto indeciso se attaccarlo o se continuare con le sue dotte analisi politiche. McCain ha puntato sulla sua esperienza sul campo, sul suo essere stato qua e là, sul suo conoscere da vicino i leader internazionali. Obama sciorinava dottrine di politica estera come a un seminario di Harvard.
Nessuno dei due si è presentato con una chiara e nuova visione strategica sul futuro dell’America ed entrambi sono stati evasivi anche sul piano di salvataggio di Wall Street elaborato dal segretario del Tesoro, Henry Paulson. Sono apparsi come due bravi senatori – battagliero e affidabile l’uno e capace e competente l’altro – ma più attenti ai dettagli della politica politicante che a nuove e grandi idee. McCain ha citato grandi personaggi del passato, Eisenhower, Nixon, Reagan, mentre Obama ha citato Google, anche se spesso ha evitato di rispondere alle precise domande del moderatore Jim Lehrer.
Per tre volte, in particolare, Obama non ha voluto dire a quale punto dovrà rinunciare del suo piano di investimenti sociali ora che l’intervento federale per salvare Wall Street farà mancare alle casse di Washington centinaia di miliardi di dollari. McCain s’è inventato lì per lì la sospensione di ogni spesa pubblica, con l’eccezione delle spese militari, per i reduci delle guerre, ovviamente, di sanità e pensioni.
McCain è stato più populista, spostando la prima parte del dibattito, in teoria sulla crisi finanziaria, sul terreno a lui più congeniale della lotta agli sprechi e ai finanziamenti pubblici senza controllo che i membri del Congresso riescono a portare a casa (anche Obama, per 900 milioni di dollari). “Al Senato mi chiamano ‘sceriffo’ – ha detto McCain – e non ho mai vinto il premio di mister simpatia”. Obama non è riuscito a uscire dalla trappola demagogica di McCain, se non contrapponendo ulteriore demagogia sull’eccessiva spesa in Iraq.
Due battute da ricordare
I due non hanno commesso grandi errori, solo piccole cose minori: McCain è inciampato sul nome di Ahmadinejad e ha sbagliato quello del presidente pachistano; Obama ha detto che Henry Kissinger la pensa come lui sull’Iran, ma nel dopo dibattito Kissinger ha smentito. Obama ha attaccato Bush, ma nemmeno tanto. Anzi, a un certo punto ha detto, quasi sottovoce, che oggi l’America è “più sicura” rispetto all’11 settembre, demolendo uno dei principali atti d’accusa liberal nei confronti di Bush. McCain s’è addirittura avventurato a collegare l’arroganza obamiana contro il “surge” del generale David Petraeus con quella di Bush che per anni ha rifiutato di prendere in considerazione una nuova strategia. Sull’Iraq McCain ha ricordato che Obama ha avuto torto sul “surge” del generale Petraeus e che ora gli americani stanno vincendo e torneranno a casa con onore, invece che sconfitti come sarebbe successo se fosse passato il piano di Obama. Il senatore democratico ha ricordato che in Iraq non ci si sarebbe dovuti andare e punto, come aveva previsto lui nel 2003.
I dibattiti presidenziali americani ogni tanto passano alla storia per una battuta. In Mississippi ce ne sono state almeno un paio che, in teoria, potranno essere ricordate. C’è chi dice che questo sarà il dibattito del “John ha ragione” o del “Obama non capisce”. Ma anche della caricatura che McCain ha fatto della posizione di Obama sul trattare con l’Iran: “Quindi noi ci sediamo con Ahmadinejad e quando lui dice: ‘Cancelleremo Israele dalla faccia della terra’, noi dovremmo dire: ‘No, non lo farete’. Ma per favore”.
Il dibatito di Oxford: ma cosa ne pensa la stampa americana?
Roberto Antonini , Un dibattito di sostanza. La stampa americana è mediamente soddisfatta. Ma non concorda, come era facile prevedere, sul nome vincitore. Il pubblico, quello femminile, considera (stando a un sondaggio di CNN) che Obama sia stato più convincente. Quello maschile invece si divide esattamente a metà; fifty-fifty. Per il Wall Street Journal (conservatore) e il New York Times, (liberal) durante l'ora e mezzo di confronto, sono apparse differenze profonde. In particolare sulle tasse, sul ruolo dello Stato e sull'Iraq, scrive l'autorevole quotidiano finanziario che sottolinea quanto si ritorni in fondo alla casella di partenza, con l'Iraq al centro dello scontro. Su un punto i due sono comunque apparsi simili annota il WSJ: non hanno voluto o non sono stati in grado di dire quale voce del budget dovrà essere ridimensionata per far fronte ai costi del salvataggio economico. (Anche se in realtà Obama ha perlomeno accennato ai costi esorbitanti della guerra o presenza in Iraq –10 miliardi al mese- ). Il New York Times non esista ad attaccare con diversi articoli McCain: “ha dimostrato di non aver imparato nulla dall'Irak”, si legge nel fondo. Un ‘opinionista (Gail Collina) deride il senatore dell'Arizona che, a mo' di esempio per gli sprechi dello stato che si potranno evitare per risanare il debito, aveva citato i 3 milioni sbloccati per studiare il DNA degli orsi del Montana, una specie che potrebbe essere in via d'estinzione. E in un terzo articolo il NY. Times evidenzia un gap generazionale che sarebbe apparso ieri in modo palese: McCain-. Si può leggere- sembrava un vecchio patriarca che, in contesto di tensioni famigliari di stampo freudiano ,non voleva passare il testimone a un giovane più bravo e capace. La vede in modo diverso il Washington Post per il quale non sono emerse grandi differenze in politica estera. Addirittura non ci sarebbe grandi differenze neanche tra la politica estera di Obama o McCain e quella di Bush. Slate.com un giornale online di qualità (consiglio di andare ogni tanto a leggere quanto scrivono, sempre interessante) sostiene che John McCain è apparso più forte, ma che Barack Obama doveva in fondo soprattutto dimostrare di avere la stoffa del comandante in capo, pacato, riflessivo, deciso. E c'è riuscito. Interessante il commento del National Journal, pubblicazione molto conservatrice che evidenzia quanto hanno visto molti osservatori indipendenti, direi in particolare quelli europei: Obama era molto sulla difensiva. Ha detto 8 volte: “sono d'accordo o molto d'accordo con John”. Mentre McCain ha ripetuto 7 volte: Obama proprio non capisce. Beh due stili proprio agli antipodi….. http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9097
Non ho molta voglia di mettere link a tutto quello che c'è in rete sul dibattito di ieri sera. Io non l'ho visto in diretta e per intero e quindi non mi esprimo, però vorrei far notare che mentre il povero vecchio doveva faticare, visto che la sua strada è in salita, il compito del giovane unto del signore era semplicemente quello di mostrarsi gentile come un boy scout con il settantenne perché pare che i presidenti degli Stati Uniti debbano essere particolarmente deferenti con gli eroi di guerra bianco-criniti. Il risultato è che - a prescindere da quello che hanno detto: la solita zuppa con le solite distorsioni non enormi - McCain è apparso superbo e aggressivo (lo smirk factor ), mentre Obama è sembrato molto più aperto e disponibile. E questo spiegherebbe il successo di Obama negli "snap poll". E lo sconcerto dei democratici più liberal che speravano nel morso alla giugulare. Qui il commento analitico di Nate Silver sugli altri fattori, più di sostanza, che hanno giocato a favore del senatore dell'Illinois. Naturalmente è ancora troppo presto per dire se questa prima impressione si sostanzierà nei sondaggi dei prossimi giorni, ma, come dice John Dickerson, anche un pareggio è una vittoria per chi è in vantaggio, cioè Obama.
Financial Times, FactCheck, Huffington Post, FiveThirtyEight, Slate http://giornalismoparma.typepad.com/
settembre 27 2008
Il ridicolo "velino"
 Oggi Bruno Vespa se l'è presa con Beatrice Borromeo che in un'intervista a "La Stampa" aveva criticato Porta a Porta. Per la Borromeo il programma di Vespa è infatti «privo di qualsiasi dignità», è «ridicolo», e all'estero viene «preso in giro». Vespa le ha risposto definendola « valletta» e ricordando che «pochi giorni fa, alla Venaria di Torino, Josè Maria Aznar, già carismatico primo ministro spagnolo, ha lodato Porta a Porta definendola la migliore trasmissione europea del suo genere e rammaricandosi che altri Paesi, a cominciare dal suo, non la imitino». Poi, dopo aver citato i grandi personaggi che hanno chiesto di passare dal suo studio, da Arafat a Peres, fino arrivare prossimamente al primo ministro rumeno, Vespa ha chiuso il suo ragionamento dicendo di lasciare «al lettore il commento sul cinguettio della giovane e promettente valletta».
Credo che sia il caso di prenderlo in parola.
Aznar passerà alla storia per essere riuscito a far perdere al proprio partito un'elezione praticamente già vinta. In occasione degli attentati di Al Qaeda a Madrid tentò per tre giorni di convincere gli spagnoli che l'azione terroristica era opera dell'Eta e non di estremisti islamici. Temendo che gli elettori cominciassero a riflettere sui disastrosi effetti della guerra in Iraq, Aznar arrivò persino a telefonare ai direttori di giornale per spingerli a nascondere la verità. Ma la stampa spagnola, anche quella di centrodestra filo partito popolare, mantenne la schiena dritta, e smascherò il premier. A causa di una menzogna, insomma, i socialisti di Zapatero andarono al governo.
C'è quindi ben poco da stupirsi che un qualsiasi uomo politico (che si chiami Aznar, Zapatero o Simon Peres) aneli ad essere intervistato in tv da un giornalista come Vespa. Del resto la qualità di un conduttore non si giudica in base all'importanza dei suoi ospiti. A far la differenza è il modo in cui la trasmissione viene condotta.
Questo è l'unico metro possibile. E lo dimostra quanto accaduto proprio ieri nel corso del faccia a faccia con Waterloo Veltroni. Quando il leader del Pd ha ricordato come, alla domanda « lei è antifascista?», il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi avesse risposto: «Io penso solo a lavorare per risolvere i problemi degli italiani», Vespa si è lanciato in un'appassionata difesa del Cavaliere. E per smentire l'ex diessino ha tirato fuori la trascrizione di una dichiarazione di Berlusconi, in cui premier proseguiva la frase dicendo di riconoscersi nei «valori della costituzione». Un assist persino per Veltroni che ci ha messo un secondo per far notare come quella non fosse la prima ed originale risposta del leader della Pdl, ma solo il ragionamento utilizzato da Berlusconi, proprio a Porta a Porta, per spegnere le polemiche suscitate dalla sua sconcertante uscita.
Ora il problema non è che Vespa sia filo-governativo o che abbia delle legittime opinioni politiche. La questione è deontologica: l'anziano conduttore ha tentato di sostenere il premier utilizzando una bugia. E la cosa è ancor più spiacevole se si tiene conto che Berlusconi versa regolarmente del denaro a Vespa. Il giornalista Rai infatti è titolare di una rubrica fissa sulle colonne di Panorama (gruppo Berlusconi).
All'estero questo si chiama conflitto d'interessi (non di Berlusconi, ma di Vespa). Chi si occupa di politica e lavora nel servizio pubblico non può ricevere emolumenti dal leader di uno degli schieramenti e pretendere di passare per imparziale. E se lo fa, non si limita a coprirsi di ridicolo. Diventa, invece, francamente rivoltante.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
A me la crisi non tange, io sono tranquillo perché abbiamo un genio all'economia. Proprio in questo momento c'è Tremonti a "8 e mezzo", è il momento dell'autocelebrazione: io avevo previsto nei suoi termini esatti la crisi, ho avuto ragione anche se avrei preferito avere torto, ma questo in qualche modo aumenta il mio prestigio. "C'è qualcun altro in Italia che ha previsto questa crisi oltre a lei?". Non credo proprio, non mi risulta, in caso contrario mi fornisca le prove. La colpa è della globalizzazione, dell'entrata dell'Asia nel WTO (l'11 dicembre, altro che 11 settembre!), dei computer, della finanza e dell'avidità. Stop. Stop. Stop. Come sarebbe a dire "dei computer"? Lo ripete ben due volte: dei computer e dell'avidità.
(voi state cedendo la vostra vita alle macchine, non vi rendete conto, i computer sono cattivi, significano finanza e speculazione, i pallottolieri sono buoni, significano il sano sudore della fronte. Voi avete idea di quanto ci costa la diffusione dei computer in termini di crollo della produzione mondiale di pallottolieri? La manifattura dei pallottolieri produce ricchezza reale, i computer producono ricchezza virtuale).
"C'è più moralità in un auto che in un prodotto finanziario". "Abbiamo fatto la cosa giusta tassando i profitti eccessivi frutto dell'avidità". "Serve gente che lavora davvero, ma sarà difficile far capire a certa gente [al settore finanziario] cosa significa lavorare".
E poi vi lamentate di me... occhio che Tremonti vi ha già squadrati, vi ha già divisi in buoni e cattivi, in moralmente sani e moralmente abbietti. Io che lavoro nel ramo manifattura mi sono salvato, è un ramo virtuoso che pruduce vera ricchezza, ma voi bancari e consulenti finanziari a vario titolo e a vario livello, state all'occhio che tira una brutta aria.
Vi dirò, a me quest'uomo inquieta, forse anche più della crisi economica mondiale.http://formamentis.splinder.com/
Alitalia: una valutazione dell'accordo
di redattori noiseFromAmeriKa, Anche se i dettagli non sono ancora interamente noti la vicenda Alitalia sembra avviarsi verso la sua conclusione, più o meno sulle linee che sono state indicate lo scorso agosto. Forse è già stato detto tutto quello che c'era da dire, ma qualche parola finale la vogliamo aggiungere.
I lettori perdoneranno l'uso di una storica vignetta di Altan. Crediamo sintetizzi la conclusione della vicenda nel modo più efficace possibile. Cerchiamo però di andare un po' più a fondo, perché la vicenda Alitalia è stata veramente uno specchio di quanto sia malato il paese. Quello che abbiamo visto e sentito dalla classe politica, da quella imprenditoriale e dai mandarini dei media è stato, se non altro, molto istruttivo. Andiamo per ordine.
Premessa
Di Alitalia su questo sito abbiamo parlato in abbondanza. Abbiamo espresso nei termini più chiari possibili cosa pensiamo di Berlusconi e della sua ripugnante demagogia sulla pretesa ''italianità'' della compagnia. Abbiamo anche detto molto chiaramente cosa pensiamo di quella banda di parassiti che hanno l'ardire di farsi chiamare ''imprenditori'' e che si sono dilettati a trescare con il potere politico. Il prezzo esatto che hanno preteso per finanziare la demagogia del nostro novello Peron lo conosceremo solo con il tempo, quando osserveremo l'evoluzione delle concessioni pubbliche di cui sono beneficiari. Abbiamo documentato la grottesca ipocrisia della pretesa motivazione patriottica degli imprenditori, abbiamo evidenziato il disprezzo per la legalità contenuto nel decreto, così come la sua evirazione dei poteri dell'Antitrust. Di tutto ciò abbiamo già parlato e quindi non lo ripeteremo. Parleremo invece di cose a cui finora, per una ragione o per l'altra, abbiamo dedicato poca attenzione.
Avanspettacolo
Cominciamo, giusto per ridere un po', dalle associazioni dei consumatori. Marcello ne ha discusso all'inizio dell'anno, mettendo in luce la dipendenza di tali associazioni dal finanziamento del governo e degli enti locali. Marcello segnalava come l'Unione Nazionale Consumatori, fondata nel lontano 1955, sembrasse essere la più seria. Bene, nel comunicato stampa oggi emesso tale organizzazione riporta la seguente dichiarazione del suo segretario generale, Massimiliano Dona:
“Alla fine è prevalso il senso di responsabilità e l’interesse generale, criteri che dovrebbero sempre essere osservati nelle circostanze difficili”.
“Ora la nuova compagnia aerea è attesa da sfide importanti e difficili. Ci auguriamo che nell’affrontarle il management di Cai, oltre a confrontarsi con le rappresentanze sindacali, voglia ascoltare le legittime richieste delle associazioni consumatori per troppo tempo rimaste inascoltate”
Qualcuno lo ha informato che, con grande senso di responsabilità, questi stanno rimonopolizzando il trasporto aereo domestico? E qualcuno lo ha informato, anche solo per sentito dire, che il monopolio di solito non è particolarmente favorevole ai consumatori? In Italia le associazioni dei consumatori contano poco. Visto quello che dicono, possiamo solo aggiungere ''per fortuna''.
Il Partito Democratico.
Passiamo a cose più serie, il Partito Democratico e più segnatamente la sua linea di politica economica. Cosa abbiamo imparato dal suo comportamento nella vicenda Alitalia? Andiamo con calma, e partiamo da lontano.
Partiamo dal dicembre 2006, quando il governo Prodi annunciò la sua intenzione di cedere gran parte della quota Alitalia. Leggete questo articolo del Corriere dell'epoca e scoprirete, almeno per quel che ci riguarda con un certo orrore, come le coordinate essenziali del piano attuale fossero ben presenti già allora. Vale la pena citare dall'articolo, datato 2 dicembre 2006.
Ai nastri di partenza ci sarebbe una bella fetta dell’imprenditoria italiana, quella che si è già misurata con imprese difficili. E le banche, come Banca Intesa e Unicredit, in continuo movimento. Alla gara per Alitalia sono interessati da Roberto Colaninno, a Carlo De Benedetti, da Carlo Toto a Diego Della Valle.
e poi
Il premier [ossia Prodi, ndr] sembra non voler scontentare nessuno. Di qui la scelta di una gara che metterà in competizione offerte che trovano nel governo appoggi differenti. Si sa, ad esempio, che i Ds vedrebbero bene un’alleanza con l’AirOne di Carlo Toto, magari con l’appoggio di un forte istituto finanziario. Sulla stessa pista potrebbe correre l’interesse di Roberto Colaninno. E in fondo alla cordata potrebbe esserci l’alleanza con Lufthansa.
Lasciamo perdere il tono dell'articolo (l'imprenditoria italiana che si è ''già misurata con imprese difficili''; ma per favore...). La verità è che fin da prima del bando il centrosinistra brigava per sottrarre la vendita Alitalia a una procedura transparente di mercato e invece allocarla a banche o imprenditori ''amici''. Banca Intesa, Colaninno e Toto avevano messo gli occhi, e iniziato a cercare alleanze politiche, fin da allora.
Fin da prima del bando di vendita del gennaio 2007, è stato chiaro che all'interno del centrosinistra c'erano due modi differenti di affrontare il problema. Bersani e pochi altri apparivano più favorevoli a una linea che chiamare ''di mercato'' è un po' troppo, ma che perlomeno non poneva la ''italianità'' come condizione alla vendita. Diverse altre forze,esplicitamente o implicitamente, la vedevano in modo diverso. Si può sempre contare su Bertinotti per sentire qualcosa di stupido e statalista, e anche in questa occasione non ha deluso. Ma forze ben più pesanti, come ad esempio Rutelli, erano all'opera. Il risultato fu il confuso e confusionario bando di gara del gennaio 2007, che sembrava fatto apposta per non combinare nulla e per far scappare chiunque non appartenesse alla ristretta schiera dei ben introdotti. E infatti il bando iniziò subito ad avere problemi e alla fine andò a ramengo.
Messo alle strette, con Alitalia sempre più in perdita e sempre più insopportabile, che fece il governo Prodi? Non liquidò la società, non adottò una procedura trasparente di vendita, non eliminò tutte le clausole che avevano fatto fallire il primo bando di gara ma si rimise sull'unica strada che apparentemente conosceva, quella dei contatti riservati e delle trattative private. Si arrivò così alla famosa offerta Air France, che saltò poi per aria (disgraziatamente, visto l'esito attuale) grazie a Berlusconi e ai sindacati.
Perché questo lungo prologo? Perché è utile per capire come il comportanento del PD e in particolare di Veltroni nell'ultimo mese non è il risultato di un'aberrazione o di un errore, ma la prosecuzione naturale di una linea che il centrosinistra ha perseguito con costanza e coerenza quando era al governo. Non è stata la presenza di Matteo Colaninno nel governo ombra che ha dettato il sostegno alla soluzione anti-mercato e pro-soliti noti. Al contrario. È stato il sostegno alla soluzione anti-mercato che ha dettato la candidatura di Colaninno prima e il suo ruolo nel governo ombra poi.
C'è, a dir la verità, un residuo di dibattito. Per esempio Bersani nel giugno 2006 intervenne sul Corriere contro la concertazione corporativa del governo Berlusconi dichiarando
Parlo adesso di Alitalia. Si affida senza gara ad una grande banca, già parte in causa, la gestione di un percorso sgombro da ogni vincolo di trasparenza, di vigilanza e di non discriminazione. Una cosa mai vista, che travolgendo una miriade di legittimi interessi, genererà una sacco di guai.
Bersani inoltre si è speso con una certa coerenza, fino all'ultimo, a favore di una soluzione che mettesse da parte la sciocchezza dell'italianità e non considerasse gli euro stranieri come danari di serie B. Comunque, gli esponenti del PD non sono stati certo in prima linea nel denunciare l'operazione di rimonopolizzazione e sospensione dei poteri Antitrust. C'è stato al più qualche timido accenno, per esempio d'Alema, in un'intervista al Sole 24 Ore ha dichiarato
E’ almeno bizzarro che sia passato praticamente sotto silenzio che per costituire la cosiddetta cordata a difesa dell'italianità siano state modificate le regole anti-trust, la legge Marzano e sia stato consentito di accollare alla collettività i debiti lasciando al subentrante solo la polpa redditizia della compagnia.
Ma sono state dichiarazioni sporadiche (il titolo del'intervista, significativamente, era ''Bene Cai ma serve l'alleato''). In ogni caso, il segno vero dell'intervento del PD in questa vicenda non ha portato la firma di Bersani ma quella dei vari Veltroni, Rutelli e Colaninno junior.
Qualche differenza tra centrosinistra e centrodestra in questa vicenda è emersa. Primo, il centrosinistra è istintivamente portato al dialogo e al compromesso con il sindacato. Il centrodestra invece continua a fare quello che ha fatto ai tempi della battaglia sull'art. 18 dello statuto dei lavoratori: si presenta sbraitando e sparando in aria, minacciando sfracelli, e poi appena il sindacato reagisce scappa sotto il tavolo guaendo. In questa occasione, è corso da Veltroni perché convincesse la CGIL a venire a patti, uno spettacolo abbastanza esilarante. Secondo, il centrosinistra pur perseguendo lo stesso tipo di soluzioni neocorporative è stato più attento al rispetto dello stato di diritto. Tutto sommato, la soluzione Air France, oltre a essere più conveniente per i contribuenti, non implicava la sospensione dell'Antitrust e l'amnistia per i dirigenti Alitalia.
Ma se guardiamo al nucleo centrale dell'idea di politica industriale (e di politica economica più in generale) non c'è vera differenza tra centrodestra e centrosinistra. A entrambi pare perfettamente adeguato intervenire attivamente e pesantemente nella gestione di imprese e industrie nazionali, organizzando cordate, stabilendo condizioni e dettando finanche comportamenti operativi come quelli relativi alle relazioni industriali. Entrambi diffidano del libero mercato e della trasparenza, al punto che a nessuno è venuto in mente che Alitalia (o i suoi assets in modo separato) potessero semplicemente e direttamente essere messi in vendita al miglior offerente, senza condizioni di sorta. La longa manus del politico deve sempre esser lì, a guidare e controllare che l'impresa non cada nelle mani sbagliate. Patetico.
La Commissione Antitrust
In un paese nel quale è abitudine difendere con le unghie e con i denti le proprie prerogative istituzionali, per assurde che siano, ci si sarebbe attesi una vivace resistenza da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, meglio nota come Antitrust, all'amputazione dei suoi poteri. Per amor di potere, se non per amor dei consumatori. Attesa vana. Il coraggio e la determinazione con cui il Presidente dell'Autorità Antonio Catricalà era intenzionato ad affrontare la vicenda risultavano già chiari da un articolo del Sole 24 Ore del 31 luglio relativo alla progettata fusione tra Alitalia e AirOne, in cui leggiamo quanto segue.
Il presidente dell'Autorità, Antonio Catricalà, interpellato a margine di un'audizione in commissione Agricoltura alla Camera su eventuali problemi di concorrenza legati all'ipotesi che nel nuovo piano Alitalia possa detenere il 65% delle rotte nazionali, non si sbilancia. «Dobbiamo verificare questi dati con una analisi del traffico nazionale e delle singole rotte». La compatibilità, spiega Catricalà, «dipenderà da come si colloca per le singole rotte».
Troppa irruenza avvocato, si componga. Quando era più giovane, solo un paio di anni fa, sembrava avere le idee più chiare. In una intervista a La Stampa del 4 dicembre 2006 aveva osato un po' di più, anche se non troppo.
Per salvare Alitalia ora si parla di fonderla con AirOne o un altro vettore nazionale: il problema si complica ulteriormente?
«La nostra legge istituiva vieta concentrazioni che restringono la concorrenza o che rafforzano posizioni già dominanti. Però l’articolo 25 consente delle deroghe a fronte di un programma governativo concordato con l’Authority a condizione che questa operazione sia favorevole per il mercato e i consumatori e che vengano subito fissati tempi ben precisi per il rientro nei limiti fissati dall’Antitrust».
Almeno ammetteva le posizioni dominanti. Comunque, tanto che il bell'Antonio verificava e studiava ci ha pensato il governo a toglierlo dall'imbarazzo, emanando un bel decreto in cui diceva che l'Antritrust, nel trasporto aereo, non ci doveva metter becco.
Il più recente intervento il Catri lo ha tenuto presso le commissioni riunite del senato il 23 settembre. Una delle due commissioni è presieduta da Grillo, Luigi purtroppo e non Beppe, persona dagli interessi variegati e di respiro europeo. Le notizie che sono giunte di quell'intervento, non siamo purtroppo riusciti a trovare l'audizione intera, riportano queste dichiarazioni
"Questa Autorita' -dichiara- dovra' vigilare, e non manchera' di farlo, sul comportamento delle nuove imprese che dovessero derivare dalle operazioni di concentrazione che saranno autorizzate' secondo il Dl di modifica della legge Marzano".
In particolare, spiega Catricala', "se l'impresa risultante dalle operazioni di concentrazione sara' qualificabile come dominante sui mercati nei quali operera', sara' pienamente soggetta al divieto di abusare della propria posizione, tanto a svantaggio dei concorrenti, quanto a danno dei consumatori".
"Non manchera', inoltre -aggiunge- di essere attentamente valutata anche l'esistenza di eventuali conflitti di interesse" in merito a partecipazioni incrociate.
I consumatori possono quindi possono dormire sonni tranquilli perché l’organismo che lui presiede vigilerà. Sarà che quando uno sente dire che uno vigila, la prima cosa che viene in mente è Albertone nostro in una delle sue più riuscite caratterizzazioni, e questo non aiuta. Ma poi, dopo che si è vigilato, che si fa? Nel merito poi della sospensione dei poteri, il Catri pare si sia limitato a chiedere che tale sospensione sia solo temporanea. Un po' come consigliare di chiudere la stalla, ma assicurarsi prima che i buoi siano scappati tutti ma proprio tutti. Questo è in linea con l'intervista a La Stampa del 2006, con il trascurabile particolare che allora si reclamava che i limiti temporali venissero discussi con l'Antitrust e fissati in anticipo, ora ci si limita a chiedere al governo che, per favore, una volta fatti i suoi comodi chiuda la porta. Comunque aspettiamo le minute dell'audizione, magari siamo stati troppo pessimisti.
I media
Per settimane giornali e telegiornali hanno riportato la vicenda Alitalia facendo da cassa di risonanza alle dichiarazioni altisonanti di politici ed imprenditori interessati, senza informare seriamente i loro lettori sull'unico punto veramente rilevante: il fallimento di Alitalia non sarebbe stato una tragedia nazionale, come ripetuto in continuazione da tutti. Sabena, Swiss Air, e molte altre compagnie sono fallite senza causare disastri. Era tanto difficile informare i lettori sulle conseguenze di quei fallimenti?
Conclusione
Scoraggiante. Veramente l'immagine di un paese incartato, imbelle e incapace di sollevarsi. I capoccia del'industria, della politica e dei media (in particolare il signore che è capoccia in tutti e tre i gruppi) a fare gli affari loro, e il popolo a guardare più o meno come in un reality show.
E anche oggi i media, continuando con il loro tradizionale ruolo di portatori d'acqua dei politici e della grande industria, ci propinano la storiella dell'armoniosa e geniale soluzione del problema, con un fondo sul Corriere in cui si presenta questa ignobile porcheria come buona politica, nada menos. Vogliamo essere ottimisti anche contro ogni buon senso, vogliamo sperare che prima o poi uno spiraglio di buona politica si vedrà veramente. Ma il cammino sarà molto, molto lungo. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Alitalia%3A_una_valutazione_dell%27accordo#body
| Momento storico |

I mercati, e non solo quello americano, hanno a partire da questa mattina 60 ore di tempo per ricevere da Washington un segnale positivo.
In queste ore, forse, si decide il futuro di una generazione.
A Washington. Dove i capitalisti dominanti Usa (leggi repubblicani) non vogliono la fine annunciata e matematica di John McCain.
Se infatti passa, e per mano di Bush, il piano di salvataggio pubblico del grande capitalismo made in Usa sarà la fine politica, per almeno dieci anni, di ogni neoliberista Usa.
Anche se repubblicano di formale elezione. E non c'è reale alternativa alle viste.
Semplicemente perchè, per ogni cittadino statunitense, sarà inutile e controproducente - anche nel portafogli - votarlo. Perchè sarà molto più conveniente votare un democratico in grado, via altri interventi pubblici, comunque di generare un rilancio, e un minimo di ritorno sulle tasse da lui spese per fermare la grande emergenza da finanza e politica impazzita. Nella prossima grande povertà americana, ormai chiaramente nelle cose.
E ogni cittadino i conti sa farseli, ricco o povero che sia.
Un Roosewelt, insomma. Un riequilibratore.
Necessario comunque, di fronte allo stato delle cose. E inevitabile, se non per sfumature.
Questo è il pericolo politico mortale per i Repubblicani in queste ore. E anche il nostro pericolo mortale. Che questi neoliberisti squilibrati impazziscano ulteriormente. Gli inglesi (attenti, e nella medesima palta) se ne sono già accorti.
E spingono perchè i repubblicani Usa prendano atto della realtà, e della loro sconfitta storica (solo minimamente aggiustabile nella facciata, ma forse non abbastanza per salvare McCain).
700 billion dollars (0,7 trilioni di dollari) sono del resto solo una piccola penalità su 53 e passa trilioni di dollari di debiti accumulati in Usa. In progressiva e esponenziale accelerazione da Ronald Reagan in avanti (si guardino con attenzione le date, qui).
Dall'avvento, in sostanza, del neoliberismo squilibrato. Una bomba economica termonucleare globale. Costruita su un'ìllusione: gli Usa, padroni del mondo (dopo la fine dell'Urss), quindi in grado strutturalmente di vivere al di sopra dei loro mezzi.
Un semplice sillogismo aristotelico, ma sbagliato. La storia umana è sempre diversa.
Una crisi che, oggi, ci coinvolge tutti, al di là della propaganda interna. E' la vera, autentica, crisi dopo il crollo del muro di Berlino.
Quella che definirà il secolo.
Auguri quindi a un ragionevole compromesso, ma subito.
E auguri a un mondo multipolare, e capace di guardare oltre la sua momentanea follia.
Che Dio ce la mandi buona.
http://blogs.it/0100206/ |
Il dibattito tra Obama e McCain è appena finito. Decisamente interessante, come sempre, è la piattaforma di valori condivisi; e il fatto che alla fine le differenze si vedono nell'economia e nella politica estera. Differenze che escono fuori molto bene.
Io direi un pareggio, con McCain decisamente meglio sulla politica estera, e Obama molto ben piazzato sui temi economici e dell'energia. Conoscendo l'attitudine statunitense a votare col portafoglio, qui si spera.http://carlettodarwin.blogspot.com/
| Toxic |
| “ L’Europa sta diventando obesa, come gli Stati Uniti” |
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Scritto per noi da
Paolo Lezziero
L’autore di questo libro inchiesta, Willliam Reymond, è un giornalista francese che vive da tempo negli Stati Uniti. Ha scritto “JFK autopsie d’un crime d’Etat”, e in Italia ha pubblicato “ Coca Cola-L’inchiesta proibita sui segreti della bevanda più diffusa nel mondo.”
 “ L’Europa sta diventando obesa, come gli Stati Uniti”, si legge in quarta di copertina. Entro breve, il numero di morti per problemi legati al peso e alle malattie alimentari supererà quello imputabile all’alcol e al tabagismo.”
“ Perché intossicare il cibo con antibiotico, coloranti artificiali, anabolizzanti, pesticidi, bagni di cloro…?” Perché la posta in gioco è davvero colossale. E molto, molto redditizia.”
Questo saggio sulle obesità mondiali dimostra che l’industria agroalimentare e quella farmaceutica (che ha investito milioni di dollari per far accettare l’idea che l’obesità sia una malattia sindrome metabolica) vogliono farci credere che tutto ciò sia il risultato di un semplice cambio nelle abitudini o di una precisa volontà di mangiare male o molto.
La frutta e la verdura però sono contaminate, i dolci sono intrisi di grassi nocivi, le bibite gassate sono addolcite con sostanze volutamente iperglicemiche, ci sono hamburger che contengono la carne di… 400 vacche differenti. Non è fantascienza, è una realtà comprovata dall’esperienza diretta dell’autore.
Partiamo dalle nazioni che per storia antica e numero enorme di abitanti, ci hanno sempre dato l’idea di mangiar poco e male. Reymond ci dimostra invece che la Cina, detentrice ,una volta, delle abitudini alimentari più equilibrate, è invece sull’orlo dell’implosione. “ L’obesità e il sovraccarico ponderale coinvolgono addirittura un cinese su cinque. E’ un calcolo che fa girare la testa…Stiamo parlando di 215 milioni di persone”.
In Vietnam, se a Hanoi una parte della popolazione soffre di obesità, in certe zone della campagna la malnutrizione rimane un problema grave. In Thailandia, il tasso di obesità dei giovani dai cinque ai dodici anni è passato dal 12,2% al 15,6% in appena due anni.
Sono aumentati gli obesi in Giappone, nelle Filippine,in Nuova Zelanda e in Australia, nelle città ma anche nelle zone più isolate. Nel 2004, e questo è clamoroso, si sono rilevati casi d'obesità nelle tribù aborigene. E nelle isole Tonga, nel Pacifico, la pandemia ha contagiato più del 60% della popolazione. E l’India, l’altro stato continente che ancora oggi soffre di malnutrizione nel contesto rurale, in alcune grandi città come Nuova Delhi c’è un tasso di obesità che supera il 10% nei ragazzi tra i 14 e i 24 anni.
Il giornalista segnala anche le grandi contraddizioni dell’Africa., “dove esistono ancora grandi problemi di malnutrizione. Si continua a morire di fame ma, novità sconvolgente, si muore anche mangiando troppo e male.. Alcuni paesi del continente nero contano il triplo di obesi rispetto ala massa dei malnutriti…”. Nonostante la tragedia dell’Aids, la Fao pubblica un rapporto drammatico in cui le donne malnutrite e incinte metteranno al mondo bambini che diventeranno presto obesi. I bambini africani nascono con metabolismo programmato per immagazzinare il massimo cibo possibile. E il Dna, per garanzia di sopravvivenza, li condanna ad accumulare…Donne che muoiono di fame mettono al mondo una futura generazione di grassi.
Naturalmente questa nuova malattia mondiale, questa pandemia dell’obesità è molto diffusa nei paesi ricchi dell’Europa. E riguarda tutte le generazioni della Francia, l’8% dell’Italia, il 12% della Germania. La Gran Bretagna si contende il primo posto con la Bulgaria.
Le cause? Ne citiamo una. Alla metà degli anni sessanta, l’americano David Wallerstein scopre “il principio dell’ingordigia”. Per aumentare i profitti della catena di cinema texana Balaban & Karz, Wallerstein doveva convincere i clienti a ingurgitare la maggior quantità possibile di pop corn annaffiati con Coca Cola. Dopo il primo sacchetto o la prima Coca cola nessuno per pudore o per pigrizia, replicava. La sua intuizione, semplice ma efficace, è quella di raddoppiare la portata di pop corn e il bicchiere della bevanda. Il consumo immediato fu molto alto, il cliente era convinto di fare un affare .E’ ciò che fece in seguito McDonald’s, sempre giovandosi dell’esperienza basata sul “principio dell’ingordigia."
William Reymond ci porta a spasso nella nostra alimentazione quotidiana, e non è un bel viaggio con gli inciampi e le scoperte che ci propone. Sono le manipolazioni e i raggiri che partono, per un loro maggiore profitto, dai produttori agricoli, dagli allevatori, dalla aziende farmaceutiche, con ricercatori e pubblicitari che finiscono diretti nei nostri piatti. Cosa fare? Usare più prudenza e attenzione leggendo bene le etichette sui prodotti e consigliandoci dove è possibile.
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L'astuto McCain ha pensato bene di fare un po' di pubblicità online alla sua magnifica vittoria nel dibattito con Obama alcune ore prima che iniziasse. E prima ancora di decidere se presentarsi o dare buca. Solo il Cav. - che ha vinto la battaglia di Alitalia stando immerso nel fieno chez Messegué - è più teflonato di lui.
Gawker
http://giornalismoparma.typepad.com/

La prima impressione post-dibattito, a caldo, e’ di un sostanziale pareggio. McCain ha attaccato molto, Obama ha tenuto bene. Il moderatore, Jim Lehrer, non e’ stato correttissimo nel dedicare 30 dei 90 minuti all’economia, visto che il tema era la politica estera. Ma e’ una scelta comprensibile, con il caos finanziario in corso. Pero’ cosi’ ha dato un vantaggio a Obama, visto che sull’economia e’ considerato piu’ forte.
Trattandosi di un dibattito in cui McCain veniva considerato “in casa”, perche’ i temi internazionali dovrebbero essere il suo pane, un pareggio alla fine e’ un vantaggio per Obama, perche’ non blocca la fuga nei sondaggi del candidato democratico.
http://blog.marcobardazzi.com/
AL DIBATTITO CON I NERVI TESI E MCCAIN IN CRISI
Il palco del dibattito alla University of Mississippi
di Marco Bardazzi
WASHINGTON - Sul palco con i nervi tesi e con i sondaggi che precipitano per John McCain come fossero indici di Wall Street nei giorni di panico. Il primo dei tre dibattiti presidenziali delle elezioni 2008, rimasto incerto fino all'ultimo per le controverse acrobazie politiche del candidato repubblicano, si svolge in Mississippi in un clima di grande tensione.
McCain e l'avversario Barack Obama si affrontano ad Oxford, in una Università un tempo famigerata come bastione razzista bianco, portando con loro da Washington le scorie e i veleni di un paio di giorni di caos. La mossa del repubblicano di giocare d'azzardo, interrompere la campagna elettorale, piombare sulla capitale e costringere il rivale a seguirlo alla Casa Bianca e in Congresso, è sembrata trasformarsi in un'arma esplosa in faccia a McCain. "John ha commesso un errore enorme", ha detto con franchezza uno dei suoi collaboratori, l'ex governatore dell'Arkansas ed ex candidato Mike Huckabee.
A sole 10 ore dal dibattito, senza avere in tasca la vittoria politica bipartisan che sognava di agguantare nella capitale, l'anziano senatore dell'Arizona ha dovuto alzare bandiera bianca. Si è diretto con Rudy Giuliani ed un gruppo di collaboratori all'aeroporto di Washington che porta il nome dell'idolo dei repubblicani, Ronald Reagan, e da qui è partito per il Mississippi, per prender parte ad un dibattito a cui aveva promesso di rinunciare in assenza di un accordo sul piano di salvataggio del sistema creditizio. Obama lo aveva preceduto di qualche ora, sfilandosi dai duelli politici del Congresso.
Per il guerriero sopravvissuto alle prigioni del Vietnam, la partenza dalla capitale ha assunto l'aspetto di una resa. McCain ha provato a dipingerla di un colore diverso, diffondendo una dichiarazione nella quale accusava Obama di aver impedito l'accordo a Washington per aver voluto mettere la politica di fronte agli interessi del Paese. Ma è una tesi che il candidato repubblicano ha avuto difficoltà a difendere.
Solo l'esito del dibattito notturno, l'epilogo del braccio di ferro sul piano di Bush e le riflessioni degli americani nel fine settimana sul futuro del Paese, diranno se il gioco d'azzardo di McCain possa alla fine portare nuova linfa alla sua campagna, come era accaduto con l'arrivo in scena della vice Sarah Palin. La politica estera e la sicurezza nazionale, i temi al centro del dibattito di 90 minuti moderato dal giornalista Jim Lehrer, davano un vantaggio di partenza a McCain. Ma dopo il terremoto di questi giorni a Wall Street, Lehrer ha fatto sapere che era inevitabile che si parlasse anche di economia.
Il gioco delle aspettative pre-dibattito e quello della propaganda post-dibattito (lo 'spin', come lo chiamano gli americani) va in scena come sempre intorno ad un faccia a faccia seguito in Tv, secondo le attese della vigilia, da un pubblico ben superiore ai 40 milioni di americani che guardarono i discorsi di McCain e Obama alle Convention. Per il candidato democratico, l'appuntamento di Oxford si è trasformato in un momento in cui difendere i guadagni fatti nei sondaggi, evitando gaffe e giocando di rimessa sull'avversario.
Le rilevazioni nazionali danno Obama avanti di 5-9 punti e le mappe elettorali hanno visto negli ultimi giorni tingersi di blu - il colore dei democratici - molti Stati importanti. La Cnn, poco prima del dibattito, ha per esempio compiuto una modifica importante alla propria mappa, assegnando a Obama il decisivo Michigan e i suoi 17 voti elettorali. Nelle previsioni del network, adesso il candidato democratico controlla 240 dei 270 voti elettorali necessari per diventare presidente degli Stati Uniti, contro i 200 dell'avversario, e con 98 ancora incerti.
Con la giocata d'azzardo degli ultimi giorni, McCain ha comunque ottenuto un risultato, impedendo ad Obama di trascorrere la vigilia in ritiro, a concentrarsi e prepararsi. La speranza del repubblicano è di essere riuscito a portare sul palco un Obama non al meglio della forma, per colpirlo con un affondo. McCain ha abituato in passato a clamorosi recuperi e si trova a proprio agio quando è nei panni dello svantaggiato. Ma la sua intera strategia degli ultimi giorni è stata paragonata dai politologi americani ad un 'Hail Mary pass' (un passaggio da Ave Maria): un termine del football coniato dal quarterback cattolico dei Dallas Cowboys, Roger Staubach, per descrivere un suo lancio disperato, impossibile e alla fine però vincente, messo a segno in una partita decisiva nel 1975. Il problema di questi passaggi, avvertono gli esperti, è che riescono solo una volta su 100.
marco.bardazzi@ansa.it
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_765295356.html
L'attentato del 15 settembre in Messico è il simbolo della ondata di violenza che da mesi affligge il paese
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di Alessandro Giacopetti - da alexgiaco.blogspot.com.
Negli ultimi mesi le cronache che arrivano dal più vasto e popolato stato del Centroamerica assomigliano più alla trama di un libro di Stephen King che ad articoli di quotidiani. Già alla fine di maggio, i narcotrafficanti avevano avvertito in un comunicato che avrebbero iniziato l'offensiva più sanguinaria degli ultimi anni. L'ultimo fine settimana di quel mese aveva visto cadere a terra venticinque cadaveri in tre giorni a Ciudad Juarez, regione di Chihuahua, frontiera con gli Stati Uniti. Da allora ad oggi sequenze di assassini, sequestri, scontri a fuoco per le strade e ritrovamenti di corpi senza vita, alcuni con evidenti segni di torture, si sono verificati in tutto il nord del paese. Nonostante la continua perdita di potere d'acquisto dei messicani, per l'opinione pubblica il principale problema era e resta la sicurezza.
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Il trenta agosto il Messico è sceso in piazza per dire basta alla violenza con lo slogan “Iluminemos Mexico”. La pazienza dei cittadini era finita. Si sperava in un cambio di rotta. Oltre dieci Organizzazioni non governative hanno organizzato marce in settanta città, nei trentuno stati e nonostante la pioggia che cadeva copiosa la partecipazione è stata massiva. Nella capitale federale, Ciudad de Mexico, migliaia di persone vestite di bianco con una candela in mano hanno marciato in silenzio lungo la Avenida Reforma per giungere al centro della città dove hanno intonato l'inno nazionale. "Basta ya de violencia"; "Basta ya de secuestros", "Basta ya de impunidad"; "Queremos paz", "Fuera corrupción, fuera impunidad, fuera de dejar hacer. Necesitamos trabajar por nuestra patria" o "¡México, México!", sono stati alcuni degli slogan scanditi. Dall'inizio dell'anno sono quasi tremila le vittime della violenza. Eduardo Carrillo, uno degli organizzatori della marcia ha spiegato che è composta da famiglie, casalinghe, intellettuali, studenti, impresari, operai. Tra la folla c'è anche Alejandro Martì, padre del giovane Fernando di quattordici anni, assassinato dai suoi sequestratori, che ha faticato a compiere i cinque chilometri di durata del cammino per le continue manifestazioni di solidarietà ricevute dai cittadini. Le cifre ufficiali dicono che le manifestazioni più numerose sono state quelle di Guadalajara con 16.000 persone, Monterrey, 15.000, Cancún, 10.000, e Tijuana, 3.000.
Ma la speranza è durata una notte. Il lunedì successivo dodici persone decapitate sono state rinvenute alla periferia di Merida, la capitale dello Yucatan, e i sospetti vanno verso il gruppo Los Zetas. Sono i sicari di uno dei maggiori cartelli del narcotraffico, il Cartel del Golfo. Il tre settembre un gruppo chiamato La Familia sequestra una madre di quarantanove anni e suo figlio trentenne, entrambi liberati dopo una operazione della polizia. Il cinque settembre due cubani, Ricardo Coto Vázquez di trentanove anni e Yemiset Santana Lam di trenta sono arrestati perché trovati in possesso di armi da fuoco e di una granata. Sono sospettati di appartenere al Cartel del Golfo, e di essere i responsabili dei dodici morti ritrovati nello Yucatan, secondo un comunicato della Secretaría de Seguridad Pública Federal (SSP). Di fronte a questa emergenza il presidente Felipe Calderon ha accordato l'aumento di un quaranta percento dei fondi destinati alla sicurezza. Lo scopo è avere forze dell'ordine più professionali. In Messico l'opinione pubblica è molto critica verso l'operato degli agenti, spesso accusati di abusi di potere e di lassismo verso i crimini che riguardano le fasce più deboli della popolazione. In una intervista rilasciata a Television Espanola, una donna sosteneva che: “Se viene sequestrato il parente di un politico o di un personaggio importante tutti si muovono per ritrovarlo, mentre quando a sparire è la povera gente nessuno fa nulla”.
Il tredici settembre, due giorni prima della festa dell'Indipendenza, il quotidiano La Jornada informa che tredici cadaveri sono stati rinvenuti nel bosco de La Marquesa, vicino la capitale. Questo è un luogo spesso usato dalle famiglie capitoline per realizzare passeggiat o picnic nei fine settimana. La Procuraduria General de la Republica ha smentito si tratti di corpi di agenti di polizia. Forse si tratta di un regolamento di conti tra bande. La stampa locale ipotizza si tratti di uno scontro tra la banda chiamata Los Pelones, del cartello di Sinaloa, e Los Zetas, del Cartel del Golfo. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Il quindici settembre è la festa dell'Indipendenza messicana. Quest'anno ricorre il centonovantottesimo anniversario. Un giorno molto amato dalla popolazione che si riversa nei mercatini delle città, su improvvisati banchetti che vendono di tutto. La tradizione vuole che si debbano acquistare oggetti che abbiano i colori della bandiera messicana: bianco, rosso e verde. Nonstante tutta la negativitività presente nella cronaca del paese la gente continua a ripetere ai microfoni dei giornalisti delle tv che “Paises como Mexico no hay”, “Tenemos muchos problemas per somos un gran pais!”. In realtà l'annuncio dell'indipendenza dalla Spagna è stato dichiarato ufficialmente il sedici settembre del 1810, dal prete Miguel Hidalgo e dal generale Ignacio Allende. Tornando ai fatti del quindici settembre 2008: erano le undici di sera nella piazza Melchor Ocampo della città di Morelia, capoluogo della regione di Michoacàn, a sud ovest del paese. Centinaia di persone ascoltavano il governatore locale Leonel Godoy presiedere i festeggiamenti del tradizionale “Grito de la Independencia”. Improvvisamente due granate piovono tra la folla. La cerimonia prevede una serie di fuochi artificiali i quali hanno mascherato le due esplosioni. Non tutti infatti si sono resi conto di quanto stava accadendo. Coloro che erano vicini al luogo delle deflagrazioni hanno visto alcune persone cadere a terra e un cratere di quaranta centimetri di larghezza e otto di profondità. Alla fine si contano otto morti e centootto feriti. Vicino all'asta di una bandiera è stata trovata la sicura di una granata. Il presidente Felipe Calderon, nativo di Morelia, ha dato tutta la disponibilità da parte del governo per aiutare le autorità regionali a far luce sull'accaduto. Quest'anno sono già centocinquantasei le morti violente in questa regione della costa del Pacifico, vittima delle violenze dei cartelli del narcotraffico.
Pensate sia abbastanza? Neanche per idea. Lo stesso giorno nel carcere denominato Centro de Readaptacion Social La Mesa, di Tijuana, città alla frontiera con gli Stati Uniti, si è verificato un tentativo di rivolta. Fenomeno non raro in centroamerica se si pensano ai precedenti dei mesi scorsi in Salvador e Costa Rica. Secondo Agustín Pérez Aguilar, direttore delle comunicazioni sociali dellla Secretaría de Seguridad Pública del Estado della regione Baja California, centinaia di prigionieri esigevano dalle guardie del recinto del carcere la fine delle continue vessazioni e degli abusi che commettono settimanalmente. Secondo la versione ufficiale alcuni reclusi avrebbero esposto cartelli con slogan di protesta, altri rotto finestre e causato principi d'incendio. Bilancio ufficiale: una ventina di feriti. Discordando con questa versione, alcuni quotidiani locali della città parlavano di due morti tra i detenuti. In questa regione, Zacatecas, lo scorso fine settimana sono stati ritrovati tre cadaveri smembrati con messaggi minacciosi nei confronti del gruppo Los Zetas.
Tre giorni dopo una operazione internazionale di polizia porta all'arresto di centosettantacinque presunti narcotraficanti, una ventina di membri della 'ndrangheta, oltre al ritrovamento di quaranta milioni di euro e sedici tonnellate di cocaina. Questa arriva negli U.S.A., in particolare ad Atlanta, Huston e Dallas. L'operazione è stata compiuta da forze di polizia messicane, statunitensi e italiane. La mafia calabrese funge da intermediario privilegiato per l'esportazione degli stupefacenti in Europa, dove la forza dell'euro rispetto al dollaro stimola l'aumento del commercio, secondo quanto riferisce il quotidiano messicano La Jornada.
Un segnale importante per l'opinione pubblica messicana, è arrivato venerdì diciannove settembre, quando la Fiscalia de Mexico e l'esercito nazionale hanno comunicato il sequestro a Sinaloa, di 26,2 milioni di dollari, oltre diciotto milioni di euro. Questa è la zona dove operano le più importanti e pericolose organizzazioni trafficanti del paese. Rivelata solo oggi ma svoltasi il quattordici di settembre, l'operazione, battezzata Culiacán-Navolato, è la seconda più importante nella storia del paese. La prima si svolse nel 2007 e vide il sequestro di duecentocinque milioni di dollari, corrispondenti a oltre centoquarantatre milioni di euro. Fu arrestato in quella occasione il cittadno di origine cinese Zhenli Ye Gon. Secondo i dettagli forniti alla stampa, le forze militari sono entrate in una casa in Calle Campo de Santa Fè, a Culiacàn, capitale della regione di Sinaloa, sorprendendo tre uomini che si sono dati alla fuga. Hanno così abbandonato, oltre al denaro, quattro auto, una pistola, un fucile Norinko ed oltre trecento cartucce, secondo le informazioni fornite dal quotidiano spagnolo El Pais.
A questo punto la riflessione è obbligatoria. In questi giorni, passando davanti alle agenzie di viaggio della mia città, Fermo, continuo a vedere le offerte dei pacchetti per i viaggi di nozze o per il capodanno in Messico. Mi chiedo: quanti sanno davvero cosa accade laggiù? A quanti sono stati raccontati questi fatti? Quanto tempo dovrà ancora passare prima che questi eventi trovino il giusto spazio sui telegiornali italiani, che si limitano, quando va bene, a leggere due fredde righe di agenzia condite da scarni numeri. Quella asettica matematica dietro la quale si celano storie di persone in carne e ossa che nessuno racconta e nessuno spiega. Il Messico grida ma l'Italia non ha orecchie per ascoltare. Allora la realtà che i mezzi di comunicazione di massa snobbano, la trovo sui periodici di nicchia o sulle pagine dei blog, vera miniera di notizie; piccoli tesori da scoprire per noi moderni viandanti sui sentieri periferici dell'informazione..
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Elezioni, che noia
scrive Massimo Moratti
In fermento la campagna elettorale per le amministrative in Bosnia Erzegovina. Nonostante le elezioni riguardino le municipalità, i principali partiti si comportano come se si trattasse di elezioni politiche
È partita la campagna elettorale in vista delle amministrative in Bosnia Erzegovina. È la prima campagna dopo la firma dell’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione, che tanto ha significato per la Bosnia in questi ultimi anni. L’integrazione europea (assieme alla condanna per il Queer Festival di Sarajevo) è infatti uno dei pochi argomenti che raccolgono il consenso di quasi tutti i partiti in Bosnia Erzegovina.
Parlando di Europa, si riescono a superare le divisioni etnico-politiche del paese. Ma la firma dell’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione non sembra aver mutato i contenuti del discorso politico. In Bosnia Erzegovina, la politica usa i vecchi cliché della difesa del proprio gruppo etnico. Nonostante le elezioni riguardino le municipalità, i principali partiti si comportano come se si trattasse di elezioni politiche, e i temi che emergono sono quelli tipici delle politiche.
A dir il vero, sono i partiti a maggioranza bosgnacca, il SBIH (il Partito per la Bosnia ed Erzegovina), SDA (Partito dell’Azione Democratica, bosgnacco), il DNZ (la Comunità Popolar Democratica, ex partito di Fikret Abdić) e il SDP (Partito Social Democractico, a prevalenza bosgnacca) a far riferimento al processo di integrazione europea nella loro campagna elettorale.
(foto Yumiko Saito)
Il SDA si rifà all’“identità bosniaca, cammino europeo”. Il SBIH, che centra la sua campagna attorno al leader Silajdžić, modifica il suo slogan precedente da “100%” BIH” a “100% Europa” invitando gli elettori a seguire la “strada giusta”. Il DNZ invece incoraggia a seguire la “strada europea per la Bosnia ed Erzegovina”. Il SDP invita gli elettori a votare per gli individui “all’europea”, per il lavoro, per l’uguaglianza dei diritti, evitando quindi di far riferimento all’appartenenza etnica. Il SDP anzi rigetta in toto la divisione, nel proprio spot televisivo, ricordando che le bocche sia di serbi, che di croati e di bosgnacchi sono vuote, mentre tutti gli altri partiti continuano a far riferimento all’appartenenza etnica anziché concentrarsi sui temi economici e sociali. Uno dei pochi tra i partiti a maggioranza bosgnacca a non richiamarsi all’Europa è il BPS (il partito patriottico bosniaco). Il patrioti bosniaci infatti si richiamano all’”onestà e giustizia” come valori guida, chiaro riferimento al suo leader principale, Sefer Halilović, ex generale dell’esercito bosniaco, processato e assolto dall’accusa di crimini guerra dal tribunale dell’Aja.
I partiti serbi e croati non fanno menzione dei valori europei, ma ciascuno si sforza di trovare la retorica più efficace nel richiamarsi ai valori etnici. L’HDZ (la Comunità democratica croata) invita a scegliere “il nostro” candidato, a votare per la “nostra casa e per la nostra città”, ricordando che l’HDZ non “ha tradito” il voto degli elettori. L’HDZ BIH inoltre nelle maggiori città della Republika Srpska (RS) si presenta in coalizione con gli altri partiti croati minori e con gli scissionisti del HDZ 1990. Il HDZ invita quindi a votare per la “sopravvivenza dei croati” in Bosnia Erzegovina, chiaro riferimento alla posizione minoritaria dei croati tra i popoli costituenti.
(foto Yumiko Saito)
Tra i partiti serbi, è invece la difesa della Republika Srpska che campeggia. Il SDS (Partito Democratico Serbo) e il SNSD (il partito dei socialdemocratici indipendenti di Dodik) sono quelli che più di ogni altro si assumono il ruolo di difensori della RS. Il SDS, riutilizzando il vecchio inno della RS, “la giustizia di Dio”, mentre il SNSD, quasi parafrasando l’HDZ fa riferimento a “la mia casa serba”. Ancora più “risoluto per la Srpska” sembra essere il DNS (il partito democratico popolare, ex partito di Bilijana Plavšić). Infine, il SRS (partito radicale serbo della Republika Srpska) non sembra soffrire della crisi che ha colpito i radicali in Serbia, e che promette che con i radicali “per sempre sarà Srpska”.
Se la retorica almeno di alcuni partiti si rifà all’integrazione europea, la polemica politica ricalca i percorsi familiari. E così, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite diventa il palcoscenico della campagna elettorale bosniaca. Nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, Haris Silajdžić ha fatto appello alle Nazioni Unite affinché “il genocidio non venga ricompensato”. Per Silajdžić non è possibile arrestare Karadžić e allo stesso tempo mantenere i risultati del suo progetto. Silajdžić fa appello alle Nazioni Unite affinché pongano “rimedio a tale situazione”. Il che, per il pubblico bosniaco, ancora una volta vuol dire, l’abolizione della Republika Srpska. Da notare che il discorso di Silajdžić non era stato concordato con i membri croato e serbo della presidenza e che quindi Silajdžić ha parlato a titolo personale.
Poco importa che l’ONU non possa fare nulla per cambiare la Costituzione della Bosnia, quel che è importante è che il discorso di Silajdžić sia diffuso in Bosnia Erzegovina a beneficio degli elettori bosgnacchi. Sulejman Tihić, leader del SDA, invece, in un’altra mossa prettamente demagogica, ha adottato una dichiarazione mirante ad ottenere la piena attuazione del Accordo di pace di Dayton come metodo per superare l’attuale situazione, altrimenti, si dovrà ritornare alla Costituzione antecedente al conflitto.
(foto Yumiko Saito)
Questa volta Dodik non ha risposto con la consueta retorica referendaria. Dodik ha ammesso espressamente che Silajdžić è la cosa migliore che potesse accadere alla Republika Srpska, dato che ha fatto capire a molti serbi che la RS è la loro unica possibilità. Ugualmente Dodik ha semplicemente bollato come impossibile il tentativo del SDA di ritornare alla costituzione precedente al conflitto, quella della Republika di Bosnia Erzegovina. Dodik però, abbastanza a sorpresa, non ha fatto menzione del referendum sull’indipendenza della RS. Nel 2006, i suoi continui riferimenti al referendum avevano destato seria preoccupazione nelle ambasciate e nella comunità internazionale. Ora invece il discorso sul referendum è scomparso. Sembra anzi che esista un video dove Dodik, credendo che il microfono sia spento, dice che già da tempo ha abbandonato l’idea di secessione. C’è da scommettere che tale video uscirà presto.
Nulla di nuovo sotto il sole in vista delle elezioni. Naša Stranka, il partito fondato da Danis Tanović, che aveva suscitato molte speranze in chi sperava in un modo nuovo di fare politica, non è riuscito a rendersi visibile ed è rimasto abbastanza defilato in questi mesi . Molto difficilmente riuscirà ad avere un risultato significativo a livello municipale.
Alla luce di questo scenario politico, dove i principali partiti godono di rendite di posizione e si mantengono al potere senza fare nulla per i loro elettori, non c’è da aspettarsi alcun cambiamento significativo nello scenario politico. Le perdite o i guadagni dei vari partiti saranno di lieve entità, mentre non è escluso che il numero di astenuti aumenti. Anni fa, ogni tornata di elezioni in Bosnia Erzegovina, ed in particolare quelle municipali, era attesa con molte speranze da parte della comunità internazionale. Ora invece c’è molto disincanto: le elezioni sono viste come un fastidio necessario, che si spera di lasciarsi alle spalle il più presto possibile. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10202/1/51/
settembre 26 2008

di Duccio Facchini
E’ impietosa la classifica redatta e pubblicata da Transparency,
l’organizzazione internazionale contro la corruzione. L’Italia piglia
un bel 4 in pagella nella materia “corruzione percepita”. Rimandata al
posto. Al 55esimo posto. Poche file più avanti stanno Cile, Corea del
Sud e Costarica, per dirne alcune. Danimarca, Finlandia e Nuova
Zelanda sono le solite saputelle. Ultima la Somalia.
I criteri di composizione della classifica pubblicata recentemente son
molto complessi. Sostanzialmente si basano sul “livello secondo il
quale l’esistenza della corruzione è percepita tra pubblici uffici e
politici”. Secondo Quintiliano Valenti, rappresentante di
Transparency Italia, il settore peggio gestito è proprio quello della
sanità. Del Turco aveva visto giusto.
Di fronte ai dati poco sopra elencati, il Governo Berlusconi – con il
beneplacito di una fetta della “opposizione” - ha individuato
una soluzione. Un rimedio contro l’imbarbarimento del Paese. Il “lodo Consolo”.
Il “lodo” prende nome dal deputato Giuseppe Consolo, aennino. Avvocato.
Il progetto di legge venne presentato l’otto maggio di
quest’anno. Doveva esser vagliato nella commissione competente. Di
fronte al tasso sconvolgente di “corruzione percepita”, il pdl ha
rotto gli indugi. Massima urgenza. Massima priorità.
Urgenza per sconfiggere la corruzione italiota?
No. Il “lodo Consolo” se ne infischia altamente di corruzione o di
“lotta alla corruzione”. Se ne infischia del malaffare dilagante e
della peste bubbonica rappresentata dalla speculazione.
Sostanzialmente il nuovo disegno di legge marchiato An recita così:
sei ministro? Sei immune.
Un “lodo Alfano” in versione small. Un dono per gli uomini del
Capo. Un riconoscimento. Un presente.
Liana Milella, su Repubblica, così tratteggia la portata innovativa
del lodo Consolo.
“Una leggina, due articoli in tutto, che rivoluziona le regole
costituzionali per i reati ministeriali, quelli commessi da soggetti
che sono, o sono stati, ministri. Un giochetto facile facile. Rendere
obbligatoria la richiesta di autorizzazione anche per i reati che, a
parere del tribunale dei ministri, non meritano una copertura
ministeriale e quindi, stando alle norme attuali, devono essere
valutati e investigati dalla procura. Se, a parere dei pm e dei
giudici, il delitto è stato commesso, il soggetto va a processo come
un normale cittadino”, e ancora prosegue, “Con una legge che mette
sullo stesso piano chi è ministro e ha commesso un reato nell’ambito
delle sue funzioni, e quindi, in base all’articolo 96 della
Costituzione, gode di una parziale tutela in quanto spetta alla Camera
o al Senato dare il via libera all’indagine, con chi invece è pur
sempre ministro, ma ha commesso un delitto nelle vesti di normale
cittadino. Consolo pretende che il tribunale dei ministri trasmetta il
fascicolo “con relazione motivata al procuratore della Repubblica per
l’immediata rimessione al presidente della Camera competente”. Una
surrettizia autorizzazione che verrebbe garantita a un comune
cittadino giudicabile per un reato commesso in coincidenza con la
funzione di ministro, ma al di fuori del suo lavoro di membro del
governo. Un’indebita protezione ad personam, una sorta di invito a
delinquere, perché tanto le Camere, come la storia cinquantennale
dell’autorizzazione a procedere dimostra ampiamente, sono sempre
pronte a negare ai giudici la possibilità di indagare”.
Giuseppe Consolo (nella foto) è avvocato del ministro per le
Infrastrutture e i Trasporti Altero Matteoli, Alleanza Nazionale.
Matteoli, nel 2005, viene messo sotto inchiesta a Livorno, quando era
ancora ministro dell’Ambiente, per favoreggiamento. Telefonava,
secondo i pm, al prefetto livornese Vincenzo Gallitto per informarlo
che c’erano indagini sul suo conto (di Gallitto) nell’ambito
dell’inchiesta “mostro di Procchio”, una paludosa vicenda fatta
d’abusi edilizi e complessi residenziali nell’isola d’Elba.
Sempre Liana Milella: “Il tribunale dei ministri del capoluogo toscano
decise che quel reato non aveva niente a che fare con la funzione di
ministro ricoperta da Matteoli e rispedì le carte alla procura.
Matteoli non si dette per vinto. Divenuto nel frattempo senatore
convinse la Camera a sollevare un conflitto di attribuzione contro
Livorno per la “ministerialità” del reato. La Consulta lo considera
ammissibile e dovrà pronunciarsi. Nel frattempo il processo è
congelato”.
Con il “lodo Consolo”, conoscendo l’abitudinaria inclinazione del nostro
Parlamento a votare contro le richieste d’autorizzazione presentate
dalle procure, il processo verrebbe definitivamente spazzato via.
Buttato nel cestino. Matteoli risulterebbe così immune. Come un
super-eroe. Come il Capo.
Sistemati i ministri, poi bisognerà pensare ai parlamentari. http://www.pieroricca.org/
Daniele Luttazzi: Il fascismo del vicino è sempre più nero
Oggi Repubblica ha anticipato un articolo di don Antonio Sciortino che potrà essere letto integralmente sul nuovo numero di MicroMega in edicola domani. Luttazzi ci ha mandato il seguente commento.
Leggo con un misto di irritazione e di irritazione le frasi furbissime con cui il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino, nello scritto pubblicato da MicroMega, mimetizza le proprie responsabilità (e quella della Chiesa) in merito alla deriva reazionaria del nostro Paese.
Denunciare le tendenze fascistoidi del governo Berlusconi senza ricordare che in campagna elettorale se ne era sostenuto l’avvento prodigioso (contro l’alleanza di Veltroni con Pannella) è un insulto all’intelligenza dei lettori, dei quali si dà per scontata la labilità mnemonica, e per persa l'energia di giudizio.
Costretto poi a tracannare il ricino di insulti che i media berlusconidi riservano sempre a chi fa le pulci al capoccia, don Sciortino, gli occhioni spalancati e sorpresi di chi ha vissuto finora in chissà quale iperuranio, invoca veemente il diritto all’opinione diversa, alla critica, al diritto di replica. Senti senti. Nel 2001, lo stesso don Sciortino disse: "Ben venga la sospensione di Satyricon".
Era questo il modo con cui, all’epoca, don Sciortino contribuiva a “stimolare il dialogo”, ad “aumentare il tasso di democrazia di opinione nel Paese”, a togliere “il coprifuoco alle idee”, a evitare il rischio di “scivolare verso una forma oligarchica e autoritaria”. Sono cose che succedono, quando si scambia per giornalismo la Propaganda Fide.
Nel frattempo, è il 2008: un po' tardi, per accorgersi che la bibbia di Berlusconi ha solo 7 comandamenti.
Daniele Luttazzi
Starflag, contrazione di Starlings in Flight - Understanding Patterns of Animal Group Movements, è il nome di un progetto volto a studiare i comportamenti collettivi di animali (stormi di uccelli) al fine di descriverne le modalità di funzionamento e di ricercare analogie che possano spiegare i fenomeni collettivi umani (il comportamento delle borse, i fenomeni di moda, ecc., magari anche un certo tipo di organizzazioni) (vedi). “Consideriamo uno stormo di storni. Il movimento complessivo degli animali non può essere dedotto dalla semplice conoscenza dei comportamenti individuali poiché l’interazione tra i singoli genera dinamiche complesse, anche a partire da regole di comportamento piuttosto semplici. Il punto di partenza dei modelli sviluppati all’interno del progetto è che i componenti di un gruppo reagiscono al comportamento dei loro ‘vicini’.” (Alberto Russo, post-doc fellow presso la Normale di Pisa e ricercatore impegnato nel progetto). Ogni uccello nello stormo tiene sotto controllo altri sei uccelli e reagisce ai comportamenti di questi. In tal modo anche un insieme numeroso di uccelli riesce a muoversi come un’unica entità, uno stormo, appunto. Qual è la suggestione di questi fenomeni collettivi? Quella di un coordinamento non gerarchico. Ovvero di un coordinamento che non segue la linea gerarchica usuale nelle “organizzazioni”: le informazioni scorrono dal basso fino al vertice, il vertice prende la decisione e la trasmette verso il basso ai diversi livelli. Questo modello ha diversi inconvenienti: non è tempestivo e nel passaggio da un livello all’altro si perde informazione e cambiano i criteri di rilevanza. Può oggi un partito funzionare ancora così? La mia impressioni è che in realtà complesse (e per me anche la realtà vignolese è sufficientemente complessa) si manifestino problemi di performance.
Uno stormo di uccelli, esempio di coordinamento non gerarchico e di intelligenza collettiva nel mondo animale
Possono il progetto starflag ed i fenomeni di “intelligenza collettiva” del mondo animale costituire uno spunto utile ed uno stimolo per una diversa “rappresentazione” di come funziona e può funzionare un partito a livello locale? Mi sembra di sì, visto che offre un’idea di una modalità di coordinamento dei comportamenti non gerarchica. Sindaco, Segretario, Capogruppo, ma anche rappresentanti nelle istituzioni, amministratori, consiglieri comunali, dirigenti di partito, ecc. … è davvero pensabile di organizzare gerarchicamente queste relazioni? O piuttosto non si dovrebbe semplicemente definire e quindi condividere una “cornice”, un frame, un “orizzonte” (di obiettivi, di modalità comportamentali, ecc.) e quindi lasciare che ciascuno faccia la sua corsa, operi, lavori – e così facendo si “riferisca”, si “relazioni”, osservi gli altri (come fanno gli uccelli dello stormo) in modo da garantire un certo coordinamento? Insomma un partito più simile ad un’orchestra jazz – che lascia spazi per l’improvvisazione (relativa!) – che un’orchestra sinfonica gerarchicamente ordinata? Siamo sicuri che la forza vera stia nel coordinamento gerarchico: il vertice prende le decisioni, i livelli sottostanti eseguono? Non sarebbe il caso di iniziare a riconoscere che nella società di oggi (nel partito di oggi) l’intelligenza è un fattore (più) distribuito? Non sarebbe il caso di iniziare a riconoscere il “valore” del tempo, della tempestività nell’azione e nella comunicazione? Pensiamo, per stare alla politica, alla competizione tra governo ed opposizione (governo ombra) sul tema della scuola (e della sua trasformazione dopo la legge n.133/2008 ed il decreto legge n.137/2008). Quanto ha perso il PD nel non essere tempestivo nel contrastare l’iniziativa del governo? Quanto ha perso in efficacia comunicativa visto che, mentre il ministro Gelmini usciva sui giornali 21 volte (nel periodo 1 agosto-15 settembre), il “ministro-ombra” Garavaglia (vedi) compariva solo 2 volte? Forse abbiamo davvero bisogno di interpretare diversamente la nostra organizzazione. Forse anche gli stormi di storni ci possono insegnare qualcosa.http://amarevignola.wordpress.com/
Quei giovani arrabbiati destinati alla ribellione
di Gad Lerner, Repubblica - La seconda generazione è per sua natura destinata alla rivolta: lo insegna ormai da un secolo la sociologia dell´immigrazione, e non è certo difficile intuire il perché. I figli degli affamati giunti da lontano in cerca di un lavoro purchessia, non provano la medesima rassegnazione dei genitori. Percepiscono semmai la falsità di una cittadinanza formale concessa loro dal paese in cui sono nati senza riuscire a sentirsi veramente a casa propria.
Invece di stupirci per la scoperta di una "rabbia nera" che per la prima volta - da Castelvolturno al centro di Milano - si manifesta con intemperanza contro gli "italiani bastardi", dovremmo rammaricarci di non averne colto per tempo le avvisaglie.
Lo scatenarsi delle pandillas, le bande giovanili latino-americane, a Genova nel 2004. La rivolta della Chinatown milanese, con tanto di bandiere rosse, nell´aprile 2007. La pacifica disobbedienza civile dei beurs, i giovani maghrebini laici che a Treviso inscenano da mesi improvvise adunate di "preghiera proibita" per protestare contro il generalizzato boicottaggio leghista del culto islamico.
Le (per ora) timide manifestazioni dei rom e dei sinti oggetto di sgomberi e taglio di luce e acqua nelle baraccopoli di Roma. I blacks italo-africani sono dunque solo gli ultimi a organizzarsi, forse perché più deboli degli altri, ma il conflitto etnico fa già parte del nostro panorama metropolitano. Inesorabili presagi di una guerra favorita dall´assenza di sensibilità condivisa: solo di rado i loro morti ottengono la visibilità tributata agli italiani assassinati da stranieri. Tanto meno la cronaca registra gli innumerevoli episodi quotidiani di umiliazione della loro dignità. Anche perché nel nostro paese gli immigrati, nonostante molti di loro abbiano già conseguito con fatica la cittadinanza italiana, restano quasi del tutto privi della rappresentanza politica di cui già godono nelle altre democrazie europee.
Purtroppo parlando di seconda generazione ci soffermiamo soprattutto sulle nude cifre - i giovani di origine straniera erano circa 400 mila nel 2003, si calcola che saranno un milione nel 2015 - ma fatichiamo a inquadrarne la condizione esistenziale. Ragazzi i cui genitori hanno pochissimo tempo da dedicare alla loro educazione. Famiglie spesso ancora separate, con madri e padri impreparati a seguire il percorso scolastico dei figli, quasi sempre prive di quel sostegno di accudimento fondamentale rappresentato dai nonni.
Giovani smarriti, dunque, come ci ricorda il più autorevole studioso italiano della seconda generazione, Maurizio Ambrosini.
Eppure si tratta di ragazzi bene o male inseriti in una società che fornisce loro un reddito sufficiente alla sopravvivenza, e che condividono le mode, i miti consumistici, le aspirazioni dei loro coetanei. Qui scatta la maledizione di un sistema bloccato che penalizza qualsivoglia aspettativa di ascesa sociale. I figli degli immigrati sono italiani che dunque tenderanno a rifiutare i lavori tipici degli immigrati. Non vorranno fare la vita dei loro genitori, anche perché ce l´hanno sotto gli occhi.
Entrano nel mondo del lavoro con standard occidentali, del tutto ignari delle condizioni di vita nei loro paesi d´origine. Se la prima generazione immigrata era disposta a sopportare enormi sacrifici pur di realizzare un progetto di sistemazione a lungo termine, i giovani nati in Italia (o approdati nella prima infanzia) sono titolari di ben altre aspettative.
E se l´alternativa proposta loro fosse solo quella fra condizioni di lavoro degradanti e una vita di espedienti, siano pure illegali, potrà apparire loro conveniente anche il reclutamento o l´auto-organizzazione criminale. Tutto, pur di non fare la fine dei loro padri sfruttati nel lavoro nero o delle loro madri badanti.
È in questo retroterra che si diffonde il pericoloso stato d´animo degli stranieri in patria, intenzionati a sfuggire l´antica condizione dei meteci relegati alle necessità produttive ma privi di cittadinanza reale. Senza che possa essere presa in considerazione neppure l´ipotesi di un ritorno al paese da cui partirono i genitori, entità mitica che gli appartiene solo nella fantasia, oggetto di quella nuova forma di nostalgia che le diaspore esasperano nella relazione con luoghi sconosciuti, irrecuperabili.
La seconda generazione è italiana, dunque non estradabile.
La tunica di raso marrone indossata dal padre di Abdoul Salam Guiebre alla cerimonia funebre di Cernusco sul Naviglio, preannunciava ben di più che un richiamo folklorico. Perché quella salma di un giovane cittadino italiano stava per essere imbarcata su un aereo, destinata a una sepoltura nel Burkina Faso, lontano migliaia di chilometri dal luogo in cui aveva vissuto. Segno di rottura con un paese rivelatosi d´improvviso atrocemente inospitale.
In Africa, la seconda generazione può ritornarci da morta, mentre i fratelli di Abdoul soffriranno d´ora in poi una cittadinanza dimezzata. Coltiveranno probabilmente un´africanità che le circostanze paiono contrapporre all´italianità, spezzando il percorso dell´integrazione cui pure avevano lavorato gli insegnanti, gli amici, i vicini di casa, i datori di lavoro.
Il recupero di un´identità alternativa, anche se spesso deformata e posticcia, pare l´esito inevitabile di questa disgregazione sociale. Tipico è il caso di Meryem Fourdaus, la fantasiosa marocchina ventunenne di Treviso che ha dato vita al movimento "Seconda generazione". Giunta in Italia all´età di 10 anni, il padre operaio in cassa integrazione, la madre addetta alle pulizie in un ospedale, Meryem frequenta all´università di Padova un corso di Economia Internazionale e intanto fa la commessa part time.
Non porta il velo islamico, si dichiara non praticante. Ma ciò non le ha impedito di organizzare per dieci settimane in un parcheggio della sua città la sorpresa della "preghiera segreta".
Paradossalmente, la sua storia dimostra come possa essere l´ottusità leghista, il divieto di moschea, la causa di un riavvicinamento forzato alla religione di giovani che se n´erano allontanati.
La deriva di una guerra annunciata, il diffondersi sul nostro territorio di un conflitto etnico a cui si sentono richiamati molti cittadini italiani immigrati di seconda generazione, procede dunque come la più classica delle profezie di sventura che si autoavverano. A renderlo probabile, e ancor più pericoloso, è un´altra caratteristica del nostro sistema: gli immigrati da noi sono totalmente privi di rappresentanza politica. Col bel risultato che gli unici portavoce disponibili sul territorio e nel teatro mediatico sono dei capi comunità, per loro natura separatisti, spesso legittimati solo da una pseudo-autorità religiosa integralista.
Non esistono oggi leader democratici dell´immigrazione perché, salvo eccezioni irrilevanti, i partiti politici italiani finora li hanno esclusi. Un deficit di rappresentanza che la seconda generazione rischia di colmare ben presto affidandosi a capiclan e militanti radicali, scavando ulteriormente il fossato della mancata integrazione.
Repubblica
Chi ha paura delle Primarie
di Gianfranco Pasquino, l'Unità -un partito si impianta, si costruisce, si rafforza e, persino, si espande quando le sue procedure di reclutamento degli iscritti sono inclusive, vale a dire aperte ad un seguito potenziale molto ampio, e le sue procedure di selezione dei dirigenti e dei candidati sono altrettanto aperte, ma anche trasparenti e competitive. Nel suo Statuto nazionale (e, per quello che è possible saperne, anche negli Statuti regionali), il Partito Democratico afferma solennemente principi. Il primo, che tutte le cariche monocratiche debbono essere contendibili. Il secondo, che le primarie debbono costituire lo strumento principale per scegliere le candidature a quelle cariche, ovvero per consentire agli iscritti e, forse anche agli elettori potenziali di partecicpare ai processi di selezione. Naturalmente, almeno in una certa misura, è comprensibile che il passaggio dalla lettera (e dallo spirito) degli statuti alla pratica risulti in non poche realtà locali alquanto complicato e conflittuale. Tuttavia, almeno su un punto, dovrebbe essere reso chiaro e ribadito che non si può tornare indietro. Qualora ci sia più di una candidatura ad una carica elettiva si debbono indire elezioni primarie e non come qualcuno ha sostenuto convocare «robuste e sane (a parere di chi?) assemblee cittadine» che non sono menzionate da nessuna parte nello Statuto e che certamente sarebbero tutto meno che mobilitanti per gli iscritti e gli elettori. A Firenze, grazie al fatto che il sindaco non è rieleggibile, la situazione sembra chiarissima. Si sono variamente manifestate diverse candidature e, dunque si dovranno tenere elezioni primarie per sceglire fra di loro il prossimo candidato sindaco. Rimane, però, da specificare un punto chiave: saranno primarie ristrette ai soli iscritti al Partito Democratico oppure saranno primarie di coalizione aperte sia a candidature non del Pd, ma espresse da partiti disposti a governare con il Pd, sia agli elettori dei partiti coalizzabili? Comunque si decida, ed esistono buone ragioni per entrambe le opzioni, un altro punto dovrebbe essere chiaro o chiarito. I dirigenti dei partiti, a cominciare dal Pd, hanno il diritto di esprimersi a favore di una candidatura piuttosto che di un’altra, ma nessuno di loro può impegnare il partito in quanto tale. A Bologna e in tutte le situazioni nelle quali vi sia un sindaco in carica che aspira al secondo mandato, la situazione è più complessa. E, infatti, non mancano le tensioni. Il principio generale dello Statuto nazionale deve essere fatto valere senza tentennamenti e senza eccezioni. La carica è contendibile. Dunque, se qualcuno vuole candidarsi, bisogna, anzitutto, che si faccia avanti e alzi la mano, come ha detto Arturo Parisi, ma subito dopo quell qualcuno deve darsi da fare per raccogliere il numero di firme stabilite dal regolamento del Partito Democratico. Per il sindaco in carica, la raccolta di firme non dovrebbe essere necessaria, ma questo non significa affatto che il sindaco possa firmare, come ha provocatoriamente dichiarato un paio di volte Cofferati, per il suo eventuale oppositore, che sia uno o più di uno.
Leggo che, un po’ dappertutto serpeggia il timore di primarie laceranti che conducano poi alla sconfitta nelle elezioni amministrative. Sembra che sia già anche successo così, ma mi riserverei di approfondire se la causa della sconfitta non fosse un partito già diviso piuttosto che il prodotto di primarie male congegnate e peggio praticate. Mi parrebbe ovvio che chi si candiderà alle primarie debba assumere il nobile e solenne impegno ad appoggiare chiunque conquisterà la candidatura. Continuo anche a pensare che un partito che si chiama “democratico” debba essere costituito da persone, gentildonne e gentiluomini, che si comportano in maniera democratica, accettando il verdetto espresso dagli elettori e che sappiano che un Partito cresce quando vince le elezioni e che, dunque, la vittoria del prescelto dalle primarie servirà a tutto il partito e quindi anche a candidate sconfitti nelle primarie. Non voglio, in conclusione, in nessun modo negare che le primarie sono uno strumento che produce anche tensione e delusione. Penso, poiché molti richiamano le primarie presidenziali Usa (ma quelle italiane dovrebbero essere piuttosto paragonate alla scelta dei candidati governatori Usa), al sofferto discorso di “concessione” splendidamente pronunciato da Hillary Clinton. Ma, le primarie producono anche informazioni sulla biografia politica dei candidati, sui programmi e sulle priorità. Non sono mai “concorsi di bellezza” e, infine, lanciano, sulla coda della mobilitazione conseguita, una campagna elettorale che parte con l’abbrivio. I cittadini coinvolti non soltanto saranno più soddisfatti, ma probabilmente saranno anche disponibili a partecipare attivamente per fare vincere il candidato prescelto.
Una volta li chiamavano “peones” i parlamentari che stanno lì a far numero. Ma per molti arrivare fin lì è una svolta nella vita. Nicola Di Girolamo è un neosenatore della PDL eletto nella circoscrizione Europa.
Per candidarsi ha dichiarato di risiedere in Belgio, ma sembra proprio che non fosse vero. Pur di agganciare lo strapuntino avrà pensato: chissenefrega.
Oggi è imputato di false dichiarazioni, falsità ideologica, abuso d’ufficio, attentato contro i diritti politici del cittadino. Bum! Esagerato, eppure per le leggi italiane cinque anni di galera e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici non glieli leva nessuno. Ma ne rischia anche dieci. Con gente come Calisto Tanzi in giro possiamo prendercela proprio con il povero Di Girolamo? Eppure fino a ieri era sulla porta del carcere. Adesso per fortuna non più.
Buon per lui il parlamento lo ha salvato dall’arresto con un bel voto bipartisan. Avete capito bene: non lo ha salvato solo la maggioranza del PDL. Lo ha salvato un voto bipartisan PDL-PD. A favore dell’arresto hanno votato solo i tagliagole giustizialisti di Italia dei Valori oltre ad un manipolo di una quindicina di senatori del PD che proprio non se l’è sentita di coprirsi di vergogna per salvare Di Girolamo Nicola.
Perché alla PDL conviene non mollare neanche un probabile mariuolo come Di Girolamo? Le risposte possono essere tante, ma scegliamo la meno indecente. Perché un bravo comandante non lascia indietro nessuno dei suoi uomini: “salvate il soldato Ryan”.
Resta da capire perché il PD salva il soldato Di Girolamo? Uno si mette a pensare e se è una persona decente una risposta proprio non la trova. Ma di sicuro neanche il più moderato degli elettori del PD li ha votati per soccorrere Di Girolamo. No, proprio non c’è una risposta decente alla domanda su perché il PD salvi Di Girolamo.
E c’è una domanda perfino più grave: chi lo salva un paese dove maggioranza e opposizione insieme salvano il “peones” Di Girolamo?http://www.gennarocarotenuto.it/3645-nicola-di-girolamo-imputato-di-false-dichiarazioni-falsita-ideologica-abuso-dufficio-attentato-contro-i-diritti-politici-del-cittadino-salvato-da-pdl-e-pd-insieme/#more-3645
| Non si fa più credito |
| Una nuova minaccia incombe sul sistema finanziario Usa: sempre più americani non riescono a pagare gli arretrati sulle carte di credito |
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E' iniziata come crisi dei mutui subprime, è diventata lo scoppio della bolla immobiliare e la stretta del credito, ha sconvolto il capitalismo americano facendo fallire le più grandi banche d'investimento. Mentre a Washington si cerca di salvare il salvabile con un piano di intervento pubblico da 700 miliardi di dollari, una nuova minaccia incombe sul sistema finanziario statunitense e mondiale: quella dei sempre più americani che non riescono a pagare gli arretrati sulle carte di credito. Molti analisti l'hanno segnalata da tempo. E ora che i tassi di insolvenza stanno raggiungendo livelli di guardia, se ne sta accorgendo anche il Congresso.
 Nella settimana in cui tutti gli occhi di Washington e dei mercati azionari mondiali erano sul piano d'emergenza presentato dal segretario al tesoro Henry Paulson, la Camera dei rappresentanti martedì ha approvato a larga maggioranza il Credit Cardholders Bill of Rights: una legge che renderà più facile la vita ai titolari di carte di credito in difficoltà con i pagamenti, impedendo alle compagnie di alzare gli interessi in maniera retroattiva, senza neanche avvisare i clienti. Tutte pratiche definite “ingannevoli” dalla stessa Federal Reserve, anche in seguito alle segnalazioni di oltre 56mila clienti. E' molto difficile che il provvedimento – sponsorizzato dai Democratici – diventi legge entro fine anno; più probabile che, una volta firmata anche dal Senato, la misura arrivi sul tavolo del prossimo presidente. Ma il fatto che la questione sia arrivata al Congresso è un segnale della gravità della situazione.
Come la concessione di mutui a chi normalmente non ne avrebbe i requisiti, così negli ultimi anni le banche hanno incoraggiato in tutti i modi la diffusione delle carte di credito. In una conferenza stampa organizzata due giorni fa dall'associazione Americans for Fairness in Lending, due ex dipendenti di una compagnia ora rilevata dalla Bank of America hanno raccontato delle pressioni a cui erano sottoposti, con l'ordine di usare approcci aggressivi e ingannevoli verso i potenziali clienti, invogliandoli a indebitarsi sempre più, con conseguenti maggiori profitti per la compagnia. “Avevamo l'obiettivo di vendere 25mila dollari all'ora, 4 milioni al mese. E io ero solo una delle centinaia di impiegate, solo in una sede”, ha detto una delle due ex dipendenti. Così facevano in tanti, troppi, e i risultati si vedono: a luglio, secondo i dati della Fed, gli americani avevano un debito di 969,9 miliardi sulle carte di credito. Nel 2003 i miliardi erano 770.
 Con un'economia in espansione e valori delle case in costante aumento, molti americani hanno rifinanziato periodicamente le loro case, usandole in sostanza come giganteschi bancomat per soldi che però erano tali solo sulla carta. Ma ora che la bolla immobiliare è scoppiata, quelle case valgono molto meno, la crisi si fa sentire e molte aziende tagliano il personale, i conti da pagare restano. E per rifarsi delle perdite in aumento, le compagnie che emettono carte di credito hanno alzato drasticamente i tassi sui debiti non pagati. Nel frattempo, dopo essere sceso progressivamente da inizio 2002 all'anno scorso, il tasso di insolvenze è aumentato di colpo negli ultimi mesi del 2008. Nel secondo trimestre di quest'anno, l'1,09 percento dei titolari di carte di credito è indietro almeno 90 giorni nei pagamenti, rispetto allo 0,91 percento dello stesso trimestre del 2007. E anche se questa percentuale è in leggero calo rispetto ai primi tre mesi del 2008, gli analisti hanno subito trovato una risposta non incoraggiante: il calo è dovuto al benefico ma temporaneo sollievo fornito dagli sconti fiscali approvati da Bush a inizio anno per frenare la crisi, e il resto lo fanno gli scrupoli che le compagnie hanno ora nel concedere nuovi crediti. Un buon segno, per il futuro. Ma per i conti passati è ormai troppo tardi. E sono comunque 2,5 milioni di persone indietro di tre mesi nei pagamenti.
Dato che storicamente si muove in linea con il tasso di disoccupazione, ora che ci si aspetta una vera recessione, si prevede che il tasso di insolvenze sulle carte di credito abbia appena iniziato ad aumentare. Negli Usa, le pubblicità di compagnie che ti invitano a contattarle per vedersi miracolosamente ridotto il credit card debt si trovano dovunque. E' il punto di arrivo di una tendenza all'indebitamento in atto da decenni, in un'economia pericolosamente sbilanciata sui consumi, che rappresentano il 70 percento del Pil. Il tasso di risparmio delle famiglie americane, sceso progressivamente dagli anni Sessanta, nel 2005 è stato negativo (-0,5 pecento) per la prima volta dal 1933, anno di piena Depressione. Non solo gli statunitensi hanno speso tutto quello che guadagnavano; si sono pure indebitati per consumare. In confronto, i tassi di risparmio delle maggiori economie europee si aggirano intorno al 10 percento. Se fosse un problema “solo” di milioni di famiglie, sarebbe già grave. Ma anche i debiti delle carte di credito, come i mutui subprime, sono stati inseriti in pacchetti finanziari piazzati poi sui mercati mondiali: proprio quelli che ora, contenendo centinaia di miliardi di crediti irrecuperabili e quindi persi, hanno messo in ginocchio le grandi banche. Ecco perché, se si buca anche la bolla delle carte di credito, potrebbe arrivare il pugno del kappaò.
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La storia del Joint Statement sulla crisi economica di Obama e McCain è istruttiva. Marc Ambinder riporta la dichiarazione congiunta e poi quella che era stata proposta da Obama . Se avete la pazienza di confrontarle, noterete che le uniche idee operative sono state espunte perché la campagna di McCain non ne voleva sapere. Questo per la serie: io ho una grande esperienza, mentre Obama dice solo belle parole.
Marc Ambinder
http://giornalismoparma.typepad.com/
ALLA CASA BIANCA UN'INSOLITA VIGILIA DI DIBATTITO
John McCain
di Marco Bardazzi
WASHINGTON - Nel giorno che precede i dibattiti presidenziali americani di solito i candidati sono chiusi in ritiro, a ripassare la parte. Ma le elezioni 2008 ancora una volta si confermano fuori dagli schemi: John McCain e Barack Obama hanno trascorso la vigilia alla Casa Bianca - il luogo dove sperano entrambi di andare ad abitare dal 20 gennaio - impegnati in un complesso gioco delle parti che ha tenuto in sospeso fino all'ultimo lo svolgimento stesso del dibattito.
Il vertice sulla crisi finanziaria convocato a Washington dal presidente George W. Bush, ha spinto i due candidati a incontrarsi con un giorno d'anticipo rispetto al programma. Mentre all'Università del Mississippi andavano avanti i lavori per preparare il palcoscenico per il loro dibattito, dietro le quinte del vertice 'patriottico' per salvare l'economia gli staff dei due sfidanti hanno continuato a darsi battaglia sul primo dei tre faccia a faccia televisivi previsti negli ultimi 40 giorni di campagna. McCain a sorpresa mercoledì ha annunciato la sospensione di ogni attività politica per tornare a Washington a seguire la crisi e ha invitato Obama a rinviare il dibattito.
Ma i democratici hanno considerato la mossa tutt'altro che un modo per mettere la politica da parte. Ad insospettire lo staff di Obama sono le modalità con cui McCain ha compiuto il passo, cogliendo di sorpresa l'avversario con un annuncio in Tv pochi minuti dopo aver parlato al telefono con lo stesso Obama. Nella telefonata, stando alla versione dei democratici, la sospensione del dibattito era stata menzionata solo di sfuggita.
Obama ha ribadito che venerdì sera alle 20:00 ora del Mississippi (le 3 del mattino di sabato in Italia) si presenterà sul palco a Oxford, in un campus un tempo noto come bastione dei 'supremazisti' ariani, per partecipare regolarmente al dibattito. Il moderatore, Jim Lehrer della Tv pubblica Pbs, sarà ad accoglierlo con docenti e studenti dell'Università, ma alla vigilia è rimasta incerta la partecipazione di McCain.
I repubblicani hanno proposto di spostare il dibattito al 2 ottobre, quando è in programma quello tra i vice Sarah Palin e Joe Biden, e di trovare un'altra data per quest'ultimo. Ma sia i democratici, sia la commissione federale che si occupa di organizzare i dibattiti hanno risposto 'no'. E buona parte dei commentatori ha accusato McCain di star cercando un espediente per frenare Obama in risalita nei sondaggi.
L'effetto che le mosse degli ultimi giorni di McCain avranno sugli elettori richiederà qualche giorno per essere valutato. Obama ha beneficiato del clima di malessere creato dalla crisi economica e nei giorni scorsi ha allungato. Ma alla vigilia del dibattito, sono circolati sondaggi in controtendenza: la Gallup, che rileva gli umori nazionali ogni giorno, ha indicato i candidati alla pari, 46-46 per cento (con Obama in discesa di un punto e McCain in salita di due), mentre un sondaggio di Wall Street Journal e Nbc ha indicato un pareggio statistico, con Obama avanti di soli due punti (48-46 per cento).
Il primo dei tre dibattiti presidenziali - gli altri sono in programma il 7 e il 15 ottobre - ha come tema la politica estera. 'Ole Miss', come è conosciuta l'Università del primo faccia a faccia, è tristemente nota come l'Ateneo dove nel 1962 si scatenarono le proteste che causarono due morti contro l'immatricolazione di un primo studente nero, James Meredith. Fu necessario l'intervento della Guardia Nazionale per gestire la situazione, ma il cammino verso la desegregazione nel campus del Mississippi è stato lungo e ancora negli anni Novanta l'Università era al centro di controversie, perché esponeva la bandiera confederale alle partite di football universitarie.
Un'eredità che rende ancora più significativa la presenza di un candidato nero sul palco di un dibattito presidenziale, per la prima volta nella storia americana.
marco.bardazzi@ansa.it
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_765200157.html
IRAQ
Baghdad approva la legge elettorale, stralciando la questione Kirkuk
Se la presidenze della Repubblica approverà la nuova normativa, il Paese dovrebbe andare al voto entro il 31 gennaio. Ma non il Kurdistan e neppure la contesa zona petrolifera.
Baghdad (AsiaNews/Agenzie) – E’ stata finalmente approvata la legge che prevede le elezioni provinciali in Iraq, che ora dovrebbero svolgersi entro il 31 gennaio. La normativa approvata è frutto di un difficile compromesso tra curdi, sunniti e sciiti ed è stato realizzato accettando la richiesta curda di escludere dal voto Kirkuk e le province settentrionali di Dohuk, Arbil e Sulaimaniyah. Il Kurdistan e la città contesa avranno una loro specifica legge. “Solo il parlamento curdo ha il diritto di approvare la legge, per questo non c’è una data per le elezioni in Kurdistan”, ha spiegato Ali Qader, presidente della commissione elettorale per le regioni settentrionali.
Proprio la questione Kirkuk era stata il motivo principale della decisione presa a luglio dal presidente iracheno Jalal Talabani di respingere una precedente versione della legge. Kirkuk - al centro di una zona ricchissima di petrolio – è stata oggetto di un tentativo di Saddam Hussein di modificarne le componenti etniche, mediante il trasferimento di popolazioni arabe, in funzione anticurda. Su tale base, i parlamentari curdi pretendono ora che alle elezioni di tale zona possano prendere parte solo coloro che possono dimostrare di avervi radici storiche.
La città attualmente è retta da un consiglio composto da due rappresentanti per ognuna delle componenti araba, curda e turcomanna e da uno per i cristiani. Spetterà ai sette componenti di tale consiglio preparare il voto della provincia, riferendo al Parlamento, in coordinamento con le Nazioni Unite, entro il 31 marzo prossimo.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13314&size=A
Washington. Con una mossa azzardata, John McCain ha sospeso la campagna elettorale presidenziale e ha chiesto al suo avversario Barack Obama di fare lo stesso, in modo da correre a Washington e provare a costruire un consenso bipartisan sulla proposta di salvataggio pubblico di Wall Street elaborata dall’Amministrazione Bush. Così come si sono messe le cose, ha detto il candidato repubblicano, è chiaro che un accordo non si troverà. Quindi meglio mettersi a lavorare insieme per il paese, invece che continuare a fare campagna elettorale. La proposta shock di McCain, malgrado i tratti populisti, è volta a riprendere in mano il pallino del gioco e a proporsi agli elettori come lo statista capace di trovare una soluzione condivisa alla crisi di Wall Street. McCain, inoltre, ha chiesto di rinviare il dibattito presidenzialle di domani in Mississippi ed è tornato di corsa a Washington. Obama e McCain, insieme, hanno stilato un comunicato comune con le posizioni condivise sulla proposta del Tesoro. Chiedo al Presidente – ha detto McCain – di convocare un incontro con i leader del Congresso, compresi Obama e me stesso. E’ arrivata l’ora per entrambi i partiti per mettersi insieme e risolvere questo problema”.
Iran
i 5+1 divisi di fronte la prospettiva di nuove sanzioni, Russia e Cina frenano

L'agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) nel suo ultimo rapporto ha affermato di non essere in grado di stabilire la vera natura del programma nucleare iraniano. Nel rapporto dell’agenzia Onu, si legge che Teheran ha installato ulteriori 2.000 centrifughe per l'arricchimento dell'uranio, che si vanno ad aggiungere alle oltre 1.200 già in funzione. Secondo l’Aiea da parte di Teheran non vi è stata una reale collaborazione nell’attività degli ispettori, se non addirittura dell’ostruzionismo, che ha finito per condurre la missione ad un’impasse.
La reazione di Washington non si è fatta attendere, la Casa Bianca ha ammonito nuovamente l'Iran a sospendere il suo programma di arricchimento dell’uranio, minacciando il rafforzamento delle attuali sanzioni nonché la disposizione di nuove. La posizione americana è stata prontamente avallata dalla Francia che, in ottemperanza al nuovo corso delle relazioni con gli Usa inaugurato con la presidenza Sarkozy, si è detta favorevole a nuove sanzioni Onu. All’asse Washington - Parigi si è subito contrapposta la visone di Pechino e Mosca. Il ministero degli Esteri cinese Jiang Yu ha affermato che le sanzioni non rappresentano una soluzione del problema e che semmai bisogna intensificare i negoziati. Tale approccio è condiviso anche dalla Russia che, per il tramite il vice ambasciatore alle Nazioni Unite Konstantin Dolgov, ha affermato che un’efficiente risoluzione del problema nucleare iraniano va ricercata esclusivamente mediante strumenti politici e diplomatici.
Appare evidente che di fronte ai veti di Russia e Cina, anche la dichiarazione della Francia, che si è detta favorevole a nuove sanzioni Onu, tende ad assomigliare più che altro ad una presa di posizione strettamente politica, che difficilmente si spingerà oltre sulla strada di prese di posizione unilaterali e fuori contesto Onu. Perfino il governo di Saint Vincent e Grenadine, piccole isole caraibiche dell’arcipelago delle Antille, ha rigettato il diktat dell’ambasciatore Usa a sospendere le relazioni commerciali con l’Iran.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33750

Non c'è due senza tre. Dopo il successo dello scorso ramadan, anche quest'anno è tornato il tormentone che unisce tutto il mondo arabo davanti al tubo catodico. Bab el Hara terza stagione continua a tenere incollati gli spettatori agli schermi del post-iftar, le ore che seguono alla rottura del digiuno rituale del ramadan, e al pasto ricco e calorico che serve a reggere le lunghe giornate di settembre.
Storia di quartiere, tra amore e lutti, fiction di costume, Bab el Hara conferma il successo della produzione siriana, trasmessa dal canale panarabo Mbc1. Ma Bab el Hara è anche tutto il resto. E' l'indotto, come si direbbe, fatto di figurine, strani palloncini autogonfiabili made in China (il che vuol dire che il fenomeno è veramente degno di considerazione... da parte dei manager del marketing), cd, e quant'altro. I bambini impazziscono, fanno la fila per le figurine e a scuola, la mattina dopo, raccontano ai compagni di classe delle vicende, anche dure, dei protagonisti.
Il tormentone dell'estate, la telenovela turca Noor, segna insomma il passo nell'immaginario collettivo arabo. Anche se la sua piccola impronta l'ha lasciata, nella cultura popolare. Dalle T-shirt delle femminucce, abbellite da una foto dei due protagonisti di Noor che si guardano teneramente negli occhi, dalle patatine (sic!), sempre con le due star della telenovela.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Pena di morte e pedofili : Kennedy vs Louisiana
di Claudio Giusti*
Il 25 giugno scorso la Corte Suprema, con la sentenza Kennedy v Louisiana, ha ribadito la sua trentennale politica che prevede la pena di morte solo per l’omicidio aggravato.
La causa riguardava la legge della Louisiana (1995) che comminava la pena capitale per il reato di stupro di un minore di dodici anni ed era facile prevederne l’esito (anche se non ci si aspettava un misero 5 a 4) perché già nel 1977, con Coker v Georgia, la Corte (Scotus) aveva deciso, basandosi sulla dottrina dell’evolving standard of decency, che lo stupro non può essere un reato capitale.
Già allora secondo la Corte la pena (privilegio dei neri del Sud) era sproporzionata al delitto e un chiaro invito a trasformarlo in omicidio (punito allo stesso modo). Per noi abolizionisti è inoltre evidente che aumenta a dismisura l’arbitrarietà della pena di morte, perché è già impossibile stabilire, pur in presenza di un fatto obbiettivo come un cadavere, quale omicidio sia capitale.
Possiamo affermare che la legge della Louisiana (e quelle dei cinque stati che l’hanno seguita) è dettata dalla moda della lotta alla pedofilia e dal desiderio di puntellare le sorti di una sempre più traballante pena capitale. Non per nulla sono passati vent’anni prima che qualcuno si preoccupasse della sorte dei bambini americani e più di quaranta dall’ultima esecuzione per stupro non seguito da omicidio.
La sentenza Kennedy ha causato le furiose doglianze dei forcaioli e l’imbarazzato commento di Obama che ha borbottato qualcosa su di una legge “well crafted” (da un giurista ci si attendeva ben altro).
La polemica sarebbe terminata con una serie di mugugni (come per Atkins e Roper), se non fosse stato per un blogger che ha fatto notare come Congresso e Presidente abbiano, nel 2006, prodotto una nuova versione del Codice Penale Militare in cui è prevista la pena di morte per lo stupro di un minore. Linda Greenhouse ha riportato la notizie sul New York Times e si è scatenata una furiosa diatriba il cui succo è che la Scotus non si può permettere di decidere “evolving standard of decency” diversi da quelli del Congresso.
Si è chiesto a gran voce un rehearing della causa e, lo scorso 8 settembre, la Scotus ha preso l’inusuale decisione di consentire la presentazioni di nuovi briefing sull’argomento. Ma le speranze forcaiole sono mal riposte. Infatti nessuno dei partecipanti alla prima discussione si è degnato di citare anche solo di sfuggita lo Uniform Code of Military Justice (UCMJ). Non l’hanno fatto né i favorevoli alla legge né i contrari, come del resto non lo ha fatto il giudice Alito nella sua dissenting opinion.
La ragione sta nel fatto che, da quando con Trop v. Dulles (1958) la Scotus decise che l’interpretazione dell’Ottavo Emendamento non poteva essere letterale, ma collegata all’ “evolving standard of decency that marked the progress of a maturing society”, non è mai accaduto che qualcuno citasse il Codice Penale Militare.
Nelle 27 opinioni, che hanno preceduto la sentenza Kennedy, in cui la Corte Suprema ha utilizzato l’evolving standard of decency, l’UCMJ non esiste. Non è citato nemmeno in Coker, quando lo stupro di una donna era un reato capitale per il diritto militare e tale è rimasto, per trent’anni, fino al 2006, quando è stato sostituito proprio dalla disposizione che oggi si vuole utilizzare come grimaldello per l’allargamento dell’utilizzo della pena capitale.
The whole stuff is a complete waste of time
Nota sulle esecuzioni: Dal 1930 (primo anno di statistica federale) al 1967 ci sono state 3.859 esecuzioni. Il decennio peggiore è stato il primo, con 1.676 esecuzioni di cui 199 nel solo 1935. I neri erano il 54% del totale e il 90% dei 455 uccisi per stupro (97% al Sud).
* membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 25 2008
Fondi europei dirottati alla nazionale di calcio italiana
[Telegraph]
Oltre 7 milioni e mezzo di euro di fondi europei destinati allo sviluppo della regione Calabria sono stati spesi per sponsorizzare la nazionale di calcio.
La regione Calabria, classificata come una delle regioni europee più povere, ha deciso di ri-destinare i fondi per lo sviluppo economico dalla costruzione di porti ad attività di sponsorizzazione in occasione della recente coppa del mondo. Beniamino Donnici, un parlamentare europeo di corrente liberale ed ex assessore al turismo della regione Calabria, ha chiesto alla Commissione Europea di investigare sul perché fondi destinati ai poveri sono stati utilizzati a favore di una delle federazioni calcistiche più famose e ricche del mondo. “Questa è pazzia a un livello degno del Guinness dei Primati” ha detto.
“Perché mai i fondi pubblici sono stati utilizzati per la squadra campione del mondo e non in Calabria?”
Donnici, che ha rilasciato documenti dell’amministrazione calabrese per corroborare le sue accuse, ha inoltre rivelato che incluso nei trasferimenti di denaro c’è un “tributo” da oltre mezzo milione di euro a favore di un’associazione caritatevole fondata dal giocatore italiano Gennaro “Rino”Gattuso. Membro della squadra campione del mondo nel 2006, Gattuso è calabrese e gioca per AC Milan, una delle squadre più ricche del mondo e di proprietà di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio italiano.
Il denaro è stato donato alla Onlus Forza Ragazzi, una fondazione il cui scopo è di fornire un tetto e attrezzature sportive ai giovani ragazzi calabresi. Bill Newton-Dunn, eurodeputato britannico che ha guidato la Commissione del Parlamento Europeo per il Controllo del Budget (Budgetary Control Committee), ha dichiarato che questo dimostra che “le cose stanno andando per il verso sbagliato”.
“La Commissione Europea deve avere un ruolo di controllo e verifica più diretto” ha detto. “Donnici è un uomo coraggioso, spero che si stia guardando le spalle. Dovremmo stargli vicino.” La Calabria, una delle regioni d’Italia più povere, è anche territorio della ‘Ndrangheta, una delle mafie più potenti e violente che è stata accusata di sottrarre i fondi regionali europei.
Un portavoce della Commissione Europea ha sottolineato che la decisione della regione Calabria potrebbe rientrare nelle regole europee per la promozione del turismo ma ha insistito che tutte le decisioni che riguardano i fondi saranno verificate e tutti i soldi spesi male dovranno essere risarciti. “C’è un arbitro alla fine di questo processo. Potrebbe suonare il fischietto e alzare il cartellino rosso. Oppure, potrebbe congratularsi con la Calabria per buona condotta,” ha dichiarato.
Agazio Loiero, governatore della Calabria, ha difeso l’accordo di sponsorizzazione come positivo per promuovere la Calabria e dare risalto alla sua “immagine positiva”. Ha sostenuto che solo un milione e 700 mila euro circa verrano dati direttamente alla nazionale di calcio, su un totale di oltre 7 milioni di fondi europei, mentre gli altri soldi sono stati spesi in pubblicità a favore della campionato del mondo.
L’anno scorso, la Calabria ha attirato critiche per aver speso oltre 6 milioni di euro di fondi europei per una campagna pubblicitaria che mirava a demolire i pregiudizi verso la regione. Un cartellone ritraeva giovani sofisticati e di bella presenza, e lo slogan “Mondo sommerso? Sì, siamo calabresi.”
[Articolo originale di Bruno Waterfield e Nick Squires]
http://italiadallestero.info/archives/908
 di Ivan Scalfarotto
Qualche settimana fa con iMille abbiamo organizzato un dibattito sulla multiculturalità alla Festa dell'Unità (Democratica?) di Milano. Tra gli ospiti il Sindaco di Cremona, Gian Carlo Corada, che ha letteralmente incantato i presenti con un intervento sul lavoro fatto al Centro Islamico di Cremona. Parole, quelle di Corada, di grande pragmatismo eppure di una profondità, di un'apertura e di un'umanità toccanti.
Sono andato via dal dibattito felice e orgoglioso che il mio partito avesse espresso un uomo come Corada per avere responsabilità di governo in una regione per la maggior parte schierata su una destra provinciale e bigotta come quella lombarda.
Potete immaginare lo scoramento quando ho scoperto che i vertici del PD lombardo hanno espresso un altro candidato alla poltrona di sindaco e che, davanti all'intenzione sacrosanta di Corada di correre per le primarie per poter fare il suo secondo mandato, gli abbiano offerto vari altri incarichi che lui, e non ne sono affatto sorpreso, ha rifiutato. http://www.imille.org/
“Tre fatti”
Un editoriale anonimo dal titolo Tra Lourdes e Padre Pio (il Riformista, 23.9.2008) chiude con questa lezioncina: “Da laici riteniamo che non sia laico l’atteggiamento di chi cerca di ricondurre a proprie categorie quello che succede per il semplice fatto che non l’aveva previsto. Meglio dire non capisco”. Nel caso di specie, “quello che succede” sta in “tre fatti” rubricati alla voce “religiosità popolare”.
“Primo fatto”: il capo della Chiesa anglicana andrà in questi giorni a Lourdes per venerare la Madonna, alla faccia degli assunti teologici dell’anglicanesimo.
“Secondo fatto”: il presidente della Cei ha polemizzato con il direttore de la Repubblica (senza nominarlo, come è d’uso per i chierici da un certo livello gerarchico in su) sulla natura e la consistenza della fede nel suo gregge, schiaffandogli sotto il muso le cifre della periodica transumanza a Lourdes.
“Terzo fatto”: un socialista dei bei tempi che furono era devoto a Padre Pio e il figlio (del socialista, non di Padre Pio) rilascia un’intervista a L’Osservatore Romano nella quale ammette che, be’, sì, le stimmate sono davvero un bel mistero.
Questi sono i “tre fatti” dinanzi ai quali un laico dovrebbe sospendere ogni giudizio.
Personalmente, l’unica cosa che “non capisco” è perché un laico dovrebbe dire di non aver capito quello che è fin troppo evidentemente in questi “tre fatti”: siamo di fronte a tre diverse manifestazioni della potenza che la superstizione ancora esercita sugli individui e sulle masse.
Un’altra cosa mi pare altrettanto evidente: un “fatto” non può essere ritenuto impermeabile all’analisi critica per il solo fatto che si manifesti con i caratteri della potenza.
La potenza con la quale si manifesta un “fatto” può lasciare incantati, certo, ma questo accade solitamente solo in chi abbia una sua particolare propensione a farsi incantare dalle manifestazioni di una qualsivoglia potenza. È propensione a concedere uno statuto di razionalità all’irrazionale in virtù del “fatto” che esso operi manifestando potenza. Non è da laici, è da pusillanimi che inclinano al conformismo. E non ha nemmeno la grandezza tragica di chi davanti alla potenza dell’irrazionale cade bocconi, venerandone il “mistero” incarnato nel “fattuale”.
Insomma, Il Foglio può muovere all’orrore, il Riformista sicuramente alla pena. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Raiott Air
Ora d'aria
l'Unità,
Ancora non sappiamo come andrà a finire la telenovela Alitalia, ma già sappiamo che c’è un nuovo aspirante socio della Cai (abbreviazione di Cainano): Gianni Riotta, direttore del Tg1. Il quale ha preso molto a cuore le sorti dei 18 patrioti che, su richiesta di Al Tappone e al seguito di Colaninno, han deciso di sacrificarsi per salvare la compagnia di bandiera pagandola 300 milioni, tanto quanto l’avrebbe pagata quattro mesi fa AirFrance. Con la piccola differenza che AirFrance rilevava anche i debiti (da 1 a 3 miliardi) e i dipendenti (salvo 2.100 esuberi), mentre i capitani coraggiosi i debiti li accollano a noi, con l’aggiunta di quelli di Airone (un altro miliardo) e di 7-8 mila esuberi.
Ma dicevamo di Johnny Raiotta e della sua improvvisa vocazione di assistente di volo. Giovedì scorso il suo Tg1 se l’era presa con le due-tre hostess Alitalia colpevoli di aver esultato alla notizia (meravigliosa, infatti ora finalmente il commissario Fantozzi ripristina il libero mercato e apre un’asta pubblica) della ritirata dei furbetti. Tipe “bizzarre”, disse il cosiddetto tg del presunto servizio pubblico, “ballano sul Titanic che affonda”. Non contento dell’ imbarazzante marchetta al governo, domenica sera il partigiano Johnny ha concesso il bis mandando avanti il copilota David Sassoli affiancato da due gentili signore: il comandante di Alitalia Antonella Celletti (forse parente di Otello Celletti, il mitico vigile di Alberto Sordi) e il primo ufficiale Valentina Leone. Siccome il personale di volo è spaccato tra una stragrande maggioranza contraria all’offerta Cai e un’esigua minoranza favorevole, c’era da attendersi che la Celletti rappresentasse la prima posizione e la Leone la seconda. E’ o non è il mitico “contraddittorio” la regola aurea della Rai? Macchè. Entrambe le signore contestavano il No dei loro sindacati autonomi (maggioritari) e li invitavano accoratamente a firmare l’accordo tanto caro al governo. Due su due, en plein.
Sassoli: “Comandante Celletti, in una lettera al Sole 24 ore stamattina lei ha scritto che è sbagliato rifiutare il piano della Cai e ha invitato i suoi colleghi a uscire allo scoperto. Cosa vuol dire?”. Celletti: “Io sono rimasta indignata di quanto è accaduto, prima di tutto perché è stato un rifiuto molto affrettato, senza avere consultato la base, senza avere un largo consenso, e mi sono arrabbiata nel vedere che poche persone possono mandare all’aria il destino di molte famiglie e di altri dipendenti che non la pensano in questo modo”. Sassoli: “Valentina Leone, anche lei teme ora il fallimento?”. Leone: “Beh, siamo molto molto preoccupati, perché in questo momento non siamo in presenza di nessuna alternativa, e rinunciando al piano Cai abbiamo rinunciato agli ammortizzatori sociali per più di mille piloti che difficilmente troveranno lavoro sul mercato”. Sassoli: “Comandante, lei scrive di essere stata male quando ha visto un gruppo di dipendenti Alitalia gioire alla caduta della proposta della Cai”. Per quale motivo?”. Celletti: “Sì sono rimasta molto delusa, perché io ero in trepidazione quel giorno, e speravo vivamente che venisse fuori una bella notizia. A questa notizia negativa sono rimasta veramente molto male, non avevo ancora visto l’esultazione (sic, ndr) purtroppo dei miei colleghi. E non era assolutamente il caso di esultare, li ho guardati e ho detto ‘ perdona loro che non sanno quello che fanno’. Purtroppo forse lì per lì non si rendevano conto”. Sassoli: “Comandante, la ringrazio per essere stata con noi, grazie anche a Valentina Leone”.
Ma che bel quadretto, che bel presepe. Al Tappone avrà avuto a sua volta un’esultazione (tantopiù che ieri sera al Tg1 c’era Stefano Folli che invocava un bell’inciucio Pd-Pdl). E poi, si spera, non avrà mancato di congratularsi con Johnny per tanta solerzia filogovernativa. Peccato che il Tg1 non avesse mostrato altrettanto trasporto quando il governo Prodi trovò (previa offerta pubblica) l’Air France come compratore: anche allora il sindacato piloti, alleato per l’occasione col Cainano e con la Cisl dell’apposito Bonanni, fece saltare la trattativa. Si poteva invitare anche allora in studio lady Celletti & compagna per mettere in riga i sindacati. Ma Johnny Raiotta, all’epoca, era molto distratto. O aveva fiutato come sarebbero andate le elezioni. Ora però merita la giusta ricompensa: una tessera della Cai, ad honorem. Se poi la Cai dovesse sciogliersi, una lambretta Piaggio potrebbe farlo felice.
(Foto di Roberto Corradi)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Tempi bui per la libera informazione
Notizie tristi dal fronte dell'informazione. Nel paese in cui il vertice del potere politico è nelle mani di un monopolista televisivo che ha larghi possessi anche nella stampa, la vita di chi vorrebbe fare informazione non è facile.
La 7 avrebbe potuto essere la rete televisiva in grado di introdurre sulla scena un minimo di pluralismo. Essere sola di fronte a tre reti pubbliche e tre reti private non sarebbe stato comunque facile. Ma la proprietaria Telecom, in cambio di buone relazioni col governo del monopolista sulle tariffe telefoniche, l'ha sempre tenuta saggiamente al minimo dei giri e col freno tirato. Non doveva superare il 3 per cento dell'audience e così ha fatto.
Ma lavorare a basso regime alla fine danneggia e così ora La 7 è in crisi: tagli al budget, giornalisti licenziati, ridimensionamento dei programmi. Così, ora che le reti pubbliche e private sono di nuovo tutte sotto il controllo del monopolista al governo, il pluralismo televisivo vede in procinto di staccarsi ("come d'autunno sugli alberi le foglie") anche la sua ultima pallida foglia di fico. Ma la televisione si sa, è cosa sua.
Sul fronte della stampa è ancora peggio. Il taglio introdotto dal micidiale decreto legge 112 (che strozza scuola, università, ricerca e sanità) strangola la stampa meno ricca: giornali di partito, cooperative di giornalisti .
Qui si verifica un fenomeno pericoloso, indice di disinteresse e qualunquismo. Molti, senza sapere quello che fanno, gongolano per la sventura della stampa di partito. Ma non sanno ciò che afferma Enzo Raisi, parlamentare di An e amministratore del Secolo d'Italia. Secondo ciò che scrive oggi sul suo giornale dei 700 milioni di euro destinati in varie forme ad aiuti alla stampa solo 20 milioni andrebbero ai giornali di partito. E gli altri come sono ripartiti? Mi mancano dati aggiornati ma può essere utile sapere che nel 2005 i fondi destinati all'aiuto per le spedizioni in abbonamento erano così ripartiti:
- Mondadori 18,8 %
- Il Sole 24 Ore 17,8 %
- RCS (Corriere) 13,7 %
- S.Paolo 6,9 %
- Espresso-Repubblica 4,6 %
Insomma mentre i giganti della stampa potranno fronteggiare i tagli della finanziaria dall'alto di bilanci imponenti, i piccoli giornali non solo riceveranno molto meno di prima ma non potranno mettere le somme a bilancio perché non potranno sapere in anticipo a quanto ammontano. Detto con la necessaria brutalità, da domani rischiano il fallimento. Il principio costituzionale fissato dall'articolo 21, che dovrebbe garantire la libera espressione del pensiero da parte di tutti, da domani assisterà impotente alla crescita del dominio monopolistico sull'informazione e al progressivo annichilimento delle testate piccole e indipendenti. Giornali come Il Manifesto, che hanno segnato più di una straordinaria stagione nella poco entusiasmante storia della stampa in Italia, rischiano di chiudere.
I cittadini che hanno a cuore la democrazia, la libertà di stampa e di pensiero devono trovare il modo di manifestare la loro ribellione e di affermare il diritto di tutti a non subire un'informazione uniformata e inquinata all'origine. http://temi.repubblica.it/micromega-online/240908-tempi-bui-per-la-libera-informazione/
Finchè elettore non vi separi

La contrapposizione fra i diritti individuali e la difesa dei valori tradizionali si misura oggi anche sullo scontro in atto sui matrimoni omosessuali. Quasi assente dalle primarie, il tema potrebbe polarizzare ancora una volta l’elettorato americano in novembre in seguito alla decisione della Corte suprema della California di legalizzare le nozze gay e alla delibera del governatore dello Stato di New York per riconoscere sul territorio statale i matrimoni e le unioni omosessuali celebrati e registrati negli altri Stati.
Due decisioni arrivate nel giro di poche settimane che potrebbero avere gli stessi effetti di quella dei giudici del Massachusetts che nel 2004 trasformarono lo Stato del New England nell’avamposto dei matrimoni fra omosessuali. Quattro anni fa la reazione dell’opinione pubblica, sul fronte conservatore e del mondo politico repubblicano guidato dalla Casa Bianca, fu immediata. Nel giro di poco tempo, 23 Stati dell’Unione misero fuori legge i matrimoni gay e nell’Election Day del 2004, oltre che per Bush e Kerry, gli elettori di 11 Stati votarono per bandire a livello di Costituzione statale dal loro territorio le nozze fra persone dello stesso sesso. Ad oggi solo due Stati, New Mexico e Rhode Island, non hanno alcuna norma sui gay marriage. Quarantuno Stati hanno in vigore leggi che limitano il matrimonio all’unione di un uomo e una donna. Bush, supportato (quando non sospinto) dalla destra cristiana aveva proposto nel 2004 un emendamento alla Costituzione (Federal Marriage Amendment, Fma) per vietare su scala nazionale i matrimoni omosessuali.
Impresa titanica vista la maggioranza dei due terzi richiesta al Congresso e la ratifica di 38 Stati per integrare la Carta dei Padri fondatori. Infatti il piano di Bush e le diverse formulazioni dell’Fma si sono arenate subito nel 2004 e poi definitivamente nel 2006. Il disegno è stato riposto nel cassetto con grande delusione e un diffuso senso di «tradimento» negli ambienti evangelici. Ma per la destra cristiana e i conservatori vietare a livello nazionale i matrimoni omosessuali e rafforzare le restrizioni del Doma (Defense of Marriage Act 32 del 1996) – il quale consente agli Stati di non riconoscere le unioni civili contratte in altri Stati e attesta che il matrimonio è fra un uomo e una donna – resta uno dei punti cardine. Secondo Karylin Bowman, ricercatrice dell’American Enterprise Institute, l’America è «esausta» di questa contrapposizione. William Galston afferma che i temi etici non troveranno spazio fra le preoccupazioni degli americani: «L’economia schiaccia tutti gli altri issue». A suo dire la vicenda californiana resterà un caso isolato. Ma un sondaggio diffuso il 29 maggio dal Pew Research Center for the People and the Press rivelava che il 28 per cento degli elettori considera il tema dei matrimoni omosessuali «molto importante per orientare le scelte di voto», appena 4 punti in meno del 32 per cento dell’ottobre del 2004. Se l’issue è in fondo alle preoccupazioni degli elettori (così come l’aborto), per coloro che si oppongono alle unioni gay è invece la questione più importante in gioco il 4 novembre.
Sia per Obama sia per McCain la questione gay marriage è spinosa. Entrambi nel 2006 si sono opposti all’emendamento costituzionale per bandire le nozze omosessuali. E questo è un punto debole per il senatore dell’Arizona verso i conservatori. Ma anche Obama ha i suoi grattacapi. Pur sostenendo la necessità di abrogare il Doma («una legge che nega i diritti di gay e lesbiche»), il candidato democratico non si è mai discostato dall’idea che il matrimonio è sempre e solo fra un uomo e una donna. Egli, piuttosto, è favorevole alle unioni civili. Una posizione troppo timida, secondo diverse organizzazioni omosessuali, alla quale in verità non ha mai rinunciato, nemmeno quando il 9 agosto del 2007 ha partecipato a un forum sui diritti gay organizzato dal network tv Logo e dalla Human Right Campaign. D’altronde Obama si trova ad avere nel suo potenziale bacino elettorale una fetta di elettori, gli stessi afroamericani e in parte le donne ispaniche, che sono i più accesi oppositori del matrimonio fra persone dello stesso sesso. I guai maggiori con la sua base li ha però sicuramente McCain. Il «no» all’emendamento costituzionale lo ha messo sulla lista nera delle associazioni più conservatrici, dal Focus on the Family di James Dobson, sino al Family Research Council di Tony Perkins. Quest’ultimo, a fine maggio, ha ospitato un convegno «sulle implicazioni della sentenza della California e sulle strategie per contrastare l’assalto al matrimonio e alla famiglia». Il caso californiano potrebbe però alla fine persino rivelarsi foriero di buone notizie per McCain che lentamente, come su altri temi, dall’immigrazione alle politiche economiche, ha progressivamente rinunciato ai toni da maverick, e ha sostenuto il fronte del sì sul referendum californiano per vietare le nozze omosessuali. Il candidato repubblicano infatti, pur ritenendo che le decisioni sulle unioni gay non sono di pertinenza del governo federale ma dovrebbero essere lasciate agli Stati, è convinto che se le Corti continueranno a imporre costumi, comportamenti, leggi a colpi di sentenze, una eventuale amministrazione McCain finirebbe con il sostenere un emendamento contro il matrimonio gay proprio «per restaurare l’equilibrio di poteri».http://www.casabianca2008.eu/2008/09/24/finche-elettore-non-vi-separi/
Tempi
PALIN DEBUTTA A NY, MA CON KARZAI PARLANO DI NEONATI
Sarah Palin con il colombiano Uribe
NEW YORK - Candidata alla vicepresidenza e aspirante Lady di Ferro della politica americana, ma inevitabilmente anche mamma: nel suo primo 'tete a tete' della vita con un capo di stato, il presidente afghano Hamid Karzai, la numero due del ticket repubblicano è stata costretta a parlare di neonati.
Segno che, per quanto una voglia, agli stereotipi non si sfugge. Appena entrata nella suite dell'hotel Intercontinental - ha riferito un reporter del pool ammesso ai primi convenevoli - Karzai le ha raccontato di suo figlio, un maschietto nato nel gennaio 2007. Dietro la Palin, che ha un figlio di cinque mesi, si erano seduti i consiglieri di politica estera Steve Biegun e Randy Scheunemann, ma la loro assistenza è risultata superflua, almeno sulle prime: "Come si chiama?", ha chiesto Sarah che per i figli ha scelto nomi tutti particolari (Track, Bristol, Willow, Piper, Trig): "Mirwais", ha risposto il leader di Kabul: "Un nome che significa: la luce della casa".
La giornata della Palin all'ombra del Palazzo di Vetro si era aperta nel segno delle controversie: la numero due di John McCain, fischiata ieri al suo arrivo in un albergo di Times Square, stamattina era stata contestata dai giornalisti per il rifiuto del suo staff elettorale di ammettere la stampa scritta al seguito. La decisione di portare la Palin a Manhattan nei giorni dell'Assemblea generale dell'Onu era stata presa per dare alla governatrice dell'Alaska che solo nel 2007 ha ottenuto il passaporto una patina di credenziali negli affari internazionali: complici dell"extreme makeover' della vice repubblicana sono stati oggi oltre a Karzai, il collega colombiano Alvaro Uribe e il 'grande vecchio' della politica estera americana, l'ex segretario di Stato Henry Kissinger.
Domani il corso intensivo proseguirà con il presidente iracheno Jalal Talabani, il nuovo presidente pakistano Asif Ali Zardari, il premier indiano Manmohan Singh, il presidente ucraino Viktor Yuschenko e, dulcis in fundo, il georgiano Mikheil Saakashvili. Ci sarà anche un tocco di glamour nella educazione internazionale della donna che John McCain vorrebbe 'a un battito di cuore' dalla presidenza: la campagna di McCain ha annunciato un duetto con Bono, nella Grande Mela per la Clinton Global Initiative, vertice internazionale della filantropia tenuto a battesimo dall'ex presidente Bill Clinton.
Il debutto internazionale della Palin sarebbe in realtà dovuto avvenire ieri: la governatrice dell'Alaska doveva parlare a una manifestazione di protesta di organizzazioni ebraiche contro la visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad all'Onu. "Ahmaninejad va fermato", si era prefissa di dire Sarah nel discorso - pubblicato dal giornale della destra ebraica New York Sun - che non è stato mai pronunciato: gli organizzatori avevano fatto improvvisamente marcia indietro dopo le proteste indignate di Hillary e il suo no ad apparire fianco a fianco con la superstar della campagna repubblicana.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_764367245.html
I dibattiti, occasioni per trionfi e gaffes
1960: John F.Kennedy batte un cupo Richard Nixon, impreparato per la Tv. 1976: Gerald Ford spara una gaffe fatale sull’Urss. 1984: Ronald Reagan con una battuta vince un secondo mandato alla Casa Bianca. Sono alcuni dei momenti-chiave di dibattiti presidenziali dell’ultimo mezzo secolo, che hanno segnato svolte nelle campagne elettorali, rovinato carriere politiche e cambiato la storia dell’America.
Con il primo faccia a faccia di fronte al paese in arrivo venerdi’, Barack Obama e John McCain hanno molteplici lezioni da imparare dai dibattiti del passato e i loro strateghi passano al setaccio esperienze ed errori per aiutare i candidati a cercare di evitarli. […]
Non e’ solo una questione di preparazione degli aspiranti presidenti: quasi sempre i dibattiti Tv si vincono sulla base della percezione che resta agli elettori e basta una battuta sbagliata o una smorfia per rovinare tutto. Lo ha imparato a proprie spese Al Gore, che nel 2000 mostro’ gesti di esasperazione di fronte alle risposte di George W.Bush, e fini’ con l’apparire agli elettori saccente e presuntuoso.
E’ anche una questione di luce e makeup. Il 26 settembre 1960, nel primo dibattito presidenziale trasmesso in Tv nella storia americana, Kennedy apparve solare e rilassato, mentre Nixon, con il volto pallido, si mostro’ cupo e sudato sotto i riflettori. Risultato: per i 66,4 milioni di americani che videro il dibattito sugli schermi, Kennedy fu il chiaro vincitore, mentre gli 8 milioni di persone che lo seguirono alla radio ebbero l’impressione opposta.
”Le luci sono tutto”, amava ripetere Michael Deaver, lo stratega di Reagan recentemente scomparso, che era un mago del settore. Il suo trucco era ‘inondare’ il presidente-attore con luci che scendevano dall’alto e ne esaltavano il volto scavato dalle rughe. Nel 1984 lo staff dell’avversario di Reagan, il democratico Walter Mondale, si fido’ a tal punto del talento di Deaver che gli lascio’ carta bianca nel decidere le luci. Il problema e’ che cio’ che funzionava benissimo per Reagan - che non usava cerone - risulto’ invece una pessima soluzione per Mondale: il pesante makeup che aveva sul volto richiedeva luci dirette, non dall’alto.
I dibattiti sono momenti a rischio per le campagne elettorali perche’ si prestano a gaffes poi difficili da rimediare. Nel 1976 l’allora presidente repubblicano Gerald Ford, nel faccia a faccia con lo sfidante democratico Jimmy Carter, si lascio’ scappare una frase ardita: ”Non c’e’ alcun dominio sovietico sull’Europa dell’Est e non ci sara’ mai sotto un’amministrazione Ford”. Nonostante i tentativi del moderatore di dare a Ford la possibilita’ di chiarire la sua idea che la Polonia o la Romania all’epoca fossero da considerare ”indipendenti e autonome”, il presidente non fece retromarcia. Carter, che aveva perso il precedente dibattito per aver studiato troppo ed essersi presentato sovraccarico di dati (un rischio che corre Obama), recupero’ posisioni e vinse le elezioni.
Reagan, nel 1984, perse malamente il primo dibattito con Mondale perche’, a differenza di Carter, non aveva studiato. Ma nel secondo - illuminato dalle luci di Deaver - guadagno’ un applauso anche dall’avversario e vinse le elezioni con una battuta. Buona parte del dibattito quell’anno era incentrata sul fatto che Reagan era troppo vecchio, a 73 anni, per un secondo mandato: un tema sensibile oggi per McCain, che ne ha 72. Quando arrivo’ l’inevitabile domanda sull’eta’, Reagan sfodero’ il miglior sorriso hollywoodiano e replico’: ”Non faro’ dell’eta’ un tema di questa campagna. Non voglio sfruttare a fini politici la giovinezza e l’inesperienza del mio avversario”. E Mondale, a 56 anni, era piu’ anziano di Obama di un decennio.
Se tutta l’attenzione di solito e’ dedicata ai dibattiti tra candidati presidenti, spesso a far notizia sono anche quelli dei vice. Sicuramente e’ questo il caso nel 2008, per l’attesa che circonda il debutto in Tv il 2 ottobre della repubblicana Sarah Palin contro la vecchia volpe democratica Joe Biden. Un precedente del 1988 turba i sonni degli strateghi repubblicani. Dan Quayle, l’allora giovane candidato vice di George Bush Sr., nel dibattito contro l’avversario Lloyd Bentsen si paragono’ a Kennedy. L’anziano ed esperto Bentsen lo gelo’: ”Io ho lavorato con Kennedy. Jack Kennedy era un mio amico. Senatore, lei non e’ Jack Kennedy”.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/09/24/i-dibattiti-occasioni-per-trionfi-e-gaffes/#more-200
Se il presidente USA fosse votato da tutto il mondo, Barack Obama vincerebbe in carrozza . Oppure è solo una dimostrazione che i lettori dell'Economist hanno il cuore a sinistra pur avendo il portafoglio a destra. Comunque ora come ora il povero vecchio si salva (non nel senso che è in vantaggio, ma nel senso che lo stato è in bilico) in Slovacchia e in Bulgaria.
Economist
http://giornalismoparma.typepad.com/
Hugo Chávez è arrivato a Pechino per la quinta volta (la prima nel 1999) dove incontrerà oggi Hu Jintao.
Il Venezuela nell’ultimo decennio ha iniziato a esportare petrolio in Cina e copre con 150.000 barili al giorno (il 5% circa della produzione) il 4% delle necessità di quel paese e conta di arrivare a mezzo milione di barili nel prossimo decennio. Se per il Venezuela è impensabile la sostituzione degli Stati Uniti con la Cina come primo cliente del greggio dell’Orinoco (negli Stati Uniti ne vanno poco meno dei due terzi) è evidente che qualunque diversificazione del proprio export (ma qualcuno si scandalizza) è sanamente elementare.http://www.gennarocarotenuto.it/3623-hugo-chvez-a-pechino-un-mondo-sempre-meno-unipolare/#more-3623
Quando il gioco si fa duro, McCain scappa...
Roberto Antonini,
Così scrive in un blog, un columnist del giornale di sinistra "The Nation”. Il senatore dell' Arizona ha appena annunciato che sospendeva la sua campagna elettorale, “sacrificandola sull'altare dell' interesse nazionali”. Ha detto di voler ritornare qui a Washington ad affrontare la questione del mega-salvataggio della finanza, in discussione al Congresso; chiedendo al tempo stesso a Barak Obama di fare la stessa cosa di e di posticipare l'attesissimo dibattito di venerdì sera. Bush si esprimerà alla nazione fra poco in prime time (le 9 di sera sulla costa orientale, Washington-New York). Bravo McCain? Altruista? Pronto come dicono i suoi a perdere una battaglia (elezioni) per vincere la guerra (situazione economica degli americani)? C'è da dubitarne. E molto.
Barack Obama ha risposto con posatezza: “ se c'è un momento in cui è importante dibattere davanti al paese è questo. Se c'è proprio un momento in cui non bisogna annullare il confronto, è questo.”
La decisione di McCain assume i contorni della pura tattica politica. Perché? In primo luogo perché lui a Washington in questi giorni non ha fatto nulla, è stato molto assente e il Congresso può benissimo continuare senza di lui a discutere un compromesso bipartisan sul “bailout” del ministero del tesoro. (Obama, ha perlomeno chiamato ogni giorno i leader del Congresso e il ministro del tesoro Paulson).
In secondo luogo tutti i sondaggi, tra cui quello abbastanza attendibile di Washington Post/ ABC indicano che McCain è in serie difficoltà e che il pubblico non fa molto fiducia a lui e alla vice Palin sulle delicate questioni economiche. Così l candidato repubblicano chiede un “time out” cercando di presentarsi come il salvatore della patria. Ma non era lui a dire che “l'economia non è il suo forte”? E non era lui a proporre massicci tagli fiscali ai super-ricchi, proprio quelli contro cui adesso tutti puntano il dito per il disastro di Wall Street? A me non sembra credibile. E gli americani sembrano più propensi a pensare che il vero artefice del cambiamento non possa essere, malgrado i proclami per il “change”, lui. Lui che è stato per quasi tre decenni a Washington e che ora denuncia l'establishment, nei confronti del quale, vero, ogni tanto ha preso le distanze. Il mio giudizio severo nei confronti del candidato repubblicano lo formulo anche in base alle direttive che ha impartito a Sarah Palin. McCain non lascia la sua vice parlare coi giornalisti. Ha paura che commetta degli errori, che faccia delle gaffe. Ma non era lei l'emblema della riscossa femminile dopo l'esclusione della Clinton per opera di Obama? Vedendo la Palin “discutere “ per qualche minuto con Kissinger, Karzai o Uribe, senza che i giornalisti potessero avvicinarla ( slavo i fotografi) mi sono detto: ecco ritornata la donna oggetto. Oggetto elettorale. http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9090
New York. Ci sono in corso due fenomeni paralleli nelle università degli Stati Uniti. Il primo è quello dei professori liberal – formatisi negli anni Sessanta e Settanta all’apice della guerra culturale americana – che cominciano ad andare in pensione e a essere sostituiti da giovani leve meno ideologizzate e politicamente più moderate. L’altro è quello di un rinnovato interesse dei conservatori per il mondo accademico, dopo decenni di investimenti finanziari e intellettuali quasi esclusivamente su centri studi e di ricerca esterni alle università. Il New York Times ha sintetizzato con i numeri la tendenza alla moderazione dei 675 mila professori universitari americani: il 17,2 per cento dei prof di età tra i 50 e i 64 anni si definisce “militante liberal”, contro soltanto l’1,3 dei docenti sotto i 35 anni.
L’Accademia americana resta solidamente di sinistra, ma in questo mutamento generazionale e ideologico i conservatori hanno intravisto un’opportunità, non tanto per contrapporre facoltà di destra a quelle liberal, ma per incoraggiare le università a considerare nei loro corsi anche altre correnti di pensiero. Con “The Closing of the American Mind” (1987), il filosofo conservatore Allan Bloom aveva stilato un formidabile atto d’accusa contro il declino delle università americane: “L’istruzione superiore è una delusione per la democrazia e ha impoverito le anime degli studenti di oggi”.
Più di vent’anni dopo, i seguaci di Bloom sono convinti che la situazione sia peggiorata. Intanto perché prevale sempre di più il relativismo culturale e morale, ovvero una lettura della realtà secondo cui non esistono civiltà superiori o verità assolute, ma valori, usi e costumi diversi e sempre giustificabili dal contesto. L’ambiente accademico, inoltre, è peggiorato a causa del grande successo dei centri di ricerca e dei pensatoi di Washington, vere e proprie università ombra, ma senza studenti, che hanno attirato i migliori cervelli conservatori, allontanandoli dalle facoltà tradizionali.
James Piereson, negli ultimi vent’anni, è stato il personaggio chiave dei finanziamenti agli intellettuali, analisti e saggisti conservatori dei principali centri studi del paese. Due anni fa, su indicazione testamentaria del fondatore della Olin Foundation, Piereson ha chiuso quell’epoca di donazioni private ai centri studi, investendo fino all’ultimo spicciolo degli oltre 500 milioni di dollari della fortuna personale di John M. Olin.
Piereson, oggi analista al Manhattan Institute, ha escogitato un nuovo modo per influenzare il dibattito pubblico: indirizzare i finanziamenti invece che sui centri studi, su cattedre, corsi, libri e materie tralasciate dai curriculum universitari.
Piereson e il Manhattan Institute hanno fondato il “Veritas Fund” che funziona come un fondo di investimento che individua università, facoltà e professori su cui puntare e poi far convogliare le donazioni raccolte da un ampio network di istituzioni conservatrici. La nuova strategia è nata nel 2005, a fronte del disagio dei grandi donatori conservatori rispetto all’uso che le università facevano dei loro assegni.
Piereson e il Veritas Fund, ha scritto il New York Times, in pochi anni hanno aiutato a creare venti centri di ricerca e di studio sul pensiero occidentale, all’interno delle università del Texas, del Colorado, della Florida e di altre grandi facoltà del paese (in totale sono 37). I soldi conservatori finanziano corsi sulle istituzioni democratiche americane, sui padri fondatori, sul capitalismo, sul libero pensiero e studi sul canone occidentale attraverso la lettura di Platone, Alexis de Tocqueville, Martin Luther King. L’establishment liberal resta sospettoso, specie ora che le attività di lobbying di Piereson hanno aperto le porte ai finanziamenti federali che il Congresso potrà indirizzare, nelle forme e nei modi che crede, a favore di centri accademici dedicati all’insegnamento di storia tradizionale americana, istituzioni libere e civiltà occidentale. Ma fin qui non ci sono state polemiche, anche perché le iniziative universitarie finanziate da Veritas e dagli altri mecenati conservatori sono state valutate caso per caso e considerate corrette e non macchiate da pregiudizio ideologico.
Christian Rocca

Si vede che la mediazione del Qatar ha avuto i suoi frutti, in Libano, nonostante tutto. Ieri si sono incontrati due dei protagonisti dello scontro politico nel Paese dei Cedri. Da una parte Saad Hariri, l'erede politico di Rafiq, ex premier ucciso con un'autobomba assieme alla sua scorta e ad altre vittime nel giorno di San Valentino del 2005. Dall'altra il capogruppo parlamentare di Hezbollah, Mohammed Raad. Sunniti e hezbollah non si incontravano in un faccia a faccia da molto tempo, e i contatti di ieri hanno, come scopo dichiarato, quello di far incontrare Hariri jr. con lo sceicco Hassan Nasrallah. Qualcosa si muove, eccome.
Nel disegno, un'immagine che si trova spesso sul web arabo : Nasrallah ritratto come Che Guevara.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
5+2 o 2+1?
Da Chisinau, scrive Iulia Postica
Igor Smirnov e Vladimir Voronov
Dopo i recenti eventi in Caucaso, in Moldavia si cercano nuove modalità di risoluzione del conflitto in Transnistria. Alla formula di negoziazione adottata finora con OSCE, Ucraina e UE,USA come osservatori, si affianca quella “2+1” con la Russia mediatore unico
I funzionari moldavi ritengono che ora si presenti l'occasione di trovare una soluzione al conflitto in Transnistria. I tragici eventi in Georgia e il successivo riconoscimento da parte della Russia dell'indipendenza delle due repubbliche separatiste, Ossezia del Sud e Abkhazia, hanno acceso la discussione su quello che accadrà in Moldavia e su come verrà gestito il conflitto in Transnistria.
Nelle scorse settimane, tutti i soggetti coinvolti – le parti in conflitto, i mediatori e gli osservatori – hanno organizzato incontri bilaterali e multilaterali. Una delle questioni principali, e anche fonte di preoccupazioni, è se i negoziati continueranno nella formula “5+2” oppure se la Repubblica di Moldavia deciderà per un trilaterale “2+1” promosso da Mosca, che includerebbe solo Moldavia, Transnistria e Russia.
Dopo aver riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, per la Russia la questione moldava è diventata prioritaria; gli esperti moldavi si aspettavano che Mosca proponesse la sua opzione per risolvere il conflitto in Transnistria, senza escludere l'intervento militare. In questo contesto, la Russia ha tentato di riattivare i negoziati per la questione della Transnistria con una formula trilaterale, che coinvolge Chisinau, Tiraspol e Mosca. Inoltre, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha rilasciato alcune dichiarazioni riguardo alla riabilitazione del Memorandum di Kozak [proposto nel 2003 dalla Russia, prevedeva il ritorno della Transnistria in uno stato federale moldavo, assicurando alla regione un peso specifico notevole nella nuova formazione statale N.d.R] rigettato dalla Repubblica di Moldavia nel 2003 perché ritenuto svantaggioso e rischioso per la statualità della Moldavia.
Il Cremlino, infatti, ha convocato in breve tempo due meeting di alto livello. Il primo a Sochi, in Russia, lo scorso 25 agosto, in cui il presidente moldavo Vladimir Voronin e il presidente russo Dmitri Medvedev hanno discusso principalmente di Transnistria. “Oggi è ragionevole affrontare la questione. Vedo buone possibilità per risolvere il problema”, ha dichiarato Medvedev alla stampa russa. Entrambi i presidenti hanno reiterato la loro volontà di risolvere il conflitto solo attorno al tavolo dei negoziati e, in questo senso, hanno messo in agenda una serie di riunioni e incontri di negoziato, anche con il leader separatista Igor Smirnov. Voronin si è dimostrato molto soddisfatto del risultato dell'incontro, specialmente riguardo ai passi coordinati che dovranno essere intrapresi dalla parte moldava e da quella russa per riavviare i negoziati.
A questo è seguito un altro meeting il giorno successivo, il 26 agosto, tra Dmitri Medvedev e Igor Smirnov, presidente dell'auto-proclamata Transnistria, in cui il leader del Cremlino ha convinto il leader separatista a sedersi al tavolo dei negoziati. In precedenza, Smirnov aveva interrotto ogni tipo di comunicazione con le autorità moldave fino a quando non avrebbero condannato fermamente le azioni georgiane in Ossezia del Sud, cosa che alla fine non è successa.
In base ad un comunicato stampa della presidenza russa diffuso poco dopo gli incontri, i negoziati tra le tre parti in causa devono continuare in gruppi di lavoro, con la possibilità di un successivo meeting di alto livello tra i tre leader. Questa formula trilaterale escluderebbe i due mediatori dell'attuale formula di negoziazione “5+2”, OSCE e Ucraina, e i due osservatori, USA e UE.
Vladimir Iastrebcheak, ministro degli Esteri della Transnistria, in un'intervista al giornale russo Nezavisimaja Gazeta, ha lasciato trapelare che entro fine settembre ci sarà un incontro tra Voronin e Smirnov. Per quanto riguarda l'incontro Medvedev – Voronin – Smirnov, la data dovrebbe essere fissata per l'inizio del prossimo ottobre.
Mentre la Russia sta cercando di risolvere il conflitto in Transnistria nella formula “2+1”, la Repubblica di Moldavia ha rassicurato l'Occidente ribadendo che i negoziati continueranno solamente con la formula “5+2”.
Il ministro degli Esteri moldavo Andrei Stratan ha partecipato lo scorso 10 settembre alla riunione del Consiglio della Nato a Bruxelles. Si è discusso dell'evoluzione nell'implementazione da parte della Moldavia del Piano d'azione di partenariato individuale, e delle priorità per la riforma del settore della sicurezza e della difesa. In riferimento al conflitto in Transnistria, il Segretario generale della NATO Jan De Hoop Scheffer ha confermato il rispetto della neutralità della Moldavia e l'impegno di questa alla formula di negoziato “5+2”.
La necessità di mantenere tale formula di negoziazione è stata discussa in altri due meeting. La riunione dei mediatori e degli osservatori coinvolti nella risoluzione del conflitto in Transnistria, tenutasi a Vienna lo scorso 8 settembre, si è svolta nella formula “3+2”, con OSCE, Ucraina e Russia come mediatori, USA e UE come osservatori. L'altro incontro tra Andrei Stratan e Benita Ferrero-Waldner, Commissario europeo per le Relazioni esterne e la Politica di vicinanza, si è tenuto a Bruxelles il 10 settembre.
La stampa russa ha commentato i recenti incontri tra i funzionari moldavi ed europei come dei tentativi di rovinare i piani di Mosca. Il giornale russo Nezavisimaja Gazeta lunedì 15 settembre ha scritto che Chisinau ha rotto ancora una volta l'accordo con Mosca sulla Transnistria. Il giornale prosegue dicendo che la situazione attuale è molto simile a quella del 2003, quando il presidente moldavo Vladimir Voronin, inizialmente d'accordo con l'allora presidente russo Vladimir Putin per risolvere il conflitto alle condizioni russe, secondo il noto Memorandum di Kozak, inaspettatamente, all'ultimo momento, si rifiutò di firmare il documento. Se allora la ricompensa fu di 42 milioni di dollari ricevuti dalla Repubblica di Moldavia il secondo giorno dopo il suo rifiuto di firmare il memorandum, oggi è in gioco l'integrazione nell'UE della Moldavia, continua il giornale.
Secondo Nezavisimaja Gazeta, i piani di Mosca per risolvere il conflitto transnistro sembrano svanire se la Moldavia non ha ancora deciso chi sarà il principale mediatore nei negoziati con Tiraspol. Le visite della settimana scorsa dei funzionari moldavi alla NATO, al Parlamento europeo e al Consiglio europeo, sono viste come argomentazioni di questa tesi.
Durante il suo incontro a Sochi con Dmitri Medvedev, Vladimir Voronin ha assicurato il presidente russo di sperare fortemente di scongelare il dialogo con Tiraspol grazie all'aiuto di Mosca. Inoltre, Voronin ha promesso di incontrarsi con il leader separatista Igor Smirnov in presenza di Medvedev. “Ciò significa che ha accettato la formula trilaterale di negoziazione come una fase temporanea prima di riprendere gli incontri con gli altri mediatori dei negoziati con Tiraspol – Ucraina, OSCE e gli osservatori, UE e USA. Pertanto i negoziati nella formula “5+2” sarebbero rimandati a tempo indeterminato, mentre la Russia potrebbe essersi abituata a farsi sentire ancora una volta come l'unico serio mediatore in questa regione”. Il ministro degli Esteri moldavo, Andrei Stratan, ha rassicurato sia Benita Ferrero-Waldner, commissario per gli esteri e la sicurezza, sia Jan de Hoop Scheffer, segretario generale della NATO, che i negoziati ricominceranno solo nella formula “5+2”, ovvero che ancora una volta Chisinau ha scombinato le carte di Mosca, conclude Nezavisimaja Gazeta.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10184/1/358/
settembre 24 2008
Walter Veltroni a Manhattan, commentato
Finora, su questo blog sono stati pubblicati 45.146 commenti. Che a me sembrano un'enormità.
Lì in mezzo si trovano alcuni gioielli poco visibili. Ad esempio, nella discussione sull 'acquisto di una casa a Manhattan da parte di Walter Veltroni, ce ne sono stati due particolarmente interessanti.
Nel primo, PinoMamet racconta come è andata alla cena in cui Walter Veltroni ha raccomandato la figlia Martina a Giovanni Veronesi che si stava apprestando a fare "Manuale D'Amore 2".
Poi c'è una riflessione di Val, che mi sembra molto saggia.
Ho tolto i commenti dal loro contesto, per cui ho operato qualche taglio (ho tolto mezzo testo di PinoMamet e ho modificato una frase di Val per renderla comprensibile anche fuori dalla discussione), quindi invito a leggere i commenti per intero in fondo al post su Veltroni a Manhattan.
Scrive PinoMamet:
cena a casa Uòlter.
(io già lo sapevo che era una cena, poi leggo sul bolg linkato che in un intervista su Vanity Fair la figlia di Uòlter ha detto che la cosa è nata in una cena)
UOLTER, VERONESI, FIGLIA di Uolter.
Veronesi: "... sì, ma è un testa di cazzo, non capisce niente.."
Uòlter (ride): "è un sola.."
Veronesi:"ma sì, ma ne trovo mille come lui, lui ancora non lo sa..."
Uòlter: "ma io sono convinto che poi il sistema possiamo cambiarlo... cioè negli Sessanta, Settanta, venivano loro da noi.."
Veronesi: (guarda la figlia di U.) "Ma Martina che vuol fare?"
Uòlter: "Eh, che vuol fare... "
Figlia di Uòlter (Martina): "Sono indecisa tra queste due scuole, una di Manhattan e l'altra non mi ricordo... cioè, magari tu le conosci, se mi aiuti a scegliere.."
Veronesi. "De cinema?"
Martina: "Eh sì"
Veronesi: "Ma che cazzo ne so, dimme come se chiamano e vediamo.."
Uòlter: "Ma non ti disturbare"
Veronesi: "No, che disturbo... ma poi quali scuole, vieni con me e mi fai un secondo aiuto o un'assistente, tra du' mesi parto..."
Martina: "Eh magari..."
Uòlter .: "Martina, e dai... stà a scherzà"
Veronesi: "No che scherzà, dico davero, sto in preproduzione, lei viene, mi fà l'assistente.."
Uòlter: "ma mica la paghi.."
Veronesi.: "eh, quello vediamo"
Uòlter (finge scherzosamente di picchiarlo su una spalla): "Se la paghi te meno!"
Veronesi: "La metto sotto, je faccio un bucio di culo così" (ridono) "e così si impara il mestiere, io pure, ho abitato du' anni in un residence.."
[tralascio la scena dei saluti: pacche sulle spalle, ridono, "li mortacci tua". Poi alla fine la paga.]
Scrive Val:
Trovo però che l'acquisto a Manhattan sia carico di un significato che va al di là delle intenzioni personali.
Io ci vedo una mossa di marketing politico che è al tempo stesso un sintomo del mutamento antropologico che ha travolto quello che una volta era il PCI.
Non so se la mossa sia consapevole o sia solo un segno dei tempi: di certo Berlinguer non lo avrebbe fatto, e non solo perché il muro non era ancora crollato. Non mi risulta nemmeno che avesse casa a Parigi, e se anche fosse stato, ho la certezza morale che non ne avrebbe fatto pubblicità.
Ricordo che Blair, per dare una nuova immagine (ah, l'immagine) al Labour, spostò il congresso del partito dalle tradizionale sedi di Brighton o Blackpool, tipici luoghi di villeggiatura del proletariato inglese, in luoghi più glamour e meno legati alla lower class.
Ecco, sbaglierò ma mi sembra che una casa a Manhattan sia un atto simbolico della stessa specie, l'ennesimo segnale che sancisce l'abbandono definitivo, da parte della classe dirigente di sinistra, della battaglia in difesa degli ultimi.
Non saprei nemmeno dire cosa significhi, simbolicamente, per un ex comunista, prendere una stanza in casa dei padroni del mondo. Mi limito a constatare come tutto, compreso il lavoro sui generis della figlia, sia più o meno volontariamente segno di un posizionamento politico ben preciso: il "prodotto" Walter Veltroni non rappresenta, né vuole rappresentare, un'alternativa radicale al sistema dominante (mi si perdoni quest'ultima locuzione, non ne trovo di meglio).
Non so se tutto ciò faccia schifo. Credo però che la questione morale cui in qualche modo fa riferimento Pino esista realmente, anche se io la vedo figlia di una più ampia questione politica. Abbiamo tanto demonizzato l'ideologia, ma per un partito senza ideologia il potere è fine a se stesso. Non stupisce che la sinistra odierna abbia una disinvoltura nei confronti del potere (compreso quello che apre le strade del cinema alla figlia) sconosciuta trenta o quaranta anni fa.
Ho avuto la ventura di ascoltare dal vivo qualche dirigente dell'attuale PD (oltre che plurime volte nei famigerati talk show televisivi): la mia netta sensazione è quasi sempre stata di una recita a soggetto, di falsità.
Non direi di falsità nel senso di menzogna, ma di gente che non crede fino in fondo a quello che dice. In un contesto in cui la sinistra si posiziona sul mercato politico comprando case a Manhattan, come posso immaginare che rinunci a dare una spintarella alla figlia del potente, como posso credere che abbia a cuore le sorti di chi cerca un lavoro per mantenere i figli, como posso pretendere un'austerità di comportamento che sia d'esempio per tutti i Salvatore d'Italia?
http://kelebek.splinder.com/
Val
Gruber
Comincia Otto e mezzo post Ferrara, stasera. E' appena comparsa Dietlinde Gruber detta Lilli e ho la netta impressione che il chirurgo che l'ha ritoccata non si sia accorta che ora assomiglia in modo inquietante a Ombretta Colli...http://suibhne.ilcannocchiale.it/

Marziano non è proprio un amico, ma nemmeno un conoscente. Non c’è mai stata fra noi la confidenza necessaria per farlo rientrare nella prima categoria, ma ormai la frequentazione si è protratta troppi anni per essere inserito nella seconda. Marziano è sempre stato così, né carne né pesce, in tutti sensi: non bello e non brutto, buono o cattivo; non spiritoso, e non funereo: non lo si può definire proprio intelligente, ma non lo puoi neanche chiamare stupido: è uno di quegli uomini che hanno un po’ di tutto e cui manca, in fin dei conti, sempre qualcosa.
Fidanzato perenne di Clara, l’ho visto invecchiare nel ruolo: lei lo ha sempre amato, si sarebbero sposati da tempo immemorabile, se lui si fosse mai deciso a sposarsi, ma lui non ha mai deciso, per una pregiudiziale avversione all’idea di matrimonio; che non gli ha impedito poi di viverlo, il matrimonio, nella sua pratica quotidiana, perché l’idea di avere una moglie lo spaventava, ma quella di avere una donna che gli riponeva i calzini nel cassetto no. Clara un po’ ci ha sofferto, perché è da lei soffrire per non poter portare ufficialmente un cognome altrui, e presentare il compagno al mondo dicendo: “Questo è mio marito.” Poi, tanto, lo presentava così lo stesso, con una strizzatina d’occhio a chi conosceva l’assenza del certificato ufficiale; strizzatina che stava a significare: “Non ancora, ma c’è tempo, lasciate fare a me.”
Sulla carta, Clara è sempre stata convinta che Marziano ed io avremmo dovuto filare d’amore e d’accordo. Laureati tutti e due in lettere, tutti e due professori, tutti e due portati a gran sdottorate di politica: più lui, onestamente, che da giovane ci si è anche impegnato sul serio, fino a prendere tessera di partito. Me lo ricordo, poco meno che trentenne, con l’immancabile plichetto di giornali e riviste sotto braccio, arrotolate a mo’ di manganello culturale. La sua gran passione, all’epoca, era l’organizzazione di dibattiti, incontri e proiezioni. Proiettava di tutto, nella saletta afosa del circolo di partito, soprattutto quanto era improiettabile in qualsiasi altro luogo frequentato da persone di normale buon senso: mi sono sorbita, per solidarietà a Clara, ore ed ore di documentari iraniani con sottotitoli francesi, registi alternativi di qualsiasi latitudine, che si dicevano immancabilmente in anticipo su le nuove tendenze del cinema, e a me, confesso, sembravano invece rimasti soltanto in arretrato con la dose di prozac. Ma Marziano, con questi festival stile casadelpopolo, ci andava a nozze: erano l’unica forma di cerimonia matrimoniale che non gli desse crisi d’ansia.
Li ho un po’ persi di vista negli ultimi anni, Marziano e Clara: alle volte le amicizie vanno così: ci si sente più raramente, lamentandosi per il fatto che si hanno troppi impegni, poi per un periodo non ci si sente più e ci si incontra solo alle feste di comuni amici, dove non c’è mai tempo per dirsi altro che “Tutto bene? Sì, anche io, ti telefono eh?”. E nessuno chiama mai, poi, ovviamente.
Li rincontro, sempre in coppia, a spasso per la piazza, in ora di struscio, l’altra sera. Sono uguali uguali, solo con un’aria un po’ più da matrona, lei, ma forse è il colore dello scialle pesca e della cofana di capelli trattenuti da fermaglio, che fa tanto sono appena uscita da un battesimo in duomo; con qualche filo grigio sulla barba, in tono con la giacca, lui, che fa molto uomo posato e maturo. Clara sorride, abbraccia, baciotta, e lascia fluire un’ondata di comestai-cosafai-quantotempochenoncisivede: sembra affannata a voler ricucire qualcosa che si è rotto, o decisa a riannodare un nastro sfilacciatosi per sbaglio. Lui resta indietro di qualche passo, con un’espressione vaga che non sai se è indifferenza, leggero fastidio, menefreghismo scocciato per il contrattempo o banalissima incapacità maschile di dire alcunché mentre la quasi moglie parla con un’altra donna.
“Che fate di bello?” mi informo, più che altro per una forma di cortesia.
“Oh siamo appena usciti da una conferenza di ***** - spiega Clara, e cita il nome di un noto intellettuale multiuso, di quelli che, dopo aver passato una vita ignoti a scrivere saggi anche decenti, si sono ritrovati popolari per quattro scaracchi in tv, ed ora passano l’età della pensione a vagare per conferenze in provincia, dove il pubblico si assiepa a sentirli discettare su tutto, dalle prospettive politiche future alla manutenzione dello scarico del cesso – Sai, è Marziano che le organizza, è tutto un ciclo che dura fino al prossimo anno…”
Mi accorgo, infatti, che attorno a loro c’è un folto gruppetto di persone, uscite evidentemente dalla stessa sala: sono tutti vestiti come se venissero fuori da una cerimonia, anche se informale: le signore con il vestito buono, gli uomini in giacca pur senza l’obbligo di cravatta, età media over quaranta, niente figli e nipoti nei paraggi. Un bel capannello di piccola borghesia provinciale nell’espletamento della sue attività social-culturali: parlottano, alcuni si avvicinano a stringere la mano a Marziano stesso, che li accoglie con sorriso distaccato seppur cerimonioso, e con la coda dell’occhio attende al varco l’uscita del conferenziere, immagino per una foto da mettere poi nell’albo dell’associazione.
“Ma perché non vieni anche tu a sentire? Ci sono ogni sabato. Poi, ogni due settimane, facciamo anche una cena, in un agriturismo dove fanno cose buonissime, sai, lo chef è molto noto… Marziano gestisce ormai tutto lui, di queste manifestazioni, da un paio d’anni, a cura anche la piccola rivista del club… pubblicano articoli di intellettuali famosi, eh? Tu non sai, poverino, le sere a correggere le bozze! Però bisogna proprio che ci vediamo, in ogni caso, sai che ci sposiamo la prossima primavera, qui in Duomo?”
Mi porge con un sorriso il volantino, non potendomi ancora porgere la partecipazione.
Leggendo di fretta, scorgo due-tre nomi di scrittori mediamente ignoti, un ex conduttore in pensione di programmi televisivi regionali, qualche ricercatore universitario di basso rango, un ex preside di liceo con ambizioni da storico locale, una poetessa di fama condominiale nota per il suo guardaroba da Greta Garbo, e un giornalista famoso per i suoi flirt con il revisionismo storico sulla seconda Guerra Mondiale. Sopra la lista occhieggia, ma in maniera discreta, oltre al logo della associazione anche quello di un circolo destrorso.
Guardo Marziano, che, noto, non ha più la mazzetta dei giornali di un tempo, ma scommetto che oggi i suoi abbonamenti comprendono non più L’Unità, ma Il Foglio e Il Giornale. Sta stringendo mani, annuisce apparentemente soddisfatto, del resto i deliri della poetessa garbeggiante non potranno essere mai peggio dei lungometraggi arabo-palestinesi. Son certo che lui li affronta con la stessa abnegazione, e con lo stesso spirito. Quello che gli ha permesso di curare le rassegne per una sorta di Casa del Popolo, e poi ritrovarsi a gestire la Deputazione di Storia patria di una Casa del Fascio.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Egregio Signor Lerner,
la considero uno dei rari giornalisti degni di stima. Per questo mi dispiaccio che proprio lei incappi nel luogo comune che “saranno di nuovo i contribuenti a pagare lo sfascio di Alitalia” (Vanity Fair n. 38). Vero, saranno gli italiani ad accollarsi le malefatte di anni di sperperi e di scelte scellerate, ma è giusto che sia così. Perché la mobilità dei cittadini è un bene sociale prezioso per il Paese al pari dell’Istruzione e della Sanità. Non mi sono mai lamentato di pagare le tasse per la Scuola (allo sfascio!) pur non avendo figli da istruire, né mi sono mai lamentato di sborsare quattrini per la Sanità, non immune da scandali e truffe, pur non avendo (buona sorte!) fatto nemmeno un giorno di ospedale. E sono trent’anni che compro solo automobili Fiat per contribuire a non mandare in cassa integrazione operai italiani, nella convinzione che, se stanno tutti bene, sto meglio anch’io. Anche ora che sono (ancora per poco) un professionista affermato nel mio campo, non mi sono certo scordato i valori di solidarietà in nome dei quali ho consumato le scarpe nelle piazze. Stasera salirò su un tubo di ferro di 296 tonnellate, riempito con 120 tonnellate di kerosene e 290 anime, e io, con le mie mani e il cuore in frantumi, depositerò tutto questo (dolcemente ed in estrema sicurezza) domani mattina a San Paolo del Brasile, per fare dopodomani il percorso di ritorno verso Roma. Ne sono felice e fiero. Poi andrò in cassa integrazione anch’io: continuerò a pagare le tasse per questo Paese e continuerò a comprare macchine Fiat. Chissà se leggendo queste righe lei capirà che non paga i miei privilegi, ma un bene comune della sua Nazione.
Alfredo Canuti
(pilota B777 Alitalia)
Anch’io sono di quelli che comprano solo automobili italiane, non riuscirei a fare diversamente dopo gli anni belli che ho trascorso a Torino. Ma non per questo giudico traditori della patria la maggioranza dei miei connazionali che per motivi di risparmio, gusto, qualità optano per auto straniere. A cominciare dal mio presidente del Consiglio che gira in Audi e non mette piede su un volo di linea Alitalia da anni, ma in contraddizione con se stesso ha voluto difendere cocciutamente fino al baratro l’italianità della compagnia di bandiera.
Vede, gentile pilota Alfredo Canuti, i comportamenti economici dettati dai sentimenti sono pericolosi come quelli dettati dall’ideologia. E ce ne stiamo accorgendo in questi giorni. Non mi riferisco al presidente Berlusconi che con lo slogan “l’Alitalia agli italiani” ha fatto del buon marketing elettorale e comunque sopravviverà a questo insuccesso. Mi riferisco a chi ragiona come lei. Davvero pensa che tocchi agli italiani accollarsi le malefatte di anni di sperperi e di scelte scellerate? Davvero trova che sia giusto così perché la mobilità dei cittadini è un bene sociale prezioso al pari dell’Istruzione e della Sanità?
Non la seguo. Per me uno Stato democratico deve garantire una scuola e degli ospedali gratuiti a tutti i suoi cittadini che vi contribuiscono pagando le tasse in proporzione a quanto guadagnano o possiedono. Avrei dirottato volentieri nella pubblica istruzione i quattrini pubblici che sperperiamo da anni per tenere artificialmente in vita Alitalia, così da evitare magari il ritorno al maestro unico (dettato da necessità economiche, non pedagogiche). Per il trasporto aereo, invece, desidero scegliere in base alla comodità del collegamento e alla tariffa più conveniente. A parità d’offerta posso anche preferire chi esibisce il tricolore sulla coda, ma se mi chiedete di pagare caro e volare peggio per nazionalismo economico, non ci sto. Per questo ho considerato una forzatura la cordata degli imprenditori italiani voluta da Berlusconi e assemblata da Corrado Passera, in deroga alle leggi del libero mercato.
La sua lettera mi conferma che tra i lavoratori l’invenzione governativa della Cai ha rinnovato l’aspettativa di un trattamento speciale, privilegiato. Magari nel sacro nome della mobilità dei cittadini. L’applauso con cui il personale di Fiumicino ha salutato il ritiro dell’offerta Cai –enfatizzato dai mass media sempre in cerca di un colpevole da additare- più che una manifestazione di sfrontatezza per me va considerato una forma di cupio dissolvi: se crolla il mondo in cui eravamo abituati a vivere, almeno che vengano giù pure i quartieri alti.
Mi infastidiscono il conformismo e la pigrizia mentale con cui ora si criminalizzano i piloti e la Cgil. Se avessero firmato l’accordo si sarebbe gridato alla vittoria, ma intanto noi cittadini avremmo pagato un’altra ingiusta tassa Alitalia. Io a questo punto considero preferibile l’avvio della procedura fallimentare. Nella certezza, caro Alfredo Canuti, che un bravo pilota come lei troverà senz’altro un’alternativa. Non me ne voglia. http://www.gadlerner.it/2008/09/24/botta-e-risposta-con-un-pilota-alitalia.html
Combattimento e Riformismo
“Combattimento” e “Riformismo” o “Popolo Riformista” sono le parole usate dal coordinatore Pd Goffredo Bettini nell’intervista al “Messaggero” del 20 settembre 2008. Anticipa i sentimenti della grande adunata convocata da tempo dai leader Pd per il 25 ottobre a Roma. Occorre analizzare queste parole:
“Combattimento”, detto dal maggior partito di opposizione del paese dominato in modo straripante dal potere di Berlusconi, è una chiamata a raccolta che si spiega solo con alcuni impegni specifici.
Per esempio, chiedere le dimissioni del ministro della Difesa La Russa per avere celebrato i militi fascisti di Salò in un giorno sacro alla Resistenza.
Per esempio, pretendere l’espulsione della Lega del leghista Borghezio (capogruppo di Bossi al Parlamento Europeo) per essere intervenuto in una piazza di Colonia accanto ai nazisti ed essere stato fermato e cacciato da quella piazza dalla polizia tedesca insieme ai suoi sodali nazisti.
Le dimissioni di La Russa-Salò e di Borghezio-nazisti dovrebbe essere (se si parla di “combattimento” della Opposizione) la condizione minima per un normale relazione maggioranza-opposizione.
Per esempio, impegnarsi con tutte le forza per denunciare lo scandalo dell’assalto alla giustizia (“I Pm dovranno presentarsi con il cappello in mano”, annuncia il Primo Ministro – imputato Berlusconi).
Per esempio, far sapere al Paese l’inganno del federalismo fiscale leghista che frantuma l’Italia, liquida il sistema sanitario nazionale e abbandona il Sud del Paese.
Per esempio, annunciare una serie di impegni politici, ma anche organizzativi, umani, morali, per rendere possibile nel modo più legale e civile il rapporto con gli immigrati mentre si vedono segni allarmanti di linciaggi di persone precipiti come “diverse” e “pericolose” , e ci sono i primi episodi (dal Nord al Sud) di guerriglia urbana di gruppi etnici isolati, repressi, sfruttati, umiliati, uccisi.
Per esempio, stabilire con chiarezza che il Pd è il partito del lavoro, come i laburisti del nord Europa e i democratici in Usa.
Smodate dosi di Confindustria e di elogio continuo del mercato e del liberismo, per quanto selvaggio, hanno disorientato milioni di elettori che guardano il paesaggio disastrato in cui si chiudono interi ospedali con la stessa facilità con cui si chiuderebbe un cinema, e si chiedono: Ma allora il Riformismo che cos’è, e in che modo ci distingue e ci contrappone alla destra?
“Combattimento” per cosa, se i lavoratori vengono sempre affidati “al mercato”?http://temi.repubblica.it/micromega-online/240908-combattimento-e-riformismo/
Forza Grecia
Marco Travaglio
l' Unità
Nell’ultimo rapporto di Transparency International sulla percezione della corruzione nel mondo, pubblicato ieri, l’Italia guadagna 15 posizioni rispetto all’anno scorso. Nel senso che è percepitata molto più corrotta di prima. Nella speciale classifica dei paesi meno corrotti, siamo al 55° posto, a pari merito con le Seychelles e sopravanzati da modelli di onestà come Sudafrica, Malaysia, Giordania, Costa Rica, Capo Verde, Bhutan, Macao, Bahrein, Oman, Mauritius, Sud Corea, Taiwan, Porto Rico, Malta, Botswana, Emirati Arabi, Cipro, Dominica, Qatar, Barbados, Santa Lucia, ovviamente Israele (dove il premier Olmert, indagato per corruzione, s’è appena dimesso anziché varare un Lodo Alfano modello mediorientale) e l’intera Europa, con l’esclusione della Grecia, che ci tallona a poca distanza dalla Turchia. Chi l’avrebbe mai detto. Si sperava che avere un presidente del Consiglio imputato di corruzione giudiziaria di un falso testimone, corruzione semplice di un dirigente Rai e tentata corruzione di alcuni senatori (oltreché di frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita), più 18 parlamentari pregiudicati e una settantina tra imputati e indagati, migliorasse la nostra posizione. Purtroppo la comunità internazionale, infestata di comunisti, non ci ha capiti. E dire che il nuovo governo ha fatto di tutto per dare al mondo un’immagine di impegno indefesso contro la corruzione: per esempio, con la soppressione dell’Alto Commissariato Anti-Corruzione (ente peraltro inutile, senza fondi né personale) decisa dall’ottimo Brunetta e denunciata qualche giorno fa dall’Ocse. Per esempio, con l’annunciata riforma delle intercettazioni che, come anticipato dal premier imputato e impunito, le vieterà per la corruzione e per quasi tutti i reati finanziari (escluso il falso in bilancio, ma solo perché era già non-intercettabile prima), proprio nel momento in cui i crac della finanza americana inducono l’intero universo a premunirsi con indagini più ficcanti e sanzioni più severe. Per esempio, convocando le commissioni parlamentari Giustizia nei giorni delle udienze del processo Mills, per farle saltare grazie ai provvidenziali “impedimenti” degli onorevoli avvocati del premier. Per esempio, tagliando i fondi per la Giustizia di 900 milioni per tre anni, bloccando i concorsi per nuovi magistrati e le assunzioni di cancellieri e impiegati nei tribunali nonostante 3 mila vuoti negli organici (ma, come rivelava l’altro giorno Ferrarella sul Corriere, si è provveduto per legge a sanare la ferita: gli organici risulteranno pieni, al completo, perché verranno calcolati sul personale presente e non più su quello che dovrebbe esser presente), e dimezzando i compensi ai 1700 viceprocuratori onorari (ora in sciopero) che sostituiscono i pm di ruolo nel 90% dei processi dinanzi al giudice monocratico. Niente da fare, il mondo non vuol proprio saperne di riconoscere gli sforzi sovrumani del governo italiano per combattere l’illegalità. A nulla sono valse le inequivocabili dichiarazioni di Silvio Berlusconi che, alla vigilia delle elezioni, ha promosso “eroe nazionale” il boss sanguinario Vittorio Mangano, ospite per due anni della sua villa travestito da stalliere; e che, l’altro giorno, ha tuonato contro i giudici che si ostinano a celebrare “persecuzioni giudiziarie”, cioè processi per corruzione (per esempio, quello a carico dell’amico falso testimone David Mills). E ha auspicato, previa riforma della giustizia, “che i pm si rechino dai giudici col cappello in mano”. E’, questa, una sua vecchia fissazione, ispirata da prassi autobiografiche: col cappello in mano infatti si recavano due giudici amici suoi, Vittorio Metta e Renato Squillante, dal suo avvocato preferito, Cesare Previti, che non mancava mai di riempire il loro cappello con qualche mazzetta targata Fininvest in cambio di sentenze comprate. Una, per dire, sottrasse la Mondadori a Carlo De Benedetti e la consegnò a lui, che continua a possederla. Casi che imporrebbero la separazione non tanto dei pm dai giudici, ma dei giudici dai suoi avvocati.
La manovra che servirebbe all’Italia
TIZIANO TREU
La crisi economica in corso è grave, ma ancora più grave è non fare niente per contrastarla.
Le cause internazionali della turbolenza sono al di fuori del nostro controllo. C’è però da collaborare con le istituzioni europee e internazionali per rafforzare le regole della finanza, superando le dispute nostrane su liberismo o protezionismo.
Qui ci vogliono più regole e più controlli pubblici, per evitare che l’intervento pubblico serva solo a socializzare le perdite private, come sta succedendo negli Usa.
Una migliore regolazione è necessaria anche nel nostro paese, che pure sembra meno colpito dagli eccessi della finanza internazionale.
Ma gli effetti della crisi si sentono sulle economie di tutti i paesi, e l’Italia è particolarmente fragile.
Di questo può e deve occuparsi il nostro governo; ed è grave che non lo stia facendo. Non è vero che gli stati nazionali non abbiano la possibilità di intervenire. Lo dimostra l’attivismo di altri governi in materia di politica economica, di sostegno ai consumi e di rilancio della produzione.
La prima cosa da fare è di occuparsene sul serio e non dedicare tutte le attenzioni, come fa il nostro governo, ad altri temi: dal caso Alitalia al federalismo fiscale.
Il primo è un pasticcio in cui si è cacciato il premier in prima persona, e non si sa come uscirne (qualunque soluzione, anche il ripescaggio di Cai, sarà comunque costosa per gli italiani). Il federalismo fiscale è un obiettivo importante e in sé condiviso anche dall’opposizione.
Ma, al di là dei principi generali su cui si è fatta una discussione bipartisan utile, i contenuti concreti, specialmente le implicazioni finanziarie, sono del tutto incerti ed equivoci.
Non è chiaro come si redistribuiranno le risorse e le spese; stando alle promesse della maggioranza, sembra che tutti ci debbano guadagnare, comprese le regioni ricche a statuto speciale (Sicilia docet). Non a caso, nessuno vuole affrontare sul serio la questione delle regioni a statuto speciale, che secondo me dovrebbero essere progressivamente superate con la valorizzazione di tutte le autonomie. D’altra parte, tutti avanzano pretese per accaparrarsi le varie voci di entrate. Dove sono i risparmi di spesa ? E come si controllano le uscite? Se continua così si avranno solo nuovi oneri per la spesa pubblica, con destinazioni dubbie.
Di tutto abbiamo bisogno tranne che di sprecare risorse, come si è fatto finora con il taglio dell’Ici anche per i benestanti e con il pozzo senza fondo dell’Alitalia. Se vogliamo contrastare la crisi in corso, che purtroppo non è passeggera, servono risorse pubbliche; non basta il project financing, a cui il governo attribuisce poteri taumaturgici.
L’esperienza insegna che è difficile da gestire e che comunque richiede iniziativa e risorse pubbliche.
Le politiche pubbliche e le risorse necessarie vanno concentrate sui punti più acuti della crisi: il potere d’acquisto delle famiglie, dei lavoratori e dei pensionati, colpiti dall’inflazione; la precarietà e la perdita del lavoro aggravate dal blocco della crescita e dalle difficoltà di molti settori produttivi. I dati della Cassa integrazione sono in forte aumento: quasi il 6 per cento nel semestre per circa 80 milioni di ore, fra ordinaria e straordinaria. E il numero è destinato ad aumentare per la crisi di molti settori: aereo, automobilistico, della chimica, degli elettrodomestici, della telefonia (Telecom), del commercio (per la crisi dei consumi), della pubblica istruzione, per gli esuberi provocati dal governo e per l’espulsione dei precari (un totale solo qui di 370.000 persone colpite).
La gravità di questa situazione è denunciata dai gruppi parlamentari del Pd, che hanno presentato due mozioni parallele alla camera e al senato impegnando il governo a intervenire. La critica all’irresponsabile condotta del governo è accompagnata da proposte precise. Nei mesi passati i gruppi del Pd hanno presentato molti disegni di legge che coprono tutte le aree principali del lavoro e del welfare. Ma una priorità assoluta deve essere data ai punti più critici .
Una prima urgenza è rilanciare la crescita e quindi gli investimenti produttivi, perché senza crescita non c’è né occupazione né welfare. È quello che stanno facendo anche governi, dalla Francia alla Germania, non convertiti al keynesismo. Lo stesso Tremonti sembra aver riscoperto le sue virtù. La nuova finanziaria, varata ieri, è l’occasione per dimostrarlo. Dev’essere corretta l’impostazione depressiva della manovra d’estate, che sta aggravando la crisi in tutto il paese, sia nel Nord sia ancora più nel Mezzogiorno, che è del tutto dimenticato dal governo.
Abbiamo fatto proposte precise per sostenere i salari e le pensioni, a partire dai livelli bassi, diminuendo la pressione fiscale,con modalità da definire (detrazioni fiscali, restituzione del fiscal drag) e rendendo più realistica l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione reale.
Nello stesso tempo occorre aiutare le imprese a innovare e a internazionalizzarsi, per superare la crisi. Molte si sono già mosse da sole, ma non tutte, specie le più piccole, ce la fanno. Si tratta di riprendere i programmi di sostegno e di incentivazione alle imprese avviati da Bersani lo scorso anno, e di rafforzarli.
Va ripreso il contrasto alla precarietà del lavoro, attuando e rafforzando le misure concordate con il protocollo del 23 luglio 2007 (come prevede un apposito disegno di legge presentato dal Pd al senato). Vanno prese misure per sostenere l’occupazione, specie dei gruppi sottorappresentati: il Pd ha presentato proposte innovative per sostenere in particolare l’occupazione femminile.
Di questi problemi il governo non sembra occuparsi, e il libro verde del ministro del welfare non ne parla.
Il contrasto alle crisi aziendali richiede che sia finalmente attivato un sistema efficiente di ammortizzatori sociali, che permetta di fronteggiare tutte le situazioni di bisogno, anche delle piccole imprese, ora quasi sempre prive di aiuto. Procedere per deroghe episodiche alla cassa integrazione è ingiusto e alla fine costa di più; lo si è visto in questi anni in cui si sono spesi miliardi di euro, spesso in modo casuale o clientelare. Occorre evitare assistenzialismi e casse integrazioni senza fine.
La promessa fatta per l’Alitalia di garantire sette anni di indennità ai lavoratori in esubero è inaccettabile. Il sostegno alla disoccupazione va garantito per un periodo definito e condizionato all’impegno dei beneficiari ad attivarsi effettivamente per il reimpiego.
Queste misure sono costose. Per questo non bisogna sprecare risorse e occorre concentrarsi sulle vere emergenze.
Anche per questo è importante continuare la lotta all’evasione fiscale e al lavoro nero, che sottraggono alla collettività risorse preziose.
Agire in queste direzioni è importante anche perché aiuterebbe le parti sociali a raggiungere l’intesa sulla riforma della struttura contrattuale. Va fatto di tutto per evitare il rischio di rottura fra le parti e nel sindacato, perché la mancata intesa e una rottura dell’unità sindacale aggraverebbero le difficoltà di questo momento e ridurrebbero la base di consenso sociale necessario ad affrontare positivamente le sfide dell’autunno.
Il Pd è impegnato su tutti questi fronti per contrastare le deleterie politiche economiche del governo e per riaffermare, con le proprie proposte, la centralità del lavoro nella vita del paese.
Questo è il senso della giornata di mobilitazione prevista per il 25 ottobre.
http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp
| IL VENTO DELLA CRISI GONFIA LE VELE A OBAMA |
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di Marco Bardazzi
WASHINGTON - Il momento critico del primo dibattito presidenziale si avvicina negli Usa e Barack Obama sembra arrivarci con un doppio vantaggio. I sondaggi indicano che il candidato dei democratici sta beneficiando, a livello nazionale e negli stati-chiave, del malcontento degli americani per lo stato dell'economia. E nel confronto di venerdì in Mississippi, è John McCain che ha tutto da perdere perché il dibattito sarà sulla politica estera, il suo punto forte. Obama ha ben chiara la posta in palio e si è chiuso a studiare in ritiro in un luogo segreto vicino Tampa, in Florida.
Il suo programma in questi giorni è di farsi vedere solo per brevi incontri con la stampa e con gli elettori nello stato - uno dei più importanti nella corsa alla Casa Bianca -, ma fino a venerdì sera la concentrazione del senatore dell'Illinois sarà dedicata tutta al dibattito. Un consigliere di politica estera, Greg Craig, lo addestra impersonando un finto McCain, mentre lo staff democratico cerca di far alzare le aspettative sulla prestazione in Tv dell'avversario, così da poterlo colpire se non sarà all'altezza. "McCain ha vantato per tutta la campagna elettorale - ha detto Nick Shapiro, un portavoce di Obama - i suoi decenni di esperienza di politica estera e il vantaggio che ha in questo settore. Il dibattito gli offre la possibilità di giocare in casa, e se non sarà un momento di svolta, per McCain sarà un'occasione persa".
Ma quello delle aspettative è un vecchio gioco della politica e gli uomini di McCain lo praticano a loro volta, ricordando che Obama ha il vantaggio dell'oratoria e di essere il più 'telegenico' dei due. Il candidato repubblicano ha mandato segnali di fiducia nelle proprie doti, continuando a far campagna come sempre invece di chiudersi a studiare come Obama e battendo a tappeto altri stati chiave, l'Ohio e il Michigan, per parlare di occupazione ed economia. Entrambi adesso corrono rischi enormi a giudicare dalla storia dei dibattiti, che molto spesso sono risultati momenti decisivi. McCain potrebbe far la fine di Richard Nixon nel 1960, apparso in Tv rigido e non a proprio agio contro il giovane John F.Kennedy nel primo dibattito presidenziale dell'era moderna. O potrebbe correre i rischi di Ronald Reagan nel 1984, che peccò di eccesso di fiducia nelle proprie doti di attore e non studiò in vista del dibattito contro Walter Mondale.
Reagan fu pessimo, ma si vendicò nel dibattito successivo e travolse Mondale. Obama, a sua volta, rischia l'errore di Jimmy Carter nel 1976, che studiò tonnellate di materiale prima di dibattere l'allora presidente Gerald Ford e nel faccia a faccia esagerò con i dettagli, risultando pedante e poco efficace (ma poi vinse le elezioni, anche grazie a una clamorosa gaffe di Ford sull'Urss nel secondo dibattito). Il candidato democratico arriva comunque al giro di boa del dibattito rafforzato da una crisi economica che l'opinione pubblica imputa all'amministrazione repubblicana, e che non aiuta quindi McCain. Qualche gaffe del compagno di corsa Joe Biden e le lodi che Bill Clinton riserva alla vice di McCain, Sarah Palin, sono ostacoli minori rispetto al trauma che i democratici hanno subito nelle scorse settimane, con l'entrata in campo della governatrice dell'Alaska. Il fattore Palin ha portato McCain a riaprire la corsa, ma per il momento sembra aver esaurito il proprio impatto sulla campagna, quantomeno in attesa del dibattito dei vice (2 ottobre).
Obama invece mantiene un vantaggio di 2-3 punti su scala nazionale e soprattutto sale negli stati chiave del voto, quelli da cui arriveranno i preziosi 'voti elettorali' che aprono la porta alla Casa Bianca. I sondaggi lo indicano in crescita in Michigan, Wisconsin, Minnesota, nella combattuta Florida e soprattutto in Colorado, uno stato che George W.Bush ha vinto nel 2000 e nel 2004. Se Obama lo strappasse ai repubblicani, lo stato delle Montagne Rocciose potrebbe rivelarsi la chiave delle elezioni come la Florida lo fu (tra mille polemiche) nel 2000 e l'Ohio quattro anni fa. Ma McCain non sta certo a guardare. Il suo vantaggio aumenta in Ohio e il senatore repubblicano potrebbe strappare ai democratici il piccolo, ma sempre prezioso New Hampshire: sono solo 4 voti elettorali, ma in molte simulazioni degli addetti ai lavori sono quel che potrebbe bastare quest'anno per cambiare la storia americana.
marco.bardazzi@ansa.it
http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_764311286.html
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Il New York Times ha trovato traccia di pagamenti diretti tra Freddie Mac e una società di Rick Davis, il campaign manager di McCain. Fino al mese scorso. Una tegola mica male tenuto conto che solo ieri la campagna di McCain si era lamentata - è un eufemismo - del fatto che il NYT , con Rick Davis, truccava le carte (in effetti i pagamenti scovati erano per un advocacy group e non diretti) per fare il gioco di Obama. Ma il NYT aveva in serbo il colpo del ko. Ora dovrebbero seguire dimissioni. Se McCain fosse quello del 2000.
New York Times
http://giornalismoparma.typepad.com/
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ARGENTINA: POVERTÀ IN CALO PER IL SESTO ANNO CONSECUTIVO
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Gennaro Carotenuto
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Secondo i dati ufficiali la povertà in Argentina è scesa al 17.8% e l’indigenza al 5.1%. Appena un anno fa erano rispettivamente 23.4% e 8.2%. Nonostante siano avanzati dubbi sull’attendibilità di tali risultati rispetto all’inflazione reale nel paese, povertà e indigenza continuano a diminuire ininterrottamente dal 2003 quando il FMI ha dovuto smettere di depredare il paese.
Il bicchiere in Argentina a sette anni dal crollo del neoliberismo, comunque lo si guardi è mezzo pieno. La povertà ha continuato a scendere costantemente dimezzandosi dal 2003 quando è cominciato il grande recupero del paese dopo dittatura e fondomonetarismo. Ma il bicchiere è indubbiamente anche mezzo vuoto. In Argentina, uno dei paesi più ricchi della terra, continuano ad esserci quattro milioni e mezzo di cittadini che non riescono a soddisfare le necessità più elementari e addirittura un milione e duecentomila che non riescono neanche ad acquistare gli alimenti necessari.
Sono dati che continuano ad essere drammatici, soprattutto nel nordest del paese. Nel Chaco, la regione più povera del paese, a Resistencia supera il 35% (con un 14.6% di indigenti), e in molte località delle provincie di Santiago del Estero, Jujuy, Corrientes, Misiones la terza parte della popolazione continua ad essere sommersa nella povertà. All’estremo opposto, anche fisicamente, il sud patagonico e la Città di Buenos Aires (da non confondersi con la cintura del Gran Buenos Aires). A Río Gallegos la povertà è del 3.6% (appena lo 0.8% di indigenti) e nella Terra del Fuoco si attesta intorno al 6% contro il 7.3% della capitale dove il 2.3% della popolazione sarebbe indigente.
Alcuni dati forniti sono contrastanti, e a volte palesemente in contraddizione con altri. Secondo la SEL, una società privata, che calcola un’inflazione reale superiore del 13% di quella ufficiale, i dati sarebbero molto meno buoni; i poveri supererebbero ancora il 30% nel paese e gli indigenti il 10% con un rispettivo +7 e +2% rispetto ai dati ufficiali dell’Indec.
Ma rispetto al 2003, quando gli argentini ripresero il diritto a sbagliare da soli senza che fosse l’FMI a farlo in malafede per loro, gli indici di povertà sono comunque crollati in maniera straordinaria e a volte dimezzati: -51% a Concordia, -46% nell’area urbana di Paraná, -43% in quella di Rosario e -41% nel Gran Buenos Aires dove vive quasi un terzo della popolazione del paese. Nonostante molto resti ancora da fare e gli anni del grande recupero, dopo la notte più dura del neoliberismo, sembrino alle spalle, l’Argentina nell’ultimo lustro ha ripreso il cammino che dittature e fondomonetarismo avevano brutalmente interrotto.
fonte www.gennarocarotenuto.it
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Secondo il Sun Sentinel la sfida in Florida si fa avvincente: Obama avrebbe recuperato lo svantaggio e lo stato, che sembrava finire dritto dritto tra le braccia di McCain, diventa un toss-up. Sun SentinelSun Sentinel
http://www.casabianca2008.eu/
Corea del Nord
i timori per la salute del “caro leader”

La notizia del disinteresse mostrato dal governo di Pyongyang per la rimozione dalla lista americana dei paesi sponsor del terrorismo è giunta la settimana scorsa a segnalare un peggioramento della situazione dei colloqui sul programma nucleare nordcoreano, proprio in concomitanza con le indiscrezioni lanciate dai media di Seul relative a una presunta malattia del Caro Leader, Kim Jong-il, corroborate successivamente da fonti diplomatiche cinesi.
Lo stato di salute del leader nordcoreano è uno dei segreti meglio custoditi del paese e la notizia è stata smentita a più riprese dai funzionari di Pyongyang di stanza alle Nazioni Unite e dalla seconda carica del paese, il segretario dell’Assemblea Suprema del Popolo, Kim Jong-nam. Le illazioni avevano preso piede in seguito all’assenza di Kim Jong-il dalla vita pubblica da oltre un mese e, in particolare, alla parata per il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Democratica del Popolo di Corea. In realtà, nessuno sembra sapere esattamente quanto sia grave la situazione, qualcuno avrebbe parlato di un attacco cardiaco o di una emorragia cerebrale, mentre da una fonte attendibile, un funzionario cinese di collegamento, si è avuta la conferma relativa alla convalescenza del leader coreano e al fatto che non sarebbe in pericolo di vita.
Tali voci hanno scatenato nuovamente una ridda di ipotesi e speculazioni sugli scenari possibili nel caso della sua scomparsa. Sebbene gli appellativi contro di lui e il suo spietato regime si sprechino, è certo che i suoi nemici si augurino tutto, in questo momento, fuorché una sua improvvisa uscita di scena che avrebbe conseguenze imprevedibili per tutta la regione. A Seul e a Washington temono un vuoto di potere o il passaggio delle redini ad un fantoccio dietro il quale continuerebbe a manovrare l’establishment militare più oltranzista: i tre figli, chi prima, chi poi, sono stati tutti associati all’idea di prendere il posto del padre, ma nessuno di loro ha maturato l’esperienza necessaria al compito, a differenza di Kim Jong-il, che nel 1994 saliva al potere dopo 20 anni di “apprendistato” paterno e avere raggiunto la posizione di comandante in capo delle forze armate. Il più affidabile sarebbe il secondogenito Kim Jong-chol, attualmente responsabile del Dipartimento della Propaganda del Partito dei Lavoratori, ma nessun nome è stato ufficializzato finora.
Dietro il recente irrigidimento nei confronti delle richieste dell’amministrazione americana c’è chi ha visto già la mano dei militari, che avrebbero preso il controllo delle trattative in vece del leader e che sarebbero contrari alla dismissione del programma nucleare. Il Ministro degli Esteri coreano ha confermato i lavori per la riattivazione dell’installazione nucleare di Yongbyon, dopo averne interrotto lo smantellamento a metà agosto, respingendo la richiesta americana di ispezioni approfondite come inaccettabile. Se si tratti davvero di una decisione presa da altri o meno è del resto poco importante, in quanto si è di fronte alla consueta tattica spregiudicata di negoziazione coreana. Il fatto che la situazione non sia così drammatica è confermato dalla dichiarazione di Kim Jong-nam, che ha comunque auspicato una intesa per il superamento delle differenze sul protocollo uscito dai Colloqui a Sei, trovando reazioni favorevoli a Washington. Nel frattempo, a Seul il Presidente Lee Myung-bak ha convocato delle sedute di discussione straordinarie per valutare il da farsi nel caso precipitino gli eventi, in un momento in cui i rapporti tra le due Coree sono in grave affanno, nonostante il filo sottile della cooperazione economica non sia stato ancora tagliato.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33737
settembre 23 2008
L'intervento
Sales: ecco perché Bassolino non ce l'ha fatta
L'ex consigliere economico del governatore: «È inutile negarlo, in quindici anni il centrosinistra non ha cambiato Napoli e la Regione»
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di ISAIA SALES
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Isaia Sales, ex consigliere economico del governatore Bassolino
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NAPOLI - Ho fatto parte di quella classe politica che ha rivestito un ruolo in Campania negli ultimi 15 anni. Non ho avuto responsabilità dirette nella guida di alcun assessorato, dopo la breve esperienza di sottosegretario di Stato all'Economia nel primo governo Prodi, eppure sento il dovere di una riflessione aperta, pubblica, a tutto campo perché non si possono chiudere gli occhi sui risultati non soddisfacenti nel nostro ragguardevole ciclo di governo. Penso che si possa essere orgogliosi di aver fatto parte del più significativo tentativo di trasformazione della politica e delle istituzioni campane dell'ultimo cinquantennio, che si possa non rinnegare la propria appartenenza politica, le amicizie, i valori e gli obiettivi per cui ci si è battuti con passione assieme a tanti altri, e al tempo stesso provare a guardare con serenità e serietà ai notevoli limiti di questo quindicennio. È maledettamente utile che il centrosinistra fornisca una coraggiosa, condivisa «versione dei fatti», prima che i processi sommari degli avversari, con tutto il rancore, l'approssimazione, la faziosità di cui sono capaci, diventi l'unica interpretazione. Solo una versione condivisa del centrosinistra può provare a salvare il salvabile di quel ciclo politico di governo, o almeno salvarne la dignità e l'onore. Le primarie che decideranno il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione non possono trasformarsi in una distruzione iconoclasta di tutta l'esperienza fatta, altrimenti esse serviranno solo a consolidare il vantaggio del centrodestra.
Ma pensare di ignorare i nostri insuccessi, o trattare con sufficienza e disprezzo le critiche, sarebbe un comportamento totalmente irresponsabile. È inutile negarlo, non ce l'abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l'abbiamo fatta a trasformare la Regione in un'istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l'abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela a una eccezione e non a una prassi corrente e abituale, non ce l'abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche.
Provo, dunque, a dire la mia sul perché ciò sia successo, e mi auguro che sia possibile un confronto civile. Ci sono fattori oggettivi e fattori soggettivi che determinano l'esito di un ciclo politico. Comincio dai fattori oggettivi, precisando che li registro non come alibi o giustificazione, ma come concorso agli eventi del quindicennio in esame. A Napoli e in Campania spesso si ignorano le interconnessioni che sempre sono esistite, esistono ed esisteranno tra vicende politiche nazionali e la nostra realtà. Pensare che all'insuccesso del ciclo che si chiude in Campania non abbiano contribuito i livelli politici nazionali (sia di governo, sia di partito) è un atteggiamento a dir poco miope. Non dimentichiamo che grosso modo fino al 1997, cioè fino alla chiusura del primo mandato dei sindaci eletti con il nuovo sistema, il primo mandato di Bassolino ha goduto di una autonomia dalle coalizioni partitiche che ha giovato enormemente al cambiamento che la città conobbe. Poi, tutti i nostalgici del vecchio sistema politico si coalizzarono contro la stagione dei sindaci non per cancellarla (non ne avevano le condizioni) ma per depotenziarla. Così, se la prima sindacatura si accompagnò a una libertà ampia di azione nell'innovare prassi e strategie del governo locale, nella seconda si ridusse considerevolmente grazie al ritorno dei partiti come arbitri delle istituzioni locali. È stato alto il prezzo che il centrosinistra campano ha dovuto pagare agli equilibri politici nazionali.
Allearsi con De Mita e Mastella non è stata una scelta facile e indolore. Un'alleanza non del tutto naturale né obbligata, almeno nei termini in cui si è poi realizzata. In ogni caso non era all'orizzonte quando Bassolino divenne sindaco. Non dimentichiamo l'avversione di tanti di noi per il ribaltone che portò Mastella in Campania a rompere con Rastrelli e da lì allearsi con l'Ulivo nazionale. La giunta del ribaltone fu il prezzo che la Campania pagò per consentire a D'Alema e all'Ulivo di sopravvivere dopo la sfiducia di Rifondazione a Prodi. Da allora Mastella e il mastellismo fecero della Campania il luogo principale della loro forza nazionale. E quello che trattavano sui tavoli romani per mantenere la coalizione, lo pretendevano e lo riscuotevano in Campania. L'accordo perché l'Udeur ottenesse due assessori e la presidenza del consiglio regionale nel 2005 fu siglato a Roma con la firma di Fassino e Rutelli.
Si poteva essere innovatori e governare con Mastella? L'alleanza con De Mita era sicuramente più naturale (è diverso lo spessore politico e culturale), eppure non era nelle corde né di Bassolino né di De Mita: gli scontri del passato avevano segnato profondamente i rapporti tra i due. De Mita non avrebbe voluto Bassolino alla Regione e Bassolino avrebbe fatto a meno di un rapporto preferenziale. E all'inizio si provò ad avviare una collaborazione che non compromettesse una spinta riformatrice nel governo regionale a partire dalla sanità, dove era chiaro che senza un'opera decisa di sradicamento di prassi precedenti la «Regione nuova» non sarebbe mai decollata. Nella prima giunta dopo le elezioni del 2000 non fu riconosciuto a De Mita lo «ius» di nominare l'assessore alla Sanità, e allora il leader di Nusco aprì subito la crisi, ritirò i suoi assessori, e da Roma cominciò una martellante opera di convincimento per accontentare De Mita da parte dei vertici dei Ds (a partire da Veltroni) e di tutto il governo dell'Ulivo. Era evidente per loro che con De Mita all'opposizione in Campania non sarebbe stato possibile dare vita alla Margherita, premessa per la nascita poi del Partito Democratico. Bassolino, con la volontà di liberare la sanità da un controllo asfissiante dei vecchi notabilati, era additato in quel periodo a Roma come chi stava compromettendo la vittoria dell'Ulivo alle successive elezioni politiche. Bassolino cedette. Quanti sostenitori accaniti allora delle ragioni di De Mita ho sentito poi criticare aspramente Bassolino per lo stato della sanità in Campania. Ma che si pensava, che De Mita richiedeva un suo uomo alla sanità per fare opere di misericordia? L'alleanza con De Mita e con Mastella ha indubbiamente depotenziato la carica innovativa di Bassolino o almeno ha interrotto la spinta propulsiva al cambiamento che era stato capace di trasmettere al Comune di Napoli. Poi qualcuno ha suggerito al presidente della Regione che almeno bisognava competere sullo stesso livello per il controllo del potere sanitario, senza lasciarlo solo nelle mani degli uomini della Margherita. Ed è stato un errore ancora più grave e imperdonabile. Molti sacrifici, nessun apprezzamento Dunque, al centrosinistra vittorioso in Campania è stato chiesto di contribuire agli equilibri nazionali senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze che ciò avrebbe avuto sul buon governo. Ora, uno pensa che se ci si sacrifica per gli equilibri nazionali, ci sarà almeno un apprezzamento. Macché. Gli stessi che avevano spinto, pressato, pregato ossessivamente per un accordo in Campania, appena ottenutolo hanno ripagato con disprezzo, fastidio, lontananza. E così, paradossalmente, più si contribuiva alla tenuta degli equilibri dell'Ulivo e del Partito Democratico, più aumentava il distacco dalla politica nazionale, e tutto ciò molto prima della vicenda dei rifiuti. Troppo smaccata l'ingratitudine di una generazione di dirigenti dell'Ulivo e del Partito Democratico che avevano costretto a quelle alleanze e poi ne disprezzavano gli esiti, come se loro non c'entrassero nulla.
Anche nella vicenda dei rifiuti il nesso con le politica nazionale è stato del tutto evidente e disastroso per l'attuale governo regionale. Era palese, nel pieno della crisi scoppiata nel 2007 (e al di là delle evidenti responsabilità del Commissariato), che bastavano in quel momento poche e chiare decisioni del Governo nazionale per ottenere quei risultati che Berlusconi ha ottenuto appena un anno dopo. Ma il peso che i Verdi e Rifondazione avevano nel Governo Prodi era così condizionante da impedire decisioni che tutti sapevano necessarie per trovare una via d'uscita dalla crisi. Si è alla fine scelto (non so quanto consapevolmente, in ogni caso irresponsabilmente) l'acuirsi della crisi dei rifiuti in Campania pur di garantire la stabilità della coalizione governativa nazionale. La assoluta lontananza e ignoranza del problema fu drammaticamente svelata dal sottosegretario alla presidenza Enrico Letta, che in televisione a gennaio 2008, di fronte alle montagne di rifiuti per strada, dichiarò che in due giorni il Governo avrebbe risolto il problema. Che gliene importava del disastro dei rifiuti, potevano sempre dire che era tutta colpa di Bassolino. Eppure quello che era successo in Campania li riguardava, eccome.
Veniamo, ora, agli elementi soggettivi, cioè ai limiti di Bassolino. Si poteva gestire l'alleanza con De Mita e Mastella senza farla degenerare in un sistema di potere? Si poteva gestire la crisi dei rifiuti con un'azione più incisiva del Commissariato? Si poteva portare in Regione la stessa spinta innovativa della primo mandato a Napoli, anche in presenza di un ritorno prepotente dei partiti? Certo che si poteva. E perché, invece, è andata diversamente? In fondo Bassolino ha sempre pensato che la sua esperienza di governo locale fosse solo una parentesi. Che prima o poi sarebbe tornato alla politica nazionale, e in particolare a un ruolo guida nel suo partito. Capì nel 1992 che una fase storica si era chiusa e che la possibilità di un nuovo inizio, di una rilegittimazione della politica passava per il governo locale. Fu quasi l'unico del gruppo dirigente dell'ex Pci a comprenderlo. Gli altri restarono a Roma, convinti che la politica romana, senza sporcarsi con il governo locale, li avrebbe salvati. E alla fine hanno avuto ragione. Ancora oggi nella politica italiana, e soprattutto nel Partito Democratico, rivestono funzioni importanti persone che non sono mai state consiglieri comunali e non conoscono neanche lontanamente il fascino e il rischio del governo locale, soprattutto al Sud. Della generazione di Bassolino, solo Veltroni e Cofferati qualche anno dopo si sono misurati con la guida di una grande città. Bassolino alla fine ha ceduto a De Mita, a Mastella, a Pecoraro Scanioperché non voleva tagliarsi i ponti con la politica nazionale, anche quando essa per il raggiungimento di suoi equilibri comprometteva un'identità riformatrice. Non ha voluto mai essere fino in fondo un amministratore che parla alla politica nazionale solo per le cose positive che realizza a livello locale. In questo caso, avrebbe avuto più forza e più potere contrattuale con i suoi stessi alleati. L'ossessione del ritorno sulla scena nazionale ne ha depotenziato con gli anni la sua carica innovativa a livello locale.
In secondo luogo, non ha mai amato la Regione come istituzione e non l'ha mai capita fino in fondo, non si è mai appassionato completamente ai suoi problemi. L'ha considerata come un prolungamento della sua esperienza di sindaco di Napoli, non come un'istituzione del tutto «originale» e rispondente a obiettivi e a modalità di esercizio del governo profondamente diversi da un grande Comune. Ha continuato a sentirsi sindaco e non governatore. Insomma, ha mostrato gli stessi limiti della classe dirigente di Napoli, che guarda ancora alla metropoli partenopea come città-mondo e non sa vederla come città-regione, avvertendo la funzione regionale come una diminuzione e non come una sua necessità. Mettersi quotidianamente a contrastare una gestione inaccettabile, per qualsiasi riformatore, della sanità o del ciclo delle acque e della depurazione non era nelle sue corde, soprattutto perché non consapevole di quanto questi settori siano fondamentali per la vita quotidiana dei cittadini campani. In fondo ha sempre pensato di aver «già dato» dopo l'esperienza di sindaco di Napoli, e che lo si candidava alla Regione perché non gli si voleva riconoscere un ruolo a Roma nella politica nazionale. E a un certo punto ha ritenuto, quasi fatalisticamente, che non si potesse modificare la situazione, e non solo si è «acquietato» ma ha nei fatti considerato il governo regionale come la somma di singoli assessorati ciascuno autonomo e rispondente al partito designante. E si sa che nelle istituzioni quando il leader si acquieta comincia il regno della gestione, e si perdono via via tutti i riferimenti strategici e qualche volta anche quelli morali.
Ma il difetto più grande di Bassolino come amministratore è la convinzione che basta ideare una politica perché automaticamente si realizzi. Per lui l'ideazione contiene già in sé la realizzazione. Si è sempre disinteressato alla «manutenzione » delle idee, che nella vita amministrative vuol dire fatica quotidiana a metterle in atto, a schivare e a superare gli impedimenti, umani, politici o burocratici che si frappongono. Si capisce così il suo «continuismo» amministrativo nei vertici della macchina regionale e nei Commissariati, causa di tanti errori e problemi. Se come sindaco di Napoli l'ideazione di una politica aveva meno passaggi intermedi per la realizzazione, in Regione la cosa era completamente diversa, avendo a che fare con un'istituzione legislativa (e dunque con un ruolo più importante del Consiglio) che affida molte delle cose che vuole realizzare ad altre istituzioni. E il dramma è stato che anche alcune persone scelte da lui come collaboratori o come amministratori hanno avuto non solo i suoi stessi difetti ma li hanno anche accentuati. Molti dei «bassoliniani » credono che la capacità di governo consista solo nell'annuncio o nella mera gestione di un potere. In effetti, l'ideazione di una strategia è compito della politica e dei suoi leader. Quando si è al governo di un'istituzione si è prima di tutto amministratori, che anche in situazioni sfavorevoli non smarriscono mai le ragioni del proprio impegno. E, soprattutto, quando ci si sente «accerchiati » si ha l'obbligo di costruire, allevare, coltivare una classe dirigente allargata capace di lottare per i propri convincimenti e i propri valori anche in condizioni difficili. E questo Bassolino non lo ha fatto.http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/politica/articoli/2008/09_Settembre/22/sales_editoriale.shtml
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L'incubatrice del razzismo
Stefano Rodotà
la Repubblica
Colonia, 20 settembre: divieto di una manifestazione razzista. Venezia, 15 settembre, esempi di oratoria all´annuale raduno della Lega: «Macché moschee, gli immigrati vadano a pregare e pisciare nel deserto» (Giancarlo Gentilini, che rivendica la primogenitura come "sindaco-sceriffo" d´Italia); «Non ci rompete più i coglioni con gli immigrati, vecchie facce di merda» (Mario Borghezio, parlamentare). Le storie parallele possono essere ingannevoli, e vanno maneggiate con cautela. Ma questo accostamento mostra il diverso senso di responsabilità di chi governa, dietro il quale vi è una diversa sensibilità delle opinioni pubbliche. Le parole dette a Venezia sono il segno d´un degrado pericoloso, e non del parlar schietto di cui i leghisti si vantano. Nella loro brutalità, dovrebbero aiutare a comprendere meglio che cosa sta diventando questo Paese. Il linguaggio anticipa, accompagna, spiega.
Invece, viene ormai ignorato (silenzio di quasi tutto il sistema dell´informazione sulla qualità dell´oratoria veneziana), mentre offre una traccia preziosa, seguendo la quale si chiariscono fenomeni che vanno ben al di là del mondo leghista.
1) La Lega e il territorio. I risultati delle ultime elezioni politiche ci hanno consegnato la Lega come vera vincitrice. E si è improvvisamente scoperto che la ragione forse più importante del suo successo sta nel rapporto che i leghisti e i loro amministratori hanno saputo stabilire con il "territorio". Da qui molte considerazioni: non è vero che servono soltanto partiti "leggeri"; non è vero che tutto può essere affidato alle pure strategie comunicative; non è vero che i cittadini possono essere considerati solo come carne da sondaggio; non è vero che l´amministrazione oculata non paga. Indicazioni in sé importanti, se non altro perché mostrano come non esista solo il modello berlusconiano di raccolta del consenso, e dunque la vanità e l´insensatezza della corsa verso una indistinta postmodernità che consegnerebbe i partiti "popolari" soltanto all´archeologia politica (altra cosa, evidentemente, sono le tecniche nuove di costruzione d´un partito popolare nel terzo millennio). Ma l´esperienza e il successo leghista sono fatti anche di altre cose, esattamente quelle che danno radici locali agli spiriti che i leader affidano, e non è la prima volta, alle alate parole citate all´inizio. Non siamo solo di fronte ad una esasperazione dell´intolleranza. Si sta costruendo anche un territorio in senso "etologico", rispondendo appunto a quell´"imperativo territoriale" di cui parlava Robert Andrey, che spinge molte specie a marcare confini, invalicabili anche se fisicamente invisibili, all´interno dei quali nessuno può penetrare e, se lo fa, scatta istintivamente una reazione anche violenta. Andate altrove, ripetono ossessivamente i leghisti all´"altro" - immigrato, rom, omosessuale - riprendendo (inconsapevoli?) i paradigmi terribili del razzismo. Su questo s´innesta una identità esasperata che, in molte situazioni, diviene il più forte collante sociale. Di questo fenomeno profondo, di quest´idea premoderna impastata di terra e sangue, regressiva, lontanissima dal modo in cui i partiti popolari storici avevano costruito il rapporto con il territorio, vogliamo riconoscere l´esistenza, discuterne seriamente e mettere a punto strategie politiche per contrastarlo?
2) Un Paese mitridatizzato. Se questo non avviene, è perché si è creata nel tempo un´abitudine, un´assuefazione, in definitiva una rassegnazione. Uno storicismo da quattro soldi induce a pensare e ad agire registrando un successo della Lega di cui non resterebbe che prendere atto realisticamente. Di fronte a questo dato dovrebbe tacere la lotta politica, quella vera, che va alle radici culturali e sociali dei fenomeni. Ecco, allora, le debolezze delle varie sinistre, che si sono mosse senza essere capaci di sciogliere l´intreccio tra la nuova dimensione del localismo, ben individuata dalla Lega, e una serie di manifestazioni che non possono essere derubricate come folklore. A questo si è aggiunta la narrazione berlusconiana, che va avanti da anni e che, quali che siano le "intemperanze" di Bossi e dei suoi, blandisce, rassicura, ammicca, dice che in fondo sono ragazzate che avranno un epilogo rassicurante nelle bicchierate del lunedì ad Arcore. Si coglie qui una furberia politica ed un messaggio rassicurante. Vi garantisco che la Lega può essere addomesticata, che i leghisti non impugneranno mai i fucili di cui parlano. Si legittima così la politica della Lega in tutte le sue manifestazioni che, proprio perché appaiono paganti, finiscono per divenire un modello per alleati e concorrenti. Inoltre, fino a quando la Lega continua ad esibire anche questa faccia, finisce in qualche modo con il dipendere dalla mediazione, politica o personale, di qualcun altro. Ma, in questo modo, nulla si fa per arrestare il degrado civile, l´involgarirsi generale del linguaggio che rivela l´abbandono di criteri fondativi della democrazia, l´eguaglianza e il rispetto della dignità delle persone in primo luogo. E non è soltanto la Lega a portare la responsabilità della situazione che si è determinata.
3) Europa. Altri Paesi hanno conosciuto fenomeni simili ma, per intelligenza politica e consapevolezza culturale, hanno fatto in modo che potessero essere circoscritti. Questo spiega l´attenzione preoccupata dell´Unione europea per una serie di vicende italiane: assistiamo all´accelerarsi di dinamiche politiche e sociali che rendono evidenti non il rischio, ma la realtà di pratiche discriminatorie e di vere e proprie aggressioni razziste. La risonanza europea di quel che sta accadendo non può essere attenuata esibendo qualche modifica di norme inizialmente più aggressive. È il contesto che, giustamente, inquieta. Vi è una preoccupazione delle istituzioni europee per il modo in cui le norme vengono concretamente applicate, e permangono i giudizi negativi sull´aggravante prevista per i reati commessi dagli immigrati. Una delegazione della Commissione per le libertà pubbliche del Parlamento europeo ha appena concluso una sua visita in Italia proprio per acquisire direttamente elementi per valutare la situazione dei rom. L´Agenzia europea per i diritti fondamentali ha pubblicato un rapporto sull´assalto al campo rom di Ponticelli. Da qui vengono le contestazioni a rappresentanti del Governo italiano nel corso di una conferenza a Bruxelles: e i nostri diplomatici, invece di levare inutili proteste, dovrebbero aiutare il Governo a comprendere le reazioni europee, il clima che ormai avvolge le politiche italiane in materia di immigrazione, e non solo.
4) Immigrati buoni e cattivi. Questa distinzione ricorre continuamente nelle discussioni, per mettere in evidenza che le politiche ispirate alla sicurezza pubblica non devono essere temute da chi è venuto nel nostro paese con buone intenzioni, e qui lavora e si comporta correttamente. Ma chiunque conosca la realtà di molte prefetture e questure, delle modalità dei controlli di polizia, sa che troppo spesso le cose vanno in modo diverso. Mi riferisco ai casi in cui è certo che ci si trova di fronte ad immigrati regolari, a situazioni in cui non esiste alcun pericolo. Molte volte, parlando con immigrati regolari alle prese con le estenuanti e inutili trafile per i continui rinnovi del permesso di soggiorno, ho sentito questa frase: «ci trattano come animali». Vorrei che il ministro Maroni impartisse disposizioni severe perché ogni persona venga rispettata, soprattutto quando si trova nella condizione di non poter nemmeno protestare, non dico abbozzare una reazione. No, allora, alle urla, agli atteggiamenti intimidatori, all´uso del tu come se ci si rivolgesse ad esseri inferiori, agli apprezzamenti sui tratti del viso o sulle donne, all´insofferenza verso qualsiasi richiesta di spiegazioni. Lì, in quei luoghi, l´immigrato incontra lo Stato. Solo se lo vedrà accogliente riuscirà a rispettarlo.
5) Razzismo? La parola spaventa, ma dev´essere pronunciata. Di fronte a vicende drammatiche, e spaventosamente eloquenti, ecco subito l´esorcismo: Milano non è razzista, Roma non è razzista e via elencando paesi e città. Che cosa vuol dire? Vi è una specie di immunizzazione territoriale per cui qualsiasi cosa accada in certi luoghi il contagio razzista è impossibile? Sappiamo che non è così. I razzisti sono tra noi, non in Italia soltanto, ma noi dobbiamo chiederci se stiamo facendo abbastanza non solo per combatterli, ma per evitare che si sentano i veri rappresentanti del tempo.
Matteoli: "Se fallisce saremo peggio del Burundi"
Non esistono altre offerte per Alitalia oltre a quella ritirata dalla cai. Il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli intervenuto a Radio 24 smentisce così tutte le voci circolate in questi giorni a proposito di interessamenti di altre compagnie aeree per rilevare Alitalia. Se Alitalia fallisce "noi avremo il Burundi con una compagnia di bandiera e l'Italia no".
Chi glielo dice a Matteoli che, oltre ad avere una propria linea aerea, il Burundi ha anche politici di governo abbastanza educati alle proprie responsabilità da pensarci su due volte prima di offendere altri paesi sovrani a mezzo stampa?http://www.ivanscalfarotto.it/
“Ricorda Mariastella, professoressa?”
Quello straordinario ciambellano di corte che è Bruno Vespa ce ne ha regalata un’altra delle sue, stasera: un collegamento telefonico con Maria Rosa Mantovani Toson, maestra delle elementari (unica, manco a dirlo) di Mariastella Gelmini, ospite a Porta a porta.
“Ricorda Mariastella, professoressa?”, domanda stronza tenuto conto che doveva essere stata concordata, ma quanti baci, e quanta commozione. Prova provata che la riforma della Mariastella non potrà non funzionare: con tre telefonate, se la Mariastella avesse avuto tre insegnanti alle elementari, tutta quella roba non sarebbe venuta tanto intensa. Né così calda, né così umida. http://malvino.ilcannocchiale.it/
E' così, questo mondo è quello che è, non merita il nostro giudizio, è il proseguimento del quaternario con altri mezzi. Tuttavia, Veltroni ha scritto un libro. Un lampo nel buio, un lamento di Portnoy, non si capisce. L'ha presentato a New York perché tiene gli agganci, era appena tornato dall'Ikea con la figlia Martina, sapete, quella che ha la passione per il cinema. Il suo modello è Sofia Coppola. Fai bene Walter, datti all'ippica finché sei in tempo, dopo avere lasciato questo segno indelebile nella politica italiana, questa grande stagione di riformismo. Mah. So che Philip Roth non ti tiene in considerazione, ma sai, quello è un originale, lo sa il cazzo cosa gli passa per la capoccia, ha sempre la figa in testa. L'avevi poi letto quel libro dove c'è quella che si sbrodola tutto il mestruo sulle cosce? Solo un ebreo ateo poteva concepire una cosa del genere, fortuna per te che sei del PD. Del resto, la mia è tutta invidia, pensa che mi è rimasto un unico desiderio nella vita, e cioè disegnare sandali per transessuali.http://formamentis.splinder.com/
Il Ministro Unico
Una sola persona domina la scena politica italiana, e si vede nel mondo come il volto italiano. E’ Silvio Berlusconi, e per questo forse Carlo De Benedetti ha annunciato, nel suo intervento all’Aspen Insitute (17 settembre): “Non contiamo più nulla nel mondo, e come se l’Italia non esistesse”. Subentra, alla sarcastica definizione dell’Italia come “espressione geografica”, quella, altrettanto sarcastica, della “Italia come espressione di Berlusconi”.
E’ la stessa Italia che è stata clamorosamente fischiata a Brusselles, al summit della Ue sui Rom, quando la sottosegretaria Eugenia Roccella, con un goffo tentativo di difesa delle fascistoidi norme italiane sui bambini nomadi, ha svelato l’imbroglio Maroni, cioè avere inviato ai commissari europei norme diverse e un po’ più civili di quelle effettivamente applicate per i raid notturni nei campi rom italiani.
Come vedete, sto accusando Berlusconi di essere la figura dominante e totalitaria della vita politica di un’Italia allo stesso tempo pericolosa e irrilevante. E’ un ventriloquo per i suoi ministri o il contrario, in una situazione parlamentare umiliata e quasi disattivata, dove Fini non nasconde di annoiarsi, quando presiede la Camera. E Schifani resta sotto lo spot dei cameramen il più lungo possibile (e si impossessa persino delle celebrazioni di Bruno Trentin), tanto, come Presidente del Senato, non ha molto da fare. E il Ministro degli Esteri si presenta alle Camere e ri-legge dai giornali, con voce stentorea, con l’aria di dare un annuncio, gli eventi su cui avrebbe dovuto informare e agire settimane prima.
Ma a questo punto mi sono già collocato al di fuori della tolleranza zero di Realacci. Chi è Realacci? E’ uno del Pd di cui si dice: “E’ il più stretto collaboratore di Veltroni”. Se è vero (ma il fatto non corrisponde in nulla a tutto ciò che sapevamo di Veltroni da segretario Ds, autore e sindaco), abbiamo scoperto l’origine di tutto.
Sappiamo perché il Partito Democratico, immobile, guarda avanti e indietro con indecisa incertezza. Sappiamo perché è inviperito se la gente spontaneamente va in piazza e, quasi contestualmente, chiama tutti in piazza. Sappiamo perché vuol salvare l’Italia ma non ci dice da chi. Sappiamo chi è l’autore della celebre, indimenticabile frase (Tg3, 16 settembre): “L’opposizione di Di Pietro è il sogno di Berlusconi”. Come dire, che più lo accusi e più il Ministro Unico (come il maestro della Gelmini) è contento. E più ammorbidisci i toni e chiedi il colloquio e più lui si infuria.
E’ una teoria sulla Opposizione unica al mondo. Non corrisponde, in Italia o altrove, a fatti e persone realmente esistiti. Non sarà possibile farlo entrare (troppo ermetico) nei libri di Storia. Al momento, con La Russa, Alemanno, Brunetta, è la vita italiana.http://temi.repubblica.it/micromega-online/220908-il-ministro-unico/
| Finisce l'era Olmert: Israele a un bivio |
| La Livni a capo del governo, ma si va verso nuove elezioni. Il commento di un giornalista israeliano |
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Quando la Polizia ha espresso il proprio parere favorevole all'inchiesta, dopo la conclusione di tre delle sei inchieste in corso contro il premier Olmert, nessuno ha potuto continuare a far finta di niente. Il primo ministro é accusato di aver organizzato una rete per intascare rimborsi sui suoi viaggi all'estero, pagati da varie organizzazioni, alcune delle quali di beneficienza.
 Alcuni viaggi sono stati pagati due volte da due organizzazioni, che non sapevano ovviamente che pagavano lo stesso viaggio.
Questo uno degli esempi del tipo di sistema tramite cui il premier si assicurava
molti soldi extra! La mancanza di fiducia in Olmert era già notevole dopo la guerra in Libano condotta in modo maldestro, per non dire colpevole.
La commissione d'inchiesta da lui stesso nominata lo invitò a dimettersi, ma Olmert
era troppo occupato nei suoi "affari" e rifiutò di farsi da parte. Intanto il governo lavorava per inerzia, senza una reale direzione.
Finchè la polizia non ha depositato le sue prove e le sue conclusioni alla Pretura
che deve istituire il processo.
Olmert è succeduto al potere ad Ariel Sharon, il quale, da tre anni, é all'ospedale in coma. Sharon aveva fondato il partito Kadima e ne era il leader indiscusso. Non fu necessaria una votazione. Olmert subentrò nelle funzioni di Sharon in quanto suo vice, senza elezioni.
 Queste sono dunque le prime elezioni interne del partito Kadima, partito che ha solo tre anni di vita. Questo partito fu voluto da Sharon, per continuare il suo nuovo programma politico che il Likud (il partito da cui lui usciva) osteggiava: sgombero dei coloni nelle zone vicino a Gaza. Nella sua mente il nuovo partito doveva prendere parte dei voti dal Likud e parte dei voti dal partito laburista di Shimon Peres, che era uscito con alcuni altri membri del partito laburista per confluire in Kadima. Il partito Kadima arrivò alla prova delle elezioni senza il suo leader e non riuscì ad avere la maggioranza assoluta dei voti, come Sharon aveva pensato. Così, dopo le elezioni, ci siamo ritrovati con tre partiti di centro, non molto grandi, contro la previsione di aver un solo grande partito sgretolando idue antagonisti. Oggi, alle elezioni che potrebbero essere indette tra poco, c'é chi prevede che Kadima sparisca o sia seriamente ridimensionata. Il Partito Laburista é già stato dato per morto più volte, la crisi interna è notevole, non c'èun leader riconosciuto. I laburisti perderanno ancora voti. Chi, si prevede, ne guadagnerà é Netanyahu con la sua destra, il partito Likud, che é l'unico di quelli rimasti a destra dopo la scissione di Sharon.
 Scriviamo questo commento dopo le primarie di Kadima. Ha vinto Zippy Livni, una donna. Per una differenza di poco più di 450 voti. Tutti i pronostici erano a suo favore e prevedevano un grande margine di vittoria contro Mofaz. Qui c'è stato il colpo di scena: Mofaz dopo le elezioni ha comunicato che si ritira dalla vita politica, dal Ministero dei Trasporti, dalla Commissione speciale di Coordimanto con l'Usa contro le armi nucleari e dal Parlamento. Ancora una volta lo scontro culturale tra Askenaziti (Zippy) e Sefarditi (Mofaz) è deflagrato. Tutto il mondo politico e giornalistico aveva puntato su Zippy e la maggioranza dava Mofaz come una opzione curiosa.
Saul Mofaz viene dall'Iran, è un generale, ha insomma un "look" piu' mediorientale
della sua concorrente. Per parlare fuori dai denti, Mofaz è più di destra, é un militare, conosce i giochi di forza, il linguaggio delle armi, i codici d'onore…parla l'iraniano, si può sedere con Ahmedinajiad a bere il caffé e parlare di bombe e fare a braccio di ferro. Zippy Livni é di destra da generazioni, suo padre comandava uno dei gruppi armati piu' violenti della lotta ai colonialisti inglesi e ai gruppi armati arabi, la madre era pure una eroina combattente del gruppo Etzel.
Dopo gli studi di Legge ha lavorato quatrro anni nel Mossad, fatto che ha spesso publicizzato nella sua vita politica. Insomma difficile dire chi vincerebbe la corsa a destra. Nei prossimi giorni sarà più chiaro come Mofaz intende giocare il suo ritiro
(rientrare in Kadima, tornare al Likud, uscire dal gioco politico?). Quanto e' sicuro che oggi il Partito Kadima e' diviso tra due correnti, non si puo' prevedere lo sviluppo della dinamica interna. Olmert si è dimesso e cominciano le consultazioni. In questo momento si può ben dire Israele è a un bivio!
Dan Rabà
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=12245
Sudafrica: le dimissioni di Mbeki
Il Presidente sudafricano ha annunciato le sue dimissioni dalla guida del Paese
A seguito della decisione dell’African National Congress (ANC) di rimuovere Thabo Mbeki prima della scadenza del suo mandato (aprile 2009), il Presidente sudafricano ha annunciato le sue dimissioni dalla guida del Paese. Il ritiro dalla scena politica seguirà tuttavia l’espletamento degli adempimenti costituzionali previsti, essendo necessaria per la nomina del Presidente la procedura parlamentare. La decisione dell’ANC, che segue il dibattito di venerdì del Comitato esecutivo nazionale e il non luogo a procedere per irregolarità nella procedura a favore dell’ex vicepresidente Zuma, trova il suo fondamento nelle accuse dell’Alta Corte del Sudafrica di abuso del sistema giudiziario e strumentalizzazione delle accuse di corruzione a carico di Zuma.
Si tratta di una fondamentale svolta nell’impasse che dal 2006 caratterizza la scena politica sudafricana e che vede al suo centro l’ex vicepresidente Zuma, in ragione degli scandali di corruzione (ottobre 2005, in relazione alla vicenda del 1999 sul gruppo di armamenti francese Thales e al suo consigliere finanziario Shaik) e stupro (febbraio 2006) che lo avevano portato alle dimissioni dalla sua carica. Con la sua recente nomina a leader dell’ANC e il non luogo a procedere per le accuse di corruzione Zuma, forte dell’appoggio del partito comunista (SACP) e dell’alleanza dei sindacati (COSATU), appare il naturale e ormai unico candidato alla Presidenza. Le dimissioni di Mbeki porteranno verosimilmente alla caduta del governo e ad elezioni anticipate nonostante sia auspicabile, come richiesto dallo stesso ANC, che gli attuali ministri rimangano in carica per evitare rotture nell’attuazione dei programmi politici e conseguente instabilità economica.
Le dimissioni di Mbeki, delfino di Mandela, segnano un importante spartiacque nella storia politica sudafricana. Nonostante le numerose critiche mosse al mediatore della crisi Mugabe, legate in particolare alle questioni economiche e politiche ancora irrisolte, una eventuale caduta dell’esecutivo non potrà non avere ripercussioni anche rilevanti tanto sull’economia sudafricana e regionale (ad esempio in tema di Accordi di partenariato economico negoziati con l’UE) quanto sul piano propriamente politico (ad esempio nei rapporti con il nuovo governo del vicino Zimbabwe).
Massimo Corsini
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33738
John McCain, avendo un bel numero di case e appartamenti, ha anche 13 auto (molte straniere). Tra le 13 c'è anche una Cadillac che è l'unica a suo nome. Le altre sono intestate alla mogliettina (o a società della). Barack Obama, invece, ha un'auto sola. No, non è una Pontiac (questa non la capisce nessuno ed è pure una battuta razzista): è una Ford Escape Hybrid (un suvvone a batteria: "the candidate's choice", secondo il badge che distribuivano a gennaio al salone di Detroit).
Newsweek, Detroit Free Press
http://giornalismoparma.typepad.com/
In Slovenia vince la sinistra
Da Capodistria, scrive Franco Juri
Borut Pahor
Secondo i risultati elettorali non ancora ufficiali, alle politiche slovene i socialdemocratici di Borut Pahor battono di un seggio il partito democratico sloveno del premier uscente Janez Janša. Il centrosinistra si prepara a reggere il timone. Delusione nella destra slovena
Vittoria del centro-sinistra alle elezioni politiche in Slovenia. Il Partito socialdemocratico di Borut Pahor (SD) batte per un solo seggio quello Democratico sloveno (SDS) del premier uscente Janez Janša. Al SD, secondo i dati ancora non ufficiali, sono andati infatti 29 dei 90 seggi che compongono il parlamento, mentre il SDS ne ha ottenuti 28. Al terzo posto, con 9 seggi, il partito Zares-Nova politika, una formazione di centro sinistra, nata di recente da una scissione dal Partito liberaldemocratico e guidata dall’ex delfino di Janez Drnovšek Gregor Golobič.
Risultati non ufficiali delle elezioni politiche slovene del 21 settembre 2008
Votanti: 1.053.099
Schede valide: 1,035.044
Affluenza: 62,16%
In parlamento:
SD : 30,50 %
SDS: 29,32 %
Zares: 9,40 %
Desus: 7,45 %
SNS: 5,46 %
SLS/SMS 5,24 %
LDS 5,19 %
Esclusi:
NSI 3,25%
Lipa 1,8 %
LPR 0,56%
Verdi 0,49%
Democristiani 0,43% |
Segue, con sette deputati, il Partito democratico dei pensionati (Desus) dell’uscente ministro della Difesa Karl Erjavec, che però non è stato eletto. Cinque seggi rispettivamente spettano invece alla Liberal democrazia della Slovenia (Lds), alla cui testa c’è l’unica donna leader politico, la giovane Katarina Kresal, al Partito popolare sloveno coalizzato con quello dei giovani (SLS/SMS) e guidato da Bojan Šrot, anche lui però escluso dal parlamento, e il partito nazionale sloveno (SNS) del nazionalista Zmago Jelinčič-Plemeniti.
A questi 88 seggi vanno aggiunti i due seggi specifici delle minoranze, quella italiana e quella ungherese. Quello della minoranza italiana sarà per la sesta volta consecutiva occupato da Roberto Battelli che ha ottenuto il 25 per cento delle preferenze minoritarie, mentre il suo avversario più insidioso, il socialdemocratico Aurelio Juri, ha ottenuto il 22 per cento dei voti. Il resto è stato diviso tra gli altri 3 contendenti; Miro Dellore, Luciano Monica e Sebastijan Pelan. Il seggio specifico viene assegnato a colui che ottiene la maggioranza relativa.
Si prospetta quindi un governo di centro sinistra basato sulla coalizione, annunciata nelle ultime settimane, tra SD, Zares e Lds con l’apporto di un quarto partito, probabilmente il Desus, anche se non va escluso altresì l’inserimento nella maggioranza del SLS/SMS. Una coalizione allargata a questi due partiti e alle minoranze conterebbe 57 seggi, mentre l’opposizione di destra (SDS e SNS) manterrebbe in tutto 33 voti.
Janez Jansa
Forte la delusione nelle file della destra dove Janez Janša , anche in base ai più recenti sondaggi, sperava fino all'ultimo di conquistare la maggioranza relativa che gli avrebbe permesso di tentare per primo la creazione di un governo di coalizione. Secondo Janša bisognerà comunque attendere ancora i voti per posta dall'estero. Sarebbero 40mila le schede elettorali mandate in giro per il mondo e tra gli Sloveni all'estero, soprattutto quelli in Argentina e negli USA, dove la destra ha tradizionalmente la meglio.
Illustre scomparso è il partito del Vaticano, Nova Slovenija (Nsi) del ministro del Tesoro Andrej Bajuk, stretto alleato di Janša. Tradizionale interprete politico degli interessi della chiesa cattolica slovena e dei circoli visceralmente anticomunisti con base in Argentina, il partito di Bajuk e di Lojze Peterle ha ottenuto solo il 3 per cento dei voti, mentre la soglia di sbarramento è del 4 per cento. Extraparlamentare è diventato anche il partito Lipa di Sašo Peče, che dopo il divorzio da Jelinčič aveva abbandonato la xenofobia per fare propri programmi e linguaggi inconfondibilmente di sinistra. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10170/1/50/
Jakarta rinvia la discussione sulla legge anti-pornografia
Una larga maggioranza dell’opinione pubblica indonesiana si dice “soddisfatta” della decisione dei parlamentari di rimandare la discussione sulla controversa legge. Deputati denunciano falsificazioni nelle firme ed estromissioni dalle sedute parlamentari mirate a favorirne l’approvazione.
Jakarta (AsiaNews) – La camera dei deputati ha annunciato di voler “rimandare” la discussione della “legge contro la pornografia”, meglio nota come Undang-undang Pornografi, Uu App, per le ampie divisioni che la norma ha creato nel Paese, e auspica al contempo di poter elaborare un testo condiviso “entro la fine dell’anno”.
La notizia è stata accolta con “soddisfazione” da gran parte dell’opinione pubblica indonesiana, che sottolinea lo “spreco di energie” profuso per far passare la legge e che invece poteva essere “utilizzato per questioni più importanti”. Alcuni deputati denunciano inoltre “falsificazioni nelle firme” per raggiungere il quorum necessario per procedere al voto, mentre altri segnalano che alle discussioni parlamentari venivano ammessi solo “coloro i quali erano a favore dell’approvazione della legge”. “In una occasione non siamo stati ammessi in aula – denuncia Beny Wijayanto, del Women’s Legal Ais Foundation – mentre i partiti favorevoli alla normativa erano presenti al gran completo”.
A favore della “legge contro la pornografia” sono schierati i principali partiti di ispirazione islamica, fra i quali il Prosperous Justice Party (Pks), e alcuni movimenti radicali, mentre essa è osteggiata dal partito nazionalista (Pdip), sostenuto dallo schieramento cristiano Peace and Prosperous Party e dal Democrat Party.
Al centro della controversia la definizione del concetto di “pornografia” previsto dalla nuova normativa, i cui confini non sono ben chiari e che potrebbero colpire in maniera generica “qualsiasi forma di arte – letteratura, scultura, pittura, poesia – caratteristica della cultura indonesiana o le tradizioni tipiche di alcune aree” in materia di vestiti e abbigliamenti. La legge contro la pornografia, denunciano gli attivisti, oltre a cancellare le differenze “culturali” presenti nel Paese e a metterne a rischio “l’unità nazionale”, sarebbe un tentativo dell’ala fondamentalista islamica di “approvare la sharia” e trasformare la nazione “sul modello dell’Arabia Saudita”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13281&size=A
Quattro spari. Ma tanto, di ramadan, si sparano le miccette, un po' di fuochi artificiali... No, invece, sono quattro spari. Perché dopo cominciano le sirene, a rompere il silenzio di una serata calda. Sono le undici di sera. Le sirene urlano. Una, due, tre, quattro... E' inutile andare oltre. Quando a Gerusalemme si supera il numero quattro, significa che qualcosa è successo. Le sirene convergono tutte su Kikar Tsahal, un incrocio più che una piazza, tra il municipio, la strada che porta a Jaffa Gate, Jaffa Road e la Road no. 1, la vecchia Linea Verde.
Sul marciapiede c'è una macchina dritta contro il muro dell'Hospice del Notre Dame, un palazzone appena ripulito dal nero dello smog. Le mura della Città Vecchia sono appena al di là della strada. La Porta Nuova a neanche cinquanta metri di distanza. A terra, il corpo di un uomo, l'autista della macchina. Pochi minuti prima, con la sua berlina era andato contro un gruppo di soldati in gita. Soldati di leva, giovanissimi, accompagnati da un ufficiale. L'ufficiale che ha sparato quattro colpi e ucciso l'autista della berlina scura. Era un palestinese di Jabal Mukaber, il villaggio che si trova tra Gerusalemme e Betlemme, lo stesso villaggio da cui proveniva il ragazzo che nel marzo scorso aveva ucciso 8 studenti di una yeshiva di Gerusalemme ovest, legata al settore dei coloni.
La polizia parla di attentato terroristico. Ma in tarda serata, fonti della polizia hanno detto di voler accertare se l'autista non fosse ubriaco. I giovani soldati erano in divisa, e a conferma dell'ipotesi terroristica c'è anche la tensione dei giorni precedenti, in Cisgiordania ma anche nella Gerusalemme araba. Una donna palestinese di 60 anni, domenica scorsa, era morta durante un rastrellamento dei soldati israeliani ad Abu Dis, quartiere arabo di Gerusalemme: i famigliari e i medici accusano i soldati di aver provocato la morte della donna, gettandola a terra. E poi nell'area di Nablus la tensione è alta, tra palestinesi e coloni.
L'episodio sembra ancora una volta isolato. Lo dice lo Shin Bet. Di episodi isolati, comunque, ce ne sono stati almeno cinque a Gerusalemme, negli scorsi sette mesi: l'episodio di questa sera, i due caterpillar impazziti, la sparatoria alla yeshiva, l'accoltellamento di un rabbino vicino ai coloni nei pressi della Città Vecchia. Solo un elenco, oppure dobbiamo interrogarci sul disagio che fermenta tra Gerusalemme e la Cisgiordania, soprattutto tra i ragazzi?http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Colonia
Enzo Mangini
«A Colonia non c’è posto per razzismo, intolleranza, discriminazione e ogni odore di fascismo». Le parole del sindaco di Colonia Fritz Schramma, della Cdu, potrebbero essere assunte come slogan delle mobilitazioni antirazziste prossime venture in Italia. Tanto più urgenti dopo la morte di Abdul a Milano e dopo la protesta dei migranti di Castelvolturno. Più ancora delle parole di Schramma, è la lezione civile di migliaia di anonimi cittadini di Colonia che andrebbe appresa. Gli estremisti di destra europei, inquadrati dietro le parole d’ordine della difesa di un’identità presunta e posticcia del continente e delle sue fantomatiche «radici cristiane», avevano scelto Colonia per una prova di forza che li ha annichiliti. Non solo perché i movimenti antifascisti tedeschi hanno bloccato le strade che dall’aeroporto portano in città e hanno chiuso la piazza dove si sarebbe dovuto svolgere il raduno. A privare gli «eurofascisti» di ogni possibile spazio pubblico è stata soprattutto la reazione dei cittadini di Colonia: i tassisti che hanno rifiutato di caricarli a bordo, i birrai che hanno rifiutato di dargli da bere, gli albergatori che hanno cancellato le prenotazioni e le oltre centomila persone, di ogni colore e fede, che hanno sfilato per le vie della città. E nessuno [altra lezione] si è sognato di ridurre una bella giornata civile ai tafferugli tra una parte dei manifestanti e la polizia.
La grande moschea che sarà costruita a Colonia nasce quindi come elemento del tessuto di una società che dimostra di non aver paura, di accettare la scommessa della pluralità viva, contraddittoria, affascinante. I corpi estranei, anzi, sono loro, grotteschi come i nazisti dell’Illinois.http://www.carta.org/campagne/migranti/15088
Roberto Antonini, L' anagramma di Salvador Dalì coniato da un altro grande surrealista, André Breton, mi ha sempre incuriosito. E quanto succede in questi mesti giorni per la finanza internazionale mi ha fatto tornare in mente proprio avida dollars. L'avidità, brutta bestia. E pericolosa, come dimostra il marasma sui mercati. Oggi ne parlavo con Henri Nau, professore alla Elliot School of International Affairs, Istituto della George Washington University. Nau è stato consigliere di Reagan e responsabile della politica economica internazionale della sua amministrazione. Un reaganaino dunque. Un liberista sfegatato. Fu lui il "capo-sherpa" di diversi G7 a Ottawa, Versailles, Williamsburg, Cancun. Mi interessava sentirlo perché in queste situazioni è molto più interessante per un giornalista sentire i "cattivi" quelli che tutti o quasi indicano come i colpevoli. Gli altri forniscono risposte scontate. Nau è rimasto fedele al suo credo. La deregulation che il suo staff ha avviato "ha portato alla crescita economica mondiale. Il problema è che alcuni meccanismi e strumenti finanziari sono sfuggiti di mano. Ma le cose ritorneranno presto alla normalità dopo alcune correzioni". E quando gli abbiamo chiesto se non era curioso il fatto che i liberisti ora invocano l'intervento dello Stato, si è schermito dietro un " se non interveniamo, tutti ci perderanno, magari anche lei (io) perderà il suo lavoro". Vero dice Nau, c'è stata forse avidità. But, that's life.... Il capitalismo è fatto di rischio, senza il quale non c'è crescita. E alla nostra domanda relativa al prezzo che devono pagare gli incolpevoli contribuenti: "cosa crede che i CEO delle grandi società finanziarie non ci hanno perso?" Nau ci ha fatto l'esempio del CEO di Lehman Brothers il cui capitale sarebbe passato da 450 milioni a 520'000 dollari:" non ha neanche abbastanza per la pensione". La cosa mi ha incuriosito. E ho cercato di saperne di più. Niente di meglio in questo caso che "www.equilar.com" il sito di una società specializzata che sviscera salari, stipendi, trend vari. Effettivamente il CEO di Lehman Brothers era molto ricco. Guadagnava 17'000 dollari. All'ora ovviamente. Adesso batte cassa.
Vero, come ci diceva Nau che molti presidenti-direttori generali (CEO) hanno perso moltissimo. James Cayne di Bears Stern è sceso da un capitale di oltre un miliardo a "soli" 61 milioni. Anche l'ex CEO di AIG, Maurice Greenberg, si lecca le ferite; era miliardario (1.25 miliardi) e ora possiede meno di 50 milioni. Uno dei più miseri è Daniel Mudd di Fannie Mae: passa da 26,5 milioni a meno di 500'000 miseri dollari. Il suo collega di Freddie Mac fa peggio: la sua ricchezza scende da 10,6 milioni a 130.000 dollari. E' ormai un comune mortale. Perde soldi anche la star di questi giorni, Herny Paulson. Il ministro del tesoro ( ex CEO della Goldman Sachs, sì quella salvata, non la Lehman Brothers lasciata affondare…ma sarà certamente solo un caso...) aveva 809milioni. Il suo tesoretto è in pratica dimezzato.
Fermiamoci qui. Si tratta solo di curiosità. Ma prima di chiudere una precisazione sull'ultimo blog. Un collega mi scrive dicendo che il paragone Bush/F.D. Roosevelt è ingeneroso per quest'ultimo. Pienamente d'accordo,. In effetti non volevo fare nessun paragone tra un grande presidente, corragioso, capace, un vero leader, e un presidente che, a mio giudizio è stato uno dei peggiori; ha fatto molti danni sia all'interno delle frontiere americane, sia all'esterno (giudizio che apparentemente condivido con quasi l'80% degli americani). Volevo, nel quadro di un titolo che mirava al paradosso, indicare che l'ultraliberista Bush alla fine ha dovuto vestire gli abiti dell'interventismo statale.http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9086
MCCAIN-OBAMA, L'AMERICA GIA' AL VOTO
Barack Obama
WASHINGTON - Mancano 43 giorni all'Election Day del 4 novembre per la Casa Bianca, ma l'America da oggi comincia già a votare. Tre Stati, Virginia, Kentucky e Georgia, hanno aperto le votazioni per posta e offrono già anche alcuni seggi per votare di persona. Nel corso delle prossime settimane, un totale di 34 Stati più il Distretto di Columbia (dove sorge la capitale federale, Washington) permetteranno agli elettori di votare in anticipo.
Secondo previsioni del centro studi Early Voting Information Center, nel 2000 il 15 per cento degli elettori ha votato in anticipo e la percentuale è salita al 20 nelle elezioni presidenziali del 2004. Stavolta gli esperti prevedono un ulteriore incremento, fino al 30 per cento del totale. In alcuni Stati, tra cui Colorado, Nevada e New Mexico - tre Stati del West che quest'anno potrebbero decidere la presidenza - gli esperti ritengono che il 50 per cento degli elettori si pronuncerà prima del 4 novembre. In Florida, un altro Stato-chiave, la percentuale potrebbe essere del 40 per cento.
L'anticipo del voto può avere conseguenze non secondarie sull'esito finale della corsa alla Casa Bianca: molti elettori, per esempio, si pronunceranno prima ancora di aver assistito ai tre dibattiti presidenziali tra John McCain e Barack Obama, che prendono il via con il primo faccia a faccia venerdì prossimo in Mississippi.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_764245078.html
Gli errori dell'Occidente nella "guerra" sul fronte pakistano
di Guido Rampoldi - da la Repubblica
A due passi dai palazzi del potere pakistano, l'hotel Marriott di Islamabad è, o più esattamente era, l'albergo dell'establishment, della stampa occidentale e delle delegazioni straniere; e per tutto questo lo proteggevano straordinarie misure di sicurezza. Ma nugoli di poliziotti, sbarramenti e paratie mobili ieri non sono riusciti a evitare che un camion caricato di dinamite lo colpisse con la violenza di una bomba sganciata da un aereo e sterminasse decine tra gli ospiti che cenavano al piano terra, come ogni sabato sera.
Con questa spaventosa dimostrazione di efficienza la vasta area dell'ultrafondamentalismo armato ha risposto al discorso pronunciato poco prima, nel vicino parlamento, dal nuovo presidente della Repubblica, Zardari. Il vedovo di Benazir Bhutto aveva ripetuto che il Pakistan avrà ragione dei Taliban pachistani, di Al Qaeda e delle altre bande terroriste che ormai minacciano la stessa esistenza della nazione. Ma la veemenza delle sue parole risultava meno convincente, davanti al rogo in cui ieri sera spariva il miglior albergo della capitale. Quell'incendio furioso pareva quasi rischiarare una realtà che l'Occidente evita ostinatamente di guardare.
Stiamo perdendo il Pakistan. Stiamo perdendo la seconda nazione musulmana per popolazione e forse oggi la prima per importanza strategica, perché ha la Bomba e perché è il retrovia del campo di battaglia afgano. Negli ultimi mesi una crisi economica che proietta l'ombra della morte per fame su milioni di pachistani si è aggiunta a mali ormai cronici: fragilissimo il sistema politico, molto dubbio il controllo dell'esecutivo sugli apparati di sicurezza, perlomeno incerta la lealtà di importanti settori militari.
Eppure il Pakistan non è un caso disperato. Il primo tra i motivi per sperare è l'ostilità con cui la grande maggioranza dei pachistani ormai guarda al terrorismo islamico. Ma senza un aiuto internazionale il Paese ha alte probabilità di implodere in un'anarchia militare congeniale unicamente ai Taliban e ad Al Qaeda.
Malgrado questo ormai sia chiaro, l'unico messaggio che l'Occidente sta inviando a Islamabad proviene dal Pentagono e non è né utile né amichevole. Da mesi l'aviazione americana si prende la libertà di bombardare i villaggi pachistani al confine con l'Afghanistan in cui ritiene si nascondano capi Taliban e dignitari di Al Qaeda.
L'insofferenza del Pentagono per l'inazione d'esercito pachistano è comprensibile. Meno comprensibile è l'insistere su bombardamenti che troppo spesso si concludono con stragi di civili, mettono il governo in difficoltà davanti all'opinione pubblica, irritano lo stato maggiore e costringono politici e generali a minacciare una reazione che prima o poi potrebbe seguire. E poiché la guerra che la Nato sta combattendo in Afghanistan si vince o si perde soprattutto in Pakistan, sarebbe ora che gli europei trovassero il coraggio di tutelare i loro soldati e i loro interessi. Se l'amministrazione Bush vuole combinare un altro disastro, faccia pure: ma si scelga un'altra parte del mondo. In Afghanistan, e dunque anche in Pakistan, Washington è vincolata ad un'alleanza: se non si ritiene tale lo metta in chiaro, e gli europei decidano se ad essi è congeniale una missione sulla quale non hanno pieno controllo.
Inoltre il fatto che il Pakistan sia il retrovia fondamentale della guerra afgana, obbliga americani ed europei a dotarsi di una strategia regionale. Finora non si è vista questa coerenza.
Nell'immediato occorre chiedersi se l'economia pachistana non abbia bisogno di una ciambella di salvataggio. È vero che nei sette anni precedenti gli americani hanno finanziato Musharraf con miliardi di dollari avendone in cambio poco di quello che era stato loro promesso. Ma lasciare affondare il Pakistan per ripicca sarebbe, nelle circostanze attuali, un far danno non solo alla Nato e alla missione in Afghanistan, ma anche alla stabilità della pace in una larga parte del mondo: nel caso il Paese collassi, forse gli americani riuscirebbero a trovare per tempo la dozzina di bombe atomiche di cui oggi dispone Islamabad e a metterle in salvo tutte, ma difficilmente in seguito potrebbero evitare che quei progetti nucleari siano riattivati per conto di nuovi committenti.
Infine sarebbe saggio affrontare le ossessioni dello stato maggiore pachistano. Pare convinto che l'India si stia impadronendo dell'Afghanistan e la patria rischi di essere stretta a sandwich dal nemico storico. Che si tratti di un alibi per intervenire in Afghanistan o di un sospetto non del tutto campato in aria, non lo si può ignorare.
Soprattutto se fosse vero che i servizi segreti indiani sono molto attivi su tutto il confine afgano-pachistano. Anche se non si vedono i presupposti per una conferenza internazionale che riunisca tutti i Paesi dell'area, qualcosa va fatto per ripristinare un minimo di fiducia tra Islamabad e Delhi, prima che le due caste militari riprendano a montare le loro guerre per procura.
Né il Pakistan né l'Afghanistan sono cause perse. Però occorre uno sforzo di intelligenza e di determinazione. Purtroppo queste non sono le doti precipue dei gruppi dirigenti occidentali.
Ciclone Zuma : fra accuse di corruzione e rischi di impunita'
di Giulia Alliani
Era il 5 agosto e il giudice aveva annunciato che il 12 settembre sarebbe stata comunicata la decisione: archiviazione o rinvio a giudizio per le accuse di frode, corruzione e riciclaggio per aver accettato sostanziose tangenti da un'azienda produttrice di armi francese.
Lui, Jacob Zuma, leader dell'African National Congress, l'aveva giurato: se l'avessero fatto finire in prigione per corruzione non ci sarebbe finito da solo e l'aveva dichiarato a Johannesburg (Sud Africa), sui gradini del tribunale, lanciando un chiaro messaggio ai suoi giudici. Aveva usato la lingua Zulu per dire, forse alludendo al presidente Thabo Mbeki, che avrebbe "chiamato qualcuno a testimoniare". Poi si era lanciato in una danza insieme ai suoi sostenitori esibendosi in una interpretazione personale di "Portami la mitraglietta", una nota canzone contro l'apartheid.
Pare che il piccolo show sia servito a galvanizzare soprattutto le forze più giovani del partito, guidate da Julius Malema, leader dell'associazione giovanile dell'ANC che, dopo il minaccioso vaticinio di Zuma ("La verità sarà svelata"), si era affrettato a dichiarare: "Il nostro presidente é la vittima di una congiura politica, e noi siamo certi che questo complotto sia stato ispirato dal Capo dello Stato (cioé Mbeki). Prima di mettere le mani addosso al vecchio dovrete metterle addosso a noi. Finché avremo vita nessuno arresterà Zuma".
E così, arrivati al 12 settembre, accogliendo il ricorso presentato dalla difesa, che chiedeva l'annullamento del procedimento contro l'ex vicepresidente Zuma per presunte "irregolarità procedurali", e ritenendo che ci fossero sufficienti motivi per considerare le accuse contro Zuma ispirate da ragioni politiche, una corte d'appello sudafricana ha deciso il non luogo a procedere nei suoi confronti, spianandogli la strada verso la presidenza del Paese. Non era infatti ancora passata una settimana che al presidente Mbeki venivano rivolti inviti sempre più pressanti da parte dell'ANC perché rinunciasse all'incarico, nonostante fosse ancora lontana la fine del suo mandato. Gli inviti, dopo breve resistenza, venivano accolti e, poche ore fa, il presidente Tabo Mbeki, ha accettato di rassegnare le dimissioni.
Nel dicembre scorso, Mbeki era già stato messo in minoranza nell’African National Congress, i cui iscritti gli avevano preferito il rivale Jacob Zuma. Pare che Mbeki, un uomo che ha trascorso in esilio metà della sua vita, nato in una famiglia di politici, laureato in economia in una università britannica, non condivida la passione del suo rivale per il ballo e le canzoni, interesse che molti suoi compatrioti sembrano invece apprezzare. Dicono che il presidente dimissionario, che si presenta sempre vestito con sobri abiti scuri, inorridirebbe all'idea di indossare il tradizionale gonnellino leopardato con il quale Zuma si é più volte presentato in pubblico.
A Mbeki si rimprovera di essere un centralizzatore, poco alla mano, assorto nei suoi impegni, lontano dal suo popolo, addirittura "un inglese dalla pelle scura". Eppure, grazie ai provvedimenti da lui adottati in economia, il paese ha fatto grossi passi avanti, attirando investimenti stranieri e favorendo lo sviluppo di una classe media. Certo, restano grandi sacche di povertà, dove la disoccupazione arriva anche al 40%, e in questo ambiente sembrano incontrare maggior successo le canzoni e i gonnellini di Jacob Zuma, anche se finora non risultano dati statistici che mettano in rapporto certe manifestazioni canore con il miglioramento delle condizioni di vita.
Che cos'abbia intenzione di fare Mbeki, dopo le dimissioni, non é dato sapere anche se corrono voci che potrebbe dedicarsi all'istituzione di una fondazione africana per la pace. Meglio definiti appaiono invece i progetti di Zuma, la cui attività risulta tutta rivolta a rimuovere qualsiasi ostacolo si frapponga tra lui e la conquista e il mantenimento della carica di presidente. Sventato, o quasi, il pericolo del rinvio a giudizio per corruzione, già sono in atto, fin dal congresso dell'ANP del dicembre scorso, che ha visto Zuma vittorioso, proposte e provvedimenti atti a garantire che certi pericoli non debbano mai più ripresentarsi.
Il caso più clamoroso e dibattuto rimane quello degli Scorpions, appellativo del Directorate of Special Operations (DSO): si tratta di una unità specializzata, istituita nel 1999, con il contributo formativo di Fbi e Scotland Yard, che si occupa in particolare di corruzione, ed é composta da investigatori e rappresentanti della pubblica accusa selezionati tra personaggi, anche plurilaureati, assai qualificati per preparazione ed esperienze. Secondo alcuni osservatori il contrasto tra questo corpo e la polizia sudafricana, spesso inefficiente, impreparata e, a volte, anche corrotta, non potrebbe essere più stridente.
La forza degli Scorpions viene fatta risalire, oltre che alla preparazione dei singoli componenti, al lavoro di squadra, per cui un caso viene seguito dall'inizio alla fine da tutto un gruppo misto, composto da investigatori e procuratori. Mentre, con i vecchi metodi, il rappresentante dell'accusa si trovava spesso senza i mezzi di prova necessari per incriminare un imputato perché la polizia non glieli forniva, il lavoro in team, grazie al rapporto continuo tra chi indaga e chi prepara il fascicolo per l'eventuale incriminazione, ha portato a risultati molto, forse troppo soddisfacenti. Infatti, nel corso degli anni, il DSO non solo ha ottenuto importanti successi contro il crimine organizzato, ma ha finito col toccare, con accuse di corruzione, anche uomini politici (tra i quali appunto Jacob Zuma), e importanti funzionari delle forze di polizia.
La sua attività ha quindi suscitato forti preoccupazioni e l'African National Congress vorrebbe ora far approvare due leggi (la National Prosecuting Authority Amendment Bill e la SAPS Amendment Bill) grazie alle quali lo scomodo DSO verrebbe smantellato. Un recente sondaggio ha dimostrato che il 90% dei cittadini sarebbe contrario al provvedimento e, intanto, circolano voci incontrollate, volte a screditare il DSO, secondo le quali, dietro agli Scorpions, ci sarebbe un complotto di paesi stranieri, o magari una presunta "vecchia guardia" risalente al periodo dell'apartheid. La discussione dura da mesi e, a parere di analisti e criminologi, se il progetto dovesse andare in porto, si tratterebbe di un colpo mortale alla lotta contro la corruzione.
Mentre Zuma si dichiara fieramente anti-Scorpions, accampando come pretesto l'esistenza nel gruppo di "alcune mele marce", la posizione di Mbeki è più sfumata, ma, anche nel suo caso, ci sono alcune ombre che si riferiscono alle disavventure di un commissario di polizia, stretto alleato del presidente, che aveva subito una perquisizione ed un arresto per presunta corruzione. Poco dopo, il direttore delle operazioni del DSO era stato sospeso e, in seguito, sebbene non ce ne fossero i presupposti, veniva arrestato dalla polizia, sempre per presunta corruzione, proprio il capo degli Scorpions, il quale però, ovviamente, veniva subito rilasciato.
Un avvertimento? Qualcuno lo crede possibile, ma Mbeki ha sempre sostenuto di non aver mai saputo nulla delle indagini sul suo alleato. Il dibattito sulle due leggi anti-Scorpions é in corso. I rappresentanti dell'ANC sostengono che investigatori e rappresentanti dell'accusa dovrebbero lavorare separati, che la Costituzione prevede una sola agenzia federale anticrimine e che l'attuale sistema misto non favorisce il coordinamento. Alcuni si spingono fino a dire che le indagini degli Scorpions su personaggi dell'ANC hanno motivazioni politiche. L'opposizione, alcuni istituti indipendenti, e molti rappresentanti della società civile si dichiarano fortemente contrari e prevedono, in caso di approvazione, un messaggio negativo a proposito della serietà con cui in Sudafrica si vuol combattere il crimine e, di conseguenza, un calo di fiducia da parte degli investitori esteri.
Viene anche ricordata una inchiesta giudiziaria indipendente del 2006 che raccomandava di mantenere l'indipendenza degli Scorpions, affermando l'inesistenza di problemi di incostituzionalità. Secondo Peter Gastrow dell'Istituto di Studi per la Sicurezza, un istituto indipendente, non affiliato a partiti, la soppressione del DSO "può solo minare l'immagine positiva del Sudafrica in termini di lotta al crimine e alla corruzione" e "lascia il fortissimo sospetto che nell'ANC vi siano alcuni personaggi chiave, in posizioni di comando, che vogliono far sparire l'unico organismo che prende di mira personaggi politici e uomini d'affari" Hugh Glenister, un uomo d'affari, che ha presentato una specie di ricorso preventivo, e Raenette Taljaard, della Helen Suzman Foundation, sostengono che sono incostituzionali le due leggi anti-Scorpions proposte dall'ANC. Secondo la Taljaard le due leggi avrebbero effetti devastanti sul principio di legalità, e sull'obbligo costituzionale dello stato di proteggere i suoi cittadini.
Oggi il Guardian riferisce che, sebbene nessuno lo ammetta chiaramente, ai piani alti dell'African National Congress pare siano in molti a ritenere che il compito principale del presidente ad interim che sostituirà MbeKi sarà quello di mantenere fuori dalla galera l'uomo che il partito ha deciso debba vincere le elezioni e diventare il prossimo presidente, e cioè Jacob Zuma. Per raggiungere lo scopo la nuova amministrazione dovrà fare proprio quello di cui il partito ha accusato Mbeki per farlo dimettere: esercitare la propria influenza politica sul potere giudiziario. Infatti i procuratori nel procedimento contro Zuma hanno presentato ricorso contro la decisione di proscioglimento del giudice Chris Nicholson del 12 settembre, e Zuma non può ancora considerarsi al riparo.
L'opposizione fa notare che l'Alta Corte ha sì bloccato il procedimento, ma a causa di presunte interferenze da parte di Mbeki, mentre, nel merito delle accuse di tangenti, nulla ha detto che scagioni Zuma. Porre Zuma al di sopra della legge - si fa notare - metterebbe a rischio la Costituzione più di qualsiasi altra decisione. L'opzione che rimane é quella di un'amnistia per tutti i reati associabili all'acquisto di armi. Gli interessati sarebbero molti e Zuma ha detto che, se fosse costretto a presentarsi in tribunale al banco degli imputati, comincerebbe a fare i nomi...
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 22 2008
Dalle autostrade al cielo solo tanti profitti con il Metodo Marcellino
DI ALBERTO STATERA
La vicenda Alitalia, comunque finisca, insegna una «dottrina» che magari finirà nei testi della Bocconi, dove ultimamente si affollano schiere di studenti vogliosi soprattutto di diventare ricchi «hic et nunc». Come si fa a privatizzare un'azienda pubblica, sborsando possibilmente pochi spiccioli, approfittando della generosità dello Stato, sotto tutti i regimi, e della complicità della politica? Il testo base, se mai ci sarà, andrebbe affidato all'inventore del «Metodo Marcellino», che fin qui ha dato splendidi risultati.
Marcellino è al secolo Marcellino Gavio, mitica icona della prima Repubblica, che nella seconda ha trovato le condizioni ambientali per dare il meglio di sé. Tra i diciotto patrioti coraggiosi che si sono iscritti per ora al club dei salvatori della patria, pronti a rilevare quote della «Cai», che non è il normale lamento canino ma l'Alitalia, la «Compagnia di bandierina» che verrà, figura per l'appunto l'imprenditore di Serravalle Scrivia che qualche decennio fa scavava la ghiaia nel torrente di casa e che oggi controlla 1.200 dei 6 mila chilometri di rete autostradale italiana, oltre ad imprese di costruzione e di ogni altra natura, dall'alto dell'ex salotto buono di Mediobanca. La cui bontà sconta oggi, per la verità, l'influenza dei Castelli Romani recata imperiosamente a Piazzetta Cuccia ci perdoni l'antico patron nel suo riposo eterno di Meina da Cesare Geronzi, l'ex cambista della Banca d'Italia, oggi arbitro del capitalismo (?) nostrano.
Ottimo amico di Franco Nicolazzi, il ministro socialdemocratico dei Lavori Pubblici detto «il nonno di Tangentopoli», e poi del successore democristiano Gianni Prandini, detto «Prendini», Marcellino, che si è fatto a suo tempo un po' di latitanza e un assaggio di prigione prima di essere assolto, è riuscito a scoprire la repubblica di «Cuccagna», ottenendo in proprietà un quinto della rete autostradale italiana, pagata con denari pubblici, praticamente gratis.
Lo spiega bene, per chi abbia bisogno di documentarsi per un esame prodromico ad una fulgida carriera di manager in Italia, Giorgio Ragazzi, economista esperto in Regolazione dei trasporti, in un libro in uscita per «Il Mulino» col titolo «I signori delle autostrade». E' il tripudio della privatizzazione dei profitti sembra dire Ragazzi perché di perdite le società autostradali italiane, cedute dall'Iri, non ne hanno mai viste, per la proroga delle concessioni e la regolazione delle tariffe, «senza che gli utenti ne percepiscano i costi addizionali». E' in virtù di questo meccanismo che i Benetton possono ripagarsi in un fulmine l'acquisto dall'Iri di Autostrade, con un legittimo business di sicura redditività per i prossimi decenni. Ma se i Benetton hanno pagato, hanno versato dei quattrini in cambio di Autostrade, il «Metodo Marcellino», che gli studenti Bocconi più rampanti dovranno studiare, ha scoperto la cuccagna: come si fa a costruire un impero con un impegno minimo di capitale, acquistando tutte le possibili partecipazioni, ma facendo leva sui flussi di cassa delle società già acquistate.
Il signore delle Autostrade di Serravalle Scrivia ha approfittato abilmente del banchetto offerto dall'Iri a chi ha saputo approfittarne. La gallina autostradale dalle uova d'oro continua a produrre profitti per la generosità dello Stato, mentre a pagare sono come sempre i consumatori.
Finisca come finisca la vicenda della privatizzazione dell'Alitalia nonostante i pessimi prodromi, preferiremmo che ad approfittarne non sia sempre il solito signore delle Autostrade, inventore del «Metodo Marcellino» e della relativa «dottrina».
Ritrovandecelo, domani o dopodomani, nella sua eterna e incredibile Cuccagna, anche supremo signore dei cieli.
a.statera@repubblica.it
http://www.repubblica.it/supplementi/af/index.htm?ref=hpsbsx
Partiti di Governo
Furio Colombo
l' Unità
Borghezio (Lega Nord) è andato a Colonia per unirsi a una manifestazione contro gli immigrati islamici e i tedeschi lo hanno subito riconosciuto: un nazista. Gli hanno chiuso il microfono dopo 20 secondi e «lo hanno portato via di peso» (dai giornali, ndr).
Borghezio ha protestato e si possono capire le sue ragioni. Quelle manifestazioni lui, e quelli della Lega Nord per l’indipendenza della Padania, in Italia le fanno tutti i giorni, proprio come la manifestazione proibita a Colonia. Ma da noi i giornali ne parlano con rispetto, le televisioni le includono nella regolare rassegna politica, perché in Italia Borghezio, «portato via di peso dalla piazza di Colonia» è partito di governo. Lo stesso partito del ministro delle Riforme, del ministro del federalismo fiscale, del ministro dell’Interno.
NON DISTRURBATE IL MANOVRATORE?
IL SUOCERO
Del primo riporto l'intero testo.
Nando
Parafrasando Woody Allen potremmo dire che "il centrosinistra è morto, e anche il Partito democratico non si sente troppo bene".Provando per una volta a mettere da parte il "di chi è la colpa?" ed il "ma come siamo finiti a questo punto?", vorrei proporti qualche riflessione su una situazione la cui gravità merita, a mio avviso, uno sforzo straordinario di competenza e progettualità, pena l'avvitarsi verso un inevitabile precipizio.Il contesto è fino troppo chiaro (purtroppo):
1- questa volta Berlusconi davvero "non ha fatto prigionieri": nel governo ha inserito nei posti chiave suoi fedelissimi: in pratica, è lui il ministro della giustizia, quello dell'economia e (importante per l'immagine) quello dell'istruzione e quello degli "affari sociali";
2- da vero e indiscutibile professionista dell'acquisizione e del mantenimento scientifico del consenso, ha operato in modo estremamente furbo (e non improvvisato): dall'evoluzione (non casuale) del look (senza cravatta, con camicia nera, sic!), ad una prassi di governo oggettivamente "cattura-consenso": taglio dell'Ici sulla prima casa, riduzione di adempimenti in materia di lavoro (eliminazione di molti libri in favore del "libro unico"), tolleranza zero sulla sicurezza, ritorno dei voti a scuola, elemento determinante del voto in condotta, eliminazione fisica dell'immondizia a Napoli, e potremmo andare avanti a lungo, fino alla "eliminazione fisica" anche delle prostitute da Via Salaria e zone limitrofe;
3- elemento determinante di tale "prassi di governo" è naturalmente l'informazione, come ben sa chi nasce pubblicitario e come già decenni fa teorizzava la P2: non importa che l'immondizia sia effettivamente sparita da Napoli, basta che lo si dica; non importa che al taglio dell'Ici corrispondano inevitabilmente minori servizi comunali, basta che non si sappia; non importa che si sfasci l'unico (?) elemento della nostra scuola che secondo molti esperti funzionava (il maestro plurimo): basta che non si dica;
4- potremmo andare avanti a lungo: Alitalia è salvata, e non fallita; i 18 imprenditori della cordata Cai sono "benefattori" e non animati da interessi spesso in conflitto con quelli della stessa compagnia aerea; gli esuberi saranno migliaia di più rispetto all'ipotesi di accordo con Air France che i sindacati (soprattutto quelli dei piloti, targati An) e soprattutto il fantasma della "cordata italiana" agitato da Berlusconi in campagna elettorale fecero naufragare;
5- aggiungiamo un solo punto: il governo è "amico della famiglia": ma com'è che né nella finanziaria triennale, né nel d.d.l. sul federalismo fiscale c'è alcun riferimento al "quoziente familiare" che pure campeggiava nel programma di governo?O forse il programma di governo è la bibbia per ciò che davvero interessa "qualcuno", mentre su altri aspetti può essere carta straccia?E poi: qual è la risibile spiegazione di tale palese contraddizione fornita ai rappresentanti delle associazioni delle famiglie cattoliche che avevano fortemente sostenuto misure fiscali come quelle inserite nel programma (e che a marzo avevano raccolto un milione di firme)? "non ci sono i soldi"!
6- Già: i soldi ci sono per gli interessi strategici: alcune firme "pesano", altre no; ma questo è un governo "amico" della famiglia (e della Chiesa?): o no?
Si potrebbe andare avanti: certamente il contesto non è facile. In più, e veniamo al punto, la maggioranza "offre il dialogo" all'opposizione, in particolare al PD: e che vuol dire?L'ha chiarito molto bene Alfano: se vi interessa parlare di ciò che abbiamo intenzione di fare (es.: riforma della giustizia), bene; altrimenti, bene lo stesso: la responsabilità che sentiamo, che è quella di governare, farà sì che comunque prenderemo le decisioni necessarie per il bene dei cittadini italiani.In pratica: se voi siete d'accordo ci fa piacere; se non lo siete, a noi non interessa, tanto decideremo secondo le nostre convinzioni.Ma questo è dialogo?Non è forse una trappola?Non solo: si dice dalla maggioranza: "si dialoga solo se vi "smarcate" da Di Pietro. Se lo seguite, niente dialogo.Ecco la tenaglia: se i toni del PD sono blandi, quasi sommessi, gli viene attribuita (ma con che diritto) la patente di "opposizione buona", legittimata a "dialogare" con la maggioranza (ma senza alcuna reale possibilità di incidere sul serio).Se il PD prova ad alzare la voce, è già pronta la dichiarazione di Bonaiuti: "Veltroni segue la strada di Di Pietro".Chiuso.Finito.Non interessa cosa ha detto Veltroni: ha seguito Di Pietro, quindi neanche merita risposta un simile giustizialista; il PD sta seguendo una brutta china, e il dialogo così finisce.E' una tenaglia. Cosa fare?Ribattere colpo su colpo?Chiarire che non è la maggioranza a dover dare patenti su come fare l'opposizione?Tentare comunque di accondiscendere alle richieste di "toni bassi" per ottenere non si sa bene che? Un accrededitamento come "buona opposizione"? educata? Rispettosa? Non sgradevole?Mi sembra che di fronte a tali alternative, il PD sia oggi timido, sommesso, incerto, timoroso.La conseguenza è che l'opposizione sembra farla davvero Di Pietro.E' che sembrano più efficaci molti articoli sul sito "lavoce.info" (addirittura qualche articolo sul Sole-24 ore) di molte dichiarazioni di esponenti di primo piano del PD.E le alleanze? Ricucire con la sinistra estrema? Abboccamenti con Casini? E con Di Pietro? È un pasdaran, dunque niente contatti?Ecco così realizzato quanto scientificamente programmato da Berlusconi: l'assenza di una reale opposizione; essa - in questo momento - non c'è, oggettivamente. I consensi sono alle stelle ("imbarazzanti" egli stesso li ha definiti).Il manovratore non può essere disturbato. E in queste condizioni, uno Stato come sappiamo non può dirsi realmente democratico.Ma ora: cosa fare?Credo che su questo (non su poltrone, correnti, incarichi, e altri ammennicoli) si debba interrogare con chiarezza il PD, se necessario a congresso. Ma presto!Quale linea scegliere? Come tornare a fare opposizione?E (ma solo dopo fatta la scelta): Quale classe dirigente più idonea a realizzare la strategia?Io mi permetto di indicare una pista:
1- martellare Berlusconi sui contenuti: la realtà (sappiamo) è completamente diversa da come la propaganda governativa la dipinge: occorre spiegarlo:
a- con competenza: è necessario che attorno al PD si riuniscano capacità di analisi profonde e professionalmente ineccepibili: spesso le dichiarazioni dei dirigenti oggi sono generiche, banali, prive di qualunque spessore: non "arrivano" ai cittadini, e sono concettualmente generiche, imprecise, spesso facilmente confutabili con risposte altrettanto generiche;
b- con efficacia: è necessario che la stessa scientificità con cui Berlusconi costruisce il consenso sia adottata da chi intende smascherarne il gioco, nella comunicazione.
2- è necessario dunque sulla base di elementi tecnicamente ineccepibili di analisi costruire sistematicamente risposte estremamente efficaci sul piano della comunicazione: quotidiane, semplici, dirette, colpo su colpo, finalizzate ad instillare (ogni giorno, su qualunque tema) il dubbio negli italiani che le cose non stiano come vengono raccontate: siamo davvero convinti che gli imprenditori italiani siano così contenti del fatto che non ci sarà nessuna concorrenza nei voli in Italia, e che i prezzi saranno inevitabilmente più alti?;
3- questo non può essere fatto in maniera estemporanea, dilettantesca, "volontaristica": ogni volta che i pochi secondi disponibili nei tg sono "sprecati" con frasi di routine, banali, si regala a Berlusconi l'informazione;
4- ribattere su tutto: con toni equilibrati, ma fermi. E sempre, su ogni provvedimento;
5- capire dalle rispeste che arrivano se il nervo è scoperto (lui sa bene ciò che può dargli fastidio) e martellare sul punto, chiedere risposte, dire forte e chiaro ai cittadini che su tale o tal'altro punto la maggioranza non vuole rispondere.
Capisco che non sia semplice: sono però altrettanto convinto che esistono risorse professionali e di elaborazione pienamente in grado di supportare con il necessario grado di scientificità un tale progetto.La costruzione di un vero "think tank" è assolutamente fondamentale, anche per elaborare prospettive di volta in volta alternative; sulle quale costruire eventuali successive alleanze.Ma cominciando, così, a fare davvero opposizione: con orgoglio, senza paura.L'Italia ne ha bisogno.
Paolo Forti
http://romanordxilpd.blogspot.com/
Ieri la manifestazione antirazzista a Milano, c'era anche Moni Ovadia e un'altra manciata di professionisti dell'indignazione. Non era razzismo, quante volte bisognerà ripeterlo? Certo, che abbiano gridato "negri di merda" poteva indurre in errore, ma gli inquirenti sono gente di mondo e hanno pensato bene di derubricare quella nuance di razzismo a futile motivo, ad accidente (Aristotele docet). Piuttosto, e a quel chioschetto abbandonato e sotto sequestro non ci pensa nessuno? Tutta quella merce lasciata lì a deperire, e quei biscotti a scadere... che sia vero che in Italia non c'è rispetto per la proprietà privata? Facile stare dalla parte dei neri, ma mai nessuno che stia dalla parte dei biscotti. (niente, non è bastato Antonio Ricci a renderci tutti più liberali e a-ideologici, ci vogliono più veline).
Il gioco dei Casalesi: stasera tiro al negro. Poi si scopre che è un'intercettazione di 12 anni fa e che anche qui non si trattava di razzismo perché avrebbero potuto dire "stasera tiro allo juventino" e nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Ma quelli sono più furbi, vanno a casa e si cambiano la maglietta, mica ce li hanno tatuati addosso i colori sociali (mentre al nero quelli hanno dato, e quelli si deve tenere, anche in trasferta).
«Siamo i loro giocattoli, ma fanno così perché sanno che agli altri italiani in fondo non dispiace».
* a meno che non soffri di vitiligine.http://formamentis.splinder.com/
In merito al post intitolato “Camorra e Pdl: opposizione se ci sei batti un colpo“, è intervenuto Marco Laudonio, della segreteria di Walter Veltroni:
«Caro Alessandro,
mi è dispiaciuto aver letto sul tuo blog che la nostra opposizione in merito alla denunce su Cosentino fatte da L’espresso sarebbe inesistente. Ti chiedi se ciò sia possibile. No, non è possibile.
Infatti a poche ore dalla pubblicazione diversi esponenti del Pd hanno chiesto le dimissioni del sottosegretario, tra cui Marco Minniti, ministro degli interni del governo ombra del Pd e Pina Picierno, giovane deputata eletta a Caserta e minsitro ombra delle Politiche Giovanili.
Mentre martedì 14 il segretario regionale del Pd Campania, Tino iannuzzi, non solo ha chiesto le dimissioni di Cosentino ma ha annunciato che il 29 settembre il PD farà una manifestazione a Caserta con Marco Minniti,sui temi della legalità, della sicurezza e della lotta ai poteri criminali.
La manifestazione è organizzata dalla segreteria regionale e da quella provinciale del Partito Democratico.
All’iniziativa parteciperanno: Enzo Iodice, segretario PD di Caserta; il sindaco Nicodemo Petteruti; il presidente della Provincia Sandro De Franciscis; Pina Picierno, ministro per le Politiche giovanili nel Governo ombra; l’on Stefano Graziano, altri parlamentari ed amministratori regionali e locali
Marco Laudonio».
Alla cortese lettera di Laudonio, risponde il collega Gianluca Di Feo, coautore delle inchieste sui rapporti tra poltica e Camorra:
«Gentile Laudonio
Non si preoccupi: abbiamo visto la dichiarazione di Minniti e quella della Pacierno. E saremo felici di riportare notizia della manifestazione di Caserta, perché sappiamo quanto sia importante e pericoloso manifestare in quella provincia.
Mi permetta però di manifestare un po’ di delusione. Di fronte ad accuse così forti contro un sottosegretario di governo, con la successiva notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati per reati molto gravi, mi aspettavo qualcosa di più dall’opposizione. Perché l’onorevole Cosentino ha tutt’ora la delega a gestire fondi enormi. E nel massimo rispetto per la presunzione d’innocenza nei confronti dell’onorevole Cosentino, non è possibile che la questione non venga sottoposta al dibattito del Parlamento.
Spero che adesso le ulteriori notizie da noi pubblicate sulle accuse all’onorevole Cesaro, leader campano pdl, spingano il Pd a un’iniziativa parlamentare più decisa. Il tema dei casalesi, come dimostra il terribile massacro di ieri, non può essere considerato una questione locale, da limitare a Caserta. È un problema nazionale.
Milioni di italiani grazie al libro di Roberto Saviano e al film di Matteo Garrone (e se mi permette anche grazie alle inchieste de L’espresso) se ne sono resi conto. Non è il caso che il Pd ne faccia una battaglia d’opposizione?
Stia tranquillo che quando Walter Veltroni parlerà alla Camera in un dibattito parlamentare sulla vicenda di Cosentino, noi saremo ben contenti di riportare l’intervento e di pubblicarlo integralmente sul sito de L’espresso. E avremo qualche speranza in più sul futuro di questo paese.
Cordialmente
Gianluca Di Feo
Ps una curiosità personale: perché l’Unità ha ignorato completamente la vicenda Cosentino? Forse nemmeno loro si sono accorti delle parole di Minniti? O forse lo reputano un fatto da cronaca locale? Perchè prima di criticare blog o articoli de L’espresso, forse dovreste dare un’occhiata in casa vostra».http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/19/camorra-e-pdl-botta-e-risposta-col-pd/#more-1745
Capitani Coraggiosi
Dove si illustrano le letture di D'Alema e Berlusconi.
Nel linguaggio corrente con la locuzione “Capitani Coraggiosi” si designano gli imprenditori che si offrono di rilevare, rectius di salvare, imprese. Il primo ad usarla con il significato oggi in voga fu D'Alema, nell'oramai lontano 1999, quando era capo del governo. Con questa felice espressione intendeva esprimere il proprio benestare a Colaninno e i suoi associati che si proponevano di acquisire il controllo di Telecom, il monopolista italiano delle telecomunicazioni. All'epoca, e la cosa in effetti può apparire sorprendente considerando la paternità, l'espressione non aveva ancora quella connotazione sarcastica che oggi tende a prevalere. La fortunata denominazione di “Capitani Coraggiosi” trae origine dal titolo di un libro di Kipling. Libro per i giovani secondo alcuni, libro di formazione secondo altri; in ogni caso libro cult dell'allora primo ministro.
Per comodità dei lettori di nFA si riproduce la trama che Wikipedia dà del romanzo.
Harvey Cheyne è un arrogante ragazzino di quindici anni, figlio di un ricco magnate delle ferrovie americane. Già dalla sua età ha tutto quanto si possa desiderare (barche, carrozze private...), però non conosce il valore della fatica e del denaro guadagnato col sudore. Durante una traversata che lo dovrebbe portare in Europa, il ragazzo cade dalla nave. Viene salvato da una barca di pescatori che stava lavorando nelle vicinanze, la We're Here, sotto la guida di Disko Troop, burbero capitano. Li impara a conoscere e apprezzare la lealtà e la solidarietà degli uomini di mare, uomini di poche parole ma di grande coraggio e abilità. A poco a poco diventa parte attiva di essa, tant'è che i marinai della goletta iniziano ad apprezzarlo e stimarlo e nasce così uno stretto legame tra l'equipaggio...e il giovane Harvey; così il ragazzo si ritrova ad essere felice di ricevere 10 dollari e mezzo al mese per il faticoso lavoro di pesca svolto durante la navigazione e a gioire di ogni piccolo successo e ogni nuova lezione. È aiutato anche da Dan, mozzo di bordo e figlio di Disko Troop, dal quale riesce, quasi subito, ad ottenere la stima. Il ragazzino viziato diventa così un giovane consapevole ed un perfetto marinaio e tornato a riva sbalordirà i genitori per la maturità acquisita in mare.
Di seguito si procede ad aggiornare la trama. Per rendere più immediato il collegamento del romanzo con le recenti vicende, si apportano minimi cambiamenti di contesto e personaggi. L'ambientazione tipicamente marinara diviene sobriamente aeronautica. Per quel che riguarda i personaggi Alitalia prende il posto di Harvey, Colaninno quello di Disko Troop e Matteo quello di Dan, figlio di Disko. Infine ci si è presi la libertà di tradurre il nome della barca di Disko.
Alitalia è un'arrogante impresa, controllata dallo stato. Da sempre ha avuto tutto quanto si possa desiderare (salari elevati, ripianamento di perdite...), però non conosce il valore della fatica e del denaro guadagnato col sudore. Durante una traversata che la dovrebbe portare in Europa, l'impresa cade in brutte acque e sta per fallire. Viene salvata da una barca di imprenditori che stava lavorando nelle vicinanze, la Eccoci, sotto la guida di Colaninno, burbero capitano. Lì impara a conoscere e apprezzare la lealtà e la solidarietà degli imprenditori patriottici, uomini di poche parole ma di grande coraggio e abilità. A poco a poco diventa parte attiva di essa, tant'è che gli imprenditori patriottici iniziano ad apprezzarla e stimarla e nasce così uno stretto legame tra gli imprenditori ...e Alitalia; così l'impresa ritrova ad essere felice di ricevere 10 dollari e mezzo al mese per il faticoso lavoro durante la navigazione aerea e a gioire di ogni piccolo successo e ogni nuova lezione. È aiutata anche da Matteo, mozzo di bordo e figlio di Colaninno, dal quale riesce, quasi subito, ad ottenere la stima. L'impresa viziata diventa così un'impresa consapevole e tornata a terra sbalordirà i suoi controllanti per la maturità acquisita nei cieli.
Non è dato sapere se Berlusconi ha letto il libro di Kipling. Sicuramente ha letto lo stesso riassunto e lo ha letto nello stesso modo di D'Alema. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Capitani_Coraggiosi#body
Mt 7, 1
Torni a casa e trovi tua moglie a letto con un prete. Ammazzare il prete? Ammazzare tua moglie? Entrambi? Chiedere il permesso per poterti unire a loro? Sei un buon cristiano e pensi che la cosa migliore sia andare dal vescovo a lamentare la cosa. Sua Eccellenza ti fa presente che non sei un cristiano poi così buono, perché nella tua lamentela è implicito un giudizio – e ingiusto – nei confronti del prete: hai sottovalutato le colpe di tua moglie. Sicché lo costringi a rammentarti che non devi giudicare se non vuoi essere giudicato. Non puoi che seguire il consiglio, che ha il pregio di offrirsi come esempio: Sua Eccellenza poteva darti del cornuto, ma si è astenuto dall’emettere il giudizio. Ne ha emesso uno implicito su tua moglie, ma in fondo gliel’hai chiesto tu. Vergognati di avere emesso il tuo sul prete, non richiesto. E, se vuoi esser davvero un buon cristiano, comincia col chiederti come ti possa essere saltata in testa l’idea di andare a lamentare la cosa al vescovo. Torna a casa e chiedi scusa al prete.
http://malvino.ilcannocchiale.it/
Alessandro Portelli: Negro di merda? «Generica antipatia»
Alessandro Portelli
Fonte: Il Manifesto
Hanno proprio ragione i magistrati e i politici milanesi secondo cui massacrare una persona chiamandolo «negro di merda» non è un atto di razzismo. Infatti hanno dalla loro la più autorevole giurisprudenza del nostro paese: un paio di anni or sono, la Corte di Cassazione sentenziò, infatti, che «l’espressione ’sporco negro’» - pronunciata da un italiano mentre aggredisce persone di colore alle quali provoca serie lesioni - non denota, di per sé, l’intento discriminatorio e razzista di chi la pronuncia perché potrebbe anche essere una manifestazione di ‘generica antipatia, insofferenza o rifiuto’ per chi appartiene a una razza diversa».
Immagino che la suddetta preclara giurisprudenza possa applicarsi anche a espressioni affini come «negro di merda». Quindi, «nessuna aggravante». In effetti, i due assassini di Milano hanno fatto sapere che avrebbero fatto lo stesso anche se il loro bersaglio fosse stato bianco e questo, secondo loro, dovrebbe rassicurarci (mi viene in mente la signora con bambina che allo stadio faceva «buuu» ai giocatori di colore e, alle mie rimostranze, rispose che lo faceva pure ai bianchi. Come se una schifezza ne scusasse un’altra). Ma loro almeno lo fanno per proteggersi - e comunque, per fortuna, manca la conferma empirica. Quelli che davvero non hanno vergogna sono quelli che nelle istituzioni e nei media gli tengono bordone. Io infatti ero convinto che «generica antipatia, insofferenza o rifiuto per chi appartiene a una razza diversa» fosse appunto una perfetta definizione del razzismo: un atteggiamento mentale e culturale, che può o meno produrre altri effetti criminosi ma è già un orrore in sé. Per aver definito «negro di merda» un giocatore avversario, il commissario tecnico della nazionale spagnola si beccò una meritata bufera di accuse di razzismo. Si vede che certe espressioni smettono di essere razziste quando alle parole si accompagnano le mazzate. La strategia discorsiva è la stessa seguita dal tribunale californiano nel caso Rodney King (quello che scatenò la rivolta di Los Angeles): suddividere un evento unitario in frammenti distinti in modo da separarne causa ed effetto e renderlo incomprensibile. In questo caso, le botte e le parole non fanno più parte di un medesimo processo, ma sono due cose separate e senza relazione fra loro: non danno le botte perché la vittima è comunque ai loro occhi uno «sporco negro», ma da una parte hanno verso di lui una «generica antipatia» e dall’altra lo ammazzano, però l’una cosa con l’altra non c’entra. Se vogliamo, su tragica piccola scala, questa è la logica che presiede la separazione fra le leggi razziali e il fascismo rivendicata dal sindaco di Roma e dai suoi seguaci: il regime cacciava i bambini dalle scuole e aiutava i nazisti a sterminarli, ma non perché era fascista e quindi razzista, ma per una mera aberrazione. Staccato dalle sue conseguenze materiali, insomma, il razzismo diventa una cosa nebulosa e astratta, che uno può negare e persino condannare, continuando a praticarlo. Questa mi pare anche la debolezza dell’« antifascismo» dichiarato da Fini: se davvero ci riconosciamo nei valori della Resistenza e della Costituzione, allora sarà il caso di metterli in pratica, e di smettere di discriminare e schedare i rom, cacciare gli immigrati, considerare aggravante la clandestinità, praticare politiche che colpiscono sistematicamente i più deboli e più marginali. Cioè: ricomponiamo parole e fatti, ricomponiamo i proclami di antirazzismo con pratiche antirazziste, egualitarie, civili - il contrario di quelle per le quali la commissione europea ha appena ribadito la condanna al nostro governo (contro quello che avevano proclamato Maroni e i tg). Invece facciamo esattamente il contrario: separiamo le parole dai fatti che ne conseguono, e ci serviamo di questa scissione per attenuare la gravità di un assassinio, o per prendersi patenti di democraticità senza bisogno di fare una politica democratica. La parola chiave del razzismo nostrano è «ma»: «io non sono razzista ma…». Io non sono razzista, ma quelli i biscotti li avevano presi. Io non sono razzista, ma i rom rubano. Il documento degli «scienziati» fascisti sulla razza, almeno, proclamava che era l’ora che gli italiani si proclamassero «francamente» razzisti. Adesso, noi italiani brava gente ci vergogniamo del nostro razzismo al punto da negarlo in faccia all’evidenza - e proprio questa negazione ci permette di continuare a praticarlo in forme sempre più violente.
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6 Commenti
Rudi Menin | 20 Settembre 2008 11:01 | Rispondi
L’ articolo è la fotografia psicologica del momento. I media sono in buona parte responsabili del razzismo in salsa moderna: basta guardare certi tg per rendersene conto. Ma non solo. L’ altro giorno, dopo aver sentito l’ ennesimo commento di un famoso conduttore radiofonico della radio proprietaria dei titolari della nostra democrazia (radio24) che negava decisamente la presenza di razzismo nell’ episodio di Milano, gli ho scritto una lettera (senza risposta naturalmente).
Di seguito, la lettera.
Rudi Menin | 20 Settembre 2008 11:22 | Rispondi
Egregio dott.,
le scrivo perchè nella sua trasmissione “la zanzara”, oggi, sono rimasto un po’ sorpreso da una risposta data ad un radioascoltatore che poneva seriamente la questione razzismo nell’ episodio dell’ omicidio di un italiano di famiglia burkinabea. Con toni perentori lei escludeva questa ipotesi, appoggiandosi alle tesirispettabili, ma pur sempre confutabili, del pubblico ministero mentre, altre volte, quando era il suo politico di riferimento, il
presidente del consiglio attuale, a mettere in dubbio le tesi dei pm, non ho sentito in lei usare la stessa coerenza di “giudizio”, anzi. Diciamo che dipende da chi dice le cose.
Quello che però più mi ha meravigliato è il suo atteggiamento “negazionista” quando l’
ascoltatore denunciava il clima di odio razziale che in questi ultimi mesi, stranamente, ha caratterizzato il verificarsi di molti episodi di cronaca. Inutile citarli, lei legge i giornali molto più di me,
quindi mi sarei aspettato un po’ di onestà intellettuale in più da parte sua che dal pulpito del suo studio radiofonico distribuisce spesso giudizi “tranchant”. Ben più appassionato mi sembrava nei suoi commenti quando, in altri momenti, altri tempi così vicini così lontani, si affrontava, spesso in maniera isterica e propagandistica, il tema della sicurezza. Adesso, invece, che stiamo vivendo una sorta di “sicurezza al contrario” lei mi sembra meno, come dire, coinvolto;
Rudi Menin | 20 Settembre 2008 11:24 | Rispondi
(parte 2)
allora, sempre questa sera, invece di parlare di quellestupide parole da bar dell’ amministratore del Catania (che, anche
qui, sempre in barba alla coerenza, quando vengono dette da certi esponenti leghisti vengono liquidate come goliardate) sarebbe stato molto più interessante, vista l’ attualità, commentare quell’ episodio di RAZZISMO (in attesa che qualche pm mi chiarisca) raccontato su la Repubblica, che lei sicuramente ha letto, in cui si
narra che una grande azienda come la Vismara si è resa protagonista nei confronti di un lavoratore africano, da anni, secondo quanto si
evince leggendo la denuncia giornalistica, vessato dall’ ignoranza padrona delle (de)menti di alcuni suoi colleghi. Purtroppo questi
episodi non sono “mediatici”. Non “pagano”.
Mettono in discussione la nostra “italianità”, la nostra civiltà superiore. Allora meglio classificarli solo come episodi isolati anche se, pecepisco , quando i comportamenti criminosi vengono commessi da (certi) italiani le colpe sono individuali mentre se
coinvolgono “altri”, “loro”, (magari un
extracomunitario ??) le responsabilità diventano collettive. Sempre per la serie: la coerenza sì, ma dipende. A questo punto è meglio, come quando si butta la polvere sotto il tappeto, non parlarne, fino al prossimo grave episodio di razzismo. In fondo si tratta solo di liquidarlo come un “normale” evento di criminalità.
Cordiali saluti
Menin Rudi
subcomandante | 20 Settembre 2008 13:19 | Rispondi
Grazie prof poertelli, semre chiaro e sempre intelligente e acuto. Ci vediamo in facoltà
Gennaro Carotenuto | 20 Settembre 2008 18:22 | Rispondi
Su OkNotizie un anonimo ha inserito questo commento:
“io infatti ero convinto che «generica antipatia, insofferenza o rifiuto per chi appartiene a una razza diversa» fosse appunto una perfetta definizione del razzismo”
Secondo la tesi di chi ha scritto quest’articolo non si può provare antipatia verso un popolo diverso senza essere razzisti, come accidenti si fa a sostenere una cosa del genere? il razzismo secondo me è ritenere degna di meno diritti una razza diversa non provare antipatia, insofferenza o diffidenza. Al massimo queste cose possono finire sotto la definizione di pregiudizio, ma sotto quella di razzismo ci finiscono solo per alcuni buonisti benpensanti.
L’ho trovato illuminante sulla maniera di pensare di moltissimi italiani. Siccome non teorizzo superiorità/inferiorità sono libero di pensare che tutti i romeni o tutti i negri mi facciano schifo e che devono tornare a casa loro. E chi mi dà del razzista è un buonista benpensante.
Rudi Menin | 21 Settembre 2008 12:32 | Rispondi
“Al massimo queste cose possono finire sotto la definizione di pregiudizio….” dice costui, e che cos’è il razzismo se non l’applicazione pratica del pregiudizio ?? Il ragazzo di Milano è morto per pregiudizio e non per razzismo ?? Per favore non giochiamo con i termini, il pericolo a volte si annida nella superficialità con cui vengono usate le parole. Dire che si può provare antipatia verso un intero popolo, a prescindere, è sintomo di mentalità xenofobe. Roba da naziskin. Io devo sentirmi libero di pensare che qualcuno mi è antipatico INDIPENDENTEMENTE dal popolo a cui appartiene. Sia italiano, romeno o senegalese che sia. Ma prima è necessaria la conoscenza. Se la conoscenza, come diceva qualcuno, è il miglior antidoto contro i pregiudizi, allora consiglio vivamente al nostro “amico” di provare a seguire questo consiglio. Diversamente, come dice il buon Vasco “basta poco per essere intolleranti, basta solo essere un pò ignoranti..”
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Per due volte in pochi giorni, a Castelvolturno e a Milano, degli afroitaliani sono stati ammazzati da italiani. Non è la prima volta e a due passi da Castelvolturno, a Villa Literno, fu assassinato nel 1989 Jerry Esslan Masslo, il primo omicidio razzista in Italia. Ma la novità è che per due volte in poche ore i negri* d’Italia sono scesi in piazza, hanno protestato e hanno causato incidenti.
Poca roba in realtà, qualche cassonetto bruciato e qualche auto sfasciata nel casertano, ancora meno a Milano. Ma per due volte in poche ore hanno gridato che in questa Italia oppressiva prima ancora di essere repressiva, che pretende di farli sentire diversi, inferiori, ospiti indesiderati in ogni secondo della loro vita, che pretende di sfruttarli sul lavoro e quando pagano l’affitto, ma poi li pretende invisibili, e che non smette di discriminarli e criminalizzarli neanche quando vengono ammazzati dagli italiani, loro vogliono solo essere cittadini e non vogliono più abbassare la testa.
A Castelvolturno la rabbia dei negri era dovuta ad un massacro di camorra, il più grave causato dalla criminalità organizzata italiana da anni, con quello di Duisburg nel 2007. Dopo la strage, oltre a dover piangere i loro morti, avevano dovuto prendere atto che tutti erano stati già condannati per direttissima dai media italiani: tutti delinquenti, tutti spacciatori. I negri, anche quel 99% che si spezza la schiena da sole a sole nei campi di pomodori per pochi spiccioli, sono tutti delinquenti.
Per i media (ma quando li processeremo davvero?) non c’è stato mai dubbio: è stato un regolamento di conti. Come se la camorra fosse un giudice infallibile, come se essere ammazzati dalla camorra equivalesse ad una sentenza definitiva di condanna, come se le raffiche di AK dei casalesi confermassero quello che gli italiani pensano da sempre: che tutti i negri sono delinquenti e che se ne devono andare.
Tutto indica invece che i casalesi hanno sparato nel mucchio, un negro vale l’altro per gli italiani e quindi un negro vale l’altro anche per i casalesi. Ci stupiamo? Ma se il clan camorristico dei casalesi ha davvero sparato nel mucchio, per dare una lezione ai negri, uccidendo il giusto per il peccatore, allora quella di Castelvorturno non è (solo) una strage di camorra: è la prima strage di razzismo in Italia. Sei negri ammazzati in quanto tali perché se ne vadano tutti, come quando i neonazisti tedeschi danno fuoco agli ostelli.
E il paradosso è che quei ragazzi neri di Castelvolturno che bruciano cassonetti per chiedere giustizia, per gridare l’innocenza dei loro amici, lo fanno anche per sostituirsi agli italiani che hanno rinunciato ad esigere rispetto e giustizia. Non vogliono i negri i cittadini di Castelvolturno ma abbassano la testa di fronte al camorrista. Come successe con gli ebrei, se la prendono con il negro, il male che ritengono esogeno, perché non hanno la forza di prendersela con quello endogeno, la camorra. E allora sono i negri, i delinquenti, i clandestini, a chiedere più Stato. Si fanno domande semplici, ma sono quelle che gli italiani non sanno più farsi: dov’è lo Stato a Castelvolturno? Perché lo Stato lascia il territorio nelle mani della camorra? Perchè non abbiamo diritti? Quale percorso di integrazione ci offre l’Italia? A chi conviene farci rimanere clandestini? Perché dobbiamo lavorare, vivere e morire così?
A Milano, per uno dei più efferati omicidi da decenni, un ragazzino afroitaliano con la pelle nera massacrato a sprangate da due commercianti, il processo è simile. Era un ladruncolo Abba, aveva rubato dei biscotti dicono gli assassini, come se fosse un’attenuante. Era un ladruncolo, aveva rubato dei biscotti, ripetono come pappagalli i giornali e i tigì senza professionalità, né etica, né decoro, né vergogna.
E devi perdere tempo a spiegare che quella è solo la versione degli assassini e devi perdere tempo a spiegare che i giornali sono falsi, tendenziosi, infamanti e pericolosi a dare la versione degli assassini come oro colato. E devi perdere tempo a spiegare che mentre dei biscotti rubati non vi è conferma ed è sempre più solo la versione degli assassini, le telecamere confermano la metodicità della barbarie: decine di metodiche sprangate fino a lasciare esanime quel ragazzino dalla pelle nera. Altro che rissa, altro che biscotti, altro che un solo colpo partito alla cieca, come hanno cercato di farci credere: quello di Abba è stato un metodico omicidio di bianchi accecati dall’odio razziale.
E deve proprio ribollirti il sangue a 18 anni se ti ammazzano un amico a sprangate e poi cercano pure di farlo passare per un delinquente. Delinquente come tutti i negri. Tornino a casa loro. E allora eccoli quei negri milanesi, italiani di seconda generazione, afroitaliani ovvero cittadini ma di serie B, come quelli della banlieu francese. “Bianchi bastardi” gridano per la prima volta, ma soprattutto gridano “italiani ignoranti” ed è un flash in faccia che ci fotografa come paese. E quel flash ci fotografa con gli occhi rossi; di odio. Italiani ignoranti, sempre più instupiditi dalla propaganda della paura e dell’odio, obbligati a cercarsi un nemico al quale dare la colpa di una vita e di un paese grigio e arretrato. “Italiani ignoranti”, lo gridano con l’accento milanese. Gridano che sono italiani come noi ma che sono esasperati di essere guardati male ogni volta che scendono in strada, ogni volta che vanno a fare la spesa e si vedono sospettati come ladri, ogni volta che vogliono andare a divertirsi e vengono trattati come abusivi.
Anche gli afroitaliani milanesi vogliono solo che vengano rispettati i loro diritti. Come gli immigrati di Castelvolturno vogliono solo essere trattati come cittadini. In quei cassonetti bruciati e in quel “italiani ignoranti”, in questo scendere in piazza che per la prima volta si fa aggressivo, c’è anche una presa di coscienza classica. Hanno capito che nulla gli sarà concesso, che tutto dovrà essere conquistato con la lotta, come nulla è stato concesso e tutto conquistato in 180 anni di storia del movimento operaio. Gli afroitaliani hanno capito che devono conquistarsi il loro posto di cittadini e sono disposti a lottare. Hanno capito che è la battaglia di civiltà più importante, e hanno capito quello che gli italiani hanno dimenticato: che solo in un paese che progredisce e che si apre e non in uno che regredisce e si chiude, c’è futuro.
Sono gli afroitaliani, e se fossero anche la parte sana di questo paese?
* Chi scrive usa il termine negro per scelta, proprio perché discriminatorio, proprio perché strida anche a quelli che si sentono la coscienza a posto solo per elidere una “g”.http://www.gennarocarotenuto.it/3565-afroitaliani-squilli-di-rivolta-per-la-dignit/#more-3565
Oggi il menù prevede la crisi finanziaria spiegata da Umberto Bossi al popolo di Oleggio (Va):
- «E' finita la globalizzazione basata sui trucchi finanziari piuttosto che sul lavoro reale».
- «Il vero valore è il lavoro della gente che produce. La crisi della finanza americana ha avuto poco impatto sul sistema delle banche italiane perché non parlano l’inglese e quindi non hanno potuto fare grossi pasticci. D’altronde negli Stati Uniti le banche hanno finanziato fino ad oggi le famiglie per acquistare case, auto, vacanze, beni voluttuari. E quando questa gente diventava insolvente le banche cosa potevano fare per recuperare il denaro prestato? Vendere una moto, una tv al plasma, una pelliccia? Questo era per forza un sistema creditizio fallimentare, un sistema che si era sviluppato nell’era Clinton». (ANSA)
Peccato che l'unico grande scandalo bancario della storia americana recente - quello delle Savings and Loans - si sia sviluppato (uso le parole dell'Umberto) nell'era di Ronald Reagan. Ma si vede che Tremonti non ha ancora spiegato questo capitolo.
Ansa, Wikipedia
http://giornalismoparma.typepad.com/
| Colonia, Nazi Raus |
| Vietata la manifestazione anti-Islam. L'unico a 'parlare' è Borghezio |
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Dal nostro inviato
Alla fine è rimasto solo Borghezio, in piazza, ad arringare la folla. La piazza: Heumarkt Platz, cuore di Colonia. La folla: cinque politici locali, una cinquantina di simpatizzanti e qualche decina di giornalisti. E' finita in modo fallimentare quella che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto essere la più grande manifestazione anti-islamica mai organizzata nel Nord Reno-Westfalia, se non addirittura in tutto il Paese.
Convitati di pietra. Dei cinque ospiti 'internazionali' invitati a parlare, solo Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord, ha potuto prestare la sua voce alle ragioni della protesta, ovvero la difesa dei valori cristiani, eretti a barriera contro la pericolosa islamizzazione dell'Europa. Gli altri, parlamentari di estrema destra (Le Pen del Front National, Heinz-Christian Strache dell'Fpo austriaco e Filip Dewinter del belga Flaams Belang) sono rimasti chi a casa, chi bloccato all'aeroporto di Bonn assieme a qualche centinaio di militanti. La polizia di Colonia ha - tutt'altro che tempestivamente - deciso di impedire loro l'ingresso in città in seguito alle veementi proteste dei 50 mila antifascisti che hanno manifestato al grido di ‘Nazi Raus’ (via i fascisti) sin dal venerdì sera, invadendo le strade del centro e bloccando gli ingressi alla Heumarkt Platz per tutta la giornata di sabato.
Atto primo. La grande adunata fascista prende spunto da un’iniziativa della lista civica Pro-Koeln (per Colonia), in origine formatasi come risposta di un gruppo di cittadini conservatori alla costruzione di una moschea nel quartiere di Ehrenfeld. I minareti di quella che sarà la più grande moschea tedesca avrebbero, a loro detta, ‘oscurato le guglie della cattedrale gotica, simbolo della città e della cristianità’. Pro-Koeln (che vanta due rappresenanti nel consiglio municipale) è succesivamente diventata veicolo del populismo di nuova matrice nel Land del Nord Reno-Westfalia, specie in seguito alle catastrofiche – per la sinistra – elezioni regionali del 2005, che hanno consegnato la regione alla Cdu (cristiano-democratici) dopo trentanove anni di governo socialista (Spd). Da Pro-Koeln, da sempre guardata con sospetto dai servizi segreti tedeschi per le sue tendenze xenofobe e neo-naziste, è germinato dal nulla un nuovo partito, ProNRW (Per il Nord Reno-Westfalia), i cui leader, Markus Beisicht e Manfred Rouhs, ambiscono alle elezioni del Bundestag nel 2010.
Atto secondo. Il prologo degli eventi di sabato, quando avrebbero dovuto tenersi in contemporanea sia la manifestazione delle destre a Heumarkt Platz, sia quella delle sinistre e dei sindacati nell’attigua Roncalli Platz, si verifica venerdì mattina. L’attesa conferenza stampa di presentazione del raduno, inizialmente prevista nella circoscrizione di Nippes, viene spostata in extremis dagli organizzatori, costretti, dopo le contestazioni di un bellicoso gruppo di antifascisti, a tenerla su un battello in mezzo al Reno di fronte ai microfoni di due o tre giornalisti. Gli unici che, scampati alla sassaiola dei manifestanti, erano riusciti a imbarcarsi in fretta e furia sulla ‘Moby Dick’ (questo il nome del battello) insieme ai rappresentanti di Pro-Koeln.
Atto terzo. Ma il reale sentore di ciò che avrebbe potuto verificarsi l’indomani è stato il raduno degli antifascisti di venerdì 19. Una enorme macchia nera composta da migliaia di individui incappucciati, con occhiali da sole e bavaglio per rendersi irriconoscibili, è partita dalla cattedrale alle nove di sera, sfilando compatta e minacciosa per le strade cittadine. E’ in questa occasione che si sono verificati i primi incidenti. Alcune camionette della polizia hanno subìto il tiro di bombe di vernice, fumogeni rossi sono stati lanciati contro le vetrine dei negozi e alcuni militanti hanno subito il fermo degli agenti. E’ stata probabilmente questa l’avvisaglia che ha indotto il commissariato centrale di Colonia a riconsiderare il via libera concesso, in ossequio alla piena libertà di manifestazione, a Pro-Koeln e ai suoi simpatizzanti. Ne erano attesi circa un migliaio. Ne sono arrivati in Germania la metà, senza però poter raggiungere la città di Colonia, che nel frattempo si era popolata di decine di migliaia di manifestanti di sinistra, determinati, in forma più o meno pacifica, a non consentire lo svolgersi dell’adunata degli anti-islamici.
Atto quarto. Pro-Koeln ha dovuto spostare di un’ora, alle 12 di sabato 20, il proprio comizio a Heumarkt Platz, nell’attesa degli attivisti e degli europarlamentari di destra. Che non sarebbero mai arrivati. Alle 11 si è tenuta invece una imponente manifestazione, pacifica, colorata e rumorosa, organizzata dai sindacati e dalle sinistre. In decine di migliaia hanno detto no al razzismo, no all’intolleranza religiosa. Intanto, alla Heumarkt Platz, circondata da centinaia di poliziotti e da uno sbarramento esterno di manifestanti, che hanno impedito anche con la forza di recarsi ‘ad ascoltare i fascisti’, quelli di Pro-Koeln si preparavano all’intervento dell’unica star europea intervenuta a suffragio delle loro argomentazioni: Mario Borghezio.
Il soldato cristiano. Lo abbiamo contattato prima del suo – parziale – intervento sul palco. Onorevole, gli abbiamo provocatoriamente chiesto, simpatizza con i naziskin? “Non simpatizzo con nessuno – ha risposto a PeaceReporter –, il soldato Borghezio ha sempre detto che chiunque si schieri contro l’islamizzazione e la minaccia delle nostre radici cristiane è benvenuto. Ovviamente i naziskin vanno messi da parte, ma le teste matte esistono ovunque. In questo momento, come ci ha insegnato Oriana Fallaci, dobbiamo allargare il fronte di pochi coraggiosi che si sottraggono al tabù della critica dura e chiara all’islamismo radicale. E’ un totalitarismo pericoloso per il nostro futuro e per la nostra libertà che bisogna combattere subito. Io ritengo di essere un soldato politico anche al servizio di questa causa. Ho giurato a me stesso di continuare a mantere l’impegno a cui ci ha chiamato la Fallaci. Su questa strada, ogni compagno è una benedizione di Dio. Ma non c’è nessuna convergenza con forme di neonazismo”. Eppure, onorevole, nel movimento Pro-Koeln non si fa mistero della contiguità con quelle forme di estremismo di destra nostalgiche di un totalitarismo vero, non di quello che lei chiama totalitarismo islamico. “Anche in Italia c’è un partito di governo che ha avuto radici totalitarie, ma oggi è su posizioni democratiche. Penso che la maggioranza del Pro-Koeln sia su posizioni assolutamente democratiche. Non a caso vi ha aderito il gruppo di italiani che sta a Colonia e che sostiene al Partito delle Libertà. Sono loro che mi hanno incoraggiato a venire. Ho avuto da loro ottime informazioni su Pro-Koeln”.
Finale a sorpresa. L'onorevole Borghezio non avrà tempo di esporre il suo intervento, preparato a penna su alcuni fogli, da cui fa capolino, in stampatello, l’espressione ‘reductio ad Hitlerum’, che si usa per dequalificare un personaggio politico paragonandolo a un personaggio deprecabile. Una risposta a chi lo accusa di razzismo? Forse, ma non è dato saperlo. La polizia blocca l’intervento di Borghezio poco dopo l’inizio. La manifestazione viene annullata per ‘problemi di sicurezza’. La folla preme dalle vie di accesso alla piazza. Sdegnato, il parlamentare della Lega si allontana urlando: ‘Europa cristiana, mai musulmana’. Ma le sue invettive si perdono tra le voci di migliaia di persone che, fuori dalla piazza, rumoreggiano, intonando all’unisono il motto: ‘Na-zi Raus, Na-zi Raus’.
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Arrivano i dibattiti
Il 26 e’ il giorno del primo dei tre dibattiti presidenziali che possono cambiare l’intera corsa alla Casa Bianca (e la Storia degli Stati Uniti). Il 2 ottobre tocca all’attesissimo dibattito dei candidati vice, con la Palin contro Biden. Il New York Times svela i preparativi degli ultimi giorni e le trattative tra i candidati.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/09/21/arrivano-i-dibattiti/
La via svedese al calcio
Foto: steffe / Flickr
Il campionato di calcio in Svezia arranca rispetto ai suoi vicini europei a causa di un’organizzazione poco competitiva. Fino agli anni Novanta giocavano quasi solo non-professionisti.
Nonostante sia un piccolo Paese, la Svezia ha ottenuto ottimi risultati in ambito calcistico. La nazionale svedese si è classificata seconda ai mondiali del 1958 battuta solo dal Brasile di Pelé, e ha stupito il mondo classificandosi sorprendentemente terza ai mondiali di Usa del 1994. Inoltre, molto spesso, squadre svedesi hanno ottenuto importanti vittorie nelle competizioni Europee.
L’Ifk Goteborg vinse la coppa Uefa due volte negli anni Ottanta, mentre il Malmo FF raggiunse la finale di Champions League nel 1979. Cosa ancora più straordinaria, fino alla metà degli anni Novanta, i giocatori dei club svedesi erano tutti non professionisti.
Fare il lavoro per cui si è tagliati
Quando l’Ifk Goteborg batté il Barcellona 3-0 nella semifinale di Champions League, la stampa catalana si infuriò. Com’era possibile che calciatori professionisti potessero essere sconfitti da non professionisti? Nei loro articoli i giornalisti facevano riferimento ai calciatori del Goteborg in base al lavoro che svolgevano nella vita privata; «il pompiere passa la palla all’impiegato di banca». Malgrado al sconfitta nella partita di ritorno ai calci di rigore, il Goteborg aveva dimostrato che il gioco ben organizzato di una squadra di non professionisti era sufficiente per competere a livelli internazionali. Oggi, la maggior parte dei giocatori del campionato svedese sono professionisti. Ma benché la nazionale svedese continui a qualificarsi per le competizioni di maggior rilievo, i successi sono rari, come dimostra la sconfitta per 2-0 ad opera della Russia nelle eliminatorie degli Europei 2008. La Svezia è un esempio di come il calcio europeo negli ultimi quindici abbia subito cambiamenti profondi legati a nuove condizioni economiche e a stanziamenti dei diritti televisivi. Nei cosiddetti ”big five” dell’Europa occidentale – la Bundesliga Tedesca, la Liga spagnola, la Serie A italiana, La Premier Ligue inglese e la Liga 1 francese – le trattative riguardanti i ricavi sui diritti televisivi sono portate avanti direttamente dai club. In Svezia, i fondi vengono distribuiti uniformemente ai club dalla Federazione calcistica svedese. Ciò impedisce ai migliori club di raggiungere la stabilità necessaria per permettere al calcio svedese di fare un salto di qualità.
Prima squadra svedese (1908) | Foto: wikipedia
Soldi soldi soldi
Dicono che qualsiasi squadra svedese può battere qualsiasi altra dello stesso campionato in una giornata positiva, e negli ultimi dieci anni, otto diversi club sono stati incoronati campioni di Svezia. La realtà? Si tratta di una competizione abbastanza volubile, dove spesso le squadre favorite non possono tenere i loro giocatori migliori. Nel 2007, a metà stagione, il Goteborg primo in classifica, rischiò di perdere il primato vendendo il suo miglior cannoniere, Marcus Berg, al Groningen. Gli allenatori sono obbligati a sperimentare nuove strategie e tecniche nel bel mezzo della stagione. La mancanza di continuità dovuta a perdite improvvise di giocatori importanti e cessioni di talenti causa il collasso dei club svedesi più titolati. Allo stesso modo, i guadagni legati alle cessioni sono minori nel campionato svedese se paragonati ai campionati maggiori (l’Allsvenskan, nome svedese del campionato, occupa la 28° posizione nel ranking Uefa), con una media di circa 73 milioni di euro. Le città di Goteborg e Porto sono all’incirca delle stesse dimensioni, e nonostante Goteborg sia molto più ricca, i ricavi del Porto Fc superano il totale dei ricavi di tutti i club svedesi del 10%. Inoltre il sistema di tassazione svedese mette i club in una condizione di svantaggio quando si tratta di attirare talenti. In Danimarca vi sono incentivi fiscali per calciatori stranieri per la durata di tre anni. In Svezia questo sistema si applica solo per tre mesi. Ciò significa, ad esempio, in una squadra svedese, un giocatore con uno stipendio lordo di 13,500 euro guadagnerà ne 5,200, mentre in Danimarca, a parità di salario, ne avrà 9, 350. In passato i giocatori svedesi si trasferivano nei migliori club delle ”big five” per migliorarsi come calciatori. Adesso approfittano dell’opportunità di giocare in Danimarca e Norvegia, dove il livello calcistico è più o meno lo stesso di quello svedese, ma le tasse sono più basse. L'ampio numero di calciatori latino-americani e africani che militano nell’Allsvenskan stanno solamente aspettando di dimostrare abbastanza talento per potersi trasferire in club di campionati maggiori. Nel 2008 è stata abolita la regola nel campionato svedese che prevedeva la presenza in campo di un numero massimo di tre calciatori non facenti parte dell’Unione europea.
Il successo del calcio amatoriale svedese è dovuto, in gran parte, dal lavoro volontario dei membri dei club. Individualmente, la qualità di gioco dei non professionisti non era abbastanza per competere a livello europeo, ma continuità e buone tattiche di gioco furono in grado di colmare le lacune. Sponsor più attivi, diritti televisivi, eventi e servizi per i tifosi hanno aumentato il distacco, e le squadre svedesi non sono state in grado di ottenere vantaggi dalle nuove tendenze.
Un circolo vizioso di organizzazioni instabili porta ad un calcio meno attraente, che di conseguenza perde interesse da parte di audience e sponsor se paragonato ai migliori club Europei. Gli ultimi giocatori non professionisti del calcio svedese stanno appendendo le scarpe al chiodo. La richiesta di migliorare le condizioni dei calciatori e ottenere maggiori successi a livello di audience non è legata a nostalgia ma alla voglia di aumentare il professionismo nelle gestioni dei club.http://www.cafebabel.com/ita/article/26282/la-via-svedese-al-calcio.html
IL PICCO DEL PETROLIO E' UN "CONCETTO FUORVIANTE"?
DI RICHARD HEINBERG
Post Carbon Institute
George Soros ha pubblicato da poco un articolo interessante nel New York Review of Books per il 25 settembre, intitolato The Perilous Price of Oil [Il Prezzo Pericoloso del Petrolio]. Spiegando il recente apice del prezzo del petrolio al barile, scrive che "il costo della scoperta e dello sviluppo di nuove riserve sta aumentando, e il tasso di deplezione dei vecchi giacimenti petroliferi sta accelerando". Il dibattito su questi fatti preoccupanti, nota l'autore, "si svolge in riferimento al termine piuttosto fuorviante di 'picco del petrolio'", un'espressione che implica che "ci siamo avvicinati o abbiamo raggiunto la massima produttività mondiale di petrolio".
Soros continua segnalando che "alcune delle più accessibili e più prolifiche fonti di petrolio in luoghi come Arabia Saudita e Messico vennero scoperti quaranta o più anni fa e la loro produzione sta ora calando rapidamente". Ma rassicura efficacemente i suoi lettori dicendo che "[Il Picco del Petrolio] è un concetto fuorviante, perché un aumento dei prezzi rende economicamente attuabile lo sviluppo di risorse più costose di energia".
Soros è lontano dall'essere solo con questa opinione. C'è una vera e propria industria a domicilio di economisti ed esperti di statistica (che include Daniel Yergin, Bjorn Lomborg, Peter Huber e Michael Lynch) che implorano instancabilmente i loro lettori a non farsi prendere dal panico riguardo ai prezzi del petrolio perché Il Mercato verrà sempre in soccorso. Mentre il petrolio convenzionale facile si esaurisce, la produzione di sabbie bituminose, argillite petrolifera e combustibile biologico diventa più economica. Perfino la liquefazione del carbone [coal-to-liquids] diventa possibile su larga scala. E, come tutti sanno, esiste una quantità infinita di carbone.
Un'altra industria a domicilio (questa molto meno prominente nei media mainstream) composta per lo più da fisici e geologi respinge questo argomento. Questi scrittori fanno notare che quello che può sembrare "economicamente fattibile" sulla base di pochi calcoli potrebbe non esserlo di fatto: barriere fisiche potrebbero prevenire gli idrocarburi di qualità inferiore quali sabbie bituminose dal fruttare le stesse portate del petrolio tradizionale, indipendentemente dal prezzo del petrolio al barile; e comunque, visto che la produzione di questi combustibili alternativi comporta alti costi di energia, il loro punto di pareggio dei costi è un traguardo mobile: quando il prezzo del petrolio sale, il prezzo di produzione di un barile di petrolio da sabbie bituminose sale ugualmente.
Inoltre, il guadagno in energia da queste alternative è molto più basso di quello dal petrolio convenzionale dei vecchi campi giganteschi, e l'energia al netto è quello che importa realmente. Ci vuole energia per ottenere energia, e quello di cui la società ha veramente bisogno non è l'energia in sé, ma l'energia usufruibile che rimane dopo la sottrazione dell'energia spesa negli sforzi di assembrare energia. Se l'energia netta rappresenta un segmento proporzionalmente grande dell'energia totale prodotta da una risorsa data, questo significa che solo una parte relativamente piccola di sforzo deve essere dedicata alla produzione di energia, e così la maggior parte dell'energia lorda prodotta è disponibile per altri scopi.

["Tar sands", sabbie bituminose da cui si estrae petrolio]
Nei primi decenni dell'era petrolifera, la quantità di energia sia totale che netta liberata dagli sforzi per trivellare in cerca di petrolio era senza precedenti, ed era questa abbondanza di energia a poco prezzo che permise la crescita dell'industrializzazione, urbanizzazione e globalizzazione durante il secolo passato. Bastava una quantità insignificante di sforzo esplorando e trivellando per ottenere un ritorno enorme di energia sull'energia investita. Ma l'industria tendeva prima a trovare ed estrarre il petrolio di qualità più alta e di facile accesso; così, con ogni decennio che passava l'energia netta (in percentuale sull'energia totale) derivata dall'estrazione del petrolio è diminuita.
Mentre l'energia netta disponibile per la società diminuisce, la crescita economica subirà dei freni crescenti, e così anche le strategie adattative (che richiedono nuovi investimenti – un esempio: la costruzione di maggiori infrastrutture di trasporto pubblico) che la società spiegherebbe altrimenti per gestire i periodi di scarsità di carburante. Crescerà il numero delle risorse della società che dovranno essere consacrate direttamente per l'ottenimento di energia, e ne saranno disponibili meno per tutte le attività che l'energia rende possibile.
Queste sono questioni di fisica e non di economia. Buttare altri dollari nella produzione di energia non risolve nulla, se la risorsa energetica ha un saldo netto basso – e quelle che Soros e il club Yergin-Lomborg-Huber sottolineano sono abissali a questo proposito.
Questi ultimi commentatori credono sinceramente che la teoria economica tradizionale definisca la realtà. Dove c'è un dollaro da guadagnare facendo quello che deve essere fatto, qualcuno lo farà, e l'esaurimento delle risorse non sarà mai un problema a causa del principio della sostituibilità infinita.
Ma realtà fisica e teoria economica in tanti casi non vanno d'accordo, e il Picco del Petrolio definisce uno dei più importanti di questi. Allontanarsi dalla realtà a volte ha serie conseguenze.
Devo ritornare alla parola "fuorviante". Gli economisti ci stanno dicendo che non dobbiamo preoccuparci di nulla. Il petrolio potrà diventare un poco più caro, ma ci sarà sempre carburante liquido in abbondanza per farci andare avanti – perché gli aeroplani continuino a volare, i trattori ad arare e i SUV a traghettare i ragazzi all'allenamento di calcio. Se queste persone si sbagliano (e io credo fortemente che sia così), non ci stanno solamente "fuorviando" concettualmente; ci stanno conducendo dritto oltre l'orlo di un precipizio.
Titolo originale: "Is Peak Oil 'A Misleading Concept?'"
Fonte:http://postcarbon.org/
Link
08.09.2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di KARIN LEITER
OBAMA, RAZZISMO POTREBBE COSTARGLI ELEZIONE
Barack Obama a un comizio a Dover, nel New Hampshire
di Emanuele Riccardi
NEW YORK - E' una considerazione agghiacciante, anche se in realtà non stupisce più di tanto gli addetti ai lavori: Barack Obama, il senatore nero dell' Illinois, rischia di perdere le elezioni presidenziali del 4 novembre a causa del razzismo, soprattutto nel Sud ex schiavista degli Stati Uniti, ma non solo.
E' vero che le cose vanno molto meglio rispetto ai tempi della segregazione razziale, una cinquantina di anni or sono. Ma é anche vero che una fetta significativa dei democratici bianchi, anche in seno a quella classe operaia che appoggiava Hillary Clinton, sconfitta da Obama alle primarie, non ama i neri, e rischia o di preferirgli il repubblicano John McCain o di non andare a votare.
Quindi, molto semplicemente e se non cambieranno le cose nelle prossime settimane, il razzismo anti neri di una parte significativa dell'elettorato bianco del Partito Democratico americano potrebbe davvero costare la Casa Bianca a Barack Obama.
Secondo un sondaggio Ap-Yahoo! condotto in collaborazione con la Stanford University, circa un terzo dei democratici bianchi giudica negativamente i neri, definendoli tra l'altro pigri, violenti e soprattutto responsabili della loro condizione negativa. La percentuale sale al 40% se si prendono in considerazione tutti i bianchi degli Stati Uniti.
Per conquistare la Casa Bianca, Obama ha assolutamente bisogno dell' appoggio dei democratici bianchi e degli indipendenti. Oltre un terzo di loro si è detto d'accordo con almeno un aggettivo negativo nei confronti dei neri, il che lascia supporre che molto difficilmente voteranno per il senatore nero.
Secondo Paul Sniderman della Stanford University, "ci sono molto meno razzisti rispetto a 50 anni fa, ma ciò non significa che i razzisti siano pochi". Secondo diversi osservatori politici americani, il fattore razza, oltre alla questione dell'aborto, potrebbero essere le cartine di tornasole dello scrutinio del 4 novembre.
Ne sono consapevoli i sondaggisti, che già raccomandano una grande prudenza sugli exit poll, dato che saranno in molti gli elettori bianchi che uscendo dal seggio dichiareranno di avere votato per Obama mentre in realtà avranno appoggiato il suo avversario.
Capire quale sarà l'impatto dell'aborto è difficile: la questione porterà indubbiamente elettori cattolici e democratici a votare per il candidato repubblicano John McCain visto che la sua vice Sarah Palin, il governatore dell'Alaska, é decisamente contraria all'interruzione volontaria di gravidanza. E' ovviamente impossibile capire quanti saranno, come non è possibile anticipare quante sostenitrici di Hillary, deluse dalla sua sconfitta, saranno disposte ad appoggiare l'anti abortista Sarah.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_764188283.html
L'alter ego di Basheskia
Ossessionato dai suoni, "una delle cose più importanti nella vita umana", rifugge la gabbia dei generi per creare una musica che fonde acustica ed elettronica. Nedim Zlatar, "in duo" con il suo alter-ego Edo K., è il protagonista del progetto Basheskia
Di Francesca Rolandi, Monika Piekarz e Andrea (Paco) Mariani
Qual è la storia di Basheskia?
Basheskia è un progetto musicale personale, iniziato nel 2000. Dopo la guerra non sono riuscito a trovare una band con cui suonare, cosi ho deciso di fare la mia musica, così come la immaginavo. Ho composto le mie prime canzoni, e nel 2004 ho fatto la prima registrazione, “Postcard from Sunny Neighbourhood”. Poi ho cominciato a lavorare al primo album, “23/23”, a cui hanno collaborato molti amici musicisti. Abbiamo cominciato a suonare dal vivo e ci siamo messi a lavorare ad un nuovo album, che non porterà solo il nome Basheskia ma Basheskia e Edward EQ, come un duo. “Basheskia” è un’antica parola per indicare un veterano di guerra e io l’ho usata perché è il mio soprannome da quando ero ragazzo; inoltre mi piace il suo significato, perché lo collego alla mia vita nel periodo post-bellico.
Come descriveresti la tua musica?
La descriverei come un non genere, come libertà per me stesso. Sono ossessionato dai suoni, credo che il suono sia una delle cose più importanti nella vita umana, per me è più forte di qualsiasi altra cosa. A causa di questa ossessione per i suoni, amo crearli. Spesso le persone mi chiedono perché scrivo in inglese i miei testi, ma nel nuovo album ci sono anche dei testi in tedesco e italiano. Semplicemente cerco un suono che si accordi alla musica, il significato e le parole sono secondarie. Cerco di essere anche il più universale possibile, perché credo che non solo la musica, ma l’arte in generale, siano migliori quanto più sono senza tempo e senza spazio. I miei testi sono astratti e non sono collegati ad una specifica situazione politica o sociale; cerco di essere atemporale.
Quali influenze ti hanno ispirato?
Tutte. Non rifuggo dalle influenze, amo tutta la buona musica. Non mi piace parlare di generi, per me c’è buona e cattiva musica, e la buona musica è quella che mi influenza.
Cosa pensi del concetto di cultura urbana?
Non mi piacciono queste definizioni. C’è qualcosa che stiamo combattendo tutti quanti ed è la non-cultura, pulp, e la cattiva musica, chiamala turbofolk o come vuoi. In ogni caso io non credo che l’“urbana kultura” esista come concetto, semmai esiste come idea.
Come vedi la scena musicale di oggi a Sarajevo?
Secondo me è molto povera. Sarajevo è una città che non dà alcun supporto per la scena musicale. Suono da 16 anni e non ho mai avuto uno spazio per provare per più di un mese. Non abbiamo un centro culturale in cui i musicisti possano suonare, non abbiamo club, non abbiamo spazi per concerti e nemmeno persone che sappiano promuoverli. Non ci sono tanti buoni musicisti perché gli adolescenti non hanno esperienze musicali, non vedono buoni concerti e non hanno possibilità di conoscere musica diversa, cosi i gruppi continuano a suonare punk rock o pop rock degli anni ‘ 80, della ex- Jugoslavia.
In che relazione sei con la tua città, Sarajevo?
Sono nato qui e non ho mai lasciato questa città per più di un mese. La connessione più forte è la guerra: sono rimasto qui durante tutti gli anni di assedio e avevo 15 anni quando è cominciata. Dopo la guerra sono caduto in depressione, volevo suonare ma non c’erano gli spazi, volevo viaggiare ma bisognava avere il visto, nulla era possibile. Ero molto frustrato, ma anche questa frustrazione fa parte della mia relazione con questa città, fatta di odio e amore insieme. Da un lato odio tutte queste cose brutte che mi sono successe e le relative conseguenze, ma dall’altro lato le amo, perché fanno di me ciò che sono, più umano e capace di apprezzare le cose positive. Posso vivere senza soldi, ma non posso vivere senza la musica e le persone di valore. Sarajevo sta diventando una città stressante, tutto soldi e business, ma resta la mia città e l’amo.
Spesso le persone si riferiscono agli anni ’80 come all’”età dell’oro” per la scena musicale jugoslava. Secondo te qual è oggi la relazione tra le ex repubbliche jugoslave dal punto di vista musicale?
Il problema è proprio quello a cui accennavo prima, la nostalgia della Jugoslavia in cui tutto era meraviglioso. Ma non sarà mai più così. Mi sembra stupido pensarla così, è controproducente, perchè guardare solo al passato blocca la scoperta delle novità; è come un pregiudizio per cui i fenomeni nuovi non saranno mai all’altezza di quelli vecchi.
Hai mai trasmesso un messaggio politico?
Le mie canzoni sono molto politiche, ma non si riferiscono ad una classe o generazione specifica. Quando parlo di bugie, mi riferisco ai politici. L’album nuovo è forse ancora più politico, ho perso il senso dell’umorismo e sono diventato serio.
Hai possibilità di suonare all’estero?
Si, gran parte dei concerti li abbiamo fatti fuori dalla Bosnia. Non siamo mai stati molto contenti delle nostre performance dal vivo, ora cerchiamo di lavorarci e migliorare. Finora abbiamo tenuto circa 20-30 concerti.
Nei tuoi album scopriamo una figura chiamata Edo K., chi è?
Edo K. è un personaggio mistico, il mio alter ego. È nato quando ho scritto la storia di un personaggio che confonde le realtà con il mondo dei sogni, che rifiuta il mondo reale, vive solo nel suo mondo immaginario. A volte anch’io ho questo rapporto con la mia musica, perchè mi connette con un altro mondo, che è migliore rispetto a questa realtà, perchè mi posso sentire libero. Uso questo personaggio perché credo che la musica da sola non mi basti per esprimere ciò che voglio. Ho realizzato anche dei video: i miei primi cinque video clip sono in realtà dei corti composti da 25 video. Credo che la musica non sia l’unico modo per dire qualcosa, mi piace anche scrivere e, in generale, creare.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10162/1/51/
La conferenza del dialogo nazionale libanese: un “passatempo” o un’uscita dalla crisi?
di Fady Noun
Come già nell’incontro promosso due anni fa da Berry, il nodo della questione è quello della “sicurezza”, il che concretamente vuol dire le armi di Hezbollah. Ma c’è chi vede tutto quanto accade come un far passare il tempo in attesa delle decisive elezioni della primavera prossima.
Beirut (AsiaNews) – E’ una conferenza di dialogo ben incerta quella che s’è aperta il 16 settembre al palazzo presidenziale, molto più di quella che si è volta tra l’8 marzo ed il 29 giugno 2006, sotto la supervisione del presidente della Camera, Nabih Berry. Quest’ultima si era fermata sulla cosiddetta alla famosa “strategia di difesa” del Libano, parola pudica dietro alla quale si nasconde il contenzioso sulle armi di Hezbollah. Dopo due anni, una devastante guerra israeliana (luglio 2006) ed una interminabile crisi politica che ci ha portato sul filo della guerra civile, niente è cambiato. Le posizioni sono sempre ugualmente in contrasto a proposito di ciò che dovrebbe essere questa “strategia”.
E’ questo, forse, che ha spinto il capo dello Stato, il presidente Michel Suleiman, un pragmatico, a fissare la seconda riunione del dialogo al… 5 novembre. Questa larghissima pausa di 50 giorni dovrebbe permettere ad eventuali contatti bilaterali di produrre i loro frutti. A novembre, inoltre, si ù saranno disegnati più nettamente i contorni della battaglia presidenziale americana ed i capo dello Stato avrà anche avuto l’occasione di incontrare il presidente George Bush (25 settembre), a margine della sessione ordinaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Molti osservatori pensano che la conferenza di dialogo è un semplice “passatempo” in attesa delle elezioni politiche del 2009 che permetteranno ad una nuova maggioranza, incontestabile stavolta, di emergere dalle urne. A loro avviso, tutto ciò che accade ora dovrebbe essere visto come parte della campagna elettorale degli uni e degli altri, compresa quella del capo dello Stato. E’ l’opinione di uno dei ministri del governo Siniora, Ibrahim Chamseddine, che ha abbandonato la riunione del governo, giovedì scorso, per protestare conto il modo nel quale si sono prese le decisioni nel campo della sicurezza.
Si sa effettivamente che, dopo il colpo di forza di Hezbollah del 7 maggio, si è risveglia la divisione religiosa e politica tra sunniti e sciiti, tirandosi dietro tutte le altre rivalità politiche. Le armi leggere nelle mani della popolazione, provocano quotidiani scambi di fucilate, che fanno morti e feriti, o lanci di granate da automobili in corsa, in varie parti del Paese. In molti casi, l’esercito di contenta di osservare, di separare i protagonisti degli scontri, senza intervenire, senza recuperare le armi. E’ il caso, in particolare di Tripoli e della Bekaa, ove i sunniti di Saad Hariri, superati a destra da elementi salatiti, fanno faccia, qui, agli Alauiti pro-siriani, là agli sciiti pro-iraniani.
Chamseddine rimprovera al governo di trasformarsi, un po’ alla volta, di essersi rassegnato a “gestire la crisi” invece che a guidarla, di scivolare progressivamente verso la sicurezza “amichevole”, che i libanesi conoscono fin troppo e della quale hanno pagato molto caro il prezzo durante la guerra civile. Chamseddine teme anche che la conferenza del dialogo si sostituisca al governo ed al parlamento, che sarebbero ridotti a divenirne degli strumenti esecutivi. Si potrebbe speculare un po’ di più e chiedersi se, di fronte all’opposizione le cui opzioni sono perfettamente identificabili, il campo del 14 marzo ha i mezzi della sua politica. Certo, la maggioranza che contesta la strategia di Hezbollah sottolinea che cercare di fare del Libano un Paese “di confronto” è remare controcorrente nel momento in cui fanno progressi le trattative indirette tra Siria e Israele. Ed anche nel momento in cui il presidente palestinese Mahmoud Abbas fa l’impossibile per giungere ad un accordo con Israele prima che Bush lasci la Casa Bianca, Ma a cosa pesano questi ragionamenti di fronte alla realtà? Chi crede veramente che è attraverso il dialogo che Hezbollah rinuncerà a vantaggio delo Stato alle sue capa |