ulivo velletri


ottobre 31 2008

"Tra Berlusconi e il paese idillio finito, nel Pd si deve aprire una nuova fase"
di Massimo Giannini, Repubblica -
ROMA - "La protesta di massa sulla scuola, la drammatica crisi economica che attanaglia famiglie e imprese. Ormai è evidente: l'idillio tra Berlusconi e l'Italia si sta incrinando e la vicenda della legge elettorale europea, di cui apprezziamo il ritiro, non è solo il risultato della fermezza dell'opposizione ma anche di difficoltà interne alla maggiranza. Di qui dobbiamo partire per rifondare un nuovo centrosinistra, che rappresenti agli occhi dei cittadini un'alternativa vera e credibile per il futuro governo del Paese". Ammainate le bandiere della grande manifestazione del 25 ottobre, Massimo D'Alema scende in campo e suona la carica al Partito democratico e a Veltroni. "Adesso - dice l'ex premier ed ex ministro degli Esteri - bisogna lavorare per costruire intorno al Pd una vasta coalizione democratica, e che ci permetta di alzare il nostro profilo riformista, di dialogare con tutte le opposizioni, di parlare ai ceti moderati che hanno votato Berlusconi, e che ora capiscono la sua palese inadeguatezza".

Onorevole D'Alema, non è che state scommettendo un po' troppo su questa "fine della luna di miele" tra il Cavaliere e gli italiani?
"Nessuna illusione. Ma non possiamo non vedere quello che sta succedendo. L'Italia attraversa una crisi senza precedenti, che sarà di lungo periodo. Si è ormai dissolta l'idea che Berlusconi vivesse una sorta di 'luna di miele permanentè con il Paese. Stanno esplodendo i primi, seri problemi nel rapporto tra il governo e i cittadini. Sta crollando come un castello di carta la straordinaria 'fiction'costruita dal governo in questi mesi. Ci sono problemi enormi, il governo li ha gravemente sottovalutati e oggi dimostra di non avere la forza per affrontarli con la necessaria radicalità".
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In realtà, l'unico serio "problema nel rapporto tra il governo e i cittadini", come lo chiama lei, riguarda la scuola.
"E le pare una cosa da poco? Quello che sta accadendo sulla scuola merita una grandissima attenzione. Un insegnate mi faceva notare una cosa molto giusta: mentre nel �77 in prima fila c'era la parte meno qualificata del corpo studentesco, oggi in testa ai cortei ci sono i primi della classe, che non vedono più una prospettiva per il futuro. Perché questo succede: se tagli gli investimenti nelle università, blocchi il turn over e cacci i ricercatori, rubi il futuro agli studenti più bravi e più capaci. Ora, io penso che l'opposizione debba rispettare e non strumentalizzare i fatti. Ma gli scontri dell'altro ieri a Roma mi hanno enormemente allarmato. Ci sono aspetti che devono essere chiariti e che riguardano anche la condotta della polizia: il centro era tutto bloccato alla circolazione, per chiunque, eppure un furgoncino carico di mazze è potuto arrivare fino a Piazza Navona, dove ha scaricato la sua 'merce', e dove un gruppo di squadristi ha atteso il corteo degli studenti. Com'è possibile?".

Comunque sulla scuola chi è senza peccato scagli la prima pietra.
"E' evidente, ma da questa crisi non si esce con le scelte primitive della destra. Giusto colpire gli sprechi e i privilegi, ma per farlo non si possono prosciugare le risorse di tutta la scuola. Giusto colpire gli abusi al diritto di assistenza dei disabili, ma per farlo non si può eliminare il diritto. Giusto colpire i casi di 'baronatò e i corsi universitari con un solo studente, ma per farlo non si può tagliare 1 miliardo di euro a tutta l'università. L'autonomia non è arbitrio. E il fatto che non ci siano i soldi è una scusa. Le scelte compiute dal governo su Alitalia alla fine costeranno 2 miliardi ai contribuenti. La soppressione dell'Ici per i più abbienti è costata 3,5 miliardi. Quei soldi c'erano. Il problema è che sono stati usati per effettuare una politica redistributiva a favore della parte più ricca del Paese. Quindi il governo non è stato costretto a tagliare: ha fatto una scelta, ben precisa. Ed è una scelta di destra che il Paese mostra di non gradire".

Lei ha qualche dubbio sul referendum contro la legge Gelmini. Perché?
"Non è questione di dubbi. Penso che il referendum è uno strumento monco e improprio, perché i tagli alla scuola approvati in Finanziaria non sono materia da referendum, e le norme della Gelmini, se e quando il referendum si facesse, cioè all'incirca nel 2010, avranno già prodotto i loro effetti. Quindi io dico: raccogliamo pure le firme, ma impegniamoci davvero, qui ed ora, per costringere il governo a un cambiamento di rotta".

Quali altri segnali vede, di questa incrinatura tra il governo e il Paese?
"C'è il profondo malessere che sta crescendo dentro la stessa maggioranza sulla riforma delle legge elettorale per le europee. Su questo abbiamo fatto una riunione con tutti i gruppi parlamentari. Ebbene, oltre a una convergenza sul tema specifico, è emersa la preoccupazione condivisa sulla visione della democrazia di questa maggioranza: questa idea oligarchica, presidenzialista e plebiscitaria del potere, indebolisce la democrazia e produce solo una parvenza di decisionismo".

Ma la denuncia di questa situazione, e tutti i no che ne derivano, basta a voi dell'opposizione per mettervi l'anima in pace?
"No, non basta. E qui veniamo al cuore del problema. Questa crisi, drammatica, non è solo della maggioranza, è del Paese. E questo da un lato getta le basi per una prospettiva politica nuova, dall'altro lato carica l'opposizione di una grande responsabilità. Dobbiamo alzare nettamente il nostro profilo riformista. Dobbiamo ridefinire il progetto politico dell'opposizione, e aprire una fase nuova che ci consenta di creare un campo di forze per l'alternativa. E non sto parlando di nomenklatura, ma di pezzi della società italiana, di ceti moderati, di classi dirigenti, che devono tornare a guardare a noi come a un nuovo centrosinistra di progetto e di governo, che non riproduca i limiti e gli errori del passato. La costruzione di questa coalizione va di pari passo con la nostra capacità di parlare al Paese, che non è solo quello che scende in piazza".

La vostra piazza del 25 ottobre non doveva servire proprio a questo?
"E' stata una piazza molto bella, soprattutto perché è stata festosa. Tuttavia, dopo il grande sforzo comune di quella manifestazione, mi piacerebbe adesso che l'insieme del gruppo dirigente fosse coinvolto in una riflessione per il rilancio della nostra prospettiva. Capisco l'appello di Veltroni all'unità, ma è innanzitutto da lui che deve venire l'iniziativa per favorirla e renderla efficace. Siamo in uno scenario che sta cambiando profondamente. Siamo passati dall'illusione di una partnership con Berlusconi per fare le riforme (quello che Ferrara sul Foglio sintetizzava con l'espressione 'Caw'), ad una aspra conflittualità, di cui innanzitutto il premier porta la responsabilità. Ora, però, è molto importante dare anche forza propositiva alla nostra iniziativa e rilanciare la capacità di dialogare con l'intera società italiana".

Partiamo dall'opposizione. Il suo ragionamento implica che, a partire da Di Pietro, vadano ridiscusse le alleanze. E' così?
" Prima ancora di questo occorre mettere a fuoco un nuovo progetto riformista e riformatore per l'Italia, sul quale cercare il massimo dei consensi possibili, e non solo nell'opposizione. I temi non mancano: dai meccanismi per il voto europeo al federalismo, dal referendum sulla legge elettorale al Mezzogiorno. Insomma, anziché una inutile discussione tra di noi se si debba guardare a destra o a sinistra, ciò che dobbiamo fare è accrescere la nostra capacità di attrazione, a partire dal nostro progetto riformista e dall'iniziativa politica che mettiamo in campo. L'obiettivo, certamente, è quello di allargare il campo delle alleanze".

E cosa intende quando parla di riflessione sul Pd e sulla sua organizzazione interna? Siamo di nuovo alla diarchia conflittuale D'Alema-Veltroni?
"No, nessuna diarchia e nessun conflitto. Ma per il Pd il problema non pienamente risolto continua ad essere quello della piena valorizzazione delle sue risorse. Andiamo verso la conferenza programmatica, e quello sarà un momento di verifica importante proprio per marcare il nostro profilo riformista. Questo richiederebbe il contributo di tutti, perché in caso contrario è inevitabile che le forze si disperdano. Se non è il partito a chiamare ed impegnare tutti, non ci si può lamentare se nascono fondazioni, associazioni, e iniziative di vario segno"..

La sua Red come la vogliamo giudicare?
"Io mi occupo della Fondazione Italianieuropei. Red è un'associazione che ci aiuta a sviluppare i nostri progetti, e sta coinvolgendo molte persone anche fuori dal Pd. Non c'è nulla di anormale in questo. E' sbagliata l'immagine di un partito che si identifica in un principe buono, minacciato da un gruppo di pericolosi oligarchi cattivi".

E questa idea chi la mette in giro, se non tutti voi messi insieme?
"Io non mi riconosco tra i diffusori di questa immagine. Veltroni è il leader del Pd. Come sa io non ho incarichi e non ne cerco. Sono uno dei pochi che ha lasciato incarichi per favorire il rinnovamento. Ma in questo partito c'è un gruppo dirigente formato da molte personalità, e non da oligarchi cattivi. Questo gruppo dirigente è anche una garanzia del rapporto tra il Pd e il Paese. Mettere al lavoro queste persone, vecchie e giovani, non indebolisce Veltroni, ma al contrario lo rafforza".

E il congresso straordinario che fine ha fatto? Ormai si farà dopo le europee.
"Non ho mai chiesto che si tenesse un congresso straordinario. Il congresso com'è previsto dallo statuto, si terrà dopo le europee".

Comunque di tempo ne avete. Il Cavaliere vi consiglia un riposo di 5 anni.
"Berlusconi non ha molto da ironizzare. I sondaggi dicono che le difficoltà della maggioranza sono serie, il governo ha perso 18 punti. Ma la fine dell'idillio non si traduce in un travaso di consensi dalla maggioranza all'opposizione. Quando un Paese non ha fiducia né nel governo, né nell'opposizione significa che c'è il rischio di una democrazia più debole. Anche per questo è urgente rilanciare non solo la nostra battaglia di opposizione, ma il nostro progetto politico. Il partito del centrosinistra riformista è nato per questo".
->m.giannini


ottobre 29 2008

Il Pd dopo il 25 ottobre
Marc Lazar, la Repubblica
L´imponente manifestazione del Pd è ricca di insegnamenti, ma anche di interrogativi. Incomincio dagli insegnamenti. La sua riuscita è una buona notizia per la democrazia italiana. Può sembrare strano che si ricordi una cosa tanto evidente come il diritto di ciascuno, in un regime democratico, di contestare chi è al potere; eppure va fatto, nel caso italiano, dal momento che il presidente del Consiglio non ha mai smesso di denigrare la giornata del 25 ottobre, dimenticando che due anni fa, il 2 dicembre 2006, lui stesso manifestava per le vie di Roma con le sue truppe - peraltro assai numerose - contro il governo di Romano Prodi. Secondo insegnamento relativo alla vita pubblica italiana: oggi i partiti non hanno più nulla a che vedere con le potenti organizzazioni della Dc e del Pci, che fino agli anni settanta inquadravano vasti settori della società. Eppure le formazioni politiche dispongono tuttora di impressionanti capacità di mobilitazione, che non hanno l´equivalente in Europa. Terza lezione: il Pd ha vinto la sua scommessa, riaffermando così la propria esistenza dopo la sconfitta alle elezioni politiche del 13-14 aprile.
Per il partito che le lancia, azioni di questo tipo hanno una funzione ben precisa. Organizzare una manifestazione di siffatta portata rappresenta per gli iscritti un obiettivo da perseguire, un incitamento a mobilitarsi, contribuendo così a dissipare i dubbi e a mettere da parte le divisioni. Il successo dell´iniziativa risolleva il morale dei militanti, motivandoli in vista delle prossime scadenze elettorali e in particolare delle elezioni europee, nel giugno 2009. Infine, il 25 ottobre tende a rafforzare l´autorità del leader che ha voluto questa manifestazione. Criticato negli ultimi tempi, più o meno apertamente, all´interno del suo stesso schieramento, Walter Veltroni ha ottenuto ora un rinvio di giudizio.
E tuttavia la buona riuscita della manifestazione del 25 ottobre non può dissipare per incanto i pesanti interrogativi che gravano sul centro-sinistra, sollevati tra l´altro anche dal paradosso di una situazione come quella attuale, che a priori dovrebbe favorire la sinistra. La gravissima crisi finanziaria così come l´aggravarsi delle disuguaglianze in atto dai primi anni ´90 e il rallentamento della mobilità sociale attestano le derive del capitalismo finanziario, e dovrebbero quindi rafforzare i suoi critici. E invece Silvio Berlusconi continua a beneficiare di una grande popolarità.
Questo contrasto dev´essere analizzato dal Pd. È legittimo ricercarne le cause nello squilibrio mediatico che favorisce a oltranza il governo, nella demagogia del Cavaliere, nell´apatia di una parte della popolazione, o magari nel fascino esercitato da Berlusconi. È legittimo, ma non basta. Esistono almeno altre due spiegazioni, una congiunturale e l´altra strutturale. La congiuntura favorisce per il momento � e non solo in Italia � i capi di Stato e di governo. L´attivismo, la presenza sui media, le politiche di intervento statale sul sistema bancario e in favore delle imprese, gli annunci incessanti e le promesse di sicurezza e salvaguardia dei risparmi giocano certo in favore di Silvio Berlusconi, ma anche di Angela Merkel, di Nicolas Sarkozy (oggi in rimonta nei sondaggi) e di Gordon Brown, che in poche settimane ha dimezzato il divario che lo separava dal suo sfidante, il conservatore David Cameron. Questi leader rivestono tutti i panni dei grandi protettori, dispensando rassicurazioni in un momento di paura per gli europei. Oltre tutto in Italia, come nella maggior parte dei Paesi europei, la sinistra è presa di contropiede, dato che oggi i leader della destra si ergono a campioni della protezione statale in campo economico e finanziario � pur continuando nel contempo a ridimensionare il ruolo dello Stato in altri campi.
In senso più lato, assistiamo a un cambiamento profondo, epocale, che ormai da anni è oggetto di studio da parte di molti filosofi e sociologi, attenti in particolare agli effetti della globalizzazione, al crescente individualismo delle società, all´ossessione della sicurezza, all´insofferenza verso l´immigrazione, alla frenesia dei consumi, al ruolo accresciuto dei media, ai problemi identitari ecc. Il Mostro Mite, per riprendere il titolo del bel libro di Raffaele Simone (Garzanti, 2008) alimenta la «politica format» decriptata da Edmondo Berselli. Non c´è dunque nulla di univoco né di ineluttabile nell´attuale predominio della destra, per quanto appaia oggi in sintonia con l´opinione pubblica. Di fatto le nostre società europee non propendono meccanicamente per la destra: basti vedere le mobilitazioni in Italia sui problemi della scuola e dell´università. In questo senso la storia è istruttiva. Di decennio in decennio, la sinistra europea ha conosciuto cicli di crisi, superati grazie a profondi aggiornamenti. Tra la fine degli anni ´50 e i primi anni ´60 una parte della socialdemocrazia si è rinnovata, sull´esempio della Sps e del suo congresso di Bad Godesberg del 1959, accettando l´economia di mercato e cercando di rivolgersi a categorie sociali diverse. Negli anni ´70 e ´80 la sinistra ha integrato le nuove aspirazioni femministe, ecologiste e libertarie, e ha completato la sua demarxizzazione. Negli anni ´90, con Blair e Schroeder, si è pronunciata in senso social-liberale. È dunque tempo di un ulteriore rinnovamento. Che presuppone un´analisi libera da paraocchi ideologici delle realtà economiche, sociali e politiche, senza cedere allo schematismo della sinistra radicale. Occorre lanciare una sorta di rivoluzione culturale, ripensando il compromesso tra l´azione collettiva organizzata e il mercato a livello europeo, per ricostituire un corpus di idee e di valori di sinistra che era letteralmente evaporato.
Traduzione di Elisabetta Horvat


Chi non accetta la partecipazione e le primarie forse ha sbagliato partito'

Netta presa di posizione del coordinatore spoletino del Pd Dante Andrea Rossi, contro tutti i tavoli ufficiosi della politica

di Daniele Ubaldi

"Caratteristica peculiare del Partito democratico è la partecipazione dei cittadini alla scelta delle candidature apicali, che si concretizza attraverso le elezioni primarie: chi non capisce questo forse ha sbagliato partito". Interviene così il coordinatore del Pd di Spoleto Dante Andrea Rossi, senza alcuna giustificazione per chi ragiona ancora con le vecchie logiche di appartenenza e rilanciando sulla

partecipazione popolare, vero elemento che differenzia i democratici da altri soggetti politici. "Penso ad esempio al Pdl - dichiara Rossi - che proprio oggi ha proposto una riforma elettorale per le europee che prevede liste bloccate, senza la possibilità di esprimere il voto di preferenza. In pratica un solo padrone deciderà chi mandare al Parlamento europeo. Noi non abbiamo padroni, e quindi chiederemo ai cittadini quali dovranno essere i nostri candidati".
Eppure a Spoleto la musica sembra ancora diversa, nel senso che le decisioni si cerca di prenderle nei soliti tavoli ufficiosi. E questo sembra valere tanto per gli ex Ds quanto per l'ala Margherita del Pd. "Lo ripeto - replica il coordinatore - il tempo delle oligarchie, che pensano di poter determinare le candidature, è finito. Le primarie saranno aperte a tutti i cittadini che sottoscriveranno il programma del Partito democratico e, che lo si voglia oppure no, sarà questo lo spirito che guiderà il nostro partito anche nelle sue scelte future. Chi ancora accarezza visioni nostalgiche e non vuole accettare le nuove metodiche, dovrebbe fare un esame di coscienza e valutare se restare o meno nel Pd". Da qui ad arrivare a parlare del sondaggio è come fare uno più uno: "Anche le polemiche su questo sondaggio - chiosa il coordinatore - che l'ex gruppo consiliare Ds aveva commissionato, non hanno alcun senso. Tra l'altro in città ne girano almeno tre compreso questo, che, lo ribadisco, è servito solo a darci una fotografia della percezione che i cittadini hanno dell'attività svolta dall'amministrazione uscente. I risultati sono molto interessanti per i vari settori della cosa pubblica, mentre per quel che riguarda le singole persone non ci interessa nulla, perché noi avremo le primarie e tutto quel che si fantastica in giro sono solo stupidaggini".
Insomma, per Rossi vale quello che è stato deciso giovedì scorso a Perugia, quando è nato lo statuto del Pd regionale. "Assolutamente, nonostante molti mal di pancia di alcuni quadri del partito. La scelta apicale avverrà in coerenza con lo statuto regionale e nazionale. E' inaccettabile che ci sia ancora chi si comporta come se il Pd non fosse nato: non mi interessano questi comportamenti, a me preme la partecipazione dei cittadini nell'individuazione e condivisione dei problemi di Spoleto, e della persona che sarà deputata a guidare la città verso la loro soluzione". A proposito di concretezza, Rossi ricorda come "sabato a Roma eravamo in tanti, anche da Spoleto. Si è parlato dei problemi della gente; questioni cui saremo chiamati a dare risposte. Ed è per questo che guardo con orgoglio alla costituzione del Pd, perché a differenza di altri soggetti politici come il Pdl, dove un'unica persona decide tutto a livello nazionale, noi abbiamo scelto la strada della partecipazione con i cittadini nella scelta di ogni apicalità. La nostra - conclude il coordinatore - è una visione diametralmente opposta rispetto a chi segue il padrone in tutto e per tutto e con la partecipazione ci si riempie soltanto la bocca. Noi, sì, faremo le primarie".http://www.spoletonline.com/index.php?page=articolo&id=123543


 

Occupare, semplicemente, fa bene

 

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Riprendo qui sopra la vignetta di Rododentro (da Macchianera), migliore di tanti editoriali usciti in questi giorni.

Occupare, fare assemblee, discutere, confrontarsi, criticarsi, interrogarsi, autogestirsi, mandarsi affa e così via sono componenti fondanti della crescita civile, interiore e intellettuale di una generazione.

Insomma, si tratta una forma di educazione, per quanto strano questo possa apparire: un arco di tempo in cui si fanno esperienze di apertura mentale fortemente formative.

Chi lo ha fatto lo sa. Mentre chi strilla di mandare la polizia a sgomberare ha l’invidia dentro per non averlo mai fatto - e si vede.

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Il blog è morto, 367

(E anche l'accendigas non se la passa tanto bene)


>O carissimo

>ehi, come va

>bene. Ti stavo giusto cercando su facebook. Dove 'azzo sei?

>credo di non esserci

>NON SEI SU FACEBOOK???

>è grave, dottore?

>e dire che una volta passavi le ore sul pc

>ma appunto
>siccome conosco già talmente tanti altri modi di perdere tempo

>ma stai facendo qualcosa di particolare?

>sempre  quel blog, sai, leonardo blogspot eccetera

>Già è vero 
>Ma ci scrivi ancora?

>Anche troppo.

>E ti leggono?

>Beh, qualcuno sì

>Io avevo capito che i blog ormai erano morti

>Sì
>più o meno dieci anni fa

>No, io avevo capito che erano morti di recente

>Maddai

>perché li aveva uccisi facebook.

>non lo sapevo.

>Sei un po' fuori dal giro, eh?

>Lo ammetto.
>Che altro si dice?
>Dai aggiornami.

>Per esempio
>tu usi ancora l'accendigas?

>Beh sì
>Non dirmi che è morto pure quello

>Morto e sepolto

>Dannazione
>Ma chi è stato?

>Il cavatappi

>???
>Spiegami meglio

>Non c'è niente da capire, sai come sono le tendenze
>la gente non usa più l'accendigas, è una tecnologia superata
>adesso si usa il cavatappi


>Per accendere il gas?

>Ma no ovviamente. Per cavare i tappi.
>Mi pigli per il culo?


>Non oserei mai. Altre novità?

>Ti do una dritta. Hai degli ombrelli in casa?

>Ebbene sì. Devo buttarli via?

>Il prima possibile.

>E sostituirli con?

>Non è ancora chiaro
>appena ne so qualcosa di più ti chiamo


>Posso suggerire una macchina da cucire

>???

>Dicevo: al posto degli ombrelli, si potrebbero usare le macchine da cucire

>Ma te sei scemo

>Scusa, credevo di aver capito

>No, tu non capisci mai
>Sei un caso disperato
>Ora stacco, mi suonano al citofono


Arci è offline.

Che antico, ha ancora il citofono.
Forse avrei dovuto dirglielo, che il citofono è morto.
(Lo ha ucciso twitter).http://leonardo.blogspot.com/

“Ma non avete neanche un poco di vergogna?”

 

È stata licenziata in tronco, ma si può dire che le sia andata bene, perché ne aveva fatta una grossa, di quelle che una volta si pagavano con un prezzo assai più caro. Corinne Diserens aveva opposto il suo rifiuto alla rimozione della rana crocifissa di Martin Kippenberger dalle sale del Museion di Bolzano da lei presieduto, nonostante Benedetto XVI si fosse scomodato di persona a scrivere che quell’opera “ferisce il senso religioso di tante persone che nella croce vedono il simbolo dell’amore di Dio e della nostra salvezza, che merita riconoscimento e devozione religiosa”.
Sono passati due mesi e arriva la punizione, a esempio e monito per chiunque, in nome del principio della libertà di espressione, possa farsi venire il prurito di rendersi antipatico al papa.

Alla base della decisione ci sarebbe la difficile e pesante situazione finanziaria”, è la motivazione ufficiale del consiglio della Fondazione Museion. Fa un po’ ridere perché Corinne Diserens è stata direttrice per un solo anno: in un così breve arco di tempo è possibile farsi responsabile di un così grave dissesto? Bisognerebbe chiedere spiegazioni nel dettaglio. Nel caso ne abbiate voglia, potete scrivere a: info@museion.it.
Nella mia e-mail io mi sono limitato a chiedere un altro genere di spiegazione: “Ma non avete neanche un poco di vergogna?.http://malvino.ilcannocchiale.it/


I bizzarri aspiranti killer di Obama

Daniel aveva due vite: taciturno e tranquillo a scuola, sul web si trasformava in un adoratore di Hitler ispirato dalle tesi delle teste rasate ariane della ‘Supreme White Alliance’. Paul era considerato un ragazzo problematico, ma nessuno nel paesino sulle rive del Mississippi dove vive immaginava che sognasse di morire con Daniel, vestiti in smoking bianco e tuba, dopo aver assassinato il primo candidato nero a un passo dalla Casa Bianca. […]

All’indomani della notizia dell’arresto in Tennessee di due giovani neonazisti, accusati di aver pianificato una strage di neri e l’omicidio di Barack Obama, la vicenda è accompagnata da scetticismo, preoccupazione e riflessioni sociologiche. Daniel Cowart, 21 anni e Paul Schlesselman, 18, sono stati rapidamente archiviati dai media americani come due teste calde a cui non dedicare molta attenzione nell’ultima settimana della campagna. Il diretto interessato, Obama, ha puntato a mettere in evidenza l’aspetto positivo della vicenda, cioé il fatto che episodi del genere siano in realtà marginali e minoritari in un’America che potrebbe avere presto il suo primo presidente nero.

“Questa campagna elettorale - ha detto Obama a una Tv della Pennsylvania, Stato-chiave del voto, nella cui pancia sembrano persistere rigurgiti razzisti - è stata sorprendente proprio per aver mostrato quanto questo tipo di gruppi d’odio siano stati marginalizzati”. Collaboratori di Obama hanno sottolineato che il Secret Service non aveva notificato il candidato del pericolo: segno che non veniva ritenuto serio. Ma tra gli investigatori e gli esperti che monitorano il mondo dell’odio razziale, le antenne restano alzate anche se la storia di Daniel e Paul non finisce sulle prime pagine.

“E’ un caso che mostra come ideologie estreme possano facilmente condurre ad azioni estreme”, ha detto Abraham Foxman, direttore del centro ricerche Anti-Defamation League (ADL). Daniel e Paul erano poco noti tra i 2.300 residenti di Bells (Tennessee), dove viveva Cowart, o tra gli abitanti di West Helena, lungo il Mississippi in Arkansas, dove Schlesselman aveva creato qualche problema a scuola, ma niente di serio. Ma per l’ADL e per gli investigatori federali che li hanno arrestati, Cowart in particolare non era uno sconosciuto. Ad aprile era stato segnalato a una festa per il compleanno di Hitler in Ohio e secondo ADL aveva volantinato materiale razzista in un grande magazzino Wal-Mart.

ADL lo aveva segnalato come membro del gruppo razzista Supreme White Alliance (che sul proprio sito web, swa43.com, sostiene ora di averlo cacciato). I documenti processuali depositati descrivono progetti di cui le autorità cercano di valutare la credibilità. I due volevano rapinare un’armeria, poi intendevano lanciarsi in un massacro di neri che avrebbe dovuto vederne cadere 102 (88 a colpi d’arma da fuoco e 14 decapitati: due numeri della simbologia neonazi).

Infine, vestiti con eleganti smoking e tube bianche, i due intendevano lanciarsi in auto contro il corteo di veicoli di Obama - non è chiaro dove - e cercare di ucciderlo. Idee partorite da menti bizzare, ma negli Usa personaggi bizzarri sono risultati spesso letali: dall’attore John Wilkes Booth, l’assassinio di Abraham Lincoln, a Sirhan Sirhan, che 40 anni fa uccise Robert Kennedy, passando per Lee Harvey Oswald (Jfk) e John Hinckley, l’uomo che tentò di uccidere Ronald Reagan per far colpo su Jodie Foster.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/10/28/i-bizzarri-aspiranti-killer-di-obama/#more-250


Mors tua, vita mea

Molti candidati repubblicani - sull'orlo di una crisi di nervi  - hanno cominciato a fare campagna dando per scontata la vittoria di Barack Obama. Il loro argomento è: con un presidente democratico, vi conviene un congresso di soli democratici? Intanto il povero vecchio ieri in Pennsylvania si è spaventato per due gocce d'acqua ed ha annullato un comizio. Obama no.
The Fix (Washington Post), On the Trail

http://giornalismoparma.typepad.com/


Gli alti e bassi delle politiche sul clima
inquinamento Un rapporto di Oxfam spiega i danni della mancanza di coesione delle politiche britanniche che affrontano le questioni energetico-ambientali. Necessario un approccio unico e determinato del Governo.

Un recente rapporto dell’organizzazione indipendente Oxfam mostra come siano disunite le politiche britanniche nell’affrontare il problema energetico e ambientale. Il rapporto dell’Oxfam “The forecast for tomorrow: the UK’s climate for change” è una sorta di istantanea di un paese spesso lacerato da cattive e buone azioni su clima ed energia, ad opera di imprese, settore pubblico e governo, in una indistricabile connessione tra gli stessi attori.
Se la Gran Bretagna intenderà ottenere significativi successi nell’abbattimento delle emissioni e diventare una sorta di capofila nelle negoziazioni internazionali sul clima – si legge ne documento - ciò dipenderà dalle politiche governative che si imporranno nei prossimi tempi.

Nel Regno Unito le soluzioni per combattere i cambiamenti climatici sono tra quelle più all’avanguardia e molte sono già in atto, fornendo anche ottime credenziali al paese in ambito internazionale. Tuttavia, al tempo stesso, un potente comitato di interesse sembra sia ancora ancorato su posizioni conservatrici e su scelte che potrebbero far deragliare tutti i target britannici sui gas serra, così come la sua stessa autorevolezza in questo ambito.
Diversi sono gli esempi forniti che fanno capire come i due atteggiamenti possono confliggere e come la vittoria dell’uno sull’altro dipenderà dalle scelte che il Governo britannico farà nei prossimi mesi. E’ il caso della decisione di far proseguire o meno il progetto di una nuova centrale termoelettrica alimentata a carbone a Kingsnorth, nel Kent, oppure su come si riuscirà a far evolvere la legge nazionale sui cambiamenti climatici, o ancora, se gli obiettivi nazionali per le fonti rinnovabili saranno tali da far assumere al paese un ruolo di leadership all’interno dell’UE.

Secondo Barbara Stocking, direttore di Oxfam, “troppo spesso si verifica che un dipartimento governativo attui una politica che contraddice quella di un altro dipartimento”. In sintesi pare che accada che “la mano sinistra non abbia idea di cosa stia facendo la destra”. Questa mancanza di coesione, si legge nel report, non può essere trascurata visto che in ballo c’è la sicurezza sul clima globale e sull’approvvigionamento energetico e che le scelte devono essere chiaramente orientate. E’ allora necessario che il governo dimostri la sua leadership con politiche forti e coerenti.

Ad esempio, ci si chiede, come può essere concessa l’autorizzazione ad una centrale a carbone, la prima in 34 anni, se si punta a drastici tagli di gas serra? La centrale, che dovrebbe essere realizzata da E.ON, produrrebbe infatti emissioni annuali di CO2 pari a 7 milioni di tonnellate, più di quelle di 30 paesi in via di sviluppo. Il benestare alla centrale di Kingsnorth aprirebbe poi la strada ad una nuova era del carbone, minacciando così i futuri obiettivi britannici che, come sembra, il comitato indipendente per il cambiamento climatico indicherà nella riduzione di almeno l’80% delle emissioni al 2050.

Il documento, oltre a richiamare coerenza su questi aspetti da parte del governo, chiede alle grandi compagnie, come E.ON e Shell, di riconsiderare i loro piani industriali alla luce del problema climatico. Ad esempio, se si realizzassero i programmi della Shell che puntano a triplicare gli investimenti nel petrolio non convenzionale, come le sabbie bituminose del Canada, i livelli di inquinamento sarebbero giganteschi, visto che questa fonte fossile è tre volte più dannosa a livello di emissioni.

Il rapporto allarga le conseguenze di queste scelte anche ad una sfera non strettamente confinata al paese, ma su scala globale. Secondo il documento dell’Oxfam i piani industriali e le politiche tarate sulle grandi corporation energetiche, infatti, finirebbero per mandare un forte segnale agli altri paesi, come a dire che le nuove e sporche fonti fossili possono considerarsi accettabili. Un messaggio in grado di bloccare la complessa e faticosa lotta al global warming a livello internazionale, le cui conseguenze sarebbero sentite soprattutto dalla maggior parte della popolazione più povera del pianeta.

Questa analisi crediamo possano essere di grande interesse anche per i politici nostrani che spesso mancano di una visione coerente, strategica e d’insieme su queste problematiche.

LB



MCCAIN/PALIN, DUETTO IN CAPITALE CIOCCOLATA

John McCain e Sarah Palin a Hershey John McCain e Sarah Palin a Hershey

di Alessandra Baldini

NEW YORK, 28 - John McCain e Sarah Palin ripartono da Hershey, la capitale della cioccolata, e in apparenza è tutta dolcezza: "Due maverick non vanno d'accordo su tutto, ma è proprio questo il bello'', ha ammesso lui cercando di placare i media che parlano di guerra tra i protagonisti del ticket.

'Politico' di oggi ha rilanciato i dissapori: Sarah va per la tangente perché pensa alla Casa Bianca nel 2012. Secondo un vip della campagna di McCain, la Palin non è solo una "diva", è una "mezza matta". Il clima non contribuisce a risollevare gli animi: piove a dirotto su Hershey e i due 'maverick' tagliano corto, poi cancellano l'altro comizio in coppia a Quakertown dove il diluvio avrebbe trasformato l'apparizione congiunta in un fiasco di pubblico.

Anche Barack Obama, che domani in prima serata approderà sui network con mezz'ora di spot da un milione di dollari a rete, è tornato in Pennsylvania, stato vinto da John Kerry nel 2004 e unico tra i 'campi di battaglia' dell'Est dove la campagna democratica gioca in difesa. "Un po' di pioggia non fa male a nessuno", ha detto Obama sorvolando con lo sguardo 9.000 sostenitori con l'ombrello nel campus della Widener University a sud di Filadelfia.

Il candidato ha minimizzato l'allarme sicurezza dopo che ieri le autorità federali avevano annunciato l'arresto di due skinhead determinati a ucciderlo assieme a quanti più neri possibile. "E' gente ai margini, la campagna 2008 è stata sorprendente perché agli americani non interessa di che colore sei", ha detto lo stesso Obama a una tv della Pennsylvania.

Con sette giorni all'Election Day il nove per cento degli americani ha già votato: il 60 per cento per Obama contro il 39 per McCain. I sondaggi mandano oggi indicazioni contraddittorie. La rilevazione quotidiana della Gallup indica una riduzione del vantaggio di Obama fino a soli due punti (49-47%) nel modello più 'conservatore', ed è scesa dai 10 punti di ieri ai 7 di oggi in quello 'esteso'. Anche Zogby ha ridotto di un punto, da 5 a 4 (49-45%), il vantaggio nazionale di Obama, che resta di cinque punti (51-46%) per Rasmussen.

Allo stesso tempo, il Pew Research ha sfornato un rilevamento che prevede una valanga di Obama con vantaggio di ben 15 punti (53-38%). I candidati battono con metodo gli stati contesi dell'Est (Florida, Virginia, Ohio, North Carolina oltre la Pennsylvania), ma intanto per McCain comincia a scricchiolare alcune roccaforti: all'Ovest, in Arizona, lo stato dove gioca in casa, Obama è in crescita, mentre in Montana, terreno considerato solidamente repubblicano e ora di nuovo incerto anche per la presenza sulla scheda di Ron Paul, il repubblicano è tornato ad acquistare pubblicità come del resto anche in West Virginia.

Tra i politologi che hanno appoggiato McCain c'é chi ha gettato la spugna: "Sarà finita alle 21", ha pronosticato David Brooks, uno dei conservatori del 'New York Times'. E anche la Palin, intervistata da Sean Hannity sulla Fox ha ammesso che i numeri remano contro: "John e io ci sentiamo 'underdog', ma ci riprenderemo".

Secondo George Stephanopoulos, ex portavoce di Bill Clinton oggi alla Abc, la campagna di McCain è "demoralizzata": i fedelissimi del senatore dell'Arizona si sentono ingiustamente messi in croce per aver controllato troppo la Palin e dicono di aver fatto il possibile per renderla presentabile "con quel che avevano in manò".

Con la campagna allo sbaraglio - ieri la condanna per corruzione del senatore dell'Alaska Ted Stevens agevola la strada per una maggioranza democratica blindata in Congresso - anche il partito mostra le corde: "Conservatori sociali e i moderati che assieme avevano portato i repubblicani al potere hanno dato fuoco alle polveri sul futuro del Gop con la destra pronta a riprendere il controllo delle leve e che minaccia di limitare l'influenza di McCain se dovesse vincere la Casa Bianca", ha scritto il Los Angeles Times.

Intanto il sito dei repubblicani apre oggi con una importante differenza con i rivali. Sulla pagina democratica campeggia Obama, su quella del Gop McCain è assente: il benvenuto ai visitatori lo dà un video dell'ex senatore Law and Order Fred Thompson.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_793709331.html


AMMINISTRATIVE IN BRASILE E CILE, AVANZANO LE DESTRE

 

Gennaro Carotenuto

Domenica due importanti tornate amministrative si sono svolte in Brasile e in Cile. In Brasile l’opposizione vince a San Paolo, Porto Alegre e Salvador mentre in Cile, dove cresce anche la sinistra radicale, la destra vince a Santiago, Valparaíso e Temuco.
Pablo Zalaquett, del partito post-pinochetista della Unión Demócrata Independiente (UDI), è il nuovo sindaco di Santiago con il 47% dei voti. Ha sconfitto il candidato della maggioranza, il democristiano Jaime Ravinet, che si è fermato al 36%. Nelle amministrative cilene, alle quali hanno partecipato sei milioni di elettori, la “Alianza por Chile”, la coalizione delle destre, ha ottenuto il 40% dei voti mentre la Concertación, i partiti di centro-sinistra al governo dalla fine della dittatura si sono fermati al 38%.
Le valutazioni sul voto sono opposte per i due schieramenti. Per Sebastian Piñera, il candidato delle destre che perse contro Michelle Bachelet nelle ultime presidenziali, è un avviso di sfratto in attesa delle elezioni per la Moneda del prossimo anno. Non è d’accordo, e non sorprende, la presidente. Rileva che nel numero di consiglieri comunali la Concertazione resta in testa e con ottime possibilità di mantenere il governo del paese.
Quello che sembra rilevante agli analisti indipendenti è la caduta della DC (-4%), che testimonia uno spostamento a destra della parte più moderata dello schieramento di governo e la crescita d’influenza della sinistra extraparlamentare. La coalizione tra comunisti, umanisti e sinistra cristiana ha ottenuto un buon 6.4% dei voti con un ottimo 9% a Santiago, mentre una scissione della Concertazione, Chile limpio, ha ottenuto il 4% dei voti.
Più frastagliata la situazione nelle contemporanee elezioni in Brasile. Se l’opposizione ha rivinto a San Paolo, Porto Alegre e Salvador, candidati appoggiati dal Partito dei lavoratori (PT) al governo hanno vinto a Río de Janeiro, con un candidato centrista, e a Belo Horizonte. In realtà il partito del presidente Lula mantiene le sue posizioni ma chi cresce di più è il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), alleato a Brasilia ma avversario a livello locale del governo.
Come sempre la politica brasiliana a livello amministrativo è governata più da interessi locali e alleanze spurie che non dai diversi indirizzi politici dei partiti. Tutta via resta molto significativa la riconferma di Gilberto Kassaba a San Paolo sconfiggendo con il 60% dei voti l’ex-ministra di Lula, Marta Suplicy. La vittoria di Kassaba è una conferma del grande appeal di José Serra, governatore dello stato di San Paolo, il più importante del paese, e sconfitto da Lula nel 2002. Serra, in attesa del candidato del PT che sostituirà Lula, è in testa ai sondaggi per le elezioni 2010.

 www.gennarocarotenuto.it



Obama torna messianico, i democratici si preparano a fare il pieno con i candidati pro aborto

New York. A una settimana esatta dalle elezioni presidenziali, il candidato democratico Barack Obama è sempre più in testa ai sondaggi elettorali nazionali e statali e ieri ha cominciato a portare in giro per l’America “l’argomento finale” della sua campagna elettorale, tornando ai toni lirici degli inizi della sua avventura: “Il cambiamento di cui abbiamo bisogno – ha detto Obama in Ohio – non riguarda soltanto nuovi programmi e nuove proposte, ma una nuova politica, una politica che si appella ai nostri migliori angeli, invece che incoraggiare i nostri peggiori istinti, che ci ricordi degli obblighi che abbiamo con noi stessi e uno con l’altro”.
Il 4 novembre, però, non si vota soltanto per la presidenza degli Stati Uniti, ma come ogni due anni anche per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. La situazione per il Partito democratico non può essere migliore, al punto che per i democratici e il loro candidato presidenziale si prevede il miglior risultato degli ultimi quarantaquattro anni: non solo il controllo della presidenza e dei due rami del Congresso, come già durante i primi due anni di Bill Clinton, ma anche un mandato ampio per il presidente come nel 1964 e una maggioranza a prova di ostruzionismo al Congresso.
I democratici controllano già di misura al Senato e abbastanza agevolmente alla Camera. Con il voto di martedì prossimo potrebbero strappare ai repubblicani altri cinque/nove seggi al Senato e venti/trenta alla Camera, sfruttando l’ondata pro Obama, ma anche l’oculata scelta di presentare in zone repubblicane candidati più conservatori che liberal. La strategia aveva funzionato già due anni fa, alle elezioni di metà mandato, quando sono stati eletti 47 deputati “blue dogs”, moderati e conservatori. In totale sono il 20 per cento del gruppo parlamentare democratico, ma in questi due anni non sono riusciti a emergere e a influenzare la leadership democratica. Ora ce n’è in arrivo almeno un’altra dozzina, hanno scritto il New York Times e Time. Candidati in zone conservatrici, questi probabili nuovi deputati democratici quasi non menzionano Obama nei loro comizi e fanno apertamente campagna elettorale contro l’aborto. Mai nella storia recente del Partito democratico s’era visto una legione di candidati anti aborto come quest’anno, malgrado la piattaforma del partito sia più pro choice del solito. Secondo Pete Wehner, ex capo del centro studi interno alla Casa Bianca di Bush, le probabili vittorie democratiche del 4 novembre non segnalano un cambiamento ideologico nel paese, ma in un certo senso provano che gli Stati Uniti siano un paese conservatore. L’approccio di Obama è moderato, l’oratoria a tratti conservatrice e ieri un gruppo di cristiani per Obama ha diffuso spot radiofonici in cui si sente Obama parlare della sua fede, della sua sottomissione a Cristo, del suo inginocchiarsi davanti alla croce.

Le ultime risorse dei repubblicani
Il probabile successo dei democratici al Congresso sarà decisivo perché una solida maggioranza al Senato consentirà a Obama, in caso di elezione alla Casa Bianca, di poter far approvare la sua agenda politica senza grandi compromessi. Se i democratici raggiungeranno quota sessanta seggi al Senato (oggi ne hanno 51 con l’indipendente Joe Lieberman) toglieranno infatti ai repubblicani l’unica arma a loro disposizione per ostacolare le politiche democratiche – ovvero il filibustering, l’ostruzionismo fondamentale per influire sulla nomina di giudici federali e costituzionali.
I repubblicani danno già per persa la partita in alcuni stati, mentre rischiano di perdere il posto il leader del Senato Mitch McConnell del Kentucky ed Elizabeth Dole della Nord Carolina, oltre a Norm Coleman del Colorado a vantaggio del comico Al Franken. La situazione è così drammatica che David Frum, ex speechwriter di George W. Bush e columnist del Foglio, in un articolo sul Washington Post ha suggerito ai repubblicani di utilizzare le ultime risorse finanziarie nelle elezioni senatoriali, piuttosto che nella campagna presidenziale di McCain. I repubblicani, ha scritto Frum, dovrebbero accettare l’ormai certa sconfitta di McCain e spiegare agli americani che non si possono permettere anche una maggioranza democratica e a prova di ostruzionismo al Congresso. McCain prova a fare il ragionamento opposto: ci sarà certamente un Congresso democratico, guidato da Nancy Pelosi e Harry Reid, quindi non ci possiamo permettere di consegnare a Obama anche la Casa Bianca. “E’ un ‘dangerous threesome’, un triangolo pericoloso – ha detto McCain – Se questi tre guideranno Washington saremo nei guai, amici miei. Ci sarà da mettere mano al portafoglio”.


Brasile, per Lula un passo indietro alle elezioni amministrative      
 

lula_dasilva.jpgDoveva essere l'ultimo tassello di un trionfo annunciato. E' stato invece un brutto risveglio per Lula e i suoi. Il secondo turno delle elezioni amministrative, che ha portato alle urne quasi 28 milioni di brasiliani, regala al presidente pessime notizie. Delle 30 principali città chiamate a dirimere al ballottaggio l'elezione di sindaco e maggioranza consiliare, i candidati appoggiati da Lula e dal Partido dos trabalhadores (Pt) ne hanno vinte solo 8. E soprattutto, il Pt ha perso San Paolo, laddove per mesi la candidata e amica personale di Lula, Marta Suplicy, aveva guidato i sondaggi sul suo oppositore in modo talmente convincente da farla diventare una delle carte più sicure nella corsa alla successione dello stesso presidente (che non potrà ripresentarsi).

La Suplicy, ex ministro, e quotata rappresentate dei movimenti femminili, si è dovuta arrendere di fronte all'exploit di Gilberto Kassab, sindaco uscente e candidato del partito Democratas all'opposizione che si confermato primo cittadino di San Paolo, 8 milioni di elettori, col 61% dei voti. Kassab è in politica dal 1989 e dirige la più grande città del paese e di fatto capitale economica dal 2006. Ha un passato da ingegnere, e le origini libanese, ed ha saputo riunire tutta l'opposizione anti-Lula soprattutto sulla scia della sua abile gestione della metropoli che ha 11 milioni d'abitanti.

La sua è una vittoria che fa guadagnare consensi soprattutto all'esponente socialdemocratico Josè Serra, leader del partito che farà ora pesare questo risultato nella corsa al dopo-Lula nel 2010, tanto che il Washington Post già lo indica come candidato dell'opposizione alla presidenza. "Gli dedico questa vittoria -ha detto Kassab riferendosi a Serra - Questa alleanza è piu' forte, è un'alleanza che funziona nella città più grande del Paese, nello stato più grande. Non c'è ragione - ha aggiunto - perchè non possa funzionare anche a livello nazionale". Anche perché non va dimenticato che lo stesso Serra, governatore della regione di San Paolo, può rivendicare importanti vittorie anche a Salvador, dove il sindaco Joao Henrique Carneiro ha battuto col 58% dei voti il candidato del Pt Walter Pinheriro e a Porto Alegre, dove il partito di Lula non è riuscito a riprendersi l'amministrazione di una città guidata per sedici anni, ed eletta sede del Global social forum. A vincere è stato Josè Fogaça (59,1%), lasciando la candidata del Pt, María del Rosario Nunes, al palo.

Ad addolcire la giornata di Lula c'è il successo, per altro ampiamente scontato che arriva da Rio de Janeiro: nella città carioca Eduardo Paes ha ottenuto il 59,8% dei voti, sconfiggendo un ex-guerrigliero e leader storico dei Verdi, Fernando Gabeira, giunto a sorpresa al secondo turno. Il nuovo sindaco è un avvocato di 38 anni, sostenuto dalla sinistra e dalle popolazioni dei quartieri più poveri della città. Enfant prodige della politica brasiliana, Paes è entrato in politica a 22 anni, diventato consigliere municipale a 27 e deputato federale a 28 anni, ha già una lunga esperenza politica alle spalle e una buona credibilità pubblica. I suoi avversari gli rimproverano però di aver cambiato già cinque volte partito e di proclamarsi oggi seguace di Lula dopo esserne stato per anni un feroce critico. Anche a Belo Horizonte, la terza città più grande del paese è stato il candidato sostenuto da Lula, Marcio Lacerda, a essere eletto.

Gli effetti delle elezioni si vedranno nei prossimi giorni. Certo è che Lula sembrava più solido dopo il primo turno col quale sembrava aver fatto man bassa dei municipi da rinnovare. E adesso c'è anche da affrontare in modo deciso la crisi economica, e magari pensare più seriamente alla successione, lontana meno di due anni.

Oggi i ministri degli Esteri e delle Finanze dei Paesi sudamericani si riuniranno in Brasile per discutere della crisi economica mondiale e del suo impatto sul Mercato comune sudamericano (Mercosur). All'ordine del giorno la possibilità di coordinare le azioni per ridurre gli effetti della crisi, anche se non sembra ci sia da aspettarsi qualche decisione di rilievo. Pare difficile, infatti, che sia adottata "una misura specifica", come ha dichiarato il ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorim, all'agenzia ufficiale brasiliana Agencia Brasil. All'inizio di questa settimana, il ministro aveva precisato che il meeting servirà ai Paesi per scambiare le proprie opinioni.

http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=6419&Itemid=54

SVILUPPO: I poveri colpiti da recessione e paradisi fiscali
David Cronin

BRUXELLES,  - Con i segnali della recessione che preoccupano i politici nei paesi industrializzati, le prospettive di una conferenza internazionale convocata per reperire fondi per i poveri del mondo non sembrano tanto rosee.

 
L’evento promosso dalle Nazioni Unite - che prenderà il via il prossimo mese a Doha, capitale del Qatar - arriva nel momento in cui i governi, soprattutto quelli europei, stanno rivedendo gli impegni assunti per migliorare il destino dei gruppi più vulnerabili.

Proprio di recente, alcuni dei principali stati membri dell’Unione hanno ripreso in considerazione i piani d’azione dell’Ue per contrastare i cambiamenti climatici - un fenomeno che colpisce in modo sproporzionato i paesi poveri -, ormai troppo dispendiosi, alla luce della nuova situazione economica. Per la stessa ragione, anche i già sofferenti budget per gli aiuti esteri potrebbero subire pesanti conseguenze.

Anche se molti attivisti contro la povertà avevano apprezzato il ruolo costruttivo dell’Unione europea nella conferenza sull’efficacia degli aiuti allo sviluppo lo scorso settembre ad Accra, Ghana, gli stessi attivisti ritengono adesso che i preparativi del blocco europeo per Doha lascino molto a desiderare.

“Gli europei non sono uniti nel presentare le loro iniziative qui a Bruxelles”, sostiene Nuria Molina della Rete europea su debito e sviluppo (European Network on Debt and Development, Eurodad). “Se l’Europa non assumerà un ruolo di leadership, non riusciremo a raggiungere i successi attesi nel mezzo della crisi finanziaria. Hanno il dovere morale di assumersi questo ruolo”.

Uno dei temi più controversi nell’agenda di Doha riguarda il modo in cui i regimi fiscali in Europa stanno privando i paesi poveri di risorse estremamente necessarie.

Un nuovo rapporto del Centro di ricerca sulle multinazionali (l'olandese SOMO) di Amsterdam osserva che le entrate generate dalle tasse rappresentano appena il 13 per cento del reddito nazionale nei paesi classificati come paesi a basso reddito nel 2000. Di contro, il livello medio per i paesi industrializzati appartenenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse, composta da 30 paesi membri) era del 36 per cento.

Le stime sulle perdite di denaro dei paesi poveri come risultato della fuga di capitali - l'esodo dei redditi tassabili - variano da 350 a 500 miliardi di dollari l’anno, molto più di ciò che questi paesi ricevono in aiuti allo sviluppo. Gran parte di questo “hot money”, come viene chiamato in alcuni casi, finisce nei paradisi fiscali sia del territorio UE sia di territori di cui rispondono i paesi membri. Tra questi paradisi, la City di Londra, le isole Cayman, le isole Channel, Cipro e Lussemburgo.

Per ovviare a questa situazione, gli attivisti stanno chiedendo misure incisive contro i paradisi fiscali, oltre alla creazione di forti standard internazionali di contabilità, per cui le grandi imprese devono riferire nei dettagli i ricavi ottenuti da ciascun paese in cui operano, e come questi importi vengono utilizzati.

Di fronte a questi appelli, oppongono resistenza i funzionari del Tesoro britannici, che non vedono con entusiasmo l’idea di sottoporre la City di Londra a controlli tanto rigorosi.

“Chiudere i paradisi fiscali è una responsabilità dell’Europa”, sostiene Molina. “Molti paradisi fiscali appartengono alla giurisdizione europea”.

Come trovare approcci innovativi per reperire fondi per lo sviluppo sarà un altro punto chiave della conferenza di Doha.

Secondo Philippe Douste-Blazy, vice segretario generale delle Nazioni Unite, diverse iniziative si sono rivelate efficaci negli ultimi anni. Tra queste, un piano promosso dalla Gran Bretagna per generare fondi dai mercati di capitali per lo sviluppo di vaccini contro Aids, tubercolosi e malaria; oppure un altro programma caldeggiato da Francia, Brasile e Cile per imporre una tassa sui viaggi aerei. Adesso la sfida è andare oltre, ha scritto Douste-Blazy nel quotidiano francese Le Monde, “non solo per cambiare la quantità, ma anche la natura degli aiuti allo sviluppo”.

Gli attivisti sono categorici sul fatto che le nuove fonti degli aiuti non debbano andare a sostituire gli aiuti che i governi dei paesi ricchi hanno già deciso di tirare fuori dai forzieri nazionali. Solo quattro dei 27 paesi UE - Svezia, Olanda, Lussemburgo e Danimarca - hanno rispettato l’obiettivo fissato ormai dieci anni fa di stanziare almeno lo 0,7 per cento del PIL per gli aiuti allo sviluppo.

Alexandre Polack, responsabile delle politiche europee per ActionAid, sostiene che Germania e Gran Bretagna sono restie a consentire che i nuovi fondi per combattere la povertà siano aggiuntivi rispetto a quelli che l’Unione si è già impegnata a fornire. “È deludente riscontrare una visione tanto conservatrice in due paesi chiave”, commenta.

Polack sta anche chiedendo che almeno la metà dei redditi maturati dal sistema commerciale UE per le emissioni - con la compravendita dei permessi di emissioni dei gas serra - dovrebbe andare ad aiutare i paesi poveri a fronteggiare i cambiamenti climatici.

A detta di Karen Fogg, alto funzionario della Commissione europea, l’Unione “porterà a Doha un forte impegno a mantenere i propri aiuti nei livelli previsti. O almeno ce lo auguriamo. Non possiamo prevedere in anticipo quali saranno gli effetti della crisi finanziaria”.

Ma Antonio Vigilante, direttore dell’ufficio ONU di Bruxelles, si è detto sgomento di fronte alla posizione tanto debole dei paesi ricchi sui temi legati alla povertà globale. “Quando ho dato uno sguardo ad alcuni documenti che verranno negoziati a Doha, ho pensato che fosse uno scherzo”, ha ammesso. “Invece è tutto vero. Spero solo che qualcuno avrà il coraggio di dire che raddoppieremo i nostri sforzi”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1320

La Lituania dopo le elezioni: l’ombra lunga della crisi

(atanask/flickr)

(atanask/flickr)

Dopo la vittoria della l’Unione della patria, il partito cristiano democratico, alle elezioni lituane di domenica 26 ottobre, il leader del partito, Andrius Kubilius, sta cercando di formare una coalizione di Governo di centro-destra. Questa sostituirà i social-democratici di Gediminas Kirkilas. Rassegna stampa.

RASSEGNA STAMPA

di euro topics. , Berlin. di Francesca Barca.

In collaborazione con::

Frankfurter Allgemeine Zeitung, Germania

«Contro ogni attesa la Lituania ha ormai la possibilità di avere un Governo stabile», dice il quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung. «I conservatori e i due partiti liberali hanno ottenuto quasi tutti i seggi al secondo turno delle legislative. (…) Con l’arrivo della crisi economica è bello vedere che i partiti hanno messo da parte gli interessi partigiani per mettere in avanti quelli del Paese. Le forze al potere da oltre quattro anni avevano fatto il contrario e, nonostante questo, l’economia era cresciuta. Il nuovo Governo non può, in ogni caso, contare su una solida fiducia, visto che la partecipazione elettorale è stata solo del 32%».

Postimees, Estonia

Secondo il quotidiano Postimeess, la prospettiva di una coalizione di centro-destra è un segno di maturità politica. I lituani avrebbero, in questo modo, mandato un messaggio politico ai populisti: «I lituani cominciavano ad averne abbastanza del Governo social-democratico e aspettavano dei cambiamenti. Resta da sapere se L’Unione per la Patria potrà veramente imporre le sue idee all’interno di una coalizione composta da quattro partiti. I social-democratici, in oltre, hanno già espresso il desiderio che questa alleanza non duri troppo. Nella situazione attuale, che lascia intendere che gli Stati baltici saranno le prossime vittime della crisi finanziaria, la stabilità e la collaborazione con l’opposizione sono urgenti e necessarie».

Lietuvos Zinios, Lituania

Il quotidiano Lietuvos Zinios riflette sul futuro programma del Governo: «Anche se può sembrare banale, la cosa più importante ormai è il nostro portafogli. I conservatori hanno promesso di verificare i punti i più delicati del budget elaborato dal Governo di Kirkilas per l’anno prossimo. Vogliono inoltre introdurre delle facilitazioni fiscali e sbarazzarsi della burocrazia (…). In ogni caso è Kubilius che porta la responsabilità dell’aumento del costo del riscaldamento e dell’elettricità. Sarà responsabile se i nostri portafogli continueranno a svuotarsi». http://www.cafebabel.com/ita/article/26982/elezioni-lituania-ombra-crisi.html


UCCISIONE DI THOMAS SANKARA, NUOVE ACCUSE AL PRESIDENTE



Sarebbe stato Blaise Compaoré, attuale presidente del Burkina Faso, con l’avallo dell’allora capo di stato ivoriano Felix Houphouet-Boigny, a ordinare l’uccisione del suo predecessore Thomas Sankara, nel 1987. Lo sostiene Prince Johnston, ex-signore della guerra liberiano che in un’intervista a Radio France Internationale (Rfi) ha riferito che Compaoré – all’epoca dei fatti vicepresidente -avrebbe ordinato a lui e ad altri mercenari guidati da Charles Taylor di uccidere Sankara in cambio del permesso a restare in Burkina Faso. “All’epoca, Compaoré controllava tutto – ha detto l’ex-ribelle – e noi avevamo bisogno di un posto in cui organizzarci per attuare il progetto di rovesciare il regime di Samuel Doe (il presidente della confinante Liberia)”. Un portavoce governativo burkinabé ha smentito le accuse ai danni del presidente definendole “pure invenzioni” e “montature volte a macchiare l’immagine del paese”. In agosto, Prince Johnston –oggi un membro del senato liberiano - aveva ammesso, durante un’udienza alla Commissione per la verità e la riconciliazione (Trc) di aver preso parte all’assassinio di Sankara senza però rivelare chi avesse ordinato la sua uccisione. Il presidente, negli anni ripetutamente accusato di aver ucciso il suo amico Sankara, ha sempre smentito di aver giocato un qualsiasi ruolo nel colpo di stato che il 15 ottobre 1987 costò la vita all'allora presidente del Burkina e ad altri 12 ufficiali, portando al potere proprio Compaoré. [AdL] http://www.misna.org/


Pena di morte : la tonnara americana
di Claudio Giusti*

Il sistema d’appello americano è costruito come una tonnara e spinge inesorabilmente il condannato verso la camera della morte.

Sono un abolizionista e non mi importa che Troy Anthony Davis sia innocente o colpevole: del resto la cosa non sembra interessare nemmeno il sistema giudiziario americano. La questione, se vogliamo chiamarla così, dell’innocenza o della colpevolezza è stata risolta una volta per tutte una ventina d’anni fa, quando una giuria ha dichiarato Davis responsabile di “malice murder” e lo ha successivamente spedito nel braccio della morte. Fine della storia.

Le giurie americane non sbagliano mai e l’appello non è un diritto costituzionale: quindi il condannato prende la medicina e tanti saluti. Ma c’è pur sempre la possibilità che la giuria, nella sua infinita saggezza, sia stata indotta in errore e quindi, a pochi eletti, è consentito portare il proprio caso davanti a una Corte d’Appello. (nota) Questa non ripeterà il dibattimento e si limiterà a una revisione del verbale del processo, mentre tocca al condannato dimostrare che ci sono stati degli errori (violazioni della costituzione), così gravi e numerosi, da imporne l’annullamento. Cosa che avviene piuttosto di rado.

Da questo punto di vista gli ospiti del braccio della morte sono fortunati. Per loro, e solo per loro (che culo, vero?), è previsto un appello diretto statale obbligatorio che, a seconda dello stato, ha uno o due livelli e arriva fino alla Corte Suprema statale e poi, almeno in teoria, alla Corte Suprema federale (Scotus). Se, alla fine di questo esame formale per non dire formalistico, la sentenza è ancora in piedi il condannato può iniziare l’habeas corpus statale. In questo appello si prendono in considerazione le circostanze e i fatti che non sono entrati al processo e, come quello diretto, fa tutti i gradini fino alla Scotus.

Se la sentenza è confermata il condannato può iniziare l’habeas corpus federale, in cui però si valutano solo le istanze che sono state precedentemente presentate nelle corti statali. Quest’ultimo appello ha inizio in una district court e prosegue, in uno dei circuiti federali, passando alla Corte d’Appello federale (magari a una udienza “en banc”) e poi di nuovo fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Se la Scotus non annulla la sentenza, o nemmeno prende in considerazione il caso, non resta che appellarsi alla clemenza del Governatore.

In tutto questo la questione della non colpevolezza non viene mai posta, visto che l’imputato è ora un condannato e non gode, sempre che sia mai accaduto, della presunzione d’innocenza. Questa messa cantata dura in media undici anni e non sono rari i casi trentennali. La lunghezza media dei procedimenti sarebbe ancora più alta se non ci fossero i “volontari” che rinunciano agli appelli e si consegnano al boia, costituendo il 10-12 per cento delle esecuzioni.

Comunque, dal 1973, quasi la metà delle sentenze si è persa per strada, anche per la morte naturale del condannato. I processi capitali richiedono tempi lunghi (due o tre anni quando va bene) e costi notevoli (parecchi milioni di dollari), ma anche l’appellate review non scherza. In California ci vogliono cinque anni per trovare un avvocato per l’appello statale, ma in Texas velocizzano il procedimento con la contemporaneità degli appelli statali (diretto e habeas corpus) e utilizzando lo stesso avvocato che ha perso il processo, mentre l’estrema complessità dell’appello esige un avvocato estremamente esperto e preparato.

Grazie a questa spregiudicatezza giudiziaria il Texas si avvia ad essere la fonte dell’80% delle esecuzioni americane. In tutte le giurisdizioni non abolizioniste gli appelli capitali, per quanto pochi, paralizzano, con la loro complessità, le corti supreme e ingolfano tutto il sistema giudiziario e la Corte Suprema federale (con le altre corti d’appello e supreme) ha messo in atto una serie di impedimenti procedurali tesi a ridurre le occasioni d’appello dei condannati a morte.

La giurisprudenza americana è così divenuta incomprensibilmente incasinata e contraddittoria perché, se da una parte si vogliono tagliare le possibilità di revisione, dall’altra si cerca di evitare di mandare al patibolo un possibile innocente (o un non colpevole di un reato capitale). A peggiorare ancor più le cose ci ha pensato il Presidente Clinton che, in combutta con il Senato e con la scusa del terrorismo, ha introdotto la Antiterrorism and Effective Death Penalty Act (AEDPA) che ha ulteriormente ridotto le possibilità d’appello federale.

Abuse of the writ, actual innocence, AEDPA, cause and prejudice, finality, harmless errors, new rule, newly discovered evidence, non retroactivity, plain error doctrine, procedural default, Teague v. Lane; la nomenclatura giuridica si è arricchita di termini dietro i quali si celano migliaia di casi giudiziari, decine di migliaia di sentenze, centinaia di migliaia di giornate di lavoro, milioni di pagine di carta e tanto dolore. Un immenso, incasinato, costosissimo, inutile, ginepraio giudiziario che non ha ottenuto altro risultato se non quello di ammazzare a sangue freddo 1.127 disgraziati.

Ora Troy Davis, il cui caso ha percorso tutti i sentieri giudiziari possibili, ha l’inaspettata ed estrema possibilità di dimostrare non che è innocente, perché la cosa è irrilevante, ma che nel processo c’è stato un errore talmente grave da consentire ad una corte d’appello federale di metterci il naso. Deve dimostrare che, al processo, i suoi avvocati, per quanto diligenti, non hanno avuto la possibilità di trovare la nuova prova e che questa nuova prova (o testimonianza) è così importante da mettere in dubbio il risultato finale del processo. Una missione impossibile.

- he must show that his lawyers could not have previously found the new evidence supporting his innocence no matter how diligently they looked for it. And he must show that the new testimony, viewed in light of all the evidence, is enough to prove “by clear and convincing evidence that…no reasonable fact finder would have found [him] guilty.” -

Se fossi un attivista del Movimento Abolizionista italiano comincerei a pensare a come ottenere la clemenza per Troy (la Georgia è uno dei tre stati in cui la grazia non è decisa dal governatore ma dal Board) e mi metterei a scrivere all’opinione pubblica della Georgia: ai suoi giornali, alle sue istituzioni, chiese, università, ecc. Una gran quantità di cartoline illustrate dall’Italia: tante belle cartoline del nostro paese.

Nota: Nel 2004, su 45 milioni e duecentomila procedimenti giudiziari civili, penali, juveniles, family courts, ecc. ma senza le traffic courts, i casi in appello erano 273 mila. Ogni anno le 18.000 agenzie di polizia arrestano 15 milioni di persone, ma i processi con giuria sono 155.000, di cui un terzo civili.

Piccolo glossario. Quello completo lo trovate qui :

Abuse of the Writ Il condannato si presenta per la seconda volta, con una nuova istanza, per un habeas corpus federale e non ha una ragione più che valida che spieghi perché l’istanza non è stata presentata al primo ricorso. Nel caso questa giustificazione non sia ritenuta sufficiente l’istanza è “procedural defaulted” e, anche se di vitale importanza, non può essere più discussa.

Actual innocence doctrine Per la Scotus, in un caso capitale, il pericolo di miscarriage of justice fa superare la “cause”, cioè la necessità per l’accusato di dimostrare che “qualche fattore obbiettivo esterno alla difesa ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”

AEDPA: Antiterrorism and Effective Death Penalty Act. Legge del 1996 fatta dal Senato in combutta con il presidente Clinton. Con la scusa del terrorismo ha drasticamente ridotto le possibilità d’appello habeas corpus federale per i condannati a morte.

Cause and prejudice Per poter essere sollevata in un habeas corpus federale qualsiasi istanza deve essere stata precedentemente sollevata in un appello statale. Se questo non è accaduto l’imputato deve dimostrare “cause and prejudice”: deve cioè fornire una buona ragione (cause) che spieghi perché non lo è stata prima, ovvero “quale fattore obbiettivo esterno alla difesa ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”, e dimostrare che ciò gli crea un danno (prejudice). Altrimenti l’istanza è “procedural defaulted” e non può più essere sollevata. (Under the cause and prejudice test [there] must be something external to the petitioner, something that cannot fairly be attributed to him: "... some objective factor external to the defense [that] impede counsel’s efforts to comply with State's procedural rule." Murray v. Carrier, 1986)

Final Una sentenza di morte confermata dalla Scotus al temine dell’appello diretto diventa “finale”. Le new rules non le possono essere applicate retroattivamente e hanno inizio i collateral attacts.

Finality. Dottrina secondo la quale un procedimento giudiziario non può durare all’infinito. Per un condannato a morte significa che i suoi appelli devono terminare, come del resto la sua vita.

Harmless errors Errori procedurali, a volte molto gravi, commessi durante il processo ma che, a detta di una corte superiore, non erano in grado di modificarne il risultato finale.

Herrera vs Collins Sentenza Scotus 1993. L’essere innocenti non esclude che si possa essere uccisi lo stesso

New rule Dottrina giuridica che rifiuta l’applicazione retroattiva di una norma, legge, interpretazione o sentenza, favorevole a un condannato, che sia stata decisa dopo il suo caso è diventato “final”.

Newly discovered evidence Una nuova prova può essere causa di un annullamento solo se non è stata scoperta, nonostante la diligente ricerca da parte della Difesa, prima del processo, inoltre non è una semplice aggiunta alle altre evidenze già portate in giudizio, ma una prova schiacciante.

Non retroactivity. Secondo il Senato degli Stati Uniti la legge americana applica le pene previste al tempo in cui fu commesso il crimine: ne consegue che gli USA hanno opposto riserva all’articolo 15 primo paragrafo dell’ICCPR: quello che prevede la retroattività della norma più favorevole.

Plain error doctrine L’errore è così grave e grossolano che la Corte Superiore prende in considerazione l’istanza anche se non era stata precedentemente sollevata in una corte di giustizia e quindi è procedural defaulted.

Procedural default Per poter essere sollevata in uno stadio processuale successivo (appello) qualsiasi istanza lo deve essere stata in precedenza. Se questo non è accaduto l’imputato deve dimostrare “cause and prejudice”: deve cioè fornire una buona ragione (cause) che spieghi perché l’istanza non è stata sollevata prima, ovvero “qualche fattore obbiettivo esterno alla difesa che ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”, e dimostrare che ciò gli crea un danno “prejudice”. Altrimenti l’istanza diviene procedural defaulted e non può più essere sollevata.

Teague vs Lane Sentenza della Corte Suprema (1989) considerata arbitraria e perversa. Ha bloccato la retroattività della norma più favorevole. Del resto il Senato, nel ratificare l’ICCPR, ha messo una riserva all’Articolo 15 paragrafo 1 per impedire la retroattività favorevole all’imputato. I suoi effetti sono stati mitigati nel 2008 da Danforth v. Minnesota.

* membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio


www.osservatoriosullalegalita.org



ottobre 28 2008

Nonnumquam frivolus amentique similis

Nemmeno della sua stessa imbecillità volle tacere, affermando in alcuni brevi discorsi di averla simulata di proposito, durante l'impero di Caligola, per sopravvivere e raggiungere la sua presente condizione. Ma non convinse nessuno... (Svetonio, Le vite dei dodici Cesari)

C'è solo un Francesco

No, alla fine a Roma non sono venuto. Il sabato lavoro; e non era il caso di prendersi ferie, con l'aria che tira, e con lo sciopero di giovedì.

Così, quando credevo fosse giunta l'ora, ho acceso la tv, ma sul Tre era troppo presto per Veltroni. Invece sul Due c'era Dj Francesco che presentava un programma musicale contro la camorra.
Su Dj Francesco naturalmente si possono scrivere cose orribili, ma io oggi non voglio farlo. Voglio soltanto chiedervi: che effetto vi fa, nella stessa frase, “Dj Francesco” e “contro la camorra”? A me dà una vertigine particolare, di cui si parlerà più tardi.

Mentre DjF faceva del suo meglio, ho dato un'occhiata al mio sito (questo), dove timidamente stava nascendo un dibattito su Cossiga. La domanda, la solita: ci è o ci fa? Per me – l'ho scritto – si tratta di un vecchietto che sbaglia i dosaggi e straparla. Altri non sono d'accordo: per Non ne so abbastanza (che comunque ne sa a pacchi) Cossiga è sempre stato lucido, e le sue straparole costituiscono un messaggio meditato. Anche questo è possibile: di certo è quello che Cossiga vorrebbe farci credere.

Io resto scettico. Non sono un cossigologo, ma il personaggio un po' mi ha sempre affascinato. Talvolta l'ho trovato simile a uno dei più ambigui imperatori romani: Claudio. Se i misteri italiani vi snervano, provate a pensare che su Claudio gli storici si dibattono da secoli, e la domanda è la stessa: c'era o ci faceva? Prima che fosse acclamato imperatore, egli era disprezzato da tutti i famigliari: perché? Aveva qualche malformità, un handicap che gli storici non hanno voluto tramandare? Pare che sbavasse molto, e qualcuno ha ipotizzato una polio, o qualche forma di paresi infantile. Comunque, mentre il nipote Caligola dava l'aria di essere un pazzo geniale, Claudio passava per un mediocre deficiente. E in questo modo sopravvisse a tutte le purghe e congiure, dedicandosi ad astrusi studi di Storia.

Però quando i pretoriani ammazzarono Caligola, trovarono Claudio nascosto dietro una tenda, e lo acclamarono imperatore. Da qui la leggenda di Claudio che si finge stupido per ottenere il potere. Ora, senz'altro l'uomo non era l'imbecille che tutti fino a quel momento avevano creduto. Fu persino un discreto imperatore. Ma probabilmente non era nemmeno così furbo come avrebbe voluto far credere: lo provano le disavventure con le due ultime mogli, Messalina che lo tradiva in pubblico e Agrippina, che lo avvelenò. Insomma: genio o idiota? La risposta è probabilmente nel mezzo.
Ma se invece fosse alle estremità? Dopo aver passato i primi cinquant'anni della sua vita a fingersi idiota, Claudio impiegò i successivi quattordici a fingersi un abile politico e stratega. Ecco, credo che Cossiga si trovi in una situazione in qualche modo simile: un mediocre appassionato di Storia che la Storia ha sballottato, premiandolo ben oltre i suoi meriti, ma anche condannandolo in eterno a sembrare più stupido (o più intelligente) di quanto non sia mai effettivamente stato.

Nel suo caso il discrimine non è stato tanto l'arrivo al Quirinale (nei primi cinque anni fu un Presidente assolutamente mediocre, rispettoso dell'etichetta ai limiti dell'immobilità), quanto il fatidico 1989. Le famose “picconate alle istituzioni” cominciano qualche mese dopo. Si tratta di dichiarazioni immaginose e spesso volgari (per l'epoca: Cossiga è stato uno dei principali svecchiatori del linguaggio politico italiano: prima di lui si parlava per “convergenze parallele”, adesso si dice serenamente “papocchio” e “inciucio”). Con le picconate il Presidente, non ancora Emerito, si conquistava la prima pagina dei giornali, dando l'impressione di cercare un consenso popolare al di fuori dal bacino del suo vecchio e rinnegato partito. Sin dall'inizio, l'opinione pubblica si divise in imbecillisti e intelligentisti... In realtà questi termini non furono mai usati, infatti me li sto inventando in questo momento, ma capiamoci: a chi diceva: “è diventato matto” si contrapponevano già allora i subodoratori di chissà quali astuzie e complotti.

In realtà le sue picconate non ebbero esiti pratici paragonabili alle inchieste del pool di Milano; che le istituzioni fossero in crisi ce ne saremmo accorti anche senza le sue esternazioni: e se il fine ultimo era conquistare un bacino elettorale e imbastire un carriera politica post-quirinale, Cossiga lo fallì miseramente, dando vita a effimeri partitini sotto il due per cento. Insomma, la tesi intelligentista non regge alla prova dei fatti. Viceversa, la tesi imbecillista trova qualche riscontro persino in dichiarazioni dell'interessato, che non ha mai negato di avere attraversato periodi di depressione, durante e dopo il Quirinale. E durante le depressioni si può anche straparlare, specie se resti solo davanti ai microfoni. Poi magari ti passa, e cerchi di dimostrare che non hai perso la ragione, e che tutto quello che dici aveva un senso, che insomma, tu sei più intelligente di quello che sembravi. Ma non c'è nessun complotto a questo livello. C'è solo il tentativo – legittimo – di salvare la faccia. Negli ultimi vent'anni Cossiga ha alternato periodi di relativo silenzio a dichiarazioni molto forti – si è persino auto-accusato di avere ucciso Moro, perché? Qual era il messaggio in codice? Posso sbagliarmi, ma il messaggio che ho decrittato io è: “Ascoltatemi. Ho bisogno di attenzione. So molte cose e non sono pazzo”. No, non lo è. Magari è una forma lieve di mitomania, tutto qui.

Cossiga è stato un sobrio servitore dello Stato, di ferrea osservanza atlantica, fino al 1989. Poi ha cominciato a dire molte sciocchezze ai giornalisti. Proprio nell'anno in cui l'Alleanza Atlantica ha perso il suo nemico naturale, il Patto di Varsavia. Non credo sia una coincidenza. Per dirla brutalmente: fino al 1989 Cossiga era un uomo degli americani. Dal 1989 in poi gli americani se ne sono disinteressati, cominciando a flirtare con polacchi e ungheresi. Il suo dramma è quello di tutti noi italiani, che fino al 1989 abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, credendoci simpatici e geniali; e invece no, eravamo semplicemente sponsorizzati dagli USA per motivi geopolitici. Quando il Muro è caduto, la pacchia è finita, e Cossiga si è messo a straparlare per occultare il fatto che non aveva più niente d'interessante da dire. Quelli che fino a pochi mesi prima erano segreti di Stato (Gladio), Cossiga li ha immediatamente svenduti come argomenti da polemichetta sui giornali, sinceramente stupito e addolorato che ci fossero ancora persone talmente dabbene da prenderlo sul serio, e magari votarne l'impeachment.

Questo non significa che le sue uscite non siano interessanti. Ripeto, l'ultima è stata illuminante. Non escludo nemmeno che possa avere avuto un effetto sul brusco retro-front di Berlusconi sulla polizia nelle scuole. Ma che Cossiga abbia mirato consapevolmente a questo, beh, mi pare forte. Insomma, quante sciocchezze deve dire il vecchietto, prima che gli intelligentisti si rendano conto che sta semplicemente esprimendo un bisogno d'attenzione?

Io credo che dietro all'intelligentismo ci sia un altro problema. Cossiga fa parte, nel bene e nel male, del mondo della nostra infanzia. Lui vegliava su di lui, con metodi discutibilissimi. Ma vegliava su di noi: ci faceva sentire importanti. Non era il grande vecchio, decisamente no. Più simile a una pedina piazzata su una casella strategica. Da giovani fantasticavamo su cosa sarebbe successo nel momento in cui ci saremmo liberati di lui e di tutti quelli come lui. Ma sembrava una prospettiva impossibile. Fantascienza.

E poi un giorno, puf! Lui e i suoi amici hanno davvero smesso di essere importanti. Sarebbe bastato un colpo d'aria per mandarli via. Avremmo potuto prenderne il posto, ma non eravamo preparati. Nessuno ci aveva preparati. La sola idea di fare senza di loro ci dava la vertigine. E così ce li siamo tenuti. Continuiamo a trovarli molto intelligenti, anche se ormai sragionano visibilmente. Continuiamo a odiarli e a ritenerli complici di chissà quali complotti, perché qualsiasi complotto è meglio del Caos. Proprio non ce la facciamo, a sbarazzarci dei vecchietti. E nel frattempo stiamo invecchiando anche noi.

Finché un giorno non cominci a sentire troppa puzza di muffa e ti rendi conto che sarebbe ora di aprire le finestre, affidare l'Italia ai giovani, e cioè... a Dj Francesco. E la sola idea ti dà i brividi. Dj Francesco contro la camorra. No, non ce la faccio, non riesco a crederci, non posso. Rimettiamoci a parlare di Cossiga, subito. Cosa starà complottando? Qualcosa di molto subdolo, spero. Qualunque cosa.http://leonardo.blogspot.com/


Le regole da abbattere
di Stefano Rodotà, Repubblica -
Per comprendere quello che accade, conviene fare qualche piccolo esercizio di memoria, che sta diventando sempre più corta, limitata ormai a meno di ventiquattro ore, come dimostra il gioco delle opposte dichiarazioni coltivato dal presidente del Consiglio.


Torniamo, allora, agli interventi con i quali il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale hanno ancora una volta disegnato il perimetro delle istituzioni democratiche, e lo hanno ricordato ai cittadini. Di fronte ad una aggressiva dichiarazione del presidente del Consiglio, che affermava di voler "imporre" al Parlamento l´approvazione dei decreti legge, Giorgio Napolitano ha ricordato che "in Italia si governa – come in tutte le democrazie parlamentari – con leggi discusse e approvate dalle Camere nei modi e nei tempi previsti dai rispettivi regolamenti, e solo in casi straordinari di necessità e urgenza con decreti". Di fronte al conflitto di attribuzione sollevato dal Parlamento contro la Corte di cassazione per la sua sentenza sul caso Englaro, sostenendo che erano state invase le competenze del potere legislativo, la Corte costituzionale lo ha dichiarato inammissibile, sottolineando come la Cassazione abbia correttamente esercitato le proprie competenze e respingendo la pretesa delle Camere di sindacare un atto giudiziario e di ritenersi le uniche legittimate ad affrontare la questione.
Tutto è bene quel che finisce bene? Niente affatto. Queste due vicende mostrano con chiarezza che la consapevolezza istituzionale si ritira sempre più dal governo e dal Parlamento e si rifugia in aree circoscritte, anche se altamente significative, del sistema democratico. Si accentua così una pericolosa asimmetria istituzionale, dove la divisione dei ruoli e il rispetto delle regole sono costantemente visti come un ostacolo illegittimo, da abbattere. L´unica norma fondativa del sistema è riconosciuta nell´investitura elettorale, che cancella ogni altra regola e legittima qualsiasi decisione. Si materializza così una italianissima versione dell´estinzione dello Stato costituzionale di diritto.
E´ una forzatura interpretativa? Consideriamo, allora, dichiarazioni e comportamenti concreti.
1) Ancora sul lodo Alfano e dintorni. Nell´apprendere la notizia del rinvio del lodo alla Corte costituzionale da parte dei magistrati milanesi, il presidente del Consiglio ha quasi dato in escandescenze minacciando la Corte di chissà quali ritorsioni istituzionali qualora avesse osato ritenere illegittimo quel provvedimento. Mi farebbe piacere conoscere su ciò l´opinione di quel giudice costituzionale che si dimise ritenendo in pericolo la libertà di giudizio della Corte per normali dichiarazioni di alcuni politici (e anche l´opinione di quelli che ritennero giusta la sua posizione). Comunque, dopo l´intervento presidenziale, è venuto di rincalzo il suo più fido avvocato-parlamentare, in odore di vero ministro della Giustizia, con parole che più chiare non potrebbero essere. La sequenza logica (si fa per dire) è la seguente: Berlusconi ha ricevuto un largo consenso per risolvere i problemi del paese; ha già risolto la questione Alitalia e quella dei rifiuti a Napoli; di questo i magistrati milanesi non hanno tenuto conto, sì che il loro comportamento è censurabile, essendo il lodo lo strumento necessario per mettere il presidente in condizione di lavorare senza i turbamenti che potrebbero venire da indagini giudiziarie. L´elezione è così trasformata in "unzione", e l´unto del Signore si sente sciolto dalla soggezione alle regole. Senza scomodare la Bibbia (Isaia, 61), lasciamo la parola al protagonista (25 novembre 1994): "Io sono l´unto del Signore, c´è qualcosa di divino nell´essere scelto dalla gente".
La dimensione della legalità scompare, in modo ancor più radicale di quella affidata alla formula del "princeps legibus solutus". Nella recente storia politica italiana è possibile rintracciare qualche precedente, primo tra tutti il discorso di Bettino Craxi in occasione della fiducia al Governo Spadolini, quando attaccò i magistrati milanesi (sempre loro!) perché avevano indagato su quel galantuomo di Roberto Calvi, turbando così l´andamento della borsa. In questa singolare versione della legalità democratica il listino di borsa faceva aggio sul codice penale. Il filone di pensiero che vuole le norme penali subordinate al "fare" della politica ha fatto proseliti, si è irrobustito, ha prodotto un nuovo schema istituzionale, ci fa quotidianamente scivolare verso un mutamento di regime. Berlusconi commenta compiaciuto il funzionamento del governo, dicendo che lavora "come un consiglio d´amministrazione", inconsapevole della distanza tra il funzionamento di un´impresa e quello di una democrazia (lo confermano i suoi inviti a comperare determinate azioni e a non fare pubblicità sulla Rai). Parlarne è antiberlusconismo di maniera, intralcio al dialogo? O dobbiamo ritrovare la buona abitudine, che produce la buona politica, di analizzare i fatti per quelli che sono, senza girarvi intorno?
2) Decreti, decreti. Sempre in tempi craxiani circolava uno slogan "dieci cento mille decreti legge, dieci cento mille voti di fiducia". Un´altra continuità, un altro filone che si è irrobustito, con contributi e quindi responsabilità delle parti più diverse, e che oggi si vorrebbe portare a conseguenze estreme, contro le quali si è levato il monito del Presidente della Repubblica. Proprio per vanificare questo monito, fingendo di ascoltarlo, si sta mettendo a punto una pericolosa contromossa. Si ricorda che all´uso massiccio dei decreti si è dovuto ricorrere per superare le lentezze dell´iter parlamentare, per assicurare al governo il diritto ad una decisione in tempi certi. Si aggiunge che da questa situazione anomala si uscirà solo con una riforma dei regolamenti parlamentari. Ma ha osservato benissimo Andrea Manzella che, se questa riforma rendesse il governo "sovrano assoluto" in Parlamento, "al danno si aggiungerebbe la beffa", perché i fenomeni degenerativi continuerebbero, tuttavia formalmente legittimati dalle nuove regole. La situazione istituzionale, anzi, peggiorerebbe, perché le nuove regole restrittive coprirebbero l´intero processo legislativo, e non solo quello riguardante la decretazione d´urgenza. Di nuovo la necessità di analizzare le situazioni concrete, di chiamare le cose con il loro nome, per non restare intrappolati in una riforma dei regolamenti parlamentari che, non tanto paradossalmente, minerebbe la natura parlamentare del nostro regime politico, un esito inammissibile come ha esplicitamente detto il Presidente della Repubblica.
3) Testamento biologico e dintorni. Anche qui la strategia delle contromosse. La repentina conversione delle gerarchie ecclesiastiche, puntualmente registrata dalla maggioranza e dal governo, induce a ritenere che si arriverà all´approvazione di una legge. Ma, come è stato evidente fin dall´inizio, questo non porterà al riconoscimento del diritto di rifiutare le cure in previsione di un futuro stato di incapacità in modo conforme ai princìpi costituzionali, al rispetto della volontà di ciascuno di governare liberamente la propria vita, dunque anche il tempo del morire. Questo diritto fondamentale, espressione diretta del principio della dignità della persona, sarà vanificato dalla sua subordinazione alla valutazione di un medico, all´esclusione della possibilità di rinunciare all´idratazione e alla nutrizione forzata. Con la consueta lucidità, Ignazio Marino ha denunciato questo stato delle cose, che annuncia una restaurazione. E fa cogliere una contraddizione. Si vuole escludere il potere dei giudici nelle decisioni riguardanti la fine della vita. Ma, se un medico rifiuterà di riconoscere le direttive anticipate di una persona e pretenderà di continuare i trattamenti contro la volontà espressamente manifestata, a chi potranno rivolgersi i parenti se non al giudice?
4) Una conclusione, o una morale. E´ in corso un conflitto senza precedenti nella nostra storia politica e istituzionale. Alle nette prese di posizione delle alte istituzioni di garanzia, governo e maggioranza rispondono con strategie che rafforzano una deliberata deriva verso l´assolutismo, che esige la riduzione della democrazia rappresentativa, del sistema parlamentare, dei diritti fondamentali, in una parola della legalità costituzionale. Non impigliamoci nelle controversie sulle parole (regime, fascismo…), che pure hanno una loro forza. Ma non giriamo la testa dall´altra parte, non rinunciamo a vedere i nessi strettissimi che legano le vicende qui ricordate (e molte altre che devono essere aggiunte, dal lavoro alla scuola) e che già ci fanno vivere in un ambiente in cui proprio il deprimersi dello spirito democratico accelera i processi degenerativi. Se l´assolutismo è lo spirito del tempo, e non si concretizza rapidamente la nuova via all´opposizione, perché meravigliarsi del consenso verso chi lo incarna con spavalderia?


Joe Biden: "vi garantisco, arriva una supercrisi"

di Pino Cabras



Certo che suona molto strano il discorso pronunciato lo scorso 19 ottobre a Seattle da Joe Biden, il candidato di Obama alla vicepresidenza USA. Biden profetizza con una certa enfatica disinvoltura che Barack Obama – una volta in carica come presidente - dovrà subito ballare al ritmo di una crisi internazionale di enormi proporzioni. Lo “garantisce”, addirittura. E aggiunge che «non passeranno sei mesi prima che il mondo metta alla prova Barack Obama come fece con John Kennedy». Ricordiamo che JFK dovette subito fronteggiare la crisi dei missili a Cuba, a un passo dal conflitto nucleare con l’URSS di Kruščëv.
Biden tiene a sottolineare davanti al pubblico lì presente: «Ricordate quel che vi ho detto in piedi qui se non ricordate nessun altra cosa che ho detto. Badate, stiamo per avere una crisi internazionale, una crisi provocata, per mettere alla prova la stoffa di quest’uomo».
Una crisi «provocata». In inglese la parola usata da Biden è «generated». Un vocabolo che comunque rimanda a un’idea di produzione consapevole e sofisticata di un fatto.
Biden insiste: «segnatevi le mie parole, segnatevi le mie parole», mentre aggiunge che dovranno essere prese decisioni «dure» e «impopolari» in materia di politica estera. E per chi non avesse percepito ancora la gravità del tono, ricalca: «Io prometto che accadrà». Biden sottolinea: «da studioso di storia e avendo collaborato con sette presidenti, io vi garantisco che sta per succedere».
“Garantire” è un altro concetto di grande peso e grandissime implicazioni, per il ben informato Biden. Se l’esordio della presidenza di George W. Bush fu segnato dagli eventi dell’11/9, cosa dunque è atteso - anzi, “promesso”, “garantito” – che accada nell’esordio della nuova Amministrazione?
Biden appartiene a un’élite in possesso di informazioni privilegiate, una classe di individui che reagisce alle crisi con strumenti concettuali e materiali diversi da quelli propri del senso comune e diversi dal velo banalizzante e bugiardo dei media più importanti. Le prospettive di crisi estrema sono tante, prese da sole o in combinazione. L’élite sa che la crisi finanziaria, ad esempio, è ben lungi dall’essersi conclusa. Così come l’11 settembre 2001 l'élite sapeva già prima degli altri che l’economia era in recessione, così già oggi guarda con sgomento alle prossime bolle della grande finanza (carte di credito e massa dei derivati in primis). Quale evento è pronto a farle precipitare? Altre crisi ci parlano di Iran, di Russia e Ucraina, di Venezuela, di conflitti potenziali che - una volta scatenati – cambierebbero l’agenda mondiale.
È degli stessi giorni una dichiarazione di tenore analogo a quella di Biden, pronunciata da un fresco sostenitore di Obama, l’ex Segretario di Stato repubblicano Colin Powell, che si è spinto a prevedere un grave scenario di crisi per fine gennaio 2009. Un altro membro dell’élite che parla, e fa quasi l’oracolo.
Come un altro ex Segretario di Stato, la democratica Madeleine Albright, la quale a sua volta ritiene molto plausibile lo scenario di emergenza previsto da Biden, un contesto che ai suoi occhi assume le sembianze di un mega-attentato terroristico.
E non è finita. Anche il rivale repubblicano di Obama, John McCain, cerca di decantare la necessità di mettere al comando supremo la propria esperienza proprio perché il nuovo presidente «non avrà tempo di abituarsi alla carica».
Mentre anche ai soldati USA vengono attribuiti compiti di ordine pubblico (è una tendenza planetaria), intanto che la tempesta finanziaria perfetta incombe, l’immensa potenza americana sembra essere condotta verso un profondo mutamento della sua natura. I segnali sono forti in questa direzione.



In tempi non sospetti, nel 2004, nell’osservare l’aumento eccessivo del debito che sormonta di gran lunga la solvibilità del paese, l’economista Robert Freeman si era chiesto quali possibili strategie avrebbe potuto usare l’amministrazione statunitense (“ Come How Will Bush Deal With the Deficits? Connecting the Dots to Iraq”, «CommonDreams.org»).
La prima strategia è aumentare le imposte, specie sui redditi elevati, e pagare i creditori. Non è ciò che fa l’amministrazione Bush.
La seconda è stampare dollari. L’abuso di una tale soluzione porterebbe però a un collasso economico.
Una terza soluzione strategica, secondo il modello imposto dall’FMI ai cosidetti ‘paesi in via di sviluppo’, è la privatizzazione degli asset nazionali e la loro vendita all’estero. Lasciando deprezzare il dollaro, l’Amministrazione USA dà così non solo respiro alle esportazioni: ma consente anche agli investitori diretti esteri di usare i loro capitali per acquistare aziende statunitensi. Alla cinese Lenovo che a suo tempo ha acquistato il ramo hardware di IBM è andata bene. Ai petrolieri cinesi che volevano acquistare la Unocal sono stati opposti invece ostacoli politici persuasivi. Ma la pressione ‘compradora’ dall’estero aumenterà.
Una quarta strategia è una sorta di ‘soluzione bolscevica’ come quando i rivoluzionari che assunsero il potere in Russia rifiutarono di onorare i debiti dello stato zarista. Per Robert Freeman, è una possibilità «molto più vicina di quello che possa immaginare la maggior parte dei cittadini americani». Possiamo sospettare le enormi implicazioni in termini di impoverimento generale e di fine del dollaro.
Ma secondo Freeman è una quinta strategia a essere in campo più di tutte. Freeman chiarisce:

«Come ultima risoluzione, resta il saccheggio. Quando il rimborso del debito di una nazione diviene così imponente che diventa impossibile rassicurare i creditori, questo paese deve cercare una qualche sorgente di ricchezza, non importa quale sia la fonte».

Il castello di carte starà in piedi fino a quando le banche centrali di Cina e Giappone compreranno titoli in dollari. L’alternativa è non pagarli, quei debiti. Sparigliare le carte. Giocare fino in fondo sul terreno che si domina con più mezzi di tutti, quello militare e della propaganda. Controllando prima di tutto lo scacchiere dell’energia (altro fronte in crisi), e muovendo tutte le pedine.
Sui media italiani non c’è quasi traccia delle dichiarazioni di Biden. Il massimo che dicono è che si tratta di un gaffeur. Ma stavolta non sembrava una gaffe. Solo che i media avrebbero dovuto fare qualche sforzo in più per descrivere un contesto complicato. Meglio banalizzare, in attesa della tempesta.http://pino-cabras.blogspot.com/

L'insostenibile leggerezza dell'odio

scrive Azra Nuhefendić

Milorad Dodik
Milorad Dodik, Haris Silajdžić e il futuro della Bosnia Erzegovina. Un viaggio in due puntate attraverso le biografie dei principali protagonisti dell'ennesima crisi politica nel Paese
13 anni dopo la firma degli accordi di Dayton, la Bosnia Erzegovina (BiH) sta attraversando una nuova crisi istituzionale. Dalla Republika Srpska (RS) si sono levate nei giorni scorsi nuove minacce (poi rientrate) di secessione, mentre una parte dei politici bosniaci chiede la fine della divisione del Paese in due entità. Milorad Dodik, primo ministro della RS, e Haris Silajdžić, uno dei tre rappresentanti dell'ufficio di presidenza bosniaco, sono i due esponenti che maggiormente polarizzano il dibattito pubblico. Un profilo dei due uomini politici in una serie di due articoli

“Odio la Bosnia”, non si stanca di ripetere il premier della Republika Srspka (RS), Milorad Dodik. Assicura che “non è un patriota bosniaco”. Farebbe il tifo per la Bosnia Erzegovina (BiH) solo in una situazione estrema, come ad esempio "se capitasse di giocare contro la Turchia”.

Per farsi prendere sul serio, Dodik ha gettato a terra la bandiera bosniaca durante una visita ufficiale a Trebinje, in Erzegovina. Ha dichiarato al quotidiano di Belgrado “Vecernje Novosti” che “quando mi chiedono della Bosnia, è come se mi cavassero un dente.”

Il presidente della RS minimizza l'importanza dei personaggi storici legati alla millenaria esistenza della Bosnia. "Ma chi se ne frega di Kulin Ban” (governatore bosniaco dal 1180 al 1204). Dodik non perde l’occasione per speculare sul futuro del Paese. “La Bosnia non è una categoria durevole", afferma. Promette che tra cinque o al massimo dieci anni la RS sarà indipendente.

Il genocidio di Srebrenica? “E’ solo un genocidio locale”, ha dichiarato.

E’ coerente nel suo disprezzo. Non riconosce Sarajevo come capitale della BiH, “è semplicemente la sede delle istituzioni statali”. Si vanta di dire a suo figlio, quando torna da Sarajevo, di essere stato “a Teheran”. Dodik non ha mai messo piede nella capitale dell'Iran, ma Teheran gli sembra un giusto simbolo per esprimere l’avversione che nutre nei confronti di buona parte della popolazione bosniaca, i bosgnacchi. "Quella là [la Federazione di Bosnia Erzegovina] per me è già l'estero", sottolinea.

Neanche i croati gli stano molto a cuore. Recentemente ha scambiato parole poco diplomatiche con il presidente croato Stipe Mesić. Mesić ha invitato “l’Europa a togliere Dodik dall’ordine del giorno, perché conduce la stessa politica di Slobodan Milošević”. Mile, come gli ammiratori chiamano il presidente Dodik, ha invitato Mesić “a star zitto e a riflettere sulla pulizia etnica effettuata nei confronti dei serbi di Croazia”.

Tuttavia Dodik ha tentato di “fare team” con i croato bosniaci; sosteneva la loro domanda per costituire una terza entità, quella croata. Naturalmente l'avrebbe fatto tagliando il territorio della Federazione, cioè della parte bosniaco-croata, “non si parla di toccare la Republika Srpska”. A Dodik pareva che, con questa mossa, l’indipendenza della RS avrebbe potuto diventare più vicina.

Nella RS, Dodik è un padrone indiscusso. Controlla tutto e tutti. I giornalisti della RS, quasi tutti, stanno zitti; non alzano la voce contro di lui. Quelli che osano opporsi sono etichettati come “servi o spie dei musulmani”, o finiscono come Svetlana Cenić: prima destituita dal governo della RS, poi anche impossibilitata a lavorare come giornalista.

Dodik non è molto tenero neanche con i suoi potenziali elettori. Prima delle ultime elezioni amministrative, ha minacciato nel corso di un incontro a Kneževo (città che prima della guerra si chiamava Kulen Vakuf): ”Se non votate per mio partito, non si faranno né la strada né la fognatura… Io sarò premier almeno per altri due anni, e vi farò pagare la disobbedienza”.

"E' peggio del dittatore bielorusso Lukashenko", ha detto l’ambasciatore olandese in Bosnia ed Erzegovina Karel Foskuler. Ma Dodik non si lascia intimidire dalla comunità internazionale. E’ impaziente di vedere la fine del mandato dell'Alto Rappresentante (OHR). Non perché la situazione in Bosnia Erzegovina sia stabile, tutt’altro. Dodik spera che, in assenza di sorveglianza internazionale, sarà più facile ottenere la secessione della RS dalla BiH.

Sta lavorando sodo per smantellare tutto quello che rappresenta la Bosnia Erzegovina come Stato sovrano. Sabota e ostacola in continuazione le funzioni del governo centrale. "Dodik è riuscito a distruggere tutto il progresso fatto in Bosnia negli ultimi due anni", hanno affermato in un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Guardian" l'artefice degli Accordi di Dayton, il diplomatico americano Richard Holbrooke, e l'ex Alto Rappresentante Paddy Ashdown.

Il massimo obiettivo di Dodik sarebbe quello di unire la RS alla Serbia. Per questa impresa conta molto sui russi. Per stringere i rapporti con Mosca ha venduto la raffineria di Bosanski Brod a una compagnia russa. I dettagli del contratto sono rimasti un segreto. Lo storico serbo Milorad Ekmecić l’ha assicurato che è sulla strada giusta. "A lungo termine, il destino della RS dipende dalla Russia”, ha dichiarato Ekmecić, lo stesso che all’inizio della guerra in Bosnia assicurava che “200.000 morti non sono nulla in confronto con l’importanza storica di creare la grande Serbia.”

Ogni tanto Dodik ripete le minacce di organizzare un referendum per l’indipendenza della RS. Nutre questa idea utopica tra i serbi di Bosnia. Quando, e se avverrà, l'unificazione con la Serbia, Dodik sarà pronto: a Dedinje, un quartiere elegante e costoso di Belgrado, l'anno scorso ha comperato una villa di valore stimato tra gli uno e i due milioni di euro.

L'ultima volta che Dodik ha minacciato un referendum per l'indipendenza della RS, l’Alto Rappresentante Miroslav Lajćak l'ha invitato a dimettersi perché “mente alla gente su qualcosa che non è realizzabile.” Dodik ha detto di essere pronto nel caso che qualcuno venisse a sostituirlo: "Dovrà inviare i carri armati davanti al palazzo del Governo per mandarmi via”, ha dichiarato.

Milorad Dodik è nato a Laktaši, un paesino vicino a Banja Luka, oggi la capitale della Republika Srpska. Prima della guerra era presidente della giunta comunale del paese. All’epoca la parola Bosnia non gli dava la nausea. Anzi, la Bosnia durante la guerra fu un paradiso per il suo business. Si è arricchito commerciando con vari prodotti, tra cui il gasolio e le sigarette. Da quel tempo gli è rimasto il soprannome “Mile Ronhil”, da un tipo di sigarette che trafficava. Si vantava di aver lavorato con l'infame criminale di guerra, Željko Raznatović Arkan. Era impressionato dal fatto che "bastava una stretta di mano" per finire il lavoro con Arkan. Oggi Dodik è una delle persone più ricche della Bosnia Erzegovina.

Insieme al business, costruiva la sua posizione politica. Il suo partito, l'Unione dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), fu all'epoca l'unica opposizione al partito nazionalista di Radovan Karadzić. Il 27 dicembre 1997, a Bijeljina, Dodik fu eletto Primo Ministro della RS, grazie tra l'altro anche ai voti dei bosgnacchi.

Da riformista ("me lo ricordo come un uomo di sinistra", dice lo scrittore Željko Ivanković), Dodik è evoluto in un nazionalista autoritario. "Ha semplicemente adottato la politica nazionalista del partito di Karadzić", affermano Holbrooke e Ashdown.

Il suo modo assolutistico di condurre la politica, le sue dichiarazioni, il comportamento talvolta volgare, la retorica aggressiva, tutto questo crea un’immagine di finta ribellione. Agli occhi di molti serbi bosniaci è uno bravo, senza peli sulla lingua.

Tredici anni dopo gli accordi di Dayton, la Bosnia Erzegovina è sull’orlo del collasso. Riusciranno i nazionalisti di "seconda generazione" a finire il lavoro che hanno iniziato, in un bagno di sangue, personaggi accusati e condannati per crimini contro l'umanità? http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10380/1/51/

Il complotto contro Obama e la maglietta di Buffon

Mentre sto scrivendo i principali siti italiani aprono con il complotto per uccidere Barack Obama. Se però si guarda più attentamente la notizia si scopre che si tratta dei vaneggiamenti di due sciroccati di "white supremacist" che prima di uccidere il candidato presidente progettavano di uccidere 88 neri e di decapitarne altri 14 (le solite cabale numeriche naziste: un po' quelle della famigerata maglietta di Buffon, ricordate?). Poi, con calma - e, immagino,  con una bacchetta magica -  si sarebbero dedicati a Obama. La cosa divertente è che manco avevano il solito arsenale che hanno questi sciroccati, ma, prima,  volevano svaligiare un'armeria. Insomma siamo nel piano dell'irrealtà. Per questo la maggioranza dei siti USA riporta la notizia per quello che è: una storia di contorno della campagna elettorale. Domani, però, mi aspetto che i giornali italiani abbiano la notizia in prima pagina. Così va il mondo.
paferrobyday

update: qui in Pdf (via FoxNews) le accuse  dei federali (non è l'FBI, ma l'ATF) ai due fuori di cocuzza, così per farsi due risate

http://giornalismoparma.typepad.com/


Ultime notizie sulla Turchia: dentro o fuori?

(Foto Pierre marcel / Flickr)

(Foto Pierre marcel / Flickr)

Cambiano le posizioni sulla possibile adesione all’Europa della Turchia. Un panorama delle dichiarazioni dei leader europei: da Zapatero alla Merkel, da Topolanek a Sarkozy.

PANORAMA

di Fernando Navarro Sordo. , París. di ornella bernardi.

José Luís Rodríguez ZapateroJosé Luís Rodríguez Zapatero | ( Jaume D'Urgell / Flickr)«L’ingresso in Europa della Turchia le darebbe quel valore strategico che a volte oggi le manca». Queste le parole del Presidente spagnolo José Luís Rodriguéz Zapatero, uno dei principali sostenitori dell’entrata in Europa della Turchia. Contraria invece la Cancelliera Angela Merkel, più propensa alla firma di un accordo privilegiato con la Turchia: «il suo ingresso alla Ue potrebbe sovraccaricare a livello politico, economico e sociale l’Europa e mettere così in pericolo il processo di integrazione».

«La Repubblica Ceca presta il suo appoggio incondizioAngela MerkelAngela Merkel | Foto Bertelmann Stiftung / Flickrnato all’entrata della Turchia all’Unione europea. Qualsiasi accordo privilegiato o formula simile è inaccettabile. Qualunque paese che adempie ai criteri di adesione ha tutto il diritto di diventarne membro».

Mirek TopolanekMirek Topolanek | Foto Commissione EuropeaIl Primo Ministro ceco Mirek appoggia senza mezzi termini l’entrata della Turchia, opponendosi alle posizioni del vicino tedesco.

Nicolas SarkozyNicolas Sarkozy | Foto Guillaume POmmier / FlickrEd ecco Sarkozy rispettivamente nel 2005 e 2008: «Lo dico chiaro e tondo: il nostro “si” alla Costituzione europea non implica l’appoggio dell’entrata della Turchia. Fino a quando non si approverà il Trattato di Lisbona non appoggerò nuovi ampliamenti della Ue». Stessa linea, ma per motivi diversi: se all’inizio appoggiava in pieno il pensiero della Merkel, negli ultimi anni ha ammorbidito la sua posizione rispetto alla Turchia.

«La Grecia crede che l’adempimentSilvio BerlusconiSilvio Berlusconi | Foto Samuele Sivla / Flickro turco delle richieste Ue comporti il suo pieno diritto all’ingresso», ciò che pensa Kostas Karamanlis Primo Ministro della Grecia, storica rivale turca.
«Ho rinnovato a Edorgan il nostro appoggio alla candidatura turca alla Unione europea». Questa la postura di Silvio Berlusconi, in linea con la tradizionale italiana.http://www.cafebabel.com/ita/article/26870/ultime-notizie-turchia-dentro-fuori.html


Thailandia - Cambogia: gli scontri al confine aggravano la situazione politica a Bangkok

Non ancora risolta, la controversia sui confini fra Thailandia e Cambogia si è aggravata nell’ultima settimana

Mercoledì scorso, 15 ottobre, nei pressi del tempio khmer di Preah Vihear, nel nord della Cambogia, si è verificato uno scontro a fuoco, esploso all’improvviso, fra reparti militari dei due Paesi. Le dinamiche non sono chiare: due soldati cambogiani sono morti e sette militari thailandesi sono stati feriti. Le autorità politiche dei due Stati si sono scambiate reciproche accuse. La regione è oggetto di un’annosa disputa. Nel 1962 una decisione della Corte internazionale di giustizia aveva assegnato alla sovranità cambogiana l’area contesa del tempio sacro, ma aveva lasciato impregiudicata la sistemazione complessiva di circa 4,6 chilometri quadrati.

La Thailandia ha sempre controllato gli accessi principali al Tempio. All’inizio della settimana scorsa la tensione era stata alimentata dal Primo ministro del Cambogia, Hun Sen, che aveva intimato alle truppe tailandesi di abbandonare le loro postazioni al confine. Non è stata trovata una soluzione istituzionale. Il governo cambogiano ha posticipato i colloqui, che dovevano tenersi nel fine settimana, con la controparte tailandese. Solo una tregua stipulata dai comandanti militari, che comprende l’accordo di svolgere pattugliamenti congiunti, ha riportato una parvenza di tranquillità. A luglio, i governi dei due Paesi avevano firmato un comunicato congiunto con le Nazioni Unite, dove la Thailandia riconosceva la sovranità cambogiana sull’area del tempio e la Cambogia accettava di non rivendicare il territorio tailandese adiacente al tempio.

I due governi non sembrano intenzionati a raggiungere un compromesso durevole, perché entrambi subiscono la pressione dell’opinione pubblica. Per il momento è stato scongiurato il rischio di un conflitto armato di ampie dimensioni ma la sistemazione diplomatica della controversia non appare imminente. Le implicazioni principali riguardano il governo thailandese. L’instabilità politica, che sta caratterizzando il Paese negli ultimi anni, ha raggiunto l’apice a seguito delle dichiarazioni del comandante dell’esercito, il generale Anupong Paochinda, che ha invitato il Primo ministro, Somchai Wongsawat, a dimettersi. Il consiglio pare quasi un avvertimento: la possibilità di un colpo di stato militare non è da escludere, anche se il generale ha smentito l’evenienza.

Paolo Franzoso

 

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=34005


88

88 sta per “Heil Hitler”. Erano 88 le persone che i presunti attentatori volevano uccidere. Un massacro di neri con il bouquet finale rappresentato dall'assassinio di Barack Obama. 14 neri sarebbero anche stati decapitati.
I due “white supremacist” sono stati arrestati e dunque le loro folli idee non potranno tradursi in atti. Daniel Cowart e Paul Schlesseman avevano ideato un piano che era ancora allo stato larvale. Adesso sono dietro le sbarre nel Tennessee. Bene. Ma la notizia del complotto non può che destare preoccupazione. Perché se i nostalgici del KKK sono un'infima minoranza, la rabbia per la possibile (anzi, direi molto probabile) vittoria di un nero il prossimo 4 settembre sono assai diffusi. L'altro giorno mi è capitato di discutere con una coppia di anziani in Arizona che mi avevano esternato la “paura” per la prospettiva di essere governati da Obama. In filigrana ho percepito che il razzismo non era assente da queste considerazioni. Il New York Times oggi pubblica un'inchiesta in cui emerge parecchio razzismo tra l'elettorato bianco e democratico in Pennsylvania. In altre parole se i folli neo-nazisti sono rarissimi, quanti gli spianano la via, il più delle volte inconsapevolmente, sono molti. Manca un settimana al voto e il tono della campagna inevitabilmente sale. E con essa anche l'inquietudine su possibili derive. http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9181


DUELLO FINALE TRA OHIO E PENNSYLVANIA

Barack Obama a Canton in Ohio Barack Obama a Canton in Ohio

di Alessandra Baldini

NEW YORK - Otto giorno al voto e Barack Obama pronuncia l'arringa finale: il candidato democratico alla Casa Bianca, accusato dalla campagna rivale di essere un cripto-socialista, ha incrociato oggi armi e cammino con il repubblicano John McCain in Ohio e Pennsylvania, due stati campo di battaglia nel voto di novembre. Dopo la Cnn e il New York Times, anche la Nbc ha messo Obama oltre la soglia magica dei 270 voti elettorali che servono a conquistare la presidenza.

Il candidato democratico resta stabile al comando in tutti i sondaggi nazionali con oltre il 50 per cento delle preferenze e due sole note dolenti: una lieve flessione in Rasmussen e Zogby. Un filo rosso di malessere tra pignoramento e disoccupazione, religione e fucili, carbone e acciaio lega il teatro dei discorsi di oggi: a Canton nell'Ohio, lo stato che nel 2004 sigillò la vittoria di George W. Bush su John Kerry, Obama ha lanciato il suo 'closing argument' per riassumere due anni di campagna e spiegare agli americani perché devono preferirlo a McCain.

In Ohio la sfida è testa a testa statistico: 49 a 45 per Obama secondo l'ultimo sondaggio dell'Università di Cincinnati: "La prossima settimana con il vostro aiuto cambieremo questo paese", ha detto il senatore agli elettori di uno stato senza vincere il quale nessun democratico ha conquistato la Casa Bianca dal 1960: "In un simile momento l'ultima cosa che possiamo permetterci sono altri quattro anni della vecchia teoria che dobbiamo dare ai miliardari e alle corporation sperando che la prosperità ricada a pioggia su tutti".

Obama si è impegnato a "cambiare, con il vostro aiuto, l'economia dal basso". E' un messaggio improntato al senso civico e delle responsabilità condivise dei cittadini che la campagna repubblicana ha subito tradotto in "più tasse". McCain ha radunato a Cleveland i suoi consiglieri economici e dato al rivale del "ridistributore". Ora sappiamo - ha detto il senatore dell'Arizona - che "cambiamento in cui possiamo credere" e "cambiamento necessario" sono "in realtà "parole in codice per cambiamento redistributivo".

La campagna repubblicana, aiutata da un video di una intervista del 2001 ripescata nel passato remoto del rivale quando era ancora senatore dello stato dell'Illinois, ha tentato di alimentare nell'elettorato il timore di un Obama marxista: "Il suo piano economico somiglia a quello di paesi dove la gente non è libera", ha accusato la numero due Sarah Palin durante un comizio a Iowa City mentre un elettore gridava all'indirizzo del senatore dell'Illinois: 'Socialista!''.

E' un messaggio disperato per far colpo non soltanto sulla 'cintura della ruggine', il ventre molle industriale dell'America colpito dalla crisi economica che per la verità avrebbe solo da avvantaggiarsi di un maggior intervento statale: proprio oggi la Casa Bianca ha confermato che si sta parlando di un salvataggio dell'industria dell'auto.

Ma è anche un affondo mirato ai discendenti dei 'pionieri' degli stati del Sud e del West, da sempre allergici al Welfare State e all'ufficio delle tasse. Per non parlare dei cubani della Florida, che nel 2000 e nel 2004 risultarono decisivi per Bush ma quest'anno andranno a votare con un occhio al portafoglio sempre più vuoto: sui giornali ispanici di Miami la parola inglese più apparsa negli ultimi giorni è 'forclosure', pignoramento. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_792971344.html


E' vero Obama non ha mai oltrepassato il confine sud degli Stati Uniti, non conosce assolutamente l'America Latina, e non ne fa priorita' o tema importante nella sua campagna elettorale.

McCain invece si sapeva fosse stato spesso in Sudamerica. Notizie di ieri e' pero' che il senatore dell'Arizona avrebbe incontrato nel 1985, a Santiago del Cile, il generale Augusto Pinochet. "Un colloquio amichevole, a tratti cordiale", lo definisce lo staff del candidato repubblicano. Davvero sorprendente e spiacevole pero' che McCain abbia effettuato una visita in Cile per incontrare un dittatore senza mai pronunciare un invito pubblico pro-democrazia, senza aver mai toccato il tema dei diritti umani violati in Cile o quello della repressione dell'opposizione democratica cilena.

L'allora ambasciatore cileno negli Stati Uniti addirittura definiva il candidato repubblicano come "un congressista vicino alla ambasciata cilena".

McCain ha fatto cavallo di battaglia, in tutta la sua campagna elettorale, la durezza nei confronti di dittatori e regimi non democratici, sostenendo che mai si sarebbe seduto a dialogare con un dittatore (ad esempio parlando di Cuba). Il suo passato lo smentisce clamorosamente a otto giorni dalle elezioni.http://www.verosudamerica.com/2008/10/mccain-pinochet-cattive-amicizie.html

Colombia: ex-deputato scappa dopo otto anni di prigionia in mano delle FARC

_45144653_2610lizcano203 Come avevamo previsto alla grande stampa interessano solo i sequestri glamour, con passaporto europeo, e molto meno i sequestri in quanto tali. E allora diamo noi la notizia della liberazione in Colombia di Oscar Tulio Lizcano (a destra), ex parlamentare che, secondo le versioni ufficiali sarebbe fuggito insieme ad un ufficiale delle FARC che lo aveva in custodia dopo otto anni di sequestro.

isaza Ingrid Betancourt ha brindato da Vienna alla liberazione e invitato le FARC a ulteriori liberazioni per poter intavolare un processo di pace che però il governo di Álvaro Uribe continua a negare.

L’ufficiale delle FARC che avrebbe disertato insieme a Lizcano, del quale si conosce il nome di battaglia, Isaza (a sinistra), intanto ha ottenuto l’asilo politico in Francia insieme a sua moglie anche lei guerrigliera fino a quattro mesi fa.

 

Nelle mani delle FARC restano al momento due politici e 26 poliziotti e militari più, secondo altre fonti, alcune centinaia di cittadini comuni. Lizcano è il terzo ostaggio che riesce a scappare dalle mani delle FARC.http://www.gennarocarotenuto.it/4103-colombia-ex-deputato-scappa-dopo-otto-anni-di-prigionia-in-mano-delle-farc/#more-4103


INDIA
Orissa: scuole trasformate in campi profughi, studenti a rischio bocciatura
A quattro mesi dagli esami di fine anno, alunni e genitori non nascono la preoccupazione perché rischiano la bocciatura. Da due mesi le lezioni sono sospese e le scuole vengono utilizzate da profughi e polizia come alloggi temporanei. Per il governo la situazione “sta tornando normale”, ma fra i cristiani continua la paura.

Bhubaneshwar (AsiaNews) – Al dramma dei cristiani perseguitati, delle chiese distrutte e i villaggi incendiati, si aggiunge la “preoccupazione” degli studenti che rischiano anche di perdere l’anno scolastico. Nel distretto di Kandhamal, nello stato dell’Orissa, a quattro mesi dalla sessione d’esami in programma nel marzo 2009 vi sono ancora 40 scuole chiuse o utilizzate dai profughi e dalle forze di polizia come alloggi temporanei.

“Da oltre due mesi non possiamo svolgere regolari lezioni” denuncia Bhagaban Das, preside della Sarangada High School a Kandhamal. “Le classi, che un tempo ospitavano circa 300 alunni, ora sono occupate dalla polizia” inviata dal governo centrale per il mantenimento dell’ordine.

Secondo le stime fornite dall’ufficio scolastico della zona, sarebbero oltre duemila gli alunni che rischiano di perdere l’anno a causa dell’interruzione delle lezioni ed è evidente un clima di “rassegnazione” fra studenti e genitori che “non sanno cosa fare”. Dagli uffici dell’amministrazione distrettuale non giungono buone notizie: fino a fine dicembre scuole e istituti verranno utilizzati come centri di accoglienza temporanea per i profughi e le forze dell’ordine, ma i disagi potrebbero continuare anche con il nuovo anno.

Intanto, dopo la cruda denuncia di suor Meena, due giorni fa, il capo ministro dell’Orissa Naveen Patnaik ha detto alla stampa di avere “indicato alla polizia di accelerare le indagini” sulla violenza carnale subita dalla religiosa. Manmohan Praharaj, direttore generale della polizia locale, è apparso in tv per annunciare “la richiesta alla suora di cooperare [per identificare i responsabili], offrendole piena sicurezza”. Anche se funzionari della Chiesa dell’Orissa hanno confermato ad AsiaNews che al momento “hanno poca fiducia” nel governo locale, dopo che ci sono stati inadeguati e tardivi interventi per fermare la violenza che in 2 mesi ha causato nel solo distretto di Kandhamal (Orissa) 37 morti, centinaia di chiese e case bruciate, migliaia di cristiani fuggiti nella jungla per salvarsi, molti dei quali non possono tornare a casa perché non ne è garantita la sicurezza, anche se il 26 ottobre l’amministrazione distrettuale ha detto che “si sta tornando alla normalità”.

Del massacro dei cristiani finalmente si parla in Parlamento. Il 25 ottobre il parlamentare Basudeb Acharia, del Partito comunista marxista dell’India, ha denuciato che “i cristiani sono stati scannati in Orissa e in Karnataka” e ha accusato il governo dell’Orissa, guidato dal Partito Bharatiya Janata fondamentalista indù, di voler “sovvertire” la Costituzione. Ha ricordato come appena un’ora dopo l’uccisione del leader indù Swami Lakshmananda Saraswati, gruppi estremisti indù abbiano iniziato il pogrom anticristiano, in centinaia, ben organizzati con spade e fucili, nonostante tutti sappiano che autore dell’attentato sono stati i marxisti.

 http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13594&size=A


     

Tortura ancora diffusa nel mondo , secondo esperto ONU
di Tara Fernandez

Sessant'anni dopo l'adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani la tortura e' ancora frequente o addirittura e' una prassi normale in molte nazioni. Lo ha sottolineato durante l'ultima assemblea generale delle Nazioni Unite Manfred Nowak, relatore speciale ONU sulla tortura ed altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti.

Nowak ha spiegato che oggi i diritti umani costituiscono l'unico sistema universalmente accettato nel mondo, ma sta crescendo il divario fra la teoria e la pratica. Egli ha sottolineato che la tortura e' diminuita significativamente in varie parti del mondo, ad esempio in America Latina, dove la pratica e' stata ridotta drasticamente con il subentro di governi democratici alle dittature militari, tuttavia, ha detto che a livello globale e' ancora una pratica diffusa.

Nowak e' giunto alle sue conclusioni sulla base di numerose missioni di studio e altre indagini sull'uso della tortura e dei maltrattamenti, diffusi, anche in modo sistematico e di routine, in molti paesi del mondo. L'esperto ha sottolineato anche che milioni di persone in tutto il mondo sono private della loro liberte' e vivono in condizioni di detenzione pari a trattamenti inumani e degradanti. La tortura avviene a porte chiuse e che la mancanza di un controllo pubblico consente la prosecuzione degli abusi sui detenuti, ha aggiunto Nowak chiedendo la trasparenza nelle istituzioni pubbliche e private.

Inoltre la relazione dell'esperto ONU ha evidenziato che "Persone con disabilita' mentali sono molto spesso escluse e messe in una cella singola, senza un'adeguata assistenza sanitaria o psicologica". Durante l'inchiesta condotta per redigere la relazione, sono state trovate in varie prigioni persone in uno stato deplorevole e sconvolgente dal punto di vista igienico e che sono proprio trascurate, dimenticate dal mondo esterno".

www.osservatoriosullalegalita.org



ottobre 27 2008

L’altra sera parlavo con un amico, in quel clima di allegra confidenza che c’è prima dell’ora di cena: quello in cui non si è più ingessati dalle responsabilità del giorno, ma neppure già troppo sbracati, o stanchi; quello in cui, insomma, ancora si ha voglia di ragionare un po’, ma non del tutto seriamente, e si è disposti a dire con il sorriso sulle labbra cose che si è meditate magari a lungo, in silenzio, e in maniera del tutto seria.

L’amico, dunque, dopo una vivace descrizione di un discorso tenuto, ad una cena, da una Massima Autorità, in cui la Massima Autorità, ad onta di tutte le maiuscole che Le erano dovute, aveva fatto una figura che si poteva definire barbina solo perché bisognava ricordarsi d’essere comunque in un contesto ufficiale, l’amico, dunque, dicevamo, se n’è uscito di botto con questa domanda, rivoltami sia in qualità d’amica sia, credo, di storica: “Ma il Rinascimento è stato solo una gran botta di culo?”

L’amico è uomo colto, per di più dotato di una intuizione istintiva per i processi sociali e storici, e quindi la forma così brutale del quesito era una provocazione bella e buona. Si capiva dal tono scherzoso e smagato che accompagnava le parole, e che spesso accompagna le sue boutade, quando decide di farle; eppure stavolta, dietro la simpatica ironia, si indovinava anche una morsa di reale malessere: uno spaesamento che di questi tempi, sempre più, prende tanti, non solo intellettuali, ma anche persone comuni. Quello di sentirsi all’improvviso immersi in una Italia non solo cattiva, ma stupida, ignorante e brutta. Ecco, soprattutto brutta: perché fra le tante cose è questa quella che disturba di più: una terra che in passato si è sempre segnalata per la capacità di produrre cose belle, ora svacca paurosamente nel triviale. Persino chi da anni non si fa illusioni sulla reale fisionomia del nostro paese, e lo sa formato da uno zoccolo retrivo, impermeabile al tempo ed agli sforzi, arcaico e grezzo, resta spiazzato non solo da alcuni rigurgiti belluini, ma dal modo senza grazia in cui vengono espressi e accolti dalla società. Siamo un paese in cui l’etica non ha mai avuto grandi successi, ma almeno l’estetica godeva di un diffuso prestigio: certe cose non si nascondevano perché immorali, ma perché brutte e poco chic. Ma era già qualcosa.

Il fatto è che la nostra cultura è riuscita a produrre, in taluni periodi, sì il Buono, ma come un sottoprodotto del Bello: un sottoprodotto incidentale, va detto, non voluto e neppure cercato scientemente; ma per produrre il Bello, o l’Elegante – si parli di un vestito, di una statua, di un dipinto, una città o un trattato filosofico – è necessario formarsi prima tutta una serie di competenze specifiche e di dare a se stessi una disciplina tale che l’uomo, nel suo complesso, alla fin fine, ne risulta migliore.

Il Rinascimento, in gran parte, è stato questo: una enorme, lunghissima a approfondita riflessione sul Bello e sui criteri che lo dovevano regolare, portata avanti con pignoleria e monomaniacalità da una serie di individui che fecero tutti parte di un movimento comune, ma come cani sciolti. Hanno cominciato a smontare i canoni a loro precedenti, a cercare ispirazione in campi e cose che fino ad allora erano stati tabù, ad infischiarsene dei pregiudizi, dei vincoli della religione, della morale e della politica, rischiando e pagando di persona i conti che alla fine furono presentati. Hanno liquidato il vecchio con atti e percorsi rivoluzionari, ma sostanzialmente individuali.

L’incapacità italica di “fare sistema” era già tutta presente e declinata nella biografie di questi grandi, che, pure se di tanto in tanto capaci di consociarsi in circoli e creare legami, agivano sempre poi da singoli, e come singoli si rapportavano con il mondo. Perché il Bello, è inutile, nasce da uno slancio personale e da una personalissima interpretazione della realtà che ti circonda. Chi si pone come obiettivo di creare il Buono deve per forza pensare come rapportarsi con la società, perché il Buono ha bisogno di una condivisione di partenza e anche di una certa fiducia negli essere umani che devono fare da uditorio e da contraddittorio, perché sono parte attiva del processo; chi crea il Bello può partire anche isolato o da una piccola cerchia di eletti: il Buono si costruisce e abbisogna di discussione, il Bello – platonicamente inteso, ma il Rinascimento era platonico, e l’estetica, per giunta, democratica non è mai stata! - si impone in virtù della sua sola bellezza: è istintivo, poco mediato e può far presa anche su grandi masse che non hanno gli strumenti culturali per comprenderlo appieno.

Il Rinascimento, per certi versi, è stato sì una gran botta di culo. Non però nel senso di generico colpo di fortuna che ha fatto nascere nello stesso periodo una straordinaria serie di personalità dominanti ed eclettiche, ma nel senso che queste personalità hanno capito il mezzo più giusto per diffondere presso la massa italica le nuove idee che andavano proponendo: non hanno tentato democraticamente di convincerla ed educarla, la massa, ma hanno imposto nuovi canoni di bellezza ed una arte nuova. Il Rinascimento, come anche – seppur in più piccolo – il Risorgimento, è stato una sorta di “eroico sopruso”, portato avanti da una minoranza determinata ma per nulla democratica, o disposta a riconoscere a tutti gli altri il diritto di sindacare su ciò che si andava elaborando. Creato il Bello – in alcuni casi addirittura il Meraviglioso o l’Insuperabile – si è arenata lì, perché aveva esaurito il suo compito ed il suo slancio vitale.

In Italia la frattura fra intellettuali e società non si compone mai anche per questo: perché l’intellettuale italico ricerca per sua natura il Bello, qualche volta riesce ad imporlo, e poi si ferma perché sente di aver adempiuto alla sua missione; la massa, dal canto suo, accetta il Bello creato dall’artista, si abitua ad esso sul lungo periodo, ma in qualche modo non lo sente mai quel “Bello” del tutto suo, perché non ha avuto parte nella sua genesi. Lo ammira, quando impara finalmente che lo deve ammirare, ma si ferma lì. Lo scollamento all’interno della nostra società ha radici antiche, ataviche. Parte da questa impostazione di fondo: siamo un popolo che non fa rivoluzioni, ma, al massimo, subisce colpi di mano ascrivibili a ristrette consorterie. Quando ci va bene, arriva il Rinascimento; quando ci va male, e la consorteria vincente proviene dalla pancia retriva del paese, può venir fuori di tutto, Fascismo compreso. Chi perde, a meno che non venga fatto fisicamente fuori, può consolarsi dicendo che il paese è migliore della classe politica che lo governa. Il che, per certi versi, è anche vero. Ma non tutto il paese. Solo quella parte che vorrebbe produrre un diverso e nuovo tipo di Bellezza, ma è stato momentaneamente escluso dalla stanza dei bottoni.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/


Riaprire il futuro
di Barbara Spinelli, La Stampa -

C’è qualcosa che stona, nello stupore contrariato con cui si reagisce alle occupazioni di scuole e università. Come se la mente non fosse più capace di cercare le cause, negli effetti che ci si accampano davanti. Come se la storia e la realtà si esaurissero interamente nella parte terminale, e alla sorgente non ci fosse nulla. Come se avessimo disimparato ad agire calcolando le conseguenze, presenti e passate. L’occupazione di un’università è una violenza, certo. Si impedisce a chi partecipa in modi diversi alla vita pubblica di farlo, perché gli spazi comuni non lo sono più. Ci si prende un diritto togliendolo a altri. Spetta tuttavia a chi pensa e governa capire perché questo accade. Se non lo fa, non sentirà attorno a sé che lo strepito degli Uccelli di Hitchcock, e non troverà né i mezzi né le parole dell’azione autorevole.

Ben più intelligibile apparirà la realtà, se non ci si ferma all’ultimo tratto della storia. La rabbia degli studenti non è senza rapporto con l’autunno delle finanze e con il crollo, brutale, di certezze ostentate per decenni sulle virtù autoregolatrici del mercato.

Negli interstizi delle rovine nascono fiori neri che riflettono drammi di ieri e di oggi: sono una nemesi, una sorta di giustizia che colpisce le ingiustizie dei progenitori. Ogni nemesi è poco sottile e corre il rischio di farsi usare da difensori di uno status quo che va comunque mutato; ma essa dice anche che non esiste impunità, né nel pensiero né nella prassi.

Non si può impunemente parlare per anni dell’enorme debito lasciato ai figli, e stupirsi che uno degli slogan studenteschi sia: «La vostra crisi non la pagheremo noi». Una classe politica non può impunemente infrangere la legalità, condonare falsi bilanci o conflitti d’interesse, screditare magistrati, e poi meravigliarsi che la cultura della legalità ovunque si sfibri. Non bastano i grembiuli e il 7 in condotta a restaurare la legge lungamente vilipesa. I manifestanti dell’opposizione, ieri, hanno citato le parole di un grande, Vittorio Foa: «Sono un po’ scettico sul linguaggio dei valori che sento in giro: vorrei vedere degli esempi perché è dagli esempi che può nascere qualcosa». La manifestazione è stata un successo imponente: anche questo non stupisce.

Più fondamentalmente: non si può per decenni ripetere il motto di Margaret Thatcher - There is no alternative, non c’è alternativa alle sregolatezze del mercato - e poi fare subitanei dietrofront senza mettere in questione un’ideologia sfociata in disastro: disastro per tanti, specie per gli studenti che il precariato sentono di doverlo proiettare in un avvenire più buio. Fino a oggi, solo l’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, ha riconosciuto «errori nati da ideologie liberiste» durate quarant’anni.

Il ministro Gelmini ha ragione quando dice agli studenti: «Non bisogna creare illusioni che producono poi cocenti disillusioni»; «Non vogliamo vendere promesse che non possiamo mantenere». Non ci sono soldi nelle casse statali per i sogni: né quelli degli studenti né quelli venduti in campagna elettorale, ed è vero che gli studenti vivono in una bolla. Ma cos’è stata la vita delle generazioni dei padri, se non un succedersi prodigioso di bolle e dottrine indifferenti ai fatti? Perché questo sguardo feroce sull’ultima bolla, senza ricordare le rovinose penultime? È qui che salta il nesso tra causa ed effetto, tra chi ha il futuro alle spalle e chi ce l’ha davanti, ma chiuso.

Non sono i tagli alle spese che colpiscono, nella legge Gelmini. È chiaro che urge spender meglio, creare università d’eccellenza, premiare il merito: molti soldi inutili son stati sperperati. Quel che colpisce è il vuoto di pensiero, su quel che significano per il domani italiano e occidentale l’istruzione come la ricerca. Quel che scandalizza è il parlare dell’istruzione più come spesa che come investimento nelle generazioni nuove. Manca un discorso riformatore che annunci: ho questo futuro da edificare per voi, oltre a tagli alla cieca, grembiulini e 7 in condotta.

Manca poi l’uso appropriato delle parole. Guardando agli atenei occupati, il presidente del Consiglio non vede che facinorosi, e con volto torvo (perché così torvo?) prima comunica l’invio della polizia, poi ritratta. Nel frattempo il governo parla di terroristi e fa salire le angosce, prepara al peggio, resuscita l’incubo di Bolzaneto (secondo governo Berlusconi). Il modello non è Greenspan ma i vocaboli eversivi di Cossiga, un ex capo di Stato, sul Quotidiano Nazionale: «Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città (...) Dopodiché, forti del consenso popolare, (...) le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano» (il corsivo è mio).

La strategia non è nuova: far montare la tensione, creare un’ennesima paura che gonfia i sondaggi di popolarità. È da anni che governanti senza bussola usano la paura come dottrina e come prassi. Non si è sentito mai, ultimamente, un politico che magari rimprovera le occupazioni ma dica: il futuro comunque è nella scuola, nei professori. Non s’è sentito perché tempi lunghi e futuro non sono nel suo dizionario. Anche qui, dopo un dominio sì assoluto del presente, non può che esserci nemesi. Frank Furedi, che studia da anni la paura, sostiene che questa volta la sua natura cambia. Dopo l’11 settembre ci fu paura, ma essa restò in fondo personale, solitaria. Oggi è panico da orda in Borsa, ed è «la prima vera paura collettiva, globale». Gli individui hanno più che mai bisogno di comunità, di non esser soli. Il crollo finanziario sfregia fondamenti esistenziali come la fiducia, il debito, la speranza. Il paradosso è che quando crolli non hai molto da perdere, e smetti la paura. I contestatori italiani sentono questo.

Da due secoli, gli studenti in tumulto sono una premonizione e un cimento per tutti. Confermano contraddizioni spaesanti: tutto è al tempo stesso più connesso e più sconnesso di quanto immaginavamo. Che lo vogliano o no, essi sono la futura classe dirigente, l’avvenire che s’impersona. Hanno la speranza, dunque non considerano la società come statica, fatale. Dicono no pregiudizialmente, ma intanto s’allenano a intervenire sulla realtà. Così nasce l’educazione civica, sostiene Michael Walzer. Così ci si abitua a «pensare alla cittadinanza come a un incarico politico»: a pensare se stessi «come futuri partecipanti nell’attività politica, non meramente come spettatori bene informati» (La Stampa 23-10). Nelle aule occupate è stato visto lo slogan di Obama: yes we can. Obama ha successo perché spezza i recinti della paura e ristabilisce il nesso tra cause e effetti, ieri e oggi, padri e figli. Al famoso Joe, l’idraulico arricchito ostile alle tasse, ha detto: «Tu una volta eri tra i meno ricchi, bisognoso della solidarietà dei più abbienti. Prova a pensare al Joe che sei stato».

La novità è qui, nell’invito a vedere nel futuro il nostro ieri. Obama dice alla società civile: sei una risorsa politica solo se scopri quel che in te è statico, immemore, non responsabile; quel che non funziona in te, oltre che nei governi. Gian Enrico Rusconi dice cose simili, su La Stampa del 24 ottobre, quando rammenta che la società civile, sempre e disordinatamente invocata, contiene il meglio e più spesso il peggio. Gli studenti italiani sono attratti dai giovani americani che dopo anni d’apatia si iscrivono in massa a votare. Pare che quel che piace loro in Obama sia il ragionamento difficile, non la semplificazione. È una novità su cui vale la pena riflettere.


Il PD c’è, eccome.

Il PD c’è, eccome.

Spera di non invecchiare male come quelli che se ne fregano della gente che va in piazza, ridotti a considerare la politica soltanto come il prodotto di rapporti di forza, e dominati dall’alto (ogni riferimento a Massimo Cacciari e’ per nulla casuale).
Mi spiace di non avere avuto la possibilita’ di essere a Roma ieri. Ma quel che vedo e leggo, la riscoperta di un protagonismo dell’opposizione, smentiscono l’idea di un’Italia tutta quanta assuefatta al senso comune di destra. Ancor di piu’ mi conforta verificare che l’impegno contro la discriminazione e il razzismo ha dato i suoi frutti, diventando uno dei temi principali della mobilitazione democratica. Questo partito e’ afflitto da carenza di democrazia e vive una crisi di leadership (parlo del gruppo dirigente tutto, inadeguato nel suo insieme). Ma questo partito non di meno e’ una realta’ grande, un punto di non ritorno. Altro che dipietrismo e comunismi vari. Dalle primarie dell’ottobre 2007 alla folla di ieri si manifesta una comunita’ cui nessun governo responsabile mancherebbe di rispetto.http://www.gadlerner.it/2008/10/26/il-pd-ce-eccome.html


Circo Massimo: aspettando il partito…

CircoMassimo Chi può negare che al Circo Massimo ci fosse la parte migliore di questo paese, adeguatamente rappresentata dalla frase di Vittorio Foa che campeggiava sul palco?

«Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente» è il minimo comune denominatore di quello che si considera sinistra. Solo il minimo comune denominatore purtroppo, e vent’anni fa quella frase sarebbe stata banale, mentre oggi ci appare altissima. Di questi tempi di fango qualunque cosa di elevato è meglio di niente.

La piazza, quello straordinario mezzo milione di persone (per chi non vuole essere suddito culturalmente anche per le iperboli numeriche al venditore di fumo che ci governa) viene per partecipare. Il Partito Democratico offre rappresentanza (oltretutto bloccata), che è infinitamente di meno della partecipazione, ma molto di più della deriva antiparlamentare nella quale sta cadendo il regime.

Il discorso del segretario Walter Veltroni è stato ottimo su alcuni punti, scuola, ricerca, ecologia. Convincente su temi come il razzismo o il rilancio del ruolo dello Stato. Elusivo su alcuni altri, i soldi agli squali delle banche, oppure sulle elezioni europee dove difende il voto di preferenza ma nulla dice su uno sbarramento che imporrebbe un bipartitismo di fatto. E’ stato concessivo agli umori peggiori del paese su temi come la sicurezza, e omertoso sul grande buco nero del PD, la difesa della laicità dello Stato, sulla quale non è stata spesa neanche una parola, o sulla giustizia dove, per motivi incomprensibili ai più, lascia praterie non tanto ad Antonio di Pietro ma al partito dei corrotti.

Non doveva sciogliere tutti i nodi Walter Veltroni e non si poteva pretendere che li sciogliesse. Ma non sfugge il sapiente stucchevole scioglilingua con il quale si è oramai definitivamente sostituito l’uso della parola “sinistra” (mai utilizzata come conferma una ricerca testuale) con quella “riformismo”. Per Veltroni in Italia c’è la “destra” (non più il “centro-destra” e dev’essergli costato elidere quel “centro”) evocata 13 volte e il “riformismo”. Tertium non datur. Chissà se si sono capiti davvero Veltroni e la piazza.

Ma attenzione, se la parola “sinistra” resta impronunciabile per lo stato maggiore del PD, anche la parola “riformismo” sta subendo una trasformazione. Dagli anni ‘90 e fino al 13 aprile 2008, “riformismo” era divenuto sinonimo di liberismo. Il “riformismo” era il simbolo della sudditanza culturale della post-sinistra al pensiero unico ed è così che la post-sinistra ha governato, vinto ma soprattutto perso elezioni, fondato il PD e consegnato il paese alle peggiori destre d’Europa. Dopo la sconfitta, e dopo la crisi della finanza, e nascondendosi dietro l’angelo custode Barak Obama, per il PD la parola “riformista” ricomincia ad avere echi timidamente novecenteschi e socialdemocratici. Forse di comodo, ma sarebbe ingiusto non rilevarli.

Proprio lì sta la grande contraddizione del PD. Milioni di elettori di sinistra, centinaia di migliaia di onesti militanti di sinistra che stonano con una cupola del partito e un piccolo esercito di burocrati in carriera che sono tutt’altro che di sinistra. Questi ultimi forse si vergognano perfino un po’ di quella piazza che evocano per comodità ma che fanno restare ben al di fuori del recinto sacro della zona Vip della nostra borghesia illuminata.

Quanta gente era in piazza riconoscendosi in Paola Binetti? Quanta ha viaggiato fino a Roma sentendosi rappresentata da Massimo Calearo? Se il PD si aprisse davvero alla partecipazione della base, quanti degli attuali leader sopravvivrebbero? Per quanto tempo quegli elettori cederanno rappresentanza alla centralità del PD senza esigere di partecipare? Il popolo ieri è arrivato a Roma, ma non s’illuda Veltroni su di un cambio d’umore; come diceva Juan Domingo Perón, “il popolo arriva sempre, con i dirigenti in testa, o con la testa dei dirigenti”.

Il dramma è che ha ragione “Il Secolo d’Italia” a sostenere che le periferie oramai sono con loro, con le destre. Quel popolo del Circo Massimo, oltre ad essere l’unica speranza di futuro, è in realtà il resto di un’idea di paese già distrutto. Gli accenti toscani e delle storiche regioni rosse abbondano. Non diciamo nulla di nuovo a ricordare che sono soprattutto insegnanti, impiegati, residui di classe operaia tuttora cosciente di sé, gente che legge, gente che ha speranze più che paure e, nonostante Berlusconi, sogna un’Italia più equa, molto più di quanto odi quella attuale. Al Circo Massimo rappresentano le parti d’Italia dove bene o male la sinistra ha dato il meglio di sé. Ma la nostalgia non basta più da tempo.

La grande sfida è allora recuperare alla partecipazione, al voto, alla vita democratica, almeno parte di quel lumpen-proletariato deculturizzato al quale Silvio Berlusconi vuol dare con Mariastella Gelmini ancora meno educazione. Impaurito dall’immigrazione e al quale la Lega dà risposte di pancia e razziste. Precarizzato ma che nella paura del domani non trova risposte altre che quella del modello. Ignorante, volgare, asociale, corrotto nei costumi, conquistato dal peggior individualismo del berlusconismo, tutto il contrario di quell’Italia bella e decente che evoca Veltroni e che era presente ieri al Circo Massimo, eppure così ovviamente centrale per le ragioni etiche della sinistra oltre che per il semplice “riconquistare il potere” che tiene insieme la classe dirigente del PD. L’Italia è oggi tra i paesi più diseguali al mondo. Ma le nude statistiche dell’OCSE si limitano a calcolare il reddito. Meno registrano l’abisso culturale ed etico nel quale le periferie, che si riconoscono nelle destre o semplicemente non si riconoscono in nulla, stanno cadendo dopo un quarto di secolo di retrocessione dello Stato e della società civile.

Ci sono due maniere per conquistare quegli elettori, quelle persone che dovrebbero essere il centro di tutto perché senza di loro non c’è coesione sociale né progresso possibile. La prima è quella di assecondarle nei loro umori peggiori esaltati dal berlusconismo. Sarebbe una scorciatoia e il popolo di ieri si assottiglierebbe. Continuerebbe a manifestare e ad esigere un’Italia migliore, invece che con i dirigenti alla testa, con la testa dei dirigenti.

La seconda è proporre davvero un progetto alternativo di paese. Un progetto che non può che essere di modernizzazione solidale. Un progetto che Veltroni chiama “riformista” ma che i suoi elettori continuano a chiamare “di sinistra”. Ha causato qualche sorriso in molti il fatto che il segretario del PD abbia concluso il proprio discorso con uno slogan preso pari pari dal movimento dei Fori Sociali: “Un’altra Italia è possibile”. Di nuovo: tra l’appeasement al berlusconismo e l’Italia del popolo del Circo Massimo, profondamente alternativa a tutto quello che rappresenta Berlusconi, tertium non datur. Speriamo che Veltroni ci creda davvero.http://www.gennarocarotenuto.it/4092-aspettando-il-partito/#more-4092


L’america cambia “pelle”… ancora una volta, e non cambia solo il colore…

L’america a differenza dell’Italia e’ un paese dinamico che cambia in fretta.
Non ha molta storia alle sue spalle, gli edifici piu’ antichi risalgono alle missioni spagnole del diciassettesimo secolo, ma non vi aspettate chissa’ che, il resto viene rinnovato e fagocitato in fretta di generazione in generazione.
I cambiamenti architettonici riflettono in realta’ la fluidita’ sociale, la freschezza e la giovanilita’ dell’ideale americano, che rifugge stagnazioni e ammuffimenti guardando sempre al futuro e mai al passato. Non ci sono grandi drammi nella mobilita’ del lavoro perche’ in america anche nei periodi difficili e’ sempre possibile avere una opportunita’, Le classi sociali sono piu’ permeabili che altrove, questa e’ la chiave del tanto decantato “sogno americano”.
Questa vitalita’ si riflette anche nelle dinamiche politiche ed elettorali.

Certo rispetto a qualche anno fa fa sensazione che un afro-americano sia sul punto di diventare Presidente degli Stati Uniti, sopratutto se pensiamo che solo 44 anni fa gli afro-americani non godevano degli stessi diritti dei bianchi (fino cioe’ al “Civil Rights Act” promulgato la Lindon B. Johnson nel 1964), e che addirittura fino a 150 anni fa i neri erano in schiavitu’ in molti stati del sud (fino alla guerra di secessione vinta da Lincoln che sosteneva l’abolizione dello schiavismo). Avevamo gia’ parlato del razzismo nelle elezioni americane, qui invece scendiamo ancora piu’ in profondita’ nell’analizzare cio’ che cambia sottotraccia nel tessuto sociale americano.
A parte questo aspetto certamente non secondario, ma contingente, si puo’ osservare  uno dei  piu’ profondi mutamenti sociali e demografici americani degli ultimi anni,  rispetto all’andamento delle elezioni. E’  un mutamento carsico qualcosa che demolisce alla base certezze solidificate negli anni e viene fuori osservando dei dettagli come quello che stiamo per introdurre e che da’ la misura di come i cambiamenti a volte assumano la caratteristica di autentici ribaltamenti:

Mentre nel 1976 i democratici (Carter) vincevano gli stati piu’ poveri e i repubblicani i piu’ ricchi ora accade l’esatto opposto (sebbene per i repubblicani continuino a votare in maggioranza gli stra-stra-stra-ricchi che pure sono tanti in america ma non cosi’ tanti da incidere sensibilmente). Questo articolo, che evidenzia questo incredibile ribaltamento, e’ da antologia:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/conte…ml?hpid=topnews

pensate che dei 12 stati piu’ ricchi nel 2004 ben 10 andarono saldamente a Kerry e solo 2 a Bush.

Quali sono questi 2 stati?

Facciamo un’altra domanda.

Ci sono 2 stati che sono repubblicani dal 68 senza soste e che ora sembrano essere decisamente nel mirino di Obama piu’ di tutti (Ohio, Iowa NH e NM sono swing state che sono sempre nel mirino a prescindere io parlo di 2 stati dei quali qualche anno fa non si sarebbe parlato nemmeno per scherzo di metterli nella colonna democratica).

Questi 2 stati sono il Colorado e la Virginia.

Come il nostro Lorenzo Pregliasco ha spiegato in questo suo eccellente video, se questi 2 stati andassero ad Obama la mappa cambierebbe in maniera talmente radicale da rendere possibile la vittoria dei democratici anche se essi perdessero Ohio, Florida e Pennsylvania, i 3 grandi stati che fino ad ora si erano ritenuti assolutamente indispensabili per essere eletti presidente degli Stati Uniti. La cosa comporterebbe una svolta epocale rispetto alle elezioni precedenti.

Guardiamo ora questi 2 stati piu’ nel dettaglio.
Il Colorado nel 92 ando’ a Clinton, ma solo grazie ai voti tolti a Bush padre da Ross Perot, e ci ando’ di poco, a parte il 92 il Colorado aveva votato democratico solo nella famosa landslide di Lindon Johnson nel 1964 (poco dopo la morte di Kennedy).
La Virginia ancora peggio. L’unica volta che ha votato democratico e’ stata nel 1964.
Tornando piu’ indietro nel tempo vediamo questi 2 stati votare democratico per Truman nel 1948(quello che aveva dato l’ordine di lanciare la bomba atomica nel 1945).
Preistoria insomma. Questi 2 stati erano tra quelli piu’ repubblicani, essendo anche tra i piu’ ricchi e essendo che i piu’ ricchi votano ora per i democratici si stanno spostando a sx.
Perche’ i piu’ ricchi votano democratico?
Forse per Clinton che ha fatto molto bene all’economia ed ha creato molti nuovi ricchi (la mappa della ricchezza in america e’ cmq cambiata), mentre Bush l’ha depressa.
Eppure e’ stato Bush a tagliare pesantemente le tasse ai ricchi, mentre obama promette di aumentarle.

Volevate sapere quali erano gli unici 2 stati su 12 tra i piu’ ricchi che nel 2004 erano andati a Bush?
Ecco vi ho appena risposto.

E’ possibile che i 12 stati piu’ ricchi questa volta vadano tutti e 12 ai democratici, e questo non deve sorprendere piu’ di tanto anche perche’ se ricordate per Obama votavano alle primarie 3 categorie:
1) neri
2) giovani
3) gente con piu’ di 50000$ di

il combinato disposto di questi 3 fattori rende molto piu’ probabile la vittoria di Obama nei vari stati.
Quindi uno stato giovane, con una alta percentale di neri e con un reddito medio alto e’ il terreno piu’ fertile per la campagna di Obama. Abbiamo appena fatto l’identikit della Virginia, la quale non viene ascritta ancora definitivamente nella colonna di Obama solo perche’ il fatto di non aver votato democratico per ben 44 anni costituisce un formidabile ostacolo, che tuttavia viste le premesse dovrebbe essere superato in scioltezza dal candidato democratico.

Se consideriamo che gli ispanici, che avevano votato per Hillary Clinton alle primarie, ora appoggiano Obama con percentuali altissime (l’appoggio a “Tancredo” sulle politiche immigratorie -alle quali gli ispanici sono estremamente sensibili- da parte di McCain gli ha alienato il voto di questo sostanzioso e crescente gruppo di elettori) allora comprendiamo che l’identikit vale anche per il Colorado al quale sostituiremo i neri con gli ispanici ed il gioco e’ fatto.

Come abbiamo detto bastano questi 2 stati a sconvolgere gli equilibri di una mappa che nelle 2 precedenti elezioni aveva visto combattere i 2 fronti sempre negli stessi stati citati sopra. Molti ricorderanno il “recount” in Florida nel 2000 o le polemiche sul voto dell’Ohio nel 2004, stavolta sembra che le cose possano andare diversamente, in america le cose scorrono in fretta e i tabu’ sono fatti per essere abbattuti…http://termometropolitico.wordpress.com/2008/10/27/lamerica-cambia-pelle-ancora-una-volta/


 
 


I brividi sono venuti solo a me?

Scherzi a parte, è uno spot magistrale, così efficace perché profondamente diverso dalle lezioncine petulanti cui ci avevano abituato i candidati democratici (Kerry in testa). Il messaggio è puramente emotivo, ed è vincente per questo. Perché attiva le reti mentali della speranza, dell'entusiasmo, della fiducia, mischiando immagini del candidato che parla alla gente, immagini del candidato che sta con la gente (bambini, soldati, lavoratori), immagini della gente che il candidato ha saputo ispirare.

Quella di Obama è la prima campagna democratica fondata sui valori dai tempi di Clinton. E' anche per questo che ha saputo rivolgersi a molti moderati e conservatori: perché ha proposto un messaggio diretto anche a loro. Perché ha parlato dei loro valori con le loro parole.

Sono curioso di vedere lo spot di 30 minuti di mercoledì. Se l'hanno preparato con la stessa abilità di questo potrebbe segnare il punto definitivo.
http://termometropolitico.forumcommunity.net/?t=16363348&view=getlastpost#lastpost

Bulgaria: giù il mattone, su i tassi

scrive Tanya Mangalakova

Tassi di interesse su, prezzi degli immobili giù e settore edilizio in ginocchio. Anche in Bulgaria la crisi economica si fa sentire. Il governo ostenta ottimismo, gli economisti temono invece un forte rallentamento della crescita
Il sistema bancario bulgaro è stabile, ricco di liquidità, non vi è alcun pericolo per i depositi dei risparmiatori o delle aziende. Lo ha affermato il primo ministro Sergei Stanishev ad una conferenza stampa tenutasi lo scorso 9 ottobre, immediatamente dopo che la Borsa valori bulgara aveva subito alcune sedute altamente negative come conseguenza della crisi finanziaria globale. Il governo ha comunque garantito i depositi bancari fino a 50.000 euro. Secondo le parole del premier inoltre, la riserva fiscale di 11 miliardi di lev (circa 5,6 miliardi di euro), e l'investimento straniero diretto di 2,8 miliardi di euro (da gennaio ad agosto 2008) sono segnali di fiducia per l'economia bulgara.

Nonostante le dichiarazioni ottimistiche, il criticismo dell'opposizione locale e degli esperti di economia e i primi segnali di stagnazione in alcuni settori mostrano che la situazione nel recente membro dell'Ue non è del tutto rosea. Le banche hanno gonfiato i loro tassi d'interesse sui mutui, i prezzi delle proprietà sono scesi e si sta verificando una diminuzione degli investimenti stranieri.

La mongolfiera immobiliare

L'acquisto di una casa è un valore tradizionale per i bulgari. In base all'agenzia “Raiffeisen imoti”, in Bulgaria vi sono 3,75 milioni di case, un cittadino su due possiede un appartamento o una casa, senza considerare terre, negozi e uffici. Gli scorsi anni sono state costruite molte abitazioni a Sofia. I prezzi nella capitale e in alcune grandi città sono diventati sempre più alti prima dell'entrata della Bulgaria nell'Ue, nel 2007. Gli appartamenti nei modesti edifici socialisti che sorgono nelle periferie della capitale arrivano a costare 1000 euro al metro quadro.

Edifici residenziali e centri commerciali sono spuntati come funghi negli ultimi 5 anni a Sofia. Chilometri e chilometri di costa del Mar Nero sono stati coperti con veri e propri giganti alberghieri e complessi residenziali. Le banche hanno concesso generosi prestiti ad investitori e clienti per costruire o comprare proprietà. Gli investitori hanno realizzato grossi profitti.

Ma ora tutto questo è cessato. La mongolfiera immobiliare e il business edilizio rischiano di scoppiare. Nei prossimi anni falliranno molte compagnie edili, in particolare quelle che lavorano indebitandosi troppo, sostiene Petkan Iliev, professore di economia.

Forti ripercussioni anche sul turismo. 80 alberghi e 500 appartamenti presso il villaggio turistico “Sunny beach”, sul Mar Nero, sono in vendita al costo di...1 euro. Gli eventuali acquirenti dovrebbero infatti accollarsi tutti i debiti degli hotel, le spese di riparazione e di ristrutturazione. Quest'estate è stata molto “amara” per molti proprietari della costa del Mar Nero. I loro alberghi sono rimasti vuoti, e loro li hanno messi in vendita, ma non sembrano esserci acquirenti interessati. Molti hotel saranno rilevati dalle banche locali, altri saranno demoliti, come è avvenuto in Spagna. Lo ha preannunciato quest'estate Anelia Krushova, a capo dell'Agenzia turistica nazionale.

Un colpo agli affari

Il governo in carica da un lato, l'opposizione di destra e alcuni esperti dall'altro, sono divisi su come il rilevante surplus di budget - 1,2 miliardi di lev, più di 600 milioni di euro - dovrebbe essere speso e in merito alle previsioni di crescita economica.

Secondo Ivaylo Kalfin, ministro degli Esteri e membro del parlamento, la crescita economica del Paese, che al momento è pari al 7%, potrebbe scendere a 5-5,5%. Bozhidar Danov, presidente dell'Associazione industriali bulgari, ha affermato che il rallentamento nella crescita sarà inferiore al 4%.

Il boom dell'edilizia e il mercato immobiliare hanno fatto il loro tempo e la diminuzione della domanda e dei contratti in questi settori colpiranno l'intera economia - ha dichiarato Danov secondo il quale i cospicui investimenti nell'edilizia sono stati il motore di molti altri settori quali metallurgia, produzione di cemento, vetro, mobili, industria chimica, trasporti. E' per questo che, sempre secondo il rappresentante degli industriali, il governo invece di spendere enormi parti del surplus di budget per l'assistenza sociale e il sistema pensionistico e per l'acquisto di computer e automobili per l'amministrazione, dovrebbe investirli nelle infrastrutture, in particolare per la costruzione di strade, in modo da attutire la crisi.

In ottobre inoltre gli imprenditori locali e gli economisti si sono rivoltati contro la politica degli alti tassi di interesse delle banche bulgare. "Qui le banche sono stabili, ma abbiamo bisogno di misure di sostegno per le aziende perché la crisi finanziaria mondiale e i crediti costosi minacciano gli affari bulgari", ha affermato Alexander Bozhkov, a capo del Centro di Sviluppo Economico. Le banche traggono grandi profitti dagli alti tassi di credito a scapito delle aziende e dei cittadini, ha affermato invece Chavdar Nikolov, economista.

Gente comune

Tra la gente comune cresce sempre più il pessimismo in una condizione di crescita costante dei prezzi di elettricità, gas, petrolio, cibo, trasporto, tasse e servizi. La crisi finanziaria globale si farà sentire in Bulgaria soprattutto presso le famiglie, e la piccola-media impresa, ha commentato il prof. Dimitar Ivanov secondo il quale l'attività economica delle piccole compagnie è a forte rischio, vi sono reali pericoli di bancarotta e di crescita della disoccupazione e i risparmi potrebbero essere svalutati del 20%.

Tutti i commentatori in questi giorni hanno fatto notare anche il lato debole del governo attuale, che ha causato il congelamento di più di 1 miliardo di euro di fondi europei dopo che l' Ufficio europeo anti-frode ha scoperto diversi casi di corruzione, nepotismo e frode.

In ogni caso, la profonda crisi economica non è niente di nuovo per la Bulgaria, Molti ricordano l'iper-inflazione del 1996- 1997, quando il Partito socialista bulgaro era al governo, il tasso del dollaro americano cresceva quotidianamente come in “Obelisco nero” di Remarque.

Allora camerieri, autisti e guardie del corpo vennero incaricati come direttori di banca e poi fu il collasso economico. Le banche fallirono, i risparmi di molti bulgari si dissolsero, le proprietà di stato vennero privatizzate per cifre irrisorie. Il governo successivo, di destra, ha ancorato il valore del lev al dollaro americano (ora è ancorata all'euro) riuscendo a stabilizzare l'economia.

Vi è una barzelletta che gira in questi giorni. La crisi finanziaria viene paragonata ad un virus del computer. In questo caso la Bulgaria sarebbe vaccinata al virus perché qui si scrive ancora a macchina.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10372/1/51/

The wisdom of the crowds

Obamadenvjpg Anche oggi c'erano circa  75mila persone  100mila persone (questo è il dato stimato dalla polizia) ad ascoltare Barack Obama a Denver. E il Colorado non è esattamente un blue state. Questo il commento di John Dickerson:

Everyone is busy. Life is hard. Free time is sacrosanct. Security at political rallies is a pain. Still: 75,000 for Obama today in Colorado.

John Dickerson via Twitter

http://giornalismoparma.typepad.com/


ULTIMA SETTIMANA NEL SEGNO DELLA PENNSYLVANIA

In 100.000 per Obama a Denver In 100.000 per Obama a Denver

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - Un assalto finale di Barack Obama su scala nazionale agli Stati vinti quattro anni fa dai repubblicani, un contrattacco di John McCain che punta soprattutto a un bersaglio: la Pennsylvania. E' su questa linea strategica che si apre l'ultima settimana piena di campagna elettorale per i due aspiranti presidenti degli Stati Uniti.

Con il voto del 4 novembre che si avvicina, Obama mantiene un solido vantaggio nella corsa alla Casa Bianca. Poco meno di 8 punti lo dividono da McCain nella media dei sondaggi nazionali di Real Clear Politics, con pochi segni di inversione di tendenza. Il sondaggista John Zogby è tra le rare voci che segnalano un McCain "con numeri in crescita, mentre Obama cala di giorno in giorno: sembra esserci una relazione diretta tra questo e il fatto che McCain stia parlando di economia", usando l'immagine di Joe l'idraulico dell'Ohio per cercare di convincere la classe media a non fidarsi di Obama. L'ultima rilevazione di Zogby indica cinque punti di distacco tra i due (49-44), così come uno dei sondaggi della Gallup, il più prudente. Ma il dato si scontra con una raffica di altre rilevazioni che vedono un divario di 12-13 punti e in crescita.

Obama, dopo aver passato il fine settimana nel West a consolidare il vantaggio in Colorado, nei prossimi giorni proseguirà il proprio attacco a Ohio e Virginia, due Stati vinti dai repubblicani nel 2004 nei quali il democratico è ora saldamente avanti nei sondaggi. L'enorme quantità di soldi su cui può contare Obama, assai più vasta delle risorse di cui dispone McCain, gli permette di tenere in piedi una macchina da guerra efficiente in un gran numero di Stati, compresi quelli dove dovrebbe sentirsi sicuro. "Non dobbiamo abbassare la guardia, dobbiamo combattere in ciascuno dei giorni che restano", ha ripetuto Obama in Colorado.

Uno dei luoghi dove il candidato democratico non intende correre sorprese è la Pennsylvania, dove tornerà lunedì sera a far campagna. I sondaggi indicano vantaggi a due cifre per Obama su McCain nello Stato, che nel 2004 fu vinto dal candidato democratico John Kerry. Ma da giorni il governatore democratico della Pennsylvania, Ed Rendell, ripete di "non sentirsi tranquillo" e McCain e la vice Sarah Palin batteranno a tappeto lo Stato lunedì e martedì.

I 21 'voti elettorali' della Pennsylvania si stanno trasformando in un bottino che il repubblicano deve vincere a tutti i costi, se vuol sperare di avere qualche possibilità di frenare la corsa di Obama verso quota 270 voti, la soglia che apre le porte della Casa Bianca. Un'altra 'mission impossible' per McCain è il tentativo di recuperare l'Iowa (dove ha fatto campagna nella giornata di oggi) e il New Hampshire, lo Stato della sua rinascita politica nelle primarie, che sembra voltargli le spalle ed essere pronto a votare Obama con un largo margine (54-39% secondo l'ultima rilevazione del Boston Globe).

McCain ha esortato gli elettori a non prendere sul serio le voci di chi lo vuole spacciato. "Nell'ultima settimana - ha affermato - abbiamo recuperato e abbiamo sondaggi che indicano solo tre o quattro punti di distacco. Inoltre, io seguo il mio istinto e ciò che vedo tra la gente, non solo i sondaggi. E per questo sono convinto che saremo competitivi in molti Stati-chiave e che alla fine vincerò".

Obama, nel frattempo, mentre esorta i suoi a non abbassare la guardia, secondo le indiscrezioni che girano tra i suoi collaboratori sta anche preparandosi al futuro. Non solo il suo discorso 'della vittoria' della notte del 4-5 novembre, ma anche quello del giuramento del 20 gennaio sarebbero già in via di definizione (circostanza smentita dallo staff di Obama), e girano con sempre più insistenza i nomi del suo futuro governo: secondo il magazine 'New York', Larry Summers sarebbe in pole position come ministro del Tesoro, mentre Robert Gates potrebbe restare al Pentagono.

marco.bardazzi@ansa.it

 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_792879033.html


Desperado


Madre, Umm




Madre, o meglio, umm, la parola che in arabo si usa per madre. Perché oggi, madre, la vorrei declinare solo all’araba, come fosse uno spioncino su codici sociali che pensiamo distanti, e che distanti non sono. O magari distanti non erano. Umm, con quella lunga emme che è centrale, lungo tutte le coste del Mediterraneo. La emme che i neonati farfugliano per farsi sentire, che i bambini ripetono per farsi curare, che gli adulti continuano a usare per farsi sostenere. La emme di mamma, di umm appunto, dell’ebraico ima.
Quello che però mi ha sempre colpito, di Umm, è che deve essere accompagnata a qualcosa. Non è come mama, la parola che i bambini arabi pronunciano a cantilena, quando la necessità lo richiede. No. Umm non è mai sola, come una madre, appunto. È assieme al nome del figlio, il primogenito. Umm Mohammed, la mamma di Mohammed. Ma anche accompagnata al nome di una figlia, ricordava per esempio Sahar Khalifah, la più grande scrittrice palestinese vivente, nel suo Primavera di fuoco. Descriveva, nelle pagine più dure del suo romanzo sulla seconda intifada, la figura di Umm Su’ad, donna forte e generosa, con un marito dispotico, tanti figli maschi che se n’erano andati per ogni dove. E una figlia adorata, Su’ad, appunto: l’unica alla quale il suo nome si sarebbe potuto legare, con un nodo indissolubile.
Ironia della sorte, anche la più grande cantante araba, la madre della canzone araba contemporanea, che di figli non ne aveva avuti, quell’umm ce lo aveva. Umm Kulthoum, si chiamava, e la sua voce si continua ad ascoltare la sera, quando imbrunisce, a bottega o quando si torna dal lavoro. Umm Kulthoum, la voce che veniva dal Cairo. E il Cairo, per gli arabi, è ancora oggi Umm Dunya, la madre del mondo.
Madre mai sola, mai da sola, mai a parte. Sempre assieme alla sua funzione, non come una catena, ma come una ovvietà. Si è madri di qualcuno, e questo filo non si romperà mai. Si è chiamate, per strada, non con il proprio nome, ma col nome di quel fardello che si è portato in corpo. Umm Mohammed, Umm George, Umm Fu’ad. A qualsiasi fede si appartenga: musulmane, cristiane, una volta le arabe ebree, quando c’erano ancora le comunità ebraiche nei paesi arabi. Umm Yehuda, Umm Ezra, sono nomi ricorrenti, per esempio, in Victoria, il capolavoro dell’israeliano Sami Michael, ebreo di Baghdad.
Le mamme, da queste parti, sono come tutte le mamme mediterranee. Avvolgenti e centrali, talvolta troppo indulgenti, capaci – come le contadine arabe – di mandare all’università stuoli di figli, lavorando senza posa. Perché nonostante i veli su cui noi occidentali ci concentriamo decisamente troppo, la società araba è – per così dire – geneticamente e quotidianamente matriarcale. La tradizione islamica vuole la madre tanto importante, da dover essere messa davanti a tutto: prima viene tua madre, poi tua madre, poi ancora tua madre, poi tutto il resto. E uno dei modelli, nel Corano, è Maryam, Umm Issa, la mamma di Gesù.

Questa era l'ultima parola della settimana per il vocabolario di Fahrenheit, su Rai Radio3.

La foto, scattata in Marocco, è di Pier Vittorio Buffa.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


ALLE URNE PER BALLOTTAGGIO AMMINISTRATIVE



Oltre 28 milioni di brasiliani dovevano tornare oggi alle urne oggi per il ballottaggio delle elezioni amministrative nelle città con più di 200.000 elettori dove nessun candidato a sindaco ha raggiunto il 5 ottobre più della metà dei voti validi. Secondo resoconti della stampa locale, il voto si sta concludendo in un clima tranquillo nonostante alcuni problemi tecnici. Al primo turno, il Partito dei Lavoratori (Pt) del presidente Luiz Ignacio Lula da Silva non è riuscito a garantirsi il controllo di San Paolo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte (nel sud-est), Salvador (nord-est) e Porto Alegre (sud). Secondo Paulo Rezende, analista della Pontificia università cattolica (Puc), “l’elezione anticipa la sfida e la possibilità di future alleanze per le presidenziali del 2010” in particolare a San Paolo, principale distretto elettorale brasiliano con 8,2 milioni di aventi diritto al voto, dove si affrontano Gilberto Kassab, sostenuto dai socialdemocratici e favorito dai sondaggi, e la candidata del Pt Marta Suplicy.

 

 

http://www.misna.org/


Troy Davis : esecuzione fermata per la terza volta
di Rico Guillermo*

Per la terza volta l'esecuzione di Anthony Troy Davis e' stata bloccata a poche ore dal momento fissato per l'azione del boia.

Un tribunale federale di Atlanta e' intervenuto infatti ieri poco prima che egli fosse messo a morte con una iniezione letale, accogliendo il ricorso dell'uomo, un agente di polizia nero condannato con l'accusa di aver ucciso nel 1989 un altro agente ma per il quale c'erano circostanze particolari: la condanna era stata ottenuta senza prove biologiche e senza che l'arma del delitto fosse ritrovata.

Inoltre sette su nove delle testimonianze rese in aula e sulla cui base era stato emesso il verdetto sono state in seguito ritrattate ed alcuni indizi sono emersi a carico di un altro uomo presente sulla scena del delitto.

Questi fatti hanno destato perplessita' anche nella Corte Suprema del Texas, lo Stato nel cui braccio della morte si trova rinchiuso Davis - i quali avevano valutato la necessita' di concedere maggior tempo per il riesame del caso. La Corte Suprema USA aveva invece rifiutato di esaminare l'istanza dell'uomo.

Con la decisione di venerdi', il giudice federale ha dato agli avvocati di Davis 15 giorni di tempo per presentare una memoria convincente sulla possibilita' effettiva che egli possa dimostrare di essere stato condanato ingiustamente e si e' riservato altri 10 giorni di tempo per decidere.

La protesta di innocenza di Davis ha attirato l'attenzione internazionale, con interventi di autorita' mondiali (Desmond Tutu e il segretario del Consiglio d'Europa Terry Davis, per fare due nomi) e con appelli di ONG per i diritti, cui hanno dato il loro contributo anche i lettori di questo sito.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org



ottobre 26 2008

Se Anna Frank avesse avuto un blog, la beccavano dopo una settimana

Ogni volta che qualcuno mi guarda strano e mi chiede: ma perché tu non metti il cognome? io sorrido e cerco di spiegarglielo; però in realtà dovrei essere io a guardare strano lui. 


cercavamo una persona per un posto per noi strategico. Come faccio sempre ho fatto prima una ricerca in rete. Uno dei candidati aveva scritto proprio su Facebook "Non riesco a trovare lavoro vicino a casa, sono costretto ad andare a milao per un colloquio, se mi assumono ci vado, ma continuo a cercare e se trovo vicino a casa li mollo subito"

E' risultato il migliore, ma ovviamente non lo abbiamo assunto.http://piste.blogspot.com/search?updated-min=2008-01-01T00%3A00%3A00%2B01%3A00&updated-max=2009-01-01T00%3A00%3A00%2B01%3A00&max-results=50

di rectoscopy

Secondo la Cassazione non si può assegnare a un neonato un nome che rimanda a "una figura umana caratterizzata dalla sudditanza e dalla inferiorità".http://educazionecinica.splinder.com/


Gelmini

La Ministra Gelmini, nel suo recente discorso in Parlamento, ha dimostrato di non conoscere a sufficienza l'italiano.

Per evitarle ulteriori traumi, proporrei la costituzione di un gruppo parlamentare "ponte", dove inserire i deputati che non padroneggiano la lingua nazionale, per favorire la loro integrazione con il resto dell'aula. http://massimoscoperto.blogspot.com/

Non si sputtanano così gli infiltrati

Berlusconi: «Tra i manifestanti nelle scuole ci sono dei facinorosi».http://formamentis.splinder.com/


CIRCO MASSIMO: POCHE LUCI E TANTA OMBRA



Marco Cedolin

Sarebbe facile liquidare la grande manifestazione del PD al Circo Massimo, semplicemente ironizzando sul fatto che questa adunata dell’opposizione ombra, con il suo corredo di viaggi a Roma pagati dall’organizzazione e migliaia di bandierine ancora inamidate distribuite gratuitamente, somiglia drammaticamente a quella del dicembre 2006 organizzata da Berlusconi, stessa demagogia distribuita a piene mani, stessa ricerca della partecipazione oceanica (siamo 2 milioni), stessa ostentazione di una “diversità” assolutamente inesistente fra due forze politiche che da 15 anni si specchiano l’una nell’altra alternandosi nella spartizione delle poltrone che contano.

Ascoltando le parole di Walter Veltroni, leggendo gli slogan che adornano i manifesti coniati dal PD per l’occasione e gli striscioni srotolati dai manifestanti, non si tarda però molto a rendersi conto di come la commedia dell’assurdo messa in scena al Circo Massimo meriti qualche riflessione in più in virtù della veemenza con la quale Veltroni rivendica il diritto ad “uscire dall’ombra” per diventare opposizione, non soltanto di Berlusconi ma anche e soprattutto del suo stesso partito.

Dice Veltroni fra le tante cose: “Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C’è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L’ascensore
sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c’era la speranza
che questo potesse accadere”.
E poi ancora “Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo
Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di
poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione,
di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei
mesi si chiude perché la produzione si ferma? Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese”.
E ancora “Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c’è più il futuro di una volta. E’ la
cosa più grave. Ieri a vent’anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si
lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore
rispetto alla vita vissuta dai propri genitori. Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l’invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro
lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i
giorni effettivi di lavoro. Quattro euro l’ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l’ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta”.
Per concludere “la nostra è una delle società più diseguali dell’Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga”.
Poi cambiando argomento e parlando di ambiente “Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l’esempio della California, che puntando sull’efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo”.

Leggiamo sui manifesti e sugli striscioni: “ Stipendi e pensioni così non va” “Ospedali più efficienza meno liste d’attesa” “Ricercatori universitari no ai talenti svenduti” “Chi nega il futuro ai precari nega il futuro al paese” e poi ancora “NO Dal Molin si alla democrazia” “più trasporto pubblico più risparmio per le famiglie” “Italiani Sveglia!!” “ Istruzione = -7,8 miliardi, 131 cacciabombardieri F35 = 11 miliardi, più chiaro che così” “Editoria libertà e pluralismo” “Meno inquinare più riciclare per un’Italia da salvare”.

Tutti pensieri e slogan, in larga parte condivisibili, che meriterebbero la massima dignità qualora a pronunciarli fosse il leader di un partito che fa opposizione in parlamento e nelle amministrazioni locali insieme ai suoi sostenitori che portano nel Paese quella stessa opposizione. Tutti pensieri e slogan che lascerebbero intuire come il PD sia una forza politica che aspira a contrapporsi all’imperante modello neoliberista che costruisce precarietà, annienta la dignità dei lavoratori, impoverisce le famiglie e distrugge l’integrità dell’ambiente.
Ma Veltroni e il suo partito (integrazione di due partiti esistenti da molti anni come DS e Margherita) cosa hanno fatto fino ad oggi e cosa stanno facendo attualmente che li ponga in sintonia con le frasi e gli slogan che hanno composto la coreografia del Circo Massimo?
Nulla, assolutamente nulla, in quanto sono sempre stati e continuano a rimanere supinamente appiattiti su quel modello neoliberista che in maniera abbastanza ridicola oggi fingono di contestare.

Veltroni e la consorteria politica che lo contorna non arrivano da decenni di opposizione, magari extraparlamentare, ma sono stati al governo fino a sei mesi fa e governano ancora attualmente la maggior parte delle regioni del Centro- Nord Italia insieme ad un cospicuo numero di province e comuni. Durante gli ultimi 2 anni di governo gli uomini del PD non hanno varato una riforma del mondo del lavoro che contribuisse ad eliminare la precarietà, continuando al contrario ad immolare i diritti dei lavoratori sull’altare della “competitività” dispensando crescenti regalie agli amici di Confindustria. Non hanno varato una riforma dell’istruzione finalizzata ad impedire la fuga dei cervelli, limitandosi a lasciare che la perversa riforma Moratti continuasse a fare il suo corso. Non hanno riformato la sanità nel tentativo di rendere più efficienti gli ospedali e più brevi le liste di attesa, ma si sono limitati a tagliare i finanziamenti per la spesa sanitaria. Non hanno “aiutato” le famiglie ad arrivare alla fine del mese ma hanno preferito aumentare le spese militari e destinare 11 miliardi di euro all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35. Non si sono battuti per la libertà ed il pluralismo dell’editoria ma hanno tentato a più riprese d’imbavagliare l’informazione. Non si sono contrapposti alla nuova base militare americana Dal Molin di Vicenza, ma al contrario ne hanno deciso la costruzione. Non hanno seguito l’esempio della California o della Germania, preoccupandosi invece di mettere in cantiere decine di forni inceneritori e centrali a carbone e turbogas, annientando anche in prospettiva la raccolta differenziata e ripristinando perfino (pochi giorni prima di lasciare il governo) quei contributi cip6 per gli inceneritori che di fatto riducono al lumicino i finanziamenti per le fonti energetiche rinnovabili. Non hanno finanziato il trasporto pubblico per le famiglie, abbandonando il servizio ferroviario per i pendolari ad un triste destino da terzo mondo, preferendo invece investire decine di miliardi di euro pubblici nella costruzione delle tratte TAV.

Sicuramente quella del Circo Massimo, al di là delle bandierine inamidate è stata una bella manifestazione, ricca d’idee, di calore e di argomenti pregnanti, ma con tutto ciò il PD di Veltroni cosa ha a che fare?


Grazie B. Milioni di milioni. Quando il Circo è una cosa seria

Scritto da Nando dalla Chiesa

Be’, è stata davvero una grande, grande manifestazione. Quante altre così? Io, di paragonabili, ho visto solo quella per la pace del febbraio 2003. Sono arrivato al Circo Massimo tardi, mentre parlava Rosario Crocetta, il sindaco di Gela. Ero con lo spezzone di corteo antirazzista. E mi si è presentato un colpo d’occhio eccezionale. Una folla immensa. Due milioni o due milioni e mezzo? Ma perché, qual è la differenza quando si arriva a certe soglie? Ne prevedevamo due o trecentomila e ne sono arrivati dieci volte tanti. E una marea di giovani, probabilmente sospinti a Roma dalla protesta studentesca. Insisto: B. è la nostra fortuna, è la benedizione che Dio, nella sua bontà, ha voluto mandare a una sinistra inetta e che campa di rendita. Però la giornata di oggi vuol dire, anche, che questa sinistra, il suo popolo per primo, ha una certa vitalità. Esiste e ha dei principi. E intende difenderli. Ed è pure bella a vedersi.


Il corteo antirazzista poi è stato, almeno per me, una iniezione di vitalità. Bellissimo il clima che si creava intorno a noi. Confesso, anzi, di essermi commosso all’inizio nel ritmare “basta col razzismo, mai più paura” e che mi è piaciuto tantissimo cantare “siamo noi, siamo noi, siamo i nuovi cittadini siamo noi”, mentre la gente ai lati del corteo batteva il ritmo con le mani. Ho cercato di immedesimarmi nelle frustrazioni e nelle umiliazioni delle persone che mi stavano accanto o dei loro connazionali. E ho provato l’orgoglio di essere accanto a loro.


Discorso di Veltroni, infine. Ottimo in alcuni punti, da Saviano alla sciagurata trasformazione della tivù nella nostra vera scuola. Un po’ alla buona (comprensibilmente alla buona) su altri punti, dimentichi delle corresponsabilità del centrosinistra, a partire dall’abolizione delle preferenze. E poi qualche sprazzo di retorica; che io devo pure ammettere; e che anche qualche ascoltatore comune, dietro di me, sottolineava con fastidio. Io per esempio bandirei l’inno nazionale da ogni congresso o manifestazione di partito. Sì, io che l’ho sentito per centinaia di volte nella mia vita di figlio di militare, dico che l’inno nazionale dovrebbe stare fuori da tutte le iniziative di parte. E che a suonarlo in queste occasioni si rischia di banalizzarlo. Il patriottismo è una cosa seria. Comunque sia, è stata una bella giornata. Ho trovato strepitoso il commento dei forzitalioti: Veltroni si rassegni, ha perso. Già, perché, se l’opposizione organizza una manifestazione di milioni di persone contro il governo, secondo voi la fa perché pensa di essere maggioranza? Ma che grulli…Ma dove li trovano? Li inventano in laboratorio? http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php


Un giorno nel regime di Berlusconi

Erano le 13 e 30 del 20 ottobre e le agenzie avevano già battuto il sensazionale annuncio “Berlusconi: mai più in televisione. Solo insulti e sproloqui in televisione mentre il governo lavora”.

L'austero legame della “cultura del fare” si era appena inserito tra i temi di punta degli editorialisti (gli altri due: “e adesso aiuti alle famiglie” e “le classi differenziate non sono lager”) quando in televisione, su tutte le reti è apparso il miracolo, l'uomo che non andrà mai più in televisione stava parlando in diretta tv agli industriali di napoli. Questa notizia e lunghi estratti dello storico ha aperto il Tg1, aveva appena aperto il Tg5 e il Tg2. E fra poco SkyTg24 avrebbe offerto due scelte: o seguire le frasi essenziali del capo ogni mezz'ora in ogni apertura di telegiornale, oppure, come dimostrava il conduttore, premere il tasto verde del telecomando, e, approfittando finalmente del privilegio della tv interattiva, seguire l'intero discorso del premier in diretta. Oppure a scelta in differita.
In seguita sempre su Sky, la performance sarebbe stata ripetuta a beneficio di quegli italiani che, per circostanze sfortunate si fossero trovate fuori sync con il Capo.
L'invenzione è geniale. Mai andare in televisione. In televisione perfino Vespa può farti una domanda (non importa quanto cauta e benevola, pur sempre l'oltraggio di una domanda). Andare sempre in televisione, nei telegiornali e nelle tv dell'obbligo, dove vai in onda quando vuoi, come vuoi, per il tempo che vuoi e senza uno straccio di altra voce, perchè nel montaggio seguono applausi. Naturalmente esiste anche come scorta la televisione privata, ma questo è un affare di famiglia. http://temi.repubblica.it/micromega-online/251008-un-giorno-nel-regime-di-berlusconi/

Venezuela, tutto pronto per il lancio del satellite Simon Bolivar
Simon Bolivar, questo il nome dato a un satellite dall'amministrazione di Caracas, è pronto a prendere il volo verso lo spazio. La notizia è stata confermata dalla ministra per la Scienza e la Tecnologia venezuelana, Nuris Orihuela. Costo dell'operazione circa 260 milioni di dollari.

Chavez e il "suo" satelliteSimon Bolivar è un satellite molto particolare. Non tanto per quanto riguarda la tecnologia di cui è fornito ma per lo scopo per cui è stato costruito e inviato nello spazio: fornire “servizi di telecomunicazione alla popolazione tradizionalmente esclusa da questo”.
Dunque, il primo giorno di novembre il satellite partirà alla volta della volta celeste. E lo farà da una base spaziale collocata in territorio cinese, paese con cui il Venezuela ha stretto un accordo circa tre anni fa.
Secondo la ministra che in questi giorni raggiungerà la Cina per controllare le fasi finali prima del decollo, il progetto è “frutto della rivoluzione bolivariana”.
La Orihuela ha anche fatto sapere che la maggior parte della rete di telecomunicazioni oggi presente in Venezuela interessa la zona centrale e quella settentrionale del Paese dove vive l'80 percento della popolazione. Grazie al nuovo satellite anche il rimanente 20 percento dei cittadini potrà avvalersi dei servizi di telecomunicazione come internet, radio e tv.
Il Simon Bolivar una volta in orbita entrerà a far parte della squadra di oltre 3.000 satelliti che ruotano intorno alla terra ed è alimentato a pannelli solari.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=12498

La Cina in Africa. I nuovi negrieri

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Pubblicato da Enzo Reale


Pochi giorni fa nove lavoratori cinesi dell'industria del petrolio di stanza in Sudan sono stati sequestrati da un gruppo armato che chiede l’uscita delle compagnie asiatiche dal paese. L'agguato è avvenuto vicino alla regione del Darfur e non è la prima volta che da quella zona di territorio partono attacchi contro interessi cinesi. Negli ultimi tempi i ribelli che combattono contro il governo di Bashir hanno più volte compiuto incursioni contro installazioni petrolifere. Pechino si è affrettata a chiarire che l'incidente non metterà a rischio i rapporti di collaborazione che la legano al regime sudanese perché, come noto, la Cina è probabilmente il più grande sponsor politico e finanziario del governo di Karthoum ed il suo ruolo nel genocidio in corso nel Darfur è un segreto di pulcinella che la comunità internazionale come al solito custodisce gelosamente. Il rapimento è certo un episodio che potrebbe non avere conseguenze maggiori ma allo stesso tempo un segnale delle profonde ferite provocate dall’innesto di uomini, tecnologie e capitali cinesi in territorio africano. Per la Cina l'Africa è un nuovo far west, terra di conquista e di sfruttamento, vero e proprio serbatoio di risorse e manodopera a basso costo. Ogni anno le percentuali che indicano il cojnvolgimento di Pechino negli affari del continente africano aumentano vertiginosamente. Le ragioni dell'invasione cinese - ché non di investimento ma di vera e propria colonizzazione si tratta - sono diverse: da una parte la fame di materie prime e risorse energetiche, una vera e propria costante nella contemporaneità del gigante asiatico; dall'altra la necessità di una manodopera a bassissimo costo, adesso che il mercato del lavoro cinese si sta gradualmente emancipando a livello salariale (almeno nelle grandi industrie dei principali centri urbani); poi la conquista di nuovi mercati, e in questo senso il potenziale dell'Africa è stato sempre colpevolmente sottovalutato dall’occidente. Ma alla base della neocolonizzazione cinese c'è soprattutto la volontà di espansione e di influenza a livello geostrategico attraverso un piano di creazione di stati vassalli legati da rapporti di dipendenza con Pechino. La Cina sta diventando non solo uno spregiudicato concorrente economico per un occidente ormai stranito ma anche un pericoloso esportatore di instabilità e di autocrazia. Quello dei cinesi infatti non è certo il ruolo del partner commerciale né quello del protettore benevolente: piuttosto quello del negriero.
Sul britannico Daily Mail, Peter Hitchens ha pubblicato uno straordinario reportage dall'inequivocabile titolo di "Come la Cina ha creato un nuovo impero schiavista in Africa". Il giornalista si sofferma in particolare su due realtà di questo imperialismo (questo sì che lo è) dai tratti schiavisti, la Zambia - formalmente una democrazia in transizione, sostanzialmente un protettorato cinese - e il Congo, sempre in bilico fra tregua e guerra civile, una delle nazioni più martoriate del pianeta. Hitchens visita le miniere di cobalto e di rame, le bidonville in cui vivono i disperati e le loro famiglie, i quartieri del degrado pre e post-moderno, i cantieri della morte dove le norme di sicurezza  non è che siano violate, semplicemente non esistono. "Vederli, mentre trascinano penosamente il passo", scrive, " ricorda le immagini dei minatori disoccupati nell'Inghilterra degli anni 30 (...) La differenza è che il calore implacabile rende il lavoro cinque volte più duro e le condizioni di vita e di lavoro sono di gran lunga peggiori di quelle dell'Inghilterra del XVIII secolo". Come una colonia penale in un antico impero di schiavi. "Per disperazione, continua, un intero continente si sta vendendo in una nuova era di corruzione e di schiavitù virtuale, mentre la Cina cerca di comprare tutti i metalli minerali e petrolio che può: rame per cavi elettrici e telefonici, cobalto per cellulari e motori di aerei, le materie prime essenziali per la vita moderna". La Cina promette prestiti ingenti ai governi, costruzione di infrastrutture, annullamento dei debiti e ottiene in cambio il via libera per installare uomini e mezzi in un'avventura predatoria potenzialmente illimitata. I cinesi si portano tutto da casa: macchinari, know-how, supervisori, tecnici, a volte persino manodopera non qualificata. Costruiscono le loro scuole, i loro ospedali, i loro centri commerciali, piantano le loro bandiere come se si trattasse di un terreno vergine. Nei cantieri gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: i controlli sulla sicurezza vengono evitati con una buona mancia e il giro di corruzione si sta moltiplicando. La vita dei lavoratori locali vale meno di niente. Nel 2005 a Chambishi, nello Zambia, più di cinquanta persone persero la vita in un'esplosione in miniera. I cinesi ci sono abituati: ogni anno sono centinaia gli incidenti di questo tipo, la maggior parte dei quali passati sotto silenzio. Ma agli africani la morte fa ancora qualche effetto. Chi chiede spiegazioni si sente rispondere così dai nuovi padroni: “In Cina muoiono 5000 persone e non succede niente. Nello Zambia ne muoiono 50 e tutto piangono”. Ma il silenzio del governo locale è garantito dalla cancellazione del debito dello Zambia e soprattutto dalla longa manus cinese a determinare il risultato elettorale delle ultime presidenziali a favore di quel Movement for Multiparty Democracy al potere da quasi vent’anni. Ironia della storia, in Cina nemmeno si vota. In Congo invece si sono comprati tutto con la corruzione, dice Sata, principale esponente dell’opposizione sconfitta del 2006. Tutti in Africa sono al corrente dei Congo deal: 5 miliardi di dollari in prestiti strade ospedali e scuole per le élites al potere. La gente non vede un quattrino ma a nessuno importa.
Tutto questo è successo sotto gli occhi dell’occidente: i cinesi si mangiano un continente mentre le democrazie inviano aiuti e stilano programmi anticorruzione. Una strategia perdente, se non supportata da una volontà politica di sviluppo. Perché lo sviluppo promesso dai cinesi è una menzogna, costruita ad uso e consumo dei colonizzatori e delle classi dirigenti locali. Qual è la nostra reazione di fronte a questo scempio in divenire? Sono due dollari al giorno di salario un'alternativa degna alla prospettiva di morire di fame? Degna certamente no, ma forse l’unica alternativa, in assenza di un risveglio civile dell’occidente che ha abbandonato l’Africa al suo destino, consegnandola al PCC. Se l’Europa dorme, l’America almeno prova ad organizzarsi. E’ questa una delle tante eredità che il perfido Bush lascerà al suo successore, una visione africana da concretizzare. Per ora questa visione si chiama AFRICOM ed è un comando integrato formato da personale civile e militare e composto da esperti del tesoro, del dipartimento di stato, del commercio estero e dell’esercito. La sua funzione dichiarata è coordinare le relazioni militari con 53 nazioni africane ma la sua missione è anche civile e diplomatica. Obiettivo: contenere l’espansione cinese in Africa, economicamente e militarmente. La proliferazione di armi leggere è uno dei principali grattacapi di Washington, impegnato anche in Africa nella lotta antiterrorista. Sudan, Zimbabwe e Nigeria hanno stretto alleanze militari con Pechino e se i despoti dei primi due paesi sono ancora in sella nonostante le condanne internazionali è solo perché Hu Jintao e compagni continuano a bloccare ogni iniziativa volta a neutralizzarli. Pechino consolida i regimi illiberali ed esporta instabilità attraverso la sua azione espansiva. Ciò di cui gli antiamericani accusano gli Stati Uniti lo sta attuando invece concretamente la Cina senza che nessuno si scandalizzi. Per alimentare la sua presunta stabilità interna il PCC ha bisogno di rendere conflittive altre aree del pianeta, prima di tutto per sottrarle alla potenziale influenza americana e poi per giocarsele sullo scacchiere internazionale. Il soft power cinese è una storia per fare addormentare i bambini. Conclude Peter Hitchens: “ Forse, dopo due secoli di ipocrisia, questi metodi funzioneranno dove altri interventi hanno fallito. Ma dopo aver visto la amara e violenta disperazione nelle miniere di Likasi, mi riesce difficile credere che da tutto questo possa nascere qualcosa di buono”.http://asiaedintorni.blogosfere.it/

Sulle banche tedesche lo spettro della scadenza dei prestiti

Ma gli istituti di credito tedeschi hanno bisogno dell'aiuto di Stato? Apparentemente no. Per ora solo la Landesbank bavarese BayernLB haUnimmagine_dello_skyline_di_franc_2 ammesso ufficialmente di avere bisogno di denaro pubblico a causa della crisi finanziaria: 5,4 miliardi di euro sulla scia di perdite annue stimate nel 2008 a 1-3 miliardi di euro. La maggior parte delle banche sono rimaste in silenzio o hanno respinto in modo più o meno sdegnato, più o meno indiretto, il salvagente lanciato dal Governo federale. Solo alcune timidamente hanno ammesso di voler leggere attentamente il provvedimento governativo prima di esprimersi. C'è da chiedersi a questo punto se l'Esecutivo guidato dal cancelliere Angela Merkel non abbia sorprendentemente sbagliato i conti. Il pacchetto finanziario da 500 miliardi di euro, approvato la settimana scorsa in Parlamento, appare fuori misura, almeno stando alle reazioni delle banche. Ancora ieri l'Associazione delle casse di risparmio DSGV ha spiegato che "attualmente le Sparkassen non hanno bisogno del programma" messo a punto dal ministro delle Finanze Peer Steinbrück. In reatà, forse è solo questione di tempo.

Una ricerca della banca d'affari americana Merrill Lynch, pubblicata lunedì 20 ottobre, sottolinea che le banche europee sono tendenzialmente sottocapitalizzate e avranno bisogno nei prossimi mesi di denaro fresco: ben 73 miliardi di euro, di cui 8,9 miliardi per la sola Deutsche Bank. C'è di più. Secondo il quotidiano economico Handelsblatt, nei prossimi 12 mesi gli istituti di credito pubblici e privati tedeschi, a cui bisogna aggiungere la banca cooperativa DZ Bank, dovranno rimborsare e possibilmente rifinanziare prestiti in scadenza per circa 370 miliardi di euro (la stima si basa sui dati dell'agenzia di stampa Bloomberg News). Alcune banche più di altre hanno scadenze onerose: 65 miliardi per Commerzbank, 20 miliardi per Deutsche Bank, 42 miliardi per la Landesbank Baden-Württemberg. Queste cifre lasciano intendere che dopotutto gli istituti di credito potrebbero avere bisogno dell'aiuto dello Stato. Secondo molti osservatori, senza la garanzia del Governo federale, emettere nuove obbligazioni bancarie rischia di essere molto difficile in un momento così negativo per il mondo creditizio e in generale per i mercati finanziari (nella foto, lo skyline di Francoforte, la città in cui hanno sede molte banche tedesche).http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/10/sulle-banche-te.html#more


Anonyma. Eine Frau in Berlin

Wie oft? Quante volte? Quanto spesso? Era la domanda più frequente tra le donne che si incontravano per strada nella Berlino martoriata del 1945, nei giorni, nelle settimane, nei mesi dell’occupazione sovietica, quando i russi sfondarono sul fronte orientale e presero la capitale del Reich in fumo, quartiere dopo quartiere, strada dopo strada, casa dopo casa. E con la città presero le loro donne, vecchie, giovani o bambine, senza riguardo per nulla, né per l’età, né per la condizione, né per lo stato di salute: bottino di guerra. Era accaduto più o meno la stessa cosa con l’avanzata dei nazisti in Russia, ora la storia si rovesciava, i ruoli si invertivano, carnefici i russi, vittime le tedesche. Solo una cosa non cambiava: il sesso degli stupratori e il sesso delle stuprate. Sarebbe accaduto ancora, nelle cento e più guerre successive, fino ai giorni nostri e di nuovo nel cuore dell’Europa, nei Balcani: serbi, croati, bosniaci, ortodossi, cristiani, musulmani. E sempre la stessa vigliacca divisione: gli uomini di qua, le donne di là, prede e bottino di guerra, rifugio violato e preteso, per annegare animalescamente la durezza della guerra. Ora madri, ora sorelle, ora puttane, a piacimento.

Il cinema tedesco affronta il tabù più scabroso della seconda guerra mondiale: quello delle donne violentate dalle truppe russe che occuparono la metà orientale del paese nella controffensiva del 1945. Lo fa con un film basato sul diario di una testimone, una giornalista che visse a Berlino il dramma della rovina, dei bombardamenti, della sconfitta, della solitudine, infine dell’assalto. In tutti i sensi. Una giornalista, Marta Hillers, che riversò su piccoli quaderni l’orrore e l’angoscia di quei giorni, la disperazione e la paura, l’umiliazione ma anche l’incredibile voglia di vivere e sopravvivere, navigando tra le rovine materiali e morali della città più conquistata che liberata. Il film prende il titolo dal libro, “Anonyma, eine Frau in Berlin” (Anonima è lo pseudonimo dietro cui, fino alla sua morte, si è celata l’autrice). E’ diretto da Max Färberböck, regista anche di “Aimée & Jaguar”, un altro classico della Berlino ai tempi della guerra, che ha curato anche l’adattamento cinematografico del testo originale.

In Germania è il film del momento, accolto da critiche contrastanti, ora positive ora feroci: in attesa dell’impatto sul pubblico, a dividersi sono le grandi firme delle maggiori testate giornalistiche, da Andreas Kilb della Frankfurter Allgemeine ad Andrian Kreye della Süddeutsche Zeitung, da Christiane Peitz del Tagesspiegel a Joachim Kronsbein dello Spiegel, da Knut Elstermann di Radio Eins a Bettina Homann di Zitty. Sui canali televisivi si susseguono i documentari su quei mesi terribili, con ricostruzioni storiche e filmati d’epoca e con i microfoni pronti a raccogliere i ricordi e le lacrime delle poche testimoni ancora in vita.

Il film è da ieri nelle sale cinematografiche tedesche e noi siamo andati a vederlo nel primo spettacolo allo Zoo Palast, il cinema che ha per anni ospitato le serate della Berlinale, alle spalle dello Zoologischer Garten di Berlino. Una sala sorprendentemente vuota, una ventina di spettatori in tutto, un’anziana signora seduta in disparte nelle file laterali con la quale ho incrociato lo sguardo a fine proiezione: aveva gli occhi pieni di lacrime, un’emozione che fa giustizia delle critiche al regista.

Rispetto al libro, il film opera alcuni compromessi. Salta dei passaggi, semplifica le situazioni, inserisce personaggi femminili giovanili. Il ritmo procede a strappi, ora troppo lento, ora troppo rapido, alla ricerca di una narrazione che possa tenere tutto insieme. E però, se il giudizio su un film che si basa sul racconto in prima persona dell’autrice deve essere misurato anche dalla scelta dell’attrice protagonista, la decisione di affidare il ruolo a Nina Hoss è stata delle più felici. Un’interpretazione densa e drammatica, capace di incarnare alla perfezione gli stati d’animo della protagonista: angoscia, paura, rassegnazione, determinazione, umorismo nero. Una miscela difficile da rappresentare, che la Hoss riesce a proporre con grande convinzione confermandosi una delle attrici più interessanti nel panorama cinematografico ormai non solo tedesco ma europeo. Lo spessore della sua interpretazione fa perdonare anche la scelta più scellerata del regista, quella di cedere al peccato cinematografico di forzare la relazione fra l’autrice del diario e un ufficiale sovietico, inventando una storia d’amore di cui non v’è traccia nel libro.

Questo per quel che riguarda il film sul piano tecnico. Ma la scelta di affrontare il tabù dei tabù della storia tedesca non può confinare il dibattito sul film al piano strettamente tecnico. Non era ancora capitato di veder rappresentata sul grande schermo la violenza cieca di un’avanzata militare che sin dal primo momento si rivelò per quel che era e che sarebbe stata una volta firmato l’armistizio: non una liberazione ma un’occupazione. Non una vittoria ma l’umiliazione di un popolo che da quel momento in poi sarebbe divenuto il baluardo più occidentale del nuovo sistema di sicurezza russo. Dietro la banalità del male della guerra e le tremendamente normali storie di vendetta, lo stupro sistematico delle donne tedesche celava l’obiettivo di annichilire non solo l’orgoglio – peraltro già distrutto – dei soldati o degli uomini dell’apparato di regime ma l’amor proprio di un’intera popolazione. L’annullamento della dignità delle donne e dei loro mariti, padri, fratelli, figli, costretti a subire l’umiliazione oltre la sconfitta.

Le cifre sono sempre rimaste avvolte da una cortina di pudico riserbo ma sembra veritiera la stima di centomila donne violentate nella sola Berlino. Ora che il tempo ha guarito le ferite (basti pensare che in politica estera la Germania unita è oggi il partner europeo più importante per la Russia di Putin e Medvedev) e che i timori del revisionismo si sono dissipati, il paese ritorna a parlare dei propri tabù di guerra, rispondendo all’ormai lontano appello di W. G. Sebald, che dieci anni fa si chiedeva come mai la letteratura tedesca avesse rinunciato a raccontare eventi di grande portata del proprio passato. Si pubblicano i libri sull’affondamento nel 1945 della nave da crociera Gustloff da parte dei sovietici con diecimila profughi a bordo, si aprono i dibattiti sulla vera ragione dei bombardamenti a tappeto delle città tedesche da parte degli alleati, si moltiplicano i film e i libri sulle vicende dei “Vertribene”, gli sfollati dai territori orientali. Argomenti trattati con scrupolo e rigore storiografico, fuori da strumentalizzazioni politiche, nel tentativo di riannodare il filo della storia e della memoria a quasi vent’anni dalla riunificazione.

Anche la storia di Anonima è emblematica. Marta Hillers scrisse il suo diario tra l’aprile e il maggio 1945 su tre quaderni e su alcuni fogli sparsi. Qualche mese dopo revisionò tutto, elaborando 121 pagine sulla carta grigiastra del periodo di guerra. Fece leggere i quaderni al fidanzato rientrato dal fronte: questi voltò la testa dall’altra parte e sparì. E’ quello che fecero tutti gli altri tedeschi, ad ovest per la vergogna, ad est perché i russi erano i nuovi padroni e le gesta dell’Armata Rossa si tinsero di un eroismo che non c’era stato. I diari furono affidati a Kurt W. Marek, un critico letterario che con lo pseudonimo di C. W. Ceram aveva pubblicato un bestseller di archeologia, “Civiltà sepolte”. Si trasferì negli Stati Uniti e pubblicò in inglese la prima versione di Anonima. Era il 1954, seguirono traduzioni in norvegese, italiano, danese, giapponese, spagnolo, francese e finlandese. Solo nel 1959 fu pubblicata l’edizione tedesca ma da Kossodo, una piccola casa editrice svizzera con sede a Ginevra. In patria nessuno lo voleva pubblicare e il libro non ebbe alcun successo. L’autrice proibì qualsiasi riedizione sino alla sua morte, che avvenne nel 2001. E’ allora che Hans Magnus Enzensberger decise di intraprendere la strada della ripubblicazione. Il libro uscì nel 2003 presso l’editore Eichborn di Francoforte. Fu un successo, replicato un anno dopo in Italia con l’edizione Einaudi, prefatta dallo stesso Enzensberger. Adesso è il momento del grande schermo.http://walkingclass.blogspot.com/


Il Golfo corre ai ripari

Il costo del barile di petrolio è crollato, i venti di crisi soffiano anche sul Golfo, colpito in questi giorni dai venti veri che hanno portato l'alluvione in Yemen. Così oggi i membri del Consiglio della Cooperazione nel Golfo (il GCC) si riuniranno in un meeting straordinario a Riyadh per coordinare le contromisure per fronteggiare la crisi. Alla spicciolata, i singoli paesi si sono mossi per difendere la banche: il Qatar ha immesso oltre 5 miliardi di dollari nel sistema bancario locale acquisendo azioni, mentre gli Emirati Arabi Uniti si sono mossi pesantemente, con decine di miliardi di dollari resi disponibili per il sistema finanziario.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


MEDIA: I media devono far passare il messaggio
Sabina Zaccaro intervista il vicepresidente dell’IPCC Mohan Munasinghe

Mohan Munasinghe
Foto: Sabina Zaccaro

ROMA, (IPS) - Nonostante sia ormai dimostrato il crescente impatto del riscaldamento globale, “continua a mancare la volontà politica per affrontare questo problema”, afferma Mohan Munasinghe, covincitore del Premio Nobel per la pace 2007 come vicepresidente della Commissione intergovernativa delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC).

 
Munasinghe, che è anche presidente del Munasinghe Institute for Development (MIND) con sede in Sri-Lanka, e che ha contribuito al lavoro dell’IPCC, era tra i principali relatori del seminario del 23 ottobre tenutosi a l’Aia, organizzato dall’agenzia Inter Press Service (IPS), dall’organizzazione umanitaria e per lo sviluppo Oxfam Novib, e dalla Commissione nazionale olandese per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile (NCDO).

Obiettivo dell’incontro, sviluppare una base di sostegno per lo sviluppo sostenibile e la cooperazione internazionale, e trovare dei modi per approfondire i ruoli e le responsabilità sia dei media del mainstream che di quelli alternativi su questo tema.

I media verranno sollecitati a guardare alle connessioni tra le diverse questioni: sviluppo, povertà e cambiamento climatico sono tutti problemi interconnessi, osserva Munasinghe. “Per uno sviluppo più sostenibile nei prossimi 10-15 anni, questi problemi dovranno essere affrontati insieme”.

Riportiamo di seguito alcuni stralci dell’intervista.

IPS: Qual è il rischio nel tenere separate queste questioni?

Mohan Munasinghe: Ci sono diversi rischi. Il più importante è il conflitto. Se cerchi di risolvere un solo problema, gli altri potrebbero aggravarsi.

Il secondo pericolo è che si potrebbero creare sovrapposizioni, e questo avviene quando chi lavora per risolvere un problema può ritrovarsi a fare le stesse cose che altri stanno già facendo. In questo caso, si sprecano risorse: risorse economiche ma anche volontà politica.

Il terzo punto, che è il più importante, è la mancanza di cooperazione. Per poter affrontare queste crisi molteplici, dobbiamo riunirci tutti insieme, creando uno spirito di consenso, lo spirito per una coscienza globale. Se si lavora solo al proprio problema, si torna indietro alle vecchie soluzioni egoistiche.

IPS: Come si può costruire questo consenso, e cosa possono fare i media in tal senso?

MM: Costruire un consenso vuol dire cominciare da una transizione, e cioè rendere lo sviluppo più sostenibile. Ed è proprio su questo che i media hanno un ruolo chiave. Il consenso si può costruire guardando a ciò che chiamiamo le soluzioni “win-win”, che vadano bene per tutti. Dobbiamo creare la percezione di lavorare tutti insieme.

Ovviamente ci sono delle difficoltà… il moderno sistema capitalistico lavora esattamente al contrario, è costruito sulla competizione; e questo non ci aiuterà a risolvere questi problemi globali e a sviluppare una coscienza globale.

Ideologicamente, l’isolazionismo è basato sul sistema di mercato capitalistico, e sembra incoraggiare l’idea che se ognuno pensa solo per sé, allora emergerà il bene sociale o collettivo. Ma questo è evidentemente falso. Se non ci sono tutele, non solo legali, ma anche morali ed etiche, si verifica la cosiddetta “race-to-the-bottom”, un livellamento verso il basso, dove chi si comporta nel peggiore dei modi viene premiato.

IPS: Funzionerebbe meglio un approccio scientifico piuttosto che ideologico?

MM: Nella scienza abbiamo assistito al successo del riduzionismo. Studiando qualsiasi cosa sempre più nel dettaglio, anche un argomento molto oscuro, particolareggiato, si diventa esperti su quell’argomento specifico. Ma poi non si sa praticamente nulla di molti altri settori…

Ciò di cui abbiamo bisogno è una transdisciplinarietà, che rompa i confini della disciplina ma anche i confini degli attori in gioco. E gli attori siamo tutti noi, perciò dimentichiamo la competizione e guardiamo di più alla cooperazione.

Se guardiamo a come erano costruite le società antiche - ad esempio la civiltà egizia, che è durata migliaia di anni - vediamo che si basavano sulla cooperazione. Noi abbiamo dimenticato questo aspetto cooperativo. Molte comunità, in particolare le comunità povere, sono sopravvissute proprio grazie allo spirito comunitario.

IPS: Ma la cooperazione va anche in contrasto con i fattori economici…

MM: Certamente. In realtà, la distruzione dei valori tradizionali cui stiamo assistendo in molte parti del mondo sviluppato sta portando ad un crollo del capitale sociale. Lo sviluppo sostenibile ha una dimensione economica, una dimensione sociale, e anche ambientale. La dimensione economica è la più evidente, vogliamo produrre di più, aumentare il PIL (Prodotto interno lordo), ecc. Anche la dimensione ambientale dello sviluppo sta diventando più evidente, nel senso che tutti vogliamo un’aria pulita, un’acqua pulita, e così via.

La dimensione sociale è più complicata, perché è il collante che tiene insieme la società. Questa modalità ultracompetitiva, senza valori etici e morali, sta invece portando alla violenza, e porterà alla guerra per le risorse.

Ci sono alcune forze economiche che in un certo senso stanno assumendo una linea neo-conservatrice… Dobbiamo ripensare a questo, e tornare al concetto del capitale sociale. Sempre di più, in un mondo globalizzato il capitale sociale non è solo un bene per la comunità, per il villaggio, la città e il paese, ma per l’intero pianeta.

IPS: Dopo il rapporto inequivocabile dell’IPCC, ambiente e clima sono adesso in cima all’agenda politica?

MM: Ci sono alcuni politici che sono come le ostriche, sia perché sono ignoranti sia perché rappresentano lobby o comunità che sfruttano il sistema attuale, che è insostenibile. Ma ce ne sono tanti altri che sono molto responsabili, che cercano di muoversi in una direzione nuova. Dobbiamo individuare questi attori validi e sostenerli.

Come membro della società civile, con la mia organizzazione (MIND) mi dedico interamente a questo, in particolare con i giovani. Cerchiamo di fargli capire che come individui possono fare la differenza, e di mostrargli anche il senso del rispetto che non respinge nessuno, neanche un politico corrotto; il messaggio è “forse il tuo compito è cambiare queste persone, venir fuori e fare qualcosa”.

E ho lo stesso approccio nei confronti delle imprese; dobbiamo lavorare con tutte queste persone, abbiamo bisogno di tutti loro. Con qualcuno è molto difficile convivere, è vero, ma questo è il lavoro degli attivisti sociali.

IPS: Può citare uomini politici e paesi specifici che si comportano in modo corretto?

MM: Beh, esistono alcuni indici di performance ambientali elaborati da istituti di ricerca privati. Ma queste liste non sono perfette, e non dovremmo compiacercene. Voglio dire che anche i “paesi in cima alla lista” devono migliorare, perché se sei ai primi posti ma continui a permettere ad altri paesi di restare agli ultimi posti, allora non stai facendo abbastanza, non è sufficiente essere in cima alla lista. È questa la costruzione del consenso; il successo stimola anche gli altri.

IPS: Cosa può fare l’informazione?

MM: Credo che i media abbiano un ruolo importantissimo da svolgere. Mi riferisco ai media responsabili, perché anche tra i media c’è un forte spirito di competizione. Tutti vogliono vincere il Premio Pulitzer, vendere prodotti, fare soldi e così via. Perciò, abbiamo bisogno di un giornalismo responsabile. E credo che sempre di più la gente sia in cerca di articoli responsabili.

Il problema è che io faccio parte di una generazione che legge i giornali, ma i miei figli sono molto più orientati verso la TV, e quanto ai miei nipoti, per loro l’informazione arriva solo attraverso YouTube, gli sms e via dicendo. Non ho modo di raggiungere queste persone tramite ciò che scrivo, o anche con questa intervista…ma voi nei media conoscete gli strumenti. Come arrivare a queste persone, credo sia questa la sfida.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1318

Pena di morte : massacro a Singapore
di Claudio Giusti*

Singapore è sempre alla testa dei paesi più liberisti: è sempre la prima in quelle classifiche sulla libertà d’impresa che ogni tanto ci vengono propinate.

Singapore è l’unico paese totalitario di successo ed è anche la prima della classe in quelle liste dove noi siamo invece al trentesimo posto con la Svezia.

Ma Singapore è anche la capitale mondiale della pena di morte. Nel periodo 1991 - 2003 Singapore ha ucciso, secondo Amnesty International, 408 persone (di cui 76 nel solo 1994).

Considerando la differenza nel numero di abitanti è come se gli Stati Uniti ne avessero ammazzate (400 x 60) 24.000, invece delle 740 effettivamente uccise, e la Cina comunista ne avesse accoppate (400 x 260) 104.000.

Nessuno sa quanta gente viene effettivamente uccisa in Cina, ma quando si ipotizzò la cifra di 18.000 esecuzioni in 10 anni il sentimento di repulsione fu unanime.

Secondo le Nazioni Unite Singapore ha fatto, nel periodo 1999 - 2003, 138 impiccagioni, che equivalgono a (138 x 60) 8.280 esecuzioni americane e a (138 x 260) 35,800 cinesi Secondo lo stesso governo di Singapore, fra il 1991 e il 2000, ci sono state 340 esecuzioni, che equivalgono a 20.400 americane e 88.000 cinesi.

Ma se invece ipotizziamo l’esecuzione di 70 - 80 persone l’anno (cifre considerate più realistiche) passiamo ad un equivalente di 4.200 - 4.800 esecuzioni l’anno per gli Usa e a 18,200 – 20.800 per la Cina. Ovviamente questo massacro non produce alcun effetto deterrente.

Singapore ha un tasso d’omicidio di 3 per 100.000 mentre Hong Kong, l’altra città stato cinese, infinitamente più democratica e senza la pena di morte, ha un tasso di 1 per 100.000. Claudio Giusti

Nota: abitanti in milioni Singapore circa 5 Usa circa 300 (60 volte quella di Singapore) Cina circa 1.300 (260 volte).

* membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio


www.osservatoriosullalegalita.org


Zimbabwe: lo stallo delle trattative sulla formazione di governo

L’MDC ha immediatamente reagito criticando le scelte di Mugabe

I ritardi e le incertezze nell’assegnazione dei dicasteri, prevista dall’accordo di power sharing del 15 settembre, hanno portato a nuove incognite con le nomine da parte del partito di governo, che vede “preferito” lo ZANU-PF di Robert Mugabe. Allo ZANU-PF sono infatti andati 14 dicasteri, tra cui difesa, giustizia, affari esteri, affari interni e media. In sintesi, le cariche al centro dei negoziati che hanno seguito le elezioni di marzo e il ballottaggio di giugno. All’MDC, nelle sue due fazioni guidate da Tsvangirai e Mutambara, sono andati 16 ministeri, tra cui affari parlamentari e costituzionali, pianificazione economica e promozione degli investimenti, lavoro, sport, arte e cultura, educazione, industria e commercio.

La nomina dei ministri da parte di Mugabe appare come una battuta d’arresto definitiva ai colloqui tra lo ZANU-PF e l’MDC. Poco prima, lo ZANU-PF aveva accusato l’MDC di deviare le trattative mediate dall’ex Presidene sudafricano Mbeki su mandato della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC). Allo stallo politico fa eco l’ennesimo ed inevitabile crollo economico: nonostante le misure approntate dall’esecutivo le stime parlano di un’inflazione record pari a 231 milioni per cento.

L’MDC ha immediatamente reagito criticando le scelte di Mugabe. In particolare ha sottolineato come, se allo ZANU-PF spetta il ministero della difesa, ai sensi dell’accordo di power sharing deve andare all’MDC il ministero degli affari interni, sotto il cui controllo operano le forze di polizia.Nel mentre, i membri della SADC, si incontreranno in Swaziland per cercare di mediare le posizioni dei due leader. In mancanza di una rapida risoluzione è verosimile una paralisi definitiva dei negoziati e l’uscita dell’MDC dagli stessi, fortemente svantaggiato dallo stato attuale delle trattative nonostante la vittoria del partito di Tsvangirai alle elezioni di marzo.

Massimo Corsini

 

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33980


Colombia. Gli indigeni in marcia accettano di incontrare Uribe

 

La lunga marcia, iniziata martedì, della «resistenza e della dignità» convocata dalle popolazioni indigene del dipartimento di Cauca ha ottenuto un primo successo: una rappresentanza di dimostranti incontrerà domenica il capo di stato Alvaro Uribe.
A marciare sono in 25 mila, ma il loro numero cresce di giorno in giorno. Gli indigeni chiederanno a Uribe: la restituzione di 15 mila ettari di terra promessi nel ‘99 e nel 2005; l’interlocuzione con il parlamento sul Trattato di libero commercio con gli Stati uniti; una revisione del Codice delle miniere, dello Statuto rurale e del Piano per l’acqua, norme approvate dal governo senza consultare le comunità locali; una commissione internazionale d’inchiesta sui crimini contro gli indigeni; l’approvazione della Dichiarazione delle Nazioni unite sui diritti dei popoli indigeni, che contempla il rispetto delle risorse naturali nei territori dei nativi. Sono state invitate all’incontro di Cali alcune personalità internazionali: i premi Nobel per la pace Rigoberta Menchú e Adolfo Pérez Esquivel, i presidenti di Bolivia e Paraguay Evo Morales e Fernando Lugo, il giudice spagnolo Baltasar Garzón.www.carta.org

 



ottobre 25 2008

Nuove figure: il politico pentito

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Che fine ha fatto Willer Bordon?

D’accordo, immagino che il quesito non vi tenga svegli di notte.

Anzi, forse i più giovani di voi manco sanno chi è questo Willer Bordon, visto che ha avuto il suo momento di maggior gloria all’inizio degli anni ‘90, quando insieme a Ferdinando Adornato fondò una cosa che si chiamava Alleanza Democratica e che doveva essere la nuova casa della sinistra.

Poi Ad evaporò nel nulla, ma Bordon riuscì a barcamenarsi talmente bene tra i vari partiti del centrosinistra - dall’Italia dei Valori alla Margherita - da fare due o tre volte il ministro e comunque rimanere in Parlamento, tra Montecitorio e il Senato, per oltre un ventennio.

Insomma, uno che il suo giro l’ha fatto, anche se è finito piuttosto tristemente qualche mese fa con una listina per diventare sindaco di Roma, poi abortita poche settimane prima del voto.

Va beh, direte voi, che ce frega?

Ecco, oggi ho appreso con gioia che Bordon si sta rilanciando inaugurando una figura inedita: quella del politico pentito. E se n’è uscito in libreria con un volumetto intitolato «Perché sono uscito dalla casta» in cui denuncia «le indennità gonfiate, i soldi per portaborse mai assunti, i cellulari omaggio, la truffa delle candidature, gli imbroglietti del finanziamento pubblico».

Anche il suo blog, un tempo di pura vetrina personale e politica, è diventato una piccola trincea contro i privilegi dei politici e a favore dei consumatori (per non sbagliare nell’ultimo post se la prende anche con «l’ennesima periferia occupata da un campo nomadi»).

Naturalmente io non dubito minimamente della buona fede di Bordon. E sono sicuro che non ha fatto questo svoltone per inserirsi (un po’ in ritardo, per la verità) nei rivoli più demagogici della grande ondata chiamata antipolitica.

Così come sono altrettanto certo che Bordon ha restituito allo Stato tutti gli emolumenti extra su cui adesso lancia i suoi strali, e naturalmente ha rinunciato ai vitalizi e alle prebende per ex parlamentari ed ex ministri.

O no?http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/10/24/nuove-figure-il-politico-pentito/#more-1835


Fuori Gianni Riotta dal servizio pubblico!

riotta Al mondo c’è chi sta con la schiena dritta, e in genere non fa carriera. E c’è chi si piega con varie angolature possibili, e spesso fa carriera. C’è chi fa il proprio lavoro con correttezza e chi è disposto a qualunque bassezza. C’è chi ha le proprie idee ed è disposto a pagare il prezzo alla coerenza e chi invece va sempre dove tira il vento. C’è chi è onestamente di parte e chi è disonestamente neutrale.

Il simbolo del giornalista che fa carriera piegandosi in tutte le angolature possibili, che è disposto a qualunque bassezza, che va sempre dove tira il vento, ma si dichiara sempre (disonestamente) neutrale è il direttore del TG1 Gianni Riotta.

Troppo lunga è la lista delle bassezze di Gianni Riotta, l’uomo che in quota centrosinistra ha abolito il panino, salvo ripristinarlo non appena ha rivinto la destra, ma quella di ieri sera al TG più visto dagli italiani è simbolica per tutte.

Tutti lo sanno e nessuna persona onesta lo può negare: Berlusconi mercoledì sera in mondovisione ha affermato che manderà la polizia a sgomberare scuole e università occupate. Giovedì, per smentire se stesso, il capo del governo ha lanciato un volgarissimo attacco di comodo ai giornalisti, rei di aver inventato le parole del padrone del vapore.

Un giornalista onesto difenderebbe il proprio lavoro e infatti i TG seri (guardarsi SkyTg24 o il TG3, o Anno Zero come conferma) hanno rimandato in onda la conferenza stampa di Berlusconi, non per mettere alla berlina il primo ministro ma per un’elementare forma di difesa del proprio lavoro. Gianni Riotta no, il TG1 non si è sognato assolutamente di farlo, nonostante l’attacco di Berlusconi ledesse la sua dignità e quella della sua redazione.

A lui, che pure il giorno prima aveva aperto il TG con le minacce del primo ministro agli studenti, ovviamente non per denunciarne la gravità ma per supportarle, il giorno dopo andava bene piegarsi e dire: “Sì, badrone, ho mentito, perdonami, non hai mai detto che mandavi la Polizia”, come un Gasparri o un Cicchitto qualsiasi, che però fanno un altro mestiere.

Se Emilio Fede direttore di un TG privato risponde solo per la propria credibilità, una macchietta, non altrettanto vale per Gianni Riotta, direttore del più importante TG del servizio pubblico. Gianni Riotta è molto peggio di una macchietta; è la metastasi del cancro della disinformazione al servizio del potere politico ed economico.

E’ compatibile Gianni Riotta con il servizio pubblico? Ha senso un servizio pubblico se l’informazione la fa un servo come Riotta?http://www.gennarocarotenuto.it/4064-fuori-gianni-riotta-dal-servizio-pubblico/#more-4064


Cossiga e Berlusconi
Sandra Bonsanti,

Per adesso, nessuno apparentemente lo ha preso sul serio. Mi riferisco ai suggerimenti che l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga sta elargendo rispetto a come trattare con il movimento degli studenti: lasciare che devastino, infiltrarli e poi, dopo che hanno devastato ben bene, picchiarli e picchiare anche i professori.

Ci sarebbe da mettersi a ridere. Il male è che qualcuno ancora oggi ricorda bene quando trent’anni fa questa era la strategia del Viminale retto da Cossiga. Ricordo una sera che parlammo con un gruppo di professori romani, vecchi amici, reduci da un incontro al Ministero dell’Interno dove si erano recati a chiedere al ministro perché non facesse qualcosa per impedire le azioni degli autonomi che “devastavano” l’università. Costoro, storici e filosofi, erano allibiti: “Ci ha risposto che gli autonomi sono una spina nel fianco del Pci e dunque conviene lasciarli fare”. Allibiti è dir poco. Rosario Romeo non si dava pace e lo stesso Gennaro Sasso, Gilmo Arnaldi e gli altri. Nessuno di loro era comunista, ma nemmeno tanto anticomunista da voler piegare alle ragioni di una politica anti Pci le ragioni dell’agibilità universitaria.

Chissà se Berlusconi, con il suo agitare la polizia non avesse a mente quei tempi, in cui infiltrati, servizi segreti deviati, piduisti d’ogni genere pullulavano nei ministeri più importanti e creavano quei torbidi collegamenti che consentirono alle brigate rosse e all’eversione fascista di spargere disordini e lutti in tutto il Paese. Voglio dire che una democrazia ancora debole e traballante, sempre così attratta dal primo sobillatore di turno come la nostra, non è mai senza pericoli. In questa ottica devo dire che le manifestazioni degli studenti e dei professori fino ad oggi sono riuscite a dare una bella lezione. A chi non è accaduto di incontrarli comunque nelle nostre città. Intenti a seguire lezioni all’aperto, in un silenzio esemplare, o ad attaccare i loro striscioni sui ponti e sui monumenti, a chi non è accaduto di scambiare qualche parola e qualche riflessione su ciò che sta accadendo... E mi piace questo loro distacco non dalla politica, ma dai partiti. Mi piace perché non è disimpegno, ma è un messaggio fortissimo che stanno mandando a maggioranza e anche all’opposizione. Dicono che non si fidano, che riconoscono scarsa attendibilità, chiedono di non esser strumentalizzati.

Non fanno di tutt’erba un fascio, ma sanno benissimo che in fatto di scuola e ricerca chi è senza peccato può lanciare la prima pietra. Sanno che oggi c’è una bella differenza fra le cose che dice Veltroni e le minacce di Berlusconi. Sanno tutto del ’68, e degli anni settanta, sanno come sono andate le cose in Francia. Conoscono la Finanziaria e la legge Gelmini, sono informati, sereni, decisi. Sarebbe un peccato grave se i fantasmi evocati da Cossiga e dal presidente del Consiglio trovassero spazi in questa civile azione di democrazia.
http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2287&id_titoli_primo_piano=1
E sarebbe un peccato se l’opposizione non riuscisse a capirli e sostenerli senza tentare di adoprarli questi giovani donne e giovani uomini, che chiedono un po’ di attenzione, fra un crollo delle borse e un desolante scontro di potere. E’ difficile, si cammina su un confine sottile. Ma a me danno una gran gioia, quando per strada mi porgono un pezzetto di carta e sorridono e salutano come gli adulti non fanno più.


Non vogliono tagli alla scuola

 

È molto probabile che questi ragazzacci si siano messi in testa che l’istruzione pubblica debba offrire condizioni tali da “rendere uguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio”. Pazzi.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Priorità

La persona più pagata nello staff della campagna di McCain è quella che incipria il naso a Sarah Palin (che peraltro come si può vedere da queste foto aveva proprio bisogno di un guardaroba da 150mila dollari).
The Caucus (New York TImes), The Daily Best

http://giornalismoparma.typepad.com/


Florida, e’ gia’ affluenza record

Dopo essersi arreso due volte nei giorni passati per le code troppo lunghe, Bill Jong-Ebot, un docente universitario nero della Florida, oggi e’ riuscito a votare. Alle 7 del mattino era pronto di fronte al municipio di Miramar, a nord di Miami, tre ore prima dell’apertura del seggio. ”La gente vuol far parte della Storia”, ha detto Jong-Ebot, uno degli oltre 600 mila elettori della Florida che hanno gia’ votato per la Casa Bianca. Le elezioni 2008 stanno creando un’affluenza da record, soprattutto di afroamericani, ma l’entusiasmo crea anche preoccupazioni. […]
Dall’Ohio alla Louisiana e alla North Carolina, le cronache segnalano negli Usa folle enormi ai seggi a una decina di giorni dal martedi’ elettorale vero e proprio. Le previsioni sono che quest’anno circa un terzo dell’elettorato si pronuncera’ in anticipo. E l’attenzione, in questo periodo di pre-voto, si sta gia’ concentrando sulla Florida.
Nei sondaggi nello Stato, Barack Obama e John McCain sono vicini. Una rilevazione di The Politico vede una situazione di sostanziale pareggio in Florida, con il democratico avanti 48-47%. Se Obama nell’Election Day vincera’ in Virginia, Pennsylvania, North Carolina e Ohio, come sembrano suggerire i sondaggi, la Florida potrebbe essere ininfluente. Ma se la situazione nella notte elettorale fosse di incertezza, lo stato che nel 2000 tenne il mondo con il fiato sospeso per oltre un mese su chi fosse il nuovo presidente degli Stati Uniti potrebbe creare nuovi problemi.
Dopo il disastro di otto anni fa, la Florida ha deciso di seguire la strada del voto anticipato. Quest’anno ci sono 267 seggi disponibili nello Stato per chi non vuol attendere il 4 novembre, e sono stati tutti presi d’assalto, con attese anche di cinque ore per votare. Dopo essere rimasta scottata dall’ esperienza delle schede con il voto ‘a punzonatura’ che nel 2000 resero difficile capire se la gente, a Palm Beach, avesse scelto George W.Bush o Al Gore, buona parte della Florida ha gia’ cambiato tre metodi in otto anni.
Prima e’ arrivata un’ondata di macchine ‘touchscreen’, per votare toccando lo schermo di un computer. Poi, di fronte alle proteste per l’assenza di una traccia cartacea del voto, molte contee sono passate alla scheda di carta che l’elettore deve far passare sotto un lettore ottico. Ma i volontari ai seggi, alla prese ogni volta con un metodo nuovo, hanno mostrato in questi giorni di essere tutt’ altro che preparati e i lettori ottici hanno fatto spesso le bizze.
Le autorita’ dello Stato ostentano tranquillita’, sottolineando che il voto anticipato permettera’ di alleggerire la pressione sui seggi il 4 novembre. Ma c’e’ chi teme un’ affluenza da record possa mettere la Florida in ginocchio e ritardare la proclamazione del vincitore.
Uno dei dati piu’ significativi sull’affluenza alle urne in tutti gli Usa - una trentina di Stati offrono il voto anticipato - riguarda i neri. La possibilita’ che venga eletto il primo presidente afroamericano nella storia, li sta spingendo a votare in proporzioni che forse batteranno quelle dell’epoca delle lotte per i diritti civili negli anni Sessanta. In North Carolina, il 31% degli elettori che stanno votando in anticipo e’ costituito da neri, anche se come minoranza sono solo il 21% della popolazione dello Stato. Stessa scena in Georgia, dove il 36% delle persone in coda ai seggi in questi giorni ha radici afroamericane.
Piu’ di un terzo degli elettori in Louisiana sono neri, con i democratici che battono i repubblicani per due a uno. La Virginia non offre indicazioni legate alla razza o all’ affiliazione politica, ma i luoghi dove l’affluenza e’ maggiore sono nelle aree a maggioranza nera.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/10/24/florida-e-gia-affluenza-record/#more-246


Povera destra...

Roberto Antonini , Dopo 8 anni con Bush alla casa Bianca, il partito repubblicano (GOP) assomiglia a New Orleans dopo Katrina. Richard Cohen, sul Washington Post, riassume così lo stato pietoso del partito di Teddy Roosevelt, Eisenhower e Reagan. Un partito che appare distrutto, incapace di mantenere un minimo di coerenza. Senza idee, imbottito di sterili frasi fatte. E, a mio giudizio vieppiù patetico in questi giorni. La campagna elettorale repubblicana appare squallida, ridondante. Lo spettacolo che ci offrono McCain (l'ombra del coraggioso maverick capace di opporsi alle lobby) e Sarah Palin (è ormai diventata una macchietta.. di se stessa. Sembra quasi più seria la sua "sosia" di NBC Tina Fay) non è all'altezza di un'elezione presidenziale. Difficile immaginarsi questo ticket alla Casa Bianca, ancor più difficile immaginarsi questi due improbabili candidati assumere una leadership mondiale. La loro credibilità è discutibile. E non c'entra nulla il discorso "destra-sinistra". Qui si tratta di leader che convincono solo gli incondizionati ultras del partito. Attaccano Obama per una presunta amicizia con un terrorista (quando il candidato democratico non era neppure adolescente) e accusano i democratici di voler creare un sistema socialista (ma come ha ricordato il vecchio Paul Volker, ex-presidente della FED, non è forse il partito di Bush ad aver nazionalizzato in gran parte la finanza?). Ma agli americani indebitati, che hanno perso la casa o che rischiano di perdere i risparmi per la pensione, questi discorsi interessano veramente? E il famoso "Joe the plumber" cos'altro è se non una farsa mediatica? Poveri Repubblicani.... Certo che Cohen con la sua metafora colpisce il bersaglio. Il GOP è diventato un partito senza idee, dove regolamenti di conti, aggressioni verbali e slogan vacui cercano inutilmente di diventare un ersatz alla vera politica. Colin Powell, annunciando il suo sostegno a Obama, ha riassunto molto bene lo stato di salute del partito: sempre più oscurantista, privo di idee, inutilmente e pericolosamente aggressivo. Il "compassionate conservatism" proclamato da Bush 8 anni fa si è perso nei flutti del marasma culturale e finanziario. In questi giorni qui negli Stati Uniti sentiamo una grande voglia di cambiamento. A questo punto penso che la svolta sia già una realtà e che si tratta solo di aspettare il 4 novembre. Il retaggio di quest'amministrazione è troppo pesante per consentire a un ticket così debole e contraddittorio di avere la meglio su un'opposizione che ha chiaramente captato, con Obama, il desiderio di mutare, seppur senza scossoni, rotta. La vera abilità di Obama è forse questa: aver pazientamente atteso e gestito senza forzature la sua candidatura rafforzatasi vieppiù dal declino inarrestabile dei sui avversari e di un partito ormai ombra di se stesso e senza idee, il GOP. http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9174

L'ULTIMA SPERANZA DI MCCAIN

John McCain John McCain

di Cristiano Del Riccio

WASHINGTON - La strada per la Casa Bianca è diventata veramente stretta per John McCain: i sondaggi continuano a mostrare un netto vantaggio di Barack Obama in quasi tutti gli stati chiave e gli strateghi del senatore dell' Arizona (che non possono alzare bandiera bianca) hanno elaborato un piano di battaglia che prevede un attacco in extremis contro i pochi punti deboli del candidato democratico.

E' un attacco basato su un messaggio ormai ridotto all'osso: Obama è un cripto-socialista che vuole 'dividere la ricchezza' con un programma 'tassa e spendi' a spese di Joe l'idraulico, il personaggio ormai eletto da McCain a simbolo della classe media americana. Anche oggi, in Colorado, tra gli spettatori repubblicani spiccavano numerosi cartelli con la scritta 'Io sono Joe l'idraulico' mentre anche il tour in bus della Florida fatto ieri da McCain era stato battezzato nel nome dell'ormai leggendario idraulico di Toledo (Ohio) che però continua a rifiutarsi di comparire nei comizi al fianco del candidato repubblicano.

Il secondo tema rilanciato da McCain, nello sprint finale di una campagna che lo vede staccato da Obama di oltre sette punti a livello di media nazionale, è quello della inesperienza del candidato democratico. Un tema usato all'inizio e poi abbandonato dopo la scelta da parte di McCain di Sarah Palin come sua vice (di fatto mai uscita dagli Stati Uniti fino a poco tempo fa) ma rilanciato dopo la gaffe di Joe Biden (il vice di Obama) che ha pronosticato una crisi internazionale nei primi mesi di una presidenza Obama causata da potenze ostili desiderose di mettere alla prova le capacità del neo-inquilino della Casa Bianca. Una battuta da autogol subito sfruttata da McCain per rilanciare gli attacchi alla scarsa esperienza del senatore nero.

La mappa elettorale offre però poco incoraggiamento a McCain che i sondaggi vedono indietro in quasi tutti gli stati chiave, quelli che tradizionalmente sono incerti fino all'ultimo, come Michigan (+20 per Obama), Virginia (+7 per Obama), Ohio (+6,6 per Obama). L'unico spiraglio di luce viene a McCain dalla Florida, uno stato che appare ancora alla portata di entrambi i candidati.

Così la strategia 'in extremis' repubblicana è basata sulla speranza che McCain, vincendo gli stati ancora non assegnati, riesca a portarsi a 260 voti elettorali, cioé a dieci dalla vittoria, trovando la quota mancante con una conquista della Pennsylvania (vinta 4 anni fa dai democratici col 2,5 per cento di margine) o con una combinazione di stati più piccoli. Ma è un percorso molto difficile quello della 'ultima speranza' di McCain basato su uno spostamento a suo favore, nella fase finale della campagna, degli umori degli elettori americani. Una speranza basata anche sul fatto, non confessato, che il fattore razza (un presidente nero) possa giocare a favore dei repubblicani nel segreto della cabina elettorale.

Con Barack Obama oggi fuori dalla campagna elettorale - si è recato d'urgenza nelle Hawaii al capezzale della nonna materna in fin di vita (é la donna che lo ha praticamente tirato su) - i repubblicani hanno avuto una giornata a loro disposizione sulla ribalta mediatica. Ma il fatto stesso che McCain abbia dovuto correre a puntellare il Colorado - uno stato vinto da Bush nelle ultime due elezioni con margini netti - la dice lunga sulla difficoltà del senatore dell'Arizona nel trovare un percorso verso la Casa Bianca non sbarrato da ostacoli insormontabili.

Così una campagna elettorale nata nel segno della 'audacia della speranza' evangelizzata da Barack Obama sta per chiudersi nel segno della 'ultima speranza' di John McCain. Due modi ben diversi, per non dire opposti, di usare la parola chiave di questa battaglia per la presidenza degli Stati Uniti.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_792757850.html



ottobre 24 2008

L'ecologia fa bene all'occupazione

Marco Cedolin

Fra le molte motivazioni che dimostrano quanto sia anacronistica e priva di qualsiasi valenza oggettiva la battaglia fin qui condotta in sede europea dal governo e da Confindustria contro il nuovo piano UE che intende limitare le emissioni inquinanti nel prossimo decennio, una più di ogni altra dovrebbe indurre alla riflessione l’incartapecorita classe dirigente italiana.
Lo spunto non proviene da qualche avanguardia di pensatori ecologisti e neppure dalla folta schiera di coloro che si stanno avvicinando alla filosofia della decrescita, bensì da uno studio realizzato dall’Università di Berkley, concernente gli effetti sull’economia delle politiche di efficienza energetica intraprese dalla California all'indomani dello shock petrolifero del 1977. Effetti che sono stati valutati dagli studiosi americani unicamente nell’ottica del modello di sviluppo basato sulla crescita economica tanto caro a Berlusconi e agli industriali italiani.

David Roland-Holst, economista del Center for Energy, Resources and Economic Sustainability del prestigioso ateneo californiano ha messo in luce come nel corso dell’ultimo trentennio l’introduzione in California di altissimi standard di efficienza energetica sia per quanto concerne gli edifici, sia nell’ambito degli elettrodomestici, abbia determinato la creazione di un vero e proprio circolo virtuoso che oltre a determinare un miglioramento dello stato di salute dell’ambiente ha comportato la creazione di un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro a fronte dei 25mila persi.
Il notevole risparmio energetico, grazie al quale la California consuma oggi la stessa quantità di energia che bruciava 30 anni fa, mentre nel resto degli Stati Uniti nello stesso lasso di tempo i consumi sono raddoppiati, ha evitato la costruzione di 24 nuove centrali elettriche di media potenza, lasciando nelle tasche dei cittadini una gran quantità di dollari sottratti al pagamento delle bollette dell’energia.
Lo spostamento di grandi risorse da un settore a bassissima incidenza d’occupazione come quello dei prodotti petroliferi, ad altri settori come l’alimentare, le manifatture ed i servizi che comportano un elevato numero di occupati si è rivelata una molla in grado di sollevare l’economia californiana che a fronte di "perdite" per 1,6 miliardi di dollari nel settore energetico, nel corso del trentennio preso in esame, ha visto crescere il volume d'affari complessivo di ben 44,6 miliardi di dollari.

Non resta che domandarsi quando l’imbolsita classe politica del nostro Paese abbandonerà il convincimento perverso secondo cui l’ambiente sarebbe il peggiore nemico dell’economia e anziché continuare a sovvenzionare a fondo perduto la FIAT e gli altri “baroni” del parassitismo imprenditoriale italiano con rottamazioni e regalie assortite, inizierà a destinare il denaro pubblico alla costruzione di qualcosa di utile per la collettività.
Anziché recarsi a Bruxelles a contestare gli alti costi del nuovo pacchetto ambientale, rendendosi ridicolo di fronte a tutto il resto d’Europa, chi governa il Paese dovrebbe mettere in atto grandi investimenti finalizzati alla ristrutturazione in chiave di efficienza energetica del patrimonio immobiliare italiano, al miglioramento del sistema di distribuzione dell’energia e all’autoproduzione energetica locale, compiendo in questo modo il primo passo indispensabile per liberare una cospicua parte delle risorse che oggi vengono bruciate nell’acquisto di petrolio e gas, contribuendo a migliorare tanto lo stato dell’ambiente quanto quello dell’economia, generando nuova occupazione e diminuendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili. http://ilcorrosivo.blogspot.com/

Dentro le aule si tornerà alla bacchetta. Fuori al manganello.

http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/


L’ultimo abuso: le deleghe sotterranee
Roberto Zaccaria, l' Unità,
C’è il rischio fondato che tra qualche mese, eletto il giudice costituzionale ed approvata la finanziaria e il bilancio, adempimenti necessari per Costituzione, il Parlamento si trovi privo di lavoro. Le funzioni legislative più significative saranno ormai interamente trasferite al Governo.
Abbiamo lamentato e giustamente in questi primi mesi di attività parlamentare un uso smodato della decretazione di urgenza, spesso accoppiata alla posizione della questione di fiducia. Tra provvedimenti approvati e provvedimenti in corso siamo arrivati alla ventina. Uno solo di questi conteneva l’intera manovra finanziaria.
Anche il Presidente della Repubblica (che in genere ammonisce in silenzio (la cosiddetta moral suasion) ha dovuto prendere “carta e penna” per richiamare il Governo ad un uso più appropriato dei decreti.
Il fenomeno costituzionale più grave però è quello che si nota meno e che si realizza attraverso un uso clandestino, sotterraneo, nascosto della delega legislativa. Attraverso una sotterranea erosione della funzione legislativa del Parlamento che si realizza, nella quasi generale indifferenza ad opera del Parlamento stesso o meglio della sua maggioranza. Cercherò di essere più preciso perché effettivamente il fenomeno è nuovo e merita qualche ulteriore dettaglio.
Ufficialmente non risultano fino ad oggi approvate leggi di delegazione legislativa. È evidente: sono state approvate le leggi di conversione dei decreti legge sopra richiamati. Non c’è stato il tempo per approvare anche le leggi di delega. Ma quelli che sono preoccupanti sono i lavori in corso. Esaminando i disegni di legge in corso di approvazione alla Camera e al Senato si può agevolmente rilevare che a tutt’oggi risultano inserite in questi testi ben trentuno deleghe primarie e su materie tutt’altro che secondarie. (Lavori usuranti e processo del lavoro, Lavoro pubblico, Sanità, Forze armate, Industria, Proprietà industriale ecc). Per avere un confronto recente basta considerare che in tutto il 2007 il Governo Prodi, accusato di fare un forte ricorso alle deleghe aveva approvato ventidue deleghe primarie al netto della comunitaria (che non è compresa neppure in questo calcolo).
Il confronto sommario ci dice che viaggiamo su base annua almeno al triplo delle deleghe precedenti. Ma il fatto decisamente più preoccupante è il modo nel quale vengono esaminate tutte queste deleghe. Ho detto deleghe sotterranee e clandestine non a caso. La Costituzione infatti prevede che le leggi di delega, attraverso le quali il Parlamento si “spoglia” della funzione legislativa debbano essere accompagnate da rigidi paletti: i principi e i criteri direttivi, l’oggetto delimitato, il temine (art.76 Cost) e soprattutto un’esame solenne e trasparente in assemblea (art.72). È un modo diverso, ma ugualmente importante di esercitare la funzione legislativa.
Questo non è quello che sta avvenendo di fronte alle trentuno deleghe legislative in corso. La maggior parte di queste, circa 27, sono contenute nei disegni di legge collegati alla manovra finanziaria. Provvedimenti eterogenei, confusi che trattano settori nevralgici della vita del paese (Lavoro pubblico e privato, Sanità, Forze armate, Industria) senza alcuna organicità ma con un unico disegno, quello di spostare, spesso senza alcun criterio direttivo la competenza legislativa dal Parlamento al Governo. Molte di queste deleghe sono addirittura introdotte di soppiatto durante l’esame in commissione o addirittura in Aula.
Utilizzando in maniera discutibilissima una norma del regolamento che consente l’esame accelerato di questi provvedimenti, l’approvazione avviene frettolosamente e senza nessuna reale consapevolezza.
Nei giorni scorsi, con un appassionato intervento alla Camera, l’on. Livia Turco, ex ministro della Sanità aveva denunciato l’inutilità e addirittura il pericolo di una delega “in bianco” per la riforma di Istituti di eccellenza nel settore sanitario.
Niente da fare. La maggioranza ha continuato a “macinare” voti, nella più assoluta indifferenza e senza nessuna risposta di merito da parte del ministro Brunetta, presente in aula, ma assolutamente incompetente sull’argomento. Lo stesso rischio si presenta di fronte ad una nuova delega in bianco (e, tra l’altro, senza un’adeguata copertura finanziaria) per il riordino delle carriere delle Forze armate e delle Forze di Polizia o ad altre deleghe analoghe in materia di industria.
È drammatico che questi strappi gravi avvengano senza una tutela adeguata da parte della Presidenza della Camera che avrebbe i poteri per farlo.
Mi auguro che durante il seminario che la Corte costituzionale ha convocato proprio sulla delega nei prossimi giorni queste preoccupazioni abbiano un’eco adeguata. Già in materia di sicurezza, per i rifugiati e i ricongiungimenti familiari, sono stati stati capovolti gli indirizzi politici precedenti, con semplici decreti legislativi correttivi.
Ora il Parlamento viene pericolosamente svuotato con una violazione marcata e ripetuta dell’art. 76 della Costituzione e in più con un aggiramento vistoso della “riserva” di discussione e di esame in assemblea.


superenalotto e la febbre da class action

di andrea moro, Il montepremi del superenalotto ha raggiunto i 100 milioni e qualcuno comincia a sudare freddo... No, non gli scommettitori, il Codacons, che sta studiando la possibilità di "intentare una class action a favore dei giocatori rovinati dal Superenalotto".
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Ma c'è di più, il Codacons ha persino presentato un esposto alla procura di Roma in cui si chiede il sequestro del jackpot, divenuto oramai eccessivamente "pericoloso''. Le virgolette sono loro, non mie... non ci credono neanche loro in quello che scrivono.

Il pericolo consisterebbe nel rovinare "tutti coloro che, nella speranza di vincite stratosferiche, hanno già speso tutto lo stipendio o la pensione di ottobre puntando cifre elevate, e si ritrovano ora con il portafogli vuoto e bollette, rate e mutui da pagare". Secondo il presidente Carlo Rienzi, conservando le ricevute di tali giocate i cittadini "rovinati" (virgolette sempre a cura del Codacons) dal Superenalotto potranno adire all'azione legale attualmente in fase di studio. 

Sorvoliamo sul concetto di responsabilità individuale, altrimenti questo post diventa noioso. Il Codacons, dunque, è in vena di studiare: consiglio perciò due studi alternativi a quello della possibilità di intentare la class action:

1. Un primo studio, urgente, è quello del concetto di moral hazard, o azzardo morale, che oramai si insegna alle elementari: ha mai pensato il sig. Rienzi che la possibilità di essere rimborsati per le mancate vincite potrebbe indurre più giocatori a spendere somme sempre più ingenti, e, quindi, a "rovinarli" (con o senza virgolette, a piacere)?

2. Un secondo studio, un po' più serio e che richiederebbe un po' di lavoro, riguarda la distribuzione del reddito dei giocatori, sulla quale mi piacerebbe vedere un po' di dati. Ho infatti il sospetto che i giocatori del superenalotto si concentrino sulle fasce di basso reddito della popolazione. Se così fosse dunque, il superenalotto, essendo gestito dallo stato, costituirebbe in pratica una tassa sui poveri. Non sarebbe quindi compito del codacons informare i consumatori ed il legislatore della vera natura di questa entrata dello stato? Non si sa mai, il neo-poverista Tremonti potrebbe esserne interessato.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Il_superenalotto_e_la_febbre_da_class_action#body

Meno Roma, più Rangoon

Oggi, giustamente, “Libero” esulta perché «il governo ha accolto il nostro appello», vale a dire le promesse di manganellate agli studenti che occupano scuole o università.

Ma una ciliegia tira l’altra, e questi ci hanno preso gusto.

Così oggi arriva la “proposta di legge” (chi scrive l’articolo è Giancarlo Lehner, parlamentare berlusconiano) di rifilare cinque anni di galera a chi fa i picchetti, occupa scuole o «ostacola la libera circolazione di cose e merci».

Mi pare di ricordare che una norma del genere l’hanno passata in Birmania, nei giorni in cui i monaci manifestavano sotto la pioggia.

lehner.jpg

Giancarlo Lehner, autore della proposta di legge

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Veline

Che Haider fosse gay non era certamente un mistero: il Guardian lo scrisse qualcosa come otto anni fa e molte foto compromettenti giravano da tempo su internet. Che un uomo di estrema destra avesse una relazione omosessuale, poi, non è certamente una novità: qualche giorno fa Aurelio Mancuso scriveva però giustamente che sarebbe ora di cominciare a chiedere pubblicamente il conto a chi sostiene politiche discriminatorie nei confronti delle persone GLBT e poi mette spensieratamente su famiglia con l'aitante segretario.

 


Massimo rispetto per la vita privata altrui, ma se uno decide di mettersi sulla pubblica piazza a fare politica poi deve mettere in conto che gli si chieda un minimo di coerenza tra il predicato e il razzolato: vedi i leader del nostro centro-destra, Berlusconi in testa, così entusiasti della famiglia tradizionale - ha commentato qualche malalingua - da averne tutti rigorosamente almeno due.

Ma se devo dire quello che proprio non riesce ad andarmi giù della vicenda è che alla fine il buon Haider il fidanzato se l'era subito piazzato a fare l'erede designato alla successione, a dimostrazione che certe logiche del potere sessuale, tipicamente maschilli e maschiliste ed in gran voga anche da noi da qualche tempo, non ti risparmiano solo perché sei gay. In fondo, si tratta solo di scegliersi il tipo di velina che si preferisce.http://www.ivanscalfarotto.it/2008/10/veline.html#more


Il catalogo è questo

Secondo la periodica conta di Marc Ambinder - che è molto accurata e non si basa solo sui sondaggi, ma anche sulle proverbiali "dritte"   che gli vengono dalle due campagne - Barack Obama ha già vinto senza contare i "toss-up states". Certo, da qui alle elezioni può cambiare tutto. Ma ormai è abbastanza improbabile. Qui L'Ala Ovest fa i conti in italiano.
Marc Ambinder, L'Ala Ovest

http://giornalismoparma.typepad.com/


Il governo maoista vuole integrare i guerriglieri nell’esercito nepalese
di Kalpit Parajuli
Pronta una commissione per far confluire i militanti del People’s liberation army nell’esercito nepalese. L’opposizione si oppone al progetto. Il leader del Madheshi Rights Forum, che sostiene il governo maoista, minaccia la secessione della regione del Tarai.

Kathmandu (AsiaNews) - Il governo nepalese, guidato dal leader comunista Pushpa Kamal Dahal, vuole integrare gli ex guerriglieri maoisti nell’esercito del Paese. Secondo i dati Onu, il People’s liberation army (Pla) è composto all’incirca da 19mila militanti che per oltre dieci anni hanno combattuto contro l’esercito regolare. Ram Bahadur Thapa aka Badal, già comandante delle forze rivoluzionarie e oggi ministro della difesa, ha dichiarato: “Ci stiamo preparando a formare un comitato che deciderà su tutti gli aspetti dell’integrazione del Pla nell’esercito nazionale”.

Dopo la vittoria del Partito comunista nelle prime elezioni repubblicane di aprile, i membri del Pla sono stato acquartierati in attesa di trovare una soluzione al loro impiego.

Come prevedibile, la scelta di far confluire i guerriglieri tra le file dell’esercito regolare è sostenuta con forza dagli ex militanti. Mohan Baithya, uno dei leader storici dei maoisti, ricorda che “il Pla ha combattuto con successo contro l’esercito del Nepal nel passato e dimostrato la sua superiorità. Per questo possiamo addirittura migliorare gli standard delle nostre forze militari con l’ingresso del Pla nell’esercito nazionale”.

Di tutt’altro avviso sono i partiti all’opposizione. L’ex primo ministro e attuale presidente del Nepali Congress (Nc), Girija Prasad Koirala, è contrario al processo d’integrazione, anche per ragioni di politica internazionale. “L’esercito nepalese – ricorda il leader del Nc – non opera solo a livello nazionale, ma anche come forza internazionale insieme all’Onu in diversi Paesi. Per questo, gli standard non possono essere cambiati dall’ingresso nell’esercito di una forza militare legata ad un determinato partito”. Davanti a questa possibilità l’ex primo ministro si domanda: “Come può l’Onu riconoscere un esercito politicamente indottrinato come una forza di pace internazionale?”

Dà voce al dissenso anche Upendra Mahato, leader del Madheshi Rights Forum (Mrf) e membro della coalizione al governo. Il leader del movimento che rappresenta la popolazione della regione del Tarai, nel sud del Nepal, ha minacciato che “se il Pla sarà integrato nell’esercito nazionale, noi formeremo migliaia di gruppi rivoluzionari nel Tarai e faremo una rivolta sotterranea”. “Questi gruppi – ha detto Mahato – guideranno la separazione del Tarai dal Nepal”.

Ian Martin, inviato di pace dell’Onu nel Paese, ha dichiarato che le Nazioni unite si impegneranno perchè sia raggiunta un’intesa tra il governo e le diverse forze politiche Nel contempo però, gli inviati del Palazzo di vetro hanno chiesto lo smantellamento degli accampamenti che hanno raccolto gli ex membri del Pla da dopo le elezioni. Ad oggi questi acquartieramenti ospitano ancora centinaia di ex guerriglieri e gli uomini dell’Onu vogliono che siano sgomberati prima della visita in Nepal del segretario generale Ban Ki-Moon, prevista per inizio novembre

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13559&size=A


Vecchietti di sinistra vs giovincelli di destra. La posta in palio suprema.

Roberto Antonini,
La questione è stata messa in ombra dalla crisi finanziaria e economica (nella regione in cui mi trovo in questo momento, l'area di San Francisco il valore delle case è sceso mediamente del 30% in un anno) e da alcune discussioni particolarmente sterili ma che hanno attratto l'attenzione dei media (prima fra tutte quella che ha visto come protagonista fra tutti “Joe the plumber” che non si chiama Joe e che non ha neanche una licenza di idraulico, ma che è ormai invitato in tutti i principali talk show televisivi dopo aver tenuto testa a Barack Obama durante un comizio). Dicevamo: se ne parla poco eppure la posta in palio è di straordinaria rilevanza. E non esagero, perché mi riferisco alla Corte Suprema che ha costituzionalmente poteri enormi. Può decidere dell'aborto (autorizzato nel 1973 con la discussa sentenza Roe vs. Wade) della possibilità per prigionieri di Guantanamo di ricorrere ad una corte federale (sentenza di quest'anno votata con la risicata e abbastanza consueta maggioranza di 5 a 4) della pena di morte per malati mentali e minorenni (soppresse nel 2002 rispettivamente 2005) dell'ambiente (una sentenza del 2007 che autorizza il dipartimento dell'ambiente, EPA, a fissare limiti massimi per l'emissione di diossido di carbonio e altri gas a effetto serra) della libertà sessuale (nel 2003 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali le cosiddette leggi anti-sodomia che in diversi Stati vietavano i rapporti omosessuali) e anche della… presidenza del paese (l'ormai celebre sentenza Bush vs. Gore che consegnò al primo la vittoria nelle elezioni del 2000). Lunga premessa per indicare quanto importante sia la nomina (a vita) dei giudici (9) di questa istanza suprema. Attualmente 4 giudici sono considerati moderati o liberal (progressisti) , 4 sono chiaramente conservatori, mentre l'ultimo, Anthony Kennedy pur essendo abbastanza conservatore (fu nominato da Reagan) vota spesso con i liberal. I giudici vengono nominato dal presidente con la ratifica del senato. Ora siccome sono nominati a vita, la scelta può influenzare il corso delle cose per decenni. Il fatto ora è che tutti e tre i potenziali partenti ( per ragioni di età) sono liberal: Ruth Bader Ginsburg ha 75 anni, David Souter ne ha 69 e John Paul Stevens addirittura 88. A destra invece sono tutti molto più giovani: il presidente della corte John Roberts è un “giovincello” (53 anni) Samuel Alito di anni ne ha 58, Clarence Thomas è sessantenne mentre l'unico un po' in là con gli anni è Antonin Scalia (72) . Ora il pericolo, visto da sinistra, è che se vincesse McCain il fragile equilibrio (4 a 4 con Kennedy che spesso vota con i progressisti, come nel caso della sentenza su Guantanamo) si romperebbe e si creerebbe una maggioranza di destra che potrebbe rimettere in discussione anche precedenti sentenze (prima fra tutte la Roe vs. Wade). Insomma la sinistra ha troppi vecchietti sul colle di Washington dove si erge maestoso il palazzo neo classico dei grandi togati. Se vincesse Obama l'equilibrio molto probabilmente non cambierebbe e si rimarrebbe allo status quo, a meno di improvvise dimissioni dï qualche “giovane” (dunque di destra…) giudice. Nei pochi accenni a questa cruciale questione i due principali contendenti hanno comunque manifestato chiaramente le loro divergenze: Obama che è giurista e che è stato per 12 anni professore di diritto all'Università di Chicago, ha spiegato che vuole un giudice che protegga gli interessi delle persone sfavorite (“disadvantaged”), in altre parole minoranze, donne, classi meno abbienti. McCain dal canto suo ritiene che i giudici non sono nominati per risolvere i problemi sociali ma per interpretare nel senso più letterale possibile la Costituzione. E il senatore dell'Arizona ha precisato di non ritenere che chi è favorevole al Roe vs, Wade abbial le qualifiche per poter accedere alla massima carica giudiziaria del paese.
http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9175

PAUSA PER OBAMA, MCCAIN A CACCIA DEGLI ULTIMI VOTI

Barack Obama Barack Obama

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - John McCain in maniche di camicia in una segheria in Florida, a sventolare il vessillo di 'Joe l'idraulicò, la sua ultima speranza. Barack Obama in giacca e cravatta tra i veterani dell'American Legion in Indiana, a ricordare con tono solenne il 25mo anniversario della strage dei Marine in Libano e cercare di scippare un altro Stato ai repubblicani. Due immagini che fotografano lo stato della corsa alla Casa Bianca, con un Obama sempre più 'presidenziale' e un McCain a caccia di indecisi che tenta il colpo a sorpresa sul filo del traguardo.

Obama ha fatto sosta a Indianapolis sulla strada verso le Hawaii, dove è accorso al capezzale della nonna morente. Un gesto d'affetto per una delle figure più importanti nella sua vita, che gli costerà un po' di visibilità nella fase finale della campagna. Ma sembra poterselo permettere. Il democratico sta riversando su un numero enorme di Stati le centinaia di milioni di dollari che ha incamerato nella campagna più costosa della storia (2,4 miliardi di spesa complessiva, secondo il Center for Responsive Politics). I soldi muovono la macchina capillare che l'ex 'organizzatore di comunita' di Chicago ha messo in campo anche in Stati tradizionalmente repubblicani, e armano l'esercito entusiasta di volontari che in questi giorni bussa alle porte degli americani dalla Virginia al Colorado e li accompagna in anticipo alle urne in Ohio o in Georgia.

Il messaggio di 'cambiamento' di Obama sembra aver piantato radici in un elettorato che i sondaggisti vedono stabilizzarsi. Quando arriverà l'Election Day del 4 novembre, forse avrà già votato un terzo d'America e le cronache dai seggi descrivono una massa di elettori in prevalenza democratici in fila per ore.

Tutto questo però non basta a rassicurare Obama. "Dobbiamo lavorare e combattere in ognuno dei 12 giorni che restano, se vogliamo muovere il Paese in una nuova direzione", ha detto alle 35 mila persone venute ad ascoltarlo a Indianapolis, in uno Stato 'rosso' (il colore dei repubblicani) in cui il vantaggio di McCain è ridotto al minimo. I sondaggi continuano a mandare segnali contraddittori, anche se la tendenza di lungo termine è nettamente a favore di Obama. Se Zogby vede dodici punti di distacco su scala nazionale tra il democratico e McCain, la Gallup per due giorni consecutivi ha ristretto la 'forbice' (é ora di 4-6 punti) e Gfk-Roper, in un sondaggio per l'Ap, ha sorpreso tutti mercoledì mostrando una situazione di parità (44-43%).

Obama si è detto convinto che la campagna diverrà nei prossimi giorni più cattiva e ha puntato l'indice sui 'robo-call', i messaggi telefonici robotizzati che in questi giorni tormentano gli americani: uno dei più criticati dai democratici propone la voce dell'ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, che sostiene che Obama sarà soft con i criminali e farà crescere la delinquenza in America.

Prima di salire sull'aereo per le Hawaii, Obama ha voluto mostrarsi 'presidenziale' nel Midwest rurale che ancora ritiene McCain un comandante in capo più affidabile, e ha voluto ricordare i 241 marine morti 25 anni fa in un attentato a Beirut. Ma il senatore democratico ha insistito soprattutto nel ribadire di aver il miglior piano per l'economia americana, attaccando a fondo McCain e l'amministrazione Bush. L'avversario repubblicano ha invece lanciato in Florida il 'Tour di Joe l'idraulicò, una serie di eventi elettorali che cavalcano la figura dell'idraulico dell'Ohio che McCain ha elevato a icona della piccola e media impresa nel mirino delle tasse di Obama.

Accompagnato dal popolare governatore Charlie Crist, McCain ha cercato di rafforzarsi in uno Stato-chiave parlando non solo ai vari 'Joe' locali, ma anche a 'Jose l'idraulicò, cioé alla potente comunità ispanica. Secondo il Miami Herald "la tattica sembra funzionare", perché la fuga degli elettori repubblicani in Florida verso Obama appare rallentare. Ma le ferite da tamponare per McCain sono troppe: in Virginia, Ohio e Colorado i repubblicani sembrano avviati verso sconfitte decisive e anche il tentativo di McCain di risalire la corrente in New Hampshire e Pennsylvania non trova per ora conforto per lui nei sondaggi.

A Chicago, in un gigantesco parco cittadino, gli operai hanno intanto cominciato a costruire il palco per la festa della notte elettorale del 4-5 novembre. Palcoscenici simili rimasero vuoti nel 2000 e nel 2004, dopo essere stati costruiti per i discorsi della vittoria di Al Gore e John Kerry. Stavolta i democratici sono sicuri che andrà diversamente.

marco.bardazzi@ansa.it

 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_792039917.html



Iran

la protesta dei bazarii ferma Ahmadinejad. Un banale problema di tasse o i primi cedimenti del regime?


Nelle ultime settimane l’Iran ha visto montare la protesta dei mercanti (bazarii in farsi), che per manifestare la propria opposizione contro l’adozione di un’imposta al 3%, similare alla nostra IVA, destinata a gravare sui beni non di prima necessità, hanno dato vita ad una compatta serrata di dieci giorni dei propri esercizi commerciali. La protesta di per se non stupisce, non è la prima ad essere registrata sotto la presidenza Ahmadinejad, già nel 2007 si verificarono scontri tra manifestanti e polizia a seguito del contestato decreto di razionamento della benzina; a stupire e far riflettere, sono invece i soggetti che hanno cavalcato questa nuova protesta, vale a dire i bazarii, cioè quella classe media mercantile che fu elemento decisivo nei giorni della Rivoluzione khomeinista del 1979 e che, assieme a Basiji e Pasdaran, rappresenta uno dei pilastri del regime.

Arang Kesharvazian, professore di politica del Medio Oriente alla New York University e ricercatore a Princeton, commentando la protesta, ha suggerito agli analisti internazionali che dietro la protesta vi sia molto più che una normale bega tributaria. Secondo Kesharvazian i bazarii, zoccolo duro dell’elettorato conservatore e ceto medio iraniano, hanno deciso di voltare le spalle al presidente Ahmadinejad, reo di non aver protetto gli interessi del ceto medio mercantile, a tutto vantaggio dei grandi patrimoni che si sono andati costruendosi intorno al business del gas e del petrolio. I bazarii furono determinanti nel ruolo di collante fra le gerarchie religiose e le classi popolari all’epoca della rivoluzione contro lo Scià. Il ruolo del bazar come centro politico ed economico del paese, è messo in discussione dalla finanza del gas e del petrolio, mentre la crisi economica e l’inflazione sterilizzano i profitti del ceto medio.

Oggi il bazar, principale centro per la pratica del credito usuraio, ulteriore elemento di business per la classe mercantile, rappresenta una parte consistente di quel 25% di economia sommersa (e quindi esentasse), che sfugge al controllo statale e che contribuisce all’acutizzarsi del fenomeno inflativo. L’imposta governativa del 3% sui beni non di prima necessità, nelle intenzioni governative, doveva servire a porre un freno all’inflazione ormai attestata vicino a quota 30% e allo stesso tempo a far riemergere una sostanziale parte del sommerso. Ritirando il provvedimento (rimandato di un anno), il Presidente Ahmadinejad ha incassato una pesante sconfitta, ma d’altra parte il braccio di ferro durato 11 giorni rischiava di compromettere ancora di più i già precari consensi elettorali dell’ex sindaco di Teheran in vista delle elezioni presidenziali del 2009. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33987


 

FT: SE VINCE BARACK, OPRAH AMBASCIATRICE A LONDRA
Ma non era post-televisivo, questo Obama?

(m.p.)


Oprah ambasciatrice americana a Londra se alla Casa Bianca arriverà Obama. Lo scrive il blog del Financial Times, che cita “fonti ben informate”.
La notizia puzzerebbe di bufala lontano un miglio, se non fosse che qualche giornale sembra prenderla sul serio, molto. Ambasciatrice forse è troppo, scrive il Chicago Tribune, ma inviata speciale con qualche incarico ad hoc perché no? Sarà, ma è un po’ come se Berlusconi nominasse la De Filippi (in effetti ha scelto la Carfagna, che di sicuro gli ha portato molti meno voti della Winfrey a Barack). E poi Obama non era stato definito il primo candidato post-televisivo? A pensarci bene, per mercoledì 29 il candidato dem ha in programma una mossa che neanche il Silvio dei tempi d’oro: parlerà 30 minuti alla nazione su tre grandi network (le tv non sono sue, ma ha i soldi per comprarsi gli slot).
La verità è che la campagna elettorale del 2008 sarà anche stata la prima vera campagna internettiana, ma è anche tra le più televisive di sempre.
Da John McCain che annuncia la sua candidatura a David Letterman, che poi a un certo punto bidonerà salvo tornarci chiedendo scusa in ginocchio, alle mossettine di Obama e Michelle da Ellen DeGeneres. Per non parlare di Sarah Barracuda Palin che grazie all’imitazione di Tina Fey ha fatto risorgere il Saturday night live, che dai tempi d’oro di John Belushi si era ridotto a una sorta di bagaglino (tra l’altro pare che Obama ci farà un salto il sabato prima del voto). E poi ci sono i vari Stewart e Colbert, che continuano a registrare audience da record.
Secondo un sondaggio pubblicato ieri da Entertainment Weekly, gli americani tra i 18 e i 34 anni passano il 34 per cento del loro tempo davanti al televisore guardando programmi legati alle elezioni. Magari li commenteranno e linkeranno poi su Facebook ma, nel frattempo, la tv non la spengono mica.

 

http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp


La conferenza mondiale di Via Campesina

 

«Abbiamo il diritto di continuare a essere contadine e contadini, e la responsabilità di continuare a nutrire i nostri popoli. […] L’umanità ha bisogno di noi, e noi rifiutamo di scomparire». Così comincia la dichiarazione resa pubblica oggi da Via Campesina. Il movimento internazionale di contadini, riunito in Mozambico dal 19 al 22 ottobre per la sua quinta conferenza, riafferma i suoi principi: difendere l’agricoltura contadina e le diverse culture proprie. Dopo avere considerato le mobilitazioni promosse negli ultimi anni [contro l’Omc, il G8…] e i diversi progressi fatti [il concetto di sovranità internazionale entrati nella costituzione o le leggi di paesi come il Nepal, la Bolivia o il Mali ], il movimento annuncia il suo programma. Di fronte alle numerose crisi attuale bisogna ripartire dal basso, cioè dai piccoli produttori, per lottare contro i danni del capitalismo e delle multinazionali, dichiarate «nemici comuni più importanti ». Per questo, la formazione politica e il rinforzamento delle capacità devono essere una priorità. Nelle diverse iniziative promosse per i prossimi anni, l’accento è anche messo sulla necessità di sviluppare metodologie comune di lavoro, sul ruolo delle donne e dei giovani, di azioni contro ogni forma di violenza, ma anche sulla costruzione d’alleanze con altre associazioni.http://www.carta.org/campagne/ambiente/15503



ottobre 23 2008

In mancanza di meglio

L’unica certezza che ho, guardando quella Dresda bombardata che è l’opposizione italiana, è il fatto che per una volta i rappresentati sembrano avere decisamente le idee più chiare dei loro rappresentanti (il che, detto per inciso, non è affatto una buona notizia).

In Parlamento, anzi più in generale nella politica istituzionale, abbiamo infatti almeno quattro o cinque opposizioni diverse, cioè i brandelli della fu Unione: il Pd di Uòlter, Di Pietro e i suoi amici, due tronconi di Rifondazione in battaglia perpetua tra loro, qualche rimasuglio verde e dilibertiano, l’ottimo ma solitario Claudio Fava, quel che resta dei radicali. Tutti partitini e partitoni che - mentre il Cavaliere è sempre più tronfio - non trovano di meglio che beccarsi l’un l’altro con crescente violenza.

In questo senso, lo spettacolo più metaforico e indecente è quello che stanno dando in questi giorni Di Pietro e Veltroni (peraltro in liste insieme alle ultime elezioni): un penosissimo “ce l’ho più lungo io”, “no, ce l’ho più lungo io” che nasconde in realtà l’impotenza di entrambi, provata dal consenso bulgaro in questi giorni raggiunto da quello che dovrebbe essere il loro comune avversario, il governo.

Non migliori peraltro sono le esibizioni degli ex Sinistra Arcobaleno: a Rifondazione paiono coniugi separati in casa, che non vedono l’ora di divorziare ma non possono farlo perché hanno solo un bilocale in affitto, quindi passano le giornate a tirarsi le padelle. I verdi non si sono mai ripresi dall’incubo clientelare in cui li ha cacciati la gestione Pecoraro Scanio. Gli altri, non pervenuti.

Fin qui, i rappresentanti: rissosi quanto inermi.

I rappresentati, tuttavia, continuano a esistere (e scusate il disturbo): sono, siamo, quei milioni di italiani che hanno votato per la sinistra e il centrosinistra, che si incazzano davanti ai tiggì sempre più di regime, che si vergognano per il clima razzista diffuso nel Paese da questo governo, che scuotono la testa davanti alle leggi ad personam, che vorrebbero uno Stato un po’ più propenso a socializzare i profitti anziché le perdite. Non esattamente la rivoluzione bolscevica, insomma, ma semplicemente - per dirla alla Moretti - «qualcosa di sinistra, anzi di civile».

E’ probabile che una parte di questi cittadini sabato prossimo vada al Circo Massimo, a Roma, per la manifestazione che Veltroni ha indetto, poi rinviato e poi reindetto. Spero che vada bene, nonostante tutto. Ma soprattutto spero che il Pd e la sua leadership non interpretino un eventuale successo come un’adesione di massa ai loro tentennamenti, e alle loro continue rotture con gli altri pezzi dell’opposizione.

Sappiano invece che saremo lì, alla fin fine, solo in mancanza di meglio.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/10/21/in-mancanza-di-meglio/#more-1812


Drogati di Stato

"Vogliamo che i soldi degli aiuti di Stato agli istituti di credito non rimangano nelle casse delle banche, ma vengano usati per supportare le piccole e medie imprese". Lo ha detto oggi a Catanzaro la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.

L'aiuto statale ha un altissimo grado di tossicità, con una sola dose ci puoi sputtanare un'intera comunità di liberisti, ma è anche vero che loro non hanno un minimo di tenuta: Emma resisti, le crisi di astinenza sono brutte, ma se tieni duro c'è la luce alla fine del tunnel!

Gli aiuti di Stato compromettono il naturale equilibrio del libero mercato, al primo accenno di aiuto a una certa corporazione, anche le altre, per compensare l'anomalia, non possono far altro che chiederne a loro volta. E' quello che gli economisti chiamano "riequilibrio indotto", e proprio perché "indotto" rappresenta un'anomalia... bene: non so se avete sentito di questo ritorno degli incentivi statali alla rottamazione delle auto e degli elettrodomestici, ecco, io dovrei cambiare il frigorifero. Chiedo aiuto a voi che siete dei fenomeni: che faccio, ne approfitto o mi tengo quello vecchio per onestà verso i principi del libero mercato?

 

 

http://formamentis.splinder.com/


Centocinquanta mila dollari

E' quanto costato al GOP rifare il guardaroba  a Sarah Palin. E non si sa nulla della spesa per il parucchiere aggiustacofana. Quasi 5000 dollari sono serviti per armare  la cofana di capelli della governatrice dell'Alaska. Intanto Sarah, in attesa di trasformarsi in una vera Maria De Filippi (come auspica MLR), mette in piedi il suo circo personale di mostri: l'ultimo si chiama Tito the Builder. E sembra già una parodia.
The Huffington Post, Corriere della Sera, Trailhead (Slate)http://giornalismoparma.typepad.com/


OBAMA ALLUNGA E I SEGGI SI RIEMPIONO DI GENTE

Obama in Virginia Obama in Virginia

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - Barack Obama allunga il vantaggio nei sondaggi, parla già da presidente e prepara una notte di festa di dimensioni oceaniche a Chicago. L'America intanto affolla i seggi che permettono il voto anticipato, con code di un'ora e un'alta affluenza di neri che crea le condizioni per battere i record del passato. Ma a meno di due settimane dall'Election Day, il candidato democratico alla Casa Bianca continua a esortare i suoi alla prudenza, forse anche per le contraddizioni che mostrano alcune rilevazioni.

Obama ha riunito il proprio stato maggiore di politica estera e sicurezza a Richmond, in Virginia, parlando poi al paese con tono visibilmente 'presidenziale' dei pericoli che l'America continua a correre. Nel 2004, Osama bin Laden comparve sugli schermi Tv degli americani a pochi giorni dalla scelta tra George W.Bush e John Kerry, e le sue minacce potrebbero aver influenzato l'epilogo di quelle elezioni. Obama mette così le mani avanti, spiega che l'attenzione di questo periodo alla crisi finanziaria "non deve far perdere di vista il fatto che siamo minacciati" e mette in guardia sui pericoli che l'America può correre durante la transizione dopo il 4 novembre.

E' un modo per mostrarsi pronto alle sorprese nel caso si facesse viva Al Qaida, che secondo uno studio del centro di ricerca Site Institute, riportato dal Washington Post, starebbe 'tifando' per John McCain (il repubblicano replica dicendosi "sdegnato"). Ma è anche un'ulteriore occasione per Obama per rendere più solida la sua posizione in Virginia, uno stato che ha battuto oggi a tappeto e che il 4 novembre potrebbe dargli le chiavi della Casa Bianca.

La Virginia non elegge un presidente democratico dagli anni '60, ma adesso Obama e' in vantaggio. Anche l'istituto Mason-Dixon, uno dei più affidabili tra quelli locali e anche uno dei più prudenti, vede ora in testa il democratico, sia pure di poco (47-45%). I sondaggi nazionali, dopo aver dato lievi segni di recupero di McCain nei giorni scorsi, in gran parte descrivono ora una sostanziale fuga di Obama. Zogby gli assegna 10 punti di vantaggio e comincia ad accennare alla possibilità di una vittoria del democratico che ricorda "il modello di quella di Reagan su Carter nel 1980": uno scenario da incubo per i repubblicani, visto che Reagan decollò negli ultimi giorni e vinse con 489 voti elettorali a 89 (ne occorrono 270 per diventare presidente). Se le dimensioni di una vittoria di Obama fossero davvero simili, l'effetto-traino probabilmente porterebbe con sé anche una maggioranza a prova di bomba per i democratici in Congresso.

Anche l'ultimo sondaggio di Nbc-Wall Street Journal parla di 10 punti di vantaggio, e il network conservatore FoxNews ne vede nove. Tra i motivi della perdita di terreno di McCain, i sondaggi indicano tra l'altro la mancanza di fiducia degli elettori in Sarah Palin come vice dell'anziano candidato repubblicano. Non l'aiuta certo la scoperta delle spese per 150.000 dollari - a carico del partito - per abiti di lusso, in un momento in cui l' America è alle prese con la recessione.

L'affluenza è un altro segnale che sembra favorire Obama. I neri sono in crescita nelle lunghe code che si sono formate ai seggi, dalla Florida al Texas. In Georgia ha già votato un quarto del totale delle persone che si pronunciarono nel 2004 e in tutti gli stati sono già centinaia di migliaia gli americani che si sono pronunciati. E secondo Usa Today, sono in maggioranza democratici. Uno scenario che sembra giustificare i preparativi per una festa con folla oceanica per Obama la notte dell'Election Day nel Grant Park, il parco di Chicago nel quale nel 1979 Giovanni Paolo II riunì a Messa 350 mila persone.

Ma il candidato democratico da giorni esorta i suoi a "ricordare il New Hampshire", lo stato dove i sondaggi nelle primarie lo davano nettamente vincente e dove fu sconfitto da Hillary Clinton. Qualche sondaggio contribuisce alla sua prudenza. Una rilevazione di Ap-Gfk dà i due candidati sorprendentemente alla pari (44-43% per Obama) e la Gallup, nella propria rilevazione quotidiana, ha fatto scendere di un paio di punti il vantaggio del democratico. Lo stesso Zogby, in una rilevazione in 10 Stati decisivi, mostra McCain di nuovo in testa in Indiana e in rimonta in Virginia, Missouri, New Hampshire, New Mexico e Nevada. Non abbastanza per veder scendere Obama, nella mappa del voto, sotto la fatidica quota 270 voti elettorali. Ma quanto basta per far tenere la guardia alzata fino all'ultimo al candidato democratico.

marco.bardazzi@ansa.it

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MESSICO: UN PAESE IN GUERRA TROPPO VICINO AGLI STATI UNITI E ALLA DROGA

 

Gennaro Carotenuto

Oramai il Messico è il più grande narcostato del mondo, peggio della Colombia. Se in tutto il 2007 i morti della guerra tra cartelli sono stati 2.700, ieri è stato reso noto che nei primi otto mesi del 2008 si è già arrivati a 3.000 morti. Esecuzioni di gruppo, teste mozzate, vere battaglie con armamento da guerra, fiumi di denaro che inquinano la vita pubblica, sono la cifra di una guerra totalmente ignorata dalla stampa italiana. Il Messico così è ormai un inferno dove la popolazione è stretta tra i narcos, la crisi economica e pezzi dello Stato apertamente complici dei cartelli della droga. E intanto il 40% della popolazione (corrispondente agli abitanti della Spagna) pensa seriamente d’andarsene già che il paese, governato dalla destra neoliberale e filo statunitense di Felipe Calderón, da una parte usa senza successo il pugno di ferro e dall’altra è infiltrato profondamente dai narcodollari.

Un messicano su cinque dichiara di conoscere personalmente un narcotrafficante; per quattro su cinque il narcotraffico è già parte della cultura nazionale. Gruppi musicali come “los tigres del norte” o temi come "Contrabando y traición" sono da decenni capostipiti di un genere musicale di successo, il narcocorrido. I narcos hanno perfino un santo protettore, san Jesús Malverde, originario di Sinaloa. Ma la cultura narco non è solo un genere di intrattenimento paragonabile a quello dei nostri neomelodici. Un messicano su dieci dichiara di essere stato vittima di episodi di violenza attribuibili al narcotraffico e uno su tre conosce qualcuno che ne è stato vittima.
Sono dati impressionanti che danno la misura di quanto sia difficile orientarsi nel gorgo nel quale è precipitato uno dei paesi più straordinari del mondo da quando negli anni ’80 i cartelli colombiani cominciarono ad utilizzarlo come via di transito e poi da quando il primo gennaio del 1994 è entrato in vigore il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, una sorta di colonizzazione dell’economia del paese che si è tradotta in un disastro economico, nello sfacelo delle campagne e nella perdita di posti di lavoro.
I 14 milioni di messicani costretti all’emigrazione da allora e le decine di migliaia di morti delle guerre tra narcos, testimoniano di un progetto di paese, quello neoliberale, che ha fallito clamorosamente e dovrebbe essere abbandonato al più presto. Ma il neoliberismo che ha bruciato letteralmente la vita di una generazione di contadini messicani impossibilitati a competere con la superassistita agricoltura statunitense, costringendoli all’emigrazione o a entrare nelle file della manovalanza del narcotraffico, spesso solo come carne da cannone o spalloni, è solo una delle facce di una delle crisi morali e materiali più importanti nella storia di questo grande paese.
Già negli anni ’20, al tempo del proibizionismo negli Stati Uniti, il Messico aveva sperimentato un aumento della criminalità connessa al contrabbando di alcool. Poi, fino agli anni ’70, era sopravvissuto un piccolo traffico illecito di marihuana e papavero verso il nord. A partire dagli anni ’80 inizia la fase attuale per la quale oggi il 60% di tutta la cocaina consumata negli Stati Uniti proviene o passa dal Messico. Dal ’94 in avanti il NAFTA, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, è divenuto il fattore detonante della situazione attuale. Il narcotraffico diveniva anche un’alternativa allo spopolamento delle campagne. Oggi un’economia debole, accompagnata da uno Stato debole rendono i proventi della droga la chiave per dominare ed innervare di questi l’economia e la politica del terzo paese più popoloso del Continente, dopo Stati Uniti e Brasile. La guerra messicana e la trasformazione di una delle prime 12 economie al mondo in un narcostato è probabilmente oggi la notizia più sottovalutata dal sistema mediatico, italiano e non solo.

 www.gennarocarotenuto.it



Disabilita' : Commissario europeo , passare dalle parole ai fatti
di Gabriella Mira Marq

"Più di 80 milioni di persone sono ancora trascurate in Europa, semplicemente a causa della loro disabilita'. Ulteriori politiche di inclusione devono essere attuate, "abbattendo" lo stigma sociale e tutti i tipi di barriere". E' il pensiero del Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg, che ha reso pubblico ieri uno scritto tematico sui diritti delle persone con disabilita'.

"Per troppo tempo le politiche si sono concentrate esclusivamente sulla cura istituzionale, la riabilitazione medica e le prestazioni sociali. Deve essere data piu' attenzione ai diritti umani delle persone con disabilita' - la carita' non è sufficiente" ha aggiunto Hammarberg, ammonendo che gli Stati dovrebbero adottare specifiche azioni basate sui diritti e volte a migliorare l'inclusione e la partecipazione.

A giudizio del commissario del Consiglio d'Europa (organismo di 47 Stati che ha come scopo l'attuazione della Convenzione europea sui diritti umani), "Sono necessari pianificazione e lavoro sistematico per creare una societa' inclusiva. E' quindi incoraggiante che numerosi Stati europei abbiano adottato piani e strategie sulla disabilita', ma il passaggio dalla retorica alla concreta attuazione e' stato troppo lento".

Nel suo scritto, il Commissario Hammarberg analizza anche i diversi ostacoli che impediscono alle persone con disabilita' di godere pienamente una buona qualita' della vita in Europa e fornisce una serie di raccomandazioni per aiutare gli Stati membri ad affrontare piu' efficacemente le necessita' piu' urgenti delle persone con disabilita' e promuovere un cambiamento culturale nella societa'.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



ottobre 22 2008

Spezzeremo le reni / reloaded

Scusate se continuo, ma sono giorni che le aperture delle prime pagine di tutti i giornali italiani (tutti, mica solo Repubblica, tutti, da destra a sinistra) sono dominati dalle prese di posizione della Prstigiacomo, da un fantomatico tavolo tecnico sul clima, da una presunta discussione su Kyoto in seno alla comunità europea, e da parole dure e forti del nostro presidente del consiglio: spezzeremo le reni a Bruxelles ci manca, ma ci siamo quasi.
Ecco, di questa durissima vicenda non c'è una traccia una nella aperture della stampa europea. Niente, nada, nulla. L'economia la fa giustamente da padrona, visto che gli effetti dei bailouts non sono ancora chiari.
L'unico punto riguardo al clima è l'accordo sulla deforestazione, di cui in Italia non si parla. Per il resto giusto un paio di notizie di agenzia, trafiletti trafelati; tutti presentati in un modo che la posizione italiana fa un po' ridere per quanto è isolata.http://carlettodarwin.blogspot.com/


La crisi può portare giustizia
Mario Deaglio
La Stampa


Il rapporto dell’Ocse sulle disuguaglianze economiche dei Paesi avanzati conferisce un’altra dimensione alla crisi finanziaria mondiale e alla recessione che, come hanno ricordato proprio ieri il governatore della Banca d’Italia e il Fondo monetario internazionale, incombe sulle famiglie dei Paesi ricchi in questo autunno già eccezionalmente perturbato dal punto di vista finanziario.
Le disuguaglianze dei redditi sono sensibilmente aumentate negli ultimi 10-15 anni, in uno scenario mondiale di crescita - pur interrotto da momenti angosciosi e crisi profonde - ormai definitivamente alle spalle. A seconda della matrice ideologica dei governi, tale crescita è stata tollerata oppure guardata con favore o addirittura favorita ma in nessun caso ostacolata. I motivi di questa benevolenza sono stati essenzialmente due.
Il primo motivo per tollerare o addirittura favorire la disuguaglianza dei redditi, - si ricollega al pensiero liberista classico e quelli che Keynes definì «spiriti vitali» degli imprenditori ed è stato largamente seguito negli Stati Uniti da Reagan a George W. Bush, in Gran Bretagna da Thatcher a Blair, in Italia dal secondo e terzo governo Berlusconi (mentre l’attuale governo Berlusconi ha molto attenuato la sua posizione in materia).

Si riteneva che i ceti sociali con redditi elevati fossero dotati di maggiore capacità di iniziativa e che queste capacità non solo andassero genericamente «premiate» ma potessero davvero svilupparsi solo con riduzioni del carico fiscale. Lasciare nelle loro mani una parte maggiore delle risorse significava iniettare adrenalina nelle vene dell’economia, imprimere una spinta alla crescita che sarebbe andata a beneficio di tutti perché avrebbe aumentato il dinamismo dell’economia, creato ricchezza. In maniera più o meno marcata, si procedette quindi quasi ovunque alla detassazione di questi redditi, giustificando il risultante «bonus fiscale» con la necessità di compensare chi era disposto a rischiare in proprio. Queste misure venivano anche proposte come reazione all’appiattimento ugualitarista di matrice socialdemocratica: occorreva andar contro a una società «noiosa» che appiattiva gli animi oltre che i redditi.
Per non essere noiosa, per non essere pianificata dalla culla alla bare a opera di qualche «grande fratello», per crescere di più e meglio, la società non doveva solo consentire una maggiore disuguaglianza dei redditi, doveva anche essere associata a una forte mobilità sociale ed è questo il secondo motivo per cui furono tollerate o favorite le disugualianze: una società poteva essere anche fortemente diseguale purché ci fossero dei meccanismi che permettevano ai singoli di superare queste disuguaglianze, di compiere un «salto» di classe di redditi, di passare dalla parte degli ultimi a quella dei primi. Nei Paesi anglosassoni, questa società veniva ritenuta preferibile a quelle europee continentali, meno diseguali ma immobilizzate nelle loro disuguaglianze da una serie di «paletti» e stratificazioni sociali che rendevano molto più difficile questo «salto»: società in cui chi nasceva povero sapeva che sarebbe anche morto povero.
L’esperienza di questi anni non ha dimostrato la validità di questi motivi in favore della disuguaglianza. Lo spirito di iniziativa dei ceti dotati di redditi più elevati non è stato certo eccezionale, in molti Paesi, tra cui l’Italia, la crescita è stata scarsa o quasi nulla, e, se si eccettua un numero limitato di casi, non vi è stato un aumento del benessere collettivo. Il benessere collettivo è anzi diminuito in molti suoi aspetti, dalla fruizione gratuita di importanti partite in televisione o di un certo numero di prestazioni negli ambulatori. In Italia, i maggiori redditi sono stati dovuti soprattutto a rendite di posizione, ad attività finanziarie con scarsi agganci con il meccanismo generale dell’economia e non a profitti sudati in mercati concorrenziali, a grandi investimenti e innovazioni. La mobilità sociale è stata frenata dal forte potere delle corporazioni: per mettersi in proprio in quasi ogni attività c’è bisogno di un «patentino», di un «esame di abilitazione».
Il peggioramento italiano nella graduatoria della disuguaglianza dei Paesi ricchi appare frutto delle deliberate politiche di favore per i redditi medio-alti senza che i «paletti» corporativi siano stati ridotti. Non va poi trascurato il «fattore Mezzogiorno»: il dato italiano è una media tra un Nord-Centro in cui i divari sono sostanzialmente a livello «europeo» e quelli del Sud, che sono a livello «messicano» (il Messico è il più diseguale tra i Paesi esaminati dall'Ocse). È ben difficile che il federalismo migliori questa situazione, potrebbe anzi peggiorarla. Il divario è inoltre maggiore tra i giovani mentre gli anziani, i cui interessi sono ben rappresentati in Parlamento, si difendono abbastanza bene.
La minaccia di recessione legata alla crisi finanziaria offre un’occasione per cominciare a rimediare a queste storture: l’allentamento del patto di stabilità, che si profila dopo i recenti vertici europei, consente ai singoli governi una maggiore libertà d’azione sul piano fiscale, in una situazione in cui bisogna detassare per sostenere i consumi e alleviare la (possibile) prossima recessione. Se gli sgravi fiscali non saranno più indirizzati ai redditi medio-alti ma a quelli medio-bassi, si otterranno contemporaneamente due benefici: sostenere il livello dei consumi, tenendo lontana la recessione, e diminuire il rischio di spaccatura sociale.


Dalla P2 al “Pacchetto Ambiente”

Il Disegno è semplice e comincia a diventare visibile:

1) Abolire il Parlamento e 2) Staccare l’Italia dall’Europa.

Tutto ciò dimostra che il programma P2 in parte è già stato realizzato, in parte è rivisitato per aggiornare e modernizzare. I reduci della P2 stanno dicendo, senza più nascondersi dietro finte istituzioni: si può fare di più, molto di più. Stiamo parlando del Regime impiantato, in modo ormai molto saldo, in Italia, da Silvio Berlusconi. Vediamo prima i fatti compiuti.

La Magistratura è sotto schiaffo. Pende su di essa una riforma-muserola. E’ circondata da leggi e “Lodi” che impediscono (verso alcune persone) l’azione penale. E ogni dichiarazione di magistrati, per quanto garantista dalla Costituzione, viene denunciata come ribellismo e attacco alla politica.

La Forza Armate hanno un ruolo nuovo, mai avuto nel Paese. Pattugliare l’Italia con armi da guerra in cerca di zingari. Per compensare questa funzione umiliante, alcuni generali parleranno nelle scuole italiane per la gloria del 4 novembre. E’ la data di una antica vittoria contro un Paese che fa parte, con noi, della Comunità Europea. Ma tutto serve per cancellare la Resistenza.

I media sono sotto sequestro. Persino i sondaggi favorevoli al candidato presidenziale Obama, considerato per prudenza “non amico” di Berlusconi (perché avversario di Bush) vengono taciuti o sminuiti nei telegiornali italiani. In questi giorni, riferendosi ai media italiani, il “Financial Times” ha detto “consenso bulgaro”.

Una ventata di razzismo ha invaso le polizie locali e le ronde leghiste assecondate da un governo che promuove la segregazione della scuola e la caccia ai bambini Rom. Inoltre, d’ora in poi in Italia, il medico che cura un clandestino lo deve subito denunciare e consegnare alla polizia.

Tutto ciò è già fatto.

Adesso è urgente rendere il Parlamento inerte, umiliato, senza lavoro, inutile, in modo da farne sempre più oggetto di sfiducia e dileggio dei cittadini.

Quanto al distacco dall’Europa, comincia adesso la parte finale, col pretesto del “Pacchetto Ambiente”: isolare l’Italia affinché l’Europa smetta di garantire ciò che resta della libertà di opposizione in questo Paese.

Furio Colombo

Grant Park

La campagna Obama ha appena annunciato che la festa della vittoria elettorale (loro non dicono vittoria, ma insomma) sarà al Grant Park di Chicago

http://www.camilloblog.it/


NON SOLO CASA BIANCA, CONGRESSO VERSO UNO SHOCK

Un evento elettorale dei democratici Un evento elettorale dei democratici

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - Il numero 270, la quota di 'voti elettorali' necessari per diventare presidente degli Stati Uniti, non è l'unica cifra che rende inquieti in questi giorni i repubblicani. Un altro numero, 60, rischia di diventare uno shock il 4 novembre per il partito di George W.Bush: è la pattuglia di democratici che potrebbe prendere il controllo del Senato con una maggioranza a prova di ostruzionismo.

Tra due settimane l'America va al voto non solo per scegliere tra Barack Obama e John McCain, ma anche per rinnovare 35 dei propri 100 senatori, tutti i 435 deputati della Camera e 11 governatori. I sondaggi che indicano un netto vantaggio di Obama nella corsa alla Casa Bianca, stanno anche mostrando un effetto-traino sulla competizione per il Congresso. Sulla carta, i democratici hanno la possibilità di rafforzare il controllo delle due camere acquisito nel 2006, con una maggioranza imbattibile in Senato.

E' uno scenario che il Wall Street Journal, in un allarmato editoriale che da giorni fa il giro dei circoli conservatori, definisce 'la Supermaggioranza Liberal' che porterà i democratici, più spostati a sinistra che in passato, a dominare i poteri esecutivo e legislativo a Washington "in un modo che non è mai avvenuto dal 1965, o dal 1933: queste elezioni segneranno la restaurazione del governo attivista che era caduto in disgrazia negli anni '70''.

McCain ha cominciato a usare l'argomento che l'America dovrebbe evitare di mandare Obama alla Casa Bianca, perché "sta già facendo piani per alzare tasse, aumentare la spesa e dichiarare la sconfitta in Iraq insieme a Pelosi e Reid", cioé alla 'speaker' della Camera, Nancy Pelosi, e al leader in Senato Harry Reid. La paura repubblicana di quota 60 - un numero di senatori che annulla la possibilità del 'filibustering', una forma di ostruzionismo a disposizione della minoranza - sembra giustificata dai sondaggi.

Le elezioni del 2006 hanno dato ai democratici una maggioranza risicata, 49-49 più due senatori indipendenti che votano e fanno parte, almeno a parole, dell' area dei democratici (uno dei due, Joe Lieberman, è però ora uno stretto collaboratore di McCain). Secondo le medie dei sondaggi tenute dal sito Real Clear Politics, i 15 seggi di senatore più contesi sono 14 repubblicani e un democratico e attualmente i democratici sono orientati a vincerne nove. Le stime del Rothenberg Political Report indicano sette seggi di repubblicani praticamente già persi.

"C'é un movimento tettonico in corso a nostro favore", sintetizza il senatore democratico di New York Charles Schumer. Un caso-simbolo che documenta l'entusiasmo dei democratici e la demoralizzazione dei repubblicani, è quello della Virginia. Qui Obama è avanti di 7-8 punti nei sondaggi su McCain e punta a diventare il primo democratico dagli anni '60 a vincere lo Stato, finora una roccaforte repubblicana. Sulla sua scia, la popolazione nera e' pronta a invadere i seggi il 4 novembre, con percentuali assai più alte del solito, e a cambiare gli scenari.

A beneficiarne sono anche le gare per il Congresso. In particolare, i repubblicani sono quasi certamente avviati a perdere il seggio di senatore lasciato libero dall'anziano John Warner, dopo averne perso un altro nel 2006. L'ex governatore democratico Mark Warner conduce la corsa su un altro ex governatore, Jim Gilmore, con un vantaggio medio di ben 27%. Scene simili più a sud, in North Carolina, dove i democratici sperano di strappare vari seggi per la Camera e dove la repubblicana Elizabeth Dole rischia di cedere alla democratica Key Hagan un seggio di senatore che da 35 anni è repubblicano. Anche qui il voto nero potrebbe fare la differenza: è attesa un'affluenza del 70% degli afroamericani (nel 2004 è stata del 56%), che batterebbe il record di partecipazione dei neri nel 1968.

Tra le battaglie più dure per il Senato, figura quella del Minnesota, dove il repubblicano Norm Coleman fatica a difendere il seggio del democratico Al Franken, un ex attore di 'Saturday Night Live' e virulento opionista liberal che è in vantaggio nei sondaggi. La notte delle elezioni, il voto per il Senato in Minnesota sarà tra i più seguiti. I repubblicani si consolano con una possibile 'arma segreta'. Se alla fine i democratici raggiungeranno davvero quota 60, potrebbe toccare a Lieberman dare una rivincita agli sconfitti, spostandosi dalla loro parte per evitare una maggioranza a prova di bomba.

marco.bardazzi@ansa.it

 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_791831509.html


Thailandia - Cambogia

gli scontri al confine aggravano la situazione politica a Bangkok

Non ancora risolta, la controversia sui confini fra Thailandia e Cambogia si è aggravata nell’ultima settimana. Mercoledì scorso, 15 ottobre, nei pressi del tempio khmer di Preah Vihear, nel nord della Cambogia, si è verificato uno scontro a fuoco, esploso all’improvviso, fra reparti militari dei due Paesi. Le dinamiche non sono chiare: due soldati cambogiani sono morti e sette militari thailandesi sono stati feriti. Le autorità politiche dei due Stati si sono scambiate reciproche accuse. La regione è oggetto di un’annosa disputa. Nel 1962 una decisione della Corte internazionale di giustizia aveva assegnato alla sovranità cambogiana l’area contesa del tempio sacro, ma aveva lasciato impregiudicata la sistemazione complessiva di circa 4,6 chilometri quadrati.

La Thailandia ha sempre controllato gli accessi principali al Tempio. All’inizio della settimana scorsa la tensione era stata alimentata dal Primo ministro del Cambogia, Hun Sen, che aveva intimato alle truppe tailandesi di abbandonare le loro postazioni al confine. Non è stata trovata una soluzione istituzionale. Il governo cambogiano ha posticipato i colloqui, che dovevano tenersi nel fine settimana, con la controparte tailandese. Solo una tregua stipulata dai comandanti militari, che comprende l’accordo di svolgere pattugliamenti congiunti, ha riportato una parvenza di tranquillità. A luglio, i governi dei due Paesi avevano firmato un comunicato congiunto con le Nazioni Unite, dove la Thailandia riconosceva la sovranità cambogiana sull’area del tempio e la Cambogia accettava di non rivendicare il territorio tailandese adiacente al tempio.

I due governi non sembrano intenzionati a raggiungere un compromesso durevole, perché entrambi subiscono la pressione dell’opinione pubblica. Per il momento è stato scongiurato il rischio di un conflitto armato di ampie dimensioni ma la sistemazione diplomatica della controversia non appare imminente. Le implicazioni principali riguardano il governo thailandese. L’instabilità politica, che sta caratterizzando il Paese negli ultimi anni, ha raggiunto l’apice a seguito delle dichiarazioni del comandante dell’esercito, il generale Anupong Paochinda, che ha invitato il Primo ministro, Somchai Wongsawat, a dimettersi. Il consiglio pare quasi un avvertimento: la possibilità di un colpo di stato militare non è da escludere, anche se il generale ha smentito l’evenienza. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33961


Messico, rivolta in carcere: sedici morti e decine di feriti

 

Almeno quindici detenuti sono morti nel corso di un ammutinamento scoppiato nel carcere di Reynosa, nello stato messicano di Tamaulipas [nord-est del paese]: lo hanno reso noto fonti della magistratura messicana questa mattina. Secondo le autorità la situazione si troverebbe ormai sotto controllo dopo che nel carcere – che ospita più di duemila detenuti – era scoppiato un grande incendio: le vittime sarebbero tutte morte carbonizzate, mentre vi sarebbe anche un numero non precisato di feriti gravi. Le autorità statali hanno intato sospeso il direttore del penitenziario e diverse guardie della sicurezza. In settembre si sono registrati altri due drammatici episodi di rivolta che hanno avuto luogo nell’arco di tre giorni nel carcere messicano di La Mesa, a Tijuana: la sollevazione dei detenuti, che hanno denunciato la durezza delle pratiche nelle carceri, in quel caso è stata repressa con un bilancio di ventidue detenuti morti e oltre un centinaio feriti. La rivolta era cominciata dopo l’uccisione da parte delle guardie di un detenuto sorpreso a telefonare con un cellulare.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15457


COMMERCIO: Doha, nessun compromesso sullo sviluppo
Ravi Kanth Devarakonda

GINEVRA, (IPS) - Di fronte alla crisi finanziaria globale e all’aumento dei prezzi del cibo, i paesi africani intendono concludere entro la fine dell’anno l’accordo sulle modalità nel Round di Doha sull’agricoltura e sull’apertura dei mercati ai prodotti industriali, che si continua a rimandare da tempo.

 
Ma non intendono tollerare il continuo tentativo da parte di alcuni importanti componenti dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO/OMC) di indebolire “la dimensione dello sviluppo” nell’accordo sulle modalità, secondo quanto dichiarato all’IPS da alcuni inviati commerciali africani.

L’accordo sulle modalità (parametri) contiene un complesso labirinto di norme per stabilire come i membri del WTO dovranno ridurre i loro sussidi agricoli e tariffe di importazione, ma anche i dazi di importazione sui prodotti industriali.

Per i paesi africani, le principali questioni relative allo sviluppo tra questi parametri includerebbero: una enorme riduzione dei sussidi globali al cotone; speciali flessibilità per tutelare importanti prodotti agricoli che permettono a decine di milioni di agricoltori poveri di sopravvivere; attenuare l’erosione delle preferenze commerciali concesse dagli ex colonizzatori; un accesso libero da quote e dazi per i paesi meno sviluppati, con regole semplici; ecc..

“Siamo preoccupati per la crisi finanziaria, così come per l’aumento dei prezzi del cibo, perché la maggior parte dei nostri paesi dipende dal commercio esterno, e importiamo anche molti prodotti agricoli”, ha spiegato l’ambasciatore Shree Baboo Chekitan Servansing, coordinatore del gruppo dei paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP)

“Il commercio è parte della soluzione in questa crisi finanziaria e alimentare globale, e un accordo forte per ridurre i sussidi agricoli e riequilibrare le regole degli scambi offre buone speranze per l’economia mondiale”, ha commentato in un’intervista all’IPS. “E ogni ulteriore ritardo nel concludere questo accordo non farà altro che aggravare ancora di più le crisi”, ha sostenuto Servansing.

Per di più, la crisi finanziaria nei grandi paesi industrializzati è destinata a creare un buco nei bilanci degli aiuti pubblici allo sviluppo; e lascerà fuori gli aiuti al commercio. “Per questo è importante che il Round di Doha sullo sviluppo (Doha Development Round, DDA) si risolva senza altri ritardi”, ha sottolineato.

“Il gruppo africano ha deciso di impegnarsi per concludere i negoziati sui parametri di Doha entro la fine del 2008”, ha affermato l’ambasciatore Guy Alain Emmanuel Gauze, coordinatore del gruppo dei paesi africani al WTO. “Stiamo ancora lavorando sodo perché i lavori relativi all’accordo sulle modalità per agricoltura e NAMA (accesso al mercato per i prodotti non agricoli) procedano senza intoppo”, ha detto all’IPS.

Un accordo tempestivo nel Round di Doha “potrebbe sbloccare” l’attuale impasse nei confronti di diversi problemi globali e “stimolare gli scambi globali in un momento in cui cresce la paura del protezionismo”, ha osservato Anthony Mothae Maruping, inviato commerciale del Lesotho e coordinatore del gruppo dei paesi meno sviluppati (PMS) presso il WTO.

Ma i tre coordinatori si sono detti molto preoccupati per i continui tentativi di compromettere gli aspetti legati allo sviluppo nell’accesso al mercato dei prodotti industriali e nel libero accesso da quote e dazi per i prodotti esportati dai PMS.

Quanto ai negoziati sui beni industriali, i paesi africani si sono opposti all’eliminazione delle tariffe su base settoriale - che comporterebbe l’azzeramento delle tariffe su alcuni prodotti specifici - in quanto ricadrebbe negativamente sulle loro preferenze commerciali. Per gli Stati Uniti, si tratta di un’esigenza vitale per accontentare le proprie lobby industriali e garantirsi un sostegno nell’accordo sulle modalità.

“L’eliminazione delle tariffe per determinati settori non è una condizione obbligatoria per i paesi africani. È solo volontaria”, ha precisato Gauze, suggerendo la loro presa di distanza dai negoziati su questo argomento. “Siamo contrari a tutti i punti relativi all’eliminazione delle tariffe su base settoriale”, ha detto Servansing, ribadendo che questo non farebbe che minare ulteriormente le preferenze commerciali.

Per di più, un accesso al mercato libero da quote e dazi per i paesi africani non può essere appesantito da complicate norme d’origine, a detta di Maruping. Secondo l’inviato, non è stata fatta ancora chiarezza su diversi aspetti relativi all’accesso al mercato senza dazi né quote.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1314


ottobre 21 2008

Senza filtro (Rap)

 

Non escludo che qualcun altro l’avesse già suonato prima, ma la prima volta che ho sentito il motivetto è stato ai primi di settembre, in un’intervista al Tg5, era Ignazio La Russa che lo eseguiva al suo kazoo: “La politica italiana non sarà influenzata dall’esito delle Presidenziali americane”. Da allora l’ho risentito un’altra dozzina di volte, nelle versioni per trombone, arpa celtica, mandolino, ecc. Tutti solisti, tutti del centrodestra.
Nel centrosinistra il motivetto è completamente diverso, e già si sente in giro da un bel po’ di tempo, addirittura da prima che Barack Obama la spuntasse su Hillary Clinton alle Primarie del Partito democratico. Un coro lo canticchia a labbra chiuse, almeno al momento: “Con un presidente americano democratico, cambia il vento. E prima o poi arriverà sull’Italia una perturbazione atlantica che…”. Labbra troppo chiuse, il motivetto non si percepisce bene sul finale.

Se il clima cambierà in Italia – e in che modo, poi? – dipenderà davvero dal fatto che avrà vinto Obama? E tutto è destinato a peggiorare o a rimanere uguale, se vincerà McCain? Probabilmente no, si tratta di vecchi riflessi condizionati ereditati dalla Guerra fredda, quando tendenze isolazioniste e interventiste sembravano (e non lo erano) rispettivamente democratiche o repubblicane.
Per gli Usa i fronti si sono moltiplicati e diversificati, non sono più soltanto strategico-militari e non riescono ancora ad essere solo economico-finanziari: l’isolazionismo è impossibile e l’interventismo ha già dimostrato di poter essere assai possibilista.

Non sarà l’inizio del declino del Secolo americano, questo no, gli States hanno risorse materiali e spirituali inesauribili, hanno il pepe in culo e un eccezionale deismo di stampo giudaico-massonico, ecc. Ma già dal change, se ci sarà, vedremo un nuovo stile italiano nell’essere – a piacere – colonia o paese amico. Non escludo tentativi di imitazioni di Skull & Bones.
Tutto accadrà, come nella migliore tradizione italiana d’inizio millennio, sulla base di una percezione.

“La politica italiana non sarà influenzata dall’esito delle Presidenziali americane”? Dipende. “Con un presidente americano democratico, cambierà il vento”? Anche quello, dipende. Da cosa dipende, oibò?
Le élites (politiche, economiche, culturali, ecc.) italiane – i nodi delle oligarchie, oibò – non possono fare a meno di un polo gravitazionale americano, si sono affezionate, per quanto tentino di tanto in tanto avventurette esotiche di poco conto, perfino terzomondiste. Mariti latini: puttanieri, ma in fondo in fondo fedeli.
Saranno loro – i pezzenti arricchiti a forza di far debiti a compattare o a disperdere il neonato blocco sociale egemone italiano. Che può essere ancora il loro strumento, ma a patto di saper tenere un grado di plasticità antropologica che non è nell’autocompiaciuta tradizione del carattere italiano. Che è perfettamente incarnato in questo centrodestra: è la migliore incarnazione capitata al carattere italiano, si vede da come ci gode dentro.
E, al momento, i motivetti sono un passatempo.

Poi c’è il Vaticano. Ci siamo dimenticati il Vaticano? Potremmo uscire dall’Europa e fare uno storico strappo atlantico, diventando finalmente per il mondo un esemplare modello di sviluppo autarchico, pauperista e molto attento alla dottrina sociale della Chiesa. Ma molto.
Un federalismo intermegadiocesano, una rete di servizi sociali di tipo paramonastico, con un forte asse Stato-Chiesa (per esempio, simbolicamente, il sindaco di Roma nominato fiduciariamente dal Papa): insomma, l’embrione dell’Impero cristiano, Roma caput mundi, si inizia con lo sgozzar i volsci e i sanniti, e si finisce ad elargire Diritto urbi et orbe. Una scomessa, come al Superenalotto. Se ci va bene, facciamo il botto con la Storia.
Due o tre secoli, e gli americani ce li fumiamo. Senza filtro. Possumus.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Dighe che si sgretolano

Anche Ken Adelman - trent'anni di conservatorismo portati con orgoglio -  voterà per Barack Obama. Ancora una volta accuse durissime. McCain, dice, non  ha la tempra per fare il presidente e ha fatto una sciocchezza a scegliere la Palin. Tra un po' ci saranno più repubblicani che democratici sul carro di Obama.
New Yorker via TPM

http://giornalismoparma.typepad.com/


Charles Henri dice che....

Roberto Antonini,

Mi trovo a Berkeley dove ho appena incontrato Charles Henri, professore all'università, considerato uno dei maggiori studiosi di cultura afro-americana. Molto simpatico, affabile e molto interessante. Una persona dalle grandi doti analitiche. E' stato anche consigliere di Clinton. E' lui ad aver portato alla ribalta il cosiddetto Bradley effect (vedi precedente blog) studiandone le caratteristiche. Tra le tante cose che mi ha detto nell'intervista, che verrà diffusa su rete2 (Laser), vi è questa: a 25 anni dalla sconfitta del nero Bradley alla poltrona di governatore della California, potremmo assistere a un "Obama effect". In altre parole all'effetto contrario: nei sondaggi pare che non pochi bianchi conservatori non osino dire che ... voteranno per un nero. Se votano per Obama è che lo considerano migliore, più idoneo a ricoprire la carica più importante del paese (e forse del mondo). Ma non sono ancora pronti a fare sapere agli altri che sono pronti a "tradire" la tribù bianca. I sondaggi in altre parole sottovalutarebbero in questo caso addirittura il vero vantaggio di Obama nei confronti di McCain.
Per sapere se ci sarà l'effetto Bradley o l'effetto Obama, una sola possibilità: attendere con pazienza la mattina del 5 novembre!http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9159


OBAMA-HILLARY SHOW NELLA FLORIDA GIA' IN CODA

Un'immagine pro-Obama della campagna elettorale Un'immagine pro-Obama della campagna elettorale

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - Code ai seggi e computer inceppati: l'epilogo della corsa alla Casa Bianca è vicino quando la Florida comincia a mostrare immagini dei propri elettori in attesa sotto le palme. Lo Stato dove nel 2000 si inceppò la sfida presidenziale ha cominciato a votare, incitato da Barack Obama e Hillary Clinton, sbarcati dalle parti di Disney World per mobilitare le truppe.

Ma a due settimane dall'Election Day, ci sono anche segni di rimonta di John McCain. "La corsa diverrà più serrata nei prossimi giorni, perché é così che vanno le elezioni", spiega Obama alla Nbc. E qualche numero sembra dargli ragione: dalla Cnn al sondaggista Rasmussen, il vantaggio del democratico si ridimensiona lievemente.

Ma Zogby e Gallup vedono invece un aumento della 'forbice' tra i due sfidanti su scala nazionale, rendendo difficile per gli esperti avere un'idea precisa su cosa passi per la testa degli elettori. "I media nazionali - avverte McCain dal Missouri, uno Stato che rischia di sfuggirgli di mano - ci danno già fuori gara. Obama sta scegliendo i membri del suo governo. Ma si sono dimenticati di interpellare la gente, per sentire cosa ne pensa".

La gente in realtà sta già dicendo la sua, nei seggi. In Ohio, uno degli Stati più importanti, si vota da giorni e l'ultimo sondaggio locale della Suffolk University indica Obama in vantaggio 51-42%, senza indicazioni che facciano pensare a un effetto a favore del repubblicano per 'Joe l'idraulicò, l'elettore-simbolo locale scelto da McCain come testimonial dei rischi delle scelte fiscali "socialiste" di Obama.
Il candidato repubblicano e la sua vice Sarah Palin anche oggi hanno insistito sulla figura dell'idraulico dell'Ohio 'tartassato' da Obama, ritenendola una delle più efficaci immagini per colpire l'attenzione degli elettori.

Texas e Colorado, quest'ultimo un altro Stato-chiave, hanno dato il via oggi al voto anticipato. Ma è la Florida ad attirare l'attenzione. L'apertura dei seggi anticipata di due settimane rispetto all'Election Day, ha visto formarsi subito code e anche qualche problema con i computer elettorali specie a Miami.

Visto il caos di otto anni fa, quando la contea di Palm Beach tenne il mondo con il fiato sospeso per un mese sull'epilogo della sfida tra Al Gore e George W. Bush, la Florida è sempre un osservato speciale. Ma stavolta l'attenzione è riservata soprattutto ai segnali che sembrano indicare un passaggio dello Stato dai repubblicani ai democratici.

McCain sa di essere in pericolo in Florida, come ha ammesso nei giorni scorsi parlando agli ispanici di Miami: "Sappiamo che qui dobbiamo vincere", ha affermato. Ma perfino nella conservatrice e ricca contea di Sarasota, affacciata sul Golfo del Messico, gli stessi repubblicani danno segni di malessere verso McCain. Anche gli elettori ebrei, importantissimi in Florida, guardano altrove: un sondaggio della New York University indica che su scala nazionale sono più orientati verso Obama dei non-ebrei.

Se la Florida votasse democratico, la notte delle elezioni potrebbe venir dichiarata chiusa con i seggi ancora aperti in Midwest e in California. Obama per questo sta tentando la spallata finale. Nella giornata odierna prima è sbarcato a Tampa per esortare la gente a votare in anticipo (un messaggio che sembra recepito, viste le code del primo giorno).

Poi ha dato appuntamento a Orlando alla Clinton, per il primo comizio congiunto dei due da quando, nel giugno scorso, dichiararono la tregua nella loro sfida per la nomination comparendo insieme a Unity, in New Hampshire.

La Florida sembra aver perdonato a Obama il fatto di non essersi presentato a far campagna nello Stato nelle primarie e ha riaccolto a braccia aperte l'ex First Lady, che vinse all'epoca il sostegno dei democratici locali. Aiutato dalle somme enormi disponibili nelle proprie casse (150 milioni di raccolta solo a settembre),

Obama sta sotterrando McCain come numero di spot televisivi in Florida con un margine di 3-1, dopo che le registrazioni di nuovi elettori hanno visto i democratici superare i repubblicani per 2-1. Pur esortando a non dichiarare chiusa troppo presto la partita,

Obama sta comunque già guardando avanti e, come dice McCain, "scegliendo i membri del suo governo". Un'attenzione particolare è riservata a Colin Powell, dopo la scelta di campo dell'ex segretario di Stato di Bush. Powell sarà quanto meno un consigliere di Obama se quest'ultimo diverrà presidente, ha garantito il candidato, esitando per il momento a spingersi oltre: "Se avrà o meno un ruolo formale, è qualcosa che dovremo discutere".

marco.bardazzi@ansa.it

 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_791090458.html


La prova che Obama ha vinto

Dopo settimane di silenzio assoluto, ecco il titolo e oggetto del comunicato stampa di Hillary Clinton:
"HILLARY CLINTON SCHEDULE: OCTOBER 20, 21, 25
Senator Hillary Clinton to Visit Florida, Nebraska, Minnesota, New Mexico and Utah This Week on Behalf of Obama-Biden"http://www.camilloblog.it/



ottobre 20 2008

Ratzinger e i casalesi: abortiamo subito ogni "leggenda nera"

 

Non pensiate che il Ratzinger abbia taciuto per strafottenza o per pavidità. Se a Pompei non ha detto neanche una parola sulla camorra, se non ha fatto neanche un lontano cenno a stragi di senegalesi e incendi di campi rom, è stato solo per evitare ritorsioni al suo gregge. Anche soltanto una parola sarebbe stata inutile e forse controproducente, chessò, i camorristi avrebbero preso di mira le cassette delle offerte, o avrebbero preteso dai preti il pizzo sulle messe cantate, o peggio.
Il Ratzinger ha scelto la prudenza. Con intima sofferenza, probabilmente. Come Pacelli coi nazisti, insomma. Sputato, direi. Vedrete che, quando si tratterà di farlo santo, non mancheranno prove in suo favore: nel cassetto aveva una enciclica contro i casalesi, mai pubblicata per ragioni di superiore opportunità.


Il Wojtyla era uno sconsiderato.
http://malvino.ilcannocchiale.it/


troni: Parisi, sue contraddizioni spingono all'angolo Pd
ANSA -
(ANSA) - - 'Incapace di riconoscere i suoi errori, prigioniero del 'teorema' che ha guidato la sua linea disastrosa, per poterne fuoriuscire Veltroni e' costretto a infilarsi in contraddizioni crescenti, e a spingere con lui in un angolo il Pd e il centrosinistra'. E' il commento di Arturo Parisi alle parole del segretario del Pd sull'alleanza con l'Italia dei Valori.
Parisi elenca le contraddizioni: 'Come accusare all'improvviso Di Pietro nientedimeno che di 'essere molto lontano dall'alfabeto della cultura democratica del centrosinistra' senza che pensare che qualcuno chieda conto del perche' appena pochi mesi fa lo stesso Di Pietro e' stato scelto come alleato unico in una avventura venduta enfaticamente come solitaria? Come sostenere poi la presenza nel governo di Dini assieme a Ferrero, senza pensare che qualcuno chieda conto di quale fosse il ministero affidato a Dini, e quali atti siano imputabili a Ferrero che non siano imputabili a ministri e deputati di altri partiti a cominciare da importanti esponenti del Pd?'.
O ancora, 'come invitare a 'diffidare dei politici che vivono con i sondaggi in mano' senza immaginare che qualcuno chieda conto della galoppata che attraverso i sondaggi avrebbe portato il Pd fino prima al trionfo del cosiddetto 34% (in realta' il 33,1) e recentemente con una improvvisa rimonta quasi al 30%? Come cantare ora 'l'opposizione che si fa nelle piazze' dopo aver spinto e abbandonato in altre piazze la nostra gente giustamente indignata per le forzature istituzionali ora scoperte come un attacco alla democrazia?'.
'E' appunto per fuoriuscire dalla necessita' di difendere l'indifendibile - spiega - che ci eravamo associati al Veltroni che dopo la disfatta del centrosinistra aveva chiesto un Congresso straordinario. E' appunto per fuoriuscire dalla trappola nella quale ci siamo infilati che chiediamo da tempo almeno il funzionamento degli organi ordinari perche' al Partito Democratico sia consentito un confronto democratico e decisioni democratiche: senza risposta alcuna'. (ANSA).


Estese per i giornalisti esteri le "libertà" accordate per le Olimpiadi
Potranno fare interviste e viaggiare “senza previa autorizzazione”, sebbene non è detto che sia allentato lo stretto controllo spesso operato. Le facilitazioni scadevano ieri. Ma non valgono per i media cinesi, mentre la stampa internazionale ricorda centinaia di intimidazioni e minacce.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina conferma alcune "libertà" della stampa estera accordate dal 1 gennaio 2007 in vista delle Olimpiadi e che scadevano ieri a mezzanotte. I giornalisti possono così proseguire, ad esempio, a fare interviste senza dover chiedere prima l’autorizzazione.

I media esteri possono anche proseguire a viaggiare per il Paese senza permesso, come era in precedenza. Ma non è chiaro se potranno farlo liberamente o solo sotto “la supervisione” di funzionari del ministero degli Esteri.

Prima di fare l’annuncio, Qin Gang, portavoce del ministro degli Esteri, ha “ribadito che il governo cinese continuerà le riforme e l’apertura e a dare il benvenuto ai giornalisti esteri”.

Soddisfazione tra la stampa estera, anche se sono stati ricordati casi in cui le autorità ne hanno impedito il lavoro: come il divieto di accesso in Tibet dopo le proteste di marzo o nel Sichuan tre settimane dopo il grave terremoto. Il Club dei corrispondenti stranieri in Cina (Fccc) ha compilato un elenco di almeno 336 casi in cui le autorità hanno “interferito” nelle interviste. Ci sono centinaia di rapporti di corrispondenti intimiditi o minacciati da funzionari.

Per questo Jocelyn Ford, dirigente del Fccc, ha espresso la “speranza che la Cina possa mettersi sempre più in linea con la migliore prassi internazionale”, anche assicurando maggiore rispetto per le interviste e cessando la sorveglianza sui reporter.

Più pessimista Li Datong, portavoce dei redattori cinesi, che ritiene “impossibile” che il governo rispetti questa liberalizzazione. “Non è questione se lo voglia o meno – ha osservato – è un trend storico”.

Le regole si applicano anche ai giornalisti di Hong Kong e Macao (e Taiwan, precisa Xinhua), ma non a quelli cinesi, che, quindi, rimangono del tutto sottoposti al rigido controllo e alla censura delle autorità.www.asianews.it



ottobre 19 2008

Succede a Firenze...

di anonimo fiorentino

florence.jpgCosa succede a Firenze?
Che dopo 700 anni, da quando guelfi e ghibellini combattevano - allora in senso non figurato - per la supremazia e il controllo della città, siamo nuovamente davanti ad una vera campagna elettorale, con veri contendenti, che devono veramente conquistare l'elettorato e con la possibilità per uno soltanto di vincere.
La solita battaglia - figurata ovviamente - tra centrodestra e centro sinistra?
Macchè, a Firenze esiste il partito unico (per l'appunto dal XIV secolo) che ha cambiato tanti nomi, i più recenti sono PCI-PDS-DS fino al neonato PD (che è ancora a rischio mortalità infantile). Ora, il partito unico ha sempre designato al suo interno il candidato sindaco, che puntualmente i cittadini hanno eletto.

Solo che stavolta due bastoni si sono messi tra le ruote del carretto politico.
Il primo, questa storia delle primarie, amate da Walter ma mal tollerate in un partito locale abituato a scegliere al suo interno la classe dirigente, sulla base delle competenze ma anche delle amicizie ma anche delle convenienze ma anche dell'anzianità di portaborse ma anche delle tessere, e mal disposta a far decidere al popolo chi doveva fare cosa. E comunque il problema era aggirabile, bastava fare primarie fasulle, con un candidato ufficiale appoggiato dal 99% dei dirigenti locali e con a disposizione la macchina da guerra del partito, e uno-due fantocci che si spartivano il rimanente 1%. La forma era salva, le regole erano rispettate, e la tradizione pure.
Il secondo, quello che poi ha sconvolto tutto, è stato che Firenze si trova in una situazione non troppo felice per il PD: il sindaco uscente ha governato per 10 anni senza riscuotere un consenso strepitoso, con infinite polemiche dovute a tanti problemi (mobilità, rifiuti, sicurezza, infrastrutture) che aspettavano una risposta 10 anni fa e in larga parte la aspettano ancora. Quindi non basta il sig. Chiunque per fare il candidato ufficiale e vincere le primarie e poi le elezioni amministrative. Serve qualcuno noto, preparato, presentabile, ex PCI-PDS-DS, benvoluto dai leader attuali. Solo che questo qualcuno non è stato trovato. E quindi - zac - si ritorna al punto precedente: tocca fare le primarie per davvero.

Facciamo un passo indietro: poverini, consci del pericolo, i segretari regionali, provinciali, comunali hanno passato i giorni a dichiarare che "è giusto e positivo che ci sia un confronto aperto tra chi vuole concorrere" e le notti per trovare la persona giusta al momento giusto per evitare elezioni vere, magari per non fare proprio le primarie di partito ed andare direttamente alle primarie di coalizione, in cui diventa indispensabile "serrare le fila" e non è ammessa la dispersione su più candidati. Con buona pace di Veltroni, dell'apertura ai cittadini, del partito nuovo.

Ma mentre la soluzione veniva cercata con trepidazione, la questione si complicava, mettendo in mezzo la provincia (che si rinnova anch'essa ad Aprile), la regione (che vota nel 2010 ma è già in ballo) e un posto da parlamentare europeo. E nonostante gli sforzi, gli appelli, le richieste, l'uomo giusto al momento giusto non è stato trovato. O meglio lo avevano trovato, ma lui - forte della notevole esperienza nell'agone politico alle spalle - aveva innocentemente chiesto che tutti gli altri candidati si ritirassero, o che alternativamente il 75% delle schede delle primarie avessero la croce prestampata sul suo nome. Niente da fare.

Per cui ora abbiamo 4 candidati ufficiosi - perchè finche non si arriva al 15 novembre con la presentazione delle firme è tutto un "pour parler" - nessuno rispondente ai requisiti canonici prima elencati, che stanno già dando vita a un vero scontro elettorale senza precedenti a memoria del David. L'ultima volta votava Dante, per intenderci.

L'aspetto più comico è vedere tutti i numerosi uomini di apparato, le seconde e le terze file dell'esercito dei politici locali, che girano freneticamente, tipo Benny Hill, per le verie sedi del partito cercando di capire, senza però chiedere troppo, per chi votare, spersi senza il loro candidato "ufficiale" e costretti, per la prima volta nella loro vita politica fiorentina, a scegliere, col rischio addirittura di votare per un candidato che non vincerà.
Viaggiano chiusi in un silenzio attento, non si sbottonano, se poi appoggiano quello sbagliato perdono il lavoro, insomma roba da film di Nanni Moretti.

E i candidati? In ordine di età, senza esprimere giudizi: c'è l'assessore comunale Cioni, 62 anni, sulla cresta dell'onda da 40, ex PCI-PDS-DS, l'assessore comunale Lastri, 50 anni, da 20 anni in prima fila nella politica fiorentina, ex PCI-PDS-DS, l'on. Lapo Pistelli, membro dell'Esecutivo Nazionale del PD, 44 anni, da 20 anni sulla scena prima fiorentina, poi nazionale e poi europea, ex DC-PPI-DL e infine il presidente della Provincia Matteo Renzi, 33 anni, al primo mandato ma già da 14 anni sulla scena politica provinciale, ex DC-PPI-DL.

Fa riflettere non il fatto che uno vincerà, sarebbe quanto meno lapalissiano, ma che in tre perderanno. E che comunque vada tre personaggi di primissimo piano della politica locale dal 2 febbraio verranno etichettati, almeno per qualche tempo, come gli sconfitti. Questa è l'aspetto veramente nuovo e dirompente. Cosa romperà, però, non so.

I 4 moschettieri che si contendono la poltrona in Palazzo Vecchio stanno così dando vita ad una kermesse esilarante: si rubano la sedia in prima fila ai vari eventi, chi ha un ruolo istituzionale lo usa per inaugurare ogni giorno una scuola, una strada, anche la stessa più volte, rilasciano ai giornali dichiarazioni a raffica tipo fucile mitragliatore, fanno a gara a chi ha più "friends" su Facebook, se juventini ora tifano viola, se vegetariani ora si ingozzano di bistecca, e così via. La rete pullula di commenti, interventi, post al riguardo. Ne indico giusto uno, per avere un'idea.

Cosa succederà ancora a Firenze da qui all'1 Febbraio?

http://www.imille.org/2008/10/succede_a_firenze.html#more


IL PUNTO SULLA SETTIMANA

 

La situazione interna e lo scenario internazionale non volgono al bello. Ma il governo, per fortuna, ho mostrato di cogliere la delicatezza del momento. In questo la settimana va giudicata col segno più. Il discorso di Prodi alla Camera ha rimotivato noi della maggioranza e tolto argomenti alla destra. Ma è nell’insieme che il governo sta dando prova di unità e compattezza. A partire dal ruolo giocato da D’Alema nel vertice di Bruxelles e da Bersani nel rassicurare risparmiatori e imprese. A volte penso ai rischi che avremmo corso se al timone, in un passaggio del genere, ci fossero stati quegli altri. Rischio che pure abbiamo corso se ripensiamo alle turbolenze di inizio anno con le annunciate dimissioni di Mastella. Aver impedito, con un grande senso di responsabilità da parte di tutti, che quella crisi precipitasse non ha solo salvato la legislatura ma ci ha messo nella condizione di affrontare con maggiore forza e serenità le difficoltà (perché tali saranno) dell’autunno. Anche la costruzione del Pd prosegue. E bene. Veltroni sta guidando un processo inedito ma la risposta c’è. Ovunque. E più si rafforza il Partito nuovo più il governo trova una sponda solida per la sua azione riformatrice. Abbiamo davanti la seconda metà della legislatura. Per fare cose utili e nell’interesse del Paese e per prepararci alla sfida elettorale con una destra litigiosa e divisa. Facciamoci gli auguri.

Buone cose

Ps. Beh, che male c’è ogni tanto a fantasticare?

http://www.giannicuperlo.it/


È tutto inutile

Oggi puoi seguire il tuo pacco in tempo reale. Basta inserire il codice della spedizione e il codice cliente e puoi vedere dov’è il tuo pacco in qualsiasi momento. È una cosa così bella e così soddisfacente che è un peccato si possa fare soltanto per una stupida cosa come un pacco postale e non, per dire, con le persone. Comunque tu controlli anche dieci volte al giorno. È l’idea del controllo, che ti piace. Una specie di voyeurismo spedizionistico o non so come chiamarlo. Il tuo ordine è confermato, il tuo pacco spedito. E tu controlli già dopo due secondi. Dove vuoi che sia? Sarà al punto di partenza. Ma tu controlli. Controlli. Controlli. Gli stai addosso per ogni centimetro del percorso, come se potesse capitargli chissà quale imprevisto

Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Milano.
Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Trezzano sul naviglio.
Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Bologna.
Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Roma.
Il tuo pacco è in lavorazione presso la stazione Termini.
Il tuo pacco è sceso dal treno. Fischietta.
Il tuo pacco affretta il passo.
Ora corre. Che facciamo? Prego inserire codice istruzione. Presto.
Inseguire pacco? Distruggere pacco? Lo pedino?
Il tuo pacco ci sta facendo il gesto dell’ombrello.
E… niente. Il tuo pacco se n’è andato.


Gli dedichi così tanti pensieri e così tante attenzioni che poi, alla fine, quasi rimani deluso quando arriva e lo apri e invece di esserci dentro qualcosa di vitale e utilissimo, non so, qualcosa come un cervello nuovo o un secondo pene montabile da applicarti in fronte, c’è invece proprio quello che avevi ordinato, cioè il libro che volevi più un libro che avresti voluto ma che non avresti mai preso se non fosse stato in sconto più un libro che non avresti voluto ma che, volendolo, ti avrebbe fatto raggiungere la cifra necessaria (289 euro. Di libri) per risparmiare le spese della spedizione e per avere un libro omaggio da scegliere tra dieci libri che non avresti mai e poi mai voluto, nemmeno se te li avessero regalati, ti dicevi, ma che ora vuoi perché te li stanno effettivamente regalando e a te sembra stupido o ti sembra uno spreco dire di no, coi tempi che corrono, con tutto che, a voler fare due conti, se fossi uscito e con le tue gambe del cazzo fossi andato a prenderti il primo libro e il primo libro soltanto, avresti speso appena 15 euro invece di 84 e ora la tua lista dei libri che non avrai mai la voglia barra forza barra coraggio di leggere si è allungata di altri tre inutili elementi.
Non è solo il meccanismo degli sconti e delle offerte e la possibilità di farti spedire la roba e di poterla seguire con un personalissimo e segretissimo codice di controllo, a flipparti completamente il cervello. C’è anche la goduria di un meccanismo che funziona a meraviglia in un mondo dove non funziona mai niente e la goduria del commercio elettronico, dove tutto è virtuale tranne il pacco. Il carrello non esiste, i soldi non esistono, i commessi non esistono e dunque puoi startene tutto il pomeriggio a prendere e a riporre il benedetto libro da 19 euro e mezzo (lo prendi perché è da dieci anni che vuoi leggerlo, lo riponi perché non te la senti di spendere così tanto, lo riprendi perché in fondo poi esci e spendi 19 euro in aperitivi, lo riponi perché un soldo risparmiato è un soldo guadagnato, lo riprendi perché ma che cazzo, lo riponi perché sai che non ti serve davvero, e allora finalmente chiudi firefox, spegni il computer, chiudi il coperchio, metti il cappotto, esci, poi però ti senti vuoto e pidocchioso e dici a te stesso che il glioblastoma è un attimo e allora in un impulso isterico ti connetti col cellulare (3 euro solo per digitare il nome dell’autore col t9) e ne prendi due (2) copie una per te e una per la tua ragazza più la serie del dottor house in suomi e quattrocento quaderni a quadretti) ma alla fine la merce arriva davvero, e, dopo che l’hai comprata, la dimentichi da qualche parte su un divano e intanto pensi a quali altri oggetti che vendono su siti che accettano la tua carta di credito ti servono. http://www.chinaski77.splinder.com/

E SE TORNASSE PRODI?

Il Prodi adulto che telefona a Bagnasco e gli dice "ora mi dettate anche la Finanziaria?" è una cosa che non so immaginare, ma che pare sia accaduta. Fatico molto di meno a immaginare il Prodi paranoico che dice - di Fassino e Rutelli - "questi mi vogliono far perdere". Anche se, a giochi fatti, avrei gradito molto di più un "questi non sono stati in grado di battere definitivamente Berlusconi candidandomi". http://attentialcane.ilcannocchiale.it/


Esimio Presidente della Repubblica,
in qualità di nonna di una nipotina che ancora non va a scuola ma che ci andrà presto, Le chiedo perchè la sua scuola dovrà essere come la mia, negli anni '50. Lei saprà che allora noi bambini tornavamo a casa alle 12,30, i disabili erano nelle classi differenziali e nostra madre era casalinga. Vogliamo far tornare le nostre figlie in casa?
Mia figlia ha avuto un asilo nido, una scuola materna, una scuola elementare e media, sempre a tempo pieno. E io ho potuto fare il mestiere per cui mi ero laureata con i sacrifici dei miei genitori. Pagavo le tasse e avevo asilo, scuole, e assistenza sanitaria.
Oggi mia figlia (che guadagna molto meno di me alla sua età, anche se ha studiato come e più di me) deve tornare a fare la casalinga come sua nonna per mandare sua figlia in una scuola che somiglia a quella della sua bisnonna?
Lei pensa che sia giusto?
O pensa che dobbiamo pagare, per una scuola privata, una cifra quasi uguale a quella che guadagna mia figlia?
Eppoi nessuno vuole che mia nipotina sia educata in una scuola privata: mia figlia stava a New York. E' tornata in Italia quando ha avuto la bambina PER IL SOLO MOTIVO - VALIDISSIMO - che la scuola italiana è meglio: si impara meglio ed è pubblica. DEVO RICREDERMI?
E' vero che Lei non può fare niente?
E' vero che una legge non può essere rifiutata più di una volta, ma penso anche se fossi al Suo posto piuttosto che firmare una cosa ingiusta mi dimetterei. Not in my name.
In fede,
Lucia Berardi

http://liste.rekombinant.org/wws/arc/rekombinant/2008-10/msg00048.html


Scurdammoce 'o passato

Ieri sera da Letterman John McCain ha detto che Cinton è una delle persone che ammira di più. Peccato che. come nota John Dickerson, nel 1999 McCain  abbia votato per il suo impeachment.
Slate

http://giornalismoparma.typepad.com/


HILLARY CON OBAMA, PER MCCAIN E' UN SOCIALISTA

Obama e Hillary in campagna a Unity, nel New Hampshire Obama e Hillary in campagna a Unity, nel New Hampshire

NEW YORK - A due settimane esatte dall' election day del 4 novembre, Barack Obama intende sferrare lunedì il colpo definitivo contro il suo avversario repubblicano John McCain: conquistare la decisiva Florida grazie all'appoggio dell'ex 'nemica' delle primarie, Hillary Clinton, l'ex first lady degli Stati Uniti.

Non succedeva da settimane: dopo la fine delle primarie Obama e Hillary avevano fatto campagna insieme una volta soltanto e senza troppo convincere nella città di Unity (ovviamente non scelta a caso), nel New Hampshire, a fine giugno.

Questa volta è diverso: nella Amway Arena di Orlando, in Florida, lunedì alle 18:00 locali (la mezzanotte in Italia), il mega comizio di Obama potrebbe portargli voti decisivi proprio grazie all'appoggio di Hillary, la senatrice di New York decisamente popolare nello Stato del Sole, dove i pensionati newyorchesi sono numerosi.

Un successo, secondo gli esperti, rappresenterebbe per Obama una vittoria garantita, e le possibilità di 'rubare' lo Stato a John McCain sono reali. Per tali ragioni la campagna del senatore dell'Illinois sta aumentando la propria presenza. Dennis Ross, l'ex negoziatore per il Medio Oriente ai tempi di Bill Clinton, sta lavorando per conquistare l'elettorato ebraico, consistente ad Orlando e nel sud della Florida, nelle contee di Miami-Dade, di Broward e di Palm Beach.

Oggi il senatore dell'Illinois era in Missouri, prima a St.Louis, poi a Kansas City, dove ha difeso il suo piano di riduzione delle tasse per la classe media. Un piano che il candidato repubblicano alla Casa Bianca continua a criticare, sfruttando ancora una volta l'immagine dell'idraulico Joe, che secondo lui pagherebbe più tasse con Obama presidente.

McCain ha accusato in particolare il suo avversario democratico di essere un socialista, cioé il promotore di politiche collettiviste: negli Stati Uniti dell'economia libera é un insulto o quasi, dato che fa pensare all'Unione Sovietica.

Nel suo tradizionale intervento radiofonico del sabato, McCain ha criticato il piano di riforma fiscale di Obama, che vuole diminuire le tasse per chi guadagna meno di 250 mila dollari lordi l'anno, cioé il 95% degli americani, e aumentarle per chi supera il tetto in questione.

Secondo McCain, la proposta Obama si limiterebbe soltanto a ridistribuire un po' di ricchezza, penalizzando coloro che sono in grado di crearla, cioé i più ricchi. Durante il fine settimana McCain fa campagna in North Carolina e in Virginia, due Stati considerati a rischio anche se tradizionalmente sono repubblicani.

Sul fronte dei sondaggi, Obama ha perso leggermente terreno a livello nazionale, con un vantaggio stimato in 5-6 punti su McCain. Il dato è poco significativo secondo gli esperti, dato che Obama si mantiene saldamente in testa in alcune degli Stati Chiave, tra cui la decisiva Florida che costò la Casa Bianca sia a Al Gore (per 537 voti) nel 2000, sia a John Kerry nel 2004. Ambedue furono battuti dall'attuale presidente George W. Bush.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_790943481.html


Scommesse su elezioni Usa, in Irlanda si pagano già le vincite su Obama

Barack Obama e John McCainLa più grande società di scommesse irlandese, la Paddy Power, ha annunciato di aver iniziato a pagare già da ieri gli scommettitori che avevano puntato su una vittoria di Barack Obama alle elezioni presidenziali statunitensi del 4 novembre, dato che è sicura di una vittoria del candidato democratico. Le agenzie della Paddy Power hanno già ricompensato i vincitori per un totale di un milione di euro. "Consideriamo questa sfida già ben conclusa, e ci congratuliamo con quelli che hanno scelto Obama - le vostre vincite vi aspettano", ha scritto la società con un comunicato per annunciare la sua decisione.

La Paddy Power ha già usato questa tecnica come mossa pubblicitaria in passato, ma non sempre ci ha azzeccato. Lo scorso giugno, per esempio, aveva pagato in anticipo le vincite a chi aveva scommesso sull'approvazione irlandese del referendum sul trattato di Lisbona, dove invece hanno poi vinto i "no".

Il vincitore più ricco nelle scommesse per Obama, ha detto la compagnia, è uno scommettitore che ha puntato 100mila euro sul candidato democratico e ne riceverà 150mila. Ma il più preveggente è stato un giocatore che ha puntato 50 euro su Obama nel 2005, quando era pagato con quota 51: ora potrà incassare 2.550 euro. Pur pagando le vincite per le scommesse già giocate, Paddy Power continuerà ad accettare nuove puntate sulle elezioni presidenziali: al momento, una giocata da un euro varrebbe solo 11 centesimi di guadagno netto in caso di vittoria di Obama, mentre un inaspettato successo di McCain pagherebbe 5 volte la puntata.

Obama al momento è in testa in tutti i sondaggi nazionali, con divari che vanno dai 4 ai 14 punti percentuali sul rivale John McCain e vantaggi comodi in molti Stati teoricamente in bilico. Da oggi il candidato democratico può contare anche sull'appoggio di giornali eccellenti come il Washington Post e il britannico The Times (di proprietà del magnate australiano Rupert Murdoch, noto per le sue posizioni conservatrici), e si prevede che la gran parte degli organi di stampa dichiaerà il suo sostegno ufficiale a Obama. 

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=12453

Una giornata leggera

New York. Il moderatore dell’ultimo dibattito presidenziale tra John McCain e Barack Obama aveva definito questa campagna elettorale la più “sgradevole” di tutti i tempi, per le accuse che le due squadre si sono scambiate a ritmo forsennato. Improvvisamente, però, la corsa alla Casa Bianca si è trasformata in una gara divertente, leggera e cavalleresca. John McCain è andato al Letterman Show dopo che qualche settimana fa, con una scusa maldestra, aveva dato buca e scatenato la rappresaglia comica di Letterman. Oggi, con ogni probabilità, Sarah Palin andrà al Saturday Night Live Show dove imperversa la sua imitatrice Tina Fey. Il cambio di rotta, certamente temporaneo, c’è stato soprattutto giovedì alla cena benefica di gala della Fondazione Al Smith, al Waldorf Astoria: “So – ha detto Obama, sfottendo Sarah Palin che dice di essere pronta a fare il vicepresidente perché da casa sua in Alaska si vede la Russia – che da qui si riesce a vedere fino alla Russian Tea Room”.
I due candidati, in smoking e cravatta bianca, erano seduti al tavolo d’onore, divisi solo dal cardinale Edward Egan. Prima McCain e poi Obama sono stati divertenti e autoironici, trasformando le accuse di questi mesi, il chiacchiericcio dei talk show, i propri tic e quelli dell’avversario in una serie infinita di battute formidabili. McCain ha annunciato di aver seguito il consiglio degli editorialisti di licenziare la sua squadra di strateghi e di aver quindi affidato tutta la sua campagna al famoso “idraulico Joe”, il quale si prenderà cura anche delle sue sette case. McCain sapeva di essere in territorio democratico, ma ha aggiunto: “Sento che qualcuno di voi voterà per me… Sono felice di vederti, Hillary. E, a proposito, dov’è Bill?”. McCain ha poi elencato tutte le cattiverie che Bill va dicendo in giro sul suo conto, cose tipo “McCain è un eroe”, “un grande uomo” eccetera. Obama, un po’ più imbarazzato, ha ammesso di essere amico di gente infrequentabile e non pentita (“sono un membro del Senato”), ha preso in giro la sua fama messianica e profetica (“non sono nato in una mangiatoia, ma su Krypton”), e ha chiesto per quale motivo la cena non s’è tenuta allo Yankee Stadium davanti alle folle oceaniche che solitamente lo accolgono e dietro quel pretenzioso colonnato greco che gli piace tanto.


IRAN
Pesante più del previsto il no dell'Onu alla candidatura di Teheran
Evidente la delusione del regime dei mullah, che si era presentato per un seggio non permanente al Consiglio di sicurezza, come scelta di indipendenza a “certe potenze”, ma ha avuto solo 32 voti, contro i 158 andati al concorrente Giappone

New York (AsiaNews/Agenzie) – E’ stato più netto del previsto il no espresso ieri dall’assemblea dell’Onu alla candidatura iraniana ad un seggio non permanente nel Consiglio permanente. Teheran, che era in competizioone con Tokyo, ha avuto appena 32 voti, contro i 158 andati al Giappone.
 
Iran e Giappone correvano per il posto spettante ad un Paese asiatico, lasciato libero dall’Indonesia. L’Iran aveva presentato la sua caondidatura nel 2007 e l’ha manenuta nonostante sia sottoposto a sanzioni decise proprio dal Consiglio di sicurezza, a causa del rifiuto di Teheran di fermare il programma di arricchimento di combustibile nucleare.
 
Nei giorni scorsi l’Iran aveva presentato la sua candidatura come espressione della resistenza a “certe potenze”. E’ quanto aveva sostenuto proprio l’ambasciatore iraniano in Giappone, le frasi del quale erano state evidenziate dalla ufficiosa Fars: “Se la comunità internazionale vuole provare che non è sotto l’influenza di certe potenze e perseguire una logica politica, deve spianare la strada alla presenza di altri Paesi, come la Repubblica islamica dell’Iran, nel Consiglio di sicurezza”
 
La delusione di Teheran per il risultato del voto è evidenziata da come l’ufficiale Irna ha dato la notizia delle decisioni dell’assemblea dell’Onu. Riferita l’elezione di Giappone, Turchia, Austria, Messico e Uganda, l’Irna aggiunge che “l’Iran era in competizione col Giapone che è già stato nel Consiglio nove volte. Il presidente delll’Assemblea, il nivaraguegno Miguel d’Escoto ha annunciato che il Giappone ha avuto 158 voti ed ha vinto il seggio”. Manca la notizia dei 32 voti avuti da Teheran, ma nel prosieguo dell’informazione da New York si parla della mancata elezione dell’Islanda, “che ha avuto solo 87 voti”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13517&size=A
 

Il colore dei soldi

Roberto Antonini , A tutta birra e senza riguardo per quanti in fondo un po' credevano ai vecchi discorsi sui soldi e la politica. Devo ammettere che ho qualche difficoltà a trovare coerenza nell'atteggiamento di Barack Obama. Vi ricordate che rinnegando suoi precisi impegni, avevi rifiutato i fondi pubblici e con essi i limiti alle spese elettoriali? Forse val la pena rammentare che la legge garantisce ai due candidati 84 milioni di dollari, tra le convention e il 4 novembre, a condizione che non spendano un cent in più. McCain ha accettato, Obama invece ha innescato la retromarcia e ha detto no ai fondi pubblici. E ora dopo aver rastrellato cifre record, sta spendendo 4 volte più del suo avversario in propaganda elettorale, in particolare alla televisione. Nel solo mese di settembre ha raccolto 100milioni e nell'ultima settimana ne ha spesi, per spot televisivi, 35, mentre il "povero" McCain non ha neanche raggiunto i 10 milioni. Gli esperti non hanno dubbi sl fatto che il candidato democratico batterà il primato storico stabilito da Bush 4 anni fa con una spesa di 188 milioni per le sole pubblicità televisive nel duello finale con Kerry. Vi è un solo settore in cui McCain batte Obama: è quello della propaganda negativa. 100% degli spot del candidato repubblicano hanno preso di mira Obama, mentre -stando a uno studio dell'Università del Wisconsin- solo 34% di quelli del candidato democratico attaccano McCain.
Obama si gioca tutto il gruzzolo, cosciente che ha grandi chances di farcela. Così la pensa anche il Chicago Triune. Perché lo cito? Perché quello della metropoli dell'Illinois è un giornale conservatore che non aveva mai (dico bene: mai) appoggiato un candidato democratico. Invece oggi, sabato, è giunto lo storico "endorsement". Doveroso dunque segnalarlo. http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9148

La Linke lancia un attore per la Presidenza della Repubblica

German actor Peter Sodann addresses a news conference in Berlin

Ora persino la Linke sdogana gli attori in politica. Il prossimo candidato dei populisti dell’estrema sinistra alla Presidenza della Repubblica sarà infatti un figurante televisivo, il commissario delle nota serie tv Tatort Peter Sodann. LO hanno annunciato i vertici del partito ieri, rifiutandosi di appoggiare la socialdemocratica Gesine Schwan. Chi sosteneva che fosse solo la politica italiana ad offrire comici siparietti di nani e ballerine deve ricredersi. Ora anche i gloriosi eredi di Carletto Marx in terra di Germania scimmiottano i cult della televisione di massa. Benvenuti nel club. http://germanynews.ilcannocchiale.it/


 

elezioni Usa : E’ in arrivo una “October Surprise”?

 

C’è una strana calma nell’aria, dopo la conclusione nei dibattiti televisivi fra Barack Obama e John McCain – che sono risultati fatali per il secondo - e non lascia presagire nulla di buono.

L’imprevedibile (?) svolta economica, che nell’arco di due settimane ha portato Barack Obama ad un vantaggio ormai praticamente incolmabile, rischia di mettere in moto un disperato colpo di coda da parte di coloro che non vogliono rassegnarsi ad una presidenza del senatore nero di Chicago.

La vera “tragedia“ infatti, per i repubblicani, non è soltanto la probabile vittoria di Obama, ma il fatto che nel contempo i senatori repubblicani che andranno alla rielezione (circa una decina) hanno probabilità minime di essere rieletti. Questo significherebbe, nella migliore delle ipotesi, un parlamento a maggioranza democratica rafforzata (la maggioranza già ce l’hanno, ma ora è risicata), che sarebbe libero di fare praticamente tutto quello che vuole. Nella peggiore delle ipotesi invece i repubblicani rischiano addirittura di vedere trasformato quel “praticamente“ in un “assolutamente“.

Se infatti i democratici riuscissero a conquistare 60 seggi al Senato, ai repubblicani non resterebbe nemmeno la possibilità di praticare il cosiddetto filibuster (ostruzionismo parlamentare), ultima spiaggia per chi vuole opporsi al passaggio di una nuova legge, per cui si troverebbero in totale balia del partito avversario.

Questa ipotesi, sommata all’immagine di un “negro“ alla Casa Bianca, ...

... sta togliendo il sonno ad un numero sempre maggiore di americani, ed aumentano quindi le probabilità che nei prossimi 20 giorni succeda qualcosa di assolutamente imprevisto e altamente catastrofico.

Più che di un attentato al candidato democratico - che appare improbabile per una lunga serie di motivi - potrebbe venire a qualcuno la tentazione di creare le condizioni per imporre la legge marziale, in modo da deragliare all’ultimo momento la vittoriosa scalata di Obama al trono di Washington.

Sul suo blog Arianna Huffington fa notare che l’unico argomento in cui i sondaggi vedono ancora McCain in vantaggio è la famosa “national security”, e si domanda se Obama debba quindi temere una nuova “October surprise”. *

A questo proposito, allarma non poco il fatto che la “squadra di combattimento“ [Combat Team] del Primo Battaglione di fanteria sia passata, dal primo di ottobre, sotto il diretto comando di NorthCom, la sezione del Pentagono incaricata di gestire eventuali “emergenze nazionali“ come disastri naturali, rivolte popolari e – naturalmente – terrorismo.

Questo battaglione proviene da tre turni consecutivi in Iraq, e i suoi soldati sono particolarmente allenati nella ricerca del nemico porta a porta, e nelle battaglie cittadine in genere (fu lo stesso battaglione che entrò per primo a Baghdad, nel 2003).

Naturalmente, possono essere tutte coincidenze. La speranza è che ormai i falchi repubblicani abbiano il fiato corto (e le tasche piene zeppe), e non ce la facciano comunque a mettere in piedi una “catastrofe nazionale“ in grado di sovvertire, o comunque rinviare, l’esito delle elezioni.

Ma di certo l’idea di un mandato senza possibilità di ostacolo a “gentaglia“ come Obama, Pelosi e Reid, sta cominciando ad assumere la forma di un fantasma che molti americani non vorrebbero mai veder concretizzato.

Anche se non succederà nulla, da oggi al 4 novembre, saranno 20 giorni da trascorrere con il fiato sospeso.

Massimo Mazzucco


* October Surprise: il termine è comunemente riferito al “colpo di mano“ dei repubblicani, che durante le elezioni del 1980 impedirono a Carter di liberare gli ostaggi in Iran, facendo così crollare il suo indice di gradimento, al punto da regalare a Reagan una vittoria travolgente.

Ma poiché le elezioni americane avvengono sempre in novembre, per “sorpresa di ottobre” si intende un qualunque grosso evento che distragga l’attenzione della gente dalla gara elettorale, capovolgendone eventualmente i termini nel frattempo.http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2859


I cento giorni di Cvetković

Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić
Mirko Cvetkovic
A tre mesi dal suo insediamento il governo del premier serbo Mirko Cvetković fa il bilancio dei risultati ottenuti. Positivi i voti degli analisti, con qualche riserva per i risultati in economia. Pioggia di insufficienze, invece, dalle fila dell’opposizione
Il 15 ottobre 2008, il gabinetto del premier serbo Mirko Cvetković ha “festeggiato” i suoi primi cento giorni. Ai suoi ministri Cvetković ha dato il massimo dei voti, dopo aver detto che il governo non ha commesso nemmeno un errore. Nonostante in molti l'avessero definita innaturale e ne avessero pronosticato la breve vita, la coalizione formata dal Partito democratico (DS) e dal Partito socialista serbo (SPS), con il sostegno di altri partiti, è sopravvissuta alle prime sfide e ha raccolto i risultati di tre mesi di governo.

I maggiori successi del gabinetto Cvetković sono: la firma dell'accordo con la Fiat, la ratifica dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA), l'accordo energetico con la Russia, la cattura dell'imputato dell'Aja Radovan Karadžić, la mozione della Serbia all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull’esame di legalità della dichiarazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo. A questa lista il primo ministro ha aggiunto anche l'aumento delle pensioni del 10%, la ridefinizione del bilancio, la costruzione del Corridoio 10, la lotta alla corruzione e la creazione di un clima favorevole per attirare gli investimenti.

“Il governo lavora come un team, l'atmosfera è perfetta, e le decisioni si prendono all'unanimità”, ha affermato Cvetković alla conferenza stampa in cui è stato comunicato ai cittadini il livello di adempimento delle promesse fatte tre mesi fa alla presentazione dell'esecutivo. Cvetković ha evidenziato che d'ora in avanti il governo intensificherà il lavoro per l'integrazione europea, proseguirà nella difesa dell'integrità territoriale e della sovranità dello stato, assicurerà le condizioni per la stabilità economica, interverrà per limitare gli effetti negativi della crisi economica mondiale e potenzierà la lotta contro crimine e corruzione. Per i primi cento giorni di governo si terrà anche una conferenza di tutti i ministri, che presenteranno ai cittadini i risultati del loro lavoro, per un totale di 25 ministeri che compongono quello che è uno dei più ampi governi serbi.

L'ottimismo del premier non è condiviso dai leader dell'opposizione. Mentre i rappresentanti del Partito radicale serbo (SRS) e del Partito democratico serbo (DSS) hanno dato al governo una piena insufficienza, il Partito Liberal-democratico (LDP) è stato un po’ più clemente, attribuendo al gabinetto di Cvetković una scarsa sufficienza, giustificando questo voto “alto” per l'avvio del processo di integrazione europea e l'arresto di Radovan Karadžić.

L'ex premier Vojislav Koštunica ritiene che il governo non abbia fatto niente di quanto promesso alla presentazione dell'esecutivo, commentando che sarebbe stato meglio che tale governo non fosse stato nemmeno formato. In una dichiarazione a B92, il funzionario DSS Slobodan Samardžić ha affermato che non riesce a trovare “proprio alcuna ragione” per dare una sufficienza al governo. “Il nostro giudizio è negativo. Questo a partire da molti indicatori di politica internazionale e interna, economici e istituzionali”, ha aggiunto. Interessante il fatto che, prosegue Samardžić, i DSS rimproverino alla coalizione di governo l'eccessiva reazione nei confronti del Montenegro, ovvero la negazione dell'ospitalità all'ambasciatore montenegrino a Belgrado. Che la politica in Serbia abbia la memoria corta è risaputo, quindi vale la pena ricordare che il governo precedente, guidato dal leader dei DSS Koštunica, ha “inflitto” queste misure agli ambasciatori di tutti gli stati che avevano riconosciuto il Kosovo indipendente.

Il Partito radicale serbo, anche se sulla carta è il principale partito dell'opposizione, ha ben altre preoccupazioni rispetto ai cento giorni di governo. I radicali hanno proverbialmente assegnato al governo il voto più basso, accusandolo di tradire gli interessi nazionali, di rafforzare il separatismo in Vojvodina, incolpandolo per la cattiva situazione economica e per una serie di altre ragioni. Tuttavia, i radicali sono colpiti da una propria crisi interna, così che invece di analizzare in modo più dettagliato il lavoro del governo, dall'SRS piovono accuse penali e di violazione contro Tomislav Nikolić, fino a ieri vicepresidente di questo partito.

Il Partito progressista serbo (SNS) dei “riformisti e ripuliti” Nikolić e Vučić, ha dato un voto negativo al governo, sottolineando che criticherà sempre il regime di Boris Tadić.

Anche l'LDP sostiene che il governo non ha soddisfatto le aspettative dei cittadini. Il funzionario di partito Zoran Ostojić ha dichiarato al quotidiano “Blic” che “l'unico successo è che sia stato formato un governo, perché così si è evitato che Vojislav Koštunica restasse al potere”. Ostojić ha aggiunto che “è difficile che un cittadino che vede il proprio futuro e quello della sua famiglia nell'Unione Europea si senta soddisfatto da questo governo”.

Mentre i politici ritengono che il lavoro del governo sia basato sui programmi di partito, e la loro (in)soddisfazione si esprima in forma di campagna elettorale, perché non si sa quando Tadić e Dačić litigheranno, gli analisti fanno apprezzamenti e osservazioni concrete al lavoro del gabinetto di Cvetković.

Incontestati successi per gli esperti sono la firma dell'accordo con la Fiat, la ratifica dell'ASA, la cattura di Radovan Karadžić, l'indubbio orientamento europeo del governo, la mozione all'Assemblea Generale ONU. I punti su cui c’è più discordanza sono, pare, i più numerosi e, soprattutto, si riferiscono ai cattivi risultati in economia.

La ridefinzione del bilancio, la crescita della spesa pubblica, il calo di produzione industriale, l'incompleta industrializzazione e la debole risposta dello stato al crimine e alla corruzione, sono gli aspetti più fragili del gabinetto di Cvetković. Inoltre, molti gli rimproverano anche il blocco dell'attività del parlamento, su cui, francamente, Cvetković e i suoi ministri non hanno molta influenza oltre alla possibilità di governare a suon di decreti, pratica poco democratica e impopolare.

Secondo quanto scrive il settimanale serbo “Ekonomist”, ognuno degli elementi chiave del programma del governo (integrazione europea, conservazione del Kosovo, rafforzamento dell'economia e della responsabilità sociale nonché una più strenua lotta alla corruzione) ha un “certo peso”. Tuttavia, nei suoi primi cento giorni, il governo è “perseguitato” dall'instabilità macroeconomica dovuta all'elevata spesa pubblica, come anche dalla crescita dell'inflazione che il governo non può tenere a freno finché continua ad esaudire i desideri del vicepremier Jovan Krkobabić, il quale ha promesso ai pensionati un innalzamento delle pensioni fino al 70% degli stipendi serbi. Danica Popović, della Facoltà di Economia di Belgrado, fa notare che le conseguenze di questa politica sono una crescita più lenta, una diminuzione dei nuovi posti di lavoro e delle imposte fiscali.

L'ultimo rapporto del FMI (Fondo monetario internazionale) per la Serbia, reso noto in seguito alla visita nel Paese della delegazione FMI dal 17 al 24 settembre 2008, rende noto che l'economia non può rafforzarsi e l'inflazione non può diminuire finché i soldi vengono impiegati nelle spese anziché negli investimenti.

L'economista Miroslav Zdravković ritiene che sono state realizzate grandi manovre per favorire gli investimenti, ma a causa dell'aumento delle pensioni, una catastrofe economica minaccia la Serbia nei prossimi anni. In una sua dichiarazione per “Blic”, Zdravković valuta il lavoro del governo “perfetto per quanto riguarda le condizioni d'impiego, ma tutto sarà aggravato a causa delle promesse sulle pensioni. Il punto debole di questo governo è proprio il suo accordo di coalizione”.

Gli esperti danno una valutazione scarsa anche alla lotta al crimine e alla corruzione. Anche se è riecheggiata come una bomba la notizia dell'arresto del sindaco di Zrenijanin Goran Knežević, e quella sulle attività della mafia nel settore edilizio, non ci sono manovre più importanti, e una parte dell'opinione pubblica ritiene che questo arresto sia il risultato di una decisione di Boris Tadić intenzionato a “ripulire” il suo partito, piuttosto che una decisione sistematica del governo di fare i conti con la corruzione. Il professor Zoran Stojiljković, della Facoltà di Scienze Politiche, afferma che “non si sta facendo niente per la legislazione antimonopolio e per contrastare la corruzione”. Per questo, e per l'assenza di dialogo sociale, Stojiljković dà un voto appena sufficiente all'attività del governo.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10336/1/49/

BUONE NOTIZIE DAL BRASILE DI LULA, LA FAME È IN RITIRATA

 

Gennaro Carotenuto

In Brasile quando si parla di sicurezza si intende quella alimentare. Il paese governato dal Partito dei lavoratori (PT) sta iniziando a vincere la più importante delle battaglie, quella contro la denutrizione.
Nonostante restino sacche di importante disagio il combinato di cinquanta diverse azioni messe in atto dal governo Lula a partire dal 2003 con il programma “Fame zero”, sta cominciando a produrre risultati e tutti i dati più importanti sono infatti in regressione. La denutrizione cronica, secondo il Ministero della Salute, ma i dati sono confermati da organismi internazionali, è passata dal 13 al 7% della popolazione. Nel Nordeste, la regione più povera del paese, si è passati dal 22 al 6%. Intanto la mortalità infantile si è quasi dimezzata dal 39 al 22 per mille.
Fame zero comprendeva cinquanta diverse azioni, che partivano dagli aiuti diretti a 11 milioni di famiglie e al rafforzamento del sistema delle mense scolastiche (quelle che il FMI ha fatto chiudere a decine di migliaia in tutto il continente) che a pieno regime alimenteranno 42 milioni di bambini e paradossalmente rappresentano il secondo cespite di approvvigionamento alimentare per le famiglie dopo la grande distribuzione. Sembrava tutto lì, tanto che critici anche di grande prestigio considerarono che il PT volesse stabilire un sistema assistenziale/clientelare invece di risolvere realmente il problema della fame.
Ma dopo cinque anni di governo Lula cominciano a maturare dei risultati che possono cominciarsi a considerare un cambiamento strutturale. In particolare il fomento all’agricoltura familiare –che prima veniva considerata residuale- ha portato risultati e i programmi di collaborazione ai piccoli agricoltori quest’anno toccheranno 200.000 piccole aziende agricole. “Tutto è molto lento perché vogliamo che sia associato ad un cambio di mentalità che porti i piccoli agricoltori ad associarsi in cooperative” ha dichiarato alla IPS il funzionario del governo Marcos Antonio Pinto, che si occupa di supportare le piccole aziende agricole. Uno degli aspetti fondamentali in questo senso è l’immissione sul mercato dei prodotti agricoli delle piccole aziende. Oggi sono queste stesse piccole aziende a fornire al governo gli alimenti per i piani più direttamente assistenziali.
Se il Brasile, come del resto l’Argentina, è territorio di conquista dell’agroindustria esportatrice e per i biocombustibili, la piccola agricoltura sta divenendo la spina dorsale della sovranità alimentare del paese. Con appena il 30% del territorio coltivato produce infatti i due terzi dei fagioli (importantissimi nell’alimentazione brasiliana) consumati nel paese e oltre la metà della carne suina e del latte. Questo mette in moto un circolo virtuoso che riequilibra la crescita economica, sta rallentando l’abbandono delle campagne e rivalutando alcune produzioni locali prima penalizzate dalla omologazione alimentare data dall’agroindustria. Se molto resta ancora da fare, per la prima volta la fame è entrata ed è restata al centro delle preoccupazioni del governo e oggi una legge dello Stato stabilisce che il diritto all’alimentazione sia un diritto primario che lo stato dovrà garantire anche in futuro.

 www.gennarocarotenuto.it


Portillo torna a casa

 

Era scappato ingloriosamente pochi giorni dopo la fine del suo mandato presidenziale. Il Messico, paese dove aveva ammazzato due persone in gioventù ma dove le condanne espirano presto, lo aveva accolto. Ora, più di quattro anni dopo, Alfonso Portillo è stato estraditato, tornando nel suo Guatemala natale e dove, dopo poche ore con il giudice, è stato liberato pagando una cauzione di 130.000 dollari.
Portillo, secondo lo stile consolidato dei politici di tutto il mondo, invoca la persecuzione. Il peculato e la corruzione (sua e del suo governo 2000-2004) sarebbero solo un´invenzione. I giudici lo accusano di aver regalato 15 milioni di dollari dell´erario pubblico ai generali, ma i casi di corruzione sarebbero molti di più. La stampa, locale ed internazionale, non ha mai avuto dubbi nel segnalarlo come ¨il presidente più corrotto nella storia del Guatemala¨. Tutto un record.
L´estradizione, i partitari che lo inneggiavano all´aeroporto, la reclusione e l´immediata scarcerazione fanno però pensare più che altro al solito circo, montato apposta per celare un accordo extra-giudiziario. Portillo, delfino di Ríos Montt, potrebbe essere tornato in Guatemala non da accusato, ma da vincitore.http://luiro.blogspot.com/

Gli alti e bassi delle politiche sul clima
inquinamento Un rapporto di Oxfam spiega i danni della mancanza di coesione delle politiche britanniche che affrontano le questioni energetico-ambientali. Necessario un approccio unico e determinato del Governo.

Un recente rapporto dell’organizzazione indipendente Oxfam mostra come siano disunite le politiche britanniche nell’affrontare il problema energetico e ambientale. Il rapporto dell’Oxfam “The forecast for tomorrow: the UK’s climate for change” è una sorta di istantanea di un paese spesso lacerato da cattive e buone azioni su clima ed energia, ad opera di imprese, settore pubblico e governo, in una indistricabile connessione tra gli stessi attori.
Se la Gran Bretagna intenderà ottenere significativi successi nell’abbattimento delle emissioni e diventare una sorta di capofila nelle negoziazioni internazionali sul clima – si legge ne documento - ciò dipenderà dalle politiche governative che si imporranno nei prossimi tempi.

Nel Regno Unito le soluzioni per combattere i cambiamenti climatici sono tra quelle più all’avanguardia e molte sono già in atto, fornendo anche ottime credenziali al paese in ambito internazionale. Tuttavia, al tempo stesso, un potente comitato di interesse sembra sia ancora ancorato su posizioni conservatrici e su scelte che potrebbero far deragliare tutti i target britannici sui gas serra, così come la sua stessa autorevolezza in questo ambito.
Diversi sono gli esempi forniti che fanno capire come i due atteggiamenti possono confliggere e come la vittoria dell’uno sull’altro dipenderà dalle scelte che il Governo britannico farà nei prossimi mesi. E’ il caso della decisione di far proseguire o meno il progetto di una nuova centrale termoelettrica alimentata a carbone a Kingsnorth, nel Kent, oppure su come si riuscirà a far evolvere la legge nazionale sui cambiamenti climatici, o ancora, se gli obiettivi nazionali per le fonti rinnovabili saranno tali da far assumere al paese un ruolo di leadership all’interno dell’UE.

Secondo Barbara Stocking, direttore di Oxfam, “troppo spesso si verifica che un dipartimento governativo attui una politica che contraddice quella di un altro dipartimento”. In sintesi pare che accada che “la mano sinistra non abbia idea di cosa stia facendo la destra”. Questa mancanza di coesione, si legge nel report, non può essere trascurata visto che in ballo c’è la sicurezza sul clima globale e sull’approvvigionamento energetico e che le scelte devono essere chiaramente orientate. E’ allora necessario che il governo dimostri la sua leadership con politiche forti e coerenti.

Ad esempio, ci si chiede, come può essere concessa l’autorizzazione ad una centrale a carbone, la prima in 34 anni, se si punta a drastici tagli di gas serra? La centrale, che dovrebbe essere realizzata da E.ON, produrrebbe infatti emissioni annuali di CO2 pari a 7 milioni di tonnellate, più di quelle di 30 paesi in via di sviluppo. Il benestare alla centrale di Kingsnorth aprirebbe poi la strada ad una nuova era del carbone, minacciando così i futuri obiettivi britannici che, come sembra, il comitato indipendente per il cambiamento climatico indicherà nella riduzione di almeno l’80% delle emissioni al 2050.

Il documento, oltre a richiamare coerenza su questi aspetti da parte del governo, chiede alle grandi compagnie, come E.ON e Shell, di riconsiderare i loro piani industriali alla luce del problema climatico. Ad esempio, se si realizzassero i programmi della Shell che puntano a triplicare gli investimenti nel petrolio non convenzionale, come le sabbie bituminose del Canada, i livelli di inquinamento sarebbero giganteschi, visto che questa fonte fossile è tre volte più dannosa a livello di emissioni.

Il rapporto allarga le conseguenze di queste scelte anche ad una sfera non strettamente confinata al paese, ma su scala globale. Secondo il documento dell’Oxfam i piani industriali e le politiche tarate sulle grandi corporation energetiche, infatti, finirebbero per mandare un forte segnale agli altri paesi, come a dire che le nuove e sporche fonti fossili possono considerarsi accettabili. Un messaggio in grado di bloccare la complessa e faticosa lotta al global warming a livello internazionale, le cui conseguenze sarebbero sentite soprattutto dalla maggior parte della popolazione più povera del pianeta.

Questa analisi crediamo possano essere di grande interesse anche per i politici nostrani che spesso mancano di una visione coerente, strategica e d’insieme su queste problematiche.

LB



Il Messico è il paese dove si registra la maggiore prostituzione infantile in America Latina. Lo sfruttamento sessuale di minori sarebbe un fenomeno addirittura paragonabile alla Thailandia, da sempre paradiso della pedofilia a livello mondiale.

Città del Messico – Il Messico si è trasformato in un paradiso per la pedofilia. Lo sfruttamento sessuale infantile occupa nel paese il secondo posto per generazione di introiti nella classifica dei delitti, dietro solo al narcotraffico e precedendo il commercio di armi. Un giro d’affari stimato attorno ai 24 milioni di dollari l’anno secondo l’ONG “Infancia Comun”. Per produzione di materiale pornografico destinato alla pedofilia il Messico occupa addirittura il secondo posto mondiale subito dopo la Thailandia. Un fenomeno che trascurato dalle autorità politiche e dalle forze dell’ordine si è convertito oggi in piaga sociale.

Molto meno pubblicizzati del narcotraffico e dei sequestri di persona, la pedofilia e lo sfruttamento sessuale minorile sono però flagelli altrettanto diffusi nel paese e cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni grazie alla corruzione e alla impunità.

Una delle “zone di tolleranza” più famose, dove la prostituzione infantile si pratica alla luce del sole, è “La Merced”, un quartiere del centro storico di Città del Messico. In qualsiasi giorno e a qualsiasi ora si passi in questo quartiere non si può non accorgersi dell’enorme giro di prostituzione infantile che si svolge sotto gli occhi e sotto l’indifferenza delle autorità.

Lo sfruttamento sessuale di minori oltre ad essere una violazione di diritti umani è considerata la forma più estrema di violenza sui minori. Spesso è il risultato di maltrattamenti ricevuti nel nucleo familiare, altro fenomeno molto diffuso in Messico. Non sorprende infatti che prostituzione minorile, lavoro minorile e violenza familiare siano enormi problemi per la società messicana e come siano tutti correlati tra loro. Invece può spaventare come questi siano completamente ignorati dalla politica (in nessun programma di nessun partito si menzionano questi temi) e ancora peggio da buona parte della società civile.

Eppure anche il Messico è obbligato a compiere con i trattati internazionali che proteggono e danno garanzie all’infanzia, come la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e la Convenzione di Palermo (contro la tratta internazionale di persone). In realtà però queste normative internazionali sono completamente ignorate e in nessun caso applicate a causa dell’inesistente armonizzazione delle leggi federali, statali e municipali con quelle internazionali.

Per le leggi federali, infatti, bambini ed adolescenti sino ai 18 anni non sono considerati soggetti di diritto davanti alla legge, non possono quindi denunciare sfruttamenti sessuali se non accompagnati da un genitore o da un tutore che spesso sono gli stessi autori degli abusi.

Città del Messico quindi “capitale internazionale delle pedofilia”, ma non solo, anche a Tijuana e nei centri turistici più importanti è ormai diffuso lo sfruttamento sessuale dei minori tra l’indifferenza e l’impunità. Il problema coinvolge senza dubbio anche altri paesi in America Latina, tra tutti: Brasile, Costa Rica e Cuba. Con una sostanziale differenza però: la cultura della denuncia. In Brasile ogni anno si registrano più di 14mila denuncie legate a questo delitto, in Messico invece quasi non si registrano quasi apertura d’indagini. Nel 2006 a Città del Messico sono state solo 6 le denunce che sono riuscite a superare le barriere della corruzione che protegge i colpevoli.http://www.verosudamerica.com/2008/10/messico-paradiso-per-la-pedofilia.html

La Nato va in Somalia

Una flottiglia di navi da guerra, comandate da un cacciatorpediniere italiano, il Durand de la Penne, è arrivata davanti alle coste somale per «scortare» i convogli di aiuti umanitari e en passant combattere contro i pirati. Un nuovo modello di operazione della Nato?

Ha raggiunto le coste della Somalia lo Standing naval maritime group 2 [Snmg2], la forza navale costituita dalla Nato per assicurare la «protezione» delle navi del World Food Programme [il Programma mondiale per l’alimentazione delle Nazioni Unite] che trasportano cibo destinato alle popolazioni somale. Si tratta di sette unità di Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Turchia e Stati Uniti: un cacciatorpediniere [l’italiana “Durand de la Penne”, che funge da nave-comando], cinque fregate e una nave appoggio.
A chiedere l’intervento militare a difesa della distribuzione di aiuti umanitari alla Somalia è stato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon. La risposta dell’Alleanza Atlantica è stata immediata. Secondo quanto dichiarato dal generale John Craddoock, comandante supremo della Nato, «l’Alleanza coordinerà la sua assistenza con il World Food Program, l’Unione Europea e l’Operazione ‘Enduring Freedom’ guidata dagli Stati Uniti, che sono tutti coinvolti nello sforzo umanitario e per la sicurezza. Lo Standing Naval Marittime Group 2 è una prova dell’abilità della Nato ad adattarsi rapidamente alle nuove sfide…». La forza navale è poi chiamata a condurre non meglio specificate «operazioni anti-pirateria» nell’area del Corno d’Africa ed effettuerà esercitazioni militari in Bahrain, Kuwait, Qatar e negli Emirati Arabi Uniti.
L’intervento «umanitario» in Somalia, caldeggiato dal Palazzo di Vetro, solleva tuttavia più di un giustificato timore. Innanzitutto esso è successivo alla richiesta fatta dagli Stati Uniti ai partner europei di condivisione della «lotta al terrorismo» in Africa. Il «Rapporto sullo stato del terrorismo», presentato lo scorso mese di aprile dal Dipartimento di Stato, ha enfatizzato che «le più serie minacce agli interessi statunitensi sono rappresentate dalle operazioni di al Qaeda in Somalia», prefigurando un’estensione delle «guerre preventive» al continente africano. Ignoto è poi il mandato reale dell’Snmg2 accanto all’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite e le eventuali regole d’ingaggio in caso di attacco alle navi destinate al trasporto di aiuti alimentari. In Somalia si registra una rapida escalation del conflitto. Secondo l’agenzia Misna, a causa dei combattimenti, negli ultimi trenta giorni oltre 15 mila persone avrebbero abbandonato Mogadiscio, città che è presidiata dai militari della missione «Amisom», il contingente militare inviato in Somalia dall’Unione Africana. Violenti scontri sarebbero pure in corso nella Bassa Shabelle e nei pressi di Baidoa, nel sud del paese.
C’è poi la questione relativa alla dilagante «militarizzazione» dell’intervento umanitario e all’onnipresenza dei reparti delle forze armate di Stati Uniti e Nato nella gestione diretta di programmi ed interventi di «cooperazione civile» in Africa, tema che non sembra interessere l’Onu [ed anche l’Unione Europea ed i paesi membri], ma che invece è al centro di un serrato dibattito negli Stati Uniti. Alla vigilia dell’istituzione del nuovo comando di Stoccarda per le operazioni delle forze armate Usa in Africa [Africom], il Congresso ha invitato tecnici, esperti e diplomatici a confrontarsi sulle nuove politiche di penetrazione statunitense nel continente africano. Nonostante l’unanime consenso per Africom, persino le istituzioni più conservatrici hanno espresso critiche sull’attivismo a 360 gradi delle forze armate, in quanto esercitazioni militari, addestramenti dei reparti locali e soste di portaerei e sottomarini nucleari sono accompagnati da costruzioni di scuole ed ospedali, screening sanitari delle popolazioni, distribuzione di aiuti alimentari, medicine e vestiario, realizzazione di pozzi e reti idriche, ecc.
Un netto dissenso è venuto pure da Jim Bishop, un vecchio falco repubblicano, già ambasciatore Usa in Somalia, Liberia e Niger e vicesegretario di stato per l’Africa durante l’amministrazione Reagan. Oggi Bishop è vicepresidente di InterAction, organizzazione non governativa statunitense che opera fianco a fianco con le forze armate in Afghanistan ed Iraq nella gestione d’interventi «umanitari». «Noi apprezziamo la partecipazione delle forze militari Usa in risposta ai disastri naturali quando esse possono trasportare equipaggiamenti che non possono essere assicurati immediatamente a livello locale o dalle agenzie internazionali – ha esordito l’ambasciatore – Ma i militari dovrebbero operare in un ruolo di supporto. Sulla base dei rapporti dei miei colleghi che operano sul campo, i programmi di sviluppo condotti dalla “Combined Joint Task Force-Horn of Africa” (CJTF-HOA) e sotto gli auspici della Trans-Sahara Partnership, spesso implementati da soldati che indossano abiti civili, riducono sempre di più le linee tra l’aiuto civile e quello militare. Ciò mette a rischio la sicurezza degli operatori civili nelle aree dove i militari sono visti dalla popolazione e dagli insorti come alleati dei governi nazionali impopolari, ad esempio nella regione etiope dell’Ogaden e nel nord Uganda. Attività lungo il confine tra la Somalia e il Kenya, dove civili innocenti sono stati obiettivo collaterale dei cannoni navali e dei missili cruise, insieme al sostegno Usa dell’invasione etiope in Somalia, hanno provocato conflitti invece di risolverli. Gli operatori umanitari che sono stati assassinati e presi in ostaggio in Somalia stanno costringendo le Ong a ritirarsi dal paese e ciò accrescerà lo spettro della fame».
Jim Bishop ha inoltre posto l’indice sull’altissimo costo in termini economici e sulla dubbia sostenibilità dei progetti «sociali ed umanitari» implementati in Africa dai militari Usa. «Per ciò che so – ha aggiunto l’ambasciatore – nessuna valutazione dell’impatto di questi progetti è stato condotto né a livello tecnico né a livello politico. Si racconta di soldati assegnati a compiti di cui essi stessi hanno scarsa esperienza al punto di dover poi affidare l’intervento a contractor locali. Sono stati scavati pozzi e costruite scuole e cliniche con scarsi benefici e sostenibilità e senza che potesse cambiare il modo con cui il governo degli Stati Uniti è visto dalla popolazione locale».
Intanto, secondo quanto denunciato da Refugees International [altra Ong con sede negli Stati Uniti], tra il 1998 e il 2005 la percentuale dell’assistenza umanitaria gestita direttamente dal Pentagono è cresciuta dal 3,5 per cento al 22 per cento, mentre nello stesso periodo gli aiuti affidati ad Usaid, l’agenzia allo sviluppo degli Stati Uniti, si è ridotta dal 65 al 40 per cento. Ma più di una «militarizzazione» è forse più opportuno di «paramilitarizzazione» della cooperazione Usa in Africa. Una recente ricerca del Dipartimento di Stato ha rivelato come buona parte degli interventi coordinati da Africom nel quadro del cosiddetto «Bureau of African Affairs-Africa Peacekeeping Program» [Africap], sono stati affidati a contractors privati. Due tra questi, le tristemente note società Pae [Pacific Architects & Engineers] e DynCorp International, nel solo 2003 hanno sottoscritto contratti Africap per un miliardo di dollari. Società di sicurezza privata hanno coordinato il trasferimento di truppe di Benin, Mali e Nigeria in Liberia e Sierra Leone, e di militari di Ruanda e Nigeria in Sudan. Sono sempre i contractor a gestire attualmente i campi rifugiati implementati dall’amministrazione Bush in Darfur.
Ciononostante il valore dei beni distribuiti dalle forze armate Usa alle popolazioni è di per sé insignificante in termini finanziari se comparato al costo dell’intervento strategico-militare in Africa e al valore degli «aiuti» in armi alle forze armate nazionali. Inoltre l’intervento «umanitario» è del tutto subordinato agli interessi del complesso militare industriale e delle transnazionali all’assalto delle ricchezze petrolifere, minerarie, idriche ed alimentari del continente africano. E anche se il Comando Africom declami la sua composizione mista «civile-militare», al neocostituito quartier generale di Stoccarda, solo 13 dipendenti su 1.304 non sono membri del Dipartimento della Difesa. E’ significativo, peraltro, che dopo aver cercato invano per più di un anno un paese africano disposto a «ospitare» il nuovo comando del Pentagono, gli Usa si siano accontentati di doverlo piazzare in Germania. Nessuno dei paesi interpellati, nemmeno quelli considerati politicamente più vicini, ha accetto la presenza militare permanente degli Usa.
La missione militare della Nato in Somalia, inoltre, evidenzia due preoccupanti sviluppi della politica di sicurezza dell’Alleanza. Il primo è l’estensione dei modus operandi e delle giustificazioni politiche elaborate per gli interventi contro il «terrorismo» anche ad altri fenomeni, pirateria innanzi tutto. Non a caso il Pentagono, nei suoi documenti di elaborazione strategica, ha iniziato a parlare di «terroristi del mare» per indicare i pirati. Il secondo elemento è la sperimentazione di una politica delle cannoniere aggiornata al XXI secolo. Il fine non è più quello di «mostrare bandiera» davanti alle acque di qualche paese riottoso, ma di controllare direttamente le rotte energetiche e strategiche. Lo stretto che immette il Mar Rosso nell’Oceano indiano è una di queste. Un’altra passa per il crocevia del Golfo di Guinea, una delle frontiere petrolifere in più rapida espansione, dove i ribelli del del Delta del Niger [la regione petrolifera della Nigeria] rischiano di essere presto inseriti tra i «nemici pubblici» che giustificano un intervento delle marine da guerra della Nato. Da notare, infine, che la partecipazione italiana a quella che è a tutti gli effetti una nuova missione militare all’estero, è stata decisa senza alcuna consultazione o dibattito con il parlamento. La Marina militare – che ha il comando di questa di missione Nato – era già stata impegnata in azioni di pattugliamento davanti alle coste somale alcuni mesi fa.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15422


DOPO 10 ANNI NEL BRACCIO DELLA MORTE, CONTRO LA PENA CAPITALE



“Se lo stato ha il diritto di togliere la vita, può anche abolire tutti i diritti umani; perché la vita è il diritto umano più importante”: padre Tarcisio Agostoni, missionario comboniano, 10 anni trascorsi accanto ai detenuti di Kampala nel braccio della morte, spera in un nuova risoluzione delle Nazioni Unite. “La legge – dice alla MISNA da Rebbio, in provincia di Como – produce un effetto psicologico importante e può influenzare i governi: credo che l’approvazione di una nuova, più forte moratoria da parte dell’Assemblea generale dell’Onu potrebbe aiutare”. Autore nel 2000 di un libro intitolato “Lo stato può uccidere?”, padre Agostoni ricorda di aver pubblicato su una rivista un disegno a colori che ritraeva un albero: “Eseguire una condanna a morte – sostiene padre Agostoni - è come tagliare il tronco immaginario dell’albero dei diritti, impedendo che ricrescano”. Informatissimo sugli ultimi dati relativi alle esecuzioni capitali nel mondo, padre Agostoni torna a parlare di “sensibilizzazione” e di “effetto psicologico” della legge. “Gli Stati Uniti – dice – sono considerati ‘una grande democrazia’, ma con il loro triste primato continuano a esercitare un’influenza molto negativa”. Esempi migliori arrivano dall’Africa, un continente dove “negli ultimi anni si è sviluppato un vero e proprio movimento contro la pena di morte”. Dopo le abolizioni decise dai governi del Kenya e del Rwanda - osserva padre Agostoni - si stanno muovendo diversi paesi dell’area sub-sahariana. Una tendenza, questa, che sembra ricollegarsi idealmente a “tradizioni” e “costumi” del continente ignorati dalle potenze coloniali. “In Africa – spiega il missionario, tornato in Italia dopo 50 anni trascorsi in Uganda - la pena di morte come istituzione non è mai esistita. E’ stata introdotta dai codici penali delle amministrazioni inglesi e francesi, ma a livello di clan ha sempre prevalso il principio della compensazione: chi uccide deve presentarsi di fronte agli anziani del villaggio o della tribù, confessare e fare ammenda versando un risarcimento”.

 

http://www.misna.org/


Arabia Saudita: ogni settimana due esecuzioni per decapitazione

Esecuzione per decapitazione in Arabia Saudita - da AI ©Private
Esecuzione per decapitazione in Arabia Saudita - da AI ©Private
"Le autorità dell'Arabia Saudita mettono a morte, in media, più di due persone a settimana. Quasi la metà delle esecuzioni (e si tratta di una percentuale sproporzionata in rapporto alla popolazione locale) riguarda cittadini stranieri provenienti da paesi poveri e in via di sviluppo". E' la denuncia di un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International.

"Avevamo auspicato che le iniziative in materia di diritti umani che il governo saudita si era vantato di avere introdotto negli ultimi anni, avrebbero potuto mettere fine a tutto questo o almeno determinare una significativa riduzione nell'uso della pena di morte. Invece, abbiamo assistito a un forte aumento delle esecuzioni, che hanno luogo al termine di processi segreti e ampiamente iniqui. Una moratoria sulle esecuzioni è più urgente che mai" - dichiara Malcolm Smart, Direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Nel 2007 le esecuzioni sono state almeno 158, contro le 39 registrate da Amnesty International l'anno prima. Per quanto riguarda il 2008, al 31 agosto il totale era arrivato già a 71. Si teme una nuova ondata di esecuzioni nelle prossime settimane, dopo la fine del mese sacro del Ramadan. "Il continuo ricorso alla pena di morte da parte delle autorità saudite, si pone in contrasto con la crescente tendenza mondiale verso l'abolizione" - ha proseguito Smart. "Per di più, la pena di morte in Arabia Saudita è applicata in modo sproporzionato e discriminatorio nei confronti di persone povere, tanto lavoratori stranieri quanto cittadini sauditi che non hanno relazioni familiari o altre conoscenze che potrebbero salvarli dall'esecuzione".

Troppo spesso gli imputati, soprattutto lavoratori migranti provenienti da paesi in via di sviluppo dell'Africa e dell'Asia, non hanno un avvocato e non sono in grado di seguire i procedimenti giudiziari che si svolgono in lingua araba. Sia loro che i sauditi messi a morte non hanno denaro né rapporti con persone influenti che potrebbero intervenire in loro favore, come autorità di governo e capi tribù, circostanze entrambe decisive per ottenere la grazia. "Le procedure al termine delle quali viene inflitta una condanna a morte sono assai dure, quasi completamente segrete e ampiamente inique. I giudici, tutti uomini, hanno un vasto potere discrezionale e possono emettere una sentenza capitale anche per reati non violenti definiti in modo del tutto generico nelle leggi. Alcuni lavoratori migranti sono rimasti all'oscuro della propria condanna a morte fino alla mattina stessa dell'esecuzione" - ha sottolineato Smart.

Le esecuzioni avvengono generalmente in pubblico, mediante decapitazione. In caso di rapina con omicidio della vittima, il corpo del condannato viene crocifisso dopo l'esecuzione. L'Arabia Saudita è uno dei pochi paesi del mondo a mantenere un alto tasso di esecuzione di donne e a mettere a morte, in violazione del diritto internazionale, persone minorenni al momento del reato.

"È davvero giunto il momento che l'Arabia Saudita affronti il problema della pena di morte e rispetti gli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Come membro eletto del Consiglio Onu dei diritti umani, il governo deve fare marcia indietro e rendere conformi agli standard internazionali le proprie procedure legali e giudiziarie, vietare la pena di morte per i minorenni, garantire processi equi, prendere misure per porre fine alla discriminazione e ridimensionare i poteri discrezionali dei giudici nell'uso di questa pena crudele, inumana e degradante" - ha concluso il Direttore del Programma Medio Oriente di Amnesty International.


 

 

http://www.unimondo.org/article/view/159585/1/


Afghanistan : timori per processo giornalista condannato a morte
di osservatoriosullalegalita.org

E' ormai passato un anno da quanto Sayed Parwez Kambakhsh, giovane giornalista afgano, è stato incarcerato a Mazar-i-Sharif con l'accusa di aver scaricato da internet e diffuso un testo sui diritti delle donne e l'Islam. Da allora non ne è più uscito.

Il 22 gennaio un tribunale della stessa città lo ha condannato a morte per blasfemia, il 15 giugno è iniziato a Kabul il processo d'appello, poi sospeso sine die. Una sospensione illegale, denuncia il suo avvocato Afzal Nooristani, come illegale è la condanna anche alla luce delle norme in vigore da quando le forze internazionali hanno rovesciato il regime dei Taleban e investito ingenti risorse anche nella riforma del sistema giudiziario del Paese. Ma basterebbe, ritiene l'avvocato, un intervento della Suprema Corte afgana per ripristinare la legalità, far riprendere il processo d'appello e farlo concludere con un'assoluzione.

L'UNCI, che nel marzo scorso ha sollevato il caso conferendo a Parwez Kambakhsh e al fratello Sayed Yaqub Ibrahimi, invitato appositamente in Italia, il premio internazionale Il Cronista dell'Anno, fa dunque nuovamente appello al Governo italiano affinché nulla rimanga intentato per giungere alla liberazione del giornalista e alla revoca della condanna. Una condanna che e' anche un atto emblematico di negazione della libertà di stampa, in un Paese dove l'Italia è tuttora in prima fila - mettendo ogni giorno a rischio la vita dei suoi soldati, come anche i ferimenti di oggi a Herat ci hanno ricordato - per assicurare democrazia, giustizia e pace ad un popolo fin troppo provato.

Il futuro di quel Paese si garantisce - sottolinea il presidente dell'Unci Guido Columba - anche assicurando che vi sia, da parte delle sue istituzioni, il rispetto dei diritti umani e della legalità.



ottobre 18 2008

Trascrivo qui un resoconto sulle posizioni di PD e maggioranza di governo su primarie e scelta dei cittadini in ordine alla modifica della legge elettorale per le europee.
Ricordando un dibattito di qualche mese fa.
Cordialità.
Aliso Cecchini

Elettori che scelgono? Non per la destra

Bocciati gli emendamenti del PD

Che siano gli elettori a scegliere chi mandare in Parlamento al PDL deve sembrare proprio una stranezza. Sono state rigettate in blocco le proposte del Pd per modificare il testo di riforma della legge elettorale europea. Sei le misure proposte: mantenimento della preferenza, soglia di sbarramento al 3%, riduzione delle dimensioni delle circoscrizioni, obbligo di primarie, no a candidature plurime. E poi ineleggibilità per i componenti del governo, per i presidenti delle regioni, delle province e per i sindaci delle grandi città.

Il Pd aveva presentato nella giornata del 14 ottobre presso la Commissione Affari costituzionali alla Camera una trentina di emendamenti per modificare il testo di riforma della legge elettorale europea presentata dalla maggioranza. La nostra – annunciavano Sesa Amici, capogruppo del Pd nella Commissione Affari Costituzionali e il deputato salvatore Vassallo - sarà una battaglia di merito. I tempi della commissione non permettono altre forme di opposizione ed anzi cavalcare l'ostruzionismo per l'ostruzionismo rischierebbe di impedire il dibattito proprio sui punti più significativi della riforma".

Il pacchetto di emendamenti serviva a rimettere i cittadini al centro della scena con sei mosse: la prima era la riduzione della soglia di sbarramento al 3%; la seconda il mantenimento della preferenza. Prevedendo la totale chiusura della maggioranza su quest'ultimo punto con la traslazione del "porcellum" anche nel sistema di voto per i seggi europei il PD aveva già proposto la riduzione della dimensione delle circoscrizioni. Questa scelta consentirebbe di dare maggiore visibilità ai candidati e servirebbe anche a favorire il ricorso alle primarie. "Per tali ragioni - spiegano la Amici e Vassallo - abbiamo proposto di utilizzare, con pochi aggiustamenti, le circoscrizioni della Camera che diverrebbero circoscrizioni in cui si eleggono da 1 a 5 parlamentari europei".
Il PD vuole inserire nella nuova legge una norma per favorire le primarie da parte di tutti i partiti, "anche in questo caso per rafforzare il rapporto elettore eletto messo in crisi dalle liste bloccate".

Per evitare i doppi incarichi uno degli emendamenti proponeva l'ineleggibilità delle persone che ricoprono incarichi di governo ai vari livelli (membri dell'esecutivo nazionale, presidenti di regione, presidenti di provincia e sindaci di grandi città ossia con un numero di abitanti superiore a 15.000). Infine si proponeva di abolire la presentazione della candidature plurime, che vuol dire rendere impossibile per una stessa persona essere candidata su più collegi.

"Noi – concludevano tre giorni indietro - vogliamo dare a tutti i cittadini la possibilità di scegliere i candidati e gli eletti, vogliamo una delegazione qualificata in diretto contatto con gli elettori e vogliamo evitare le candidature fittizie di leader che si presentano come specchietti per le allodole e nominano i parlamentari".

Invece la maggioranza ed il Governo dicono no a tutti gli emendamenti presentati dal Partito Democratico. Amici e Vassallo parlano di “una vergognosa chiusura. Negli annunci di vari esponenti della maggioranza doveva essere la prima prova del confronto bipartisan sulle regole istituzionali, su un terreno peraltro non particolarmente insidioso. L’avvio della discussione in commissione sulla riforma del sistema elettorale per il Parlamento Europeo ha dimostrato invece con tutta evidenza qual è il modo in cui la destra considera il confronto bipartisan e le regole del gioco.”


Il Pd continuerà a chiedere che non venga abolito il voto di preferenza con altri emendamenti, peccato per la “cattiva fede” della maggioranza, che ,per quanto riguarda le ineleggibilità, “hanno dovuto far ricorso ad inconsistenti argomenti pseudo-giuridici “ come ricordano i due deputati.

L’incubo americano, la fame di massa

bread_line Nel passato mese di luglio 2008, 29 milioni di cittadini statunitensi (il 9,9% della popolazione) sono stati registrati come indigenti e incapaci di alimentarsi da sé e hanno ricevuto dal governo di quel paese dei buoni per comprare alimenti.

Il dato (registrato dal 1943) di luglio è il secondo più grave dal record dell’autunno 2005 quando, dopo l’uragano Katrina, furono registrati in 29.9 milioni. Il record del 2005 dovrebbe essere quasi sicuramente superato quando saranno diffusi i dati di settembre 2008 che incorporeranno i nuovi indigenti causati dagli ulteriori sfratti dovuti alla crisi dei mutui e le conseguenze dei licenziamenti del crollo della finanza.

Per la prima volta negli Stati Uniti le persone ridotte all’inedia supererebbero i 30 milioni (il 10% della popolazione) e più del doppio sono quelli che non beneficiano neanche di servizi sanitari di base.

Tuttavia il fondo stesso non è in condizione di registrare e aiutare nuovi statunitensi che soffrono la fame e quindi potrebbe semplicemente smettere di calcolarli. Infatti il fondo di aiuti alimentari è finanziato dal governo con appena 30 miliardi di dollari l’anno. E’ una cifra corrispondente a meno di 2 Euro al giorno per ogni persona da aiutare. http://www.gennarocarotenuto.it/3928-lincubo-americano-la-fame-di-massa/#more-3928


THAILANDIA – CAMBOGIA
Fragile tregua al confine fra Thailandia e Cambogia
Il premier cambogiano Hun Sen lancia un appello per il dialogo, ma resta alta la tensione fra i vertici militari. Al centro dello scontro la zona di confine nei pressi del tempio di Preah Vihear. Sul fonte interno continua la crisi politica in Thailandia, si teme un colpo di Stato dell’esercito.

Bangkok (AsiaNews/Agenzie) – È tregua armata fra Thailandia e Cambogia dopo gli scontri di mercoledì scorso lungo i confini, nell’area circostante il tempio di Preah Vihear. Al termine di una giornata di combattimenti sono morti due soldati cambogiani, decine i feriti su entrambi i fronti. Ed in Thailandia continua anche la tensione per la crisi politica interna, con timori di un golpe, dopo il no del premier alla richiesta di dimissioni avanzatagi dal capo dell'esercito.

Questa mattina Hun Sen, Primo ministro della Cambogia, ribadisce che è ancora possibile “la via del dialogo” per scongiurare una “guerra di vaste proporzioni”, mentre il portavoce dell’esercito thailandese, colonnello Sansern Kaewkumnerd annuncia che è stato raggiunto “un accordo fra le parti” per il “pattugliamento congiunto della frontiera”. Un proclama al quale fa seguito la smentita del  comandate dell’esercito di Phnom Penh, generale Ke Kim Yan, il quale nega ogni intesa con il fronte opposto e parla di direttive di massima in base alle quali “le truppe manterranno le attuali posizioni” e ci saranno scambi di informazioni su eventuali movimenti “per impedire future incomprensioni”.

Il comando dell’esercito thai accusa la Cambogia di aver innescato la battaglia: un gruppo di militari si sarebbero imbattuti in una unità cambogiana che ha aperto il fuoco. Immediata la risposta dei soldati thailandesi, che hanno reagito all’assalto uccidendo due militari.

A causa degli scontri, migliaia di cambogiani hanno abbandonato i villaggi posti lungo i confini, mentre il governo thailandese ha invitato i propri cittadini ad “abbandonare la Cambogia il prima possibile”. La tensione fra i due Paesi si è acuita lo scorso agosto, dopo che a luglio l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità il tempio di Preah Vihear: il luogo di culto, situato su una collina, appartiene alla Cambogia in base a una decisione della Corte di giustizia internazionale che risale al 1962. L’area circostante, vasta poco più di 4,5 chilometri quadrati, è però al centro di una contesa fra i due Paesi che rivendicano il controllo di fette più o meno ampie di territorio e lo sfruttamento turistico dell’area.

Sul fronte interno thailandese, invece, sembra ancora lontana la soluzione della crisi politica: oggi il premier Somchai Wongsawat, di cui gli oppositori invocano al gran voce le dimissioni, ha ribadito che “rimarrà al potere” e non intende “dare le dimissioni”. Una risposta, neanche troppo indiretta, all’appello lanciato ieri dal capo dell’esercito, generale Anupong Paochinda, il quale durante una intervista alla tv di Stato aveva sottolineato che “il Primo Ministro dovrebbe assumersi le responsabilità” degli scontri [del 7 ottobre fra polizia e militanti dell’opposizione, due morti e centinai i feriti] e “rimettere il mandato”. Il generale ha però precisato che, al momento, non è previsto alcun colpo di mano delle forze armate.

 http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13513&size=A


SONDAGGI INCERTI, MA LA VIRGINIA SPINGE OBAMA

Joe l'idraulico dell'Ohio Joe l'idraulico dell'Ohio

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - La forbice tra Barack Obama e John McCain si restringe un po' in alcuni sondaggi nazionali, dando qualche speranza ai repubblicani che ritengono di aver trovato in Joe l'Idraulico un testimonial efficace. Ma per ora non sembra esserci traccia di una 'sorpresa di ottobre': il dibattito dei giorni scorsi pare aver cambiato poco o niente e dalla Florida alla Virginia, vari Stati che quattro anni fa hanno incoronato George W.Bush continuano a segnalare di aver perso fiducia nel partito del presidente.

   McCain e' costretto a correre da una parte all'altra del paese a tappare falle. Oggi a Miami, chiamando a raccolta gli ispanici e i cubani anti-castristi ed esortando le scoraggiate truppe conservatrici locali, il candidato repubblicano ha usato di nuovo Joe l'Idraulico come simbolo della classe media ''impaurita dal piano di Obama di alzare tasse e uccidere posti di lavoro''. La sua vice Sarah Palin ha fatto lo stesso in Ohio e Indiana, altri Stati che i repubblicani non possono assolutamente perdere.

   Poco importa nella strategia di McCain che Joe Wurzelbacher, l'idraulico dell'Ohio diventato un simbolo dopo essere stato citato 26 volte nel dibattito presidenziale, in realta' si chiami Sam, non abbia la licenza e abbia problemi con il fisco. I repubblicani intendono sfruttare a fondo il possibile valore politico delle sue accuse al programma di Obama, sperando di convincere altri nella 'middle class' a dare una seconda occhiata alle idee fiscali del democratico. ''Joe finalmente ha costretto Obama a dichiarare le sue idee in modo chiaro - ha detto la Palin - e cioe' che vuole che il governo prenda i vostri soldi e decida come meglio redistribuirli. Joe lo chiama socialismo: comunque vogliate chiamarlo, e' una pessima medicina per un'economia malata''.

   Ma il tempo a disposizione dei repubblicani per cercare di cambiare il corso della campagna scarseggia, e negli Stati - la' dove la campagna conta davvero - l'impresa di McCain appare proibitiva. Obama ha raggiunto e superato nei sondaggi negli Stati, per vari media, la quota di 270 'voti elettorali' che gli permetterebbe di diventare presidente e sta attaccando a fondo nei feudi repubblicani. Oggi e' piombato in Virginia, uno stato che da quattro decenni, dai tempi di Lyndon B.Johnson, non vota un democratico per la Casa Bianca e che adesso nei sondaggi da' a Obama vantaggi fino a 10 punti.

   A Roanoke, a due passi dal campus del Virginia Tech sconvolto lo scorso anno dalla strage compiuta da uno studente, il candidato democratico ha martellato duro sulle scelte fatte dai repubblicani in questi anni, puntando a dipingere una presidenza McCain come altri quattro anni della stessa ricetta. ''Ammetto che il senatore McCain in effetti non assomiglia al presidente Bush - ha detto Obama -, e non ha neppure l'accento texano: ma ha votato in linea con lui nel 95% dei casi''.

   I sondaggi nazionali indicano che il vantaggio di Obama e' lievemente minore a quello della settimana scorsa. Ma la Gallup non ha rilevato per il momento alcun effetto siginificativo del dibattito di mercoledi' notte. Il sondaggio piu' 'conservatore' del celebre istituto di rilevazione mostra un sostanziale pareggio tra Obama-McCain, a quota 49-47%. Ma e' uno scenario che presuppone che l'America si comporti nel 2008 come si e' comportata nel 2004 dal punto di vista dell'affluenza reale alle urne. I modelli che provano invece a tener conto dell'aumento di democratici registrati per votare e del probabile incremento di elettori giovani e delle minoranze, vedono una forbice piu' vasta, nell'ordine del 6%.

   Pur avendo un solido vantaggio, Obama sembra comunque aver fiutato nell'aria il pericolo di un calo di tensione o di una 'sorpresa d'ottobre' in arrivo e da un paio di giorni esorta i suoi a non abbassare la guardia. E McCain, entusiasta di aver lanciato in scena Joe l'Idraulico, si sente rinvigorito e appare anche piu' rilassato e divertente. Giovedi' sera ha vinto finalmente un dibattito contro Obama: ma era un faccia a faccia ironico a un gala di New York dove, per tradizione, i candidati si lasciano andare e si prendono in giro.


JOE L'IDRAULICO, I MEDIA SCOPRONO LE MAGAGNE

   di Alessandra Baldini

   NEW YORK - Non ha la licenza per fare l'idraulico, guadagna intorno a 40 mila dollari all'anno e all'anagrafe non si chiama neppure Joe l'idraulico dell'Ohio scelto da John McCain come simbolo dei sogni e del malessere della middle class americana.
   Puntando i riflettori addosso a Joe Wurzelbacher, lo stagnino di Toledo trasformato in icona dalla la campagna repubblicana nell'ultimo dibattito teletrasmesso con Barack Obama, i media americani hanno messo in luce incongruenze e inesattezze che potrebbero trasformare in un arma a doppio taglio l'ultima mossa d'azzardo di McCain al tavolo verde della politica.

   Oltre ad aver scoperto che Wurzelbacher non ha la licenza per praticare la professione come richiesto a Toledo, la cittadina dove vive, e nelle municipalita' vicine, i media Usa hanno rivelato che l'idraulico non si chiama neppure Joe: il suo nome di battesino completo e' Samuel J. Wurzelbacher, dove la J. sta per Joseph. 

   Joe-Sam, che l'anno scorso ha collezionato una citazione in giudizio per tasse arretrate, ha abitato per anni in Arizona, lo stato di origine di McCain, prima di trasferirsi in Ohio: per una bizzarra coincidenza uno dei suoi indirizzi, Keating Avenue a Mesa, prende il nome da Charles Keating, il finanziere che per poco a fine anni Ottanta non fece finire su un binario morto la carriera politica del senatore.

   L'icona repubblicana dei piccoli imprenditori (o aspiranti tali) non ha completato l'apprendistato, ne' appartiene al sindacato degli idraulici che incidentalmente ha appoggiato Obama. Guadagna appena 40 mila dollari all'anno, troppo pochi per aspirare a comprare la piccola impresa che gli da' lavoro. Un altro paradosso: il 4 novembre potrebbe addirittura non votare perche' sulla domanda di registrazione all'anagrafe elettorale il cognome e' scritto sbagliato: Worzelbacher.

   ''Oggi i democratici lo attaccano. Hanno cominciato a scavare nella sua vita personale, le televisioni si sono accampate davanti a casa sua'', ha protestato oggi McCain in un comizio in Florida, impermalito perche', allo scrutinio dei media, il suo uomo-simbolo si e' rivelato meno calzante del previsto.
   Con Wurzelbacher, approdato sul radar della campagna repubblicana quando un suo scambio di battute con Obama sulle tasse e' stato ripreso dalle televisioni, gli strateghi potrebbero aver ripetuto lo stesso errore di 'vetting' (le verifiche sul passato dei protagonisti della politica) commesso con Sarah Palin, la governatrice dell'Alaska scelta come numero due che all'ultimo momento ha rivelato di avere una figlia di 17 anni col pancione.

   ''Joe the Plummer doveva  avere la stessa traiettoria di Sarah Palin, ma il fenomeno rischia di sgonfiarsi in ore, non in settimane'', ha commentato Thomas Mann, politologo della Brookings Institution.

   Il problema per McCain, secondo esperti citati dalla Bloomberg, e' che la premessa che Wurzelbacher dovrebbe pagare piu' tasse sotto Obama non e' vera ne' tipica di quale sarebbe il destino fiscale della maggior parte delle piccole imprese. La piccola societa' che l'idraulico ha detto a Obama di voler comprare ha vendite annuali di 510 mila dollari secondo una analisi citata dalla Bloomberg: sarebbe dunque improbabile che una volta diventata di proprieta' di Joe porterebbe nelle sue tasche un imponibile di oltre 250 mila dollari, il tetto previsto da Obama per gli aumenti.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_790883065.html


Torna il bavaglio per i media cinesi

 

Con il mondo distratto dalla crisi finanziaria, il governo di Pechino ha avuto buon gioco a far scendere di nuovo il bavaglio della censura sui media, nazionali e internazionali. La bocca di ossigeno olimpica, infatti, è ufficialmente finita il 17 ottobre, quando il governo cinese ha annunciato che le regole «più aperte» per i giornalisti stranieri entrate in vigore per le Olimpiadi sono scadute e che «nuove regole» entreranno presto in funzione. Non si sa, ancora, quali saranno, ma è certo che la relativa libertà di movimento che i giornalisti stranieri hanno avuto negli ultimi mesi – salvo che in zone sensibili come il Tibet e il Turkestan cinese – non avranno più corso. Per i giornalisti cinesi, inoltre, le cose andranno decisamente peggio, dato che già oggi hanno un minore grado di libertà di movimento. Le organizzazioni internazionali dei diritti umani avevano sperato delle Olimpiadi rimanessero almeno le nuove regole per la stampa straniera. Ma anche questa speranza si sta dimostrando vana.

 

 

http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15425


Il voto di Mostar

Da Mostar, scrive Dario Terzić


A Mostar l'HDZ-BiH cede di fronte al Radom za boljitak, il partito dei fratelli imprenditori Lijanović. Al primo posto l'SDA. Polemiche sul sistema elettorale, mentre in città circolano illazioni su possibili acquisti di voti. Le ipotesi sul prossimo sindaco
Si sono tenute le elezioni amministrative in Bosnia Erzegovina. Ricordiamo, la data era quella del 5 ottobre scorso. Ma come al solito, dal giorno dopo, a Mostar non si capiva niente. E come al solito, ci vorrà un po' di tempo per capire come sarà la situazione e chi prenderà il potere nel capoluogo erzegovese. Il gioco infatti inizia subito, il giorno successivo alle elezioni, quando cominciano le manipolazioni e le scommesse su chi andrà in coalizione con chi.

I primi risultati sono stati una grande sorpresa. Dopo quindici anni, a Mostar l'Unione Democratica Croata della Bosnia Erzegovina (HDZ-BiH) ha perso. L'altra sorpresa è stata il partito Radom za boljitak [Con il lavoro per il progresso, ndr], dei fratelli Lijanović che, in base al numero di mandati ottenuti per il Consiglio comunale, si è piazzato al secondo posto, davanti all'HDZ. Nell'ordine, il partito che avrà più consiglieri è l'SDA (Partito di Azione Democratica), con 12 mandati. Secondi sono i Lijanović (Boljitak), con otto mandati, mentre al terzo posto arriva l'HDZ-BiH con soli sei consiglieri. Si è così dimezzato il numero dei mandati dello stesso partito rispetto alle elezioni di quattro anni fa.

All'HDZ-BiH c'è grande delusione. Anche prima delle elezioni, questo partito lamentava l'organizzazione dello Statuto di Mostar secondo cui il voto è diviso in base alle diverse zone della città e ogni zona, a prescindere dal numero dei votanti, ottiene uno stesso numero di mandati. E' successo quello che l'HDZ temeva. Loro hanno ottenuto, in generale, un maggior numero di voti ma, alla fine, hanno perso le elezioni. Uguale sconfitta anche per l'HDZ 1990, che ottiene solo 3 mandati in consiglio comunale. Lo stesso numero, tre consiglieri, anche per i socialdemocratici (SDP), come quattro anni fa. Chi perde più di ogni altro, a Mostar, è il Partito per la Bosnia Erzegovina (Stranka za BiH), che questa volta ottiene solo due mandati. I leader del partito spiegano questa catastrofe con il fatto che “i Lijanović gli hanno rubato i voti.”

Per quanto riguarda l'SDA, questo partito conquista quasi il massimo numero dei mandati. E' riuscito a prendere un consigliere anche nella Zona Sud di Mostar, dove fino ad ora non riusciva a prendere neanche un mandato.

Però adesso viene la domanda, chi potrà formare il governo cittadino? Forse l'SDA? Sì, ma molto probabilmente sarà un governo a tre, insieme ad altri due partiti – ha dichiarato Suad Hasandedić, capolista dell'SDA a Mostar. Noi insisteremo per avere il posto di sindaco. Hasandedić è così uno dei candidati, ma se i partner della coalizione vogliono qualcun altro, Hasandedić è pronto a ritirarsi.

E poi ci sono tanti dubbi per il successo del partito Radom za boljitak formato e guidato dai famosi imprenditori e fratelli Ivanković-Lijanović. Anni fa avevano condotto una strana propaganda, regalando ai potenziali sostenitori galline e altri prodotti alimentari. Quella volta erano finiti male, spendendo tanti soldi per avere scarsissimi risultati. Sembra che ora i Lijanović abbiano imparato la lezione. Qui a Mostar molti sussurrano, come fosse una specie di segreto di Pulcinella, che per le elezioni 2008 i famosi fratelli imprenditori abbiano promesso 100 marchi bosniaci (Km) per ogni voto a loro favore. Si sarebbe creata una rete di “persuasori”, volta ad accogliere nuovi votanti. 30 marchi per ogni voto raccolto. Chi riusciva a trovare 30 nuovi elettori ai Lijanović, si sarebbe preso una cifra di circa 1.000 marchi (500 euro) che, per le condizioni bosniache, sono molto di più di un stipendio medio. Si dice che i voti sarebbero controllati tramite i numeri dell'anagrafe. Ai votanti sarebbe stato promesso che entro il 15 ottobre avrebbero ricevuto quei 100 Km. Si parla di famiglie di cinque componenti che, votando per i Lijanović, guadagnerebbero 500 Km potendo permettersi piccoli cambiamenti in casa. Sui forum, in internet, tutti i giorni si trovano strane corrispondenze sulle ”promesse pagate.” Nel frattempo, alcuni dei cosiddetti “persuasori” smentiscono, dicendo che loro non avevano promesso un soldo. Così cresce il numero di coloro che si sentono ingannati, traditi. Quelli che dichiarano che non voteranno mai più i Lijanović.

Comprare i voti sarebbe una cosa proibita dalle leggi bosniache ma, in questo caso, sarà molto difficile trovare le prove. Nessun documento, nessuna firma per un “acquisto” di voti. Molti però si chiedono come i Lijanovic siano riusciti a ottenere un tale numero di mandati nonostante non abbiano avuto una vera campagna elettorale: niente manifesti, nessun candidato per il sindaco di Mostar…

Mladen Lijanović, il leader del partito Radom za boljitak, smentisce tutte queste accuse: “Non abbiamo comprato voti”, sostiene. Chi sarà il sindaco di Mostar? “A noi non importa se sarà un serbo, un croato oppure un bosgnacco. L'importante è che sia un manager, uno che ci sa fare. A noi andrebbe bene anche stare all'opposizione e controllare le autorità, impedendogli di fare cose sbagliate”, ha dichiarato Mladen Ivanković Lijanović.

Per adesso, a Mostar, la situazione è abbastanza tranquilla. Ma la tempesta ancora deve arrivare. La prima riunione del nuovo consiglio comunale è prevista per la seconda metà di novembre. Davanti a noi ci sono un mese di trattative e di combinazioni. Tra le tante, sono due le ipotesi più probabili. La prima è che il Radom za boljitak vada in coalizione con l'HDZ-BiH, creando così un forte blocco croato. La seconda è quella già vista tante volte: la divisione del potere tra l'SDA (nella parte est della città), e l'HDZ-BiH (con altri partiti croati), nella parte ovest.

 

 

 

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10335/1/51/



ottobre 17 2008

Quella che vuol bene ai bimbi extracomunitari

paolagoisis_01.jpg

Stamattina a Radio24 la deputata della Lega Paola Goisis spiegava che la sua idea di “separare temporaneamente” i bimbi extracomunitari da quelli italiani è stata pensata proprio per favorire i figli degli immigrati, «che spesso guardano la maestra con occhioni invocanti, come dire “non capisco!”».

Ecco, ho pensato, forse sta brava donna è in buona fede, chissà. Magari sono io che ho i soliti preconcetti ideologici della sinistra, insomma.

Quindi sono andato sul sito di questa signora, l’ispiratrice della legge, e ho capito che lei in effetti lei di migranti si è già occupata parecchio, e sempre con amore:

«L’invasione di extracomunitari dall’Africa e dall’Asia fa parte di un piano ben congegnato, mirato all’occupazione prima fisica del territorio per giungere poi alla diffusione capillare della dottrina islamica e quindi procedere alla distruzione della civiltà millenaria dell’Occidente».

«Padova è diventata una città casbah, con orde di extracomunitari provenienti dall’Asia e dall’Africa».

«Vogliamo veramente distruggere la civiltà occidentale e cristiana per aprire la strada all’Islam? Occorre ricordare che l’Impero Romano è caduto proprio così?» .

«Rivendichiamo per i nostri cittadini il diritto ad ottenere la casa popolare prima degli extracomunitari. La affermazione che anche loro pagano le tasse non regge. La Bassa è già la capitale dei rifiuti, non vogliamo che diventi anche la capitale del fanatismo islamico».

«Auspico che tutti si riuniscano attorno al Papa per una nuova Lepanto!» http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Quella che vuol bene ai bimbi extracomunitari

paolagoisis_01.jpg

Stamattina a Radio24 la deputata della Lega Paola Goisis spiegava che la sua idea di “separare temporaneamente” i bimbi extracomunitari da quelli italiani è stata pensata proprio per favorire i figli degli immigrati, «che spesso guardano la maestra con occhioni invocanti, come dire “non capisco!”».

Ecco, ho pensato, forse sta brava donna è in buona fede, chissà. Magari sono io che ho i soliti preconcetti ideologici della sinistra, insomma.

Quindi sono andato sul sito di questa signora, l’ispiratrice della legge, e ho capito che lei in effetti lei di migranti si è già occupata parecchio, e sempre con amore:

«L’invasione di extracomunitari dall’Africa e dall’Asia fa parte di un piano ben congegnato, mirato all’occupazione prima fisica del territorio per giungere poi alla diffusione capillare della dottrina islamica e quindi procedere alla distruzione della civiltà millenaria dell’Occidente».

«Padova è diventata una città casbah, con orde di extracomunitari provenienti dall’Asia e dall’Africa».

«Vogliamo veramente distruggere la civiltà occidentale e cristiana per aprire la strada all’Islam? Occorre ricordare che l’Impero Romano è caduto proprio così?» .

«Rivendichiamo per i nostri cittadini il diritto ad ottenere la casa popolare prima degli extracomunitari. La affermazione che anche loro pagano le tasse non regge. La Bassa è già la capitale dei rifiuti, non vogliamo che diventi anche la capitale del fanatismo islamico».

«Auspico che tutti si riuniscano attorno al Papa per una nuova Lepanto!» http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


di rectoscopy

Se l'accesso alle classi di inserimento fosse regolato da test di conoscenza della lingua italiana e se a queste prove partecipassero anche i piccoli italiani purosangue, la scuola italiana sarebbe davvero inclusiva.
I figli dei negri condividerebbero il banco con i figli dei leghisti.http://educazionecinica.splinder.com/


«Preparano una norma per salvare i bancarottieri»

Corriere della Sera
ROMA — «È vergognoso come il governo tenti nuovamente di sottrarre alla giustizia coloro che hanno derubato i risparmiatori.
Infatti, proprio quando sembrava che la norma salva manager stesse tramontando, una tempesta ben peggiore della precedente si profila all'orizzonte». Lo afferma Lanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia del governo ombra del Pd. «Si tratta della riforma del reato di bancarotta — spiega Tenaglia — contenuta nel disegno di legge delega che il governo si appresta a presentare a breve in Parlamento nel quale è prevista la sostanziale depenalizzazione per il reato di bancarotta patrimoniale, le cui conseguenze sarebbero gravissime. Infatti nel caso in cui la pena massima fosse ridotta al di sotto dei dieci anni, come previsto dal governo, il reato verrebbe prescritto in dieci anni e non più in 15 come avviene oggi». Ciò avrebbe effetti su tutti i procedimenti in corso compreso quelli per i crac Parmalat e Cirio, destinati alla prescrizione. «La conseguenza - conclude aggiunge il ministro ombra - sarebbe che la salva manager, uscita dalla porta, rientrerebbe dalla finestra».


Primarie vere, primarie efficaci. A Bologna e altrove

Ore convulse dopo l’annuncio della non ricandidatura del sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Nel giro di poche ore si annunciano due candidati di rilievo per le primarie del PD di Bologna, previste per il 14 dicembre. Si tratta di Virginio Merola, assessore all’urbanistica nella giunta di Cofferati (vedi), e Flavio Delbono, ex-assessore comunale con Vitali ed attuale assessore al bilancio e vicepresidente della Regione Emilia-Romagna (vedi). Persone entrambe stimate e che hanno dimostrato grande capacità (Merola ha condotto in porto il primo PSC di Bologna). A cui se ne aggiungono altre. Con andamento altalenante (prima forse, poi no, quindi sì) nasce infatti anche la candidatura di Maurizio Cevenini, attuale presidente del Consiglio Provinciale (vedi). Ma c’é tempo fino al 27 ottobre per raccogliere le firme ed avanzare una candidatura. Si tratta di avvenimenti che interrogano la capacità del PD di tenere fede all’idea guida della “competizione” per la leadership, competizione da condurre con il “dispositivo” delle primarie. Un passaggio tutt’altro che semplice per le tensioni che la competizione tra più candidati determina all’interno del partito. E che, anche per questo, merita una riflessione.
[1] “E’ necessario imboccare la via maestra: le primarie, primarie vere, è questo che vuole la gente” – questa l’unica presa di posizione significativa di Romano Prodi all’indomani del ritiro di Cofferati (Corriere della Sera, 11 ottobre 2008, p.15). Arturo Parisi che tenacemente si è speso per il cambiamento del modo di selezione dei vertici del nuovo partito ribadisce anch’egli: primarie vere “aperte a tutti i cittadini”. Ma anche Salvatore Caronna, segretario regionale del PD, annuncia: “primarie e nessuna scelta calata dall’alto” (vedi anche il comunicato sul sito del PD dell’Emilia-Romagna: vedi). E pure Salvatore Vassallo, docente di scienza della politica ed attuale parlamentare del PD, mente pensante sul rinnovamento della forma partito, afferma: “io dico che mai come in una situazione così, le primarie devono essere vere” (La Stampa, 11 ottobre 2008, p.15). Infine, questa è la posizione anche di Andrea De Maria, segretario provinciale del PD di Bologna: “Non ci sarà un candidato ufficiale del partito, degli organismi dirigenti. Non ci saranno caminetti che spartiscono poltrone. Chi vuole candidarsi lo fa. Chi prenderà più voti sarà candidato sindaco, e tutti gli altri saranno tenuti a sostenerlo. (…) saranno primarie con pari opportunità per tutti. Il PD non sposerà nessuno dei candidati. Invito gli iscritti-elettori a scegliere il candidato che riterranno migliore, senza logica di appartenenza. (…) Nessuno verrà forzato a ritirarsi. Non intendo imporre nessun nome con la logica del gruppo dirigente che decide. Non farò azioni che mettano in discussione la libera scelta degli elettori delle primarie” (Il Resto del Carlino – Bologna, 13 ottobre 2008, p.24). Primarie “vere”, dunque. Un uso linguistico che, in verità, tradisce il fatto che le primarie possano anche essere “non vere”. Distinzione forse sottile, ma che va ricordata e su cui conviene interrogarsi.

[2] Primarie senza un’indicazione “vincolante” dei vertici del PD, dunque? Interrogativo che va posto. Stando ai resoconti dei giornali la candidatura di Flavio Delbono avrebbe il sostegno di Vasco Errani, presidente della Regione, e di Salvatore Caronna, segretario regionale del PD. Un sostegno esplicito a Delbono è stato invece affermato pubblicamente da Cofferati stesso. Ora questo è un punto delicato: tenere assieme il fatto che “non ci sarà un candidato ufficiale del partito” con il fatto che, stando ai giornali, esponenti di rilievo del PD non solo bolognese sono già schierati con Delbono. E’ soprattutto problematico l’intervento del “livello regionale”, nelle istituzioni e nel partito – se risulterà confermato e non solo una “cattiva” interpretazione della stampa. Inevitabile che gli esponenti del PD di Bologna giungano a prendere posizione – anche se il segretario provinciale De Maria rinvia, per sé, questo momento: “I singoli dirigenti si esprimeranno, ma non le strutture organizzate. Io dirò la mia quando le candidature saranno state presentate”. Ma l’intervento dei livelli superiori è un intervento di cui non si vede l’opportunità, almeno nel caso di “primarie vere”. In ogni caso, converrà aspettare ancora qualche giorno per verificare le dichiarazioni pubbliche ed intendere, in questo modo, il grado di assimilazione della nuova cultura politica – una cultura che dovrebbe garantire competizione e autonomia come fatti “normali” della vita del partito, anche in passaggi delicati come questo.
[3] E’ bene, in ogni caso, non rinunciare ad interrogarsi sui punti di forza delle primarie ed anche sugli eventuali punti di debolezza. E’ bene, in altri termini, interrogarsi sulle condizioni che massimizzano l’efficacia delle primarie. Volendole fare (così infatti è scritto nello statuto del PD) è infatti opportuno farle al meglio. E’ un tema richiamato da Gianfranco Pasquino su l’Unità del 25 settembre (vedi). In sostanza, ricorda Pasquino, le primarie consentono (1) di mobilitare gli elettori: cittadini più coinvolti, messi in grado di “contare” nella scelta del candidato a sindaco, plausibilmente si impegneranno di più per far vincere il loro candidato; (2) ed anche di far conoscere meglio i candidati, le loro caratteristiche, i loro programmi. Per questo motivo è bene che impegnino i candidati in un percorso “vero”, confrontandosi con temi diversi ed in un arco temporale sufficientemente ampio, così da poter approfondire la conoscenza delle loro qualità, le idee, il carattere, ecc. Da questo punto di vista le primarie possono fungere da “test” della capacità di affrontare questioni complesse e di offrire visioni del futuro della città più o meno in sintonia con i desideri degli elettori. Ma consentono anche di richiamare l’attenzione sul candidato, le sue competenze, le sue capacità testimoniate dalle cose fatte. Se si vuole aumentare la probabilità che ciò accada, allora, si dovranno organizzare eventi ed occasioni di confronto tra i candidati, tra le loro biografie, tra i risultati eventualmente già acquisiti dal lavoro politico-amministrativo.


[4] Tutto bene, dunque? E’ bene riconoscere che ci sono anche caratteristiche meno positive, forse non delle vere e proprie controindicazioni, ma aspetti che vanno tenuti in considerazione (e che debbono portare ad adottare soluzioni organizzative che ne minimizzano l’impatto). (1) Innanzitutto le primarie sono “competizione” – “non sono mai concorsi di bellezza” ricorda Pasquino – dunque provocano tensioni o anche “lacerazioni” nei partiti. Occorre una corrispondente cultura politica per gestire questi “fenomeni” (esemplare il comportamento di Hillary Clinton dopo la sconfitta da parte di Barack Obama nella corsa per la nomination). (2) In secondo luogo l’efficacia delle primarie per la selezione di leader politici dipende dalla consistenza del “voto d’opinione”, quello di elettori che cercano di analizzare “razionalmente” ogni candidato e quindi di scegliere quello giudicato migliore. Nella misura in cui dovesse prevalere un “voto di appartenenza”, invece, risulterebbero determinanti meccanismi di fiducia nei confronti dei dirigenti che invitano a votare per l’uno o l’altro candidato, piuttosto che il giudizio sui candidati ed il loro operato. Il rischio che il “blocco” delle indicazioni del gruppo dirigente si traduca in “primarie-plebiscito” non può essere escluso a priori. Ma certamente anche le indicazioni del vertice, da sole, non garantiscono l’esito. In ogni caso l’investimento nell’informazione (oggettiva) può aiutare a valorizzare le componenti di “opinione” dell’elettorato. E sarebbe bene che il PD organizzasse e gestisse le primarie con l’intento di massimizzare questo aspetto.
[5] Insomma il tema delle “primarie vere” e delle “primarie efficaci” (primarie che aiutano a scegliere candidati con alte chances di successo) è un tema che merita una doverosa riflessione. Se non altro perché esempi in negativo ci sono. Siamo partiti da Bologna, ritorniamo a Bologna. Ma la Bologna del 1999, quella della sconfitta del candidato a sindaco DS, Silvia Bartolini, e della vittoria di Guazzaloca. Come andò allora l’ha ricordato poco tempo fa la stessa Silvia Bartolini: “Avevamo la presunzione che anche il cavallo di Caligola sarebbe potuto diventare sindaco” – così una sua dichiarazione riportata su La Repubblica – Bologna del 25 maggio 2008. Ed in effetti la Bartolini risultò ampiamente vincente nelle primarie di coalizione (ottenendo quasi l’80% dei voti - evidentemente con competitors non molto … competitivi). Cosa che però non fu sufficiente. Venne infatti sconfitta al secondo turno, consentendo a Guazzaloca di diventare sindaco di Bologna (per un’analisi della vicenda si consiglia il libro Baldini G., Corbetta P., Vassallo S., La sconfitta inattesa. Come e perché la sinistra ha perso a Bologna, Il Mulino, Bologna, 2000). Tra i diversi fattori che determinarono quell’esito vi fu certamente anche il modo in cui vennero organizzate le primarie. Eccone la descrizione da p.287 de La sconfitta inattesa : “L’imprimatur dei DS sulla candidata rende le primarie un esercizio di democrazia diretta poco più che fittizio: Silvia Bartolini appare vincente ancora prima che il risultato delle urne sancisca la sua incoronazione ufficiale come prima donna candidata alla carica di sindaco di Bologna.” C’è dunque davvero bisogno di primarie “vere” (attenzione però: prerequisito è che ci sia più di un candidato e che i candidati in lizza siano davvero competitivi). E di primarie “efficaci”. Che il risultato sia questo non è scontato. Si dice che la distinzione tra il paradiso e l’inferno stia nei dettagli. Sarà bene curarli.

Il 5 settembre la Conferenza dei segretari territoriali e provinciali e l’Esecutivo regionale del Partito Democratico (Emilia-Romagna) hanno approvato il Regolamento attuativo sulle primarie (vedi i documenti sul sito PD Emilia-Romagna). Nei comuni capoluogo di provincia si terranno il 14 dicembre. Nei restanti comuni, dunque anche a Vignola, entro il 31 gennaio 2009.

http://amarevignola.wordpress.com/


Duce o Beneduce?

Un grave rischio pende sul capo degli italiani: i fondi sovrani, soprattutto quelli "dei paesi produttori di petrolio". A dare l'inquietante notizia è il premier Silvio Berlusconi, che conferma quello che l'audizione di Lamberto Cardia in Senato aveva anticipato: la crisi delle borse ha determinato forti cali della capitalizzazione per molte aziende italiane quotate, che ora sono (sarebbero) quindi più facilmente scalabili da acquirenti molto liquidi, tipicamente i fondi sovrani. Occorre quindi apprestare i sacchetti di sabbia.

"Confermo che il Tesoro sta lavorando con la Consob a un emendamento sulla passivity rule per dare alle imprese la possibilità di difendersi", ha detto Berlusconi. Ciò  potrà essere ottenuto attraverso aumenti di capitale, acquisto di azioni proprie e fusioni, anche dopo il lancio di un'Opa ostile. Riguardo la funzione delle operazioni di scalata ostile (il mantenimento di un mercato di aziende sane), abbiamo già scritto e soprattutto lo ha fatto in modo incomparabilmente più efficace Sandro Brusco su nFA. Qui basti solo aggiungere qualche considerazione spicciola.

La passivity rule venga pure attenuata, non è un problema. Ma per lanciare aumenti di capitale occorre qualcuno che li sottoscriva, suggeriscono logica e buonsenso. Discorso analogo per il riacquisto di azioni proprie, che può avvenire utilizzando disponibilità liquide che non trovano impiego in investimenti profittevoli, oppure indebitandosi per ridurre il costo medio ponderato del capitale e massimizzare il valore d'impresa, come dicono i libri di testo. Ma se queste operazioni non nascono per ottimizzare il balance sheet bensì per motivazioni politiche riconducibili ad una logica di sistema-paese sgarrupato, il risultato finale è la distruzione di valore e l'indebolimento della sovrastruttura finanziaria. Che regge quella produttiva, malgrado oggi sia assai poco trendy affermare una cosa del genere.

Altra ricorrente manifestazione del premier, in questi giorni, è il suo sbigottimento di fronte a rapporti dividendo/prezzo (dividend yield) che gli appaiono stellari. "Ci sono aziende italiane quotate che oggi hanno un rendimento del 10 per cento!", esclamava ancora ieri. Ma il dividend yield a cui Berlusconi si riferisce è il rapporto tra il prezzo di oggi e gli utili attesi alla fine del 2008 (o del 2009). E' del tutto evidente che, in un momento di drastica riduzione della visibilità degli utili prospettici, come è l'attuale, il dato di "rendimento immediato" azionario perde gran parte della propria rilevanza e significatività. Molte delle aziende oggi in vetta alle classifiche del dividend yield taglieranno la distribuzione degli utili, in alcuni casi potrebbero addirittura azzerarla.

E' oggi più che mai evidente il tentativo del premier (con la magistrale advisory di Giulio nostro) di costruire un nocciolino di capitalismo Made in Italy. Piccolo, spaventato e per ciò stesso maledettamente bisognoso di autarchia. I soldi si troveranno, che ci pensi Mediobanca o la Cassa Depositi e Prestiti è indifferente, tanto il capitalismo è morto e sepolto, lo abbiamo letto su molti quotidiani in questi giorni, quindi deve essere vero. Come avrebbe detto Deng Xiao Ping (uno che di partecipazioni statali se ne intendeva), non importa che il gatto sia bianco o nero; l'importante è che il paese continui indisturbato il proprio declino, ed i contribuenti paghino quell'italianità che tanto amano.

L'unica pericolosità di questo esecutivo (o meglio del suo mainstream di politica economica) non è certo la presunta involuzione autoritaria e l'approccio law&order, bensì l'irresistibile pulsione all'autarchia economica e finanziaria, che finirà col mettere un bel sacchetto di plastica in testa al paese. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1098


Primarie Pd, un anno dopo: vecchi nomi,
soliti schemi, resiste il passato. Partito
imploso, desencanto: Soru via dall'angolo

di Marco Murgia

Un anno appena e sentirne tutto il peso. Normale, se si raccoglie l'eredità delle vecchie scuole e si ripropongono gli stessi schemi. Meno se il nuovo nato doveva essere la novità rispetto al passato. Allora per questo primo compleanno del Partito democratico c'è niente da festeggiare: non a caso è passato sotto silenzio. E dove si è tentato di organizzare qualcosa - tipo l'inaugurazione della tv democratica - è stata festa mesta. Perché ci sono i problemi interni, legati alle diverse correnti, grandi in tutta Italia ed enormi in Sardegna, ma soprattutto quelli con l'esterno. Mica gli avversari politici del centrodestra: ma quella base formata dai 4 milioni che votarono per Veltroni e dai 100mila e passa che parteciparono alle primarie isolane.

È un patrimonio che si sta perdendo dove non si è già perso: parlare di scollamento e disaffezione alla politica è riduttivo. Il termine giusto è delusione: è il Pd è l'unico colpevole di questo sentimento. Non è un caso neanche che durante l'assemblea dei circoli del territorio, a Cagliari, si sia parlato di due partiti: non con riferimento alle due correnti protagoniste degli scontri interni in Sardegna, quella legata ad Antonello Cabras e quella che fa capo a Renato Soru, ma puntando il dito sulla distanza tra dirigenti e base.

Lo scrive bene Ilvo Diamanti, su “Repubblica”, a proposito delle primarie: la disattenzione nei confronti della consultazione popolare «riflette, in parte, la difficoltà di realizzare il progetto implicito nelle primarie. La costruzione di un partito aperto al confronto con la società, in grado di favorire la formazione e il rinnovamento della classe dirigente. Le primarie come indicazione di metodo. Come marchio di un nuovo modello di partito e di democrazia. Non possiamo dire che abbiano prodotto i risultati attesi».

Diamanti si riferisce alla situazione nazionale, ma vale perfettamente anche da questa parte del Tirreno: dopo quella straordinaria esperienza (anche se, in Sardegna, viziata dall'inquinamento certificato di numerosi esponenti e affini del centrodestra) il popolo delle primarie è stato preso e messo da parte. Fuori dalle stanze decisionali, in attesa di conoscere i risultati di quelli che Francesco Soddu definisce «rituali politici poco appassionanti». Se uno storico e docente universitario usa il termine «rituali» e se conosce da vicino le dinamiche del partito, ecco, questo non può essere un caso: «Il Pd si è incartato oltre ogni previsione e ora è difficile che la soluzione possa essere indolore», dice.

Ci hanno messo del loro, i protagonisti, e «il partito è imploso attorno a un braccio di ferro su cui si è andati troppo avanti: adesso nessuno vuole perderci la faccia», continua Soddu, «per cui non si fanno passi indietro». Neanche avanti, a dirla tutta, in una sorta di «guerra di trincea con due schieramenti che tendono a non perdere». Solo che qui il punto è vincere le prossime elezioni regionali, in primavera: «Negli incontri di Tramatza, probabilmente, non c'erano altre possibilità», secondo gli schemi dei vecchi partiti, «ma l'elettore non capisce dove si va a parare e come si esca da questa situazione. Quindi la delusione è grande, rispetto a un anno fa: quando però, serve ricordarlo, era eccezionale tutto il contesto».

Quello nazionale e quello regionale, s'intende. Dall'analisi del primo parte anche il ragionamento di Giulio Angioni: «Non so se sono io a non capire», dice lo scrittore antropologo, «o se gli altri non si spiegano. Di sicuro non ho capito cosa volesse fare Veltroni, ma visto come stanno le cose, sono portato a pensare che non avesse le idee chiare neppure lui». E sempre vista l'evoluzione di questo strano ibrido tra Ds e Margherita che non riesce a mettere da parte i vecchi schemi, «allora non mi sarebbe sembrato strano un tentativo per la creazione di un partito con dentro tutto - da Bertinotti a Diliberto sino a Di Pietro - sulla falsariga dei laburisti inglesi».

Poi c'è questa Sardegna, dove «tutto è complicato dall'antisorismo presente anche in parte del centrosinistra». C'è chi vuole le primarie per la scelta del candidato presidente? Si facciano, allora: «L'entusiasmo non sarà quello dell'anno scorso, certo, ma una consultazione non sarebbe sbagliata». Dal suo punto di vista, sarebbe utile per fugare i dubbi: «Si dovrebbe evitare il rischio dell'interferenza da destra, come già accaduto. Ma non credo che sarebbero positive per gli avversari interni del presidente della Regione: lui ha difetti enormi, ma gli elettori conoscono bene quelli degli altri. Che continuano a parlare di conti e riconti, poltrone e poltroncine». È un errore, secondo Angioni, in cui sta cadendo anche Soru «da quando si sta comportando da uomo del Pd: ha perso la purezza iniziale ma non la positività che serve per altri cinque anni E di questo gli elettori si rendono bene conto».

Di negativo, in questo Partito democratico, c'è pure dell'altro. Che è pure peggio, se possibile. Cioè il fatto che gli stessi schemi portati dai dirigenti soliti noti facciano breccia anche nelle nuove leve. «L'esempio è quello delle primarie per gli organismi giovanili», dice Giuseppe Frau: una lunghissima trafila tra i giovani della Margherita, sino alla segreteria, vicino a Paolo Fadda, componente della direzione regionale, quella dei “grandi”. Ma abbastanza coraggioso da denunciare come anche in questo caso si stanno applicando «metodi antichi senza capire che i giovani vogliono stare fuori dalle beghe tra Veltroni e D'alema o tra Cabras e Soru».

Scrive una lettera che pubblichiamo, indirizzata proprio al segretario nazionale, in cui si dimette dal comitato promotore delle primarie giovanili (si sarebbero dovute svolgere nel fine settimana, praticamente sotto silenzio e con candidati imposti dall'alto: rinviate al 22 novembre dopo proteste arrivate da diverse regioni) in cui era stato eletto senza saperlo. La motivazione è semplice: lasciare spazio ad altri, magari più giovani, per permettere loro la stessa crescita «umana e politica».

C'è un passaggio, nella lettera, che è sintomatico: «Noi rischiamo di trascinare nei Giovani democratici il passato delle vecchie organizzazioni dei Ds e della Margherita, mentre oggi più che mai c'è bisogno di aria fresca. Indicheremo al mio posto nel comitato, questa volta dal basso, e speriamo senza veti e imposizioni romane, un giovane o giovanissima, comunque sotto i 20 anni, che porti tutto l'entusiasmo e la voglia di guardare avanti».

E continua: «Il problema non è eleggere un organismo: basterebbe sedersi a un tavolo e decider i nomi. L'abbiamo già visto fare: ma i giovani del Pd non devono essere lo specchio dei vecchi partiti. Serve novità, perché altrimenti le nuove leve scapperanno e nel partito resteranno i soliti noti: cioè niente futuro». Quindi la morte di questa nuova esperienza.

Ancora Diamanti, ancora sulle primarie: «Tendono a diventare un problema, perché complicano i rapporti di forza fra ex-partiti, correnti, leader. A livello centrale e locale. Soprattutto se non è possibile controllarne l'esito». Nessuna esagerazione, chiedere ai partecipanti all'assemblea dei circoli di Cagliari. Dall'Oliverio è arrivata la proposta per le primarie anche per il listino dei consiglieri regionali. Risposta dei rappresentanti dell'Assemblea presenti all'incontro: «Creerebbero solo nuovi problemi e nuove inimicizie. Se non è una conferma questa, allora cos'è?http://www.altravoce.net/2008/10/16/primarie.html


Pecorelle smarrite




Vignetta di Molly BezzOra d'aria

l'Unità,
Ma che idea hanno i nostri politici delle istituzioni? Quella che trasmettono all’esterno è un’idea malata. Il caso Pecorella è solo l’ultimo banco di prova. Pecorella, oltrechè un avvocato e un parlamentare, è un docente universitario di diritto. Insegna agli studenti che le leggi sono “provvedimenti generali e astratti”, poi corre in Parlamento a votarne una dozzina tagliate su misura del suo cliente più facoltoso. E ora si meraviglia se qualcuno obietta sulla sua incompatibilità totale, assoluta, con un’istituzione alta e nobile come la Corte costituzionale. Bene han fatto Finocchiaro e Di Pietro a ricordare che è imputato per favoreggiamento del neonazista Zorzi, suo cliente, a sua volta imputato per la strage di piazza della Loggia. Lui ha risposto che questa è “una pugnalata alle spalle”, “da Anna non me l’aspettavo”, perché dopo le dimissioni di Vaccarella dalla Consulta la Finocchiaro gli avrebbe detto: “Gaetano, ora tocca a te, non farti fottere, quel posto è tuo”.

E il processo per favoreggiamento? Davvero non proverebbe un filo di imbarazzo a levarsi la toga di giudice costituzionale per indossare di tanto in tanto la veste di imputato al Tribunale di Milano? L’unica sua risposta in merito è stata: “C’è già la prescrizione”. Ma come gli viene in mente di invocare la prescrizione? Ma uno accusato di un reato così grave - favoreggiamento di un presunto stragista mediante la corruzione di un testimone - dovrebbe gridarela sua innocenza, denunciare per calunnia chi lo accusa, annunciare che rinuncia alla prescrizione per essere processato e assolto nel merito. E intanto ritirarsi dalla corsa, salvo riproporsi se e quando sarà davvero assolto con formula piena. Invece niente di tutto questo. Ma che idea ha della Costituzione e della Corte che deve difenderla l’on. avv. prof. imp. Pecorella? E che idea ne hanno i tanti che sostengono la sua candidatura, a cominciare da D’Alema che ritiene “tutt’altro che stupido” eleggere Pecorella giudice costituzionale, e da Antonello Soro che parla di “univoco e generale apprezzamento” per lui?

Siamo in tempi di crisi finanziaria, tutto il mondo s’interroga su come tenere lontani gli speculatori dai risparmi dei cittadini. In Italia Geronzi, condannato in tribunale per il crac Italcase e imputato per i crac Cirio e Parmalat (non s’è fatto mancare niente), entra ed esce da Palazzo Chigi come il salvatore della Patria: nessuno ha niente da ridire? Ora si assiste addirittura alla riabilitazione di Antonio Fazio, l’ex governatore di Bankitalia che avrebbe dovuto arbitrare le partite bancarie, e in realtà le giocava occultamente, sponsorizzando Fiorani, Ricucci, Gnutti, Coppola, Consorte e furbetti vari nelle scalate bancarie ed editoriali dell’estate 2005, quando anticipava furtivamente, nottetempo, notizie riservate a Fiorani (che ricambiava con “baci in fronte”) e lo invitava a “venirmi a trovare passando dal retro”. Ora scopriamo, grazie ai ministri ombra del Pd Matteo Colaninno e Pierluigi Bersani, che “il sistema bancario italiano è più solido di quello di altri paesi grazie soprattutto al forte ruolo di vigilanza della Banca d’Italia, merito di Draghi e di Fazio”. Il ruolo di vigilanza di Fazio? Ma stanno scherzando?

Si comprende l’affetto che il sistema dei partiti, a destra come a sinistra, nutre ancora per lo sgovernatore dimessosi nel 2005. Un affetto che è almeno pari alla riconoscenza: fu proprio Fazio nel ’99, insieme al governo D’Alema, a far saltare l’assemblea Telecom che doveva resistere alla sciagurata scalata dei Colaninno (padre), Gnutti e Consorte, quella che riempì di debiti la prima compagnia italiana acquistandola coi soldi delle banche; e fu ancora Fazio, nel 2005, a sponsorizzare l’operazione Unipol-Bnl, che stava tanto a cuore ai Ds. Ma lo sanno, queste due ombre di ministri, che Fazio esautorò gli ispettori di Bankitalia, Castaldi e Clemente, che volevano bloccare la scalata di Fiorani all’Antonveneta? Lo sanno che, se oggi Fiorani non può più mettere le mani nei conti dei suoi clienti, lo dobbiamo alla Procura di Milano e al gip Clementina Forleo che bloccarono la scalata? Ci spiegano, gentilmente, come potrebbe essere solido il sistema bancario se Fiorani si fosse pappato l’Antonveneta e Consorte la Bnl? E, visto che governo e opposizione si accingono a votare il decreto salva-banche con soldi dei contribuenti, ci spiegano gentilmente come pensano di fare in modo che certi scandali non si ripetano più? Fazio alla guida della Consob potrebbe essere un’idea.
(Vignetta di Molly bezz)http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Un augurio sincero all’onorevole Cota

Da ventiquattro ore il leghista Roberto Cota sta facendo il giro delle tivù locali e nazionali per “spiegare” la sua illuminata proposta per l’apartheid nelle scuole tra bambini italiani e bambini extracomunitari.

Siccome non può dire quello che pensa - e cioè che intende diventare un eroe popolare per le migliaia di genitori che non vogliono un compagno di banco marocchino o zingaro accanto al loro figlioletto “padano” - il Cota spiega a tutti che lui invece desidera proprio proteggere i ragazzini stranieri, così non si sentiranno indietro rispetto agli altri, nelle loro belle classi differenziate.

Certo, da sempre la maggiore preoccupazione della Lega è proteggere i figli degli extracomunitari, e per questo i leader di quel partito vanno urlando nei comizi «Padania bianca e cristiana!», oppure «Prendete il cammello e tornatevene a casa».

Al Cota auguro, un giorno, di doversi trasferire per qualche motivo all’estero con la famiglia: chessò, in America o in Inghilterra. E lì di dover mandare suo figlio a scuola, come tutti. Per poi scoprire che lo hanno messo in una classe differenziata per figli di immigrati, ben divisa da quelle per i ragazzini anglofoni locali.

Sono sicuro che a quel punto ringrazierà le autorità locali per aver pensato a proteggere così bene il suo bambino.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


John, Barack e Joe
Il senatore dell’Arizona doveva conquistare gli indipendenti, ma è apparso troppo nervoso: sogghigni, occhi alzati al cielo, aggressività repressa, il tutto evidenziato dallo schermo diviso che mostrava in contemporanea i due avversari.
ALESSANDRO CARRERA


Nel terzo dibattito presidenziale, mercoledì sera alla Hofstra University di Hempstead, nello stato di New York, McCain ha dato la sua prova migliore, ma probabilmente non gli basterà per risalire la china dei sondaggi. McCain doveva conquistare gli indipendenti e gli indecisi, e se uno è rimasto indeciso dopo due anni di massacrante campagna elettorale vuol dire che convincerlo è dura. Eppure il formato del dibattito lo favoriva. I candidati stavano entrambi seduti davanti a Bob Schieffer della CBS (il miglior moderatore, senza dubbio).
Per via delle sue ferite di guerra, McCain non può alzare le braccia e quando cammina sembra più vecchio di quello che è. Seduto, poteva concentrarsi sul suo messaggio.
Non poteva però sottrarsi dal guardare in faccia Obama, e lo spettacolo, reso ancora più evidente dallo schermo diviso che mostrava in contemporanea i due candidati, non era sempre piacevole: sguardi in tralice, sogghigni, occhi alzati al cielo, aggressività repressa che più volte è venuta in superficie.
Come quando McCain ha diretto il colpo che doveva essere mortale: l’occasionale frequentazione, da parte di Obama, di tale William Ayers, ora professore a Chicago, ex membro (ma negli anni sessanta) del gruppo radicale Weather Underground. Era palpabile da voglia da parte di McCain di «frustare il voisapete- che-cosa di Obama», come lui stesso aveva promesso di fare nei giorni scorsi (con una scelta di parole un po’ schiavista, che Obama aveva tutto l’interesse a ignorare). Obama non ha abboccato, ha detto che condanna ciò che Ayers ha fatto (quando Obama aveva otto anni), e che Ayers non fa parte della sua campagna. Con gli indipendenti e gli indecisi, ai quali non importa nulla di chi Obama frequentava vent’anni fa, la frustata è andata a vuoto.
La battuta migliore di McCain è stata quando ha detto a Obama: «Senatore, io non sono Bush. Se voleva presentarsi candidato contro Bush, doveva presentarsi quattro anni fa». Ma la vera battaglia della serata si è svolta, metaforicamente, nell’officina di Joe l’idraulico. “Joe the Plumber”, nuovo eroe della classe operaia, è un personaggio reale. Alcuni giorni fa, a un comizio a Holland, nell’Ohio, ha chiesto a Obama come avrebbe fatto a diventare padrone della sua bottega se Obama gli aumentava le tasse. McCain non se l’è lasciato sfuggire. Se fosse stato sul palco l’avrebbe baciato. Si è rivolto a lui guardando fisso nella telecamera, e gli ha esposto il bieco futuro che Obama gli sta preparando. Ma Obama è stato lesto a correre ai ripari, anche lui si è rivolto alla lontana divinità idraulica e gli ha spiegato che con il suo piano non pagherà un centesimo di tasse in più. I fatti sono questi. Alla domanda di Joe, Obama aveva risposto che se la sua bottega guadagnerà più di 250.000 dollari l’anno sarà bene che i suoi vicini paghino meno tasse di lui, così da avere i soldi per chiamarlo a lavorare a casa loro. Obama ha fatto lo sbaglio di chiamare tutto ciò “redistribuizione della ricchezza”, per cui sono giorni che i commentatori conservatori sbraitano di avere trovato la “pistola fumante”, la dimostrazione che Obama è un pericoloso socialista.
Non sembra che il pubblico del dibattito avesse molta voglia di sentirsi raccontare le avventure di Joe l’idraulico. Alla terza volta che McCain l’ha evocato, il gruppo d’ascolto di Cnn ha mostrato segni d’insofferenza.
Ma il problema resta serio. Durante la campagna elettorale del 1984, mentre il liberismo reaganiano stava facendo aumentare a dismisura il budget federale, il candidato democratico Walter Mondale ebbe il coraggio di dire agli americani che alle promesse reaganiane non si poteva credere. «Reagan aumenterà le tasse – disse Mondale – e io farò lo stesso.
Lui non ve lo dirà. Io ve l’ho appena detto».
Mondale voleva solo essere onesto. E profetico, perché poi Reagan davvero aumentò le tasse. Ma perse le elezioni.
Sono passati ventiquattro anni e non è cambiato niente. I due candidati si sono guardati bene dal dire la verità agli americani. Data l’attuale crisi, Obama non sarà in grado di tagliare le tasse alla middle class e insieme riformare l’energia, l’assistenza sanitaria e l’istruzione. E McCain non potrà assolutamente tagliare le tasse a tutti, continuare due guerre e, giusto per citare una delle sue iperboli, iniziare la costruzione di quarantacinque nuove centrali nucleari.
Accuse terroristiche a parte, il dibattito di mercoledì sera è stato sufficientemente adulto. Le notizie provenienti da Wall Street lo imponevano. Ma nessuna discussione seria di politica fiscale sarà possibile finché il fantasma di Ronald Reagan continuerà ad aleggiare sulla politica americana. Il reaganismo, che negli anni ottanta aveva soppiantato le ultime vestigia del New Deal rooseveltiano, non è mai veramente morto. Anche Clinton dovette adottare parecchi principi reaganiani (“L’era del megagoverno è finita!”) quando nel 1993 perse la maggioranza al Congresso.
Ora, con la deregulation selvaggia che ha portato all’attuale catastrofe finanziaria e all’intervento governativo di 700 miliardi di dollari, il reaganismo è morto nei fatti, ma non nelle menti, dove è ancora identificato con il sogno americano.
Nella sua perorazione finale Obama avrebbe potuto alzare il tono della retorica, annunciando che sarà necessario formulare una nuovo patto tra società civile e stato. Non l’ha fatto, anzi ha volato basso, ma non lo si può biasimare. Non può ripetere l’errore di Walter Mondale.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Joe Wurzelbacher, ormai tutti sanno chi è...

Roberto Antonini ,

 

Ma come, voi non lo conoscete? Vergogna! Perché è stato citato una decina di volte nell'ultimo dibattito tra Obama e McCain. Ah, forse devo precisare che dietro quel nome da venditore di salsicce bavarese, si nasconde  Joe l'idraulico. Adesso forse ...vi dice qualcosa? Non è polacco. E' un americano dell'Ohio che in un comizio ha apertamente contestato il piano fiscale del candidato democratico sostenendo che avrebbe compromesso il futuro suo e di molti piccoli imprenditori. McCain lo ha portato alla ribalta nazionale e internazionale citandolo a ripetizione. E' bastata la presenza di questo terzo protagonista a far risalire la china a McCain? Non penso proprio. Il candidato repubblicano è stato efficace, penso sia stato il suo miglior dibattito (anche grazie a una formula molto meno ingessata), ma questo suo insistere sulla lotta contro il "big government" è apparsa del tutto fuori tempo, anacronistica e contraddittoria. Visto anche che la nazionalizzazione parziale della finanza (più big government di così....) è stata proposta da Bush e ... approvata tra gli altri anche da McCain. Anacronistico e un po'  maldestro anche il tentativo di tirare il ballo Bill Ayers, lontana conoscenza di Obama, che negli anni 60 militava in un gruppo radicale di estrema sinistra che preconizzava la violenza. "Quando Ayers era un attivista violento, io avevo otto anni " ha replicato il candidato democratico. Per il resto però un McCain più agguerrito e convincente del solito anche se gli americani pensano che il più convincente sia stato Obama. Personalmente credo che McCain ne sia uscito comunque abbastanza bene. Ma che ormai, la partita, effetto Bradley permettendo, sia praticamente finita. La crisi finanziaria ha demolito le speranze del candidato repubblicano che già ha un compito proibitivo, considerando  l'anagrafe e  soprattutto la sua appartenenza al partito di Bush. La scelta di Sarah Palin ha poi messo in luce il lato pericolosamente imprevedibile del senatore dell'Arizona. I sondaggi sono al momento impietosi per McCain ( quasi il 9% di ritardo in Virginia, 5% in Florida.. entrambi Stati del sud tradizionalmente repubblicani) e non vedo bene come potrebbe cambiare il corso delle cose. A  meno di una fragorosa entrata in scena dell'imponderabile.... http://www2.rtsi.ch/usablog/index.cfm?scheda=9147

Joe l'idraulico non si chiama Joe. E non è un idraulico

Alla fine salta fuori che Joe non si chiama Joe ma Samuel Joseph Wurzelbacher. E, visto che non ha la licenza, tecnicamente non è nemmeno un idraulico. Alla fine con il nome giusto (e dopo aver perso parecchie ore, perché c'era un errore di trascrizione) si è anche scoperto che è Wurzelbacher è registrato. Come elettore repubblicano. Quindi la novità è che un elettore repubblicano probabilmente voterà per il candidato repubblicano. Geniale.
Marc Ambinder

http://giornalismoparma.typepad.com/


Gli Obamacons

New York. C’è in corso una specie di rivolta di editorialisti e intellettuali conservatori contro la campagna presidenziale di John McCain. Sono in parecchi, ormai, ad aver annunciato di votare Barack Obama il 4 novembre, invece che il malinconico candidato repubblicano. Molti altri sollevano dubbi, criticano la campagna McCain, suggeriscono vie d’uscita improbabili e sono tentati dal dire pubblicamente che questa volta, per la prima volta, sceglieranno un democratico. Victor Davis Hanson e altri conservatori duri e puri accusano gli ex amici di essere pronti a passare di là per non perdere il posto a tavola nei circoli che contano.
Il gruppo di Obamacons non è omogeneo e non costituisce un movimento ideologicamente rilevante: ci sono liberisti, paleocon, neocon, cattolici, falchi, colombe, pro e contro Bush. McCain non è diventato improvvisamente incapace, ha scritto Michael Gerson sul Washington Post, né ha perso il suo carisma, è stato semplicemente vittima di un agguato della storia: la crisi finanziaria di fine settembre.
Andrew Sullivan, blogger dell’Atlantic Monthly, è stato il primo, anche se aveva già saltato il fosso nel 2004, quando si era schierato con John Kerry. Fanno parte del gruppo il professore Andrew Bacevich, a causa della guerra in Iraq; l’ex consigliere legale di Ronald Reagan, Doug Kmiec; il consigliere economico liberista di Reagan e Bush senior, Bruce Bartlett; il figlio di Milton Friedman, David, convinto che Obama sia il più adatto a seguire le teorie economiche del padre; e Susan Eisenhower, la figlia del presidente Dwight Eisenhower. In questi ultimi giorni di campagna elettorale, mentre l’anziano eroe McCain scivola nei sondaggi senza sapere bene per quale motivo – se non per la sfortuna di essere stato travolto dalla crisi di Wall Street – la tendenza è diventata una valanga. Christopher Hitchens, che non è un conservatore, ma uno di sinistra che negli ultimi sei o sette anni è stato tra i più vivaci sostenitori della dottrina Bush contro l’islamofascismo e della guerra per liberare l’Iraq, ha scritto su Slate che voterà Obama, anche se lo reputa “altamente sopravvalutato”. Hitchens è convinto che la presidenza Obama non sarà una “capitolazione” all’Islam militante e questo gli basta, anche perché la candidatura di Sarah Palin è “una barzelletta”.
Due giorni fa è stato Christopher Buckley – romanziere di successo e figlio di uno dei più importanti intellettuali conservatori degli ultimi 50 anni, Bill Buckley, il fondatore della rivista National Review scomparso a febbraio – ad aver scritto sul blog di Tina Brown, “The Daily Beast”, che “scusa, papà, ma voterò Obama”. Buckley, come suo padre, è un conservatore tradizionale, scettico sulla guerra in Iraq e sostenitore dello stato minimo. La sua dichiarazione di voto ha scatenato la protesta dei lettori della National Review, dove Buckley da sei mesi tiene la rubrica di ultima pagina in sostituzione di Mark Steyn, impegnato in un processo in Canada. Buckley ha offerto le sue dimissioni al direttore della rivista fondata da suo padre e, a sorpresa, le dimissioni sono state accettate, formalmente perché il titolare della rubrica, Steyn, è tornato a scrivere. Poco prima era stata Kathleen Parker, editorialista conservatrice del Washington Post, a chiedere a Sarah Palin di ritirarsi perché non qualificata al ruolo di vicepresidente. I dubbi su Palin ce li hanno anche il nostro David Frum, già speechwriter di Bush, e la giurista neoconservatrice del Manhattan Institute Heather Mac Donald. Peggy Noonan, firma del Wall Street Journal ed ex speechwriter di Reagan, è indecisa su chi votare. David Brooks, sul New York Times, non considera Palin adatta al ruolo di vicepresidente e l’ha definita “un cancro fatale per il Partito repubblicano”.
Un altro gigante dell’opinionismo conservatore vecchio stampo, George Will, mai tenero con la politica estera di Bush, ha scritto che “McCain ha perso la testa” perché ha affrontato la crisi finanziaria come un pivello, accusando Wall Street di ingordigia invece che valutare attentamente i fatti.
    Christian Rocca


Il governo colombiano contro i movimenti indigeni

Il governo colombiano ha deciso di giocare la carta della repressione per impedire le mobilitazioni sociali lanciate in questi giorni. Ventisette indigeni sono stati uccisi e la tensione è molto alta in diversi dipartimenti del paese.

Torna a scorrere il sangue in Colombia. Forze armate e esercito stanno infatti reprimendo nel sangue le mobilitazioni generali indette dal 14 al 19 ottobre dalla Comosoc, la Coalizione dei movimenti e delle organizzazioni sociali della Colombia.
La Comosoc – che raggruppa al suo interno la Organizzazione nazionale indigena della Colombia [Onic], la Organizzazione popolare delle donne [Ofp], l’organizzazione Huellas Africanas, il movimento dei Cristiani per la pace, vari sindacati nazionali e altri ancora – aveva lanciato le mobilitazioni di ottobre per denunciare la drammatica situazione di violazione dei diritti umani che vive la popolazione colombiana e per lanciare un’iniziativa concertata tra i principali movimenti sociali per risolvere il conflitto interno che vive il paese.
Nel tentativo di scoraggiare e reprimere le mobilitazioni, durante le ultime due settimane sono stati assassinati 27 indigeni nei dipartimenti del Cauca, Nariño e Caldas. Le aggressioni hanno prodotto finora il ferimento di altre 28 persone, decine di sparizioni e centinaia di casi di minacce e intimidazioni contro i manifestati in diverse regioni del paese.
Pochi giorni fa il governo colombiano – per legittimare il ricorso alla repressione – aveva dichiarato lo stato di emergenza nonostante la palese insussistenza dei requisiti costituzionali previsti. A ben guardare, il provvedimento è servito a restringere diritti e libertà fondamentali rendendo passibili di condanna penale i partecipanti alle mobilitazioni.
Nella comunità de La Maria, nel Cauca, 15 mila indigeni sono accerchiati dall’esercito e la possibilità che l’accerchiamento si traduca in un massacro è purtroppo sempre più vicina. Tra di essi si trova Feliciano Valencia, uno dei principali leader del movimento indigeno del Cauca, che ha denunciato i metodi sanguinari utilizzati dalle forze armate contro la popolazione disarmata. Valencia ha lanciato un appello alla resistenza delle comunità assediate e alla solidarietà internazionale, chiedendo alla società civile e alle istituzioni colombiane e straniere di mettersi in moto per scongiurare il rischio di un bagno di sangue, garantendo il rispetto dei diritti umani nelle zone del paese insanguinate dalle repressioni governative.
Nel frattempo altre comunità sono state accerchiate in varie regioni del paese e al popolo U’wa, pronto a marciare, è stata impedita dal Battaglione Energetico e Vial numero 1 dell’esercito colombiano la partecipazione alla mobilitazione pacifica nel dipartimento di Boyacá. Gli attacchi dell’esercito si sono estesi ai dipartimenti del Chocò, Huila, Casanare, Guajira, Huila, Boyacà, Norte de Santander, Caldas e Risaralda accendendo focolai di conflitto attorno alle principali mobilitazioni in atto nel paese.
Si tratta dell’ennesima reazione violenta del governo colombiano di fronte a una mobilitazione sociale pacifica, che ha come obiettivo quello di lanciare una proposta unitaria di tutti i movimenti sociali per la costruzione di un futuro pace per la Colombia, da raggiungere attraverso le vie politiche e negoziali e non attraverso la militarizzazione e la repressione.
Com’è noto, la Colombia è uno dei paesi al mondo in cui più si violano i diritti umani, in cui vi è la percentuale più alta di omicidi politici, di leader sindacali e indigeni assassinati e dove maggiore è il numero degli sfollati interni, oltre quattro milioni. Una situazione insostenibile per le organizzazioni ed i popoli indigeni, 18 dei quali rischiano l’estinzione; per le organizzazioni dei diritti umani, per i giornalisti, per le organizzazioni sindacali, oltre 2500 sindacalisti uccisi negli quindici anni, per le associazioni di donne e per tutti coloro che sono impegnati per la difesa dei diritti umani e dell’ambiente e per il rispetto integrale dei diritti della persona.
I fatti degli ultimi giorni sono di una gravità tale da aver stimolato immediate reazioni da parte di organizzazioni, movimenti e società civile di mezzo mondo. Per aderire alle iniziative di appoggio e solidarietà al popolo colombiano e per chiedere il rispetto dei diritti umani in Colombia visita la pagina www.asud.net.


SCONTRO AL CONFINE

Sparatoria sulla frontiera tra Thailandia e Cambogia. In mezzo il sito khmer di Preah Vihear. Dietro la spinta nazionalista e la speculazione poltica interna nei due paesi

Luca Papo



Phnom Penh - I sacri resti khmer di Preah Vihear, situati in una fetta di territorio a cavallo tra l'omonima provincia cambogiana e quella di Sisaket in Thailandia, sono state ieri il teatro di una battaglia fortunatamente subito rientrata ma che ha lasciato due morti sul terreno. Non è chiaro chi abbia iniziato a sparare nella zone contesa ma l'incidente ha ucciso due soldati cambogiani e altri due sono stati feriti mentre sia Bangkok, sia Phnom Penh hanno consigliato ai propri cittadini oltre confine di fare subito rientro in patria. Quanto alla Thailandia, fonti ufficiali hanno reso noto che anche cinque soldati tailandesi sono stati feriti nell'incidente di frontiera. Le due parti si accusano a vicenda su chi avrebbe esploso il primo colpo in una giornata che ha registrato il più serio incidente in quattro mesi di spessa tensione attorno al sito, i cui resti sono stati riconosciuti dall'Unesco patrimonio mondiale dell'umanità lo scorso luglio. Il ministro degli Esteri cambogiano, Hor Namhong, ha reso noto in una conferenza stampa che l'esercito della Cambogia ha catturato dieci militari tailandesi i quali verranno liberati solo se Bangkok lo richiederà ufficialmente. Quanto a Bangkok, i vertici militari hanno sostenuto che nessun soldato è stato catturato. I toni restano alti ma nonostante la sparatoria di ieri un incontro tra rappresentanti dei due paesi, previsto per oggi, dovrebbe comunque tenersi senza variazioni di agenda. Il nodo però si è ancor più aggrovigliato.
Il pomo della discordia è antico: sul tempio, costruito nel IX secolo d.c., il riconoscimento della sovranità alla Cambogia è stato sancito dalla Corte Internazionale di giustizia dell'Aja nel 1962. Prima delle dichiarazione dell'Unesco, l’8 luglio scorso, il 18 giugno Thailandia e Cambogia avevano firmato un comunicato congiunto con le Nazioni Unite, in cui entrambe le parti accettavano l’appartenenza alla Cambogia del tempio e Phnom Pehn aveva dichiarato che non avrebbe rivendicato la sovranità sulla “zona tampone”, una striscia di 4 km di larghezza nel versante tailandese del tempio. In realtà è proprio su questa fascia di terreno incolto che si sta giocando la battaglia che ha portato le relazioni fra i due paesi al confronto armato e messo in crisi l’Associazione dei paesi del Sud Est Asiatico (Asean).
Sia in Thailandia, sia in Cambogia, il fattore nazionalista gioca un ruolo chiave. In Cambogia, con l’avvicinarsi delle elezioni, il governo e i media hanno stimolato le peggiori fantasie nazionaliste contagiando tutte le fasce sociali, ma soprattutto la classe media urbana che si è espressa con proposte di sostegno alle truppe e rivendicazioni storiche sull’impero Khmer, i suoi confini, e la storica ingordigia dei vicini per la “Terra Khmer”. Nessun cambogiano è stato informato del comunicato congiunto di giugno, né le decisioni governative sono state oggetto di dibattito o di discussione all’Assemblea Nazionale. In realtà le truppe tailandesi stazionano in quel territorio da quando il tempio era una roccaforte khmer rossa.
In Thailandia le cose non sono andate diversamente: il premier firmatario del comunicato congiunto è stato attaccato e delegittimato dal parlamento e dalla Corte costituzionale e la questione è diventata un argomento cruciale nello scontro politico in corso: la fazione al potere firmataria degli accordi è stata accusata di aver svenduto il territorio nazionale. Da entrambe le parti del confine l’opinione pubblica, alti funzionari, le principesse e la potente first lady cambogiana si prodigavano in visite di sostegno ai soldati, in regalie, distribuzione di fondi.
In Cambogia le elezioni sono state vinte dal partito già al potere senza grandi difficoltà e, con la crisi alle porte, il 22% di inflazione, 2 milioni di nuovi poveri in un anno su 13 milioni di cambogiani, il diversivo nazionalista è stata una buona carta da continuare a giocare. In Thailandia, una crisi latente si è esasperata e un ritiro dal confine cambogiano era ed è suscettibile di diventare cavallo di battaglia per gli oppositori del governo.
Così le dichiarazione, le minacce, i negoziati senza risultato, sono proseguiti. Con alcune differenze sostanziali: sul versante tailandese ci sono truppe corazzate, elicotteri, infrastrutture. Sul versante cambogiano, nonostante da anni si parli di Preah Vihear come eredità nazionale sostanziale, non c'è neppure...una strada. Le truppe che da mesi stazionano nel sito, nonostante le visite eccellenti, si sono ammalate di malaria, e le infrastrutture di base, strade, ospedali, acqua potabile sono inesistenti come in gran parte della Cambogia. Gli unici che sembrano ringalluzziti sono gli ex-khmer rossi che, arruolati nell’esercito cambogiano dopo la resa nel 1998, si dichiarano “ansiosi di combattere”.
http://www.lettera22.it/showart.php?id=9769&rubrica=70


L'IDRAULICO JOE, LA NUOVA SARAH DI MCCAIN

McCain al dibattito McCain al dibattito

di Marco Bardazzi

WASHINGTON  - Il giorno del dibattito tra Barack Obama e John McCain l'aveva passato con le mani nel fango, ad aggiustare le tubature di un distributore di benzina, e oggi avrebbe dovuto dedicarsi a un paio di lavori analoghi. Invece Joe Wurzelbacher ha trascorso la giornata a concedere interviste di fronte a un esercito di telecamere piombate nella sua casa in Ohio: per l'America è diventato 'Joe the Plumber', l'idraulico Joe, un marchio, una nuova icona politica e un possibile rischio per Obama.

 "Sono sbalordito per tutta questa attenzione", ha detto Joe in un'intervista dopo l'altra nel giardino di casa a Holland, tra Detroit e Cleveland, nell'Ohio colpito dalla crisi economica e decisivo nelle elezioni del 4 novembre per la Casa Bianca. L'improvvisa notorietà in realtà è scontata, dopo quello che é accaduto nel dibattito notturno: non capita a tutti di venir citati 26 volte in 90 minuti sulle Tv a reti unificate, di fronte a 60 milioni di americani, dai due candidati alla carica esecutiva più importante al mondo. In meno di 24 ore, 'Joe the Plumber' ha scalzato 'Joe Six-Pack' - altra icona dell'americano medio, il Joe qualunque che si beve sei birre alla volta - ed è diventato un logo per t-shirt, il protagonista di valanghe di video su YouTube e scambi su Facebook. Internet e le Tv si sono riempiti di immagini del fisico massiccio e del cranio pelato di Wurzelbacher, che ricorda vagamente il marchio dei prodotti 'Mastrolindo' ('Mr.Clean' in America).

McCain ha visto nella figura del piccolo imprenditore dell' Ohio scontento delle tasse di Obama un'opportunità e lo ha trasformato in una nuova Sarah Palin. Come era accaduto a fine agosto con la scelta a sorpresa della sconosciuta governatrice dell'Alaska elevata d'un tratto a candidato vicepresidente, il repubblicano ha giocato una carta mirata alla classe media e alla sua paura di tasse più alte.

Ma a 19 giorni dal voto, un nuovo 'effetto Sarah' come quello di fine estate è più difficile: indipendenti e indecisi sono sempre meno incerti e secondo i sondaggi si sono orientati già su Obama.

Wurzelbacher, 34 anni, un idraulico senza licenza che sogna di mettersi in proprio, domenica scorsa aveva avvicinato Obama al termine di un comizio in Ohio e lo aveva interrogato di fronte alle telecamere. "Senatore, il suo piano prevede che io venga tassato sempre più solo perché inseguo il sogno americano", gli aveva detto Joe l'Idraulico, mostrando i bicipiti sotto la maglietta aderente. Obama gli aveva risposto a lungo, rassicurandolo di "non voler punire il tuo successo: voglio solo essere sicuro che tutti quelli che sono dietro di te abbiano anche loro una possibilità di successo, per questo occorre distribuire la ricchezza in giro".

Joe era uscito dal colloquio dicendosi "spaventato" e la sua storia era rimbalzata sulle radio conservatrici, fino ad arrivare alle orecchie di McCain. Nel dibattito, il candidato repubblicano l'ha subito tirata fuori, usando l'idraulico Joe come esempio del 'pericolo tasse' incarnato da Obama. "Sono le persone come Joe che creano ricchezza - ha detto McCain - e vanno lasciate libere di farlo, non colpite con le tasse".

Obama è stato rapido ad appropriarsi a sua volta di Joe e a parlargli direttamente, attraverso la Tv, promettendogli tra l'altro esenzioni sulla copertura sanitaria ai dipendenti. "Ehi Joe, hai sentito? Sei diventato ricco!", ha ironizzato McCain. Il giorno dopo, Wurzelbacher si è detto tutt'altro che convinto da Obama e dalla sua idea di alzare le tasse per imprese che fatturano più di 250 mila dollari l'anno.

"Solo perché uno lavora più duramente di altri - ha detto - gli vogliono portar via più soldi? Non è giusto ed è inquietante. Io lavoro duro, perché devo essere tassato più degli altri? Conto di rilevare una società che fa più di 250 mila dollari, perché mi devono tassare di più? Non è giusto per me come non lo è per Bill Gates. E' un altro passo verso il socialismo". Ma Joe non dice chi voterà: "Lo sapremo solo io e il bottone nel seggio".

marco.bardazzi@ansa.it

 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_790165074.html


 

DOPO ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, RIAPERTE LE SCUOLE A DUNGU



Sono state riaperte a Dungu le scuole dopo la sospensione delle lezioni seguita a una serie di attacchi dei ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord resistance army, Lra) nella Provincia orientale; secondo fonti locali della MISNA, nonostante la situazione sia più tranquilla, una parte dei genitori non sta mandando i figli in classe temendo che possano essere rapiti dai ribelli, come accaduto nel vicino villaggio di Duru il mese scorso quando furono rapiti un centinaio di minori di cui non si è più avuta notizia. Le stesse fonti confermano che i soldati inviati dal governo nei giorni scorsi a bordo di alcuni aerei decollati da Kisangani stanno cercando di riprendere il controllo del territorio creando postazioni anche nei villaggi attorno a Dungu. Un gruppo di 60 soldati ha già raggiunto Ngilima (dove nei giorni scorsi c’era stata un’incursione dei ribelli) e nelle prossime settimane i militari dovrebbero prendere posizione nei villaggi di Bayoté, Bangadi, Duru e Kpayka. Resta intanto indefinito il numero delle persone costrette a lasciare i loro villaggi: in base a stime di osservatori e organizzazioni che operano sul posto circa 3000 si trovano a Dungu, qualche migliaio nelle campagne circostanti, mentre sono almeno 5000 quelli che hanno raggiunto la città sud-sudanese di Yambio dopo aver marciato nella foresta. Le fonti della MISNA riferiscono che non ci sono per il momento emergenze alimentari o sanitarie di rilievo; gran parte degli sfollati che si trovano a Dungu ha trovato rifugio presso parenti o amici, qualcuno è stato ospitato dalla locale missione comboniana.


 

http://www.misna.org


CINA
Le prigioni “invisibili” di Pechino per chi protesta in modo legale
Chi presenta petizioni contro le autorità spesso è arrestato e detenuto in camere di albergo, con la complicità dei proprietari, in attesa del rimpatrio. Ma attivisti per i diritti denunciano le detenzioni illegali e vanno a liberare i prigionieri.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Detenuti “di nascosto” in prigioni “invisibili”. Succede a molti che vengono a Pechino per presentare petizioni al governo, diritto riconosciuto a tutti i cinesi, ma contrastato con forza dalle autorità. Ora gruppi per la tutela dei diritti denunciano gli alberghi con funzioni di carcere.

Xu Zhiyong, docente di diritto presso l’Università di Pechino per Poste e telecomunicazioni, spiega che ha ricevuto una richiesta di aiuto da persone tenute sottochiave in camere dello Youth Hotel in via Taiping, vicino al Parco Taoranting. Con altri ha raggiunto l’albergo, dove hanno trovato reclusi una trentina di autori di petizioni, specie dell’Henan.

Wang Jinlan di Pingdingshan racconta al South China Morning Post che l’hanno tenuta prigioniera per due giorni, prima che il 22 settembre arrivassero gli attivisti a liberarla. Lo Youth Hotel è uno dei 4 alberghi che, secondo fonti locali, ha fama di essere utilizzato per rinchiudere chi vuole protestare, in attesa di rimpatriarlo. Gli attivisti dicono che gli albergatori ricevono 150 yuan al giorno (circa 15 euro) per ogni “recluso”, più della retta ordinaria di 120 yuan.

E’ tipico del sistema cinese che cittadini insoddisfatti vengano a Pechino per presentare “petizioni”, vere doglianze e atti di accusa contro malefatte delle autorità locali. Ma i leader di provincia vogliono evitare che Pechino sia informata. Così, con l’aiuto della polizia o di picchiatori, intercettano chi va nella capitale a protestare, lo fanno anche percuotere e arrestare. Ha destato clamore il caso della donna di 54 anni di Nanchang (Jiangxi) arrestata a Pechino il 14 luglio per avere presentato una petizione, che il giorno dopo, mentre era portata al treno per essere rimpatriata, si è uccisa – dice il rapporto della polizia – gettandosi da un ponte vicino alla stazione ferroviaria. A Pechino, durante le Olimpiadi, migliaia di presentatori di petizioni sono finiti in carcere, mentre molti altri sono stati subito rimpatriati.

Prima, queste persone erano tenute in appositi “centri di custodia”, in attesa del rimpatrio. Ma nel marzo 2003 il giovane grafico Sun Zhigang in un simile centro, a Guangzhou, è stato picchiato a morte dai custodi. Ne è scoppiata una protesta popolare che ha causato l’abolizione di questi centri. Ora sono rimpiazzati da queste prigioni invisibili, “ancora peggiori perché – dice Xu – è una detenzione illegale”, non prevista dalla legge e attuata contro chi esercita il diritto di fare petizioni. Albergatori e picchiatori hanno percosso Xu più volte, quando è venuto a smascherarli. Ma non si arrende. Dice che “combatteremo questo tumore fino a farlo sparire”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13503&size=A


Troy Davis : Corte Suprema vanifica tentativo di fermare il boia
di Rico Guillermo*

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto ieri un appello del detenuto nel braccio della morte Troy Davis, rifiutando di prendere in considerazione il suo caso, anche se sette dei nove testimoni chiave hanno ritrattato la testimonianza fornita al processo del 1991. Davis era stato condannato a morire per l'uccisione - il 19 agosto, 1989 - del poliziotto di Savannah Mark Allen MacPhail. Costui, un giovane padre di due bambini, e' stato ucciso fuori serviio dopo aver risposto alle grida di un uomo senza fissa dimora, a colpi di pistola in un parcheggio di un Burger King.

La prima data di esecuzione era stata gia' spostata due volte, una prima quando - anche sull'onda dell'interessamento internazionale - l'ufficio Perdoni e Parole aveva stabilito un riesame del caso, una seconda quando i giudici della Corte Suprema della Georgia avevano espresso serie perplessita' sulla condanna e previsto piu' tempo per la valutazione dei nuovi elementi emersi. La decisione della Scotus comporta ora che un nuovo mandato di morte sara' ottenuto dal governo della Georgia e che una nuova data di esecuzione sara' fissata nelle prossime settimane.

L'avvocato difensore di Davis aveva chiesto alla Corte Suprema degli Stati Uniti di dichiarare che l'ottavo emendamento sul divieto di trattamenti crudeli e insoliti vieta l'esecuzione degli innocenti e richiede almeno una revisione del provesso per valutare l'abiura delle testimonianze, ma la Corte puo' decidere di non esaminare i casi che le vengono sottoposti.

Approfondimento sulla vicenda


www.osservatoriosullalegalita.org



ottobre 16 2008

Grazie a Cristaldi, Pepe, Mussolini, Sbai…

Grazie a Cristaldi, Pepe, Mussolini, Sbai…

La mozione leghista per l’introduzione di classi differenziali per gli studenti immigrati che non superano un test di ammissione, è stata approvata dalla Camera con una maggioranza ristretta. Diversi esponenti del Pdl hanno preferito uscire dall’aula e alcuni hanno dichiarato pubblicamente il loro dissenso. Vorrei ringraziarli uno a uno, perchè hanno il grande merito di nobilitare l’impegno pubblico contro la discriminazione, sottraendolo alla mera controversia di schieramenti politici.
Nicola Cristaldi, Mario Pepe, Alessandra Mussolini, Souad Sbai… e fuori dal Parlamento il sindaco Gianni Alemanno e la sindacalista Renata Polverini esprimono un’obiezione di coscienza che purtroppo ieri nell’aula di Montecitorio non si era manifestata con la necessaria chiarezza.
Come sempre gli inventori del permesso di soggiorno a punti, delle impronte digitali per i bambini rom, della tassa di 200 euro per ogni straniero residente, propongono il loro apartheid come misura compassionevole, studiata apposta per tutelare i nuovi venuti. La storia ci insegna che da sempre i persecutori dichiarano di agire per il bene dei loro perseguitati.
Contro i firmatari di quella mozione pelosa e ipocrita, tra i quali vedo con stupore anche la firma di Renato Farina, basterebbe l’obiezione espressa stamane alle 7,30 da mio figlio Giacomo, 9 anni, allievo di quarta elementare: “Papà, ma se i bambini stranieri non vengono in classe e non cominciano a parlare con noi, come faranno a imparare l’italiano?”.
La scuola è stata fino ad oggi, con fatica ma con eccellenti risultati, il più potente strumento d’integrazione culturale del nostro paese. Non rompete quel giocattolo, irresponsabili che non siete altro. Per fortuna non occorre essere di sinistra per comprendere che su tali questioni è proibito scherzare. Aspettando che il presidente Fini realizzi l’Osservatorio parlamentare su xenofobia e razzismo, è un passo in avanti importante che tanti esponenti del centrodestra si prendano a cuore l’impegno contro tale ingiustizia.http://www.gadlerner.it/2008/10/15/grazie-a-cristaldi-pepe-mussolini-sbai.html


Povertà, l'allarme della Caritas: «A rischio 15 milioni di italiani»
ilsole24ore.com -
 

Italia sempre più a rischio povertà, in particolare rispetto agli altri principali Paesi europei. Lo sostiene l'ottavo rapporto sulla povertà della Caritas Italiana-Fondazione Zancan, presentato oggi, che lancia l'allarme: nel nostro Paese le misure contro la povertà sono le meno efficaci. Se in alcuni Paesi (come Svezia, Danimarca, Olanda, Germania, Irlanda), l'impatto della spesa per la protezione sociale riesce a ridurre del 50% il rischio povertà, in Italia questo impatto si ferma a un magro 4 per cento. Un record negativo che l'Italia, nell'Europa dei 15, detiene insieme alla Grecia. L'Italia, sostiene il rapporto Caritas, «presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio povertà».

Il rapporto cita i dati Istat: il 13% degli italiani vive con meno di 500-600 euro al mese ed è considerato sotto la soglia della povertà, ma sono a rischio, in totale, circa 15 milioni di persone. Sono povere le famiglie con anziani ed è povero un terzo delle famiglie con tre o più figli (il il 48,9% delle quali vive al Sud).
In Italia avere più figli equivale ad aumentare il rischio povertà, anche se non è così in molte altre parti d'Europa. Ad esempio, in Norvegia, sostiene la Caritas, con più figli il tasso di povertà si abbassa.

In realtà in Italia la spesa per la protezione sociale è al di sotto della media europea ma è in aumento, per via della previdenza: nel 2007 lo Stato ha erogato prestazioni a fini sociali pari a 366.878 milioni euro, di cui il 66,3% per pensioni (+5,2% rispetto al 2006). Lo squilibrio è più evidente se si considera l'incidenza sul Pil: la spesa per la previdenza incide per il 15,8% (15,6%), quella per la sanità per il 6,2% (6,4%), per l'assistenza sociale per l'1,9% (1,9%).

Il rapporto denuncia anche il nostro Paese corre il rischio di subire una situazione di sperequazione sociale che ricorda quella di alcune nazioni dell'America Latina, dovuta a profonde diseguaglianze: «un quinto delle famiglie con i redditi più bassi percepisce solo il 7% del reddito totale, mentre il quinto delle famiglie con il reddito più alto, percepisce il 40,8% del reddito totale».
Spiegando i dati del rapporto, mons. Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan, ha invitato a «ristabilire un equilibrio organico, che consenta a tutti di fruire di sufficienti risorse e di offrire il proprio contributo», mentre il direttore della Caritas Italiana, mons. Vittorio Nozza ha osservato, con una vena di polemica, che «assistiamo in questi giorni a montagne di soldi pubblici che, con il giusto accordo di tutti, corrono al capezzale della grande finanza e delle imprese in crisi per tentare di mettere in atto un salvataggio. Perchè non fare altrettanto per soccorrere chi lotta quotidianamente per sopravvivere all'indigenza e alla precarietà?».
(M. Do.)

 

Dentro i Repubblicani

di bucknasty /

“Hai mai fatto un ditalino ad una anoressica? E’ come sfilare una foglio di carta vetrata fra due wafer. “

Questo è quello che succede, secondo Kenneth. E Kenneth ne sa perchè lavora alla Goldman Sachs.

La prima settimana di settembre di quest’anno è stata un periodo piuttosto particolare per New York, esattamente a cavallo fra la convention Repubblicana e la Fashion Week la città si è ritrovata piena1 di confusi uomini dalla discutibile, ambigua e purtroppo repressa identità sessuale e omosessuali.

Il miglior modo di incontrare ‘sta gente, mi ha detto una tizia con dei leggings tigrati fucsia ed impegnata ad insaponarsi con l’aria condizionata mentre leggeva Sedaris su un vagone della L, è andare ad una delle feste post-sfilata organizzate ad Apothekè.  Un locale, a quanto pare, ristrutturato e aperto apposta in congiunzione con gli avvenimenti della settimana modaiola. Dicono sia stato ricavato da una ex oppieria cinese del 1800 e si trova in una parte di Chinatown che non è mai stata di moda o frequentata dalla “gente giusta”e che, paradossalmente per questo attira hipster, stagisti fashion, scrittori, modelle e tutti quelli interessati a scoparsi queste ultime in un’atmosfera wannabe bohemien.

Il locale è quasi totalmente buio, illuminato solo da candele posizionate su candelabri gotici2, e gestito da un tizio ukraino che zoppica e che sa solo dire “absinthe” in un accento da nemico dell’america in un film d’azione anni ‘80. Ma ora eccolo qui, a servire shot di assenzio che giura provenire da una ricetta originale di 200 anni fa — a 50$ il bicchiere — a una generazione convinta che esista sempre il giusto prezzo per risucchiare storia, cultura e personalità a chi ha vissuto davvero in modo intenso cose che non hanno mai sperimentato nella loro vita-disclaimer da “Attenzione - il Venti Starbucks Decaf Latte è bollente, non berlo subito”.

Io l’ho provato l’assenzio dell’ukraino, e sa di sciroppo per la tosse e astinenza sessuale.

La peculiarità del locale però evidenzia uno dei più grossi problemi di Manhattan: il sovraffollamento. Artisti, creativi vari e ricchi poseur senza alcuna qualifica si trasferiscono in massa in un quartiere disagiato, questo diventa quindi di “moda” e richiesto, garantendo così un aumento dei prezzi degli affitti vertiginoso e costringendo gli abitanti storici, responsabili della cultura e atmosfera del quartiere, ad andarsene in un’altra zona peggiore, prima che il ciclo si ripeta ancora e ancora. Gli americani chiamano questo processo “gentrification” o “Walter Veltroni”.

Molti probabilmente non se ne rendono conto, ma fino a metà anni ‘90 Times Square e il centro di NY — oggi imbarazzante esempio della polluzione notturna capitalistica che ha macchiato una zona storica in maniera irreparabile tramite negozi come l’ M&M Store3 , Planet Hollywood o Disney’s — non era troppo dissimile dalla zona a luci rosse di Amsterdamn. Strip bar, locali di lap dance, sexy shop e bordelli sono stati fatti andare via a spugnate di perbenismo. Osama ha buttato giù due torri, ma è Giuliani quello che ha fatto a pezzi questa città. Non è difficile sentire lamentele di questo tipo da parte dei vecchi punk sistemati di Williamsburg che ricordano con pelosa nostalgia la “New York che non esiste più”.

Non c’è più nessuno che ti accoltella al fegato per una pipa di crack, dannazione!

Appoggiando l’orecchio su un vinile dei Minor Threat originale puoi sentire distintamente l’eco di queste lamentele.

Sì, Harlem e il South Bronx e l’East Side sono pericolose quanto Milano 2 ora, fatevene una ragione.

“That girl is dangerous.”

C’è una tizia bionda seduta su uno dei divanetti di velluto fucsia. Ha un sorriso da plumcake pucciati nel latte e dei tacchi a spillo rossi, il classico tipo le cui esperienze sessuali possono essere contate sulle dita di una mano, perchè nell’altra tiene una scatola di Durex vuota. Kenneth mi dice che è una ex-modella, una vecchia ciabatta di ormai 27 anni che non trova più lavoro e che per sistemarsi sta cercando uno “sugar daddy”, un tizio che possa mantenere lei e il suo stile di vita da 150 $ al grammo. Kenneth se l’è fatta più volte, ma lo dichiara con lo stesso orgoglio triste e sfigato di uno che ammette di leggere i Wu Ming. Ormai farsi le modelle non lo trova più stimolante, insieme al suo amico — e a qualcun altro di non meglio specificato — partecipa ad una sfida che ritiene molto più avvincente.

Se hai un centimetro di eterosessualità nelle mutande è impossibile avere problemi facendo del sesso con una modella, anche se conosci le sue pareti vaginali meglio del primo livello shareware di Doom. Quindi la competizione che si svolge fra Kenneth e la sua crew repubblicana consiste nel riuscire a scoparsi, e si intende riuscire fisicamente a completare un rapporto sessuale, la ragazza più cessa disponibile nel luogo in cui si trovano in quel momento. Questo è l’unico vero modo che trova tutti d’accordo per determinare la loro virilità. E più la tizia in questione è un roito, più i punti guadagnati nei confronti degli altri sono maggiori. Secondo Kenneth, la difficoltà risiede nel fatto che non è semplice trovare ragazze qualificate per questa particolare tenzone nell’ambiente che frequentano normalmente. Kenneth dice che è stato in testa fino a quando un suo ex compagno di college non gli ha fatto vedere la ripresa sul cellulare in prima persona di una scopata con una ragazza down obesa che continuava a picchiarsi in testa.

“Allora, chi vince il 5 Novembre?”
“John Fuckin’ McCain, dude.”

Tutti a NY sembrano voler votare per Obama: ogni negozio, dal buco più infimo fino al Virgin Megastore, pullula di merchandising raffigurante il candidato democratico come se fosse una rockstar consumata. Tutti, a parte l’importante demografia “scopatori-di-modelle-annoiati”. New York è il centro del capitalismo mondiale, ma ogni abitante dei 5 buroughs che si rispetti detesta i Repubblicani. Non è una città “di sinistra”, è semplicemente contro il bigottismo e l’idea che qualcuno si possa permettere di dire contro chi non devono strusciare i genitali e cosa non deve entrare nel loro naso. La forza di NY, d’altronde, è sempre stata la possibilità di poter fare ciò che si vuole quando si vuole senza aver giudizi moralistici esterni. La possibilità di poter scrivere un libro che cambia la vita alle persone, o di pagare con la American Express nera le puttane. Per questo il resto del paese, quelli che vivono in qualche Buco-di-culo, Texas — popolazione 8439 abitanti , odiano New York. Qui nella East Cost frequentano le migliori scuole, prendono gli stipendi più alti, vivono nelle case migliori. Ergo, sono elitisti. Proprio come Obama. Il punto più debole della candidatura di Barack, e il maggior problema che si pone per la sua eleggibilità,  è proprio questo.

L’insulto più distruttivo che puoi rivolgere al tuo avversario in una campagna politica americana è quello di essere brillante e di successo.

E’ impossibile da comprendere da straniero, anche se risulta comunque  affascinante, come la retorica Repubblicana sia riuscita a trasformare ciò che tutti gli americani desiderano essere nel peggior tratto che si possa possedere in tempo di elezioni. Qualcuno ha provato ad usare posizioni simili in Italia durante le feste in costume Padane con revival 80 e 70 a.C., lanciando proclami contro intellettuali e una elitè non meglio specificata, ma a nessuno in Italia frega un cazzo di quello che pensano i veneti all’infuori della palude stagnosa in cui vivono.

Ogni singolo show in TV qui parla di ragazzini viziati ricchi che-cioè-cianno-i-probblemi, e ad ogni ora qualcuno celebra il successo di manager, broker, pubblicitari e altre pseudo-celebrità insulse. Le scuole, dalle elementari in su, sono pubblicizzate a seconda della loro capacità di realizzare “leader” e creare “businessman” e “successo” ma, quando si tratta di decidere chi deve avere la responsabilità di una 24ore in grado di friggere il mondo, il candidato migliore non deve saper indicare su una mappa la Norvegia. Perchè altrimenti significa che sei “out of touch” col popolo, cioè quelli che vivono nel vuoto pneumatico che sta fra Los Angeles e New York e riescono sempre a far la differenza nelle elezioni presidenziali. Perchè per i Repubblicani e i loro elettori, i Democratici Liberal non sono altro che gente che guarda film francesi con famiglie che litigano a cena e una volta, mentre erano alle superiori, hanno toccato il loro miglior amico quando hanno dormito insieme dopo una festa. E ciò significa che non sono preparati a guidare il paese, mai. E che sono amici dei terroristi.

Questo ha un senso solo per gli americani, come la seconda stagione di Heroes e la carriera di Tom Waits.

“Perchè proprio McCain?”
“McCain is a real american hero. Not a fuckin’ socialist scumbag like that Obama Hussein guy.”

John McCain è figlio di un Ammiraglio della Marina degli Stati Uniti e nipote di un Ammiraglio della Marina degli Stati Uniti, e in un vero colpo di scena famigliare anche lui è finito arruolato in accademia navale. Dopo essersi diplomato ottocentonovantaquattresimo su ottocentonovantanove con successo, è andato in Vietnam a cuocere a 1200° bambini, riuscendo a distruggere 5 aerei nel frattempo. L’unico motivo per cui questa campagna è ancora in piedi, e non sono tutti andati in vacanza in Florida a svernare, è che nell’ultimo di questi incidenti è stato fatto prigioniero dai Vietcong ed ha passato 5 anni in un inferno gestito da gente infastidita di essere genitori di bambini barbecueizzati.

La storia diventa ancora più triste quando si viene a sapere che la moglie ha dovuto crescere i  2 figli da sola mentre era prigioniero e, poco prima che fosse liberato, è stata coinvolta in un incidente che l’ha gravemente ferita fino a perdere quasi l’uso delle gambe. McCain l’ha ringraziata per averlo aspettato ogni sera per un lustro, e cresciuto la prole, lasciandola qualche mese dopo il ritorno per Cindy Hensley, una ricca ereditiera figlia del tizio che produce la Budweiser e altre birre americane che sanno di capelli sudati.

A Kenneth piace McCain perchè è un POW, un prigioniero di guerra, ed ha annunciato canticchiando su un motivetto dei Beach Boys che raderà al suolo l’Iran e qualsiasi altra popolazione con un’abbronzatura permanente maggiore della sua. Però ha qualche problema con i suoi valori morali. McCain è contrario all’aborto e se potesse lo renderebbe illegale, ma non abbastanza illegale. Per questo Kenneth è entusiasta della scelta di Sarah Palin come vice. La posizione di McCain è quella standard del politico repubblicano “moderato”, ma non piace alla base del partito che è composta da onesti lavoratori che si alzano alla mattina alle 5:30 e sono clinicamente sociopatici. Sarah Palin, invece, è contraria all’aborto anche in caso di stupro e incesto. Questo, in poche parole, significa che se un padre stupra la figlia di 12 anni, e questa rimane incinta, dopo 9 mesi passati a guardare il frutto della propria violenza crescere e nutrirsi dentro il proprio corpo dei tizi devono venire a prenderla per costringerla a partorire con la forza. Ma probabilmente, su un cartellone di 30 metri e stampata in Helvetica Neue con la crenatura4 a -2, suona meglio.

Nel 2000 McCain si confrontava nelle primarie con Bush per ricevere la nomina del partito ed era in vantaggio sostanzioso nei sondaggi. Lo staff di quest’ultimo mise quindi in giro la voce che la figlia che McCain aveva adottato dal Bangladesh in realtà era il frutto di una relazione extra-coniugale con una negra. Poco dopo il supporto che aveva ricevuto fino a quel momento svanì e il resto è nelle menti di tutti. Ma ora con la Palin, non c’è alcun problema. La base è contenta e soddisfatta.

“And she has a nice fuckin’ body.”

Questa donna è peggio di qualsiasi parlamentare o “ministra” abbiamo mai avuto nel nostro ridicolo parlamento. E noi abbiamo avuto una tizia che è diventata famosa per fare Bungee Jumping e cavalcare un toro meccanico la domenica pomeriggio che è tuttora impegnata nel criticare la carriera e gli studi scientifici di un ex direttore del CERN perchè non ha applaudito abbastanza forte il Papa.

Sì, è peggio della Carfagna.

La Palin sostiene di essere una esperta di politica estera perchè dall’Alaska riesce a vedere la Russia, che è come se la Carfagna sostenesse di essere in grado di risolvere la crisi finanziaria internazionale perchè vive vicino ad una banca.

Saluto Kenneth mentre mette sul tavolo altri 20 $ per l’ennesimo cocktail di Apotheke. Tutti sono entusiasti di ordinarli qui perchè nel menù sono categorizzati come se fossero medicinali: eccitanti, anti-dolorifici, sonniferi e così via. Yawn.

Un paio di giorni dopo mi dirigo verso il Mars Bar per assistere al discorso di McCain in cui accetta la candidatura del Partito Repubblicano alla presidenza. La clientela è leggermente diversa: non c’è nessuno con indosso abiti comprati negli ultimi 10 anni, l’eroina non è mai passata di moda per molte della braccia presenti e Vogue fa degli ottimi pompini scoperti per 40 $. Non ci sono menù, per scegliere cosa bere basta sentire il fegato che si contrae e bestemmia del tizio seduto vicino a te.

Scrivo una mail a Kenneth dicendogli di venire a vedersi il discorso qui, e poco dopo risponde che sta arrivando col taxi. Quando scende riprende il Blackberry per chiedermi se il posto è proprio quello giusto.

“Are you sure?”
“Yeah, come in.”

Kenneth ordina uno Jagerbomb, un bicchiere di Red Bull con dentro uno shottino di Jagermeister da bere alla goccia. Molti lo prendono per iniziare le serate nei club perchè l’effetto eccitante dell’energy drink e quello deprimente del liquore, se bevuti insieme, riescono a sballarti per qualche secondo.

La barista si abbassa, rovista sotto il bancone, e gli mette sul tavolo una Budweiser.

Sullo schermo NONLCD appare la moglie di McCain, Cindy, una vecchia tirata a botulino che sembra una via di mezzo fra un Alien che ti esplode dallo stomaco e un’amica di Jessica Fletcher. La vecchia arpia ha problemi di droga da almeno 30 anni: una particolare predilezione per gli antidolorifici che la portavano a ingollare fino a 80 pasticche al giorno di Vicodin e Percocet. Quando uno dei cinque dottori che usava per prescriverle i medicinali fu implicato in un fattaccio — e fece il suo nome — Cindy si trovò costretta ad ammettere di rubare persino flaconi da 500 pasticche destinati per il Poveribimbinegristan che la sua organizzazione umanitaria gestiva. Ancora oggi i suoi occhi sembrano tradire questo passato — forse perchè è ancora il suo presente? —  azzurri come una lastra di ghiaccio sopra il polo nord, affogano delle pupille contratte a forma di spillo, praticamente inesistenti. Ogni volta che la inquadrano in primo piano gli eroinomani del Mars Bar applaudono come se una di loro ce l’avesse fatta ad arrivare a Washington.

Kenneth, notando gli applausi, mi chiede se questo è un bar di “real americans.”
Io gli dico “non sono socialisti.”

Quando McCain arriva sul podio, accolto dall’euforia di migliaia di vecchie prostate gonfie e tizie in menopausa, anche Kenneth si unisce a loro. I suoi applausi coprono quelli di tutti gli altri, perchè è l’unico che applaude.

La TV comincia ad urlare a questo gruppo di falliti semi-coscienti che solo una persona conosce il metodo per risolvere tutte le crisi internazionali e vincere tutte le guerre americane. Che basta seguire McCain per essere sicuri di rimanere The Greatest Country on Earth. Di certo non il negro, che fa Hussein di secondo nome e parla di diplomazia con i nemici di questo paese e vuole l’assistenza sanitaria nazionale. E’ un cazzo di elitist! Le vecchie prostate fischiano ad ogni menzione del negro. Le tizie in menopausa piangono ed espongono cartelli auspicando la trivellazione delle riserve naturali protette dell’Alaska per abbassare il pieno dei loro SUV.

“Yeah, kill him John. Kill that fuckin socialist!”

Un biker invecchiato male, vestito come il peggior clichè del biker invecchiato male, si mette di fianco Kenneth e fa il gesto internazionale del “vatteneaffanculoviadiquiora”, passando il suo pollice da una parte all’altra del collo. Mentre Kenneth mi saluta velocemente un vecchio punk confuso si avvicina al vecchio jukebox scassato, passa 3 dollari con fatica in una fessura e aspetta. Institutionalized dei Suicidal Tendencies,  Ether dei Gang of Four e un pezzo degli Husker Du che non ho riconosciuto cominciano a soffocare la bocca di John McCain, l’eroe americano. Il biker invecchiato male prende la Budweiser non aperta e torna nel suo buco lontano dal bancone.

Il giorno dopo Kenneth mi scrive per sapere se per caso ho visto il suo Blackberry.
Io gli dico “fottuti socialisti.”

Una volta ho letto che in Giappone gli alveari sono spesso attaccati da dalle vespe giganti, e queste sono veramente enormi, decine di volte la grandezza di una singola ape, e capaci singolarmente di sterminarne anche fino a 6000 alla volta. Gli attacchi sono dei veri massacri, le vespe arrivano in gruppo e decapitano e schiacciano tutto ciò che trovano, fino a quando nulla rimane in vita e possono rubare le larve per cibarsene in tranquillità. Recentemente, però, gli entomologi giapponesi hanno notato una nuova tecnica difensiva da parte delle api. Una volta che le vespe entrano nell’alveare, le api lavoratrici si fiondano a centinaia contro di loro e formano una sfera organica che le imprigiona. A questo punto cominciano a vibrare all’unisono l’appendice delle ali fino ad alzare la temperatura interna della sfera a 50 gradi centigradi.  Le api, in gruppo, cuociono le vespe giganti mostruose fino alla morte.

Mi piace pensare che NY sia così.

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  1. anche se la convention era a Minneapolis molti repubblicani sono andati a New York per gestire la campagna e i media più da vicino []
  2. nonostante ci siano 1000 luci artificiali diverse solitamente []
  3. Un intero negozio di tre piani dedicato solo ed esclusivamente a caramelle di cioccolata riprodotte su ogni superficie ed oggetto immaginabile con la medesima cura ed affetto di un serial killer ossessivo-compulsivo per le sue vittime. []
  4. Lo spazio tipografico fra i caratteri in una parola []

http://www.7yearwinter.com/


Scoop: Henry Paulson e Lloyd Blankfein

Pensano che l'inserviente addetto alla pulizia dei cestini sia un terroncello piccolo e brutto. Invece è veneto e lavora per noi, con un registratore sempre acceso. Però magari il veneto piccolo e brutto fa il doppio gioco. Vabbé decidano i lettori se la conversazione che io riporto fedelmente, solo tradotta, e' verosimile. (Scusate la scurrilità, ma parlano così a Wall Street). Dimenticavo: i lettori sapranno che Paulson è il ministro del Tesoro e Blankfein è il presidente di Goldman Sachs, di cui fu presidente Paulson sino a giorno in cui divenne ministro.

 

Blankfein: Cazzo, Hank, hai finito di rompere i coglioni? Sono due settimane che mi tocca venire tutti i giorni alla NY Fed. Basta! Poi finisci per tenermi qui a pranzo, che fa pure schifo.

Paulson: Eh già, e a me, che mi tocca venire da Washington tutte le mattine?  Credi che mi diverta?

Blankfein: Si ma tu non hai un cazzo da fare. Io lavoro. Qui è un casino, salta tutto. E tu non sei nemmeno capace di gestire il Congresso. Vabbé che ci sono le elezioni, ma insomma, che non si allarghino troppo questi mantenuti mangiapane a tradimento. Diglielo.

Paulson: Ehi, faccio del mio meglio. Comunque te l'ho già detto che quelli li teniamo buoni con la questione dei "golden parachutes" e troiate del genere. Loro fanno credere agli elettori che hanno picchiato duro sui banchieri.... e a noi che ce ne fotte. 

Blankfein: Ok, Ok. Dimmi cosa vuoi oggi. Cosa c'è di così importante. 

Paulson: Beh, dici niente. C'ho 250 miliardi di dollari per comprare azioni delle banche. Non dirmi che non vale il viaggio dal tuo bel palazzetto nuovo in New Jersey. Tanto lo traversi in elicottero il fiume. 

Blankfein: Cioé, ..  ma tu sei proprio pirla. Ti abbiamo mandato a Washington per non fare danni, ma forse ci conveniva comprare i Dallas Rangers e darteli da gestire. O una di quelle squadre di calcio che piacciono tanto agli europei. Un nostro cliente italiano proprio ieri mi diceva che ha fatto così col fratello stupido. 

Paulson: Perché? Che cazzo ho fatto di male stavolta. Sono 250 miliardi, porca troia, non sei mai contento! 

Blankfein: E io che cosa gli dico ai miei partner? Che ci compra il governo? E se siamo sottovalutati? Perché mai dovrei dare a voi una parte dei guadagni futuri? Te l'ho detto che la cosa da fare è comprare la merda che abbiamo in portafoglio ai prezzi dell'anno scorso. Come li ha chiamati Ben? Mah, non mi ricordo, una cosa che non pareva neanche che fossero più alti del mercato i prezzi a cui te li compravi sti derivati. Lui sì che è sveglio, Ben. Ricordati, tra l'altro che per un bel po' di questa roba puzzolente in portafoglio sei responsabile pure tu. 

Paulson: Ma no, che hai capito, mica ti diluisco le azioni. Compro azioni privilegiate; al massimo con dei warrant, roba minima, che so, 10% del capitale. Cerca di capire, io ci ho provato. Ma li hai visti 'sti repubblicani del cazzo. Mi sono saltati addosso che manco Tony Soprano. Tanto vince Obama, gli sta bene a 'sti stronzi. Ah, ti sei ricordato di contribuire alla campagna? Mi raccomando, che mi chiama tutti i giorni. Glielo ho promesso. E poi la settimana prossima c'è il ricevimento, Jazz per Obama, o qualcosa di simile. Ricordati, con mogli e amici. Non farmi stronzate. 

Blankfein: No, no, guarda, io non mi fido per nulla. E se poi Obama mi viene a rompere il cazzo su come gestisco la banca, mi dice che il Tesoro ha le azioni? E poi io Summers non lo reggo (è lui, no, che prenderà il tuo posto?). Con quell'aria da accademico del cazzo, pezzente morto di fame. Se è tanto intelligente perché non fa i soldi che faccio io. 

Paulson: Per favore. Fammi 'sto favore. Davvero. Ti prego. Prenditi almeno 20-25 miliardi. Se li prendi tu poi ci stanno anche gli altri. 

Blankfein: Ma nemmeno per idea. Roba da pazzi. Tu vedi di trovarci soldi veri, senza "strings attached". Altro che balle. Se vuoi proporre la cosa falla volontaria: chi vuole soldi li chiede. 

Paulson: Non posso. Non posso assolutamente. Hai visto come hanno reagito tutti. Tutti a urlare contro il bail-out, e Wall street e Main street, e i banchieri,... middle class del cazzo. Si sono indebitati fino al buco del culo e adesso pretendono di far pagare alle banche i loro merdosissimi appartamentini due stanze e un bagno. Comunque, hai visto, hanno fatto così anche gli europei. Anche l'italiano, quello piccolo con le televisioni, che lui nemmeno ha una opinione pubblica a cui badare. Cazzo, a proposito, hai visto la moglie di Sarkò? Maronna che...

Blankfein: Perché, chi credi che l'abbia presentata a Mike Jagger quando non era ancora rifatta, cretino? Comunque, parla agli altri, poi vediamo. Ma sai come la penso. Io devo correre che devo andare al club con mia moglie, che quella sennò si tromba il maestro di tennis. 

Blankfein (urlando)Ben, fammi preparare subito l'elicottero. Presto, cazzo, che sono in ritardo. Corri. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Scoop%3A_Henry_Paulson_e_Lloyd_Blankfein#body


Il mio amico Bill Ayers

Thomas Franck - che scrive sul WSJ per rendere un meno omogenea la pagina degli editoriali, un po' il ruolo che hanno Bill Kristol e David Brooks sul NYT - parla di Bill Ayers. Di quello che era e di quello che è diventato.
Wall Street Journal

http://giornalismoparma.typepad.com/


PRIMA IL DIBATTITO, POI A NEW YORK

Il set del terzo dibattito Il set del terzo dibattito

WASHINGTON - Barack Obama e John McCain si affrontano nella notte nel terzo e ultimo dei loro dibattiti, ma non si diranno subito addio: i due candidati alla Casa Bianca si incontreranno di nuovo giovedì sera a New York, in un tradizionale gala di beneficenza organizzato dall'Arcidiocesi cattolica locale per raccogliere fondi per gli orfanotrofi.

Il dibattito alla Hofstra University a Long Island, vicino a New York, prenderà il via alle 21:00 locali (le 03:00 di giovedì in Italia). Obama vi arriva sulla scia di una nuova raffica di sondaggi più che positivi per lui. Il vantaggio del democratico sul repubblicano, a livello nazionale, viene indicato in 14 punti (53-39%) da Cbs e New York Times, in 9 punti per il Los Angeles Times, 5 per Rasmussen e 4 per Zogby.

Obama e McCain parleranno entrambi alla Al Smith Dinner, un evento 'white tie' - cioé con obbligo di frac e cravattino bianco - che per tradizione ha quasi sempre avuto, ogni quattro anni, i candidati presidenti seduti al tavolo d'onore. L'eccezione fu nel 2004, quando né il presidente George W.Bush, né il cattolico John Kerry furono invitati: si dice che furono snobbati l'uno per l'Iraq, l'altro per le posizioni sull'aborto.

I due candidati di quest'anno parleranno entrambi alla cena, che rappresenta con ogni probabilità l'ultimo momento che li vedrà insieme prima del voto. McCain ha chiesto che gli sia installato un teleprompter, per leggere un discorso, mentre Obama si limiterà al microfono. Tra gli altri ospiti al tavolo, sono attesi Hillary Clinton, Henry Kissinger, il sindaco Michael Bloomberg, ma non il suo predecessore Rudy Giuliani.

Obama e McCain potrebbero inoltre scontrarsi a distanza su un altro terreno sempre nella serata di giovedì. Il candidato repubblicano è atteso allo show Tv di David Letterman, dove dovrà tra l'altro riappacificarsi con il comico televisivo, dopo averne suscitato le ire giorni fa snobbandolo per andare a Washington a seguire la crisi economica. Obama, secondo alcune voci, potrebbe ribattere comparendo a sorpresa nello show dell'altro principale comico della notte, Jay Leno.

I TEMI DEL TERZO DIBATTITO
L'economia, prima e sopra ogni altra cosa. E subito dopo una serie di temi di politica interna strettamente legati allo stato delle casse pubbliche americane: sanita', pensioni, stimoli all'occupazione. Saranno con ogni probabilita' questi i temi del terzo e ultimo dibattito tra Barack Obama e John McCain. Ma e' possibile anche qualche sorpresa, oltre che il riemergere dei 'temi dimenticati' della campagna 2008.

   - PIANI ECONOMICI: La crisi di Wall Street ha ormai cambiato il corso delle elezioni ed entrambi i candidati si sono adeguati. Obama e McCain punteranno a discutere i rispettivi piani, con il democratico concentrato soprattutto su occupazione e difesa della classe media, e il repubblicano sugli sgravi fiscali per le famiglie e la protezione dei piani pensionistici e dei risparmi degli americani.

   - SALUTE: La riforma del sistema sanitario, con i costi pubblici che richiede soprattutto nella versione proposta da Obama, sara' affrontata alla luce del nuovo scenario creato dall'enorme intervento pubblico deciso per salvare il sistema creditizio americano.

   - IL MONDO: Nei primi due dibattiti, Iraq, Afghanistan, Pakistan e Russia hanno fatto capolino, e potrebbero tornare ad essere discussi nel terzo. Obama dovra' continuare a rispondere a domande sulla sua presunta disponibilita' a parlare con i 'cattivi' del mondo. McCain insistera' probabilmente sui rischi di un Iran nucleare. Il Medio Oriente sara' sotto i riflettori.

   - I TEMI DIMENTICATI: In una campagna quasi completamente concentrata sulla crisi economica, sono molti i temi un tempo centrali e ora passati in secondo piano, che potrebbero pero' riemergere: aborto, nozze gay, ricerca sulle staminali embrionali, eutanasia, pena di morte, educazione, razzismo, criminalita'. Sul piano della politica estera, Europa, America Latina e Cina, fino a ora trascurati, potrebbero riapparire.

   - LE SORPRESE: C'e' attesa per vedere se McCain introdurra' nel dibattito il tema dei rapporti tra Obama e l'ex estremista Bill Ayers, o la passata amicizia del senatore democratico con il controverso reverendo nero Jeremiah Wright. Obama potrebbe rispondere rispolverando lo scandalo 'Keating Five', che per un soffio nei primi anni Novanta non mise fine alla carriera di McCain per accuse di corruzione.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_790020116.html


L'alba di una nuova famiglia?

Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova

Sono sempre di più, in Bulgaria, le coppie che convivono senza sposarsi. Il parlamento è intervenuto sulla questione, approvando in prima lettura un nuovo Codice di famiglia, che equipara convivenza e matrimonio, e semplifica il divorzio. Ma non mancano le polemiche
Tanya e Dinko sono una coppia giovane e moderna. Vivono a Stara Zagora, città della Bulgaria centrale. Da anni coabitano e rappresentano una tipica “coppia di fatto”. Entrambi hanno figli da precedenti matrimoni. Avendo avuto brutte esperienze con le precedenti unioni matrimoniali, hanno deciso di vivere insieme senza contrarre ufficialmente un nuovo matrimonio.

Tanya e Dinko sono i tipici rappresentanti di un fenomeno sempre più diffuso nella società bulgara, diventato massiccio negli ultimi vent'anni, a partire dalla caduta del regime comunista. Anche l'attuale premier, Sergey Stanishev, 42 anni, vive da anni con la propria fidanzata, ma non sembra pensare al matrimonio.

Ormai le coppie di fatto rappresentano il 50% delle relazioni, e il 50% dei bambini nati in Bulgaria nel 2006 sono stati concepiti al di fuori del matrimonio.

Il 2 ottobre scorso il parlamento bulgaro ha deciso di intervenire sulla questione, approvando a larga maggioranza in prima lettura un nuovo Codice di famiglia. Il provvedimento prevede che il legame tra le coppie di fatto venga equiparato a quello esistente tra marito e moglie, e semplifica drasticamente le procedure sia per sposarsi che per divorziare. Se approvato in via definitiva il nuovo codice introdurrà, per la prima volta nella storia del paese, i contratti pre-matrimoniali.

"Non possiamo ignorare le tradizioni, e i valori sociali costruiti nel corso di secoli. E' un atto irresponsabile cancellare tutto questo in tutta fretta a causa di mode aberranti e passeggere, ma soprattutto senza un largo dibattito sull'argomento"
Numerose forze tradizionaliste considerano questi provvedimenti come contrari alle tradizioni sociali e ai valori patriarcali di amore, fedeltà e cura della prole. Non sono mancate le proteste: venti Ong hanno richiesto una moratoria di cinque anni sull'approvazione del testo di legge. L'associazione “Società e valori” ha organizzato proteste pubbliche e petizioni on-line contro il nuovo codice.

“Il nuovo quadro normativo legalizzerà la poligamia, porterà alla degenerazione della nazione e ad un boom di divorzi”, ha dichiarato all'Osservatorio Stoyan Georgiev, presidente dell'associazione “Società e valori” e uno dei principali organizzatori della protesta pubblica tenuta il 2 ottobre nel centro della capitale bulgara.

Fine del matrimonio?

“Il matrimonio sarà un'istituzione anacronistica nel giro di 50-60 anni”, ha dichiarato Ognyan Gerdzhikov, parlamentare del Movimento Nazionale Simeone II (NDSV), uno dei tre partiti che formano la coalizione di governo, insieme al Partito Socialista Bulgaro (BSP) e al Movimento per le Libertà e i Diritti (DSP).

Secondo i sostenitori del nuovo codice, il vantaggio della “coabitazione di fatto”, rispetto al matrimonio, è che può essere contratta e sciolta molto più velocemente e in modo economico. Per creare una coppia di fatto sarà sufficiente registrarla secondo le procedure previste nella nuova legge sulle Registrazioni civili. La richiesta dovrà essere sottoscritta da entrambi i partner, indicando il proprio indirizzo di residenza. Per porre fine al legame sarà necessaria l'iniziativa di uno solo dei partner interessati.

Gerdzhikov ha sottolineato che la proposta di legge ora sottoposta al vaglio del parlamento rappresenta il primo ammodernamento della legislazione sulla famiglia a partire dall'introduzione del Codice di famiglia attualmente in vigore, approvato nel 1985, se si escludono provvedimenti marginali introdotti nel 2003.

Secondo le leggi in vigore, tutte le proprietà e i beni acquisiti da una famiglia dopo il matrimonio devono essere divisi a metà nel caso di divorzio. Questo fa sì che molte separazioni si trasformino in lunghe e costose saghe giudiziarie. Con il nuovo codice sciogliere un matrimonio diventerebbe molto più facile.

Con l'introduzione dei contratti pre-matrimoniali si prevede che i futuri divorzi possano essere risolti in una sola seduta in tribunale. La regolarizzazione delle coppie di fatto avrebbe effetti anche sul riconoscimento dei figli da parte del padre. Il bambino di una coppia di fatto acquisirebbe il diritto all'eredità del padre direttamente alla nascita, così come il diritto al supporto finanziario per il mantenimento e l'istruzione.

Secondo l'attuale legislazione, i figli nati fuori dal matrimonio non sono riconosciuti automaticamente, e nel caso in cui il padre rifiuti di riconoscerli il giudice può ordinare che venga messa in atto una procedura per risalire al genitore. Questi bambini non godono di tutti i diritti riconosciuti invece a quelli nati all'interno del matrimonio.

La regolamentazione delle coppie di fatto non aprirà comunque le porte ai matrimoni omosessuali. I promotori delle modifiche al Codice di famiglia non considerano questo come una forma di discriminazione, ma si rifanno alla costituzione bulgara, che definisce il matrimonio come “un'unione sacra tra uomo e donna”.

Un “quasi-matrimonio”?

Manifestazione a Sofia contro il nuovo codice di famiglia
Il nuovo Codice di famiglia è stato aspramente criticato da numerosi giuristi, attivisti di Ong e dalla Chiesa Ortodossa Bulgara. Iglika Ivanova, parlamentare della Coalizione per la Bulgaria (coalizione guidata dal BSP) ha chiesto un'urgente revisione del provvedimento. La Ivanova ha definito la coabitazione come “un quasi matrimonio”, che però, mancando dei prerequisiti legali del matrimonio vero e proprio sarà in contrasto con la costituzione.

“Non possiamo ignorare le tradizioni, e i valori sociali costruiti nel corso di secoli”, ha dichiarato la Ivanova. “E' un atto irresponsabile cancellare tutto questo in tutta fretta a causa di mode aberranti e passeggere, ma soprattutto senza un largo dibattito sull'argomento”.

Il progetto di nuovo Codice di famiglia è stato rigettato anche dall'intero gruppo parlamentare dell'Unione delle Forze Democratiche (SDS), partito dell'opposizione di destra, contraria al riconoscimento formale delle coppie di fatto. “Siamo un partito cristiano-democratico, e i valori cristiani e la famiglia sono alla base della nostra società”, ha dichiarato all'Osservatorio Lachezar Toshev, parlamentare dell'SDS. “Il nuovo codice consentirebbe a chi è già sposato di registrare allo stesso tempo una diversa 'coabitazione' . Questo configurerebbe una forma di poligamia. Inoltre semplifica le procedure di divorzio senza prestare alcuna attenzione ai figli. Abbiamo richiesto una revisione del progetto di legge, e proposto l'introduzione di una figura di mediazione delle dispute familiari, come succede in Polonia”.

Anche Maxim, patriarca della chiesa bulgaro-ortodossa, ha criticato il nuovo Codice di famiglia. Secondo il vescovo Nikolay, questo provvedimento ha come scopo la demolizione della famiglia tradizionale.

La coabitazione, secondo il canone ortodosso, è equiparata al libertinaggio. La chiesa ha stigmatizzato il riconoscimento delle coppie di fatto, ed ha insistito nel proporre il matrimonio religioso come alternativa legale a quello civile. Al momento, infatti, in Bulgaria il matrimonio religioso ha valore soltanto morale e spirituale, ma non ha alcun riconoscimento legale. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10272/1/43/


ottobre 15 2008

Sogni politici
La notte scorsa, come fossi Merlino, sono stato visitato da sogni politici o forse da profezie che vi riporto senza alcun commento:

Ero ad una cena di Giovani Democratici. C'erano delle lunghissime tavolate sotto un pergolato, era una notte tiepida e io notavo che la metà dei Giovani Democratici si era rasata a zero come Velardi o dei naziskin. Allora dicevo "Ma vi siete tutti rasati a zero come Velardi?" e loro reagivano soddisfatti ridacchiando e io mi chiedevo se è mai possibile avere come modello Velardi, a vent'anni.


Ero da un'altra parte ed incontravo Fausto Raciti che portava una giacca troppo grande e che era in imbarazzo ma non ricordo perché lo fosse.


Poi vedevo il tg1 annunciavano la morte di un ex presidente della Repubblica ma non vi dico quale perché non vorrei essere profetico.


Confesso di essermi svegliato un filino inquieto.http://suibhne.ilcannocchiale.it/


Sentita questa mattina al GrParlamento Rai:

“Comunismo e capitalismo: è ipotizzabile una fusione tra le due ideologie?”

Questa è la prova di quanto duro questa crisi stia colpendo. Soprattutto alcune menti.http://phastidio.net/


Ai suoi tempi.

Secondo il ministro La Russa, lo spettacolino allestito ieri a Sofia da allegri giovinotti con svastiche e mazze, non sarebbe altro che una "maldestra esibizione muscolare".
Ai suoi tempi, lui e isuoi camerati avrebbero fatto ben altro.http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/


Democratici per la Democrazia. Democrazia dei partiti. Democrazia nei partiti. Conclusioni di Arturo Parisi

Ad un anno dalle primarie per il Pd del 14 ottobre 2007 - Roma Piazza SS. Apostoli 73
di Arturo Parisi

Nonostante accanto al mio nome ci sia scritto "conclusioni", non penso di poter concludere un confronto che è appena iniziato. Lo dico pensando alle relazioni introduttive. Lo dico pensando agli interventi svolti. Lo dico pensando a quelli che avrei voluto ascoltare, come ad esempio quello di Giulia Innocenzi che da candidata a Segretaria dei giovani democratici è diventata presto esperta di primarie e di democrazia nel partito.

Anche tenendo conto del voto che mi chiama in Parlamento, potrei perciò cavarmela con poche parole, forse addirittura con una sola: amen, così sia! Sia perchè condividendo gran parte delle cose dette, mi auguro che le parole divengano fatti. Sia perchè debbo confessare che ho sostenuto l'organizzazione di questo incontro sapendo che sarebbe stato in qualche modo un incontro di rito.

Oggi siamo qua infatti, come ha detto e scritto Gianfranco Pasquino, per celebrare le primarie, per celebrarle e allo stesso tempo tirare un bilancio e avviare un confronto.

Come ha detto Barbara Pollastrini io penso che il nostro dovere sia costruire il Partito. E costruire il partito è per me semplicemente fare quello che abbiamo promesso, con la preoccupazione di promettere solo quello che riteniamo di poter fare. Ma penso che dentro costruzione abbiamo anche il dovere di significare quello che stiamo facendo.

Le collettività e le istituzioni parlano infatti attraverso quei segni che si chiamano simboli e riti. Simboli e riti rappresentano e allo stesso tempo promuovono i progetti e i valori che le tengono insieme, evocano il cammino fatto e indicano il cammino da fare.

Oggi è il 14 ottobre, il primo anniversario del fatto che, nonostante il severo giudizio che noi manteniamo ancora sulle modalità di quell'evento, noi consideriamo fondativo del Partito al quale abbiamo dato vita.

Abbiamo atteso a lungo un segno di questa memoria. Pensavo che un giorno come questo meritasse un momento di riflessione, da parte del Partito come comunità. Difronte al silenzio e alla indifferenza della Segreteria che pure a quel fatto riconduce la sua legittimità abbiamo ritenuto di doverci fare carico noi noi carico di questa necessità collettiva. E' solo per onorare il significato simbolico di questo giorno che abbiamo collocato questo incontro in un giorno e in un orario così ristretto e scomodo.

Sempre per motivi simbolici abbiamo voluto ricordare le primarie qua in questa e in questa piazza dove tutto è nato: in quella Piazza SS.Apostoli dove organizzammo nel 1996 la campagna elettorale dell'Ulivo, dove celebrammo le due vittorie dell'Ulivo, e su su prima le primarie del 2005 per la presidenza del Consiglio e poi quelle per il Pd nel 2007.

Vogliamo ricordare le primarie qua per affermare in modo visibile che il nostro progetto ha una storia. Vogliamo ricordarle qua per dire ancora una volta no alla linea politica della discontinuità, del rigetto degli ultimi quindici anni come anni da dimenticare, che costituisce la base del "teorema" che da tempo guida e allo stesso tempo imprigiona il Partito.

Io penso che in politica le parole contino, contino molto più di quel che il qualunquismo dà spesso ad intendere.

Quando per la prima volta sentii come attribuita a Spadolini la frase "Gli unici fatti che contano sono le parole. Tutto il resto è chiacchera." sorrisi. Ero un ragazzo. Con il passare degli anni non finito invece di apprenderne la profonda verità.

Le parole contano perchè esigono di essere onorate. Non possono essere dette con leggerezza. Prima o poi le parole presentano il loro conto.

Oggi è il turno di Bologna. Il conto della parola "primarie", quella che ci ha offerto l'occasione per l'incontro di oggi, è stato presentato a Bologna: non più le "primarie" come manipolazione democratica, secondo la definizione di Corsini di questa mattina, o come democrazia manipolativa, ma le primarie come allargamento del potere dei cittadini chiamati a scegliere non più solo gli eletti ma anche i candidati.

Oggi approda a Bologna, un lungo cammino, fatto di approssimazioni successive, fatto di avanzamenti imprevisti, come le primarie pugliesi del gennaio 2005, parziali depotenziamenti come in quelle nazionali del 16 ottobre 2005, gravi arretramenti come quelle dello scorso anno. E tuttavia la talpa del cambiamento continua a scavare.

Oggi Bologna la città più a lungo caricata della tradizione di una democrazia guidata è chiamata alla prova. Si rende conto che le decisioni segrete dei caminetti e delle riunioni ristrette, che la politica come "ars combinatoria", come governo degli organigrammi, come politica del personale politico, diventa ogni giorno più difficile, se non addirittura impossibile. Anche gli artisti più esperti vanno arrendendosi e stanno arrivandosi alla conclusione che l'unico modo per governare e allo stesso tempo evitare il conflitto tra persone e linee è la competizione aperta e regolata. Anche gli artisti combinatori più esperti vanno accorgendosi che la democrazia dei cittadini oltre ad essere la strada più giusta è anche la più conveniente. Come coordinare in una realtà che va divenendo sempre più complessa le pretese di quanti provengono da un partito con quelli che provengono da un altro, di quanti in un partito appartengono ad una corrente con quelli di un'altra. Come ripartire e comporre poi tutte queste richieste tra una istituzione e un'altra, tra una provincia e l'altra? E' meglio riconoscere che gli unici legittimati a decidere sono i cittadini. Compito dei partiti è appunto quello di favorire l'esercizio di questo diritto.

No. Non sarà un cammino facile. Basta guardare al linguaggio che descrive gli spasmi che accompagnano l'allargamento dello spazio di scelta dei cittadini. Le parole che ricorrono in questi giorni nelle cronache locali le abbiamo sentite citate anche qua. Faide, scontri, strappi, confusione, squassi... Tutti termini che propongono il confronto democratico aperto come una patologia alimentando nel contempo la nostalgia per il bel tempo antico delle spartizioni nascoste per quote.

Ma il cammino è segnato. Se un tempo le primarie erano una strana usanza americana della quale tutto quello che sapevamo era per sentito dire, ora gli italiani sanno degli Stati Uniti molto di più di quello che sanno dell'Italia. Se un tempo era possibile imitare la politica americana all'italiana, ora con un semplice cambio di canale è possibile misurare la distanza tra l'Italia e gli Stati Uniti, tra le parole e i fatti. Non è più tempo di Americani a Roma, o di "Ti vò fa l'americano". Il tempo di Sordi e Carosone è definitivamente alle nostre spalle. E' bene che la segreteria del partito se ne faccia una ragione.

Ed egualmente è sotto i nostri occhi la vicenda di questo anno. I 3 milioni e cinquecentomila partecipanti dello scorso anno, i 2885 delegati alla assemblea regionale, ma anche la mancanza totale di luoghi dove si possa dibattere e decidere in modo democratico. Come ha giustamente ricordato Barbi non si ricorda luogo dove si sia deciso qualcosa se non per acclamazione e alla unanimità. Il partito è costretto ad alimentare un dibattito sui giornali tra correnti che non hanno il coraggio di dichiararsi in quanto tali perchè avrebbero difficoltà a svolgerla in pubblico.

E' pensando a questo che siamo qua a chiederci se sia possibile che una democrazia fondata sui partiti, quale è ancora la nostra, sopravvivere come democrazia senza democrazia all'interno dei partiti.

La verità è infatti che si è aperta nel nostro Paese una questione democratica.

Non è da oggi che in Italia si è manifestato un gap tra la legittimazione dei partiti e il potere del quale essi dispongono. Ma è solo negli ultimi anni che questo gap è cresciuto oltre il livello di guardia. Per l'esattezza, come ci ha ricordato Guzzetta, questo è avvenuto da quando, venendo meno il principio di legittimazione dall'alto e la stessa idea di una verità ufficiale di partito, i partiti sono stati spinti a cercarla tra i cittadini sulla base di procedure democratiche anche per quel che riguarda la definizione della linea e della identità politica. Cercare non significa naturalmente trovare. In questo sta appunto la questione democratica: nella esistenza di partiti che hanno perduto la vecchia base di legittimità e non hanno ancora trovato la nuova. Nel momento nel quale i partiti, cioè i vertici dei pariti, affidano alla loro democraticità interna la loro legittimazione ma non la trovano, si espongono alla accusa di disporre di un potere superiore a quello che sono legittimati ad avere.

Il fatto è questo gap è negli ultimi anni ulteriormente cresciuto, cresciuto ad un livello pericoloso.

Da una parte è infatti cresciuto a dismisura il potere dei loro vertici. Si pensi al potere di nomina dei parlamentari, per ora nazionali e domani anche europei. Ma non meno importante è il potere messo nelle loro mani dalla legge di finanziamento dei partiti.

A questa crescita esponenziale corrisponde purtroppo una diminuzione della legittimità. Non solo cala infatti la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni interne, ma questa consapevolezza spinge i partiti ad alimentare la retorica partecipativa. Si determina così un giro vizioso: il bisogno di legittimazione democratica spinge all'appello partecipativo, la chiusura verso la domanda così alimentata o la risposta in termini meramente manipolativi produce delusione e crescita dell'astensionismo, la riduzione della base partecipativa riduce la legittimità dei vertici.

Questo gap tra potere e legittimità, questo depotenziamento della partecipazione, attraversa tutti i partiti, ma in particolare interessa i partiti, il partito, che nella democrazia ha individuato il tratto costitutivo della sua identità affidando ad essa e ad essa sola la sua denominazione.

Per questo motivo possiamo perciò dire che la questione democratica è per eccellenza una questione dei democratici.http://www.arturoparisi.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=18&doc=4626

Un imputato verso l'Alta Corte
Marco Travaglio
l' Unità 


Se tutto va male, tra qualche mese, quando la Corte costituzionale si pronuncerà sull’incostituzionalità della legge Alfano e sul referendum abrogativo indetto da Antonio Di Pietro, avrà al suo interno come giudice l’avvocato professor onorevole Gaetano Pecorella. Cioè uno dei legali dell’unico beneficiario della legge Alfano. Cioè uno dei parlamentari che la legge Alfano han votato e suggerito. È lui infatti il candidato del centrodestra per rimpiazzare l’ex giudice costituzionale Romano Vaccarella, che s’è dimesso un anno e mezzo fa lasciando un vuoto incolmabile. Anche Vaccarella era un avvocato di Berlusconi (e di Previti), ma per i processi civili, mentre Pecorella si occupa di penale. In ogni caso è ormai assodato che un seggio della Consulta sia riservato di diritto a un legale del premier. L’elezione di Pecorella richiede i due terzi dei voti delle Camere: quelli del Pdl non bastano, occorrono anche quelli di parte delle opposizioni. Ma ieri il Pd - dopo la geniale proposta di Veltroni di votare chiunque, a scatola chiusa, in cambio di un atto dovuto, cioè l’elezione di Leoluca Orlando alla Vigilanza Rai, e dopo un demenziale “non lo voto, ma nessun veto” del capogruppo Soro, si è detto indisponibile. Speriamo che duri. In caso contrario, Pecorella non farà in tempo a sedersi alla Corte costituzionale e già si ritroverà in conflitto d’interessi con se stesso: chiamato a decidere su una legge votata da lui e voluta dal suo cliente più illustre. Ma c’è anche l’eventualità che lui, quel giorno, sia assente per cause di forza maggiore: potrebbe essere convocato come imputato per favoreggiamento dal Gip di Milano che lo sta processando per i depistaggi sulle stragi nere di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Ecco: se tutto va male avremo un giudice costituzionale che si divide fra la Consulta e il Tribunale: cioè potrebbe essere rinviato a giudizio e - Dio non voglia - addirittura condannato. Nel qual caso, lungi dall’abrogarla, bisognerebbe tornare alla versione primigenia della legge Alfano, che estendeva l’impunità delle 4 cariche dello Stato non solo al presidente della Consulta(come già il lodo Maccanico-Schifani, incostituzionale), ma anche a tutti i suoi membri. Non è meraviglioso? Nato a Milano il 9 maggio 1938, docente universitario in pensione, un paio di matrimoni alle spalle, poeta per hobby, deputato da 4 legislature, Pecorella nasce politicamente all’estrema sinistra. Negli anni 70 era vicino a Soccorso Rosso e difendeva alcuni comitati di vittime di piazza Fontana, manifestando contro lo spostamento del processo a Catanzaro: ora difende Delfo Zorzi, il neofascista imputato per la stessa strage (per cui è stato assolto per insufficienza di prove) e per quella di piazza della Loggia (per cui sta per esser processato a Brescia); e ha chiesto lui stesso che il processo venisse trasferito a Catanzaro. Negli anni di Mani Pulite, lisciava il pelo al Pool, soprattutto a Di Pietro. Quando Craxi tirò fuori i primi dossier per infangare Tonino, Pecorella difese a spada tratta il pm: “Le amicizie di un giudice, la sua vita privata, non possono essere usate per invocare irregolarità processuali. Su questo fronte, finora, non mi sembra sia emerso nulla di rilevante” (11-9-1992). Poi girò il vento e lui cambiò idea, diventando uno dei pasdaràn anti-Pool. Soprattutto dopo che fu ingaggiato da Berlusconi, che nel ’96 lo nominò suo difensore, lo portò alla Camera e nel 2001 lo promosse presidente della commissione Giustizia. In barba all’art. 37 del Codice deontologico forense, che recita: “Conflitto di interessi. L’avvocato ha l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa... interferisca con lo svolgimento di altro incarico, anche non professionale”. La commissione divenne il collegio difensivo allargato del premier, una fabbrica inesauribile di leggi ad personam per depenalizzare i suoi reati. Siccome la fucina delle leggi su misura è sempre in funzione, Pecorella è riuscito a far danni anche nella legislatura dell’Unione, aiutando Mastella, Manconi e Brutti a varare il peggior indulto della storia repubblicana. Che si applicherà anche a Pecorella, se per disgrazia dovesse essere condannato. Già, perché nel 2007, dopo cinque anni di indagini, la Procura di Brescia ha chiesto il suo rinvio a giudizio con l’accusa di aver corrotto Martino Siciliano - già attivista veneto di Ordine nuovo e principale accusatore di Delfo Zorzi nei processi per le stragi nere - perché ritrattasse le accuse. È lo stesso Siciliano ad accusare Pecorella e il proprio ex-difensore Fausto Maniaci. Secondo il pentito, Zorzi ­ da anni rifugiato in Giappone - gli versò 115mila dollari in Svizzera tramite Maniaci, dopo un presunto accordo con Pecorella. Siciliano viene arrestato il 10 giugno 2002 per aver intascato un anticipo di 5 mila dollari da Zorzi in cambio della ritrattazione. E racconta: “Nel 1997 io e Maniaci prendemmo in considerazione la possibilità di ottenere un contributo da Zorzi, attraverso i suoi legali. Maniaci mi disse che ne avrebbe parlato a Pecorella. A fine gennaio ’98 mi spiegò che Pecorella si era recato in Giappone per parlarne a Zorzi”. Dopodichè arrivano i soldi. L’accusa pare confermata anche da un colloquio intercettato nel 2002 fra Siciliano e l’ex camerata Giuseppe Fisanotti: lì il pentito ­ scrivono i giudici ­ “ammette esplicitamente di aver ricevuto da Zorzi 5.000 dollari” in seguito a una trattativa gestita “dagli avvocati di Zorzi e di Siciliano”. Vero? Falso? Lo stabilirà il processo, che però va a rilento. Il 14 febbraio 2008 Pecorella & coimputati ottengono dal gip di Brescia di esser processati a Milano. Ora, quando partirà l’udienza preliminare, il nuovo giudice potrebbe trovarsi di fronte un imputato molto speciale: un giudice costituzionale. Se tutto va male.


Ma sono, appunto, una minoranza. Come quella che fece la Marcia su Roma, insomma

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