Secondo un sondaggio della primavera 2007, il 73 per cento degli italiani ritiene che l'immigrazione abbia un impatto negativo sul paese. Opinioni sulle quali incidono in modo rilevante aspetti sociali e culturali, influenza degli organi di informazione compresa. Ma l'importanza della relazione tra mass media e opinione pubblica non deve offuscare il ruolo giocato da eventi reali, come l'incidenza dell'immigrazione clandestina nelle diverse aree geografiche. Un'analisi che per gli Usa riserva qualche sorpresa. Ma che da noi è impossibile, perché mancano i dati.
Anche nel mezzo della crisi finanziaria il tema dell’immigrazione continua ad attirare molta attenzione, soprattutto in Italia. È di qualche giorno fa la proposta da parte dei senatori della Lega Nord di bloccare per due anni i flussi di immigrati regolari nel nostro paese.
È dunque opportuno farsi un’idea più chiara sulla posizione dell’opinione pubblica su di un tema così cruciale. E non bisogna essere Berlusconi per convincersi che l’opinione pubblica sulle questioni all’ordine del giorno costituisca -a seconda delle circostanze- un vincolo stringente o un volano decisivo per le politiche attuate dal governo in carica.
IMMIGRATI E OPINIONI
Secondo la teoria economica un afflusso maggiore di immigrati con un certo tipo di qualifiche professionali dovrebbe avere effetti negativi sui salari e sull’occupazione di quei cittadini residenti che hanno un livello simile di qualifiche. A tale proposito, una recente letteratura (1) giunge alla conclusione che l’opinione degli individui a proposito dell’immigrazione è sistematicamente correlata con la loro posizione sul mercato del lavoro, in maniera coerente con quanto suggerito dal modello economico. Ad esempio un recente contributo di Anna Maria Mayda (2) mostra come nei paesi in cui gli immigrati hanno qualifiche più basse della popolazione originaria i cittadini sono tanto più favorevoli ad una limitazione del numero di immigrati, quanto più il loro livello di istruzione è basso: questo è ad esempio il caso dell’Italia. Un articolo recente di Giovanni Facchini e Anna Maria Mayda (3) ottiene poi il risultato che, in quegli stessi paesi, l’avversione nei confronti dell’immigrazione cresce al crescere del reddito individuale: ciò può essere spiegato dal fatto che -con un sistema tributario progressivo- il finanziamento di un’espansione dello stato sociale a vantaggio degli immigrati ricade in misura maggiore sugli individui più ricchi.
La correlazione tra istruzione e opinione sull’immigrazione potrebbe però essere spiegata da fattori culturali, cioè dal fatto che la diffidenza verso gli immigrati come individui “diversi” è probabilmente meno intensa, quanto più elevato il livello di istruzione. Ma –come sottolineato da Facchini e Mayda- i fattori culturali da soli non sono capaci di spiegare il risultato empirico secondo cui la relazione tra livello di istruzione e sentimenti anti-immigrazione diventa di segno positivo quando gli immigrati hanno qualifiche più elevate della media della popolazione nativa.
L’analisi statistica dà il suo meglio nell’analizzare le correlazioni a livello microeconomico; molto più ostico spiegare le differenze nell’opinione pubblica “media” sull’immigrazione tra i diversi paesi. E ci sarebbe di che spiegare: un recente sondaggio raccolto dal Pew Center (4) mostra differenze vertiginose tra l’Italia e gli altri paesi occidentali. Secondo questo sondaggio il 73% degli italiani intervistati ritiene che l’immigrazione abbia un impatto negativo sul paese, e solo il 17% pensa che l’impatto sia positivo. A titolo di confronto, il paese occidentale con il dato più vicino all’Italia è la Gran Bretagna, con un 48% di valutazioni negative e un 44% di positive.
GLI EFFETTI DELLA TV
Certamente non mancherà chi voglia attribuire questa differenza di opinioni alla debolezza dell’economia italiana nella competizione internazionale. Penso invece che gli aspetti sociali e culturali siano più rilevanti. Come sottolineato qualche mese fa da Tito Boeri su Repubblica (5), i media potrebbero giocare un ruolo importante, tenuto conto del fatto che il tema dell’immigrazione non è politicamente neutro, ma tipicamente favorisce i partiti conservatori. Giornali e televisioni i cui proprietari hanno una collocazione ideologica a destra potrebbero essere indotti a coprire di più il tema dell’immigrazione, affrontandolo con toni sistematicamente negativi e spostando così i voti a destra.
Non si può tuttavia escludere l’ipotesi più benigna, secondo cui i cittadini stessi scelgono di ricevere le notizie dai media ideologicamente più vicini: non si tratterebbe di persuasione ma di libera scelta. Ciò può valere anche nei confronti macro tra i diversi paesi: forse gli italiani sono in media poco aperti ai contatti con gli stranieri, e i media semplicemente si adeguano a queste preferenze.
Tornando al livello micro, un’analisi che sto conducendo con Facchini e Mayda su dati raccolti negli USA dal consorzio CCES (6) durante la campagna elettorale del 2006 mostra la presenza di correlazioni importanti tra il telegiornale della sera preferito e le opinioni sul tema specifico dell’immigrazione clandestina, anche controllando per fattori come il reddito, l’istruzione e le idee politiche della persona intervistata. Ad esempio chi guarda abitualmente Fox News, il canale di Rupert Murdoch, ha l’8% di probabilità in più (rispetto agli spettatori abituali di CBS, ABC o NBC) di essere contrario al disegno di legge Kennedy-McCain, il quale prevedeva un iter di regolarizzazione per gli immigrati clandestini. Il risultato sorprendente è che i spettatori abituali di CNN hanno lo stesso atteggiamento negativo di chi guarda Fox News. Ciò può essere spiegato dal fatto che –pur su un canale televisivo dalla fama liberal- il telegiornale di CNN è condotto da Lou Dobbs, notorio per le sue posizioni intransigenti sul tema. A proposito di selezione versus persuasione, ogni tentativo di controllare in maniera più esaustiva per le preferenze politiche degli intervistati porta a rivedere verso il basso la stima della correlazione con Fox News (dal 10 all’8%), mentre ciò non accade per CNN.
L’importanza della relazione tra media e opinione pubblica non deve offuscare il ruolo giocato dagli eventi reali, in questo caso la diversa incidenza geografica dell’immigrazione clandestina. Ebbene, un altro risultato forse inaspettato della nostra analisi è che i cittadini residenti in stati con una percentuale maggiore di clandestini sono sistematicamente più favorevoli al piano Kennedy-McCain di regolarizzazione. Sarà vera la stessa cosa per le regioni italiane?
(1) http://www.lavoce.info/articoli/-immigrazione/pagina1000688.html (2) Anna Maria Mayda, “Who is against immigration? A cross-country investigation of individual attitudes toward immigrants”, Review of Economics and Statistics, Agosto 2006, 88(3): 510-530:http://www9.georgetown.edu/faculty/amm223/immpolpref.pdf (3) Giovanni Facchini e Anna Maria Mayda, “Individual attitudes towards immigrants: Welfare-state determinants across countries.” Di prossima pubblicazione su Review of Economics and Statistics: http://www9.georgetown.edu/faculty/amm223/FacchiniMaydaWelfareImm.pdf (4) Richard Wike per Pew Global Attitudes Project, “Italy's Malaise: La Vita Non É Cosí Dolce”, 17 Gennaio 2008: http://pewresearch.org/pubs/695/italys-malaise-la-vita-non-e-cosi-dolce (5) Tito Boeri, “Una norma pericolosa” Repubblica, 21 Maggio 2008. (6) I risultati preliminari dell’analisi sono disponibili a richiesta. I dati CCES sono pubblicamente disponibili sul sito http://web.mit.edu/polisci/portl/cces/commoncontent.html
“Mi sono candidato l’11 novembre. Dovevo raccogliere 386 firme entro la sera del 17. Ho chiesto l’elenco degli iscritti, mi hanno detto che non era disponibile: avrei potuto copiarli a mano, oppure dare 12.500 euro per spedire altrettanto lettere. Allora ho chiesto che inviassero le mail ai 4.500 iscritti con posta elettronica, ma hanno detto che c’erano problemi al server. L’alternativa alle firme era il sostegno di almeno 46 componenti dell’Assemblea cittadina. La sera del 14 vado all’Assemblea, chiedo il sostegno, ma mi trattano con sufficienza, dicendomi di cercare altrove”.
E’ il professor Gianfranco Pasquino (prestigioso docente alle Università di Firenze, Harvard, Los Angeles, ora a Bologna) che parla, dopo la sua esclusione dalle Primarie PD per il sindaco di Bologna.
Sono impressionanti le somiglianze con la candidatura alle Primarie PD per il sindaco di Cremona di Ermanno de Rosa, segretario dell’Associazione radicale Piero Welby.
Stessi ostacoli per de Rosa, come per Pasquino: elenchi degli iscritti non disponibili, email non potute recapitare, nessun sostegno da parte degli esponenti dell’Assemblea cittadina, che decidono in massa di non firmare! Unica differenza i partiti di provenienza. “Io vengo dal PCI e dal PDS. Non mi sono iscritto al PD. Mi pareva un partito confuso, pasticciato, frettoloso”, ha dichiarato a “il Giornale” Gianfranco Pasquino. “Sono un iscritto radicale, un compagno dei nove parlamentari impegnati nel PD nel difficile compito di dare vita ad una opposizione democratica in una situazione politica che tende sempre più all’antidemocrazia”, ha scritto Ermanno de Rosa nel suo appello ai componenti dell’Assemblea cittadina del PD.
Conclude amaramente il professor Pasquino “Volevo portare aria nuova ma mi hanno fatto fuori. Questo partito è nato male, cresce peggio, non è affatto aperto e non ha nessuna voglia di rinnovarsi. E’ anche disorganizzato. E’ organizzato per garantire i posti di potere sempre agli stessi”.
E’ molto difficile dare torto all’illustre professore. Anche alla luce di quello che sta succedendo in questi giorni all’interno del PD: l’espulsione dal partito del neo presidente della Commissione Vigilanza Rai Riccardo Villari e la defenestrazione dalla stessa Commissione di Nicola Latorre.
«Dare un bonus alle famiglie dove nessuno lavora purchè se ne vadano costa all’amministrazione meno che garantire i contributi economici per il pagamento di affitto, utenze, alimenti e cure mediche». «Quando i bilanci sono risicati, se l’amministrazione decide di privilegiare una fascia di popolazione piuttosto che un’altra, è in dovere anche di dire quali sono i tagli nel sociale. Se do fondi agli stranieri, tolgo risorse a tutti gli altri cittadini». Non c'è razzismo perché pare abbiano preso l'idea da Zapatero, il quale elargisce soldi agli immigrati per favorire il rientro in patria, anzi, diversamente dal Zap, i nostri si accontentano che togliate le tende dal territorio comunale. Cioè, tenete presente che se siete vecchi, storpi o avete perso il lavoro siete comunque un peso per le casse di Spresiano, siete l'anticamera della termovalorizzazione, solo che a voi vi tollerano perché siete bianchi, gli costate meno in candeggina, e poi avete messo radici nel territorio.
Ecco, le radici, il territorio. Io non so da dove vengano i veneti (e faccio questo discorso col cuore in mano perché nel mio dna c'è un quarto di sangue veneto e mi vergogno), ma credo sia possibile ipotizzare che i veneti siano i discendenti di quegli immigrati a cui i carinziani offersero un giorno 2000 muli per levare le tende dal loro territorio e ritornare giù in teronia da dove erano venuti (quei carinziani cacciati a loro volta dai bavaresi, e i bavaresi dai turingi, ecc. ecc., fino ad arrivare in Lapponia). Vi confesso che avrei fatto la stessa cosa anch'io, anch'io sono razzista, solo che adesso i veneti me li ritrovo qui io, nel mio territorio, e vi dirò, un po' mi dà fastidio: vi bastano 2000 euro a testa per levarvi dai coglioni? Io sono lombardo e voi veneti soffocate il mio Lebensraum.http://formamentis.splinder.com/
L’insicurezza pervasiva. La classe sociale condiziona il senso di insicurezza
Scritto da Enzo Risso
Chi è più povero, chi vive in una condizione economica disagiata, ha un senso di insicurezza quotidiana, legata alla vita in città, più marcato rispetto a chi vive in una condizione agiata.
Luogo di vita, ambiti frequentati, qualità dell’arredo e del sistema urbano, maggiori elementi di confine con il disagio e la criminalità, condizione sociale, difficoltà di relazione e forme di reticolarità: sono tutti elementi che incidono sulla sensazione di certezza delle persone e colpiscono maggiormente chi vive in una condizione economica non florida.
E le differenze sono notevoli.
Le persone povere si sentono sicure solo quando vanno a fare la spesa. È l’unico gesto del quotidiano che prende un voto superiore al “6”. E, come si vede, si tratta di una sufficienza risicata, non ampia. Nessuna situazione prende un voto oltre o almeno vicino al 7.
Per tutte le altre condizioni di vita e occasioni di azione quotidiana, le persone più povere sono costrette a fare i conti con una permanente e diffusiva sensazione di insicurezza.
Un dato eclatante è quello relativo alla paura quando si sente bussare alla porta. Qui il voto è addirittura sotto il 4, ponendo il livello di incertezza più o meno vicino all’essere vicino alla stazione o al passare in luoghi bui.
Una dato che porta alla luce quanto la pervasività del senso di insicurezza coinvolga le persone a basso reddito e quanto incida sulla loro vita quotidiana.
I dati evidenziano, quindi, quanto il tema dell’insicurezza, nelle classi meno agiate, superi gli stessi fattori dell’insicurezza diffusa registrata nelle metropoli e assuma i contorni di una insicurezza pervasiva, in cui il fattore di paura e incertezza della propria incolumità è parte integrante e determinante la quotidianità.
Per le persone agiate, invece, la situazione è nettamente differente. Per loro il senso di insicurezza rimane ancorato ad alcuni luoghi.
Le persone delle classi alte si sentono insicure solo nei luoghi bui e isolati, vicino alle stazioni e al bancomat (anche se qui il voto è 5,9, molto vicino alla sufficienza). In ogni caso, le persone agiate appaiono tranquille nella loro vita quotidiana. Non soffrono il tema sicurezza quando vanno a fare la spesa, mentre sono in macchina, quando passeggiano per strada (tutte situazioni con voto superiore al sette).
Per quanto indolori, in questi giorni di passione, non sono passati inosservati i commenti anonimamente medi di alcuni che hanno votato per il centro destra. Con tutto il rispetto, sarebbe gradito un livello fisiologico di pudore. Perché se Soru è un uomo d'affari incompatibile con le politica, figuriamoci come va considerata la roba che avete messo al governo.
E per Diliberto arrivò il battesimo dei new media. "La resistenza si fa in rete", nasce la web tv dei comunisti italiani. Il Partito si fare rete inaugurando il format della "tv partigiana"
Non importa che il messaggio inaugurale del Segretario abbia esondato per enfasi e sovvrapiù drammaturgico i toni consentiti: "Vogliono oscurarci, per eliminare le opposizioni. Non ce la faranno. Nasce la ricetrasmittente delle lotte, delle idee e delle passioni dei comunisti. Siamo in onda su www.pdcitv.it. Facciamoci vedere". Il Pdci a modo suo fa sul serio. Espulsi dal Parlamento lo scorso aprile, delusi dal collante della Sinistra Arcobaleno, il Pdci riparte dalla web tv. E non è un modo di dire. La frustrazione del tempo perduto, l'elettorato fuggito, le grandi idee evaporate, la paura dell'irrilevanza in una società incomprensibile, sono il capitale passivo con il quale queste piccolo Partito deve fare i conti. Non saranno certo i video online e il blog a risolvere i suoi problemi di collocazione nello scenario, ma, una volta tanto, lo sguardo di quelli che vengono considerati "vecchi" comunisti è rivolto in avanti. L'idea di fare una web tv è una novità per un partito che non ha mai avuto un vero innamoramento verso le tecnologie digitali. Adesso invece il leninista Diliberto probabilmente ha capito che la rete serve per restare a galla, ma anche per intercettare le giovani generazioni e le tante persone non più raggiungibili con gli strumenti del passato. Eccola quindi la web tv con tanto di home page, sobria naturalmente, dominata dal colore rosso, ma ricca di contenuti. Otto canali video - notizie, inchieste, archivio, territori, piazza, vidoe-casbah, idee, mondo - quattro direttori, l'umpoload, gli speciali, il calendario, la community. I numeri sono piccoli, ma crescono. A pochi giorni dal via, c'erano una 50ina di video postati, dopo due mesi sono diventati 330. La community da un centinaio è passata a quasi quattrocento iscritti. Molti video sono realizzati direttamente dai funzionari del Partito, una parte è realizzata dagli utenti. Adesso quindi, per necessità, il Pdci la sua comunicazione comincia a farsela da sé. In rete. E fa niente che nel suo essere retrò oscilli tra la piazza virtuale di protesta (la declinazione postmoderna del famoso 'Speakers' Corner' di Hyde Parke) e una versione online della vecchia sezione comunista. Tra il video del dirigente della Fgci che attacca dicendo "Siamo ormai arrivati al fascismo" e Diliberto che rassicura, che no, non ci sarà nessun accordo con l'Udc. Questi format, come spiega bene Edmondo Berselli, sono i nuovi moduli di comunicazione del nostro tempo (piacciano o meno). 50 anni fa, il Pci osteggiava la tv monocanale in bianco e nero per paura che gli sfilasse il controllo delle piazze. Adesso che sono rimaste solo le piazze virtuali, il Pdci si adegua. La sua avventura online parte da un format preciso, la tv partigiana, che chissà, una volta immesso nel frullatore del web, potrebbe annoiare oppure diventare altro da se stesso, magari trasformando Diliberto e soci in una icona pop (come è avvenuto sull'altra sponda per il "corpo sacro" di sua maestà Berlusconi).
Secondo la Reuters la Russia completerà entro il 2009 il primo impianto nucleare dell’Iran.
Il presidente russo Dmitry Medvedev a Caracas ha firmato un accordo con il collega venezuelano Chavez, odiato dagli americani, per l’assistenza al piano nucleare e la costituzione di un blocco commerciale latino.
Questa situazione mette in serio imbarazzo il governo italiano guidato da Silvio Berlusconi che non hai mai nascosto la sua personale amicizia con Putin cementata da ripetuti soggiorni della sua famiglia nelle ville in Sardegna del premier italiano.
La domanda che circola anonima nei circoli diplomatici di Washington anche e soprattutto dopo le recenti gaffes di Berlusconi (Obama "abbronzato") e Gasparri (Al Qaeda lieta per l'elezione di Obama) e' se l'Italia sia ormai sbilanciata a favore della Russia che puo' chiudere quando le pare il rubinetto delle forniture gas all'ENI. http://oscarb1.blogspot.com/
Insomma, questo gasdotto iraniano è riuscito nel miracolo di mettere d'accordo indiani e pakistani che fino all'altro ieri stavano per incenerirsi a vicenda, ed a causare pesanti incrinature tra Paesi amici, come Pakistan e USA. Nel frattempo i russi non se ne stanno con le mani in mano, e operano per far rientrare nella loro sfera di influenza gli instabili Paesi dei progetti Unocal.
E intanto, Cicchitto si affretta a dichiarare che occorre aumentare l'impegno NATO in Afghanistan (come pronosticato un mese fa da Obama, peraltro).
Stiamocene con le dita incrociate, ragazzi...http://petrolio.blogosfere.it/
L’Obama tedesco si chiama Cem Özdemir e non ha genitori che vengono dall’Africa. Più naturalmente, trattandosi di Germania, vengono dalla Turchia, da quella vasta e povera area interna che da anni fornisce braccia operaie alla florida industria tedesca e oggi spesso turba i sonni di parte del mondo politico: l’Anatolia. Non è neppure diventato il presidente del più potente paese del mondo ma più prosaicamente il co-presidente del partito dei Verdi, seppur nello stato più importante d’Europa. Non è poco.
Özdemir è nato a Bad Urach, in Svevia, ha quarantadue anni, cinque in meno di Obama ma incarna a suo modo quel salto generazionale che ormai preme alle porte anche della politica tedesca e che i Verdi, come tradizione, hanno in parte anticipato, affiancando alle figure storiche del partito (Claudia Roth, co-presidente confermata,Renate Künast e Jürgen Trittin candidati di vertice per le elezioni politiche del prossimo anno) questo giovane figlio di emigrati nella cabina di regia del partito.
A parte uno spiritoso titolo del quotidiano berlineseTagesspiegelche gioca con il suo nome (“Yes we Cem”) le analogie con Obama finiscono qui. Il resto è tutto nelle mani di Özdemir, ex pupillo di un altro padre nobile del partito, Joschka Fischer. Non è stata semplice la sua elezione alla prima carica dei Verdi: non era lui la prima scelta ed è toccato a lui solo perché i candidati più accreditati hanno rinunciato. Non avrà neppure compito facile, stretto tra i vecchi dirigenti, personalità di grande impatto che certamente gli ruberanno la scena. A lui spetta un ruolo più oscuro, di organizzatore e di mediatore fra le diverse anime del partito: dovrà provare a ricondurre a unità le tendenze a volte indipendentiste delle varie sezioni regionali, tremendamente gelose della loro autonomia e poco propense a farsi governare dal centro.
E tuttavia questo turco-tedesco dalla faccia allungata, dalle basette pronunciate, che assomiglia a un Elvis Presley arrivato fuori tempo massimo, potrebbe ribaltare il ruolo da fochista che gli viene preannunciato. Giovane di belle speranze non lo è più. Quando nel 1994 venne alla ribalta della scena politica nazionale, eletto deputato nella sua regione del Baden-Württemberg, aveva solo 28 anni e un futuro davanti a sé. Amato e coccolato da tv e giornali, ove compariva sciorinando la sua brillante parlantina, sembrò giocarsi quel futuro inciampando in un paio di scandaletti: un credito a tassi vantaggiosi ricevuto da un consulente di pubbliche relazioni e l’utilizzo per viaggi privati dei bonus aerei ottenuti con viaggi di servizio (peccato che costò anche al postcomunista Gysi, oggi uno dei due leader della Linke, la poltrona di assessore all’Economia del Senato berlinese).
Si eclissò per un po’ di tempo, prima facendo ilricercatore negli Stati Uniti, nel German Marshall Fund, il think tank di Washington specializzato nella cura dei rapporti transatlantici,poi rientrando in politica dalla porta secondaria (si fa per dire) del Parlamento europeo: oggi è ancora eurodeputato, anche se ormai di nuovo abile e arruolato per la politica interna. Nel frattempo ha pubblicato anche un libro di successo sulla Turchia, raccontando ai tedeschi, in maggioranza contrari all’ingresso di Ankara nell’Ue, ma anche ai turco-tedeschi, che del paese dei loro avi hanno una visione idealizzata, la complessità e le potenzialità della Turchia moderna.
Nell’arena politica tedesca si riaffaccia con qualche idea nuova, tenuta un po’ in sordina nel lungo e difficile cammino che lo ha portato al vertice del partito, nel timore di scatenare dibattiti e di fare ancora un passo falso. Da lui ci si attende un ulteriore passo verso un partito meno ideologico e più pragmatico. Le sue idee sull’ecologia sono eterodosse rispetto al canovaccio storico deiGrünen: in estate si era pronunciato per una visione realista della questione energetica, non escludendo l’ipotesi di appoggiare la costruzione di centrali a carbone pulito per rendere credibile la prevista fuoriuscita dal nucleare entro il 2021. Ma proprio la settimana scorsa i Verdi hanno rispolverato il movimentismo di un tempo, partecipando in massa al blocco dei treni contenenti scorie radioattive francesi dirette al deposito di Gorleben, in Bassa Sassonia.
Tuttavia, il giorno dopo la sua nomina Özdemir è sembrato avere le idee chiare sul tema che già manda in fibrillazione la politica tedesca: quello delle alleanze. L’affermarsi di uno schema pentapartitico nel paese (ai tradizionali partiti di massa Cdu e Spd e alle formazioni dei liberali e Verdi ora si è aggiunta quella della sinistra radicale, la Linke) impone la ricerca di alleanze inedite rispetto agli equilibri passati e offre alle due formazioni più centriste (liberali e Verdi, questi ultimi irrobustiti negli ultimi tempi dal voto borghese) l’opportunità di essere l’ago della bilancia in coalizioni di colore differente. Per restare al caso dei Verdi, sta ormai facendo scuola il laboratorio di Amburgo, dove gli ecologisti governano con il centrodestra. E Özdemir non si è fatto sfuggire l’occasione per dichiarare di guardare anche a destra: nessun pregiudizio per una coalizione nero-verde o Giamaica (in Germania va di moda rappresentare i governi con i colori dei partiti e la Giamaica si riferisce al giallo dei liberali, al nero della Cdu e al verde degli ecologisti) anche a livello federale.
E’ troppo presto per dire se il 2009 sarà l’anno della grande svolta per i Verdi. E tuttavia con un quadro politico in movimento e con la prospettiva dell’abbandono della classe dirigente sessantottina dopo l’ultima battaglia, potrebbe spettare proprio all’Obama tedesco il compito di completare il cambio generazionale del partito, fornendogli quella veste pragmatica nuova che gli elettori di più recente acquisizione sembrano apprezzare.http://walkingclass.blogspot.com/
Barack Obama sa scrivere molto bene, al punto che a quarantasette anni ha già pubblicato due premiatissimi libri di memorie, ma i formidabili discorsi con cui ha conquistato l’America e il mondo occidentale sono stati scritti da un ragazzino di 27 anni che si chiama Jonhatan Favreau, nato nel 1981 in Massachusetts.
Laureato nel 2003 all’Università Holy Cross di Worcester, Jon Favreau ha cominciato a lavorare quattro anni fa con l’allora candidato presidenziale del Partito democratico John Kerry. Aveva soltanto ventitré anni quando ha incontrato per la prima volta Obama. Gli uomini di Kerry l’avevano mandato ad assistere il poco conosciuto politico di colore impegnato, dietro il palco della convention di Boston, a provare il discorso con cui avrebbe poi stupito l’America. A un certo punto, Favreau ha interrotto le prove di Obama, suggerendogli di cambiare una frase del discorso, perché conteneva qualche ripetizione con una battuta precedente. Obama, ricorda Favreau, lo guardò male: “Ma chi è questo ragazzino?”.
Sconfitto Kerry, Favreau si è trovato senza lavoro. Obama e il suo portavoce Robert Gibbs si sono ricordati del ragazzino e dell’episodio dietro il palco di Boston e così Favreau è stato assunto prima come assistente al Senato, poi come capo degli speechwriter della campagna presidenziale. La leggenda vuole che Obama scriva i suoi discorsi a mano, su un bloc notes. In realtà li scrive Favreau, aiutato da altri due ragazzi, uno ventisettenne e uno che dall’alto dei suoi trent’anni si considera “l’anziano statista del gruppo”.
“Barack si fida molto di Jon – ha detto lo stratega politico David Axelrod – E non è uno che si arrende facilmente all’idea di dover affidare a qualcuno così tanta autorità sulle sue stesse parole”. Obama invece gli ha affidato pensieri e parole della sua avventura politica, sapendo che Favreau non l’avrebbe deluso. I due si intendono al volo: quando c’è tempo o il discorso è molto importante, Favreau si siede mezz’ora con Obama. Obama parla, Favreau scrive al computer. Poi Favreau mette a posto gli appunti, scrive il testo e manda il discorso a Obama. Durante la giornata Favreau si segna e assorbe qualsiasi cosa dica Obama, in modo da entrare meglio nel personaggio a cui poi deve fornire parole, frasi, concetti. Favreau fa anche un’immersione nei libri e nei discorsi di Robert Kennedy e di Martin Luther King. Così sono stati scritti il discorso di accettazione della candidatura alla convention di Denver, quelli di sei mesi prima, in Iowa, prima e dopo la storica vittoria contro Hillary Clinton, e quasi tutti gli interventi durante la campagna elettorale.
Ora Favreau è stato nominato capo dell’ufficio da cui escono tutti i discorsi della Casa Bianca, dove avrà di che scrivere. I presidenti degli Stati Uniti fanno in media quasi due discorsi al giorno, circa cinquecento l’anno. Tra il 1993 e il 2001, Bill Clinton ha parlato pubblicamente 4.474 volte. George W. Bush, a un mese e mezzo dalla fine del suo secondo mandato, ne ha fatti una manciata di meno. Con lui hanno lavorato tredici persone nell’ufficio che cura il “presidential speechwriting”. Favreau sta già lavorando al discorso di inaugurazione del 20 gennaio e sta assemblando la squadra che lo seguirà alla Casa Bianca e che dovrà sfornare discorsi su qualsiasi tema e per qualsiasi occasione.
“Tutto quello che dice il presidente è importante – ha detto Terry Edmonds, predecessore clintoniano di Favreau alla Casa Bianca – Non ci sono gerarchie, perché ogni volta che il presidente parla le sue parole hanno impatto globale”.
La guerra a Bombay. Non sono sicuro di convidere ogni punto dell'articolo di Paolo della Sala (che secondo me sopravvaluta la visione geostrategica dei terroristi) ma è certamente vero che questo non è un attentato come gli altri, per la molteplicità degli obiettivi e le implicazioni sugli equilibri internazionali:
Mumbai non è una “semplice” azione terrorista, ma segna l’ingresso dello jihadismo anche nel quadro multipolare del dopo Bush. Fanno bene gli indiani a parlare di “Warzone Mumbai”, e fanno male i media italiani a non dare sufficiente copertura a un evento che tocca anche la nostra economia. Oltre al nuovo presidente degli Stati Uniti, il segnale è contro l’integralismo hindu, protagonista di massacri e attentati contro cristiani e musulmani. L’obiettivo terrorista infine mira a dare nuovo slancio ai talebani di Afganistan e Pakistan, dare respiro all’Iran, e affidare alla jihad il controllo dei traffici d’Orienta. La via della Setta al posto della via della Seta… Ma anche la Russia è sotto scacco da parte jihadista, dal Caucaso fin dentro il Tatarstan, nel cuore del fiume Volga.
The Indian navy, stepping up patrols on the country's western coast after the attack, was questioning the crew of the MV Alpha, a ship detained with the help of the Indian coast guard, British authorities said. The authorities said they believe the attackers' boats came from this ship, and that they believe the ship is from Karachi, Pakistan.
Al Qaeda vorrebbe rivendicare. Lashkar-e-Toiba no ma le confessioni la incastrerebbero. Mentre sale la tensione tra India e Pakistan
Emanuele Giordana
Qaedisti, islamisti Deobandi, guerriglieri kashmiri, neotalebani, “stranieri” ormai residenti nei santuari irraggiungibili delle montagne pachistane. Le piste sono tante e restano confuse per stabilire chi ha armato la mano dei mujaheddin che sono riusciti a condurre una vera e propria azione di guerra che, più che alle modalità care a Osama bin Laden, fa pensare a squadre di miliziani professionisti E ben organizzati (salvo i giovanissimi immortalati dall'obiettivo) e e forse anche con un'esperienza di terreno: per esempio nel Kashmir pachistano o nelle aree tribali al confine con l'Afghanistan.
Paradossalmente anzi, la guerriglia a Mumbai sembra decretare la sconfitta dell'ormai virtuale cupola qaedista diretta dallo sceicco del terrore. Proprio ieri un sito web islamista ha preannunciato un messaggio di Osama Bin Laden sugli attentati di Mumbai affermando che la mattanza nella città simbolo del progresso dell'India non sarebbero altro che "un contributo simbolico di al Qaida" alla causa del popolo palestinese a Gaza. Ma diventa singolare che Osama rivendichi qualcosa che è in atto da giorni e proprio mentre il suo braccio destro, Ayman Al Zawahiri, ha appena lanciato un messaggio giovedi, mentre da ore era in corso la battaglia nella capitale finanziaria dell'India, citando solo l'Afghanistan....
I commenti sulla supposta impronta di Al Qaeda diventano così solo uno dei tanti elementi (in discesa) di un'indagine a tutto campo e che registra anche diversi colpi di scena: e non solo la scoperta di passaporti britannici tra gli arrestati (no comment da Londra), occidetalissimi black berry o schede telefoniche di compagnie pachistane. Diventa simbolico e rilevante soprattutto il fatto che Islamabad (nonostante le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Delhi Pranab Mukherjee che ha accusato «elementi in Pakistan») offra un nuovo ramoscello d'ulivo. Con una mossa senza precedenti ha infatti accettato di cooperare con l'India accogliendo la richiesta di inviare nella capitale indiana il capo dei servizi di sicurezza dell'Isi, il generale Ahmed Shuja Pasha. A chiedere la partecipazione di Pasha era stato il premier indiano, Manmohan Singh, un moderato sulle relazioni del suo paese con il Pakistan e che nel suo discorso alla nazione aveva parlato di elementi con basi fuori dal paese ma senza nominare Islamabad.
C'è comunque cautela sull'attribuzione delle responsabilità dell'attentato anche se l'agenzia di stampa Trust of India, citando fonti anonime, ha reso noto che i tre terroristi catturati dalle autorità al Taj Mahal (uno di loro avrebbe confessato), facevano parte del Lashkar-e-Toiba, il gruppo attivo in Kashmir, già messo fuori legge da Musharraf, che aveva però smentito sin dalle prime ore dell'attacco il suo coinvolgimento. Anche il segretario speciale del ministero degli Interni, M.L. Kumawat, aveva avanzato l'ipotesi Let, anche perché il gruppo si rese responsabile, nel 2001, di un'altra eclatante azione di guerriglia contro il parlamento indiano difficile da dimenticare. Che portò i due paesi sull'orlo della guerra.
Al ramoscello teso da Islamabad Delhi risponde però con una certa durezza. Nell'incontro tra i due ministri (Qureshi ha anche proposto a Nuova Delhi l'istituzione di una “linea rossa” fra i responsabili dei servizi di sicurezza dei due paesi), Mukherjee ha detto al suo omologo che la vicenda di Mumbai e quella del recente attentato all'ambasciata indiana a Kabul, rende più difficile il dialogo. Il primo risultato forse che i terroristi volevano ottenere.
La notizia è clamorosa: tre cittadini tedeschi sono stati arrestati a Pristina con l'accusa di terrorismo. Lo scorso 14 novembre una bomba era esplosa contro l'Ufficio Civile Internazionale della Ue nella capitale kosovara. L'attentato, evidentemente dimostrativo, aveva causato danni all'edificio ma nessuna vittima né feriti.
Poche ore dopo le autorità kosovare traevano in arresto tre cittadini tedeschi di cui non sono state fornite le generalità. La notizia, trapelata sul giornale locale Express, è stata quindi confermata da "Der Spiegel" e dal "Suddeutsche Zeitung".
Le autorità tedesche si sono limitate a smentire categoricamente che apparati governativi germanici possano in qualunque modo essere implicati in attentati all'estero, eventualità definita semplicemente "assurda". Anche l'appartenenza dei tre uomini ai servizi è stata smentita, almeno ufficialmente i tre non avevano alcun accreditamento e non godono di immunità diplomatica. Secondo "Der Spiegel" (ma la notizia non è confermata) il gruppo lavorava proprio negli uffici oggetti dell'attentato.
Il caso sta creando non poco imbarazzo e tensione tra Berlino e Pristina. Il momento è particolarmente delicato, visto che sono in corso negoziati per il passaggio di poteri tra la missione UNMIK delle Nazioni Unite e la missione Eulex della UE, per l'organismo che avrà il compito dell'amministrazione civile sul Kosovo su cui vige un protettorato internazionale dalla fine della guerra del 1999.
Mentre Bruxelles e Belgrado avevano raggiunto un accordo sulla definizione giuridica della nuova missione Eulex, Pristina l'ha radicalmente rigettato ritenendolo un passo indietro rispetto alla dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Serbia proclamata lo scorso febbraio.
L'attentato dei giorni scorsi era subito stato messo in relazione con le vicende contrastate dei negoziati. Ma con quali scopi? Ora l'intrigo diventa internazionale.
Milo Drulovic e Simone Santini
Fonte: http://www.clarissa.it Link
25.11.2008
Dopo la morte di cinque senza dimora nella regione di Parigi durante lo scorso mese, è scattato una volta di più lo schema ormai classico nella politica del governo francese, quello di reagire nell’urgenza, rispondendo all’emozione popolare nata da un fatto di cronaca.
Il ministro dell’alloggio, Christine Boutin, ha annunciato ieri di aver avviato una riflessione sull’alloggio obbligatorio per i senza tetto, in caso di gran freddo. E subito ha scatenato una protesta generale delle diverse organizzazioni che si occupano del problema, denunciando la scarsa conoscenza della questione da parte del governo. Chi dice «obbligatorio» sotto intende «forzato»…
L’associazione Droit au logement [Dal – diritto all’alloggio], per esempio, sottolinea che è una misura che rischia di spingere i senza dimora che rifiutano di andare in centri d’accoglienza a nascondersi sempre di più, in condizioni sanitarie sempre più pericolose. Ogni anno il ritorno delle temperature basse riavvia un dibattito mai finito, e mai approfondito. Le radici del problema, come la mancanza d’alloggi o le difficoltà di reintegrazione, per esempio per gli ex-carcerati, sono temi centrali che non vanno discussi. Infatti, più che il freddo, è la strada stessa, con le sue condizioni di vita estrema e le sue malattie, ad uccidere: non se ne parla, ma d’estate anche i senza tetto esistono, e muoiono pure.
Anche di caldo.http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/15935
Iraq, Arabi in piazza a migliaia a sostegno del premier Maliki contro i kurdi
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,
In migliaia in piazza in tutto il Paese per difendere il Primo Ministro. Non succede spesso, tantomeno in Iraq : eppure oggi gli arabi iracheni, sunniti e sciiti, hanno manifestato a sostegno di Nuri al Maliki contro le critiche di cui è attualmente bersaglio da parte della leadership kurda.
Le proteste si sono svolte da nord a sud: i sunniti di Tikrit, la provincia che ha dato i natali a Saddam Hussein, e di Hawijah, e gli sciiti di Karbala, Najaf, Nassiriya, Samawa, e Hilla, uniti per protestare contro le affermazioni del presidente della regione autonoma kurda - Mas’ud Barzani, che aveva accusato Maliki di volersi alleare illegalmente con le tribù arabe delle zone in cui una parte della popolazione è kurda, per espandere i poteri dello Stato centrale.
Oggetto della disputa sono i cosiddetti “consigli di sostegno”: alleanze su base tribale che, dal sud, dove sono nate inizialmente, il premier iracheno adesso sta portando anche in diverse zone del nord del Paese – territori che i kurdi rivendicano per la propria regione autonoma.
L’Iraq non aveva davvero bisogno di un altro focolaio di tensione, ma è chiaro che ormai si è creato. E rischia di portare a un conflitto – fra arabi e kurdi – che potrebbe essere sanguinoso almeno quanto quello che dal 2006 a fine 2007 ha opposto arabi sunniti e sciiti – se non di più.
Il fatto è che il sostegno al premier si è innestato sulla componente nazionalista, che Maliki è andato via via rafforzando negli ultimi tempi: componente che, nonostante tutto, fra gli arabi iracheni è ancora forte, e trasversale a sunniti e sciiti.
Da Tikrit a Karbala
A Tikrit, oggi centinaia di sunniti delle tribù locali hanno manifestato in appoggio al Primo Ministro sciita, portando cartelli che dicevano “Vogliamo un Iraq unito”, e “Kirkuk, Mosul, e Diyala sono irachene", in riferimento a tre delle zone più contese fra arabi e kurdi.
"Le tribù irachene stanno con le posizioni nazionali di Maliki, per preservare l’unità dell’Iraq, instaurare lo stato di diritto, e riscrivere la Costituzione", dice Farhan al-Aud, deputato della provincia di Salahuddin e consigliere del premier, sottolineando che “non esistono zone contese. Questo è un solo Paese”.
“Quelli che si oppongono al piano di Maliki, vogliono che l’Iraq rimanga debole, e vada avanti il progetto di smembrarlo", è il commento di Ahmed al-Dulaimi, uno dei membri del “consiglio di sostegno” della provincia di Salahuddin, di cui Tikrit è capitale.
Ad Hawijah, nella provincia che ha per capitale Kirkuk, contesa fra arabi, kurdi, e turcomanni, al punto che per il momento non vi si terranno neppure le elezioni provinciali, che nel resto del Paese – ad eccezione delle tre province kurde – dovrebbero svolgersi entro fine gennaio 2009, migliaia di arabi si sono radunati in uno stadio fuori dalla città, al grido di “Tutta Hawijah invoca Maliki, Gloria del nostro Paese!".
Mentre la folla urlava, riprendendo uno slogan dei tempi di Saddam Hussein: “Con la nostra anima e il nostro sangue, ci sacrifichiamo per te, Kirkuk!".
Un membro arabo del consiglio provinciale, lo sceicco Barhan Mazhar al-Asi, spiega che i manifestanti si sono radunati per affermare che “Kirkuk è irachena”, e sottolinea che i “consigli di sostegno” non sono che un modo per offrire stabilità e sicurezza, per ristabilire l’equilibrio fra le istituzioni dello Stato, e “garantire i diritti di tutte le comunità di Kirkuk”.
Da nord a sud – nella città santa sciita di Karbala: dove in centinaia di appartenenti alle tribù hanno manifestato di fronte alla sede del governatorato.
Qui ad attaccare i kurdi, e a respingerne le accuse, arringando i dimostranti c’era lo stesso governatore della provincia, Aqil al-Khazali.
“Vogliono parlare dell’elenco delle (loro) violazioni? Destinare (loro) il 17% del bilancio è costituzionale? I peshmerga sono costituzionali?”, diceva Khazali rivolto alla folla, in riferimento ai miliziani kurdi.
Sembra proprio che, dopo tante divisioni e spargimento di sangue, gli iracheni stiano andando verso una ritrovata unità – e Maliki se ne sta facendo interprete.
Ma se il risultato sarà una contrapposizione fra arabi e kurdi, come mostrano ormai numerosi segnali, è un’unità che non fa presagire nulla di buono.
A causa dei salari bassi l'Estonia è minacciata dal calo della manodopera (Foto : Marco Pighin)
«Siamo stati troppo ottimisti». Si prediceva un atterraggio in tranquillità. In realtà, l’economia estone entra in un periodo di crisi dopo una crescita eccezionale. Intervista ad una specialista di macro-economia.
La recessione in cui l’Estonia sta entrando pian piano le permetterà di tenere fede al criterio di Maastricht sull’inflazione? Sicuramente. «Nel 2011, l’Estonia dovrà poter adottare l’euro», Maris Lauri predice anche questo. Incontro con una specialista di macro-economia della Swedbank, à Tallin.
Quali sono le conseguenze della crisi finanziaria mondiale sull’economia estone?
Maris Lauri è economista alla Swedbank a Tallinn | (Foto: Jane Mery)«Siamo stati troppo ottimisti e, oggi, gli estoni fanno fronte ad una vera crisi economica, la prima della loro breve storia. La crescita di questi ultimi anni è stata troppo forte: la moneta estone non aveva abbastanza valore, e gli investitori stranieri erano troppo concorrenziali. L’Estonia, come tutti i Paesi baltici, è molto aperta, e ciò significa che noi esportiamo e importiamo molto. A parte il settore alimentare, circa il 90-95% della nostra produzione industriale è esportata (circa il 25% per l’alimentazione), un tasso abbastanza elevato. E poiché anche l’importazione è ugualmente forte, abbiamo moltissimi scambi commerciali.Quindi, tutto quello che succede sul mercato mondiale, ha delle conseguenze estremamente rapide sulla nostra economia. Inoltre, sono state fatte anche delle cose molto stupide! In particolare nel settore immobiliare, dove i prezzi sono saliti moltissimo. C’è stato un bisogno di costruire e di rinnovare ciò che è stato costruito in epoca sovietica, ma una volta le case pronte, le persone non avevano più la possibilità di pagarle.
Le compagnie hanno subito compreso che le persone non potevano accedere al prestito. Paghiamo oggi le conseguenze di una crescita eccezionale, quando, nello stesso tempo, la situazione mondiale si deteriora. Oggi gli investimenti diminuiscono: non si costruisce più. E spendiamo meno. Da una parte le esportazioni continuano leggermente ad aumentare, ma la domanda domestica cala. La nostra economia oggi è in recessione».
Con questa crisi, cosa cambierà nella vita quotidiana degli estoni?
«Solo da qualche mese le persone s’interrogano sulla crisi di cui sentono parlare nei media. Ma non ne hanno ancora sentito gli effetti nel quotidiano. Eppure, comincia ad essere sempre più difficile, ad esempio, trovare un lavoro. Il tasso di disoccupazione aumenta e continuerà ad aumentare, anche se in Estonia, per tradizione, è sempre stato basso (il 4% al secondo semestre del 2008). Le persone sono anche molto attente ai soldi che spendono, a causa dell’inflazione. Il costo del riscaldamento per esempio è aumentato parecchio quest’anno: il metano suscita inquietudine, poiché bisogna comunque scaldarsi l’inverno, aspettando che il prezzo scenda».
| (Marco Pighin)
L’ingresso dell’Estonia nella zona euro viene continuamente respinto. Quando pensa che il paese sarà in grado di rispondere alle condizioni imposte dall’Ue?
«Il problema dell’Estonia è l’inflazione. È questo il motivo per cui noi non possiamo soddisfare i criteri dell’Ue per far parte della zona euro. Non possiamo influenzare il tasso di cambio, come hanno fatto la Polonia e la | (Marco Pighin)Slovacchia (quest'ultuma entrerà nella zona euro nel 2009): questi due Paesi hanno ridotto l’inflazione deprezzando la loro moneta. Noi dobbiamo passare dal Parlamento per realizzare una manovra del genere e sono necessarie tre consultazioni e ognuna richiede due settimane… Per entrare nella zona euro, abbiamo dovuto aumentare alcune tasse: gasolio, tabacco, benzina. Abbiamo raggiunto questo criterio quest’anno. Ma, per questo motivo, l’aumento dei prezzi è stato incredibile: il 51% in più per il tabacco, per esempio! Per l’inflazione, quindi, è stata una catastrofe. E questo succede nello stesso momento in cui i prezzi hanno iniziato ad aumentare sul mercato mondiale, come per i prodotti alimentari, i prodotti lattieri ad esempio. Con un’economia in recessione, anche altri prezzi cominciano a calare: quello del metano, dei prodotti della vita quotidiana nei negozi o dei servizi. Al punto in cui siamo, penso che l’inflazione debba essere controllata rapidamente. Nel secondo semestre del 2008, è stata dell’11,4%. Io non sarei sorpresa se, alla fine di quest’anno, l’inflazione scendesse al 7-8%. Questo prenderà del tempo, ma nel 2010, io penso che l’inflazione sarà al 3%. Se il Governo tiene un budget equilibrato e domina il deficit pubblico potremmo entrare zona euro nel 2011».
| (Marco Pighin)
Come possono gli estoni progettare l’avvenire, con l’euro all’orizzonte?
«Al momento, con la svalutazione della corona estone, le persone sono più povere. Per esempio, per il 15% delle famiglie che hanno ipotecato i loro beni immobili, sarà sempre più difficile ripagare il mutuo perché le operazioni si fanno in euro. Bisognerà forse andare a lavorare in altri paesi. È molto facile, per esempio, andare a lavorare in Finlandia, attraversando la baia in traghetto. Per conservare i loro lavoratori le imprese dovranno aumentare gli stipendi. È quello che hanno fatto in questi ultimi anni. In ogni caso non avevano scelta: la disoccupazione è così bassa qui, che le imprese hanno difficoltà a trovare mano d’opera. Inoltre, tra poco, il numero degli estoni attivi, nell’età lavorativa, comincerà ad abbassarsi. Noi non abbiamo niente per attirare i lavoratori stranieri: nessuno vuole uno stipendio così basso, in più in condizioni di vita difficili. In Portogallo, almeno, il bel tempo è più attrattivo. Le imprese estoni sono riuscite a far venire lavoratori da paesi dove i salari sono veramente bassi, come in Polonia o in Bulgaria. Ma, in realtà, queste persone si formano qui, prima di trovare il lavoro in altri paesi europei. Per concludere, noi abbiamo un bisogno costante di mano d’opera, e si andrà di male in peggio. Quindi se, per esempio, specializzarsi nelle nuove tecnologie è un valore aggiunto, bisogna che noi ci differenziamo sul mercato».
Corea, fine delle corse per il “treno della pace” Lo storico collegamento, lanciato con enfasi un anno fa, è stato interrotto per decisione del governo di Pyongyang. Esso era il simbolo di un lento cammino verso la pace, ma spesso viaggiava vuoto. Il regime comunista accusa il Sud di promuovere una politica ostile; per Seoul qualsiasi accordo è condizionato all’interruzione del programma nucleare nord-coreano.
Seoul (AsiaNews/Agenzie) – Il 28 novembre 2008 potrebbe segnare la fine dei collegamenti ferroviari fra le due Coree. Ieri, infatti, il treno merci sud-coreano ha compiuto quella che potrebbe diventare l’ultima corsa fra i due Paesi, mettendo la parola fine alle residue speranze di riconciliazione dopo decadi di guerra fredda.
L’interruzione, voluta dal governo comunista nord-coreano, è un ulteriore segnale del momento di tensione che si respira nella penisola. Pyongyang accusa il governo conservatore di Seoul di promuovere una “politica di confronto” e di non tenere fede agli accordi sanciti negli storici summit del 2000 e del 2007. Il governo sud-coreano, guidato da Lee Myung-bak, ha condizionato qualsiasi trattativa all’abbandono del programma nucleare della Corea del Nord. Seoul rispedisce al mittente ogni addebito, sottolineando la scelta del Nord di prediligere la logica delle minacce al dialogo.
Il collegamento ferroviario fra le due Coree, lanciato con enfasi circa un anno fa, era uno dei gesti più importanti per un cammino di riconciliazione: esso percorre i 25 chilometri che dividono Minsan, nel Sud, a Bongdong, nel Nord. Il collegamento serviva a rendere più agevole il trasporto di merci verso il complesso industriale nord-coreano di Kaesong, il primo dove cooperano operai di entrambe le Coree, e aveva una cadenza quotidiana. Il più delle volte aveva solo un valore simbolico, avendo viaggiato spesso vuoto. Per il trasporto delle merci, le compagnie sud-coreane utilizzavano la strada che scorre parallela alla ferrovia.
Sempre ieri il tour operator sud-coreano Hunday Asan ha organizzato l’ultima visita alla storica città di Kaesong, prima della sospensione del programma turistico previsto per il primo dicembre. Tutte le prenotazioni in calendario per il fine settimana sono state cancellate, per favorire il rientro degli operai sud-coreani allontanati dal complesso industriale in seguito alla decisione del regime comunista nord-coreano.
Kim Ho-nyeon, portavoce del ministro sud-coreano per l’unificazione, dice che restano validi tra i 1500 e i 1700 permessi di lavoro nel Nord per cittadini della Corea del Sud ed afferma che le trattative fra i due Paesi continuano. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13885&size=A
FONDO MONETARIO: "UN LUOGO DOVE CI SONO MOLTE BESTIE"?
“Un gruppo rock”, “un satellite”, “un paese”: sono le più disparate le risposte fornite dai bambini argentini alla domanda “Cos’è il Fondo monetario internazionale?” nell’ultimo spazio pubblicitario della campagna elettorale della senatrice Cristina Fernández de Kirchner, candidata a succedere al marito Néstor Kirchner alle presidenziali del 28 ottobre. Nel filmato, bambini tra i quattro e i sei anni radunati in un asilo rispondono divertiti a quella che sembra una vera e propria interrogazione: “Credo che lo Fmi sia un luogo dove ci sono molte bestie” dice uno, mentre l’altro mostra un disegno che ritrae il ‘signor’ Fmi che porta a spasso il suo cane. Una voce fuori campo chiosa pressappoco così: “Siamo riusciti a fare in modo che i tuoi figli e i figli dei tuoi figli non abbiano idea di cosa significa lo Fmi. Ora manca che dall’esterno invece di darci prestiti vengano a investire sempre di più. Sappiamo cosa manca, sappiamo come fare”. Il lancio dello spazio pubblicitario è arrivato appena dopo l’ultimo monito lanciato dallo Fmi che ha criticato le “misure amministrative” adottate dal governo uscente per contenere l’inflazione, sostenendo che salirà il prossimo anno al 13% contro il 9,5% pronosticato da Buenos Aires. http://www.misna.org/
Dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato di essere competente nel caso che vede la Croazia accusare la Serbia di genocidio, Belgrado ha mosso la sua contro accusa, chiamando la Croazia a rispondere per i crimini commessi durante l’operazione Oluja
La Serbia porterà la Croazia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja per i crimini compiuti durante l’operazione “Oluja” nel 1995. La decisione è stata comunicata dal ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremić, che ha così risposto alla domanda su come la Serbia avrebbe reagito dopo che la stessa Corte si era dichiarata competente riguardo l’accusa della Croazia contro la Serbia per genocidio commesso dal 1991 al 1995.
Per la maggior parte dell’opinione pubblica serba questa decisione non è stata una sorpresa. Ciò nonostante, alcuni giorni dopo la decisione della Corte Internazionale di Giustizia, l’opinione pubblica serba ha discusso a lungo sulla decisione della Corte, e sulle mosse che la Serbia dovrebbe compiere.
La Corte dell’Aja non ha accolto l’obiezione della Serbia secondo cui la Corte non sarebbe competente in quanto, al tempo in cui fu sollevata l’accusa, l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia (SRJ) non era membro delle Nazioni Unite, né firmataria della Convenzione sul genocidio. Contro questa mozione hanno votato dieci giudici, mentre altri sette erano a favore.
Nella decisione della Corte si afferma che, nonostante lo status della SRJ presso le Nazioni Unite dal 1992 al 2000 fosse “non chiaro”, dalle relazioni che la Serbia ha avuto nei confronti della Corte in precedenti procedimenti si può concludere che la Serbia accetta la sua giurisdizione. Inoltre la Corte ha ricordato nella decisione che la SRJ, nel 1992, ha presentato all’Assemblea generale dell’Onu una dichiarazione in cui assume tutti gli impegni internazionali della SRFJ (la ex Jugoslavia) derivanti dalla precedente appartenenza alle organizzazioni internazionali e dall'adesione alle convenzioni, compresa quella sul genocidio. La Corte non ha dato importanza all’obiezione della Serbia secondo la quale la dichiarazione non era stata adottata dall’Onu, e che non era neppure stata inoltrata in modo giuridicamente corretto, motivando ciò col fatto che gli organi statali della SRJ hanno comunque agito in accordo con quella dichiarazione.
Ma all’opinione pubblica serba interessava un altro caso. La Corte Internazionale di Giustizia aveva infatti dichiarato la propria incompetenza nel procedimento dell’allora SRJ contro otto paesi membri della Nato, avviato con l’intento di dimostrare un uso spropositato della forza durante i bombardamenti [del 1999] e di dimostrare il genocidio. I giudici avevano in quell'occasione accolto l’obiezione degli otto paesi sull’incompetenza della Corte, perché nel 1999 la SRJ non era membro dell’Onu. Tibor Varadi, principale difensore legale della Serbia, in una dichiarazione per il quotidiano “Politika” sostiene che quella decisione è stata “sotto la giustizia”. Varadi ritiene che la Corte abbia interpretato lo stesso argomento in modo differente nei due casi, ribadendo che esiste la necessità di una flessibilità. “Credo che non sia una vera giustizia, e così hanno pensato anche i sette giudici che hanno ritenuto la Corte non competente. La decisione è stata presa a maggioranza relativa, ma pur sempre a maggioranza”, conclude Varadi.
L’altra obiezione della Serbia è riferita al fatto che come atto di accusa non possono essere assunti fatti avvenuti prima del 27 aprile 1992, quando fu formata la SRJ. La Corte ha deciso che su questa obiezione si pronuncerà più avanti, quando inizierà il dibattimento.
La Serbia avrà almeno un anno per rispondere all’accusa della Croazia, mentre il procedimento, secondo le previsioni iniziali, durerà qualche anno.
Le relazioni tra Croazia e Serbia precipitano di nuovo ad un basso livello. La Serbia, pare, si aspettava che la Croazia ritirasse l’accusa o che i due stati avrebbero raggiunto un’intesa. Questa attesa, come si è sentito dire a Belgrado, era fondata sul fatto che è ormai tempo che entrambi i paesi costruiscano un comune futuro europeo, e che il male del passato va superato.
Il superamento del trauma del passato è proprio il pomo della discordia tra i due paesi. Le due interpretazioni dei fatti impediscono a Zagabria e a Belgrado di normalizzare definitivamente i loro rapporti, e la decisione viene messa nelle mani della Corte Internazionale di Giustizia.
Belgrado, come si è sentito dire in questi giorni, è pronta a mettersi d’accordo con la Croazia sull’accusa. La ministra della Giustizia Snežana Malović ha dichiarato che è possibile raggiungere con la Croazia un accordo extragiudiziale. Alla domanda su cosa ciò significhi, Tibor Varadi ha risposto che ciò dipende dall’accordo politico tra i due paesi.
“Dipende da cosa la Croazia chiederebbe alla Serbia, e non sarebbe facile determinare qual è il limite della dignità sotto il quale non si dovrebbe andare. Si tratterebbe di colloqui non facili né sbrigativi. Sarebbe stato nell’interesse delle due parti raggiungere un accordo molto tempo fa”, ha dichiarato Varadi per “Politika”, e ha aggiunto che la Serbia ha più volte ripetuto di essere a favore del raggiungimento di un accordo, ma da parte croata non c’è mai stata risposta.
Il giorno stesso in cui dall’Aja è giunta la decisione della Corte, a Belgrado è stata annullata la richiesta di un possibile accordo extragiudiziale. Vuk Jeremić, “giovane leone della diplomazia serba”, come viene definito, in modo peggiorativo, da alcuni suoi colleghi, ha reso noto che la Serbia denuncerà la Croazia alla Corte Internazionale di Giustizia per i crimini commessi durante l’operazione “Oluja”.
“La Croazia non ha risposto adeguatamente all’offerta di riconciliazione che la Serbia le ha più volte proposto, così come non ha risposto ai nostri sforzi di lasciare il passato dietro di noi e di rivolgerci ad un comune futuro europeo. Hanno rifiutato di confrontarsi col fatto che 250.000 serbi hanno subito una pulizia etnica nel territorio della Repubblica di Croazia. Questa volta lo dovranno fare davanti alla Corte Internazionale di Giustizia”, ha precisato Jeremić durante il tg della Radio televisione della Serbia.
“I funzionari croati desiderano che si stabilisca la verità. Siamo d’accordo, che questa questione si sottoponga al giudizio della storia e della giustizia. Che si stabilisca cosa è accaduto durante l’operazione ‘Oluja’. Faremo di tutto per fare in modo che il nostro caso venga adeguatamente rappresentato e lo presenteremo all’interno dell’intero contesto storico dei fatti accaduti in questi luoghi. Prenderemo in esame tutti gli eventi accaduti nel corso del XX secolo, i fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, durante lo Stato indipendente della Croazia (NDH). Quindi, faremo appello alla storia per poter affermare la verità, a favore di un comune futuro nell’Unione europea”, ha concluso Jeremić.
I rappresentanti politici dei partiti serbi in linea di massima sono d’accordo sul fatto che la Serbia debba rispondere con una contro accusa. Nada Kolundžija, del Partito democratico (DS), ritiene che sia giunto il tempo di presentare alla Corte quei temi che si riferiscono alla pulizia etnica e ai crimini commessi contro i serbi, mentre Željko Ivanj, del G17, ritiene che la Serbia dovrebbe valutare attentamente la questione della contro accusa, sottolineando che gli ulteriori sviluppi della situazione potrebbero complicare le relazioni tra Croazia e Serbia.
Ivanj, in una dichiarazione per B92, ha detto che “la nostra logica si è basata sulla possibilità di perdonare, ma non di dimenticare. La logica riguardava le scuse reciproche”. Branko Ružić, del Partito socialista della Serbia (SPS), ritiene intrigante che la Corte Internazionale di Giustizia si sia dichiarata competente nel caso della Croazia contro la Serbia ma non nell’accusa della Serbia contro i paesi Nato.
Goran Svilanović, ex ministro degli Esteri serbo, ritiene impossibile che la Croazia e la Serbia dimostrino il genocidio, perché ciò presuppone l’intenzione di eliminare un intero popolo. Svilanović pensa che l’accusa e la contro accusa debbano essere lasciate ai team legali dei due paesi e nel frattempo che si lavori alla normalizzazione delle relazioni. In una dichiarazione per B92, Svilanović ha precisato che “per quanto possa essere dannoso per i rapporti tra Croazia e Serbia, sia per la loro che per la nostra opinione pubblica è più facile passare attraverso un giudizio della Corte”.
Svilanović ha aggiunto, poi, che “esiste lo spazio per buone relazioni tra i due paesi, ma sembra che sia più semplice che qualcuno ci dica cosa è accaduto, forse non siamo pronti per discutere tra noi e con i nostri vicini di queste cose”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10547/1/51/
Leggo sull’Unità on line che Anna Finocchiaro non esclude una sua candidatura a segretario del partito nel prossimo congresso. Ecco, era questo che il PD stava aspettando, cioè un segretario che non ha mai vinto una competizione elettorale, che non ha mai pagato le proprie sconfitte, che rispetto al PD non sa fare altro che invocare la formuletta del “partito radicato nel territorio”. In altre parole una protagonista politica che non ha mai detto nulla di originale su l’idea di paese, sul progetto per realizzarla. Insomma se c’è un prototipo del politico che naviga a vista, che pensa e pratica la politica come gioco di geometrie, questo è proprio la Finocchiaro.
Ma tant’è i partiti che hanno dato vita al PD non possono che produrre politici così fatti.
Dopo aver dato il meglio di sè nella gestione del problema della presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI, candidando un impresentabile e incompetente e vedendosi eleggere con un colpo di mano - coi voti della maggioranza berlusconiana - un poco di buono ex mastelliano pronto a tutto (e mi inquieta che il PD candidi uno così, davvero), il partito che teoricamente dovrei votare sta consumando le sue preziose energie politiche per un’altra battaglia di altissimo profilo e che non mancherà di appassionarci per la sua utilità per il paese.
Quanto avrei voluto che dio mi avesse fulminato seduta stante il giorno in cui ho lasciato la mia email agli uffici stampa nazionali e locali del partito che teoricamente dovrei votare, perché è ormai da una settimana che quotidianamente le caselle di posta si intasano a causa di una pioggia di comunicati stampa su un tema fondamentale come la collocazione nel Parlamento Europeo del Partito Democratico.
Ovvero, fra un anno ci saranno le europee e verosimilmente il PD riuscirà a fare eleggere qualcuno, nonostante stia facendo di tutto affinché ciò non accada. Dove si siederanno costoro? Staranno nel gruppo del Partito Socialista Europeo? O con i Popolari? Oppure con un terzo gruppo?
Certo, se il tuo partito è fatto da una mai completata sintesi tra ex ex comunisti e ex ex democristiani, il problema è spinoso, perché non puoi certo chiedere a quella simpatica donna della Binetti di sedere tra i socialisti europei. Così impari a candidarla, peraltro.
Però, per quanto mi riguarda, è un problema inutile. E trovo pure insultante leggere che Fassino, Rutelli, Bobba, ecc. si lancino strali su una questione puramente formale mentre avrebbero un bel po’ di cose da fare (opposizione, costruire un’alternativa credibile al berlusconismo decadente di questi anni, ecc.)
Ma davvero, ci interessa dove siederanno gli eletti del Partito Democratico nel Parlamento Europeo?
A me francamente il dibattito dà le stesse vibrazioni che la serie B di pallamano femminile.
Mi interessa, invece, molto come il PD voterà, quali sono le sue proposte, le sue scelte e le sue posizioni. E mi sembrano questioni a monte rispetto al gruppo parlamentare a cui iscriversi.
Invece no, i pezzi da novanta del PD continuano questa guerra di comunicati piccati e stronzetti in cui di fatto gli ex DS continuano a dire “la grande tradizione riformista europea sta tra i socialisti” e gli ex democristiani rispondono “col cazzo, piuttosto ce ne andiamo”, coi pochi laici ex Margherita che tergiversano e, nel dubbio, dicono tutti la loro.
E quindi via con illuminanti e promettenti discussioni su un ipotetico scioglimento del PD, su una scissione, ecc. Non che si rovini nulla più di tanto, eh? Però c’è sempre un limite al peggio.
E’ UN FATTO DI APPARTENENZA
La cosa che mi spaventa e mi fa capire che a sinistra (ma in verità il problema è trasversale, sebbene con intensità differenti a seconda degli schieramenti) siamo ancora mostruosamente indietro nella visione dello scenario politico.
Continuiamo, cioè, a pensare alla politica come ad una questione di appartenenza. Quindi il problema numero 1 dell’esordio del PD nel Parlamento Europeo non sarà cosa voterà caso per caso, ma come si definirà, a quale “grande famiglia trasversale” della politica europea si iscriverà.
Tradotto in termini pratici, il PD spende il 99% delle sue già esigue e contraddittorie energie politiche per cercare litigiosamente di distillare una sintesi identitaria tra le sue componenti. E consuma se va bene l’1% a fare politica, cioè a compiere gli atti materiali che permettono ai suoi diretti e potenziali “consumatori” di definirlo.
E questo è un po’ il dramma della sinistra e del suo approccio al paese. Continuiamo, noi che di sinistra lo *siamo*, a non capacitarci come il resto del paese possa non esserlo senza sentirsi sporco, in colpa, ecc. E continuiamo a fare una politica in cui il nostro fine reale non è risolvere problemi (o proporre soluzioni per) e su questo conquistare voti, ma è di fatto lavorare affinché la gente si converta e *diventi* di sinistra o centro sinistra o centro centro sinistra.
In verità basta riavvolgere minimamente il nastro per notare come la dimensione identitaria a sinistra sia una priorità assoluta. Democratici di Sinistra, Sinistra Democratica, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, ecc. Lo vedete? L’ossessione di definire un’appartentenza che è a monte, a priori rispetto all’azione politica.
Ovvio che la gente che magari è così intelligente da non votare per Berlusconi ma non è de facto di sinistra o non si percepisce/definisce tale finisce per votare per Di Pietro, che di fatto è l’unico partito della coalizione in grado di intercettare gli swing voters tra uno schieramento e l’altro proprio in virtù del suo essere definito da scelte, da pratiche, da posizioni e non da appartenenze politiche ottocentesche.
QUASI QUASI MANDO UNA LETTERA A VELTRONI (NO, CHE POI LA LEGGE IN PIAZZA)
Il tragico è che ad ogni comunicato stampa che ricevo - l’ultimo, piccatissimo, di Gianni Vernetti, persona a cui sono peraltro vicino umanamente e che come sottosegretario agli esteri nella passata legislatura ho molto apprezzato, che sfancula Fassino - mi scatta una voglia tremenda di rispondere da semplice elettore.
E mi viene una voglia pazza di gridare ai dirigenti del mio partito che questo dibattito inutile viene fatto sulla pelle dei cittadini ed è un po’ un insulto per chi ha votato PD, fidandosi che non avrebbe votato per un partito di stupidi.
E mi piacerebbe segnalare ai vari Rutelli, Fassino, ecc. che le priorità politiche mi pare siano altre. E se per loro non è così, beh allora voto altrove.
Perché qui lo tsunami ci ha colpito in pieno (ricordate? quello con la cacca-Berlusconi che ci galleggia, irrilevante, in mezzo) e chi ci dovrebbe salvare sta a riva a dibattere se farlo nuotando a delfino o a rana.http://www.suzukimaruti.it/
Cari amici dalemiani, se non volete far diventare gli elettori inutili, basta con la storia del modello tedesco
di Stefano Ceccanti
L'ultimo numero della rivista francese "Pouvoirs" è dedicato alla Quinta Repubblica dopo la recente riforma. C'è anche una "Lettera dalla Germania" di Adolf Kimmel, emerito di Scienza Politica a Treviri, il quale fa considerazioni da meditare bene in Italia. Il sistema ha funzionato con l'alternanza decisa dagli elettori finché tutti i partiti erano in gioco per il Governo, anche grazie alla messa fuori legge dell partito nazista e di quello comunista. Quando però un partito come quello della Linke viene ritenuto non in grado di accedere all'esecutivo (in parte per la sua parziale derivazione dal Pc della Germania Est, in parte per le posizioni programmatiche) il sistema si blocca e la Grande Coalizione diventa una necessità. Se si immobilizza all'opposizione un 8% di seggi, è del tutto improbabile che con un sistema perfettamente proporzionale (a parte lo sbarramento) una delle due coalizioni omogenee Cdu-Liberali o Sdp-Verdi vinca così nettamente che il restante 92% finisca ripartito con una delle due che stravince almeno 51 a 41. Con tutti i risultati più serrati da 50-42 fino a 46-46 si impone la Grande Coalizione. Quella sorta l'ultima volta pertanto, per il fatto di essere stata "ineluttabile", è diversa da quella tra 1966 e 1969, scelta dalla Cdu in alternativa alla possibile prosecuzione a quella coi Liberali e sembra diventare insuperabile. "L'elettore perde la sua influenza", scrive Kimmel: non sceglie più "la coalizione di Governo" e questo va a danno del secondo partito, della Spd, perché la Cdu, avendo il Cancelliere, beneficia della maggiore visibilità di vertice. Invita perciò a passare a un sistema nettamente maggioritario o almeno a un sistema misto 50-50 tra maggioritario e proporzionale (come molti pensano che sia il sistema tedesco, che è invece integralmente proporzionale) e ricorda anche la posizione dell'ex-Presidente Herzog per il doppio turno francese. Non va infatti dimenticato che il Fronte di Le Pen prendeva il doppio dei voti della Linke, ma con il drastico ridimensionamento (perfino eccessivo, a volte addirittura lo escludeva) nel passaggio ai seggi non impediva la scelta del Governo, potendo utilizzare gli schieramenti alternativi quasi tutto il 100% dei seggi. A meno che non si voglia far perdere agli italiani quel diritto acquisito, pur confusamente, dal 1994 bisognerebbe prendere sul serio Kimmel. Cari amici dell'Udc che sostenete il modello tedesco e cari amici dalemiani che sostenete contraddittoriamente sia il francese sia il tedesco: consigliarvi il modello tedesco? Nein, danke. http://ceccanti.ilcannocchiale.it/2008/11/28/nein_danke.html
Pd Roma, anche Concia, Adinolfi e Madia ad assemblea per primarie
Velino -
Roma, (Velino) - Crescono le adesioni di associazioni, militanti e gente comune all'assemblea degli autoconvocati del Pd per chiedere le primarie a Roma.
L'iniziativa, partita da Facebook, si svolgera' lunedi' prossimo, 1 dicembre, presso il Teatro Due (via Dei Due Macelli, 37), a partire dalle 18, e "vedra' alternarsi al microfono tutti coloro che vorranno dire la propria e indicare la strada da cui ripartire dopo la bruciante sconfitta del 13 e 14 aprile a Roma". Tutti, pero', uniti da un unico obiettivo: "l'indicazione di una data certa per lo svolgimento delle primarie a Roma". Al gruppo promotore di "Quelli che vogliono le primarie a Roma" (le associazioni Democraticamente, I Mille Roma, Primarie vere primarie sempre, il deputato Roberto Giachetti, i consiglieri provinciali Flavia Leuci e Giuseppe Lobefaro, Lorenza Bonaccorsi, Michelangelo Guzzardi) si sono aggiunti Mario Adinolfi con Generazione U, "da sempre in prima fila per chiedere le primarie come strumento di selezione della classe dirigente del partito", Piergiorgio Gawronski con la sua "Il coraggio di cambiare" e le associazioni Cittadini per l'Ulivo (Clelia Calisse) e La Questione Morale (Claudia Costa). Hanno garantito la propria partecipazione anche i deputati del Pd Anna Paola Concia, Marianna Madia, Walter Tocci, Giovanni Bachelet, Fausto Recchia. "Intanto continuano ad arrivare le adesioni di coordinatori, membri del coordinamento e semplici iscritti dei tanti circoli territoriali del Pd", dichiarano in una nota i promotori dell'incontro pubblico. "Questo e' certamente il segnale di una diffusa e crescente insoddisfazione nella nostra base, che chi e' chiamato a decidere non dovrebbe sottovalutare, ma anche la dimostrazione che, quando si da' la parola e la possibilita' di partecipare ai suoi militanti, il partito e' vivo e pronto a ripartire con entusiasmo". (com/riv)
Basta risalire di un paio di settimane, nelle notizie che riguardano il Pakistan, per trovare l’annuncio degli attentati di Mumbai fra le righe di questo articolo della Reuters, nel quale il capo della CIA Hayden diceva: "Il fatto che Al-Quaeda operi dalle zone tribali protette del Pakistan rimane attualmente il maggiore e più chiaro pericolo per la sicureza degli Stati Uniti”, e poi aggiungeva che “gli Stati Uniti si sentono frustrati dall’incapacità dei pakistani di eliminare i militanti”.
A conferma del prevedibile “gioco di sponda”, il Daily Times di Islamabad ieri titolava: “L’India guarda male il Pakistan”. [“India gives Pakistan a dirty look”].
La Press Trust of India [equivalente della nostra ANSA] nel riportare il titolo commentava: “Nel mettere in guardia dal gioco delle colpe sugli attacchi terroristici di Mumbai, i media pakistani hanno detto venerdì che Islamabad non va ritenuta responsabile del massacro nel centro finanziario indiano, e che il processo di pace [fra i due paesi] non deve essere lasciato deragliare. Il quotidiano pakistano ha aggiunto che India e Pakistan fronteggiano la stessa minaccia terroristica, e dovrebbero mettere a punto una strategia di coperazione”.
Contro chi, il Daily News non lo ha specificato. E i giornalisti indiani hanno saggiamente evitato di domandarselo.
“Le investigazioni in corso – concludeva l’articolo - hanno rivelato che alcuni attacchi terroristici, ...
... che erano stati attibuiti alternatamente al Pakistan o agli indiani musulmani, erano in realtà opera di reti terroristiche hindu”.
Nero docet, of course.
In tutto questo, si incastra alla perfezione la notizia della strana morte del capo dell’antiterrorismo indiano (ATS), Hemant Karkare, che ha ricevuto tre proiettili nel petto, durante l’assedio del Taj Hotel.
Da circa un mese Karkare era diventato il bersaglio di una feroce campagna stampa, dopo aver scoperto – appunto – che un recente attentato, inizialmente attribuito ai musulmani, era invece opera di un gruppo terrorista hindu.
La stampa indiana aveva parlato di “shock nella nazione”, e ne aveva ben motivo: è come se gli israeliani un giorno scoprissero che gli attentati attribuiti ai palestinesi sono in realtà opera degli stessi sionisti.
Le indagini di Karkare avevano sollevato in India una vera e propria tempesta politica, e l’intera ATS era finita sotto il torchio, ricevendo accuse e insinuazioni di ogni tipo.
E così Karkare, mercoledì sera, ha indossato il suo giubbotto antiproiettile, mentre dirigeva le operazioni intorno all’Hotel Taj, ma è stato abbattuto da tre pallottole al petto “partite da un’auto della polizia, che era stata probabilmente sequestratra dai terroristi”.
memorandum d’intesa per la cooperazione nel settore gas. Un altro passo verso l’Opec del gas?
Lunedì scorso Teheran ed Ankara hanno firmato un accordo di cooperazione nel settore gas basato principalmente su 4 punti, ovvero la possibilità per il transito dal territorio turco di 35 mld di metri cubi di gas iraniano destinato al mercato europeo, la costruzione congiunta di una nuova pipeline di 1.850 km che collegherà il porto di Assaluyeh al Bazargan (nel sud dell’Iran) con la zona di frontiera con la Turchia nel nord-ovest, l’impegno di capitali turchi per lo sviluppo di ulteriori 3 fasi del giacimento di South Pars ed, infine, l’autorizzazione iraniana al transito sul proprio territorio del gas turkmeno diretto in Turchia.
Il Ministro del petrolio iraniano Gholam Hossein Nozari e il suo omologo turco Hilmi Guler, in una conferenza stampa congiunta, hanno chiarito che l’impegno finanziario turco allo sviluppo di South Pars, verrà ricompensato con la vendita in esclusiva ad Ankara del 50% del gas estratto (la previsione di sfruttamento è di circa 25 mln di metri cubi al giorno per ciascuna nuova fase di South Pars). Tale accordo va ad integrare una partnership che già oggi permette alla Turchia di acquistare il gas iraniano attraverso un gasdotto che dal nord-ovest, dalla città iraniana di Tabriz, giunge ad Ankara con tassi di circa 10 mld di metri cubi l'anno.
Sulla scia degli accordi con Ankara, le agenzie di stampa iraniane hanno inoltre dato risalto alla prospettiva, ancora non definita, ma ad un buon punto d’avvio, di una joint venture con Russia e Qatar per la creazione di un soggetto societario comune nel settore gas (Cfr. Energia: la creazione di un cartello del Gas). Sebbene oggi si parli solo di rafforzare il coordinamento (già discusso nel mese scorso a Teheran e poi in una riunione ripresa nei giorni scorsi a Doha), per il futuro, secondo il quotidiano russo Kommersant, Gazprom, Qatar Gas e la National Iranian Oil Company, potrebbero addirittura consorziarsi per costruire un oleodotto che da South Pars trasporti il gas in Qatar, dove poi lo stesso verrebbe liquefatto. Tale prospettiva è stata tuttavia smentita da Gholamhossein Nozari, il quale vorrebbe mantenere in Iran la lavorazione del gas da trasformare in Gnl.
I nuovi accordi fra Teheran ed Ankara non hanno trovato un buon riscontro presso l’amministrazione Bush, che già aveva aspramente criticato un primo accordo risalente al 2007, arrivando ad esortare il suo alleato Nato a sospendere gli affari con gli ayatollah. Ora sarà interessante vedere come si muoverà la nuova amministrazione Obama in tal senso, soprattutto di fronte alla paventata idea della costituzione di un Opec del Gas, prospettiva non gradita in occidente.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=34249
TEXACO: 27 MILIARDI DI DANNI ALL’AMBIENTE IN ECUADOR
Gennaro Carotenuto
Dal 1964 al 1992 la multinazionale petrolifera statunitense Texaco (oggi Chevron) ha causato danni all’ambiente e alla salute, che hanno provocato il genocidio di intere popolazioni native dell’Ecuador. Nel corso degli anni ha sistematicamente sversato 80 miliardi di litri di rifiuti tossici, prodotti chimici velenosi e residui della produzione petrolifera nei fiumi che alimentano l’intera Amazzonia distruggendo flora e fauna, vite umane e intere culture senza fermarsi di fronte a nulla. Oggi potrebbe essere condannata a pagare 27 miliardi di dollari di risarcimento per i propri crimini.
In Ecuador 30.000 persone, soprattutto indigeni e contadini delle regioni sfruttate e distrutte dalla Texaco, riunite in un’associazione in difesa dell’Amazzonia, sono in attesa di una sentenza per l’azione collettiva (class action in italiano corrente) da loro presentata contro la multinazionale per danni all’ecosistema, alla salute e per aver favorito la sparizione di intere popolazioni ancestrali dei quali oltre la metà si concentrano nella sola provincia di Sucumbíos, alla frontiera con la Colombia.
La Chevron si difende e contrattacca, sostiene che non vi sia alcuna prova della sua colpevolezza, che la responsabilità sarebbe del governo ecuadoriano e di Petroecuador e che comunque il calcolo dei danni sarebbe stato fatto lievitare dalle parti civili in maniera scandalosa e che il processo è sarebbe già segnato da parzialità in favore delle vittime. Invece secondo uno degli avvocati della parte civile, Pablo Fajardo, 27 miliardi di dollari coprirebbero solo i danni materiali ma non le vite perdute e le intere culture fatte sparire dalla multinazionale statunitense.
La storia della richiesta di giustizia per i crimini del neoliberismo reale in Ecuador è lunga e sono cinque anni che le popolazioni danneggiate dalla Texaco stanno raccogliendo testimonianze e prove dei danni. Un mese e mezzo fa si è compiuto il passo più importante quando la Corte federale di Nuova York, negli Stati Uniti, decise che solo la giustizia ecuadoriana è competente in materia e non quella statunitense come pretendeva la multinazionale.
La sentenza fu un ribaltamento dei paradigmi del neoliberismo che pretendeva che le multinazionali potessero rispondere dei loro crimini solo nel nord del mondo e sulla base delle leggi di questi paesi beneficiando, soprattutto negli Stati Uniti, di normative favorevolissime in materia di distruzione dell’ambiente. Nonostante la Chevron abbia provato in tutti i modi ad essere giudicata negli Stati Uniti sarà quindi la giustizia ecuadoriana, il paese che si considera il più danneggiato al mondo in materia di distruzione neoliberale dell’ambiente, e per la precisione la Corte Superiore di Nueva Loja, proprio nella provincia di Sucumbíos, che nei prossimi mesi emetterà una sentenza.
Domani, 29 novembre, è per le Nazioni unite la Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese. Un'occasione per denunciare la punizione collettiva a cui sono sottoposti un milione e mezzo di palestinesi nella Striscia di Gaza. Intanto l'Onu ha approvato quattro nuove risoluzioni sulla Palestina. Corteo nazionale a Roma
Ieri è stato il concerto dei giovani palestinesi nonviolenti a ricordare al mondo l’assedio della Striscia di Gaza, e la punizione collettiva che Israele impone a un milione e mezzo di civili [il 51 per cento sono bambini]. E’ stato organizzato da membri della resistenza nonviolenta palestinese e della campagna internazionale Peace Action, affinché la musica rompesse il silenzio sulla situazione all’interno della Striscia: il blocco sulle importazioni imposto da Israele dalla prima settimana di novembre ha aggravato le condizioni di vita della popolazione, la mancanza di carburante ha determinato la chiusura dell’unica centrale elettrica di Gaza city, ha causato gravi problemi alla rete idrica e a quella fognaria, danni all’industria, all’agricoltura e alla pesca. L’Agenzia Onu di sostegno ai profughi palestinesi [Unrwa] ha dovuto sospendere gli aiuti di cui beneficiavano circa 750 mila persone, che sono la metà della popolazione. E come accade da giorni e giorni, dopo poche ore di apertura anche ieri i valichi sono stati di nuovo chiusi.
Domani, 29 novembre, però è la giornata «di solidarietà internazionale con il popolo palestinese» indetta dalle Nazioni unite. In tutto il mondo, un’occasione di rompere quel silenzio. Intanto, a grandissima maggioranza ma con il voto contrario di Israele e degli Stati uniti, proprio l’assemblea generale dell’Onu ha approvato ieri sera quattro risoluzioni per il rispetto dei diritti del popolo palestinese. Le prime tre si concentrano sui bisogni essenziali della popolazione dei Territori, e denunciano l’«illegalità» delle «misure unilaterali di Israele» tese a cambiare lo status di Gerusalemme. Nella quarta risoluzione, approvata con 163 voti a favore e solo sei contrari, si sottolinea che «una soluzione giusta e onnicomprensiva della questione di Gerusalemme deve tenere in considerazione le preoccupazioni sia degli israeliani che dei palestinesi».
Sempre ieri, l’Associazione della stampa estera ha denunciato il divieto di ingresso nella Striscia, imposto da Tel Aviv ormai da giorni, ai giornalisti di tutto il mondo. Ha detto Steven Gatkin, corrispondente dell’agenzia statunitense Associated Press e presidente dell’organizzazione: «Riteniamo che il divieto di far entrare a Gaza i giornalisti costituisca una seria violazione della libertà di stampa e contraddica la pretesa di Israele di essere una democrazia che rispetta la libertà dei media».
A Roma, da piazza Esedra alle 15, c’è la manifestazione nazionale «Né muri né silenzi. Pace giustizia e libertà in Palestina», indetta dal Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia e dall’Unione democratica arabo palestinese [Udap]. Tra i primi ad aderire l’Associazione per la pace, Un ponte per…il Gruppo di sostegno alla campagna End the Siege on Gaza, il Prc e i Giovani comunisti/e, la campagna «Ponti non muri» di Pax Cristi, le Donne in Nero, Rete Lilliput , Action For Peace; in seguito hanno aderito, tra gli altri, anche Amisnet, la Rete degli ebrei contro l’occupazione, gli Agronomi e forestali senza frontiere, i Giuristi democratici, Alessandra Mecozzi [responsabile internazionale Fiom-Cgil].
Dice l’appello del corteo: «Il popolo palestinese, dopo sessant’anni di espropri, vessazioni e violenze, ha visto negli anni della seconda Intifada ridurre progressivamente il suo spazio di rappresentanza e prospettiva politica nei Territori occupati, in Israele e nel resto del mondo. […] la frammentazione del territorio determinata dalla costruzione del muro e dalla crescita indiscriminata delle colonie, e le sempre maggiori difficoltà di circolazione per merci e persone all’interno dei territori occupati, hanno messo in ginocchio l’economia palestinese». E ancora, «La popolazione civile, schiacciata tra l’occupazione militare israeliana e lo scontro armato tra le opposte fazioni, si è trovata come sempre a pagare il prezzo più alto, in termini di perdita di vite umane e di peggioramento delle condizioni economiche».
Il testo si chiude con la denuncia delle condizioni di vita all’interno della Striscia di Gaza assediata e con una serie di richieste: la prima è che «le Nazioni unite si impegnino a far rispettare le tutte le risoluzioni ignorate o violate dallo Stato di Israele», e poi che il governo italiano e l’Unione europea si adoperino per la fine dell’occupazione della Palestina, uno stato palestinese sovrano con Gerusalemme est capitale, il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione Onu 184, la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, lo smantellamento del regime di apartheid determinato dal Muro e dalle colonie israeliane, la fine dell’assedio imposto alla Striscia di Gaza, la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia – Israele.
Per aderire, assopace.nazionale@assopace.org
MOZAMBICO, PROVE DI DEMOCRAZIA La strana storia di Daviz Mbepo Simango. Si presenta come indipendente e stravince le elezioni a Beira, seconda città del paese
Pietro De Carli
Beira - Daviz Mbepo Simango, ingegnere quarantaquattrenne sindaco uscente di Beira, è figlio del reverendo protestante Uria Timóteo Simango, tra i fondatori e vice presidente del Fronte per la Liberazione del Mozambico (Fre.li.mo), quando era esule in Tanzania durante l’occupazione coloniale portoghese del Mozambico. Dopo la conquista della indipendenza, suo padre rimase ucciso a Niassa, assieme alla moglie Celina, leader delle donne del partito, dopo essere stato atrocemente torturato, con l’accusa di tradimento per aver aderito ad idee borghesi e reazionarie.
Questa vicenda ha segnato la sua vita, infatti, alcuni mesi fa, Daviz Simango, mi parlò della odissea della sua famiglia: «Mio padre, Uria Simango, è stato il fondatore del Fronte di Liberazione del Mozambico, quando era rifugiato in Tanzania, organizzando la guerra di liberazione contro i colonialisti portoghesi. Mia madre, Celina Simango, era la presidente del movimento di liberazione femminile. Poi giunsero in Tanzania altri profughi politici, tra i quali Eduardo Mondlane, assieme ai quali mio padre organizzò i vertici del movimento di liberazione. Ben presto però sorsero divergenze sulla natura dello stato che avrebbe dovuto sorgere una volta sconfitta la dominazione portoghese. Mio padre, assieme ai rappresentanti del Fronte che provenivano dal centro-nord del Mozambico, professavano idee liberali e aspiravano alla creazione di uno stato democratico che garantisse la libera iniziativa privata, la libertà religiosa e la libertà di organizzazione. Eduardo Mondlane e Samora Machel, con i rappresentanti del Fronte del sud e di Maputo, aspiravano invece ad un regime social-comunista. I vertici del Fronte giunsero ad una mediazione eleggendo Mondlane presidente e mio padre vice presidente. Nel 1977 il Fre.li.mo si trasformò in partito politico. Nel 1978 avvenne una sorta di golpe interno al partito. Un golpe politico e tribale, ad opera dei dirigenti di Maputo e delle regioni meridionali, contro i dirigenti del Fronte del centro nord. Samora Machel e i suoi seguaci decisero di sbarazzarsi di coloro che erano ostili alla creazione di uno stato alleato dell’Unione Sovietica. Mio padre e mia madre vennero fucilati a Niassa. Gli altri dirigenti che facevano parte della lista nera non fecero mai ritorno vivi dalla Tanzania. Tra le vittime anche il comandante Felipe Samuel Magaia la cui moglie Celine divenne sposa di Samora Machel, fu la sua prima moglie. Oggi il partito della Frelimo si sovrappone con le istituzioni dello stato e questo ha creato una confusione di ruoli e di poteri che contrastano con le regole della democrazia».
Appena ottenuta l’indipendenza dal Portogallo, il 25 giugno 1975, in uno scenario internazionale dominato dalla “guerra fredda” il governo mozambicano, alla ricerca di aiuti per far fronte alla gravissima crisi economica che lo attaglia, si allea con l’Unione Sovietica, che aveva appoggiato il Frelimo durante la guerra di liberazione. Questo evento provoca la nascita della formazione ribelle Re.na.mo (Resistência Nacional Moçambicana) sostenuto dai servizi segreti dell'allora Rhodesia di Ian Smith (attuale Zimbabwe), dal Sud Africa all’epoca dell’apartheid, e dagli Stati Uniti. Il suo primo leader fu André Matsangaissa, un comandante espulso dal Frelimo. Durante gli anni della guerra civile, la formazione ribelle guidata da Alfonso Dhalakama si rese protagonista di efferati atti di violenza con eccidi e arruolamenti in massa di bambini soldato. In aiuto del governo, dominato dal partito unico e dal divieto della iniziativa privata, arrivano truppe cubane. La guerra civile ha provocato la distruzione delle infrastrutture, impedendo lo sviluppo economico e aggravando ulteriormente la tragica situazione di povertà del paese. Una profonda e drammatica ferita sociale e politica che si trascina per quasi un ventennio, fino al processo di pace ratificato dagli accordi di Roma del 1992. Le elezioni del 1994 riconfermano il Fre.li.mo al governo, mentre la Re.na.mo assume il ruolo di principale partito di opposizione.
Il processo di pacificazione, di riconciliazione nazionale e di democratizzazione, ha favorito un graduale sviluppo economico che ha consolidato una crescita in tutti i settori, distinguendo il Mozambico dagli altri paesi dell’Africa Sub-Sahariana, nonostante non si sia avvalso di particolari ricchezze del sottosuolo.
Nel 2004 Daviz Simango viene candidato alla carica di presidente (sindaco) del consiglio municipale di Beira dal partito di opposizione (Re.na.mo) vincendo le elezioni con il 53% dei voti. Nel 2006 la rivista Professional Management Review-Africa lo premia come miglior sindaco dei municipi del Mozambico.
Daviz Simango mi ha spiegato con le sue parole le ragioni del suo successo: «Siamo riusciti ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse finanziarie disponibili, liberandoci degli enormi indebitamenti che impedivano al Municipio di funzionare. Abbiamo pagato tutti i creditori. I dipendenti del Municipio non ricevevano i salari da molti mesi, persino le bollette della luce non erano mai state pagate, nessuna manutenzione era stata fatta agli edifici municipali, la città era fatiscente. Abbiamo risanato zone paludose della città per contrastare la malaria che provoca un numero ancora elevato di popolazione. Abbiamo attivato una manutenzione costante delle strade cittadine. Ci siamo adoperati per risanare l’ambiente urbano migliorando la raccolta dei rifiuti. Abbiamo acquistato ambulanze per consentire alla popolazione che vive nelle le zone più distanti e marginalizzate di fruire dell’assistenza fornita dall’ospedale centrale cittadino, dal momento che l’ospedale fruiva solo di una ambulanza, chiaramente insufficiente per far fronte a tutte le esigenze. Ma il Municipio può solo contribuire alla soluzione di alcuni problemi nei limiti dei suoi poteri. Le politiche più incisive derivano dalle scelte e dalle capacità del governo nazionale, che purtroppo non stanno producendo i risultati proclamati. Credo che il risultato più importante che abbiamo raggiunto sia quello di aver offerto alla popolazione di poter riacquistare la propria fiducia nei rappresentanti delle istituzioni locali, dimostrandogli che chi li rappresenta cerca di onorare gli impegni che si è assunto quando gli ha chiesto il loro voto. I cittadini hanno incominciato a sentirsi artefici nel determinare un’alternanza democratica. E’ maturata una coscienza critica e un dibattito più dialettico che va al di la dei confini dei partiti».
Ma ecco che si verifica una situazione imprevedibile. Daviz Simango è certo di essere ricandidato dalla Re.na.mo, ed il suo leader Afondo Dhlakama glielo conferma. D’altra parte, Beira, città con quasi 412.588(1997) abitanti, è l’unica roccaforte che il partito può vantare. Eppure gli intrighi di potere, probabilmente dovuti al timore che il successo del sindaco della seconda città per importanza del Mozambico, possa mettere in ombra la leadership nazionale, induce Dhalakama a prendere una decisione kamikaze. All’ultimo momento, decide di candidare un uomo di sua fiducia, Manuel Pereira, nonostante non goda della simpatia dei suoi concittadini, cercando così di far fuori il presunto avversario.
Ma Dhalakama non sa con chi ha a che fare. Daviz Simango non si lascia sopraffare e decide di candidarsi come indipendente. La Re.na.mo reagisce con la sua espulsione dal partito ma, invece di emarginarlo ed isolarlo, provoca una emorragia di quadri e di iscritti, che restituiscono la tessera. Una vera e propria voragine che esplode con le proteste popolari di fronte alla sede della Renamo di Beira, accompagnate da scontri e feriti con la polizia. Daviz Simango conduce una campagna elettorale (che dura appena 15 giorni) con poca visibilità sulla stampa, ma con una meticolosa presenza nei bairros popolari (quartieri), di grande efficacia.
I dati parziali disponibili delle elezioni del 19 novembre, che si basano sul 72% delle schede scrutinate, danno i seguenti risultati:
Daviz Mbepo Simango, candidato indipendente, 54.449 voti, pari al 60,7%
Laurenço Bulha, candidato del Fre.li.mo, 32.692 voti, pari al 36,3%
Manuel Pereira, candidato della Re.na.mo, 1.531 voti, pari all’1,7%
Altri candidati di piccoli partiti (PDD e GDB), 1.024 voti, pari al 1,3%
Simango va ben oltre il 53% dei voti ottenuti nel 2004, conquistando voti anche alla Fre.li.mo, mentre la Re.na.mo, che ha rinunciato a candidarlo, subisce una sconfitta clamorosa, vedendo scomparire il suo bacino elettorale.
In un sistema partitico bloccato da 14 anni a questa parte, grazie ad un clamoroso calcolo politico della Re.na.mo, le due forze che si contendevano tradizionalmente, hanno partorito una situazione del tutto nuova, che arricchisce lo scenario di questa giovane democrazia africana, ancora dominata da un centralismo. Infatti, mentre le principali città il presidente del consiglio municipale viene scelto attraverso libere elezioni che rafforzano la rappresentanza effettiva della funzione istituzionale, le cariche dei governatori provinciali (paragonabili alle nostre regioni) avvengono per nomina del governo centrale e quella degli amministratori dei distretti (paragonabili alle nostre province) avvengono per nomina del governatore. Nella quasi totalità dei municipi del paese il Fre.li.mo. ha conquistato la maggioranza assoluta, mentre Beira rappresenta una eccezione, di grande interesse. Le parole di Daviz Simango «é maturata una coscienza critica e un dibattito più dialettico che va al di la dei confini dei partiti», trovano una significativa conferma con il suo successo elettorale.
IRAQ – USA Mons. Sako: il voto sul ritiro delle truppe Usa nasconde il “fragile equilibrio” iracheno L’arcivescovo di Kirkuk stempera gli entusiasmi e ribadisce le profonde divisioni che segnano ancora oggi l’Iraq. Egli ribadisce il pericolo di una guerra civile se il Paese è abbandonato a se stesso e avverte: la minaccia nucleare iraniana è un pericolo concreto per tutto il Medio Oriente.
Kirkuk (AsiaNews) – Parlare di largo consenso in merito all’approvazione del piano di ritiro delle truppe irachene “non è corretto”. Il presidente aveva chiesto una larga maggioranza, ma chi non era d’accordo sulla proposta di legge “ha preferito disertare la seduta andando in pellegrinaggio alla Mecca”, lasciando ai colleghi deputati “il compito di votare”. È il commento fatto ad AsiaNews da mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk – in merito al piano di ritiro delle truppe Usa dall’Iraq.
Ieri il parlamento iracheno con 148 voti favorevoli su 198 deputati presenti – 35 i voti contrari, 86 gli assenti – ha ratificato lo Status of Forces Agreement (Sofa): esso prevede che l’esercito Usa in Iraq – composto da 150mila soldati – entro il giugno 2009 dovrà ritirarsi nelle città e rimanere a disposizione per eventuali interventi di emergenza. La partenza definitiva è fissata per la fine del 2011. Ora la legge dovrà essere ratificata dal Consiglio di presidenza iracheno, composto dal capo di Stato Jalal Talabani (curdo) e dai vice-presidenti Tareq Al Hashemi (sunnita) e Adel Abdul-Mahdi (sciita). Spetterà poi ai cittadini iracheni la parola finale sulla normativa, mediante referendum popolare – invocato a gran voce dalla minoranza sunnita, come merce di scambio per il voto parlamentare – che dovrebbe svolgersi entro il luglio del 2009.
“Il voto rappresenta un passo in avanti – dice mons. Sako – ma tutto può succedere, perché la situazione è ancora precaria. Non c’è niente di stabile e definitivo, il Paese attraversa una fase di fragile equilibrio che può crollare in ogni momento”. Del resto la seduta parlamentare che ha portato all’approvazione dell’accordo è stata tutt’altro che tranquilla, con la frangia radicale sciita che ha più volte intonato slogan di protesta contro “l’occupazione americana”. Contrario all’accordo il leader Muqtada al-Sadr, che ha intimato ai suoi seguaci di innalzare bandiere nere in segno di lutto e di chiudere le sedi del movimento in tutto il Paese per i prossimi tre giorni. Soddisfazione parziale, invece, dal fronte sunnita, che si è visto riconoscere alcune richieste significative in materia di “riforme politiche”; tra queste vi è anche la revisione della legge che impedisce agli ex quadri del partito Baath del rais Saddam Hussein di ricoprire incarichi ufficiali nel Paese.
“L’Iraq è ancora profondamente diviso al suo interno", sottolinea l’arcivescovo di Kirkuk. "Non si può parlare di unità nazionale e anche il governo ne è cosciente. Ciascuno cerca di conquistare maggiore influenza nel proprio territorio e anche la capitale, Baghdad, che dovrebbe rappresentare il simbolo dell’unità, è in realtà suddivisa in settori in cui predomina una fazione ben precisa”.
Pianificare il ritiro delle truppe americane può essere positivo per il cammino verso l’autonomia del Paese, ma resta il rischio concreto di “una guerra civile se la nazione resta abbandonata a se stessa”. Mons. Sako sottolinea altri due punti essenziali: la linea che intenderà adottare Barack Obama in tema di politica estera e la minaccia nucleare iraniana. “Non è possibile prevedere quali iniziative prenderà il nuovo presidente americano, ma le sue decisioni avranno un peso fondamentale negli sviluppi futuri di tutta la regione. La minaccia nucleare iraniana – cpnclude il prelato – è un pericolo concreto per l’Iraq e per tutti i Paesi del Golfo. Il Medio Oriente è in bilico e il cammino di pace ancora molto lungo”.(DS)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13883&size=A
POLITICA-RDC:Il diavolo è di casa Analisi di Charles-M. Mushizi
Queste donne di Kibati sono tra le 250mila persone sfollate dopo i recenti scontri
Foto: Les Neuhaus/IRIN
KINSHASA, (IPS) - Pochi congolesi pensano che Laurent Nkunda sia la persona giusta per negoziare la pace in Nord Kivu. I nodi della questione sono l’economia e la geopolitica, due fattori assai influenzati dagli interessi dell’Occidente.
E proprio per i problemi della sicurezza in Nord Kivu, sembra che non ci sarà spazio per Nkunda, leader del Congresso nazionale per la difesa del popolo (CNDP), se si vuole raggiungere la pace nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC).
Prima di un rimpasto di governo a Kinshasa il mese scorso, l’allora ministro della Difesa Tshikez Diemu aveva liquidato la dichiarazione di Nkunda di un cessate il fuoco unilaterale e il suo appello a negoziare come “balbettii infantili”. Tshikez è poi rimasto fuori dal nuovo governo.
Da allora, il CNDP ha continuato ad avanzare nel Nord Kivu, e altre decine di migliaia di civili sono state sfollate.
Secondo un deputato congolese, membro dell’Alleanza per una maggioranza presidenziale (nota con l’acronimo francese AMP), nonostante il significato politico di un incontro tra i presidenti Kabila e Paul Kagame del Ruanda al summit del 7 novembre a Nairobi per parlare della crisi nel Kivu, “il nodo della questione all’incontro di Nairobi è stato l’economia”.
Il leader dei ribelli serve come “una forma di ricatto o costrizione contro Kinshasa per non essere riuscita a tutelare gli interessi degli investitori occidentali nella RDC, soprattutto nel settore minerario”, spiega il deputato, che ha preferito rimanere anonimo.
Nel 2006, la RDC ha ricevuto aiuti tecnici, logistici e finanziari sostanziali dall’Occidente per organizzare le elezioni dopo la guerra civile (1998-2002), che ha provocato oltre 4 milioni di morti in questo paese dell’Africa centrale.
Ma pochi mesi dopo le elezioni, il governo di Kabila ha firmato una gran quantità di contratti minerari concedendo alle corporation cinesi un’ampia fetta di diritti minerari nella RDC, anche di siti che devono ancora essere valutati. Contratti per un valore stimato intorno ai 10 miliardi di dollari nei prossimi 30 anni.
Alcuni contratti minerari erano già stati firmati con gli investitori occidentali, durante il governo di transizione in Congo (2003-2006). Ma successivamente erano stati rivalutati e rinegoziati, per un “bilanciamento degli interessi delle parti” dopo che agli investitori era stata concessa la fetta maggioritaria dei ricavi, secondo Victor Kasongo Somari, vice ministro delle miniere.
La presenza di combattenti Hutu nel Nord Kivu, ricercati per la loro presunta partecipazione al genocidio del 1994 in Ruanda, rimane una scusa per l’intervento di Kagamé in Congo “per proteggere i confini congolesi del Ruanda”.
La pace nella regione dipende anche dalla sincerità politica di Kinshasa, dal suo sforzo diplomatico e dalla credibilità delle Forze armate della RDC (FARDC), secondo gli analisti.
I leader del Cadre de concertation des notabilités des Kivu (CCNK), un gruppo di politici, economisti e altri membri della società civile, sospettano che i funzionari di Kinshasa abbiano deliberatamente confuso le acque sulla sicurezza e sull’esercito, soprattutto per armare i ribelli e fornire loro un sostegno politico.
A settembre, due parlamentari dell’AMP al governo hanno aderito alla protesta, che ha assunto così un certo grado di legittimità politica. I loro sospetti sono rafforzati dal fatto che un ex membro di alto rango del Rally for Congolese Democracy-Goma (RCD-Goma), Déo Rugwiza, è responsabile della gestione dei confini della RDC; Rugwiza era vicino a Kunda quando l’RDC-Goma era ancora una forza armata durante la precedente guerra civile. Il CCNK, riflettendo i sentimenti di alcuni parlamentari, ha dichiarato che adesso i negoziati tra Kinshasa e i ribelli sarebbero “inopportuni”.
Sul piano militare, l’esercito della RDC non è sufficientemente equipaggiato né pronto a combattere. I soldati non ricevono lo stipendio da diversi mesi e le loro famiglie vivono nella semi povertà. Le conseguenze immediate del loro stato d’animo si vedono nella fuga davanti al nemico, o nel saccheggio dei beni dei civili.
Secondo gli analisti, la capacità delle FARDC di riacquistare le forze per combattere dipende dall’attuale leadership dell’esercito congolese. Gabriel Amisis, generale delle truppe di terra delle FARDC, noto come Tango Fort, è uno degli alti funzionari del RDC-Goma. Anche lui ha combattuto al fianco di Knunda nella rivolta contro il regime di Laurent-Désiré Kabila, e poi di quello del figlio di Kabila, nella fase del dialogo intercongolese nel 2003, che ha portato alla creazione del governo di transizione.
Tango Fort, che è la voce forte nelle questioni del riarmo e dell’esercito, è stato accusato di non essere capace di combattere contro il suo ex fratello d’armi Nkunda. E per di più, le autorità non hanno il controllo sulla malversazione dei salari dell’esercito.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1345
Abusi sessuali sui bambini : Consiglio d'Europa , si ratifichino trattati di Gabriella Mira Marq
Gli Stati ratifichino e mettano in pratica i trattati internazionali contro l'uso a fini sessuali di bambini ed adolescenti.
Lo ha chiesto il vicesegretario generale del Consiglio d'Europa Maud de Boer-Buquicchio, aprendo il terzo Congresso Mondiale contro lo sfruttamento dei bambini e degli adolescenti in atto a Rio de Janeiro, Brasile, dal 25 al 28 novembre.
''Il Consiglio d'Europa partecipa a questo Congresso mondiale con una richiesta e un'offerta - ha detto l'esponente europeo - La richiesta e' tolleranza zero contro lo sfruttamento sessuale e l'abuso sui bambini. L'offerta sono le nostre tre Convenzioni contro il cibercrimine (2001), contro il traffico degli esseri umani (2005) e contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale dei bambini (2007)".
"Sollecito gli Stati a ratificarli ed applicarli senza ritardo", ha concludo il vicesegretario del Consiglio d'Europa.
Il governatore dimissionario della Sardegna Renato Soru
Giro d'affari enorme da La Maddalena a Cagliari. Ma Soru vuole bloccarlo
JACOPO IACOBONI
INVIATO A CAGLIARI
E’ una partita a poker che vale due miliardi di euro, in cui ognuno gioca per conto suo, quasi tutti indossano gli occhiali scuri per non far vedere lo sguardo, e tutti hanno un interesse, non sempre coniugabile col bene comune. Dietro le dimissioni di Renato Soru c’è la sfida di una lobby del cemento, le mire, a volte indecenti a volte no, di imprenditori e palazzinari, le faide dentro il Pd, persino la villetta del piccolo consigliere locale, che magari vota contro il piano paesaggistico del governatore. Se ci fosse Rosi potrebbe girare «Le mani sull’isola». La città è troppo poco.
Certo, siamo a Cagliari, da dove tutto è cominciato, e nelle cui vicinanze si combattono due delle contese che più hanno lavorato ai fianchi il governatore. Ma non è solo Cagliari. Passeggiando per le rovine archeologiche di Tuvixeddu, per esempio, la scritta che blocca i lavori dell’ingegner Gualtiero Cualbu è ancora affissa, «sito sottoposto a blocco cautelativo dall’autorità giudiziaria». Cualbu, il più noto costruttore edile della città, oggi anche albergatore di lusso col Thotel, voto (esplicito) a destra, aveva presentato un progetto di utilizzo di un’area degradata di 50 ettari dove fino agli Anni Sessanta la gente viveva incastrata come nei Sassi di Matera, 38 dei quali da destinare a parco urbano, e dieci a residenze. Un business da 260 mila metri quadri di nuovi volumi, investimento tra i 150 e i 200 milioni di euro. La Regione ha stoppato tutto, Soru spiega che «quella è un’area archeologica tra le più belle della nostra terra, e non sopporta volumi di queste dimensioni». Cualbu ha fatto ricorso, e adesso racconta: «Sono la vittima predestinata, il costruttore che gli serve per fare bella figura sui media, ma avevo tutte le autorizzazioni. Una cosa è certa, noi il 5 dicembre riprendiamo i lavori».
Bisogna dunque, come sempre, seguire dove va il fiume di danari che scorre - o potrebbe scorrere - nell’isola, per cominciare a capire cosa c’è alla radice delle (tante) ansie di rivincita che si coalizzano contro Soru. E risalire un po’ la costa orientale da Cagliari a Cala di Giunco, Villasimius - dove anche in questa mattinata variabile è possibile vedere i fenicotteri. Un sindaco di sinistra, Salvatore Sanna detto Tore, che ostenta familiarità con Walter Veltroni (il segretario democratico ha semplicemente fatto vacanza da quelle parti), aveva inizialmente benedetto il progetto di Sergio Zuncheddu, altro grande costruttore, editore dell’Unione Sarda, nemicissima di Soru: villaggi per 140 mila metri cubi di nuovi volumi, investimento di 90 milioni di euro, stop a tutto, e il Tar che ha appena dato ragione a Soru. Come andrà a finire? Zuncheddu è tenace, «noi andiamo avanti, ricorreremo ancora». Tra parentesi: lui ha l’Unione, e ora anche La Sardegna si è spostata a destra. Prima l’editore era Nicki Grauso, ora una compagine di imprenditori legati a Marcello Dell’Utri.
La mappa del potere muta, a urne ancora chiuse. A Cagliari il sindaco forzista Emilio Floris è sul piede di guerra perché sono fermi lavori sul lungomare Poetto, sul porticciolo di Marina Piccola, sul campus universitario. Vuole candidarsi? Alla Maddalena, che Soldati chiamava «la piccola Parigi», dopo il G8 del 2009 si farà un bando per il polo turistico, è assodato che concorreranno il riabilitato Aga Khan (pronto a spendere 150 milioni), una società monegasca (la Giee, collegata col gruppo Rodriguez, che fa yacht d’altura, ne sborserebbe 70), e anche Tom Barrack, se al quartier generale confermano: siamo interessati anche noi. Ma è una partita da giocare. Altre si stanno giocando.
Negli ultimi due anni, per dire, i fratelli Toti e Benetton sono arrivati sull’isola più volte per proporre un progetto nella zona di Capo Teulada, all’inizio si sono fatti precedere da una telefonata di Francesco Rutelli. La regione ha controproposto: impegnatevi invece nel tratto di miniere dismesse di Sant’Antioco, dove urge una riqualificazione. Risposta: fossimo matti. Stessa sorte è toccata a Domenico Bonifaci, che voleva operare su un’area intorno a Porto San Paolo, edificando tra l’altro nuove residenze nell’agro, cosa vietatissima dalla filosofia-Soru (i tre chilometri dalle coste sono inespugnabili, e oggetto, appunto, della legge contestata). Lì i lavori non sono neanche mai partiti.
Alcune porte però si aprono, Soru le cita per dire «è falso che io sia contro l’impresa tout court». Colaninno sta riqualificando un vecchio albergo a Is Molas (progetto di Massimiliano Fuksas), i Marcegaglia hanno acquisito il Forte Village (Tronchetti aveva visitato le miniere dismesse di Ingurtosu, poi ha scelto di non investire), Barrack sta facendo semplici lavori di ristrutturazione dei suoi alberghi della Costa Smeralda, Ligresti ha visto approvare il suo Tankka Village (sempre a Villasimius). Perché loro sì? La regione ritiene che non sfondano il territorio con nuovi volumi, anzi razionalizzano strutture obsolete.
Paolo Fresu, jazzista veltroniano, ha lanciato per mail una petizione pro Soru coi suoi amici intellettuali, Salvatore Niffoi, l’attrice Caterina Murino. Ma magari pesa di più l’ira dei sindacati, che strepitano perché l’ex mago del bilancio di Soru, Franceso Pigliaru, il Giavazzi sardo, ha rimesso in sesto il bilancio anche tagliando 98 milioni di euro per la formazione: prima se li pappava la triplice. La circostanza che i seguaci di Cabras, il senatore amico di Fassino capo degli anti-Soru, votino contro il piano paesaggistico è, in questo mare, la semplice goccia.
Peserà questa, o il fatto che la somma di tutti gli investimenti bloccati è vicina al miliardo, e - accusa Silvio Berlusconi - «Soru penalizza l’economia»? No, replicano in regione, gli occupati nel settore edile crescono del 18 per cento. E secondo l’assessore all’Urbanistica Gian Valerio Sanna, il miliardo bloccato è compensato da un altro miliardo virtuoso: 500 milioni investiti in tre anni dalla regione per centri storici, campagne, agricoltura, e altri 500 dai progetti approvati ai privati. Ci sono mani e mani, sull’isola della lotta al potere del cemento.http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200811articoli/38580girata.asp
Soru: resto se i traditori vanno a casa
di Umberto Rosso, Repubblica - CAGLIARI - «Sì, forse potrei anche riprovarci. Ma solo alle mie condizioni». Pianta paletti. Maurizio Migliavacca, inviato di Veltroni nel pasticciaccio sardo, gli chiede di ritentare, «presentati alla prova d´aula, fra un mese, per una nuova investitura», e lui detta l´unica rotta possibile. Renato Soru vuole garanzie. Perché un´altra botta in consiglio regionale sarebbe difficile da reggere per il suo futuro politico. Impegni romani blindati allora, chiede, con la controfirma del segretario del Pd. Punto primo: le liste del presidente della Regione. Nel suo nome, alle prossime elezioni un mini-arcipelago di civiche per allargare i confini del centrosinistra. Metti: sardisti per Soru, comunisti per Soru, centristi per Soru. Che fa, «prodeggia» il governatore? Fa come Romano Prodi e getta sul piatto le sue liste personali come pistola puntata? «Ma no, io sto con il Pd. E quelle forze in campo sarebbero strettamente legate al partito». Certo che la cosa qualche dubbio può seminarlo, «una lista del presidente, insomma il bis di Progetto Sardegna è uno schema possibile, però - confidava lo stesso inviato di Veltroni - una pluralità di sigle...». Non solo. E´ la prefigurazione di una nuova stagione di alleanze, la bestia nera soprattutto dei minori, Idv, socialisti, anche il Prc. «Ma il 2004 è lontano - insiste Soru - un´altra era politica, quella maggioranza non esiste più».
Vogliamo parlare del rinnovamento delle liste alle regionali? Certo, parliamone. E qui arriva il secondo paletto di Soru. «Via, al prossimo giro, tutti i consiglieri con due mandati alle spalle, aria nuova per davvero». Tira fuori l´elenco dell´assemblea in carica, e segna: Pirisi due, Pinna due, quest´altro tre, e questo qui cinque legislature. Risultato: quasi tutti gli uomini che gli hanno voltato le spalle risultano essere naviganti di lungo corso, e la metà dell´intero Pd dovrebbe dire addio al seggio. «Che dite, ce l´avranno con me e hanno fatto cadere la giunta anche per questo?». La domanda del governatore, davanti ai caffè per gli ospiti venuti da Roma, è retorica. Già, ma l´uomo solo al comando dovrà passare attraverso la legittimazione delle primarie? Anche qui, il patron di Tiscali ha idee chiare: primarie sì ma di coalizione, io contro un candidato di un altro partito, non uno che porta la mia stessa casacca dei democratici.
Migliavacca dopo due ore lascia lo studio del presidente. L´esplorazione continua con la segretaria regionale Barracciu, il capogruppo del Pd, il presidente del consiglio regionale. Niente incontri con i ribelli. Ma loro, i siluratori, trovano lo stesso il modo di fargli arrivare un messaggio. «Sinistra immobiliare? Chi ci chiama così ci offende». Sarà forse anche per questo che l´ambasciatore di Veltroni è tornato a Roma con un briciolo di ottimismo, convinto che solo qualcuno fra i ribelli ha impallinato Soru per tornare a cemento selvaggio. E se la partita è politica, allora sull´emendamento salva-Sardegna forse è ancora possibile ricucire. Almeno su quello.
"A Bolzaneto ci furono torture indagini difficili per l'omertà"
Marco Preve
la Repubblica
GENOVA - A Genova, nel luglio 2001, all´interno del carcere speciale di Bolzaneto, voluto in occasione del G8, fu commessa tortura. Può apparire sorprendente che a confermare quello che anche Amnesty International ha sempre sostenuto, siano le motivazioni di una sentenza, quella del processo di Bolzaneto appunto, che ha lasciato amareggiati chi si aspettava maggior coraggio da parte del tribunale chiamato a giudicare 45 imputati (15 condanne e 30 assoluzioni).
Eppure, nelle 441 pagine delle motivazioni del verdetto, depositate ieri pomeriggio, c´è scritto proprio questo, oltre al fatto che la polizia non ha collaborato nella ricerca della verità, che tutte le vittime hanno fornito resoconti non solo attendibili ma anche «prudenti», che tutti gli abusi «inumani e degradanti furono effettivamente commessi». Però, spiega il presidente Renato De Lucchi, per attribuire ai vertici la responsabilità di quanto avvenuto sarebbe stato necessario raggiungere la prova che gli stessi vertici fossero stati presenti ai fatti e avessero avuto perfetta percezione di quanto stava avvenendo. In ogni caso, Bolzaneto non è stata un´invenzione. Scrivono i giudici a pagina 311 «... la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto l´ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti (che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali)». Ben 13 tipologie di vessazioni, violenze, abusi «sono risultate pienamente provate», dei testimoni i giudici lodano «genuinità e prudenza». Definiscono l´indagine dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati «lunga, laboriosa e attenta», ma «per difficoltà oggettive (non ultima delle quali... la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo")», «la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignota». Come due agenti particolarmente violenti soprannominati "il tigre" e il "tedesco", che l´omertà di corpo ha trasformato in fantasmi nonostante le precise indicazioni delle vittime.
Un quadro durissimo, ma dal quale mancano, secondo il tribunale di Genova, alcuni passaggi fondamentali relativi all´intenzionalità del dolo. E poi, spiegano i giudici, «anche in questo processo, quantunque celebrato in un´atmosfera caratterizzata da forti contrapposizioni politico-ideologiche sia sui mezzi di informazione che nell´opinione pubblica, sono stati portati a giudizio non situazioni ambientali o orientamenti ideologici, bensì, ovviamente, singoli imputati per specifiche e ben individuate condotte criminose loro attribuite nei rispettivi capi di imputazione, che costituiscono la via maestra da cui il giudicante non deve mai deviare, pena la violazione dell´altro cardine del nostro sistema di garanzie processuali rappresentato dall´articolo 24 della Costituzione». Il giusto processo, dove non si è potuto processare la tortura.
In campagna elettorale il vostro amato P2ista affermò qualcosa di diverso
(ANSA) - ROMA, 2 APR - Silvio Berlusconi ribadisce l’intenzione del Pdl di detassare gli straordinari e assicura che questa misura ’sara’ varata dal primo Cdm’. Il leader del Pdl ribadisce l’appello al ‘voto utile’, si augura che non ci sia un rinvio delle elezioni dopo la riammissione della Dc di Pizza e su Alitalia spera che la compagnia non sia ceduta. Poi sottolinea: ‘Non aver tolto Alitalia dalla borsa e’ una cosa folle, un errore madornale’. Poi promette una legge piu’ severa sulle intercettazioni.
«La satira non muore, va a periodi e questo non è molto favorevole. A volte i comici diventano politici che fanno i sermoni, ma attenzione: la satira deve far ridere se no è un' altra cosa». Ma perché non è favorevole alla satira politica questo periodo? «La satira si rivolge a un certo tipo di pubblico: con quel pubblico il comico ammicca e parla male del "nemico". Ma essendo la situazione italiana molto piatta dal punto di vista culturale e politico, il pubblico che segue la satira è molto diminuito. Così pure la proposta diventa debole. E comunque, a parte qualche esempio, grande satira politica in tv non se ne è mai fatta». (Corriere)
* * *
La satira politica ha successo quando c'è la politica. Oggi chi c'è da prendere in giro? Berlusconi, D'Alema, Veltroni. Punto. E comunque è roba trita e ritrita. Non ci sono altri personaggi popolari. Schifani? Secondo me non lo riconosce neppure il suo portiere. Gasparri? L'imitazione di Neri Marcorè è un'agiografia, sentire parlare l'originale è molto più divertente. Fini? basta la foto con il suo pareo tigrato per far impallidire qualunque imitatore. I tantativi di immortalare la Gelmini non possono che durare uno sketch, perchè della ministra della pubblica istruzione sappiamo troppo poco, come sappiamo poco della Carfagna e della Prestigiacomo che appaiono donne molto trattenute, asettiche, robotizzate, ma non hanno quella popolarità sanguigna e passionale che le può fare amare od odiare.
Noschese aveva l'imbarazzo della scelta; Staino con Tango anticipava l'agonia del PCI; La Tv delle Ragazze ha inventato un genere e ha inventato una quantità di talenti impressionate; Striscia e Le Jene sono state "La Televisione Moderna"; Michele Serra, con il suo Cuore, usciva negli anni del fuoco della "guerra civile" innescata da Tangentopoli... Paola Cortellesi io credo che sia il miglior talento comico che c'è in circolazione, forse ha un problema autorale, ma purtroppo, ha un problema di materia prima: c'è poco da ridere nel nostro Paese.http://www.claudiocaprara.it/
A sentire la conferenza stampa di Tvemonti sulla carta da 40 euro uno pensa che, se un paese resiste ormai da una quindicina d'anni a più ondate ad un personaggio del genere, che capisce tutto lui, che non risponde alle domande dei giornalisti e che sinceramente non capisce molto di economia, allora l'Italia è proprio un grande paese.
Passerà, come sono passati i Craxi. Si perderenno anni e decenni dietro a idee inutili fatte da personaggi che lasciano il tempo che trovano. E il Sole splenderà sempre sulla costa amalfitana.http://carlettodarwin.blogspot.com/
La Puglia presa di mira
di Antonio V. Gelormini,
L’impressione è che da qualche tempo l’iperattivismo pugliese non sia ben visto a Roma e dintorni. Che provochi un certo fastidio il recupero di tracce di laboriosità creativa da quel DNA formicolante tante volte descritto dal pennino di Tommaso Fiore. La sensazione è che la sceneggiatura si ripeta puntualmente, seguendo un unico copione, con la contrapposizione degli attori protagonisti, per dar vita ad un’inusuale recita a soggetto. Col trionfo finale del più assurdo “paradosso”.
La vicenda del Petruzzelli è sotto gli occhi di tutti. Dopo oltre 15 anni di immobilismo, di chiassosa ed indecorosa “spartizione delle vesti” e delle mura del “tempio”, con un orgoglioso e corale “colpo di reni” il politeama ritorna a nuova vita. Baresi, pugliesi, italiani, tecnici, artigiani e maestranze si sono prodigati con passione e, per questa rinascita, non hanno badato a risparmio. E’ pronto, è il teatro più sicuro del mondo, nonché il palcoscenico più ambito del momento. Ma un’insolita e sospetta puntigliosità burocratico-amministrativa, dalla capitale, lo tiene ancorato al limbo dell’indecisione. Mortificandone le ambizioni di riapertura nell’apprezzabile rispetto dei tempi.
E mentre un altro palcoscenico, quello del turismo, si moltiplica per proporre oltre 80 eventi diffusi per l’intera regione, nell’evento internazionale di una Notte Bianca lunga tre lune, facendo della Puglia la meta più ricercata del long week-end dell’Immacolata, c’è chi ha il buon gusto di annunciare il dimezzamento dei collegamenti aerei Alitalia dagli aeroporti di Bari e Brindisi. Non solo, in un crescendo di irrazionalità, ne blocca anche gli slot inutilizzati per ben tre anni. Quasi come a dire: “Inutile cercare altrove. Dato che anche i treni sono un capitolo chiuso, non vi resta che………il tram”!
Tutto questo mentre l’Assessorato al Turismo persegue con tenacia il progetto di una concreta destagionalizzazione dell’offerta ricettiva e investitori istituzionali, come Italia Turismo e Alpitour, decidono un programma di investimenti di 200milioni di euro, per il rilancio qualitativo di un rinnovato villaggio in area di Otranto nel Salento.
L’Italia arranca, ma la Puglia dagli osservatori nazionali testimonia pervicacemente una controtendenza ammirevole. Il tacco dello stivale, nella moderna proposizione di innovative linee di design, cerca di onorare con impegno la sua funzione: presentarsi come modello di sviluppo e dare uno slancio deciso alla lunga gamba italiana. La dannata tendenza a uno sciocco provincialismo sta facendo di tutto per spezzarlo. La delusione potrebbe essere cocente. Ridursi in ciabatte non è proprio di chi, da sempre, ha aguzzato lo sguardo verso levante. Abituato a scrutare orizzonti più larghi, nonché avvezzo a fare “di necessità virtù” e a confrontarsi quotidianamente con la sfida dell’intrapresa.
Sarkozy incontrerà il Dalai Lama, le Cina annulla il summit con l’UE Il summit rinviato a "data da destinarsi". Le critiche europee e il commento di tibetani. Intanto in Cina la polizia impedisce a parlamentari europei di incontrare la moglie dell’attivista in prigione Hu Jia.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina ha rinviato l’annuale summit con l’Unione europea fissato per il 1° dicembre a Lione, dove era atteso il premier Wen Jiabao. La decisione è stata presa dopo l’annuncio che Nicolas Sarkozy, presidente francese e di turno dell’Ue, incontrerà il Dalai Lama il 6 dicembre in Polonia.
Qin Gang, portavoce del ministero cinese degli Estesi, 2 giorni fa ha ribadito “l’opposizione a contatti tra leader politici esteri e il Dalai Lama”.
Ieri l’Ue, in un comunicato ufficiale, ha detto che “ne prende nota e si rammarica per questa decisione della Cina” di rinviare l’11mo summit tra le 2 parti, per il quale aveva “grandi progetti”. Aggiunge che intende continuare “a promuovere una collaborazione strategica” con la Cina, specie nei settori economico e finanziario. Nel 2008 Sarkozy per non offendere Pechino ha già evitato un programmato incontro con il Dalai Lama, mandandoci sua moglie Carla Bruni e il ministro degli Esteri Bernard Kouchner (nella foto).
Geshe Gedun Tharchin, lama tibetano residente a Roma, commenta ad AsiaNews che “Pechino vuole impedire qualsiasi incontro del Dalai Lama con leader esteri, qualsiasi suo riconoscimento ufficiale. Insiste a definirlo un pericoloso criminale” che fomenta il terrorismo in Tibet e ne vuole la secessione. Mentre la comunità mondiale lo ritiene un leader spirituale che lotta per preservare la cultura e la religione del Tibet.
A maggio la Cina, molto criticata per la repressione in Tibet e timorosa per le proposte di boicottare le Olimpiadi di agosto a Pechino, ha accettato di tenere colloqui con rappresentanti del Dalai Lama. Ma Lama Gedun ricorda che “pochi giorni fa c’è stato l’8° round di questi incontri e i tibetani hanno presentato varie proposte per una maggior autonomia. La Cina le ha tutte definite contro la legge cinese e inaccettabili, ha rifiutato qualsiasi proposta di una maggior autonomia. Forse questi colloqui sono finiti lì”.
Intanto a Pechino due giorni fa la polizia ha impedito a membri del parlamento europeo di visitare a casa Zeng Jinyan, moglie del noto attivista per i diritti Hu Jia in carcere per una condanna a 3 anni e mezzo per istigazione alla sovversione. Ad ottobre il Parlamento europeo ha insignito Hu del prestigioso premio Sakharov, assegnato a chi difende i diritti umani, suscitando le proteste di Pechino.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13866&size=A
L'obiettivo è ambizioso, anche se ricorda in modo sinistro uno slogan elettorale: un milione di auto elettriche sulle strade tedesche entro il 2020. A pronunciarlo è stato oggi il ministro dei Trasporti tedesco Wolfgang Tiefensee, in occasione del lancio di una strategia del governo federale che punta a fare della Germania "il mercato leader della mobilità elettrica". Il ministro dell'Economia Sigmar Gabriel punta ancora più in alto: cinque milioni di auto a batteria entro il 2030.
Il governo ha nel cassetto un programma per accelerare lo sviluppo e l'introduzione sul mercato di auto elettriche, attraverso un'alleanza tra il mondo della ricerca, della politica e dell'economia. Il piano - che si estende su un periodo di dieci anni - verrà presentato a breve. Intanto però è polemica. Gli ambientalisti tedeschi criticano infatti chi si sta già muovendo su questo complesso terreno: Daimler e Bmw. Daimler ha stretto un'alleanza col gigante energetico Rwe per testare alcune Smart elettriche; Bmw ha invece scelto Vattenfall come partner per il lancio a Berlino di 50 Mini E. Sia Vattenfall che Rwe utilizzano però elettricità prodotta da centrali nucleari o a carbone. Il che significa, ha attaccato Greenpeace, che tali auto sono altrettanto dannose per l'ambiente quanto una tradizionale. Secondo i calcoli dell'organizzazione ambientalista, la Mini E rilascia nell'atmosfera 133,5 grammi di Co2 per chilometro, un valore non difforme da quello di un'utilitaria col classico motore a combustione. La Smart elettrica emette invece 90 grammi di Co2 per chilometro, due grammi in più di una Smart a diesel.
"Un'auto elettrica diventa un vero veicolo a emissioni zero solo se utilizza corrente da fonte rinnovabili ", ha ammonito oggi Gabriel. Chissà cosa ne penseranno i colleghi della Cdu/Csu.
(nella foto: l'attacco per la ricarica della Mini E; fonte: mini.de)http://www.ecogermania.com/
(da Roberto Razeto, Milano riceviamo e volentieri pubblichiamo)
La sfida di Obama alla caccia del soft power. Si parla dell’attuale transizione alla Presidenza degli Stati Uniti d’America come una delle più imponenti e cruciali di sempre. I media gestiscono le trattative e le negoziazioni per la definizione della squadra di governo come un processo di interesse centrale per l’assetto politico internazionale. I cittadini, americani e non, discutono con fermento le prospettive di cambiamento e le politiche in atto. Nel complesso gli Stati Uniti hanno mutato, o riscattato, un’immagine fortemente “neo-con” – quella dell’amministrazione Bush, di Paese autoritario e autorità del mondo globalizzato, di promotore di un moderno “Marshall plan” che ha portato sempre e comunque all’attuazione globale di azioni invasive espressioni di una politica di interesse strettamente nazionale – in una che esprimesse un modello per la democrazia mondiale, un punto di riferimento per il dialogo interculturale, un esempio di sistema di idee politiche e sociali democratiche che permettesse una rinata coscienza e sensibilità civile. Dal processo “molto nazionale e interno” delle primarie, alla corsa per la Casa Bianca, l’immagine di Obama, il suo nome e le sue parole, hanno ripulito e compiuto un lifting al viso di “Uncle Sam” come mai era successo in precedenza. E’ stato il ritorno in auge di un processo di quello che in molti definiscono “soft power”. “Soft power is a term used in international relations theory to describe the ability of a political body, such as a state, to indirectly influence the behavior or interests of other political bodies through cultural or ideological means”, despite of “more direct coercive measures called hard power such as military action or economic incentives”. Soft power è il termine da utilizzare in riferimento all’efficace comunicazione, attraverso i media globali, degli Stati Uniti come esempio di democrazia e come modello di progresso della società civile. Era da ormai quasi dieci anni che non si parlava più in maniera strutturata e reale dell’America come modello positivo. Ed ecco che lo sforzo e la lotta di decenni per la democratizzazione delle idee, specialmente quelle riguardanti la razza, hanno avuto la propria esemplificazione nell’elezione del candidato di colore alla posizione di poter più influente del mondo. E’ stata, inoltre, la vittoria dei discorsi sulla speranza, sulla possibilità che risiede e giace in ognuno di noi, sulla voglia di cambiamento in meglio, anche attraverso una maggiore responsabilizzazione di ogni singolo cittadino. Ciò porta al compimento e alla conclusione, o perlomeno a una fase crepuscolare, delle idee di liberismo e di comunismo economico tout court, della real politik unita al cinismo di chi vuole che il processo, anche se disdicevole a livello etico, sia inevitabile, di due facce contrapposte di un Giano ormai invecchiato e stanco. La circolazione dei termini della speranza sono una grande sfida che, come afferma Slavoj Zizek, “hanno già dato un valore positivo alla vittoria di Obama”. La solidità delle aggressive strutture liberiste all’interno del brain frame mondiale rimane un dato all’oggi inossidabile. La questione rimane, dunque, aperta: Si potrà agire un cambiamento? Si potrà far entrare il termine sostenibilità, a pieno diritto, nel vocabolario della politica internazionale? Il soft power potrà essere lo strumento della progresso e del cambiamento?
Non è una riedizione del famigerato "asse". E' che la Germania ha centrato i parametri stabiliti a Kyoto. Il calo delle emissioni dei famigerati Treibhausgase (CO2) previste entro il 2012 era del 21 per cento rispetto al 1990. Oggi siamo già al 22,4. http://walkingclass.blogspot.com/
Lo hip hop in salsa araba continua. E soprattutto continua negli States. fakirhindisegnala il video di un rapper che prende in giro lo stile di vita artificiale di quelli del Golfo, tra cliché e stereotipi. Uno spaccato interessante degli arabo-americani. Lo hip hop che si fa nel mondo arabo, invece, ha ormai dei tratti tutti suoi, forse meno americani e resi più autoctoni dalle singole parabole nazionali.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
PAKISTAN, OPERAZIONE "ISI" La svolta di Zardari. Mano dura coi servizi segreti interni e mano tesa all'India
Emanuele Giordana
L'attenzione di Barak Obama e quella dei paesi che partecipano alla missione Isaf in Afghanistan, dove il presidente Karzai ha appena chiesto un agenda del ritiro delle truppe straniere, è concentrata sul Pakistan, ritenuto la pedina chiave nello scacchiere regionale.
Il momento è difficilissimo per il premier Asif Ali Zardari, il cui carisma è debole come il governo la cui maggioranza è in mano al suo partito. Non di meno, Zardari sta cercando di dimostrare che fa sul serio: sia sul piano interno che in campo internazionale; sia per rassicurare i pachistani sulla sovranità nazionale del paese, sia per garantire agli alleati che Islamabad sta facendo le cose con fermezza. Le ultime mosse, che rischiano di complicargli la vita, parlano chiaro: ridimensionamento dell'Inter-Services Intelligence (Isi), il potentissimo servizio segreto, stato nello stato praticamente fuori controllo; l'offensiva nelle aree tribali e una mano tesa all'India cui ha appena proposto la creazione di una nuova piattaforma per migliorare i rapporti economici tra le due sorelle del subcontinente. Oltre a una zona libera da armi nucleari nell'Asia del Sud, il che significa la rinuncia della corsa atomica di India e Pakistan o quantomeno un ridimensionamento della “guerra fredda” tra i due paesi che, come fu per Urss e Usa, si gioca sul filo della bomba atomica (Zardari ha per ora enunciato il principio che Islamabad vuole rinunciare al "first strike": è la prima volta che il Pakistan si spinge così avanti rispetto al nucleare).
Ma se la mano tesa all'India ha tempi lunghi e irti di paletti, la mano dura con l'Isi – operazione non meno complicata – può almeno esser fatta senza aver bisogno di una controparte straniera ma semmai di un consenso popolare scontato. In Pakistan tutti si augurano infatti ferrei limiti per chi ha sempre agito come un corpo separato, senza disdegnare azioni ai limiti della legge quando non completamente fuori da ogni regola.
Al momento Islamabad ha deciso di smantellare la “sezione politica” dell'Isi (quella che “inventò” i talebani), come ha annunciato senza entrare in particolari qualche giorno fa il ministro degli esteri del governo Gilani, Shah Mahmood Qureshi, è che ieri è stata ufficialmente confermata da Gilani. Una mossa cui non è estraneo il capo di stato maggiore dell'esercito generale Ashfaq Kayani, il potente capo dei militari pachistani già a capo dell'Isi.
Fondata nel 1948 dal generale britannico Robert Cawthome, vice capo di stato maggiore nell'esercito del Pakistan dopo lo smembramento del Raj britannico, conterebbe circa 10mila funzionari tra civili e militari, il suo budget non è noto e le operazioni “coperte” comprenderebbero sequestri, abusi, traffici illeciti, torture e persino omicidi. Sfugge persino al controllo delle forze armate e un primo tentativo di portarla sotto l'egida del ministero degli Interni è recentemente fallito. Ora Zardari ci riprova.
Il primo ministro Manmohan Singh promette «tutte le misure necessarie» per individuare i responsabili degli attacchi di ieri notte. Il bilancio ufficiale si ferma a 101 morti e almeno 250 feriti. L'esercito indiano circonda i luoghi ancora occupati dai terroristi.
Di nuovo, per la terza volta in pochi anni, Mumbai [Bombay], la Maximum city, deve leccarsi le ferite. Cento e uno morti, oltre 280 feriti e almeno 200 persone ancora ostaggio di terroristi efficienti e ben organizzati, che hanno attaccato almeno sette diversi punti nevralgici o simboli della capitale culturale ed economica dell’India. Sono ferite molto profonde e a inquietare di più commentatori e giornalisti indiani e mondiali sono le differenze tra questo colpo e gli attacchi del passato.
In un discorso televisivo giovedì mattina, il primo ministro del governo federale indiano Manmohan Singh ha promesso che «saranno adottate tutte le misure necessarie» per individuare i responsabili degli attacchi. Che intanto, però, continuano a rimanere senza volto. L’unica sigla che ha rivendicato l’azione di ieri, i Mujahiddin del Deccan, è sconosciuta e gli investigatori indiani – che di terrorismo di vario colore hanno una certa esperienza – stanno valutando gli elementi. In passato, le bombe del 2003 e quelle del 2006, sono state attribuite, direttamente o meno, alla mitica D Company, una ramificata e potentissima organizzazione criminale, di matrice musulmana, guidata dal fantomatico Dawood Ibrahim da un dorato esilio a Dubai. Allora, però, gli obiettivi non erano i turisti ma soprattutto gli hindu e le bombe erano – nel delirio di Ibrahim – una risposta ai pogrom antimusulmani scatenati dai fondametnalisti hindu. Una manifestazione, quindi, della profondità delle divisioni storiche dell’India. Ieri, invece, i terroristi hanno colpito due hotel di gran lusso, il Taj Mahal Palace e l’Oberoi, la stazione centrale, l’aeroporto per i voli interni, il Cama hospital e il Chamad Lubavitch centre, nonché il caffé Leopold, storico locale del quartiere di Colaba, reso famoso dal romanzo Shantaram. In alcuni di questi punti, l’esercito indiano continua – al momento in cui scriviamo – a fronteggiare i terroristi e a cercare di liberare gli ostaggi ancora nelle loro mani. I media internazionali riportano che i terroristi hanno scelto, tra gli ospiti degli hotel, i cittadini britannici e statunitensi. L’attacco al Lubavitch centre, poi, non lascia quasi dubbi sulle radici «internazionali» dell’azione di ieri. Il primo ministro Singh ha alluso, come quasi sempre accade quando in India ci sono attacchi terroristici, a «paesi vicini». Il Pakistan, innanzi tutto, che però sembra avviato, con la fragile leadership del vedovo di Benazir Bhutto, Ali Zardari, su un cammino di convivenza, se non proprio pace, con l’eterno nemico indiano. Le parole di Singh suonano un po’ rituali, dovute, e insufficienti a spiegare come e perché un gruppo armato sconosciuto sia riuscito a organizzare un’azione che ha coinvolto decine di uomini, con tale capillare programmazione, ancora più sorprendente per chi conosce Mumbai.
Il primo effetto degli attacchi è statala sospesione delle contrattazioni di borsa a Mumbai, dove l’indice Sensex dall’inizio dell’anno ha perso il 50 per cento del proprio valore. La Banca centrale indiana ha rassicurato che il mercato continua su internet e che la borsa riaprirà prestissimo, anzi, che nel medio termine, gli attacchi saranno presto dimenticati per tornare a pensare ai pressanti problemi economici del paese, a partire dall’impatto della crisi finanziaria globale e di quella alimentare.
Il secondo effetto che gli attacchi potrebbero avere è scatenare una reazione degli hindu contro i musulmani. Un effetto forse calcolato da chi, tra le molte organizzazioni sospettate di essere dietro gli attacchi [un ramo deviato dei servizi segreti pakistani, i separatisti del Kashmir, organizzazioni musulmane radicali indiane – come gli Indian Mujahiddin], ha effettivamente condotto l’azione.
Il terzo e più profondo effetto, forse, sarà che l’India dovrà iniziare a pensare seriamente a che ruolo vuole avere sulla scena internazionale. Negli ultimi anni, l’India ha scalato posizioni in termini di crescita macroeconomica e di peso internazionale, fino a essere considerata un attore imprescindibile – tanto più in tempi di crisi globale – dell’assetto futuro del mondo. Lo testimoniano sia i pellegrinaggi di delegazioni commerciali e politiche dei paesi più ricchi, in cerca di nuovi mercati, sia l’ultimo rapporto sui trend globali dell’intelligence statunitense, sia il fatto che la marina indiana in questi stessi giorni è impegnata nella caccia ai pirati davanti le acque della Somalia. Caschi blu indiani partecipano alla missione Unifil in Libano e centri di interesse indiani [anche un po’ sospetti] sono spuntati in molte province afghane. Le indagini della polizia indiana forse diranno se, come indica qualche esperto, effettivamente ci sia un legame, magari lasco, ideologico forse più che materiale, tra i virus esterni, come al Qaida o meteore asiatiche della galassia jihadista, le fratture interne della più complessa democrazia del mondo e le ferite di Mumbai. Che viene colpita anche per essere proprio lei, la città degli eccessi, la finestra dell’India sul mondo.
R.D. Congo: crescente spirale di violenze, l'appello di Vita
R.D.Congo: popolazione in fuga - da MSF
"Nuovi scontri con civili nel panico" e una "spirale di violenze fuori da ogni controllo" sono i titoli degli ultimi comunicati dell'agenzia di stampa dell'Onu sulla situazione nella Repubblica Democratica del Congo (R.D. Congo). "Gli attacchi del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) hanno causato nuovi sfollamenti nel Nord Kivu" mentre cresce "l'escalation di violenze sessuali nelle forme più brutali commesse da entrambe le parti in conflitto, compresi i militari dell'esercito" - riportano le agenzie l'Onu.
L'Alto Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha chiesto alla comunità internazionale di prendere "azioni urgenti" per fermare il crescente ciclo di "violenze sessuali, spargimenti di sangue e distruzione" nelle provincie orientali della R.D. Congo. Dalla ripresa dei combattimenti in Nord Kivu nello scorso agosto, L'Alto Commissario per i Diritti Umani ha documentato "un costante peggioramento della situzione dei diritti umani" con "esecuzioni sommarie, rapimenti, stupri e saccheggi commessi giornalmente dai gruppi armati operanti nella regione".
Nonostante alcune tregue, "continua la fuga dei civili dalle regioni orientali del Nord e Sud Kivu" - riporta Nigrizia che rilancia l'allarme di Medici senza Frontiere (MSF) di "migliaia di profughi a rischio colera". "Una pericolosa epidemia di colera si sta dilagando sulle sponde del Lago Edoardo. Dopo i primi 47 casi sospetti, un’equipe di Medici Senza Frontiere sta cercando di stabilire l’entità dell’epidemia che potenzialmente potrebbe colpire 5.000 rifugiati che si trovano in zona, in seguito alla fuga dai propri villaggi. L’attuale mancanza di personale sul luogo, dovuta alle difficoltà di trasporto sulle principali vie di comunicazione, rischiano però di far dilatare ulteriormente i tempi" - riporta MSF.
A fronte della situazione il settimanale Vita ha lanciato un appello alle massime istituzioni nazionali e europee affinchè la tragedia umanitaria non venga ignorata. "Congo, l'indifferenza significa collusione" è il titolo dell'editoriale-appello che ha già visto tra i primi cento firmatari i leader delle più importanti associazioni italiane e politici di entrambi gli schieramenti. "La situazione sta drammaticamente precipitando nella Repubblica Democratica del Congo e la comunità internazionale sembra essere una volta di più impotente di fronte alle devastazioni perpetrate dagli opposti schieramenti" - denuncia l'appello.
"Testimonianze concordi raccolte sul campo segnalano la presenza di soldati regolari dell’Angola e dello Zimbabwe al fianco delle truppe governative nella regione orientale del Nord Kivu. Analoghe informazioni, provenienti dalla società civile, indicano la presenza di soldati ruandesi al fianco dei ribelli, che continuano inesorabilmente ad avanzare. Dunque - continua l'appello - non si tratta più di una “guerra civile” avendo ormai la crisi armata acquisito una dimensione panafricana; uno scenario che fa sembrare possibile una riedizione della seconda guerra congolese esplosa, dieci anni fa, il 2 agosto del 1998".
La Carovana per il diritto all'Acqua in Nicaragua ::
La Carovana per il diritto all'Acqua
è passata dal Nicaragua
Iniziato il lungo itinerario che la porterà in quattro paesi del Centroamerica
Lo scorso sabato 8 novembre una delegazione formata da rappresentanti dei movimenti per il diritto all'acqua, Ong impegnate in questo settore in Italia ed in Centroamerica, giornalisti e membri di giunte comunali e regionali, è partita dall'Italia ed ha raggiunto il Centroamerica per partecipare ad una spedizione di due settimane che passerà per il Nicaragua, Honduras, Guatemala e Salvador.
Obiettivo della Carovana è quello di rendere visibili e sostenere le mobilitazioni delle comunità e delle organizzazioni che lottano per l'accesso all'acqua, rafforzando in questo modo il ruolo dei movimenti sociali locali. Questa esperienza si propone inoltre di creare relazioni sinergiche ed iniziative di collaborazione tra i movimenti italiani ed europei, le istituzioni impegnate nella cooperazione decentrata e le realtà locali centroamericane.
Secondo Dolores Jarquín, membro del Movimiento Social Nicaragüense "Otro Mundo es Posible" (MSN), "la problematica che vive il paese intorno al tema dell'acqua, la lotta di molte organizzazioni e comunità in difesa di questa importante risorsa ed i progetti di sfruttamento delle risorse idriche da parte delle grandi multinazionali, molte delle quali europeee, sono alcuni degli elementi che hanno motivato l'arrivo della Carovana in Nicaragua".
Durante la permanenza di tre giorni, i membri della Carovana hanno potuto conoscere la drammatica situazione in cui vivono migliaia di ex lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero e banane, ammalati a causa dell'uso indiscriminato di pesticidi nelle monocolture.
"Quello che chiediamo ai componenti del gruppo è che informino e denuncino in Italia ed in Europa quello che è successo nella zona occidentale del Nicaragua, in modo particolare la situazione dei cañeros che hanno lavorato nell'Ingenio San Antonio proprietà del Grupo Pellas. Sono ormai più di 3 mila i morti per l'inquinamento delle falde acquifere", ha aggiunto Jarquín.
Particolarmente emotivo è stato proprio l'incontro con la Asociación Nicaraguense de Afectados por Insuficiencia Renal Crónica (ANAIRC) a Chichigalpa. I membri di questa associazione, affiliata alla UITA e con la quale la Associazione Italia-Nicaragua porta avanti un progetto sanitario da più di un anno, hanno chiesto alla Carovana dell'Acqua di aiutarli a denunciare quanto accaduto nell'Ingenio San Antonio ed a mobilitarsi per obbligare il Grupo Pellas a riconoscere i danni provocati ed a indennizzare gli ex lavoratori ammalati e le famiglie dei deceduti.
Hanno inoltre chiesto di far sentire la propria voce affinché al signor Carlos Pellas, presidente del Grupo Pellas, venga revocata la carica di Console onorario d'Italia nelle città di Granada, concessa recentemente dal governo italiano su richiesta dell'ex ambasciatore, Alberto Boniver.
Durante la sua permanenza in Nicaragua, la Carovana ha anche conosciuto i problemi che vivono gli abitanti della cittadina di Mateare, a causa degli scarichi della lavorazione tessile di varie maquilas che sorgono nella zona e che stanno inquinando le risorse idriche. Hanno visitato le comunità indigene di Abangasca Sur - León -, Matagalpa e Totogalpa ed hanno conosciuto le loro lotte in difesa dell'acqua ed i progetti per poter essere autosufficienti per quanto riguarda l'accesso all'acqua potabile.
La Carovana ha anche fatto incontri con il movimento dei consumatori di Granada ed ha potuto approfondire la situazione ambientale del paese ed i contenuti della Legge Generale dell'Acqua, da poco approvata, grazie ad una lunga ed interessante riunione con i deputati della Commissione dell'Ambiente e delle Risorse Naturali del Parlamento nicaraguense.
Durante l'incontro, al quale hanno assistito deputati e deputate di tutti gli schieramenti politici, i membri della Carovana, tra cui consiglieri comunali e ragionali italiani, hanno dichiarato che "l'acqua non può essere considerata come un bene commerciale e nemmeno essere soggetta alle regole e leggi del mercato. Crediamo - hanno aggiunto - che debba essere trattata come un sistema di acqua pubblica, partecipata e comunitaria. Solo così si potrà raggiungere l'obiettivo dell'acqua per tutti".
Radio Popolare Network seguirà passo a passo i movimenti della Carovana e si collegherà costantemente con la giornalista Cristina Artoni e con gli altri membri della Carovana per informare sui vari incontri che si realizzeranno durante le due settimane del viaggio.
La Carovana si concluderà in Salvador il giorno 22 novembre.
I deputati conservatori del Putumayo e di Nariño, peró, dichiarano di apprestarsi a votare contro la sua ri-ri-elezione: "ce lo hanno chiesto i nostri elettori", affermano.
I rappresentanti in questione si chiamano Miriam Paredes e Orlando Guerra de la Rosa. Saranno un esempio di democrazia in funzionamento o stanno solo tirando sul prezzo??http://bogotalia.blogspot.com/
Con la presentazione della social card da parte del Ministro Tremonti ho appreso due cose interessanti.
La prima è che la grande distribuzione, che doveva aderire al programma con dei buoni sconti da caricare nella social card ha disertato in massa (il 95%) l’iniziativa, la seconda (ben più interessante) è che le munifiche Eni ed Enel molleranno rispettivamente 200 e 50 milioni di Euro. Enel ad esempio aprirà le sue tariffe sociali che erano già esistenti ma che quasi nessuno conosceva, insomma, sembra proprio che tireranno fuori da sotto il materasso i soldi (degli italiani ?).http://www.martameo.net/
Ma una social card che va a chi a redditi da pensione inferiori a 6000 euro lordi annui in un paese dove la pensione minima era stata portata anni fa a 551 euro al mese (cioè a 6600 euro all'anno) non puzza di presa per i fondelli?http://carlettodarwin.blogspot.com/
26 luglio 2007
Da: Candy75 A: leonardo.blogspot.com
Ciao e complimenti per il blog! Va be', scommetto che te li fanno tutti. È già da parecchio tempo che ti leggo, in realtà, ma non avevo mai osato scriverti. Oggi però il tuo pezzo su Veltroni mi ha fatto proprio incazzare – scusa, eh, ma si è appena candidato alle primarie e già sembra lanciata la gara a chi lo critica per primo. Una poi si chiede: dove finisce l'onestà intellettuale e dove comincia il semplice snobismo? Ecco, l'ho detto, ora mi sento più leggera. Io non mi considero una veltroniana di ferro… anzi se vuoi saperlo il tuo pezzo mi ha fatto ridere, ci ho trovato dentro cose assolutamente vere… però mi chiedo: che senso ha prendersela con Veltroni oggi? Secondo me, con tutti i suoi difetti che hai descritto benissimo, resta il leader più carismatico che abbiamo a sinistra. E ne abbiamo davvero bisogno, dopo la depressione a cui ci ha portato Prodi. Ma se cominciamo già oggi a fargli le pulci, aiuto! Certo, l'autocritica è una buona cosa, ma se Veltroni davvero sfiderà Berlusconi avrà bisogno del sostegno di noi tutti. Compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Spero di non averti annoiato, alla prossima.
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16 aprile 2008
Da: Candy75 A: leonardo.blogspot.com
Ciao, non so se ti ricordi di me, sono una che ogni tanto ti scrive. Di solito quando la fai incazzare, come è successo oggi con l'ennesimo tuo pezzo anti-Veltroni – ma davvero pensi che la responsabilità della sconfitta sia tutta sua? Non è che stai semplicemente riversando tutta la tua frustrazione e la tua rabbia sul capro espiatorio più comodo in circolazione? Io, te l'ho già scritto, non mi considero una veltroniana di ferro. Secondo me durante la campagna elettorale ha fatto molti errori… che poi tutto sommato sono quelli che hai scritto nel post. Però non riesco a capire che senso abbia prendersela con Veltroni oggi. Secondo me è controproducente. Le elezioni erano perse in partenza, ma almeno grazie a lui abbiamo avuto una speranza, e adesso abbiamo un nuovo partito tutto da inventare. Attaccare Veltroni in questo momento significa né più né meno abortire il PD. Che in fondo è proprio quello che desidererebbe Berlusconi, no? Scusa per lo sfogo, alla prossima.
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24 ottobre 2008 Da: Candy75 A: leonardo.blogspot.com
Ciao, indovina un po'. Sono quella che ti scrive e si lamenta ogni volta che scaracchi su Veltroni – no, ogni volta no, del resto lo fai continuamente. E sei anche bravo a farlo, ribadisco. Questa è la cosa che mi fa più rabbia: tanta arguzia e tanto acume, così sprecati. Per di più, ormai tirare a Veltroni è diventato uno sport nazionale. Eppure continuo a chiedermi che senso abbia prendersela con lui, che rimane pur sempre l'unica figura di riferimento di questo povero PD. O tu vedi qualcuno all'orizzonte in grado di prendere il suo posto? Secondo me no, non li vedi neanche tu. Ma allora, ti sembrerò paranoica, ma questa tua fissazione morbosa per gli errori di W. mi sembra che faccia soltanto il gioco di Berlusconi.
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2 novembre 2009
Da: Candy75 A: leonardo.blogspot.com
Ciao, è da un po' che non ti scrivo. Oggi ho letto la tua ennesima bordata contro Veltroni – insomma, basta! Sembra che ti abbia fregato la fidanzata. È vero, il suo intervento al Congresso è stato piatto e deludente – ma non più della media degli interventi, lo hai ammesso anche tu. E allora che senso ha prendersela sempre e solo contro di lui? è davvero colpa sua se in questi mesi non siamo riusciti a trovare candidati più credibili per la Segreteria? Per quanto possa averci deluso, almeno Veltroni è un leader; i suoi avversari no. Un leader oggi deve possedere un volto universalmente conosciuto, e un carisma mediatico: sono doti che non si improvvisano in pochi mesi. Io non mi considero una veltroniana di ferro, ma da qui a desiderare la sua sostituzione col primo sconosciuto di passaggio, beh…
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2 febbraio 2012
Da: Candy75 A: leonardo.blogspot.com
Ciao, ti ricordi di me? Sono la veltroniana che se la prendeva sempre per i tuoi pezzi… sai, oggi sono ricapitato sul tuo blog e mi sono fatta una ghignata. Certo che Veltroni è stato proprio una catastrofe! Eppure, scusami, credo che non abbia senso prendersela con lui oggi. È vero, ha sbagliato tutte le frittate che poteva sbagliare, ma appunto, ormai le frittate sono fatte. Avremmo dovuto mandarlo a casa subito, nel 2008, e poi aprire subito un dibattito serio. Invece ci siamo lasciati bloccare da uno stupido timore reverenziale, abbiamo continuato a ripeterci che non vedevamo nessun altro leader finché tutti i potenziali leader non si sono bruciati. Se avessimo avuto più coraggio quattro anni fa, forse avremmo avuto il tempo necessario per far crescere un vero leader, carismatico, competente e tutto il resto. Ma non l'abbiamo fatto. E se non l'abbiamo fatto quattro anni fa, che senso ha anche solo parlarne a tre mesi dalle elezioni? In fondo, non è ancora detta l'ultima parola: Veltroni potrebbe persino vincere. Ma solo col sostegno di tutti - compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Alla prossima. (Continua all'infinito, come gli incubi peggiori).http://leonardo.blogspot.com/
Ok, ora basta. Stop. Ho ricevuto messaggi bellissimi, e mi piacerebbe poter ringraziare di persona, uno ad uno,gli uomini e le donne che li hanno scritti. Quelli che mi conoscono bene, e quelli che fino a ieri non sapevano neanche che esistessi. Grazie.
Pero' ora basta. Gia’ scrivere e parlare di queste cose non e’ facile. Finire sulla prima pagina del Corriere, sull’Amaca di Serra, e sull'editoriale di Polito con i fatti miei neppure. Mi piacerebbe che la cosa finisse qui, che tornassimo a parlare e scrivere d’altro.
E che provassimo a mettere al loro giusto posto le cose.
1. Ho scritto della gravidanza per condividere una gioia, un’esperienza. Ho sempre inteso il blog come un diario, un modo per raccontare quello che faccio, le impressioni, le idee. Condividere e’ ben piu’ che “rendere conto”, per me. Questo non e’ - e non voglio che diventi - un sito istituzionale. E’ un diario personale che parla prevalentemente di politica. La differenza e’ abissale: quello che scrivo e’ informale; tendo a non dare informazioni ma impressioni; la comunicazione non e’ solo da me a chi legge, o da chi legge e commenta a me, ma anche e soprattutto tra coloro che leggono e commentano. E’ un blog, non un sito.
2. Ho scritto della gravidanza prima che fossero resi pubblici i dati sulle presenze, o comunque indipendentemente da questo: non sono stata “indotta” a farlo, non sono stata “braccata” da nessuno, non c’era alcun intento difensivo, nessuna giustificazione. Solo un racconto, semplicemente perche’ mi sarebbe stato difficile condividere pensieri ed esperienze omettendo quello che era il centro della mia vita in quel momento: la gioia di aspettare un bambino.
3. Il bello della rete e’ che non e’ mediata, che la comunicazione avviene senza filtri in tempo reale. Questo ha i suoi vantaggi: puoi far sapere una cosa senza dover passare dalla strettoia dei mezzi di comunicazione tradizionali, senza doverla “confezionare” per renderla allettante, senza vederla distorta da titoli o virgolettati in cui non ti riconosci. Ha i suoi (apparenti) svantaggi: non puoi evitare la responsabilita’ di cio’ che scrivi, ti metti in gioco. Chiamatela trasparenza, chiamatela democrazia comunicativa, non so. Hai il potere di comunicare, la responsabilita’ di cio’ che comunichi e di come lo fai. E, come si e' visto, e' un potere ed una responsabilita' non solo per chi scrive sul proprio blog, ma anche per chi commenta - perche' e' comunque uno spazio pubblico. Io non lo trovo affatto male.
4. Il dibattito che e’ nato sulle mie assenze e sulla opportunita’ o meno che una donna incinta restasse al suo posto di parlamentare non ha nulla a che vedere con la rete. La rete lo ha veicolato, ma si sarebbe potuto sviluppare in mille altri modi e luoghi (a partire da quelli, silenziosi ed autocensurati dal “politicamente corretto”, della mente). Ha le sue radici in due fenomeni, credo: da una parte, nella crudele distinzione di ruoli che condanna a pensare che le donne mamme debbano rinunciare al lavoro, e gli uomini papa’ debbano rinunciare a stare con i figli. Una miopia che rende infelici ed incompleti gli uomini, le donne, ed i bambini (poi ci lamentiamo del bullismo). Dall’altra, nella violenza che caratterizza ogni confronto, in questa epoca triste e piuttosto buia che ci troviamo a vivere. Il furore anti-casta ne e’ solo un esempio. Nasce da disfunzioni evidenti del nostro sistema istituzionale: 1.000 parlamentari; altissime remunerazioni teoricamente volte a permetterne il lavoro ma nessun controllo su come vengono utilizzate (per cui chi le spende per lavorare alla fine si ritrova con uno stipendio non eccessivo, ma chi non lo fa si tiene una cifra assurda ed e’ di fatto incentivato a farlo); una difficolta’ oggettiva a valutare la “produttivita’” di chi lavora nelle istituzioni (contano le presenze alle votazioni in aula (pianisti compresi)? Contano il numero o la qualita’ delle iniziative legislative? Conta il lavoro in commissione? Conta il rapporto con il mondo che e’ fuori dal Parlamento (“territorio” e non solo, perche’ la nostra Costituzione ci ricorda che ogni parlamentare e’ chiamato a rappresentare tutta l’Italia)? E’ ovvio che un solo indicatore distorce la realta’… E comunque: furore che nasce da argomenti piu’ che validi, e che si trasforma rapidamente in una caccia alle streghe che rischia di travolgere anche quel poco (o tanto) di buono che pure nelle istituzioni si fa, e di far passare dalla parte del torto chi si fa cogliere dalla violenza, seppure solo comunicativa. Se l’argomento e’ giusto, un’argomentazione sbagliata puo’ solo danneggiarlo.
5. Temo sia quello che e’ successo qui, nel mio caso. Due o tre persone che hanno letto e commentato il mio blog si sono lasciate prendere la mano. Se ne sono scusate, e credo lo abbiano fatto in modo sincero. Per me, quelli sono stati i messaggi piu’ belli. Credo sia ingiusta la violenza con la quale sono stati attaccati, anche pubblicamente - almeno tanto quanto era ingiusta la violenza con la quale attaccavano me. Smettiamola. Fermiamoci. Possiamo contestare le idee, le azioni. Ma le persone, quelle sono sempre degne di rispetto.
6. Serra scrive oggi che “il popolo dei blog (mi ha) incalza(ta) ed accusa(ta)”. Vero. Ma mi ha anche appassionatamente difesa. Si e' identificato, ha preso la parola. E, se riusciamo ad uscire dalla mia piccola esperienza personale, ha espresso idee, valori, modi di sentire e di vedere le cose, veramente belli. Di un’umanita’ rara da trovare di questi tempi. Di un calore ed una lucidita’ che rincuorano e fanno pensare che le persone sono meglio di come si sforzano di apparire.
7. Per me, personalmente (e cosi’ la chiudiamo qui, sul piano personale), e’ stato doloroso e difficile affrontare il dolore che e’ venuto dopo la gioia in modo cosi’ pubblico. Una cosa e’ scrivere sul tuo blog (sapere che lo legge chi viene a cercarti, chi piu’ o meno ti conosce), ben altra e’ la prima pagina del Corriere della Sera, l’Amaca di Serra (per me un must di ogni mattina), l’editoriale del Riformista. Non ce l’ho con i giornalisti, tutt’altro: hanno fatto il loro mestiere in maniera seria, con tatto, e dal tono dei tantissimi messaggi di donne e uomini che mi hanno scritto tra ieri ed oggi credo abbiano svolto una funzione utile – provare a smuovere quelle due radici di cui parlavo prima: la separazione dei ruoli uomo-lavoro, donna-genitore e la violenza nella quale alcune giuste considerazioni rischiano di perdersi. Non solo non ce l’ho con loro, quindi, ma mi scuso con quelli a cui non ho voluto rispondere. E’ che credo che questo non sia un “caso” – non ha nulla di eccezionale e nulla di esemplare. Non e’ “la mia storia”, e’ qualcosa che succede di continuo: aspettare un bambino, doversi assentare dal lavoro per qualche tempo, scontrarsi con le allusioni sull’incompatibilita’ tra maternita’ e lavoro, perdere il bambino. Ed anzi, succede di peggio: perdere il lavoro, o dover rinunciare ad un figlio. Queste sono le storie, e ne e’ pieno il mondo. Sarei felice se le si raccontasse un po’ di piu’, se si desse voce a chi non ce l’ha.
8. Per parte mia, non credo di aver avuto alcun coraggio. Non ho fatto proprio niente. Ora vorrei solo tornare gradualmente al mio lavoro di sempre, con tranquillita’. Stasera vado ad un’iniziativa sulle elezioni americane al Circolo PD Aurelio a Roma, domani pomeriggio c’e’ un incontro sul disarmo nucleare a cui ho lavorato da un po’ ed a cui tengo molto. Venerdi sera saro’ al Teatro comunale di Canaro (Rovigo) per un incontro sulla scuola. E magari, tra qualche tempo, lavorero’ a qualche proposta sui congedi di paternita'. Perche' resto convinta che questa non sia una "cosa di donne". La nascita (o la perdita) di un figlio, il modo in cui lo si cresce, riguarda insieme due genitori - in modi diversi, certo, ma con la stessa intensita', gli stessi diritti, gli stessi doveri.
Il nostro amato P2ista al Governo, tal Silvio Berlusconi, ha dichiarato codesta cosa
Infrastrutture: 16 miliardi. «Posso annunciare che nel prossimo Cipe saranno stanziati 16 miliardi e 600 milioni per realizzare un grande piano per le infrastrutture», ha informato il premier Berlusconi intervenendo all’assemblea dell’unione degli industriali di roma e sottolineando che questo permetterà di «superare tempi drammaticamente lunghi, circa due anni, da quando si decide l’avvio di un opera a quando si apre realmente un cantiere».
Per chi non lo sapesse, il CIPE è consultabile online, QUI. Poichè il P2ista ci ha abituato a NON mantenere quasi MAI le sue promesse, se non quando si tratta di promuovere le ballerine e showgirl di Mediaset al ruolo di Ministri della Repubblica (delle Banane), io non mi fido di Mr. B. neanche quando respira ossigeno e butta fuori anidride carbonica. Secondo me butta fuori altro materiale. Dovremmo analizzare il suo fiato con analisi chimico-fisiche.
A parte questi interessantissimi dettagli del sistema respiratorio di un P2ista, andiamo a vedere cosa racconta il CIPE ultimamente. Vi ricordate del Ponte sullo stretto di Messina? Ecco cosa si dice
delle risultanze della istruttoria svolta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ed in particolare:
a) che la “Stretto di Messina S.p.A.”, nella rilevata qualità di soggetto aggiudicatore, stante l’imminente scadenza (5 novembre 2008) del termine quinquennale di efficacia del vincolo preordinato all’esproprio derivante dalla delibera n. 66/2003 e stante l’impossibilità di approvare entro tale temine il progetto definitivo dell’opera, ha proposto l’adozione di una delibera avente ad oggetto la reiterazione del predetto vincolo, rappresentando altresì:
b) che sussistono i presupposti richiesti degli articoli 9, 10 e 39 del decreto del Presidente della Repubblica n. 327/2001 per la reiterazione del vincolo preordinato all’esproprio, in quanto:
DELIBERA
1. Ai sensi e per gli effetti degli articoli 9 e 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 327/2001, e s.m.i., e dell’articolo 165 del decreto legislativo n. 163/2006, è reiterato, a decorrere dal 5 novembre 2008, il vincolo preordinato all’esproprio sugli immobili interessati dalla realizzazione del “Ponte sullo Stretto di Messina”, il cui progetto preliminare è stato approvato con delibera 1 agosto 2003, n. 66, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 5 novembre 2003, n. 257.
2. Gli eventuali oneri per gli indennizzi dovuti a favore dei proprietari degli immobili gravati dal vincolo saranno a carico della concessionaria “Stretto di Messina S.p.A.”, la quale vi farà fronte con mezzi propri.
Roma 30 settembre 2008
IL SEGRETARIO GIANFRANCO MICCICHE’
IL VICE PRESIDENTE GIULIO TREMONTI
Io mi segno l’annuncio sia del CIPE sia di Berlusconi. Alla prossima riunione (quella di Novembre si legge dal sito che è stata rinviata a data da destinarsi) mi aspetto che il Governo delle Meraviglie manterrà gli ennesimi annunci pubblicitari.
Nel frattempo cerco di scoprire altri documenti interessanti.
Stay Tuned!
Il 1° dicembre Assemblea degli 'autoconvocati' per le primarie a Roma di Piero Filotico, 26 Novembre 2008
Chiedo scusa a chi la percepirà come un'intrusione ma vorrei dare notizia di un'iniziativa - cui sono tutti invitati - di un gruppo di cittadini che si sono incontrati domenica a Roma all'assemblea per la ratifica della designazione del segretario regionale e si sono sentiti presi in giro.
Dopodiche, hanno dato luogo ad una
ASSEMBLEA DEGLI "AUTOCONVOCATI" PER LE PRIMARIE A ROMA
Lunedì 1° dicembre ore 18.00 - Teatro Due (via Dei Due Macelli, 37)
Il Pd di Roma deve ripartire dalle primarie per eleggere in tempi rapidi il nuovo segretario e il nuovo gruppo dirigente".
Sono già più di 300 i militanti e gli iscritti al Pd che hanno aderito, sia su facebook, sia su firmiamo.it, all'appello lanciato da "Quelli che vogliono le primarie a Roma".
Adesso vogliamo uscire da internet: "Nel Pd di Roma mancano i luoghi per far sentire la nostra voce e allora ce li creiamo da soli: diamo appuntamento a tutti per lunedì prossimo, 1° dicembre, presso il Teatro Due (Via Dei Due Macelli, 37), a partire dalle ore 18.00 per un'assemblea autoconvocata di militanti del Partito democratico romano".
La crescita infinita? E' finita. Il coraggio di fare la rivoluzione
diLoretta Napoleoni - Internazionale
“Per uscire dalla spirale della crescita infinita c’è bisogno di un gesto radicale: inventare un’altra teoria economica”.
Cos’hanno in comune il nuovo presidente degli Stati Uniti e il pianeta? Tutti e due rischiano di deluderci per mancanza d’idee. Senza una nuova teoria economica, Barack Obama non attuerà il programma di giustizia sociale che l’ha portato alla Casa Bianca e la Terra non riuscirà a soddisfare il nostro bisogno di risorse.
La prima frase del Nuovo testamento economico potrebbe essere: “E poi arrivò la Rivoluzione industriale”. Tutte le teorie economiche moderne, da Adam Smith a Milton Friedman, incluse quelle di stampo marxista, hanno come epicentro questo fenomeno. Ecco perche il moderno capitalismo e il suo opposto, il marxismo, hanno un identico cuore: lo sfruttamento ad infinitum delle risorse, per produrre una crescita economica altrettanto infinita. Ma da Smith a Marx, da Keynes a Friedman, tutti analizzano un mondo che non esiste, un pianeta che possiede risorse illimitate.
Il problema di queste teorie é che sono costruite su ipotesi sbagliate. Per salvare il mondo ci vuole una rivoluzione teorica della stessa portata di quella scatenata dalla rivoluzione industriale. Il nuovo presidente degli Stati Uniti deve incoraggiare gli economisti a guardare al futuro immaginando il mondo del 2050, quando le risorse scarseggeranno ovunque. Fino a oggi nessuno l’ha fatto perche gli sforzi sono concentrati sul settore finanziario, dove negli ultimi vent’anni è successo di tutto e dove confluisce la ricchezza prodotta dalla globalizzazione. Il difficile compito di difendere il pianeta dalla devastazione prodotta dalla crescita economica è ricaduto sulle spalle degli scienziati, che possono solo continuare a denunciare la catastrofe ambientale provocata dall’economia globalizzata.
E inutile cercare la soluzione nelle teorie economiche del passato. Il presidente Obama se ne accorgerà quando dovrà farsi rieleggere: meglio indebitarsi ulteriormente o aumentare le tasse sulla benzina per finanziare il programma di assistenza sanitaria ai poveri? Neanche limitare lo sfruttamento delle risorse è sufficiente, perche il problema non é congiunturale, è di sistema. Anche se gli Stati Uniti diventassero improvvisamente ecologisti come i paesi scandinavi, il pianeta continuerebbe l’inesorabile discesa verso l’inquinamento globale. Il modello di sviluppo economico, per la Cina comunista come per l’India capitalista e per la Norvegia ecologista, poggia sullo sfruttamento illimitato delle risorse. Un modello alternativo non esiste. Per uscire dalla gabbia di questa teoria economica c’è bisogno di un gesto radicale: inventare una teoria nuova.
Neppure le soluzioni utopiche come quella che mette l’individuo al centro di un movimento globale ecologista o quella che vuole creare uno status speciale per chi inquina meno salveranno il mondo. Sono modelli prodotti in occidente, che presuppongono un livello di sviluppo economico molto avanzato. Al contadino indiano che finalmente può permettersi dei fertilizzanti nitrogenati interessa solo il guadagno prodotto dal raccolto più rigoglioso, che userà per meccanizzare la sua azienda.
Un mondo più giusto
Il problema insomma è globale e la soluzione deve essere globale. Ce ne siamo accorti durante la crisi del credito: l’intervento di una nazione, gli Stati Uniti, non è servito a nulla, e anche le nazionalizzazioni e i salvataggi in extremis degli altri paesi non hanno avuto i risultati previsti. Forse l’unico modo per spingere gli economisti a sviluppare una teoria nuova, che funzioni in un pianeta a risorse limitate, è partire proprio dalla crisi del credito, che è stata un pallido anticipo di quello the succederà quando si esauriranno le risorse del pianeta. Non possiamo permetterci di aspettare che la crisi peggiori per poterla risolvere. Oggi dobbiamo farci con la stessa urgenza belle domande scomode: come risolvere il problema dell’acqua? Gli economisti classici questo problema se lo sono posto e una soluzione l’hanno trovata: chi non si può permettere l’acqua morirà di sete, e la popolazione mondiale si ridurrà fino al punto in cui ci sarà acqua a sufficienza per i sopravvissuti.
Malthus non avrebbe problemi con questo scenario, l’aveva analizzato più volte nel corso della storia. Perché la storia economica è scritta da due autori: abbondanza e carestia. La grande sfida di Barack Obama è la stessa del pianeta: trovare la teoria economica che interrompa il ciclo di ricchezza e povertà che ci intrappola, una teoria che produca uno sviluppo equo, equilibrato e sostenibile, e che lo faccia prima che sia troppo tardi. Bisogna aiutare il mondo a riprendersi dalle tragiche conseguenze dello sfruttamento irrazionale the distrugge più ricchezza di quanta ne produca.
Cosi sarà più facile ottenere la giustizia sociale.
Fonte: Internazionale n. 770, 14-20 novembre, pp. 20-21
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KILL PIL - Riflessioni sulla transizione economica e ambientale:
La Central Intelligence Agency rende pubblico un rapporto e lancia l’allarme. Secondo i servizi segreti americani, gli estremisti del Kosovo sono pronti ad innalzare il livello dello scontro e a sferrare attacchi terroristici non solo contro Belgrado e le autorità serbe (i nemici di sempre), ma il loro “sguardo si è esteso più ad Ovest, su Washington e Bruxelles”, ovvero contro i funzionari dell’amministrazione internazionale (UNMIK) che mantiene il compito della gestione amministrativa sulla provincia dalla fine della guerra nel 1999.
Il rapporto rivela ancora che gruppi terroristici, “cellule dormienti”, si stanno attivando. “Appartengono a un gruppo di fondamentalisti islamici e, in quanto tali, hanno come unico scopo quello di attaccare tutti i ‘non credenti’. Ci sono le prove che i componenti facevano parte dell’UCK, che a sua volta aveva contatti con Al Qaeda”. Ma non basta. Le autorità kosovare, le stesse che hanno proclamato unilateralmente l’indipendenza della provincia lo scorso febbraio, e che nel corso degli anni hanno protetto tali frange, da cui esse stesse provengono, potrebbero aver perso il polso della situazione tanto che “la situazione potrebbe essere fuori dal loro controllo”, al punto da prospettarsi un inquietante “scenario da Afghanistan” (1).
Il rapporto non giunge in un momento qualunque, ma proprio nel mezzo dei negoziati che stanno riconfigurando la missione internazionale dell’UNMIK ed il passaggio di poteri dalle Nazioni Unite all’Unione Europea con la nuova missione denominata Eulex. Se la Ue e la Serbia hanno trovato l’accordo sullo status giuridico della nuova amministrazione civile che, pur con alcune ambiguità, si muoverà nel solco della Risoluzione 1244-ONU che cristallizzò una situazione di fatto e che non prevede la possibilità di una secessione indipendentista del Kosovo, Pristina ha da subito rigettato gli accordi e dichiarato che su tali basi la missione Eulex non verrà mai accettata (per un approfondimento di questo aspetto si veda l’articolo “Kosovo: lo status quo scricchiola con l’accordo Eulex” pubblicato da Megachip).
Il rapporto americano potrebbe dunque avere connotazioni politiche piuttosto che di intelligence, tanto più che la presenza di estremisti islamici nei Balcani legati ad Al Qaeda è risalente nel tempo ed affonda le radici, ancor prima che in Kosovo, in Bosnia dall’inizio degli anni ’90, con implicazioni di cui i servizi americani sono ben a conoscenza.
Il giornalista investigativo tedesco Jurgen Elsässer nel suo volume “Come la Jihad è arrivata in Europa” illustra in maniera esemplare i rapporti tra i guerriglieri islamici e i servizi di intelligence occidentali e fornisce le prove del loro utilizzo nella ex Jugoslavia. Nel corso di una intervista, a proposito del suo lavoro Elsässer dice: “Faccio nuova luce sulle manipolazioni dei servizi segreti. Altri libri avevano già sottolineato la presenza nei Balcani di Osama Bin Laden, ma gli autori avevano presentato i combattenti musulmani come nemici dell’occidente. Le informazioni che ho raccolto da molteplici fonti dimostrano che questi jihadisti sono marionette nelle mani dell’Occidente, e non, come si pretende, nemici. […] Ho studiato la figura di Al Zawahiri, il braccio destro di Bin Laden, che era il capo delle operazioni nei Balcani. Agl’inizi degli anni ’90 aveva percorso in lungo e in largo gli Stati Uniti in compagnia di un agente dell’US Special Command per raccogliere fondi destinati alla Jihad; l’uomo sapeva perfettamente che la raccolta di fondi era un’attività sostenuta dagli Stati Uniti. […] La rete terroristica creata dai servizi segreti americano e britannico durante la guerra civile in Bosnia, e più tardi in Kosovo, ha rappresentato un serbatoio di militanti, che troviamo poi implicati negli attacchi di New York, Madrid e Londra. […] Dopo la fine della guerra in Afghanistan, Osama Bin Laden ha reclutato questi jihadisti militanti. Era il suo lavoro: è stato lui che li ha addestrati, con il parziale sostegno della CIA, e li ha mandati in Bosnia. Gli americani hanno tollerato il legame tra il presidente Izetbegovic e Bin Laden. Due anni più tardi, nel 1994, gli americani hanno cominciato a inviare armi, in un’operazione clandestina comune con l’Iran. Dopo il trattato di Dayton, nel novembre 1995, CIA e Pentagono hanno reclutato i migliori jihadisti che avevano combattuto in Bosnia” (2).
Qualunque giornalista investigativo che gratti appena sulla superficie, scopre in Kosovo i palesi legami tra infiltrazioni terroristiche islamiche, l’UCK (L’Esercito di Liberazione del Kosovo) - che dopo la vittoria della NATO nel ‘99 ha preso il controllo politico della regione, ed ogni tipo di traffico criminale, in primo luogo droga ed armi. È il caso di Riccardo Iacona che nel suo reportage “La guerra infinita” trasmesso a settembre su Rai3, ha illustrato i meccanismi attraverso cui la Jihad è entrata in Kosovo portando un integralismo fino ad allora sconosciuto ai kosovaro-albanesi e sfruttando la protezione (in stile mafioso) delle strutture già dell’UCK, e con i soldi degli “enti caritatevoli” islamici, in particolare sauditi. Il parallelismo con l’Afghanistan negli anni ’80 è evidente: un crogiuolo di interessi illeciti e un modus operandi pressoché identico a quello che originò la guerriglia che combatté l’invasione sovietica: finanziamenti sauditi, fondamentalismo religioso, coordinamento ed addestramento da parte dei servizi occidentali (in particolare, all’epoca, la CIA, in collaborazione con l’Isi, i servizi pakistani), traffico di stupefacenti. E quel parallelismo continua a fornire oggi i suoi frutti avvelenati. Il boom della produzione di oppio dopo l’invasione della NATO in Afghanistan, attraversando l’Asia centrale, ha il suo naturale sbocco proprio in Kosovo prima di invadere i mercati occidentali. E, se l’eroina, nel suo tragitto, trova qualche minimo ostacolo alle frontiere turche, ha la strada spianata una volta giunta nei Balcani, in cui il Kosovo rappresenta appunto lo snodo principale.
Di questi scenari è ben consapevole il generale italiano Fabio Mini, già comandante della missione NATO-KFOR in Kosovo nel periodo 2002-2003. Il generale ha dichiarato nel corso di una intervista al Corriere della Sera all’indomani della dichiarazione di indipendenza del Kosovo: “Il nuovo Stato conviene solo ai clan. Sarà un porto franco per il denaro che arriva dall’Est. L’indipendenza conviene a chi comanda: a Thaci [primo ministro kosovaro, ex comandante dell’UCK] che fa affari col petrolio, a Bexhet Pacolli [noto uomo d’affari] che ha bisogno d' un buco dove ficcare i soldi del suo mezzo impero, a Ramush Haradinaj [ex premier e comandante UCK] che è sotto processo all' Aja [in seguito assolto per insufficienza di prove dopo la morte in circostanze misteriose di alcuni testimoni chiave], ad Agim Ceku [altro ex premier e comandante UCK] che vuole diventare il generalissimo di se stesso... Del Kosovo indipendente, a questi non gliene frega niente. Come non gliene frega ai serbi. Quel che serve ai clan, d' una parte e dell' altra, è un posto in Europa che apra nuove banche. Un porto franco per il denaro che arriva dall' Est” (3).
Un simile scenario è la conseguenza diretta della guerra portata dalla NATO nei Balcani. Aldilà delle responsabilità e degli errori di uomini di Stato come Slobodan Milosevic, oggi possiamo ammettere che le sue affermazioni di lottare in Kosovo contro la penetrazione terroristica erano del tutto fondate. Anche un uomo sicuramente non sospettabile di complottismo come Paolo Mieli ha scritto: “Il presidente-fondatore del Tribunale dell' Aja, Antonio Cassese, a sorpresa ha duramente criticato la conduzione del processo a Milosevic da parte di Carla Del Ponte. La quale ha dovuto complimentarsi con lo stesso Milosevic per il modo pugnace con cui si difende. L' ex despota di Belgrado ha già messo in difficoltà molti testimoni. Ed è riuscito ad esibire un documento dell' Fbi (del dicembre 2001, cioè successivo all' attentato alle torri gemelle) in cui si parla di rapporti tra l' UCK, l' organizzazione di resistenza del Kosovo, e Al Qaeda, il gruppo terrorista che fa capo a Osama bin Laden” (4).
Ma è tutta la stampa internazionale, ed in particolare americana, ad essere perfettamente a conoscenza della situazione in Kosovo. Riporteremo, tra gli altri, solo un esempio tratto da un articolo di Michel Chossudovsky (5). Fin dal maggio 1999 il «Washington Times» scriveva: “Alcuni membri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo che ha finanziato il suo sforzo bellico attraverso la vendita di eroina, sono stati addestrati in campi terroristi diretti dal fuggitivo internazionale Osama bin Laden, che è anche ricercato per gli attentati del 1998 a due ambasciate degli USA in Africa nei quali rimasero uccise 224 persone, inclusi 12 americani. Secondo rapporti dell'intelligence ottenuti di recente, i membri dell’UCK, adottati dall'amministrazione Clinton nei 41 giorni della campagna di bombardamenti della NATO per portare al tavolo delle trattative il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, sono stati addestrati in campi segreti in Afghanistan, Bosnia-Herzegovina ed altrove. I rapporti dimostrano anche che l’UCK ha arruolato terroristi islamici, membri dei Mujahideen, come soldati nel suo continuo conflitto contro la Serbia e che molti sono già stati portati di nascosto in Kosovo per unirsi alla lotta. […] I rapporti dell'intelligence documentano quello che viene descritto come un "collegamento" tra bin Laden, il milionario fuggitivo saudita, e l’UCK, compresa un'area comune di organizzazione a Tropoje, Albania, un centro per terroristi islamici. I rapporti dicono che l'organizzazione di bin Laden, nota come al-Qaeda, ha addestrato e sostenuto finanziariamente l’UCK”.
Alla luce di questi elementi appare evidente come i servizi segreti americani non solo fossero perfettamente a conoscenza da almeno quindici anni di cosa stesse avvenendo nei Balcani, ma hanno attivamente e scientificamente agito affinché tale situazione si determinasse, ovvero la creazione di una entità fantoccio, un narco-stato strutturato a vari livelli su elementi utilizzabili per ogni genere di lavoro sporco, oggi già centro nevralgico di traffici criminali a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane, e domani possibile paradiso finanziario per il riciclaggio di denaro delle mafie di mezzo mondo. Allora come interpretare il rapporto CIA sull’allarme terrorismo in Kosovo? Probabilmente è da annoverare nella specie degli avvertimenti o dei messaggi in codice, ma indirizzati verso chi e con quali obiettivi? Forse nei confronti dei negoziatori europei per influenzare le trattative o dell’ONU che tali accordi dovrà ratificare; forse verso le opposte fazioni di Pristina, dato che è in corso una sorta di lotta di potere interna ai vecchi comandanti dell’UCK, e qui gli obiettivi si perdono nell’inestricabile intreccio politico-affaristico-criminale che comanda a Pristina; oppure si vuole preparare il terreno per una ulteriore militarizzazione dell’area.
In ogni caso, nei giorni scorsi un attentato dimostrativo ha già colpito la presenza internazionale in Kosovo. Una bomba è scoppiata contro l’Ufficio Civile Internazionale della Ue a Pristina, mandando in frantumi le vetrate del palazzo ma senza provocare vittime (6). Nella già citata intervista al Corriere, il generale Mini, con illuminante lungimiranza, aveva avuto modo di dichiarare: “Le bombe non sono tipiche dei Balcani. Le hanno sempre messe personaggi venuti da fuori. Quando scoppiano, è il segnale che qualcuno sta ficcando il naso”.
(1) da Rinascita Balcanica, 19/11/2008
(2) da Red Voltaire, 15/06/2006
(3) da il Corriere della Sera, 16/02/2008
(4) da il Corriere della Sera, 15/04/2002
(5) Michel Chossudovsky, Kosovo: Usa e Ue appoggiano un processo politico legato al crimine organizzato, Global Research, 12/02/2008
(6) Rinascita Balcanica, 18/11/2008
Dall'isola di Lesbo è partita una battaglia finita in tribunale al grido "le uniche vere lesbiche siamo noi, abitanti di quest'isola". Dichiarano di non avere alcun intento omofobico ma solo di protezione del copyright sul nome. Per le attiviste omosessuali greche si tratta invece di un'assurdità
“Precisiamo subito che non abbiamo nulla contro gli omosessuali, maschi e femmine. E neppure contro i matrimoni gay. Tanto meno contro le coppie di turiste che ogni estate migrano, mano nella mano, verso la nostra isola. Siano le benvenute: purché non si approprino del nostro nome”. Il nome in questione è “lesbiche”, o “lesbie” (in greco “lesvìes”). E l’isola, va da sé, è quella dove è nata 2600 anni fa la poetessa greca Saffo, elevata dalle omosessuali di tutto il mondo a loro patrona.
Siamo a Lesbo, nell’Egeo a pochi chilometri dalla costa turca. Da qui è partita nella primavera di quest'anno una battaglia sfociata in Tribunale al grido di “Le uniche e vere lesbiche siamo noi, abitanti di questa isola. E non sopportiamo più che le gay di tutto il mondo, che non hanno nulla a che fare con la nostra patria, ci abbiano scippato l’appellativo. Al punto che quando andiamo all’estero ci vergogniamo di definirci “lesbians”, siamo ridotte a dire “veniamo da Mitilene” il capoluogo”.
I paladini di questa crociata non sono solo donne: accanto alle signore Maria Rodou e Kokkoni Kouvalaki, fra i leader di coloro che ora si accingono a sfilare di nuovo davanti alla Corte d’Appello di Atene con i cartelli “If you are not from Lesbos you are not a Lesbian”, dopo un primo rigetto della loro istanza dai giudici di primo grado lo scorso luglio, è l’editore Dimitris Lambrou, direttore di una piccola rivista nostalgica del paganesimo e dei fasti della Grecia antica, il mensile "Davlos" (la Torcia). “Aspettiamo che sia fissata la data esatta dell’udienza che vede noi isolani contrapposti all’Olke (Organizzazione che riunisce le omosessuali elleniche ) e tramite loro a tutte le associazioni gay del mondo” spiega Lambrou all’Osservatorio sui Balcani.
“La nostra non è una battaglia omofobica, è una difesa di un diritto umano. Abbiamo ricevuto anche l’appoggio dei due deputati di Lesbo nel Parlamento greco, Leonidas Iannellis e P. Sifunakis, uno del centro destra e l’altro del centro sinistra. Se necessario, andremo fino in fondo: ci rivolgeremo al Tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo”.
Una rivolta bipartisan per rivendicare il copyright su un nome: ormai sembra una specialità greca, dopo l’annosa disputa sul toponimo “Macedonia” fra Atene e Skopje.
La poetessa Saffo
La questione è spinosa: può l’appellativo “Lesbico, Lesbio” essere “blindato” come il marchio della feta doc? Può essere riservato giuridicamente ai 100mila isolani residenti nella bella isola di Saffo e ai suoi 250mila emigrati in giro per il mondo? Le attiviste omosessuali greche dell’Okke gridano all’assurdità: “Tutto questo è ridicolo, perché il termine lesbiche è usato da millenni per indicare le donne che amano le donne”. In realtà, il prestigioso Oxford English dictionary ha incluso questo significato a sfumatura sessuale solo dal 1950.
Naturalmente il nodo è difficile da sciogliere, perché chiunque abbia studiato sui banchi di scuola le poesie di Saffo ne ricorda le infiammate odi alle ragazze del suo tiaso, consacrato ad Afrodite dea dell’amore. Una per tutte? “Sei arrivata: bene hai fatto. Hai rinfrescato la mia anima che bruciava di passione”. Versi d’amore rivolti a fanciulle che secondo l’uso antico si preparavano al matrimonio con un uomo imparando a danzare, tessere, cantare e ad amare in una comunità chiusa e tutta femminile, come quella presieduta da Saffo (altre ce n'erano in giro per la Grecia), “sfruttando a fini psicopedagogici l’ambivalenza sessuale tipica dell’adolescenza” sostengono gli studiosi moderni.
La permanenza e poi il distacco dalla comunità e l’accompagnamento nella vita adulta si intravede nelle sue poesie che scandiscono queste fasi come altrettanti riti di passaggio. Tanto che molte sue odi sono “epitalami”, o poesie nuziali per celebrare i regolarissimi matrimoni etero delle (ex) allieve. La stessa Saffo era sposata a un uomo e aveva una figlia, Cleide. Del resto nel mondo greco-romano la bisessualità era la norma (ricordate Socrate e Alcibiade nel “Simposio” di Platone?).
Ma lasciamo le questioni filologiche e antropologiche. Torniamo alla moderna isola, e ai suoi abitanti. Complice la crisi economica che ha colpito, inevitabilmente, anche il turismo, negli ultimi anni i lesbici, intesi come isolani, si sono decisi ad accogliere a braccia aperte le visitatrici gay in devoto pellegrinaggio a Eressos, cittadina sulla costa ovest che diede i natali a Saffo verso il 630 a.c.
Già dieci anni fa, per esempio, si era espresso positivamente anche Loukas Kouras, allora sindaco di Eressos: “Siamo molto felici di ricevere le omosessuali - ha dichiarato commosso - Purché non si bacino nei giardinetti. Qualche anziano residente potrebbe infastidirsi. Ma noi non abbiamo nessun problema nei loro confronti”. Parole che hanno avuto addirittura la conferma della scienza: “La nuova generazione d'isolani - spiega la sociologa Marianthou Lianou, che ha svolto uno studio sull'impatto del turismo lesbico, pardon saffico, sulla cultura contadina e maschilista dell'isola - è cresciuta con queste visitatrici. Ormai le vede di buon occhio. Negli anni Ottanta, invece, c'erano casi di turiste picchiate, le scritte ‘Lesbiche, tornate a casa’ coprivano i muri dei paesi. E le omosessuali dovevano rimanere confinate nei campeggi”.
Molti tour operator locali hanno benedetto la memoria di Saffo. Ciò non toglie che ora buona parte dei lesbici doc, intesi come abitanti, voglia mettere i puntini sulle i. Va bene il turismo, sia fatto salvo il politically e sexually correct, ma diamo a Cesare quello che è di Cesare. Sono decisi a rivendicare solo a chi è nato sulle sacre sponde dell’isola l’onore di definirsi Lesbio. E dal momento che la questione ha incuriosito le associazioni gay di tutto il mondo, il dibattito corre sul web.
La rivista on-line “The Register” suggerisce agli isolani di limitarsi a chiamarsi “Mitilenesi”, mentre propone alle omosessuali greche e straniere l’appellativo “saffiste”, per non scontentar nessuno. Chi la spunterà? A giorni, in tribunale, l’ardua sentenza. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10536/1/382/
Il Pad spera nel sotegno dell'esercito e della Corona per dare la spallata finale al governo in carica
Sonny Evangelista
La Thailandia è nel caos, divorata da uno scontro politico e sociale che da sei mesi paralizza il paese, compromettendo la stabilità politica e mettendo in ginocchio l’economia. Dopo alcuni giorni di calma per il lutto nazionale decretato per la scomparsa della principessa Galyani, ultima sorella dell'amatissimo re Bhumibol Adulyadej, la protesta antigovernativa è divampata in forme di massa e in modalità clamorose: ieri oltre 10mila manifestanti dell’Alleanza del Popolo per la democrazia (Pad), formazione politica regista delle manifestazioni, hanno occupato l’aeroporto internazionale Suvarnabhumi di Bangkok, mettendo in crisi l’intero paese e costringendo le autorità aeroportuali a dirottare in altre città tutto il traffico aereo. Le manifestazioni non sono nuove: in ottobre la più grande protesta di piazza mai organizzata in Thailandia aveva visto marciare minacciosamente verso i palazzi del potere a Bangkok oltre centomila persone, in un dimostrazione di forza che aveva costretto le autorità a una dura repressione operata dalle forze di polizia. Ma, a un mese di distanza, l’aggravante di questi giorni è il radicalizzarsi dello scontro sociale che, secondo gli osservatori, potrebbe facilmente degenerare in “guerra civile”: gli undici feriti registrati ieri, alla fine di una giornata di tensione, densa di scontri in centrocittà, davanti alla sede del Parlamento, nella periferia, come nell’area dell’aeroporto, sono infatti frutto della violenza fra militanti di fazioni politiche rivali, favorevoli o contrarie al governo. Da una parte i manifestanti del Pad, formazione che fa proseliti nella classe medi urbana, fatta di commercianti, intellettuali, studenti, esponenti della buona borghesia che ha segnato con la sua laboriosità l’ascesa della tigre thailadese negli ultimi trent’anni; dall’altra le masse contadine ed artigiane, delle aree rurali, che si sono lasciate abbagliare, a detta del Pad, dalla politica tutta “false promesse e lustrini” del personaggio che, pur non essendo presente fisicamente in questi giorni nel paese, è sempre presente nei dibattiti, negli slogan, nei comizi politici: si tratta del magnate ed ex Premier (dal 2001 al 2006) Thaksin Shinawatra, deposto nel 2006 da un colpo di stato militare, accusato di corruzione e di abuso di potere. Thaksin si gode ora un esilio dorato in Gran Bretagna ma, secondo i vertici del Pad, è il potere-ombra che continua a dettare legge e a controllare la politica nazionale grazie alla sua rete di solide amicizie e parentele nei posti chiave della politica e dell’economia thai.?Di fatti l’attuale Premier Somchai Wongsawat è il cognato di Thaksin) e il suo immediato predecessore, Samak Sundaravej, che ha governato con fatica da febbraio a settembre 2008, era un suo fidato collaboratore. Anche Samak ha subito l’onda della protesta ed è stato costretto alle dimissioni dopo un pronunciamento sfavorevole della Corte suprema, che gli ha contestato una sorta di conflitto di interessi.
Da sei mesi, dunque, Pad ha radunato i suoi militanti, organizzato manifestazioni, guidato la protesta antigovernativa con lo scopo di rovesciare l’esecutivo grazie alle pressioni della piazza (pensando all’esperienza delle Filippine), liberando così il paese dalla morsa del clan legato a Thaksin. Una protesta tenace e ben guidata, che ha coinvolto migliaia di persone della società civile, il nerbo della società thailandese, che dà l’impulso maggiore all’economia e alimenta la burocrazia nazionale. Una protesta che rischia di trasformarsi in “battaglia”, visto che anche i fedeli di Thaksin hanno mobilitato i loro sostenitori che ieri si sono radunati in massa nella capitale (ed ecco i prevedibili scontri). E’ una protesta che, però, non avrà “l’ultima parola” e non raggiungerà i suoi obiettivi se gli altri due poteri forti del paese non la appoggeranno apertamente: finchè infatti la Corona e l’esercito continueranno a dichiararsi neutrali e difenderanno il governo (che pure è stato democraticamente eletto) le speranze del Pad sembrano essere ridotte al lumicino, nonostante le azioni clamorose cha hanno messo a soqquadro l’intero paese. Proprio di questo però, i cittadini iniziano a stancarsi, dopo sei mesi di instabilità e caos. E se il popolo ritira il suo appoggio, la protesta è destinata inesorabilmente a spegnersi.http://www.lettera22.it/showart.php?id=9924&rubrica=97
In Nigeria, una rappresentazione teatrale sul tema dell’acqua ha riportato la pace in un sobborgo della città di Eunugu, nel sud del paese, dove il progetto di nuove infrastrutture per l’acqua aveva provocato tensioni.
Dopo lo spettacolo infatti, «Wota na vota» [l’acqua e acqua], secondo quanto riferisce il quotidiano nigeriano Daily Independent, l’intera comunità si è mobilitata e ha trovato la forza per unirsi, trasformando l’acqua da elemento di discordia a fonte di concordia e collaborazione.
Tra la rappresentazione teatrale di Eunugu e l’antologia poetica curata da Mbajiorgu, fondatore con Chike Aniakor dell’University of Nigeria, sta ora prendendo corpo il progetto di un’iniziativa di «giornalisti dell’acqua» che dovrebbe partecipare al World water forum previsto per il marzo 2009. «La Nigeria soffre di tanta cattiva immagine – ha detto Mbajiorgu – questa occasione può essere la prova che non emergiamo soltanto nel negativo e che molte sono invece tra noi anche le forze positive».http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15919
La destra che governa il comune di Milano, nonostante le promesse di suor Letizia Moratti alla morte del giornalista, si rifiuta pervicacemente di riconoscere l'"Ambrogino d'oro" ad Enzo Biagi.
"Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco"... E giù una bestemmia..."Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva".
Questa la dichiarazione shock di Alessandro Bruschi, ignaro del fatto che mentre stava guidando e si confidava così con la sua ragazza, una microspia lo stava ascoltando e registrando.
Lui , il giovane, riviveva la scena come una bravata ed era entusiasmato quasi dalla descrizione ansiosa dell'aver dato fuoco su una panchina del parco di Rimini al clochard Andrea Severi.
Gli sembrava di aver compiuto un'azione eccezionale, da vero eroe, da uomo di fegato e di coraggio, uno di quelli a cui tutto è permesso e dovuto, di quelli che non "devono chiedere mai".
E descrive poi la scena agghiacciante , percorso da scariche di adrenalina, come se si trattasse di un film, con dovizia di particolari "Dovevi vederlo. Le fiamme che si alzavano. E quello lì che fa uno scatto e poi casca dritto...Avessi visto come si dimenava, urlava, quante fiamme ..porco....(....) ... Poi siamo dovuti scappare...".
Per un tragico scherzo del destino o forse volontariamente l'intera operazione che ha portato lui ed i suoi complici in carcere è stata chiamata "gioventu bruciata".
Io non so se questa gioventù sia bruciata, so che è una gioventù di cerebrolesi, di idioti integrali . Ragazzi senza cervello, senza cuore, senza anima, arei tentato di dire senza colpe.
Una generazione di giovani che confonde uno stato d'animo con un sentimento, ecco perchè la felicità viene identificata con uno spinello, l'intensità della vita con con una presa di coca.
Giovani cresciuti troppo per il loro cervello, che spesso offeso dalle anfetamine e dagli oppiacei è rimasto al contrario così vuoto e piccolo, per questo combinano tanti guai e danno così spesso tanti problemi.
Non dobbiamo lasciarci incantare, non dobbiamo averne pietà, sapevano quello che facevano.
Il fatto è che sono talmente egoisti che non percepiscono nulla di quello che sta a più di 5 cm dalla loro epidermide e che non gli provoca un sostanziale aumento di adrenalina nel sangue.
Forse con il tempo capiranno, forse una qualche sofferenza della vita li farà crescere un poco, forse comprenderanno con il trascorrere del tempo che la vita non è un videogioco.
Ma lo capiranno forse tra 20 anni. E' per questo che non dovremmo averne pietà, non essere misericordiosi, nè noi, nè i giudici.
I parenti a gli amici li definiscono bravi ragazzi.
Si sono questi i "nostri" bravi ragazzi, figli di un epoca che non ha più nè valori, nè sentimenti, nè ragionevoli ideali. http://ivanmez.blogspot.com/2008/11/hanno-dato-fuoco-al-clochard-ma-sono.html
Sardegna nel caos. Il Pd si spacca e Soru si dimette
Jacopo Iacoboni
La Stampa
Quando i consiglieri di destra si son messi a gridare, vedendo la giunta di Renato Soru andare sotto in Consiglio coi voti di una parte del centrosinistra, il fondatore di Tiscali li ha zittiti senza perdere l’aplomb di chi sa «di essere un presidente eletto direttamente dai sardi, perciò non posso governare senza una forte maggioranza in Consiglio». «Attenti - ha spiegato Soru -, le mie dimissioni non sono certo l’ultimo atto della mia vita politica. Ci sarà un altro momento per festeggiare o deprimervi». «Come politico non muoio certo oggi», ha aggiunto subito dopo a chi lo conosce.
Si è dimesso così, ieri sera, Renato Soru, dalla carica di presidente della Regione Sardegna. Lo ha fatto quando ha capito che l’entropia dentro il Pd è irrefrenabile, e la costola sarda del partito ne è solo una delle tante, plastiche rappresentazioni che vanno offrendo le cronache di questi giorni, da Firenze e Bologna fino alla stanze romane dello stucchevole duello veltronismo-dalemismo. Si stava votando la legge urbanistica, uno dei tasselli della politica-Soru, che ha avuto nelle scorse quattro estati il suo punto cardine nel provvedimento di tutela delle coste - e nell’idea, collegata, di tassare il lusso che tanto fece arrabbiare la Sardegna briatorizzata e lelemorica. Stavolta toccava attuare la parte B del piano, che ha un passaggio qualificante: la tutela dell’agro, il cui scempio viene denunciato da uomini come Salvatore Niffoi, ma è vissuto come ostacolo insopportabile dalla parte costasmeraldata dell’isola. Vedendosi bocciare una norma così, Soru non ha aspettato ma rilanciato.
«Non è un dissenso solo sul merito della legge, ma ancora più una mancanza di fiducia fra il presidente e la sua maggioranza», ha detto. Solo che le dimissioni non possono fare granché contenti né i nemici di centrodestra, né gli avversari interni che ieri hanno votato assieme al Pdl, cioè Antonello Cabras, ex segretario regionale dei Ds, e Giacomo Spissu, segretario del Consiglio regionale. Cabras, oggi senatore, è il capo di un’area che ha sempre criticato sull’isola la politica veltroniana di sostegno a Soru. Uomini che gli sono vicini hanno anche cercato un collegamento con l’eterno dioscuro di Walter; collegamento che però Massimo D’Alema non ha mai espressamente offerto.
E così il governatore-editore dell’Unità ha giocato d’anticipo: vado via prima di finire bollito. La stessa destra così ha una bella grana, perché dimettendosi, Soru anticipa il voto regionale previsto a giugno. Se, come pare probabile, confermerà l’addio (nonostante il portavoce del Pd Orlando abbia annunciato che si lavorerà «per non far finire la legislatura»), i sardi andranno alle urne tra 90 giorni. E il Pdl non ha un nome pronto. Non ha più Beppe Pisanu, l’unico che nei sondaggi impensieriva davvero il governatore (l’ex ministro nel frattempo è approdato all’Antimafia); così deve scegliere tra Mauro Pili, Emilio Floris (il sindaco di Cagliari che proprio ieri, singolare, minacciava anche lui dimissioni) e indovinate chi? Giuseppe Cossiga, sì, il figlio di un altro, celebre sardo.
Le dimissioni di Renato Soru sono arrivate dopo la bocciatura di una proposta di legge urbanistica. Il provvedimento avrebbe dovuto sostituire la vecchia normativa del 1989 per completare il programma cominciato con la legge «salvacoste» del 2004. Tra gli aspetti caratterizzanti della legge urbanistica, ora di fatto congelata, ci sono la conferma del divieto di inedificabilità assoluta nella fascia dei 300 metri dal mare; incentivi per l’utilizzo di materiali non inquinanti.
Milano, la città svenduta al cemento
Alberto Statera
la Repubblica
L´"aringa rossa", antica astuzia venatoria, sta per fare della Milano da bere dell´epoca craxian-ligrestiana la Milano da mangiare della nuova era ligrestian-morattiana, trasformando l´Expo del 2015, dedicato all´alimentazione, in una colossale operazione immobiliare. I distinti cacciatori britannici usavano le "red harrings" per distrarre i cani da caccia degli avversari, gettando in luoghi strategici della riserva aringhe affumicate. I cacciatori milanesi di cubature immobiliari, che si definiscono "developers", stanno spargendo su 8 milioni di metri quadri di aree dismesse dall´industria manifatturiera che non c´è più, una selva di grattacieli firmati da architetti di fama mondiale, i cosiddetti "archistar". Quei grattacieli, secondo l´immagine di Renzo Piano, sono per l´appunto le "aringhe rosse" che servono a distrarre l´attenzione da quel che germoglia intorno: quartieri selvaggi, simili a quelli che hanno assediato la Roma dei palazzinari. O «caricature di città» nella città, come dice l´architetto Mario Botta.
Dalla Bovisa all´ex Ansaldo, da Porta Vittoria a Porta Nuova - Garibaldi-Repubblica, dal Portello a Montecity-Santa Giulia, sono venticinque i grandi progetti, lottizzati tra i gruppi immobiliari con le immutabili regole del manuale Cencelli - tot a me, tot a te - che stanno cambiando lo skyline meneghino insieme a quelli del potere e delle ricchezze immobiliari d´Italia. Quanti sono i grattacieli che svetteranno a far ombra alla Madonnina? C´è quello nuovo della Regione a Garibaldi, monumento alla grandezza del governatore Roberto Formigoni, poi un´infinità di grattacielini "alla lombarda", una trentina di piani o poco più, tipo l´attuale Pirellone, definiti non proprio grattacieli, secondo la contabilità americana o asiatica, ma "case-torre". È nell´area della vecchia Fiera la nuova fiera dell´"aringa rossa". Si chiama CityLife, un affare da due miliardi, che prima ancora di partire è costato 523 milioni di euro, il prezzo pagato alla Fondazione Fiera per i 23 ettari (che diventano 36 con le aree limitrofe) acquistati dalla cordata immobiliar-assicurativa vincente.
Domenica 11 maggio 2008. È quel giorno che una nuvola di polvere oscura i palazzi novecenteschi che si affacciano nella zona dell´ex Fiera, tra viale Boezio, Piazza VI Febbraio, via Gattamelata, Largo Domodossola, piazza Giulio Cesare, via Eginardo. Un´imprecisata carica di esplosivo ha sbriciolato in pochi secondi il Padigione 20, 230 mila metri cubi di calcestruzzo, per far luogo al mitico Central Park meneghino, che certificherà il Nuovo Rinascimento di Milano. È lì che sorgeranno non uno, ma tre grattacieli. Il più alto, di 209 metri firmato dal giapponese Arata Isozaki, il secondo di 170 metri dall´irachena Zaha Hadid e il terzo di 140 metri, quello a forma di banana che ha ferito il buongusto persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, progettato dall´americano Daniel Libenskind. «Milano è piena di gente che ha il membro storto - ridacchia Umberto Eco - ce ne sarà uno in più e prenderà il Viagra». Intorno 140 mila metri quadri di edilizia residenziale e 100 mila di uffici, il tutto in cinque mega-blocchi di altezza variabile tra i cinque e i venti piani, protetti da un sistema di "torri di guardia del quartiere". E il Central Park? Spezzettato lì in mezzo, tra i blocchi svettanti verso il cielo.
Per non inorridire, non dovete affacciarvi oggi a una delle porte della ex Fiera, da cui non vedreste che un deprimente paesaggio lunare, o soffermarvi nel cratere vuoto di Porta Nuova, dove scaricano travi da 30 metri che dovranno sorreggere un tunnel stradale. Dovreste invece passeggiare intorno ai plastici esposti in uno show-room che i padroni di CityLife, cioè Ligresti, i Fratelli Toti della Lamaro, gli stessi immobiliaristi che spadroneggiano a Roma, insieme a Generali e Allianz hanno voluto a piazza Cordusio, cuore della Milano bancaria. O, ancora meglio, farvi mostrare il rendering, cioè le simulazioni al computer, come consigliano Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa nel loro libro "Milano da morire", dove con ironia raccontano visioni paradisiache di grattacieli scintillanti in un cielo di purissimo azzurro. Come a Milano si vede non più di dieci giorni l´anno.
Ligresti chi? Sì, proprio quel Salvatore Ligresti della Milano da bere craxiana. Si dice che a volte ritornano, ma nonostante le condanne di Tangentopoli, la prigione, l´affidamento ai servizi sociali, don Salvatore, come lo chiamano, non se ne è mai andato.
Oggi controlla buona parte dei sei principali progetti immobiliari milanesi, che valgono 7 miliardi di euro: non solo CityLife, ma anche Porta Nuova-Garibaldi. E non c´è a Milano chi non corra a baciare la pantofola del finanziere pregiudicato, originario di Paternò, provincia di Catania. È cambiato soltanto l´azionista di riferimento politico (ma chi è azionista di chi?) in quell´intreccio di mediazioni opache tra mattoni e finanza, tra affari e politica, che l´ex capitale morale non ha mai dismesso e che ha rilanciato entusiasticamente con il miraggio dell´Expo.
Prima era Craxi, che si narra sia stato accompagnato proprio dall´uomo di Paternò in visita al conterraneo Enrico Cuccia, allora dominus del capitalismo italiano. Oggi è quella Milano della politica senza qualità, sospesa tra postfascismo, berlusconismo, leghismo e integralismo affaristico ciellino. Di Craxi resta Massimo Pini che, passato ad An, ricopre ruoli importanti nella galassia assicurativo-cementizia di Ligresti. Ma la costante è la famiglia La Russa di Paternò, il cui capostipite Antonino, antica autorità missina di Milano, seguì amorevolmente quasi cinquant´anni fa i primi passi del compaesano che fu scelto per sostituire a Milano gli ormai inaffidabili fiduciari Michelangelo Virgillito e Raffaele Ursini. Ignazio La Russa presidia il ligrestismo al governo, il fratello Vincenzo e il figlio Geronimo siedono nel Consiglio della ligrestiana Premafin.
Berlusconi, che quando faceva il palazzinaro non amava il concorrente nel cemento e nel cuore di Craxi, ora rischia d´imparentarsi con lui, dal momento che uno dei figli giovani è fidanzato con una nipotina Ligresti.
Le solite facce, i soliti nomi. A Milanofiori e ad Assago c´è Matteo Cabassi, quinto figlio di Giuseppe, «el sabiunatt» degli anni Settanta. È titolare di una parte dei terreni a destinazione agricola su cui sorgeranno le opere dell´Expo. Cedendoli al Comune si troverà 150 mila metri quadrati edificabili. A Porta Vittoria si sono fermati i lavori dopo l´arresto di Danilo Coppola. A Santa Giulia, sud-est di Milano, area Montedison, e a Sesto San Giovanni nell´area Falck, sta affondando un altro furbetto. È Luigi Zunino, esposto con le banche, soprattutto Intesa-San Paolo, per 2 miliardi.
Con questi chiari di luna, riuscirà l´immobiliarista piemontese a fronteggiare il debito vendendo i palazzoni residenziali di Rogoredo che fanno da sfondo alla nuova sede argentea di Sky-Tv? Forse quelli di edilizia convenzionata a 2-3 mila euro al metro quadrato. Ma quelli di lusso progettati da Norman Foster, a 7-10 mila? Chissà se arriveranno fondi del Dubai a riprenderlo per i capelli.
Ligresti, Cabassi, i furbetti, Pirelli RE, i texani di Hines, Luigi Colombo, Manfredi Catella. Vecchio e nuovo - dice l´urbanista Matteo Bolocan Goldstein - «convivono nella modernizzazione equivoca di Milano, in una dimensione opaca, con una poliarchia solipsistica che non fa sistema». Chi più chi meno, tutti lavorano con la cosidetta "leva finanziaria", che in pratica vuol dire i soldi delle banche. Sui 7 miliardi finora investiti sulla carta, sei, circa l´85 per cento sono di Intesa-San Paolo, Unicredit, Popolare di Milano, Monte dei Paschi, Antonveneta e Mediobanca, mentre la Banca d´Italia giudica corretta una quota del debito non superiore al 70 per cento rispetto al totale e un´equity del 30 per cento, cioè di investimento di tasca propria.
Sarà rispettato adesso, in piena crisi finanziaria globale, il "lodo Draghi" e, se sì, cosa capiterà dei mille e mille progetti cementizi già avviati o che stanno per partire? Chissà se la salvezza, o il disastro, verrà dal progetto dell´assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, definito dal suo ex collega Vittorio Sgarbi «coerente e leale vandalo integralista», che vuole una Milano con 700 mila abitanti in più, portandola da un milione e 300 mila a 2 milioni tondi. Come? Con più volumetrie ai palazzinari privati, aumentando gli indici di edificabilità di un terzo, da 0,65 a 1, o - precisa - «anche di più», con vincoli e regole ridotti al minimo. Una Milano da 2 milioni? «Una favola campata in aria», per Gae Aulenti. Vi immaginate le centinaia di migliaia di persone che dal 1974 hanno lasciato le cerchie cittadine per rifugiarsi nell´hinterland, che tornano come in un controesodo biblico perché Masseroli fa l´housing sociale a 2 o 3 mila euro al metro? In Consiglio comunale si battaglia sul progetto Masseroli tra carrettate di emendamenti. Se mai, bisognerebbe occuparsi del destino delle decine di migliaia di metri cubi di uffici sfitti e dei nuovi che stanno per arrivare sul mercato invece che del cemento fresco, avverte l´architetto Stefano Boeri. E non dimenticare che Milano è una «città costretta», come la definisce Bolocan, che, con Renzo Piano, retrodata agli anni Sessanta e Settanta l´era milanese più fervida di sviluppo. «Due milioni di abitanti?» si chiede perplesso anche Carlo Tognoli, che dal 1976 fu sindaco per un decennio: «Nel dopoguerra ci fu il piacere della crescita, poi ci si accorse che la crescita non poteva essere esagerata».
La Milano metropoli da due milioni, piccola Londra o New York ma senz´anima, sembra replicare l´apologo della ricottina, quello della pastorella che camminando verso il mercato aumenta via via il valore teorico della forma da vendere che trasporta in bilico sulla testa. Finché la ricottina cade e si spiaccica per terra.
Ciò che rischia di accadere per l´Expo. «Sarà sicuramente un fallimento», sentenzia Sgarbi, accusando «Suor Letizia», che lo ha licenziato da assessore mettendo al suo posto a gestire la cultura un culturista, nel senso di body builder, di essere un sindaco inadeguato, che annaspa tra le contraddizioni.
Per di più assistita da Paolo Glisenti, che egli giudica «l´elaborazione intellettuale del nulla» e che il titolare del salvadanaio Giulio Tremonti, che lo ha in uggia, farà di tutto per non favorire: «Dimenticatevi che lascerò tutto in mano alla Moratti», ha avvertito il ministro. Durante la campagna-acquisti di voti per l´Expo dei paesi minori, costata dieci milioni, sono stati regalati scuolabus nei Caraibi, borse di studio nello Yemen, in Belize e altrove, il progetto di una metrotranvia in Costa d´Avorio, una centrale del latte in Nigeria, bus dismessi a Cuba e quant´altro. Ma adesso viene il difficile. Tolti i 4,1 miliardi necessari per realizzare il sito fieristico, mancano quasi tre miliardi per le opere infrastrutturali essenziali (metropolitane, ferrovie, stazioni, raccordi, strade) e 6 miliardi per le infrastrutture "minori". Il sogno della Milano da mangiare, che rischia di infrangersi come la ricottina della pastorella, oltre a 65 mila nuovi posti di lavoro dal 2010 al 2015, vagheggia 29 milioni di visitatori, 160 mila al giorno per sei mesi, che porteranno un indotto di 44 miliardi di euro. Ma perché quasi trenta milioni di persone dovrebbero venire a Milano nell´estate 2015? Per vedere il grattacielo-banana? Per una mostra sull´alimentazione? Saragozza è stata un flop.
Pazienza. A Milano, comunque vada, nel terzo lustro del nuovo secolo potremo lasciare l´auto nel parcheggio di cinque piani scavato sotto la Basilica di Sant´Ambrogio, nel parco medievale più importante della civiltà lombarda. Un insulto cui la borghesia intellettuale di Milano non vuole rassegnarsi. E tra le aringhe rosse avremo la città dei developers, «una città che si prostituisce al miglior offerente». Parola dell´architetto inglese David Chipperfield.
E adesso che Forza Italia non c'è più, che fine farà Daniele Capezzone? C'è da dire che non lo ritroveremo alla caritas, adesso che c'è la social card nessuno avrà più nulla da temere, e in ogni caso può sempre mandare il curricula a Gianni Chiodi.http://formamentis.splinder.com/
Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Ora lo abbiamo capito a che cosa serviva la flessibilità, cioè tutti quei contratti a termine, parasubordinati, interinali grazie ai quali la disoccupazione si è quasi dimezzata in un decennio (dall’11% al 6%): di fronte ai primi morsi della recessione, le aziende possono rispedire a casa quei dipendenti senza troppe formalità. La Cgil calcola che a dicembre resteranno senza lavoro circa 400 mila precari italiani, un decimo del totale, ben ripartiti fra settore privato e pubblico impiego. Ma il 2009 promette di essere ancora peggio.
Certo un liberista (specie diffusissima fino a ieri, oggi in via d’estinzione) potrebbe considerarlo un passaggio doloroso ma proficuo di “distruzione creatrice” del capitalismo, per dirla con la formula classica di Joseph Schumpeter: chiudono attività produttive obsolete, ma ne sorgeranno di nuove, più competitive e redditizie. Magari fosse così. Detroit ha paura del fallimento della General Motors perché dopo cent’anni non ha proprio idea di quel che si farà al posto delle automobili. Nel loro piccolo esprimono la stessa incertezza le famiglie operaie bergamasche della Val Seriana che vedono chiudere fabbriche tessili in cui hanno lavorato per generazioni; e i metalmezzadri marchigiani di Fabriano che assistono stupefatti al declino degli stabilimenti Merloni, parte essenziale del loro paesaggio: frigoriferi e lavatrici di colpo non si vendono più. Come le automobili, e infatti trema di nuovo la Fiat, intensifica il ricorso alla cassa integrazione e spera in un sostegno di denaro pubblico. Perché le banche sì e le industrie no?
Ho invitato in tv alcuni di questi lavoratori, famiglie intere dipendenti dal medesimo stabilimento in crisi, guardate in cagnesco dall’istituto di credito presso cui avevano acceso il mutuo, ridotte a contare gli euro di cassa integrazione a poche centinaia. Ma siccome ho la faccia tosta, gli ho fatto notare che dovevano considerarsi ancora fortunati rispetto ad altri lavoratori presenti anch’essi nello studio dell’Infedele.
Di chi si tratta? Ma li conoscete benissimo, non mancano tra i nostri lettori. Sono (siete?) la nuova categoria dei “senza rete”, cioè senza alcun sussidio quando perdono il posto. In genere più giovani, spesso più qualificati, ma dotati di una virtù ancora più cara ai datori di lavoro: il loro contratto scade di anno in anno, basta non rinnovarlo per ridurre la manodopera senza costi aggiuntivi. E’ andata così all’Alitalia: mentre per gli esuberi dei lavoratori a tempo indeterminato è stato necessario strapagare fino a sette anni di sussidio (l’80% di stipendi mediamente elevati), i loro colleghi che svolgevano identiche mansioni ma col contratto a termine si trovano quasi tutti già a spasso senza un euro di sostegno. Va così in molti stabilimenti Fiat, da cui stanno uscendo a migliaia i precari che vi lavoravano da anni. So di un call center, l’Omnia di Palermo, i cui dipendenti sono stati licenziati via sms, e senza neanche tvb. Ma succede lo stesso anche con lavoratori convinti fino all’ultimo che a tutelarli sia il loro stesso titolo di studio: gli ingegneri. La Motorola, multinazionale dei telefonini tra le più ricche e innovative, ha deciso di chiudere tutti i suoi stabilimenti europei. Così 350 ingegneri a Torino si ritrovano per la strada e scoprono di avere fatto un pessimo affare rinunciando per snobismo alla tutela sindacale: i manager di Chicago gli avevano fatto il contratto artistico dei lavoratori dello spettacolo, e non hanno versato nulla nel fondo cassa integrazione. Risultato: i licenziati non hanno diritto a nulla, nonostante gli anni di Politecnico.
Forse alla fine di questa settimana il governo stanzierà un miliardo di euro per fornire qualche sussidio ai “senza rete”. Ma si tratta di un rimedio parziale e tardivo. Basti pensare che in Italia solo il 20% dei disoccupati dispone di un sussidio che invece è generalizzato in quasi tutti gli altri paesi europei. Questa crisi sta rivelando ingiustizie e disuguaglianze di trattamento che non miglioreranno la reputazione dei sindacati (troppo comodo difendere solo i “garantiti” della tua base di consenso), degli imprenditori e dei partiti politici. http://www.gadlerner.it/2008/11/25/la-recessione-che-ci-divide.html
CATANZARO - «Non avevo alcun dubbio che la DDA di Catanzaro, unitamente agli inquirenti ed alle forze dell'ordine, avrebbe perseguito le collusioni tra 'Ndrangheta, politica ed imprenditoria crotonese, oggetto delle odierne notizie, che furono anche da me denunciate anche all'interno del mio partito locale, al momento delle elezioni comunali del 2006 quando tentai di oppormi senza riuscirvi ad alcune candidature. Spiace che a non credermi furono anche i dirigenti nazionali del mio partito, in primis l'allora Vice Ministro Marco Minniti e la Vice capogruppo Marina Sereni, ai quali consegnai durante una seduta parlamentare un mio scritto che riferiva fatti precisi, di cui ancora conservo copia».
LA DENUNCIA - Lo afferma, in un comunicato, l'ex deputato del Pd, Marilina Intrieri. «Tutto questo - aggiunge - mi è costata la mancata ricandidatura al Parlamento, ne ero consapevole e ne ho accettato il rischio perché a prevalere deve essere sempre l'interesse collettivo. Ad opporsi violentemente alla mia ricandidatura fu proprio l'attuale segretario regionale del Pd Marco Minniti che, insieme a diverse persone, si disse infastidito di queste mie denunce, fatte a lui anche in riunioni presso il Ministero dell'Interno. Voglio anche ricordare l'aggressione fisica di cui fui oggetto nella Direzione regionale del partito del luglio scorso, quando Minniti, sollecitando alcuni dirigenti crotonesi ed altri parlamentari, mi impedì di rappresentare all'organismo regionale implicazioni con la 'ndrangheta e indagini su rappresentanti istituzionali di prossima scadenza. Io - conclude - sono tra quei politici che ritengono che la 'ndrangheta vada sempre combattuta, rispetto ad altri che pensano che la 'ndrangheta vada governata.
Non è escluso che Antonio Gramsci possa essersi davvero convertito
che vollero rivolgere a Gramsci alcune domande”
Federico Romano, Gramsci e il liberalismo antiliberale, Edizioni Cremonese 1973
“Vennero anche un sacerdote e delle suore
Contesto Ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa convocata per presentare un catalogo di santini, monsignor Luigi De Magistris, propenitenziere emerito del Vaticano, ha dichiarato: “Il mio conterraneo Gramsci aveva nella sua stanza l’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l’immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: «Perché non me l’avete portato?». Gli portarono allora l’immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia”.
Non è la prima volta che circola la voce di una conversione di Antonio Gramsci in punto di morte o quasi. Giorgio Baratta, presidente dell’International Gramsci Society Italy, rammenta: “Una vecchia storia, ma mai provata da documenti ufficiali, che anzi la mentiscono. La prima volta che questa notizia venne pubblicata fu nel 1977 quando il gesuita Giuseppe Della Vedova riportò la testimonianza di tale suor Pinna che appunto parlava della conversione di Gramsci in punto di morte”. Notizia che fu prontamente smentita (Il racconto di una conversione di Gramsci smentito da documenti e testimonianze – Corriere della Sera, 20.4.1977; Un falso la «conversione» di Gramsci: smentite le affermazioni del gesuita Della Vedova – Paese Sera, 21.4.1977).
“Non sarebbe uno scandalo – ha commentato Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci – ma i documenti editi e inediti sulle ultime ore e sulla morte di Antonio Gramsci sono tanti e da nessuno di questi emerge la tesi della sua conversione. I documenti di polizia non fanno alcun cenno di un suo avvicinamento alla fede, e in più ci sono alcune lettere, ancora inedite perché raccolte da poco tempo, in cui Tatiana [Schucht] scrive con grande regolarità ai familiari sugli ultimi giorni di Gramsci. Si tratta di confidenze strettamente familiari in cui sarebbe emersa una notizia di tale portata”.
Un altro commento altrettanto scettico al riguardo è stato dato da Luciano Canfora: “Tentativi in extremis, alla maniera degli avvoltoi, di arrivare a conversione sono stati tentati sia con Croce che con Concetto Marchesi. Non so se in questo caso ci sia stato un vero e proprio tentativo. Temo fortemente che non sia vero”.
Argomento fondato, ma poco utile a una corretta ricostruzione della vicenda, al pari di quello offerto da Francesco Cossiga, di segno opposto, ma sostanzialmente insignificante: “Conosco personalmente monsignor De Magistris da quando era ancora un laico e presidente degli universitari cattolici di Cagliari. Egli si è trovato più di chiunque altro, escluso il Papa, nella situazione di conoscere le cose che dice in quanto preposto alla Sacra Penitenzieria, l’organo che presiede alle questioni relative al foro interno dei battezzati della Chiesa cattolica. Se c'è una persona che può sapere di una conversione di Antonio Gramsci e di una sua morte in seno alla Chiesa cattolica, quella persona è proprio monsignor De Magistris”.
Tesi Siamo in uno di quei casi – nient’affatto rari quando si tenti di accertare un fatto sulla base di testimonianze controverse e di presunzioni di verosimiglianza – nei quali conviene sospendere il giudizio, limitando l’analisi al poco che sfugga alla polemica faziosa, cioè a quanto sia antecedente al primo sollevarsi della polemica, in questo caso alla memorialistica prodotta prima del 1977.
È il caso di un volumetto del 1973, a cura di Federico Romano, dal titolo Gramsci e il liberalismo antiliberale (Edizioni Cremonese).
A pag. 85 leggo: “Il primo colpo di paralisi in seguito ad emorragia cerebrale sopravvenne dopo cena [25.4.1937]. Egli era uscito dalla sua camera [della Clinica Quisisana] quando si abbatté al suolo, avendo perduto improvvisamente la mobilità del lato sinistro. Fu riportato sopra una sedia nella sua camera e messo a letto. Il professor Puricelli giunse alle 21. Gramsci era ancora pienamente cosciente e spiegava lucidamente al medico quello che gli era accaduto. Il sanitario constatò la situazione e si limitò a suggerire qualche rimedio per sollevare l’infermo. Vennero anche un sacerdote e delle suore che vollero rivolgere a Gramsci alcune domande. Al mattino seguente Tatiana interpellò il medico di turno sulle possibilità di recupero dell’ammalato e…”.
Sulla presenza nella stanza del malato di un ritratto di Santa Teresa del Bambin Gesù basti dire che la Clinica Quisisana era un ex convento e pullulava di religiosi in qualità di paramedici, inservienti e aiutanti, in un’Italia nella quale il cattolicesimo era religione di Stato: così strano che in una stanza della clinica ci fosse un ritratto di una santa? Così strano che al capezzale di un morente non devoto, soprattutto se prestigioso, accorresse un avvoltoio – pardon, un sacerdote – per offrire un’ultima occasione di conversione? “Vollero rivolgere a Gramsci alcune domande”: saranno state domande del genere? E chi può mai dire se Antonio Gramsci abbia o no risposto nel modo in cui riferisce monsignor De Magistris?
Un fatto è certo: aveva “perduto improvvisamente la mobilità del lato sinistro”, quindi aveva avuto un’emorragia a carico dell’emisfero cerebrale opposto, il destro, quello cui è legata la sfera affettiva ed emotiva, risaputamente la più sensibile a Dio.
Sì, in quelle condizioni cliniche non è escluso che Antonio Gramsci possa essersi davvero convertito. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Il tempo passato a guardare la tv sta aumentando. E più sei vecchio e rincoglionito e più la guardi. TVDecoder (New York Times)http://giornalismoparma.typepad.com/
Messa alle corde da «una crisi di proporzioni storiche» – parole di Barack Obama – la nazione che, nel bene e nel male, è diventata sinonimo di società dei consumi ha una via di salvezza: se adotterà uno stile di vita “frugalista”, cioè «frugale ma al tempo stesso sano e alla moda, barattando vestiti, comprando di seconda mano, coltivando i propri prodotti, ecc». Il termine – l’aggettivo “frugal” ispanizzato dal suffisso ista – figura nella lista annuale dei neologismi più diffusi in America stilata dai linguisti del New Oxford American Dictionary, all’interno della quale è scelto quello più in sintonia col clima dell’anno che si chiude. La preferenza degli esperti lessicali, per il 2008, è andata al termine “hypermiling”, una parola composta che significa massima percorrenza automobilistica con il minimo consumo di carburante. In un anno funestato dall’impennata del prezzo della benzina, gli illustri lessicologi hanno pensato che il neologismo sintetizzasse meglio d’ogni altro il senso comune rispetto alla crisi.
Poi la situazione è ulteriormente precipitata, mentre il prezzo del petrolio ha cominciato a scendere.
Per questo William Safire, dall’alto di Language, la sua seguitissima e raffinatissima rubrica sul New York Times, ha consigliato agli esperti del New Oxford American Dictionary di lasciar perdere “hipermiling”, un termine troppo legato a una contingenza circoscritta e variabile, e di guardare piuttosto al futuro, a un avvenire di lunga recessione con la quale gli americani dovranno fare i conti. Ed ecco allora il “frugalista”, il “guerriero antirecessione” che sarà costretto a stringere la cinghia. Senza per questo rinunciare ai piaceri della vita.
Già, perché la prospettiva di un periodo prolungato di «tagli e sacrifici» – ancora parole di Obama – rischia di risuonare nelle orecchie degli americani come una sequenza di rinunce, senza nessuna contropartita. Chi non ricorda in Italia l’“austerity”. Oggi quel termine circola nel dibattito americano, mentre, da noi, periodicamente, e spesso in modo strumentale, è stato ritirato fuori per stigmatizzare il “pessimismo” del Pci berlingueriano di fronte all’“ottimismo” del craxismo che prendeva il volo. Questo avvenne anche perché, quando nel 1977 Enrico Berlinguer, con Giorgio Amendola, parlò di «austerità, rigore e lotta allo spreco», l’accento sul sacrificio personale ebbe la meglio sull’idea di combattere un modello economico basato sullo sperpero e sull’ingiustizia sociale.
Sotto altre forme, quel discorso torna ora in America. Qualche giorno fa, un altro opinionista del New York Times, Roger Cohen, raccontava un suo soggiorno a Cuba. Le dovute e prevedibili parole di condanna di un regime che opprime e impoverisce il suo popolo sembravano quasi di circostanza in un articolo ai limiti dell’elegiaco nella sua esaltazione di un luogo senza consumi e senza pubblicità, tagliato fuori, non per suoi meriti, dalla catastrofe che attraversa il resto del mondo, un’isola in cui la gente non è depressa e che scambia come principale “commodity” la conversazione.
A una società disumanizzante come la nostra, «Cuba is provocative», scriveva Cohen.
Parole inimmaginabili, anche nella penna di un liberal, solo un anno fa.
Certo, la “provocazione” cubana al massimo può far riflettere, ed è l’opposto di un’opzione plausibile. Ma anche Safire, che tra l’altro è un opinionista conservatore, con il suo divertente esercizio sul “frugalista”, è lo specchio di un dibattito ampio e sentito ma che però interessa solo certe élite, peraltro, già da tempo e senza bisogno della stretta economica, ostili ai Suv e dalla sobrietà ostentata. Contagiare “le masse”, con una visione frugale, sarà ben altro cimento.
Eppure sia la Cuba di Cohen sia il “frugalista” di Safire segnano una svolta filosofica importante.
Ci dicono che dalla prima potenza capitalistica del mondo è partito un dibattito che non riguarda le ricette economiche – da sole, comunque, non basterebbero a superare la crisi – ma investe in profondità lo stesso stile di vita americano, un modello imitato in tutto l’Occidente. Siamo pronti anche noi a entrarci, in quel dibattito?
“Una delle cose buone del fatto che tutto sia fottuto – che la cultura sia distruttiva in ogni dove – non importa dove tu guardi, non importa quali siano i tuoi doni, non importa dove stia il tuo cuore – è il fatto che ci sia un lavoro buono e disperatamente importante da essere svolto”. Derrick Jensen
Nel 1850 passò la legge sugli schiavi fuggitivi e sia i nordisti che i sudisti erano da quel momento legalmente autorizzati ad acciuffare gli schiavi evasi. Un anno dopo, Harriet Beecher Stowe scrisse “La capanna dello zio Tom” ( o Vita tra gli schiavi)” in una storia a puntate su un giornale abolizionista, “The National Era”. Nel 1852 la compagnia editoriale “Jewett” di Boston pubblicò la storia in un libro, e come sono soliti dire, il resto è storia.
Ampiamente riconosciuto come il primo racconto di denuncia sociale pubblicato negli Stati Uniti (e il primo grande racconto ad avere un eroe nero), “ La capanna dello zio Tom” ha venduto più copie – con l’eccezione della Bibbia – di ogni altro libro venduto negli Stati Uniti sino a quell’epoca, raggiungendo le 300000 copie nel primo anno.
La rappresentazione della vita degli schiavi della Stowe – basata su racconti reali – incarna l’argomento, portandolo fuori dal dominio del linguaggio giuridico delle corti di giustizia. La sua storia infastidì alcuni e ispirò altri.
Ai suoi critici, lei rispose con una “Guida alla capanna dello zio Tom” nel 1853 per fornire delle prove che ogni incidente nel suo libro si era verificato realmente. Durante un incontro con Harriet Beecher Stowe nel 1862, Abraham Lincoln affermò : “così tu sei la piccola donna che scrisse il libro che fece scoppiare questa grande guerra”.
Ci fu un tempo in cui la schiavitù era ritenuta troppo radicata nella cultura statunitense per essere mai abolita. Il movimento, per porre fine a questo particolare istituto, venne creato da individui desiderosi di riconoscere che alcune cose nella vita sono più grandi di ognuno di noi. Che realmente rischiassero le loro vite soccorrendo schiavi o portando avanti la “ferrovia sotterranea” [rete informale di strade e alloggi sicuri di cui si servirono gli schiavi neri per scappare in stati liberi come il Canada nel 19°secolo N.d.T.], o facendo la loro parte per cucire i vestiti o coperte per gli schiavi evasi o, certamente, scrivendo libri come “La capanna dello zio Tom”; il movimento ebbe bisogno di ogni singolo di questi uomini coraggiosi che fecero la loro parte – piccola o grande.
Quello che sembra impossibile e irreversibile oggi può essere indirizzato nella direzione giusta se vogliamo svegliarci e fare il lavoro duro. Solo se siamo disponibili a smettere di perdonare leader reprensibili [sic] – sia politici che manager – che speculano sulla nostra compiacenza.
Così, la prossima volta che ti trovi a decidere se guardare una replica di “Will e Grace” o aggiornare la tua pagina di Facebook, invece alzati in piedi. Guarda attentamente e a lungo nel tuo cuore e ancora più a lungo guarda alle scelte che devi compiere quotidianamente e tutto il giorno – non da una posizione di vergogna e di colpa ma con un senso di rivelazione. Accetta la sfida di essere un migliore essere umano, un più responsabile terrestre. Serve coraggio per esaminarsi. Serve coraggio per accettare il fatto che ogni cosa che sai potrebbe essere sbagliata. Serve molto più coraggio per fare questo che essere volontario contribuente di guerre illegali e immorali.
Affrontiamo l’evidenza; le cose hanno fatto schifo sotto George W. Bush. Le cose faranno schifo sotto Barack Obama. Le cose hanno fatto schifo sotto ogni presidente. Niente cambierà finché non cambieremo le nostre teste. Non possiamo essere indifferenti come gli altri prima di noi. Loro non hanno pensato abbastanza alle generazioni future così noi dobbiamo lavorare due volte più duro. Fa schifo, lo so, ma non è un compito da prendere alla leggera. Si tratta di sopravvivenza.
Certe cose nella vita sono più grandi di noi. Il movimento anti-schiavista riconobbe ciò. Oggi l’intero pianeta è schiavo delle aziende in cerca di profitto e di tutti i politicanti corrotti (si, compreso il Papa della speranza). Gli abolizionisti di questa generazione sono pronti ad alzarsi e portare cambiamento? Non chiedere il cambiamento, sii il cambiamento.
Perché non abbracci la tua frustrazione e fai che essa sia una sfida, un’ispirazione, una motivazione per te? Invece di canalizzare le tue ambizioni verso lo scalare una montagna, il correre una maratona, o dannarti per guadagnare il tuo primo milione di dollari prima dei trent’anni. A quale più grande traguardo ognuno di noi può ambire, se non quello di lasciare il pianeta migliore di come lo abbiamo trovato?
Non hai nulla da perdere se non le tue catene…
Titolo originale: "Some things are bigger than any of us"
CINA Arrestati funzionari del governo: Pechino impotente verso la corruzione La crescita economica ha avvantaggiato proprio politici e imprenditori corrotti. E’ l’opinione di esperti, di fronte ai continui casi di corruzione grave. Arrestata una ex parlamentare e tedofora, imprenditrice “modello”. Come pure il secondo uomo più ricco del Paese.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina non riesce a stroncare l’endemica corruzione di politici e imprenditori (cariche che spesso coincidono), che stima le “costi” l’equivalente del 3% del Prodotto interno lordo annuo. Chang Wu-ueh, professore all’Università Tamkang di Taipei, dice che Pechino “sa bene che i maggiori beneficiari del suo progresso economico sono i funzionari di governo”.
Per sottrazione di fondi è stata arrestata Xie Bing, presidentessa del Sichuan Hantang Corp., lodata più volte come imprenditrice modello e stella politica nascente. Xie, di umili origini, è diventata membro dell’Assemblea nazionale del popolo (da cui è stata espulsa il 28 ottobre) ed è stata tra i tedofori cinesi. E’ accusata di avere sottratto centinaia di milioni di yuan di fondi pubblici e di essersi appropriata del denaro raccolto da piccoli investitori promettendo alti interessi. Suo marito è stato arrestato ad agosto.
Alcuni giorni fa è stato arrestato Huang Guangyu (nella foto), secondo uomo più ricco della Cina con un patrimonio stimato di 18,4 miliardi di yuan (circa 1,84 miliardi di euro), per speculazioni illecite e manipolazione di prezzi nel mercato azionario. Partito con un piccolo negozio, è titolare della Gome Electrical Appliances Holding, leader nella vendita di materiale elettronico con oltre 1.200 negozi e 200mila dipendenti e ricavi nel 2007 per 6 miliardi di dollari.
A giugno Pechino ha annunciato tolleranza zero sulla corruzione, ammonendo che occorre sradicarla per “la popolarità e la sopravvivenza del Partito comunista”. Ma continuano a emergere gravi casi: la scorsa settimana 2 ex dirigenti del Pc di Chenzhou sono stati condannati a morte per corruzione. Ieri Pechino ha annunciato controlli ancora maggiori sull’utilizzo dei fondi pubblici.
Si parla di corruzione anche per il crollo 2 settimane fa di un tunnel della metropolitana in costruzione a Hangzhou (Zhejiang), che ha ucciso 21 operai. Ora il sindaco Cai Qi ha ordinato seri controlli sui progetti di tutta la metropolitana.
Come accade da dieci anni in Venezuela, e a dispetto di starnazzanti predicatori di sventura, si è votato in pace e in democrazia. E dopo centinaia di articoli che parlavano di fine dell’Onda lunga bolivariana, l’Onda, con 17 stati al PSUV di Hugo Chávez contro 5 all’opposizione, sembra ancora fortissima.
A 48 ore dalle elezioni amministrative venezuelane, conclusesi con l’ennesima dimostrazione che la Costituzione bolivariana in 10 anni ha garantito l’inclusione nei processi elettorali di milioni di persone prima di allora completamente escluse, e con un sostanziale mantenimento di posizioni (ovvero un trionfo in tempo di crisi economica) del governo chi fa la peggior figura è come sempre la stampa internazionale.
Basta un titolo tra tutti per evidenziarne la pretestuosità. Su “El País” di Madrid si legge: “Il chavismo perde tra i poveri. Un candidato dell’opposizione, sbaraglia il regime nel quartiere più violento del paese”. Quello sbaraglia è una vittoria di misura in un solo quartiere, sia pure importante, e ovviamente riconosciuta dal candidato chavista. Di quale regime si parli lo sa solo il quotidiano madrileno. Il titolo quindi non è autoironico, è solo pretestuoso e proprio vuole ingannare gli elettori facendo credere che in Venezuela ci sia un regime ma che questo, stranamente perda proprio tra i suoi pretoriani i poveri fino a presentare il candidato dell’opposizione come un Obama alla rovescia: bianchissimo ma che vince in un quartiere abitato da neri e mulatti. “El País” fa finta di non ricordarlo ma che un bianco fosse votato da neri e successo per decenni prima di Chávez.
Senza mettere la parola “regime” cade il castello di carte. Oltretutto un regime può vincere solo con maggioranze bulgare e di conseguenza se solo sfiora il 60% dei voti vuol dire che ha straperso e se vince in 17 stati su 22 (in due dei quali la differenza la fa un terzo candidato “chavista dissidente”) allora –per “El País” e i suoi molti epigoni- vuol dire che è a fine corsa.
Il voto di domenica ci restituisce invece una mappa chiara del Venezuela. I cinque stati dove si afferma l’opposizione sono gli stati ricchi e popolosi, quelli dove in questi dieci anni di governo bolivariano è cresciuta più facilmente una nuova piccola e meno piccola classe media uscita dalla povertà che adesso comincia a privilegiare altri valori, sicurezza contro giustizia sociale, benessere proprio contro redistribuzione e che adesso vuole differenziarsi e sentirsi differente dalla plebe chavista.
Sono segnali da non sottovalutare. Ma non sono da sottovalutare neanche quelli positivi come la continuità del processo bolivariano, i risultati che comunque vedono un’opposizione lontana e che tornerà divisa all’ora di scegliere un candidato presidenziale e la fiducia che continua a circondare l’operato del presidente. Questa ha portato alla vittoria in una battaglia difficile, quella per il radicamento del PSUV (Partito Socialista Unitario del Venezuela), fondato appena due anni fa e che non solo oggi è di gran lunga il primo partito del paese ma comincia –e non era scontato- a non essere più solo un cartello chavista ma ad avere forma, unità, profilo, programma, radicamento.
Iraq, Disinnescare la bomba Kirkuk, avverte un think-tank
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,
E’ Kirkuk la vera polveriera dell’Iraq: quella che rischia di provocare un conflitto fra arabi e kurdi che potrebbe esplodere nella peggiore guerra che il Paese abbia mai visto dall’invasione guidata dagli Usa del marzo 2003.
A dare l’allarme è l’International Crisis Group (ICG), una organizzazione internazionale che si occupa dell’analisi e della prevenzione dei conflitti, e che alla questione di Kirkuk dedica il suo ultimo rapporto, pubblicato oggi.
La disputa relativa a Kirkuk e ai cosiddetti “territori contesi” - quelli cioè che il Governo regionale del Kurdistan (KRG) vorrebbe annettere alla propria regione autonoma, nel nord Iraq – sta bloccando i progressi politici in Iraq, dice il rapporto dell’ICG, contribuendo al ritardo nell’approvazione della nuova legge sul petrolio. Essa rischia inoltre di far rinviare elezioni provinciali di vitale importanza. Che dovrebbero svolgersi entro fine gennaio 2009, e che a Kirkuk, infatti, per ora non si terranno.
Disputa antica, pericoli nuovi
La disputa fra arabi e kurdi in Iraq non è nuova, si legge nel rapporto, e risale alla creazione dell’Iraq moderno da parte della Gran Bretagna, dopo la Prima guerra mondiale.
Oggi, però, sostiene l’ICG, la “possibilità che in essa vengano trascinati attori come Turchia e Iran, e l’impatto potenzialmente devastante sugli sforzi per ricostruire uno Stato frammentato” ne fanno una questione di gravità pari, se non superiore, al conflitto confessionale fra arabi sunniti e sciiti, che ha portato tanto spargimento di sangue in Iraq fra il 2005 e il 2007.
Il centro del contenzioso è Kirkuk, città multietnica di 900.000 abitanti, dove vivono arabi, kurdi, turcomanni, e altre minoranze. Il suo problema è che è assai ricca di petrolio: “seduta”, in pratica, sopra uno dei maggiori giacimenti iracheni.
Formalmente, si trova di fuori della regione autonoma del Kurdistan, ma in pratica a farla da padrone in città sono i Peshmerga, i combattenti kurdi, e i temutissimi Asayish, i servizi segreti kurdi, che lavorano a stretto contatto con quelli statunitensi.
Gli abitanti arabi e turcomanni sostengono di vivere nella paura, in particolare degli Asayish.
La zona non è affatto tranquilla, e di recente, in estate, ci sono stati attentati e violenze. La situazione è sempre sul punto di esplodere.
E’ stata proprio la questione di Kirkuk a far ritardare – e di molto – l’approvazione della legge sulle elezioni provinciali: i politici arabi e turcomanni volevano una quota di seggi garantita nel consiglio provinciale, i partiti kurdi rifiutavano. La cosa è andata avanti per mesi in Parlamento.
Solo il lavoro paziente e incessante della missione Onu in Iraq (UNAMI) e in particolare del suo capo Staffan de Mistura, è riuscito alla fine a sbloccare l’impasse. Al prezzo di un compromesso: per il momento, a Kirkuk, elezioni provinciali non ce ne saranno.
I kurdi: applicare la Costituzione irachena
I leader kurdi sostengono che la soluzione al problema sta nell’applicare l’art.140 della Costituzione irachena, che prevede un processo in tre tappe, da concludersi con un referendum – con il quale gli abitanti di Kirkuk e dei “territori contesi” sceglierebbero se andare con la regione kurda o rimanere in Iraq.
Ma il referendum, che avrebbe dovuto tenersi entro fine 2007, è stato rinviato, proprio con l’intervento determinante delle Nazioni Unite – per evitare il rischio di un conflitto. Ora l’UNAMI sta lavorando ad alcune proposte relative a tutti i “territori contesi”, che dovrebbero facilitare la soluzione anche del problema di Kirkuk. Ma la parola definitiva spetta agli iracheni.
Il KRG vuole annettersi una zona dalla quale in centinaia di migliaia di kurdi vennero cacciati dalle campagne di “arabizzazione” di Saddam Hussein, negli anni ’80. Arabi e turcomanni, ovviamente, sono di tutt’altro avviso. E il governo Maliki si è già espresso più volte: con le parole, e con i fatti. Come quando, a fine agosto, ha mandato l’esercito iracheno a Khanaqin, una zona a maggioranza kurda della provincia di Diyala che fa parte dei “territori contesi”. Rischiando lo scontro con i Peshmerga.
“Petrolio in cambio di terra”
E la ricetta dell’ICG? L’unica soluzione a un problema che sembra intrattabile, sostiene il gruppo internazionale, è un compromesso "petrolio in cambio di terra", nel quale ai kurdi verrebbe dato il diritto di gestire i proventi del loro petrolio, ricevendo garanzie per la sicurezza degli attuali confini interni fra il Kurdistan e il resto dell’Iraq.
In cambio, dovrebbero accettare di rimandare le loro rivendicazioni su Kirkuk per 10 anni.
Altrimenti, l’alternativa più probabile a un accordo, dice l’ICG, “è lo scoppio di un nuovo conflitto violento su rivendicazioni irrisolte, in una gestione frammentata, governata dal caos e dalla paura".
“C’è poco tempo da perdere”, avverte Robert Malley, direttore del programma Medio Oriente e Nord Africa del gruppo. “In vista della riduzione delle forze Usa, l’influenza di Washington diminuirà, così come le possibilità di un accordo praticabile”.
Thailandia. Continua l'assedio dell'opposizione, scontri a fuoco a bangkok
Migliaia di manifestanti hanno circondato a Bangkok il quartier generale dell’esercito per impedire al governo thailandese di tenervi una riunione. Scontri a fuoco sono scoppiati in diverse zone della capitale tra opposizione e sostenitori del governo, causando almento 11 feriti. La protesta è condotta dall’Alleanza del popolo per la democrazia [Pad] che già ieri usato la stessa tattica per obbligare il parlamento a sospendere la sua seduta e impedire al governo di riunirsi. Il Pad, un’alleanza di gruppi ostili all’ex premier Thaksin Shinawatra, ha lanciato la sua «battaglia finale» per costringere il governo a dimettersi entro domani.
L’attuale primo ministro, Somchai Wongsawat, è cognato di Thaksin e il Pad lo considera un uomo di paglia del magnate delle telecomunicazioni, in esilio dopo una condanna a due anni per abuso di potere. Ma al momento il Pad non è riuscito a portare dalla propria parte i militari, che nel settembre 2006 rovesciarono Thaksin. Il capo dell’Esercito, generale Anupong Paojinda ha dichiarato che un colpo di stato è fuori questione, ma l’opposizione gli ha mandato una lettera per chiederegli che le forze armate si schierino. I manifestanti del Pad occupano la sede del governo dallo scorso 26 agosto e ieri hanno impedito ai ministri di riunirsi nel vecchio aeroporto di Bangkok che avevano eletto a loro sede. Domani i manifestanti assedierano l’aeroporto internazionale dove atterrerà l’aereo che riporta in patria Somchai, attualmente in Perù per il summit Apec.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15891
Pubblicato "Global Wind Energy Outlook 2008", lo studio di GWEC e Greenpeace sulle prospettive dell'eolico. Entro il 2020 il vento potrebbe fornire più del 12% dell'elettricità mondiale, dando lavoro a 1,2 milioni di persone.
Il "Global Wind Energy Outlook 2008", presentato pochi giorni fa a Pechino nell’ambito della conferenza mondiale sull’eolico, Global Wind Power, conferma l’energia dal vento come la fonte rinnovabile con le più grandi potenzialità di sviluppo immediato anche ai fini della riduzione delle emissioni in sostituzione dei combustibili fossili. Nel 2050, secondo il report redatto da Greenpeace e Global Wind Energy Council (GWEC), il 29,5% dell’elettricità mondiale potrebbe venire dal vento. E ancora, al 2020 questa fonte potrebbe coprire il 12,6% del fabbisogno elettrico mondiale, evitando oltre 10 miliardi di tonnellate di CO2 in atmosfera.
Il condizionale è d’obbligo, perché le cifre fornite si riferiscono al migliore degli scenari elaborati: quello che prefigura che tutte le politiche necessarie a favorire le rinnovabili vengano adottate e che, nel contempo, la domanda di elettricità venga contenuta grazie a misure di efficienza energetica. Ma le prospettive per il mercato eolico paiono promettenti anche nelle ipotesi meno ottimistiche. Infatti nel più conservativo degli scenari, quello elaborato dalla International Energy Agency (IEA) si prevede comunque che la potenza eolica mondiale quadruplichi da qui al 2030, e che per il 2020 il vento arrivi a fornire il 4,1% dell’elettricità mondiale. Mentre lo scenario di mezzo dipinto dal report - chiamato “moderate” e che assume che vengano portate a buon fine le iniziative intraprese attualmente per favorire le rinnovabili, senza introdurne di nuove - parla di un possibile contributo eolico al fabbisogno elettrico mondiale del 8,2% al 2020 e del 15,6% al 2050.
Altro aspetto interessante evidenziato nel report riguarda le ricadute occupazionali che si avrebbero si puntasse decisamente sull'eolico. Attualmente i posti di lavoro legati al settore sono circa 330mila, al 2020 secondo le ipotesi della IEA dovrebbero raddoppiare, secondo l’ipotesi “moderate” di GWEC e Greenpeace dovrebbero invece quasi quadruplicare divenendo 1,2 milioni circa, mentre nello scenario migliore previsto dal report nell’anno fissato come traguardo europeo per il taglio delle emissioni a lavorare nell’eolico nel mondo ci saranno più di 2 milioni di persone, circa sei volte la cifra attuale.
TRATTATO ANTIMINE: IX CONFERENZA, IL CONTROVERSO CASO INGLESE
La seconda giornata della IX Conferenza degli stati aderenti alla Convenzione di Ottawa contro le mine antipersona in corso a Ginevra (Svizzera) si è conclusa con un punto interrogativo sulla posizione dell’Inghilterra. Londra ha infatti chiesto insieme ai governi di altri 14 stati un rinvio della scadenza entro la quale (ottobre 2009) bonificare territori minati; in particolare, ha chiesto una proroga di 10 anni per le isole Falkland (o Malvine, come le chiamano gli argentini) minate fin dai tempi della guerra contro l’Argentina dei primi anni ’80. “Se gli altri 14 paesi hanno motivazioni più o meno valide per chiedere un rinvio – dice alla MISNA Simona Beltrami, una delle responsabili della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine - non si può dire lo stesso dell’Inghilterra che ha chiesto una sorta di assegno in bianco senza nemmeno proporre un piano e senza aver mai avviato un programma di sminamento pur avendo a disposizione tempo, mezzi e risorse. Il timore è che in realtà, in considerazione del particolare status delle Falkland, rivendicate dall’Argentina, Londra voglia semplicemente mantenere la situazione attuale a tempo indeterminato”. Tra gli altri 14 stati che hanno chiesto un rinvio, la più debole sembra la posizione del Venezuela: “Rispetto a Londra però – aggiunge la Beltrami – Caracas ha motivato il suo ritardo, ha chiesto solo cinque anni ed elaborato un piano”. Il caso inglese e il conseguente voto espresso dai partecipanti alla conferenza sarà importante perché darà la misura della serietà del Trattato in un momento particolare: quella di quest’anno è l’ultima riunione prima della conferenza di revisione che si terrà molto probabilmente a Nairobi, in Kenya, nel 2009; inoltre, a pochi giorni dall’apertura alla firma di un trattato ‘gemello’ per la messa al bando delle bombe a grappolo (il 3 dicembre a Oslo) è evidente che l’esito del caso inglese potrebbe avere qualche influenza. La conferenza di Ginevra si concluderà venerdì, prima però verrà anche discussa la violazione degli accordi sottoscritti da parte di Grecia, Turchia e Bielorussia: i tre paesi, nonostante la firma, non hanno mai distrutto l’arsenale a loro disposizione.
POLITICA-MALAWI:Elezioni, un pericolo per le donne Pilirani Semu-Banda
I politici uomini non tutelano le donne
Foto: Pilirani Semu-Banda/IPS
LILONGWE, Malawi, (IPS) - Le elezioni primarie in Malawi si mettono male per le candidate donne. Spintoni, canzoni denigratorie e sassate sono solo alcune delle tattiche intimidatorie per scoraggiare le donne nella corsa alle primarie, dove verranno scelti i candidati per le elezioni parlamentari di maggio 2009.
Gertrude Nya Mkandawire, una delle parlamentari del Partito democratico del popolo (DPP), si è recentemente ritirata dalle primarie nel suo collegio di Mzimba Solora, nel nord del paese, dove si presentava contro 10 candidati uomini.
“Non ce la faccio più”, ha lamentato Nya Mkandawire all’IPS. “Ho subito ogni tipo di intimidazione dagli altri contendenti, che sono tutti uomini”.
Ai raduni, folle inferocite cantavano canzoni sprezzanti e lanciavano pietre contro di lei. “Durante la notte, hanno distrutto tutto il materiale della mia campagna, anche bandiere e poster, per scoraggiarmi”, ha aggiunto.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando i membri del comitato del DPP le hanno chiesto del denaro.
”Dicevano che avrei potuto vincere le elezioni solo se avessi pagato, e non mi è sembrato corretto”, ha dichiarato all’IPS.
In questo paese, la cultura del clientelismo è comune durante le elezioni. I politici distribuiscono denaro, cibo e coperte ai loro elettori, sostenendo che questo è il loro modo di condividere la ricchezza.
Secondo l’attivista per i diritti delle donne Veronica Njikho, la pratica dei “doni” mette in svantaggio i politici donne, perché gli uomini hanno già una solida capacità economica, che le donne non hanno.
“Solo il 23 per cento delle donne ha la stessa voce in capitolo degli uomini nelle faccende economiche in casa, e comunque non hanno la stessa forza finanziaria delle loro controparti maschili in politica”, segnala Njikho.
Le donne si ritirano
Njikho è in prima linea nella Campagna 50/50, guidata dal governo e da 42 gruppi della società civile per promuovere la partecipazione delle donne in politica e nei ruoli decisionali.
La Campagna ha condannato l’intimidazione e il maltrattamento delle candidate donne; la violenza talvolta imperversa anche nei raduni dei concorrenti uomini.
“C’è tantissima violenza politica in ogni angolo del Malawi, e questo scoraggia molte donne dal partecipare alle elezioni”, osserva Njikho.
L’esperta ha spiegato che la maggior parte delle donne non vuole essere associata agli abusi, né esserne vittima: “Per natura, le donne non sono persone violente”.
All’apertura della Campagna 50/50, 425 donne si sono presentate per partecipare alla corsa al parlamento - un numero senza precedenti; ma solo 200 sono rimaste. “Le altre si sono ritirate soprattutto a causa di maltrattamenti e intimidazioni”, ha segnalato Njikho all’IPS.
L’attivista teme che le notizie sempre più diffuse di atti intimidatori compiuti durante le primarie porteranno altre donne ad abbandonare la politica.
La Campagna punta a far conquistare alle donne almeno la metà dei 193 seggi dell’assemblea nazionale, in accordo con il Protocollo di genere per lo sviluppo della comunità dell’Africa meridionale, firmato ad agosto, che prevede una rappresentanza politica delle donne al governo del 50 per cento entro il 2015.
Il Malawi si colloca al di sotto della media sub-sahariana quanto alla rappresentatività femminile in parlamento, con le donne che rappresentano il 14 per cento dell’assemblea nazionale.
La maggiore sfida di questa campagna, afferma Njikho, è il terreno politico sbilanciato. Gli uomini occupano le posizioni di maggiore rilievo, sostengono i colleghi maschi e fanno resistenza di fronte alle candidate donne.
I leader respingono le donne
Lilian Patel, parlamentare e presidentessa del Caucus delle donne parlamentari del Malawi, accusa i leader dei partiti. Come il DPP, anche gli altri gruppi politici - il Fronte democratico unito (UDF) e il Partito del Congresso del Malawi (MCP) - sono guidati da uomini.
”Nessun partito politico nazionale è riuscito a compiere uno sforzo deliberato per fare in modo che le donne vengano sostenute”, spiega Patel, membro dell’UDF.
Il 13 novembre, le elezioni primarie nel distretto di Nkhatabay si sono concluse con un fuggi fuggi generale, quando i supporter del DPP hanno cominciato a lanciare pietre dopo una disputa sugli elettori eleggibili. Tre donne contestavano le primarie.
Intanto, Nya Mkandawire non si è ritirata dalla politica. Sta pensando se correre come candidata indipendente, oppure unirsi ad un altro partito.
Per scoraggiare questa opzione, il DPP aveva ideato uno stratagemma, ha spiegato la donna. I candidati del DPP che facevano domanda per partecipare alle primarie dovevano firmare una dichiarazione in cui, in caso di sconfitta, avrebbero sostenuto i vincitori, e non si sarebbero presentati come indipendenti né con altri partiti.
”La dichiarazione sarebbe stata giusta se le elezioni fossero state giuste ma, in questo caso, dobbiamo guardare a delle alternative, se vogliamo rimanere in politica”, ha commentato Nya Mkandawire.
Ma l’alternativa non sarà schivare pietre e subire insulti, dice. Rispetto e sicurezza per tutte le donne candidate: questo è ciò che chiede.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1342
Mustafa Nano: «L’ingresso dell’Albania? Non prima di quindici anni»
Mustafa Nano al Festival della spiritualità di Torino (Foto: Giacomo Rosso)
Intervista con il giornalista 48enne albanese che vive a Tirana. Editorialista di Gazeta-shqip, critica la classe politica del suo Paese e i mezzi di comunicazione asserviti al potere.
C’è un paese che sembra essere scomparso dal panorama internazionale, eppure è giusto al di là dei confini europei. A neanche un’ora di aereo da Roma si trova Tirana. L’Albania, dopo essere stata per anni al centro delle cronache italiane, soprattutto per quanto riguarda le traversate di barconi carichi di migranti, da un po’ sembra essere scomparsa.
Nano al Festival della Spiritualità di Torino. (Foto: GR)A raccontarmi dell’Albania oggi è Mustafà Nano, uno dei più importanti giornalisti indipendenti del Paese. Nato a Durazzo nel 1960, di formazione ingegnere elettronico, ha lavorato per Telekom Serbia fino a al 1992. Ha poi partecipato alla fondazione del Partito democratico di Sali Berisha: è oggi politologo e ha lavorato per diverse testate tra cui Shekulli, Corrieri e Klan. Ora è editorialista per Gazeta-shqip. Nano è una delle poche voci indipendenti del Paese e un critico della classe dirigente albanese. Ci siamo incontrati a Torinospiritualità, una serie d’incontri promossi nel capoluogo piemontese, con la finalità di promuovere un approccio più emozionale ai piccoli e grandi dilemmi del vivere quotidiano. Il leitmotiv dell’edizione 2008 è stato la speranza, e chi meglio di Nano poteva mostrare le speranze di una paese in rapido fermento sociale che si affaccia all’Europa come l’Albania?
«Sono, oramai, passati quasi vent’anni, dal 1990, da quando l’Albania è uscita dal comunismo. Molto è cambiato da allora. La situazione è migliorata più in fretta di quanto si potesse immaginare, soprattutto dopo il disastro economico del 1996». Mustafà Nano esordisce ripercorrendo tutte le tappe che il suo Paese ha attraversato, dal crollo del regime comunista di Hoxa, passando per la crisi finanziaria del 1996, fino agli ultimi anni di assestamento economico, politico e sociale. Un Paese che ha attraversato la feroce esperienza cinquantennale del comunismo e che, ora, dopo quasi vent’anni di transizione non è ancora riuscito a liberarsi dagli spettri di un passato ancora troppo ingombrante.
Secondo Nano quello che impedisce che in Albania si affermi un sistema democratico stabile sono la classe politica e la situazione dei mezzi di comunicazione nazionali. «L’assoluta mancanza di un principio meritocratico nella scelta delle cariche pubbliche ha conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti». E agitando la penna continua: «L’establishment politico è circondato da una fitta rete di relazioni clientelari che vanno dal mondo del business a quello dei media». La classe politica albanese appare immune da qualunque attacco, giudiziario o mediatico che sia. Una classe compatta che, riparandosi sotto lo scudo offerto dai mass media, direttamente controllati, si auto-perpetua da quasi vent’anni. Sull’altro fronte, Nano, vede un’informazione albanese passiva e succube del potere politico, di cui dovrebbe essere il cane da guardia. Il media albanesi riversano sulla stampa o nei telegiornali notizie inutili e lontane dalla realtà quotidiana. «Gli albanesi hanno fame di notizie vere, invece i media nazionali non fanno altro che proporre l’agenda della politica ufficiale». Lo spazio per l’informazione libera e indipendente è poco, ma soprattutto, è vittima di forti pressioni da parte del mondo politico.
Bruxelles e Tirana distano quindici anni
L’Unione europea ha, recentemente, intrapreso trattative con il Governo di Tirana in vista di un futuro allargamento nell’area dei Balcani. Ma se per la Croazia si parla del 2012, per Tirana ancora non ci sono data. Ma, forse, l’Ue è la via per il consolidamento di una democrazia che mostra ancora molti limiti. «Sono abbastanza pessimista per quanto riguarda un rapido ingesso dell’Albania nell’Unione Europea» dice Nano. «Ci vorrà almeno un’altra quindicina di anni. Quello che Bruxelles chiede sono: un tasso di sviluppo economico del Pil stabile, una democrazia liberale consolidata, libere elezioni non contestabili e solide istituzioni indipendenti. Il processo, quindi, per l’avvicinamento all’Ue va avanti, ma ripeto, la strada da fare è ancora lunga». I problemi della democrazia albanese non sembrano però così lontani dai problemi di molte più consolidate democrazie europee: il problema è che in Albania sono più evidenti a causa di un sistema non ancora maturo. La via da seguire? L’educazione. L’unica soluzione è quella di investire oggi, per creare una generazione di cittadini istruiti e consapevoli, domani. Questo è, per Nano, l’unico antidoto che, insieme al tempo, potranno opporsi al dilagare di una democrazia mai pienamente affermata in Albania.http://www.cafebabel.com/ita/article/27236/mustafa-nano-lingresso-dellalbania-non-prima-di-qu.html
I manifestanti sono scesi in piazza oggi a Bangkok costringendo il Parlamento a rimandare la seduta prevista in mattinata e minacciando di dirigersi in più di 20 mila verso l’aeroporto di Don Muang, dove da quasi tre mesi si riunisce il Governo, che ne utilizza alcuni spazi come sede.
Dall’agosto scorso la residenza governativa e i suoi uffici sono occupati dai dimostranti dell’opposizione guidata dal gruppo “People Alliance for Democracy” (PAD), tra i cui leader spicca la figura di Somsak Kosaisuk che ha dichiarato di voler cacciare il governo in carica. La composizione del movimento di protesta è variegata, ma presenta una forte componente filo-monarchica, che vede in quella repubblicana al governo un simbolo della corruzione. L’intento principale della rivolta, infatti, è quello di ottenere le dimissioni del Primo Ministro Somchai Wongsawat, cognato del precedente capo di governo Thaksin Shinawatra, influente uomo d’affari deposto dopo un colpo di stato nel dicembre del 2006 ed in seguito espatriato in Gran Bretagna per allontanarsi dalle accuse di corruzione pendenti su di lui e sulla moglie. Agli occhi dei dimostranti il rapporto di parentela che lega Thaksin al Primo Ministro è sintomo di un suo mancato allontanamento dalla politica tailandese.
Nonostante negli scorsi mesi le reazioni della polizia al movimento di protesta abbiano portato a scontri cui sono seguiti incidenti mortali, la repressione non è stata sino ad oggi estremamente violenta anche perché il responsabile della sicurezza Amupong Paochinoda incaricato dal primo ministro della gestione della crisi appoggerebbe i manifestanti. Le proteste, sebbene volte a rovesciare il governo e fortemente contrarie ad un ritorno di Thaksin nel Paese, potrebbero sortire un effetto non voluto. Se gli scontri dovessero continuare e la crisi inasprirsi si creerebbe un vuoto di potere che potrebbe favorire il ritorno dello stesso Thaksin alla guida del Paese. Se a Bangkok gran parte della popolazione gli è avversa, lo stesso non vale per la parte più povera che vive nel nord del Paese, in prevalenza agricoltori, da cui Thaksin aveva ricevuto l’appoggio nel periodo post Tsunami.
USA : un nero alla giustizia ma con un'ombra da dissipare di Rico Guillermo*
Pur se piu' unteressato alla legge che alla giustizia e dotato di molte capacita' ed esperienze che lo rendono adeguato ad occupare il ruolo di segretario alla Giustizia USA, Eric Holder jr. ha comunque una macchia sul curriculum.
Lo afferma il Washington Post a proposito di Eric H. Holder Jr. e della vicenda che nell'ultimo scorcio di presidenza di Bill Clinton - quando era sottosegretario alla giustizia - lo vide passivo e quasi favorevole di fronte alla grazia concessa ad un ricco imprenditore condannato per reati fiscali, la cui moglie era stata una grossa finanziatrice dell'allora presidente.
A giudizio dell'autorevole giornale USA, il Senato dovrebbe verificare le idee ed attitudini di Holder su questa materia per assicurare che il prossimo procuratore generale (negli USA tale funzione e' attribuita al ministro della giustizia) sia al di sopra di ogni sospetto.
Il giornale riconosce che "Le caratteristiche predominanti del suo dossier sono indipendenza, integrita' ed efficacia. Ma vi è una macchia sul suo fascicolo". Come giovane avvocato nella neonata Sezione Pubblica Integrità di Filadelfia, Holder contribui' a suo tempo a sostenere cause contro i giudici. Divenuto giudice egli stesso, quando il presidente Ronald Reagan lo nomino' alla Corte Superiore del Distretto di Columbia, egli si guadagno' una reputazione come giurista super partes, non favorendo ne' il governo ne' i criminali imputati, ne' l'uomo della strada rispetto alle imprese, o viceversa.
Come procuratote degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, nei primi anni '90, ha presieduto abilmente inchieste di alto profilo sulla corruzione di potenti esponenti democratici. Eppure Holder, il primo Afroamericano a detenere un ruolo cosi' elevato nel Distretto, aveva anche il tempo di incontrare tutti i residenti della citta' che gli presentavano le loro preoccupazioni per la criminalita' e la frustrazione per i timori sulla correttezza di un sistema che penalizzava sempre piu' giovani neri accusati di piccoli reati di droga. In tali occasioni emergeva il suo considerarsi anche come membro della comunita'.
Come vice procuratore generale durante l'amministrazione Clinton, Holder ha sostenuto le indagini su alcuni funzionari dell'amministrazione non sempre in sintonia con la Casa Bianca, ottenendo il rispetto di molti funzionari di carriera del Dipartimento di Giustizia sollevati alla constatazione di trovarsi di fronte ad una persona interessata piu' alla legge che alla politica.
Tuttavia, secondo il giornale, il Senato dovrebbe dissipare i dubbi determinati dalla macchia che incrina questa reputazione specchiata. Anche se a suo tempo Holder coordinava gli avvocati incaricati di valutare le richieste di perdono, egli non insistite' infatti che il suo dipartimento valutasse formalmente gli aspetti giuridici attinenti al richiesta di grazia dell'imprenditore vicino a Clinton, richiesta presentata direttamente alla Casa Bianca. In seguito Holder ha sostenuto che si sarebbe opposto al perdono, qualora avesse avuto maggiori informazioni.
Holder testimonio' davanti al Congresso nel 2001 circa la vicenda imputatagli, ma il Sen. Arlen Specter (Repubblicano) ha detto in TV che, se nominato, Holder deve essere nuovamente interrogato circa la sua incapacita' di bloccare una grazia ingiustificabile. In ultima analisi, perche' Holder non si oppose alla grazia ad un milionario fuggitivo politicamente collegato al presidente?
Un 'peccato' che appare veniale dopo due ministri della giustizia di Bush (Gonzales e Mukasey) i quali si sono trovati coinvolti in accuse di sostegno alla tortura (entrambi) e di uso di un filtro politico nella assunzione e nel licenziamento dei magistrati.
Tuttavia, sono forse proprio gli otto anni di quelli che il Washington ost chiama un Dipartimento di giustizia "politicizzato ed altamente malfunzionante", che il Senato dovrebbe assicurare che il prossimo procuratore generale sia inattaccabile.
Possiamo finalmente togliere i sacchi di sabbia dalle finestre. Come ci spiega il rapporto Demos in collaborazione con l'Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza, nell'ultimo anno si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale. Dai sondaggi emerge che oggi il problema più urgente per il 31% degli italiani è la criminalità comune. Un anno fa era piu' del 40%. Il 21% indica l’immigrazione, 5 punti meno di un anno fa. Gli immigrati stessi sono considerati “un pericolo per la sicurezza” dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio. Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essere se non sparito drasticamente calato.
Merito del Governo e della sua Emergenza? Tutt'altro: gli sbarchi dei clandestini, ad esempio, sono raddoppiati nel 2008 rispetto all'anno precedente, e i reati erano gia' in calo prima di Berlusconi. Come sempre piu' spesso avviene, non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni ma al contrario le opinioni si sono separate definitivamente dai fatti. Se infatti da un lato la paura dei cittadini si e' spostata sulla crisi economica (e invece dei campi Rom si bruciano i poveracci per esorcizzarla), dall'altro la ricerca spiega dati alla mano come sulla programmazione dei telegiornali di prima serata ci sia stata una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell'autunno di un anno fa e un successivo declino, particolarmente rapido dopo maggio. Il peso delle notizie "ansiogene" è risultato, udite udite, nettamente più elevato sulle reti Mediaset. Oggi semplicemente spaventare la gente non paga piu', se non si e' capaci con poche migliaia di soldati per strada di fronteggiare i veri problemi. Cosi' Michele Serra sull'Amaca di Repubblica:
Ci sono cose che già si sanno, o perlomeno si intuiscono. Ma vederle nero su bianco, confermate e dimostrate, lascia ugualmente di stucco. Ieri questo giornale ha dato giustamente largo spazio a uno studio realizzato dall’istituto Demos in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. Lo studio dice questo: la paura del crimine, che tanta parte ha avuto nell’ultimo esito elettorale, non si fonda su dati reali. I crimini sono in calo. In aumento esponenziale, invece, è stata la quantità di cronaca nera diffusa dalla televisione: i telegiornali Mediaset al primo posto, il Tg3 il meno zelante in questo mercato dello spavento. L’overdose di notizie ansiogene riguarda l’intero 2007 e il primo semestre del 2008. Negli ultimi mesi (dopo le elezioni) la cronaca nera nei telegiornali è drasticamente scemata.Lo studio aggiunge, ed è quasi pleonastico, che paura e insicurezza sono sentimenti direttamente proporzionali al numero di ore che si trascorrono davanti alla televisione. Chi ne vede molta è spaventatissimo. Chi ne vede poca lo è assai meno, probabilmente anche perché esce più spesso di casa e ha dunque modo di farsi un’idea reale, empirica e personale, di quello che accade. Che la paura fosse un’arma politica già lo si sapeva. Che la sua diffusione fosse così sapientemente pilotata lo si poteva solo sospettare. Ora è una certezza.http://beffatotale.blogspot.com/2008/11/la-grande-paura-e-finita.html
Il soffitto del liceo scientifico a Rivoli (Torino) è appena crollato sulla classe quarta. E, uccidendo il ragazzo Vito (anni 17), ferendo quattro studenti (uno grave), nel terrore di tutti, e quasi subito si materializza sul posto Mariastella Gelmini, Ministro della Pubblica Istruzione.
Indossa giacca di colore grigio, attillata all’estremo, su torso di colore rosso, pantaloni scuri altrettanto stretti in modo che la figura risulti nettamente disegnata, e scarpe senza tacco. Gli astanti sono travolti dello spavento, dal dolore. Ma molti, sia sul posto che nell’assistere alla scena in televisione, hanno la netta impressione che la Gelmini in versione disgrazia si sia mossa all’istante dalla vetrina di abbigliamento più vicina.
Per stabilire l’identificazione immediata la Gelmini di vetrina indossa, come un manto da Superman, gli occhiali d’ordinanza. Qualcuno, troppo precipitoso e solerte, non ha regolato il passo del manichino, che è rapido, da manager con buona palestra, e con una posizione rigida e priva di esitazione o incertezze che è proprio degli androidi nei film a effetti speciali.
L’androide Gelmini, probabilmente la migliore imitazione di creatura simil-umana (se si eccettua la durezza meccanica della voce) è stata fermata di scatto da apposita cellula di fronte allo ostacolo di microfoni e tv. Subito la voce meccanica ha incominciato a dire il numero delle scuole a rischio la cui messa in sicurezza è già prevista dal preveggente e saggio governo della libertà.
Il problema degli androidi è che qualcuno, dal centro di controllo, avrebbe dovuto cambiare tempestivamente il tabulato della voce meccanica. Per una incresciosa svista non è stato fatto. E così l’androide Gelmini, in un luogo di disperazione ha detto: “100 scuole a rischio” invece di quarantamila, e ha indicato la cifra di alcuni milioni di euro invece delle centinaia di milioni di euro necessarie per fronteggiare l’emergenza crolli delle scuole.
Nessuno ha poi provveduto a cambiare l’espressione di confidente ottimismo, nel luogo sbagliato e nel tempo sbagliato, che emanava dal volto dell’androide, grave negligenza del centro di controllo.
E così, nelle persone vere, protagoniste di una disgrazia vera con morti e feriti veri, all’angoscia si è aggiunta la rabbia. Che è aumentata quando, nel corso di un festoso raduno in Abruzzo, il mago di Oz ha dichiarato, chiudendo ogni discussione, che il ragazzo di Torino morto sotto il crollo del soffitto della sua scuola, era stata “pura fatalità”.
Banchieri superpagati il pio Faissola assolve bonus e stock options
DI ALBERTO STATERA
«Le mie tasche ci rimettono, ma la mia coscienza è soddisfatta», diceva Gustave Flaubert. Ma l'aforisma dell'autore di "Madame Bovary" fatica ad imporsi tra i banchieri italiani. Il loro presidente, il pio Corrado Faissola, parlando l'altro giorno di etica alla pia Università Gregoriana, ha detto di essere contrario alla fissazione di un tetto massimo per gli stipendi dei banchieri, nonostante la crisi finanziaria globale che molti di loro hanno contribuito a creare, mentre diventavano personalmente ricchi come Creso. La Germania ha fissato in 500 mila euro il tetto retributivo dei banchieri, nel caso in cui lo Stato sia costretto ad entrare nel capitale delle loro banche. Ma per Faissola non va bene, perché così si rischia di passare «dall'assenza di regole al dirigismo». Giusto. Salvo dimenticare di aggiungere che il ritorno al dirigismo, se c'è, è stato prodotto se non dal dolo, dall'insipienza di banchieri suoi colleghi, che hanno fatto disastri.
Gianni Dragoni, autore con Giorgio Meletti del libro "La paga dei padroni", ha calcolato che i premi aggiunti alle retribuzioni ordinarie dei banchieri italiani di istituti quotati in Borsa sono ammontati nel 2007 a 100 milioni di euro, nonostante la crisi che già si addensava su molti di loro. Tra stipendio e premi, 9,4 milioni per Alessandro Profumo, 3,5 per Corrado Passera, 3,5 per Pietro Modiano, 5,7 per Giampiero Auletta Armenise, 3,3 per Cesare Geronzi, 2,3 per Antonio Vigni, e così via.
Corrado Faissola, vicepresidente del consiglio di gestione dell'Ubi, oltre che presidente dell'ABI, che tutti i banchieri rappresenta pur con assai scarsa empatia di molti soci, ha messo insieme l'anno scorso 3.033.000 euro.
Ora è evidente che da laici non si può chiedere agli esseri umani di privilegiare sempre la coscienza rispetto alla tasca, ma dal rappresentante di una categoria in scacco per aver contribuito a determinare una crisi globale che si ripercuote su milioni di persone, ci si aspetterebbe almeno un piccolo esercizio di autocritica. Magari come quello dell'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo, il più colpito dalla crisi e, a quel che si sa, il più pagato tra i banchieri italiani, il quale ha avuto il coraggio di confessare: «Perfino mia madre mi chiama per lamentarsi che guadagno troppo». E si è cassato il bonus, pur conservando un signor stipendio da 3,477 milioni.
Mario Draghi, il governatore della Banca d'Italia che vigila sul sistema bancario, ha osservato che «adeguati meccanismi di remunerazioni e di incentivazione possono favorire la competitività», ma questo ha aggiunto non vuol dire che i manager bancari possano assegnarsi i bonus che vogliono senza neanche consultare adeguatamente l'assemblea dei soci. Ma, si sa, in questo momento l'Autorità di vigilanza non è al colmo della capacità di "moral suasion", altrimenti Cesare Geronzi non sarebbe forse al vertice di Mediobanca e dei principali snodi del potere capitalistico.
Persino i superliberisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, nel loro libro "La Crisi", appena uscito per "il Saggiatore", smentiscono la tesi antidirigistica di Faissola. «Negli anni Settanta scrivono i banchieri ricevevano uno stipendio fisso e il loro mestiere era considerato piuttosto noioso. Dopo la liberalizzazione, gestire una banca diventò molto più complicato e per essere sicuri che i banchieri si impegnassero al meglio, gli azionisti cominciarono a remunerarli in funzione dei risultati raggiunti. Ma gli incentivi associati alla remunerazione dei banchieri non hanno funzionato». Perché ? Perché, essendo legata al rendimento di breve periodo, la retribuzione dei banchieri non tiene conto dei rischi nel suo complesso. Con tutto il rispetto per le tasche, se ne faccia una ragione il presidente Faissola.
a.statera@repubblica.it
Più soldi per le famiglie
Tito Boeri
la Repubblica
Il Governo ieri sera ha presentato un piano di circa quattro miliardi di euro per contrastare la recessione. Sono troppo pochi e vengono dispersi, come al solito, in mille rivoli. Quindi saranno del tutto inefficaci. È possibile invece attuare interventi più ambiziosi senza mettere a rischio i nostri conti pubblici. Per farlo però ci vogliono due condizioni. La prima è saper scegliere le priorità, le cose da fare e quelle da non fare. Solo pochi interventi mirati, consistenti e duraturi sono in grado di avere un impatto sul comportamento di famiglie e imprese riducendo la durata della crisi, contribuendo in questo modo a migliorare i nostri conti pubblici. La seconda condizione è saper approfittare della recessione per rimettere la casa in ordine, come stanno facendo tutte le famiglie e le imprese italiane. È possibile avviare fin da subito un processo di ristrutturazione della spesa pubblica che porti a risparmi consistenti quando saremo usciti dalla crisi. Nessuno ci chiede di ridurre il nostro indebitamento oggi, nel mezzo della crisi. Possiamo permetterci di agire su due tempi: oggi stimolare l´economia, preparando le condizioni per riduzioni di spesa che si materializzeranno domani, completando il risanamento dei nostri conti pubblici.
I veri vincoli sono politici L´impressione è che i veri vincoli contro i quali oggi si scontra l´azione di governo siano politici. Da settimane si succedono gli annunci di grandi piani a sostegno di banche, imprese e famiglie o per grandi infrastrutture. Poi tutti questi piani faraonici il giorno prima di essere varati vengono rinviati o derubricati. Il fatto è che non si è trovata una sintesi. I costi di queste indecisioni sono altissimi. In un periodo in cui grande è solo l´incertezza, con le famiglie italiane terrorizzate dalla crisi, questi continui rinvii alimentano il sospetto che alla fine tutti questi annunci si risolveranno nel nulla. Così le banche continuano a disfarsi di attività e a stringere il credito, le imprese a tagliare costi e personale e le famiglie a stringere la cinghia.
Quali priorità nel contrastare
la recessione?
La riforma degli ammortizzatori sociali, come ormai riconosciuto da tutti (incluso il Fondo Monetario Internazionale, www.imf.org) è la priorità numero uno per il nostro paese. Ma non per il ministro del Welfare. Secondo Sacconi (intervista a Repubblica di venerdì scorso) ci sono al massimo le risorse per ampliare i cosiddetti "fondi in deroga" e per concedere una copertura una-tantum "di emergenza" ai lavoratori del parasubordinato. Chi propone una riforma definitiva degli ammortizzatori sociali, sempre secondo il ministro, «non si confronta con i numeri di finanza pubblica». Vediamoli allora questi numeri. Nel 2009 scadranno titoli di stato per un quinto del nostro debito. La crisi ha fatto scendere il loro rendimento di circa uno-due punti, a seconda delle scadenze. Come stimano Angelo Baglioni e Luca Colombo su www.lavoce.info questo significa risparmi dell´ordine di 3,8 miliardi di euro di spesa per interessi sul debito. Sommando a questi le risorse che si risparmierebbero abrogando l´anacronistica detassazione degli straordinari, che sta contribuendo a distruggere posti di lavoro, vorrebbe dire avere a disposizione più di 4 miliardi di euro per riformare gli ammortizzatori. Bastano e avanzano per introdurre un sussidio unico di disoccupazione allargato ai lavoratori parasubordinati (costo nella recessione di 2 miliardi e mezzo) e per allungare i sussidi forniti ai lavoratori delle piccole imprese (circa un altro miliardo e mezzo di euro). A regime queste risorse potranno essere reperite razionalizzando la spesa per le cosiddette politiche attive, molto costose e di dubbia efficacia, specie in periodi di recessione. Quindi la riforma degli ammortizzatori si può fare senza aumentare le spese rispetto a quanto previsto a settembre. Se non la si fa è per pura scelta politica.
Ci sono risorse per altri interventi?
I nostri conti pubblici sono fortemente peggiorati nel 2008. Il rapporto deficit-pil è quasi raddoppiato dal 2007 (1,6%) al 2008 (dovrebbe attestarsi al 2,7-2,8%). Non è solo colpa della congiuntura. Nel 2008 le entrate fiscali sono cresciute meno che in passato in rapporto all´andamento dell´economia e dei prezzi. Soprattutto le entrate dell´Iva sono state deludenti. Il Governo ha abolito una serie di misure antievasione introdotte nella passata legislatura (dall´obbligo di tenere l´elenco clienti fornitori alla tracciabilità dei compensi, dall´innalzamento del tetto per i trasferimenti in contante all´eliminazione dell´invio telematico dei corrispettivi). Il messaggio di lassismo fiscale è stato forte e chiaro, anche alla luce della performance dell´attuale ministro dell´Economia nel quinquennio 2001-6.
L´aumento dell´evasione finisce anche oggi per concentrare il prelievo fiscale sul lavoro dipendente, la cui quota sulle entrate tributarie dovrebbe quest´anno raggiungere il massimo assoluto (26,5%, più di un euro su quattro). Quindi le minori entrate non riducono la necessità di riduzioni del carico fiscale del lavoro dipendente, che finirebbero per beneficiare subito le famiglie e, gradualmente, anche le imprese. Ad esempio, un incremento permanente di 500 euro delle detrazioni fiscali a favore di lavoratori dipendenti e parasubordinati costerebbe circa 6 miliardi. Sarebbe di gran lunga più efficace di interventi estemporanei, che essendo percepiti come tali, finirebbero per alimentare soprattutto i risparmi delle famiglie. L´aumento delle detrazioni beneficerà soprattutto chi ha redditi più bassi, stimolando maggiormente i consumi.
Come finanziare queste riduzioni
del prelievo sul lavoro?
Sia la Commissione Europea che il Fondo Monetario Internazionale ci chiedono di rinviare l´aggiustamento a dopo il 2009. Si potranno trovare le coperture dopo. Ma questo non significa non cercare subito di procurarsele. Al contrario, bene approfittare della crisi per avviare un processo di ristrutturazione della spesa pubblica che può portare a consistenti risparmi e a un miglioramento dei servizi forniti ai cittadini. Si tratta qui di entrare nei dettagli, capitolo di spesa per capitolo. Non sono possibili generalizzazioni. Solo il metodo è lo stesso. Occorre individuare i tagli di spesa fatti bene, che permettano riduzioni di tasse migliorando la qualità dei servizi resi ai cittadini, rimuovendo i vincoli legislativi e agendo sugli incentivi delle amministrazioni e sul controllo sociale che viene esercitato su di loro dalle famiglie. Nelle prossime settimane cominceremo a fare questa ricognizione, prendendo in considerazione una varietà di voci. Partiremo da scuola ed edilizia scolastica (il 9% del bilancio dello Stato) per occuparci poi di giustizia (1,6%), trasporti (1,7%), infrastrutture (0,8%), ordine pubblico e sicurezza (2%) previdenza (14,7%) e, infine, rapporti con le autonomie locali (22,6%). In tutto copriremo così più del 50 per cento del bilancio pubblico, addirittura due terzi di quello al netto degli oneri sul debito.
(Questo articolo esce oggi anche sul sito www. lavoce. info)
Bachelet: «Peccato, nel Lazio è mancata la sfida all'americana»
Mariagrazia Gerina, l' Unità,
«In democrazia si conta e i numeri finali sono indiscutibili, Roberto Morassut il consenso ce l’ha, la gara è chiusa, non resta che fargli gli auguri», spiega, a riflettori spenti, Giovanni Bachelet, deputato del Pd e rappresentante a Roma dell’ala bindiana. Non senza un certo rammarico per la «sfida all’americana» che è mancata nella partita del Lazio giocata, alla fine, da un solo candidato.
All’ultimo, lei sembrava disposto a salire sul ring.
«Il mio nome è venuto fuori quasi per sbaglio, per colpa di tutti quelli che - da Cuperlo a Tocci a Giovanna Melandri - sono stati presenti molto più di me sulla piazza politica romana e avrebbero potuto vivacizzare il gioco. Giacché nessuno lo ha fatto, mi è venuto il dubbio che potesse essere utile la mia candidatura. Poi mi sono reso conto che non c’erano gli estremi: andare a una nuova conta dei bindiani non mi interessava. Diverso sarebbe stato individuare uno sfidante per una gara a due, come si usa nei partiti veri. Questa cosa i dalemiani non l’hanno voluta fare e presentarci da soli sembrava velleitario. Un piccolo contributo a una gara migliore forse però l’ho dato lo stesso, presentando un emendamento per eleggere il segretario a maggioranza assoluta e non relativa: l’hanno bocciato, con una platea che non raggiungeva il 50% dell’assemblea, ma poi si sono preoccupati di far venire tutti a votare e la maggioranza assoluta Morassut, non se per merito nostro o solo per virtù loro, l’ha raggiunta».
Emendamento identico lo hanno presentato i dalemiani. Allora è vero che tra di voi si è creato un asse?
«No, c’è stato solo un confronto tra gruppi, partito dai circoli, di cui Bindi e D’Alema sapevano molto poco. Alla fine però i dalemiani se avessero voluto avrebbero potuto candidarmi e non l’hanno fatto».
Lei però avrebbe votato il dalemiano Cuperlo, preferendolo a Morassut.
«Mi è sempre sembrato una persona che aveva cose da dire, mentre molti politici romani fino a qualche mese fa nemmeno li conoscevo. E poi dopo la sconfitta elettorale a Roma molti sentivano la necessità di una discontinuità: Cuperlo, non avendo precedente esperienza nella gestione capitolina, poteva ripartire da capo e aprire anche a persone esterne a Ds e Margherita. Non è andata così: tanti auguri al nuovo segretario. Comunque, non è che sono finite le gare».
Pensa di candidarsi alla prossima occasione? Magari in asse con i dalemiani...
«Il prossimo anno ci sarà il congresso e, prima ancora, se questo gruppo dirigente vorrà rendere forte e stabile il partito dovrà provvedere all’elezione del segretario cittadino. Lì vedremo cosa succede: se ci fosse più di un candidato magari riusciremmo a entusiasmare un po’ anche chi non è già dentro ai giochi. Vorrei un partito che a Roma ricominciasse a parlare con quelli che, come me fino a pochi mesi fa, non erano del mestiere ma vorrebbero partecipare. C’è bisogno di un po’ di vivacità democratica. Se nessuno si candiderà, ci proverò io. Mario Di Carlo, assessore con delega sui rifiuti, dice che io non sono uno che ha le radici nel futuro. Non mi sembra che lui abbia fatto una bella figura l’altra sera a Report con quei discorsi sull’amicizia con il proprietario della discarica di Malagrotta».
Report aveva attaccato anche il piano regolatore di Roma e qualcuno sembrava voler far capire che poteva esserci anche quella ragione di contrarietà alla candidatura di Morassut.
«Credo che Morassut sia persona onesta e ora non è il caso di tornare sulla vicenda: adesso mi auguro solo che faccia bene il segretario».
Brutto Posto di Confine Vanta Bellezza Interiore, Digos si Dissocia
Se chiedete a un goriziano della sua città farà il possibile per convincervi ad andarvene. Allargherà le braccia, atteggerà il volto alla sua migliore espressione tendenza Basaglia e si giustificherà così:
"Siamo indietro su tutto",
o anche
"Abbiamo solo il castello, ma è finto",
oppure, se va di fretta:
"A Gorizia non c'è niente".
Da tre anni questo brutto posto di confine si riempie per qualche giorno di cultura gratis: mostre, cinema, poesia, profezie, emozioni, letteratura, economia, ideologia, musica, psicanalisi, vino. Il pubblico è attento, divertito e molto vario, in ogni caso diverso dal Genere Grandi Eventi, quello che fa numero e bivacca disorientato fotografando col flash gente vista alla tv.
Grazie signor Princis, grazie associazione ex-border.
Noi si apprezza tanto, soprattutto di questi tempi.
[Un commosso ringraziamento anche ai due zelanti agenti della Digos che nella notte tra venerdì e sabato hanno tirato giù dal letto Mario Capanna nella sua stanza d'albergo alla Transalpina ("Come mai a Gorizia? Cosa deve fare qui? Intende andare in Slovenia?"). Alle due di notte. Mario Capanna. Adesso ditemi voi].http://mirumir.blogspot.com/
Devo ancora vedere l'ultima puntata di Report, ma la notizia che l'assessore ai Rifiuti della Regione Lazio, il piddino Di Carlo (uomo assai potente in Regione), si sia dimesso* dopo la messa in onda della sua intervista e il fatto che Luca Sofri (direzione nazionale del PD) abbia attaccato la trasmissione con vari commenti acidi durante la trasmissione radiofonica Condor (per altro, sempre della Rai, e Sofri ha attaccato mentre il co-conduttore Matteo Bordone ne esaltava il lavoro e i risultati), mi fanno capire che questa puntata di Report la devo proprio vedere.
Aggiornamento: Luca Sofri, punto sul vivo, interviene nei commenti col suo tipico modo di fare elegante, educato e alla mano. Subito dopo, si è dedicato a ultimare il suo prossimo intervento per la meritocrazia da portare a Veltroni.
* Dimissioni ancora da accettare da parte del Presidente Marrazzo. Notate che l'articolo di Repubblica non indica il partito d'appartenenza di Di Carlo, ma lo qualifica come "ex Margherita".http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/
Cosa cambia dopo l'incriminazione dei ribelli da parte della Corte Penale Internazionale?
scritto per noi da
Matteo Fagotto
Per la prima volta dallo scoppio della guerra in Darfur, i capi dei principali movimenti ribelli operanti nella regione sudanese potrebbero venire incriminati dalla Corte Penale Internazionale. Il procuratore della Corte, Luis Moreno Ocampo, ha infatti chiesto la messa in stato d'accusa, per crimini di guerra, dei leader ribelli che, dal febbraio 2003, combattono contro l'esercito sudanese e le milizie Janjaweed una guerra che ha ucciso più di 200.000 persone.
I capi ribelli (i cui nomi non sono però stati resi noti) sarebbero stati accusati per l'attacco, avvenuto lo scorso anno, alla base dei peacekeepers dell'Unione Africana ad Haskanita. In quell'occasione, i berretti verdi resistettero per ore all'assalto dei ribelli, salvo capitolare a causa della fine delle munizioni. Nella battaglia, dodici peacekeepers persero la vita, e altri otto rimasero feriti. Per ora, nessun commento è stato fatto dai movimenti, finiti negli ultimi mesi sotto il bersaglio della critica internazionale per le violenze commesse contro i civili e la loro tendenza a frazionarsi (da due, ora i gruppi armati darfurini sono diventati dodici)
La richiesta di Ocampo si somma a quelle emesse in precedenza contro il presidente sudanese, Hassan Omar al Bashir, e altri esponenti politici del governo di Khartoum e delle milizie Janjaweed, che avevano più volte accusato la Corte di parzialità. La mossa non sembra comunque aver addolcito la posizione delle autorità sudanesi, le quali hanno da tempo fatto sapere che non collaboreranno con il Tribunale dell'Aja, la cui giurisdizione non è mai stata riconosciuta da Khartoum (il governo sudanese, pur avendo firmato il Trattato di Roma che istituiva la Corte, non l'ha mai ratificato).
Dietro le quinte della scena internazionale, però, ci si muove per sbloccare una situazione che rischia di compromettere qualsiasi sforzo per raggiungere la pace. La tregua unilaterale, proclamata due settimane fa dal presidente sudanese, è già stata violata giovedì scorso, con nuovi scontri tra l'esercito e i ribelli, a riprova di come sia difficile riuscire a portare al tavolo delle trattative i protagonisti della guerra. All'Onu si sta studiando la possibilità di ritardare di un anno l'eventuale incriminazione del presidente, un'eventualità che fa gridare allo scandalo le associazioni dei diritti umani. Se però questa linea dovesse passare, difficilmente i ribelli riceverebbero un trattamento diverso.
Quello appena descritto non è però l'unico scenario possibile. Vista la riluttanza di governo e ribelli a scendere a compromessi, le incriminazioni potrebbero servire come un'utile strumento di pressione. In questo caso, a rischiare di più sarebbero sicuramente i capi ribelli, che non godono della protezione delle autorità sudanesi e la cui incriminazione non ha sollevato aspre critiche nel mondo arabo, come successo in occasione della richiesta riguardante al Bashir.
Gli Usa possono lasciare l’Iraq, oppure possono restare. Ma non possono fare entrambe le cose
Gli iracheni hanno un’idea chiara di chi secondo loro finanzia la loro polizia segreta
di Patrick Cockburn The Independent,
Se mai arriverà in tribunale, dovrebbe essere uno dei casi di diffamazione più interessanti degli ultimi 10 anni. L’Iraqi National Intelligence Service [i servizi segreti iracheni NdT] sta minacciando di fare causa ad Ahmed Chalabi, il politico iracheno, per aver chiesto da chi viene finanziato.
"E’ piuttosto curioso", dice Chalabi, "per i servizi di intelligence di un Paese sovrano – che nessuno sappia veramente chi li stia finanziando".
In realtà sono pochi gli iracheni che non ritengono di avere un’idea molto chiara su chi finanzia la polizia segreta dell’Iraq. Il direttore è il Generale Mohammed Abdullah Shahwani, che un tempo guidò un colpo di Stato fallito contro Saddam Hussein, e, dopo il 2003, venne scelto accuratamente per gestire i nuovi servizi di sicurezza dalla CIA, alla quale si pensa che da allora abbia sempre risposto.
La storia dei servizi di intelligence iracheni è importante perché mostra come è distribuito realmente il potere in Iraq, invece del quadro falso presentato dal Presidente Bush. Spiega il perché così tanti iracheni siano sospettosi nei confronti dell’accordo di sicurezza, o Status of Forces Agreement, che la Casa Bianca sta spingendo il Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliki a firmare. Essa rivela il panorama politico reale in cui il presidente eletto Barack Obama presto dovrà orientarsi.
Nonostante tutte le dichiarazioni virtuose di Bush sul rispetto della sovranità irachena, si dice che il Generale Shahwani lavori principalmente per l’intelligence americana. I servizi segreti “non lavorano per il governo iracheno – lavorano per la CIA", è l’affermazione attribuita a Hadi al-Ameri, un potente deputato sciita, tre anni fa. "Preferisco chiamarli American Intelligence of Iraq, non Iraqi Intelligence Service".
Sembra che da allora non sia cambiato molto. Adesso i servizi segreti compaiono nel bilancio dell’Iraq, per aver ricevuto 150 milioni di dollari, nonostante la cifra sembri piuttosto misera, data l’entità delle loro operazioni, fra le quali c’è la gestione di unità paramilitari. Una delle loro missioni principali è spiare gli iraniani per conto degli Usa, utilizzando quasi lo stesso nucleo di agenti che svolgevano questo compito per Saddam Hussein.
Il timore di un controllo segreto da parte degli Stati Uniti è una delle ragioni per le quali il governo iracheno ha insistito tanto perché tutte le forze Usa siano fuori dall’Iraq entro fine 2011. Nell’ultima bozza dell’accordo di sicurezza non si fa più cenno alle truppe statunitensi che rimarrebbero per compiti di addestramento, o a condizionare il ritiro Usa al fatto che vengano mantenuti i miglioramenti della sicurezza in Iraq.
La posizione degli americani in Iraq è sempre stata indebolita dal timore che, qualunque cosa sostenessero di stare facendo nel Paese, il loro obiettivo a lungo termine fosse quello di dominarlo. Il rovesciamento di Saddam Hussein, uno dei più disastrosi leader del mondo, era stato generalmente ben accolto in Iraq. Ma l’occupazione era sgradita alla maggioranza degli iracheni fin dall’inizio.
Il risultato è che negli ultimi cinque anni e mezzo l’America è sempre stata politicamente debole in Iraq. Per dirla in modo semplice, ha molti pochi amici fra gli iracheni fuori dal Kurdistan. La comunità sciita e quella sunnita hanno, per i propri fini, fatto alleanze tattiche con l’occupante, ma non hanno mai voluto una presenza permanente. Una volta che gli iracheni e i loro vicini non avranno più paura che gli Usa abbiano intenzione di dominare l’Iraq, in modo diretto o indiretto, attraverso la nomina di candidati locali, allora la posizione dell’America diventerà molto più forte.
Dovrebbero essere buone notizie per Barack Obama, che vuole ritirare le truppe da combattimento statunitensi in 16 mesi. Il governo iracheno per lo più è d’accordo. Ma se c’è qualcosa che le elezioni presidenziali hanno dimostrato è che nessuno dei due candidati sapeva molto di quello che stava succedendo in Iraq.
John McCain sosteneva in modo assurdo che gli Usa erano sul punto di vincere, e, nel corso delle sue visite nella Green Zone, il suo staff aveva infastidito i funzionari dell’ambasciata Usa, pretendendo che non indossassero elmetti e giubbotti antiproiettile quando erano vicino al candidato. I collaboratori di McCain temevano che ciò potesse indebolire agli occhi dei telespettatori americani le affermazioni del loro candidato, secondo cui le prospettive Usa in Iraq erano più rosee di quanto non fosse stato riferito.
La chiave affinché gli Usa possano ritirarsi in modo ordinato dall’Iraq è che questa ritirata dovrebbe essere reale, e gli Usa non dovrebbero cercare di controllare istituzioni fondamentali dello Stato iracheno come i servizi segreti. Inoltre è cruciale che Obama intraprenda negoziati seri con gli iraniani. Finché la leadership iraniana penserà che l’Iraq potrebbe essere la piattaforma di lancio per un attacco contro l’ Iran, non sarà mai nell’interesse iraniano che l’Iraq si stabilizzi.
Lo stesso vale per la Siria. Un problema per Obama è che l’affermazione del tutto falsa di McCain, secondo cui la posizione dell’America in Iraq si sarebbe rafforzata, è stata generalmente accettata dai media statunitensi, facendo sì che qualsiasi compromesso con l’Iran possa essere presentato come un tradimento.
L'eolico negli Stati Uniti non arresta la sua corsa: probabili 7.500 MW nel solo 2008, una cifra che significa un altro anno record, nonostante la crisi. Importante per il futuro del settore poter contare su incentivi certi.
In attesa di una politica con un forte sostegno alle rinnovabili promessa dal neoeletto presidente, il settore eolico statunitense tira le somme di come stanno andando gli affari nel 2008. La crisi economica, con la conseguente stretta del credito, non pare essere riuscita a fermare la corsa per l'energia da vento negli Usa. È quanto emerge dall’ultimo report dell’American Wind Energy Association (AWEA), che illustra l’andamento del settore eolico nel terzo trimestre dell’anno e fa delle proiezioni per la fine del 2008.
Ne emerge che, con tutta probabilità, l’anno in corso sarà ancora più positivo del 2007, anno record per l’energia eolica in Usa, nel corso del quale la potenza totale è aumentata del 45%, costituendo così il 30% della nuova potenza installata. Se nel 2007 i megawatt installati sono stati 5.246, il nuovo rapporto AWEA stima che entro la fine del 2008 la nuova potenza eolica installata potrà toccare quota 7.500 MW, “abbastanza da fornire elettricità a 2,2, milioni di abitazioni”. Rilevante la potenza installata nel Texas.
In forte espansione anche l’indotto con 19 nuove fabbriche in costruzione che, secondo AWEA, daranno lavoro a circa 9mila addetti. La percentuale delle componenti degli impianti eolici di produzione nazionale dal 2005 ad oggi è salita di 20 punti percentuali, passando dal 30 al 50%.
Il vento dunque sta contribuendo ad aiutare l'economia americana, cosa non di poso conto in questo periodo. Alla base dei buoni risultati ci sono sicuramente le politiche incentivanti: la federal production tax credit (PTC), un incentivo pari a 1,9 centesimi di dollaro per kilowattora, sotto forma di sgravio fiscale, ha segnato il boom del settore, ma il cui ritardo nel rinnovo per il 2009, avvenuto solo a ottobre, ha portato a una flessione degli ordini per l’anno a venire. A fine anno gli Stati Uniti avranno una potenza eolica totale installata di quasi 25.000 MW.
Per il 2009 il Global Wind Energy Council (GWEC) prevede che gli Usa prenderanno il posto della Germania come paese leader mondiale nell’eolico, ma il futuro di questo settore, e del suo contributo all’economia americana, dipenderà anche dalla stabilità delle politiche di sostegno. Le aspettative dell’AWEA nei confronti della nuova amministrazione dunque sono notevoli, ma i segnali lanciati finora da Obama fanno sperare che non verranno deluse.
Cina – Australia: la crisi economica potrebbe velocizzare il raggiungimento degli FTA
L’apertura australiana potrà avere esisto favorevole anche grazie al fatto che la Cina ha forti interessi nei confronti dei mercati dell’energia e delle materie prime australiani
La crisi economica che ha coinvolto anche i mercati asiatici ha messo in moto in questi giorni la possibilità di accelerare la stipula di nuovi rapporti commerciali tra Cina e Australia, i cui mercati potrebbero presto essere sostenuti grazie a nuovi accordi bilaterali di libero scambio (FTA).
Il Primo Ministro australiano Kevin Rudd ha espresso oggi stesso la propria intenzione di velocizzare le trattative per poter arrivare ad una rapida formulazione degli FTA con la Repubblica Popolare Cinese. Questa posizione è stata espressa a margine del vertice G20 di Washington, nel quale Rudd ha incontrato il Presidente cinese Hu Jintao, prospettando la necessità per entrambi i Paesi di mettere in campo misure di lungo periodo a sostegno delle rispettive economie. Inoltre, la Cina si sta muovendo avendo già mostrato di voler sostenere l’espansione della propria economia, minacciata dalla crisi economica: lo scorso 9 novembre il governo cinese ha, infatti, stanziato 586 miliardi di dollari per infrastrutture, welfare e prestiti alle piccole e medie imprese.
L’apertura australiana potrà avere esisto favorevole anche grazie al fatto che la Cina ha forti interessi nei confronti dei mercati dell’energia e delle materie prime australiani. Sin dal 2005, tuttavia, il governo australiano ha tentato manovre di avvicinamento al mercato cinese dei beni e servizi (la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia), ma senza un esito favorevole. L’interesse cinese potrebbe, però, mutare nel caso in cui l’Australia accetti di operare estese liberalizzazioni nel settore estrattivo. In cambio Rudd vorrà certamente ottenere libero accesso all’enorme mercato ed alla elevata domanda interna potenziale cinese. In ogni caso, nonostante gli intenti e le dichiarazioni dall’incontro dei leader dei due Paesi non è scaturita una data per il completamento degli accordi e questo potrebbe essere registrato un segnale negativo da parte dei rispettivi mercati. L’intento politico espresso a Washington, tuttavia, potrebbe rivelarsi più fondato che in passato. Il fattore che potrebbe spingere la Cina a chiudere le trattative è proprio il timore concreto di un impennata della crisi finanziaria nei prossimi mesi, e la conseguente necessità per il governo di non farsi trovare impreparato, avendo messo in atto un portafoglio di misure ad ampio spettro.
Il 20 gennaio, entrando nello Studio Ovale, Barack Obama vuole pronto sulla scrivania donata nel XIX secolo dalla regina Vittoria un nuovo provvedimento di stimolo all’economia da firmare subito. Le dimensioni dell’ intervento restano da definire, anche se sembrano essere destinate a essere nell’ordine di 500-700 miliardi di dollari. Quel che e’ certo, ha detto Obama nel presentare il proprio team economico, e’ che serve ”un piano aggressivo da attuare subito” e sara’ ”costoso”.
L’aggravarsi della crisi ha spinto il presidente eletto degli Stati Uniti a mettere da parte le consuetudini della transizione e la consapevolezza, ribadita piu’ volte da Obama, che in America ”c’e’ un presidente alla volta” e ancora per meno di due mesi e’ George W.Bush. La presidenza Obama, almeno sul fronte economico, di fatto e’ gia’ cominciata. […]
Il successore di Bush ha parlato oggi con il presidente in carica e con il numero uno della Fed, Ben Bernanke. Poi e’ comparso di fronte alle telecamere a Chicago per far sapere di aver dato mandato al neonato team economico di sviluppare un piano che il nuovo Congresso controllato dai democratici, appena insediato all’ inizio di gennaio, dovra’ trasformare in una legge che dettagli il nuovo stimolo all’economia, da firmare il 20 gennaio. Da Capitol Hill, il leader della maggioranza dei democratici alla Camera, Steny Hoyer, ha fatto sapere che il nuovo Congresso sara’ in grado di sfornare il provvedimento ”in un paio di settimane” dopo l’avvio dell’attivita’ il 6 gennaio.
”Sono pronto a lavorare con loro”, ha detto Obama, indicando il futuro ministro del Tesoro, Timothy Geithner e il prossimo responsabile del Consiglio nazionale per l’economia, Larry Summers. ”Ma a dire il vero - ha aggiunto il presidente eletto - il lavoro comincia gia’ oggi, perche’ non abbiamo un minuto da perdere”.
La necessita’ di intervenire per salvare il colosso bancario Citigroup e la crisi del settore auto sono ulteriori segnali di uno scenario, secondo Obama, che conferma come l’America sia ”di fronte a una crisi economica di proporzioni storiche”, caratterizzata da un ”circolo vizioso”: le difficolta’ di Wall Street si ripercutono immediatamente su Main Street, cioe’ sulle famiglie e le piccole e medie imprese, che a loro volta creano una riduzione di produzione e consumi che colpisce Wall Street. C’e’ bisogno di reagire con una nuova ‘’scossa”, come l’ha definita Obama, dopo l’intervento da 700 miliardi di dollari varato tra mille polemiche a ottobre. Altrimenti, temono gli economisti, si rischia la deflazione, uno scenario da crollo dei prezzi contro il quale gli addetti ai lavori temono di avere meno armi disponibili rispetto a quelle da usare contro l’inflazione.
Il presidente eletto non ha voluto indicare numeri sulla portata del piano di stimolo che ha in mente: ”Sara’ costoso”, si e’ limitato a dire. Da piu’ parti si parla di una cifra che parte da un minimo di 500 miliardi di dollari e, secondo alcuni, potrebbe raggiungere anche i mille miliardi nell’arco di due anni. Una somma assai superiore ai 125 miliardi di stimolo che Obama aveva promesso durante la campagna elettorale.
Il piano di stimolo rientrera’ nell’ambito dei piu’ ampio piano economico che Obama aveva gia’ preannunciato sabato nel proprio videomessaggio settimanale, che puntera’ a creare e salvare nel complesso 2,5 milioni di posti di lavoro entro il gennaio 2011. Senza un’azione decisa, ha messo in guardia il presidente eletto, il rischio ”e’ di perdere milioni di posti di lavoro il prossimo anno”.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/11/24/non-ce-un-minuto-da-perdere/#more-294
Il Partito socialista unito del Venezuela [Psuv] del presidente Hugo Chavez ha vinto in 17 dei 22 stati in cui si votava domenica e il tasso di partecipazione è stato del 65,45 per cento. Per il presidente venezueliano, «una nuova tappa inizia. Il popolo, che abbia votato per i candidati della rivoluzione o per altri ha dimostrato che godiamo qui di un sistema democratica e che rispettiamo le sue decisioni». L’opposizione ha vinto in quattro stati – prima delle elezioni ne guidava due -, tra cui Zulia, lo stato più ricco e popolato del paese e Miranda, il secondo stato più popolato del paese che comprende anche la municipalità di Caracas.
Ieri circa 17 milioni di persone dovevano eleggere 22 governatori, 328 sindaci e centinaie di consiglieri regionali e comunali. Lo scrutinio ha assunto la dimensione di un test nazionale, il presidente ha infatti più volte ripetuto che «il futuro della rivoluzione è in gioco, il futuro del socialismo, del Venezuela, del governo rivoluzionario e di Hugo Chavez». Per l’opposizione, dopo lo scacco nel dicembre 2007 del referendum costituzionale proposto dal governo, una nuova disfatta di Chavez avrebbe impedito alla maggioranza di provare a modificare la costituzione per permettere al presidente, al potere fino al 2013, di correre per un nuovo mandato.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15873
Si apre questa settimana la conferenza finanza per lo sviluppo di Doha. In origine si sarebbe dovuto fare il punto degli avanzamenti rispetto alla precedente conferenza tenutasi a Monterrey nel marzo 2002, quando i capi di governo decisero solennemente «di affrontare le sfide del finanziamento dello sviluppo in tutto il mondo, in particolare nei paesi in via di sviluppo». L’obiettivo era «eliminare la povertà, ottenere la crescita economica avanzata e promuovere lo sviluppo sostenibile proprio mentre – così scrissero in Messico nel 2002 – ci muoviamo verso un sistema economico globale onnicomprensivo ed equo».
Certo non sarebbe necessaria alcuna conferenza per scoprire che il cosiddetto «Consenso di Monterrey» è rimasto carta straccia, che il sistema non si è evoluto verso l’equità e che in questi anni la finanza non ha certo servito i poveri ad uscire dalla loro condizione. La crisi recentemente esplosa ha eliminato l’esigenza di doverlo spiegare.
Una crisi che, partita dagli Stati uniti, ha colpito l’Europa, il Giappone e sta ormai facendo sentire i suoi effetti sull’economia di tutto il pianeta, compresi i paesi più poveri che incontrano maggiori difficoltà nel credito, meno aiuti e minori rimesse provenienti dai lavoratori emigrati all’estero.
Ma proprio la crisi potrebbe cambiare volto a questa conferenza poiché capita a fagiolo per permettere ai 192 paesi dell’Onu di ricercare una soluzione, dimostrando magari maggior fantasia rispetto ai 21 appartenenti al G20 che si è svolto a Washington pochi giorni fa. Un G20 di cui nessuno ricorda neppure le decisioni prese, visto che in effetti i leader mondiali nel corso di alcune ore altro non hanno fatto che [oltre alle foto di rito e ai sorrisi di circostanza], sdoganare una dichiarazione preconfezionata che rinnova «l’impegno ai principi del libero mercato, al buongoverno, alla proprietà privata, al commercio e agli investimenti, alla competitività dei mercati e ad un sistema finanziario realmente regolato».
In sostanza nulla di nuovo nella ricetta economica del mondo, come se la crisi in fondo fosse stata un incidente di percorso causato da una errata valutazione della gestione dei rischi, un eccesso di ingordigia. Fmi e Banca mondiale sono stati ri-legittimati dal G20 come protagonisti nella ricerca di una soluzione a una situazione a cui hanno contribuito, mentre l’organizzazione mondiale del commercio è stata sollecitata a chiudere il round di liberalizzazione avviato proprio a Doha nel 2001.
Queste sono le «verità diplomatiche» dei grandi della terra, anche se non corrispondono alla realtà ma semplicemente riflettono le asimmetrie di potere dei paesi seduti attorno al tavolo.
Cosa potrà accadere a Doha in questa settimana? Di certo non sarà una conferenza di donatori, nel senso che non ci si aspetta solenne promesse di aiuto visto che i paesi occidentali sono impegnati a salvare i propri istituti finanziari. Sino ad un mese fa la bozza di accordo era molto deludente e sembrava inevitabile l’ennesima sterile conferenza Onu. Ma ora il G77 che raggruppa in realtà 130 paesi, Cina compresa, vede in Doha l’occasione per dare un segnale forte dell’esigenza di modifiche sistemiche per risolvere la crisi.
Non mancherà però l’invito a concludere il negoziato Wto che a Ginevra, Pascal Lamy, direttore generale in scadenza ma che ha già annunciato la ricandidatura per altri quattro anni, sta nuovamente tentando di chiudere entro fine anno, sulla scia dell’invito del G20. Il tempo è davvero limitato perché l’ultimo Consiglio generale dell’anno è programmato per il 18 dicembre.
Ma sarebbe un grave errore chiudere in pochi giorni un round impantanato da anni, che ha prodotto una serie di bozze inefficaci e inconsistenti con gli stessi obiettivi dichiarati nel 2001.
Ai paesi in via viluppo il Doha round chiede di aprire i mercati in proporzioni maggiori rispetto ai paesi industrializzati perché il sistema dei negoziati commerciali multilaterali da sempre funziona secondo gli interessi dei gruppi d’interesse privati, spinge sempre in direzione di una maggiore deregolamentazione, riducendo i cosiddetti spazi politici di manovra per i governi nazionali [il che per inciso relativamente a problemi globali non sarebbe affatto sbagliato se al di sopra ci fossero istituzioni con un minimo di autorevolezza democratica].
Questo contrasta con le esigenze emerse da questa crisi che hanno dimostrato che l’economia va governata [i manager nel loro slang direbbero «dominata»], che i mercati lasciati a sé stessi aumentano le diseguaglianze, favoriscono la concentrazione di potere e un uso irresponsabile delle risorse.
Il Doha round è un veleno non una medicina benefica per l’economia del mondo. Ci auguriamo che a Doha, i 192 paesi dell’Onu non sprechino l’occasione per indirizzarsi verso una nuova Bretton Wood, sotto l’egida dell’Onu, che faccia tesoro degli errori della prima, metta le basi per «un sistema economico globale onnicomprensivo ed equo» e – in campo commerciale – rinneghi senza rimpianti sette anni di logorante ed inutile negoziato.
Barack Obama : pari opportunita' al governo di Tara Fernandez
La squadra di governo che Barack Obama sta profilando puo' contare gia' su una nutrita presenza femminile.
Donne forti, non mezze figure, e donne 'diverse' fra loro ma anche dal solito stereotipo della donna in politica. Se Hillary Clinton sara' segretario di Stato - il ruolo di punta dell'amministrazione - e Janet Napolitano ministro della sicurezza interna, altre donne andranno a ricoprire incarichi di prestigio e responsabilita'.
Melody Barnes, nera e vicepresidente esecutivo uscente di Policy at American Progress, e' stata consigliera di Ted Kennedy. Sua vice sara' Heather Higginbottom, direttore dell'ufficio legislativo di John Kerry e poi direttore politico della campagna del nuovo presidente.
Christina D. Romer, esperta in macroeconomia, viene dalla prestigiosa Universita' di Berkeley, dove insegna, ed e' condirettore del Programma di Economia Monetaria al National Bureau of Economic Research. Obama ha annunciato che sara' direttore del Gruppo dei Consiglieri economici della Casa Bianca.
Janet Napolitano - di origine italiana come denuncia il nome, ma di religione metodista - e' attualmente al secondo mandato come governatore dell'Arizona. Laureata in giurisprudenza, come la stessa - piu' nota - Clinton, ha una vasta esperienza sia come avvocato che come procuratore pubblico.
Difficile a credersi, ma nella sinistra italiana c’è qualcosa di peggio del veltronismo. È il dalemismo in versione 2008. Non più una corrente di partito né un orientamento di opinione, niente che sia tenuto insieme da interessi materiali o motivazioni ideali. Molto più di questo, il dalemismo dei nostri giorni è un abito antropologico che rifiuta la politica e sceglie la dissimulazione come modalità del proprio stare al mondo. Poco o niente a che fare con Massimo D’Alema, il quale si avvia ad essere per il nostro futuro quello che l’ultimo Andreotti è stato per il nostro presente: incarnazione innocua e persino divertente di una stagione conclusa ma dotata di forza evocativa, con i celebri tic verbali al posto della celebre gobba.
Oltre D’Alema e la sua storia personale di svolte e controsvolte, l’abito che si ispira a quell’eroe eponimo pervade lo spazio sempre più vasto di tutto ciò che nel PD non è veltroniano e lo costringe a mimetizzarsi nell’attesa che accada qualcosa. Qualunque cosa, a patto che non si tratti di uno scontro politico comprensibile da persone normali.
C’è per caso qualcuno che ha davvero capito dove passi oggi il confine politico che separa veltroniani e dalemiani? Naturalmente no, perché non è la politica ma l’appartenenza etnica a separare due tribù che hanno preso in ostaggio il Partito democratico concorrendo di comune accordo a consolidare il regno berlusconiano. Due tribù che si sono affrontate in campo aperto in un’unica occasione, nell’ormai lontanissimo 1994, scegliendo poi il metodo della reciproca e alternata investitura come regime di convivenza e convenienza. Fu un’investitura quella del 1998, quando D’Alema sistemò Veltroni alla guida dei DS dovendo temporaneamente occuparsi del governo. È stata un’investitura quella del 2007, con primarie fasulle che hanno visto i dalemiani benedire Veltroni come il miglior candidato possibile. Si prepara l’ultima (?) investitura di qui a pochi mesi, dopo elezioni europee che nelle intenzioni dei dalemiani dovranno vedere Veltroni sfiancato e ormai incapace di opporsi ad alcunché che non sia una soluzione concordata di successione. Nasce da qui il rifiuto di un congresso da tenersi al più presto, per quanto la giustificazione sia di nobilissimo profilo: perché è “ora di dire basta ai lanci di pietre” e perché “oggi la crisi può mettere in ginocchio l’Italia”, secondo quanto hanno dichiarato ieri Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo. E va da sé che l’Italia, impegnata nello sforzo di rimettersi in piedi, non può assolutamente essere distratta da qualcosa che somigli ad una discussione politica che restituisca forza e autorevolezza al principale partito di opposizione.
Non so se gli ottimi Cuperlo, Letta o Bersani si stiano davvero preparando a lanciare la propria candidatura alla guida del PD. Quello che so è che il primo passo di chiunque abbia l’ambizione di conquistare quella leadership politica – e non solo la titolarità di un ufficio vuoto – dovrebbe essere lo scrollarsi di dosso l’investitura di un fan club intitolato a chi ha smesso da anni di fare politica.
Una leadership, una politica. È questa la legge che tiene in piedi i partiti democratici nell’era della personalizzazione. Nel PD sequestrato dalle tribù uguali e contrarie di veltroniani e dalemiani la leadership è scomparsa da tempo e la politica viene nascosta con cura sotto il tappeto, anche mentre le pareti di casa stanno crollando. Facciano pure: in fondo è il metodo che hanno seguito nell’ultimo decennio. Ma almeno chi ha intenzione di rimettersi a costruire si liberi dall’abbraccio dei serafici distruttori.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/?r=142403
Riccardo Villari “resiste-resiste-resiste”, con la benedizione di D’Alema e Berlusconi. Il primo vuole continuare a indebolire Veltroni, e dimostrare che il segretario non controlla più il partito. Per allontanare da sé un simile immondo sospetto, Baffino fa dimettere il suo scrittore di pizzini, Nicola Latorre, dalla Commissione di Vigilanza Rai, per favorire l’ascesa della giovane promessa Zavoli. Berlusconi ha lo stesso obiettivo di D’Alema ed in più sa che il Pd, restando Villari, non permetterà il funzionamento della Vigilanza (necessario per nominare sette dei nove membri del cda Rai), condannando il cosiddetto servizio pubblico a languire nello stallo. Hasta la Bicamerale siempre.
Pd, la guerra dei trent'anni
Federico Geremicca, La Stampa,
Il moltiplicarsi dell’insofferenza ha ormai quasi l’intensità del rigetto. E l’esasperazione comincia a tracimare in invettive sanamente prepolitiche: «La mia decisione è figlia di una delusione profonda».
Lo ha scritto l’altro giorno Irene Tinagli, 34 anni e una cattedra a Pittsburgh, annunciando le sue dimissioni dalla Direzione del Pd: «Non sarebbe male se Veltroni e D’Alema si dimettessero: mi pare che abbiano fatto più danni della grandine». Esagerata. Ma Piero Fassino (e proprio in un’intervista a La Stampa) pur non arrivando a tanto, ha fatto sapere che anche lui non ne può più. «Il continuo duello tra Orazi e Curiazi serve solo a sfibrare il partito e la nostra gente...». Già, il Partito. Che quei due, per altro, non possono considerare roba loro: «Ai sostenitori di Veltroni e D’Alema che se le danno di santa ragione appena possono - ha avvertito Europa, un tempo quotidiano della Margherita - qualcuno dovrebbe spiegare che i mobili di casa non li hanno portati solo loro. Dunque sfasciarli non è loro diritto...».
E’ come se d’improvviso, quasi a cercare una risposta alla grandinata di guai che ha ripreso a venir giù, il cerchio avesse quadrato: è la Guerra dei Trent’anni tra Veltroni e D’Alema che sta uccidendo il futuro del Pd. D’incanto, tutto sembra chiaro a tutti. O forse, d’incanto, hanno semplicemente trovato il coraggio di dirlo. Perfino Enrico Letta se n’è convinto. E l’ha comunicato: naturalmente con la prudenza dovuta a un potenziale successore. «Se tutto il partito dovesse dividersi tra dalemiani e veltroniani - ha spiegato al Corriere - questo rischierebbe di far passare il Pd per la mera continuazione dei Ds: e l’intero progetto fallirebbe». Fallirebbe l’operazione Partito Democratico, insomma. Con le immaginabili conseguenze: compreso il percorso a ritroso di cattolici e moderati, che probabilmente tornerebbero nei luoghi da dove erano partiti, lasciando a Walter, a Massimo e ai loro seguaci il piacere di concludere con calma la carneficina.
Non sta scritto da nessuna parte, naturalmente, che le cose stiano davvero così: e cioè che i travagli del giovane Pd nascano realmente da lì. In fondo, però, non è importante: perché il guaio - per Walter e Massimo - è che il partito va convincendosi che sia proprio così. Rosy Bindi - è noto - è una che non ha peli sulla lingua: e la sua analisi è oggettivamente spietata. «Il nostro problema non è che c’è questa faida: il nostro problema è che c’è soltanto questa. Il Pd non vive scontri autoctoni, legati al partito che siamo e ai problemi che abbiamo da quando siamo nati. Si litiga con la testa voltata all’indietro, D’Alema contro Veltroni, appunto, rivincite e vendette che vengono dal passato. Ma le pare, dico per dire, che noi dovremmo fare un congresso perché lo chiedono i dalemiani contro i veltroniani? Ed è vero che Veltroni non dà spazi, non coinvolge, ci fa apprendere le cose dai giornali: ma le sembra che si possa reagire facendosi la propria televisione, la propria associazione, il proprio giornale, i propri candidati alle segreterie di questo o di quell’altro? Sono dinamiche da “Cosa 4”, da evoluzione post-diessina. Ma guardi che se stiamo parlando di questo, loro devono sapere che molti se ne andranno».
Stiamo parlando di questo? E’ dunque davvero la Guerra dei Trent’anni che, dopo aver insanguinato i territori del Pds prima e dei Ds fino a un anno fa, sta ora fiaccando anche il Pd? «Vediamo il Pd preda di una coazione a ripetere, sempre gli stessi gesti da parte degli stessi attori calati nelle medesime parti - accusa Europa -. Ma noi non siamo arrivati a fare il Pd per assistere all’infinito replay dello stesso film...». Basta, dunque, con Walter e Massimo. Basta con una faida della quale non si ricorda più nemmeno l’origine. Basta con quei due. L’insofferenza cresce, e rischia davvero di trasformarsi in rigetto. Perfino Claudio Velardi - stratega del dalemismo vincente - riconosce che è così: «Al di là degli opportunismi e delle tatticucce del gruppo dirigente - dice - è il partito che non ne può più. Ieri un importante dirigente periferico di una importante regione, mi ha fatto una battuta che voleva essere ironica, ed è invece drammatica: “Quei due, Walter e Massimo, finiranno col tirarsi le dentiere”...».
C’è naturalmente chi sostiene che la loro sia una guerra finta. O meglio: pronta a diventare armistizio in nome dell’opportunità. «Si sono affrontati in campo aperto - ricordava l’altro giorno Andrea Romano su Il Riformista - in un’unica occasione, nell’ormai lontanissimo 1994. Poi hanno scelto il metodo della reciproca e alternata investitura, come regime di convivenza e convenienza». E’ così? La storia dei partiti nei quali hanno militato, dice che è certamente così. Il che non è affatto rassicurante per il futuro del Pd, considerato che sia il Pci, che il Pds e infine i Ds si sono estinti senza riuscire a vedere la fine dell’estenuante duello. Anche oggi, in verità, non si vede via d’uscita, non si scorge in giro chi abbia voglia e qualità per impugnare la spada e liberare il Pd dall’incantesimo.
Dunque, il basta con Walter e Massimo rischia di rimanere quel che è: un sussurro a labbra semichiuse. E dunque, non è soltanto colpa loro se la faccenda resta al punto in cui è. «E’ colpa anche dei cosiddetti giovani dirigenti, dei leoncini in ascesa che prima di lanciarsi nell’agone cercano la protezione di un qualche dirigente grande - annota Velardi -. Ci vuole che venga fuori qualcuno con un progetto e con tanto coraggio: perché è chiaro che appena li sfiderà, Veltroni e D’Alema cercheranno di liquidarlo. Ci vorrebbe uno come Umberto Bossi, l’ultimo leader, uno che vent’anni fa cominciò a battere le sue valli radicando il partito intorno a un progetto. Ecco, io credo che o va così, oppure niente. Perché dei giovani leader cresciuti come polli in batteria, Walter e Massimo ne fanno polpette». Come ieri. O come anche l’altroieri...
Da buon venditore Silvio Berlusconi si è presentato il 21 novembre alla “Convention” dei distributori del suo prodotto, detti anche deputati e senatori, e con un breve, allegro discorso, tipico della “cultura del fare”, ha presentato il nuovo prodotto. Nuovo il nome, “Popolo della libertà”, esclusiva invenzione del fondatore, nel famoso “discorso del predellino”. (La legenda vuole che sia salito sul predellino di un’auto in una fase storica in cui le auto non hanno più predellino).
Nuovi gli ingredienti, ma – come per la coca cola – il capo azienda non li ha rivelati. Si arrangino rivali e concorrenti a immaginare come si ottiene una formula talmente vincente. Si sa solo che se il vecchio prodotto, noto sul mercato per ben 15 anni come “Forza Italia”, è stato capace, sia pure con sacrificio e fatica, di smacchiare l’Italia del comunismo, il nuovo sarà anche più efficace e rapido. Pare infatti (ma sono voci, la formula resta segreta) che il “ nuovo” sarà anche più depurato del “vecchio” da ogni traccia di democrazia.
Non si fanno dibattiti, mozioni, congressi o elezioni interne di qualunque tipo e livello. In una forza vendita, si punta tutto sul prodotto, il nuovo “Popolo della libertà” che ha già invaso il mercato. E sulla forza trascinante del leader. La forza di un leader è di cambiare. Eccolo cambiato: combatte il comunismo, (inteso come tutti i residui partiti italiani), è campione del liberalismo (inteso come limpida affermazione di se stesso e della sua benevolenza verso i venditori fedeli). E’ in grado di attrarre e affascinare la concorrenza al punto da provocare clamorosi e aperti tradimenti anche vistosi, nelle fila avversarie.
Come si è detto, la formula del nuovo prodotto, che si preannuncia prodigioso, resta segreta ma qualcosa traspare, forse per astuto calcolo del capo azienda.
Primo, l’azienda ci è stata annunciata e proposta come un’Opa di Forza Italia sui post fascisti di An. I post fascisti di An lavorano giorno e notte sia per il vecchio che per il nuovo prodotto ma non c’erano che tracce fuggevoli dell’ex partito di Fini inglobato dall’Opa, neppure l’onore di una frase nello storico discorso.
Secondo, c’era qualcosa di davvero nuovo, almeno nella Italia del dopo Resistenza. Alla fine del breve e sentito messaggio ai suoi venditori (non ai quelli del partito aggiunto), Silvio Berlusconi, (si è visto benissimo nel TG3 di quel giorno, meno bene negli altri Tg, nessuna foto sulla “stampa indipendente”) ha sbattuto i tacchi, proprio come Tognazzi nel film “Il Federale”, e ha fatto il saluto fascista.
Nell’ultimo numero di Verissimo (Canale 5, 23.11.2008), Carlo Rossella risponde ad una telespettatrice che gli ha scritto una lettera. La telecamera di Verissimo la inquadra, sono due fogli scritti a mano che – stranamente – non recano alcun segno di piegatura: saranno stati spediti in una busta formato A4 o saranno stati stirati. In questa seconda ipotesi, sono stati stirati benissimo. Terza ipotesi: Carlo Rossella si scrive le lettere da solo, ma per risparmiare l’affrancatura non se le spedisce. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Avrebbero dovuto svolgersi oggi le primarie per la scelta del candidato alla presidenza della Provincia di Pesaro e Urbino. Un mese dopo il diniego [le primarie del centrosinistra erano state sbandierate dal PD fino a quando, contro il suo candidato ufficiale, non si è presentato un antagonista vero, appunto Emanuela Giovannelli sostenuta dalla sola SD; al che sono state prontamente annullate; ndr], le dichiarazioni di forma hanno lasciato il posto ai fatti, che spiegano meglio le motivazioni reali che hanno portato l’oligarchia politica a rifiutare il confronto, pure a costo di apparire incoerente e vagamente tracotante. Le ragioni sono fondamentalmente tre: 1) il timore di scoperchiare il dissenso interno al PD, sia a livello di elettorato che di correnti interne; 2) la necessità di consolidare la suddivisione dei territori tra i diversi partiti a livello regionale, a tutt’oggi evidentemente non ancora completata, che avrebbe potuto risentire dell’ingresso di una forza aggiuntiva certamente benefica in termini di consenso, ma che avrebbe rappresentato comunque un elemento estraneo alle modalità e alle prassi partitocratiche; 3) la convinzione che la classe dei politici di mestiere non possa scendere al confronto con estemporanee e sempliciotte candidature della cosiddetta “società civile”, utile a raccogliere elettorato ma inadeguata ad assurgere al livello di confronto paritario.
Un mese fa, le segreterie provinciali dei partiti di centrosinistra hanno deciso ufficialmente che era preferibile lavorare sulle “convergenze programmatiche” piuttosto che perdere tempo con primarie in cui era evidente l’asimmetria del peso politico dei contendenti. Eppure, gli interventi sulla stampa da parte di politici eloquenti e rappresentativi del centro sinistra sono stati di gran lunga favorevoli allo svolgimento della competizione; eppure, lo stesso Matteo Ricci, che incarna contemporaneamente il candidato e il segretario provinciale del partito maggioritario della costituenda coalizione, ha ripetutamente richiesto una legittimazione della propria candidatura attraverso le primarie. Ebbene, ad oggi non ci sono ancora né programmi, né coalizione.
Intanto, tatticamente Matteo Ricci è partito con l’auto ecologica a cercare la legittimazione attraverso il bagno di folla, in ottemperanza a un cliché già sperimentato dai candidati premier del centrosinistra, ai quali però non pare abbia fornito i risultati sperati. Certamente, la partenza precoce del “giro” ha anche la funzione di allontanare lo spettro del diniego delle tanto sbandierate primarie: non occorre essere politici di professione per comprendere che Matteo Ricci in seguito a questa scelta è più debole all’interno del PD e più vulnerabile all’esterno.
Fortunatamente, il centrodestra fatica a compattarsi e le liste civiche “né di destra, né di sinistra” non hanno ancora fatto il loro ingresso sullo scenario provinciale, sebbene già a Fano abbiano mostrato di essere in grado di cambiare la storia politica di un territorio. Per contro, l’effetto domino non è comunque scongiurato, visto che le segreterie provinciali poco o nulla hanno fatto per tentare la riconquista della città, persa anche a causa degli effetti del dissenso interno, mai sopito e mai affrontato.
Per fermare il vento di destra che evidentemente sta procurando gravi danni al paese in termini culturali e sociali, occorre un rinnovamento serio e radicale dei partiti del sentrosinistra, PD in primis. In attesa di segnali positivi in tal senso, nelle prossime settimane inizieranno gli incontri con i comitati e le associazioni, con lo scopo di coagulare indicazioni programmatiche per il futuro governo della Provincia su tematiche strategiche quali la partecipazione attiva, la gestione dei rifiuti, la proprietà dell'acqua, le politiche sociali, gli indirizzi urbanistici, la protezione e il recupero dell'ambiente. Se del caso, seguirà il... bagno di folla.
Perche' non vogliono le intercettazioni, (sentite Mercadante, forza italia, medico di provenzano)
Palermo. Per la sanità la Regione Sicilia spende annualmente 8 miliardi. Cifre da capogiro che non garantiscono il buon funzionamento della struttura. Nei mesi scorsi erano balzate agli onori della cronaca le notizie dei rimborsi maggiorati e dei pazienti fantasma.
Oggi l’affare della sanità è al centro dell’inchiesta condotta a Trapani dagli investigatori guidati dal capo della Squadra Mobile Giuseppe Linares e coordinata da Palermo dal pm Sara Micucci. L’indagine ha portato alla luce una ragnatela di società che erano state create dal nulla da mafiosi per gestire sapientemente le prestazioni sanitarie e ottenere in cambio i soldi dalla Regione. Nell’inchiesta di Trapani è stato intercettato anche uno dei fratelli dell’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro.
La Squadra Mobile di Trapani ha scoperto che in soli tre anni sono state fatte 60 raccomandazioni politiche di camici bianchi. Ma le stranezze non finiscono qui. Liborio Immordino, un insegnate supplente nella scuola media di Mussomeli, è diventato amministratore dell’ospedale Cervello di Palermo senza avere nessuna competenza in merito. A confermarlo direttore generale è stato il governo di Salvatore Cuffaro il 21 aprile 2005.
Si vuole vedere chiaro anche sulla rinnovata convenzione all’ospedale San Raffaele di Cefalù di Don Verzè che ha ricevuto dalla Regione rimborsi maggiorati del 50% per i ricoveri più complessi. E proprio su questa convenzione sta indagando la procura. Il deputato Giovanni Mercadante, finito in carcere per mafia e considerato uno dei medici di Bernardo Provenzano si era lamentato in una telefonata intercettata dagli investigatori: <<noi abbiamo regalato un ospedale da cento miliardi a Don Verzè. Regalato! E faremo sì che possa fatturare ottanta miliardi l’anno, non è un regalo da niente. La Regione metterà i denari punto e basta>>.
Si indaga anche sul giro delle assicurazioni ospedaliere il cui costo alla Regione arriva fino ai 90 milioni di euro e sul trasporto degli emodializzati. Un paziente viene a costare alla Regione oltre 6000 euro. <<mi costerebbe di meno mandarli in taxi>> ha detto il nuovo assessore alla sanità siciliana Massimo Russo. Per non parlare delle interminabili liste d’attesa in ospedale e del numero record di ambulanze che vengono noleggiate da alcune ditte private scoprendo che acquistandole si sarebbe risparmiato parecchio. Contraddizioni della nostra povera Italia!
SONO passati un anno, dodici mesi appena, ma l'Italia sembra un'altra. Meno impaurita e meno insicura. Infatti, l'inverno è vicino, ma il clima d'opinione registra un disgelo emotivo evidente. Come testimonia il 2° rapporto - curato da Demos e dall'Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza - nella percezione sociale e nei media. Pochi dati, al proposito (d'altronde, ieri Repubblica gli ha dedicato molto spazio).
Nell'ultimo anno, si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale. E' calato in modo rilevante anche il timore dei cittadini di cadere vittima di reati. Da un recentissimo sondaggio di Demos (concluso venerdì scorso) emerge, inoltre, che il problema più urgente per il 31% degli italiani (se ne potevano scegliere due) è la criminalità comune.
Un anno fa era il 40%. Mentre il 21% indica l'immigrazione: 5 punti meno di un anno fa. Gli immigrati, peraltro, sono considerati "un pericolo per la sicurezza" dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio. Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essersi allentato. Cosa è successo in quest'ultimo anno, in questi ultimi mesi di così importante, significativo e profondo da aver scongelato il clima d'opinione? L'andamento dei reati, in effetti, rileva un declino che, peraltro, era cominciato a metà del 2007. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti.
Invece, l'immigrazione è cresciuta in misura molto rilevante, come segnalano le principali fonti, dal Ministero dell'interno alla Caritas. Gli sbarchi di clandestini sono anch'essi aumentati. Quasi raddoppiati. Non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni. Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti. Per effetto di un complesso di fattori. D'altronde, il clima d'opinione riflette una pluralità di motivi, spesso non prevedibili e, comunque, non controllabili.
In questa fase, in particolare, la crisi economica e finanziaria ha spostato il centro delle paure e delle preoccupazioni dei cittadini. Non solo in Italia: anche negli Usa, prima del collasso delle borse, la campagna delle presidenziali era concentrata sull'immigrazione. Poi tutto è cambiato, con grande beneficio per Obama. Tuttavia, la preoccupazione economica, in Italia, è da tempo molto alta. Destinata a deteriorarsi ancora.
Nell'ultimo anno, però, non è peggiorata. Era già pessima. Il profilo delle "persone spaventate" presenta alcuni tratti particolari, utili a chiarire l'origine di questo collasso emotivo. Due fra gli altri: guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno e sono vicine al centrodestra; nel Nord, alla Lega.
L'analisi dell'Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei tg di prima serata, peraltro, rileva una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell'autunno di un anno fa e un successivo declino - particolarmente rapido dopo maggio. Peraltro, il peso delle notizie "ansiogene" è nettamente più elevato sulle reti Mediaset, ma soprattutto su Studio Aperto e Canale 5.
Seguiti, per trascinamento, dal Tg 1, il più popolare e autorevole presso il pubblico. Il sondaggio di Demos osserva come l'insicurezza sia molto più alta fra le persone che frequentano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset. Ciò suggerisce che i cicli dell'insicurezza siano favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica. D'altra parte, la sicurezza, l'immigrazione e la criminalità comune sono temi "sensibili" negli orientamenti degli elettori.
"Spostano" i voti degli incerti. Rendono incerti molti cittadini certi. Peraltro, come abbiamo già visto, il tema della sicurezza non è politicamente "neutrale". La maggioranza degli elettori (anche a centrosinistra) ritiene la destra più adatta ad affrontare questi problemi - trasformati in emergenze (Indagine Demos, luglio 2007).
Così, per creare un clima d'opinione favorevole, al centrodestra basta sollevare il tema della sicurezza. Cogliere e rilanciare episodi e argomenti che alimentano l'insicurezza sociale. Farli rimbalzare sui media. Il che avviene senza troppe difficoltà. Non solo perché il suo Cavaliere ha una notevole conoscenza del settore, sul quale esercita un certo grado di influenza. Ma perché la paura è attraente. Fa spettacolo e audience. E perché, inoltre, in campagna elettorale, la tivù costituisce la principale arena di lotta politica, su cui si concentrano l'attenzione dei partiti e la presenza dei leader.
Così, l'insicurezza cresce insieme ai consensi per il centrodestra. Senza che il centrosinistra riesca a opporre una resistenza adeguata. Frenato da divisioni interne, particolarismi e personalismi che non gli permettono di proporre e imporre un solo tema capace di spostare a proprio favore il consenso. Il lavoro, i prezzi, le tasse, l'etica: nel centrosinistra c'è la gara a distinguersi e a smarcarsi. Tutti contro tutti.
La recente campagna elettorale di Veltroni, irenica, tutta protesa a marcare la distanza dal passato (Prodi), non ha scalfito l'insicurezza del presente.
La morsa della sfiducia e dell'insicurezza si è allentata solo dopo le elezioni politiche e le amministrative di Roma. Non a caso. Il risultato, senza equivoci, non lascia scampo alle speranze dell'opposizione: resterà opposizione a lungo. Così, la campagna elettorale, dopo anni e anni, finisce. E il centrodestra si dedica a controllare, in fretta, il clima di insicurezza che aveva contribuito ad alimentare negli anni precedenti.
Propone e approva provvedimenti ad alto valore simbolico: l'impiego dei militari contro la criminalità, l'aumento di vincoli e controlli all'immigrazione. La liberalizzazione delle polizie e delle milizie locali, padane, private. Gli stessi episodi di razzismo hanno prodotto la condanna "pubblica" dell'intolleranza, con l'effetto di inibirne, in qualche misura, il sentimento.
In quanto gli stranieri, percepiti perlopiù come "colpevoli" di reati e violenze, ne diventano "vittime".
Così gli immigrati continuano a fluire, i clandestini a sbarcare e il numero dei reati non cambia, ma l'attenzione dell'opinione pubblica e dei media nei loro confronti si ridimensiona. La paura declina. Un po' come avvenne nel periodo fra il 1999 e il 2001. Anche allora criminalità e immigrazione divennero priorità nell'agenda delle emergenze degli italiani.
Spaventati da aggressioni e rapine a orefici e tabaccai; dall'invasione degli stranieri. Che conquistavano i titoli dei quotidiani e dei tg. Poi, l'inquietudine si chetò. Sopita dall'attacco alle Torri Gemelle e dalla vittoria elettorale di Berlusconi. Capace, come nessun altro, di navigare sulle acque dell'Opinione Pubblica. E di domare le tempeste che la turbano dopo averle evocate. http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/criminalita-demos/mappe-diamanti/mappe-diamanti.html
RES LEGAL è una banca dati dei 25 paesi dell’UE gestita dal Ministero tedesco federale per l’ambiente che raccoglie fonti e informazioni sulle incentivazioni alle energie rinnovabili e sulla loro connessione alla rete.
Dal 14 ottobre 2008 è disponibile anche in lingua inglese la banca dati R(enewable) E(nergy) S(ources) LEGAL gestita dal Ministero tedesco federale per l’ambiente, la protezione ambientale e la sicurezza nucleare (http://res-legal.eu/en.html). Il sito propone una raccolta completa delle diverse fonti giuridiche riguardanti l’incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili e l’accesso alla rete elettrica nei venticinque Stati Membri dell'Unione europea (ad esclusione della Romania e Bulgaria).
Nel corso del 2007 e 2008 sono state catalogate e analizzate da operatori del diritto tutte le normative europee in materia energetica. Ogni approfondimento e descrizione legislativa rimandano alla fonte giuridica originale, per permetterne la comprensione anche nella lingua locale. E’ inoltre disponibile un elenco dei principali contatti delle istituzioni nazionali, per facilitare uno scambio diretto di opinioni con gli esperti del luogo.
L’obiettivo di “RES LEGAL” è di offrire una precisa panoramica delle differenti legislazioni nazionali e di poter rendere accessibile ad operatori della materia, studiosi ed interessati, in modo dettagliato ma semplice i regolamenti sulle varie tecnologie di generazione da fonte rinnovabile (eolica, solare, geotermica, biogas, biomassa, idrica).
L’utilizzo della banca dati è molto semplice. Per renderne la ricerca più sistematica, sono offerte per ogni singolo Stato Membro le stesse modalità di consultazione.
Per ogni Paese selezionato è infatti possibile scegliere le rubriche: “Incentivazione” (promotion) oppure “Accesso alla rete” (grid access), che presentano a loro volta dei sotto criteri:
Un primo criterio intitolato ’“overview of legal sources”, ovvero panorama delle situazioni giuridiche, offre accurate informazioni sui sistemi d’incentivazione e sulle disposizioni giuridiche più rilevanti sull’accesso alla rete.
Un secondo criterio intitolato “overview of promotion system” e l’“overview of access to the grid” ovvero panorama sul sistema d‘incentivazione e sull’accesso alla rete, contiene informazioni ancora più dettagliate sui sistemi d’incentivazione e sull’accesso alla rete.
L’ultimo criterio presenta in dettaglio tutti gli strumenti d’incentivazione e tutte le disposizioni nazionali riguardanti la connessione, l’uso e l’estensione della rete.
Il sito propone altre modalità di consultazione: è altrettanto possibile procedere alla ricerca di disposizioni e leggi tramite il cosiddetto “search assistant” selezionando alcuni dei criteri appena esposti, oppure tramite il cosiddetto “full text search” inserendo una parola chiave che si ritiene essere sufficiente per procedere alla ricerca.
La ricerca “search assistant” permette un agevole confronto tra diversi ordinamenti giuridici delle disposizioni aventi ad oggetto lo stesso argomento: data la diversità delle regole nazionali nell’ambito delle energie rinnovabili, si è certi che “RES LEGAL” vada a semplificare significantemente l’analisi delle norme degli altri Stati Membri.
Un “Glossario” è comunque sempre a disposizione del lettore per ottenere la definizione dei termini tecnici e specialistici. Tale iniziativa del Ministero dell’ambiente tedesco si ritiene di enorme rilevanza, poiché agevolerà il dibattito in corso a livello europeo sulla futura e comune legislazione europea.
Iraq, L’accordo di “sicurezza” con gli Usa verso il verdetto del Parlamento
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq, 17 novembre 2008
Il giorno dopo l’approvazione pressoché unanime (27 voti a favore su 28 presenti) da parte del Consiglio dei ministri dell’accordo che consentirebbe agli Usa di mantenere le proprie truppe in Iraq altri tre anni (fino a fine 2011), si cominciano a fare i conti in Parlamento – che ha la parola finale sulla questione.
Scontata l’opposizione dei deputati che fanno riferimento a Muqtada al Sadr, l’incognita maggiore è quella dei sunniti.
L’Iraqi Accord Front (IAF), la principale coalizione sunnita, che può contare su meno di 40 seggi (in origine ne aveva 44 ma la sua componente più nazionalista – il National Dialogue Council – si è smarcata, fondendosi con l’Iraqi Front for National Dialogue di Salah al Mutlak, gruppo sunnita nazionalista di ispirazione neo-ba’athista), è infatti diviso.
L’Iraqi Islamic Party (IIP), una delle due forze rimaste, il cui leader è Tariq al Hashemi, uno dei due vice-presidenti iracheni, vorrebbe un referendum popolare, e non è un caso che l’unico voto contrario, ieri in Consiglio dei ministri, sia stato quello di una sua esponente – Nawal al Samarrai’e, ministro per gli affari delle donne.
Così come 3 dei 9 (o dieci) ministri assenti alla riunione di ieri erano sunniti. Dei sei componenti dell’esecutivo in quota IAF, solo due hanno votato, e di malavoglia, a favore dell’accordo.
Non è un inizio positivo, anche se c’è chi minimizza.
Adnan al-Dulaimi, ad esempio, leader della coalizione sunnita (dove rappresenta l’altra componente – la “Conferenza generale del popolo dell’Iraq”), dice al Washington Post di prevedere un voto favorevole in Parlamento.
"Hashimi non è d’accordo con alcuni punti minori, ma non sarà questo a fargli respingere l’accordo”, dice.
“Sarà un’avventura”
Altri sono meno ottimisti.
“Questa sarà un’avventura", dice Omar Abdul-Sattar, un deputato sunnita, in riferimento al dibattito parlamentare che sta per iniziare.
Uno dei problemi è quello del tempo: il Parlamento iracheno è notoriamente lento nelle sue procedure, e il 24 novembre sospenderà le sedute per almeno un paio di settimane, in occasione del periodo dell’ Hajj – il pellegrinaggio che ogni anno porta alla Mecca, in Arabia Saudita, milioni di musulmani da tutto il mondo.
"Abbiamo una finestra di tempo limitata", avverte il ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, che oggi ha firmato l’accordo assieme all’ambasciatore Usa a Baghdad, Ryan Crocker, e ha parlato di “una giornata storica per i rapporti fra Iraq e Stati Uniti”.
E tuttavia, anche se il voto di ieri in Consiglio dei ministri sembra indicare che il premier Nuri al-Maliki è riuscito ad assicurarsi il sostegno della maggioranza delle forze politiche, l’approvazione dell’accordo da parte del Parlamento non è scontata.
Haider al Abadi, esponente di spicco di al Da’wa, lo stesso partito (sciita) a cui appartiene il Primo Ministro, ammette che “se il blocco sunnita decidesse di astenersi, ci sarà un problema”.
E non è l’unico problema.
“Abbiamo paura che, anche se l’accordo venisse approvato in Parlamento, Tariq al Hashimi potrebbe opporsi", dice Hadi al Ameri, parlando per la United Iraqi Alliance (UIA), la coalizione sciita di maggioranza. "Gli americani hanno buttato la palla nel nostro campo”, spiegava ieri ai giornali del gruppo McClatchy, utilizzando una metafora calcistica. “Noi gli abbiamo dato un forte calcio, e adesso la palla è nel campo degli americani e dei sunniti. Stiamo aspettando di vedere cosa fanno".
L’incognita dei sunniti
Senza l’Ok dei sunniti, ammette, si potrebbe tornare al punto di partenza.
“Noi non amiamo gli americani”, dice il politico sciita che è il leader della famigerata Badr Organization – l’ala militare del Consiglio Supremo islamico iracheno (ex SCIRI), uno dei due partiti sciiti di governo – e quello più vicino all’Iran. “Questo non è per amore della presenza dei soldati americani: vogliamo sbarazzarci degli americani oggi, non domani. Ma come sbarazzarsi di 150.000 soldati americani in questo Paese? Riteniamo che questo accordo sia uno dei modi per sbarazzarsi degli americani”.
Da altri deputati sunniti non arrivano buone notizie
Rashid al Aazawy , liquida la questione quando gli chiedono se l’accordo potrebbe venire approvato dal Parlamento entro la fine di quest’anno – il 31 dicembre scade il mandato Onu per la cosiddetta “Forza multinazionale”, e, senza un accordo bilaterale, le forze Usa in Iraq verrebbero a trovarsi prive di copertura legale.
“Quello che non possono fare i membri del governo possono farlo i parlamentari, perché hanno maggiore libertà”, dice il deputato sunnita ai giornalisti del gruppo McClatchy. “All’interno del parlamento ci sarà un’aspra lotta. Non credo che sarà approvato quest’anno".
Omar al Mashhadani, un portavoce dello IAF, rincara la dose. “Se Tawafuq [il nome arabo dell’IAF NdR] dice no, i sunniti dicono no. Preferiamo che venga prorogato il mandato Onu, o che il governo iracheno sia il consenso al referendum”.
Il referendum popolare: è la richiesta fatta da Tariq al Hashimi: che, in teoria, essendo uno dei tre componenti del Consiglio di Presidenza, a cui spetta la ratifica finale del documento, una volta che avrà avuto il via libera del Parlamento, potrebbe ancora bloccarlo.
La sua esitazione (e quella dell’IIP), a detta del quotidiano iracheno Azzaman, dipenderebbe dal fatto che il leader spirituale dei Fratelli musulmani iracheni, sceicco Abdel Karim Zaydan, ha emesso una fatwa [editto religioso con valore vincolante NdR] contro l’accordo con gli Usa. Hashimi vorrebbe quindi pararsi le spalle col referendum.
Altri politici si mostrano più ottimisti, e prevedono che alla fine l’Ok del Parlamento ci sarà.
“Non è il migliore accordo possibile”, commenta Mahmud Othman, un deputato kurdo indipendente. “Ma è il migliore che sono riusciti a ottenere”.
“Appoggio lo spirito dell’accordo – di fissare il calendario per il ritiro delle truppe americane”, dice Saleh al Mutlaq, leader dell’Iraqi Front for National Dialogue, e parlamentare sunnita noto per le sue posizioni nazionaliste.
Il governo vuole un consenso nazionale, i sadristi minacciano il ricorso a “tutte le vie legali”
E’ probabile che il governo i numeri in Parlamento per approvare l’accordo con Washington li avrebbe; ma sembra che sia la coalizione sciita di maggioranza – la UIA – che i suoi partner kurdi vogliano assicurarsi l’appoggio di tutti i gruppi politici: sciiti, sunniti, e kurdi.
"Non siamo pronti ad approvarlo, sciiti e kurdi da soli", dice alla rivista TIME Redha Taqi, un deputato del Consiglio supremo. "Democraticamente possiamo, ma non va bene. Vogliamo un consenso nazionale. Ci serve un consenso nazionale".
Di questo consenso non farà parte comunque il movimento di Muqtada al Sadr.
Ieri sera, il leader sciita, da sempre contrario alla presenza delle truppe Usa, ha diffuso un comunicato nel quale si invita il Parlamento “a respingere questo patto senza esitazione, perché è un accordo per vendere l’Iraq e il suo popolo”.
E oggi i suoi sostenitori in Parlamento hanno fatto sapere che cercheranno di fare di tutto per far sì che non se ne faccia nulla.
Ahmed Masudi, il portavoce del gruppo sadrista, ha annunciato l’intenzione di presentare un disegno di legge che imponga la maggioranza di due terzi per l’approvazione, invece della maggioranza semplice (anche se in realtà questo è un punto assai poco chiaro – perché nessuna legge in vigore parla di una maggioranza semplice in casi di questo tipo).
“Il movimento di Sadr userà tutte le vie legali per lavorare per fermare questo accordo”, ha detto il deputato, aggiungendo che il suo gruppo è determinato a formare una alleanza all’interno del Parlamento perché il patto con gli Usa venga respinto.
Intanto, il premier Maliki oggi dovrebbe parlare al Paese, nel tentativo di ottenere un sostegno popolare all’accordo con Washington.
Fonti: McClatchy Newspapers, New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, Azzaman, TIME, Agence France Presse
Una guerra dei campanili e’ in corso a Washington tra chiese protestanti di ogni denominazione, impegnate a contendersi l’attenzione della famiglia piu’ ambita del momento nella capitale americana: gli Obama. Scelta la scuola per le figlie, il presidente eletto degli Stati Uniti e la futura First Lady sono ora alle prese con gli inviti, le raccomandazioni e le iniziative con cui le chiese della citta’ cercano di farsi scegliere come luogo di preghiera domenicale di Barack, Michelle, Sasha e Malia Obama. […]
Metodisti, battisti, presbiteriani, episcopali, chiese
unitarie, evangelici: ogni possibile denominazione protestante
e’ scesa in campo cercando modalita’ per farsi prendere in
considerazione dagli Obama. La reverenda Amy Butler, pastore
della Calvary Baptist, ha pensato per esempio di far sapere al
presidente eletto di essere come lui originaria delle Hawaii. La
Foundry United Methodist ha provato a farsi ‘raccomandare’ dai
Clinton, che la frequentavano ai tempi della loro presidenza. E
le storiche chiese afroamericane della capitale hanno insistito
sul retroterra culturale, per attirare il primo presidente nero.
La scelta della chiesa di famiglia si rivela pero’, per gli
Obama, piu’ complessa di quella della scuola delle piccole Sasha
e Malia (l’onore tocchera’ all’istituto privato Sidwell Friends,
lo stesso dove studio’ Chelsea Clinton). Per quasi vent’anni,
Barack Obama ha frequentato a Chicago la United Trinity Church
of Christ e il suo carismatico pastore, il reverendo Jeremiah
Wright. Ma durante la campagna elettorale Wright ha rischiato di
far deragliare l’ascesa dell’allora candidato presidente, con
prese di posizione controverse alle quali si e’ aggiunta la
diffusione dei video di sermoni carichi dei toni accesi della
‘teologia della liberazione nera’. Obama alla fine ha dovuto
prendere le distanze da Wright e dalla sua chiesa e dalla scorsa
primavera non frequenta alcuna specifica assemblea religiosa.
Gli storici della presidenza sottolineano come non ci sia mai
stata in passato l’attenzione sulla chiesa del presidente che
viene riservata a Obama. George W.Bush, un metodista, la
domenica frequenta St.John’s, una chiesa episcopale separata
dalla Casa Bianca solo da una piazza e conosciuta come ‘la
chiesa dei presidenti’, perche’ dai tempi di James Madison ogni
leader vi si e’ recato almeno una volta. Una circostanza che il
pastore attuale, Luis Leon, ha utilizzato in una lettera a Obama
per convincerlo a continuare la tradizione.
Fuori dalla ‘competizione’ sono invece le chiese cattoliche
della capitale, a partire dalla cattedrale di St.Matthew, non
lontana dalla Casa Bianca: pur essendo una novita’ come
presidente nero, Obama sul piano della fede e’ un cristiano
protestante come tutti i suoi predecessori con l’eccezione di
John F.Kennedy.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/11/23/presidente-venga-a-pregare-da-noi/#more-293
ABOLITA PENA DI MORTE, APPROVATO NUOVO CODICE PENALE
E' stata abolita oggi la pena di morte in Burundi, dove peraltro non era più stata applicata dal 1997. La trasformazione della pena capitale in carcere a vita è una delle principali novità del nuovo codice penale approvato oggi dal parlamento di Bujumbura con 90 voti favorevoli, 10 astenuti e 0 contrari. "E' un codice penale rivoluzionario, che abolisce la pena di morte per la prima volta nella storia del paese e integra le principali disposizioni del diritto internazionale, in materia di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità" ha detto l'ex ministro della Giustizia, Didace Kiganahe, che ha realizzato il nuovo codice. Il nuovo testo, composto di 620 articoli a confronto dei 440 preedenti, proibisce la tortura (punibile con 10 anni di carcere) e introduce anche il reato di violenza sessuale.
C’erano tutti, con una folla di giornalisti, nella piccola aula quando il giudice del Tribunale MIlitare di Mosca Evgeni Zubov ha annunciato la retromarcia: porte di nuovo chiuse al processo Politkovskaja, per richiesta stavolta, pare, dei giurati. Scatenando l’indignazione generale.
Lucia Sgueglia
MOSCA - Rabbia, delusione, frustrazione. Erano stati scelti martedi tra 50 candidati da una rosa di 2mila, tra diverse generazioni ed etnie della Federazione Russa, i 12 membri della “giuria popolare” che ieri, col loro rifiuto a sorpresa, hanno richiuso le porte del processo Politkovskaja. Per paura, dicono: paura delle telecamere, di ritorsioni e minacce. Quelle porte che lunedi scorso Evgeni Zubov, giudice del Tribunale Militare di Mosca, aveva deciso, pure a sopresa, di spalancare al pubblico. Accendendo la speranza, per un istante, in chi da mesi chiedeva trasparenza sulla morte della giornalista, freddata nell’androne di casa il 7 ottobre 2006. Familiari, legali dell’accusa, colleghi della reporter, persino alcuni avvocati della difesa. C’erano tutti, con una folla di giornalisti, nella piccola aula quando Zubov ha annunciato la retromarcia. Scatenando l’indignazione generale. “Una vergogna” per Dmitri Muratov, direttore del bisettimanale Novaya Gazeta dove Politkovskaja lavorava; che non crede si tratti di una decisione dei giurati bensì presa "dall'alto", o un'idea di Zubov (che nega) e ora promette di riportare ogni virgola del dibattimento sul giornale. Scandalizzata Karina Moskalenko, avvocato nel team dei familiari, anche perché la decisione non può essere appellata: “La paura, senza minacce concrete, non è sufficiente per giustificarla”; e i 12 han prestato giuramento dopo l’annuncio delle porte aperte, sapendo a cosa andavano incontro. La notizia rimbalza in testa ai tiggì russi. A mettersi nei panni dei giurati, in verità, qualche motivo di paura ci sarebbe. Una indagine avvolta da pesanti ombre fin dall’inizio, tra fughe di notizie, depistaggi, cambi al vertice degli inquirenti. E un processo che inizia monco, senza movente né nome del mandante. Rustam Makhumudov, ceceno, sospettato di aver premuto il grilletto, è fuggito in Europa. Dei 10 arrestati nell’agosto 2007, alla sbarra son finiti solo in 3: Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, fratelli di Rustam forse autisti-pedinatori, il poliziotto Sergej Kadzhikurbanov. Infine un quarto uomo, Pavel Rjaguzov, agente dei servizi segreti imputato non in relazione all’omicidio ma per aver fornito ai killer l’indirizzo della reporter: per la sua presenza tra gli imputati il processo passò in corte militare. Ieri, a cancelli ormai chiusi, i 4 si sono dichiarati innocenti. Per il loro avvocato "L'accusa al 98% consiste di illazioni e supposizioni”. Intanto, sempre più per sciogliere il groviglio si guarda a sud: alla Cecenia di Ramzan Kadyrov, il presidente ex ribelle che Politkovskaja criticava nei suoi articoli, insieme ai militari del Cremlino, per gli abusi commessi sui civili ceceni in guerra e dopo. L’accusa lo vuole sul banco dei testimony, suggerendo una trama ben più complessa di chi assegna tutta la colpa al Cremlino. Oggi in aula i primi testimoni: 48 all’accusa, 7 alla difesa.
Sedici anni dopo il bombardamento, sono cominciati i lavori di restauro della Biblioteca di Sarajevo. Le autorità cittadine, tuttavia, hanno deciso di modificarne la destinazione d'uso. Storia di un palazzo simbolo di una città, e della sua distruzione
Buona notizia: stanno per restaurarla. Cattiva notizia, la stiamo perdendo di nuovo.
Il Consiglio municipale di Sarajevo ha deciso di iniziare il restauro della Biblioteca Nazionale e Universitaria, meglio conosciuta come la “Vijećnica”. Le autorità hanno stabilito che, in futuro, il palazzo non sarà più Biblioteca, come prima, ma sede degli uffici del sindaco e di altri burocrati municipali.
La Vijećnica è il simbolo della distruzione di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina. Custodiva, prima della guerra, un milione e mezzo di libri, tra i quali 155.000 esemplari rari e preziosi e 478 manoscritti. Era l'unico archivio nazionale di tutti i periodici pubblicati in, o sulla Bosnia Erzegovina.
Dopo tre giorni di rogo, dalla Biblioteca bruciata sono rimasti solo lo scheletro di mattoni e dieci tonnellate di cenere.
“Una grande catastrofe culturale”, cosi il Consiglio di Europa ha definito la distruzione della Biblioteca Nazionale di Sarajevo. “La pazzia visibile”, così il quotidiano inglese "The Times" intitolava l'articolo sulla devastazione della Vijećnica.
Il 25 agosto 1992, poco dopo la mezzanotte, i nazionalisti serbi spararono le prime bombe incendiarie sulla Vijećnica dalle colline che circondano la città. La Biblioteca Nazionale fu bombardata per tre giornate intere. La precisione dei lanci non lasciava dubbio che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica.
Il fuoco dei cecchini o delle armi antiaeree colpiva i vigili del fuoco, i coraggiosi bibliotecari e i volontari che avevano formato una catena umana cercando di salvare i libri. La giovane bibliotecaria Aida Buturović perse la vita in quell'occasione.
“Salvavano solo i libri degli autori musulmani”, affermò un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo scappato a Belgrado.
Tre mesi prima della Vijećnica, i nazionalisti serbi avevano distrutto in modo identico l’Istituto Orientale a Sarajevo. Era la più grande collezione in Europa Sud-Orientale di manoscritti e testi rari, spesso documenti unici, in arabico, persiano o ebraico, che testimoniavano 500 anni di storia della Bosnia Erzegovina. Consapevoli di questa perdita erano soprattutto gli scienziati.
Ma quando bruciò la Biblioteca Nazionale, il dolore lo sentirono tutti i cittadini, compresi quelli che non avevano mai presso un libro in prestito dalla Vijećnica.
“Quel palazzo bellissimo, il simbolo della città, bruciava. E ho pensato che questa era proprio la fine. Presto, pensavo, ci sarà il nostro turno”, ricorda Zlata Huseinćehajić, una commessa.
Lo scrittore bosniaco Goran Simić guardava dalla finestra la Biblioteca in fiamme e, disperato, scriveva: ”Liberàti dalla canna fumaria, i personaggi girovagavano per la città, mescolandosi con i passanti e le anime dei soldati morti. Ho visto Werther seduto sul recinto del cimitero distrutto; Quasimondo dondolante sul minareto di una moschea; Raskolnikov e Mersault sussurravano, per giorni, nella mia cantina; Yossarian già commerciava con il nemico; il giovane Soyer era pronto a vendere, per pochi soldi, il ponte Principov.“
Il violoncellista Vedran Smajlović
L’immagine-simbolo della distruzione della Vijećnica è quella del violoncellista Vedran Smajlović. Ha sfidato i barbari suonando nella Biblioteca distrutta. I giornalisti lo fotografavano. Smajlović ha smesso di suonare, per un attimo, per asciugare le lacrime. Finito il lavoro, i fotografi gli hanno detto: "Stop, basta, abbiamo finito". “Credevano che facessi finta di piangere per il servizio fotografico. Ma io piangevo davvero, per la disperazione”, ha raccontato poi Smajlović.
La Vijećnica era stata costruita nel 1894. E’ un palazzo maestoso, di stile pseudo moresco, realizzato dagli austro-ungarici che all’epoca governavano la Bosnia. L'edificio fu eretto ai piedi delle colline dove, nel Medioevo, nacque Sarajevo. La Vijećnica si pone in netto contrasto con le case piccole, le viuzze strette e tortuose della parte ottomana della città. Come se gli austriaci avessero voluto dire che, con quel palazzo, nasceva una città moderna e cominciava una nuova epoca.
Il progetto della Vijećnica fu affidato ad un certo Karl Paražik, ma al governatore austriaco a Sarajevo, Kalaj, il disegno non piacque. Incaricò un altro progettista, Alexander Witek. Quello, dicono, fu talmente preso e tormentato dall’impresa che prima di finire i lavori si suicidò. Fu Ćiril M. Iveković, architetto serbo-bosniaco, a finire i lavori. La Vijećnica fu ufficialmente aperta nel 1896.
Una delle ultime foto dell'Arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sophie fu presa proprio sulla scala esterna della Vijećnica, il 28 giugno 1914. Poco dopo, furono uccisi.
L'Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia mentre escono dalla Biblioteca, il 28 giugno 1914
Quella foto fa anche parte della storia della mia famiglia. La zia materna, Emla, era la ragazza che, vestita in costume nazionale, in quell'occasione consegnò i fiori agli ospiti. Il fatto non fu molto pubblicizzato e nessuno in famiglia se ne vantava, visto che fine aveva avuto la visita reale a Sarajevo e le conseguenze che l’assassino dell'Arciduca avevano avuto per tutto il mondo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Vijećnica diventò sede della Biblioteca Nazionale e Universitaria. Ci hanno studiato intere generazioni di studenti provenienti da Sarajevo, dal resto della Bosnia Erzegovina e da tutta la Jugoslavia. Ci sono passati anche tanti scolari che arrivavano da Paesi poveri e lontani. Arrivavano a Sarajevo sostenuti dal governo jugoslavo, in omaggio alla solidarietà con i Paesi non allineati.
L’aula principale della Vijećnica era enorme, sembrava un salotto reale, o una grande chiesa trasformata in sala di lettura. Le finestre alte, di vetro intarsiato, davano sul fiume Miljačka e sul monte Trebević.
Dentro c’erano file di panchine, sedie e scrivanie di legno massiccio. Emanavano un odore misto di polvere, anni passati e del grasso che si usava per conservare il legno. Ci si entrava con cautela, in silenzio, con il fiato sospeso, cercando di attutire il rumore dei propri passi. L’importanza del posto proveniva dalla bellezza e grandiosità del palazzo e dal fatto che, da noi, il libro era considerato un oggetto sacro.
Siamo stati educati, in famiglia, a scuola e nelle varie associazioni, a considerare il libro come “il migliore amico”. Le biblioteche erano ovunque, si facevano le gare per stabilire chi aveva letto di più.
"In tutti questi anni, dopo la guerra, i politici non hanno mai considerato la Vijećnica come una priorità. E adesso, la vogliono solo per se. "
Ancora oggi ricordo il mio primo libro nuovo. Me l'hanno comprato quando ero in seconda elementare. Tutti gli altri erano di seconda mano, o ereditati dalle sorelle più grandi. Tuttora posso rievocare l’odore della stampa fresca, le pagine lisce e satinate che sfogliavo delicatamente, per non rovinarle. Per lungo tempo quel libro è rimasto l’oggetto più prezioso che avevo.
Alla Vijećnica c'era un'atmosfera affascinante. Ci piaceva l’ambiente, ci dava la sensazione di far parte di un mondo importante, saggio, e bello. Da là, eravamo convinti, si aprivano le porte dell’ignoto, diverso, lontano, insomma, tutto quello che poteva essere il futuro migliore. Era il luogo dove nascevano e si sviluppavano le simpatie, gli amori e le passioni non solo per la conoscenza o per il sapere, ma anche per un'altra persona.
Là iniziavano le nostre paure per il prossimo esame, si progettavano le battaglie, si pianificavano le sfide, si pronunciavano le promesse, a se stessi e agli altri. E’ là, in un piccolo bar, gestito dalla signora Alema, che festeggiavamo i successi, o ci consolavano, quando le cose non andavano proprio come avevamo sperato.
Alla Vijećnica a volte si andava anche solo per riscaldarsi, perché tanti non avevano il riscaldamento a casa propria.
Anche per quelli (rari) che non avevano mai messo piede alla Vijećnica, il posto era importante. Ci si andava per fare le foto espressive, o per vantarsi davanti agli amici che venivano a visitare la città. Le cartoline di Sarajevo portavano la sua immagine con la scritta obbligatoria “Saluti da Sarajevo”. Per tutte queste ragioni, e per quelle intime mai pronunciate, la distruzione della Vijećnica fu vissuta come “la fine del mondo”.
“Tuta la città fu coperta da brandelli di carta bruciata. Le pagine fragili volavano in aria, cadendo giù come neve nera. Afferrandola, per un attimo era possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere”. Così ricorda quei giorni il bibliotecario, dr. Kemal Bakaršić.
Non eravamo preparati per la guerra, ma neanche per i vari furbacchioni che usavano la nostra tragedia.
La distruzione della Vijećnica fu considerata un crimine contro l’umanità. Già nel 1993 in tanti, nel mondo, si sono messi a raccogliere i soldi per ristrutturarla. Anche in Italia furono raccolti dei fondi. Il professor Boro Pištalo, direttore della Vijećnica, fu evacuato da Sarajevo e ospitato in Slovenia. Ma, ahimé, né il direttore né nessuno a Sarajevo videro mai un centesimo.
Sconfitto e deluso, il direttor Pištalo si trasferì a Belgrado. Non fu benvenuto. Lo trattavano come uno che si era messo solo in ritardo dalla parte dei “patrioti”. A Sarajevo, invece, lo accusavano di aver rubato i soldi raccolti per la Vijećnica e di essere diventato un “ćetnik” (nazionalista serbo).
Tra gli amici, a Belgrado, abbiamo raccolto un po' di vestiti per il professor Pištalo. Uno riuscì a sistemarlo in una casa di riposo. Venne a trovarmi per prendere della roba. Aveva addosso un maglione consumato e troppo grande per la sua statura. Lo guardavo e mi vergognavo per quello che avevano fatto altri. ”Ma chi sei tu, una nessuna, che raccoglie le briciole per un professore universitario, il direttore della Vijećnica, fedele amico di famiglia” pensavo, sentendomi miserabile.
Ho girato la testa per non fargli vedere che stavo piangendo. “Dai, su, mala (piccola)”, mi disse con finta autorità. Lo guardai. Piangeva pure lui, e con la manica del maglione si asciugava le lacrime. “Beviamoci qualcosa”, propose.
Quella volta non fu né la prima né l'ultima che, con un bicchiere di vodka, aprivo le porte al dolore e all’impotenza davanti all’ingiustizia, alla rabbia e alla vergogna.
Qualche giorno fa, le autorità di Sarajevo hanno annunciato che la Commissione Europea ha donato un milione di Euro per il restauro della Vijećnica. Anche la Spagna, l'Ungheria, il Montenegro, la Slovenia, l'Austria, l'Albania, Cipro, la Croazia e altri Paesi e organizzazioni internazionali hanno messo soldi per riportare l’antico splendore alla Vijećnica.
Eppure, non mi entusiasma la notizia.
A Sarajevo e in Bosnia Erzegovina, dopo la guerra, si sono affrettati a ricostruire molte chiese e moschee rovinate; hanno edificato centinaia di nuovi posti di culto per tutte le religioni; hanno costruito grattacieli di vetro e cemento dove una volta c'erano piccole case famigliari, enormi centri commerciali crescono come l’erbaccia.
Intanto, pure il Corriere si accorge che le visite fiscali di Brunetta rischiano di prosciugare i fondi d’Istituto delle scuole:
Scuola L’ Asl: spesa a carico del datore di lavoro. La protesta: costi troppo alti per noi
Visite fiscali ai prof, devono pagare i presidi
Visite fiscali ai professori, scuole in rivolta. Se il docente è malato, il preside deve inviare il medico fiscale per evitare che faccia il furbo. Così dice il ministro Renato Brunetta. Bene, le scuole hanno preso atto delle direttive e si sono presto adeguate. Ma con una novità: l’ Asl di Milano ha fatto sapere con una nota che «la visita è a carico del datore di lavoro». Ed ecco la protesta dei dirigenti scolastici: «Non abbiamo i fondi necessari. In questo modo riusciremo ad arrivare a stento al mese di aprile, poi sarà bancarotta». E in ogni modo «tra gli insegnanti l’assenteismo è marginale».
Il Corriere dimentica di dire che i presidi hanno sempre potuto mandare le visite fiscali, quando lo hanno ritenuto opportuno. Con Brunetta, cambia solo che sono obbligati per legge a mandarle dal primo giorno, a tutti. ‘Na genialata. (Qui l’articolo completo)
[…] arriverà un momento in cui la stessa PA pregherà affinché giunga il momento propizio per toglierle di mezzo, le farraginose cavolate partorite dall’energumeno tascabile. Perché, semplicemente, non è possibile tenere in piedi un sistema di visite fiscali che, se venisse davvero applicato, costerebbe alle tasche dei contribuenti un bel 300 milioni di euro all’anno, e che è oggettivamente e platealmente inutile in caso di assenze brevi, ovvero proprio quelle verso cui è diretta l’offensiva Brunettiana.
E’ destinato a cadere, uno come Brunetta. E ho idea che cascherà pure male. Perché (io so’ come Miss Marple) è il calco di un tipo umano che ho già visto, sempre abbastanza nanerottolo, con cui condivide ciò che a mio parere è un indiscutibile disturbo narcisistico della personalità. Sfogato in politica anziché dall’analista. E questi tipi col “Sé grandioso“, quando li si mette in discussione perdono la testa.
Se doveste scegliere il male minore per l'Italia chi salvereste tra i due? Io ormai, tra i due alleati occulti, ho pochi dubbi.
Berlusconi è la destra vera all'italiana. Ma D'Alema è la finta sinistra.
Se il Pd è lo sfascio che è, se il Pd non è che una truffa, se la sinistra al governo ha fatto patentemente schifo, lo dobbiamo principalmente a lui, e al suo network di potere.
Io voto per la scissione immediata del Pd. Da quel figuro e dai suoi.
Costi quello che costi. E poi succeda quello che deve succedere, ma almeno in democrazia.
Con un governo e un'opposizione.
Uno Stato, insomma, funzionante (quindi bilanciato). Uno anche minimo.
Non quello di Latorre e Villari.
Imprese private.
Contento, Massimino, di aver ricevuto l'impunità su Unipol dal parlamento europeo? http://blogs.it/0100206/
La prima volta che ho incontrato Irene Tinagli non sapevo che faccia avesse
ma sapevo benissimo chi fosse. Avevo letto avidamente il saggio "L'ascesa
della nuova classe creativa" scritto dal suo maestro Richard Florida e ne
ero rimasto affascinato. La tesi portante del libro era semplice e geniale:
tanto più le società sono aperte e tolleranti, tanto più sono capaci di
attrarre quella parte di popolazione che produce più idee e più ricchezza.
Sapevo che Irene aveva partecipato alle ricerche alla base del libro e
vederla partecipare alla prima riunione dell'Assemblea Costituente del PD,
stringerle la mano e godere del suo sorriso così franco e aperto mi era
sembrato un buon segno. Poi, oggi, la sveglia. Irene Tinagli se ne va,
scrive una dura lettera a Veltroni e si dimette dai suoi incarichi
direttivi.
Irene, che è successo? Niente. E' quello il problema. Va bene. Ripartiamo dall'inizio. Come sei entrata nel PD? E' nato tutto dal lavoro di Florida e da Paola Concia che mi ha contattata. Ero titubante ma l'idea era interessante: un partito moderno che tentava di affrancarsi da quelle forze che avevano ostacolato il cambiamento sembrava un progetto da appoggiare.
E cos'è che non è andato? Prendiamo la questione Gelmini. Invece di incalzare il ministro con posizioni coraggiose e innovative ci siamo rifugiati nella retorica del precariato e arroccati sui tagli, che sono solo una parte del problema. Nemmeno un tentativo di risolvere le piaghe del sistema italiano, e anzi ci siamo schierati con quei rettori che hanno ostacolato ogni riforma nel passato.
In questi giorni, poi, non abbiamo dato una grande immagine all'opinione pubblica... Sulla vicenda Villari ci sono stati tre problemi: in primo luogo non è stato un bello spettacolo vedere un partito che investe il suo tempo a giocare la peggiore vecchia politica. Poi, nessuno si è assunto la responsabilita delle scelte che hanno portato certe persone a sedere in parlamento. E alla fine è arrivata la soluzione, ma questo è un classico dell'Italia intera, che è rappresentata da un validissimo signore di 85 anni.
Ma tu, Irene, che PD vorresti? Mi piacerebbe aprire il giornale la mattina e non trovarci polemiche tra veltroniani e dalemiani. Non sarebbe male se Veltroni e D'Alema si dimettessero tutti e due: mi pare che abbiano fatto più danni al partito della grandine. Vorrei proposte veramente innovative, vorrei vedere il partito incalzare il governo in maniera compatta e convincente. L'obiettivo non è portare 1 milione di persone in piazza, ma conquistare la fiducia della maggioranza degli italiani.
E cosi te ne torni all'estero a tempo pieno. Ma dimmi, Irene, com'è fatta l'Italia dove vorresti tornare? Mi piacerebbe un paese dove nessuno dicesse: "Ma come, non trovi lavoro? Aspetta che tiro su il telefono". Un paese dove i giovani che incontro non fossero tutti cosi sfiduciati e depressi.
E per avere un partito e un paese come quelli che descrivi quale sarebbe la prima cosa da fare? Ci vorrebbe un ricambio. Drastico.http://www.imille.org/2008/11/_irene_che_e_successo_1.html#more
(ANSA) - ROMA, 21 NOV - Per il ministro Mara Carfagna, al cinema ”e’ meglio Massimo Boldi che Nanni Moretti, almeno lui fa ridere”. Lo ha detto intervistata da Daria Bignardi alle ‘Invasioni Barbariche’ su La7. ‘Sono sempre stata una donna di destra piu’ che di centrodestra. Dio, patria e famiglia sono i miei valori”, ha detto ancora rispondendo alle domande e aggiungendo di non essere mai andata dal chirurgo plastico: ‘la mia e’ tutta roba autentica ed originale’.
Oltre a dimostrare una cultura fuori dalla media (nel senso Scuola Media), vediamo a quale Divinità rivolge le proprie preghiere questa showgirl, magicamente catapultata nel mondo della politica non si capisce ancora per quale dote linguistica.
Il Dio Fallo, vorrà dire.
Torni a fare la showgirl, Sig.ra Mara, farebbe un enorme favore al genere umano tutto. Anzi, già che c’è, affitti un bilocale su Europa ed ivi ci rimanga per qualche generazione futura. Anche la specie dei lombrichi e degli artropodi la ringrazieranno.http://termometropolitico.wordpress.com/
“Aggiungo che in ogni caso un particolare di questa vendita ai miei occhi grida vendetta. Faccio i miei complimenti agli acquirenti. Ma non posso che bocciare il venditore. Non è tanto e solo la misura anti-concorrenziale sulla Roma-Milano, che graverà sulle tasche dei passeggeri, visto che il più della redditività di Cai dovrà venire da lì. E’ il fatto che a Cai sono stati attribuiti tutti gli slot di volo di Alitalia, compresi quelli non operativi negli ultimi mesi, a costo zero. Questo è, semplicemente, uno scandalo. Avrei ancora capito la soluzione, “all’italiana” di cedere in tal modo quelli ancora operati e comunque ancora ridimensionati, cioè relativi ai 64 velivoli che Cai rileva e ai 29 a cui subentra in leasing, rispetto ai 109 della vecchia compagnia. Ma lasciando la Bad Company di Fantozzi libera di cedere sul mercato secondario gli slot in sovrappiù. Invece, si è assunto come criterio quello per cui gli slot - che non erano di proprietà Alitalia ma solo a lei attribuiti - valevano zero perché tanto essa era avviata al fallimento. Giuridicamente, questa considerazione vale zero. In caso di revoca per fallimento della licenza di volo, gli slot vengono retrocessi agli aeroporti, infatti, non sono affatto un bene intangibile che sparisce insieme alla compagnia fallita. Che indegna pulcinellata.” - (Oscar Giannino, LiberoMercato, 22 novembre 2008)
Pulcinellata? Lei è sempre troppo gentleman, direttore. Al limite, questa è una pulcinellata. Tutto il resto di questa vicenda (e noi e loro lo diciamo dall’inizio, giusto?) è solo una inequivocabile porcata fatta da un governo che è liberale quanto poteva esserlo Juan Domingo Peron.
Pd in Europa: in ordine sparso o nel Pse? Due modi per suicidarsi…
- analisi -
di Mario Barbi, Nelle ultime settimane si è riaccesa la controversia sulla collocazione internazionale del Pd. Il dibattito mostra che il Pd stenta a fare passi avanti e a tradurre in una linea politica condivisa la cornice rappresentata dalla formula di compromesso del Manifesto dei valori. Muovendo dall’impegno solenne del Partito a contrastare gli egoismi nazionalistici che si oppongono alla realizzazione, fortemente voluta, di una Europa unita politicamente e legittimata democraticamente, nel Manifesto si afferma che “il Partito Democratico intende contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista (in grassetto nel Manifesto, ndr), europeista e di centrosinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche e progressiste e promuovendone l’azione comune”. Se la formula può essere considerata esauriente dal punto di vista strategico - in quanto indica l’europeismo progressista come fondamento e obiettivo di una azione comune e di una costruenda unità delle forze del “campo riformista” -, non altrettanto può dirsi dal punto di vista tattico, in quanto quella formula, come vedremo, “copre” opzioni politiche tattiche tra loro molto diverse quando non opposte.
Che fare, infatti, in Europa? Qui ed ora. Come collocarsi? Con chi stare? E perché?
E’ opportuno richiamare alla mente che il Parlamento europeo non si esaurisce nei due gruppi maggiori: i “conservatori” del Ppe (288 seggi) ed i “progressisti” del Pse (217 seggi) occupano infatti soltanto i 3/5 circa dei seggi dell’Assemblea. Ad essi va aggiunto infatti un blocco centrale formato dai liberal-democratici dell’Alde (100 seggi) e dai Verdi-Regionalisti (43 seggi). All’estrema sinistra c’è poi un gruppo comunista (41 seggi) e all’estrema destra vi sono due gruppi formati da euroscettici (43 seggi) e l’altro da nazionalisti (22 seggi). Infine, vi è una pattuglia di cani sciolti (31 seggi). Come definire in questo quadro il “campo riformista”? Quali sono le forze socialiste, democratiche, progressiste e di centrosinistra? Sembra abbastanza chiaro che il “campo” di centrosinistra è formato da Pse, Alde, Verdi e Comunisti.. Fuori dal “campo” il Ppe e le destre che non sono di centrosinistra. Ma quanto all’europeismo, che dovrebbe essere il tratto programmatico più forte dell’”identità” del Pd, come la mettiamo? Andrebbe riconosciuto che esso non è moneta comune di alcuno dei gruppi presenti nel parlamento europeo né è patrimonio esclusivo del campo di centrodestra o di centrosinistra, del Pse o del Ppe: basti ricordare che nel Pse vi sono partiti dichiaratamente non europeisti come i laburisti inglesi ovvero che hanno dato un colpo mortale al trattato costituzionale come una parte cospicua dei socialisti francesi. Tanto basta per dire che non esiste al momento alcuna “casa” europea che corrisponda all’ispirazione ed agli obiettivi del Pd.
Ciò detto è altresì opportuno ricordare che gli eletti italiani riconducibili al Pd, eletti nel 2004 nella lista Uniti nell’Ulivo, si iscrissero a gruppi diversi: al Pse quelli di provenienza Ds e all’Alde quelli di provenienza Margherita. I Ds poi facevano parte del Pse e dell’Internazionale Socialista e i Margherita del Pde (partito che insieme al partito Eldr compone il gruppo parlamentare Alde). Il Pd, di cui Ds e Margherita sono stati promotori, in quanto tale, non aderisce invece ad alcun partito europeo o ad altra organizzazione internazionale. Questo è il punto di partenza. Con quale percorso dunque si pensa di avvicinarsi all’ambizioso traguardo indicato nel Manifesto dei valori?
Qui le provenienze condizionano pesantemente le preferenze per le decisioni da prendere e finora rinviate. Si avvicinano infatti le elezioni europee del 2009…
Sul tappeto ci sono tre opzioni: 1.Opzione nominalistica. E’ quella sostenuta dagli ex-Ds, per i quali l’approdo naturale e ovvio è quello del Pse, spendendo il Pd come forza che spinga i socialisti ad allargare il campo e ad aprirsi a nuovi soggetti non socialisti. La condizione minima perché l’operazione possa andare in porto è che il gruppo del Pse a Strasburgo sia disposto a cambiare, o almeno a “ritoccare”, il nome. Intanto, non va sguarnito il campo socialista e va quindi confermata di fatto la presenza degli ex-diessini alle riunioni e negli incarichi sia del Pse che dell’Internazionale socialista. In sostegno di questa opzione si dice che il rapporto con il Pse va considerato “imprescindibile” in quanto questa è la forza di gran lunga più importante del campo “riformista” europeo. Delle innumerevoli prese di posizione a sostegno di questa linea da parte degli ex-ds, primi fra tutti Fassino e D’Alema, mi limiterò a una breve citazione di quest’ultimo: “la questione dovrebbe essere affrontata e risolta prima delle europee. Dipende però anche dalla disponibilità dei socialisti a cambiare un po’ i caratteri e la denominazione (il corsivo è mio, ndr) del gruppo”. 2. Opzione originalità. E’ quella sostenuta dagli ex-Margherita, sia laici che cattolici, il cui senso di appartenenza al gruppo liberal-democratico ed al Pde è meno forte di quanto non sia il senso di appartenenza al Pse degli ex-ds (che pure dimenticano di essere stati comunisti fino all’altro ieri e non socialisti da oltre un secolo), ma proprio per questo viene respinta con forza l’approdo del Pd al Pse. Se il Pd è una formazione originale che nasce dall’incontro di tradizioni e culture riformatrici diverse (comunista, socialista, liberale-repubblicana, cattolico-democratica ed ambientalista), che in altri paesi europei sono distinte ed anche alternative, la mera confluenza nella principale formazione del campo riformista sarebbe una rinuncia all’ambizione di cambiamento che è riassunta nel tratto di novità e di originalità del partito. Il rifiuto ad aderire al Pse come partito è accompagnata dall’idea di puntare sull’originalità del Pd per costruire intorno ad esso una aggregazione di altre forze che promuova la costruzione del “campo riformista”. Questa opzione può tuttavia essere scomposta in due varianti: i) puntare decisamente, e senza, subordinate, sull’europeismo del Pd, costruendo a partire da questo una casa nuova europea (Parisi può essere indicato come il sostenitore più deciso di questa via); ii) preservare la novità e l’originalità del Pd, ma non escludendo che queste possano essere preservate in un rapporto organico, ancorché di tipo federativo, con il gruppo parlamentare del Pse (Castagnetti è l’esponente del Pd che, a certe condizioni, si dichiara favorevole a un esito di questo tipo). 3. Opzione zero. E’ l’opzione che, prendendo atto delle difficoltà a tradurre parole impegnative in comportamenti conseguenti, facendo di necessità virtù, sostiene la bontà della situazione attuale e pensa di lasciare le cose come stanno: gli ex-ds nel Pse e gli ex-Margherita con i lib-dem e nel Pde. Difficile trovare dei sostenitori dichiarati di questa opzione, anche se qualcuno ritiene che essa coincida con l’idea, attribuita all’enourage del Segretario, di rinviare a dopo le elezioni europee la scelta sulla collocazione del Pd. Anche se è difficile immaginare che l’”opzione zero” possa essere la base con la quale il Pd si presenta alle elezioni europee del giugno 2009, è tuttavia impossibile negare che ciò è quanto sta accadendo ed è appena accaduto per i parlamentari del Pd che fanno parte della delegazione dell’Assemblea parlamentare della Nato: gli ex-ds si sono iscritti al gruppo socialista e gli ex-Margherita al gruppo lib-dem.
Se dunque non vi è dubbio che il Manifesto dei valori indica la meta, ma che tocca al Segretario in carica definire la linea politica del Partito, vale a dire il percorso che consenta di avvicinarsi a quel traguardo, occorre chiedersi quali scelte e quali passi abbia finora compiuto il Pd. Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare un “vertice” del Pd (coordinamento allargato) del 16 giugno scorso, in cui sembrò che si fosse giunti ad una soluzione all’insegna del motto “uniti in Europa, ma non da soli”. “Gli eurodeputati del Pd che verranno eletti alle elezioni del 2009 – si legge in un resoconto della riunione, rintracciabile nel sito del partito - siederanno in un unico gruppo parlamentare a Strasburgo, senza però entrare semplicemente in uno dei gruppi esistenti, come il Pse, fermo restando che di questo ultimo fanno parte il maggior numero dei partiti riformisti europei.” L’incarico di illustrare le conclusioni del “vertice” fu affidato al responsabile del dipartimento esteri del partito, l’ex-margherita Lapo Pistelli, che usò queste parole: “La costruzione di un campo riformista in Europa, che rappresenta il nostro obiettivo, significa avere a che fare con forze che in gran parte militano nel campo socialista. Le modalità con cui nei prossimi mesi lavoreremo insieme per arrivare entro il 2009 a una soluzione nuova e unitaria, deve essere ancora stabilita, ma non può che partire dalle disponibilità finora riscontrate dagli altri partiti europei”. Pistelli, richiesta, precisò poi che “se vogliamo esportare in Europa la nostra novità non lo possiamo fare in solitudine” spiegando che la costruzione di una nuova casa formata dal Pd con altre forze “coincide in gran parte con l’andare da soli”. Insomma la soluzione delineata sembrava essere quella di un rapporto privilegiato con il gruppo del Pse, ma sulla base di una qualche distinzione. In questa stessa direzione erano sembrate andare le dichiarazioni rese dal Segretario ad un incontro del Pse, a Napoli, l’11 giugno 2008 e poi ad un convegno del Pde, a Roma, il 19 giugno 2008. Al Pse, Veltroni aveva detto: “siamo un partito del centrosinistra che racchiude dentro di sé una pluralità di culture e di tradizioni e che vuole un legame con il Partito socialista europeo e con le forze riformiste europee, partendo proprio dalla peculiarità della nostra formazione politica.” Poi aveva aggiunto: “ è tempo di una profonda trasformazione e spero che il dialogo tra Pd e Pse possa contribuire a questa generale innovazione.” Poi, meno di una decina di giorni dopo, a valle del “vertice” del Pd di cui si è detto più sopra, a un convegno del Pde, partito co-presieduto da Rutelli e Bayroux, presenti delegazioni di molti partiti democratici non europei, Veltroni, evocando un nuovo grande campo riformista mondiale che superasse gli schemi del ‘900, aveva detto: “bisogna costruire un nuovo campo, rispettoso delle esperienze storiche, ma in cui tutte le forze possono impegnarsi. Il Pd lavora a questo nuovo grande campo del riformismo e del centrosinistra nel mondo, in un rapporto fecondo con le tradizioni esistenti, ma capace di innovazione e che dia risposte del 2000, non del 900, a questi problemi (i nuovi, grandi problemi globali del nostro tempo, ndr)”. Se questa era la “linea”, non si può dire che essa fosse stata definita in modo chiaro ed univoco nel “vertice” del 16 giugno, né che essa sia stata perseguita con gesti comprensibili e privi di ambiguità. Profetico può essere considerato il commento ironicamente sconsolato fatto da Parisi il giorno dopo il “vertice”: “Siamo riusciti a spiegare agli elettori di sinistra che siamo usciti dall’Internazionale socialista alla quale il Pd non aveva mai aderito. Agli elettori che non sono di sinistra abbiamo invece fatto sapere che finiremo comunque nel gruppo socialista. Non siamo riusciti invece a fare capire a nessuno che il Pd è un partito nuovo che vuole investire la sua novità nella costruzione in Europa di una grande coalizione di centrosinistra accomunata da una nitida scelta europeista.”
Profetico, dicevo. La prova della labilità del “compromesso” di giugno l’abbiamo avuta nei giorni scorsi - dopo l’elezione di Obama ed il successo di Dellai in Trentino -, con la fiammata accesa da una dichiarazione netta, forse inattesa, di Fioroni, il quale, interpellato sul modo in cui il Pd intendesse dare corso alle novità emerse, aveva risposto così: “Penso soprattutto alla nostra collocazione in Europa. Lì possiamo dare subito il segno del cambiamento, di cui si fa interprete il Pd, aprendo una nuova casa. Non possiamo accontentarci di accomodarci nel vecchio ricovero del Pse, solo dopo aver ritenteggiato le pareti. Avere coraggio, è questa la lezione che ci viene da Obama.” Concordando con Fioroni e precisando i termini della questione, Castagnetti spiegava che il Pd non avrebbe potuto acconciarsi ad una “mera confluenza nel Pse” e che c’era un punto di mediazione oltre il quale non si poteva andare: “nessun ingresso nel Partito socialista europeo e semmai trovare una forma federata con il gruppo parlamentare socialista a Strasburgo, con una nostra identità distinta. E’ una mediazione oltre la quale non si può andare. Se non c’è la disponibilità del Gruppo parlamentare socialista, l’unica strada è costituirci in un gruppo autonomo, aggregando altre forze disponibili.” La “principale” di Parisi è la “subordinata” di Castagnetti. La immediata raffica di dichiarazioni pro e contro la sortita di Fioroni-Castagnetti si legge come il diagramma di un contrasto irrisolto: contro gli ex-ds Vecchi (responsabile-vicario del dipartimento esteri del Pd), Pittella, Panzeri, Vita, Tempestini, Cuillo (tutti a lamentare il fatto che la questione andrebbe affrontata con una discussione seria e non in interviste); a favore Lanzillotta, Sarubbi, Vernetti, Bosone, Piccolo, Giaretta, Dorina Bianchi, Farinone, Benamati, Bruno e Genovese (tutti a reclamare che bisogna andare oltre il Pse e che in Europa occorre una casa nuova).
Ecco, dunque, che la questione sembra bloccata e tornata al punto di partenza. Perché? E sarebbe possibile sbloccarla? La mia opinione è che in questa questione, come in altre, ma ancora più che in altre, si stia manifestando tutta la contraddittorietà della grande ammucchiata che ha “eletto” Veltroni e la debolezza della sua leadership. Tutti ci rendiamo conto che la questione è oggettivamente difficile da risolvere, ma proprio per questa ragione essa potrebbe essere affrontata proficuamente soltanto prendendo sul serio l’ambizione innovativa del Pd e mettendola alla prova sul terreno delicato e difficile dei rapporti internazionali nell’unico modo possibile: con gesti chiari e con la definizione di un percorso condiviso sostenuto da scelte univoche. Invece, abbiamo assistito a parole contraddette da fatti e a comportamenti che smentiscono le intenzioni. I retro-pensieri e le scelte di fatto hanno prevalso sulla limpidezza dei percorsi e sulla lungimiranza delle scelte.
Qui molto conta l’assegnazione degli incarichi e l’attribuzione delle responsabilità. Nel partito e nei gruppi parlamentari la “politica estera” ed i rapporti internazionali del Pd sono dominati da dirigenti politici ex-diessini, a partire dal ministro-ombra Fassino, che considerano inevitabile e necessaria la “confluenza” del Pd nel Pse e nell’Internazionale socialista. E’ a partire di lì che essi ritengono di potere/dovere operare per un “allargamento” della famiglia socialista ad altre forze ed esperienze. Ma è per quel risultato, da raggiungere per scelta o per estenuazione, che essi lavorano con tenacia e con costanza. Ecco quindi che ogni gesto simbolico viene evitato e che si cerca di evitare qualsiasi scelta che sottolinei la discontinuità del Pd dai partiti che ne hanno prmosso la costituzione. A che titolo D’Alema è stato rieletto appena qualche mese fa vicepresidente dell’Internazionale socialista? In rappresentanza di quale partito? A che titolo gli esponenti del Pd partecipano ad incontri del Pse o del Pde? A quale titolo Rutelli è e resta co-presidente del Pde? Un partito come il Pd, così orgoglioso della propria originalità e della propria novità, avrebbe dovuto dare concordemente segnali di discontinuità e compiere gesti simbolici univoci, annunciando solennemente le proprie intenzioni.
Ecco alcuni scelte ed alcuni gesti che contribuirebbero - ovvero che avrebbero contribuito - allo scopo: i) costituzione immediata nel parlamento europeo di un “gruppo” del Pd formato dagli euro-parlamentari aderenti al partito e finora iscritti a gruppi diversi; ii) dimissioni dagli incarichi direttivi di partito nelle organizzazioni internazionali precedenti: Pse, Pde, Internazionale; iii) formazione di una delegazione internazionale del Pd con l’incarico di partecipare come “osservatore” agli appuntamenti delle organizzazioni del “campo riformista”, di ispirazione socialista, democratica e progressista; iv) cessazione di appartenenza dei ds al Pse e della Margherita al Pde; v) dichiarazione solenne del Pd relativa alla volontà di operare in Europa per la costruzione, sulla base di un programma fortemente europeista, di una forza nuova che vada oltre le famiglie del ‘900 mediante un percorso che prevederà, comunque, la creazione di un gruppo parlamentare europeo nuovo intorno al Pd. E chiarendo che, anche se la conclusione del percorso dovesse essere la federazione con altri gruppi, incluso il Pse, questa sarà la conclusione e non l’avvio di un percorso che dovrà svolgersi senza fretta e prendendosi tutto il tempo necessario allo svolgimento di un confronto vero ed approfondito. Ecco. Queste sono alcune cose che si sarebbero dovute fare e che si sarebbero potute fare. Ma che non sono state fatte.
A me pare che in questo vicenda sia grave la responsabilità del Segretario del partito, il quel anziché organizzare la discussione per condurla a conclusioni nitide a cui corrispondano azioni conseguenti e comportamenti leali e coerenti, ha lasciato che le cose seguissero la deriva con il risultato che coloro che sono maggiormente interessati all’”ambiguità” precostituiscono fatti per un approdo non condiviso oppure per uno scontro che potrà rivelarsi ingestibile. Perché dovrebbe essere chiaro a tutti, e prima di tutto al Segretario, che se l’esito di questa vicenda dovesse essere la confluenza, magari per stanchezza, nel Pse, il risultato sarebbe la certificazione che il Pd è il partito successore del Pci-Pds-Ds. Con tutto quello che ne deriva perché quel risultato, desiderabile per alcuni sarebbe inaccettabile par altri. E se il risultato non fosse questo, ma fosse l’”opzione zero”, l’esito non sarebbe meno desolante e drammatico perché anche così ci troveremmo davanti a un fallimento. Fallimento certificato in questo caso non dall’assorbimento in una formazione pre-esistente, ma dall’incapacità del Pd di agire da soggetto politico unitario in grado di portare avanti in modo autonomo ed originale il proprio progetto a livello internazionale.
En passant, a proposito di automobili. Amo, il più delle volte, quel cinico di James Howard Kunstler. Leggetevi il suo recente articolo, in cui afferma:
Molti americani hanno già comprato la loro ultima auto, anche se non lo sanno ancora.
Quando ho comprato la mia Polo TD, l'ho fatto pensando che probabilmente sarebbe stata l'ultima macchina. Per questo ho preso una piccola tedescaccia bella tosta. Spero che vada avanti decenni, anche quando nel serbatoio proverò a metterci grasso di bue...http://petrolio.blogosfere.it/
“La CSU ha goduto dispoticamente per anni della sua maggioranza di due terzi e questi sono i risultati”. Non usa mezzi termini Gabriele Pauli, parlando a ruota libera con Il Riformistadella grave paralisi politica che sta attanagliando il suo ex-partito, travolto prima dal responso acre delle urne e poi dall’onda lunga della crisi finanziaria. Frau Pauli, 51 anni, sposata e divorziata due volte, è un personaggio eccentrico e fuori dagli schemi. Poco più di un anno fa salì tutto d’un tratto alla ribalta delle cronache per aver costretto Edmund Stoiber, il padre-padrone dei cristianosociali, ad un tanto inaspettato quanto prematuro congedo. Solamente in seguito si vociferò che ad aver gettato nella mischia quella semisconosciuta politicante di periferia, erano stati nientepopodimeno che Erwin Huber e Günther Beckstein, il gatto e la volpe in salsa cristianosociale. Smaniosi e scalpitanti di ascendere al potere, i due avevano ordito in gran segreto con altri membri del partito un putsch ai danni dell’amato governatore. Ma per evitare che la cosa prendesse una piega troppo cruda, decisero di seguire la via morbida, utilizzando l’esca dell’avvenente cinquantenne di provincia. Lei, desiderosa di avere finalmente la notorietà che nessuno in trent’anni di militanza nella CSU le aveva ancora dato, si prestò volentieri al gioco. Ne scaturì un vespaio. La Pauli accusò Stoiber di averla fatta spiare per controllare le sue frequentazioni sessuali e le sue abitudini alcoliche; Stoiber si schermì gridando al complotto. Alla fine, messo alle corde dai due sornioni arrampicatori sociali, cedette e nello storico conclave al vetriolo di Wildbad Kreuth annunciò le dimissioni. Galvanizzati dal successo del golpe silenzioso, i congiurati tentarono di completare l’opera, sbarazzandosi della pedina che aveva fatto loro da battistrada. Ma la Pauli, forte di quel briciolo di popolarità che si era conquistata collezionando estemporanee comparsate nei talk-show televisivi e servizi osè su accattivanti riviste patinate, decise di sfidare i suoi ipocriti benefattori, candidandosi alla presidenza del partito. E ovviamente lo fece nel suo stile, rifuggendo la sordina e cercando avidamente la telecamera. Fra le tante proposte shock che la neo-ribattezzata “Rebellin” tirò fuori dal cilindro, ve n’è una, rimasta impressa negli annali per la sua stravaganza: stiamo parlando della famigerata Ehe auf Zeit, ovvero del matrimonio a tempo, da ricontrattare- parola di Pauli- ogni sette anni. Allora pochi, però, la presero sul serio e l’assemblea dei delegati, al momento di eleggere il nuovo capo del partito, le accordò appena il 2,5% dei suffragi. Ma Gabi la rossa non si scoraggiò. Decisa a lasciare a tutti i costi la sua impronta sbarazzina in quel consesso di tromboni conservatori, chiese la parola. E in una sala immersa nel silenzio più totale, gremita di persone assiepate intorno al palco illuminato, con voce suadente e sommessa disse: “Caro Günther, tu ed io, abbiamo una storia insieme. Siamo legati da qualcosa. Voi tutti capite a che cosa io mi stia riferendo”. La scena, costruita ad arte e magnificamente recitata, fece quasi precipitare il congresso della CSU nella scena melodrammatica di un reality show. Gabi si era abilmente vendicata. Günther Beckstein, appena nominato presidente della regione al posto di Stoiber, impallidì. Alla fine il sipario calò e della Pauli si persero le tracce. Fino alla primavera scorsa, quando corse voce di un suo passaggio ai Freie Wähler, lista civica impegnata a racimolare i voti degli scontenti dalle politiche della CSU. Questa volta la fortuna le ha arriso. Complice il tracollo dei leoni bavaresi (passati dal 61% al 43%), ora Gabriele Pauli è deputata al Landtag di Monaco. E noi l’abbiamo contattata.
Signora Pauli, allora. Si sente in qualche modo responsabile per la dêbacle elettorale della CSU? Dopo tutto è a causa sua che l’anno scorso Edmund Stoiber ha fatto un passo indietro e i cristianosociali sono sprofondati nella grave crisi che conosciamo... Io credo invece che a decidere siano stati gli elettori. Era ormai da tempo che i cittadini avevano capito che che la CSU non era più affatto in grado di rappresentare i loro interessi e che il partito era diventato eccessivamente dispotico. Per quanto mi riguarda, io ho soltanto dato voce allo scontento di tutti questi cittadini, voce che però, l’anno scorso, nessuno nella CSU ha voluto ascoltare. Alla fine mi hanno attaccata, dandomi persino della “ribelle”. Ma se il rinnovamento di cui ha bisogno, questo partito non è riuscito a realizzarlo dal suo interno, ora è dall’esterno, e cioè attraverso le urne, che è stato finalmente costretto ad affrontarlo. Ora Lei è passata ai FW. Crede che questa nuova forza piccolo-borghese possa avere successo anche a livello federale dopo l’incoraggiante risultato bavarese? Molti sostengono che si tratti di un partito senz’anima, senza programma... Per ora in Baviera rimaniamo all’opposizione, dato che la CSU non ha manifestato alcuna disponibilità di cooperazione nei nostri confronti. A livello federale avremmo di sicuro ottime chance, ma non è ancora chiaro se ci costituiremo come partito nazionale. Per il resto, il programma l’abbiamo eccome. Noi vogliamo portare una ventata d’aria fresca nel sistema politico tedesco e per questo ci caratterizziamo come un movimento estremamente aperto al nuovo e alla novità, nel quale non esiste alcuna disciplina di partito e ciascuno può esprimersi liberamente. Non a caso Lei è particolarmente nota all’estero per le sue esternazioni sul cosiddetto “matrimonio a tempo”. Perché decise di lanciare una proposta simile proprio in un partito così conservatore? Era solo un modo per farsi pubblicità oppure c’era qualcosa di più profondo all’origine? Mah, io credo che andrebbe serenamente riconosciuto il fatto che oggigiorno circa il 50% delle coppie si separano e che chi invece rimane sposato spesso lo è per finta. Sarebbe molto più serio ed onesto, se le coppie si riprestassero giuramento di tanto in tanto. Molti vivrebbero il matrimonio in maniera molto più consapevole. Potrebbe essere davvero bello e molto romantico dichiararsi sempre e di nuovo ad una persona, e non soltanto ogni sette anni... Prima del voto si è parlato molto di una secolarizzazione della Baviera. I Verdi hanno addirittura proposto di vietare i crocifissi e il velo nelle classi, nonché una revisione del Concordato con la Chiesa Cattolica. Lei che cosa ne pensa? Nella nostra società sempre meno persone si prendono cura dell’anima. Il raccoglimento privato è quindi importante, lo sono molto meno i simboli. Purtroppo sono in molti quelli che mostrano soltanto i simboli, senza la magnifica consapevolezza di che cosa essi rappresentino. Una vita fatta di rituali condiziona le persone e non rende affatto Dio più vicino a noi. Dio vuole vederci felici e non impegolati in diatribe superflue. Purtroppo anche la Chiesa ha dato vita a tante regole per assicurarsi il potere...
Horst Seehofer è appena diventato governatore della Baviera. Crede che la cosiddetta “era della CSU” sia finita o che sarà invece proprio lui l’uomo in grado di ridare lustro al partito? Se Huber e Beckstein erano troppo compromessi con la politica di Stoiber, Seehofer dovrà comunque fare i conti con la zavorra lasciatagli dall’era Stoiber. Con la CSU Seehofer ha ereditato una bomba ad orologeria. Di sicuro ne capiteranno ancora delle belle. Se non terrà conto della necessità di liberarsi dal vecchio modo di fare politica, Horst rimarrà assai per poco alla barra del timone. Tanto più che ora la Baviera, oltre a un bilancio ufficiale, ha anche un bilancio ombra, che viene usato per coprire tutte le spese poco presentabili ricorrendo al patrimonio del Freistaat sotto forma di garanzie. Lo scandalo della Landesbank (la Bayern Lb, ndr) farà emergere le dimensioni reali del disastro finanziario. La CSU ha goduto dispoticamente della sua maggioranza di due terzi e questi sono i risultati. Questa è insomma l’eredità di Stoiber e dei suoi compagni di lotta, che prima o poi, però, dovranno andarsene anche loro tutti.http://germanynews.ilcannocchiale.it/
- Franz Müntefering, oramai da circa quaranta giorni alla guida del partito socialdemocratico, non ha saputo finora riportare stabilità all’interno della Spd.
Anzi, nelle ultime settimane, il conflitto tra le due ali all’interno del partito – l’ala sinistra da una parte e quella riformista dall’altra – si è persino esteso: mentre finora sembrava trattarsi di un problema che riguardava soprattutto l’Assia, dove l’ex presidentessa regionale Andrea Ypsilanti ha tentato invano di formare una coalizione con i Grünen e appoggiata dall’estrema sinistra Die Linke, oggi gli effetti strazianti del conflitto si possono osservare in tutto il territorio federale. Basta considerare quanto successo ad Amburgo la scorsa settimana: la giovane promessa della Spd Niels Annen, appartenente all’ala sinistra del partito, ha perso per un solo voto il diritto alla candidatura per il Bundestag in vista delle elezioni del 2009. Eppure, fino a pochi giorni dalla votazione, il successo di Annen sembrava scontato. E, invece, all’ultimo istante, si è candidato anche il rivale Ilkhanipour, che grazie al sostegno dei Juso – l’organizzazione giovanile della Spd, ad Amburgo vicina ai riformisti – ha avuto la meglio. La reazione di Müntefering dopo la disfatta di Annen è apparsa piuttosto fredda, nonostante – come sostiene anche il quotidiano Die Tageszeitung – si sia trattato di un vero e proprio golpe: “In una carriera politica una sconfitta ci può stare”, avrebbe detto il “Münte” ai giornalisti presenti in conferenza stampa.
Dopo la caduta di Kurt Beck e il disastro della Ypsilanti – tradita un giorno prima dello scrutinio in parlamento da tre compagni di partito, non più disposti a collaborare con la sinistra massimalista –, un altro “Sozi”, dunque, appartenente all’ala sinistra della Spd ha dovuto subire la furia riformista. Stando a quanto riporta il settimanale Der Spiegel, infatti, si tratterebbe di una vendetta politica da parte dei seguaci di Gerhard Schröder, più che mai intenzionati ad eliminare tutti coloro che negli ultimi anni hanno messo in discussione le riforme sociali dell’ex cancelliere. La prossima vittima, dunque, potrebbe essere la vice-presidentessa della Spd Andrea Nahles, l’ex braccio destro di Kurt Beck. Nahles, infatti, fu colei che causò il ritiro di Müntefering dalla presidenza del partito alla fine del 2005. Allora la Nahles impedì la nomina del pupillo di Müntefering, Kajo Wasserhövel, come segretario generale del partito.
Ma questa sorte di faida politica potrebbe costare cara al partito popolare più vecchio della Germania. Secondo la Süddeutsche Zeitung, infatti, nessun partito ha mai bruciato così tanti pezzi da novanta in così poco tempo. Il quotidiano bavarese si chiede, giustamente, chi resterà nel caso in cui i riformisti – dei quali fa parte il candidato alla cancelleria Frank-Walter Steinmeier – dovessero andare incontro ad una sconfitta nelle politiche del 2009. I recenti sondaggi, infatti, sono tutt’altro che buoni: la Spd si trova a soli 23 punti di consenso, ben 14 punti dietro ai rivali della Cdu/Csu.
L’opinionista Michel Friedmann ha descritto la situazione desolata della Spd in questo modo: “Negli anni novanta la Spd ha perso un pezzo di carne con i Verdi, oggi rischia di perderne un altro con la Linke e, andando avanti di questo passo, finirà ridotta all’osso”. Il dato di fatto più preoccupante per Müntefering e compagnia, in ogni caso, consiste proprio nell’ascesa continua del partito di Oskar Lafontaine: la Linke è ormai a tredici punti di consensi. Nel Saarland, dove fra nove mesi si voterà, potrebbe addirittura superare la Spd.http://politicatedesca.blog.de/
I colloqui tra l'esercito libanese e le fazioni palestinesi vanno avanti da molti giorni. Bisogna dirimere la questione delicata dei "sei". Di sei esponenti di Fatah al Islam che le forze armate di Beirut ritengono responsabili degli attentati contro i loro soldati, e che vorrebbero arrestare. Per gli accordi pluridecennali tra lo stato libanese e i rifugiati palestinesi, l'esercito non può entrare nei campi, e la legge e l'ordine sono gestiti dalle fazioni. L'indebolimento recente delle fazioni storiche, però, ha reso la situazione nei campi sempre meno governabile. Anche se, dicono alcune fonti, la tensione tra Fatah e Hamas nei campi profughi palestinesi del Libano è ancora a livelli accettabili. La questione è che le fazioni non sembrano capaci di governare il fenomeno di Fatah al Islam, responsabile del disastro di Nahr el Bared a Tripoli. E Fatah al Islam non è un pericolo sono per le fazioni laico-nazionaliste, come Fatah e il Fronte Popolare. E' molto pericoloso anche per Hamas, visto che si tratta di un movimento salafita, dunque tradizionalista, che può erodere il consenso del più importante movimento islamista palestinese.
Tutti contro Fatah al Islam, insomma, sia sul fronte palestinese sia su quello libanese. Il problema è come arrestare i sospetti e come limitare la sua espansione. L'esercito libanese non vuole entrare nei campi, non solo per rispettare gli accordi, ma anche perché una eventuale presenza dei soldati darebbe de facto un altro status ai palestinesi, oltre 400mila, che invece continuano a essere considerati dai libanesi uno dei loro problemi più importanti. L'esercito, dunque, vuole che siano le fazioni a risolvere la questione, ma le fazioni non sembrano per ora capaci. E il futuro prossimo non si presenta molto allegro.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Il vero significato della parola "cambiamento" negli Usa
Sono stato per la prima volta in Texas nel 1968, in occasione del quinto anniversario dell'assassino del presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas. Mi diressi verso sud, seguendo le file dei pali del telegrafo verso il paesino di Midlothian, dove incontrai Penn Jones Jr, redattore del Midlothian Mirror. Non fosse stato per la sua pronuncia strascicata e i suoi begli stivali, tutto in Penn era l'antitesi dello stereotipo texano. Dopo che ebbe smascherato i razzisti della John Birch Society, qualcuno fece saltare in aria la sua macchina tipografica. Con il passare delle settimane, egli raccolse con scrupolo le prove che arrivano quasi a demolire la versione ufficiale dell'omicidio Kennedy.
Questo è il giornalismo come lo abbiamo conosciuto prima dell'invenzione del giornalismo industriale, prima della istituzione della prima scuola di giornalismo e prima che la mitologia della neutralità liberale cominciasse a diffondersi tra coloro la cui "obiettività" e la cui "professionalità" portava con sé il tacito obbligo di far sì che le notizie e le opinioni fossero in sintonia con il pensiero comune della classe dirigente, a prescindere dalla verità. Giornalisti come Penn Jones, indipendenti dai poteri intoccabili, onesti e infaticabili, riflettono spesso l'atteggiamento dell'americano medio, che raramente si conforma allo stereotipo promosso dall'industria dei media da entrambe le parti dell'Atlantico. Leggetevi «American Dreams: Lost and Found» [Sogni americani: perduti e ritrovati] del magistrale Studs Terkel, morto l'altro giorno, o date una scorsa alle indagini che attribuiscono, senza sbagliare, vedute illuminate alla maggioranza che crede che «il governo debba prendersi cura di coloro che non possono prendersi cura di sé stessi», che è pronta a pagare più tasse per un sistema sanitario generalizzato, che è favorevole al disarmo nucleare e vuole far uscire le truppe statunitensi dalle nazioni di altri popoli.
Ritornando al Texas, sono di nuovo impressionato da chi è così distante dallo stereotipo del redneck, malgrado il peso di una forma di lavaggio del cervello fatto a molti americani sin dalla più tenera età: credono che la loro sia la società più superiore nella storia del mondo, e che tutti i mezzi siano giustificati, anche lo spargimento di sangue, se servono a mantenere quella superiorità.
Ecco il sottotesto dell'«oratoria» di Barack Obama. Egli dice di voler ricostituire il potere militare statunitense, e minaccia di scatenare un'altra guerra in Pakistan, uccidendo ancor più persone dalla pelle scura. E questo porterà altre lacrime. Lacime diverse da quelle della notte dell'elezione a presidente, lacrime che Chicago e Londra non vedranno. E questo non lo dico per mettere in dubbio la sincerità della gran parte delle reazioni all'elezione di Obama, che è stata possibile non per via dell'unzione che è stata spacciata per reportage dagli Stati Uniti fin dal 4 novembre (un esempio «I liberal statunitensi sorridono e il mondo sorride con loro»), ma per lo stesso motivo per cui milioni di email d'indignazione furono spedite alla Casa Bianca e al Congresso quando fu rivelato il piano di salvataggio delle banche, e anche perché la maggior parte dei cittadini Usa sono stufi della guerra.
Due anni fa, questo voto contro la guerra fece guadagnare al Congresso la maggioranza ai Democratici, solo per assistere alla consegna da parte dei Democratici di altro denaro a George W. Bush per proseguire con il suo bagno di sangue. Da parte sua, l'Obama "contrario alla guerra" non ha mai detto che l'illegale invasione dell'Iraq era sbagliata, ma solo che fu «un errore». Da lì in avanti, votò per dare a Bush quel che voleva. Certo, l'elezione di Obama è storica, un simbolo di grande cambiamento per molti. Ma è altrettanto vero che l'élite statunitense è diventata esperta nell'usare i neri della classe media e dirigente. Il coraggioso Martin Luther King riconobbe ciò quando tracciò un parallelo fra i diritti umani degli Afroamericani e i diritti umani dei Vietnamiti, che allora venivano massacrati dall'ammistrazione democratica e liberal. E gli spararono. Stridente è il contrasto con un giovane maggiore che combatté in Vietnam, Colin Powell, che fu usato per "investigare" e coprire l'infame carneficina di My Lai. Come segretario di Stato di Bush, Powell fu spesso descritto come "liberal" e fu considerato l'uomo adatto per mentire alle Nazioni Unite riguardo alle inesistenti armi di distruzione di massa irachene. Condoleeza Rice, riguardata come donna nera di successo, ha lavorato alacremente per negare giustizia ai Palestinesi.
Le prime due cruciali nomine di Obama rappresentano una negazione dei desideri dei suoi sostenitori riguardo ai principali temi per i quali essi votarono per lui. Il vicepresidente-eletto, Joe Biden, è un fiero guerrafondaio e sionista. Rahm Emanuel, che diverrà l'importantissimo capo di gabinetto della Casa bianca, è un fervente "neoliberista" fedele alla dottrina che ha portato all'attuale collasso economico e all'impoverimento di milioni di persone. Ed è anche un sionista - di quelli per cui Israele viene prima di tutto - che fece parte dell'esercito israeliano, e si oppone qualsiasi significativa giustizia per i Palestinesi, un'ingiustizia che sta alla base dell'odio delle genti musulmane verso gli Stati Uniti e della nascita del jihadismo.
Ma di questo in mezzo ai tripudi dell'Obamamania non si può fare alcun esame minuzioso, proprio come in mezzo al «momento di Mandela» non era permesso fare alcun esame minuzioso del tradimento della maggioranza dei Sudafricani neri. Ciò è particolarmente evidente in Gran Bretagna, dove il diritto divino degli Stati Uniti di "comandare" è importante per gli interessi delle élite britanniche. L'Observer, una volta uno dei quotidiani più autorevoli, supportò la guerra in Iraq di Bush, riprendendone le prove inventate, mentre ora, senza alcuna prova, annuncia che «gli Stati Uniti hanno recuperato la fiducia del mondo nei suoi ideali». Questi «ideali», che Obama giurerà di sostenere, hanno presieduto, sin dal 1945, alla distruzione di 50 governi, democrazie comprese, e a 30 movimenti di liberazione popolare, causando la morte di innumerevoli uomini, donne e bambini.
Niente di tutto questo è stato menzionato durante la campagna elettorale. Se fosse stato permesso, avrebbe potuto esserci il riconoscimento che il liberalismo, come ideologia gretta, arrogante e guerrafondaia sta distruggendo il liberalismo come realtà. Prima della sua criminale guerra, Blair e la stampa adorante negavano l'ideologia. «Blair può essere un faro per il mondo», dichiarò il Guardian nel 1997. «Sta facendo del governo una forma d'arte».
Oggi, cambiate il nome di "Blair" con quello di "Obama". E a proposito di momenti storici, ce n'è un altro di cui non si è parlato, ma che è ancora in atto. Si tratta dello spostamento della liberaldemocrazia verso la dittatura industriale, gestita indipendentemente dall'appartenenza etnica, coi media che fanno da convenzionale facciata. «La vera democrazia», scrisse Penn Jones Jr, il texano che dice la verità, «è vigilanza costante, non pensare nel modo in cui tutti si aspettano, ma tenere sempre gli occhi aperti».
John Pilger è un giornalista e documentarista australiano
Titolo originale: "Beware of the Obama hype. What 'change' in America really means"
Dove va il Messico? L´escalation della violenza scatenata dalle narcobande sembra non conoscere limiti. I massacri di Ocoyoacac, le bombe di Morelia, le stragi di Tijuana vengono affrontati nel dossier del numero di novembre di Narcomafie. L´attentato dello scorso 15 settembre contro la popolazione civile di Morelia, radunata in piazza per celebrare l´indipendenza, apre nuovi ed inquietanti scenari sulla penetrazione dei cartelli del narco e delle loro strategie. Inoltre, dove porterà l´iniziativa Mérida?
Il link: http://www.narcomafie.it/rivista.htm Un´altra segnalazione per il blog di Lillo Rizzo, che continua le sue pubblicazioni fotografiche sull´America Latina. Dopo i niños de la calle, Lillo pubblica il fotoreportage sui desaparecidos di Ayacucho, volti e luoghi di una delle pagine nere della storia recente del Perù: http://lillorizzo.wordpress.com/category/america-latina/
Non é il titolo di un B-movie, ma una buona descrizione della situazione in Colombia. Con un incredibile video su YouTube, David Murcia Guzmán (presidente di DMG, la super-piramide alla quale ha dato le iniziali) sfida Uribe e lo avverte: "Solo Dio puó mettersi contro la grande famiglia di DMG".
Povero Uribe. Fino a pochi mesi fa sfidava le FARC, fronteggiava il vicino Chávez, sbaragliava paramilitari e nei ritagli di tempo metteva al loro posto i terroristi dell ONG. Ora il suo nemico numero uno é un signor nessuno, un tipo che fino all'anno scorso non esisteva e che ora si permette di dire le cose in faccia al "RePresidente".
Un signor nessuno, certo, ma ha imparato bene la lezione. Guardatevi il video, c'é tutto: la bandiera colombiana (vicino a quella della DMG), lo sfondo elegante (ma aspettatevi presto il sigillo, come quello della Casa Bianca), il gobbo ben nascosto, l'oratoria astuta, i riferimenti al popolo, l'attacco ai poteri forti (con nome e cognome: Sarmiento Angulo, capo del gruppo bancario Aval).
Poi in un'intervista alla W Radio la stoccata finale: gli stessi figli del Presidente sarebbero in affari con DMG! La smentita di Jerónimo suona piú a conferma che altro, e tocca al papá andare all'attacco.http://bogotalia.blogspot.com/
Iraq, Infrastrutture in condizioni drammatiche, a rischio milioni di iracheni, denuncia la Croce Rossa Internazionale
Osservatorio Iraq,
La situazione delle infrastrutture in Iraq resta gravissima, in particolare per quanto riguarda l’acqua. L’allarme arriva dalla Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), che oggi, in un comunicato dalla sua sede di Ginevra, ha espresso tutta la propria preoccupazione.
Secondo le stime dell’organizzazione umanitaria internazionale, oltre il 40% della popolazione irachena, ancora non è collegata alla rete idrica, specialmente nelle campagne e nelle periferie, e la salute di milioni di iracheni è a rischio.
I servizi sanitari, idrici, e fognari in Iraq sono in condizioni terribili, denuncia l’ICRC, e non riescono a soddisfare i bisogni di una gran parte della popolazione.
Particolarmente critica è la situazione dell’acqua. Dopo l’epidemia di colera di quest’estate, Beatrice Megevand Roggo, che dirige le operazioni dell’organizzazione in Medio Oriente, si dice particolarmente preoccupata per la mancanza di acqua potabile. E sottolinea che in Iraq non funzionano neppure le infrastrutture più essenziali.
Il risultato è la diffusione di malattie dovute all’acqua – che mettono ulteriormente a dura prova le strutture sanitarie del Paese: ospedali e ambulatori che già fanno grande fatica a causa della mancanza di risorse. I medici devono far fronte alla carenza cronica di medicinali e attrezzature, mentre strutture cadenti e spesso obsolete non hanno manutenzione né servizi fognari adeguati. Spesso manca l’elettricità, e molte strutture devono fare affidamento sui generatori.
Molti iracheni semplicemente non possono permettersi le cure di cui hanno bisogno: interventi chirurgici specializzati e cure per malattie come i tumori sono disponibili solo in alcuni ospedali delle grandi città.
L’ICRC riconosce che il recente miglioramento della sicurezza in alcune parti del Paese ha consentito all’organizzazione di espandere le sue operazioni: e tuttavia fa presente che non ci si può aspettare che essa fornisca servizi essenziali a tempo indeterminato.
"Quello che una organizzazione umanitaria può fare è limitato. Anche la loro responsabilità è qualcosa che conta molto", sottolinea la Megevand Roggo, con un riferimento evidente alle forze Usa e alle autorità di Baghdad. “Non si può contare solo sugli operatori umanitari per risolvere i problemi di un Paese come l’Iraq".
[O.S.]
Fonti: Comitato Internazionale della Croce Rossa, BBC News
Un al-Zawahri decisamente ringiovanito – evidentemente fa la stessa cura anti-aging di Osama bin Laden – ha tuonato ieri contro il neo-presidente eletto Obama, con un messaggio audio comparso sul solito sito web che nessuno riesce mai a rintracciare.
Il messaggio potrebbe essere utile per un simposio di psichiatri che volesse studiare i problemi relativi al transfert di personalità, il meccanismo che entra in funzione quando un uomo della CIA - o comunque uno con quella mentalità – cerca di immedesimarsi in un personaggio fittizio come al-Zawahri, e cerca di scrivere “quello che direbbe lui”.
E‘ un fenomeno che noi abbiamo conosciuto da vicino, durante il rapimento Moro, quando gli uomini dei nostri servizi segreti scrivevano i volantini delle “Brigate Rosse”, accusando “l’imperialismo capitalista delle multinazionali, del quale Andreotti è il servo più fedele”. (Se i brigatisti rossi fosse esistiti davvero, in quel periodo, ad un deficiente del genere non avrebbero permesso di scrivere nemmeno i bigliettini di Natale).
Accade così che al-Zawahri si sia messo ad insultare apertamente Obama, definendolo un “venduto ai bianchi”, ...
... e dicendo che è “l’esatto contrario di un onorabile nero americano, come ad esempio Malcolm-X”.
Freud tradurrebbe immediatamente la frase in questo modo: “Cosa sei venuto a fare fra noi, negro di merda? Perchè non rimani al tuo posto, così possiamo continuare a menarti di santa ragione, senza che nessuno abbia nulla da ridire? Invece ora ti mescoli fra noi, e ti dobbiamo pure rispettare.”
Al-Zahwari ha poi definito Colin Powell, Condolezza Rice e lo stesso Obama “house negroes”, ovvero “schiavi domestici”.
Freud farebbe subito notare che Al-Zahwari – ovvero Al-Queda – ha sempre detto di lottare contro l’imperialismo americano e contro la sua cultura classista e prevaricatrice, mentre questo chiaro disprezzo “dall’alto” per la razza inferiore è tipico proprio di quella cultura.
Al-Zahwari ha poi detto che “Obama si troverà di fronte ad un risveglio della Jihad, o Guerra Santa, che sta scuotendo le fondamenta di tutto il mondo islamico; questa è una realtà che il vostro governo e il vostro paese si rifiutano di riconoscere, e fingono di non vedere”.
Dicesi “wishful thinking” – ovvero, “ti piacerebbe” – e qui non c’è nemmeno bisogno di Freud per rilevare la frustrazione dello scrivente, che non riesce a capacitarsi che il mondo abbia mangiato la foglia, e che la “strategia del terrore” non funzioni più come una volta.
Inutile aggiungere che il concetto di “Guerra Santa” è totalmente ed esclusivamente cristiano, mentre per il musulmano la Jihad è una cosa completamente diversa, e riguarda soltanto la difesa del proprio territorio. Oooops.
Ma la cosa più divertente sono stati i commenti alla CNN del cosiddetto “esperto di terrorismo”, tale Peter Bergen che viene considerato un guru in materia, solo perchè ebbe la fortuna di intervistare bin Laden una volta, circa venti anni fa.
Bergen ha “spiegato” che “questi terroristi hanno molto tempo da buttare, mentre cercano di evitare di venir colpiti dai nostri Scud, e probabilmente si sono messi a leggere testi radicali come, ad esempio, Noam Chomsky”.
Giuro, ha detto esattamente così.
E poi, non contento, Bergen ha pure aggiunto: “E’ stato probabilmente Tal Dei Tali [un nome che non ricordo], l’ebreo californiano convertito all’Islam che è entrato nelle file di Al-Queda, ad aver introdotto i leader arabi a questo tipo di letture”.
Ve lo vedete “l’ebreo californiano” che dice alla madre: “Ciao mamma, parto e vado a fare il terrorista con gli arabi”
“Okay, d’accordo – risponde la mamma con un sospiro - Quanto ti trattieni?”
“Non lo so esattamemte, comunque ti tengo informata. A proposito, lo sai che mi sono convertito all’Islam? Spero che la cosa non ti dia troppo fastidio”.
“Ma figurati caro – replica la madre con una carezza - lo sai che fin da piccolo ti abbiamo insegnato la tolleranza per le altre religioni, soprattutto quella dei nostri vicini di Palestina. Piuttosto, non scordare le buone letture, mi raccomando. Un sano Chomsky, l’immancabile Malcolm, e poi magari anche qualcosina di Allen Ginsberg e Gregory Corso”.
Ovvero, uno spezzato del più terrificante campionario di “cultura rivoluzionaria” che possa popolare gli incubi di un qualunque maccartista dell’era moderna.
“Sai com’è - aggiunge la mamma, abbracciando il ragazzo che parte – questi arabi sono molto arretrati. Un pò di cultura moderna non può che fargli del gran bene”.
Fossi stato in lei gli avrei anche suggerito di portarsi un disco di Jimi Hendrix.
Barack Obama, presidente eletto degli Stati Uniti, ha promesso agli americani la creazione di 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro entro il gennaio 2011, per effetto di un piano di ripresa dell’economia al quale si mettera’ al lavoro il team economico di cui faranno parte alcuni ministri che si appresta ad annunciare. Nel proprio secondo messaggio del sabato alla Nazione, diffuso anche in un video formato YouTube sul sito della transizione (www.change.gov), Obama ha descritto le difficolta’ economiche del paese, sottolineando che alla perdite dei posti di lavoro e al crollo del mercato immobiliare si aggiunge ora anche ”il rischio di cadere in una spirale deflazionistica che potrebbe aumentare ulteriormente il nostro massiccio debito”. […]
”Non ci sono soluzioni rapide o facili a questa crisi, che e’ andata creandosi nel corso di molti anni - ha detto Obama - ed e’ probabile che peggiorera’ prima di migliorare”. Ma il presidente eletto ha promesso che dal 20 gennaio, il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, scatteranno immediate contromisure. ”Ho dato disposizione al mio team economico - ha affermato - di mettere a punto un piano di ripresa economica che significhera’ 2,5 milioni di posti di lavoro in piu’ entro il gennaio 2011: un piano ampio abbastanza da far fronte alle sfide che confrontiamo, che intendo firmare appena insediato”.
Obama ha detto che i dettagli emergeranno nelle prossime settimane, ma si trattera’ ”di uno sforzo nazionale di due anni” per l’occupazioni e la crescita economica, basato tra l’altro su opere pubbliche e su iniziative nel campo della ricerca e dello sviluppo di fonti d’energia alternative. Il presidente eletto ha sottolineato che si tratta di un piano di portata epocale che richiedera’ un appoggio a Washington anche da parte dei repubblicani all’opposizione.
Il messaggio settimanale di Obama precede un probabile annuncio pubblico da parte del presidente eletto, alla riapertura dei mercati lunedi’, nel quale secondo fonti del suo staff dovrebbe indicare ulteriori linee di politica economica e annunciare almeno due nomine: quella di Timothy Geithner, presidente della Fed di New York, a ministro del Tesoro e di Bill Richardson, governatore del New Mexico, a ministro del Commercio.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/11/22/obama-ecco-il-mio-new-deal/#more-290
A Belgrado una radio che fa opposizione al regime di Milosevic diventa una Tv a diffusione nazionale e un sito Internet d’informazione. Un buon esempio di fusione dei tre principali mezzi di comunicazione.
La radio B-92 nasce il 15 maggio 1989, a seguito di una decisione dell’unione studentesca socialista di creare un’unica stazione radio. Il fondatore, Veran Matić, è stato anche conduttore, negli anni Ottanta della trasmissione Ritam srca (il ritmo del cuore), che rappresentava già un primo passo verso la diversificazione della comunicazione di massa in Jugoslavia dopo la morte di Tito e la progressiva caduta del comunismo. Si occupava di temi tabù come prostituzione, Aids e droga. B-92 è stata spesso paragonata a radio Alice, stazione radio ultraradicale italiana degli anni Settanta. Lo slogan di B-92? «L’informazione non è solo rappresentazione e ripetizione, ma è anche la forza che permette di cambiare la realtà».
Contro il regime
La redazione di B92. (Foto: Ljubisa Banovic)Negli anni Novanta la radio B 92 è stata più volte oscurata (per poi essere ripristinata grazie alle pressioni internazionali) a causa della copertura delle manifestazioni di opposizione al Governo di Milosevic. Durante il periodo dei bombardamenti di Belgrado la direzione dell’emittente è stata occupata da persone del regime, mentre i membri delle radio hanno continuato a lavorare in clandestinità. Soltanto nel 2000 i membri di B92 hanno ripreso il controllo totale delle trasmissioni. Dopo la caduta del regime B92 si è anche impegnata nella raccolta e produzione di materiale audiovisivo, allo scopo di ricostruire la memoria storica del Paese. Nonostante i problemi fu il mezzo più ascoltato del periodo. Nel settembre del 2000, subito dopo la caduta del regime a Belgrado, B92 diventa anche Tv. Attraverso questo media freddo, B92 per la prima volta dopo undici anni di lotta per la libertà d’informazione, arriva all’intera nazione. Non tutti i programmi radiofonici vengono “trasferiti” in TV: anzi, radio B92 continua a funzionare parallelamente al mezzo televisivo. Negli ultimi quattro anni ha triplicato i propri ascolti, diventando il terzo più popolare canale televisivo per la fascia di pubblico 15-54 anni, nonché una delle quattro televisioni con la licenza nazionale. Secondo AGB, Strategic Research data, Tv B92 copre oggi 98% del territorio di Serbia, mentre 88% della popolazione riceve le trasmissioni in buona qualità.
Internet e Tv senza competizione
Sasa Mirkovic, responsabile comunicazioni esterne di B92. (Foto: Nabeelah Shabbir)
Internet, spesso considerato il rivale numero uno della Tv, può essere, invece, un’opportunità per la sua sopravvivenza: B92 diventa anche un sito web popolarissimo perché non si limita ad essere una vetrina del palinsesto della Tv ma è un vero e proprio collage informativo suddiviso nelle sezioni simili ad un giornale on-line: cultura, esteri, lavoro, viaggi. Dal 1996, il B92.net è il sito più vistato in Serbia, con 180mila visitatori giornalieri, e uno dei più visitati dell’Europa dell’Est. Il picco? A febbraio 2008 si sono toccati i 389.936 visitatori unici, con 2.330,281 pagine caricate sul sito (risorsa: Statcounter). Per questo radio-televisione-web B-92 è un mezzo unico: ha saputo conciliare e sfruttare le potenzialità dei tre media più importanti per rivolgersi al proprio pubblico, offrendo ai giovani serbi un’alternativa nel mar morto dell’informazione.
La B92 mostra come il mezzo non è fondamentale per la qualità dell’informazione: radio, Tv e sito Internet sono qui tre realtà interconnesse ma indipendenti. In questo senso, attraverso le parole di Veran Matić, capiamo la forza del mezzo sta nell’alternativa: «Siamo stati egoisti, perché la stazione radiofonica ci ha aiutati a creare quello che ci mancava e che desideravamo. Abbiamo creato il mondo a parte che era staccato dalla realtà repressa intorno a noi. Questo era, forse, l’unico modo per la nostra sopravvivenza».
Il Governo cinese tenta di affrontare cambiamenti climatici e inquinamento. Servirà amche l'aiuto dei paesi ricchi, dicono. Ma l'ostacolo più grande è l'enorme utilizzo del carbone che, segnala un report, ha costi esterni per il paese pari a 7 punti di Pil.
“Fenomeni climatici estremi, come caldo anomalo, alluvioni e siccità, sono aumentati in frequenza e intensità”, se non contrastati, questi fenomeni, causeranno catastrofi naturali e incideranno negativamente su raccolti e allevamento rendendo difficile per il paese nutrire i suoi 1,3 miliardi di abitanti. È questo il succo del “white paper” pubblicato pochi giorni fa dal governo cinese in cui il paese cerca di fare i conti con il global warming.
Un documento in cui si ribadisce la necessità che la nazione faccia la sua parte nella lotta al riscaldamento globale, si afferma che la Cina continuerà a partecipare agli sforzi nell’ambito delle Nazioni Unite, ma si ribadisce anche che i primi a muoversi devono essere i paesi ricchi che, secondo il governo di Pechino, dovrebbero destinare almeno lo 0,7% del proprio Pil per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni.
La Cina al momento sta contendendo agli Usa il titolo di più grande emettitore di CO2 al mondo, ma è solo 92esima in termini di emissioni pro-capite. L’indirizzo stabilito dal documento è quello di ridurre le emissioni senza rallentare l’economia. L’impegno assunto dal paese non è una riduzione assoluta, ma solo un calo nell’intensità energetica: entro il 2010 l’energia consumata per ogni punto di prodotto interno lordo dovrà essere il 20% in meno.
Il documento non contiene quindi nessun impegno rivoluzionario, ma è rilevante che vi sia il riconoscimento della necessità di agire urgentemente per ridurre le emissioni e viene anche detto chiaramente qual è il più grande ostacolo del paese su questa strada: la sua dipendenza dal carbone. Una dipendenza che secondo il “white paper” potrà essere difficilmente vinta nel futuro prossimo. Malgrado lo sviluppo galoppante delle rinnovabili, la Cina dipende ancora per i due terzi del suo fabbisogno energetico da questa fonte fossile.
E quanto male il carbone faccia al gigante asiatico lo spiega bene anche un altro studio, pubblicato in Cina quasi in contemporanea al documento governativo. È "The True Cost of Coal", un report realizzato da alcuni tra i maggiori economisti cinesi e commissionato da Greenpeace, Energy Foundation e WWF. Il documento, come dice il titolo, calcola il costo dei danni causati dall’uso di questo combustibile sporco, erroneamente considerato una fonte economica di energia per il prezzo ancora relativamente basso.
Non solo elevate emissioni, alle quali nel paese contribuisce per l'80%, ma il carbone porta altri brutti regali alla Cina: l'80% del biossido di zolfo e il 67% del biossido d'azoto che inquinano l'aria derivano dall'uso del carbone che produce anche un quarto delle acque di scarto del paese. Se si considerano i costi ambientali, sociali, sanitari e i danni alle infrastrutture, conclude il report, il carbone nel 2007 in Cina è costato in termini di esternalità negative il 7,1% del Pil.
IL GRAN PARTITO DI RUSSIA ALLA PROVA DELLA CRISI E' il congresso della Crisi, anche se si continua a scongiurarla nelle parole, quello svoltosi ieri a Mosca per Russia Unita: due milioni di iscritti, maggioranza assoluta alla Duma. Per molti, un colosso dai piedi d'argilla che si regge solo su Vladimir Putin, guida senza tessera. In sala toni lontani dalla festa di un anno fa, quando si snocciolavano i successi del boom. Fuori, Pavel Verstov: giornalista espulso dal partito per aver raccontato casi di suicidi tra operai licenziati per la crisi (foto:Kommersant)
Lucia Sgueglia
MOSCA - E' il congresso della Crisi, anche se si continua a scongiurarla nelle parole, quello svoltosi ieri a Mosca per Russia Unita. Il decimo per il "partito di Putin": maggioranza assoluta alla Duma, due milioni di iscritti, milioni, pare, i sostenitori, la piaga della corruzione che lo stesso VVp denunciò un anno fa. Secondo molti un colosso dai piedi d'argilla, una nebulosa informe e priva d'identità, retta soprattutto dal carisma e la leadership del premier russo, che lo guida senza esservi iscritto. Primo a parlare però è il presidente Medvedev, ospite d'onore, anche lui senza tessera. Discorso breve, toni lontani dalla festa di un anno fa, quando si snocciolavano i successi del boom: "Servono riforme subito, non si può rimandare". Primo, "incentivare la concorrenza politica". Non facile, nel paese dominato dagli Orsi (il simbolo di RU): poco dopo, manco a farlo apposta, i 2mila delegati nell'emiciclo avvolto dal nastro tricolore russo votano la fusione col piccolo Partito Agrario. All'unanimità, come tutte le mozioni presentate.
Poi tocca all'ex zar, un discorso lungo. Apre con "la crisi in Russia", ammettendola per la prima volta, seppur "limitata al settore finanziario". Mentre la borsa e le riserve valutarie russe continuano a calare, per non parlare dei prezzi del barile cui è agganciata l'economia russa, snocciola la sua ricetta antidepressione, fino al 2020, il solito vecchio "piano Putin" per il paese, coi ritocchi dovuti alla crisi. Ai cittadini promette: "faremo tutto il possibile per evitare lo shock del 1991 e del 1998". Un mese fa, l'eventualità era per lui "esclusa". Nonostante la crisi, il governo non rinuncerà al welfare. Anzi, aumenta il sussidio ai disoccupati e le pensioni. Aiuti alle imprese per cui, assicura Putin, la Russia ha risorse sufficienti: altri 2 mld. di dollari per salvare le banche (siamo quasi a 140), 1,7 per l'industria degli armamenti, prestiti in cambio di acquisti e Cina e India, 1 miliardo al Fmi per i paesi poveri. Taglio alla tassa sui profitti. I risparmi dei russi, dice, sono "al 98% al sicuro". Suda a sentire l'elenco spese il ministro delle Finanze Kudrin. Più tardi annuncia: il budget per il 2009 sarà deficitario. È la prima volta dal 2000. La crisi, insiste Putin, è "un'opportunità" per migliorare la competitività. In prima fila ad ascoltarlo, oltre ai ministri, il presidente ceceno Kadyrov e l'ucraino Yanukovich. Assenti le "star" dello spettacolo presenti lo scorso anno.
Intanto, la "Cosa" cerca disperatamente un'identità. "Siamo un partito conservatore di centro, primo valore per noi è il patriottismo" suggerisce il presidente della Duma Gryzlov, invitando poi a "Comprare russo!". Tra gli stand i libri esposti delineano l'ideologia per i nuovi quadri: nei titoli Medvedev rimpiazza Putin, si racconta il "Genocidio Osseto", persino un "Obama per principianti", Arendt e Pushkin, propaganda giovanile. In omaggio per tutti, il lussuoso Fotoalbum "Russia Unita: 7 anni tra 100". Carta patinata, grafica accattivante, splendide immagini che accostano, in un grande tritatutto che parte dal 1908, Nicola II e Medvedev, Arshavin e Breznev con Nixon, operai e contadini, militari scolari e preti, eroi di oggi e di ieri. Fuori sotto la prima nevicata, rimane Pavel Verstov, espulso dal partito: giornalista, aveva raccontato casi di suicidi tra operai licenziati per la crisi.
SVILUPPO:L'ONU cerca le risposte nel Summit di Doha Thalif Deen
NAZIONI UNITE, (IPS) - Mentre la diffusa crisi finanziaria globale minaccia di travolgere banche, mercati azionari e industrie manifatturiere nel mondo in via di sviluppo, le Nazioni Unite guardano già agli esiti della conferenza internazionale sui finanziamenti allo sviluppo (Ffd), prevista per la prossima settimana a Doha.
L’emirato del Qatar, ricco di petrolio e di gas naturale, che ospiterà la conferenza, cerca un alto profilo politico per un incontro aperto a tutti i 192 stati membri, mentre il vertice economico della settimana scorsa a Washington si limitava a 20 nazioni sviluppate e in via di sviluppo.
L’ambasciatore Nassir Abdelaziz al-Nasser, rappresentante permanente del Qatar presso le Nazioni Unite, ha spiegato che il suo governo sta mobilitando ogni risorsa disponibile per assicurare che la conferenza Ffd sia un incontro strategico tra i leader mondiali in grado di contribuire ad alleviare la crisi.
”Ci aspettiamo la presenza di diversi capi di stato e di governo in questo incontro al vertice”, ha aggiunto.
La settimana scorsa, ha osservato, la lista dei leader mondiali attesi al meeting includeva solo i leader di Francia, Spagna, Corea del Sud, Turchia, Sud Africa, Giappone, Australia, Messico e forse Brasile, Indonesia e Italia, oltre al capo della Commissione europea.
Ma la prossima settimana dovrebbero essere molti di più. La conferenza di Doha è già al livello di un vertice di leader mondiali, ha sottolineato l’inviato del Qatar.
Al-Nasser ha fatto notare che secondo la risoluzione ONU, la conferenza dovrà essere “di altissimo profilo politico, anche con la partecipazione di capi di stato e di governo, ministri, delegati speciali e altri rappresentanti, come si conviene”.
“Ciò significa che sono attesi a Doha tutti gli stati membri delle Nazioni Unite, così come i direttori generali del sistema delle Nazioni Unite, insieme alle organizzazioni non governative (Ong) e della società civile e ai rappresentanti del settore privato”, ha precisato Al-Nasser all’IPS.
L’incontro di Doha fa seguito alla prima conferenza internazionale Ffd tenutasi a Monterrey, Messico, nel marzo 2002.
Il sottosegretario generale dell’ONU per gli affari economici e sociali Sha Zukang spiega che il Consenso di Monterrey del 2002 aveva rappresentato un ritorno al multilateralismo come responsabilità comune sia dei paesi sviluppati che di quelli in via di sviluppo.
“I paesi in via di sviluppo si erano impegnati a migliorare la propria gestione macroeconomica, mentre i paesi sviluppati avevano promesso di aumentare gli aiuti, alleviare il fardello del debito, e garantire un’economia globale di sostegno agli investimenti e alla crescita”, ha ricordato.
Ma, secondo un funzionario dell’ONU, quasi tutte quelle promesse sono rimaste disattese. “C’è un enorme gap tra le promesse e il loro adempimento”, ha detto all’IPS.
Zukang ha spiegato che l’attuale crisi finanziaria mette il luce il fallimento della comunità internazionale nel fronteggiare adeguatamente problemi sistemici.
La conferenza Ffd, osserva, sarà “l’opportunità per mandare un segnale chiaro sull’urgenza di affrontare queste tematiche garantendo misure “anti-cicliche” e di altro tipo per limitare le conseguenze dell’attuale caos finanziario”.
Intanto, il Qatar sta srotolando il tappeto rosso per tutti i partecipanti che saranno ospiti dell’emirato.
La dichiarazione finale della conferenza (29 nov-2 dic) coprirà diversi temi relativi all’attuale crisi finanziaria, come la mobilitazione di risorse nazionali e internazionali per lo sviluppo, commercio internazionale, aumento degli aiuti pubblici allo sviluppo, e nuove fonti di finanziamenti per lo sviluppo.
Un ambasciatore asiatico che sta seguendo da vicino i negoziati ha spiegato all’IPS che visto che il meeting Ffd non sarà una conferenza di donatori, non si aspetta nessun impegno finanziario concreto da Doha.
Ma l’Emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, potrebbe riservare qualche sorpresa, ha aggiunto.
Nel secondo Summit Sud-Sud di Doha di tre anni fa, l’Emiro aveva proposto la creazione di uno speciale fondo del Sud per lo sviluppo e gli affari umanitari, ora chiamato Fondo di Doha, con un contributo iniziale di 20 milioni di dollari.
Anche Cina e India hanno contribuito al Fondo, che ha ottenuto l’approvazione e il sostegno finale dal Gruppo dei 77, ora formato da 130 paesi, e dalla Cina.
Secondo l’ambasciatore Al-Nasser, il Fondo dovrebbe sostenere la cooperazione Sud-Sud e “fornire strumenti affinché chi è in una posizione migliore nel mondo in via di sviluppo possa aiutare i meno fortunati”.
Alla domanda su quale ruolo avrà il Qatar nei lavori per raggiungere il consenso sul documento finale, Al-Nasser ha risposto che il suo paese occupa un posto speciale, in quanto paese ospite.
“Ma alle Nazioni Unite, ogni paese ha la stessa voce in capitolo, soprattutto nel processo di negoziazione in vista dell’esito di una conferenza così importante”, ha osservato.
“Tuttavia, abbiamo senz’altro tentato di mostrare il nostro interesse a cementare la solidarietà tra i paesi in via di sviluppo attraverso la cooperazione economica sud-sud”, ha aggiunto.
Per sostenere questo sforzo, il Qatar ha promosso un summit con i paesi latinoamericani. E si è concentrato su diversi temi chiave, come politica energetica, cambiamento climatico e biodiversità.
“Stiamo quindi lavorando nell’ambito della normale struttura negoziale per assicurare che questi temi ricevano la dovuta considerazione nei dibattiti della conferenza e nel delineare il documento finale”, ha dichiarato Al-Nasser.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1338
DOPO GOLPE: DELEGAZIONE INTERNAZIONALE ANDRA' A NOUAKCHOTT
Una delegazione internazionale “di alto livello” si recherà in Mauritania prima della possibile adozione di sanzioni nei confronti della giunta militare al potere a Nouakchott, invitata più volte a ripristinare l’“ordine costituzionale” dopo il colpo di stato di agosto: la decisione è stata annunciata oggi ad Addis Abeba, al termine di un vertice al quale hanno partecipato rappresentanti dell’Unione Africana (UA), dell’Unione Europea (UE), dell’Onu, dell’Organizzazione della Conferenza islamica, della Lega araba e dell’Organizzazione internazionale della francofonia. “La riunione – ha detto il commissario dell’UA per la Pace e la sicurezza, Ramtane Lamamra – ha confermato la volontà della comunità internazionale per un ritorno all’ordine costituzionale”. La delegazione, ha aggiunto il diplomatico, incontrerà il presidente-deposto Sidi Ould Cheikh Abdallahi e il generale a capo della giunta Mohamed Ould Abdel Aziz per cercare “una soluzione democratica e pacifica, suscettibile di essere accettata dalla popolazione della Mauritania nel suo insieme”. La decisione sull'invio della missione è stata presa dopo che ieri la presidenza francese dell’UE aveva ipotizzato “misure appropriate” nei confronti della giunta di Nouakchott. Per discutere eventuali sanzioni resta fissato un nuovo incontro ad Addis Abeba il 12 dicembre, che si terrà dopo il ritorno della delegazione. A margine del vertice di oggi, il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ha detto che a Nouakchott “c’è stato qualche progresso” e ricordato in particolare il ritorno nel suo villaggio d’origine di Abdallahi, arrestato subito dopo il golpe.
CINA Comitato Onu: Pechino chieda scusa alle vittime di Tiananmen Il Comitato contro le torture invita la Cina a chiedere perdono per il massacro degli studenti e a fornire informazioni sulle persone ancora oggi detenute. Esso auspica indagini “complete e imparziali” per fare piena luce sulla vicenda e punire i colpevoli. L’Onu chiede anche la fine delle torture.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il governo cinese deve chiedere perdono alle vittime del massacro di piazza Tiananmen del giugno 1989 e compiere ulteriori sforzi per eliminare la pratica della tortura contro attivisti e oppositori. È quanto auspica il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, il quale invita la Cina ad avviare indagini “complete e imparziali” sulla repressione nel sangue della rivolta studentesca.
Il Comitato chiede inoltre a Pechino di “fornire informazioni sulle persone ancora oggi detenute e riferirle ai familiari. Chiedere scusa e offrire un compenso adeguato alle vittime, oltre a perseguire i responsabili che hanno fatto un uso eccessivo della forza o hanno perpetrato crimini e abusi”. Lo scorso anno il governo americano parlava di un numero variabile “fra i 10 e i 200” attivisti di piazza Tiananmen, che ancora oggi è rinchiuso nelle carceri cinesi.
A inizio novembre Li Baodong, ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha ribadito che il governo mostra “tolleranza zero contro la tortura” e ha compiuto dei progressi nello sradicamento di tale pratica. Una affermazione in parte smentita dal comitato Onu, che riporta denunce di torture e maltrattamenti nelle carceri, in particolare durante gli interrogatori di dissidenti e nei processi penali per estorcere la confessione. Pechino, chiede infine il Comitato, deve anche eliminare qualsiasi tipo di detenzione forzata o reclusione nei campi di lavoro, che avviene in maniera sistematica e il più delle volte senza un regolare processo. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13827&size=A
Il tira e molla diplomatico per il futuro della provincia balcanica non è affatto finito. Tra Pristina, Belgrado, Bruxelles, Washington e il Palazzo di vetro dell'Onu si cerca una via d'uscita all'impasse scattata dopo la dichiarazione d'indipendenza del febbraio scorso.
EULEX: MISSIONIMPOSSIBLE
La situazione socio-politica in Kosovo è tornata a essere tormentata e confusa. La partita tra, Onu, le cancellerie occidentali, Unmik, che dovrebbe tornare a casa, ed Eulex, la nuova missione civile di stampo europeo prossima a entrare in azione, sembra non finire mai. Il gioco-forza delle diplomazie occidentali, arbitri-registi-piloti di questa partita, non ha permesso di chiudere, una volta per tutte, la questione kosovara. L’Europa, forte del fatto di avere ben 22 stati su 27 che hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, avrebbe potuto agire diversamente. Ma i tentennamenti dell’Europa non aiutano a sbloccare la situazione, che anche per queste ragioni, è ritornata a essere molto ingarbugliata. Va tuttavia tenuto presente che tutti gli stati che hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, Italia compresa, hanno preso un impegno nei confronti del Kosovo e del Piano Athisaari, ma hanno ancora un impegno con Belgrado, con la risoluzione Onu 1244 che è ancora legge. Questa posizione schizofrenica dell’Europa o riconverge presto al palazzo di Vetro oppure diventerà sempre più insostenibile. In sostanza negli ultimi mesi si sono registrate delle evoluzioni-involuzioni che potrebbero essere così riassunte. Eulex, la missione civile, che era pronta da circa sei mesi a operare in Kosovo, è ancora ferma per via dei veti della Serbia che sino a una settimana fa si è mostrata contraria, manifestando apertamente lo scontento anche con proteste organizzate a Mitrovica e Gracanica. La Serbia non permetterà a Eulex di operare perchè ciò significherebbe accettare da parte delle autorità di Belgrado le evoluzioni avvenute in Kosovo e riconoscere apertamente l’allontanamento di Pristina. Questo è il succo dell’azione politico-diplomatica giocata da Belgrado. L’Unione Europea ne ha preso atto e ha capito che qualsiasi forzatura avrebbe potuto rivelarsi una mossa assai rischiosa. Dal versante kosovaro, le euforiche autorità di Pristina, sin dal giorno stesso della dichiarazione d’indipendenza, hanno sempre espresso un parere favorevole alla missione Eulex e hanno sempre spinto i governi europei a accelerare tale missione. Da meno di una settimana le posizioni di Belgrado e Pristina per quanto fossero schiette, forti e sincere si sono completamente ribaltate. Questo si è verificato quando è giunto ai loro rispettivi indirizzi il piano in sei punti del Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon sulla riconfigurazione di Unmik, accordo che, di fatto, darebbe l’avvio al dislocamento della missione europea. Le pressioni ed i contatti delle Nazioni Unite, proprio per ammorbidire le posizioni serbe e cercare di trovare un buon compromesso, hanno spinto Belgrado a leggere e ad interpretare i sei punti dell’Onu con un’altra enfasi. Si è trovato un parziale compromesso. Le autorità serbe hanno espresso un parere favorevole al Piano e Belgrado si è detta pronta ad accettare la presenza di Eulex in Kosovo a tre condizioni: che la nuova missione venga dispiegata con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; che sia neutrale riguardo alla status del Kosovo; che non faccia alcun riferimento al Piano Ahtisaari. L’apertura condizionata di Belgrado è stata accettata dalle varie cancellerie con grande ottimismo. Lo scoglio più duro si pensava fosse superato e con esso sbloccato lo stallo Eulex . Si sono però sottovalutate le naturali reazioni di Pristina. Il lavoro dei diplomatici occidentali accreditati in Kosovo a nulla è valso per trovare un accordo di massima sui sei punti del nuovo Piano Onu, anzi le autorità di Pristina hanno avuto modo di esprimere e ribadire una posizione che sembrava ormai essere chiara a tutti. Sia il Presidente del Kosovo, Fatmir Sediu, che il Primo ministro, Hasim Thaci, hanno espresso il loro interesse a rafforzare il dialogo e contribuire all’estensione della nuova missione Eulex, nel rispetto, però, del Piano Ahtisaari, della Costituzione del Kosovo e delle sue leggi. Neanche il sottosegretario del governo americano, Daniel Fried è riuscito, per il momento, a far digerire a Pristina questo boccone amaro. Fried ha cercarto di placare gli animi e convincere le autorità kosovare a vedere i sei punti dell’Onu come il presupposto logico per far entrare in azione Eulex. Nulla, Pristina ha rigettato il piano in quanto, a detta di Hasim Thaci, “non si tratta di una proposta della Comunità Internazionale, bensì di Belgrado, che Pristina non accetta in questa forma e contenuto”. Il Primo Ministro del Kosovo ha affermato anche che il sogno di Belgrado sul Kosovo dovrà svanire per sempre. Commenti lapidari che lasciano intendere come il clima di questi giorni sia cambiato. Si sono registrate, infatti, nei giorni scorsi una serie di vicende preoccupanti come l’ordigno esploso appena fuori la sede dell’Ico [Iinternational civilian office], le crescenti proteste e intimidazioni a Mitrovica, sfociate in scontri e tafferugli, le scritte innegianti l’Uuk apparse su alcune case nel Bosnian Mahalla, quartiere misto di Mitrovica, e le proteste di movimenti, come Vetevendose, contro quelli che definiscono «nuovi diktat» per il Kosovo. Il clima si è arroventato e la comunità internazionale c’ha messo del suo. Sono naturali le proposte di Belgrado, così come altrettanto legittime lo sono quelle di Pristina. Nella normale dialettica politica, per questioni importanti e cruciali, il lavoro sin qui svolto dalle due parti in causa è più che normale: ognuno cerca di dar peso alle sue prospettive, cercando di portare quanta più acqua possibile al proprio mulino. Quello che sembra assurdo è invece l’atteggiamento altalenante della comunità internazionale, che disposta a uscire dal vicolo cieco in cui si è trovata, usa tutti gli strumenti a sua disposizione, spesso anche contraddicendosi. Le reazioni e la chiusura di Pristina ai sei punti possono essere facilmente comprensibili se si presta attenzione al contenuto degli stessi. Questi punti infastidiscono Pristina perchè, se implementati alla lettera, consentiranno alla Serbia di pronunciarsi su aspetti cruciali della vita quotidiana dei kosovari, dalle dogane alla polizia locale alla protezione dei monumenti culturali e religiosi, alle comunicazioni e alle questioni legate all’ordinaria amministrazione che si credevano risolti per sempre. Non è sicuro che si uscirà presto da quella che sembra una «missione impossibile», ma di sicuro il dispiegamento di Eulex previsto in un primo momento a giugno del 2008, poi spostato a settembre, previsto forse per il 2 dicembre, pare che partirà, su tutto il territorio del Kosovo, nel marzo del 2009. Eulex non riuscirà a dispiegarsi il 2 dicembre, ma «non si può nemmeno ritirarla perchè sarebbe una sconfitta» dicono in molti. Non si può nemmeno dispiegarla solo nelle aree albanesi perchè quest’ultimi non l’accetterebbero. Alla fine, quasi sicuramente il 2 dicembre, con basso profilo, si dichiara la partenza della missione in maniera «graduale», iniziando ovviamente nelle aree albanesi ma con promessa che appena pronti i cioccolatini si andrà anche nelle aree serbe.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/15862
Da tempo i quotidiani della Georgia (USA) chiedono che, oltre alle normali lezioni di educazione sessuale, si introduca nelle scuole l'insegnamento di diritto penale degli atti sessuali, in modo che ogni teenager sia consapevole delle devastanti conseguenze che possono avere le sue esperienze intime. Gli esempi di quanto grave possa essere la mancata conoscenza della legge si sprecano.
Il diciassettenne Genarlow Wilson era uno studente modello, un bel ragazzo, capoclasse del liceo e bravo giocatore di rugby. Purtroppo non era edotto sulle complicate leggi che in Georgia regolano i rapporti sessuali consensuali fra minorenni. Se ne fosse stato a conoscenza avrebbe accuratamente evitato di avere quel rapporto orale con la sua fidanzatina quindicenne.
Se avesse saputo dell'esistenza della cosiddetta clausola "Romeo e Giulietta" avrebbe certamente scelto il rapporto sessuale normale, quello che produce effetti giuridici molto meno devastanti. Purtroppo il nostro promettente ragazzo nero non ne aveva proprio idea e così, pur avendo evitato la condanna per stupro, si è preso dieci anni di galera per aggravated child molestation, dato che la ragazzina non aveva ancora compiuto i 16 anni.
Wilson ha sempre coerentemente rifiutato il patteggiamento. Non voleva ammettere di aver commesso un crimine e nemmeno accettare supinamente di essere marchiato a vita come "sex offender". Se lo avesse fatto non avrebbe nemmeno potuto tornarsene a casa: lo impediva la presenza di una sorellina.
Invece la diciassettenne Wendy Whitaker fu abbastanza ingenua da accettare l'indelebile marchio, per una sodomy con un sedicenne, e una condanna a 5 anni di probation. Ora (trent'anni e un marito) non può vivere e lavorare vicino a scuole, chiese, asili, piscine, fermate di scuola bus, parchi, zone ricreative e pattinodromi. In pratica non ha, in tutta la Georgia, un posto dove stare, nemmeno in equilibrio su di un piede solo. Genarlow Wilson invece l'ha spuntata. Nei tre anni in cui è stato in galera il suo caso è diventato famoso e il parlamento della Georgia ha modificato la legge trasformando, da felony in misdemenour, certi atti sessuali compiuti da minorenni consenzienti.
Ovviamente, dato che i politicanti americani sono più vigliacchi dei nostri, non hanno avuto il coraggio di rendere la legge retroattiva ed è quindi toccato alla locale Corte Suprema (come per Marcus Dixon l'anno prima) togliergli le castagne dal fuoco. La storia di Dixon è quasi uguale a quella di Wilson (football compreso), ma molto più pericolosa; perché Dixon aveva diciotto anni e la sua ragazza non ne aveva ancora sedici: e questa relazione in Georgia si chiama stupro. Però la giuria ritenne che i capi d'imputazione fossero sproporzionati e lo condannò per quello che credeva essere un crimine minore. Poi, come la giuria di Wilson, i 12 scoprirono con orrore di averlo spedito in galera per dieci anni.
Anche qui fu la Corte Suprema della Georgia, con una ardita chicanery, a togliere di mezzo il caso Dixon, che nel frattempo era arrivato sulle pagine dei quotidiani nazionali. Poi ci sono casi quasi peggiori, come quello di Andrew Norton che è cresciuto in un ambiente di depravazione e a cui lo Stato della Georgia dà la caccia. Norton è accusato di un reato sessuale commesso dodici anni fa, quando ne aveva tredici. La causa si trascina ancora, ma lui è trattato da "sex offender" e scacciato, con moglie e due bambini, da ogni luogo.
Il Texas invece fa sempre le cose in grande stile. Antrone Lynelle Johnson aveva diciassette anni, nel 1995, quando una ragazzina lo accusò di stupro. L'accusa fu poi ritrattata, ma la Procura non lo fece sapere a nessuno e Johnson si trovò costretto, in cambio di 10 anni di deferred-adjudication probation, a riconoscersi colpevole di sexual assault.
Fin qui nulla che non abbiamo già visto infinite volte, ma la cosa si fa decisamente più interessante qualche mese dopo, quando una tredicenne accusa Johnson di molestie sessuali. Anche questa seconda ragazzina non dice la verità, ma anche questa volta la Procura tiene la notizia per se, e Johnson non solo si prende 5 anni per sexual assault of a child, ma il giudice gli revoca anche la probation e lo spedisce in galera: per sempre. Giorni fa, dopo che è diventato adulto in prigione, la faccenda è venuta fuori e Antrone Lynelle Johnson è stato messo in libertà.
A questo punto, se fossimo in Italia, qualche bello spirito si metterebbe a strillare: "E adesso chi paga ? E adesso chi paga?". Nulla di tutto questo accadrà a Dallas (teatro degli avvenimenti). Intanto perché sarebbe inteso come contempt of court e punito di conseguenza, poi perché giudici e procuratori sono totalmente immuni dalle cause civili.
Adesso non prendeteli in giro. Non è cosa, questo far titoli ammiccanti, dicendo che Forza Italia si scioglie in dieci minuti, lasciando intendere, o maliziosi, che è la testimonianza che in Forza Italia la democrazia non esiste. Invece, prevenuti comunisti, è la miglior prova che in quattordici anni il dibattito interno al partito è cresciuto, si è rafforzato.
Per scioglierla ci sono voluti dieci minuti.
Son sempre nove minuti e cinquantanove secondi in più di quanto ci era voluto per crearla.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Stavolta era pure un “buon cattolico”, come al microfono del cronista attesta il suo parroco, comprensibilmente sconvolto. E dunque possiamo solo dare colpa alla follia, così pare: solo la follia può spiegare, nella stessa persona, il “buon cattolico” e il massacratore. Le Diable probablement? No, al cronista il parroco dice: “Solo la follia…”.
Il punto è: nove volte su dieci? Non vogliamo neanche tentare di ipotizzare un disegno o un senso o una ratio dietro al dato bruto del bruto evento? Dobbiamo davvero immaginarci in mano al caso? Non sia mai, siamo affamati di senso, buttateci una ratio.
Nemmeno l’essere un uomo perbene, serio, grande lavoratore, ottimo padre e buon marito ci protegge dal peggio. Anzi, da telespettatore, viene il sospetto che più tu temi il peggio e più ci finisci dentro, con quale significativa implicazione statistica.
Nel peggio, stavolta, è finito un tipo vidimato come “buon cattolico” dal parroco. C’è da presumere lo confessasse: un “buon cattolico” che non venera il sacramento della Confessione che “buon cattolico” è? E allora qui vorrei fare due osservazioni.
Quando il cronista porge il microfono al vicino del tipo che ha fatto strage della propria famiglia e chiede: “Che tipo era?”, nove volte su dieci il tipo era un uomo perbene, serio, grande lavoratore, ottimo padre e buon marito, e il vicino fa capire che non se lo sarebbe mai aspettato, non da un tipo così. La risposta è ormai diventata di rito, come la domanda, e di rito sono lo sconcerto e lo stupore, metà e metà, senza lasciare spazio ad altro istante emotivo.
Uno. A che serve indicare come virtuoso un modello così subdolamente pericoloso? E perché non assegnargli la cifra che merita, almeno? Quando un gay muore ammazzato, in qualunque modo venga ammazzato, si tratta sempre di un “omicidio maturato in ambienti omosessuali”. Qui perché non lo diciamo? È una strage maturata in un contesto antropologico cattolico. Ogni volta che modelli alternativi a quel certo modo di essere
Due. Offrire al telespettatore, ogni volta che sia possibile, questa tesi del massacro non altrimenti spiegabile che con la follia puzza di morale come premio assicurativo (bonus/malus). Qui perché non lo diciamo? La morale è la sacralizzazione di ciò che conviene ai gruppi di potere, maggioritari o elitari che siano. Il contesto antropologico cattolico è una polizza che costa troppo, non copre e mette a rischio. Ma a chi conviene?http://malvino.ilcannocchiale.it/
Povero Nicola Latorre, uomo simpaticissimo e “colpevole” di un peccatuccio davvero veniale qual e’ l’ eccessivo spirito di colleganza con un avversario politico… Io di bigliettini passati per la Rai me ne intendo e vi assicuro che quello scritto a Bocchino e’ tra i piu’ innocenti. Ma se il plenipotenziario di D’Alema viene cosi’ bersagliato per una leggerezza, cio’ non dipende solo dall’ostilita’ dei veltroniani, ovvero dalle solite beghe interne all’oligarchia piddina.
Latorre, che e’ intelligente proprio come lo sono Claudio Velardi, Fabrizio Rondolino, Andrea Romano, Lucia Annunziata, cioe’ i collaboratori o amici di D’Alema gia’ per un motivo o per l’altro protagonisti di incidenti politici, dovrebbe riflettere sulla fama di cinismo e spregiudicatezza da cui sono circondati. Magari se ne compiacciono, affari loro. Ma in loro si evidenzia al massimo grado la metamorfosi del rivoluzionario di professione, poi togliattiano assertore della superiorita’ della politica come arte di comando, infine malridotto inseguitore di altri spezzoni di establishment. Il loro boss, Massimo D’Alema, a un certo punto della vita ha creduto che per diventare uno statista gli occorresse dimettersi da capo della comunita’ politica e sociale fondata sulla difesa del lavoro dipendente (che si riconosceva in lui). Facendo un percorso inverso rispetto al suo alter ego di destra Tremonti, un tecnocrate in cerca di popolo per trarne forza politica. Al contrario, D’Alema con la sua Fondazione Italianieuropei e’ un politico che si fa tecnocrate. E i suoi fidi sodali e collaboratori? Mi spiace, ma da militanti devoti qual erano, vengono ridimensionati a tecnici. Per non dire faccendieri.http://www.gadlerner.it/2008/11/21/latorre-da-militante-a-tecnocrate.html
Nessuno ha informato gli italiani che la legge finanziaria e il bilancio dello Stato per l’anno 2009 sono stati votati, alla Camera dei Deputati, articolo per articolo e voto finale, senza che la maggioranza fosse presente in Aula. In altre parole: è sempre mancato il numero legale dei votanti di maggioranza (ovvero di coloro che votano a favore delle leggi del governo) nonostante la pratica quotidiana esercitata apertamente e sotto gli occhi di tutti, da alcuni deputati del Popolo della Libertà, di votare per deputati assenti (fino a tre voti di assenti per opera di un unico presente, con la famosa e truffaldina tecnica del “pianista”).
Posso testimoniare che l’opposizione, per bocca di deputati che rappresentano i gruppi, hanno fatto presente sia l’uno che l’altro dei due fatti (mancanza del numero legale e voto truffaldino per conto di assenti). Ma hanno aggiunto benevolmente che “Siamo tutti italiani, e perciò garantiamo con la nostra presenza in Aula la regolare votazione, altrimenti l’Italia sarebbe senza legge e senza bilancio”.
Infatti la “verifica del numero legale” non viene accertata automaticamente, ma deve essere richiesta. Tipicamente, in un parlamento democratico la chiede l’opposizione. Niente richiesta, tutti (tutti) gli emendamenti proposti dall'opposizione sono stati respinti.
E perciò è diventata legge, col conforto della presenza in Aula di tutta l’opposizione, la legge Tremonti intatta in tutti i suoi aspetti. Ora: O la legge Tremonti è la miglior legge possibile, e allora il restare in Aula per garantire, con il numero legale dei presenti, la sua approvazione è cosa buona e ragionevole. O la legge Tremonti è la peggior legge possibile, fatta di tagli inaccettabili, di trucchi contabili e di totale assenza di misure contro la gravissima crisi che sta appena iniziando, e allora era doveroso opporsi con i mezzi legali di una opposizione. Uno è votare contro, ed è sempre stato fatto. Ma l’altro è chiedere la verifica del numero legale.
Se non c’è, il voto non è valido e non c’è la legge cattiva, sbagliata, dannosa (così l’opposizione l’ha definita”. Nota bene: Durante “l’infame governo Prodi” (cito da “Il Giornale”) l'opposizione berlusconiana ha chiesto la verifica del numero legale al Senato ogni giorno e quasi ogni ora riuscendo a impedire quasi tutto il lavoro parlamentare in quella Camera.
Saranno stati “banditi”, (cito da “L’Unità”). Ma sono stati largamente e clamorosamente rieletti.
È l'uomo più vicino a Massimo D'Alema. È stato uno dei protagonisti della stagione dei furbetti del quartierino, in strettissimo contatto con Massimo D'Alema e Giovanni Consorte durante la scalata di Unipol a Bnl. Ha commesso reati, in quell'estate del 2005, come ipotizzano i magistrati di Milano? Non lo sapremo mai, perché il Parlamento non ha concesso ai giudici la possibilità di utilizzare le sue telefonate dell'epoca a Consorte e agli altri furbetti. Nel novembre 2008 ha mostrato in tv il suo vero volto: a Omnibus, su La 7, ha passato un "pizzino" al parlamentare del Pdl Italo Bocchino, per suggerirgli un argomento contro Massimo Donadi dell'Italia dei valori, che accusava il centrodestra di aver impedito l'elezione di Leoluca Orlando alla Commissione di vigilanza Rai, sostituito con Riccardo Villari. Su un pezzo di carta strappato dal giornale Latorre scrive a Bocchino: «Io non lo posso dire. E la Corte Costituzionale? E Pecorella?».
Ecco un ritratto di Nicola Latorre, tratto da "Compagni che sbagliano" (Il Saggiatore 2007):
Nicola Latorre è uno dei parlamentari più intervistati da giornali e tv. Per il suo ruolo ufficiale in Senato (è stato vicepresidente del gruppo Ds). Ma anche e soprattutto per il suo ruolo informale: è considerato «molto vicino» a Massimo D'Alema; è supposto essere il suo portavoce, o almeno il «segnalatore di clima» del gruppo dalemiano. Insieme a Giuseppe Caldarola e Antonio Polito fa farte di un trio sempre pronto a portare il soccorso rosso (o rosa) a Berlusconi.
Latorre di D'Alema è stato collaboratore a Palazzo Chigi nel 1998, quando questi era presidente del Consiglio. Faceva parte di quella che Guido Rossi, ai tempi della scalata Telecom, chiamò «la merchant bank che non parla inglese». Uscito dalle stanze del governo, è entrato nelle aule parlamentari. Di D'Alema è rimasto amico, anche se a chi gli chiede se è «dalemiano» risponde con delicatezza: «Non ho il permesso ufficiale per definirmi tale».
Certo a D'Alema era vicino nell'estate del 2005, quando era in corso la scalata dei furbetti del quartierino. Anzi, era il più vicino, l'ufficiale di collegamento tra D'Alema e Giovanni Consorte, il furbetto rosso di Unipol lanciato alla conquista di Bnl. La sua voce restò anche registrata dalla guardia di finanza, che intercettava Consorte e gli altri furbetti.
Di Consorte continua a proclamarsi amico, anche dopo la sua caduta: «Ho sempre condiviso la determinazione con cui Unipol cercava di acquisire Bnl. E poi ho un rapporto di amicizia con Gianni di cui non mi vergogno» confessa a Vittorio Zincone sul Magazine del Corriere. Non gli fanno cambiare idea neanche i 46 milioni di euro sequestrati a Consorte: «Salvo smentite, quei soldi non avevano a che fare con l'operazione Bnl. Credo venissero da attività private di Gianni e su queste non esprimo giudizi».
Giudizi positivi invece su Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado per mafia a Palermo, oltre che per frode fiscale e false fatturazioni a Torino e per estorsione a Milano: «È una persona colta e intelligente. Mi ha anche invitato a tenere una lezione al suo club culturale, il Circolo. Gli ho comunicato che non sarei potuto andare, ma è un invito che mi ha fatto piacere. Sono contento e apprezzo di essere stato invitato da un circolo che ha tra i suoi relatori personalità illustri».
Ottimi rapporti anche con Marco Mancini, l'uomo del Supersismi messo in galera per il sequestro di Abu Omar e per i dossier illegali Telecom, con cui Latorre scambia complimenti, auguri e abbracci telefonici, rimasti ahimè registrati negli atti della procura di Milano.
La storia di Latorre comincia a Fasano di Puglia, nei pressi di Brindisi. Famiglia benestante, padre notabile di provincia. Infanzia nell'Azione cattolica, adolescenza nell'Unione marxista-leninista di Aldo Brandirali, giovinezza nel Pci, corrente migliorista. Il buon giorno si vede dal mattino, perché Latorre è subito incaricato di occuparsi dei conti, responsabile amministrativo del circolo Fgci di Fasano, e dimostra immediatamente una certa creatività: «Pokerista provetto, investivo i soldi della sezione nei tris e nelle doppiecoppie. Quando non funzionava, c'era il flipper con le corse dei cavalli. Si vincevano 500 lire a botta». Altro che merchant bank.
Nel 1978 il ragazzo è segretario provinciale della Fgci e incontra D'Alema, allora leader nazionale dei giovani comunisti. «Nacque una bella amicizia». E anche un sodalizio politico, perché il migliorista Latorre restò sempre in contatto con lui. Nel 1996 si trasferisce a Roma, al seguito di Antonio Bargone, il Ds pugliese che diventa sottosegretario ai Lavori pubblici. Nel 1998 entra prima nella segreteria di D'Alema e poi lo segue a Palazzo Chigi. Il suo mito politico, però, è Aldo Moro: «Nel 1972 aspettai due ore sotto il palco nella piazza di Fasano per sentire un suo comizio». Ma non gli dispiace neppure Mariano Rumor, uomo delle infinite mediazioni. Claudio Velardi, un altro dello staff di D'Alema a Palazzo Chigi, quando voleva insultare Latorre lo chiamava Rumor: «Ma non mi offendevo affatto, sarà che sono pugliese. I Dc, Aldo Moro...». Dunque: Latorre è un dalemiano doroteo, o moroteo? «Ma anche D'Alema è moroteo» risponde pronto. Chissà.
Scendendo sulla terra, Latorre ha un ruolo in faccende ben più concrete. L'acquisto della Banca del Salento da parte del Monte dei Paschi di Siena, banca «rossa» controllata dai Ds: operazione che si risolse in un salasso per Montepaschi e in una manna per certi azionisti salentini. E la fondazione di Futura, un'associazione presieduta da D'Alema dopo la sua esperienza di presidente del Consiglio e indicata come un centro per finanziare la corrente. «Ma no» smentisce Latorre, che per Futura, oggetto alquanto misterioso del dalemismo, inventa una definizione abbastanza morotea: «Era il luogo dove tenere vivo il rapporto con le persone fuori dal partito che si erano avvicinate a noi nel periodo di Palazzo Chigi». Non è all'altezza di "convergenze parallele", ma quasi.
QUANTO VALE AEROLÍNEAS ARGENTINAS DOPO 18 ANNI DI PRIVATIZZAZIONE? MENO DI UN CAFFÈ!
Gennaro Carotenuto
Se Alitalia piange e si privatizza, Aerolíneas Argentinas torna pubblica per il valore simbolico di un peso, meno di 25 centesimi di Euro “e la macchina dà il resto”. Questo è quel che resta e questo è il prezzo stabilito dalla Commissione bicamerale sulle privatizzazioni di Buenos Aires dopo la più disastrosa privatizzazione della storia.
Gli spagnoli di Marsans, gli ultimi svuotatori di quella che fu una delle più floride compagnie aeree al mondo, oltre a lasciare allo Stato debiti per un miliardo di dollari pretendevano anche di essere risarciti con 350 milioni mentre i tribunali avevano stabilito che AA avesse oramai un valore negativo di 622 milioni di dollari. Di conseguenza lo Stato non può neanche rilevare quel che resta di Aerolíneas. Perché non resta nulla.
Ecco una storia tragica ma educativa anche per chi sostiene che la privatizzazione di Alitalia sia la panacea, e che parte da Carlos Menem e da Iberia (Cfr. G. Carotenuto, La «sovversione economica» dell'Areolíneas Argentinas, in “Latinoamerica”, 2001, n. 76-77, pp. 120-124).
Era il 1990, l’epoca della Reconquista, quando i tangentocrati delle multinazionali spagnole sbarcavano a fare shopping a Buenos Aires con le valigie piene di dollari e secondo alcuni calcoli pagarono due miliardi, sempre in valuta statunitense, in tangenti in cambio di sconti sul valore delle privatizzazioni per almeno 10 miliardi. Fu Carlos Menem a regalare all’Iberia, all’epoca ancora pubblica, Aerolíneas Argentina. Regalare perché la compagnia di bandiera del paese australe non aveva un peso di debiti ed era in attivo economico. Fu pagata appena mezzo miliardo di dollari ma lo stato argentino si impegnò a spendere 800 milioni per favorire gli affari di Iberia. Ovvero perse immediatamente 300 milioni, che qualcuno recuperò in tangenti.
Alla compagnia di bandiera spagnola non interessava AA, interessavano solo le sue ricche rotte tra Europa e Sud Atlantico. E quindi cominciò lo svuotamento ripetendo alla lettera quello che nell’87 al cinema si era visto nella pellicola “Wall Street” con Michael Douglas. Nel giro di dieci anni AA aveva dimezzato le sue quote e la controllante se n’era appropriata. Mentre AA si svuotava si arricchivano le casse dei partiti spagnoli. Secondo il giudice Jorge Ballesteros nei momenti migliori sia il PSOE di Felipe González sia il PP di José María Aznar arrivarono ad appropriarsi di 30 milioni di dollari al mese direttamente dalle casse della compagnia straniera.
Per Aerolíneas era solo l’inizio. Attraverso vari complessi giri i killer dell’Iberia si disfecero dell’oramai inutile compagnia e la passarono a un’altra società spagnola, Marsans che ha continuato nello svuotamento. Oggi AA è una compagnia fantasma, si sono persi 10.000 posti di lavoro, possiede appena sei aerei ed ha debiti per un miliardo di dollari che i contribuenti argentini dovranno ripianare. Quando a luglio il governo di Cristina Fernández decise la nazionalizzazione la Marsans ebbe la faccia tosta di chiedere ancora soldi. Otterrà un peso, meno di un caffè e deve andargli benissimo.
Adesso per Aerolíneas Argentinas siamo all’anno zero. Per lo Stato è evidentemente strategico avere una compagnia di bandiera e dovrà investire molto per farlo. Ma non era evidente già 18 anni fa?
Stati Uniti: la risoluzione del G20 e le indicazioni per contrastare la crisi economica internazionale
paesi del G20 si sono dati come termine ultimo il 31 marzo del prossimo anno per presentare un programma strutturale
La risoluzione presentata al termine del summit dei Capi di Stato dei 20 paesi più industrializzati del globo è stata definita nelle dichiarazioni di chiusura come “un piano d’azione concreto e preciso per ristabilire la fiducia, rilanciare la crescita e stabilizzare i mercati azionari mondiali”. I paesi del G20 si sono dati come termine ultimo il 31 marzo del prossimo anno per presentare un programma strutturale che contenga indicazioni precise e misure specifiche che supportino la strategia decisa a Washington. Rifiuto del protezionismo e fiducia nel libero mercato sono le basi su cui si dovrà lavorare per ridare fiducia ad un sistema finanziario che sembra incapace di uscire da una crisi che dura ormai da molti mesi. Dal comunicato rilasciato alla stampa è emerso inoltre che tutti i paesi partecipanti si sono detti pronti a rafforzare la cooperazione affinché vengano poste in essere le necessarie riforme del sistema finanziario globale.
La risoluzione presentata al termine dell’incontro dovrebbe quindi portare ad una maggiore sorveglianza e regolamentazione dei mercati finanziari e potrebbe costituire un punto di svolta anche per quanto riguarda le maggiori istituzioni internazionali di credito. I leader hanno infatti preso atto della necessità di rinnovamento della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale ed un primo passo è stato compiuto in questo senso con l’aumento della rappresentatività dei paesi in via di sviluppo in entrambe le strutture.
Il vertice è stato definito da molti osservatori un evento di portata storica, che potrebbe essere ricordato come il primo incontro di discussione sull’economia globale da cui è uscita una strategia comune e scadenze temporali definite. In realtà permane qualche dubbio su quelle che potrebbero essere le decisioni del Presidente Eletto Barack Obama riguardanti le proposte contenute nel documento redatto dai leader del G20. Gli aiuti alle case automobilistiche in difficoltà chiesti da Obama e da parte di alcuni esponenti del Partito Democratico rischiano infatti di portare ad un contenzioso con l’Unione Europea davanti all'Organizzazione Mondiale del Commercio. Il premier inglese Gordon Brown ha già fatto sapere che l’UE chiederà al WTO di dichiarare illegali gli aiuti promessi dalla Casa Bianca alle maggiori industrie automobilistiche e non è da escludersi la possibilità che la decisione della prossima amministrazione statunitense diventi il primo passo verso la delegittimazione di quanto finora deciso al vertice di Washington.
Accordo tra opposizione e maggioranza albanese per la riforma del sistema elettorale. Se l’Osce e l’Ue salutano con favore il nuovo codice, i partiti minori protestano perché penalizzati dal nuovo sistema proporzionale
Dopo lunghi mesi di dibattiti, i parlamentari albanesi sono finalmente riusciti a varare il nuovo codice elettorale del Paese. Il nuovo sistema elettorale albanese sarà proporzionale, su modello di quello spagnolo. In tal modo si vuole raggiungere una rappresentazione più vicina possibile alle percentuali di voti ottenuti da ciascun partito, per evitare che si ripetano gli episodi del passato in cui la complicata applicazione del sistema misto ha causato contestazioni sui risultati in diverse circoscrizioni.
Si tratta di una ristrutturazione del sistema elettorale anche in senso geografico, in quanto le nuove norme prevedono un'organizzazione su base provinciale. Il numero dei deputati eletti in ciascuna provincia sarà direttamente correlato alla popolazione che vi abita. Saranno in tal modo di particolare importanza per i risultati elettorali a livello nazionale la capitale Tirana, che manderà in parlamento 32 deputati, Fier con 18 deputati, ed Elbasan con 16 (sui 140 totali) mentre presentano un numero molto contenuto le altre province del paese.
Il nuovo codice elettorale, oltre a segnare un passo avanti in uno degli aspetti più lacunosi della attuale legislazione albanese, si è tradotto in una collaborazione del tutto eccezionale tra i maggiori partiti albanesi, il PD di Sali Berisha al governo, e il PS di Edi Rama all'opposizione. Il testo è frutto dell'intesa tra giuristi di entrambi i partiti. Fatto che è stato accolto con favore dagli osservatori internazionali che in occasione della riforma elettorale hanno visto scemarsi le classiche discordie molto animate tra i maggiori partiti albanesi. Inoltre, qualche analista locale ha sottolineato che per la prima volta si è riusciti ad affrontare un progetto comune tutto albanese, senza che vi fosse stato bisogno della mediazione internazionale.
Ma la grande intesa tra i due poli della politica albanese non è stata altrettanto gradita dai partiti minori, in particolare modo dall'LSI di Ilir Meta, partito nato da una scissione dal PS nel 2005. Da mesi Meta accusa i due grandi leader di complottare contro gli altri partiti, di “monopolizzare il potere”, accusando in particolar modo il suo ex alleato Edi Rama per essersi sottomesso alla volontà di Berisha.
La riforma elettorale effettivamente è svantaggiosa per i partiti minori. Secondo diversi studiosi di sistemi elettorali, a causa della soglia di sbarramento su base provinciale, in alcune province i partiti minori rischiano di rimanere tagliati fuori. Ma ciò che ha fatto traboccare il vaso è stata la nuova norma riguardante le commissioni elettorali, che nel nuovo ordinamento riservano poco spazio ai partiti minori. Tale norma ha fatto sì che il conflitto tra l'LSI di Meta e il PS di Rama si inasprisse al punto da spingere il leader del LSI a manifestare il proprio disaccordo attraverso uno sciopero della fame. Alla protesta hanno aderito 10 deputati, tra cui i sostenitori di Meta, e anche un deputato della destra ex alleato del PD di Berisha, Nard Ndoka, che in una delle ultime mosse all'interno del Consiglio dei ministri è rimasto tagliato fuori dal governo. Lo sciopero è durato più di una settimana, nell'aula del parlamento albanese, mentre entrambi i grandi partiti hanno dimostrato scarso interesse a dialogare.
“Meta aspira al potere, e trova un pretesto nel codice elettorale” ha più volte commentato Valentina Leska, capogruppo dei socialisti. Riguardo invece alla poca attenzione dimostrata nei confronti dei partiti minori, Leska ha affermato: “Persino nelle maggiori democrazie è improbabile che un progetto di legge venga approvato all'unanimità.” Non vi sono state reazioni rilevanti da parte della destra che ha considerato la questione un conflitto interno alla sinistra divisa tra diverse fazioni.
Sono in molti gli analisti albanesi che riconoscono il diritto dell'LSI a protestare contro la monopolizzazione dell'arena politica albanese da parte maggiori partiti ma ve ne sono altri che allo stesso tempo sottolineano anche il tentativo di Meta di acquisire maggiore visibilità per presentarsi come terzo polo, alternativo ai due maggiori contendenti.
E' alquanto difficile però riuscire a costruire tale alternativa in un sistema politico in cui i partiti minori sono per lo più risultati da scissioni dai maggiori partiti, motivate da conflitti personali e clientelari. Nel sistema dei partiti albanesi, dove persino la destra e la sinistra condividono in linea di principio gli stessi obiettivi contenuti in programmi elettorali molto simili, e l'elezione poggia per lo più sul carisma e il peso politico delle singole personalità più in vista, i partiti minori non riescono nella maggioranza dei casi a creare un proprio carattere politico. Motivo per cui qualche analista pragmaticamente suggerisce di formare delle grandi coalizioni per sopravvivere.
Nonostante le forti manifestazioni di dissenso, la riforma è stata approvata in parlamento lo scorso 18 novembre, con un larghissimo consenso. Mentre i parlamentari scioperanti, tra cui alcuni in pessime condizioni fisiche, hanno interrotto lo sciopero, organizzando diverse manifestazioni in piazza. “Lo sciopero era solo l'inizio – ha più volte detto davanti ai riflettori Ilir Meta – avremo un altro dicembre” alludendo alle rivolte studentesche del dicembre '91, contro il regime comunista, a cui egli ha partecipato.
Ciò che ha fatto molto discutere negli ultimi giorni, sono state tra l'altro le reazioni degli osservatori internazionali. Rappresentanti dell'OSCE e dell'UE hanno condannato il mezzo estremamente drastico scelto dall'LSI che è “una perdita di tempo, e un inutile dilungarsi per motivi personali”. Dello stesso parere l'ambasciatore americano John Withers. Altri si sono invece limitati a invitare le parti al dialogo. Il testo della riforma e il possibile miglioramento che potrebbe portare al paese sono stati tra gli argomenti meno discussi, probabilmente anche a causa della scarsa diffusione del testo della riforma.
Osservazioni critiche ma molto vaghe sono state fatte dall'ambasciatore dell'OCSE a Tirana Robert Bosch. Affermazioni del tutto contraddette lo stesso giorno dall'OCSE che ha invece salutato la riforma come un passo avanti per il paese. “I rappresentanti internazionali in Albania ormai parlano ma non dicono niente” ha commentato Skender Minxhozi, analista locale nel dibattito televisivo “Shqip” di TopChannel.
Il nuovo sistema elettorale, basato su una proporzionalità alquanto rigida, contribuirà sicuramente a eliminare molti svantaggi del relativismo con cui sono stati applicati i sistemi misti precedenti. Ma non tutto dipende dai meccanismi scelti per tradurre in seggi i voti dell'elettorato. La prossima sfida, che è un vero tallone d'Achille del Paese, mai affrontato seriamente, riguarderà le liste degli elettori, e i loro documenti di identificazione, elementi che più volte hanno causato enormi irregolarità. Per lo stesso motivo, anche nelle prossime elezioni (giugno 2009) non sarà possibile il voto di circa un milione di albanesi che vivono all'estero. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10514/1/51/
“Le tecnologie digitali devono consentire di costruire un sistema in cui tutti i cittadini possano esprimersi liberamente, ricevere e trasmettere informazioni in uno spazio sicuro, senza il rischio di essere imbrogliati o frodati” lo ha detto Kla Sylvanus, direttore dell’Agenzia di telecomunicazioni della Costa d’Avorio (Atci), al termine della prima conferenza africana sulla sicurezza informatica svoltasi a Yamoussoukro, specificando che la sicurezza informatica è “un elemento fondamentale per dare fiducia a tutti gli attori, garantendo riservatezza e integrità dei contenuti, continuità operativa, disponibilità dei servizi”. Tra le conclusioni del convegno al quale hanno partecipato esperti provenienti da tutti i paesi del continente, la necessità di istituire un organismo di vertice che raggruppi e coordini tutte le attività nel settore, investire nell’educazione e la formazione di personale competente, promuovere programmi di certificazione e standard unici per la sicurezza e implementare una legislazione adeguata in materia. [MV]
THAILANDIA Bangkok, sindacati e opposizione annunciano la paralisi totale Minaccia di uno sciopero a oltranza se il governo non darà le dimissioni in blocco. I leader del Pad dicono di voler fermare i lavori parlamentari in vista del vertice Asean. Esercito e polizia sono in stato d’allerta, mentre l’ex premier Thaksin parteciperà a una manifestazione promossa dai suoi simpatizzanti.
Bangkok (AsiaNews/Agenzie) – Se il governo non darà le dimissioni, il prossimo 25 novembre uno sciopero generale paralizzerà la Thailandia. Lo riferisce Sawit Kaewvan, leader di una organizzazione sindacale ombrello che rappresenta oltre 200mila lavoratori di 43 imprese statali. Il sindacalista minaccia un blocco a oltranza delle attività che rischia di far sprofondare l’economia del Paese, già segnato dalla crisi politica interna e dal crollo dei mercati finanziari.
Sawit invita i lavoratori a sostenere le iniziative dell’Alleanza popolare per la democrazia (Pad) – legata alla sponda conservatrice del Paese, vicina alla monarchia e agli ambienti militari – che, dalla fine di agosto, ha avviato una massiccia campagna contro l’esecutivo occupando gli edifici governativi.
Per domenica 23 novembre i membri del Pad minacciano di bloccare i lavori parlamentari alla vigilia di un vertice straordinario, previsto per il giorno successivo, in cui si dicuterà del prossimo summit dei Paesi dell’Asean in programma a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, il mese prossimo. “Rimuoveremo tutti i funzionari di governo dalle imprese statali e ogni sigla sindacale mobiliterà i propri iscritti, invitandoli ad aderire alla protesta in programma lunedì 24 novembre alle ore 10. Le manifestazioni proseguiranno a oltranza” riferisce un documento diffuso dalla Confederazione dei lavoratori delle imprese statali.
La nuova campagna di proteste annunciata dal Pad è una risposta all’esplosione di una granata durante una manifestazione dei simpatizzanti dell’opposizione: la mattina del 20 novembre a Bangkok un ordigno ha colpito un gruppo di dimostranti, uccidendo una persona e ferendone 23. L’alleanza attribuisce al governo l’attacco, minaccia nuove violenze e invoca le dimissioni del Primo Ministro Somchai Wongsawat, accusato di essere un pupazzo nelle mani del cognato ed ex-premier Thaksin Shinawatra, in esilio e accusato di corruzione.
La Thailandia è sull’orlo del caos e la situazione potrebbe ancora peggiorare: Thaksin annuncia la propria partecipazione a una manifestazione indetta dai suoi simpatizzanti, in programma il 13 dicembre prossimo. Esercito e polizia sono in stato d’allerta: le squadre antisommossa sono pronte a contenere le dimostrazioni in programma il 23 e il 24 novembre e non si esclude l’uso della forza. Una analoga manifestazione, lo scorso 7 ottobre, ha lasciato sul campo due morti e quasi 500 feriti. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13820&size=A
Che i bassi prezzi attuali siano solo una parentesi lo pensano anche gli addetti ai lavori. Un sondaggio tra geologi petroliferi mostra che la maggior parte di loro crede in un picco molto vicino e in prezzi prossimi ad un rapido rialzo.
Il prezzo basso del greggio, come spiegavamo in un articolo precedente, è influenzato dalle circostanze finanziarie e non significa affatto che il mondo creda che l’offerta sia destinata ad esplodere sul medio e lungo termine. Anzi, al contrario, la preoccupazione che la produzione di petrolio non possa crescere permane ed è aggravata dal calo degli investimenti nella ricerca e nell’estrazione, aspetto collegato proprio alla deprezzamento del barile, oltre che alla stretta del credito.
Una preoccupazione che, come segnalavamo, è stata evidenziata in un report pubblicato recentemente da alcuni grandi industrie britanniche, in cui si sostiene che il picco (cioè il momento apice della produzione dopo il quale questa inizia a declinare) sarà raggiunto nel 2013, oltre che da quanto trapelato dal rapporto World Energy Outlook 2008, che la International Energy Agency pubblicherà il prossimo 12 novembre.
A rinsaldare ulteriormente le convinzioni di chi crede che il picco sarà raggiunto a breve e che gli attuali prezzi stracciati sono solo una breve parentesi, arriva anche il parere degli addetti ai lavori. Alla conferenza annuale dell’American Association of Petroleum Geologists 150 geologi petroliferi sono stati sottoposti a un sondaggio informale. Ne è emerso che il 61% pensa che il picco sia stato già raggiunto o arriverà comunque entro 10 anni;in particolare l’11% degli scienziati intervistati ritiene che il picco sia già stato superato, il 18% che lo si raggiungerà entro 5 anni e il 32% in un lasso di tempo tra 5 e 10 anni, mentre un altro 24% ipotizza che si verificherà tra 10 e 20 anni
Per quanto riguarda il prezzo del petrolio ad un anno, solo l'1% crede che si situerà ancora sotto i 75 dollari al barile. Il 22% scommette invece su un prezzo tra 75 e 100 dollari il barile, la maggioranza (55%) crede che tra un anno il greggio sarà tornato ai valori visti nei mesi passati, tra 100 e 150 dollari, mentre una minoranza non proprio esigua, il 17% pensa che tra un anno il petrolio costerà più di 150 dollari e un altro 5% prevede un prezzo superiore ai 200.
Se ai geologi si chiede una previsione a 5 anni si scopre che solo il 3% stima un prezzo sotto i 75 dollari; il 14% tra 75 e 100, mentre chi ipotizza nel 2013 un barile sopra i 200 dollari è il 22%. Infine chi crede che costerà tra 150 e 200 è il 29%, e il 32% lo dà tra i 100 e i 150.
New York. Tom Daschle alla Sanità e Janet Napolitano al Dipartimento della sicurezza nazionale. L’Obamalandia continua a popolarsi di facce note, rispettate ed esperte di Washington, quasi a confermare che avesse ragione Hillary Clinton, durante le primarie democratiche, a dire che parlare in campagna elettorale di cambiamento e novità è molto bello e poetico, ma quando si governa serve la prosa. Barack Obama non può che pescare tra i clintoniani, gli unici con esperienza di governo, per costruire un’Amministrazione pragmatica e pronta a guidare il paese fin dal primo giorno (gli uomini di Jimmy Carter sono ottantenni).
Con l’eccezione dell’amica fidata Valerie Jarrett e dello stratega David Axelrod, tutte le prime nomine di Obama sono vecchie conoscenze dell’Amministrazione Clinton (anche Axelrod, in realtà, ha lavorato per l’ex presidente) e il gruppo potrebbe completarsi con Hillary al Dipartimento di stato, ora che Bill ha deciso di collaborare con il team Obama e di comunicare la lista di duecentomila donatori segreti, molti dei quali stranieri, della sua Fondazione.
La scelta di Daschle alla Sanità e le voci sulla composizione della squadra di politica estera lasciano intendere che Obama ha intenzione di riformare davvero il sistema sanitario e che vuole condurre una politica di sicurezza nazionale che spazzi via la quarantennale sensazione di inaffidabilità dei democratici su questi temi. Tom Daschle, ex leader al Senato del partito, si è sempre occupato di riforma sanitaria ed è uno dei politici più vicini a Obama, tanto che il suo ex capo dello staff, Pete Rouse, oggi è uno dei più fidati collaboratori del presidente eletto. Daschle avrà anche il ruolo di “zar della salute”, a sottolineare che Obama fa sul serio su questo punto, come ormai è chiaro a tutti, compresi molti gruppi di interesse che improvvisamente sembrano impegnati a ottenere un successo, anziché a sabotare ogni ipotesi di riforma sanitaria.
Janet Napolitano è la governatrice dell’Arizona in scadenza di mandato tra due anni e, si diceva, pronta a sfidare al Senato John McCain nel 2010. La scelta di Obama è un favore mica male al suo ex rivale, perché la Napolitano era l’unica persona dell’Arizona in grado di poter strappare il seggio allo sconfitto candidato presidenziale del Partito repubblicano. Il regalo ai repubblicani è doppio perché l’Arizona è uno dei pochi stati americani a non avere il vicegovernatore, così a guidare lo stato fino alle elezioni del 2010 ci penserà il segretario di stato, un repubblicano. Considerata una dei migliori governatori d’America e in lizza anche per la carica di Attorney general, i conservatori criticano la scelta perché in Arizona, stato di frontiera, la Napolitano si è sempre opposta (come McCain) alle leggi anti immigrazione clandestina. Si parla anche di un’altra donna, Penny Sue Pritzker, erede di una delle famiglie più ricche d’America e presidente della catena di hotel Hyatt al posto di segretario al Commercio, ma pare che per “problemi di business” possa essere dirottata altrove.
In attesa della decisione su Hillary Clinton al Dipartimento di stato, sembra ormai certo che le speranze di John Kerry siano destinate a svanire. L’ex candidato presidenziale è stato in lizza anche per il poco importante Dipartimento dell’Interno, ma ora pare concentrato a diventare presidente della Commissione Esteri del Senato. Ci sono invece molti segnali a favore della riconferma del bushiano Bob Gates al Pentagono (gli emissari obamiani hanno incontrato il segretario alla Difesa per i dettagli). Se Gates resta in carica non ci sarà bisogno di audizioni al Senato e Obama potrà contare fin dal primo giorno sulla prontezza e sulla stabilità del Pentagono. Con Gates al comando, Obama avrà maggiore copertura politica nel procedere alla riduzione delle truppe in Iraq e nel rapporto col generale David Petraeus. Altre voci, sempre più insistenti, segnalano il generale Jim Jones, ex comandante della Nato e grande amico di McCain e dei repubblicani, al posto di consigliere per la Sicurezza nazionale. Il Los Angeles Times registra numerosi mal di pancia tra pacifisti e radicali.
Quando il presidente George W. Bush è entrato in carica, la maggior parte delle persone scontente per le elezioni rubate si sono limitate a pensare: dato il nostro sistema di controlli ed equilibri, data la paralisi politica a Washington, quanti danni si possono ancora fare? Adesso lo sappiamo: ben più di quanto fossero in grado di immaginare i più pessimisti. Dalla guerra in Irak al collasso del mercato del credito, le perdite finanziarie sono difficili da quantificare. E dietro quelle perdite ci sono opportunità perdute ancor più grandi.
Mettete tutto assieme – i soldi dilapidati nella guerra, i soldi sprecati in uno schema piramidale nel settore immobiliare che ha impoverito il paese ed arricchito poche persone, ed i soldi persi a causa della recessione – ed il divario tra ciò che avremmo potuto produrre e quello che abbiamo prodotto supererà probabilmente i 1.500 miliardi di dollari. Pensate cosa avrebbe potuto fare quel denaro per fornire assistenza sanitaria a chi non è assicurato, per migliorare il nostro sistema scolastico, per costruire tecnologie verdi... L'elenco è infinito.
E il vero costo delle nostre opportunità perdute è probabilmente perfino più grande. Prendete la guerra: innanzitutto ci sono i finanziamenti stanziati direttamente dal governo (stimati in 12 miliardi di dollari al mese anche secondo i dati fuorvianti forniti dall'amministrazione Bush). Più grandi, come Linda Bilmes della Kennedy School e io abbiamo documentato in The Three Trillion Dollar War, sono i costi indiretti: i salari non guadagnati da coloro che sono stati feriti o uccisi, lo spostamento dell'attività economica (dallo spendere in ospedali americani allo spendere in contractor militari nepalesi, per esempio). Questi fattori sociali e macroeconomici possono pesare con più di 2.000 miliardi sul costo complessivo della guerra.
Non tutto il male vien per nuocere. Se riusciamo a risollevarci da questo male, se riusciamo a pensare più attentamente e meno ideologicamente a come rendere la nostra economia più forte e la nostra società migliore, forse possiamo progredire nella soluzione di alcuni dei nostri annosi e gravi problemi. Tanto per cominciare, prendiamo i sette maggiori problemi che l'amministrazione Bush si lascia alle spalle.
Il deficit dei valori: Uno dei punti di forza dell'America è la sua varietà e diversità, e c'è sempre stata una varietà di vedute perfino sui nostri principi fondamentali – l'innocenza fino a prova contraria, l'habeas corpus, lo stato di diritto. Ma (così almeno pensavamo) coloro che non erano d'accordo erano una minoranza marginale ed ignorabile. Adesso sappiamo che quella minoranza non è poi così piccola e comprende anche il presidente ed i capi del suo partito. E questa divergenza sui valori non avrebbe potuto manifestarsi in un momento peggiore. Renderci conto che possiamo avere meno in comune di quanto pensassimo può complicare la soluzione dei problemi che dobbiamo affrontare insieme.
Il deficit del clima: Con l'aiuto di corporazioni complici come ExxonMobil, Bush ha tentato di convincere gli americani che il surriscaldamento globale era una fandonia. Non lo è, e perfino l'amministrazione l'ha finalmente ammesso. Ma per otto anni non abbiamo fatto niente e l'America inquina più che mai: un ritardo che ci costerà caro.
Il deficit dell'uguaglianza: In passato, anche se gli ultimi vedevano poco o nulla dei benefici dell'espansione economica, la vita veniva considerata una lotteria fondamentalmente giusta. Il farcela da soli faceva parte del senso di identità americano. Ma oggi la promessa contenuta nella leggenda di Horatio Alger suona falsa. L'ascesa sociale sta diventando sempre più difficile. Le crescenti disparità nel reddito e nella ricchezza vengono rafforzate da una normativa fiscale che premia chi nel mondo della globalizzazione ha scommesso e perso. Questa consapevolezza si sta facendo strada e ciò renderà ancora più difficile trovare una causa comune.
Il deficit della responsabilità: I pezzi grossi della finanza americana giustificavano i loro compensi astronomici con la loro ingegnosità de i grandi benefici che essa avrebbe dispensato al paese. Ora si è visto che gli imperatori sono nudi. Non hanno saputo gestire il rischio; anzi, con le loro azioni lo hanno esasperato. I capitali sono stati impiegati male; centinaia di miliardi sono state spese malamente, con un livello di inefficienza di molto maggiore a quello che la gente solitamente attribuisce al governo. Tuttavia i pezzi grossi se ne sono andati con centinaia di milioni di dollari lasciando il conto da pagare ai contribuenti, ai lavoratori ed all'economia nel suo complesso.
Il deficit del commercio: Negli ultimi dieci anni la nazione ha preso in prestito da Paesi stranieri una quantità enorme di denaro – qualcosa come 739 miliardi solo nel 2007. Ed è facile comprendere perché: con il governo che contraeva debiti enormi e con i risparmi degli americani prossimi allo zero non c'era nessun altro a cui rivolgersi. L'America ha vissuto con soldi in prestito e tempo in prestito, e il giorno della resa dei conti doveva prima o poi arrivare. Eravamo soliti dare lezioni agli altri sul significato di una buona politica economica. Adesso ci ridono alle spalle, e capita perfino che siano gli altri a darci lezioni. Abbiamo dovuto chiedere l'elemosina ai fondi sovrani, la ricchezza in eccesso che gli altri governi hanno accumulato e possono investire all'estero. Ci ripugna l'idea che il nostro governo gestisca una banca. Eppure sembriamo propensi ad accettare l'idea di Paesi stranieri che possiedono una quota importante delle nostre banche più rappresentative, istituzioni che sono fondamentali per la nostra economia. (Così fondamentali, in effetti, che abbiamo dato al Tesoro un assegno in bianco perché le tirasse fuori dai guai).
Il deficit del bilancio: Parzialmente grazie alle galoppanti spese militari, in soli otto anni il nostro debito nazionale è aumentato di due terzi, da 5.700 miliardi a più di 9.500 miliardi di dollari. Ma per quanto drammatici questi numeri non rendono l'entità del problema. Molti costi della Guerra in Irak, compreso il versamento dei sussidi per i reduci feriti, non sono ancora stati pagati e potrebbero ammontare a più di 600 miliardi di dollari. Il deficit federale quest'anno probabilmente aggiungerà altri 500 miliardi al debito nazionale. E tutto questo prima delle spese per la Previdenza Sociale ed il Medicare per i baby boomer.
Il deficit degli investimenti: La contabilità del Governo è diversa da quella del settore privato. Una compagnia che contragga un prestito per fare un buon investimento vedrà migliorare il suo bilancio patrimoniale, e i suoi dirigenti verranno elogiati. Ma nel settore pubblico non c'è un bilancio patrimoniale e dunque troppi si concentrano eccessivamente sul deficit. In realtà quando un governo investe saggiamente le entrate sono ben più alte del tasso di interesse che il governo paga sul debito che ha contratto; a lungo termine gli investimenti contribuiscono a ridurre i deficit. Tagliarli significa essere tirchio con i centesimi e prodigo con i dollari, come attestano gli argini di New Orleans e il ponte di Minneapolis.
Due sono le ipotesi (oltre alla banale incompetenza) sul perché i repubblicani abbiano prestato poca attenzione al crescente deficit di bilancio. La prima è che semplicemente credevano nell'economia dell'offerta, ed erano fiduciosi che in un modo o nell'altro l'economia sarebbe cresciuta così bene con i tassi più bassi che i deficit sarebbero stati passeggeri. È stato dimostrato che questa idea era pura fantasia.
La seconda teoria è che lasciando che il deficit di bilancio si gonfiasse a dismisura Bush e i suoi alleati sperassero di imporre una riduzione delle dimensioni del governo. In effetti la situazione fiscale è così tragica che molti democratici responsabili stanno ora facendo il gioco di questi repubblicani fedeli alla dottrina “Starve the beast” (“Affamare la bestia”), e chiedono un taglio drastico delle spese. Ma con i democratici che si preoccupano di sembrare troppo deboli sulla sicurezza – e che dunque trattano le spese militari come sacrosante – è dura tagliare i costi senza abbattere gli investimenti, così importanti per risolvere la crisi.
Il compito più urgente del nuovo presidente sarà quello di ridare forza all'economia. Visto il nostro debito nazionale, è particolarmente importante farlo in modo da massimizzarne i vantaggi e contribuire a risolvere almeno uno dei principali problemi. I tagli alle tasse funzionano – se funzionano – aumentando i consumi, ma il problema dell'America è che ci siamo ubriacati di consumi; prolungare quella sbornia consumistica non fa che rimandare la soluzione di problemi più profondi. Con il precipitare delle entrate fiscali gli Stati e le autorità locali dovranno fare i conti con concreti vincoli di bilancio, e a meno che non si faccia qualcosa saranno costretti a tagliare le spese aggravando la flessione. A livello federale abbiamo bisogno di spendere di più, non di meno. L'economia dev'essere riconfigurata per far sì che rifletta le nuove realtà, compreso il surriscaldamento globale. Avremo bisogno di treni veloci e di centrali elettriche più efficienti. Queste spese stimolano l'economia ed al contempo forniscono le basi per una crescita sostenibile a lungo termine.
Ci sono solo due modi per finanziare questi investimenti: aumentare le tasse o tagliare altre spese. Gli americani che percepiscono redditi più alti possono permettersi tranquillamente di pagare più tasse, e molti Paesi europei hanno avuto successo grazie a – e non per colpa di – aliquote contributive alte, che hanno permesso loro di investire e di competere in un mondo globalizzato.
Inutile dire che ci saranno resistenze all'aumento delle tasse, e così l'attenzione si sposterà sui tagli. Ma la nostra spesa sociale è così ridotta all'osso che c'è ben poco da risparmiare. Anzi, spicchiamo tra i Paesi industriali avanzati per l'inadeguatezza della protezione sociale. I problemi del sistema sanitario americano, per esempio, sono ben riconosciuti; risolverli significa non solo una maggiore giustizia sociale, ma una maggiore efficienza economica. (Lavoratori più sani sono anche lavoratori più produttivi). Dunque resta soltanto un'area in cui tagliare: la difesa. Siamo responsabili della metà di tutta la spesa militare mondiale, con il 42% delle entrate fiscali che finisce direttamente o indirettamente nella difesa. Sono aumentate perfino le spese militari non belliche. Con così tanto denaro speso in armi che non funzionano contro nemici che non esistono c'è ampio spazio per aumentare la sicurezza mentre tagliamo le spese per la difesa.
La buona notizia tra le brutte notizie economiche è che siamo costretti a moderare i nostri consumi materiali. Se lo facciamo nel modo giusto contribuiremo a contenere il surriscaldamento globale e giungeremo perfino a comprendere che un livello di vita veramente alto può comportare maggiore riposo e svago, non solo più beni materiali.
Le leggi della natura e le leggi dell'economia sono spiegate. Possiamo abusare del nostro ambiente, ma non a lungo. Possiamo spendere al di là dei nostri mezzi, ma non a lungo. Possiamo vivere degli investimenti fatti in passato, ma non a lungo. Perfino il Paese più ricco del mondo può ignorare le leggi della natura e le leggi dell'economia unicamente a suo rischio e pericolo.
*Premio Nobel per l'economia
Articolo originale pubblicato su Mother Jones, novembre/dicembre 2008.
Svegliatevi dormienti. Così la cantata 140 del grande Bach e così il titolo italiano di un romanzo del nostro amato Philip Dick che torna buono nel tempo di Obama.
I dormienti del titolo sono i milioni di «inerti nei depositi governativi», ibernati nella speranza che il mercato del lavoro prima o poi abbia bisogno di loro. Profetico, visto che Dick scrive in pieno boom economico. Altro vaticinio… il presidente nero: qui non si chiama Obama ma James Briskin: ha «i baffoni a manubrio», è un idealista forse un po’ puritano e dunque destinato a perdere se… il caso [ma il fiuto a volte aiuta] non gli consentisse di trovare una magica soluzione per i dormienti e allo stesso tempo di trovarsi in un pasticcio tale che neanche il peggior nazista potrebbe immaginare.
Aspettando che Obama diventi presidente a tutti gli effetti…. è il momento giusto per recuperare «Svegliatevi dormienti» [Fanucci], un eccellente Philip Dick datato 1966 ma ambientato nel 2080 dove «i col», insomma neri, meticci e chicanos, sono maggioranza. Sia in uno scenario realistico che in forma fantascientifica una delle domande che attraversa il romanzo è: «perché fingere che la razza non sia un problema?».
Quasi nulla si può raccontare senza togliere il gusto delle sorprese; come è ovvio in Dick il futuro è un gran casino: per puntare le armi ci sono le onde cerebrali; l’aborto è al centro di un durissimo scontro politico; i mutanti [memorabili questi Walt] controllano «il satellite del piacere»; chi crede «esista una sola Terra» si dovrà ricredere proprio come i seguaci di Tolomeo; ci si informa sui quotidiani omeostatici; naturalmente le mode variano molto in fretta [andare a caccia di grossi ragni scava-trincee è «acqua passata, ora vanno di nuovo le falene»]; i trapianti di organi sono un lucroso affare; e torna una delle più inquietanti domande dickiane, ovvero se «vincere» sia proprio così importante. Quanto a «una forma limitata di viaggio nel tempo» è possibile solo per un difetto di fabbricazione ma è proprio da qui che nascono i guai; forse quelle piccole porte non si aprono solo nella dimensione temporale ma anche in quella di una evoluzione parallela. Di più non si può dire; certo ci voleva la perfidia di Philip Dick per fare avvenire il più sconcertante evento della storia umana in un pidocchioso negozio di riparazioni anziché nel più luccicante dei laboratori. Non perdetevi la geniale battuta sugli emigrati quasi in chiusura del capitolo 11. Un grande Dick, sospeso fra incubo e speranza.
Un nero alla Casa Bianca era stato già immaginato nel 1926 da Monteiro Lobato, uno scrittore brasiliano di favole – la parola fantascienza non era in voga. Lo traduce finalmente Controluce e ci propone – ma guarda un po’ – gli Usa come unico impero mondiale con la campagna elettorale fra un conservatore bianco, il leader nero Jim Roy e una donna, miss Evelyn Astor. Ci sono anche shopping, tele-lavoro e altre profezie azzeccate. Interessante ma ci si arrabbia per i contenuti razzisti. Chissà se ora, nel mondo cosiddetto reale, qualcuno riuscirà a sbiancare Obama.http://www.carta.org/ozio/futuri/15846
L'audience dei canali delle televisioni europee diminuisce, mentre il consumatore è sempre più avido di nuovi contenuti. La rete, grande ed eterno concorrente, è anche l'unica risorsa per la sopravvivenza del tubo catodico.
C'è la crisi a TF1, il più grande canale di televisione commerciale in Francia: il famoso telegiornale delle venti, vera istituzione, passa inesorabilmente sotto il limite simbolico del 30% di share. Per decenni, il telegiornale della sera è stato l'appuntamento familiare per eccellenza della maggioranza delle famiglie francesi. Un abbassamento che potrebbe, invece di essere aneddotico, rivela un cambiamento decisivo nelle abitudini dei consumatori. E lascia scorgere dei nuovi modelli economici (e ricavi pubblicitari) associati.
Guardo quello che voglio
JoostDappertutto in Europa il consumatore si trova di fronte ad un'offerta pletorica di canali televisivi e, a causa della frammentazione delle consumazioni, gli ascolti diminuiscono. Nonostante questo noi non abbiamo mai "consumato" così tanto i media. La tendenza è definita: guardo quello che voglio, quando voglio, e non quello che mi viene imposto. Su questa scia tutti i grandi canali “hertziani” seguono il movimento e propongono – o proporranno – una formula di catch up Tv per permettere di vedere la propria trasmissione o la propria serie preferita all'orario prescelto.Negli Stati Uniti, il sistema TiVo è piuttosto diffuso. Permette di registrare i programmi per guardarli quando se ne ha voglia, con la possibilità di saltare i tagli pubblicitari. Sulla stessa linea, dappertutto in Europa fioriscono i sistemi di video on demand (Vod), i cui cataloghi s'ingrossano ogni giorno di più. L'osservatorio europeo dell'audiovisivo, alla fine del 2007, conta non meno di 250 servizi Vod in Europa, cento in più rispetto all'anno precedente.
Se la Tv accusa Youtube
HuluPer la prima volta da decenni, i giovani guardano sempre di meno la televisione, preferendo Internet (chat, reti sociali, blog, ...) e il cellulare. Il 30% dei giovani dagli 8 ai 14 anni utilizzano il computer e contemporaneamente guardano la tivù. Non c'è bisogno di accendere MTV: è sufficiente andare su Youtube per vedere dei video musicali. I siti di diffusione di video hanno preso un'importanza considerevole in qualche anno. Youtube, Dailymotion e fratelli rappresentano da soli più di un terzo della fascia di traffico globale del web. I canali classici hanno perso in un anno il 10% dell'ascolto dei giovani dai 15 ai 34 anni. I tentativi per bloccare il fenomeno sono consistiti, in un primo tempo, nella lamentela: TF1 nel 2007 ha attaccato Dailymotion e Youtube e reclama in totale cento milioni di euro. Altri hanno tentato accordi come Canal Plus e Dailymotion. Il gruppo TF1 ha lanciato la sua TV Web, battezzata Wat TV per entrare in concorrenza con i dinosauri del video sulla rete. Un altro metodo è il catch up TV: un sito web sul quale l'internauta può vedere i programmi della catena a qualsiasi ora, per adattarsi così a queste nuove modalità di consumazione del mezzo di comunicazione.
A morte mastro lindo?
Internet è quindi il futuro della televisione? In ogni caso, è questLa fine di mastro lindo? | (Foto:mastrolindo.it)a la sfida che è stata lanciata a Janus Friis e Niklas Zennstrom, celebri sulla rete per aver sviluppato Skype, Kazaa e, successivamente, creando la piattaforma Joost. Joost è un'applicazione basata sull'architettura “peer to peer” che permette di vedere contenuti audiovisivi. L'interfaccia lascia un grande spazio all'interattività poiché l'utilizzatore ha la scelta tra numerose emissioni, ma può ugualmente costruirsi delle playlist, o ancora partecipare ai programmi, facendo commenti o votando. Interessante per gli utilizzatori, il sistema lo è ugualmente per gli inserzionisti: possibilità di individuazione specializ