Sarà perché in vacanza uno tende a dedicarsi alle letture leggere, ma in questi giorni non mi perdo una sola puntata della soap “Rifondology Sunset”, gustosamente seguita dal Corriere e Repubblica con interviste quotidiane a uno o più dei coprotagonisti.
Ricapitolando: l’editore Bonaccorsi, considerato vicino a Bertinotti e come lui seguace dello psicanalista guru Massimo Fagioli, vuole acquistare il giornale Liberazione, mentre Fagioli dice a Vendola che può anche andare a letto con i termosifoni, mentre il segretario del partito Ferrero azzera il cda di Liberazione per licenziarne il bertinottiano direttore Sansonetti, mentre Vladimir Luxuria manifesta in piazza contro Ferrero, mentre Vendola accusa Fagioli di essere un tipo melmoso e volgare, mentre l’editore Bonaccorsi dice che è tutta colpa del Manifesto che vuole cancellare Liberazione per vendere qualche copia in più, mentre Giordano dice che con Fagioli non vuole avere più nulla a che fare.
Mancano però alcuni passaggi fondamentali: per esempio, a Luxuria starà o no simpatico Fagioli? E Bertinotti, che cosa pensa del sesso con i termosifoni? E Fagioli al mattino legge prima Liberazione o il Manifesto? E Sansonetti, qual è la sua posizione sul rapporto tra L’isola dei Famosi e la psicanalisi antifreudiana?
Mica si può aspettare per avere queste risposte. I precari a fine contratto giusto oggi e gli operai in cassa integrazione non stanno più nella pelle dalla curiosità.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Lo so che ci sono cose molto più importanti di cui se avessi tempo mi piacerebbe parlare, ma per non lasciarvi senza un post anche oggi, perlomeno vi dò una notizia. Sappiatelo: Francesco Pionati, ex portavoce UDC, ha fondato l'Alleanza di Centro, di cui è il segretario nazionale.
(La notizia è vecchia di un mese, ma solo oggi Pionati mi è venuto sugli scudi, a Salerno. E poi, non voglio che di questi tempi passi inosservato un chiaro segnale di rinnovamento della politica)http://azioneparallela.splinder.com/
Vi ricordate gli anni in cui i tromboni del governo vi raccontavano che bisognava uscire dall'Euro? Ecco, abituatevi ai vantaggi di avere una moneta forte e fatevi un giro sulla versione inglese di amazon; provate a vedere i prezzi, inclusivi di spedizione aerea. E non fate i conti, ma sostituite Sterlina con Euro, visto che la moneta inglese ormai si è sbragata fino alla parità con l'Euro.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Fabio, il mio fruttivendolo, è un ragazzo giovane. Cioè, giovane: avrà la mia età, che in tutti i paesi del mondo viene considerata adulta, ma in Italia no, è poco meno che un’infanzia appena finita.
Per fine anno la sua bottega è uguale a sempre, e già questo è un indizio: me la ricordo, gli anni passati, come un tripudio di lustrini mischiati alle confezioni di frutta secca. Quest’anno, invece, no. Sì, la frutta secca c’è, ma ha un’aria defilata. È relegata di lato al banco, suddivisa in sacchettini piccoli, manco fosse un metallo prezioso; ha l’aria di chi si scusa per il prezzo e trova giusto un po’ vergognarsi, proprio come fanno i ricchi a Natale. Le ceste natalizie manco si fanno vedere, i trionfi di leccornie sono stati sfrattati da quelli di cavoli. Che poi, quando guardi il cartellino, ti accorgi che costano quasi come le passate leccornie, le verdure odierne, ed è per questo che restano lì invendute, perché un’insalata di radicchio sarà molto chic, ma sazia pur sempre, e solo, come un’insalata.
I clienti entrano guardinghi e guardinghi rimangono per tutto il tempo: gli occhi si spostano dall’ortaggio alla bilancia, a controllare, nascostamente, che nel tragitto fra la cassetta e la pesa non venga aggiunto un grammo in più del dovuto: sospettano di ogni goccia d’acqua che vedono grondare dalla foglia, ché fa tara anche quella, e mica vogliono pagarla in più. I vecchietti, di solito, nel farlo sorridono, con un’aria mite, come a dire al ragazzo: “Mica che dubito di te, eh: è che proprio non me lo posso permettere..”.
Fabio capisce, sorride di rimando; è una persona sensibile, per niente bottegaia, pur avendo bottega; così, quando vede che è troppo, trattiene quel riflesso pavloviano dell’esercente che il padre gli ha insegnato fra i primi trucchi del mestiere, il “lascio?” sussurrato con fare finto gioviale, come una specie di allegro ricatto alla clientela. Non chiede, e nemmeno lascia, toglie il di più in silenzio: se qualcuno vuole quattro etti, quattro etti gli arrivano in borsa. I vecchietti gli sono grati per quella umiliazione risparmiata, l’imbarazzo di dover confessare, a voce alta, di fronte agli altri estranei in fila: “No, ne prendo solo due, tre non posso.” Poi aprono il borsellino e contano i centesimi con una lentezza esasperante, tanto che ti chiedi se non sperino che, andando piano, magari le monete abbiano il tempo, là dentro, di riprodursi.
Ma l’ispezione del portamonete tocca tutti, ormai. Anche le massaie più giovani, che arrivano con la grinta di chi deve prepararsi al cenone, cioè l’occasione mondano-familiare dell’anno, non sono più in gran spolvero. Paiono precise agli anni passati, quando le vedi entrare con passo di gran carriera, come se fossero reduci dalla prima tornata di compere, e in transito verso un altro defatigante tour spendareccio. Ma se le spii da vicino ti accorgi che i segni della crisi hanno lasciato tracce anche su d loro: la borsetta luiviuttòn o è vecchia o, mancando di qualche lucchetto, denuncia la sua provenienza da bancarella marocchina; la pelliccia è un po’ spennacchiata e i capelli, i capelli sono sì sempre dello stesso colore, ma un punto più sbiadito, perché la tinta è stata fatta in casa, affidandosi non alle mani di un parrucchiere, ma a quelle di sorelle o suocere.
I discorsi sono quelli di fine anno: “E tu, dove vai, a casa o in montagna?”
Ma la risposta è: “A casa! A casa!”
Sarà un San Silvestro di case piene, e illuminate con parsimonia; in cui, se qualcuno esce, è per andare a trovare, al massimo, il vicino di pianerottolo, per un brindisi sulle scale. C’è chi dice che è il freddo, chi ha il bambino piccolo, chi il genitore anziano, o un’invasione dei parenti impossibile da evitare, chi si appella ad una generica poca voglia, o al non aver fatto in tempo ad organizzarsi in altra maniera. Scuse, che si dicono mentendo con la consapevolezza di mentire, perché i parenti, i bambini, la poca voglia e gli intoppi ci sono tutti gli anni, ma gli altri si superano, e questo no. Ci sono periodi che van così, e questo è uno di quelli: di quelli in cui sai che non puoi far altro che attendere che se ne vadano da soli, leccandoti le ferite o cercando che te ne facciano il meno possibile. Sono tempi così, faticosi e un po’ malinconici, in cui anche il festeggiamento ti stanca, e l’allegria obbligatoria sono più pesanti da fingere che nel passato.
Sì, brinderemo, come sempre, affacciandoci dai poggioli, scendendo in strada allo scoccare della mezzanotte, con il consueto sorriso e il calice in mano alzato verso il cielo. Ma, più che per salutare l’anno nuovo, lo faremo, mi sa, per controllare che quello vecchio si sia proprio deciso a finire.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Nel suo discorso alla Curia del 22 dicembre, Benedetto XVI ha fatto un’affermazione che oggi possiamo immaginare fosse in risposta a una qualche critica mossagli da qualcuno in quell’uditorio, ma in perfetto stile curiale, ovviamente: sussurrando, tessendo, simulando, ma sempre mezzi genuflessi.
Con la dolce fermezza di un pontefice che s’è rotto il cazzo, Sua Santità l’ha detto chiaramente: non riesce a fare di ogni manifestazione pubblica che presiede “una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il Papa quale star”, il Venerato Predecessore aveva quel talento, lui no, punto.
Non ce la fa perché non vuole, o viceversa? Non ha importanza, il Papa è Papa e ha sempre l’ultima parola. E però, si sa, la Curia ha sempre l’ultimo sussurro, e chissà come, giusto una settimana dopo, ieri, gli uffici della Casa pontificia diffondono le cifre che danno in calo di mezzo milione le presenze dei fedeli alle udienze papali dell’ultimo anno.
Non basta. L’Osservatore Romano, sempre ieri, mandava in macchina la foto qui sopra, a pag. 8, che nelle dimensioni riprodotte in pagina, con una lente x50, consente di contare non più di 1500 persone in piazza San Pietro (dovrebbe trattarsi dell’Angelus di domenica 28 dicembre).
Basta? No, dico, Tarcisio, adesso basta? http://malvino.ilcannocchiale.it/
Alla corte dei miracoli, An superstar
primarie per uno con maestro unico
candidato di serie A aspirando la C
di Giorgio Melis
Tutti a rapporto: a corte. Anzi, con assenti-esclusi. Silvio Berlusconi patisce di orticaria nelle sedi delle pubbliche istituzioni. In effetti, palazzo Chigi è degradato a dependance di palazzo Grazioli, alle Camere non mette piede se non in stato di necessità. In Sardegna, mai entrato dal 1994 a oggi, alla Regione (neanche quando governava la destra), al Consiglio regionale, neanche nelle sedi del suo partito. A Cagliari è venuto per il comizio-provocazione a Bonaria sotto casa Soru e poi ancora a Bonaria per essere al fianco del Papa smarrito: come speciale pellegrino fra “i cari concittadini sardi”. Ormai ovvia, salvifica questa privatizzazione proprietaria della politica. I dignitari della destra devono sbafarsi 800 chilometri di strada per le udienze alla Certosa. La reggia, appunto. L'unico luogo - come nelle monarchie - deputato per rendere omaggio al re e attenderne gli ordini.
Una corte dove si officiano anche i miracoli. Come convincere Emilio Floris che non è stato segato, benché più popolare e stimato, per fare largo a Ugo Cappellacci, semisconosciuto a nord di Monastir ma coperto dal favore della corona. Da copione, Floris ha ingoiato il rospo, ha mimato l'abbraccio commosso col rivale vittorioso. Ora attende che l'acquiescenza orgogliosa sua e dei sodali venga compensata dal sovrano con poltrone minori ma gratificanti. Una meraviglia, questa politica semplificata, senza parole inutili, anzi rischiose se non coincidono col pensiero del capo. Soprattutto un tributo alto allo spirito dell'autonomia. Coerente, anche: Berlusconi aveva indicato e scippato con Fini cinque parlamentari sardi, escludendo per gratitudine ogni nuragico dal governo, per la prima volta in 60 anni: giusto che ora indichi anche il pretendente alla Regione. Non cosa nostra ma sua, secondo capriccio e disegno.
Corte dei miracoli, si diceva. Il Cavaliere ne ha officiato anche un altro. Ha cancellato Alleanza nazionale, ridotta al ruolo di strapuntino muto, e ne otterrà anche il convinto applauso perché ne ha confermato l'irrilevanza. Forse oggi stesso, Mariano Delogu e i suoi diranno che alla Certosa era un incontro riservato ai forzisti, loro non ci facevano niente, anzi non ci sono voluti andare. Sì, è vero, ci sarebbe la faccenda del Pdl, per cui dovrebbero parlare e fingere di decidere insieme: però, non formalizziamoci. Definitiva come sempre, arriverà una rara, esclusiva dichiarazione di Maurizio Gasparri, il quale a nome dell'ala finiana di Forza Italia, spiegherà che «è tutto a posto, Berlusconi ha scelto il candidato su indicazione di An che presidia e controlla la situazione, come sempre: passa anche l'aspirapolvere quando viene ammessa nelle cucine della Certosa. Che cavolo vogliono, del resto, questi sardignoli? Già gli abbiamo fatto eleggere Luca Barbareschi e quel Saltamartini senza averlo nemmeno visto in faccia. Mai contenti: cos'altro vogliono? Murgia e Artizzu tacciono, consentono e applaudono, Diana spara a ore alterne su Soru e Di Pietro per la questione morale. Noi possiamo vantarci di Italo Masala, primo presidente sotto processo e Diana può andare orgoglioso di aver preso, anzi preteso, la doppia indennità da consigliere regionale e presidente della Provincia di Oristano. Insomma, non c'è nessuno come noi che difenda l'autonomia: dalla Sardegna”.
Davvero, nel centrodestra è tornata l'armonia dei tempi migliori, solo Pili e Cicu sono un poco torvi. Soddisfatta e rimborsata l'Udc. Casini aveva chiesto un candidato di serie A, Giorgio Oppi la chiude così. “Tutto risolto. Cappellacci è di serie A. Basta aspirare, alla toscana, la C iniziale del suo cognome ed ecco la A che Casini voleva”.
E le primarie, assolutamente irrinunciabili, secondo i riformatori di Fantola, Vargiu e Cossa, sostenuti da Segni? Su questo punto Fantola non poteva transigere. Infatti, appagato su tutta la linea e prepara un altro referendum, esce dal silenzio per shock da espulsione dalle liste politiche, e spiega: “Scherziamo? Cappellacci le ha fatte, le primarie: superandole a pieni voti. In una classe tutta per lui, promosso con lode dal maestro unico, Berlusconi. Che è stato poi così democratico da informarci di quel che aveva deciso dopo ampia consultazione con se stesso, allo specchio grande della Certosa”.
Insomma, lieto fine, tutti felici e soddisfatti. Alle corte, non poteva essere diversamente, alla corte dei miracoli.http://www.altravoce.net/2008/12/30/corte.html
Un nuovo e imponente maxi sbarco a Lampedusa. Le notizie in tal senso si susseguono ininterotte, come gli sbarchi.
Dal giorno di Natale oramai sono giunti più di 1.500 extra comunitari.
Lampedusa è oramai assediata, e purtroppo la situazione è destinata a peggiorare.
Già i satelliti e le motovedette hanno avvistato o segnalato altri motoscafi e altri natanti, partiti dalle coste Libiche.
Qualcuno di questi si trova già al largo delle isole Egadi.
E non si tratta di croceristi venuti in Italia per trascorrervi il Santo Natale in italia. Sono poveri migranti spinti dalla loro grande disperazione, nonastante i rigori dell'inverno, a sfidare il mare aperto per seguire una flebile e vaga speranza di una migliore vita.
Provate solo a pensare a quanto più numerosi potranno essere con il sopraggiungere della bella stagione.
E pensare che questo era il governo che aveva promesso agli Italiani che avrebbe posto fine agli sbarchi.
In campagna elettorale si erano fatti garanti del fatto che sarebbe bastato un governo di centro destra per scoraggiare gli sbarchi dei profughi, ed a intimorire Gheddafi.
Sono stati solo dei poveri ingenui se davvero credevano alle loro parole e vivevano questa convinzione.
Come si vede, non hanno nè scoraggiato, nè intimorito nessuno. Al contrario, gli sbarchi sono aumentati, a dimostrazione della vastità del fenomeno e della pochezza delle loro convinzioni.
Questo fallimento è la testimonianza pratica che i problemi non si risolvono con le chiacchere od i proclami, e neppure con le minacce, servono progetti, programmi e risorse.
Ora Maroni ancora una volta proclama e ripete che bisogna "Intervenire con la Libia", come se fosse la prima volta, come se fosse una novità.
Maroni non ha ancora capito che è la Libia che "interviene" con noi e vuole semplicemente che il Parlamento Italiano ratifichi ed approvi, al più presto, il trattato di amicizia firmato da Berlusconi.
Questo darebbe a Gheddafi la certezza degli aiuti promessi oltechè degli investimenti previsti.
Allora, e ancora una volta , a questo governo non resta altro da fare che piegarsi al ricatto Libico. A questo solo, in fondo, lo condanna la mancanza di progetti e di idee politiche.
Forse questa volta dovremo costruire, non una ma due autostrada nel deserto, prima di accoggerci che la Libia fa solo i suoi di interessi e non gli ne importa proprio nulla dei nostri problemi.
Forse dovremo inviare altro denaro in Libia con la speranza che il Colonnello lo investa poi , acquistando quote azionarie di nostre società.
In mancanza di altro, a questo Governo, non resta che questo, al di là delle altisonanti dichiarazioni. http://ivanmez.blogspot.com/
Ultimi prodigi del governo Berlusconi
Da Natale a oggi sbarcati a Lampedusa 1.500 immigrati. L’accordo miracoloso tra Berlusconi e Gheddafi mostra ancora una volta la sua straordinaria utilità: in sua assenza gli sbarchi sarebbero stati almeno 5.000. Ancora qualche giorno e il governo potrà documentare che da quando è insediato gli sbarchi sono diminuiti del 250% rispetto al periodo del governo Prodi.
Telefonate galeotte
Berlusconi: “…continuo a telefonare e se escono mie telefonate di un certo tipo cambio paese, scappo via…”. Prenderlo in parola? I tre giornalisti di cui si dice tengano sue telefonate “di un certo tipo” nel cassetto ora sanno quale contributo dare alla patria…
Bondi e il Bene
Dopo aver proposto alla valorizzazione dei beni artistici il manager della Mc Donald e Vittorio Sgarbi, Bondi prosegue nella lotta per il Bene e l’Ottimismo.
I telegiornali italiani sono secondo lui “una serie ininterrotta di notizie catastrofiche, di racconti dell’orrore, di fatti di sangue” e “Se non cambia qualcosa non vi sarà fine al peggio, al brutto, al deteriore, al pessimismo, al volgare e all’orrore”.
Ma anche sostituendo nei telegiornali l’orrore con la melassa (cosa che col monopolio dell’informazione non deve essere troppo difficile) resta pur sempre Berlusconi e il suo governo, con una sola pennellata di melassa: Bondi medesimo.
Nuova vita per il sindaco di Pescara Piano del PD: D’Alfonso alle Europee. Se verrà eletto non avrà bisogno di farsi pagare da Toto (padrone di AirOne) i biglietti aerei per Bruxelles e Strasburgo. O ancora meglio: per contribuire alla riduzione dei costi della politica potrebbe farseli pagare.
Sebastiano Vassalli sulla riforma della giustizia “In un ordinamento democratico serio, le opposizioni non dovrebbero limitarsi a combattere l’avversario ma contribuire con idee al progresso del paese”.
Qualche esempio? “Credo che il garantismo debba valere per tutti, dalla sinistra fino a Berlusconi. Non dovrebbe valere per lui solo perché ha fatto il lodo Alfano?” (il corsivo è mio e sottolinea che con il lodo Alfano Berlusconi si è garantito da sé).
Sempre in nome del progresso del paese, l’ex presidente della Consulta è favorevole alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri ed è contrario alle intercettazioni telefoniche per reati corruttivi e a danno dell’amministrazione pubblica. Se ne deduce che secondo il grande giurista questi reati contribuiscono al bene del paese.
Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
“Tutto ciò che è improvviso è male, il bene arriva piano piano”. Così pensava nella sua saggezza Mendel Singer, l’impareggiabile “Giobbe” di Joseph Roth.
Magari ne serbassero memoria gli israeliani, esasperati da un assedio senza fine ma tuttora accecati dal mito della guerra-lampo risolutiva che nel 1967 parve durare sei giorni appena e invece li trascina, dopo oltre 41 anni, a illudersi nuovamente: bang, un colpo improvviso bene assestato, e pazienza se il mondo disapprova, l’importante è che il nemico torni a piegare le ginocchia.
Solo che al posto dei fanti straccioni del panarabista Nasser ora c’è l’islamismo di Hamas e Hezbollah. Al posto del generale Dayan e del capo di stato maggiore Rabin, c’è il ministro Barak, pluridecorato ma già politicamente logoro. E alla guida provvisoria del governo c’è un dimezzato Olmert che non crede fino in fondo in quel che fa, dopo aver condiviso negli ultimi anni l’autocritica strategica di Sharon.
Il bene arriva piano piano. Tutto ciò che è improvviso è male. Non sono massime buone solo per deboli ebrei diasporici come quel Giobbe di un’Europa che non c’è più. E’ la sapienza antica d’Israele che ci ammonisce –da Davide e Golia in poi- come la superiorità militare non basti a dare sicurezza. Perché la forza non è tutto, anzi, può trascinare alla sconfitta le buone ragioni.
Tre minuti di bombardamento micidiale preparati da mesi di lavoro d’intelligence possono schiacciare l’apparato visibile di Hamas ma non disinnescano il suo potenziale offensivo clandestino. Così i minuti si prolungano in giorni, mesi, anni. Seminando un odio tale da rendere sempre meno probabile che tra i palestinesi recuperi legittimità la componente moderata dell’Anp, destinata a soccombere dopo Gaza anche in Cisgiordania.
Il risultato sarà un Israele che riesce a mettersi dalla parte del torto e del disonore pur avendo ragione nel denunciare la sofferenza delle sue contrade meridionali bombardate e, di più, la ferocia del regime imposto dagli sceicchi fondamentalisti alla popolazione di Gaza che tengono in ostaggio con la scusa di proteggerla.
La competizione elettorale israeliana del prossimo 10 febbraio non offrirà più l’alternativa del 2005: di qua la coalizione che prospettava la pace in cambio di sacrifici territoriali, di là l’oltranzismo di chi considera gli arabi capaci d’intendere solo le bastonate. Ora tutti i contendenti gareggiano nel mostrarsi inflessibili, a costo di sacrificare le trattative con l’Anp e la Siria. L’opinione pubblica si rassegna all’inevitabilità della guerra, ma non per questo ritrova fiducia e combattività. All’indomani dell’attacco riaffiorano le divisioni. Gli stessi celebri scrittori, rappresentativi di un’intellighenzia minoritaria, dapprima hanno confidato che la rappresaglia di Tsahal rimanesse limitata, ma ora già chiedono un cessate il fuoco. Sono i primi ad avvertire, nel loro profetico distacco dalla politica, come il disonore possa trascendere nella perdizione d’Israele. Esprimono il malessere di una comunità frantumata cui riesce sempre più difficile riconoscersi in una cultura nazionale unitaria.
L’affievolirsi della solidarietà esterna costringe Israele a guardarsi dentro, sottoponendo a autoanalisi pure le sofferenze indicibili, come il trauma della generazione ebraica sterminata. Si misurano i danni dell’ultimo lascito velenoso di Hitler, cioè il transfert nelle generazioni successive dei “sopravvissuti per procura”. E’ il richiamo terribile con cui scuote Israele l’ex presidente del suo parlamento, Avraham Burg: non hai un futuro di nazione come “portavoce dei morti della Shoah”; noi dobbiamo diventare altro che un’insana, dubbia rappresentanza delle vittime. Il nostro futuro pensabile è di compenetrazione con l’Oriente nel quale di nuovo gli ebrei provenienti da regioni lontane si sono fra loro mescolati; è di relazione con le altre vittime di questa terra.
Perfino l’unico obiettivo politico realistico –due popoli, due Stati- come notava ieri Bernardo Valli, viene rimesso in discussione da un orizzonte storico in cui si registra il declino parallelo dei due nazionalismi (sionismo e panarabismo) in lotta da un secolo. Quanto al rimpianto per le innumerevoli occasioni perdute, la guerra lo confina in un ambito letterario e cinematografico. Si legga il bel romanzo dell’ebreo irakeno Eli Amir, immigrato in Israele nel 1951, “Jasmine” (Einaudi). Racconta l’incapacità di trarre frutto dalla consuetudine con gli arabi degli ebrei orientali, che pure sarebbe stata preziosa quando si cercava una soluzione per i territori occupati nella guerra-lampo. Invano zio Khezkel, reduce da una lunga detenzione per sionismo nelle prigioni di Bagdad, liberato dopo la vittoria del 1967, cerca di convincere una platea laburista di Gerusalemme: “Noi dobbiamo prestare ascolto al loro dolore, non ignorare la Nabka, la loro tragedia, ricordare che anche loro hanno una dignità. Dobbiamo ricordare che il debole odia il forte e chi oggi è sull’altare domani potrebbe ritrovarsi nella polvere”. La leadership ashkenazita non poteva intendere l’appello di zio Khezkel, i giovani gli danno del codardo.
Mi ha fatto impressione domenica sera vedere al telegiornale il migliaio di musulmani convenuti di fronte al Duomo di Milano per pregare Allah dopo il bombardamento di Gaza. Ho ricordato la notte del 1982 in cui, per protestare contro la strage di Sabra e Chatila, ci ritrovammo in quella piazza arabi ed ebrei insieme, laicamente, non certo a genufletterci verso la Mecca. Oggi pare impossibile, costretti ad appartenenze irriducibili da un fondamentalismo che inferocisce la guerra nei suoi connotati religiosi. Hamas all’epoca non esisteva. Nasceva in Israele il movimento “Pace adesso” che avrebbe spinto al dialogo con i palestinesi. La rivoluzione iraniana degli ayatollah, nei suoi primi tre anni di vita, non era ancora riuscita a contagiare d’odio (suicida) l’islam globale.
Oggi viviamo il pericolo di un conflitto che si estende e si assolutizza dall’una all’altra sponda del Mediterraneo, bersagliando Israele come tumore da estirpare.
Distruggere Hamas, cioè l’islam fondamentalista penetrato fino a immedesimarsi nella causa nazionale palestinese, appare obiettivo difficilissimo da conseguire. Dubito che il governo di Gerusalemme, dichiarandolo, creda davvero che sia questa, chissà perché, la volta buona. Il rischio, al contrario, è che si consegni all’obbligo di combattere una guerra senza fine.
Solo qualche settimana fa Ehud Olmert , un leader che non ha più niente da perdere e quindi s’è preso la libertà di dire le verità scomode, raccomandava ben altro futuro agli israeliani. Dobbiamo ripensare ciò in cui abbiamo creduto per una vita, anche se è doloroso. Rinunce territoriali, un lembo di Gerusalemme capitale palestinese. Olmert ha usato perfino una parola terribile, “pogrom”, per sanzionare le violenze messe in atto dai coloni contro i palestinesi di Hebron. Era prossimo a raggiungere un accordo con la Siria quando Hamas, rompendo la tregua e scatenando l’offensiva missilistica, ha trascinato l’establishment israeliano nella coazione a ripetere di questa guerra dei cent’anni.
Spero di sbagliarmi, ma temo che i più entusiasti sostenitori dell’operazione “Piombo Fuso” saranno i primi a squagliarsi, quando si avvicineranno le ore fatali d’Israele. http://www.gadlerner.it/2008/12/30/la-guerra-lampo-che-snatura-israele.html
Con le ondate di distruzione causate dal crollo finanziario globale è arrivato un significativo momento di riflessione obbligatoria. Se tale disastro ha investito il pianeta, quali lezioni si possono trarre per smantellare il meccanismo che lo ha causato in primo luogo?
I rimedi proposti dai governi in tutto il mondo non stanno funzionando come conferma ogni reale indicatore economico. L’eterna influenza corruttrice dei soldi nelle politiche e disegni del governo non ha fatto altro che garantire che qualunque metodo verrà usato per salvare l’economia dalla bocca della balena sarà come gocce di pioggia su un fiume. L’unico schiacciante fattore che non sembra venir preso in considerazione nell’equazione è che per tirarsi fuori dal pasticcio finanziario si ha bisogno di risorse finanziarie. Non quelle prese in prestito ma quelle risparmiate. Qui è l’asso nella manica della Cina.
Gli Stati Uniti hanno un deficit finanziario reale di 53 trilioni di dollari che non potranno mai ripagare.
L’Inghilterra è sulla buona strada nel distruggere la sua moneta e far crescere il suo debito e così è la Francia.
La Cina, invece, è nella particolare condizione di avere 1.9 trilioni di dollari in riserve di moneta estera. Questo la mette in una posizione esclusiva rispetto al resto del mondo. Mentre quest’ultimo era impegnato nel consumare tutto quello che la Cina produceva, i Cinesi stavano accumulando un enorme cuscino di contante reale che adesso possono usare per deviare la concentrazione da un’economia che verte sull’esportazione a una che comincia a focalizzarsi sulla domanda interna. I principi economici per una ripresa in Cina sono più evidenti che nel resto del mondo perché non c’è mai stato lo stesso consumo esagerato spinto dal credito che era la forza trainante per il PIL in tanti altri paesi. Persino su base individuale i risparmi familiari sono saliti a 382.7 miliardi di yuan rispetto al mese precedente (ottobre 2008).
Il piano di stimolo di 585 miliardi di dollari della “Central Economic Work Conference” si rivolge a molte aree che sono essenziali nell’incrementare la domanda e il potere d’acquisto del consumatore interno.
Progetti per le abitazioni in città per famiglie a basso reddito, sussidi per le famiglie di campagna a basso reddito, fondi per l’assistenza sanitaria e l’educazione. La Cina sta anche sostenendo le industrie dell’acciaio, automobilistiche e delle telecomunicazioni abbassando le tasse e incoraggiando l’innovazione con sussidi per la ricerca e lo sviluppo. L’importazione di ferro grezzo sta aumentando e l’acciaio prodotto viene conservato per un utilizzo futuro. L’ultimo punto è importante perché presenta la Cina con un vantaggio nei costi di fabbricazione di base visto che la caduta dei prezzi nel trasporto e nella merce ha mostrato che essa ha costituito le sue riserve a prezzi da reparto delle occasioni.
Questo è investimento reale con denaro reale disponibile. La Cina ha risparmiato per i tempi di magra e, adesso che sono arrivati, può approfittare delle sue risorse. Ci vorrà del tempo per la Cina per risollevare la sua enorme economia ma almeno non si devono preoccupare di ripagare un debito impossibile da pagare al resto del mondo. Mentre tutti gli altri paesi stanno cercando disperatamente di formulare un piano di salvataggio alimentato da un incremento nel debito pubblico, la Cina non si deve preoccupare, e questo sarà il suo vantaggio principale.
L’investimento nel potere d’acquisto e nelle prospettive di occupazione della popolazione migliorando le infrastrutture del paese e offrendo agevolazioni fiscali e sussidi ripagherà molto di più che il buttare soldi in istituzioni finanziarie. Questo i Cinesi già lo sapevano e sapevano anche che è inutile nel risollevare una cattiva situazione. Il Poliziotto del mondo sarà pure occidentale, ma il maestro del mondo risiede ancora, come è stato per millenni, in Oriente.
Titolo originale: "China and The Financial Crisis"
Fonte: http://www.globalresearch.ca Link
17.12.2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANGELA CORRIAS
Il mercato dei libri in ex-Jugoslavia sembra essere il più chiuso: la maggioranza delle pubblicazioni croate è introvabile nelle librerie in Serbia, e viceversa. Politici e istituzioni si comportano come se questo tipo di collaborazione letteraria post YU non gli portasse alcun vantaggio
Ivana Milanović, Vreme, 11 dicembre 2008, (tit.orig. Ko se tamo čita)
Traduzione per Osservatorio Balcani: Maria Elena Franco
Alla promozione avvenuta la prima domenica di dicembre nel centro culturale Rex, lo scrittore belgradese Predrag Crnković ha presentato il suo romanzo “Belgrado per i defunti” (Beograd za pokojnike), vincitore del premio per il miglior romanzo inedito del 2008 al concorso della casa editrice V.B.Z e Stampa di Zagabria. Predrag Crnković è scrittore di racconti, alcuni dei quali sono stati premiati in Serbia, autore di saggi, critico letterario, scandinavista, scrive in più lingue, ma è poco conosciuto al pubblico odierno. In Serbia i suoi libri non sono pubblicati né si possono trovare nelle librerie. E oltre al fatto che il premiato “Belgrado per defunti” è già in vendita in Croazia, da poco è anche uscito il suo primo libro “Le donne di Zvezdara” (Čarapanke sa Zvezdare), prima opera della nuovissima edizione Knjigomat, sempre della casa editrice croata. A questo punto, è diventata ancor più importante la questione del significato e del contenuto degli “incontri letterari” tra i due vicini di vecchia data.
Compagne
Per quanto volessimo separare la sfera della letteratura da quella della politica, si deve riconoscere che, nonostante tutto, continuano ad essere compagne. Si aiutano a vicenda e si lasciano l’un l’altra eredità alterate. Così, ad esempio, invece di aspettarsi che gli stati, dopo quasi quindici anni e dopo le guerre passate, costruiscano tranquillamente dei ponti almeno a livello di scambi letterari, nella realtà in Serbia questa funzione è svolta ancora da case editrici indipendenti. D’altro canto, ad esempio, il presidente dell’Associazione degli scrittori croati, alla Fiera del libro di Belgrado, ha affermato che gli scrittori croati non hanno motivo di venire a questa fiera in quanto non costituiscono un interesse per i lettori locali, perché i serbi non leggono la letteratura croata. Ecco perché oggi quello librario forse è il mercato più chiuso nei territori dell’ex Jugoslavia, dove, parlando in generale, più del 90% delle pubblicazioni dei libri croati è introvabile nelle librerie in Serbia e così per le pubblicazioni dei libri serbi nelle librerie in Croazia.
A colloquio con “Vreme”, lo scrittore Vladimir Arsenijević, redattore della filiale serba della grande casa editrice zagabrese V.B.Z., afferma: “Se ho mai riposto qualche speranza, e per inciso non l’ho mai avuta, nel lavoro delle istituzioni, ora non ne ho proprio nessuna. In questo il governo serbo e quello croato non si differenziano di una virgola, ovvero non lavorano allo sviluppo di relazioni reciproche. Dall’altro lato, coloro con cui vale la pena comunicare erano disposti a farlo già durante gli anni ‘90”.
E così era iniziata: in guerriglia, in agguato, nella stretta cerchia di letterati e critici, protetti dalle malattie di nervi dei nazionalismi, con il culmine dopo la caduta di Tudjman e Milošević, con la comparsa e l’arrivo del FAK croato (Festival della Letteratura A-lternativa) a Novi Sad e Belgrado. Ed è continuata, un po’ sporadicamente e un po’ sistematicamente, con la pubblicazione dei nostri lì e dei loro qui... In questo ambito, V.B.Z. è stata l’unica casa editrice ad organizzare nello spazio dell’ex Jugoslavia un concorso – istituzione ormai dimenticata – per il romanzo inedito, a carattere regionale e pure con un premio di rilievo. Quest’anno è stato premiato Crnković, nel frattempo sono stati premiati anche scrittori della Bosnia, della Croazia, e nel 2002 un premio è andato anche al “nostro” romanzo “Argenteria per il vitello”(Escajg za teletinu) di Jelena Marković.
Coi suoi due titoli pubblicati in Croazia, Crnković afferma per “Vreme” che “la sua posizione è unica”: “Non sono uno scrittore serbo che si esporta in Croazia, io sono made in Croatia, in pratica qui in Serbia sono merce importata. Come i pantaloni da cowboy tagliati in Corea. Tuttavia questi libri sono scritti in serbo. Così, sono un ospite “da entrambe le bande”. Quando mi chiedono “o serbo o croato”, mi viene da dire, come nell’“Introduzione in un’altra vita” (Uvodu u drugi život) di Kovač: finlandese. Per ora, in Croazia vengo pubblicizzato sulla tv HRT. In Serbia, forse, bisogna attendere qualche anno, ma dato che è salito al potere anche il Partito dei pensionati uniti, non ho motivo di preoccuparmi”.
Racconti dalla Serbia
Difficile stabilire chi, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, ha iniziato “per primo” a pubblicare l’altro. I ricordi tornano al 1994 e al “Finzionario americano” (Američkog fikcionara) di Dubravka Ugrešić, edizione pirata del Cavaliere blu. Un po’ più tardi, nel 1996 Prosveta ha pubblicato il libro di Igor Mandić “I romanzi della crisi” (Romani krize), il cui arrivo a Belgrado, a quel tempo, rimbalzò sui media. Si trattava delle critiche letterarie che scrisse negli anni ’80 come critico di NIN sui romanzi serbi e croati. Di questo libro e di Igor Mandić, oggi si può dire a ragione che sono stati i primi a rompere il ghiaccio che congelava la collaborazione letteraria di Croazia e Serbia.
L’iniziale lotta “partigiana” per qualsiasi tipo di comunicazione tra le due parti, basata soprattutto su iniziative personali, è cambiata ed è perfino diventata più seria con l’uscita di scena dei regimi degli anni ’90 e l’arrivo del FAK, di nuove forze sulla scena letteraria croata che avranno influenza anche sulla letteratura serba contemporanea. Il Festival della Letteratura A(lternativa) è stato fatto da tutti i migliori letterati croati di oggi: Zoran Ferić, Ante Tomić, Borivoj Radaković, Miljenko Jergović, Jurica Pavičić, Edo Popović, Robert Perišić...”Tutti loro si sono intrattenuti fantasticamente con il pubblico alle feste 'letterarie' che hanno portato ad un aumento della produzione editoriale, ma anche dell’interesse del pubblico”, ha affermato uno dei fondatori del FAK Kruno Lokotar. Subito dopo l’anno di svolta, nel 2001, FAK è stato ospite a Novi Sad, e l’anno successivo a Belgrado.
“Il FAK ha rappresentato un elemento di novità proveniente dalla Croazia, simbolo di una buona comunicazione”, afferma per “Vreme” Vladimir Arsenijević. “Nel gruppo FAK leggevamo Zoran Ćirić, Zvonko Karanović, Bora Ćosić, Basara, e i miei libri... Questo è stato anche l’entusiasmo iniziale dopo un anno di mancanza di comunicazione, ci sono stati anche nuovi contatti e un’ottima conoscenza reciproca. Credo che la letteratura croata abbia avuto anche un’influenza sulla terribile atmosfera di abbandono che si era creata nella letteratura serba. L'ha rinfrescata offrendo più temi e svariate possibilità di scrittura alle giovani generazioni di scrittori che ora si stanno facendo avanti, che non avevano spazio in mezzo alla vecchia guardia di letterati che hanno scritto libri terribilmente noiosi.
A quel tempo, a Belgrado nasceva una nuova casa editrice, Rende, che per prima ha iniziato con la pubblicazione sistematica di autori croati. Oltre a questa, Fabrika Libri di Dragan Ilić, altra casa editrice che sistematicamente segue le opere degli scrittori croati. “Abbiamo iniziato con l’edizione Ledilomac”, dichiara Vladimir Arsenijević, per anni redattore di Rende, “perché sentivamo che i tempi stavano cambiando e pensavamo che questi cambiamenti sarebbero stati molto più veloci e profondi di quanto si sono rivelati. Ritenevamo che il collegamento regionale fosse decisamente più urgente, che fosse necessario introdurre autori di qua oppure portarli di là, e creare una comunicazione che fosse possibile per una piccola casa editrice. La nostra motivazione era più idealistica che non di mercato, e penso che nella prima ondata di pubblicazioni di libri croati in Serbia la motivazione fosse uguale per tutti, perché ci lavoravano piccoli editori indipendenti.” La situazione di oggi non è diversa, Rende e Fabrika Libri continuano ad essere le principali case che pubblicano autori croati, a volte lo fa anche L.O.M. di Flavio Rigonati, e molto raramente succede che grandi case editrici abbiano una simile iniziativa, come, ad esempio, la Prometej di Novi Sad quando ha pubblicato il romanzo hit di Ante Tomic “Cos’è un uomo senza baffi” (Što je muškarac bez brkova ). Anche se la produzione di libri croati nel mercato serbo è sempre dipesa da qualche editore indipendente e dall’interessamento di un pubblico di lettori quasi incoraggiato dalla sorpresa per il fatto che gli autori siano croati. Così oggi Jergović, Drakulić, Ugrešić, Dežulović, Rudan, Perišić sono già scrittori affermati in Serbia. “Bisogna considerare il fatto che la letteratura croata è al passo coi tempi, che è più contemporanea, comunicativa e divertente di quella serba, ma se questo vale per singoli autori, allora significa che anche Albahari dovrebbe essere considerato non solo dalla critica, ma anche dai lettori croati. Invece, questo di regola non accade, e ora io mi chiedo quale sarà il primo autore serbo che avrà altrettanto successo in Croazia “ afferma Arsenijević.
Racconti sulla Croazia
Non tutti i ricordi combaciano completamente, ma l’origine della collaborazione letteraria serbo-croata è legata ad una polemica della metà degli anni ’90 tra gli intellettuali croati Igor Mandić e Stanko Lasić. Di questa polemica si è ricordata a lungo la cinica dichiarazione di Lasić per cui la letteratura serba non avrebbe più dovuto suscitare grande interesse tra il pubblico croato, e in base al livello di interessamento si sarebbe dovuta mettere allo stesso livello della letteratura bulgara. Al tempo la rivista zagabrese Arkzin rigirò la sua dichiarazione e, nell’ambito della sua biblioteca Bastard propose l’edizione Bulgarica. Il primo romanzo (contemporaneo) di un autore serbo pubblicato in Croazia dopo la guerra comparve proprio in questa edizione Bulgarica di Arkzin: “L'esca” (Mamac) di David Albahari, nel 1997. Stessa edizione, nel 1998, “Sottocoperta” (U potpalublju) di Arsenijević. Tra gli editori croati, Arkzin fu il primo a muoversi controcorrente, con l’idea di opporre resistenza alla politica di Tudjman. Stampare autori serbi in lingua “originale” senza tradurli, violava la legge in vigore al tempo in Croazia. In effetti i libri di scrittori serbi allora erano davvero pochi, ancor meno quelli in distribuzione, e non hanno provocato nessuna reazione se non dal pubblico letterario delle zone più meridionali. L’ultima opera serba pubblicata da Arkzin e vincitrice del concorso regionale di Bulgarica è stata “Questo sarebbe potuto essere il vostro giorno fortunato” (Ovo bi mogao biti vaš srećan dan) di Mileta Podranović, nel 1999.
Tra le prime edizioni si ricorda anche la pubblicazione del Feral Tribune di Danilo Kiš, o “Terra maledetta” (Ukleta zemlja) di Svetislav Basar, scrittore che ha sempre suscitato grande interesse in Croazia... A partire dal FAK le cose iniziano a farsi, però, più serie. In Croazia la pubblicazione di autori serbi viene presa in mano da grandi case editrici, come Profil, V.B.Z., Algoritam, che pubblicano scrittori serbi contemporanei, tra cui Vidojković, Arsenijević, Valjarević. Inoltre, V.B.Z. ha pubblicato anche due libri di autori che lavorano per “Vreme” : una raccolta di fumetti di Aleksandar Zograf comparsi su Vreme con il titolo “In gran quantità” (Tušta i tma), e una raccolta di critiche letterarie sulla scena letteraria croata, “I famosi 400km” ( Famoznih 400km) di Teofil Pančić.
La maggior parte dei titoli degli scrittori serbi, però, secondo il pensiero comune, sprofonda in qualche modo nel disinteresse del pubblico croato, oppure forse nella poca costanza degli editori che li piazzano sul mercato, così che in Croazia nessuno di loro gode dello status che hanno gli scrittori croati in Serbia. Non vi è alcuna reciprocità, è evidente, e c’è anche chi pensa che gli scrittori serbi contemporanei non abbiano un grande potenziale per divenire una hit del momento nemmeno nel loro paese, figuriamoci in Croazia! Forse Valjarević, proposto di recente, con il suo romanzo “Comò” (Komo) probabilmente potrebbe essere il primo scrittore hit in Croazia.
Facendo un bilancio dello scambio letterario, si può dire che in Serbia e in Croazia, in fondo, l’establishment si comporta come se questo tipo di collaborazione letteraria post YU non gli portasse alcun vantaggio. Per quali ragioni, corporative o politiche, alla fine non è nemmeno importante. Resta il fatto che continuano a svilupparsi in circoli alternativi e underground. Nel mercato serbo, a dire il vero, si fanno avanti anche le grandi case editrici croate con le loro filiali: ovviamente spinte dal profitto ma forse da questo potrà nascere comunque qualcosa.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10653/1/51/
GUARDANDO IL PORTO IN FIAMME: TESTIMONIANZA DAL FRONTE
“Un sibilo acuto, il fuoco, il porto di Gaza in fiamme; come ogni notte, da quando è cominciata l’offensiva israeliana, non si riesce a dormire e questa forse sarà anche peggio”; raggiunto dalla MISNA a Gaza dove è tornato da qualche giorno, dopo averci trascorso quattro mesi prima di essere espulso dalle autorità di Tel Aviv che lo avevano prelevato da un peschereccio insieme ad altri stranieri (“in acque di sicuro non israeliane” precisa), Vittorio Arrigoni, impegnato in azioni umanitarie e di pace, guarda dalla sua stanza le fiamme che avvolgono quel che resta del porto di Gaza. “Lo stanno distruggendo - dice ancora alla MISNA - mentre parliamo ci sono elicotteri ‘Apache’ che ronzano e sparano, ci sono droni che spiano e sparano, ci sono navi da guerra che sparano. E ci sono vittime, bambini, donne, uomini che hanno avuto la sola colpa di nascere qui, in un posto dove si viene affamati e uccisi”. Al telefono, in sottofondo alla conversazione, è possibile udire le continue esplosioni. Quasi due anni di assedio prima, bombardamenti e la minaccia di un intervento militare via terra ora: “Colpiscono dal cielo perché non vogliono subire perdite e non so se mai entreranno a Gaza - aggiunge Arrigoni che gestisce un suo blog nel quale giorni fa ha in maniera colorita e diretta accusato i media, quelli italiani in particolare, di non svolgere con professionalità il loro lavoro - ma posso affermare con certezza che chi sgancia una bomba su Gaza sa benissimo che è impossibile non causare vittime civili”. A quattro giorni dall’inizio degli attacchi, secondo Arrigoni nessun esponente di rilievo di Hamas è stato ucciso: “Eppure gli israeliani dicono che il loro obiettivo è Hamas; la verità è che chi appartiene ad Hamas non sta certo a casa sua perché sa di essere nel mirino. Ma i suoi vicini? Molti, pur sapendo di rischiare, non possono far altro che restare nelle loro case”. Altri sibili, altri aerei che passano per il cielo di Gaza: “Sarà così per ore - prosegue Arrigoni – attaccano la notte e la mattina; nel pomeriggio si concedono una pausa, per riprendere poi per tutta la sera e la notte. Ma non ditemi che è colpa di Hamas se la tregua non è stata rinnovata e non ditemi che il cessate-il-fuoco è stato violato da Hamas. A violare i patti sono gli stessi che adesso bombardano: basta contare i morti palestinesi e i morti israeliani negli ultimi sei mesi, e la verità diventa evidente”.[GB] http://www.misna.org/
IL PERÙ A CIELO APERTO, LA MINIERA DEI VELENI A CERRO DE PASCO
Gennaro Carotenuto
Nel corso della storia il solo “Cerro rico del Potosì” in Bolivia, la più grande miniera di argento (e stagno, zinco, bronzo, piombo) del mondo, con la quale fu finanziata la rivoluzione industriale in Europa, si è presa la vita di 20 milioni di minatori. Ma di miniere sulle Ande si continua a morire ancora oggi. A Cerro de Pasco, in Perù, l’85% delle case sono state dichiarate inabitabili per l’inquinamento. A La Oroya, forse il luogo più inquinato al mondo, il 99% dei bambini ha livelli di piombo nel sangue più alti dei limiti di pericolosità stabiliti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).
Milagros Salazar, inviata di IPS a Cerro de Pasco, una città che corre verso i 100.000 abitanti, nel centro del Perù, dove la miniera d’argento, oggi privatizzata, è attiva dalla metà del ‘600, descrive un inferno dantesco a 4300 metri sul livello del mare. L’intera città è avvolta in una nube plumbea, fatta dei residui dell’esplosione della dinamite e dei gas tossici del trattamento dello zinco, dell’oro e dell’argento. Una ferita a cielo aperto nella terra lunga 1800 metri si apre e intorno vivono e muoiono generazioni di peruviani. Due volte al giorno, alle 11 del mattino e alle tre del pomeriggio, tutta la città trema come in un terremoto. Sono le esplosioni di dinamite che permettono alla miniera di avanzare nello sfruttamento. Nel sobborgo di Quiulacocha una comunità di 850 pastori alleva le sue pecore proprio nella zona dove da anni si accumulano i residui tossici. Da un quarto a un quinto dei capi non sopravvive ogni anno.
In queste condizioni la popolazione sta così male che l’85% delle case sono state dichiarate inagibili e il governo di Alán García ha stabilito per legge che la popolazione deve essere trasferita. Se è solo una grida manzoniana lo vedremo nel corso del 2009 anche se la copertura finanziaria del trasferimento della popolazione è meno che incerta. Vedremo se se ne parlerà entro gennaio quando il governo sarebbe tenuto a presentare il piano esecutivo per il trasferimento di 11.000 famiglie. Secondo il presidente della provincia, Félix Rivera Serrano, il trasferimento costerà 1.5 miliardi di dollari e richiederà dai 15 ai 20 anni di tempo. In paese dicono che per ogni casa sgomberata le famiglie riceveranno appena mille dollari: “meglio morire qui”, è la conclusione.
Per intanto questa città gelida, che fornisce però una delle poche fonti di lavoro della regione, continua ad attrarre persone, minatori, famiglie con bambini. L’equilibrio tra la miniera e il territorio a Cerro de Pasco si è rotto negli anni ’90 con la privatizzazione della miniera che oggi è della Volcan Compañía Minera. Oggi quest’ultima, incurante dei rapporti sulla salute degli abitanti e della necessità del trasferimento, pretende di ampliare di 11 ettari nel pieno centro della città la zona di sfruttamento. Addirittura vuole demolire la piazza principale, mezzo centro storico e il duomo del paese. Lo sfruttamento minerario non può fermarsi neanche di fronte ai luoghi sacri di una comunità con più di quattro secoli di storia. Per il blogger peruviano Jhonny Luis Callupe Guzmán quello che sta avvenendo e che descrive quotidianamente è la morte di una comunità.
Buon 2009 a tutti!
COREA DEL SUD L’opposizione occupa il parlamento per bloccare un accordo commerciale con gli Usa Da quattro giorni l’Assemblea nazionale è paralizzata dai deputati del Democratic Party che occupano l’aula e impediscono i lavori. Al centro della protesta un accordo commerciale con gli Usa da 20 miliardi di dollari. Intanto la fiducia dei consumatori tocca i livelli più bassi degli ultimi dieci anni.
Seoul (AsiaNews) - Membri del Democratic Party (DP) paralizzano i lavori del parlamento sudcoreano occupando l’Assemblea nazionale. Una ventina di deputati del principale partito di opposizione del Paese stanno bloccando i lavori dell’aula ormai da quattro giorni per impedire le votazioni di alcuni progetti di legge destinate a incentivare l'economia nazionale. Tra questi anche un accordo di libero scambio commerciale con gli Stati Uniti che incrementerebbe di 20 miliardi di dollari l'indotto degli scambi economici tra i due Paesi.
Il leader del DP in aula, Won Hye Young, ha affermato che la protesta vuole bloccare “leggi diaboliche che sono anti democratiche e a favore dei grandi gruppi economici”. Per far fronte allo stallo che sta già creando ripercussioni sul mercato già provato dalla recessione, il presidente dell’Assemblea, Kim Hyong O, aveva già annunciato che a partire dal 30 dicembre avrebbe preso “misure severe per assicurarsi che nessuna delle sale e degli uffici dell’Assemblea possano essere occupate o danneggiate da chiunque”.
Nei fatti l’occupazione, iniziata il 26 dicembre, prosegue come estremo tentativo del Dp di opporsi alla linea del governo che può contare sulla solida maggioranza dei voti garantita dai 172 parlamentari del Grand National Party (GNP), il 58% degli eletti all’Assemblea.
L’accordo con gli Usa attende la ratifica dei rispettivi parlamenti per poter divenire operativo. L’opposizione dichiara che l’intesa con Washington danneggia i produttori agricoli del Paese preoccupati dei prezzi troppo concorrenziali che verrebbero garantiti ai prodotti di importazione. Di contro il governo spinge per una rapida approvazione per sollecitare la ratifica del Congresso Usa e fugare le perplessità già espresse in merito dal presidente eletto Barack Obama che ne vorrebbe rivedere alcuni contenuti. Per gli Usa l’accordo con Seoul rappresenta la più grande intesa economica dal North American Free Trade Agreement del 1994.
L’economia sudcoreana sta subendo la crisi mondiale. Il 29 dicembre Bank of Korea ha reso noti i dati secondo i quali la fiducia dei consumatori ha toccato i livelli più bassi degli ultimi dieci anni. L’esecutivo guidato dal presidente Lee Myung Bak (nella foto) considera l’intesa con gli Usa un’importante rimedio alla crisi. Entro la fine dell’anno vuole ratificare l’intesa con Washington e con l’inizio di dicembre ha agito per forzare i tempi. Lo scontro tra DP e governo è diventato insanabile a metà mese. Il 18, infatti, il GNP ha dichiarato di non voler più cercare l’accordo con l’opposizione dopo i tentativi di mediazione del febbraio scorso conclusi con l'indurimento delle posizioni nei due blocchi.
MEDIO ORIENTE:Il massacro di Gaza infiamma la West Bank Mel Frykberg
La protesta fuori dalla sede del governo a Ramallah
Foto: Mel Frykberg
RAMALLAH, West Bank, (IPS) - Rabbia, shock e repulsione di fronte alla massiccia carneficina che ha colpito Gaza hanno innescato disordini e manifestazioni spontanee nella West Bank e in Israele, sollevando il timore di una possibile terza rivolta palestinese, o Intifada.
Più di 300 palestinesi sono rimasti uccisi e almeno 900 feriti nel massiccio bombardamento aereo israeliano sulla striscia di Gaza lo scorso week-end.
Il raid è seguito al fuoco di fila di missili lanciati nelle ultime settimane dai combattenti palestinesi contro città e insediamenti israeliani al confine con la striscia, che avevano provocato danni ma nessuna vittima.
Il leader di Hamas in esilio a Damasco, Khaled Meshaal, ha esortato i palestinesi a ribellarsi contro Israele. L’autorità palestinese (AP) nella West Bank ha convocato uno sciopero di tre giorni in segno di solidarietà per la situazione disperata di Gaza.
Subito dopo il raid aereo di Israele, sabato pomeriggio, un israeliano è stato ucciso e diversi feriti da alcuni missili lanciati da Gaza per rappresaglia. È stata la prima vittima israeliana in diversi mesi.
La prima Intifada palestinese scoppiò nel dicembre 1987, con lo scontro tra i profughi palestinesi di un accampamento a nord di Gaza e alcuni soldati israeliani, dopo la morte di diversi palestinesi provocata dall’impatto con l’automobile di un colono israeliano che era andata a schiantarsi contro il loro veicolo.
Secondo i palestinesi, le vittime erano state uccise intenzionalmente, mentre per gli israeliani si era trattato di un semplice incidente.
Lo scontro iniziale diede il via a proteste e disordini spontanei in tutta Gaza e nella West Bank, generando una rivolta popolare durata diversi anni. E questo dopo anni di risentimento e di amarezza dei palestinesi nei confronti della brutale occupazione israeliana.
Sabato scorso, gli arabi israeliani discendenti dei palestinesi si sono scontrati con la polizia israeliana in tutto il territorio di Israele.
Nel villaggio beduino di Rahat nel deserto del Negev, circa 400 residenti hanno contestato gli attacchi, mentre le moschee di tutto il paese diffondevano preghiere di cordoglio. Diversi beduini, discendenti di una tribù nomade, si sono uniti all’esercito d’Israele, dove sono apprezzati per le loro capacità di inseguimento. Gli altri gruppi palestinesi li considerano traditori.
Diverse centinaia di israeliani di sinistra hanno marciato per le strade di Tel Aviv verso il ministero della difesa israeliano, cantando lo slogan: “No alla guerra, sì alla pace”. I manifestanti portavano cartelli con scritto: “Il governo di Israele commette crimini di guerra”, “i negoziati non il massacro”, e “togliete l’assedio da Gaza”.
Diversi dimostranti israeliani sono stati arrestati. Matan Kaminer, uno studente israeliano che ha preso parte al corteo, ha commentato al quotidiano israeliano Haaretz “non ci vengano a dire che massacrare i cittadini di Gaza serve a proteggere i cittadini di Sderot e Ashkelon (due città israeliane al confine con la striscia di Gaza)”.
Un agente di polizia israeliano è stato investito di proposito da un palestinese a Gerusalemme Est, mentre in tutta la città gruppi di giovani palestinesi si scontravano con la polizia, lanciando pietre e dando fuoco ai cassonetti dei rifiuti.
Dimostranti palestinesi dai campi profughi e dalle città della West Bank si sono messi in marcia verso i checkpoint e gli insediamenti israeliani. Molti sono rimasti feriti dai proiettili di gomma - pallini di metallo ricoperti da mezzo millimetro di gomma - e dai gas lacrimogeni sparati dagli agenti delle Forze di difesa israeliane (IDF).
A Ramallah, centinaia di manifestanti appartenenti a diverse fazioni palestinesi hanno agitato striscioni e bandiere, deplorando il massacro di Gaza. Hanno invocato l’unità, e chiesto che il leader di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh e il leader dell’autorità palestinese della West Bank Mahmoud Abbas mettano da parte le loro differenze, considerando la causa palestinese al di sopra delle loro politiche personali.
Diverse persone nella folla sventolavano le bandiere di Fatah, insieme a quelle di Abbas e dell’AP, esprimendo una chiara solidarietà con i loro compagni nonostante le divisioni politiche tra i due territori palestinesi.
L’IPS si è unita al corteo giunto a Ramallah. Tra la folla, persone di ogni settore della società palestinese - si vedevano eleganti signore di mezza età della minoranza cristiana di Ramallah marciare al fianco di giovani duri provenienti dai vicini campi profughi.
Nonne, giornalisti, leader di diverse fazioni e madri con i loro piccoli camminavano a braccetto con i simpatizzanti stranieri che risiedono nella capitale cosmopolita della West Bank. Molti paesi hanno i loro uffici di rappresentanza presso l’AP a Ramallah.
È stata una delle più imponenti manifestazioni che si siano mai viste a Ramallah negli ultimi anni di conflitto.
”Non potevo restarmene seduto a casa. Ero infuriato per la situazione a Gaza e avevo bisogno di manifestare la mia solidarietà”, ha raccontato all’IPS Munther, un giovane programmatore informatico del Consiglio legislativo palestinese che ha votato per Abbas alle ultime elezioni.
Mentre il corteo raggiungeva il centro della città, la polizia palestinese lo guardava sfilare con tranquillità, tenendosi a distanza. Ma quando i manifestanti hanno marciato verso il palazzo della Muqata, sede del governo dell’AP e dove in quel momento si trovava Abbas, l’umore delle forze di sicurezza palestinesi è cambiato.
All’ingresso della Muqata, la folla è stata fermata da alcuni soldati palestinesi che avevano preso posizione e imbracciato le armi. Ma gli shebab, i giovani in arabo, hanno deciso di dirigersi verso il vicino checkpoint militare israeliano di Beit El.
Mentre i più cauti rimanevano indietro, i giovani si sono diretti verso i carri e le jeep militari israeliane cominciando a lanciare pietre contro di loro e ad incendiare le gomme per bloccare la strada.
Gli israeliani hanno risposto sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni, e ferendo alcuni giovani poi trasportati di corsa nei vicini ospedali dalle ambulanze palestinesi.
Il corrispondente dell’IPS ha aiutato due giovani feriti dai proiettili di gomma a raggiungere l’ospedale. Gli avevano sparato contro mentre lanciavano pietre sui soldati.
Mentre una dozzina di agenti antisommossa palestinesi arrivava sulla scena per disperdere i dimostranti, uno di questi ha fatto notare che l’arrivo della polizia era stato coordinato con i colleghi israeliani dall’altro lato del checkpoint.
”Sono solo collaborazionisti e milizie degli israeliani. Centinaia di palestinesi sono stati uccisi a Gaza, e contro chi puntano le loro armi? Non contro gli israeliani ma contro di noi, i loro fratelli che protestano contro la carneficina”, ha detto uno dei giovani.
Dollari e morte : un po' di conti di Claudio Giusti*
Trillion: Un milione di milioni
Secondo Time Magazine la guerra al terrore è costata un trilione di dollari. Se accettiamo l'ipotesi che, a causa di questa guerra, siano morti un milione di iracheni il costo è di un milione di dollari per iracheno.
Per una strana circostanza anche le guerre indiane successive alla Guerra Civile ebbero lo stesso risultato: costarono un milione di dollari per ogni indiano ucciso dalle truppe federali. (Tim Flannery: The Eternal Frontier p310).
Dollari stupidi
Il costo della pena di morte sta crescendo a dismisura e questa è una delle tre ragioni che hanno drasticamente ridotto il numero delle condanne a morte americane.
Il New Hampshire si è concesso, dopo decenni di astinenza, il lusso di due processi capitali e ora deve chiudere i tribunali per settimane, nella speranza di far quadrare i conti. In California e Florida sono alla disperazione e persino il mortifero Texas è in difficoltà. Tanto che quest'anno la letale Harris County non ha mandato nessuno nel braccio.
Speriamo che la crisi duri.
* membro del Comitato scinetifico dell'Osservatorio
Allenarsi con poco ma molta passione. Così l'Afghanistan si prepara (anche) alle Olimpiadi. Dove una volta si lapidavano le adultere
Nella foto di Romano Martinis due lottatori si allenano alo stadio. Nella "finestra" tra le loro braccia, l'immagine di Ahmad Massud, eroe nazionale
Emanuele Giordana
Kabul - Il filo lucido di sudore che corre lungo la schiena di Khaled scintilla sotto l'ultimo sole che bacia lo stadio Ghazi di Kabul. E' ben diverso dal colore delle lacrime che devono aver inondato questo pezzo di terra sfibrata dove un alacre guardiano tenta disperatamente, e con un filo d'acqua, di riplasmare un tappeto erboso che sembra aver subìto, oltre alle angherie del tempo, quelle delle mille guerre che l'Afghanistan conosce dalla fine degli anni Settanta. Lo stadio Ghazi era l'arena in cui i talebani di mullah Omar radunavano le folle per assistere a lapidazioni ed esecuzioni sommarie. Andarci, come ci raccontarono allora quando ancora i turbanti dettavano legge su tutto il paese con l'esclusione della piccola enclave del Panjshir, era un obbligo etico. Piacesse o meno, era quello lo sport che doveva allietare i giorni di festa. Ma adesso che quel ricordo è lontano, sembra lontana anche la guerra che si combatte nelle province del Sud e che si fa ogni tanto sentire con gli attacchi kamikaze sin dentro la capitale (proprio qui, allo stadio, i talebani hanno attentato alla vita di Karzai in aprile). Khaled corre approfittando della clemenza di un luglio torrido che a sera regala qualche refolo di vento più fresco. Si allena, come può, per diventare un centometrista. Scarpette da ginnastica più grandi del suo numero e una sacca sportiva un po' slabbrata. Né cronometri, né allenatori. Nemmeno un famigliare con la bottiglietta d'acqua. Ma la passione c'è tutta.
Scarpette larghe, borse sdrucite
Poco più in là, anche due giovani lottatori stanno provando le mosse di una delle tante declinazioni di una disciplina che è tra le più gettonate in Afghanistan: khosti chapanaki forse, che si gioca a corpo seminudo, o khosti hazaraghi che consente solo la presa per le spalle e che, come si capisce, è uno sport diffuso tra le tribù hazara che vivono nell'area centrale del paese. Anche loro si allenano con mezzi di fortuna. E grazie a Dio la lotta libera non ha grandi costi. Si arrangiano come la folla di bambini che giocano a cricket poco fuori dallo stadio: mazze di legno troppo leggero e palle molto consumate o pad sgualciti e malconci. Ma una gran voglia di battere ed eliminare l'avversario.
Anche Mahboba Ahadyar, classe 1985, l'unica donna tra i quattro atleti afgani che quest'anno saranno a Pechino per le Olimpiadi, ha cominciato così. Anzi, nemmeno dallo stadio. Non è lei a raccontarci come è stata selezionata per i giochi per via che l'Afghanistan, troppo povero per potersi permettere di nutrire anche lo sport, l'ha spedita in Malaysia assieme a Massud Azizi, centometrista che ha già partecipato alle Olimpiadi di Atene nel 2004. Kuala Lumpur si è offerta di ospitarli per prepararne muscoli e cervello (ma agli inizi di luglio la velocista è scomparsa in Italia, misterisoamente, prima di partire. Poi si è saputo che ha chiesto asilo in Norvegia probabilmente per le minacce degli islamisti a lei e alla sua famiglia). Così come fa la Corea del Sud con Nasar Amad Bahawi e Rohellah Nekpa, specialisti di takewondo, la disciplina in cui gli afgani hanno conquistato nel 2007 un argento agli ultimi mondiali della specialità. E che, chissà, ora potrebbe trasformarsi in una medaglia olimpica.
Mohammad Anwar Jekdalek, presidente del Comitato olimpico nazionale, è un uomo possente. Il suo ufficio, completamente rimesso a nuovo, domina lo stadio. "Come abbiamo selezionato Mahboba? Inventando una maratona per sole donne che attraversava Kabul. Cinque chilometri di corsa. Lei è arrivata prima. Ed è diventata la nostra scommessa per le Olimpiadi". Una storia che la dice lunga sulle difficoltà di una stagione che è però anche il segno di una piccola rivincita afgana. Jekdalek era uno di quelli che, quando regnava mullah Omar, aveva trovato rifugio nella valle del Panjshir. Ma non stava con le mani in mano.
Dai mujaheddin al Cio
Mostra orgoglioso la fotografia che lo ritrae con Ahmad Shah Massud, il leone del Panjshir, l'uomo che fu ucciso due giorni prima dell'11 settembre da Al Qaeda. Massud è diventato l'eroe nazionale per antonomasia e il suo volto da intellettuale raffinato campeggia adesso ai margini dello stadio Ghazi. Di questi tempi a nessuno va di raccontare la vera storia di questo capo, diventato l'icona della resistenza anti talebana. Anche lui, in realtà, ha sulla coscienza, oltre al fallimento dell'unità dei mujaheddin anti sovietici (che continuando a litigare tra loro favorirono l'ascesa dei talebani), un bel numero di stragi. Non si fidava degli Hazara. E in più di un'occasione usò le bombe per dimostrare il suo disaccordo. Ma questa è un'altra storia, ancora tutta da scrivere e che forse richiederà molto tempo.
Nello studio di Jekdalek sfavillano un bel numero di coppe. Ma i soldi sono pochi e del resto chi pensa mai di investire nello sport in Afghanistan? In realtà qualcuno ci ha pensato. "Il vostro Mario Pescante ad esempio" ricorda Jekdalek dicendo che l'attuale parlamentare italiano è stato tra coloro che una mano l'hanno data. Ma adesso ci sono gli iraniani che si sono fatti sotto. Si inaugura un centro sportivo che Teheran ha appena finanziato. Occhio lungo che fa pensare all'enorme centro universitario di studi islamici che, con tanto di moschea, l'Iran sta terminando a pochi metri dall'ex palazzo del re nella capitale, ridotto da anni a un cumulo di macerie.
Passione contro povertà
A supplire la mancanza di denaro per ora ci pensa la passione. Ci si allena sulla pista dello stadio, negli angusti spogliatoi o nel grande spiazzo antistante al Ghazi dove adesso giocano i giovani cricketer in una nuvola di polvere.
Per la verità, lo spiazzo che adesso serve come cricket field è quello dove si corre il gioco afgano per eccellenza: il buzkashi. Peccato che non sia una specialità olimpica perché di sicuro gli afgani avrebbero da temere pochi concorrenti. Al più qualche team dell'Asia centrale. E' un gioco che prevede squadre di cavalieri, i chapandaz, che devono recuperare la carcassa di un vitello e portarla all'esterno dell'arena. Gioco violento e spettacolare che ha incantato viaggiatori e scrittori e che è una vera e propria passione nazionale che né la guerra, né i colpi di stato, né i talebani hanno mai cancellato. Ma anche questa è un'altra storia. Eppoi adesso non è stagione di buzkashi. E' tempo di Olimpiadi anche qui. E una medaglia sarebbe davvero un bel regalo.
Il sistema francese non obbliga al presidenzialismo
di Stefano Ceccanti
L'editoriale di Polito del giorno 23 ha avuto il merito di cogliere nella relazione Veltroni alla Direzione Pd la conferma dell'intransigente preferenza per il sistema elettorale francese, a molti sfuggita. Essa fa tutt'uno col rilancio del progetto del Pd giacché, al contrario, la proposta del sistema elettorale tedesco, che lo si affermi esplicitamente o meno, preluderebbe invece al suo smantellamento, al ritorno ad una coalizione più classica tra un partito di sinistra ed uno di centro dopo un eventuale insuccesso alle elezioni di primavera. La Direzione ha del resto dimostrato che nel Pd non c'è alternativa a Veltroni e che, caso mai, l'alternativa sarebbe simultaneamente sia a Veltroni sia al Pd. Polito invece sbaglia nell'affermare che esista una consequenzialità necessaria tra il sistema elettorale francese e il semi-presidenzialismo, che il primo si appenderebbe "come un abito alla stampella, all'elezione diretta del Presidente della Repubblica". Nel nostro contesto è vero il contrario e non sarebbe certo la prima volta in cui quel sistema elettorale è sostenuto a prescindere dalla forma di governo. È nota la campagna intransigente di Sturzo nei primi anni '50 secondo cui, in alternativa alo status quo e al premio di maggioranza, "dovendosi abbandonare la proporzionale non c'è altro sistema democratico e ragionevole che l'uninominale, e fra i sistemi uninominali preferisco quello a maggioranza assoluta". La nascita del Pd, il suo statuto che prevede l'unione personale tra il segretario e il candidato Premier, la scelta di un'alleanza ristretta che ha determinato una curvatura di fortissimo bipolarismo del sistema, sono stati elementi convergenti che hanno cercato di risolvere la domanda di governabilità per lo più sul versante del sistema dei partiti, relativizzando il ruolo delle riforme costituzionali. Se il problema è risolto alla base, non serve puntellare il vertice con un'elezione diretta: la piramide è già stabile. Un sistema elettorale più selettivo, come quello francese, magari favorito dai referendum elettorali nel prossimo giugno, l'unico momento credibile per mettere in discussione lo status quo, stabilizzerebbe il bipolarismo strutturato, su cui si potrebbero innestare coerentemente norme identiche o analoghe a quelle previste dalla "bozza Violante": la possibilità di revocare i ministri, la fiducia parlamentare al solo Presidente del Consiglio, l'esplicitazione del potere di richiedere lo scioglimento anticipato al Capo dello Stato, una mozione costruttiva coerente per tutta la legislatura coi risultati della Camera dei deputati, un vincolo interpretato dal Presidente della Repubblica. Insomma: sistema elettorale francese, tenuta sostanziale del Pd alle amministrative ed europee, sostegno ai referendum e bozza Violante sono i quattro lati coerenti in grado di reggere la piramide di un parlamentarismo rinnovato sulla direttrice già sperimentata con le Politiche. Una linea di riforma per cui il diritto nasce dal fatto. Cosa può accadere invece se il percorso si blocca? Esattamente il contrario: una riforma chiamata ad andare in controtendenza. Se infatti il Pd subisce rovesci elettorali di grande portata, se i referendum non raggiungono il quorum e se quindi il cantiere dei partiti da fare e disfare sul versante dell'opposizione si rimette a funzionare, con maggiori probabilità che il quadro ne risulti ulteriormente complicato, cosa ne consegue logicamente? A quel punto, in realtà, nonostante le velleità di chi auspica il sistema elettorale tedesco, ma che non ha i voti in Parlamento, si aprirebbe per la maggioranza e il suo leader lo spazio per approvare a maggioranza la soluzione presidenzialista, convinti che la ritrovata frammentazione alla base della piramide sarebbe il brodo di coltura più convincente anche per vincere l'eventuale referendum di conferma, per puntare su un messaggio semplice di rafforzamento del suo vertice senza modificare a quel punto il sistema per il Parlamento. Per questo, qui e ora, i due pezzi del sistema francese, quello elettorale e quello istituzionale, sono in realtà tra loro in alternativa e il primo scenario mi sembra decisamente da preferire. Ma a disposizione sono solo quei due, il resto è velleità. http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/
Etica, evitiamo una Caporetto
di Roberto Scarpinato, Corriere Economia,
Il discorso pubblico sulla corruzione continua a restare arenato, tranne poche eccezioni, nelle secche dell’abusato clichè della questione morale e degli appelli a una volenterosa autocorrezione.
Eppure la storia mostra come la cosiddetta questione morale italiana si protragga ininterrottamente dagli albori dello Stato unitario.
Ben altri sono i rimedi necessari.
Nel 1893 il famoso crac della Banca romana che coinvolse circa 150 tra parlamentari, ministri, palazzinari, banchieri e giornalisti di grido, mise in luce come l’incapacità di autoregolazione della nomenclatura del tempo potesse innescare il rischio di default del Paese.
In quella circostanza fu necessario correre ai ripari mediante l’istituzione della Banca d’Italia, alla quale, con sano realismo fu assicurato nel tempo uno statuto di indipendenza dalla politica.
Allo stesso rischio il Paese fu esposto quando, dopo il crollo della prima Repubblica, ci si rese conto che la corruzione aveva generato un indebitamento tra i 150 mila e 250 mila miliardi, contribuendo a portare il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo dal 60% del 1980 al 118% del 1992, con un deficit di bilancio all’11 per cento.
Nella costante incapacità di autocorrezione del sistema, fu ancora una volta un’istituzione indipendente, la magistratura, a svolgere una funzione di salvaguardia interna, fermando la folle corsa alla vigilia di una deriva argentina, come attestò pubblicamente il governatore della Banca d’Italia.
In quel clima di emergenza democratica fu il governo tecnico Ciampi a porre le premesse per riagganciare il vagone Italia alla locomotiva Europa.
Tornando ad oggi, i più autorevoli studi economici hanno posto al centro delle loro analisi l’Italia come uno dei casi da analizzare per quantificare gli effetti distorsivi della corruzione sulle dinamiche macroeconomiche: divaricazione progressiva della forbice tra Nord e Sud in relazione al diverso tasso di corruttibilità della governance; percentuale degli interessi sul debito pubblico dovuti all’onere della corruzione; disaffezione di investitori stranieri per i titoli di Stato italiani; sperpero di fondi comunitari; effetto leva della forbice tra ricchi e poveri, tre volte superiore al resto d’Europa, e via di seguito.
Conclusione degli studiosi: nelle fasi di espansione del ciclo economico, il sistema è in grado di assorbire e metabolizzare tali oneri macroeconomici, così come avvenne negli anni del boom.
Nelle fasi di recessione come l’attuale, il costo globale della corruzione incrementa il rischio di collasso economico.
Se questo è il quadro globale, si può comprendere come quel che sta accadendo sia ben di più che una Caporetto dell’etica pubblica; è il segnale di un pericolo di cedimento strutturale della casa comune, che imporrebbe una brusca inversione di rotta rispetto al sistematico indebolimento di tutti gli argini che ha caratterizzato l’ultimo quindicennio della stagione politica, tornando a rafforzare tutti i meccanismi di controllo.
Purtroppo, è desolante dovere prendere atto che l’agenda politica è invece fitta di iniziative di segno contrario.
Basti ricordare, per citare solo quelle più eclatanti, la proposta di sottrarre alla magistratura il potere di avviare le indagini per riservarlo esclusivamente alle Forze di Polizia, la cui progressione in carriera, a differenza che per i magistrati, è sostanzialmente nelle mani di vertici governativi e, quindi, della politica.
Se si tiene conto che i procedimenti in materia di corruzione, come dimostrano anche i casi alla ribalta della cronaca, coinvolgono uomini molto potenti del mondo politico ed economico, si possono coltivare serie perplessità sul futuro riservato a tali indagini.
E ancora si ponga mente alla proposta di vietare le intercettazioni per tutti i reati con pena inferiore ai dieci anni, tra i quali rientrano tutti i casi di corruzione, le truffe ai danni dello Stato e la stragrande maggioranza dei reati di colletti bianchi che determinano gravi ricadute economiche e sociali collettive.
Poiché l’esperienza sul campo dimostra come solo le intercettazioni riescano a penetrare l’omertà blindata e trasversale che permea il mondo della corruzione, si può ben comprendere che rinunciare a tale insostituibile strumento di indagine contribuirebbe al disarmo pressoché totale dello Stato e ad affievolire la speranza che dopo la disfatta di Caporetto vi possa essere la rivincita di Vittorio Veneto.
Roberto Scarpinato è Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Palermo.http://temi.repubblica.it/micromega-online/etica-evitiamo-una-caporetto/
Questione morale
Sei tesi sulla nuova Tangentopoli
di Gianni Barbacetto, da www.societacivile.it/blog/
1. Nuova Tangentopoli? Scandalo Del Turco in Abruzzo, arresti a Napoli di quattro assessori e di un imprenditore, arresto del sindaco di Pescara, indagini a Firenze, a Potenza, a Genova, a Torino, a Milano... Scoppia di nuovo la "questione morale", e questa volta a sinistra? Ma Tangentopoli non è mai finita, quella "nuova" è semplicemente la continuazione di quella vecchia. La corruzione è endemica in questo paese, anche se resta invisibile finché qualche indagine non la impone all'attenzione dell'opinione pubblica. Anche il coinvolgimento della sinistra non è poi una gran novità, visto che già Mani pulite si occupò delle tangenti rosse del Pci-Pds di Milano, delle coop rosse, degli appalti rossi dell'Enel e dell'Alta velocità, della valigia portata a Botteghe Oscure da Raul Gardini...
2. Sempre tutto uguale, dunque? No. Oggi il sistema dei partiti è diverso da quello della Prima Repubblica. La Tangentopoli scoperta da Mani pulite ruotava attorno a partiti forti, con cassieri centrali e imprese organizzate a cartello per la spartizione sistematica degli appalti. Oggi prevale il bricolage, con imprenditori che si conquistano appalti e potere stringendo rapporti privilegiati con i signori della guerra dei partiti. A destra e a sinistra. Anche il Partito democratico, grande occasione perduta, è diventato una incerta federazione di correnti, con capibastone in competizione tra loro al centro, e cacicchi che occupano il territorio in periferia.
3. Problema morale? Certamente problema politico: i partiti - tutti ormai, di destra e di sinistra - hanno un problema di rapporti malati con il mondo degli affari, non più regolati dalla trasparenza, dal libero mercato e dalla ricerca del bene comune. I cacicchi, i signori della guerra acquistano il loro potere dal rapporto privilegiato che instaurano con gli imprenditori.
4. C'è una vicenda recente che mostra la nuova Tangentopoli all'opera, a cui oggi possiamo guardare come a un caso esemplare: le scalate incrociate del 2005 dei Furbetti del quartierino. Lì c'è tutta la nuova architettura della Tangentopoli del terzo millennio: il rapporto malato tra politica e affari, la preminenza della finanza (che progetta) sui partiti (che sostengono), il coinvolgimento bipartisan...
5. Giorgio Galli spiegava la Tangentopoli della Prima Repubblica con il blocco generato dal bipartitismo imperfetto: il Pci non poteva accedere all'area di governo per motivi geopolitici, così i partiti di governo (Dc e Psi in testa) erano "condannati" a governare, improcessabili, dunque corrotti dalla certezza dell'impunità. Oggi il bipartitismo dell'alternanza si è realizzato, ma c'è un nuovo blocco nel sistema politico: quello dell'accesso ai gruppi dirigenti dei partiti. La nomenklatura è chiusa, si alimenta per cooptazione e impedisce un vero rinnovamento. Un Obama è impensabile, nell'Italia dove i gruppi dirigenti sono eterni e irremovibili, malgrado le sconfitte.
6. Di fronte alla più profonda e irrevocabile crisi politica mai vista in Italia, le ricette dei partiti sono inesistenti, inadeguate, vuote. O addirittura provocatorie. Che cosa significa proporre, di fronte a una nuova epidemia di tangenti, la "riforma della giustizia"? Ha la stessa logica di pretendere, dopo un'ondata di nubifragi, la riforma dell'allevamento dei bovini. O invece una logica ce l'ha, ma è la stessa del prendersela, allo scoppio di un'epidemia di peste, con i medici, indicandoli come i nuovi untori. E che cosa significa chiedere, nella tempesta della corruzione, l'abolizione delle intercettazioni? È come perorare l'abolizione della Tac. La politica, davanti allo sconfortante spettacolo della corruzione dispiegata, invece di riformarsi reagisce chiedendo l'impunità per legge.
Avviso ai governanti
Tito Boeri, la Repubblica,
Fino a un anno fa il Fondo monetario internazionale sembrava un´istituzione senza futuro. I maggiori debiti contratti negli anni precedenti dai governi (soprattutto da Argentina e Brasile) erano stati ripagati e molti paesi emergenti detenevano una quantità di riserve in valuta estera tale da rendere assai improbabile il loro ricorso a un prestatore di ultima istanza come il Fondo. In molti, dunque, non solo in Italia, decretavano la crescente irrilevanza del Fondo.
La crisi globale ha riportato il Fondo al centro della scena. Ha concesso negli ultimi mesi prestiti per 40 miliardi di dollari, ha appena concluso un accordo con la Lettonia e sta negoziando consistenti prestiti a Bielorussia, El Salvador, Serbia e Turchia. Altri paesi emergenti hanno chiesto aiuto, al punto che ora sono in molti a chiedersi se il Fondo avrà risorse sufficienti per fronteggiare la crisi. Soprattutto l´istituzione nata dagli accordi di Bretton Woods si candida a svolgere il ruolo di organizzazione che fornisce assistenza tecnica al G20, coordinando gli sforzi condotti per ridurre l´entità e la durata della crisi nelle più grandi economie del mondo.
La dichiarazione finale dei leader del G20 con cui si è chiuso il vertice di Washington di metà novembre demandava proprio al Fondo il compito di: "assumere un ruolo guida negli insegnamenti da trarre da questa crisi" e di "esercitare una stretta e imparziale vigilanza su tutti i paesi". È un´investitura che riconosce come il Fondo, avendo assistito i governi che hanno fronteggiato le più gravi crisi economiche nel Dopoguerra, ha il capitale umano per svolgere questo ruolo guida. È un capitale umano, purtroppo, poco valorizzato in una istituzione che è ancora troppo dipendente dal G7, che ha un board of directors non all´altezza e che sta faticosamente avviando un processo di profonda ristrutturazione al suo interno.
Ieri il Fondo ha comunque mandato un messaggio forte e chiaro. Lo ha affidato ad una nota, strumento inusuale, per guadagnare tempo prezioso rispetto alle sue pubblicazioni ufficiali (gli aggiornamenti del World Economic Outlook che usciranno solo a fine gennaio). E anche il messaggio è tutt´altro che rituale per il Fondo. Chiede, infatti, ai governi del G20 di spendere molto di più in modo coordinato (per pudore si usa il termine "collettivo" più che coordinato, forse per tema di irretire i singoli governi). La ragione è che siamo di fronte a una riduzione senza precedenti della domanda mondiale e che i margini per politiche monetarie espansive sono molto ridotti. Il Fondo ritiene che i governi del G20 debbano perciò varare misure espansive che valgano almeno il 2 per cento del prodotto interno lordo del pianeta. Se questo sforzo fosse equamente ripartito, si tratterebbe del 2 per cento del pil di ogni paese, dato che il G20 raccoglie circa il 90 per cento del pil mondiale. Ma il Fondo chiede uno sforzo maggiore ai paesi, come gli Stati Uniti, in cui la pressione fiscale e la spesa sociale sono più basse perché in questi paesi operano di meno i cosiddetti "stabilizzatori automatici", quelle riduzioni di entrate e aumenti di spesa che intervengono indipendentemente dall´adozione di nuove misure, ad esempio perché aumenta la disoccupazione e si spende di più per gli ammortizzatori sociali. Anche se la nota del Fondo non lo dice, per raggiungere l´obiettivo del 2 per cento del pil mondiale basterebbe che l´Unione Europea rispettasse l´impegno a destinare l´1,5 per cento del proprio pil a pacchetti fiscali espansivi, come proposto dalla Commissione Europea. Il problema è che siamo molto al di sotto dal raggiungere questo obiettivo, soprattutto perché la più grande economia dell´Unione, la Germania, ha sin qui varato misure che non valgono più dello 0,2-0,3 per cento del suo prodotto interno lordo. Se c´è un governo che viene di fatto (la nota volutamente non fa mai nomi di singoli paesi) messo sul banco degli imputati dalla nota del Fondo, questo è l´esecutivo guidato da Angela Merkel. A paesi come l´Italia viene chiesto uno sforzo minore, in considerazione del livello del nostro debito pubblico. Ma il contributo non può certo essere negativo, come previsto della manovra di contrazione fiscale (con entrate che crescono più delle spese, come certificato dalla Commissione Bilancio della Camera) varata a fine novembre.
Le implicazioni più rilevanti per il nostro paese riguardano soprattutto la qualità degli interventi. Devono essere, oltre che consistenti, "tempestivi, duraturi, sostenibili e contingenti", il che significa che non ci deve affidare a misure estemporanee e si deve lasciar intendere che si interverrà ancora, se necessario, nel caso in cui la crisi peggiorasse. È un impegno che deve essere credibile per migliorare le aspettative di famiglie e imprese, che oggi volgono al peggio come certificato proprio ieri dall´Isae. Utile sottolineare che la parte più consistente delle misure anticrisi varate dal nostro esecutivo (il bonus famiglia, la social card e i fondi in deroga per la cassa integrazione) sono per definizione una tantum. La nota del Fondo valuta anche pro e contro di misure specifiche, suffragata dall´esame di cinque grandi crisi, la Grande Depressione del 1929, la crisi dei risparmi e dei prestiti degli anni ´80 negli Stati Uniti, la grande crisi dei paesi Nordici (Finlandia, Norvegia e Svezia) degli anni 1990-94, la crisi bancaria giapponese del 1997 e, infine, la crisi di bilancia dei pagamenti della Corea intervenuta sempre nel 1997. Il principale suggerimento è quello di puntare su trasferimenti diretti alle famiglie che hanno vincoli di liquidità, come ad esempio sussidi dati a chi perde il lavoro. Questo tipo di trasferimenti, infatti, ha maggiori probabilità di tradursi in consumi aggiuntivi piuttosto che risparmi a scopo precauzionale. Si bocciano, invece, senza mezzi termini, gli interventi generalizzati a sostegno di specifici settori industriali, come pure le misure poco trasparenti di detassazione dei profitti, ad esempio attraverso un ammortamento accelerato degli investimenti.
Il nostro Governo farebbe molto bene non solo ad ascoltare il messaggio del Fondo, ma anche a valorizzarlo presso gli altri leader del G20. Abbiamo tutto da guadagnarci dalla sua attuazione.
Giulianone usa un "cazzone demagogo" contro Al Gore e riparte con la sua filippica sul clima.
Considerando che da anni continua con 'sta solfa ogni volta che fa freddo o non fa caldo, e che nessuno dei suoi conoscenti gli ha ancora spiegato la differenza tra tempo e clima, io direi che ha sonoramente rotto.http://carlettodarwin.blogspot.com/
INDIA Le forze di sicurezza in Orissa non tolgono la paura e gli incendi di Nirmala Carvalho Due negozi e un centro cristiano sono stati bruciati. Oltre 10mila profughi raccolti nei centri di rifugio hanno celebrato il Natale sotto la protezione dell'esercito. Nei villaggi le messe anticipate al pomeriggio per evitare il ritorno a casa con il buio.
Bhubaneshwar (AsiaNews) - Le celebrazioni natalizie nel distretto di Kandhamal sono passate senza scontri, ma continuano gli incendi dolosi, per i cristiani resta la paura e i rifugiati non lasciano i campi di accoglienza per il timore di nuove violenze.
Il 23 dicembre, mentre nelle parrocchie e nei centri di accoglienza venivano preparate le celebrazioni di Natale, sono state appiccate le fiamme a due piccoli negozi nella cittadina di Sugadabadi. Il 26 stessa sorte è toccata ad un centro cristiano del villaggio di Bakingia.
I cristiani di Kandhamal, pur riconoscendo l’ingente spiegamento di forze per garantire la sicurezza nel periodo natalizio, continuano a temere per la loro incolumità. Ad oggi la polizia non ha attuato provvedimenti per le violenze iniziate a fine agosto, i colpevoli degli omicidi e delle aggressioni sono ancora a piede libero. A rendere ancora più tesa la situazione c’è poi l’emergere di un nuovo gruppo fondamentalista, denominato Hindu Gorilla Vahini,che si propone di lottare contro i gruppi maoisti e le comunità cristiane.
Nei campi profughi allestiti dal governo per i rifugiati dell’Orissa le celebrazioni di Natale si sono svolte con grande partecipazione da parte degli oltre 10mila cristiani ospitati.
Padre Nithiya, frate cappuccino e segretario esecutivo della commissione Giustizia e pace della conferenza dei vescovi indiani, ha trascorso le feste a Kandhamal. Interpellato da AsiaNews ha dichiarato: “Anche se nel giorno di Natale abbiamo visto l’espressione di una gioia innocente dipinta sui volti dei bambini nei campi, non abbiamo potuto non notare un senso di vuoto, l’espressione di dolore e di smarrimento sulle facce della maggioranza delle persone”.
Le celebrazioni nei campi sono state possibili grazie all’attività congiunta delle forze dell’ordine locali e del Central Reserve Police Force (Crpf) insieme all’impegno di tutta l’amministrazione del distretto. I vari corpi di sicurezza hanno controllato la situazione per tutta la notte mentre i fedeli raccolti nei campi preparavano le celebrazioni.
Il capo della polizia ha incoraggiato anche le parrocchie a svolgere le funzioni come da programma, ma molti sacerdoti hanno preferito anticipare la messa prima del crepuscolo. Nel villaggio di Pobingia, una trentina di poliziotti hanno sorvegliato la celebrazione fissata per le 4 e 30 del pomeriggio per permettere ai fedeli di tornare a casa con la luce del giorno. Alla funzione hanno però preso parte solo una ventina di persone, per lo più religiosi dell’ordine dei Missionari della carità e volontari. Pochissimi i cattolici locali che, temendo per la loro incolumità, non hanno rischiato di presentarsi in pubblico avendo subito nel recente passato violente intimidazioni da parte di fondamentalisti che intendevano convertirli con la forza all’induismo.
Padre Nithiya, che ha celebrato la messa nei campi di Tikabali e G Udayagiri e visitato il villaggio di Banunigam. Dopo aver dormito in una delle tende allestite per ospitare i profughi, descrive ad AsiaNews le loro condizioni: “La gente vive sotto piccolo tende di tela. Ognuna ospita tra le 5 e le 7 famiglie insieme. Non esiste privacy, elettricità o acqua corrente. Giovani e vecchi, donne e uomini vivono sotta lo stessa tenda con evidenti problemi per tutti. Cosa ci attende per il futuro? Cosa deve accadere per assicurare il ritorno di queste persone dai campi alle loro abitazioni? Se queste persone tornano nei loro villaggi, come verranno accettate?”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14101&size=A
CILE:Il più bel regalo di Natale Daniela Estrada
SANTIAGO, (IPS) - Mentre aspettava l’arrivo degli operai, Pamela Peña, cilena di 40 anni, era piuttosto nervosa. Si vergognava di dover mostrare ad altri la povertà della casa in cui vivono lei e la sua famiglia. Ma quando sono cominciati i lavori si è rassicurata, e ha condiviso e apprezzato un inaspettato regalo di Natale.
Gli improvvisati costruttori erano 24 giovani professionisti disposti a tirar su in due giorni, insieme a Peña e ai suoi figli, un alloggio di base per la famiglia, che vive nello slum Juan Pablo II de Lo Barnechea, paradossalmente uno dei comuni più ricchi del Cile, nella regione metropolitana di Santiago.
L’alloggio è una costruzione in legno con il tetto a un solo spiovente, 18 metri quadrati, con due finestre e una porta, di sei metri di lunghezza e tre di profondità, ed una altezza massima di 2,8 metri.
“Quando mi hanno dato la notizia ero molto contenta, poi però mi sono sentita a disagio perché non avevo i mezzi per accoglierli bene. Pensavo al bagno, al cibo. Ma adesso sono soddisfatta, perché con loro ho condiviso cose che non hanno a che vedere col denaro”, ha raccontato Peña all’IPS domenica 21, mentre si definivano gli ultimi dettagli della costruzione.
“È imbarazzante che venga gente con i soldi in una casa senza nessun comfort. È una vergogna che vedano tutte le cose vecchie che hai in casa. Ma loro sono stati molto amorevoli e affettuosi con noi, non ho niente da dire, si sono comportati troppo bene”, ha sottolineato la casalinga in mezzo al rumore dei colpi di martello.
“Costruzione in Famiglia” è uno dei quattro programmi della Fundación Un Techo para Chile, un’organizzazione senza fini di lucro creata nel 1997 dal sacerdote gesuita Felipe Berríos, che opera grazie alle donazioni e al lavoro volontario.
L’obiettivo è che una famiglia o un gruppo di amici paghi i costi del materiale del nuovo alloggio costruendolo insieme alla famiglia beneficiaria. La fondazione compra e trasporta i materiali e i suoi supervisori esaminano il terreno. I due gruppi vengono presentati qualche settimana prima dell’inizio dei lavori e orientati sul senso profondo dell’iniziativa.
Negli ultimi dieci anni, Un Techo para Chile ha costruito circa 33mila alloggi di base in tutto il paese; il suo scopo è sradicare gli insediamenti precari entro il 2010. Non con la costruzione di case in legno, ma attraverso le domande presentate dalle famiglie per ottenere sussidi e poter costruire abitazioni solide. La fondazione offre un sostegno e il monitoraggio dell’intero processo con l’obiettivo che in futuro le famiglie diventino 'padrone di se stesse'.
“Per noi questi alloggi sono sistemazioni di emergenza per famiglie in condizioni di urgente necessità abitativa, in modo che nei due anni in cui aspettano che venga costruita la loro casa abbiano un tetto più dignitoso sotto cui vivere”, ha spiegato all’IPS Gabriel Prudencio, responsabile edile della fondazione.
L’iniziativa, replicata in 13 paesi dell’America Latina con il nome di Un Techo para mi País, con 8mila case costruite, a novembre si è classificata al quarto posto nel “Concorso esperienze di innovazione sociale” della Commissione economica per America Latina e Caraibi (Cepal), che gode del patrocinio della Fondazione Kellog.
Anche se il progetto di “costruzione in famiglia” viene realizzato durante tutto l’anno in Cile, l’accento viene posto sul giorno in cui i cattolici ricordano la nascita di Gesù, “per creare un legame di fiducia, che arricchisca il sentimento di solidarietà umana”, ha osservato Prudencio. Questo Natale, sono state 180 le famiglie beneficiate.
Gli altri programmi di costruzione di Un Techo para Chile vengono realizzati da studenti della scuola secondaria, universitari e imprese. Per alcune famiglie, questi alloggi temporanei rappresentano la loro unica casa, mentre per altre sono un ampliamento delle loro abitazioni precarie, come nel caso di Pamela Peña.
La donna, madre di cinque figli tra i 21 e i cinque anni, più due nipotini, ha sempre vissuto a Lo Barnechea. Tristemente, racconta di essere stata abbandonata dalla madre appena nata, e di non aver mai conosciuto il padre. Più tardi, il padre di quattro dei suoi figli l’ha lasciata per un’altra donna, mentre era incinta, e non la aiuta economicamente.
Oggi convive con Gustavo, col quale ha avuto Francisco. Lui è un addetto al carico e scarico di merci, e il suo salario mensile non supera i 70mila pesos (110 dollari). Per questo non ha potuto raccogliere i 40mila pesos (62 dollari) richiesti da Un Techo para Chile per la costruzione dell’alloggio, che è rimasta in sospeso.
Con questo requisito, la fondazione cerca di fare in modo che le famiglie siano direttamente coinvolte nella costruzione della loro casa, e la vivano come il primo passo verso un futuro migliore nel quale dovranno essere loro i protagonisti. Un altro requisito è quello di liberare il terreno dove verrà costruito l’alloggio d’emergenza.
Peña era stanca di vivere stando ammassati. Anche se adesso ci sono solo tre dei suoi cinque figli, si dormiva tutti insieme: una delle due stanze della casa che il comune le ha consegnato 21 anni fa è crollata a causa delle termiti. Nella parte che resta, piove in casa durante l’inverno. Per i donatori, l’iniziativa è una dimostrazione di amore verso gli altri.
“Sabato, quando siamo arrivati (a casa di Peña), ci siamo salutati come sempre. Ma quando siamo andati via, ci siamo abbracciati come se fossimo amici da tutta la vita. Viene fuori il meglio che è in ognuno di noi”, ha raccontato all’IPS Evelyn, ingegnere informatico cubana che vive da 15 anni in Cile.
Generalmente, “si crea un legame affettivo” tra i donatori e le famiglie beneficiarie, che si mantiene nel tempo, ha osservato.
“La prima volta che ho costruito uno di questi alloggi di base, l’anno scorso, è stata un’esperienza forte, perché non avevo idea del livello di carenze e di bisogni di queste persone”, ha ricordato Evelyn, che con i suoi colleghi ha raccolto 1.260 dollari per finanziare i materiali delle due case costruite quest’anno.
Oltre a coprire le spese e a seguire la costruzione degli alloggi, il gruppo ha portato alcune casse con viveri e regali per i bambini, “perché possano trascorrere un Natale migliore”.
Secondo un censimento realizzato nel 2007 da Un Techo para Chile, in questo paese ci sono 533 accampamenti con 29mila famiglie, la metà rispetto agli oltre mille tuguri presenti nel 1997, nei quali vivevano 126mila famiglie.
”Sappiamo che Un Techo para Chile non può farsi carico di tutto questo da solo, perché è un’impresa titanica, per questo stiamo cercando di convincere tutti che si tratta di un obiettivo Paese”, ha sottolineato Prudencio, che ha apprezzato la politica abitativa del presidente Michelle Bachelet.
Il governo ha reinsediato “oltre 115mila famiglie, dagli accampamenti agli alloggi definitivi, e continuerà a lavorare con le 20mila famiglie censite nel 2007”, ha dichiarato domenica Patricia Poblete, ministra per la casa e lo sviluppo urbano.
Da marzo 2006, il governo ha assegnato l’83,5 per cento dei sussidi per la casa stanziati fino al 2010, che sono 557mila in totale, ha aggiunto la segretaria di Stato. Nello stesso periodo, sono stati inaugurati 868 nuovi nuclei abitativi per quasi 61mila famiglie.
“Quest’anno si è avanzato moltissimo nella riduzione del deficit abitativo dei più vulnerabili, con l’assegnazione di oltre 48mila sussidi. Con questo si arriva al 73 per cento dei 223mila sussidi stanziati al 2010” per questo settore, ha spiegato Poblete.
Inoltre, grazie alla nuova politica abitativa, le case hanno una superficie maggiore - 44 metri quadrati in media - e due camere ampliabili a quattro.
Mentre seguiva i lavori in casa, Peña pensava a come procurarsi i soldi per rivestire l’interno della nuova abitazione con lastre di legno prima dell’inizio dell’inverno australe, a giugno del 2009. Non vuole che il freddo penetri attraverso le fessure delle tavole.
Lei assicura di aver già presentato domanda per un sussidio per la casa, ma prevede di non ottenerlo prima del 2012, visto che la sua capacità di risparmio è minima. Nonostante tutto, non perde la speranza.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1360
Pena di morte : esperto USA , l'innocenza e' una distrazione di Rico Guillermo*
Per troppi anni ormai, gli oppositori della pena capitale hanno fatto leva sull'incubo di giustiziare un uomo innocente come tattica per erodere il sostegno alla pena di morte in America, ma l'innocenza e' una distrazione.
Lo afferma David Dow, professore di diritto costituzionale e penale all'Universita' di Huston ed autore di vari libri sul tema, fra cui "Giustiziati per un tecnicismo: ingiustizia mortale nel braccio della morte dell'America" e "Macchina di morte: la realta' del regime della pena di morte americano". Dow, che e' anche il fondatore della Rete "Texas Innocence", ha speso lavorato con il Centro studenti dell'Universita' texana, che ha rappresentato oltre un centinaio di detenuti nei loro appelli statali e federali.
In un intervento sul blog dell'Universita', Dow ricorda che la Corte Suprema ha deciso (con 5 favorevoli e 3 contrari), che un detenuto del Tennessee, P. G. House, aveva il diritto di dimostrare che non ha commesso il reato per il quale era stato inviato nel braccio della morte. Il docente ha anche ricevuto una lettera da parte di una organizzazione che, avendo sostenuto per oltre un decennio che un uomo della Virginia di nome Coleman non aveva commesso il reato per cui era stato giustiziato nel 1992, ammetteva invece di essersi sbagliata.
Questi casi hanno qualcosa in comune, sostiene Dow: essi fanno perno sulla questione della colpevolezza, ma, appunto, l'innocenza e' una distrazione. Tuttavia la maggior parte delle persone nel braccio della morte sono come Coleman, non come House, ovvero la maggior parte delle persone nel braccio della morte ha fatto cio' che lo Stato afferma esse abbiano fatto. Ma cio' non significa che essi debbano essere giustiziati.
Invece, concentrarsi sulla questione dell'innocenza costringe gli abolizionisti al silenzio quando una causa celebre risulta produrre un colpevole. In questi casi - sottolinea il profesore - essi sembrano dispiaciuti di aver commesso un errore, dopo tutto. Dow commenta: "Sono anch'io uno avversario della pena di morte, ma sono stato felice di apprendere che il signor Coleman era un assassino. Sono stato felice che i pubblici ministeri non debbano vivere con il peso di sapere di aver mandato nel braccio della morte un uomo innocente".
Dow ricorda che in occasione della discussione del caso House - in cui l'uomo sembra essere davvero innocente - il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia (che era uno dei tre dissidenti sulla sentenza favorevole al ricorrente) ha sostenuto che le controversie su un caso non possono andare all'infinito. Il docente commenta che Scalia ha ragione e che - come il giudice ha gia' sostenuto in altra occasione - "naturalmente ci accingiamo a giustiziare persone innocenti, se abbiamo la pena di morte".
Il sistema della giustizia penale e' composto da esseri umani fallibili. Ma forse - commenta Dow - questo e' un prezzo che la societa' e' disposta a pagare. Quindi, anche se House fosse innocente, per quanto tempo lo Stato dovrebbe tenere il detenuto in prigione mentre viene riesaminato il suo caso?
Nel caso Coleman, invece, la Corte Suprema della Virginia non ha esaminato gli argomenti che egli aveva sollevato nel suo ricorso, in quanto il suo avvocato ha depositato i documenti con un giorno di ritardo. Nell'occasione, la Corte Suprema USA ha detto che un detenuto nel braccio della morte non puo' lamentarsi quando il suo avvocato manca un termine di deposito, perche' l'avvocato agisce a nome del cliente, e quindi il cliente e' responsabile per le carenze del suo legale.
Come risultato di questo sillogismo - nota Dow - Johnny Joe Martinez e' stato giustiziato nel 2002, perche' lo Stato ha nominato un difensore inadeguato che ha trascurato di depositare un ricorso in appello - commettendo un errore attribuito ad inesperienza. Quando il caso Martinez ha raggiunto i tribunali federali i giudici, invocando la decisione Coleman, hanno detto a Martinez che l'errore del suo avvocato era imputabile a lui. E cosi' via...
Dow ammette di avere seri dubbi sull'innocenza di alcuni dei 50 detenuti nel braccio della morte che egli ha rappresentato. Nel 98 per cento dei casi, tuttavia, quindi in 49 su 50, vi erano spaventose violazioni dei principi giuridici: i pubblici ministeri hanno selezionato i giurati sulla base della razza, la polizia ha nascosto o fabbricato prove, gli analisti forensi hanno travisato i risultati di laboratorio e infine il governo federale ha fatto pressioni affinche' il procuratori si assicurassero un verdetto di condanna capitale.
Pertanto gli abolizionisti dovrebbero spostare la loro attenzione dalla questione dell'innocenza a quella del malfunzionamento della giustizia penale. Essi, conclude Dow, "dovrebbero concentrarsi sul problema di gran lunga piu' pervasivo: che la macchina di morte in America e' senza legge, e nei procedimenti di condanna a morte si violano i nostri principi giuridici di quasi tutti i tempi".
Pesaro, 28 dicembre 2008. Scavolini Spar Pesaro - Fortitudo Gmac Bologna, la partita dell'antirazzismo è terminata da pochi minuti. La compagine pesarese ha trionfato: 99-72. I rappresentanti della comunità Rom hanno applaudito i virtuosismi di Hicks e Curry, Akindele, Hurd e Myers.
La tifoseria della "Vuelle" ha applaudito a propria volta lo striscione biancorosso con la scritta "I Rom di Pesaro e la Scavolini contro il razzismo". Fra qualche giorno gli atleti della squadra marchigiana si recheranno presso la fabbrica dismessa dove, in povertà, ma con molta dignità, vivono alcune delle famiglie Rom di Pesaro: "E' una visita a cui teniamo molto," ha detto Rodolfo Filippini, responsabile dei rapporti con le scuole, "perché la nostra squadra vuole rappresentare un esempio di tolleranza per tutti i ragazzi: senza questi valori, le vittorie sportive sarebbero ben povera cosa". La notizia riguardante la "partita del'antirazzismo" si è diffusa in tutto il mondo, veicolata, fra l'altro, dai più importanti network che rappresentano il popolo Rom nell'Unione europea, da O Nevo Drom a Roma Virtual Network. Un dossier relativo all'avvenimento è già stato inviato all'attenzione della Commissione europea e del Cerd (Comitato anti-discriminazione delle Nazioni Unite). La Scavolini Basket rappresenta l'anima di Pesaro e ora è auspicabile che le Istituzioni locali seguano il suo esempio e diano l'avvio, come promesso e come prevedono le norme internazionali contro la discriminazione etnica, a un serio progetto di integrazione dei Rom che sopravvivono in condizioni spaventose di emarginazione e povertà negli angoli più inospitali della città. Un progetto da attuare in collaborazione con le organizzazioni per i diritti umani che operano a Pesaro, finalizzato a consentire agli adulti Rom di accedere al mondo del lavoro e alla possibilità di vivere in un alloggio decente. R.M.http://www.liblab.it/ita/Persona-e-società/La-Scavolini,-i-Rom-e-gli-antirazzisti-trionfano-nella-partita-contro-l'intolleranza
L'analfabetismo giudiziario della sinistra italiana... di Riccardo Lenzi, 29 Dicembre 2008
Luciano Violante (e chi per/con lui) dovrebbe vergognarsi.
Un ex magistrato che - da anni - fa disinformazione sulla Giustizia italiana è già di per sè cosa piuttosto grave.
Se per di più questo ex magistrato è il capofila di coloro che vogliono "dialogare" con Berlusconi sulla riforma dell'ordinamento giudiziario,
non ci si può meravigliare del fatto che l'Italia dei Valori aumenti il suo consenso tra i cittadini italiani.
Altro che sentinelle: per fermare l'attuale deriva della politica italiana ci vorrebbe un servizio d'ordine democratico.
Bisognerebbe togliere il sonno a chi, per esempio, non pone come precondizione di qualunque "dialogo", il ripristino della decenza:
abrogare il c.d. lodo Alfano.
Una opposizione seria (e seriamente "riformista") sfiderebbe in tal senso la maggioranza, sul tema della giustizia, con tre richieste precise (due al governo e una al Presidente della Repubblica):
1) sgombrare immediatamente il campo dalla porcata del lodo Alfano, abrogandolo
2) nessuna museruola sulle intercettazioni(tutti i parlamentari dell'opposizione, a cominciare da Massimo D'Alema, dovrebbero consentire la pubblicazione di tutte le intercettazioni che li riguardano, in modo da mostrare all'opinione pubblica che non hanno niente da nascondere e di cui vergognarsi)
3) il Presidente Napolitano annunci pubblicamente - magari nel suo discorso di fine anno - che, pur avendo firmato la legge, rifiuta unilateralmente di avvalersi dell'immunità del lodo Alfano.
Se qualcuno avesse la pazienza di leggersi il reale contenuto* dell'ordinanza del gip Luca De Ninis, forse eviterebbe di blaterare accuse scomposte e insostenibili versus la magistratura abruzzese. Possibile che l'opposizione "di sinistra" consideri prioritario attaccare la magistratura anziché la destra?
Non sarebbe meglio, a proposito di "ingiustizie", chiedere scusa agli italiani per aver votato l'indulto nel 2006?
A meno che non si tratti di ignoranza, bensì di malafede e coda di paglia. A pensar male...
Il caso Pescara non toccato dalla riforma della giustizia
Vittorio Grevi
Corriere della Sera
Notizie per vari aspetti sconcertanti e (all'apparenza) prive di plausibili giustificazioni, come quella degli arresti domiciliari da prima applicati, e dopo pochi giorni revocati, nei confronti del sindaco di Pescara, sono fatalmente destinate a provocare effetti di corto circuito nell'immaginario mediatico. Anche perché, in assenza di informazioni certe ricavabili soltanto dagli atti giudiziari, ognuno si sente autorizzato a dire la sua, spesso soltanto su basi emotive, con il rischio di perdere di vista il quadro di insieme. Nel contempo, è questo anche il contesto più adatto a favorire — nella dilagante confusione delle lingue — il consueto uso strumentale di notizie del genere. Tanto è vero che il «caso Pescara» è stato da qualcuno subito assimilato, per un verso, al «caso Salerno- Catanzaro» e, per altro verso, al «caso Napoli » (tutti tra loro assai differenti, ma poco importa), pur di trarne elementi per ribadire la necessità e l'urgenza di una «riforma della giustizia ». Una riforma di cui da mesi si parla, senza che ancora ne siano stati resi noti i contenuti, a parte il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche firmato dal ministro Alfano, di cui peraltro il presidente Berlusconi quasi ogni giorno invoca profonde modifiche.
In quale modo la vagheggiata riforma della giustizia avrebbe potuto influire — se già fosse stata realizzata — sulla vicenda giudiziaria del sindaco di Pescara, è quesito al quale non si saprebbe cosa rispondere. Certamente non avrebbe potuto influirvi nessuna della riforme di livello costituzionale di cui tanto si è discusso, a cominciare da quella relativa alla separazione delle carriere tra giudici e magistrati del pubblico ministero (molti, del resto, hanno registrato con sorpresa, su alcuni punti, una significativa disparità di valutazioni tra la procura pescarese e il competente gip). Ma lo stesso vale anche per le riforme di livello codicistico più volte preannunciate, nessuna delle quali attiene specificamente alla disciplina di applicazione delle misure restrittive della libertà dei soggetti indagati. E infatti, a proposito di questa ultima vicenda, l'accento critico è caduto soprattutto sulla esigenza di una maggiore oculatezza, da parte dei magistrati, nel richiedere e nell'applicare le suddette misure (esigenza sacrosanta, ma relativa al profilo di professionalità degli stessi magistrati, da garantirsi ovviamente nei confronti di qualunque cittadino), non già sui congegni normativi riguardanti i rapporti tra pubblico ministero e giudice. Anzi, proprio la circostanza che il gip di Pescara abbia deciso la revoca degli arresti domiciliari imposti al sindaco (per il venir meno delle esigenze cautelari, grazie anche alla scelta spontanea delle dimissioni, ferma restando la «gravità del quadro indiziario» a suo carico) solo dopo avere ascoltato la difesa «appassionata» dello stesso sindaco, dimostra, semmai, che in questo caso l'interrogatorio di garanzia ha assolto la sua funzione di «contraddittorio successivo » alla esecuzione della misura. In armonia, del resto, con i normali sviluppi della dialettica processuale. Anche se, almeno in ipotesi del genere, sarebbe certo preferibile un meccanismo di «contraddittorio anticipato» rispetto al provvedimento del giudice.
Quanto al tema delle intercettazioni, non si vede davvero come l'inchiesta di Pescara (al pari, per esempio, delle recenti inchieste di Napoli) possa fornire argomenti nel senso di una limitazione nell'uso di questo importante strumento investigativo, tanto più utile proprio nelle indagini contro il malaffare politico amministrativo. Altro discorso è, invece, quello della pubblicazione delle risultanze di tali intercettazioni: pubblicazione da vietarsi quando esse siano ancora coperte da segreto, o comunque quando riguardino persone, condotte o circostanze estranee alle indagini. Qui davvero un serio limite deve essere posto, sia attraverso opportuni filtri in sede processuale (così da evitare, in primo luogo, la indebita diffusione di intercettazioni irrilevanti, anche all'interno di atti giudiziari), sia attraverso adeguate sanzioni nel caso di violazione del suddetto divieto. Ciò che specialmente preoccupa, infatti, non è l'esecuzione in sé delle intercettazioni (quando correttamente operate, per ragioni di giustizia), bensì lo scempio che ne viene fatto attraverso la arbitraria divulgazione dei colloqui intercettati, allorché non siano necessari per i fini del processo. Ed è questo, dunque, il tema su cui soprattutto dovrà intervenire il legislatore, ma senza trarne pretesto per restringere l'attuale ambito di ammissibilità dello strumento.
Perché Berlusconi adesso dice che se escono le sue intercettazioni lascia il Paese?
Perché vuole alzare la posta e stringere i tempi, avendo capito che il momento è decisamente propizio per far passare una legge molto restrittiva senza quasi opposizione. Infatti in questi giorni anche nel Pd non pochi sono spaventati all’idea che escano telefonate “compromettenti”, in particolare sull’operato delle ex giunte di sinistra a Roma. Quindi, è anche un tema attraverso il quale ora il Cavaliere può dividere il Pd (o buona parte di esso) da Di Pietro.
Che cosa c’è nelle famose telefonate tanto temute da Berlusconi?
La voce che circola da mesi - e che quindi va riportata come tale, senza alcun fondamento - vuole che si tratti sempre di vicende legate alle attività amatorie e raccomandatorie del premier. E tuttavia le conversazioni - sia quelle tra il Cavaliere e altri sia quelle tra altri sul Cavaliere - secondo questo gossip avrebbero un linguaggio e conterrebbero particolari tali da rischiare di far perdere immagine e credibilità al premier, soprattutto con il Vaticano, con l’elettorato cattolico e parte di quello femminile, oltre che a livello internazionale. La pubblicazione di queste presunte telefonate sarebbe quindi un grave danno per la strategia di Berlusconi che aspira a salire al Quirinale al termine della legislatura, alla fine del mandato di Napolitano.
Ad ogni modo il problema “personale” per Berlusconi era più stringente l’estate scorsa, quando le sue intercettazioni uscivano a raffica: adesso è soprattutto una questione legata al futuro, al desiderio che i membri del governo e della politica in generale (nazionale e locale) possano parlare al telefono di tutto quello che vogliono (compresi temi come raccomandazioni, appalti etc) senza timori di finire sui giornali.
E’ vero o no che alcuni giornali possiedono queste intercettazioni? E se ce le hanno, perché non le pubblicano?
Anche qui si tratta solo di voci. Più che “possedere” le intercettazioni, si dice che alcuni giornalisti le abbiano potute leggere, senza trascriverle o fotocopiarle. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui non le pubblicano. Un altro motivo potrebbe essere che si tratta di atti non depositati e poi mandati al macero in quanto ininfluenti per le indagini, e quindi non pubblicabili già secondo l’attuale legislazione. Ci sono poi coloro che avanzano una ipotesi più dietrologica, cioè che in un momento di crisi della stampa, di riduzione dei contributi pubblici all’editoria, di discussione sul contratto nazionale dei giornalisti e di necessità per le industrie editoriali di utilizzare ammortizzatori sociali per tagliare gli organici, inimicarsi così frontalmente il governo e la politica in generale sarebbe un’operazione quasi suicida.
Ha ragione Berlusconi quando dice che in Italia si intercetta troppo?
In termini quantitativi sì, nel senso che si dispongono intercettazioni più che nella media delle altre democrazie occidentali. Tuttavia Berlusconi non aggiunge che l’Italia è l’unica democrazia occidentale in cui un terzo del territorio è controllato dalla malavita organizzata e in cui la corruzione e l’illegalità sono diffuse a ogni livello della politica e del business. Senza le intercettazioni, ad esempio, sarebbe probabilmente andata in porto la scalata di Ricucci al Corriere e non sapremmo nulla dei rapporti tra i furbetti del quartierino e i politici; così come non avremmo mai saputo dello scandalo del calcio, delle manovre di Vittorio Emanuele di Savoia, dei rapporti di Schifani con ex mafiosi oltre che di infiniti malaffari piccoli e grandi a livello di giunte locali.
E’ giusto che non vengano pubblicate le intercettazioni dei politici, lasciando che ne siano al corrente solo i giudici che indagano?
Attenzione, ci sono due questioni separate. Una riguarda la possibilità da parte della magistratura di disporre intercettazioni, indipendentemente dalla loro pubblicazione. La legge che Berlusconi vorrebbe varare non riguarda infatti solo la proibizione della pubblicazione, ma anche una pesante limitazione della stessa possibilità dei magistrati di intercettare, possibilità che riguarderebbe solo poche e gravissime ipotesi di reato.
L’altra questione riguarda la pubblicazione sui giornali e qui ci sono due scuole di pensiero. Una ritiene che il diritto alla privacy debba prevalere e quindi che non si debbano pubblicare intercettazioni personali che sottopongono il cittadino a un “tritacarne mediatico” (esempio: se l’assessore Pinco Pallo dice frasi hard parlando al cellulare con la fidanzata, ha il diritto a non vedersele spiattellate sui giornali). L’altra scuola di pensiero vuole che in una democrazia aperta un politico debba essere trasparente per i suoi elettori, e che quindi i rappresentati abbiano il diritto di sapere che cosa veramente pensa e dice il loro rappresentante, al di là delle dichiarazioni ufficiali, anche se queste conversazioni non costituiscono ipotesi di reato (esempio: se da una telefonata si scopre che un politico antiabortista fa abortire la fidanzata, questo non è un reato ma è un fatto che i suoi elettori hanno il diritto di sapere).
Ma poniamo, per ipotesi, che le intercettazioni su Berlusconi escano: lascerebbe davvero il paese?
Eddai, non scherziamo.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/12/28/intercettazioni-faq/#more-1997
Credo che mai come in questi giorni il centro-sinistra abbia bisogno di ricominciare dai fondamentali. Dalle cose semplici. Prendete, per esempio, Antonio Di Pietro e l'Italia dei Valori: se dalle intercettazioni di Napoli emerge un comportamento non limpido di suo figlio Cristiano e di alcuni funzionari del suo partito, non basta (anche se è già molto) dire che le indagini devono andare avanti e che le norme sugli ascolti telefonici non vanno cambiate. Bisogna invece prendere l'iniziativa. Come? Mettendo in azione quei meccanismi di controllo che, sulla carta, sono presenti in più o meno tutte le associazioni.
Detto in altre parole: deve essere il collegio dei probiviri dell'Idv ad esaminare il caso di Cristiano Di Pietro e degli altri iscritti i cui nomi sono comparsi sui giornali. Deve essere aperta un'istruttoria, devono essere ascoltati i protagonisti, e alla fine deve essere presa una decisone. Insomma va seguito un percorso istituzionale al termine del quale i probiviri potranno sospendere, espellere, ammonire, censurare o scagionare gli iscritti.
Allo stesso modo il Pd, invece di attorcigliarsi in sconcertanti dibattiti sui rapporti tra politica e giustizia, di chiedere ai giudici maggiore prudenza o di interrogarsi pensoso sulla questione morale, dovrebbe impegnarsi a rispondere a un'unica domanda: è vero o è falso che l'ex sindaco di Pescara, Luciano D'Alfonso, si faceva pagare macchina e autista da Carlo Toto, il patron di Airone? Infatti se è vero, discutere di tutto il resto non ha senso. Può anche darsi che in un tribunale farsi pagare macchina ed autista da un imprenditore alla fine non venga considerato reato, ma la politica non si deve occupare solo di reati: deve affrontare i comportamenti. E nessuno potrà mai convincere i cittadini che un amministratore pubblico è davvero libero quando vanta debiti di riconoscenza così importanti nei confronti di un'impresa.
Insomma quei pochi partiti che sono ancora in grado di farlo devono riscoprire il valore dell'esempio. Solo così potranno dimostrare a un elettorato sempre più disilluso che tra le varie formazioni politiche esistono tuttora delle differenze. Solo così eviteranno di demandare alla magistratura il compito di selezionare le loro classi dirigenti. Solo così potranno tornare un giorno al governo del Paese. (Vignetta di Molly Bezz)http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Lettera aperta a Daniele Benedetti e Giancarlo Cintioli
'Scendete in campo e dite che le primarie sono uno strumento prezioso'
di di Bruno Toniolatti, del coordinamento comunale pd di Spoleto
Caro Daniele, caro Giancarlo,
come ben sapete è ormai da due mesi (se non di più) che il pd spoletino è fermo e impantanato in una discussione sempre più vuota: primarie si, primarie no; primarie di partito, primarie di coalizione.
Anche l'ultima riunione del coordinamento comunale di Spoleto si è risolta con un nulla di fatto; è stato decretato un non ben definito rinvio della decisione al 5 gennaio dopo una "consultazione"dei circoli.
Sebbene i partecipanti abbiano in maggioranza espresso la volontà di fare le primarie, sta prevalendo la linea di chi le primarie non le vuole e usa ogni mezzo per allungare i tempi. Le carte vengono mescolate continuamente in un intreccio di falsi obbiettivi e false priorità quando invece, programma, coalizione, primarie potrebbero coesistere facilmente.
Il partito, dicevo, è fermo. O meglio, tutto il lavoro positivo che i vari forum hanno fatto non viene portato a conoscenza della gente, dei nostri aderenti; il programma per la prossima amministrazione è ancora in fase molto embrionale, le proposte elaborate a livello nazionale e regionale non vengono discusse nei nostri organismi e nei circoli.
Io faccio parte di un circolo la cui coordinatrice, contemporaneamente presidente dell'assemblea provinciale del partito, vice coordinatore comunale e membro del cda di una società partecipata, non riunisce da mesi i suoi aderenti.
Dice Veltroni nella sua ultima relazione alla direzione nazionale del 19 dicembre: "I circoli devono diventare il lievito democratico e civile dei territori... E i coordinatori di circolo hanno una funzione essenziale, che va riconosciuta e promossa: sono gli animatori della democrazia di base, una risorsa straordinaria di presenza, di promozione del partito, di coltivazione civile della società."
Inoltre, cari Daniele e Giancarlo, tutto il partito è in stallo perché a qualcuno (qui a Spoleto, ma anche a Perugia) piace di più Cintioli e a qualcun altro piace di più Benedetti. E fin qui nulla di male. Ma per uno strano motivo i poveri fondatori del partito democratico, gli aderenti, i simpatizzanti non sono considerati maturi a scegliere tra voi due. Un insulto.
Cito ancora Veltroni: "In queste settimane, stiamo sperimentando la più vasta e capillare tornata di elezioni primarie per la selezione di candidati sindaci e presidenti di provincia che si sia mai vista nella storia d'Italia"
Ma perché non possiamo provare anche qui a Spoleto? Che succederà mai?
Vi rivolgo pertanto l'invito: scendete in campo, sciogliete ogni dubbio e dite che essendo del partito democratico considerate le primarie uno strumento prezioso, irrinunciabile per avere un consenso condiviso alla vostra candidatura di sindaco. Dite che le volete e che siete pronti ad affrontarle e a rispondere alle domande della gente.
E soprattutto dite quali sono le vostre idee per Spoleto.
Solo in questo modo libererete molte energie e il partito potrà occuparsi di altre cose.
Un caro saluto Bruno Toniolatti
Ps Sarebbe una vera testimonianza di rinnovamento e vitalità del partito la presenza di altri candidati. Se ci sono, che dichiarino subito la loro volontà a partecipare. Io ho fatto le primarie con la lista Bindi: è stata una esperienza esaltante, che consiglio vivamente a chi vuole fare politica in modo nuovo.http://www.spoletonline.com/index.php?page=articolo&id=124625
Di nuovo Israele riesce a mettersi dalla parte del torto anche quando ha ragione, e perfino il mondo arabo circostante si scrollerebbe volenteri di dosso la minaccia costituita da Hamas. La politica israeliana, in vista delle elezioni del 10 febbraio, s’è lasciata trascinare nella coazione a ripetere cui pure l’ultimo Sharon aveva tentato disperatamente di sfuggire. L’illusione è che la distruzione della forza militare visibile di Hamas regali tranquillità alle città meridionali dello Stato ebraico e rafforzi la componente moderata del movimento palestinese. Un secolo di guerra ci dice in anticipo che sarà vero il contrario: Israele rivivrà l’incubo del terrorismo e la leadership di Abu Mazen vacillerà anche in Cisgiordania, dopo l’umiliazione subita a Gaza.
Illusoria è anche l’unità che per qualche giorno Israele pare ritrovare nell’autodifesa, dopo che Hamas l’ha provocato con la rottura della tregua e con i lanci missilistici. Già scritto è il copione dell’imbarazzo e del dissenso interno, col dubbio angoscioso che il disonore sia l’anticamera della perdizione.
Quel sangue versato non servirà a nulla. Ora accendiamo per l’ottava e ultima sera i lumi di una Channukkà senza festa, perchè il miracolo della saggezza pare al di sopra delle nostre possibilità. Temo lo sappia anche il capo provvisorio del governo di Gerusalemme, Ehud Olmert. Per come l’ho conosciuto, proteso fino all’ultimo in cerca di un accordo con la Siria che gli integralisti di Hamas hanno sapientemente boicottato, è un uomo che non crede in quel che fa. Ne perlerò più a fondo nei prossimi giorni, temo bui.
P.S. Temendo le sciocche insinuazioni sull’ebreo codardo che non osa confrontarsi con gli eventi di Gaza, ieri avevo lasciato scritto che a causa dei miei spostamenti solo questo pomeriggio avrei potuto pubblicare un commento. Non è bastato a evitare che i cattivi sentimenti si manifestassero. Mi dispiace per chi li prova.http://www.gadlerner.it/2008/12/28/quel-sangue-versato-non-servira-a-nulla.html
Credito, energia, cambiamenti climatici. Le crisi sono collegate e si alimentano reciprocamente. Per questo sono così difficili da battere. La soluzione è trasformarle in opportunità commerciali. Ammesso che ce ne sia il tempo
Stiamo vivendo un periodo storico di enorme precarietà. Incombe infatti su di noi la prospettiva concreta di un tracollo economico globale, della portata di quello verificatosi durante la Grande Depressione negli anni Trenta. La crisi creditizia globale è aggravata dalla crisi energetica globale e dalla crisi del cambiamento del clima globale, e tutte insieme contribuiscono a creare un possibile cataclisma per la civiltà umana, diverso da qualsiasi altra cosa alla quale si sia assistito finora.
Le tre crisi globali sono collegate tra loro e si alimentano reciprocamente. Affrontare questa triplice minaccia che incombe sul nostro stile di vita obbliga a dare il via a una nuova programmazione economica che riesca a trasformare in modo efficiente le avversità contingenti in altrettante opportunità.
L'attuale crisi creditizia, che sta dilagando in Europa e nel mondo intero, è iniziata nei primi anni Novanta. Da circa un decennio gli stipendi negli Stati Uniti erano fermi e in flessione. L'America è uscita dalla recessione degli anni 1989-1991, determinata almeno in parte da una contrazione del mercato immobiliare, estendendo a milioni di americani il credito al consumo. Il diffondersi di carte di credito facilmente ottenibili ha consentito ai consumatori statunitensi di acquistare beni e servizi ben al di là delle proprie effettive possibilità.
La 'cultura della carta di credito' ha incrementato il potere di acquisto e ha rimesso all'opera e al lavoro le aziende e i lavoratori americani per produrre tutti quei beni e quei servizi che erano acquistabili ricorrendo al credito. Negli ultimi 17 anni, i consumatori americani hanno sostenuto l'economia globale, in buona parte grazie agli acquisti effettuati con le carte di credito. Lo scotto pagato per mantenere l'economia globale sulle spalle di un debito al consumo sempre più alto negli Stati Uniti, tuttavia, ha comportato il dissolvimento dei risparmi delle famiglie americane. Nel 1991 i risparmi per nucleo familiare erano mediamente intorno all'8 per cento, mentre nel 2006 sono smaccatamente passati nella categoria dei passivi. Oggi una famiglia americana media spende più di ciò che guadagna: tale situazione si definisce 'reddito passivo', un ossimoro che ben rappresenta un approccio errato allo sviluppo economico.
A peggiorare le cose, la crisi creditizia globale ha subito un'ulteriore escalation negli ultimi due anni per l'impennata del prezzo del petrolio, che nel luglio 2008 ha raggiunto sui mercati mondiali la cifra di 147 dollari al barile. Questa impennata del greggio ha inferto un duro colpo all'inflazione, ha ridotto significativamente il potere di acquisto dei consumatori, ha rallentato la produzione e aumentato la disoccupazione, creando ancor più scompiglio e preoccupazione in un'economia già assillata dai debiti.
Ormai siamo di fronte a un nuovo fenomeno, detto 'Peak Globalization' (picco della globalizzazione), che si è verificato quando il petrolio ha toccato i 150 dollari al barile. Oltre questo livello, l'inflazione crea come un muro di sbarramento nei confronti di una crescita economica continuata, spingendo l'economia globale inesorabilmente indietro, verso la crescita zero. È solo con la contrazione dell'economia globale che il prezzo dell'energia ha ripreso a scendere in virtù della minore energia utilizzata.
L'importanza della 'Peak Globalization' non è sopravvalutata. La premessa essenziale della globalizzazione era che l'abbondanza di petrolio a basso prezzo avrebbe consentito alle grandi aziende di spostare i capitali in direzione dei mercati del lavoro a bassa retribuzione salariale, dove i prodotti alimentari e i manufatti possono essere realizzati con minima spesa e con ingenti margini di guadagno, per poi essere spediti in tutto il mondo. Questa premessa di base è sfumata, con conseguenze preoccupanti per il processo di globalizzazione.
Per comprendere come sia stato possibile arrivare a questo punto, occorre ritornare indietro nel tempo, per la precisione al 1979, l'anno in cui - secondo uno studio effettuato dalla BP, la compagnia petrolifera britannica - il petrolio globale pro capite toccò il suo picco massimo. Per l'opinione pubblica è decisamente più famigliare l'espressione 'picco della produzione globale di petrolio', che si riferisce al periodo temporale nel quale si esaurisce la metà del petrolio disponibile al mondo. Secondo i geologi il picco della produzione globale di petrolio molto verosimilmente dovrebbe aver luogo in un momento imprecisato compreso tra il 2010 e il 2035. Il picco della produzione petrolifera pro capite, invece, è il motivo per il quale il picco della globalizzazione si è verificato ben prima di quello della produzione petrolifera.
Dopo il 1979, la quantità di petrolio a disposizione di ogni essere umano ha iniziato a diminuire. Anche se da allora si sono scoperti altri giacimenti di greggio, il fatto che la popolazione terrestre aumenti di continuo significa che, se il petrolio fosse distribuito in modo uniforme a tutti gli esseri umani, ogni individuo si ritroverebbe meno petrolio a disposizione. Quando Cina e India negli anni Novanta hanno dato inizio al loro impressionante sviluppo, la loro richiesta di petrolio è schizzata alle stelle. La domanda ha cominciato a superare l'offerta e il prezzo del petrolio ha iniziato inesorabilmente a salire.
La conclusione di questo processo è che con meno petrolio pro capite teoricamente disponibile, tutti i tentativi di portare un terzo dell'intero genere umano - a tanto ammonta complessivamente la popolazione di Cina e India - nella Seconda Rivoluzione Industriale su base petrolifera, si scontrano con una limitata disponibilità di petrolio. In altre parole, le pressioni e le richieste da parte di una popolazione terrestre in continuo aumento di disporre di riserve petrolifere limitate inevitabilmente ne fa lievitare il prezzo, e quando il petrolio tocca i 150 dollari al barile, l'inflazione diventa talmente pesante da fungere da fattore frenante nei confronti di un'ulteriore crescita economica e l'economia globale si contrae.
Il prezzo in forte aumento dell'energia è incluso in ogni prodotto che realizziamo. I nostri alimenti sono ottenuti con fertilizzanti, petrolchimici e pesticidi; le nostre materie plastiche e i materiali da costruzione; la maggior parte dei prodotti farmaceutici e gli stessi abiti che indossiamo sono realizzati anch'essi a partire da combustibili fossili, come pure i nostri mezzi di trasporto e l'elettricità. Il costo più alto dell'energia ha un impatto incisivo su ogni aspetto della produzione, e al tempo stesso rende sempre più proibitivo il trasporto a lunga distanza via aerea e via mare con le navi cisterna. Quale che fosse il guadagno marginale precedentemente fruito da chi con la delocalizzazione spostava la produzione verso mercati del lavoro a bassa retribuzione salariale, è adesso azzerato dai costi energetici sempre più alti nell'intera catena di produzione. Questo segna l'effettiva fine della Seconda Rivoluzione Industriale, che ha luogo ancor prima che sia stato raggiunto il picco della produzione globale di petrolio.
Al contempo, gli effetti del cambiamento climatico 'in tempo reale' stanno aggravando ancor più la situazione economica di varie zone del pianeta. L'ammontare dei danni arrecati all'economia statunitense dai soli uragani Katrina, Rita, Ike e Gustav si stima in eccesso nell'ordine dei 240 miliardi di dollari. Alluvioni, siccità, incendi, tornados e altri cataclismi climatici estremi hanno decimato gli ecosistemi in tutto il mondo, non paralizzando soltanto la produzione agricola, ma anche le infrastrutture, rallentando l'economia globale e obbligando milioni di sfollati ad abbandonare le loro case.
Il governo statunitense ha varato un piano di salvataggio pari a quasi un trilione di dollari per salvare l'economia degli Stati Uniti, ma ciò non sarà sufficiente, in sé e per sé, ad arginare la recessione e farci invertire direzione per entrare in un nuovo periodo di crescita economica sostenibile, e questo perché il debito complessivo dell'economia statunitense è nell'ordine ormai di svariati trilioni di dollari. Nel frattempo, gli stipendi americani hanno continuato a rimanere immutati e la disoccupazione è in incremento. La supposizione che l'attuale recessione sia a breve termine e puramente ciclica è nel migliore dei casi ingenua e nel peggiore dei casi ingannevole. Le riserve energetiche globali, come pure quelle di gas naturale e di uranio, vanno economizzate, se dobbiamo soddisfare le aspettative di crescita del mondo sviluppato e di quello in via di sviluppo, mentre carbone, sabbie bituminose e greggio pesante sono troppo sporchi e inquinanti per poter essere utilizzati. Il cambiamento climatico in atto in tempo reale sta procedendo a un ritmo molto più sostenuto rispetto alle proiezioni e ai modelli scientifici elaborati e resi noti in precedenza, e già destabilizza interi ecosistemi e crea scompiglio nelle attività economiche della società. Che fare, dunque?
Il nostro pianeta necessita di una visione economica adeguata, valida, nuova, che sposti la discussione e l'agenda relativa alla crisi creditizia globale, al picco petrolifero, e al cambiamento climatico dalla paura alla speranza, dai vincoli economici alle opportunità commerciali. Questa nuova concezione sta manifestandosi proprio in questo periodo, nel momento in cui le industrie si precipitano a introdurre le energie rinnovabili, gli edifici sostenibili, la tecnologia di immagazzinamento dell'idrogeno, reti intelligenti di servizio pubblico, veicoli elettrici ricaricabili, preparando il terreno per una Terza Rivoluzione Industriale post-carbone.
La domanda più importante che dobbiamo porci, a questo punto, è la seguente: riusciremo a effettuare la transizione in tempo utile e a evitare di precipitare nell'abisso?
Turchia, esercito: Oltre mille combattenti del Pkk “neutralizzati” in due anni
Osservatorio Iraq,
Sarebbero in totale 1.049 i membri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) “neutralizzati” in meno di due anni dall’esercito di Ankara.
A sostenerlo, oggi, sono stati gli stessi militari turchi, precisando che sarebbero 670 i combattenti del Pkk uccisi, 214 quelli catturati e 165 quelli arresi, di cui 120 hanno goduto dei benefici previsti dalla legge sul “pentimento effettivo”.
Secondo le cifre ufficiali - pubblicate sul sito web dello Stato maggiore turcoe riprese oggi dalla stampa – l’offensiva anti-Pkk, che nell’ultimo biennio ha coinvolto il sudest della Turchia e il nord dell’Iraq, ha raggiunto il suo culmine nel febbraio 2007, quando l’esercito avrebbe “neutralizzato” 266 combattenti kurdi.
Il Pkk è considerato organizzazione terroristica dalla Turchia, così come dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Gli scontri con l’esercito di Ankara, iniziati nel 1984, hanno causato circa 40mila vittime.
Gli attacchi aerei israeliani su Gaza "hanno tutte le caratteristiche dei crimini di guerra". Lo ha affermato il premio Nobel per la pace, mons. Desmond Tutu. "Nel contesto di una supremazia aerea totale, nella quale una parte del conflitto dispiega forze aeree letali contro avversari che non possono difendersi, i bombardamenti assumono tutte le caratteristiche dei crimini di guerra" - ha dichiarato l'arcivescovo anglicano secondo il quale l'offensiva militare "non contribuisce alla sicurezza d'Israele". Mons. Tutu ha infine evidenziato le responsabilità della comunità internazionale e in particolar modo dei leader mondiali che "negli ultimi 60 anni hanno constantemente mancato nei confronti delle popolazioni della Palestina e di Israele".
Amnesty International denuncia l'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza che ha già causato oltre 280 morti tra la popolazione palestinese in uno degli attacchi più sanguinosi nei quarant'anni dell'occupazione israeliana West Bank e della Striscia di Gaza. "L'uso disproporzionato della forza da parte di Israele è illegittimo e rischia di innescare ulterioriore violenza nell'intera regione" - riporta il comunicato di Amnesty. "Centinaia di civili disarmati e di personale della polizia che non partecipavano alle ostilità sono tra le vittime del bombardamento israeliano" - aggiunge l'associazione. Amnesty afferma inoltre che "i lanci di razzi sul sud di Israele da parte di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi - che condividono la responsabilità dell'escalation delle violenze - sono illegali e non possono essere giustificati". L'associazione chiede pertanto a tutte le parti in causa di porre fine agli attacchi e alla comunità internazionale di intervenire a proteggere i civili.
Sono state numerose ieri le manifestazioni di condanna e proteste di fronte alle ambasciate israeliane per gli attacchi e di solidarietà per le vittime e per la martoriata popolazione di Gaza non solo nel mondo arabo, in Egitto, Libano, Giordania, Siria e nello Yemen, ma anche in diverse capitali europee tra cui Stoccolma, Copenaghen, Londra, Madrid, Istanbul, Roma e Milano: nel capoluogo lombardo - riporta l'agenzia Misna - i manifestanti hanno organizzato un corteo che è partito da piazza San Babila, dove sono stati legati striscioni anti-israeliani, e ha raggiunto piazza Duomo, pregando poi per le vittime di Gaza e per la pace in ginocchio.
L'agenzia di stampa del mondo missionario evidenzia il commento del gruppo di pressione israeliano per la pace "Gush Shalom" (Blocco per la Pace) fondato dall’ex-parlamentare israeliano Uri Avnery. In una nota diffusa via mail l'associazione pacifista afferma che "La guerra a Gaza, lo spargimento di sangue, le uccisioni, la distruzione e la sofferenza su entrambi i lati del confine sono la perversa follia di un governo in fallimento. Un governo che si è lasciato trascinare da militari avventurieri e da una rozza demagogia nazionalista in una guerra distruttiva e inutile che non darà soluzione ad alcun problema, né per le comunità del sud di Israele sotto una pioggia di missili né per le terribili povertà e sofferenze di Gaza assediata. Il giorno dopo la guerra, rimarranno gli stessi problemi - con l'aggiunta di molte famiglie in lutto, persone ferite e invalide per tutta la vita e di mucchi di macerie e distruzione".
"L'escalation verso la guerra poteva e doveva essere evitata" - prosegue la nota di Gush Shalom. "A rompere la tregua è stata Israele con l’incursione compiuta in un tunnel nella notte delle elezioni americane due mesi fa. Da allora è stato l'esercito ad accumulare fiamme di escalation con incursioni e uccisioni mirate, ogni volta che il lancio di missili su Israele diminuiva. Il ciclo del massacro potrebbe e dovrebbe essere rotto. Il cessate- il -fuoco può essere ristabilito immediatamente e su basi più solide. È diritto di Israele chiedere la fine totale del lancio di razzi sul suo territorio e i suoi cittadini, ma deve por fine a tutti i suoi attacchi e alla morte per fame del milione e mezzo di abitanti di Gaza, smettendo anche di interferire con il diritto dei palestinesi di scegliersi i loro capi. La dichiarazione di Ehud Barak secondo cui avrebbe sospeso la campagna elettorale per concentrarsi sull'offensiva di Gaza è una barzelletta. La guerra a Gaza è di per sé la campagna elettorale di Barak, un tentativo cinico di comprare i voti con il sangue e le sofferenze di Netivot e Sderot, Gaza e Beit Hanun".
Ottanta tra aerei ed elicotteri sganciano bombe sulla Striscia. Anche donne e bambini tra le vittime. Colpite molte basi militari e della polizia. Centinaia anche i feriti, ospedali al collasso
"Piombo fuso" è scattata quando il sole ha sostituito le nubi cariche di pioggia sopra la Striscia di Gaza. Nel giro di una decina di minuti, ottanta tra cacciabombardieri ed elicotteri da combattimento hanno colpito con bombe e razzi almeno quaranta "obiettivi militari". Una tempesta di fuoco inaspettata e per questo micidiale: venerdì Israele aveva aperto tre valichi per far passare aiuti umanitari per la popolazione palestinese allo stremo e i portavoce governativi facevano capire che attacco ci sarebbe stato ma non subito e probabilmente limitato. L'assalto ha sorpreso civili e militari di Hamas (le forze armate israeliane hanno avuto una dispensa dai rabbini per poter attaccare di sabato) come attesta il bilancio, ancora provvisorio, dei bombardamenti definiti «chirurgici» dal portavoce del premier Olmert. Almeno 210 morti, secondo le autorità sanitarie palestinesi. In maggioranza uomini in divisa, ma anche donne e bambini. Più di settecento i feriti. E il bilancio continua a salire dopo gli attacchi aerei ripresi al tramonto.
E' stata la giornata più sanguinosa dalla guerra del giugno 1967, a giudizio di operatori sanitari occidentali nella Striscia dove gli ospedali hanno faticato ad accogliere i feriti anche per la carenza di medicinali. Le telecamere palestinesi e quelle della tivù satellitare araba Al Jezeera hanno registrato scene di morte e disperazione. La gente della Striscia ricorda azioni simili da parte israeliana, ma mai di queste proporzioni. Bombe e missili hanno preso di mira soprattutto le istallazioni militari o di polizia. Ma Gaza è piccola. Ed è uno dei territori più densamente abitati del mondo. Olmert, davanti alle telecamere seduto in mezzo a Livni e Barak, ha insistito sulla capacità dell'aviazione israeliana di centrare soltanto gli obiettivi militari. In parte aveva ragione. Le immagini dei corpi dilaniati di decine di reclute della polizia di Hamas uccise nella caserma principale di Gaza mentre festeggiavano la fine del corso d'addestramento sono state viste in mezzo mondo. Così come le scene di panico di madri e padri con i loro bambini in braccio che scappavano mentre bombe e missili e frammenti di edifici distrutti cadevano nelle strade affollate. E le immagini di numerosi civili morti coperti di teli improvvisati e ammassati nei cortili degli ospedali.
«C'è sangue ovunque, ci sono feriti e martiri in ogni casa e in ogni strada. Gaza oggi è segnata dal sangue. Ci potranno essere altri martiri e ci potranno essere altri feriti ma Gaza non sarà mai annientata e non si arrenderà mai»: sono parole d'Ismail Haniyeh, il "premier" del governo Hamas che ha sollecitato l'intervento della comunità internazionale per mettere fine «al massacro» e «all'occupazione».
Per ora, il suo appello non viene accolto. Al contrario. «E' giunta l'ora di combattere» ha spiegato il ministro della difesa Ehud Barak che ha annunciato di sospendere la propria campagna elettorale anche se, per molti, l'attacco contro Hamas fa parte dello sforzo suo e di Tzipi Livni di frenare l'ascesa della stella del leader dell'opposizione Netanyahu. «Da mesi le forze armate avevano avuto l'ordine di prepararsi all'operazione. Non voglio illudere nessuno. Non sarà una cosa facile e nemmeno breve». Successivamente Barak ha affermato che non può accettare le richieste (Onu, Ue) di una tregua immediata». L'obiettivo, ha detto, è un «cambiamento radicale della situazione». Una nuova tregua? O, piuttosto, la fine del "regno" di Hamas a Gaza? Se è questo l'obiettivo, dopo gli attacchi aerei, le forze armate israeliane, prima o poi, dovranno avanzare e riconquistare il territorio abbandonato tre anni fa da Ariel Sharon. Gli ospedali israeliani sono in stato d'allarme, le comunità del Negev sono semi-abbandonate.
Guantanamo : Obama vuole chiuderlo , si' da esperto ONU di Gabriella Mira Marq
A seguito dell'annuncio del Presidente eletto Barack Obama di chiudere il centro di detenzione di Guantanamo e di rafforzare la lotta contro la tortura, quattro esperti dell'ONU hanno espresso soddisfazione e l'auspicio che l'operazione si realizzi presto. Dopo la sua elezione, infatti, Obama aveva detto che entrambi questi scopi fanno parte dei suoi sforzi "per riguadagnare la statura morale dell'America nel mondo".
Gli esperti intevenuti sull'intenzione espressa da Obama sono i Relatori speciali (studiosi indipendenti che operano gratuitamente) sull'indipendenza dei giudici e degli avvicati, Leandro Despouy, sulla tortura e gli altri trattamenti o pene crudeli, disumani e degradanti, Manfred Nowak, sulla promozione e protezione dei diritti umani nella lotta al terrorismo, Martin Scheinin, e sul diritto individuale al piu' alto standard di salute fisica e mantale, Anand Grover.
Gli esperti affermano che "Il regime applicato a Guantanamo Bay non ha permesso ai colpevoli di essere condannati ne' ha garantito che gli innocenti fossero liberati" ed ha invece aperto la porta a gravi violazioni dei diritti umani. Oltre ad essere illegale, la detenzione e' inefficace in termini di procedura penale, hanno notato gli esperti. Simili gravi abusi si verificano anche nei luoghi di detenzione segreti, notano gli esperti, che esortano a chiudere tutti i luoghi di detenzione segreta e a dare un giusto processo alle persone ivi detenute.
Gli esperti sottolineano inoltre che "andare avanti con la chiusura di Guantanamo e' un simbolo forte che contribuira' a ripristinare l'immagine del Paese dopo i danni determinati da cio' che e' stato ampiamente percepito come un tentativo di legittimare la pratica della tortura in determinate circostanze". Allo stesso tempo, in tal modo, il governo degli Stati Uniti rispetterebbe pienamente i suoi impegni internazionali sui diritti umani, in particolare il principio "che vieta la rimozione di persone verso paesi in cui sarebbero a rischio di tortura".
I quattro relatori ONU hanno respinto con forza le proposte che i detenuti di Guantanamo possano - grazie ad una nuova normativa - essere sottoposti a detenzione amministrativa, in quanto cio' prolungherebbe solo la loro detenzione arbitraria. In questo contesto, gli esperti invitano i paesi terzi ad agevolare la chiusura attraverso la loro piena collaborazione nel reinsediamento di quei detenuti di Guantanamo che non possano essere rinviati nei loro Paesi di origine.
Gli esperti hanno espresso infine un forte sostegno all'impegno espresso dal Presidente eletto Obama che, oltre a ripristinare la statura morale degli Stati Uniti in tutto il mondo, "consentira' ad un oscuro capitolo nella storia del Paese di essere chiuso".
Ieri ho passato la mattinata leggendo “Gang Band” di Chuck Palahniuk (ottimo, tra l’altro). Poi, verso le cinque, sono sceso al cinema sotto casa per vedere Aldo Giovanni e Giacomo (scarso, non fanno più ridere). Sono tornato e alle otto ho acceso la tivù, c’era il Tg5 (solita palla, ma non c’era di meglio).
Mondadori, Medusa, Mediaset: praticamente, senza accorgermene, ho passato il Santo Stefano finanziando il premier.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Il ritorno ad un welfare "per categorie", il salto del triplo ostacolo per il limite reddituale, nessun rimedio alla "trappola della povertà", la festa del terzo compleanno del figlio rovinata... E infine: il Natale di Prodi era stato più ricco
Gaetano Proto
Un approccio neo-categoriale alla povertà
Il ministro Sacconi ha ravvisato nella social card, provvedimento di cui è contitolare insieme al ministro Tremonti, un approccio innovativo al tema della povertà assoluta. Più che di innovazione, in effetti, sembra trattarsi di una variante aggiornata del vecchio approccio categoriale all’italiana, che prevedeva sistemi di welfare differenti a seconda della categoria di appartenenza delle persone (soprattutto nel senso della qualifica professionale).
In questo caso, la segmentazione più rilevante è di natura socio-demografica: agli anziani, di cui si era parlato fin dall’inizio, sono state poi aggiunte in extremis le famiglie con figli molto piccoli (sotto i tre anni). Tutte le altre tipologie familiari sono escluse da questa misura, qualunque sia il loro grado di disagio economico: una scelta arbitrariamente riduttiva che potrebbe avere conseguenze a cascata, se in futuro la social card dovesse essere considerata una sorta di “patente di povertà” su cui fare convergere ulteriori misure più o meno “compassionevoli”, come il governo ha dichiarato di voler fare.
Criteri multipli di selezione reddituali
Le due categorie socio-economiche dei potenziali beneficiari della social card, peraltro, devono “saltare ostacoli” diversi per arrivare all’agognata carta. Contrariamente all’intuizione, quelli che ne devono saltare di più sono gli anziani: mentre per i bambini sotto i tre anni vale solo la soglia ISEE (che è, come è noto, un indicatore sintetico della situazione economica familiare), nel caso degli anziani vige un “triplo ostacolo” reddituale, con soglie distinte da non superare che riguardano l’importo della pensione, l’incapienza in sede Irpef, e infine l’ISEE (1).
La coerenza di queste soglie è piuttosto problematica, anche perché ciascuna di esse sembra disegnata più per escludere che per includere. Per cominciare, la no tax area per i pensionati corrisponde a un reddito a fini fiscali di 7.500 euro: tra i 65 e i 70 anni, i pensionati incapienti con pensione compresa tra i 6.000 euro e i 7.500 – che lo scorso Natale avevano potuto fruire del bonus di 150 euro per gli incapienti – non avranno diritto alla carta. Dai 70 anni in su, l’innalzamento a 8.000 euro del limite di importo della pensione consentirà a tutti i pensionati incapienti di saltare simultaneamente due dei tre ostacoli, ma una parte di essi soccomberà poi di fronte al terzo, dato che il limite di ISEE per questa fascia di età resta incongruamente fisso a 6.000 euro.
Un pensionato ultrasettantenne con 7.500 euro di pensione tassabile (2) potrà infatti riuscire nell’impresa se fa parte di un nucleo familiare privo di altri redditi rilevanti, dato che l’ISEE si calcola sul complesso dei redditi (e dei patrimoni) della famiglia diviso per un parametro legato al numero dei componenti. Se il nostro pensionato incapiente fa parte di una coppia, per esempio, per rientrare nella soglia ISEE di 6.000 “euro equivalenti” è necessario che gli altri redditi della coppia – ivi compresa la componente patrimoniale – siano inferiori ai 2.000 euro (infatti un ISEE di 6.000 euro equivale a 9.420 euro complessivi per un nucleo di due componenti, dato che il valore base della “scala di equivalenza” in questo caso è pari a 1,57). Come si vede, un limite piuttosto stringente, che il nostro potrebbe allentare solo se potesse fare valere un affitto da portare in detrazione (fino a 5.165 euro annui). Ma attenzione: per questo ci vuole un contratto di affitto regolarmente registrato, e come sappiamo da un recente Rapporto sullo stato di attuazione dell’ISEE (uno dei documenti meno letti del nostro paese) il 33% delle famiglie con una dichiarazione ISEE valida a fine 2004 non ha portato in detrazione alcuna spesa per l’affitto, pur non essendo proprietaria di casa…(3).
Le trappole della carta
Come sa chi si occupa di trasferimenti monetari, una delle distorsioni da evitare quando si disegna un nuovo strumento è la creazione di “trappole della povertà”. Questo fenomeno si verifica quando una crescita del reddito a cui è condizionato il beneficio comporta una perdita pari a un importo maggiore del beneficio stesso: per dire, guadagno 10 euro di più e ne perdo 100 di trasferimenti, così mi ritrovo più povero di 90 rispetto a prima. A questa trappola corrisponde una violazione dell’equità orizzontale: dati due soggetti, nell’esempio quello che parte con 10 euro di meno “sorpassa” grazie al trasferimento quello che ha soltanto 10 euro di più.
Di solito questi paradossi si evitano prevedendo delle regole di decrescenza dei benefici in prossimità della soglia, in modo che ai 10 euro in più di reddito iniziale corrisponda al massimo una riduzione del trasferimento pari alla stessa cifra. Nel caso della carta, non è stato previsto alcun meccanismo del genere. Il richiedente che nei prossimi giorni, anche per un solo euro di troppo, supererà la/le soglie di reddito che si trova di fronte perderà in un sol colpo i 600 euro a cui sperava di avere diritto (i 120 del 2008 e i 480 del 2009). E’ una cifra decisamente rilevante se rapportata alla soglia prevalente di 6.000 euro: ben il 10%. Se è vero che, a livello psicologico, un guadagno atteso che non si realizza equivale a una perdita, quel pensionato si sentirà certamente parecchio più povero di prima.
Patti non sempre chiari
Se conquistare il beneficio è difficile, come si è visto, perderlo potrebbe essere più facile, soprattutto per le famiglie con figli molto piccoli. Non sono infatti del tutto esplicite le condizioni di decadenza dalla carta. Se per le famiglie con figli la presenza di un minore di tre anni è un requisito fondamentale all’atto della domanda, cosa succede quando il figlio compie tre anni? La carta non viene più ricaricata? Nella sua freddezza burocratica, la frase contenuta nel recente messaggio dell’INPS sulla carta acquisti sembra dire proprio questo: “I requisiti richiesti verranno poi verificati bimestralmente prima della concessione del nulla osta a Poste Italiane Spa per il successivo accredito” (4). Trattandosi di nuclei in condizione di povertà (se il loro ISEE si basa su dichiarazioni veritiere), sarebbe bene avvertirli fin da subito che il terzo compleanno del loro figlio più piccolo non sarà una data da festeggiare…
Due Natali a confronto
Per l’incapiente nostalgico che si ricorda ancora lo scorso Natale, quello che viene potrà dare origine a pensieri amari. Lo scorso Natale, grazie al “tesoretto”, agli incapienti spettarono 150 euro a testa, più altrettanti per ogni carico familiare (in realtà, per gli autonomi e per una parte dei dipendenti e dei pensionati l’erogazione non fu così tempestiva, in mancanza di un sostituto d’imposta ben organizzato). In totale, furono stanziati 1,9 miliardi.
Quest’anno, ai lavoratori incapienti come tali non spetta nulla, a meno che abbiano un figlio molto piccolo. Ai pensionati incapienti, come si è visto, non è detto che spetti: una parte di quelli che hanno avuto il bonus non riceveranno la social card, a causa della presenza di ben tre ostacoli da saltare. Anche per chi l’avrà, i soldi per Natale saranno di meno (per il momento 120 euro, i prossimi 80 arriveranno a fine febbraio). Per il 2008 sono stati stanziati 170 milioni, a fronte di un costo annuo a regime che nella stima più generosa sarebbe pari a 1,07 miliardi (di cui però solo 450 sarebbero a carico dello Stato).
A quanto pare, a Natale si stava meglio l’anno scorso, quando una politica fiscale severa e coerente forniva risorse da redistribuire con una certa larghezza, che non adesso, nel momento del bisogno, quando in teoria le politiche anticrisi dovrebbero essere più generose con le famiglie, ma in pratica hanno il fiato (e il braccino) corto…
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Note
1) Si definiscono incapienti i contribuenti che hanno un reddito complessivo a fini fiscali superiore a zero, ma un’imposta netta nulla. L’imposta netta è quanto resta dopo avere applicato le deduzioni al reddito complessivo e/o le detrazioni all’imposta lorda: se nel complesso le prime eccedono i secondi, l’imposta netta è uguale a zero, dato che il nostro ordinamento non prevede forme di “imposta negativa”, salvo casi particolari individuati dalla Finanziaria dell’anno scorso.
2) Esistono infatti trattamenti esenti dall’imposta (per esempio quelli destinati agli invalidi civili), che come tali non vengono considerati in sede di ISEE, la cui componente reddituale si basa sul reddito complessivo dichiarato a fini Irpef.
3) Cfr. Ministero della Solidarietà Sociale (2006), Rapporto ISEE 2006, pag. 40. In generale, la Finanziaria dell’anno scorso aveva previsto di “stringere i bulloni” dell’ISEE a 10 anni dalla sua introduzione, riducendo il peso dell’autocertificazione e attivando meccanismi di controllo semi-automatici, con un ruolo strategico affidato all’Agenzia delle Entrate. L’attuazione di queste misure, che avrebbero potuto essere utili anche ai fini della social card, sembra però in ritardo.
4) INPS, Messaggio N. 026673 del 28/11/2008.
(L’autore è dirigente dell’Istat - L'articolo riflette le sue opinioni e non impegna la responsabilità dell'Istituto)
Lo so che hanno un suono antiquato le parole pronunciate la notte di Natale dall’arcivescovo Dionigi Tettamanzi proprio lì nel quadrilatero della moda, della tv commerciale, della pubblicità, della finanza: “Santa sobrietà”. “Supplemento speciale di fraternità e solidarietà”. “Per una nuova primavera sociale”.
Luccica talmente il centro di Milano, là intorno al Duomo dai marmi appena rischiarati, che finisce per stridervi il codice di comportamento proposto dall’altare: impariamo a rinunciare; rinviate le spese non urgenti; sentite come vostro il problema di chi, insieme al posto, rischia di perdere la dignità.
Ma soprattutto colpisce l’idea operativa del cardinale, in una metropoli assuefatta alle disuguaglianze che da anni ormai ha smesso di riflettere sulle politiche sociali, tutta proiettata com’è nel miraggio della cementificazione e dell’Expo 2015: diamo vita a un Fondo famiglia-lavoro –dice il pastore della Chiesa ambrosiana- e tanto per essere pratici vi devolve il primo milione di euro. Dunque le parrocchie, coordinate dalla Caritas e dalle Acli, s’incaricheranno di distribuire tra chi soffre di più i morsi della crisi “assegni a parziale integrazione del mancato reddito da lavoro”.
Abbiamo il diritto di scandalizzarci per questo ritorno dell’assistenza religiosa “fai da te”? Non mi pare il caso, dopo che il governo come prima iniziativa anti-recessione ha partorito la tessera di povertà; una social card, peraltro, difficile da ottenere (su una platea di un milione e trecentomila aventi diritto finora sono riusciti a utilizzarla solo in duecentomila) e che sta dando luogo a imbarazzanti rifiuti telematici nelle code dei supermercati. L’arcidiocesi milanese, se non altro, garantisce che gli assegni saranno distribuiti con la massima discrezione.
Certo,viviamo un altro passo indietro rispetto al principio normativo dell’assistenza pubblica garantita come tutt’uno insieme alla cittadinanza. Lo stesso cattolicesimo sociale contempla ormai la virtù della carità come inscindibile da una responsabilità politica più generale. Il volontariato religioso non vuole fornire alibi alle istituzioni, cui spetta l’obbligo di garantire un minimo di giustizia redistributiva.
Ma è talmente raro a Milano udire una denuncia delle ingiustizie sociali, anche da parte di un’opposizione sempre timorosa di perdere contatto con la città affluente. E siccome è ancora più raro che alla denuncia segua una proposta concreta, la sua matrice religiosa non rappresenterà certo un ostacolo. Anzi, sarà interessante misurare il confronto delle donazioni tra Stato e Chiesa. Va ricordato infatti che la social card governativa è stata finanziata per più di metà grazie a 250 milioni di euro “spontaneamente” devoluti dai profitti di Eni e Enel. C’è da sperare dunque che a Milano il Fondo famiglia-lavoro registri un’adesione consistente di aziende e fondazioni bancarie, oltre che di privati cittadini. Lo strumento dei Fondi di sottoscrizione, non necessariamente limitati all’ambito cattolico, eserciterebbe in giro per l’Italia della crisi un ruolo di supplenza, visto il nostro imbarazzante ritrovarci fanalino di coda europeo negli ammortizzatori sociali.
Questa è la piaga che il governo minimizza, ma che pure i sindacati esitano ad affrontare perché ne sono corresponsabili: solo un disoccupato su cinque, nel nostro paese, usufruisce di un sostegno pubblico. La platea cui si rivolge l’iniziativa del cardinale Tettamanzi è dunque vastissima e priva di rappresentanza: si va dai contratti precari in scadenza, agli eterni apprendisti; dai falsi lavoratori autonomi, agli immigrati di cui viene rimesso in discussione, col lavoro, anche il permesso di soggiorno; dai cassintegrati con famiglia numerosa, a chi non è più in condizione di pagare il mutuo casa.
Se anche i sindacati proveranno disagio per la natura privatistica di questo appello alla raccolta di denaro, lanciato solennemente da un altare, temo abbiano poco titolo per criticarlo: solo pochi mesi fa –a crisi già scoppiata- firmavano un contratto Alitalia che grida vendetta dal punto di vista della solidarietà fra lavoratori. Basti pensare all’arbitrio con cui il personale a tempo indeterminato in esubero ha ottenuto tutele negate a chi svolgeva le stesse funzioni, ma da precario. Senza contare la sproporzionata quota di soldi pubblici investiti –chissà perché- in quel solo settore di lavoro subordinato.
Oggi che la Cgil sembra condividere la linea dei “contratti di solidarietà” ipotizzata dal ministro Sacconi, bisognerà ricordare come il “modello-Merkel” contempli prima di tutto un sussidio non irrisorio per i disoccupati tedeschi. Il pericolo in Italia è che si riproponga un accordo neo-corporativo a tutela dei dipendenti sindacalizzati delle grandi imprese, rinviando di nuovo un’equa ripartizione degli ammortizzatori sociali.
Il cardinale Tettamanzi probabilmente non ha fatto di questi calcoli, ma il suo Fondo famiglia-lavoro si presenta come obiezione efficace a chi elude questa necessità: bisogna trovare al più presto risorse da distribuire tra i non garantiti, dentro a un mondo del lavoro contrassegnato da divisioni senza precedenti che rischiano di oscurare qualsiasi nozione di solidarietà.
Pochi giorni prima del Natale, visitando la Casa della Carità, il sindaco Letizia Moratti se l’era cavata raccomandando ai milanesi di versare al centro d’accoglienza di don Virginio Colmegna il loro 5 per mille. La politica è concentrata sul business, come al solito, nella speranza già rivelatasi illusoria che la Milano dei danée possa sfuggire all’abbraccio disperato della Milano dei poveri.
Tettamanzi, invece, da arcivescovo ci mette di fronte a una visione pratica della religiosità. Dice ai testimoni del Vangelo che bisogna agire nei prossimi mesi in difesa di chi perderà il lavoro, perché immagina una religione viva dentro il tessuto sociale e le sue sofferenze. E’ la stessa motivazione –la religione viva- con cui auspica moschee dignitose e adeguate per i concittadini milanesi di fede islamica, a costo di subire l’attacco di chi usa il cristianesimo come un’armatura. Vedremo se tacceranno di “catto-comunismo” anche la sua richiesta di cambiare stile di vita e di mettere mano al portafogli.http://www.gadlerner.it/2008/12/27/il-cardinale-e-i-soldi-ai-senza-lavoro.html
di Valerio Evangelisti
(da "2009, un anno in rosso", suppl. a il manifesto, dicembre 2008)
L’anno 2009 fu decisivo per l’Italia. Un ministro fantasioso, Giulio Tremonti, escogitò il modo per sottrarre l’economia italiana alla crisi che attanagliava il mondo. Una soluzione semplice e originale: fare del paese, per sua natura incline all’esibizione e alla vena farsesca, uno spettacolo. Un reality show. Grazie ai satelliti, gli spettatori del mondo intero avrebbero potuto osservare ciò che accadeva nella penisola, zoomando a piacimento da un quadretto familiare all’arena politica. Il prezzo dell’abbonamento avrebbe rimpinguato le casse esauste del Tesoro.
Fu un successo immediato. Da tutto il mondo, tramite appositi decoder distribuiti da Mediaset su scala internazionale, ci si collegò alla Rete per seguire ciò che avveniva in Italia.
Col telecomando apposite freccine, alla maniera di Google Maps, permisero di ingrandire un quartiere, un isolato, una via. Si vedeva quel che faceva una singola famiglia: i Zanella di Treviso, mezzo morti di fame dopo la chiusura della fabbrichetta a cui si erano consacrati per generazioni; i Pasquali di Napoli, che riscuotevano il contributo dei negozianti a favore della Camorra; i Callegari di Bologna, ridotti sul lastrico dopo che un’ordinanza del sindaco aveva imposto di chiudere il loro pub, in via del Pratello, alle 22. E così via, fino alla brillante ascesa di un tipo grasso e inanellato che, proprietario di un locale alla moda, padrone di scuderie di auto da corsa, partner di varie fotomodelle, aspirava a sottrarre a Silvio Berlusconi, suo vecchio compare, la direzione del partito quasi unico: il Popolo Democratico delle Libertà.
Calcolo errato. Quando, al primo televoto, il canuto ciccione e Berlusconi si trovarono a confronto, il primo fu espulso senza pietà. Non fu questione di telegenia. Il premier appariva decisamente orribile. Capelli dipinti sulla testa pelata, occhi ridotti a fessura dai ripetuti interventi antirughe (a stento riusciva a tenerli aperti), movenze alla Frankenstein. Il rivale poteva vantare riccioli a cavatappi mossi dal vento dei suoi yacht, e pelle ancora fresca.
Non ci fu verso. Il mondo amava Berlusconi, fonte di irrefrenabili risate. L’Italia adorava Silvio, sua proiezione internazionale. Si sostava col telecomando sui Zanella, sui Pasquali, sui Callegari e su tanti altri sfigati della stessa risma, ma inevitabilmente si tornava sul premier, per coglierne le goffaggini. E non si era mai delusi. Fece il giro del mondo, nel marzo 2009, la scorreggia fragorosissima che Berlusconi mollò durante il suo intervento al secondo, inutile G20, tenuto a Roma. Per non parlare di quando, nel corso dello stesso vertice, si cimentò con Sarkozy nello “schiaffo del soldato”, ai danni del presidente della Commissione europea Barroso. L’immagine dei due pierini con l’indice alzato e lo sguardo vacuo fece ridere fino alle lacrime le platee di ogni continente. Non sapevano che Sarkozy e Berlusconi, in apparenza tanto simili, si odiavano tra loro. Questione di dimensioni. Berlusconi era un poco più alto (di statura), Sarkozy era un poco più grande (quanto a credibilità). Di notte si rubavano a vicenda le scarpe dai tacchi altissimi, ma a quell’ora, dato il buio, le telecamere satellitari, pur attrezzate a oltrepassare le pareti, potevano cogliere solo ombre fugaci, in corsa nei corridoi dell’Hilton.
Il fulcro dello spettacolo erano le eliminazioni, decise dal pubblico e dai concorrenti. Berlusconi fece eliminare subito alcune centinaia di magistrati, l’intera Corte Costituzionale, la redazione de il manifesto (salvò invece, chissà perché, Liberazione) e vari presentatori televisivi. La platea mondiale, dopo essersi divertita per la fame che attanagliava le famiglie Esposito di Sorrento (sei figli, tutti precari), Brunelli di Roma (coppia di licenziati, in età troppo avanzata per trovare un altro lavoro), De Michelis di Venezia (marito e moglie giovanissimi con contratto di formazione), Ronchi di Firenze (altri due giovani impiegati in un call center), nonché insegnanti vittime della riforma della scuola, operai sbattuti in strada per la “ristrutturazione” della loro azienda, colletti bianchi congedati per lo stesso motivo, ecc., prese a eliminarli in blocco, a colpi di televoto. La massa, annoiata, voleva le star, quelli che mangiavano bene, i palestrati, i belli, i reduci da infiniti interventi di chirurgia plastica, i sessualmente attivi o attivissimi.
Naturalmente, il meccanismo dell’eliminazione toccò tra i primi lo stesso presidente della Repubblica italiana. Conservato in un ampio frigorifero, ne usciva occasionalmente per dire frasi del tipo: “Superiamo le divisioni”, “Occorre una larga collaborazione tra maggioranza e opposizione”, “Vedete di andare d’accordo”, “Statemi tutti bene”, “Lasciatemi dormire”, “Viva l’Italia”. La noia era troppa, e il mondo lo soppresse con il televoto fin dai primi di giugno.
Ma che conseguenze avevano le eliminazioni? Ancora non si sa. Gli interessati sparivano dai teleschermi e, apparentemente, anche dalle zone in cui abitavano. Non è che fossero uccisi, questo no (non se ne ha la certezza). Forse venivano trasferiti in altre isole o penisole, in zone paludose, in località sperdute. Vi fu chi individuò gruppi di italiani aggirarsi smarriti in regioni dell’Africa e del Medio Oriente squassate da incomprensibili guerre civili, oppure nel nord del Messico, tra colonne di clandestini che cercavano di passare la frontiera o nel fuoco incrociato di sparatorie fra narcotrafficanti. Erano gli “eliminati”? Nessuno saprebbe dirlo. Di sicuro la sorte di chi lasciava il gioco non era felice. Prova ne sia il ritrovamento, in giugno, del presidente della Repubblica congelato dentro un iceberg dell’Artide, molto meno confortevole della ghiacciaia abituale. Appena liberato dal gelido sacello esclamò: “E’ necessario che tutti collaborino a trovare un’intesa”. Poi si riaddormentò, si suppone per sempre. La sua mancanza passò inavvertita, come lo era stata la sua presenza.
In autunno il gioco raggiunse la sua punta massima d’ascolto. Rimanevano in lizza ovviamente Berlusconi – mossa vincente fu quando mise un “cuscino rumoroso” sotto il sedere del segretario dell’ONU – e pochi altri. Bernardo Provenzano, liberato dal carcere grazie all’amnistia per i colpevoli di reati economicamente produttivi (non esistevano dubbi sulla produttività della mafia e sul suo sostegno a un certo numero di famiglie). Valter Veltroni, che si era attirato le simpatie mondiali per la sua perfetta imitazione di un oppositore ragionevole, tanto che molti lo scambiavano per Berlusconi stesso. Simona Ventura, all’origine di tutto ciò. Sandro Bondi, candidato al Nobel per la poesia. La famiglia napoletana dei Pasquali, che intanto si era arricchita col pizzo, e rappresentava un esempio di successo economico in tempo di crisi. Elena Marcegaglia, entrata nel Guinness dei Primati per la quantità di incidenti sul lavoro nelle sue aziende. Sergio Cofferati, che, prima di lasciare l’incarico di sindaco di Bologna a un suo simile, aveva imposto il coprifuoco alle 21, tra gli applausi dei benpensanti. E poi Aida Yespica, Massimo D’Alema, Carmen Di Pietro, Antonio Di Pietro, Alda D’Eusanio e altre soubrettes.
Il voto finale fu nel dicembre 2009. Nella passerella conclusiva i candidati sgomitavano trepidanti. Unico impassibile, perché certo di vincere, era Silvio Berlusconi. Nessuna esuberanza, a parte il pizzicotto di rito alla Yespica e un breve concerto di triccheballacche, col socio musicale Apicella, che lo accompagnava con la fisarmonica. Nessuno aveva mai visto il cavaliere tanto composto e serio. Fungeva da notaio Giulio Tremonti, che si fregava le mani al pensiero delle entrate che la trasmissione stava fruttando.
Arrivarono i risultati del televoto. Tremonti, che li vide per primo, svenne e cadde dalla sedia. Toccò a Giovanni Floris (poteva mancare Giovanni Floris?) enunciarli, sorridendo a vuoto come sempre. Aveva vinto Bernardo Provenzano. Il vecchio mafioso, commosso, baciò il crocefisso che aveva al collo e, già che c’era, baciò anche Silvio Berlusconi, sulla bocca. Il cavaliere non gradì e si pulì le labbra in un fazzolettino ricamato. Era irritato, ormai sperava in un secondo posto.
Fu deluso. Seconda risultò Aida Yespica, vestita del bikini più striminzito che la storia ricordi. La donna, felicissima, inneggiò a Hugo Chávez, baciò a sua volta Provenzano e tentò di fare lo stesso con Berlusconi. Questi si sottrasse. Confidava nel terzo posto.
Fu deluso ancora. Vinse la famiglia Pasquali. Nata nella miseria, la riscossione del pizzo per conto della Camorra (lavoro durissimo e faticoso, per chi non lo conosce) l’aveva portata a un buon livello di benessere, familiare, sociale e politico. Nel comune, nella regione e in Parlamento aveva chi la rappresentava. Alvaro Pasquali era stato brevemente in prigione, però ne era uscito con la legge che premiava i detenuti che avessero agito con finalità imprenditoriali. Nel suo caso ciò era indiscutibile. Le sue discariche di rifiuti sospetti producevano reddito e impiego. I caseggiati da lui costruiti crollavano presto, e così procuravano lavoro ai muratori.
Berlusconi, a qual punto, abbandonò l’aplomb inconsueto cui si era costretto. Prese a raccontare freneticamente barzellette sugli ebrei, per cercare di indurre i televotanti a un ripensamento. Parlò a raffica di figa e di comunisti, i due temi in cui era più ferrato. Citò argomenti accattivanti come l’abolizione totale delle tasse e la clonazione di Padre Pio a partire dalle cellule della sua salma. Arrivò a promettere di abbattere il Colosseo per fare dell’area un quartiere residenziale, e di affossare Venezia per costruire, al suo posto, un lago artificiale destinato alla pesca di trote da allevamento.
Fu un grave errore. Quelle tematiche potevano sedurre gli italiani, non un pubblico mondiale. Inoltre la famiglia Pasquali poteva fare più o meno le stesse cose senza inutili lungaggini legislative. Berlusconi fu inesorabilmente eliminato. Era il 20 dicembre 2009. Il giorno dopo Liberazione titolava a tutta pagina: “La sinistra ha vinto! A Provenzano e ai Pasquali la Penisola dei Famosi!”. Una colonnina di Gino Sansonetti, a lato, celebrava il trionfo, e commentava sarcasticamente l’ultima frase pronunciata da Berlusconi prima di sparire. Si trattava di una proposta di accordo con l’opposizione per gestire la crisi. Veltroni era stato pronto ad accettarla.
La vera sorpresa fu però il 31 dicembre 2009, quando Berlusconi riapparve, tutto pimpante, con gli occhi ridotti a due punte di spillo che sprizzavano allegria. Attorno aveva la famiglia Pasquali al completo, entrata nel governo con l’ultimo rimpasto. Nel frattempo Veltroni scontava l’avere cercato di somigliargli troppo. Assieme a un piccolo drappello di eliminati, percorreva su un dromedario il Darfur, cercando di sfuggire alle pallottole. http://www.carmillaonline.com/archives/2008/12/002884.html
Tra un negozio di cianfrusaglie di Washington Street e una farmacia di Avenida Guerrero ci sono solo un ponte sul fiume, un cancelletto e un gettone da 60 centesimi. Ci sarebbero anche due Paesi con abissali differenze economiche, culturali e linguistiche, divisi da un confine di 3.200 chilometri che comincia, in sostanza, qui. In una città dal nome coloniale e un'altra chiamata come un eroe nazionale, le prime di una serie di sister cities, o pueblas hermanas, che andando verso ovest caratterizzano il confine texano tra Usa e Messico. Zone bilingui, o meglio: molto più ispaniche che anglofone. Con popolazioni in prima fila nella questione dell'immigrazione, ma che costituiscono anche un laboratorio per l'America del futuro. E che si oppongono alla costruzione del muro alla frontiera, un progetto già iniziato dall'amministrazione Bush e condiviso da molti americani.
Le voci dei leghisti d'America sono davvero echi lontani, se ti trovi a Brownsville. Vedi insegne bilingui, e passanti ispanici nelle vie con nomi - Adams, Monroe, Jefferson - che richiamano la storia statunitense. Parli con gente che non capisce perché gli americani vedano posti così come i ground zero dell'immigrazione. Soprattutto, ti aspetteresti il solito confine impersonale, in periferia. Invece sta lì, nel centro storico. Quelle persone con le borse piene sono messicani che stanno tornando a casa, cioè in patria, alla fine di una giornata qualunque di lavoro e di shopping. Attraversano a piedi il ponte sul Rio Grande, e in pochi minuti arrivano nel centro di Matamoros. Così, mentre pensi che sei negli Usa ma è come se vedessi già il Messico, capisci troppo tardi che la barriera che si para improvvisamente davanti alla tua auto non è fatta per pagare un pedaggio qualsiasi. "Deve tornare indietro? Non si preoccupi, succede ogni giorno. Metta la retro, la facciamo uscire da lì", invita gentile l'agente di frontiera, sotto un lampione dove ronzano nugoli di formiche volanti.
Basterebbero comunque già le libellule giganti e le palme per ricordarti che qui, in questo angolo di Stati Uniti vicino all'Oceano Atlantico, siamo quasi sul Tropico del Cancro. Città del Messico è distante quanto Dallas, Washington è a 2.400 chilometri. In campagna elettorale il tema dell'immigrazione è stato anch'esso lontano, assente dal confronto tra Barack Obama e John McCain. Il nuovo presidente, comunque, si troverà in eredità la prevista costruzione di una barriera lungo oltre mille chilometri, un terzo della frontiera. Il Secure Fence Act del 2006 disponeva il completamento del piano entro questo dicembre. All'epoca, in un anno di rielezione per il Congresso, la riforma del sistema dell'immigrazione sembrava la priorità assoluta.
Si voleva rendere la frontiera più sicura, e al contempo fornire ai 12 milioni di clandestini un percorso verso la cittadinanza. Sullo sfondo c'erano le paure di un'America che si vedeva invasa da orde di immigrati messicani, infiltrata da terroristi stranieri e meta finale della droga sudamericana. Ma anche cosciente di non poter vivere senza i latinos che costruiscono le sue case, cucinano i suoi pasti, puliscono i suoi appartamenti, svolgono i lavori più umili nelle sue fabbriche. Sabotata dai repubblicani più estremi, la riforma sull'immigrazione è poi saltata. Ma la costruzione della border fence è andata avanti. Anche se a rilento, per problemi economici e tecnici. E soprattutto, almeno nel Texas, per l'opposizione della popolazione al confine, con proprietari di terreni da espropriare e amministrazioni locali che hanno fatto causa allo Stato.
In inglese si dice "Good fences make good neighbours", ossia "una buona staccionata fa buono anche il vicino". Ma che tu sia a Brownsville, McAllen, Eagle Pass o tutte le altre città con una puebla hermana di fronte, l'opposizione al muro è la norma. Le due comunità hanno rapporti quotidiani, con dinamiche che si ripetono. I messicani entrano negli Usa per lavorare, studiare, comprare abbigliamento, scarpe e chincaglierie varie a buon prezzo, nelle schiere di negozi tutti uguali dalla parte Usa. Gli americani passano la frontiera per fare benzina, comprare medicine che costano quattro volte di meno, andare dal dentista per pagare anche meno; non a caso, le vie messicane alla frontiera sono una successione di farmacie e cliniche odontoiatriche. La maggioranza degli abitanti ha qualche parente nella città dall'altra parte. Un confine naturale c'è già: è il Rio Grande, che divide il Texas dal Messico. Ogni sister city ha almeno un ponte, per auto e pedoni, che la collega con l'altra sorella. Le varie amministrazioni locali hanno progetti di sviluppo comune. Qui il Nafta, l'accordo di libero commercio tra Usa, Messico e Canada, negli ultimi quindici anni ha funzionato come uno straordinario volano per l'economia: le città texane al confine hanno alcuni tra i tassi di crescita più alti di tutti gli Stati Uniti, e anche dalla parte messicana il tenore di vita è migliore rispetto al resto del Paese. Dal 1994 a oggi, il Messico ha quintuplicato le sue esportazioni verso gli Usa, e l'industria alla frontiera è in pieno boom.
In un ambiente del genere, l'idea di una barriera di sei metri per tenere fuori "il marcio" che viene dal Messico non è solo inutile: è dannosa, e quasi offensiva. "E' un cattivo messaggio che diamo ai nostri vicini", dice Charlie Cobster, city manager di Brownsville, dal suo ufficio con vista sul ponte. "A cosa serve un muro? Per i clandestini? Il 99 percento degli illegali è gente che vuole lavorare, e comunque puoi scavalcare una fence o passarci sotto. Per i terroristi? Quelli dell'11 settembre erano entrati dal Canada. Per la droga? Finché negli Usa ci sarà la domanda, esisterà anche l'offerta, e la roba arriva anche per aereo o per nave. Facciamo un muro in mare e nel cielo?", si chiede, proponendo invece di potenziare i controlli, con una migliore tecnologia e più agenti.
Ma un controllo completo è impossibile, anche dopo un decennio in cui Washington ha già investito tanto. Dal 1995 a oggi, il bilancio della Border Patrol è aumentato di dieci volte. Il numero di agenti passerà dai 5mila dell'epoca ai 21mila del 2010. Tratti iper-tecnologici di virtual fence sono stati progettati, e posticipati per l'impennata dei costi. Certo, l'afflusso di immigrati clandestini - molti dei quali, comunque, rimangono semplicemente negli Usa oltre la scadenza del visto - è diminuito. A fine anni Novanta, specie più a ovest, sembrava davvero un'invasione: nel 1999 la contea di Cochise (Arizona), grande poco più della provincia di Siena, effettuava 1.500 arresti di clandestini al giorno. Oggi, nonostante i maggiori controlli e la presenza del muro lungo centinaia di chilometri, in un anno negli Usa vengono comunque arrestati circa 800mila clandestini, molti dei quali ci riprovano. In un rapporto di due anni fa, la Border Patrol sosteneva di avere il "controllo operativo" su 449 miglia di confine, meno di un quarto del totale.
Per quanto riguarda la droga, basta dare un'occhiata a quel che (non) succede a Laredo. La città, quattro ore a nord-ovest di Brownsville, è il punto d'inizio della Interstate 35, l'autostrada che taglia gli Stati Uniti in due, dal Messico al Canada. Da qui passano il 40 percento delle esportazioni messicane negli Usa: circa 13mila camion al giorno, una costante coda in direzione nord. E anche se i cani poliziotto annusano qua e là, si può controllare per bene un flusso di un camion ogni sette secondi? Non a caso, si calcola che l'85 percento della droga che entra negli Usa passi sotto il naso dei doganieri. Alcuni di loro, in combutta con i narcotrafficanti, chiudono entrambi gli occhi. Si fanno dire il numero di targa del camion, l'ora di arrivo, e lo lasciano passare. Ne hanno beccati diversi di agenti corrotti, negli ultimi anni.
Il confine, insomma, è una zona grigia. Un posto di passaggio illegale per cose e persone, dove la corruzione olia gli ingranaggi del sistema. Chi la denuncia non è ben accetto. Bill Wisner, un bibliotecario delLaredo Community College (Lcu), alcuni anni fa scrisse una lettera a un giornale, per lamentarsi del malaffare locale. "Mi tagliarono le gomme dell'auto. Due volte", racconta. Con il vantaggio di essere un gringo ormai a suo agio tra due mondi, anche Keith Bowden è un attento osservatore del confine. Un professore di inglese alla Lcu con la passione della canoa, l'anno scorso è sceso lungo il Rio Grande per tutti i duemila chilometri di confine, da El Paso fino alla foce di Boca Chica. Ne è nato il libro The Tecate Journals. Un pomeriggio passato con lui sulla canoa, dalla periferia al centro di Laredo, è istruttivo. Neanche il tempo di parcheggiare vicino alla riva, che arrivano due agenti della Border Patrol. Non vedono spesso due bianchi sul Rio Grande, ma capiscono presto che non c'è niente di losco. Se ne vanno raccomandando "attenzione, perché oggi ci sono alcune activities sul fiume". Che ci sarà da temere? "Niente, dicono sempre così", spiega Bowden. Le "attività", comunque, ci sono eccome. Tre ragazzi attraversano il Rio con l'aiuto dei salvagente, dopo aver portato dalla parte americana chissà quale carico, grazie alla protezione dell'impenetrabile barriera di canne sulla riva. Chissà se li hanno visti le telecamere della Border Patrol, montate su antenne alte decine di metri; in giro, comunque, non si vedono pattuglie. Gli agenti rispuntano quando Bowden e il giornalista suo ospite ritornano sulla terraferma, sotto il ponte pedonale tra Laredo e la messicana Nuevo Laredo. Un minuto dopo che se ne sono andati, dal fiume escono di fretta tre donne, che corrono a nascondersi dietro i cespugli.
Se delle persone sono disposte a rischiare l'arresto entrando da clandestine in pieno giorno, sotto un ponte cittadino sorvegliato da agenti e telecamere, figurarsi se non ci provano nel disabitato deserto dell'Arizona, anche mettendo in pericolo la loro vita. Ma in fondo, una vita migliore è l'aspirazione di chiunque lasci il suo Paese. Finché gli Usa avranno bisogno di manovalanza a basso costo, ci saranno sempre latinos pronti alla fuga oltre confine. "Il muro? Gli americani non faranno in tempo a costruirlo, che i messicani l'avranno già buttato giù", chiosa davanti a due burritos José, un messicano-americano negli Usa ormai da cinquant'anni.
Il recente calo degli arresti di clandestini, come la diminuzione delle rimesse verso i familiari, si spiegano anche con la crisi economica negli Usa. Ma le differenze tra i due mondi e i due popoli restano. Lungo la frontiera, le radio in spagnolo passano canzoni che parlano di amori e di sogni, mentre quelle in inglese cantano i solidi valori americani, Dio e la famiglia. Sono diverse le due rive del Rio Grande, con quella messicana magari piena di immondizie ma almeno usata da delle persone, mentre la parte Usa è vuota, come se dal fiume non potesse venire nulla di buono. Sono diversi i valichi: gli agenti messicani a stento ti guardano, ma negli Usa un percorso obbligato ti porta agli sportelli della dogana. Sono diverse le città: in Messico pub, ristoranti e prostitute si trovano già a pochi metri dal confine, le vie sono piene di gente anche alla sera; dalla parte americana, una volta chiusi i negozi di frontiera, in giro non c'è anima viva. Contando anche il fatto che le le pueblas hermanas messicane sono anche dieci volte più popolose delle rispettive sister cities, l'immagine è quella di un popolo che preme, si espande, contro un altro che si ritrae. E ha paura.
Negli Usa, un Paese in fondo costruito da immigrati, parlare di questa paura è tabù. Chi chiede una frontiera più sicura incentra il suo discorso sull'illegalità dei clandestini, non sull'essere immigrati in quanto tali. I politici percepiti come razzisti perdono più voti di quanti ne guadagnino. Ma sullo sfondo c'è l'inquietudine di una nazione - come ha fatto notare Samuel Huntington nel libro La Nuova America - che per oltre duecento anni ha assorbito i nuovi arrivati in un modello linguistico-culturale anglosassone. E che nei latinos vede invece una forza crescente che non si integra nel modello ma lo trasforma, portandolo al bilinguismo. Il futuro, d'altronde, è già nei numeri. Gli ispanici hanno superato da qualche anno gli afro-americani, diventando la prima minoranza etnica negli Usa (sono oltre il 14 percento). Due mesi fa, un rapporto ha indicato nel 2042 l'anno in cui i bianchi non saranno più la maggioranza nel Paese.
Facendo da cicerone a Eagle Pass dal suo enorme Suv, il sindaco Chad Foster pronuncia la parola proibita scuotendo la testa: "E' la paura del browning of America", di un Paese che da bianco si vede diventare "marrone". Con una voce da pubblicità della Marlboro e un cappello texano sempre con sé, Foster è il leader della Texas Border Coalition, il gruppo che riunisce le amministrazioni locali contrarie al muro. Racconta di aver imparato lo spagnolo "per autodifesa" ma ormai è bilingue, e usa parole spagnole come intercalare. "No señor", dice riferendosi all'intenzione-imposizione di Washington di costruire il muro anche nella sua città, tagliando in due un parco e un campo da golf. Quando parla della puebla hermana Piedras Negras ("è qui che sono nati i nachos"), lo fa sempre al plurale. "Dico 'noi' perché siamo una cosa sola", spiega. Ma al di là dei nachos con quejo - originali o no, buonissimi - di Piedras Negras, gli americani continuano a guardare il lessico con diffidenza. Keith Bowden, che ha bagnato la sua canoa nei fiumi di mezza America, ricorda bene l'aria più rilassata al confine con il Canada. Incerto nel trovarsi davanti una postazione vuota, e abituato a procedure severe quando rema sul Rio Grande, al ritorno dell'agente gli chiese se volesse vedere il passaporto. "Per fare canoa? Ma sei pazzo?", gli rispose quello. Poco più avanti, Bowden si imbatté in un gruppo di giovani che fumavano marijuana sul fiume, attraversandolo liberamente. "Non c'è una frontiera lì, è come stare in mezzo al Kansas. Tutti i discorsi sulla sicurezza qui non riguardano il confine, ma con chi confiniamo", dice.
Certo, nelle città canadesi al confine non ci sono i cartelli della droga come a Ciudad Juarez o Nuevo Laredo, dove la lotta al narcotraffico lanciata dal presidente Felipe Calderòn ha scatenato una guerra - solo quest'anno a Juarez sono state uccise 800 persone, su un milione e mezzo di abitanti. I trafficanti impongono ai tutori dell'ordine la scelta tra plata o plomo, una bustarella per fare il loro gioco o un proiettile di piombo se si oppongono. La situazione sembra fuori controllo: "E' un gran casino, amico", dice un giovane messicano-americano di El Paso, all'estremità occidentale del Texas, mentre attraversa il ponte per Juarez in cerca di una serata alcolica a basso prezzo. A cento metri dalla frontiera, all'entrata di una balera c'è il cartello "No menores, no drogas, no armas". Le palme e le libellule di Brownsville sono lontane. Risalendo il confine, gli alberi sono diventati cespugli, gli arbusti sono diventati ciuffi di erba secca. E' un paesaggio da Non è un paese per vecchi, non a caso ambientato in queste zone.
Ancora più in là, prima della California, ci sono il New Mexico e l'Arizona. E la frontiera cambia. Dal fiume al deserto. Dai proprietari texani contro il muro, ai terreni federali e alle basi militari. Da ispanici che credono l'immigrazione sia inevitabile, a ronde di bianchi che aiutano la Border Patrol ad arrestare i clandestini. Ma combattono una battaglia già persa, in un Paese che cambia pelle. Lo capisci già quando gli agenti alla dogana di Laredo mostrano di sapere meglio lo spagnolo. E ne hai la conferma quando ti devi fermare a un posto di blocco nel vuoto del Texas occidentale, dove puoi guidare per ore senza incrociare una macchina. "Passaporto, per favore... Italy, ok". Quali aghi cercano, in questo pagliaio? Sembra impossibile che la Border Patrol trovi davvero immigrati clandestini, in uno di questi controlli. Succede mai? "Ogni tanto", risponde con un sorriso l'agente. Gutierrez.http://it.peacereporter.net/articolo/13350/Usa%2C+il+muro+che+non+riesce+a+dividere
“Comprate, comprate, abbiate fiducia”. L’invito che alcuni capi di stato rivolgono alle loro genti non sembra che abbia avuto effetto sui cittadini, almeno considerando gli americani. Appena passato il Natale i dati mostrano un calo marcato negli acquisti. In termini di anno, dicembre su dicembre, le grandi catene commerciali lamentano sensibili diminuzioni nelle vendite nonostante i forti sconti che sono stati praticati. I grandi retailers di lusso si credeva che fossero un’eccezione rispetto alla massa: chi ha soldi continua a spenderli. Ed invece non è stato così. Il settore ‘luxury’ ha registrato un calo del 35% rispetto all’anno scorso e questo interessa molto le aziende italiane che sono specializzate nella gioielleria, confezioni sofisticate, superauto. Anche il prezzo della benzina, che in alcuni stati si avvicina al dollaro a gallone per la benzina normale, non ha influito sulle vendite di auto e tanto meno sugli spostamenti di milioni di persone nel periodo natalizio, giornate compromesse oltretutto da un tempo inclemente in molte aree. I tre big di Detroit sono con l’acqua alla gola e gli analisti sono scettici nella loro ripresa nonostante il pacco di miliardi stanziato da Bush a spese del contribuente. Anche le grandi case asiatiche che si sono insediate negli stati del sud della federazione hanno problemi. Per la prima volta nella sua storia Toyota denuncia una drammatica flessione, Honda si è ritirata dalla Formula Uno. Per le strade di Washington sono sempre più numerose le Smart. E si tratta di una rivoluzione copernicana nella cultura americana dell’auto sempre più grossa e sempre più potente.http://oscarb1.blogspot.com/
"Dove e’ andata a finire la nostra sensibilita’ morale?"
Harold Printer e’ morto ieri (24 dicembre N.d.r.) di cancro a 78 anni. E’ stato uno dei grandi drammaturghi del ventesimo secolo, e nelle sue commedie The Homecoming, The Birthday Party, e Old Times, ha colto l’incessante e ambivalente conflitto, la ricerca affannosa di un legame personale significativo, e l’intricata controscena dell’emozione e della memoria, che si celano nell’intimo del dilemma umano.
Printer e’ anche stato una delle grandi voci morali levatesi a difesa dell’umana giustizia e della liberta’ che il mondo di lingua inglese ha conosciuto negli ultimi tempi. Cio’ appare evidentissimo nel suo ultimo testamento, ossia nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura che egli ha ricevuto nel 2005.
Nel suo discorso Printer si scaglio’ contro il collasso morale che e’ apparso evidente nella guerra dell’America e dell’Inghilterra contro l’Irak, e nell’impiego della tortura che ha caratterizzato il proseguimento della loro ipocrita "guerra al terrorismo". Egli ha detto la verita’ sulla storia postbellica degli Stati Uniti, sui crimini da loro commessi e sull’appoggio da loro dato a una miriade di barbari regimi destrorsi, tutte cose che "sono state solo superficialmente accertate, per non dire documentate, per non dire ammesse, e per non dire riconosciute, per quello che in realta’ sono: dei crimini".
Quella di Printer sara’ una voce in difesa del progresso umano della quale si sentira’ enormemente la mancanza. Ecco quanto egli diceva nel suo discorso di accettazione del Nobel:
Dove e’ andata a finire la nostra sensibilita’ morale? O forse non l’abbiamo mai avuta? Che significano queste parole? Si riferiscono forse a un termine oggi raramente impiegato: la coscienza? Una coscienza che riguarda non solo le nostre proprie azioni, ma anche la responsabilita’ che abbiamo in comune con le azioni di altri? O forse queste sono tutte cose morte? Guardiamo alle carceri di Guantanamo: centinaia di persone in galera da piu’ di tre anni senza accuse, senza una difesa legale e senza il processo cui hanno diritto, tecnicamente detenute per sempre. Questa struttura completamente illegittima viene mantenuta a dispetto della Convenzione di Ginevra, e non solo viene tollerata, ma la cosiddetta 'comunita’ internazionale’ la prende appena in considerazione. E questa violazione criminale viene commessa da un paese che dichiara di essere 'la guida del mondo libero’! E a quelli che stanno a Guantanamo, ci pensiamo? Cosa ne dicono i mezzi d’informazione? Ne accennano qualcosa di tanto in tanto in un piccolo trafiletto a pagina sei. E quei poveretti sono stati relegati in una terra di nessuno dalla quale probabilmente non torneranno mai. Attualmente molti di loro che per reagire non hanno altro che lo sciopero della fame vengono alimentati a forza, compresi alcuni residenti britannici. E questa procedura della alimentazione forzata viene effettuata senza riguardi: niente calmanti ne’ anestetici. Vi cacciano un tubo nel naso o nella gola, e voi vomitate sangue. Questa e’ tortura! Che ne dice il Ministro degli Esteri inglese? Niente. Che ne dice il Primo Ministro inglese? Niente. E perche’? Perche’ gli Stati Uniti gli hanno detto: 'criticare la nostra condotta nella baia di Guantanamo costituisce un atto non amichevole: o siete con noi, o siete contro di noi’. E cosi’ Blair sta zitto.
L’invasione dell’Irak e’ stata un’azione da banditi, un’azione di sfacciato terrorismo di stato che ha mostrato totale disprezzo per i dettami delle leggi internazionali. L’invasione e’ stata un’azione militare arbitraria ispirata da una serie di menzogne su menzogne e da una grossolana manipolazione dei mezzi di informazione e quindi del pubblico; e’ stata un’azione mirante a consolidare il controllo militare ed economico americano del Medio Oriente mascherandolo, come ultima risorsa, da 'liberazione’, essendo falliti tutti i tentativi di giustificarlo altrimenti. E’ stata una colossale affermazione di forza militare che ha causato la morte e la mutilazione di migliaia e migliaia di persone innocenti.
In Irak noi abbiamo introdotto la tortura, le bombe a grappolo, l’uranio impoverito; abbiamo compiuto innumerevoli atti di assassinio a casaccio; abbiamo apportato al popolo iracheno la miseria, la degradazione e la morte; e abbiamo chiamato tutto questo 'portare nel Medio Oriente la liberta’ e la democrazia’.
Quante persone dovreste ammazzare prima di venire qualificati assassini di massa e criminali di guerra? Centomila? Sarebbero piu’ che sufficienti, direi…
Se ci guardiamo allo specchio pensiamo che l’immagine che abbiamo di fronte sia quella giusta. Ma se appena ci muoviamo l’immagine cambia, perche’ in realta’ noi stiamo guardando una infinita serie di riflessioni. E uno scrittore, talvolta, deve rompere lo specchio, perche’ e’ da dietro lo specchio che la verita’ guarda verso di noi.
Ritengo che fra le tante cose che esistono al mondo, una ferma determinazione intellettuale di noi cittadini - incrollabile e senza incertezze - che miri a definire la realta’ vera delle nostre vite e delle nostre societa’, costituisca un obbligo tassativo che riguarda tutti noi e al quale non possiamo sottrarci.
Ma se tale determinazione non entra a far parte anche delle nostre opinioni politiche non vi e’ speranza che venga ristabilito cio’ che per noi e’ ormai cosi’ prossimo a perdersi: la dignita’ dell’uomo.
La morte di Pinter e’ per tutti noi un ben triste regalo di Natale; a meno che le sue parole e il suo messaggio non vengano ricordati sempre ed entrino nella coscienza popolare come squillo di tromba che richiami a una giustizia civile e alla fine del militarismo e della tirannia.
Titolo originale: "Harold Pinter 1930-2008: "What happened to our moral sensibility?""
Ferri corti tra delhi e Islamabad. In mezzo l'Afghanistan
Emanuele Giordana
Kabul - Viste da Kabul, le decine di migliaia di persone che si sono riunite ieri di fronte al mausoleo della famiglia Bhutto per celebrare il primo anniversario della morte dell'ex primo ministro Benazir, raccontano anche un'altra storia. Non solo quella di una forte empatia popolare con un personaggio diventato in Pakistan l'icona della speranza, ma anche tutte le vicende che legano questo paese in guerra da trent'anni col suo potente vicino. Un vicino che adesso è ai ferri corti con l'India lungo un confine su cui spirano venti di conflitto. E con cui resta un rapporto difficile visto che fu proprio sotto il governo della signora Bhutto che iniziò la parabola infinita dei talebani. Parabola dai mille risvolti e che si intreccia con la decisione di Islamabad di spostare un quinto degli uomini impegnati lungo le aree al confine con l'Afghanistan sulla linea del cessate il fuoco con l'India, in Kashmir, mentre vengono rafforzati i dispositivi di allerta nella provincia del Punjab, la terra dei cinque fiumi che il righello coloniale divise nel '47 creando India e Pakistan.
L'anniversario della morte di Benazir arriva dunque in un momento particolarissimo: migliaia di poliziotti sono stati impegnati per assicurare la sicurezza dell'evento in un momento di grave difficoltà per il nuovo governo retto da Yusuf Raza Gilani, il premier voluto dal Ppp, il partito dei Bhutto, e ispirato dal neo presidente Asif Ali Zardari, che di Benazir era il marito. Lei venne uccisa un anno fa a Rawalpindi durante un comizio e le indagini infilarono subito la pista dei talebano-pachistani anche se, per il momento, di probabili colpevoli in prigione, salvo qualche sospetto, non ce ne sono. Paradossalmente anzi, viene in soccorso del governo proprio la voce del radicalismo islamico.
Pur se si tratta di un ritiro “limitato” che riguarda spostamenti di truppa dislocati nelle aree tribali del Pakistan ma non direttamente impegnate in operativi contro la guerriglia talebana, Islamabad ha confermato il trasferimento di 20mila uomini incassando l'entusiasmo dei militanti radicali molti dei quali orfani proprio del conflitto kashmiro ed espulsi in passato da quell'area: Maulvi Omar, un portavoce di Tehrek-e-Taliban (i talebani pachistani appunto) ha dichiarato che la sua milizia si darà da fare. “È nostra responsabilità proteggere il confine occidentale e fermeremo le infiltrazioni in Afghanistan”, ha detto dimostrando che la vera pressione, più che su Nuova Delhi, arriva diretta su Washington molto interessata al fronte Ovest del Pakistan. Islamabad , dopo i violenti scambi di accuse con l'India in seguito ai fatti di Mumbai, aveva già minacciato di trasferire i suoi soldati verso Est. E adesso i militanti islamici che combattono nelle aree tribali si ergono a difensori della sovranità nazionale sul confine occidentale...
Ma le mosse di Islamabad sono ben ponderate. Le parole grosse vengono soprattutto da Delhi e in particolare dal ministro degli Esteri indiano, Pranab Mukherje, che svolge il ruolo del falco. Anche ieri nel fare appello a Islamabad perché favorisca il raffreddarsi della tensione, ha parlato di un'“isteria da guerra” che avrebbe il compito di sviare l'attenzione dalla vicenda di Mumbai. “E' triste – ha detto - che in Pakistan si sia creata un'atmosfera di isteria da guerra: io rivolgo un appello ai leader pakistani affinché non cerchino di creare ulteriore tensione non necessaria e di sviare il problema che deve essere invece affrontato faccia a faccia. Ignorarlo non aiuta a risolverlo”.
I pachistani sono più morbidi. Ieri Zardari ha affermato che è il dialogo l'unico mezzo per risolvere i problemi della regione anche se ha richiamato gli indiani alla non ingerenza: il problema insomma il Pakistan lo vuole risolvere da solo “perché è necessario e non perché siete voi (gli indiani) a volerlo”. Morbido anche il premier Gilani che ha ribadito che il suo paese non vuole la guerra e che reagirà solo in caso di provocazione.
Ma la tensione resta alta e ieri è intervenuta anche Mosca “estremamente preoccupata” dell'escalation. “La Federazione russa sta esortando India e Pakistan a mostrare la massima moderazione e a non consentire che la situazione al confine precipiti in uno scenario che coinvolga l'uso della forza”, ha dichiarato il ministero degli esteri russo nel suo sito ufficiale. Ma è chiaro che Islamabad si aspetta molto soprattutto dagli Stati Uniti specie ora che il rapporto tra Washington e Delhi non è mai stato così solido. Come gli indiani sanno bene.
Questo articolo è uscito anche su il riformistaCommentalo sul blog di Emanuele Giordana
CINA Rischiano la pena di morte i responsabili per il latte “alla melamina” E’ iniziato il processo contro dirigenti e fornitori della ditta Sanlu, principale responsabile dello scandalo. Il 31 parte il giudizio contro l’ex presidente. Ma intanto la ditta è fallita e le famiglie dei 290mila bambini malati temono che nessuno le risarcirà.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Rischia la pena di morte Tian Wenhua, ex presidente della ditta casearia Sanlu, nel processo che inizia il 31 dicembre per lo scandalo del latte alla melamina che ha causato gravi problemi ai reni a circa 290mila neonati e ne ha uccisi almeno 6. Ma le vittime sono più preoccupate perché, dopo il fallimento della Sanlu il 24 dicembre, hanno scarse possibilità di risarcimento.
Ieri a Shijiazhuang (Hebei), dove la Sanlu ha sede, è già iniziato il processo contro 6 tra dirigenti e fornitori della ditta. Tian e chiunque sia ritenuto responsabile per la morte dei neonati possono ricevere condanne all’ergastolo o alla pena di morte. Nel latte in polvere per neonati era aggiunta melamina, sostanza tossica che lo fa sembrare ricco di nutrimento. La ditta casearia ha finora accusato i fornitori, ma molti ritengono poco credibile che non siano mai state fatte analisi e si chiedono come mai ci siano così poche persone coinvolte in un’adulterazione che ha avvelenato tanti bambini.
Proprio nell’imminenza del processo, il 24 dicembre la Sanlu è stata dichiarata fallita perché non può pagare debiti di almeno 1,1 miliardi di yuan (circa 110 milioni di euro) verso i fornitori. Ora ha 6 mesi per vendere tutto e pagare i creditori.
Ma i tribunali hanno finora dichiarato “inammissibili” tutte le richieste di risarcimento dei genitori dei bambini malati, spiegando che occorre attendere l’esito delle indagini delle autorità. I genitori sono furenti e scoraggiati perché, sebbene il governo abbia sempre assicurato cure mediche gratuite e adeguati indennizzi, in realtà molte famiglie hanno dovuto pagarsi le cure (861 neonati sono ancora in ospedale) e ancora nessuno ha chiarito chi pagherà i risarcimenti. Oggi l'Associazione dell'industria casearia cinese ha annunciato che un gruppo di 22 produttori indennizzerà le famiglie: ma, ancora, senza chiarire quante e quali, in che misura, né quando.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14086&size=A
Turchia, Usa e Iraq: Nasce il Comitato congiunto per la lotta al Pkk
Osservatorio Iraq,
Da oggi la cooperazione tra Turchia, Stati Uniti e Iraq nella lotta al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) ha anche una rappresentanza formale. Si tratta del “Comitato congiunto” tra i tre Paesi, creato ieri a Baghdad con lo scopo di “intraprendere misure per fermare tutte le attività dell'organizzazione nel territorio iracheno o in ogni regione adiacente al confine turco-iracheno”.
La notizia è stata data dal portavoce del governo iracheno, Ali al-Dabbagh, al termine di un vertice cui hanno preso parte anche il ministro turco degli Interni, Besir Atalay, il premier iracheno, Nouri al Maliki, e l'ambasciatore Usa, Ryan Crocker, oltre a diversi funzionari civili e militari dei tre Paesi e rappresentanti della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Non unanimi le reazioni giunte dalle diverse capitali.
In base all’accordo siglato ieri, infatti, d’ora in poi Ankara dovrà chiedere l’autorizzazione di Baghdad per lanciare i suoi raid aerei contro le basi del Pkk nel Kurdistan iracheno, mentre con l’accordo precedente (firmato il 5 novembre 2007 dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e dal presidente americano George W. Bush) la Turchia aveva di fatto ottenuto un via libera incondizionato per le sue operazioni militari oltreconfine.
Per questo la stampa turca ha parlato di un “serio ostacolo” alle future operazioni militari aeree oltre confine, sostenendo che un'amministrazione irachena fortemente influenzata dai kurdi potrebbe frenare la lotta di Ankara al Pkk.
Diversi i toni usati dal premier iracheno al-Maliki, che ha salutato con favore l’accordo, dichiarando che “gli sforzi congiunti saranno più efficaci nel far fronte a questa organizzazione terroristica”. La Turchia – ha detto ancora il capo del governo iracheno – rappresenta un “vicino importante” e “ciò che minaccia la Turchia minaccia anche noi”.
Intanto, nel sudest della Turchia continuano gli scontri tra ribelli kurdi ed esercito turco. Secondo fonti della sicurezza locale, tre soldati turchi e quattro combattenti kurdi sono stati uccisi ieri in due diversi conflitti a fuoco nei pressi di Lice, nella provincia di Diyarbakir, e nella provincia di Agri, vicino alla frontiera iraniana.
[c.m.m.]
(fonte: Adnkronos International, Ansa, Agence France Presse)
Congo verso una tregua
Colloqui a Nairobi con i ribelli
di Fabio Pireddu
NAIROBI – Sembra avvicinarsi la pace in Congo, dopo settimane di devastazioni nelle regioni orientali del paese. I negoziati tra il governo centrale e i ribelli che avevano messo a ferro e fuoco numerosi villaggi e conquistato varie città proseguono e vengono segnalati progressi per il raggiungimento di una tregua. Lo ha riferito alla Reuters uno dei mediatori internazionali che stanno operando tra le parti, l'ex presidente nigeriano e inviato speciale delle Nazioni Unite Olusegun Obasanjo.
Ai due giorni di negoziati a Nairobi non hanno partecipato i due principali esponenti delle parti in lotta, il presidente congolese Joseph Kabila e il capo dei ribelli Laurent Nkunda, ma i plenipotenziari inviati hanno comunque raggiunto qualche obiettivo. “Hanno compiuto dei progressi – ha detto Obasanjo – e continueranno nei loro colloqui”.
I negoziati puntano soprattutto a far finire i combattimenti nelle regioni orientali del Congo, tra i militari della provincia di Kivu e i ribelli tutsi guidati dal generale Nkunda. Le operazioni militari e di guerriglia hanno causato la fuga di almeno 250 mila persone dal mese di agosto. Il governo centrale aveva chiesto di far partecipare ai negoziati anche altre fazioni di ribelli che da anni combattono nella regione, ma Nkunda ha preferito un incontro con i soli rappresentanti di Kinshasa.http://www.ecodelmondo.com/congo-verso-una-tregua-br-colloqui-a-nairobi-con-i-ribelli.htm
Le foreste europee “coprono il 44% della superficie europea” sono le parole di Jan Heino, vicedirettore della FAO “e continuano ad espandersi”. Dalla “Settimana Europea delle Foreste” organizzata dalla FAO, a Roma, sono usciti dati che per la maggioranza dei lettori saranno inaspettati: le foreste europee crescono al ritmo di 360 milioni di metri cubi all’anno. E in 15 anni la superficie forestale europea è cresciuta di 13 milioni di ettari - ovvero di un’area grande quasi quanto la Grecia…
Come aggiunge Jan Heino “La collaborazione tra tutti i settori che si occupano di foreste è di cruciale importanza per trarre vantaggio dalle molteplici risorse che esse possono offrire”. Tra le soluzioni prospettate c’è quella di incrementare l’impiego del legno nella costruzione rispetto al cemento, alla plastica ed all’acciaio, perché impiega meno energia e produce meno emissioni rispetto al loro.
Nel 2009 il Brasile, un paese con 600.000 ammalati di AIDS (SIDA), il numero più alto di tutta l’America latina, il governo di Lula da Silva distribuirà 3.3 milioni di test rapidi e 1.2 miliardi di preservativi nel tentativo di prevenire la malattia.
Il test di prova rapida per l’HIV, in grado di verificare in 15 minuti e con una sola goccia di sangue se il paziente ha contratto gli anticorpi della malattia, senza inviare i campioni ad alcun laboratorio, è un ritrovato della ricerca scientifica brasiliana. Realizzato dalla Fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz), che ha sviluppato e migliorato una tecnologia di provenienza statunitense, il test potrà essere effettuato in ogni ambulatorio del paese ad un costo molto limitato per lo Stato, meno di 3 Euro per ogni prova.
Finora i test erano limitati alla popolazione a rischio, alle vittime di violenza sessuale e alle donne incinta che non avevano fatto test in precedenza, ma solo adesso si avrà concretamente uno strumento in grado di individuare i circa 250.000 brasiliani che si stima siano portatori del virus senza esserne a conoscenza.
La prevenzione nella lotta all’AIDS non è una novità in Brasile. Negli ultimi dieci anni il numero di giovani dai 15 ai 24 anni che si sono sottoposti al test è passato dal 24 al 40% della popolazione. A questo il ministro della salute José Temporão (che quest’anno avrà quasi un miliardo di Euro in più dalla Legge finanziaria) ha annunciato che nel corso del 2009 saranno distribuiti gratuitamente dallo Stato un numero astronomico di preservativi, addirittura 1.2 miliardi (oltre 6 per ogni brasiliano), una quantità che triplica quella del 2008 di 400 milioni e che converte lo Stato brasiliano nel maggior compratore di condom al mondo.
La situazione brasiliana nella prevenzione e nella lotta alla malattia diviene così, insieme a quella cubana, e a quella colombiana (dove però il governo sta tagliando le risorse), tra le migliori di un continente dove si sta conoscendo una recrudescenza del contagio. Sarebbero 2 milioni i malati nella regione ma secondo l’OMS senza intense politiche pubbliche di prevenzione il loro numero potrebbe crescere fino a 3.5 entro il prossimo decennio. Tra i malati attuali vi sono 400.000 giovani tra i 15 e i 24 anni l’accesso dei quali ai farmaci retrovirali, fondamentali per la loro sopravvivenza non sempre è garantito.
FORZE ARMATE ISRAELIANE DI TERRA VERSO IL CONFINE: IMMINENTE UN’INVASIONE?
Fanteria e truppe corazzate israeliane si stanno dirigendo verso ilconfine con la Striscia di Gaza per una possibile invasione terrestre:lo hanno detto al quotidiano israeliano ‘Haaretz’ fonti militari chiedendo, secondo le norme dell’esercito, il rispetto dell’anonimato. Alla testata televisiva internazionale “Sky News”, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha detto di non poter escludere un ampliamento dell’offensiva che includa operazioni terrestri. Nel notiziario televisivo americano dell’emittente americana “Fox”, che ha una sua rete planetaria, ieri Barak aveva drasticamente respinto qualsiasi ipotesi di un nuovo cessate-il-fuoco con Hamas. Rispondendo a una domanda su una possibile offensiva di terra, Barak aveva detto: “Se occorreranno stivali sul terreno, ci saranno... è nostra intenzione cambiare completamente le regole del gioco”.
E’ vero che si possono gestire contemporaneamente più problematiche. E’ vero che l’Italia necessita da sempre di riforme, di ogni tipo. E’ vero che abbiamo un sistema giudiziario largamente deficitario, soprattutto in termini di efficacia ed efficienza, cioè di produttività rapportata all’utilizzo delle risorse. Ma forse il premier farebbe bene a non dimenticare che ci troviamo nella peggiore crisi economica globale da ottant’anni a questa parte, e che illudersi che il nostro paese ne sia (per motivi che a noi continuano a sfuggire) relativamente immune, anche senza azioni correttive e protettive del sistema produttivo e delle famiglie, è il modo migliore per andare dritti sugli scogli. Berlusconi lo tenga presente, quando costruirà l’agenda del 2009. Non basta mandare Nonna Papera Buonamici, la fatina buona Parodi e tutta l’allegra brigata del Tg5 ad annunciare coram populo che è in corso un “boom senza precedenti” dei consumi di fine anno per resuscitare il Pil. Nè basta affermare che la soluzione alla crisi è “dentro di noi”, manco avessimo una malattia psicosomatica. La realtà è da sempre molto aggressiva nei confronti degli auspici.
P.S. Se in questi giorni vi sentite stranamente sereni, leggete questa notizia, vi passerà.http://phastidio.net/
Ieri ascoltavo con stupore il radio giornale annunciare il grande successo della lotta all'evasione fiscale nel 2008: sarebbero infatti un record le entrate nei primi 11 mesi dell'anno che volge al termine, raggiungendo quota 2,3 miliardi di euro, un +46 per cento rispetto allo stesso periodo del 2007. E tutto questo nonostante l'impegno e gli strumenti previsti dal governo Prodi fossero stati prontamente cancellati dal nuovo Governo. Oggi pero' si scopre che era tutto un bluff, as usual. I dati erano quelli del 2007. Sono senza pudore.http://beffatotale.blogspot.com/
Caro Direttore,
ha sentito? C'é stato un altro miracolo di re Silvio.
Ora dice che ha aumentato la lotta all'evasione fiscale perchè, nei primi undici mesi dell'anno, le riscossioni da accertamento hanno raggiunto i 2,3 miliardi (+46% rispetto allo stesso periodo del 2007), di cui 1,5 miliardi provenienti da strumenti deflativi (+54%) e oltre 800 milioni derivanti da ruoli (+33 per cento).
Come sempre, una mezza verità che, in bocca a lui, diventa una evidente bugia. Perché? Perchè quei dati non sono una vittoria del suo governo, ma sono riferiti all'attività di accertamento svolta nel 2007, quando al governo - fino a prova contraria - c'era Prodi.
Silvio ha sempre detto che l'evasione fiscale non é un problema. Ma visto i risultati di Prodi e visto che gli italiani alla lotta all'evasione ci tengono, eccome, quale miglior occasione? Appropriarsi del merito e sottrarlo al legittimo detentore.
Così tutte le televisioni ieri sera hanno parlato del "suo" merito, che suo non é.
La notizia e' di quelle grosse: abbiamo ricevuto dal nostro collegamento in giuria una succosa anteprima del testo che il "cantante" Povia, quello della prima canzone pedofila italiana I bambini fanno ooh, proporra' al prossimo festival di Sanremo. Nuovo capolavoro che ha gia' scatenato le polemiche, dato che parlera' di un frocio rinsavito, o meglio ancora curato con le tecniche di Nicolosi, e quindi felicemente traghettato dalle bassezze di Sodoma ai casti piaceri del matrimonio cattolico eterosessuale. Vi propongo un estratto da questa eccezionale opera, che si annuncia come una delle piu' grandi canzoni di tutti i tempi.
Prima ero gay, adesso sto con lei
Prima ero gay, adesso sto con lei
La vedo quando gioca tra i bambini, all'oratorio
La luce sul sagrato, tra le macchine, e' Patrizia
ma lei e' mia mia mia mia solo mia mia dio porco solo mia
E' buona coi bimbi, ma a me mi rimette a posto come lo sa lei
E siamo li' nel nostro nido, due lire ma c'e' il nostro amore
E giu' di pacche con crocefissi e rosari
Ed io le chiedo sempre di tenersi su la tonaca
Tutti la chiamano Don Pietro, ma per me e' solo Patrizia
Mi prende e mi bacia mentre c'e' i video sul computer sequestrato
Prima ero gay, adesso sto con Patriziaaaaaaaaaa
[...]
Grande Povia: hai gia' la preferenza della Binetti. Almeno c'e' uno del Partito Democratico che vota.http://anskij.splinder.com/
Nel consiglio comunale di Vignola del 15 dicembre 2004 il consigliere Luigi Gentile (del gruppo Centrodestra per Vignola) ha presentato un “ordine del giorno” con oggetto “Celebrazione del Santo Natale”. L’ordine del giorno (vedi pdf) fa riferimento alla presenza (minoritaria) di alunni “extracomunitari” nelle scuole del territorio. Riconosce che una parte di tali alunni stranieri “professa la religione islamica” e per questo, riferisce, si assiste a “proteste da parte dei genitori dei menzionati alunni per la celebrazione della ricorrenza del Santo Natale all’interno delle attività didattiche” (e qui compie un’evidente forzatura perché in genere a mettere in discussione la celebrazione delle festività religiose nelle scuole dell’infanzia ed elementari sono piuttosto genitori italiani – pochi – che vogliono una scuola non impegnata a promuovere una religione). L’ordine del giorno, infine, chiede che l’amministrazione comunale “incentivi le scuole a festeggiare ufficialmente il Natale”, ovvero ad inserire “i festeggiamenti del Santo Natale all’interno delle attività didattiche”. Cosa stava succedendo? A Vignola assolutamente niente. Il tutto, infatti, era sorto a Castelfranco Emilia qualche giorno prima dove il consigliere provinciale Giorgio Barbieri, della Lega Nord, aveva stigmatizzato la decisione della scuola dell’infanzia Walt Disney di celebrare in modo diverso il Natale, rinunciando a Babbo Natale. Inconsapevole seguace di Samuel P.Huntington (vedi), Barbieri ha scorto in quella decisione una manifestazione dello scontro delle civiltà in atto ed anzi una manifestazione dell’arrendevolezza del mondo occidentale a fronte dell’avanzata islamica. Insomma: malinteso multiculturalismo o peggio.
L'immagine di Santa Claus disegnata da Hadden H.Sundblom per la campagna promozionale 1931 della Coca Cola
Dai numerosi articoli apparsi in quei giorni sui quotidiani non era dato sapere, in realtà, se le motivazioni della rinuncia a Babbo Natale erano legate ad una sensibilità particolare per la presenza a scuola di bambini di altre religioni o se, invece, si trattava di ragioni assai più pragmatiche o di altra natura. Poco importa. Per imbastire un piccolo scontro di civiltà a livello locale basta che il fatto sia plausibile. Occorre poi un “imprenditore del conflitto”, ovvero qualcuno che si faccia carico di organizzare una campagna di mobilitazione e di protesta, portando il tema all’attenzione dell’opinione pubblica – e qui l’esponente leghista si è subito candidato a tal ruolo (come in genere fa la Lega Nord per i temi della sicurezza, della difesa del territorio, della difesa della “tradizione”, ecc.). Tutti ingredienti che ci sono e che, in effetti, hanno consentito di dar vita alla vicenda. Se poi si vuole richiamare l’attenzione dei quotidiani su una notizia di questo genere (dopo la prima “uscita” un secondo comunicato verrebbe subito cestinato), occorre un po’ di mestiere. Ed anche questo non mancava all’esponente leghista che per alcuni giorni ha circolato per Castelfranco Emilia vestito da Babbo Natale a distribuire non doni, ma volantini di protesta. Episodi di questo tipo meritano un po’ di attenzione, per diverse ragioni. Innanzitutto perché segnalano la presenza di un terreno “minato”, quello dei simboli non più unanimemente accettati dalla comunità locale o, meglio, quello dei simboli che non possono più essere dati per scontati, come elementi che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana senza che qualcuno faccia notare la loro presenza (evidentemente perché non d’accordo). Si tratta di un fenomeno abbastanza naturale, soprattutto in una società che si va differenziando dal punto di vista culturale (e ciò non solo per la presenza di cittadini stranieri!). Ma è per una seconda ragione che è decisamente opportuno prestare attenzione a questa particolare fenomenologia. E la ragione sta nel fatto che oggi la politica tende ad intervenire in queste contese, politicizzando il tema, ovvero usandolo per fini propri (ovvero per cercare di far crescere i consensi di un partito a scapito di altri).
Santa Claus nella campagna promozionale della Coca Cola del 1951
Se si analizza in dettaglio la vicenda si scopre che la narrazione dell’episodio, come fatta da Barbieri (e come ripresa dal consigliere Gentile a Vignola), è avvenuta enfatizzando alcuni aspetti e trascurandone altri, selezionando quegli ingredienti che più si adattano al frame dello scontro di civiltà, insomma “manipolando” deliberatamente il quadro informativo (e delle argomentazioni). Risultava infatti improbabile che a lamentarsi delle celebrazioni scolastiche del Natale fossero i genitori di alunni stranieri. Risultavano del tutto sconosciute le reali motivazioni che avevano spinto alcune insegnanti a proporre un modo di festeggiare il Natale senza … Babbo Natale. Con questo non si vuole sottovalutare il problema della convivenza, all’interno di istituzioni pubbliche “laiche”, di orientamente religiosi diversi. Od anche di come gestire riti e festività che hanno connotazioni religiose in una società, invece, sempre più caratterizzata da processi di secolarizzazione. Nella maggior parte dei casi il “problema” non emerge, perché anche se non del tutto d’accordo, riconosciamo all’istituzione scolastica autonomia ed autorevolezza nel “maneggiare” tali questioni simboliche. Nella maggior parte dei genitori la dose naturale di tolleranza è sufficiente perché non si crei alcun “caso”. Nella restante parte in genere il problema viene risolto mettendosi attorno ad un tavolo a discutere dell’evento e di come renderlo accettabile per tutti alla luce del principio di laicità che caratterizza lo stato italiano e le istituzioni scolastiche. E’ dunque importante che la scuola si interroghi e sviluppi una sensibilità per la gestione dei “microconflitti ” culturali. Ma è bene che a far questo sia appunto la scuola, con le sue competenze interne, magari sollecitata, come di fatto avviene, dagli utenti stessi (dunque i genitori).
Santa Claus nella campagna promozionale della Coca Cola del 1964
C’è però un’altra cosa che va rilevata. In effetti, in questa vicenda, la cosa più singolare di tutte è che nella foga di costruire una “storia” di conflitto di civiltà il buon Giorgio Barbieri (e Luigi Gentile che l’ha seguito) non si è accorto delle “finzioni”, delle “invenzioni” che stava propinando. La difesa di Babbo Natale è spacciata come difesa delle “nostre straordinarie tradizioni che accompagnano le nostre generazioni da centinaia e centinaia di anni” (vedi il commento di Barbieri ad una lettera di 7 mamme). In realtà Babbo Natale è, per noi, una “tradizione” piuttosto recente, sostanzialmente sconosciuta prima degli anni ’50 e ’60 (vedi la voce Babbo Natale su wikipedia); vedi anche la ricostruzione delle credenze e degli usi natalizi negli USA, con una parte dedicata all’affermazione di Santa Claus: vedi). Fino ad allora, infatti, era la Befana che portava i regali e Babbo Natale era un personaggio sconosciuto ai più. Egli approda da noi dal mondo anglosassone (pur avendo origine nei paesi nordici) ed è una “moda” non priva di finalità “consumistiche” (il Babbo Natale che noi conosciamo è quello originato dai disegni di Hadden H.Sundblom realizzati per la campagna promozionale natalizia della Coca Cola - la prima nel 1931). Peggio ancora è riferirsi a Babbo Natale come ad una figura della tradizione cristiana! Così non è, ma evidentemente né Barbieri, né Gentile si intendono di tradizioni e di religione cristiana. In effetti il loro compito è altro – è quello di “imprenditori” del conflitto ed in particolare dello “scontro di civiltà”. Bastava leggersi un breve saggio di Claude Lévi-Strauss, forse il maggior antropologo del XX secolo, intitolato “Babbo Natale giustiziato” (Le Père Noël supplicié, pubblicato nel 1952 su Les Temps Modernes, ma da tempo disponibile in traduzione italiana: vedi). Ecco le prime righe: “Le festività natalizie del 1951 saranno ricordate in Francia per una polemica alla quale la stampa e l’opinione pubblica si sono mostrate, sembra, molto sensibili, e che ha introdotto, nell’abituale atmosfera gioiosa di questo periodo dell’anno, una nota di un’asprezza inusitata. Già da parecchi mesi le autorità ecclesiastiche, per bocca di alcuni prelati, avevano espresso la loro disapprovazione per la crescente importanza attribuita dalle famiglie e dai commercianti al personaggio di Babbo Natale. Veniva denunciata una «paganizzazione» inquietante della festa della Natività, che deviava lo spirito collettivo dal significato propriamente cristiano di tale celebrazione, a vantaggio di un mito privo di valore religioso.” Dunque il Babbo Natale campione della tradizione cristiana di Giorgio Barbieri, solo mezzo secolo prima era al centro delle polemiche, in quanto figura “pagana”, innescate nientemeno che dalla Chiesa cattolica. Ed in effetti anche di recente alcuni importanti esponenti ecclesiastici hanno criticato Babbo Natale e la moda che attorno alla sua figura si è creata per il Natale (vedi i pronunciamenti dell’Arcivescovo di Bologna, il Cardinale Giacomo Biffi, intervenuto sull’argomento nel dicembre 1995: vedi1e vedi2). Insomma, c’erano davvero tanti buoni motivi per votare contro all’ordine del giorno del consigliere Luigi Gentile. Ed in effetti su 18 presenti solo 2 consiglieri votarono a favore (Luigi Gentile, assieme a Luca Lamonica del gruppo Lega Nord Padania), mentre 14 votarono contro (e 2 consiglieri si astennero). L’ordine del giorno fu dunque bocciato (delibera n.105 del 15 dicembre 2004). A Vignola la faccenda si chiuse in tal modo. A Castelfranco Emilia, invece, Giorgio Barbieri si mobilitò anche l’anno successivo, vestendosi di nuovo da Babbo Natale per andare a consegnare doni all’uscita della scuola dell’infanzia Disney. Quando un politico si veste da Babbo Natale per una campagna politica è segno che siamo caduti in basso. In realtà lo sapevamo. Non ce n’era bisogno, ma qualcuno si premura di fornirci quotidiane conferme.http://amarevignola.wordpress.com/2008/12/26/lotta-politica-su-babbo-natale/#more-1193
Caro Severgnini,
le scrivo a proposito dell'operato di Soru in Sardegna. Mi stupisco dei dubbi riguardo alle cose fatte in questi anni: stiamo parlando di un politico che incredibilmente ha portato avanti quanto detto nel suo programma, con elementi di innovazione ammirati in Italia ed Europa. Le critiche mi sembrano molto ideologiche e poco concrete: si può per favore citare cosa hanno fatto in passato nei vari settori le altre amministrazioni, di destra o di sinistra? La Sardegna era immobile da anni. Di azioni di rinnovamento, talvolta epocali, ne sono state fatte tante, ne cito qualcuna:
- piano paesaggistico preso come riferimento a livello europeo
- risanamento del bilancio regionale certificato dalla Corte dei conti
- servitù militari
- La Maddalena, riconversione al turismo e vetrina mondiale con il G8
- riduzione enti inutili: consorzi industriali, comunità montane
- conoscenza: assegni a studenti meritevoli, alloggi per fuorisede, master&back
- comunicazione: un sito Internet regionale pluripremiato con delibere e info in tempo reale
- industria: aziende qualificate investono con il polo della nautica ad Arbatax, Eutelsat a Cagliari, la Keller a Villacidro, la riattivazione del porto canale di Cagliari
- trasporti: continuità territoriale, voli low-cost, battaglia contro la Tirrenia, metropolitana a Cagliari, treni veloci Cagliari-Sassari
- cultura: progetti di rilevanza internazionale: il Betile a Cagliari, museo dell'architettura nuragica e contemporanea. Festarch: festival di Architettura; parco di Tuvixeddu a Cagliari al posto del cemento; Sardinia Digital Library, una biblioteca multimediale della cultura sarda, disponibile per tutti online.
Molte cose si possono migliorare, correggere. Non tutto è nelle mani della giunta regionale, spesso la macchina amministrativa è lenta a muoversi, i risultati verranno negli anni. Chiudo però con un esempio di buona amministrazione: alluvione del 22 ottobre, risarcimenti dalla Regione in un mese. Mai successo in Italia.
C’era una volta, ma non proprio tanto e tanto tempo fa e dalle nostre parti, una famigliola in viaggio per i sentieri del mondo. Un uomo ed una donna, per essere precisi, lui vecchio, lei giovane ed incinta, costretti a muoversi, nonostante le difficoltà del tempo e del luogo, per ottemperare ad una formalità burocratica, rispondere ad un censimento: la giovane donna aveva cercato di scampolarlo, accampando la scusa che quello che portava in grembo era il Figlio di Dio; ma si sa che la burocrazia è burocrazia, e quando vuole una firma non c’è Padreterno che tenga.
Quando i due giunsero alle porte di una nebbiosa cittadina del nord, la povera Maria si accorse di essere prossima al parto.
“Cerchiamo un albergo?” disse al marito.
“Magari.” rispose Giuseppe.
Ma le camere della città erano tutte piene, dicono per un convegno del Pdll, ovvero Popolo delle Legioni e delle Leghe. Il padrone dell’unico motel ancora mezzo libero li accolse a male parole: “Una camera? E io ci do una camera a voi che non avete neanche la cittadinanza? Brutti négher scansafatiche che invece di andare a laurà portate in giro le mogli incinte? Via, nella stalla, che, per voi, con gli animali è già troppo.”
Giuseppe e Maria andarono nella stalla, confortandosi col fatto che almeno il riscaldamento a fiato di bue era ecologico. Poi la povera Maria ebbe una contrazione.
“Giuseppe, forse è meglio andare al Pronto soccorso..” disse.
Ma un passante gridò: “Brutti négher, a ingorgare il pronto soccorso nostro, passando davanti ai nostri cittadini, solo perché questa finge di dover partorire subito, ed è chiaro che lo ha fatto apposta per avere l’assistenza gratis?”
“E vabbe’ – disse la povera Maria, che cominciava ad essere però un tantinello scocciata – vuol dire che il pupo lo faccio nascere da sola, vorrei mai che la prima cosa che riceve in dono, povero piccino, è il conto dell’ospedale…”
Nato che fu il pupo, la notizia si sparse all’intorno. I vicini di casa si affrettarono a portare regalucci per il bimbo, compresi i tre Magi, che arrivarono un po’ in ritardo per essersi persi nei ghirigori della viabilità, ma recavano con sè un rifornimento di pannolini.
“Ci sembravano più utili di incenso e mirra.” Spiegò Melchiorre, e Maria, sorridendo, fece cenno di apprezzare tanto pedestre buon senso.
“Ma il bonus bebè? E la social card?” domandò intanto Giuseppe ad un vigile che s’era fermato lì di fronte.
“Siete cittadini? No, e allora niente bonus, e la social card col fischio, che tanto, creda a me, con quaranta euro al mese ci prendete manco il talco per il culetto del pupo. E, anzi, mi faccia vedere il regolare permesso di soggiorno, che controllo i timbri. E gli angioletti che svolacchiano qua sopra? Ce l’hanno il permesso di volo? Perché sa, qui amiamo Alitalia e voliamo Alitalia, e questi benedetti angeli mica possono poi atterrare dove pare a loro, ma solo a Malpensa, che sennò ci va in rovina! Circolareee, circolareee!”
Intanto la folla di pastori, in suv, aveva chiamato con il telefonino un gruppo di onorevoli leghisti, arrivati con alcuni maiali al guinzaglio.
“E che è ’sta folla? Che succede? Questi négher staranno mica fondando una moschea illegale? E ’sti cori che cantan ‘Alleluja alleluja, Osanna Osanna‘, parole foreste che van tradotte, saran mica proclami di terroristi?”
Giuseppe sospirò e guardò Maria, che teneva in braccio il piccolo Gesù.
“Senti Giuse’ – disse la povera donna – la prossima volta dai retta a me, ’sto pupo lo facciamo nascere ai tempi dell’Impero Romano: che almeno gli antichi Romani sono più organizzati, e poi fino a che non ha trentatrè anni non gli rompono l’anima…”
Giuseppe annuì con un cenno del capo: “Maria, mi sa che hai ragione tu.”http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Al posto del sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, guarderei con disagio al coro mediatico di consensi seguito alla revoca dei suoi arresti domiciliari. Mi ha impressionato, tra gli altri, l’intervento in sua difesa di Vittorio Sgarbi che elencava i favori personali ricevuti dal sindaco di Pescara, in particolare dall’imprenditore Carlo Toto, li confrontava con quelli di cui usufruisce abitualmente lui e, tutto compiaciuto, si autodenunciava al grido “così facciamo tutti!”.
Non molto meglio l’atteggiamento ondivago di Veltroni, come al solito a rimorchio dei giornali, dando sempre l’idea di una sua totale disinformazione rispetto alla situazione del Pd sul territorio. Prima un commissariamento a tutta birra, poi l’attacco ai magistrati. Nulla di più probabile che stavolta -come già accaduto in Abruzzo negli anni scorsi- i giudici abbiano esibito le manette facili. Criticarli e denunciarli per questo rientra nel pieno diritto delle loro vittime e della libera stampa. Ma per favore senza spegnere il faro su un sistema di potere in cui non c’è bisogno di tangenti per determinare un rapporto insano tra impotenza politica e potere economico. Non mi pare che sia andato tutto per il meglio nella gestione degli affari, delle concessioni, degli appalti, nella città abruzzese. Oscuriamo tutto con gli applausi al buon sindaco vittima dei cattivi magistrati?
Luciano D’Alfonso ricopriva inoltre un doppio incarico che invano tentai di rendere proibito nell’ambito della commissione che elaborò il Codice etico del Pd: era sindaco e al tempo stesso segretario regionale del partito. Sbagliato. Troppo potere e troppo poco tempo per esercitare bene entrambe le missioni. Per favore, impariamo la lezione.http://www.gadlerner.it/2008/12/26/il-potere-di-luciano-dalfonso.html
Produrre, e su vasta scala, le nuove batterie (agli ioni di litio o litio-polimeri) negli Usa. Lo chiede un consorzio di 14 aziende, grandi e piccole, multinazionali come 3M o start-up, come Acta-Cell.
Hanno messo da parte, per una volta, il loro tipico individualismo su una questione realmente strategica.
Con una proposta a Obama per ottenere uno o due miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per la realizzazione dei prototipi industriali e l'avvio degli stabilimenti.
In alternativa sarebbe il monopolio asiatico, sul vero componente chiave nella prossima, e annunciata rivoluzione nei trasporti.
Ovvero l'autentico salvataggio dell'industria automobilistica Usa (4 milioni di occupati, diretti e indiretti, un terzo del loro manifatturiero) e del progetto energetico anti-crisi di Obama stesso (che punta all'elettricità via rinnovabili).
L'umile batteria è oggi, come si vede, il perno industriale mancante di una catena di eventi. Raccomando anche in Italia ricerche, tesi di laurea (sia in fisica che in chimica e ingegneria) ai nostri giovani in cerca di lavoro, e soprattutto investimenti coraggiosi.
Sarà un campo, ci scommetto, di sviluppo per il dopo-crisi (il primo forse che decollerà)
Maoisti assediano la redazione del Nepali Times di Kalpit Parajuli È il terzo attacco subito dall’editrice Himalmedia in tre mesi. Sull’ultimo numero di un suo magazine pubblicava un reportage sui sindacati. Poteste dell’opposizione e della federazione della stampa. Già 70 industrie hanno sospeso la produzione a causa delle proteste degli aderenti alla All Nepal Trade Union Federation
Kathmandu (AsiaNews) - Nel pomeriggio del 21 dicembre aderenti dei sindacati maoisti hanno preso d’assalto gli uffici della Himalmedia nella capitale nepalese ferendo due persone e danneggiando alcuni locali.
Venti persone appartenenti a diverse sigle della federazione maoista dei lavoratori hanno fatto irruzione nei locali della editrice che pubblica il settimanale in lingua inglese Nepali Times ed il quindicinale, Himal Khabarpatrika.
L’ultimo numero del magazine, il più diffuso nel Paese, presentava come articolo principale un reportage sulla situazione di anarchia generata dai sindacati maoisti tra i lavoratori nel settore dei media e degli affari.
Kunda Dixit, direttore del Nepali Times e firma dell’Himal presente durante l’attacco del 21, afferma che si tratta di “un attacco diretto alla libertà di stampa. I maoisti vogliono controllare i media”.
Secondo Dixit la strategia dei sindacati è quella di intimorire i giornali. Per Himalmedia si tratta del terzo attacco subito negli ultimi tre mesi. Dopo l’assalto, il direttore del Nepali ha dichiarato: “Si sentono incoraggiati a compiere gesti come quello di oggi perché in passato non è stata compiuta nessuna azioni contro di loro, anche se avevamo sporto denuncia”.
Salikram Jamkattel, membro dell’Assemblea costituente e leader della All Nepal Trade Union Federation, ha accusato Himalmedia di infangare con i suoi articoli l’immagine del sindacato e affermato che l’editrice voleva licenziare 16 impiegati, notizia smentita dai giornalisti delle due testate.
La federazione nepalese dei giornalisti (Fnj) e la Nepal Press Union and Reporters’ Club hanno deplorato l’attacco e chiesto sanzioni verso gli autori del fatto, alcuni dei quali sono stati identificati dagli stessi giornalisti attaccati il 21.
Dopo gli incidenti dell’ Himalmedia tutti i partiti dell’opposizione hanno accusato il governo di voler imbavagliare la stampa. Il primo ministro Prachanda ha respinto le accuse e chiesto maggior collaborazione da parte di tutte le correnti politiche.
I sindacati maoisti stanno creando problemi al governo in diversi settori dell’economia del Paese. Più di 70 industrie, tra cui alcune multinazionali, sono state costrette a sospendere la produzione dopo le proteste dei sindacati: alcune rischiano di non riaprire. Lo stesso è accaduto nella città di Nagarkot, a 30 chilometri della capitale, dove oltre 400 attività commerciali, tra alberghi e ristoranti, hanno chiuso i battenti a causa degli scioperi lanciati dalle sigle dei sindacati di settore.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14081&size=A
RIVISTE, COMITATI E BORSE DI STUDIO PER PROMUOVERE LA LINGUA TIGRINA
Creazione di un comitato di saggi, pubblicazione di una rivista, realizzazione di un album musicale, di opere teatrali e cinematografiche, borse di studio: sono alcune delle raccomandazioni adottate ad Asmara al termine del I Simposio per la promozione della lingua tigrina. Dopo ampie discussioni e dibattiti durati tre giorni, cui hanno partecipato più di 500 persone provenienti anche dall’estero, il Simposio ha approvato otto documenti che contengono le linee guida per la rivalutazione e la promozione dell’uso del tigrino in ambito artistico, sociale e intellettuale. Lingua semitica presente soprattutto in Eritrea e nel nord dell’Etiopia (in una regione chiamata, appunto, Tigrè), il tigrino è parlato da quasi sette milioni di persone; in Etiopia è il terzo idioma del paese dopo l’oromo e l’aramaico, in Eritrea è invece il principale. Il tigrino, del quale esistono molte varianti ma non ancora una versione standard, è scritto con il sistema di scrittura di ‘ge’ez’, un idioma oggi estinto, parlato fino al XIV secolo nell’impero etiopico e dotato di un alfabeto sillabico http://www.misna.org/
Alle soglie del 2009, Pristina lancia le sue nuove forze di sicurezza, battezzate Kosovo Security Force (KFS). I suoi 2500 membri avranno inizialmente funzioni di protezione civile, ma tra cinque anni lo statuto del corpo potrebbe essere rivisto. Va in pensione il vecchio KPC
A nove anni dal conflitto, e a dieci mesi dalla dichiarazione di indipendenza di Pristina, è sempre la Kfor (missione militare a guida Nato) a garantire la sicurezza e i confini del Kosovo. Sebbene questa realtà non sembra al momento messa in discussione, alle porte del 2009 il neo-proclamato è alle soglie di lanciare le proprie forze di sicurezza, battezzate appunto Kosovo Security Force (KSF).
Queste avranno a disposizione 2500 uomini (tutti professionisti), più 800 riservisti, e saranno equipaggiate con armi di tipo leggero. All'inizio saranno impiegate soprattutto in operazioni di sminamento, protezione civile e gestione delle crisi. La Nato, attraverso le strutture della Kfor, ha già dato la propria disponibilità a supportare l'addestramento della KSF, ed al momento sta portando avanti le selezioni del personale.
La Kosovo Security Force è una delle istituzioni che stanno emergendo dopo la dichiarazione di indipendenza unilaterale di Pristina dello scorso febbraio. Presto dovrebbe affiancarglisi anche un servizio di intelligence, e le autorità kosovare dovrebbero assumere pienamente a breve anche il controllo degli organi di polizia.
Tutte queste iniziative sono previste dal piano proposto da Martti Ahtisaari, che però, nonostante il premio nobel per la Pace recentemente ricevuto dall'ex negoziatore dell'Onu sullo status del Kosovo, non ha mai ottenuto luce verde dal Consiglio di Sicurezza, a causa della netta opposizione di Serbia e Russia.
La riforma del settore sicurezza prevede poi la definitiva dissoluzione dell'attuale Kosovo Protection Corps (KPC). Secondo la legge approvata dal parlamento di Pristina “il KPC, dopo aver portato a termine i propri compiti, tra cui il supporto alla ricostruzione post-bellica del Kosovo, sarà disciolto entro un anno dalla fine della fase di transizione istituzionale”, cioè entro il giugno 2009.
Il KPC venne istituito come forza di protezione civile immediatamente dopo la fine del conflitto del 1999, ed è riuscito a costruirsi una forte popolarità tra la popolazione albanese del Kosovo.
Il generale britannico Nick Caplin, coordinatore Unmik del KPC, ha dichiarato in un'intervista al canale pubblico kosovaro che l'esperienza all'interno del Kosovo Protection Corps verrà sicuramente tenuta in considerazione durante le selezioni per riempire i ranghi delle nuove forze di sicurezza. “Ci aspettiamo che dei 3000 membri attivi del KPC, circa 1500 troveranno posto all'interno della neonata Kosovo Security Force”.
Alla sua creazione, il KPC contava nelle sue fila soprattutto ex membri dell'UCK, la formazione di guerriglia albanese che ha combattuto contro le forze serbe nel biennio 1998-99. I leader del corpo, così come molti politici kosovari, non hanno mai nascosto le proprie intenzioni di riuscire a trasformare il KPC nel futuro esercito del Kosovo indipendente. Anche se le loro speranze al momento non verranno pienamente realizzate, le nuove forze di sicurezza kosovare avranno alcuni dei tipici attributi delle forze armate.
“Entro tre anni la Kosovo Security Force sarà in grado di contribuire a missioni di peacekeeping e di assistere la polizia e la missione militare internazionale nell'espletare le loro funzioni”, afferma Florian Qehaja del Kosovo Center for Security Studies. Lo status della KSF, aggiunge poi Qehaja, potrà essere riconsiderato a cinque anni dalla sua creazione.
I preparativi per lanciare la nuova Kosovo Security Force sono stati fatti in accordo al piano congiunto tra autorità locali e partner internazionali. Il nuovo ministero preposto a controllare le sue attività, nella persona del ministro Fehmi Mujota, ha recentemente presentato le nuove uniformi, riprese da quelle statunitensi, in una conferenza stampa del 12 dicembre scorso. Mujota ha ringraziato i paesi UE e gli Stati Uniti per il supporto finanziario e l'addestramento fornito ai membri delle nuove forze di sicurezza.
Piuttosto difficoltoso si sta rivelando invece il processo di nomina degli ufficiali che dovranno guidare la KSF. Dopo vari mesi di ritardo, che hanno causato non poco nervosismo politico, lo scorso 19 dicembre il governo di Pristina ha assegnato all'ex comandante del Kosovo Protection Corps, generale Syleiman Selimi, il compito di guidare le nuove forze di sicurezza. Appena nominato, Selimi ha dichiarato di voler procedere entro la fine del 2008 alla nomina di altri 23 alti ufficiali della KSF, anche se molto più probabilmente questo non avverrà prima del gennaio 2009.
Cosa succede al Kosovo Protection Corps?
Circa la metà dei membri del Kosovo Protections Corps troverà spazio nelle nuove forze di sicurezza, e dovrebbe essere inserita nei ranghi della KSF tra gennaio e febbraio 2009. L'altra metà, invece, andrà ad aggiungersi al 40-60% della popolazione attualmente senza lavoro.
Le istituzioni kosovare hanno però promesso più volte di “prendersi cura” di chi resterà escluso dal servizio, e hanno ribadito di considerare il loro contributo come “vitale nel processo di ricostruzione post-bellica”.
Il 15 dicembre scorso, il ministro della Funzione Pubblica Arsim Bajrami ha dichiarato che “il governo sta esaminando la possibilità di inserire tutti i membri del KPC all'interno delle strutture pubbliche”. Anche il Comitato per gli Affari Interni e la Sicurezza ha promesso di dare una risposta a tutte le difficoltà incontrate dai membri del corpo che resteranno disoccupati.
L'ex generale dell'UCK Rexhep Selimi ha però espresso critiche verso le istituzioni, dichiarando che “il governo non ha avuto il coraggio di fare nulla per quella che è stata un'istituzione così importante nel paese (il KPC)”. Rexhepi ha sottolineato che non è elemosina quello che cercano i membri dismessi, bensì sostegno legale, morale e finanziario.
C'è un fattore da tenere ben presente per capire l'appoggio mostrato al KPC dall'attuale esecutivo, guidato dal Partito Democratico del Kosovo (PDK) del premier Hashim Thaci. Il bastione elettorale del partito, la città di Skenderaj e la regione circostante della Drenica (qui il PDK ha ottenuto nelle elezioni parlamentari del 2007 il 98% dei consensi) contribuisce anche a fornire un significativo 25% dei membri del Kosovo Protection Corps.
Un'ulteriore misura a favore degli attuali membri del KPC è la possibilità, sancita dalla legge, di poter andare in pensione all'età di 50, dieci o quindici anni prima delle altre categorie di lavoratori.
“Il governo ha reso possibile per il personale del KPC di mantenere il diritto alla pensione a prescindere da un eventuale nuovo impiego, sia questo nel settore pubblico o privato”, ha affermato il generale Caplin, aggiugiendo che “questa misura è di certo positiva in Kosovo, perché incoraggia gli interessati a cercare attivamente nuove possibilità di lavoro”.
Anche la comunità internazionale, principale attore nel settore della sicurezza in Kosovo, ha promesso aiuto per facilitare la ridislocazione dei membri del KPC. Al momento viene portato avanti un progetto da vari milioni di euro di budget, finanziato dalla Nato e gestito dall'UNDP, proprio per stimolare la reintegrazione economica di chi rimarrà senza lavoro attraverso training di riqualificazione, sia nel settore privato che in quello pubblico
“Se gli ex membri del KPC saranno in grado di approcciarsi al programma con spirito positivo, abbiamo ragione di credere che potranno passare con dignità alla fase successiva della propria vita”, ha sottolineato Caplin.
Il progetto prevede anche l'istituzione di un fondo che assicurerà dodici mesi di stipendio agli ex membri del KPC che non entreranno nella Kosovo Security Force dopo lo scioglimento del corpo.
Un intelligence kosovara?
La presenza internazionale in Kosovo ha vissuto ultimamente un'importante sviluppo, con il dispiegamento della missione europea Eulex, che dovrà supervisionare il lavoro di giudici, polizia e dogane. Non è ancora ben chiaro però quali leggi e regolamenti verranno applicati da Eulex, che si è definita neutrale rispetto al contestato status del Kosovo.
Le autorità locali, però, insistono perché la missione europea rispetti la costituzione kosovara proclamata a giugno e le leggi che da questa derivano. Nella costituzione viene prevista anche la futura creazione di un'agenzia di intelligence kosovara, che dovrebbe monitorare e contrastare le minacce alla sicurezza interna del Kosovo. La legge con la quale pongono le basi alla creazione dell'agenzia è stata votata a giugno, ma le procedure per un suo reale funzionamento al momento sembrano al palo.
“Questi ritardi possono avere effetti negativi sul settore della sicurezza, visto che minacce e pericoli restano non identificati”, sostiene Florian Qehaja del Kosovo Center for Security Studies. Qehaja sostiene che il progetto dell agenzia sia stato “minato” ancor prima di partire. “La legge dà all'agenzia di intelligence il compito di raccogliere informazioni, ma le nega ogni potere esecutivo. C'è nella comunità internazionale la tendenza generale a voler concedere a questa struttura un ruolo limitato, mantenendola quasi al livello di una Ong che raccoglie informazioni”.
Analisti dei media e del settore sicurezza non hanno nascosto il fatto che la maggior parte delle ambasciate e uffici internazionali a Pristina hanno loro servizi segreti attivi in Kosovo. Lo scorso novembre tre agenti tedeschi sono stati arrestati e poi rispediti in Germania dopo essere stati accusati in relazione ad una esplosione di fronte alla sede dell'International Civilian Office a Pristina.
Fino ad una futura stabilizzazione, il cardine del settore sicurezza in Kosovo sembra quindi legato allo sviluppo della Kosovo Security Force, anche perché l'appoggio pieno di Nato e Stati Uniti a questa struttura promette di dare vita ad una struttura moderna, con già un chiaro obiettivo in campo internazionale: puntare prima alla Parnership for Peace e ad una successiva candidatura a membro della Nato.
“Visto che l'Alleanza Atlantica sta ponendo le basi e portando avanti l'addestramento della Kosovo Security Force secondo i suoi standard”, ha dichiarato il generale Caplin, “non vedo perché escludere in futuro relazioni più strette di questa organizzazione con la Nato”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10703/1/45/
Salve e Prodi,dove sei?
di gianluca
Prodi è stato un ottimo Presidente del Consiglio, sicuramente il migliore da alcuni decenni a questa parte.
Il suo progetto di Cs unitario era e rimane l'unico competitivo sul piano politico ed elettorale... ed i fatti lo cominciano a dimostrare ampiamente....
Il disastro del PD e del super deludente Veltroni è cominciato col rinnegare Prodi, col trattarlo quasi alla stregua di un impresentabile... Come se fosse possibile presentarsi come il nuovo, il diverso...
Ha ragione chi osserva che Prodi fosse in assoluto l'uomo più temuto dalla destra, forse l'unico...
Il motivo è semplice:
1) Prodi era l'unico uomo in grado di guidare un Cs unitario e quindi vincente;
2) Prodi è un uomo onesto, non corruttibile, la specie peggiore per i berlusconiani;
3) Prodi ha dimostrato con i fatti di saper governare.
Il governo Prodi è caduto perchè aveva 1 voto di maggioranza: nelle stesse condizioni molto probabilmente sarebbe caduto anche un governo monopartitico.
Gli autori della caduta sono:
1) il Cd che ha modificato la legge elettorale a proprio favore;
2) i personaggi che hanno votato contro la fiducia;
3) chi ha contribuito a creare un clima in cui tale sfiducia fosse condivisa dai cittadini, cioè la precedente opposizione ma anche molti nostri dirigenti, in primis Veltroni, che non ha difeso il Governo ed anzi lo ha indebolito lacerando i rapporti con gli altri partiti e partitini (invece di rinserrarli) e con i suoi flirt suicidi (al limite dell'incoscienza) con Berlusconi.
Il Cd, anche oggi, non è più unito del precedente Cs. Ha semplicemente i numeri per governare, cosa che il Cs non aveva e che non avrà mai se non ritrova lo spirito dell'Ulivo, in altre parole le ragioni per stare uniti, che sono tuttora molto più forti di quelle per stare divisi (almeno fra gli elettori di Cs....) .
A cominciare dall'unico alleato che ci è rimasto: Di Pietro.http://www.perlulivo.it/forum/viewtopic.php?f=4&t=806
A Bologna
L'omaggio di Travaglio a Prodi in platea: ho nostalgia di lei
Il giornalista dal palco del suo show ringrazia l'ex premier seduto in dodicesima fila. E la sala applaude
MILANO — «Presidente, sento spesso nostalgia di lei». Il destinatario del sospiro è, sorpresa, Romano Prodi. Il «nostalgico» è Marco Travaglio. Il giornalista di Bananas e Uliwood party l'altra sera era in quel di Bologna per la sua ultima «chiacchierata teatrale», Promemoria, con cui dal luglio scorso gira i palcoscenici nazionali con gran successo: proprio nel capoluogo emiliano Travaglio ha dovuto fare alcuni spettacoli extra per soddisfare la domanda del pubblico.
Domanda non poi così scontata, visto che si tratta di oltre tre ore di one man show, uno spettacolo che ripercorre gli ultimi quindici anni di storia patria muovendo da un assunto: «La prima Repubblica muore affogata nelle tangenti, la seconda esce dal sangue delle stragi, ma nessuno ricorda più niente. La storia è maestra, ma nessuno impara mai niente». E forse, allora, la prima sorpresa è che in platea ci sia Romano Prodi, che non è detto condivida la sconsolante visione che ha Travaglio dell'Italia recente. Tra l'altro, si sa, il Professore è l'anti vip per eccellenza. E la sua presenza avrebbe potuto fin passare inosservata. Perché lui si trova sì al teatro delle Celebrazioni, ma non certo in prima fila: per trovare l'ex presidente del Consiglio bisogna risalire le poltroncine su su fino alla dodicesima. A quel punto, eccolo lì con la moglie Flavia, la deputata ulivista di Cesena Sandra Zampa e alcuni altri amici. Marco Travaglio racconta, il «promemoria» è diviso in sette quadri dedicati soprattutto a Tangentopoli, alla mafia e ai governi Berlusconi.
Ma son quadri e quadretti per nulla accomodanti anche con la «sinistra dell'inciucio» o con le «leggi vergogna bipartisan». L'ultimo atto è «Avanti il prossimo: se non vi son bastati Andreotti, Craxi, Berlusconi e D'Alema, ora magari arrivano Lele Mora e Fabrizio Corona... ». A quel punto, il sipario dovrebbe abbassarsi. E invece no, arriva la seconda sorpresa. Il giornalista, prima di concludere, si esibisce in un fuori programma che è un omaggio all'ex premier, del tutto inatteso anche per i tecnici del teatro: «Ringrazio il presidente Prodi che è in platea. E voglio dirgli che sento spesso la nostalgia di lui». Gli applausi sono scroscianti, e solo a quel punto il sipario cala per davvero. L'ex premier, pubblicamente, non dice nulla. Ma l'abbrivio di Travaglio ha suscitato l'emozione degli spettatori, che circondano il professore e riprendono ad applaudirlo.
In realtà, il tributo non è poi una sorpresa. Il giornalista piemontese molto spesso ha separato, magari con qualche generosità, Romano Prodi dai suoi governi. E anche quando ha usato parole dure, ha sempre trovato all'ex presidente del consiglio una giustificazione. Come quando, nell'ottobre dello scorso anno, l'allora premier aveva aspramente criticato la puntata di Annozero dedicata al caso De Magistris. In quell'occasione Travaglio aveva sì dichiarato che «il giudizio di Prodi su Annozero è un diktat di sapore bulgaro emanato da Torino anziché da Sofia». Salvo poi precisare che la responsabilità era probabilmente del «quotidiano ricatto» di Clemente Mastella: «Non penso che Prodi abbia la stessa concezione della libertà di informazione che alberga nella testa di Berlusconi».
L'anno che verrà
di perleprimarie.org, 24 Dicembre 2008
Il Comitato Promotore Nazionale per le Primarie compirà 5 anni!
Continueremo, ancora con più determinazione, a dare un contributo fattivo
alla politica italiana.
Prima della nostra nascita (24 aprile 2004) erano percepibili focolai di
"primaristi" che si ritrovavano in alcune piazze d'Italia (ad esempio a
Bologna nel 1998 si diede vita all'Associazione "Cittadini per le Primarie";
in altri Comuni d'Italia si erano già udite le voci di liberi pensatori per
le Primarie ...).
Vogliamo qui ricordare il primo libero pensatore per le Primarie: Costantino
Mortati (Corigliano Calabro - Cosenza, 27 dicembre 1891 – Roma, 25 ottobre
1985) che cercò all'Assemblea Costituente di introdurre, fin dalle origini
della Repubblica Italiana, l'Istituto delle Primarie nella Costituzione. La
storia lo indica fra i più autorevoli giuristi e costituzionalisti del
novecento italiano.
Il processo per selezionare al meglio la classe dirigente in Italia è appena
iniziato e per necessità di tutti non potrà che svilupparsi alla ricerca, si
auspica da parte di tutte le forze politiche, di un'epoca di sana gestione
della Res Publica.
Come dono vi inviamo due "poesie natalizie" scritte da liberi e pensatori.
Buon Natale e Felice 2009 a voi tutti e ai vostri cari.
IL COMITATO PROMOTORE NAZIONALE PER LE PRIMARIE
www.perleprimarie.org - info@perleprimarie.org
”Si, ci sono delle nuvole all’orizzonte!
Sono nuvole che potrebbero portare la pioggia.
Ma la pioggia è necessaria , è fonte di vita e di sopravvivenza.
Potrebbero portare il vento.
Ma il vento è l’alito della nostra amata Terra, è il segno che essa respira,
che è viva.
Proteggono dai raggi infuocati del sole,
procurando frescura e refrigerio.
Attenuano anche il bagliore accecante della luce,
creando sfumature di colori tanto care ai pittori e ai fotografi.
Se però avanzano dall’orizzonte gonfie, nere e impetuose accavallandosi in
un turbinio di colori neri grigiastri e oscuri, beh allora c‘è da aver paura
per gli imprevedibili effetti della loro forza e potenza!
I contadini dalle nostre parti la chiamano “La Tempesta”.
E’ un misto micidiale di acqua sferzante
e di sassate di grandine: con lampi accecanti tutto distruggono e
niente si salva sotto la gragnùola dei loro colpi.
Per protezione si brucia un ramoscello d’ulivo, di quello benedetto
dell’anno prima che i "credenti" conservano per buon augurio e felice
auspicio.
E allora se si affacciano nuvole nel nostro orizzonte politico, e le nuvole
ci sono, non disperiamo!
Potrebbero essere nuvole benefiche che portano pulizia e novità.
E se temiamo che possano essere distruttrici e devastanti abbiamo la cura:
un bel ramoscello d’Ulivo che non occorre bruciare ma solo tenere alto sulle
nostre teste e rigoglioso nei nostri cuori”.
Angelo Adimari ("Ulivicoltore" di Castel San Pietro Terme – Bologna)
Te piace 'o presepe? E no che non m' piace, specie quando vedo protagonisti,
a fare l'asino e il bue, persone che conosco (Renzo Lusetti, Giuseppe
Gambale). Non m' piace proprio ma non mi sorprende. Non mi sorprenderei
addirittura se succedesse qualcosa anche a Milano (non mi ha mai convinto il
passaggio del pacchetto di azioni della Serravalle da Gavio alla Provincia).
E' in corso lo spurgo. E allora lasciamolo uscire tutto, questo marcio,
senza trattenerlo com'è successo in passato. La bonifica morale del
centrosinistra era iniziata sì ai tempi di Tangentopoli ma presto, troppo
presto, fu bloccata dai gruppi dirigenti di Ds e Ppi/Margherita. Sono loro
i responsabili della malsana interruzione. Sono in gran parte le stesse
persone che ora guidano il Pd. Pensavano che sarebbe stato troppo doloroso,
a livello personale, e troppo pericoloso, a livello politico, riconvertire
menti e cuori ai precetti - tanto semplici tanto stringenti - che stanno
scritti sul frontone di quel Palazzo da cui tutto partì nel febbraio 1992:
honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere. Hanno fatto finta
di non conoscere il latino. Hanno continuato come prima, i migliori meglio
di prima (vedi la cronaca nera dell'affaire Unipol - Bnl).
Forse siamo nella fase finale di una lunga infezione. E forse può chiarirsi
definitivamente la situazione, se la smetteremo di lasciare l'iniziativa ai
giudici e ci assumeremo le nostre decisioni. Io auspico una scissione.
Quelli come Del Turco (socio fondatore del Pd), che hanno fatto pressapoco
come lui, ma soprattutto che la pensano suppergiù come lui, lo seguano nel
Pdl. Gli altri, quei due o tre che rimarranno, inizino l'impresa da sempre
rinviata, quella di costruire la casa democratica di "giustizia e onestà".
Nella tristezza di questo presepe, c'è del buono nell'essere solo paglia.
Non contiamo niente ma possiamo continuare a respirare liberi e belli
(in latino "honestas" vuol dire anche "bellezza").
Auguri dolci come una pastiera.
Giovanni Colombo (Llibero pensatore - consigliere comunale di Milano - PD)
Mosca, 20 febbraio. Provo ad aprire la mano per stringere la sua, ma non faccio in tempo. Un breve contatto e le sue dita aperte scorrono sotto il mio avambraccio per chiudersi quasi all’altezza del gomito. D’istinto, anche le mie premono sul suo gomito, e il gesto è quasi simultaneo. Metropolitana Tretiakovskaya, cuore di Mosca, sette di sera. Come Sergei, anche gli altri adolescenti, giunti con qualche minuto di ritardo all’appuntamento stabilito, si presentano a me con lo stesso rituale saluto, in un reciproco impugnarsi l’avambraccio. Hanno il cranio rasato e l’abbigliamento conforme ai dettami della loro sub-cultura: pantaloni con i risvolti in fondo, a mostrare gli anfibi lucidi, fibbie con svastiche e croci celtiche, tatuaggi, catenine di metallo che escono dalle tasche, piercing. Sono i giovani esemplari della nuova generazione russa di skinhead.
Delitti razziali. ‘Paièhali’, fa Sergei. ‘Andiamo’, e ci mettiamo in marcia verso il luogo dell’‘incontro’. Un luogo che fino ad ora mi è stato tenuto segreto. Mentre seguo i loro passi sulla neve fresca non posso che pensare al mio volto. Per tentare di dissimulare le mie chiare origini caucasiche ho provato a radermi. Ma so che non basterà certo questo a mettermi al riparo da qualche sguardo sospettoso, se non da eventuali, spiacevoli sorprese. Nel solo mese di gennaio, secondo i dati dell’organizzazione di monitoraggio indipendente ‘Sova’, i delitti a sfondo razziale in Russia sono stati tredici. Metà sono stati commessi a Mosca. Si ammazzano i ceceni, gli azeri, i kazaki, i tagiki, gli armeni, i georgiani. Si ammazzano i caucasici, appunto. I ‘culi neri’, come qui li chiamano quelli che li disprezzano. Li ammazzano gli skinhead. Appunto.
Revival slavo. La sorpresa, a prima vista, è invece piacevole: un palazzo ottocentesco ben curato e illuminato, di colore giallo ocra, con gli stucchi bianchi e i tendoni amaranto. La scritta rossa sul cancello recita: ‘Fondazione per la conservazione della cultura slava’. E’ uno degli istituti – mi viene detto – più onorati e finanziati del Paese. Specie da quando i russi, riavutisi dal collasso economico, dallo smarrimento sociale e dal trauma psicologico seguito alla dissoluzione dell’impero, si sono riscoperti russi. L’ascesa al potere di Putin si è accompagnata a una nuova ondata di nazionalismo, e la retorica anti-occidentale dell’ex presidente ha alimentato una frenetica riscoperta dei simboli, delle istituzioni e della cultura slava. In questo rinascimento identitario è stata la chiesa ortodossa a farsi veicolo della coscienza e dell’orgoglio nazionale. Infatti: dopo che il guardarobiere all’ingresso, incurante della provenienza e dell’abbigliamento degli ospiti, ha raccolto i giubbotti, vengo introdotto in un’ampio salone e presentato a un pope, un prete ortodosso. Gli otto ragazzi e le quattro ragazze skinhead si siedono attorno a un enorme tavolo circolare.
La fede che purifica. Padre Pavel, occhi azzurri e barba folta, lunga fino al petto, comincia così il suo informale sermone: “Preparatevi a difendere la vostra madrepatria”. La predica abbonda di metafore, riferimenti storici, richiami al mito. Come un maestro di scuola media con i propri allievi, dopo l’esposizione di ogni concetto, il religioso fa una pausa per verificare la loro attenzione. Li scruta, uno ad uno, mentre procede nell’opera di indottrinamento. “Bisogna pregare, perché è nella fede che si trova l’antidoto al male. La fede può salvarvi da ogni peccato”. Qualcuno sghignazza, altri si lanciano occhiate complici. I più attenti hanno lo sguardo sostenuto, le braccia conserte e i tatuaggi in bella vista. “Solo con la preghiera l’animo si può purificare”. Pone anche domande, padre Pavel: “Perché bisogna difendere la nostra madrepatria?”. “Per evitare le invasioni, le aggressioni che minacciano il Paese”, gli viene risposto. “Durante il periodo imperiale – continua il sacerdote – il crimine più grave era quello contro la fede ortodossa. Sappiate che anche oggi il nostro Paese sta subendo un’occupazione. Anche oggi la fede e la nazione sono minacciate. E poiché la fede è lo spirito della nazione, può essere necessario difenderla anche con la spada. Ma se non potete combattere contro il male, almeno non dovrete prendervi parte”.
Ebrei e musulmani. Le allegorie a volte lasciano il posto ad allusioni ben precise, e il ‘male’ prende progressivamente forma, incarnandosi non più in un generico nemico esterno, ma in qualcosa dalla fisionomia ben più concreta: “Guardate i musulmani cos’hanno fatto ai nostri fratelli, prigionieri in Afghanistan e in Cecenia. Come si può torturare e uccidere in nome di Dio? Le moschee stanno spuntando come funghi in Russia. Se non combattiamo questa pericolosa tendenza, un giorno ci sveglieremo e la Russia sarà musulmana”. Poi, nuovamente, un appello alla fede e alla preghiera: “Solo con l’aiuto della fede ci si può salvare. Le preghiere purificano e difendono l’uomo in battaglia. Conoscete la storia di quel soldato russo che, nella Seconda guerra mondiale, pregò tutta la notte e il giorno successivo riuscì a uccidere in battaglia diciannove tedeschi, e senza sprecare un proiettile?”.
La difesa della patria. “Padre, ma allora uccidere è o no peccato?”. “Poiché la vita non è perfetta – dice il pope, evitando sempre di rispondere direttamente alla domanda – a volte bisogna impugnare la spada e punire. Ricordate però che il miglior modo per difendere la nostra terra dai colonizzatori è quella di purificare le loro anime con la fede”. “Padre – fa uno – abbiamo diritto all’estremismo in casa nostra?”. “Dato che non è possibile cacciare definitivamente gli scarafaggi di casa – senza ovviamente citare chi siano gli scarafaggi – allora è necessario tenere pulita la casa. Ricordate anche – a degna conclusione del ragionamento – che l’ebraismo è come il satanismo. La sopravvivenza della madrepatria dipende da voi”. Qualche secondo di pausa e, prima che il discorso termini, estraggo la macchina fotografica dallo zaino. Improvvisamente i ragazzi si agitano. Alcuni si coprono il volto, altri mi fanno cenno di ‘no’ con la mano. Il padre continua imperturbabile a parlare, mentre mi allontano per evitare primi piani indesiderati. Riesco a cogliere solo alcune immagini d’insieme.
Wehrmacht originale. Padre Pavel ha finito. Uno dei ragazzi, arrivato nel salone quando l’incontro era già iniziato da un pezzo, mi si avvicina: ‘Giurnalist?’. ‘Sì’, faccio io. In un gesto di spavalda vanteria si alza la felpa e mi mostra un tatuaggio con la bandiera russa, sotto la quale c’è scritto ‘russo’ come un marchio di fabbrica. La fibbia della cintura è originale, dice, apparteneva a un ufficiale della Wehrmacht, l’esercito nazista. A ruota, anche gli altri scoprono il petto, le braccia, i polpacci per mostrarmi i loro tatuaggi. Una ragazza ha la fibbia con la croce celtica, un’altra una svastica con decorazioni tribali sulla gamba. Quello che si è scoperto per primo si chiama Igor, ha 28 anni ed è il capo dei giovani di Slavianskiy Soyuz (Unione slava), l’organizzazione neo-nazista che mi ha fornito il contatto con Sergei e consentito di partecipare all’incontro con padre Pavel. “Sarò uno skinhead fino alla morte”, esclama Igor, con la voce rauca. “Sono membro dell’organizzazione da un anno circa. Cercavo un movimento che fosse in grado di arrestare il declino del nostro Paese. E l’ho trovato in Slavianskiy Soyuz”.
Supremazia ariana. Prendete parte a pestaggi e omicidi di stranieri? “Io personalmente non mi batto più in strada. Ma se vedo uno straniero che si comporta male verso un cittadino russo, allora certo che difendo il mio connazionale”. Saprò più tardi che il suo predecessore è stato condannato a dodici anni per omicidio. Sergei, invece, di anni ne ha 21. Sa come imporre il suo credo, basato su rispetto e onore: “Quando mi trovo in strada, se uno non ci sente a parole, uso le mani. Io, quando un ceceno o un daghestano dice a una nostra donna ‘Vieni qui, bella figa’, mi sento personalmente insultato. Così come mi offende vedere una nostra donna che esce con un caucasico, quelli pieni di soldi, coi macchinoni. Quelli arroganti. Non considero russi i loro bambini. Noi facciamo quello che la polizia non fa”. “Siamo per la razza ariana”, lo interrompe uno, a cui fa eco una ragazza poco più che maggiorenne: “Siamo per la supremazia dei bianchi”. Lo dice con un sorriso, spalleggiata dagli altri, che si mettono in posa per una foto con il braccio alzato. Sorridono tutti, mentre fanno il saluto fascista. Come se fosse un gioco. Quale sarà la reazione di questi adolescenti alle parole di padre Pavel? Cosa faranno una volta che si troveranno davanti il ‘male’?
L'ideologo. Sono venuto qui per avere un’idea di chi fossero i militanti skinhead di Slavianskiy Soyuz, due parole le cui iniziali formano un inquietante accostamento. Mi ci ha mandato il capo del movimento in persona: giorni prima aveva accettato un’intervista dopo che, sul suo sito, avevo trovato il suo numero di cellulare. Si chiama Dimitry Demushkin, e non immaginavo sarebbe stato tanto facile contattarlo. L’idea che mi ero fatto era di un soggetto che agisce in totale clandestinità, ricercato dalla polizia e perseguitato dalla legge, in quanto leader di un’organizzazione che esalta la superiorità bianca e incita al razzismo. E che, per di più, ha visto un centinaio di suoi membri incarcerati, 40 dei quali nella sola Mosca, perché accusati di svariati omicidi a sfondo etnico. “Rigettiamo categoricamente ogni accusa”, ha esordito quando ci ha accolto nel suo ufficio, in un caseggiato anonimo fuori della metro Kolomenskaya, poco più a sud del centro. Il locale è disadorno, due scrivanie da un lato, alcuni scatoloni, pacchi e depliant sparsi qua e là, un mobile-libreria in legno nero sul quale troneggia una collezione di icone ortodosse. Per rendere l’ambiente più idoneo all’occasione, un collaboratore di Demushkin tira fuori una bandiera rossa con la scritta Slavianskiy Soyuz e l’appende al muro.
Nazionalsocialismo russo. Il leader di Ss non guarda mai negli occhi quando risponde alle domande. E’ uno skinhead anche lei? “Lo sono stato. Ho fondato io il primo gruppo organizzato di skinhead russi, il Beye Bulldogi (Bulldog Bianchi), agli inizi degli anni ’90”. Cosa vuol dire essere skinhead? “Partecipare a una sottocultura di protesta giovanile che si sta sviluppando in una forma molto attiva”. Come è nato il suo movimento? “Da una scheggia di Unità Nazionale Russa (partito e formazione paramilitare di estrema destra al bando, ndr)”. Ci spiega in cosa consiste, qual è la sua ideologia, quanti membri ha? “Non è possibile fare stime precise. Anche se i membri attivi non sono molti, la nostra capacità di influenza è abbastanza estesa, anche tra soggetti eterogenei. Un gruppo musicale che si chiama Zyklon B, per esempio, ha un fan club di circa un centinaio di persone. Non sono membri, ma ‘simpatizzano’ per noi. Un altro gruppo di simpatizzanti di Ss è costituita dai capi delle bande di bikers (motociclisti, ndr). In Russia, Ss è il gruppo nazionalsocialista più influente. Alcuni membri del governo e del parlamento condividono la nostra ideologia, così come sportivi, scienziati, intellettuali. Dal '99 la nostra posizione è rimasta intransigente, rigorosa, dal punto di vista ideologico. Siamo per la tutela della lingua, della cultura e dell’unità del popolo slavo. Siamo una formazione nazional-socialista, che ha profondi legami con la religione ortodossa. La finalità della nostra organizzazione è la propaganda, con tutti i mezzi possibili”. Quanti siete? “Circa cinquemila”. Quaranta dei quali sono finiti in carcere. “Quelli finiti in carcere hanno agito per conto proprio. Noi rigettiamo categoricamente ogni accusa”. Per cosa sono stati condannati? “Per estremismo, percosse, incitamento all'odio etnico, omicidio, terrorismo e altro”. Quindi lei non si sente responsabile della campagna di odio, dei pestaggi e degli omicidi commessi dagli estremisti di Ss in questi anni? “No, assolutamente. Chi ha commesso questi delitti ha agito non in nome dell'organizzazione, ma stravolgendo il suo credo ideologico. Quando non possono condannare l'organizzazione, cercano di condannare i singoli membri.”. Che lavoro fa? “Un po’ di tutto. Organizzo concerti, festival, corse motociclistiche, eventi sportivi. Adesso stiamo preparando il campionato mondiale di lotta senza regole. Mi interessa il mondo informale, quello che succede nelle strade. Mi interssa la cultura alternativa”.
La denuncia della Politkovskaya. Mi congedo con una stretta di mano neutra, che nulla ha a che fare con il saluto dei giovani skinhead che avrei ‘imparato’ qualche giorno dopo. In apparenza, quest’uomo potrebbe essere un banale impiegato, che lavora in un ufficio banale e fa un lavoro banale. Eppure, sul suo sito, www.demushkin.com, fino allo scorso anno comparivano svastiche, link a siti di skinhead, braccia levate nel saluto romano,e un manuale dal titolo 'Nazional-socialismo mistico: 1488 parole'. L’88 è il saluto nazista (Heil Hitler, essendo la ‘H’ l’ottava lettera dell’alfabeto), le 14 parole sono: “Noi dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e il futuro per i bambini bianchi”. Lo stesso Demushkin fu arrestato nel 2006 in relazione a un attentato a una moschea, dove una bomba esplose senza provocare vittime. La sua casa fu perquisita e alcune bandiere di Ss sequestrate. Il 20 agosto 2004, l’organizzazione antifascista ‘Movimento giovanile per i diritti umani’ ricevette una lettera che minacciava una “notte dei lunghi coltelli” per “Yurov e Alekseeva”, che sarebbero stati “i prossimi dopo Girenko”. In allegato, la foto di un cecchino. Andrey Yurov era all’epoca il presidente del Movimento giovanile per i diritti umani, Ludmila Alekseeva la direttrice del Moscow Helsinki Group, istituzione nata per opporsi al neo-nazismo. Nikolay Girenko, un consulente antifascista le cui perizie servirono a incarcerare diversi skinhead, fu assassinato il 19 giugno 2004. L’autore della lettera, secondo il sito d’informazione russo ‘MosNews’, era proprio Dimitry Demushkin. “Slavianskiy Soyuz – la cui sigla in russo è Ss – divulgava sul suo sito che l’omicidio era preparato da tempo. Appariva un giovane vestito con l’uniforme delle guardie d’assalto nazionaliste, pistola alla mano e, sotto, la frase: 'In Memoriam, Girenko'. I siti non sono stati chiusi. I loro proprietari e moderatori non sono stati incriminati”. Così scriveva Anna Politkovskaya, nel suo Diario russo, il 19 giugno 2004.
Zyklon B. In Russia molte aggressioni a sfondo razziale non vengono denunciate per paura. La risposta delle autorità è stata in passato assai debole, se non del tutto inefficace, perché la giustizia penale russa solitamente classifica tali episodi come come ‘atti di vandalismo’, invece di far riferimento all’articolo 282 del Codice penale, che li qualifica espressamente come ‘delitti razziali’. Per qualche oscura associazione mentale, ripensando all'intervista a Demushkin torna alla memoria il nome del gruppo musicale da lui citato, ‘Zyklon B’. Solo ora ricordo perché il nome mi era in qualche modo familiare. Solo ora che mi appare davanti agli occhi una stanza delle baracche di Auschwitz, quella adibita a museo. In un angolo, accanto alle matasse dei capelli, alle scarpe, ai vestiti degli scomparsi, c’era una catasta di barattoli vuoti. Contenevano il gas letale che uccise milioni di persone. Su ciascuno, la stessa scritta: ‘Zyklon B’.http://it.peacereporter.net/articolo/11421/All%27ombra+della+svastica
E’ morto qualche giorno fa, all’età di 66 anni, Gregoire il più anziano scimpanzé africano. La notizia è particolarmente importante per via del fatto che lo stesso era diventato un simbolo di longevità. Si tratta infatti di specie che raramente superano i 60 anni. L’animale ha vissuto 40 anni in una stretta gabbia in uno zoo a Brazzaville, sino a quando nel 1997 venne scoperto dalla ricercatrice Jane Goodall, la quale lo portò all’orfanotrofio per scimpanzé a Chimpunga, nell’ex Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo).
La ricercatrice, che sta lottando da decenni per la protezione dei scimpanzé in Africa, ha dato notizia che Gregoire dopo essersi addormentato il 17 dicembre scorso non si è più risvegliato. Gregoire era uno scimpanzé cieco ad un occhio e nonostante fosse di sesso maschile dava cure parentali nei confronti dei più piccoli all’interno dell’orfanotrofio. Secondo quanto riportato dalla fondazione Gregoire era molto ben voluto nel centro ed aveva un solo unico difetto infatti era solito svegliarsi alle sei di mattina facendo un baccano infernale svegliando gli altri compagni.
Stratfor sulla ripresa dei negoziati Russia-USA sul controllo degli armamenti
[Il 17 dicembre gli analisti di Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) hanno prestato attenzione al viaggio in Russia del senatore Lugar, preceduto di poco dalla significativa visita di Henry Kissinger. Visto che se ne è letto poco traduco qui la notizia, accessibile solo agli utenti registrati:]
Ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti? Il senatore statunitense Richard Lugar (repubblicano dell'Indiana) martedì è giunto a Mosca per dei colloqui. La sua visita, che si protrarrà fino a sabato, dovrebbe concentrarsi sul disarmo, in vista di un rinnovo o di una sostituzione del regime di controllo degli armamenti instaurato in base allo Strategic Arms Reduction Treaty (START I, Trattato per la Riduzione degli Armamenti Strategici) del 1991, che scadrà il 5 dicembre 2009.
Benché normalmente prestiamo poca attenzione ai viaggi di membri del Congresso, questa visita è degna di nota. Lugar è senatore da più di 30 anni, ed è il repubblicano più alto in grado del Comitato per le Relazioni Estere del Senato. Ha svolto un ruolo cruciale nei negoziati per il disarmo durante la Guerra Fredda e per la non-proliferazione in epoca post-sovietica. Nel 1991 è stato coautore (con il senatore Sam Nunn, democratico della Georgia) del Lugar-Nunn Cooperative Threat Reduction Program (Programma di riduzione congiunta della minaccia) che tentava di eliminare quello che lo START aveva contribuito a mettere al bando, fornendo finanziamenti statunitensi per mettere in sicurezza e smantellare gli armamenti nucleari di epoca sovietica e relativi sistemi di lancio (oltre alle armi biologiche e chimiche). A oggi sono state smantellate circa 7200 testate nucleari d'epoca sovietica.
Tuttavia l'eredità del regime di controllo degli armamenti della Guerra Fredda – e il coinvolgimento di Lugar in questo processo – non si limita alle armi nucleari. Le componenti sono tre. Una è l'Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF, Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio), che metteva al bando tutti i missili balistici a corto e medio raggio (300-3400 miglia) e i missili da crociera terra basati a terra al fine di ridurre la minaccia di un rapido scambio nucleare nel teatro europeo. Un'altra componente è rappresentata dal Treaty on Conventional Forces in Europe (CFE, Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa) del 1992, che poneva espliciti limiti alle armi convenzionali, dai carri armati ai veicoli da combattimento e dagli elicotteri d'attacco ai caccia, in tutto il teatro europeo, sia per la NATO che per il Patto di Varsavia (Russia a ovest degli Urali compresa). E infine c'è lo START I, che stabilì meccanismi rigorosi di dichiarazione, ispezione e verifica allo scopo di ridurre gli arsenali degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica.
In anni più recenti, tuttavia, l'impegno per il disarmo è entrato in una fase di stallo. Gli americani hanno preferito non dare seguito allo START; gli Stati Uniti vedono venir meno l'arsenale strategico russo, dunque Washington considera qualsiasi rigida restrizione bilaterale imposta alle armi nucleari strategiche come un'indebita limitazione delle proprie opzioni militari a lungo termine. I russi non amano il CFE, dato che gli stati satelliti che facevano parte del Patto di Varsavia sono ora membri della NATO; i numeri delle armi convenzionali sono tutti a favore della NATO. E i russi non amano neanche il trattato INF, perché impedisce loro di costruire grandi quantità di più economici missili a breve raggio per contrastare la superiorità tecnica e a lungo raggio degli Stati Uniti.
Messi assieme, questi tre trattati segnano la fine della realtà militare della Guerra Fredda in Eurasia. E la visita di Lugar in Russia segnala che gli americani e i russi potrebbero essere pronti ad ammettere che tutti e tre gli accordi vanno rivisti.
Lugar non è il solo peso massimo in gioco. La sua visita segue un fatto ancora più rivelatore: anche l'ex segretario di stato Henry Kissinger ha di recente visitato la Russia. Avrebbe incontrato il presidente russo Medvedev il 12 dicembre, ma secondo una fonte di Stratfor avrebbe soprattutto trascorso molto tempo con il primo ministro Vladimir Putin. In Russia Kissinger è l'americano più rispettato e considerato, punto. Quando si trova lì, ha l'autorità di parlare per conto dell'amministrazione degli Stati Uniti. Il successivo viaggio di Lugar suggerisce che gli incontri di Kissinger si sono almeno in parte concentrati sul riavvio di significative discussioni sul controllo degli armamenti.
Per i russi il solo fatto di riuscire a convincere gli americani a discutere l'idea di rinegoziare i trattati è una vittoria significativa. A parte il prestigio di essere ancora capace di riuscire a condurre colloqui strategici bilaterali, la Russia ha convinto Washington – e parliamo qui della Washington di Bush ma anche di Obama – di avere la capacità non solo di influenzare ma anche di dettare gli eventi in gran parte dell'ex impero sovietico. Il riconoscimento statunitense di questo semplice fatto significa che sono destinate a svolgersi discussioni in materia di sicurezza. Il processo di rinegoziazione probabilmente si protrarrà per anni, ma le visite di Kissinger e Lugar sono mosse di apertura in quella direzione.
Fonte: www. stratfor.com (Strategic Forecasting Inc), 17 dicembre 2008
Ucraina, una rampante holding mafiosa Il boom del crimine
testo e foto di Matteo Tacconi
Traffico di eroina, contrabbando e racket della prostituzione sono le attività più lucrative della mafia ucraina. Una piovra in grado di controllare i confini del più esteso Stato europeo con relativa tranquillità, forte della debolezza delle istituzioni e dell’indigenza della popolazione
Oggi la mafia ucraina punta forte sull’eroina. Le statistiche relative ai sequestri effettuati nel 2006 lo testimoniano. Il sito di Radio Free Europe (www.rferl.org), emittente finanziata dal Congresso americano e bene informata sulle questioni relative al narcotraffico nell’area post sovietica, riferisce che da gennaio a luglio dello scorso anno i servizi di sicurezza ucraini (Sbu, Sluzhba Bespeky Ukrayiny) hanno sequestrato 460 chilogrammi d’eroina. Una quantità sbalorditiva, che avrebbe fruttato in termini economici oltre 32 milioni di dollari e che eguaglia – è questo il dato più sconcertante – l’ammontare di eroina sequestrato negli ultimi quindici anni e che costituisce solamente una minima parte della quantità di polvere bianca circolata tra Kiev, Donetsk, Odessa, Leopoli e le altre città del paese.
Il traffico di eroina. I dati del 2006 hanno un duplice significato. Da una parte, la mafia ucraina ha compiuto un salto di qualità inatteso. Dall’altra le istituzioni, finora deboli nel fronteggiare il problema, hanno iniziato a prendere la questione di petto, consapevoli delle ricadute destabilizzanti che i grandi traffici internazionali potrebbero avere sulla fragile democrazia ucraina, messa a dura prova dalle vicende politiche dell’ultimo triennio, contrassegnate dalla persistente lotta tra il blocco arancione di Viktor Yuschenko e Yulia Tymoshenko e i filo-russi, dalla lacerazione tra l’occidente rurale attratto dalle sirene euro-atlantiche e l’oriente industriale, che guarda a Mosca. Da cambi di casacca, tradimenti, pugnalate alle spalle e trame dal sapore golpista.
Radio Free Europe sottolinea come a determinare l’escalation del traffico di eroina concorrano diversi fattori, ognuno decisivo. C’è, innanzitutto, la questione delle frontiere sguarnite tra Ucraina e Russia. Attraverso i varchi non presidiati penetrano, spesso nascosti nelle autocisterne, i carichi di eroina provenienti dalle steppe dell’Asia Centrale, regione che si sta sempre più ritagliando un ruolo d’avanguardia nella coltivazioni di papaveri. È poi l’Ucraina stessa, trasformatasi in un laboratorio per la raffinazione della merce, a favorire la presenza di un sempre più consistente flusso di narcotici. In maniera particolare, è nelle sterminate campagne del versante occidentale ucraino, nei piccoli villaggi, che i signori della droga allestiscono i laboratori. «Negli ultimi tempi – racconta Olha Gopanchuk, interprete dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) – leggo quasi quotidianamente notizie relative a casolari trasformati in centri di smistamento o lavorazione». Altra ragione del grande balzo in avanti: la corruzione, diffusa, tra i ranghi della polizia di frontiera. La guerra alle cosche, per Kiev, sarà una strada tutta in salita.
Prima regola: diversificare le rotte. Non sono soltanto terrestri le frontiere dove si registra il passaggio di trafficanti e polvere bianca. Negli ultimi anni le acque del Mar Nero sono state solcate da un crescente numero di bastimenti, carichi di droga. Il Mar Nero rientra nella strategia di diversificazione dispiegata dai monarchi del narcotraffico. Certo: la tradizionale via balcanica, lungo la quale viene trasportato l’oppio afghano destinato ai mercati europei, è oggi più attiva che mai. La situazione politica incerta della regione post jugoslava, i vuoti legislativi e i conflitti latenti hanno favorito, complice la formidabile ripresa della produzione oppiacea a Kabul – secondo Irin (www.irinnews.org), l’agenzia di stampa dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento delle azioni umanitarie, nel 2006 sono state esportate 6100 tonnellate, il doppio rispetto al 2005 – il ritorno ai vecchi fasti dei traffici balcanici, particolarmente intensi nel Kosovo e nella Bosnia, le due regioni politicamente più instabili dell’area. Tuttavia i trafficanti, in maniera lungimirante, hanno iniziato a diversificare le rotte. Questo perché i Balcani, fedeli alla loro tradizione di polveriera, sembrano nuovamente pronti a esplodere. Il dopoguerra, dopo un’iniziale parentesi di distensione, è stato gestito in maniera superficiale dalla comunità internazionale e ora tutti i nodi stanno venendo al pettine. La Bosnia, devastata dalle tensioni tra i serbo-bosniaci e la componente (maggioritaria) musulmana, è sull’orlo di una crisi di nervi. Il Kosovo, dove serbi e albanesi, accertata l’impossibilità di pervenire a una definizione diplomatica del futuro assetto della regione, paiono pronti a dissotterrare nuovamente l’ascia di guerra, pure. Si preannunciano tempi incerti e un aumento della vigilanza e della presenza dei contingenti internazionali. Ciò potrebbe comportare, per i trafficanti, qualche rischio di troppo. Meglio, dunque, ricalibrare le strategie.
La cooperazione con la mafia turca. In questo senso la rotta marittima Istanbul-Odessa appare sicura (sicure appaiono anche le sguarnite coste ucraine, dove spesso gli oppiacei vengono depositati e tenuti nascosti prima di essere smistati verso l’interno del paese). Mafiosi ucraini e turchi vi hanno infatti posato gli occhi e la cooperazione tra le due cupole pare funzionare. A certificarlo sono le cronache, che ricordano come i narcotrafficanti turchi siano stati colti con le mani nel sacco nei grandi sequestri di eroina del 2006: è il caso dell’operazione di Kherson (febbraio 2006), località non distante dal porto di Odessa, dove le forze dell’ordine hanno fermato un furgoncino che trasportava 124 chili di eroina, a bordo del quale è stato identificato un malavitoso turco. Oppure, sempre nel 2006, dell’arresto di un altro uomo con passaporto turco, intento a caricare in un’auto 114 chilogrammi di polvere bianca, nella zona centrale della capitale Kiev.
L’Aids, il fronte interno. Ma i fiumi d’eroina che circolano in Ucraina non sono solamente destinati all’estero. A partire dalla metà degli anni Novanta è cresciuta esponenzialmente anche la domanda interna. È, questa, una dinamica tipica dei paesi post comunisti. Il libero mercato ha forgiato un’élite economica che vanta oggi grandi disponibilità di denaro e “investe” in polvere bianca. Da Mosca a Kiev e nei vecchi paesi d’oltrecortina i nuovi ricchi “si fanno” e all’interno della comunità dei tossicodipendenti la contrazione dell’Hiv e in una fase successiva l’evoluzione del virus in Aids, dovuta principalmente a scambio di siringhe infette, aumenta in maniera drammatica. Dati alla mano, risulta evidente che tale questione ha assunto in Ucraina le dimensioni di una vera e propria catastrofe sociale, che rischia di sbriciolare l’intero sistema socio-economico, già minato dalla decrescita demografica. La crisi delle culle, in Ucraina, è infatti piuttosto consistente: tra il 1991 e il 2003 la popolazione complessiva del paese (46 milioni e 300mila persone al luglio del 2007, secondo il World Fact Book della Cia) è diminuita di quattro milioni. Il fatto che i casi di Aids si moltiplichino giorno dopo giorno, colpendo impietosamente la fascia d’età compresa tra i venti e i trentaquattro anni e generando le condizioni per un aggravamento della crisi demografica, induce a formulare previsioni pessimistiche sul futuro ucraino. L’aumento dei casi di Hiv, si legge in un dettagliato rapporto della Banca Mondiale (Socioeconomic Impact of Hiv/Aids in Ukraine, 2006), «è diventato il più serio ostacolo alla crescita economica». Lo stesso documento evidenzia come nel 2003 i casi di contrazione dell’Hiv siano stati 360mila. L’anno successivo 477mila. In prospettiva, secondo i calcoli della Banca Mondiale, il numero delle persone infette potrebbe addirittura essere pari, nel 2014, a 820mila. Ciò andrebbe a produrre ricadute preoccupanti: costi sociali crescenti, calo progressivo del prodotto interno lordo, crollo degli investimenti dall’estero. Uno scenario fino a poco tempo fa imprevedibile. Nel 1991 i casi di Hiv si contavano sulla punta delle dita. Allora le frontiere erano ermetiche. L’Asia Centrale, l’Ucraina e la Russia erano parte di un’unica nazione. La Turchia, stato membro della Nato e alleata dell’Occidente, era “distante” e pochi erano i bastimenti che solcavano il Mar Nero, lungo la rotta Istanbul-Odessa.
1991: il big bang del narcotraffico. L’Ucraina sovietica è però un ricordo lontano. A 17 anni dal crollo dell’Urss le cose sono profondamente cambiate. Nel 1991 la diffusione degli stupefacenti aveva dimensioni risibili. Il problema era inoltre sottaciuto. Quel poco di informazione che filtrava riguardava le conquiste e i successi del “mondo nuovo”. Sull’altra faccia, quella dolorosa, della società sovietica calavano veline ministeriali. Esilii, espulsioni, accanimento contro i cittadini, povertà, crisi economiche, disastri sociali. Ciò che veniva incolonnato nei giornali, trasmesso alla radio o bucava lo schermo (dipende ovviamente dalle epoche) era solo una parte infinitesimale del mondo reale. Questione di accerchiamento esterno, di lotta serrata con il demone occidentale. Il sistema sovietico era un grande salone insonorizzato. Venne poi la glasnost (trasparenza) di Mikhail Gorbachev, l’ultimo segretario generale del Partito comunista dell’Urss. Il sistema cominciò magicamente a dischiudersi, i notabili di Mosca iniziarono a denunciare i mali del paese, questioni economiche e sociali alle quali era stata prima applicata la sordina.
Siamo nella seconda parte degli anni Ottanta e i cittadini sovietici – inclusi gli ucraini – apprendono una notizia che ha dello sconcertante: nell’Urss circolano narcotici. A rompere il silenzio, in merito a una vicenda fino a quel momento sconosciuta, usata soprattutto a scopi propagandistici contro l’Occidente vizioso e dai costumi corrotti, è l’allora ministro degli Interni Alexander Vlasov, che snocciola sulla «Pravda», il giornale del partito, dati e dettagli dell’operazione Poppy 86 (poppy sta per papavero, 86 indica l’anno), tesa a sgominare il narcotraffico. Sono 46mila i cittadini sovietici che soffrono di tossicodipendenza. Una cifra che mette i brividi, rispetto a quella del 1984 (2500), volutamente tenuta bassa dalle autorità. Vlasov rivela inoltre – ce lo ricorda una vecchia edizione del settimanale americano «Time» – che oltre quattromila, tra piccoli spacciatori e squali del narcotraffico, sono stati arrestati e che le autorità hanno distrutto 250mila ettari di coltivazioni abusive di oppio. Proviene dall’Asia centrale.
Cinque anni dopo l’annuncio di Vlasov crolla il gigante sovietico. Il Muro di Berlino, abbattuto due anni prima, sprigiona una reazione a catena che porta i paesi dell’Europa orientale all’affrancamento da Mosca e spinge la crisi fino al cuore dell’impero. La stella di Mikhail Gorbachev smette di brillare. L’uomo che aveva contribuito alla distensione internazionale non riesce a gestire il disfacimento interno e viene travolto dagli eventi. Sale al potere Boris Eltsin, il corvo bianco. Le repubbliche che componevano l’Urss prendono ognuna la propria strada. È inevitabile che sia così. La costituzione sovietica garantisce loro il diritto alla secessione. Viene da chiedersi: perché non è stato mai brandito prima? Semplice. Perché nonostante l’architettura federale dello Stato e il riconoscimento, sulla carta, di ampie libertà – secessione compresa – è il partito che, sulla base del centralismo, indossando i panni del Leviatano, del gendarme, tutela l’unità dello Stato. Meglio ancora: la impone.
Kiev, storia di successo? Morto il partito, morta l’Unione Sovietica. Le repubbliche dell’Urss, dalla Georgia all’Armenia, dall’Uzbekistan ai paesi baltici, dichiarano l’indipendenza. I primi anni Novanta sono durissimi. Disoccupazione, inflazione, povertà, bambini abbandonati, fughe all’estero. Il sistema sociale collassa. La popolazione soffre, i nuovi governanti stentano a trovare rimedi e strumenti per arginare il cataclisma sociale. Ma c’è chi, da questo drammatico marasma, riesce a trovare benefici. Sono i vecchi refusnik sovietici, la folta schiera di oppositori espulsi da Mosca. Tra loro si annidano anche criminali, gente con la fedina sporca. Durante l’esilio in Occidente vengono in contatto con le mafie presenti in Usa, Canada, Sudamerica. Apprendono gli strumenti del mestiere: riciclaggio di denaro, estorsione, frodi fiscali, gestione delle grandi partite di droga. Il crollo dell’Urss è per loro una manna. In molti ritornano nelle rispettive patrie, con l’obiettivo di sfruttare l’anarchia economica e politica che domina la scena pressoché ovunque. In Ucraina questa strategia funziona. È comunque fuorviante ritenere che siano stati i refusnik i “padri fondatori” della mala ucraina. Profittatori, politicanti assetati di potere e criminali da strapazzo hanno fiutato subito l’occasione apertasi con la fine dell’era sovietica, quando trafficare era difficile, complici le frontiere, invalicabili.
Sono diversi i motivi del boom malavitoso ucraino. Conta, innanzitutto, l’estensione geografica del paese. L’Ucraina, con i suoi 603mila chilometri quadrati, è lo Stato più grande d’Europa. Difficile, quasi impossibile, controllarne l’intero territorio. Le attività criminose possono essere organizzate con una relativa tranquillità. Strategica, inoltre, la collocazione geopolitica. L’Europa non è lontana, la Russia è a due passi e la condivisione della frontiera con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Moldavia e Bielorussia ha rappresentato una ghiotta occasione per impostare una diffusa “cooperazione” transfrontaliera, in ambito di traffici di droga e esseri umani, con le neonate mafie dei paesi limitrofi. Cooperazione che tutt’ora va avanti. Ma non è solo una questione di fattori geografici. Il crimine organizzato ha cavalcato al meglio il clima politico claudicante dei primi anni dell’indipendenza. La povertà ha facilitato i compiti della piovra ucraina, che ha potuto estendere i suoi tentacoli con estrema rapidità. I cartelli del contrabbando e del narcotraffico hanno reclutato manodopera. Lo stato d’indigenza di una buona fetta di popolazione e l’assenza di prospettive hanno portato migliaia di cittadini a rivolgersi ai potentati criminali, piccoli e grandi.
Donne, povere, emigranti, prostitute. Infine, il traffico di esseri umani. I trafficanti sono stati lesti, rispettando un copione buono per tutte le stagioni (vedi l’Albania del 1997 o la fascia settentrionale dell’Africa oggi) a sfruttare la “fuga” all’estero di centinaia di migliaia di uomini e donne, intenzionati a rifarsi una vita, a trovare qualche lavoro, a costruirsi uno straccio di orizzonte. I numeri spesso annoiano, ma servono anche a quantificare la grandezza di certi fenomeni. Dell’emigrazione ucraina, in questo caso. Stando alle statistiche del National Institute of International Security Problems di Kiev (www.niisp.gov.ua), tra il 1991 e il 2004 due milioni e mezzo di ucraini hanno lasciato il paese. Di questa cifra, una buona parte riguarda la migrazione verso le altre repubbliche post sovietiche. Nonostante questo, l’emigrazione verso occidente è stata più che sostenuta. Il caso italiano fa scuola. Nel nostro paese gli ucraini costituiscono, con 195mila presenze (secondo i dati dell’ultimo rapporto Caritas sull’immigrazione), il quarto gruppo nazionale presente sul nostro territorio, dopo romeni, marocchini e albanesi. L’esperienza italiana non è dissimile da quelle di altri paesi europei.
Difficile che, davanti a fenomeni migratori così massicci, la cricca dei trafficanti si lasci sfuggire un’occasione, facile facile, per moltiplicare i propri profitti. Così infatti è stato e a rimetterci – come spesso tristemente accade – sono state donne e ragazze. Ingannate dalla promessa di ottime buste paga, di una svolta economica e sociale. I trafficanti hanno spesso fatto ricorso (tuttora lo fanno) all’escamotage, rinomato, degli annunci pubblicati sui giornali allo scopo di catturare l’attenzione delle potenziali emigranti. Una volta contattati, garantiscono il viaggio verso il paese di destinazione, forniscono indirizzi, assegnano un’occupazione. Frottole. La realtà è che consegnano le emigranti nelle mani della mafia locale, dei sovrani del racket della prostituzione. Da Roma a Berlino, da Budapest ai paesi del Medio Oriente (numerose le ragazze dell’est che si ritrovano schiave nei bordelli della regione), le ucraine sono state vittime di soprusi e vessazioni. La rivista americana «Demokratizatsiya» (www.demokratizatsiya.org), ottima chiave di lettura per comprendere le dinamiche socio-politiche dell’area post sovietica, stimava nel 2003 che a partire dalla metà degli anni Novanta oltre 420mila donne ucraine sono finite nella rete dei pescicani della prostituzione, sottolineando come la ragione di una così alta cifra non dovesse essere imputata solamente alla povertà del paese di provenienza, ma anche al fatto che «molti paesi occidentali hanno imposto limiti restrittivi e quote all’immigrazione». Conseguenza: «Molte donne sono costrette a piegarsi alle richieste dei trafficanti se vogliono emigrare». Oggi il tenore di vita meno precario conquistato dall’Ucraina ha frenato questo fenomeno. Che continua comunque a essere presente, visibile. Non è casuale che il regista Giuseppe Tornatore abbia costruito la sceneggiatura del suo film La Sconosciuta (2006) intorno alle vicende di un’immigrata ucraina, schiavizzata e spedita sul marciapiede dai boss che di questo racket hanno fatto, insieme al traffico d’eroina, l’attività più lucrosa della loro holding mafiosa. http://www.narcomafie.it/articoli_2008/art4_1_2008.htm
Durante la riunione dei ministri del Foro dei Paesi Esportatori di Gas (FPGE), appena terminata a Mosca, e' stato deciso che si trasformera' in organizazione che coordinera' l'estrazione, trasporto e vendita di questo combustibile. La decisione e' stata sottoscritta dalle maggiori potenze gasifere: Russia, Iran, Libia, Algeria, Venezuela e Bolivia.
Il Primo ministro russo Putin ha meso in guardia che l'epoca "del gas a prezzi bassi e' finita". Stanno aumentando sensibilmente i costi delle tecnologie e dei materiali necessari alle perforazioni, estrazione, immagazzinamento e trasporto.
Il PPGE, fu creato nel 2001, e raggruppa at Argelia, Bolivia, Brunei, Egipto, Emirati Arabi Uniti, Guinea Ecuatoriale, Indonesia, Iran, Libia, Malasia, Nigeria, Qatar, Russia, Trinidad e Tobago, Venezuela, oltre alla Norvegia y Kazakistan, a titolo di osservatori.
Il ministro dell'e Energaa venezuelano, Rafael Ramírez, ha detto che "..vediamo in questo Foro la possibilita' di costruire una solida organizzazione che si fonda sugli estessi principi dell'OPEC".
Salta all'occhio che tra le finalita' della nuova organizzazione via sia quella di coordinare la vendita del gas (oltre all'estrazione e trasporto), e questo potrebbe sottintendere che vogliano sottrarlo a quei meccanismi che hanno assoggettato il petrolio agli indicatori Nymex e Brent, oltre che al petrodollaro e Wall Stret.http://selvasorg.blogspot.com/
“Ribaltone”, “ammutinamento”: a Mosca è gran clamore. Venerdi, i delegati dell'Unione dei Cineasti russi hanno votato contro il regista russo più popolare all'estero e più potente in patria, che deteneva la presidenza dell'associazione dal 1997, sostituendogli un artista "culto" degli anni sovietici, ma di nicchia, Marlen Khutsiev. Che col circolo di Mikhalkov, convinto putiniano, non ha nulla a che fare. Segnali di crisi anche nella settima arte? L'interessato è furente: "Voto illegale, farò ricorso" (nella foto, un giovane Mikhalkov attore in "Passeggio per Mosca" di G. Danieli (1963)
Lucia Sgueglia
MOSCA – Nikita Mikhalkov giù dal trono a Mosca, a sorpresa ma non troppo, tra molto rumore. È sottosopra il mondo del cinema in Russia, dopo lo scandalo scoppiato venerdi 19 al congresso (il settimo) dell’Unione dei Cineasti russi. Dopo 11 anni di reggenza del regista di Sole Ingannatore (premio Oscar 1995, il seguito atteso nel 2010), l’assemblea si è ribellata, ignorando le sue proteste e incoronando, dopo due giorni di sedute dove la tensione si tagliava col coltello, un nuovo presidente che col potente “circolo” del vecchio non ha nulla a che fare. È Marlen (Marx+Lenin) Khutsiev: origini georgiane, poco noto in occidente, in Russia regista-culto anni 60, coi suoi capolavori Ho vent’anni e Pioggia di luglio proibiti nell’Urss fino alla perestrojka. “Ribaltone”, “ammutinamento”: sui media russi è gran clamore. Set, la Casa del Cinema del Mosca. Attori, i delegati dell’organizzazione che conta 5mila membri, professionisti del cinema, in tutte le regioni russe. Nel 2004 tra le polemiche Mikhalkov era stato riconfermato presidente; il suo mandato scadeva nel 2007, i delegati avrebbero dovuto riunirsi molto prima e tale irregolarità, insieme alle lamentele depositate al Ministero della giustizia contro violazioni dello Statuto dell’Unione da alcuni membri, giovedì, ha spinto il regista a negare la legittimità del congresso: “voto illegale, farò ricorso” ha detto ai giornalisti dopo essere uscito dall’aula per protesta coi suoi. Con lui il ‘delfino’ Mikhail Porechenkov, definisce “un teatro di lillipuziani” la riunione (alla plenaria del 4 dicembre i maggiori nomi del cinema russo non furono convocati). Ma per la maggioranza dei presenti che ha votato Khutsiev (349 su 383), tutto in regola, il quorum dei due terzi c’è. Assenti i delegati regionali, tradizionalmente dalla parte di Mikhalkov.
In serata il regista appare furente nei tiggì, paonazzo in viso. Ma, sorpresa, le tv di Stato, tutte smaccatamente filo-Cremlino come il cineasta, non lo difendono: nemmeno il primo Canale, pur non criticandolo apertamente. Che succede? Il più popolare regista russo all’estero, in patria è una potenza in tutto il mondo culturale, dove senza di lui poco si può fare: possiede una sua società di produzione (Trité), presiede la Fondazione della Cultura Russa, è membro del Consiglio Presidenziale di Cultura della Federazione e, all’estero, della European Film Academy. Gran parte dei finanziamenti statali alla cultura passa il suo vaglio. Fino a poco fa considerato un intoccabile, anche perché vicinissimo a Putin. In passato deputato alla Duma per il partito dell’ex zar, Russia Unita. Prima ancora, con l’Urss, si era tenuto a galla: né comunista né dissidente. Dopo, si faceva vedere al fianco dei politici da Eltsin in giù ma anche degli artisti “alternativi”, e ammetteva simpatie monarchiche. Un anno fa ha prodotto un film tv su Putin, e firmato una lettera per farlo restare presidente in barba alla costituzione. Negli anni 90 il cinema russo, dopo i fasti dell’Urss, tocca il fondo. Con Putin (e Mikhalkov sempre al suo fianco) l’industria cinematografica nazionale rinasce, è boom coi soldi degli oligarchi, spesso a spese della qualità: una montagna di blockbuster made in Mosca, ma quel che conta è che i russi tornano in massa al cinema. Lo Stato finanzia un centinaio di film l’anno, prediligendo quelli “patriottici”, come 1612 prodotto proprio da Tritè, anche se con scarso successo ai botteghini.
Ora, proprio quella vicinanza pare essere stata decisiva per l’attacco dei colleghi al regista: a rischio, dicono, è l’indipendenza del cinema russo. Ma come al solito, molto conta anche la tasca. La crisi economica si aggrava in Russia, i fondi dell’Agenzia Federale per la Cinematografia sono probabilmente destinati a ridimensionarsi: la lotta per il bottino è scattata. Poco fa, Putin ha annunciato che presto nascerà nel suo governo un gruppo di esperti sull’industria cinematografica ("per supportare i prodotti nazionali", si legge nel decreto che lo istituisce): lo guiderà lui stesso. Allarme nel settore, per il portato ideologico che la mossa può nascondere. Di certo il potere a Mosca mostra una predilezione per la settima arte come veicolo di propaganda, oggi come nell’Urss. Ma nella Russia dove al cinema comandano le dinastie familiari, un delegato nota: “addossare tutti i mali del nostro cinema a Mikhalkov è stupido”, rammentando l’urgenza di svecchiare le istituzioni. Tra i candidati al trono c’erano altri nomi celebri - il direttore degli storici studios Mosfilm Shakhnazarov, il regista Gerasimov, il producer Rodnjanski - tutti han rifiutato per impegni di lavoro. Unico rimasto era Khutsiev, che ha accettato per portare avanti il suo progetto di fondare studios di proprietà dell’Unione per favorire le giovani leve: 83enne, ha la stima dello stesso Mikhalkov. L’età avanzata fa però pensare a una soluzione temporanea. Il futuro dell’Unione dei Cineasti russi potrebbe chiamarsi, magari, Vadim Abdrashitov: collega di Mikhalkov alla Vgik, la prestigiosa università del cinema di Mosca, è nettamente anti-putiniano. Per lui l’Unione "deve trasformarsi in una corporazione professionale".
Turchia e kurdi iracheni sempre più vicini. A spese del Pkk
Osservatorio Iraq,
Turchia e governo regionale kurdo del nord Iraq avrebbero raggiunto un accordo per un nuovo piano strategico, che contemplerebbe misure contro il Pkk. A sostenerlo è l'agenzia Firat, vicina allo stesso Pkk, citata dal quotidiano turco Hurriyet.
Stando a questa fonte, l’intesa dovrebbe prevedere un impegno dell'amministrazione del Kurdistan a tagliare ogni legame con l’organizzazione, che proprio nella regione ha le basi da cui partirebbero gli attacchi contro la Turchia.
Ankara avrebbe inoltre ottenuto un impegno del presidente regionale Massoud Barzani a spingere i membri del gruppo fuori dalla regione, mentre la Turchia sarebbe autorizzata a stanziare sue forze speciali in alcuni punti strategici nel nord dell'Iraq, al fianco dei locali peshmerga, con il compito di tagliare ogni sostegno logistico, politico e militare al Pkk.
In cambio, Ankara avrebbe accettato di riconoscere l'amministrazione di Barzani e di aprire una sede diplomatica a Erbil.
La notizia non ha trovato conferme ufficiali. Tuttavia, negli ultimi mesi le relazioni tra Ankara e il governo regionale nord iracheno sono andate decisamente migliorando.
Tanto che – come riporta il quotidiano turco Zaman – ieri Barzani ha dichiarato che presto la diplomazia “nascosta” tra le due parti lascerà spazio a relazioni ufficiali.
Dall’inizio della guerra in Iraq, nel marzo 2003, Ankara si è sempre rifiutata di tenere contatti con i kurdi iracheni, sostenendo che l’amministrazione regionale sostiene le attività del Pkk, accusato di terrorismo anche da Stati Uniti e Unione Europea.
Ma il clima è molto mutato negli ultimi mesi.
Il mese scorso, lo stesso Barzani ha incontrato a Baghdad l’inviato speciale turco per l’Iraq, Murat Ozcelik.
Ieri, intervenendo in pubblico ad Arbil, Barzani ha invece invitato il presidente della Repubblica turca Abdullah Gul a recarsi in nord Iraq, sostenendo che tra i kurdi sarebbe il benvenuto, e ha detto di ritenere che il prossimo insediamento di una nuova amministrazione alla Casa Bianca avrà effetti positivi sulle relazioni tra i kurdi iracheni e la Turchia. http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6685
SRI LANKA Continuano gli aiuti alla popolazione a quattro anni dallo tsunami di Melani Manel Perera Un programma per avviare al lavoro 560 persone e costituire piccole imprese artigianali. Dalla fine del 2007 l'opera dell’organizzazione indiana Amurt ha aiutato 1056 famiglie.
Galle (AsiaNews) - “Ora possiamo guadagnare il nostro salario dignitoso e vivere lietamente. Siamo davvero grati ad Amurt International per averci aiutato in un modo incredibile”. Sunetthra Senevirathna, una donna di 45 che vive nel distretto di Galle, ha seguito un corso di ricamo e ricevuto una donazione di 5mila rupie srilaneksi (32 euro circa) per avviare un’attività in proprio.
Sono 560 le persone coinvolte come lei nei corsi di avviamento alla professione e alla gestione di micro imprese dell’organizzazione internazionale Amurt, arrivata nel 2004 nella regione del sud dello Sri Lanka per soccorrere la popolazioni colpite dallo tsunami.
Anura Ranatunga, coordinatore del progetto, spiega ad AsiaNews il lavoro svolto: “In base al tipo di disabilità e al bisogno della comunità di appartenenza abbiamo identificato sei differenti categorie: allevamento di pollame, produzioni a base di cocco, cucito, lavorazione di spezie, bigiotteria e calzoleria. Al termine dei corsi teorici e pratici forniremo l’equipaggiamento di base e il materiale necessario per l’avvio di micro attività da svolgere a casa”.
Il 22 dicembre la seminar Hall di Galle ha ospitato la cerimonia di consegna dei certificati e dei kit ai beneficiari del programma di Amurt. Bhola Sah, direttore generale dell’organizzazione nata in India nel 1965, spiega ad AsiaNews che “lo scopo del progetto è di mettere in grado le persone più vulnerabili di autosostenersi e di diventare economicamente indipendenti attraverso la creazione di cooperative”.
L’opera di Amurt per la popolazioni srilankese è iniziata il 28 dicembre di quattro anni fa, due giorni dopo lo tsunami, e si è sviluppata su tre livelli: prima gli interventi di emergenza, quindi la ricostruzione delle strutture ed infine il supporto al sostentamento economico delle persone.
Alla cerimonia del 22 dicembre il segretario distrettuale di Galle, Asoka Jayasekara, ha riconosciuto l’importanza del lavoro dell’organizzazione affermando: “Sono state molte le ong arrivate nel distretto di Galle dopo lo tsunami e devo dire che Amurt è stata una delle principali nel collaborare con le istituzioni del governo per l’implementazione dei progetti”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14082&size=A
Forse l'avrete già visto. Segnalo, ad ogni buon conto, il servizio dell'Observer sulla situazione alimentare a Gaza. Si va a cercare cibo tra i rifiuti, perché quello che arriva attraverso i tunnel che collegano - si fa per dire - Gaza all'Egitto è troppo caro. Non era mai successo, neanche nei periodi duri raccontati da Sara Roy, l'economista ebrea americana che studia da decenni il caso-Gaza. Il suo Failing Peace. Gaza and the Palestinian-Israeli Conflict raccoglie i suoi saggi principali sulla teoria del de-development. E' un'ottima lettura.
Il governo dello Zimbabwe ha riconosciuto ieri ufficialmente il collasso del sistema sanitario di fronte all'epidemia di colera che non accenna a cessare di destare allarme in tutta la regione. Lo segnala l'Unicef nel riportare che il numero di morti a causa dell'epidemia è salito a 1.174 mentre sono circa 24mila i casi accertati di contagio. "Il colera è comparso anche in 9 delle 10 province del confinante Sudafrica, paese in cui hanno trovato rifugio numerosi malati in cerca di assistenza sanitaria di qualità decente e dove vi è un costante flusso di immigrazione clandestina dallo Zimbabwe. In Sudafrica sono stati accertati nell'ultimo mese 720 casi di infezione di cui 11 con esito letale" - riporta l'Unicef.
Zimbabwe l'epidemia è stata scatenata già nel mese di agosto dalla carenza di acqua potabile e dalle pessime condizioni igieniche. Ma ad amplificarla oggi è soprattutto l'incapacità del governo di fronteggiare l'emergenza: molti ospedali stanno addirittura chiudendo i battenti. L'epidemia colpisce un paese devastato da una gravissima crisi economica (9 anni di record negativi) e sociale, da una pandemia di HIV/AIDS (il tasso di incidenza, al 16%, è uno dei più elevati al mondo), principalmente per responsabilità del presidente Robert Mugabe, al potere da ormai 21 anni, ritenuto dalla comunità internazionale come uno degli ultimi dittatori dell'Africa.
Si tratta di un "cocktail molotov mortale" - commenta la Croce Rossa internazionale. "Siamo di fronte a una nuova tragedia in questo fine d'anno: il colera in Zimbabwe combinato con la fame e l'Aids creano un vero cocktail molotov mortale" - ha spiegato il responsabile della comunicazione della Federazione internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna rossa, Encho Gospodinov, nel corso di una conferenza stampa. Per questo motivo, la Federazione ha lanciato un appello per raccogliere fondi per aiutare 1,5 milioni di persone. "La situazione è molto preoccupante e prevediamo che peggiori quando comincerà la stagione delle piogge" - ha aggiunto il portavoce della Croce Rossa.
"Stiamo mettendo in atto misure strategiche per fronteggiare una situazione ai limiti della disperazione" - ha sottolineato anche Roeland Monasch, responsabile dell'Unicef Zimbabwe. L'Unicef garantisce il rifornimento del 70% di tutte le scorte di farmaci di base nel Paese, e si augura che i nuovi aiuti in arrivo daranno un'ulteriore spinta all'azione. Anche Vincenzo Spadafora, presidente dell'Unicef Italia ha rivolto un appello a tutti gli italiani per aiutare i bambini dello Zimbabwe. "Il Natale è un'occasione unica per regalare ai bambini dello Zimbabwe un 2009 libero dall'emergenza colera" - ha detto Spadafora. L'organizzazione ha destinato al piano iniziale di risposta all'emergenza 17 milioni di dollari, ma stima che saranno necessari ulteriori 17 milioni di dollari per il periodo dicembre 2008-marzo 2009.
Nelle scorse settimanane anche Medici Senza Frontiere ha rivolto numerosi appelli per intensificare gli aiuti per le cure mediche. "Lo sciopero del personale del Ministero della Salute ha reso la situazione ancora più complessa" - riportava Medici Senza Frontiere. "Considerando che la stagione delle piogge non è ancora iniziata, la preoccupazione è che la situazione peggiori ulteriormente quando questa sopraggiungerà. Perciò è essenziale che venga garantito l’approvvigionamento di acqua potabile quanto prima". Medici Senza Frontiere ha già visitato oltre 11mila pazienti e ha aperto decine di centri di trattamento del colera in tutto il paese. Sono oltre 500 gli operatori internazionali e locali di MSF impegnati a identificare e curare i pazienti. [GB]http://www.unimondo.org/Notizie/Zimbabwe-epidemia-di-colera-appelli-delle-organizzazioni-umanitarie
Durante la recente visita a Mosca del ministro libanese della difesa Elias Murr, il governo russo si è offerto di “donare” alle forze armate libanesi uno squadrone di dieci caccia di quarta generazione Mikoyan MiG-29, oltre alla possibilità di addestrare personale militare libanese e fornire tecnologie di difesa del territorio ed equipaggiamento di terra.
I dettagli finanziari dell’accordo non sono chiari: in un primo momento si era parlato di una vendita a prezzi di favore; in seguito, fonti prossime al ministero della difesa russo hanno chiarito che si tratta di una donazione vera e propria allo scopo di rafforzare la stabilità interna libanese e di dare un nuovo impulso alla futura cooperazione militare bilaterale. La fornitura russa non sembra destinata a cambiare gli equilibri di forza a livello regionale (soprattutto considerati i diversi standard delle aviazioni siriana e israeliana), ma segnala un nuovo dinamismo di Mosca sullo scacchiere mediorientale. La notizia giunge inoltre poche settimane dopo l’accordo di cooperazione militare siglato a fine novembre tra Libano e Iran, riguardante armi leggere utilizzabili per funzioni di ordine pubblico e controllo del territorio.
Gli Stati Uniti, attraverso il vicesegretario di stato aggiunto David Hale, hanno commentato diplomaticamente la notizia dell’accordo, affermando che è in linea con il “forte impegno” della comunità internazionale per rafforzare le istituzioni e le forze armate governative libanesi. Proprio l’amministrazione Bush, però, ha avuto un atteggiamento ondivago, non concretizzando svariati progetti di sostegno all’esercito libanese. La nuova amministrazione Obama dovrà decidere se riammodernare le forze armate libanesi (malgrado la continua presenza di Hezbollah nella vita politica del paese e a costo di creare malumori in Israele) o se rischiare che siano altri paesi a farlo.
NORD KIVU: ATTACCHI A UMANITARI METTONO A RISCHIO POPOLAZIONE
L’insicurezza nella zona di Rutshuru e Kiwanja rischia di rendere l’accesso umanitario difficile: ad avvertire della situazione è l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento delle operazioni umanitarie (Ocha) nel suo ultimo rapporto sul Nord Kivu, la provincia orientale teatro dalla fine di agosto di nuovi scontri militari. L’Ocha riferisce che sono in corso incontri con tutte le forze in campo per chiedere il rispetto del principio umanitario dell’accesso alla popolazione vulnerabile e di mantenere uno spazio d’azione sicuro per le organizzazioni umanitarie. Secondo l’ente dell’Onu, nel 2008 ci sono stati un centinaio di attacchi a convogli umanitari, in alcuni casi costati la vita a operatori locali, l’ultimo dei quali (un dipendente locale dell’associazione italiana Avsi) ucciso nei giorni scorsi. Denunciando l’aumento negli ultimi mesi di confische di materiale, requisizioni di veicoli e aggressioni, nove organizzazioni non governative internazionali hanno chiesto alle forze armate congolesi e ai due gruppi armati in campo, il Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) e le forze Mayi Mayi, di cessare immediatamente gli attacchi al personale umanitario, che compromettono i soccorsi alla popolazione. Intanto nel nord della regione, a Kanyabayonga hanno fatto ritorno quasi 15.300 famiglie dopo la razzia sistematica della cittadina da parte delle forze governative lo scorso novembre, mentre alla data del 15 dicembre, secondo dati della Croce Rossa, 10.775 famiglie erano invece rientrate a Kirumba. La missione Onu in Congo (Monuc) ha lanciato l’allerta per segnali di tensioni e possibile ripresa degli scontri nelle zone Ngwenda e Kibati, mentre ieri ci sarebbero stati combattimenti a Mai Moto tra Cndp e Mayi Mayi.[
La nuova geografia della mafia bosniaca dopo l'uscita di scena di Ismet Bajramović “Ćelo”, boss ed ex comandante militare trovato morto la scorsa settimana nel suo appartamento. I legami tra criminalità, media, affari, e una parte del mondo politico bosgnacco
“Una notizia un po' originale non ha bisogno di alcun giornale”, diceva De André. Così è stato per la morte di Ismet Bajramović “Ćelo”, il capo dei capi della mafia sarajevese, comandante militare durante la guerra, sfuggito ad un attentato che lo aveva lasciato con gravi problemi al cuore. Nel pomeriggio di mercoledì 17 dicembre iniziano a circolare le notizie. È morto Ćelo! Di overdose... No, si è sparato!
Secondo le notizie si sarebbe rinchiuso nel suo appartamento e avrebbe chiamato il fratello che, arrivato sul posto, avrebbe sentito lo sparo. Intanto sui forum internet si aprono pagine di fans per “l’ultimo saluto”, con centinaia di messaggi; tantissimi giovani salutano commossi “la leggenda”, “un grande uomo”, “babuka” il “babbo”, come viene più spesso chiamato. Dall’altra parte c’è anche chi esprime soddisfazione per un altro criminale e profittatore di guerra che se ne va. La verità è che Bajramović era un boss in declino, negli ultimi mesi si era ritirato, inseguito dai debiti, indebolito dai problemi al cuore e dalla dipendenza dalla cocaina. La sua morte, in qualche modo, era attesa.
Ismet Bajramović “Ćelo”
Nato nel 1966, Bajramović aveva cominciato come piccolo pusher di Sarajevo, passato poi alle rapine negli appartamenti e condannato infine per uno stupro particolarmente odioso. Mentre sta scontando 11 anni nel carcere di Zenica, scoppia la guerra e la condanna viene sospesa. Come altre figure della mala cittadina, Bajramović mette al servizio della difesa della città i suoi uomini e le sue armi, che si rivelano una forza di azione efficace, ma che porta con sé anche metodi discutibili. Assieme a personaggi come Musan Topalović “Caco”, Jusuf Pranzina “Juka” e Ramiz Delalić “Ćelo”, anche “Ćelo” Bajramović viene inquadrato nell’Armija bosniaca, diventando comandante della polizia militare.
Nel 1993, durante un attentato, viene colpito al cuore. C’è chi dice che fu lo stesso governo della novella Repubblica di Bosnia Erzegovina a cercare di levarselo di torno. Ismet “Ćelo” viene ricoverato dapprima all’ospedale di Koševo, con gli onori di un capo militare, e poi in gran segreto viene trasferito ad Ancona per essere nuovamente operato con un foglio di evacuazione, pare, firmato dallo stesso Radovan Karadzić.
Nel 1997 torna a Sarajevo, e c’è chi si aspetta una lotta con i nuovi leader del mercato della droga, prostituzione e racket, tutti ex comandanti durante la guerra.
Secondo i resoconti del settimanale “Dani”, uno dei più attenti alla criminalità organizzata, si tratta Naser Orić a Tuzla, Bakir Handanović a Zenica, Zijo Orucević a Mostar e Hamdija Abdić Tigar a Bihać.
Bajramović riuscirà a farli lavorare insieme, costituendo la prima “Cosa Nostra” bosgnacca che, apparentemente, vanta anche forti protezioni tra le più alte cariche della polizia.
Ismet Bajramović sarebbe stato vicino ad Alija Izetbegović, al figlio Bakir ed in generale al partito nazionalista SDA (Partito di Azione Democratica), e per questo protetto in molte occasioni. Nel 2001 però, nel corso di in un processo definito storico, smette di essere intoccabile e viene condannato a 20 anni per l’omicidio di Rahaman Ajdarparšića, un criminale a lui rivale. Condanna cancellata clamorosamente da un secondo processo nel 2004.
In ogni caso Bajramović un po’ di prigione se la fa, cosa che incide sul suo morale e sulla sua salute. Quando esce in pratica si ritira dalla maggior parte dei traffici dell’underground cittadino.
Le cose cambiano poi rapidamente: dopo la fuga di Ramiz Delalić “Ćelo” in Turchia, c’è chi ne approfitta per riempire la piazza del racket, come i fratelli Aziz e Mahmud Ali Gaši e Naser Keljmendi, “gli albanesi” (i Gaši sono nati a Sarajevo, ma di famiglia albanese). Lo scontro aperto è a questo punto tra Ramiz Delalić e Ali Gaši. Ismet “Ćelo”, intanto, conduce una vita splendente tra i locali alla moda e il gioco. Al casinò di Sarajevo, il Colosseum, perde cifre astronomiche, si parla di 250 mila euro in una serata, tanto che negli ultimi mesi gli sarà proibito l’ingresso a causa delle sue escandescenze.
Ramiz Delalić viene infine ucciso nella primavera del 2007, ma è ormai impensabile che Bajramović reagisca in qualche modo: deve soldi a mezzo mondo per il gioco e la cocaina. Soprattutto a Mahmud Ali Gaši che, in una telefonata, ripresa da tutti i media nazionali, lo deride come un poveraccio che viene sempre a bussare alla sua porta per chiedere soldi. La telefonata, secondo molti, è uno dei motivi che lo avrebbero portato a togliersi la vita. Oltre ai problemi al cuore, che lo costringevano ancora a lunghe degenze in ospedale, e alla morte della sorella, a lui molto cara, un mese fa.
Ma cosa succederà ora a Sarajevo? La geografia della criminalità è nuovamente cambiata. Delalić è morto, ora anche Bajramović, Mahmud Ali Gaši e il fratello Aziz sono stati arrestati (gennaio 2008), e in ottobre anche Naser Orić è stato incarcerato.
“La domanda vera è: come mai ora riusciamo a processare i fratelli Gaši?”, ci dice una fonte che segue da vicino i processi ma che non vuole essere identificata. “Il vento sembra cambiato e lo si vede dal numero dei testimoni, che si presentano spontaneamente e molto più numerosi”.
Probabilmente questa è una conseguenza anche dell’omicidio di Delalić, di cui secondo le accuse i Gaši sarebbero i mandanti. “Ci sono due possibilità per motivare questo cambiamento – continua la nostra fonte – o la gente non ne può davvero più e le autorità giudiziarie vanno avanti grazie a questa ondata di sostegno, oppure il loro mentore più influente, Keljmendi, li ha abbandonati perché troppo rumorosi e troppo fastidiosi, per lui che ora è nel grande business”.
Naser Keljmendi è un uomo al cui nome le polizie dei Balcani sembrano tremare.
“Si dice che Keljmendi si sposti con i confini dell’Europa – dice Vildana Selimbegović, direttrice di Oslobodjenje. Prima era in Slovenia e, quando questa è entrata in Europa, lui è venuto in Bosnia Erzegovina”.
Conosciuto come proprietario, ad Ilidža, di Casa Grande, protagonista al fianco dei Gaši di una sparatoria stile gangster all’Holiday Inn nel 2004, l’albanese Keljmendi è diventato adesso un intoccabile.
“Non si trova uno straccio di prova a suo carico”, dice la nostra fonte. “Adesso è un rispettabile businessmen coinvolto in grandi opere di costruzione”.
Com’è possibile questo cambiamento?
“Lo chieda ai nostri vicini – risponde la Selimbegović indicando la sede del quotidiano Dnevni Avaz, di proprietà del magnate Fahrudin Radončić – visto che pare che Radončić guidi la macchina blindata di Keljmendi. Lo ha scritto il Dani – aggiunge – e non è stato smentito. Il problema vero non sono i vari gruppi mafiosi – continua la giornalista – bensì i politici che ostentatamente li proteggono. I partiti nazionalisti, sia in Federazione che in Republika Srpska sono quelli che si appoggiano di più alla mafia locale”.
Esiste, secondo alcuni, una sorta di “sistema” del partito nazionalista SDA: da una parte si mantiene il legame con la malavita più violenta, prima Bajramović e ora Gaši (è stata pubblicata di recente una telefonata tra uno degli uomini più vicini a Bakir Izetbegović e M. Ali Gaši che, dal carcere, progettava di far violentare la figlia di uno dei capi della polizia), dall’altra con uomini d’affari molto potenti e a loro volta legati alla mafia locale.
Il riferimento più evidente è quello al tycoon Radončić, che ha dichiarato in un’intervista di aver ricevuto il suo primo milione proprio dall’SDA, e di averlo restituito una volta che ne aveva guadagnati svariati altri. Ad ognuno la sua parte: il traffico di droga e della prostituzione, che vede la BiH su una delle “vie” principali verso l’Europa, il business e il potere politico.
“Io sono d’accordo con quello che disse una volta Branko Perić, capo dei procuratori della BiH – conclude la Selimbegović. Ogni Stato ha la sua mafia, ma in Bosnia Erzegovina la mafia ha il suo Stato”.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10689/1/51
Sospendere le primarie a Firenze, come ha proposto ieri Europa, sarebbe il tradimento di una promessa costitutiva del Pd: lo spostamento della “sovranità” (la legittimità di un gruppo dirigente o delle sue scelte) dal partito al demos, dagli iscritti ai cittadini elettori. La promessa di passare dal partito che si fa stato o dal partito che è uno stato nello stato, al partito che si vive come parte della società, che aspira a esserne un esaltatore di efficacia democratica, che non crea regole parallele alle leggi ma si riconosce fino in fondo in esse.
Se si nega la fiducia, sistematica e programmatica, nel valore dell’opinione dei cittadini elettori il Partito democratico vaga tra il Visconte dimezzato e il Cavaliere inesistente. In questo l’essenzialità di ribadire la vocazione maggioritaria, che può benissimo convivere con la ricerca delle alleanze necessarie per governare.
Se si pensa che le primarie o le forme ampie di coinvolgimento degli elettori nelle scelte che contano siano un’opzione possibile (solo se e quando conviene) e non una scelta costituente è inutile, se non ipocrita, rifarsi al modello americano. Se il principio viene negato di fronte alle prime gravi difficoltà, in una situazione di vera competizione, è la fine del principio stesso.
E l’intervento della magistratura non può essere addotto a giustificazione. Anzi. La vicenda dell’indagine su un candidato alle primarie deve servire al Partito democratico per ribadire la propria fiducia nella legge da un lato e nella propria capacità di darsi codici di comportamento dall’altra. Si è innocenti fino alla eventuale condanna e, come partito, si possono esprimere giudizi di opportunità. Ma sono due piani diversi. I giudizi sull’opportunità vanno fatti valere o con la moral suasion dell’autorevolezza della leadership o nella competizione aperta, rimandando la decisione ai cittadini elettori.
Che legittimità avrebbe un intervento esterno che non potendo evitare una candidatura ritenuta (anche a ragione) inopportuna, non avendo l’autorevolezza della persuasione, annullasse l’intero percorso delle primarie? In assenza di leadership convinta e convincente la discussione si frantumerebbe e si andrebbe a finire allo statuto se non al Tar! Qualcuno teme il partito come “solo organizzatore di primarie”. E scusate se è poco! A patto che siano vere (quanto hanno battagliato i due candidati alle primarie democratiche Usa!) e che diventino elemento di identità, di distinzione! La capacità di organizzare la partecipazione dei cittadini elettori a tutte le scelte che contano davvero nella vita politica è non solo lo scheletro ma anche il sistema sanguigno e nervoso di un corpo accountable, scalabile, aperto.
Certo, c’è il rischio della deriva populista, ma si fugge dalla certezza della chiusura oligarchica autoreferenziale.
Il mercato (la competizione) dove possibile, lo stato (i regolamenti) dove necessario.
È il modello Wimbledon: organizzare il torneo è più importante che esprimere il campione! Ed essere gli organizzatori del più importante torneo politico per la selezione della nuova classe dirigente non è poca cosa. E non si sostenga che questa possa essere un’attività priva di valori e di radicamento! Avanti allora con le primarie e avanti con i chiarimenti in progress delle regole e il superamento dei pasticci che nascono dalla bassa chiarezza dell’impianto.
Dalla confusione di questa prima fase di applicazione, dalla debolezza culturale con cui sono stati affermati questi principi più come evento mediatico che come connotato distintivo e qualificante della cultura organizzativa. Dare voice and choice ai cittadini elettori sarebbe dovuto diventare (non basta Cortona) un comportamento diffuso del nuovo gruppo dirigente, sostenuto da una visione condivisa del futuro della competizione politica in Italia e nel mondo occidentale.
Per ora non è stato così. Dalla riunione del 19 dicembre ci attendiamo indicazioni operative precise.
Di
Ignazio Marino
, Torno a scrivere il mio blog dopo un periodo intenso e caratterizzato dai mille impegni che derivano, oltre che dall'attività di parlamentare, dalla presidenza di un'importante commissione come quella d'inchiesta sulla Sanità. Stavolta vi racconto una bella storia, attraverso la mail di un giovane ricercatore che ha beneficiato del bando under 40 per cui mi sono battuto nella scorsa legislatura. Una storia che dimostra come le baronie e i clientelismi possano essere sconfitti anche in Italia, se lo si vuole davvero. Potete leggere la sua lettera qui sotto, con la mia risposta a seguire:
Gentile Prof. Marino,
sono Giovanni Mirabella, uno dei 26 assegnatari del fondo giovani ricercatori che Lei ha fortemente voluto. La volevo ringraziare perchè davvero nel mio caso so che non ci sono state nè spinte nè forzature...all'americana ho scritto un bel progetto e sono stato finanziato. Per me
questo finanziamento rappresenta un grande onore e una sfida allo stesso tempo. Ma rappresenta
anche la speranza che in Italia si possa far ricerche valide e premiare chi lo merita. [...]
Cordiali Saluti
Giovanni Mirabella, PhD
Associate Professor
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Università di Roma "La Sapienza"
Caro Dott. Mirabella,
sono io a ringraziare lei per la lettera, piena di speranza, che ha voluto inviarmi. L'onore e la sfida di cui parla, per aver ottenuto un finanziamento senza condizionamenti politici o clientelari, dovrebbe "contagiare" tutti i ricercatori italiani. Come immagino saprà, il mio impegno per i giovani scienziati non si è fermato con lo stanziamento del fondo di cui ha beneficiato anche lei.
Nella Finanziaria 2007-2008 ho fatto introdurre un articolo grazie al quale è stato possibile emanare un nuovo bando, rivolto ai ricercatori under 40. I finanziamenti questa volta erano di ben 82 milioni di euro.
Ebbene, è possibile che quei soldi vadano persi. Perché ciò non accada, il Ministero del Lavoro, del Welfare e della Salute ed il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca dovrebbero pubblicare il bando di concorso entro il 31 dicembre prossimo. Giusto oggi ho incontrato il Sottosegretario Ferruccio Fazio, sollecitandolo su questo impegno di spesa e tornerò ad incalzare il Ministro Gelmini.
Come vede non demordo, perché credo in un'Italia nuova, i cui principi fondanti siano competenza, trasparenza e meritocrazia. Con l'augurio di incontrarci presto, le invio i miei più cordiali saluti.http://ignaziomarino.italianieuropei.it/2008/12/quando-i-baroni-perdono-e-vinc.html
Da queste parti negli ultimi tempi si condividono interamente le analisi che fa Phastidio riguardo ai temi economici. Mi permetto di segnalarvi due pezzi:
1. L'Alitalia e il casino che ha fatto il governo con la cessione di una parte di attività ad una compagnia di imprenditori italiani. Una stupidaggine economica che si è trasformata in un mostro giuridico e che per il berlusca diverrà una situazione ingestibile. Ma tant'è, lui ci fece un bailamme elettorale e adesso si capisce che aveva fatto solo una scommessa sulla pelle degli elettori.
2. L'inflazione che uscirà ovviamente fuori dagli enormi bailout degli ultimi mesi. Io mi permisi di far notare che c'era un solo modo per evitarlo: prendere una parte dei fondi e pomparli nella ricerca scientifico-tecnologica forzando quindi l'innovazione di prodotti e processi produttivi.http://carlettodarwin.blogspot.com/
E' morto due giorni fa un nostro caro amico: Paolo, conosciuto sul web come Montepino. Non ci eravamo mai incontrati di , ma avevamo condiviso molte discussioni e molte battaglie politiche, per l'Ulivo, e per il Partito Democratico.... in tempi non sospetti, quando il partito democratico era un'idea innovativa e dirompente (e non a caso a quei tempi D'Alema diceva che... mai e poi mai lo avrebbe voluto!) e non era ancora quel groviglio di apparati, di potere e di clietelismo che è poi diventato.
Di Montepino ho conservato molti scritti, sparsi sulle pagine di Ulivoselvatico, il sito al quale, con altri amici, avevamo dato vita. Mi piace ricordarlo così, con uno dei più poeticamente politici.
I giorni della merla Montepino, 26 gennaio 2006
I giorni della merla giocano strani scherzi durante gli interminabili inverni politici di un paese 'primaverile' come la nostra Premessa costituzionale ci riconsegnò.
La fine di gennaio, con il picco meteo-storico dei giorni 29/31, è legato agli eventi in genere fino a febbraio inoltrato. Come la leggenda della femmina di merlo, originariamente bianca, che l'insopportabile freddo di quei tre giorni costrinse a ripararsi al calore di un camino fumigante.
Chissà se domenica 29 saremo già a Camere sciolte, con un grado e un'ora di tepore in meno, nelle nostre case. Di certo, la crisi del riscaldamento non giunge mai da sola, nei giorni della merla. Checché se ne dica di un Padreterno che manda il freddo secondo i panni.
Le riforme e il complesso di Penelope
Propaganda e presidenzialismo
di Stefano Ceccanti
I problemi istituzionali esistono, ma vanno affrontati con criteri rigorosi. Primo: niente complesso di Penelope, che ricomincia sempre daccapo a tessere. Nella scorsa legislatura i due schieramenti avevano condiviso la bozza Violante che prevedeva tra l'altro un rafforzamento del Presidente del Consiglio secondo standard delle democrazie parlamentari europee. Si riparte da lì, anche per emendarla, ma non da zero, altrimenti è propaganda inutile. Secondo, sempre sul metodo: niente presenzialismo del Governo, la materia costituzionale è tipica di intese tra i parlamentari, non schiacciamo anche quella sulla logica maggioranza-opposizione perché altrimenti le divisioni sul Governo si rovesciano anche lì. Conviene a tutti, anche ai parlamentari della maggioranza che sulla legislazione ordinaria hanno spazi minori di protagonismo. Il Governo sia un facilitatore, come Prodi, ma eviti eccessi, come parlarne in conferenze stampa sulla sua attività, per rimpinguare il magro bilancio reale con fuochi pirotecnici. Terzo: quando una transizione è iniziata, quando non si costruisce da zero, il diritto deve nascere dal fatto, non da schemi astratti. Il nostro fatto è dato da due elementi: una scelta sostanzialmente diretta del Presidente del Consiglio attraverso la sua maggioranza, da regolare bene con qualche dose di flessibilità ma non di trasformismi durante la legislatura; un Presidente della Repubblica in cui possano riconoscersi tutti. A questi elementi vanno aggiunti nuovi contropoteri. Non si vede perché dovremmo trasformare il Capo dello Stato in capo della maggioranza sopprimendo il Presidente del Consiglio o trasformandolo nel proprio principale collaboratore, riducendo una delle poche garanzie che già abbiamo. Quarto: niente clonazioni , niente modelli da prendere chiavi in mano. Il collegio uninominale a doppio turno è ottimo a prescindere dalla forma di governo; collega bene eletti ed elettori evitando preferenze e liste bloccate, il primo turno può anche funzionare da primaria, porta naturalmente alla scelta di una maggioranza. Lo proponeva don Sturzo per l'Italia parlamentare dei primi anni '50 contro lo status quo della proporzionale pura e contro il premio di maggioranza. Allora l'elezione diretta del Presidente in Francia non c 'era e quando arrivò, nel 1962, trovò già il collegio uninominale introdotto dal 1958, dopo aver sperimentato sia la proporzionale pura sia il premio. Ripartiamo dal Parlamento e non dalle conferenze stampa del Governo, dalla bozza Violante e dalla riflessione profetica di Sturzo. Con Penelope si fa propaganda, così invece si serve il Paese. http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/
il problema del PD? troppe primarie (D’Alema dixit)
Guardate come risponde il sor D’Alema…
da l’Unità del 24/12/2008:
Ma non è evidente il venir meno di una tensione etica nella politica? «Certo e io non lo sottovaluto affatto. Ma questo aspetto non può essere confuso con quello giudiziario. La reazione all’emergere di concezioni della politica assai discutibili non può essere affidata alle procure della Repubblica. L’unico rimedio, qui, è avere un partito vero. Un partito forte è in grado di sapere, nella gran parte dei casi, se un amministratore sotto inchiesta è una persona perbene oppure no. Perché lo conosce, ne segue il lavoro e lo giudica quotidianamente. Sa, cioè, se bisogna difenderlo o no, sempre in un rapporto corretto con i magistrati. Il venir meno di questa forma fondamentale di vita della democrazia alimenta solitudini e visioni personalistiche della politica. Anche per questo abbiamo iniziato a riflettere sulla primarizzazione della vita interna del Pd. Se perfino per fare il segretario di sezione devi farti la campagna elettorale, il rischio di sprofondare nella logica dei potentati personali diventa fortissimo».
Questo è un falso e mi indispettisco perché in molti oltre al D’Alema, oggi come oggi, stanno chiedendo la restaurazione della forma partito contro quello che definiscono il “partito liquido” (che non si è mai visto).
Nessun coordinatore di circolo è stato nominato con le primarie, finora solo il segretario del PD (perché è in automatico candidato premier) e i coordinatori regionali (in quanto, immagino, potrebbero essere indicati dagli statuti regionali come candidati governatori automatici?). Tolti noi che chiediamo che Roma venga equiparata alla regione Lazio con primarie anche per il segretario cittadino, le uniche primarie superstiti sono quelle per nominare qualche candidato sindaco o consigliere.
L’idea che il partito liquido (che non c’è) abbia fallito è un falso, l’idea che le primarie alzino troppo la frammentarietà del partito è un altro falso. Prima lo diciamo ad alta voce meglio è.http://stefanominguzzi.com/?p=516
Giovedì sera al Circolo Enzo Biagi la frase più citata è stata "Così non si può andare avanti!!!". Il Partito Democratico era sulle prime pagine di tutti i giornali; ovunque si raccontava di inchieste giudiziarie, liti, contrapposizioni, distinguo, correnti e correntine.
E mentre Franceschini diceva che il rinnovamento del PD campano passa per Rosa Russo Iervolino, il militante V. di lungo corso sbottava così: "per la prima volta in vita mia mi sono vergognato di andare in giro con l'Unità in tasca" e tanto per rincarare la dose: "ma allora sarà vero che noi e loro (la destra NdR) siamo uguali?".
Tutta la sera ci si è lambiccati il cervello per trovare il modo giusto per comunicare il nostro disagio di fronte alla ultime performance della nostra dirigenza. Dopo tutto il "cervello" sta in piazza Sant'Anastasia ma la "faccia", qui nella Brianza Felix, è la nostra. E non è per nulla piacevole andare in giro a "far tessere" quando sui giornali si associa il PD al malaffare.
Tutti noi si attendeva speranzosi la riunione delle Direzione Nazionale il giorno successivo venerdì 19. Ci aspettavamo la resa dei conti, la catarsi, l'armageddon del riformismo italiano!!!
Nei miei sogni più audaci mi immaginavo W. che solcava la folla dei delegati, prendeva la parola e diceva con voce ferma: "Tutti noi, me compreso, abbiamo portato il Partito in mezzo ad un tremendo casino. Mi dispiace. Per andare avanti c'è bisogno di un vero rinnovamento."
Dopo una breve pausa W, riprendeva la parola e puntando l'indice verso alcuni maggiorenti proseguiva: "Tu, tu e tu; siete delle brave persone ma avete dimostrato incredibile incapacità politica e gestionale. La vostra presenza creare scandalo e imbarazzo vi prego di farvi da parte. O voi o me."
Nel pieno della baruffa W. continuava così: "Ci siamo inventati le Primarie, e non ce l'aveva certo ordinato il medico, e ne abbiamo fatto un segno distintivo del nostro nuovo partito. Decidiamo ora per bene e una volta per tutte cosa ne vogliamo fare. O le facciamo bene o non le facciamo affatto. Facciamo rispettare il vincolo sul numero dei mandati e evitiamo di ripresentare come capi circoscrizione le solite, anguste, impresentabili facce."
Il discorso terminava tra lo sgomento dei membri della Direzione Nazionale e il tripudio dei Circoli e dei simpatizzanti....peccato fosse solo un sogno.
In realtà il discorso di W. è stato di ben 42 pagine e conteneva poco o nulla di quello che avevo sognato dicesse. Tanto per intenderci un discorso simile al mio vestito grigio fresco lana, senza tempo, buono per tutte le occasioni, battesimi, matrimoni, funerali etc. etc.
Per rendersi conto della efficacia delle riunione si legga il documento finale approvato dalla assemblea. Alla fine dei fatti la solita montagna, che a forza di perdere consensi potrebbe diventare a breve una collina, ha partorito il solito (inconcludente) topolino.
Per chiudere in bellezza vi consiglio la lettura di questa pagina sul sito del Partito Democratico Nazionale. E' riportata la lista di tutti gli interventi della giornata di venerdì. Chiunque avesse la necessità di un generatore automatico di discorsi può servirsene liberamente; è sufficiente ricombinare le frasi riportate in tutti i modi possibili e il gioco è fatto.
Sono 32 interventi che si possono combinare in un numero mostruoso (32 fattoriale) di permutazioni possibili. Per la precisione n!=n*(n-1)*(n-2)... dove n=32.
Concludo: tanto più il Partito si comporta nella maniera in cui si sta comportando tanto più mi sento coinvolto e mi prude di rompere le scatole. Mi vien da dire che, nonostante i loro sforzi, non si libereranno tanto presto di me!
Nutro un profondo senso di solidarietà nei confronti di Franco Frattini. Non dev’essere affatto semplice fare il ministro degli esteri quando il capo del governo si chiama Silvio Berlusconi. E dunque quando sopra la tua testa c’è un signore che è convinto, come ha dichiarato nel corso della conferenza stampa di fine anno, di essere il miglior mediatore disponibile sul mercato mondiale per il primo incontro tra Barack Obama e Dmitrij Medvedev o Vladimir Putin (per lui evidentemente non c’è differenza tra i due leader russi; e forse nemmeno per i due russi). O che crede, sostiene e ribadisce (come ha fatto nuovamente la scorsa settimana) di aver avuto un “ruolo fondamentale” nel conflitto tra Russia e Georgia grazie alla sua “fraterna amicizia” con Vladimir Putin.
Per Frattini non è semplice neanche per un’altra ragione, legata alla particolare congiuntura nella quale si trova oggi la discussione pubblica italiana. Molti ricorderanno che nel 1992, con Mani Pulite e quanto ne seguì, il dibattito di politica estera scomparve improvvisamente e per molto tempo dai giornali e dalle preoccupazioni della politica. Non siamo certo nella stessa situazione di allora, ma come allora la nostra attenzione pubblica tende a concentrarsi nuovamente sui fatti di casa nostra spostando sullo sfondo i grandi dilemmi internazionali. Il mondo non si è fatto più semplice, semmai il contrario, ma per quanto attiene alla nostra politica l’urgenza è tornata ad essere domestica.
Insomma, per Frattini non è semplice. Ma bisogna ammettere che ci mette anche del suo nell’appannare lo stile e i contenuti del mandato alla Farnesina, bucando le occasioni nelle quali un qualunque ministro degli esteri potrebbe facilmente comunicare al paese la sua visione del mondo e degli interessi nazionali. L’ultima occasione è venuta pochi giorni fa, nel corso della sesta conferenza degli ambasciatori italiani organizzata a Roma il 17 e 18 dicembre. Un’ottima idea quella di convocare nuovamente l’intero corpo diplomatico in un’occasione di discussione plenaria, come viene normalmente fatto dai grandi paesi occidentali, dopo una pausa di quattro anni durante i quali la tradizione della conferenza era stata inspiegabilmente sospesa. Un’ottima idea che ha tuttavia prodotto risultati opachi, almeno a leggere quanto è circolato fuori da quelle stanze.
Il documento preparatorio, sopra ogni altra cosa, quello che avrebbe dovuto annunciare al paese le ragioni e gli obiettivi della conferenza, appare vuoto e fumoso anche ad una terza rilettura. Tra molte virgolette e molti anglismi vi si parla di una “una fase fluida, ‘trasformativa’ delle relazioni internazionali, dove il potere è diffuso e i processi centrifughi, e nella quale si stanno ridisegnando le gerarchie internazionali”. Ma anche di “mondo complesso, fluido e a ‘gerarchie variabili’ dove l’azione collettiva e multilaterale esalta, oggi più di ieri, la competizione tra Stati”. Fin qui, nulla questio. Come tutti, anche noi attendiamo con ansia l’insediamento di Barack Obama e le conseguenze che la sua presidenza potrà avere sugli equilibri internazionali. Ma da un ministero degli esteri vorremmo anche sapere con quali strumenti e quali visioni politiche ci apprestiamo ad incrociare la nuova stagione internazionale.
E quando arriviamo all’Italia le cose non si fanno certo più chiare. Perché la miscela è arcinota e per di più presentata nella stessa composizione retorica che l’ha resa ormai innocua e trasparente nel dibattito pubblico. Una spruzzata di europeismo (“è per noi cruciale che l’Europa si affermi e consolidi come attore globale sul piano politico-diplomatico ed economico”), qualche auspicio di rilevanza (“a livello di stati nazionali l’Italia ha interesse a restare tra i ‘players’ europei e globali che contano e decidono”), un vago sentore dell’immagine di patria di poeti e navigatori che amiamo tanto raccontarci (“l’Italia è dotata di un forte ‘potere di attrazione’, un ‘soft power’ frutto della sua tradizione storica... pochi paesi posseggono la nostra capacità di dialogo con culture diverse, capacità che è nel nostro DNA”).
A parte questo, poco o niente. E su questo sfondo, non è davvero un mistero che l’unica vera notizia emersa dalla conferenza sia stata quella dell’incidente della “caraffa tossica” capitato ad Emma Marcegaglia. Al termine di una riunione plenaria della nostra diplomazia, e alla vigilia di un anno che vedrà l’Italia alla presidenza del G9, avremmo francamente voluto sapere qualcosa di più dal titolare della Farnesina. Sarà per un’altra volta, forse.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/
Ricrodate il post sul Baltic Dry Index? Ebbene, la situazione è in peggioramento, e pare che il calo del commercio marittimo sia pari ormai al 93%. Nel Maggio 2008 aveva raggiunto il suo record, a 11.793 punti, ed ora è intorno ai 700. Uno dei motivi, oltre al calo della domanda, è il blocco praticamente totale del sistema delle "lettere di credito" su cui si basa il commercio marittimo. Ricordiamo che la gran parte delle materie prime per l'industria, oltre che i prodotti finiti, viaggiano per nave. In questo video (in inglese) si spiega cosa sta accadendo, e si ipotizza come gli USA (ma anche gli altri Paesi), che importano praticamente tutto, rischino di rimanere senza rifornimenti.
Viaggio nella selva colombiana fra le colonne delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.
Dalla nostra inviata
Stella Spinelli
Quarantasei anni, magrissimo, folti baffi neri e sguardo vigile. Schivo e sospettoso, sembra di poche parole, ma se decide di aprir bocca ha un'oratoria che incanta. Si chiama Jairo*. Il suo castigliano è corretto e fluente, fatto di pause e ricco di metafore, infarcito di dogmatismo, ma anche di esperienze di vita sudata nell'Amazzonia colombiana. Siamo nel cuore del verde Caquetà, la regione meridionale da sempre confine ultimo di civiltà e sicurezza. Da qui in poi, hic sunt leones e guerriglia. Perché è in questa immensa foresta che le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) hanno preso vita, plasmando pensieri e azioni da rivoluzionari al ritmo placido e insistente dei grandi fiumi, le arterie navigabili di una selva meta e rifugio dei fuorilegge, scrigno inespugnabile. È questa, da oltre quarant'anni, la sorgente di quella rivolta armata che mira a sovvertire il potere costituito, considerato causa imperdonabile delle ataviche ingiustizie sociali che costringono la maggior parte dei colombiani a vivere di stenti. È qui la matrice di una rivoluzione che sembra destinata a durare ancora a lungo nonostante i tentativi, veri o presunti, di trovare un accordo di pace. "Pace? - chiede divertito Jairo - vi sembriamo vicini alla pace? Guardatevi attorno". Le piccole strade sterrate che formano le vie di questo agglomerato di case in mezzo al nulla assolato e umido sono zeppe di uomini in mimetica: soldati del battaglione anti-guerriglia che da quattro anni presidiano l'area. Con un blitz militare alla Rambo, nel 2004 invasero la zona, spinsero alla ritirata le Farc e costrinsero intere comunità a sfollare. Da allora, in questo centro urbano per decenni amministrato dal marxismo insurgente si respira un'atmosfera di estrema contraddizione.
"La guerriglia sembra non esserci più, ma che non si illudano, è ovunque e comunque", ripete metodicamente Jairo, sussurrando. Siamo in zona di trincea, dunque, ma i combattimenti non si vedono. I corpo a corpo fra soldati e guerriglieri avvengono all'ombra viscida della selva, a pochi chilometri da qui, ma lontani abbastanza perché la giungla assorba rumori, odori e morte. Fra le colorate casette in legno del caserío, invece, la battaglia è d'altro tipo: è psicologica, fatta di paziente resistenza alle costanti violazioni dei più basilari diritti civili. È il braccio di ferro fra i militari governativi piombati nella vita di centinaia di famiglie contadine nate e cresciute in territorio Farc. "Hanno militarizzato le nostre vite. È dal 2004 che sopportiamo questa violenza. Ma non è così che conquisteranno le nostre menti. Non è così che espugneranno la zona. Si comportano da occupanti stranieri ed è così che li percepiamo, quindi non ci avranno mai. Solo con innovazioni sociali, coltivazioni alternative a quella della coca, che qui da sempre regna sovrana, le cose cambierebbero. Ma a nessuno dei potenti interessa che le nostre vite migliorino e quindi ci puntano addosso mitra e sguardi di odio. La nostra unica speranza continua a restare la guerriglia", sbotta ancora il piccolo uomo tutto d'un pezzo. Ragionamenti lampanti, che la dicono lunga: Jairo si è rivelato, è un uomo delle Farc. Non indossa mimetica e tanto meno il kalashnikov. La sua arma è la parola, il suo ruolo mantenere attivi appoggio, convinzione e fede nella rivoluzione. È grazie a uomini come lui che la guerriglia continua a fare proseliti nelle aree rurali di tutto il paese: "Gli infiltrati sono l'asso nella manica dell'esercito rivoluzionario più longevo del mondo", gongola il campesino tutto d'un pezzo, parlando in terza persona, quale estremo tentativo di non far saltare la sua labile copertura.
"In realtà gli assi sono due, miliziani e narcotraffico". Una voce arriva improvvisa e blocca lo sfogo del piccolo miliziano. Il fiume in piena di Jairo è deviato bruscamente dall'arrivo del giovane maggiore del battaglione anti-guerriglia, che da un mese ha il comando di tutte le operazioni dell'area. Spunta da dietro l'angolo della monumentale chiesa, scortato da un gruppo di uomini armati e composti. Due passi verso di noi e l'uomo Farc cade nel silenzio, poi con una scusa si congeda. Sguardo basso, saluta cordialmente e se ne va. Il maggiore non pare sorpreso. È così che la gente accoglie i militari: con fredda cortesia di facciata. "Lo so che qui ci odiano - spiega con tono pacato - Vengono da anni e anni di convivenza con gli altri. Per loro siamo occupanti". Ha una faccia pulita dalla pelle olivastra, occhi e capelli scuri. Il suo sguardo impostato tradisce una non naturale attitudine al comando. È amante dei libri di storia e dei film di Hollywood. A casa ha moglie e una figlia di tre anni. Cerca di tenere in mano le redini dell'assurdo villaggio, sospetta di tutto e di tutti, ha individuato infiltrati e simpatizzanti dei rivoluzionari, compreso il baffuto oratore, ma non ha nessuna prova, quindi fa buon viso a cattivo gioco. Almeno alla luce del sole. Come Jairo non ha perso occasione per elencare le malefatte dell'esercito, così il maggiore Edgar ne approfitta per snocciolare quella propaganda anti-rivoluzionaria degna del più accanito filo-uribista. "Terroristi, ecco cosa sono. Hanno fatto cose che hanno macchiato per sempre la loro stessa natura di esercito del popolo. Ed è solo grazie al controllo sul mercato della coca che sono riusciti a racimolare montagne di soldi per finanziarsi. Qui fino a pochi anni fa era un mercato di pasta di coca a cielo aperto - precisa, scandendo le parole con lenta gestualità della mano destra -. La marea di denaro facile che hanno amministrato ha inquinato le loro menti. Sono tanti i capi Farc che hanno tradito la causa dandosi alla macchia con sacchi pieni di plata revolucionaria. Sono un branco di corrotti, ormai". Un monologo che nessuno ha il coraggio di interrompere e che il Maggiore osa pronunciare solo perché tutt'intorno non c'è più anima viva, se non i suoi uomini, posizionati in mucchi sparsi.
La gente si tiene alla larga. "Non ci mischieremo mai con quelli là", è la frase che spiega un atteggiamento diffuso, dettato non solo dalla fedeltà alla causa rivoluzionaria, ancora molto radicata nel Caquetà, ma anche dal bisogno di evitare problemi. Chiunque sia sospettato dalla guerriglia di vicinanza con l'esercito rischia grosso. E i miliziani, che tutto sanno, non esitano a denunciare gli infami. L'accusa di essere un informatore equivale a una condanna: una volta pronunciata, o scappi o sei morto. "Noi siamo semplici contadini, ma abbiamo le nostre idee politiche - raccontava poco prima un anziano, tenendo banco in un capannello di concittadini riuniti sotto il porticato della sua vecchia casa - siamo comunisti, che male c'è? Questo non fa di noi dei terroristi". La situazione è profondamente complessa, nessuno spazio per schematiche conclusioni. "Siamo tutti colombiani - spiega il Maggiore, gambe larghe, mitra in spalla - eppure sembriamo provenire da pianeti differenti. Questa è la Colombia, un'accozzaglia di gruppi armati, idee divergenti, voglia di riscatto, sete di vendetta. Vivendo a contatto con questa gente provo a solidarizzare con le loro condizioni di vita misere, difficili, ma non capisco come possano pensare che un branco di delinquenti come le Farc siano la via d'uscita a tutto questo - incalza il comandante -. Solo lo Stato può portare cambiamenti sostenibili per mezzo degli investimenti sociali che ha promesso. Le Farc non sono una speranza. E che faccia tosta! Cercare il riconoscimento politico internazionale! - incalza, rassicurato dalla musica assordante sparata dagli altoparlanti della piazza che isola la conversazione -. Come possono pretendere lo status di belligeranti quando tengono sequestrati dei civili? Ah, quanto sono lontani ormai dalla loro ideologia. In queste condizioni non possono resistere, perché la gente non li appoggia più come una volta. E la manifestazione del 4 febbraio a Bogotà lo dimostra: in massa per dire basta alle Farc. Una svolta. Politicamente sono tagliati fuori e, dopo il colpo al cuore del loro stato maggiore, anche militarmente traballano". Il militare non usa toni trionfalistici, ma è soddisfatto mentre racconta l'attacco che il suo esercito ha sferrato il primo marzo all'accampamento guerrigliero, uccidendo Raul Reyes, il numero due, la faccia più nota del gruppo rivoluzionario, il loro portavoce. Pondera bene le parole con mente analitica.
"Individuarlo e ucciderlo è stata un'impresa eccezionale. Era l'ideologo più intransigente che le Farc abbiano avuto. Cercava uno scambio fra gli ostaggi e i loro camaradas prigionieri nelle carceri di Stato, ma non cedeva di un passo sulle condizioni sine qua non. Uccidere lui equivale a sbloccare la situazione. Nel bene o nel male. Può anche essere che reagiranno militarmente abbandonando ogni idea di accordo, ma dubito abbiano la forza per farlo. É più probabile, invece, che a lui succeda una persona più aperta. E comunque, dal punto di vista militare, non ha senso analizzare il blitz contro Reyes alla luce della liberazione degli ostaggi. Aver liberato sei civili da anni prigionieri è stato un gesto unilaterale delle Farc che non ha coinvolto il governo. Li hanno sequestrati loro e liberati loro. Militarmente è irrilevante: nessuna strategia distensiva, nessun cessate-il-fuoco - spiega, ascoltato a bocca aperta dal fedele scudiero, un sergente medico affabile e sorridente -. Quello contro Reyes è un grande colpo. E per noi un grande successo. Ma adesso si va avanti". Poi un accenno alla scottante questione della violazione dei confini ecuadoriani, che ha scatenato una grave crisi internazionale ora rientrata. "I primi a violarli sono i guerriglieri - glissa, mentre il sergente accenna una smorfia di approvazione, guardandosi attorno - Si rifugiano da tempo lungo il rio San Miguel, frontiera naturale con il Putumayo, ma nessuno ha gridato allo scandalo per questo. A me interessa solo il lato pratico, ossia che mai più potranno dire che non abbiamo la forza sufficiente per infliggere gravi colpi al loro Stato maggiore. Le valutazioni politiche le lascio a palazzo Narino. E se dovesse accadere che il Venezuela ci dichiarasse guerra, sarebbe peggio per i venezuelani. Noi siamo abituati da sempre a combattere, loro no. Durerebbero al massimo quattro anni".
È molto convinto della sua analisi, della forza inarrestabile del suo esercito, della fine vicina delle Farc, ma i giovani volti dei soldatini che perlustrano la zona, i loro sguardi ingenui, i sorrisi accennati abbracciati a fucili di ultima generazione, sembrano suggerire un'altra verità. Quell'apparecchiatura sofisticata, il loro addestramento made in Usa (fedele e prezioso partner di Bogotà in questa guerra colombiana), il training psicologico a cui sono stati severamente sottoposti li rendono capaci di sostenere una guerra simile? Qui non ci sono regole. E se la selva amazzonica è un vero incubo - campo visivo ridotto a un metro e mezzo, terreno sconnesso, condizioni meteorologiche pessime - se fra la fitta vegetazione ogni combattimento si trasforma in un corpo a corpo da togliere il fiato, avere la meglio nella selva urbana è anche peggio. Il sospetto è alimentato dall'incertezza, la tensione è nutrita di disagio. In questa terra, la convivenza fra soldato e contadino è improbabile, forzata e non porta a nulla. La gente non è libera in casa propria, sopporta perquisizioni e controlli ogni volta che entra e esce dal villaggio. Deve render conto di quanto riso compra e di quanto platano. Tutto quel che arriva da fuori è ispezionato. Il blocco economico è totale. Senza sgarri. E poi interrogatori continui, inseguimenti. Questa è la percezione dello Stato che si ha negli agglomerati urbani sul rio Caguán. Le poche infrastrutture che ci sono le ha pagate e costruite la guerriglia. Dal governo solo soldati e prepotenza. Nei primi 16 mesi dell'operativo militare, che rientra nel famigerato Plan Patriota adesso passato alla fase Victoria, l'esercito ha assassinato 12 persone, dato alle fiamme 23 case e minacciato molte famiglie. Bastava il sospetto per scatenare reazioni incontrollate. Adesso, grazie alle denunce fatte dai contadini a associazioni internazionali e alla chiesa cattolica, molto presente nella regione, l'esercito ha scelto un altro modus operandi: più rispetto e qualche investimento economico nel campo di educazione e salute. Che per adesso restano sulla carta, però.
"Gli investimenti sociali? Stanno arrivando", assicura il maggiore. Ma la gente resta scettica. Jairo, nel suo monologo, aveva puntato il dito anche contro questa questione: "Noi diamo un sincero benvenuto a tutto quello che è investimento sociale da parte dello Stato, perché anche questa è Colombia, anche noi paghiamo le tasse, anche noi siamo cittadini colombiani. Però, se c'è una struttura civile come il Comune messa lì per amministrare e coordinare, perché questi progetti statali stanno arrivando solo per mezzo dei militari? Qual'è il vero scopo? Forse ripulire la loro reputazione? Trasformare i carnefici in benefattori?". Incalzato su questo tema, il giovane maggiore mostra un po' di imbarazzo, ma non si tira indietro: "In effetti abbiamo fatto molti sbagli, lo ammetto. Molti miei commilitoni si sono comportati male con la gente. Hanno usato violenza, mostrato aggressività. Ma stiamo cambiando e teniamo più in conto i diritti umani. O per lo meno sappiamo cosa sono. Prima c'era molta ignoranza anche fra i militari".Poi il rumore di un elicottero spegne le sue parole. È in zona per consegnare i rifornimenti alla miriade di soldati sparsi nell'area. Il maggiore sente il richiamo del dovere. Sparisce in una nuvola di afa e mimetiche. E torniamo a essere circondati da bambini curiosi, in mutande e canottiera, e gente perplessa. "Correte correte! È arrivata la pappa", grida ridendo sonoramente Jairo, tenendo in braccio un bambino spettinato e sorridente. Paziente, ha atteso a dovuta distanza la partenza dei militari e ora si avvicina, passo sicuro: "Li vedo molto più tronfi da quando hanno ucciso Raul. Non si rendono conto che cambierà molto poco - afferma, serio, posando a terra il piccolo Luis - Alivello nazionale e internazionale si crede che le Farc siano un movimento comandato da un gruppo ristretto di persone: fatte fuori quelle, fatte fuori le Farc. Ma non è così. La forza della guerriglia sta nella base e nell'obiettivo: la presa del potere per una Colombia più giusta. La lotta prosegue, nonostante la perdita di un grande capo". Abbassa lo sguardo, sospira, riprende: "Bogotà finge di non sapere che l'unica via certa per la pace è una seria politica di investimenti sociali, che pongano fine alle disuguaglianze disumane che piagano il nostro paese. Se il diritto alla salute, all'educazione, alla dignità civile di ogni colombiano venisse finalmente garantito verrebbe meno la ragion d'essere della guerriglia. Ma è una politica che non lascia spazio alle avidità e agli interessi personali, quindi mai verrà perseguita. E la guerra continuerà". Il sole amazzonico acceca, martella e impedisce di andare oltre. Le verità restano plurime, quaggiù più che mai: non rimane che ascoltare e percepire. Impossibile capire. Unica certezza, l'incerto. Unica regola, fare attenzione a come si parla e con chi: ésta es Colombia.
* Tutti i nomi usati in questo reportage sono di fantasia per motivi di sicurezza
Natale di guerra per milioni americani che vivono nei distretti industriali toccati pesantemente dalle riduzioni di personale. Ma anche i dipendenti pubblici non dormono sonni tranquilli. A cominciare da quelli della California. Il Governatore Schwarzenegger ha dichiarato che se non interviene il governo federale, il più importante stato della federazione andrà in bancarotta. Quanto ai 600mila che vivono a Washington, la maggioranza ha tirato i remi in barca. La tradizionale paranoia consumistica è quest’anno molto ridimensionata: la gente compra solo cose utili e alimentari. C’è però una minoranza che freme d’impazienza. Sono i professionisti dei party, quelli che non sono felici se non sono invitati a qualche evento importante. I biglietti d’invito per i venti gala annunciati per l’inaugurazione della presidenza Obama ancora non sono arrivati ed è tutta una corsa a conoscere la gente giusta al posto giusto. Quanto al presidente eletto, ha destato ammirazione la sua foto ripresa alla Hawaii che lo mostra con un fisico tirato e in gran forma. Circola comunque il dubbio di come sia stato possibile ad un paparazzo di fotografarlo sulla spiaggia. E se fosse stato un cecchino?
Pare non sia sufficientemente chiaro neanche per il Tg1 e per altri organi di informazione. Angela Merkel non ha introdotto alcunchè, nè propone di introdurre chissà quale strumento innovativo. Lasettimana cortanon è un'invenzione del governo di Grosse Koalition! Dobbiamo scriverlo in arabo? O magari basterebbe il tedesco? http://de.wikipedia.org/wiki/Kurzarbeit
Per intanto vi auguriamo Buon Natale!http://germanynews.ilcannocchiale.it/
FRANCOFORTE - Dalle sei di giovedì mattina il lavoro a Wolfsburg è sospeso. Le catene di montaggio nella storica sede di Volkswagen, 43mila operai, sono ferme. La prima casa automobilistica europea ha imposto ai suoi dipendenti un allungamento forzato delle vacanze natalizie. Lo stesso è stato deciso, con modalità diverse, da Daimler, Opel, Porsche, Continental, Rheinmetall, Schaeffler, e decine di altre imprese. C'era un tempo in cui i prodotti tedeschi si vendevano come biscotti in tutto il mondo. Oggi la crisi ha fermato le linee di produzione, saturato i magazzini, paralizzato l'industria di questo Paese.
Non passa giorno ormai senza che l'economia tedesca sia oggetto di una previsione negativa. Le stime per il 2009 parlano di una recessione drammatica, la peggiore da quando è nata la Repubblica federale alla fine della Seconda guerra mondiale. Come l'Italia, anche la Germania è un Paese con un forte tessuto manifatturiero: nel 2007 l'industria ha rappresentato quasi il 25% del Pil. Proiettata verso l'estero come non mai, pericolosamente debole sul fronte della domanda interna, l'industria tedesca sta soffrendo non poco dell'improvvisa frenata del commercio internazionaleed è alla vigilia di una profonda ristrutturazione.
«Potevamo prevedere un rallentamento economico a causa della crisi finanziaria - ha detto Martin Kannegiesser, presidente dell'associazione delle società metalmeccaniche e proprietario di un'impresa di impianti per lavanderie industriali nel Nord- Reno Vestfalia - ma certo non ci aspettavamo un calo della domanda di queste proporzioni». Produzione e ordini manifatturieri sono in forte calo già da alcuni mesi;l'indice Ifo sulla fiducia delle imprese è ai minimi dal 1982; e le stime sulla recessione nel 2009 sono talmente negative che un noto economista berlinese, Klaus Zimmermann, ha suggerito, per evitare il panico, di vietare temporaneamente la diffusione di previsioni economiche.
E dire che appena qualche mese fa la Germania sembrava essersi rimessa dalla lunga stagnazione dei primi anni del decennio. Le aziende si erano ristrutturate; il costo del lavoro era sceso; e la competitività era migliorata. Oggi le lancette dell'orologio sembrano essere improvvisamente tornate indietro di 10 anni. In realtà, la crisi di queste settimane è imputabile per certi versi alle stesse ragioni della ripresa degli ultimi tre anni: la forte esposizione internazionale delle imprese. «La crisi di oggi- commenta Dirk Schumacher, economista di Goldman Sachs - non ha nulla a che vedere con problemi strutturali o di competitività. L'economia tedesca sta semplicemente soffrendo del crollo della domanda mondiale ». Negli ultimi anni la Germania ha cavalcato con straordinario successo la modernizzazione dei Paesi emergenti, non solo Cina o India, ma anche Brasile, Russia e Sudafrica. Le imprese tedesche hanno venduto in tutto il mondo macchine utensili, veicoli industriali, progetti infrastrutturali. Tra il 2003 e il 2007, il settore meccanico ha aumentato la produzione del 36%. In 15 anni l'export tedesco è salito dal 24 al 47% del Pil. Nel 2008, il Paese sarà sempre il primo esportatore al mondo, ma nel 2009 rischia di registrare un calo delle esportazioni sulla scia di un netto rallentamento del commercio internazionale. Secondo Goldman Sachs, la produzione industriale subirà una contrazione del 6%. Si possono immaginare i timori delle imprese italiane, spesso fornitrici delle aziende tedesche. Nel 2007, le esportazioni dall'Italia verso la Germania sono state pari al 2,8% del Pil italiano, circa 44 miliardi di euro. Commenta Hermann Simon, fondatore della società di consulenza d'impresa Simon-Kucher & Partners di Bonn: «L'export tedesco soffrirà nel 2009, ma meno credo della domanda interna. Le aziende tedesche sono veramente globali e possono diversificare i loro rischi tenuto conto che i Paesi subiranno in modo diverso la crisi. Il Giappone, per esempio, soffrirà probabilmente più della Germania perché gli Stati Uniti sono uno dei mercati principali per le sue esportazioni».
In questo senso, Simon nota che in molte società il 20% del fatturato e anche il 50% dei profitti dipendono dal servizio post-vendita, dalla manutenzione e dalla sostituzione delle parti di ricambio. Intanto però il crollo delle vendite automobilistiche (del 26% in Europa in novembre) ha provocato nella sola settimana scorsa il fallimento di tre aziende del settore: il produttore di freni TMD Friction, l'azienda specializzata nella produzione di sistemi di guida Tedrive, e un costruttore inglese di portiere con un'importante filiale in Germania, Wagon Automotive. Secondo molti osservatori, queste aziende sono state vittime della tendenza alla produzione just-in-time: il calo improvviso degli ordini ha aggravato i problemi di liquidità già complicati da margini risicati e da una crisi finanziaria che ha provocato un aumento dei tassi d'interesse e una diminuzione dei prestiti bancari.
Un recente rapporto del centro di ricerca bavarese Ifo rivela che il 40% delle grandi imprese interpellate ha ammesso di avere problemi di rifinanziamento. La quota era poco più dell'8% in estate. A soffrire sembrano essere soprattutto le piccole società e i grandi gruppi. Meglio attrezzate sono invece le aziende di taglia media che hanno rapporti consolidati con le banche pubbliche e cooperative. Secondo il Financial Times Deutschland, le 23 società dell'indice azionario Dax 30 che non sono né banche né assicurazioni dovranno fare i conti l'anno prossimo con scadenze obbligazionarie per 34 miliardi di euro. Le sole aziende automobilistiche hanno titoli in scadenza per 19 miliardi di euro.
In una Germania che scientificamente negli anni scorsi ha fatto della logistica e dell'export un suo cavallo di battaglia questa crisi ha un sapore particolare. Più di altri il Paese è vittima della sincronicità dell'economia internazionale. «Il panorama industriale tedesco - avverte Simon cambierà radicalmente nei prossimi tre anni, come è sempre successo in tempi di crisi. Assisteremo a un'ondata di fallimenti perché la crisi economica metterà sotto pressione società già in difficoltà a causa della tempesta finanziaria. Aziende più solide acquisteranno quelle più deboli e vi saranno fusioni e acquisizioni. In generale, però, credo che l'industria tedesca si rafforzerà. Migliorerà la sua posizione competitiva in quanto produttore di beni di qualità».
Anche nei momenti di difficoltà la ricca imprenditoria tedesca guarda lontano e si prepara al futuro. Siemens è tra le aziende che vogliono approfittare di questo momento. Nei giorni scorsi il presidente del gruppo tedesco, Peter Löscher, ha ammesso di puntare su nuove acquisizioni: «Le società forti diventeranno più forti, quelle deboli più deboli ». Dal canto suo, in un momento in cui le aziende licenziano, riducono i costi, sospendono la produzione e ammassano liquidità, un altro gigante dell'industria tedesca, Bosch, ha appena annunciato da qui al 2012 investimenti per 350 milioni di euro nel settore dell'energia solare, con la creazione di 1.100 posti di lavoro ad Arnstadt, una cittadina della Turingia, nella ex Ddr.
In un documento governativo citato da Der Spiegel si parla di Belastungstest per l'economia tedesca, un test di resistenza, anche perché non si può escludere che anche la Germania sia vittima di una bolla, non finanziaria ma di sovraccapacità industriale. Schumacher, l'analista di Goldman Sachs, è pessimista sul breve termine. Prevede nel 2009 una diminuzione del Pil dell'1,8%, ma è ottimista sul lungo periodo: il processo di modernizzazione dei Paesi emergenti continuerà. «Grazie alla sua specializzazione nei beni d'investimento, la Germania è in una buona posizione per beneficiare molto rapidamente dellaprossima ripresa dell'economia mondiale ».http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/12/dalle-sei-di-gioved%C3%AC-mattina-il-lavoro-a-wolfsburg-%C3%A8-sospeso-le-catene-di-montaggio-nella-storica-sede-di-volkswagen-43mi.html#more
Gli scontri nella prigione israeliana di Ofer, in Cisgiordania, hanno causato otto feriti, sei tra i detenuti palestinesi, due tra le guardie israeliane. La tensione, dicono i prigioneri, è aumentata dopo le continue perquisizioni personali di questi ultimi giorni. E non è ancora terminata, visto che i detenuti hanno deciso di continuare lo sciopero. Nelle carceri israeliane si trovano circa 11mila palestinesi, compresi minori.
Consiglio ai colleghi, qualora non l'avessero ancora fatto, di chiedere l'autorizzazione alle autorità israeliane a visitare un carcere, non per incontrare i detenuti più conosciuti, che rilasciano interviste attraverso i loro avvocati, ma gli altri, quelli senza nome o quasi. Io ho visto quello di Beersheva, e non ho provato a chiedere di visitare Ketziot oppure Ofer o Megiddo, gli istituti per la detenzione amministrativa. Ma già una visita in uno dei carceri più grandi, e l'incontro con quelli che le autorità israeliane chiamano attivisti, è una esperienza molto interessante. Una delle parti di questa storia infinita del conflitto, una delle più invisibili, è proprio quella dei detenuti palestinesi.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
- La Spd ora guarda a sinistra: possibile un clamoroso accordo con la Linke.
Il leader della Spd, Franz Müntefering, ha finalmente rotto il ghiaccio con i rivali della Linke, il partito radicale di sinistra. In un’intervista per il settimanale Stern, il presidente socialdemocratico ha dichiarato, per la prima volta, di non opporsi ad un’eventuale coalizione con il partito di Oskar Lafontaine e Lothar Bisky a livello regionale, riferendosi esplicitamente alle prossime elezioni in Assia nel gennaio del 2009. «Se in questo modo riuscissimo a governare in più Länder, i vantaggi di una coalizione con la Linke supererebbero eventuali danni», ha detto Franz al settimanale berlinese.
L’assist offerto alla sinistra massimalista è stato accolto a braccia aperte dagli esponenti del nuovo partito, formatosi nel 2005 da una fusione della vecchia Pds e dalla Wasg – un piccolo partito d’estrema sinistra nell’ovest della Germania.
«Si tratta di una svolta verso la realtà», ha detto il vicecapogruppo parlamentare della Linke, Bodo Ramelow, visibilmente soddisfatto, aggiungendo che finora «nessuno ha mai parlato in modo così chiaro». Dello stesso parere sembra essere anche il nuovo candidato della Spd nelle prossime elezioni in Assia, Thorsten Schäfer-Gümbel: «Müntefering ha ragione», ha detto alla Berliner Zeitung. Poi tenta di dare una spiegazione di quest’apertura verso sinistra da parte della Spd: «La nuova realtà con cinque partiti ci costringe a rivedere le possibili combinazioni». Come a dire: è inutile chiudere la porta in faccia alla Linke categoricamente, se poi abbiamo bisogno proprio di lei per poter governare.
Tuttavia, il motivo di questa svolta bisogna cercarlo anche nel fallimento di Andrea Ypsilanti in Assia. L’ex presidente regionale della Spd aveva tentato fino a novembre di formare una coalizione con i Grünen, con l’aiuto di un patto di tolleranza con la sinistra radicale.
All’ultimo momento quattro deputati della Spd si sono opposti alla votazione, perché la Ypsilanti durante la campagna elettorale aveva escluso esplicitamente una coalizione con la Linke. La Ypsilanti fu costretta al dietrofront. Per evitare un altro fallimento di questo genere Franz Müntefering, questa volta, è corso ai ripari, anticipando tutti quelli che nelle prossime settimane avrebbero tentato di mettere sotto pressione i vertici della Spd in Assia.
Il “sì” di Franz, per Schäfer-Gümbel, suona come una benedizione.
E la paura di perdere i voti della cosiddetta “Mitte”, vale a dire del centro? «Non abbiamo paura», ha precisato Müntefering.
Secondo il leader della Spd sarebbe peggio non chiarire la propria posizione e aspettare alla fine delle elezioni per decidere se collaborare con la Linke o meno. Ma il “Münte” – come viene chiamato scherzosamente dai compagni – è andato oltre: anche alle prossime elezioni a Turingia e nel Saarland, che si terranno prima delle politiche del 2009, il presidente socialdemocratico si è detto favorevole ad una coalizione con la sinistra estrema.
Di una coalizione a livello federale, però, non se ne parla proprio. Almeno finora. http://politicatedesca.blog.de/
La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.
È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.
Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.
Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.
Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.
La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.
È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.
Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.
Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.
Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.
Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.
L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.
Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.
Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.
La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.
La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.
Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.
La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.
Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.
La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.
E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.
In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.
La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.
Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.
Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.
In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.
Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.
Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.
Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.
Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.
Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.
Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.
Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.
Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.
Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.
Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.
Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.
La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.
Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.
Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.
Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.http://mirumir.altervista.org/
La Cina celebra se stessa a trent'anni dall'inizio delle riforme economiche lanciate dal piccolo timoniere alla fine del 1978. Ne ha ben donde. Anche i più critici devono riconoscere che l'impresa di sollevare dalla povertà un terzo abbondante della popolazione è opera colossale. Ma la Cina non è ancora un paese moderno e non solo perché centinaia di milioni di persone non si sono accorte di quanto avvenuto. E' sul piano politico e ideologico che il ritardo accumulato appare al momento incolmabile a causa di una classe politica arroccata al potere e ossessionata dal controllo. E' stata la settimana degli arresti dei promotori della Carta 08, il manifesto della dissidenza che ha riunito più di tremila adesioni tra i diversi gruppi sociali del paese. Non solo intellettuali e attivisti politici ma anche classi medie e persino funzionari del partito, ciò che preoccupa non poco i dignitari di Zhongnanhai alle prese con un ingombrante ventennale, quello del massacro di Tiananmen, il 4 giugno prossimo. Ma altri episodi, apparentemente marginali e tuttavia significativi per capire il contesto socio-politico in cui si muove l'ex grande proletaria, si sono verificati di recente. Sono storie di ribellione civile ai tentativi di imporre il silenzio ai mezzi di comunicazione, una battaglia finora vinta con ampio margine dal regime ma sempre più difficile da condurre. Il primo caso è quello di una rivista economica della Mongolia interiore, la terza provincia cinese per estensione. L'ufficio regionale per le pubblicazioni e la stampa, organo del partito comunista, ha sospeso per tre mesi dalle pubblicazioni il China Business Post per un articolo in cui si denunciavano presunte malversazioni ad opera di una banca appartenente all'Agricultural Bank of China, uno dei colossi della finanza del paese. Fin qui tutto normale o quasi, vista la facilità sanzionatoria degli organismi ufficiali quando si tratta di questioni sensibili. La novità è rappresentata in questo caso dalla denuncia presentata davanti ad una corte locale dalla giornalista autrice dell'articolo, Cui Fan, contro l'organismo di vigilanza del partito. Un caso senza precedenti che, anche se ha ben poche possibilità di arrivare all'esame del tribunale, rappresenta una rottura con la sudditanza psicologica o la rinuncia a far valere le proprie prerogative che hanno sempre caratterizzato l'atteggiamento della stampa di fronte alle intimidazioni e alle censure del potere. Cui Fan allega che le ragioni addotte per la sospensione e il provvedimento adottato non rispondono ad alcuna disposizione legale e che sono pertanto in contrasto con l'ordinamento giuridico cinese. E' una costante degli ultimi tempi questo richiamo alle leggi e alla costituzione da parte degli attivisti per la democrazia o in genere di coloro che non accettano supinamente i diktat del partito. Agire in base alla legalità vigente ha lo scopo di dimostrare che è il partito a non rispettare le sue stesse norme, che è il potere costituito a muoversi nell'illegalità. Si tratta di smascherare l'arbitrio e l'impunità che contraddistinguono gli atti delle autorità politiche ed amministrative in pregiudizio dei singoli cittadini. L'articolo, la sospensione e la conseguente denuncia arrivano in un momento particolarmente delicato per l'ABC, impegnata in un ampio processo di ristrutturazione interna a livello umano e finanziario. Ma invece di interpellare direttamente i tribunali, chiamandoli in causa per giudicare un presunto caso di diffamazione a mezzo stampa, la banca ha preferito rivolgersi direttamente all'autorità politica per chiedere protezione. Un comportamento che non sorprende in assenza di uno stato di diritto: dove la mafia governa a chi ti rivolgi se pensi di aver subito un torto? Al boss locale, mica a un giudice. Anche se la vicenda verrà progressivamente annegata nel silenzio, il coraggio di Cui Fan e della rivista per cui scrive aprono spiragli interessanti per l'esercizio della professione giornalistica in Cina: "Altri giornalisti porteranno in futuro davanti alle corti situazioni simili. Le autorità di propaganda del partito dovranno essere più caute ed attente ad emettere sanzioni amministrative nei confronti dei media", afferma un professore di scienze politiche alla stessa università del PCC. La seconda storia vede come protagonisti il direttore di una influente pubblicazione vicina ad alcuni settori della nomenclatura (quelli che sanno direbbero i più progressisti) e un ufficiale del ministero della cultura, che gli ha fatto visita per invitarlo alle dimissioni a causa di una serie di articoli in cui la figura di Zhao Ziyang, ex segretario del partito caduto in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen e da allora cancellato dall'iconografia ufficiale, era dipinta sotto una luce positiva. La coincidenza non è casuale, visto che come detto fra pochi mesi ricorre il ventesimo della protesta e della repressione, un argomento tabù per la storiografia ufficiale in Cina e un mal di testa costante per i padroni del pensiero, ancora alle prese con la necessità di prevenire quasiasi riferimento a quei fatidici giorni. Ma Du Dhaozen, il direttore ottantacinquenne, sapeva di poter contare su appoggi importanti. E' forse per questo che ha rifiutato ogni invito ad un pensionamento anticipato e ha rilanciato con un articolo di 10000 battute interamente incentrato su Zhao, da pubblicare nel prossimo numero dello Ynahuang Chunquiu (questo il nome del magazine). C'è chi dice no, insomma, anche se si tratta di casi isolati. Più generalizzata e comune è la repressione quotidiana della libera circolazione delle idee. E' di pochi giorni fa la notizia dell'oscuramento di diversi siti web tra cui BBC, VOA e RSF, provvisoriamente sbloccati durante le Olimpiadi su richiesta dei giornalisti stranieri. Da martedì sono di nuovo out e la tendenza alla censura massiva è destinata a continuare nel 2009, annus horribilis almeno potenzialmente per i mandarini di Pechino, visto che, Tiananmen, crisi economica e rischi connessi a parte, farà anche mezzo secolo dall'occupazione cinese del Tibet, quella che la propaganda chiama "liberazione dei tibetani dal giogo feudale". Troppi scheletri nell'armadio, rischia di saltare la chiave. http://www.1972.splinder.com/
Tra il gruppo di advisor del neo eletto presidente Barak Obama vi e’ anche un interessante duo, Cass Sunstein, un professore di legge, ed Richard Thaler, un economista. Entrambi sono gli autori di ‘Nudge’, uno dei primi libri che applica le scoperte di psicologia cognitiva e di ‘economia comportamentale’ al costruire politiche che possano rendere migliore la vita dei cittadini. Thaler e Sunstein introducono la nozione di ‘paternalismo liberale’ che ritengono non essere un ossimoro perche’ il fervore anti-paternalista dei liberali classici si basa su un assunto falso e su alcune malintesi. L’assunto e’ che la gente faccia sempre scelte nel loro migliore interesse. Secondo Sunstein e Thaler questo assunto e’ verficabile ma si rivelato essere falso da una vasta letteratura sperimentale.
Il primo malinteso e’ che esista un’alternativa all’essere paternalisti visto che nella maggior parte delle situazioni sociali, qualcuno dovra’ prendere una decisione e condiziona quelle di altri attori. Il secondo malinteso e’ che il paternalismo comporti sempre la coercizione, ma secondo Sunstein e Thaler questo non e’ sempre vero.
Ragionando su queste linee questi due studiosi americano sono arrivati a proporre una nuova archiettura per favorire le scelte sensate dei cittadini su questioni di scelta come i fondi previdenziali, assicurazioni sanitarie, investimenti dei risparmi, ecc.
Si tratti di essere ‘architetti della scelta’, nel senso di fornire un contesto in cui gli errori piu’ comuni e dannosi, frutto di tendenze cognitive umane, sia resi meno facili, pur lasciando la possibilita’ all’individuo di sbagliare. Un esempio e’ quello di scegliere con cura le scelte di ‘default’ perche’, come dimostra molta ricerca in merito, la gente e’ molto condizionata da quali siano le condizioni di base se nessun scelta attiva viene operata.
Naturalmente il dibattito scientifico e politico e’ aperto su quanto sia opportuno il ‘paternalismo liberale’, ma l’aspetto interessate e’ come anche in America facciano strada aspetti di governance che qualcuno chiamerebbe ‘dirigista’ o forse ‘centralista’ in un paese come l’Italia. Prendiamo il caso del Mezzogiorno italiano, in questo caso del ‘paternalismo liberale’ sarebbe auspicabile per scoraggiare, pur lasciando la liberta’ di scelta, alcuni comportamenti sociali che sono chiramente contro il benessere collettivo di quelle comunita’. L’immagine della politica forte, come servirebbe nel Sud d’ITalia, non e’ quella dell’uomo forte ma del coraggio di fare del sano paternalismo per spezzare la lunga serie di circoli viziosi che imprigiona le comunita’ meridionali italiane. Oltre ad un Obama, anche in Italia ci vorrebbe un po’ di ‘paternalismo liberale’.http://www.giuseppeveltri.it/blog/?p=787
CAPO ‘SENDERO LUMINOSO’ CHIEDE SOLUZIONE POLITICA AL CONFLITTO
Il ‘camarada Artemio’, come si fa chiamare l’ultimo capo ancora in libertà di quel che rimane del gruppo guerrigliero di ispirazione maoista ‘Sendero Luminoso’, si è rivolto nuovamente al governo chiedendo “una soluzione politica” per porre fine alla lotta armata. Parlando a ‘Radio La Luz’ dalla località Aucayacu, 600 chilometri a nord di Lima, ‘Artemio’ – di cui non si conoscono le generalità – ha ribadito la volontà di raggiungere un accordo negoziato con le autorità: “Non vogliamo uccidere poliziotti, ma se loro continueranno l’offensiva saremo costretti a rispondere” ha detto il guerrigliero, affermando di battersi “per la giustizia sociale” e denunciando persecuzioni di civili accusati di appoggiare i ribelli da parte delle forze armate. Secondo informazioni raccolte dalla stampa peruviana, ‘Artemio’ si sposterebbe nella selva centrale al comando di un centinaio di uomini di ‘Sendero’ a cui sono state attribuite quest’anno diverse imboscate contro le forze dell’ordine, con l’uccisione di una ventina di agenti; più verso sud, tra Cuzco e Ayacucho, si troverebbe un altro gruppo di ‘senderisti’, circa 200, respinti dall’esercito dall’area di Vizcatán, un tempo loro roccaforte. Secondo il governo, le piccole frange di ‘Sendero’ che non hanno aderito all’accordo di pace deciso dal fondatore del movimento, Abimaél Guzmán nel 1993, si sarebbero alleate con bande di narcotrafficanti. http://www.misna.org/
La sera del 4 novembre, a Chicago, Barack Obama ha ringraziato i suoi elettori con uno dei suoi consueti e formidabili discorsi, pronunciati con la cadenza, il ritmo e la circolarità tipica di un sermone domenicale, come nella migliore tradizione oratoria del reverendo Martin Luther King, come in una canzone di James Brown. Una frase di quel discorso, in particolare, l’indomani è stata ripresa da tutti i giornali ed è comparsa sulle copertine dei settimanali: “It’s been a long time coming, but tonight, change has come to America”, c’è voluto molto tempo, ma stasera, in America è arrivato il cambiamento.
Un passo indietro. La straordinaria avventura di Obama è cominciata undici mesi prima, la notte del caucus dell’Iowa, con una vittoria clamorosa su Hillary Clinton e John Edwards al primo appuntamento della lunga corsa alla nomination presidenziale del Partito democratico. In quell’occasione, a Des Moines, Obama ha centrato il discorso della vittoria su un punto: “Our time for change has come”, è arrivato il nostro momento per il cambiamento. Ancora una volta lo stesso stile gospel, con l’interazione tra il predicatore e i suoi fedeli, con Obama in piedi su un palco-pulpito, circondato da ragazzi che sottolineavano con “yeah” di commozione le frasi più ispirate del discorso. Di nuovo la stessa frase sul “change” che sarebbe arrivato dopo un lungo e faticoso cammino. Il 20 gennaio è il giorno in cui Obama diventerà il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti e, sul palco della cerimonia, a festeggiarlo ci sarà la cantante soul Aretha Franklin. Nel suo secondo disco, “I never loved a man the way I love you”, anno 1967, Aretha canta una canzone che si intitola “A change is gonna come”.
C’è qualcosa che unisce – da quella prima sera a Des Moines, fino al trionfo di Chicago del 4 novembre e al nuovo inizio del 20 gennaio – il primo presidente afroamericano al verso di una canzone di quarantaquattro anni fa che si intitola, appunto, “A change is gonna come”. Non è soltanto una canzonetta, Obama e il suo speechwriter Jon Favreau non hanno citato a caso quel verso e quella storia. L’autore della canzone è Sam Cooke, il gigante della musica soul e uno dei principali interpreti, con la sua canzone, della lotta per la desegregazione razzista degli anni Sessanta.
Scritta in risposta al quesito di Bob Dylan in “Blowin’ in the wind” – quanti anni devono trascorrere perché a un popolo sia concesso di essere libero? – e perché voleva scendere in un albergo della Louisiana riservato ai bianchi, “A change is gonna come” è diventata l’inno del movimento dei diritti civili e il manifesto poetico dell’inevitabilità del cambiamento. Il verso citato da Obama dice: “I was born by the river in a little tent, oh and just like a river I’ve been running ever since, it’s been a long time comin’, but I know a change gonna come, o yes it will” (sono nato in una piccola capanna sulla riva del fiume, oh e proprio come un fiume da allora non ho fatto altro che correre, ma ci vuole molto tempo per arrivare, ma so che il cambiamento arriverà, oh, sì che arriverà”).
La canzone di Sam Cooke è del 1963, pubblicata l’anno successivo, quando Obama aveva tre anni e sua madre (bianca) aveva appena sfidato le convenzioni dell’epoca, sposandosi e facendo un figlio con un studento nero e africano. “A change is gonna come” è una delle testimonianze più importanti di un’era e di un genere musicale strettamente legati alle lotte per i diritti civili della popolazione nera. Ci sono poche cose più americane del soul, grazie al suo impasto di sogni, politica, religione e dollari. Allo stesso modo ci sono poche cose più tipicamente made in Usa della storia di Obama.
La soul music è una particolare espressione della musica nera, un derivato del rhythm ‘n blues nato a Memphis, in Tennessee, e nel delta del Mississippi, un fenomeno musicale caratterizzato da un forte legame con la fede e la musica religiosa gospel, e arricchito dall’incontro con la tradizione rurale bianca, come l’hillbilly e il country, prodotti dell’altra grande città musicale del Tennessee, Nashville.
Quasi tutte le più grandi personalità del soul sono stati leader religiosi, in alcuni casi veri predicatori come Salomon Burke e Al Green. Uno come James Brown, invece, è stato una figura a metà tra il capo religioso e il leader politico. I primi esempi di soul risalgono agli anni Cinquanta, con le incisioni di Ray Charles per l’Atlantic di New York, ma il periodo più influente è quello che va dal 1959 al 1968 e che comincia con l’incisione di “What’d I say” di Ray Charles con cui vengono fissati i canoni della black music moderna. L’era del soul finisce politicamente con l’uccisione del reverendo Martin Luther King, il 4 aprile del 1968, a Memphis, otto mesi dopo la scomparsa di Otis Redding, uno degli interpreti più carismatici del genere.
Eppure, oggi, in questi anni di era pre-Obama si sta assistendo a una rinascita del soul, non solo con i fenomeni pop alla Amy Winehouse, Duffy, Adele e perfino con l’italiana Giusi Ferreri, ma anche con un vero e proprio revival soul di etichette e band e artisti capaci di ricreare quelle atmosfere musicali e di vita degli anni sessanta. Due anni fa il film “Dreamgirls”, ispirato alla storia di Diana Ross e delle Supremes, ha vinto due Oscar. Nel 2004 anche “Ray”, dedicato a Ray Charles, aveva vinto due statuette. Oggi nei cinema americani c’è “Cadillac records”, la storia di Etta James, Muddy Waters e dell’etichetta di Chicago Chess. Spike Lee sta preparando la grande biografia di James Brown.
Il soul non è stato soltanto la colonna sonora della stagione dei diritti civili, ma esso stesso uno strumento di integrazione sociale culturale del profondo sud. Nelle sale di incisione della Stax, King, Hi, Soulwax e negli studi di Muscle Shoals e Fame, lavoravano fianco a fianco artisti e produttori bianchi e neri (Isaac Hayes, David Porter, Chips Moman, Booker T. Jones, i Mar-Keys) per un pubblico multirazziale che comprava i loro dischi quando ancora in diversi stati ai neri non era consentito di entrare negli stessi luoghi aperti ai bianchi. Non solo, per la prima volta, grazie al successo commerciale del soul, si sono cominciati a vedere i primi esempi di integrazione economica afroamericana. Sono stati i soulman i primi neri in grado di creare onestamente ricchezza nello show business. James Brown ha definito il fenomeno come il primo esempio di “black capitalism”. Grazie al soul, per la prima volta, grandi artisti neri come Sam Cooke, Ray Charles e James Brown hanno potuto chiedere il pieno controllo sulla produzione e e non hanno più avuto bisogno di tutori.
L’integrazione tra bianchi e neri è alla base della musica moderna, a partire dalla nascita del jazz, all’inizio del secolo scorso. Il soul deve la sua nascita al Rythmn ‘n blues e a un gruppo di intraprendenti impresari bianchi, spesso ebrei come il Leonard Chess interpretato da Adrien Brody in “Cadillac records”. Chess e Jerry Wexler dell’Atlantic di New York hanno cominciato a diffondere la “race music” e a spianare la strada alle successive espressioni autoctone della cultura nera. Il R&B nasce con l’emigrazione degli anni Venti dei neri dal sud verso le città del nord, in coincidenza con il richiamo dei grandi conglomerati industriali come Chicago, Detroit, Kansas City, St Louis.
Il blues ritmico era la fusione tra il lamento malinconico delle campagne del sud e il ritmo cosmopolita delle orchestre da ballo delle città. Nel Dopoguerra, a Chicago, è diventato elettrico. Si sono formati i primi piccoli gruppi con il cantante che suonava la chitarra elettrica, accompagnato da piano, basso e batteria. B.B. King, Muddy Waters, Howlin Wolf, Willie Dixon, Buddy Guy, John Lee Hooker, Sonny Boy Wiliamson, Memphis Slim, Bo Diddley, senza saperlo, hanno inventato il rock, la sua base musicale, quella che avrebbe conquistato intere generazioni, riempito stadi e costruito icone moderne.
A Chicago l’etichetta principe è, appunto, la Chess degli omonimi fratelli Leonard e Phil, ebrei polacchi, avventurosi gestori del Macamba night club nel Southside di Chicago, lo stesso quartiere nero che è stato il punto di partenza della carriera politica di Barack Obama. I Chess hanno scoperto e lanciato Chuck Berry, il primo musicista capace di dare al rock un’estetica (la “duck walk”) e una poetica successivamente omaggiata da tutti, dai Beatles, agli U2, a Bruce Springsteen.
Ai tempi, però, quella era ancora “race music”, musica fatta dai neri per i neri, confinata in un circuito segregato di locali, negozi e radio. E loro, gli artisti del blues elettrico, erano l’immagine vivente del pregiudizio razziale dei bianchi, erano quasi tutti black man un po’ cialtroni e vagabondi, spesso ubriachi e pieni di donne. I produttori bianchi trovarono un modo per fare soldi da quella musica, ripulendola dalla sua negritudine, aggiungendo arrangiamenti meno ruvidi e naturalmente facendola interpretare a un cantante bianco.
Lo sdoganatore della musica nera è stato un giovane camionista di Tupelo che si chiamava Elvis Presley, un bianco, bello e biondo che cantava e si dimenava come un nero. Presley ha reso presentabile una musica che apparentemente non lo era. Ma un aiuto decisivo è arrivato dall’Europa, con una delle poche, involontarie e più colossali operazioni di risarcimento culturale dopo la liberazione dal nazifascismo. Nella seconda metà degli anni Sessanta, infatti, l’America ha assistito alla “British invasion”, una specie di D-day al contrario, con i musicisti inglesi guidati dai Beatles e dai Rolling Stones che hanno riportato negli Stati Uniti la musica nera del profondo sud, in America ignorata, mal giudicata o candeggiata con risciacqui pop e bianchi.
I Beatles sono arrivati in America nel 1964 e nel reportorio avevano brani Motown, di Chuck Berry, di Little Richard. Il contributo più grande è stato dei Rolling Stones, grazie a loro il blues e tutto il resto sono stati definitivamente accettati nel paese che li ha creati. Mick Jagger e Keith Richards sono diventati amici scambiandosi i dischi di Muddy Waters e hanno chiamato il loro gruppo Rolling Stones, ispirandosi al titolo di una sua canzone. Nel 1965, sono andati a Chicago negli studi Chess e hanno registrato canzoni di Sam Cooke, Otis Redding, Marvin Gaye e Solomon Burke, poi usciti nella versione americana del loro terzo disco, “Out of our heads”.
Dodici anni prima, nel 1953, la storia della black music e della cultura americana ha conosciuto il punto di svolta musicale: l’Atlantic Records di New York ha messo sotto contratto un cantante pianista nero, cieco per una grave forma di infezione agli occhi non curata. Ray Charles era l’emblema della condizione di vita dei black nel sud degli Stati Uniti negli anni Cinquanta. A sette anni ha perso la vista, perché la sua famiglia non aveva i mezzi per aiutarlo. Un decennio prima, la regina del blues Bessie Smith era morta dissanguata perché nessun ospedale aveva accettato di ricoverarla. Ray Charles, detto The Genius, ha riarrangiato la musica che cantava da bambino nella sua chiesa in Georgia, cambiando le parole, esasperando ritmo e sensualità.
Le versioni edulcorate bianche non potevano reggere il confronto e Ray Charles ha cominciato a scalare le classifiche pop, fino a vendere un milione di copie. Ma se Ray Charles ha aperto la strada dell’integrazione razziale, è stato il Sam Cooke di “A change is gonna come” a indicare la via d’uscita. Nato povero nel Mississippi, bello e naturalmente elegante, Cooke era un cantante raffinato che si rivolgeva con la stessa intensità al pubblico bianco e nero. Amava la bella vita, le macchine sportive, le donne. Era considerato un nero a metà, un nero fino a un certo punto, un venduto. Cooke era il nero che piaceva ai bianchi, dava ai bianchi un’immagine accettabile e meno aggressiva di quella di Ray Charles. Era ambiguo, Cooke. Alternava pezzi da crooner (“For sentimental reasons”, “Cupid”) a canzonette ottimistiche (“Wonderful Word”) e, soltanto di rado, a richiami alla condizione della sua gente (“Chain Gang”). Cooke si esibiva in modo levigato e accattivante al Copa, locale di lusso con un pubblico bianco a cui offriva gli standard della musica di successo del tempo. Solo saltuariamente si inoltrava fino alla 129esima strada di Manhattan per cantare nei piccoli club neri di Harlem.
Sam Cooke è stato anche un abile businessman, ha creato un’etichetta discografica, la Sar, ha lanciato artisti come Johnnie Taylor e Bobby Womack e ha stipulato con la Rca un contratto milionario, uno dei primi esempi di successo interrazziale negli anni in cui, in Alabama, a Rosa Parks non era consentito sedersi nei posti del bus riservati ai bianchi. Fu ucciso a trentatré anni in circostanze mai ben chiarite, l’11 dicembre 1964, dalla custode del motel di Los Angeles dove era andato con una ragazza. “A change is gonna come” è uscita dopo la sua morte.
L’editore Adam Bellow, figlio di Saul Bellow, in un’intervista al Foglio ha detto che i neri come Obama e sua moglie – gente di successo che ha frequentato le migliori scuole del paese – sono come quegli ebrei degli anni Sessanta che ce l’avevano fatta e che si sentivano in colpa per il loro successo. Nel caso degli Obama, questo può essere il motivo per cui hanno scelto di frequentare la chiesa nera e radicale di Jeremiah Wright: una forma di rispetto nei confronti dei genitori, un modo di assaporare una parte di quel mondo antico, familiare, eppure lontano. Se è così, lo strumento con cui Sam Cooke ha saldato il conto con il suo successo tra i bianchi è stata proprio “A change is gonna come”, la canzone-manifesto diventata la colonna sonora delle marce per diritti civili e, quarant’anni dopo, del trionfo di Obama.
Oltre a Ray Charles e Sam Cooke, il terzo elemento della trinità soul è stato James Brown. Nato in South Carolina, Brown ha avuto un’infanzia miserabile che si è trasformata in maniacale disciplina e totale dedizione al lavoro, quasi a voler esorcizzare la paura della fame e della povertà estrema. James Brown era “the hardest working man in the show business”, il cantante dallo stile messianico che aveva un rapporto speciale con il pubblico e riusciva a trasformare gli show in cerimonia politica, ascetica e religiosa, come ha sottolineato ironicamente la sua partecipazione al film “The Blues Brothers”.
Il 5 aprile del 1968, ventiquattr’ore dopo l’assassinio di Martin Luther King, è passato alla storia come il giorno in cui James Brown ha salvato Boston. Era previsto un suo concerto al Garden e c’era il rischio di una rivolta nera. La polizia era in allerta, Brown e il sindaco hanno deciso di trasmettere il concerto in diretta tv, per evitare l’afflusso di masse nere in centro. Il piano ha funzionato. E quando la folla è salita sul palco, James Brown ha detto: “Siamo neri, siamo neri, siamo tutti neri, credo di meritare un po’ di rispetto dalla mia gente”. Sei mesi dopo ha inciso “Say it loud, I’m black and proud”.
In quei mesi, mentre montava la protesta dei ghetti, l’uomo che aveva sdoganato la musica nera, Elvis Presley, era in crisi profonda. Elvis aveva bisogno di rilanciare la sua carriera e per farlo si è affidato ai maestri del soul, incidendo “From Elvis in Memphis”, un tributo a quella musica nera di cui dieci anni prima si era appropriato senza dire grazie. Questa volta, però, Elvis ha trovato il modo di ricambiare il favore: il singolo che nel 1969 è andato al primo posto in classifica, il suo primo numero uno dopo nove anni si intitola “In the Ghetto” e racconta la disperazione della vita dei neri (“And the snow flies, in a cold morning in Chicago, a little baby is born in the ghetto… and his mama cries”).
A molti quella di Elvis era sembrata una furbata commerciale e politicamente corretta, ma qualche anno prima sarebbe stato impensabile per un bianco cantare una canzone così nera. C’era voluto molto tempo, ma finalmente il cambiamento era arrivato. La vittoria di Obama non è giunta all’improvviso, non è stato un colpo di fortuna, è un successo conquistato quarant’anni fa, arrivato nella testa di una nazione, prima ancora che nelle urne, grazie alle sue musiche, ai suoi ritmi, alla sua anima.
di Cataldo Intrieri
e Christian Rocca
prospettive per una stabilizzazione dell’area dopo la guerra di agosto
Sono trascorsi alcuni mesi dallo scoppio delle ostilità tra Georgia e Russia ma la situazione in quell’area del Caucaso è ancora lontana dalla normalizzazione. Del resto il riconoscimento russo delle due repubbliche indipendentiste dell’Abhkazia e dell’Ossetia del Sud rischia di scatenare un effetto a catena destabilizzante sulle regioni limitrofe. Gli eventi delle ultime settimane sembrano inoltre confermare che la conflittualità fra Mosca e Tbilisi è ancora alta, con possibili implicazioni militari. Le truppe russe, infatti, hanno rioccupato il check-point della città di Perevi.
L’azione è stata denunciata dagli osservatori inviati da Bruxelles poiché Perevi si trova in territorio georgiano e si tratterebbe di una palese violazione degli accordi sottoscritti dalla Russia. Per Mosca, però, l’occupazione del check-point è in realtà una risposta ad una provocazione georgiana. Tbilisi sarebbe rea di aver provocato l’esercito russo inviando forze speciali nell’area e pubblicizzando l’evento sui media stranieri. Una situazione che ripropone il gioco delle recriminazione tra i due vicini e che rischia di allontanare il raggiungimento di un’intesa. L’incontro svoltosi a Ginevra la scorsa settimana, su iniziativa dell’Unione Euroepa, dell’ONU e dell’OSCE con la partecipazione di Mosca e Tbilisi, per cercare una soluzione agli sfollati della guerra di agosto si è, infatti, concluso con un nulla di fatto. Anche se rispetto ai due meeting precedenti ha ottenuto il risultato di far sedere i rappresentanti dei due paesi contendenti nella stessa stanza.
Non si può però negare che da agosto ad oggi siano stati fatti dei passi avanti per un’eventuale pacificazione tra i due contendenti con la mediazione di Bruxelles. Se l’ingresso di Tbilisi nella NATO è stato procrastinato al fine di non irritare ulteriormente Mosca, la Georgia è stata inserita tra i paesi dell’ex Unione Sovietica con cui l’UE ha intenzione di stringere un accordo di cooperazione economica, energetica e commerciale. Allo stesso tempo Bruxelles sta lavorando per un accordo di partneriato con Mosca. Le relazioni tra Georgia e Russia potrebbero essere, quindi, in prospettiva normalizzate attraverso un ruolo maggiore dell’UE anche se non va dimenticato il ruolo che potrà giocare il futuro presidente degli Stati Uniti. Per Bruxelles la questione di una pacificazione dell’area è d’importanza vitale visto anche cosa sta succedendo in questi giorni tra Mosca e Kiev e gli effetti che ciò può avere sulla sicurezza energetica dei paesi dell’Unione.
Ventitre persone, alti funzionari del ministero della difesa e di quello degli interni, sono state arrestate a Baghdad questa mattina. Sono sospettate di essere parte di una rete clandestina, chiamada al-Awda, il cui scopo sarebbe quello di riformare il partito Baath, disciolto all’inizio dell’invasione statunitense nel 2003 e dichiarato illegale. Secondo un portavoce del ministero dell’interno, i funzionari arrestati [tra cui un generale] sarebbero ancora sotto interrogatorio, per capire le dimensioni di questo network clandestino, il cui nome, che si significa «Ritorno» configurerebbe l’intenzione di riportare al potere il partito socialisteggiante e nazionalista che fu di Saddam Hussein. Secondo un’inchiesta apparsa sul quotidiano statunitense New York Times, i membri di questa rete avrebbero avuto a disposizione ingenti quantità di denaro per «comprare» nuovi aderenti, una notizia confermata dai contanti trovati in casa degli arrestati. Non c’è ancora conferma, invece, per un’altra ipotesi del New York Times, che, cioè, gli aderenti ad al Awda fossero in procinto di organizzare un colpo di stato, forse con l’appoggio di ex ufficiali e soldati della disciolta Guardia repubblicana, per rovesciare il governo del premier Nouri al Maliki. La scoperta del complotto, se di complotto si tratta, arriva comunque in un momento molto delicato. A gennaio sono previste in Iraq le elezioni regionali, considerate cruciali sia per capire la tenuta del governo sia per misurare le tendenze centrifughe che si sono manifestate tanto nel nord kurdo quanto nella provincia di Bassora a maggioranza sciita.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16178
, “La chiave per qualsiasi processo di pace deve essere politica, non militare, e ora sono i politici iracheni a dovere mostrare leadership”
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,
C’è anche l’Iraq fra le situazioni di conflitto delle quali si è occupato Martti Ahtisaari – l’ex presidente finlandese che ha appena ricevuto il Premio Nobel per la pace.
Per ben due volte, l’organizzazione da lui fondata e diretta, la Crisis Management Initiative (CMI), ha riunito in Finlandia, in modo assai discreto, esponenti politici iracheni appartenenti e gruppi e formazioni diverse per una sorta di “scuola di riconciliazione”.
Incontri rigorosamente a porte chiuse, nei quali “facilitatori” di eccezione – sudafricani e nordirlandesi, che di conflitti e “riconciliazione” se ne intendono – hanno portato la loro esperienza, stimolando la discussione fra gli iracheni, e cercando di aiutarli a trovare un minimo comun denominatore.
Il risultato è l’”Accordo di Helsinki II”: un documento in 17 punti, una sorta di “road map” basata sui principi della democrazia e della nonviolenza, sottoscritta da 33 leader politici iracheni di diversi orientamenti - sunniti, sciiti, kurdi, religiosi, laici, nazionalisti. Che, almeno sulla carta, si sono impegnati a metterne in pratica principi e meccanismi.
Finalizzato dopo due cicli di incontri in Finlandia, ai primi di settembre 2007, e poi nell’aprile di quest’anno, ai primi di luglio il documento è stato presentato ufficialmente a Baghdad – per la verità nel disinteresse dei media internazionali.
E’ qui che il punto d’arrivo del “Project Iraq” ha avuto l’avallo del governo iracheno, di numerosi parlamentari, nonché – si dice – di gruppi legati alle milizie e alla resistenza.
Iniziato tre anni fa alla Tufts University, negli Stati Uniti, e coordinato da Padraig O’Malley, che insegna “Pace e riconciliazione” alla University of Massachussets di Boston, il progetto si è avvalso del contributo fondamentale di personaggi come Martin McGuinness – uno dei leader storici del Sinn Fein, nonché ex comandante dell’Irish Republican Army (IRA), oggi vice premier nordirlandese.
Chi meglio di lui poteva portare agli iracheni l’esperienza del suo Paese, dove ora è in corso un processo di pace, dopo un conflitto trentennale?
E così McGuinness è andato in Finlandia, dove ha co-presieduto entrambi i “round” di incontri, e poi a Baghdad, per il “battesimo” ufficiale dell’iniziativa.
Ma esistono similitudini fra la situazione di conflitto dell’Irlanda del Nord e quella dell’Iraq? Le lezioni dell’una sono applicabili all’altra? E quali sono le prospettive di questo “processo di Helsinki”, che è iniziato, ma non sembra fare progressi – e del quale non si conoscono ancora esattamente gli attori?
Sono le domande che abbiamo posto a McGuinness. Riportate di seguito, assieme alle sue risposte.
Può dirci come è iniziato il suo coinvolgimento in questa iniziativa di riconciliazione irachena?
La scorsa primavera mi ha chiamato Cyril Ramaphosa, l’ex negoziatore capo dell’African National Congress (ANC) di Nelson Mandela, e mi ha chiesto se volevo partecipare a questo “Iraq Project”. Ho accettato. Innanzitutto, per l’importanza del conflitto iracheno, e poi per l’enorme aiuto che i sudafricani di tutte le appartenenze politiche ci avevano dato mentre cercavamo di risolvere il nostro conflitto in Irlanda.
Quanto pensa che possa essere applicabile l’esperienza nordirlandese all’attuale situazione in Iraq? Quali sono le similitudini, ammesso che ce ne siano, e quali le differenze?
Ogni conflitto è unico, e non esistono schemi o modelli che possano essere trasferiti in un altro contesto politico e culturale. Tuttavia, le questioni dell’identità, di un mantenimento dell’ordine pubblico giusto e imparziale, della smilitarizzazione, dei diritti umani e dell’eguaglianza, del settarismo confessionale, l’importanza dello sviluppo economico, il ruolo delle donne, il problema delle armi … ovviamente sono presenti in entrambe le nostre situazioni.
Secondo lei, l’attuale situazione in Iraq è davvero una questione di “riconciliazione” tra fazioni che si combattono – oppure è qualcosa di diverso?
La chiave per qualsiasi processo di pace deve essere politica piuttosto che militare. I leader politici, di tutti i partiti, gruppi, e identità, devono prendere in mano la situazione e lavorare insieme per una soluzione adeguata.
Qual è stato esattamente lo scopo della sua visita a Baghdad? Quali le differenze rispetto ai due precedenti round di colloqui in Finlandia? Lei che ruolo ha avuto in questo caso?
Nell’agosto dello scorso anno (2007), e nell’aprile di quest’anno (2008) abbiamo passato quattro giorni ogni volta lavorando assieme a politici iracheni di primo piano per raccontargli le nostre storie, e rispondere alle loro domande incisive sulle esperienze attraverso le quali eravamo passati in Sudafrica e in Irlanda. In quanto facilitatori di questo processo, siamo stati felici quando ci hanno invitati ad andare a Baghdad il 5 e il 6 luglio, dato che ciò simboleggiava il passaggio della fiaccola da una foresta della Finlandia all’arena pubblica della politica irachena a Baghdad.
Nelle sedi appartate che avevamo utilizzato fuori Helsinki – per cui ringraziamo il ministero degli Esteri [finlandese] e la Crisis Management Initiative (CMI), una organizzazione non governativa che lavora per la pace - io ero stato il co-facilitatore, assieme a Roelf Meyer (negoziatore capo del National Party di de Klerk) nella prima sessione, e allo stesso Cyril Ramaphosa nella seconda.
A Baghdad mi hanno accompagnato Lord John Alderdice, il primo presidente dell’Assemblea Legislativa dell’Irlanda del Nord, seguita all’ “Accordo del Venerdì Santo” [l’intesa firmata il 10 aprile 1998 dal premier britannico Tony Blair e da quello irlandese Bertie Ahern, che mise fine a quasi 30 anni di guerra civile in Irlanda del Nord NdR], e Mac Maharaj, sudafricano, un altro esponente di punta dell’ANC di Nelson Mandela, che è stato in carcere con lui a Robben Island, e poi ministro dei Trasporti nel primo governo di Mandela. Nel nostro team di supporto c’era anche un altro irlandese: Quintin Oliver, un consulente politico.
La differenza è stata che a Baghdad eravamo semplici osservatori, a simboleggiare che il processo era ormai saldamente in mani irachene.
Tutti i firmatari dell’ “Accordo di Helsinki II” si sono impegnati ad attenersi alla nonviolenza o al divieto dell’uso delle armi nel corso dei negoziati di pace. Lei ha l’impressione che facciano sul serio?
Si tratta di persone molto serie. Sanno che devono mettercela tutta per arrivare alla pace e impiegare tutte le loro abilità politiche per arrivare a una soluzione. Sarà il tempo a dirlo, e certamente ci vorrà tempo. Il conflitto iracheno è complesso, difficile da risolvere, frammentato, e globale. E’ ancora presto.
Quanto pensa che siano rappresentativi gli iracheni che hanno partecipato ai colloqui in Finlandia – sia nel primo che nel secondo round?
Per chi viene dall’esterno dirlo è sempre difficile, ma a darmi fiducia è il fatto che i partiti kurdi sono totalmente coinvolti, e anche i sadristi hanno firmato. Ci siamo inoltre sforzati di garantire la partecipazione di rappresentanti dei “Consigli del risveglio”. I principi di Helsinki sostengono il concetto di una totale inclusività nel processo.
L’Irish Times il 7 luglio ha scritto che l’accordo a Baghdad ha avuto l’avallo formale del governo iracheno, e di parlamentari iracheni, “nonché di gruppi legati alle milizie e agli insorti”. Può confermare l’avallo di questi ultimi? Le fazioni armate appartenenti alla resistenza irachena e i gruppi che sono fuori dall’attuale “processo politico” sono stati coinvolti nel progetto fin dall’inizio dei colloqui in Finlandia? Erano presenti in luglio a Baghdad?
Per ragioni politiche e di sicurezza ci hanno chiesto di non rivelare i nomi dei partecipanti. L’integrità di questo processo è fondamentale, e so per esperienza personale che sarebbe egoismo e autolesionismo violare in qualsiasi modo questa confidenzialità.
Ci sono progetti per un seguito all’incontro di Baghdad? Lei come valuta le prospettive future?
Il passo successivo è nelle mani degli iracheni. Noi, come facilitatori esterni, abbiamo dato la nostra disponibilità, e aspettiamo qualsiasi richiesta che dovesse arrivare. Il futuro è nelle mani degli iracheni e dei loro leader politici. Come gli ho spiegato, è la ‘leadership’ la qualità più importante. Adesso dipende da loro. Gli facciamo tanti auguri, e siamo pronti a dare un aiuto, ma solo se ce lo chiederanno. http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6813
“Ieri eravamo una colonia ma domani possiamo essere una grande comunitá di paesi strettamente uniti. La natura ci ha dato ricchezze incalcolabili e la storia ci ha dato radici, lingua, cultura e vincoli comuni, come in nessun’altra regione della Terra”
(Fidel Castro Ruz)
“Molti si chiederanno che cosa sta accadendo in questa nostra America Latina” ha commentato il presidente brasiliano Lula da Silva all’annuncio della notizia che Cuba finalmente farà parte, dal 17 di dicembre di quest’anno, del Gruppo di Río, l’organizzazione che raggruppa gli Stati dell’America latina e dei Caraibi, sorta nel 1986 in alternativa all’OEA, Organizzazione degli Stati Americani, dove invece sono presenti gli Stati Uniti.
Felipe Calderón, attuale coordinatore del Gruppo di Río ha parlato di “costruzione di un destino comune” e di “valori condivisi”.
Per dirla con le stesse parole di Lula, si tratta di “un uragano, un tornado politico e ideologico” che sta scuotendo il panorama politico ed economico della regione.
E’ una notizia che ovviamente è passata quasi inosservata sulla nostra stampa in questo scorcio di fine d’anno, eppure è una notizia che inevitabilmente fa guardare le vicende latinoamericane sotto una luce diversa.
Potrebbe dirsi che siamo alle soglie di un cambio epocale per l’America latina, che evidentemente ha smesso già da tempo di essere il patio trasero degli Stati Uniti mentre va via via delineandosi con sempre maggior evidenza come entità politica ed economica dotata di grande autonomia.
Sicuramente è una Cuba diversa quella che si sta rapportando in questi ultimi anni con gli altri Stati latinoamericani e con quelli più geograficamente vicini dei Caraibi. Nell’isola si prospettano alcuni cambiamenti, Raul è diverso da Fidel e anche il Comandante en Jefe non è più quello di una volta.
Ma Cuba non ha fatto altro che resistere in tutti questi anni, contro un isolamento assurdo e abnorme, contro un colosso economico, politico e militare che adesso sembra un po’ più stanco che in passato e al quale si può chiedere con più convinzione che ritiri quel vergognoso embargo imposto mezzo secolo fa.
Evo Morales, presidente della Bolivia, nel corso del recente vertice brasiliano dei paesi di America latina e Caraibi di Sauípe, uno dei tanti che ormai si tengono regolarmente nella regione, ha chiesto che questi ritirino i loro ambasciatori dagli Stati Uniti se dopo un ragionevole periodo di tempo Barak Obama non dovesse togliere l’embargo economico contro Cuba.
Appaiono preistorici i tempi in cui la isla rebelde veniva espulsa dall’Organizzazione degli Stati Americani, il “ministerio de Colonias Yanqui” come fu ribattezzato quell’organismo da un ministro degli Esteri cubano, in quella riunione a gennaio del 1962 a Punta del Este in Uruguay, quando si stabilì che “l’adesione al marxismo-leninismo era incompatibile con il Sistema Interamericano” e che gli Stati Americani si trovavano “profondamente uniti a favore dell’obiettivo comune di contrastare l’azione sovversiva del comunismo internazionale”.
Oggi il mondo non è più diviso in blocchi, con il comunismo si sono firmati e si firmano tutt’ora vantaggiosi affari e Fidel Castro ha ormai passato gli ottanta…
Si può pertanto immaginare possibile adesso una nuova Organizzazione degli Stati Americani senza la presenza degli Stati Uniti. Non che prima non fosse possibile. Ma oggi a differenza di allora, molti dei leader latinoamericani hanno “una coscienza distinta della realtà storica e iniziano a combattere la battaglia che fin da allora Cuba porta avanti” [1].
E la proposta nasce infatti ancora dal “mega vertice” di Sauípe. Questa nuova organizzazione potrebbe comprendere il Gruppo di Río e il neonato Vertice di America latina e Caraibi per l’Integrazione e lo Sviluppo (CALC).
Se ne discuterà nel 2010 in Messico, mentre per il nome già sono state avanzate proposte: Organizzazione degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi oppure Unione di America latina e Caraibi.
In ogni caso senza Stati Uniti.http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=775
Nascerà a Bogotá il "Centro della Memoria, Pace e Riconciliazione", per il risarcimento simbolico delle vittime della violenza in Colombia e per restituire loro dignitá.
L'annuncio é di Agosto scorso, ed il Centro - riprendo testualmente - "avrá tra le sue funzioni la ricezione, archiviazione e trattamento di informazioni [...]: testimonianze di vittime, archivio fotografico, video; fungerá da luogo di riunione ed appoggio per iniziative di pace, punto d'incontro per organizzazioni sociali, gruppi d'analisi, universitá e scuole. Servirá anche a promuovere eventi per la promozione della pace e della riconciliazione, come seminari, gruppi di studio, conferenze, esposizioni ed altri".
El Tiempo riporta oggi un'iniziativa del Centro che mi pare eccezionale: la "Cartogrtafia della Memoria", una mappa di Bogotá che ci guida attraverso 28 fatti di sangue e di violenza che hanno segnato la vita della cittá e del Paese, come l'omicidio di Jaime Garzón o quello di Jorge Eliécer Gaitán. A gennaio poi, un sito web (forse questo?).http://bogotalia.blogspot.com/
La Romania ha un nuovo governo, basato sull'accordo tra socialdemocratici e democratici-liberali e guidato dal presidente di questi ultimi, Emil Boc. Nonostante l'ampia maggioranza, già piovono critiche dai media, e si prospettano scelte difficili contro la crisi economica
A quasi un mese dalle elezioni politiche del 30 novembre, la Romania ha un nuovo governo. Il Partito democratico-liberale (Pdl) formazione di centro-destra vicina al presidente Traian Basescu e l'alleanza tra socialdemocratici e conservatori (Psd-Pc), finora vecchi e acerrimi rivali, si sono alleati “per il bene del paese” nel mezzo della crisi economica, dividendosi a metà i 18 ministeri.
La “grande coalizione”, formata dai partiti che hanno ricevuto la maggior parte dei consensi, permette al nuovo esecutivo di godere di una larga maggioranza al parlamento di Bucarest con 329 seggi su 471.
A guidare governo sarà Emil Boc, 42 anni, presidente del Pdl e più giovane primo ministro della storia romena del dopo rivoluzione. Boc è stato nominato in seguito alla rinuncia a sorpresa di Theodor Stolojan, che si era presentato alle elezioni come il candidato dei democratici liberali alla poltrona del premier.
Cinque giorni dopo la sua nomina da parte del capo dello Stato come primo ministro, Stolojan, 65 anni, ha annunciato di ritirarsi offrendo una spiegazione poco credibile, che ha alimentato le speculazioni sulle vere cause del gesto. Stolojan si è limitato a dichiarare che “sono stati i due presidenti di partito Emil Boc (Pdl) e Mircea Geoana (Psd) ad aver firmato il 'Partenariato per la Romania', e sono quindi loro a dover portare avanti la collaborazione, assumendo gli incarichi istituzionali più importanti, quelli di premier e di presidente del Senato''.
Questa spiegazione, però, non ha convinto nessuno. Stolojan si ritira per la seconda volta, sempre direttamente o indirettamente a favore del presidente Basescu. La prima volta nel 2004, quando si fece da parte per aprire la strada alla presidenza a Basescu, adesso dando via libera a Boc, presidente del partito vicino al capo dello stato.
Tra le varie versioni che sono circolate sui media si parla anche di incapacità di Stolojan di reggere alle forti pressioni a cui è stato sottoposto, oppure di vecchi problemi di salute tornati a riemergere (in passato si è parlato di diverse crisi di depressione).
Quale che sia la vera ragione del rifiuto, in tempi di crisi la sua rinuncia potrebbe avere effetti significativi: Stolojan, infatti è un economista, mentre Boc è laureato in storia, filosofia e giurisprudenza. Tutto questo non è passato inosservato alla stampa di Bucarest, e secondo il giornale Romania Libera “il governo di professionisti, promesso dal presidente dopo le elezioni, è già fallito”, anche perché la maggioranza dei ministri non ha esperienza diretta nel campo di competenza, e metà dei nomi sono stati riciclati. Boc, comunque, ha annunciato che si circonderà di esperti.
Nonostante la coalizione tra il Pdl e il Pds-Pc rappresenti ben oltre il 60% degli elettori romeni presentatisi alle elezioni dello scorso novembre, le prime dopo l'ingresso della Romania nell’UE, la struttura del nuovo esecutivo è stata molto criticata dalla stampa.
Quasi il 70% dei ministeri è occupato da persone che hanno già conosciuto il gusto del potere, avendo occupato in passato seggi ministeriali. Per Evenimentul Zilei si tratta di un governo basato su lobby d' interesse. Titolare del turismo, ad esempio, sarà Elena Udrea, il cui marito è proprietario di alberghi, mentre alla sanità andrà Ionut Bazac, laureato in medicina e fondatore di Forza Rossa, la società importatrice delle Ferrari in Romania.
Per il giornale Gandul (Il Pensiero) si tratta di un governo a cui non mancano oligarchi o loro affiliati. Inoltre l’incapacità dei democratici-liberali e i socialdemocratici di trovare un nome per il ministero della Giustizia è stata interpretata come un sintomo della difficoltà dei due partiti nel trovare una visione comune nella lotta contro la corruzione. La scelta finale è stata quella di confermare come guardasigilli Catalin Pedroiu, considerato ora dai suoi ex colleghi del Partito Liberale dell'ex premier Calin Popescu Tariceanu come un traditore.
Tra i ministeri appannaggio dei liberal-democratici ci sono quello dell’Economia (Adriean Videanu, ex sindaco di Bucarest nel periodo 2005-8), delle Finanze (Gheorghe Pogea), dei Trasporti (Radu Berceanu) e della Difesa (Mihai Stanisoara, ex consigliere di Basescu). All’alleanza tra i socialdemocratici e i conservatori vanno gli Interni (Gabriel Oprea), gli Esteri (Cristian Diaconescu), il Lavoro (Marian Sarbu), l'Istruzione (Ecaterina Andronescu), la Sanità (Ionut Bazac) e l'Agricoltura (Ilie Sarbu).
Per evitare la recessione (già annunciato il dimezzamento dell'attuale crescita economica dell’8%) il nuovo governo dovrà riavviare le riforme rimandate negli ultimi due anni, nonché applicare politiche fiscali prudenti. Il governo Boc affronterà situazioni difficili non solo a causa dell’eredità liberale, ma anche per conciliare le misure di destra promosse dai democratici liberali con quelle di sinistra promesse dai social democratici.
I ministri socialdemocratici dell’Interno e dell’Istruzione dovranno far i conti con le pressanti richieste di aumento degli stipendi, mentre tra quelli democratico-liberali, quello delle Finanze dovrà ridurre il deficit di bilancio, quello dei Trasporti si confronterà con il buco di 1,84 miliardi di lei delle ferrovie, mentre quello dell’Economia con l’avvio dei lavori di costruzione di una nuova centrale nucleare a Cernavoda. Per il nuovo ministro della Difesa sarà importante decidere come rinnovare la flotta aerea, sostituendo gli ormai obsoleti Mig-21.
I democratici-liberali hanno firmato un accordo di governo con socialdemocratici e conservatori, intitolato “Partenariato per la Romania”, che contiene il protocollo con le linee guida del programma di governo, tenendo soprattutto conto della crisi economica. Ma per l’ex premier liberale Calin Popescu Tariceanu, ora a capo dell’opposizione, le misure sociali del programma di governo porteranno a instabilità economica, disoccupazione e povertà. Anche l’ex ministro delle Finanze, Varujan Vosganian, avverte che il deficit potrebbe toccare il 6% del PIL se il Governo Pdl-Psd metterà in pratica le promesse fatte, come la diminuzione dell’IVA e una serie di facilitazioni fiscali.
Il nuovo programma mantiene la flat tax al 16%, introdotta dal governo Tariceanu, una misura considerata di destra. Ma il programma abbonda anche di misure di sinistra: il governo si propone di ridurre l’IVA dal 19% al 5% per gli alimenti di base e di aumentarla al 25% per i prodotti di lusso.Tra le iniziative promesse dal Governo Boc ci sono anche l’aumento delle imposte per immobili, automobili e imbarcazioni. Il programma prevede poi l’aumento delle pensioni, dei salari minimi a partire dal 1° gennaio 2009 e un raddoppio agli aiuti per le famiglie con figli a partire dal 1° giugno del prossimo anno.
Secondo i piani del governo lo stipendio minino lordo in Romania dovrebbe arrivare a 500 euro entro la data d'ingresso della Romania nella zona euro (2012-2014), mentre quello medio dovrebbe aumentare del 60% nei prossimi quattro anni. Alcuni analisti, però, notano delle contraddizioni, in quanto il programma di governo promette la diminuzione del deficit fino al 2,5% aumentando al tempo stesso la spesa pubblica. Piuttosto vaghi, inoltre, i dati sulle possibili fonti di finanziamento. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10677/1/51/
Un articolo di Massarutto su Lavoce.info
Per la Corte costituzionale è illegittimo il comma della legge Galli sulle tariffe del servizio di fognatura per utenti non allacciati a depuratori. Ma l'affidamento del servizio idrico integrato si basa sul calcolo di un costo complessivo, poi coperto dalle tariffe. E dunque non dovrebbe essere il gestore a pagare le conseguenze della decisione. La soluzione sembra essere un aumento della bolletta per chi usufruisce dei depuratori. Così però chi inquina non paga.http://indicanet.blogspot.com/
Quali regole per una pubblica amministrazione efficiente
Olga Piscitelli,
Forse, è questione di ottusità, come dice Salvatore Bragantini: “Siamo sacarsamente portati a capire come funzionano costi e ricavi per l’amministrazione pubblica, anche se sono soldi nostri, alla fine”. Forse, più semplicemente – è il parere di Massimo Bordignon – “sappiamo calcolare, ma poi tutto si ferma e non si sa mai il perché”. All’indomani dell’ok di Palazzo Madama al decreto anti-fannulloni, il circolo milanese di LeG ha dato appuntamento a soci e simpatizzanti per fare il punto sul tema che ha ottenuto consensi bipartisan in Parlamento.
Tra i relatori, oltre all’ex commissario Consob Bragantini e a Bordignon che insegna Scienza delle finanze alla Cattolica di Milano, ci sono anche Pietro Micheli della Cranfield University e Pietro Ichino, senatore del Pd, promotore per l’ultimo governo Prodi di un testo di legge sul riordino della pubblica amministrazione, ripreso in parte da quello approvato in questi giorni al Senato.
I numeri della scuola A Bragantini spetta il compito di moderatore della serata, anche se la partenza è provocatoria: “Siamo portati a vedere la pubblica amministrazione come ente a sé, al quale noi cittadini ci adattiamo”. Il disastro non è questione di leggi, assicura: “piuttosto di costumi”. Bordignon, che è stato coordinatore del gruppo sul ministero della Pubblica istruzione nella Commissione tecnica sulla finanza pubblica (Ctfp), porta la sua personale esperienza sul mondo della scuola. E parte dai numeri e dal confronto con i dati internazionali per dimostrare che in Italia la scuola ha bisogno di serie riforme strutturali, non certo di tagli indiscriminati. “Eliminando le numerose inefficienze gestionali e organizzative del servizio, che producono un elevato rapporto docenti studenti, si potrebbero risparmiare fondi da reinvestire nell'istruzione”. Eccoli i dati: “La spesa pubblica sull’istruzione primaria e secondaria in rapporto al Pil è in Italia approssimativamente uguale a quella media Ocse e dei principali paesi europei. Nel 2004 (ultimo dato disponibile) era pari al 3,3 per cento del Pil, mentre la media Ocse era del 3,6 per cento e quella europea del 3,4. La spesa per studente, per elementari e medie è più alta in Italia che all’estero (mentre è più bassa quella per l’università). Nel 2004, a parità di potere d’acquisto, era pari a 7.390 dollari per la primaria e a 7.843 per la secondaria, contro, rispettivamente, 5.832 e 7.226 nella media Ocse e 5.778 e 7.236 per la media europea”.
Perché allora spendiamo così tanto? “Perché abbiamo troppi insegnanti. L’elevata spesa per studente, e l’elevata spesa per il personale sul totale, dipende essenzialmente dal fatto che in Italia ci sono più insegnanti per studente (e personale Ata). Nel 2005, c’era un docente ogni 10,6 alunni nella scuola primaria e un docente ogni 10,7 studenti nella scuola secondaria. Le cifre corrispondenti per la media Ocse erano 16,7 e 13,4 e 14,9 e 12,2 per la media europea”. La valutazione dei risultati, in assenza di sistemi nazionali, è affidata soprattutto ai test PISA. “E se la scuola elementare si salva, quando si passa ai quindicenni siamo al disastro. Ciò è preoccupante, perché tutte le indagini mostrano una forte correlazione positiva tra i risultati di questo test e gli indicatori di sviluppo economico: crescita del Pil, numero di brevetti, capacità di adottare nuove tecnologie, investimenti e così via”.
L'esperienza inglese
Si basa sull’esperienza, tutta giocata in Gran Bretagna, Pietro Micheli che dallo studio del “performance management”, “la misura cioè della performance qualitativa e quantitativa di una pubblica amministrazione”, unita alla filosofia del “continuousimprovment, cioè del miglioramento continuo”, ottiene risultati. Gli esempi? Eccoli. “Nel dipartimento di urbanistica di un piccolo comune inglese, dopo il nostro intervento, si è passati da 28 giorni a tre per rimuovere un veicolo; in un’agenzia governativa il lavoro per capire come era smistata la posta, stampa e telefonate, ha fruttato un risparmio di un milione di sterline, in un solo mese, e una previsione di risparmio di 695 mila sterline per il prossimo anno”. Non si tratta solo di guadagni monetari: “Nel pronto soccorso di un grande ospedale, i tempi d’attesa sono diminuiti del 48 per cento, passando da 135 a 70 minuti; nel reparto di traumatologia la mortalità è scesa del 47 per cento e il numero di pratiche del 42”.
La regola di Hirschman
Tocca però a Pietro Ichino spiegare il semplice meccanismo che dovrebbe regolare anche la pubblica amministrazione. “Secondo la regola di Hirschman, le grandi organizzazioni possono avere due spinte fondamentali al miglioramento: la prima si chiama opzione exit, è la possibilità che gli interlocutori possano andarsene, in sostanza è l’opzione della concorrenza; la seconda è l’opzione voice, la possibilità di interferire, protestare, farsi sentire dall’organizzazione. Se nessuna delle due opzioni sono date, l’organizzazione è destinata al collasso. La nostra amministrazione pubblica è in questa situazione, alla quasi intollerabilità dell’inefficienza”.
Quanto è stato fatto sin qui, per migliorare il servizio al cittadino? “In Italia sono state fatte notevoli, rilevanti riforme per avvicinare la pubblica amministrazione alla struttura dell’azienda privata, cito su tutte le riforme Cassese e Bassanini, per esempio; ma è mancata la concorrenza, l’opzione exit; bisognerebbe introdurre l’opzione voice, però il nostro è un paese dove manca del tutto la trasparenza. Pensiamo per esempio, a una situazione come quella dei ghisa di Milano, dei vigili urbani: quanti sono in strada e quanti in ufficio e perché. Non lo sappiamo perché non c'è trasparenza e saperlo invece potrebbe contribuire a migliorare l’organizzazione, a rendere evidenti i motivi di alcuni disservizi. Il civil servant, per dirla all’inglese, deve essere totalmente al servizio del pubblico, senza alcun tipo di privacy, nel segno di una totale trasparenza rispetto al lavoro che svolge, ai possibili interessi, a eventuali contiguità con sistemi di potere. Ma ogni volta che si solleva il problema, si alzano anche gli scudi a protezione”.
Le domande del pubblico in sala sono molte; il paragone con Londra solleva molti interrogativi. Micheli spiega: “Lì, l’autonomia, cioè la capacità di non legarsi a poteri politici e finanziari è un valore e corre di pari passo con la capacità di ottenere fondi; lo studio per migliorare l’efficienza non si traduce in tagli di personale, ma nell’ottimizzazione di tutte le fasi di lavoro, che porta un risparmio di fondi da reinvestire eventualmente nell’attività”. Ma in paese come l’Italia dove la selezione è spesso viziata e la carriera legata prevalentemente all’anzianità, come si può cambiare rotta? Ichino non nasconde l’insofferenza: “La paranoia dell’efficienza non basta a giustificare la totale assenza di cultura della valutazione. Ce ne accorgiamo ora, direte. La battaglia da noi è iniziata tardi, certo. In Svezia dalla metà degli anni 70 il principio della total disclosure è legge anche per le aziende privati. Mettiamola così: abbiamo il vantaggio degli ultimi, cioè possiamo far tesoro dell’esperienza di tutti quelli che ci hanno preceduti”.
Ora d'aria
l'Unità,
Per calcolare lo stato della libertà d’informazione in Italia, c’è un’ottima unità di misura: lo spazio dedicato dalla stampa e dai tg nazionali al processo in corso a Palermo a carico dell’ex capo del Ros e poi del Sismi, generale Mario Mori, e del suo vice, col. Mario Obinu, per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Una cosina da niente. Nemmeno una riga, una parola sulle udienze che si susseguono da metà luglio. In aula non si vede quasi mai un cronista e non è mai entrata una sola telecamera. Una delle rare eccezioni è Lirio Abbate, il valoroso giornalista dell’Ansa che vive sotto scorta per le minacce mafiose dopo aver scritto “I complici” con Peter Gomez. Mercoledì ha firmato tre lanci d’agenzia sulla lunga deposizione del primo testimone d’accusa: il generale Michele Riccio, anche lui ex del Ros, che accusa Mori e Obinu di avergli impedito di catturare Provenzano 13 anni fa in un casolare di Mezzojuso indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da Cosa Nostra subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia.
Quella sera e nei giorni seguenti nessun giornale né tg nazionale ha ripreso la notizia. Il Tg1, per esempio, era molto impegnato a intervistare il produttore De Laurentiis sul nuovo film-panettone di Christian De Sica. Un vero peccato, perché Riccio ha raccontato di quando Ilardo incontrò Mori e gli avrebbe detto: “Le stragi non le abbiamo fatte solo noi della mafia, ma anche voi dello Stato”. Mori, anziché domandare spiegazioni o fare obiezioni, girò i tacchi e - sempre secondo Riccio - se ne andò senza dire una parola. Poi Riccio s’è soffermato su uno strano vertice nello studio Taormina: “Il mio difensore Carlo Taormina mi fece incontrare il senatore Dell'Utri, con la scusa di studiare le carte del suo processo. Passò a salutarci l'avvocato Cesare Previti (che poi non partecipò alla riunione, ndr)… Taormina mi chiese di dire, nei processi per mafia a Palermo, che Ilardo non mi aveva mai parlato di Dell'Utri”. Invece gliene aveva parlato eccome. Riccio - riferisce l’Ansa - non seguì l'amorevole consiglio di Taormina e mesi dopo gli revocò il mandato. Previti - ricorda Riccio - era presente da Taormina anche in occasione di un’altra riunione. Una presenza interessante, la sua, anche se “inattiva”, visto che - come ricorda Riccio - Previti conosceva bene Mori e “sovente veniva a trovarlo negli uffici del Ros”.
Di più: “Nel 1994 ho visto Mori che dal proprio ufficio spostava in un'altra stanza il piatto d'argento che gli era stato regalato da Previti, commentando con una battuta: ‘Cambiato il governo, si deve cambiare anche la disposizione del vassoio’…”. Dopo aver ricostruito il mancato blitz di Mezzojuso, Riccio riferisce i nomi che Ilardo gli fece prima di morire: nomi delle persone che gli risultavano legate a Cosa Nostra o agli amici degli amici, sulle quali non potè aggiungere altro perché fu ammazzato prima di mettere a verbale le sue dichiarazioni. E, fra gli altri, cita Dolcino Favi, il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta “Why Not”, e che in passato era stato in servizio a Siracusa. Favi - riferisce l’Ansa - sarebbe stato “gestito” da un avvocato di Lentini “molto legato a un uomo del boss Santapaola”. Dichiarazioni tutte da verificare, s’intende (il processo serve a questo). Ma piuttosto avvincenti e attuali. Peccato che nessuno le racconti.
Ps. Un mese fa, chi scrive fu condannato a 8 mesi di reclusione in primo grado per aver diffamato Previti riportando sull’Espresso il racconto di Riccio ai pm di Palermo sulla presenza dell’ex deputato nello studio Taormina il giorno della riunione fra l’avvocato, l’ufficiale e Dell’Utri. Il Tg1 diede la notizia con grande risalto. Ora che Riccio, in Tribunale, ha ribadito e arricchito il suo racconto, il Tg1 tace. Viva il servizio pubblico.http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Le luci si abbassano e una profonda voce baritonale americana comincia a parlare.
Questa platea educata a Pacchi e Talpe, la cui ultima riposta esatta a qualcosa è stata una domanda da 50 € di Gerry Scotti, è messa seriamente in difficoltà dall’affascinante uomo americano che profuma l’aria con parole utopistiche e incantevoli in bianco e nero. Intorno a me, si chiedono tutti, “chi diavolo è questo tipo qui che non finisce più di parlare?”La risposta non si è fatta attendere, rotolando obesa, e accompagnata con fatica da potenti fari, verso il centro del palco.
“Questo era Robert F. Kennedy, 2 mesi prima di essere assassinato, durante la sua campagna elettorale” Il tipo davanti a me annuisce come un bambino di 8 anni che finge di essersi semplicemente scordato la risposta durante una interrogazione, invece di non saperla affatto.
Per un breve periodo, prima delle ultime elezioni, Grillo sembrava una risorsa per la sinistra. Se non addirittura l’arma vincente per impedire l’ennesimo governo Berlusconi. Forse era considerato una testa calda. Ma se non altro poteva essere usato in prima linea per ribattere ai demagoghi di destra che hanno il compito di avanzare la linea del partito dal basso e di fare presa sull’elettorato “profondo”. Il lavoro, insomma, che fanno gli editorialisti de “Il Giornale”, o quelli di Panorama, o gli altri viscidi “giornalisti” ed “opinionisti” delle reti televisive. I sospensori che proteggono le ideologie reazionarie proposte dai Fini, Calderoli, Casini e Capezzone dai colpi che possono subire da delle critiche mirate. E, come sanno tutti quelli che hanno giocato a rugby, ci vogliono degli ottimi sospensori per proteggere i coglioni.
“Avevamo questo movimento… Le persone erano entusiaste e desiderose di cambiamento. Sarebbe bastato accogliere questa moltitudine di gente, invece di scacciarla, e Veltroni avrebbe stravinto contro Berlusconi.” sputa nel microfono rimuovendo definiivamente i timori di falsa modestia che nessuno nutriva verso i suoi confronti.
Non c’è una divisione economica netta fra il pubblico presente. Da tempo, ormai, le vere divisioni sociali non sono economiche, ma culturali. Il loro conto in banca è irrilevante: hanno tutti visto gli stessi film e programmi televisivi, sentito gli stessi slogan politici e non letto gli stessi libri. Seduto dietro di me, un signore con una camicia, pullover verde e un rolex al polso — la divisa milanese dell’imprenditore — allunga la mano verso la mia direzione. “Fa piacere vedere giovani che hanno ancora voglia di lottare contro il sistema” . È stato come stringere la mano ad un singolo di Laura Pausini.
Grillo comincia a parlare del signoraggio, la sua più grande fissazione. “Vi ricordate del signoraggio, vero?” Certo che se lo ricordano, è come chiedere ad un Leghista se si ricorda la parte in Braveheart dove chiudono la macelleria islamica di Cadorna grazie ad un referendum popolare.
Il signoraggio è il Moby Dick della sua fasulla retorica antisistema.
E’ uno spauracchio perfetto. Esiste, è rintracciabile, ed è considerato perfettamente legale e normale — anche non tutti sono d’accordo su questo. Non guasta di certo che abbia un sinistro nome dickensiano. Praticamente perfetto.
“Sapete perchè non funziona niente in questo paese? Sono gli interessi economici. Prendete la prostituzione: se volessero veramente eliminarla lo farebbero in due giorni.”
Secondo Beppe Grillo, è questa è la sua esatta e precisa idea, qualcuno non vuole risolvere il problema della prostituzione, e si inventa delle leggi inutili e autoritarie quando la soluzione invece è là davanti, dietro quel camion di fazzoletti Tempo che oscura La Via: parliamo di internet, ovviamente. Probabilmente non ci avrete fatto caso, per colpa dei poteri forti, o forse delle seghe, ma Youporn è quella soluzione. Grillo dice, e lo mostra sullo schermo gigante, che quando vuoi scoparti una basta entrare sul sito, clikkare su un video qualsiasi, e scrollare verso il basso, nella parte che loro non vogliono che voi troviate — quella delle pubblicità. Esatto, quelle stupidissime pubblicità che sembrano apparentemente sapere dove vivi. O almeno, questa è l’idea. Non ho mai capito perchè, ma credono sempre che io risieda in qualche cittadina del Nord Italia che ha ospitato serial killer o stragi familiari. Ultimamente Youporn pensa che delle tipe a Garlasco desiderino fortissimamente scoparmi, ma io sono piuttosto sicuro che l’unica tipa pazza da cui il mio Generale Lee è fuggito abitasse nei pressi di Como. Nonostante ciò, Grillo dice che basta premere su questi banner, dire — non si sa bene come o dove — a una delle fanciulle palesemente fake ritratte “oh, scopiamo?” e, dopo averlo fatto, invece di pagare, caricare il video dell’ amplesso su Youporn. PROBLEMA DELLA PROSTITUZIONE DEGLI ULTIMI 8000 ANNI DI CIVILTA’ UMANA RISOLTO, STRONZI!
Finalmente, dopo due ore, posso ridere pure io. Con quella risata — con un soddisfatto ghigno sul muso — che ha uno dopo aver visto finalmente passare il dannato cadavere del suo nemico sul fiume, dopo tanto attendere.
Non riesco a smettere di immaginarmi l’interfaccia Ajaxxx troia-youporn-puttaniere che nella mente di Beppe Grillo esisterebbe per sostenere questo sistema underground di prostituzione legalizzata. Come dovrebbe funzionare? Sei lì che ti stai facendo una e, all’improvviso, appare da sotto il letto la graffetta di Word 97 che ti dice “Sembra che ti stai scopando una mignotta! Vuoi A) Conoscere dove puoi venire! B) Caricare il video dei tuoi 45 secondi di gloria su Youporn! C) scoprire di più sul SIGNORAGGIO?”
Gli imbecilli intorno a me applaudono a questa incredibile rivelazione che i magnamagnasignoraggiomassoni non volevano che scoprissero, senza che nessuno ribatta, o chieda spiegazioni. Senza che nessuno si alzi per dire “Oh, ma di che cazzo stai parlando? Se clikko su quei banner del cazzo vengo portato su uno stupidissimo portale di profili porno, e devo pagare pure per usarlo. Spero solo che il sindacato degli gnomi delle mutande non vada in sciopero prima di girare, montare con Final Cut e caricare online il mio video porno comunque.”
Applausi.
Poco dopo racconta di un suo viaggio negli Stati Uniti. In California — dice — TUTTI i ragazzi non devono portarsi kg di libri sulle spalle ogni giorno e spendere centinaia di euro all’anno per aggiornarsi. TUTTI hanno il Kindle, un lettore di ebook portatile prodotto da Amazon che permette di avere in tasca tutto lo scibile umano, o quasi. Costa solo 150 $! In realtà questo coso è stato un mezzo flop, acquistato solo da potenti e pigri manager che non hanno voglia di impacchettare libri e documenti durante i viaggi di lavoro. Di certo non il paradigma ortopedico-proletario che aveva in mente Grillo. Costo? 359 $. Ma qualche mese fa veniva venduto a 400.
Grillo tira fuori il Kindle da una tasca e lo mostra come il figlio di Mufasa ne “Il Re Leone”. Applausi.
Prima di concludere lo spettacolo chiudendosi dentro una bara tira fuori il suo pezzo forte: la biowashball. Una palla verde per addobbare gli alberi di natale di San Patrignano con dentro delle pallette di ceramica che dovrebbe sostituire i detersivi per il bucato. Signora mia, non ha idea del risparmio! Qualche giorno dopo il capo delle palle è stato sputtanato in diretta a Mi Manda Raitre. Code per acquistare la palla al banchetto lungo i corridoi del palazzetto. Applausi.
“E il presidente di Biowashball mi chiama in continuazione per sapere cosa voglio in cambio per tutta questa pubblicità gratuita!” si vanta Grillo.
Ricordo di aver letto le teorie sull’apprendimento neurofisiologico di Eric Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000. Ha passato gran parte della sua vita studiando le chiocciole. Tutti ne toccano una, prima o poi. Quando lo si fa, i neurotrasmettitori sparsi per tutto il corpo scoperto dell’animale vengono utilizzati per attivare il sistema di difesa. Si contrae dentro il suo guscio. Ma il numero di neurotrasmettitori a sua disposizione è limitato. Quindi la seconda volta che viene toccata la risposta è meno convinta. Si contrae di meno, e più lentamente. Alla terza,o quarta, la reazione è quasi impercettibile. Infine la chiocciola diventa apatica a qualsiasi stimolo esterno, avendo terminato i neurotrasmettitori.
Un invertebrato strisciante che è stato toccato troppe volte non è molto diverso dal pubblico pagante di Beppe Grillo. Questa non è una coincidenza.
E’ affascinante, come in poco più di 1 anno e mezzo, quest’uomo sia riuscito ad ammassare così tanto potere e attenzione abbindolando tutti i principali protagonisti della vita politica italiana. Quante trasmissioni ha fatto Santoro su Grillo? Quante volte abbiamo sentito le esilaranti riflessioni di un qualche inutile pallone gonfiato “sociologo” spiegare cosa volesse significare il “fenomeno Grillo” ? I leader politici che prima accolgono la novità come “positiva per la democrazia” e, poi, quando nessuno riesce a convincerlo a candidarsi, la stigmatizzano ostracizzando il comico di Genova? Se tutti gli danno contro significa che ha ragione!
Un modo così berlusconiano di farsi notare.
Anche io, prima di assistere al suo spettacolo, analizzavo Grillo politicamente, accettando infine il fatto che cercasse di porre rimedio ad alcuni seri problemi italiani utilizzando metodi controproducenti che non condividevo. Grazie per il pensiero, ma no grazie, insomma.
Ma osservarlo all’opera, nel suo ambiente, è totalmente diverso. Grillo non può essere considerato un soggetto politico solo perchè tratta di temi politici. E’ la stessa assurdità che sostiene che si diventa violenti giocando ai videogiochi violenti. Seguendo questa logica, Camilleri è un serial killer perchè scrive sui suoi libri di omicidi o Facci è un giornalista perchè scrive su un quotidiano. Definirlo politicamente è dargli un credito che non merita. Grillo è poco più di un carismatico ciarlatano glorificato, che come tutti i migliori imbonitori sfrutta la disperazione, dei veri problemi esistenti, e l’ignoranza della gente comune per il proprio tornaconto personale. Se Berlusconi e Veltroni fossero delle patologie mediche che causano obesità starebbe in tv con dei capelli ossigenati ad urlare di acquistare le sue alghe dimagranti americane. Tutti le usano in Svizzera, che è un paese così civile! O magari a parlare con il suo esperto del Dipartimento dei Culi Grossi del M.I.T.
Però i due leader politici italiani non ti fanno allargare i fianchi. E Grillo, un orgoglioso tecnofobo fino a pochi anni fa, con i suoi tour e il suo blog è uno stregone che viaggia di villaggio e villaggio, nella profonda jungla urbana italiana, a mostrare pozioni magiche e cure miracolose ad un pubblico stupefatto di ignoranti villici che non possono che venerarlo come il loro Dio che li salverà dal vulcano attivo.
“Guardate” indica il grande schermo dietro di lui “Questo è internet, e qui perderete le vostre anime. Ora guardate che belle luci!”
da HOPE - n.15 -Mi è stato chiesto di riflettere sul rapporto tra la parola e la politica, e cioè di dire la mia su un tema immenso e quasi smisurato. Confesso che non ce la faccio proprio ad affrontarlo tutto intero, con tutte le sue infinite implicazioni. Mi limiterò quindi a ragionare su un solo aspetto del rapporto fra la parola e la politica e cioè sulla parola come strumento di conquista del consenso politico. Per essere ancora più preciso sulla parola nella campagna elettorale.
Un comizio a Napoli nel 1952
Sotto molti aspetti si può affermare che, almeno negli ultimi duemila anni, nulla è cambiato nell’uso della parola per convincere gli elettori. Ma poi, guardando bene dentro alle cose, possiamo invece affermare che tutto è cambiato.
Cerchiamo di divertirci un poco partendo da due documenti di duemila anni fa per poi passare direttamente a oggi.
Il primo documento è un vero e proprio manuale scritto da Quinto Tullio Cicerone per aiutare il più illustre fratello Marco Tullio durante la campagna elettorale per il consolato nel 63 avanti Cristo. Un documento raffinato ma anche estremamente semplice su cosa bisogna fare ma, soprattutto, su cosa bisogna dire per conquistare la fiducia degli elettori (Quinto Tullio Cicerone, Manualetto di campagna elettorale, Ed. Salerno, Roma, 2006).
Di insegnamenti che oggi potremmo chiamare “politicamente corretti” ne leggiamo ben pochi. La parola è ritenuta un semplice strumento per convincere gli elettori e, perciò, ogni parola, ogni promessa è lecita, purché raggiunga il suo scopo.
La conquista del voto dipende dalla promessa di benefici, dalla speranza e, anche, dalla simpatia che si riesce a suscitare in coloro che debbono depositare il loro voto nelle urne. La parola deve perciò essere esclusivamente dedicata a raggiungere questi tre obiettivi.
Tutto il manuale elettorale è perciò dedicato a come promettere, a come creare speranze e simpatia, con qualsiasi strumento. E per raggiungere questo obiettivo tutto è lecito, a partire dalla simulazione, per cui il candidato non dovrà limitarsi a pronunciare solo le parole gradite ai suoi interlocutori, ma dovrà anche accompagnare alle parole le espressioni del volto e gli atteggiamenti che più saranno in grado di costruire consenso attorno alla propria persona.
Il raffinato manuale non si limita tuttavia a questo e, come succede nelle migliori famiglie, si dedica accuratamente ad elencare gli strumenti di denigrazione da usare nei confronti degli avversari politici.
Antonio e Catilina debbono essere perciò attaccati nel modo più violento possibile, calcando la mano sui loro debiti, le amicizie dubbie, lo sperpero del denaro, il lusso, la lussuria e tutti i vizi di cui si può macchiare un essere umano. Si adombrano anche ipotesi (non ben confermate) di delitti e di nefandezze che, certamente, possono colpire l’immagine degli elettori.
Un manuale completo, metodico e raffinato per un politico raffinato che, chiamandosi Cicerone sa, più di ogni altro, fare buon uso della parola.
Il secondo documento a cui voglio riferirmi, ci porta di fronte ad una realtà radicalmente più popolare, riguardo alla quale vengono usate parole semplici, dirette al popolo minuto, per una gara elettorale di livello locale. Mi riferisco alle divertentissime e semplici scritture murali di propaganda elettorale che ancora oggi si possono leggere sui muri di Pompei. Parole che il Vesuvio ha portato direttamente a noi.
“I fruttivendoli chiedono di votare per Marco Cerinio”. E tante altri scritti in favore del candidato degli osti, dei professori, dei mulattieri o degli abitanti dei diversi quartieri. Nessuna raffinata motivazione: al massimo il candidato viene definito virtuoso, meritevole e capace di interpretare gli interessi della collettività.
Parole semplici, che vengono ripetute migliaia di volte sui muri di tutta Pompei: basta pensare che più di mille di questi “murales” ante-litteram sono arrivati fino a noi.
In fondo analizzando questi due diversi esempi di espressione politica, si potrebbe concludere che, riguardo all’uso della parola, non vi è nulla di nuovo rispetto alle campagne elettorali di oggi: allora come oggi si usavano parole semplici per le persone semplici e parole raffinate per convincere gli elettori di livello più elevato.
Le similitudini sono evidentemente molte perché anche oggi la parola nelle campagne elettorali è usata per creare promesse, speranze, simpatie e, soprattutto, per denigrare gli avversari. E, oggi come allora, non vengono dedicate molte energie perché queste parole siano fra di loro coerenti e, complessivamente veritiere.
Le similitudini, però, si fermano qui perché la parola, nelle campagne elettorali moderne, viene accompagnata da strumenti che la rendono infinitamente più potente ed efficace rispetto a quanto avveniva in passato.
Il primo strumento è la moltiplicazione in modo diretto ed indiretto della sua intensità attraverso i moderni canali di comunicazione.
Ed in questi canali il modo indiretto prevale ormai sulla parola stessa.
Un moderno manuale di campagna elettorale non solo non potrebbe mai contenere le scritte ingenue e dirette dei muri di Pompei ma non potrebbe nemmeno accontentarsi dei complessi insegnamenti del fratello minore di Cicerone.
L’attacco diretto all’avversario si rivolgerebbe facilmente contro a chi lo pronuncia. Occorre qualcosa di più complesso: uno screditamento generale dell’avversario e di tutto quello che gli sta attorno. Una demolizione progressiva della sua personalità, un feroce uso del ridicolo: il tutto possibilmente in modo obliquo, nel quale il linguaggio del candidato è sempre accompagnato dagli echi presunti o reali degli effetti delle sue parole sugli elettori.
Non basta la parola ma occorre dimostrare che essa ha prodotto effetti devastanti sugli avversari.
Alla parola si accompagnano perciò le indagini demoscopiche e gli “opinion polls”. Essi non servono solo a mettere in luce la forza del “nostro candidato”, ma ci abituano a modificare e ad adattare le parole che verranno pronunciate successivamente agli effetti delle parole precedenti, che appunto emergono dalle indagini e dagli “opinion polls”.
La parola diventa quindi non solo strumentale ma sempre più provvisoria, in attesa di essere modificata a seconda delle reazioni che la parola precedente ha provocato. Viviamo cioè nel continuo inseguimento fra la parola ed il suo eco. E l’eco diventa più importante della parola stessa.
Questo gioco fra la parola e il suo eco diventa così rapido che il cittadino, cioè l’elettore finisce con l’essere così stordito, da non capire più il significato delle parole stesse.
Lo stordimento è tale che si perde una condizione indispensabile perché la parola sia efficace, e cioè la memoria. E senza la memoria diventa impossibile giudicare l’aspetto più importante della parola, e cioè la sua coerenza.
Il martellamento diretto ed indiretto dei media raggiunge infatti dimensioni e ritmi tali per cui diventa sempre più difficile costruire i legami e i collegamenti che permettono alla parola di conservare il suo contenuto espressivo.
Se è quindi vero che l’uso della parola nella campagna elettorale non sembra offrire novità radicali rispetto a duemila anni fa, esso è oggi totalmente diverso per effetto della presenza sempre più pervasiva del sistema dei media.
L’eccesso di parole e il modo con cui questo eccesso viene gestito rende incomprensibile la realtà sottostante e rende sempre più difficile distinguere questa realtà dalla mistificazione.
Il processo è andato così avanti per cui molti si chiedono se questo non mette addirittura a rischio la vita della democrazia stessa.
Io credo che questo processo di deterioramento stia procedendo in modo quasi inarrestabile e che sia perciò necessario ed urgente adottare importanti misure correttive.
La democrazia, per funzionare, richiede infatti una presenza equilibrata della parola e dell’ascolto.
Questo obiettivo non è però raggiungibile senza un uso misurato ed equilibrato dei media che trasportano ed amplificano la parola fino a falsarne completamente l’ascolto.
Senza equilibrio e senza misura la parola non può arrivare né al cuore né al cervello. E se non vi arriva non dobbiamo stupirci se la democrazia si inaridisce e i cittadini diventano sempre più scettici e rabbiosi.
TELEFONA AL MORTO, NUMERO DI CELLULARE ANCHE SULLA LAPIDE
di Marco Bardazzi
WASHINGTON - 'Riposa in pace', è scritto sulla lapide che ricorda John Jacobs, un avvocato di Manhattan ucciso dal cancro a poco più di 50 anni e sepolto in un piccolo cimitero vicino a New York. Ma non è chiaro quanta pace il signor Jacobs abbia davvero sottoterra, visto che sulla stessa lapide la moglie ha fatto incidere anche il numero di cellulare del caro estinto, seppellendo il coniuge in compagnia dell'inseparabile Motorola T720.
"Ci sono persone che parlano a Dio, io parlo a mio marito scomparso", spiega Marian Seltzer, anche lei avvocatessa, un'elegante signora dell'Upper East Side che le Tv americane si contendono da quando il New York Post ha svelato la vicenda. Per la vedova Jacobs e i figli in realtà ormai l'abitudine di 'parlare' con il marito e il papà fa parte della vita familiare. Anche se il caso è diventato solo ora di pubblico dominio, trasformandosi in una inevitabile storia natalizia, l'avvocato Jacobs è morto da tre anni. Il cellulare ha da tempo le batterie scariche, ma la moglie continua a pagare ogni mese la bolletta di 55 dollari a Verizon e resta così attiva la segreteria telefonica con la voce del marito.
Per dimostrarlo, il figlio Sammy ha dato oggi "un colpo di telefono a papà" in diretta su FoxNews: non ha risposto una voce dall'oltretomba, ma quella indaffarata dell'avvocato Jacobs che invitava a "lasciare un messaggio dopo il beep", come fosse un giorno di lavoro qualunque in tribunale a Manhattan. La vicenda Jacobs ha portato alla luce quello che sembra un trend in corso negli Usa e che i soliti esperti di turno hanno già paragonato all'abitudine degli antichi egiziani di seppellire i faraoni con gli oggetti preferiti.
Titolari di agenzie di pompe funebri hanno raccontato che accade sempre più spesso di sigillare le bare con dentro il cellulare, su richiesta dei familiari. Ed Defort, direttore della rivista dell'associazione delle agenzie funebri, parla di "un trend che interessa anche l'iPod, il BlackBerry e altri gadget: mi hanno raccontato di una salma che è stata esposta con nell'orecchio, ben visibile, un ricevitore telefonico Bluetooth". Marian Seltzer digita il numero del marito ogni due o tre settimane, per lasciargli messaggi: "Gli racconto di come vanno gli studi dei nostri figli, o come procede il campionato dei suoi amati Knicks".
Sammy ha 'raccontato' a papà la vittoria dei New York Giants nel Super Bowl di football, mentre il figlio minore Simon chiama il padre prima di esami difficili. Telefona anche chi al cimitero nota l'insolita lapide con inciso il numero. Ma nessuno ascolta i loro messaggi, perché la famiglia Jacobs non ha il numero di codice Pin del padre per aprirli. La segreteria telefonica così si riempie in fretta, ma Verizon di tanto in tanto la svuota. Almeno fino a quando verrà pagata la bolletta. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_846501897.html
Cronache bizantine - La “koshava” che soffia su Belgrado
di Ennio Remondino - da Dnews
La “koshava” è un vento da sud est, uno scirocco, che prende il gelo dalla Pannonia e lo porta su Belgrado dove penetra ogni fessura del tuo abbigliamento. Il pregio della koshava è quello di portare l’aria pulita delle foreste attorno al Danubio e di spazzar via lo smog che soffoca la capitale serba.
Non a caso la figlia di Milosevic, Mària, aveva chiamato la sua televisione personale, “Tele koshava”, a declinare assieme canzoni turbo-folk ed il riscatto nazionale serbo promesso dal padre. La bufera miloseviana è finita come sappiamo e la koshava stagionale anticipa il duro inverno che aspetta il mondo. A Belgrado, in questo periodo si congela tutto. Politica ibernata ed economia sottozero. L’altro giorno il quotidiano “Politika” aveva questo titolo d’apertura a tutta pagina: “Fiat, l’affare o il bidone del secolo?”. Tra i caratteri in cirillico e il mio serbo da ristorante, non conosco la conclusione degli analisti. Fatto sta che l’acquisizione della “Zastava” , la “Bandiera” dell’industria automobilistica ex jugoslava, pare abbia smesso di sventolare a causa della crisi internazionale. Lo stabilimento di Kragujevac, già bersagliato dai bombardamenti Nato del 1999, ha chiuso anche l’ultima linea di montaggio della vecchia “Yugo” e gli operai senza paga attendono gli investimenti e le nuove linee di montaggio della Grande Punto che ancora non si vedono.
Paura insomma, dopo le troppo entusiastiche promesse da parte di Fiat e gli opportunismi elettorali del governo serbo che mischiava e confondeva i promessi soldi Fiat con l’accesso all’Unione Europea. Problemi anche con la Gazprom russa. C’è chi vorrebbe mettere in discussione gli accordi firmati. Il colosso russo si prende la decotta industria petrolifera serba, fornisce gas, mentre il governo di Mosca concede ai prodotti serbi la dogana simbolica dell’1 per cento. Meno soldi subito ma migliori prospettive di lunga durata, era la filosofia di quell’accordo. La Serbia, come passaggio privilegiato del petrolio russo verso l’Europa e per le esportazioni verso Mosca, era l’obiettivo anche dello stabilimento Fiat. Il rischio delle attuali schermaglie politiche interne al governo, proprio su Gazprom, è quello di un patatrac a catena.
Dopo i sommovimenti d’autunno, la koshava gela anche la politica che, per non sbagliare, sta ferma. Fine del lutto politico-nazionale per Milosevic, è la novità che resta. Il suo partito socialista è tornato al potere. “Governo di centro-sinistra”, quello attuale, sostiene il neo vice premier e ministro degli interni Ivica Dadic, in perfetto blu ministeriale dopo gli abiti “combattenti” delle proteste di piazza per la liberazione di Milosevic. Ora Ivica Dadic, a 42 anni, racconta della nuova sinistra “socialdemocratica serba” che sarà protagonista in Europa. Nell’incontrarlo proprio alla vigilia di una sua visita in Italia non c’ha comunque fatto cenno ad eventuali appuntamenti con Walter Veltroni. Nell’attesa che in Europa arrivi almeno la Serbia, altro scossone politico, ma dalla parte opposta.
Tomislav Nikolic è stato il delfino di Vojislav Seselj, l’ultranazionalista del partito Radicale, per venti anni. Dalla detenzione di Seselj nelle carceri del tribunale internazionale dell’Aja dove attende da 5 anni il giudizio per presunti crimini di guerra, è stato lui il segretario radicale. Nikolic, sconfitto per la seconda volta nella corsa alla Presidenza della Repubblica da Boris Tadic, ha scelto infine di correre in soccorso del vincitore col voto per l’adesione all’Unione europea. L’imputato Vojislav Seselj, dal carcere dell’Aja, lo ha scomunicato. Scissione nel partito radicale, con l’ala “morbida” di Nikolic che apre alla destra europea, conservando la sua personale vocazione “peronista”. Modello di riferimento, non a caso, “il vostro Silvio Berlusconi”. Sempre non a caso il suo gruppo parlamentare ha scelto di chiamarsi “Napred Srbijo”, “Forza Serbia”. Auguri alla Serbia ed hai miei amati Balcani.
MIGRANTI NEGLI STATI UNITI, L’ANNO CHE SI CHIUSE IL RUBINETTO
Gennaro Carotenuto
Il 2008 si chiude con un triste record negli Stati Uniti. La deportazione di 154.000 migranti messicani e centroamericani. E’ il 46% in più del 2007 e il 2009 potrebbe essere un anno tragico. Secondo alcune stime fino a tre milioni di messicani emigrati negli Stati Uniti, travolti dalla crisi del neoliberismo e dal fallimento del Trattato di libero commercio, potrebbero essere indotti a tornare a casa, senza sapere a far cosa.
Sono pubblici i dati dell’ICE, Servizio immigrazione e dogane degli Stati Uniti d’America per l’anno 2008 e fanno rabbrividire. Potrebbero riempire tre grandi stadi il numero di persone espulse con la forza dal paese ancora governato da George W Bush che ha sempre usato il rubinetto dell’immigrazione come strumento di controllo sociale.
Quando le cose vanno bene, l’immigrazione, soprattutto latina, è tollerata perché serve a calmierare il costo del lavoro con l’ingresso di mano d’opera precaria e spesso clandestina. Quando le cose vanno male si scatenano i Minutemen (versione hard texana delle ronde padane) e i migranti vengono gettati via come fazzoletti usati.
E quest’anno di fazzoletti usati ne sono stati smaltiti in quantità. Al primo posto stanno come sempre i messicani, con 82.000 lavoratori espulsi. Al secondo posto i guatemaltechi, con 26.000 espulsioni immediatamente seguiti dagli honduregni con 25.000. Quindi ci sono 17.000 migranti di El Salvador e via via gli altri paesi.
I numeri di quest’anno potrebbero però impallidire rispetto alle attese per il 2009. Fino ad un quarto di tutti gli immigrati messicani negli Stati Uniti, tre milioni di lavoratori su dodici milioni, potrebbero lasciare il paese confinante per tornare a casa come conseguenza della crisi economica.
Il Messico che con il Trattato di libero commercio del primo gennaio 1994 (il giorno della sollevazione zapatista) proclamava di entrare nel primo mondo, scopre definitivamente di essere stato usato dall’economia statunitense. Le conseguenze di quel trattato sono infatti colossali e tutte negative. Al primo posto c’è la distruzione dell’agricoltura del paese incapace di competere con quella iperassistita degli Stati Uniti. Questa ha causato lo svuotamento delle campagne messicane e l’immigrazione di massa di quasi un milione di messicani ogni anno ed è tra le concause dell’esplosione del narcotraffico che solo quest’anno ha causato oltre 5.000 morti.
L’economia messicana, legata mani e piedi a quella statunitense, addirittura l’84% dell’export messicano va negli Stati Uniti, è completamente ferma ed è quella che cresce meno di tutto il continente con una previsione di appena un +0.5% per il 2009. Il paradosso è che mentre nella passata campagna elettorale statunitense tutti i candidati, Obama, Clinton e in maniera diversa perfino McCain, erano per rivedere il NAFTA, l’unico difensore duro e puro di questo resta il presidente messicano Felipe Calderón.
Il Messico desolato dalla guerra civile strisciante del narcotraffico affronta l’inizio del 2009 temendo lo tsunami del ritorno dei migranti “USA e getta”. Nel silenzio della politica il Cardinale primate Norberto Rivera ha ritenuto necessario usare parole di speranza invitando a pensare che le conseguenze saranno meno catastrofiche di quello che si teme. Ma forse neanche lui riesce a crederci.
AL VIA IN AFGHANISTAN IL "SURGE" ALL'IRACHENA Un'anticipazione del Wall Street Journal che sostiene che a gennaio, nella provincia di Wardak (Sudovest di Kabul), verrà creata la prima milizia tribale, la cellula su cui si basa il “surge” declinato all'afgana, strategia messa in campo in Iraq dal generale Petraeus
Nella foto: Paesaggio afgano di R. Martinis
Emanuele Giordana
Il “surge” afgano è già cominciato. O almeno è questione di settimane. Dopo un paio di mesi di speculazioni e supposizioni, accompagnate da critiche e polemiche, l'anticipazione la dà il Wall Street Journal. Il quotidiano economico sostiene che a gennaio nella provincia di Wardak (Sudovest di Kabul) verrà creata la prima milizia tribale, la cellula su cui si basa il “surge” declinato all'afgana, strategia messa in campo in Iraq dal generale Petraeus. Sui numeri di queste milizie il Wsj non dice e ci dobbiamo accontentare di vecchie indiscrezioni che stimavano i gruppi tra i 50 e i 300 miliziani. Ma una novità c'è: dagli Stati Uniti, ideatori e finanziatori di un'operazione che, a quanto si sa dovrebbe ricadere sotto il controllo della polizia e quindi del ministero dell'Interno di Kabul, le milizie tribali non riceveranno armi. Potranno tenere e usare quelle che hanno ma, stando alle fonti del giornale, non ne riceveranno di nuove. Giusto gli stipendi che, attraverso le shure, organi tribali di consultazione, verranno poi distribuiti dai vari capi locali.
La fonte anonima che ha soffiato l'inizio del surge in Afghanistan sostiene anche che il processo sarà rapido: e forse già entro gennaio il piano di avvio generale sarà partito. Come? Il giornale non lo scrive ma si sa che gli americani hanno mappato qualche centinaio di tribù ritenute avverse ai talebani o in grado di attrarne la parte scontenta e in cerca di un nuovo lavoro. Le fonti del Wsj dicono anche che l'idea non è passata indenne da critiche, e non solo in America dove sono fioccate da diversi osservatori che ne hanno messo in luce ombre e rischi, primo fra tutti un'ulteriore polverizzazione della guerra e nuova benzina sul fuoco del warlordismo in un paese dove lo stato centrale conta poco. Del resto anche Karzai avrebbe storto il naso per questo motivo. E qui sta il punto.
Le indiscrezioni sono rafforzate dalle dichiarazioni dell'ambasciatore americano nella capitale, William Braucher Wood, e dal capo di stato maggiore Mike Mullen. L'ammiraglio, l'ufficiale più alto in grado dell'apparto militare americano, ha detto a Kabul nei giorni scorsi che gli americani intendono aumentare le loro truppe fino a forse 30mila unità entro l'anno prossimo. Ma mentre metteva in chiaro quel che era già stato anticipato dai giornali, ha anche aggiunto che probabilmente l'idea di creare uno stato centrale forte in Afghanistan era stata sovrastimata e che era invece necessario puntare sulle “comunità, le tribù e i loro leader”. Un'idea che, com'è più che evidente, non va molto giù al presidente Karzai stanco di sentirsi definire il “sindaco di Kabul”. Quanto a Wood, ha reiterato l'importanza di creare sistemi di autodifesa locale sulla base del fatto che “storicamente, l'Afghanistan è noto come un paese dove le comunità locali si prendono cura di se stesse”. E lo stato afgano? Mullen ha detto che “quanto forte potrà essere il governo centrale in futuro, è ancora da determinare”.
Ma l'idea non ha trovato resistenze solo a Kabul o tra gli osservatrici, repubblicani o democratici americani, che hanno messo in guardia su una mera trasposizione del surge iracheno nella regione dell'Asia centrale. Non piace ai canadesi ad esempio, che mordono il freno per ridimensionare il proprio impegno in Afghanistan: il ministro della Difesa canadese Peter MacKay pensa che il surge potrebbe addirittura rivelarsi controproducente.
Tra dubbi e interrogativi però il piano parte e in un momento particolare: quello dei primi negoziati tra talebani e governo centrale e proprio mentre, al di là della guerra delle parole, lo stesso mullah Omar ha proposto una carta in sette punti su cui iniziare a trattare. Gli americani, la cui opzione sul negoziato col nemico non è ancora molto chiara, lo considerano un gioco che non produrrà frutti o puntano sul surge per far si che il governo afgano sia più forte al tavolo negoziale? La domanda rimbalza tra Kabul, Washington e Quetta dove si pensa stia nascosto l'ex emiro afgano. Forse l'inverno, che si sta facendo sempre più rigido, raffredderà i toni. O preparerà una nuova primavera combattente. In attesa che arrivino i 30mila uomini promessi da Mullen per stare col fiato sul collo agli studenti di religione.
Una manifestazione sul confine tra Slovenia e Croazia (Foto Lott-Pandini)
Il veto sloveno sui negoziati di adesione di Zagabria all'Unione Europea e le reazioni in Croazia. La posizione delle forze politiche, la delusione dell'opinione pubblica e le minacce di boicottaggio commerciale. Al minimo storico i rapporti tra i due vicini
La nazionale di calcio croata ha disdetto il suo ritiro alle terme slovene di Čatež, dove si recava regolarmente negli ultimi anni, e i giovani atleti sloveni di karate non hanno partecipato al torneo di natale di Zagabria. In Croazia si fa sempre più forte l'invito a boicottare i prodotti sloveni e gli sciatori vengono invitati a scegliere altre mete per le loro vacanze sulla neve. I doganieri sloveni, dal canto loro, sabato scorso hanno rallentato il ritmo di lavoro creando una colonna di 10 km alla frontiera, così l'attesa per entrare in Croazia ha superato le tre ore. Su Facebook, infine, è iniziata una vera e propria guerra telematica tra croati e sloveni; i rapporti tra i due paesi non hanno mai raggiunto un punto così basso dalla loro indipendenza dalla Jugoslavia nel '91.
L'origine di tutto è il blocco dei negoziati croati per entrare in Unione Europea. La Slovenia ha posto il suo veto per impedire a Zagabria di chiudere i capitoli di negoziazione nel 2009, cosa che permetterebbe alla Croazia di diventare stato membro nel 2010 o 2011. Ora queste date sono state messe seriamente in discussione. Uno dei due obiettivi di politica estera del premier croato Ivo Sanader – l'entrata del paese nella Nato e in Ue – è bloccato dal continuo rifiuto sloveno, che impedisce a Zagabria di chiudere cinque capitoli e aprire gli ultimi dieci.
Alla conferenza intergovernativa dello scorso 19 dicembre, nonostante le pressioni di alcuni stati membri, primo tra tutti la Francia, che voleva chiudere il suo semestre di presidenza permettendo a Zagabria di aprire i restanti capitoli, gli sloveni sono rimasti inflessibili. Ora, se la Slovenia non toglierà il suo veto in tempi brevi – prospettiva difficile – la Croazia non potrà più concludere i negoziati nemmeno entro la fine del 2010, perché dovrà aspettare la formazione della nuova Commissione europea.
Anche se la Zagabria ufficiale non nasconde la delusione per la linea slovena, i principali funzionari croati si dicono ancora ottimisti per riuscire a prendere il treno per Bruxelles. “Il blocco dei capitoli è una mossa senza precedenti nella storia dei negoziati di adesione dell'Ue”, ha dichiarato il premier Sanader, mentre Vesna Pusić, presidente del Consiglio nazionale per i negoziati con l'Ue, ha aggiunto che “non vede quale vantaggio possa trarre la Slovenia dal blocco imposto alla Croazia”. Il capo dell'opposizione parlamentare, il socialdemocratico Zoran Milanović, afferma che “la decisione slovena rovina i rapporti bilaterali croato-sloveni oltre che tutti i legami e le relazioni tra i due paesi”.
La Slovenia ha minacciato il blocco dei negoziati per fare pressioni sulla Croazia relativamente alla questione dei confini. Dopo che tuttavia Zagabria, su consiglio della Francia, ha rilasciato una dichiarazione pubblica al riguardo per accontentare Lubiana, gli sloveni hanno richiesto che la Croazia non usasse le carte catastali e altri documenti per l'arbitrato internazionale rivolto a risolvere la questione del confine. Zagabria, però, non ha potuto accettare perché così, nell'affrontare la disputa, sarebbe rimasta senza nessun argomento.
Per la Croazia l'accesa questione non ha solo implicazioni politiche, ma anche finanziarie, visto che il rating creditizio del paese non sarebbe lo stesso nel caso in cui Zagabria riuscisse a chiudere i negoziati con l'Ue entro il prossimo anno. La tattica del premier Sanader è quella di passare la palla e mostrare che la Croazia è “più europea della Slovenia”. “Noi non ricatteremo mai i serbi come fanno ora con noi gli sloveni”, ha dichiarato il premier Sanader, volendo evidenziare la differenza tra il comportamento attuale di Lubiana e quello che avrà Zagabria nel momento in cui la Croazia, in qualità di futuro membro dell'Ue, dovrà decidere del destino europeo della Serbia.
Sanader si è anche opposto pubblicamente agli inviti al boicottaggio dei prodotti sloveni, comparsi dopo l'imposizione del veto da parte di Lubiana. Nei negozi croati ci sono diverse merci provenienti dalla vicina Slovenia, dagli elettrodomestici agli articoli alimentari e tessili, ai cosmetici, ai medicinali. La catena slovena Mercator ha i suoi supermercati nelle principali città croate, e la compagnia petrolifera Petrol ha le sue pompe di benzina nelle strade della Croazia.
Si ritiene che lo scambio commerciale di quest'anno tra Croazia e Slovenia possa raggiungere i tre miliardi di dollari. Nei primi mesi del 2008 la Slovenia ha esportato merce in Croazia per un valore di 1,4 miliardi di dollari, e la Croazia ha esportato in Slovenia per circa 920 milioni di dollari. Gli sloveni hanno un significativo avanzo di quasi mezzo miliardo di dollari, e coloro che invitano a boicottare i prodotti sloveni contano sul fatto che la diminuzione dell'esportazione in Croazia potrebbe cambiare la decisione dei vertici politici di Lubiana sull'entrata della Croazia nella Ue.
Gli analisti fanno notare che gli inviti al boicottaggio di alcuni prodotti non hanno mai dato risultati e portano ad esempio la Serbia, che più volte ha invitato i suoi cittadini a boicottare i prodotti di Slovenia e Croazia, in ultimo dopo il riconoscimento del Kosovo da parte di questi due paesi.
Al di là dei sentimenti antisloveni o anticroati che si sono accesi dalle due parti del confine, e dei tentativi di stemperare la tensione, di fatto i rapporti Zagabria - Lubiana sono ai minimi storici. Gli analisti concordano sul fatto che tale situazione nelle relazioni tra i due paesi si rifletterà anche sui rapporti tra i cittadini, che si inaspriranno e incrineranno per molto tempo. Diversi osservatori sottolineano infatti che, mentre le relazioni economiche si sistemano velocemente dopo le tensioni politiche, quasi dalla sera alla mattina, per ristabilire le relazioni tra i popoli di due stati occorre un tempo più lungo, indefinito.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10621/1/51/
A mio modesto e personale avviso l'informazione più importante venuta da Silvio Berlusconi sabato scorso, in occasione della sua conferenza stampa di fine d'anno, non sta in quello che ha detto (presidenzialismo compreso), ma in quello che non ha detto. O non poteva dire.
Aveva, ed ha, davanti a sè una platea piuttosto preoccupata. Di un paese che teme questo 2009-2010 e che è stato omaggiato di un piano di stimolo governativo che quasi più toglie di quanto dia e attivi.
Risultato: a differenza di Gran Bretagna, Francia e Spagna (si aspettano possibili novità in Germania) l'Italia avrà la manovra anti-crisi più debole d'Europa. Quasi finta.
In Gran Bretagna il Governo ha già varato una manovra da due punti di Pil e il Fondo Monetario internazionale chiede insistentemente questo livello di intervento, a tutto il G20, per affrontare la crisi. In Italia siamo, con la manovra di Tremonti, a un ordine di grandezza (reale, al netto tra tagli e interventi restano un paio di miliardi) sotto. Bersani, con il Pd, chiede come terapia d'urto una manovra netta almeno da un punto di Pil (16 miliardi).
Il Fondo monetario internazionale, per confronto, è già a una stima doppia.
Perchè tanta restrittività (uso un termine benevolo)?
Il motivo, più volte ripetuto dai suoi ministri, sta nel debito pubblico italiano, troppo imponente e pericoloso per qualsiasi sforamento di bilancio. Aggiungiamoci pure il veto preventivo su qualsiasi forma di tassazione dei redditi medio-alti votanti il centrodestra (tipica l'ostinazione nel voler mantenere un'abolizione generalizzata sull'Ici per la prima casa, elettorale, costosa, inutile). E il perdurante silenzio, tutto tremontiano, sui famosi 100 miliardi di euro ogni anno evasi al fisco (per non parlare delle Province...).
Otteniamo, tra debito pubblico incombente e ceti elettorali del Pdl la seguente risultante: la crisi (forse la grande recessione del nuovo secolo) dovrà essere sostanzialmente gestita dagli italiani, senza incisivi aiuti, nè investimenti anticiclici, da parte del loro governo.
Però Berlusconi non poteva chiudere il primo anno della sua legislatura con un chiaro e patente: mò so' cavoli vostri.
Il mercoledì precedente il nostro Premier, evidentemente ben cosciente di questo problemuccio, aveva convocato un vertice con i suoi ministri per vederci chiaro sull'unica variabile forse aggiuntiva di questa equazione stretta.
I fondi europei. Secondo alcuni 110 miliardi di euro (spalmati su tutta la legislatura). Secondo gli esperti, da me consultati per capirci qualcosa, sarebbero di reale disponibilità a breve fondi non superiori ai 4-5 miliardi di euro. Non certo i 110, sommatoria di tutto ciò che l'Italia dà nei sette anni all'Unione e quindi riceve in massima parte sotto forma di fondi regionali, vincolati ad obbiettivi territoriali.
(mi scuso, al proposito, per aver nutrito un breve impeto di speranza immotivata)
Alias questi fondi spendibili discrezionalmente sono noccioline (4-5 miliardi). Che verranno destinati, al più, a rimpolpare i miseri ammortizzatori sociali vigenti in Italia. Il resto assomiglia a una partita di giro, sposto di qua per mettere là...
Fossero state risorse per ammontari veri, Berlusconi, mediatico com'è, non si sarebbe di sicuro lasciato scappare l'occasione di uno show alla Obama, sui suoi grandi progetti di investimento per il 2009. Invece ha ripiegato su un po' di opere pubbliche e un nucleare che appare, ogni giorno che passa, sempre più un sogno lontano.
Ecco perchè Berlusconi sabato scorso ha parlato d'altro. Ha sollevato il polverone del presidenzialismo e altre amenità. Ma non una parola sulla vera questione: un secondo intervento di stimolo, capace di generare effettivo impatto anticiclico.
Perchè? Semplice: i soldi, anche quelli europei, non ci sono. E continuano a non esserci.
La crisi resta, allo stato delle cose, cavoli nostri.
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Ne traggo una semplice conseguenza dal non detto di sabato, da parte del nostro Premier. Il Governo italiano è impotente, nei fatti e nelle cifre, a fronteggiare la crisi.
Al più si arrabatta, con quello che può, e come può.
Su questa domanda credo si giochi l'attuale terza legislatura Berlusconi.
Dopo quella della rivincita su Mani Pulite, quella del miracolo economico dietro l'angolo, siamo alla legislatura del vorrei ma non posso e dei cavoli vostri.
Oggettivamente. Non è che Bersani, o il Pd, abbiano conigli nel cappello tanto più grossi e vivaci di quelli di Tremonti.
Berlusconi lo sa. Sa che a fine 2009, o a metà 2010, si troverà con un'Italia piuttosto sofferente, e piuttosto tesa.
Lo prevedono tutti, è nelle cose, purtroppo.
E lancia il presidenzialismo. C'è una logica in questo. Devo ammetterlo, per onestà. E perchè voglio capire, in primis.
Nella recessione dura la Sicilia andrà ai ferri corti con la Lombardia e il Veneto con la Campania. La tensione sulla distribuzione delle risorse aumenterà, forse esponenzialmente.
Forse verranno persino abolite alcune Province, e ridotte le autoblù.
Nella recessione dura avremo migrazioni di giovani verso l'Europa. E forse anche forme forti di protesta sociale (l'Onda è solo un assaggio?).
La crisi potrebbe essere anche più lunga di due anni (specie in Italia). Nessuno lo sa, e destabilizzare definitivamente anche il ceto medio italiano, compreso quello che vota centrodestra.
In tali casi, di solito ( la storia è utile al proposito) si tende a centralizzare, a fare quadrato.
E questo fare quadrato, in Italia, potrebbe essere una forma di gaullismo. Ma senza De Gaulle e con Berlusconi.
Non mi spaventa. Nè mi sorprende. E' la logica degli Stati conservatori.
Alla fine degli anni 70 un gruppo di intellettuali (e non) conservatori si riunì e prese atto di una semplice verità:
che la Repubblica italiana (versione 1.0) era fallita.
(da allora ci trasciniamo dietro, nel debito pubblico accumulato - massimamente - in precedenza, quella verità. Che oggi tocchiamo con mano).
(e da allora, su questo, la Repubblica 1.0 non ha funzionato)
E stilarono un progetto per una nuova versione della Repubblica, più o meno gaullista.
Che oggi si sta cercando di attuare, da parte di un ex-aderente a quel club.
Bene, assodato che il programma, che il film è questo, la domanda vera è: servirà, è la soluzione?
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Questo blog non ha verità in tasca, non fa propaganda, non ha nulla da vendere a nessuno.
Cerca solo di capire la rotta giusta.
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Supponiamo che il programma di Berlusconi sia un mix tra presidenzialismo gollista e federalismo leghista.
Supponiamo che il 60% delle risorse di questo paese verrà deciso e amministrato localmente e il 40% deciso e redistribuito dal Capo.
Funzionerà meglio l'Italia?
Riuscirà ad evitarsi o a mitigare i conflitti inerenti a una lunga crisi?
Riuscirà a venire a capo del suo errore storico, questo debito pubblico che non riusciamo a ripagarci?
Non lo so, francamente. Non so dare un risposta nè positiva nè negativa.
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Ma faccio un semplice confronto, spero indicativo.
Tra due rivoluzioni presidenzialiste.
In Francia De Gaulle ha funzionato (e alla grande), in Argentina Peron è stata invece una maledizione.
In Francia De Gaulle aveva un progetto e un'Amministrazione capace di eseguirlo.
In Argentina Peron non aveva un progetto, nè un'Amministrazione ma solo chiacchiere e distintivo.
La Francia oggi guida l'Europa, l'Argentina è fallita. Ambedue regimi presidenzialisti.
Quindi, sotto l'etichetta, conta il leader, il progetto, l'Amministrazione.
De Gaulle ha dato alla Francia la sua indipendenza, militare, culturale, energetica. E istituzioni equilibrate.
L'indipendenza militare e culturale, ormai, sono roba vecchia. Quella energetica no.
Quest'ultima significa reddito, competitività di un paese, finanza pubblica equilibrata, amministrazione, suo ruolo industriale e di lavoro.
Domanda, quindi: il "presidente" Berlusconi ha un progetto credibile (e eseguibile) di indipendenza energetica (alias di base e strategica) italiana?
Non mi risulta, al di là di un fumoso nucleare costoso e di importazione. Nè mi risulta ce l'abbia D'Alema, Veltroni o Bersani. O Bossi.
Che sia Berlusconi, suo figlio oppure un pincopallo da lui designato il prossimo "Presidente" rischiamo quindi, strutturalmente, un presidenzialismo peronista, chiacchiere e distintivo, conflitti e ancora crisi, più che un gaullismo positivo.
Dovrebbe impensierirci la disponibilità manifestata prima dal comunista Paolo Ferrero e poi dalsegretario della Cgil, Guglielmo Epifani, a una proposta classicamente neocorporativa qual è il contratto di solidarietà (o settimana corta che dir si voglia). Certo, hanno ragione a far notare che il governo per copiare la linea Merkel fa un’inversione a U, visto che solo tre settimane fa Sacconi difendeva ancora l’idea balzana di defiscalizzare gli straordinari. ma l’idea che viene dalla Germania e che trova sensibili le orecchie confederali è alla fine quella di concentrare il grosso delle risorse disponibili per gli ammortizzatori sociali a difesa dei lavoratori “fissi”, con contratto a tempo indeterminato. Sia ben chiaro, se facessi il mestiere di Epifani forse ragionerei come lui (e come Tremonti, che spera di trovare nella sinistra laburista una base di consenso al suo miraggio di “grosse koalition” anticrisi).
Ma qui stiamo ragionando del futuro del Partito Democratico, e allora dobbiamo chiederci se sia lungimirante concentrarsi nella tutela di una base sociale già profondamente erosa. O se invece la crisi più acuta del capitalismo non imponga ripensamenti politici di fondo nella rappresentanza di interessi esterni al blocco neocorporativo. Tanto per fare un esempio: Veltroni a mio parere ha commesso un errore a favorire l’accordo tra Colaninno e Epifani che oggi si rivela odioso agli occhi di una vasta platea di lavoratori non garantiti.
Questo medesimo tema della rappresentanza di una società cambiata, è l’ostacolo a una svolta democratica del Pd. I suoi dirigenti si aggrappano ciascuno al potente disponibile ad accoglierne i servigi. Basti pensare che il responsabile organizzativo del partito, Giuseppe Fioroni, ha la credibilità di uno che fa eleggere la segretaria come deputato della Campania. E dovrebbe essere lui il moralizzatore?
In molti mi chiedete se sia possibile lanciare un’offensiva democratica dentro il Pd. Rispondo che è possibile, certo, e che sono fiducioso nella possibilità di ottenere risultati oggi inaspettati. Bisogna diventare pignoli, implacabili, senza timore di risultare “antipatici”. Denunciando in ogni sede la violazione delle regole etiche e statutarie. Facendo sempre le domande più normali: ma quello lì che competenze ha per candidarsi a quell’incarico? Chi ha titolo per decidere? Perchè non votiamo senza trucchi dell’ultim’ora?http://www.gadlerner.it/2008/12/23/sara-dura-ma-il-pd-ha-un-futuro-2.html
Torino, metti una sera a cena
con Zagrebelsky e Travaglio
Si è tenuta il 15 dicembre 2008 l’assemblea dei soci di Libertà e Giustizia. E’ stato un incontro simpatico, aperto anche ai non iscritti, iniziato con una cena. Gli intervenuti erano oltre 100 tra i quali alcuni esponenti politici del PD e di Italia dei Valori.
Presentati da Franco Ferrara e da Maria Grazia Arnaldo, hanno parlato il Presidente Onorario di Libertà e Giustizia Prof. Gustavo Zagrebelsky e Marco Travaglio.
L’argomento trattato dai due oratori non poteva che essere il riemergere di una questione morale. Per il Prof. Zagrebelsky l’onestà dei pubblici amministratori è un punto irrinunciabile. Ma le reazioni degli esponenti politici di centro sinistra hanno rispecchiato questo diffuso e radicato sentire? No, le reazioni degli esponenti politici di centro sinistra hanno fatto da specchio agli attacchi del centro destra, senza saper sufficientemente distaccarsi. Non appena sono emerse le inchieste contro le amministrazioni di centro sinistra il partito di Berlusconi ha profuso un unico leit-motiv: il PD non può parlare di sua diversità e di questione morale, non ha il primato della moralità, la smetta di inneggiare alla pulizia, all’interezza morale contro la corruzione, pensi piuttosto a riformare la Giustizia. Dal centro sinistra una sorprendente risposta che riassumiamo così: voi siete più corrotti di noi, avete più indagati di noi, siete i meno titolati a parlare! Una reazione non contro la febbre in sé, ma contro il grado segnalato dal termometro, un gioco al ribasso che sposta l’attenzione dal dilagare della corruzione in ambo gli schieramenti alla misurazione di chi ne sia più coinvolto. Non c’è stata indignazione, non c’è stata presa di distanza, non c’è stato distacco. Anzi, si è lasciata trasparire – pur senza mai esprimerla apertamente – l’amara considerazione: accidenti, ci hanno beccato!
In fin dei conti ciò non è molto diverso dai toni del centro destra il cui elettore mai reagisce con sdegno all’emergere di una vicenda di corruzione. Riserva semmai lo sdegno – nonché l’aggressività – alla magistratura che ha fatto il proprio dovere. In proposito Zagrebelsky ha richiamato la “concezione carismatica della politica” di Max Weber: la capacità personale di raggiungere il mantenimento del potere con qualunque mezzo in opposizione a un’altra concezione della politica definita “legale” dallo stesso Max Weber perché in essa il fine non giustifica mai i mezzi. La prima appartiene al centro destra e al suo leader. La seconda è propria del centro sinistra.
Il punto centrale è che nella concezione carismatica la corruzione non è disdicevole. Essa è solo un mezzo. Dunque imputare taluni comportamenti alla destra non ha alcun effetto sul suo elettorato che è preoccupato solo del raggiungimento del fine. Ma quando la disonestà viene imputata al centro sinistra la perdita di voti c’è, eccome, perché essa ha una “concezione legale” della politica. Il fine non giustifica i mezzi. Dunque occorre che la dirigenza del centro sinistra interpreti a pieno e senza riserve nemmeno apparenti questa profonda differenza con il centro destra, anche sul piano emotivo e della comunicazione. Diversamente la corruzione resterà un problema irrisolto e ad ogni rimpallo di accuse di disonestà la destra resterà insensibile e la sinistra perderà i voti dei suoi elettori.
Il passaggio dalla riflessione alla cronaca tocca a Marco Travaglio. Sono 15 anni che vengono introdotte leggi di riforme della Giustizia. Si possono contare ben 400 interventi legislativi, eppure a ogni inaugurazione dell’anno giudiziario il giudizio unanime è di leggi che hanno peggiorato i processi, li hanno allungati, resi più farraginosi e vani. Per gli imputati dei ceti abbienti non ci sono più rischi. Non finiscono e non finiranno mai in galera, nemmeno con il peggior reato. Ora il loro unico vero timore è solo quello di evitare che il processo inizi, con i danni che potrebbero venire da un’eventuale pubblicità. Ecco dunque perché i vertici del centro destra mirano a intaccare l’obbligatorietà dell’azione penale e parlano di “procure fuori controllo” dimenticando che una buona magistratura è quella che non si fa controllare. Ecco perché vogliono cambiare la Costituzione ferendo a morte la separazione dei poteri. Tutto ciò avviene in un clima di generale travisamento dei fatti di cui l’ultimo esempio è la vicenda di Catanzaro e Salerno. “Guerra di procure” è il titolo che ha troneggiato su giornali e telegiornali dimenticando che anche un magistrato può finire sotto inchiesta come un qualunque cittadino. Non è la guerra di un magistrato ad un altro magistrato. E’ l’applicazione della legge. La competenza delle indagini non può ovviamente appartenere alla procura di cui fa parte il magistrato indagato. Essa spetta piuttosto ad altra procura determinata dal codice di procedura penale secondo un criterio di massima indipendenza. Salerno era dunque la procura competente ad avviare un’inchiesta su Catanzaro utilizzando gli strumenti di legge, perquisizioni comprese. Occorre piuttosto chiedersi perché mai la Procura di Catanzaro per sette volte rispose no alla richiesta di copia degli atti oggetto dell’indagine e perché non intervenne il Csm che pure era informato di queste risposte immotivatamente negative. Non “guerra fra procure” dunque, ma semmai l’attivazione di un’indagine che doveva essere svolta e doveva giungere al suo termine secondo l’ordinario percorso.
Se l’Italia è un’azienda, si può capire la frustrazione e la stanchezza confessate da chi è convinto che essere premier significa esserne a capo. Alla conferenza stampa di fine anno, il premier sbotta che così non si diverte. Che divertimento c’è a fare il capo di un’azienda senza averne i pieni poteri? Uffa, che palle. Non sei padrone nemmeno quando i sondaggi ti danno al 72% di consensi? Col 72% delle azioni puoi farci quel che vuoi di un’azienda, com’è che con la guida di un paese non funziona così? Sulla riforma della giustizia gli vengono difficoltà da An, c’è Giulia Bongiorno che ha da ridire sul divieto di intercettazioni telefoniche nelle indagini su reati nell’ambito della pubblica amministrazione. E sì che è un avvocato, dovrebbe tifare sempre per l’imputato, che le piglia? Pare che nei post-fascisti, anche quelli reclutati a guado democratico raggiunto, residui un minimo di moralismo (se non di morale) di umor giustizialista. Si spellavano le mani ad applaudire agli arresti di socialisti e democristiani ordinati dalla Procura di Milano, si può capire sia rimasto qualcosa sul fondo del barile. Non molto, in realtà. Ormai su quali garanzie spettino all’imputato di prestigio passa la linea di Angiolino Alfano: impunità se sei Silvio Berlusconi, e i magistrati non rompano il cazzo ai suoi dignitari, ai suoi cortigiani, ai suoi servi, le loro conversazioni telefoniche siano sacre. Può bastare rendere più dure le pene per le talpe e i giornali? No, vietate le intercettazioni. I colonnelli di Gianfranco Fini sono ormai tutti dipendenti del capo dell’azienda, la destra sociale s’è un po’ parcellizzata e quella che resta in An dovrebbe farsi sentire per voce di Gianni Alemanno, ma Gianni Alemanno già fa fatica a fare il sindaco, non ha tempo. Peraltro An è ormai solo un perimetro aleatorio, ormai c’è il Pdl. I missini che tifavano per Mani pulite, dove stanno? Siamo sicuri che tifassero per Mani pulite? Sull’idea del presidenzialismo gli vengono difficoltà dalla Lega, c’è Umberto Bossi che gli dice di levarselo dalla testa se prima non gli dà il federalismo. E che palle, uffa, pure i leghisti. Ha dato loro in Parlamento il triplo di quello che rappresentano nel paese, ne ha sdoganato la cultura trash rendendola assai pop, ha dato loro Comuni, Governatorati, Ministeri, che cazzo vogliono di più? Scalpita, lo vedono che scalpita, vuol diventare Presidente della Repubblica, perché non lo assecondano, questi ingrati leghisti? Ha già pronta una batteria di barzellette da Capo dello Stato, quando gliele fanno dire? Sogna tanto di vedere sgambettare il prossimo nipotino sui bei marmi del Quirinale, quando lo accontentano? Povero premier, si capisce quando dice che avrebbe tanta voglia di lasciar tutto in mano al suo maggiordomo, l’ineffabile Gianni Letta, e andarsene a tropici.
[Tanto è Letta quello che fa tutto, così dice. Lo sappiamo, ce lo illustra il caso Sacconi-Englaro. Ma di questo parlerò domani, su Giornalettismo.]http://malvino.ilcannocchiale.it/
Lo spartiacque di un'Ulivista storica
di Francesca Veraldi,
Cari Ulivisti,
Vi trasmetto il testo da me inviato al Programma di Rai3 condotto da Lucia Annunziata, nel quale oggi era ospite l'on. Violante.
A mio avviso, sarebbe utile, che il Movimento dell'Ulivo riflettesse attentamente e in maniera approfondita sul suo futuro. Non c'è chi non veda, infatti, la gravità della situazione in cui versa il Pd dai risvolti assai inquietanti, se prevarrà la linea trasversale di una riforma della Magistratura (e non della Giustizia come la si vorrebbe spacciare) tendente a garantire solo l'impunità dei politici.
Come Ulivista storica, non mi riconosco affatto in questo indirizzo e lo interpreto come uno spartiacque fondante e distintivo tra chi crede e difende il sistema parlamentare, la separazione dei poteri e, quindi, l'autonomia e indipendenza della Magistratura e chi vuole, invece, assecondare la deriva autoritaria e presidenzialistica già in atto nel nostro Paese.
Formulo, nell'occasione, a tutti gli Ulivisti sinceri auguri per le prossime festività.
L'on.le Violante assume, come al suo solito, una posizione assai ambigua(anche perché pretende di difendere l’indifendibile!) e viscida. La politica e il Pd, in primo luogo, sono corrotti e devono essere bonificati. Non bisogna riformare la Magistratura ma la Politica, incapace, incompetente, inefficiente e soprattutto, contaminata da intrecci illeciti e illegali con l'economia e la criminalità organizzata.
La posizione di Violante è del tutto inadeguata e rappresenta degnamente l'autoreferenzialità della Casta politica.
Ma , per favore, lo si constata, se non fosse già di per sé evidente ormai da molto tempo, ancora una volta, oggi, dalla posizione tenuta, in un momento pur così delicato per il Pd, dallo stesso Violante: è indispensabile mandare a casa tutta l'attuale gerontocrazia!!!
E’ possibile che non ci sia mai un “Mea Culpa” dalla politica, un’assunzione di Responsabilità, una volontà operativa e immediata di espellere e allontanare da ogni carica e incarico gli innumerevoli personaggi corrotti che pervadono e infestano tutti i quadri politici centrali e periferici, il senso minimo di decenza così da rassegnare spontaneamente le proprie dimissioni, anche se non richieste?
Violante sa di essere ipocrita, perché il Pd si è già accordato col Pdl per una Riforma(che risponda ai loro particolari interessi di Casta) non della Giustizia, bensì della Magistratura, che garantirà solo l’impunità dei politici.
Per reailizzare le riforme veramente necessarie al Paese e a tutti i suoi cittadini occorre resettare tutta l’intera classe politica al potere e ricambiarla radicalmente, perché a non far funzionare l’intero sistema-Paese è ormai palese e accertato è proprio questa classe politica che non intende nemmeno essere sottoposta alla Legge come prevede la Democrazia.
E’ sconfortante che, ed è proprio il caso dell’on.le Violante, ciò sia sostenuto da un ex-magistrato, che, evidentemente, non faceva un buon servizio alla Giustizia allora, come ora.
Con la sfrontatezza e l’arroganza dei vari leaders del Pd l’unica certezza è il suo scontato declino e l’incremento esponenziale del Partito dell’on.le Di Pietro, che ringrazia e rimarrà l’unica reale opposizione credibile e sostanziale contro la deriva autoritaria voluta dal trasversalismo dominante Pd, Udc, Pdl.
E chissà che dinnanzi a tale politico obbrobrio mostruoso non si possa creare un fronte di opposizione vera e nuova tra l’Ulivo (ormai sepolto dall’attuale Pd), la Sinistra Democratica e l’Italia dei Valori!!!
Il Pd non ha nulla della Sinistra e coerentemente firmerà la sua alleanza con l’Udc di Casini, Cesa e Cuffaro(solo per citare alcuni nomi). Complimenti!!!
Tenendo conto di tale contesto, mi permetto di fare una previsione: il Pd, in termini di consenso, scenderà di gran lunga al di sotto del 20%, toccando in alcune aree del Paese anche il 10%.
Inviterei, quindi, anche considerando la rapida evoluzione propria di alcune malattie irreversibili e incurabili, tutte le nomenclature e gli apparati vecchi e nuovi(???) del Pd, a livello sia nazionale che locale, a predisporre, per averla sempre pronta e a portata di mano, come accade per i coccodrilli nell’ambito delle più autorevoli testate nazionali, una Messa da Requiem per un loro assai caro prossimo estinto.
Oggi, la dott.ssa Annunziata, forse per stanchezza( o meglio per umana compassione e pietà), non ha incalzato molto l’ospite Violante dinanzi all’inconsistenza e alla contraddittorietà della tesi da lui sostenuta; ben più efficace e razionale la linea di pensiero del dott. Flores D’Arcais che ha esposto idee che, in realtà, dovrebbero essere scontate e condivise da tutti e contro le quali l’on.le Violante ha opposto “il Nulla”(nemmeno ai politici autorefenziali è possibile arrampicarsi dagli specchi!).
Auguri all’intera Compagine di Rai 3 per le prossime festività.
Per pochi chilometri di terraferma e la frontiera marittima del golfo di Pirano, la Slovenia punta i piedi e blocca il percorso europeo della Croazia. Tesi come non mai i rapporti tra i due paesi. Bruxelles cerca di starne al di fuori
La Slovenia non ha mollato ed ha bloccato undici capitoli negoziali nella trattativa di adesione della Croazia all’Unione europea. I documenti presentati da Zagabria pregiudicherebbero i confini. Per la Slovenia, quindi, sarebbero in gioco “vitali interessi nazionali”. In sostanza si tratta, comunque, di qualche chilometro quadrato sulla terra ferma e della definizione della frontiera marittima nel piccolo golfo di Pirano.
La presidenza di turno francese aveva cercato di mediare tra i due paesi. La sua proposta è stata accettata dalla Croazia, ma non dalla Slovenia. Zagabria era pronta a dichiarare che gli atti presentati in sede europea non avrebbero pregiudicato i confini. Lubiana, invece, avrebbe voluto che la Croazia si impegnasse a non presentare, in un eventuale arbitrato internazionale, documenti successivi alla proclamazione dell’indipendenza.
La richiesta è quindi quella di accantonare tutte le leggi e le direttive ministeriali emanate dopo la nascita dei due stati. Del resto i due paesi dopo aver litigato per una quindicina d’anni sull’esatta definizione del confine, adesso stanno bisticciando se e come risolvere la situazione di fronte ad un’istanza internazionale.
Negli scorsi mesi i politici sloveni avevano dato ad intendere che se Zagabria voleva entrare nell’Unione europea avrebbe dovuto concedere qualcosa alla Slovenia. L’idea era quella di far fruttare l’acquisita rendita di posizione di membro dell’Unione europea e della Nato. Negli anni novanta, Lubiana, del resto, aveva dovuto fare i conti con i veti italiani al suo ingresso nell’Unione. Allora la trattativa durò sei anni prima di arrivare ad una proposta di compromesso accettabile per entrambi. Adesso, però, è la Slovenia che crede di tenere il coltello dalla parte del manico, visto che nell’Unione europea si entra solo con il consenso di tutti.
Ovviamente Lubiana pensava di poter contare sulla solidarietà degli altri paesi membri. Per contro la Commissione europea l’ha bacchettata, dicendosi rammaricata per il fatto che non abbia potuto accettare la proposta di conciliazione francese e precisando che quella del confine è una questione bilaterale.
Per uscire dall’impasse, il premier, Borut Pahor - che nelle settimane scorse aveva lanciato una serie di ultimatum a Zagabria - ha subito cercato di correre ai ripari, invitando a colloquio il suo omologo croato Ivo Sanader. Quest’ultimo ha accettato, tutt’altro che volentieri, ma solo se all’incontro parteciperanno anche esponenti dell’Unione europea. Si vorrebbe confermare, così, la tesi - espressa nei giorni scorsi anche dal presidente croato Mesić - che i rapporti tra Lubiana e Zagabria “non sono più un problema della Croazia, ma dell’Unione Europea”.
Bruxelles, però, non sembra aver proprio voglia di immischiarsi nella vicenda. I cechi, che saranno i prossimi a prendere la presidenza di turno dell’Unione, lo hanno detto chiaramente. Probabilmente, ai vertici comunitari, quello tra Lubiana e Zagabria, non sembra che l’ennesimo contenzioso tra due paesi balcanici.
La cosa danneggia sicuramente più la Slovenia che la Croazia. Lubiana sin dall’indipendenza aveva fatto di tutto per togliersi dal calderone in cui erano state messe le altre repubbliche della federazione jugoslava. Non poco impegno era stato profuso per dimostrare il proprio attaccamento ai valori europei e la propria dimensione centroeuropea. Ora tutta questa immagine costruita in quasi due decenni sembra un po’ offuscata.
A Bruxelles, del resto, sembra proprio che si sarebbe voluto chiudere la trattativa con Zagabria entro il 2009. Ora questa data sembra a rischio. L’adesione a pieno titolo della Croazia era prevista, invece, tra il 2010 e il 2011. Da una parte bisognava dimostrare che l’Unione era intenzionata a proseguire sul cammino dell’allargamento e dall’altra rassicurare gli irlandesi, in vista di un nuovo referendum sul trattato di Lisbona. L’accordo di adesione della Croazia sarebbe, infatti, dovuto diventare quello “strumento tecnico” in cui si stabiliva che tutti i paesi membri avrebbero continuato ad avere un loro commissario europeo.
Intanto le relazioni tra Lubiana e Zagabria non sono mai state peggiori. Le opinioni pubbliche dei due paesi sono compatte intorno alle posizioni dei loro governi. In Croazia sono tutti concordi a definire senza precedenti il blocco sloveno, mentre in Slovenia si pensa che non si potesse fare diversamente e che ai croati negli anni precedenti si fosse concesso sin troppo. Il clima che si respira pare essere quello enfatico del 1848, quello della primavera delle nazioni. Sloveni e croati sembrano oramai essere i nemici di sempre. La cosa appare, ovviamente, grottesca soprattutto se si pensa che nella storia non si registra nessuna guerra tra i due popoli, che per contro hanno spesso camminato sulla stessa strada e affrontato medesimi problemi.
Ad ogni modo, il nazionalismo sembra ancora una volta essere sfuggito dalla bottiglia. La colpa è, ovviamente, soprattutto dei politici dei due paesi che per ora continuano a riempirsi la bocca parlando della necessità di difendere gli “interessi nazionali”. Ci manca solo che qualcuno rispolveri lo slogan di jugoslava memoria: “Il nostro non diamo l’altrui non vogliamo”. Dopo tante parole, però, adesso sarà ancora più difficile trovare una soluzione di compromesso. La domanda legittima è come si farà a spiegare alla propria opinione pubblica che alla fine s’è dovuto cedere qualche chilometro quadrato di sacro suolo nazionale o qualche litro di acqua marina?
In tutta questa vicenda, però, pare lecito chiedersi quanto Slovenia e Croazia credano veramente nell’Europa unita, senza confini. Se così fosse, probabilmente, non ci sarebbe tutta questa foga nel discutere di una frontiera che con l’ingresso della Croazia nell’Unione europea e nell’area Schengen sarà destinata a sparire. D’altronde, però, in meno di cent’anni, sloveni e croati hanno visto la dissoluzione dell’impero austroungarico e della federazione jugoslava, quindi meglio premunirsi. Non si sa mai… http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10684/1/51/
Mumbai, un altro 11 settembre? Sì, anche nelle balle
di Alessandro Cisilin - Megachip
Rieccoli, gli invasati fondamentalisti che se la prendono coi civili nei luoghi simbolo dell'opulenza. Bersagliando prioritariamente i “sionisti” e gli stranieri anglo-americani. Il male contro il bene, col portato strappalacrime delle storie individuali di dolore, di morte e talora di eroismo. Un racconto confortante, pur nella sua atrocità.
Per riassumere tutto basta una parola, anzi due: terrorismo islamico. Peccato che la dinamica dei fatti raccontataci senza ombre di dubbio dai nostri media non sta evidentemente in piedi.
Altrove, perfino in India, i giornalisti si fanno delle domande e consultano gli esperti. In Italia no, ci si limita a ripetere i mantra delle due o tre agenzie che controllano l'informazione globale. Le prime notizie riferivano di un attacco portato da centinaia di miliziani indiani. C'era anche una rivendicazione, quella dei “Mujahiddeen del Deccan” (l'enorme altopiano del centrosud indiano), e una foto, quella di un giovane armato fino ai denti che portava un braccialetto arancione tipico degli estremisti indù.
E già qui i conti non tornavano. L'India è la patria del sincretismo, con tradizioni religiose che si compenetrano anche nei simboli e nelle divinità (Gesù Cristo è venerato da gruppi indù come reincarnazione di Vishnu), ma i fondamentalisti fanno un po' più attenzione. Quando insomma un fanatico musulmano va alla guerra vestito da fanatico indù difficilmente attinge al paradiso di Allah.
Poi però la versione è improvvisamente cambiata, tenendo ferma solo una variabile, quella del terrorismo islamico. Le centinaia di attentatori sono diventate una decina, e gli indiani sono diventati pakistani, sbarcati curiosamente da un natante di Delhi attraverso la “Gateway of India” che fa spesso da copertina alle guide turistiche. Pakistani, quindi sunniti, quindi Al Qā‘ida. Voilà, les jeux sont faits, rien ne va plus.
La fonte del dirottamento dei fatti è l'apparato di sicurezza indiano. Fonte che andrebbe quantomeno presa con prudenza, e non solo perché l'India è di fatto in conflitto permanente con Islamabad sulla regione contesa del Kashmir. C'è dell'altro.
Anzitutto, il colpevole ritardo nell'intervento delle forze indiane (per giunta abbondantemente preallertate con inquietante precisione da informazioni d’intelligence) risulta, oltre che sospetto, anche non nuovo nella storia dei più sanguinosi episodi di violenza di matrice religiosa nel paese, e in particolare nell’eccidio perpetrato negli ultimi anni su migliaia di musulmani (fatto irrilevante per i media d’Occidente) e centinaia di cristiani (e questo dà un po’ più fastidio, ma se serve cade anch’esso nell’oblio). In secondo luogo, già in passato l'India ha conosciuto attentati compiuti da induisti e fatti sembrare islamici, per screditare questi ultimi. A svelare l'arcano, nonché la collusione tra uomini dell'esercito e fondamentalisti indù, era stato tra gli altri il capo dell'antiterrorismo Hemant Karkare, anch'egli guarda caso ammazzato negli attentati di Mumbai. Inoltre, non ultimo, il nucleo pakistano accusato dei fatti si chiama Lashkar-e-Toiba, che di solito è felice di rivendicare i propri attacchi e che stavolta, curiosamente, smentisce.
Riassumendo: si tratterebbe di gente pronta a morire per la causa e al contempo timorosa di vantare le proprie gesta. Islamici così ortodossi da portare braccialetti dei radicali indù e di uccidere uno dei più acerrimi nemici di questi ultimi. Terroristi addestrati alla guerriglia e a incursioni kamikaze, ma (incongruenza sottolineata dagli analisti militari di ogni latitudine) capaci stavolta di improvvisare in dieci unità un assalto bellico degno dei migliori servizi segreti. Insomma, la sceneggiata è stavolta costruita proprio male.
A proposito di servizi, erano curiosamente sul posto anche quelli britannici e israeliani. Non è chiaro quale funzione abbiano svolto, al di fuori di quella di avallare la nuova versione ufficiale. A essa hanno immediatamente aderito Londra e Washington, senza esclusione per lo staff del presidente entrante.
Non sapremo mai esattamente chi ha perpetrato gli attentati e chi c’è dietro, ma è già palese a chi fa comodo questa nuova catena di sciocchezze sulla fantomatica jihad globale azionata dal Pakistan. Di certo agli Stati Uniti, impegnati nell'escalation militare in Afganistan, già controfirmata come prioritaria da Obama, col corollario dei quotidiani raid oltre il confine pakistano che suscitano le vane proteste di Islamabad. E naturalmente giova all'India, o meglio a quelle forze interne che hanno interesse a fermare il faticoso dialogo di pace col Pakistan e a far salire quello stato di tensione che fa gioco alla destra indù in vista delle elezioni federali della prossima primavera.
Inciso: ancor più lacerante della conflittualità politica e religiosa, sta dilagando in questi anni in India quella sociale, legata alla rivolta per le crescenti divaricazioni economiche e per la dilagante povertà (sulla cui presunta diminuzione, determinata dalle politiche liberiste, si sono costruite in Italia fortune editoriali). Vi agiscono gruppi di ribelli, specie di matrice marxista, con capacità organizzative e militari probabilmente inedite nella storia dei movimenti del subcontinente. Ma questo non fa notizia, ed è ben più scomodo del racconto su qualche belzebù musulmano.
La storia si ripete. Quella del cosiddetto terrorismo. E anche quella di India e Pakistan, nate divise nel 1947 come estremo dono del divide et impera britannico.
P.S.: In Italia gli esperti di cose indiane e pakistane sono pochissimi ma ci sono, a cominciare dal prof. Michelguglielmo Torri. La loro sede d’incontro è l’associazione Italindia (www.italindia.it), di cui fa parte l’autore dell’articolo.
Iran : chiuso centro diritti di Shirin Ebadi , proteste occidentali
di Mauro W. Giannini
Proteste dal governo USA, dalla UE e dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per la chiusura avvenuta due giorni fa, in Iran, del Centro per i diritti coordinato dall'avvocato Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003.
Shirin Ebadi ha detto alla stampa di ritenere illegale la chiusura degli uffici senza un atto del tribunale. Intervistato dalla France Presse, Narguess Mohammadi, vice-presidente dell'associazione, ha spiegato che la polizia e' entrata nei locali, senza un mandato, ed ha intimato ai presenti di evacuare rapidamente gli uffici.
Molte ONG hanno chiesto alla Comunita' internazionale di "lottare per la riapertura del Circolo dei difensori dei diritti umani" che e' "uno dei pochi restanti baluardi di resistenza democratica iraniana".
La Casa Bianca ha espresso ieri la sua preoccupazione: "E 'inquietante. E' incredibilmente coraggioso da parte di queste persone impegnarsi per i diritti dei loro concittadini in una societa' come l'Iran", ha detto un portavoce della Casa Bianca, Tony Fratto.
Nel frattempo, la Presidenza dell'Unione europea ha invitato le autorita' iraniane "a rispettare i loro impegni internazionali in materia di diritti umani" e "consentire la riapertura del locale Circolo dei difensori dei diritti umani e di concedergli lo status giuridico richiesto da molti anni", secondo il capo della diplomazia francese, Bernard Kouchner.
L'irruzione si e' verificata lo stesso giorno che i membri del Circolo, tutti i volontari, si stavano preparando a tenere una cerimonia per commemorare il 60 ° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Fondata nel 2004 da un gruppo di avvocati, tra cui Shirin Ebadi, vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2003, l'associazione si e' prefissa l'obiettivo di difendere la liberta' di studenti e oppositori. Da allora essa pubblica relazioni periodiche sullo stato degli attacchi ai diritti umani.
Negli ultimi mesi, l'associazione si era concentrata su un deterioramento della situazione, esprimendo preoccupazione, in particolare, per l'aumento di condanne a morte, in particolare nei confronti dei minori che hanno commesso un crimine prima dei 18 anni di eta'. Il Circolo ha criticato anche, all'inizio di novembre, il nuovo codice penale iraniano, che ignora i diritti delle donne e si basa su un "errata" interpretazione dell'Islam. Ovvio che la cosa abbia infastidito le autorita'.
a) Cominciamo da una considerazione che ha a che fare piuttosto con le leggi della fisica: la percentuale di italiani che non si riconoscono nel governo della destra oscilla intorno al 40% e talvolta lo supera di un bel po’ (anche se oggi fra loro prevale la tendenza al disincanto e all’astensione). Immaginare che tornino a dividersi in base alle appartenenze laiche, socialiste, cattoliche, ambientaliste, comuniste del passato mi sembra assai poco probabile. Ergo: il “contenitore” Partito democratico mantiene una sua potenzialità, cioè resta l’offerta più razionale che un centrosinistra moderno possa offrire all’elettorato di sinistra nel suo insieme.
Questo ci preserva dal rischio che Veltroni e il drappello degli oligarchi alla testa del Pd finiscano per distruggerlo? No. E’ possibile che alcuni di loro siano tentati da imprese solitarie (Rutelli con Casini; D’Alema con i resti dei comunisti), ma non farebbero molta strada.
Il Partito democratico è nato con colpevole ritardo, ma ora c’è, e cancellarlo non sarà semplice neppure per costoro che ce la stanno mettendo tutta.
Certo, ha vissuto in origine una carenza di leadership: Romano Prodi è stato “sopportato” come federatore ma non ha manifestato in alcun modo le caratteristiche e l’energia del fondatore. Pur essendo di una buona spanna al di sopra dei notabili di partito, quanto a autorevolezza e capacità di visione, si è lasciato ridimensionare a figura tecnica. Cosicchè oggi il Pd non ha neppure un presidente.
b) Una seconda considerazione me la offre oggi la bellissima intervista di Isaia Sales su “Repubblica”, in cui si racconta la degenerazione della giunta Bassolino partendo dai suoi rapporti con le leadership romane. Un episodio illuminante: Mastella può andare dal presidente della Regione Campania rivendicando due assessorati (e chissà quanto altro) perchè lo ha ottenuto a un tavolo romano. E lo “sciagurato” Bassolino subisce. Come subisce De Mita, Pecoraro Scanio e compagnia bella. Qui non ci sono una vittima e un colpevole. C’è una logica politica necessariamente dettata dall’alto che nessuno dei protagonisti -neppure chi avrebbe potuto almeno provarci, tipo Prodi e Bassolino- ha voluto denunciare e rovesciare. Così le situazioni incancreniscono, in una paralisi apparente. E’ semplicemente insano che un leader come Bassolino resti per più di quindici anni al potere negli stessi luoghi. I “romani” gli chiedevano di restare perchè solo lui poteva vincere in Campania, ma anche perchè così lo tenevano alla larga da Roma. Lui gli ha obbedito e ora si prende i loro calci in faccia.
c) Questi meccanismi denotano come la malattia dei vecchi partiti si sia trasferita paro paro nel Pd. Si chiama assenza di democrazia. Pensare di combattere il “cesarismo” di Berlusconi con un “cesarismo” democratico è una sciocchezza colossale, degna al massimo di un tribuno come Antonio Di Pietro. Il Pd dovrebbe essere esemplare nel rappresentare dentro di sè il sistema democratico cui aspira. Un partito in cui le decisioni si assumono votando. Dov’è garantito lo spazio alle donne e ai giovani. Dove lo statuto e il codice etico non sono carta straccia ma la prima forma di legalità.
Purtroppo succede al contrario che chi denuncia i “capibastone”, cioè Veltroni, è il primo a comportarsi sistematicamente come un “capobastone”.http://www.gadlerner.it/2008/12/22/sara-dura-ma-il-pd-ha-un-futuro-1.html
Puff, ragazzi, che fatica inserire questo Allegato! Minchiazza, direbbe Lillo. Bisogna proprio amare le notizie per incaponircisi tanto (a proposito, l’”Internazionale” certifica che la tiratura dei quotidiani americani scende in picchiata di fronte alla concorrenza della rete). E visto che parliamo di idealità e di reti, vi comunico ufficialmente in anteprima quanto segue: domani nasce “Uguaglianze”, la rete di immigrati e italiani democratici che si impegnerà contro il razzismo, per i diritti degli immigrati e per la loro partecipazione alla vita politica italiana. La presenteremo nella sala stampa del Pd Marcella Lucidi, Jean Leonard Touadi (il primo parlamentare italiano di colore) e io, con Walter Veltroni. Speriamo, almeno, di metterci dentro un po’ di roba che scaldi i cuori. Se ce la faccio, e se non si rivelerà un dramma, vi regalerò nei prossimi giorni l’allegato anche di questo progetto.
Quanto alla richiesta del grande Riccardo Orioles (che scriverà per Melampo!) di mettermi di nuovo insieme con Leoluca Orlando e Claudio Fava, non escludo affatto che questa pazza crisi politica ci possa fare ritrovare accanto. Ma non sono i tempi della Rete, Riccardo. Credo invece che dovremo sapere chiamare alla mobilitazione, in forme molto diverse, il grande popolo del centrosinistra. Agendo dentro e fuori i partiti, anche se si fa fatica doppia. E iniziando a usare le parole giuste: appellare nani i nani, incapaci gli incapaci, raccomandati i raccomandati, carneadi i carneadi, trasformisti i trasformisti. Senza perdere (cosa difficile in questi frangenti) l’equilibrio necessario: perché i politici di cui ci si può fidare, per fortuna, non sono solo tre.
Il silenzio delle sentinelle
di Giuseppe D'Avanzo, Repubblica - Dovremmo aver imparato in questi quindici anni che, nonostante l´abitudine alla menzogna, Berlusconi non nasconde mai i suoi appetiti. Il sermone di fine anno ci ricorda che la sua bulimia non conosce argini.
Vuole il presidenzialismo come il compimento della sua biografia personale. Non si accontenta di avere in pugno due poteri su tre. Dopo aver asservito il Parlamento al governo, pretende ora che evapori l´autonomia della magistratura. Dice che la riforma della giustizia è pronta e sarà battezzata al primo Consiglio dei ministri del 2009. Anticipa quel che ci sarà scritto: i pubblici ministeri se le scordino le indagini. Diventeranno lavoro esclusivo delle polizie subalterne al ministro dell´Interno, quindi affar suo che governa in nome del popolo. I pubblici ministeri, ammonisce, diventeranno soltanto «avvocati dell´accusa». Andranno in aula «con il cappello in mano» davanti al giudice a rappresentare come notai, o come burocrati più o meno sapienti, le ragioni del poliziotto. Dunque, del governo. Con un colpo solo, si liquidano l´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione, «Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge»); l´indipendenza della magistratura (art. 104, «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»); l´unicità dell´ordine giudiziario (art. 107, «I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni»); l´obbligatorietà dell´azione penale (art. 112 ««Il pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale»); la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm (art. 109, «L´autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria»).
Soltanto un effetto autoinibitorio può impedire di udire, nelle "novità" di Berlusconi, una vibrazione conosciuta e cupissima. Anche a rischio di indispettire il suo alleato decisivo (Bossi), il mago di Arcore rimuove ? per il momento ? il federalismo dalle priorità del 2009 per rilanciare il castigo delle toghe e la nascita della repubblica presidenziale. Sarà un gaffeur o un arrogante, sarà per ingenuità o per superbia, Berlusconi propone la necessità di una riforma costituzionale con le stesse parole ? e per le stesse ragioni ? di Licio Gelli. Se non lo si ricorda, davvero «le memorie deperiscono e i fatti fluttuano», come ripete nel deserto Franco Cordero. Appena il 4 dicembre il «maestro venerabile» della P2, intervistato da Klaus Davi, ha detto: «Nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca». Berlusconi, 20 dicembre: «Sono convinto che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare al migliore risultato per il governo del paese. L´architettura attuale non permette di prendere decisioni tempestive e non dà poteri al premier».
Fa venire freddo alle ossa il farfuglio dell´opposizione di fronte a questo funesto programma da realizzare presto (si annotano soltanto parole che dicono d´altro). E´ un silenzio che lascia temere o lo stato confusionale di opposizioni ormai assuefatte al peggio o un´altra letale tentazione di quella commedia bicamerale che, senza sfiorare il conflitto di interessi, concesse al mago di Arcore l´impero mediatico e, in nome del primato della politica sulla giustizia, la vendetta sulla magistratura. Dio non voglia che, con il prepotente ritorno al proscenio di qualche campione di quel tempo, la stagione si rinnovi. In una giornata di sconcerto, sono così un balsamo le parole di Giuseppe Dossetti, padre della Costituzione e dello Stato poi fattosi monaco (le ha ricordate ieri Filippo Ceccarelli). Vale la pena tornarci ancora su.
In memoria del suo grande amico Giuseppe Lazzati, e in coincidenza della prima vittoria delle destre, Dossetti pronuncia un discorso famoso. Il titolo lo ricava da un salmo di Isaia (21,11) «Sentinella, quanto resta della notte?». In quei giorni del 1994, egli vede affiorare un male diagnosticato con molti anni di anticipo: la supremazia di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce a diritto commerciale (il primato del contratto, l´eclissi del patto di fedeltà); il dissolversi di ogni legame comunitario, mascherato dietro l´appello al "federalismo" (il "politico" diventa pura contrattazione economica); il rifiuto esplicito di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune (la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole sino alla riduzione al singolo individuo). Non si può sperare, dice Dossetti e parla ai cattolici, che si possa uscire dalla «nostra notte» «rinunziando a un giudizio severo nei confronti dell´attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (la politica familiare, la politica scolastica)».
Dossetti non nega la necessità di cambiamenti. Elenca: riforma della pubblica amministrazione; contrasto alle degenerazioni dello Stato sociale; lotta alla criminalità organizzata; valorizzazione della piccola e media imprenditoria; riforma del bicameralismo; promozione delle autonomie locali. Teme però riforme costituzionali ispirate da uno «spirito di sopraffazione e di rapina». «C´è ? avverte ? una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Questa soglia sarebbe oltrepassata da ogni modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dalla Costituzione. E così va pure ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell´equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per l´avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell´esecutivo ai danni del legislativo ancorché fosse realizzato attraverso referendum che potrebbero trasformarsi in forma di plebiscito». I referendum, segnati da «una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore», possono trasformarsi infatti «da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale che appunto dà luogo a una forma non più referendaria ma plebiscitaria». Il "padre costituente" denuncia senza sofismi quel che vede dietro la «trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica». Vede la nascita, «attraverso la manipolazione mediatica dell´opinione», di «un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea». Dossetti chiede allora ai cristiani di «riconoscere la notte per notte» e di opporre «un rifiuto cristiano» ritenendo che «non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa».
Nessuna trattativa. Per trovare queste parole che aiutano a sperare ancora in una via diurna, si deve ricordare Dossetti. Dove sono le "sentinelle" a cui si può chiedere oggi: «Quanto resta della notte»?
Ormai la tendenza degli italiani è piuttosto chiara: se domani si tornasse a votare, l’unico partito che potrebbe sfidare il Popolo della Libertà di Berlusconi è il partito del non voto. È già oggi così in Piemonte, dove un recente sondaggio di «Contacta» per La Stampa ha rivelato che astensionisti e indecisi sono più numerosi di quanti intendono votare Pdl.
E’ già così in Abruzzo dove le elezioni regionali hanno consegnato poco meno di 300 mila voti al candidato del centro-destra, mentre gli astensionisti sono stati quasi 600 mila.
Se queste tendenze dell’opinione pubblica dovessero consolidarsi, e l’offerta politica dovesse restare quella di oggi, nel giro di breve tempo potremmo assistere a uno scenario surreale: un partito maggioritario ma privo di rappresentanza parlamentare, costituito dagli italiani che non scelgono alcun partito; un partito sistematicamente vincente, il Pdl, che però rappresenta meno del 30% degli italiani; un partito sistematicamente perdente, il Pd, che rappresenta a stento il 20% degli italiani; e infine un branco di partiti inseguitori o concorrenti, nessuno dei quali capace di rappresentare più del 10% dell’elettorato.
Quando ci si domanda perché stiamo arrivando a questo punto, la risposta che ascoltiamo più di frequente è che gli italiani hanno ormai perso ogni fiducia nel ceto politico e sono disgustati dal periodico riemergere della questione morale. Soprattutto a sinistra, si tende ad autoflagellarsi, e si imputa a Veltroni di non aver saputo garantire quel rinnovamento che con tanta enfasi era stato promesso. Tutto vero e tutto giusto, naturalmente. Però, se vogliamo capire quel che sta succedendo, forse è il caso di osservare più da vicino la dinamica elettorale recente. Il crollo dei consensi a sinistra non è avvenuto adesso, con la sconfitta in Abruzzo, ma otto mesi fa, con le elezioni politiche di aprile. È lì che il messaggio del centro-sinistra ha fatto cilecca, anche se non è facile stabilire perché (eccessiva continuità con Prodi? Candidature calate dall’alto? Troppi inquisiti nelle liste?). La controprova è che domenica scorsa, in Abruzzo, la sinistra nel suo insieme è andata avanti rispetto al livello delle politiche di aprile (come percentuale di voti validi), e questo nonostante l’arresto del governatore uscente Del Turco (targato Pd) e l’esplodere di ogni sorta di scandali in regioni governate dalla sinistra come la Toscana, la Campania, la Calabria.
Più che punire la sinistra, il voto abruzzese sembra avere punito il partito di Veltroni e premiato tutte le liste satelliti, dall’Italia dei Valori all’estrema sinistra, cresciute non solo rispetto alle Politiche del 2008 ma anche rispetto alle Regionali del 2005. Corrispondentemente, il peso del Pd sull’insieme della sinistra è sceso sotto il 42%, contro il 73% delle Politiche (2008) e il 62% delle Regionali (2005). L’impressione di una avanzata della destra, dunque, è frutto di un’illusione prospettica, dovuta al fatto che si guarda solo alla variazione 2005-2008 (Regionali su Regionali), senza riflettere sul crollo del numero assoluto di consensi avvenuto fra aprile e dicembre di quest’anno, ma soprattutto sul fatto che tale crollo è stato ancora più drammatico a destra che a sinistra, nonostante gli ultimi scandali abbiano colpito quasi esclusivamente la sinistra.
In breve, la mia impressione è che la questione morale, in quanto riemersa soprattutto a carico del Pd, ha per ora l’effetto di occultare una crisi di consenso che riguarda anche la destra. Il ritiro della partecipazione elettorale, annunciato nei sondaggi e già praticato nelle urne, coinvolge infatti sia la destra sia la sinistra, seppure per ragioni diverse.
A sinistra esso è prima di tutto il frutto delle non-scelte di Veltroni, non solo sul terreno etico (poco coraggio sugli inquisiti e sui cattivi amministratori) ma in materie politiche ordinarie come scuola, università, Welfare, federalismo, giustizia, bioetica: il popolo di sinistra è demoralizzato da una direzione che gli appare confusa e perennemente oscillante fra le sirene del dialogo e le tentazioni demagogiche. A destra, invece, il ritiro della partecipazione è il frutto dell’incapacità del governo - ma forse sarebbe meglio dire: della classe dirigente nel suo insieme - di fornire agli italiani le garanzie e le certezze di cui sentono il bisogno. Troppi, in questo drammatico periodo di crisi, sono stati i segnali di improvvisazione e di incertezza: decreti votati in gran fretta e poi modificati, annunci non seguiti da azioni concrete, inviti al dialogo alternati ad attacchi durissimi a sindacato e opposizione, senza parlare dei ripetuti segnali di discordia interni alla maggioranza (Bossi contro Berlusconi), o fra i supremi custodi dell’economia (Tesoro contro Banca d’Italia). Il governo pare non rendersi conto che, in una situazione di gravissima crisi dell’economia, questo stillicidio di provvedimenti, non sostenuti dalla capacità di indicare al Paese una strada, erode innanzitutto il consenso del governo stesso, e che la salute di cui Berlusconi pare godere nei sondaggi sulle intenzioni di voto è drogata dal discredito che l’inconcludente disputa Veltroni-Di Pietro getta su tutta la sinistra.
Vedremo chi si logorerà prima, se gli italiani puniranno di più l’incapacità dell’opposizione di darsi una linea politica o l’incapacità del governo di ridurre l’incertezza dei cittadini. Ma potrebbe anche accadere che, alla lunga, gli italiani finiscano per punire entrambi, ingrossando i ranghi del partito del non voto. In quel caso non è escluso che la transizione verso un «bipolarismo maturo» si interrompa bruscamente e, come quindici anni fa, sulla scena politica irrompano attori radicalmente nuovi, o che perlomeno proveranno a sembrarlo.
Tabacci: "Se il Pd dice no, Silvio tenterà col referendum"
Fabio Martini, La Stampa,
L'allarme di Valerio Onida // Bruno Tabacci, uno dei pochi battitori liberi della politica italiana, sorride amaro: «Berlusconi presidenzialista? Io spero che sia disponibile una certa registrazione televisiva...».
Tabacci, a cosa allude?
«A luglio, in un dibattito televisivo, tutti mi guardarono, come dire ecco il solito prevenuto, quando dissi che se la situazione economica fosse peggiorata, Berlusconi si sarebbe rivolto direttamente agli italiani, proponendo una svolta presidenzialista. Ora ha fatto l’assaggio, ma si possono immaginare i passi successivi. Dirà: cari italiani, vi avevo promesso di farvi diventare più ricchi, non ci riesco perché la Repubblica è mal strutturata. E dunque, vi offro una Camera di 300 deputati e un Senato di 150 senatori, con in più, un presidente eletto dal popolo. Dopodiché, qui parla Tabacci, se l’opposizione si opporrà non garantendo la maggioranza qualificata, Berlusconi proverà la forzatura referendaria. Un vero referendum su di lui. Che gli consenta di arrivare al Quirinale. Con pieni poteri».
Ammesso e non concesso che proprio questo sia il percorso immaginato dal Presidente del Consiglio, riconoscerà che non è delitto proporre una profonda riforma costituzionale?
«Certo che è legittimo, ma sarà consentito combatterla questa ipotesi? Buttarla sul presidenzialismo, è un modo per sfuggire dalle difficoltà dell’azione quotidiana di governo, nella quale Berlusconi mostra di non avere senso strategico. E anziché sporcarsi le mani con questi problemi, lui la butta sui poteri presidenziali».
Berlusconi ha collocato in questa legislatura l’eventuale riforma costituzionale. Perché?
«Perché immagina di poter dare lo sfratto all’attuale Presidente della Repubblica!».
Boom!
«Ma quale boom! L’elezione del prossimo Capo dello Stato è prevista nel 2013, dunque nella prossima legislatura di cui nessuno conosce gli equilibri. Ma con una riforma costituzionale che modificasse prima i poteri del Capo dello Stato, l’attuale Presidente della Repubblica sarebbe costretto a dimettersi».
Lei non dà per scontati troppi passaggi?
«No e le spiego perché. Come prima cosa Berlusconi proverà a fare un accordo sul semipresidenzialismo con una parte dell’opposizione. Veltroni non ha mai fatto mistero di volere il Sindaco d’Italia. Ma se il Pd si sveglierà e capirà di non poter aver sulla coscienza la nascita della “dinastia berlusconiana”, la strada è obbligata: senza una maggioranza parlamentare dei due terzi, la Costituzione prevede il referendum. Se Berlusconi lo vince, l’attuale Capo dello Stato dovrà dimettersi».
Nel centrodestra tutti dicono che presidenzialismo e federalismo vanno a braccetto. Perché no?
«Si capisce la logica: Berlusconi prova uno scambio con la Lega. Nei prossimi mesi approveremo una riforma federalista che è poco più di un manifesto, ma serve a Bossi per sbandierarlo al Nord. E a quel punto Berlusconi punterà ad un presidenzialismo sul modello francese, immaginando di affidare le cure del governo al dottor Letta, che il premier non finisce mai di ringraziare perché svolge già il lavoro che dovrebbe competere a lui».
Perché escludere che il presidenzialismo possa funzionare?
«Non è adatto all’Italia, ma con Berlusconi presidente, il conflitto di interessi finirebbe per esaltarsi. E non sarebbe più una battuta immaginarsi più vicini alla Russia che alle democrazie occidentali».
Improvvisazione al potere
Tito Boeri, la Repubblica,
Un mese fa il governo annunciava, per bocca del ministro del Welfare Sacconi, la proroga al 2009 della detassazione delle ore di lavoro straordinario, una misura volta a incoraggiare orari di lavoro più lunghi (per chi un lavoro ce l´ha e lo avrà anche nel 2009).
I tecnici del ministero del Welfare legittimavano pubblicamente questa scelta perché per "sostenere la crescita e incrementare la produzione occorre lavorare di più". Sabato, nella conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha, invece, proposto di ridurre l´orario di lavoro, portando la settimana lavorativa a 4 giorni. E gli stessi tecnici che avevano fino a qualche settimana fa elogiato la detassazione degli straordinari si sono affrettati a rimarcare (sugli stessi giornali che avevano ospitato i loro interventi precedenti) che queste misure serviranno per "fronteggiare l´emergenza economica e salvaguardare i livelli occupazionali". Intuendo lo smarrimento degli italiani, poniamoci la domanda che molti di loro si saranno posti: aveva ragione il Governo (e i suoi tecnici) un mese fa a incoraggiare il lavoro straordinario o ha ragione il Governo (e i suoi tecnici) a sostenere ora esattamente il contrario, vale a dire, l´orario di lavoro ridotto?
A giudicare dalle esperienze internazionali, la risposta è nessuno dei due. La detassazione degli straordinari era una misura del tutto anacronistica in una fase recessiva, quando si tratta soprattutto di contenere la distruzione di posti di lavoro. I texani amano parlare senza mezzi termini. Il più titolato studioso di domanda di lavoro, Daniel Hamermesh, viene da lì e in un recente incontro all´Isae ha definito la detassazione degli straordinari una misura "demenziale" nell´attuale congiuntura. Il giudizio lapidario non voleva, crediamo, incoraggiare a fare esattamente l´opposto anche perché non sempre l´opposto di una cosa demenziale è una cosa giusta. Eppure il Senatore Francesco Casoli, che sembra abbia ispirato le affermazioni di Berlusconi a favore degli orari ridotti, ha riesumato lo slogan comunista degli anni 90: "lavorare meno, lavorare tutti". Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d´imperio l´orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell´organizzazione del lavoro e del personale. E´ auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell´ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori. Gli strumenti normativi per permettere tutto ciò, dalla Cassa Integrazione Ordinaria ai contratti di solidarietà, esistono già nel nostro paese. Quello che manca, semmai, è la contrattazione decentrata, azienda per azienda. Ma questo è un altro discorso. Non riguarda il Governo, ma le parti sociali.
Berlusconi nel lanciare la sua proposta sugli orari ridotti non ha citato il senatore Casoli, ma Angela Merkel. C´è una cosa che accomuna il nostro governo e quello tedesco. Entrambi stanno facendo molto poco per contrastare la recessione. Invece di stimolare la domanda, il Governo tedesco ha introdotto un sistema di garanzie agli investimenti (soprattutto delle piccole imprese e nell´industria dell´auto). Le garanzie, tuttavia, funzionano solo in fasi espansive, quando c´è una forte domanda di investimenti. Il nostro paese ha addirittura varato misure, almeno sulla carta, di contrazione fiscale. Toglieranno risorse a famiglie e imprese, anziché metterne di più in circolazione. Forse per questo sia in Germania che in Italia chi è al governo preferisce parlare di materie che non sono di sua competenza, come l´orario di lavoro.
"La crisi è nelle mani dei consumatori" ha detto nella stessa conferenza stampa, il nostro Presidente del Consiglio. In verità la durata e l´intensità della crisi è innanzitutto nelle mani del governo. Dovrebbe dare ai cittadini messaggi meno contraddittori se vuole che aumenti la fiducia di famiglie e imprese. Dovrebbe parlare apertamente della crisi, invece di cercare di inventarsi altri terreni di confronto, come Nixon che di fronte all´esplosione dello scandalo Watergate decise nel 1972 di andare in Cina per spostare altrove l´attenzione generale. Non è esorcizzando i problemi e chiedendo ai giornali di parlare d´altro (magari dedicando intere paginate alla band del ministro dell´Interno) che si risolve la crisi. Per questo speriamo che nessuno voglia raccogliere l´invito di Berlusconi a non pubblicare previsioni a tinte fosche, come quelle elaborate dal Centro Studi Confindustria, perché "le profezie negative si autoavverano". Al contrario, è proprio ridurre l´informazione e spargere finto ottimismo che allunga la crisi. Quando l´informazione non è accurata, aumenta solo l´incertezza, e l´incertezza è la peggiore nemica di quegli investimenti che ci porteranno, prima o poi, fuori dalla recessione.
Leggevo stamattina un articolo di un giornale online dal titolo : Veltroni: “ voglio un PD sano” e mi ha colpito, in particolare, uno dei commenti dei lettori che trascrivo testualmente “ Solitamente in un paese democratico un leader di partito dopo una pesante e severa batosta elettorale sia in campo nazionale che locale, rassegna le dimissioni e se ne va a coltivare l'orticello. Da noi questo non avviene anzi il leader plurisconfitto è più pimpante che mai e arringa i suoi e dice di voler condurre la sua armata brancaleone alla vittoria contro l'affarista Berlusconi che con la sua azione governativa porta solo danni e miseria a tutti gli italiani. Non sarebbe meglio che qualche testa pensante del PD proponesse a chi di dovere di gratificare Veltroni con una bella nomina a Presidente di Cinecittà o a Presidente della Festa del cinema a Roma, oppure a sua scelta, se vuole, di essere mandato in Africa. Io credo che non solo il PD ma anche tutta la politica italiana ne sarebbero avvantaggiati.” Dalle prime righe ho immaginato di avere a che fare con il classico cittadino , legittimamente incazzato, con una classe politica inamovibile che , contrariamente al vino, invecchiando non migliora affatto ma che nessuno riesce in alcun modo a far uscire dalla “botte” nella quale si è comodamente insediata . E devo dire che per alcuni secondi , sebbene non completamente d’accordo ho avuto, quasi, un moto di interesse per quanto affermato e per l’immagine del personaggio. Ma è bastato leggere le successive righe per ritornare con i piedi per terra. Ero squallidamente di fronte a quello che io banalmente definisco “fascistello” a cui non pareva vero di poter “inzuppare il pane” nelle grane del PD. E allora, per una volta proviamo a caratterizzare questa tipologia di individuo che scorrazza nel nostro paese in branchi che variano numericamente in diretta proporzione con i successi o gli insuccessi del loro capobranco. Il soggetto che ,con estrema rozzezza, definisco “fascistello” è , in realtà ,ormai noto, anche agli studiosi di psicopatologia , ma riassumerne un breve profilo ( senza pretese scientifiche) crediamo possa giovare a tutti. L’homo arcorianus ( nome scientifico del fascistello medio ) possiede innanzitutto un caratteristica , ovvero la capacità di saper guardare con sguardo trasognato ed intimamente invidioso colui il quale gli si rivolge , a prescindere dal contenuto dei messaggi. Il livello di condivisione dei concetti è il medesimo sia che questi affermi di essere “ costretto a bere l’amaro calice della sua discesa in campo per la salvezza del paese ” sia che affermi di essere costretto dal neo governatore d’Abruzzo a fare altrettanto con “ il Veuve Cliquot dell’87 ” . Dunque , se partiamo dalla incapacità congenita di estrapolare i concetti che gli vengono sottoposti , ne deriva la particolare vocazione a ripetere meccanicamente gli stessi senza alcuna preoccupazione di cadere nel ridicolo. Il commento all’articolo ne è la prova lampante . Secondo l’homo arcorianus siccome Veltroni ha perso in Abruzzo deve smettere di fare politica. Inutile , naturalmente, dire all’Homo arcorianus che se questo concetto vale oggi in una regione, il suo mito sarebbe dovuto scomparire dalla scena politica da almeno dodici anni fa. Il 1996 segna,infatti, la data della prima grande sconfitta alle elezioni politiche del suo vate , da parte di tal Prodi Romano da Bologna , che, per la cronaca, dopo la fine (ingloriosa) del suo ultimo governo , lui si, ha smesso di occuparsi attivamente di politica. A dir il vero si potrebbe ,anche, anticipare di un anno la “messa a riposo” della divinità adorata dall’homo arcorianus. Chi non ricorda ,infatti , la debàcle alle amministrative del 1995 resa ancor più famosa dal signor Fede Emilio che, nel giro di un ora, dovette sostituire tutte le bandierine azzurre che (con grande ottimismo e con i dati tarocchi di Datamedia ) aveva già piazzato sulla carta geografica e sostituirle con altrettante rosse? Ma è inutile far notare all’homo arcorianus che se una regola vale per l’uno la stessa deve valere per l’altro , o che la legge , in democrazia, è uguale per tutti. L’homo arcorianus ti dirà che non è così e aggiungerebbe, magari con un sorriso ( perché anche il suo dio ride sempre) che altrimenti non si spiegherebbe come mai il suo mito ha fatto più “leggi ad personam” che leggi per il paese. Quindi , allorquando un Magistrato , con tanto di prove alla mano , imbastisce un processori si verifica esclusivamente la seguente condizione: il suo idolo è un martire delle toghe rosse . Allo stesso modo (?) se quello svagato di Fassino viene intercettato al cellulare a parlare di banche bisogna , si verifica un’altra condizione : ovvero che Fassino emigri quanto prima nel Ruanda Burundi. E’ normale ,infine ,per il l’homo arcorianus,, di fronte ad ogni argomentazione buttarla in rissa possibilmente cercando argomenti che riguardino la sfera personale dell’avversario . Veltroni ha dichiarato di avere a cuore i problemi del continente africano? Mandiamolo in Africa! Si interessa di cinema? Facciamogli fare il direttore del festival di Roccacannuccia ! Ma quando l’homo arcorianus arriva a queste considerazioni definitive, inconsciamente , denuncia quella che è la concezione più profonda della politica che ha ereditato da parte del suo guru. Ovvero ognuno in politica deve fare ciò che gli interessa di maggiormente . Veltroni l’Africa , il suo capo e suoi discepoli i CAZZI LORO! http://rebus-resistere.blogspot.com/2008/12/psicologia-dellhomo-arcorianus.html
La media credo sia di due su tre.
Ovvero: due ministri dell'Istruzione su tre, appena insediati, avvisano che stanno per varare una riforma. E ogni volta, infallibilmente, si tratta della tanto attesa riforma della scuola gentiliana.
Se ci pensate, è curioso: da almeno 40 anni non esiste più l'Avviamento, e le scuole speciali per portatori di handicap sono quasi del tutto scomparse; insomma, gran parte di quella che era la scuola gentiliana non è più che uno sbiadito ricordo nelle conversazioni coi nonni, eppure no: ogni volta che si annuncia una riforma, dev'essere per forza la prima da Gentile in poi. Ma perché proprio Gentile, perché non Casati (1859) o Carlo Magno (800 dC)? Non si sa; però Gentile era fascista, quindi Gentile=male. Sarà questo. Sarà che ogni ministro forse non fa che riciclare i libri usati del precedente, con gli esercizi già fatti a matita, e quindi ripete le stesse frasi.
La cosa ha dei risvolti perfino comici: per esempio in questi giorni i tg ci hanno avvertito che gli istituti magistrali cambieranno nome e si chiameranno Licei Umani (o delle Scienze Umane). Al di là di ogni discussione sul nome (io pensavo che gli umani fossero i classici, ma sul serio, non importa), chi li frequenta lo sa: gli istituti magistrali non esistono più dai tempi della riforma Berlinguer: ora di solito si chiamano licei sociopsicopedagogici. Che non è un bellissimo nome, anzi fa paura ai genitori ("Cos'è quel liceo lì? pedofilo? psicotico? Ma se lo frequenta cinque anni, poi guarisce?"), e quindi si poteva benissimo andare davanti alle telecamere e dire: “cambiamo il nome dei sociopsicopedagogici”. Non ci sarebbe stato niente di male, i nomi brutti si cambiano... Ma no, si torna sempre a Gentile. Per riformarlo, ovviamente. Però si torna a Gentile.
Forse perché (sostiene qualcuno) l'unica vera riforma è rimasta la sua, e quelli successivi sono stati maquillages, a volte nemmeno concretizzati. Io non sono d'accordo: credo che la scuola uscita dagli anni '60-'70 sia profondamente diversa da quella gentiliana, e che negli anni successivi ci sia stato viceversa un ritorno a Gentile. Però è vero che dal ministero partono troppe riforme perché possano diventare tutte operative. Il caso più eclatante è quello della Grande Riforma Moratti.
La Grande Riforma Moratti aboliva la riforma Berlinguer – De Mauro e si presentava come l'unica vera riforma della scuola italiana dai tempi di Gentile; è stata messa a punto dal Ministro Letizia Moratti e da un ampio staff di consulenti; ha coinvolto insegnanti e genitori in lunghissime, estenuanti discussioni, per quasi cinque anni ('01-'06); ha influito anche sull'editoria scolastica, che ha iniziato a sfornare e a vendere ai genitori le “Schede per il portfolio”; e al termine di tutto questo non è mai stata applicata. Sul serio, agli studenti non è arrivato quasi niente, se non il nervosismo dei prof. reduci da qualche riunione noiosa o inutilmente infiammata. Uno spreco di risorse paragonabile a quello di una grande opera – ma quelli almeno lasciano qualche traccia all'orizzonte, colonne di cemento che ricordano al viandante la superbia dei mortali. La Moratti no, ha succhiato risorse per cinque anni e non ci ha lasciato niente: solo un po' di “Schede per il portfolio” a muffire negli armadi delle scuole e nelle librerie private degli studenti. Certo, non è colpa sua se il governo successivo ha bloccato tutto.
Ma un po' sì. In un regime di alternanza, se t'interessa veramente riformare qualcosa sai di avere bisogno di un consenso trasversale, altrimenti rischi di lavorare cinque anni e non concluder nulla. Viceversa la Moratti si comportò come se fosse stata insediata in un consiglio d'amministrazione senza termini di mandato. Quando capì che un po' di consenso tra gli insegnanti le poteva essere utile, convocò una grande assemblea e la chiamò “Gli Stati Generali della Scuola”. Ogni volta che ci ripenso rischio di non crederci. Gli Stati Generali. Tra tutte i nomi di assemblea di cui si legge nei libri di Storia, il Ministro dell'Istruzione doveva scegliere proprio quella meno democratica; quella dove i rappresentanti del 90% della popolazione contavano meno dei nobili e dei preti; quella che è finita così male (o bene, secondo i punti di vista). Ma insomma, convocare degli Stati Generali nel 2002 era un po' come chiedere agli insegnanti di fare la Rivoluzione.
Gli insegnanti non l'hanno fatta. I più generosi ed energici si sono impelagati in lunghissime discussioni su come avrebbe funzionato il benedetto portfolio; i più furbetti hanno aspettato che il fuoco di circolari si spegnesse da solo. Ci sono cose che appena nate già portano scritto “incompiuto” in copertina: i romanzi di Gadda, le Grandi Riforme della Scuola. Una delle prime volte che alzai la mano in un consiglio di insegnanti fu per invitare tutte alla tranquillità, che non valeva la pena di preoccuparsi troppo: tanto eravamo sotto elezioni, e o le vinceva Prodi (e la riforma andava al macero), o le vinceva di nuovo Berlusconi, ma in quel caso sarebbe passata anche la legge sul federalismo, le competenze in materia scolastica sarebbero finite alla regione Emilia-Romagna, e a macerare la Moratti ci avrebbero pensato a Bologna. Mi accusarono di fare politica; io tacqui per sempre, come conviene al buon supplente, e le lasciai scannarsi sul portfolio per altre ore. Ed è una fortuna, fidatevi, che noi insegnanti non fatturiamo le ore di riunione (noi no: i consulenti della Moratti sì).
Prodi ha vinto e all'Istruzione è arrivato Fioroni, che non solo ha immediatamente cassato la Grande Riforma Moratti, ma ha anche annunciato, udite udite, che non ne avrebbe fatta una: in dieci anni, il primo ministro non riformatore! Molti insegnanti gli vogliono ancora bene semplicemente per questo. Ma forse sapeva anche lui che non sarebbe durato – altri però al suo posto si sarebbero ugualmente avventurati in pericolose modifiche strutturali: lui no, e di questo occorre dargli atto. In ogni caso dopo due anni è tornato il centrodestra. Però, attenzione, qualcosa è cambiato.
Non so se ve ne siate accorti, perché forse è più facile accorgersene a scuola che altrove, ma Berlusconi III è molto diverso da Berl II. Lasciando stare i nomi dei partiti, gli organigrammi, veniamo alle cose che in concreto un governo fa. Fioroni ha sospeso la Grande Riforma, è vero, ma non ha mica distrutto tutte le sue copie in un rogo liberatore; senz'altro da qualche parte al Ministero è possibile consultarla. E quindi il giovane ministro Gelmini, di cui tutti temevano l'inesperienza, in teoria si ritrovava insediata coi compiti già fatti: una Grande Riforma completa e mai usata. Ma si è guardata bene dal riprenderla in mano.
E questo è notevole. Attraverso la Gelmini, Berlusconi III sta sconfessando quasi tutto ciò che la Moratti combinò in cinque anni di istruzione. Le sue proposte forse non saranno sbagliate, ma non sono nemmeno più interessanti. Si riparte da Gentile, ovviamente contro Gentile, e della Moratti non si parla nemmeno più. Come non si parla più di ponti sullo stretto o di modifiche all'articolo 18. Quello era un altro Berlusconi, un altro Tremonti.
Però alla fine una riforma c'è. Non è più la Grande Moratti, sarà la Piccola Maria Stella, ma c'è. Io in effetti è di quella che volevo parlare, ma mi sono un po' perso per strada. Chiedo scusa, sarà per la prossima volta.http://leonardo.blogspot.com/
Dichiarazioni e rassegna stampa
Pd/ Monaco: E' partito surreale, altro che partito vero
Apcom -
Veltroni e D'Alema, se le dicono e cantano il giorno prima e dopo
Roma, . (Apcom) - Il Partito democratico è "un partito surreale": parola dell'ulivista Franco Monaco. "Altro che partito vero - dice in una nota - il Pd è partito surreale. Votano un documento unitario e, il giorno dopo, a distanza, Veltroni e D'Alema, riprendono a cantare opposte canzoni su amalgama, primarie, correntismo. Se le cantano il giorno prima e il giorno dopo - prosegue - ma il giorno giusto, nella sede appropriata, fanno finta di essere d'accordo. Di più: tutti a dire che Veltroni non è un problema e, sempre il giorno dopo, Bersani si dice pronto a prenderne il posto più in là. Sì, Bersani - osserva Monaco - il solo che avrebbe potuto fare delle primarie Pd non un rito plebiscitario ma una competizione vera per un partito vero (visto che il partito leggero non gli piace), ma che si ritirò su ordine della vecchia 'ditta'-Ds. E questi predicano un partito vero. Naturalmente sempre rinviato a domani. Ma ci sarà ancora il Pd?", conclude polemicamente Monaco.
Nel settembre scorso l'accordo tra la Serbia e la Fiat. Grandi speranze per rilanciare la Zastava. Ora la crisi economica globale, che sta colpendo fortemente il settore dell'auto, rischia di rimettere tutto in discussione
La grande aspettativa, che tra i lavoratori della Zastava di Kragujevac era stata suscitata dall’annunciato ritorno del loro più importante partner strategico, l’italiana Fiat, si è completamente smorzata. Le prospettive di sviluppo della industria automobilistica serba, fortemente sostenute dai politici locali, sono ora molto più incerte. Dagli stabilimenti di Torino infatti è arrivata la notizia che circa 48.000 lavoratori sono stati mandati in cassa integrazione per un mese.
La crisi economica ha fortemente colpito le case automobilistiche di tutto il mondo, e non poteva arrivare in un momento peggiore per i lavoratori di Kragujevac. A novembre è stata infatti fermata la produzione delle automobili Zastava, mentre la nuova azienda, “Fiat automobili Serbia”, non è ancora partita. L’unica cosa certa è che 1.269 lavoratori della Zastava automobili (su un totale di circa 3.800) che hanno accettato il programma sociale del governo da questi giorni inizieranno a ricevere denaro garantito per questo scopo dal bilancio della Serbia (complessivamente si tratta di circa 450 milioni di dinari). Ma cosa sarà degli altri lavoratori?
Secondo l’accordo tra il governo serbo e la Fiat nella nuova compagnia dovrebbero essere impiegati 2.433 lavoratori entro la fine del 2011, dei quali i primi mille avrebbero dovuto iniziare a lavorare già nel dicembre 2008. L’accordo prevede che i lavoratori della Zastava che non accettano il programma sociale, e che non verranno assunti dalla nuova fabbrica, riceveranno ugualmente il loro stipendio per tutto il 2009, anche se non lavoreranno. Questi, richiamandosi al Protocollo sull’aiuto all’impiego, firmato ieri tra il sindacato della Zastava e i rappresentati della città di Kragujevac, avranno la precedenza sugli altri disoccupati quando presenteranno la richiesta di lavoro nelle piccole e medie aziende che dovrebbero nascere come indotto della presenza della Fiat. Secondo le prime stime, di questa forma di aiuto beneficeranno in particolare i quadri della Zastava in possesso di un’alta formazione.
Promesse e paure
Già adesso è evidente che per quest’anno a Kragujevac, come era stato invece promesso, non si creeranno nuovi posti di lavoro. Il 18 dicembre il segretario del ministero dell’Economia e dello Sviluppo regionale, Nebojša Ćirić, ha però annunciato che dai colloqui tra i rappresentanti della Fiat (guidati dal presidente del Consiglio di amministrazione della neoformata azienda mista Giovanni de Filippis) e i rappresentanti dei sindacati è emerso che entro la fine dell’anno sarà nota l’organizzazione della struttura della nuova azienda e che alla metà di gennaio verrà avviata la selezione dei primi 1000 lavoratori.
Secondo Ćirić inoltre la Fiat è seriamente impegnata in questo progetto e il contratto tra il complesso automobilistico italiano e lo stato serbo non sarà minacciato dalla crisi economica mondiale. Le nuove circostanze del mercato mondiale, aggiunge Ćirić, hanno portato in primo piano le automobili economiche e a basso consumo, proprio quelle che dovrebbero essere prodotte a Kraguejvac a partire dal 2010. Pertanto la Fiat pensa già di allargare la produzione di questi piccoli veicoli nel suo stabilimento della Polonia, e, come afferma il rappresentante del ministero dell'Economia, esiste la possibilità che in Serbia vengano prodotti determinati componenti per questi veicoli, ed anche i motori.
Il presidente del Sindacato indipendente della Zastava, Zoran Mihajlović ha però espresso ai giornalisti il timore che la Fiat non sarà in grado di rispettare gli impegni assunti con l’accordo, in particolare quello di pagare entro marzo 2009 tutti i 200 milioni di euro di investimento di base nell’azienda comune. Mihajlović è particolarmente preoccupato dalla dichiarazione del presidente del gruppo Fiat, Sergio Marchionne, secondo il quale la sua compagnia deve trovare un forte “partner strategico” per poter superare la crisi mondiale del settore automobilistico, e che il 2009