È una vocazione irresponsabile quella che spinge Veltroni e Berlusconi a blindare il voto europeo con una soglia di sbarramento tagliata su misura di reciproca convenienza, appena pochi mesi prima delle urne. Perché questa leggina ad personam (ma più esattamente “ad duas tantum personas”) confermerà nell’elettorato la convinzione che le regole del voto siano determinate solo e unicamente dalle mutevoli convenienze del momento. Oggi quelle convenienze impongono la soglia del quattro per cento, prima delle elezioni del 2006 l’orrido Porcellum fu varato per altre esigenze ma con lo stesso metodo frettoloso e opportunistico, domani saranno forse altri i bisogni da soddisfare per portare un altro colpo alla dignità del voto popolare.
A fare le spese di questa disinvolta gestione delle regole del gioco non saranno solo i piccoli partiti, spinti definitivamente fuori dalla rappresentanza parlamentare anche a Strasburgo dove pure non esiste alcun imperativo di governabilità, ma la stessa possibilità di una qualsiasi innovazione dell’offerta politica. Che da domani dovrà percorrere una via non elettorale per provare ad imporsi all’attenzione del pubblico, diversamente da quanto è stato concesso ormai molti anni fa persino alla Lega dell’allora senatore unico e rivoluzionario Umberto Bossi.
È un’irresponsabilità condivisa dai due poli, con Berlusconi che fa un altro passo verso il traguardo del partito unitario del centrodestra, ma che appare particolarmente utile al Partito Democratico. O meglio, utile all’equilibrio di potere che mantiene in vita il Partito Democratico così come esso è concretamente percepito dagli italiani. E dunque alla leadership traballante di Veltroni, con la sua corte di colonnelli e generali tutti mugugnanti ma tutti privi di autentiche alternative. Perché possiamo anche apprezzare il gesto retorico di Dario Franceschini (che intervistato da Stefano Cappellini ha sostenuto che “la riforma serve al paese e ai nostri figli”) ma è evidente anche ai suoi più tenaci sostenitori che la toppa dello sbarramento europeo non porterà alcun giovamento né al paese né tantomeno ai nostri figli.
Rimane da vedere se il Veltronellum sarà utile almeno a Veltroni, che accantona una volta per tutte l’ambizione di qualificare politicamente la propria leadership per abbracciare la strategia degli espedienti come metodo di sopravvivenza. In questo caso l’espediente è una nuova scommessa sul voto utile, che lo scorso aprile non bastò a garantirgli la vittoria e che il prossimo giugno confida di vedere resuscitato in condizioni generali assai meno favorevoli. Perché nel frattempo la sinistra radicale non ha smesso di frantumarsi ma l’effetto novità del PD ha fatto la fine che conosciamo, con il rischio che alle europee una parte decisiva dell’elettorato faccia scattare una sorta di operazione “salviamo il panda”. Con tanti saluti alla soglia del trenta per cento, che pure rappresenterebbe una ben misera linea di galleggiamento per questo PD.
È dunque una scommessa avventurosa quella di Veltroni. Avventurosa e senza neanche la nobiltà residua della “vocazione maggioritaria”, che tale non è mai stata perché fin dall’inizio sostenuta dall’alleanza con Di Pietro. Oggi questo sbarramento artificioso non sarà compreso dal paese e verrà letto come un tentativo di uccidere nella culla qualsiasi tentativo di discutere alla luce del sole la missione del PD. Ma il surreale spirito bipartisan da cui è animato produrrà qualche ricompensa per entrambi i contraenti. Certamente non saranno quelle riforme condivise che l’incedere della crisi rende sempre più urgenti, ma forse qualcosa di più vicino alle sensibilità di Veltroni. Ad esempio la Rai, dove c’è da scommettere che il pantano nel quale il suo PD si è cacciato con i propri piedi sarà magicamente dissolto nel giro di pochi giorni.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/
Corrida dei ministri, paghiamo noi:
ci trattano da schiavi e da idioti
Le catene al collo con la destra
Sardegna ri-colonizzata da Roma
di Giorgio Melis
La carica dei ministri, come una mandria scatenata. È vera violenza istituzionale e govrnativa, mai vista in nessuna parte d'Italia. Mancano le truppe d'assalto e siamo al completo. La Sardegna assaltata e stretta d'assedio come mai si è visto in mezzo secolo. Ci trattano da colonia elettorale e da schiavi che devono anche pagare le loro spese per sostenere il prestanome di Berlusconi. Il premier ha dato fondo ai mezzi e alle prerogative di capo del governo nelle trasferte in Sardegna, con grande scialo di aerei di Stato, autoblu a cascata, elicotteri, decine-centinaia di uomini e tutti i tg mobilitati per lui: il tutto pagato dai contribuenti italiani, dunque anche dai sardi. Oggi il Cavaliere non sarà a Oristano: ufficialmente per indisposizione, forse solo diplomatica: l'eccesso di presenzialismo è già diventato un boomerang, umiliante per Cappellacci che mostra un'insensibilità incredibile.
Ma la sfrontatezza si estende a tutto il governo, con parata incessante di ministri che arrivano a spese nostre e usano del loro ruolo nazionale per interferire nella campagna elettorale che dovrebbe riguardare solo i sardi. I vertici dell'impudenza più arrogante e offensiva li ha raggiunti il ministro leghista Zaia. Attraverso il Corpo Forestale dello Stato ha chiesto alla Forestale regionale quattro auto per due giorni, specificando che servivano a lui e al suo seguito per partecipare al tour elettorale di Cappellacci dopo l'arrivo in Sardegna con un aereo militare. Il tutto specificato nella nota ufficiale trasmessa da Roma.
Avete capito bene, benché incredibile. Mentre Soru, presidente uscente della Regione, deve spendere di tasca propria e usare la sua auto privata, ministri come Zaia vogliono le macchine di servizio della nostra Forestale per fare la campagna elettorale al suo concorrente nominale: ovvero i mezzi e i soldi dei sardi per Cappellacci contro Soru. Un delirio di abusi, scostumatezza e indecenza. Nel caso più eclatante, arriva da un ministro della lega, sedicenti moralizzatrice contro Roma ladrone e mentre il suo ministro si comportano come ladrone sicuro in terra d'altri.
Il vicepresidente Mannoni ha rintuzzato con forza la pretesa davvero inaudita mentre diventa assordante il silenzio della destra e soprattutto del sedicente candidato issato sulle spalle di Berlusconi e di tutto il governo. Cappellacci non si vergogna di sé e della miserabile, abusiva mobilitazione scatenata per imporlo ai sardi. Lo stesso personaggio che scappa come un coniglio impaurito davanti al confronto pubblico con Soru e ha la faccia di bronzo di motivarlo con un offensivo “non m'interessa!” verso gli elettori. Ora tutti hanno capito, anche gli elettori di destra, cosa significherebbe affidare la Regione più che a Cappellacci a tutto il coté che lo spintona vergognosamente per imporlo ai sardi. Rimettere le catene al collo dei sardi, promuovere la ricolonizzazione della Sardegna, consegnarla a una nuova servitù vigilata dagli ascari indigeni.
La faccenda più grave e intollerabile è in questo continuo rilancio di impegni, annunci, promesse mirabolanti: piano Marshall, rilanci industriali, miracolosi bonus per creare 40 mila posti di lavoro. È insultante. Il Governo non ha un euro per fronteggiare la crisi economica e manca soprattutto di capacità. È in guerra con Regioni e Comuni ai quali sta scippando i fondi del patto di stabilità, è incalzato da Confindustria che denuncia un collasso drammatico dell'occupazione perché la crisi era in atto dall'autunno, quando Berlusconi e Tremonti dicevano: tranquilli, l'economia reale non sarà toccata. Ma ora, in questa patetica corrida di ministri, si viene a dire ai sardi che la loro terra diventerà l'unica Bengodi d'Italia grazie agli interventi elettorali. Con quali soldi? Ma come si permettono di prenderci per i fondelli in modo tanto sgangherato? Fanno il paio col candidato-fantoccio che, smascherato sul bonus da 5 mila euro (la misura è già in atto ed è da 12 mila euro per disoccupato, cofinziati da Stato e Regione), ora se lo vende quintuplicato. Parla di bonus da 25 mila euro, ovvero moltiplicando per cinque anni la sua risibile “invenzione” iniziale, che ha lasciato interdetti perfino i dirigenti di Confartigianato. Insomma, continua a dare i numeri in libertà. Non ci si può aspettare altro dall'assssore al bilancio che nei dieci mesi della Giunta Masala fece impennare il debito della Regione di un miliardo e 300 milioni di euro. Ridicolo a chiacchiare, pericolosissimo nei fatti.http://www.altravoce.net/2009/01/31/carica.html
"Avviamo una vera industria dei beni culturali e chiudiamo i poligoni militari: sono i più grandi d'Europa. Renato Soru incontra le coop e replica a La Russa"
- L'UNIONE SARDA
Prima il mondo dello sport, poi le coop e gli artigiani. Renato Soru trascura per un giorno i piccoli e grandi paesi dell'Isola e si dedica ad appuntamenti di settore . In una pausa, però, si ferma per parlare di servitù militari: "La Sardegna ha già dato, ora chiudano i poligoni di Teulada e Capo Frasca", dice nel giorno della visita a Cagliari del ministro della Difesa Ignazio La Russa.
LE ASSOCIAZIONI I rappresentanti del Coni e delle diverse federazioni riconoscono che "mai la Regione ci era stata così vicina". Nel doppio incontro con Legacoop (a Selargius) e Confcooperative (a Dolianova) emergono invece diversi problemi, tra cui la gestione dei beni culturali: il governatore pensa a un'agenzia regionale che raccolga il patrimonio artistico e archeologico dell'Isola "per avviare una vera industria dei beni culturali". Più articolato il confronto con la Cna. Il segretario Francesco Porcu chiede alla prossima Giunta, tra le altre cose, "l'approvazione con urgenza della legge di bilancio e un piano straordinario di 200 milioni di euro per mettere in sicurezza le scuole sarde". Qualche stoccata da Raffaele Camedda: "Le auguro di rivincere", dice al candidato, "ma sarà più attento ai consorzi di imprese sarde? Quelli creati per il G8 sono stati penalizzati". Secondo Soru, molte delle risposte attese dagli artigiani sono già contenute nella proposta di Finanziaria per il 2009 elaborata nei mesi scorsi. Ed ecco l'impegno in caso di rielezione: ""La prossima manovra dovrà essere approvata dalla Giunta nella prima settimana di lavoro, e dal Consiglio entro un mese dal suo insediamento". In effetti, il leader del centrosinistra parla a tratti come se fosse quasi certo di restare presidente. Sui trasporti, per esempio, promette che "il problema Tirrenia presto sarà risolto". E ricordando gli investimenti in infrastrutture degli ultimi cinque anni, preannuncia nuovi interventi che daranno lavoro alle imprese.
SERVITÙ Molte aree militari sono state riconquistate dalla Sardegna, ricorda Soru in una conferenza stampa, ma ora "resta la cosa che più ci interessa: che chiudano i poligoni". Subito Capo Frasca, e anche Capo Teulada che, insieme a Perdasdefogu, "è il poligono più grande d'Europa". Il presidente rigetta "le strane statistiche del ministro La Russa: da noi si spara il 70 per cento del materiale sparato in Italia per addestramento. Ora si smetta di bombardare questa terra, i sardi hanno già dato". In tutta Italia, prosegue, ci sono 40mila ettari di demanio militare: "Ben 24mila di questi sono nell'Isola. E in certe zone l'estensione delle servitù assume i contorni di un vero e proprio dominio militare".
LA QUERELA Soru parla anche del rinvio a giudizio per diffamazione di sei big del centrodestra (Mauro Pili, Giorgio Oppi, Giorgio La Spisa, Nello Cappai, Mario Diana e Pasquale Onida), che nel 2004 lo avevano accusato di abusi edilizi nella sua villa al mare. "È sleale, aveva promesso di ritirare la querela", protesta La Spisa. "Curioso che lo sleale sia io e non chi mi ha infangato", replica Soru, "però in parte ha ragione: volevo ritirare la querela ma mi è sfuggito. Lo farò adesso". Perché era una promessa al Consiglio: "Quindi la ritirerò solo per i consiglieri". Nel 2004 i sei erano tutti consiglieri; oggi Pili e Oppi sono deputati, Onida presidente della Provincia di Oristano.
LA POLEMICA In serata, scontro tra il vicepresidente della Giunta, Carlo Mannoni, e il ministro dell'Agricoltura Luca Zaia, che sarà in Sardegna il 2 febbraio: "Ha chiesto alla Regione tre auto della Forestale più un'auto staffetta - attacca Mannoni - per un tour elettorale con Cappellacci. Gli suggerisco il taxi". "Mannoni sa che avrò importanti appuntamenti istituzionali", ribatte il ministro: come la visita ad Arborea "dove importanti esponenti del centrosinistra si erano offerti di accompagnarmi".http://www.renatosoru.it/j/x/83?s=4&v=9&c=366&id=6678&va=x
All’appello degli ergastolani che dovrebbero marcire nelle nostre patrie galere manca anche Delfo Zorzi, ma il Giappone si è sempre rifiutato di estradarlo. Quale ritorsione potremmo inventarci contro il Giappone?
Ai leghisti manca soltanto che, dopo l'aeroporto, il loro alleato preferito (il Pdl) porti via anche l'autodromo al famoso Nord da loro così ben rappresentato (vedi anche alle voci: Catania, ponte sullo Stretto, patto di stabilità). E se ne inventano una al giorno, dimenticandosi di essere al governo e di poter intervenire con iniziative ben più serie. L'ultima trovata è strepitosa: cambiare il nome della piazza centrale della città, ora «piazza Roma», in «piazza Brianza». Pare che nella Capitale siano letteralmente terrorizzati, e pronti a rispondere con l'immediata cancellazione di via Monza, a San Giovanni (via la Lega, la chiameranno). Tra l'altro, ai leghisti, è mancato lo spunto: potevano anche chiamarla piazza Autodromo, già che c'erano, almeno ci rimaneva qualcosa. Secondo me, la soluzione per la Lega è semplice: presentare una legge che vieti (una volta per tutte) i Gran premi nei centri storici. Lo hanno già fatto per i kebab, non dovrebbe essere così difficile farlo anche per la Formula 1... http://civati.splinder.com/
Il peggior nemico di una economia di mercato è l’incertezza. Il modo migliore per aiutare un’economia in difficoltà è ridurre il livello di incertezza nel sistema.
Dunque, “sappiamo di avere bisogno di riforme strutturali: il welfare e le pensioni sono da riformare”, dice il ministro dell’economia.
Ma no, non è vero, era uno scherzo: “un cambio delle regole della previdenza non è all’ordine del giorno”, dice il ministro del welfare.
Sardegna: Di Pietro, Berlusconi prega i morti e frega i vivi
CAGLIARI - Di Pietro attacca nuovamente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per le ''promesse fatte e non mantenutè' agli elettori dell'Abruzzo e lancia un monito ai sardi, in vista delle prossime elezioni regionali. ''Berlusconi prega i morti e frega i vivi. Riflettete sardi: evitare di morirè' ha esclamato il leader dell'Italia dei Valori. "In Abruzzo, un mese fa - ha detto Di Pietro - il premier aveva assicurato che il 16 dicembre, al Cipe, avrebbe recuperato risorse per l'autostrada Pescara-Roma. È stato votato dagli abruzzesi, ma lo stesso giorno quei fondi promessi sono stati toltì'. Riguardo poi al mancato confronto fra i due principali candidati alla guida della Regione Sardegna, Di Pietro ha affermato che ''il candidato Berlusconi non vuole accettare la sfida con il candidato Soru". (Agr) http://www.instablog.org/ultime/39771.html
Come ben sanno i pochi affezionati lettori del mio blog, non sono mai stato un grande appassionato delle elezioni primarie: non credo infatti che il problema della democrazia interna di un partito si risolva solo con l’elezione diretta ed allargata alla base dei militanti di un leader.
Anzi, il più delle volte, come si è chiaramente dimostrato anche con le primarie per l’elezione di Veltroni, le primarie sono solo uno strumento per far approvare plebiscitariamente una decisione presa altrove, tra gruppi dirigenti ristretti, e che poi di fondo lascia aperte e amplificate tutte le questioni politiche che quella scelta ristretta comporta (e non è un caso che nelle realtà dove risulta difficle trovare un accordo preventivo le primarie stanno saltando: vedi Firenze!)
Detto questo, anche di fronte alle tante sirene che si sentono attualmente all’interno del PD di Londra per ridurre il diritto di voto solo agli iscritti, io mi schiero assolutamente per le primarie e la consultazione più ampia possibile.
Lo faccio per due ragioni, oltre che perché queste sono le regole che prevede lo statuto del Partito Democratico.
La prima ragione è perché credo che in questo momento, in cui la fiducia e la speranza nel PD stanno drammmaticamente crollano (tanto a Roma quanto a Londra) sia indispensabile dare voce e potere ai nostri elettori e simpatizzanti, indipendentemente dal loro essere iscritti o meno.
Questo partito fatica a partire, e chiudere le porte in faccia a chi ci guarda con interesse (anche se con dubbi e perplessità) non è certo il modo migliore per farlo ripartire.
La seconda ragione è che in questi ultimi mesi, forse direi anche nell’anno abbondante della sua vita, il Partito Democratico londinese non ha certo brillato per il dibattito politico che si è svolto al suo interno. Anzi: ci siamo persi in interminabili discussioni procedurali, in dibattiti sulle rtegole e la democrazia.
L’unico modo per uscirne definitivamente è affrontare una discussione, il più aperta e franca possibile, un confronto nel merito dei problemi che il PD (e il PD a Londra) ha che coinvolga tutti coloro che, tessera o non tessera, si sentono parte di questo partito e vogliono dare il loro contributo.http://lazzaro.wordpress.com/2009/01/30/non-ce-alternativa-alle-primarie/
Accusarono Soru di abusi edilizi: sei Pdl a giudizio
di Paola Medde
Sei esponenti di primo piano nel centrodestra sardo dovranno presentarsi davanti al giudice per l'udienza preliminare, Daniela Amato, il prossimo 13 marzo con l'accusa di aver diffamato a mezzo stampa il dimissionario governatore della Sardegna Renato Soru. Si tratta di sei nomi di spicco nel panorama politico isolano: Mauro Pili, deputato Pdl ed ex presidente della Regione in quota Forza Italia; Giorgio Oppi, ex assessore regionale alla Sanità, oggi a Montecitorio con l'Udc; Giorgio La Spisa, capogruppo di Fi in consiglio regionale nell'ultima legislatura; Pasquale Onida, più volte assessore regionale e oggi presidente della Provincia di Oristano, fondatore del partito Fortza Paris poi confluito nel Pdl; Mario Diana e Nello Cappai, entrambi consiglieri regionali uscenti, il primo nelle file di An, il secondo in quelle dell'Udc.
I sei, nel settembre 2004, avevano pubblicato e diffuso un dossier dal titolo "Pubbliche virtù e vizi privati, il caso Sardegna" in cui si addebitavano a Soru presunti abusi edilizi nella ristrutturazione di una residenza al mare, villa Trois, a Villasimius, sulla costa del cagliaritano. L'allora governatore della Sardegna, secondo l'opuscolo, avrebbe fatto interamente demolire e ricostruire l'abitazione, infrangendo i vincoli urbanistici imposti dalla normativa. E questo sarebbe accaduto proprio all'indomani del varo del piano paesaggistico regionale, salito alla ribalta delle cronache per la sua impronta ecologista e ribattezzato con il nome di "legge salvacoste". Il dossier, presentato in una conferenza stampa e immediatamente rimbalzato sui media, aveva spinto i legali del governatore a rivolgersi all'autorità giudiziaria. Che oggi, secondo la ricostruzione del pm Guido Pani, smonta pezzo per pezzo quell'accusa.
Un'accusa che viene da personaggi già in passato finiti nel mirino della magistratura: Pili, baby sindaco di Iglesias, il più giovane presidente della Sardegna – quello che nel discorso di insediamento era inciampato sulle "undici province sarde", mutuate dal discorso del collega lombardo Formigoni - è stato implicato nell'affaire Fideuram, una truffa ai danni della Regione, con l'accusa di peculato. Giorgio Oppi, pluriassessore alla Sanità a cavallo tra prima e seconda Repubblica, era finito invece tra le maglie di un'inchiesta milanese per una presunta tangente da 750 mila euro.
Come se non bastasse, dopo aver annunciato che la Sardegna sarebbe stata "liberata" e alleggerita dalle servitù militari, il ministro della Difesa Ignazio La Russa visita il poligono interforze di Perdasdefogu e conferma la realizzazione di una pista tattica polifunzionale. «La mia visita mi ha confermato nella decisione di respingere la richiesta di Soru di bloccare la realizzazione di una pista tattica polifunzionale, decisione presa seguendo le indicazioni che mi venivano da un governo di sinistra e da un ministro, che io apprezzo, come Arturo Parisi». La Russa, spiegando di aver voluto controllare di persona dall'elicottero lo stato dei luoghi e incontrare i sindaci dei paesi dell'area del poligono, ha aggiunto «La cosa che più mi ha impressionato - ha detto il ministro - è che i sindaci, uno di destra l'altro di centrosinistra, di Perdasdefogu e di Villaputzu, mi hanno consegnato una lettera congiunta dove lamentano che il poligono rispetto agli anni precedenti abbia una minore presenza di attività e di personale. Mi chiedono addirittura che venga stabilito li un reparto fisso più ampio perchè ci sono le strutture».
Secondo il ministro dunque «la posizione di chi è contrario alla pista, come Soru, è una posizione ideologica, preconcetta, sganciata dalla realtà della volontà dei sardi. Non so perché si insista tanto sulla sardità e poi non si ascoltino i propri concittadini».
Ma l'ex governatore Soru ribadisce: «Il ministro La Russa viene in Sardegna, incontra i militari e due sindaci, e crede di aver ascoltato i sardi. Pensa che i sardi siano rappresentati da un sindaco? I sardi sono rappresentati dal Presidente della Regione, e da anni i sardi e alcuni Presidenti della Regione - Mario Melis tra tutti - combattono per il riequilibrio delle servitù militari». E aggiunge: «Il ministro - insiste il candidato governatore del centrodinistra - pensi a rispettare le leggi e tra queste la legge 898 del '76, che prevede che la presenza delle servitù militari sia compatibile con le necessità della vita civile. A questo fine tutto ciò che concerne le servitù deve essere discusso nel Comitato misto paritetico che è l'istituzione formata da rappresentanti dello Stato e della Regione, deputata a rappresentare gli interessi della Sardegna».
Inoltre riferendosi alle affermazioni di stamane del ministro della Difesa, Soru ha detto che «è vero che abbiamo avuto una importante riduzione del peso delle servitù militari ma - ha spiegato -è quello che abbiamo fatto con l'ex ministro Parisi e che ha portato alla restituzione di vari beni demaniali dismessi e a una vasta area dell'isola di La Maddalena. Questo - ha aggiunto Soru - è accaduto grazie alla cooperazione con il precedente governo».
Qualcosa di straordinario sta accadendo in questi giorni. Per la prima volta la rete e la sua "memoria" rischiano di scalfire seriamente il paludato mondo dell'informazione italiana. Per un giorno e mezzo le pagine web dei commenti di Corriere della Sera e della Repubblica sono state intasate da centinaia e centinaia di messaggi di lettori indignati per il modo con cui era stata seguita dai due quotidiani la manifestazione di piazza Farnese. Solo uno sciocco potrebbe dire che si trattava esclusivamente di sostenitori di Di Pietro decisi ad assediare con le loro proteste le redazioni dei giornali. Certo, tra di loro i dipietristi non mancavano. Ma la verità è un'altra. Anche in Italia esiste ormai un pubblico nuovo che cerca d'informarsi attraverso la rete.
I giornali scrivono che Di Pietro ha attaccato Napolitano dandogli del mafioso? Si va sul web, si rivede il suo intervento. E ci si fa un'opinione.
All'improvviso il re resta nudo. La realtà non è più mediata. È immediata. Ciascuno può giudicare, almeno per quanto riguarda eventi pubblici come questi, se i cronisti hanno riportato fedelmente i fatti, o meno. Se gli opinionisti ragionano sulla realtà o su quella che loro vorrebbero essere la realtà.
Rispetto a questa rivoluzione le classi dirigenti del Paese sembrano vecchie di molti secoli. Del resto proprio i quotidiani ieri ci hanno spiegato che Napolitano aveva deciso di replicare con un comunicato a Di Pietro dopo aver letto i dispacci delle agenzie su quanto stava accadendo in piazza. È stato lì, su un take di agenzia, che lo staff del Presidente ha trovato la prima ricostruzione sbagliata degli avvenimenti (la frase sul «silenzio mafioso» veniva impropriamente accostata ad altre). Ed è stato in quel momento che è scattata la reazione. Un corto circuito mediatico, insomma, facilitato dall'ormai evidente avversione del Quirinale per le voci che cantano fuori dal coro Pd-Pdl, ma pur sempre un corto circuito.
La stampa su tutto questo deve riflettere. I quotidiani sono in crisi, perdono copie ogni giorno, mentre le loro pagine web doppiano ormai come diffusione quelle di carta. Prendere sotto gamba il popolo della rete insomma è pericoloso. Anche perché la pubblicità, vera linfa vitale dei media, è destinata a spostarsi sempre più su internet. E in futuro vicinissimo le vere battaglie per la conquista del mercato si giocheranno lì.
Quello che è accaduto negli Usa, dove Obama ha raccolto attraverso il web milioni e milioni di dollari per la sua campagna elettorale e dove giornali dalla storia centenaria rischiano di chiudere, è un segnale di quanto avverrà da noi. Quello che è successo con gli articoli su piazza Farnese è invece un monito per molti giornalisti che dovrebbero ricominciare a ricordare di avere un solo padrone: il lettore. (Vignetta di Natangelo)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
A Belém, completamente ignorato dalla grande stampa, si svolge il Foro Sociale Mondiale. Andare nel delta del Rio delle Amazzoni, rispetto alla ritualità fondomonetarista incapace di ogni autocritica del Foro Economico Mondiale di Davos, è l’occasione per mettere al centro del dibattito che la salvezza dell’ambiente è anche l’unica maniera possibile di uscire dalla crisi.
Nel Foro Sociale Mondiale temi come il cambiamento climatico, la deforestazione, l’importanza delle fonti rinnovabili, la denuncia degli interessi delle multinazionali petrolifere e minerarie per la distruzione degli ecosistemi naturali e la necessità di salvaguardare questi ultimi sono al centro del dibattito e rappresentano un cambio totale di paradigma rispetto al discorso neoliberale dal quale neanche la crisi economica provocata dal neoliberismo stesso è riuscita a far discostare i potenti della terra.
In tutto ciò l’Amazzonia rappresenta sia una metastasi dell’utilizzo eco-incompatibile dell’ambiente e allo stesso tempo la più grande risorsa per disegnare un altro mondo eco-possibile.
L’Amazzonia è metastasi quando si pensa all’agroindustria che la sta mangiando pezzo a pezzo, distruggendo ogni 5 anni una porzione di foresta grande come l’Italia e che in vent’anni ha triplicato il numero di bovini che insistono sul territorio. “O i bovini o l’umanità” potrebbe essere lo slogan visto che per entrambi non c’è posto nel pianeta. E’ metastasi quando si studia che la deforestazione incide per i quattro quinti delle emissioni di gas serra del Brasile, entrato di gran carriera nella classifica dei più grandi inquinatori del pianeta.
E’ però la risorsa che può salvare il mondo quando si evidenzia che in Amazzonia scorre il 20% dell’acqua dolce del pianeta e che l’Amazzonia stessa assorbe e rigenera 50 volte quanto inquinano gli Stati Uniti in un anno. E’ risorsa quando si pensa alla biodiversità delle 40.000 specie diverse di piante e quasi 10.000 di animali che popolano il suo ecosistema insieme a 18 milioni di persone tra i quali si trovano 160 gruppi indigeni diversi.
La primazia della natura, della cultura e della società dell’Amazzonia, il più grande polmone verde del paese e del pianeta, viene rappresentata nel FSM di Belém in spettacoli, danze e rituali e viene difesa in dibattiti e conferenze.
Ovviamente non tutto è facile neanche nell’analisi e nella ricerca di soluzioni. Tra i guasti denunciati vi sono quelli del settore minerario, quello idroelettrico che ha inondato intere regioni, che soprattutto con la grande centrale idroelettrica di Tucuruí, cambia in peggio l’intero ecosistema. Il problema dell’energia idroelettrica è oggetto di intenso dibattito nel foro. Da una parte viene sostenuto come sia una delle forme di energia rinnovabile tra le meno conflittuali per l’ecosistema, dall’altra soprattutto le comunità indigene denunciano le estese inondazioni dei loro territori ancestrali e i cambiamenti provocati al loro stile di vita. In Brasile, e in Amazzonia, si concentrano alcune delle principali contraddizioni della nostra era. Forse il FSM non basta a risolverle, ma almeno a Belém, ci sono le idee, le risorse umane, le proposte, la buona volontà. A Davos, centinaia di struzzi in giaccia e cravatta mettono la testa sotto la sabbia (salvo pretendere dagli stati valanghe di aiuti) e dichiarano un imperterrito “business as usual”.
di David Smith - «The Guardian» - tradotto da ComeDonChisciotte.org
Secondo un rapporto dell'azienda, Google sta per lanciare un servizio che permetterebbe agli utenti di accedere al loro personal computer da qualunque connessione Internet. Ma i critici avvertono che ciò darebbe al behemoth della rete un controllo senza precedenti sui dati personali degli individui.
Il Google Drive, o "GDrive", potrebbe uccidere il computer da scrivania basato su un potente hard disk. Invece i file personali dell'utente e il sistema operativo potrebbero essere custoditi sui server di Google avendovi accesso tramite Internet.
Secondo il sito Web di notizie tecnologiche TG Daily, che lo descrive come "il prodotto più atteso della storia di Google", il GDrive di cui si è tanto parlato dovrebbe essere lanciato quest'anno. Esso viene visto come un cambio di paradigma, con l'allontanamento dal sistema operativo Windows di Microsoft, che gira all'interno di gran parte dei computer del mondo, in favore del "cloud computing" ["elaborazione a nuvola" N.d.t.], in cui l'elaborazione e la memorizzazione vengono effettuati a migliaia di chilometri in remoti centri dati.
Gli utenti da casa o da lavoro si stanno sempre più rivolgendo a servizi basati sul Web, solitamente gratuiti, che vanno dalle e-mail (come Hotmail e Gmail) alla memorizzazione di foto digitali (come Flickr e Picasa) e a sempre più applicazioni per documenti e fogli dati (come Google Apps). La perdita di un computer portatile o la rottura di un hard disk non mettono a repentaglio i dati perché essi sono regolarmente salvati nella "nuvola" e possono essere consultati tramite Web da qualunque macchina.
Il GDrive seguirà questa logica sino alla sua estrema conclusione spostando i contenuti dell'hard disk dell'utente nei server di Google. Il PC sarà un dispositivo più semplice ed economico che funzionerà come portale verso l'Web, forse tramite un adattamento di Android, il sistema operativo di Google per telefoni cellulari. Gli utenti penseranno al loro computer come a un software piuttosto che a un hardware.
È questa prospettiva che mette in allarme i critici delle ambizioni di Google. Peter Brown, direttore esecutivo della Free Software Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro che difende le libertà di chi utilizza il computer, non ha messo in discussione la convenienza che viene offerta, ma ha detto: "Sarebbe un po' come dire 'siamo in una dittatura, i treni viaggiano in orario'. Ma vi importa che qualcuno possa vedere tutto ciò che avete sul vostro computer? Vi importa che Google può essere in qualunque momento vincolato legalmente a consegnare tutti i vostri dati al governo americano?"
Google si è rifiutata di dare conferme sul GDrive, ma ha riconosciuto l'esistenza di una crescente domanda per il cloud computing. Dave Armstrong, direttore del dipartimento prodotti e marketing della Google Enterprise ha detto: "Vi è una chiara direzione... che allontana dall'idea ' Questo è il mio PC, questo è il mio hard disk' e porta verso ' Questo è il modo in cui interagisco con le informazioni, questo è il modo in cui interagisco con il Web'".
Titolo originale: "Google plans to make PCs history"
WEF di Davos: prove tecniche del nuovo ordine economico globale
di Fulvia Novellino - «Etleboro»
Si era preannunciata come la conferenza per "uscire dalla crisi", ma si sta trasformando in un concilio multilaterale di discussione delle cause e dei reciproci errori compiuti in passato, lanciando le prime idee di riforma strutturale del sistema economico. La 39esima edizione del 2009 del World Economic Forum di Davos , dal titolo "Un progetto post-crisi", vede la partecipazione di 1.400 imprenditori provenienti da 96 paesi, 43 capi di Stato o di governo, 17 ministri delle finanze, i governatori delle 19 banche centrali, così come centinaia di giornalisti.
Una immensa tavola rotonda che ha come protagonisti i grandi veterani delle crisi economiche del passato, e gli illustri assenti della recessione globale del presente.
Mancano i dirigenti dei gruppi bancari che sono scomparsi dopo il terremoto della crisi finanziaria, nonché delle istituzioni finanziarie americane, travolti dagli scandali di Wall Street, dei mutui subprime e della crisi di liquidità.
Cina e Russia presiedono il Forum con le loro lezioni di geopolitica economica, senza nascondersi dinanzi alle domande e agli attacchi più pungenti, forti della consapevolezza del ruolo che avranno qualora vi sarà un nuovo ordine mondiale economico.
Ciò anche in considerazione del fatto che al miracolo della nuova amministrazione americana di Barack Obama non tutti credono, non potendo incidere da sola sul cambiamento strutturale di uno stato di crisi che è diffuso e diramato in ogni settore.
Come osservato da Joseph Stiglitz, economista e docente presso la Columbia University, "non si può fare peggio di quanto già fatto dalle banche. Il problema fondamentale è rappresentato dal fatto che il sistema è sbagliato, e non basta sostituire le persone o predisporre un team di esperti per risolvere il problema". Stiglitz ha senz’altro centrato il problema di fondo, ossia che non si potrà arginare la situazione gettando soldi in un pozzo senza fondo, tutto sarà vano non si avrà una reale presa di coscienza che il sistema economico è cambiato, e in quanto tale ha bisogno di regole basate su diversi presupposti.
È quello che chiede infatti la Cina, che punta il dito contro quei Paesi "che hanno adottato un modello di sviluppo insostenibile caratterizzato da un debole risparmio su un lungo periodo e un forte consumo".
Per il Premier cinese Wen Jiabao, il nuovo ordine economico mondiale passa inevitabilmente per una riforma dei grandi istituti finanziari internazionali e una regolamentazione dei mercati capitali.
Sulla riforma delle regole su cui si basa l’economia, interviene anche Vladimir Putin chiedendo che Europa e Stati Uniti attuino una politica monetaria più aperta ed equilibrata, nel rispetto delle norme internazionali della macroeconomica e della disciplina finanziaria. E a tale proposito spinge per il ritorno ai vecchi principi economici che si basano sull'integrazione regionale delle valute, contro un'economia mondiale troppo dipendente dal dollaro. "Gli operatori occidentali dovrebbero abbandonare l'ideologia del colonialismo nelle relazioni bilaterali - afferma Putin spiegando - il mondo si è globalizzato ed è oggi interdipendente. Se vogliamo mantenere rapporti civili, è necessario formulare i principi fin dall'inizio". Putin chiede dunque una riforma delle norme di emissione della moneta, e così di regolamento degli scambi, che si basi sul concetto di "valore fondamentale" delle attività, "basato sulla capacità di un'impresa di generare valore aggiunto e non su mere considerazioni soggettive", e dunque sull’economia reale. Noi aggiungiamo a tale parole "sull’economia reale di nuova generazione".
Occorre infatti considerare che sta affondando innanzitutto quell'economia reale, che utilizza fonti di energia e tecnologie scoperte agli inizi del secolo, ossia quella siderurgica, petrolifera e automobilistica, ragion per cui occorre introdurre cicli produttivi con energia sostenibile e prodotti innovativi che contribuiscano al progresso economico sostanziale.
Allo stesso modo, sta cambiando anche l’economia immateriale, quella dei servizi, a cominciare da quelli finanziari, sino a quelli dell’informazione e della comunicazione, proprio in relazione all’introduzione di nuove piattaforme cibernetiche. È ormai chiaro che la crisi ha solo consentito la riconfigurazione degli assetti bancari, con concentrazioni e fusioni che hanno racchiuso il potere economico nelle mai di entità private, ma anche di fondi sovrani e Governi , come il caso di Russia e Cina, nonché alcun Paesi arabi: il mercato bancario pian piano si assesterà basandosi su nuove regole, che lo renderanno ancora più inattaccabile con l’introduzione di nuove tecniche per lo scambio di dati ed informazioni.
Una simile dinamica l’avremo nel settore dell’informatica e dell’informazione. Il caso di Microsoft è esemplare in quanto - come per Ford, GM e Crysler - ha costruito il suo monopolio su una tecnologia e una fonte di informazione che ormai è fuori mercato, e l’avvento di nuovi scenari e nuove esigenze decreteranno la sua fine. I software - come per le vecchie auto a benzina - non sono più dei beni indispensabili, in quanto sono perfettamente sostituiti dalla rete, che fornisce tutti gli strumenti richiesti anche attraverso un terminale che usa un unico programma necessario solamente ad accedere al web e a navigare. Microsoft dovrà solo sperare nella possibilità di scalare Yahoo per mettere le mani su un motore di ricerca, ed impedire che una qualsiasi joint-venture tra Google e un produttore di software possa mettere fine all’esistenza del concetto di "sistema operativo" stabilito da Windows.
La comunicazione cibernetica farà scomparire la netta distinzione tra utente e macchina, e così l’utente diventerà automatizzato senza aver più bisogno di interfacce "umane" o di processi lunghi, mentre la macchina non avrà più bisogno dell’intervento umano. Questo sistema necessità dell’abbandono della vecchia energia, delle vecchie regole, delle vecchia mentalità: tutto questo non avverrà senza creare disoccupazione, crisi strutturali, recessioni e guerre. Sarebbe dunque preferibile che i capi di Stato si siedano davvero ad una tavola rotonda e concordino le nuove regole per aiutare il sistema economico a cambiare, senza tanti stravolgimenti.
NEW YORK, - Quando nella notte di martedì 4 Novembre 2008 sono arrivati i risultati che confermavano la vittoria di Obama, milioni di americani si sono lasciati andare a manifestazioni che probabilmente non si erano mai viste nella storia di questo impero malato ma pur sempre grande.
Ero a Chicago ed era dagli anni novanta, quando i Chicago Bulls di Michael Jordan dominavano la NBA, che lì non vedevo scene di simile entusiasmo. Gioivano i suoi sostenitori, bianchi e neri, per i quali il profetico sogno di Martin L. King si era avverato almeno per una notte. Sono caduti nella disperazione tutti coloro che hanno accolto la vittoria di Obama come la fine del sogno bianco americano.
Nella grande e costosissima operazione di marketing in cui consistono le elezioni americane, Obama ha puntato sul famoso slogan “Yes We Can”, che significa anche: “Siamo in grado di attuare i cambiamenti che il paese si aspetta ma non è detto che avremo la forza e la volontà politica di implementarli”. Ma negli Stati Uniti non esiste la cultura del saper leggere tra le righe, e quindi gli elettori hanno conferito a Obama il mandato presidenziale intendendo per “cambiamenti” il ritorno dell’America agli americani onesti. Un mandato che è anche accompagnato da una maggioranza democratica, sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato.
Adesso tutti parlano di evento storico, tutti parlano di rinascita americana, di come la democrazia di questo paese sia capace di rigenerarsi nei suoi momenti più difficili. Ma prima di parlare di cambiamenti bisogna ricordare che la vittoria di Obama è dovuta più a uno spostamento di voti che ad una rivoluzione di consensi. In fin dei conti, ben il 46% dei votanti ha optato per McCain.
Il fattore determinante della vittoria di Obama è stato indubbiamente l’eccellente campagna di sensibilizzazione messa in moto dal partito democratico per portare alle urne sopratutto la gente di colore. Cioè quelli che da sempre sono stati fra i più discriminati e boicottati nell’espletare il loro diritto di voto. Ed è quindi ancora presto per potere affermare se la vittoria di Obama sia un rinnovamento di facciata o un cambiamento di contenuti.
Se ci riallacciamo ai temi della campagna elettorale allora tutti i segnali sono negativi, per quanto sia normale che le campagne elettorali siano il ricettacolo di tutte la bugie che i candidati riescono ad inventarsi.
Nessuna apertura davvero sostanziale verso l’Iran e la Siria, con conseguente impossibilità di risolvere il problema Iraq. Niente fine del vergognoso embargo verso Cuba, ormai condannato da 175 paesi. Ma è verso la Terrasanta che ci sono stati i segnali peggiori. Ad un certo punto della campagna elettorale i due candidati, poco importa la denominazione o la colorazione politica, devono fare un pellegrinaggio obbligato, ossia il discorso davanti all’AIPAC (American Israel Pubblic Affairs Committee). Questa potentissima lobby è in effetti il braccio organizzativo e direttivo dei neocon e dei Likudnik e al cui programma politico militare hanno aderito anche i fondamentalisti cristiani (evangelisti) dalle cui “madrasse” incitano all’odio razziale e chiedono una guerra totale all’Islam.
Anche nel 2008 più di 300 deputati e senatori si sono inginocchiati davanti a 700 esponenti dell’AIPAC. I due candidati Obama e McCain hanno fatto a gara per dimostrare la loro adulazione e completa sottomissione alle parole d’ordine della Israel Lobby.
Ha vinto indubbiamente Obama con la sua dichiarazione di sostegno a Gerusalemme capitale “indivisa” dello stato ebraico. Questa affermazione è di una gravità senza precedenti. Nessun candidato e/o presidente si era mai spinto fin qui. Tutti sanno, inclusi gli israeliani, che questa è una posizione indifendibile oltre che illegale, tanto è vero che lo stesso Dipartimento di Stato statunitense non ha mai pensato di fare il disastroso passo di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Così come la nomina di Rahm Emanuel a “chief of staff” della Casa Bianca è un grande impedimento alla soluzione del conflitto Israelo-Palestinese in termini equi e giusti per le due parti. Rahm Emanuel ha servito nelle forze armate israeliane ed è figlio di un noto membro del famigerato gruppo terroristico ebreo Irgun. Il giornale israeliano «Haaretz» lo ha definito come “il nostro uomo alla Casa Bianca”.
È quindi troppo presto per decifrare il vero significato del motto “Yes We Can”. Forse c’è la volontà politica ma sicuramente non c’è, almeno per ora, la forza politica necessaria a cancellare la più potente ipoteca lobbistica su Washington, la capitale che non per niente è stata definita da Pat Buchanan – pur molto fermo sull’idea che debba esserci un “strong, independent state of Israel“ – con la temeraria iperbole di “jewish infested territory”. E dunque finché l’ipoteca degli oltranzisti filoisraeliani grava su Washington, il problema è destinato a peggiorare, chiunque sia il presidente. http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8634
Mercoledì scorso la Camera ha respinto una mozione (presentata da esponenti del Pd, dell’Idv e dell’Udc) per far dimettere il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, accusato da sei pentiti - come ha scritto “L’espresso” nelle scorse settimane - di fiancheggiare il clan camorrista dei Casalesi.
Nella mozione, di cui il democratico Soro è stato primo firmatario, si ricordano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, l’inchiesta della Procura di Napoli, i presunti patti elettorali tra l’esponente di Forza Italia e i boss di Casal di Principe.
“A prescindere dall’eventuale responsabilità penale dell’onorevole Cosentino, su cui farà piena luce la magistratura”, recitava la mozione, “è evidente come la sua permanenza nelle funzioni di Sottosegretario di Stato leda gravemente non solo il prestigio del Governo italiano, ma anche e soprattutto la dignità del Paese; ragioni di opportunità e di precauzione dovrebbero indurre il Governo ad evitare che una persona sottoposta ad indagini per così gravi delitti, espressivi di una collusione tra politica e sodalizi criminosi, in attesa di dimostrare la sua piena innocenza, possa continuare ad esercitare le proprie funzioni di Governo, peraltro in un ruolo così delicato, concernente tra l’altro la funzionalità del Cipe”.
La mozione impegnava il Governo ad invitare l’onorevole avvocato Nicola Cosentino a rassegnare le dimissioni da Sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze.
La mozione non è passata perché, se la maggioranza di centrodestra ha difeso il sottosegretario, molti esponenti del Partito democratico si sono astenuti, mentre altri hanno preferito uscire dall’aula e non votare.
Tra l’altro, date le molte assenze nelle file del Pdl, se il Pd avesse votato compattamente per la sua mozione questa avrebbe avuto ottime possibilità di passare.
Spicca in modo particolare l’assenza dal voto del segretario del Pd Walter Veltroni, che in un’intervista a L’espresso aveva chiesto le dimissioni di Cosentino.
In 22 erano assenti, altri sette risultavano in missione. Alcuni dei presenti sono addirittura rientrati subito dopo la bocciatura, e hanno ripreso a votare altre risoluzioni.
Nella lista qui sotto - diffusa da Sinistra democratica - i parlamentari Pd, che con il loro voto contrario, la loro astensione o la loro assenza hanno determinato l’esito della votazione.
Hanno votato contro gli onorevoli:
Capano e Sposetti.
Si sono astenuti gli onorevoli:
Bachelet, Cuperlo, Parisi, La Forgia, Bernardini, Madia, Mantini, Maran, Boccia, Capodicasa, Concia, Coscioni, Ferrari, Giachetti, Ginefra, Marini, Mecacci, Recchia, Sarubbi, Schirru, Tempestini, Turco Maurizio, Vannucci, Viola, Zamparutti Zunino.
Non hanno partecipato al voto, nonostante in giornata fossero presenti in aula, gli onorevoli:
Tenaglia (ministro ombra della giustizia), Calearo, Fioroni, Gasbarra, Lanzilotta, Letta Enrico, Morassut ,Bobba, Sereni, Vassallo, Merloni, Boffa, Bonavitacola, Bressa, Bucchino, Carra, Castagnetti, Corsini,Cuomo, D’Antona, De Pasquale, De Torre, Fadda, Ferranti, Fiano, Fiorio, Genovese, Giacomelli, Giovannelli, Gozi, Losacco, Lovelli, Lulli, Marantelli, Margiotta, Mosca, Murer, Narducci, Pedoto, Piccolo, Rosato, Russo, Samperi, Scarpetti, Servodio, Testa, Vaccaro, Vassallo, Vernetti, Vico.Erano assenti gli onorevoli: Veltroni, Bersani, Colannino, D’Alema, Lusetti, Melandri, Pistelli, Touad, Ventura, Gentiloni, Beltrandi, Calvisi, Cenni, Colombo Furio, Damiano, Gaglione, Luongo, Lusetti, Marroccu, Melis, Motta, Portas, Tullo, Calipari.
Come molti di voi sapranno le primarie per il segretario romano non ci sono state; Riccardo Milana è stato riconfermato in una confusa assemblea all’Aran Hotel del 20 dicembre; tuttavia il clima di irregolarità e di illegittimità denunciato ha costretto il partito romano ad integrare l’assemblea costituente romana cooptando i coordinatori dei circoli capitolini, raggiungendo la sua composizione statutaria: un allargamento che va sicuramente verso la direzione del coinvolgimento dei territori e della base ma che ancora una volta porta a disattendere una norma dello statuto regionale che ne prevedeva il completamento attraverso delle primarie. Un altro caso di regole aggirate e di cooptazione arbitraria.
Dal bel appuntamento del 1° dicembre un ristretto gruppo operativo degli autoconvocati si è riunito ancora. Lo ha fatto per darsi una struttura che possa permettere di dare un seguito ma anche una voce a questa energica voglia di vero rinnovamento espressa in quella serata. L’obiettivo delle primarie a Roma è sfumato ma molte sono le cose da dire e da fare oggi per portare a compimento i progetto del Partito Democratico; i temi del rinnovamento del partito e del rispetto della democrazia interna sono di giorno in giorno più impellenti.
Quello che vediamo oggi, a Roma, ma anche in molte alte realtà cittadine, non è neanche un lontano parente di quello che avevamo sognato, desiderato e sperato. L’assenza di proposta politica e una tendenza a conservare posizioni e rendite acquisite stanno affossando l’unica nuova proposta del panorama politico italiano, quel progetto di partito aperto e partecipato che poteva porre le basi per una nuova rappresentanza politica.
Il 22 gennaio, presso la sede nazionale del PD in via sant'Andrea delle Fratte, la riunione è stata incentrata su un prossimo appuntamento a respiro nazionale da tenersi a Roma il 28 febbraio. Un nuovo appuntamento informativo e propositivo che possa ancora una volta riunire tutte le forze sane interne al partito, quelle associazioni e gruppi che riconoscono nel rispetto delle regole date, nella democrazia interna e nell'uso delle primarie il motore principale per quel rinnovamento rivendicato che oggi si conferma necessario quanto urgente.
Abbiamo deciso di utilizzare come documento di base la mozione - http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/2008/12/19/la_mozione_alla_direzione_del.html - presentata da dieci membri della direzione nazionale (Mario Adinolfi, Giovanni Bachelet, Olga Bertolino, Cristina Comencini, Pier Giorgio Gawronski, Teresa Marzocchi, Nando Dalla Chiesa, Giulio Santagata, Martina Simonini, Luca Sofri) alla direzione nazionale del PD il 18 dicembre 2008. Una mozione che, parallelamente ad alcune critiche alla leadership, rivendicava un vero rinnovamento e lanciava un appello in difesa delle primarie e un invito a non usare le candidature delle Europee per pensionare dirigenti illustri e amministratori a fine mandato. In tempi normali, inviti come questi, condivisi dalla base, sarebbero recepiti senza batter ciglio. Invece ha rischiato addirittura di non essere portata al voto per poi essere nettamente bocciata.
Vuol dire che c’è ancora molto lavoro da fare. Lo faremo insieme.
Un forfait contro gli elettori
scappa, ragazzo, scappa:
sotto le gonne di Berlusconi
di Giorgio Melis
È sempre imbarazzante entrare nelle scelte personali di altri. Ma inevitabile se attengono non alla loro sfera privata ma a quella pubblica. Anzi pubblicissima, essendo riferita alla scelta di proporsi agli elettori, consegnandosi così al loro decisivo giudizio. Ugo Cappellacci annuncia che non intende confrontarsi pubblicamente con Renato Soru perché non gli “interessa un confronto-scontro” con il presidente uscente. Fine della trasmissione. Da far cascare le braccia, ridicolizzandosi al massimo. Soru non è un energumeno col quale scontrarsi fisicamente. Cappellacci ha pure stazza da mediomassimo ed è praticante di arti marziali. Soru non è neanche un temibile aggressivo vociante alla Sgarbi. È un normale interlocutore che si è confrontato poniamo con la Brambilla a Ballarò. Con Mauro Pili. che aveva ben altra dimestichezza col video e padroneggiava da professionista il duello politico in tv, suo competitore nel 2004. Perfino e a lungo - tutto registrato in diretta dalle telecamere Rai - con tre combattivi attivisti anti-carbone di Greenpeace che aveva accolto e civilmente ma duramente affrontato da solo nella sala giunta di viale Trento.
Non si sta parlando di un match di lotta libera, di un duello rusticano all'ultimo sangue, di grida e maleparole. Semplicemente di un dibattito in tv, in un cinema col pubblico o in una sede come quella proposta dall'Assostampa. Ovvero della più normale, fisiologica, fondamentale manifestazione di dialettica democratica che si sia finora riusciti a immaginare e applicare. Non per il diletto degli interessati: per una necessità degli elettori. I quali hanno il diritto a vedere e sentire, dunque capire e valutare, chi siano e come argomentino le loro ragioni. Potendo verificarle in uno o, meglio, più contraddittori diretti. Non è un favore che i concorrenti possono o non possono fare, a discrezione. È un loro dovere, al quale corrisponde il diritto degli elettori. Il “non m'interessa” di Cappellacci non interessa ai sardi. Suona come affronto arrogante nei loro confronti. Anche se è interpretato correttamente come segnale di paura, fuga da un confronto che non è la prova di Dio ma certo un passaggio significativo della sfida elettorale.
Il candidato di Berlusconi viene vissuto nell'interpretazione più favorevole come un “prestanome”, in quella più realistica come un “missus dominicus” scelto e imposto dal leader-padrone anche al suo stesso schieramento. Finora l'abbiamo visto, a ogni sortita di Berlusconi, essere chiamato al palco, con il braccio del tutore sulle spalle, parlare a suo comando senza neanche potersi esibire nel fatidico “cucù”. È bello grosso, difficile da nascondere. Semmai più imbarazzante - per un imminente cinquantenne - quando il Cavaliere gli cede il microfono per una manciata di minuti. Come dire, non è il massimo di dignità e autonomia per un personaggio che pretende di rappresentare e governare il popolo sardo.
La faccenda già così è molto sgradevole e poco dignitosa: per l'interessato ma anche per gli elettori tutti. Ci sono battaglie democratiche che si possono vincere o perdere ma non disertare: questione anche d'onore, se si ha la nozione di quel che significa. Perciò è inaccettabile, e comunque non può sfuggire a un giudizio durissimo, la pretesa di Cappellacci di sottrarsi a ogni confronto con Soru, motivandolo col ridicolo “non m'interessa”. Ma chi si crede, il Berlusconi che ha scansato il confronto con Veltroni, forse dopo aver perso quelli (assieme alle elezioni) con Romano Prodi? Una roba che in qualunque altro Paese occidentale sarebbe stata sanzionata dall'opinione pubblica: in Italia soverchiata dall'ipercontrollo dell'informazione. Comunque, Cappellacci non è e non può atteggiarsi al brevilineo Berlusconi che lo sovrasta nonostante i venti centimetri in meno. Allora, dobbiamo accettare che il candidato putativo sbuchi e parli sempre e solo dall'ombra del premier-tutore?
Sarà pure esperto di karatè ma non può dirsi uno sportivo. In due settimane è comparso in 55 edizioni di tg nazionali non in quanto Cappellacci ma perché gettato sulla passerella da Berlusconi. Non se ne vergogna un pochino oppure tutto va bene, a caval donato non si guarda in bocca? Provate a pensare che Soru ha tenuto una conferenza stampa e una sola manifestazione con Veltroni. Il leader del Pd ha poi proseguito il suo breve tour elettorale mentre il candidato-presidente andava altrove, per conto suo e da solo.
È chiaro che Cappellacci sfuggirà al confronto con Soru. Ma anche su questo sarà giudicato e pesato dagli elettori. Forse molti restano sensibili alla valutazione morale del candidato, alla tempra che dimostra. Al fatto che appaia o meno un pavido concorrente, un grosso coniglio in fuga da un passaggio assolutamente irrecusabile sotto elezioni e non solo. Pure peggio se a sconsigliarlo - come appare verosimile - è stato l'esperto Berlusconi, che non si fiderebbe delle perfomances del suo uomo lasciato solo. Confermerebbe la sua assoluta, fastidiosa dipendenza dal Cavaliere, come un cordone ombelicale non reciso. Per dire, Mauro Pili ha distrutto un talento naturale che avrebbe potuto portarlo lontano: se non l'avesse stravolto con uno stile successivo da ultrà berlusconiano, lontano dalla sua storia. Ma una volta messo in pista, ha fatto tutto da solo, nel bene e nel male. Nel 2004 non ha chiesto soccorso per affrontare Soru. Né si è rifugiato come un coniglio spaurito sotto le gonne e l'ombra del Cavaliere. Insomma, almeno questo raffronto specifico avrebbe dovuto impedire a Cappellacci di dare un penoso forfait con un “non m'interessa” che non convince né impressiona alcuno: semmai suona totalmente ridicolo. Sta scappando vertiginosamente e nessuno riuscirà a mettergli il sale sulla coda.
Per dire, nei giorni scorsi il premier spagnolo Zapatero si è sottoposto alle domande senza rete e interposizione di un Vespa spagnolo, tutto in diretta, di 49 cittadini: la gran parte molto arrabbiata con lui. Ha dovuto rispondere a tutti, anche alle contestazioni sui suoi emolumenti: 89 mila euro annui, una roba che fa stramazzare dal ridere i nostri consiglieri regionali. Non solo. Ha continuato a rispondere alle domande anche a telecamere spente, perché il collegamento televisivo si era chiuso dopo 90 minuti secondo palinsesto. Per ricordarne un'altra, Tony Blair, quand'era al top della popolarità, affrontava settimanalmente l'esame di giovani per niente teneri, con domande e critiche serrate a ruota libera, senza mediazione di conduttori. Cadute di stile dei falsi leader Zapatero e Blair, per non parlare del fantoccio Obama. Personaggi minori, fighette: mica gladiatori come il Cappellacci, in fuga anche da se stesso.http://www.altravoce.net/2009/01/30/forfait.html
Predica bene Ratzola meno
di Antonio V. Gelormini,
Imperversa la bufera Oltretevere. Segnali di calma non se ne vedono. E quando il vento spira così forte, i mulinelli tra il colonnato generano confusione, innescano tensioni e rendono meno lucida la vista ad occhi ridotti a fessure, per potersi proteggere dalla secca buriana.
Mantenere il controllo, in questi frangenti, non è facile. Tra il correre in soccorso dell’affievolita “voce in capitolo” delle diocesi americane e il precipitoso riparo all’imbarazzante falla, apertasi sul fronte negazionista dei vescovi levebvriani, all’ombra del Cupolone incalza l’affanno. E non si fa che alzare continuamente gli occhi al cielo per lo sconforto.
Quest’ultima vicenda ha gonfiato la bufera, mettendo la sordina ai risentimenti della prima. Anche se la sua soluzione potrebbe essere molto più immediata, secondo l’arguto suggerimento di “Rosso Malpelo” su l’Avvenire: “Il Papa potrebbe ordinare a Mons. Williamson di andare ad Auschwitz, inginocchiarsi come ha fatto lui e chiedere perdono. Indicandogli di continuare questo originale percorso penitenziale con lo Yad Vaschem e il Muro del Pianto”.
Oltreoceano. Contestare i primi passi del neo-presidente Obama ed ergersi a difensori della vita, mentre ci si ritrova ancora al centro di casi di scempio nella sua espressione più innocente (i bambini), è stato alquanto disagevole. Le diocesi americane ne hanno dato prova, avallando la frettolosa diffusione su YouTube del video shock di 40 secondi, con l’ecografia di un feto che un giorno diverrà il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti.
Peccato che il video, diffuso strumentalmente dalle locali associazioni antiaboriste, presenti il suo limite nel prestarsi alla più larga declinazione speculativa. Lo stesso messaggio, infatti, potrebbe essere con disinvoltura adattato a Gandhi come a Hitler, al Dalai Lama come a Stalin, a Martin Luther King come a Mao Tze-tung, ma anche a Madre Teresa di Calcutta, a Bin Laden e così via.
“Se proibisce la tortura non dica no alla vita nascente”, hanno apostrofato le gerarchie vaticane, sottolineando ed amplificando il monito al nuovo inquilino della Casa Bianca. Per il ripristino dell’accesso ai finanziamenti per quelle organizzazioni internazionali che sostengono, nella pianificazione familiare, anche l’aborto. Peccato che gli stessi accenti non fu dato sentirli, in tema di dignità e di difesa della vita, anche durante l’amministrazione Bush, a proposito della dignità di Guantanamo.
Bacchettare gli sforzi per tener fede agli impegni presi con gli elettori, genera indubbiamente confusione. Disorienta. Offusca il cammino verso la legalità e la coerenza. Perché sa di antico bizantinismo prevedere nell’ordinamento legislativo l’interruzione della gravidanza, e poi sancire discriminazioni per chi ne contemplasse l’applicazione normativa.
Tanta inquietudine meriterebbe, forse, un nuovo risveglio tra le acque minacciose di Gennesaret: “Perché avete paura, uomini di poca fede?” Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia (Mt 8, 25-26). http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=16386
Molti colpevoli non saranno scoperti, così la magistratura rischia di chiudere"
Liana Milella
la Repubblica
ROMA - «Così hanno vanificato un fondamentale strumento investigativo». Il presidente dell´Anm Luca Palamara, pm a Roma, legge gli emendamenti del governo e, a Repubblica dichiara: «Così la magistratura inquirente rischia di chiudere. Di molti reati, a cominciare dalla corruzione, non si scoprirà più il colpevole».
Pessima prospettiva. Perché?
«Nessun pm potrà più chiedere un´intercettazione, se si prevede che debbano essere necessari, per ottenerla, i "gravi indizi di colpevolezza". Quando io, come pm, ho già in mano dei "gravi indizi di colpevolezza" nei confronti di un soggetto significa che non ho più bisogno di mettere un telefono sotto controllo perché sono già in possesso di elementi sufficienti per chiudere l´indagine o, addirittura, se sussistono le esigenze cautelari, per chiedere l´arresto. Inserire quella formula nel codice produce, al contrario, un effetto estremamente negativo perché impedisce di accertare i crimini quando i "gravi indizi" ancora non ci sono».
Si tratta di una pretesa eccessiva rispetto a un´indagine che sta nascendo?
«Questa previsione, laddove fosse accolta, significherebbe pretendere l´esistenza di requisiti che oggi, lo ripeto, sono sufficienti per giustificare un arresto. Faccio un esempio: se nell´inchiesta di Guidonia fossero stati necessari i "gravi indizi di colpevolezza" per ottenere le intercettazioni contro il gruppo degli stupratori, i colleghi non avrebbero potuto ottenerle perché gli elementi acquisiti ancora non rientravano nella categoria indicata adesso dal governo. E c´è ancora un altro aspetto che conforta questo ragionamento».
E quale sarebbe?
«Il fatto che per i reati commessi da persone ignote, come nel caso di un´estorsione, il governo pretende che a chiedere l´intercettazione sia la persona offesa. Ma ve l´immaginate che succederà nel Sud? Un commerciante calabrese, campano o siciliano, che si vede saltare il negozio e che, in quel momento, non ha ancora la forza per denunciare pienamente quanto gli succede soprattutto se alla sua porta bussa chi pretende il pizzo, non chiederà agli inquirenti di essere intercettato perché ciò equivarrebbe a una collaborazione che per lui non è ancora matura. E non basterà, per identificare gli estortori, la mera acquisizione di un tabulato. Posso già fare una previsione: molti di questi reati non saranno scoperti limitando così anche l´attività della polizia giudiziaria che, proprio per questi reati, sollecita subito le intercettazioni».
Con questa regola ci saranno conseguenze anche per le indagini sui colletti bianchi?
«Se penso ai reati nei quali la vittima è muta, e la corruzione è uno di questi, perché normalmente né il corruttore né il corrotto hanno interesse a rompere il patto, la pretesa dei "gravi indizi di colpevolezza" rischia di mettere nel nulla qualsiasi inchiesta».
Ma allora l´aver riabbassato il tetto dei reati inserendo questa clausola non ha effetti positivi?
«Passare da 10 a 5 anni sarebbe stato utile se non fosse stata introdotta questa micidiale clausola che depotenzierà totalmente l´attività dei pm e non gli consentirà di scoprire i reati».
E imporre solo 60 giorni di ascolti?
«Cosa accade se al cinquantanovesimo giorno si acquisiscono ulteriori elementi che possono far individuare altri autori dello stesso reato? Li lasciamo andare? Permettiamo che continuino a delinquere? Un termine così rigido blocca un´indagine proprio nel momento in cui potrebbe avere importanti sviluppi. Ed è singolare che, mentre da un lato c´è una pressante attenzione ai temi della sicurezza, dall´altro, quando i reati sono già stati commessi, si tolga a pm e polizia un formidabile strumento per assicurare alla giustizia i colpevoli».
C’è anche chi dice: siccome hanno votato in tanti non servono a nulla
All'indomani delle recenti primarie del PD, mi ha colpito la lezione di stile del Sindaco di Misano, Antonio Magnani, che pur non nascondendo un'amara delusione, ha preso atto della sconfitta con grande dignità. Altri, invece, si attardano ad accusare chi li ha battuti di aver ricevuto voti anche da persone politicamente distanti. A prescindere dalla quantità, pure gli sconfitti hanno beneficiato di simili adesioni: le regole lo permettevano, anzi lo favorivano, trattandosi di primarie aperte a tutti, senza un predefinito elenco di potenziali elettori. Non è dunque un tantino fuori luogo sollevare “ex post” obiezioni di principio?
Certo, in futuro tale questione andrà meglio definita, insieme ad altre due: impedire forzature interpretative a livello locale; sancire che il diritto-dovere dei sindaci uscenti a completare il loro mandato con una seconda designazione possa metterlo in discussione solo una ragione grave e motivata, non già la raccolta di poche decine di firme.
Ciò premesso, le primarie del PD hanno però segnato un bel successo di partecipazione in quasi in tutti i Comuni. Il che ha fatto prontamente scattare un... omaggio a Fedro in casa PDL; con le primarie nel ruolo dell'uva e Miserocchi in quello non propriamente riuscito della volpe, a dichiarare che a loro non piacciono, per cui non le fanno.
Se Miserocchi è il turbo, Lombardi è il “diesel della libertà”, che ha avuto bisogno di due giorni per poter aggiungere qualche sua frase a casaccio, tipo: «Le primarie condizionano la candidatura, non mi sembrano uno strumento democratico(...) Il nome di Pizzolante ci è stato sollecitato da importanti fette della società civile».
Che la candidatura Pizzolante nasca da un “assemblaggio di fette”, è già un passo avanti per il nascituro “partito della libertà”; il cui tasso di democrazia interna è ben testimoniato dall'intervista di una esponente di Santarcangelo: «Stiamo aspettando direttive dall'alto»; e più ancora dalla figuraccia del povero Sen. Bettamio, il cui annuncio in pompa magna della candidatura di Cazzola a Bologna gli ha procurato un cazziatone da Berlusconi, che l'ha costretto ad una ritrattazione alla Fracchia: «Per carità! È lui che dà i tempi a me, non viceversa».
Alla fine si è però capito che “la fetta” che candida Pizzolante è una sola: lui stesso, che tolta la spoletta al suo pensiero ha minacciato: «Se decido di candidarmi mi candido. Non ci sono Zilli né primarie che tengano».
Al che, come morso dalla tarantola, Berselli gli ha ingiunto: «Simili provocazioni cessino all'istante!»; guadagnandosi la replica, come al solito fine, della forzista riccionese Mulazzani: «Berselli eviti di aprir bocca per dare aria alle tonsille».
Ma Pizzolante fa rima con scodinzolante; per cui, dal suo chiosco online Lugaresi non poteva fargli mancare un'entusiastica adesione, imperniata su di una trentennale “nevrosi dialettica” da bar sport della politica, continuamente alla ricerca di qualcuno da adulare e di qualcun altro da insultare. Va capito: ha fatto la riserva di lusso in squadroni quali PCI e DS; oggi si accontenterebbe di trovar posto su qualche panchina di centrodestra.http://www.chiamamicitta.net/1000/672/notizie/RIMINI/Piccari_Nando/articolo/Le_primarie_Per_qualcuno_sonosecondarie.html
Cappellacci chi era costui? Stando alle cronache il signor Cappellacci Ugo dovrebbe essere lo sfidante di Renato Soru nella corsa per la guida della Sardegna. In realtà Cappellacci, per sua volontà e per ordine del sire, è ormai diventato una sorta di controfigura del presidente del consiglio. Se il paragone non suonasse irrispettoso, scegliete voi per chi, li potremmo definire i pallidi epigoni dei fratelli De Rege, indimenticabili nella famosa scenetta nella quale uno dei due chiamava l’altro in scena urlando ”Vieni avanti cretino…”. Qualche giorno fa re Silvio chiamando in scena lo scudiero gli ha simpaticamente detto: ”fai presto Ugo, perché dobbiamo andare a pranzo...”
La campagna elettorale è tutta sulle spalle di Berlusconi che, evidentemente, non si fida proprio delle qualità del povero Cappellacci, vai a capire perché dovrebbero fidarsene i sardi! In realtà si tratta di una operazione studiata nei minimi dettagli e che si pone l’obiettivo di impedire qualsiasi confronto tra i candidati reali e di far pesare sulla bilancia elettorale lo strapotere mediatico del presidente editore. Così, ogni fine settimana, lo statista di Arcore vola in Sardegna, si sostituisce a Ugo e comizia. A questo punto gli intrepidi giornalisti al seguito parlano delle sue prodezze e realizzano gratuiti spot per lo scudiero. Lo stesso non avviene per il candidato Soru al quale si applicano le regole della par condicio. Non contento, ad ogni comizio, il cavaliere spara i numeri dell’ultimo sondaggio, in barba ad una legge che ne vieta, in questi termini, pubblicazione e diffusione.
Quanto sta accadendo rappresenta una sistematica violazione delle norme e della decenza, contro queste violazioni dovrebbe intervenire la mitica autorità di garanzia delle comunicazioni.
Nei giorni scorsi la medesima autorità, a maggioranza, con il voto contrario dei commissari D’Angelo, Lauria e Sortino, ha sanzionato Fabio Fazio e Michele Santoro.
Continuiamo a pensare che sia stata una decisione sbagliata e un omaggio allo spirito dei tempi.
Il silenzio che sta circondando le vicende sarde ci rafforza nel giudizio e lo aggrava.
Non hanno visto e sentito nulla? Non sono stati informati? Non leggono le rassegne stampa? Non conoscono Silvio Berlusconi e Ugo Cappellacci? Le trasmissioni di Fazio e Santoro sono più gravi di un tentativo palese di alterare un risultato elettorale?
L’associazione Articolo21 ha sollevato pubblicamente la questione e morderà le caviglie ai presunti arbitri sino a quando non si decideranno almeno a borbottare qualcosa di comprensibile anche in lingua italiana. Nel frattempo chiunque abiti in Sardegna o abbia un conoscente in Sardegna si attivi immediatamente per impedire che almeno quella terra termini nelle mani di Ugo Silvio Berlusconi.http://temi.repubblica.it/micromega-online/280109-cappellacci-lo-scudiero-di-berlusconi/
"Abruzzo - Sardegna, una storia già vista. E da riguardare in rete"
L'UNITA'
di Daniela Amenta
Meno male che la Rete c'è, verrebbe da dire. E anche la memoria. Perché le similitudini tra la campagna berlusconiana in Abruzzo e quella in Sardegna sono così simili da rasentare lo sconcerto. Un video può aiutare a comprendere.
Dunque, a dicembre il premier lascia Roma, la crisi nazionale, e si catapulta in Abruzzo a sostene Gianni Chiodi come presidente della Regione. Così sta facendo, ma in dosi addirittura più massicce, nell'Isola. I candidati sono normalmente sullo sfondo. E' lui che gestisce la folla, aizza, sciorina dati, prende la par condicio e ne fa un sol boccone, promette. Soprattutto promette. Promette ciò che non mantiene. Ma a questo siamo abituati.
Vediamola da vicino questa strategia. Berlusconi lascia Palazzo Chigi dove - come ha detto giorni fa a Sassari - "a tempo perso faccio anche il presidente del Consiglio" - e si sposta a sostenere ora Gianni, ora Ugo, ectoplasmi nello sfolgorio egoico berlusconico. Ma siccome parliamo del capo del Governo, che "a tempo perso" potrebbe rilasciare una dichiarazione sulla recessione o sul conflitto in Medioriente, ecco il codazzo di telegiornali. Ripresa a campo largo sulla scenografia azzurra, coi nomi di Gianni e Ugo a caratteri cubitali con il logo del Pdl, et opplà lo spot (gratis) è servito. E negli orari di maggiore audience. Senza contare i costi per l'uso di aerei di Stato, elicotteri, agenti e carabinieri sottratti al Paese e all'ordine pubblico.
Ma per fortuna che la Rete c'è. Da qui la denuncia del giornalista Claudio Messora, che nel suo sito Byoblu.com racconta che fine hanno fatto le promesse elettorali del premier in Abruzzo. Un avvertimento ai sardi che ancora credono nelle fiabe.
Il 12 dicembre Berlusconi è a Chieti, per il rush finale a sostegno di Chiodi. Dice che l'Abruzzo riceverà parte dei 16 miliardi stanziati dal Cipe per le infrastrutture e per velocizzare la Roma-Pescara. Anzi, fa di più. Annuncia che il Cipe si riunirà il 18 dicembre e che quei soldi sono già lì, sul tappeto. Evviva. Il Cipe in effetti si riunisce, e stanzia denari. Per il Veneto, per la Calabria, per mezza Italia. Neanche un centesimo per l'Abruzzo:
Per la Sardegna, Berlusconi ha parlato di un piano Marshall (un suo must, lo applica ora per al Palestina, ora per l'Italia depressa). L'Abruzzo insegna. E il video di Byoblu parla da solo:
Intellettuali e Pd, il grande esodo
di Jacopo Iacoboni, La Stampa -
Vede, sa perché Enrico Berlinguer fece il suo appello alla “diversità morale”?
«Perché aveva intuito i primi segni di una degenerazione, già allora. Oggi siamo al culmine di quel percorso». Per questo, al già significativo esodo di intellettuali dal Pd - è insofferente ormai Umberto Eco, Roberto Saviano va a fare una lezione alla scuola del partito ma «a condizione che mandino via i collusi» - si aggiunge ora Andrea Camilleri, che presterà il suo nome alle Europee per una lista dei senza partito, eventualmente apparentata con l’Italia dei Valori di Di Pietro. «Bisogna stringere un’alleanza tra persone che non hanno le carte macchiate e cioè che siano oneste, con la fedina penale pulita, che non abbiano mai fatto politica e si decidano a farla in questa situazione d’emergenza».
E insomma, se se ne vanno anche loro... Ma a guardar bene se ne sono già andati. Un esodo. L’ultimo intellettuale ad annunciare che s’è stufato della non-opposizione del Pd è l’inventore del commissario Montalbano, «Di Pietro è solo il rappresentante di un’istanza di onestà, che s’è persa nel Pd. Incapace di ricambio Bassolino, certo: il potere logora chi ce l’ha; e anche D’Alema e Veltroni, che non hanno avuto la forza o la voglia di indurlo a fare un passo indietro. Ma il dramma è di tutto il Sud, c’è un’enorme questione meridionale. Guardi la Sicilia, il Pd è scomparso!». Veltroni? «Mi ha deluso. Non credo possa davvero pensare di rispondere a Berlusconi solo con la politica, per rispondere a un fenomeno extrapolitico devi usare anche strumenti esterni, e invece lui ha paura della piazza, anche quando ha convocato il corteo del Circo Massimo era tutto un distinguo. Agiscono come se esistessero ancora gli elettori. Temo invece che non ci siano più».
E a parte i dettagli tecnici dell’operazione, l’alleanza con Di Pietro (è sinistra, quella?), ciò che colpisce è la sequenza di addii e malintesi che segnano ormai il rapporto tra intellettuali e quello che era un tempo il «partito di riferimento», quello che la domenica mattina si metteva sull’Autobianchi e percorreva l’Appia fino al chilometro 22, poi svoltava a sinistra e di nuovo a sinistra, e si ritrovava alle Frattocchie, dove gli eredi del Migliore potevano bearsi di uomini come Valentino Gerratana, che spiegava Gramsci agli operai e ai bidelli, o Duccio Trombadori, o persino Pier Paolo Pasolini, da uditore seminascosto in mezzo ai braccianti. Che tutto quello non esistesse più da un pezzo, lo si sapeva. Che se ne andassero tutti, così, fa comunque effetto.
Per dire, prima di Camilleri aveva dato un dispiacere alla leadership democratica Roberto Saviano, Veltroni alla direzione di dicembre esibì la sua partecipazione alla scuola del Sud del partito, «ho parlato a lungo con Roberto e mi ha detto che aderirà al progetto della Scuola per il Mezzogiorno». Con sintomatica aggiunta: «Anche se è uno che non risparmia critiche alla nostra parte...». E Saviano, che non voleva sentirsi annesso: «Sì, vengo a fare una lezione alla scuola, a condizione che il Pd si impegni a portare avanti un doveroso percorso di azzeramento della classe dirigente (meridionale e non solo) collusa e compromessa».
Camilleri: «Anche i ragazzi giovani come Saviano non si fidano più di loro! Quale scrittore vorrebbe un’etichetta addosso? E poi quell’etichetta! Legata al potere, all’inamovibilità...». Dunque, Umberto Eco, corteggiatissimo, non andò al Circo Massimo, e neanche aderì; mentre aderì alla piazza Navona del luglio 2008. Alessandro Baricco ha confidato di aver rifiutato approcci democrat, «loro non volevano cambiare». Gli scrittori quarantacinquenni - Scurati, Vichi, Lucarelli - se ne stanno alla larga. Sembra piacere di più Renato Soru, per il quale Paolo Fresu, l’attrice Caterina Murino, lo scrittore Salvatore Niffoi, hanno lanciato una petizione via mail; e persino Massimo D’Alema con Red prova ad avvicinare nomi non squillanti, ma attivi nella cultura, come Alessandro Laterza a Bari, Marta Herling, la nipote di Benedetto Croce, a Napoli, Luigi Spaventa a Roma... Perché l’esodo è ormai terminale; ma il Pd non ce la fa a viversi come partito senza intellettuali, oltre che senza popolo.
Intercettazioni, l´alt della Consulta "Niente censure alla stampa"
Liana Milella
la Repubblica
ROMA - Solo oggi si potranno leggere i concreti limiti che il governo impone sugli ascolti. Lo assicura il Guardasigilli Angelino Alfano che invierà alla Camera, in commissione Giustizia, la versione definitiva delle modifiche al suo ddl. Gli accordi sono chiusi ma, in una materia così delicata, conta la stesura. E giusto ieri al governo è arrivato il monito del presidente della Consulta Giovanni Maria Flick. Dal più alto palazzo che vigila sulla congruità tra leggi e Costituzione il segnale è chiarissimo: «Sulle intercettazioni è in corso un dibattito ampio, ma varrebbe la pena di mettersi tutti intorno a un tavolo per decidere come bilanciare i diversi interessi della privacy e dell´informazione, senza introdurre alcuna forma di censura preventiva alla stampa poiché ciò è vietato dalla Costituzione». Flick cita gli articoli 15 e 21 della Carta, dove si garantisce che «la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure» e si tutela al contempo «libertà e segretezza della corrispondenza e d´ogni altra forma di comunicazione», telefonate comprese. La raccomandazione non lascia adito a fraintendimenti.
È un Flick che, a due settimana dalla scadenza di una presidenza breve (tre mesi), non si risparmia dal bacchettare il governo sull´uso «improprio» ed eccedente dei decreti e soppesa le parole quando parla di giustizia. Dopo la sua raccomandazione, l´emendamento sul ddl intercettazioni, frutto di un´esasperata trattativa nella maggioranza, ritarda. Si blocca la commissione Giustizia. «Tutti i gruppi mi hanno chiesto di sospendere la seduta» dice la presidente Giulia Bongiorno. Poche ore dopo il capogruppo del Pdl Enrico Costa assicura: «Il governo presenterà il testo tra 24 ore». Il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo spegne le dietrologie: «Non ci sono ritardi. La Iannini (direttore del legislativo di via Arenula, ndr.) sta lavorando, ma Alfano è stato fuori tutto il giorno e non ha potuto dare il via libera». Si sgonfia quello che pareva un caso: a Milano, all´inaugurazione alternativa dell´anno giudiziario dei penalisti, Niccolò Ghedini, consigliere giuridico del premier, sembra annunciare un passaggio del testo al prossimo consiglio dei ministri. Poi lo stesso Ghedini lo smentisce: «Ma via. Il testo è pronto e non passerà per palazzo Chigi». Il contenuto: intercettabili i reati oltre i cinque anni di pena, per 45 giorni prorogabili per altri 15 solo «in casi eccezionali, qualora siano emersi nuovi elementi», ad libitum per i delitti gravissimi; «sufficienti indizi di reato» per quest´ultimi, «gravi indizi di colpevolezza» per i meno gravi.
Per Alfano la partita delle intercettazioni è chiusa. Il ministro nega che il Cavaliere sia scontento e guarda già alla riforma del processo penale (la prossima settimana in consiglio) e alle modifiche costituzionali. Non nasconde l´entusiasmo, e lo esprime a Bossi incontrandolo al ristorante di Montecitorio, per la nuova sintonia con Udc e Radicali. Alla Camera e al Senato la maggioranza vota con i due gruppi le risoluzioni sulla giustizia contro Pd e Idv. Polemizza Alfano: «Il Pd si ritrova da solo con Di Pietro mentre lui va in piazza con striscioni offensivi contro Napolitano». Il Guardasiglli ombra Lanfranco Tenaglia lo rimbrotta: «Confonde le carte per coprire le terribili spaccature nella maggioranza»
La vita è un po' cambiata da quando non pranzo più nei bar.
Uno penserebbe: in meglio. In effetti non mi struggo più lo stomaco a piadine. E passo mesi senza sfiorare un solo Resto del Carlino.
Voi lo sapete cos'è il Resto del Carlino. Se siete di Firenze si chiama La Nazione, a Milano si chiama Il Giorno, ovunque si chiama Quotidiano Nazionale, e di solito si aggiunge: “ma com'è caduto in basso?” Anch'io una volta dicevo così, poi ho smesso. Secondo me a un certo punto degli anni Novanta il QN ha raggiunto quei 273 gradi sottozero oltre i quali nulla può scendere, nemmeno l'indecenza. Per certe cose adesso è addirittura migliorato: insomma, è una specie di free-press un po' più caotico graficamente, salvo che si paga e ci scrive sopra Massimo Fini(*).
Al QN, per fare un esempio, oggi hanno aperto con la cattura degli stupratori rumeni e hanno pensato di titolare BASTARDI. Poi hanno pensato che forse era un po' forte la scritta BASTARDI, e hanno deciso di metterla tra virgolette, «BASTARDI». Che sia chiaro che non è quello che noi giornalisti pensiamo di loro, dei «BASTARDI». No, noi siamo garantisti e li consideriamo innocenti fino a prova contraria. Ma se la gente di Guidonia li chiama «BASTARDI», noi possiamo forse venir meno al nostro dovere di cronaca e non titolare «BASTARDI»? Quelle virgolette sono le spallucce del giornalista che dopo aver montato un linciaggio si volta e scrolla le spalle: la gente è così, che ci posso far?
Pensa che una volta il Carlino era l'organo di stampa della maggioranza silenziosa, o ve la ricordate la maggioranza silenziosa? Era uno spasso. Gretta e fascista quanto quella di adesso, ma almeno taceva. Almeno si difendeva dietro titoli grigi e compassati, dietro analisi banali e rassicuranti. Così oltre a gretta e fascista risultava ipocrita, insomma era come se t'invitasse a ribellarti, a dare sfogo alla tua rabbia adolescenziale fondando complessi rock e scrivendo parolacce nei testi. Ma adesso.
Adesso io i ragazzini non li invidio, seriamente, perché come fai a dar corpo alla tua rabbia adolescenziale contro il grigiore ipocrita del mondo degli adulti, quando l'organo di stampa degli adulti è più incazzato di te e senza ritegno titola «BASTARDI»? Si sono presi pure il turpiloquio, e magari fossero ipocriti no, sono sinceri... al punto che ora forse l'unica vera ribellione è l'eleganza. Per esempio quando ascolti Marracash o Fabri Fibra non è certo la spessa coltre di parolacce che ti fa sobbalzare, ma le rare volte che ti piazzano un congiuntivo, che ti azzeccano una metafora, quelle infiorescenze d'intelligenza selvatica e istintiva come la ginestra nata sull'orlo del vulcano, quegli imprevedibili sforzi di tener dentro ogni tanto la rabbia ed esprimersi in modo chiaro e compito, che nell'era della maggioranza ringhiosa stridono peggio di un'unghia alla lavagna.
Mentre rifletto su ciò sono già a pagina 6, ché con tutte queste foto si fa prima a sfogliare QN che a scrollare Dagospia. Lì parlano del caso Battisti. Se stavate pensando che ormai nulla si potesse dire di nuovo su Cesare Battisti, riflettete a cosa significa per QN la fuga di un latitante in Brasile, e la conseguente crisi diplomatica. Cioè, se fosse scappato in Bolivia era finita lì, ma signori, è in Brasile. Pensate a quanti calciatori e ballerine improvvisamente intervistabili su anni di piombo ed estradizione. Per esempio oggi tocca ad Ana Laura Ribas. Dite la verità, che in due settimane di “caso Cesare Battisti”, l'opinione di Ana Laura Ribas non ve l'aveva ancora fatta leggere nessuno. Certe cose le trovi solo su QN.
A quel punto però mi va di traverso la piadina. Perché contrariamente a tutte le aspettative, quel che dice la Ribas è interessante sul serio. Vi ricordate quella storia per cui chiunque, in qualsiasi momento, vi può insegnare qualcosa? Maledizione, vale anche per lei.
Lei sentirà spesso qualcuno dal suo Paese. Che le dicono sulla vicenda Battisti?
«Ho appena parlato con mio fratello che sta a San Paolo. Secondo lui è una ritorsione per la faccenda di Alberto Cacciola, un finanziere milanese che in Brasile controllava un istituto di credito andato in bancarotta nel 2000. Ha causato un sacco di danni a moltissime famiglie. Era stato condannato a 13 anni ma, quando il Governo brasiliano ha chiesto l’estradizione all’Italia, è stata negata. Per molti in Brasile si potrebbe trattare di una ritorsione per quei fatti».
Niente di speciale, per carità, il parere di un parente al telefono. Ma è illuminante. Chi è questo Alberto Cacciola? Non ne avevo mai sentito parlare. Condanna a 13 anni? L'Italia nega l'estradizione? Ehi, ma è una notizia questa. La devo imparare sul Resto del Carlino, dalla valletta Ana Laura Ribas cui l'ha detta il fratello?
Torno a casa e faccio un controllo: della questione Cacciola hanno parlato a suo tempo anche Messaggero, Corriere, Repubblica, riportando le dichiarazioni del ministro della giustizia brasiliano. Solo che non me n'ero accorto. Sono un lettore distratto e superficiale, e chissà quante volte mi sfugge la sostanza dei problemi. Stavolta per esempio mi sarebbe sfuggita per sempre... se non mi fossi ritrovato in un bar a leggere un'intervista ad Ana Laura Ribas, sul Resto del Carlino. Insomma d'ora in poi mi toccherà passare al bar più spesso
(*) Che è sempre il Massimo; per esempio ieri, in seguito all'ordinanza anti-ristoranti etnici nel centro di Lucca, concludeva: “Stiamo diventando il Paese dei divieti. Un Paese talebano senza nemmeno i vantaggi di un regime talebano”. I vantaggi di un regime talebano?http://leonardo.blogspot.com/
A gennaio il tasso di utilizzo della capacità produttiva della manifattura italiana è sceso ad un drammatico 69,9 per cento, dal già inquietante 74,4 per cento di ottobre. Nello stesso trimestre il dato francese passa da 82,2 a 75,8. Pesa la crisi del settore automobilistico e del suo indotto, ma non solo. E come diceva qualcuno, l’Italia uscirà da questa crisi meglio dei nostri concorrenti internazionali e migliore, basata sui valori. E non c’è nessun declino, malgrado per un decennio “ci abbiano rotto le palle con questa storia“. Ora non c’è più un lento declino, ma la caduta dalla scogliera.http://phastidio.net/
Renato Soru e Walter Veltroni a Porto Torres sull'anomalia della campagna elettorale
Redazione
Io sono qui per sostenere Renato Soru con l'attenzione e la cura politica che si deve avere quando si viene in una terra dove è in corso una campagna elettorale regionale, non nazionale. Per questo considero del tutto inopportuna la presenza settimanale del Presidente del Consiglio, che viene qui in Sardegna per fare un po' vacanza e un po' televisione". Cosi' Walter Veltroni ha aperto mercoledi' mattina la conferenza stampa tenuta insieme a Renato Soru nella sala del Centro Culturale di Porto Torres. "Dovrebbe stare ad occuparsi dell'Italia e della crisi che sta vivendo - ha proseguito Veltroni - e invece viene in Sardegna a parlare di Kakà e delle gemelle dell'isola dei famosi. Io sono qui per sostenere il candidato, altri per fare campagna elettorale. Questo paese è in campagna elettorale da 15 anni". A proposito dello squilibrio nella par condicio sui mezzi di comunicazione, il leader del Pd ha precisato: "i nostri parlamentari stanno lavorando per un'iniziativa contro questa anomalia. Questa presenza del Presidente del Consiglio è un modo per mascherare la debolezza del candidato".
"Sono sbalordito da questa presenza del Presidente del Consiglio nella nostra campagna elettorale - ha detto Renato Soru sullo stesso argomento - , ma non ho alcuna paura di lui. Sono anzi disponibile per un confronto con lui in qualsiasi momento. Invece sono preoccupato per l'Italia, che non dispone di un Presidente del Consiglio che pensi al paese a tempo pieno". Renato Soru è tornato sull'argomento rispondendo alle domande dei giornalisti. "E' un modello pericoloso. Significa mostrare che può far eleggere chiunque, e quindi mostrare che i livelli istituzionali non esistono più, vengono annullati. Mostrare il suo potere, mostrare un paese dove c'è solo lui ".
Veltroni e Soru hanno risposto insieme alle numerose domande dei giornalisti e Renato Soru ha approfondito le varie tematiche legate al cambiamento della Sardegna in questi anni, una terra che ha saputo custodire e valorizzare la proprio cultura e la propria identità e nello stesso tempo aprirsi al resto del mondo, con gli investimenti su scuola, mobilità, sanità, sociale, infrastrutture e occupazione, aumentando i posti di lavoro di una percentuale pari al 40% di tutti i posti di lavoro creati nel mezzogiorno d'Italia. "La legge sul mercato del lavoro che regola i servizi che regolarizzano l'incontro tra domanda e offerta di lavoro è frutto del nostro governo; abbiamo lavorato perché il diritto allo studio fosse effettivo per tutti e per quel che riguarda il lavoro, nei prossimi dodici mesi si concretizzerà il grande piano per le infrastrutture previsto dal Documento unico di programmazione regionale con investimenti di fondi europei e Fas da 10 miliardi di euro fino al 2013 che darà lavoro a tanti".http://www.renatosoru.it/j/x/83?s=4&v=9&c=282&va=x&id=6605&b=
Le condizioni segrete per la sfida a Ballarò:
via Floris, Fede e Vespa contro Berlusconi
Siamo in grado di svelare le condizioni poste da Ugo Cappellacci per partecipare al confronto, purché alla pari, con Renato Soru a Ballarò. In primis, sarà accompagnato da Silvio Berlusconi, che dovrà parlare per almeno mezz'ora come presidente del Consiglio, venti minuti come capo di Forza Italia, dieci da leader del Pdl e un quarto d'ora come concittadino sardo. “Il dialogo con l'opposizione mi provoca l'itterizia. Vuoi mettere il monologo?”, ha commentato il Cavaliere. Al solito, Cappellacci potrà prendere la parola nelle pause-caffé del Cavaliere: in tutto, tre minuti e 27 secondi, riducibili col telecomando a discrezione del premier-baby sitter. Data la differenza di rango, Renato Soru avrà diritto di parola per cinque minuti frazionati in sei interventi: a microfono rigorosamente spento. Per le domande, sono stati scelti Piero Testoni (faceva il giornalista prima d'essere paracadutato ed eletto in Sardegna da Berlusconi), Enrico Pilia dell'Unione Sarda e Simona De Francisci di Videolina. Gli altri partecipanti al dibattito, sorteggiati a caso, saranno: Beppe Pisanu, Mauro Pili, Settimo Nizzi, Emilio Floris e la figlia candidata, Giorgio La Spisa, Ignazio Artizzu. Per par condicio, come sostenitore di Soru è stato prescelto Paolo Maninchedda in berritta e gambali, l'abbronzatura valorizzata dalla bandana post-sardista. Per l'occasione, Giovanni Floris è stato temporaneamente messo in ferie. Ballarò sarà condotta da Emilio Fede e Bruno Vespa. “Così si può ragionare ”, ha commentato Cappellacci. Si è assegnato un bonus di cinquemila euro come candidato disoccupato.: “Fa tutto Berlusconi, me la merito” (gm) http://www.altravoce.net/
Una settimana pirotecnica. Ogni giorno una decisione da prima pagina. L’avvio dell’amministrazione Obama è stata all’altezza della sua promessa di “change” e delle attese degli elettori che in quella promessa avevano creduto. Innanzitutto della prima attesa, quella della netta rottura di continuità rispetto all’amministrazione uscente, a cominciare dai temi che maggiormente ne avevano caratterizzato pensiero e azione e che avevano lacerato l’America, dalla gestione delle crisi internazionali alle politiche ambientali, dal rispetto dei diritti alla ricerca sulle cellule staminali e alla libertà di scelta nelle gravidanze indesiderate o a rischio. È uno stile che spiazza tutti: sia i suoi sostenitori più esigenti che cominciavano a raffreddare i loro entusiasmi dopo la costituzione del suo governo, ipotecato da una massiccia presenza di esponenti clintoniani; sia la moltitudine dei cinici e degli scettici, convinti che, come sempre, la forza delle cose avrebbe dissolto come neve al sole la bella retorica elettorale riconducendo la sua azione, una volta entrato alla Casa Bianca, nell’alveo della continuità rispetto al predecessore.
In Europa e in Italia in particolare questo clima di scetticismo era palpabile: per esempio, in un commento, sul Corriere, che – citando il precoce disincanto della sinistra americana nella fase della formazione del nuovo gabinetto – cuciva addosso a Obama gli abiti di un presidente come gli altri, Bush compreso, non quella novità che tutti s’aspettavano. Per non dire della copertina di Panorama che poneva in sovrimpressione il volto di Obama e quello di Bush. In realtà, la vera e unica bizzarra continuità che si è osservata è quella tra la diffusa diffidenza nostrana verso l’America – tirata in ballo in questi casi come “America profonda” – che mai e poi mai avrebbe eletto un presidente nero e il refrain successivo al voto, secondo cui, una volta eletto, nulla è cambiato e cambierà.
E ora che il nuovo presidente sembra che faccia davvero quel che aveva promesso, si osserva uno strano spaesamento. Ieri, per dire, dei grandi giornali nazionali, solo La Stampa e la Repubblica davano con il dovuto risalto in prima pagina l’intervista di Obama al Arabya, mentre Il Foglio, il massimo teorizzatore della continuità Bush-Obama, pubblicava anodinamente il testo dell’intervista, senza nessun commento.
Certo, ci vorrà un po’ di tempo per riaggiustare l’atteggiamento nei confronti dell’America da parte di un paese, il nostro, che fino a ieri si divideva in filo-americani e anti-americani secondo appartenenze prevalentemente ideologiche risalenti all’epoca della guerra fredda e bizzarramente cristallizzate nel corso di un ventennio.
Posizioni indifferenti alle reali e naturali dinamiche conflittuali interne a quel paese in un’epoca peraltro di immensi cambiamenti nel paesaggio planetario; posizioni unite, negli opposti estremismi, da una subalternità di tipo sovietico e oggi colte di sorpresa da Obama.
Rossana Rossanda, sul manifesto di ieri, ragionava con grande lucidità sul recente lavoro di Mario Tronti che, a sinistra, semplificando al massimo, rappresenta la posizione di chi non considera affatto l’avvento di Obama come una svolta sostanziale né rispetto a Bush né tanto meno rispetto alla natura di superpotenza capitalistica dell’America. Rossanda ricorda semplicemente che «Obama non si presenta per quel che non è, ha giurato sulla costituzione del suo paese, si propone di riportarlo al prestigio perduto senza guerra e rimettendone in vigore i diritti politici, non si professa né comunista né socialista né socialdemocratico – parole che negli Stati Uniti non hanno gran senso. È un democratico americano che una cosa sola promette: di cambiare la linea interna ed estera di George W. Bush».
Il che, però, non è poco. Bush non è solo il suo doppio mandato.
È un pezzo del quasi trentennio che risale a Reagan, con la parentesi clinoniana, anch’essa, specie nel secondo mandato, condizionata da una maggioranza conservatrice nel paese. Rimodulare l’America dopo un ciclo di destra così lungo e così fortemente ideologico non è né un’opera puramente reattiva rispetto a quella di un presidente in uscita né un’impresa solo “sovrastrutturale” come ritengono i pensatori più radicali; in realtà, nelle circostanze di gravità senza precedenti in cui avviene, va a toccare alle radici molti aspetti costitutivi del modello di sviluppo americano. È un “change” radicale.
Proprio per la portata titanica dell’azione richiesta – anche indipendentemente dalle promesse elettorali di cambiamento – il cimento di Obama è arduo, rischioso, complicato. E sottoposto alla seria ipoteca del fiasco. Non tanto sul fronte internazionale, dove la sua politica della “mano tesa” ha già raccolto promettenti consensi.
Ma sul fronte interno, dove le politiche di risanamento economico e di riavvio della crescita devono produrre risultati apprezzabili in tempi relativamente brevi. Il contrario non sarebbe semplicemente il fallimento di una ricetta economica o di un pacchetto di misure, ma la catastrofe di un’economia già da troppo tempo sull’orlo del burrone. Di un intero sistema. Non sarebbe semplicemente la fine ingloriosa di un messia a cui è stato chiesto troppo, ma l’ingresso in una fase di caos e di disordine che neppure il peggior nemico degli Usa potrebbe augurarsi.
Obama è costretto più dalle circostanze stesse che dal suo programma o dal suo carisma ad andare avanti lungo la strada del “change”. Non può tornare indietro né acconciarsi a una navigazione “normale”. Che ci riesca, a questo punto, è interesse di tutti.
Il Foro Sociale Mondiale era considerato dai grandi media il contro vertice rispetto al Foro Economico Mondiale di Davos in Svizzera. Era il momento di quando ancora si credeva che tutto fosse cominciato a Seattle.
Poi quando fu chiaro che tutto (il movimento critico al neoliberismo allora imperante) era cominciato tra il Chiapas, il Caracazo, Porto Alegre e il V Centenario della conquista dell’America, tra i movimenti sociali europei, presto in franco riflusso, i più se ne disinteressarono.
Sempre europei siamo e non possiamo ammettere che l’America latina sia più avanti in tutto nel costruire quell’altro mondo necessario e urgente e non solo blandamente possibile. E infatti il Foro Sociale Mondiale, aperto ieri a Belém da Lula da Silva è sempre più luogo dove si confrontano politiche di governo di quella democrazia partecipativa che sta trasformando il Continente lasciando indietro l’Europa. Quest’anno, nonostante arrivano in queste ore a Belém do Pará 120.000 militanti dei movimenti sociali, ciò si riflette nella trasformazione del FSM anche in un vertice governativo.
Confluiranno in queste ore nella città subito a Nord del Rio delle Amazzoni ben sei capi di Stato, Evo Morales, boliviano, fresco reduce dal trionfo nel referendum costituzionale, Michelle Bachelet dal Cile, una frequentatrice di Davos che quest’anno ha cambiato destinazione, Rafael Correa dall’Ecuador, e anche lui può presentare ai movimenti il saldo attivo dell’approvazione della nuova Costituzione, Fernando Lugo l’ex vescovo dal Paraguay e Hugo Chávez dal Venezuela, oltre all’anfitrione, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.
A Davos intanto vanno solo in due, gli unici due presidenti latinoamericani legati mani e piedi all’epoca e ai crimini di George W Bush. Sono il colombiano Álvaro Uribe e il messicano Felipe Calderón, che continuano imperterriti ad andare contro il flusso della storia e ci andrebbero anche se il prossimo anno al FSM arrivasse Barack Obama in persona. Ma proprio la presenza di Michelle Bachelet (che poi viaggerà a Cuba) rappresenta il punto di inflessione. Anche la cilena ha capito che l’integrazione regionale è lo strumento per far fronte alla crisi economica e per la prima volta il Cile sceglie di non dare le spalle al Continente.http://www.gennarocarotenuto.it/5832-foro-sociale-mondiale-beln-batte-davos-6-2/#more-5832
L’anno del Bue si apre con “cattivi presagi” per Hong Kong Le autorità cittadine pescano numeri sfortunati, nel tempio taoista. Ma tutti ritengono che saranno utili le virtù dell’anno del Bue: pazienza, saldezza, lealtà.
Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) – Presagi negativi per la città di Hong Kong, durante le tradizionali cerimonie per l’inizio del Nuovo Anno Lunare, sotto il segno del Bue.
Durante il secondo giorno del Nuovo Anno la popolazione va nei templi taoisti per farsi predire il futuro. Tutti bruciano bastoncini di incenso ed estraggono un numero o un bastoncino della fortuna; i chiromanti ne interpretano poi il significato. Ci vanno anche i membri del governo e i numeri che estraggono indicano la sorte dell’intera città.
Ieri Lau Wong-fat, membro del governo di Hong Kong, al famoso tempio Che Kung di Shatin, ha pescato il bastoncino con il numero 27, ritenuto un pessimo presagio. Vari chiromanti hanno interpretato che la città non riuscirà a isolarsi dalla crisi economica globale e che ci potranno persino essere proteste della popolazione, anche se invitano a essere ottimisti perché con pazienza e lavoro si potrà superare ogni difficoltà. L’ultima volta il 27 è stato estratto nel 1992 e quell’anno ci sono state dure lotte politiche. Altri ricordano che nel 2003 l’allora Segretario per gli affari interni Patrick Ho Chi-ping pescò il numero 83, altro numero sfortunato, e fu l’anno della Sars.
Per cacciare la cattiva sorte c’è stato, ieri notte, il consueto grandioso spettacolo di fuochi di artificio. Con migliaia di fuochi è stato anche rappresentato un vascello, ma il fumo delle esplosioni lo ha poi offuscato e molti vi hanno visto un altro presagio negativo.
Vi è però chi sottolinea che l’anno del Bue è un anno che esalta qualità come pazienza, lealtà, saldezza e intelligenza, necessarie per superare la crisi già in atto. Ieri i leader cattolico, protestante, confuciano, buddista, taoista, musulmano di Hong Kong, in un messaggio comune, hanno osservato che la crisi economica in atto sta spingendo molte persone al suicidio, ma si sono detti confidenti nel “calore” delle persone di Hong Kong, capaci di solidarietà e hanno ricordato l’importanza di pregare per “il ritorno della prosperità e della pace sulla terra”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14336&size=A
BARACK, PUTIN E MEDVEDEV - PROVE DI DIALOGO In comune c’è la crisi economica, e “sfide comuni da affrontare insieme”: terrorismo, non proliferazione. Augura successo al collega oltreoceano, zar Dmitri, mentre si attendono conferme sulla ventilata visita di Obama a Mosca in aprile. Mentre continua la ‘gara’ tra lo zar russo e il premier per consolidare le proprie posizioni in patria. Ieri pomeriggio, Putin in un’intervista a Bloomberg ha espresso “cauto ottimismo” per l'arrivo di Barack alla Casa Bianca. Non rinunciando però a criticare la passata amministrazione
Lucia Sgueglia
MOSCA – “Cosa posso fare”? chiede Barack Obama al telefono. “No comment”, risponde Vladimir Putin dall’altra parte della cornetta. La vignetta, che riecheggia l’atteggiamento verso gli Usa tenuto da Mosca in era Putin, è pubblicata sul sito dell’agenzia di stampa russa Novosti, che ha anche lanciato l’iniziativa C’è posta per Obama, gran successo tra i lettori. Ma la telefonata, vera, se la sono scambiata ieri in tarda serata il presidente russo Medvedev e il suo collega americano. Promettendosi di ripristinare al più presto le relazioni bilaterali. Compromesse, sotto Bush-Putin, dalla guerra in Georgia, l’allargamento Nato, lo scudo spaziale. In comune c’è la crisi economica che attanaglia entrambi i paesi, ma anche “sfide comuni che si possono affrontare insieme”: terrorismo, non proliferazione. Augura successo al collega oltreoceano, zar Dmitri, mentre si attendono conferme sulla ventilata visita di Obama a Mosca in aprile, nel suo primo tour europeo. Difficile, spiegano gli esperti russi. Prima bisogna fissare l’agenda dei rapporti bilaterali, Hillary Clinton deve incontrare l’omologo Lavrov – forse a marzo. Ma il problema principale, scriveva Nezavisimaja Gazeta qualche giorno fa, “è che non c’è consenso sulla Russia a Washington. Neanche all’interno del team presidenziale. Il segretario di Stato vuol continuare il dialogo sul controllo delle armi. Ma il vice presidente Biden è stato un grande supporter di Tiblisi nella guerra in Ossezia criticando aspramente il Cremlino”. Punto di partenza per la collaborazione tra le due potenze potrebbe essere l’Afghanistan: gli Usa hanno assolutamente bisogno del passaggio aereo sul territorio russo, il Cremlino potrebbe chiedere in cambio di seppellire definitivamente il progetto Abm.
Ma la telefonata tra i due leader - subito pubblicizzata dal Cremlino -, è anche l’ennesima conferma della ‘gara’ in corso tra lo zar russo e il premier per consolidare le proprie posizioni in patria. Ieri pomeriggio, Putin aveva rilasciato un’intervista a Bloomberg esprimendo “cauto ottimismo” per l'arrivo di Barack alla Casa Bianca, in particolare sui temi della sicurezza in Europa. «Segnali positivi» ha detto, si intravedono sul sistema antimissile (il «gruppo di persone vicine a Obama ritiene che non ci sia bisogno di affrettarsi»); e hanno capito che «è possibile assicurare la sicurezza di Ucraina e Georgia in una varietà di modi e non è essenziale accoglierli nella Nato ora». Il 6 febbraio prossimo il segretario dell’Alleanza Scheffer – ieri a Bruxelles la prima riunione informale del Consiglio Nato-Russia tra ambasciatori - incontrerà a Monaco il vice premier russo Sergej Ivanov per riavviare i rapporti ufficiali congelati dopo la guerra georgiana di agosto. “Non mi sento in diritto di dare consigli a Obama” conclude l’ex zar lanciando l’ultima stoccata, mentre aspetta a Mosca Raul Castro, e la Duma si prepara a dispiegare una base navale in Abkhazia: la crisi del gas con l’Ucraina è stata provocata “dall’attività di forze esterne” (leggi: l’ex amministrazione Usa), così come la rivolta “arancione” del 2004.
Un funzionario Onu: le prove bastano per perseguire Rumsfeld per crimini di guerra
di David C. Edwards e Stephen Webster - «RawStory»
Lunedì il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Manfred Nowak, ha riferito a Rick Sanchez della CNN che gli Stati Uniti hanno "l'obbligo" di indagare sul fatto che gli esponenti dell'amministrazione Bush hanno ordinato la tortura, aggiungendo che ritiene che vi siano già abbastanza elementi di prova per incriminare l’ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld.
«Abbiamo prove evidenti», ha detto Nowak. «Nella nostra relazione, che abbiamo inviato alle Nazioni Unite, abbiamo precisato che l'ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha senza dubbio autorizzato metodi di tortura e che gli fu detto a quel tempo da Alberto Mora, il consigliere giuridico della Marina, “Signor Segretario, quel che effettivamente sta ordinando qui corrisponde a tortura.” pertanto, qui abbiamo la prova evidente che Rumsfeld sapeva ciò che stava facendo, ma, tuttavia, ha ordinato lo stesso la tortura».
Intervistato dalla televisione tedesca ZDF il 20 gennaio, Nowak ha detto: «Ritengo che la prova sia sul tavolo.»
In questione, tuttavia, è se «la legge americana riconosca o meno queste forme di tortura.»
Un rapporto bipartisan del Senato rilasciato il mese scorso ha ritenuto Rumsfeld e altri esponenti di vertice dell’amministrazione responsabili per gli abusi sui detenuti di Guantanamo sotto la custodia degli Stati Uniti.
Vi è detto che il 2 dicembre 2002 presso il carcere di Guantanamo Rumsfeld ha autorizzato dure tecniche di interrogatorio, anche se le ha lasciate da parte un mese più tardi.
Le misure coercitive si fondavano su un documento firmato da Bush nel febbraio 2002.
Il video che segue proviene dal programma Newsroom della CNN trasmesso il 26 gennaio 2009
Ha dato l'annuncio stamattina alle ore 9 il Ministro di Grazia e Giustizia Alfano: "Questo provvedimento si è reso necessario in quanto sussistono seri indizi, la testimonianza del padre prima di tutto, che la giovane intenda commettere un omicidio, ed il fatto che non sia in grado di perpetrarlo non la scagiona di certo!"
Il Gip che ha firmato la custodia cautelare ha comunque voluto sottolineare che in caso di buona condotta, e qualora decida di non avvalersi della facoltà di non rispondere, le verranno concessi gli arresti domiciliari.
Frattanto forze congiunte dell'Asse Roma - Città del Vaticano, supportate da blindati, carrarmati, cannoni e mortai hanno circondato l'area di detenzione della potenziale assassina, per impedire con ogni mezzo necessario che altri possano compiere il medesimo insano gesto nei confronti della vittima - carnefice; si spera che in eventuali bombardamenti non si piangano vittime civili, ma si tratterebbe evidentemente di effetti collaterali.
Le flebo di nutrienti destinate alla Englaro vengono inizialmente iniettate in vena a un altro paziente in coma, per verificare che non contengano veleni. Purtroppo per supportare la detenuta di una scorta adeguata è stato necessario sottrarre protezione dai Magistrati che indagano sulla Criminalità Organizzata, ma non si poteva fare
altrimenti.
La Senatrice Pd Paola Binetti, bloccata mentre tentava di penetrare in casa dei famigliari della Englaro con un cilicio imbottito di esplosivo, non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Che peccato!
Pare che le gogne e i forconi di Guidonia - nella moderna versione “smart mobs”, con il messaggino “hanno preso la mandria” che passa di cellulare in cellulare fino al tumulto e ai calci davanti alla caserma - abbiano avuto come corollario la paziente rassegnazione dei carabinieri; sicché nessuno degli aspiranti linciatori è stato fermato, identificato, o indotto alla calma con un ceffone.
Del resto, si sa, è opportuno lisciare il pelo alla gente per bene che esprime la sua rabbia contro il branco.
A far notare quanto tutto ciò sia barbarico, di questi tempi, si rischia di far la figura degli amici dei violentatori, o in generale dei delinquenti romeni o d’altra etnia.
Invece la questione andrebbe posta seriamente, non per il gusto di ammanettare uno per uno i linciatori ma per chiedersi quanto complesse e intrecciate concause abbiano portato un pezzo d’Italia in queste condizioni.
Certo, c’è la responsabilità dei politici - non solo di destra - che hanno pompato per due anni la mitica “emergenza criminalità”.
C’è un’economia feroce e sregolata che ha creato immense aree dormitorio - siete mai stati a Guidonia? - dove sono state confinate decine di migliaia di persone che non potevano più permettersi di abitare a Roma, e dove volete che poi vadano a stare gli immigrati, se non in uno di questi satelliti dormitorio?
C’è il dramma delle cosiddette “città spontanee”, centri abusivi urbanizzati selvaggiamente attorno a Roma (e qualche palazzinaro ci ha costruito immense fortune) quindi condonati in massa, e chissenefrega se non ci sono scuole, servizi, tanto meno stazioni dei carabinieri.
C’è di conseguenza un’umanità cresciuta nella lontananza assoluta dello Stato, delle regole, dei principi basici di convivenza - e magari un giorno d’estate fatevi un giro all’Aquafan che ha tanto successo proprio a Guidonia, e scoprirete le leggi della precedenza e del comando basate su sguardi, amicizie, bande e leggi del taglione.
E poi, diciamolo, ci siamo dentro pure noi giornalisti, che non solo siamo cascati nel trappolone dell’emergenza criminalità incrementando le paure per fare un titolo in più, ma ad ogni singolo crimine - a Guidonia o altrove - andiamo pavlovianamente a intervistare la vittima, o sua madre, o sua figlia, per sapere se e quanto perdonano, se e quanto vogliono la sedia elettrica, e questo vuol dire far saltare implicitamente, culturalmente, tutte le regole di convivenza, perché da duemila anni nelle società civili non è la vittima che stabilisce l’entità della punizione, sennò si torna alle caverne ancor più che ai forconi.
"Soru disponibile invita al confronto, ma l'avversario si rifiuta" - IL SARDEGNAPotrebbe saltare definitivamente il faccia a faccia tra Renato Soru e Ugo Cappellacci a Ballarò. L'ex governatore ha ribadito anche ieri di essere disponibile ad un confronto in tv con il candidato del centrodestra, ma sul fronte opposto non pare esserci, almeno per ora, la volontà di raccogliere la sfida. “Non credo che Cappellacci voglia fare questo confronto”, ha detto ieri Soru, raccontando di aver dato la sua disponibilità sia per la puntata di martedì scorso che per quella di ieri.
“Evidentemente preferiscono i monologhi dai palchi pubblici dove possono dire quello che vogliono, offendere, raccontare bugie, calunniare e diffamare protetti dal Lodo Alfano. So che c'è stata una proposta dell’Assostampa sarda per un confronto davanti al pubblico - ha aggiunto Soru -: è un modo civile e democratico di confrontarsi e mi piacerebbe farlo”. Ma ieri nel mirino dell'ex governatore c'era soprattutto il ministro Scajola, accusato di essere venuto in Sardegna per motivi 'non particolarmente urgenti'.
“È un'altra delle stranezze di questa campagna elettorale”, ha detto Soru replicando punto per punto all'esponente del Governo Berlusconi. “Il ministro Scajola ha detto che io spavento i sardi sul nucleare, ma i sardi si sono già spaventati nel 2003 quando venne dato incarico al generale Jean di
individuare un sito per le scorie nucleari: fu individuata la Sardegna e nell'Isola ci fu una grande rivolta popolare. La verità -ha aggiunto Soru - è che Scajola non smentisce che nel disegno di legge in Senato si dice che le centrali nucleari possono essere collocate dove vuole il Governo, anche contro il parere di Comuni e Regioni. E che le isole con pochi abitanti sono i luoghi più adatti: una fotografia della Sardegna.
“Scajola - ha proseguito Soru - ha confermato le nostre preoccupazioni e la volontà del Governo di andare avanti”.L'ex presidente della Regione ha poi accusato Scajola di non avere realmente a cuore le sorti della chimica sarda (“non ha mai risposto alle mie cinque lettere inviate per sollecitare un
incontro per il rilancio della chimica in Sardegna”) e di essere venuto a Cagliari per “vendersi con enfasi” cose già decise. Il riferimento era alla riapertura degli impianti di Porto Torres e alla firma del programma sul polo di Assemini: un programma - ha spiegato – cofinanziato dalla Regione al 50% e varato dalla stessa Regione qualche anno fa, approvato dal Cipe nel dicembre 2006 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nell’aprile 2007.
“Solo oggi il ministro è venuto a mettere la firma e, tra l’altro, è andato in prefettura come se non ci fosse una sede istituzionale più adatta nè un vicepresidente della Regione in carica”. Soru ha infine criticato l'emendamento al disegno di legge 'mille proroghe' che liquida l'Insar: “un furto di qualche decina di milioni di euro ai danni della Sardegna”.http://www.renatosoru.it/j/x/86?s=6583&v=2&c=366&t=1
Firenze, nella centrifuga-primarie il Pd rischia dove toccò il record
di Alberto Statera, Repubblica -
FIRENZE - L´anticacicco dalemiano sbarca al Caffè Paskowski - ironia della sorte in un palazzo di piazza della Repubblica di proprietà della Fondiaria Sai di Ligresti - roseo, sobrio, curiale, rassicurante, portatore come sempre, di un «momento di riflessione» nel Partito democratico. Un partito «alla deriva», anzi proprio «balcanizzato» in una «scomposizione verticale», secondo la pubblica e impietosa analisi del sindaco uscente di Firenze Leonardo Domenici, che dall´incatenamento di protesta che mise in scena lo scorso dicembre non ha più peli sulla lingua.
Michele Ventura, classe 1943, ragioniere, comunista, «miglior figlio» di Sestigrad, la Sesto Fiorentino rossa descritta da Ernesto Ragionieri, deputato da quattro legislature, ministro ombra del governo ombra di Walter Veltroni per l´Attuazione del programma (quello ombra) e tra i promotori della dalemiana Red, è ufficialmente da domenica il quinto concorrente alle primarie di coalizione per la candidatura a sindaco di Firenze, la contorta operazione politica che si è trasformata in un tormentone. Un parto multiplo a rischio aborto, nonostante la ridefinizione delle regole che da Roma è venuto a dettare Vannino Chiti, dopo lo scandalo di Castello, l´area di 180 ettari a nord ovest del capoluogo, al centro di un´inchiesta giudiziaria che ha coinvolto, tra gli altri, l´assessore-sceriffo Graziano Cioni, indagato per corruzione ed escluso dalle primarie. Sanguigno «figlio di babbo cenciaio», come si presenta, Graziano ha minacciato fino all´ultimo di fare una sua lista fuori dal Pd, che alle politiche del 2008 a Firenze ha avuto il miglior risultato nazionale da difendere come l´icona della Madonna di Lourdes. Ma, palesatosi il ministro ombra dalemiano, ha avuto una resipiscenza e gli ha garantito la raccolta delle firme necessarie, mille, per presentare la candidatura. Di Ventura, che i vecchi cronisti fiorentini per la cripticità dell´eloquio chiamano «Supercazzola» in onore del Tognazzi di «Amici miei», dice che è un Sor Tentenna, che «traccheggia da quarant´anni», ma che, lui decisionista, gli garantisce il suo appoggio, nonostante lo slogan attendista di Ventura sia: «Occorre una riflessione più ampia».
Sarà forse perché il cacicco fiorentino ricorda che anche l´odierno anticacicco fu un cacicco ante litteram? Correva il 1989 e in una tragica sera di fine giugno, il 29, il segretario del Pds Achille Occhetto disse che sentiva «puzza di bruciato» negli affari fiorentini. Pochi giorni prima i ragazzi della Fgci avevano innalzato una tenda rossa sulla proprietà allora Fiat-Fondiaria a Castello, per protestare contro la speculazione che lì si preparava, con l´avallo di una variante della giunta del sindaco Massimo Bogianckino. Occhetto, che oggi descrive Firenze come un prato affollato di «compagni di merendine», ordinò al segretario della Federazione Paolo Cantelli: «Blocca tutto». Quello, ricevuto l´ordine per telefono, si schiantò sulla sedia. Il giorno dopo, nel Salone dei Dugento fu uno psicodramma e un´intera classe dirigente comunista fu decapitata. Compreso il vicesindaco Michele Ventura, che commentò cripticamente: «Ho la sensazione che si vada verso il commissariamento della città». Intendeva dire che Occhetto commissariava dei gentiluomini che facevano solo il loro dovere di amministratori, favorendo lo sviluppo della città, o che il segretario prendeva in mano una situazione nella quale l´amministrazione di sinistra inciuciava con i poteri forti della speculazione, del cemento e della finanza? Nessuno lo saprà mai.
Di certo Ventura non è tipo che vada a cena con Ligresti, il quale ovunque mette le mani provoca, come in una ineluttabile maledizione, peristalsi politiche, o si incontri con Della Valle a trattare segretamente affari pubblici. Né è tipo che si faccia intercettare al telefono a gestire pastette clientelari.
Passati vent´anni, la maledizione ligrestiana del Castello torna a perseguitare Firenze e il Partito democratico nella sua trincea fiorentina, dove ad ogni costo occorre perpetuare l´egemonia ormai dimenticata altrove.
Obiettivo non facile in uno scenario di bande contrapposte. Daniela Lastri, assessore comunale uscente del Pd, bionda, testarda, autocandidatasi fin dal luglio scorso; Lapo Pistelli, deputato della Margherita preferito da Veltroni, che Cioni definisce «generale democristiano»; Matteo Renzi, ex boy scout trentaquattrenne, rampante presidente della Provincia cultore di Giorgio La Pira, antico sindaco cattolicissimo fiorentino; Eros Cruccolini, presidente del Consiglio comunale de La Sinistra: su Castello oggi tutti i candidati alle primarie vanno un po´ «schisci». Il ministro ombra comparso in extremis alle primarie di coalizione, criptico, scandisce: «Cercheremo un approccio pragmatico». Che vuol dire? Si farà o non si farà la speculazione di Ligresti a Castello, con l´integrazione dello stadio della Fiorentina voluto dai Della Valle, insieme alla Cittadella viola, ai palazzi, agli alberghi e quant´altro? Non molto tempo fa tutto l´establishment cittadino, convocato al lussuoso Hotel Four Season, esultava in prima fila, fiero della vicinanza ai poteri forti incarnati dai Della Valle. La Fiorentina? Non solo, i Della Valle hanno stabilimenti a Bagno a Ripoli e a Pontassieve. A Incisa Valdarno hanno comprato 130 ettari per farci un centro sportivo. A Firenze hanno acquistato un pezzo di palazzo Tornabuoni dai Fratini, quelli che dalle armi sono passati all´immobiliare e hanno preso una quota della nuova Alitalia. In altri tempi il giovane presidente della Provincia scriveva senza timore: «Sogno uno stadio bello, con una grande firma dell´architettura contemporanea, magari intitolato a Lorenzo il Magnifico». Oggi il sogno di Lorenzo il Magnifico è diventato un incubo, da quando il sindaco Domenici, in un´intercettazione telefonica, è stato sentito dire che gli 80 ettari di parco previsti per il ligrestiano Castello erano una «cacata» e potevano essere dedicati benissimo allo stadio dei Della Valle, con tutto il relativo indotto. La scatologia sull´area ligrestiana, che dovrebbe produrre un affare da un miliardo di euro, del resto aveva già fatto delle vittime. Mentre l´estate scorsa Domenici si apprestava segretamente a sponsorizzare lo stadio rispetto al giardino previsto fino ad allora, l´assessore alla Cultura Giovanni Gozzini, suo amico personale, dichiarava: «La mia opinione molto sfumata è che i Della Valle possono arrotolare il loro progetto del Castello e ficcarselo su per le trombe del cosìddetto». La mattina successiva Domenici, molto sfumatamente, ne pretese le dimissioni. Adesso, dopo essersi incatenato a un cancello in una gelida giornata del dicembre romano per protestare contro la presunta «gogna mediatica», il sindaco ha come riacquistato la parola. Non va molto in consiglio comunale, lascia giacere le pratiche, come se assaporasse una sorta di semestre bianco in attesa di essere chiamato a nuovi incarichi dopo dieci anni di governo della città, ma fa scorrere tutti i veleni, non risparmia nessuno, piccona come Cossiga quando lasciò il Quirinale. Lo stesso giorno in cui il ministro ombra arrivava a Firenze, lui accettava la nuova tessera del Pd, che prima aveva detto di rifiutare. E intanto si toglieva un sacco di sassolini contro i vertici del Partito democratico, «autoreferenziali», capaci persino, nella loro insipienza, di perdere la roccaforte fiorentina: «Io ho fatto la mia parte perché il Pd arrivasse al 48 per cento. Mi spiace dirlo, ma ora nel nostro partito c´è un deficit di direzione politica». Le primarie di coalizione? Con cinque candidati è come ammettere che il Pd non esiste. Il rinnovamento? Non si può fare a spese delle esperienze di governo della città per un decennio. I cacicchi e la questione morale? La confusione nella gestione politica può favorire qualcuno sul territorio, ma non si può segare il ramo su cui si è seduti. E questa crisi, in cui non si capisce se il Pd è un vero partito o un luogo dove ciascuno fa quel che vuole, non fa altro che mascherare l´inadeguatezza del governo Berlusconi.
Le primarie di coalizione infiammano - poco - Firenze, mentre la città, plumbea, si deprime, crollano le presenze nei musei e negli alberghi. La crisi morde, in attesa di Godot. In attesa come Denis Verdini, coordinatore nazionale di Forza Italia e ras toscano, che aspetta ridanciano i risultati della partita nel Pd a metà febbraio per rivelare il suo candidato. Tanto lui lo sa, ormai in Italia, nell´opacità della gestione del territorio, chiunque vinca, politica e affari si intendono alla perfezione.
Federalismo: un salto nel buio
Patrizia Rettori,
E’ permesso dire un paio di banalità? Allora eccole. La prima: il federalismo fiscale è come un coltello, in sé non è né buono né cattivo, dipende da come lo si usa. La seconda: nessun amministratore di condominio dotato di raziocinio si imbarca in una ristrutturazione senza avere la minima idea di quanto gli costerà, specie se il condominio è in serie ristrettezze.
Se queste due ovvietà sono vere, allora è incomprensibile non solo l’approvazione da parte del Senato del progetto fortissimamente voluto dalla Lega, ma anche che di federalismo fiscale si parli nelle aule parlamentari. Quando il ministro Tremonti ha confessato di non poter informare i senatori del costo della legge perché le troppe variabili in campo gli avevano impedito di fare i conti, il dibattito avrebbe dovuto essere immediatamente sospeso in attesa di poter valutare dati, anche orientativi, in base ai quali decidere orientamenti e correzioni. E’ vero che la materia è complessa e che tutto dipende dai decreti attuativi con i quali il governo renderà operativa la legge. Ma si possono sempre delineare simulazioni e su quelle calcolare costi e benefici delle varie strade praticabili.
Invece niente. Il Senato è andato avanti fino al voto come se non si fosse accorto dell’incongruenza. Se n’è accorta la Ue, che ha segnalato, sia pure con garbo come si conviene in diplomazia, i rischi dell’operazione. Se ne sono accorti i commentatori, che tuttavia hanno preferito soffermarsi sulle implicazioni politiche della vicenda piuttosto che sul merito della stessa.
Ed eccoci al vero problema: la politica o, meglio, i rapporti di forza che la governano. La ragione di tutto è qui. La maggioranza ha pagato la cambiale messa all’incasso dalla Lega. Il Pd si è astenuto per restare nel gioco e incassare il ringraziamento di Bossi, impreziosito dalla subitanea irritazione di Berlusconi. Tanto più che, se le cose si mettessero male, potrà sempre rivendicare il fatto che al Senato l’astensione vale voto contrario. Tutti, poi, avranno pensato che ci sarà tempo per mettere i puntini sulle i durante il dibattito alla Camera. Qualcuno potrà anche essersi sentito rassicurato dal fatto che, se anche il federalismo fiscale passasse “al buio”, poi ci penserà il governo, con la stesura dei decreti attuativi, a mettere le cose a posto: fiducia esiziale, perché una volta uscito dalle sedi parlamentari, il dibattito smetterà di essere pubblico e affonderà nelle tenebre dei giochi di forza interni alla maggioranza.
Eppure l’esperienza italiana dovrebbe insegnare molte cose. Per esempio il fatto che le riforme fatte in nome dell’efficienza si sono spesso trasformate in uno spreco di risorse. Le leggi che hanno trasformato i presidenti di regione in “governatori” hanno sì reso più stabili i governi delle regioni, ma hanno anche moltiplicato i centri di spesa. Non sempre, ma abbastanza per costituire un precedente preoccupante. Il federalismo fiscale dovrebbe porre rimedio proprio a questo guaio? Bene, ma se è così perché rinunciare a ragionare sulle cifre, sia pure ipotetiche?
Questo non significa essere ostili al federalismo fiscale. Se ben studiato e ben fatto, può mettere ordine nel disastrato panorama finanziario italiano. Ma se invece sarà poco studiato, e sarà realizzato in base agli appetiti di questa o quella forza politica rischia di fare danni gravi. Ed è inutile sottolineare che l’Italia non si può permettere di peggiorare lo stato dei suoi conti. Eppure le forze politiche, tutte le forze politiche, sembrano insensibili a questi argomenti. Preferiscono continuare nelle loro faccende. Forse Berlusconi spera di ottenere in cambio da Bossi il via libera alla agognata legge antiintercettazioni, forse Veltroni spera di incassare il sì alla riforma elettorale per le prossime elezioni europee. Tutto comprensibile. Ma gli italiani che c’entrano?
Non so lì da voi a Modena, ma a Bologna di questi manifesti ne ho visti già parecchi. Quando l'altra settimana, facendo due passi, mi sono imbattuto in quelle facce da comparse dei Sopranos ho pensato fosse uno scherzo. Pare di no.
È il manifesto della Fondazione Italiani nel Mondo (non ho trovato un sito ufficiale, se non i comunicati sul blog del Senatore Sergio De Gregorio).
Anche tralasciando i dubbi sulla commistione di "made in Italy" e PDL, o i commenti e le polemiche che un'iniziativa del genere suscita e che si possono trovare già a un primo giro di Google, a me colpisce l'idea stessa di un manifesto così concepito. Non posso credere che si tratti di un tale autogol di comunicazione.
Qual è, per esempio, il significato della scelta di mettere alle spalle di questi uomini una rappresentazione del mondo poco comune (la proiezione omolosina di Goode)? Perché quei colori e quella posa che sembrano citare un fotogramma del film Le Iene? E perché un fotomontaggio evidentemente così poco curato?
Io lo trovo inquietante. Se questi sono gli italiani nel mondo, forse il mondo dovrebbe prendere provvedimenti.http://piste.blogspot.com/
Per una volta bisogna dirlo: avevano ragione Silvio Berlusconi e i suoi quando denunciavano l'esistenza in Italia di un circolo mediatico giudiziario teso a stravolgere la realtà e a condizionare l'opinione pubblica. La prova? Quello che sta accadendo in questi giorni intorno alla questione intercettazioni telefoniche. E per capirlo basta leggere con attenzione "Il Giornale". Giovedì 22 gennaio, il quotidiano di Paolo Berlusconi, titola a caratteri cubitali in prima pagina «Tutto il marcio delle intercettazioni. Tangenti a pubblici ufficiali, affari con la camorra, lavoretti sporchi per i politici: un pentito svela cosa si nasconde dietro "il grande fratello" dei Pm. Che spesso fa il doppio gioco, rivelando agli inquisiti la presenza di cimici". Seguono due pagine di articolo in cui si racconta come Vittorio Bosone, il titolare di una delle più importanti ditte private che affittano i macchinari per gli ascolti alle forze di polizia e alle procure, dopo che la sua azienda è andata a carte 48, ha deciso di pentirsi inviando un esposto a molti tribunali in cui si denuncia con nomi e cognomi il malaffare nascosto dietro al business degli ascolti telefonici. La notizia è verosimile, ma falsa.
Che il mondo degli apparecchi per le intercettazioni noleggiati da privati allo Stato, sia oscuro, è un fatto. Chi scrive, nel corso degli anni, ha più volte denunciato come il sistema, per come è stato congegnato, sia un sistema a rischio bustarelle; come manchi un albo dei noleggiatori di macchinari; come le varie imprese facciano spesso cartello tra loro per non abbassare i prezzi e come in qualche caso (pochi per fortuna) si siano occupati di intercettazioni anche uomini vicini alla criminalità organizzata. Una semplice ricerca negli archivi dei giornali permette di scoprire che episodi di questo tipo non mancano e non sono mancati. Lo stesso Bosone poi si è trovato coinvolto in un'inchiesta su intercettazioni illegali effettuate da un suo dipendente a favore di importanti imprenditori.
Il punto però è un altro. Bosone, che assicura di non avere nulla di cui pentirsi, non è una gola profonda. La denuncia riportata da "Il Giornale" è fasulla: probabilmente si tratta di una sorta di lettera anonima inviata a varie autorità giudiziarie da suoi concorrenti per metterlo in difficoltà. Il Giornale, insomma, ha abboccato a una polpetta avvelenata. Tanto che nei giorni seguenti non scriverà più una riga sulla vicenda e domenica pubblicherà, ben nascosta in fondo alla pagine delle lettere, una smentita dell'interessato.
È importante però osservare quello che è accaduto nella giornata di giovedì. A sera va in onda "Porta a Porta". Tra gli ospiti di Bruno Vespa ci sono il presidente del Copasir, Francesco Rutelli, e il ministro della difesa, Ignazio La Russa. Si parla di intercettazioni e il direttore de "Il Giornale", Mario Giordano, finisce anche per dilungarsi sullo scoop farlocco della mattinata. Anche se proprio l'avvocato di Bosone, verso mezzogiorno, ha contattato i cronisti del suo quotidiano per spiegare loro che hanno preso un abbaglio.
Ora gli infortuni possono capitare a qualsiasi giornalista. Questo però è qualcosa di diverso. È una sorta di ballon d'essai prodromico a ciò che accadrà due giorni dopo quando Silvio Berlusconi, in Sardegna, comincia a parlare di Genchi e del suo presunto archivio che, come è ormai noto ai lettori di questo blog, con le intercettazioni non ha nulla a che vedere. Visto che il cavallo della «gola profonda» è morto, se ne inforca un altro. L'importante, intanto, è montare a tutti i costi uno scandalo che possa giustificare una legge che tagli le mani a pm e investigatori. Il circolo mediatico giudiziario ha colpito di nuovo. (Immagine di Roberto Corradi)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Continua a fare campagna elettorale per le elezioni sarde, senza mai neanche una volta citare il nome Soru e senza ovviamente mai farlo parlare.
Adesso, non ha neanche riportato la frase di Berlusconi su “un soldato per ogni donna”, ha semplicemente citato un passaggio veloce di Veltroni, senza neanche far capire di cosa si trattava, chiudendo con le parole di Berlusconi che ovviamente zittisce Veltroni.
È incredibile: ogni giorno è sempre più distorto e distorcente.
Adesso sto sentendo il TG1 che mi pare riassuma i fatti in modo più equilibrato, pur rappresentando tutte le posizioni.http://www.alfonsofuggetta.org/?p=4532#comments
Su lavoce.infoEnrico D’Elia analizza le ragioni del differenziale inflazionistico formatosi tra l’Italia ed Eurolandia, che avevamo segnalato tempo addietro. Secondo D’Elia esiste una sostanziale vischiosità al ribasso dei prezzi italiani rispetto alla media dell’Eurozona:
Se si guarda al differenziale di inflazione tra l’Italia e la zona euro, si osserva un restringimento sistematico nelle fasi di forti rincari e un successivo allargamento in quelle di riassorbimento delle tensioni.
Ma mentre i prezzi dei beni industriali, che poi sono quelli maggiormente esposti alle dinamiche competitive globali, tendono a comportarsi in linea con quelli europei sia nelle fasi di decelerazione che in quelle di rallentamento, i prezzi dei servizi tendono ad adeguarsi, con ritardi, ai rincari medi europei, mentre restano vischiosi al ribasso, gravando in modo più persistente sui consumatori italiani (cioè beneficiandoli meno) durante le fasi recessive. D’Elia ha un’interpretazione di questa dinamica:
La scarsa produttività dei servizi italiani non è sufficiente a spiegare, da sola, simili asimmetrie. Infatti l’accumulo di un differenziale di prezzo così ampio è possibile solo grazie allo scudo offerto da un mercato scarsamente concorrenziale, con forti barriere all’entrata di nuovi operatori e con margini di profitto che garantiscono comunque la sopravvivenza anche delle imprese meno efficienti.
E’ importante comprendere che un sistema economico che durante i rallentamenti produce disinflazione, soprattutto rispetto ai partner commerciali entro un’area valutaria comune, è fondamentale per recuperare competività, oltre che per offrire sostegno al potere d’acquisto e ridurre i tempi del necessario aggiustamento. Come sta quindi muovendosi il governo per rimuovere questo collo di bottiglia? In modo contraddittorio e certamente non risolutivo:
Da un lato, la “rottamazione” delle imprese commerciali e turistiche meno efficienti, prevista dal decreto anticrisi, sembra un primo passo nella direzione di una “pulizia” del mercato. Vanno nella stessa direzione anche il price cap asimmetrico, ovvero applicabile solo sugli aumenti, sulle tariffe pubbliche e i vincoli all’attività delle aziende municipalizzate, regionali, e così via, i limiti alla commissione di massimo scoperto e la riduzione dei compensi per le società di riscossione. Tuttavia, i crediti d’imposta su assunzioni e investimenti restano sostanzialmente a pioggia, senza alcun discrimine tra settori e imprese più o meno efficienti e concorrenziali, e aumentano gli aiuti a un settore sostanzialmente monopolistico come le ferrovie.
E’ soprattutto, il nostro è ormai diventato il paese del modello-Alitalia, quello delle liberalizzazioni pervicacemente negate, delle protezioni anticompetitive, delle rendite parassitarie, delle corporazioni, del trionfo del markup di prezzo, “cascasse il cielo”. Attendendo il capolinea.http://phastidio.net/2009/01/27/disinflazione-allitaliana/#more-2548
Le rinnovabili a Carbonia. Soru e il green new deal della Sardegna
Mentre Berlusconi oscura Cappellacci con le sue barzellette e i suoi attacchi volgari, la campagna di Soru ha un altissimo profilo programmatico. Con qualche sorpresa, in positivo. Fa un certo effetto seguire il discorso di Soru a Carbonia, perché proprio lì Soru ha deciso di parlare di fonti rinnovabili e della sua sfida ambientale, per uno sviluppo sostenibile della sua regione. È bene precisare che Soru non promette, tutt’al più rilancia, perché ogni cosa che dice è stata al centro del suo lavoro di presidente in questi anni. E Soru ricorda con orgoglio il piano paesaggistico e il piano di assetto idrogeologico finalmente approvati. E i risultati di una politica dei rifiuti efficiente, grazie alla quale la Sardegna in pochi anni è passata, per quanto riguarda la raccolta differenziata, dal 5% per cento del 2004 al 40% del 2009. Obiettivo del 2013: 65%. Soru ha un sogno: quello di fare meglio di qualsiasi regione d’Italia. Nella tutela dell’ambiente c’è la garanzia di stare meglio, e occasioni di lavoro, ricorda il presidente. E richiama il piano energetico: no al nucleare, all’insegna di «storie che appartengono al passato», dice Soru. Energia rinnovabile: da qui al 2013, produrre il 40% di quello che consumiamo con l’energia pulita. Sette anni prima del 20-20-20 europeo. Imbriglieremo il vento e il sole, ha detto Obama, nel giorno dell’inaugurazione. E Soru intende imbrigliarlo anche con le regole e con la programmazione. Tutta l’energia della Pubblica Amministrazione deve essere autoprodotta. E lo stesso deve accadere per il sistema idrico. «Tutto dipenderà dal vento e dai nostri investimenti»: dalla natura, potremmo dire, e dalla nostra capacità di valorizzarla. Per la competitività e per l’occupazione, soprattutto. E ciò non riguarda solo i grandi gruppi, ma tutto il comparto industriale, perché si tratta di un vantaggio da estendere ai piccoli nuclei e ai piccoli siti industriali. Oltre al vento, ovviamente, in Sardegna, c’è il sole: e sta per nascere la prima fabbrica per la produzione di pannelli fotovoltaici, sostenuta dalla Regione. È una visione coerente, quella di Soru, per far fare il salto della rana alla sua regione, per dare un segnale di cambiamento (di più, una vera e propria inversione di rotta) ad un paese che ha sempre investito poco e male per l’ambiente. Non si tratta soltanto di difendere il territorio, ma di promuoverlo; non soltanto di tutelare l’ambiente, ma di farlo entrare a pieno titolo nella proposta politica di una regione che deve fare passi da gigante se vuole recuperare l’arretratezza del suo sistema energetico. E competere. Più o meno quello che dovrebbe fare l’Italia, nel suo complesso. Pensando a Obama, pensando a Soru. http://civati.splinder.com/
Soru replica a Scajola sul nucleare: "È lui a spaventare i sardi". Sulla chimica denuncia il ritardo del Governo.
Redazione
Il video con la risposta sul nucleare in Sardegna (3'55")
Renato Soru ha incontrato questo pomeriggio la stampa nella sede cagliaritana di piazza del Carmine per precisare alcune dichiarazioni odierne fornite dal ministro Scajola. “In Sardegna per motivi di certo non urgenti – ha detto Soru – un’altra delle stranezze di questa campagna elettorale, ma ormai ci sono abituato. Sul nucleare il Ministro ha detto che io spavento i sardi, ma i sardi sono stati già spaventati nel passato da lui quando il governo Berlusconi si occupava di trovare un sito per le scorie nucleari. Ci fu una sollevazione popolare in Sardegna. 'No alle scorie' è stata la rivolta più partecipata di questi ultimi anni. Oggi lo stesso Ministro evita di dire che cosa accadrà se la Regione non volesse una centrale. Ma il Governo ritiene di poter agire autonomamente o no? Ebbene, il disegno di Legge in discussione al Senato prevede che le decisioni possono essere assunte anche contro il parere delle regioni; si prendono il diritto di collocare centrali ed eventuali impianti di stoccaggio delle scorie dove vogliono”.
Sulla chimica Soru ha ricordato lo scarso impegno del governo centrale: “è sconcertante che il governo non abbia fatto con la chimica uno sforzo almeno uguale a quello fatto con Alitalia. Gli importano solo gli annunci da fare al momento della propaganda elettorale in cui si vendono annunci di accordi in realtà già fatti”. Il contratto di programma Crea di Cagliari è infatti stato presentato al Ministero nel novembre 2006 e la Giunta regionale in una settimana ha deliberato il parere positivo di compatibilità del progetto con la programmazione regionale, come prevede la legge, e soprattutto il cofinanziamento con risorse regionali pari al 50% delle risorse pubbliche destinate all’iniziativa. Il contratto di programma Creo a Ottana è stato approvato da Bersani il 22 dicembre 2006, dopo essere stato fermo più di due anni nelle mani di Marzano e Scajola, e gli interventi finanziati sono in corso di esecuzione. Infine il contratto di Eurallumina, anch’esso approvato da Bersani nel dicembre 2006 dopo essere stato presentato al Governo Berlusconi nel Gennaio 2004 e fermato per oltre 2 anni, ha visto le risorse già erogate con il cofinanziamento regionale.
Renato Soru ha inoltre precisato che il Ministro Scajola, sordo ai molteplici appelli delle istituzioni sarde e dei sindacati per affrontare i problemi della chimica, si presenta solo in veste elettorale ad accompagnare il candidato della destra per venderci diritti che ci spettano e che ci eravamo già conquistati. Sul rientro a lavoro dei cassintegrati dell’Eni di Porto Torres si sta attuando ciò che l’Ad di Scaroni aveva assicurato alla Regione nell’incontro dell’11 dicembre scorso e che, purtroppo, come segnalano i sindacati e i lavoratori, non è sufficiente garanzia di rilancio delle attività.
“Mi preoccupo di quel che non dicono sul nucleare, che ci mettano un anno ad apporre una firma, che oggi in queste ore è stato presentato un emendamento che riguarda l’Insar, società partecipata nata per finanziare politiche per l’occupazione, messa in liquidazione nonostante ci fossimo offerti di prenderla in carico con tutto il personale”. La società Insar nasce con uno scopo preciso e con risorse previste dalla legge per operare esclusivamente in Sardegna, sul piano delle politiche attive del lavoro, contribuendo così anche al nuovo sistema della compartecipazione della Regione Autonoma della Sardegna al gettito fiscale.
“La Regione ha ripetutamente manifestato al Governo, azionista del principale socio di Insar – Italia Lavoro – l’intenzione di acquisire l’intera partecipazione della società. Per tutta risposta – ha detto Renato Soru - si è deliberata la messa in liquidazione della società Insar e il trasferimento della sua sede legale a Roma. Oggi il Pdl in Parlamento propone con un emendamento anche il dirottamento delle risorse di Insar dalla Sardegna – anche quelle del capitale oltre che quelle del fondo con cui venne istituita – per finanziare non meglio precisate misure a sostegno dell’occupazione nel resto d’Italia”.http://www.renatosoru.it/j/x/83?s=4&v=9&c=282&va=x&id=6576
Provincia, centrosinistra col bavaglio
“Berlusconi stravolge l'informazione:
penalizza una Sardegna senza voce”
di Ennio Neri
Imbavagliati in aula. Protesta silenziosa per dire no alla forte ingerenza del presidente del Consiglio nella campagna elettorale alle regionali. È la protesta dei consiglieri di centrosinistra della Provincia di Cagliari, per «richiamare l'attenzione dei mass media sulla necessità che il garante intervenga per ripristinare la correttezza nella campagna elettorale delle regionali in Sardegna».
All'inizio dei lavori i consiglieri di maggioranza si sono seduti sui banchi riservati al pubblico con una maglietta rossa legata al collo, come una sorta di bavaglio, contro il Cavaliere che, si legge in un documento, «sta violando sistematicamente tutte le regole di correttezza. Berlusconi», si legge ancora nel documento diffuso dai consiglieri provinciali, «è sempre in tv a parlare di elezioni regionali in Sardegna, e come premier usa con metodo il suo ruolo istituzionale per trainare il candidato del centro destra; invade gli schermi ignorando la par condicio e le regole più elementari del confronto democratico, raccontando una serie di falsità sul candidato Soru senza che vi possa essere la possibilità contestuale di replica».
Una sfida impari. Perché di contro «il centro sinistra e il candidato presidente Soru», si legge ancora nel documento, «non hanno accesso alle televisioni: c'è una Sardegna che non ha voce, alla quale viene impedito di parlare. In tutto ciò crediamo vi sia una grave lesione dei diritti e della dignità dei sardi».
«Non c'è parità di trattamento», sottolinea la consigliera Pd Lalla Pulga, «cerchiamo di utilizzare tutte le risorse a nostra disposizione affinché sia evidente che non c'è il rispetto della par condicio. Diamo un segnale», aggiunge, «del fatto che c'è chi non tollera questa mancanza di rispetto per la democrazia, se non avremo risposta proseguiremo».
E il dibattito si trasferisce anche a Roma. A Montecitorio si ironizza sull'invadenza nell'Isola del Cavaliere per il sostegno a Cappellacci. Beppe Giulietti, parlamentare Idv e portavoce dell'associazione Articolo 21, imputandogli di aver ormai sostituito Cappellacci come candidato alle regionali, invita Berlusconi ad una sfida televisiva con Renato Soru. «Ci auguriamo che il presidente Berlusconi possa rapidamente rimettersi dall'attacco di itterizia dal quale sarebbe stato colpito nella giornata di ieri», auspica Giulietti, «non appena si sarà rimesso potrebbe, per esempio, proporre un faccia a faccia televisivo, sulle reti nazionali, anche quelle di sua proprietà, tra se medesimo e il presidente della Regione sarda Soru.
In questi giorni», aggiunge, «il presidente del consiglio si è sostituito al candidato Ugo Cappellacci che si è proposto come candidato alla presidenza della Sardegna. Per queste ragioni ci sembra doveroso che si possa svolgere, in sede regionale e nazionale un vero e proprio confronto televisivo tra i due candidati. Potrebbe anche essere un'ottima occasione per verificare in quale modo Renato Soru abbia deciso di risolvere il suo possibile conflitto di interessi e per quale ragione, invece, Berlusconi abbia rifiutato qualsiasi possibile soluzione. Siamo sicuri», conclude, «che il presidente del consiglio, una volta guarito dalla sua brutta itterizia, non avrà difficoltà alcuna a fissare data e luogo di questo confronto».http://www.altravoce.net/2009/01/27/bavaglio.html
Per la prima volta in quasi 200 anni di Storia la Bolivia ha una costituzione che include tutti i boliviani e non solamente la minoranza creola. La maggioranza di cittadini che l’ha approvata è stata vastissima, tra il 57 e il 64% dei voti, a scrutinio non ancora terminato. Dopo il Venezuela e l’Ecuador la Bolivia è il terzo paese del Sudamerica (e del mondo) a reggersi su di una Costituzione partecipativa. E il latifondo non esisterà più!
Nonostante la netta espressione della volontà popolare l’opposizione reclama di aver vinto nell’Oriente, la cosiddetta Media Luna ricca, i dipartimenti di Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija e continua a profilare una lotta di lunga durata per spaccare il paese. Se si guarda ai numeri vi è una differenza importante tra il 75% di “Sì” a La Paz o a Cochabamba e il 70% di “No” di Santa Cruz e Beni, che sfumano però a poco più del 50% a Tarija e Pando ma la verità è che tale differenza non regge più a simulare un paese spaccato. Perché la Bolivia, il paese dell’apartheid, era spaccato ieri ma da oggi ha lo strumento, la nuova Costituzione che era alla base del programma politico del MAS (Movimento Al Socialismo) di Evo Morales che permetterà al paese di non essere più spaccato domani.
Alla grande maggioranza indigena fino al 1952 non era neanche permesso di votare, ma per la prima volta oggi una Costituzione prende atto e difende le lingue indigene, i costumi, il diritto a mantenere lo stile di vita con dignità e non avere solo un destino servile nelle case, nei campi e nelle miniere dei creoli. Da oggi vi saranno discriminazioni positive in favore degli indigeni, per permettere il loro inserimento nella vita pubblica e politica e per il riconoscimento della proprietà comune della terra, dell’acqua, delle foreste.
Allo stesso modo la Carta include per la prima volta una cultura di genere che garantisce le donne boliviane e profila, nonostante resti per future legislazioni, l’introduzione del diritto sessuale e riproduttivo. Si eleva al rango di diritti umani inviolabili la disponibilità di acqua potabile e altri servizi primari, finora lasciati alla giungla del mercato. Sia l’acqua che gli idrocarburi sono disponibilità esclusiva di tutti i boliviani e sono esclusi da ogni possibile forma di privatizzazione. Inoltre per la prima volta nella Storia la religione cattolica non è più religione ufficiale e lo Stato si considera indipendente da questa.
Come in Venezuela, ma il meccanismo è già stato trionfalmente sperimentato quest’anno da Evo Morales, che potrà ricandidarsi per un secondo periodo, è introdotto il referendum revocatorio, che permetterà ai cittadini di mandare a casa a metà mandato qualunque carica elettiva. La coca infine, che non era neanche nominata dalla vecchia Costituzione, diviene oggi patrimonio culturale del paese, da difendere in nome della coesione sociale e come risorsa naturale genetica e biologica in nome della biodiversità della natura boliviana.
La ricerca spasmodica di un paese più giusto per tutti è testimoniata da un dettaglio. Parallelamente al voto per la Costituzione i boliviani erano chiamati a decidere se l’estensione massima di una proprietà terriera, il latifondo dovesse essere di 5 o 10.000 ettari. Ebbene quasi quattro elettori su cinque, il 78% ha scelto di mettere un limite a 5.000 ettari. Inizia così un processo, che potrebbe durare decenni, al termine del quale il latifondo in Bolivia non esisterà più. Per il momento non saranno toccate le proprietà esistenti ma a due condizioni: che siano effettivamente utilizzate e che il lavoro salariato sia rispettato e non mantenuto in semischiavitù come spesso avviene tutt’ora.
Il presidente che comincio’ la carriera politica come organizzatore di comunita’ nei quartieri neri di Chicago, tenta ora di trasferire lo stesso approccio su scala nazionale. Una settimana dopo l’ingresso di Barack Obama alla Casa Bianca, si delineano le caratteristiche del suo ambizioso progetto di tenere l’America che lo ha votato in uno stato di ‘campagna permanente’, usando una rete di 13 milioni di indirizzi email e le potenzialita’ del web per scavalcare i media tradizionali e parlare direttamente alla gente. […]
Obama ha debuttato trasferendo alla Casa Bianca l’atmosfera da ’social network’ che ha caratterizzato la campagna elettorale: video di YouTube per presentare il tradizionale messaggio presidenziale del sabato, blog sul sito ufficiale, gallerie fotografiche costruite sul popolare sito di scambi di immagini Flickr. Nel frattempo Obama rafforza il proprio controllo politico sul partito democratico, al cui vertice ha piazzato un alleato fedele, il governatore della Virginia Tim Kaine. E lo staff obamiano inserito nei posti-chiave del partito si e’ messo in azione lanciando una nuova realta’, ‘Organizing for America’ (le iniziali sono le stesse del comitato che ha gestito le elezioni, ‘Obama for America’). In pratica si tratta di una nuova mobilitazione della base elettorale, per diffondere a livello locale l’informazione su quello che Obama sta facendo alla Casa Bianca e costruire il consenso intorno a scelte come il piano anti-crisi, la riforma della sanita’, o la campagna contro le emissioni delle auto.
L’esperimento sembra attingere alla filosofia del movimento di ‘organizzazione di comunita” lanciato nella Chicago del secondo dopoguerra da Saul Alinsky, a cui Obama si e’ ispirato fin dall’inizio della carriera politica. Ma applicarlo alla realta’ di Washington e su scala nazionale, e’ un tentativo che ha gia’ fatto emergere problemi e resistenze. I primi limiti, apparsi evidenti in questi giorni, sono di tipo tecnico: gli Obama-boys abituati a sfruttare al meglio le potenzialita’ di Facebook, i micromessaggi di Twitter o i video di YouTube, hanno dovuto prendere atto che la logistica e i limiti di sicurezza della Casa Bianca non permettono la stessa elasticita’. Macon Phillips, il trentenne capo dei ‘new media’ alla Casa Bianca, ha passato una settimana da incubo per tenere aggiornato il sito presidenziale rinnovato, cercando di superare problemi tecnici emersi uno dopo l’altro. Inoltre, la legge vieta allo staff del presidente di utilizzare direttamente gli indirizzi email raccolti in campagna elettorale, e per questo le iniziative devono passare attraverso il Partito Democratico.
I colleghi di partito di Obama, pero’, cominciano a vedere con una certa preoccupazione la crescita di potere dello staff di Obama e la creazione di un suo network capillare e radicato sul territorio, che sembra capace di far pressione sui singoli membri del Congresso e condizionarne cosi’ le scelte. E la stampa ‘tradizionale’ non vede di buon occhio il tentativo di scavalcare i giornalisti della Casa Bianca per raggiungere direttamente gli americani: ci aveva gia’ provato George W.Bush, ma senza disporre dell’armata di sostenitori che Obama si e’ portato dietro dalla campagna elettorale. Gli uomini del presidente, avverte sul New York Times Bill Kovach, presidente dell’organizzazione giornalistica Committee of Concerned Journalists, ‘’stanno cominciando a creare il loro giornalismo personale, la loro descrizione degli eventi del giorno, ma non e’ una descrizione che proviene da voci indipendenti”.
Limiti e proteste non sembrano frenare al momento gli Obama boys. David Plouffe, il manager che ha gestito la campagna elettorale, in questi giorni e’ ricomparso nelle caselle postali dei 13 milioni di sostenitori con un video nel quale li esorta a rimettersi in movimento e a unirsi a Organizing for America. Ma dopo due anni di mobilitazione permanente e continua richiesta di soldi, la sfida e’ mantenere motivata una base che mostra segni di stanchezza da sovraccarico di posta elettronica.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/27/governare-con-il-social-network/#more-358
Incidenti a Zara offuscano i successi della squadra croata ai mondiali di pallamano. Il sindaco della città ordina la rimozione di tutte le bandiere delle squadre finaliste per nascondere quella serba, aggressioni contro i tifosi macedoni. La cronaca
Traduzione per Osservatorio Balcani e Caucaso: Maria Elena Franco
Il grande successo della nazionale croata nella prima fase dei mondiali di pallamano, la più grande manifestazione sportiva mai tenutasi in Croazia, è stato offuscato da incidenti di stampo nazionalista, che hanno minacciato di caratterizzare il Paese come Stato intollerante in cui dominano odio e desiderio di vendetta. Sfortunatamente questa idea non si deve solo agli hooligans, ma anche ad alcuni politici di livello locale. Živko Kolega, sindaco di Zara, una delle sei città in cui si giocano le partite dei mondiali, ha infatti dato ordine di togliere dalla piazza principale [della città] le bandiere dei 24 Paesi partecipanti ai mondiali, solo perché tra queste vi era anche quella serba.
I giornali hanno cinicamente catalogato questo scandalo come un problema del sindaco di Zara, “una scelta di un nazionalista di quelle parti”, ma il presidente Stjepan Mesić ha preteso la responsabilità per questo incidente, affermando che “la Croazia deve difendere i simboli stranieri, così come vuole che all’estero vengano rispettati i suoi”. L’insensato gesto del sindaco è stato condannato anche dal ministro Božidar Kalmeta, originario di Zara. “Il sindaco ha sbagliato e non aveva il permesso di far rimuovere le bandiere dei Paesi partecipanti solo perché tra queste compariva anche quella serba. Nemmeno noi vorremmo che ci venisse fatta una cosa simile in altri Paesi”, ha dichiarato il ministro Kalmeta, per cercare di attenuare le ripercussioni negative di questo episodio sui media stranieri, che dipingono Zara come città incivile, primitiva e selvaggia.
Sfortunatamente nel palazzetto di Vršnjik, a Zara, dove quella stessa sera si è giocata la partita Serbia - Germania, i tifosi hanno fischiato l’inno serbo. Ancor prima, nell’albergo in cui erano ospitati i giocatori serbi, è arrivato l'avvertimento anonimo di un falso attentato. Nella serie di incidenti che sono avvenuti in città è stato poi preso di mira anche il presidente della squadra di pallacanestro serba Hemofarm, Marko Ivanović, la cui macchina, parcheggiata di fronte all’hotel, è stata colpita a sassate.
L’avventura peggiore è toccata ai tifosi macedoni, giunti a Zara per sostenere la loro squadra, che insieme alla nazionale serba si è qualificata per le finali. Un tifoso di Skopje è stato picchiato brutalmente ed è finito in ospedale. Un altro gruppo di tifosi macedoni, che passeggiava tranquillamente per le vie di Zara, è stato assalito senza alcuna ragione da alcuni hooligans del posto.
I tifosi della nazionale serba, che ha giocato la prima partita a Poreč, in Istria, erano rimasti sorpresi dalla piacevole accoglienza degli abitanti del luogo e dal fatto che in una settimana di soggiorno in città non vi fosse stato alcun incidente. Lo stesso dicasi per i tifosi della nazionale macedone, che ha giocato a Varaždin, cittadina della Croazia nord-occidentale, a 80 km da Zagabria: lì sono stati ben accolti e non hanno avuto alcun problema. A Zara, invece, è stato completamente diverso.
I media avevano avvertito delle minacce provenienti da Zara e indirizzate alla tifoseria serba. Anche se la polizia è stata efficiente e ha preso i responsabili degli attacchi, si sono avverate le previsioni che dicevano che “nella città di Ante Gotovina” i tifosi e i giocatori serbi avrebbero potuto avere dei problemi. Il fatto che Zara e il suo entroterra siano stati duramente colpiti dai serbi durante la guerra, e che il generale croato Ante Gotovina, sotto processo all’Aja per crimini di guerra, sia originario di queste zone, sono all’origine dell’intolleranza diffusa tra la gente del luogo nei confronti della Serbia.
Tuttavia Zara non è l’unica città in cui sono avvenuti incidenti legati al grande evento sportivo. Per organizzare questi mondiali di pallamano, la Croazia ha investito molto dal punto di vista finanziario, nella speranza di farsi una buona pubblicità e di poter avere un ritorno positivo con la visita di più turisti stranieri la prossima estate. Questa immagine, però, è stata rovinata da un gruppo di ragazzi ubriachi che, sulla piazza principale di Zagabria, dove si seguono le partite dei mondiali, hanno tentato di dar fuoco alla bandiera serba, issata insieme a quelle degli altri Stati partecipanti. La polizia li ha arrestati e per questo saranno puniti.
Gli incidenti avvenuti in Croazia durante lo svolgimento dei mondiali di pallamano hanno lasciato un brutto segno, presentando l’immagine di un Paese in cui regnano intolleranza e odio. Anche se gli episodi di violenza erano indirizzati principalmente contro la tifoseria della Serbia, con cui la Croazia è stata in guerra all’inizio degli anni ’90, non è possibile giustificarli con la frustrazione che esiste ancora oggi in una parte della popolazione. Il problema è serio, in quanto si tratta principalmente di ragazzi giovani che al tempo del conflitto non erano ancora nati, o erano molto piccoli.
Questi episodi di violenza sono inoltre un pessimo precedente alla vigilia della visita del premier croato Ivo Sanader a Belgrado, il cui obiettivo è tentare di ricucire lo strappo tra i due Stati dovuto al riconoscimento del Kosovo da parte della Croazia e all’accusa di genocidio presentata contro la Serbia da Zagabria alla Corte Internazionale di Giustizia.
Con una mossa di forte valenza mediatica Barack Obama ha scelto di concedere la sua prima intervista ufficiale, come presidente in carica, ad una televisione araba, El Arabya.
Nel corso dell'intervista Obama ha voluto mandare a tutti i musulmani un messaggio di distensione, dicendo che per prima cosa gli Stati Uniti dovranno tornare a trattare gli islamici con lo stesso rispetto con cui desiderano essere trattati da tutti gli altri.
Obama ha detto di aver mandato il suo inviato personale in Medio Oriente [George Mitchell] con il compito “di ascoltare”, prima di tutto, la posizione precisa di ciascuno, e poi tornare a riferirgliela. Obama ha sottolineato che prima gli Stati Uniti “dettavano” agli altri quello che dovevano fare, ma da oggi non sarà più così.
Per troppo tempo - ha detto Obama - c'è stata questa confusione fra “terroristi” e “musulmani”, che ha finito per portare troppa gente a vivere in maniera miserevole nei paesi islamici.
Riguardo al futuro della Palestina, Obama ha detto che il problema andrà inquadrato tenendo conto di tutti gli elementi in campo, ...
... dalla Siria all’Arabia Saudita, dall'Iran all'Afghanistan al Pakistan, poichè sono tutti collegati, e questo impone di trovare una soluzione collettiva per raggiungere una vera stabilità.
Obama ha poi detto che ritiene ancora possibile arrivare alla soluzione dei due stati contigui, Israele e Palestina, con piena libertà di transito all'interno di ciascun territorio.
Questa è un’affermazione particolarmente pesante, poichè implica – fra molte altre cose – anche l’abbattimento del muro della vergogna.
Obama ha detto infatti che Israele rimarrà sempre un paese alleato, ma che ci sono molti israeliani che sono stanchi di questa situazione impossibile, che non può portare a nulla di positivo, e che sono disposti a trovare finalmente un accomodamento con i palestinesi pur di veder crescere i propri figli con un minimo di serenità.
In ultimo Obama ha detto che una volta tornati a separare il termine “musulmano” dal termine “terrorista” sarà anche molto più facile individuare i secondi, le cui strategie dimostrano ormai di essere state fallimentari.
Quando l’intervistatore gli ha chiesto di chiarire meglio il pensiero, Obama ha risposto che questo terrorismo “islamico” non ha compiuto un solo gesto grazie al quale si possa dire che oggi c’è un bambino musulmano che stia meglio di ieri.
Come dire, non solo i musulmani non c'entrano niente con il terrorismo, ma quelli che dicono di praticare il terrorismo nel nome dell’Islam dimostrano chiaramente di non agire nel suo interesse.
L’intervistatore, forse perchè “sazio” di tante dichiarazioni sorprendenti, non ha osato chiedere a Obama nell’interesse di chi, se non dei musulmani, possano agire invece questi “terroristi”.
Piccola nota alla vigilia dell'arrivo in Medio Oriente di George Mitchell, neo-designato inviato speciale americano per il Medio Oriente. Le aspettative sono tante, anche tra i più cinici, perché Mitchell è uno dei pochi inviati che ha lasciato un buon ricordo, perlomeno tra chi pensa a una soluzione giusta e durevole per il conflitto israelo-palestinese. La questione di fondo sono le "regole d'ingaggio" del senatore Mitchell. Il presidente Obama è stato chiaro, ha mandato pieno al tavolo negoziale. Questo significa, nei fatti, che la politica estera statunitense sarà bicefala. O per meglio, dire, il segretario di stato Hillary Clinton avrà limiti seri nella sua azione. Come giustamente fa notare Helena Cobban. A chi riferirà, infatti, George Mitchell? A giudicare dal tempismo della sua nomina, riferirà a Obama e al consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Jones, che non dovrebbe aver avuto una comunanza di idee - a quanto si dice -con un altro generale che è in Medio Oriente da un po' di anni, e cioè Keith Dayton, l'uomo che ha rafforzato i corpi di sicurezza legati al presidente Mahmoud Abbas, in funzione anti-Hamas.
Se Mitchell riferirà direttamente alla presidenza, e non al dipartimento di stato, ciò significa che il segretario Clinton, molto vicina alle posizioni israeliane, avrà non solo limitazioni, ma anche un contraltare piuttosto importante. Anche perché Mitchell il Medio Oriente lo conosce molto bene. Da molti anni.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Repubblica Democratica del Congo: arrestato il generale Nkunda
L'arresto è il frutto di un'operazione congiunta dei governi congolese e ruandese avviata per neutralizzare i ribelli
Lo scorso 22 gennaio, nella Repubblica Democratica del Congo, è stato arrestato il generale Laurent Nkunda, capo del Congresso nazionale per la difesa del popolo (CNDP), uno dei principali attori nel conflitto che sta mettendo in ginocchio la regione del Nord Kivu. L'arresto è il frutto di un'operazione congiunta dei governi congolese e ruandese avviata per neutralizzare i ribelli responsabili delle continue violenze contro i civili nella regione.
Il generale tutsi Nkunda, accusato di numerosi crimini e omicidi, si è sempre scontrato in questi territori con le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (FDLR), un gruppo di ribelli hutu fuggiti in Congo in seguito al genocidio del '94, con l'esercito regolare congolese (FARDC) e le milizie filo-governative Mayi Mayi. Lo scorso 20 gennaio le truppe ruandesi sono entrate in Nord Kivu. Gli osservatori sostengono che dietro questa azione congiunta ci sia un accordo tra i due governi che prevede la neutralizzazione delle FDLR, voluta dal presidente ruandese Kagame, in cambio della cattura di Nkunda, obiettivo del presidente congolese Kabila. In seguito alla scissione interna al CNDP avvenuta a metà gennaio, che ha visto alcuni fedelissimi di Nkunda firmare una tregua con l'esercito congolese, la posizione del generale tutsi si sarebbe fortemente indebolita, facilitandone la cattura. Ora il prossimo obbiettivo sono le FDLR, che devono essere disarmate e messe in grado di non nuocere alla sicurezza dell'area.
Vista l'escalation delle violenze e le difficoltà a regolarizzare le milizie anche da parte della missione ONU Monuc, l'arresto del generale Laurent Nkunda apre nuovi scenari nella Repubblica Democratica del Congo. L'accordo tra i due governi potrebbe rappresentare una nuova via, un primo passo verso la collaborazione tra stati impegnati per la pace di questi territori. La neutralizzazione di alcune pedine nello scacchiere del Nord Kivu, infatti, lascia intravedere la possibilità di una soluzione a questo conflitto che dura da più di 15 anni.
Cappellacci non vuole andare a Ballarò, così non ci può andare neanche Soru. Che strano. Lo dice con chiarezza lo stesso Giovanni Floris: «Sto facendo di tutto, ma la par condicio vuole che se uno non intende confrontarsi neanche l'altro può essere invitato. fate sentire la vostra pressione, chiedete il confronto, di qualsiasi idea politica siate. Sia per chi vota Cappellacci, sia per chi vota Soru, vederli confrontare civilmente sarebbe importante». http://civati.splinder.com/
Dal Pd una parola chiara
Ignazio Marino*
la Repubblica
Caro direttore, in medicina è noto che di fronte ad una grave malattia la cosa da fare è affrontarla subito e intervenire con determinazione.
Perché il male non si ferma da solo e, se trascurato, danneggerà l´intero organismo. È un criterio che andrebbe applicato alla nostra società e che si adatta in modo particolare alla situazione che sta vivendo il Partito democratico. La malattia in questione è l´indecisione, o meglio l´incertezza che si percepisce nel difendere senza indugio alcuni principi basilari, come la laicità dello Stato.
Io, come tutti i democratici, credo in una società fortemente ancorata ai principi della libertà, del rispetto, dell´uguaglianza, del diritto. Sono elementi irrinunciabili in cui si riconoscono quasi tutti i cittadini italiani, a partire dagli oltre tre milioni che parteciparono entusiasticamente alle primarie del Pd nel 2007. Ma se il Pd si propone come sostenitore di queste istanze, è fondamentale che le sue azioni siano conseguenti e per questo deve trovare il passo giusto per operare scelte chiare, altrimenti le sue esitazioni diverranno la sua più grande debolezza. Prendere una posizione chiara su un tema specifico non significa negare le diversità o non ammettere il pluralismo e la libertà di coscienza, ci mancherebbe altro, significa però condividere i grandi principi e non avere alcuna esitazione nel momento in cui c´è bisogno di schierarsi dalla parte della libertà e dei diritti civili.
Questo ragionamento oggi è valido per il testamento biologico, dato che il Pd si appresta al confronto con la destra nelle aule parlamentari. Ma si riproporrà domani sulle unioni civili, sulla ricerca sulle cellule staminali, sul destino degli embrioni abbandonati da anni a morire nei congelatori, sulle adozioni per i single e si potrebbe continuare. La necessità di prendere una posizione netta (qualunque essa sia) su tematiche delicate, che mettono in gioco non solo la politica ma anche la coscienza di ognuno, la cultura, la fede, sarà sempre più frequente. Attraversiamo un´epoca in cui la rapida, e storicamente inedita, evoluzione del progresso scientifico propone, forse impone, alla società, e a chi ricopre il ruolo di rappresentare l´orientamento popolare, interrogativi continui e molto complessi.
Mi auguro che questo sia evidente ormai a tutti: non si tratta solo di arrivare ad una singola legge, speriamo condivisa ed efficace, sul testamento biologico; non si tratta solo di riflettere sulla drammatica e penosa vicenda di Eluana Englaro. Sul tavolo c´è la questione di come il mondo politico italiano affronterà i temi eticamente sensibili: avrà un atteggiamento laico, disposto ad ascoltare le ragioni della scienza, rivolto a ricercare le soluzioni migliori nell´interesse di tutti e soprattutto dei più deboli, oppure avrà un comportamento sottomesso all´ideologia degli schieramenti e alla logica dell´uno contro l´altro? E in che misura si terrà conto delle espressioni di alcuni vescovi, la cui complessa missione è di formare le coscienze e indicare l´etica cattolica ma non di scrivere le leggi di uno stato laico?
Di fronte a questa situazione io sento la necessità di rivolgermi ai parlamentari del mio partito ma anche a tutti gli altri, a coloro che credono nella libertà come valore fondante della vita e della dignità degli esseri umani. Chiedo di affrontare il dibattito parlamentare sulle dichiarazioni anticipate di trattamento proprio seguendo questo spirito di libertà. A chi è credente, come me, e a chi non lo è, chiedo di ascoltare ciò che gli suggerisce la ragione e la coscienza e di valutare con sincerità, all´interno del suo animo, se è davvero convinto di fare approvare una legge in cui si decide di togliere all´individuo la libertà di poter scegliere. È bene ricordare che la legge proposta dalla destra va contro il principio della nostra Costituzione, la quale sancisce il diritto alla cura ma non il dovere alle terapie: la norma che saremo chiamati a votare, prevede infatti che idratazione e alimentazione artificiali siano sempre somministrate a qualunque paziente incapace di esprimere il proprio consenso.
In questo modo sarà eliminato il ruolo del medico, che invece dovrebbe suggerire, in base alle sue conoscenze e alle indicazioni del paziente, quando somministrare o sospendere tali terapie, e sarà sottratta a ciascuno di noi la possibilità di indicare le proprie volontà. Oltretutto, si andrà contro l´orientamento della stragrande maggioranza degli italiani che, come confermato da un sondaggio pubblicato su questo giornale, in ottanta casi su cento affermano di voler decidere autonomamente o con l´ausilio di un familiare sulle terapie di fine vita.
Più in generale, sono convinto che proprio su questi temi, sui diritti delle persone, sugli interrogativi che riguardano la vita e la morte e la loro relazione con le nostre radici cristiane e con il progresso della scienza, vada rafforzata l´identità del Pd. Un´identità che si costruisce coinvolgendo e ascoltando le tante persone che hanno aderito ad un progetto e con cui il legame si sta allentando. Non può crescere la forza e il radicamento di un partito nel tessuto sociale se sui grandi temi, invece di cercare il contributo dei suoi elettori, si vogliono più semplicemente individuare mediazioni attraverso la discussione, per quanto approfondita, all´interno della classe dirigente.
L´attenzione alle sofferenze altrui, l´autonomia dell´individuo di fronte alla scelta delle cure mediche, il rispetto delle sentenze della magistratura, dovrebbero essere punti fermi per chi si riconosce nel Pd. La debolezza di identità si traduce in caduta di autorevolezza. È un fatto umano e diffuso in molti settori, dalla medicina alla musica, ma in politica è diverso: non si allontanano i pazienti o la possibilità di esibirsi in sale da concerto prestigiose, in politica chi perde autorevolezza paga con il calo dei consensi e della partecipazione.
* L´autore è chirurgo, senatore del Pd e Presidente della Commissione parlamentare d´inchiesta sul Ssn
Ma non vi vergognate?
Voi italiani al pari mio non vi vergognate di avere un presidente del consiglio come questo?
Non vi vergognate ogni volta che lo sentite parlare? Nel sapere che lui ci rappresenta di fronte a tutto il resto del mondo?
Quando dice che i fatti come quello avvenuto a Guidonia sono inevitabili e che l'unico modo per evitarli sarebbe mobilitare un soldato per ogni bella donna non provate vergogna?
Non sentite che c'è qualcosa che non va quando il TG5 fa vedere 3 minuti di servizio di campagna elettorale in Sardegna svolta da lui dove attacca Soru senza un minimo di contraddittorio? Dico senza un minimo, nemmeno 10 secondi?
Non vi viene in mente che ci potremmo forse meritare qualcosa di meglio?
Si, questa sinistra non è un granchè, ma in confronto a questa destra anche il peggiore dei politici di sinistra sembra uno dei migilori statisti del '900.
Non provate inoltre un senso di inquietudine quando sentite dire che Craxi andrebbe riabilitato tout court?
Io lo ammetto mi vergogno, provo una fortissima vergogna. Ogni volta che lo vedo andare all'estero già so che ci farà fare una figura di merda. E così è. Ogni volta che vado all'estero e mi sento dire "ma come fate ad avere quel presidente del consiglio" provo vergogna.
Come spiegare che io non l'ho votato? Mi dicono che da loro nemmeno lo lascerebbero candidare uno così. Già, vagli a spiegare che l'Italia non è un paese normale. E prova a dare torto ad uno come Bocca che chiama la sua rubrica su L'Espresso l'antitaliano. Io, giorno dopo giorno, mi sento sempre più come Bocca, senza avere il suo vissuto.http://lemieidee.ilcannocchiale.it/
Predappio: vince a sorpresa Frassineti
Lo hanno scelto 365 elettori, contro 296 che hanno votato Villiam Flamigni. Frassineti ha vinto in tutte le sezioni, tranne a San Savino e Tontola
- Giorgio Frassineti, 44 anni, è il candidato a sindaco del Pd per le elezioni amministrative di giugno a Predappio. Lo hanno scelto 365 elettori alle primarie di ieri, contro 296 che hanno votato Villiam Flamigni. Frassineti ha vinto in tutte le sezioni, tranne a San Savino e Tontola, dove Flamigni si è piazzato primo con 107 voti contro 37.
Commenta a caldo il vincitore: "Questa vittoria contiene una nota amara, la morte in queste ore di mia nonna. Faccio i complimenti a Flamigni per la correttezza e l’onestà. Lavoreremo insieme". Risponde lo sconfitto: "Gli faccio tanti\ auguri. Oltre che più giovane, è da meno anni in politica. Il mio futuro? Lo decideremo nel partito".
L’affluenza alle urne è stata tranquilla, ma i 672 votanti (661 schede valide) hanno battuto i 500 dell’anno scorso per scegliere Veltroni. Nel seggio di Predappio, come raccontano i responsabili Luigi Lolli e Giordano Mercatali, ha votato anche una decina di immigrati extracomunitari.
La maggioranza dei votanti è formata di adulti e anziani, ma non sono mancati diversi giovani, come la sedicenne Agnese Dossi. Per i primi parla Livia Moretti, 83 anni, ex consigliere comunale di sinistra: "Ho sempre votato nello stesso modo". Aggiunge sibillino Francesco Casadei'"
Rossi, 70 anni, imprenditore edile: "Ho votato perché Predappio resti com’è nata. Anzi, funzioni meglio". Per i giovani parla Silvia Leoni, 18 anni, studentessa al liceo scientifico di Forlì: "E’ la prima volta che voto e la partecipazione alla vita pubblica del paese m’interessa".
Aggiunge la mamma, Patrizia Incerti, commerciante: "In famiglia riteniamo che sia un dovere scegliere il candidato a sindaco".
I genitori e le due figlie sono orientati sullo stesso nome. Anche la famiglia di Elena Mengozzi, 46 anni, impiegata, si è recata al voto al completo. Ma i due genitori e la figlia 21enne non concordano sul candidato. "Siamo l’espressione — sorride la signora — del nuovo Pd: genitori da provenienze diverse, la giovane figlia simbolo del nuovo partito". Sono molti i non iscritti al partito, come Dumer Michelacci, 40 anni, libero professionista, sposato e con due figli, per il quale "è indispensabile la partecipazione attiva dei cittadini".
Condivide l’idea anche la francese sposata a Predappio Marie Line Zucchiatti, 44 anni, insegnante alla Scuola per interpreti di Forlì. Clima sereno anche nei seggi delle frazioni, specialmente a Fiumana, con tanto di torte, bibite, caffè e frappe rosse. "A Fiumana — racconta l’ex sindaco Ivo Marcelli — il seggio è stato animato anche da diversi giovani, fra cui una decina di sportivi, che hanno votato al termine della partita di calcio".
«Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha oltrepassato ogni segno accusandomi, impunemente, di aver intascato tangenti o cose del genere: lo dovevo a me stesso, ai miei figli, ai miei familiari». Così Renato Soru, all'uscita del Palazzo di Giustizia di Cagliari, ha spigato il motivo della querela per «diffamazione e calunnia» presentata contro il premier. - Dopo aver depositato la querela per diffamazione e calunnia, Renato Soru, incontrando brevemente i giornalisti, ha spiegato che il suo atto deriva dal
«comportamento del premier in questi ultimi giorni di campagna elettorale: è da tempo che dice delle cose che sono perseguibili».
«Purtroppo, in questo momento - ha aggiunto - credo che sia protetto dal lodo Alfano, staremo a vedere. In ogni caso, non di
campagna elettorale si tratta - ha concluso - ma di comportamenti umani». Sul teatrino sardo del premier, che per recarsi ogni settimana in Sardegna per la campagna elettorale muove uno stuolo di carabinieri, elicotteri sottratti alle forze dell'ordine e un Airbus A319 della Flotta aeronautica militare (naturalmente pagati da noi contribuenti), è intervenuto il segretario del Pd, Walter Veltroni che mercoledì e giovedì sarà nell'Isola a sostegno del candidato del centrosinistra. "Il premier è totalmente disinteressato alla crisi del Paese. E invece di lavorare come fanno gli altri leader europei, va continuamente in Sardegna a fare campagna elettorale. Bisogna ricordargli che in Sardegna ci sono delle elezioni regionali e non è lui il candidato". E infatti ieri, il capo del Governo, arrivato in ritardo al comizio sassarese ha spiegato alla platea: "Scusate il ritardo. C'è che a tempo perso faccio anche il presidente del Consiglio". A tempo perso.
Dunque Berlusconi, con protervia, veste i panni del vero Cappellacci. Quell'altro, quello che il Pdl avrebbe candidato alla corsa per la presidenza della Regione Sarda, il figlio del suo commercialista, appare solo su qualche manifesto, e sempre al fianco del lider maximo. Che lo zittisce anche pubblicamente ("buono Ugo, ora andiamo a pranzo"), trattandolo come un fantasma. Il giochino mediatico è facile facile. Il premier lo ha già sperimentato in Abruzzo, ma in Sardegna sta dando il meglio di sé. Nove appuntamenti elettorali. E che ci siano crisi nazionali o internazionali, non fa nulla. Berlusconi si muove e naturalmente con lui arrivano le telecamere di ogni tiggì . Il Cavaliere parla e sullo sfondo c'è il logo del Pdl e naturalmente il messaggio a caratteri cubitali per votare Ugo ("zitto Ugo, ora andiamo a pranzo"). Anche le telecamere delle Rai, che è servizio pubblico. In sintesi tra aerei di Stato e tg, tra elicotteri e carabinieri, un pezzo della campagna di Ugo la paghiamo pure noi. Alla faccia della par condicio.
Per questo Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, lancia una proposta-provocazione: «Ci auguriamo che il presidente Berlusconi possa rapidamente rimettersi dall'attacco di itterizia dal quale sarebbe stato colpito nella giornata di ieri. Non appena si sarà rimesso potrebbe, per esempio, proporre un faccia a faccia televisivo, sulle reti nazionali , anche quelle di sua proprietà, tra se medesimo e Renato Soru. In questi giorni, infatti, il presidente del consiglio si è sostituito al candidato Ugo Cappellacci che si è proposto come candidato alla presidenza della Sardegna. Per queste ragioni ci sembra doveroso che si possa svolgere, in sede regionale e nazionale un vero e proprio confronto televisivo tra i due candidati". http://www.unita.it/news/80631/soru_berlusconi_ha_passato_il_segno
In politica la semplificazione degli argomenti paga spesso, ma non sempre. Certamente non funziona quando crea aspettative che l’elettorato può misurare sulla propria pelle facilmente e in qualsiasi momento. Come nel caso delle politiche su crimine e sicurezza, sulle quali il centrodestra ha ricostruito da qualche anno la propria identità e che oggi rischiano di diventare il terreno di un sorprendente smottamento di consensi.
Esaurita all’inizio di questo decennio la spinta liberista e libertaria delle origini, il berlusconismo benevolente e consensuale della nuova stagione ha trovato nella lotta alla criminalità la chiave di una duplice operazione politica. Da un lato per dare spazio alle pulsioni identitarie degli alleati penalizzati dalla forza della leadership del Cavaliere, e dunque l’istinto d’ordine di Alleanza Nazionale e la pregiudiziale anti-immigrazione della Lega, e dall’altro per rinsaldare il legame populistico con il proprio bacino elettorale lungo una linea immediatamente comunicabile e comprensibile. Un’operazione che ha potuto contare sull’arretratezza mostrata su questi stessi temi dal centrosinistra, impantanato da anni in una lettura buonista del piccolo crimine che non solo è rimasta lontana dall’evoluzione di altre sinistre europee ma che non ha neanche corrisposto alle politiche spesso rigorose realizzate da molti dei suoi uomini di governo.
Sta di fatto che, su questo sfondo, il “cattivismo” del centrodestra italiano ha assunto la forma di una campagna estremamente semplificata che ha promesso al paese un livello di rassicurazione impossibile da raggiungere. L’ultima battuta di Berlusconi sui “trentamila soldati da inviare nelle strade” appare avventurosa come un qualsiasi rilancio al buio, deciso tra l’altro senza verificare le autentiche disponibilità delle forze armate, ma coglie alla perfezione lo spirito della retorica sicuritaria del centrodestra. Prima il reato di immigrazione clandestina, poi i militari per le strade, poi ancora l’annuncio di una moltiplicazione dei centri di accoglienza senza concertazione con le popolazioni locali. Messe una dietro l’altra, le iniziative del centrodestra in tema di sicurezza compongono un castello di carte rivolto soprattutto a rassicurare l’opinione pubblica ma esposto ai disastrosi colpi di vento di un qualsiasi stupro di gruppo. Perché è la percezione d’insicurezza, più che i concreti livelli di sicurezza, a rappresentare il centro di attenzione dell’iniziativa politica. Un centro inevitabilmente ideologico e orientato alla rassicurazione totale, bisognoso di un rilancio continuo secondo i ritmi di una campagna elettorale che sembra non finire mai ma nei fatti estremamente vulnerabile ai colpi di coda di una realtà dove il singolo stupro e la singola rapina assumono subito il segno del contrappasso.
La fragilità ideologica della retorica sicuritaria berlusconiana si coglie ancor meglio se messa a confronto con l’esperienza britannica, dove nell’ultimo decennio si è avuta una stretta anti-crimine solo in apparenza analoga a quella italiana. La svolta neolaburista racchiusa dal celeberrimo slogan blairiano “duri sul crimine e sulle cause del crimine” ha avuto certamente una sua componente ideologica, rivolta anche verso i ritardi culturali della sinistra britannica, ma si è poi tradotta in un’iniziativa politica di segno comunitario molto più che repressivo. Dal 1998 in avanti, a partire dal “Crime and disorder act”, l’azione di governo si è orientata a costruire un reticolo di iniziative di prevenzione incardinato sul contenimento dei “comportamenti antisociali” e dunque composto di ammonimenti ai più giovani, responsabilizzazione dei genitori, vigilanza sulle zone a rischio, velocizzazione dei procedimenti giudiziari etc. Il tutto accompagnato dall’aumento del 48 per cento negli investimenti pubblici in tema di sicurezza, compreso un incremento del 10 per cento degli addetti di polizia e del 30 per cento nel numero di detenuti. Anche la politica anticrimine laburista si è rivelata esposta ai contraccolpi di una realtà nella quale si continua a delinquere, da ultimo con l’ondata degli omicidi giovanili commessi con armi da taglio. Ma il senso dell’enorme distanza tra il caso britannico e quello italiano è in due elementi: il tono della critica dei Tories, che in questi anni hanno ripetutamente puntato il dito contro l’eccesso di paternalismo legislativo a cui i governi laburisti avrebbero sacrificato la centralità della repressione; ma soprattutto la diminuzione reale dei fenomeni criminali che, secondo le statistiche pubblicate la scorsa settimana dal Home Office, hanno visto dal 1997 una diminuzione del 39 per cento nei reati e del 40 per cento negli episodi di violenza.
Anche allargando il confronto al contesto più generalmente europeo quello italiano si conferma un problema di percezioni di sicurezza più che di autentica diffusione di reati. L’ultimo rapporto “Burden of crime in the EU”, originariamente promosso dal Consiglio d’Europa e realizzato da un ampio gruppo di istituti di ricerca, colloca l’Italia ai primissimi posti per insicurezza percepita. Nel 2005 quasi la metà dei nostri cittadini dichiarava “probabile” l’eventualità di un furto in casa propria e poco meno del 40 per cento si sentiva in pericolo camminando dopo il tramonto, con un netto incremento rispetto alle rilevazioni della metà degli anni Novanta. L’esatto contrario di quanto descritto nello stesso periodo in paesi come la Gran Bretagna, la Spagna o la Germania, che rispetto all’Italia appaiono assai più sereni sui rischi connessi al crimine. E soprattutto il segno di una difficoltà della nostra politica, stretta com’è tra buonismi e cattivismi di segno essenzialmente ideologico, a rassicurare l’opinione pubblica con politiche meno semplificate ma più efficaci.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/
Il Consiglio di Stato cinese, organo esecutivo del paese, ha deliberato mercoledì scorso di spendere l’equivalente di 123 miliardi di dollari per istituire entro il 2011 una forma di copertura sanitaria universale per gli 1,3 miliardi di abitanti. E’ comunemente ritenuto che l’altissimo tasso di risparmio cinese derivi da motivazioni precauzionali: il paese, nominalmente comunista, è infatti privo di reti di protezione sociale, e ciò spinge la popolazione a risparmiare per affrontare eventi importanti della vita, come gli studi e soprattutto le spese sanitarie, che possono avere un impatto catastrofico sulle finanze delle famiglie. Il piano prevede la produzione ed erogazione di farmaci, la riorganizzazione del sistema ospedaliero e la copertura sanitaria anche delle areee rurali più remote.
Sgravando le famiglie dall’esigenza di risparmio precauzionale legato alla spesa sanitaria dovrebbe verificarsi una progressiva ascesa dei consumi interni, che potrà iniziare a contribuire alla modifica del modello di sviluppo cinese, finora basato sulle esportazioni, e destinato ad entrare in conflitto con lo speculare riequilibrio del modello statunitense, che nei prossimi anni dovrà necessariamente ridurre il grado di leva finanziaria delle famiglie (cioè aumentare il tasso di risparmio), e puntare maggiormente sull’export per compensare la flessione dei consumi. Lentamente, qualcosa si muove. Sperando che la situazione non precipiti per mosse avventate, incomprensibili ed anche prive di fondamento fattuale come quella di dichiarare la Cina un “manipolatore della valuta”.http://phastidio.net/2009/01/26/cina-la-via-sanitaria-ai-consumi/#more-2545
In un'economia come quella tedesca, trainata negli ultimi anni dal boom delle esportazioni, la crisi del settore auto rischia di causare molti più danni che altrove. Il rallentamento del commercio mondiale, provocato dal dissesto finanziario, si è infatti riverberato in maniera negativa anche sulla domanda di vetture provenienti dalla Repubblica federale, innescando una reazione a catena che ha coinvolto tutti i marchi più prestigiosi del made in Germany. Se aggiungiamo anche l'indotto, si tratta di un mercato che offre lavoro a poco meno di 800.000 persone e il cui fatturato contribuisce a più del 20% del PIL. Già nell'ultimo trimestre dell'anno il comparto aveva mostrato bruschi segnali di cedimento. A dicembre le immatricolazioni di nuove auto erano crollate del 7% rispetto allo stesso mese del 2007, mentre su base annua le vendite hanno subito una contrazione dell'1,8%, un dato non così drammatico se messo a confronto con quello di altri paesi europei, ma pur sempre il peggior risultato dai tempi della riunificazione. Stando agli esperti del centro tedesco di ricerca automobilistica (CAR), nel 2009 la situazione non è affatto destinata a migliorare, dal momento che gli autoveicoli venduti non dovrebbero superare quota 2,8 milioni, a fronte dei 3,1 registrati nel 2008. Le prime avvisaglie del crollo si erano manifestate già a fine ottobre, quando Opel e BMW avevano gradualmente ridotto la produzione. A novembre la società di Rüsselsheim, in mezzo al guado per le vicissitudini della casa madre americana General Motors, ha lanciato il grido di allarme, esortando il governo a concederle una garanzia sui crediti da 1,8 miliardi. Garanzia sulla quale l'esecutivo ha a lungo tentennato, finendo poi per concederla, a partire però solo dal marzo prossimo. Infine, a dicembre, Daimler è stato il primo tra i carrozzieri tedeschi ad annunciare l'introduzione del regime di "settimana corta" per quasi quarantamila dei suoi dipendenti. Qualche giorno fa sullo stesso terreno l'hanno seguita VW, che ha indetto una settimana di Kurzarbeit a fine febbraio per 2/3 del suo personale e infine BMW, che tra febbraio e marzo terrà per qualche giorno a casa 26.000 dei suoi lavoratori. Ma alla canna del gas ci sono anche le industrie dell'indotto, tra cui Bosch e Schaeffler, quest'ultima ancora alle prese con la scalata per il controllo di Continental. Complice anche la predisposizione di un fondo da 100 miliardi per le aziende in difficoltà, nessun'impresa del comparto ha finora ragionato in termini di tagli all'occupazione. D'altra parte, il pacchetto di misure approntate di recente dal governo di Große Koalition per sostenere l'acquisto di nuovi veicoli non sembra in grado di risollevare il settore dall'impasse. L'esenzione del bollo per un anno (due nel caso in cui si opti per una vettura Euro 5 o Euro 6), accompagnato da un premio di 2500 euro per la rottamazione, paiono infatti provvedimenti insufficienti a salvaguardare i profitti (e con essi i posti di lavoro) delle grandi case automobilistiche tedesche. Secondo il professor Ferdinand Dudenhöffer dell'Università di Duisburg-Essen, "gli incentivi non sortiranno alcun effetto. Sarebbe stato molto più sensato rivedere i criteri del pagamento del bollo, legandoli da subito alla quantità di Co2 emessa da ciascun veicolo". Su pressione dei Verdi, la questione è così diventata un incandescente argomento di dibattito anche ai piani alti della grande coalizione. Non è quindi escluso che le richieste ecologiste, dalle quali dipende anche il voto favorevole del Bundesrat, non vengano accolte. Al di là del quadro a tinte fosche dipinto dagli economisti, qualche spiraglio aperto c'è: "Volkswagen ha il grande vantaggio di essere presente in tutti i mercati mondiali: è l'ottavo gruppo per quota di mercato negli Stati Uniti e il primo produttore di automobili in Cina", dice al RiformistaAndrea Giuricin, fellow dell'Istituto Bruno Leoni. In particolare, tra i marchi del gruppo, sembra ben equipaggiata Audi, che ha fatto tesoro della partnership con Porsche in occasione del lancio del Q7. La stessa Porsche viene da anni di successi e, dopo una faticosa scalata, ha acquisito una decina di giorni fa la maggioranza assoluta del capitale di VW. L'unico intoppo rimane la minoranza di blocco garantita ex lege al Land Bassa Sassonia. Infine il gruppo Daimler, benché viaggi a ranghi ridotti, tiene bene sul mercato statunitense grazie agli ottimi affari rimediati con il lancio della nuova Smart.http://germanynews.ilcannocchiale.it/
Certo che usare il grimaldello federalista - classico attrezzo conservatore per la guerriglia contro le istanze rinnovatrici del governo federale (dal new deal all'aborto e ai diritti civili) - per spingere un'agenda ecologista è diabolico. L'avrà pensato durante la vacanza alle Hawaii. Comunque è la campana a morto per i "light truck". New York Times
CINA L’università di Pechino impone agli studenti di boicottare Carta 08 Professori di diritto hanno aderito al documento. Per reazione, agli studenti è indicato di “non conformarsi” a quanto dice il documento e di denunciare chiunque ne parli in modo positivo.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La facoltà di giurisprudenza dell’università di Pechino vieta agli studenti di simpatizzare verso Carta 08, documento che chiede al governo maggiore democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Carta 08, presentato il 9 dicembre, ha già ottenuto oltre 7mila firme di adesione, nonostante l’attenta censura delle autorità e la persecuzione contro molti dei più noti autori e firmatari (nella foto Liu Xiaobo, arrestato dopo la firma). Hanno firmato eminenti docenti della Scuola di Diritto dell’università di Pechino, come il professor He Weifang e Zhu Suren fratello del decano Zhu Suli.
Per risposta le autorità, in un documento con data 16 gennaio, che qualcuno ha messo su un blog poi tradotto a cura del sito ChinaDigitalTimes, chiedono agli studenti di questa facoltà “di resistere con fermezza e astenersi da simili questioni [Carta 08]”, “non conformarsi in modo acritico e non seguire le azioni della massa e di non distribuire notizie dannose tramite i media o altri canali di comunicazione”, ma “informare subito il Partito” se qualcuno lo fa. E’ detto con chiarezza che “tali questioni [Carta 08] sono contro il Partito e il socialismo”, ma non è spiegato perché.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14314&size=A
Se Barack Obama starnutisce, i giornalisti di Politico ce lo fanno sapere in tempo reale.
Da quando il nuovo presidente ha giurato, e’ partito ‘Politico 44′, un racconto minuto per minuto (a tratti anche un po’ ossessivo), di quello che succede alla Casa Bianca.
O quantomeno di quello che i giornalisti riescono a sapere dalla sala stampa.http://blog.marcobardazzi.com/
MEDIORIENTE:Gli ordigni inesplosi promettono altri morti Erin Cunningham
Una granata anticarro inesplosa davanti al quartier generale dell’ONU a Gaza City
Foto: Erin Cunningham
GAZA CITY,(IPS) - All'inizio, i 44 bambini che vivono nella casa della famiglia Zani a Beit Hanoun erano diffidenti nei confronti del missile F-16 inesploso la cui coda sporgeva minacciosamente dal loro giardino, dopo essere atterrato nella prima settimana di attacco israeliano su Gaza. Ma ormai si sono abituati alla sua presenza - giocano spensierati e accendono perfino dei falò intorno all’ordigno, ha raccontato un parente.
“Cos’altro dovremmo fare?”, chiede Mohamed Zani, padre di 18 figli, tutti residenti nella casa di Zani. “Questa e la situazione qui da noi, e dobbiamo conviverci”.
Zani spiega che per rimuovere il missile aveva chiamato le forze di difesa civile di Gaza, che erano rimaste colpite durante l’invasione e adesso si sono installate in una sede improvvisata nell’ospedale di Al-Shifa.
Ma l’amministrazione di Gaza non ha né i fondi, né gli equipaggiamenti né il know-how per disinnescare l’arma. “Non so chi altri chiamare”, ha detto Zani. “Sembra che nessuno sia in grado di aiutarci”.
Nonostante l’interruzione dell’operazione Piombo fuso, durata 22 giorni, con bombardamenti aerei e una massiccia offensiva di terra, un numero imprecisato di munizioni inesplose minaccia di scatenare un’altra ondata di uccisioni e menomazioni nel territorio palestinese devastato.
Quando l’esercito israeliano è ripartito, a Gaza sono rimaste sparse ovunque bombe, granate anticarro, razzi e missili, che rappresentano una “grossa minaccia” per la popolazione civile, ha dichiarato il Comitato della Croce Rossa (ICRC) la scorsa settimana.
Visto che Gaza è tra le aree più densamente popolate al mondo - con 1,5 milioni di persone in un’area di appena 40 chilometri di lunghezza e 10 di ampiezza - c’è un rischio particolarmente alto che gli ordigni inesplosi continueranno ad uccidere, sostiene la ICRC.
Due bambini sono rimasti uccisi martedì scorso a causa di ordigni rimasti inesplosi a Shaaf, est della città di Gaza.
Venerdì scorso, la ICRC ha portato due esperti di armamenti per stabilire il numero delle munizioni inesplose e la loro collocazione.
”La scuola sta per ricominciare, ma i bambini si ritroveranno per strada”, dice il portavoce dell’ICRC a Gaza Iyad Nasr. “Se gli accertamenti non partiranno subito e non riusciremo a stabilire dove si trovano le armi, la situazione potrebbe diventare tragica”.
La scuola di Zahwa Rosary a Gaza City ha da poco riferito di un ordigno inesploso nel proprio campus. E altre scuole potrebbero essere minacciate da bombe in attesa di esplodere.
I bambini continuano ad essere i più vulnerabili agli attacchi, spiega Nasr. Almeno un terzo delle vittime cadute in questa guerra erano bambini, riferiscono le Nazioni Unite e gli operatori sanitari di Gaza.
C’è poi una granata anticarro rimasta inesplosa presso la sede dell’Agenzia ONU per i rifugiati (UNRWA) a Gaza City, e in tutta la striscia vengono riportati casi analoghi di ordigni inesplosi.
La minaccia del numero imprecisato di munizioni inesplose sta intralciando i soccorsi umanitari, che sono più che necessari adesso, e ostacola anche l’avvio dei già controversi sforzi per la ricostruzione.
”L’azione umanitaria è stata sospesa”, ha detto Nasr all’IPS. ”Ai nostri operatori abbiamo impedito di avvicinarsi alle aree che sono state sede di combattimenti massicci, o di scavare tra le macerie. Quasi tutti i progetti dell’ICRC sono stati compromessi dall’invasione israeliana”.
Gran parte delle strade di Gaza sono state danneggiate, e di interi isolati non sono rimasti che cumuli di macerie.
Nasr spiega che potrebbe essere attivata una task force multinazionale, che comprende ICRC, la britannica Handicap International e il Fondo Onu per l’infanzia (UNICEF), per ripulire Gaza dalle munizioni pericolose.
Ma Israele e Hamas “farebbero meglio ad accettare” la presenza di un team internazionale per il controllo degli armamenti, segnala Nasr, “se non vogliono continuare a veder morire la gente”.
I costi per la bonifica dalle munizioni potrebbe raggiungere il miliardo di dollari, osserva Nasr. Secondo il Dipartimento della difesa USA, il costo medio per disinnescare una bomba inesplosa si aggira intorno ai mille dollari.
Nel novembre 2006 è entrato in vigore un nuovo protocollo allegato alla Convenzione del 1980 sul divieto di talune armi classiche, che obbliga gli stati in guerra ad eseguire o a pagare per la rimozione degli ordigni inesplosi nel periodo post-bellico.
Il Protocollo relativo ai residuati bellici esplosivi è stato approvato quasi immediatamente dopo l’invasione israeliana del 2006 in Libano, dove, secondo il Centro di coordinamento delle Nazioni Unite per lo sminamento, le Forze di difesa israeliane (IDF) avrebbero lasciato fino a un milione di munizioni e bombe cluster inesplose.
Attualmente, segnala Nasr, non abbiamo prove concrete che Israele abbia utilizzato le bombe a grappolo - che al momento nell’impatto rilasciano centinaia di piccole sottomunizioni mortali - nel recente bombardamento di Gaza.
Ma è ancora alto il rischio di rimanere feriti gravemente e anche uccisi, spiega. “È assai preoccupante quando granate e munizioni pesanti vengono utilizzate su un’area così densamente popolata in un periodo di tempo tanto breve”, ha aggiunto.
“E la popolazione è preoccupata, a ragione. Vuol dire semplicemente che la guerra non è ancora finita”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1377
Un gruppo di intellettuali turchi lancia un appello alla riconciliazione con gli armeni. La Procura di Istanbul denuncia l'iniziativa, ma la petizione sta raccogliendo migliaia di adesioni. Il dibattito nel Paese e le iniziative per il secondo anniversario dell'omicidio Dink
Ha raggiunto le oltre 28mila e cento adesioni la petizione online Chiedo scusa agli armeni lanciata alla fine dello scorso dicembre da un gruppo di accademici e intellettuali turchi. Le poche righe uscite dal pugno dei suoi promotori, i docenti universitari Baskın Oran, Ahmet İnsel, Cengiz Aktar, i giornalisti Ali Bayramoğlu e Aydın Engin, sono il frutto di una meditazione durata un anno per arrivare ad esprimere la propria posizione di fronte a uno dei temi più spinosi per la Turchia, quello del riconoscimento del genocidio armeno, che la storiografia turca identifica come “migrazione forzata”. “Il mio cuore non accetta il fatto che la gente stia insensibile alla grande tragedia che gli armeni ottomani hanno vissuto nel 1915” – si legge nel teso redatto in più lingue, tra cui l’italiano – “respingo questa ingiustizia e condividendo il loro dolore e sentimento chiedo scusa ai miei fratelli armeni”.
Come specifica il prof. İnsel, il documento vuole essere anzitutto “una presa di posizione individuale di fronte alla responsabilità storica. Noi cittadini abbiamo il diritto di esprimere le nostre opinioni sulla storia della Turchia in modo indipendente dalla storiografia ufficiale. Non bisogna trasformare questa campagna in uno strumento politico”. Il Prof. Aktar ricorda invece quale sia la versione della storiografia ufficiale su questo tema: “Un avvenimento comune e di secondo piano; spiegata con i massacri reciprochi giustificati con le condizioni della Prima guerra mondiale. Tuttavia, purtroppo, la realtà è alquanto diversa. Forse c’è una sola verità, e cioè che gli armeni non sono più presenti in Anatolia, mentre le altre ‘presenze’ turche e curde ci sono ancora. Le cose capitate agli armeni, in Turchia sono pochissimo note, sono state fatte dimenticare, rimuovere. I turchi le hanno sentite dai racconti dei loro nonni. Ma l’argomento non è mai potuto diventare un racconto oggettivo di storia. Ed è per questo che molte persone oggi credono in completa buona fede che non sia capitato niente agli armeni. I firmatari di questa petizione sono dei singoli soggetti. Si tratta di una voce proveniente dalla coscienza del singolo. Chi vuole chiede scusa, chi non vuole no.”
Nonostante nella dichiarazione non compaia l’espressione “genocidio”, per i suoi ideatori e tutte le persone che si sono unite successivamente alla campagna è scattata una denuncia presso la Procura generale di Istanbul, per avere infranto l’articolo 301 del codice penale per “offesa della identità turca”. Nella denuncia si fa notare che la petizione è “un’aperta umiliazione del popolo turco”, “un’imputazione al grande popolo turco di un genocidio” gesti, questi ultimi, “comprovati” dal metodo di diffusione della petizione “realizzata su internet per essere propagata al mondo intero”.
In seguito alle modifiche apportate lo scorso anno dal parlamento all’articolo 301, spetterà ora al ministro della Giustizia valutare se il testo rappresenti un’offesa alla “turchità”. Nel frattempo il premier turco Erdoğan ha preso le distanze dall’appello affermando: “Evidentemente loro hanno commesso un tale genocidio e quindi chiedono scusa. La Repubblica della Turchia non ha alcun problema di questo tipo […] Non accetto e non sostengo questa campagna. Noi non abbiamo commesso alcuna colpa e dunque non chiedo scusa. Se fossi colpevole, lo farei.” Il presidente della Repubblica Abdullah Gül, dal suo canto, si è invece lamentato del fatto che chi intraprende tali iniziative “non chieda il permesso alle istituzioni”, ritenendo che la petizione abbia avuto un “effetto negativo” nel processo di ristabilimento dei rapporti tra la Turchia e l’Armenia, congelati dal 1993, e ripresi timidamente lo scorso settembre in occasione di una partita di calcio tra le nazionali dei due paesi, cui Gül ha assistito a Erevan assieme al presidente armeno. Anche lo Stato maggiore si è unito al coro delle disapprovazioni: “Riteniamo che non sia corretto quello che si sta facendo. Chiedere scusa oltre che sbagliato può anche essere dannoso”.
Se per quanto riguarda la “grande tragedia” prevale ancora un atteggiamento di paura che vuole evitare il confronto con il passato, la recentissima pubblicazione del libro dello storico Murat Bardakçı “Talat Paşa’nın Evrak-ı Metrukesi” (I Documenti lasciati da Talat pascià) porta alla luce un nuovo dato che può far ripartire il dibattito sulla questione, giacché ristabilisce per la parte turca il numero degli armeni coinvolti negli eventi del 1915, e questa volta con una prova inoppugnabile: 972 mila persone che risultano assenti al conteggio demografico successivo al biennio 1915-16, secondo quanto registrato nel diario tenuto dal pascià Talat, che fu ministro dell’Interno dell’allora governo guidato dal movimento Unione e Progresso e anche responsabile diretto dell’ordine di far “evacuare” gli armeni dall’Anatolia.
Istanbul, 19 gennaio 2009, la manifestazione per Dink: "Non dimenticheremo" (Foto Alberto Tetta - Bianet)
In queste ultime settimane, mentre la Turchia assiste ogni giorno a nuovi arresti di personalità di spicco del passato recente e del presente del paese, da ex generali a politici, da fanatici nazionalisti a giuristi, accusati di essere coinvolti nelle trame dell’organizzazione eversiva Ergenekon, prende forma anche il faticoso processo per portare alla luce i fatti e i responsabili dell’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink, cui il sito della petizione dedica un’ampia sezione. Il secondo anniversario della sua morte cadeva proprio il 19 gennaio scorso, e 10mila persone si sono raccolte a Istanbul, davanti alla sede del suo giornale, ARGOS, per commemorarlo e chiedere giustizia.
Non è ancora stato provato un collegamento tra l'assassinio del giornalista e Ergenekon, ma l’avvocato della famiglia Dink, Fethiye Çetin, ha dichiarato al quotidiano “Taraf” che esistono grandi analogie tra il modo di operare di Ergenekon e l’omicidio Dink. Sono molte le domande che attendono una risposta. Per esempio non si sa ancora chi abbia fornito l’arma del delitto. Gli imputati che sono stati portati in aula sono un gruppo organizzato intorno all’ultranazionalista BBP (Büyük Birlik Partisi - Partito della grande unione), ma è diventato sempre più evidente che questi sono solo i pesci piccoli dietro cui si nascondono quelli più grandi.
Istanbul, 19 gennaio 2009: la manifestazione per Dink (Foto Alberto Tetta - Bianet)
La scoperta che Erhan Coşkun, uno dei due imputati dell’omicidio, fosse un membro “ausiliare” dei servizi segreti, ha portato a galla il legame tra l’attentato e lo Stato. Resta infine fortissima l’eventualità che Ramazan Akyürek, direttore della sezione dei servizi segreti di Trabzon, e Ali Öz, comandante della gendarmeria della stessa città, non abbiano preso le misure necessarie per evitare l’attentato pur essendo stati avvisati dallo zio di Yasin Hayal, secondo imputato principale. Tutto questo nel rapporto che la commissione di vigilanza del Primo ministro ha redatto e presentato al premier Erdoğan due mesi fa. Farà ora seguito l’istruttoria sui due responsabili delle forze dell’ordine. Non è arrivato invece il consenso ad avviare un’indagine sulla municipalità e sulla prefettura di Istanbul, altrettanto responsabili - secondo la famiglia Dink - di non aver preso alcuna precauzione nonostante anche loro fossero stati messi al corrente del programmato attentato. La famiglia Dink ha tuttavia contestato questa ultima risoluzione rivolgendosi alla Corte europea per i diritti dell'uomo. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10820/1/167/
Nell’ottobre ‘96, dovendo giustificare con i rispettivi elettori l’inciucio della Bicamerale, destra e sinistra presero per buona la bufala del “cimicione” che Berlusconi disse di aver trovato nel suo studio e attribuì alle “procura deviate”. Poi si scoprì che era un ferrovecchio inutilizzabile, piazzato in casa sua da un amico del capo della sua security incaricato di “bonificargli” la reggia. Ma intanto la Bicamerale era nata e il cimicione-truffa aveva svolto la sua sporca funzione. Ora Al Tappone ci riprova con un’altra superballa, assecondato al solito dalla presunta opposizione e dai giornali: il presunto “scandalo” dell’“archivio Genchi”, che dovrebbe spianare la strada alla controriforma delle intercettazioni. Gioacchino Genchi è un funzionario di polizia, in aspettativa da anni, che collabora con la magistratura fin dai tempi di Falcone, ha fatto luce sulle stragi di mafia, ha risolto decine di omicidi insoluti e tuttora collabora con varie Procure in indagini su malaffari, mafioserie e fatti di sangue. Che fa Genchi: intercetta? No, non ha mai intercettato nessuno. Dunque, qualunque cosa si voglia sostenere sulla sua attività, non ha alcun legame con la legge anti-intercettazioni. Che fa allora Genchi? I magistrati,secondo la legge, dispongono intercettazioni e acquisizioni di tabulati telefonici. Poi li passano al consulente tecnico, che li “incrocia” grazie a software sofisticati e relaziona sui contatti telefonici fra indagati intercettati e non indagati. Genchi l’ha fatto anche nelle indagini di De Magistris, prima che fossero scippate al titolare. Tutte le cifre che si leggono sui giornali e i commenti dei politici (compreso l’ineffabile presidente del Copasir Francesco Rutelli, amico dell’indagato n.1 di “Why Not”, Antonio Saladino) sono falsi o manipolati o frutto di crassa ignoranza. Chi si scandalizza per le “migliaia di telefoni controllati per conto di De Magistris”, chi strilla perché fra quei numeri ci sono quelli di “molti non indagati”, di parlamentari non intercettabili, di agenti segreti, non sa quel che dice. O mente sapendo di mentire. Per conto di De Magistris, Genchi ha trattato 730 utenze, appartenenti a un numero molto inferiore di persone (ciascuna usa più telefoni e più schede): fra queste ci sono decine di indagati e centinaia di non indagati. Com’è inevitabile, visto che i tabulati indicano chi chiama chi, chi viene chiamato da chi, e da dove, e a che ora, ma non il contenuto della conversazione. E ciascun indagato parla con decine di non indagati. Nessuno può sapere chi sono queste persone (onorevoli? agenti segreti? papi?), finchè non si risale al titolare dell’utenza. Solo dopo, se l’utente è coperto da immunità o altri privilegi, si provvede a fermarsi o a chiedere il permesso. In ogni caso è impossibile violare segreti di Stato leggendo il tabulato di una spia (non si sa cosa dice), né intercettandola: la legge vieta a militari e agenti segreti di “trattare al telefono argomenti classificati”. Se uno 007 parla al telefono di segreti di Stato, è lui a violare la legge, non chi lo ascolta. (Vignetta di Natangelo)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
C’è casino al Casinò e Cacciari si rivale sul predecessore Costa
DI ALBERTO STATERA
Perde il banco sul rosso al Casinò di Venezia, che è la Zecca del Comune, suscitando le iraconde ambasce del sindaco Massimo Cacciari e rinfocolando la polemica non proprio signorile con il suo predecessore Paolo Costa. Il bilancio del 2008 si è chiuso con entrate per 186 milioni di euro, meno 3% rispetto all'anno precedente. Un risultato non tragico rispetto a quelli delle case da gioco del resto del mondo, che hanno perso dal 10 fino al 150%, comprese quelle direttamente concorrenti della vicina Slovenia, che stanno licenziando almeno 200 dipendenti. Sufficiente però a far prospettare al presidente Mauro Pizzigati non solo il taglio di 9 milioni di sponsorizzazioni, ma persino una riduzione del contributo al Comune. «Se i tagli non dovessero bastare ha detto Pizzigati all'assemblea della Casinò Spa credo sia necessario avviare una riflessione pacata e serena sulla convenzione che ci lega al Comune, al quale nel 2008 abbiamo dato oltre 107 milioni». Tutt'altro che «pacato e sereno», Cacciari gli ha intimato: «107 milioni erano e 107 milioni restano». E ha stigmatizzato la «megacazzata» fatta dal suo predecessore Paolo Costa, che rischia di affondare ulteriormente i conti della Zecca lagunare.
Era l'8 aprile del 2002 quando il sindaco Paolo Costa, oggi presidente della Commissione Trasporti europea e dell'Autorità portuale veneziana, convocò una conferenza stampa a Ca' Farsetti e definì un «disastro gestionale» la conduzione del Casinò dell'amministratore delegato Gianni Corradini, che aveva avviato un progetto di gioco on line e una nuova sede del casinò a Malta.
Un mese dopo fu cacciato con ignominia, inseguito da una causa da 12 milioni di euro per i danni che avrebbe causato all'azienda comunale. Ma i giudici hanno dato ragione a Corradini, dichiarando che le risultanze istruttorie hanno «smentito le tesi della Società Casinò in ordine ai gravi inadempimenti dell'ex amministratore». Il quale ora chiede 10 milioni di risarcimento per il mancato reddito e per il danno alla sua immagine e al suo onore.
Cacciari ha giurato che della «megacazzata» non è «assolutamente disposto ad assumersi responsabilità anche contabili, che sono della precedente amministrazione comunale. «Farò tutto quanto potrò perché la Casa da gioco possa rivalersi su chi ha effettivamente responsabilità in questa vicenda». Cioè il predecessore Paolo Costa. Il quale si difende affermando che di fronte alla denuncia di «mala gestio» del Consiglio d'amministrazione e del Collegio dei revisori lui non poteva far altro che compiere un «atto dovuto».
Come se non bastasse, i croupier veneziani hanno vinto due cause sulla ripartizione delle mance e si sono visti riconoscere dai giudici del lavoro 10 milioni tra mance e interessi maturati. «Due sentenze che ci mettono in ginocchio ha detto Pizzigati anche queste per decisioni prese dal precedente Consiglio d'amministrazione e dalla precedente Assemblea dei soci e non dagli amministratori di oggi. Ricorreremo in appello, ma dovremo comunque accantonare la cifra richiesta».
La Zecca lagunare è così diventata una spina nel fianco del sindaco Cacciari, il quale denuncia che Venezia non ha più un soldo e mentre si spendono miliardi per il Mose, che lui contesta, i monumenti veneziani sono a rischio. «La sentenza sulle mance che nasce dalla folli pretese dei croupier ha detto alla "Nuova Venezia" rischia di creare danni enormi al Comune. Fino all'ultimo uomo combatteremo per rovesciare il provvedimento. Resistere, resistere, resistere».
L'ironia di calle a questo punto certifica icasticamente: «Ciò, c'è casino al Casinò».
a.statera@repubblica.it http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/01/26/primopiano/012ortensia.html
Primarie sì, primarie no
Per rianimare la politica
di Vittorio Sammarco
Sì, anzitutto partecipare
La domanda, ridotta all’osso, è questa: in un periodo di forte crisi politica, per un’organizzazione, semplice o articolata che sia, è necessaria una maggiore o minore dose di democrazia? Di fronte ai travagli del Partito democratico tanti, sia pure con sfumature diverse, sono favorevoli alla seconda soluzione. Si sono sentite affermazioni del tipo: “useremo ora le primarie cum grano salis”; “bisogna mettere un freno all’ingorgo delle primarie”. Si potrebbe dire: Dio acceca chi vuole perdere.
Partiamo dalla considerazione che il termine “primarie”, abusato nella generalizzazione mediatica, in realtà si addice soltanto alla procedura che porta alla scelta di un candidato per una successiva elezione aperta ad una pluralità di elettori, non più circoscritti a quelli che hanno partecipato alla prima (appunto, primaria). Ebbene, già su questo meccanismo, mutuato soprattutto da quello statunitense per presentare il candidato alle elezioni presidenziali, qualcuno, dopo un breve periodo di entusiasmo, sembra ricredersi ed esprime qualche dubbio. Serviranno a scegliere le persone migliori? Non permangono troppe ambiguità? Quali i meccanismi di controllo e rivolte a chi? E gli strascichi successivi? Tante obiezioni. Ma su questo piano rimangono ancora ragionevoli e discutibili. Si apre dunque un dibattito.
Ben più forti e drastiche, direi definitive, quelle che si rivolgono all’uso di primarie per la scelta di dirigenti di partito. Che in realtà sono operazioni da chiamare più correttamente “elezioni dirette del segretario”, “aperte”, “diffuse” o con altri termini, che non indicano primarie in senso stretto, ma un meccanismo che prevede l’estensione del potere di scelta e di voto dei dirigenti non solo agli iscritti, ma anche ai simpatizzanti e agli elettori. Per molti è una specie di anomalia da guarire, un’incurabile ingenuità che sta procurando danni (quali?), che bisogna limitare o addirittura bloccare. Come è possibile, dicono, che i dirigenti di un partito possano essere scelti da chi non vuol condividere fino in fondo quel partito, le sue procedure, i suoi percorsi, le sue regole, fino ad iscriversi? A che serve tesserarsi – ha detto uno dei massimi dirigenti – se poi anche un non-tesserato può eleggere il segretario?
Qui – a mio modesto avviso, invece – si gioca tanta parte del futuro non solo del Pd, ma della democrazia italiana. Pensare che sia una sciocchezza, nelle condizioni di credibilità in cui oggi sono i partiti, la decisione di aprire porte e finestre per chiamare le persone, gli interessati, i simpatizzanti, a decidere della vita del partito significa, nei fatti, rinchiudersi nel recinto dell’intoccabilità, dell’autoreferenzialità. Solo nella, coraggiosa e rischiosa, certo, dimostrazione che non si ha nulla da temere dall’allargamento della partecipazione fino agli estremi confini si può testimoniare poi un radicale ripensamento del modo di fare politica.
La domanda che proviene dai cittadini poggia su due colonne: la partecipazione e la responsabilità. Ossia la “partecipazione” come “coinvolgimento, passione, esposizione in prima persona alle vicende della democrazia”; insieme alla responsabilità, la capacità, appunto, di dare risposte, di assumere in modo coerente il percorso analisi-scelte-effetti, e quindi il portato del successo o dell’insuccesso del proprio operato. “Soltanto nella democrazia la partecipazione e la responsabilità convivono in una tensione reciproca” e per questo in democrazia “stanno e cadono insieme”, scrive Franco Riva nel suo bel libro “Partecipazione e responsabilità. Un binomio vitale per la democrazia” (Città Aperta edizioni, pp. 94, Euro 10).
I cittadini su questi due parametri giudicano e valutano l’operato di una forza o coalizione politica che si definisce diversa da quella contrapposta.
Scrive Luigi Pizzolato sul numero 1/2008 di Appunti di cultura politica: “è il tempo di rilanciare la socialità cancellata, facendo vedere come le insicurezze e i bisogni, anche individuali, si risolvano più costitutivamente nella relazionalità… La città del nostro tempo ha bisogno di proposte civili che non alimentino gli smarrimenti e le distanze, ma che ricuciscano il tessuto lacerato; che rassicurino l’individuo nelle condizioni di debolezza”. Ecco: la politica, e in particolare il partito o i partiti che si richiamano esplicitamente a questo patrimonio di valori, sanno dare risposte concrete su questo profilo?
È evidente: il metodo delle primarie (anche applicato all’elezione degli organismi dirigenti di un partito), non è la soluzione di ogni problema. Ma è condizione necessaria (sebbene non sufficiente) per riavviare una relazionalità (strettamente abbinata alla fiducia, risorsa assai scarsa quanto preziosa) elemento costitutivo di un partito, di una comunità cittadina, di uno Stato. Se adesso dovesse arrivare ai cittadini il segnale che “abbiamo sbagliato, ora torniamo a fare da soli”, qualsiasi percorso di recupero di credibilità sarebbe impossibile. E tornerebbero a vincere i soliti noti.http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=43848
"Soru: infrante tutte le regole di equilibrio e correttezza"
26 GENNAIO - LA NUOVA SARDEGNA
Piero Mannironi
Con l’'invadenza televisiva', le battute velenose su Soru e i proclami trionfanti sui sondaggi, Berlusconi trascina la campagna elettorale su un terreno dove i contenuti politici e i problemi reali impallidiscono. Fin quasi a scomparire. Il Cavaliere, finora unico vero antagonista di Soru, usa infatti con metodo il suo ruolo istituzionale per 'trainare' il candidato del centrodestra Ugo Cappellacci. Ed è un Soru furioso che reagisce a quella che definisce, senza molti giri di parole, come "una sistematica violazione di tutte le regole di correttezza". E, a questo punto, non solo.
Sì, perché il passaggio fatto dal premier a Tempio sul caso Saatchi & Saatchi, secondo Soru potrebbe avere un rilievo penale. Per questo, stamane si presenterà alla procura della Repubblica di Cagliari per denunciare il presidente del Consiglio. In serata, la notizia viene diffusa dall’ufficio stampa del presidente uscente della Regione e chiude una giornata nella quale si erano già viste le scintille tra i 'duellanti' sulla guerra sui sondaggi.
"Renato Soru - si legge nella nota -, preso atto delle infamanti dichiarazioni riportate oggi dal quotidiano 'La Nuova Sardegna' come pronunciate dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel comizio elettorale di ieri a Tempio ("Un appalto da 60 milioni di euro per la pubblicità e lui, Soru, contestualmente, si è fatto dare 30 milioni per la sua società"), e ritenendo le stesse intollerabilmente lesive della sua dignità personale in quanto del tutto mendaci, qualora dovesse essere accertata l’effettiva riconducibilità a Berlusconi di tale calunniosa affermazione, depositerà personalmente nella giornata di domani, presso la Procura della Repubblica di Cagliari, una querela contro il Presidente del Consiglio".
Per dirla tutta, il nostro giornale aveva citato anche la posizione sull’argomento del candidato del centrodestra Ugo Cappellacci: "Per Soru sta arrivando un rinvio a giudizio".
La 'bomba' deflagra alla fine di una giornata nella quale si erano già avvertiti chiaramente i segnali di una tensione crescente. La crudezza di alcune battute del Cavaliere e soprattutto i giudizi feroci su Soru e la sua gestione politica della Regione, erano una miccia che attendeva una scintilla per essere accesa. Per non parlare, poi, dell’uso continuo dei sondaggi da parte del presidente del Consiglio: sabato a Tempio aveva parlato di un vantaggio di Cappellacci di tre punti e stamane, a Sassari, il presunto vantaggio era già salito di un altro punto percentuale.
L’eco delle parole di Berlusconi arriva a Soru al termine dell’appassionato intervento nell’affollatissimo cineteatro Andromeda di Siniscola. "Come - dice Soru gelido -, il presidente del Consiglio parla di quattro punti di vantaggio? Personalmente non trovo corretto diffondere dati con tanta leggerezza in campagna elettorale. Una campagna elettorale nella quale, lo voglio ricordare, il programma di Cappellacci è ancora un mistero. Comunque non dicono la verità, perché loro la verità la conoscono molto bene. E cioé che noi siamo avanti di otto punti".
Poi si infila in auto e parte per Orune. E che il clima fosse radicalmente cambiato lo si è capito benissimo fin dalle prima battute di Soru a Siniscola. Non solo la presentazione del programma, ma anche e soprattutto la dura risposta agli attacchi di Berlusconi. Usa parole spesso taglienti, a volte beffarde, ma comunque mai fuori misura.
"Strana campagna elettorale, questa - attacca - dove non ci si confronta con il candidato del centrodestra, ma direttamente con il presidente del Consiglio. Che ieri, a Tempio, ha infranto tutte le regole di equilibrio e di correttezza: era infatti su tutte le reti televisive italiane. E dietro di lui, silente, il candidato del centrodestra. Un’immagine davvero imbarazzante per noi sardi".
E ancora: "Mentre io, come vedete, mi muovo da solo con la mia auto, Berlusconi usa tutto l’apparato istituzionale per muoversi in Sardegna. E non per parlare della chimica o delle recenti alluvioni che hanno colpito l’isola. No, lui a Tempio parla per un ora di barzellette e di Kakà. Non dice nulla di Sardegna. Poi, quando finisce, qualcuno gli ricorda che forse è meglio che intervenga anche Cappellacci. E lui, allora: 'Vieni, Ugo, tocca a te, ma fai in fretta che dobbiamo andare a pranzo'. Un signore che ci riempie di bugie dice a chi dovrebbe rappresentare la Sardegna: 'Vieni avanti, Ugo!'. Non c’è rispetto per i sardi. E poi, voglio dire, il nostro futuro non è una barzelletta, ma è fatto di speranze e di desideri, di una ricerca di prospettive e di modernità".
E’ un crescendo: "Loro hanno bisogno di una Sardegna che stia zitta, non di quella Sardegna che fa valere i suoi diritti, come è successo nella vertenza sulle entrate fiscali. Non di quella Sardegna che non sta zitta sullo sconcio delle servitù militari. Quando, qualche mese fa, sono andato in consiglio dei ministri per la vertenza sulle servitù, Berlusconi a un certo punto ha detto: 'Ma perché tutte queste storie per aree che sono poco più grandi del mio giardino?'. E io gli ho detto: 'Presidente, sto parlando di chilometri quadrati, non di metri quadri'. Allora lui ha risposto: 'Beh, allora sono un po’ tanti. Dovremmo fare qualcosa'”.
Continua il 'Soru furioso': "Il ministro Scajola anche pochi giorni fa ha detto che dobbiamo tornare al nucleare e che il posto migliore per il polo nucleare è nelle isole, meglio dove ci sono pochi abitanti. Ancora un po’ e ci dava anche l’indirizzo! E poi non dimentichiamo che nel 2003 il generale Carlo Jean, nominato da Berlusconi alla guida della Sogin, aveva identificato in Sardegna il sito per il deposito unico nazionale per le scorie nucleari. In questi giorni, in un’intervista, il presidente del Consiglio ha detto che questa è una 'menzogna della sinistra'. Davvero incredibile... Basta riguardarsi i giornali di quel periodo e scoprire che Jean non solo aveva parlato di Sardegna, ma più precisamente di Sardegna nord-orientale".
E infine l’affondo sull’uso delle tv. "Questa è una partita truccata - dice -. Come presidente del Consiglio, Berlusconi è sempre in tv a parlare delle elezioni regionali in Sardegna. Come premier invade gli schermi, ignorando la par condicio e le regole più elementari del confronto democratico. Noi invece non abbiamo accesso alle televisioni. Oggi voglio denunciarlo qui, con forza: c’è una Sardegna che non ha voce, alla quale viene impedito di parlare. Per dire verità, anche il candidato ufficiale del centrodestra è senza voce. Ma forse sarebbe meglio dire che finora non l’abbiamo ancora sentita".
Primarie vere, primarie sempre. Con questa formula tante persone, iscritti ed elettori del PD, manifestano la volontà di essere coinvolti, di partecipare alla scelta dei candidati alle cariche istituzionali. Condivido questa richiesta. Da tempo l’ho fatta mia. Nella convinzione che lasciando la scelta del candidato solo a gruppi ristretti (come la segreteria di un partito o, a volte, cerchie ancora più ristrette) il risultato non sarebbe plausibilmente migliore. Coinvolgere, mobilitare, allargare gli spazi di partecipazione, restituire “potere” agli iscritti ed agli elettori: sono valori chiari che si sono manifestati con la nascita del PD e con la scelta del suo primo segretario nazionale Walter Veltroni. Ma, bisogna riconoscere, le primarie non sono di per sé uno strumento efficace, ovvero in grado di garantire necessariamente la scelta del candidato “migliore”. Lo sono, infatti, solo a determinate condizioni, ovvero se sono organizzate in un certo modo. Per questo chiunque abbia a cuore il mantenimento delle primarie come “dispositivo” per la scelta dei candidati alle cariche istituzionali (dai sindaci ai parlamentari) non deve trascurare di porsi la questione dell’efficacia. Quali caratteristiche aumentano le chances che le primarie siano davvero efficaci, ovvero consentano di “selezionare” candidati forti, apprezzati, capaci? Alcune cose le ho già dette (vedi). Qui vorrei aggiungere alcune considerazioni su questa prima esperienza di applicazione locale delle primarie, anche riflettendo su questa esperienza vignolese di oggi 25 gennaio 2009. E’ una lettura “critica”, volta a mettere in luce gli aspetti da migliorare. Le informazioni che ho al momento in cui scrivo evidenziano una buona partecipazione: 1.186 votanti alle ore 17. Con la prospettiva concreta, dunque, di superare quota 1.500 al momento della chiusura dei seggi (e vorrebbe dire raggiungere circa il 62-65% dei votanti, a Vignola, alle primarie del 14 ottobre 2007). Un risultato indubitabilmente buono. Buono dunque il livello della partecipazione. Ma qui vorrei ragionare sul tema dell’efficacia. Ho al proposito due osservazioni: una in generale, l’altra relativa alla nostra esperienza vignolese.
25 gennaio 2009, primarie del PD: un'elettrice presso il seggio elettorale di Brodano
[1] Un primo nodo riguarda il programma elettorale (che manca, visto che la sua definizione è rimandata ad una fase successiva). Non è pensabile mandare in giro i candidati alle primarie ad incontrar gente ed a convincerli a votare (per loro) senza un programma. Questo è un punto debole di questa prima esperienza locale di primarie. Occorre riconoscere che le primarie modificano la campagna elettorale di un partito, nel senso che la scelta delle primarie, con la conseguente “personalizzazione”, impone che si ripensi al modo in cui si definisce il programma, richiedendo al partito di rinunciare alla definizione di un programma dettagliato a vantaggio dell’opera di elaborazione dei candidati. Potrebbe essere, ad esempio, che il partito si limita a definire ed elaborare i punti essenziali, lasciando il loro perfezionamento ed integrazione all’abilità e sensibilità dei diversi candidati. In ogni caso, l’assenza di un programma elettorale toglie efficacia alle primarie.
[2] Come ho già avuto modo di argomentare (vedi), le primarie sono efficaci se il voto che gli elettori depongono nell’urna equivale ad un giudizio informato sui candidati. Un giudizio, non un “fatto” di relazione sociale (lo conosco, l’ho visto in giro, mi sta simpatico …). Ed un giudizio informato, ovvero basato su di una conoscenza minimamente solida delle caratteristiche personali, delle cose fatte in passato e dei progetti o delle visioni per il futuro. Qui, però, bisogna riconoscere che perché gli elettori giungano (non certo tutti, ma una quota significativa sì) ad un tale giudizio informato occorrono alcuni “ingredienti”. Occorre che ci siano gli strumenti e le occasioni per avere informazioni (non può certo bastare un foglio di autopresentazione, in cui uno può scrivere quasi quello che gli pare senza tema di smentita e comunque solo “in positivo” …). Occorre avere la possibilità di seguire i candidati per un certo periodo di tempo (tre settimane sono decisamente poche!). Occorre avere la possibilità di confronti con contraddittorio. In effetti a Vignola la campagna elettorale è stata decisamente breve (troppo breve!), essendo durata solo 3 settimane. E l’unico confronto pubblico tra candidati ha avuto una formula “anestetizzante”, essendo questi chiamati a rispondere domande, senza possibilità di un reale contraddittorio. Se pensiamo alle primarie negli USA vediamo che “tempo” e “contraddittorio”, ed anche “esame scrupoloso” dei candidati e dei loro programmi (e del loro passato) sono ingredienti che non mancano. E sono ingredienti che dobbiamo mettere anche nelle primarie del PD se vogliamo accrescere la loro efficacia. Le primarie sono una competizione, ma si tratta di una competizione che deve vedere una capacità di approfondimento, altrimenti la scelta del candidato risulta orientata solo (o prevalentemente) da elementi di marketing! Altrove questi “ingredienti” sono stati un po’ meglio miscelati. Innanzitutto il tempo: a Mirandola hanno fatto la scelta di tenere le primarie l’1 marzo (e di tenerle di coalizione)! Avranno un mese pieno di campagna elettorale. Altrove hanno messo in campo più confronti pubblici tra candidati (a Castelnuovo ne hanno fatti quattro)! Se poi si adotta una formula meno ingessata, anche momenti come quelli possono aiutare di più a comprendere le qualità dei candidati. Altrimenti si corre il rischio che prevalgano le relazioni sociali od il puro marketing. Quest’ultimo certamente conta oggi sempre di più. I messaggi ipersemplificati hanno la loro efficacia, specie nei confronti di un elettorato politicamente non molto sofisticato. Della serie: giovane è meglio oppure “società civile” è meglio e così via. Sappiamo che non sempre è così. Per questo, se vogliamo primarie efficaci, dobbiamo far sì che esse, oltre ad una occasione di ampia mobilitazione, siano anche uno screening serio dei diversi candidati e dei loro programmi, del loro passato, delle loro caratteristiche personali. Da domani questi aspetti passeranno in secondo piano. Verrà enfatizzato il vincitore e la buona partecipazione. Ma da dopodomani una riflessione seria andrà sviluppata ed alcuni correttivi - tra cui sperabilmente quelli qui indicati - andranno introdotti. Primarie vere, primarie sempre, ma anche … primarie efficaci.
[Post chiuso alle ore 21.50; dieci minuti prima dell'apertura delle urne, dunque senza nulla sapere del risultato!]http://amarevignola.wordpress.com/2009/01/25/riflessione-sulle-primarie-del-pd-per-la-scelta-dei-candidati-sindaci-ad-urne-ancora-chiuse/#more-1392
Un minimalista al governo
Edmondo Berselli
la Repubblica
Quella che agli avversari e ai critici sembra sottovalutazione, approssimazione, e anche incompetenza, con ogni probabilità rappresenta la vera strategia di Silvio Berlusconi. Anche le spiritosaggini di ieri sugli stupri si iscrivono nel recente fatalismo del premier: gli agguati sono inevitabili.
Il non detto, ma lasciato capire, è che magari accadono perché le belle ragazze sono per l´appunto belle, con quel che può seguire, specialmente «in campagna».
Ciò che soltanto pochi mesi fa rappresentava un bersaglio perfetto, con l´accusa di inefficienza al centrosinistra sul fronte della sicurezza, oggi diventa una fatalità. Sono episodi che avverrebbero anche in «società militarizzate», spiega Berlusconi. Non importa che sullo sfondo ci sia l´emozione suscitata dalla violenza selvaggia del branco, e neppure che a Guidonia si scatenino raid contro albanesi e romeni, subito assimilati a stupratori. Ciò che conta è fare il possibile per dipingere, nonostante tutto, un paese tranquillo. E quindi minimizzare, «troncare e sopire», oppure avanzare la rassicurazione paternalista e provinciale: credete a me, l´Italia non è così brutta come la dipingono.
Semmai gli incubi sono altri: «uno scandalo enorme» come quello delle intercettazioni e i 350 mila dossier; o eventualmente, come qualche giorno fa, l´opa ostile del Manchester City su Kakà. Per il resto, Berlusconi compie ogni sforzo per dilatare il suo format da Mulino Bianco in modo che possa contenere tutto, dalle promesse mancate alle garanzie nuove.
Talvolta senza celare un senso di delusione verso questa Italia così difficile da governare. Perché Berlusconi è l´uomo dei cieli azzurri. Se la realtà incrina il sogno, occorre un atto ipnotico, parole sommesse per ricominciare a dormire e a sognare. Ecco allora il rap lento sull´incomprensibilità della crisi economica. Da risolvere come si dissolvono i cattivi pensieri, con un Prozac commerciale, con lo spontaneismo di uno shopping: «Spendete, spendete». Cede il Pil, con un arretramento del 2 per cento? Sarà come tornare a due anni fa, «e non si stava male». Con un´occhiata di mal trattenuta recriminazione verso gli impiegati pubblici, che riluttano ai consumi «pur avendo un reddito fisso».
E lasciamo pur perdere le barzellette spettrali sui Lager, e l´astiosa, risentita campagna elettorale contro Renato Soru. Questo fa parte dello stile classico del Cavaliere, l´anticonformista che dice pane al pane e chiama gli avversari falliti. Mentre colui che vediamo adesso è il Berlusconi "minimal", evidentemente preoccupato dello sfaldarsi delle misure sulla sicurezza, tonanti nell´annuncio e irrilevanti nella pratica.
Come uomo di governo non può più agitare gli allarmi contro la criminalità: per questo l´insurrezione dei clandestini a Lampedusa è stata ridimensionata a una specie di gita in centro «per una birra». Se proprio la situazione si facesse più preoccupante, il premier sguinzaglierebbe nelle città 30 mila soldati, che invece di «fare la guardia contro il deserto dei Tartari» andrebbero a fronteggiare «l´esercito del Male». Quella dell´esercito del Male è una delle invenzione più recenti, e non è detto che sia di buon auspicio, dato che proietta sull´Italia una luce livida, come se sul territorio urbano si fronteggiassero due eserciti, in lotta a palmo a palmo.
No, l´immagine non va bene. Poteva funzionare per provocare ansia nella società e convincere i cittadini che ci voleva la mano dura della destra. Ma se questa mano dura si rivela molliccia, conviene proprio alzare di nuovo l´allarme spaventando i bravi cittadini? Sarà stato un lapsus. Ogni parola va concentrata sull´obiettivo di ridurre la tensione, moderare l´inquietudine, respingere le critiche colorando di colori pastello il presente e il futuro.
L´importante è che non venga in mente a nessuno di giudicare la qualità della politica economica, verificare la tenuta dei provvedimenti legislativi, controllare il risultato di trovatine fallimentari come la social card e gli effetti reali dell´idea puerile che problemi complessi si possano risolvere con scorciatoie tecniche o colpi di scena mediatici. Cioè occorre evitare a ogni costo che l´opinione pubblica si interroghi sulla mediocrità del governo in carica: con il rischio, non si sa mai, che giunga alla conclusione che l´uomo più potente d´Italia, questo Berlusconi minimalista e minimizzatore, è davvero un Re minimo.
Un appello per Soru, da sottoscrivere e da far circolare in rete, nella formula che si preferisce.
La campagna elettorale della Sardegna sta diventando, ogni giorno di più, il confronto tra due culture politiche, tra due modi molto distanti di concepire la comunità, il territorio, il futuro. Sarebbe stata una sfida regionale, se il presidente del Consiglio non avesse voluto lanciare una sfida personale a Renato Soru, tanto da far letteralmente scomparire il suo 'vero' avversario. Sarebbe stata una sfida regionale, se ormai tanti non guardassero a Soru come a una delle poche personalità da cui ripartire per lanciare la sfida al governo nazionale e per una riforma della politica. E, però, lo è fino in fondo, una sfida regionale: perché ci parla del rispetto dell'autonomia, della dignità del territorio e delle persone che lo abitano. Diversamente da altri, non possiamo né vogliamo intervenire in una questione che riguarda i cittadini di un'altra regione, la loro storia, lo sviluppo della loro economia e la qualità della loro pubblica amministrazione. Ma vogliamo fare in modo che questo messaggio circoli attraverso la rete, perché la campagna di Renato Soru ci riguarda. E ci sembra parlare di un'altra Italia, di un'Italia meno divisa, più seria e responsabile. Un'Italia più libera, una politica migliore. http://civati.splinder.com/
SICUREZZA:BERLUSCONI, 30.000 MILITARI PER COMBATTERE 'ESERCITO DEL MALE'
(ASCA) - Roma, 24 gen - L'aumento dei militari per garantire la sicurezza specie nelle citta' e' stato prospettato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, stamane ad Arzachena, in Sardegna, durante il suo tour elettorale in appoggio al candidato del Pdl alla presidenza della regione.
Berlusconi ha parlato di 30.000 militari da mettere sulle strade delle citta' per combattere ''l'esercito del male'' rappresentato dalla criminalita'.
''C'e' una proposta del ministro dell'Interno Maroni, condivisa dal ministro (della Difesa) La Russa di aumentare di 10 volte il numero dei militari che, invece di essere un esercito che fa la guardia nei confronti del 'Deserto dei Tartari' sara' utilizzato per combattere l'esercito del male, ovvero la criminalita'''. Siccome i militari impiegati fino ad oggi sono 3.000, la cifra di 30.000 si ricava dalla moltiplicazione per dieci annunciata dal premier.
Se dividiamo il numero dei soldati per importanza delle città...arriviamo a determinare che a Milano potranno essere utilizzati più di 3000 soldati, a Roma 4000....
3000 soldati sono un vero esercito per Milano....
Leggete quello che scrive la repubblica qualche settimana fa:
Pochi giorni fa il vice sindaco De Corato diceva: «A Milano e provincia c’è un rapporto di uno a 340 tra cittadini e forze dell’ordine». Ma i dati ufficiosi dipingono una situazione un po’ meno drammatica. Sommando i numeri dei quattro corpi, infatti, si arriva a 10.300-10.600 uomini attivi su Milano.
Bisogna chiarire, però, il significato di attivi: una parte di questi, infatti, è deputata a compiti che poco hanno a che fare con il controllo del territorio e con la sicurezza quotidiana. Stanno a presidio di consolati o istituzioni, preparano i passaporti e i permessi di soggiorno. Oppure, dall’altra parte, fanno attività di indagine.
BERLUSCONI QUINDI, INVIANDO 30000 SOLDATI A MILANO FAREBBE AUMENTARE DEL 40% LA FORZA PUBBLICA...
Come cittadino sono felice...ma anche agitato....
Qualcuno (MA COME SI PERMETTE....) sostiene che fra pochi mesi potremmo assistere al crollo del sistema finanziario globale con la chiusura delle banche e la perdita del 50% dei nostri risparmi.. (in queste settimane molti fondi hedge hanno bloccato i riscatti...anche le polizze assicurative di AIG stanno bloccando i riscatti....e se poi si passasse ai Fondi Comuni (oramai carichi solo di crediti d'imposta e con sempre meno denaro) e se poi passassimo a chiudere le borse (invece che bloccare solo lo short) e se dopo le borse fosse la volta dei mercati obbligazionari....e poi ....come ciliegina sulla torta...la chiusura delle banche ......
Un minuto dopo (come in Argentina) ci sarebbe la corsa ai saccheggi nei supermercati...i prezzi degli alimentari salirebbero alle stelle.....ecc ecc...
Ecco che allora l'esercito sarebbe veramente necessario....
VORREI RINGRAZIARE IL NOSTRO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PREOCCUPATO DELLA NOSTRA DIFESA DALL'"ESERCITO DEL MALE" CI PERMETTERA'...NEL CASO SI AVVERASSERO LE CATASTROFICHE NOTIZIE RIPORTATE DA QUALCHE SITO INTERNET .... DI VIVERE L'EVENTUALE DISASTRO ECONOMICO SENZA VIOLENTI TUMULTI NE RIVOLTE SOCIALI. L'ESERCITO SI FARA' CURA DI SALVARE TUTTI NOI DA VIOLENZE SELVAGGE!!!
INTANTO IN GRECIA....LE COSE SI STANNO METTENDO VERAMENTE MALE ....GLI AGRICOLTORI IN RIVOLTA...GLI STUDENTI IN RIVOLTA...ANCHE LA POPOLAZIONE IN RIVOLTA??? E SAPPIAMO CHE ESISTE UN DETTO.. GRECI E ITALIANI: STESA RAZZA STESSA FACCIA.... (NON E' CHE BERLUSCONI SI STIA PREOCCUPANDO) http://www.ilpunto-borsainvestimenti.blogspot.com/
SASSARI: GIULIETTI, PREMIER DIFFONDE SONDAGGI INTERVENGA AUTHORITY
Roma, . (Adnkronos) - "Da qualche giorno il presidente del Consiglio sta letteralmente inondando la Sardegna, attraverso le Tv d'Italia, di presunti sondaggi che gli attribuirebbero la vittoria in Sardegna. Non ci risulta, tuttavia che sia stata abrogata la legge che impedisce di fornire in questo modo i sondaggi". Lo dice Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21 e deputato.
"Dal momento che l'Autorita' di garanzia delle telecomunicazioni dovrebbe ancora disporre di qualche televisore, ci attendiamo che voglia intervenire con quella inflessibilita' che ha manifestato nei confronti dei Fazio e dei Santoro. Dalla medesima autorita' ci attendiamo di sapere se ritenga normale che il candidato Cappellazzi sia permanentemente trainato in Tv dal presidente del Consiglio mentre ben altro trattamento e' riservato al presidente Soru", conclude Giulietti. http://www.libero-news.it/adnkronos/view/43167
Il candidato del centrosinistra si recherà lunedì in Procura: «Dichiarazioni calunniose»
Renato Soru
CAGLIARI - Una querela contro il presidente del Consiglio per alcune dichiarazioni fatte nel tour elettorale in Gallura e riportate dal quotidiano «La Nuova Sardegna» è stata preannunciata da Renato Soru. Il candidato del centrosinistra si recherà lunedì presso la Procura di Cagliari per presentare una denuncia per calunnia.
LA QUERELA - «Renato Soru, preso atto delle infamanti dichiarazioni riportate dal quotidiano La Nuova Sardegna - è detto in una nota dell'ufficio stampa del candidato del centrosinistra - come pronunciate dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel comizio elettorale di ieri a Tempio ("Un appalto da 60 milioni di euro per la pubblicità e lui, Soru, contestualmente, si è fatto dare 30 milioni per la sua società"), e ritenendo le stesse intollerabilmente lesive della sua dignità personale in quanto del tutto mendaci, qualora dovesse essere accertata l'effettiva riconducibilità a Berlusconi di tale calunniosa affermazione, depositerà personalmente nella giornata di domani (lunedì, ndr) presso la Procura della Repubblica di Cagliari, una querela contro il Presidente del Consiglio».
L'APPALTO - Il caso al centro dell'azione giudiziaria preannunciata da Soru contro il presidente del Consiglio riguarda il bando per la pubblicità istituzionale della Regione al centro di un'inchiesta condotta dalla Procura di Cagliari che vede tra gli indagati anche il presidente della Regione. Questo il passaggio dell'articolo pubblicato dalla Nuova Sardegna e richiamato da Soru: «Berlusconi non ha tralasciato il caso della Saatchi & Saatchi. 'Un appalto da 60 milioni di euro per la pubblicità - ricorda -, e lui, Soru, contestualmente, si è fatto dare 30 milioni per la sua società'». Il quotidiano prosegue citando anche la posizione sull'argomento del candidato del centrodestra: "La condanna è già scritta anche da Cappellacci, che più tardi a Olbia, riprenderà l'argomento sottolineando come sta arrivando per Soru 'un rinvio a giudizio". L'inchiesta sul bando della pubblicità istituzionale (bando che è stato, nel frattempo, annullato) ha sette indagati, tra i quali Soru che, dopo un primo interrogatorio col suo avvocato, alcune settimane fa si è presentato da solo dal pm Mario Marchetti per fare dichiarazioni spontanee, ribadendo la fiducia nel riconoscimento della sua totale estraneità alle ipotesi di reato contestate, concorso in abuso d'ufficio e turbativa d'asta. In sostanza, l'accusa ruota intorno alle pressioni che sarebbero state esercitate per assegnare la gara di gestione triennale (per circa 60 milioni di euro) della pubblicità istituzionale della Regione alla società Saatchi & Saatchi.http://www.corriere.it/politica/09_gennaio_25/soru_sardegna_querela_c87558ea-eb13-11dd-9c57-00144f02aabc.shtml
Il Conchetta. Le prostitute. E il ministro della paura
Scritto da Nando dalla Chiesa
Ma l’avete sentito Albanese ieri sera da Fazio, mentre faceva il verso all’ottimismo di B.? Semplicemente fantastico. Fantastico anche il modo in cui si è sbarazzato dello scomodo interrogativo sulla realtà. Che ne fa della realtà? Dove la mette? Un po’ di smarrimento, lui e il suo seguito, poi il colpo di reni: la realtà? ‘ntuculo la realtà…
Già la realtà della sicurezza a Roma. Gli stupri e le violenze. Che sarebbero finiti cambiando sindaco, si giurava, era Veltroni il responsabile. Ora Pecorella ammonisce che non ce la si può prendere con Alemanno, che era sbagliato anche prima prendersela con il sindaco. Be’, poteva dirlo subito, comodo adesso. In realtà trovo grandioso che la destra faccia acqua proprio sul piano della sicurezza, devo dire che li credevo meglio. I clandestini si moltiplicano, in barba alle leggi e alle facce feroci. A Roma, a quanto pare, i delinquenti si muovono con un certo agio; e ci si guida la macchina da omicidi, nonostante i militari per le strade. A Milano le prostitute minorenni si moltiplicano, mai viste tante. Ormai le si vede effettuare le proprie prestazioni nelle auto, per strada, davanti ai portoni e ai cancelli d’ingresso delle case, anche a mezzanotte, anche messe in seconda fila. Ricevo lettere di cittadini che mi chiedono di intervenire perché una cosa del genere non la si era mai vista. D’altronde se salti la pensione a ore il cliente paga di meno. Tolleranza zero, tolleranza zero, dicevano, gridavano. Pagliacci.
Invece si chiude il centro sociale Conchetta, lì sì tolleranza zero, perbacco. Lì sì che bisogna ristabilire l’ordine, anche se tutti sappiamo che nella grandi città i centri sociali agiscono come surrogato di quel che non c’è, che danno incontro e cultura. Cultura antagonista certo, ma anche quella ha il diritto di esistere, e l’abusivismo diventa un problema rimediabile se solo si ha un’idea della complessità del governo sociale. Io in proposito mi sono formato una convinzione: che a questa destra dell’ordine non freghi quasi nulla (con le debite eccezioni), altrimenti non ci sarebbe quel che accade a Roma e Milano; ma le freghi invece molto se può usare l’ordine per urlare e non discutere di altro (la realtà, appunto). Un po’ come le guerre. Un po’ come le celebri armi di sterminio di Saddam. Allora il Leoncavallo. Allora il Conchetta. O il campo Rom. Per poi accusare la sinistra di stare con chi imbratta per reazione una vetrina, o di difendere i ladruncoli.
Di fronte a questo fatemi elogiare allora l’accordo che il comune di Genova ha fatto con le prostitute indipendenti delle vie del centro storico. Nessun proclama, nessuna guerra santa. Non le cantò forse De André le prostitute dei vicoli? Che fare dunque, snaturare Genova senza riuscirci? No. Voi, si è detto loro, non state più per strada in modo indecoroso, seminude, non infastidite più quelli che passano e rimanete lì. Le vie saranno più vivibili e anche più sicure. A negoziare è stata l’assessore Roberta Papi, ex sindacalista che ha sempre abitato nel centro storico e che, da ragazza, quando tornava tardi dalle riunioni si sentiva più protetta da quelle presenze in strada. Anche perché proprio le prostitute l’avevano salvata una notte da una rapina. Realismo ci vuole, tolleranza e senso della misura in ogni direzione. Altrimenti ci aspetta una cultura astiosa e inferocita; e intorno insicurezza e indecenza. L’ideale (grande Albanese!) per nominare sul serio il “ministro della paura”.
Dalle ripetute intemperanze verbali di questi ultimi giorni si ricava netta l’impressione che Silvio Berlusconi non sia del tutto in sè. Avrà pesato pure l’ultima rivelazione dell’”Espresso” sull’appartamento romano che il nostro ha regalato alla soubrette Sonia Grey, dopo che già le cronache ne avevano segnalato un altro gentilmente concesso a un’annunciatrice Rai: volete che la signora Veronica Lario, pur così compresa nella parte della moglie sofferente e rassegnata, non gliene abbia cantate quattro in difesa di ciò che resta della sua dignità?
Fatto sta che l’uscita di oggi sui militari antistupro (”ce ne vorrebbero in numero almeno pari alle belle ragazze, la vedo dura”) segnala un forte calo di lucidità. Tali grevità maschiliste fanno certo presa su un elettorato di destra, che le apprezza in quanto spiritosate, proprio come la barzelletta sullo sterminio degli ebrei raccontata nei giorni scorsi; o come la motivazione fornita per la non partecipazione alla cerimonia di Washington (”partecipo solo se sono protagonista”). Ma l’impressione è che il nostro alterni queste uscite demenziali alla ripresa delle lamentazioni sui suoi troppo scarsi poteri. “Up” e “down” umorali tipici delle fasi in cui il berlusca perde la sintonia con l’opinione pubblica. Sbarella, s’incupisce, poi di nuovo sclera e ride e sclera… Il tempo della depressione economica è certo il meno adatto al nostro Cav nazionale. Un signore ultrasettantenne che ha chiamato per tutta la vita “negher” chi ha la pelle scura e ora se ne ritrova uno presidente degli Stati Uniti; e che vede nella bellezza femminile solo un bersaglio da centrare, dunque prova indulgenza per chi vuole impossessarsene. Un signore che comincia a fare davvero il suo tempo.http://www.gadlerner.it/2009/01/25/attenti-il-signor-b-ormai-sbrocca.html
“Ancora oggi credo che una buona parte di italiani - di destra, centro o sinistra - vivrebbe nel fascismo come dentro la propria pelle. Magari dentro un fascismo meno coreografico, con meno riti, con meno parole, ma fascismo. Un regime che non dia loro la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere.”
Leonardo Sciascia
“L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
Pier Paolo Pasolini
Riproponiamo il video ‘La Marcia’, che forse alcuni di voi non conoscono. Lo girammo nel marzo del 2007, quando gli attuali governanti, che allora stavano all’opposizione, organizzarono una fiaccolata per le vie di Milano sul tema della sicurezza. Il loro nuovo cavallo di battaglia dopo il non riuscito miracolo economico. Ce lo siamo rivisto questa sera e c’è sembrato un documento dell’italia incattivita di questi anni, alla quale sono stati tolti i sogni e imposta la paura. La miriade di italiani medi, sudditi televisivi ottusi dall’egoismo e plasmati dalla propaganda, che non desiderano altro che sottomettersi a chi sa ingannarli meglio: questo è il problema.
Riguardarlo a due anni di distanza ci colpisce ancor di più: siamo circondati da milioni di fascisti della porta accanto. http://www.pieroricca.org/
Il Tfr dell'Arst, i finanziamenti a Guida,
180 milioni per i palazzi di Zuncheddu
Cappellacci moralizzatore? Da ridere
di Giorgio Melis
Uscire dal cono d'ombra del Cavalier-tutore, scatto di aggressività per dimostrare che esiste anche senza il supporto dell'eccellente balio istituzionale. Insomma, Ugo Cappellacci, rotondo e tutto sorrisi, sfodera la grinta che possieda in abbondanza. Ammantata della morbidezza esteriore degli uomini di mondo e di potere, un tratto distintivo di una fratellanza di spirito. Forse è stato consigliato dagli strateghi arcoriani o da quelli della sua campagna elettorale. All'attacco, all'attacco, mettere Soru con le spalle al muro. Ci finisce lui: da solo, senza che alcuno gli chiedesse conti. Candidato per interposto Berlusconi, prova a fare lo stesso. A testa bassa contro Carlo Mannoni per colpire di sponda Soru. Accusa il vicepresidente di fare giochi sporchi con le delibere in vista del voto. Parla di persone "ricattate" perché appaiono e scompaiono finanziamenti. Ha ottenuto una dura replica, l'invito a denunciare fatti concreti e l'annuncio di querela. Mannoni non è interposto, essendo un protagonista in prima persona nella dirigenza regionale da trent'anni. C'era ben prima che arrivasse Soru (Cappellacci non era neanche l'erede del rapporto professionale paterno con Mediaset), c'è tornato da assessore, ora primo vicepresidente: ope legis, non per benevola concessione di un alto protettore. La differenza è sostanziale. Quella che passa tra un figlioccio premiato dal padrino e un tecnico di prim'ordine partito in gioventù e da solo, arrivato in cima dopo un lungo cursus di merito: non per brutale cooptazione politica.
Mai provocare la collera di un personaggi tranquillo, sobrio che ha attraversato - da tecnico, non da politico imposto da Arcore - il tempestoso mondo della Regione senza mai essere sfiorati da una malevolenza. Carlo Mannoni è uno dei pochi, Cappellacci l'ultimo a potersi permettere di caricare a testa bassa: sull'etica del governante modello, legge, ordine e trasparenza. Infatti, alla successiva bordata di Mannoni, è passato a parlare d'altro, ai ritardi della spesa regionale che per lui - in grassetto nel comunicato - è addirittura "un crimine politico". Berlusconi docet, la polemica dev'essere sempre portata all'estremo, la dialettica traslata in criminalizzazione dell'avversario con termini che adombrino comportamenti penalmente gravi. Bisogna essere immacolati e trasparenti per farlo o con l'improntitudine a tutto campo del Cavaliere. Non avere code di paglia o scheletri nell'armadio. Comunque, mai aggredire persone con gli scaffali da sempre in ordine: altrimenti ci si può fare molto male.
Carlo Mannoni dovrà dare le ulteriori spiegazioni alla controreplica di Cappellacci sulla quantità di delibere e sull'accesso a tutte, sui tempi della spesa e altro. Sul resto ha già detto molto e insieme troppo poco sull'aggressivo interlocutore. Per il vicepresidente parlano i decenni di impeccabile servizio, il prestigio che in Regione ti riconoscono a denti stretti. Per Cappellacci parlano i dati citati da Mannoni e ben altro. Impancatosi a custode ell'etica, è stato inchiodato in poche parole e numeri.
Nell'agosto 2003 era stato paracadutato da Arcore come assessore al bilancio nella tragica Giunta di minoranza presieduta da Italo Masala. Vi era rimasto imbullonato e attivissimo, scatenandosi fino e oltre ogni decenza. In due sedute postelettorali (la seconda il 18 giugno 2004, quattro giorni dopo l'elezione di Soru) aveva approvato appena 78 delibere, per un impegno di spesa di 184 milioni di euro. Niente male, per una Giunta scaduta e bocciata dagli elettori. Voleva ulteriormente allungare i tentacoli sulle casse per gli anni successivi, dopo aver fatto impennare il debito regionale di un miliardo e 300 milioni. L'abbiamo raccontato tante volte, senza rievocarlo dopo la messsa in pista di Cappellacci.
Ma è stato e resta uno scandalo, del quale Mannoni sottolinea un aspetto inquietante. L'orgia di delibere dell'ultima ora aveva avuto il via libera in assenza di funzionar regionali. Verbalizzante un assessore, Roberto Frongia. Casualmente rinviato a giudizio, come è sotto processo l'allora presidente Masala mentre qualche altro assessore, ci pare due, sono stati condannati o hanno patteggiato nello scandalo Fideuram. Assieme a una quantità impressionante di esponenti politici, presidenti, direttori generali, commissari e amministratori di enti e aziende regionali coinvolti con Andrea Pirastu e tanta parte dei vertici del Polo in quello e in altri scandali, i peggiori della storia autoniomistica.
Cappellacci è stato indagato, inquisito, prosciolto. Ma politicamente era dentro fino al collo in quel verminaio che lascia in eredità e in piedi una questione non morale ma penale e giudiziaria di dimensioni e gravità mai viste, con un numero davvero impressionante di persone coinvolte. Casualmente, Cappellacci era nei sistemi di controllo dell'Arst senza denunciare né impedire l'affidamento del Tfr di mille dipendenti alle speculazioni più indecente di Gabriella Ranno in sinergia con Pirastu e tutto il coté del Polo. Ha firmato lui le delibere per i finanziamenti dissipati dall'oscuro Cisi di Giuliano Guida, l'inquietante personaggio arrestato e ora in attesa di sentenza: il Pm ha chiesto per lui 9 anni di carcere. Insomma, prosciolto nelle inchieste, è stato tuttavia nel tuorlo dell'uovo di un enorme giro politico-affaristico che ha fatto così incredibili. Evidentemente non sospettava di nulla perchè c'è rimasto ed è stato ri-paracadutato da Arcore al Comune di Cagliari mentre i compagni regionali finivano nella polvere o nelle aule di giustizia.
Fa bene a incalzare Mannoni, che tremebondo gli sta replicando punto su punto e potrà, anzi dovrà dare altre spiegazioni: magari fornire altri dettagli per illuminare meglio il passato elettorale dell'avversario putativo di Soru. Ce n'è uno di cui si è scritto fin dal 2004 su "La Nuova Sardegna" e poi tanto altre volte. Cappellacci pudicamente glissa. Nella fase finale della Giunta Masala, sono state approvate anche delibere per l'acquisto di palazzoni dalla Tepor e da Sergio Zuncheddu, costruttore-editore de L'Unione Sarda, dal quale la Regione aveva anche affittato un edificio a Santa Gilla (contratto disdetto da Soru e ora gli sgoccioli) perché proprio non c'era un metro quadrato libero. Ce ne parli, il candidato interposto perché quella fu una gloriosa decisione della Giunta in cui era decisivo "ministro" delle finanze, con responsabilità diretta, non indotta da Arcore. In cassa non c'era un soldo, solo una valanga di debiti. La Regione era spalmata in decine di palazzoni con enormi spazi di lusso per un solo impiegato: in tutti gli uffici, un tv-color. Ma la Giunta scaduta non poteva rinunciare a comprare nuovi palazzoni: 180 milioni di euro, 350 miliardi e passa di vecchie lire. Cappellacci naturalmente pensava eticamente al bene comune. Ignorava chi fosse Zuncheddu, neppure lo conosceva. Come non aveva capito cosa stava accadendo ai fondi Tfr dei mille dipendenti dell'Arst appaltati alla Ranno. Non aveva la minima idea di chi fosse e cosa si sapesse e dicesse di Giuliano Guida. E' virginale e immacolato: perciò può attaccare Carlo Mannoni. Finalmente un uomo nuovo, sempre distinto e distante dalla politica affaristica e delinquenziale che imperversava in Regione e ben oltre mentre lui badava solo a fare l'assessore in difesa dell'interesse pubblico e dell'etica. Le ultime riunioni della Giunta Masala - con Soru già eletto da quattro giorni - sono state fatte verbalizzare dall'assessore fantoliano Frongia - un altro ignoto a Zuncheddu e al suo manager - solo per risparmiare sugli eventuali straordinari a un funzionario regionale. Stakhanovisti e riservati, politica della lesina, Brunetta anti-litteram, tutto casa e famiglia: e palazzoni d'oro.
Non lo aveva chiamato in causa nessuno, dopo la candidatura, per questi gloriosi precedenti. Ma il candidato putativo, impunito e sicuro della copertura anche editoriale di Unione e Videolina, ha voluto strafare. Ha osato indossare l'abito del moralizzatore, incauto e maldestro. Finalmente ha dato un senso allo slogan della sua campagna elettorale: "La Sardegna torna a sorridere". Corretto ma minimalista. Sorridere? Così fa stramazzare tutti: risate convulsive.http://www.altravoce.net/2009/01/21/cappellacci.html
Appena hanno finito di discutere se i domiciliari sono giusti o no, mi aspetto gli strali della destra garantista per il fatto che di un imputato di reato grave, ma comunque non condannato per via definitica, si pubblichi nome, cognome, indirizzo, civico, descrizione della casa e del lavoro dei genitori. E foto.
Vediamo.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Si sa come vanno queste cose: un primo caso 'buca' l'attenzione del pubblico; sull'ondata emotiva che ne segue viene dato risalto a casi simili che in altri momenti scomparirebbero tra le brevi di cronaca (ammesso che nei giornali ci siano ancora, le brevi di cronaca). Da questo deriva un certo ritmo stagionale dell'attenzione dei media, per cui si ha la sensazione (leggendo il giornale o guardando il tg), di vivere il mese dei cani feroci, quello dei bulli scolastici, o dei preti pedofili... mentre quest'ultimo è stato decisamente il mese degli stupri.
E non ha senso nemmeno augurarsi che finisca presto: tanto meglio se l'ondata serve a prendere consapevolezza di un problema che c'è da sempre. I media saranno anche superficiali, ma in alcuni casi la superficialità è già molto migliore del silenzio.
C'è però un'altra possibilità, e cioè che l'attenzione selettiva dei media sia giustificata da un'effettiva recrudescenza dei casi di stupro.
Io non ho elementi per affermarlo; ma nemmeno posso escludere a priori che da qualche mese a questa parte in Italia si stupri di più. In questo caso, oltre alle solite chiacchiere sulla sicurezza (che non si può garantire al cento per cento, come Berlusconi ha fatto notare con la sua consueta delicatezza) sarebbe utile domandarsi, semplicemente, cosa ci sta succedendo. È naturalmente vero che viviamo in una società violenta, maschilista ecc., ma non possiamo essere diventati più violenti e più maschilisti nel giro di qualche settimana. Ci dovrebbe essere, insomma, un fattore contingente, qualcosa che avrebbe portato alla violenza persone che fino a qualche tempo fa non ne sentivano la necessità.
L'unico fattore di questo tipo che mi è venuto in mente è il decreto Carfagna, che ha tolto molte (non tutte le) prostitute dalla strada. E quindi potrebbe aver tolto ad alcune persone (violente e maschiliste già da prima) un modo economico per concludere la serata. Questo non spiegherebbe tutti i casi, e di sicuro non quello di capodanno. Ma l'eventuale recrudescenza riguarda gli stupri extra-domestici, e in parte proprio quelli consumati in macchina, a tarda ora.
E quindi? E quindi niente, non ho mica soluzioni. Avevo solo un'ipotesi, piuttosto rozza, ma comunque era inutile che la tenessi per me: su un giornale non ci potrebbe nemmeno stare, su un piccolo blog sì.http://leonardo.blogspot.com/
Ecco un piccolo videogioco, Raid Gaza, con grafica spartana e messaggio ridotto ai minimi termini. Vi introdurrà bene ai rapporti di forza fra israeliani e i palestinesi, con crudezza certo banale, ma fatalmente vicina al vero. Si svela facilmente nei suoi intenti, per come si finge dalla parte degli aggressori ma li mette a nudo nella loro crudeltà.
videogiochi assumono un’importanza pedagogica sempre più importante. Circolano giochi ben più sofisticati di questo, con messaggi di altro tenore. Immagini in movimento, rapide. Atroci scene di guerra in un lampo, nello schermo, mentre una giovanissima mano anticipa finanche il pensiero, e aderisce ai tempi subliminali del tastierino, nel ritmo che sbudella i nemici sul display. Videogiochi di guerra.
La cultura della guerra si costruisce col tempo. Viene fatta depositare nelle coscienze, a piccole e grandi dosi. I media sono lo strumento fondamentale per coordinare l’immagine, creare tante vie che predispongono le menti ad accettare tutto: le notizie addomesticate, le campagne alimentate dalla paura, lo spauracchio del Nemico, ma non solo. Più sottilmente si fa accettare l’idea stessa della “desiderabilità” della guerra.
La strage di Gaza consumata a cavallo tra il 2008 e il 2009 fa risaltare anche questi meccanismi. Come la classe dirigente della Prussia del XIX secolo coordinava tutte le sue risorse in funzione della guerra di quel tempo, così la Prussia del nostro secolo, Israele, ricomprende tutta la sfera dei media nella sua macchina bellica, nella forma odierna della guerra, un fenomeno che si può dominare integrando un complesso militare-industriale-accademico-mediatico.
Lo ha raccontato bene James Zogby su «The Huffington Post», quando ha analizzato l’energia sproporzionata, anche in questo campo, della macchina propagandistica di Israele.
Lo ha enunciato molto bene anche Miguel Martinez sul suo sito Kelebek, quando ha descritto con dovizia di particolari l’enorme investimento sul Brand Israele, giunto a promuovere i fotoreportage patinati sulle Lara Croft dell’esercito israeliano, tante miss sinuose e armate fino ai denti.
Qualcuno aveva già predisposto il terreno a questi trucchi, non solo per Israele ma anche per il suo alleato più potente, gli Stati Uniti. Sono produzioni mediatiche volte a «definire il nemico, rafforzare un nuovo simbolo di identità e, soprattutto, generare un nuovo idealtipo di donna: Venere Attiva, o W-Venus. La novità che ci darà la vittoria». Questa prosa eccitata si poteva leggere in un articolo apparso su «Il Foglio» del 28 giugno 2006. Autore, Carlo Pelanda, il quale diceva di riferirsi alle elaborazioni di un think-tank americano da lui ammirato. È il titolo dell’articolo a risultare la parte più inquietante: «Il progetto di rieducare i diciottenni di oggi alla possibilità reale della guerra».
Venere Attiva, dunque. Qualcosa di vicino alle flessuose eroine che sparano raffiche nei videogiochi. Su questa manipolazione aveva scritto parole sospettose ed efficaci uno degli intellettuali più abrasivi e ardui da esporre, Maurizio Blondet: «È la War-Venus, che già infiamma i vostri sogni erotici (virtuali). Ma probabilmente non ne conoscete il vero nome. Il vero nome viene da una tradizione antica, che il Pelanda e il suo “think-tank” di riferimento vogliono risuscitare per voi. È la dea Kalì. Kalì l’oscura, che danza sui campi della morte, nei terreni impuri delle cremazioni. Nella iconografia originale (non nei manga) sulle sue tette prosperose danza una collanina fatta di teste mozzate; e non porta calzoncini aderenti, ma un ben più lussurioso gonnellino che nulla nasconde, fatto di braccia strappate.»
E spesso Kalì si accompagna a Pashupati, nel dominio degli “esseri in ceppi”, legati al nesso desiderio-morte. «Per gli indù, gli esseri inceppati (pashu) sono gli animali e gli uomini animalizzati, soggetti ai loro istinti. Siete voi, cari ragazzi post-moderni. Eh sì, ce n’è voluta per rendervi quel che siete, pashu.»
Milioni di persone sarebbero pronte a confutare questa tesi. Capaci di rivendicare la loro attitudine a entrare nello spazio virtuale del videogame violento, sfogare lì dentro l’aggressività e misurarvi i riflessi, per ripresentarsi poi nella realtà perfettamente capaci di distinguere il bene e il male, la violenza e la ragione. Capaci anche di ricordare con tutte le ragioni del mondo che le SS o le truppe di Tamerlano non avevano certo plasmato la loro crudeltà alla Playstation. Giusto. Però non stiamo parlando della generazione che presumibilmente legge queste righe, ancora socializzata ad altri strumenti critici, dotata dell’alfabetizzazione necessaria a difendersi dai disegni dei futuri arruolatori.
I videogiochi consentono di fare delle esperienze "pericolose" all’interno di un habitat controllato e virtuale. Se ancora per molti non è difficile separare i piani del virtuale e del reale, sappiamo che sono sempre di più i ragazzini lasciati soli, senza “alfabeto”, senza decodifica, davanti agli schermi. Viviamo in una dimensione inedita. Lo segnala Aric Sigman, della British Psychological Association, sulla rivista «The Biologist». Le persone tra gli 11 e i 15 anni hanno gli occhi monopolizzati da uno schermo durante il 55% del loro tempo di veglia. Nell’ultimo decennio questo tempo è cresciuto del 40%. Significa che la maggior parte del tempo è gestito – per una massa di individui immensa - da agenti educativi nuovi, che prima non avevano questo potere pervasivo. E chi sono questi agenti educativi, quali valori e moventi hanno, chi li finanzia, chi li influenza? Chi è che si prende oltre la metà del tempo delle nuove generazioni?
Provate a entrare nel network di gioco online di Gamespy. La proprietà è di Rupert Murdoch. Tanto per ricordare che sono in pochi a guidare i giochi. E quei pochi sono in perfetta consonanza con le oligarchie che appoggiano le guerre.
Nel film "Fahrenheit 911" di Michael Moore colpisce l’intervista a un giovane soldato che opera in Iraq e racconta di come è rimasto frastornato dalla puzza dei cadaveri bruciati, perché nei videogiochi il mondo era inodore. Mancavano le dure sfumature del reale.
Può esistere un intrattenimento nuovo che possa impedire questa alienazione della coscienza?
FORUM SOCIALE MONDIALE:La crisi, opportunità per un "Nuovo Mondo"? Mario Osava
RIO DE JANEIRO,(IPS) - Un forum sociale mondiale (FSM) rinvigorito dalla crisi mondiale, che riaccende un nuovo interesse per le proposte di “un altro mondo possibile”, meno utopiche o più necessarie, si aprirà con una nuova edizione dal 27 gennaio al 1 febbraio a Belém, nel nord del Brasile.
L’economia mondiale ferita promuoverà a Belém un dibattito più concreto sul “carattere della crisi” e il modello di sviluppo, sostiene Cándido Grzybowski, direttore dell’Instituto Brasileño de Análisis Sociales y Económicos (Ibase), e tra i primi organizzatori del FSM.
La decisione del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva di recarsi a Belém il 29 e il 30 di questo mese, disertando il Forum economico mondiale di Davos, Svizzera, riflette un cambiamento nel rapporto di forze.
A gennaio 2007, Lula aveva preferito Davos, invece della settima edizione del FSM a Nairobi, Kenya. Era l’epoca delle vacche grasse, di forte crescita economica mondiale, di auge nei prezzi delle materie prime e di investimenti stranieri in Brasile. Il mercato sembrava promettere prosperità per tutti.
Oggi, con la crisi economica, energetica, ambientale e alimentare, le idee del FSM appaiono più interessanti, e realistiche.
La scelta di Belém, l’accesso nordorientale per l’Amazzonia, è un segnale dell’attenzione speciale rivolta alle questioni ambientale e climatica, oltre a quella sociale, con la partecipazione delle popolazioni povere ed etnicamente diversificate che vivono nella più grande riserva forestale e idrica dei tropici.
La crisi finanziaria alla base del diffuso stallo economico dà alla nona edizione del FSM una nuova dimensione.
Il Forum nacque nel 2001, come un’iniziativa “contro la globalizzazione che oggi è in crisi”, ha commentato Grzybowski all’IPS.
Dall’incontro a Belém dovrà nascere “un’agenda più chiara” sulle alternative per lo sviluppo, ha osservato. Ciò significa una maggiore “convergenza nei dibattiti” di un forum che da anni cerca di superare l’eccessiva frammentazione di idee e di attività.
A Belém è prevista la partecipazione di più di 100mila persone in circa 2.600 attività diverse, tra seminari, conferenze, assemblee, eventi culturali, marce e altre forme di dibattito e manifestazione, oltre a riunioni parallele, come quella delle autorità locali e del Campamento Intercontinental de la Juventud.
Il forum si concluderà con la “Giornata delle alleanze”, dedicata alle assemblee di coalizioni e reti per l’approvazione di azioni congiunte. Questo meccanismo è inteso a stimolare forme di aggregazione che non hanno avuto un grande sviluppo nelle edizioni precedenti, ha ammesso il direttore di Ibase.
Questa edizione del FSM è una novità per il semplice fatto che si svolge in Amazzonia. Oltre alla questione ambientale, di portata globale visto che si tratta della principale riserva di foreste tropicali, di acqua dolce e di biodiversità nel mondo, sarà l’opportunità per dare voce agli indigeni, ai quilombolas (comunità afro-brasiliane discendenti dagli schiavi esiliati) agli estrattori di caucciù e agli altri popoli amazzonici.
Sarà forse l’incontro più popolare, in termini di presenza di comunità di base, segnala Grzybowski; nelle edizioni precedenti, Ibase aveva infatti registrato una prevalenza di giovani, studenti e laureati.
I movimenti e le organizzazioni sociali dell’Amazzonia vogliono discutere modelli di sviluppo e alternative locali, come “protagonisti”, e non solo anfitrioni del forum, ha segnalato all’IPS Graça Costa, consulente nazionale sulle tematiche di genere dell’organizzazione non governativa FASE (Organizzazione per l’assistenza sociale e educativa), e tra gli organizzatori del FSM di Belém.
In questo senso, sarà importante la voce dei “popoli originari”, come gli indigeni, anche nel mettere in discussione le centrali idroelettriche, che hanno un forte impatto ambientale e sociale in Amazzonia, mentre la loro energia va all’estero e non viene utilizzata per le popolazioni locali, ha sostenuto.
Verrà chiamata in causa una grande impresa mineraria brasiliana, Vale, che incarna il “modello che non vogliamo”, ha commentato.
Ma il suo peso nell’economia nazionale e dello stato di Pará, di cui Belém è capitale, rende “molto complesso” un dibattito su un suo ritorno alla proprietà statale, che diversi movimenti chiedono.
L’impresa Vale, che si chiamava Vale do Rio Doce prima della privatizzazione nel 1997, esporta enormi quantità di minerali di ferro estratto dallo stato di Pará, e rifornisce molte fabbriche siderurgiche accusate della deforestazione dell’Amazzonia orientale, e dello sfruttamento dei lavoratori per la produzione di carbone vegetale.
In chiusura, si discuteranno le possibili iniziative contro Vale, che ha esteso le sue attività alla produzione di alluminio e sta pensando di costruire una centrale termoelettrica a carbone minerale, come fonte energetica, a Pará.
A Belém verrà inoltre promossa la riapertura del Forum Sociale pan-amazzonico, interrotto dopo la sua quarta edizione, nel 2005.
La giornata del 28 gennaio sarà interamente dedicata alla regione amazzonica, ai suoi movimenti e organizzazioni sociali. È per incorporare le tematiche e i processi regionali nell’incontro mondiale, ha spiegato Salete Valesan Camba, storica organizzatrice dell’Instituto Paulo Freire.
Questa volta il FSM farà un maggiore uso dei mezzi di comunicazione nella cosiddetta “Belém allargata”, un meccanismo di partecipazione virtuale dei gruppi che non potranno raggiungere la città amazzonica.
Sarà un processo “dall’esterno all’interno e viceversa”, con la diffusione delle attività da Belém e la raccolta delle informazioni sugli eventi in corso in tutto il mondo, ha spiegato Valesan Camba.
“Non ci sono segnali che la crisi economica stia influendo sulla presenza di attivisti a Belém”, a suo parere. La crisi, sostiene, ha screditato Davos e crea “un momento propizio per mettere in pratica proposte alternative”, ma il mondo non è ancora cambiato, e la società civile “non è ancora abbastanza forte per superare i mali del capitalismo”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1374
Gaza : cosa faranno quei bambini da grandi ?
riceviamo e pubblichiamo
"Cosa faranno quei bambini da grandi? Cosa pretendete che facciano questi bambini?" Sono delle domande che si pone Beritan G.*, 14enne, in un tema che ha scritto alcuni giorni fà: la traccia era “Un fatto che ti ha colpito negli ultimi tempi”.
Oggi Beritan mi ha autorizzata ad inoltrare le sue riflessioni, teme solo il giudizio sulla forma italiana non correttissima e che io non ho aggiustato di una virgola. Mentre parlavamo accarezzava la kefia e mi ha raccontato che lo scorso anno in terza media un professore la minacciò con una nota se non si fosse tolta “quella” sciarpa dal collo. Lei accusò mal di gola e disse che aveva solo “quella”da indossare.
Nel silenzio attonito della classe, la discussione andò avanti e il professore non prese provvedimenti ma concluse che “quella era di parte”. Beritan, la kefia, la toglie difficilmente, solo quando lo vuole lei. Alla fine mi ha chiesto mentre ci salutavamo, come può migliorare la sua sufficenza in Storia, la materia che ama più di ogni altra.
Doriana Goracci
A gennaio sono andata a Roma per partecipare alla Manifestazione contro il crudele comportamento di Israele verso il popolo palestinese. Prima di andarci avevo riflettuto molto su tutto ciò ed è vero che Israele ha sofferto tanto per lo sterminio da parte dei tedeschi ma ciò non giustifica il suo comportamento violento contro la Palestina.
C’è anche il fatto che i giovani palestinesi si uccidono con le bombe causando la morte di chi gli è vicino e questo i telegiornali lo dicono. Fanno di tutto per accusarli ma nessuno si chiede il perchè lo facciano; credo profondamente che abbiano un motivo valido per tutto ciò.
Infatti dopo tante ricerche sono arrivata a questa conclusione: se in quel paese non ci fossero state le guerre e i soldati che girano per le città davanti ai bambini, se solo ci fosse stato l’opposto, cioè una vita normale anche con qualche difficoltà, come c’è sempre stata chiaramente, sarebbe stato meglio. Poi mi sono chiesta e vorrei domandarlo ad altre persone che conoscono la situazione e che purtroppo sono poche, proprio perchè i telegiornali dicono tutto ciò che sentono senza ragionare sul discorso e senza porsi delle domande come in questo caso sarebbero utili a capire il problema dei palestinesi.
La domanda posta a me stessa è cosa faranno quei bambini da grandi? Vissuti sempre in mezzo alle guerre, in mezzo alla morte, in mezzo alla violenza, odio e sangue che scorre ormai da anni. Anzi cosa pretendete che facciano questi bambini? Io non credo che abbiano molte scelte ma solo combattere, suicidarsi ed odiare, questo che già di per sè è brutto. Se ciò che i buddisti pensano è vero, cioè che dopo la morte esiste un’altra vita spero solo che i bambini palestinesi e tanti altri bambini che a causa dell’ignoranza degli uomini muoiono, possano vivere meglio.
Insomma quella sera è stata molto significativa per me, perchè ho conosciuto più da vicino il popolo palestinese che come tanti altri paesi soffre, per esempio come il popolo kurdo, il mio popolo. Con loro ho sofferto e ricordato la situazione kurda e gridato NO alle guerre e alle violenze in corso in ogni parte del mondo.
Beritan G.
*Qualche nota su Beritan G.. E’ nata a Mersin in Turchia nel 1994. L’auto su cui viaggiava con il padre a Dyarbakir fu bloccata dalla polizia turca: li divisero e finì in carcere come lui. Aveva cinque anni, per tre giorni la famiglia non seppe nulla di lei. Poi trascorse quasi un mese in una specie di casa per bambini orfani. Il padre riuscì ad arrivare in Italia nel 2001 come rifugiato politico e oggi è un mediatore culturale in strutture di accoglienza a Roma, dove attualmente vive. Beritan insieme ad una sorella e due fratelli più piccoli di lei e la loro mamma sono vissute come richiedenti asilo in Norvegia per poco meno di un anno, poi quasi due in Germania. Vivono oggi a Capranica in provincia di Viterbo dal 2004.
…verso il sole, il fieno e il pane…
….dipende anche da tutti noi…
(E’ tutto vero, tutto… tranne il finale: vi prego, facciamo che un giorno sia vero anche quello…) Dino Frisullo 27 ottobre 2001
Colpisce, da subito, l'intervista effettuata dalla Nuova Sardegna di Filippo Peretti al vero candidato alla presidenza Silvio Berlusconi. E colpisce per un motivo fondamentale. Sono convinto, infatti, che l'uomo smentirà anche questa intervista e smentirà anche gli errori grossolani commessi dal meno noto Cappellacci che, in una nota sotto la stessa pagina, si permette di dare torto al suo padrone.
Riassumiamo.
Silvio Berlusconi chiacchiera amabilmente di tutto, dall'UDC alla denuclearizzazione dell'isola. Spiega, a modo suo, perchè il referendum, seppure non abbia raggiunto neppure il quorum, è stato vinto dal centrodestra (alchimie politiche di gente navigata) e alla domanda su quali siano le priorità specifiche della Sardegna per lo sviluppo e l'occupazione, testualmente risponde (e testualmente smentirà): “Il turismo e l'ambiente naturale che in Sardegna è tra i più belli al mondo, sono i due “asset” (ma come parla, direbbe Moretti..... e anche io....) sui quali si deve puntare. Il turismo, insieme al commercio, da lavoro al 67,8% degli occupati sardi e anche nell'ultimo anno – nonostante la crisi – ha creato 24 mila nuovi posti di lavoro.” Mi ha stupito in senso positivo perchè, ammetteva che -nonostante la crisi – nell'ultimo anno si erano creati 24 mila posti di lavoro. Che non sono pochi, a dire il vero e non so neppure se siano reali. Ma resta il fatto che Berlusconi (che il mio grande Word continua a ignorare e, se con il tasto destro chiedo un suggerimento propone queste possibilità: bellusco, Bertuccioni, Bruscolini e Beccofrusoni .... inarrivabile Word...) ammette che in un solo anno e, nonostante la crisi, questa piccola isola gialla e brulla di là dal mare ha saputo creare 24 mila posti di lavoro. Grazie Soru insomma. E invece, che cosa combina quel povero Cappellacci? Dice che c'è qualcuno che racconta le bugie. Ecco il testo delle sue dichiarazioni, virgolettato, apparso sulla stessa pagine della Nuova Sardegna: “Non ci sono nuovi posti di lavoro, ma oltre 150 mila disoccupati, 22 in più rispetto al 2004. Le persone in difficoltà sono 100 mila in più”.
Potrei essere accusato di poca contestualizzazione delle interviste. Che non si mettono insieme queste cose, che la politica non è un blog (dovreste spiegarlo, per esempio a Vespa, Fede, Feltri e al direttore di Panorma e del Giornale che non si montano le interviste e che non si uniscono virgolettature). Non voglio però stabilire chi ha ragione, le interviste si concedono e quando si risponde si tenta di dare il meglio di se, delle proprie idee e si tenta – se sei un buon politico di razza – di abbattere l'avversario. Con il risultato grottesco che i due candidati alla presidenza dell'isola (Berlusconi e Cappellacci) riescono a contraddirsi. La morale è semplice ma non semplicistica. Ci possiamo fidare di questi signori che, pur di ottenere dei voti, riescono a dare letteralmente “i numeri?”
Questa la rassegna stampa di oggi dentro una giornata gonfia di libeccio e maestrale. Sono andato ad osservare le onde che sbattevano sulla muraglia di Alghero questo pomeriggio. Sono stato un attimo a sentire quel rumore sordo di un mare che era vivo, che urlava, che aveva la freschezza e la forza immensa di pensieri e ricordi e spruzzi e sale. Il mio mare. Sono ritornato, sempre per un attimo al ricordo dei miei diciannove anni quando, sempre davanti a quel mare, passeggiavo con tasche diverse e con diversi colori ma con la faccia forte che non mi avrebbe mai abbandonato. Era di marzo, nel 1978, durante il sequestro Moro. Avevo deciso di attraversarlo quel mare, per andare al nord, per trovare degli amici. Incontrai, sul ponte di una nave e nel mare in burrasca, facce contorte e vuote di donne e bambini che camminavano lenti. Erano diretti quasi tutti a Torino, dove i loro mariti lavoravano. Andavano a trovarli per Pasqua. Io ricordo ancora quelle facce incontenibili e quegli occhi minuti che osservavano sulla poppa la scia che si miscelava alle onde di una Sardegna che si allontanava. Io ricordo tutto di quel giorno e me lo sono portato appresso per sempre. Quando ammiro quel mare apparentemente cattivo, ritorno a quegli occhi di madre che non aveva parole. E mi dico, con fermezza antica e fiera: noi non possiamo partire e ripartire. Questa terra è la nostra terra. Da sempre e per sempre. Senza possibilità alcuna di smentita.
Mi direte: che connubio ci può essere tra quelle interviste/dichiarazioni di Berluscacci e il mio immenso mare? Entrambi producono molto rumore, ma non riescono a lasciare impronte durature. L'acqua, come ci insegna Camilleri non ha forma. Un po' come le parole che ho letto stamattina.
Con una piccola differenza: guardare il mare regala un'accorata ed intensa libertà.
RIASSUNTINO DELLA MIA PROPOSTA EFFETTUATA A TUTTI I CANDIDATI AL CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA:
Io sottoscritto, candidato a consigliere della Regione Automa della Sardegna, devolverò, una volta eletto, il 5% dell’introito netto mensile accreditato in qualità di consigliere regionale, ad un fondo sociale costituito tramite atto notarile. Detto fondo sarà utilizzato per restituire la dignità a tutti i figli, mogli/mariti e compagne/compagni conviventi a qualsiasi titolo, dei caduti sul lavoro dentro questa terra e che, non hanno ottenuto nessuna pensione o vitalizio dagli Enti preposti, in quanto le vittime non erano regolarmente assicurate.
FIRMATARI
Giampaolo Cassitta, candidato Italia dei valori – circoscrizione di Sassari
Gianni Piredda, candidato Italia dei valori – circoscrizione di Sassari
Federico Gandolfi, candidato Italia dei valori – circoscrizione di Sassari.
Le adesioni (che devono giungere per iscritto, in quanto saranno considerate documento valido come impegno formale) saranno inviate a megliosoru@giampaolocassitta.it
Aspetto con molta tranquillità, convinto che dobbiamo scommettere sulle piccole cose. Come questa.
600 milioni delle tue tasse per sabotare i referendum
di sandro brusco, Non esiste alcuna ragione per non tenere i prossimi referendum elettorali insieme alle elezioni europee e amministrative.
La legge stabilisce che i referendum vadano tenuti tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2009. Durante lo stesso periodo verranno anche celebrate le elezioni per il parlamento europeo e varie elezioni amministrative. Il ministro Maroni ha già deciso che queste elezioni si terranno in un'unica data (chiamata, con il solito inutile anglicismo, ''election day''), fissata per il 6-7 giugno. Resta da decidere la data dei referendum. Esiste una qualche ragione di buon senso per non fare i referendum la stessa data delle altre elezioni? La risposta è no. Abbinare le date farebbe ovviamente risparmiare soldi, che il presidente del comitato referendario Guzzetta stima in circa 600 milioni di euro. Non ho trovato conferma (o smentita) indipendente di tale cifra, ma veramente non è questo il punto. Anche se il costo fosse molto minore è chiaro che comunque sarebbe sostanziale, alcune centinaia di milioni di euro. Personalmente non ho mai sopportato quelli che si lamentano dei costi delle elezioni; la democrazia è importante e i soldi che si spendono per farla funzionare sono meglio spesi di tanti altri. In questo caso però si può far funzionare la democrazia risparmiando soldi. Non solo, l'abbinamento fa funzionare meglio la democrazia perché promuove la partecipazione popolare ai referendum. Non esiste quindi alcuna ragione di buon senso per scegliere una data diversa dall'election day: l'abbinamento favorirebbe una riduzione dei costi e un aumento della partecipazione.
Naturalmente esistono ragioni che non sono di buon senso. La Lega è contraria ai referendum e sembra decisa a seguire la strategia di far mancare il quorum, anziché combattere a viso aperto la battaglia referendaria. Perché la Lega sia contraria ai referendum è presto detto. Essi prevedono l'eliminazione del premio di maggioranza alla coalizione, assegnandolo invece al primo partito. Con le nuove regole la Lega sarebbe costretta a presentare un'unica lista con il PdL (o altro alleato) oppure a rischiare che il premio di maggioranza vada a qualcun altro. Non è scontato che questo farebbe perdere potere alla Lega, il suo potere di contrattazione al momento della formazione delle liste resterebbe comunque assai forte, ma evidentemente i suoi capi hanno paura. I capi della lega sembrano anche convinti che, in assenza del trucchetto di far mancare il quorum, i SI ai referendum vincerebbero. Da qui la tentazione di fissare la data dei referendum il 14 giugno, una settimana dopo l'election day. C'è il rischio quindi che i soldi dei contribuenti vengano gettati al vento e lo strumento referendario ancora una volta venga mortificato solo per servire interessi ristrettissimi di partito.
Credo che tutti siano coscienti che la legge elettorale che uscirebbe dal referendum non sarebbe gran che. Ma il referendum serve come potente stimolo per affrontare la discussione e fare una riforma elettorale decente. C'è ancora tempo, se lo si desidera e se la si pianta di baloccarsi con questioni irrilevanti, per fare una buona legge. Non solo, in questo parlamento si è creata una situazione per cui una buona legge è anche possibile (io la mia opinione su ciò che considero desiderabile e possibile l'ho già espressa). Ma questo succederà solo se la minaccia del referendum segue viva.
L'attuale legge elettorale è, per ammissione del suo primo firmatario, una porcata. Evitiamo di aggiungere porcata alla porcata. Teniamo i referendum elettorali il 6 e 7 giugno.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/600_milioni_delle_tue_tasse_per_sabotare_i_referendum#body
Dunque, questo tipo smentisce l’Olocausto, nega che siano esistite le camere a gas, sostiene che le Torri gemelle se le sono buttate giù da soli gli americani, chiama gli ebrei “nemici di Cristo”, si oppone alla libertà delle donne di mettersi i pantaloni, chiede più virilità agli uomini, è convinto dell’autenticità dei Protocolli dei Savi di Sion ed è un ammiratore dichiarato dell’ufologo neonazista Ernst Zündel.
Invece di mandargli a casa un bravo psichiatra, oggi Ratzinger lo riammette serenamente nella sua Chiesa, chiamandolo pure “Vescovo”.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Tanto per non dimenticare che siamo in Italia, il 20 gennaio (vedi qui e qui) ci ha pensato il Berlusca a ricordarci da par suo in cosa consiste la politica da noi. Stavolta si è occupato della crisi. Ha cominciato così: «Il governatore della Banca d’Italia e anche l’Europa ci dicono che quest’anno il Pil registrerà il 2% in meno. Ciò significa che torneremo indietro di due anni e non mi sembra che due anni fa si stesse così male». Il 2% in meno in un anno non è niente. E che ogni punto di PIL in meno si porta appresso un bel po’ di disoccupati, evidentemente, idem. Vabbe’.
Subito dopo ritiene opportuno aggiungere: «è necessario quell'ottimismo che incentivi i consumi non solo tra gli italiani ma anche tra i francesi e i tedeschi che sono i maggiori consumatori dei nostri prodotti». «Bisogna dare il nostro piccolo contributo perchè questa crisi non sia troppo tremenda». Dunque la crisi non è grave ma se non diamo tutti quanti il nostro contributo potrebbe diventare “troppo tremenda”. Vi pare un po’ incongruo? Avete ragione. Ok. Come diamo il nostro contributo? «Invito tutti quelli che possono a continuare con lo stesso stile di vita che avevano prima, anche se questo -2% del Pil ci porta indietro di due anni». A questo punto, immagino che, capito che si tratta di un invito a spendere, nessuno si aspetterà cosa il Berlusca ha in serbo per noi. Ecco infatti cosa arriva adesso: «Forse - ha spiegato Berlusconi - è necessario un momento di riflessione in un'epoca di consumismo». Capito? La crisi non è grave, ma può essere troppo tremenda; bisogna che consumiamo tutti come prima, però se ci prendiamo un momento di riflessione, in questi bassi tempi di consumismo, non è male. Ma allora che facciamo, consumiamo perché sennò la crisi da non grave diventa “troppo tremenda” oppure ci prendiamo “un momento di riflessione in un’epoca di consumismo”? Comunque, l’uomo non si smentisce mai: nella stessa intervista in cui ha ammesso che in sostanza il suo governo non ha la più pallida idea di cosa fare per reagire alla crisi («Credo che dobbiamo continuare così ma dobbiamo anche proseguire a dire che la crisi sta nelle mani di tutti noi») ha anche la sfacciataggine di citare Roosevelt e il suo “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura”. Io credo che dobbiamo veramente avere paura, soprattutto perché queste bestialità non le dice solo la destra, le dice pure la sinistra. Per esempio stronzate analoghe sul “momento di riflessione in un’epoca di consumismo” le hanno dette e scritte in tanti, uno tra questi Michele Serra qualche settimana fa. Noi italiani, insomma, non abbiamo solo la paura di cui avere paura.http://urbiloquio.com/kkblog/archives/2009/01/il_berlusca_e_la_paura.php
Quando i lupi smarriti tornano all'ovile - (di Francesco Cocco)
Papa Ratzinger riabilita i quattro vescovi ultra-reazionari di Lefebvre.
- Un gesto che riconcilia tutti i cristiani.
- Con il buddhismo.
Pochi giorni prima del riabbraccio con Ratzinger, uno dei quattro aveva messo in discussione l'Olocausto.
- Vedi? A volte l'importante è fare il primo passo.http://www.brioches.ilcannocchiale.it/
Se quello che sto per raccontarvi fosse successo in Calabria, in Campania o in Sicilia la “Padania”, giornale di riferimento di una nazione inesistente di un popolo inesistente, avrebbe forse titolato a 9 colonne (solo perché di più non ce ne sono): “I dirigenti meridionali stramagnano e se ne fregano di Brunetta!”.
Fosse successo a Roma, poi, avremmo assistito ad una messe infinita di editoriali e trasmissioni sul ruolo da magnaccia della classe dirigente locale. Con il corollario di sproloqui delle fine menti politiche della Lega Nord, una lega fatta di metalli particolari che gli scienziati della Nasa stanno studiando approfonditamente: infatti si piega (ai voleri di Berlusconi), non si spezza ma spezza (ogni giorno di più l’unità nazionale, a me sacra).
Invece adorati amici di blog, quello che sto per raccontarvi è successo nel Veneto del bruno e puro ministro veneto Renato Brunetta e del tosto e torvo Governatore Giancarlo Galan, il Governatore che (a mio opinabile giudizio) predica bene e razzola male. Del resto dalla sua lunga militanza in Publitalia avrà pure imparato le tecniche per vendere e vendersi anche politicamente. O no?
Quel Galan che – per quanto mi riguarda – è tra i peggiori Governatori che l’Italia conosca ma sa vendersi meglio di quanto non faccia, a esempio, Loiero Agazio, il Presidente che vive nello spazio (politico), che ce la mette tutta, povero figliolo, ma proprio non riesce a far capire agli italiani che la Calabria è una regione dove le cose buone sono la regola e quelle cattive (non ridete, vi prego, su!, un pò di contegno) l’eccezione.
Ebbene mentre il tosto e torvo Galan sbraita un giorno si e l’altro pure contro i privilegi delle Regioni a statuto speciale (cosa peraltro sacrosanta che mi permisi di scrivere nel mio libro “Federalismo minimo”, Edizioni Sole-24 Ore, nel 2000 e per questo fui duramente attaccato dai politici parolai), i suoi dirigenti una fanno e mille ne pensano. Per continuare a godere di quei privilegi che fanno sentire sempre più bue il popolo bue e casta la classe dirigente. Oh yeah!
Il 29 dicembre Babbo Natale doveva essere ancora dalla parti di Palazzo Balbi, sede della Regione Veneto, perché 70 dirigenti regionali in aspettativa e assunti con contratto di natura privatistica sono stati esentati dall’applicazione del decreto Brunetta, meglio noto come decreto antifannulloni.
I 70 dirigenti, in pratica, potranno ammalarsi senza perdere un centesimo in busta paga, scrive la brava collega Alda Vanzan alla quale va il merito di aver scritto la notizia sul “Gazzettino” del 16 gennaio.
Con un’interpretazione del segretario generale della programmazione, Adriano Rasi Caldogno, contestatissima per prima dalla Uil regionale, i dirigenti – il cui giorno di assenza per malattia costa all’amministrazione 77,52 euro al giorno contro gli 8,98 di un usciere – potranno ammalarsi a piacimento. Tanto non perdono niente delle loro ricche (e giustificate?) retribuzioni che viaggiano in media sui 100mila euro all’anno.
Fosse successo in Calabria, Puglia, Sicilia, Campania o nell’odiata Roma del filosofo Borghezio, il politico con idee da ospizio (sempre a mio giudizio opinabile, sia chiaro), i nordisti a gettone avrebbero tuonato contro l’immoralità di un’esenzione che concede a chi governa il personale e strutture complesse di farla franca e a chi viene invece governato di essere trattato come un fantozziano e inutile dipendente.
Ho raggiunto telefonicamente Piero Levorato, il segretario regionale della Uil dipendenti pubblico impiego, due giorni fa, dopo aver letto il “Gazzettino” e aver finito di preparare le mie carte in vista della mia missione a Salerno dove la Procura mi vuole ascoltare come persona informata dei fatti a seguito di alcune inchieste che ho recentemente scritto.
“E una cosa scandalosa”, mi spiega con una lucidità che raramente ho riscontrato nei sindacalisti, che pure conosco da vicino per averli giocoforza frequentati nei quattro anni che ho svolto come caposervizio (avevo 24 anni ahime!), nel quotidiano della Cisl “Conquiste del lavoro” (pur senza mai essere stato iscritto a quel sindacato, ci tengo a dirlo perché non ho mai avuto tessere in vita mia).
“Con quale faccia – prosegue Levorato– il segretario generale ha potuto firmare una direttiva del genere? Ho provato, nelle settimane scorse, a spiegare a lui e ad altri dirigenti regionali che un conto è godere di un contratto privatistico e un conto è essere dipendenti pubblici in aspettativa ai quali è stato applicato un contratto di natura privatistica. Non c’è stato niente da fare e allora a questo punto adiremo tutte le vie legali e quelle necessarie per far recedere l’amministrazione regionale”.
Per dare un’idea della capziosità dell’interpretazione -sulla quale non mi permetto di esprimere un giudizio normativo ma etico sì: la trovo personalmente ripugnante – rendetevi conto, cari amici di blog, che se fosse applicata in tutta Italia a tutti i dirigenti assunti con contratti di natura privatistica nelle pubbliche amministrazioni, avremmo migliaia di persone alle quali il decreto Brunetta farebbe un baffo.
Prendiamo a esempio i direttori sanitari delle Asl che, spesso, sono in aspettativa da precedenti esperienze lavorative nel pubblico impiego, a esempio gli ospedali, e vengono assunti con quell’incarico.
Insomma un esercito di generali esentati dalle norme antifannullone, applicabili invece alla truppa.
Così va il mondo e sarà curioso sapere come andrà a finire questa educativa storia che voglio rendere più amara con lo schiaffo morale sul modo di interpretare la gestione della cosa pubblica, che proviene dal Comune di Lamezia, martoriata città della Calabria dove in particolare le cosche Giampà-Torcasio e Iannazzo fanno, disfano e comprano politici (leggetevi, se volete, i post che ho dedicato alle vicende lametine anche su questo blog).
A Lamezia – e chi segue questo blog, le mie inchieste sul Sole e la mie trasmissioni radiofoniche lo sa – c’è un sindaco che nel cognome racchiude un programma. Si chiama infatti Gianni Speranza.
E’ (fino a parola contraria, come per tutti noi) una persona onesta, un amministratore onesto, come è difficile trovarne in Calabria. Rischia anche la vita per quello che fa. Le minacce di morte gli giungono con regolarità. E’ stato votato con calore dalla sua gente ma in Consiglio comunale va spesso sotto perché non ha una maggioranza stabile. Fa di tutto per rompere gli zibidei alle tante cosche che lì fanno il brutto e il cattivo tempo. Si costituisce parte civile nei processi di mafia, chiede (e ottiene) risarcimenti milionari agli ‘ndranghetisti, dribbla come Totti in mezzo al campo i tranelli che consiglieri spregiudicati disseminano lungo il suo cammino.
Ebbene questo sindaco, nel corso della visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 16 gennaio ha annunciato che “il consiglio comunale di Lamezia deciderà presto l’esenzione da tutti i tributi locali, per 10 anni, per gli imprenditori che collaborano con la giustizia”.
Conoscendo da anni Speranza, ho la certezza che quel che ha detto è una bomba lanciata sul Consiglio comunale. Una bomba a orologeria destinata a deflagrare se non riuscirà ad avere i voti necessari per far passare la sua proposta. Anche in questo caso seguiremo come andrà a finire perché che passerà la proposta, non ho la certezza. Ho solo la…speranza.
QUESTO e QUEST'ALTRO . Invertendo i fattori, il prodotto non cambia: anche sulla sicurezza il Governo ha fallito.
E' bene che sia chiaro ai molti che hanno cavalcato l'onda del sentimento popolare per attaccare in maniera strumentale "la Politica" (tradotto: Prodi).
Il federalismo fiscale regala (ancora!) soldi a Roma, oggi. Saranno spesi per migliorare la sicurezza? E i 500 milioni già pervenuti nelle casse capitoline dove sono finiti?
Ah già: sgombrare i campi ROM.
La violenza purtroppo non ha patria, come si evince dalle ultime vicende, sarà il caso che Alemanno se ne faccia una ragione.http://pdcaratebrianza.blogspot.com/
Sardegna, Soru: «Il premier
viola tutte le regole del gioco»
Il presidente uscente della Regione ha accusato il premier di violare tutte le regole della par condicio
«Se al Presidente del Consiglio stava così a cuore la Sardegna poteva dimettersi, prendere la residenza a Porto Rotondo e candidarsi alla presidenza della Regione. E ci veniva coi suoi mezzi, come faccio io, e non con le forze dell’ordine, a fare una campagna elettorale che non gli compete». L’ha sostenuto Renato Soru, candidato alla presidenza della Regione del centrosinistra, chiudendo in serata una manifestazione a Carbonia.
Il presidente uscente della Regione ha accusato il premier di violare tutte le regole della par condicio. «Avrebbe dovuto fare come me, contare i minuti, invece - ha spiegato Soru - impazza a reti unificate. E almeno, quando parla della Sardegna, quando parla di numeri, dovrebbe citare le fonti. Invece sta facendo campagna elettorale in Sardegna come ritiene che la campagna elettorale debba essere fatta: lo diceva già tempo fa che gli elettori hanno la testa di un bambino di 12-13 anni e neanche tanto sveglio. Ecco, crede che siamo così e per questo ci racconta panzane».
Soru ha, quindi, ribattuto ai richiami a Tiscali del leader del Pdl: «Oggi è venuto a parlare di un’azienda che io ho fondato tanti anni fa e di cui vado orgoglioso. Diversamente da lei, signor presidente del Consiglio, io da 5 anni - ha aggiunto - non mi sono più occupato della mia azienda. Non ho mai fatto leggi regionali ad hoc per mie questioni personali, né per mie aziende, mentre il monopolio delle tv commerciali è in mano a una sola impresa». Sottolineato che il bilancio della Sardegna non è fallimentare, Soru ha respinto l’accusa, che ha definito una calunnia, di aver buttato giù degli ulivi nella sua villa per vedere il mare: «Io gli alberi li pianto e la nostra regione è stata anche premiata dal suo governo per questo. E gli ulivi li pianto anche a casa mia e quest’anno ho fatto 700 litri d’olio». «Lei ha 73 anni, signor presidente del Consiglio, io 51, siamo grandi, abbiamo figli, siamo nonni - ha concluso Soru - Lasciamo ai nostri figli la certezza che i loro genitori non sono persone che mentono». http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/italia_e_mondo/2009/01/25/1202040684484-sardegna-soru-il-premier-viola-tutte-regole-gioco.shtml
Sabato trippa? No, solo Berlusconi
fino al voto. Dal premier-piazzista
umiliante overdose per Cappellacci
di Giorgio Melis
Giovedì gnocchi, sabato trippa. Il fine settimana era e resta scandita, nella tradizione gastronomica romana, dagli appuntamenti nei cartelli alle trattorie, riversati in mezza Italia. Sabato trippa: il refrain di mille battute popolari. Usava anche in Sardegna. Dovremo cancellarla e cambiare abitudini: almeno fino al 15 febbraio. Niente più trippa: sabato…Berlusconi in tutte le salse. Una specie di temporaneo “sabato fascista” del ventennio: tutti precettati alla adunate premilitari. A noi sardi va meglio. Il sabato (anche mezza domenica), menù coatto: Silvio-la-trippa. Sembra il Totò col megafono del celeberrimo “vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio La Trippa”. Non c'è scampo, il premier-piazzista deve venderci a ogni costo il candidato putativo. Vuol prendere i sardi per esaurimento, indurli alla resa col tormentone del week end nell'isola “di cui sono innamorato e dove trascorrerò gli ultimi anni”. Per carità: ci bastano i prossimi giorni e settimane. La sbobba è ripetitiva, roba da inappetenza prolungata. Uniche varianti, quelle meteorologiche. Allerta-maltempo e allerta-Silvio, che talvolta coincidono.
È un assedio arrogante verso un elettorato regionale che ha il diritto di scegliere e decidere da sé: senza un'intrusione-invasione che mette in campo gli apparati di Stato e di governo con un'interferenza senza precedenti, asfissiante, offensiva. Più una copertura mediatica con picchi di saturazione televisiva inauditi. Specie da parte di Videolina, tv-spazzola (ma ora è entrata in campo anche Sardegna 1). Ha realizzato l'ennesima intervista-comizio di Berlusconi da palazzo Chigi, dove ormai dovrebbe avere una postazione fissa. Negli ultimi sei mesi, il bocca-a-bocca col Cavaliere (senza un minimo contraddittorio per gli insulti contro Soru) è diventato più che imbarazzante. Senza contare le ore di servizi genuflessi per l'orgia di visite, senza mai una domanda vera: onestamente, stanno superando l'imbattibile Emilio Fede. Nessuna sorpresa, ovviamente, sulla negazione di almeno un' intervista a Renato Soru: video sbarrato da cinque anni al presidente della Regione uscente, un fatto che forse non ha uguali nel mondo. E' il pluralismo insultante di Sergio Zuncheddu verso i telespettatori sardi prima che verso Soru.
Incredibile che il tormentone soffocante di Berlusconi non susciti un minimo di imbarazzo, se non vera vergogna nel centrodestra e sodali vari. Personaggi da decenni sulla piazza, ex presidenti di Regione e Consiglio, partiti con una qualche dignità nazionale e un passato dignitoso, si lasciano tirare come cani al guinzaglio, scodinzolando al passaggio del padrone: accettano di scomparire tutti nel ruolo di trascurabili comparse. Il candidato del Cavaliere sembra impermeabile all'umiliazione di esistere solo all'ombra di una tutela tanto mortificante. Se questa è la schiena pubblica di un aspirante presidente della Regione, povera autonomia caduta così in basso. Ma è possibile, forse probabile che l'overdose del Cavaliere produca ricadute forti, se non un vero effetto-boomerang.
La dignità dei sardi, o almeno di una parte maggioritaria, potrebbe rivoltarsi nelle urne per un trattamento da popolo-bue, coloniale, offensivo. Non per uno specifico “orgoglio sardo”, peraltro molto offuscato da diffuso autocolonialismo servile. Dovrebbe scattare la normale reazione di una comunità che non si lascia trattare da carne da cannone elettorale o da buon selvaggio che accoglie senza proteste i ciarlatani che gli lanciano palline di vetro colorato. E' perfino inimmaginabile che Berlusconi avrebbe potuto fare quel che sta combinando in Sardegna dove la Lega è maggioritaria o significativa. Bossi lo avrebbe assediato a ogni sortita, ne avrebbe rintuzzato l'invasività. Ma una sovrapposizione così greve avrebbe scatenato reazioni di rigetto in Valle d'Aosta non meno che in Friuli, per non parlare dell'Alto Adige. Ma in queste regioni la dignità popolare è rappresentata, con varie modulazioni ma tutte fortemente identitarie e orgogliose, da partiti di vero senso autonomistico. Quello gettato nella pattumiera dal vecchio Psd'az. Davanti allo scandalo di tanta prepotenza del potere centrale, non ha trovato di meglio che accodarsi, svendendo platealmente perfino la propria bandiera: un tempo simbolo unificante di tutti i sardi. Per fortuna è solo la scelta di una modestissima minoranza residuale, cui la quasi totalità dei sardi ha voltato da tempo le spalle. I simboli e la sostanza di una sardità autorevole, mai tanto rispettata in Italia e all'estero, era e resta in altre mani.http://www.altravoce.net/2009/01/24/trippa.html
di Pietro Adami (Giuristi Democratici), Liberazione, 23 gennaio 2009
Da quanto si è appreso, il Ministro Maroni sarebbe intenzionato a limitare profondamente la libertà di riunione e manifestazione. Secondo quanto ha dichiarato, si appresterebbe a introdurre una disciplina che definisce un generale divieto di manifestare davanti ai luoghi di culto, e addirittura davanti a supermercati e centri commerciali, monumenti e siti di interesse pubblico. «Ho preparato una direttiva che verrà inviata a tutti i Prefetti affinché fatti come quelli avvenuti davanti al Duomo di Milano non abbiano a ripetersi» ha dichiarato, aggiungendo che sarà possibile chiedere una cauzione agli organizzatori delle manifestazioni, che non verrebbe restituita in caso di danni commessi durante i cortei. Naturalmente, «non si tratta di regole ferree», ma si valuterà caso per caso. Conclude affermando che «non si vuole dare una risposta repressiva, ma bisogna dare piena attuazione sia al diritto di manifestare sia al diritto di chi non manifesta di vivere la propria città». Il ministro afferma che non si tratta di un provvedimento repressivo. In merito a tale affermazione lascio giudicare chi legge. Ciò che posso senz'altro affermare è che si tratterebbe di una rivoluzione culturale e giuridica in materia di libertà personali, e di un provvedimento illegittimo e incostituzionale. Ed aggiungo che un consulto del Ministro con i suoi esperti giuridici gliene darà conferma. La Costituzione Italiana all'art. 17 prevede che «I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica». Le manifestazioni sono riunioni in luogo pubblico. Quindi, in primo luogo le manifestazioni non hanno bisogno di essere autorizzate. Occorre solo una comunicazione (art.18 Tulps) e solo per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica, possono essere vietate. La Costituzione italiana, come noto, è un'attenta composizione di interessi, diritti, aspettative. I diritti, anche quelli fondamentali incontrano un solo limite, negli altri diritti degli altri cittadini. Ciò non significa che tutti i diritti siano sullo stesso piano. Parafrasando Orwell: alcuni diritti sono più fondamentali degli altri. Vista l'esperienza del ventennio precedente all'emenazione della Costituzione, al centro del tessuto di questa coperta a scacchi dei diritti, vi è un diritto: la libertà, che con il suo filo interseca e cuce tutti gli altri. Libertà, ed in particolare la libertà politica di opinione e manifestazione del pensiero. Mai più, pensò l'Assemblea costituente, il cittadino dovrà esserne privato, almeno finché dura questo testo. Per cui, con grande fermezza, scolpì negli articoli del Titolo I della Parte I, le libertà fondamentali. Dalla libertà di domicilio a quella di stampa, dalla libertà religiosa a quella di manifestare il pensiero. Il Costituente dovette inserire anche dei limiti, a queste libertà, perché l'esercizio privo di regole di una libertà può rappresentare una violazione di altre libertà. Per dirla con la Corte Costituzionale «in modo che l'attività di un individuo rivolta al perseguimento dei propri fini si concili con il perseguimento dei fini degli altri» (sent.1/56).Ma qui il costituente fu attento. Comprese che i limiti dovevano essere tassativi. Quelli e non altri. E soprattutto che al futuro governo bisognava lasciare, invece, il minimo margine di discrezionalità possibile, nella limitazione delle libertà.Quindi, il costituente ha deliberato di chiarire con estrema attenzione le ragioni per cui i diversi diritti potevano essere limitati, e soprattutto ha evitato di scrivere che i diritti fondamentali potevano essere limitati per "ragioni di ordine pubblico". E' chiaro: tutto può rientrare nel concetto di "ordine". Io posso ritenere ordinata una società in cui non vi siano pensieri diversi dal mio. Ci si faccia caso, il concetto di ordine non è mai posto, nella Costituzione, a limite e come contrapposto ad una libertà. Le libertà prevalgono sempre sul generico "ordine". Ed ecco, quindi, l'art.17 Cost: «Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica».La sicurezza e l'incolumità non devono essere messe in pericolo dalla libertà di manifestare. Quando c'è il rischio che qualcuno si faccia male, subentra il diritto della persona alla incolumità fisica. E' un diritto, l'unico diritto, considerato superiore, rispetto alla libertà politica di manifestare. E' solo in questo quadro che, negli anni scorsi, si è ritenuto legittimo che fosse impedito che le manifestazioni passassero davanti ai luoghi "istituzionali". Si temeva (nella gran parte dei casi a torto), che i manifestanti avrebbero potuto assalire questi luoghi. E quindi che qualcuno potesse farsi male. Non per una tutela "sacrale" del luogo istituzionale.
Ed ecco la rivoluzione culturale del Ministro. Che cosa è accaduto davanti al Duomo di Milano? Vi sono stati rischi per l'incolumità di qualcuno? Non sembra. Può piacere la preghiera collettiva, può non piacere, ma non mi pare che abbia posto in pericolo l'incolumità di alcuno.Il ministro introduce un rovesciamento di prospettiva. Il diritto della cittadinanza da tutelare non è più l'incolumità: è il fastidio che si prova a vedere manifestata un'idea o una fede diversa dalla nostra. Il ministro non sostiene che vi sia un generale pericolo che i manifestanti diano l'assalto alle chiese. Il ministro ritiene che possa dare fastidio, a chi passa davanti ad una chiesa, trovarvi davanti qualcuno di una religione diversa che prega, o che manifesta contro gli aumenti della frutta. Non solo. Viene ritenuto prevalente il "diritto di chi non manifesta di vivere la propria città". Il diritto al parcheggio nello spazio pubblico, anteposto ad una libertà costituzionale. Siamo ad un punto di svolta: il fastidio per la diversità riceve riconoscimento e tutela giuridica. Ad oggi, con questa Costituzione, una simile norma è destinata a cadere in breve tempo. Aggiungo due elementi di illegittimità ulteriori. In primo luogo quello della cauzione, che consentirebbe di manifestare solo a chi ha le risorse economiche per versarla. La Costituzione è chiara: nessun limite se non c'è pericolo per la salute. Salute fisica, non salute morale, altrimenti dovrebbe essere vietato anche il rito dell'ampolla alle sorgenti del Po. Porre un elemento economico alla base di una manifestazione rappresenterebbe una evidente compressione della libertà costituzionale. E, si aggiunge, è proprio la motivazione posta a base della scelta dal ministro ad essere erronea (ovvero che in tal modo gli organizzatori sarebbero indotti a svolgere funzioni di ‘ordine pubblico' interno). Chi organizza le manifestazioni, attività meritoria e non certo facile, non ha certo questo compito, né ha i mezzi. E' compito delle forze dell'ordine tutelare i pacifici manifestanti da atti violenti, e fare in modo che chi li compie ne risponda, civilmente e penalmente, se ve ne sono gli estremi. La responsabilità penale e civile conseguente agli atti vandalici è personale.Gli organizzatori delle manifestazioni non sono società di calcio, con fini di lucro. Inoltre, come noto, è prassi comune che alle manifestazioni partecipino gruppi non invitati, spesso proprio con la funzione di provocatori, che a questo punto avrebbero ancor più interesse ad agire, sapendo che, oltre al danno politico, si aggiunge un danno economico. Rappresenta, infine, un ulteriore elemento di illegittimità la circostanza che «non si tratta di regole ferree» e che si valuterà caso per caso. L'inverso puro di quanto voleva il costituente: regole certe, valide per tutti, non "a disposizione" del governo in carica.http://temi.repubblica.it/micromega-online/maroni-attacco-alla-liberta/
Un lettore del blog mi ha chiesto, in privato, consigli sulla vita in Germania, avendo da poco trovato lavoro in questo paese.
Ho deciso di fare dei post sull'argomento perche' devo pure tenere allenati i polpastrelli. Volevo subito fare un post su questioni pratiche, come cibo e quotidianita' varia, ma degli strani episodi mi hanno convinto ad occuparmi dell'abisso culturale che si sta aprendo fra l'Italia e il resto d'Europa. Si tenga presente pero' che per me Germania vuol dire Baviera, la differenza non e' da poco e mi rende strabico. I miei amici "prussiani" non me ne vogliano.
Per una coincidenza, allo stesso tempo su un blog generico e su un forum che si occupa di Italia varia, e' stato sfiorato il tema della giustizia in Italia ed e' bastato citare il nome di Travaglio per scatenare il putiferio. Dopo una serie di attacchi personali senza minimamente entrare nel merito mi sono disiscritto dal forum, mentre nel blog evitero' come la peste di toccare di nuovo l'argomento.
Devo dire che in entrambe i casi ho avuto problemi a seguire la discussione e a comprendere il perche' dell'attacco alla magistratura
in blocco. Solo dopo un po, beata ingenuita', ho capito che in entrambe i casi c'era del coinvolgimento personale. Nel caso del forum tre partecipanti avevano dei processi civili in corso, nel caso del blog un amico era coinvolto in una brutta vicenda giudiziaria, non parlo di errore giudiziario perche' non conosco i fatti, ma questo si lasciava intendere.
In entrambe i casi ho avuto una specie di cortocircuito, la solita sensazione di parlare una lingua diversa. Ho concluso che io insisto a ragionare in italiano con gli italiani avendo ormai la testa da tedesco.
Altrimenti come e' possibile che fra espatriati, con storie e orientamenti politici diversi si sia tutti concordi nell'avvertire un pericolo per le istituzioni e per la democrazia italiane, mentre gli italiani d'italia non vedono questo pericolo e se lo vedono sostengono che sia giusto martellare una istituzione (la magistratura in questo caso) colpevole di commettere errori o semplicemente colpevole di fare il proprio dovere?
Credo che la risposta stia nell'abisso culturale che c'e' fra Germania e Italia.
Chi emigra dovrebbe tenere presente questo perche', a seconda della personalita', la permanenza in questo paese si puo' trasformare in paradiso o in un inferno.
Ma dove sta la differenza?
In Germania il cittadino ha un rapporto diretto con le istituzioni, diciamo che si trova solo di fronte a queste e non ha bisogno di nessun altro per risolvere i propri problemi. In Italia non sempre succede, spesso si ha bisogno di "un santo in paradiso" perche' il decorso di un processo o di un iter burocratico e' in balia della discrezionalita' di chi lo dirige. E' una generalizzazione? Certo che lo e'.
Ma e' una generalizzazione dire che in Italia molto spesso ci si chiede "ma io chi conosco in quell'ufficio?" e non e' forse un intercalare il raccomandare "Di' che ti mando io", sott'intendendo che si ricevera' un trattamento diverso a seconda di chi si conosce?
Su scala piu' ampia questo atteggiamento si trasferisce alle istituzioni.
L'Italiano e' sempre diffidente nei confronti delle istituzioni, specie se si sente vittima di soprusi, il tedesco e' sempre fiducioso nelle istituzioni anche se vengono commessi degli errori.
A causa di questo raramente si sentira' un mugugno in Germania, pardon in Baviera, nei confronti chesso' della polizia o della magistratura e chi si permette di "attaccare le istituzioni", anche nei discorsi da bar, viene visto come un pericoloso sovversivo.
Il perche' e' semplice: il tedesco ha terrore della discrezionalita', delle variabili, dell'imprevisto. L'italiano ci sguazza.
Credo che sia per questo che in italia se si rompe il semaforo il traffico scorre meglio, mentre se succede qui si blocca tutto e si verificano scene di panico (giuro, questa la racconto un'altra volta).
Il neoemigrante prima o poi sentira' l'espressione Vaterstaat, lo stato padre, una struttura cioe' che ha autorita', che si occupa di te e ti protegge. Per l'italiano d'italia questa e' una bestemmia, perche' lo stato, con le sue varie emanazioni, e' sempre di piu' una struttura dalla quale proteggersi.
In baviera l'autorita' ha, appunto, autorevolezza, non autoritarieta'.
Ovviamente tutto cio' ha il suo lato negativo.
Il tedesco medio si affida all'autorita' anche per delle cazzate, la polizia viene chiamata sempre per uno sciocco tamponamento o per una festa al piano di sotto e persino l'amministrazione del condominio viene coinvolta per questioni che dovrebbero risolvere i condomini fra di loro.
Favolina.
Sono rimasto basito quando ho ricevuto una lettera dall'amministrazione del mio caseggiato in cui si chiedeva di tenera bassa la radio dopo le 22.00. "Ma io manco ce l'ho la radio!" ho santonato leggendo la lettera.
Fortunatamente una vicina mi ha svelato l'arcano: tutti hanno ricevuto quella lettera e il problema riguardava i vicini del secondo piano, dove uno di loro ha tenuto la radio alzata fino alla 1 lo scorso WE.
"Scusa, ma non e' andato a lamentarsi?"
"Certo"
"eh?"
"e niente, e' finita li', pero' il giorno dopo il vicino ha informato l'amministrazione"
"ma...ma...l'altro si sara' incazzato come una iena"
"no, perche'? qui si usa cosi'"
Folle? forse. Se segui le regole vivi in paradiso, se sgarri la tua vita sara' un piccolo inferno in terra.
Spaventato neoemigrante? Non ti preoccupare, c'e' di peggio.
Alla prossima!
Oltre 50 mila cittadini colombiani in fuga dagli orrori della guerra otterranno lo status di rifugiati
Grazie a un accordo firmato fra il governo ecuadoriano e l'alto commissario Onu per i diritti umani Martha Juarez, almeno 50mila cittadini colombiani riceveranno lo status di rifugiati.
Il provvedimento riguarda i cittadini colombiani che fra il 2000 e il 2007 sono entrati in Ecuador fuggendo dagli orrori causati dalla guerra fra le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e le forze di sicurezza di Bogotà. Comunque i beneficiari del provvedimento sono tutti civili che trovatisi in una situazione di assoluto abbandono adesso necessitano di protezione e di una aiuto per il reinserimento sociale in un nuovo Paese. Secondo alcune stime fornite dall'Organizzazione delle Nazioni Unite, in Ecuador nel corso degli ultimi decenni potrebbero essere entrati non meno di 200mila cittadini ecuadoriani che solo per mancanza di conoscenza delle leggi locali vigenti non hanno mai chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato. "Il problema dei rifugiati lo abbiamo riscontrato in tutta la zona a cavallo della frontiera nord racconta il ministro degli Esteri di Quito Fander Falconi.
Per questo motivo e per monitorare perfettamente la realtà della zona saranno inviati nell'area delle provincie di Esmeraldas, Carchi, Sucumbios, Orellana e Imbabura, funzionari che inizieranno le procedure per poter iscrivere i cittadini colombiani nelle liste degli aventi diritto allo status di rifugiati. Eppure, sempre secondo l'Onu, Quito risulta primeggiare nell'accoglienza ai rifugiati tanto da essere considerato un Paese modello "in cui ai rifugiati, non solo si offre la possibilità di accedere al territorio nazionale, di ricevere asilo, ma anche di beneficiare di una politica inclusiva di integrazione" come ricorda l'Alto Commissario Juarez. Il costo dell'operazione di riconoscimento dello status costerà poco meno di 2 milioni di dollari Usa. Poco meno di un milione sarà finanziato dall'Onu, il restante dall'amministrazione ecuadoriana. La cooperazione internazionale in questo caso ha funzionato benissimo.
Ha suscitato clamore, in Francia, la notizia secondo la quale papa Benedetto XVI starebbe per revocare la scomunica ai vescovi tradizionalisti della Fraternità Sacerdotale San Pio X – confraternita che dal 1988 vive in situazione di scisma.
Giovedì sera, il telegiornale delle 20 di France 2 (il principale canale della televisione pubblica francese) ha dedicato ampio spazio alla vicenda:
dopo aver spiegato come il fondatore della Fraternità, Marcél Lefébvre, rifiutando il Concilio Vaticano II e nominando, da sé, quattro vescovi, sia incorso nella scomunica di Giovanni Paolo II, il servizio si chiude sulle immagini di alcuni cattolici lefebvriani in processione a Predappio, intenti a rendere omaggio alla tomba di Benito Mussolini.
E’ proprio la vicinanza del movimento lefebvriano agli ambienti dell’estrema destra neofascista ad allarmare molti dei quotidiani d’Oltralpe. In particolare, Libération ed Europe 1 sottolineano come tra i quattro vescovi in odore di riabilitazione compaia pure quel Richard Williamson che, in un’intervista rilasciata alla televisione svedese, ha affermato, testuale: “Non sono mai esistite le camere a gas, e nei campi di concentramento sono morti dai duecento ai trecentomila ebrei” (qui il video dell'intervista, all'interno di un post in cui Eric Valmir, corrispondente dall'Italia per Radio France, annota: "Tradizionalismo ed ultra-conservatorismo non significano per forza antisemitismo e negazionismo, ma le gravi dichiarazioni di Williamson facilitano la caricatura di una chiesa fattasi integralista sotto Benedetto XVI").
Al contrario, esultano i blog della destra francese anti-islamica (“Sia lodato questo buon papa!”), mentre Le Journal du Dimanche, malizioso, rileva che la Fraternità Sacerdotale San Pio X soffre, in Brasile, la concorrenza dei frati vicini alla Teologia della Liberazione, corrente le cui idee sono state bollate da Benedetto XVI come “marxiste”, “erronee” e “pericolose”.
Sui media italiani, invece, bisogna risalire un paio di anni addietro per ritrovare accenni alle “relazioni pericolose” dei lefebvriani. Questo video, tratto da una puntata dell’edizione 2006 dell’Annozero di Michele Santoro, mostra don Floriano Abrahamowicz predicare una “crociata armata” contro l’Islam e, a messa finita, mostrare uno dei suoi libri preferiti: l’autobiografia di Erich Priebke
Ma don Floriano Abrahamowicz non elargisce assoluzioni solo alle teste rasate dell’estrema destra di tipo tradizionale. Ogni anno, nel mese di giugno, gli iscritti a Padania Cristiana -l’associazione del leghista Mario Borghezio- si ritrovano presso il parco giochi di Ponti sul Mincio, in provincia di Mantova, per una “cena conviviale”. Prima di banchettare, però, fanno messa. E la messa la celebra proprio don Floriano. Quello stesso don Floriano che, dai microfoni di Radio Padania, solo un mese fa accusava la Santa Sede di sudditanza ad un “disegno anticristico”, e che ora papa Benedetto XVI pare voglia stringere in un abbraccio che rischierebbe di precipitare la Chiesa indietro di qualche secolo.
Ho trovato inquietanti le dichiarazioni di Tzipi Livni di ieri. "Le cose devono essere messe in chiaro, Israele ha il diritto di reagire militarmente contro i tunnel una volta per tutte", ha detto il ministro degli esteri di Israele parlando con la stampa. "Se dovremo agire, lo faremo, eserciteremo il nostro diritto alla legittima difesa, non lasceremo il nostro destino (nelle mani, ndr.)... degli egiziani, degli europei, nè degli americani".
E' stato giustamente osservato che Israele ha stabilito la sua tabella di marcia in maniera da far tacere le armi per la cerimonia d'insediamento alla Casa Bianca di Barak Obama. Ma forse si è dato troppo facilmente per scontato che questo segnasse la fine dell'operazione 'Piombo fuso'. E se invece si è trattato solo di una sospensione temporanea già prevista? Se è già iniziato il conto alla rovescia per la fine unilaterale del cessate il fuoco unilaterale? Già ora ci sono centinaia di palestinesi che lavorano al ripristino dei tunnel che attraversano la linea di frontiera con l'Egitto, utilizzati non solo per il contrabbando di armi, ma anche per far entrare generi di prima necessità come latte in polvere e medicine. Le parole della Livni sembrano scelte apposta per precostituire un facile pretesto per far di nuovo parlare le armi. Ricordiamo che l'operazione 'Piombo fuso' ha aiutato Labour e Kadima nei sondaggi per le preferenze di voto degli elettori, ma non ha modificato la precedente situazione che vedeva il Likud di Benyamin Netanyahu in testa.http://achtungbanditen.splinder.com/
La Germania verso le elezioni federali di settembre
Per
La recente consultazione tenutasi nel Land dell’Assia offre lo spunto per una breve analisi dell’evoluzione del sistema politico tedesco, alla luce di un anno costellato da importanti appuntamenti elettorali. Tra questi l’ultimo riguarda il rinnovo del Parlamento federale, fissato per il 27 settembre prossimo. Benché sia alquanto improprio proiettare i risultati raccolti in un Land, pur importante e strategico come quello di Francoforte, direttamente sulla piattaforma nazionale, è altrettanto vero che le percentuali ottenute dai singoli partiti in Assia possono aiutarci ad individuare alcune tendenze in atto sullo scacchiere politico tedesco. Tanto più che fu proprio l’Assia la regione che nel 1983 fece da battistrada al primo esecutivo federale di marca rosso-verde. Innanzitutto va premesso che la tornata elettorale di domenica scorsa è l’esito di un lungo e grottesco calvario istituzionale andato in scena per tutto il 2008 e che ha avuto come epicentro Wiesbaden, capitale del Land. Già nel gennaio passato, infatti, i cittadini della regione erano stati chiamati alle urne per esprimersi sull’operato del governatore democristiano Roland Koch, in sella dal 1999. La consultazione si era tuttavia risolta in un sostanziale pareggio, tale per cui nessuna delle due tradizionali coalizioni (democristiani e liberali da un lato e socialdemocratici e verdi dall’altro) fu in grado di esprimere una maggioranza assoluta. Questo anche e soprattutto in ragione del gran balzo in avanti di Die Linke, formazione di estrema sinistra che nel 2005 ha riunito l’antica PDS con gli esuli della WASG, usciti dal partito socialdemocratico in dissenso con la svolta New Labour inaugurata da Gerhard Schröder. Lo stallo, che innescò un vorticoso valzer di negoziati tra segreterie di partito, si concluse in un nulla di fatto, danneggiando però in particolar modo l’SPD, scesa a patti con i post-comunisti, dopo aver categoricamente escluso questa eventualità per tutto il corso della campagna elettorale. Di qui, dunque, il ritorno alle urne. La vittoria della coalizione giallo-nera (liberali e democristiani) può essere letta secondo diverse chiavi interpretative. Innanzitutto, per rimanere ai fatti, la CDU si è confermata primo partito con il 37,2% dei consensi, staccando l’SPD di circa 13 punti percentuali. Questi ultimi, corrosi dalla mai sopita rivalità interna tra la corrente massimalista e quella riformista, hanno dovuto fare i conti con il già citato Wortbruch della dirigenza locale, atteggiatasi in maniera assai poco coerente nei confronti dell’elettorato. Di qui il rovinoso crollo. Del quale, comunque, la CDU non è stata affatto in grado di approfittare, perdendo anch’essa in termini assoluti ben 40.000 voti rispetto all’anno scorso. Segno tangibile che l’ascesa del falco conservatore Koch sembra ormai prossima al capolinea. Il magro bottino dei due principali partiti è peraltro un preoccupante campanello d’allarme per la Große Koalition, il cui percorso accidentato è segnato da mediocri compromessi e gravi incertezze. Eppure, la disaffezione dell’elettorato per SPD e CDU non è neanche notizia di ieri. La costante erosione di consenso a favore delle formazioni politiche minori, percepitasi già in occasione delle elezioni bavaresi di fine settembre, va spiegata con l’ormai assodata incapacità dei due grandi partiti popolari (Volksparteien) di polarizzare i consensi, di integrare al proprio interno una base sociale ampia e differenziata. Tale scollamento dell’elettorato dai partiti catch-all, come li definì Otto Kirchheimer, è il portato più generale del diffondersi di un accentuato pluralismo dei valori e delle culture, elemento sul quale poggia ormai anche la Vecchia Europa del nuovo secolo. In Assia, del disastro socialdemocratico e dello sfilacciamento democristiano, hanno tratto giovamento tanto i liberali (16,2%) quanto i verdi (13,8%). Il massiccio sostegno dato all’FDP dal ceto borghese, specie da elettori della CDU, ma anche dai delusi dell’SPD, corrisponde ad una prassi consolidata nella storia della Repubblica federale. Si tratta infatti di elettori mobili, per i quali rafforzare i liberali significa sostanzialmente impedire il raggiungimento della maggioranza assoluta da parte dei socialdemocratici e dei verdi. Ed effettivamente, il dato che sembra emergere con maggiore nettezza dalla consultazione di domenica scorsa è che la sterzata a sinistra, preconizzata da alcuni, non si è affatto verificata. Die Linke è riuscita sì a confermarsi al parlamento di Wiesbaden, superando la fatidica soglia del 5%, ma in termini assoluti i suffragi accordatele dagli elettori sono sostanzialmente rimasti invariati. Il travaso dei voti verso i Verdi, forza ecologista pragmatica e ormai emancipatasi dal movimentismo, non è che la cartina di tornasole del fiasco dell’estrema sinistra. Con essa, il presidente dell’SPD Franz Müntefering, è così tornato ad escludere qualsiasi tipo di accordo elettorale. Il rimescolamento è stato peraltro viziato da un impressionante tasso di astensionismo (solo il 61% ha votato, contro il 64 dello scorso anno), ulteriore dimostrazione del crescente disamore per la politica che sempre più tedeschi paiono provare. L’aumento degli scandali, l’eccessiva verticizzazione all’interno dei partiti, l’incapacità di rispondere alle nuove sfide poste dalla crisi dello Stato sociale e dalla globalizzazione sembrano esserne le principali cause. Il quadro verso cui andiamo incontro è dunque fatto di un frastagliamento ancora maggiore dell’orizzonte politico. Il che renderà più difficile la formazione di maggioranze e paradossalmente comporterà una delega ancora maggiore alle segreterie di partito. Il tralignamento di una struttura politica e partitica che, malgrado contrasti e attriti, ha garantito dal 1949 più di mezzo secolo di stabilità, è dunque alle porte. Salvo inopinati colpi di scena, all’indomani delle elezioni federali di settembre ci troveremo dinanzi ad un parlamento più che mai composito, nel quale difficilmente le coalizioni tradizionali riusciranno ad esprimere una maggioranza assoluta. Il dramma politico vissuto in Assia potrebbe allora riproporsi*, anche se con sfumature diverse. E a quel punto si tornerà a discutere di improbabili e variopinte vie d’uscita: dalla Jamaika Koalition (verdi, liberali e democristiani) alla coalizione semaforo (liberali, verdi e socialdemocratici) passando per la grande coalizione, un escamotage quest’ultimo che solletica tuttora le fantasie di SPD e CDU, pronte a mettere da parte gli screzi e a prenotarsi altri quattro anni di permanenza nella stanza dei bottoni.
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*Si noti che per la prima volta CDU, SPD, FDP e Verdi non formuleranno alcuna Koalitionaussage,ovvero "dichiarazione di alleanza", prima del voto federale di settembre. Come dire: ci teniamo le mani libere fino in fondo...http://germanynews.ilcannocchiale.it/
Sarà stata anche superata dalla Cina come terza potenza economica mondiale, ma la Germania continua a guidare indisturbata la classifica dei Paesi che producono più beni ambientali, come impianti eolici o sistemi per lo smaltimento dei rifiuti. Anzi, negli ultimi anni la quota di Berlino nel commercio mondiale di prodotti verdi è aumentata, salendo al 16%. A questa conclusione giunge il "Rapporto sull'economia ambientale" del governo tedesco, presentato nei giorni scorsi.
Lo studio contiene un altro dato significativo: oggi quasi due milioni di tedeschi (1,8 milioni) hanno un lavoro "verde". Un record che potrebbe essere stracciato nei prossimi anni. Le previsioni degli esperti dell'esecutivo parlano infatti di 500.000 nuovi posti di lavoro in questo settore entro il 2020.
Ai livelli di crescita attuali l'industria della protezione dell'ambiente potrebbe scavalcare nel medio periodo settori portanti dell'economia tedesca come quello della costruzione di veicoli. http://www.ecogermania.com/
Le persecuzioni religiose in Birmania.
Due recenti episodi hanno portato alla luce il tema della persecuzione delle minoranze religiose in Birmania. Nascosta dietro la più generale azione repressiva della giunta al potere, questa ulteriore forma di discriminazione si rivela invece specialmente odiosa in una nazione buddista in cui gli stessi militari non perdono occasione per proclamare ufficialmente la loro devozione. Ciò che peraltro non ha impedito loro di sparare sui monaci meno inclini all'obbedienza durante la rivoluzione zafferano del 2007.
I Rohingya sono una minoranza musulmana che vive (o almeno ci prova) nell'Arakan State, parte occidentale del paese. Se per l'intera popolazione birmana le violazioni dei diritti umani sono all'ordine del giorno, i Rohingya sono semplicemente non-persone. Privi di documenti, non possono spostarsi senza autorizzazione, ma nemmeno sposarsi e aprire attività commerciali. Educazione e sanità, già precarie nel resto del territorio, sono di fatto negate ai membri di questa etnia. Il confinante Bangladesh ospita al momento duecentomila rifugiati, sfuggiti alle violenze dei militari e alla fame. Si tratta di campi profughi improvvisati in cui si vive in condizioni, a detta dei testimoni, squallide. Non è difficile immaginarlo visto che dei Rohingya non si è occupato mai nessuno, non fanno notizia, non danno visibilità, sono musulmani la cui difesa non interessa le grandi masse del sabato pomeriggio. Tanto è vero che la brutta storia che li riguarda, l'ultima, è emersa ed ha incredibilmente ottenuto l'attenzione dei media internazionali solo perché è avvenuta almeno in parte sotto gli occhi di qualche turista occidentale che stava prendendo il sole nelle Similan Islands thailandesi proprio mentre un gruppo di rifugiati approdava sulla costa dopo giorni di navigazione su una chiatta. Le foto scattate da un australiano e diffuse da un sito web hanno spalancato la porta di una forma di punizione collettiva fino a quel momento ignorata da tutti, a parte la guardia costiera della Thailandia che evidentemente la praticava da tempo. I Rohingya sono stati ritratti con le mani legate dietro la schiena e stesi al suolo mentre i soldati della marina di Bangkok li controllavano armi in pugno. Una testimonianza telefonica raccolta dall'organizzazione umanitaria Arakan Project e dalla BBC (si tratta di un rifugiato attualmente ospitato in un campo profughi in India) descrive il contesto in cui questa immagine deve essere inserita. Pare che le autorità militari, dopo aver ammanettato i profughi al loro arrivo, li trasferiscano provvisoriamente sull'isola di Koh Sai Daeng e li trattengano a pane e acqua per diversi giorni prima di ributtarli a mare. Nello specifico, dopo l'arresto, i Rohingya verrebbero accompagnati in mare aperto in un viaggio della durata di 36-48 ore per poi essere lasciati in balia delle onde e degli squali dentro una imbarcazione senza motore e con razioni di cibo e acqua insufficienti al fabbisogno alimentare minimo. L'odissea si concluderebbe in tragedia per la maggior parte di loro se è vero che, dei quattrocento disperati di cui faceva parte anche chi ha reso la testimonianza, solo 98 sono stati recuperati vivi nei pressi della Andaman Islands, già in territorio indiano, ed altri 190 vicino alle coste dell'Indonesia da imbarcazioni di pescatori. Questi numeri presumibilmente sono solo la punta dell'iceberg visto che gli arrivi sulle coste thailandesi sono continui. Il che porta a chiedersi da quanto tempo vada avanti questa condotta omicida da parte della Thailandia, perpetrata certamente con il consenso delle autorità birmane. Ufficialmente la marina thailandese nega tutto ma alcuni suoi funzionari avrebbero invece confermato al reporter della BBC che si tratta di una pratica consolidata. Il nuovo primo ministro Abhisit ha detto che si riunirà con i rappresentanti di alcune associazioni per i diritti umani ma è una risposta piuttosto debole visto che la sua carica lo rende direttamente responsabile di quanto accade sulle coste del paese che governa. Ovviamente queste accuse dovranno essere confermate ma tutto fa pensare che il racconto non sia molto distante dalla realtà se la stessa India ha riconosciuto di aver assistito a più riprese diversi profughi che giungevano in prossimità delle sue coste quasi in fin di vita, dopo molti giorni di navigazione. La Thailandia finisce per riconoscere implicitamente il trattamento vessatorio quando adduce ragioni di sicurezza legate alla prevenzione del terrorismo: secondo Bangkok i Rohingya sarebbero legati alle frange dell'estremismo islamico presenti nel sud del paese e molti di loro sarebbero destinati ad arruolarsi nelle file dei gruppi combattenti. Un'affermazione come minimo difficile da verificare e che sa di lasciapassare valido per tutte le stagioni.
Il secondo episodio ha avuto luogo di recente in territorio birmano e riguarda la comunità cristiana ivi presente. Secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa dell'esilio Mizzima e riprende l'organizzazione Christian Solidarity Worldwide, la giunta avrebbe ordinato la chiusura di cento chiese cristiane a Rangoon con la conseguente minaccia ai sacerdoti di cessare ogni attività religiosa, pena il carcere. Nel provvidimento sono inclusi gli appartamenti privati nei quali si tengono le messe, che possono arrivare a riunire numerosi fedeli. La recrudescenza della repressione religiosa in questa fase può essere dovuta alla volontà dei militari di sgombrare il campo da qualsiasi gruppo organizzato alternativo a quelli esplicitamente allineati con il regime in vista delle elezioni-farsa previste per il 2010. E' la stessa logica che ha portato alle condanne decennali inflitte ai dissidenti a partire dallo scorso ottobre. Ma esiste anche un'altra versione: che si tratti del castigo delle autorità per l'assistenza prestata dalle comunità cristiane in occasione della devastazione del ciclone Nargis, una carità costata cara anche ad altri volontari, il più famoso dei quali è il comico Zarganar cui sono stati inflitti 45 anni di galera. Christian Solidarity Worldwide denuncia però l'esistenza di un disegno più ampio che prende le mosse da un documento proveniente dal ministero degli affari religiosi, un programma in 17 punti volto a sradicare il cristianesimo dal territorio birmano (il titolo recita precisamente così). Il punto uno stabilisce che "non esisterà più nessuna casa in cui si pratichi la religione cristiana". Il tempo confermerà intensità e caratteristiche dell'offensiva. Quel che sembra indiscutibile è che l'ostilità nei confronti delle minoranze religiose da parte del regime aggiunge dolore e ingiustizia alla già devastata terra delle mille pagode. http://www.1972.splinder.com/
PER UN MONDO SENZA ARMI ATOMICHE: IL PUNTO DI VISTA TEDESCO
di Helmut Schmidt, Richard von Weizsäcker, Egon Bahr e Hans-Dietrich Genscher -da www.clarissa.it
Nel 2007, Henry Kissinger, George Schultz, William Perry e Sam Nunn hanno presentato un appello per un mondo libero dalle armi nucleari.
Le loro conoscenze e la loro esperienza come Segretari di Stato, Ministri della Difesa e Presidenti del Comitato delle Forze Armate del Senato sia sotto amministrazioni democratiche che repubblicane conferisce un peso particolare alle loro preoccupazioni in merito alla crescente minaccia nucleare.
Per essere realisti, essi sanno che l'abolizione di tutte le armi nucleari potrebbe essere raggiunta gradualmente e per questo hanno proposto dei passi urgenti rivolti all'attuazione di questa idea.
Il loro appello ha raccolto una larga approvazione e un forte sostegno negli Usa; per quanto a nostra conoscenza non sono state prese decisioni a sostegno di questa proposta da parte di nessun governo europeo.
La nostra risposta tiene conto delle attese in Germania per la nuova amministrazione Obama.
La parola chiave del nostro secolo è cooperazione. Nessun problema globale, si tratti di ambiente e protezione del clima, soddisfacimento dei fabbisogni di energia da parte di una popolazione mondiale in crescita o risposta alla crisi finanziari, può essere risolto con lo scontro o l'uso della forza militare. L'America sostiene in questo senso una responsabilità speciale e insostituibile.
Tutto ciò è ancor più vero quando allorché cresce il numero dei Paesi in possesso di armi nucleari o in corso di acquisizione della capacità di produrre questo tipo di armi, e così per la materia prima per un terrorismo di dimensioni catastrofiche. Allo stesso tempo, gli Stati già in possesso di armamenti nucleari stanno sviluppando nuove armi nucleari.
Noi sosteniamo incondizionatamente Kissinger, Schultz, Perry e Nunn per una inversione di tendenza sulla politica nucleare e non solo negli Stati Uniti. Questo comporta in particolare in merito i seguenti punti:
* la visione di un mondo libero dalla minaccia nucleare, così come sviluppata da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov deve essere ripresa;
* devono essere intrapresi negoziati rivolti ad una radicale riduzione del numero delle armi nucleari, inizialmente fra Usa e Russia, i Paesi con il maggior numero di testate atomiche, per persuadere gli altri Paesi in possesso di armamenti di questo tipo:
* il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) deve essere grandemente rafforzato;
* l'America deve ratificare il Trattato di Bando Totale dei Test Nucleari;
* tutte le armi nucleari a corto raggio devono essere distrutte.
Dal punto di vista tedesco, bisognerebbe aggiungere:
* Il Trattato sulla Riduzione delle Armi Strategiche (START) scade quest'anno. La sua proroga è l'argomento più urgente all'ordine del giorno per Washington e Mosca;
* Sarà vitale per la credibilità della Conferenza per la revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 2010 che gli Stati dotati di armamenti nucleari mantengano la loro promessa, assunta con quel Trattato, di ridurre i loro arsenali nucleari;
* Il Trattato sui missili anti-missile (ABM) deve tornare in vigore. Lo spazio deve essere usato solo per scopi di pace.
La cooperazione nell'interesse di una sicurezza condivisa permise ai Presidenti George H.W. Bush e Gorbaciov di eliminare la reciproca minaccia costituita dai missili nucleari a medio raggio alla fine della Guerra Fredda e, nel 1990, di impegnarsi in un sforzo ancor più vasto sul disarmo convenzionale. In oltre 18 anni da allora, quello che noi oggi chiamiamo il Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE) è divenuto la base della stabilità dell'Europa. Fino ad oggi esso continua a rispondere agli interessi di tutte la parti.
La stabilità è stata salda e credibile a sufficienza per sostenere la riunificazione tedesca e la fine del Patto di Varsavia, per sopravvivere all'implosione dell'Urss, per permettere agli Stati Baltici di riguadagnare la loro sovranità e affrontare l'allargamento della Nato e della Unione Europea e le realtà del mondo al principio del 2009.
Questi accordi sarebbero messi a repentaglio per la prima volta dal desiderio americano di installare missili ed un sistema radar in basi extra-territoriali in Polonia e nella Repubblica Ceca, sul confine orientale della Nato.
Il ritorno ad un'era di ostilità, che porterebbe a una nuova corsa agli armamenti e a nuove tensioni, potrebbe essere meglio evitato mediante un accordo su difese missilistiche che potrebbero servire anche gli interessi della Nato e della UE, cioè ad un Trattato contro missili anti-missile (ABM). Ciò renderebbe anche più facile adattare il Trattato CFE e aprire la strada ad una più vasta prospettiva nel controllo degli armamenti.
Barack Obama ha fatto appello a Berlino al superamento della mentalità della Guerra Fredda. Questo ci riporta alle idee discusse subito dopo la fine della Guerra Fredda sotto lo slogan "estendere la sicurezza da Vancouver a Vladivostok". Gorbaciov non è stato in grado di attuare la sua visione di una casa comune europea; il Presidente Dimitri Medvedev ha lanciato un appello per una nuova struttura di sicurezza pan-europea.
Noi suggeriamo di prendere questa opportunità in seria considerazione. La sicurezza e la stabilità dell'emisfero settentrionale possono essere raggiunte solo attraverso una stabile e affidabile cooperazione tra America, Russia, Europa e Cina.
Questa cooperazione dovrà rispettare gli accordi della Nato, dell'Unione Europea e dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) e, se necessario, assumere una propria forma istituzionale. Una sicurezza stabile nell'emisfero settentrionale potrebbe certamente disinnescare le eventuali crisi globali e rendere più agevole il risolverle.
Seri sforzi da parte degli Usa e della Russia nella direzione di un mondo libero da armamenti nucleari renderebbe più facile raggiungere un accordo in merito alla condotta più idonea nei confronti di tutti gli altri Stati dotati di armi nucleari, indipendentemente dal fatto che siano o meno membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Uno spirito di cooperazione potrebbe diffondersi dal Medio Oriente, attraverso l'Iran, fino all'Asia Orientale.
Grazie alla sua politica di distensione, sostenuta dai suoi alleati, la Germania ha creato le pre-condizioni per la sua auto-determinazione. La Germania deve la sua pacifica riunificazione al Trattato 2+4 (firmato nel 1990 dalle due Germanie e dalle quattro potenze occupanti: USA, Urss, Francia e Gran Bretagna) nel quale il principio della cooperazione attraverso le frontiere preesistenti ha dimostrato tutto il suo valore.
Il Trattato ha permesso di realizzare storici progressi sul disarmo e sul controllo degli armamenti nell'Europa intera. Un risultato è stato il Consiglio Nato-Russia che può essere completamente efficace in uno spirito di cooperazione. Relitti dell'epoca dello scontro non sono più adeguati al nuovo secolo.
La collaborazione mal si adatta alla dottrine ancora attive nella Nato e in Russia in merito all' "uso per primi" del nucleare, anche nel caso in cui nessuna della due parti sia stata attaccata con questo tipo di armi. Un trattato su di un bando generalizzato dell' "uso per primi" tra gli Stati in possesso di armi nucleari sarebbe un passo di stringente urgenza.
La Germania, che ha rinunciato all'uso delle armi nucleari, biologiche e chimiche, ha buone ragioni per richiamare gli Stati dotati di armi nucleari e non usare queste armi contro Stati che non le possiedono. Siamo anche del parere che tutte le restanti testate atomiche statunitensi dovrebbero essere ritirate dal territorio tedesco.
La cooperazione, questa parola chiave del nostro secolo, e una stabile sicurezza nell'emisfero settentrionale possono diventare una pietra miliare sulla via di un mondo senza armi nucleari.
Questa è la nostra risposta all'appello pubblicato da Kissinger, Shultz, Perry e Nunn.
Tutti i firmatari hanno rivestito alte cariche nella Repubblica Federale di Germania: Helmut Schmidt, socialdemocratico, è stato Cancelliere dal 1974 al 1982; Richard von Weizsäcker, cristiano-democratico, è stato Presidente dal 1984 al 1994; Egon Bahr, Ministro in alcuni governi sociademocratici, è stato un architetto della cosiddetta Ostpolitik; Hans-Dietrich Genscher, liberal-democratico, è stato Ministro degli Esteri dal 1974 al 1992.
MEDIO ORIENTE Sono costati 12mila miliardi di dollari 20 anni di guerre in Medio Oriente Presentato uno studio che stima gli immensi costi dei conflitti nella regione dal 1991. Il conflitto tra palestinesi e israeliani e l’invasione Usa in Iraq le guerre più costose.
Ginevra (AsiaNews/Agenzie) – E’ di oltre 12mila miliardi di dollari il costo “globale” per le Nazioni che dal 1991 sono state colpite dai conflitti nel Medio Oriente.
La stima, prima nel suo genere, è stata rivelata ieri presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra (Svizzera) in un rapporto dell’indiano Strategic Foresight Group e riguarda anche la valutazione del mancato sviluppo dei Paesi e degli effetti sul tenore di vita delle popolazioni. I costi maggiori riguardano il conflitto tra Israele e Palestina, quelli del Libano e l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.
Sundeep Waslekar, coordinatore dello studio, ha spiegato che i redditi sia di israeliani che di palestinesi sarebbero stati almeno il doppio se alla conferenza di Madrid del 1991 fosse stata concordata una pace duratura. Se ci fosse subito la pace, il reddito medio israeliano crescerebbe molto persino se Tel Aviv accettasse di indennizzare i profughi palestinesi e di portare fuori dalla West Bank i suoi oltre 150mila coloni.
Allo stesso modo, il reddito dei palestinesi sarebbe oltre il doppio, anche se accettassero la loro situazione attuale.
Per questo Waslekar ritiene che non scegliere la pace significhi, per ogni Paese, solo continuare “la devastazione” e accollarsi costi sempre maggiori. All’opposto la pace avrebbe esiti molto positivi anche per gli Stati ai margini dei conflitti: ad esempio con un maggior reddito pro capite di 1.250 dollari in Giordania, dove abitano centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi.
In Iraq, senza la guerra e le precedenti sanzioni, il reddito nazionale sarebbe stato 38 volte maggiore, ovvero pari a 2,2mila miliardi di dollari.
Waslekar ha specificato che lo studio ha precisi limiti, in quanto “ci sono costi che non sono misurabili, come il prezzo della dignità umana”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14303&size=A
di Paola Canarutto - www.pensiero.it
Abbiamo letto su The Lancet la sua testimonianza sulle gravi condizioni sanitarie nei territori occupati.
Sì... Ero già stata in Cisgiordania diverse volte, ma questa volta ci sono andata come medico, e ho avuto la possibilità di analizzare bene le condizioni sanitarie. Ho preso parte al tour di ICAHD-UK, il gruppo britannico che sostiene lo Israeli Committee Against House Demolitions, l'organizzazione israeliana che si oppone alla demolizione di case palestinesi. Eravamo una ventina di operatori sanitari: tutti inglesi, tranne la sottoscritta.
Qual è la situazione a Gaza?
Non posso raccontarlo per esperienza diretta, perché nella Striscia di Gaza gli israeliani non ci hanno permesso di entrare… Quello che si sa – e parlo di come era la Striscia prima dell'aggressione israeliana di alcune settimane fa, perché ora va molto peggio - è che gli ospedali erano in condizioni disastrose, e che dalla Striscia non era e non è possibile uscire. Nemmeno i malati: i permessi erano e sono centellinati. In realtà – come ha denunciato l'associazione israeliana Physicians for Human Rights – erano negati, fino a quando il malato e i parenti non collaboravano con i servizi segreti israeliani. Malati che volevano oltrepassare il confine per poter essere curati in Israele (a spese dell'Amministrazione palestinese) erano sottoposti ad interrogatorio: i servizi segreti accordavano il permesso solo a quelli che accettavano di spiare nel vicinato.
In Cisgiordania invece?
In Cisgiordania la situazione è certo meno grave che nella Striscia di Gaza, perché a capo della Cisgiordania c'è un partito alleato di Israele. Nel 2006, a vincere le elezioni palestinesi era stato Hamas. Quindi Israele aveva trattenuto gli introiti doganali e dell'IVA palestinesi, mentre la cosiddetta “comunità internazionale” aveva sospeso gli aiuti allo sviluppo. Di conseguenza, scuole ed ospedali avevano chiuso: i dipendenti non erano pagati. In ospedale ricoveravano solo i casi urgenti, come per un parto distocico; negli altri casi, si partoriva a casa.
Ora che al “governo” (le virgolette sono d’obbligo, perché il potere reale è gestito da Israele) della Cisgiordania c'è Abu Mazen, Israele e la “comunità internazionale” hanno sbloccato i fondi, ma la situazione resta drammatica. Ci sono più di seicento ostacoli al transito, fra blocchi stradali e posti di blocco. Questo, tra l’altro, ostacola ogni sviluppo economico. In un'economia che, in tutto il mondo, è del just in time, chi produce, ad esempio, le suole delle scarpe deve far sì che queste raggiungano la fabbrica in cui queste sono unite ai lacci, ma i posti di blocco rendono tutto lentissimo e imprevedibile.
In più, Israele si appropria di gran parte dell'acqua delle falde idriche cisgiordane. La carenza di acqua ostacola l'agricoltura, ma non basta: moltissimi olivi sono stati divelti per far posto alla “barriera di separazione” – che non è costruita sulla linea armistiziale, la Linea Verde, ma in Cisgiordania, confiscando così altra terra. In più, verdura e frutta fermate al posto di blocco marciscono al sole.
Questa situazione paralizza anche l'assistenza sanitaria?
A causa degli ostacoli al transito, per il personale sanitario è difficile arrivare al lavoro e per chi sta male è difficile raggiungere un ospedale. In diversi ambulatori, i medici si sono organizzati per garantire un minimo di assistenza, ad esempio per i parti: considerati i tempi eterni ed imprevedibili di attesa ai posti di blocco, la partoriente che cerca di raggiungere un reparto di Ostetricia rischia – come è già avvenuto – di partorire in strada.
Gli ospedali funzionano bene?
Quelli palestinesi sono molto scadenti, se si usa come termine di paragone la sanità italiana. Ma in Cisgiordania vivono due popolazioni diverse: i coloni, solo ebrei e cittadini israeliani, che, come usufruiscono di acqua in quantità almeno cinque volte superiore a quella concessa ai palestinesi, come percorrono autostrade sulle quali ai palestinesi è vietato il transito (questi possono transitare per stradine tortuose e piene di buchi), così utilizzano le ottime strutture sanitarie israeliane. Poi ci sono i palestinesi; per loro le strutture sanitarie, invece, sono fatiscenti: questo si può solo definire apartheid.
Gli ospedali palestinesi più attrezzati sono a Gerusalemme Est. Ma per entrare nella città i palestinesi che non vi risiedono devono avere un permesso: Israele l'ha proclamata sua capitale, “unita e indivisibile”. I permessi sono centellinati, e gli ospedali di Gerusalemme Est sono quindi difficilmente accessibili.
E gli altri ospedali cisgiordani?
Quelli che ho visto – l'ospedale di Betlemme e quello di Nablus – sono, per i nostri criteri, disastrati. Israele era responsabile della Sanità fino agli anni ’90, fino cioè a quando è stata creata l’Autorità palestinese. Ma di fatto l’Autorità palestinese non ha mai potuto gestire un’economia autonoma e quindi sostenere il proprio sistema sanitario, e Israele ha distrutto tutto quel che poteva durante l’ultima intifada. Le strutture sono fatiscenti, con segni di scarsa manutenzione, e mancano attrezzature per noi di routine, come l'apparecchio per la TAC e il broncoscopio. Per poterne usufruire occorre andare a Gerusalemme; ma, se non si ha il permesso, occorre fare a meno della TAC e della broncoscopia. Le condizioni igieniche sono così scadenti che, a Betlemme, i pazienti stessi preferiscono farsi curare altrove. A questo si aggiunge il problema dei farmaci. Le strutture sanitarie palestinesi hanno una tale carenza di fondi da non poter acquistare buona parte di ciò che servirebbe. I pazienti che possono permetterselo li acquistano di tasca propria; gli altri... ne fanno a meno. Per dare un indicatore di massima, la mortalità infantile palestinese è cinque volte superiore di quella israeliana.
Le Nazioni Unite stanno facendo abbastanza per garantire gli aiuti umanitari?
Il problema è politico: le Nazioni Unite, come la cosiddetta “comunità internazionale”, sostengono le politiche israeliane. La guerra fa male alla salute...
La comunità internazionale sostiene di volere “due popoli, due stati”. Ma dello “stato” palestinese i palestinesi non avrebbero il controllo dei confini, delle risorse idriche, della politica non dico estera, ma nemmeno interna ed economica. In sostanza, li si vogliono chiudere in bantustan, denominandoli “stato palestinese”.
A Nablus abbiamo parlato con un alto funzionario del Ministero della salute palestinese: è palese lo sforzo di costruire uno “stato” passando anche dalla sanità. Quindi si è stilato, ad esempio, un lunghissimo elenco di farmaci “necessari”, senza occuparsi dei problemi di fondo: chiedere a Israele di restituire le falde idriche di cui si è appropriata, in modo che le comunità che d’estate ricevono acqua anche meno di una volta ogni 20 giorni siano meglio rifornite; rimuovere gli ostacoli al transito e costruire una sanità di base.
Il suo prossimo progetto?
Continuerò a lavorare contro la disinformazione. In Italia, c'è una sola fonte informativa onesta sulle questioni israeliano-palestinesi, ed è Il Manifesto. In tutti gli altri casi, i media seguono la vulgata israeliana e forniscono informazioni assai di parte.
Noi di Rete-ECO abbiamo un sito internet, in cui pubblichiamo le notizie che passano sulla nostra mailing list: riteniamo fondamentale, in primis, proprio informare.
21 gennaio 2009 Paola Canarutto lavora all'Ospedale San Giovanni in Bosco di Torino. Coordina in Italia la Rete Ebrei contro l'occupazione, gruppo italiano che fa parte di European Jews for a Just Peace.
La lettera sul Lancet
Worth D, Metcalfe S, Boyd J, Worrall A, Canarutto P. Health and human rights in the Palestinian West Bank and Gaza. The Lancet 2009.
Le menti cominciano a elaborare qualcosa che sia meno di un balbettio, dopo la tragedia di Gaza. Gli occhi si riposano (almeno quelli occidentali, perché c'è un'altra parte del mondo che la devastazione di Gaza continua a vederla su Al Jazeera), si comincia a riflettere, e la London Review of Books pubblica alcune voci. Anzitutto Henry Siegman, impegnato a fare un resumé di quello che è successo almeno nell'ultimo anno tra Hamas, Israele e Occidente. E poi Tariq Ali, Alastair Crooke, Rashid Khalidi, Eric Hobsbawn, Yonathan Mendel,...
Su Foreign Affairs c'è invece Walter Russel Mead, rivolto a Obama, per spiegargli quali sono i "cambiamenti nei quali potrebbero credere" i palestinesi (ma in inglese suona molto meglio, Change they can believe in).http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Nucleare. Bulgaria: Parlamento approva piano accensione reattori
Il Parlamento bulgaro ha approvato il piano che prevede l’autorizzazione dell’Unione europea per la riaccensione dei due reattori nucleari della centrale di Kozloduy chiusi due anni fa prima di entrare nell’Ue. Con 140 voti favorevoli e 48 contrari il testo presentato dal governo è stato approvato.
La proposta chiede che venga messa in atto una clausola del trattato di adesione che permette di avviare nuovamente i reattori nucleari in un momento di estrema crisi energetica. Le due unità da 440 megawatt hanno una tecnologia definita obsoleta da Bruxelles che ne aveva chiesto per questo motivo lo spegnimento. La crisi del gas tra Russia e Ucraina, però, ha rilanciato il problema dell’approvvigionamento energetico e dell’indipendenza dal gas russo.
La Bulgaria, che è fortemente dipendente dalle importazioni russe è rimasta praticamente a secco nelle settimane di «guerra» Mosca-Kiev. Il governo bulgaro ha sottolineato che il settore dell’industria e delle imprese del Paese ha perso cento milioni di euro dopo l’interruzione delle forniture di metano russo.http://www.carta.org/campagne/ambiente/nucleare/16303
Webster Tarpley è il principale propugnatore della teoria che vede Barack Obama come un prodotto di laboratorio, coltivato per lunghi anni dal gruppo politico di Zbigniew Brezinsky, e ora impostoci alla Casa Bianca con una sofisticata operazione di “marketing ideologico”, in cui la facciata del “cambiamento” serve solo a coprire una realtà di aggressione imperialista ancora peggiore di quella che abbiamo vissuto negli ultimi otto anni.
Sotto Obama – secondo Tarpley – l’America riporterà in auge quella politica di destabilizzazione globale il cui scopo ultimo è demolire una volta per tutte l’impero russo. Non potendo attaccarlo militarmente, questa strategia prevede inizialmente la frantumazione del Pakistan – alleato-chiave della Cina in Asia – e poi la riduzione dell’afflusso di petrolio africano verso la Cina, per obbligare quest’ultima a rivolgersi ai territori siberiani, alla ricerca di petrolio, trovandosi così in conflitto diretto con la Russia.
In questa intervista Tarpley spiega anche che la chiave di volta di tutta l’operazione è quella di riuscire a mettere l’Iran contro la Russia stessa, attraverso un’alleanza di cui farebbe le spese Israele, …
… che finirebbe per ritrovarsi fortemente ridimensionato sullo scacchiere medio-orientale.
Massimo Mazzucco
L’intervista è liberamente riproducibile in rete, purchè resti intatta dall’inizio alla fine, e ne venga citata la fonte.
Scarica QUI l’intervista completa (60 min. - mp3 - 115 mb).http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3010
Cosa cambia con l'arrivo di Barak Obama? Per Hamas guarda alla crisi con gli "occhi di Israele". Ma il neo presidente sceglie anche un rappresentante speciale, George Mitchell , che è in realtà una piccola svolta polItica
Junko Terao
“Un inzio infelice” quello di Barack Obama rispetto alla questione mediorientale. Il commento è di Hamas che, per voce del suo rappresentante in Libano, Osama Hamdan, ha anche aggiunto che “l’impressione è che stia cercando di commettere gli stessi errori di Bush che hanno portato all’esplosione della regione”. Obama, che ieri ha nominato George Mitchell inviato speciale per il Medio Oriente – scelta che Israele e Autorità nazionale palestinese hanno accolto con favore –, nell’auspicare un cessate il fuoco duraturo, ha ribadito il diritto di Israele a difendersi dal lancio di razzi da parte di Hamas. Una frase che non è piaciuta all’organizzazione islamista, secondo cui Obama e gli Usa guardano alla situazione “con gli occhi di Israele”.
Nel frattempo, da Gaza, delegati di Hamas partivano alla volta del Cairo per nuovi colloqui con governo egiziano: al centro delle trattative diplomatiche, la riapertura dei valichi della Striscia. Proprio ieri la polizia egiziana ha iniziato una serie di perquisizioni nell’area di confine con Gaza, a Rafah, scovando alcuni dei numerosi tunnel che collegano la Striscia con l’esterno, e attraverso cui passano tutt’ora armi e munizioni. Per tentare di bloccare il contrabbando, il Cairo rafforzerà con 1500 uomini in più la propria presenza militare al confine con la Striscia. Allo stesso tempo, però, ieri l’ambasciatore egiziano Mukhlis Qutub, Segretario generale del Consiglio nazionale per i diritti umani, ha fatto sapere di avere le prove dell’esistenza di un traffico di armi tra Israele e Gaza. Si tratterebbe di armi provenienti dai depositi di Tasahal, vendute ai palestinesi da soldati israeliani. E a proposito di valichi, ieri, finalmente, Israele ha dato il via libera all’ingresso di operatori di soccorso internazionali nella Striscia, togliendo un divieto in vigore dal novembre scorso. Una decisione attesa –anche una task force italiana è in partenza - data l’urgenza degli interventi. L’alto ufficiale per gli affari umanitari dell’Onu, John Holmes, dopo aver visitato Gaza si è detto “scioccato dalla natura sistematica della distruzione”, che ha “riportato indietro di anni l’attività economica della Striscia”. Secondo un altro ufficiale Onu, il direttore dell’Agenzia per i rifugiati palestinesi, John Ging, l’operazione Piombo fuso ha colpito più le infrastrutture e le industrie che le basi terroristiche. Una dichiarazione che arriva proprio nel giorno in cui un colonnello di Tsahal, Herzi Halevi, rilascia dichiarazioni sul “pieno successo delle operazioni”. Un successo che, secondo gli ultimi sondaggi, non pagherà il governo isrealiano uscente. Pare, infatti, che il vantaggio in vista delle imminenti elezioni sia ancora nelle mani dell’opposizione di destra e del suo leader Benjamin Nethanyahu.
Le autorita' palestinesi e di Israele hanno hanno accolto di buon grado la nomina dell'ex senatore George Mitchell come nuovo inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente. Fu il rapporto Mitchell, dopo la seconda Intifada, ad aprire la strada alla Road Map anche se poi il senatore venne messo in disparte. Secondo gli osservatori, proprio questa scelta di Obama indica una svolta.http://www.lettera22.it/showart.php?id=10159&rubrica=49
Con un previsto colpo di spugna su una legge di George W.Bush e l’affermazione dell’impegno a “proteggere il diritto di scelta della donna”, il presidente Barack Obama ha riaperto il dibattito sull’aborto negli Usa e potrebbe riaprire anche quello sulla ricerca sull’embrione. Ma per ora si tratta di un approccio soft, che lascia la porta aperta al dialogo, a conferma dell’esigenza di Obama di non scatenare battaglie culturali nel Paese, in un momento in cui ha bisogno di unità bipartisan per le emergenze economiche. […]
Obama ha firmato un ordine esecutivo con cui rimuove un divieto nell’uso di fondi federali per la promozione dell’interruzione di gravidanza all’estero, che è al centro di un palleggiamento politico da 25 anni.
Nel 1984 l’allora presidente repubblicano Ronald Reagan stabilì quella che è stata battezzata “la dottrina di Città del Messico”, dal luogo dove si teneva quell’anno un vertice dell’Onu sulla popolazione. In pratica, Reagan vietò l’uso di soldi pubblici per organizzazioni non governative, attivisti e cliniche che, nell’ambito di iniziative di pianificazione familiare nei Paesi in via di sviluppo, praticavano aborti o li proponevano nei loro consultori. Bill Clinton, al suo arrivo alla Casa Bianca nel 1993, fece della rimozione della ‘Mexico City Policy’ l’obiettivo del suo primo ordine esecutivo da presidente e scelse di firmarlo il 22 gennaio, nell’anniversario della sentenza ‘Roe contro Wade’ che nel 1973 rese legale l’aborto negli Usa. Bush, non appena diventato presidente nel 2001, annullò la decisione di Clinton sempre nella data simbolica del 22 gennaio, quando a Washington da anni decine di migliaia di persone invadono il Mall per la cosiddetta ‘Marcia per la vita’, contro l’aborto.
Obama aveva fatto sapere da tempo che avrebbe riportato la situazione all’epoca di Clinton, annullando l’ordine di Bush, ma ha scelto - con un altro simbolismo - di non farlo il 22 gennaio. Un gesto che è stato letto come un segno di volontà di non andare allo scontro con gli antiabortisti, che hanno invaso ieri la stessa spianata dove, 48 ore prima, circa due milioni di persone avevano salutato il giuramento di Obama. Il presidente ha invece diffuso, nell’anniversario di ‘Roe contro Wade’, una dichiarazione nella quale ha ribadito il proprio impegno per “il diritto di scelta della donna” e sottolineato la convinzione che la sentenza del 1973 “non solo protegge la salute e i diritti riproduttivi delle donne, ma rappresenta un principio più ampio: che il governo non deve interferire nelle questioni familiari più private”. Ma le battaglie sul fronte etico sembrano solo rimandate negli Usa.
La Chiesa cattolica è pronta a scendere in campo contro Obama se sul suo tavolo arriverà per la firma una legge, il Freedom of Choice Act (Foca), che il Congresso sta sviluppando e che dovrebbe prevedere una rimozione di tutti i limiti all’aborto decisi a livello federale e statale negli ultimi decenni. “Siamo preoccupati - ha detto alla Radio Vaticana il vescovo di Orlando, Thomas Gerard Wenski - per il fatto che gli ideologi pro-aborto possano prevalere in Congresso e presentare a Obama una proposta di legge abortista più radicale: speriamo che ciò non accada, ma se dovesse accadere, speriamo di riuscire a convincerlo a non firmarla”.
E un altro possibile scontro potrebbe maturare sul terreno della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Obama ha promesso di rimuovere i limiti al finanziamento federale alla ricerca sull’embrione stabiliti da Bush nel 2001. La Fda, l’agenzia federale che vigila sulla ricerca scientifica, ha mandato un segnale di inversione di rotta in questo senso, autorizzando per la prima volta una società privata a svolgere test con staminali embrionali su pazienti umani.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/24/obama-in-azione-sullaborto-con-cautela/#more-354
Il voto negli Stati Uniti domina i titoli di apertura della stampa araba. “Gli occhi del mondo puntati sull’America... un 7% di indecisi deciderà le elezioni” scrive il quotidiano panarabo edito a Londra, Asharq al Awsat. E se il quotidiano libanese L’Orient le Jour si interroga se “l’America sarà in grado di scegliere un presidente nero”, radio Qatar, degli Emirati annuncia che “Obama ha vinto i cuori della popolazione del Golfo”. L’attenzione per le elezioni d’oltreoceano, insomma, rimane alta in tutta la regione, perché “il loro risultato avrà un impatto profondo anche a migliaia di chilometri di distanza, in paesi come Iraq, Iran, Siria e Palestina” sottolinea il Middle East Times, secondo cui “la vittoria di Barak Obama potrebbe riportare in Medio Oriente la speranza di migliorare i rapporti con Washington, mai caduti ad un punto così basso come quello raggiunto con la presidenza Bush”. La gran parte della stampa araba rivela una netta propensione delle opinioni pubbliche nazionali verso il candidato democratico e il quotidiano saudita Al Watan pubblica un articolo in cui afferma: “La notte americana porterà a un presidente nero o all’arsenale dei conservatori?”. Una domanda a cui tenta di rispondere, da Damasco, il redattore capo del quotidiano di governo Al Baath, Elias Murad, sottolineando che “tutto dipenderà dalla squadra che lavorerà con il nuovo presidente e dalle scelte che farà in termini di politica estera”. Un argomento delicato soprattutto per l’Iraq, dove il quotidiano al Rafidayn mette in primo piano il vantaggio di Obama, risultato vincitore nei primi centri scrutinati nel New Hampshire, mentre al Sabah, titola: “i politici chiedono al nuovo presidente di superare gli errori di George W. Bush”. Chiunque arrivi “ci sarà comunque una nuova lingua da imparare e parlare” commenta il quotidiano libanese al Hayat, sottolineando che “il nuovo presidente sarà capace di cambiare l’attuale stallo nei rapporti con il Medio Oriente solo riuscendo a vincere lo scetticismo e lo scontento causato dalle politiche americane degli ultimi otto anni”. http://www.misna.org/
importatne rimpasto di governo per far fronte alla crisi economica e alle nuove tensioni con la Corea del Nord
Il presidente sudcoreano Lee Myung Bak ha nominato ministro delle finanze Yoon Jeung Hyun, in sostituzione di Kang Man Soo, e Hur Kyung Wook come viceministro delle finanze al posto di Kim Dong Soo. Inoltre Chin Dong-soo, il CEO della Export-Import Bank of Korea sostituisce Jun Kwang Woo alla presidenza della Commissione per i Servizi Finanziari, mentre Yoon Jin Shik, ex-ministro del commercio, industria ed energia, prende il posto di Bahk Byong Won come segretario presidenziale per gli affari economici.L'obiettivo del rimpasto è quello di dare nuovo impulso all'economia, a partire da una buona iniezione di fiducia nella capacità del governo di far fronte alla crisi economica in corso, la più grave per il paese dal 1998. Il sessantaduenne Yoon Jeung Hyun è stato a capo della Commissione per la Supervisione Finanziaria e avrà il compito di avviare un migliore lavoro di squadra con gli altri soggetti che operano in campo economico. In particolare a Yoon è richiesta una migliore politica di gestione delle fluttuazioni del won, che negli ultimi mesi si è svalutato portando ad una rapida crescita dell'inflazione.
Cambio anche al vertice del Ministero per l'Unificazione che vede il Kim Ha Joong sostituito da Hyun In Taek, un professore di scienze politiche della Korea Univiersity di Seul. Hyun è considerato un sostenitore della linea dura nei confronti della Corea del Nord e la sua nomina rappresenta un chiaro segnale riguardo alle recenti minacce provenienti da Pyonghyang. La tensione tra i due paesi è infatti andata crescendo dalla decisione del governo di Seul di bloccare il flusso di aiuti diretti verso il nord. Sabato 17 gennaio il portavoce dell'esercito nordcoreano aveva dichiarato che le forze armate di Pyongyang sono costrette al confronto dalla politica del "traditore" Lee Myun Bak, spingendo il governo di Seul a rafforzare il dispositivo militare lungo il confine. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=34635
La guerra del freddo tra Mosca e Kiev ha avuto conseguenze anche in Romania. Ma meno che in altri Paesi dell'area. E intanto a Bucarest ci si interroga sui progetti di nuovi gasdotti, dal Nabucco a South Stream
Dall’ultima “guerra del gas” tra Russia e Ucraina la Romania esce con qualche decina di milioni di dollari di perdite e due “misteriose” telefonate tra il premier russo Putin e il presidente Basescu, finalmente cercato attivamente dagli interlocutori di Mosca. Conversazioni misteriose soprattutto per l'opinione pubblica romena, cui nessuno ha raccontato cosa si siano detti i due, a parte il fatto che Putin ha chiamato Basescu per parlare delle forniture di gas bloccate dal 7 gennaio.
Altro non è trapelato da palazzo Cotroceni, sede della presidenza romena, anche se il governo russo non ha avuto difficoltà nel rendere pubblico qualche dettaglio sull’ultima telefonata (fatta a metà gennaio) tra i leader di Mosca e Bucarest. “Putin ha comunicato al presidente della Romania che Kiev blocca il gas che transita sul territorio ucraino e destinato ai clienti europei.”
E sempre da Mosca si è saputo che “il presidente Basescu condivide la posizione della Russia per quanto riguarda la responsabilità dell’Ucraina circa il blocco del transito del gas verso l’Europa”. Bucarest non ha né smentito né confermato le informazioni lasciate trapelare, consentendo a Mosca di promuovere la propria posizione (proprio mentre era in cerca di alleati durante la crisi), nonostante i due paesi abbiano avuto finora rapporti freddi e addirittura ostili soprattutto da parte romena a causa dei ricordi del periodo dell’ex Unione Sovietica.
L’Urss non c’è più, ma la guerra fredda si è trasformata nella “guerra del freddo” tra Mosca e Kiev che si è ripetuta in più riprese, sempre d’inverno, e che stavolta ha fatto davvero tremare l’Europa. L’Ue importa in media il 25% del gas dalla Russia, mentre per la Romania la percentuale sale al 31%. Questo - scrivono i giornali di Bucarest - significa che il paese è pur sempre meno dipendente dal gas russo rispetto a Bulgaria (90%), Ungheria (65%) e Polonia (46%).
In piena crisi, Putin ha fatto un' offerta a sorpresa alla Romania, anche se a Bucarest alcuni hanno temuto trattarsi di un “depistaggio politico”. Il premier russo ha dichiarato che la Federazione Russa può intrattenere rapporti diretti con le compagnie di stato romene per il rifornimento di gas, e ha pregato il corrispondente della tv pubblica romena a Mosca di comunicare al presidente Basescu che la Russia è pronta a mettere il suo gas a disposizione delle compagnie statali romene che potrebbero poi rivenderlo all’Ucraina.
In pratica si tratta della disponibilità da parte russa di fornire gas alla Romania senza intermediari. “E' una buona offerta?” si è poi chiesto retoricamente Putin, aggiungendo poi di ritenerla “difficile da rifiutare”. Stupore in Romania. Per molti, però, Putin non parlava sul serio. Bucarest, quindi, non si è mossa e ha preferito tacere sulla vicenda.
Qualche eco delle telefonate tra Putin e Basescu hanno avuto però riflessi a Kiev. Il vice ministro degli Esteri ucraino, Konstantin Eliseev, ha dichiarato che l’ambasciatore romeno in Ucraina gli ha dato assicurazioni sul fatto che Basescu non avrebbe condiviso la posizione della Russia per quanto riguarda la responsabilità dell’Ucraina circa il blocco del transito del gas verso l’Europa. Il viceministro ucraino ha chiesto inoltre al paese vicino di smentire le informazioni pubblicate dalla stampa russa. Silenzio, invece, dal ministero degli Esteri romeno.
Dopo due settimane di gelo le due ex repubbliche sovietiche hanno firmato nuovi contratti per un periodo di dieci anni su forniture e prezzo del gas per l’Ucraina. Da Mosca è arrivato quindi l'ordine di riaprire i rubinetti dell' “oro blu”. I documenti firmati eliminano gli intermediari tra la società russa Gazprom e quella ucraina Naftogaz. Per il 2009 la tassa di transito pagata dalla Russia rimane invariata, l’Ucraina pagherà il gas ad un prezzo del 20% inferiore a quello europeo - 360 dollari per mille metri cubi (contro i 450 dollari del prezzo di mercato) - ma pur sempre doppio rispetto a quanto pagato da Kiev l’anno scorso (180 euro).
Chiusa la crisi l’Europa torna a parlare di fonti alternative. Il presidente della Commissione europea Barroso ha ricordato il rischio che corrono i paesi europei: “Una delle conclusioni da trarre dalla crisi, per gli Stati membri, l'opinione pubblica e i consumatori, è che il gas proveniente dalla Russia attraverso l'Ucraina non è sicuro: è un fatto obiettivo e bisogna trarne delle conseguenze per il futuro". Barroso ha poi definito la crisi come una vicenda dolorosa e ha ribadito l’urgenza che l’Ue prenda davvero sul serio il tema della sicurezza energetica.
Intanto il progetto Nabucco, spesso invocato come alternativa, rimane sulla carta. Nabucco è destinato ad approvvigionare di gas l’Europa dall’Asia centrale, bypassando la Russia. Sei i paesi coinvolti: Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria, Turchia e Germania. Lo scopo è quello di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia. Ma i finanziamenti sono insufficienti e gli analisti temono ulteriori rinvii a causa delle crisi economica.
Nabucco doveva partire dal 2013, ma ultimamente si parla di 2015, anno in cui il gas dal Mar Caspio, passando attraverso Turchia e Balcani dovrebbe arrivare in Austria. Le ultime stime sui costi del gasdotto parlano di 7,9 miliardi di euro contro i 4,4 iniziali. Il gas potrebbe essere acquistato dall’Iran, ma resta sempre una possibile resistenza politica degli Usa verso questa alternativa.
Il principale concorrente di Nabucco è il progetto russo-italiano South Stream, a cui hanno aderito anche Bulgaria e l’Ungheria. E mentre l’Ue parla di rilanciare il Nabucco, la Russia sostiene che bisogna accelerare la realizzazione di South Stream. ''Bisogna accelerare il lavoro preparatorio ed economico del gasdotto South Stream'', ha dichiarato Serguei Kouprianov, portavoce di Gazprom. South Stream dovrebbe entrare in funzione nel 2013 e permetterà il transito del gas russo dal Mar Nero verso Bulgaria, Grecia, Serbia, Ungheria ed Italia.
Putin, durante la crisi, ha precisato che la Russia non si oppone ad una participazione della Romania al progetto South Stream. Molti analisti romeni avvertono però che South Stream renderebbe la Romania più dipendente dalla Russia, facendo notare che l’impatto dell’ultima crisi del gas sulla Romania è stato ridotto rispetto a quanto successo nella vicina Bulgaria.
Durante la crisi la Romania non ha né fornito né ricevuto gas da altri paesi. Questo perché, come ha spiegato il direttore generale di Transgaz, Ioan Rusu “per quanto riguarda il gas naturale, non possiamo né ricevere aiuto né darne, visto che non disponiamo delle condizioni tecniche necessarie”. Nei giorni della crisi, i due produttori di gas della Romania, Petrom e Romgaz, hanno fornito gas al massimo delle loro capacità. In ogni caso, ha concluso Rusu “possiamo cavarcela con quello che abbiamo”.
Rispetto ai paesi vicini, la Romania ha in corso un unico progetto, con l’Ungheria. Si tratta di un gasdotto in costruzione tra Arad e Szeged. Il gasdotto (di 109 km) dovrebbe essere pronto entro il primo gennaio del 2010, ed avrà una capacità di 4,4 miliardi di metri cubi/anno. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10798/1/51/
Fuori dal tempo e dalla storia: quando fuori dal Parlamento? Da il manifesto, 23 gennaio 2009 (m.p.g.)
Per quanto si affanni a seminare ottimismo e a ingiungere consumismo (salvo il tardivo allarme per la crisi dell'auto), a promettere sfracelli sulla giustizia e a costruirsi pioli per il Quirinale, a tenersi incollati Fini e Bossi e a emettere decreti legge, Silvio Berlusconi appare ormai un capo di governo e un leader politico fuori dal tempo e dalla storia. E per quanto possa sembrare una fantasticheria dirlo a fronte della nuda realtà dei numeri del parlamento e dei sondaggi, il suo astro appare destinato a tramontare nella svolta politica, geopolitica e culturale che l'elezione di Barack Obama imprime a ciò che negli ultimi decenni si è configurato come l'ordine egemonico del discorso occidentale.
Non si tratta di attribuire alla presidenza americana un effetto immediato di trascinamento sugli equilibri di governo europei: questo effetto non è detto che ci sia, anche se è auspicabile e prevedibile che di qui a poco il vento del cambiamento che spira dall'altra sponda dell'oceano si farà sentire, se non sui governi, almeno sulle società anche da questa. Si tratta, più realisticamente, di ricollocare Berlusconi in un contesto cambiato, e di riproporzionarlo di conseguenza.
Berlusconi, lo sappiamo, è stato e resta un fenomeno prettamente e autenticamente italiano, radicato nella modernizzazione degli anni Ottanta, concimato da una più lunga storia di cittadinanza debole e di «uomini forti» al comando, sbocciato nella crisi del sistema politico degli anni Novanta, alimentato dal consenso di un immaginario sociale ricalcato su di lui dalla sua televisione. Una «autobiografia della nazione», com'è stato detto, della quale non è stato dato tutt'ora sufficientemente conto e con la quale non smetteremo di dover fare i conti anche dopo il suo esaurimento politico.
Tuttavia, Berlusconi non è stato solo un fenomeno italiano: è stato un fenomeno italiano che ha anticipato tendenze più larghe, o le ha imitate o ne ha risentito. La sua «discesa in campo» del '94 ricordò a molti quella di Ross Perot alle presidenziali americane del '92. La sua costruzione di una leadership mediatica ha coinciso con la mediatizzazione della leadership in tutto il mondo, e la personalizzazione della politica da lui incarnata con la personalizzazione della politica in tutto il mondo. I processi di svuotamento e deformazione della democrazia da lui innescati in Italia - attacco allo stato di diritto, de-costituzionalizzazione, rafforzamento dell'esecutivo e indebolimento del parlamento e della rappresentanza - sono gli stessi processi che hanno svuotato e deformato le democrazie di tutto l'occidente. La sua narrativa antipolitica di imprenditore cresciuto fuori dal palazzo ha anticipato la diffusione di sentimenti antipolitici e di infatuazione per gli outsider nelle democrazie di tutto l'occidente.
Ancora, la sua concezione imprenditoriale dello stato, della società e della «riuscita» individuale è stata potenziata dalla razionalità neoliberista che dal centro dell'Impero americano ha irradiato in tutto il pianeta il verbo della forma-mercato, della libertà come imperativo cocainomane al «fai-da-te», della logica costi-benefici come misura morale dell'esistenza. La sua alleanza con i convertiti al fondamentalismo cattolico ratzingeriano ha imitato l'alleanza made in Usa fra la suddetta razionalità liberista e il neoconservatorismo, un'alleanza che lì e qua ha garantito al neoliberismo quel supplemento morale di cui la religione del mercato sarebbe stata altrimenti priva. Infine, l'altra sua alleanza strategica con il localismo razzista della Lega ha trovato eco e potenziamento nell'epidemia dello «scontro di civiltà» che ha colpito il mondo globale su scala micro e macroregionale.
Con l'elezione di Obama questo contesto internazionale, questa onda che ha disegnato il profilo di un'epoca, sono finiti. Ed è questa fine che consegna alla sua fine anche Silvio Berlusconi e la sua «impresa» politica, come se una nuova reazione chimica rivelasse improvvisamente l'obolescenza e le rughe del materiale plastico di cui è fatta.
Non si tratta, lo ripetiamo, di attribuire alla nuova presidenza americana capacità miracolistiche mimandone l'apparenza, né di fantasticare per domani mattina un impossibile ribaltone della maggioranza di governo qui in Italia. Una fine può essere lenta, travestirsi di potere livido, combinare molti guai. E nemmeno la prevedibile erosione di consensi che a Berlusconi verrà dal dispiegarsi della crisi economica autorizza l'opposizione a mettersi nella passiva attesa di una automatica alternanza di governo. Si tratta di percepire, registrare e interpretare questo cambiamento dell'epoca, questo smottamento di egemonia, questa nuova energia. E di reinventarsi, al di là delle alchimie delle sigle esistenti, un'alternativa politica, sociale e etica in grado di camminare in questo «dopo» in cui siamo già sospinti.
Quando un'epoca finisce, travolge nella sua fine i vincenti, ma anche i perdenti se restano attaccati a ciò che in quell'epoca sono stati. Ne può derivare una catastrofe o una rinascita. Prima l'immaginazione che non è al potere realizzerà che l'incubo è finito, smetterà di tenere in vita i propri spettri o di tenersi occupata col caso Villari, comincerà a far vivere nelle maglie di un presente ancora afferrato dal passato le possibilità del futuro, prima si chiarirà se c'è una catastrofe o una rinascita ad aspettarci dietro l'angolo.
"Soru: non si fa propaganda con le bugie" - LA NUOVA SARDEGNAPiero Mannironi
Usa parole pesanti, Renato Soru, per rispondere agli attacchi di Ugo Cappellacci, che ieri il ministro ombra del Welfare Enrico Letta ha definito ironicamente "il candidato ombra di Silvio Berlusconi". Al centro di aggregazione sociale di Villamassargia, Soru stavolta ricorre al vetriolo: "Non si può condurre una campagna elettorale con delle bugie. Il candidato del centro destra oggi ha detto che in Sardegna c’è un disastroso calo dell’occupazione".
"Quando si fanno certe affermazioni, certe accuse, si deve supportare ciò che si dice con dei dati. E allora al candidato Cappellacci, che parla di una crescita esponenziale della disoccupazione, rispondo con numeri che non sono miei, ma di centri istituzionali di statistica. Numeri scientificamente verificabili e, quindi, credibili. Dati che smentiscono clamorosamente il candidato di Berlusconi: dal terzo trimestre del 2004 al terzo trimestre del 2008 in Sardegna i posti di lavoro sono aumentati di 27 mila unità e rappresentano il 40% della crescita dell’occupazione di tutto il Mezzogiorno. Poi Cappellacci promette 100 mila posti di lavoro, evidentemente ignorando il fatto che in Sardegna i disoccupati sono circa 75 mila".
Ma non basta. Soru ha capito infatti molto bene che Cappellacci ha fatto un pericoloso passo falso e perciò rincara la dose: "Il candidato della destra utilizza i dati economici e statistici con la stessa incompetenza con cui nel 2004 ha firmato, da assessore della giunta Masala, il bilancio regionale sardo con l’indebitamento più pesante della storia dell’Autonomia, portandolo a quasi 6 miliardi di euro".
"Per smascherare le sue bugie sui dati dell’economia - prosegue Soru - è sufficiente leggere le prime righe della relazione della Banca d’Italia sull’economia dell’Isola: 'nel 2007 l’economia della Sardegna ha continuato a crescere. In base alle stime disponibili elaborate dalla Svimez, il prodotto interno lordo è aumentato dell’1,3 per cento'. La media nazionale della crescita del Pil è stata dell’1,5%, mentre in tutto il Mezzogiorno è cresciuto dello 0,7%".
"Per il 2008 e il 2009 non esistono dati ufficiali regionali - conclude Soru -, salvo quelli che l’ufficio stampa del candidato della destra si inventerà a breve. Al contrario, sappiamo dalla Banca Centrale Europea e dalla stessa Unione Europea che l’intera Europa e l’Italia sono in recessione: - 2%. Eppure il presidente Berlusconi continua a dire di non preoccuparci e di continuare a consumare. La verità è che la crisi non si supera con le pacche sulle spalle o con le battute, ma intervenendo per sostenere chi è in difficoltà in un clima di nuova solidarietà".
Appena due ore prima, a Fluminimaggiore, Soru aveva lanciato qualche frecciata anche al Cavaliere, ironizzando su una sua recente affermazione: "Berlusconi ha detto che la Sardegna ha una grande risorsa. No, non ha pensato ai nostri giovani, alla loro intelligenza e alle loro speranze. Parlava invece della macchia mediterranea, parlava di giardinaggio. Noi pensiamo che nuovi posti di lavoro possano nascere non grazie alla macchia mediterranea, ma grazie a investimenti importanti nei saperi e nella cultura per i nostri giovani".
Eppure a Fluminimaggiore qualcuno ha cercato di metterlo in imbarazzo. "Presidente, lei parla di ambiente - gli hanno infatti gridato dal pubblico -, ma allora perché non ci parla di Scivu e di Funtanazza?". Domanda maliziosa, perché evocava l’acquisto da parte di Soru di alcune centinaia di ettari nella Costa Verde. Ma Soru non si è scomposto: "Prima di fare il presidente della Regione, io facevo altro e avevo acquistato 300 ettari a Scivu e oltre 200 a Funtanazza. Ebbene Scivu l’ho ceduta gratis alla Conservatoria delle coste. E vi ricordo che una strana società aveva pronto un progetto da 70 mila metri cubi, garantiti da un accordo di programma. Ora i metri cubi edificabili sono zero. Per cui, se i nostri figli conosceranno Scivu e la sua struggente bellezza forse è anche perché io ho dato un contributo".
"Per quanto riguarda Funtanazza - ha continuato - sono stanco di ripeterlo: l’ho affidata a una società fiduciaria perché la venda, recuperando i soldi che avevo speso per acquistarla. Ma, alla fine, anche se fosse meno, andrebbe bene lo stesso. Approfitto dell’occasione per rispondere a chi dice che con il piano paesaggistico avrei bloccato lo sviluppo. Guardate cosa è stato fatto a Torre dei Corsari e chiedetevi se quegli interventi hanno portato sviluppo e ricchezza ad Arbus".
Approfittando del tour elettorale di Soru nel Sulcis e nell’Iglesiente, il senatore Francesco Sanna ha donato 25 mila euro alla Conservatoria delle coste. "Tra l’aprile e il luglio 2008 - dice Sanna - ho ricoperto contemporaneamente le cariche, non compatibili tra loro, di consigliere regionale e di senatore. Nel tempo necessario a far constare l’opzione per il Parlamento ho percepito le indennità e i rimborsi per le spese di segreteria, documentazione e dotazioni tecnologiche relativi anche alla carica di consigliere. La legge mi impediva di restituire questi soldi e allora ho scelto di donarli alla Conservatoria delle Coste. Ho chiesto che l’agenzia regionale impieghi la somma per un progetto funzionale alla diffusione delle tematiche ambientali e paesaggistiche nelle scuole della Sardegna".
in relazione alla discussione "ma come si esprime" e della piega che ha preso vi racconto cosa è successo a Anguillara Sabazia, un paese alle porte di Roma di quasi 20000 abitanti.
Anguillara è un paese che pende leggermente verso destra. La forte immigrazione da Roma ha via via riequilibrato la situazione (come un po' è avvenuto in tutta la Provincia) tanto che negli ultimi anni le forze di sinistra hanno ottenuto buoni risultati in tutte le competizioni.
Addirittura nel 2004 Emiliano Minnucci, giovane candidato delle forze progressiste, riesce a strappare il comune alle destre per circa 200 voti. La sua campagna elettorale basata sul rinnovamento e sulla trasparenza risulta vincente e convncente.
Non sta a me dire come Minnucci abbia governato il suo paese negli ultimi 5 anni. Un fatto però va precisato: tantissimi anguillarini non hanno digerito il restyling che ha subito la centralissima Piazza del Molo, semipedonalizzata e completamente ripensata. Bastava parlare con la gente per accorgersene. E in generale, complice anche la pessima aria che tira contro le amministrazioni di sinistra, i segnali per il rinnovo della gunta che sarebbe avvenuto in concomitanza con le Europee non erano buoni.
Fatto sta che nella seduta del consiglio del 23 dicembre 11 consiglieri, tutti i 7 di minoranza e 4 della maggioranza, si dimettono. Dopo un penoso tira e molla tra la Prefettura e il Ministero dell'Interno di cui trovate qui http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id...4&sez=HOME_ROMA, il Comune viene commissariato e la giunta sciolta.
Ora, c'è gente che parla di tanti elementi controversi responsabili dell'ennesimo piccolo suicidio locale del PD, storie di controversie su locali da gestire, terreni da edificare, fondi da destinare, e tuttavia c'è un però. Uno degli assessori di Emiliano Minnucci era un voltagabbana, proveniene da precedenti amministrazioni di destra, e i 4 traditori non brillavano certo per trasparenza e freschezza. Come dire, si trattava di indispensabili catalizzatori di voti messi in lista allo scopo di rendere più probabile la vittoria. Io non sono in grado di darvi cont di tutti i giochi nascosti di potere che questa piccola vcena nasconde, nè mi interessa particolarmente.
Faccio solo notare che anche là dove il PD stava ottenendo una serie di buoni risultati (nella Provincia di Roma sono state conquistate perfino nei difficili ultimi due anni le amministrazioni di Bracciano e Cerveteri, paesi molto più a destra di Anguillara), ecco apparire pesanti segnali di autodistruttività. Va da sè che le chance per le sinistre di confermarsi alla guida del Comune di Anguillara sono ora ridotte al lumicino. Staremo a vedere.
Per chiunque voglia approfondire e sia attivo su facebook vi consiglio di leggervi le discussioni presenti all'interno del gruppo SAVE ANGUILLARA.
Esistono radicali differenze tra Bolzano e Trapani. Sono differenze storiche, culturali ed economiche: differenze che non sono per ampiezza tuttavia superiori a quelle che ci possono essere tra un residente a Glasgow e un londinese, tra un parigino e un marsigliese, tra un newyorkese e un texano.
C’è chi, tuttavia, in questa differenza è riuscita ad individuare un pertugio attraverso il quale creare una grande identità gonfiabile artificiale, di plastica. La Lega Nord – e stiamo parlando di quello che oggi è uno dei partiti più radicati in diverse zone del paese, forza di governo fondamentale – è riuscita nell’avventurosa impresa di convincere milioni di italiani che la loro origine è celtica ed altri divertenti teorie che un qualsiasi storico o antropologo non d’accatto demolirebbero nel tempo di un caffè.
Ora, questa identità gonfiabile dimostra comunque l’esistenza di uno spazio vuoto entro cui essa ha potuto plasmarsi. Non è un caso che la Lega Nord sia l’unica citazione italiana contemporanea all’interno del Secolo Breve di Hobsbawn, che vi intravede una originalità assoluta.
Io credo che sia legittimo occupare quello spazio per far esplodere quella identità gonfiabile. Ma non semplicemente per ostilità nei confronti della Lega Nord, ma perché quel vuoto va semplicemente colmato con qualcosa di buono. Quel vuoto è una distanza: tra i problemi e la loro risoluzione, tra il cittadino e le istituzioni, tra il tessuto economico e ciò che le istituzioni e la politica possono fare per irrobustirlo. Qualcuno ha fatto credere che, chilometricamente, quella distanza fosse tra le nostre case e la capitale. Di fatto, quella distanza è invece tutt’altro che chilometrica.
La risposta che il PD deve dare, - chiaramente, senza balbettii nel solco di una idea già fortemente espressa e perseguita dall’Ulivo - è semplice: il federalismo. Un federalismo del fare ovviamente. Di parole, slogan vuoti se ne sono già sentiti abbastanza da questo governo.
L’avvicinamento dei luoghi di decisione al cittadino. Il cambiamento di prospettiva: siamo in mezzo a voi, con voi. Non ci sono alberi di trasmissione in andata e ritorno. E’ tutto più semplice. Questa è una risposta vera. E passa attraverso la riforma del titolo V, il protagonismo delle Regioni e di tutti gli Enti Locali. Lo sappiamo bene.
Il federalismo compiuto ridimensionerà inevitabilmente la Lega. Questa è l’altra filosofia che abbiamo sul lungo periodo. Lo sanno persino loro. E’ successo per l’ambientalismo, non solo in Italia: ora siamo tutti ambientalisti. Il peso delle forze specializzate sul tema si è rapidamente rarefatto. La Lega senza il federalismo diventa semplicemente nordista. Ritorna alle origini. Il problema saranno allora gli immigrati stranieri e i terroni (nell’ordine), com’era all’inizio. Ma quello non sarà più un problema che interessa agli italiani, se non circoscritto a qualche xenofobo.
La distinzione sottile, dunque, è tra federalismo e nordismo.
Io sono un federalista convinto. Non sono per niente un nordista. E credo che questo concetto dovremmo averlo tutti ben chiaro nel momento in cui parliamo della struttura e dell’organizzazione del nostro partito. Un partito federalista, mi interessa. Un partito nordista, no. Ce n’è già uno e ho già spiegato a cosa si ridurrà.
E’ legittimo e sacrosanto dire che il Nord ha peculiarità e omogeneità politiche che meritano di trovare un luogo di condivisione e confronto certo e ufficiale. Le dinamiche elettorali ed il modo di fare politica cambiano a seconda della latitudine. Le richieste della gente e dell’economia di regioni lontane sono a loro volta lontane. Ma questo non significa volersi creare un’identità di plastica magari per contrapporla alla “romanità” lontana. Questo è profondamente sbagliato. Se il nordismo deve essere l’ennesima corrente – per carità – di pensiero di una parte del PD, allora sbaglieremmo nel capire semplicemente che cosa ci chiede la nostra gente, il cui affetto per il partito è dilaniato dalla costante sovrapposizione di bordate e di colpi a sorpresa. Sono d’accordo quando si invoca una responsabilizzazione sempre maggiore dei territori: vengo da una Regione che è estremamente orgogliosa di ciò che politicamente e amministrativamente ha saputo costruire a partire dal dopoguerra. Eppure rilevo che, proprio in questi giorni, si invoca l’autorità centrale che manca o mancherebbe, si invoca l’autorità, si chiamano i commissari – che peraltro arrivano – per affrontare situazioni su cui i territori – altrove – hanno dimostrato di non trovare soluzioni convincenti a problemi tristemente noti.
Responsabilità condivisa, capacità di affrontare i temi che ci interessano tutti insieme, sì. Occasione per creare l’ennesimo campo di battaglia o palcoscenico, no. La gente la recuperiamo se riusciamo a far vedere ciò che valiamo giorno per giorno a casa nostra, non perché d’un tratto cominciamo a spiegare che “il PD del Nord però è diverso”. Anzi. Noi dovremmo farci carico dei nostri meriti, dovremmo fisicamente metterceli in spalla e portarli a Roma perché possano davvero servire a tutti.
E’ un contributo che con spirito di servizio possiamo e dobbiamo mettere a disposizione anche del gruppo dirigente nazionale. Gruppo dirigente, per intenderci, nella accezione più larga del termine.
Se anche noi, invece, gonfieremo una identità di plastica, questa risulterà senz’altro meno convincente di quella originale, made in Padania, ma rischierà di perire esattamente nello stesso modo.
"L'Istat smaschera la propaganda del candidato del centrodestra"
- REDAZIONE
Dai 100mila nuovi posti di lavoro alla fanta-disoccupazione dell'Isola. Le menzogne di Ugo Cappellacci in tema di occupazione e disoccupazione si possono ascrivere ad una colpevole e superficiale analisi statistico-politica del fenomeno. Se, come sembra, la fonte super partes è l'Istat, le interpretazioni del candidato del centrodestra stravolgono i dati con le opinioni. Da qui il rischio concreto di prendere clamorose cappellate in nome della propaganda elettorale. La prima di ordine squisitamente statistico, la seconda di carattere più strettamente politico.
L'ennesimo dossier del centrodestra presentato oggi alla stampa parla di disoccupazione cresciuta nel secondo trimestre del 2008 di 23 mila unità (rispetto all'anno precedente). Peccato - per chi sulle cifre vorrebbe speculare e non certo per i sardi - che stando ai dati Istat, l’occupazione in Sardegna sia cresciuta. Il mercato del lavoro ha mostrato negli ultimi anni una dinamica positiva di tutti i principali indicatori: tra il 2004 e il 2008 l’occupazione è cresciuta in modo costante, toccando livelli mai raggiunti prima (633.000 occupati nel II trimestre del 2008). Tra il 2004 e i primi 9 mesi del 2008 nella nostra regione sono stati creati 27.000 posti di lavoro aggiuntivi, che corrispondono ad una crescita del 4,6%. Nello stesso periodo, in tutto il Mezzogiorno l’occupazione è aumentata di appena 73.000 unità, pari ad un incremento dell’1,1%. Ciò significa che la Sardegna, pur rappresentando solo l’8% della popolazione del Mezzogiorno ha prodotto il 37% dell’occupazione aggiuntiva di tutta l’area. Lontana dall’essere bloccata, l’economia della Sardegna si è dimostrata invece vitale e produttiva.
Negli ultimi anni, inoltre, all’aumento dell’occupazione si è accompagnata una riduzione consistente della disoccupazione, tanto che gli ultimi dati mostrano un tasso di disoccupazione nettamente inferiore rispetto al passato: il 10,8% (all’inizio del 2004 sfiorava il 16%). Gli ultimi dati resi disponibili dall’Istat, relativi al III trimestre 2008, indicano che le persone in cerca di lavoro sono 75.000, mentre all’inizio del 2004 raggiungevano quasi le 110.000 unità. In media, dal 2004 ai primi 9 mesi del 2008, la disoccupazione in Sardegna è diminuita di 12.000 unità, pari al 12,5%.
Ed è interessante rilevare che il 63% dell’occupazione creata in Sardegna negli ultimi anni è femminile: le donne al lavoro sono 17.000 in più rispetto al 2004. Il tasso di occupazione femminile è così passato dal 36,3% dell’inizio del 2004 al 42,1%: il massimo livello mai raggiunto in Sardegna da questo indicatore, che oggi supera di 10 punti percentuali quello del Mezzogiorno.
Se vogliamo essere seri, l'analisi statistica del fenomeno “lavoro” segna ottime prestazioni. Tutte a vantaggio dell'operato della giunta Soru. E che dire della ripetitiva e per niente originale propaganda elettorale che gioca sui bisogni primari ed essenziali di chi maggiormente soffre il disagio della difficile congiuntura economica internazionale? Con quei centomila posti di lavoro sbandierati di riflesso a quelli promessi tanti anni fa dal premier Silvio Berlusconi che esagerò nella promessa elettorale di un milione di nuovi posti di lavoro? In Sardegna risultano disoccupate 75 mila persone. Che il progetto sia quello di creare più occupazione per gli occupati? Ma soprattutto se è vero, come è vero, che l'economia è sotto scacco della crisi mondiale, come è possibile, senza mentire, prospettare che l'isola si proietterà nel panorama internazionale in controtendenza rispetto al mercato del lavoro? http://www.renatosoru.it/j/x/86?s=6476&v=2&c=366&t=1
Gli industriali del Sassarese scaricano
Cappellacci: “Non parli in nome nostro”
di Ennio Neri
Gli industriali del Nord Sardegna scaricano Cappellacci. Trascinati loro malgrado in una polemica sugli appalti del G8, prendono le distanze dalle accuse rivolte alla giunta Soru. Rilanciano sulle scarse attenzioni da parte di governo nazionale e regionale sugli appalti per i cantieri legati al summit di La Maddalena, ma il riferimento sembra indirizzarsi tutto alle critiche, rivolte due giorni fa dopo l'incontro con gli industriali della Sardegna settentrionale, di Cappellacci a Soru. Colpevole, a dire del candidato Pdl, di non aver difeso le imprese sarde escluse dal G8.
Ma Confindustria del Nord Sardegna non si riconosce nelle accuse di Cappellacci e ieri, per fugare ogni dubbio, ha diffuso un comunicato. «La campagna elettorale sta purtroppo prendendo la solita piega degli scontri anziché dei confronti, e quando ci sono scontri spesso chi si trova a passare risulta esserne coinvolto, rientrando fra i cosiddetti 'effetti collaterali”, afferma il presidente della Confindustria del Nord Sardegna Stefano Lubrano, che parla di associazione degli industriali «coinvolta, suo malgrado, in tali vicende, con le dichiarazioni rilasciate dai due candidati e dal presidente facente funzioni della Giunta regionale, in merito alla gestione degli appalti del G8 di La Maddalena».
Non permettiamo a nessuno», sottolinea Lubrano, «di metterci in bocca, attraverso comunicati, cose mai enunciate né tanto meno dichiarate alla stampa; non permettiamo a nessuno di attribuirci assurde partigianerie politiche, e sopratutto non permettiamo a nessuno di distrarre l'attenzione dai veri problemi che quotidianamente noi viviamo. Infine non permettiamo a nessuno ne' di usare il nostro nome, da una parte, ne' di andare contro il nostro nome dall'altra.
Nel caso specifico degli appalti», conclude, «(e la percentuale del 94% non si riferiva solo al G8 ma a tutti quelli di interesse regionale degli ultimi anni), ci limitiamo a riaffermare che sono i fatti e i numeri a dimostrare quale sia stato sinora il livello e la qualità dell'attenzione verso le imprese sarde, da ricondurre alle responsabilità sia del governo regionale che del governo nazionale con i suoi organismi operativi, come abbiamo più volte pubblicamente denunciato negli ultimi due anni, insieme anche alle organizzazioni sindacali». Lubrano invita i candidati a prendere Obama come esempio e volare alto in pieno spirito unitario.
Immediate le reazioni. Secondo il consigliere regionale Pd Mario Bruno il centrodestra le tenta tutte
per confondere le idee ai sardi: «solo così si spiega l'azione di proselitismo quasi forzato, o meglio, desiderato, con cui il candidato del centrodestra ha ieri dato conto del suo incontro con gli industriali del nord Sardegna. A suo dire, si sarebbe trattato di una “durissima disanima” sull'operato di Regione, colpevole di una “clamorosa umiliazione” delle imprese sarde per i lavori del G8.
Peccato che gli industriali, che ieri non avevano diffuso alcuna nota sull'incontro, per bocca del loro presidente Stefano Lubrano, abbiano oggi risposto piccati perché qualcuno ha messo loro in bocca cose “mai enunciate né tantomeno dichiarate alla stampa”. Perché, ha puntualizzato giustamente Lubrano, Confindustria desidera solo confrontarsi coi candidati alle presidenza e non ha intenzione di fare “politica militante”.
Sulla polemica è intervenuto anche il vicepresidente della Regione, Carlo Mannoni. Secondo il quale «non risponde quindi a verità l'affermazione che non si è prestata la dovuta attenzione alle imprese sarde. Si deve però precisare per l'ennesima volta che, in materia di norme che regolano le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, nessuna corsia preferenziale può essere riservata alle imprese locali. Ho più volte ribadito in comunicati, convegni e interviste», aggiunge, «che il punto di svolta delle imprese edili sarde non può che essere quello della loro aggregazione, anche attraverso le opportune aggregazioni societarie, di modo da renderle competitive sul mercato. Altrimenti», conclude, «si ricadrà inevitabilmente nel ciclo del subappalto».
E dal Nord al Sud. Ieri Cappellacci ha incontrato la giunta della associazione industriali della Sardegna meridionale. Il presidente di Confindustria Alberto Scanu ha sintetizzato i problemi prioritari che il prossimo Governo regionale dovrà cercare di risolvere. Sono stati affrontati i problemi relativi alla Politica ambientale e urbanistica (Piano Paesaggistico Regionale), quelli relativi allo snellimento e semplificazione delle procedure amministrative, ai trasporti ed alle infrastrutture.
Un capitolo a parte è stato infine dedicato a Cagliari: si è parlato delle iniziative da varare per rilanciare la funzione di leadership e di traino dell'intero sviluppo regionale e di distretto del capoluogo (Ict, centro eccellenza ricerca tecnologica e universitaria, Città di destinazione turistica e culturale (Teatri, Fiera, etc.), Polo logistico e intermodale).
Cappellacci ha raccolto gli spunti e le sollecitazioni degli industriali. Non ha nascosto problemi e difficoltà derivanti soprattutto dalla crisi economica internazionale ma anche, ha sottolineato, dalla politica economica attuata dalla precedente Giunta regionale.
Ha tuttavia ribadito che esistono, secondo lui, le condizioni per un rilancio dell'economia della Sardegna. Ha infine ribadito l'impegno a proseguire il confronto con le forze imprenditoriali anche dopo la consultazione elettorale al fine di definire ed aggiornare, con la massima tempestività, le politiche economiche della Giunta regionale in relazione alle specifiche esigenze della imprese.http://www.altravoce.net/2009/01/23/industriali.html
La questione della possibile incriminazione all'estero degli ufficiali dell'esercito israeliano è considerata talmente importante, che dopodomani, domenica, la Knesset approverà una legge per sostenere i militari che verranno coinvolti in casi giudiziari. Il censore militare israeliano ha anche vietato di pubblicare i nomi degli ufficiali che hanno operato nella guerra dei 22 giorni.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
La generazione di Facebook e dell’iPhone e’ entrata alla Casa Bianca e ha trovato ad attenderla la tecnologia della generazione dell’Atari e del Commodore 64. Nonostante due mesi di preparativi per la transizione, buona parte dello staff di Barack Obama e’ stato colto di sorpresa dai limiti burocratici, tecnologici e di sicurezza che caratterizzano il lavoro dentro la storica residenza presidenziale. Il ‘change’ che Obama ha promesso all’America e’ gia’ alle prese con le barriere informatiche del passato. […]
Fin da martedi’, al momento di prendere possesso degli uffici lasciati liberi dall’amministrazione Bush, gli uomini del nuovo presidente si sono trovati a fare i conti con scarsita’ di computer portatili e con programmi Windows in versioni vecchie di sei anni (un trauma per i protagonisti di una campagna elettorale quasi completamente costruita su sistemi operativi Mac). Anche i telefoni, cellulari e fissi, hanno avuto problemi a venir riattivati e i nuovi padroni di casa hanno dovuto attendere a lungo prima di poter disporre di caselle di posta elettronica.
Il team dell’ufficio stampa, da questo punto di vista, e’ stato preveggente: alla vigilia del trasferimento aveva ottenuto l’autorizzazione dal consigliere giuridico della Casa Bianca per creare una serie di indirizzi di posta su Gmail (il servizio email di Google), dopo aver preso accorgimenti per garantire che resteranno copie per gli archivi. Ogni attivita’ della Casa Bianca, infatti, deve restare documentata per gli Archivi Nazionali e non e’ ammesso l’uso di posta elettronica personale.
Un segnale visibile al pubblico del sofferto passaggio dei poteri a livello tecnologico, e’ stata l’attivita’ nei primi tre giorni del sito ufficiale della Casa Bianca, www.whitehouse.gov. Pochi minuti dopo che Obama ha giurato, il vecchio look del sito e’ sparito ed e’ comparso quello nuovo, con il design e l’atmosfera da ’social network’ che hanno caratterizzato l’immagine su Internet della campagna elettorale di Obama e poi la fase della transizione, gestita sul sito www.change.gov. Il nuovo sito promette cosi’ di fare ampio ricorso ai video in formato YouTube, alla condivisione di foto attraverso il popolare servizio Flickr, all’interazione con gli utenti e all’ aggiornamento continuo dell’attivita’ presidenziale anche con un blog. Ma da martedi’ pomeriggio a buona parte della giornata odierna, il sito ha mostrato grande lentezza negli aggiornamenti, il blog e’ rimasto al palo due giorni, i ‘pool report’ dei giornalisti al seguito di Obama non sono stati pubblicati. I primi ordini esecutivi firmati dal presidente a meta’ giornata di mercoledi’, sono apparsi sul sito solo a notte fonda. Le immagini sono circolate assai piu’ lentamente di quanto speravano i genii della comunicazione web che hanno gestito la campagna elettorale piu’ tecnologica della storia.
Tutta colpa, hanno spiegato al Washington Post fonti della nuova amministrazione, delle difficolta’ incontrate nel cercare di mettere l’austera Casa Bianca al passo con la ‘presidenza di YouTube’. Del resto anche il direttore del web nell’ amministrazione Bush, David Almacy, ha ricordato che quando arrivo’ alla Casa Bianca nel 2005 fu costretto ad attendere una settimana prima di avere un computer e un BlackBerry.
I veterani della residenza presidenziale hanno rassicurato i nuovi arrivati sul fatto che, nonostante la partenza lenta, la Casa Bianca resta comunque un’istituzione flessibile, che si adegua ogni volta agli inquilini del momento e sara’ pronta presto a rispondere alle esigenze degli Obama-boys.
Il presidente nel frattempo si fa ritrarre dietro alla scrivania ottocentesca nello Studio Ovale, impegnato a far chiamate da un telefono fisso. Ma nello stesso tempo continua a usare l’inseparabile BlackBerry, che gli addetti alla sicurezza sembra gli hanno permesso di tenere dopo averlo criptato.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/23/change-e-difficile-dentro-la-casa-bianca/#more-352
Obama : perche' Guantanamo come priorita' ? riceviamo e rispondiamo
Ho letto l'articolo di Rico Guillermo sulle prime scelte di Obama.
Per carità, un pò più di etica in politica non dispiace a nessuno, tantomeno, penso, a noi Italiani, però con tanti problemi che ci sono negli Stati Uniti, recessione, disoccupazione crescente, ecc, perchè è stata scelta proprio questa, come priorità?
Grazie
caterina spera
Risponde Rico Guillermo
Gentilissima, scegliere di affrontare subito la questione di Guantanamo ha una forte valenza simbolica e di sostanza. Infatti
1) significa anteporre i diritti umani e civili al resto, e lo fanno tutte le Costituzioni democratiche e tutte le Carte dei diritti;
2) significa voler recuperare punti a livello internazionale, perche' l'amministrazione Bush non ha certo brillato a livello di tutela dei diritti umani e civili ed anche la UE aveva chiesto la chiusura di Guantamano, mentre gli esperti ONU avevano criticato quella prigione;
3) significa una mano tesa al mondo islamico moderato, umiliato da Bush nel morale attraverso una propaganda negativa generalizzata e nel materiale con le carcerazioni e le torture sulla carne dei suoi correligionari sospettati senza prove di terrorismo. Evidentemente - al di la' del suo rispetto per i diritti, piu' volte ribadito - Obama pensa, e lo penso anch'io, che l'umiliazione dell'altro e la semina del pregiudizio non faccia che accrescere l'odio e allargare il conflitto, soprattutto quando si generalizza, colpevolizzando chi non c'entra nulla con i crimini terroristici.
Fra l'altro la questione di Guantanamo e' annosa ed e' stata sviscerata in ogni suo aspetto, quindi Obama ha avuto modo di maturare la sua scelta e di verificare il consenso della maggioranza del del Congresso su questa scelta (e' il presidente che decide, ma Obama ha detto di voler sentire i parlamentari sulle scelte del dopoBush).
Infine, risollevare la situazione economica del Paese (ammesso che sia possibile) richiede anni e non dipende solo dagli USA, perche' la crisi e' globale, mentre la scelta su Guantanamo e' rapida e dipende solo dagli Stati Uniti. Anche senza avere in Obama una fiducia particolare, dovremmo almeno dargli il tempo di accertare i termini della questione economica, che e' recente, e di prendere le opportune decisioni, la cui efficacia sara' comunque verificabile solo in mesi e anni.
In ogni caso non dimentichiamo che fra le priorita' di Obama - oltre a Guantanamo, al'etica in politica e ad una maggiore informazione - sembra esserci anche la crisi mediorientale, come mostrato dalle telefonate intercorse fra il neopresidente e Abu Mazen, Ehud Olmert e i leader di Giordania ed Egitto all'indomani del giuramento. Un'altra questione annosa su cui certo Obama avra' avuto modo di maturare una strategia, ma anche un'altra questione in cui difficolta' e durata del percorsi ed esito finale dipendono da molti altri attori.
I dati sul fabbisogno 2008, doppio rispetto al 2007, hanno fatto cadere le inibizioni a parlare apertamente di un argomento fino ad ora tabù, con fantasiose ipotesi di ripudio del debito e uscita dall'euro per essere liberi di stampare carta moneta. Coronando così con una catastrofe la disastrosa politica fiscale del governo
Mario Rossi
In un intervento ospitato su questo sito qualche mese fa (L'Europa e la deriva secessionista della destra, del 09/07/08, prima della grande crisi di autunno) azzardavo qualche previsione sugli effetti che sarebbero potuti derivare dal progressivo ampliarsi della distanza – in politica ed in economia – tra Italia e Europa con Berlusconi alla guida del paese (e Tremonti alla guida del governo). In definitiva, esprimevo il timore che la campagna anti-europea che in quei mesi si stava orchestrando (non tanto quella sguaiata di parte leghista, quanto quella colta e boriosa di Tremonti e co.) servisse a precostituire gli argomenti e gli alibi, sul piano politico-ideologico, per preparare il terreno alla ben più clamorosa e dirompente rottura con l’Europa che il paese sarebbe stato costretto a gestire sul piano economico, nel giro di un biennio, per la allegra (e dissennata) politica economica che il governo avrebbe portato avanti, in linea con i disastri del quinquennio 2001-2006.
La tempesta finanziaria e la recessione economica hanno mutato non poco il contesto: è cambiato tutto, così nell’economia come nella politica. In che misura le analisi di metà 2008 restano attuali all’inizio del 2009?
Apparentemente anche il quadro nazionale è mutato radicalmente. Nel nuovo clima, va registrato che la polemica di Tremonti contro l’Europa si è andata smorzando e la verve polemica si è indirizzata verso altri bersagli (le grandi istituzioni economico-finanziarie internazionali). Il Pierino cattivo di inizio anno, che proclamava la fine imminente della grandeur europea, infiacchita dal relativismo illuminista (la grande colpa di aver rinnegato le radici cristiane) e destinata a fare la fine del vaso di coccio tra l’imperialismo muscolare americano e l’aggressività economica delle potenze asiatiche, ha lasciato il posto a un secchione molto ligio ai dettami europei. Non passa giorno senza che Tremonti non si mostri diligente custode dell’ortodossia dell’asse Bruxelles-Francoforte: "siamo in linea con i parametri", "terremo fede agli impegni presi".
Un’improvvisa euro-conversione sulla via XX settembre? Poco plausibile. Convince di più l’idea che un sano "realismo" abbia costretto a prendere atto delle novità USA di autunno, il crollo economico-finanziario (che il ministro si vanta di avere previsto, salvo avere sbagliato totalmente direzione di provenienza e luogo di manifestazione) e l’avvento di Obama (con il tonfo di Bush e dei repubblicani, attribuito all’estremismo neo-con). E’ così venuta meno la baldanza di chi vagheggiava l’avventura di una manovra di disancoraggio dall’Europa contando su un aggancio agli USA. Viceversa, si va delineando uno scenario in cui sono gli USA stessi a dover recuperare un legame con l’Europa, che Obama mostra di tenere in gran conto. Senza quell’aggancio, che doveva ripagare almeno in parte i costi della secessione europea, con in più la prospettiva di una crisi mondiale, è cresciuto a dismisura il costo economico (quindi sociale) del sogno autarchico; un costo che, tradotto in termini elettorali, si prefigura quasi insopportabile. E’ dunque solo per queste valutazioni, meramente opportunistiche, che il progetto secessionista è stato ridimensionato e le distanze dall’Europa sembrano ridursi.
Riprendendo il ragionamento di qualche mese fa, risultano non solo confermate ma perfino rafforzate le valutazioni che portavano a ritenere assai improbabili rotture significative tra Italia e Europa sul piano politico: il motore continentale è saldamente di centro-destra (Sarkozy-Merkel) e ciò assicura una strenua copertura, fino all’indifendibile, alle scelte italiane; il collante europeo resta molto debole e il barometro europeo continua a volgere, sempre più, verso il modello intergovernativo con buona pace delle utopie (à la Spinelli) di un’unità politica.
C’è però da registrare una novità rilevante: il mutamento di indirizzo dell’Europa sul piano economico. Allentare i vincoli di bilancio e concedere maggiori spazi di intervento per la finanza pubblica a sostegno dell’economia e dell’impresa privata sono tutte decisioni che sembrano consentire maggiori margini di manovra per le finanze italiane. In più, la recessione generalizzata fa ritrovare il nostro paese in un’affollata compagnia, con Gran Bretagna, Spagna e Francia in maggiori difficoltà, su trend (per il prossimo anno) molto vicini a quelli italiani. Un quadro che rende le prospettive finanziarie di casa nostra meno eccentriche e quindi meno condannabili.
Si tratterebbe di una novità confortante, se non fosse accompagnata da una parallela novità di non poco rilievo: il progressivo affiorare di motivi di preoccupazione per il futuro delle casse dello Stato italiano. Timori come quelli appena adombrati (per non esagerare in pessimismo) nell’intervento di qualche mese fa non sono più voci isolate di irriducibili Cassandre ma fanno capolino perfino nella compagine governativa, con buona pace della consegna rigida dell’ottimismo a tutti i costi. Un ministro non di secondo piano e non di primo pelo (che qualcuno potrebbe perfino dipingere come un pasdaran della prima ora) come il ministro del Lavoro e della Salute si è lasciato scappare un rischio di default modello Argentina. Solo un eccesso di zelo per spaventare i piloti e gli steward Alitalia? Il ministro dell’Economia ha risposto da par suo, mostrando saldezza e determinazione. Saremo più virtuosi degli altri, ridurremo progressivamente il deficit. Usciremo meglio degli altri dalla crisi perché il risparmio privato degli italiani compenserà il deficit delle finanze pubbliche e perché le nostre banche non hanno mai prestato soldi alla leggera. Purché non venga meno la fiducia dei consumatori, il futuro non deve preoccupare. C’è da crederci? Un’analisi lucida ci consegna un verdetto impietoso.
I dati di fine 2008 sul fabbisogno, doppio rispetto al 2007, quasi 20% in più rispetto alle previsioni su cui appena qualche mese prima era stata costruita la manovra finanziaria, hanno sollevato il coperchio, che maldestramente il ministero dell’Economia ha tentato di richiudere con un delirante comunicato: "i dati possono essere motivo di orgoglio per il governo e di fiducia per i cittadini" (testuale). Da allora la parola tabù, il rischio default, è diventata invece di uso corrente. Da più parti si sono disegnati scenari sul futuro che ci aspetterebbe se davvero il 2009 facesse segnare la recessione che si prevede e il deficit ballasse attorno al 5% del PIL. Vengono avanzate ipotesi che presentano una grande varietà di sviluppi alternativi, ma conducono tuttavia inevitabilmente ad un bivio secco: dichiarare l’insolvenza (il default, per l’appunto) o stampare moneta: dunque, fuoriuscire dall’euro. Che non è più delirio impronunciabile ma futuro possibile.
Al di là della propaganda e dei messaggi rassicuranti, in barba al rischio di seminare il panico, si dovrebbe dunque parlare apertamente di una situazione drammatica. Che non lo faccia l’immane stuolo di orchestrali della filarmonica berlusconiana si può capire. Che il Presidente della Repubblica debba esortare a mettercela tutta per uscire dalla crisi "più forti che pria" ci può stare. Ma l’opposizione, che mostra grande lucidità nel mettere a fuoco la dissennatezza che ha caratterizzato le mosse del ministro dell’economia in questi mesi, stenta ad affondare il colpo. Sembra che in quel campo domini una grande incertezza, alimentata da un grossolano equivoco. La finanza allegra tremontiana, diretta a soddisfare appetiti egoistici e a ripagare un elettorato il cui consenso è stato catturato con la promessa dell’irresponsabilità (e di qualche mancia compassionevole), viene scambiata per quel deficit spending in funzione anti-recessiva che veniva propugnato dopo il ’29 da Keynes.
Dovrebbe essere lampante che restituire l’ICI ai più abbienti, consentire l’evasione fiscale agli autonomi (si potrebbero scrivere libri su ciò che significherà l’"IVA per cassa", su cui il plauso sembra invece unanime), impedire la libera concorrenza nei settori che presentano enormi barriere all’accesso, dunque i pezzi forti del programma su cui Berlusconi ha vinto le elezioni, non sono provvedimenti che rilanceranno la domanda. Deprimeranno invece la competitività del sistema, innalzeranno i costi dei prodotti e dei servizi, taglieggeranno ulteriormente i redditi dei lavoratori e i profitti delle imprese (quelle che non godono della protezione imperiale ma si misurano sul libero mercato).
Invece in un’opposizione ancora vittima dell’incantesimo serpeggia una qualche ammirazione per il nuovo look anti-mercatista del superministro. "Doveva venircelo ad insegnare lui, il keynesismo!" si sente perfino sussurrare. Mentre economisti di belle speranze, molto ascoltati dagli alfieri della modernità, che vorrebbero finalmente un cambio di generazione, si spingono ad osare l’inimmaginabile: perché no, un bel default e magari un nuovo change-over all’incontrario, dall’euro all’italeuro (o euro-lira, modello AM-lire di fine guerra). Pensate che bello, si deprezzano finalmente le pensioni con una corposa svalutazione (pazienza per le conseguenze sui redditi da lavoro), si dichiarano carta-straccia i risparmi di una vita e si punisce così una volta per tutte la generazione delle conquiste sociali e salariali che si ostina a non lasciare spazio ai giovani meritevoli.
Surreale? Leggere per credere ("Facciamo un bel default", L. Zingales, L’Espresso, 8/1/09) Ma qui si dovrebbe aprire un capitolo nuovo, sui giovani (per l’Europa, quelli under 25: l’Onda, ad esempio) e il merito, che non consiste nel bersi tutte le favole che racconta l’establishment conservatore. A pensarci bene, più che di un capitolo, si tratterebbe forse di una lunga storia.
Santadi, San Giovanni Suergiu, Carloforte: “Attenti alle promesse elettorali”. Per i lavoratori sardi azioni puntuali e concrete
Redazione
Giornata tra i cittadini del Sulcis, giovedì, per Renato Soru. Dopo una visita a Siliqua, Soru è intervenuto a Santadi, dove ha incontrato numerosi lavoratori del settore agricolo, ascoltando le proposte e approfondendo le tematiche relative al territorio. Da qui a San Giovanni Suergiu, dove
Renato Soru ha incontrato nel pomeriggio, prima dell’appuntamento pubblico, gli operai della Eurallumina, che gli hanno espresso tutta la loro preoccupazione per la crisi dell’azienda. Soru ha spiegato che la crisi è dell’azionariato dell’Eurallumina e della proprietà, che si ripercuote sullo stabilimento. Ha poi rassicurato gli operai sul fatto che la Regione vigilerà affinché questa crisi venga contenuta. Le questioni che riguardano la crisi sono due: il bacino dei fanghi rossi e il costo dell’energia. In attesa della costruzione di una centrale a turbogas e dell’arrivo del gas a basso costo a Porto Botte, con i lavori per il gasdotto che partiranno entro sei mesi, chiederemo al Ministro Scajola precisi impegni perché venga presa una misura temporanea per affrontare la crisi e cioè si attuerà la formula dell’affitto della capacità produttiva, misura ammissibile dall’Unione Europea, che garantisce l’abbattimento del costo dell’energia. Renato Soru ha infine allertato gli operai sulle facili promesse che si sentiranno fare nelle prossime settimane e che non saranno mantenute. “E’ molto più serio – ha precisato Soru – rimandare la discussione a dopo le elezioni, affinché sia la più concreta e puntuale possibile”. http://www.renatosoru.it/j/x/83?s=4&v=9&c=282&va=x&id=6460&b=
Nel corso dell’incontro pubblico ha poi risposto ad altre domande sul gasdotto Gasli, precisando che non si sarà alcun impatto ambientale: “sarà un tubo che passa 3 metri sotto terra. All’esterno ci sarà solo una stazione di misura più piccola di serre che ho visto qui accanto”. Soru ha aggiunto che “tra pochi giorni i nostri amministratori regionali saranno a Roma per la conferenza di servizi, così da velocizzare i lavori. È una delle grandi opere infrastrutturali che servono migliorare la qualità di vita in Sardegna, una grande risorsa per l’energia e per il lavoro”.
Conclusione di giornata a Carloforte, con un’affollata convention al Teatro Cavallera. Tanti gli argomenti affrontati, ma il riferimento particolare è stato per i lavoratori della compagnia di traghetti Saremar, che hanno posto domande sul futuro del loro lavoro. “La Sardegna si è dotata di una legge per il trasporto pubblico locale – ha spiegato Soru dal palco -, con cui si assume responsabilità e competenze nei confronti dello Stato e del Ministero dei Trasporti. Così come già fatto con ferrovie e AARST, lo stesso intende fare con Saremar. La Regione Sardegna ha scritto tempo fa al Ministro dei Trasporti, dicendo che è interessata a rilevare interamente la Saremar e garantire così la continuità territoriale per le nostre isole, con le stesse garanzie e le stesse tutele per i lavoratori. Non è una promessa, ma di fatto realizzare quanto già accaduto appunto per ferrovie e AARST. Sappiamo tutti che questi traghetti non sono adatti a gestire il traffico locale né quello estivo dei turisti”.
“Investire è nell’interesse di tutti noi – ha concluso Renato Soru tra gli applausi -. Prendendoci noi l’intera responsabilità, intorno ad un’unica società regionale, si garantiscono non solo i posti di lavoro esistenti, ma si creano più posti di lavoro e si viaggia meglio”.
La rivoluzione d un padre
di Roberto Saviano, Repubblica -
Beppino Englaro, il papà di Eluana, sta dando forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Ciò credo debba essere evidente anche per chi non accetta di voler sospendere uno stato vegetativo permanente e ritiene che ogni forma di vita, anche la più inerte, debba essere tutelata.
Mi sono chiesto perché Beppino Englaro, come qualcuno del resto gli aveva suggerito, non avesse ritenuto opportuno risolvere tutto "all´italiana". Molti negli ospedali sussurrano: "Perché farne una battaglia simbolica? La portava in Olanda e tutto si risolveva". Altri ancora consigliavano il solito metodo silenzioso, due carte da cento euro a un´infermiera esperta e tutto si risolveva subito e in silenzio. Come nel film "Le invasioni barbariche", dove un professore canadese ormai malato terminale e in preda a feroci dolori si raccoglie con amici e familiari in una casa su un lago e grazie al sostegno economico del figlio e a una brava infermiera pratica clandestinamente l´eutanasia.
Mi chiedo perché e con quale spirito accetta tutto questo clamore. Perché non prende esempio da chi silenziosamente emigra alla ricerca della felicità, sempre che le proprie finanze glielo permettano. Alla ricerca di tecniche di fecondazione in Italia proibite o alla ricerca di una fine dignitosa. Con l´amara consapevolezza che oramai non si emigra dall´Italia solo per trovare lavoro, ma anche per nascere e per morire. Nella vicenda Englaro ritornano sotto veste nuova quelle formule lontane e polverose che ci ripetevano all´università durante le lezioni di filosofia. Il principio kantiano: "Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale" si fa carne e sudore. E forse solo in questa circostanza riesci a spiegarti la storia di Socrate e capisci solo ora dopo averla ascoltata migliaia di volte perché ha bevuto la cicuta e non è scappato. Tutto questo ritorna attuale e risulta evidente che quel voler restare, quella via di fuga ignorata, anzi aborrita è molto più di una campagna a favore di una singola morte dignitosa, è una battaglia in difesa della vita di tutti. E per questo Beppino, nonostante il suo dramma privato, ha dovuto subire l´accusa di essere un padre che vuole togliere acqua e cibo alla propria figlia, contro coloro che dileggiano la Suprema Corte e contro chi minaccia sanzioni e ritorsioni per le Regioni che accettino di accogliere la sua causa, nel pieno rispetto di una sentenza della Corte di cassazione.
L´unica risposta che ho trovato a questa domanda, la più plausibile, è che la lotta quotidiana di Beppino Englaro non sia solo per Eluana, sua figlia, ma anche e soprattutto in difesa del Diritto, perché è chiaro che la vita del Diritto è diritto alla vita. Beppino Englaro con la sua battaglia sta aprendo una nuova strada, sta dimostrando che in Italia si può e si deve restare utilizzando gli strumenti che la democrazia mette a disposizione. In Italia non esiste nulla di più rivoluzionario della certezza del Diritto. E mi viene in mente che tutelare la certezza dei diritti, la certezza dei crediti, costituirebbe la stangata definitiva all´economia criminale. Se fosse possibile, nella mia terra, rivolgersi a un tribunale per veder riconosciuto, in un tempo congruo, la fondatezza del proprio diritto, non si avvertirebbe certo il bisogno di ricorrere a soluzioni altre. Beppino questo sta dimostrando al Paese. Non sarebbe necessario ricorrere al potere di dissuasione delle organizzazioni criminali, che al Sud hanno il monopolio, illegale, nel fruttuoso business del recupero crediti. E a lui il merito di aver insegnato a questo Paese che è ancora possibile rivolgersi alle istituzioni e alla magistratura per vedere affermati i propri diritti in un momento di profonda e tangibile sfiducia. E nonostante tutte le traversie burocratiche, è lì a dimostrare che nel diritto deve esistere la possibilità di trovare una soluzione.
Per una volta in Italia la coscienza e il diritto non emigrano. Per una volta non si va via per ottenere qualcosa, o soltanto per chiederla. Per una volta non si cerca altrove di essere ascoltati, qualsiasi cittadino italiano, comunque la pensi non può non considerare Beppino Englaro un uomo che sta restituendo al nostro Paese quella dignità che spesso noi stessi gli togliamo. Immagino che Beppino Englaro, guardando la sua Eluana, sappia che il dolore di sua figlia è il dolore di ogni singolo individuo che lotta per l´affermazione dei propri diritti. Se avesse agito in silenzio, trovando scorciatoie a lui sarebbe rimasto forse solo il suo dolore. Rivolgendosi al diritto, combattendo all´interno delle istituzioni e con le istituzioni, chiedendo che la sentenza della Suprema Corte sia rispettata, ha fatto sì, invece, che il dolore per una figlia in coma da 17 anni, smettesse di essere un dolore privato e diventasse anche il mio, il nostro, dolore. Ha fatto riscoprire una delle meraviglie dimenticate del principio democratico, l´empatia. Quando il dolore di uno è il dolore di tutti. E così il diritto di uno diviene il diritto di tutti.
Già la tesi è vecchia, logora, ha l'odore soffocante della naftalina, l'aria viziata di una stanza chiusa, abitata da uomini inamidati, che indossano bretelle e camicie bianche per darsi un'aria sbarazzina e moderna. La rete, dice il titolo del Corriere, ha cancellato l'opinione pubblica. Seguono le solite cazzate trite e ritrite sul fatto che su Internet è pieno di notizie false. Ma va? Il tutto condito da citazioni colte, ammucchiate indiscriminatamente per dare sfoggio di erudizione: il Vangelo di San Giovanni, Wole Soyinka, Alfred Tarski, Richard Rorty, Renzo Tramaglino, Don Chisciotte, Martin Eisenstadt, Eitan Golrin, Dan Mirvish, Michael Moore, Umberto Eco, Jeremy Bentham, Jurgen Habermas. Ma a peggiorare la cosa c'è che la tesi di cui sopra è esposta in una "Lezione di giornalismo" da quel Gianni Riotta, direttore del Tg1, che arrivato con la pretesa di portare il giornalismo all'americana nelle stanze ovattate della Rai, ha ceduto di schianto alle regole ferree della partitocrazia più bieca, alle dichiarazioni "panino", alla litania estenuante delle dichiarazioni di micropartiti, al leccaculismo programmatico nei confronti del governo. Beh, sentire una lezione di giornalismo da uno così, sentirsi dire che Internet manipola la verità, è davvero un po' troppo. http://www.stamparassegnata.splinder.com/
Pd sardo, è stato un cambiamento epocale
Capibastone via, dalla vittoria elettorale
segnale nazionale per ricostruire il partito
di Marco Pitzalis
Oggi è un altro giorno. Questa campagna elettorale segna comunque - a sinistra - un cambiamento epocale. L'impalcatura che sosteneva la classe politica sarda di centrosinistra si è schiantata, travolta innanzitutto dalla totale assenza di fantasia e intelligenza politica di un personale politico arroccato nella pura difesa di rendite di posizione. Era un'impalcatura tarlata e che non ha retto alla prova dello scontro. Chi ha combattuto le derive del sistema di potere partitico non può che rallegrarsene.
D'altronde, la sfida inizia adesso. Questa classe dirigente va sostituita. Non possiamo permetterci una latitanza democratica in una fase politica in cui - a livello nazionale - domina una maggioranza che agisce con totale disprezzo delle istituzioni e perfino dei principi del libero mercato.
La crisi dei partiti democratici è reale. E trova le sue cause principali nell'inadeguatezza politica ed etica dei suoi quadri dirigenti ed intermedi. Di questo c'è ben poco da rallegrarsi.
Rimango convinto che i partiti siano un elemento fondamentale delle democrazie e in particolare in un paese come l'Italia dove manca un consenso sufficientemente largo sui principi fondanti del patto repubblicano. Questo paese non può permettersi dei partiti liquidi, soprattutto non può permetterselo quella parte del Paese che un tempo avremmo definito dell'arco costituzionale.
Ora occorre ricostruire. Occorre ridare un classe dirigente al paese, alla nostra regione e alla sinistra.
Per ricostruire servono le energie di tutti. I nostri futuri consiglieri regionali avranno dunque un compito importante di mediazione tra la società e il governo regionale. L'ultimo Consiglio ha latitato in questo. È mancata questa capacità di sintesi e di mediazione. Sono convinto che alcune delle persone candidate nelle liste per Soru Presidente sono all'altezza di questo compito. Nello stesso tempo servono le loro energie e la loro intelligenza per lavorare alla ricostruzione di quello strumento formidabile di organizzazione, di formazione e di elaborazione che sono stati i partiti democratici.
Tra di loro dobbiamo trovare le intelligenze e la leadership politica capace di fare questo lavoro.
Si è aperta la questione morale a Sinistra. Meno male. La destra intanto resta intrappolata nella sua questione amorale: l'assenza di un'etica dello Stato e della Giustizia che dissolve lo Stato nel particolarismo e la Giustizia nel personalismo.
Purtroppo, la questione morale non ha nessuna cittadinanza a Destra. Era molto più morale il vecchio PSI di Craxi e la DC di Forlani che non ressero di fronte alla vergogna della corruzione di molti loro dirigenti. Il partito berlusconiano ha vaccinato il suo elettorato. Non teme gli scandali, non teme i processi, ha legittimato ogni forma di particolarismo, egoismo, individualismo.
La proposta di La Spisa sull'apertura della caccia a febbraio è paradigmatica di una totale disprezzo per il bene comune. Per una manciata di voti si può cedere a qualsiasi forma di egoismo e particolarismo. E questo è uno dei loro uomini migliori!
Un partito che ha un elettorato che reagisce davanti alla questione morale può ancora salvarsi. Il PD ha un sistema immunitario. Adesso ha la febbre alta. Altissima. Ma se questa febbre non ci fosse sarebbe già spacciato. E invece possiamo farcela. Possiamo vincere queste elezioni regionali. E la presenza di Berlusconi in Sardegna ne è una conferma. Possiamo vincere e la sconfitta di Berlusconi nell'Isola potrà essere l'inizio di un cambiamento di rotta a livello nazionale.
Chi mi conosce sa che all'assemblea del PD in via Emilia, dopo le elezioni di aprile, invitai, facendone i nomi - uno ad uno - i vecchi capibastone (sic) a togliersi dai piedi. Chi legge i miei articoli sa anche che non ho mai avuto peli sulla lingua a criticare, anche aspramente, la Giunta regionale per i modi e i contenuti di alcune scelte politiche e amministrative. Ma a tutti gli elettori che si riconoscono nei valori della Costituzione, ai miei amici di numerose battaglie, soprattutto a quelli stanchi e delusi, a tutti quelli che ancora hanno un dubbio dico: dobbiamo votare, dobbiamo votare il Partito Democratico, dobbiamo votare per Soru presidente.
Dobbiamo avere la schiena dritta - oggi - davanti all'assalto berlusconiano. Così come avremo la schiena dritta - anche con Soru presidente - quando ci sarà da discutere le scelte politiche e amministrative del futuro governo regionale e quando inizieremo a costruire un PD che sia autenticamente democratico e pluralista e dove ci sia spazio per tutti, anche per gli sconfitti di oggi.http://www.altravoce.net/2009/01/22/pdsardo.html
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa bellissima lettera.
Sono Luciana Tampieri, insegnante in pensione.
Ho aderito per la prima volta nella mia vita ad un partito quando il nascente Partito democratico ha messo in atto strumenti partecipativi innovativi come le primarie ed ha reagito alla deriva dell’antipolitica con un programma di rottura col passato.
Nel nuovo partito ho apprezzato la promessa di una democrazia veramente partecipata, la vocazione di trasparenza delle scelte, la parità di genere, la valorizzazione delle capacità dei giovani, l’idea della politica come servizio, contro le rendite di posizione della Casta. Dopo le Primarie del 2007 sono anche divenuta Segretaria di un circolo qui a Forlì ed ho purtroppo assistito alle estenuanti discussioni sulla formazione degli organismi locali, costituiti alla fine con una logica di spartizione fra gruppi di appartenenza delle diverse anime del PD.
Spesso ho visto prevalere logiche che negavano il principio delle scelte dal basso e che hanno a volte messo in crisi la mia appartenenza al Partito, finchè, con le Primarie per l’elezione di Sindaco a Forlì, è sceso in campo uno stimatissimo docente universitario, Roberto Balzani che già dalla sua prima uscita pubblica (21 ottobre, Aula Santa Caterina) , in cui cercava di testare la risposta della città all’ipotesi della sua candidatura , testimoniava la vitalità del partito e sottolineava che” nel crogiuolo delleprimarie” si realizza “quella fusione di idee, di passioni, di storie che rappresenta il progetto piùalto del PD”.
Con Roberto e per Roberto è nato un Comitato di sostegno, formato da molte persone come me , deluse dalle vecchie forme di gestione del potere ed è successo il miracolo: il nostro instancabile ed appassionato lavoro di contatto e mobilitazione della città, declinato attraverso una buona campagna di comunicazione e l’incontro del nostro candidato con i vari segmenti della società civile forlivese, ha messo in atto un fertile laboratorio di idee e di esperienze democratiche : all’ascolto attivo è seguita la fase dell’elaborazione programmatica, fondata sulla trasparenza, la condivisione, la modernizzazione, la valorizzazione del territorio, l’abolizione delle rendite di posizione.
E Forlì ha risposto positivamente :
Balzani ha vinto contro il Sindaco in carica, anche se per soli 44 voti , vittoria numericamente appena significativa, ma politicamente molto rilevante, se si pensa che è stata ottenuta in soli due mesi, da un outsider della politica, con una campagna elettorale interamente autofinanziata, in cui il candidato ha prospettato sacrifici e tagli ai costi della politica per finanziare il Welfare, ma ha fatto però sognare una città più moderna e dinamica, un municipio in cui la gente viene ascoltata nei suoi bisogni ed aiutata a risolvere i problemi, in cui l’Università si relaziona con l’Impresa , in cui i giovani possono valorizzare i loro progetti, in cui si cercano idee dalle esperienze di città virtuose non solo italiane, ma europee.
Questo esito imprevisto dimostra che la gente è ancora disponibile a partecipare, che è pronta a farsi coinvolgere se le parole chiave sono quelle giuste e si parla di problemi concreti del cittadino, che l’antipolitica si vince con una reale sfida dal basso e che il Pd è in grado di raccogliere ed allargare il suo consenso, se si dimostra coerente con le originarie scelte di innovazione.
Per queste considerazioni, ritengo che l’esperienza forlivese vada analizzata con attenzione anche a livello nazionale e che, al di là degli esiti più o meno graditi delle consultazioni, lo strumento delle primarie non vada stigmatizzato, ma anzi valorizzato come ultima possibilità di dare credibilità e valore ad un progetto politico che voglia veramente definirsi democratico.
Luciana Tampieri- Segretaria del Circolo PD di Cava-Villanova FORLI’http://www.primariesempre.org/2009/01/12/forli-passione-politica-e-democrazia/
di sandro brusco, Non per incoronare Veltroni, o chi per lui. Sono importanti per far vincere Roberto Balzani, Marco Tamanti e Stefano Giannino.
Ma chi c%$*o sono Balzani, Tamanti e Giannino, direte voi? La verità è che non lo so. O meglio, che ne so pochissimo. So quello che c'è scritto in questo articolo dell'Unità. Mi è quindi facile rendervi edotti di tutto quello che so riguardo al formidable trio. È contenuto in questo pezzo.
Se per il Pd il numero dei partecipanti è incoraggiante, i risultati spesso lo sono meno. Proprio il gran numero dei votanti ha causato dei veri e propri ribaltoni. Quello di Forlì, dove hanno votato qualche settimana fa, è stato bruciante e inatteso. Nadia Masini, candidato di partito, è stata sconfitta per 44 voti da Roberto Balzani, outsider. La cosa si è ripetuta, questa volta domenica, nei comuni di Misano Adriatico e Cattolica. Anche qui stesso schema di Forlì. Tanti votanti, risultato inaspettato. A Cattolica ha vinto il candidato di minoranza interna, Marco Tamanti; a Misano invece si è affermato Stefano Giannini che ha scalzato il sindaco uscente Antonio Magnani.
Ora, ovviamente io non so se questi candidati sono persone brave, capaci e oneste, o anche semplicemente migliori degli aspiranti candidati che hanno sconfitto. Non so neanche se alla fine vinceranno le elezioni.
Però sono convinto che le primarie servono solo se sono realmente competitive. Il giornalista dell'Unità che scrive ''il numero dei partecipanti è incoraggiante, i risultati spesso lo sono meno'' dimostra, a mio avviso, di non aver capito nulla di perché le primarie sono importanti. Sono purtroppo convinto che il modo di vedere del giornalista sia assai difffuso tra i vertici del PD.
Le primarie condotte nel PD per l'incoronazione di Prodi prima e Veltroni poi sono state sostanzialmente equivalenti a manifestazioni di partito, esibizione della capacità di mobilitare grandi masse di popolazione. Non erano intese come reali strumenti mediante i quali i cittadini potessero esprimere una preferenza tra diversi candidati. Non fraintendetemi, non penso che siano stati fatti brogli o cose simili. Anzi, per quel che so le procedure sono state limpidissime, averne di cose così. Però il risultato era preordinato. Il gruppo dirigente, mediante contrattazioni interne, aveva deciso che i candidati realmente pericolosi per Veltroni, tipo Bersani, non dovessero apparire. I quadri intermedi hanno avuto le indicazioni. Questo significa che, quando si giunge al dunque, il metodo giusto per arrivare in cima resta quello delle manovre di palazzo, della politica di corte in cui si fanno gli accordi riservati, si cerca il consenso del potente di turno etc. In sostanza, finché le primarie sono semplicemente la celebrazione di massa di accordi raggiunti altrove sono ben poco utili.
La ragione per cui le primarie, se fatte bene, sono invece utili è esattamente che possono sparigliare le carte. È che cambiano i criteri per la selezione della classe dirigente del partito, e quindi del paese. Le primarie servono solo in quanto servono a cambiare i criteri con cui si scelgono i candidati, passando dagli accordi ristretti tra coloro che controllano il partito all'appello diretto agli elettori.
L'aspirante politico oggi fa carriera se piace ai vertici del partito, o a volte anche solo al capo del partito, per qualsivoglia ragione (Carfagna docet). Questo ha conseguenze ovvie in termini di comportamenti che verranno adottati dai quadri intermedi dei partiti, che saranno tipicamente più preoccupati di ottenere il consenso dei propri vertici che quello dei cittadini o anche solo dei militanti di base. Questa è la ragione per cui, per esempio, nella scorsa legislatura i deputati del centrosinistra e di Forza Italia hanno votato massicciamente la legge per l'indulto. La contrarietà della stragrande maggioranza dei cittadini è risultata irrilevante. Deputati e senatori dovevano il proprio scranno ai capipartito, e ad essi hanno obbedito.
Il meccanismo ha anche conseguenze ovvie in termini del tipo di persone che verranno attratte dalla carriera politica professionale, sulle quali non mi dilungo per carità di patria.
Le primarie hanno il potenziale di cambiare questo. No, non ci daranno politici puri e immacolati. Nemmeno necessariamente particolarmente capaci e intelligenti, vedendo le cose dall'Amerika possiamo assicurare che no. Daranno però politici che la cui principale abilità non è la manovra di palazzo ma l'acquisizione del consenso popolare. Daranno politici che al consenso popolare sono sensibili, e che si daranno da fare per acquisirlo.
Di nuovo, nessuna panacea. Il consenso popolare lo possono conquistare ogni sorta di demagoghi. Ma non vedo come altro si possa fare, almeno se vogliamo conservare la democrazia.
Premessa perché questo funzioni ovviamente è che le primarie siano realmente competitive, non un rito plebiscitario di conferma delle decisioni prese dai vertici del partito. A Forlì, Cattolica e Misano è stato così. Forse è una cattiva notizia per i vertici del PD, che rischiano di vedersi scappare di mano il partito. Secondo me è un'ottima notizia per chiunque continui a sperare che prima o poi il PD mantenga almeno alcune delle promesse di rinnovamento della politica.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Perch%C3%A9_sono_importanti_le_primarie#body
Che il presidente della Repubblica argentina, Cristina Fernández de Kirchner, scelga di andarsene a Cuba il giorno dell’insediamento del Presidente degli Stati Uniti e incontri l’influente pensionato Fidel Castro, che da settimane la solita grande stampa dava in coma o già morto, e lo trovi in ottime condizioni, è di per sé una notizia.
Ma il rilievo politico non sta tutto nell’incontro, nel peso politico della visita ufficiale del primo presidente argentino dopo Raúl Alfonsín 23 anni fa, sta nel segnale lanciato da Argentina e Cuba all’uomo appena insediatosi alla Casa Bianca. Per Fidel è “un uomo sincero” e “con buone idee”.
Barack Obama è il decimo presidente degli Stati Uniti da quando Cuba ha smesso di esserne una colonia di fatto ed è il quinto da quando con la caduta del muro di Berlino l’isola grande non è più un satellite dell’Unione Sovietica per essere un piccolo ma rilevante attore autonomo della politica internazionale. Un dato di fatto che potrebbe indurre Obama e il suo segretario di Stato, Hillary Clinton, a riconsiderare mezzo secolo di errori e di crimini iniziati con l’invasione della Baia dei Porci voluta da John Kennedy.
Buenos Aires è geograficamente molto più lontana dall’Avana di quanto non lo sia Washington eppure quella visita ufficiale e quell’incontro proprio mentre in riva al Potomac due milioni di persone si accalcavano a festeggiare Obama ha un significato preciso. Dal mar dei Caraibi fino alla Terra del Fuoco esiste un solo spazio latinoamericano, esiste un concerto latinoamericano che oramai è tornato ad includere pienamente Cuba, dopo decenni di isolamento preteso dalla superpotenza e Obama e Clinton da questo dato ineludibile debbono partire per disegnare la loro politica cubana e latinoamericana.
Argentina e Brasile, i due grandi paesi del Sud, sono in prima fila nel riconoscere a Cuba di aver tenuto alta la bandiera dell’integrazione latinoamericana in tutti questi 50 anni anche quando le due lunghe notti, quella delle dittature e quella neoliberale, rendevano ogni paese del continente una monade completamente isolata dalla regione (salvo che per il Piano Condor, il sistema di sterminio voluto dal Nord) in un sistema economico pienamente coloniale così come tracciato dalla teoria del sottosviluppo.
L’Argentina e il Brasile sono state in prima fila non solo nel dare impulso al pieno reinserimento di Cuba nella comunità internazionale, ma nel costruire una relazione forte con il Venezuela Bolivariano, nel rompere insieme le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale, nel difendere la Bolivia dal golpismo finanziato dal Nord, nel dare impulso a tutte le istituzioni integrazioniste, dal Mercosur a Unasur, al Gruppo di Río, al Banco del Sud e nel rifiuto dell’ALCA, il trattato di libero commercio coloniale che gli Stati Uniti volevano imporre al continente.
Oggi l’America latina si profila come un attore capace di parlare come tale forse più di altri ben più consolidati, come la Unione Europea. Parlando alla Scuola latinoamericana di Medicina, la gloriosa istituzione cubana che in questi anni ha laureato decine di migliaia di medici latinoamericani provenienti dalle classi popolari e che solo a Cuba hanno potuto studiare gratuitamente per poi tornare nei loro paesi a mettersi a disposizione della loro gente, Cristina ha detto: “Presto o tardi i popoli trionfano. E questo è quello che sta succedendo nella Nostra America latina”.
Rivolgendosi ai paesi considerati ostili, quelli islamici in primo luogo, Obama ha usato uno dei passaggi più evocativi del suo discorso: “se sarete disposti a sciogliere il pugno vi tenderemo la mano”. Ebbene Fidel e Cristina insieme hanno ribaltato il discorso di Obama: “Gli Stati Uniti hanno sempre mostrato il pugno contro di noi senza mai riuscire a vincerci. Oggi il concerto latinoamericano, se gli Stati Uniti accetteranno di riconoscerlo in quanto tale e sapranno sciogliere il pugno, è disposto a tendere la mano”. http://www.gennarocarotenuto.it/5646-fidel-cristina-e-barack-che-il-pugno-degli-stati-uniti-diventi-una-mano-tesa-verso-lamerica-latina/#more-5646
Altri numeri da Mashable: durante la cerimonia dell'insediamento (e subito dopo) ci sono picchi su Twitter, Flickr, YouTube e, naturalmente, nei post del weblog. Direi che è il primo vero "media event" - secondo la definizione di Dayan e Katz - in cui la comunità virtuale degli spettatori è riuscita a fare conversazione. E' un piccolo assaggio della tv del futuro. Mashable, Museum of Broadcast Communication
Non tutto va male nell'economia tedesca: cresce il hard-discount
La crisi economica sta colpendo la Germania in modo particolare. Il Paese è rivolto alle esportazioni, proitettato verso i grandi mercati internazionali e sta quindi soffrendo più di altri del forte rallentamento del commercio mondiale. Tra settembre e novembre, la produzione industriale è calata del 15% annualizzato, tanto che nei prossimi giorni il Governo federale dovrebbe annunciare la sua stima economica per il 2009: secondo le prime anticipazioni l'Esecutivo si aspetta una contrazione dell'attività tra il 2 e il 2,5%. Se queste cifre fossero confermate sarebbe la più grave recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale. Eppure ci sono settori dell'economia tedesca che sembrano superare il pessimo momento meglio di altri. Uno di questi è il commercio hard-discount, i supermercati a basso prezzo. Aldi, che domina il mercato tedesco ma che è anche presente in vari Paesi europei e non, è in piena espansione internazionale.
Nei giorni scorsi la catena ha annunciato di voler aprire 75 nuovi negozi negli Stati Uniti, tra i quali il suo primo supermercato a New York. La società tedesca conta già oggi un migliaio di punti-vendita oltre-Atlantico, ma il suo fatturato è limitato, sette miliardi di dollari rispetto ai 374 miliardi di Wal-Mart, secondo la società di ricerche di mercato Planet Retail. La crisi economica rappresenta "la perfetta combinazione di fattori", ha spiegato Jason Hart, il rappresentante di Aldi negli Stati Uniti, riferendosi al forte rallentamento congiunturale. Non è tutto. In Irlanda, la stessa società tedesca ha deciso nuovi investimenti per 350 milioni di euro con l'obiettivo di aprire 35 nuovi supermercati. Infine anche in Gran Bretagna il gruppo tedesco di proprietà dei fratelli Albrecht, sta andando bene. Le vendite stanno crescendo del 25% annuo e la sua quota di mercato è già del 3,2%. Aldi sta approfittando della crisi economica e dell'aumento della disoccupazione nei Paesi dove è scoppiata una bolla immobiliare e dove è più forte la tendenza al risparmio. Non è vero quindi che la Germania non riesca ad esportare più nulla. Peraltro si dice che un giorno Anna Albrecht, madre dei proprietari Theo e Karl, abbia detto: "Quando per la gente va male, per noi va bene".
PS: Sempre in tema di abitudini alimentari: in novembre ho scritto un post sui ristoranti tedeschi selezionati dalla Guida Michelin, notando l'aumento in Germania di quelli a tre stelle. E' proprio di qualche settimana fa la notizia che la società francese ha nominato la prima donna e la prima straniera a capo dell'edizione Francia del celebre Guide Rouge. E' tedesca, si chiama Juliane Caspar, e parla correntemente quattro lingue. Poiché nel suo lavoro di "ispettrice di ristoranti" deve mantenere l'anonimato, della signora Caspar non si hanno foto. Michelin ha solo detto che ha circa 40 anni. Commentando la notizia il quotidiano Die Welt ha scritto: "Tenuto conto che la cucina tedesca è spesso considerata in Francia un'arma letale, la nomina della signora Caspar equivale alla scelta di Mercedes di nominare un marziano alla direzione sviluppo di nuove automobili".http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/01/non-tutto-va-male-nelleconomia-tedesca-cresce-il-harddiscount.html#more
Poco prima delle 5 di pomeriggio dello scorso 5 gennaio Adolf Merckle1 il 36° uomo più ricco del mondo e il 3° di tutta la Germania, indossa il suo cappotto preferito, bacia la moglie e le sussurra all’orecchio “Sono richiesto in ufficio per un po’”. Quindi monta sopra la sua Golf Volkswagen e si dirige verso la stazione dei treni di Blaubeuren, il paesino di 12000 abitanti grottescamente pittoresco con lago, case etnico-folkloristiche germaniche e boschi popolati da animali tanto accarezzabili quanto digeribili che chiama casa da circa 50 anni.
Nel 2005 la Volkswagen era in una pessima situazione finanziaria. Schiacciata fra due fronti da una crisi di liquidità e dall’entrata in commercio di marche asiatiche super-economiche che continuavano a rubarle grosse fette di mercato. Quel target inciso nel suo stesso nome fin dalla fondazione, che come i petulanti stronzetti tuttologi Focus-dipendenti amano ricordare in modo superfluo significa “La macchina del popolo”. Si parlava seriamente di un acquisto dell’azienda da parte di investitori stranieri per salvarla dal fallimento. Un duro colpo per l’ego nazionalistico tedesco che, costretto a non confluire più in un braccio destro teso, si è ormai da decenni coagulato in una fenomenale capacità produttiva industriale. Molti, in quel periodo, sono stati gli appelli di un intervento interno per salvare la compagnia da terribili mani non-ariane da parte della stampa e dei maggiori politici nazionali.
Finalmente, nell’ottobre del 2005, la Porsche iniziò ad acquistare azioni della Volkswagen. All’inizio il 18.5 % per scongiurare una svendita esterna, o un raschiamento sistematico da parte degli hedge fund pronti ad avventarsi su un eventuale crollo dell’azienda automobilistica. Come è solito loro fare.
Gli hedge fund sono fondi d’investimento la cui filosofia è quella di ottenere risultati di gestione positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati finanziari in cui operano. E questo avviene attraverso le speculazioni finanziare. Tutti sono al corrente dell’investimento basilare in borsa2: si compra basso e si rivende alto. Ma c’è un altra procedura, chiamata “vendita allo scoperto”3 in cui si scommette sul fallimento di un’azienda vendendo azioni che non si possiedono nell’immediato. La logica dietro questa strategia è molto semplice: si firma un contratto con qualcuno che possiede le azioni che pensi avranno una ricaduta a breve, questo non te le vende però — te le presta. E in questo contratto ti impegni, dopo una data prestabilita, a restituire tutte le azioni che avevi preso in prestito.
Mettiamo, quindi, per esempio, che sono convinto che Intesa San-Paolo vada entro breve in malora. Un’azione di ISP vale 15 euro4 in questo momento. Ne prendo in prestito 1000, pago una somma a chi me le cede, e mi impegno a restituirle in 1 mese. Fatto questo vendo immediatamente tutte le azioni ricavando 15.000 euro. Tre settimane dopo le banche mondiali cominciano a fallire, e tutti i titoli legati ad esse iniziano a perdere valore in borsa. Ora il titolo di Intesa San-Paolo vale 10 euro. A quel punto comprerò 1000 azioni spendendo 10.000 euro,che restituirò la settimana dopo come stabilito.
Con questa speculazione avrò così guadagnato 5000 euro, meno la piccola spesa per la concessione del prestito. Nel mentre affossando al ribasso il titolo ancora di più.
Grazie a questo modus operandi migliaia di manager hedge fund, a capo di fondi d’investimento con centinaia di multi-milionari e miliardari, hanno accumulato negli ultimi 15 anni spaventose quantità di denaro scommettendo sulla rovina finanziaria di milioni di famiglie di piccoli investitori e lavoratori comuni che si sono trovati in mezzo alla loro strada, come dei perfetti utili idioti. Basta visitare i centri del potere per vedere fisicamente l’influenza che hanno avuto in questi anni. New York stessa, nei quartieri vicini al financial district, ha subito un mutamento architettonico considerevole per accomodare i desideri abitativi di questa nuova classe del potere finanziario. Dozzine di orribili torri di vetro sono spuntate per ospitare enormi appartamenti dal valore di decine di milioni di dollari, cancellando nel mentre interi quartieri. Buona parte degli edifici della vecchia NY persi per sempre.
La crisi stessa in cui troviamo tutti ora, questa Depressione 2.0 apparentemente senza fine, è in buona parte riconducibile alle pratiche degli hedge fund. Tutti i grandi istituti di credito, le banche e le assicurazioni fallite o in procinto di farlo sono state puntate dal 2007 con strategie di vendita allo scoperto. Così mentre Lehman Brothers, una istituzione da 160 anni, dichiarava bancarotta accendendo una reazione a catena devastante per le tasche di tutte le persone normali, manager hedge fund come David Einhorn intascavano 2,8 miliardi di dollari per aver cavalcato la speculazione correttamente.
Anche Adolf Merckle faceva parte di un hedge fund. E osservando il mercato dopo l’esplosione della bolla speculativa edilizia stava cercando titoli da vendere allo scoperto. L’unico modo certo per superare la crisi, se non addirittura farci qualche soldo. Quello in cui lui e molti altri gruppi hedge fund si concentrarono alla fine fu il titolo Volkswagen. Infatti, nonostante la sempre presente possibilità, l’acquisto da parte della Porsche dell’intera compagnia era diventato sconveniente, dato che il titolo era salito troppo per poter essere considerato un buon affare. Il titolo, tenendo conto di questo e di tutti gli altri fattori, non poteva far altro che crollare — questo era stato deciso.
Così a partire dal 16 ottobre, quando il titolo VOW.DE superò i 400 euro, alcuni fra i maggiori investitori della terra cominciarono a scommettere sulla rovina del terzo produttore di automobili del mondo. L’unico cosa che non tornava è che tutte queste azioni subito rivendute venivano sempre comprate dalla Porsche.
Si vedono spesso nei film queste fantomatiche partite di poker dove la posta in palio ammonta a decine, se non centinaia di milioni di euro. Miliardari gentiluomini, vestiti con completi Armani, che scommettono intere fortune in pochi secondi. Questo non accade mai.
Tranne in questo caso. Alcuni analisti della Morgan Stanley avvisarono i loro clienti — con queste esatte parole — di non giocare una mano di “poker per miliardari” con la casa automobilista di corse tedesca. Ora era questione di vedere chi stava bluffando.
La Porsche dichiarò che non c’era nulla di strano in quello che stava facendo. Che i sospetti erano solo “favolette”.
Il 25 ottobre il titolo chiuse a 200 euro per azione, la metà di quello che valeva pochi giorni prima.
Il 26 ottobre la Porsche annunciò di possedere il 75% della Volkswagen. Per 3 anni aveva accumulato in silenzio azioni senza dichiarare mai quanto ne possedesse chiaramente. I manager hedge fund e gli investitori fecero presto il conto. Possedendo tutte le azioni disponibili sul mercato (il resto è in mano al governo tedesco che non può toccarle) la Porsche poteva chiedere per ciascuna azione qualsiasi prezzo desiderasse. Gli analisti della Morgan Stanley e il barista sotto casa chiamano questa strategia una “spremuta”.
In solo 2 giorni il titoloschizzò a 1005 euro. Tutti quelli che avevano scommesso nella caduta dell’azienda furono costretti a comprare tutte le azioni disponibili per tentare di limitare le perdite. Il 28 ottobre 2008 la Volksvagen diventa così la più grande compagnia al mondo per capitalizzazione5 , con un valore di mercato di 300 miliardi di euro. La Exxon, storicamente la prima, ne vale solo 250.
È stato calcolato che da questa operazione progettata per 3 anni la Porsche abbia guadagnato fra i 30 e 40 miliardi di euro. Il fatturato totale dell’anno 2006 dell’azienda è stato di 7 miliardi.
Decine di fondi hedge fund sono falliti per essersi buttati in questa speculazione. Dopo anni di successi ottenuti sulle sfortune altrui sono stati ironicamente falciati proprio da una delle aziende associate al loro stile di vita. Uno di loro ha riassunto il pensiero dei suoi colleghi dichiarando all’Economist che “Nessun investitore acquisterà mai più una 911”.
Adolf Merckle, invece, è arrivato alla stazione di Blaubeuren con la sua Golf Volkswagen vecchia di 4 anni. È l’unica auto che guida, nonostante una fortuna valutata in svariati miliardi di euro. Indossa il suo cappotto preferito e ha baciato la moglie poco prima, lasciandole un bigliettino nella tasca. Si dirige verso le rotaie ghiacciate, e si sdraia sulla neve abbracciato solo dai suoi sensi di colpa. Per 10 minuti attende che il treno delle 17:25 faccia il resto. Nel foglietto lascia scritto solo “Mi spiace.” Nell’affare fallito ha perso oltre 1 miliardo di euro.
“Gli speculatori finanziari sono responsabili dei movimenti estremi subiti dalle azioni Volkswagen” ha dichiarato la Porsche “neghiamo ogni responsabilità per le distorsioni nel mercato finanziario e per i rischi e i risultati che gli speculatori hanno scelto di affrontare da soli.”
nonostante il nome sfortunato la sua famiglia non collaborò mai coi nazisti e anzi, a differenza del nostro attuale pontefice, lottarono con successo per impedire al giovane Adolf di entrare nella gioventù hitleriana. Tutto questo venne ripagato quando gli alleati permisero alla famiglia Merckle di riottenere l’azienda chimica sequestrata dai nazisti durante la guerra. Ora i Merckle controllano la più importante azienda farmaceutica in Europa [↩]
giustamente ricordato ogni anno da Mediaset, o meglio, Italia 1 con il film “una poltrona per due”, sempre una primavisione nel mio cuore [↩]
conosciuta meglio in realtà come short selling [↩]
in realtà non credo che abbia mai raggiunto un valore tale, altrimenti ci sarebbero festeggiamenti in strada con gente nuda che copula utilizzando come preservativo la propria laurea in economia e lo verremmo a sapere. Però è più facile utilizzare una cifra simile come esempio [↩]
Capitalizzazione è un termine usato in finanza. Si riferisce al valore di mercato delle azioni di una società, ed è calcolato moltiplicando il numero di azioni per il loro prezzo di mercato [↩]
Se il PD barcolla come un pugile suonato nemmeno gli omologhi stranieri stanno tanto bene: sono lontani i giorni di gloria della SPD tedesca, trascinata nell’abisso elettorale da una improbabile alleanza con i postcomunisti. Quanto basta per tenere a galla i cristiano democratici
In Hessen Roland Koch torna al potere dopo un anno di psicodramma socialdemocratico. Il crollo della SPD determina subito le dimissioni della leader socialdemocratica Andrea Ypsilanti, la donna che ha paralizzato le istituzioni del Bundesland di Francoforte per un anno. Poco meno di un anno fa le regionali dell’Hessen si conclusero con un nulla di fatto. Il padre padrone della Cdu, il conservatore Koch, aveva perso molti voti ma per qualche migliaio di schede era riuscito a confermare il suo partito al primo posto.
PSICODRAMMA SOCIALDEMOCRATICO - Alla Spd e ai Verdi mancavano 5 seggi per formare un governo, e i 6 mandati dei postcomunisti della Die Linke, che aveva superato lo sbarramento di un misero 0,1%, hanno generato uno straziante dibattito a livello regionale e federale. Il leader dei socialdemocratici dell’Hessen, Andrea Ypsilanti, capo corrente dell’ala radicale del partito, era intenzionata a governare coi post-comunisti, una scelta osteggiata dal presidente della Spd tedesca, Kurt Beck. Beck si rimangiò la parola sull’accordo con la Die Linke, e il voltafaccia portò ad un crollo demoscopico del partito a livello nazionale. Scioccati da sondaggi a dir poco sconfortanti a poco più di un anno dal rinnovo del Bundestag, i big della Spd hanno imposto il ritorno degli schroederiani al potere. Franz Muentefering è stato richiamato alla guida del partito e lo storico collaboratore di Schroeder, l’attuale ministro degli Esteri Steinmeier, è diventato il candidato cancelliere alle federali 2009. Il prezzo da pagare alla sinistra del partito, esclusa dal vertice, fu il governo coi post-comunisti in Hessen. Ypsilanti ha provato a formare un gabinetto di minoranza con i Verdi e il sostegno esterno della Die Linke, ma quattro consiglieri regionali dell’ala moderata della Spd hanno fatto fallire questo progetto. Lo psicodramma socialdemocratico avveniva mentre il grande sconfitto Koch continuava a governare con un esecutivo tecnico, permesso dalla Costituzione del Bundesland in caso di mancata fiducia di un nuovo gabinetto, e mentre la Germania iniziava a subire i primi contraccolpi della crisi di Wall Street.
UN COMPLETO DISASTRO - Dopo il fallimento del primo governo appoggiato dai postcomunisti nella Germania occidentale, la sfiancata Andrea Ypsilanti ha deciso di non presentarsi più come candidato presidente. L’ingrato compito è toccato al carneade Thorsten Schäfer-Gümbel, giovane consigliere regionale che aveva il vantaggio, rispetto agli altri big socialdemocratici, di non essere stato coinvolto in prima persona nello scontro fratricida che ha squassato la Spd dell’Hessen per un anno intero. Schäfer-Gümbel ha puntato moltissimo sul Web 2.0 nella campagna elettorale, una scelta innovativa però sostanzialmente ininfluente vista la drammatica situazione di partenza. Le elezioni di domenica 18 gennaio si sono rivelate disastrose per i socialdemocratici, che hanno perso ben 13 punti percentuali, sprofondando così al peggior risultato mai ottenuto nella storia del partito in Hessen. Roland Koch guiderà di nuovo un governo politico grazie al boom dei liberali, che hanno raddoppiato la percentuale ma non i numeri assoluti. La partecipazione al voto è diminuita di 4 punti, e alla prima analisi del voto pare evidente come la maggiore astensione abbia avuto un carattere selettivo, avendo penalizzato in particolar modo i socialdemocratici. Un po’ di consensi in uscita dalla Spd sono stati intercettati dai Verdi, che hanno ottenuto un ottimo risultato, mentre molto deludente è stato il voto della Die Linke, che ha superato lo sbarramento del 5% ancora una volta per pochissimi voti. Il naufragio della Spd ha provocato le immediati dimissioni di Frau Ypsilanti dal vertice della Spd dell’Hessen, arrivate dopo una manciata di minuti dalla chiusura delle urne. La scelta della Ypsilanti è stata caldeggiata in maniera clamorosa dal ministro delle Finanze Peer Steinbrück, figura di riferimento della corrente moderata del partito. A Wesel, durante un’iniziativa pubblica, Steinbrück ha richiesto ancora prima della chiusura dei seggi le dimissioni di chi aveva condotto il partito ad un simile disastro, annunciato da tutti i sondaggi.
LUCI E OMBRE NELLA CDU - Le convulsioni weimariane della socialdemocrazia hanno permesso dunque a Roland Koch di ottenere una nuova chance di governo, una possibilità che sembrava fantascienza solo un anno fa. Dopo la campagna elettorale del 2008, condotta ai limiti della xenofobia, Koch sembrava ormai aver perso sia il dominio nel partito regionale sia la sua notevole influenza nazionale. Nell’ultimo anno il leader della Cdu ha però mutato ancora una volte pelle, e si è presentato negli ultimi mesi come l’unica personalità di spicco ad avere l’autorità e la calma per governare il Bundesland. La maschera alla Helmut Kohl, dopo aver quasi giocato all’Haider tecnocratico, non ha in realtà giovato molto ai democristiani, che hanno perso voti in favore dei liberali. La Cdu tira però un sospiro di sollievo, perché dopo il disastro della roccaforte bavarese un nuovo passo falso avrebbe fortemente danneggiato all’immagine della cancelliera Merkel, messa in discussione da media e analisti per le incertezze mostrate dopo il collasso dei mercati finanziari. Nel primo appuntamento del superanno elettorale c’è per la Bundeskanzlerin anche la buona notizia del netto rafforzamento dei liberali, i partner preferiti per la prossima coalizione di governo, una conseguenza sicuramente inattesa alla luce della recessione che ha colpito la Germania e la sua fiducia nel capitalismo. Nonostante le forti critiche ricevute a livello nazionale e internazionale per la timida risposta alla crisi economica, la Cdu ha tenuto sostanzialmente le posizioni. L’altro partner dell’ormai esaurita Grosse Koalition federale può invece trovare una magra consolazione nel mancato aumento della Die Linke, assai temuto in un simile clima di pessimismo sociale. Se l’eco di queste consultazioni si sentirà a Berlino, le vicende locali dell’ultimo anno, talmente tragicomiche nel loro caos autodistruttivo da ricordare la repubblica di Weimar, sono state sicuramente il fattore determinante di questa tornata elettorale.http://www.giornalettismo.com/archives/15301/15301/
Guantanamo chiusa entro un anno. Stop ai processi militari. Niente metodi d’interrogatorio che assomiglino a torture e niente più prigioni segrete della Cia. Riesame della posizione di tutti i detenuti della guerra al terrorismo, ma con il Pentagono non più protagonista. E’ la raffica di decisioni con cui Barack Obama, al secondo giorno pieno di lavoro come presidente degli Stati Uniti, ha cominciato a prendere a colpi di piccone l’eredità di George W.Bush. […]
“Rispetteremo la regola che dice che noi non torturiamo”, ha detto Obama nello Studio Ovale, firmando tre ordini esecutivi che rappresentano una svolta nella lotta al terrorismo dell’ America.
“Intendiamo vincere questa battaglia - ha detto Obama - ma la vinceremo con i nostri mezzi”. Cioé nel rispetto della Costituzione, dei vincoli imposti dalla Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra e su valori e ideali “che risalgono all’epoca dei nostri padri fondatori”. Per il nuovo presidente è stato il momento di mantenere, con la massima enfasi, la promessa elettorale di chiudere la pagina delle misure eccezionali per la lotta al terrorismo aperta dalla Casa Bianca di Bush dopo l’11 settembre 2001.
Circondato da un gruppo di militari in pensione che per anni si sono battuti contro i metodi duri d’interrogatorio, Obama ha messo la firma su tre documenti di poche pagine ciascuno che aprono un nuovo capitolo nella guerra al terrorismo. La prigione di Guantanamo dovrà essere chiusa non oltre il 22 gennaio 2010 e nel frattempo una task force si metterà lavoro per studiare le alternative e rivedere, una per una, le posizioni dei circa 250 detenuti che vi si trovano tuttora.
Un passo significativo è stata la decisione di Obama di affidare la guida della task force al ministro della Giustizia, togliendo così ai militari del Pentagono il controllo che hanno avuto in questi anni sul programma di detenzione. Un compito importante, nel gruppo di lavoro, l’avrà il nuovo segretario di Stato Hillary Clinton, alla quale il presidente ha ordinato di “avviare rapidamente negoziati e sforzi diplomatici con governi stranieri” per individuare paesi disponibili a ospitare detenuti che oggi si trovano nella base militare a Cuba. Fonti dell’amministrazione Obama hanno ribadito che gli Usa continueranno a opporsi, in ogni caso, alla richiesta di Pechino di avere indietro una quindicina di detenuti cinesi musulmani di etnia uigura che si trovano a Guantanamo, che Washington ritiene a rischio di persecuzioni in Cina. Sempre il ministro della Giustizia, Eric Holder, sarà il responsabile di una revisione dei metodi d’interrogatorio d’ora in poi ammessi per l’antiterrorismo.
Uno degli ordini esecutivi firmati da Obama è categorico in questo senso nel disporre che il punto di riferimento sia ora per tutti lo ‘U.S.Army Field Manual’, il manuale dell’Esercito messo a punto dopo lo scandalo di Abu Ghraib che tiene conto tra l’altro dei limiti previsti dalle leggi internazionali. Il presidente ha cancellato con un colpo di penna un ordine esecutivo di Bush del 20 luglio 2007, che aveva permesso alla Cia di aggirare i limiti previsti dal manuale dell’esercito e ha ordinato all’agenzia di intelligence di ritenere decadute tutte le direttive ricevute tra l’11 settembre 2001 e il 20 gennaio 2009 che siano “in contrasto con questo ordine”.
Obama ha indicato esplicitamente che la Cia deve chiudere centri di detenzione clandestina, se ancora ne ha in giro per il mondo. Metodi di interrogatorio come il ‘waterboarding’ (annegamento simulato), peraltro già abbandonati, non saranno più ammissibili. “Ci adegueremo a tutte le sue indicazioni”, ha detto il direttore della Cia, Michael Hayden, che sta per lasciare il posto a Leon Panetta.
Ma gli ordini esecutivi aprono un cammino, piuttosto che concluderlo. Il capo del Pentagono, Robert Gates, ha ribadito che sarà “una sfida” trovare alternative alle detenzioni a Guantanamo. Sui metodi di interrogatorio resta la necessità, ribadita dal presidente, di garantire alla Cia e all’Fbi di poter agire in modo efficace e proteggere il paese, senza violare il diritto internazionale. Ed è tutto aperto il capitolo della scelta su quali procedure giudiziarie seguire per processare personaggi come Khalid Sheikh Mohammed, lo stratega reo confesso dell’11 settembre, ora che i processi militari sono sospesi.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/22/colpi-di-piccone-contro-leredita-di-bush/#more-350
Obama atto primo : etica , trasparenza e diritti
di Rico Guillermo*
Fino ad ora era stato accusato di parlare soltanto, facendo promesse. Ma ovviamente Barack Obama non poteva ancora agire. Non appena avuto il potere per farlo, ha pero' chiarito a tutti quali saranno gli indirizzi principali della sua amministrazione con alcuni atti amministrativi e con il blocco dei processi di Guantanamo.
Il 21 gennaio il neo presidente ha firmato un ordine esecutivo che stabilisce dei principi etici per il personale della Casa Bianca e dei ministeri, una sorta di decalogo che ogni impiegato o funzionario dell'aministrazione dovra' sottoscrivere non appena nominato. Obama ha abolito i regali dai lobbisti o dalle lobby, ha stabilito la fine della pratica delle "porte girevoli", imponendo per due anni il divieto di partecipazione del personale ad ogni attivita' che coinvolga in modo diretto o indiretto persone e ditte con cui ha avuto rapporti d'affari e - qualora sia stato lobbista nei due ani precedenti, si asterra' dal trattare materie inerenti il suo precedente operato da lobbista.
Viceversa, per evitare sfruttamenti delle attuali posizioni nell'amministrazione, l'impiegato cessato dal servizio dovra' evitare per due anni ogni rapporto con l'agenzia o dipartimento in cui ha lavorato. L'ordine esecutivo prevede anche procedure e sanzioni per chi violi queste regole e la pubblicazione di un rapporto annuale pubblico sulla situazione etica dell'amministrazione in base a tali disposizioni.
Con un altro ordine esecutivo, che ribalta il precedente ordine in materia dato dal predecessore Bush, Obama ha lanciato un'operazione trasparenza sulle attivita' della Casa Bianca e del presidente stesso. Negli USA vige la legge sull'informazione varata nel 2000, che assicura la possibilita' di richiedere e ottenere informazioni agli uffici pubblici, ma la sua applicazione si e' scontrata con la politica dell'amministrazione Bush di invocare il privilegio presidenziale del segreto.
Obama ha invece stabilito regole che limitino tale pratica istituendo il 'silenzio--assenso'. Egli ha infatti stabilito che gli archivisti governativi che ricevano una richiesta di accesso a dati riguardanti presidenti o ex presidenti e rilevino una potenziale ricaduta dei contenuti sotto il segreto presidenziale, debbono segnalarlo, ma - ove non ricevano dal presidente o da un ex presidente uno stop perche' questi intende avvalersi della prerogativa presidenziale - deve fornire al richiedente le informazioni richieste.
Il compito di vagliare la richiesta segnalata dall'archivista e' demandato al ministro della giustizia, di concerto con un apposito consulente del presidente e con le eventuali agenzie federali interessate, ma la decisione ultima spetta al presidente.
In tema di diritti civili ed umani, invece, giunge la conferma ella volonta' di Obama di chiudere Guantanamo entro l'anno. Ma gia' ora il nuovo presidente ha compiuto un passo importante, quello di ottenere la sospensione per quattro mesi dei procedimenti in corso presso le commissioni militari volute da Bush. Obama, che ha fatto tale richiesta insieme al ministro della difesa Gates (gia' ministro di Bush), ha invocato l'"interesse della giustizia".
Scopo dell'iniziativa e' in primo luogo riesaminare il procedimento stesso di assegnazione dei casi alle commissioni militari, una pratica che era stata discussa non soltanto dall'allora opposizione democratica e dalle organizzazioni dei diritti umani, ma dagli stessi procuratori militari, che avevano denunciato lesioni al diritto dei loro assistiti (peraltro detenuti in violazione dell'habeas corpus, cioe' senza accuse) dovute alla segretezza delle prove e ad altre metodiche contrarie al diritto USA, giustificate con ragioni di sicurezza nazionale.
La richiesta di chiudere Guantanamo e' stata fatta a piu' riprese a Bush dalla UE e da diverse organizzazioni per i diritti umani. Recentemente, Amnesty International aveva ribadito tale richiesta allo stesso Obama, che durante la sua campagna elettorale aveva promesso di chiudere il centro di detenzione americano a Cuba. Secondo un sondaggio Washington Post-ABC News, il 53% degli statunitensi e' convinto che Guantanamo andrebbe chiusa e che occorra trovare un altro modo per trattare la questione delle persone che vi sono detenute.
“Il governatore della Banca d’Italia e anche l’Europa ci dicono che quest’anno il pil registrerà il 2 per cento in meno. Ciò significa che torneremo indietro di due anni e non mi sembra che due anni fa si stesse così male”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che questa mattina al Pio Albergo Trivulzio di Milano, è intervenuto all’inaugurazione della ristrutturazione di un reparto dedicato alla madre. Prescindendo dal fatto che il passo indietro nel tempo va letto sull’occupazione e non solo sulla dimensione del Pil, il premier sposa quindi la linea di Tremonti, che aveva detto che un calo del 2 per cento del Pil non ci avrebbe “riportati al Medioevo”. In questa corsa a chi le spara più grosse (o più piccole, nel senso di minimizzare la gravità della situazione economica), Berlusconi è anche riuscito a darsi una verniciata verde-alternativa, manco fosse un sostenitore della “decrescita”:
“Forse - ha spiegato Berlusconi - è necessario un momento di riflessione in un’epoca di consumismo”. Il che non è male per uno che non perde occasione per esortare i consumatori italiani a spendere, e risollevare le sorti dell’economia. Ritornello che peraltro è stato ripetuto anche oggi, in modo lievemente contraddittorio con la prima parte del messaggio.
“La profondità della crisi - ha aggiunto - sta nelle nostre mani. Bisogna aver paura di avere troppa paura”. Secondo Berlusconi, è necessario quell’ottimismo che incentivi i consumi non solo tra gli italiani ma anche tra i francesi e i tedeschi “che sono i maggiori consumatori dei nostri prodotti. Bisogna dare - ha concluso - il nostro piccolo contributo perché questa crisi non sia troppo tremenda”
Quindi, riepilogando: il Pil cala ma non è grave, occorre smetterla con questo consumismo sfrenato. E ricordatevi di consumare, altrimenti sono guai. Perfetto.
Tra le altre esternazioni del premier, segnaliamo il no alla riforma delle pensioni, perché “non è che ogni due anni un governo può cambiare il sistema pensionistico”, e l’abituale invocazione all’Unione europea come deus ex machina delle riforme nostrane:
“L’Unione Europea ritiene che le donne in Italia siano discriminate perché vanno in pensione 5 anni prima degli uomini. Credo che l’Unione Europea ci obbligherà a rivedere questa situazione. Noi ci impegneremo a fondo prossimamente”
Quindi il consenso è più o meno salvo, perché c’è un’ineluttabile entità esterna che ci “impone” di intervenire. Data la premessa, forse converrebbe porre l’Italia sotto protettorato Onu o Ue: si potrebbero realizzare tutte le riforme di cui necessitiamo.
Update - La macchina del tempo funziona anche nell’industria: siamo tornati indietro di ben 18 anni.http://phastidio.net/2009/01/20/i-bei-tempi-andati/#more-2516
“Soru: il premier fa una pubblicità ingannevole” - IL SARDEGNAAlessandro Zorco
“Sto lavorando tanto per vincere le elezioni e voglio continuare ad essere presente a tempo pieno in un progetto che ci sta enormemente a cuore: il nostro programma per i prossimi cinque anni è quello di proseguire quanto abbiamo fatto per l'Isola, non c’è spazio per altro”. Dal suo quartier generale cagliaritano in piazza del Carmine, prima sede di Tiscali, Renato Soru ribadisce di non essere, almeno per ora, interessato a fare il grande salto nella politica romana. Né ad insidiare la poltrona di Walter Veltroni, né tantomeno quella di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.
Eppure gli occhi di tutto il centrosinistra italiano sono puntati su di lei...
"Più che su di me sono puntati sulle elezioni sarde. Il presidente del Consiglio fa campagna elettorale in prima persona, addirittura mettendo nel logo il suo nome. Si tratta di una pubblicità ingannevole perché non si sta votando per Berlusconi".
Il suo vero avversario è lui?
“Mi piacerebbe che la Sardegna non venisse defraudata della possibilità di condurre un confronto sereno e ordinato tra due candidati presidenti, due programmi e due diverse proposte. Succede invece che questa possibilità ci viene sottratta in maniera invadente. Berlusconi viene in Sardegna con tutto l’apparato dello Stato, parla per un’ora e passa cinquantacinque minuti a raccontare le barzellette”.
Lei è un tipo schivo, le barzellette non le piacciono?
“No a me le barzellette piacciono, però ci sono momenti e luoghi per raccontarle. Penso che se il presidente del Consiglio arriva in Sardegna a spese dello Stato non debba venire a raccontare barzellette ma a dire qualcosa di serio”.
Il premier viene ogni settimana, Veltroni verrà una volta sola: gli ha chiesto lei di limitarsi?
“Nella maniera più assoluta. Berlusconi arriva come presidente del Consiglio e non come coordinatore di Forza Italia. Casomai, la presenza di Veltroni si dovrebbe confrontare con quella di altri leader di partito della destra. Credo che Veltroni abbia non solo il diritto, ma il dovere di venire a sostenere il candidato e tutto il suo partito”.
Qual'è il suo programma?
"Creare nuovi e migliori posti di lavoro in Sardegna".
Come?
“Innanzitutto puntando nella crescita del livello di istruzione. L’Europa ci dice che la ricchezza va costruita con l’intelligenza e non consumando l’ambiente. Abbiamo capito che tutelare il territorio non è un limite allo sviluppo, ma un volano. In questi anni inoltre abbiamo costruito una rete di solidarietà sociale come mai c’era stata in Sardegna: abbiamo la consapevolezza che bisogna crescere insieme senza lasciare indietro nessuno”.
Lei si presenta con la stessa coalizione del 2004, tranne i socialisti e i “dissidenti” del Pd. E senza il Psd'Az che in realtà non c'è mai stato...
“Grazie al lavoro del commissario Achille Passoni abbiamo ricostituito l’unità dentro il Pd e dentro alcuni partiti della coalizione. Non è un’unità di facciata, ma nasce dalla riconsiderazione del senso etico della politica e dalla conseguente necessità di un rinnovamento. Aderire a un programma di questo tipo non è facile, tant’è che i socialisti non hanno voluto farlo: pensavano che l’adesione potesse essere contrattata sulla base dei posti in Giunta nella lista regionale. Il Psd’Az è un caso a parte: il partito ormai ha sacrificato quasi cent’anni di storia e di ideali subordinandoli alla carriera personale di due o tre personaggi”.
Cappellacci dice di essere più sardo di lei...
“Non misuro la sardità in base al sangue. In un mondo in cui Obama si è appena insediato negli Stati Uniti non si può contare il numero delle generazioni. Interessa quanto uno conosce la Sardegna e soprattutto quale idea della Sardegna vuole portare avanti”.
Certi sondaggi la danno vincente, mentre la sua coalizione appare in svantaggio. Per questo Passoni ha imposto ai candidati del Pd di non affigere i loro manifesti per fare spazio ai suoi?
“Non lo sapevo. Credo però sia una scelta che nasce da un fatto incontestabile: non vince la coalizione, ma il candidato presidente che prende più voti”.
Caso Saatchi: cosa succederà?
“In cinque anni sono stato accusato per una cosa che poi non è nemmeno accaduta: un bando che non è stato portato a termine per presunte irregolarità tecniche e amministrative. Sono state fatte delle indagini e io mi sono fatto sentire spontaneamente per chiarire. Sembra che il mio chiarimento non sia bastato e ho chiesto di essere ascoltato una seconda volta perché non vorrei nemmeno arrivare alla richiesta di rinvio a giudizio. Ma ho molta fiducia. Voglio ricordare che per Cappellacci il rinvio a giudizio è stato chiesto due volte e, evidentemente non è stato accolto dal Gup. Io non ci sono neanche mai arrivato”.
Chi vincerà le regionali?
"Stiamo cercando di andare a trovare i sardi in casa loro per parlargli. E non solo di farli venire alle adunate oceaniche del gran capo che arriva da fuori. Chi si candida a governare la Sardegna prende la sua macchinina e va da solo a visitare i paesi dell'Isola”. http://www.renatosoru.it/j/x/86?s=6421&v=2&c=366&t=1
Soru sfida i 'castosauri' per liberare il Pd
di Alberto Statera, Repubblica -
CAGLIARI - "Mantene s´odiu ka sas occasiones non mancant", dice un brocardo, cioè una massima giuridica del codex barbaricino che ci fornisce lo storico sardo Manlio Brigaglia e che si potrebbe forse tradurre: «La vendetta va servita fredda». Achille Passoni, il senatore spedito qui da Walter Veltroni come commissario per tentare di sedare l´anarchismo eversivo della nomenklatura ex diesse, ex piesseì ed ex diccì, che devasta fin dalla nascita il Partito democratico, è nato a Milano ed è stato eletto in Toscana.
Del codice barbaricino ignora probabilmente la ferocia, se pensa che preveda autentici armistizi, come quello che formalmente è stato siglato per le elezioni regionali che il 15 e 16 febbraio che, tra meno di un mese, certificheranno se il Pd - non solo qui, ma anche il continente - esiste ancora, o se era soltanto una magnifica, impossibile utopia. Se Renato Soru, che con barbaricina ferocia si è dimesso in anticipo da presidente della Regione e ha decapitato con l´aiuto di Passoni la dozzina abbondante di boiardi locali che in un turbinio di cariche comandano da tre lustri e più, vincerà le elezioni contro l´ectoplasma Ugo Cappellacci, figlio del commercialista di Berlusconi che si occupa delle ville sarde, la vendetta del governatore, cultore delle gole della Barbagia, sarà compiuta. Altrimenti, tutti a casa in un crescendo di vendette barbaricine e nazionali. A Cagliari, come a Roma. E tutti se lo saranno forse meritati: l´arrogante vicerè di Sardegna e l´evanescente segretario nazionale.
«Ma siamo onesti - dice il cagliaritano Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori del Pd - non posso credere che i miei conterranei tra un sardo vero e un brianzolo catapultato lì a dire che i nuraghe sono magazzini, possano scegliere il brianzolo».
Perché il candidato vero non è quel Cappellacci, ma Berlusconi in persona, tanto che Soru ci annuncia di preparare un ricorso per pubblicità ingannevole, visto che nel simbolo elettorale della destra sulla scheda figurerà la dicitura "Berlusconi presidente". Un falso.
Quindici "castosauri", dinosauri della casta, come li ha soprannominati il giornalista Giorgio Melis mutuando la definizione del sociologo Alessandro Mongili, non sono ricandidati al Consiglio regionale, anche ad opera del commissario milanese.
Il presidente uscente, che in questi giorni indossa come per sfida una giacca di velluto verdastro alla maniera dei pastori barbaricini, ha preteso - e Passoni ha ottenuto - che il limite di tre legislature fosse ridotto a due. Lasciano le penne nientemento che il presidente dell´assemblea regionale Giacomo Spissu, il capogruppo Antonio Biancu, il portavoce dei democratici dissidenti Silvio Lai e tanti altri che il candidato Soru considera compartecipi della "sinistra sanitaria" e della "sinistra immobiliare", i quali hanno amareggiato - ed è dir poco - il suo quasi quinquennio presidenziale e anche ingrossato la "questione morale" che ha investito il Pd a Napoli come a Firenze, ma che a Cagliari e in Sardegna non è meno cogente.
Che il decisionismo e l´iracondia fredda di Soru abbiano qualche non trascurabile deriva "dittatoriale" neanche i suoi più sinceri e fedeli sostenitori riescono a negarlo. Tanto che Pietro Soddu, antico padre nobile e ideologo della sinistra democristiana, ormai fuori dai giochi per lasciare il posto in politica al figlio Francesco, invoca un equilibrio politico nuovo, una distinzione di ruoli tra "partito del presidente" e "partito dei consiglieri". Se non fosse che fin qui il partito dei consiglieri ha prodotto i "castosauri". Il loro leader indiscusso si chiama Antonello Cabras, un ingegnere di Sant´Antioco con un importante studio professionale, ex socialista, più volte presidente della Regione, senatore, sottosegretario con Prodi e D´Alema, un numero di cariche che, nell´ultimo ventennio, supera la nostra capacità di compitare. Con Giacomo Spissu, rinviato a giudizio per truffa, ha conquistato con metodi "moderni" le postazioni del vecchio Pci berlingueriano. E´ lui che il 14 ottobre 2007 vinse le primarie per la segreteria del partito. Si narra che la vittoria avvenne con il soccorso fattivo dell´Udc, di An e di Forza Italia, intrusi nell´urna democratica. Sì, perché bisogna capire che qui la ruota del potere è iper-trasversale quando coinvolge gli interessi delle tre "M": Medici, Massoni e Mattoni.
Nasce il Pd e, tra alterne vicende, ne viene nominata segretaria Francesca Barracciu, una giovane signora di vecchia famiglia comunista, sindaco di Sorgono. Il 29 luglio dell´anno scorso, la neosegretaria cerca di prendere possesso del suo nuovo ufficio in via Emilia a Cagliari, ma le viene sbarrato il passo da tale Tore Corona, che le fa: «Francesca, non ti dò le chiavi, non te le posso dare: questi locali sono della Fondazione Enrico Berlinguer e questa è la stanza di Antonello (Cabras-ndr)».
Riesce a entrare, Francesca, soltanto ai primi di ottobre - e per poco - quando tutto sta precipitando in un Pd che qui di fatto non esiste. «Il più indietro nel processo unitario, un Pd che più che nel resto d´Italia, ha manifestato un´inerzia totale», secondo Guido Melis, neodeputato sassarese, membro della Commissione Giustizia.
Poi, tra i grandi "castosauri" nuragici, spicca Emanuele Sanna, ex Pci, deputato, ex presidente del Consiglio regionale, praticamente ex tutto, insieme a Paolo Fadda, ex diccì, ex assessore alla Sanità, deputato. Così forse è sommariamente completato l´album di famiglia della sinistra sanitaria, legata agli interessi dei "clinicari", la genia più potente del capoluogo e della regione, insieme a quella dei mattonari.
Nerina Dirindin, valdostana, ex collaboratrice di Rosi Bindi, non è proprio un´icona di simpatia: è l´assessore alla Sanità uscente del governatore Soru, il quale a sua volta simpatia sembra non vada cercandone, che ha proprio rotto le scatole ai signori della sanità, i quali nel Pd - chiedetelo a Paolo Fadda, democratico ex diccì, o Silvio Lai, oltre che all´omologo e sodale di destra Giorgio Oppi - hanno un aggancio d´acciaio. Nerina ha definito restrittivamente i criteri delle Asl, ha demolito gare d´appalto, come quella da 160 milioni destinata alla Siemens, ha revocato il direttore generale della Asl numero 8, Efisio Aste, il più potente dell´isola. Che volevate di più per cementare convergenze d´interessi che non badano agli schieramenti di destra o di sinistra, né alle tessere di partito? «Abbiamo ridotto i tetti di spesa sanitaria - si gloria Soru - e vinto tutti i ricorsi in sede Tar». Ma non gliela hanno perdonata, la sinistra sanitaria e anche quella immobiliare. La seconda quasi sempre si identifica con la prima. Quando Soru chiede a un Consiglio regionale abituato a gestire direttamente l´urbanistica di approvare le sue regole restrittive per le zone dell´agro minacciate dalla speculazione, la maggioranza di centrosinistra si sfalda e il governatore resta solo. Così, da freddo giocatore di poker, si dimette, mettendo in mora gli avversari del suo stesso schieramento.
Cagliari, Teulada, Villasimius, Orrì, Tharros, naturalmente la Gallura. Sono decine nell´isola le cementificazioni piccole e grandi in corso o programmate. A Gualtiero Cualbu è stata bloccata la speculazione sulle rovine cagliaritane di Tuvixeddu. A Sergio Zuncheddu, padrone dell´Unione Sarda, di Videolina e del Foglio, la vendita di palazzi cagliaritani alla Regione, già programmata dalla precedente giunta di centrodestra, guidata da quel Mauro Pili che nel discorso programmatico scambiò la Sardegna con la Lombardia, avendo clonato il discorso d´insediamento a Milano di Roberto Formigoni. A Villasimius un sindaco di sinistra, Tore Sanna, sponsorizza villaggi per 140 mila metri cubi da 100 milioni di euro dello stesso Zuncheddu. Nella Banca di Cagliari la famiglia clinicara di destra dei Randazzo è socia con le cooperative rosse, che non perdono nessun business sanitario o immobiliare regionale, auspici i democratici Silvio Cherchi e Antonio Sardu. Ma ciò che ha indignato di più, qualcuno fino alle lacrime, è stato il segretario "nazionale" di quel che resta del Partito Sardo d´Azione, Efisio Trincas, quel tizio che giorni fa si fece largo tra le guardie del corpo per consegnare a Berlusconi la bandiera dei Quattro Mori. «Quello lì - dice Soru, che si rifiuta persino di pronunciarne il nome - quel personaggio protagonista di quel gesto di incredibile viltà che offende tutta la Sardegna, sta facendo un´operazione immobiliare affaristica per trasformare in ville case agricole nei pressi di Tharros, uno dei luoghi archeologici più interessanti dell´isola».
«La sinistra immobiliare viene da lontano», ridacchia sconsolato Luigi Cogodi, ex assessore regionale all´urbanistica del Pci, oggi "bertinottiano", quello definito "Gigi il Rosso" che negli anni Ottanta fece demolire senza colpo ferire la villa del ministro Antonio Gava costruita abusivamente in Costa Smeralda. «Gava - ci racconta - era ricorso al Tar, che in poche ore prese a cuore la questione della sua villa. Le ruspe erano pronte, ma alle otto e mezza di mattina era fissata l´udienza del tribunale amministrativo. Ci mancava solo la firma di Giampiero Scanu, allora sindaco di Olbia e poi, recentemente, sottosegretario dei democratici nel governo Prodi, che proprio non voleva firmare, nonostante l´evidenza delle violazioni di legge del ministro democristiano. Quando le ruspe entrarono in funzione, il Tribunale sentenziò: "E´ cessata la materia del contendere". Per questo dico che la sinistra immobiliare in Sardegna viene da lontano».
Capite ora perché il commissario di Veltroni, Achille Passoni, pur efficiente, non potrà mai fare i conti col codice barbaricino e fatica a capire che, se cade la Sardegna, cade il progetto stesso del Pd? Forse per questo, o perché proprio non li ha, nega contributi alla campagna elettorale sarda contro un avversario dotato di risorse berlusconiane praticamente illimitate. Soru, accreditato di un patrimonio personale di 2 miliardi, di cui nega tuttavia l´ammontare, dice di aver messo di suo 500 mila euro, che sono già finiti, prima ancora dei fuochi d´artificio finali.
Ma, si sa, per i regolamenti di conti "sas occasiones non mancant".
Riforme: da Segni a Camilleri a Parisi "Appello per la democrazia", cambiare su modello USA Rinnovamento possibile solo con regole certe Adnkronos -
RINNOVAMENTO POSSIBILE SOLO CON REGOLE CERTE
Roma, . - (Adnkronos) - Un appello per la democrazia con lo sguardo rivolto agli Stati Uniti d'America. A lanciarlo Mario Segni insieme a un nutrito gruppo di politici e intellettuali. Con un avviso a pagamento sul 'Corriere della sera' di oggi, il leader referendario chiede di 'restituire la parola ai cittadini'. Tra le proposte rilanciate nell'appello, le primarie; il collegio uninominale maggioritario; la scelta popolare del governo; il bipartitismo; la separazione dei poteri.
Tra i firmatari, oltre a Segni, Filippo Andreatta, Renzo Arbore, Filippo Andreatta, Orlando Barucci, Franco Battiato, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri, Furio Colombo, Giacomo Costa, Natale D'Amico, Francesco Giavazzi, Massimo Gramellini, Giovanni Guzzetta, Maurizio Lauri, Gad Lerner, Berardino Libonati, Claudio Magris, Enzo Manes, Cristian Mantero, Antonio Martino, Vincenzo Melluso, Sebastiano Messina, Luigi Moschero, Sandro Parenzo, Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, Mario Pirani, Cesare Romiti, Piero Schlesinger, Alfredo Scotti, Mario Segni, Gian Antonio Stella, Andrea Tavecchi, Mario Usellini, Umberto Veronesi, Guido Roberto Vitale.
'Tutto il mondo -si legge nell'annuncio- guarda con ammirazione alla straordinaria capacita' di rinnovamento della societa' americana, al grande esempio di democrazia offerto dalle primarie e dal civilissimo confronto tra i candidati alla Casa Bianca. Il carattere, la storia, la cultura di quella societa' sono stati determinanti. Ma nulla sarebbe stato possibile se la vita pubblica degli Stati Uniti non fosse basata su alcune regole fondamentali, che ne fanno una democrazia aperta, incompatibile con qualunque chiusura dall'alto'.
'Queste regole sono innazitutto: le primarie, che affidano ai cittadini la scelta di ogni candidatura; il collegio uninominale maggioritario, che crea un solido legame tra eletto ed elettore: la scelta popolare del governo; il bipartitismo, che porta chiarezza e stabilita'; la separazione dei poteri e la reale autonomia delle diverse istituzioni'.
'Noi siamo invece -sottolineano i firmatari dell'appello- impantanati in una transizione infinita che ha condotto a un Parlamento nominato dai capipartito. E le dichiarazioni di chi vuole imitare Obama rendono ancora piu' evidente la distanza. Perche' da noi non nascera' alcun Obama e non vedremo grandi cambiamenti se non rompiamo gli schemi che ingessano la politica'.
'Nel momento in cui, per uscire dalla transizione, si guarda a grandi modelli, noi proponiamo di assumere come punto di riferimento proprio la democrazia americana perche' crediamo che sia la strada giusta per rinnovare davvero la nostra vita pubblica. E' una convinzione che accomuna gia' una larga parte degli italiani. E noi, come liberi cittadini -si legge nell'appello- vogliamo dar voce insieme a loro a questa grande speranza di cambiamento'.
Pdl, il candidato a Sassari
svela un'anima ecologista:
“L'ambiente prima risorsa”
di Ennio Neri
Confcommercio e giovani del Pdl. Fa tappa a Sassari il candidato Pdl alle regionali Ugo Cappellacci. In attesa di accogliere la terza visita del premier domenica a Olbia, Cappellacci si reca nel capoluogo turritano. Ieri mattina incontro, nella sala della Confcommercio sassarese, coi rappresentanti del mondo imprenditoriale del nord Sardegna guidati da Gavino Sini. In serata la presentazione dei candidati del Pdl.
Non sono mancati gli attacchi di rito alla giunta Soru: “La totale incapacità gestionale della Giunta Soru ci ha ridotto in ginocchio”, si legge nel sito del candidato Pdl, “siamo stati umiliati, e non siamo neppure riusciti a far ascoltare le nostre ragioni: le stanze della politica ci sono state sbarrate, come se il presidente Soru fosse un presidente per pochi eletti e non di tutto il popolo sardo”.
Dopo aver rilanciato, la proposta di riunire i sindaci e gli attori locali della Sardegna in un forum per scelte condivise, idee, e proposte da concretizzarsi in provvedimenti che possano rilanciare lo sviluppo economico dell'Isola, Cappellacci, ha rassicurato (o almeno ci ha provato) quanti temono che una sua eventuale vittoria (e quindi con l'annunciata revoca della tutela salva coste e dei vincoli all'edilizia) possa tradursi in cementificazione onnivora: “Ogni singola azione di rilancio del “sistema” Sardegna”, ha spiegato, “dovrà avvenire nel totale e pieno rispetto del nostro ambiente, risorsa numero uno dell'Isola”.
Ugo Cappellacci ha promesso partecipazione e condivisione, alla ricerca di interventi immediati a sostegno delle imprese e delle famiglie. “Di fronte a questa gravissima situazione ritengo sia da criminali non spendere i fondi che la Regione ha a disposizione, per esempio, dal Por Sardegna 2000-2006. Ad ottobre del 2008, la cifra non spesa ammonta addirittura a 500 milioni di euro. Ripeto: è criminoso tenere affamato e assetato il territorio, per poi distribuire ingenti risorse durante il periodo elettorale”.
E proprio sulle accuse alla Giunta in campagna elettorale, il presidente facente funzione Carlo Mannoni ha annunciato una querela nei confronti di Ugo Cappellacci. “Mannoni denunci pure”, commenta il segretario regionale di An Mariano Delogu, “c'è un Tribunale che non avrà problemi ad accertare la verità”. “Stiamo parlando di atti che in periodo elettorale risultano molto audaci”, commenta il senatore forzista Piergiorgio Massidda”, “non è da Ugo utilizzare certi termini, ma appaiono eccessivamente generose queste delibere che stanziano soldi magicamente apparsi nelle mani dei governanti. Mannoni è una perdona seria, non corra il rischio di rimetterci la faccia. Sintetizzo con una battuta. C'è qualche associazione”, conclude, “che spera adesso in una campagna elettorale ogni cinque mesi”.
Secondo Giorgio Oppi, candidato Udc, “in questi giorni compaiono delibere che rasentano la legittimità. Provvedimenti che sarebbe opportuno non prendere. La Giunta si limiti all'“ordinarissima” amministrazione, astenendosi dalle scelte di campo”. Sulle ripetute visite nell'Isola a sostegno di Cappellacci, Oppi ricorda l'interesse personale di Berlusconi nei confronti della Sardegna e la volontà di sostenere in poco tempo, un candidato gradito, ma poco conosciuto: “tuttavia”, conclude, “Cappellacci si sta facendo conoscere e presto non avrà più bisogno del premier”.
Nessun problema per Delogu, che ricorda gli interventi di Berlusconi in Abruzzo, mentre la butta sull'ironia Piergiorgio Massidda. “Da buon sardo Soru si metta l'abito in velluto e accolga di buon grado l'ospite Berlusconi”, spiega, “se è poi è vero che il presidente racconta fesserie ai sardi tanto meglio per Soru”.http://www.altravoce.net/2009/01/21/pdl.html
La cosa veramente interessante del discorso di insediamento di Barack Obama è il riconoscimento delle difficoltà che gli Stati Uniti stanno vivendo. Non male per un politico etichettato - in modo troppo semplicistico - come un parolaio ottimista. E invece si siamo trovati di fronte un uomo che nel discorso più solenne della sua vita ha calcato la mano sulla responsabilità che deriva dall'aver raggiunto la maturità dopo gli eccessi della giovinezza. Un discorso da padre pronunciato da una persona accusata di essere stata forgiata dalla cultura che i padri li ha uccisi. Forse il commentatore che ha percepito in modo più completo il cambio di toni - anche se gli appelli alla responsabilità erano presenti già nei discorsi della campagna elettorale e delle primarie - è statoEdward Luce del Financial Times. La cosa buffa è che il discorso di Obama sarebbe stato un bel discorso conservatore se le ricette prospettate per uscire dalla crisi non fossero state radicalmente diverse da quelle da stato minimo prospettate negli ultimi trent'anni. Ricette anch'esse considerate infantili come e più del '68. Insomma: sono tornati i valori. Solo che sono i "vecchi" valori del progressismo americano e non i "nuovi" della rivoluzione conservatrice. Da questa analisi derivano - come notaDavid E. Sanger sul NYT - gli accenti più critici verso la presidenza Bush (ma anche per Clinton). E' ancora troppo presto per fare previsioni sulla presidenza Obama. Quello che è certo è che ha già cambiato le cordinate del dibattito politico. E, forse, le "culture wars" sono finite. Anche perché i duellanti si sono dissanguati a vicenda. Financial Times, New York Times, paferrobyday
I balli per il debutto della presidenza di Barack Obama erano ancora in corso martedì sera, quando dalla Casa Bianca è arrivata la prima decisione che segna un’inversione di rotta dall’amministrazione Bush: uno stop di 4 mesi ai processi militari a Guantanamo. Il presidente ha anche pronto un ordine esecutivo che, secondo le indiscrezioni, prevede la chiusura entro un anno della prigione più contestata al mondo. […]
Una bozza dell’ordine che attende la firma di Obama, ottenuta dai media americani, recita che smantellare il carcere nella base dell’U.S.Navy a Cuba è un passo che va nell’interesse “della sicurezza nazionale e della politica estera degli Stati Uniti, oltre che nell’interesse della giustizia”. Il documento presidenziale prevede anche una revisione dello status di tutti i detenuti e un’immediata ricerca di luoghi alternativi per ospitarli o di paesi disponibili ad accogliere quelli pronti per la scarcerazione. Un annuncio ufficiale da parte della Casa Bianca, secondo le indiscrezioni, potrebbe arrivare nella giornata di domani. Nel frattempo, però, è già arrivato l’ordine di bloccare i processi.
Ma l’azione immediata di Obama su Guantanamo, se conferma le promesse elettorali, mostra anche la difficoltà nel trovare soluzioni al rebus giudiziario, diplomatico, militare e d’intelligence sul futuro dei 245 detenuti ancora custoditi nella prigione affacciata sul Mar dei Caraibi. Chi si aspettava che le celle di Guantanamo si aprissero quasi per magia nel primo giorno della nuova presidenza, ha dovuto fare i conti con la realtà di un iter che richiederà molto tempo. E anche la decisione di sospendere i processi, accolta con soddisfazione dalle organizzazioni per i diritti civili che da anni si battono contro le ‘commissioni militari’ del Pentagono, non ha trovato consenso unanime.
I rappresentanti dei familiari delle vittime dell’attacco dell’11 settembre 2001, presenti a Guantanamo per seguire le udienze preliminari contro i presunti capi di Al Qaida accusati delle stragi, hanno espresso irritazione e preoccupazione, temendo che lo stop significhi un rinvio a un futuro imprecisato dei processi alla ‘mente’ degli attacchi Khalid Sheikh Mohammed e ad altri quattro imputati. Rabbia, ma per tutt’altro motivo, è stata espressa anche dallo stesso Mohammed e da altri tre co-imputati, quando un giudice militare, il colonnello Stephen Henley, li ha informati in aula a Guantanamo che il presidente Obama aveva chiesto uno stop di 120 giorni ai loro processi, per un riesame della procedura. “Nel nome di Dio, vogliamo continuare e dichiararci colpevoli”, ha detto Mohammed, che da tempo ripete di voler andare incontro alla pena di morte, come forma di ‘jihad giudiziaria’ contro l’America.
Tutto però lascia presumere che gli ex capi di Al Qaida dovranno aspettare a lungo per il loro ‘martirio’. Il giudice Henley ha accolto la richiesta di sospensione di ogni attività giudiziaria nel caso dell’11/9, formulata dal capo del Pentagono Robert Gates “per ordine del presidente”. Stop fino a maggio anche per il processo al canadese Omar Khadr, accusato di aver ucciso in Afghanistan un soldato americano quando era un ragazzino di 15 anni.
Il Pentagono ha già avviato una revisione dei casi di tutti i detenuti che si trovano a Guantanamo, per valutare quali opzioni esistono per i loro processi o la loro scarcerazione. Un compito importante, nel cammino per chiudere la prigione, lo avrà il nuovo segretario di Stato, Hillary Clinton, non appena il Congresso darà il via libera alla sua nomina: toccherà a lei trovare paesi amici, forse anche in Europa, disponibili a farsi carico di alcuni dei prigionieri oggi custoditi dai militari.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/21/guantanamo-per-ora-stop-ai-processi/#more-348
Washington. Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti, ha giurato poco dopo mezzogiorno di ieri sulla Bibbia di Abramo Lincoln, davanti a circa due milioni di persone entusiasticamente stipate lungo il National Mall della capitale americana. Obama era emozionato al punto da essersi confuso, e poi bloccato per un paio di secondi, quando il presidente della Corte Suprema John Roberts lo ha invitato a ripetere la formula di rito sulla difesa della Costituzione. Obama si è ripreso al momento della pronuncia del discorso di insediamento, aiutato dal doppio e invisibile gobbo elettronico, ma soprattutto confortato dal calore della gente che per tre giorni ha scaldato Washington, urlato di gioia il suo nome e sventolato bandiere americane.
E’ difficile descrivere l’atmosfera felice e blindata della capitale, con i ponti chiusi e i check point serratissimi, così come la gioia emanata dagli americani, la gran parte di colore, arrivati per la prima volta in città, capaci di chiedere indicazioni per la Casa Bianca a un isolato dalla residenza presidenziale. Obama s’è trovato di fronte una folla immensa, mai vista a Washington, motivata dalla consapevolezza di essere parte della storia. I venditori di souvenir – magliette, orecchini, spille, poster, adesivi – hanno fatto una fortuna, specie quelli che hanno avuto l’idea di aggiungere ai loro prodotti la data e la frase “I was there”, io c’ero.
Obama, secondo la tradizione dei discorsi inaugurali, ha reso omaggio all’idea della rivoluzione americana, si è appellato ai valori di sacrificio e libertà che i padri fondatori degli Stati Uniti hanno distillato in un sistema costituzionale ineguagliato e ancora capace di guidare il mondo. Ma il cuore del discorso obamiano è stato quello della responsabilità e dei doveri di cittadinanza, specie in questi tempi di crisi economica e internazionale. Obama ha ricordato che la grandezza dell’America non è arrivata per caso, è stata creata con il sacrificio, il lavoro e il coraggio degli americani comuni.
La nuova America di Obama userà la leva pubblica per risanare l’economia, per costruire strade, ponti, scuole, convinta che sia necessario mettere da parte le differenze ideologiche. Al mondo islamico, Obama ha offerto la mano e sincera amicizia, ma in cambio della rinuncia alla violenza. Il nuovo presidente, pur ringraziando il servizio che George W. Bush ha reso al paese, ha cercato di mandare un messaggio più disteso al resto del mondo che intende continuare a guidare, ricordando che il fascismo e il comunismo sono stati sconfitti “non solo con i missili e i carri armati”, ma anche “con forti alleanze e solide convinzioni”. I terroristi, però, stiano attenti. L’America di Obama difenderà la sua libertà e il suo modo di vivere: “Non potrete durare più a lungo di noi, e noi vi sconfiggeremo”.
Oltre 1.500 i soldati ruandesi che hanno fatto irruzione ieri nel nord est della Repubblica democratica del Congo, in un’azione congiunta dei due governi africani contro il Fdlr, ribelli hutu superstiti del regime che nel ‘94 fu responsabile del genocidio ruandese, costato almeno un milione di morti. Il comandante dissidente del Cndp, Ntaganda, dopo mesi di aperte ostilità si è detto disposto a collaborare con l’esercito regolare congolese.
Da Kampala, intanto, una seconda azione di Uganda e Sudan tenta di porre fine agli attacchi del Lord’s Resistence Army, che da anni terrorizzano la zona. Sono così oltre 560 i congolesi uccisi e 135 mila gli sfollati dichiarati dall’Unhcr, che sommano ai 54 mila sfollati interni già presenti nella città di Dungu, dove è iniziata oggi l’assistenza umanitaria dell’Onu.
L’ex Zaire è oggetto di attacchi e incursioni finalizzati al controllo di risorse come rame, cobalto, oro, diamanti e coltan, minerale fondamentale per l’industria elettronica.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/africa/16276
Il primo giorno di Obama alla Casa Bianca e la speranza di un nuovo corso nei diritti umani dopo l'era Bush. Il caso dei “sei algerini”, sequestrati a Sarajevo nel 2002 e internati per 7 anni a Guantanamo. La riflessione dell'ex Alto Rappresentante Wolfgang Petritsch
Oggi Barak Obama, 44simo presidente degli Stati Uniti, si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato nei giorni scorsi dal New York Times, in questa stessa giornata verrà ordinata la chiusura di Guantanamo, il carcere simbolo della violazione dei diritti umani nell'era Bush.
Il direttore di Human Rights Watch, Kenneth Roth, nel presentare il Rapporto 2009 dell'organizzazione ha dichiarato che “per la prima volta da circa un decennio gli Stati Uniti hanno la possibilità di recuperare la propria credibilità internazionale, voltando pagina rispetto alle politiche di abuso dell'amministrazione Bush”.
Un'ampia parte del rapporto è dedicata agli Stati Uniti (I disastrosi anni di Bush), considerati responsabili del deterioramento dello stato dei diritti umani nel mondo per aver abdicato al proprio ruolo in questo campo, avendo utilizzato strumenti quali la tortura, la “sparizione” dei sospetti in luoghi segreti di detenzione e per aver incarcerato persone per anni senza processo a Guantanamo. Il rapporto conclude chiedendo al presidente Obama, tra le altre cose, di “chiudere Guantanamo […], rimpatriare o processare tutti i detenuti assicurandosi che i processi vengano condotti in tribunali regolari.”
A Guantanamo ci sono 248 prigionieri. I primi vi sono arrivati esattamente sette anni fa, nel gennaio 2002. Nonostante le buone intenzioni enunciate dalla nuova amministrazione, l'operazione di chiusura del campo potrebbe rivelarsi lunga, e complicata: “E' più difficile di quanto molti non credano” – ha dichiarato Obama al canale televisivo ABC l'11 gennaio scorso.
Il caso dei cosiddetti “6 algerini”, catturati dalle forze americane in Bosnia Erzegovina nel 2002 e deportati sull'isola cubana, è un esempio di queste difficoltà.
La storia inizia a Sarajevo, Zenica e Bihać nell'ottobre del 2001. Su segnalazione dell'Ambasciata americana gli uomini – di origine algerina ma immigrati in Bosnia e con passaporto bosniaco - vengono arrestati dalle autorità locali, accusati di preparare un attentato contro le sedi diplomatiche statunitense e britannica. Per tre mesi sono trattenuti dalla giustizia bosniaca, mentre vengono svolte le indagini su di loro. La Corte Suprema della Bosnia Erzegovina li giudica infine innocenti, ordinandone il rilascio. Subito dopo la loro liberazione, tuttavia, vengono prelevati dalle forze americane, presenti nel Paese dalla firma degli accordi di Dayton, e trasferiti a Guantanamo.
Sei anni più tardi, nel giugno del 2008, una decisione della Corte Suprema statunitense permette ai detenuti di presentare istanza di fronte ad un giudice civile contro l'incarceramento. I “6 algerini” fanno ricorso. Il 20 novembre, nella prima decisione di questo tipo sulla legittimità della detenzione dei cosiddetti “combattenti nemici”, il giudice federale Richard Leon, a Washington, ordina la liberazione di 5 dei 6. Secondo il giudice, tranne che in un caso – contestato dagli avvocati della difesa - le prove presentate non erano credibili. E' stato un errore.
L'ambasciatore Wolfgang Petritsch, oggi a capo della missione diplomatica austriaca presso l'OCSE e presidente del comitato consultivo del CEIS, ha seguito tutta la vicenda: “Quando sono avvenuti quei fatti, all'inizio del 2002, io ero Alto Rappresentante in Bosnia Erzegovina. Non ho potuto impedire quanto stava avvenendo ma, proprio in virtù dell'incarico di responsabilità che ricoprivo in quel momento nel Paese, questa per me è sempre stata una questione molto importante. L'ho portata all'attenzione del Parlamento Europeo e ho sostenuto il ricorso giudiziario dei sei, aiutato dall'intervento di un gruppo di legali a Boston. Non l'ho fatto perché ritenessi che fossero innocenti, ma perché credevo dovessero godere degli stessi diritti di qualsiasi altra persona. Se vogliamo aiutare la Bosnia a diventare un Paese pienamente democratico, come era nelle intenzioni degli Accordi di Dayton, dobbiamo attenerci strettamente ai principi della democrazia e legalità”.
In quel momento, pochi mesi dopo l'attacco alle Torri Gemelle, né l'Alto Rappresentante della comunità internazionale, né l'allora capo del governo bosniaco, Zlatko Lagumdzija, poterono opporsi alla deportazione dei sei, nonostante la pronuncia della Corte Suprema Bosniaca. “Al tempo – continua Petritsch - il governo bosniaco non era nelle condizioni di resistere alle richieste degli Stati Uniti, che in pratica avevano minacciato di ritirare ogni sostegno alla Bosnia qualora i sei non fossero stati consegnati. Questa è la stessa ragione per cui anche io non ho potuto intervenire. Lagumdzija era nella mia stessa posizione. Si trovava di fronte allo stesso rischio.”
- Quale?
- Che gli Stati Uniti si ritirassero dalla Bosnia Erzegovina. Questo nel 2002 avrebbe significato un'enorme perdita, in particolare sotto il profilo della sicurezza del Paese, una perdita che io non potevo rischiare.
Circa un mese fa, il 16 dicembre, tre dei cinque algerini prosciolti hanno potuto fare ritorno a Sarajevo. Gli altri tre restano a Guantanamo. Oltre a quello per cui il giudice ha ritenuto valide le prove a carico, rimangono nel campo di prigionia anche i due considerati innocenti. Rappresentano il tipo di problemi che si trova ora a dover affrontare l'amministrazione Obama.
I sei erano entrati in Bosnia durante la guerra, fermandosi poi a vivere nel Paese dopo essersi sposati con donne bosniache. Ora però, dopo 7 anni di Guantanamo, non tutti, in Bosnia, li attendono a braccia aperte. Già un mese fa i servizi di sicurezza bosniaci (OSA) si erano opposti alla decisione del governo di accettare il ritorno dei primi tre, sostenendo che potrebbero rappresentare un pericolo. Gli altri due nel frattempo hanno perso la cittadinanza bosniaca, e la loro situazione è quindi ancora più complicata. Nel Paese di origine (Algeria) non possono rientrare perché la loro sicurezza, secondo alcuni, non sarebbe garantita.
Per uscire in qualche modo dalla vicenda a questo punto sono gli americani che hanno bisogno di aiuto: “La Bosnia Erzegovina può dare una mano nella soluzione della questione, così come si sono offerti di farlo Paesi come la Germania o il Portogallo, che hanno dichiarato di poter accogliere alcuni degli ex prigionieri di Guantanamo - aggiunge Petritsch. Credo che sarebbe un gesto molto positivo da parte della Bosnia accettare anche gli altri due, nonostante formalmente non siano più cittadini bosniaci, aiutando così gli Stati Uniti che in questi anni hanno fatto molto per quel Paese.”
Ma davvero questi uomini rappresentano una minaccia? Nonostante sia stato definitivamente chiarito che erano innocenti, qualcuno sostiene che, proprio per essere stati tenuti quasi 7 anni in condizioni dure e disumane nel campo di Guantanamo, sono ora a rischio di essere arruolati dagli estremisti. Un bel risultato della guerra al terrore dell'amministrazione Bush, in ogni caso. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10784/1/51/
Come dovrebbe fare ogni buon democratico uscito con le ossa rotte da questo nefasto 2008 (politicamente si intende!) ho deciso di rallegrare le mie festività natalizie con una seduta di autocoscienza. Ovviamente finalizzata a capire e comprendere le ragioni del deflagrante successo di Silvio e la pessime performance di Walter.
Tutto questo per me ha significato leggere il dolorosissimo e interessantissimo rapporto Itanes sulle elezioni politiche 2008 "Il ritorno di Berlusconi", ed. Il Mulino.
Il libro è ricchissimo e si articola in 14 contributi agili su altrettanti punti di vista dai quali guardare le elezioni dell'aprile 2008. Muovendo i passi dall'analisi complessiva di D'Alimonte, il libro analizza le ragioni del successo della destra e del corrispondente insuccesso della sinistra. Così, partendo dall'astensionismo e passando per la descrizione dei flussi di voto, del voto utile, della composizione territoriale del voto, del peso dei cattolici e dell'antipolitica "grillina", nelle 216 pagine del libro si dipana il racconto della Waterloo veltroniana.
Ma partiamo dalle note conclusive perché penso che ogni democratico dovrebbe leggerle e impararle per futura memoria. Per ripeterle ad ogni amico di sinistra che ripete a pappagallo le ovvietà del cosiddetto senso comune e per impedire che la catena degli errori compiuti nel 2008 (e del tutto identica a quelli compiuti nel 2001 e nel 2006) si ripeta anche nel 2013 o quando sarà.
Cito testuale: "Il segno complessivo di queste elezioni non è stato quello di un radicale sommovimento delle tradizionali preferenze di voto. Né degli orientamenti ideologici, che rimangono complessivamente stabili rispetto a quelli del 2006. Piuttosto, siamo di fronte a elezioni caratterizzate da un'inedita smobilitazione di parti importanti dell'elettorato di sinistra e da una perdurante incapacità, da parte delle formazioni di centrosinistra, di sfondare nel campo avverso."
Parole di pietra che piovono come macigni su Walter e che penso dovrebbero consigliargli una qualche revisione della strategia politica ed eventualmente suggerire all'intero gruppo dirigente del PD di ritirarsi a vita privata, o a una ricca vita pubblica fatta di innocui seminari, tavole rotonde e libri, ma lontana dalla direzione del partito.
Tuttavia il giudizio più duro sull'approccio strategico di Veltroni al voto 2008 sta nelle ultimissime considerazioni riportate nel rapporto e strettamente legate alla scelta di Walter di non saldare almeno idealmente il PD al governo uscente e alla tradizione prodian-ulivista.
"La decisione del PD di non condurre un'operazione verità sull'operato del governo Prodi, similmente a quanto fatto con successo da Berlusconi nel 2006, poggiava su una premessa fattuale errata, ovvero che il livello di popolarità di Prodi fosse abissalmente diverso da quello di Silvio nel 2006. Altrettanto dubbia si è rivelata la premessa che una campagna di successo potesse contare soprattutto sulla trasversalità del consenso a Veltroni, in assenza di proposte di politiche molto innovative oppure in continuità con quanto di meglio il governo uscente avesse prodotto. Poiché entrambe le premesse erano e ancora sono senso comune nel discorso pubblico, è legittimo chiedersi sino a che punto quest'ultimo riesca a rappresentare gli orientamenti dell'opinione di massa. Come che sia, i leader del centrosinistra tendono a prendere troppo sul serio il discorso pubblico per come viene costruito sui media."
In sintesi quindi Walter ha condotto una campagna vuota di contenuti innovativi ma anche priva di una continuità forte con quella che a torto o a ragione è la tradizione di successo della sinistra italiana, ovvero l'ulivismo.
Siamo di fronte ad un doppio errore mortale. Soprattutto perché le conseguenze osservate "sperimentalmente" nelle elezioni sono state l'incapacità di allargare il consenso a nuovi elettori in uscita dall'ex-CDL (mancato sfondamento al centro/mancata innovazione) così come di ottenere il consenso della totalità degli elettori ex-Unione (astensionismo/rottura con Prodi).
Ribadisco, un filotto mortale anche per il più trasversale ed ecumenico dei leader quale è Walter Veltroni.
Infine l'analisi del voto suggerisce anche alcuni elementi positivi per il centrosinistra, sui quali sarebbe utile partire per costruire qualcosa di nuovo.
In parte essi sono eredità di ciò che resta della tradizione ulivista e in parte sono aspetti nuovi, cambiamenti piccoli ma significativi nell'opinione pubblica.
Innanzi tutto la coalizione PD-IDV raccoglie il consenso della maggioranza delle persone a maggiore scolarizzazione e soprattutto degli insegnanti, veicolo fondamentale per la costruzione dei pilastri di analisi della realtà per le nuove generazioni al pari delle famiglie. Questo aspetto unito al perdurante vantaggio nel voto delle persone maggiormente interessate alla politica e al voto femminile (escluse le casalinghe di Silvio) è una sopravvivenza del blocco sociale unionista che aveva contribuito in modo determinante ad entrambe le affermazioni elettorali di Prodi.
In sintesi il centrosinistra continua a raccogliere il consenso maggioritario della parte politicamente più informata e capace di decodificare la complessità della realtà contemporanea.
Inoltre da un punto di vista valoriale la base elettorale di PD-IDV mostra una dinamica molto interessante. Un moto verso una maggiore apertura e modernità rispetto alla base elettorale di PDL-Lega.
Sull'economia la lunga semina dei riformisti liberal, che hanno tentato di modernizzare l'approccio socialdemocratico dell'ulivismo classico, sembrerebbe aver dato i suoi frutti spingendo le sensibilità dell'elettorato verso una maggiore apertura all'ideologia del mercato (liberismo).
Per quanto riguarda i temi cosiddetti sociali (ad esempio immigrazione, aborto, coppie di fatto) è da notare un netto smottamento della sensibilità dell'intero elettorato verso posizioni più liberali, a destra come a sinistra. A fronte di questa maturazione complessiva dell'opinione pubblica è importante sottolineare come l'elettorato del centrosinistra faccia non solo da apripista ma anzi mostri una dinamica molto più marcata del centrodestra. Segno che lo scontro al calor bianco con il vaticano sui Dico pur essendo fallito ha aperto non poche brecce nelle convinzioni della larga parte dei cittadini italiani.
Insomma il PD sembra essere molto simile ad partito democratico americano pre-Obama.
Adesso serve un leader carismatico del calibro del senatore nero e soprattutto una nuova stagione di innovazione politico-programmatica.
Nuove idee per rilanciare e dare corpo politico all'unica intuizione buona di Walter: che la sinistra cosiddetta radicale fosse morta e sepolta.http://www.imille.org/2009/01/il_ritorno_di_berlusconi.html#more
Cavaliere, ci prende per il culo
Italia a picco, non c'è un euro:
piani Marshall ai sardi e Gaza?
Non insulti la nostra intelligenza
di Giorgio Melis
Gli influssi febbricoli australiani possono provocare anche privazioni gravi. Come perdersi gli influssi arcoriani sparsi nel fine settimana da nuraghe Losa fino a Nuoro. Senza poter esprimere in diretta, in poesia e prosa, la grata mirabilia dei sardi pelliti per le scoperte archeo-storiche del premier-“magazziniere”e il gaudio magno per i prodigi compiuti e annunciati a nostro beneficio. Urge farlo appena possibile, benché ancora rintronati. Naturalmente con gli eufemismi del caso,come quelli cari al personaggio che trattava Prodi da “utile idiota” e gli elettori di sinistra da “coglioni”.
Rispondiamogli con i suoi toni. Ehi, Cavaliere, vuol prenderci per il culo assieme ai suoi ministri pellegrini come le Madonne elettorali del dopoguerra? Signor Berlusconi, qui abbondano i lacché, maggiordomi e ascari pronti e proni a tutto: quelli dalla lingua a spatola che finiranno di scorticarle i glutei. L'eroe della cupidigia di servilismo è questo Efisio Trincas da Cabras che ha consegnato la bandiera sardista a lei, novello Amsicora e quinto dei Cinque Abbronzati al posto dei Quattro Mori senza più bende ma con le sue bandane. Ci vogliamo rovinare: le regaliamo anche lo sbandieratore. Aggiunga trincas in faulas ai suoi Testoni&Cappellacci, che insieme fanno una parrucca o un capellone. Allora, parliamo dei suoi doni, della cornucopia che sta per rovesciarci addosso.
Ricapitoliamo. Un intervento sull'Eni per bloccare la chiusura del petrolchimico di Porto Torres. Ottima iniziativa. Specie dopo oltre un mese di assoluto silenzio e diniego, nessuna risposta alle tante sollecitazione della Regione e un'altra allarmata, un mese fa, dall'ex ministro Beppe Pisanu; per non parlare dei sindacati e degli amministratori del Nord Sardegna. Non una parola, dal vigile Scajola che non legge e non sente (per lui saremo “rompicoglioni” come il professor Marco Biagi?). Poi i cieli si aprono perché il premier deve venire in Sardegna a fare da balia, tutor e traino al suo candidato aziendale: miracoli delle urne salvifiche. All'Eni viene intimato di far ripartire gli impianti dal 1° febbraio. Sarebbe stato meglio il 14, vigilia delle elezioni: giusto per non destare sospetti. E dal 18 in poi, a urne chiuse, lo Scaroni dell'Eni deciderà la chiusura definitiva degli impianti che aveva già condannato. Non andrà così?
Abbiamo vent'anni di pratica con l'Eni. Aveva cannibalizzato e venduto al valore di rottami (con procedimento giudiziario per tangenti e altro) il tantissimo che restava della Sir di Rovelli. In particolare il suo pezzo più pregiato, l'Euteco, società-leader di impiantistica che faceva concorrenza alla Nuova Pignone del cane a sei zampe. Per non farsi mancare niente, l'Eni aveva a lungo trafficato con strutture e aree turistiche della stessa Sir e soprattutto delle società minerarie, finite a società e personaggi di varia estrazione, socialisti e collegati alla Compagnia delle opere, ovvero Comunione e Liberazione. Allora, l'Eni ci darà - obtorto collo - una boccata d'ossigeno avvelenata sotto le elezioni e poi il de profundis. Lo sappiamo, lo sanno tutti: ecco come andrà, chiunque vinca. Ma il nostro premier crede che i ardi siano come i buoni selvaggi di Cristoforo Colombo: si accontentino di una manciata di pallive di vetro colorato.
Ma al premier-archeologo non è bastato aver scoperto finalmente e tutto da solo, lasciando basito Giovanni Lilliu, che i nuraghe erano i magazzini dell'età nuragica. Ha trovato anche modo di cancellare i costi dell'insularità, con un “ponte” che ne azzererà i costi per i sardi: addirittura un caposaldo del nuovo federalismo leghista. Probabilmente non vedrà mai la luce, certo non per un decennio, con l'Italia che rischia di sprofondare verso l'Africa per una crisi che esploderà nei prossimi mesi e nella quale rischia più di tutti in Europa. I grandi uomini si danno sempre grandi obbiettivi. Berlusconi non è a Washington per l'insediamento di Obama (dove nessuno l'aveva invitato) perché lui non è “una comparsa ma un protagonista”. Allora, il “ponte” che annullerà gli effetti dell'insularità. Come quello sullo stretto di Messina, Cavaliere? Quello che doveva essere realizzato a partire dal 2001, cancellato da Prodi e che neanche lei ha il coraggio evocare? Arriva secondo, comunque. Il ponte Sardegna-Civitavecchia era stato già proposto. Nel 1948, alla vigilia di altre elezioni, da un pittoresco avvocato Marchi di Macomer. In cambio voleva essere eletto deputato ma i sardi diffidenti e ingrati non lo spedirono alla Camera: niente ponte. Quell'antesignano ha trovato un adeguato epigono: il Cavaliere barone di Munchaussen, che cambia anche la geografia. Certamente avrà miglior fortuna. I sardi (con l'Unione europea) si accontenterebbero che fosse cacciata la Tirrenia, che spadroneggia con un'indecente compagnia coloniale da mezzo secolo, massacrando i passeggeri e l'isola, specie il porto di Cagliari, ridotto ai minimi termini. Troppo poco, per Berlusconi. Ci vuol dare il “ponte” e mantenerci anche la Tirrenia: infatti ne ha confermato il ruolo e anche il boiardo Pecorini, che la comanda da 24 anni.
Berlusconi ha anche annunciato che volerà presto in Algeria per chiudere il capitolo-metano: così la Sardegna potrà disporre della rete del gas finora negato solo all'Isola. Che ci va a fare? Risparmi la benzina e l'aereo di Stato: serviranno per le prossime tappe del suo tour elettorale in Sardegna. Per il metano, non serve agitarsi o sproloquiare: è tutto già fatto. Alla fine del 2007. Non ad Algeri: ad Alghero. Dove sono venuti gli algerini, per un vertice bilaterale tra il presidente e diversi ministro del Paese nordafricano e Prodi, D'Alema e altri membri del nostro governo. Firmati i contratti, la Regione è nella società che presto comincerà a realizzare il metanotto. Ha pure chiesto e ottenuto una royalty per ogni metro cubo di gas che passerà nel tubo, destinazione Toscana-Italia. I lavori sono alle porte, l'opera è strategica: come ha dimostrato l'ennesima crisi del gas con i russi del suo compare Putin, che tiene alla gola l'Europa con la sua guerra contro l'Ucraina. Come per il ponte, il Cavaliere arriva ancora tardi.
Ma dove Berlusconi e il suo governo si superano è nella storia dei piani Marshall. Non “il” piano: i piani. Sbaglieremmo, ma ne aveva già proposto uno per l'Iraq, a suo tempo, quando era stata proclamata la vittoria dall'altro compare Bush: per la gioia degli americani e del mondo devastati dalla sua presidenza, si è appena levato dalla Casa Bianca e dalle scatole. Ricordare sempre che Berlusconi (7 novembre scorso) lo aveva definito “un grandissimo presidente….resterà nella storia”: come la maggior disgrazia internazionale del dopoguerra. Marshall, dunque. Chissà quanti italiani sotto i settant'anni sanno che il piano con questo nome ha soltanto 60 anni di vita, si chima così dal generale George Marshall (segretario di Stato con Franklin Delano Roosevelt e poi Harry Truman) e aveva un modesto obbiettivo. Dare all'Europa autodistrutta nella seconda guerra mondiale i colossali mezzi Usa per ricostruirsi e non finire sotto il tallone comunista. Come fosse stato ieri, il ragazzo Berlusconi e il prode salottino La Russa evocano un piccolo piano Marshall per la Sardegna. E' un'unica maceria, appena rasa al suolo e fumante: un Iraq in piccolo. Le ultima macerie, per la verità, risalgono al 1999-2004, governando Pili e poi Masala, che aveva come assessore al dissesto delle finanze (debito impennato di un miliardo 300 milioni in un anno) un certo Cappellacci. E' una fissa, questa del piano Marshall. Perché domenica - appena 24 ore dopo che era stata lanciato da Roma per la Sardegna - il Cavaliere lo ha riproposto a Sharm el Sheik per Gaza distrutta dagli aerei e dai cannoni israeliani. Papale papale. Tant'è che l'ineffabile portavoce Paolo Bonaiuti ha commentato, a riprova della genialità e concretezza del premier: « Il piano Marshall…che lui ha proposto significa…. semplicemente mettere i palestinesi in condizione di poter avere uno sviluppo economico adeguato per creare nuovi posti di lavoro, è l'uovo di Colombo, però è di queste cose concrete che si nutre la pace». Un uovo di Colombo talmente geniale e unico da essersi sdoppiato in un giorno. Lanciato da palazzo Chigi venerdì, obbiettivo Sardegna, domenica sera era stato riciclato a Sharm el Sheik nientemeno che per Gaza. Insomma, quel che andava bene per la Sardegna, è perfetto ed estensibile generosamente anche per Gaza. C'è una quasi perfetta identità tra la situazione sarda e quella della tragica “Striscia”: non è sfuggita alla lungimiranza del Cavaliere. Della serie, paghi zero, prendi due: un bidone spacciato e rispacciato anche in versione export.
Tempo di chiudere. Siamo sardi, non baluba o pirla come certi suoi amici, Cavaliere. Vabbé che dovremmo darci tutti al giardinaggio, come ci ha consigliato. (A proposito, perché non pensa ai cactus suoi, avendo riempito di questa varietà autoctona - scoperta anche nel Nuraghe Losa, dove forse c'era anche una serra - la sua reggia della Certosa?). Ma che lei venga qui a invaderci settimanalmente per fare la sua guerra elettorale pro-Cappellacci (lo Stato, il governo, i ministri, enti pubblici, qualche arcivescovo-missionario di Forza Italia, prefetti, questori ed ex: tutti contro Soru, competizione alla pari, da sportivi) è già una violenza poco digeribile. Non vuole proporci il suo candidato: solo imporcelo a viva forza, come fossimo incapaci di intendere e volere da soli.
Ma si va oltre e qui non c'entra il sì-no Soru ma il rispetto che una parte dei sardi ha di sé, della propria intelligenza, della propria dignità. Il premier ci vuole anche prendere per il culo e in aggiunta i nostri applausi per le sue scempiaggini. Non può permetterselo: con tutta la sua faccia di bronzo. Perché è vero: qui abbondano i lacché, i leccaculo, gli ascari autocolonizzati che non ci siamo mai negati, i Trincas&buffas, i sanni, i manincheddi. Ma fossero anche in minoranza (si vedrà), restano molti sardi con la schiena dritta, senza essere “coglioni” come Berlusconi definiva pubblicamente quelli che votavano a sinistra, deficienti che si bevono le sue frescacce.
Di quale piano o piani Marshall può permettersi di parlare, per la Sardegna e anche per la Palestina, l'Italia stracciona che sta sprofopndando nella crisi globale? Non c'è un euro per niente, salvo quelli per ripianare i disavanzi amici di Roma littoria e della Catania del suo medico sciampagnini. La recessione sta per piombarci addosso come un treno a trecento all'ora ed entro sei mesi i suoi stessi ministri sanno che purtroppo ci colpirà con violenza drammatica. Bankitalia e l'Ocse hanno annunciato, Tremonti conferma, una decrescita del 2 per cento del Pil nel 2009, in aggiunta al trend negativo del 2008. Il deficit pubblico è cresciuto del trenta per cento rispetto al 2007, sforeremo di molto il tre per cento del Pil: siamo già al 3,8, mai così in alto. Oltre, c'è un baratro dal quale non è affatto certo che l'euro e l'Unione Europea possano salvarci, con la previsione di due milioni di disoccupati. E intanto c'è un crollo della produzione industriali come non si vedeva dal 1991, ovvero 18 anni fa, con connesso collasso degli ordinativi.Non è vero che Berlusconi porta sfiga appena va al governo (molto spesso), come nel 2001. Certo noi italiani siamo davvero sfigati e c'è sempre lui nei momento più neri. Tutto bene: allegria!
Questa è la gravissima situazione dell'Italia. E in queste tenebre il capo del governo non ha di meglio da fare che cercare di sequestrare il voto di una regione ad autonomia speciale, di interferire pesantemente con i mezzi dello Stato. Non bastasse, ecco la ciliegina sulla torta: votate per il mio protetto che vi ha anche promesso centomila posti di lavoro e io vi darò un piano che trasformerà la Sardegna in un Eden: mentre il resto d'Italia sprofonderà nella palude della recessione e della disoccupazione. Siamo alla quaresima, arriva la tempesta e c'è un capo di governo che parla a un milione e 600 mila persone come fossero degli imbecilli, ciechi e sordi che non capiscono e non vedono quel che accade e capiterà. C'è un limite oltre il quale le balle del Merlino fasullo - che strappavano un sorriso rassegnato, un'alzata di spalle impotente - inducono nell'intolleranza per l'allarme angosciato che nevrotizza il corpo sociale. Questa garrula, fatua, allegra spensieratezza del premier mentre siamo a rischio totale, cancella ogni residuo senso dello Stato, distrugge ogni rispetto nelle istituzioni e verso chi le rappresenta come al cabaret, offendendo i cittadini, pardon, il pubblico. Qui non siamo solo alla truffa propagandistica da magliari. C'è anche l'insulto alla nostra 'intelligenza, all'offesa alla nostra dignità. Non navevamo chiesto nulla, la massimo che ci lasciasse in pace, con i cortigiani anche indigeni della Certosa del cactus. È entrato in scena con l'oltraggio al pudore cerebrale di una regione e del suo popolo. Si deve rispondere, adeguandosi al suo lessico, con una sola parola: ma vaffa, Cavaliere. Le racconti ai pirla che conosce meglio. Siamo sardi, non i cretini che crede. Lei che può, con quattro euro si è tenuto Kakà, troppo buono con tutti gli italiani. Faccia un altro piccolo sforzo e lasci in pace anche noi sardi.http://www.altravoce.net/2009/01/20/cavaliere.html
“Remaking America”. Il messaggio del nuovo presidente statunitense è condensato in quelle due parole.
Rifare l’America. Parole di verità, di realtà, di responsabilità, di umiltà. Concetti che hanno punteggiato il discorso di insediamento del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Il suo predecessore volle imprimere un sigillo più ambizioso al suo doppio mandato: rifare il mondo. Con l’“esportazione della democ r a z i a” .
Un edificio ideologico di cui rimangono oggi solo detriti. La regìa televisiva era implacabile ieri quando inquadrava il volto intirizzito e lo sguardo inerte del presidente uscente mentre Barack Obama enunciava i principi e le linee-guida di una “dottrina” che capovolge il senso di marcia seguito dagli Stati Uniti negli ultimi otto anni. La bussola del nuovo presidente è la speranza, non la paura.
L’unità di propositi non il conflitto e la discordia.
Il discorso inaugurale pronunciato ieri da Barack Hussein Obama è stato all’altezza delle attese.Oratore appassionato e raffinato, ha lavorato per giorni al testo con il fidato David Axelrod e con esperti del rango di Ted Sorensen e Dick Goodwin, i mitici speech writers di JFK, e ha studiato gli inaugural address di alcuni dei suoi predecessori illustri a cui si ispira, Lincoln, Roosevelt, Kennedy.
Ma c’era molto della sua mano nelle parole ascoltate ieri: l’insistenza sul «noi», sulla «responsabilità», sul «cambiamento». Sono i temi che hanno scandito il ritmo della sua lunga campagna elettorale e che hanno fatto breccia prima nei tanti che l’hanno “nominato” candidato democratico alla presidenza e poi nella maggioranza degli americani che l’ha eletto presidente degli Usa. Un discorso che a tratti provocava la pelle d’oca e che, per il tono, le implicazioni, la portata simbolica, le reazioni del pubblico – per tutto questo – faceva tornare in mente, come ha notato il compassato John King della Cnn, lo storico discorso d’insediamento di Nelson Mandela nel Sudafrica democratico dopo gli anni dell’apartheid.
Un intervento solenne che per sua natura non doveva entrare nel dettaglio dei piani immediati dell’amministrazione che nasce. Eppure era estremamente chiaro nella sua visione e nei suoi propositi.
Innanzitutto un messaggio al mondo e a quella parte del pianeta oggi in febbrile e pericoloso fermento, quella musulmana. Un messaggio su due livelli. «Si sappia che l’America è amica di ogni paese e di ogni uomo, donna o bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e di dignità e che siamo di nuovo pronti a fare da guida». Poi rivolto «al mondo musulmano: cercheremo una via per andare avanti, basata sull’interesse comune e sul reciproco rispetto». Ma guai a interpretare un atteggiamento di disponibilità come un segno di debolezza. O come rinuncia «al nostro stile di vita»: «Non ci sopravvivrete, noi vi sconfiggeremo ».
Ed ecco le promesse elettorali che tornano nel discorso: Iraq, Afghanistan, clima ed economia “verde”, relazioni robuste con gli alleati e multilateralismo, riforme economiche e sociali, la fine di ogni abuso e di ogni illegalità attuate in nome di una falsa scelta tra sicurezza e ideali. Barack Obama torna dunque ai temi dello competizione prima con Clinton e poi con McCain per indicarli come i paletti che segneranno il suo percorso presidenziale.
Certo, adesso subentra il realismo che gli consiglia di aggiungere un «responsabilmente» al piano di ritiro dalla Mesopotamia. Ma la promessa resta. E tuttavia è il fronte interno, la ricostruzione di un’America capace di affrontare le numerose sfide «reali e gravi» che ha di fronte, capace di farlo perché in grado di recuperare gli ideali che prima la resero libera e poi la resero forte, dell’inclusione, della solidarietà, dell’onestà e della laboriosità.
I sondaggi saranno certamente generosi con il nuovo presidente.
Anche i commentatori. Ma ora comincia l’atteso “reality check”, la verifica della realtà. Prenderà immediate decisioni per marcare il cambiamento, come la nomina del veterano George Mitchell come inviato in Medio Oriente. E poi l’ordine di chiusura di Guantanamo. Comincia una musica nuova a Washington. http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
Nuovo bellissimo sito della casa bianca e mega update di Google Earth su Washington. Ma la cosa più bella è stata l'update del file robot.txt del sito della Casa Bianca, il file che viene letto dai motori di ricerca e gli fa sapere cosa indexare e cosa no.
E il vecchio sito della casa bianca aveva escluso dai motori di ricerca quasi 2400 pagine del sito, tra cui quelle sul 9.11, quelle sulle foto di pasqua, quelle su Laura Bush, quelle sul G8, tutte quelle con le foto, ... Robba da maniaci; mi immagino già il dipartimento rimozione pagine dal sito tutto intento a lavorare dalla mattina alla sera per decidere cosa filtrare e cosa no.
Il nuovo invece ha rimosso tutte 'ste scemate e permetterà a google di ricercare all'interno delle pagine in modo completo.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Il boato di entusiasmo di milioni di persone in una Washington in festa, le lacrime di commozione dei neri d’America, l’attesa del mondo per un cambio di rotta della superpotenza planetaria, hanno accompagnato l’ inizio della presidenza di Barack Obama. Giurando sulla Bibbia di Abramo Lincoln, l’uomo che riunì il paese e mise fine alla schiavitù, il primo presidente nero nella storia ha promesso di mettersi alla guida di una nuova era segnata dalla vittoria “della speranza sulla paura”. […]
(SULLO SPECIALE ANSA.IT IL DISCORSO INTEGRALE DI OBAMA)
“Dobbiamo rialzarci, scuotere la polvere di dosso, e cominciare di nuovo il lavoro di ricostruire l’America”, ha detto il 44mo presidente degli Stati Uniti, auspicando l’avvento di un periodo di “responsabilità collettiva” per far fronte alle molte sfide del momento. E quasi a sottolineare la portata del compito che ora attende Obama, nel pieno della peggior crisi economica per gli Usa dalla Grande Depressione, Wall Street ha ’salutato’ il nuovo presidente con un crollo del 4% del Dow Jones e del 5,61% del Nasdaq. <