ulivo velletri


febbraio 28 2009

L'Assemblea Nazionale e il Circolo Enzo Biagi

Da Pdmonza.

Sabato scorso l'80% dei delegati presenti all'Assemblea Nazionale del PD ha votato con percentuali bulgare per non andare alle Primarie e per eleggere subito Franceschini nuovo segretario.

I delegati che hanno sostenuto con percentuali così ampie la linea dell'attuale gruppo dirigente sono stati eletti durante le primarie di ottobre 2007. Sono dunque essi stessi espressione del popolo delle Primarie, della mitica base (prescindiamo per semplicità dalla questione delle liste bloccate).

La naturale conclusione di questo sillogismo è che la base non vuole le primarie, essa stessa ha preferito risolvere la questione delle dimissioni di Vetroni, motivate da manifesto fallimento, nominando come successore il suo vice (!!) e rimandando il tutto al congresso di ottobre.

Ciò vuol dire che probabilmente a noi capita di frequentare dei militanti e dei simpatizzanti non appartenenenti ad un gruppo statitisticamente significativo o adeguatamente rappresentato in Assemblea. Diciamo questo perchè tutti quelli con cui ci stiamo confrontando sulla questione stanno esprimendo orientamenti completamente diversi.

La base che noi conosciamo voleva le primarie e le voleva subito, voleva l'azzeramento della attuale classe dirigente che come Veltroni e più di Veltroni porta sulle spalle le responsabilità della balcanizzazione del Partito, del disorientamento dei militanti e in ultima analisi delle sconfitte elettorali.

Ora invece ci viene chiesto di stare uniti e di aspettare che ad ottobre qualcuno si occuperà di noi e del nostro futuro...

La descrizione 'ufficiale' della giornate di sabato la trovate qui. Alcune affermazioni dei dirigenti sono veramente deprimenti. Noi non possiamo che sostenere il tentativo di alcuni volenterosi (qui e qui) di mettersi di traverso e di spingere da subito per un vero rinnovamento.

A pensar male si fa peccato ma noi crediamo che l'epilogo di sabato attesti oltre ogni ragionevole dubbio che l'attuale gruppo dirigente nutra una certa diffidenza verso l'istituto delle primarie, non tanto perchè ingenerano confusione o distolgono energie dalla attività politica ma perchè, se sono fatte bene, il risultato, come in tutte le competizioni, è impredicibile.

Qui di seguito ci si allarga in una considerazione sociologica: quello che caratterizza il Partito come il Paese, è il <<Rifiuto della Competizione>>. A tutti i livelli. In qualsiasi ambito ci si scontra con una pervicace e ostinatissima difesa senza quartiere delle proprie rendite di posizione.

Siamo in presenza di gruppi refrattari ad ogni criterio di valutazione oggettivo.

Se una perde le elezioni per la presidenza della Regione Sicilia con 35 punti di scarto dal vincitore e diminuendo di 10 punti il consenso rispetto alla sfidante che l'aveva preceduta questo non vuol dire che non è adatta ma diventa Presidente dei Senatori del Partito Democratico.

Se uno perde (male) le elezioni a Premier e le elezioni per diventare sindaco della Capitale non solo non viene messo alla porta ma viene addirittura premiato con la Presidenza di una commissione parlamentare.....e di esempi ce ne sono a migliaia.

L'assemblea di sabato come metafora della società italiana bloccata: notai, farmacisti, baroni accademici, tassisti (!!!), politici ...insomma metteteci un po' voi una delle n-mila corporazioni che bloccano il sano sviluppo delle vita sociale ed economica del nostro paese.

L'algoritmo difensivo è semplice ed è sempre lo stesso: costituzione del gruppo di riferimento, innalzamento delle barriere all'ingresso e refrattarietà ad ogni stimolo esterno. Una volta chiuso il "recinto" chi è dentro è dentro e chi è fuori e fuori, indipendentemente da capacità, spirito di iniziativa e soprattuto da risultati misurabili. Ogni gruppo concentrato unicamente sulla perpetuazione del proprio privilegio da trasmettere a parenti, amici e lacchè.

Ogni tentativo di rimuovere i privilegi e le barriere all'ingresso, ogni sforzo di modernizzazione e di confronto è visto come reato di lesa maestà.

Quello che è mancato sabato a Roma è quello che manca da decenni in Italia: un campo da gioco, regole certe e vinca il migliore. Discorso di destra? Non ci pare proprio. Puro riformismo.

Nel frattempo, nel nostro piccolo, il nostro Circolo farà le primarie per decidere il candidato da presentare nel nostro collegio (San Fruttuoso- San Biagio) alle prossime elezioni provinciali. Dagli incontri di circolo e dalla assemblea dei tesserati sono emerse le candidature di Elio Bindi, Andrea Cerroni e Maria Grazia Artesani. Saranno primarie vere. Il risultato sarà noto solo a conclusione dello spoglio. Probabilmente saranno le uniche primarie che si terranno a Monza.

Cordialità http://pdmonza.it/wiki/index.php/24.02.2009_L%27Assemblea_Nazionale_e_il_Circolo_Enzo_Biagi


Alla larga

 

 

Premessa: io non guardo mai i telegiornali. A quell’ora di solito sto mangiando in piacevoli compagnie familiari, o facendo altro. E poi penso non ci sia più bisogno di telegiornali per chi frequenta la rete con l’assiduità con cui la frequentiamo ormai in moltissimi. Infatti mi è evidente, quando li guardo, come la ricerca di un pubblico in via d’estinzione porti i telegiornali verso contenuti a metà tra lo strano-ma-vero e l’allarmismo genere terrorizziamo-le-vecchiette: il target immaginato è poco istruito, poco informato, acritico e inerme di fronte a quello che gli viene raccontato. Con l’eccezione della parte dedicata alla politica che soggiace invece a criteri marchettari insuperabili ed eterni.

Stasera ho guardato un quarto d’ora di Tg5 e di Tg1, alternando. Penso che facciano schifo, e che siano spettacoli deprimenti per chiunque abbia cara la sopravvivenza intellettuale e culturale del suo paese, nonché la dignità del lavoro giornalistico. Penso che quelli che sostengono che i reality rincoglioniscono gli italiani farebbero meglio a preoccuparsi dei Tg. Ho assistito a una successione di servizi a base di gang di cinesi (due casi che non c’entravano niente l’uno con l’altro, in uno dei quali i cinesi in questione erano stati ammazzati), cronacaccia nera voyeuristica tipo Garlasco o Perugia, truffe nelle slot machines (truffe di cinesi) e bullismo scolastico. Tutto raccontato con ogni cliché giornalistico e linguistico immaginabile, una mediocrità narrativa che nemmeno nel giornalino del liceo.
Il Tg5 si distingueva, ma anche il Tg1 non era da meno. E entrambi hanno mostrato le immagini di quattro pirla in una scuola che hanno cercato di dar fuoco a delle suppellettili nella loro aula in assenza dei professori. Senza peraltro riuscirci, quindi il terrorismo dei tg si è dovuto concentrare sul fatto che una di queste suppellettili fosse una croce di legno appesa nell’aula (trattata al pari di una lavagna, nell’intenzione dei pirla: di legno e quindi infiammabile). Benché fosse palesemente una nuda croce, i giornalisti su entrambe le reti lo hanno ripetutamente definito “il crocefisso” (secondo me non strumentalmente: è che manco sanno cosa sia, un crocefisso), mentre persino i pirla nel video la chiamavano più oculatamente “la croce”: intervistando poi dotti commentatori sulla spregevolezza di bruciare il crocefisso (un simbolo è un simbolo, ma non è la stessa cosa accanirsi su una croce di legno o sull’immagine di una persona sofferente e moribonda). Al Tg5 hanno anche ripetutamente insistito sull’inaudita gravità dell’azione rispetto ad altre, come se cercare - invano - di dar fuoco a una croce di legno debba ritenersi peggio che picchiare un compagno disabile, o molestare una professoressa.

Per quel che riguarda me, mi rassicura sapere che difficilmente mi ricapiterà presto di guardare un telegiornale (l’ultima volta era stato un Tg2, qualche tempo fa, con identico raccapriccio): mi resta solo la curiosità di sapere se nessuno si vergogni un po’ del posto dove sta, là dove li fanno.http://www.wittgenstein.it/2009/02/27/alla-larga/


Braccino corto

I piani di stimolo dell'economia, secondo un grafico pubblicato sull'ultimo numero del Nouvel Observateur, valgono il 5,6% del Pil negli Stati Uniti, il 3,3% in Germania, l'1,5% in Gran Bretagna e Francia, l'1,2% in Spagna e solo lo 0,4% in Italia. Avendo un partito d'opposizione e non non una libera confederazione di voti di coscienza si potrebbe pure fare qualcosa di politicamente efficace.
paferrobyday

http://giornalismoparma.typepad.com/


Informazione e mafia : Caserta , nuove intimidazioni a giornalista
di Tara Fernandez

Nuova intimidazione a Vincenzo Palmesano, il giornalista di Pignataro Maggiore (Caserta), incalzato sempre piu' dalla camorra per le sue inchieste-verita'. L'ultimo atto e' stato il tentativo di dare alle fiamme la sua auto.

Palmesano ha condotto per anni coraggiose inchieste giornalistiche pubblicate su un quotidiano locale che tuttavia chiuse la collaborazione per pressioni camorristiche, come emerso da indagini della procura antimafia. Ha inoltre inviato direttamente alla magistratura numerose denunce in merito all'operato della potente cosca Lubrano-Ligato-Nuvoletta-Romagnuolo.

"Ho sempre operato - ha spiegato il giornalista in una nota - affinché la palude politico-mafiosa di Pignataro Maggiore fosse costantemente sotto i riflettori, nonostante la capacità di immersione che ha mutuato dalla mafia siciliana, da cui ha appreso le modalità di condizionamento delle Istituzioni, dell’economia e della stampa".

Di recente, Palmesano ha ricevuto pubbliche attestazioni di stima da parte del coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, del pubblico ministero Giovanni Conzo e del Comandante provinciale dei carabinieri di Caserta, col. Carmelo Burgio.

In merito alle intimidazioni piu' recenti, Guido Columba, presidente dell'Unione Cronisti, e Renato Rocco, presidente dei Cronisti campani, hanno dichiarato: "L'ennesimo episodio di intimidazione da parte della camorra nei confronti di Palmesano ripropone la necessità di alzare il livello di attenzione da parte delle istituzioni per garantire il diritto-dovere di cronaca e consentire ai cronisti, impegnati in prima linea, di svolgere il proprio delicato lavoro".


www.osservatoriosullalegalita.org

 


Stupidiario PD
By Giuseppe A. Veltri |

“l’elettore non è attratto dalle primarie, mia mamma non le vuole”.

Ermete Realacci

“In Europa non andremo mai col PSE. Ma non potremo mai stare dove non ci sono i socialisti”

Dario Franceschini

“E’ tornato l’ottimismo”

Dario Franceschini
http://www.giuseppeveltri.it/blog/?p=851


Striscia la giustizia




Vignetta di Roberto CorradiLa richiesta di archiviazione per le telefonate Berlusconi-Saccà inaugura un nuovo genere giurisprudenziale: la giustizia creativa. Secondo i pm napoletani che avviarono l’indagine, se il politico più ricco e potente d’Italia chiede al direttore di Raifiction di sistemare 5 ragazze «per sollevare il morale al Capo» a spese degli abbonati e aggiunge «poi ti ricambierò dall’altra parte quando sarai un libero imprenditore. M’impegno a darti grande sostegno», è corruzione. Basta ascoltare la telefonata per trovare l’atto illecito (far lavorare gente che non lavorerebbe senza raccomandazione) e la «promessa di denaro o altra utilità» in cambio, cioè i due ingredienti tipici della corruzione. Quanto basterebbe, in un paese normale con due imputati normali e una giustizia normale, per affidare la faccenda al giudizio di un tribunale. Ma, per i pm romani che hanno ereditato l’inchiesta per competenza, «non vi è certezza del do ut des», al massimo di un po’ di «malcostume». E poi Saccà non è un incaricato di pubblico servizio (al servizio pubblico radiotelevisivo non crede più nessuno). E soprattutto i due piccioncini hanno un rapporto talmente «stretto e asimmetrico» che «Berlusconi non ha alcuna necessità di garantire indebite utilità per avere favori da Saccà». Cioè: Berlusconi è il padrone dell’Italia, dunque della Rai, dunque di Saccà, dunque non può pagare tangenti: è lui stesso una tangente (resta da capire perché allora garantisse «utilità» nella telefonata a Saccà: forse scherzava). E così il conflitto d’interessi, anziché un’aggravante, diventa un alibi. Giustizia è fatta.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Così il governo butta via una “social card”

Così il governo butta via una “social card”

Rifiutando di farci votare il 6-7 giugno prossimi, nell’ambito
dell’”election day” per le europee e le amministrative,
anche il referendum abrogativo della legge-porcata promosso da
Giovanni Guzzetta e Mario Segni, il governo si appresta a farci
spendere come minimo 400 milioni di euro in piu’. Lo ha calcolato
il sito www.lavoce.info ma e’ un calcolo al ribasso. Inserendovi
accanto ai costi strutturali anche le numerose spese indirette che una
competizione elettorale determina su tutto il territorio nazionale, la
somma cresce fino a eguagliare o superare quella stanziata nel
novembre scorso per i cittadini piu’ poveri. La cosiddetta
“social card”, infatti, ha usufruito di uno stanziamento di
460 milioni. Ora il governo ne buttera’ via altrettanti pur di
evitare che il referendum elettorale consegua il quorum del 50 per
cento. Perche’? Ma e’ semplice: perche’ la Lega Nord lo
vive come un de prufundis del proprio movimento, che sarebbe costretto
a presentarsi in una lista comune con il Pdl nel caso vincessero i
“Si’”.
Bella idea della democrazia e grande sensibilita’ alla fasce deboli
della popolazione, vero?
Lo scandaloso comportamento della casta politica che bara e sperpera
denaro pubblico pur di mantenere in vigore la legge Calderoli, merita
di essere denunciato. Mi auguro che Franceschini non esiti a far
propria, come Partito democratico, la richiesta che tale scippo ai
danni dei cittadini venga evitato. http://www.gadlerner.it/2009/02/27/cosi-il-governo-butta-via-una-social-card.html


VOLI DELLA MORTE E DESAPARECIDOS

A ROMA ERGASTOLO PER L’ANGELO DELLA MORTE

Gennaro Carotenuto

Sembra proprio una risposta dei giudici alla frivolezza di Silvio Berlusconi che pochi giorni fa aveva scherzato sui voli della morte durante la dittatura in Argentina. Ieri giovedì la Cassazione di Roma ha confermato la condanna definitiva alla pena dell’ergastolo per Alfredo Astiz, assassino di tre cittadini italiani, Angela Maria Ajeta, Giovanni e Susanna Pecoraro, torturati ed assassinati dallo stesso Astiz. Questo era all’epoca tenente di marina conosciuto come l’angelo della morte, nell’ESMA, la Scuola meccanica della marina militare argentina convertita in campo di concentramento e sterminio ed oggi Museo della Memoria.

Astiz è già stato condannato all’ergastolo in Francia per l’assassinio di due suore, Alice Dumont e Leonie Duquet quando l’angelo biondo si era infiltrato nel primo gruppo delle Madri di Plaza de Mayo, che si riuniva nella Chiesa di Santa Cruz a Buenos Aires, spacciandosi per fratello di una desaparecida, sequestrandone, torturandone e assassinandone dodici, ed è attualmente recluso in Argentina in attesa di essere finalmente giudicato per le sue dirette responsabilità. Era inoltre uno dei più stretti collaboratori dell’Ammiraglio Massera, nel sistema dei voli della morte, con i quale i prigionieri politici dopo il tormento venivano lanciati vivi nell’Oceano Atlantico.
Nella sua arringa finale il sostituto procuratore generale della Cassazione, Luigi Ciampoli, ha chiesto e poi ottenuto la conferma dell’ergastolo per Astiz, già condannato lo scorso 24 aprile (insieme a Jorge Eduardo Acosta, Antonio Vanek e Jorge Raul Vildoza che non hanno presentato appello) dalla Corte d’Assise di Roma per “l’inumana ferocia documentata da fatti e testimonianze”.
Angela Maria Ajeta era madre di un dirigente della Gioventù Peronista, Dante Gullo, di origine calabrese e sia la Regione Calabria che la Provincia di Cosenza e l’Avvocatura dello Stato si erano costituiti come parti civili nel processo. La catturarono, torturarono e assassinarono per ricattare il figlio.
Anche Giovanni Pecoraro non era un guerrigliero ma un semplice imprenditore edile. La sua colpa fu quella di voler incontrare la figlia, Susanna, anch’essa militante della JP, un’organizzazione non armata come non erano parte di organizzazioni guerrigliere circa il 95% dei 30.000 desaparecidos argentini. Susanna, incinta, fu eliminata dopo aver dato alla luce una bambina, rintracciata solo nel 2007 dalle “nonne di plaza de Mayo”, l’organizzazione che si occupa di rintracciare i figli dei desaparecidos fatti sparire dai militari.
Per la difesa di Astiz nessuna di queste persone è morta ma ha fatto semplicemente sparire le proprie tracce. Adesso si attende la conferma della richiesta di estradizione per Astiz da parte della giustizia italiana. Coraggioso nel tradire madri, torturare uomini legati e donne incinte e lanciarli poi nell’Oceano con i voli della morte, quelli sui quali si diverte Silvio Berlusconi (membro della loggia P2 come lo stesso l’Ammiraglio Massera), Astiz è famoso anche per essere stato il primo ufficiale argentino ad arrendersi all’esercito britannico nella guerre delle Malvinas (Falklands) nel 1983. Mentre centinaia di ragazzi del servizio di leva venivano massacrati o morivano congelati lui non sparò un colpo.

fonte www.gennarocarotenuto.it


Superpotenza di Obama

GUIDO MOLTEDO


Il New York Times lo definisce «la seconda superpotenza del mondo ». È il movimento pacifista che manifesta contro l’incombente invasione dell’Iraq. Sono trascorsi sei anni da quel 15 febbraio 2003: mentre nel vicino Kuwait si ammassano le truppe statunitensi che un mese dopo, il 20 marzo, entreranno nel paese mesopotamico per conquistare Bagdad, nelle capitali europee e asiatiche e in America immensi cortei sfilano pacificamente nel tentativo di fermare la poderosa macchina da guerra messa in moto da Bush. La straordinaria portata della mobilitazione a livello globale – si calcola una partecipazione tra i sei e i trenta milioni di persone, tanto da figurare nel Guinness dei primati – fa scrivere a Patrick Tyler del Nyt che «le grandi manifestazioni in giro per il mondo questo fine settimane stanno a ricordarci che ci sono tuttora due superpotenze sul pianeta: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale».
Ma le bandiere multicolori della pace sono destinate a sbiadire mentre l’iniziativa di Bush sbriciola ogni forma di opposizione.
Sia militarmente sia sul piano propagandistico. È in quel clima di egemonia incontrastata delle ragioni della guerra e dell’esportazione della democrazia che Barack Obama, allora solo un politico dello stato dell’Illinois, prende fermamente posizione contro l’invasione irachena, anche in contrasto con i massimi esponenti del Partito democratico, Hillary Clinton in testa, sostanzialmente d’accordo con la politica della Casa Bianca. Poi – non molto tempo dopo la sciagurata e ridicola “Mission accomplished” di George Bush, il primo maggio 2003 sulla portaerei Uss Abraham Lincoln – la guerra mesopotamica inizia a dare ragione a chi ha facilmente profetizzato una lunga scia di morti e distruzioni. Il vento cambia, i democratici americani cominciano a prendere le distanze da Bush. E si entra in un clima di tragedia nazionale. Un nuovo Vietnam. Guerra civile tra le fazioni. Devastazioni. Abu Ghraib. 650.000 iracheni deceduti per eventi legati alla guerra. I caduti americani (4.250 fino a oggi), decine di migliaia i soldati feriti e con gravi invalidità, innumerevoli i veterani disadattati e fuori di testa. 4.5 milioni di iracheni sfollati. Costi enormi: 1.6 trilioni di dollari. Lo stazionamento di una media di 142.000 militari per sei anni, che sguarnisce altre aree di crisi prioritarie, l’Afghanistan innanzitutto. Risultato? Una superpotenza, l’unica rimasta dopo la caduta dell’Urss, insabbiata in un conflitto insensato e senza fine. E intanto “l’altra superpotenza” si riprende la rinvicita: non solo le sue ragioni trovano purtroppo conferma ma acquista un portavoce d’eccezione: il futuro presidente degli Stati Uniti.
Già, la posizione chiara e intransigente di Obama è decisiva, è il suo asso nella manica, specie nella prima fase della campagna elettorale per le presidenziali. È la sua bandiera. E di fronte alle esitazioni di Hillary, appare non solo come segno di preveggenza ma anche di diversità rispetto alle convenienze e agli inciuci di Washington.
Oggi che è il commander-in-chief, Obama dà seguito alle tante volte invocato ritiro delle truppe dall’Iraq. Certo, il quadro è cambiato, e ieri il nuovo presidente l’ha sottolineato. Il paese mediorientale non ha raggiunto un livello di stabilità duratura, «la violenza continuerà ad essere parte della vita in Iraq», ammette Obama, il che richiede gradualità nel disimpegno. Nel frattempo, l’opinione pubblica americana è totalmente assorbita dalla “guerra” domestica, quella contro la crisi economica. E ha messo in secondo piano il dossier iracheno. Infatti, gli applausi più fragorosi dei marines che l’ascoltano nella base di Camp Lejeune in North Carolina scattano quando promette aumenti salariali agli americani in uniforme. Anche per loro, oggi, il fronte principale è quello della crisi.
L’annuncio del ritiro non ha dunque quel clamore che avrebbe avuto solo un anno fa. Eppure segna una svolta. Anche se lascia un po’ l’amaro in bocca in chi – compresi i leader democratici al Congresso, Nancy Pelosi e Harry Reid – si aspettavano un ritiro ben più consistente di quello annunciato, cioè una vera e propria conclusione della nefasta esperienza irachena. Il presidente ha spiegato i motivi del prudente ripiegamento, e ci sarà materia per ragionarci su e per polemizzare, specie a sinistra. L’importante è che abbia tenuto fede all’impegno di un calendario certo per il ritiro e per una scadenza ravvicinata, agosto 2010. Senza contare gli aspetti “ideologici” del suo discorso che sono il rovesciamento dei tratti salienti della “dottrina Bush”: dal rinnovato ripudio del ruolo solitario degli Usa, in nome di una ritrovata collaborazione internazionale, al rispetto espresso nei confronti del popolo iracheno e della sua sovranità politica ed economica. Ma, pur con tutte le prudenze e tutti i piccoli passi indietro rispetto alle attese, anche il discorso di ieri, come quello di due giorni fa sulla riforma sanitaria, è destinato a entrare nei libri di storia.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

La rinascita nucleare
Centrale nucleare L'ultimo impianto di riprocessamento costruito a Sellafield dopo una breve vita di malfunzionamento sarà forse chiuso. Una centrale inglese da 14 anni disperde liquido radioattivo nell'ambiente. In Giappone dopo un anno e mezzo ancora chiusa la più grande centrale atomica del mondo. Intanto le perdite economiche crescono a dismisura.
Mentre il governo di Londra non mostra segni di ripensamento sui suoi propositi di costruire 6 nuove centrali entro il 2020, in queste settimane una serie di colpi si sono abbattuti sul nucleare inglese. Una settimana fa la condanna di un operatore la cui centrale, chiusa, avrebbe disperso nell’ambiente liquido radioattivo per 14 anni. In questi giorni l’annuncio della chiusura anticipata per motivi di sicurezza del più grande impianto di riprocessamento di combustibile. Su tutto questo grandi polemiche, come quelle attorno allo scioglimento del Nuclear Safety Advisory Committee (NuSAC) fatto sparire in silenzio a ottobre.

La condanna per le perdite radioattive è quella nei confronti di Magnox Electric Ltd, per la gestione della centrale di Bradwell-on-sea, nell’Essex, in stato di decomissioning. L’azienda dal 1990 al 2004 non avrebbe effettuato i controlli dovuti, non accorgendosi della dispersione di liquido radioattivo da una cisterna sotterranea. Magnox, portata in tribunale dall’Environment Agency, ora dovrà pagare una somma di 350 mila sterline. Fanno riflettere sulla sicurezza di questa tecnologia le parole di Mike Weightman, capo ispettore del Nuclear Installations Inspectorate, pronunciate al processo e riportate dal Guardian: non sarebbe stato possibile “ispezionare o controllare ogni parte di un impianto così complesso”.

La questione della sicurezza sul nucleare ha fatto scoppiare un'altra diatriba sui giornali inglesi: è emerso che uno dei più attivi organismi di controllo, il Nuclear Safety Advisory Committee (NuSAC), è stato smantellato lo scorso ottobre senza apparente motivo e nel silenzio più totale. Sul Guardian uno dei componenti del comitato sciolto denuncia l’attuale mancanza di un organismo di controllo indipendente e accusa il governo di aver eliminato il NuSAC per le sue posizioni critiche e perché temeva fosse un ostacolo al rinascimento nucleare britannico: l’organo di controllo aveva già sollevato diversi dubbi su questioni economiche e di sicurezza.

Nel mezzo della polemica intanto è giunta quella che forse è la notizia più imbarazzante per i sostenitori inglesi dell’atomo, impegnati a convincere l’opinione pubblica che il nucleare si può fare garantendo sicurezza e rispetto di tempi e costi: l’impianto di riprocessamento del combustibile nucleare di Sellafield sarà con ogni probabilità chiuso prima del previsto. Secondo un report della Nuclear Decomissioning Authority, Sellafield infatti “non ha le caratteristiche di capacità e longevità adatte alle sue funzioni di deposito e riciclaggio”.

È la fine definitiva del sito che accoglie anche parte delle scorie del nucleare italiano? Osteggiato per vie legali da ambientalisti e anche dal Governo irlandese (secondo Dublino avrebbe infatti inquinato le acque nazionali sorgendo proprio di fronte all’Irlanda), Sellafield nei suoi quasi 60 anni di vita ha dovuto affrontare continui malfunzionamenti. La struttura in questione, il cosidetto impianto MOX  per il riprocessamento del combustibile, realizzato nel 1997 e messo in funzione nel 2001, è costato 470 milioni di sterline . Avrebbe dovuto riprocessare 120 tonnellate all’anno di uranio e plutonio usati per farne nuovo combustibile. In realtà mentre negli anni dal 1998 al 2002 è stato praticamente fermo per problemi tecnici, dal 2002 al 2007 di tonnellate ne ha lavorate solo 2,6 all’anno. Ora con ogni probabilità le 100 tonnellate di scorie presenti nel sito dovranno essere stoccate da qualche altra parte, anziché divenire combustibile.
 
Anche dall’altra parte del globo, in Giappone, il comparto nucleare non se la passa benissimo. Solo una settimana fa l’agenzia per la sicurezza nucleare nipponica ha dato il via libera all’utility Tokyo Electric Power (TEPCO) per testare il funzionamento del generatore n. 7 delle centrale Kashiwazaki-Kariwa (1.356 MW) dopo un anno e mezzo di blocco.
Ricordiamo che per gli effetti di un forte terremoto, che il 16 luglio 2007 ha colpito l’area, vennero riscontrati danni ai reattori della centrale. Kashiwazaki-Kariwa è il più grande complesso nucleare del mondo con 7 impianti per 8.212 MW, tutti bloccati dopo l'incidente.
L’autorizzazione a rimettere in funzione il reattore n. 7, l’unico finora e il più nuovo del gruppo, deve essere però suffragata ancora dall’approvazione di tre autorità locali.
Le perdite dell’utility calcolate al mese di marzo 2008, quindi un anno fa e solo dopo 8 mesi dallo stop, sono state di circa 5,6 miliardi di euro, mentre le azioni della compagnia elettrica nel 2007 calarono del 30%.
Sarebbe interessante sapere, alla luce di queste informazioni, quale compagnia assicurativa privata oggi si infilerebbe nell'avventura dell'atomo. O forse gli Stati hanno capito che se qualcosa non funziona esiste sempre una scappatoia, cioè creare una "bad company" a carico della collettività?



GM / LB http://qualenergia.it/view.php?id=859&contenuto=Articolo

Nelle Antille si profila la vittoria degli insorti

Il movimento di proteste nelle Antille sembra sul punto di concludersi. Questa mattina, è stato siglato un accordo parziale in Guadalupa mentre è tornata la calma in Martinica, dove i negoziati si avvicinano a un’intesa.
«Non è stato ancora risolto tutto, ma facciamo progressi» ha dichiarato questa mattina Nicolas Sarkozy.
In Guadalupa il collettivo Lkp ha ottenuto l’aumento di 200 euro per i salari bassi che richiedeva. L’accordo però non è stato firmato dal Medef, la Confindustria francese, e riguarda quindi solo 17 mila dipendenti del settore privato su 85 mila. L’aumento dovrebbe partire dal primo marzo. Per ora però Elie Domota, il leader del Lkp, non ha chiamato alla ripresa del lavoro, lunedì Domota si rivolgerà al ministero del lavoro per chiedere l’estensione dei provvedimenti all’insieme delle imprese dell’isola.
Intanto in Martinica la notte è stata tranquilla, sono scoppiati solo – secondo il presidente del Consiglio generale, Claude Lise – alcuni piccoli incidenti nella periferia di Fort-de-France». 390 militari sono dispiegati in Martinica dall’inizio dello sciopero tre settimane fa e forse domani, secondo Lise, i sindacati, i padroni e il governo potrebbero trovare un accordo. Per ora, padroni e governo concordano su un aumento di 247 euro per i salari mentre il collettivo contro il carovita chiede 250 euro.
http://www.carta.org/campagne/precariato+e+lavoro/16701

Libro in uscita


L'Espresso in edicola da oggi ha una intervista molto interessante a Khaled Meshaal, in cui il leader dell'ufficio politico di Hamas si riferisce esplicitamente, come obiettivo per i palestinesi, a uno stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme est capitale. Una linea già espressa varie volte, soprattutto tra 2006 e 2007. C'è anche la notizia dell'uscita del mio libro su Hamas (e che così si intitola), il 12 marzo nelle librerie sempre per i tipi della Feltrinelli. E' un libro un po' corposo, 280 pagina di storia politica con interviste, testimonianze, analisi. Per buona parte concentrato sulla transizione dalla spada al potere, per così dire, tentata da Hamas a partire dal 2oo2, in piena seconda intifada, in un processo lungo e tortuoso, che ha avuto il suo apice nella vittoria elettorale del gennaio 2006.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


febbraio 27 2009

Quando la legge è invasiva
Stefano Rodotà
la Repubblica 


Senza la ferma e argomentata critica alla proposta sul testamento biologico in discussione al Senato, e al sostegno venuto a questa posizione da un numero crescente di cittadini, non vi sarebbero stati i dissensi all´interno della maggioranza che lasciano intravedere la possibilità di una discussione non scandita soltanto dalla violenza del linguaggio e dalla povertà degli argomenti.
Da questo è legittimo trarre una lezione politica. La nettezza delle posizioni paga, la critica al proibizionismo legislativo incontra il consenso sociale, le mediazioni tutte interne alle logiche di partito non servono a nulla. Si fanno strada, insieme, la consapevolezza che si stanno mettendo in discussione le libertà fondamentali della persona e la percezione dell´inadeguatezza degli strumenti giuridici ai quali si vuole ricorrere.
Forse non tutti se ne accorgono, ma stiamo ridefinendo il ruolo del diritto (e di riflesso della politica) nel mondo contemporaneo, più precisamente il rapporto che lo lega alla vita nelle sue diverse manifestazioni. Veniamo da una fase in cui si era duramente affermato che la regola giuridica doveva tenersi lontana dalla vita economica. Deregulation, appunto, era divenuta la parola d´ordine, tradotta in politiche deliberate di ritirata dello Stato, di rinuncia ad un diritto di fonte pubblica, lasciando così il mercato alle regole liberamente create da soggetti economici, dal sistema delle imprese. Un´opposta linea è progressivamente emersa, con particolare forza in Italia, per quanto riguarda la vita privata. Qui, complice la difficoltà sociale di metabolizzare i cambiamenti profondi determinati dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche, si è fatta strada un´idea autoritaria di ricorso al diritto che, caduti una serie di vincoli naturali che governavano il nascere e il morire delle persone, dovrebbe imporre alle persone vincoli artificiali nel governo del corpo.
Ora gli effetti catastrofici della crisi finanziaria fanno invocare non solo un ritorno del diritto, ma la messa a punto, per la vita economica, di un sistema interamente rinnovato nelle istituzioni e nelle modalità d´azione dei diversi soggetti pubblici e privati. Parallelamente, sull´onda assai emotiva del caso Englaro, si è aperta una pubblica discussione sul grande tema del rapporto tra la vita e le regole che, proprio perché molti sono i fraintendimenti e le strumentalizzazioni, merita un´attenzione non legata alla contingenza.
E´ necessario liberarsi da un modo semplificato di guardare al diritto, di cui la forza delle cose ha messo in luce l´inadeguatezza. Bisogna esercitare la virtù della distinzione: solo così si può giungere alla radice vera dei problemi. Infatti, mentre nella dimensione economica la regola giuridica serve ad impedire sopraffazioni da parte di chi esercita un potere altrimenti incontrollabile, riconducendo così le stesse negoziazioni dei privati "all´ombra della legge", quando si giunge al nucleo duro dell´esistenza proprio quella regola può divenire essa stessa sopraffazione. Qui l´interrogativo si fa radicale: diritto o non diritto? E, comunque, che tipo di diritto?
Per rispondere a questi interrogativi non si può rappresentare la situazione attuale come lo scontro tra opposti estremismi, rimanendo prigionieri della logica del "clash of absolutes", di quel conflitto tra "assoluti" al quale ha dedicato riflessioni penetranti uno studioso americano, Lawrence Tribe, mettendo tra l´altro in evidenza come ormai la questione capitale sia quella di evitare che lo Stato possa imporre il ricorso ad una tecnologia, sacrificando così la libertà della persona. Proprio seguendo gli itinerari del diritto si può cogliere un cammino di progressiva liberazione delle persone da vincoli impropri, che implica anche un ridimensionamento del ruolo del diritto, non più strumento autoritario, ma custode dell´autonomia di ciascuno. Così, avvicinandosi alla vita, la regola giuridica incontra il suo vero limite.
Seguiamo qualche tratto di questo cammino. Quando si è attribuito un valore prioritario al consenso informato della persona, si è operata una redistribuzione di poteri, si è individuata un´area intangibile dall´esterno, si è sottratta la vita alla prepotenza del potere politico e alla dipendenza dal potere medico. Non sto dicendo che tutto sia stato risolto. Scrivendo su questo giornale, Carlo Galli e Roberto Esposito hanno ricordato come nelle situazioni critiche, il morire appunto, la biopolitica torni con la sua pretesa di impadronirsi del corpo: non dimentichiamo che due libri come il "Trattato sulla tolleranza" di Voltaire e "Sorvegliare e punire" di Michel Foucault si aprono con una descrizione di corpi, del supplizio di Jean Calas e dell´esecuzione di Damiens. Stiamo assistendo a un ritorno di questa pretesa, accompagnata da una restaurazione del potere medico nelle forme di una asimmetrica "alleanza terapeutica", dove il morente e i suoi familiari non sono lasciati soli nel fiducioso dialogo con il medico, ma consegnati all´esecutore di una impietosa volontà legislativa che cancella la rilevanza della volontà degli interessati.
Proprio perché di tutto questo rimane piena la consapevolezza, non ci si può limitare a invocare l´assenza della legge. Bisogna allontanare dalla vita una regola giuridica invasiva, portatrice di fondamentalismi e autoritarismi, e al tempo stesso sottolineare che vi è un ruolo del diritto come guardiano di un confine invalicabile, perché tracciato attraverso la "costituzionalizzazione" della persona. Non entriamo in una zona grigia, ma in uno spazio di libertà dove si arresta la stessa pretesa del diritto di dettare alla vita le sue regole.
Questo non è un risultato da conquistare, ma una acquisizione da difendere. Ribadire la libertà di scelta, il diritto al rifiuto di cure, allora, non è affermare una posizione di parte, bensì segnalare il punto a cui è giunto un cammino civile e giuridico, che oggi si vuol rimettere in discussione. Infinite volte, in questi tempi difficili, si è ricordato che i principi fondamentali del nostro sistema già offrono tutti gli strumenti per garantire non solo al morente, ma a tutti noi, la libertà in quella fase estrema del vivere che è appunto il morire. Qui serve il rispetto, non la pretesa di impadronirsi della vita altrui, magari invocando in modo largamente abusivo il principio di precauzione o capovolgendo il significato delle previsioni dell´Onu su alimentazione e idratazione forzata.
Da questo nesso sempre più intenso tra vita e libertà scaturisce per la vita un senso più profondo, e il diritto trova una sua più discreta misura. Si mette al servizio del "mestiere di vivere", e così può essere oggetto di apprendimento, luogo dell´uomo e non del potere, strumento più umile e disponibile e non imposizione inammissibile.


L’apoteosi della corruzione e la crisi linguistica dell’economia

Mister B. al telefonoL’Italia è il Paese più corrotto dell’Europa occidentale, e quello con la crescita più lenta. Uno studio ONU collega i due fenomeni chiamando in causa l’analfabetismo funzionale.

1. Secondo il rapporto di Transparency International del 2008, l’Italia è considerata dagli esperti il Paese più corrotto dell’Europa occidentale. Nella classifica dei Paesi più virtuosi (in giallo e in arancione nella figura sotto), occupa infatti solo il 55° posto, pur essendo la settima economia del mondo: è preceduta dalla quasi totalità dei Paesi OCSE ed anche da diversi Paesi poveri come il Cile (23), l’Uruguay (23), il Botswana (36), il Bhutan (45) e la Malesia (47).

Corruption Perceptions Index 2008

D’altra parte, i dati del Fondo Monetario Internazionale (2008) indicano che l’Italia è anche, con la sola eccezione dell’Irlanda, il Paese con la crescita economica più debole dell’Europa occidentale, l’unico ad aver chiuso l’anno in negativo con un -0,1%. Inoltre, secondo il rapporto OECD in Figures (2008), la media della crescita italiana (+1,7%) negli ultimi vent’anni (1987-2007) è stata la più bassa dei Paesi OCSE.

Secondo Daniel Haile (2005) dell’UNU-WIDER, è possibile spiegare con un modello matematico come l’alto tasso di corruzione contribuisca a rallentare la crescita economica.

2. La premessa di Haile è che la corruzione di un Paese (in blu nelle figure sotto) tende ad essere:

  • inversamente proporzionale alla redistribuzione fiscale delle ricchezze (in rosso a sinistra)
  • inversamente proporzionale all’istruzione della popolazione (in giallo a destra)
  • direttamente proporzionale alle diseguaglianze di reddito (in giallo a sinistra, in rosso a destra).
    haile_wealth&lobbies_2005

La conclusione Haile è che (a) la corruzione esercitata dai ceti ricchi sulla classe politica, per consolidare (b) le diseguaglianze di reddito, spinge (c) lo Stato a ridurre la redistribuzione delle ricchezze mediante le tasse, scendendo al di sotto dei livelli ottimali per la crescita. Questa riduzione limita (d) le risorse che lo Stato può investire nell’istruzione pubblica, abbassando (e) il livello di alfabetizzazione della popolazione. Cosa che ostacola (f) la diffusione dell’innovazione tecnologica, privando così (g) l’economia di uno dei principali fattori di crescita.

3. I dati relativi alla situazione italiana sembrano adattarsi punto per punto a questo modello.

(a) Anzitutto, la dimensione del problema corruzione è esemplificata dal rapporto SOS Impresa - Confesercenti (2007), secondo cui la mafia è la prima “azienda” italiana, con 130 miliardi di € di fatturato annuo. A titolo indicativo, il Gruppo Fiat, prima azienda industriale italiana, fattura 58,9 mld €, il Gruppo Unicredit, terzo gruppo bancario europeo, fattura 77 mld €, e il Gruppo Fininvest ne fattura 6,1. Su scala internazionale, General Motors dichiara 207,3 mld $ l’anno (162 mld €), il gruppo IBM 91,4 mld $ (71,4 mld €) e infine Google 10,6 mld $ (7,8 mld €). In pratica, dunque, la mafia è tra le poche “aziende” italiane che, per dimensioni finanziarie, non temono la globalizzazione. Inoltre, siccome ha utili molto ingenti (90 mld €) e il sistema bancario è in crisi di liquidità, questo peso finanziario non può che convertirsi in un ampio potere di condizionamento politico sul sistema Italia.

(b) In secondo luogo, l’Italia è il 6° Paese OCSE con il più alto tasso di diseguaglianza sociale, secondo il rapporto Growing Unequal (2008) dell’OCSE stessa (grafico sotto). La media dei redditi del 10% più ricco della popolazione vale circa 10,6 volte quella del 10% più povero: un fattore nettamente superiore alla media (8,9 volte), che in Europa è secondo solo a quelli del Portogallo e della Polonia. Paesi come il Regno Unito, la Spagna e la Grecia si collocano intorno alla media, mentre in Francia e nei paesi scandinavi i redditi più alti sono solo 5 o 6 volte superiori a quelli più bassi.

OECD Growing unequal 2008

(c) In terzo luogo, anche se è vero che la pressione fiscale in Italia è abbastanza alta (43,3% del PIL nel 2007, 6° Paese dell’OCSE), tuttavia la sua funzione redistributiva è sminuita da una forte tendenza all’evasione fiscale, che avvantaggia soprattutto i ceti medio-alti. In teoria, lo Stato impone una tassazione progressiva, che dovrebbe riequilibrare le diseguaglianze sociali, prelevando più dai ricchi che dai poveri. In pratica, obbliga a pagare solo i poveri e tollera che i ricchi evadano le tasse. Secondo la Direzione del Dipartimento delle Finanze, l’evasione ammontava nel 2006 a 200 mld € l’anno, pari al 13,7% del PIL. A titolo indicativo, l’intero piano di rilancio dell’economia americana varato da Obama il 16 febbraio scorso ammonta a poco più del triplo di questa cifra (787 mld $, 655 mld €).

(d) Queste risorse sottratte alla finanza pubblica si traducono in tagli alla spesa, e in primo luogo al settore storicamente negletto dell’istruzione e della ricerca. L’intero settore costava allo Stato, nel 2005, 67,9 mld €: un terzo dell’evasione fiscale. La riforma Gelmini l’ha ridimensionato per risparmiare circa 7,8 mld €: il 3,9% dell’evasione. Ma questi tagli incidono su una spesa già tradizionalmente sotto-dimensionata. Secondo il rapporto OCSE Education at a Glance (2008), la spesa dell’Italia per l’istruzione di ogni livello, se calcolata in percentuale sul PIL (4,4%), è nettamente inferiore alla media (5,4%) e superiore solo a quelle di Repubblica Ceca (4,3%), Spagna (4,2%), Grecia (4,0%) e Slovacchia (3,9%). Se invece la si calcola in percentuale sulla spesa pubblica complessiva (9,3%), allora, oltre ad essere inferiore alla media (13,2%), è anche la più bassa in assoluto tra tutti i Paesi ad economia avanzata (grafico sotto: le colonne azzurre indicano i valori del 2005, i pallini blu quelli del 2000).

ocse-istruzione-su-spesa-pubblica-2000-2005

(e) La modesta entità degli investimenti non può che tradursi in una modesta entità dei risultati. Sempre secondo l’OCSE, sul totale della popolazione italiana tra i 25 e i 64 anni, il 16% ha la licenza elementare o meno, il 33% ha la licenza media, il 38% ha un diploma e il 13% ha una laurea o più. Metà della popolazione italiana è ferma dunque alla scuola dell’obbligo (49%), contro una media OCSE di un terzo della popolazione (31%). Solo quattro Paesi hanno una quota di diplomati inferiore alla nostra (51%). Se poi si guarda ai laureati (13%), soltanto la Turchia (10%) ci strappa il primato di Paese meno istruito tra le economie avanzate (dove la media è del 27%). Le cose non cambiano se si scompone il dato per classi di età (grafico sotto): il raddoppio dei laureati, dalla classe dei sessantenni (9%) a quella dei trentenni (17%), non impedisce che l’Italia passi dal quart’ultimo al terz’ultimo posto (a pari merito con la Slovacchia, e senza contare il Brasile che non è membro OCSE), perché altri Paesi sono cresciuti più in fretta (Messico e Portogallo).

ocse-tasso-laureati-nel-tempo-2005

(f) Sarebbe riduttivo a questo punto considerare l’istruzione come una semplice problematica sociale: nella società della conoscenza, essa è una condizione imprescindibile dell’efficienza economica del sistema. Non a caso, dal 1998 l’OCSE rileva il grado di alfabetismo delle popolazioni trattandolo come un indicatore economico. L’OCSE (2001) non si limita a testare chi sa leggere e scrivere, ma definisce quattro profili di specialità e cinque livelli di competenza, per valutare “come gli adulti utilizzano l’informazione per operare nella società e nell’economia”. I quattro profili di specialità sono: 1. leggere un testo in prosa, 2. interpretare un documento di testo e immagini, 3. fare dei calcoli, 4. risolvere dei problemi logici. Limitandoci al primo profilo (diagramma sotto; non troppo dissimile dagli altri), i cinque livelli di competenza quantificano le quote di popolazione capaci di fare cose come le seguenti:

international-adult-literacy-survey-2001

  1. (in blu) Trovare in un testo molto breve un’informazione semplice e già nota, come ad esempio un nome. Un 35% degli italiani non va oltre questo livello di competenza.
  2. (in rosso) Confrontare o addizionare due informazioni semplici presenti in uno stesso testo, evitando i tranelli. Un altro 30% circa si attesta su questo livello e non supera il successivo.
  3. (in giallo) Rispondere a una domanda riassumendo le informazioni ricavate da un testo lungo. E’ considerato dall’OCSE il livello minimo per orientarsi nella società dell’informazione. Non più del 35% degli italiani lo possiede e un 26% non va oltre.
  4. e  5. (in celeste, confuse) Rispondere a domande condizionali (se x, allora y ?), facendo deduzioni logiche dall’incrocio di diversi testi lunghi. Circa il 9% degli italiani possiede questo tipo di competenze.

In breve, il 65% della popolazione italiana non possiede le competenze alfabetiche minime, secondo l’OCSE, per orientarsi nella società dell’informazione (è cioè “funzionalmente analfabeta” o “semianalfabeta”). Mentre meno del 10% possiede le competenze necessarie per orientarvisi in modo critico e creativo. Con quali conseguenze economiche?

(f) Secondo Eurostat (2008), l’Italia è l’ultimo Paese dell’Europa occidentale per numero di famiglie connesse ad Internet (42%), il terz’ultimo dell’UE-27 (60%) davanti a Bulgaria (25%) e Romania (30%), e l’unico ad aver subito una regressione rispetto al 2007 (43%). Una prima conseguenza di ciò è che, secondo Eurostat (2007), il commercio elettronico italiano contribuisce solo per lo 0,9% al fatturato delle imprese, contro una media europea del 4,2%. In pratica, solo Cipro (0,6%) e la Bulgaria (0,5%) fanno meno commercio online. Il dato cambia poco secondo l’OCSE (2008), che annovera una decina di Paesi in cui l’e-commerce vale ormai più del 10% del fatturato (figura sotto), e classifica l’Italia penultima con un 2% circa, davanti alla Slovacchia. Bisogna però considerare che l’e-commerce è solo l’aspetto più appariscente della questione. In realtà, è l’intero comparto dei servizi a risentire dell’apporto di Internet in termini di incrementi di produttività, al punto che, sempre secondo l’OCSE, la produttività di un’azienda è proporzionale alla quota di impiegati connessi in banda larga.

 

http://linguaditerra.wordpress.com/2009/02/25/corruzione-crisi-linguistica/


Le parole e le cose: breve sillogismo in forma di post


Bilancio più forte e titoli europei per battere la paura

Bilancio più forte e titoli europei per battere paura

di Romano Prodi su Il Messaggero del 26 febbraio 2009

ROMA (26 febbraio) - Domenica scorsa a Berlino i più importanti paesi europei si sono trovati finalmente d’accordo per farsi promotori di una nuova trasparenza nei mercati finanziari internazionali. Una decisione estremamente importante per evitare in futuro altre crisi ed estremamente urgente perché bisognerà cominciare a tracciare le concrete linee di azione in materia fin dalla prossima riunione dei G 20 che si svolgerà a Londra nei primi giorni di Aprile.
Non sarà facile portare in porto questo progetto perché, al momento opportuno, sorgeranno mille ostacoli, certamente costruiti da chi ha interesse che zone d’ombra e paradisi fiscali rendano difficile creare davvero trasparenza nel fiume di denaro che corre per il mondo.
La recente tensione fra Stati Uniti e Svizzera sul segreto bancario è solo una pallida premessa dei conflitti che sorgeranno quando si vorrà davvero dare concretezza a questo difficile ma indispensabile progetto. Per questo motivo è grandemente opportuno che l’Europa abbia deciso una coraggiosa iniziativa in materia.
Se è bene guardare alle grandi riforme di domani bisogna però evitare che la casa europea bruci oggi. Nelle scorse settimane, infatti, i singoli paesi, anche quelli che appartengono all’Euro, sono stati lasciati soli a difendere la propria economia e le proprie banche nella tempesta. La speculazione ha cominciato a saggiare il terreno e i tassi dei titoli pubblici di Irlanda, Grecia e Portogallo ( e in minore misura di Spagna e Italia ) si sono progressivamente allontanati da quelli tedeschi, mentre le difficoltà economiche e le conseguenti debolezze delle banche dei paesi membri non appartenenti all’Euro (soprattutto nei paesi nuovi) stanno pericolosamente mettendo in crisi tutto il sistema bancario e finanziario europeo.
Se vogliamo evitare che i paesi vengano messi in ginocchio uno alla volta occorre perciò dotare l’Unione Europea di strumenti di difesa comune.
In questo momento la solidarietà europea non è solo un fatto etico ma il nostro più efficace strumento di difesa contro l’allargarsi della crisi. Per essere ancora più chiari voglio dire che ogni Euro dedicato alla difesa dell’economia europea nel suo complesso vale molto di più di un Euro dedicato alla difesa di un singolo paese.
Perché la speculazione ha paura di una Europa forte e unita e colpisce solo i paesi isolati.
Se così stanno le cose è necessario, in sede europea, prendere urgentemente due decisioni.
La prima riguarda un aumento del bilancio dell’Unione.
Esso è oggi inferiore all’1% del PIL europeo e va portato subito, nell’ambito della Revisione di Bilanci 2008-2009 all’1,25, dedicando questo quarto di punto in più ad interventi straordinari volti ad alleviare le tensioni dei paesi dentro e fuori dall’Eurozona, aiutando in questo modo a stabilizzare i mercati finanziari europei.
La seconda decisione è l’emissione di titoli del debito pubblico a livello europeo, che si affianchino e non sostituiscano i buoni del tesoro dei singoli paesi.
La costituzione, il controllo e l’impiego di questi titoli dovrà naturalmente essere nelle mani dei ministri delle finanze dell’Eurozona.
Questo sono gli strumenti per precedere e non semplicemente rincorrere le turbolenze dei singoli mercati. Attaccare l’Europa è infatti molto molto più difficile che attaccarne i singoli membri.
Ed è anche utile aggiungere che, mentre l’Euro è già diventata una valuta di riferimento e di riserva nei mercati mondiali, non esiste ancora un titolo rappresentativo dell’Europa in cui si possa oggi investire. Capisco che queste proposte possano creare punti interrogativi e perplessità nei paesi che dovrebbero sopportarne il peso maggiore, soprattutto in Germania, dove tante sono state le discussioni negli anni e nei giorni passati. Capisco che con questo si tocca un punto cruciale nel patto sottostante la costruzione dell’Euro, patto per cui la moneta è comune ma i debiti degli stati debbono rimanere separati. Tuttavia siamo arrivati ad un punto in cui è interesse di tutti ( a partire dalla Germania) fare fronte comune per rispondere ad un pericolo comune. Lo stesso ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrùck ha recentemente ammesso la necessità di intervenire nel caso vi sia il rischio di default di un paese. Il modo migliore non solo per intervenire e per prevenire questi casi è proprio quello di costruire ed utilizzare un mercato per gli Eurobond emessi a livello europeo.
E’ chiaro che di fronte a decisioni così importanti sarà necessario offrire alla Germania (come ha recentemente scritto Soros su queste pagine) e agli altri paesi più “virtuosi” garanzie di ferro per l’impiego di queste risorse comuni. Ritengo tuttavia che siamo arrivati al punto in cui la solidarietà non è solo l’aspetto essenziale dell’Unione Europea ma è uno strumento fondamentale per vincere la paura che sempre più alimenta la crisi mondiale.


Iniziativa degli Autoconvocati il 7 marzo a Roma

Gli autoconvocati, gruppo nato a Roma (e del quale ha ampiamente riferito qui Valter Gallo, animatore principale) ma da un po' proiettato anche a livello nazionale sui temi della Partecipazione, della Democrazia, della Trasparenza e delle primarie vere, hanno organizzato un incontro nazionale il 7 marzo a Roma. Vi incollo qua sotto il documento che lancia l'incontro. Secondo me l'incontro è pienamente in linea con molti degli obiettivi del nostro circolo e dovremmo aderire; proporrò presto un voto in esecutivo, ma comunque intanto apro la discussione anche qui sul ning. Credo anche che potremmo presentare noi stessi delle proposte da includere nel "decalogo" di cui si parla.

FACCE NUOVE PER UN PARTITO NUOVO

Partecipazione, Democrazia, Trasparenza: Primarie vere per il PD


Il progetto del PD attraversa da tempo una profonda crisi. Crisi sul piano esterno, dei consensi elettorali, e crisi sul piano interno, per le difficoltà mostrate dai vertici del partito ad ascoltare e rispondere alle istanze provenienti dalla base, dai circoli e dalle associazioni d'area.

Solo quando si realizzano delle primarie vere, come è successo con Renzi a Firenze, con Balzani a Forlì, con Carlesi a Prato, si riattivano la partecipazione e l’entusiasmo che hanno caratterizzato le fasi iniziali del nuovo partito. Questo dimostra che le speranze generate dall’esperienza di Obama non sono solo illusioni, ma possono trasformarsi in realtà anche in Italia; che anche in Italia il cambiamento è possibile. Per questo noi garantiamo con convinzione un appoggio leale a tutti quelli che hanno affrontato e vinto questo passaggio.

Questi segnali positivi però non sono riusciti a bloccare la crisi a livello nazionale, che al contrario è culminata con le dimissioni del segretario Walter Veltroni. Per questo gli autoconvocati si augurano di trovare nei fatti la conferma delle parole di apertura e di cambiamento pronunciate dal nuovo segretario Dario Franceschini, in modo da riattivare la partecipazione e l’entusiasmo che sono necessari per rilanciare il progetto del Partito Democratico.

Superare la diffidenza


Per superare la diffidenza che molti elettori mostrano verso il nostro partito bisogna lanciare subito segnali chiari e inequivocabili di cambiamento, mettendo in atto le buone pratiche troppe volte annunciate e troppe volte rimandate. Non c'è tempo da perdere, e l'occasione più importante per dare questa dimostrazione sono le prossime elezioni europee, il cui risultato sarà decisivo per il futuro del PD.

Per questo gli autoconvocati hanno deciso di dedicare l'incontro del 7 marzo a Roma - intitolato "Facce nuove per un partito nuovo" - non alla protesta, ma alla proposta. Fin da ora si possono inviare all'indirizzo proposte.autoconvocati@gmail.com proposte (massimo 25 righe) su come rendere attuali nel nostro partito le parole d'ordine della Partecipazione, della Democrazia, della Trasparenza, in particolare per le prossime elezioni europee.

L’incontro sarà anche l’occasione per far conoscere le esperienze e i protagonisti delle primarie, quelle vere, che si sono svolte negli ultimi mesi in decine di città, portando anche a rinnovamenti inattesi.

Dieci idee per vincere le europee


Tutte le proposte che ci arriveranno da singoli, circoli e associazioni verranno pubblicate sul sito www.autoconvocati.it, in modo che tutti possano leggere le idee inviate, segnalare il proprio gradimento, proporre correttivi o alternative. Il 7 marzo, nella sessione pomeridiana, queste proposte verranno sintetizzate, discusse e votate, per giungere ad un decalogo delle idee più significative ed efficaci per arrivare ad un grande rilancio del Partito Democratico, il progetto nel quale noi ancora crediamo.

Se il nuovo segretario vuole riuscire a risollevare le sorti elettorali del nostro partito, se vuole portare quei cambiamenti assolutamente necessari per riattivare i circoli e la militanza, se vuole ritrovare la sintonia con la società italiana, dovrà per forza scontrarsi con le resistenze che hanno impedito al progetto originario del PD di avverarsi. Il nostro invito è a non ignorare gli appoggi che potrebbe trovare nella base per combattere insieme questa battaglia.

Noi autoconvocati non abbiamo certo l'esclusiva del rapporto con la base. Ma vogliamo fare tutto il possibile per rafforzare il collegamento tra base e vertici, attraverso i metodi del coinvolgimento e della democrazia. Invitiamo chiunque condivida i nostri obiettivi ad unirsi nel nostro sforzo, senza nessuna preclusione.

Il programma dell’incontro


L’incontro si terrà alla sede nazionale del PD a via S. Andrea delle Fratte 16, dalle 10 alle 18. E’ gradita una conferma della presenza tramite mail a presenze.autoconvocati@gmail.com

Mattino
- Introduzione
- Interventi liberi (5 minuti a testa)
- Testimonianze della partecipazione e delle primarie vere

Pomeriggio
- Creazione dei gruppi di lavoro
- Discussione sulle proposte (tre gruppi di lavoro)
- Sintesi e creazione del decalogo
- Conclusioni

Migliarino, Rifondazione vuole le primarie

 

In questi mesi il centro-sinistra vive una delle sue stagioni più difficili. Da un lato una società immobilizzata dalle paure, dall'altra un elettorato che ha perduto fiducia nei propri rappresentanti e la dimostrazione è l'aumento vertiginoso del tasso di astensionismo nelle ultime consultazioni elettorali.

Rifondazione comunista crede sia necessario generare una spinta positiva, ricostruire un legame sentimentale con le donne e gli uomini della nostra comunità. E' finito il tempo della delega in bianco, il tempo in cui le candidature venivano definite da ristretti gruppi dirigenti ed è arrivato il momento di sostituire le paure con le speranze generate da un confronto serio ed appassionato.

Noi crediamo che questo possa avvenire solo se la politica colma quel vuoto che la separa dal paese reale ed è pertanto in grado di mettersi in discussione a partire anche dai buoni risultati raggiunti sin qui nella gestione della cosa pubblica. Il passaggio centrale è, a nostro parere, la definizione delle candidature assieme agli elettori ed alle elettrici per dare loro la possibilità di scegliere un candidato od una candidata sulla base di un confronto su programmi e sui progetti che si vogliono realizzare per migliorare la qualità della vita dei nostri territori.

Le primarie sono senza dubbio lo strumento più adatto per sancire questo passaggio. Trasparenza, legame con la comunità e democrazia sono per noi le parole chiave di questa scelta.

Riconoscendoci nella positiva esperienza del centro-sinistra che ha amministrato questa comunità proponiamo alla coalizione ed a tutti i cittadini ed alle cittadine che si riconoscono in questo progetto di partecipare alla realizzazione delle primarie di tutta la coalizione.

Questo invito lo rivolgiamo anche a Sabina Mucchi, candidata sindaco del Partito Democratico, sicuri che le primarie siano strumento utile a legittimare qualsiasi sia il candidato o la candidata che ne esca vincitore. Vorremmo però che siano primarie non solo tra i partiti, ma primarie in cui possano mettersi in gioco anche esponenti della cosiddetta società civile. Primarie come luogo di confronto politico, come strumento di democrazia vero.

E la sfida vera sarà continuare sul terreno della democrazia partecipativa anche dopo le primarie, continuare a tessere relazioni positive con la popolazione di Migliarino, costruire un rinnovato senso di comunità che permetta di abbattere gli steccati che separano gli “amministrati” dagli “amministratori”. Se i nostri alleati e i cittadini saranno disponibili a raccogliere questa sfida noi concorreremo all'appuntamento con il nostro assessore attualmente nella giunta comunale : Stefano Calderoni.

Stefano 27enne laureato in sociologia, può rappresentare per noi un elemento di novità positiva anche in ragione del fatto che in questi anni, al pari di altri, si è adoperato con impegno e passione per far crescere questa comunità .


Circolo Xxv Aprile Ostellato Migliarino

http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=48120&format=html


Solare

Invece di discutere di nucleare, il presidente della regione del Baden-Württemberg inaugura la sesta più grande installazione solare del mondo. Tre megawatt e mezzo.
Una serie di queste installazioni e i parchi eolici nel mare del nord sono equivalenti ai 6 Terawatt delle centrali nucleari che vi stanno vendendo come grande innovazione.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Via d’Amelio: quella sentenza coperta dal silenzio

Nei giorni scorsi, riprendendo le denunce di Marco Travaglio e di Pancho Pardi, abbiamo raccontato il quasi tombale silenzio Raiset in merito alla condanna per corruzione dell’avvocato Mills. Di quella condanna non si doveva parlare perché non doveva essere pronunciato il nome del compare. In questo caso specifico non si è neppure atteso il lodo Alfano bis sulle intercettazioni per procedere al sequestro dell’articolo 21 della Costituzione. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato.
In queste stesse ore, sulla vicenda delle centrali nucleari, si sta ripetendo lo stesso copione. Qualsiasi punto di vista critico, divergente dal pensiero unico nuclearista, è stato cancellato. Gli scienziati, i ricercatori, i rappresentanti dei comitati che promossero il referendum sono stati condannati al silenzio o alla marginalità, fatte salve naturalmente alcune lodevoli eccezioni che ancora resistono sulle poche piazza mediatiche non ancora occupate dalle truppe berlusconiane.
La condanna al silenzio riguarda anche il passato, e coinvolge anche la vita e le opere di alcuni grandi italiani che hanno letteralmente sacrificato la loro esistenza al bene comune e alla lotta contro le mafie e i loro mandanti.
Ci riferiamo, in questo caso, al giudice Borsellino e alla sua misteriosa agenda rossa, zeppa di annotazioni e mai più ritrovata. Qualche giorno fa questa vicenda è stata archiviata, nell'indifferenza quasi totale, perché anche questa è considerata una pagina da strappare dal libro della nuova vecchissima Italia di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano.
Da Palermo, un vecchio amico giornalista che per tante ragioni preferisce non firmarsi, ci ha inviato una lettera angosciata e indignata che ci permettiamo di pubblicare e di dedicare alla memoria del giudice Borsellino e degli altri eroi che hanno perso la vita per garantire davvero a tutti noi il diritto alla legalità e alla sicurezza.


Via d'Amelio: quella sentenza coperta dal silenzio

Colpo di spugna su uno dei più grandi misteri delle stragi mafiose del '92. L'agenda rossa di Paolo Borsellino, vista in via d'Amelio, scompare per sempre per una sentenza e nella disattenzione dei media. Palermo, 19 luglio 1992. Un uomo in abiti civili si allontana, a passo svelto, dall’inferno di fiamme di via D’Amelio. Tiene stretta una borsa di pelle. E’ quella del giudice Paolo Borsellino, appena trucidato insieme agli agenti della scorta. Dentro la borsa c’è l’agenda rossa dalla quale il magistrato non si separava mai. Quelle immagini riprese dalle telecamere dei primi reporter giunti sul posto, hanno rappresentato, in questi lunghi 17 anni, la speranza di giungere a una verità superiore, di capire quali interessi esterni alla mafia abbiano scatenato, due mesi dopo l’eliminazione di Giovanni Falcone, i macellai di Cosa nostra.

Ebbene, quella verità non la conosceremo mai. Con una sentenza passata nel silenzio, praticamente ignorata da giornali e TG, con gli italiani, forse ipnotizzati dal festival di Sanremo o impegnati a sbirciare nel buco della serratura del Grande Fratello, la Corte di Cassazione ha passato il definitivo colpo di spugna sulle stragi che hanno cambiato il volto dell’Italia.

L’uomo che sottrasse dall’auto blindata di Borsellino quella borsa era il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, oggi colonnello. La suprema corte ha respinto il ricorso della Procura della Repubblica di Caltanissetta contro il proscioglimento dell’ufficiale. Non ci sarà un processo. Dunque, quelle immagini è come se non fossero mai esistite. E perciò l’agenda rossa sulla quale Borsellino annotava riflessioni, intuizioni, notizie, è un’invenzione.

Arcangioli si è sempre difeso sostenendo di non aver mai preso l’agenda e che la borsa fu consegnata subito dopo. Un fatto è certo però: l’agenda non è mai stata ritrovata.

Carico di rabbia e di amarezza il commento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, un uomo coraggioso che ha speso questi 17 anni, alla ricerca della verità. “La giustizia è morta – dice – e ogni volta che viene negata si rinnova quel massacro. E ci sono giudici che in questi anni sono stati eliminati senza bisogno di tritolo, quando hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione”.

Paolo Borsellino era a un passo dall’aprire la porta dei “santuari” della mafia, quel terzo livello su cui si era rotto la testa prima di lui Giovanni Falcone.

Con la sentenza della Cassazione è stata messa la pietra tombale sulla stagione delle stragi. E Borsellino è sparito dall’agenda della nostra italietta.

Il 21 marzo prossimo a Napoli Libera, la gloriosa associazione fondata da Don Ciotti, terrà a Napoli la consueta giornata della memoria e del rispetto dedicata alle vittime della mafia e della camorra.
Quest’anno ci sarà un motivo in più per esserci e per ribellarsi al tentativo di oscurare persino i ricordi “scomodi”.


Giuseppe Giulietti

PD - Commodore 64

Ero pronta a scrivere un pezzo sul PD 2.0, ma a leggere l’esecutivo nominato dal nostro segretario Franceschini devo intitolarlo al Commodore 64.

Osservate, leggete con me:
Pier Luigi Bersani all’Economia; Piero Fassino agli Esteri; Beppe Fioroni all’Educazione; Linda Lanzillotta alla Pubblica Amministrazione; Enrico Letta al Welfare; Giovanna Melandri alla Cultura; Marco Minniti alla Sicurezza; Margherita Miotto alle Politiche Regionali; Colomba Mongiello all’Agricoltura; Roberta Pinotti alla Difesa; Ermete Realacci all’Ambiente e Lanfranco Tenaglia alla Giustizia

http://www.martameo.net/?p=618

 

 


Un caso di omonimia (noi, invece, siamo rimasti gli stessi)

Allora. A settembre c'era un Formigoni contrario al nucleare che salutammo così. Oggi c'è un Formigoni favorevole al nucleare che salutiamo con il seguente comunicato stampa, sempre a firma Pippo e Carlo (noi siamo rimasti gli stessi) :

Solo pochi mesi fa Formigoni aveva detto che la Lombardia è autosufficiente per quel che riguarda la produzione energetica. Come ci aveva detto l’assessore Buscemi in Commissione, il presidente Formigoni ha scritto prima di Natale una lettera al governo nella quale, motivando il no di Regione Lombardia all’impianto elettrico proposto a Offlaga (Brescia), affermava appunto che la Lombardia è autosufficiente. E in effetti i dati confermavano e confermano quanto detto dal governatore. Non servono quindi nuove centrali elettriche, tanto meno nucleari, aggiungiamo noi. Perché quindi Formigoni apre le porte al nucleare, come riporta oggi la stampa? Non certo perché ci serve energia. Forse perché bisogna aprire qualche nuovo cantiere movimentando un bel po’ di denari? Ribadiamo la richiesta a Formigoni per un incontro pubblico in cui spieghi perché è a favore del ritorno al nucleare, quali opportunità offra l’energia atomica e soprattutto dove vorrebbe localizzare gli eventuali impianti. Da parte nostra ribadiamo che il nucleare non conviene, non è ancora sicuro e non dà risposte immediate all’eventuale fabbisogno energetico aggiuntivo di aziende e cittadini lombardi. Le risorse disponibili vanno investite per diminuire i consumi energetici negli edifici pubblici e privati, nelle nuove costruzioni e nelle energie rinnovabili su cui la Lombardia è letteralmente al palo. http://civati.splinder.com/

Gemelli diversi

Barack Obama presenta il progetto di bilancio per il prossimo anno fiscale, che inizia in ottobre, e cambia radicalmente approccio contabile rispetto all’era-Bush. Il deficit raggiungerà quest’anno gli 1,75 trilioni di dollari, pari al 12,3 per cento del Pil, e nell’intendimento di Obama dovrebbe ridiscendere a soli 533 miliardi di dollari nel 2013, al termine del mandato presidenziale. Nelle proiezioni della Casa Bianca vi sono alcune assunzioni piuttosto ottimistiche, forse eroiche: come la crescita reale del Pil, stimata al 3,2 per cento nel 2010 e addirittura al 4 per cento nei due anni successivi, ben oltre le previsioni dei principali forecasters indipendenti privati, circostanza che potrebbe sovrastimare la traiettoria di rientro del deficit, sport preferito dai politici di ogni latitudine.

La manovra prevede un aumento dell’aliquota marginale massima dal 2011, anno di scadenza dei tagli d’imposta di Bush, dal 36 al 39,6 per cento per i single con reddito oltre 200.000 dollari e le coppie oltre 250.000 dollari, l’eliminazione di alcune agevolazioni fiscali a vantaggio di produttori di gas e petrolio, ed un sistema di cap and trade sulle emissioni di anidride carbonica. Quello che appare particolarmente innovativo, nel progetto di bilancio obamiano, è l’eliminazione di tutti i trucchi contabili utilizzati negli otto anni della presidenza Bush, che vale la pena riassumere:

  1. Omissione delle stime dei costi delle guerre in Iraq ed Afghanistan. Ogni anno, negli ultimi 5 anni, la Casa Bianca si è presentata davanti al Congresso fingendo sorpresa e chiedendo fondi. Con questo budget Obama introduce formalmente le stime di costo per i prossimi anni, e le indicizza a qualcosa di simile all’inflazione attesa;
  2. Ogni anno, l’Amministrazione Bush fingeva di far scadere la “AMT patch, la rivalutazione dell’imponibile ai fini di neutralizzazione della Alternative Minimum Tax che ogni anno rischia di trascinare un crescente numero di famiglie (anche a reddito medio) verso un aumento di pressione fiscale. In questo modo le proiezioni di gettito si impennavano, riducendo il deficit, ma solo fino all’approvazione del patch successivo, per un costo di svariate decine di miliardi di dollari annui. Ora il costo di neutralizzare la AMT è spesato per i prossimi dieci anni. Eliminato anche il giochetto di fingere di tagliare i pagamenti ai medici convenzionati con il Medicare;
  3. L’Amministrazione Bush usava il baseline scenario per promettere il dimezzamento del deficit di bilancio. Obama ha promesso il dimezzamento del deficit rispetto all’importo di 1000 miliardi di deficit ereditato, non a quello molto più alto che si verificherà il prossimo anno fiscale per effetto della recessione. Questa è una mossa audace, anche troppo.

Alcune considerazioni al margine ed in ordine sparso: questo progetto di bilancio implica imponenti riallocazioni dei maggiori capitoli di spesa pubblica federale, e conseguente redistribuzione a favore delle classi di reddito basso e medio: attendersi una battaglia al Congresso è previsione sin troppo facile, stante che di bipartisan in questo progetto c’è ben poco. Obama farà scadere i tagli d’imposta di Bush, esattamente come sostenuto al termine della campagna elettorale, quando, correttamente, condizionò l’inasprimento fiscale al miglioramento della congiuntura. Agire nel 2011, quando cioè la ripresa dovrebbe essersi auspicabilmente manifestata, è mossa del tutto razionale. Ma queste considerazioni non le troverete sul blog che si legge sui banconi del bar dello sport, dove da sempre si continua ossessivamente a ripetere che Obama starebbe pedissequamente imitando Bush, inclusi i tagli d’imposta: peccato che quelli di GWB fossero finalizzati ad appiattire la curva delle aliquote dell’imposta personale sui redditi, beneficiando i contribuenti più agiati, mentre quelle di Obama sono soprattutto tax expenditures mirate ai redditi medi e bassi, come la riduzione della payroll tax ed i crediti d’imposta per lavoro dipendente e figli a carico. You say tomato, I say potato. Ma tant’è: chiacchierate, chiacchierate, assai poco resterà.

Tra le curiosità, è previsto un signoraggio negativo sulle monete metalliche per 1 miliardo di dollari l’anno, cioè il costo di produzione delle monete è previsto eccedere il loro valore facciale. Un vero shock per i cospirazionisti alle vongole di casa nostra.http://phastidio.net/2009/02/26/gemelli-diversi/#more-2684


Toni più morbidi

Non fa notizia, ma Fatah e Hamas si sono parlati. E soprattutto parlati ad alto livello, ieri al Cairo. E hanno anche fatto una conferenza stampa congiunta. Non accadeva da molto tempo, e forse vuol dire che veramente c'è un prima e un dopo Gaza, perché i 22 giorni della guerra di Gaza sono stati una piccola cesura della Storia.

Alti dirigenti, al Cairo, per contatti che proseguiranno dopo la conferenza sulla ricostruzione di Gaza, in programma a Sharm el Sheykh il prossimo 2 marzo. C'erano Nabil Shaath e soprattutto Abu Ala, il vecchio Ahmed Qureya, per Fatah. Mussa Abu Marzuq, il vice dell'ufficio politico di Hamas, assieme a Mahmoud A-Zahhar, Mohammed Nasr (braccio destro di Meshaal), per il movimento islamista. Questione prioritaria, per ammorbidire i toni, il rilascio dei detenuti politici. In Cisgiordania, l'Anp ha liberato 80 dei 400 militanti di Hamas arrestati negli scorsi mesi. E poi c'è la guerra delle tv, visto che Fatah ha creato un canale, in contrapposizione a Al Aqsa tv di Hamas, in quella che potrebbe essere descritta come la libanizzazione (ossia la deriva settaria) dei media palestinesi.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


In apnea

  • Il Rocky Mountain News  chiude. Oggi è in edicola con l'ultimo numero oggi. E' il primo quotidiano di una grande città (insomma,  Denver)  che chiude. Era stato fondato nel 1859. Prima del Corsera, per dire. (Gawker).
  • Il NYT riduce le uscite del suo supplemento fashion e Style T. (NYPost)
  • Google si è messa a succhiare pubblicità anche da Google News. (AllThingsDigital)
  • La maggior parte dei quotidiani francesi è alla canna del gas. (AFP MediaWatch)
  • Quella linguacciona di Liz Smith lascia il NYPost (insomma, diciamo così) dopo 33 anni. Scriverà per un sito web. (Daily Beast)
  • Il traffico dei siti web dei quotidiani regionali inglesi è in diminuzione.  (Guardian) http://giornalismoparma.typepad.com/

Pacchetto Usa, simbolo del new green deal mondiale
congresso USA Nel suo discorso al Congresso Obama torna a sottolineare l'importanza delle misure verdi del pacchetto anticrisi. Una manovra che è diventata un simbolo del "green new deal" mondiale, ma che secondo le ultime raccomandazioni di Lord Stern non fa ancora abbastanza.
Nel suo primo discorso davanti al Congresso riunito in sessione plenaria, martedì sera, Barack Obama ha messo ancora una volta l’accento su come gli investimenti in energia pulita ed efficienza siano l’ingrediente principale per uscire dalla crisi. Come paragone ha usato il caso della cittadina di Greensburg, in Kansas, distrutta da un tornado nel 2007 e che ora sta risorgendo progettata all’insegna del risparmio energetico e delle rinnovabili. Nell’appello al Congresso e al paese, affinché lo sostengano nelle scelte anticrisi, ancora una volta il presidente Usa ha sottolineato l’importanza per l’economia dello sviluppo della parte verde del "pacchetto stimolo".

"Stenderemo presto migliaia di miglia di linee elettriche per portare nuova energia alle città del paese e metteremo gli americani al lavoro per costruire case efficienti che ci permetteranno di risparmiare miliardi sulla bolletta", ha ribadito, chiarendo come la questione energetica sia in cima alle priorità della Casa Bianca e chiedendo esplicitamente alle Camere di muoversi per definire una legge sul carbon trading perché, ha spiegato, c’è il bisogno di “rendere l’energia rinnovabile quella più redditizia”.

Idee che il presidente americano ha fatto diventare una bandiera, tanto che il suo pacchetto stimolo da 787 miliardi di dollari è divenuto a livello mondiale quasi un simbolo di una politica anticrisi che punta alla transizione verso il low-carbon come ricetta per far ripartire l’economia. Nella manovra voluta da Obama infatti gli investimenti verdi hanno un ruolo chiave e la misura sta avendo il significato di un esempio da replicare a livello internazionale.

I 100 miliardi di dollari che il pacchetto destina a efficienza, rinnovabili, e ricerca sono in effetti l’intervento più importante a livello mondiale destinato all’economia low-carbon. La questione cambia solo a livello relativo: i 100 miliardi Usa sono poco meno del 13% del pacchetto stimolo, mentre l’ultimo rapporto dell’economista Lord Nicholas Stern (vedi Qualenergia.it) raccomandava di destinare agli investimenti verdi almeno il 20% delle cifre stanziate. Allo stesso modo gli investimenti verdi del pacchetto non arriverebbero nemmeno all’1% di prodotto interno lordo che le Nazioni Unite suggeriscono di spendere per contrastare il riscaldamento globale.

Anche se è ancora presto per una classifica, secondo i dati citati dal Guardian diversi paesi stanno facendo meglio degli Usa. La Corea del Sud, ad esempio, ha destinato agli investimenti ecologi circa i due terzi dei 36 miliardi di dollari stanziati contro la crisi, cioè circa il 3% del Pil; la Cina almeno un terzo dei 580 miliardi stanziati. In Europa la percentuale di spesa per la sostenibilità nelle misure anticrisi è del 14%, con la Germania che arriva al 19%, la Francia che si ferma all’8%, la Polonia che non spende niente in investimenti verdi e l’Italia che lo fa per un ammontare “trascurabile”.

Tuttavia, a prescindere dall’impegno economico in percentuale, quella americana è una misura efficace e coraggiosa, che ha suscitato il plauso delle associazioni ambientaliste americane. Una scelta tanto più rilevante se confrontata con la politica dell’amministrazione precedente.
Per quanto riguarda il confronto con quanto raccomandato dall’ultimo rapporto di Stern e colleghi, poi, gli interventi voluti da Obama paiono mirati: un ruolo importante nel pacchetto lo ha soprattutto il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, una delle misure che secondo il report producono i migliori risultati in termini di ritorno economico e occupazionale.

Dei 4 milioni di posti di lavoro che si prevede creerà l’intero pacchetto, circa 2 saranno legati all’economia verde. E se quello americano, che abbiamo visto non è nemmeno il piano più verde in assoluto, sarà d’esempio agli altri paesi, la crisi può diventare veramente un'opportunità per produzioni e consumi più sostenibili.

GM

Pechino annuncia ritorsioni dopo la vendita da Christie’s di due antiche sculture
La Cina aveva chiesto la restituzione delle due opere d'arte cinesi di bronzo. Il venditore si era detto pronto a farlo in cambio della libertà del Tibet.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Pechino pone severi controlli sul lavoro della casta d’aste Christie’s, dopo che ieri ha venduto in un’asta a Parigi due antiche sculture cinesi di bronzo.

Offerenti anonimi si sono aggiudicati le due sculture per 14 milioni di euro ciascuna. Le due teste di bronzo rappresentano un coniglio e un topo e facevano parte dei 12 animali che rappresentano lo zodiaco cinese, in una fontana-orologio nel  Vecchio Palazzo d’estate a Pechino dell’imperatore Qianlong.  Sono state sottratte dai soldati anglofrancesi durante la Seconda guerra dell’oppio nel 1860.

L’Amministrazione statale per l’eredità culturale ha ordinato ora attenti controlli su ogni cosa che la casa d’aste introduce o esporta dal Paese, affermando che “da anni Christie’s vende articoli dell’eredità culturale cinese… portati all’estero illegalmente”.

Nei giorni scorsi Pechino ha più volte chiesto la sospensione dell’asta, rifacendosi alle convenzioni internazionali e “alla comune convinzione” che tali pezzi debbano essere restituiti al Paese d’origine.

Le due sculture fanno parte della collezione dello stilista francese Yves Saint Laurent. Pierre Bergé, ex partner di Saint Laurent che ha messo i due pezzi in vendita,  nei giorni scorsi si è detto pronto a restituirle alla Cina, “se loro rispetteranno i diritti umani, restituiranno la libertà al Tibet e consentiranno il ritorno del Dalai Lama. Se lo fanno, sarò davvero felice di portare personalmente queste due teste cinesi al Palazzo d’estate a Pechino”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14592&size=A


RUSSIA E UE ALLA CONQUISTA DI MARTE

Si chiama “Marte-500”, è un progetto senza precedenti che punta a ottenere il massimo delle informazioni sulla capacità dell’organismo umano di adattarsi alle condizioni di una missione di lunga durata nello spazio. La prima tappa si svolgerà sulla terra, a pochi passi dal centro di Mosca.

Lucia Sgueglia



MOSCA – Il “pianeta rosso” è sempre più vicino. Ne sono convinti gli scienziati dell’Istituto per i problemi medico-biologici di Mosca (Imbp), che insieme all’Esa (Agenzia Spaziale europea) lanceranno, il 31 marzo, la corsa verso Marte. Prima virtuale, poi presto, si spera, reale. Si chiama “Marte-500”, è un progetto senza precedenti che punta a ottenere il massimo delle informazioni sulla capacità dell’organismo umano di adattarsi alle condizioni di una missione di lunga durata nello spazio. La prima tappa si svolgerà sulla terra: 6 volontari “astronauti”, 4 russi e due europei, scelti tra migliaia di aspiranti presentatisi nel 2008, saranno rinchiusi per 105 giorni in una capsula che simula una navicella spaziale, senza poter comunicare con il mondo esterno. C’è anche una donna: Marina Tugusheva, 25 anni, biologa di Tver. Costo: più di 15 milioni di dollari. Luogo: la sede dell’Imbp, parte dell’Accademia delle Scienze russa, a nordovest di Mosca, due passi dal centro. Subito dopo, sempre quest’anno, dovrebbe iniziare la parte principale dell’esperimento. Altri 6 volontari resteranno confinati in un container per almeno 520 giorni (forse 700): 250 per l’andata e altrettanti per il ritorno, tanti ce ne vogliono per raggiungere Marte che dista 56 milioni di km dalla Terra; più 20 da spendere “sul posto”. In tutto, quasi 17 mesi. È la prima simulazione di tale durata di un volo spaziale. Pensata per testare le enormi difficoltà fisiche e psicologiche di chi deve affrontarlo, dentro un sistema a “circuito chiuso” (diverso quindi dalla ISS). Basti pensare che i messaggi terra-marte impiegano 40 minuti ad arrivare: non sarà possibile parlare con parenti e amici in videoconferenza, si testerà la telemedicina. La microgravità, han dimostrato ricerche americane ed europee, rappresenta un pericolo immenso per l’organismo umano. La lista dei sintomi riscontrati negli astronauti è lunga e preoccupante: perdita di massa ossea, deterioramento del tessuto muscolare, mutamenti cardio-vascolari e nel metabolismo. “Quando rimetteranno piede sulla terra, saranno così deboli che non si reggeranno in piedi”, spiega una studiosa dell’Imbp. Poi c’è il problema psicologico: l’isolamento prolungato può causare disturbi d’ogni genere. Qualcuno evoca situazioni alla Big Brother, “Ma questo è un’esperimento scientifico serio”, puntualizza Evgeni Demin, direttore tecnico del progetto: “I membri dell’equipaggio potranno contare solo su se stessi. Salvo emergenze, ovviamente”.
L’addestramento è cominciato il 28 gennaio. I 6 riceveranno istruzioni teoriche nella mitica “Città delle Stelle” (Zvezdnj gorodok) a nordest di Mosca: negli anni ‘60 era tappa obbligatoria, e segretissima, per i cosmonauti sovietici aspiranti allo spazio, primo quel Juri Gagarin di cui ancor oggi il sito porta il nome. Poi, passeranno test di sopravvivenza in una foresta non lontano dalla capitale russa, nel gelido inverno.
L’Agenzia spaziale russa (Roskosmos) punta molto sul progetto. Dal 1995, quando Valeri Poljakov fissò il record di permanenza, ancora suo, nello spazio: più di 14 mesi consecutivi (437 giorni). In Russia finora il settore spaziale pare l’unico non toccato dalla crisi. Russo il primato nei lanci dei razzi vettori (27 nel 2007, un record per il periodo post-Urss), l’ultimo spedito in orbita il 25 dicembre, coi 3 satelliti di comunicazione del sistema GLONASS. Gli Usa ì vantano solo 14 lanci, di cui uno, il Falcon-1, fallito. Nel 2008, 35 dei satelliti messi in orbita nel mondo erano russi; ma spesso di fattura straniera. Attrezzatture e infrastrutture infatti, spesso sono ancora quelle sovietiche di 50 anni fa, solide ma vecchiotte. E ora a inseguire i sogni spaziali si aggiungono Cina, Giappone, India, Iran. Per mettere piede sul pianeta rosso, comunque, bisognerà aspettare il 2035.

 Messaggero di Roma


Finisce la ribellione in Bangladesh


Un portavoce del governo del Bangladesh ha dichiarato poche ore fa alla stampa nazionale e internazionale che la ribellione delle guardie di frontiera iniziata mercoledì nella capitale Dhaka e poi estesa nel resto del paese è ormai rientrata. La ribellione partita delle truppe del corpo delle guardie di frontiera, circa 70 mila uomini in tutto il paese, è costata almeno 50 morti, caduti negli scontri a fuoco tra le guardie e l’esercito regolare sia a Dhaka che in altre città del paese, come Chittagong e Feni. I ribelli si sono arresi quando i carri armati hanno circondato la caserma cuore della rivolta, a Dhaka e la presidente del Bangladesh Sheik Hasina ha minacciato «azioni molto dure» per fermare «una condotta suicida». Il governo però ha anche promesso di ascoltare le rimostranze dei ribelli, soprattutto per ciò che riguarda trattamento economico e condizioni di vita, e ha anche garantito un’amnistia generale per i reparti ammunitati. Nelle prime ore della ribellione si era pensato a un colpo di stato militare, ma i ribelli hanno sempre escluso di volersi impadronire del governo.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16688


febbraio 26 2009

Un paese malato.

Enzo

Il giorno in cui si è dimesso Veltroni da segretario del PD l’avv. Mills veniva condannato per aver ricevuto 600.000 dollari dalla Finenvest per testimoniare il falso in processi in cui era imputato Berlusconi. In parole semplici la sentenza ha accertato che Berlusconi ha corrotto l’avvocato. Dunque quel giorno doveva essere Berlusconi a dimettersi, invece le cose sono andate in modo diverso. L’opposizione non solo non chiede le dimissioni del premier corruttore, ma non fa nulla per uscire dall’angolo di una questione morale che riguarda in primo luogo proprio la destra. E la pubblica opinione? Silenzio assoluto. Non si tratta solo di un sistema informativo condizionato, succube di Berlusconi, si tratta di un silenzio che attanaglia gli intellettuali, coloro che fanno opinione e soprattutto, quella “società civile” che non ha più modo di esprimersi. Una società civile che è stata sbeffeggiata, accusata di turpi disegni moralisti, giustizialisti, mortificata nel proprio senso civico. Questo paese è malato: malato nel profondo. Il male che avvolge il paese consente che sia provata la corruzione del “PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI” per aggiustare un processo in cui era imputato senza che vi sia aluna reazione e condanna morale.

 

C’è qualcuno che può dirmi che non si tratta di malattia? E’ c’è qualcuno che può dire che nell’opposizione ci sono le forze per dare la speranza affinché la malattia sia sconfitta?http://viagiordanobruno17.wordpress.com/


Milano, il preside del Liceo Parini invita i suoi studenti a organizzare le ronde

-  La scuola dell'era Gelmini.
- .... finalmente in linea con le nuove degenerazioni.

di Francesco Cocco

http://www.brioches.ilcannocchiale.it/


Le regole del dissenso
Massimo Riva
la Repubblica

Che vi sia l´esigenza di rivedere le norme vigenti per scongiurare gli scioperi selvaggi, soprattutto nel settore dei trasporti, è un dato di fatto che nessuno può ragionevolmente contestare. Anche di recente le repentine agitazioni a singhiozzo, che hanno punteggiato l´interminabile vertenza di Alitalia, hanno confermato l´urgenza di una riforma.
La mobilità dei cittadini (e delle merci) non è soltanto un diritto primario ma anche una necessità economica oggi fondamentale per il benessere collettivo. Ma i modi con i quali il governo sembra intenzionato ad intervenire - a giudicare dalle anticipazioni sulla bozza di legge-delega in via di presentazione al Parlamento - lasciano trasparire qualcosa di ben lontano da una razionalizzazione della materia. L´animo di chi ha scritto le nuove norme, infatti, appare piuttosto ispirato da una tale volontà di rivalsa contro certi eccessi del sindacalismo da sconfinare nel desiderio di rendere così complicato il processo di dichiarazione di uno sciopero da azzerare in concreto la stessa possibilità di ogni astensione dal lavoro.
La novità più rilevante al riguardo è quella di rendere obbligatorio, prima della proclamazione dello sciopero, un referendum consultivo fra i lavoratori a meno che l´iniziativa non parta da sindacati che abbiano oltre il 50 per cento di rappresentatività nel settore. A prima vista, il provvedimento sembra mosso dal nobile fine di introdurre elementi certi di democrazia nel mondo sindacale: si sciopera se la maggioranza lo vuole. In pratica, però, la brillante trovata fa finta di non vedere o comunque ignora le contraddizioni democratiche insite in una tale procedura.
Punto primo: per evitare la procedura del referendum, come si fa a stabilire se l´organizzazione che intende proclamare lo sciopero supera oppure non supera la fatidica soglia del 50 per cento di rappresentatività? E´ da decenni che dall´interno stesso del mondo sindacale, segnatamente da parte della Cgil, si chiede una normativa per definire una volta per tutte forme e criteri oggettivi e riconosciuti di valutazione della forza rappresentata dalle singole organizzazioni. Ma un po´ per la contrarietà delle confederazioni minori e molto per l´ignavia del potere politico nessun passo è stato mai fatto in proposito. E ora che il tema viene usato non per consolidare ma per ridurre il potere dei lavoratori si dovrebbe credere alla buona fede delle intenzioni governative? Ma se così fosse perché non si è fatta precedere questa legge da un´altra che sciogliesse, una volta per tutte, il nodo delle rappresentanze sindacali effettive? Punto secondo e complementare al primo. Suona davvero molto democratica l´idea di obbligare a un referendum per gli scioperi, ma perché � proprio poche settimane fa � tanto il governo quanto Cisl, Uil e Ugl hanno lanciato anatemi contro l´ipotesi avanzata dalla Cgil di fare un referendum sul contratto del pubblico impiego che la confederazione di Epifani non aveva sottoscritto?
Questa idea che le consultazioni dei lavoratori si debbano fare per gli scioperi e non per i contratti offre una concezione di democrazia sindacale a corrente alternata che non riesce a nascondere sia il proprio spirito repressivo di fondo sia un chiaro fine di discriminazione politica.
Come conferma una terza osservazione. E´ difficile che nel mondo dei trasporti vi sia un´organizzazione in grado di essere rappresentativa di oltre la metà degli addetti del settore. Ciò significa che il referendum dovrebbe diventare pratica senz´altro prevalente. A meno che più organizzazioni sindacali non si associno fra loro nella proclamazione dello sciopero. Ipotesi che tradotta in concreto comporta che o la Cgil opera d´intesa con Cisl e Uil oppure si scorda di andare da sola. Si erano già avuti segnali che l´attuale ministro del Lavoro, di antica fede craxiana, sia ossessionato da una volontà punitiva nei confronti della Cgil. Ora se ne ha l´ennesima prova.
Resta, infine ma non per ultimo, da segnalare un altro aspetto preoccupante di questa iniziativa perché la bozza di legge resa pubblica lascia al governo margini di delega assai indeterminati su una quantità di passaggi essenziali, a cominciare da quello relativo alla singolare novità dello sciopero cosiddetto virtuale.
Per cui alla fine dell´operazione ci si potrebbe trovare di fronte a scelte anche ben peggiori in termini di libertà di sciopero di quanto oggi si può già intravedere. Par di capire che siamo all´inizio di una brutta partita politica nella quale il governo - invece di cercare soluzioni mediate e condivise - punta a provvedimenti tali da giustificare reazioni così dure fra i lavoratori da poter poi rispondere in termini ancora più repressivi col favore di un´opinione pubblica fatta maliziosamente esasperare. C´è in tutto questo un alito da Anni Venti del Novecento che dà parecchio da pensare.


Viaggi

La legge sulla fecondazione assistita costringe ad andare all’estero per procreare.
Le legge sulle cellule staminali costringe ad andare all’estero per guarire.
La legge sul sondino di Stato costringerà ad andare all’estero per morire.

Se Berlusconi ci teneva così tanto a rilanciare l’Alitalia, poteva dircelo senza girarci tanto intorno.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Alphabetical divide

Si parla spesso del digital divide italiano, ma non a sufficienza dell’alphabetical divide, cioè del fatto che il 65% della popolazione non possiede competenze alfabetiche sufficienti a comprendere un articolo di giornale o ad interpretare un diagramma come quello qui sotto. L’alphabetical divide spiega molto del digital divide, perché un computer è fatto per metà di una tastiera alfabetica, e perché Internet è un luogo a cui si accede digitando parole scritte (anche perché in fondo è fatto di scritture: 001010, IF, <body> etc.).

analfabetismo-e-media

Ovviamente, la quota di popolazione funzionalmente analfabeta o semianalfabeta è raggiunta solo dai media “non alfabetici”, come la radio, il telefonino e la televisione, che nella maggioranza dei casi è l’unica fonte di informazione. L’alphabetical divide permette forse di capire meglio perché certi scandali politici, che tutte le persone colte conoscono, non “pesano” elettoralmente. Il grafico sopra è stato ottenuto incrociando i dati OCSE (2001) sull’analfabetismo funzionale con i dati Censis (2006) sull’uso dei diversi media da parte della popolazione. Ne approfitto per segnalare qui il sito del Center for Cognitive Liberty & Ethics, che mi pare in tema.http://linguaditerra.wordpress.com/2009/02/25/alphabetical-divide/


Secondo voi il Pd cambia davvero?

Secondo voi il Pd cambia davvero?

Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Auguri a Dario Franceschini, chiamato a smentire il senso comune che l’Italia sia un paese ormai senza opposizione possibile al dominio assoluto berlusconiano. Credo che il secondo segretario del Pd ci sorprenderà sul piano umano –è fatto di pasta dura come il pane ferrarese- pur rimanendo debolissimo politicamente. E’ un uomo più buono del predecessore Veltroni, soverchiato infine dalla sua medesima disinvoltura. Ricordate come predicava la fuoriuscita dei partiti dalla Rai? Ebbene, l’ultimo atto della sua carriera politica è stato far votare nel coordinamento politico del Pd quali lottizzati inserire nel consiglio di amministrazione. Buffo, vero? Di simili doppiezze rischia di morire un partito che celebra nella sovranità dei cittadini –cioè nelle primarie- il suo mito fondativo; ma che non ha finora mai risolto un dilemma politico votando, per paura di scontentare i suoi capiclan.
Ho seguito da delegato l’assemblea costituente di sabato scorso e mi sono reso conto del pessimo servizio reso da Veltroni al suo partito, dimettendosi così tardi. Lo avesse fatto come si usa negli Stati Uniti, cioè subito dopo la sconfitta alle elezioni politiche nazionali cui si era presentato senza più alleati, coltivandosi solo la serpe Di Pietro in seno, il Partito Democratico avrebbe avuto quasi tutto il 2008 per sperimentare un vero congresso e trovare il nuovo leader con le primarie. Naturalmente i notabili erano tutti contrari: loro preferiscono il metodo della congiura di palazzo, per mantenere il controllo su nomine e candidature. Ne sono conseguite altre sconfitte micidiali a Roma, in Sicilia, in Friuli, in Abruzzo, in Sardegna: a dare il senso di una forza allo sbando, priva di personalità culturale e di programmi incisivi per fronteggiare una crisi che cambia la vita delle persone.
Ora quegli stessi notabili hanno escogitato la scusa delle elezioni europee e amministrative di giugno per rinviare ancora congresso e primarie. Tirano a campare, sperando che nel frattempo giunga a salvarli un qualche imprevisto della politica italiana. Pierluigi Bersani ha risospeso di nuovo la sua candidatura, confermandosi un “sor tentenna”. Enrico Letta che candidandosi alle primarie firmava il referendum per un sistema bipartitico maggioritario, ora va a braccetto con il proporzionalista De Mita e i fautori Udc del nuovo centro cattolico. Rutelli dà i cento giorni al Pd, dopo di che minaccia di andarsene, come se la sua scelta coinvolgesse chissà quali masse elettorali. D’Alema giura che lui non fa più parte del gruppo dirigente, peccato lo dica solo dopo essersi fatto rieleggere al Parlamento.
Questo è il guaio toccato a Franceschini, nominato col 90% dei voti da mille delegati (i restanti milleottocento non ci hanno creduto più): l’inerzia dell’unanimismo fasullo.
Resto convinto che restituire il diritto di scelta ai cittadini in cerca di un centrosinistra all’altezza, sarebbe stato vantaggioso per due motivi. Primo. I pretendenti alla leadership si sarebbero dovuto esporre sui nodi politici di fondo, senza i “ma anche” veltroniani: dire ciascuno la propria sul sistema elettorale, le alleanze, il ruolo dello Stato in economia, il testamento biologico. Così si vota e si decide, come prescrive la democrazia.
Secondo. La vitalità di questo partito capace di rivolgersi al popolo nei momenti difficili, sarebbe stato anche un ottimo strumento di comunicazione in vista delle elezioni.
La mia idea, primarie subito, non è passata, confermando che in politica sono proprio un dilettante allo sbaraglio. Ma credo che il Pd pagherà la sua mancanza di coraggio. Per consolazione mi dico che Dario è un cattolico buon custode della laicità, lo ha dimostrato fronteggiando con fierezza un paio d’offensive clericali. La sua cultura mi sembra più solida di quella di Veltroni. Peccato lo abbiano richiamato dalla panchina per una partita impossibile

 

http://www.gadlerner.it/2009/02/25/secondo-voi-il-pd-cambia-davvero.html


Giuseppe Civati (Pd) ad Affaritaliani.it: "Noi coraggiosi all'assemblea. Bassolino? Allucinante. Occorre un'operazione-sincerità". L'intervista a tutto campo

Di Fabio Massa

Giuseppe Civati è ormai l'espressione del giovane Pd che non ci sta. Consigliere regionale lombardo, classe 1975, è diventato famoso, anni fa, per averle suonate di santa ragione (elettoralmente parlando) a Berlusconi proprio in Brianza, il suo regno. Attualmente è consigliere regionale del Partito Democratico. E' - tra le altre cose - anche un collaboratore di Affaritaliani.it. Un columnist fine, acuto, dalla penna graffiante.  Sulla scena nazionale Civati è riemerso recentemente, con un'intervista al Tg1. Affaritaliani.it lo ha chiamato per un colloquio a tutto campo, senza esclusione di colpi, senza reticenze, senza filtro.

Caro Pippo, al Tg1 le ha cantate belle forte alla nomenklatura...
"Ah sì. Per caso, peraltro".

Per caso?
"Sì, la famosa intervista al Tg1 nasce per caso. Io avevo appena finito di votare, stavo correndo per salutare una mia amica che andava a Venezia e mi sono ritrovato le telecamere addosso. Per cui, quella che è stata presa come una dichiarazione della minoranza, ha un'origine assolutamente casuale. Un po' alla Forrest Gump, diciamo".

Forrest Civati. Pippo Gump.
"E' un po' anche la sindrome che in qualche modo mi sta accompagnando in queste ore. In realtà tutta questa attenzione è assolutamente non richiesta. Ci terrei a chiarirlo".

Però questa attenzione ha una motivazione forte. All'assemblea eravate arrivati da Milano, dal Nord contro la nomenklatura romana.
"Noi siamo stati gli unici ad avere un po' di coraggio".

Gli unici.
"Ma sì, chi non ha coraggio si rivede poi anche nella segreteria nazionale. Non mi faccia dire di più".

Dica di più.
"Guardi chi è stato promosso".

E allora il nome lo faccio io: Maurizio Martina.
"Non voglio fare nomi. Però lui mi sembrava a favore delle primarie. All'inizio. Poi ha aderito alla mozione della maggioranza. Ma ripeto: non ho niente contro Maurizio. Anzi. Se devo dirla tutta mi fa piacere che sia entrato nella segreteria".

Torniamo al punto: il coraggio.
"Ecco, appunto. Il coraggio. Noi abbiamo scelto di sottolineare con un po' più di forza certe cose".

Per esempio, la questione delle primarie. Dove è finito lo spirito del Pd fondato sulla contendibilità?
"Quell'assemblea è stata partecipata da circa 1.200 persone su quasi tremila. Se fossimo in un consiglio comunale non avrebbe avuto il numero legale. Franceschini l'ha voluta fare subito - poi l'ha pure detto - temendo che non venisse nessuno. Si sapeva che sarebbero stati in pochi i delegati. La cosa drammatica è che il dissenso che veniva da più parti, da fuori, si è tradotto in una minoranza che rappresenta quasi il 25 per cento del partito. A questa minoranza non hanno dato neppure il rispetto dovuto".

Abbiamo visto la Finocchiaro dirvi di uscire, se volevate fare casino.
"Calma, calma. Lasciamo stare gli urlatori. Ma a parte loro, è vero, la reazione è stata molto stizzita anche di fronte a un punto di vista diverso".

Facciamo la domanda da un milione di dollari: il Pd esiste ancora?
"Il partito esiste, esiste. Noi lavoriamo per questo progetto".

E su chi dovrebbe puntare, secondo lei?
"Non faccio mai nomi. Anche questa cosa degli scapoli contro ammogliati, giovani contro vecchi mi sembra una rappresentazione un po' troppo semplicistica  della realtà".

Insomma, non esiste un veto agli over-30...
"Ma no, ma siamo matti? Però bisogna trovare un luogo in cui tutti i punti di vista si possano confrontare. La cosa che è mancata nel congresso più veloce del mondo, perché di questo si è trattato, è una linea politica".

Ecco, appunto. Ma lei l'hai capita la linea politica di Franceschini?
"La cosa che mi ha un po' sorpreso è che ogni intervento successivo al suo definiva diversamente il significato dell'operazione post-Veltroni. C'era chi diceva: "continuità", chi "discontinuità", chi "rottura", chi "rielaborazione"".

Un caos.
"Ognuno portava un suo pezzo di ragionamento. Solo che i pezzi non si attaccavano l'uno all'altro".

E lei come la pensa?
"Penso che Franceschini sarà in continuità più che con la rappresentazione di Veltroni, che mi affascinava, con il lavoro fatto in questi mesi. Franceschini è stato protagonista delle liste elettorali, protagonista della costituzione del governo ombra, protagonista della vicenda del 4 per cento. Lui aveva proposto anche una cosa: il modello belga-svedese per le elezioni...".

Con influssi sudafricani e un pizzico di Thailandia?
"No, davvero, non scherziamo. Era un sistema per il quale le preferenze contavano solo per il candidato che avesse preso almeno il 10 per cento dei voti nella sua lista. Una roba dell'altro mondo. Non credo che adesso si possa parlare di un guevarismo di Franceschini. Da quello che so le liste per le Europee sono nel segno di quella continuità rispetto al Pd che abbiamo conosciuto finora. Con qualche distinguo in più".

Cioè?
"Io cito Arisa, ha presente la cantante che ha vinto Sanremo Giovani? Ecco, vorrei ci fosse un'operazione sincerità anche nel Pd. Se qualcuno se ne deve andare se ne vada subito. Non possiamo mica fare una campagna per le Europee e ritrovarci poi a giugno con metà del partito che esce...".

Lei non fa nomi. E allora li faccio io: Rutelli e compagnia cantante?
"Sì, ma anche Letta. Per me, che lo stimo molto, è stato sorprendente vederlo andare al convegno di Liberal il giorno prima e dire che il bipolarismo è finito...".

Ma allora i nomi li fa.
"Beh, è stato un segnale forte e pubblico".

Nel congresso più rapido del mondo si è vista l'antinomia Nord-Sud. Ed è di ieri la risposta di Bassolino alle sue critiche sulla gestione politica in Campania. In pratica le dice: non ti permettere che qui lavoriamo. Una controrisposta?
"Lo immagino che lavorano. Infatti i risultati si vedono (ride). Io dico che nella politica moderna una cosa così non è concepibile. Non esiste che su un servizio primario come quello dei rifiuti ci sia una situazione di quel genere, gestita in quel modo, per così tanti anni. Senza che nessuno si assuma la responsabilità. Non mi pare un bel vedere. Poi se Bassolino la vuole difendere... Però una cosa mi fa piacere. Che mi abbia risposto con il suo blog. Vuol dire che almeno un pezzo del ragionamento l'ha capito. Nel merito devo dire che rimango dell'idea che se avesse fatto un passo indietro sarebbe stato un bene per tutti".

Lui dice che avreste perso la Campania.
"Sì, e magari avremmo recuperato qualcosa nel resto del Paese".

Oltre a questo scontro Nord-Sud, c'è stato anche uno scontro tra la voglia di partecipazione e le nomenklature romane.
"Tutto il fuoco del momento è questo. Il tema è: gli elettori sono incazzati neri...".

Incazzati.
"Sì, perché non è il tempo degli eufemismi. Sono i-n-c-a-z-z-a-t-i. Mi sono arrivati un migliaio di messaggi. La gente mi dice: 'fortuna che ci sei te nel Pd, così continuo a votarlo'".

Sarà lusingato.
"No, la cosa mi preoccupa. Io sono proprio un signor nessuno. Quindi, il tema è quello di accorciare le distanze. Di prendere le critiche con un atteggiametno di umiltà che sabato non ho visto. E di dire, magari: "Evidentemente abbiamo sbagliato, abbiamo mancato nel rapporto con l'opinione pubblica, non abbiamo visto delle cose che sono successe, non ci siamo fatti vedere". Rimane questa metafora della visione che mi pare pregnante: abbiamo un'insofferenza inspiegabile verso chi non è d'accordo. Anche perché chi non è d'accordo è la maggioranza del Paese. Abbiamo un atteggiamento di stizza nei confronti dei blogger, di Facebook. Siamo antimoderni. E' incredibile, se mi consente".

Consento.
"Ecco. Andiamo avanti: non è stato detto nulla sul carattere politico-organizzativo del Pd. Ci sono molti problemi se non si coinvolgono gli iscritti sui temi del testamento biologico e dei temi del lavoro. Se non ti fai vedere, se sembri molle, indeciso, se hai tre posizioni su tutto...".

Domanda scherzosa. Se fosse al posto di Franceschini cosa farebbe? Tre priorità.
"Uno. Cerco di mobilitare il corpo del partito: subito il congresso. Questa situazione ci porta a un interregno nel quale le vacche diventeranno magrissime. Secondo: troviamo un metodo per decidere le cose...".

La fermo: buttiamo a mare lo statuto?
"Dico che bisogna trovare un metodo che garantisca le diverse sensibilità ma anche (citazione veltroniana) ci consenta di decidere. Non voglio dire di buttare lo statuto. Ma su questo si può riflettere. Terzo. Finalmente troviamo una lettura del Pd sui temi sui quali siamo in difficoltà: ad esempio la sicurezza senza ma anche, l'integrazione senza scimmiottare gli altri. Ultima cosa: vorrei che il Pd uscisse con chiarezza sul sistema della crisi. Credo che se si chiede a un cittadino italiano qual è la proposta del Pd non sa dire nulla".
http://www.affaritaliani.it/milano/INTERVISTApippocivatifranceschiniFMMI250209_pg_4.html



ITALIA, FRANCIA E IL NUCLEARE

 

 

 

DI UGO BARDI
aspoitalia.blogspot.com

"La pensione a 60 anni" "Ma a noi avevano detto a 30!!" Il parco nucleare francese è ormai vecchio e la produzione di energia elettrica nucleare è in declino. Si cerca di rimediare tenendo in servizio più a lungo le vecchie centrali, ma il futuro del nucleare francese è molto incerto.

Ormai da molto tempo seguo una saggia regola che mi dice che non vale la pena guardare la televisione e leggere i giornali dato che tutte le notizie che vengono date sono o false, o esagerate, o irrilevanti (e spesso tutte e tre le cose insieme). Con questa regola, vivo tranquillo e mi risparmio le varie follie che periodicamente infestano gli schermi e le pagine dei giornali.



Tuttavia, ogni tanto mi capita di dovermi interessare per forza di qualcosa che appare sui giornali o in TV. Ultimamente mi è successo per la questione dell'accordo nucleare fra Italia e Francia. Avevo, in effetti, sentito parlare vagamente di questa faccenda e l'avevo automaticamente classificata fra le cose false, esagerate e irrilevanti. Ma mi è toccato approfondire un po' perché mi hanno intervistato alla TV su questo argomento. La regola è stata confermata in pieno, ma vediamo di discuterne un attimo.

Allora, prima di presentarmi per l'intervista allo studio televisivo, mi sono letto il comunicato ENEL sull'accordo. Poi, mentre me stavo seduto impalato e incravattato davanti alla telecamera ad aspettare, mi è toccato sorbirmi tutto il notiziario del giorno, nel quale mi sono accorto con stupore (ma neanche poi tanto) che si dicevano cose del tutto diverse da quelle scritte nel comunicato. Si diceva che Francia e Italia hanno "firmato un'accordo per la costruzione di quattro centrali nucleari in Italia entro il 2020". Ma è vero?

Bene, guardiamo un po' il testo del comunicato stampa emesso da ENEL. Ve lo riporto per intero in fondo, ma qui concentriamoci sulle frasi significative.

Risulta dal comunicato che ENEL e EDF (electricité de France) hanno "siglato due memorandum of understanding (MoU)". Cos'è questo oggetto che ha come nome un curioso mix di latino e inglese, e che viene abbreviato con la sigla di una caramella? In Italiano, si dovrebbe dire "protocollo d'intesa" oppure "lettera di intenti". Già il fatto che nel comunicato stampa abbiano usato il nome più pomposo di "memorandum of understanding" la dice lunga sulla volontà di offuscazione di questo comunicato. Ma andiamo avanti.

Allora, un memorandum of understanding (o protocollo di intesa, o lettera d'intenti che dir si voglia) rappresenta l'equivalente un po' più formale di una stretta di mano. Non che non possa avere valore legale; anche una stretta di mano lo può avere. Ma il fatto di usare questo termine e non quello di "contratto" indica che i partners dichiarano soltanto la loro buona volontà ma non prendono nessun impegno. Non abbiamo i testi dettagliati di queste due caramelle MoU, ma dal testo che abbiamo ci accorgiamo subito che, in effetti, non corrispondono a nessun impegno reale.

Ci sono due MoU fra Enel e EDF. Il primo "pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. " Notate che "pone le premesse", ovvero per ora non c'è nessun piano del genere.

Dice poi che "Enel ed EDF si impegnano a costituire una joint-venture paritetica (50/50) che sarà responsabile dello sviluppo degli studi di fattibilità per la realizzazione delle unità di generazione nucleare EPR". Ovvero, l'unico impegno di questo MoU e che EDF e ENEL faranno insieme uno studio di fattibilità. Ma notate che qualcuno dovrà finanziarlo, e qui non si accenna nemmeno a uno stanziamento.

Leggiamo poi che "Successivamente, completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna unità di generazione nucleare EPR", Notate che "è prevista" la costituzione di una società ad hoc, ma questo è qualcosa che avverrà in un futuro non ben definito quando saranno prese "le necessarie decisioni di investimento", ovvero qualcuno avrà trovato i soldi, se ci riuscirà. Ovviamente, non c'è nessun impegno legale a fare questa cosa.

La seconda caramella MoU è altrettanto insipida della prima: dice che "Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR". Notate che Enel "ha espresso la volontà," tutto qui! E notate anche che soltanto ENEL ha espresso questa volontà; secondo il comunicato stampa, EDF non ha detto niente. Di solito, quando si fa un contratto, bisognerebbe essere d'accordo in due!

Diciamo che questi MoU sono equivalenti a una situazione in cui io potrei andare, per esempio, dall'agente immobiliare che vende una bella villa sulla Costa Smeralda e firmare con lui un "memorandum of understanding" nel quale io mi dichiaro interessato a comprare la villa e lui si dichiara interessato a vendermela, ma non si menziona a che prezzo. Una cosa del genere non vale niente; ovviamente. Infatti, quando fai un contratto serio per comprare una casa paghi una caparra e sul contratto c'è scritto il prezzo, i termini e le condizioni. Ma qui, fra Francia e Italia non c'è proprio niente del genere, niente di serio sul nucleare.

Questo non vuol dire che Francia e Italia non siano interessate a collaborare sull'energia nucleare. Anzi, con il proprio nucleare ormai in netto declino, la Francia ha bisogno di partners per rilanciare e rifinanziare nuove centrali e probabilmente questa è la ragione che ha spinto Sarkozy a Roma. Ma questo cosiddetto "accordo" fra Italia e Francia è puro fumo e rumore; aria fritta, propaganda fatta secondo un copione ormai collaudato e, curiosamente, la gente continua a cascarci.

Eppure, per tutta la giornata del 24 Febbraio, giornali e televisione ci hanno bombardato con la notizia che Italia e Francia si sono messe daccordo per la realizzazione di quattro centrali nucleari, dando la cosa come certa e assodata. Tutta la vicenda conferma in pieno la saggia regola che continuerò ad applicare: tutto quello che ti raccontano in TV o sui giornali va ignorato in quanto o è falso, o è esagerato, o è irrilevante, o tutte e tre le cose insieme.

Ah.... nell'intervista, le cose che ho scritto qui, ovviamente, non le ho potute dire!

Ugo Bardi
Fonte: http://www.aspoitalia.blogspot.com/
Link http://aspoitalia.blogspot.com/2009_02_01_archive.html
25.02.2009

(comunicato stampa di Enel del 24 Febbraio 2009 - cortesia di Pierangela Magioncalda)

ACCORDO ENEL-EDF PER LO SVILUPPO DEL NUCLEARE IN ITALIA

Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, l’Ad di Enel Fulvio Conti e il Pdg di Edf Pierre Gadonneix hanno siglato due Memorandum of Understanding per studiare la fattibilità di almeno 4 unità di terza generazione avanzata del tipo EPR da costruire nel nostro Paese e per estendere la partecipazione di Enel al programma nucleare in Francia, a partire dal reattore di Penly recentemente autorizzato.

“Enel è onorata di avere al suo fianco nel progetto di rilancio del nucleare in Italia un partner industriale come Edf che ha in questo campo un’esperienza e una reputazione riconosciute a livello internazionale – ha commentato Conti –. Gli accordi siglati oggi contribuiscono a rafforzare i legami tra i sistemi industriali di Italia e Francia in un settore strategico come quello dell’energia e a sviluppare ulteriormente la reciprocità nei rispettivi mercati.”

Roma, 24 febbraio 2009 - Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, Fulvio Conti amministratore delegato e direttore generale di Enel e Pierre Gadonneix, presidente e direttore generale di Edf hanno firmato un primo Memorandum of Understanding (MoU) che pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. Quando sarà completato l’iter legislativo e tecnico in corso per il ritorno del nucleare in Italia, Enel ed EDF si impegnano a sviluppare, costruire e far entrare in esercizio almeno 4 unità di generazione, avendo come riferimento la tecnologia EPR (European Pressurized water Reactor), il cui primo impianto è in costruzione a Flamanville in Normandia e che vede la partecipazione di Enel con una quota del 12,5%.

L’obiettivo è di rendere la prima unità italiana operativa sul piano commerciale non oltre il 2020.

Con il MoU di oggi, Enel ed EDF si impegnano a costituire una joint-venture paritetica (50/50) che sarà responsabile dello sviluppo degli studi di fattibilità per la realizzazione delle unità di generazione nucleare EPR. Successivamente, completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna unità di generazione nucleare EPR, caratterizzate da:

· partecipazione di maggioranza per Enel nella proprietà degli impianti e nel ritiro di energia;

· leadership di Enel nell’esercizio degli impianti;

· apertura della proprietà anche a terzi, con il mantenimento per Enel e EDF della maggioranza dei veicoli societari.

L’accordo Enel-EDF entra in vigore il 24 febbraio 2009 e ha una durata di 5 anni dalla data della sua firma, con possibilità di estensione.

In un secondo MoU, Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR, a partire da quello che recentemente il Governo francese ha autorizzato nella località di Penly.

“Enel è onorata di avere al suo fianco nel progetto di rilancio del nucleare in Italia un partner industriale come Edf che ha in questo campo un’esperienza e una reputazione riconosciute a livello internazionale – ha commentato Conti –. Gli accordi siglati oggi contribuiscono a rafforzare i legami tra i sistemi industriali di Italia e Francia in un settore strategico come quello dell’energia e a sviluppare ulteriormente la reciprocità nei rispettivi mercati.”

Enel è oggi presente in Francia nel nucleare, con una partecipazione del 12,5% nell’impianto di terza generazione EPR a Flamanville (1.660 MW); nelle rinnovabili, tramite la controllata Erelis, con 8 MW eolici operativi a fine 2008 e una pipeline di circa 500 MW; nella commercializzazione di elettricità con oltre 1.000 GWh venduti nel 2008.

Ulteriori possibilità di sviluppo di Enel in Francia, riguardano la costruzione di un impianto a carbone pulito da 800 MW, la partecipazione in due unità a ciclo combinato alimentate a gas (CCGT) di Edf da 930 MW e la partecipazione al processo di gara per il rinnovo di concessioni per 25 centrali idroelettriche.


Attenti al nucleare modello Berlusconi

Come la legge sulle intercettazioni, anche il gesto di Berlusconi sul nucleare richiederà parecchie puntate. Qui mi limito ad aprire l'argomento. Nella politica intesa come spettacolo Berlusconi apre un altro fronte: tutto va bene per mettere la sordina al problema della crisi economica. E col nucleare si può anche dare ad intendere che un po' di affari riprenderanno. Tra l'altro il gesto è anche uno sgarbo istituzionale nei confronti del Senato che aveva cominciato a esaminare un provvedimento in merito anche al nucleare: la scelta avviene in assenza di una legge.
L'intesa con Sarkozy ci affibbia quattro centrali basate sulla tecnologia francese Epr. E' vecchia e inaffidabile. I due impianti in costruzione in Finlandia e Francia non sono ancora terminati dopo anni di lavoro e i loro costi sono lievitati moltissimo. L'Italia non ha bisogno di centrali nucleari per produrre l'energia elettrica che le è necessaria. Non ne ricava alcun guadagno tecnologico perché non sono basate su tecnologia d'avanguardia. E per di più i suoi quadri tecnici all'altezza della situazione sono pochi e prossimi alla pensione, mentre i giovani sono assunti con contratti a termine e non sono preparati al compito.
L'unico guadagno prevedibile è quello derivante dall'alleanza Enel-Electricité de France, in base alla quale Enel potrà comprare l'energia elettrica a prezzo stracciato che avanza a EdF nei mesi di scarso consumo e rivenderla a prezzo maggiorato ai suoi cittadini italiani: è il mercato bellezza!
Il trionfalismo berlusconiano dovrà fare i conti con la tendenza delle imprese costruttrici italiane a usare cemento di scarsa qualità, la difficoltà di reperire siti compatibili che devono avere tanta acqua a disposizione e poca popolazione intorno, l'accettazione delle cittadinanze coinvolte, lo smaltimento delle scorie.
Quest'ultimo argomento ha convinto Obama a non finanziare nuove centrali nucleari. In Italia l'unico e ultimo tentativo di seppellire scorie fu impedito dalla Basilicata sul suo stesso territorio. Il Manifesto, da cui sono tratte principalmente queste notizie, riferisce di un'inchiesta del quotidiano "The Indipendent" secondo cui le nuove centrali progettate in Inghilterra sul modello francese sono sì meno esposte a guasti ma l'eventuale fuoriuscita di radiazioni sarebbe maggiore e più luttuosa.
La previsione non turberà il ministro Ronchi che è disposto a ospitarne una sotto casa sua.

Pancho Pardi

I sindacati russi e la politica

[Questo prendiamolo come un primo breve pezzo di ricognizione sulle realtà sindacali russe, un tema che volevo seguire già alla fine del 2007 con gli scioperi dei lavoratori della Ford di San Pietroburgo. Il momento di crisi esige una maggiore attenzione per il sociale e il mondo del lavoro a Est e in Russia, dunque vorrei dedicarmici meglio e più spesso (tempo permettendo)].

I sindacati russi entrano in politica?

di Sergei Balashov

Tradotto da Manuela Vittorelli

Gli ormai logori dissenzienti russi potrebbero presto lasciare il posto a una forza emergente che probabilmente assumerà un ruolo centrale nel crescente scontento, dato che le risposte che lo stato e l'opposizione riescono a dare alle necessità della popolazione sono troppo poche. È probabile che i sindacati troveranno sostegno tra l'elettorato, giacché sono in molti ad avere perso il lavoro e lottano fin dagli inizi della crisi. Benché finora abbiano esitato ad assumere una posizione politica, i sindacati hanno cominciato a fare richieste politiche e ora si dicono pronti addirittura a collaborare con l'opposizione.

La campagna anticrisi dello stato non è riuscita finora a ottenere risultati tangibili, e ha lasciato insoddisfatte molte persone. Mentre nell'elettorato persiste la confusione, non è ancora emersa un'alternativa credibile ai partiti, visti per lo più come apatici o controllati dallo stato. Nessuna delle forze all'opposizione sembra essere capace di porsi alla testa dell'ondata di agitazione sociale, malgrado l'ingegnosità con cui riescono a organizzare manifestazioni di protesta sfidando la costante disapprovazione delle autorità.

I movimenti e i partiti della coalizione Altra Russia hanno chiesto le immediate dimissioni del governo e il ripristino di ciò che considerano i valori democratici soffocati dall'attuale regime. Ma con i loro trascorsi e i loro obiettivi non hanno un sufficiente sostegno popolare per trasformarsi in una forza politica a tutti gli effetti. Neanche gli automobilisti che protestano in massa contro l'aumento delle tasse sulle auto d'importazione riescono a farsi interpreti dello scontento della maggioranza. “La maggior parte dell'opposizione offre slogan vaghi e astratti, come 'La Russia senza Putin'”, ha detto Pavel Salin, un esperto del Centro Tendenze Politiche russo.

I sindacati hanno anche preso parte a manifestazioni di protesta a livello nazionale, ma le loro rivendicazioni si sono limitate alla difesa dei diritti dei licenziati del settore automobilistico e di chi si è visto ridurre i salari. Ma il loro potenziale attrattivo va ben oltre questi gruppi. “Sembrano essere la forza che meglio rappresenta le rivendicazioni delle masse: si limitano a schierarsi con i diritti dei lavoratori senza sbandierare slogan politici. Gente come [il leader sindacale della Ford] Aleksej Etmanov aspira ad avere sufficiente appoggio a livello nazionale, ma in questo caso specifico non ha ancora espresso ambizioni politiche”, ha detto Salin.

Non tutti i sindacati vanno interpretati in termini di peso politico, visto che la maggior parte dei principali gruppi organizzati si è apertamente schierata con il governo. La più grande organizzazione dei lavoratori della Russia – la Federazione dei Sindacati Indipendenti – è percepita come parte dell'élite al potere fin dai tempi dell'Unione Sovietica, come un strumento che è sempre servito allo stato per calmare lo scontento della forza lavoro. Il partito di governo, Russia Unita, lo scorso novembre ha deciso di ampliare la propria base di supporto tra i sindacati, e ha stretto un accordo di cooperazione con un'altra grande coalizione sindacale, Sotsprof, che vanta più di un milione e mezzo di adesioni. Ma benché i restanti sindacati non siano altrettanto organizzati, la situazione sta cambiando e le loro ambizioni politiche stanno diventando più evidenti.

Fino ad ora, i sindacati si sono generalmente posti all'esterno dei partiti politici. I sindacati dei lavoratori automobilistici e i loro capi hanno ottenuto un riconoscimento su scala nazionale durante gli scioperi alla Ford di San Pietroburgo e nelle successive battaglie legali tra la fabbrica e i suoi dipendenti. Ma in alcuni casi sia i sindacati che gli automobilisti hanno agito per conto proprio, attingendo supporto dai partiti politici, in particolare i comunisti. Prima dell'ondata di proteste della scorsa settimana, Etmanov, che è anche copresidente del Sindacato Interregionale dei Lavoratori dell'Industria Automobilistica, ha detto ha la collaborazione con i dissenzienti sarebbe stata ben accetta. Ha anche fatto appello a tutte le organizzazioni pubbliche desiderose di prendere posizione contro “il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori russi”, invitandole ad aderire. “Alcuni sindacati si stanno già schierando con i dissenzienti e partecipano alle loro manifestazioni. Nessuno ci ha mai fatto queste proposte; se lo faranno, le prenderemo in considerazione”, ha dichiarato Etmanov secondo l'Agenzia di Informazione Baltica.

Ed è probabile che queste proposte arrivino, dato che le critiche dell'opposizione politica al governo di Putin cominciano lentamente a riecheggiare quelle dei lavoratori sindacalizzati. È anche molto probabile che riescano a coalizzare varie forze politiche in nome di una causa comune. “Se emergerà una nuova organizzazione politica, per esempio un partito, sarà probabilmente qualcosa di nuovo, dato che la maggior parte degli attuali leader dell'opposizione gode di un consenso molto basso. Vengono percepiti come non necessariamente interessati ai bisogni della popolazione, ma questo generalmente non succede con i capi sindacali”, ha detto Aleksandr Kynev, esperto di scienze politiche della Fondazione per la Politica dell'Informazione.

I sindacati indipendenti hanno già suscitato controversie prima di guadagnarsi visibilità politica, e questo può testimoniare della loro risolutezza di fronte alle pressioni esterne. Domenica scorsa i sindacati non hanno protestato solo per i licenziamenti ma anche per difendere i loro capi, vittime di molte aggressioni. Etmanov è stato aggredito due volte, e a febbraio anche il capo sindacale della GM Evgenij Ivanov ha subito un'aggressione. Gli attivisti sindacati chiedono anche il rilascio del capo del sindacato dei lavoratori di ALROSA Valentin Urusov, che sta scontando una condanna di sei anni di carcere per possesso di droga: secondo loro Urusov è stato incastrato con false prove.

I membri dei sindacati dicono che queste aggressioni, che sono avvenute in momenti di conflitto con i datori di lavoro, sono collegate direttamente alle attività dei capi sindacali, ma dicono anche che nessun sindacato ha ceduto a queste minacce. “Se i sindacati supereranno l'ambito locale potranno acquisire rilevanza. Non si può fondare un partito sul nulla, mentre la possibilità che un'organizzazione pubblica si trasformi in un partito è abbastanza comune, se si guarda alle democrazie sviluppate”, ha dichiarato Kynev.

Originale: Are labour unions moving into politics?

Articolo originale pubblicato il 19/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di
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Obama “the facilitator”

GUIDO MOLTEDO


Il vento dei sondaggi in poppa e il gelo delle borse. L’America della gente – Main Street – sempre più con il presidente e quella dei titani di Wall Street sempre più distante dalla Casa Bianca. Il capitale di consensi intorno a Barack Obama continua a crescere, anche dopo il difficile discorso di martedì di fronte alle camere riunite del Congresso, ma al tempo stesso si riduce ulteriormente il suo patrimonio di persuasione nei confronti del mondo degli affari.
«Il mercato ha una voglia disperata di qualcosa di tangibile a cui appendere il cappello, e c’era ben poco di tangibile nel discorso di Obama per generare speranza nel mercato». In queste parole di un operatore finanziario newyorkese c’è tutto il disappunto degli ambienti economici per un discorso, il più importante e solenne di questi 37 giorni da presidente, ma che – al pari dei precedenti interventi, quasi quotidiani, prima da president- elect poi da commander-in-chief – è stato considerato troppo vago rispetto ai meccanismi reali in grado poi di rendere efficace la manovra proposta. «Il diavolo è nei dettagli», ha commentato con benevolo scetticismo il premio Nobel Joseph Stiglitz, che pure definisce «brilliant» il discorso obamiano, ma, appunto, «privo di una visione chiara rispetto a quello che farà» a proposito delle banche in crisi, il nodo cruciale da sciogliere (per Stiglitz vanno nazionalizzate senza ulteriori esitazioni, o comunque messe sotto stretta tutela).
La forbice tra gli elogi dell’opinione pubblica, del mondo politico, in parte anche repubblicano, dei più autorevoli commentatori e il giudizio negativo dei poteri forti ma anche di analisti economici liberal era stata messa in conto dal presidente e dai suoi strateghi. Il ragionamento è il seguente: diversamente da Franklin Delano Roosevelt che divenne presidente nel marzo 1933 dopo il crollo della borsa e con l’economia già in piena depressione, Obama è entrato in carica mentre la crisi ha solo iniziato a far sentire i suoi effetti sull’economia reale e colpire Main Street. Se le cose andranno meglio, non si vedrà subito, ma solo dopo che inevitabilmente saranno andate peggio, indipendentemente dalla bontà delle misure adottate, che comunque non avranno effetti immediati. Per questo, il discorso era stato attentamente confezionato per parlare soprattutto all’America dei cittadini: non per suscitare reazioni favorevoli da parte dei poteri dell’economia, ma per gettare le basi di una lunga e dolorosa traversata e suscitare il consenso indispensabile di un’opinione pubblica spaesata e pur tuttavia la principale protagonista di una possibile ripresa del paese. Come si suol dire, senza la collaborazione del paziente nessuna terapia può funzionare.
Dopo i precedenti interventi, dopo le parole di verità tese a rendere consapevoli gli americani della drammaticità della situazione e dell’amarezza delle cure necessarie per venirne a capo, il discorso di martedì ha toccato di nuovo quei tasti ma ha soprattutto disegnato un orizzonte di speranza e di luce.
Con l’ispirazione e i toni che caratterizzarono la sua campagna elettorale all’insegna dello “Yes, we can”, ha parlato per 59 minuti generando quella stessa energia e simpatia che per oltre un anno lo spinsero in ogni angolo dell’America fino a catapultarlo nella Casa Bianca.
E senza ricorrere al solito ritornello della crisi come opportunità o ad altre trovate propagandistiche che rischiano di risuonare come presa in giro in un quadro di crisi che peggiora di giorno in giorno, di fronte al Congresso, Obama ha parlato di «resa dei conti», di «tempo in cui prendersi carico del nostro futuro». Ha dato voce all’incontenibile collera dei cittadini americani nei confronti delle banche e dei Palazzi, ma – osserva il Washington Post – non con l’animo della vendetta (anche se non è stato tenero con il suo predecessore) ma atteggiandosi «come l’adulto nella stanza, disposto ad assumersi la responsabilità e a pungolare gli altri a fare lo stesso».
Il “messaggio” è passato. Non era scontato, a dispetto della riconosciuta bravura della rockstar oggi presidente. Alla fine degli anni 70, nel mezzo della stretta energetica, Jimmy Carter cercò di scuotere gli americani denunciando una «crisi di fiducia», il «malessere» della società e la «perdita di un’unità di propositi per la nostra nazione». La sua diagnosi fu considerata una jattura e, fatto insolito per un presidente in carica, fu sconfitto nelle elezioni presidenziali da un attore di Hollywood che esortava gli americani a «credere in se stessi». Il miracolo di Obama è stato quello di svolgere un ragionamento “alla Carter” con un tono “reaganasque”, l’aggettivo usato dal New York Times per definire un discorso che esalta «la resilienza americana».
Ma se Obama è riuscito nell’impresa, non è perché si è posto come un leader carismatico. Di carisma, ne ha tanto ovviamente, e sa usarlo.
Ancora una volta si è presentato, e così è stato percepito, come il «facilitatore » – «the facilitator in chief», secondo l’arguta definizione di Liz Sidoti dell’Associated Press – una specie di catalizzatore di processi più che un facitore, con un talento e insieme un’ineguagliabile capacità di autocontrollo che lo fa apparire affidabile, solido, credibile.
L’opinione pubblica – i tanti John e Jane – si stanno dimostrando molto maturi nell’adesione al presidente e al suo tentativo “realista” di superare la crisi, molto più di quanto non lo siano i giganti dell’economia, i veri responsabili della catastrofe. Paradossalmente, sono loro, non “la gente”, che vogliono il leader carismatico capace di fare il miracolo adesso, e non vedendolo, sono pronti a scaricarlo.
Già, se l’America uscirà dalla crisi non sarà per merito di Wall Street ma unicamente per merito di Main Street.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Il puzzle centro-asiatico
 

In questa intervista di oltre due mesi fa Ray McGovern, ex-analista della CIA, e grande esperto di questioni sovietiche, suggeriva che un patto diretto fra Stati Uniti e Russia sia l’unica strada per iniziare a svolgere l’intricatissima matassa centro-asiatica, che vede coinvolte nazioni di primaria importanza come Afghanistan, Pakistan, Russia, Cina, e Iran. Oltre agli Stati Uniti, naturalmente.



Nel frattempo ci sono stati alcuni eventi significativi, che sembrano indicare una certa dinamica in corso.

Il più importante di tutti è stato sicuramente la distruzione da parte dei Talebani del ponte al valico di Khyber, lo scorso 3 febbraio, che ha improvvisamente tagliato il 75% dei rifornimenti militari americani da sud, verso l’Afghanistan. A questo va aggiunta l’inattesa decisione del Kyrgyzstan di non prorogare agli americani il permesso di utilizzo della loro base aerea di Bishkek, …

… che gli serviva invece per gli approvigionamenti militari da Nord. In questo modo gli americani si ritrovano a dover combattere una guerra su un fronte decisamente ampio, senza poter più sostentare le loro truppe da nessuna direzione.

Tutto questo ha reso improvvisamente importante l’Iran, il quale ha, a sua volta, un dichiarato interesse a non vedere il ritorno dei Talebani a Kabul.

Chi invece non ci sta è il Pakistan, che preferirebbe vedere il ritorno degli integralisti al potere in Afghanistan, per non trovarsi gli occidentali a ridosso, mentre procede con le sue aperture commerciali con la Cina (cosa che invece, naturalmente, gli Stati Uniti osteggiano).

Ma ormai la scelta del Pakistan pare definitiva: uscire dall’orbita occidentale, e appoggiarsi apertamente al blocco Cino-Russo. Non a caso due giorni fa il presidente Zardari ha annunciato che “la Cina può usare i nostri porti di mare”, aggiungendo che “incoraggeremo le società cinesi a venire in Pakistan, che è in ottima posizione geostrategica e permette di accedere al resto del mondo attraverso i nostri accoglienti porti”.

Come a confermare il favore verso i Talebani, il governo pakistano ha concesso il ritorno alla legge della Sharia nello Swat, una vasta regione del nord del paese confinante con l’Afghanistan. Questo significa che gli abitanti di quella zona potranno rifiutare qualunque legge che non sia in accordo con i principi del Corano. E’ un grosso riconoscimento agli integralisti, e anche se non bastasse a calmare le acque da quelle parti, è stato sicuramente un segnale forte e limpido da parte del governo pakistano.

Nel frattempo, pare che sull’Afghanistan ci sia una forte divisione ai vertici del potere americano: da una parte la fazione militarista, che insiste per arrivare ad assicurarsi con la forza il controllo della regione, dall’altra quella “diplomatica”, che sostiene che vada invece raggiunto un accordo politico che includa tutte le maggiori fazioni locali, Talebani compresi.

Per ora Obama non si è pronunciato, e non è andato oltre le classiche frasi di circostanza, anche perchè gli americani si ritrovano nel più classico stallo strategico, dove non c’è modo di vincere muovendo per primi: non possono spingere sul fronte militare, visto che il Pakistan controlla le vie d’accesso per i rifornimenti da sud, ma non possono scendere a patti con i Talebani, per non innervosire troppo Russia e Iran.

Gli Americani inoltre devono fare i conti con gli alleati europei, che sembrano tutt’altro che entusiasti dell’avventura in Afghanistan, dove si ritrovano a dare sempre di più, portando a casa sempre di meno.

In Aprile ci sarà il summit delle forze NATO, ed è probabilmente in quella sede che verranno chiariti definitivamente gli equilibri all’interno dell’alleanza occidentale, e le vere intenzioni della nuova amninistrazione sull'Afghanistan.

Ma alla fine, l’ago della bilancia lo farà Putin, che da una parte gioisce in silenzio nel vedere gli americani impantanati nelle stesse sabbie mobili in cui li avevano attratti loro, 30 anni fa, ma dall’altra ha tutto l’interesse ad instaurare buoni rapporti con la nuova amministrazione, per togliersi al più presto la spina nel fianco dei missili occidentali che dovrebbero essere installati in Polonia e Cecoslovacchia, e soprattutto per non vedersi succedere intorno altre “rivoluzioni colorate” chiaramente ispirate da Langley.

L’altro ieri Putin ha lanciato agli americani un messaggio molto chiaro, dicendo che per ora la Russia sospende l’invio dei nuovi missili S-300 che l’Iran aveva ordinato.

Come dire: io vi tengo buono l’Iran, e lo convinco a concedervi il passaggio per i vostri rifornimenti, e voi in cambio rinunciate a piazzare i missili alle porte di casa mia, e vi dimenticate di trasformare Georgia e Ucraina in un vostro ennesimo luna park.

McGovern sembra quindi aver visto giusto, anche se in realtà non era necessaria una sfera di cristallo per arrivare alle sue conclusioni: da un parte, Putin tiene letteralmente l'Europa "per la canna del gas", dall'altra la situazione per l'America in questo momento è talmente fragile e compromessa, che Putin potrebbe anche chiedergli un pezzetto della Florida, e rischia pure di vederselo concedere.

Massimo Mazzucco

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3090


MADOFF E’ IL VERTICE DI UNA PIRAMIDE DI RICICLAGGIO DI DENARO IN ISRAELE ?

 

 

WAYNE MADSEN
Rebelion

La corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto sud di New York sembra decisa a lasciare agli arresti domiciliari nella sua lussuosa casa nell’Upper East Side di Manhattan e non in una prigione federale Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e truffatore (usava lo schema di Ponzi).

Due giudici del circuito federale di NewYork, Theodore Katz e Ronald Ellis, hanno disposto che Madoff debba restare nella sua casa in città e fuori prigione.

Il procuratore generale Michael Mukasey, il cui figlio Marc Mukasey, dello studio legale Bracewell & Giuliani, rappresenta Frank DiPascali, uno dei compari di Madoff, aveva lavorato in precedenza con Katz ed Ellis al tribunale federale di New York. Katz venne nominato da George W. Bush, mentre Ellis, afro-americano, venne nominato da Clinton.



Il WMR (Wayne Madsen Report) aveva in precedenza reso noto il sospetto che Madoff abbia trasferito gran parte del suo denaro “sporco” in banche israeliane, inclusa una, Bank Leuimi, che il socio di Madoff, J. Ezra Merkin, comprò dal governo israeliano mentre Ariel Sharon era primo ministro e l’attuale capo del governo,Ehud Olmert era ministro del Tesoro.

Quasi dimenticato nello scandalo Madoff c’è un altro scandalo, nel quale Morris “Moshe” Talansky, uomo d’affari newyorkese, ammise di aver pagato ad Olmert 150.000 dollari in contanti divisi in buste. Lo scandalo obbligò Olmert ad annunciare le dimissioni da primo ministro, ma non prima di lanciare un attacco genocida contro Gaza.

Anche il multimilionario di Las Vegas Sheldon Adelson, importante finanziatore del partito Repubblicano, fu generoso con il capo del Likud e candidato a primo ministro, Binyamin Netanyahu, che spera di rimpiazzare Olmert.

Madoff, Talansky,Merkin, Olmert, Netanyahu, Adelson, l’altro importante lobbysta repubblicano Jack Abramoff e il suo socio Adam Kidan, Rahm Emanuel e tutti i loro compagni a Washington, Tel Aviv, Gerusalemme, Londra, Ottawa e Parigi ricordano l’adagio ebreo “ba’al ha‘mea ba’al ha’dea” o “colui che ha il denaro è colui che decide”, o ancora più rivelatore “colui che possiede l’oro detta le regole”.

Wayne Madsen
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=81244
22.02.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DIEGO VARDANEGA


Tennis a porte chiuse

Questioni di sicurezza, dicono a Malmoe. Questo il motivo per cui la sfida di Coppa Davis tra Israele e Svezia si svolgerà a porte chiuse, tra il 6 e l'8 marzo, senza spettatori. Si temono incidenti, manifestazioni di protesta, disordini. Non c'è pace, insomma, per il tennis israeliano, dopo il mancato visto, da parte degli Emirati Arabi Uniti, a Shahar Peer. Le varie associazioni che spingono per il boicottaggio nei confronti di Israele - soprattutto dopo Gaza - considerano la decisione delle autorità di Malmoe un altro segnale che la pressione sta montando.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


EAU: La partecipazione delle donne è la norma
Meena Janardhan

DUBAI, (IPS) - Nei paesi del Golfo, tra gli ambienti sensibili al tema femminile, gli sforzi compiuti dagli Emirati Arabi Uniti (UAE) per l’empowerment delle donne ed il loro riconoscimento come partner nel processo di costruzione della nazione sono molto apprezzati, ma gli esperti sottolineano che la situazione può ancora migliorare.

Per riuscire a stare al passo con il rapido processo di modernizzazione seguito all’istituzione della federazione degli EAU nel 1971, la visione strategica del governo nei confronti delle donne ha permesso di dotarle sempre di più degli strumenti necessari alla loro partecipazione, sia nel settore pubblico che in quello privato. “Contrariamente alla falsa idea e agli stereotipi che le considerano un gruppo ristretto nella nostra società, le donne sono in prima linea sia nel governo che nel settore privato. Il ruolo di rilievo che hanno nella società ha visto dei progressi, e oggi è la norma, non un’eccezione”, ha osservato Anwar Gargash, Ministro di Stato per gli Affari esteri, alla presentazione del rapporto presso la Universal Periodic Review, condotto dal Consiglio per i diritti umani di Ginevra nel dicembre 2008”.

“La leadership degli EAU - ha aggiunto Gargash - è impegnata ad assicurare l’empowerment delle donne e ad utilizzare le loro competenze nella nostra economia in crescita. È un impegno previsto dalla Costituzione, grazie a specifiche garanzie sulla parità di genere e la giustizia sociale, così come nelle legislazioni, che si evolvono gradualmente cercando di mantenere l’equilibrio tra modernizzazione, eredità culturale e credenze islamiche”.

L’educazione è senz’altro servita da principale catalizzatore per lo sviluppo delle donne nel paese. Secondo una pubblicazione del governo che cita un rapporto di PricewaterhouseCoopers, al 77 per cento, “gli EAU stanno registrando il più alto tasso di presenza femminile nell’educazione superiore al mondo”.

Secondo le statistiche ufficiali, anche se le donne rappresentano il 49,3 per cento della popolazione totale, di 4,6 milioni di persone, costituiscono circa il 60 per cento degli impiegati nel settore pubblico, di cui quasi la metà in ruoli di alto rilievo.

Oltre ad essere funzionari pubblici, ingegneri e banchieri, e ad occuparsi delle attività tradizionali come l’insegnamento e le cure sanitarie, di recente le donne sono diventate anche piloti aeronautici, ambasciatrici all’estero, e sono sempre più presenti nella magistratura.

Il rapporto 2007 del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, riconosceva i risultati positivi delle politiche mirate degli EAU in determinati settori, compreso l’empowerment delle donne. Si osservava che le legislazioni negli EAU non prevedono discriminazioni sulla base del sesso nell’istruzione, nell’occupazione, o nella qualità dei servizi forniti. Secondo il dossier, gli indicatori dell’istruzione mostrano che i risultati realizzati dalle donne nell’educazione hanno raggiunto i livelli previsti, in alcuni casi superando quelli degli uomini, e questo per il forte desiderio di rendersi indipendenti finanziariamente e di avere successo a livello professionale. L’Indice di sviluppo dell’UNDP in relazione al genere (Gender-Related Development Index, GDI) nel Rapporto sullo sviluppo umano 2007/2008, pone gli EAU al 43esimo posto su 177 paesi, e 29esimo nel mondo secondo la “Misura di sviluppo del genere” (Gender Empowerment Measure, GEM): i primi classificati in tutto il mondo arabo.

Le elezioni dello storico Consiglio nazionale federale (FNC) del dicembre 2006 hanno contribuito all’accesso delle donne nello scenario politico nazionale. Pur rappresentando circa il 18 per cento del collegio elettorale, sul totale dei 452 candidati 63 erano donne.

Solo una donna è stata eletta, ma il governo ne ha poi nominate altre otto per assicurare un’equa rappresentatività, il che si è tradotto in una quota del 22,5 per cento, ben oltre la media mondiale del 17 per cento.

Nel febbraio 2008, un rimpasto di governo ha visto raddoppiare il numero delle donne ministro a quattro, il più alto nella regione.

Nel marzo 2008, Khouloud Ahmad Jouan Al Dhahiri è stata la prima donna negli EAU ad essere nominata magistrato. Così, gli EAU sono diventati il secondo paese arabo, dopo il Bahrain, ad aver nominato un giudice donna.

Il contributo delle donne nell’economia del paese è aumentato in modo significativo, dal 9,6 per cento nel 1986 al 33,4 per cento nel 2007, il che rappresenta una crescita annuale media di circa il 3,5 per cento. Secondo i dati del 2005, gli EAU hanno il maggior numero di donne imprenditrici nella regione. Il Consiglio delle donne imprenditrici degli EAU, una rete nazionale di donne nel mondo imprenditoriale, professionale ed accademico, ha 12mila iscritte; ha avuto una crescita annuale del due per cento tra il 2002 e il 2006, e gestisce investimenti per circa 25 miliardi di dirham (6,8 miliardi di dollari Usa) in diversi settori.

Eppure, il governo pensa che siano ancora “lavori in corso”, e spera di contribuire a produrre migliori risultati nei prossimi anni.

Uno degli ambiti più problematici nella sfera sociale è quello emerso qualche anno grazie alle donne degli Emirati sposate con stranieri, che hanno addirittura chiesto pubblicamente una reintegrazione delle loro indennità della previdenza sociale.

Secondo le leggi attuali, mentre per gli uomini non è previsto nessun ostacolo in caso di matrimonio con donne straniere, le donne che sposano cittadini di un altro paese si scontrano con diverse difficoltà, come la questione della cittadinanza per il loro figli e coniugi.

Pur riconoscendo che il governo ha effettivamente operato un’apertura nei confronti delle donne, Afnan Al-Mutawa, un’impiegata del settore pubblico, ha spiegato che la sua famiglia merita maggiori riconoscimenti per averle permesso di perseguire le opportunità di carriera a livello educativo e professionale.

”Senza il loro incoraggiamento, gli sforzi del governo sarebbero andati sprecati”, ha osservato. Allo stesso modo, pur apprezzando le iniziative del governo, Rima Sabban, una sociologa degli EAU, ha suggerito che sarebbero necessari degli sforzi per sostenere questo slancio sul lungo periodo, specificamente con “leggi e regolamenti”.

In particolare, “si dovrebbe far rispettare la legge sulle pari opportunità per tutte le donne degli EAU, per garantire che anche chi non appartiene alle élite si senta autorizzata ad esercitare il proprio potere, in particolare sullo scenario politico”, ha spiegato.

Sabban ha aggiunto che “il governo dovrebbe adottare efficaci misure proattive per educare la società attraverso programmi orientati sulla famiglia, per contribuire ad una visione più costruttiva delle donne, soprattutto rispetto alla parità di genere negli ambiti lavorativi tradizionalmente riservati agli uomini”.

”Capire a pieno come le donne organizzano la propria vita tra il lavoro domestico e le diverse fasi del loro ciclo vitale è altrettanto importante, per evitare reazioni sociali negative e disordini nel tessuto sociale”, ha raccomandato il sociologo.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1395

 

Il forum sociale mondiale ai tempi della crisi finanziaria

Parata di indigeni che ha aperto il Forum Sociale Mondiale (Foto: Alexandre Polack / Flickr)

Parata di indigeni che ha aperto il Forum Sociale Mondiale (Foto: Alexandre Polack / Flickr)

Esaltati ma stanchi. I 100mila partecipanti del forum sociale di Belém si sono confrontati dal 27 gennaio al 1° febbraio 2009. Una società civile che approfitta del vuoto lasciato dalla crisi finanziaria per far valere idee alternative e politicizzare tutti i dibattiti, comprese le elezioni europee di giugno.

REPORTAGE

Traduzione: Marta Lavangoli.

«Questo forum mondiale è stato storico perché per la prima volta ha riunito più capi di Stato del forum economico mondiale di Davos in Svizzera». Candido Grzybowski è uno dei fondatori del forum sociale mondiale. La veglia del nostro incontro animava un dibattito di più di tre ore tra i capi di Stato di Brasile, Venezuela, Ecuador, Bolivia e Paraguay. I “Signori Presidenti” si sono presentati come i «bambini del forum sociale mondiale, della società civile e dei movimenti sociali» dell’America latina che hanno, secondo loro, «reso possibile l’alternanza politica nel continente». Un tale incontro ad un evento non ufficiale organizzato dalla società civile potrebbe ben sorprendere in Europa, dove solo i G8 o i consigli europei attirano i politici di alto livello.

Un’azione comune tra i continenti

Josep Borrell, ex Presidente del Parlamento europeo, era presente al ForumJosep Borrell, ex Presidente del Parlamento europeo, era presente al Forum | Foto: Alexandre Polack / FlickrQuesto incontro annuale, lanciato nel 2001 a Porto Alegre in risposta al forum economico mondiale di Davos, è soprattutto l’occasione di preparare delle azioni comuni tra i continenti: «Questo forum per noi è il punto di partenza di un mercato mondiale dei contadini senza terra di America latina, Asia e Africa e ci auguriamo di organizzarlo anche nel 2012 con lo scopo di mostrare come la redistribuzione delle terre possa essere una delle armi tra le più potenti per lottare contro la fame», spiega Ramesh Sharma che esce da questo forum pieno d’idee e ben cosciente che organizzare delle lotte comuni tra diversi continenti è molto complicato. Ekta Parishad, a capo dell’organizzazione dei contadini senza terra in India, ha messo in piedi un mercato di molti mesi, lungo 350 chilometri, al quale hanno partecipato nel 2006 ben 25mila contadini senza terra indiani. Da allora l’impegno delle autorità indiane a lavorare sulla riforma agraria. «Questo forum è per noi un mezzo per preparare le nostre azioni future e per legare le nostre forze al movimento senza terra brasiliano che ha una lunga esperienza di lotta per la riforma agraria del Brasile», prosegue Ramesh. Benjamin Peyrot des Gachons è un giovane incaricato di missioni per l’organizzazione francese Peuples Solidaires (Popoli Solidali) che da vita a dei progetti di sviluppo nei paesi del Sud del mondo e si occupa a Belém di questioni di sicurezza alimentare. Esce dal dibattito esaltato ma stremato: ha dovuto darsi da fare per ottenere una sala e dei traduttori in spagnolo, portoghese, francese e inglese per permettere a tutti i partecipanti di dibattere: Sulla base di questi scambi, noi andiamo ad iniziare una campagna di sensibilizzazione in Francia, in vista delle prossime elezioni europee», ci spiega. «Si tratta di allertare i media e il grande pubblico sul ruolo giocato dalle imprese europee di produzione di biocarburanti che, come conseguenza, cacciano le comunità dalle loro terre e le espongono alla fame in Brasile, India e Africa subsahariana».

Gli scambi sono dunque fruttuosi ma, secondo gli habitué del forum, la società civile riunita a Belém deve rinnovarsi: «La crisi finanziaria obbliga la società civile ad offrire delle alternative. Ma anche gli stessi movimenti sociali devono rinnovarsi ed essere più creativi», spiega Otive Igbuzor, membro del comitato di direzione del forum, venuto dalla Nigeria. «Gli Africani devono giocare un ruolo più importante negli organismi dirigenti del forum che è dominato dai brasiliani. Hanno molto da apportare», insiste. «Il prossimo forum dovrà avere luogo a Dakar e tenterò per quanto mi sarà possibile di lottare per far sì che la voce delle organizzazioni africane sia più ascoltata». Bisogno di rinnovamento dei decisori e delle pratiche politiche? I dibattiti di Belém non sembrano così lontani da quelli che agitano gli europei. «Io sento che la crisi attuale motiva sopratutto i giovani che vogliono impegnarsi nelle questioni di solidarietà internazionale. Il bisogno di risposta a livello nazionale ma anche europeo e internazionale è diventato evidente», stima alla fine Benjamin. «Le elezioni europee arrivano al momento giusto! Noi abbiamo l’opportunità di smuovere le pratiche e i dibattiti al di là delle nostre proprie frontiere, come durante le elezioni americane».

 

http://www.cafebabel.com/ita/article/28863/forum-sociale-mondiale-crisi-elezioni-europee.html


Karadžić, processo al rallenty


Radovan Karadzic all'Aja
I preparativi per il processo dell'ex presidente serbo-bosniaco Radovan Karadžić hanno subito questa settimana una nuova battuta d'arresto per una questione procedurale. E il giudice Bonomy descrive la posizione dell'imputato come “poco collaborativa”
Di Simon Jennings*, L'Aja, 20 febbraio 2009, per IWPR (Titolo originale: “Prosecutors Ask Judges to Reconsider Karadzic Indictment”) .

Traduzione per Osservatorio Caucaso: Carlo Dall'Asta


I giudici del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, TPI, hanno confermato il 16 febbraio scorso - quasi sette mesi dopo il suo trasferimento all'Aja - una lista semplificata di imputazioni nei confronti di Karadžić.

Però, durante la sua convocazione in aula del 20 febbraio, a Karadžić non è stato chiesto se voleva appellarsi dopo che l'accusa aveva chiesto alla camera di riconsiderare questa revisione dei capi d'accusa.

Nelle imputazioni infatti i giudici avevano lasciato cadere le accuse relative a tre episodi criminosi, a causa della mancanza di prove.

Vai al dossier sull'arresto di Karadžić
Ma l'accusa ha chiesto di riconsiderare questa decisione riguardo a uno degli episodi – la presunta uccisione di fino a 140 detenuti nel campo di prigionia di Sušica, presso Vlasenica, nell'entità bosniaca della Republika Srpska – sostenendo di essere in possesso delle prove richieste, ma di non essere riuscita a trasmetterle ai giudici a causa di un “errore di trascrizione”.

“È nell'interesse della giustizia che la corte riceva i corretti materiali probatori ed ordini il ripristino dell'episodio considerato… nel novero dei capi d'accusa”, ha detto alla corte il procuratore Alan Tieger, spiegando che si tratta di un episodio importante, con un significativo numero di vittime.

Benché il collegio di accusa avesse in origine redatto la lista corretta delle imputazioni nel settembre 2008, nessuna decisione era stata raggiunta fino a questa settimana, a causa della mole di materiale che doveva essere tradotto.

Tieger ha detto che la richiesta dell'accusa riguarda solo questo episodio, e non gli altri due cancellati dalle imputazioni.

Nelle imputazioni confermate dai giudici, Karadžić è accusato di 11 distinti episodi di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, che includono due distinte accuse per genocidio.

Una accusa di genocidio pertiene agli atti commessi in dieci municipalità bosniache – Višegrad, Prijedor, Bratunac, Foča, Brčko, Ključ, Kotor Varoš, Sanski Most, Vlasenica and Zvornik – mentre la seconda riguarda il massacro di quasi 8 mila uomini e ragazzi bosgnacchi avvenuto a Srebrenica nel luglio 1995.

La lista rivista delle accuse comprende solo 27 dei 41 crimini individuati in origine dall'accusa.

Il giudice Iain Bonomy ha rilevato che in precedenza Karadžić non era mai entrato in dettaglio nel merito delle accuse mossegli, rilevandone unicamente l'ampiezza e la necessità che il processo fosse rapido ed equo.

Questa volta invece l'imputato ha dichiarato di non poter dire subito se si opporrà alla richiesta dell'accusa di ripristinare le accuse relative a Sušica, spingendo così il giudice Bonomy a esternare la sua frustrazione. “Questo è un argomento troppo importante per me per esprimere la mia posizione senza consultare i miei consiglieri legali”, ha detto Karadžić.

Il giudice Bonomy ha descritto la posizione di Karadžić come “poco collaborativa”, e ha contestato la capacità da parte sua di gestire il proprio processo senza avvalersi in aula di un avvocato professionista.

“Quello che lei sta dicendo è che lei vuole condurre in prima persona questa causa, ma che non è in grado di condurla. Questa per la corte è una situazione insoddisfacente”, ha dichiarato.

“Io mi aspetto che lei prenda posizione sulle varie istanze che i giudici devono rivolgerle”, ha detto a Karadžić, che ha più volte dichiarato che durante il processo non si avvarrà di un avvocato che lo rappresenti.

Il giudice ha frequentemente ammonito Karadžić delle difficoltà che comporterà condurre la propria difesa, ma Karadžić è stato irremovibile.

“Sono in grado di occuparmi di questo [della mia difesa, NdA] e mi avvarrò della mia facoltà di rispondere”, ha replicato.

Il giudice Bonomy ha concesso a Karadžić cinque giorni, fino al 25 febbraio, anziché le usuali due settimane, per appellarsi contro la richiesta fatta dall'accusa ai giudici perché vengano riconsiderati i capi d'accusa.

Karadžić non ha nascosto il suo disappunto.

“Devo esprimere la mia insoddisfazione per il fatto che sia stato abbreviato il termine per una questione così importante”, ha dichiarato. “Per quanto mi riguarda, ogni questione è una questione seria”.

Il giudice ha dichiarato che, “se possibile”, ci sarà un'altra conferenza sulla situazione tra due settimane, ma di non aver ancora potuto fissare una data certa, a causa della fitta agenda processuale del Tribunale.


*Simon Jennings è corrispondente dall'Aja per IWPR. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10955/1/51/


febbraio 25 2009

le regole del gioco

I segni con i quali si cominciano le cose sono sempre carichi di riverbero.

Mentre facevo i miei doveri di uomo di casa con un sabato libero, alternando dunque il mocio con riflessioni sui passaggi da riprendere delle lezioni della settimana, ho seguito sul servizio pubblico, che com'è noto è Sky, l'Assemblea nazionale del Pd, alla quale un telegramma che ora sta nel mio studio attesta che avrei avuto il diritto di partecipare (non me la son sentita, ancora ho dubbi a fare la tessera...).

E' palesemente il giorno di Dario Franceschini (la Finocchiaro che si dimentica di dar la parola ad Arturo Parisi in sede di presentazione delle candidature è più di un lapsus freudiano...), che verso le 13, mentre io finisco di passare l'anticalcare sui rubinetti del bagno, svolge il suo discorso da segretario , e che sulla fine promette che domani andrà a Ferrara, la sua città, a giurare fedeltà alla Costituzione sulla copia in possesso a suo padre.

Ci ho pensato un po' su, mentre sceglievo il detersivo lucidante adatto per il parquet del salotto.
Dunque: un anno e qualche giorno fa Veltroni inaugurava (in un febbraio molto più mite di quello in corso) la campagna elettorale del PD ad Assisi, con uno sfondo francescano che accompagnava bene il tono sobrio, ma bisogna dire anche già allora rassegnato, delle sue parole: oggi il primo gesto simbolico di Franceschini è quello di cui sopra.
Siamo passati, in un anno, dal richiamo ai valori sociali e religiosi, da parte del laico Veltroni, al richiamo alla carta fondante della Nazione, da parte del cattolico Franceschini.

Mi pare un segno interessante, ed emblematico del grado zero barthesiano nel quale ora si trova il PD: ripartire dalle regole del gioco. Più giù di così c'è il niente, forse nemmeno il niente, che almeno sarebbe qualcosa. http://bordopagina.blogspot.com/2009/02/le-regole-del-gioco.html

I diversi punti di vista

Su Europa il vostro affezionatissimo interviene a proposito dei diversi «punti di vista» che si sono misurati sabato scorso in assemblea nazionale e in queste ore. Osservate e leggete con me:

«È un problema di punti di vista»: lo si dice spesso, ma mai come sabato lo è stato. Il punto di vista di chi voleva salvare questo Pd a qualsiasi costo (fino ad essere sospettato di voler salvare soprattutto se stesso) e quello, simmetrico, di quelli che chiedevano, a ogni costo, di cambiare passo. Per descriverli, questi punti di vista, è stata chiamata in causa l’antica contrapposizione tra antico e nuovo, tra “vecchi” e “giovani”: uno schema che conviene soltanto ai “vecchi” o a chi vuole difendere lo status quo, così come conviene soprattutto a questi ultimi parlare in continuazione di ricambio generazionale senza praticarlo, come se si trattasse di questione meramente anagrafica e non politica nel senso pieno del termine. Nessun conflitto, quindi, è quello che si chiede a gran voce, ma un confronto tra le generazioni, tra quelle diverse visioni, tra quelle percezioni della realtà che sono diverse tra destra e sinistra, ma anche all’interno del nostro partito. Che fatica a mettere a fuoco le questioni, forse perché «il dio acceca chi perde»; che fatica a trovare uno sguardo aperto sul mondo, perché spesso lo rivolge soprattutto al proprio ombelico; che fatica a guardare più in là del contingente, la stessa cosa che rimproveriamo alla destra. Chi non ha condiviso l’elezione di Franceschini – nei modi e nei tempi, prima ancora che nei contenuti – si trova in questa situazione. Sono migliaia le persone che chiedono un segnale di attenzione, che finora non è venuto. Persone che hanno sperato nel Pd e che forse ci sperano ancora. Persone del mondo della sinistra che non trovano più quello “sguardo”. Persone che non si sentono considerate, anzi: che pensano proprio di non essere viste. Chi protesta oggi non lo fa da oggi, o da sabato. Non urla, né sbraita, né appartiene alla categoria dei facinorosi. Appartiene alla categoria degli elettori, che andrebbe piuttosto rispettata. Scrive sul web, perché cerca quella relazione che è mancata e che difficilmente passa anche dalle sedi locali del Pd, dai circoli che conosciamo bene e che spesso provano quella stessa sensazione di lontananza e di abbandono. Hanno punti di vista diversi dal gruppo dirigente nazionale, ma altrettanto legittimi e curiosi di trovare – insieme, se è possibile – una soluzione. Massimo coinvolgimento degli elettori, si era detto, sui nomi ma soprattutto sulle cose? Non ce ne siamo occupati. Massimo decentramento e protagonismo dei livelli locali? Non abbiamo trattato l’argomento. Non è questione di morire democristiani (che per altro vorrebbe dire essere morti già, esaurite come sono le precedenti interpretazioni della società), ma di morire incapaci di parlare ai cittadini e di dare loro una rappresentanza. «O si cambia, o si muore», si dice curiosamente del Pd fin dalla sua nascita. Siamo cambiati molto poco ma, oltre all’eventualità di morire, abbiamo tutta la vita davanti: rivolgendo lo sguardo di fronte a noi, vedremmo cose che attualmente non riusciamo a scorgere. E forse saremmo visti anche noi, perché l’ombra ci ha avviluppato in un senso ben più profondo delle stesse metafore da noi adottate. Di Galileo si scrisse un giorno che egli era scopritore «non di nuove terre, ma di non più vedute parti del cielo». Ecco. Le parti che non vediamo più, quelle che non abbiamo visto ancora. Punti di vista. O, forse, sguardi sulla realtà. http://civati.splinder.com/

Il giovani del Pd/2. Gozi: primo banco di prova le candidature alle Europee
Basta favori a Berlusocni e Di Pietro, il leader sia capace di guardare oltre i capibastone
"Ai vecchi solo due posti su dieci
nel partito ci vuole la quota grigia"
di CURZIO MALTESE


Il suo slogan potrebbe essere: "Io non sono un autarchico". Quarant'anni, quindici trascorsi in giro per l'Europa, Francia, Inghilterra, Balcani, una lunga esperienza a Bruxelles con Oreja, Prodi e Barroso, prima di tornare in Italia da parlamentare, nelle liste Pd. Sandro Gozi è stato uno dei più critici della linea Veltroni. "Ma non perché sia prodiano o dalemiano o insomma una di quelle etichette là. Semplicemente perché mi ero stufato di fare favori a Berlusconi e a Di Pietro".

Che favori ha fatto il Pd a Berlusconi in questi mesi?
"Uno grandissimo. Aiutarlo a rimuovere la vera questione, la crisi economica. Berlusconi e le sue tv sono stati abilissimi nell'inventarsi un'emergenza al giorno. I clandestini, gli stupri, le intercettazioni, il testamento biologico. Tutte questioni importanti, per carità. Ma la vera priorità, la crisi, in questo modo è stata cancellata. E noi l'abbiamo inseguito sulla sua falsa agenda".

E' passato il messaggio che l'Italia è in qualche modo più al riparo dalla crisi degli altri paesi occidentali. Addirittura all'estero ci invidiano Tremonti.
"Siamo riusciti a regalare a Tremonti la fama di gigante del pensiero economico. Grottesco. E' stato ed è un ministro disastroso, a tratti dilettantesco. I suoi libri sono un impasto di vecchi motivi riciclati, come certe canzoni di Sanremo. Viaggia in ritardo perenne. Nel 2003, quando occorreva essere rigorosi, fece saltare i patti di stabilità. Ora che bisognerebbe essere più elastici davanti alla crisi, riscopre il rigore. Il problema è che l'opposizione non se ne accorge neppure".

Non c'è stata abbastanza attenzione per l'economia nei vertici del Pd?
"Non c'è attenzione per la realtà. E non c'è competenza. Si orecchiano le mode mediatiche, su tutti gli argomenti. Non si studiano i problemi, le polemiche sono superficiali, nominalistiche".

Diranno che è la solita tirata del tecnico contro il politico.
"I capibastone vanno avanti su queste dicotomie d'altri tempi. Tecnici e politici, politica e società civile. Fesserie di cui si discute ormai soltanto in Italia. La verità è che nessuno di loro mette mai il naso fuori dall'orticello dell'identità di corrente".

Ora va molto il conflitto generazionale, vecchi contro giovani. Si pensa alle quote giovanili, oltre a quelle rosa.
"Guardi io vorrei proporre la quota grigia, per gli anziani. Si stabilisce che per statuto gli ultracinquantenni con più di due mandati hanno diritto al 20 per cento dei posti. Che è più o meno quanto accade di fatto negli altri partiti riformisti d'Europa".

Buona idea. Si potrebbe cominciare dalle liste europee?
"Quello è il test vero della segreteria di Franceschini. Ha detto che vuole cambiare e io gli ho creduto. Facciamo una rivoluzione. Alle europee, invece dei soliti ripescati, proviamo a candidare gente competente, che magari conosce anche qualche lingua. Non l'ha mai fatto nessuno, né a destra né a sinistra. Col risultato che in Europa contiamo sempre meno. Secondo me gli elettori del centrosinistra ci premierebbero. Certo, finora i nomi che si sentono vanno nella direzione opposta".

Infatti gli elettori del centrosinistra premiano Di Pietro. Perché?
"Merito nostro. Mai una scelta netta, un'idea chiara, una parola comprensibile. Ma se tornassimo a fare il nostro mestiere, Di Pietro sparirebbe in pochi mesi".

Ne è proprio sicuro?
"Sì. E' un Berlusconi rovesciato. Guida un partito personale, è un demagogo, non c'entra nulla con la storia della sinistra, non solo italiana. Non c'entra nulla con nessuna forza riformista presente in Europa. I nostri elettori lo votano per disperazione, non certo per convinzione".

Però Di Pietro è anche l'unico che ancora parla di conflitto d'interessi, dell'anticostituzionalità delle leggi sulla giustizia, delle continue interferenze del Vaticano. E' soltanto giustizialismo, estremismo, populismo?
"Per nulla. Aver lasciato cadere il conflitto d'interessi è stato un altro errore. Alla fine, perché abbiamo perso in Sardegna, col miglior candidato possibile? Perché Berlusconi ha usato, e bene, le sue tv nazionali contro Soru. Del caso Mills si è parlato nei telegiornali francesi e tedeschi più che in quelli italiani. L'Europa ci guarda con preoccupazione, e tanta. Quanto al tema delle ingerenze della Chiesa, stiamo andando anche lì serenamente verso una deriva autarchica, incomprensibile oltre Chiasso. Ma anche di qua dal confine. In fondo il 70 per cento degli italiani, nel caso Englaro, si è pronunciato contro la visione delle gerarchie ecclesiastiche. Peccato, ancora una volta, non essersene accorti".

Franceschini ce la farà?
"Se guarda oltre il fumo dei vertici di leader, scoprirà che il partito è pieno di risorse, di giovani e non giovani che hanno una gran voglia di fare politica, quella vera".Repubblica

Liberalizzazioni addio Il Pdl strappa le lenzuolate




MASSIMO RIVA




Già al primo passaggio parlamentare, nella precedente legislatura, la lenzuolata di liberalizzazioni dell'allora ministro Pierluigi Bersani aveva subito tagli e amputazioni più da destra che da sinistra. Ma adesso che al governo ci sono i sedicenti alfieri del libero mercato la situazione sta peggiorando vistosamente. Nelle mani della nuova maggioranza, infatti, quel che era un lenzuolo rischia di diventare un insignificante fazzolettino. Emendamento su emendamento, governo e parlamentari del centrodestra hanno ingaggiato una vera e propria battaglia campale. L’obbiettivo è smontare, pezzo dopo pezzo, il provvedimento con il quale si era cominciato ad aprire a una maggiore concorrenza settori di mercato da sempre dominati da posizioni di rendita corporativa. Sembra proprio, insomma, che il termine liberalizzazioni anche fuori dal settore televisivo faccia sempre più fatica a far rima con il nome Berlusconi.
Un primo esempio clamoroso (e indecente) della marcia indietro in atto riguarda uno dei capitoli di maggior successo del provvedimento Bersani: quello relativo ai cosiddetti farmaci da banco. Con l'apertura di questo nuovo mercato si erano ottenuti benefici generali straordinari. In primo luogo, i consumatori hanno visto letteralmente precipitare i prezzi di alcuni prodotti di largo consumo con vantaggi non trascurabili per le loro tasche.
In secondo luogo, un po' in tutta Italia i farmacisti tradizionali hanno reagito a questa concorrenza nell'unico modo possibile ovvero abbassando a loro volta i prezzi e così dando piena ragione alla logica del provvedimento. Infine, questa nuova realtà del mercato ha fatto sì che, nel volgere di circa un anno, siano nati 2.750 nuovi esercizi di parafarmacia, l'80 per cento dei quali per iniziativa di piccoli commercianti.
Che la corporazione dei farmacisti non riesca a tollerare questo taglio a una consolidata e lucrosa posizione di rendita si può anche capire: nessuno rinuncia volentieri a un simile privilegio. Ma che la voce e le pressioni di costoro potessero trovare eco in una maggioranza di governo schierata sempre a gran voce sotto la bandiera della libertà d'iniziativa economica questo è un salto politico e logico che rovescia ogni aspettativa. Purtroppo, però, è esattamente quel che sta accadendo. In proposito il sottosegretario Fazio ministro della Salute in pectore per Silvio Berlusconi ha già fatto intendere, senza troppi giri di parole, che l'esperimento delle parafarmacie va rivisto e "razionalizzato", termine eufemistico per anticipare che verrà sostanzialmente soppresso.
E i benefici di spesa che la generalità dei consumatori ha ricavato dall'allargamento degli spazi di concorrenza? E i cinquemila cittadini che hanno trovato lavoro nella nascita dei nuovi esercizi commerciali? La scelta del governo Berlusconi in proposito sembra ormai di una chiarezza sconcertante: la difesa dei privilegi della corporazione dei farmacisti tradizionali deve fare premio su qualunque altro interesse anche generale. Par di capire, insomma, che la visione delle liberalizzazioni secondo l'attuale governo è che gli spazi di concorrenza si devono aprire soltanto a condizione di non recare il minimo disturbo alle rendite oligopolistiche consolidate sul mercato. Il che equivale a sopprimere in radice il senso stesso delle liberalizzazioni.
Come hanno perfettamente capito tutti i gruppi d'interesse coinvolti nella lenzuolata di Bersani che ora stanno premendo sul governo per riappropriarsi degli strumenti anticoncorrenziali con i quali per decenni hanno potuto spremere le tasche dei cittadiniconsumatori a loro totale arbitrio. Quello delle parafarmacie, infatti, non è che uno dei casi di svolta restauratrice: analoghe iniziative sono in corso nel settore dei contratti assicurativi e dei mutui bancari, per non dire dei continui rinvii della "class action" o del nulla che si sta facendo nel mondo delle libere professioni, dove i privilegi degli adepti raggiungono in qualche caso il tenore di cespiti feudali.
D'altro canto che il governo Berlusconi stia operando in materia una conversione a 180 gradi è ulteriormente provato dalla svolta radicale che il centrodestra ha operato su una questione di grande peso economico e politico: quella della liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Tema sul quale nella precedente legislatura l'allora minoranza parlamentare guidata dal Cavaliere faceva fuoco e fiamme un giorno sì e un altro pure, accusando il centrosinistra di non voler mettere mano a una riforma per difendere la propria rete di potere nei comuni, nelle province e nelle regioni. Ma ecco che ora, vinte le elezioni e ottenuto il governo con una larghissima maggioranza parlamentare, il vessillo da combattimento è stato ammainato, le truppe sono rientrate in caserma e il tema è sparito dall'agenda politica. O peggio: quel poco di iniziativa che si è presa al riguardo è stato giudicato perfino dalla Confindustria come un passo indietro rispetto alle posizioni del governo Prodi. La conclusione non può che essere amara e per nulla rassicurante soprattutto in tempi di crisi acuta che richiederebbero più che mai di liberare i consumatori dalla sopraffazione delle corporazioni, anteponendo l'interesse generale a quello dei feudatari del mercato. Come si vede, purtroppo, non si tratta soltanto di un'impressione: la realtà di ogni giorno conferma che liberalizzazioni non riesce a fare rima con Berlusconi. http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/02/23/copertina/001kruber.html

Referendum fuori dall'election day. Vittoria leghista, costo 400 milioni
di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera -
Quattrocento milioni di euro: 112 volte la somma dell'8 per mille distribuita nel 2008 alle organizzazioni di assistenza umanitaria. Ecco quanto costerà, secondo gli economisti de lavoce.info, il rifiuto di inserire il referendum elettorale tra le varie consultazioni (europee, comunali, provinciali…) raggruppate nell'election-day del 6 e 7 giugno. Risultato: ci porteranno a votare molto probabilmente tre domeniche di fila.

Obiettivo, neppure tanto segreto: stufare gli elettori e far saltare il quorum. Così da conservare la legge attuale, definita dal suo stesso ideatore «una porcata». Peccato. Peccato perché la scelta del governo di rompere finalmente con l'andazzo che per decenni aveva sparpagliato le elezioni su una infinità di date diverse era stata apprezzata, sull'uno e l'altro fronte degli schieramenti, da tutti coloro che hanno chiari due punti. Il primo: lo Stato, specialmente in questi tempi di vacche magre, deve risparmiare più soldi possibile. Il secondo: lo stillicidio di continue scadenze elettorali ha troppo spesso frenato (a volte fino alla paralisi) chi stava al governo impedendogli di muoversi senza l'ossessione di essere punito al primo esame, volta per volta cavalcato dai vincitori di turno.

Erano anni che da più parti si invocava l'election day. E anni che, a seconda delle convenienze del momento, si mettevano di traverso questo o quel partito. Finché Roberto Maroni, qualche tempo fa, aveva spiegato: «Il Consiglio dei ministri ha approvato la mia proposta: si voterà insieme per le Europee, per oltre 4000 Comuni e per 73 Province. Per fare questo abbiamo anticipato al sabato la mezza giornata di votazioni che di solito è di lunedì, sia per le Amministrative sia per le Europee».

Alleluja. Ma il referendum? Ottocentoventimila persone, 320 mila più del necessario, avevano firmato ai banchetti in piazza di Mario Segni e Giovanni Guzzetta per cambiare il «porcellum», la legge elettorale che perfino il leghista Roberto Calderoli, suo promotore, aveva definito «una porcata». E intorno alle tre idee di base (premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera, premio di maggioranza alla lista più votata al Senato e divieto delle candidature multiple, che consentivano ai leader eletti in più collegi di optare per l'uno o per l'altro scegliendo di fatto chi fare subentrare e chi no) si erano schierati in tanti. Di destra e di sinistra. Da Arturo Parisi a Gianfranco Fini, da Stefania Prestigiacomo ad Antonio Di Pietro.

Va da sé che Mario Segni, già scottato l'anno scorso dal rinvio della consultazione deciso per la caduta del governo Prodi, l'infarto della XV legislatura e le elezioni anticipate, vive la scelta del Viminale con rabbia e sconcerto: «L'election-day il 7 giugno col Referendum sarebbe stato un'ottima cosa, ma l'election day col Referendum una settimana dopo, stretto tra la prima tornata elettorale e il secondo turno delle Amministrative la domenica seguente, è una vera presa per i fondelli». Che alla Lega non piaccia il Referendum si sa: se passassero i «sì» ai quesiti studiati da Guzzetta il Carroccio rischierebbe di esser preso in mezzo. Calderoli, un mese fa, era stato chiarissimo: «Perché dovremmo accettare un sistema che forza tutti ad entrare in due soli listoni? Berlusconi ha già difficoltà a fare il Pdl, figuriamoci se ci obbliga a entrare in un unico cartello elettorale». Quindi, patti chiari amicizia lunga: «Se qualcuno dei nostri alleati volesse sostenere quei quesiti sappia che qualcuno nella maggioranza potrebbe anche votare contro il governo».

L'obiezione formale è nota: un referendum mischiato in mezzo ad elezioni europee, comunali e provinciali rischia di «confondere» gli elettori. Risposta dei referendari: ma non è forse la destra ad additare ogni giorno a modello gli Stati Uniti d'America? Bene: in trentasei degli States, in contemporanea con le ultime presidenziali che hanno visto il trionfo di Barack Obama, gli americani hanno votato su 153 referendum. Dal matrimonio gay (in California) all'assimilazione dell'aborto all'omicidio (Colorado), dall'abrogazione del diritto all'interruzione anticipata della gravidanza (South Dakota) all'uso medico della marijuana (Michigan) fino, nello stato di Washington, al suicidio assistito.

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Lo stesso Roberto Maroni del resto, quando stava all'opposizione, la pensava in maniera diversa. Basti tornare all'aprile del 2001, otto anni fa, quando l'allora premier Giuliano Amato rifiutò di abbinare le elezioni in arrivo il 13 maggio, che avrebbero visto il trionfo del Cavaliere e della sua coalizione, con il referendum sulla famosa devolution lombarda indetto da Roberto Formigoni e caro alla Lega. «Una vendetta meschina », sibilò Ignazio La Russa. «Si voterà anche a costo di sistemare dei seggi in piazza», tuonò il futuro ministro dell'Interno, «se si inventasse un rinvio illegittimo per decreto, la Regione Lombardia è pronta ad installare altri seggi e altri scrutatori per i referendum regionali, vicini a quelli delle elezioni». Altri tempi, altri interessi. Formalmente legittimi, per carità. Purché sia chiaro: collocare il referendum elettorale nella domenica in mezzo tra le Europee e i ballottaggi delle Amministrative per puntare al fallimento del quorum costerà appunto agli italiani, stando ai calcoli di lavoce. info, circa 200 milioni di euro in più di spese dirette («quanto fin qui impegnato per la social card») più altri 200 di oneri indiretti. Totale: 400 milioni. Ottanta in più di quei 322 dati nel 2008 dall'Italia, il più tirchio dei Paesi occidentali, in aiuti al Terzo Mondo.

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“Questa Chiesa diventerà una setta”
N. Bourcier, S. Le Bars
La Stampa

Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng, considerato il massimo teologo cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai muri tappezzati di libri, dove i suoi - tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d’onore.
Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la scomunica ai quattro vescovi integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard Williamson, è un negazionista?
«Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un giornale italiano, Monsignor Lefebvre diceva che “alcuni cardinali sostengono il mio corso” e che “il nuovo cardinal Ratzinger ha promesso si intervenire presso il Papa per trovare una soluzione”. Questo dimostra che la questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI ha sempre parlato molto con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che sia il momento giusto per farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli scismatici i quali, pur conservando le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l’impressione di essere d’accordo con il concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato».
Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione della protesta che la sua decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti di Richard Williamson?
«La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o di tattica, ma un errore del governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei discorsi negazionisti di monsignor Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei quattro vescovi lo sono. In questa faccenda il problema fondamentale è l’opposizione al Vaticano II, in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l’ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto considerare centrale questo punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell’Olocausto. Invece non ha valutato bene il pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente reagito.
Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha viaggiato molto poco. E’ sempre rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d’un tempo -, dove è al riparo dalle critiche. All’improvviso, non è stato capace di capire l’impatto nel mondo di una decisione del genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere un contropotere, era un suo subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo di dottrina, completamente sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di struttura. Non c’è nessun elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è stato eletto dai conservatori e oggi è lui che nomina i conservatori».
In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli insegnamenti del Vaticano II?
«A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la “tradizione”. Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale ed ellenistico. Soprattutto non vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad esempio sul riconoscimento della libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del Concilio». L’idea di fondo di Benedetto XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non al modo dei lefebvriani, ma in ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per esempio è sempre stato critico sulla liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché non si trova a suo agio con la modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato l’integrazione nella Chiesa cattolica del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non l’ha mai accettato, e nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha una certa simpatia per monsignor Lefebvre. D’altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni dal lancio del Concilio da parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto l’elogio del suo predecessore, ma abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte a questo concilio».
Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori?
«Penso che difenda l’idea del “piccolo gregge”. È un po’ la linea degli integralisti: pochi fedeli e una Chiesa elitaria, formata da “veri” cattolici. È un’illusione pensare che si possa continuare così, senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una restaurazione, che si manifesta nella liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la Chiesa cattolica è l’unica vera Chiesa».
La Chiesa cattolica è in pericolo?
«La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si aspettano più niente da questo Papa. È molto doloroso».
Lei ha scritto: «Com’è possibile che un teorico dotato, amabile e aperto come Joseph Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il Grande Inquisitore romano?». Allora, com’è possibile?
«Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia resuscitato il suo passato. Ratzinger era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era già scettico. Con il ‘68, è tornato a posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi».
Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione?
«Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho veramente creduto che avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro anni, invece, ha dimostrato il contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di coraggioso. Tanto per cominciare, dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi profonda. Poi potrebbe fare un gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono essere ammessi alla comunione. Potrebbe correggere l’enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha condannato tutte le forme di contraccezione, dicendo che in certi casi l’uso della pillola è possibile. Potrebbe correggere la sua teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe dire: “Abolisco la legge del celibato”. È molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere conto a una Corte Suprema! Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio».
Un Vaticano III?
«Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come il celibato dei preti e la limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per eleggere i vescovi, che contempli il coinvolgimento anche del popolo. L’attuale crisi ha suscitato un movimento di resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema. Anche alcuni vescovi sono stati costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può ignorarlo».
La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti?
«In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli scismatici! Ma non credo che lo farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che alle persone come me, che hanno lavorato al Concilio e l’hanno accettato».
Copyright Le Monde
Un addio amaro e rabbioso, immortalato dai fotografi. Il vescovo negazionista Richard Williamson ha lasciato l’Argentina, diretto verso Londra, nel peggiore dei modi. All’aeroporto di Buenos Aires, inseguito dai fotoreporter, Williamson ha perso il controllo e si è scagliato con il pugno chiuso verso uno di loro. Lo scatto ha fatto subito il giro del mondo. Si chiude così un capitolo della vicenda che ha messo in imbarazzo il Vaticano. Williamson, che aveva scatenato una bufera per aver negato l’Olocausto in un’intervista rilasciata poco prima della revoca della scomunica per lui e altri tre vescovi lefebvriani, era stato espulso il 19 febbraio dal governo di Buenos Aires, che gli aveva dato 10 giorni di tempo per lasciare il Paese. L’espulsione era stata motivata con il fatto che il vescovo aveva nascosto il vero motivo della sua permanenza nel Paese, dal momento che si è dichiarato un impiegato amministrativo dell’associazione civile «La Tradicion» quando, in realtà, dirigeva il seminario lefebvriano della Fraternità di San Pio X a Buenos Aires. Un incarico da cui Williamson era stato rimosso il 9 febbraio scorso.


Prove tecniche di gruppo misto

Cominciano le prove tecniche di gruppo misto per Francesco Rutelli. Per ora sono solo prove, ai fatti passerà solo dopo che avrà messo in saccoccia qualche europalramentare e qualche amministratore locale. Abituiamoci perché di qui a giugno lo vedremo spesso in azione come ieri, così subito dopo le elezioni potrà spiegare perché se ne va dal PD. Lo facesse prima.http://www.martameo.net/


"L'Italia, dove i Tg parlano di burro ma non delle vicende giudiziarie di Berlusconi"

Traduco da "Andiamo!", blog del francese Libération dedicato a "l'Italia, gli italiani, Berlusconi e tutti quanti".

La settimana appena trascorsa è stata deprimente. Neve e freddo in tutta la penisola, dimissioni, alla Jospin, di Walter Veltroni dalla direzione del partito della sinistra italiana, il Partito democratico (Pd), dopo una sconfitta cocente in Sardegna, convocazione dell'ambasciatore italiano in Argentina a seguito dell'ennesima battutaccia berlusconiana (questa volta a proposito della sorte riservata ai desaparecidos durante la dittatura argentina, battuta che sarebbe stata mal interpretata perché decontestualizzata), “ronde” di cittadini di cui sempre più si parla come rimedio preventivo e curativo alla delinquenza (degli stranieri)...


Per fortuna, un deputato della Lega Nord (partito ultimamente molto presente sulla scena politica transalpina) ha trovato il modo per attirare l'attenzione dei media, allietando i nostri cuori sconfortati con un chicchirichì nazionale ed annunciando, con il clamore generalmente riservato agli avvenimenti sportivi: l'Italia ha battuto la Francia 1 a 0. Ma quando? Come? Mistero.

Tale punteggio, (mini) avvenimento della settimana per i deputati italiani, si riferisce ad una vittoria transalpina non ottenuta su di un campo di calcio o di rugby o in chissà quale sconosciuto incontro sportivo. Non si tratta che di una vittoria prettamente culinaria, guadagnata a colpi di tartine e di burro, con la gastronomia che tende a farsi sempre più un'arma di resistenza alle “invasioni straniere”.

Dopo la crociata di Bush contro i french fries e la messa al bando del roquefort dalle tavole americane, la cucina francese si ritrova nuovamente tirata in ballo dalla politica internazionale! Alla bouvette della Camera dei deputati, dunque, i parlamentari italiani potranno ora consumare “tartine patriottiche” preparate solo con burro autoctono, mentre il burro francese, finora utilizzato, viene espulso dal territorio (parlamentare) per favorire il made in Italy. Sciocchezze, direte voi. Ma che gesto simbolico per la lotta contro la crisi economica, no? Il burro e i suoi proventi ai produttori locali...

L'opposizione non ha mancato di replicare che la preferenza nazionale brandita come una bandiera dalla Lega Nord e ben praticata in Francia ( ma senza esagerazioni), dovrebbe essere applicata pure alle auto blu, le auto ufficiali dello Stato italiano che i deputati italiani usano (e di cui abusano), ma che, stranamente, sono quasi tutte di marca straniera... Immaginereste De Gaulle o Sarkozy giungere all'Eliseo a bordo di una Toyota o da un'Audi come avviene qui?

Il ristorante dell'Assemblea Nazionale francese adotterà misure di ritorsione? Le papille gustative dei deputati francesi saranno private del parmigiano, dell'olio d'oliva italiano e del tiramisù? Dovranno ripiegare su Entremont grattuggiato, Puget e Danette? Vasto dibattito all'orizzonte...

Ed io, ingenuo, che pensavo che, questa settimana, il grande motivo di preoccupazione che avrebbe alimentato la stampa (così come d'altronde è avvenuto su molti media stranieri) e animato le conversazioni, al bar come in parlamento, sarebbe stata la condanna a quattro anni e mezzo di prigione per un avvocato britannico, David Mills, riconosciuto colpevole del reato di corruzione per aver acquistato a prezzo d'oro il silenzio di testimoni scomodi per il suo cliente e co-imputato, il Primo Ministro in carica... Quest'ultimo è oramai al riparo da ogni azione giudiziaria grazie ad una recente legge su misura, e il telegiornale di Rai Uno, canale pubblico, non ha, per esempio, ritenuto opportuno dedicare alla vicenda più di due minuti, relegando la condanna di Mills (uno dei pochi avvocati di Berlusconi a non essere, anche, deputato o senatore) in una “breve” lanciata sbrigativamente.

Il presidente del Consiglio, esperto di marketing, non ha forse detto, un giorno, che “se la televisione non parla di una cosa, questa non esiste? E questa regola vale per ogni prodotto, uomo politico o idea...”

Sagge parole (sacrosante come si dice qui) e già molte volte messe in pratica, in Italia come altrove...


Eve Mongin, 24.02.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

 

http://danielesensi.blogspot.com/


"Fa ridere, ma è drammatico"


"Come quel dittatore che caricava i dissidenti su un aereo e poi apriva il portello e gli diceva, è una bella giornata, andate fuori a giocare"
(risate)
"No, fa ridere ma è drammatico"

Allora, chiariamo un punto: non fa ridere. Può divertire giusto un animale come te e degli animali come i tuoi elettori, che applaudono i pacchetti sicurezza con le squadracce di picchiatori e i ghetti per i nomadi. Del resto, anche un sacco di tedeschi, ne sono convinto, consideravano "Arbeit macht frei" una battuta brillante. Anzi, già mi vedo la tua uscita al prossimo congresso "...li facevano lavorare come schiavi e poi invece di liberarli li ammazzavano, neanche fossero dei precari" (risate) "No, no, fa ridere ma è drammatico".

Se c'è una cosa che fa ridere ma è drammatica, non sono i dittatori argentini, è il fatto che tu sia presidente del consiglio.http://inminoranza.blogspot.com/


SALVATORI DELLA PATRIA

A mezzanotte va
la ronda del quartiere
e nell'oscurità
sembran camicie nere.http://rumoridigente.ilcannocchiale.it/


Le ultime parole famose

«E poi, guardate, ripetere, ripetere, ripetere, dire tutti - quelli che vanno in televisione, soprattutto - dire tutti le stesse cose, non cercare l’originalità per distinguersi. Lo dico ai leader, lo dico agli esponenti più importanti di questo partito: mai più interviste sulle nostre divisioni e i nostri problemi! Gli scontri facciamoceli in casa! Chiudiamo la porta, chiudiamo i microfoni! Parliamoci con durezza ma sui giornali e le televisioni solo per proporre!»

Così Dario Franceschini durante uno dei passaggi più applauditi del suo discorso di sabato. Oggi è martedì, e Francesco Rutelli ha indetto addirittura una conferenza stampa per rivendicare il suo diritto alla libertà di coscienza (e quindi, di intraprendere una strada diversa da quella del partito) nell’ambito della discussione sul testamento biologico

http://www.francescocosta.net/


Intercettazioni. Idv: è il secondo lodo Alfano, sarà referendum
DIRE - (DIRE)  - "Mai nella storia repubblicana c'e' stato un pericolo cosi' grave per il ruolo della magistratura, dell'informazione e per la sicurezza dei cittadini". Lo sostiene il dipietrista Leoluca Orlando, oggi alla manifestazione promossa dalla Fnsi-Fieg contro il ddl intercettazioni: "Il secondo lodo Alfano sulle intercettazioni- polemizza il portavoce di Idv- contiene una limitazione alla liberta' e al diritto di cronaca dei giornalisti".
Orlando non ha alcun dubbio: "Senza intercettazioni i criminali festeggeranno l'impunita' alla faccia della giustizia".
E in piu', "con il bavaglio ai giornalisti- aggiunge Orlando- i cittadini dovranno aspettare anche diversi anni per essere informati e andranno a votare senza sapere le ragioni per le quali un consiglio regionale si e' sciolto e per quali reati un presidente della regione e' stato arrestato". Italia dei valori, conferma Orlando, "promuovera' un referendum popolare abrogativo anche contro questo secondo lodo Alfano, il piu' grave attentato mai tentato nella storia repubblicana, in un unico colpo, contro la magistratura, contro la liberta' di informazione e contro la sicurezza di risparmiatori e cittadini".

Proteste a Teheran, 70 studenti arrestati


Almeno settanta studenti dell’università di Amir Kabir di Teheran sono stati arrestati dalle forze di sicurezza iraniane per aver protestato contro il governo durante una cerimonia di traslazione dei cadaveri di alcuni caduti nella guerra Iran-Iraq [1980-88] nel campus universitario. Ci sono stati scontri tra gli studenti contrari alla trasformazione «dell’università in un cimitero» e gruppi di studenti fedeli al governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad, prima che intervenissero le forze di sicurezza. Gli studenti ribelli hanno anche accusato il governo di aver trasformato il famigerato carcere di Evin in una università, per l’alto numero di giovani che negli ultimi mesi sono stati arrestati con le accuse più varie. In Iran tra qualche mese ci saranno le elezioni politiche. La temperatura politica nella Repubblica islamica ha iniziato a salire, in previsione, forse, di un difficile cambio della guardia al vertice delle istituzioni. Contro Ahmadinejad, potrebbe tornare in campo Mohammed Khatami, il presidente che qualche hanno fa aveva aperto una breve ma intensa stagione di riforme.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16650

STATI UNITI – CUBA, INIZIA A SGRETOLARSI IL MURO?

 

Gennaro Carotenuto

Segnali di Perestrojka a Washington. Dopo 50 anni di sterile aggressività anti-cubana qualcosa si muove in direzione di un cambio che vada ben oltre la fine delle restrizioni ai viaggi dei cubano-statunitensi e all’invio di rimesse degli emigrati che era già parte del programma di Barack Obama. Il più autorevole responsabile della politica estera del Partito Repubblicano, oggi all’opposizione, il senatore Richard Lugar, ha per la prima volta ammesso: “L’embargo è un fallimento”.
Lugar, di ritorno da una missione a l’Avana, lo ha messo per iscritto in un rapporto intitolato “Cambiare la politica cubana nell’interesse degli Stati Uniti” (1). Che un autorevole esponente di un partito che da 47 anni considera l’embargo contro Cuba una delle politiche di Stato di lungo periodo più difese, ammetta un fallimento storico, è un fatto politico notevole. È un’accelerazione ingente in un dibattito statunitense cristallizzato da decenni e ulteriormente anchilosato dall’ideologia neoconservatrice dell’amministrazione Bush, mentre intanto l’isola, superato il fallimento del blocco sovietico, si reinseriva pienamente nella politica internazionale e regionale.
Ma il rapporto Lugar non si limita a questo. Neanche tanto tra le righe ammette che il “bloqueo” pregiudica gli interessi statunitensi in molte direzioni oltre a quella classica puramente economica. Infatti l’embargo impedisce relazioni bilaterali considerate fondamentali in tema migratorio e di lotta al narcotraffico (per quanto ambigui tali punti all’ordine del giorno appaiano). Ma soprattutto ammette che oggi la pretesa di isolare Cuba è uno dei punti principali di frizione che condizionano negativamente le relazioni con l’America latina tutta, finendo per isolare di fatto gli stessi Stati Uniti.
Che il partito repubblicano appaia scavalcare a sinistra il segretario di Stato Hillary Clinton, finora prudentissima sul tema, è foriero di sviluppi anche a breve termine. Già entro aprile, in occasione del vertice delle americhe di Trinidad e Tobago, Obama potrebbe annunciare il ritiro di tutte le restrizioni ai viaggi dei cubano-statunitensi e all’invio di rimesse degli emigrati. Già quello sarebbe la bandiera bianca, il fallimento totale dell’incrudelimento anticubano del governo Bush, ma anche un primo concreto passo verso un’ulteriore apertura.
La nuova strategia statunitense verso Cuba potrebbe essere multilaterale cercando proprio l’aiuto dei paesi dell’America latina che in questi anni hanno sempre riconosciuto a Cuba di essere stata un punto di riferimento nella notte neoliberale imposta da Washington e verso l’Europa, che ha sempre mantenuto un dialogo con la Rivoluzione cubana nonostante le pressioni statunitensi.

(1) (leggere in inglese qui:
http://www.thewashingtonnote.com/Changing%20Cuba%20Policy--In%20the%20United%20States%20National%20Interest%20final%20draft%5B1%5D.pdf).

 www.gennarocarotenuto.it


VALLE DI SWAT: RIBELLI DICHIARANO CESSATE-IL-FUOCO DEFINITIVO




I combattenti islamici nella valle di Swat, distretto nella Provincia della frontiera del nordovest, hanno dichiarato il cessate-il-fuoco definitivo, estendendo la tregua dichiarata nei giorni scorsi; l’annuncio viene dal portavoce delle milizie comandate dal capo religioso Maulama Fazlullah e segue di pochi giorni un controverso accordo raggiunto con il governo centrale per instaurare la legge islamica (sharia) nel distretto in cambio della fine delle ostilità, cominciate due anni fa. I ribelli aggiungono che libereranno tutti i prigionieri nelle loro mani e hanno cominciato rilasciando quattro agenti di corpi paramilitari. L’accordo è stato raggiunto con la mediazione del capo religioso radicale Soofi Mohammad, suocero di Fazlullah. Non è chiaro quali siano i tempi per l’applicazione concreta dell’accordo che secondo alcuni andrebbe in vigore solo dopo il disarmo dei ribelli; finora ripetute operazioni militari non sono riuscite a riprendere il totale controllo del territorio. I critici sostengono che in passato altri accordi con i ribelli islamici nella Provincia della frontiera del nordovest non sono stati duraturi. Intanto nel vicino distretto di Bajaur, al confine con l’Afghanistan, il governo locale ha annunciato una tregua di quattro giorni in risposta alla tregua unilaterale dichiarata ieri da un capo filotalebano; nel distretto di Bajaur è in corso un’operazione dell’esercito che, secondo fonti militari, da settembre ha causato 1500 morti tra i combattenti islamici e 90 tra i soldati.[BF] http://www.misna.org/


PETROLIO: La benzina delle canaglie
Estrella Gutiérrez


CARACAS, (IPS) - La storia del petrolio venezuelano è legata alla principale potenza ‘consumatrice’ del pianeta, gli Stati Uniti, ma se il nuovo piano su energia e ambiente del presidente Barack Obama raggiungerà i suoi obiettivi, entro un decennio Caracas non potrà più contare sul mercato statunitense per greggio e derivati.




Il piano “Nuova energia per l’America”, lanciato il 26 gennaio da Washington, prevede tra i primi quattro obiettivi quello di “eliminare le nostre attuali importazioni da Medio Oriente e Venezuela, entro 10 anni”.

Nel firmare i decreti per la realizzazione del piano, Obama ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi è rendersi indipendente dal petrolio “proveniente da regimi ostili”, attraverso un risparmio nel consumo di almeno 14 milioni di barili al giorno a partire dal 2011.

I primi commenti del presidente venezuelano Hugo Chávez sono arrivati il 2 febbraio. “A me sembra che al presidente Obama abbiano fatto prendere lucciole per lanterne sul tema dell’energia”, ha dichiarato, ribadendo che Washington continuerà a dipendere dal petrolio importato.

Chávez, che ha valutato il piano in termini globali e senza uno specifico riferimento al caso venezuelano, si è complimentato per la decisione della nuova amministrazione Usa di promuovere l’uso di energia pulita, offrendosi di collaborare nel dare impulso all’energia solare, eolica o delle correnti marine.

“Tutto ciò mi sembra meraviglioso, ma difficilmente gli Usa nel breve periodo si libereranno dal petrolio, di cui hanno bisogno come l’aria, come l’ossigeno”, ha assicurato Chávez, per il quale nei prossimi anni “sarà inevitabile un incremento nel consumo di petrolio” a livello mondiale.

Alcuni esperti di geostrategia energetica e di relazioni petrolifere tra Usa e Venezuela ritengono, invece che il piano di Obama rappresenti una svolta radicale nel legame storico tra le due potenze di importazione ed esportazione del greggio nel continente americano.

“Il Venezuela è l’unico importatore di petrolio menzionato espressamente nel piano, e senza mezzi termini; si dice che entro 10 anni sarà eliminato come fornitore”, ha dichiarato José Suárez Núñez, editorialista di PetroFinanzas.

Víctor Poleo, docente universitario, viceministro per l’energia di Chávez all’inizio del suo governo e oggi critico sulla gestione pubblica in materia di petrolio, ha dichiarato che il piano di Obama avrà un impatto tale per il paese che l’ultima decade potrebbe essere stata per il Venezuela “l’ultima ondata di redditi petroliferi elevati”.

La congiuntura della prima grande crisi globale del ventunesimo secolo col ruolo dei combustibili fossili nel cambiamento climatico e la nuova leadership della prima potenza del pianeta lascia presagire, secondo Poleo, una nuova era del consumo di energia, in cui il petrolio perderà il proprio primato in favore di fonti pulite, allontanando l’umanità da uno sviluppo suicida.

Elie Habalián, anche lui professore universitario membro del primo team di Chávez in materia di energia e oggi critico verso la sua strategia, ha commentato che i responsabili del settore in Venezuela “non capiscono la dimensione e la portata dei cambiamenti che incideranno sul petrolio e le nuove dinamiche tecnologiche-energetiche-ecologiche di cui oggi Obama si è fatto paladino”.

Il Venezuela, i cui popoli originari utilizzavano il petrolio ancor prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo in America, è diventato produttore di greggio all’inizio del ventesimo secolo, e da allora lo sviluppo del prodotto - da cui la sua economia dipende - è sempre rimasto legato agli Stati Uniti.

Non solo erano statunitensi le multinazionali che parteciparono maggiormente allo sviluppo petrolifero fino alla nazionalizzazione dell’industria nel 1976, ma è la stessa geografia ad aver imposto come scelta più conveniente le relazioni commerciali con il vicino e principale importatore di petrolio al mondo.

Per Washington, il Venezuela è sempre stato, prima e dopo la nazionalizzazione, il fornitore più affidabile. Caracas fu tra i fondatori nel 1960 dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep), creata per difendere gli interessi dei produttori di una risorsa strategica e non rinnovabile, ma non ha mai partecipato agli embargo del gruppo, per ragioni politiche.

Chávez ha invece utilizzato sempre di più il petrolio come un’arma politica nelle proprie relazioni internazionali, soprattutto con gli Stati Uniti, sin da quando è salito al potere nel 1999 e ha cominciato a promuovere “il socialismo del ventunesimo secolo”, forte della sovranità petrolifera e dell’appoggio dei popoli del Sud all’indipendenza dall’“impero statunitense”, uno dei suoi fondamenti.

Dal 2005, Chávez ha aggiunto la minaccia di un blocco delle forniture di greggio alla sua guerra verbale contro il presidente Usa George W. Bush (2001-2009), che ha accusato di aver imposto una politica di aggressione mondiale e regionale e di aver partecipato a diverse cospirazioni per rovesciarlo.

Nel settembre 2008, il presidente venezuelano ha espulso l’ambasciatore Usa, per solidarietà con un’iniziativa analoga del governo della Bolivia, tra i principali alleati della “rivoluzione bolivariana”.

Da allora, le relazioni bilaterali restano affidate agli incaricati d'affari, anche se il 6 febbraio Chávez ha dichiarato di confidare in un cambiamento nelle relazioni adesso che a Washington si respira la “ventata d’aria fresca” di Obama. “Rispetteremo chi ci rispetta e siamo aperti al dialogo”, ha dichiarato.

Secondo Suárez Núñez, il dipartimento per l’energia Usa avrebbe contattato immediatamente i 200 compratori di greggio venezuelano, e “tutti hanno garantito di disporre di forniture per sostituire quel greggio” se la minaccia di Caracas dovesse concretizzarsi.

Di fatto, la compagnia statale Petróleos de Venezuela (PDVSA, Pedevesa) continua a destinare agli Stati Uniti circa 1,2 milioni di barili al giorno, che rappresentano più del 50 per cento delle sue esportazioni.

Negli anni ’90, il Venezuela era il secondo fornitore del paese nordamericano, mentre oggi è sceso al quinto posto, e le sue vendite rappresentano solo il 12 per cento delle importazioni statunitensi di greggio.

Al tempo stesso, Pedevesa ha incoraggiato una diversificazione dei suoi mercati petroliferi, per proteggersi dall'attuale andamento dei prezzi, che ha visto passare il paniere delle esportazioni venezuelane da nove dollari, quando Chávez è arrivato alla presidenza, a 150 dollari nel 2008, prima che cominciasse l’attuale crollo.

Il problema, ha spiegato Suárez Núñez, è che tra i nuovi clienti solo la Cina ha un potenziale importante, visto che le altre destinazioni hanno tutte un risvolto politico, con accordi che prevedono il pagamento in natura o con scadenze fino a 15 anni. “L’unico che paga bene e a 30 giorni sono gli Stati Uniti”, ha sottolineato.

Adesso che la crisi finanziaria mondiale ha visto precipitare i prezzi del greggio e che il paniere petrolifero venezuelano si aggira intorno ai 37 dollari al barile - mentre il valore per il 2009 è stato fissato a 60 dollari - la diversificazione delle destinazioni si scontra con nuove difficoltà come i costi del trasporto, il surplus di offerta e la necessità di nuovi sistemi di raffinazione del greggio.

“Piazzare un barile negli Stati Uniti costa 1,5 dollari mentre in Cina costa 10 dollari. In più il Venezuela raffina 600mila barili al giorno nelle raffinerie nordamericane che hanno adattato i loro sistemi al greggio pesante”, di difficile trasformazione e che rappresentano il 75 per cento della produzione locale, ha spiegato l’esperto come esempio.

La produzione venezuelana si conforma al 75 per cento di greggi pesanti “e non esistono altri impianti di raffinazione adeguati per lavorarli fuori dagli Stati Uniti”, ha aggiunto.

Secondo Suárez Núñez, il piano di Obama dichiara il Venezuela un paese da cancellare dalla lista dei fornitori nel momento peggiore, visto che lo scenario mondiale è “già ostile, e Pevedesa deve affrontare contemporaneamente problemi di debito con i fornitori nazionali e stranieri, calo della produzione e entrate insufficienti a coprire il bilancio".

“In concreto, il piano di Obama potrebbe accelerare la fine della fase degli alti utili provenienti dal petrolio per il Venezuela, e costringerci a confrontarci con la nostra realtà collettiva”, ha commentato Poleo, considerando che la nuova leadership di Washington “lancia e promuove un cambiamento strutturale della fonte energetica del motore a benzina, che ha dominato gran parte del ventesimo secolo”.

“Il Venezuela può, ovviamente, cercare altri clienti per il suo petrolio, ma in tal caso sarebbe costretto ad una ripianificazione che richiede tempo”, ha puntualizzato Habalián. Per di più, il reddito che ricaverebbe da altri mercati sarà sempre inferiore, e questo sarebbe un elemento chiave per cui il paese entrerà in un’era di bassa redditività del prodotto, che rappresenta il 90 per cento delle sue esportazioni.

“Il trasporto di un barile in Cina o in India, i colossi emergenti nel consumo di energia, costa 10 dollari, che possono essere assorbiti quando il prezzo del barile è a 90 dollari, ma non quando il suo valore scende a 30”, ha spiegato.

“Gli Stati Uniti possono tranquillamente ridurre o perfino eliminare gli acquisti venezuelani, mentre il Venezuela, sul breve e medio periodo, avrà dei grossi problemi se perderà il suo cliente storico”.© Il manifesto(FINE/2009)



Storie di scorie

Da Mostar, scrive Dario Terzić

Sono solo voci, ma sempre più insistenti. Parlano di rifiuti radioattivi in Bosnia Erzegovina. E non si tratterebbe solo delle conseguenze dei bombardamenti con proiettili all'uranio impoverito. Un articolo dal nostro corrispondente
La Bosnia Erzegovina importa tutto. Anche la radioattività. Sempre più elementi portano a crederlo anche se la verità deve essere supportata da fatti e il problema è che in questi casi i fatti, cioè le prove, rimangono sempre ben nascosti.

L’inizio di questa brutta storia risalirebbe agli anni 1994-1995. I Balcani a quel tempo erano un campo di esperimenti di vario tipo. Proprio in quel periodo comincia tra l'altro la storia dell’uranio impoverito. Si è parlato di questo fenomeno anche in Italia perché si ritiene che la morte di alcuni soldati italiani sia dovuta proprio al fatto che erano stati in Bosnia Erzegovina durante la guerra.

Ogni tanto sulla stampa locale esce qualche notizia allucinante non solo relativa all'uranio impoverito, ma anche in merito all’esistenza di altre “scorie” radioattive.

L’ultima, pubblicata il 3 febbraio scorso dal quotidiano croato “Večernji list” e poi ripresa sulla stampa della BiH, riguarda discariche radioattive nei laghi dell’Erzegovina. Le fonti, che vogliono sempre rimanere anonime (questa volta si tratta di un ex agente del SIS - servizio di informazioni e sicurezza della BiH), parlano di elicotteri militari francesi che negli anni passati avrebbero scaricato rifiuti radioattivi nei laghi di Buško (nei pressi di Livno), Ramsko e Jablaničko (tra Prozor e Jablanica).

Secondo la fonte anonima si tratterebbe di blocchi di calcestruzzo con un peso di varie tonnellate, contenenti rifiuti radioattivi. I carichi radioattivi sarebbero partiti dalla Francia e attraverso il porto di Bar, in Montenegro, avrebbero attraversato Stolac (in Erzegovina) per raggiungere infine la zona dei laghi. In tutto questo periodo il trasporto di questi rifiuti sarebbe avvenuto senza alcun ostacolo.

Tutta la zona era sotto il commando dello SFOR francese e nessuno dei locali era in grado di controllarlo. Ovviamente, già anni fa, qualcuno aveva intuito qualcosa di poco pulito in questa faccenda. Anche i sevizi segreti della BiH avevano provato ad intervenire, ma si ritrovarono impotenti e accusati di “controllo illegale delle forze SFOR”.

Secondo quanto pubblicato dai media locali, tutte le operazioni per scaricare i rifiuti radioattivi nei tre laghi si sarebbero svolte di notte. Nessuno poteva osservare queste “attività militari” e finiva che la gente locale si lamentava solo del rumore degli elicotteri. Stando a quanto è stato pubblicato dai giornali, la Francia cercava in questo modo di risolvere il suo problema delle discariche radioattive, dopo aver avuto problemi con la Spagna per le discariche sui Pirenei.

In questi giorni la notizia sulle discariche di rifiuti radioattivi sta suscitando grande scalpore. Ma non è la prima volta che accade. E poi tutto finisce nel dimenticatoio. Tempo fa si era già scritto a proposito di camion militari francesi che avrebbero scaricato materiali nelle fosse di Goranci (20 chilometri da Mostar). La gente del posto aveva protestato chiedendo di capire di che tipo di rifiuti si trattasse. Arrivarono da parte francese risposte rassicuranti, che negavano la pericolosità dei rifiuti. E tutto si fermò lì, nonostante parecchi dubbi permanessero.

Negli ultimi anni il sottoscritto ha avuto occasione di sentire altre storie simili: i militari dello SFOR che avrebbero portato “carichi radioattivi” nelle miniere abbandonate vicino Jajce e altri in Bosnia centrale. Ma si trattava sempre di fonti che non erano mai in grado di mostrare uno straccio di documentazione. Tante storie ma alla fine niente di concreto. E non dimentichiamo i tanti casi di tumori tra la popolazione locale in BiH. Ma, secondo molti, la crescita dei casi di tumore potrebbe essere provocata anche da altro e non necessariamente dall’uranio impoverito.

Poco tempo fa in un’area della fabbrica Mittal Steel di Zenica sono arrivati dei vagoni con rifiuti di ferro dalla Romania. E' stata registrata una certa radioattività nel “pacco”. Niente di nuovo ritengono nel partito BOSS (Bosanska Stranka). Secondo questo partito “da quando sono entrate nell’Unione europea, Bulgaria e Romania stanno cercando di liberarsi di tutte le scorie radioattive e la soluzione l’avrebbero trovata in Bosnia Erzegovina”.

Nel gennaio scorso la stampa locale riporta di un altro caso, ancora più strano. Si tratta di botti contenenti pittura radioattiva, rimasta per anni nelle cantine del Parlamento della BiH. Infatti le botti sono state trovate anni fa nei pressi di Sarajevo e senza nessun controllo trasportate nel palazzo del Parlamento.

Nelle vicinanze di Sarajevo dal 1994 sono state trovate altre diverse fonti di materiale radioattivo. Se lo ricorda anche l’ex comandante del Primo corpo dell’Armija BiH, Vahid Karavelić. La montagna Igman già allora era diventata una discarica di materiale radioattivo, nonostante sia una cosiddetta zona di “acque protette”. E ancora oggi nei pressi di Igman, Hadžići, Trnovo, ci sono discariche simili.

Di questo si dovrebbe occupare il ministro Sredoje Jović, ritiene la professoressa Lamija Tanović, della Facoltà di Fisica di Sarajevo. “Purtroppo, l’Agenzia per la protezione contro la radiazione ionica e la radioattività in BiH è stata costituita solo di recente, e proprio dal ministero degli Affari Sociali guidato da Jović che di queste problematiche avrebbe dovuto occuparsi da tanto tempo”, conclude la Tanović.

Negli ultimi anni abbiamo avuto anche altri casi di importazione di materiale pericoloso dai nostri vicini di casa. Nel 2005 la Croazia voleva liberasi di un gran numero di vecchie (più di trenta anni) bombole del gas. Più di trentamila di queste bombole al prezzo di sole due kune (mezzo euro) sono finite in Bosnia Erzegovina .

Tanti piccoli e grandi casi, alcuni dei quali vengono a galla solo oggi. Anche questo articolo potrà sembrare incompleto. Mancano tante risposte e tanti argomenti per completare questa storia. Ma questa sui rifiuti radioattivi in Bosnia è una storia (e scoria) senza fine. Se ne parla adesso, e forse già fra qualche settimana si dimenticherà tutto. E così di nuovo. Nel frattempo nessuno sa su che terreno sta crescendo la Bosnia Erzegovina. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10942/1/51/


febbraio 24 2009

Senza di loro

Non si esce dalla crisi

La fondazione Ethnoland informa che 

Sono 165.114 gli immigrati titolari d'impresa in Italia. Sono una ogni 33, il 3,3% di quelle attive. Rispetto al 2003 il loro numero, a giugno 2008, e' triplicato. Dal 2000 sono nate 140 mila aziende, 20 mila l'anno e si stima che coinvolgano 500mila di persone, anche italiani. Il maggior numero si trova in Lombardia (30 mila) e Emilia (20 mila). In Sardegna, Sicilia e Calabria gli immigrati hanno uguagliato il tasso di imprenditorialita' degli italiani. A livello provinciale, spiccano Milano (17.297)e Roma (15.490).http://andreamollica.blogspot.com/

"Un errore votare Dario non si sceglie un capo in due ore"
Curzio Maltese
la Repubblica

«Abbiamo arrotolato le nostre bandiere "Primarie subito" e siamo tornati a casa delusi. Diciamo la verità, quella dell´elezione di Franceschini non è stata una bella giornata». Giuseppe Civati, monzese, classe 1975, consigliere regionale lombardo (il più votato del Pd), ha l´aria del "bel fieou", come direbbe Berlusconi, ma con alle spalle un curriculum di ferro. Professore di filosofia e studioso del Rinascimento, colto, simpatico, popolare. Il suo blog è il settimo d´Italia, secondo politico, dopo Di Pietro. Vincitore a sorpresa del sondaggio dell´Espresso sul futuro leader del Pd. «Sono il primo a scherzarci sopra. Il dato significativo di quel sondaggio non era il primo posto, ma l´ultimo: Dario Franceschini».
Cominciamo da lei a impallinare il nuovo capo del Pd?
«Ma no, certo che Franceschini è un´ottima persona. Il metodo però è sbagliatissimo. Ancora una volta, abbiamo fatto il contrario di quanto ci chiedevano gli elettori. E infatti nei sondaggi continua la caduta libera, siamo scesi dal 25 al 23».
Sondaggi, Internet. Ma lei insegna Rinascimento o marketing?
«Già. Ho letto che Franceschini e Bersani attaccano chi pretende di far politica coi blog. Pretende? Per la mia generazione è l´unico modo di fare ancora politica. Che dovremmo fare? Andare in sezione? A Milano la sede del Pd non c´è neppure».
Che cosa non la convince nell´elezione di Franceschini?
«Non si elegge un nuovo capo in due ore. Al confronto Obama è Dysneyland. Poi questo rito del rinnovamento sempre annunciato e mai messo in pratica. Il prossimo che dice "o si cambia o si muore" lo picchio».
E se invece Franceschini cambiasse davvero?
«Ne riparliamo fra un mese. Se Bassolino è sempre lì a far danno, allora significa che non è cambiato nulla».
Veltroni ha provato a far dimettere Bassolino.
«E invece s´è dimesso lui. Ha idea di quanti voti ci toglie ogni giorno, da mesi, la vicenda campana? Noi andiamo in giro qui al Nord a sostenere il modello di buona amministrazione del centrosinistra, e la gente ci risponde sempre la stessa cosa: allora a Napoli? Oggi Velardi, assessore di Bassolino, ha definito il grande Roberto De Simone una sciagura. Domanda: è lo stesso Velardi che sul Corriere garantiva per Romeo una settimana prima dell´arresto? Ma perché noi dobbiamo farci il mazzo a volantinare nelle fabbriche del bresciano o a parlare con i piccoli imprenditori del Varesotto, quando poi questi distruggono tutto con una puntata di Porta a Porta?».
Che ne pensa del partito del Nord di Chiamparino e Cacciari?
«Assurdo. Al Nord vivono venticinque milioni d´italiani e si producono i due terzi del Pil. Non stiamo parlando della Baviera o della Catalogna, con tutto il rispetto».
Ma il problema esiste. La sua area, la Grande Milano, otto milioni d´abitanti e un quarto del Pil, in questi quindici anni ha avuto meno rappresentanza nel centrosinistra di Nusco e Ceppaloni.
«Più grave è essere assenti sui temi che riguardano il territorio. Malpensa è stata una catastrofe del centrodestra, un tradimento della Lega ai suoi elettori. E noi dove eravamo? Su temi come la sicurezza, il precariato, le riforme della pubblica amministrazione e del mondo del lavoro, abbiamo balbettato. Un giorno stiamo con la Cisl, l´altro con la Cgil. Nessuno sa più che fine ha fatto Ichino. Sul nucleare, in pochi mesi, abbiamo espresso tre posizioni diverse. Il no di Realacci, il sì di Veronesi e il forse di Colaninno. Sull´immigrazione pure, con il ridicolo finale di inseguire ora la destra sulle ronde, che non servono a nulla».
Non le chiedo neppure la sua posizione sulle interferenze della Chiesa e sul testamento biologico, visto che ha dedicato l´ultimo libro a Giordano Bruno.
«Anche lì, un caleidoscopio di posizioni. In questo Franceschini ha detto una parola chiara e gli ho battuto le mani. Era ora».
Si risolverebbe tutto con l´avvento di voi trentenni?
«Sciocchezze. Occorre una nuova generazione politica, non anagrafica. Bisogna farla finita con questa storia degli ex qualcosa. Io sono del �75, non sono ex di niente, per me la politica è cominciata con l´Ulivo. La verità è che questi sulla difesa dell´identità, in qualche caso acquisita di recente, come nel caso di Rutelli, ci campano».
Che cosa scriverà nel prossimo striscione congressuale?
«Occupiamoci di loro, non di noi».
Da segretario dei Ds a Monza si è fatto un nome con la conquista a sorpresa della capitale della Brianza, il regno stesso di Berlusconi. Come avete fatto?
«Imponendo la nostra agenda politica. Ce ne inventavamo una al giorno e loro erano costretti a inseguirci. Davamo le notizie. Abbiamo rivelato i progetti di cementificazione del fratello di Berlusconi, lo scandalo del nuovo centro commerciale, l´assalto alle aree verdi. Non è che bisogna sempre aspettare l´inchiesta di Report o di Repubblica per denunciare uno scandalo. Dopo un po´ ci chiamavano anche gli elettori di destra per dire: io non vi voto, però vi devo raccontare questa cosa».

L’ordine regna sovrano

Mondrian

Mondrian

Manuela L’ordine è tornato a regnare sovrano nel PD.
In fondo non è successo nulla. Come una scossa di terremoto che fa cadere la lampada della nonna - se ne comprerà un’altra, domani - le elezioni sarde hanno fatto cadere un segretario, ma hanno lasciato indenne tutto il resto, dal vice a ogni altro organismo dirigente, che non hanno - vogliamo scherzare? - nessunissima colpa per quel che è successo e quindi se ne sono rimasti come sempre al loro posto. Se il terremoto ha provocato crepe strutturali ce ne accorgeremo ai prossimi appuntamenti elettorali.
Per ora l’assemblea costituente, convocata in fretta e furia, ha fatto il suo dovere, ristabilendo l’ordine e votando a ranghi compatti quello che i vertici avevano deciso.
Del resto, cosa si doveva pretendere da un’assemblea eletta come è stata eletta, con liste bloccate e preparate a tavolino dagli stessi che partecipavano alle primare già posizionati, gia preventivamente divisi in maggioranza e minoranze: grande plebiscito per Veltroni, un po’ alla Bindi, un po’ a Letta, e tutti gli altri fuori dalla partita, perché poi la partita vera si sarebbe giocata altrove?
Quei pochi nuovi, “innocenti”, quelli che sono entrati pieni di entusiasmo per questa avventura, hanno fatto presto ad accorgersi che la minestra era già preparata: o l’hanno mangiata o se ne sono da tempo tornati ai loro affari.
Questa assemblea non poteva, nonostante i finti timori che i vertici hanno mostrato alla vigilia (esibiti credo più per far piacere ai giornali), che continuare a fare quello che ha sempre fatto: ratificare quello che i vertici avevano deciso.
Si sta avverando il paradosso di cui scrivevo ai tempi delle primarie: sono i vertiici a scegliersi la base, non il contrario. Questo è esattamente quello che è avvenuto, e quindi non meravigliamoci,.
Così come non dovremmo meravigliarci che le “nuove leve” del PD, i trentenni, i quarantenni già ai vertici di qualche organismo non rappresentino niente di nuovo, anzi siano permeati più di altri di una cultura politica vecchia e superata, perché non hanno fatto altro, finora, che ingrassare di questa cultura politica.
Peccato per i miei giovani amici, che credevano che bastasse avere buone idee, e dirle, per convincere l’assemblea. Chiedere nuove primarie sembrava loro una buona idea, e i blog, da un paio di giorni, sono pieni di amarezza e delusione perché l’assemblea li ha sbeffeggiati. Dovranno imparare che “i padri” non si convincono, si uccidono.http://viagiordanobruno17.wordpress.com/


Bersani e Alberoni uniti nella rete

Fa piacere leggere che le stesse cose dette ieri da Bersani sulla rete e su facebook vengono riprese da Alberoni sul Corsera di oggi.
Curioso asse tra il nostro leader in panchina, il nostro futuro leader da due anni e il sociologo del lunedì mattina.
A leggerli mi pare di tornare a sentire mia nonna che criticava le gonnelle troppo corte delle danzatrici di Fantastico.
Qui non è un problema di età si tratta di avere le carte in regola per stare al mondo.
Se poi noi vogliamo affidarci a uno che la pensa così della rete abituiamoci al fatto che ad esempio non abbia alcun interesse a preoccuparsi di portare la banda larga in tutto il paese a beneficio di tutti e di tutte le imprese, così giusto per fare un esempio.http://www.martameo.net/


Casa mia, A due giorni di distanza, forse ho capito. Primo: Franceschini è un democristiano da cui comprerei un’'auto usata, e non sono davvero molti. Secondo: le primarie non si potevano proprio fare. Lo dice D'Alema: ci sono le elezioni e si devono decidere le candidature.
Far le primarie significa buttare all'’aria il castello di carte pazientemente costruito. E se le primarie penalizzassero l'apparato dando voce a coloro che hanno già un lavoro e vivono la politica come divertimento? Troppo rischio, se campi solo di politica una casellina la devi sempre occupare, altrimenti chi ti paga il 27?
Per cui la fusione è molto, molto fredda. Storpiando la canzone: c’'è chi era diesse, c’'è chi era diccì, e tutti e due ora stanno col piddì. Astenersi perditempo.http://ilprimocerchio.blogspot.com/


Countdown

Rutelli lascia il Pd, da solo o in compagnia, nell’Udc o in una cosa nuova.
Quando? Fatevi sotto. Io dico a settembre.http://www.francescocosta.net/


«Io non ci avrei scommesso una lira»

«Che venivano così in tanti, convocandoli tre giorni prima». Parola di Franceschini, su l'Unità di oggi. E pensare che sabato, nella replica, aveva rivendicato l'idea di convocarla subito, l'assemblea costituente. Pensavamo male e avevamo ragione. P.S.: a seguire, polemica di Franceschini (come il Bersani di ieri sul Corriere) contro «il popolo di internet». Non so bene che cosa sia, «il popolo di internet», sicuramente non lo sa Franceschini. http://civati.splinder.com/

Il Pd è un partito vecchio, anzi vetusto
di Francesca Veraldi,
Vi invio il testo del messaggio da me trasmesso, ieri sera, sul blog del giornalista Gad Lerner.

Il Pd è un partito vecchio, anzi vetusto; composto da oligarchi e politici di professione, ben esperti solo nei giochi strategici di potere e di correnti, pavidi e allergici alla democrazia partecipata, molto distanti dalla base, consapevoli del discredito e della loro delegittimazione pubblica e perciò arroccati in un fortino e protetti da privilegi,immunità e guardie del corpo. Non può venire certo da qui, non diciamo il radicale cambiamento, ma nemmeno il riformismo più essenziale e necessario al Paese.Non possiamo attenderci nulla da questa meschina oligarchia, sopravvissuta a Tangentopoli e alla Prima Repubblica, ben pervasa e inquinata, a tutt’oggi, da illegalità, corruzione e affarismo, sempre più galoppanti, indecenti e spudorati e che non vuole rinunciare al potere per il potere.Un Partito che si proclama e dichiara demagogicamente già nel nome democratico, salvo poi aver creato un capillare organigramma nominato direttamente dalle segreterie politiche,che ha previsto nel suo Statuto pretenziosamente un’Assemblea di ben oltre tremila persone, sempre nel segno della democrazia, salvo poi registrare in essa una partecipazione ben più esigua, quella, per intenderci, espressione presidiata dalle stesse segreterie e riconoscerla, anche quando non lo era, valida a tutti gli effetti.Un partito che si identifica sempre nelle stesse facce, ormai incanutite e legnose, quelle degli ingombranti e invasivi ex Ds ed ex Margherita, impudicamente bulimici nelle apparizioni televisive e nell’invadere, come sempre, amministrazioni pubbliche e private.Un Partito frammentato, litigioso, in continuo conflitto con se stesso che non ha saputo decidere su nulla: sulla sua collocazione in Europa, sulle coppie di fatto, sul testamento biologico e via dicendo.Un partito che non ha inteso fare una vera opposizione e che in un momento assai delicato, cioè prima dell’approvazione del ddl Calabrò sul testamento biologico, ha sostituito il cattolico adulto e rispettoso della laicità dello Stato, prof. Marino, personalità di grande spessore scientifico a livello internazionale come Presidente della Commissione di Sanità del Senato con la sen. Dorina Bianchi, ex Udc, ex teodem ed ora vicina a Fioroni, insomma, una cattolica integralista che si era espressa già a favore del ddl presentato dall’attuale Maggioranza e che si è, indegnamente, astenuta quando lo stesso ddl è stato messo ai voti.Che cosa dobbiamo aspettarci ancora da questi oligarchi? Quante altre disfatte, umiliazioni, delusioni?A quale livello deve giungere la nostra indignazione, esasperazione, perchè si realizzi un processo di rigetto? Ebbene, per quanto mi riguarda, l’attuale situazione del Pd, l’immobilismo, l’attendismo, la melina di questo orribile anatroccolo, in cui è abortito l’Ulivo, ha superato già la soglia di ogni decenza e tolleranza. Non ci sto più ai suoi meschini giochetti e al logoramento cui siamo condannati, una lunga e lenta agonia, che non mi appartiene, perché, a differenza di Binetti, Rutelli, Fioroni, Bianchi e via dicendo, non mi sento di imporre a nessuno la condanna a una vita vegetativa per un numero indeterminato di anni e, quindi, nemmeno a me stessa. Il Pd è prossimo all’idratazione e all’alimentazione artificiale! Quando sarà il momento, per favore, il prof. Marino, gentilmente, inizi a praticare tali terapie, prima di tutti gli altri, a Dorina Bianchi, a Binetti, a Rutelli e a tutti quei parlamentari integralisti proni al Vaticano, che testimoniano bene la doppia morale, separando quella privata da quella pubblica e sono, altresì, favorevoli al "si fa, ma non si dice", pur essendo chiamati, come parlamentari della Repubblica, a rispettare ed applicare solo i principi costituzionali, che evidentemente ignorano e comunque disattendono, poiché l’art. 32 risulta di una chiarezza lapalissiana nell’affermare la libertà di cura, che gli stessi invece hanno violato.Da questo momento non intendo più seguire i percorsi tortuosi e aberranti di questi uomini piccoli piccoli, ho ben altro con cui impegnare il mio tempo, studiando, potenziando la mia formazione, e quindi, le conoscenze e le competenze, approfondendo la cultura musicale, l’arte, il teatro e quant’altro, attività che non mi hanno mai tradito, garantendomi soddisfazioni sublimi e appaganti. In Italia non esiste la Politica, ma solo la bassa e squallida attività di mercatura! http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=16990

Economia reale

La congiuntura ormai sta raggiungendo limiti mai pensati prima; e stupisce sempre di più la distanza tra economia finanziaria e reale. La Opel pensa di dichiararsi insolvente per fare come la Saab e staccarsi dalla casa madre.
E nel contempo posta il miglior mese di vendita da anni a questa parte, aiutata oltremodo dai premi rottamazione che favoriscono il segmento basso.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Velo, politica e ignoranza

Allora, ci risiamo. Il suq della Cairo islamico-medievale ha vissuto un altro attentato terroristico, e i miei colleghi italiani - talvolta - brillano non solo per ignoranza, ma per la mancanza di una minima attenzione a quello che si dice, si legge, si pronuncia. Non si possono prendere i lanci d'agenzia, o i comunicati della polizia egiziana, e leggerli senza pensare. Stamattina ho sentito alla radio (italiana) che sono state arrestate due donne velate, nelle indagini per l'attentato a Khan el Khalili di ieri pomeriggio. Ora, è ben difficile arrestare due donne che non siano velate, al Cairo, dove la percentuale di donne velate è arrivata alla quasi totalità della popolazione femminile musulmana... E allora? Cosa significa essere velate? Che siccome sono velate è più probabile che siano delle terroriste? Non mi sembra che le nostre brigatiste rosse o le terroriste nere degli anni di piombo lo fossero, velate. Né mi sembra lo fossero le palestinesi della guerriglia laico-nazionalista che negli anni Settanta e Ottanta partecipava agli attentati terroristici in Europa e nei paesi arabi. Né mi sembra fossero velate le terroriste della Rote Armee Fraktion.

Santo cielo, ma perché non si pensa quando si scrive, si legge, si comunica al lettore, al pubblico? Poi, ovviamente, la gente comincia a pensare che siccome hanno arrestato due donne velate, il velo sia sinonimo di altro, che con la religione c'entra molto poco.

Ah, e poi la perla, pronunciata da un diplomatico. Che dall'abbigliamento gli attentatori sembrava fossero fondamentalisti. Cosa avevano? Lo zuccotto e la barba lunga? La gallabyia? E' così che sono moltissimi ragazzi al Cairo, che non fanno male a una mosca pur essendo molto islamisti. E non è detto che per fare un attentato, i jihadisti, gli islamisti radicali non siano disposti a mettersi giacca e cravatta e a sbarbarsi. L'abito, si diceva una volta, non fa il monaco. Vecchia sapienza popolare, gettata all'ammasso per privilegiare lo stereotipo e il compiacimento al potere di turno.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


MYANMAR
Giunta birmana scarcera oltre 6mila detenuti: solo 23 sono prigionieri politici
Tra le persone rilasciate vi sono otto monaci e un attivista per i diritti dei lavoratori. Egli era stato arrestato per aver raccolto informazioni sui lavori forzati in Myanmar. “Ora che mi hanno liberato – dice – continuerò il mio lavoro”.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) – La decisione del governo di liberare solo 23 prigionieri politici è un “brutto segnale”: esso dimostra che la giunta militare “non ha intenzione di rilasciare i detenuti per reati di opinione” e non cambierà la “realtà del Paese”. Ad affermarlo è Thet Wai, esponente della Lega nazionale per la democrazia (Nld) e attivista per i diritti dei lavoratori.

Lo scorso 20 febbraio la dittatura militare ha concesso l’amnistia a 6313 detenuti; solo 23 di loro erano in carcere per reati politici. Tra questi vi è anche Thet Wai, arrestato il 19 febbraio 2008 per “resistenza a pubblico ufficiale” e condannato a 18 mesi di prigione nel carcere di Insein.

La polizia aveva tentato di sequestrare una memoria portatile per computer contenente informazioni sulla pratica dei lavori forzati in Myanmar. Il documento era destinato all’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e l’attivista ha lottato perché non cadesse nelle mani delle autorità. “Ora che mi hanno liberato – afferma Thet Wai – continuerò il mio lavoro”.

Tra i 23 detenuti per reati politici o di opinione rilasciati nel fine settimana vi sono anche otto monaci, arrestati perché sospettati di coinvolgimento nella “rivoluzione zafferano” del settembre 2007. La giunta ha inoltre disposto la scarcerazione di Zaw Myint Maung, 56 anni, figura di primo piano della Lega nazionale per la democrazia. Egli ha trascorso oltre 18 anni nelle prigioni del Paese; era stato arrestato nel 1990 all’indomani delle elezioni politiche vinte dal partito di opposizione e mai riconosciute dalla dittatura militare.

Secondo le stime ufficiali vi sono ancora più di 2100 detenuti politici in Myanmar, tra i quali la leader della Lega nazionale per la democrazia Aung San Suu Kyi che ha trascorso 13 degli ultimi 19 anni agli arresti domiciliari. www.asianews.it


Guinea Equatoriale

assalto criminale o golpe?

Il palazzo presidenziale di Malabo è stato oggetto il 17 febbraio di un attacco armato dal mare, respinto dalle forze militari guineo-equatoriali. Forti dubbi restano sull’identità e sulle intenzioni del gruppo che ha tentato lo sbarco.

Il governo del piccolo arcipelago africano ha pubblicamente accusato i ribelli che infestano le coste prospicienti il Delta del Niger e che si sarebbero spinte sino alle coste guineo-equatoriali. Si tratterebbe pertanto, secondo la versione di Malabo, di un atto di banditismo o di un’azione di pirateria, fenomeno che è in significativa crescita nel Golfo di Guinea e che interessa da vicino i paesi che vi si affacciano. Esistono tuttavia indicazioni che farebbero pensare a un atto non meramente criminale, ma a un tentato golpe. Anzitutto l’obiettivo, l’edificio presidenziale che al momento dell’attacco non ospitava il presidente che invece si trovava a Bata (capitale economica del paese), e le dimensioni del gruppo (numerosi ribelli armati su lance di assalto) configurerebbe un caso di aggressione militare, più che criminale. Inoltre, seguendo un ragionamento contrario, la fallita incursione, fuori dall’obiettivo politico-militare, non avrebbe margine di fondamento in considerazione del fatto che gli assalitori non puntavano a un bersaglio di immediato ritorno monetario (piattaforma petrolifera, banca, posto di polizia). Infine, l’incremento dei controlli militari e della presenza di forze armate per le strade di Malabo nei giorni successivi induce a considerare questa circostanza nell’ottica di una manovra antigovernativa. Il presunto tentativo di colpo di Stato rientrerebbe inoltre in una scia di attentati che dal 2004 destabilizzano l’ex colonia spagnola nonostante il pugno di ferro con cui viene governata dal presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Un fatto appare certo, che il gruppo d’assalto non fosse isolano anche se ciò non implica automaticamente che provenisse dalla Nigeria. Ma se così fosse l’instabilità dell’intera subregione del Golfo di Guinea, cruciale per l’export petrolifero e gasifero e per le strategie militari africane degli USA, passerebbe a un livello successivo e più allarmante in cui sarebbero direttamente minacciati i governi nazionali e, indirettamente, i grandi interessi occidentali che ruotano intorno all’industria estrattiva.

La Guinea Equatoriale costituisce un attore focale nella regione del Golfo di Guinea per gli interessi energetici e militari occidentali e soprattutto statunitensi in vista anche della politica di emancipazione della nuova presidenza americana dal rifornimento di greggio proveniente da paesi considerati non amici (Venezuela) o dal medio Oriente. La sua destabilizzazione, unitamente a quella in corso nel Delta del Niger, farebbe precipitare la zona nel limbo dell’insicurezza e del banditismo. Appare, pertanto, improbabile che Malabo venga abbandonata dalla diplomazia occidentale a rischio di veder compromessa una strategia di lungo termine avente ad oggetto la penetrazione militare americana e il ricco business del comparto estrattivo.

Alessio Fabbiano
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=34914


Giustizia USA : Karl Louis Guillen è un ragazzo fortunato
di Claudio Giusti*

Karl Louis Guillen è un ragazzo fortunato. E' entrato nel Tritacarne e, come Jona dalla balena, ne è uscito vivo per raccontarcelo. Molti dei suoi compagni di viaggio non sono stati così fortunati. O sono stati uccisi, o dal Tritacarne non usciranno più.

A onor del vero KLG dal Tritacarne non è ancora uscito del tutto e, se non trova uno spiraglio nel costoso ginepraio giudiziario americano, ne avrà fino al 2013, ma poteva andargli ben peggio. Comunque la sua vicenda ci aiuta a capire il funzionamento della giustizia americana e a uscire dalla conoscenza telefilmica che ne abbiamo.

Devo ammettere che i telefilm americani di oggi (come The Practice) sono molto più vicini alla realtà di quelli sfacciatamente falsi di un tempo, ma ancora ci sfugge l’insieme del problema. Non abbiamo ben chiaro che il sistema giudiziario americano è un costoso disastro. Un disastro razzista e classista, ammantato di superbia e disinformazione. Un sistema che funziona solo grazie alla brutalità del suo pressappochismo giudiziario.

Ogni anno, anche se la metà dei crimini gravi non è denunciata, le 18.000 diverse agenzie di polizia americane compiono 15 milioni di arresti. Questa immensa massa spezzerebbe le reni a qualsiasi sistema giudiziario, ma non al Tritacarne americano, perché il processo, che da noi è la norma, negli Usa è l’eccezione e riguarda solo 155.000 casi all’anno (un terzo sono cause civili).

Il nostro obsoleto concetto di giustizia prevede che sia un processo a stabilire se è stato commesso un crimine, che tipo di crimine, da chi e che pena debba costui eventualmente soffrire. Nulla di tutto questo accade negli Usa dove è il District Attorney a decidere se iniziare l’azione legale e contro chi, se portarla avanti e per quali capi d’imputazione, se patteggiare o garantire l’immunità, se andare al processo e se proporre alla giuria le lesser included offences.

Questa pressoché assoluta libertà di azione (e di ricatto) si traduce nel trionfo del patteggiamento con cui si ottengono il 96% delle condanne per i felonies e il 60 di quelle per omicidio.

Le 3.000 Trial Courts of general jurisdiction hanno quindi una funzione decisamente minore rispetto a quella delle nostre corti di giustizia, ma, come se non bastasse, alla base del sistema giudiziario americano ci sono 13.500 Trial Courts of Limited Jurisdiction (indicate con una miriade di nomi diversi) che sbrogliano sommariamente 90 milioni di misdemenours e piccole cause civili l’anno, facilitate dal non dover tenere un verbale (courts not of record) e dal fatto che la presenza di un avvocato difensore non è normalmente prevista e spesso nemmeno consentita (anche perché spesso quei giudici non sono nemmeno diplomati).

La serenità del sistema giudiziario americano è poi assicurata dal fatto che le giurie non devono motivare verdetti e sentenze (devono raggiungere l’unanimità) e dalla inesistenza dell’appello, almeno per come è concepito in Italia. Esso infatti non è un diritto costituzionale e solo i condannati a morte hanno la certezza che la loro condanna sarà riveduta da una corte superiore (che culo, vero?). Per tutti gli altri la possibilità di revisione è estremamente remota, tanto che in una dozzina di stati le corti d’appello nemmeno ci sono.

Nel 2004, su 45 milioni e duecentomila procedimenti giudiziari (civili, penali, juveniles, family courts, ecc.) nelle Courts of general jurisdiction, i casi in appello erano appena 273 mila. In ogni caso l’appello non consiste nel rifacimento del processo, ma nella revisione formale del verbale del dibattimento e può diventare una messa cantata pluridecennale, con cause civili che durano trent’anni, come da trent’anni c’è chi aspetta il boia, ma normalmente la faccenda è piuttosto sbrigativa.

Questo sistema non garantisce una “giustizia giusta” o un minimo di equità. La semplice lettura dei giornali americani ci mostra quotidianamente come la giustizia sia, a tutti i livelli, “arbitrary and capricious”, con alcuni che finiscono all’ergastolo per reati da quattro soldi e assassini che non stanno in prigione più di dieci minuti.

Negli ultimi trent’anni, non per caso in coincidenza del ritorno del boia, gli americani hanno imprigionato sempre più gente per periodi di tempo sempre più lunghi e questo ha prodotto il più grande esperimento di incarcerazione di massa dai tempi di Stalin. Ogni giorno, nelle più di 5.000 galere dell’American Gulag, si stipano, in condizioni spesso atroci, 2 milioni e cinquecentomila persone. Un milione e seicentomila sono nelle prigioni statali e federali (trent’anni fa erano 300.000).

130.000 sono ergastolani, di cui un quarto LWOP e fra questi 3.000 sono minorenni, alcuni dei quali avevano 13 anni al momento del crimine. Altri 300.000 stanno scontando condanne nelle County Jails, dove in 500.000 sono in attesa del processo. Più di 100,000 sono i minorenni in riformatorio e 30.000 quelli nelle carceri per adulti. Le donne detenute sono 200.000 e spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi. Il 6% degli americani ha gravi problemi mentali, ma per i detenuti si passa al 20% e le carceri, con 500.000 malati mentali, sostituiscono gli ospedali psichiatrici.

Un adulto americano ogni cento risiede nel Tritacarne, ma per i neri si passa a dieci. Se prendiamo in considerazione anche i 5 milioni in probation e parole arriviamo ad un adulto ogni 31. Se consideriamo anche i 5 milioni di felons che hanno perso i diritti civili e i bambini che hanno almeno un genitore in prigione arriviamo a 15 milioni di persone: un ventesimo della popolazione americana. La metà abbondante dei paesi rappresentati alle Nazioni Unite non ha tanti abitanti.

Il turn over è impressionante: nel 2003 è stato di 2.200.000 persone nella probation e di 600.000 nelle carceri. Incalcolabile quello nelle jails. Il Gulag cresce di mille unità a settimana. Ogni anno il Tritacarne ingoia più detenuti di quanti ne contiene tutto il sistema penale italiano.

Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000, ma, se contiamo anche quelli in libertà vigilata, arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.500 per centomila. I neri sono il 13% della popolazione, ma forniscono la metà dei carcerati. Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700.

Ogni giorno 50.000 persone entrano nel Tritacarne. Alcuni per pochi minuti, altri per sempre.

NOTA: Il libro di Karl Louis Guillen "Il Sangue d'Altri" (seguito del Tritacarne) sta per essere pubblicato

* membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio

___________http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/acom/02feb3/2300giustiusjus.htm



febbraio 23 2009

facebook

Confesso, su Facebook sono imbranata. Per essere più precisi, non mi ci raccapezzo. Nonostante ci stia da qualche mese, devo ancora capire bene a cosa diavolo serva ’sta piattaforma che gestisce mail ma è più lenta della normale posta elettronica, ti lascia scrivere, ma è più brutta e limitata di un blog, ha la chat, ma più incasinata di una chat normale.

Ti dicono: aiuta a ritrovare vecchi compagni di scuola, di banco, di gite della parrocchia. Appunto, vale a dire che ti ribeccano quelli che, una volta usciti dalle elementari, dalle medie, dal liceo o dal gruppo preparazione cresima, hai cercato scientemente di perdere di vista, dato che degli altri, quelli che ti stavano simpatici, negli anni hai continuato a conservare il numero di telefono e li rivedi comunque per una pizza ogni tanto.

Ti dicono: ma conosci un casino di persone. Già, quelli che non sai chi sono, ti mandano una “richiesta di amicizia” e poi non hai occasione di sentirli mai più: restano per sempre una capoccetta che appare fra le tante della lista degli “amici”, e, ogni volta che la guardi, ti domandi: “E questo chi cazz’é?”

Ci sono rimasta, in Facebook, per tentare di risolvere il rebus di a che caspita possa servire. Me lo domandavo anche ieri, e, per ingannare il tempo, ho risposto, per la prima volta, all’invito a fare due degli stupidi test proposti dalla piattaforma. Uno si intitolava: Che fascino femminile hai? E l’altro: Sesso, che tipo sei? Una decina di domande idiote, cui ho risposto meccanicamente, come si fa sotto l’ombrellone, d’estate, ai test parimenti stupidi dei settimanali femminili. Il risultato di cotanto sforzo è stato che nel primo caso, sono risultata proprietaria di fascino femminile prepotente (Ah, sì? Ma va’! E le schiere di morosi che dovrei calamitare dove stanno? Possibile che si siano tutti persi causa la nuova uscita del Passante?); nel secondo, reggetevi forte, sono risultata un vero e proprio animale da letto. A leggere i due responsi, mi sono fatta una solenne risata, ho chiuso la pagina e sono andata a fare altro, cioè ho tenuto il comportamento che tengo quando, sempre sotto l’ombrellone, finisco di fare i test simili.

Solo che non sapevo quanto Facebook fosse infido. Aprendo la mia pagina oggi, il risultato dei due test è lì, spiattellato in bella mostra fra le mie note personali. Pazienza che uno apra la mia pagina e veda che sono un animale da letto, sant’Iddio: quello che mi scoccia è che sappia che, quando ho tempo da perdere, cazzeggio facendo test del tipo Sesso, che tipo sei.

Adesso ho finalmente capito a cosa serve Facebook. A farti fare figuracce.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/


Prepara le valigie, Silvio

Io guardo Dario Franceschini e mi tremano i polsi, finalmente l'Italia ha trovato il suo Obama. Ammiro quest'uomo che ha avuto il coraggio di entrare in politica imponendo il suo nome a chi voleva imporgli un nome d'arte, è un coraggio che lo accomuna ai grandi autori della canzone italiana, e penso ai vari Adriano Pappalardo, ai Dario Baldambembo. Grazie Dario, ora so che sei tu l'uomo della Provvidenza.http://formamentis.splinder.com/


Sanremo come metafora

Il vincitore arriva diritto diritto dagli studi di Cologno, il presentatore e la sua spalla pure, la reginetta dell’ultima serata rappresentava la storia aziendale e familiare di Fininvest, la canzonetta più applaudita e arrivata seconda era un trattatello in forma di case history sull’omosessualità vista come condizione di sofferenza da cui emanciparsi per diventare felici e regolari padri di famiglia. 

Direi che la puntata finale di Sanremo è stata una perfetta sintesi e un’incarnazione catodica dell’aria che tira in Italia, cioè del regimetto Mediaset-Vaticano che oggi detta legge al paese e gli impone tutti i suoi parametri culturali.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


L'elezione di Franceschini
di Claudio Croci,
In primo luogo i numeri. Alla votazione per alzata di mano sulla possibilità di sciogliere l’Assemblea Costituente e passare a elezione tramite convocazione degli elettori si sono espressi 1229 votanti su 2730 aventi diritto ( 46 %) hanno espresso voto favorevole all’elezione immediata del Segretario 1006 delegati ( 81 % dei votanti; 36 % degli aventi diritto ) e invece si sono espressi a favole della chiamata degli elettori 207 votanti (16 % dei votanti e 7 % degli aventi diritto , si sono astenuti 16 delegati .
Per il segretario si sono espressi 1258 delegati su 2730 ( 47 % ) a scrutinio segreto ; hanno votato :
Franceschini 1049 ( 83 % dei votanti e 38 % degli aventi diritto )
Parisi 92 ( 8 % dei votanti e 3 % degli aventi diritto )
Bianche e nulle 119 ( 9 % dei votanti e 4 % degli aventi diritto ).
Infine sia La Repubblica che il Corriere della Sera ,in un sondaggio, ogni testata per conto suo tra i propri lettori , hanno visto esprimere un favore verso le primarie per una quantità di elettori-lettori oscillante tra il 57 % e il 61 %.
Indipendentemente da ogni altra considerazione questi numeri testimoniano del malessere che la base elettorale , anche dei delegati partecipanti , esprimono e sulla scelta del “ metodo “ e del candidato. Ricordando che alle primarie oltre a Veltroni si sono presentati Bindi e Letta che hanno invitato , questa volta a votare Franceschini , addirittura la Bindi è salita sul palco per ribadire in antitesi a Parisi la sua scelta per elezioni subito a favore di Franceschini e nonostante che quindi il 97 % della dirigenza del partito si fosse espressa per questa soluzione ben 223 delegati hanno negato il consenso all’elezione immediata del segretario e ben 221 non hanno votato Franceschini, se a questi si ipotizza che una buona parte dei non presenti probabilmente è assai poco entusiasta della soluzione scelta si capisce la solitudine della classe dirigente. Ma se leggiamo i numeri dei non partecipanti e dei contrari dichiarati appare evidente la singolare analogia coi risultai elettorali che indicano un proporzionale ridimensionamento del partito introno al 40 % confrontati i risultati di domenica in Sardegna con quelli del 14 aprile del 2008. E’ evidente che i contrari dichiarati continuano a sostenere il partito mentre i non votanti lo sono nell’ Assemblea come nelle urne effettive.
La scelta poi da parte della Bindi di dirottare il suo consenso sul candidato unitario hanno aggiunto altre due considerazioni . La prima che il maggiore antagonista di Veltroni alle primarie del 2007 che aveva ricevuto mandato chiaro di contrapporsi dialetticamente alla linea di Veltroni e su tale ipotesi aveva raccolto consensi unitamente agli ulivisti di Parisi , ha per così dire tagliato il legame di vincolo del mandato , confermando la poco affidabilità dei legami tra base e dirigenza politica , la seconda che i delegati non la hanno affatto seguita e del 13 % dei mandati a lei affidati dalle primarie ben 8 % è andato a Parisi e sicuramente un'altra relativamente forte percentuale è andata ad ingrossare le schede nulle e bianche ( 9 % sul totale ) . In definitiva indipendentemente dal leader ieri Bindi , oggi Parisi vi è nel PD una frangia del 13 – 15 % che apertamente dichiara la sua contrarietà al gruppo dirigente. Questo accuratamente evita di confrontarsi , infatti Bersani che si era dichiarato pronto a confrontarsi con Veltroni a ottobre , una volta avuta l’occasione si è ben guardato dall’affrontare il vice designato successore di Veltroni cioè Franceschini.Questo ultimo aspetto testimonia che sarà il tesseramento e la modalità di tesseramento a garantire il congresso del PD , detto in altri termini , i Signori delle tessere drogheranno ancora una volta il potenziale confronto di idee e strategie in cui in teoria si dovrebbe svolgere un Congresso.
Il quadro definisce anche il completo e suicida atteggiamento del Partito verso l’elettorato al quale a costo di confinarlo nel regno della stupidità viene negato qualsiasi ascolto . Ma è suicidio politico questo ? Forse alle sorti del partito nuovo in definitiva non pensa nessuno , ma è piuttosto alle proprie posizioni personali fondate sulla partecipazione alla politica come soluzione di vita e non come servizio . Certamente non è un ‘ipocrisia ammettere che è anche una soluzione umanamente comprensibile , anni spesi in un mestiere – professione segnano la realtà umana di ciascuno , ma testimoniano anche che, nella sinistra, quella coscienza del dovere civico- nazionale è sentita relativamente e l’elettore lo percepisce e si comporta di conseguenza.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=16982

«Tessera addio, la maggioranza mi ha inghiottito»
di F. Ro., Corriere della Sera -
 

Tra I «peones» della platea Riccardo Lenzi «scoraggiato»: «Ma sono abituato a non seguire la massa»

Non lo tirano su nemmeno le intramontabili note della Canzone Popolare di Fossati, che risuonano nella Fiera di Roma mentre lascia la sala con tutti gli altri delegati. «Oggi può sorridere solo chi vuole tornare a Ds e Margherita», scuote la testa Riccardo Lenzi, ex portavoce di AItrainformazione entrato nel Pd con le primarie dell'ottobre 2007: «Non rinnoverò la tessera — annuncia — sono scoraggiato».

Lenzi, non crede nelle capacità di Franceschini?

Franceschini non è la soluzione migliore in questo modo, non in assoluto, è il metodo che non va bene. Non credo che questa sia stata una gran giornata per il Pd, ma come sempre mi sono trovato in minoranza, chiedendo prima le primarie e poi votando Parisi, unica alternativa per chi come me si definisce ancora ulivi-sta».

Deluso che la linea primarie non sia passata?

«In questi casi essere laureato in filosofia è un vantaggio, me ne faccio una ragione. In fondo la penso come Nanni Moretti in Caro diario: "Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza di persone”».

La maggioranza è andata altrove.

«Già, hanno scelto Franceschini come male minore. Serviva un segnale forte che non c'è stato. Non c'è sufficiente maturità nel Pd per uscire dalle consuetudini della politica. Non me la sento di sparare sulla croce rossa, ma è stata stata fatta una scelta sbagliata nel metodo e nella tempistica. Si è scelta una strada che difficilmente porterà il Partito democratico a risollevarsi dalla crisi che è sotto gli occhi di tutti».

Lei ha detto che si sarebbe dimesso se avesse vinto Franceschini.

«Beh, in realtà non ho nessuna carica da cui dimettermi. Ma la tessera non l'avevo ancora rinnovata e direi proprio che adesso non la rinnoverò. Non vedo le condizioni per confermare un'adesione al progetto del Pd, anzi sono decisamente scoraggiato».

Non la soddisfa nemmeno il clima da grande svolta che si respirava all'assemblea nazionale?

«In realtà non c'era quel gran clima da battaglia che mi aspettavo, piuttosto di rassegnazione a quello che appariva come un esito prevedibile alla maggioranza dei presenti. Quello che si è notato è che i dirigenti erano molto nervosi quando sono entrati, meno quando sono usciti. La mia delusione era la stessa».

F. Ro.

http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=18&doc=16979

Il Pd e l'Arca perduta
Lucia Annunziata
La Stampa

Nel suo quarto film Indiana Jones si trova davanti al solito ponticello di legno sospeso su un burrone: nella prima pellicola, a vent’anni, lo avrebbe imboccato di corsa; ora Jones è ancora piacevole e gagliardo, ma nella sua quarta e finale avventura, si ferma sull’orlo del vuoto, bloccato dall’ansia e dalla paura.
Senza nessuna irriverenza, lo sguardo sull’assemblea del Pd che sabato ha eletto Dario Franceschini portava alla mente la fatale e inarrestabile decadenza dei miti: una selva di volti conosciuti, fedeli a se stessi negli anni, con carriere onorevoli, lunghe e faticose, ma privi ormai di slanci, con bassa adrenalina, preoccupati del futuro e dalla mancanza di forza. Anche gli Indiana Jones invecchiano. E che fossero ex Dc o ex Pci o neoradicali o vecchi liberisti, non era più rilevante.

Non era più rilevante di fronte all’improvviso ingrigirsi dei loro lineamenti, avvenuto nel corso di una sola settimana. Non è solo questione di numeri di anni, ma di quel senso d’impotenza, del tempo e della fine, che con la vecchiaia ti coglie.
Non so. Sfoglio i giornali, guardo la tv e leggo le parole dei miei colleghi che ruotano intorno ai termini nomenklatura, controllo, patti. Non è quello che ho visto alla nuova fiera di Roma. In quel rituale con cui si è conclusa la crisi nata dalle dimissioni di Veltroni c’era solo (almeno ai miei occhi) l’aggrapparsi alle poche certezze - i regolamenti, il voto - una banale scimmiottatura delle assemblee «decisive» di un tempo. Mi veniva da dire: «Magari qui ci fosse una nomenklatura!». L’esistenza di una nomenklatura significherebbe almeno l’esistenza di progetti, truppe, trattative, signori della guerra, complotti; insomma, di segni di vitalità e di ambizione. Ma non c’era nulla di tutto questo: le decisioni finali sono scivolate via con la rassegnazione di chi sa di non poter fare diversamente.
L’assemblea del Pd riunitasi a Roma, 1200 convenuti su 2800, cioè solo il 43 per cento del numero totale, era insomma quella di una classe dirigente piegata dalle sue molteplici sconfitte. Composta in genere da gente che ha scelto la politica come professione, è vero: ma appesantita, più che dal proprio interesse, dall’impossibilità di capire come questi interessi - quelli della politica che hanno rappresentato - possano ancora essere affermati.
Non è irrilevante capire di cosa sia fatta questa classe dirigente. Solo gli inesperti o gli illusi possono vedere oggi in questi uomini e donne la forza del potere. La cosiddetta nomenklatura, se la si guarda bene, è fatta di persone che hanno varcato i sessant’anni, sono tutti ex - in una maniera o nell’altra - di un qualche incarico o altro, e hanno già quasi tutti preso la strada che conviene agli ex: studi, libri, incarichi internazionali, passeggiate con i nipotini, o fondazioni.
La verità è che le dimissioni di Veltroni sono state per tutti loro uno shock quale nessuno avrebbe potuto anticipare nel subbuglio che ha animato questi sedici mesi di esperienza del Pd. Tolto Veltroni, il Re è rimasto nudo. E non perché ha portato alla luce finalmente i piani e le malizie, ma perché, al contrario, ha esposto la mancanza di tutto questo. Finché c’è stata battaglia interna, l’adrenalina della tenzone ha come oscurato i contorni della realtà vera, quella esterna. Tolta la benda, il ponticello è lì, Indiana: le sue marce tavolette sono il crollo nel voto operaio in tutta Italia, sono il dilagare di ricette come le ronde per la sicurezza cittadina e i milioni di disoccupati in arrivo. Insufficienze della sinistra tanto quanto decisionismo della destra. Fenomeni strutturali destinati a non finire, e che certo non si possono spiegare come il risultato della «litigiosità» interna delle correnti del partito, nonostante quello che ha detto Veltroni nel suo addio e la fascinazione di tutti noi osservatori per le spaccature dentro qualsiasi organizzazione politica.
Una sola osservazione basta a confermare queste mie opinioni («sensazioni»?). Sia chi voleva le primarie sia chi voleva evitarle sabato a Roma ha proposto la propria linea sulla base della stessa analisi: che il Pd rischia un tracollo finale e ravvicinato. Con la differenza che i sostenitori delle primarie pensavano che le urne popolari avrebbero dato a un partito avvilito almeno la chance di arrivare, alle prossime elezioni e alla crisi occupazionale di primavera, con il sostegno della passione di base. Mentre i secondi, quelli che poi hanno votato Franceschini segretario, pensavano che la situazione sia così grave che gettarsi nell’entusiasmante scelta interna di nuovi volti avrebbe privato il partito di ogni capacità decisionale di fronte a questi stessi temuti appuntamenti dei prossimi mesi.
La somma finale, insomma non cambia. Al di là di quello che farà il nuovo segretario, una cosa possiamo dire con sicurezza: che mai la consapevolezza della propria durata terrena, in senso fisico e metafisico, è stata così presente nelle menti (e nei cuori) del Partito democratico.


 

Interpretazione estensiva

 

Lo statolatrico ddl Calabrò non è ancora diventato legge (lo diventerà, senza modifiche sostanziali), e già i due schieramenti stanno preparandosi allo scontro davanti alla Corte costituzionale. Il senatore Calabrò si dice tranquillo sulla non violazione dell’articolo 32 della costituzione, ma lo fa con argomentazioni piuttosto confuse. Oggi, nel nostro paese, per nutrire a forza una persona occorre che la stessa sia riconosciuta affetta da patologia psichiatrica: questo è quanto afferma la legge in merito al TSO. Se passeranno le disposizioni sul “fine vita, mai” elaborate dalla nostra “maggioranza etica”, i cittadini italiani saranno per definizione tutti potenzialmente sottoponibili ad un’interpretazione estensiva del concetto di trattamento sanitario obbligatorio. Un paese di pazzi, l’Italia.http://phastidio.net/


Walter ultimo fallimento
di Barbara Spinelli, La Stampa - Vale la pena osservare il naufragio dell’opposizione italiana con l’aiuto d’un terzo occhio, più ingenuo forse ma più vero: l’occhio che ci guarda da fuori. Perché il nostro sguardo s’è come consumato col tempo, se ne sta appeso alla noia, è al tempo stesso astioso e non severo, collerico e passivo. Non credendo possibile cambiare la cultura italiana dell’illegalità, siamo da essa cambiati. Se qualcuno riscrivesse le Lettere Persiane di Montesquieu, racconterebbe il nostro presente come i due principi Usbek e Rica videro, nel 1700, la Francia di Luigi XIV: con stupore, senso del ridicolo, e realismo. È quello che i giornali stranieri hanno fatto negli ultimi giorni: dal New York Times alla Süddeutsche Zeitung, da Le Monde al Guardian o El País. Tutti si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills. Come mai Veltroni addirittura si scusava, mentre il capo del governo ­ protetto da una legge che lo immunizza ­ avallava il più singolare dei paradossi (il corrotto c’è, ma non il corruttore).

Chi fuori Italia si interroga ha poco a vedere con la sinistra salottiera o giustizialista criticata da Veltroni. Naturalmente c’è caos, nel partito nato dalle primarie del 2007. Ma soprattutto c’è incapacità di fare opposizione, di dire quel che si pensa su laicità, testamento biologico, sicurezza, immigrazione, giustizia, per non urtare gli apparati che compongono il nuovo-non nuovo ancor ieri esaltato all’assemblea che ha eletto Franceschini segretario provvisorio. Il partito democratico non è nato mai, e oggi è chiaro che alle primarie 3 milioni di italiani hanno eletto il leader di un partito senza statuto, senza iscritti, in nome del quale si è distrutto il governo Prodi per poi lasciare l’elettore solo. Arturo Parisi lo spiega bene a Fabio Martini: «Quando un partito si costituisce come somma di apparati, assumendo come premessa la continuità di una storia e di un gruppo dirigente, ogni scelta rischia di essere o apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi di mettere a rischio la sopravvivenza del partito». Solo un «partito nuovo, fatto di persone che decidono ex novo, democraticamente» può riuscire (La Stampa, 18-2). Solo un’analisi spietata di errori passati: i siluramenti di Prodi, la fretta di presentarsi da soli, le intese con Berlusconi quando questi parve finito nell’autunno 2007.

Veltroni ha giustamente difeso, mercoledì, il «tempo lungo, quello in cui si misura il progetto (...) che deve convincere milioni di esseri umani». Ma lui per primo ha tolto tempo al tempo, ha avuto fretta d’arrivare, di esserci. Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale. L’Ulivo cancella i cacicchi: è stato quindi seppellito. I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre. Come scrive Gustavo Zagrebelsky: lo vogliono «come fine, puro potere per il potere» (la Repubblica 9-2). Per questo il Pd non ha un leader, che rappresenti l’opposizione nella società e sia sovrano sulle tribù. Anche qui Parisi ha ragione: non di facce nuove e giovani c’è bisogno (ci sono giovani vecchissimi), perché «in politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche». Si capisce bene lo scoramento di Veltroni: le correnti del Pd e Di Pietro lo hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo.

Naufragi analoghi si son già visti in Europa, conviene ricordarli. Il socialismo francese, prima di Mitterrand, era assai simile. La Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) fu per decenni un’accozzaglia di partitelli incapaci d’opporsi a De Gaulle. Oscillavano fra il centro e il marxismo, un giorno erano colonialisti l’altro no, volevano e non volevano ampie coalizioni. Erano perpetuamente in attesa, assorti nel rinvio della scelta: proprio come ieri all’assemblea Pd, che ha rinviato primarie e nomina d’un vero leader («Perché Bersani non si candida segretario oggi, e invece rinvia?», ha chiesto Gad Lerner). Sempre c’era un segretario a termine, guatato da falsi amici. La parabola fu tragica: nel ’45 avevano il 24 per cento dei voti, nel ’69 quando Defferre sindaco di Marsiglia si candidò alle presidenziali precipitarono al 5.

È a quel punto che apparve Mitterrand: non mettendosi alla testa d’un partito ormai cadavere, ma creando una vasta Federazione a partire dalla quale s’impossessò della Sfio e di tutti i frammenti e club. Anche la Sfio era un accumulo di clan in lotta. Mitterrand guardò alto e oltre: l’avversario non era questo o quel clan, ma De Gaulle e poi Pompidou. In una decina d’anni costruì un Partito socialista, lo rese più forte del Pc, portò l’insieme della sinistra al potere.

Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte. Anch’egli edificò inizialmente una federazione (Ulivo, Unione): è stata l’unica strategia di sinistra che ha vinto. Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione. A volte accade che si frantumi un’unione per riprodurne una ancor più frantumata. Veltroni osserva correttamente che «Berlusconi ha vinto una battaglia di “egemonia” nella società. L’ha vinta perché ha avuto gli strumenti e la possibilità di cambiare ­ dal mio punto di vista di stravolgere ­ il sistema dei valori e persino le tradizioni migliori» in Italia. Ma che vuol dire «avere strumenti»? Berlusconi ha le tv ma Soru ha ragione quando dice che su Internet la sinistra «ha già vinto, anzi stravinto». Quel che occorre è «lavorare in profondità ­ sulla cultura degli ignoranti, sulle coscienze dei qualunquisti ­ e battere l’incultura del nichilismo aprendo dappertutto sezioni di partito e perfino case del popolo». Berlusconi da tempo inventa realtà televisive, ma è anche sul territorio che lavora.

Per questo è così importante il terzo sguardo. Perché da fuori si vedono cose su cui il nostro occhio ormai scivola: l’illegalità, il fastidio di Berlusconi per ogni potere che freni il suo potere, il diritto offeso degli immigrati, la fine del monopolio statale sulla sicurezza con l’introduzione delle ronde. Perché fuori casa fanno impressione più che da noi certi tristi scherzetti: sui campi di concentramento, su Obama, sulle belle ragazze stuprate, sulla gravidanza di Eluana, su Englaro che «per comodità» si disfa della figlia, sui voli della morte in Argentina: voli concepiti dall’ammiraglio argentino Massera, membro con Berlusconi della P2 di Gelli.

Veltroni ha lasciato senza rappresentanza molti italiani d’opposizione, e il suo monito non è generoso («Non venga mai in nessun momento la tentazione di pensare che esista uno ieri migliore dell’oggi»). Per chi si sente abbandonato c’è stato uno ieri migliore, e la sensazione è che da lì urga ripartire: dalle cadute di Prodi, inspiegate.

Come nell’Angelo Sterminatore di Buñuel, è l’errore inaugurale che va rammemorato. In un aristocratico salotto messicano, a Via della Provvidenza, un gruppo di smagati signori non è più capace, d’un tratto, d’uscire dal palazzo. È paralizzato dal sortilegio della non volontà, o meglio della non-volizione. Sfugge alla prigione volontaria quando ripensa al modo in cui, giorni prima, si dispose nel salotto. È vero, appena scampato s’accorge che liberazione non è libertà: anche il vasto mondo è una gabbia, tutti come pecore affluiscono in una Cattedrale oscura. Ma almeno i naufraghi hanno sentito una brezza, e in quella Cattedrale potrebbero anche non entrare, e fuori dal Palazzo il mondo è un poco più vasto.

Avevo ragione. Detesto aver ragione.

Non si fanno le primarie. L’assemblea sta per eleggere il nuovo segretario: Franceschini Dario. Quello che ha aperto il discorso dicendo: le colpe di Veltroni sono anche le mie, dunque ho imparato la lezione. Resto, e farò un repulisti. Poi, porterò avanti gli stessi esatti contenuti di prima.

Certo, ce lo vedo proprio: ho poca fiducia, mi dispiace. Domani Franceschini apre il direttivo e dice “chiunque, me escluso, abbia già fatto almeno cinque appuntamenti fra direzione, coordinamento, caminetti, può uscire e non tornare mai più.” Fine, questa è la frase: ma non la dirà. Oppure si? Potrebbe fare un sacco di casino ed entusiasmarci tutti. Ma io, non ci credo: ancora una volta, aspetto smentite. Dài Dario, facci vincere le Europee. Riporta i delusi all’ovile. Magari, perchè no.

Molto migliore nei contenuti il discorso di Parisi, dunque fatto ad assemblea vuota con la gente che sbafava tramezzini nelle stanze a lato, e che anzi ha chiesto di anticipare il voto perchè cosi si va a casa presto. Consenso unanime su Franceschini: eletto con larga maggioranza, vedrete. E comunque, Parisi non ha la faccia da segretario di partito.

Intanto stanno parlando i vari maggiorenti, e sembrano pazzi. Nessuno rinuncia a dire qualcosa di assolutamente inconsistente ed inutile alla discussione attuale, di cui ricordo brevemente il tema: salvare la baracca. 
Chi parla della crisi economica, chi delle piccole medie imprese, chi della laicità dello stato. Tutte cose ininfluenti oggi: a chi era richiesto, per questa volta almeno, di tacere, se non di andarsene, non mancano le parole.http://davanti.wordpress.com/2009/02/21/amaro/


Ma il popolo delle primarie urla la sua rabbia: "Vergogna"

«Mamma? Pronto? Ti sento lontanissima! Volevo solo dirti che sono appena arrivata alla Fiera di Roma e il viaggio è andato bene. Qui sembra tutto tranquillo anche se non trovo più i miei amici delegati».


Poco distante si è fermato a discutere un gruppo di uomini di mezza età. Sono molto delusi dall'epilogo del Pd. Una rabbia che sfocia in un dibattito molto concitato in dialetto napoletano che, pressappoco diceva così: «Finiamola di dire pagliacciate. Loro stanno governando l'Italia e noi, piuttosto che fare opposizione, siamo qui a dividerci. Il Pd è nato democraticamente, puntiamo alle primarie subito e rimettiamoci, con un vero leader, ad ostacolare le mire antidemocratiche di Berlusconi».


Purtroppo l'Assemblea vota e la mozione che prevedeva l'elezione di un nuovo segretario, senza ricorrere alle primarie, viene drasticamente cassata con l'87% dei voti favorevoli. Il restante 13% tuona: «Vergogna» e Anna Finocchiaro, che presiede l'assemblea, ribatte: «Si "mostrino" fuori di qui, non intendo consentire che un'assemblea seria sia turbata da chi intende mostrarsi». Claudia Costa, una donna di mezza età, e Daniele Mazzini, un ragazzo di 33 anni responsabile del blog Pdobama.net, siedono vicino ai contestatori. Claudia tiene tra le mani uno striscione che riporta la scritta «primarie vere, primarie sempre» e commenta: «Io per essere qui mi sono fatta accreditare con giornalista, perché come ospite non mi varebbero mai fatto entrare. Sapevano che ero a favore delle primarie e questa ora non è la linea del partito».

Daniele invece: «Non voglio contestare Franceschini ma non lo riconoscerò fino a quando non sarà legittimato dalle primarie». Poco distante, seduto in sala c'è l'ulivista Andrea Armaro, che sta ascoltando Arturo Parisi mentre annuncia di candidarsi come alternativa a Franceschini: «Quando è caduto Prodi si è tornati al voto. Così doveva accadere al Pd. La nomina di Franceschini è blindata come quella di Veltroni. Speriamo non faccia la stessa fine». Chi invece non si dà pace è Jasmine La Morgia, delegata milanese e aderente al circolo tematico «La Riforma»: «Il problema non è Franceschini ma il partito che non ha radicamento. I delegati oggi sono solo 1400. Secondo me gli altri non sono venuti per protesta con questo modo di gestire le cose. Bisognava fare le primarie». Un'altro ulivista critico è Franco Monaco: «Il Pd ha due gravi problemi: si è chiuso in un'oligarchia allontanandosi dal Paese e dagli elettori e ha un'identità ondivaga legata al motto "Sì, ma anche". Considerato il fallimento di Walter ci aspettavamo un'investitura diretta e invece... ».

Posizione condivisa anche da Ivan Scalfarotto, 44 anni di Pescara, che aggiunge: «Oggi il partito parla solo a se stesso ed eliminando le primarie si chiude in sé». Ma non tutti si pongono questi problemi. Tra i delegati c'è anche la signora Maria, pelliccia, cappellino bianco e gioielli che taglia corto: «Non vede che mi sto truccando? Abbiamo un nuovo segretario e questo è tutto».http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/02/22/993260-popolo_delle_primarie_urla_rabbia_vergogna.shtml


Cos’è successo ieri

La notte prima dell’assemblea costituente avevo descritto il campo da gioco, gli schieramenti e gli orientamenti. Sulla base di quella situazione avevamo elaborato un piccolo piano - ci arrivo dopo - per tentare di sparigliare le carte, discutere di qualcosa e uscire dal rigido schema della festosa kermesse, che poi invece è quello che si è puntualmente verificato. Arrivati all’assemblea, però, avremmo scoperto quasi subito che nella notte erano cambiate due cose non indifferenti, rispetto allo schema della sera prima.

La prima cosa è che buona parte dei veltroniani aveva stretto un accordo sulla candidatura Franceschini e gli altri avevano deciso di non rompere le scatole, lasciando così al solo Parisi - già compromesso, davanti agli elettori e ai costituenti, grazie alle sceneggiate delle altre volte - la bandiera delle primarie subito. Lo abbiamo capito quando, scorrendo la lista dei cinque interventi a favore delle primarie, abbiamo visto sparire il nome di Stefano Ceccanti, inizialmente previsto e col quale invece la sera prima ci eravamo sentiti più e più volte. «Non possiamo lasciare questa battaglia a Parisi». Parola di Stefano Ceccanti, ore 22: era lui, di fatto, l’organizzatore del fronte anti-Franceschini. Il giorno dopo al suo posto ha parlato Rognoni, probabilmente desideroso di prendersi una vendetta contro chi non lo ha riconfermato nel cda Rai. Allo stesso modo, la mattina abbiamo visto il nome del veltronianissimo Ermete Realacci saltar dentro i cinque oratori pro-Franceschini. L’accordo era stato stretto, all’insegna del solito mantra: non spaccare il partito. Inutile dire che un dissenso dei veltroniani avrebbe reso tutto molto più fluido e forse avrebbe spinto i costituenti ad avere un po’ di coraggio in più. Così, invece, chi si metteva fuori dalla scelta di Franceschini si metteva fuori da tutto, e l’assemblea di ieri - ci arrivo dopo - era innanzitutto un’assemblea di funzionari di partito ed eletti a tutti i livelli.

La seconda cosa diversa da come ci aspettavamo era l’umore dell’assemblea. Eravamo tutti convinti di trovare un dissenso forte, nei confronti dell’attuale dirigenza e della soluzione Franceschini. Non avevamo questa convinzione sulla base dell’esplorazione del nostro «demi-monde» - per dirla come quello lì - per quanto quel «demi-monde» diventa ogni giorno più largo e rappresentativo e bisognerà anche riconoscergli il suo peso, un giorno. Lo eravamo sulla base delle cose che avevamo ascoltato da parte di decine e decine di persone iscritte al partito, dai cosiddetti militanti. Sulla base delle cose che al forum si erano detti parlamentari e iscritti, dalemiani e veltroniani. Io personalmente lo ero anche sulla base dei diecimila commenti arrivati al sito dell’Unità che mi ero letto quasi uno per uno: commenti scritti non dal “popolo della rete”, non dai grillini o dai dipietristi, bensì da persone che spesso non hanno nemmeno un indirizzo email, da abbonati al giornale, da gente con vent’anni di tessera. Aveste provato voi a fare un test, e aveste chiamato la sera dell’assemblea venti persone a caso iscritte al partito, cosa vi avrebbero detto? Viva Franceschini? No. Lo dicevano anche i sondaggi: non quelli inutili dove voti dieci volte ma quelli fatti seriamente. Lo dicevano tutti i giornalisti e gli editorialisti del paese, da quelli più schierati a difesa dell’apparato ai noti battitori liberi. Lo dicevano tutti, invece non era così. Ci eravamo dimenticati del tutto delle modalità con cui fu eletta quell’assemblea, con le liste bloccate redatte da Goffredo Bettini e pochi altri maggiorenti. Ci eravamo dimenticati del fatto che l’assemblea costituente rappresentasse - tra gli altri - anche tutti gli eletti del partito: parlamentari, consiglieri regionali, consiglieri comunali, eccetera. Chi si sarebbe catapultato a Roma convocato appena due giorni prima? Chi avrebbe voluto, chi avrebbe potuto? Sono arrivati in 1200 sui 2800 totali, ed erano in assoluto la platea più disciplinata e narcotizzata che io abbia mai visto. Nessuno ha mai storto il naso, nemmeno quando l’ineffabile Realacci ha detto che «alla gente le primarie non piacciono, mia mamma non le vuole». Nemmeno quando la Finocchiaro si è proclamata «orgogliosa delle nostre diversità», nel giorno in cui erano tutti blindatamente compatti. Nemmeno quando Rosy Bindi ha motivato acrobaticamente il suo appoggio alla soluzione Franceschini. Nemmeno quando Franceschini ha detto «c’è ottimismo, oggi è un giorno nuovo». Applausi scroscianti a ogni riferimento alla solita sbobba, al lavorare pancia a terra, a stare uniti. Applausi scroscianti per ogni plauso a Walter Veltroni, applausi scroscianti per ogni critica a Walter Veltroni.

Il piano prevedeva che in caso di elezione immediata del segretario, avremmo tentato di trovare un buon candidato che sparigliasse le carte, sul quale far convergere i voti dei delusi - che immaginavamo essere parecchi. In assenza di un buon candidato, ci saremmo accontentati di un candidato qualsiasi, di bandiera. Per dare gambe a questa possibilità servivano tre cose: un fronte fluido, un’assemblea scontenta e - da parte nostra - la partita perfetta. Le prime due cose sono sparite dalla sera alla mattina, la terza non l’abbiamo fatta. Se c’era una possibilità di scalfire quel moloch, questa era attraverso cinque interventi magnifici ed esaltanti, che rassicurassero la platea sull’assenza di rischi nel fare le primarie e puntassero il dito contro una soluzione ancora più fintamente unanime di quella che incoronò Veltroni. Di fatto, l’unico a fare un intervento degno di questo nome è stato Gad Lerner. Parisi avrebbe fatto meglio a non parlare e lasciare il timone ad altri, ma il suo fine era soprattutto mettere una bandierina. Rognoni è stato pessimo, noioso e inconcludente. Paola Concia, con la quale erano state concordate tutte le tappe del piano e che sarebbe stata la nostra eventuale candidata, ha fatto un discorso energico ma improvvisato ed eccessivamente umorale. Due errori, quindi: non scegliere oratori migliori e non aver preparato un buon discorso all’eventuale candidata. Due errori gravi e fondamentali.

Un buon discorso avrebbe fatto la differenza? Probabilmente no. Ma avrebbe fatto qualcosa. Forse avrebbe scosso la base. Forse avrebbe inchiodato la dirigenza ad alcune responsabilità. Avrebbe, soprattutto, smascherato alcuni dei mille alibi dietro i quali si nascondeva chi non voleva fare le primarie. Avrebbe chiesto conto a Cuordileone Bersani del suo comportamento scriteriato. Avrebbe svergognato in tre frasi tre quell’unanimismo terribile, peggiore di quello che ha condannato Veltroni. E avrebbe attirato applausi e visibilità mediatica, che contano e servono. Non è andata così.

Si è votato quindi per decidere se eleggere subito il segretario o iniziare il percorso per le primarie. Su 1200 votanti, 1000 erano per il segretario, quindi per Franceschini. Abbiamo capito che ci saremmo dovuti cercare quelle cento firme nei rimanenti 200, e tra quei 200 c’erano i parisiani che avevano anche loro grande difficoltà a trovare le firme e soprattutto non avevano alcuna intenzione di unire le forze e convergere su un candidato esterno alla loro componente organizzata. Abbiamo raccolto un po’ di firme ma abbiamo capito che non saremmo riusciti ad arrivare a cento. Il piano era fallito. Mentre i parisiani faticavano ancora - qualcuno sospetta (ma è solo una voce) che non abbiano mai raggiunto le cento firme, le loro firme sono state raccolte da Franceschini, pur di evitare uno spettacolo sovietico - è saltata fuori a un certo punto l’ipotesi di una candidatura di Francesco Boccia, in aperta rottura con la disciplinata obbedienza dei lettiani. Ma è svanita subito anche questa. Di fatto una candidatura terza era impossibile.

Ultimate le candidature ha parlato Franceschini, che ha finito praticamente a ora di pranzo. Alla fine del suo discorso la Finocchiaro ha salutato tutti, ha ricordato gli orari in cui erano aperte le urne e poi, mentre tutti andavano a mangiare, ha dato la parola a Parisi, che ha parlato nel caos generale. Sono seguiti gli interventi estemporanei di una serie di mezze figure: alcuni decenti, altri veramente penosi. Ha parlato Cuperlo, deludendo. Ha parlato Luca Spadaro, che era il capo della sinistra giovanile di Catania quando vivevo lì. Ha parlato uno che ha detto che il Pd è «la terza fase morotea». Cuordileone Bersani ovviamente se l’è fatta alla larga.

Poi si sono contate le schede. Come avevamo previsto, di fatto hanno votato per Franceschini tutti coloro che volevano il segretario subito. Dei duecento che volevano le primarie, solo 92 voti per Parisi (meno delle firme teoricamente raccolte, e vi garantisco che quelli per Franceschini non firmavano manco morti). Più di cento astensioni, che la Finocchiaro non si è nemmeno degnata di citare, ché fa comodo a tutti metterla sul «tuttiuniti vs Parisi». Invece c’eravamo anche noi, che alla fine non avevamo alcuna intenzione di votare né l’uno né l’altro.

Tutti contenti. Il partito riparte, Walter aveva ragione, siamo uniti. Ma cos’avevamo sbagliato, allora? Se era un problema di linea, perché eleggere il vice di Veltroni? Se il problema era l’unanimismo di facciata, perché chiudersi dietro uno ancora peggiore e più largo? Se Franceschini non sarà un commissario fino a ottobre, perché lo sfidante Bersani gli ha lasciato la platea? Eccetera. A parte un gruppetto di fulminati, ieri queste domande all’assemblea non interessavano. Franceschini giurerà sulla Costituzione: tutti in piedi ad applaudire. Abbiamo risolto i nostri problemi.http://www.francescocosta.net/2009/02/22/cose-successo-ieri/#more-1741


Ecco il rinnovamento

Si parla di Finocchiaro presidente e di Fassino all'Organizzazione, che però lascerebbe il compito al suo organizzatore, Maurizio Migliavacca. Qualche giovane ubbidiente in aggiunta e il gioco è fatto. http://civati.splinder.com/

Auguri Dario, non basterà un bel discorso

 

il PD

Auguri Dario, non basterà un bel discorso

Ancora una volta “le abbiamo prese ma gliele abbiamo dette”, ieri al’Assemblea Costituente del Pd. La conferma che non sono personalmente tagliato per la politica è tutta lì nei complimenti (esagerati) per il mio intervento -giunti perfino da D’Alema- mentre l’esito politico risultava opposto a quello che auspicavo. Niente primarie, continuità su proposta del gruppo dirigente che ci sta portando di sconfitta in sconfitta con la scusa della (falsa) compattezza e di un illusorio senso di responsabilità. Ha partecipato meno della metà dei delegati, in prevalenza com’è ovvio quelli per cui la politica è anche un mestiere. Hanno voluto fingere -di nuovo- che la prossima sarà la volta buona e comunque che la linea calata da Finocchiaro, Fassino, Marini, Realacci, Errani fosse quella da seguire come sempre. Nel frattempo Pierluigi Bersani si aggirava sornione per la platea spiegando che lui è all’antica, preferisce farsi eleggere segretario del Pd da un congresso. Un temporeggiatore (salvo riconoscere col senno di poi di avere fatto una “grossa cavolata” non candidandosi alle primarie contro Veltroni) poco gentile nei confronti di Franceschini, cui sembra dire: “Vai avanti tu che mi viene da ridere. Poi a ottobre, dopo le prossime sconfitte, ti chiederò di farti da parte”.
Per questo ho parlato di inerzia che spinge il corpo intermedio del Pd verso un baratro. Col rischio di privare questo paese di un’opposizione reale alla destra dominante, e di incoraggiarla nella deriva populista che la crisi economica esaspererà fino all’invocazione dell’”uomo forte”.
Dario Franceschini è un’ottima persona, gli faccio auguri sinceri, ha tenuto un bel discorso che tendeva a distaccarsi dalla vicenda sbagliata di cui lui stesso si ritrova espressione. Soprattutto ho avuto modo di rivolgergli in tempi non sospetti parole di stima per come cui ha saputo difendere la sua autonomia di “cattolico adulto” dalle pressioni clericali, sia nella vicenda del “Family day” che di recente dicendo “no” al disegno di legge governativo sul testamento biologico. Non l’ho votato e considero sbagliata la scelta di sottrarsi alla sovranità dei cittadini elettori. Temo che la pagheremo cara. Le primarie sarebbero state l’unica forma di congresso vero che questo Pd, nello stato in cui si trova, avrebbe potuto realizzare. Votando non solo sulle persone candidate, ma anche per sciogliere finalmente quei nodi politici su cui i dirigenti hanno avuto paura di decidere. Le primarie avrebbero dato al partito uno scatto di vitalità e sarebbero state perfino un ottimo strumento di comunicazione nelle prossime campagne elettorali. Franceschini, il volto decente dell’apparato, potrà forse sorprenderci umanamente, ma non politicamente.http://www.gadlerner.it/2009/02/22/auguri-dario-non-bastera-un-bel-discorso.html


L’ATAC di Roma censura Current TV

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Current Tv è uno dei canali interessanti, di quelli che fanno profilare una televisione un po’ migliore del mainstream e si vede sul canale 130 di SKY.

Adesso Current, vista anche la povertà del genere in Italia, vuole lanciare Vanguard, un nuovo programma dedicato al giornalismo d’inchiesta che dovrebbe andare in onda da marzo.

Ci vuol poco però per finire nelle liste nere. Basta che parli male (o fai credere di voler parlar male) del Vaticano e della Casa Bianca.

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Basta lanciare una campagna pubblicitaria che appare appena appena fuori dal coro della messa cantata e ti si rivolta contro.

E’ quello che è successo a Current con la campagna pubblicitaria di Vanguard rifiutata (censurata) dall’ATAC, la compagnia di trasporti urbani della capitale. Due manifesti, due censure, come per gli atei genovesi. E la libertà d’espressione?http://www.gennarocarotenuto.it/6257-latac-di-roma-censura-current-tv/#more-6257


SRI LANKA
Aerei kamikaze delle Tigri tamil abbattuti nella notte mentre colpiscono Colombo
di Melani Manel Perera
I due Zlin-143 cadono sotto i colpi della contraerea nei pressi del quartier generale della Sri Lankan Air Force e della base aerea di Katunayake. Morti nell’incursione gli equipaggi e due persone che si trovavano sul posto dell’abbattimento; 56 i feriti. È il nono attacco aereo dei ribelli Tamil.

Colombo (AsiaNews) - Le Tigri tamil attaccano Colombo dal cielo e la contraerea della capitale abbatte i due aerei. La notte scorso due Zlin-143 del Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte) hanno sorvolato la città nel sud dell’isola per compiere attacchi kamikaze su obiettivi strategici.

I due aerei sono velivoli turistici di fabbricazione ceca modificati dai ribelli per trasportare bombe. Sono stati abbattuti mentre cercavano di compiere la loro missione suicida. Il primo è stato colpito alle 20.20 locali nei pressi dell’Inland Revenue Department, edificio posto di fronte al quartier generale della Sri Lankan Air Force nella capitale. Il secondo è caduto sotto i colpi della contraerea alle 20.45 vicino alla base aerea di Katunayake. Per motivi di precauzione diverse zone di Colombo sono rimaste in blackout. Oltre agli equipaggi dei due Zlin-143 nell’attacco sono morte due persone decedute dopo il ricovero in ospedale. Molti i feriti: 50 all’Inland Revenue, 6 a Katunayake.

Dal 2007 ad oggi questo è il nono attacco aereo tentato dai ribelli tamil. In precedenza la piccola flotta di velivoli del Ltte aveva provato a colpire, con sorti alterne, diversi obiettivi: Katunayake (26 marzo 2007); Palali (24 aprile 2007); Colombo (29 aprile 2007); Anuradhapura (22 ottobre 2007); Welioya (26 aprile 2008); Trincomalee (26 agosto 2008); Vavunya (9 settembre 2008). L’ultimo attacco aereo dei ribelli risaliva al 28 ottobre scorso: due velivoli avevano colpito il campo militare di Thallady a Mannar, nel nord dello Sri Lanka, ed una centrale elettrica nei sobborghi della capitale.

L’incursione sventata dalla contraerei giunge proprio mentre il governo afferma di aver ridotto l’area del nord sotto il controllo del Ltte a 103 chilometri quadrati e dopo l’annuncio della distruzione di sei velivoli nemici scoperti durante le operazioni militari nel Vanni.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14546&size=A


IN GUADALUPA PIÙ DI UN MESE DI SCIOPERO GENERALE CONTRO CAROVITA E SFRUTTAMENTO

- Autobus fermi, negozi e centri commerciali senza clienti né prodotti da vendere, scuole e uffici pubblici chiusi: dal 20 gennaio scorso la Guadalupa, dipartimento di oltremare francese nel cuore delle Antille, è paralizzata da uno sciopero generale contro il carovita. Proclamato da “Liyannaj kont pwofitasyon” (Lega contro lo sfruttamento a oltranza), un collettivo formato da una quarantina tra partiti, sindacati e associazioni politiche e culturali, lo sciopero è iniziato per reclamare un generale miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Le richieste del collettivo sindacale, una lunga lista di 140 “punti di rivendicazione collettiva”, vanno dall’aumento di 200 euro per i redditi più bassi al blocco degli affitti, alla riduzione del prezzo di benzina e beni di prima necessità. Sull’onda della mobilitazione in Guadalupa, proteste simili e con le stesse rivendicazioni si sono svolte in Martinica, dove il 5 febbraio è iniziato un altro sciopero a oltranza, a Saint-Martin e a Réunion. Il rischio, secondo il quotidiano francese “Libération”, è che le difficoltà attuali e i vecchi rancori mai sopiti verso Parigi possano scatenare “un incendio sociale”. Dopo tre settimane di imponenti manifestazioni a Point-a-Pitre, capoluogo della Guadalupa, la tensione sull’isola è aumentata quando la settimana scorsa il governo di Parigi ha rifiutato le concessioni negoziate dal sottosegretario per l’Oltremare Yves Jégo e inviato sul posto almeno 300 uomini dei reparti anti-sommossa della polizia francese. Una misura, quest’ultima, interpretata come una provocazione dagli abitanti della Guadalupa, che hanno denunciato la scelta della “repressione” da parte delle autorità francesi e il predominio della minoranza bianca sull’economia locale. Sono cominciati così blocchi stradali e barricate che hanno portato gruppi di giovani a scontrarsi con le forze di polizia. Un sindacalista del collettivo Lkp ha perso la vita, dopo essere stato raggiunto da almeno tre colpi di arma da fuoco mentre si trovava a bordo di un’auto a Point-a-Pitre. Ancora incerta la dinamica dell’incidente: secondo la prefettura le pallottole provenivano “da un posto di blocco tenuto da giovani” e il procuratore della repubblica, Jean-Michel Pretre, si è affrettato a sottolineare che “non c’erano forze dell’ordine nella zona”; tuttavia numerose sono le testimonianze di abitanti del luogo, disponibili sui siti internet in lingua creola, secondo i quali il rumore dei colpi sparati non può essere dei piccoli fucili a disposizione dei ragazzi sulle barricate. Il bollettino degli incidenti dei giorni scorsi parla di una cinquantina di negozi saccheggiati e 10 immobili incendiati, tra cui la sede del comune di Gosier, nella parte settentrionale dell’isola, e agguati contro le forze dell’ordine; negozi e supermercati – la maggioranza dei quali appartengono ai “béké”, i bianchi discendenti dei coloni francesi – sono stati saccheggiati soprattutto nel capoluogo. L’opposizione politica e i sindacati, riuniti nel collettivo Lkp, chiamano in causa “l’inerzia” dello Stato. Dopo l’interruzione dei negoziati tra Lkp, padronato e governo, sono riprese ieri le trattative per una soluzione politica alla crisi, ripartendo dall’accordo raggiunto con il sottosegretario Jégo. “In Guadalupa – ha detto Christiane Taubira, deputata della Guyana al parlamento francese – c’è un problema sociale e storico, differenze sociali crudeli che derivano direttamente dalla schiavitù: il potere economico dei béké, nato dalla tratta dei neri, è nato quando lo stato ha indennizzato i proprietari di schiavi, dopo l’emancipazione”. Nelle Antille francesi i prezzi dei prodotti di prima necessità sono più alti che nella Francia metropolitana, anche perché esistono monopoli nella distribuzione; in Guadalupa il tasso di disoccupazione è del 25%, nel 2008 l’inflazione è salita del 70% e il reddito medio pro-capite è il 60% della media francese. [MV][CO]
http://www.misna.org/

Speranze elettorali

Da Chişinău, scrive Iulia Postica

Parlamento moldavo
Le speranze dei cittadini moldavi per un futuro migliore, senza povertà e più vicino all'Europa, convergono sul prossimo 5 aprile, data delle elezioni politiche. La mancanza di vere alternative politiche rischia però di trasformarle in uno scontro di personalità
Le speranze dei cittadini moldavi per un futuro migliore convergono tutte su un'unica data: il 5 Aprile 2009, giorno delle prossime elezioni parlamentari. La campagna elettorale, aperta lo scorso 5 febbraio, sembra però concentrarsi soprattutto sul confronto tra leader più che tra le diverse proposte politiche, visto che tutti i partiti promettono integrazione europea e sradicamento della povertà.

Repubblica parlamentare o presidenziale?

Le elezioni politiche sono estremamente importanti in Moldavia poiché, costituzionalmente, lo stato è organizzato come repubblica democratica parlamentare. Eletto dal parlamento e con limitati poteri esecutivi, il presidente è però tradizionalmente la figura politica più importante in Moldavia. Le elezioni parlamentari, in questo senso, sono importanti anche perché fondamentali per costruire la base elettorale attraverso cui scegliere il capo dello Stato.

In questa confusa situazione costituzionale, la Moldavia è una repubblica parlamentare più de jure, che de facto. Questo soprattutto perché dal 2001, grazie alla maggioranza in parlamento, il leader del Partito dei Comunisti e presidente della Repubblica, Vladimir Voronin, è riuscito a governare il paese in maniera autoritaria, imponendo sulle altre istituzioni la linea del proprio partito. Si può dire che Voronin, nei fatti, abbia trasformato la Moldavia in una repubblica presidenziale per antonomasia.

L'attuale mandato di Voronin scade il 7 aprile ed il nuovo parlamento dovrà scegliere un nuovo capo dello Stato. Sono necessari due terzi dei 101 deputati per l'elezione del Presidente, e quindi i comunisti avranno bisogno di alleati per riottenere la carica. Voronin ha già concluso due mandati e la costituzione moldava non gli permette di candidarsi per un terzo.

“Voronin è un uomo ambizioso, e la mia impressione è che voglia diventare presidente del parlamento. Una seconda opzione sarebbe quella di porsi a capo del gruppo di maggioranza, diventando così una sorta di Deng Xiaoping alla moldava, come egli stesso si è definito”, ha dichiarato l'analista Igor Boţan. Voronin non ha mai nascosto il suo desiderio di rimanere al potere: “Qualunque cosa accadrà dopo le elezioni, rimarrò al centro degli avvenimenti di questo paese”, ha affermato.

I moldavi all'estero chiamati al voto contro i comunisti

I cittadini moldavi all'estero sono stati invitati dall'organizzazione giovanile del Partito Democratico Liberale della Moldavia a esprimere un fermo “no” al governo comunista. “Chi lavora all'estero ha un forte potere di persuasione e può incoraggiare i propri familiari che vivono in Moldavia a votare contro i comunisti”. I giovani del Partito Democratico invitano i moldavi all'estero a spingere le famiglie, i parenti e gli amici a partecipare alle elezioni del 5 aprile per cambiare le cose.

La Moldavia, il giorno delle elezioni, aprirà 33 seggi presso le proprie ambasciate, i consolati e le rappresentanze diplomatiche all'estero. Diversi partiti politici si sono spesi politicamente per garantire il diritto al voto del mezzo milione di moldavi che vivono e lavorano all'estero. Sfortunatamente, la Moldavia non ha sufficienti risorse finanziarie per aprire seggi elettorali in tutti i paesi dove si trovano propri cittadini o per aumentare i seggi nei paesi dove sono presenti comunità moldave particolarmente numerose. Solo pochi moldavi tra quelli che vivono in Italia, Spagna, Portogallo o Grecia eserciteranno il proprio diritto di voto, poiché molti non avranno la possibilità di raggiungere i distanti seggi aperti nelle nelle sedi diplomatiche.

I comunisti accusati di violazioni

Il Partito Democratico ha chiesto alla Commissione Elettorale Centrale l'esclusione del Partito dei Comunisti dalla campagna elettorale accusandolo di una serie di violazioni del codice elettorale e dell'utilizzo di risorse pubbliche per la promozione dei propri candidati.

La prima violazione segnalata riguarda il concerto tenuto il giorno di S.Valentino nella Piazza della Grande Assemblea Nazionale, nel centro di Chişinău. L'evento è stato promosso dall'Unione della Gioventù Comunista della Moldavia, organizzazione giovanile del Partito dei Comunisti, ma con il sostegno della televisione pubblica Teleradio Moldova. “Le elezioni del 2009 rischiano di essere falsate fin dal principio. Non c'è un onesto confronto di idee e candidati. Assistiamo all'uso abusivo di risorse dello stato a favore degli interessi di un singolo partito”, sostengono i democratici.

Un secondo abuso riguarderebbe l'incontro di Voronin del 12 febbraio con un centinaio di sacerdoti della Chiesa Ortodossa nella città di Bălţi. L'incontro, presto ribattezzato “l'ultima cena”, dalla stampa, si è concluso con il coinvolgimento del clero nella campagna elettorale per il Partito dei Comunisti.

Una terza violazione della legislazione elettorale, segnalata dai democratici, riguarda la lista degli aventi diritto al voto in diversi distretti del nord del paese amministrati dai comunisti. “Durante una visita nel distretto di Ocniţa sono stato informato che i comunisti rifiutano di rendere pubblica la lista dei votanti. Secondo le dichiarazioni di persone che lavorano presso la municipalità di Ocniţa, questa includerebbe cittadini che riposano da più di 7-8 anni nel cimitero di Secureni, cittadina della vicina Ucraina. La presenza di deceduti nelle liste elettorali, in particolare nelle municipalità gestite da sindaci comunisti, potrebbe rappresentare uno dei maggiori problemi di questa campagna elettorale nei distretti di Ocniţa, Briceni, Donduşeni, Edineţ ed in altre zone del paese”, ha affermato Oleg Serebrian, vice presidente del Partito Democratico.

I comunisti hanno rigettato tutte le accuse, mentre la Commissione Elettorale Centrale ha annunciato che esaminerà i reclami in una sessione già programmata.

Piattaforme elettorali e personalità politiche

Una particolare caratteristica della scena politica, in Moldavia, è rappresentata dalla forte influenza esercitata dalle personalità politiche. La gente tende a votare più per le personalità che conosce e di cui si fida che non per i partiti che queste rappresentano. Le elezioni sono quindi più un confronto tra leader che tra dottrine politiche, siano esse democratiche, liberali, socialdemocratiche, cristiano-democratiche o comuniste. In un contesto in cui tutti i partiti politici promettono approssimativamente le stesse cose – integrazione europea, estirpazione della povertà, ritiro dell'esercito russo dalla Transnistria – le piattaforme elettorali divengono una questione secondaria.

Finora sono undici le liste ufficialmente registrate ed ammesse a concorrere ai seggi del prossimo parlamento di Chişinău. I sondaggi mostrano un calo di popolarità dei comunisti: oggi il partito di Voronin sarebbe sul 30%. Tra i partiti democratici d'opposizione l'Alleanza Nostra Moldavia è accreditata del 21%, il Partito Liberale del 19% e il Partito Democratico Liberale del 13%. Tre partiti si assestano sulla soglia del 6%, necessaria per entrare in parlamento, il Partito Democratico, il Partito Socialdemocratico e il Partito Popolare Cristiano-Democratico. Tutti gli altri movimenti politici sembrano avere ben poche possibilità di superare il quorum.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10943/1/358/


febbraio 22 2009

Iceberg

Thumbnail image for logo_pd.jpgQui da noi, al Partito Democratico, va tutto bene. Una drammatica crisi di consenso, le dimissioni di Veltroni che hanno lasciato il partito acefalo; fuori, le ronde padane in giro per le città, Berlusconi che fa il bello e il cattivo tempo e il nostro gruppo dirigente cosa fa? Si ricompatta, si autoconferma la fiducia e senza dire nemmeno una parola di autocritica o di analisi della situazione (le prime le sto sentendo da Gianni Cuperlo in questo momento) nomina il vicario del leader precedente, come se l'unico problema che il PD aveva e che gli ha fatto perdere il 10% dei voti in pochi mesi fosse la presenza fisica di Walter Veltroni. Zac! Via Walter, via il dente, via il dolore.


L'Assemblea di oggi, dalla quale vi scrivo, ha approvato con una maggioranza schiacciante l'ennesima decisione formalmente unanimistica che va a coprire le divisioni che esistono nel partito e che invece di essere scoperte e discusse alla luce del sole, perché ne nasca un dibattito e poi una maggioranza, vengono mascherate per consentire poi le lotte di corridoio, di caminetto, di coordinamento, che questo gruppo dirigente predilige e nella quale si sente ovviamente a suo agio. 

La pancia dell'Assemblea ha detto chiaramente una cosa. Sul mio profilo su Facebook dopo che ho aggiornato il mio status dicendo appunto con amara ironia che "secondo i delegati nel PD va tutto bene" ho ricevuto in mezz'ora 18 messaggi di gente indignata. La pancia del paese dice un'altra cosa. La decisione promossa dall'assemblea sarà bocciata dalle urne e dal Paese. 

Ci prepariamo a sei mesi di "ordinaria amministrazione", come se in questa situazione potessimo permettercela. Bersani che ci ha fatto sapere due settimane fa di voler candidarsi, e oggi non si è visto. Non ha cambiato idea, evidentemente. Ma non ci mette la faccia, non si presenta, non ci guida al disastro annunciato alle Europee, come se così potesse sottrarsi alla sua quota parte di responsabilità. 

Questa classe dirigente che da almeno 15 anni non riesce a leggere il paese, questo gruppo brezhneviano che pensa di vivere in un'Italia che, come si capisce da tutti i risultati elettorali degli ultimi mesi, non esiste più ha deciso di continuare a suonare la sua musichetta sul ponte della nave mentre l'iceberg, nella sua bianca enormità, già incombe in rotta di collisione. http://www.ivanscalfarotto.it/2009/02/iceberg.html#more

Medioevo

Ci sono le ronde, c'è il monarca, c'è la schiera dei cortigiani. Addirittura lo Stato Pontificio dice che manca lo Stato di Diritto.
PS: nel Medioevo c'erano anche i vassalli. Quelli siete voi.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Il leader del 21 febbraio

E così la giornata di oggi ci ha mostrato senza ombra di dubbio chi è in questo momento il leader della sinistra. Il signor Englaro.http://leonardo.blogspot.com/


Buonista forse, ma buono proprio no

Dalle varie dirette sul costituendo nuovo PD esce un incontestabile dato: la spaventosa ferocia della vendetta di Walter Veltroni che, come un dio carogna, lascia i dirigenti del PD in balia di sè stessi e della propria miseria.http://thepetunias.it/blog/


NOI CI SIAMO




Mentre scrivo, gli amici in piazza Farnese per la manifestazione di MicroMega per la libertà di scelta e contro il governo Berlusconi mi dicono che la piazza è gremita, e anche le strade vicine. Dieci giorni fa in piazza Santi Apostoli, pur dimezzata dal recinto dei tremebondi organizzatori del Pd, c’erano poche centinaia di persone ad ascoltare Oscar Luigi Scalfaro in difesa della Costituzione assaltata dal duce di Arcore mentre moriva una povera ragazza in coma vegetativo da 17 anni.

Mentre il Pd si avvia al suicidio definitivo, respingendo la richiesta di nomi nuovi e primarie subito che sale dalla base, e nominando dall’alto tal Franceschini alla guida del principale (ancora per poco) partito di opposizione, l’unica presenza visibile e crescente contro il regime berlusconiano è quella della società civile che chiede una politica nuova e pulita, cioè una politica. Motivo in più per non scoraggiarsi e per insistere. Motivo in più per cogliere ogni occasione utile per mostrare che ci siamo, e siamo in tanti.

Qualche mese fa, quando nessuno lanciava l’allarme per la Costituzione minacciata, Massimo Fini mi propose un appello. L’abbiamo messo in rete e abbiamo raccolto, praticamente a mani nude, quasi 30 mila firme. Grazie ai tanti cittadini comuni che han fatto girare la voce e ai tanti blog che l’hanno fatto proprio. Ora molti amici di questo blog ci domandano che cosa ne facciamo di quelle firme. Ci abbiamo pensato anche noi. Mandarle a qualche partitocrate, perché le cestini? Spedirle al Quirinale, magari per ricevere una letterina di un burocrate che ci ringrazia e assicura la massima attenzione? No, meglio lasciar perdere. Il valore di quelle firme è in quelle firme: un segnale visibile, una presenza importante, un sasso nello stagno. Non una lista di nomi, ma una comunità viva e vitale di persone che “ci mettono la faccia” per far sapere che la Costituzione sono pronti a difenderla a ogni costo. Ora sappiamo su quanti e su chi possiamo contare, e non è escluso che presto o tardi potremo coinvolgerli in qualche iniziativa più concreta.

Nessuna manifestazione, nessun appello, nessuna petizione è sufficiente, da sola, a cambiare le cose. Come nessuno di noi, da solo, può incidere più di tanto su una realtà che non ci piace. Ma tutti insieme, con tutte le armi legali che ci sono consentite, possiamo fare molto. Il regime comincia a scricchiolare, anche se riesce ancora a nascondere bene i suoi scricchiolii. Un giorno, magari non troppo lontano, quando meno ce lo aspettiamo, cederà di colpo. Come il muro di Berlino, nel 1989. Come la Prima Repubblica, nel 1992-’93. E noi saremo lì, pronti. Anzi, ci siamo già.
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Questi no, please

Enrico Letta (ha appoggiato la Chiesa e Berlusconi sul testamento biologico), Pierluigi Bersani (è la longa manus di D'Alema e della Cgil, così si ricomincia il match), Dario Franceschini (è fresco e autorevole come un laterizio), Gianni Cuperlo (è l'eterno giovane, un po' scapestrato, un po' sfigato), Arturo Parisi (permalosissimo, prodiano, una cassandra), Francesco Rutelli (marito di Barbara, ex politico falso come giuda, più a destra di Ratzinger), Maurizio Martina (è un pesce lesso, più leghista di Calderoli)http://www.stamparassegnata.splinder.com/


Il Partito Democratico ovvero il brutto anatroccolo
di Francesca Veraldi,
Considerata la gravissima situazione, non si può reiterare ancora e sempre dall’alto (vedi Letta e Lanzillotta) la necessità dell’alleanza con l’Udc.

E' la solita tecnica che, approfittando del caos, vuole forzare la mano in direzione di una scelta precisa e anticipata di alleanza, problematiche che vanno discusse con la base e cioè con l’intero bacino di elettori possibili, gran parte dei quali fuggono inorriditi solo dinnanzi a tale idea!

Essi hanno già dovuto subire la decisione e scelta assunte dall’alto delle segreterie, di correre, nelle scorse elezioni politiche, da soli, per l’errore di presunzione madornale di ritenersi autosufficienti e maggioritari.

Quegli stessi elettori hanno visto con dolore, così, reciso di netto e in un colpo solo, il legame antico con la Sinistra, che prima che essere alleanza politico-elettorale costituiva una radice antropologica e culturale connotativa e identitaria forte del progetto dell’ULIVO, al quale avevano aderito e che con il Pd si è trasformato in "un brutto anatroccolo".

Solo ritornando sul sentiero tracciato dall'ULIVO, l'attuale "brutto e orribile anatroccolo" che è il Pd potrà trasformarsi in un meraviglioso Cigno,

Fermo restando la rigidità ideologica espressa, poi, da alcune correnti del Pd, indubbiamente regressive, forse, si rendono dolorose ma necessarie e obbligate alcune potature.

Non appaiono compatibili, infatti, né battitori liberi come si dichiarano Rutelli e Letta, nè posizioni chiaramente "reazionarie" quali quella della Binetti e che, da tempo, intrattengono e nemmeno tanto sotto traccia, contatti con l'Udc con il quale hanno superato già la fase di corteggiamento.

Occorre, una volta per tutte, decidere chiaramente e senza oscillazioni e astuzie di spostamenti, correzioni e inversioni, che cosa il Pd voglia essere.

Gli elettori, una volta, che lo sapranno in maniera chiara, potranno fare le loro scelte, che contemplano diverse opzioni, in primis, quella di abbandonare il Pd al suo destino, già designato dai vari Rutelli, Letta, Lanzillotta, Binetti e così via.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=16957

Franceschini

Una persona che posso definire cara mi ha mandato questo sms: "Ma tu ti ricordi quando un anno fa ridevamo di Franceschini? A me viene da piangere". Ho risposto: "Sono finite anche le lacrime (...) hanno logorato pure quelle". http://www.uqbar.ilcannocchiale.it/


La libertà in pericolo estremo, tra web e TV


d'alia gianpieroda byoblu.com

L'Abruzzo è andato. La Sardegna... andata! La rete farà presto la stessa fine.

Quante volte da queste stesse pagine abbiamo ripetuto «La Cina è vicina». Forse solo una maniera di esorcizzare le nostre paure, ma non ci credevamo veramente. Se passa l'emendamento D'Alia alla Camera, invece, questa volta l'Art. 21 della Costituzione diventerà un cimelio da collezionisti, e l'Italia sarà il primo paese occidentale ad allinearsi alla Cina e alla Birmania in quanto a libertà di espressione. Dopo la censura dei siti di scommesse, dopo il caso ThePirateBay - rientrato temporaneamente solo per un vizio di forma - il Governo potrà oscurare su indicazione del Ministro degli Interni i blogger che non si allineano a Mediaset, alla Rai e ai maggiori quotidiani nazionali.



 
Farlo sarà di una banalità sconcertante: basterà incaricare servizi segreti, lobby, logge massoniche o semplici attivisti di nascondere tra le pagine di un blog commenti realizzati ad arte che possano ricadere in qualche modo nei casi previsti dall'Apologia di Reato. Lo si fa di notte. La mattina seguente si fa una segnalazione formale al Ministero degli Interni, e Maroni dirama agli internet provider il dictat: filtrare l'indirizzo IP e il nome di dominio del blog incriminato. Non importa se avete i server alla Casa Bianca, nell'ufficio di Obama, o in Bielorussia. Il filtraggio avviene in Italia, sui DNS - i domain name servers - del vostro fornitore di connettività. A meno che non sappiate impostarvi un proxy anonimo, o sappiate come puntare a domain name server alternativi, dite addio alle voci indipendenti della rete. Data la cultura digitale degli italiani, gli esiti sarebbero certi.

In Italia la guerra dell'informazione ha due soli schieramenti: il duopolio RaiSet, governato dal PDL-PDmenoElle voluto da Gelli nel suo Piano di Rinascita Democratica , e la Rete. Davide contro Golia. Chi ha provato a fare l'Obama de noi artri, a fare campagna elettorale su internet, ha perso. Ha perso Carlo Costantini in Abruzzo. Ha perso Renato Soru in Sardegna.
Il motivo è semplice. Negli USA l'80% della popolazione è online. Quasi la metà degli americani tra 12 e i 40 anni legge un blog, e in rete si informa perfino un quarto dei settantenni. Sto dicendo che un quarto dei nonni americani legge un blog! Mio padre non sa usare neppure il mouse...

Percentuale degli americani online per età anagrafica

anagrafica


In Italia, i navigatori sono poco meno di 28 milioni, ovvero il 58,5% della popolazione (dati audiweb). Solo il 12% legge un blog (fonte eurostat): parliamo del 7% degli italiani, 3.360.000 persone. Negli states invece l'informazione indipendente in rete viene letta da un americano su tre. Ecco perché Obama ha vinto.
Da noi c'è ancora troppo squilibrio. Nel solo mese di gennaio, la media degli ascolti in prima serata di tutte le reti Rai è stata di 11.505.638 telespettatori. Mediaset ha fatto meglio: 11.087.401. Più di 22 milioni di persone divise tra Vespa e Mentana (fonte Auditel), il quale si è licenziato perchè non trovava giusto non poter fare la maratona Englaro. Io, diversamente, me ne sarei invece andato perchè non si può parlare del conflitto di interessi o del Discepolo 1816, ma sono opinioni.
 
Se stai leggendo, sei uno di quei fortunati 3.360.000 italiani che si informano anche sui blog. Sei la nostra speranza. Puoi ancora raccontarlo agli altri. Se l'emendamento del Senatore D'Alia dovesse passare anche alla Camera, digitando www.byoblu.com potresti ritrovarti a leggere un messaggio del tuo provider, che ti informa che il sito è stato oscurato perchè non rispetta la normativa italiana in materia di libertà di espressione.

La strada della libertà è lunga, ma possibile. Dove possa condurre non è ancora così ovvio, tuttavia è chiaro da dove deve partire: dallo stralcio dell'Art.50 bis. Se passa, un giorno racconterete ai vostri figli cosa poteva essere internet, che non è mai diventato.

Questa è l'ultima frase della Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio, di John Perry Barlow, che Leonardo Facco cita molto opportunamente nel suo contributo video di apertura del post.


la parte finale dell'appello di Leonardo Facco Editore



  

Tutti a casa

«Tutti a casa» chiedeva l’appello degli autoconvocati di Roma questa mattina. La conseguenza è che torniamo a casa noi, non quelli che avrebbero dovuto fare il famoso passo indietro. Anzi. In sole due ore e dopo quattro-giorni-quattro di preparazione, abbiamo eletto un nuovo segretario. Un record mondiale: Obama era Disneyland a confronto. Quello di Franceschini è un Blitzkrieg, un fulmine a ciel sereno, un evento del tutto inaspettato (questo no, per la verità). In due ore si è stabilito tutto e il contrario di tutto. Che Walter ha fatto bene, che però la linea era giusta, che ha fatto bene a dimettersi, che lo scossone ha portato all’elezione il suo vice, il quale si assume tutta la responsabilità («gli errori di Walter sono i miei errori») ma promette di non fare gli stessi errori (di Walter?). Avevamo detto che tutto sarebbe avvenuto al grido di «Miwa, lanciami le componenti» e così è stato. Tutti sono stati solidali con il leader, anche e soprattutto quelli che per due anni hanno parlato male di Walter “ma anche “di Dario. Tutti. Hanno sostenuto la sua candidatura, sono intervenuti a favore, hanno ribadito la giustezza della scelta di Franceschini. Alla fine il neosegretario ha anche ricordato che è stato lui a insistere per convocare immediatamente l’assemblea nazionale, dimenticandosi di ricordare che all’assemblea di oggi ha partecipato meno della metà dei suoi membri: un successo clamoroso che la dice lunga anche sulla bontà di questa scelta casualmente precipitosa. Il risultato è triste, più o meno come la Canzone popolare che risuona alla fine. C’è da chiedersi cosa succederà e come dare voce a quelli che, a furia di dire «tutti a casa», si ritrovano per primi a non averne più una. A non avere un partito nel quale riconoscersi, a diffidare anche degli amici che vi militano, a pensar male di tutto e di tutti. A questi homeless dobbiamo rivolgerci nei prossimi giorni, alle persone sconfortate dobbiamo cercare di dare un po’ di conforto e soprattutto tutta la nostra disponibilità ad ascoltarli. Tornando a casa, appunto, è l’unica cosa che viene in mente a me e ai compagni di viaggio: sul treno del Pd che torna indietro, in tutti i sensi.

P.S.: Lucrezia osserva giustamente che si sono dimenticati soltanto di eleggere il vice del vice, prossimo segretario del Pd. Forse Franceschini non l’ha voluto per non fare la fine di Veltroni. http://civati.splinder.com/


La Crisi e la politica. Uno: iI nuovo che avanzaMatteo renzi
Le primarie del PD per le elezioni a sindaco di Firenze sono state vinte da Matteo Renzi, 34 anni, attuale Presidente della Provincia di Firenze, uno dei più giovani esponenti politici locali e italiani.

 

In fondo dovremmo essere contenti, perchè vince un giovane, perchè è un tipo fattivo, perchè finalmente si parla di sostenibilità, di sociale, etc etc.

Premesso che i politici vanno visti alla prova dei fatti, è tuttavia disarmante che un giovane, probabilmente di freschi studi abbia idee cosi confuse in campi essenziali come quelli della sostenibilità ed in particolar modo sia ancora convinto che sia una buona idea realizzare NUOVI inceneritori per non ridursi ad un "sudiciume come è successo a Napoli".

Potete verificare da soli. in una intervista rilasciata recentemente, quale sia a grandi linee il Renzi-pensiero.

Certo: la buona volontà non manca, si parla di recupero di spazi verdi, dell'interessante progetto di recupero e restauro delle fatiscenti pescaie dell'Arno a fini idroelettrici, del risparmio energetico, si danno incentivi infomrazioni e chiarimenti tramite uno sportello apposito della Provincia, ma insieme si mescola un populismo minaccioso nei confronti di chi ha cercato e cerca di far presente che gli inceneritori NON sono una buona idea e altri discorsi che non promettono molto di buono a chi, sulla base di fatti e dati scientificamente raccolti e presentati, cerca di spiegare che il consenso popolare di area vasta non è e non può essere l'unico metro di giudizio nelle scelte strategiche sul territorio e che le evidenze scientifiche vanno rispettate e considerate.

Probabilmente siamo incontentabili, noialtri aspisti, probabilmente mi sarebbe piaciuto che prendesse una decisa posizione nei confronti della mobilità alternativa, probabilmente da un giovane che si dice attento alle politiche ambientali si pretende istintivamente di più che da una vecchia volpe della politica.

Sarà tutto questo ma non riesco a togliermi il dubbio che il candidato sindaco del PD abbia scelto, d'istinto, di cavalcare un'onda che cresce nella società senza farsi carico di andare troppo al di là delle iniziative di più sicuro successo e presa politica.

Piuttosto che niente meglio piuttosto, come si suol dire.

Rispetto a quel che passa il convento, a Firenze dovremmo essere soddisfatti.

In ogni caso mi sento di far presente al potenziale futuro sindaco che dovrebbe tenere conto che certe affermazioni, alla lunga, potrebbero ritorcersi contro di lui; non c'e' bisogno di dire che la politica, da lungo tempo ha ben appreso l'arte del recupero e del riciclo; schierarsi con decisione a favore degli inceneritori potrebbe metterlo in una situazione difficile, qualora la realtà si incarichi di riportarlo, alla dura necessità di un accordo con le popolazioni che si devono sciroppare nuove emissioni inquinanti vicino alle proprie case, anche se queste costituiscono una minoranza della popolazione.

Le bugie hanno le gambe corte: gli inceneritori inquinano, punto e basta.

Non credo che chiedere aiuto al governo centrale o precipitare la città in una emergenza come quella di Napoli, dichiarando di NON volercela precipitare, sia una buona idea.

In questo caso il nuovo che avanza, inteso come quello di cui non si sa che fare, insomma, quello avanzato, lungi dall'essere riciclato, potrebbe fare la fine da lui proposta per i rifiuti non differenziati.

Purtuttavia almeno un pochettino di ottimismo ci vuole; Matteo è giovane, è vispo, se darà almeno un pochettino retta ai da lui tanto detestati "esperti" potrebbe scoprire che esistono tecnologie che consentono di evitare gli inceneritori senza per quello riempire di tumuli funerari per i rifiuti urbani l'intero residuo territorio disponibile del Comune. http://crisis.blogosfere.it/2009/02/ii-nuovo-che-avanza.html


L'imperativo categorico: vincere la battaglia sui media. Secondo Alessandro Robecchi


Alessandro Robecchi, giornalista de Il Manifesto, all'Espace Populaire di Aosta lo scorso giovedì 19 febbraio, ha proposto uno spaccato lucido e impietoso del sistema italiano dell'informazione e della crisi culturale, prima che politica, dell'attuale società italiana.
Contro "la teoria del caso singolo e clamoroso", insieme tecnica e strategia del potere, contro l'erosione dell'informazione dal basso e contro l'orizzontalizzazione del messaggio dall'alto non resta che l'imperativo categorico di vincere la battaglia "sui media, o almeno combattere alla pari, o almeno combattere".
Di seguito la mia intervista, random, e, informale.

Schedatura di parte di Rom su base etnica e religiosa, scuole separate e "differenziali" per i Rom, proibizione di matrimoni misti, schedatura dei clochards.
A parte le differenze storiche, se dicessi leggi razziali 1938 e leggi razziali 2008, tu cosa risponderesti?

AR. Il filo è quello lì. Questo spiega anche il lungo e intenso seminare insicurezza per anni perché una popolazione impaurita è il miglior investimento che può fare un governo reazionario e repressivo.
Impaurire la gente in modo che la gente si crei un capro espiatorio che sia poi quello da punire. È strabiliante, se tu ci pensi, che oggi in un paese messo in ginocchio dalla crisi economica e dalla ristrutturazione industriale, il nemico non sia il padrone o l'industriale ma sia lo sfigato rumeno o il Rom.
E questo vuol dire che quel meccanismo lì, che è esattamente lo stesso delle leggi razziali del 1938, ma direi, peggio, è esattamente lo stesso da cui si è usciti dalla repubblica di Weimar con l'antisemitismo nazista in Germania addirittura.
Fatte tutte le debite proporzioni che volete il meccanismo è esattamente lo stesso.

In "voi siete qui"-rubrica di satira - domenica scorsa nel tuo "Sana e robusta Costituzione" (rilettura a partire dai principi) perché non c'era l'articolo 21?

AR. Non ce n'erano tanti. Perché ho cominciato a fare quel giochino lì un po' irritato. Anzi chi l'ha letto prima, m'ha anche detto al giornale, che così sembrava che non si difendesse la Costituzione.
In realtà è che la strenua difesa della Costituzione, che secondo me è assolutamente doverosa, sacra, direi sacrale, di quella bella sacralità laica che ci vorrebbe un po' di più in questo paese. Poi alla fine, se vai a vedere, la Costituzione è già stata ampiamente calpestata. Adesso ho preso i primi dieci articoli … poi siccome c'è questa cosa vergognosa dei medici che posso denunciare i clandestini, allora ho messo anche l'articolo 32.
Però possiamo mettere l'articolo 21, ce ne possiamo metterne a dozzine, a dozzine. L'articolo 21 è perché sennò poi sembra sempre che i giornalisti fanno i vittimisti sulla libertà di informazione.
Quello sulla salute mi sembra molto più grave.
Aggiungerei che nell'articolo 32 c'è anche un altro comma che dice che il cittadino può rifiutare le cure: questa oggi è un'altra emergenza, al contrario, nata dal caso di Eluana Englaro.

Parliamo di ideologia. Perché "quelli di sinistra" devono sentirsi definire come quelli che fanno ideologia, in negativo sempre, mentre, ad esempio il mondo cattolico avrebbe un'ideologia positiva. E perché, per di più, secondo te, noi di sinistra, a differenza degli antagonisti, ci sentiamo male quando ci dicono che facciamo ideologia ?

AR. Molto semplicemente perché gli antagonisti non chiamano la loro ideologia "ideologia". La chiamano in certi casi "fede" in certi casi "convinzione".
Noi la chiamiamo "ideologia", vergognandocene, e questo già ci mette in una posizione di inferiorità: perché se tu ti vergogni delle tue idee la fine che fai è quella, giustamente.

Come possiamo oggi fare "resistenza" dal basso?

AR. Io credo che anche durante il Terzo Reich c'erano in giro della brave persone.
Probabilmente saranno state pochissime, saranno state impaurite, saranno state zitte.
Penso che oggi noi dobbiamo cercare di essere il più possibile - proprio lo dico nel modo meno ideologico possibile, sempre con quell'accezione che ci siamo detti - delle brave persone, con dei principi morali saldi. E se qualcuno ci viene a dire "picchiamo i Rom perché violentano le nostre donne noi dobbiamo dire no e dobbiamo dire che già in quel concetto di "le nostre donne" c'è già del fascismo. E dobbiamo starci attenti. Mi rendo conto che ci sto più attento da quando ho i bambini, per lo meno da quando i bambini capiscono a differenza, a volte, dei "grandi": loro devono diventare della brave persone.
Se noi riusciamo a fare questo già un pochettino del nostro cammino l'abbiamo fatto.
Però non voglio neanche fare così l'ecumenico. Noi abbiamo davanti a noi degli anni duri.
Noi dobbiamo metterci davanti a questa prospettiva e pensare che saremo anche chiamati a scelte non comode, non facili. Si parla tanto male dei vecchi in questo paese - e forse è anche giustamente perché è una società molto vecchia, invecchiata (la nostra, ndr) - in cui i vecchi non se ne vanno mai, sostanzialmente.
Però è anche vero che i vecchi che abbiamo avuto noi non sono stati male: gente che ha cacciato i fascisti a fucilate.
Io non lo so se i "famosi" quarantenni di oggi lo farebbero.
Forse preferirebbero un consiglio di amministrazione.

Silvia Berruto

Alessandro Robecchi all'Espace Populaire di Aosta
Aosta - 19.02.2009
C - Photo Silvia Berruto
Copyleft per gli amici
Copyright per gli antagonisti

http://liberostile.blogspot.com/2009/02/limperativo-categorico-vincere-la.html


E se l'America piange...

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Pubblicato da Debora Billi in Geopolitica


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Nove ore di aereo si sono fatte, le forze speciali del Cremlino per andare a tenere a bada la protesta a Vladivostock. E chi protesta? I rivenditori di auto usate! Con buona pace delle chiacchiere generali contro il protezionismo, infatti, anche la Russia ha pensato bene di imporre tasse sull'importazione di veicoli usati. Tale insolita protesta, però, impensierisce il governo: come è facile che accada in questi tempi difficili, la rivolta dei concessionari ha attirato in piazza altre migliaia di persone. D'altronde, in queste remote zone più vicine al Giappone che a Mosca, tutti guidano contenti le loro Toyota e non hanno altro introito che il commercio di auto del Sol Levante.

Le auto russe non sono un granché, in effetti, e stanno attraversando un periodo di pesante crisi per giunta. Decine di migliaia di lavoratori sono finiti in vacanza forzata a Ulianov (città di Lenin), cuore dell'industria automobilistica russa, dove il grande impianto UAZ è fermo e così l'indotto. Un po' si risolve con una sorta di cassa integrazione, un po' si cerca di tamponare il disastro delle vendite imponendo appunto tasse sui veicoli usati. Il risultato è tutti scontenti, i lavoratori di Vladivostok come quelli di Ulianov, che sono scesi in piazza sotto la falce e martello per chiedere lo scioglimento di tutta la Duma.

Il ministro dello Sviluppo Sociale russo ha amaramente ammesso che per la fine del 2009 la disoccupazione nel suo Paese raggiungerà i 7 milioni di persone. Cosa faranno Putin e Mezvedev? Qualcuno li rimprovera per aver puntato tutto sul petrolio, rendendo l'economia monodimensionale; ma in effetti, la strategia non è stata sbagliata. Di petrolio e gas c'è comunque bisogno, e anche in tempi di crisi se la materia prima scarseggia, il mercato continua a tenere. Quello che i leader del Cremlino non avevano messo in conto è il crollo del prezzo: non solo il benessere della nazione, ma anche il sostegno popolare al governo si sono basati per anni sulle cospicue entrate petrolifere. Qualcun altro maligna che le cancellerie occidentali stiano lì tutte contente per i problemi di Russia, Iran e Venezuela, e che il prezzo del barile resterà sottozero quanto basta per vederli in default. Ma questi son complottismi.

Adesso, comunque, si ripensa ad Orlov. Come giustamente da lui predetto la Russia torna al baratto, ma stavolta in grande stile: un'industria sta persino pagando i suoi creditori con scavatrici. Si scambiano stock di biancheria intima con auto usate, legname con medicine, e qualcuno sta studiando un sistema elettronico per applicare il baratto "a cascata" ad una serie di imprese. Orlov sostiene che i russi siano molto meglio strutturati di noi (se non altro psicologicamente, oltre che storicamente) per sopravvivere alla crisi. Staremo a vedere...http://petrolio.blogosfere.it/


Salvato il bilancio della California

Il bilancio della California, che è pari a quello di sette stati, si presentava quest’anno con un buco di 42 miliardi di dollari. Le prime pagine di tutti i giornali americani hanno seguito per giorni gli appelli del governatore Scwarzenegger che si appellava ad una politica bipartisan ed annunciava pesanti interventi restrittivi a cominciare dal settore dei dipendenti pubblici. Il governatore è repubblicano, ma non troppo se si tiene conto che sua moglie fa parte della famiglia Kennedy e lui ha sempre mostrato una forte antipatia per Bush, ampiamente ricambiata. Il pareggio del bilancio avviene a spese dei dipendenti pubblici che dovranno stare a casa per due giorni al mese senza essere retribuiti con l’accordo dei sindacati. Altri tagli sono stati fatti al settore scolastico. Sono state aumentate le tasse ed anche quella famigerata sulle automobili che aveva ucciso la ricandidatura del precedente governatore democratico Davis. (E in California se non hai l’auto sei morto considerate le distanze). Un forte aiuto viene dallo ‘stimulus’ firmato dal Presidente Obama. Adesso tocca allo stato di New York che ha un deficit di 13 miliardi e che il governatore non vedente Paterson democratico dovrà sistemare con l’aiuto del sindaco repubblicano della città di New York, Bloomberg. http://oscarb1.blogspot.com/

La vita di Stauffenberg, il passato di Guttenberg e la Storia tedesca

È uscito da qualche settimana in Germania e in Italia un film sul fallito attentato ad Adolf Hitler del 20 luglio 1944. È intitolato "Operazione Valchiria" e a interpretare il personaggio principale, il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, è Tom Cruise (nella foto). Cruise-Stauffenberg La storia è nota: Stauffenberg insieme a un gruppo di ufficiali decide di uccidere Hitler durante una riunione con gli alti gerarchi dell'esercito in Prussia Orientale, nella Wolfsschanze, "la tana del lupo". L'attentato fallisce e i cospiratori sono condannati a morte l'indomani, fucilati a Berlino. Il film è riuscito. Alcuni recensori hanno criticato il marchio hollywoodiano; alcuni storici hanno puntato il dito contro possibili imprecisioni, ma nell'insieme la storia è appassionante e il ritmo veloce. Non è il primo film tratto dalla vicenda. La televisione tedesca trasmise uno sceneggiato nel 2004, mentre già negli anni 50 ci fu un film sull'Operazione Valchiria, nome in codice del tentativo di attentato. Al di là degli aspetti puramente cinematografici, Stauffenberg, morto all'età di 37 anni, è ormai ritenuto un simbolo della Germania moderna, di quel Paese che vuole ricordare la resistenza al Terzo Reich. Karl-Theodor von und zu Guttenberg Così non era subito dopo il conflitto, se è vero che nell'immediato dopoguerra i tedeschi ebbero reazioni contrastanti nei confronti di Das andere Deutschland, dell'altra Germania, quella che aveva avuto il coraggio di opporsi a Hitler.

 

In un primo momento i resistenti o gli esiliati furono accusati da moltissimi tedeschi di essere dei traditori della patria. Addirittura in un sondaggio del 1956 oltre il 50% degli interpellati diceva di considerare negativamente l'attentato del 20 luglio 1944. Solo con il passare del tempo, Stauffenberg e gli altri resistenti furono visti positivamente. Ormai, il 20 luglio è l'occasione per l'establishment politico tedesco non solo di ricordare la figura di questo giovane colonnello, padre di cinque figli, di madre austriaca protestante e di padre tedesco cattolico, ma anche di celebrare un momento della guerra di cui andare fieri. Ciò non significa che i tedeschi abbiano riletto la Storia e si considerino oggi tutti dei resistenti. Anzi, proprio questa domenica, la Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung ha pubblicato un lungo ritratto del nuovo ministro dell'Economia, il 37-enne Karl-Theodor von und zu Guttenberg (nella foto), ricordando che un suo prozio era un oppositore al Nazismo e fu assassinato dalle SS, mentre suo patrigno, il secondo marito di sua madre, è figlio del ministro degli Esteri di Hitler, Joachim von Ribbentrop. Forse a Guttenberg la cosa non ha fatto molto piacere, ma certo non ha sorpreso più di tanto i lettori. I tedeschi sanno che poche famiglie sono rimaste immuni dal Nazismo. Nell'esporre pubblicamente il suo passato in modo così schietto la Repubblica Federale dimostra una maturità che ancora manca ad altri Paesi europei.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/02/%C3%A8-uscito-da-qualche-settimana-in-germania-un-film-sullattentato-fallito-ad-adolf-hitler-del-20-luglio-1944-%C3%A8-intitolato-wa.html#more


Zimbabwe: è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo

tendai-biti

Il personaggio della foto è Tendai Biti. Probabilmente fa il lavoro più difficile al mondo. E’ infatti il nuovo Ministro delle Finanze dello Zimbabwe dove l’iperinflazione è oramai a livelli incalcolabili. Tendai è membro dell’opposizione a Robert Mugabe ma fa parte del governo di unità nazionale con Mugabe con il quale si cerca di frenare la crisi dell’economia del paese africano.http://www.gennarocarotenuto.it/


CINA - USA
Attivisti di Carta 08 arrestati e messi al silenzio prima dell’arrivo di Hillary Clinton a Pechino
Proibito loro di uscire di casa e di incontrare qualunque rappresentante degli Stati Uniti. Nei dialoghi della Clinton con i cinesi, i diritti umani toccati solo di striscio. Yang Jieshi: siamo d’accordo di parlare dei diritti umani, ma senza interferire negli affari interni dell’altro.

Pechino (AsiaNews/Chrd) – Alcuni dissidenti e attivisti per i diritti umani, molti di essi firmatari di Carta 08, sono stati messi agli arresti domiciliari e sono sotto pressione della polizia proprio mentre Hillary Clinton giunge a Pechino.

Nella sua prima visita in Cina come segretario di stato Usa, la Clinton – giunta ieri sera - ha già incontrato il ministro degli esteri Yang Jiechi, il premier Wen Jiabao, il presidente Hu Jintao.

Il tema fondamentale da essi trattato è la cooperazione economica fra i due giganti, entrambi colpiti in profondità dalla crisi economica globale. Il tema dei diritti umani, una volta il cavallo di battaglia dell’amministrazione Usa, è stato relegato al margine. Yang Jieshi ha dichiarato che la Cina è desiderosa di continuare il dialogo sul miglioramento dei diritti umani, ma “sulla base del mutuo rispetto e di non-interferenza negli affari interni l’uno dell’altro”.

Per evitare che qualche attivista potesse incontrare o lanciare messaggi alla Clinton, da giorni la polizia ha messo sotto silenzio diversi attivisti:

-         dal 20 febbraio la pubblica sicurezza staziona davanti alla casa di Zhang Zhuhua, un intellettuale di Pechino, firmatario di Carta 08 – il manifesto per la democrazia in Cina, sottoscritto da migliaia di intellettuali,accademici, contadini e sindacalisti. La polizia gli ha intimato di non lasciare casa per nessun motivo e di non incontrare nessuno nei prossimi giorni.

-         Jiang Qisheng, vicepresidente di un’associazione indipendente di scrittori, anch0egli firmatario di Carta 08, è stato fermato dalla polizia e minacciato se osa tentare di incontrare la Clinton. Egli è stato pure “invitato” ad usare le macchine della polizia se si vuole muovere in città.

-         Pu Zhiqiang, firmatario di Carta 08 e avvocato, è stato “invitato per un tè” con la polizia in cui gli hanno intimato di non prendere la parola in un incontro dove doveva parlare sul suo impegno come avvocato difensore di molte persone i cui diritti erano abusati.

-         Li Zhiying, attivista per i diritti umani, firmatario di Carta 08, è stato interrogato dalla pubblica sicurezza; anch’egli deve usare le macchine della polizia per muoversi in Pechino e ha il divieto di incontrare qualunque “rappresentante Usa”.

-         Yu Jie, scrittore, firmatario di Carta 08, è vigilato dalla polizia e può uscire di casa, ma solo con le macchine della polizia.

-         Zeng Jinyan, moglie dell’attivista Hu Jia (condannato a oltre 4 anni di prigione per i suoi scritti su internet), anch’essa firmataria di Carta 08, è vigilata da 6 membri della pubblica sicurezza e non può lasciare casa sua. Zeng aveva deciso di incontrare Gao Yaojie, un’attivista contro le malefatte del governo cinese sull’Aids, che forse dovrebbe incontrare la Clinton.

Altri attivisti e ex prigionieri politici, sono stati interrogati e rimangono sotto controllo. Fra questi vi sono Gao Hongming, Cha Jianguo, Li Hai, Liu Di, Wang Debang e Qi Zhiyong.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14545&size=A

 


La crisi malgascia va avanti. Sgomberati quattro ministeri

 

Il ministro della sicurezza interna del Madagascar, Desire Rasofogamana, ha spiegato oggi che gli uffici del governo sono stati ripresi dall’opposizione nel corso della notte. La portavoce della polizia Lala Rakotonirina ha spiegato che nell’operazione 50 persone sono state arrestate e nessuno è rimasto ferito. Secondo Radio Antsiva invece otto persone sarebbero rimaste uccise nelle operazioni di sgombero dei manifestanti dell’opposizione al presidente Marc Ravalomanana.
Ieri circa 30 mila persone si erano riunite ieri sera per una manifestazione nel centro della capitale Antananarivo, dirigendosi poi in diversi cortei verso i palazzi governativi. Gli oppositori, seguaci del governo di transizione dell’ex sindaco della capitale Andry Rajoelina che si è autoproclamato presidente, avevano poi fatto il loro ingresso in quattro ministeri. Rajoelina accusa il presidente di aver dissipato fondi dello stato e di essere responsabile per la morte di almeno 25 civili uccisi dalla polizia in una protesta lo scorso 7 febbraio.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16626


Politkovskaja - I misfatti dei potenti travestiti da ragion di Stato

chiesa-giuliettodi Giulietto Chiesa – da «La Stampa»

Il sospetto che la banda di spostati portata dagl’inquirenti davanti al tribunale di Mosca, fosse un coniglio malconcio venuto fuori troppo in fretta dal cappello a cilindro, c’era stato fin dall’inizio.
Parevano confezionati apposta per colmare in fretta la domanda di giustizia dell’opinione pubblica (più di quella esterna che di quella interna), e per chiudere, riducendo il danno d’immagine, l’assassinio di Anna Politkovskaja.





La guerra di Cecenia, del resto, ha creato, in un decennio abbondante di massacri, una lunga scia di banditi, di killer professionali, di disadattati. Qualunque magistrato poco scrupoloso poteva pescare nel mucchio, sicuro di incappare in molti sospettabili a prima vista.

Sempre che fosse qualche “ceceno” l’esecutore materiale dell’assassinio. Sempre – ma come giurarci? - che fosse “ceceno” il suo mandante.

Proprio a questo, infatti, quasi ovviamente, molti avevano pensato, fin dai primi istanti. Secondo la logica, troppo banale forse, che Anna Politkovskaja doveva essere stata uccisa per quello che aveva scritto e continuava a scrivere.

La banda, assai presto trovata, rispondeva perfettamente a questo criterio, se s’intendeva per “ceceno”  non solo una persona di quella etnia, o nazione che dir si voglia, ma uno che era passato attraverso quel tritacarne, o che aveva nuotato in quel fiume, sporco di sangue, di dollari e rubli transitati ai piedi del Caucaso del Nord, giungendo fino a Groznij.

Ma che l’assassino e il mandante fossero “ceceni” non era scontato. Il delitto si era rivelato subito troppo importante , troppo clamoroso, troppo internazionalmente significativo, per essere “soltanto” mosso dalla vendetta di un bandito, fosse pure un bandito diventato presidente di una repubblica della Federazione Russa.
anna
Avveniva proprio nel momento in cui , per esempio, Vladimir Putin stava facendo la grande virata strategica che, in pochi mesi, avrebbe fatto scorrere brividi di preoccupazione, e di irritazione, in molte capitali occidentali. Sicuramente a Washington.

L’occasione della morte della Politkovskaja sarebbe stata sfruttata, infatti, con grande tempestività da tutto il mainstream mondiale, per additare Putin come il responsabile, più o meno diretto. E, del resto, poco dopo,  a doppiare la dose, era giunto un altro assassinio molto sospetto, quello dell’ex colonnello del KGB, Litvinenko.

Acqua passata, forse, anche se Putin continua sulla stessa strada di allora e il presidente della Russia ha ora un altro nome. Ma il problema di allora, quale che fosse il suo ideatore, non è stato risolto.

Adesso un tribunale di Mosca dichiara assolti gli arrestati. “Non colpevoli”, cioè, dopo un processo celebrato da una corte militare, con qualche irregolarità procedurale.

E noi, che non conosciamo le motivazioni della sentenza, ci troviamo con un pugno di mosche in mano, come la famiglia della vittima, come i colleghi della Novaja Gazeta che hanno appena seppellito un’altra giovane giornalista, uccisa in pieno giorno in una via centrale di Mosca.

Con un pugno di mosche in mano, come la democrazia russa che ancora geme sotto le macerie dell’Unione Sovietica.
E non sappiamo se siamo stati ingannati dal giudice inquirente, che ha sbagliato l’indagine, o l’ha accomodata; oppure dal giudicante che ha subito le pressioni dei militari e ha assolto gl’imputati commettendo a sua volta un delitto; oppure dalla ragion di stato, che riesce quasi sempre - non solo in Russia, come ben sappiamo – a proteggere e nascondere i misfatti dei potenti.

L’unica cosa che sappiamo – e che non fa onore ai dirigenti della Russia, che avevano promesso di mettere il paese “sotto la dittatura della legge” - è che assassini e mandanti di Anna Politkovskaja sono in libertà.

Barack Marijuana
 

Un argomento di cui si è parlato poco, durante la campagna elettorale, è la posizione di Obama sulla decriminalizzazione della marijuana, ma nel passato l’ex-senatore dell’Illinois aveva più volte dichiarato di essere a favore della sua legalizzazione per uso medico.



In realtà il problema della marijuana è molto più complesso, poichè la sua messa al bando non fu lo scopo primario della legge che la abolì, nel 1937, ma solo una conseguenza della più ampia battaglia condotta contro la cannabis a livello industriale, a partire dai primi anni ’30.

A sua volta quindi, dietro alla legalizzazione della marijuana per uso medico si nasconde un movimento sempre più forte, che vorrebbe tornare all’utilizzo della cannabis per uso industriale.

E poichè negli anni ’30, per abolirne l’uso industriale si dovette criminalizzare quello personale, …

… ora percorrere il tragitto inverso è diventato molto più difficile.

Nel frattempo infatti l’idea della marijuana come “erba del diavolo” si è profondamentre radicata negli strati culturalmente più arretrati della popolazione, e proporne la legalizzazione equivale a rendersi, in certe fasce di territorio, “nemici della società”.

A tutto questo va aggiunta una complicazione di tipo legislativo, tipica degli Stati Uniti: la legge che proibisce la cannabis nacque come legge federale, ma una dozzina di stati (California, Colorado, Michigan, New Hampshire, ecc.) nel tempo l’hanno ripudiata, autorizzando nei propri confini l’utilizzo della marijuana per uso medico.

Questo ha dato origine, in passato, ad incidenti paradossali, nei quali un medico somministrava legalmente la marijuana ai suoi pazienti, con tanto di permesso di polizia, solo per vedersi trascinare in tribunale dai federali, che non riconoscono invece la legge statale.

Riguardo a questo potenziale conflitto, Obama ha detto chiaramente che durante la sua presidenza episodi del genere non avverranno. “Abbiamo troppe incombenze da risolvere – ha detto più di una volta – per dedicare risorse del ministero di giustizia a questo tipo di problemi”.

Traduzione: gli stati che hanno già legalizzato la marijuana stiano tranquilli. Gli altri si sbrighino a farlo, se lo vogliono, perchè questo è il momento adatto.

Massimo Mazzucco


VEDI ANCHE:

La vera storia: perchè fu proibita la marijuana

I federali contro la marijuana. Arrestato un medico della California che aveva somministrato l’erba col permesso della polizia.

 

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3079

INDIA/PAKISTAN: Incerto il futuro delle relazioni tra i due paesi
Peter Dhondt

BRUXELLES, (IPS) - Quasi tre mesi fa, dopo gli attacchi terroristici contro il polo commerciale indiano di Mumbai, che hanno portato ad un inasprimento nelle relazioni tra India e Pakistan, appaiono dubbie le prospettive di una nuova collaborazione tra i due vicini, entrambi dotati di armi nucleari, secondo quanto dichiarato da due autorevoli analisti della regione in un incontro a Bruxelles.

”Le relazioni tra India e Pakistan sono in una fase critica”, ha affermato Dipankar Bannerjee, direttore dell’Institute of Peace and Conflict Studies di Nuova Delhi, in un incontro organizzato martedì dall’European Policy Centre, e patrocinato dalla Sasakawa Peace Foundation.

“L’obiettivo dell’attacco a Mumbai era l’India; ma anche il Pakistan, ha detto ai presenti Bannerjee, generale in pensione dell’esercito indiano. “L’obiettivo immediato era scatenare una guerra tra India e Pakistan, ma non ha funzionato”.

Bannerjee ha però aggiunto che India e Pakistan devono ancora lavorare molto per ricostruire la fiducia necessaria per una futura collaborazione tra i due paesi dell’Asia meridionale.

La scorsa settimana si è aperto un possibile spiraglio. Il ministro degli interni pakistano, Rehman Malik, ha ammesso che gli attacchi contro Mumbai erano stati in parte pianificati in Pakistan, ed ha annunciato che gli individui sospetti del gruppo militante Lashkar-e-Taiba, oggi messo al bando, sono stati arrestati e potrebbero essere processati.

” È un’affermazione coraggiosa, e contraddice le precedenti smentite”, ha commentato Bannerjee. “Adesso, il Pakistan dovrà portare a termine le indagini, punire ogni persona coinvolta negli attacchi e smantellare tutte le strutture terroristiche nel paese. Per questo, il Pakistan avrà bisogno del sostegno dell’India e della comunità internazionale”.

Per quanto una distensione nelle relazioni India/Pakistan appaia difficile, il clima nella regione asiatica meridionale sembra favorevole per una ripresa positiva, sostiene Bannerjee.

“Se guardiamo ai risultati delle elezioni in Bangladesh, adesso al potere c’è un partito secolare, mentre i partiti islamici sono ridotti a pochi seggi”, osserva Bannerjee. “Oppure prendiamo le elezioni nel Kashmir: c’è stata una fortissima affluenza alle urne, un chiaro segno della voglia di cambiamento”.

Secondo Bannerjee, India e Pakistan devono portare avanti il dialogo reciproco, migliorare le relazioni commerciali e i movimenti delle persone attraverso i confini, oltre a rafforzare la cooperazione regionale.

“Ci troviamo in un momento critico nella storia dell’economia, ma bisogna superare anche il problema della guerra in Afghanistan e nelle regioni di confine col Pakistan. Ci vorrà una fortissima volontà politica, e un importante sforzo internazionale, ma l’impegno deve venire soprattutto da India e Pakistan”, ha detto Bannerjee.

Talat Masood, analista politico e militare indipendente di Islamabad, sembra meno ottimista: “Gli attacchi di Mumbai dimostrano la fragilità delle relazioni tra India e Pakistan”, ha osservato. “Le nostre prospettive ottimistiche erano sbagliate”.

Masood, tenente generale dell’esercito pakistano in pensione, teme che gli sforzi di riavvicinamento degli ultimi cinque anni possano fallire completamente, visto che anche prima degli attacchi di Mumbai il dialogo tra i due paesi si era già deteriorato.

”In Pakistan, la transizione dalla dittatura alla democrazia ha significato una grossa distrazione dal processo di pace. L’India era troppo preoccupata della sua agenda internazionale, e non si è più interessata ai problemi regionali. Questo è stato un grosso errore”, ha detto.

Per Masood, il grosso ostacolo al dialogo è stato lo scarso successo nelle dispute territoriali sul Kashmir, Siachen e Sir Creek. “Se quei problemi fossero stati risolti, le relazioni sarebbero cambiate”.

Tra gli inconvenienti, secondo Masood, c'è anche il fatto di aver rinunciato ai piani per un gasdotto che dall’Iran raggiungesse l’India attraverso il Pakistan, per le pressioni dagli Stati Uniti. “Entrambi i paesi hanno bisogno di energia, e il gasdotto avrebbe anche aumentato la dipendenza reciproca tra India e Pakistan”.

Il militare si è poi detto fortemente amareggiato per le accuse dell’India secondo cui il governo del Pakistan o le agenzie governative avrebbero avuto un ruolo negli attacchi contro Mumbai; per l’annuncio dell’India di lasciare aperta ogni possibilità - compresa quella dell’azione militare - nei confronti del Pakistan, e per i suoi “tentativi di isolare il Pakistan”.

“È una strategia inadeguata. Il Pakistan si trova di fronte ad una grande sfida, rappresentata dal radicalismo, e ha bisogno del sostegno della regione e della comunità internazionale. Se cerchi di isolare il Pakistan, fai il gioco dei militanti”, ha spiegato Masood.

Le relazioni tra India e Pakistan, a suo parere, possono migliorare e stabilizzarsi solo trovando una soluzione al problema del Kashmir. “Tutto dipende dalla volontà politica: volere è potere. Se il processo partirà davvero, si potrà arrivare ad una soluzione. Ma c’è la volontà? Al momento non la vedo”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1391

I MAORI RISARCITI PER I DIRITTI SULLA TERRA E... D’AUTORE 

- C’è anche il riconoscimento della proprietà intellettuale della famosa danza ('Haka') ‘Ka mate’ (quella resa famosa in tutto il mondo dalla nazionale di rugby ‘All Blacks’) tra le misure di risarcimento sottoscritte oggi dal governo neozelandese e da otto tribù ('Iwi') maori. L’accordo prevede un indennizzo di 300 milioni di dollari neozelandesi (121 milioni di euro) per confische illegali di terre e altri abusi risalenti a 160 anni fa nella fase della colonizzazione europea del paese, ovvero per violazioni del Trattato di Waitangi, il documento sottoscritto nel 1840 tra la ‘Corona britannica’ e le tribù maori per regolamentare i reciproci rapporti. Metà del risarcimento sarà in contanti e un'altra metà in cessione in affitto di foreste demaniali e diritti sui crediti per emissioni di gas serra (quelli previsti nell’ambito del trattato di Kyoto). Tra le otto ‘Iwi’ in questione, con un popolazione totale di 12.000 persone, c’è anche la tribù Ngati Toga il cui sovrano Te Rauparaha è stato riconosciuto ufficialmente come l’autore della 'haka' ‘Ka Mate’, che ricorda una battaglia avvenuta attorno al 1820; la prigionia senza giusto processo del re Te Rauparaha, mentre venivano confiscate le terre della sua tribù, è stato un altro motivo di indennizzo. I maori Ngati Toga non potranno chiedere diritti d’autore agli ‘All Blacks’, ma il provvedimento apre la via per porre un freno all’uso inappropriato o offensivo – secondo il legittimo giudizio dei maori – della danza guerriera in pubblicità e film in tutto il mondo: un problema che aveva più volte sollevato le proteste delle tribù senza che vi fossero elementi per agire per vie legali. La lunga battaglia culturale politica e giudiziaria, iniziata negli anni '60 del secolo scorso per contestare le violazioni al Trattato di Waitangi, ha portato dagli anni '90 a oggi a una serie di accordi tra il governo e numerose tribù riguardo diversi aspetti, dalla restituzione della terra (o indennizzo) ai diritti di pesca, per un valore nominale complessivo di oltre un miliardo di dollari neozelandesi. I maori, che nonostante i progressi rispetto al passato ancora soffrono di problemi di integrazione socioeconomica, rappresentano il 15% dei quattro milioni e 300.000 di neozelandesi.[CO] http://www.misna.org/


Pakistan: il governo si accorda con i talebani nella regione di Malakand

Lunedì 16 febbraio il governo pakistano ha raggiunto un accordo per l'introduzione della sharia (la legge islamica)

Nella regione di Malakand con i gruppi estremisti islamici che di fatto ne controllano gran parte del territorio. L'accordo è stato formalmente siglato nel distretto di Dir dal governo della North West Frontier Province e dal mulana Sufi Mohammad, leader del Tehreek-e-Nifaz-e-Shariat Muhammadi.

Tutte le leggi statali e provinciali contrarie alla sharia saranno dunque abolite in tutta l'area del Malakand, regione parte della North West Frontier Province e composta dai distretti di Malakand, Shangla, Buner, Dir, Chitra e dal turbolento distretto di Swat. L'accordo prevede anche la formazione di un comitato incaricato di lavorare per la liberazione dei talibani catturati ed è stato seguito dall'annuncio di un cessate il fuoco della durata di dieci giorni da parte del mullah Fazullah, leader del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Il TTP si riserva di decidere la ripresa o meno delle ostilità in base alla valutazione dell'effettiva applicazione della sharia nell'area in questi dieci giorni. Come dimostrazione di "buona volontà" nei confronti del governo, domenica 15 febbraio i talibani avevano liberato un ostaggio cinese che tenevano in prigionia da oltre cinque mesi. Alcuni movimenti di respiro nazionale, come il Pakistan Tehrik-e-Insaf guidato dal Imran Khan, chiedono adesso l'applicazione della sharia in tutto il territorio pakistano e la fine del supporto di Islamabad agli Stati Uniti. In particolare Khan ha accusato il governo di consentire agli americani l'impiego degli UAV (Unmanned Aerial Vehicle) Predator dal territorio pakistano.

Diversi attacchi sono stati finora condotti da questi velivoli non pilotati nelle regioni del Pakistan confinanti con l'Afghanistan. L'ultimo attacco ha avuto luogo lo stesso giorno della firma dell'accordo nei pressi della cittadina di Parachinar (nella regione tribale di Kurram) provocando la morte di 31 persone sospettate di essere militanti talebani impegnati nella lotta contro le forze della NATO in Afghanistan. L'accordo per l'implementazione della sharia in Malakand è il terzo di questo tipo siglato dal 2007. Entrambi i precedenti sono falliti e hanno portato alla ripresa delle ostilità.

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=34878


 Giornata mondiale della Lingua Madre: 2500 lingue a rischio estinzione

Le lingue a rischio di estinzione - Fonte: Unesco

Sono dieci le candeline da spegnere oggi per celebrare la 'Giornata Internazionale della Lingua Madre'. E' stata indetta nel 1999 alla 33esima sessione della Conferenza Generale dell'Unesco su proposta del Bangladesh, con l'intento di tutelare la diversità linguistica e più in generale la diversità culturale e il 20 febbraio 2000 è stata celebrata per la prima volta. Lo sviluppo del dialogo tra le culture, la promozione del multilinguismo, la tutela delle lingue minoritarie rientrano negli obiettivi generali dell'Unesco che cerca di realizzare attraverso diversi programmi e iniziative.

Secondo il Direttore Generale dell'Unesco Koichiro Matsuura, le lingue sono lo strumento più importante per preservare e sviluppare il nostro patrimonio materiale e immateriale. “Tutti gli sforzi che vengono fatti per promuovere la diffusione delle lingue madri non vengono fatti solo per incoraggiare la diversità linguistica e l'educazione multilinguistica, ma anche per promuovere la piena consapevolezza delle tradizioni linguistiche e culturali in tutto il mondo e per ispirare la solidarietà basata sulla comprensione, la tolleranza e il dialogo”.

La lingua madre è senz'altro l’unico mezzo capace di esprimere appieno ogni necessità di comunicazione, non è semplice veicolo di messaggi, ma è l’espressione di tutto un mondo di valori culturali e sociali, di tradizioni e di conoscenze. In questo senso, la lingua è espressione del patrimonio culturale immateriale, che va salvaguardato e trasmesso alle generazioni future. La morte di una lingua porta anche alla scomparsa di tante espressioni orali come la poesia, le leggende, i proverbi, le barzellette, un enorme patrimonio immateriale. La perdita delle lingue è dannosa per tutta l'umanità anche perché contribuiscono alla conservazione della biodiversità, trasmettendo conoscenze sulla natura e sull'universo.

Il Direttore Generale ha dichiarato (in.pdf) in occasione della giornata odierna che: “ il collegamento tra l'educazione multilingue, l'educazione per tutti e gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio ora costituiscono i pilastri di ogni strategia di sviluppo sostenibile”. Koichiro Matsuura si augura che i governi introducano misure nei loro sistemi di educazione formale e non formale, che assicurino un'armoniosa e fruttuosa coesistenza tra le lingue all'interno di ogni paese, per preservare e promuovere un ambiente multilingue nel rispetto di ogni cultura.

Secondo Atlas - l’Atlante internazionale delle lingue in pericolo - pubblicato dall'Unesco proprio in occasione della giornata odierna, sarebbero circa 2.500 delle oltre 6.700 lingue parlate oggi nel mondo che rischiano di scomparire. I trenta studiosi che hanno lavorato alla pubblicazione le classificano a seconda del rischio che corrono. E i dati sono molto preoccupanti: delle oltre 6.700 lingue esistenti al mondo, più di 200 si sono estinte nel corso delle ultime tre generazioni, 538 sono a serio rischio di estinzione, 502 gravemente minacciate, 632 in via di estinzione e 607 ad altissimo rischio. Solo 99 sarebbero parlate da meno di una decina di persone, tra cui il Karaim, noto ad appena sei persone in Ucraina, e il Wichita, usato da una decina di persone nell'Oklahoma, mentre in Papua Nuova Guinea, dove si parlano 800 lingue, ne sono a rischio solo 88.

Il lavoro mostra anche come il fenomeno della sparizione delle lingue compare in ogni regione a prescindere dalle condizioni economiche. In Africa Sub-Sahariana per esempio, dove si parlano circa 2000 lingue è molto probabile che il 10% di queste scompaia nel giro di cento anni. In India, Brasile, Stati Uniti, Indonesia e in Messico, paesi dove c'è una grande varietà linguistica, allo stesso tempo sono i paesi che hanno il più alto numero di lingue in via di estinzione.

Anche Internet gioca un ruolo importante nella preservazione della lingua, è necessario per questo incoraggiare anche lo sviluppo del multilinguismo nel cyberspazio. Il web offre senza dubbio una grande possibilità per la diffusione delle informazioni e della conoscenza, ma oggi un limite decisivo a questa opportunità è l'altissima prevalenza dell'utilizzo dei caratteri latini.

Questa giornata segna anche la conclusione dell'Anno Internazionale delle Lingue, lanciato nel 2008 dall'Assemblea Generale dell'Onu con il messaggio: “Questione di lingue!” per promuovere l'unità nella diversità e la comprensione internazionale attraverso il multilinguismo.

Ogni lingua che muore porta via con sé un’intera visione del mondo. Come dice Natalia Sangama, un'anziana donna di lingua Chamicuro: “Io sogno in Chamicuro, ma non posso raccontare i miei sogni a nessuno, perché nessun parla più il Chamicuro. E’ triste essere l’ultima”.

Elvira Corona


Lustrazione all'albanese

scrive Marjola Rukaj

Lo scorso dicembre il parlamento albanese aveva approvato coi soli voti della maggioranza e l'astensione del presidente della Repubblica la legge sulla lustrazione. A seguito delle critiche dell'opposizione e della comunità internazionale la legge è stata sospesa in attesa del parere della Corte costituzionale
A quasi vent'anni dal crollo del comunismo, in Albania, il regime e la sua nomenklatura rimangono un fantasma che appare e scompare a seconda dell'aria che tira nella politica albanese. Alla soglia delle elezioni di quest'anno, il premier Sali Berisha e il suo governo sono più determinati che mai a risolvere una volta per sempre la questione delle responsabilità del passato regime. In poco tempo, la questione della cosiddetta purezza delle figure politiche e il processo di lustrazione - che inizialmente in pochi hanno preso sul serio, ritenendolo un mero pretesto con cui attaccare l'opposizione - si è tradotta in una vera e propria legge, passata in parlamento lo scorso dicembre tra mille polemiche e con l'astensione del presidente della Repubblica (secondo la Costituzione albanese il presidente della Repubblica può firmare, non firmare o astenersi).

Da quando Berisha nei primi anni '90 salì al potere, la lustrazione della politica albanese e la decomunistizzazione del paese sono diventati una formula politica usurata, tanto che il termine “comunista” era diventato un insulto liberamente usato in pubblico in particolar modo nei confronti degli avversari politici del leader della destra albanese.

Nonostante i numerosi processi che hanno visto come protagonisti le personalità più in vista dell'élite del regime, il processo di lustrazione che avrebbe dovuto finire nel '99 si protrae tuttora, fino all'ultima iniziativa del governo Berisha. Creare un sistema in grado di vagliare il passato politico delle personalità più in vista della politica albanese è un'impresa ardua, dato che anche l'attuale élite, sia di destra che di sinistra, premier incluso, proviene proprio dalle fila del Partito comunista.

Il leader del PD, ritrovando il linguaggio dei primi anni '90, quando l'anticomunismo era una formula politica d'indiscutibile efficacia, ha proposto anche una serie di iniziative che rivalutano gli avversari del regime.

“Inseriamo nelle scuole una materia a parte che descriva i crimini compiuti dal comunismo nei confronti di innocenti democratici”, ha affermato Berisha. Mentre un'altra iniziativa sarebbe la collocazione, in una delle piazze centrali della capitale, di un monumento alla memoria di tutti coloro che persero la vita per mano del regime. In tal modo il messaggio, anche se vent'anni dopo, dovrebbe raggiungere proprio l'elettorato più fedele di Berisha, gli anticomunisti, che ora però manifestano non poca delusione nei confronti del premier.

Il progetto di legge sulla lustrazione, proposto in parlamento per porre definitivamente fine al legame della politica e del sistema giudiziario albanese con l'ex élite comunista, mira ad assicurare la "purezza ideologica" delle figure che occupano oggi le cariche più importanti dello stato, o che si candidano ad accedere ad esse. Si vuole assicurare l'integrità morale e politica delle personalità al vertice del paese, "certificando" il non coinvolgimento col passato regime. Ma l'oggetto di giudizio rimane vago.

Inizialmente l'iniziativa è stata ribattezzata nel gergo politico come “legge sulle spie” o “questione dei fascicoli del comunismo”. L'obiettivo principale indicato era quello di aprire i fascicoli, rimasti segreti, di chi ha collaborato con il regime e in particolar modo con i suoi servizi segreti, seguendo l'esempio della ex Repubblica Democratica Tedesca con qualche decennio di ritardo. Ma il premier si è poi spinto con entusiasmo molto più in là, promettendo che sarebbero stati passati al setaccio tutti, “dal preside di liceo nella più sperduta provincia, fino al presidente della Repubblica”.

E' stata evidente sin da subito l'importanza che sarà riservata ai rapporti tra i funzionari del potere giudiziario e il regime. I media hanno pubblicato liste di giudici e magistrati che dovrebbero venir penalizzati dalla legge in questione. Si tratta di liste ricche di nomi: per molti giudici che oggi sono cinquantenni o sessantenni è inevitabile avere alle spalle una carriera iniziata durante il regime.

Un effetto immediato dell'approvazione della legge sulla lustrazione è stata l'uscita di scena di Zamir Shtylla, il procuratore incaricato della vicenda Gërdec, che ha dato le dimissioni subito dopo la votazione in parlamento. I media albanesi hanno collegato la decisione proprio con la possibile penalizzazione che il procuratore avrebbe subito con la legge sulla lustrazione.

L'opposizione, che questa volta si è trovata unita contro Berisha, si è opposta con fermezza al progetto di legge, boicottando le sedute parlamentari, e lasciando infine che la legge venisse votata a maggioranza semplice, cioè solo dai parlamentari della destra presenti in aula. “Questi sono metodi comunisti, degni di una dittatura per sbarazzarsi dei propri avversari politici”, ha più volte affermato Valentina Leska, capogruppo del Partito Socialista. Il premier Berisha, invece, ha accusato il leader del PS, Edi Rama, di opporsi alla legge sulla lustrazione perché figlio di una famiglia comunista molto altolocata ai tempi del regime.

Secondo quanto affermano i media e i partiti dell'opposizione, sono almeno 28 gli articoli della costituzione albanese che la legge sulla lustrazione andrebbe a violare. Si va dalla violazione dei diritti dell'uomo al sovvertimento dei rapporti tra i poteri costituzionali. Secondo quanto previsto dalla legge, per attuare il processo di lustrazione si dovrebbe creare una commissione apposita, che avrebbe addirittura la facoltà di controllo e ingerenza rispetto ai tre poteri, con la possibilità di destituire diverse cariche. In tal modo si metterebbe a dura prova la libertà di azione del potere giudiziario che già oggi denuncia la mancanza di indipendenza, e si aprirebbero numerosi conflitti con gli altri organi dello stato.

L'opposizione ha denunciato la possibilità di formare una commissione sulla lustrazione con tali competenze di controllo, presentando la questione alla Corte costituzionale. Ma dalle fila del PD non sono mancate le voci che hanno chiesto di escludere tale materia dal giudizio della Corte dato che gli stessi giudici sarebbero soggetti alla lustrazione e si troverebbero in tal modo in conflitto di interessi.

La legge sulla lustrazione ha attirato l'attenzione di molti rappresentanti internazionali a Tirana, che hanno ammesso la necessità di una tale iniziativa in Albania, ma senza condividere le procedure e i contenuti della legge appena approvata. “Si ha bisogno di una legge che venga condivisa sia dalla maggioranza al potere sia dall'opposizione”, ha denunciato John Whithers, ambasciatore americano a Tirana. Altri hanno sottolineato la pericolosità di una commissione super partes. “Io non sono contrario alla lustrazione – afferma Robert Bosch, ambasciatore dell'Osce a Tirana - ma bisogna che ciò avvenga nel rispetto dello Stato di diritto e dell'indipendenza del potere giudiziario, Corte costituzionale inclusa”.

Esperti internazionali sono arrivati ad esaminare la questione per conto del Consiglio d'Europa. Senza mezzi termini, nelle loro dichiarazioni viene denunciato il fatto che una legge di questa importanza sia passata senza chiedere alcuna assistenza in ambito internazionale. Le numerose irregolarità, secondo i reporter del Consiglio d'Europa, verranno segnalate alla Commissione di Venezia, ente responsabile in materia giuridica nell'ambito del Consiglio d'Europa, per poter dare un giudizio. La preoccupazione che accomuna tutti è che questa mossa da parte del governo segni un passo indietro per la già fragile democrazia albanese.

Lunedì 16 febbraio, l'opposizione, le associazioni degli avvocati e dei procuratori albanesi hanno chiesto alla Corte costituzionale di prendere in esame la legge. Non si è ancora avuto un giudizio in merito ma nel frattempo la sua applicazione, come suggerito dagli osservatori internazionali, è stata sospesa. Il premier ha accolto la notizia con malumore, e nella conferenza stampa di martedì scorso l'ha ritenuta una “decisione ingiusta” e “manipolata dall'opposizione”. Alla fine però ha anche affermato che, nonostante non la condivida, rispetterà la decisione della Corte costituzionale.

A Tirana la lustrazione rimane quindi un tema all'ordine del giorno e si inizia a vociferare su una possibile revisione della legge. La pressione internazionale e l'imminente campagna elettorale potrebbero essere gli input giusti per aumentare la propensione al dialogo nella spigolosa politica albanese. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10944/1/51/

Clermont-Ferrand: una roccaforte socialista nel cuore della Francia

Foto di Ezequiel Scagnetti/ www.ezequiel-scagnetti.com/

Foto di Ezequiel Scagnetti/ www.ezequiel-scagnetti.com/

Il consiglio comunale di Clermont-Ferrand è stato appannaggio della sinistra sin dalla Liberazione della Francia nel 1944: da allora si sono alternati solo tre sindaci, tutti socialisti. Ritratto della città alla vigilia delle elezioni europee di giugno.

FOCUS

Traduzione: gelsomina sampaolo.

 

L’ex operaio Gabriel Montpied è stato rieletto cinque volte (1944-1976). La gestione cittadina attenta alle spese di Roger Quilliot, professore universitario, ha attraversato una situazione sociale molto tesa (1973-1997), testimone di quindici anni di piani di ridimensionamento della Michelin. L’attuale sindaco Serge Godard è stato rieletto per la terza volta nel marzo 2008. Gli abitanti della città avranno anche fiducia nei socialisti e nei loro metodi politici, ma si è registrato un forte aumento delle astensioni.

Il new deal in Alvernia?

Le politiche di sinistra per la città sono una fonte di soddisfazione per la popolazione. I piani attivi di edilizia popolare e trasporto favoriscono un mix sociale in cui le comunità si aprono invece di ghettizzarsi. Tutto ciò ha definito in maniera profonda Clermont-Ferrand, afferma Pascal Genet, assessore nel quartiere di Montferrand. Il vicesindaco, Alain Martinet, dice che oggi sono tre i fattori che rendono Clermont una città tranquilla e compatta: il 20% di edilizia popolare obbligatoria, la ristrutturazione delle proprietà immobili Michelin e la creazione del tram. Queste priorità politiche sono state, secondo Martinet e Genet, una scelta precisa della sinistra per affrontare la crisi occupazionale e salvaguardare l’armonia della città. Gestire pacificamente la perdita di oltre 10mila posti di lavoro in trent’anni alla Michelin è stata un vero e proprio tour de force (l’azienda negli anni Settanta impiegava 30mila persone a Clermont Ferrand. Oggi sono circa 14mila). La spesa è stata affrontata in parte con la necessità d’investimenti a lungo termine nelle infrastrutture. Questi problemi sono stati affrontati con la ristrutturazione degli ospedali e della Place de Jaude, punto di riferimento cittadino. La strategia ha dato i suoi risultati: nel 2006 Clermont-Ferrand è stata premiata come una delle città più vivibili della Francia.

Vercingetoringe, Blaise Pascal e il Papa Urbano II sono tra i riferimenti della città. Vercingetoringe, Blaise Pascal e il Papa Urbano II sono tra i riferimenti della città. | ©Ezequiel Scagnetti/ http://www.ezequiel-scagnetti.com/

La strategia della sinistra

Il voto è stato determinato dalla topografia del dipartimento d Place Jaude Place Jaude | ©Ezequiel Scagnetti/ http://www.ezequiel-scagnetti.com/i Puy-de-dôme (dove si trova Clermont Ferrand) e dalle caratteristiche socioeconomiche della città. Nel cuore di un’ex area industriale e mineraria situata in un’estesa zona rurale, il tessuto economico di Clermont è costituito da piccole industrie in subappalto. Il gigante dei pneumatici Michelin ha provveduto a formare una classe operaia forte ed un bacino di votanti per la sinistra. Allo stesso tempo, il consiglio comunale ha continuato a sostenere finanziariamente la vita comunitaria locale, che conta più di tre mila associazioni, un numero eccezionale per una città di 140mila abitanti. Clermont, inoltre, funge anche da fucina di talenti per le liste elettorali, oltre che da bacino di futuri votanti. Per Alain Martinet questa partnership a lungo termine costituisce la base della popolarità locale della sinistra. L’esistenza di due università separate a Clermont (l’Université d’Auvergne di economia e medicina e l’Université Blaise Pascal degli studi sociali e roccaforte della sinistra) ha anche fornito terreno fertile per l’attivismo politico tra la popolazione studentesca della città.

Dov’era la destra?

Le fondamenta di sinistra costituiscono ancora una fonte inesauribile di nuove idee per il futuro della città? Secondo Alain Martinet la sinistra ha saputo adattare e rinnovare in maniera cruciale e tempestiva la propria squadra ed i propri programmi. La sua attività comprovata nel superare le crisi riflette l’indole della popolazione locale. Tuttavia, l’opposizione punta il dito contro l’immagine antica e polverosa di Clermont. Le critiche si concentrano soprattutto sul voler conservare lo status di paese e sulla tendenza allo spopolamento, a causa della «mancanza di ambizioni urbane» della sinistra e delle sue politiche pro-classe operaia. Franck Chignier-Riboulon, a capo del dipartimento di geografia dell’Université Blaise-Pascal, attribuisce la soddisfazione dei cittadini di Clermont all’atavismo dell’auvergnat, il dialetto locale. I giovani militanti socialisti Hervé Challeil e Simon Mandeville ribattono immediatamente indicando le misure del consiglio comunale per lo sviluppo dell’immagine cittadina, attraverso un aumento dell’offerta culturale per attirare e trattenere le famiglie ed i giovani professionisti o la promozione della squadra di rugby Asm Clermont Auvergne.

| ©destempsanciens/flickr

«Non è abbastanza», secondo l’opposizione. Per Blandine Rocca, assistente parlamentare di Jean-Pierre Audy (membro del Parlamento europeo, dell’Ump, il partito di Sarkozy) e membro dell’ufficio nazionale dei Jeunes Populaires (Giovani Popolari), la forte alternativa della destra è una strategia di sviluppo urbano che possa trasformare Clermont in una città verde. L’obiettivo è quello di investire nelle infrastrutture per i trasporti, rendendo Clermont un’attrattiva accessibile e ristabilendola tra i suoi ben più dinamici vicini. Per Rocca, così come per i Jeunes Populaires Boris Wrona e Charles Beudin, il messaggio dell’opposizione arriva per la mancanza di una guida costante e coerente. L’Ump non è riuscita a stabilirsi a livello popolare e a motivare i membri della comunità nell’unirsi alle liste elettorali.

Anche le discussioni sulle elezioni parlamentari europee sono divise dallo spartiacque tra destra e sinistra locale. Serge Godard si è opposto alla Costituzione europea nel 2005 mentre Blandine Rocca sostiene che l’Europa sia troppo lontana dall’elettorato locale. Entrambi gli schieramenti stanno affilando le proprie “armi elettorali” per sventare una bassa affluenza a giugno. Mentre l’Ump presenterà gli aspetti protezionistici del “coltivare” l’Ue, i giovani militanti socialisti hanno già iniziato una campagna per un’“Europa sociale”, tra cui il salario minimo europeo. In ogni caso entrambe le parti riconoscono che Clermont dovrà avvicinarsi di più all’Europa per il suo sviluppo in futuro. La sua sfida per il Ventunesimo secolo sarà inventarsi una nuova storia su cui basare l’immagine serena delineata dalla sinistra, oltre che affrontare i deficit della sua politica. In una città che sembra ostinata a rimanere socialista, chi guiderà questa transizione: la destra o la sinistra?
http://www.cafebabel.com/ita/article/28770/clermont-ferrand-roccaforte-socialista-francia.html



febbraio 21 2009

PENSIERO PER IL FINE SETTIMANA:
Nei prossimi mesi assisteremo al crollo delle entrate fiscali
alla salita smisurata del debito pubblico
Al rialzo dei tassi d'interesse
Al crollo del Pil
OVVERO CI SI AVVICINA AL POSSIBILE DISSESTO?

 

http://www.ilpunto-borsainvestimenti.blogspot.com/


L’8 settembre del Pd

Mentre Walter Veltroni prende la via di Pescara, senza portare con sé nemmeno i più fedeli consiglieri della sua Casa reale – tenaci sostenitori del partito liquido e del sovrano di gesso – lasciandoli in balia della tempesta che essi stessi hanno scatenato, il grande esercito delle correnti organizzate, in mano agli oppositori, si è già liquefatto. Di fronte all’8 settembre del Partito democratico, nel pieno della battaglia elettorale, gli aspiranti condottieri di domani hanno elaborato una strategia niente male: mettersi tutti d’accordo nel mandare avanti il vicesegretario di Veltroni, l’intrepido Dario Franceschini, ma soltanto fino alla fine della battaglia medesima – e cioè fino alla fine della campagna elettorale – per poi candidarsi tutti, freschi come una rosa, al congresso di ottobre. Perché in battaglia, si sa, può anche capitare di farsi male, perdere consensi, sporcarsi le mani e la faccia. Dunque tutti d’accordo – a cominciare da Veltroni, ovviamente – nel dare a questa crisi improvvisa l’esito più paradossale che si potesse immaginare: un leader che si assume la responsabilità della sconfitta a battaglia appena cominciata, ammette di aver fallito, quindi indica come suo successore il suo vice, e tutti coloro che fino a ieri si erano permessi di criticarlo, e avevano facilmente previsto il baratro in cui la sua linea li avrebbe portati, che lo applaudono felici e contenti.
E allora no, ci dispiace, non è una cosa seria. Perché le cose sono due: o ha ragione Veltroni, quando nell’assumersi ogni responsabilità fa capire chiaramente che a lui non ne spetterebbe nessuna, che la colpa è solo e sempre di quegli altri, quelli che la sua linea politica avrebbero instancabilmente sabotato, e allora non si capisce come quegli altri possano applaudire il suo “bel gesto” e appoggiare il suo vice; oppure Veltroni ha torto, perché è la sua linea che ha portato al disastro, e allora, com’è possibile che sia il suo vice a “voltare pagina”?
Sabato, all’assemblea costituente che sarà chiamata a ratificare – ancora una volta – questo bell’accrocchio, si pone dunque un’alternativa secca: o Franceschini si presenta dicendo tutto l’esatto contrario di quello che ha detto Veltroni in conferenza stampa, riconoscendo che il problema non è di persone né di personalismi, ma di linea politica, e che è quella linea che dev’essere cambiata, perché era radicalmente sbagliata; oppure, e ci riesce difficile nascondere la nostra intima preferenza per questa seconda ipotesi, i delegati dell’assemblea costituente, che sono stati eletti per costituirlo, questo benedetto partito, e non per ratificare una volta all’anno decisioni prese da altri – se lo riprendono, votano contro, bocciano Franceschini e bocciano soprattutto l’accordo, rispediscono al mittente la generosa offerta del gruppo dirigente e aprono, con questo semplice gesto, stavolta sì, per davvero, una fase nuova.
E’ un salto nel buio? Senza dubbio. E’ rischioso? Certamente. Le conseguenze sono imprevidibili? Proprio così. E’ questo il bello. E poi, sinceramente, non è che sia rimasto molto da perdere.http://www.leftwing.it/politica/201/l8-settembre-del-pd


Pippo who?

Dati i risultati a sorpresa del sondaggino de L’espresso, abbiamo già ricevuto un paio di telefonate di notabili meno votati che ci chiedono nervosamente chi cacchio è questo Civati.

http://www.martameo.net/


Le istanze

 

“Pesante critica del Vaticano alla norma sulle ronde varata nell’ambito del decreto anti-stupri. Per il segretario del Pontificio Consiglio dei Migranti, monsignor Agostino Marchetto, l’istituzione delle ronde di volontari a tutela della sicurezza nelle città «rappresenta una abdicazione dello Stato di diritto». Quella dei volontari civili «non è la strada da percorrere», ha detto monsignor Marchetto”

Il Sole-24 Ore, 20.2.2009

 

 


“Non possiamo disattendere le istanze della Chiesa”
. Così, lo scorso 5 febbraio, Silvio Berlusconi motivava l’azione del suo Governo, già ripetutamente impegnato ad impedire ciò che una sentenza di Corte d’Appello aveva dichiarato legittimo, e ovviamente parliamo del caso Englaro. La data è quella in cui lo Stato italiano ha promosso le ingerenze a istanze. Di ingerenza non si può più parlare, sarebbe come starnazzare in Campidoglio quando i già i barbari hanno saccheggiato il saccheggiabile e preso possesso d’ogni ganglio dell’Impero.

L’Italia è stata per oltre tre decenni sotto il tallone dei sindacati confederati: nessuno poteva disattendere le loro istanze, sennò cadevano i Governi. E però le loro istanze erano in qualche modo legittimate dal fatto di rappresentare gli interessi di categorie sociali cui la Costituzione dava diritto e limite alla libertà di associazione. I sindacati confederati hanno spesso fatto ingerenza nella vita politica del paese, ben oltre ogni limite e fino a pagarne un grosso prezzo. I liberisti hanno sempre denunciato l’ingerenza e segnalato il rischio, facendosi poi scippare la denuncia da un centrodestra che l’ha fatta sua come principio buono solo a tutelare gli affari personali del suo leader, quando e se fosse il caso. Risultato? I sindacati confederati sono ormai di fatto sconfederati e non contano più un cazzo, ma continuano a percepire soldi dagli iscritti in automatico, col prelievo dalla busta paga. Una tassa sull’aver fallito come progetto posto nella Costituzione.
I sindacati avevano voce in capitolo, un tempo, sulle questioni etiche (valga come esempio iniziale ostilità della Cgil alla legge sul divorzio). Non vorrei spezzarmi un polso sulle parallele asimmetriche, ma mi azzarderei a dire che dal 5 febbraio la Santa Sede è autorizzata a porsi nella posizione speculare e uguale a quella della Triplice nella Prima Repubblica, ne consegua il conseguibile.

Sulla questione delle ronde: come si potranno disattendere le istanze della Chiesa? Da cosa dipenderà se il Governo farà rientrare o no la misura? Non dall’istanza in sé, ma da quanto preme alla Chiesa. E fidatevi del vostro Malvino: alla Chiesa non può fregar di meno dello “Stato di diritto” di cui parla monsignor Marchetto. Si fa per parlare, per mettere un po’ di scompiglio tra le carte. Quando, tra due secoli, lo storico accuserà la Chiesa d’inizio XXI secolo d’aver stretto complicità con una dittatura, salterà fuori un ometto dagli Archivi Vaticani e mostrerà a tutti una copia ingiallita de Il Sole-24 Ore, urlando: “Vedete? La Santa Sede vi si opponeva!”. A volte volendoci riuscire, a volte un po’ meno.
Per esempio: vedremo su Avvenire otto pagine al giorno per tre settimane – com’è stato sul caso Englaro – per dire “no alle ronde”?

http://malvino.ilcannocchiale.it/


Gianni Alemagna




Immagine di Roberto CorradiZorro
l'Unità,

Gli elettori italiani sono nati per soffrire. Di quelli del Pd già si sapeva (ora, per rincuorarli un po’ dopo gli ultimi rovesci, Enrico Letta annuncia una bella alleanza con l’Udc di Casini, Cesa e Cuffaro). Quelli di destra invece erano abituati benino, nell’ultimo periodo, dunque meritavano anche loro una bella mazzata. Ha provveduto Gianni Alemanno, sindaco di Roma, annunciando che presto la Capitale dedicherà - a titolo di «doveroso omaggio e riconoscimento» - una strada a Bettino Craxi, «un grande leader che ha anticipato la modernizzazione del Paese. Un’esigenza oggi portata avanti dal Presidente Berlusconi». Sulla continuità fra Craxi e Berlusconi, niente da dire: la testimoniano anche i 23 miliardi di lire passati dai conti esteri del secondo a quelli del primo nei primi anni 90. Più controversa la questione del grande leader modernizzatore: forse Alemanno si riferisce alle due condanne per il magnamagna di Tangentopoli, o al rapporto debito-pil passato nei 4 anni del governo Craxi dal 70 al 92%, o all’alleanza coi generali argentini e col tiranno somalo Siad Barre, o alla fuga organizzata per sottrarre alla giustizia il terrorista palestinese Abu Abbas dopo il sequestro della nave Achille Lauro e l’assassinio di un ebreo paralitico americano. La via di Roma dedicata all’unico premier corrotto e latitante della storia dell’Occidente sarà quella antistante l’hotel Raphael. Una scelta non casuale: proprio lì, nell’aprile ’93 gli elettori delMsi, e poi di An e poi di Alemanno tirarono le monetine a Bettino urlando «via Craxi». Ora, finalmente, verranno esauditi.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Lavoriamo al cambiamento

Oggi forum all'Unità con Concita De Gregorio, Diego Bianchi, Francesco Boccia, Paola Concia, Sandro Gozi, Marta Meo, Federica Mogherini, Giuseppe Provenzano, Ivan Scalfarotto, Marco Simoni. L'impegno è quello di lavorare insieme, per raccogliere il testimone del Pd, lasciato improvvidamente cadere in questi mesi e in questi giorni, soprattutto. Ci chiedevano dove fossero i giovani, i giovani rispondono all'appello. Confermo che molti di noi voteranno per le primarie, non ritenendo soddisfacente il passaggio temporaneo di Franceschini. Ci dispiace, ma gli attuali dirigenti non ci sono proprio piaciuti. E in queste ore, se è possibile, ci piacciono meno del solito. http://civati.splinder.com/

La ricreazione è finita per tutti!
di Francesca Veraldi,
 
Per salvare il Progetto che era alle origini del Partito Democratico, non basta certo sostituire il Segretario, magari, secondo le indicazioni delle segreterie politiche.

Esiste un gravissimo deficit politico e culturale che esige un nuovo gruppo dirigente, poiché quello attuale è in evidente e gravissimo affanno in termini di idee, di  linea politica e manca di spessore culturale.

Coordinatori, capi-gruppo, insomma, tutto l'attuale organigramma non va e deve essere rinnovato, per cui occorre che il nuovo Segretario scaturisca, questa volta, solo da vere, libere e trasparenti Primarie in cui figurino diversi candidati pronti a correre senza protezioni, primazie e privilegi di sorta e quindi tutti uguali e alla pari aspiranti alla Segreteria.

Le precedenti Primarie, infatti, erano, in realtà, solo camuffate nomine, pilotate dai vecchi partiti(come si spiegherebbero altrimenti i dietro-front, non certo volontari, di Bersani e Finocchiaro, per non ostacolare la corsa di Veltroni?)

Abbiamo, non a caso, in molti, allora, reso onore al merito a Rosy Bindi, per la sua coraggiosa, impari e solitaria candidatura contrapposta a Veltroni.

I giochi, in realtà, erano già stati fatti dalle segreterie politiche a favore di Veltroni, ancor prima dell'inizio della competizione politica.

Esistono, poi, all'interno del Partito, evidenti posizioni incompatibili che non sembra possano convivere, poiché sono incapaci di contaminarsi, come dovrebbe accadere in un vero nuovo soggetto politico, bensì rimangono rigide e vincolate alle vecchie culture di appartenenza.

Valori costituzionali quali la laicità dello Stato, la separazione dei poteri, la libertà di cura, l'autonomia   e l'indipendenza della Magistratura non possono essere lasciati alla strumentalizzazione ideologica contrapposta e opportunista dei vari leaders di correnti.

Essi, infatti, non possono divenire oggetto di discussione, né tanto meno di conflitto, in ogni momento, in quanto prioritari, propedeutici e vincolanti per chiunque abbia voluto e voglia essere eletto a qualsivoglia carica istituzionale.

Tutti gli eletti, infatti, sono chiamati a rispettare  solo ed esclusivamente la Costituzione.

Troppi, poi, i mestatori, gli inquinatori, i perfidi nello stesso Partito sin dai tempi di Prodi, i quali, adesso, potrebbero, addirittura, approfittare e avvantaggiarsi delle insidie, trappole, congiure ordite per anni ai danni del leader di turno, a volte, "impallinato" dagli stessi  suoi "cortigiani", compagni di partito e ministri.

E' stato dissipato consapevolmente e perfidamente l'intero patrimonio politico e culturale  che aveva portato all'Ulivo, forse, per la gioia di molti di quelli che pure si erano dichiarati sin dall'inizio suoi sostenitori.

Ebbene, rivolgendomi direttamente a tali  e tanti mestatori, tra cui quelli assenti fisicamente ma i cui inquietanti e subdoli spettri e simulacri invasivi ben aleggiavano, all'atto delle dimissioni del Segretario, mi sento di affermare:"LA RICREAZIONE E' FINITA PER TUTTI".

Il fischio del fuori gioco vale anche per voi!!
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=16877

L’ESPULSIONE DEL VESCOVO NEGAZIONISTA WILLIAMSON. L’ARGENTINA È UN PAESE SERIO

 

Gennaro Carotenuto

Giovedì il governo di Buenos Aires ha ordinato al vescovo negazionista lefebvriano Richard Williamson di lasciare l’Argentina. L’espulsione materiale scatterà tra dieci giorni. E’ una misura importante e apprezzabile per il paese delle Ratlines naziste e dell’attentato all’AMIA. Vista la dignità della decisione sudamericana, l’opinione pubblica italiana deve attivarsi perché il vescovo non tocchi suolo italiano, da nessuna delle due sponde del Tevere, un personaggio così lugubre.
L’annuncio del Ministro degli Interni Florencio Randazzo non ha colto di sorpresa visto il malessere della casa Rosada per quella presenza così intollerabile e improvvisamente così incontinente e presenzialista. Il vescovo Williamson, liberato da Joseph Ratzinger dalla scomunica che lo colpiva in quanto levebvriano anticonciliare, aveva usato quell’occasione per fare propaganda antisemita e negazionista così come avevano fatto nelle settimane passate in Italia altri come don Floriano Abrahamowicz, il negazionista per il quale le camere a gas servivano per disinfettare, vicino politicamente alla Lega Nord.
Dopo l’intervista alla televisione svedese del mese scorso, nella quale aveva sciorinato il consueto repertorio della propaganda negazionista nazista, alla richiesta di ritrattazione giunta da parte del Vaticano, Williamson aveva usato una generica formula di scuse solo a Benedetto XVI ma non a quanti altri aveva offeso, a partire dalle vittime della Shoah.
L’ordine di lasciare il paese entro dieci giorni, pena l'espulsione (che avrà carattere di urgenza e immediatezza) testimonia un decisione importante da parte del governo di Cristina Fernández de Kirchner. Cittadino britannico, Williamson aveva ripetutamente mentito sui veri motivi della sua permanenza in Argentina dichiarandosi un impiegato amministrativo e non direttore (ex dal 2003) dell’unico seminario lefebvriano nel paese. Tanto è bastato per poter far scattare la misura e dichiararlo persona non grata.
L’Argentina, dove vive la seconda più importante diaspora ebraica dopo quella statunitense, ha una storia complicata per quanto concerne tanto la questione dell’antisemitismo come quella di essere un paese rifugio di nazisti. Alla fine della guerra, insieme agli Stati Uniti, al Sud Africa, al Cile, al Paraguay, all’Unione Sovietica e altri paesi vi poterono trovare rifugio centinaia di criminali di guerra, con la connivenza, come altrove, di apparati dello Stato.
In Italia il più famoso di questi è Eric Priebke, uno dei boia delle Fosse Ardeatine, rintracciato a Bariloche, che sta scontando la sua pena a Roma. Nel mondo il caso più famoso è quello del capo della sezione ebraica delle SS Adolf Eichmann. Catturato proprio in Argentina con una epica operazione dal Mossad, il servizio segreto israeliano, fu condotto in Israele (Cfr. H. Arendt, La banalità del male), processato e finalmente giustiziato.
Più tardi, nel 1994, l’Associazione Mutuale Israelo-Argentina (AMIA) fu vittima del più grave attentato terroristico della storia argentina. Una bomba dai contorni tuttora non chiari, anche se i processi non conclusi disegnano una trama che coinvolge l’Iran, Hezbollah e perfino il governo di Carlos Menem, come presunti colpevoli, uccise 85 persone.
Tra le speculazioni sulla possibile destinazione di Williamson non c’è di sicuro la Germania, dov’è sotto processo per negazionismo e finirebbe in carcere ma, a patto di evitare estradizioni, ci sono sia la Gran Bretagna che l’Italia, su entrambe le sponde del Tevere. Evitare che entri nel paese potrebbe essere un sussulto di dignità di un’Italia che la sta perdendo.

fonte www.gennarocarotenuto.it


 

L’offensiva diplomatica dell’Obama Team

Barack Obama in Canada per la prima visita all’estero da presidente. Il suo segretario di Stato in azione in Asia e il capo del Pentagono in Europa a chiedere piu’ sforzi agli alleati della Nato in Afghanistan. Unito alle delegazioni americane di alto profilo che si muovono in Medio Oriente, e ai colloqui romani della ’speaker’ della Camera, Nancy Pelosi, lo scenario e’ quello di un’offensiva
diplomatica statunitense su scala globale. […]

Un mese dopo l’Inauguration Day, dopo aver dedicato l’inizio del proprio mandato alla situazione economica interna e a varare il maxipiano contro la crisi, Obama entra nella ‘fase due’ del piano dei primi 100 giorni dell’amministrazione. L’America ha cominciato a offrire un assaggio del nuovo approccio che intende avere sul palcoscenico internazionale, muovendosi - annota il
politologo Joe Klein su Time - con il passo lento della diplomazia, ”interrotto di tanto in tanto dalle scie del lancio di missili Hellfire sul Waziristan”, l’area del Pakistan dove la Cia da’ la caccia a taleban e Al Qaida.

Lo stile della politica estera realista e pragmatica con cui Obama apre il proprio mandato, e’ quello di cui il vicepresidente Joe Biden aveva fornito un primo assaggio giorni fa a una conferenza a Monaco di Baviera, vero momento di debutto internazionale per la nuova amministrazione. ”Ascolteremo e consulteremo gli altri”, ha promesso Biden, mettendo da parte
la guerra preventiva e la ‘lotta alla tirannia’ dell’epoca di George W.Bush per puntare su una disponibilita’ a parlare anche con l’Iran e a ”premere il tasto di reset” nei rapporti con Mosca. Cosi’ a Seul il segretario di Stato Hillary Clinton ha sottolineato con gli alleati asiatici la necessita’ di un nuovo tipo di dialogo per fare i conti con la rinnovata bellicosita’ della Corea del Nord, mentre il presidente Obama a Ottawa ha discusso tra l’altro di energia pulita, un tema sul quale la precedente amministrazione americana si e’ trovata spesso isolata nel mondo.

Segni di disgelo emergono nei rapporti tra Usa e Siria, dopo cinque anni di tensioni: a Damasco e’ atteso John Kerry, il presidente della commissione affari esteri del Senato americano, reduce da quella che e’ stata, oggi, la visita di piu’ alto livello di una delegazione statunitense a Gaza dal 2000.

Kerry, ex candidato presidente e alleato di ferro di Obama durante la campagna elettorale, si e’ recato nella Striscia insieme a due deputati del Congresso. Gli incontri con Hamas sono stati evitati, ma il segnale e’ stato comunque forte.

In un panorama caratterizzato dal proporre una diversa immagine della politica estera americana, restano pero’ anche segnali forti di altro tipo. Il lancio di missili dai droni controllati dalla Cia e’ aumentato di ritmo nelle regioni pachistane al confine con l’Afghanistan, mentre il fronte afghano sta assumendo sempre di piu’ i contorni di quella che pare essere destinata a diventare ‘la guerra di Obama’, dopo la decisione del presidente di inviare altri 17.000 militari di
rinforzo. Washington non manca in alcuna occasione di ricordare agli alleati della Nato che si aspetta un loro maggior impegno a Kabul e dintorni. Lo ha fatto nei giorni scorsi la Pelosi a Roma
- nei limiti imposti dal suo ruolo istituzionale - e lo ha ribadito, con assai piu’ forza, il capo del Pentagono Robert Gates alla riunione dei ministri degli Esteri della Nato a Cracovia.

”Il nostro messaggio - ha affermato Gates - e’ che la nuova Amministrazione e’ pronta a prendere impegni aggiuntivi in Afghanistan. Ma c’e’ ovviamente la chiara aspettativa che gli
alleati facciano anche loro di piu’ ”. Per Gates, la risposta data finora dagli Alleati alla richiesta di un invio supplementare di forze per il periodo temporaneo delle elezioni, da due a quattro mesi, e’ ”deludente”.

 

 

http://marcobardazzi.com/blog8/2009/02/20/loffensiva-diplomatica-dellobama-team/


C'è posta per lei

Nell'era di internet, FB, YouTube, Skype, a Gaza si usano vecchi metodi per mandare messaggi. Una lettera lasciata al portone di un compound dell'Onu, trovata - per caso - dal personale onusiano, e consegnata ai visitatori americani eccellenti che per la prima volta in quattro anni si erano recati nella Striscia. C'è posta per lei, presidente. La lettera è, infatti, per Barack Obama. Il mittente, formalmente, è ignoto, perché - ha detto Christopher Gunness, portavoce dell'Unrwa - non apriamo la posta altrui. Ma tutti dicono, agenzie di stampa comprese, che è stata Hamas a mandare la lettera a Obama. Nell'unico modo in cui era possibile, visto l'isolamento di Gaza, e cioè con una lettera consegnata a mano a un intermediario.

I primi segnali, dopo l'insediamento di Obama, sono di un sostanziale cambiamento rispetto alla linea seguita dall'amministrazione Bush. Non solo per la visita di John Kerry, che pure si è guadagnato una grande foto sulla prima pagina dell'International Herald Tribune. Ma anche perché George Mitchell, dice il Jerusalem Post, sembra si stia spendendo per un governo di unità nazionale tra Fatah e Hamas. Un bel cambiamento, non c'è che dire, dai tempi in cui l'amministrazione americana si spendeva, al contrario, per spegnere qualsiasi possibilità di mettere in piedi un governo di unità nazionale... Era il 2006-2007, di occasioni ne furono sprecate parecchie.

Nel mentre, son cominciate le iniziative dal basso per togliere Hamas dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche dell'Unione Europea. Petizioni dai movimenti di base, per ora. Niente di più.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Mutui e accampamenti : la maledizione delle case inglesi
di Giulia Alliani

L'anno scorso uno dei nomadi l'aveva predetto: le autorità locali avrebbero impiegato almeno otto anni per riuscire a buttarli fuori. Pochi giorni fa, la tradizionale capacità divinatoria, che viene unanimemente ri conosciuta agli zingari, é stata ancora una volta confermata.

Il loro rappresentante, nella sua predizione, non é andato troppo lontano dalla realtà: forse gli anni non saranno otto, ma cinque certamente sì, e forse anche di più. I 64 nomadi che, grazie ai quattro giorni di vacanza dei funzionari addetti al p iano regolatore, erano riusciti a costruire a tempo di record, su un appezzamento di terreno in Inghilterra, nei Cotswold, un accampamento illegale, provvisto d i elettricità e condutture per l'acqua, hanno ottenuto da un ispettore governati vo il permesso di rimanere nel sito prescelto per altri quattro anni.

Il Consiglio del distretto di Stratford-on-Avon aveva rifiutato di concedere un permesso retroattivo e aveva ingiunto agli zingari di andarsene, ma i nomadi avevano proposto appello. Era quindi seguita un'inchiesta pubblica in dicembre, ter minata la quale, l'ispettore del Governo, Phillip Crookes, ha garantito a 16 fam iglie un permesso provvisorio che scadrà nel 2013.

Secondo l'ispettore, nella zona c'é una carenza di campi nomadi e la misura adottata dovrebbe dare alla comunità, che conta un centinaio di persone, il tempo necessario per cercare "dei siti alternativi e garantire ai bambini un passaggio senza strappi ad altre scuole se ciò si rendesse necessario". La notizia é stata accolta con irritazione dagli abitanti del posto, che hanno visto crollare il valore delle loro case, e dai loro rappresentanti, che giudicano semplicemente patetico il fatto che la decisione permetta a dei gruppi di indi vidui di violare il piano regolatore al cui rispetto tutti sono tenuti.

Nella zona, prevalentemente rurale, conosciuta e apprezzata per i suoi luoghi idilliaci, a poche centinaia di metri dall'accampamento, sorge anche la casa di campagna di proprietà dell'ex-marito del ministro laburista Tessa Jowell, l'avvoca to David Mills, attualmente sotto processo a Milano, unico imputato di corruzion e in atti giudiziari dopo lo stralcio della posizione del presidente del Consiglio Berlusconi, in conseguenza del Lodo Alfano.

La sentenza di primo grado dovrebbe essere pronunciata nei prossimi giorni.


www.osservatoriosullalegalita.org



febbraio 20 2009

Il futuro politico di Veltroni

 

Dunque, appena nato il PD ha affossato il governo Prodi. Veltroni ha intrapreso una efficacissima campagna per distruggere tutto quello che c’era alla sinistra del PD, ha fatto un’alleanza con Di Pietro e senza la sinistra che ha consegnato il paese alla dittatura, ha poi cominciato a far fuori il PD, facendo di tutto tranne che opposizione, tanto che Di Pietro e Casini appaiono quali oppositori più credibili. Ha condotto il PD a una sconfitta dopo l’altra permettendo al peggior governo, alla peggior alleanza e alla peggiore feccia politica degli ultimi 60 anni di presentarsi come illuminati statisti. Ha cominciato a parlare di dialogo, di collaborazione e di fair play mentre “il principale esponente dello schieramento avversario” usava le armi pesanti della propaganda e della gestione disinvolta del potere dittatoriale. Infine, dopo aver fatto a pezzi qualsiasi rimasuglio di una tradizione politica ha lasciato tutto dicendo “non è il partito che sognavo”…

Ora tutti si interrogano cosa farà Veltroni! Facile, insieme a Mastella sarà il candidato a sorpresa del PDL alle prossime elezioni europee.http://candidocandido.blogspot.com/


Oltre l’orificio

L’avete notato anche voi? Da circa una settimana gli stupri sono aumentati esponenzialmente fino ad occupare tutto lo spazio rotocalcabile e a raggiungere la sorprendente frequenza di due stupri al secondo (lo stupratore viene messo in fuga da un uomo stuprato a sua volta, il mezzobusto annuncia un nuovo stupro oltre allo stupro che sta subendo adesso, lo stuprato stupra lo stupratore durante lo stupro, lo stupratore si stupra da solo). Che così è anche brutto, no? Cioè per come la vedo i giornali si giocano contro, neanche lo sanno, perché prima avevi il tempo di appassionarti alla storia, di identificarti con la vittima e di odiare con forza lo stupratore e di lasciarti cullare per un attimo dalla strumentalizzazione e dai dolci sogni di orrende ritorsioni tramite pene medievali sapientemente inferte, ma così, voglio dire, così non ci capisci più niente, cominci a mescolare le cose e finisce che le notizie e dunque i fatti non sembrano più notizie o fatti ma fredde stringhe scomponibili composte di elementi intercambiabili - il romeno coi baffi che ha violentato la ventenne a Padova nella biblioteca con il candelabro - ed è normale che ti desensibilizzi e ti deconcentri e perdi la reale dimensione dei singoli stupri.
Non voglio dire niente su questo fenomeno (che avrà di sicuro anche un nome) per il quale se c’è un caso di meningite, nel giro di un mese saltano fuori altri venti casi di meningite (casi di meningite in Italia mediamente in un anno: 811. 811 diviso 12? 67 e rotti. Ma scommetto che non è importante) e uno allora dice “bon, ci siamo: moriremo tutti di meningite” e giù a fare la fila per il vaccino e a sentirsi tutti i sintomi autoevocabili della meningite, compresa la confusione mentale (unico a non scomparire passato l’allarme), e a pensare che però, dai, è brutto morire così, di meningite, o almeno è quello che si pensa fino all’arrivo del primo sasso lanciato dal cavalcavia e allora, niente, a farsi fottere la meningite, patetica piaga senza thrilling, ecco un vero flagello come si deve, ecco qualcosa che ci fa paura e ci fa incazzare per bene, e subito, di nuovo, ecco una piovigine di sassi, sette milioni di sassi lanciati dai cavalcavia di tutto il mondo nel giro di tre giorni e tutti a dire “visto che roba? non era la meningite, saranno i sassi” e tutti a prendere precauzioni per sopravvivere all’ondata di sassi, ma intanto, contro ogni possibile previsione, alcuni anziani in fila per il vaccino contro i sassi vengono stuprati dai soliti extracomunitari che non si capisce perché non fanno l’amore tra di loro, se gli piace tanto (ma cosa vuoi mai sentire durante uno stupro? Mica è quello, il punto. Non è il sesso: è lo stupro. Ecco perché io sono sempre dell’idea di lanciare lui e il suo pene, in due capsule separate, nello spazio, con l’interno della sua capsula rivestita di foto porno e quello della capsula del pene rivestita di foto di varicoceli. Perché non è la giustizia: è la cieca vendetta), e allora si è costretti ad andare avanti così, passando dai sassi agli stupri, e tutti subito convinti che tutte le donne moriranno di stupri e che noi uomini ci estingueremo perché non avremo più corpi da usare come comode incubatrici (la donna non deve essere anche viva, per meritare di essere conservata, no? Hanno mica detto così, pochi giorni fa? È l’ultimo ritrovato in fatto di cazzata bioetica: art.1. definiamo vive tutte quelle donne che possono ancora svolgere le loro normali funzioni di forno a legna), comode incubatrici per i nostri figli geneticamente modificati che serviranno allo scopo finale, scopo che tutti sappiamo bene ma ci guardiamo bene dal dire, cioè usarli come piccoli e graziosi armadietti rosa paffuti dove riporre temporaneamente la nostra personale riserva d’organi (ogni anno un bambino nuovo, così, dovesse servire, il nostro medico personale ci farà scegliere tra un fegato del 2004 e uno del 2007, descrivendoci l’annata e le caratteristiche e… ma no, che cosa sono quelle facce tristi?). Sono proprio un villano, uno che vuole capire male a tutti i costi. Mica si intendeva dire che le donne sono solo incubatrici sfornafigli, dai. Si voleva dire che, hai capito, no? Come li fai, i figli? E dai.
Comunque non è importante. Troppa notizia uguale desensibilizzazione.  Anche gli stupratori finisce che non sanno più cosa inventarsi, per distinguersi, e cominci già a sentire di gente che stupra persone o cose oggettivamente non stuprabili, come donne molto vecchie e malate, voglio dire, un po’ di rispetto, perché di questo passo il rischio è che gli stupratori si portino all’estremo e qual è l’estremo dello stupro? Beh, facile: il limite è l’orifizio, no? Puoi arrivare a stuprare di tutto, purché abbia l’orifizio, che è uno dei due elementi necessari perché lo stupro sia in atto, l’altro elemento è il corpo penetrante, se non ci sono corpo penetrante e orifizio non c’è lo stupro (ah, sì: il consenso, mi dimentico sempre del consenso. Che cosa terribilmente noiosa, la burocrazia) e quindi il limite sarà oltrepassato quando, dopo aver provato tutte le combinazioni possibili donna, uomo, razza, nazione, sesso, orifizio, corpo penetrante usato (vecchia italiana stupra gallina ripiena usando pene reciso badante marocchino albino), si passerà il limite e si andrà oltre l’orifizio e allora sì, belli miei, allora sì che saremo in pericolo, saremo davvero tutti in un grosso, serio pericolo senza vaccino.
Quando lanceranno un vecchio senza vagina da un cavalcavia contro un pollo malato di meningite e quello sarà l’equivalente di uno stupro, allora vedrai a che ti servono le ronde di rubicondi contadini analfabeti col fazzoletto verde e le ramazze. Quando l’evento sarà in una configurazione che è oltre le tue possibilità di comprensione, l’evento continuerà ad esistere e ad evolversi e invece tu verrai spazzato via come acqua sporca puzzolente. Mandami la foto delle facce degli uomini della tua ronda quando un frigorifero ripieno di genitali vi passerà sopra le teste mandando in diffusione Benigni che legge la Divina Commedia, per favore. Voglio proprio vedere. http://www.chinaski77.splinder.com/

Il Millsgate, saperlo dal «New York Times»


mills-daviddi Lorenza Gesualdi - Megachip

Lo veniamo a sapere dal «New York Times», che l'avvocato inglese David Mills è stato condannato a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dal Tribunale di Milano, laddove il corruttore è un eminentissimo ed emittentissimo politico, protetto da una legge apposita che lo rende “più uguale degli altri” e perciò non processabile. Certo, non è che i nostri grandi quotidiani arrivino a bucare del tutto la notizia. Basta stemperarla, sottrarla alla vista con articoli-francobollo. La prosa secca del grande quotidiano newyorchese racconta i fatti, non senza lo sgomento di chi si aspetterebbe che per una simile responsabilità sancita da una corte il politico si dimetta, e invece si dimettono i suoi avversari.


Già il titolo racconta il fatto nudo e crudo: “L’Italia ritiene un avvocato colpevole di aver percepito tangenti per coprire il premier”. Ecco la cronaca del «New York Times»:

«Un tribunale di Milano martedì ha emesso una sentenza che avrebbe fatto crollare il sistema politico di molti paesi. Ha giudicato l'avvocato britannico David Mills colpevole di avere intascato 600mila dollari in cambio della sua falsa testimonianza per proteggere il premier italiano Silvio Berlusconi. In Italia la sentenza non è stata neppure la prima notizia dei tg serali. Un onore che invece è toccato al principale avversario politico di Berlusconi, Walter Veltroni, che si è dimesso martedì dopo la sonora sconfitta alle elezioni amministrative in Sardegna, dove il Partito Democratico uscente ha perso contro il figlio del commercialista di Berlusconi. Così la notizia del giorno non è stata la corruzione di Berlusconi ma la sua esondante stretta di potere sull'Italia. Mills afferma di voler ricorrere in appello. “Sono innocente, ma questo è un caso eminentemente politico” ha affermato. Infatti Berlusconi era coimputato fino all'anno scorso, quando ha fatto spingere dal Parlamento una legge che garantisce ai vertici del Stato, ed in particolare a lui stesso, l'immunità dall'azione giudiziaria durante il loro mandato.

Tuttavia nella logica capovolta della politica italiana, la sentenza è sembrata più che una sconfitta per Mills, un'altra vittoria per Berlusconi, che nei 15 anni in cui ha dominato la vita politica italiana è riuscito a trasformare ogni grana giudiziaria capitalizzandola politicamente.

Miliardario e proprietario del più grande impero mediatico privato del paese, Berlusconi è stato ripetutamente condannato per corruzione, se solo si prendono in considerazione le accuse ribaltate in appello o decadute per sopraggiunti limiti di prescrizione. Si è sempre dichiarato innocente in tutti i casi. Più Berlusconi modella il sistema a suo vantaggio e più gli italiani sembrano ammirarlo.»

Mentre il più quotato dei quotidiani forestieri dava grande risalto a questi fatti, le nostre gazzette si perdevano dietro l’ennesima gaffe internazionale del presidente del Consiglio, la trivialità sui desaparecidos argentini, con l’effetto di fare slittare in fondo pagina un caso che - viene osservato giustamente - «avrebbe fatto crollare il sistema politico di molti paesi». L'Argentina di oggi è già più avanti.

Articolo di riferimento: Rachel Donadio, Italy Finds Lawyer Guilty of Taking a Bribe in Exchange for Protecting the Premier, «The New York Times», 17 febbraio 2009.
Link: http://www.nytimes.com/2009/02/18/world/europe/18italy.html?_r=1.
Traduzione a cura di Paolo Maccioni per Megachip.


Altri articoli sul caso Mills comparsi in organi di stampa stranieri:

British lawyer convicted in Berlusconi case, «Herald Tribune»:
http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=20239786
http://www.iht.com/articles/ap/2009/02/17/europe/EU-Italy-Berlusconi-Trial.php.

John Hooper, David Mills guilty of taking bribe linked to Berlusconi trials, «The Guardian»:
http://www.guardian.co.uk/politics/2009/feb/17/david-mills-silvio-berlusconi-trial.

Allegra Stratton, Background: Tessa Jowell, David Mills and Silvio Berlusconi, «The Guardian»:
http://www.guardian.co.uk/politics/2009/feb/17/jowell-mills-berlusconi-background

Vincent Boland - Guy Dinmore, David Mills sentenced by Milan court, «Financial Times»:
http://www.ft.com/cms/s/0/812a727e-fd22-11dd-a103-000077b07658.html

David Bebber, David Mills sentenced to jail for accepting Berlusconi bribe, «The Times»:
http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article5753034.ece

Ultimo atto

Bisogna riconoscere  che Walter Weltroni ha mantenuto intatto il suo stile di leadership anche dopo le dimissioni. La sostituzione di Carlo Rognoni con Giorgio Van Straten nel Cda della Rai, per esempio è una cappellata che si misura in parsec. Pienamente in linea, quindi, con le regole dalla casa.
paferrobyday

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Qui non si parla di economia

 

Sul sito della Fed di St.Louis è possibile comparare l’andamento attuale di quattro metriche fondamentali dell’economia statunitense (produzione industriale, occupazione, reddito reale, vendite al dettaglio reali) con quello storico, rispetto ai punti di svolta del ciclo economico. I dati sono inequivocabili: siamo ormai prossimi alle peggiori performance storiche (in alcuni casi, siamo oltre), e soprattutto colpisce la velocità di caduta del livello di attività. Questa caratteristica dell’attuale recessione/depressione rende l’attività previsiva ancora più futile del solito, se possibile, anche se il senso comune suggerisce che in queste settimane la regola sia la revisione al ribasso. E quello che vale per gli Stati Uniti sembra valere (forse in modo accentuato) anche per l’Unione Europea e l’Asia, che peraltro hanno economie basate in misura determinante sull’export anziché sui consumi. Ora, è vero che un ministro non dovrebbe stracciarsi le vesti sulla congiuntura, ma gli si richiederebbe almeno del sano realismo. Quello che sembra difettare all’esecutivo italiano. E’ di ieri la reprimenda del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, contro i “corvi” dell’Ufficio Studi di Confindustria, che ardiscono rivedere al ribasso le stime di (de)crescita italiana rispetto a quelle di Ocse e Fmi. Ma che vogliono questi ingrati, altri soldi? Oppure lavorano per il Re di Prussia, ora trasformatosi nell’”esercito di Franceschiello-Franceschini“?

L’ipotesi-risposta più verosimile è che Paolazzi e colleghi lavorino su dati ad alta frequenza e/o su surveys più aggiornate di quelle delle grandi istituzioni internazionali, e in tal modo colgano meglio la velocità di deterioramento. E’ piuttosto intuitivo che sia così, almeno per un centro studi di una grande associazione imprenditoriale occidentale. Poi, potrà anche esserci un bias, ma in passato si è errato per eccesso di ottimismo. Scajola sembra ripercorrere, a tempo abbondantemente scaduto, il sentiero del premier, che sosteneva che la soluzione della crisi era “dentro di noi”, cosa vera solo in minima parte, nell’attuale congiuntura. Salvo poi dirsi “preoccupato”.

Non è naturalmente tutta colpa dell’esecutivo, che si trova a gestire un paese in profonda e forse irreversibile crisi fiscale, ed anche per questo motivo appare meritoriamente anti-protezionista. Purtroppo, il timing di questo governo ha sinistramente coinciso con la peggiore crisi globale degli ultimi ottant’anni, ma le risposte finora adottate sono state incrementali e al margine, qualora non più propriamente marginali. Quanto alla povera Emma Marcegaglia, non può certo essere accusata di disfattismo economico e di posizione antigovernativa, lei che da mesi cerca in ogni modo di compiacere l’esecutivo, anche a costo di smarrire il senso del ridicolo e gettare alle ortiche la sua laurea bocconiana, e che è riuscita finora a strappare solo qualche risultato di facciata, come il protocollo d’intesa del 22 gennaio sulla riforma della contrattazione collettiva, sulla cui efficacia si nutrono seri dubbi. Ora poi la presidente si trova a fronteggiare anche la rivolta delle piccole imprese, che hanno forti e crescenti tensioni di liquidità, ed è stata costretta a lanciare non un sasso ma un colpo di mortaio in piccionaia, con la proposta sul mantenimento in azienda del Tfr per un anno.

Purtroppo questa dialettica è il prodotto di una classe dirigente (politica ed imprenditoriale) che non riesce a cogliere appieno la gravità della crisi, e quando lo fa non è comunque in grado di ragionare nel senso della discontinuità e di perseguire un riformismo forte, e finisce col muoversi per parrocchiale riflesso emergenziale e schierando i propri megafoni di stampa. Valga per tutti l’argomentare di Scajola: le principali istituzioni economiche sovranazionali accreditano l’Italia di non avere avuto l’implosione del sistema finanziario né il collasso del sistema immobiliare. Ma il ministro dovrebbe sforzarsi di comprendere che le fonti di crisi sono molteplici e differenziate: quando si ha un paese che non cresce da tre lustri, periodo al quale ha presieduto questa classe politica, senza eccezioni, il minimo che un osservatore esterno e neutrale possa argomentare è la corresponsabilità dell’intera classe politica e ampia parte di quella imprenditoriale. Poi, basta guardare i dati di produzione industriale (e lo stesso Pil del quarto trimestre 2008) per realizzare quanto malata è l’Italia. Lanciare accuse di disfattismo economico serve a ben poco, se non a coprire di ridicolo il lanciatore. Anche con la copertura onirica di media compiacenti, come l’ormai fidelizzato (nel senso dello stile di Fede) Tg5, che ieri sera ci ha rallegrati con l’apertura della procedura per deficit eccessivo a carico, tra gli altri, di Germania e Francia, “ma non dell’Italia”. Per quella occorre solo attendere, (e neppure troppo a lungo), e anche in quel caso si tratterà di un complotto dei “corvi”.

Qui non si parla di economia, qui si lavora. Almeno, chi può ancora permetterselo.

Update: toh, che coincidenza: il Fondo Monetario Internazionale dovrà molto probabilmente rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2009 rispetto alle previsioni del mese scorso perché le condizioni economiche stanno “andando di male in peggio“. Lo ha detto oggi a Parigi il direttore generale del Fmi Dominique Strauss-Kahn. “Tutte le informazioni che stiamo ricevendo da quando abbiamo fatto le nostre previsioni indicano un peggioramento della situazione”, ha detto Strauss-Kahn. Ma non ditelo a Scajola, disfattisti.http://phastidio.net/2009/02/19/qui-non-si-parla-di-economia/#more-2646


Mastella, teocon famiglia




Immagine di Roberto CorradiVanity Fair, 18 febbraio 2009


Tra le mozzarelle e le vongole Clemente Mastella ha sempre scelto i princìpi. Ne avanzava un piatto fumante alla tavola del Cavaliere, apparecchiata per le prossime Europee: ci si è accomodato coi gomiti larghi, intimando il silenzio ai commensali circostanti, fulminati con un preventivo “Chi pensa male è un farabutto”. Ma il silenzio è diventato una risata. La quale anziché spettinarlo dalla vergogna, ha funzionato come un salvacondotto, insieme con gli occhioni stupefatti d’eterno garzone della politica, servitore con zelo, anche a sessant’anni suonati, dai tempi di De Mita a quelli di Cossiga, passando per quasi tutti.

“Che ci volete fare? E’ Mastella!” Il “Teocon Famiglia” secondo la formidabile definizione del Sole 24 Ore. Quello con il finanziamento pubblico incorporato. Il seggio garantito. La processione dei sindaci del Sannio. La villa a Ceppaloni. Le melanzane, la pastiera. Le storielle per rallegrare il capo di turno. E la scorta: fino a ieri (comicamente) affidata alla polizia penitenziaria, in quanto ex Ministro di Giustizia e non in qualità di fragile consorte della temuta Sandra, arrestata domiciliarmente per certe sonore telefonate, nelle quali ragionava (in verità) più di primari che di princìpi, e con gli artigli ben conficcati nel sommo bene: le Asl

Non ci sarebbe niente da ridere davanti a una simile deriva della politica: il tradimento a sinistra ripagato a destra. La coltellata a Prodi e il seggio a Strasburgo. Lo scandalo senza scandalo. Ma andrà peggio con i prossimi fuochi d’artificio, se sono veri i pronostici, lui avversario di Antonio Bassolino, stessa circoscrizione. Epica lotta: Godzilla contro King Kong. Per raccontarlo ci vorrà Dario Argento.
(Immagine di Roberto Corradi)
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Catone in segreteria

Caro futuro Segretario del PD,

che tu sia verde o rosso, bianco o nero, Diesse o Margherita, maschio o femmina, o altro, c'è un solo consiglio che mi sento di darti.
Qualsiasi saranno le cause su cui ti spenderai (ecco, magari non spenderti più di tanto contro i rincari a Sky), qualsiasi saranno le parole che sceglierai di usare, io ti propongo semplicemente di terminare con un ritornello semplice e riconoscibile. Come Marco Porcio Catone, te lo ricordi quando al ginnasio si tirava fuori Marco Porcio Catone? le matte risate.

Va bene, caro futuro Segretario del PD, che tu abbia fatto il ginnasio o no; Marco Porcio Catone era quel vecchio senatore Romano col pallino di Cartagine. Che era già stata sconfitta non in una, ma in ben due Guerre Puniche; umiliata e sottomessa. Ma questo non era abbastanza per Marco Porcio Catone. Lui sapeva che per quanto la si potesse umiliare e sottomettere, Cartagine era lì, al centro del Mediterraneo, in una posizione strategica per il traffico marittimo. E quindi sarebbe tornata grande prima o poi. Sicché c'era soltanto una cosa da fare se si aveva a cuore il futuro di Roma: distruggere Cartagine.
I colleghi senatori lo prendevano per matto e rimbambito; e in effetti lo era; ma lui non demordeva e di qualsiasi cosa parlasse in aula terminava sempre con lo stesso ritornello: bisogna distruggere Cartagine. Sul serio, peccato non avere i resoconti stenografici:

FLACCO: “Chiedo al Senatore di avviarsi alla conclusione, grazie”.
CATONE: “Certo. E quindi, senatori, terminando il mio intervento sull'esigenza di migliorare la viabilità sulla Via Salaria, vi rammento che occorre distruggere Cartagine”.

Se poi non ti ricordi come andò a finire, caro futuro Segretario del PD, non c'è problema, te lo rammento io: dai e dai, alla fine il vecchio Catone li convinse. Trovarono un pretesto, fecero una terza guerra punica, distrussero Cartagine e sulle rovine sparsero il sale. Potenza dei ritornelli.

E quindi, caro futuro Segretario: quando t'inquadreranno e ti chiederanno di dire la tua sugli stupri, la criminalità, la crisi dei consumi, degli impieghi, dei parcheggi, la mafia, la camorra, i rifiuti, i malati terminali, gli atei, i gay, Sanremo, la commissione vigilanza, gli stupri... tu di' quello che devi dire, Futuro Segretario, e non aver paura di essere franco e sincero. Però cerca di mantenere l'attenzione fino alla fine, e alla fine piazza una frase che sarà sempre la stessa, la tua Delenda Carthago, e potrebbe suonare così: chi ha corrotto David Mills?

Per farti degli esempi:
“Segretario del PD, La Russa propone la castrazione chimica per gli stupratori, lei cosa ne pensa?”
“Per castrazione chimica s'intende una cura ormonale temporanea che di solito si scambia con uno sconto di pena, e che aumenta l'aggressività dei pazienti. Solo a La Russa potrebbe venire in mente di aumentare l'aggressività dei maniaci sessuali, magari facendoli uscire di galera un po' prima. Propongo una cura a base di sviluppina per il nostro Ministro della difesa, e nel frattempo mi domando: chi ha corrotto David Mills?”

“Segretario del PD, le è piaciuta la canzone di Povia?”
“Mah, la melodia mi sembra di averla già sentita... quanto al testo, è la storia di una persona che a un certo punto cambia il suo orientamento sessuale. Spero che in Italia si continui a garantire il diritto degli individui a interrogarsi sulla propria identità sessuale, e a cambiarla, e già che ci sono mi domando: chi ha corrotto David Mills?”

Rideranno di te? Lasciali ridere. Ma non dar loro respiro. Questa domanda dev'essere la prima cosa che si ricordano al mattino. L'ultima cosa che si ripetono alla sera. Deve echeggiare nei loro sogni: chi ha corrotto David Mills? Finché un giorno, in un attimo di debolezza, proveranno a risponderti. Ma tu sai, ma noi sappiamo, che nessuna risposta li renderà liberi.

“Segretario del PD, come andranno le Europee?”
“Forse perderemo. Nel qual caso a Bruxelles partiranno altri allegri aeroplani imbottiti di leghisti che non capiscono l'inglese che i loro figli imparano all'asilo. Se è un modo per liberarsi dagli incapaci, pazienza. Ehi, a proposito, who corrupted David Mills?”

Che tu sia come quella canzone che al primo ascolto sai, che non potrai liberartene senza fartela piacere.http://leonardo.blogspot.com/


Nel paese reale esiste ancora una sinistra

L’otto settembre della sinistra italiana? Non confonderei il tramonto di una piccola e stanca oligarchia con la scomparsa di un pezzo d’Italia che continuerà a chiedere rappresentanza e governo fuori dal berlusconismo. D’accordo, dentro quelle stanze la situazione è pessima. D’altra parte se la sono cercata, e non da ieri. Ma se si mette anche solo la punta del naso fuori dalla porta la situazione appare tutt’altro che disperata. Perché nel nostro paese un Partito democratico esiste ben da prima che gruppi dirigenti già sconfitti si inventassero un’ultima ancora di salvezza. Ed è destinato a sopravvivere all’implosione forse definitiva degli equilibri che quei gruppi si erano dati.

Quel partito era e rimane il partito di coloro che da quindici anni votano nella stessa direzione, chiedendo più o meno le stesse cose. Non sono necessariamente gli italiani migliori, nel senso perbenista raccontato dalla mitologia morale del post-comunismo. Forse non sono nemmeno i più solidali d’animo ma chiedono un welfare che funzioni, anche se trasformato in profondità, perché si fidano pragmaticamente delle virtù del vincolo sociale. Sono quegli stessi italiani che, credenti o non credenti, riconoscono alla fede religiosa una dignità che ha poco a che fare con le ideologie del neo-laicismo e del neo-clericalismo. Si aspettano un servizio decoroso dalla scuola pubblica non da militanti partigiani dello statalismo, ma perché auspicano che i propri figli abbiano un futuro migliore di quello che è toccato in sorte a loro. E quindi credono, ancora una volta pragmaticamente, nelle virtù della mobilità sociale. Quegli elettori sono anche e in grandissima maggioranza persone che lavorano o che hanno lavorato tutta la vita, senza particolari eroismi ma con inevitabile dedizione. E quindi si aspettano che la dignità del lavoro sia tutelata, insieme ai diritti sindacali, come strumento di miglioramento delle proprie condizioni reali e non come forma di garanzia di apparati corporativi.

C’è naturalmente molto altro nella sinistra italiana, ovvero nel pezzo d’Italia che dagli anni Novanta in avanti ha votato per l’Ulivo e i suoi vari satelliti. Così come al suo interno convivono massimalisti e riformisti, credenti e non credenti, nostalgici del PCI e della DC insieme ad elettori ormai trentenni che non hanno fatto neanche in tempo a conoscere quei partiti. Ma c’è soprattutto un grado di conflittualità ereditaria molto minore di quella che ha diviso e perduto una leadership collettiva che vediamo decomporsi in questi giorni.

Non è più tempo di contrapporre una mitologica “società civile” ad un’altrettanto virtuale “politica forte”, come accadde ormai quindici anni fa all’indomani di una slavina destinata a cambiare le elite politiche nel centrodestra molto più che nel centrosinistra. Non è più tempo di farlo soprattutto perché la sinistra del paese reale ha già iniziato a produrre le proprie classi dirigenti, senza attendere il via libera del centro. Per ora è accaduto a livello locale, nelle molte città dove non governano tecnici prestati all’amministrazione ma politici di professione che hanno saputo costruire con il proprio elettorato un rapporto di classica responsabilità democratica. Matteo Renzi è uno di questi, ma molti altri come lui hanno saputo dare visibilità a quella sinistra ragionevole e popolare che chiede solo di essere rappresentata.

Ecco perché l’ipotesi della fine del PD attraverso una scissione è quanto di più lontano dalla realtà politica del paese, potendosi immaginare solo come ultima rappresaglia tribale. Mentre la via d’uscita dal pantano in cui si è cacciata questa pattuglia di reduci è forse più semplice di quanto non appaia: lasciare che la sinistra reale del paese reale si dia una leadership in grado di rappresentarla, attraverso un percorso di selezione necessariamente lungo e combattuto. Certamente non mancano i candidati possibili né il tempo, perché nei prossimi due anni non accadrà niente che richieda al centrosinistra l’assunzione di una responsabilità di governo nazionale. Quello che manca è il minimo di lucidità necessaria ad avviare il percorso. E chissà se in quelle stanze ne è rimasta almeno un po’.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/


La rivolta contro il Pd degli oligarchi
Jacobo Iacoponi
La Stampa

Insomma, e scusate la franchezza: mezza Italia è incazzata nera.
Ieri mattina c’era un signore di Mazara del Vallo che provava a telefonare insistentemente al Morning show di Red tv, la televisione che viene etichettata come dalemiana e, ironia della sorte, stavolta è diventata uno dei punti di raccolta della «Rivolta» anti-oligarchi (quando si dice eterogenesi dei fini). Non fa parte del ceto politico professionale del Pd, di mestiere è insegnante, parlava arrabbiato e civile, «la devono smettere questi qui di inventarsi soluzioni a tavolino, fanno finta di essere nemici e alla fine un accordo lo trovano sempre per spartirsi la torta...». Torta che nel frattempo è diventata un biscottino bruciacchiato.
Secondo la previsione di Red tv, tre quarti dell’assemblea di domani sarebbe per fare le primarie subito. E se è difficile fare stime, certo lo stato d’animo che meglio descrivere quello che sta succedendo in Italia di fronte al patto delle nomenklature del Pd, peraltro mai così fragile come in queste ore, è quello: incazzatura. A Red tv sono arrivate duecento telefonate in due ore. Ne hanno passate in diretta cinquanta, tutte quelle che potevano. Mario Adinolfi dice «i centralini non trovavano un buco, e onestamente abbiamo passato tutto il passabile». Sondaggio approssimativo, e senza valore statistico: non c’era una-telefonata-una che fosse a favore della reggenza; e non per astio personale verso Dario Franceschini, no: perché quei simpatizzanti non ne possono più delle logiche tribali e del modo in cui riprovano a blindare il partito.
Magari domani, narcotizzato tra i 2850 delegati dell’assemblea (ma quanti ci andranno davvero?), il dissenso non troverà espressione coesa. Ma ieri alla sezione di Ponte Milvio, quella di Berlinguer, si giravano tra le mani il sondaggio Ipr marketing, il 65% dei simpatizzanti indignati per il pasticcetto servito dai capi. E i dubbi ormai investono persino una fetta del partito. Si ribella agli oligarchi-democratici (paradosso non solo linguistico) mezza Italia, si ribella anche una parte di Pd.
Stefano Ceccanti, lo studioso di riforme del gruppo del segretario, racconta «mi ha scritto un mucchio di gente scontenta, elettori delle primarie preannunciano che si autoconvocheranno davanti alla Fiera di Roma chiedendo di fare subito le primarie, cosa che si potrebbe fare anche con consultazione abbreviata». Filippo Penati consiglia a Franceschini di non prestarsi, «le scelte burocratiche e provvisorie non servono, servono scelte straordinarie». Sergio Cofferati, che molte leve può ancora muovere, chiede addirittura di fare il congresso subito (idem il governatore ligure Burlando); e nella Cgil, che mai ha scordato il Cinese, raccontano di un «malumore molto forte». Roberto Gualtieri accusa la «deriva oligarchica». E fa l’esempio delle primarie di Firenze.
«Se ce l’ho fatta io è la dimostrazione che ce la possono fare anche altri», spiega appunto Matteo Renzi, «sono contrarissimo a questo stillicidio per cui si aspettano otto mesi prima di far ripartire il partito». Renzi ha firmato, assieme a un gruppo di diversi orientamenti, la petizione intitolata «non torniamo indietro» promossa da Federica Mogherini e firmata, tra gli altri, da Maurizio Martina, Francesco Boccia, Luca Sofri, Alessia Mosca. Pippo Civati, consigliere a Monza, dice «non riesco più a contenere il malcontento delle sezioni». Martina, il segretario regionale lombardo, domani scriverà una lettera ai capi del partito: cari papà-papaveri, i nostri simpatizzanti sono imbufaliti, siete sicuri sia il caso di andare all’assemblea con questo patto per la reggenza?
Dubbi che investono anche le giovani cooptate. Della Madia non si sa, ma la Mogherini viene raccontata assai in bilico, e si sta muovendo, anche con Facebook, dove si leggono in effetti cose firmate, e con la fotina (Maurizio Vitali), di questo tenore: «Vecchi totem alzate il culo dalle poltrone e largo ai giovani!». È sentire comune, variamente espresso. Al punto che ieri Gianni Cuperlo cercava di capire domandando in giro: «Ma secondo voi non è che sabato mattina (domani, nda) arriva in assemblea gente incazzata?». Claudio Caprara, direttore di Red tv, ha chiesto esplicitamente primarie subito. Left Wing, il mensile on line fondato da gente che, diciamo così, non nutriva ostilità preconcette verso D’Alema, apriva con un articolo contro la soluzione della reggenza sine die. E ieri alle otto di sera, nella storica sezione romana di via dei Giubbonari - una delle più infuriate - il capo Fabio Zuccarelli ha chiesto le primarie senza girarci intorno: «Ho capito che la nostra gente vuole questo».
È ovvio, mettere insieme la rivolta (interna) e la Rivolta (di mezza Italia) sarà politicamente difficile. La notizia è che c’è un’Italia che s’è stufata dei giochetti degli oligarchi. E persino i giochetti a volte non riescono più.


I responsabili dello sfascio

Non sono affatto sicura che i cosiddetti dirigenti del partito democratico che stanno prendendo in queste ore decisioni importanti si rendano conto fino in fondo della responsabilità che un giorno sarà loro addossata: non soltanto di aver contribuito al fallimento e poi allo sfascio del Pd, partito che doveva rappresentare il vanto dell’avvenuto rinnovamento del centro sinistra, ma, colpa assai più seria, di aver cancellato in una fase così grave, quel poco di opposizione anche se troppo debole e impacciata al governo di Berlusconi.

Non credo infatti che come ci insegnano storici e costituzionalisti che hanno condiviso il manifesto di Libertà e Giustizia “Rompiamo il silenzio”, non credo che una democrazia possa vivere senza che nel Paese e nel Parlamento che lo rappresenta via sia una opposizione degna di questo nome. L’assenza dell’opposizione non può non provocare esiti nefasti: cresce la volontà di onnipotenza di colui o coloro che governano, produce forme pericolose di “ribellismo” o di leaderismo demagogico.

Lo sfascio del Pd sta provocando un passo ulteriore sulla via di quella deriva nemica della democrazia che Gustavo Zagrebelsky ha per primo intuito e così appassionatamente denunciato.

Il Paese non se ne rende conto? Il Paese sorride ai lazzi di quegli esponenti della maggioranza che vengono costantemente mandati in Tv a deridere chi si prova a parlare ancora di giustizia per pochi (“una legge per quattro”, dice Benigni del lodo Alfano ), di conflitto di interessi, di Parlamento esautorato, di giornalisti intimiditi dal carcere, ed editori dalle sanzioni e così via. Il Paese è un paese sedotto e non ha voglia di scoprire che si tratta di un grande inganno. Gli sta bene così, gli altri, la “sinistra” è antipatica e incapace.

Possibile che attorno a questa preoccupazione principe, al fatto che si sta per consegnare completamente e senza via d’uscita l’Italia a un padrone, che la restituirà solo il giorno in cui si sarà stufato (e comunque ne avrà così stravolto le fondamenta democratiche, che la tengono in piedi a cominciare dall’unità del Paese e dalla sua storia, dalla sua civiltà, che molti faranno fatica a riconoscerla patria), possibile che consci di tutto questo fra l’ex Pd e la parte più responsabile del centro e della sinistra oggi non rappresentata non si trovi un minimo comun denominatore, una barriera da alzare insieme dicendo: da qui non si passa?

La situazione è così compromessa, l’ansia di mantenere il proprio potere così forte che non si sente più il grido di dolore che giunge dalla periferia, da tanti cittdini che assistono al consolidarsi di un regime pericoloso e vedono persino sfoggio di allegria nello sfascio?

Sarà la storia, un giorno, a suddividere le colpe e le responsabilità di chi ha consegnato per venti anni il Paese alla destra di Berlusconi. Ma nemmeno questo timore, nemmeno il pensiero dei figli e dei nipoti, sfonda la scorza delle oligarchie… Prima di tutto: il potere. Anche se fosse soltanto una briciola.

Il manifesto di LeG: Rompiamo il silenzio

 

http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2518&id_titoli_primo_piano=1



febbraio 19 2009

Ci hanno preso tutto

Ho pensato che alla guida del PD potrebbero metterci uno stupratore rumeno, vanno per la maggiore, non sarà il massimo ma come mossa mediatica regge, occorre infatti qualcosa di molto forte per spezzare l'incantesimo mediatico del Cavaliere. Perché ultimamente solo strupatori rumeni? Né ucraini, né albanesi (che si sono specializzati a investire i pedoni), solo rumeni, ci dev'essere sotto qualche fine spiegazione antropologica (licantropia ereditaria, per esempio). E' statisticamente impossibile che siano tutti rumeni, eppure dobbiamo inchinarci ai numeri. Ad esempio oggi bisogna aguzzare la vista sul Corriere per leggere "violenta la figlia adottiva di 4 anni: preso",  e infatti è stato un semplice italiano. La verità è che anche gli stupratori italiani non tirano più, soffrono della concorrenza degli stupratori rumeni (ci hanno davvero preso tutto). Ad esempio, perché le baroccopoli sono ancora lì? Ma è ovvio, perché Alemanno che discende come Cristo sulla scena del crimine è un'immagine forte che avvicina le istituzioni ai cittadini.http://formamentis.splinder.com/


 

Canzian: "I giochi dei soliti mandarini
riconsegneranno la città al centrodestra"

Antonio Canzian , vincitore delle primarie del Pd e candidato in pectore a sindaco di Ascoli per il centro sinistra denuncia che "questi giochi hanno nuovamente introdotto divisioni e lacerazioni"

 

Ascoli Piceno, - Antonio Canzian , vincitore delle primarie del Pd e candidato in pectore a sindaco di Ascoli per il centro sinistra denuncia: "I giochi dei soliti ‘mandarini’ hanno nuovamente introdotto divisioni e lacerazioni che, abbinati all’infantilismo politico di altri, stanno costruendo le premesse per riconsegnare la città al centrodestra’’.

 

Secondo Canzian "sistematicamente molti all’interno del partito hanno trascorso il loro tempo a demolirne il risultato". L’attuale assessore provinciale sottolinea che le primarie del Pd ad Ascoli come in altre città hanno visto l’affermazione di candidati del tutto estranei alle oligarchie di partito. "Questo perchè i cittadini, noi stessi, non ne possiamo più di un gioco di società che ignora i nostri problemi quotidiani", afferma Canzian il quale conclude dicendo: "Io, insieme a tutte le persone che hanno permesso questa rivoluzione dentro il Pd ascolano, non mi tiro indietro su questo difficile percorso perchè credo che i tempi e le condizioni per offrire una opportunità nuova alla città ci siano tutte e sarebbe un delitto sprecarle.

 

Comunque, se questo sarà possibile, bene. Altrimenti con un pò di delusione per il tempo perduto, ma senza recriminazioni, continuerò a fare quello che ho sempre fatto: il medico della gente".http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/ascoli/2009/02/18/152606-canzian_giochi_soliti_mandarini.shtml


 

L’importante è partecipare (The Sequel)

 

Ce l’hanno fatta: l’emendamento del Partito Democratico che eroga rimborsi elettorali a favore di partiti che, alle prosime europee, raggiungeranno almeno il 2 per cento dei voti (a fronte di uno sbarramento del 4 per cent), è stato approvato in prima lettura dal Senato con plebiscito bipartisan. Abbiamo quindi il bailout di titoli tossici come quelli di sinistra estrema ma anche di contrassegni elettorali civetta, a spese del contribuente italiano. Questo per quanto riguarda i pensosi dibattiti sui costi della politica. Quanto ai proponenti (un partito in avanzato stato di decomposizione oligarchica ma invariabilmente ammantato di superiorità morale), quando leggerete del vibrante dibattito sulle primarie, sulla democrazia partecipata, su yes-we-can e consimili onanismi mentali, pensate a questo emendamento. Indignarsi a volte ha valore terapeutico, in attesa di capire che fare di questa gente.http://phastidio.net/


D'Alimonte: «Il gioco tra elettori
e partito è cambiato: il Pd lo capisca»

Questo il commento di Roberto D’Alimonte, docente di sistema politico italiano dell’ateneo fiorentino: «Da queste primarie, i diessini ne escono male e la scelta di candidare Ventura si è dimostrata perdente»

 

«Le primarie fiorentine ci dicono che il sistema è cambiato, e che non è quello che la dirigenza del partito aveva in mente. Significativo è stato anche il risultato delle primarie di Prato dove il candidato scelto dalla testa del Pd è stato bocciato dagli stessi elettori del partito. Vi è una difficile convivenza tra elettorato e dirigenza, il gioco è cambiato ma credo che il Pd non abbia ancora capito come muoversi».

L'ANALISI DI D'ALIMONTE - Questo il commento di Roberto D’Alimonte, docente di sistema politico italiano dell’ateneo fiorentino, sull’esito delle primarie del centrosinistra per il sindaco di Firenze che ha visto l’affermazione al primo turno di Matteo Renzi. Secondo D’Alimonte «Renzi ha condotto bene la campagna elettorale, rispettando le regole e la sua vittoria è un segnale chiaro di rinnovamento e discontinuità. Da queste primarie - ha aggiunto - i diessini ne escono male e la scelta di candidare Ventura si è dimostrata perdente. Basti infatti pensare che i due candidati ex Ds messi insieme hanno preso un terzo dei voti degli altri due candidati del Pd. Adesso gli ex Ds si ritrovano con un candidato più distante e quanto successo avrà un effetto». Quanto allo primarie come strumento politico, D’Alimonte ha spiegato che «sono state un successo perchè sono riuscite a portare a votare un terzo degli elettori». http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2009/16-febbraio-2009/d-alimonte-il-gioco-elettori-partito-cambiato-pd-capisca--1501006241521.shtml


Le manette di Deborah

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Il prossimo scivolamento putiniano del nostro governo saranno le manette ai giornalisti, il carcere fino a tre anni per i cronisti che pubblicano le intercettazioni.

Intendiamoci: probabilmente nessuno finirà in galera, perché nella legge è previsto anche un multone (370 mila euro) agli editori, quindi non si troverà più uno straccio di giornale disposto a pubblicare alcunché (la censura preventiva funziona sempre meglio).

Già al quarantesimo posto nella classifica di “Reporter senza frontiere” sulla libertà di stampa (dopo Paraguay, Benin e Namibia) l’Italia scivolerà così molto più in basso, e d’altro canto questo è un passaggio quasi inevitabile in un paese dove non esistono più né un’opinione pubblica né un’opposizione.

Di ciò va ringraziata - fra gli altri - l’autrice del provvedimento, onorevole Deborah Bergamini: un’ex assistente personale di Berlusconi messa da questi in un posto strategico della Rai, dove anziché pensare al servizio pubblico faceva gli interessi politici del Cavaliere, mettendosi d’accordo per questo scopo con i dirigenti di Mediaset, teorico concorrente.

Essendo stata sputtanata in queste sue malversazioni proprio da un’intercettazione, la signora è stata sospesa dalla Rai, ma subito consolata con la cooptazione in Parlamento.

Dove si è serenamente vendicata, facendo passare la galera per i giornalisti che pubblicano intercettazioni.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Milano Expo’: il fiasco della Padania

Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
Milano come Napoli: paralizzata da interessi famelici che neanche fingono più un’inesistente dignità politica, tanto la partita (miliardaria? speremm…) dell’Expo’ 2015 si gioca tutta nella sola metà destra del campo. Dopo la débacle di Malpensa e la nascita di una fragile compagnia aerea romanocentrica, l’idea nordista si avvia a sbattere in un nuovo fallimento. Non più solo il taciturno Tremonti, ma anche i leghisti e il saggio architetto Gregotti fanno balenare il dubbio: ha davvero senso investire 12 miliardi per un’Esposizione nel mezzo del cataclisma sociale provocato dalla recessione? Non sarà una favola la previsione di 29 milioni di visitatori e 70 mila posti di lavoro per un evento dai contorni indefiniti, col rischio di replicare la mangiatoia di Alitalia nutrendo gli immobiliaristi superstiti a spese del contribuente?
Gli undici mesi seguiti alla designazione di Milano come sede dell’Expo’ 2015 sono stati contraddistinti da una rissa invereconda. Il sindaco-commissario contro il ministro restio ad allargare i cordoni della borsa, e poi Assalombarda, l’Ente Fiera, la Regione, la Lega che gioca in proprio, il ministro milanese di An in perenne sodalizio con Ligresti. Tutti a contendersi i posti chiave in cui si decideranno le assegnazioni di denaro pubblico, quanto e a chi.
Lunedì sera, infine, esausti, i maggiorenti di questa Padania, da quindici anni regno incontrastato di Berlusconi, mestamente convenuti in Arcore, hanno rimesso nelle mani del sire l’ammissione della propria impotenza.
Monna Letizia Moratti recava su un vassoio la testa del fido manager Glisenti, già eliminato dai rivali furiosi del potere che essa tentò invano di confiscare. Sarà così evitata, o rinviata, l’onta del commissariamento romano che pure non dispiacerebbe, che strano, a Bossi, visto che il posto toccherebbe al suo viceministro Castelli. Più probabile che la nomina tocchi a un manager di stretta osservanza berlusconiana come Lucio Stanca, se non direttamente al “Gianni Letta” milanese Bruno Ermolli interdetto però dalla sfiducia di Tremonti. Un bel pasticcio.
Fa impressione constatare gli effetti di una degenerazione della politica a mera rappresentanza di potentati contrapposti, senza neppure fingere che gli interessi particolari assumano dignità di progetto. E ciò nella regione più ricca d’Italia, in teoria avvantaggiata dalla continuità di governo di un centrodestra che non conosce da tempo alternative credibili. Tale configurazione del potere ha incoraggiato i nomi di spicco dell’imprenditoria lombarda a un’economia di relazione che aggira il rischio dell’innovazione, puntando sugli stanziamenti romani e sulle deroghe alla normativa antitrust. Hanno investito (poco) in Cai con il pensiero fisso all’Expo’, tutti in cerca di un posto a tavola. Ma ci sarà da mangiare per loro? Adesso cominciano a temere che Tremonti li terrà a stecchetto. Lui non nasconde più il suo scetticismo sull’utilità dell’evento. Gli fa da portavoce l’ex sindaco Albertini che parla di “inevitabile ridimensionamento”.
La tabella di marcia che prevedeva per il giugno 2008 l’apertura dei primi cantieri e per il mese scorso il varo dei concorsi sul sito espositivo, resta così inchiodata al punto di partenza. La Società di Gestione ha in cassa meno quattrini di quelli che Gianmarco Moratti stanziò nel 2006 per la campagna elettorale della moglie (6 milioni e 335 mila euro). E’ anzi possibile che nei prossimi giorni si proceda all’azzeramento dei suoi consiglieri, nel tentativo di ricominciare tutto da capo.
Il fallimento della politica non poteva essere più plateale, a Milano. Ma ciò non le impedirà di posizionare le sue pedine nei posti-chiave da cui si gestisce il futuro dell’economia. Berlusconi, ad esempio, ha già designato il fido senatore ex socialista Gianpiero Cantoni alla presidenza della Fiera, oggi gestita dal cattolico Luigi Roth. Il che dispiacerà a un Formigoni in sempiterna ricerca di spazio, mentre la sua carica di presidente della Regione entra nelle mire della Lega. Singolare la dichiarazione da lui rilasciata dopo il vertice di Arcore: “Abbiamo fatto il pieno di benzina, ora dobbiamo aggiustare il motore”. Un po’ come dire che i soldi ci sono, stiamo solo litigando su chi li spenderà. Una fotografia spietata della questione settentrionale, così come essa si presenta vent’anni dopo la sua proclamazione. I risultati, da Malpensa all’Expo’, sono sotto gli occhi di tutti.
Gli storici ci spiegheranno come mai il prolungato governo di centrodestra nel profondo Nord abbia dato esiti opposti al federalismo e a un’economia di mercato. Descriveranno la parabola del distacco di Berlusconi da una Milano che ha dominato senza mai governarla davvero, perché è a Roma che ha trovato le leve del suo potere sia aziendale sia politico.
Nel frattempo il pasticcio milanese somiglia sempre di più al pasticcio napoletano. I cittadini brontolano per le buche sulle strade e i cantieri dei parcheggi fermi a tempo indeterminato: altro che Expo’! Ma ci hanno fatto il callo e non si scandalizzano neppure più. Tanto non s’intravede alternativa a questa classe dirigente forte solo della mescolanza tra politica e affari.http://www.gadlerner.it/2009/02/19/milano-expo-il-fiasco-della-padania.html


Se il caso Mills fosse scoppiato in Usa
Alexander Stille, la Repubblica, «Allora, fammi capire - mi ha scritto un mio collega giornalista americano - viene condannato per corruzione il coimputato del primo ministro ma si dimette il capo dell´opposizione. Che strano Paese, l´Italia». Poi, mi chiama più tardi un´altra collega americana che chiede, «ma è possibile che non avrà conseguenze gravi la condanna di David Mills?».

«Dopo tutto - aggiunge - se Berlusconi non avesse fatto passare il Lodo Alfano sarebbe stato condannato anche lui? Come spieghi il fatto che cose di questa gravità passano come se nulla fosse?».
Prima, ricapitoliamo i fatti principali. Nel febbraio 2004, David Mills, l´avvocato britannico di Berlusconi che si occupava dei conti "off-shore" della Mediaset, i conti cosidetti "very discreet," per operazioni finanziarie segrete e forse illegali, mette penna su carta. Impaurito dalla possibilità di essere colto in fallo con un pagamento di 600.000 dollari non dichiarato al fisco inglese, decide di spiegarne l´origine al suo fiscalista. Spiega che i soldi erano un regalo o un prestito a lungo termine per il silenzio nei vari processi di Berlusconi che chiama sempre B. o Mr. B.
Il fiscalista, per non essere complice di un reato, passa la lettera alle autorità britanniche, le quali a loro volta, informano la magistratura italiana. Quindi, il processo nasce non da una caccia alle streghe dei giudici italiani ma da una comunicazione di un reato denunciata nel Regno Unito alla quale la magistratura ha dovuto rispondere. Mills conferma ai magistrati italiani il contenuto della sua lettera. Solo in un momento successivo, quando si accorge forse di essere in guai ancora più gravi, ritratta le sue dichiarazioni e dice di aver avuto i soldi da un´altra parte. Evidentemente il tribunale di Milano ha trovato più convincente la prima versione e l´ha condannato. Nel processo originario, Berlusconi era coimputato con Mills e con buona probabilità, dato l´esito del processo, sarebbe stato condannato anche lui se il suo governo, con grande tempestività, non avesse varato il Lodo Alfano che protegge il primo ministro da qualsiasi processo penale durante il suo mandato.
Che un caso così grave (un primo ministro che rischia la condanna per aver corrotto un testimone al fine di evitare, forse, altre condanne - falsando completamente il sistema giudiziario - e poi si toglie dai guai usando il Parlamento per farsi leggi ad personam) passi quasi inosservato, desta stupore e incredulità nel pubblico americano. Dopotutto, quando il governatore democratico dell´Illinois viene scoperto a promettere favori in cambio di denaro, viene espulso dall´assemblea sia dai democratici che dai repubblicani. Quando l´uomo scelto da Barack Obama per riformare la sanità americana, Tom Daschle, viene scoperto nei guai con il fisco, il presidente è costretto ad allontanarlo.
Allora, come si spiega la mancanza di risposta in Italia?
In parte, bisogna partire da lontano; con l´unità d´Italia, lo Stato visto come un´imposizione; l´abitudine di guardare la legge con sospetto come strumento di potere, evitata dai potenti, interpretata per gli amici e applicata ai nemici. Ma questo è solo lo sfondo, non spiega tutto.
Ricordiamoci, l´opinione pubblica era massicciamente a favore della magistratura ai tempi dell´inchiesta Mani Pulite quando Berlusconi è sceso in campo. Ma in un paese normale, non avrebbe mai potuto farlo essendo ancora proprietario di tre grandi reti televisive. Sarebbe stato messo fuori gioco dai soldi a Craxi, dalle tangenti alla Guardia di Finanza, anche se i processi non hanno portato a condanne. O dal caso Previti: per conto di chi l´avvocato Previti ha corrotto il magistrato Renato Squillante? O dal caso Dell´Utri: per chi ha lavorato Marcello Dell´Utri in tutti gli anni in cui ha intrattenuto rapporti con esponenti importanti della mafia? Si potrebbe andare avanti per molti paragrafi.
Ma ovviamente, la risposta è più complessa. Una delle più grandi prestazioni di Berlusconi (se le possiamo chiamare cosi) è di aver sistematicamente smantellato Mani Pulite. Per ogni guaio giudiziario del Cavaliere e della Mediaset, partiva un attacco feroce contro i giudici. Venivano fatte sistematicamente delle accuse gravissime - che andavano dalla corruzione all´assassinio, contro Di Pietro, Borrelli, Caselli, contro altri magistrati di punta come Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo. E poi i vari casi Mitrokhin e Telekom con le accuse di megatangenti a Romano Prodi e Piero Fassino. Il fatto che queste accuse siano tutte crollate non importa. Creava l´apparenza, falsa, di un´equivalenza morale. Così fan tutti.
La raffica di accuse e contro-accuse crea una tale confusione che l´elettore medio ha deciso di non tenere conto delle questioni giudiziarie e morali. La retorica antipolitica di Berlusconi ha aggravato il già diffuso cinismo degli italiani da cui trae beneficio politico. Con abilità brillante, riesce a governare il paese per anni in una fase di netto declino ma riesce a presentarsi come l´uomo dell´opposizione alla politica. Peggio va, meglio è per lui, un sistema perfetto - per ora.
In tutto questo ha un ruolo estremamente pesante il mondo dell´informazione. Appariva in prima pagina e all´inizio dei telegiornali la conferenza stampa in cui Berlusconi ha dichiarato, cimice in mano, di essere stato spiato - il delitto politico più grave dopo il Watergate. Ma la notizia che era tutta una bufala è stata riportata come una notizietta.
Ho suggerito un piccolo esame alla mia collega americana che chiedeva perché il caso Mills non avrebbe inciso nel dibattito italiano: vediamo se il Tg1 o il Tg2 riportano o citano la lettera di David Mills, la pistola fumante del processo. Qualsiasi resoconto del processo avrebbe l´obbligo di spiegare su quale base un tribunale della Repubblica ha condannato qualcuno di un reato molto grave. Se c´è un´informazione libera in Italia i tg menzioneranno almeno l´esistenza della lettera. Ma i due grandi Tg della Rai hanno sepolto la notizia con dei brevi servizi in mezzo al programma e nessuno ha spiegato sulla base di quali prove è stato condannato l´avvocato Mediaset. Ho saputo che il servizio ha rischiato addirittura di non esserci. La sede di Milano della Rai non ha neppure mandato una troupe al tribunale per fare un servizio. Hanno spiegato i dirigenti che senza Berlusconi come imputato non aveva nessuna importanza nazionale, aggiungendo figuriamoci dopo i risultati in Sardegna. Solo dopo la protesta dei giornalisti e il loro sindacato - e per evitare uno scandalo - si è fatto qualcosa, ma a quell´ora la Rai ha dovuto comprare il filmato da una troupe privata.
Ormai i giornalisti dei tg sono talmente condizionati che diventa prassi normale tacere su notizie imbarazzanti o sgradevoli. Berlusconi ha detto un giorno a Marcello Dell´Utri: "Non capisci che se qualcosa non passa in televisione non esiste? E questo vale per i prodotti, i politici e le idee." E´ anche per questo che in Italia il caso Mills non esiste o quasi.


In Rianimazione

Ieri vi abbiamo segnalato il sondaggio di Repubblica.it, oggi arriva quello dell’Espresso “Scegli il nuovo leader del Pd”.
Al momento è in testa Ciwati, ma tra i candidati possibili c’è anche Ignazio Marino, uno che di casi disperati se ne occupa per mestiere.http://pdobama.wordpress.com/2009/02/18/in-rianimazione/


Paolo Gentiloni: “Le dimissioni di Veltroni impegnano il PD a fare sul serio nei prossimi mesi.”

Fino ad adesso, avevano scherzato.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/


Gerarchia delle notizie

All'estero fa ancora scandalo che l'avvocato del premier venga condannato per aver preso una stecca da 600mila dollari per tenere il premier stesso fuori dai guai in un procedimento giudiziario. Come è strano il mondo.
New York Times

http://giornalismoparma.typepad.com/


L'Italia e' un paese da presbiti, non da miopi: da vicino non si vede nulla, da lontano si vedono le differenze.
Blaterano che il premier di prima fosse uguale a quello di adesso.Vero da vicino, ma da lontano...
Quante figure di merda dovremo ancora sopportare qui da lontano?!

Ora devo scappare, visto che nessuno lo fa ci devo pensare io a scusarmi con due miei amici argentini. 
http://derpilger.splinder.com/

“Armi di distrazione di massa”

 

Ci è offerto un filo, in questo labirinto: si comincia a parlare con più insistenza dei meccanismi mediatici che condizionano gli umori delle masse e ne influenzano le scelte. Cominciano a girare dati che mostrano abbastanza chiaramente che negli ultimi anni, al diminuire relativo ed assoluto del numero dei reati, la stampa e soprattutto la tv enfatizzavano l’entità del fenomeno e, al crescendo d’enfasi, crescevano la percezione del pericolo e il bisogno di sicurezza, cioè, il bisogno di qualcuno che la assicurasse. Manco a dirlo, c’è chi assicura sicurezza: al di là del diritto, al di là delle regole democratiche, come è d’uso nei regimi emergenziali. Chi manovra la paura, vende speranze: semina disperazione e miete consenso con una faccia molto sorridente. “Armi di distrazione di massa”, le chiama Edoardo Fleischner. Si tratta di quanto è dimostrato dallo studio su Percezione della sicurezza tra comunicazione e realtà dell’Osservatorio di Pavia.
Ecco il filo: una possibile crepa in questo sempre più solido blocco sociale sta nel denunciare i meccanismi di cui si serve. Solo una crepa, perché poi si dovrebbe comunicare agli intossicati come sono stati intossicati. E la comunicazione è in mano a chi continua a intossicarli. La crepa si può allargare solo con una comunicazione parallela e alternativa, semplice, figurata, in forma di vulgata, di voce in voce. C’è da ricostruire un modo nuovo di parlarci, e internet non basta affatto.
Dovremmo cominciare a trascurare internet.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Sansone è morto (e i filistei?)

Si conferma sempre di più la lettura del «muoia Walter con tutti i Filistei». Veltroni ha deciso in solitudine, senza calcoli politici e senza che sia il caso di fare della dietrologia. Dice di voler assumere questo profilo nei prossimi mesi, mantenendo fede al proposito di non fondare correnti. Mi sembra una scelta nobile e coerente, quest'ultima. Nel frattempo i filistei non fanno una piega. Hic manebimus optime o, se preferite, Yes, we remain. http://civati.splinder.com/

Protesta in Messico contro la guerra alla droga

 

Migliaia di persone da mercoledì notte bloccano alcuni dei principali valichi di frontiera tra il Messico e gli Stati uniti, dal lato messicano del confine. Protestano contro la decisione del governo federale messicano di schierare oltre 40 mila uomini dell’esercito nazionale negli stati più colpiti dal narcotraffico. Secondo molti cittadini, e molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani, l’esercito – così come la corrotta polizia messicana – è parte del problema del narcotraffico, e non la soluzione, come dimostrani i casi accertati di civili uccisi dall’esercito durante le operazioni di pattuglia antinarcos.
La violenza dei narcos, in Messico ha raggiunto livelli da Colombia degli anni ottanta, con cinquemila morti nel 2008. Gli scontri sono spesso incrociati, con un cartello contro l’altro, e contro la polizia e l’esercito e talvolta è difficile dire qual è il confine tra le forze in campo. Il governo di Felipe Calderon ha accusato i cittadini di Ciudad Juarez e altre zone alla frontiera con gli Usa di essere manipolati dai narcos. La risposta è stata però la presenza dei soldati non ha fatto diminuire la violenza, che anzi è cresciuta. Tanto più che gruppi come gli Zetas – ex militari delle forze speciali che si sono messi in proprio nella fiorente industria del crimine – cercano di sfruttare i contatti tra i vecchi commilitoni per aprirsi spazio ai danni di altri cartelli illegali.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16595


Ciudad Juárez si dissangua, già 280 morti nel 2009

juarez

Ucciso il capo della polizia a Ciudad Juárez, l’epicentro della catastrofe messicana.

Juárez è una città di medie dimensioni, di meno di due milioni di abitanti, ma nei primi 50 giorni del 2009 i numeri della violenza sono catastrofici. Se il Messico di Felipe Calderón è oramai un narcostato, questa non è più solo una guerra tra narcos ma una vera e propria guerra civile tra cartelli rappresentati in parlamento, nella politica, negli apparati dello stato e della sicurezza, nell’economia. Una guerra civile che nel silenzio dissangua un paese di 100 milioni di abitanti. Se nel 2008 a Juárez i morti erano stati 1600 sui 5300 di tutto il paese, nel 2009 siamo già a 280. Di questi già 16 sono i poliziotti contro 71 di tutto il 2008.

E’ il fallimento di un progetto di città e di paese, quello del NAFTA delle maquiladoras, o è il cascame del ruolo assegnato a Ciudad Juárez e al Messico nell’economia mondo?http://www.gennarocarotenuto.it/6149-ciudad-juarez-si-dissangua-gi-280-morti-nel-2009/#more-6149


La diga sulla Morača


La strategia di sviluppo energetico del Montenegro prevede la costruzione di quattro dighe sul fiume Morača. Secondo alcuni esperti il progetto adottato dal governo metterebbe a repentaglio la sicurezza della stessa capitale Podgorica
Di Tanja Pavićević, Vjesti (traduzione e selezione Le Courrier des Balkans e Osservatorio Balcani e Caucaso)

La costruzione della centrale di Veliko Andrijevo potrebbe mettere in pericolo alcuni villaggi e vie di comunicazione della regione e provocare frane presso il villaggio di Đurđevina. E in caso di eventi sismici la stessa capitale Podgorica potrebbe essere minacciata e subire un'inondazione. Lo afferma il professore Ratko Mitrović, docente di ingegneria idraulica presso l'Università di Podgorica.

Nell'ottobre 2008 il governo ha indetto una gara d'appalto per la costruzione di quattro centrali idroelettriche sulla Morača, a monte di Podgorica, per sfruttare il potenziale idroelettrico di questo corso d'acqua.

Secondo Ratko Mitrović il problema non riguarda lo sfruttamento di questo potenziale ma sarebbe insito nel progetto presentato dalla Vodoprivreda, compagnia statale della acque del Montenegro.

“Si tratta di un progetto che ha ormai vent'anni, non è stata presentata nessun'altra variante”, sottolinea il professore Mitrović. La soluzione proposta rientra nel quadro della Strategia di sviluppo energetico che dev'essere implementata entro il 2025 e che prevede lo sfruttamento del potenziale idroelettrico della Morača. Ma secondo Ratko Mitrović, presenta rischi rilevanti.

“Quando si è optato per questo progetto nessuno si è reso conto che molte cose sono cambiate negli ultimi vent'anni, in particolare mi riferisco alle normative relative alla tutela dell'ambiente e alle tecniche idrauliche. La gente inoltre ha preso coscienza dell'impatto negativo che le grandi opere idrauliche possono avere sull'ecosistema e si è maggiormente consapevoli dei rischi che corrono le popolazioni che vivono a valle delle dighe”.

Gli altri progetti proposti al ministero dello Sviluppo economico hanno dimostrato i difetti del progetto poi adottato. La differenza sostanziale tra le varie proposte è l'altezza degli sbarramenti.

“La costruzione di grandi bacini d'acqua a monte di luoghi abitati è una decisione delicata da prendere. Questo tipo di opere devono essere perlomeno precedute da analisi dettagliate di fattibilità prima dell'inizio dei lavori. Se non verranno promossi nuovi studi in particolare sullo slittamento di terreni nei pressi di Đurđevina, a fianco del grande bacino di Andrijevo (300 milioni di metri cubi d'acqua) e se non si programma un'analisi sui rischi connessi al progetto, gli errori che si commetteranno rischiano d'avere conseguenze catastrofiche”, avverte Ratko Mitrović.

Secondo quest'ultimo è possibile che, nel caso venga adottato l'attuale progetto, si verifichino effettivamente smottamenti. Già vent'anni fa questo rischio era stato evidenziato da alcuni esperti in idrologia, geodinamica e sismologia.

Ratko Mitrović ricorda che uno studio redatto da un gruppo d'esperti dell'Istituto per le acque « Jaroslav Černi » (Mirko Milentijević, Dejan Divac, Milorad Mihajlović, Dragan Zdravković e Miodrag Popović) e pubblicato nel 2002 sottolineava i rischi di smottamenti lungo la riva sinistra della Morača a monte del bacino di Andrijevo. Gli autori dello studio proponevano nel loro studio di costruire il bacino di Andrijevo che non superasse i 265 metri sopra il livello del mare.

Anche il professore Mićko Radulović, altro esperto di ingegneria idrica, aveva sottolineato all'epoca che la costruzione ad Andrijevo di un bacino che arrivasse sino ai 285 metri sul livello del mare rischiava di provocare lo smottamento di terreni a Đurđevina e la caduta massi nel bacino stesso. Per questo sarebbe preferibile optare per una variante di 230-250 metri o, meglio ancora, di due bacini più piccoli.

“Costruire un enorme bacino potrebbe essere pericoloso per Podgorica e la piana di Zeta, che si trovano in un'area altamente sismica”, sottolinea Ratko Mitrović.

“Negli ultimi 3-4 anni gli esperti e le istituzioni competenti hanno costantemente messo in guardia sugli gli smottamenti a Đurđevina. Di conseguenza la soluzione adottata del quadro della Strategia di sviluppo del potenziale energetico è da contestare. Non è la soluzione migliore per sfruttare al massimo il potenziale energetico della Morača. Se si verificassero degli smottamenti quando il bacino è pieno vi saranno inondazioni”.

Le dighe possono resistere a tutto ... salvo a cataclismi

Nikola Jablan, del ministero per lo Sviluppo economico - persona incaricata dei progetti di costruzione di centrali idroelettriche - sottolinea che le varianti suggerite dal professor Mitrović non sono valide perché “non supportate da studi adeguati”. A suo avviso servirebbero anni e probabilmente una dozzina di milioni di euro per fornire studi altrettanto precisi di quelli realizzati per supportare l'opzione poi scelta.

Dopo aver incontrato il professor Mitrović il funzionario ha spiegato che l'azienda Elektroprivreda ha avviato questi studi vent'anni fa e che erano sufficenti per sostenere il progetto poi adottato.

“Gli studi di fattibilità realizzati a norma di legge, sono sufficenti per ottenere un permesso di costruire e per indire la gara d'appalto. Gli studi necessari per l'elaborazione della fase finale della progettazione sono stati già effettuati. Il concessionario che costruirà la centrale sulla Morača dovrà finalizzare il progetto e realizzare le ricerche necessarie per risolvere tutti gli aspetti ancora problematici prima della costruzione dei quattro sbarramenti”, spiega Nikola Jablan.

(...)

Cosa accadrà nel caso di uno straripamento dall'invaso? Secondo Nikola Jablan è difficile rispondere a questa domanda perché servirebbe che qualcuno “elaborasse dei modelli matematici e di fisica”.

“Uno staripamento è possibile nel caso grandi masse di materiale caschino nel bacino d'accumulazione ma potrebbe anche verificarsi nel caso di un forte terremoto. Bisogna però considerare che le dighe sono costruite in modo da reggere a queste eventualità, salvo cataclismi maggiori, che però metterebbero a rischio tutte le città e tutte le infrastrutture del Montenegro”.

Anche il monastero della Morača è in pericolo

In documenti della Vodoprivreda, datati 2001, si scrive: “Dopo aver analizzato tutte le problematiche che potrebbero emergere dalla costruzione e dallo sfruttamento delle dighe secondo il progetto originale (pericoli per il monastero della Morača, possibili straripamenti, ecc.) è stata esaminata anche una soluzione alternativa. Quest'ultima non diminuirebbe in modo rilevante la quantità di energia prodotta ma attenuerebbe i problemi nell'area del monastero. Quest'ultima prevederebbe la costruzione del bacino di Andrijevo ad un'altezza di 20-30 metri inferiore a quella programmata. Questo permetterebbe di preservare il contesto naturale nel quale è situato il monastero”.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10934/1/51/


febbraio 18 2009

Mills di questi giorni
di Marco Travaglio

Immagine di Roberto CorradiPer il Tribunale di Milano l'avvocato David Mills, ex consulente della Fininvest di Berlusconi, è stato corrotto con 600 mila dollari provenienti dalla Fininvest di Berlusconi per testimoniare il falso in due processi a carico di Berlusconi. Notizia davvero sorprendente, visto che Mills aveva confessato tutto in una lettera al suo commercialista (“ho tenuto Mr B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo”) e poi alla Procura di Milano. Mistero fitto sul nome di Mr.B, cioè del corruttore. Il sito del Corriere, attanagliato da dubbi atroci, titola: “I giudici di Milano: Mills fu corrotto”. Da chi, non è dato sapere. Labili indizi, secondo voci di corridoio, condurrebbero a un nano bitumato, che poi era l’altro imputato nel processo, ma è riuscito a svignarsela appena in tempo con una legge incostituzionale, dunque firmata in meno di 24 ore dal Quirinale nell’indifferenza della cosiddetta opposizione. Ora Mills dichiara: “Mi è stato raccomandato di non fare commenti”. Da chi, è un mistero. Purtroppo l’ignoto raccomandatore s’è scordato di tappare la bocca anche ai suoi innumerevoli portavoce, che han commentato la sentenza come se avessero condannato lui: “Condanna politica e a orologeria”. Anche la Rai s’è regolata come se la condanna riguardasse il padrone, cioè il premier: infatti non ha inviato nemmeno una videocamera amatoriale a riprendere la lettura della sentenza. Uomini di poca fede: non han capito che Berlusconi non c’entra, che Mills s’è corrotto da solo. Infatti, subito dopo la sentenza, non s’è dimesso il presidente del Consiglio. S’è dimesso il capo dell’opposizione.
(Immagine di Roberto Corradi)

http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/


Film già visti


Crisi finanziaria internazionale, in Italia ritornano i ghetti, si invoca/si auspica/si aspetta l'uomo forte, si raffreddano le alleanze occidentali e ci si comincia ad allineare con una superpotenza che flirta con l'ultranazionalismo e con ricette socioeconomiche di stampo fascista.

Perchè ho la sensazione di aver già visto questo film?http://inminoranza.blogspot.com/


PD, open your mind

Un Pd per il momento acefalo, tutto concentrato sulle liste per Europee e Amministrative, con persone nuove e preparate rispondenti alla nuova cultura politica a cui il PD avrebbe voluto dare vita, cioè non DS oriented nè Margherita oriented, ma PD minded (che poi più o meno è il punto 2 proposto qui). Oppure le primarie per ogni candidato (che è il punto 10). Non parlerei di persone in questa fase, per evitare il solito messianesimo, ma il punto 8, perchè no?http://www.briguglia.splinder.com/


Incitatus

Incitatus era il nome del cavallo che, secondo la tradizione, Caligola nominò senatore. Potrebbe diventare oggi governatore per il PdL in una qualsiasi regione. http://riccardoparis.blogspot.com/

In Italia la matematica e' un opinione

Se Tizio viene condannato perche' e' stato corrotto da Caio, questo non implica che Caio sia un corruttore.
In Italia la proprieta' commutativa e' un opinione.
http://derpilger.splinder.com/


Veltroni si è dimesso, per me la scelta migliore sono le primarie
Oggi Veltroni si è dimesso.
Lo Statuto impone la convocazione dell'Assemblea Costituente e lascia aperte due scelte.
O si vara una soluzione transitoria o si procede a indire il congresso, che prevede prima un passaggio tra gli iscritti e poi le primarie.
Francamente questa seconda opzione mi sembra la più convincente.
Come diceva il diritto giustinianeo: "quod omnes tangit ab omnibus probari", ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti.http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/?p=3

Convocata sabato l'assemblea del PD per eleggere Dario Franceschini.

 

Un intero partito chiamato al vuoto.

di Francesco Cocco

http://www.brioches.ilcannocchiale.it/


Corrotti, dinosauri e parafulmini


Per il Tribunale di Milano l'avvocato David Mills, ex consulente della Fininvest di Berlusconi, è stato corrotto con 600 mila dollari provenienti dalla Fininvest di Berlusconi per testimoniare il falso in due processi, sempre a carico di Berlusconi. Il suo corruttore pero' e' uccel di bosco grazie a una legge apposita che si e' fatto fare per garantirsi l'immunita'. Anzi, mentre nessuno nel paese si sogna di chiederne le dimissioni e un pronto processo, come sarebbe normale, questi festeggia con champagne e caviale la vittoria elettorale che restituira' la Sardegna al cemento e ai palazzinari. Ieri sera la notizia della sentenza veniva data al Tg3 come ennesima, dopo l'ammissione cha a Fini il festival di Sanremo non piace granche': chi potrebbe pensare che il fatto che il Presidente del Consiglio corrompa testimoni possa essere di un qualche interesse per i suoi sudditi?

Se la Fenice resta al suo posto, si dimette invece il capo dell'opposizione. Giuro, non scherzo. "Per qualcuno sono ormai un problema", dice. Lascia la segreteria, e lascia tutti i dirigenti in braghe di tela a prendersi la valanga che arrivera' delle europee dopo la batosta sarda. Lascia un partito nel caos, dove i regolamenti varati per garantire l'immobilita' non sono in grado di stabilire neanche chi deve decidere cosa si fa, che dovrebbe prevedere tutte le cariche elette tramite primarie ma che probabilmente vedra' un segretario nominato da un organo nominato da un Veltroni dimissionario. Lascia a meta' della discesa un partito allo sfascio, corroso dalle guerre intestine per garantire ai cavalli dei generali un posto al sole, un partito la cui guida ha abdicato da subito alle spartizioni fra i cacicchi che sono saltati, fin dalle primarie, sul suo carro di vincitore predestinato e incoronato dal popolo. Cacicchi che si guardano bene, per il momento, di seguire l'esempio del segretario e di ammettere di aver portato alla rovina il progetto del PD.
I corrotti restano, i parafulmini scappano e i dinosauri si arroccano. E lo stivale puzza sempre di piu'.http://beffatotale.blogspot.com/


Deresistenza

Baffetto se ne andò quando aveva perso le regionali; Romano due volte per un voto di fiducia mancato; Walter per una sconfitta alle regionali.
Dall'altra parte il Peron in salsa italiana ne ha vissute di peggio, ma sta sempre lì. E ha persino l'immagine dell'antipolitico.http://carlettodarwin.blogspot.com/


PD, il suicido del padre (o dei padri)

Di Giuseppe A. Veltri

opportunitaVeltroni si è dimesso, il PD e’ in crisi come progetto politico e come partito. Le ragioni per lo sconforto non mancano, si è perso anche dove si è governato ragionevolmente bene come nel caso di Soru, i vecchi volponi del centrosinistra continuano a trovare il modo per essere indispensabili, sono ancora loro i king makers.
Eppure, se ricambio doveva esserci, se si doveva ‘uccidere il padre’, questo era prima o poi inevitabile. Magari forse si tratta più di ’suicidio del padre’, ma per creare una finestra di opportunità per un vero ricambio della classe dirigente e delle sue pratiche politiche, cosa altrettanto importante, doveva avvenire un crollo.
Idealmente, sarebbe potuto avvenire in modo indolore, ma in Italia, nella sua storia recente, questo genere di transizioni non sembrano essere possibili: ci vuole il crollo per avere la scossa.

Credo sia venuto il momento della resa dei conti, del dire a viso aperto quello che prima si mormorava o si alludeva in modo garbato. L’attuale classe dirigente del PD deve essere criticata ed anche aspramente. La responsabilita’ di questo tracollo è loro come lo è quella di precedenti tracolli - di cui però non sembrano aver pagato alcuna conseguenza.

Il progetto di Veltroni, seppur non privo di ambiguità e vaghezza, è fallito perchè si è scontrato con una classe dirigente che ha il solo scopo di perpetuarsi e per questo si alimenta di personalismi, congiure di palazzo e finto supporto verso il leader di turno.
Concentrarsi su solo questioni come ‘il partito leggero’ ed il ‘partito pesante’è rischioso. Il partito pesante non vuol dire un partito migliore per definizione e ricordiamoci che vi sono molte zone d’Italia (come nel Sud) in cui tutti i partiti sono pesanti ed invadenti ma lo sono in termini negativi. Molti dimenticano le ragioni per cui si iniziato a parlare di partito liquido, per via degli scandali sulle tessere e le geometrie di potere definite su tali basi, come quello della Margherita nel congresso precedente alla fusione con i DS.
L’identificare le responsabilità politiche degli ultimi anni e ricordarle a chi di dovere rappresenta soltanto il primo passo. Il secondo, indispensabile, è’ quello di intervenire nella vita del partito. Iscrivendosi, candidandosi, dando il nostro supporto a chi cerca di promuovere delle pratiche nuove e maggiormente democratiche nel PD. Ad esempio pretendere che il codice etico del PD non rimanga solo sulla carta, fare chiarezza con i teodem, fare un congresso, avere primare vere e sempre, insistere il confronto costante tra i dirigenti e le rappresentanza locali.
E ripeto, è l’ora del confronto, anche aspro se necessario perche’ ora e’ necessaria la chiarezza.
La scomparsa del PD, anche se potrebbe soddisfare i noti impulsi masochisti di tanti simpatizzanti del centrosinistra, non sarebbe un bene per il paese.

Dove altri vedono crisi, noi dobbiamo vedere un’opportunità.http://www.imille.org/2009/02/pd-il-suicido-del-padre-o-dei-padri/#more-1202


Meglio giardinieri
http://pdobama.wordpress.com/2009/02/18/me...ieri/#more-2647
di Lucio Scarpa
Ho passato gli ultimi giorni a Cagliari per votare e per partecipare agli ultimi giorni di campagna elettorale; mi riporto a casa tanto entusiasmo gelato dal risultato elettorale.
Nella quartier generale di Soru a piazza del Carmine e nella sede dei “volontari per Soru” la speranza

di bissare il risultato del 2004 era alta; proprio i volontari restano il miglior ricordo di queste giornate. Decine di giovani preparati e motivatissimi, convinti dell’azione di governo di Soru e delle prospettive di crescita che una sua rielezione avrebbe garantito all’isola; una convinzione ragionata, basata sulle azioni intraprese; su un programma molto accurato e con un disegno di sviluppo ben preciso con al centro istruzione e innovazione.
Si sa che l’entusiasmo distorce la visione, ma la convinzione di un buon risultato era altissima, come la certezza di avere la maggioranza a Cagliari città; e in effetti volantinando nelle strade centrali, o trovandosi a parlare con i conoscenti, le dichiarazioni di voto per Soru erano plebiscitarie.
Peccato che le mie conoscenze non siano un campione rappresentativo dell’elettorato; frequento chi, come me, vota con la testa e non con la pancia; chi si fa conquistare dai master and back, dagli investimenti in energie rinnovabili, dalla banda larga al 100% dei comuni… tutte ottime cose ma che non infiammano le masse.
Dall’altra parte il programma era inesistente, pochi punti scopiazzati qua e la, e una campagna condotta per slogan e attacchi all’avversario. Sembra poco, ma basta per avere dieci punti di vantaggio.
Il tutore di Cappellacci ha detto la cosa che gli elettori sardi volevano sentirsi dire cioè che sarebbe stato azzerato il lavoro di Soru. Anzi, l’ha ripetuta; sono quattro anni che giornali e TV locali (vedi alla voce: Zuncheddu) attaccano sistematicamente l’operato di Soru, e negli ultimi giorni il fuoco di fila è stato impressionante; come impressionanti sono l’ora e 29 minuti di TV nazionali avuti da Berlusconi, per parlare di Sardegna, contro il minuto e 56 secondi di Soru.
La differenza con il 2004 l’ho avvertita nei piccoli paesi, o nella prima periferia di Cagliari; lì il clima favorevole non c’era, si percepiva l’odio verso chi ha puntato su un progetto per il futuro ma non ha dato anche un tornaconto immediato a chi questo progetto doveva approvarlo.
E’ difficile parlare di protezione paesaggistica a chi vive costruendo villette e residence per i turisti; inutile dire che queste villette restano vuote 340 giorni all’anno e generano un indotto bassissimo, loro mangiano perchè tirano su i muri, fabbricano le finestre, vendono i sacchi di cemento, e di questo vogliono sentirsi parlare.
Ancora più difficile parlare a chi proprio non sa di cosa vivrà domani. Ottima cosa investire su 250 mila ore di insegnamento in più, ma un popolo che è abituato alla carenza di lavoro endemica preferisce sentirsi dire che ci saranno 5 mila euro l’anno per ogni disoccupato, e poco gli importa se non si sa quando e come arriveranno. Gli basta sperare di poterli avere.
In questo Soru, i suoi strateghi, noi volontari e i partiti che lo sostenevano hanno fallito clamorosamente. Non siamo stati in grado di capire di cosa hanno bisogno gli elettori sardi oggi, e non siamo stati capaci di farli sognare un domani migliore che li ricompensasse dei sacrifici odierni.
Perchè abbiamo fallito? Di sicuro c’è la madre di tutte le questioni, il radicamento col territorio, ma oltre a quello si vive troppo di improvvisazione; mancano organizzazione e “scientificità” nelle azioni politiche. Faccio due soli esempi, i sogndaggi e il volontariato, ma una vera analisi avrebbe molti punti da approfondire.
I sondaggi sono ancora trattati con sufficienza e, quasi, dileggio. Pare un difetto di Berlusconi quello di puntarci molto; in questa campagna abbiamo avuto pochissimi dati, e pure sballati.
Mi chiedo perchè i sondaggi del PD siano sempre sballati di parecchi punti, e soprattutto perchè si facciano rilevazioni solo sulle intenzioni di voto, e sotto scadenza elettorale. I dati dovrebbero servire a monte, per comprendere le esigenze dell’elettorato e poter studiare le soluzioni per soddisfarle; se gli elettori hanno bisogno di lavoro è controproducente dirgli che ho ridotto gli enti inutili, si lascia il campo libero a chi promette assunzioni per lavori straordinari .
Anche l’entusiasmo dei volontari non è sufficiente contro la campagna muscolare della destra. Lasciamo perdere i media, dove serviranno anni per ristabilire condizioni di pari opportunità. Abbiamo perso anche sul volantinaggio; Cagliari era piena di santini e volantini di candidati pro Cappellacci; poco importa se li distribuivano ragazzi molto poco convinti e informati; è risultato più utile avere un esercito di distributori pagati 5 euro l’ora (ovviamente cash…) e organizzati per diffondere ovunque, piuttosto che i bravissimi volontari concentrati su pochi punti nel centro città. Brutto a dirsi, ma io di materiale del PD ho ricevuto solo una lettera a casa e un paio di volantini distribuiti alla chiusura della campagna, il partito non c’era nella campagna elettorale e i candidati apparentemente non avevano mezzi.
Quanto ha investito il PD in queste elezioni? Direi molto, troppo, poco. Capiremo mai che per vincere le elezioni non basta fare una puntatina in zona negli ultimi giorni ma si deve lavorare in maniera sistematica e organizzata?

Voglio essere provocatorio: voi guardate troppa tv: Santoro e Floris in primis....

Il premier salvato dal Lodo Alfano
Piero Colaprico
la Repubblica

Da avvocato parlava con competenza di «equilibrismi» e «svicolare», ma alla fine quello che ha svicolato è stato l´altro. E come accade non di raro in ogni paese del mondo, il pesce piccolo è finito nella padella e il pesce grosso nuota forse non felice, ma di certo libero dalla rete.
David Donald Mills Mac Kenzie, avvocatone inglese, è stato condannato ieri per aver accettato una «regalia» in dollari e aver detto più d´una bugia ai magistrati italiani. Ma chi, stando alle accuse, e stando alla sentenza di primo grado emessa ieri, ne ha tratto i maggiori profitti e benefici, e cioè Silvio Berlusconi, si è dileguato negli abissi. Come non raramente gli è accaduto, negli ultimi quindici anni.
C´è una storia, è sempre la stessa storia, nessuno la narra più. Qualcuno ricorda Bettino Craxi, il suo amico ristoratore Giorgio Tradati e una sigla curiosa, All Iberian? In breve. Tradati, quando incontra suo malgrado i magistrati nel pieno di Mani Pulite, non può che confessare almeno un po´ di quello che sa. è uno dei prestanome di Craxi e conferma che nel ´91 (sì, sono storie di diciassette anni fa, il tempo passa senza essere raggiunto dalla verità) su un conto svizzero dell´allora segretario socialista affluiscono quindici miliardi di lire. Li manda una società con sede in un paradiso fiscale, la All Iberian. E, caso più unico che raro in Tangentopoli, su questa società poco dopo il conto craxiano rimanda indietro cinque miliardi. In quale modo fossero sbagliati i conti del dare o dell´avere, non si è mai saputo, c´è ancora chi se lo chiede.
Ma Silvio Berlusconi - qualcuno lo ricorderà - giura sulla testa dei suoi figli di non saperne niente. «Volete che con mio senso estetico potrei scegliere un nome così brutto?», ribatte ai cronisti in un corridoio del tribunale. Eppure, Craxi e Berlusconi finiscono nel processo chiamato, appunto, All Iberian: le rogatorie non consentono dubbi, quella società danarosa che dà soldi in nero ai politici fa parte del grappolo di ditte e conti bancari esteri del sistema-Berlusconi. Nel frattempo, il teste Omega, e cioè Stefania Ariosto, porta a Ilda Boccassini rivelazioni tali da consentire indagini dure, e il processo che porterà alla condanna in Cassazione di Cesare Previti, il braccio destro di Berlusconi negli affari giudiziari, e a scoprire un bel racket di giudici e avvocati per aggiustare le sentenze.
Il premier, che è e resta un combattente invidiabile, affronta però ogni tempesta. Spesso ribatte colpo su colpo. Appena può, abbandona nel mare agitato i perdenti e i perduti. Ma chissà come, tra i flutti, qualcuno dalla procura pesca quel pesciolino inglese. Che poi tanto pesciolino non è: è un signore elegante, giramondo, affabile, che ha sposato Tessa Yowell, allora ministro della sanità governo Blair e ora (si sono separati) sottosegretario alle Olimpiadi di Londra 2012.
Il pesciolino, il 18 luglio 2004, dieci anni dopo l´addio alla toga di Antonio Di Pietro, viene convocato nella noiosa e triste procura milanese. Di fronte a lui un pm che suscita sentimenti negativi e positivi in egual misura, si chiama Fabio De Pasquale. Era stato lui a respingere la richiesta di libertà di Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, trovato morto soffocato a San Vittore. Ma è lui che con caparbietà segue piste che altri evitano.
Mills, si sa, ha curato «situazioni» nei paradisi fiscali per il gruppo Mediaset e altri gruppi italiani. Un professionista di livello mondiale. Sbarca dall´aereo con sicumera e si siede davanti ai pm, in qualità di fondatore di una galassia di cifre e monete e sigle. Ci sta un´ora, due ore. Alla fine, dieci ore.
E, sorpresa, la sua corazza cede: «Io � dice in sostanza � durante l´inchiesta e il processo All Iberian non ho raccontato le vere titolarità dei conti». E siccome gli sono arrivati 600mila dollari, e deve spiegarli, aggiunge: «Quelle somme mi furono date da Carlo Bernasconi per conto di Silvio Berlusconi erano un regalo per gli equilibrismi che avrei dovuto fare per svicolare da alcune situazioni difficili che si erano venute a creare». Una contortamente perfetta frase da avvocato.
Bernasconi, nel frattempo, è morto. Ma sono vivi i fiscalisti inglesi ai quali Mills si è rivolto dicendo, più o meno, «sono in un guaio». Ha cercato di cambiare versione, ha mandato lettere su lettere - l´ultima nella scorsa udienza - coinvolto personaggi vari che però con All Iberian e dintorni non c´entrano nulla. I giudici, ricusati ma riaffermati, non gli hanno creduto. Ed è evidente che in quell´aula non credono nemmeno a Berlusconi: ma mentre Mills è condannato, l´altro fa la conta di quelli che lo difendono e naviga con il vento in poppa. Sempre più intoccabile grazie al lodo Alfano, irraggiungibile in virtù del tempo che prescrive sentenze e corrode tutti tranne lui, potentissimo per il combinato disposto della carica politica, dei suoi miliardi in euro, della sudditanza incondizionata di fans della strada e onorevoli del Palazzo, Berlusconi è davvero al di là delle angosce degli imputati mortali. E tale resterà.


E l'Africa venne a Walter

Allegria di naufraghi

Anche su questo sito, nei mesi scorsi, è stato pubblicato qualche paragrafo un po' critico nei confronti di Veltroni. Qualche lettore più affezionato se ne ricorderà.
Oggi che la disistima degli elettori del PD nei confronti del segretario dimissionario è gridata da tutti i cantoni, quelle mie critiche possono sembrare un po' facilone; eppure rammento che fino a un paio di mesi fa chiedere un cambio al vertice il più presto possibile era un discorso tutt'altro che banale. Tutt'intorno era un fioccare di pareri più ponderati e saggi, del tipo: Veltroni aveva perso oggi per vincere domani; Veltroni aveva fatto qualche errore ma il progetto era buono; Veltroni aveva sbagliato tutto, ma non c'era nessuna alternativa; eccetera. È interessante osservare come le solide convinzioni si sgretolino in fretta, ultimamente.

Va bene, acqua passata. Adesso però tocca anche a me cambiare discorso.
Fino a ieri mi sembrava giusto smontare il mito del carisma di Veltroni, l'idea che nessuno potesse occupare il suo posto: oggi credo che sia giunto il momento di far presente che chiunque sostituirà Veltroni si troverà alle prese con la stessa situazione e gli stessi errori pregressi, e che quindi non potrà effettivamente fare molto meglio di lui. Mi contraddico? Sì, probabilmente, portate pazienza.
Riassumendo a chi non ha tempo: il problema non è Veltroni, ma il PD: un partito che è nato male, con tare ereditarie che sarà difficile correggere.

Il difetto strutturale, a ben vedere, è uno solo: la democrazia. Dopo aver rifiutato ogni altra denominazione sociale che non fosse la Democrazia, i fondatori del PD hanno dato vita a una struttura che oltre il nome, di democratico, non è che abbia molto. La tragedia delle elezioni politiche del 2008 parte anche da qui: il 75% di elettori democratici che alle primarie incoronò Veltroni, sapeva che egli intendeva rompere l'alleanza storica con le sinistre e andare avanti solo con Di Pietro? Se ne fossero stati al corrente, lo avrebbero votato ugualmente? Insomma: WV ha davvero avuto un mandato democratico per combinare il disastro che ha combinato?

Domande vecchie: facciamocene di nuove. Per esempio: ora che Veltroni si dimette, chi prenderà il suo posto? Al Coordinamento nazionale pensano a dare un incarico pro tempore a Franceschini. Il Coordinamento Nazionale, però, chi lo ha nominato? Walter Veltroni. E quindi in teoria con le sue dimissioni anche il coordinamento perde, se non la sua legittimità, perlomeno la credibilità.

In teoria, perché in pratica Veltroni aveva nominato i membri del coordinamento non in base alle sue profonde convinzioni (quello era l'esecutivo, e non sembra che abbia eseguito parecchio), ma su indicazione delle principali correnti di DS e Margherita. In pratica, dimettendosi, Veltroni mette il PD in mano ai vecchi apparati. Certo, farebbero un bel gesto ad andarsene anche loro, ma poi chi resta?

A ben vedere l'unica struttura formata da persone che non sono state cooptate o designate, ma elette da chi andò a votare le Primarie, è l'Assemblea Nazionale. L'Assemblea però è un organo oceanico, costituito da più di duemila persone, che senza la guida dell'apparato probabilmente avranno difficoltà anche semplicemente a deliberare a chi tocchi prendere in mano un microfono. Tutto quello che potrebbero fare è indicare candidature: in pratica, inaugurare la fase congressuale. Ma non c'è tempo, perché tra un po' ci sono le Europee. E se non ci fossero le Europee, ci sarebbe qualche altro voto amministrativo o referendario, come c'è tutti gli anni in primavera: proprio per questo bisognava cominciare a pensarci prima.

Comunque è meglio adesso che mai. La fase che si apre ora è talmente caotica che propongo di trovarla divertente.
(Tra i vari interrogativi, ce n'è uno così demenziale che non mi fa dormire: e adesso chi lo farà il Presidente del Consiglio Ombra?)http://leonardo.blogspot.com/


Sardegna espugnata e prospettive europee


soru-renatodi Pino Cabras - Megachip

CAGLIARI - Le elezioni sarde sono state vinte dalla coalizione raccolta intorno al simbolo che urlava “Berlusconi Presidente”. Quello sardo è un altro scudetto per lo specialista in campagne elettorali, affrontate ogni volta con risorse virtualmente illimitate in grado di saturare la sfera del dibattito pubblico con la forza soverchiante del suo apparato. Il centrosinistra ha perso, il Pd è sprofondato, e la china è quella che lo porterà giù fino alle europee, forse un capolinea.




soru-sardegnaIn questo contesto Renato Soru ha intercettato molti più voti del sistema dei partiti a lui legato. Mentre la somma dei partiti di centrosinistra veniva surclassata di 14 punti percentuali, il candidato alla presidenza ha portato in dote abbastanza voti da ridurre il distacco a 9 punti dall’avversario Ugo Cappellacci, troppi comunque. Segno che per questo centrosinistra in rotta una personalità che indica temi forti riesce a migliorarne le sorti, ma certo non abbastanza da rovesciarle. Non basta, perché questo sistema di partiti rimasto a sinistra di Berlusconi ha consumato fino in fondo i suoi insediamenti sociali tradizionali, e perché il terreno della comunicazione è presidiato ferramente dal sistema di potere legato al Cavaliere insaziabile, che intanto ha sistemato un altro tassello per il passaggio alla sua Terza Repubblica. L’emergenza democratica si acuisce.

Di fronte a sconfitte così nette le riflessioni sulle cause devono andare in più direzioni. Alcune portano lontano. Hanno pesato i limiti specifici dell’esperienza di governo di Soru. L’ex presidente della Regione Sardegna stava riorganizzando il sistema di comando secondo lo schema della “verticale del potere” che ha premiato Putin in Russia, Nazarbaev in Kazakhstan e Chavez in Venezuela. È un sistema che aumenta l’efficienza delle decisioni, ma funziona se c’è un ampio consenso di dimensioni plebiscitarie. A Mosca, Astana e Caracas il lubrificante del consenso è dato dagli idrocarburi. In Sardegna non c’è petrolio. L’unzione dei meccanismi plebiscitari è invece saldamente in mano a Silvio Berlusconi, con i suoi enormi giacimenti di comunicazione. Non è nemmeno una questione di una campagna elettorale alterata dalla sua schiacciante presenza informativa. La sua presa sulle menti non si riduce certo al minutaggio dei telegiornali.
Faccio l’esempio di una cosa a cui ho assistito personalmente. Quando lo sconosciuto cantante cagliaritano Marco Carta ha vinto l’edizione 2008 del talent show Amici di Maria De Filippi - ‘casualmente’ in prospettiva delle elezioni sarde - si scatenò un’isteria collettiva. L’arrivo di Carta all’aeroporto di Elmas fu accolto da migliaia di ragazzine e dalle loro mamme sgomitanti, che bivaccavano da ore per accaparrarsi il posto migliore, con accenni di rissa per qualche prevaricazione nella fila. Pochi giorni dopo Mediaset organizzò in tutta fretta da Cagliari la trasmissione speciale in prima serata di un concerto di Carta, accompagnato da vari big della musica leggera italiana che consacravano l’iniziazione alla mediocrità di massa del ragazzo-che-emerge-in-tv. A parte i telespettatori, nella piazza del concerto c’erano oltre 70mila persone, molte delle quali piantonavano il loro cantuccio dalla notte prima. Non ho visto bivacchi altrettanto estesi per difendere la scuola sotto attacco. Per molti era il primo evento collettivo cui partecipavano. Una grande porzione delle nuove generazioni sarde veniva battezzata a un rito sociale Mediaset. In altri momenti e in altre forme accadeva lo stesso presso altre porzioni della società italiana. Bertinotti proprio in quei giorni consumava le sue ultime cartucce a Porta a Porta.

In Sardegna il centrodestra trionfante promette sviluppo e crescita. Parte di questa promessa si tradurrà in un tentativo di rilanciare in grande stile l’industria edile. Le rigide norme paesaggistiche imposte dal comando di Soru saranno sacrificate. Dato il contesto della Grande Crisi mondiale, il sacrificio non varrà la pena. Ammesso che la crescita sia ancora un obiettivo desiderabile, non c’è spazio per essa. Lo sboom immobiliare della Spagna oggi ci racconta quanto siano illusori certi exploit. E questo è ancora più evidente guardando al contesto italiano, in vista della “tempesta perfetta” che presto addenserà tutti gli effetti della depressione economica globale sulle debolezze strutturali del Bel Paese. Non c’è ormai dubbio che sarà questa destra a farsi carico del declino dell’Italia. Il paesaggio istituzionale, il sistema dei valori, il racconto che questo Paese farà di se stesso nei prossimi anni, tutto scaturirà dalle pulsioni contrastanti e contraddittorie tenute insieme dal titanismo berlusconiano, proprio nel momento in cui la dimensione della tempesta minaccerà la tenuta dell’insieme. Sarà una società più cattiva, direbbe Maroni.

Chi proporrà un’alternativa a tutto questo, in un momento così difficile? Ora che si avvicinano a grandi passi le elezioni europee, la domanda è un dito nella piaga.Ho letto l’appello di Paolo Flores d’Arcais per una “lista civica nazionale” da proporre alle europee. Il fondatore di «MicroMega» coglie nel segno quando denuncia l’enorme – praticamente irreversibile - crisi di rappresentatività del Pd e quando postula l’esistenza di un elettorato che invece sta cercando qualcos’altro. Potremmo dire lo stesso dal punto di vista dell’elettorato ancora spaesato dalla disfatta delle liste dell’Arcobaleno.
Un elettorato di opposizione che percepisca la concreta possibilità di consistere in sé e per sé e difenda la Costituzione sotto scacco: questa sarebbe la sfida, sostenuta da ampie e ragionevoli basi, per chi volesse far quagliare un movimento nuovo.
Solo che questa sfida ha bisogno di tempi e gradazioni che hanno gittate non facili da prevedere. Sicuramente il tempo che ci separa dalle elezioni europee è così poco da dover spingere a non sprecare energie nell’inane tentativo di ricomporre tutto il domino, ancora a soqquadro.
A mio modesto avviso c’è appena il tempo per scegliere pochissimi temi, purché ci sia un soprassalto di apertura e lealtà fra gli spezzoni di movimenti che vogliano intraprendere un progetto di respiro nazionale da portare avanti con una certa fermezza condivisa.

Le tessere fuori posto del domino sono davvero tante, troppe: spezzoni orgogliosi d’identità incapaci d’espandersi, intransigenze non portate a conciliarsi, priorità diverse dei vari gruppi, immaturità istituzionale (che in zona Grillo dilaga), sospetti sostenuti da un pluridecennale know-how del gioco in solitario.
Flores apre una generosa linea di credito ad Antonio Di Pietro, buttandosi in uno dei terreni più accidentati che si possano immaginare nella politica italiana.

Chiunque si cimenterà con una lista di nuovo tipo dovrà tenere conto di alcune questioni di fondo. Un elemento d’identità forte e unificante dovrebbe essere una consapevolezza che oggi non ha il Pd, non hanno i rottami istituzionali dell’Arcobaleno, ma ha certamente Tremonti (scusate la mostruosa semplificazione): oggi c’è una crisi globale, un diluvio che cambia tutti i giochi e richiede alla politica di costruire ripari e mezzi di trasporto adatti. Nella rapida distruzione, i Cofferati scappano, i Veltroni urlano degli sterili “inaudito!” fino a scappare anche loro, i Fini s’inabissano; i Tremonti sono invece lì a dire: ci proviamo noi a costruire il riparo.
Chi vorrà sfidare questo stato di cose dovrà svelare la natura del riparo offerto dai timonieri della Grande Crisi, e proporre alcune novità – una diversa idea di riparo e transizione – a difesa della società. Ad esempio sul terreno dell’economia. Su questo fronte la consapevolezza, oltre al riparo, dovrebbe alludere all’àncora: ancorare la finanza alla realtà, alla materialità insopprimibile della vera economia-ecologia.

La consapevolezza dei tempi eccezionali dovrebbe essere molto netta in tema di pace e di funzione delle organizzazioni internazionali. Un no deciso all’espansione della Nato, un no a ogni copertura della guerra afghana, un no alla costruzione di nuove infrastrutture militari offensive (a Vicenza come in Polonia), un sì alla ricerca negoziata di nuovi accordi di sicurezza collettiva che aumentino la fiducia nel teatro europeo e non solo, un sì a nuovi accordi strategici su finanza, trasferimento tecnologico, energia, trasporti, ambiente (con effetti equilibranti positivi “anticiclici” per l’economia reale in caduta e per la transizione verso un sistema produttivo meno dissipativo).

È significativo, da questo punto di vista, che il Partito democratico in Italia arranchi, mentre l’omologo giapponese ha il vento in poppa, perché ha preso di petto tutte queste faccende.

La questione è talmente importante da avere implicazioni unificanti “multidisciplinari” per varie sensibilità dei movimenti che potrebbero accostarsi alla lista. Purché se ne discuta con vera apertura.

Il precipitare della crisi mette in discussione le conquiste sociali del Novecento e gli assi culturali e politici che le sostenevano. Il “sogno europeo” è ancora vivo, ma dovrà riaversi dalle sue grandi ferite e dai suoi difetti.

Le ferite, quelle ideologiche inflitte dalla schiacciante egemonia del neoliberismo ora vedono scomparire il feritore, che però nel frattempo ha cambiato/tagliato la testa e la struttura degli smarriti partiti di matrice riformista.  I difetti, quelli di un modello comunque affidato a una crescita indefinita che oggi non si sostiene più, pesano sulla prospettiva delle conquiste sociali. La difesa non basta. Occorre ripensare il modello economico verso un paradigma ambientale stazionario, in cui l’impatto ambientale sia autenticamente sostenibile, ispirato a uno stile di vita che si richiama a scelte di “semplicità volontaria”, sobrietà, decrescita mirata, società dei “2000 watt a testa”. È un campo di riforme che crea molto lavoro e mette ancora al centro l’homo faber, non è una resa al pauperismo.
di_pietro
Oggi c’è in giro un richiamo nostalgico al Piano Delors. È molto probabile che si cercherà di lanciare qualcosa di simile in chiave keynesiana per dare una qualche risposta alla Grande Crisi, mentre incombono anche la crisi ambientale e quella energetica. I venditori di soluzioni nucleari e di alte velocità saranno della partita. Bisogna essere pronti a rivendicare un progetto europeo alternativo, altrettanto vasto e altrettanto ambizioso tecnologicamente, ma più legato al paradigma Negawatt che a quello Megawatt.

Gli elementi programmatici forti sono dunque ben rinvenibili nei movimenti che aspirano a ricostruire una politica non subalterna al sistema di potere berlusconiano. Alcune cose le ho citate. La questione ambientale legata al tema della pace è un tema essenziale per le riforme, ed è ormai uno dei punti più deboli degli pseudo riformisti del Pd, tanto che si aprono spazi enormi per chi saprà riproporla.

Altro tema forte è quello di una legalità e una giustizia da ricostruire contro l’assalto di cosche, affaristi irresponsabili e un ceto politico degradato. È un campo in cui un bacino elettorale pulito continua ad esistere. Questo bacino elettorale guarda con sgomento ai partiti d’abituale riferimento, osserva con attenzione le proposte politiche alternative (da Di Pietro a Grillo all’agitazione laica post-girotondi, così come le proposte nient’affatto sprovvedute che vengono da destra), ma non trova una vera proposta unificante con un aggancio istituzionale rappresentativo. I referendum spesso sono un vicolo cieco.
Rimane sullo sfondo il tema di una lista che dia una sponda sicura a tutto questo.

Comunque la giriamo, il peso del partito di Di Pietro risulta determinante e condizionante.
Istituzionalmente è sulla cresta dell’onda, grazie alla nullità del Pd. Mentre sui contenuti – impiegati con distacco a volte cinico - agisce usando la rapidità degli imprenditori: fa “affari politici“ velocemente, in modo sostanziale e spregiudicato. Così il partito stabilisce significative relazioni con intellettuali e gruppi. Lo sappiamo bene.
Come porsi nei confronti di quest’agile “azienda del consenso”?
Una soluzione sarebbe non allearsi. Rimarrebbe una forte capacità concorrenziale autonoma del partito di Di Pietro. Il peso elettorale alternativo al Pd risultante non sarebbe enorme, ma comunque avrebbe un qualche consolidamento intorno alla macchina politica dipietrista.

Una seconda soluzione sarebbe un’alleanza fra potenze catafratte, con i simboli elettorali affiancati, ma il timoniere dell’Italia dei Valori ha sperimentate capacità di cavillare il modo per capitalizzare la sua separatezza, come ha fatto dopo altri patti.
Flores D’Arcais propone un’alleanza meno notarile e più capace di mescolare società civile e partito, ma il tempo di cottura a disposizione per questa pietanza sembra poco.

Infine ci sarebbe la soluzione di una lista in cui si investe un po’ di più sulla prospettiva e si mescolano meglio i colori. Questo, dopo aver ben chiaritola parte degli accordi legali: in questi tempi così è, se ci pare. Niente nomi di leader nelle liste. Punti politici? Un punto politico per l’Italia (“le buone leggi ci difendono dalla Casta”, perciò offriamo un’alternativa al farsi cooptare nel sistema di potere del longevo Re Sole). Punti politici per l’Italia in Europa: “un’economia più semplice, stabile e sicura, ancorata alla realtà”, “l’Europa delle reti pulite e del lavoro nuovo”, “dopo la politica della paura, nessuna paura della politica” (un po’ legnoso, potrebbe essere anche: “è il tempo di guadagnare dalla pace”).
Di Pietro potrebbe esercitare la sua influenza sulla scala dei suoi mezzi in merito al primo punto, altri potrebbero legare i temi degli altri punti.
È una cosa possibile? Servirebbero alcuni passi in avanti e alcuni passi indietro, atti di generosità politica da pronunciare in modo trasparente. Che so..  un Di Pietro che faccia un qualche atto di riparazione rispetto alle precedenti elezioni europee. Difficile. Oppure un Grillo che proclami una tregua rispetto a certe sue insofferenze istituzionali. Molto difficile. Ovvero i movimenti locali che s’impegnano con forza in una prospettiva nazionale. Arduo.

In ogni caso ci vorrebbe un gruppo di personalità indipendenti (ma chi lo promuove, Paolo Flores, tu?) capace di farsi garante di ogni operazione di convergenza di fronte a tutti i settori di elettorato che potrebbero guardare con favore a questa ipotesi.

Di Pietro, da solo, non solo non è in grado di catalizzarli tutti, ma non può nemmeno offrire garanzie. Dovrebbe far sapere al mondo se vuole gettare il dado per diventare parte magna di una nuova opposizione, oppure se aspetta il prossimo turno, quando il PD sarà scomparso dalla scena e ci sarà un generale rimescolamento delle carte. La prima variante ha probabilità di realizzazione minime. La seconda servirebbe solo a lui,a Di Pietro, per navigare a vista prima di essere, a sua volta, speronato dal Padrone. O comprato dallo stesso.

Però varrebbe la pena esplorare subito la possibilità dell’operazione lista, per decidere a breve se serve spenderci del tempo, oppure se quel tempo vada adoperato meglio per attrezzarsi a un durevole viaggio, lungo un deserto vagamente fascista.
Che ne pensate?

Lì c’è la porta

Le dimissioni di Veltroni non risolvono un bel niente, ma sono uno sgambetto non da poco agli avvoltoi che lo massacrano già dalla campagna elettorale delle politiche. E dato che non poteva in alcun modo andare peggio di così, forse questo spariglia le carte. Per dire: magari qualcuno lo segue

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Dimissioni tardive, il PD riunisca l’assemblea

 

il PD

Dimissioni tardive, il PD riunisca l’assemblea

Con tutto il rispetto che merita chi compie una scelta dolorosa e coerente, le dimissioni di Walter Veltroni giungono tardive nel riconoscere il fallimento del suo progetto politico, caratterizzato dalla rottura dell’esperienza dell’Ulivo. Ma l’equivoco più grave cui Veltroni si è sottomesso, riguarda la natura democratica del partito, negata in partenza da un accordo oligarchico e quindi da elezioni primarie snaturate in quel punto essenziale che è la contendibilità reale della leadership. La crisi era aperta da tempo, troppo a lungo Veltroni ha fatto finta di non vederla o ha accusato il partito di “troppo” dibattito interno quando invece il difetto era che la nomenclatura impediva di decidere su scelte essenziali, dalla bioetica al sistema elettorale.

L’unico organismo democraticamente eletto, e dunque legittimo, è oggi l’assemblea costituente del Pd. Lo si convochi al più presto. Ci attende un lungo periodo di difficoltà. Grandi questioni politiche e culturali attendono soluzione prima che il centro sinistra possa riproporsi come alternativa credibile all’egemonia della destra. Ma non riusciremo ad affrontare questa prova senza un ricorso coraggioso alla partecipazione dei cittadini elettori. Lo dimostra anche la vicenda di Firenze. Il problema non è chi guiderà il Pd nei prossimi mesi, ma se saremo capaci di favorire un ricambio profondo della sua classe dirigente. http://www.gadlerner.it/2009/02/17/dimissioni-tardive-il-pd-riunisca-lassemblea.html


Tour di Hillary Clinton nell’“arco della crisi”




La politica estera Usa, ha detto ieri il neo segretario Clinton in visita in Giappone, deve promuovere «equilibrio e armonia ». Ma cosa significa, in pratica? Sintetizzare una “dottrina Obama” sul palcoscenico globale è ancora molto difficile, e non aiuta certo il fatto che ne siano attori personaggi molto diversi, ognuno con una forte personalità.
Uno su tutti Richard Holbrooke, che con l’incarico di inviato per Afghanistan e Pakistan (lunedì a New Delhi si è concluso il suo primo tour nella regione) è riuscito a mettersi al centro di quello che lui stesso, in un articolo per Foreign Affairs apparso nell’autunno scorso, definiva l’“arco della crisi”, un arco che si estende dall’Egitto all’India, paesi e problemi che meritano, secondo l’architetto degli accordi di Dayton, un approccio globale.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp



Tokyo (AsiaNews/Agenzie) – Il ministro giapponese delle finanze, Shoichi Nakagawa, ha dichiarato oggi che rassegnerà le sue dimissioni, dopo la valanga di critiche per il suo atteggiamento alla conferenza stampa  tenuta a Roma dopo il G7. Nel filmato della conferenza stampa Nakagawa appare confuso, con la bocca impastata, sonnolento, come se fosse ubriaco.

Il ministro ha affermato che egli non era ubriaco e che il suo comportamento era causato da medicine contro il raffreddore che egli aveva assunto e dal jet lag, oltre ad un periodo di sovraffaticamento. Egli ha comunque chiesto scusa “per aver provocato molti problemi al primo ministro e ad altre persone” e ha affermato che darà le dimissioni dopo che al parlamento di Tokyo passerà il piano economico del governo, entro il 1° aprile. Nakagawa ha anche ammesso di aver sorseggiato del vino prima della conferenza, ma che non era ubriaco.

La polemica sul ministro Nakagawa avviene in un momento un po’ critico per il premier Aso, la cui popolarità è scesa del 10%, mentre l’economia giapponese scivola verso una profonda recessione e il Paese si prepara alle elezioni che dovrebbero tenersi entro ottobre.

Nakagawa, 55 anni, stretto alleato del premier Taro Aso, sembra aver preso la decisione di dimettersi per ridurre al minimo le ripercussioni dello scandalo sul governo di Aso, preso di mira dal partito Democratico, all’opposizione.




Jasad, o Il Corpo


Joumana Haddad è una poetessa libanese nota in Italia. E ora è ancora più nota nel mondo arabo, dopo l'uscita - nel dicembre scorso - della sua rivista. Rivista che ha già un titolo eloquente, Jasad, Corpo, e che è stata già definita il primo magazine erotico della regione. Tremila copie vendute in pochi giorni, le polemiche che ci si aspettava, così come una copertura mediatica buona. Sul contenuto, ancora non so che dire. Ho letto solo questa recensione di Muslimah Media Watch. La prima cosa: non vuole essere considerata la versione araba di Playboy.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


febbraio 17 2009

Il paese che amo (e non capisco)

Io continuo a pensare che l'Italia sia culturalmente il paese più vivo del mondo, quello che ha espresso storicamente il maggior grado di genialità e trasversalità e che ha prodotto le soluzioni più interessanti.
Questo paese però di fronte a scelte come quelle della Sardegna proprio non la capisco. Aspetto con ansia la fine di questo ventennio e sto a disposizione per la ricostruzione.http://carlettodarwin.blogspot.com/