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marzo 31 2009
Berlusconi riesce sempre a cavarsela
Pubblicato in Olanda
[de Volkskrant]
Sorprendente come i cittadini e i media accettino in massa le sue bugie
Da corrispondente in Italia mi sento spesso come Keanu Reeves nel film The Matrix, o Jim Carrey nel Truman Show. È una sensazione spaventosa: vivere e lavorare in una democrazia dell’Europa Occidentale che fu tra i fondatori dell’Unione Europea e fa parte di prominenti forum internazionali come il G8, e ciò nonostante sentirsi come i personaggi che lottano in angosciosi film su illusione e realtà.
Ma l’Italia di Silvio Berlusconi ne dà tutto il motivo. Quindici anni dopo l’ingresso di Berlusconi nella politica italiana, il paese si allontana sempre piú dai valori democratici essenziali.
Neo (Reeves) e Truman Burbank (Carrey) in The Matrix e The Truman Show si rendono conto che il loro intero ambiente vive secondo la sceneggiatura di un regista onnipotente. Però non vedono la loro sorpresa e preoccupazione al riguardo riflessa in alcun modo nella reazione delle persone che li circondano; tutti si comportano esattamente come se non succedesse niente di strano, o semplicemente non se ne rendono conto. Chi cerca di seguire e di capire la politica e la società in Italia inevitabilmente avrà la stessa esperienza.
Corrotto
Il raffronto si è imposto all’attenzione molto chiaramente il mese scorso. Nel pomeriggio di martedì 17 febbraio è apparsa sui siti dei principali giornali italiani una notizia dal titolo: ‘David Mills è stato corrotto’: condannato a 4 anni e sei mesi.
Riguardava una notizia esplosiva: il tribunale di Milano aveva riconosciuto l’avvocato britannico David Mills colpevole di corruzione per aver accettato 600 mila dollari da Silvio Berlusconi negli anni novanta, in cambio di rendere falsa testimonianza in due processi per corruzione istituiti contro l’imprenditore-politico. La sentenza contro Mills era altamente incriminante anche per il premier italiano dell’Italia, perchè se c’è un corrotto ci deve essere anche un corruttore.
Cose strane
Ma in Italia sono successe un paio di cose strane con questa notizia. Per iniziare diversi giornali hanno scritto la sentenza tra virgolette, come se si trattasse non di un fatto giuridico ma semplicemente di un’opinione personale da poter contestare con facilità. Ciò infatti è immediatamente successo.
Nel sito web del Corriere della Sera, un giornale di riguardo in Italia, vari lettori hanno messo in dubbio la sentenza del tribunale milanese. “Perchè questa sentenza arriva giusto 24 ore dopo le elezioni in Sardegna?” si chiede uno di loro. Il partito di Berlusconi, Popolo delle della Libertà (PdL), aveva vinto quelle elezioni regionali con una schiacciante maggioranza; l’isola italiana è tornata dopo lungo tempo in mano della destra, cosa che ha provocato una grande euforia negli ambienti del PdL.
I giudici hanno deliberatamente cercato di rovinare la festa con la loro sentenza, riteneva il lettore sopracitato.
Un altro ha fatto un ulteriore passo in avanti. Quella “ennesima sentenza fatta per rovinare la festa”, avverte i giudici, “servirà solo a rafforzare il nostro premier e la sua coalizione, quindi soprattutto continuate così e sparirete automaticamente, ciao ciao”.
Di per se queste reazioni si potevano archiviare come rigurgiti emotivi di accaniti sostenitori di Berlusconi. Ma stranamente i media italiani gli hanno dato del tutto ragione. Mentre la notizia veniva esaminata a fondo su emittenti straniere come la CNN e la BBC, l’interessante notizia é stata data di striscio dai telegiornali italiani.
Su RaiUno e RaiDue l’argomento è stato incastrato a stento in un minuto verso la fine dell’edizione serale. Su due delle tre reti commerciali di Berlusconi la sentenza è stata completamente ignorata.
Sentenza
E sul canale che ha sì riferito la sentenza, il cronista ha ancora definito l’accertato episodio di corruzione un “supposto pagamento” fatto dalla ditta Fininvest di Berlusconi, e ha chiuso il suo mini servizio con una lunga citazione di un parlamentare del partito di Berlusconi, il quale diceva che il presidente del tribunale di Milano “è chiaramente antagonista della persona di Silvio Berlusconi dal punto di vista politico”.
Come può succedere tutto ciò? Come si può negare e deformare così facilmente e massivamente la realtà? Da anni la stampa internazionale addita il gigantesco conflitto di interessi del premier.
Tutti conoscono Silvio Berlusconi come il grande uomo dietro più di settanta aziende, raggruppate in mega holdings come la Mondadori (la principale casa editrice di giornali, libri e riviste in Italia), Mediaset (la più grande holding televisiva del paese), Mediolanum (servizi finanziari) e la squadra di calcio AC Milan.
Groviglio di interessi
Berlusconi controlla buona parte dei media italiani e viene perciò chiamato da molti giornali stranieri ‘imprenditore-politico’ o ‘premier-magnate dei media’. Ciononostante questi termini dicono troppo poco sul modo in cui questo groviglio d’interessi influisce sulla società italiana.
In generale Berlusconi viene considerato l’uomo dalla parlantina facile e dal sorriso scolpito, il marpione rifatto con il brevetto sulle battute imbarazzanti (come quella su Barack Obama, che definì “giovane, bello e anche abbronzato”‘ un paio d’ore dopo l’elezione di quest’ultimo a presidente degli Stati Uniti). Come premier dell’Italia è perciò agli occhi di molti un buffone da non prendere troppo seriamente. Ma queste qualità da birbantello nascondono alla vista il suo illimitato potere e influenza che intaccano persino il DNA dell’Italia - e purtroppo non in senso positivo.
Le sue emittenti commerciali, il suo settimanale d’opinione “Panorama”, il quotidiano “Il Giornale” (del fratello Paolo) e una lunga lista di giornali di famiglia, si schierano quotidianamente con il loro padrone senza vergogna. Questo servilismo raggiunge forme così elevate che il giornalista televisivo nonchè capo-redattore dell’emittente Rete4 può emozionarsi in diretta leggendo la notizia della vittoria elettorale di Berlusconi.
Per la maggioranza degli italiani la televisione è la principale fonte di informazione, ed è quasi completamente sotto il controllo di fedelissimi di Berlusconi.
Modi sgarbati
Allo stesso tempo i membri dell’opposizione vengono buttati a terra in modo insolitamente sgarbato. Il più combattivo oppositore di Berlusconi, Antonio Di Pietro, da tempo viene chiamato ‘il boia’, o ‘il trebbiatore’ nel corso delle varie rubriche di attualità, che continuano a far vedere le sue foto meno lusinghiere, che immortalano il corpulento Di Pietro sul trattore, in pantaloncini corti.
Questo bizzarro approccio ‘giornalistico’ non scaturisce da una specie di naturale lealta’ dei dipendenti, ma da precisi ordini di servizio. Il giornalista italo-americano Alexander Stille cita nella sua biografia di Berlusconi “Il sacco di Roma” (tradotta in olandese come “Silvio Berlusconi/De inname van Rome), un ex vice-caporedattore de “Il Giornale”, che spaziava su come Berlusconi dava ordini alla redazione negli anni novanta: “Dobbiamo cantare in armonia sui temi importanti per noi (…) Voi, caporedattori, dovete capire che dobbiamo iniziare un’offensiva mirata con tutti i nostri mezzi contro chiunque ci spari addosso. Se quelli che ci attaccano ingiustamente vengono puniti usando tutti i diversi media del nostro gruppo, l’aggressione finisce”.
RAI
Nel ruolo di premier, Silvio Berlusconi esige più o meno la stessa apatia dagli impiegati statali, soprattutto all’interno dell’emittente statale RAI. Durante il conflitto in Irak, che aveva l’appoggio del precedente governo Berlusconi, i giornalisti della RAI non potevano definire gli oppositori della guerra “dimostranti per la pace” o “pacifisti”, ma dovevano chiamarli “insubordinati”.
‘Sei un dipendente dello stato!’ gridò Berlusconi contro il critico giornalista televisivo Michele Santoro un paio d’anni fa durante una trasmissione televisiva, riportandolo all’ordine. Santoro voleva togliere la parola a Berlusconi, che era in linea telefonicamente, perchè questi rifiutava di rispondere alle domande del giornalista, e voleva solo criticare il modo di lavorare di Santoro.
Criminoso
Durante una conferenza stampa in Bulgaria Berlusconi accusò Santoro e due altri giornalisti di aver fatto un ‘uso criminoso della televisione pubblica’. I tre avevano osato fare una trasmissione critica sul premier. In quello che da allora è diventato famoso come ‘l’editto bulgaro’, il premier esigeva che la direzione dell’emittente ‘non permettesse più che accadessero certe cose’. Qualche mese dopo i tre erano spariti dallo schermo.
L’Italia come paese democratico sta molto peggio di quanto molti credano. Ciò dimostrano le misure per la limitazione della libertà che questo governo sta prendendo o preparando (come la prigione per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni telefoniche degli indiziati; pressione politica su medici e insegnanti per denunciare gli immigranti illegali alla polizia; limitazione dell’indipendenaza del potere giudiziario).
Ma lo stato preoccupante delle cose si rivela soprattutto nel modo apatico in cui stampa e pubblico ultimamente reagiscono a questo genere di piani. L’Italia si abbandona sempre di più alla realtà altamente colorata con cui viene abbindolata dall’apparato di potere di Berlusconi.
Duramente
Certo, giornali e riviste di opinione come La Repubblica, l’Unità e l’Espresso continuano ad andare duramente contro il premier quando è necessario. Ma sono predicatori nel deserto: i due principali giornali italiani hanno insieme una tiratura di solo 1,3 milioni, su una popolazione di quasi 60 milioni.
La televisione è per la stragrande maggioranza degli italiani la fonte di informazione principale, e ora è quasi tutta sotto monitoraggio di gente fidata di Berlusconi.
Inoltre, anche i giornali al di fuori dell’impero di Berlusconi sentono il suo braccio forte. Come il giornale torinese La Stampa, proprietà della Fiat. ‘Vista la situazione in cui versa la Fiat, La Stampa non si trova nella posizione di esprimere critiche nei confronti di Berlusconi, e ciò è altrettanto valido per numerosi altri giornali’, cosí il caporedattore Giulio Anselmi a Stille nel Sacco di Roma. ‘Oltre ai giornali che possiede, c’é tutto un cerchio concentrico di giornali che dipendono direttamente o indirettamente da lui’.
Il guastafeste
Il leader dell’opposizione Antonio Di Pietro racconta nel suo libro Il guastafeste [in italiano con traduzione nel testo, ndt], come sia stato apostrofato “assassino’ da due ragazzi, mentre passeggiava in Piazza Duomo a Milano.
Un tempo Di Pietro era l’eroe del paese per milioni di italiani, nella sua funzione di pubblico ministero dell’ampia operazione anti-corruzione Mani Pulite, che spazzò via un’intera generazione di politici e imprenditori imbroglioni all’inizio degli anni novanta. ‘Questo incidente’, dice Di Pietro a proposito dell’accaduto a Piazza Duomo a Milano, ‘dimostra che quei ragazzi a casa sono bombardati con falsa informazione dalla televisione’.
Dopo un decennio e mezzo, questo moderno indottrinamento sta dando così tanti frutti che Berlusconi osa negare persino le più incontestabili verità.
Proteste
Per esempio, l’anno scorso durante la massale protesta studentesca contro i tagli pianificati nell’istruzione. Gli studenti avevano occupato facoltà di diverse università, con grande irritazione di Berlusconi. ‘Oggi darò al Ministro degli Interni istruzioni dettagliate su come intervenire usando le unità mobili’, disse il premier nel corso di una conferenza stampa.
Quando l’opposizione gridò allo scandalo, Berlusconi il giorno dopo disse bellamente di non aver mai minacciato con le unità mobili. Ancora una volta era stato erroneamente citato dai giornalisti. Però tutti avevano potuto vedere e sentire che il premier l’aveva veramente detto; i suoi commenti erano stati trasmessi da radio e tv.
Nonostante quella prova schiacciante Berlusconi si ostinò sulla sua posizione. E con successo. Giacchè cosa dissero la sera i telegiornali? ‘Il premier dice di essere stato citato erroneamente’.
Democrazia
In una democrazia sana i giornalisti in servizio avrebbero come minimo fatto velocemente rivedere le immagini della conferenza stampa in questione, così da permettere ai telespettatori di concludere da sè se il premier fosse rimbecillito o no. Ma no. ‘Eventualmente, potrete rivedere la nostra trasmissione di ieri su internet’, ha sussurrato il redattore politico di RaiUno alla fine del servizio.
Considerando la situazione alla Matrix in cui versa l’Italia, il suo commento suonava quasi come un eroico atto di resistenza.
Eric Arends è il corrispondente del Volkskrant a Roma
http://italiadallestero.info/archives/4285
400 milioni in un fine settimana: nemmeno Victoria Beckham
Il referendum spaiato e celebrato nel weekend successivo a quello di Europee e Amministrative costa 400 milioni di euro. Così ha voluto la Lega. Se ne parla troppo poco: anzi, non se ne parla proprio. Eppure questi spendono più di Victoria in una delle sue puntate di shopping selvaggio, eppure sono soldi nostri, eppure c'è la crisi. Fate girare, please, e segnalate il sito dei referendari. E' importante.
postato da
http://civati.splinder.com/
Ecco perché credo che non sarà un'avventura
Giovanni Bachelet,
Non sarà un'avventura? A questo angoscioso quesito, letto con qualche giorno di ritardo a causa di un weekend dedicato a predicare in giro per l'Italia il verbo (irregolare) del PD, risponderei senza troppe esitazioni: no, non sarà un'avventura. Infatti, dei sei co-firmatari della mozione che preoccupa Sandra Bonsanti, ben quattro, cioè Soro, Bressa, Zaccaria e Amici, sono anche co-firmatari della proposta di legge costituzionale da me depositata a inizio legislatura alla Camera e dal presidente Scalfaro al Senato. Questa proposta, se discussa e approvata, impedisce cambiamenti della Costituzione a maggioranza semplice e rende obbligatoria una maggioranza parlamentare oceanica (quattro quinti) per evitare il successivo referendum. Poiché da maggio ad oggi Soro, Bressa, Zaccaria e Amici non hanno ritirato la loro firma alla mia proposta di legge, immagino la ritengano ancora vincolante, nella lettera e nello spirito, rispetto a qualunque ipotesi di futura riforma costituzionale. Di certo non potrebbero apprezzare l'idea che il governo proceda per decreto (cosa peraltro impossibile nel campo delle riforme costituzionali). Va anche riconosciuto che, nel merito, la mozione di Franceschini et al., quando parla di riduzione del numero dei parlamentari e trasformazione del Senato in camera di rappresentanza delle autonomie territoriali, non fa che richiamare lo stadio a cui si era fermata la discussione nella scorsa legislatura, e cita due riforme sulle quali il consenso è davvero molto ampio.
Confesso, tuttavia, che tanto la genericità del successivo auspicio ad un adeguamento dei procedimenti decisionali e della forma di governo al mutato contesto politico-istituzionale, quanto il fatto di rivolgere un simile appello al governo hanno lasciato perplesso anche me. Dirò di piú: poiché una mozione di contenuto cosí rilevante non era stata né discussa né votata nel gruppo parlamentare del Partito Democratico, penso che, se avessimo dovuto votarla in aula, mi sarei legittimamente astenuto; se ciò non è avvenuto è solo perché il governo l'ha accolta con qualche modifica, e quindi non si è proceduto alla votazione. Il fatto che il governo l'abbia accolta preannunzia qualche avventura, qualche pasticcio politico-istituzionale? Mi pare che da questo rischio ci abbiano prontamente salvato le nuove sparate del Presidente del Consiglio, che nel frattempo, incurante del colossale rovescio elettorale subito dalla sua precedente riforma costituzionale col referendum del giugno 2006, e anche della recentissima, (in?)cauta apertura di credito da parte del PD, ha dichiarato che riformerà la Costituzione, se necessario, con la sola maggioranza. Se la minaccia verrà attuata, l'unica avventura (vincente) in cui si potrà impegnare il PD sarà quella di promuovere un nuovo referendum costituzionale: dopotutto del precedente referendum, oltre ai Comitati Dossetti, LeG e ASTRID, furono promotori anche molti parlamentari oggi nel PD, fra i quali Bindi, Bressa e Zaccaria.http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2591&id_titoli_primo_piano=1
oltre il giardino
Il signore dei tornelli sogna una pioggia di cemento sulla Laguna
DI ALBERTO STATERA
Gli animal spirit cementificatori rimbalzano da palazzo Chigi alla Laguna. E' lì che la "rivoluzione edilizia" di Berlusconi, annunciata, poi smentita, poi ridimensionata, poi rilanciata, trova una sponda persino più rivoluzionaria, anche ad opera dell'inesauribile Renato Brunetta, la cui segreta e antica aspirazione è fare il sindaco di Venezia. Il ministro antifannulloni ha già promosso la stesura di un programma elettorale per preparare la riconquista di Ca' Farsetti alla scadenza di Massimo Cacciari nel 2010 con lo slogan "Modernizzare la città e sottrarla all'egemonia della sinistra". La chiave modernizzatrice è il cemento. Basta con l'"urbanistica bulgara", le piste ciclabili, che sono un emblema concettuale di sinistra, e i vincoli edificatori. Perché "la mission di un governo per Venezia è quella di connettere la storia e la natura della città alla modernità". Come? Lo spiega dettagliatamente un documento che viene sottoposto ai veneziani via Internet e che ha fatto sobbalzare qualche anima bella anche a destra.
Primo: costruire in riva alla laguna, che "dovrà diventare il luogo di connessione della città antica con la città di terraferma". In questo modo Mestre conquisterà "le sue residenze sul proprio waterfront, in un paesaggio comune alle due città", con quartieri residenziali lungo l'area vincolata della gronda lagunare, come vagheggia nel documento Umberto Carraro, architetto socialista già presidente del Consiglio regionale. Forse nessuno gli ha detto che a Venezia ci sono molte più case di quelle che servono.
Poi, una volta finito il Mose, che è costato 3 miliardi negli ultimi cinque anni, con i palazzi residenziali in laguna, si farà un nuovo porto alla bocca di Malamocco, quando già saranno aperti i cantieri per la sublagunare fino al Lido, per parcheggi e linee ferroviarie che faranno di Mestre la stazione passante dell'alta velocità. Nel frattempo, il ministro della Difesa Ignazio La Russa avrà messo in vendita l'Arsenale, simbolo della potenza della Serenissima citato da Dante nella Divina Commedia, che copre un sesto di Venezia tra bacino e edifici, dove sorgerà un albergo extralusso.
Progetti faraonici, ma degli 80 milioni chiesti da Cacciari e promessi per le necessità urgenti della città non c'è traccia. Il governo ha preferito salvare dalla bancarotta la Catania dell'ex sindaco Umberto Scapagnini, il medico custode della capigliatura e del testosterone del premier. L'ultimo sfregio è venuto dal ministero dei Beni culturali, retto dall'inclito Sandro Bondi, che alla città più ricca di opere d'arte al mondo ha concesso per la tutela del patrimonio artistico nel 2009 ventimila (diconsi 20.000) euro, l'1 per cento di quanto è necessario.
Il patrimonio artistico dell'umanità oggi vale meno di un'auto usata, ha commentato Alberto Vitucci su "La Nuova Venezia".
a.statera@repubblica.it
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/03/30/primopiano/010gadenia.html
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Camera
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Voti
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Voti (%)
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MEDA
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11
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0,2
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PLI
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49
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0,8
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Ass. Difesa della vita
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14
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0,2
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Sinistra critica
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52
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0,9
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Forza Nuova
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16
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0,3
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Unione democr. dei consumatori
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19
|
0,3
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La Sinistra Arcobaleno
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206
|
3,4
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UDC
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214
|
3,5
|
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IDV
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144
|
2,4
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PD
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2.307
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38,2
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Part. Comunista dei lavoratori
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57
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0,9
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PDL
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2.433
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40,3
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Lega Nord
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182
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3,0
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La Destra
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153
|
2,5
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Per il bene comune
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23
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0,4
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Partito Socialista
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159
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2,6
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Totale
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6.039
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100,0%
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Primarie a Fivizzano
Ieri si sono svolte le primarie del Partito Democratico nel Comune di Fivizzano. I risultati sono stati i seguenti: Paolo Grassi, designato candidato sindaco, 1.076 voti pari al 45,3% dei voti validi; Giovanni Arcangeli 553 voti (22,3%); Pier Giuseppe Zolesi 494 voti (20%); Vittorio Marcelli 325 voti pari al 13%.
Hanno partecipato alle primarie 2.475 elettori
Nella tabella che ho postato, i risultati delle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 a Fivizzano.
Come si nota hanno partecipato alle primarie del P.D. più elettori di quanti votarno P.D. alle politiche (2.307 voti). Cioè si sono recati alle urne il 100% degli elettori P.D. del 13-14 aprile 2008, più altri 168 elettori.
Si ripropone la solita questione, poichè le interpretazioni sono soltanto due: a) il P.D. a Fivizzano è un partito in forte crescita (i 2.475 votanti alle primarie corrispondono al 41% dei consensi calcolati sui voti validi delle politiche dove il P.D. ottenne, meno di un anno fa, invece il 38,2%); b) hanno votato alle primarie del P.D. anche elettori non P.D. Poichè questo fatto si ripete costantemente nelle primarie non scontate, quando cioè sono vere (è successo a Carrara, a Firenze e un pò ovunque), una riflessione si impone. Far pagare un euro e far sottoscrivere il programma in occasione delle primarie, non è sufficiente a selezionare il voto ai soli elettori P.D. o della coalizione di Centrosinistra. Quindi o si accetta questo fatto dichiarando che le primarie sono aperte a tutti gli elettori, indipendentemente dalla loro idea politica, o si trovano dei rimedi. Negli U.S.A., dove esistono le primarie, esistono anche dei registri degli elettori (democratici e repubblicani) e solo chi si iscrive preventivamente in questi registri ha diritto al voto.
http://ottopassi.splinder.com/post/20208140/Primarie+a+Fivizzano
Densità
Alle iniziative del Pd c'è una densità di iPhone incredibile. Sono ricchi, mi dice lei , sono garantiti, le dico io , che è più triste.
O almeno, è triste come il fatto che durante i dibbattiti sui ggiovani le cose più intelligenti e innovative le dicano sempre le vecchie generazioni .http://www.suibhne.ilcannocchiale.it/
Dovendo aprire bocca
Berlusconi è solo la facciata, e la facciata fa certamente parte della costruzione, certo, ma ciò che va accadendo in Italia – ben oltre la cronaca politica ordinaria e straordinaria, ben oltre il suo segno prevalente che è autoritario e populista, ben oltre la cifra culturale dichiarata – ciò che va accadendo in Italia, dicevo, è il compiersi di una krisis (cioè di una separazione) nel corpo sociale. Dal corpo sociale si è ormai già separata del tutto quella parte che vuol farsene egemone, e la questione di quale ceto politico dovrà guidare il processo è paradossalmente secondaria, anche se la cronaca politica tende a proporcela come fatale, com’è d’ogni mito.
Anche quando è legittimato in termini di democrazia formale, il processo di egemonizzazione non può fare a meno di una dinamica di tipo oligarchico, e di strumenti che sono nelle mani di questa o di quella élite culturale e (a dispetto di tutto: secondariamente) politica.
Ecco, il bello di tutta questa storia è che centrodestra e centronistra sono stati davvero alternativi, hanno scimmiottato abbastanza bene il bipolarismo, e le forze che nella società andavano coagulandosi in blocco sociale avrebbero davvero potuto anche scegliere il centrosinistra, perché in questo ultimo decennio entrambi gli schieramenti si sono davvero offerti per un ruolo simile, per quanto con sensibili variabili di interpretazione. Qui, una volta tanto, taccio del ruolo del Vaticano [*].
Lo dico in un altro modo, un pochino più prosaico: quando la modernità ha accelerato il passo, e la cosa ha generato insieme sofferenza e insofferenza (ovunque, però a pelle di leopardo), l’Italia – la gran parte degli italiani, di destra, di centro e di sinistra – ha deciso di far resistenza. Sì, ma con quale modello alternativo alla modernità? L’eccezionalismo. Vizio tipicamente italiano: qualunque cosa siamo, lo siamo sempre all’italiana. Nazionalisti e socialisti, ma fascisti. Popolari e cattolici, ma democristiani. Comunisti, ma eurocomunisti, cioè socialdemocratici. Quando Berlusconi e Franceschini si sono dati del cattocomunista e del clericofascista, abbiamo avuto in affresco un intero ciclo di stazioni, coi relativi miti, e il “caso Italia” s’è istruito in imputazione.
Uno scambio di riconoscimenti, di questo si è trattato, ma anche di una reciproca chiamata in parte: s’era infine giunti ad ammettere che la competizione fosse (sempre stata) su quale modello culturale e (a dispetto di tutto: secondariamente) politico fosse meglio proporre al blocco sociale come più valido eccezionalismo; e s’era infine giunti dare un nome a questi modelli (clericofascista e cattocomunista).
Il blocco sociale ha scelto di farsi egemone secondo il modello offerto dal centrodestra, e questo era già chiaro 4 anni fa, nel 2005, quando si pensava che Berlusconi fosse un politico finito. Tutto quello che si è visto nello scorso fine settimana è solo la bolla dell’herpes zoster sul corpo di un paese che ha sempre sottovalutato le complicanze della varicella. Il Pdl non è la malattia: la malattia è il credere che la varicella sia una sciocchezza, che bastino le carezze di mamma e una bella tazza di latte caldo per guarire e crescer forti e sani.
Risuturarsi, via.
L’epifenomeno è senza dubbio appariscente, impossibile negarlo. Si tratta, infatti, della nascita di un partito che è dato a più del 40% dei consensi, e mira a conquistarne altri, fino al raggiungimento della maggioranza assoluta, e oltre. Si è detto: il più grande partito almeno d’Europa. Roba non da poco, senza dubbio, ma a mio modesto parere resta un epifenomeno: la nascita del Pdl è solo il sintomo di una delle articolazioni del processo attraverso il quale un blocco sociale, che si è venuto a compattare nell’ultimo decennio (prima fase), prende il controllo pieno del paese nella forma dell’egemonia (seconda fase).
[*] Sfidando il ridicolo con l’uso di una categoria così datata come quella di blocco sociale, ho somministrato lunghi e spocchiosi pipponi al mio lettore, dal 2005 in poi, sulle ipotesi di snodo che il processo prendeva via via, fino a scrivere, l’anno scorso, e proprio in relazione al ruolo del Vaticano in questo complesso processo storico: “L’Italia ha paura del futuro, ha un presente di merda, le spalancano le porte del passato, e non si fa scappare l’occasione. L’impianto morale che sta nel magistero [della Chiesa cattolica] (la persona come immagine e somiglianza di una dimensione creaturale, dimensione intrinsecamente sorvegliata), calato a meraviglia in una politica che non sa emancipare gli individui dalla loro condizione di figli e di alunni, di sudditi e carne da riproduzione. La mater et magistra spirituale ha un braccio temporale per distribuire attenzioni e insegnamenti, zuccherini ed esortazioni, carezze e promozioni, ma pure schiaffi e bocciature, perché – hai voglia a dire che non è vero – c’è sempre un figlio prediletto e un alunno più solerte che merita di fare il capoclasse” (giornalettismo.com, 2.6.2008).http://malvino.ilcannocchiale.it/
Stufolandia, Mi piace questo Franceschini. Da quindici anni il centrosinistra vive col complesso di inferiorità nei confronti del centrodestra, e lo chiama pomposamente pragmatismo. Cerchiamo la breccia nel finto monolitismo berlusconiano dove insinuarci e dividere le loro truppe. Facciamo affidamento sull'ambizione divorante di mezze cartucce e politici di carta, sull'eterno trasformismo italiano, per mettere in difficoltà il cav. Tanto quando poi andremo noi al governo, oltre al necessario risanamento, sapremo disgregare le truppe avversarie con un colpo definitivo, che però -guarda un po'- non riesce mai.
Il tema classico sono le riforme, istituzionali, costituzionali, federali. Ora tocca a Fini, da fascista missino a conservatore liberal. Suvvia, un ottimo interlocutore, non il solito aggressivo berlusca. Ed ecco D'Alema, Bersani, Fassino e tutta la corte degli sfigati politici di professione e perdenti di vocazione a ponderare pubblicamente e con saggezza le parole di Fini sulle riforme "non più rimandabili" con il supporto dei grandi giornali bipartisan del nostro paese, che tanto bipartisan poi non sono.
Franceschini sembra che non abbocchi. Finalmente.http://ilprimocerchio.blogspot.com/
[ranieri]
Le primarie spiegate a quelli del nord
Antonio Ricci ha perso. Ha perso le primarie per il candidato a sindaco di Pavia, una comeptizione - ci racconta lo stesso Ricci - ”di cui tutto il Partito Democratico deve andare fiero.”
Poi magari si vanno a vedere i risusltati e scropriamo che i votanti a Pavia sono stato 1.551, esattamente 5 in meno che a San Gimignano. Ora, per chi non lo conoscesse San Gimignano è un deliziono borgo medievale nel sensese noto per un vino bianco, la Vernaccia, e per le sue torri prefettamente conservate.
Da San Gimignano ci assicurano che non hanno fatto votare i turisti, resta il fatto che in numeri assoluti si sono espressi più cittadini che a Pavia, che ha almeno dieci volte il numero abitanti.http://pdobama.wordpress.com/2009/03/30/le-primarie-spiegate-a-quelli-del-nord/

Tra Genova e Strasburgo ci sono 611 chilometri. Tra Genova e Bologna meno di trecento.
Sono quindi certo che chiunque di voi, se avesse un bimbo piccolo a Genova e volesse seguirne affettuosamente la crescita, tra le due mete sceglierebbe di lavorare a Bologna.
Lui no: lui ha scelto di andare in Alsazia.
Forse perché lo stipendio è molto più ricco e a lavorare, alla fin fine, andrà sì e no un paio di volte al mese.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Serbia e Croazia, i nuovi franco-tedeschi
Serbia e Croazia come Francia e Germania. I pesi massimi dei Balcani, protagonisti di una feroce guerra tra il '91 e il '95, provano finalmente a tendersi la mano. In maniera seria, sembrerebbe. Divisi dalla rispettiva percezione del conflitto e un po' anche dalla lingua (sarebbe per entrambi il serbo-croato, ma Zagabria ha rimesso mano al vocabolario per istituire un proprio specifico idioma), i due paesi, dopo un quindicennio contrassegnato da rancori e rapporti diplomatici ridotti al lumicino, sembrano avere imboccato la buona strada. Qualche tempo fa il capo di stato serbo Boris Tadic, andò a Zagabria e chiese scusa per i crimini commessi dalla Serbia nei confronti della Croazia. La scorsa settimana il primo ministro croato Ivo Sanader s'è recato a Belgrado e ha anch'egli lanciato il ramoscello d'ulivo.
Oltre a garantire il diritto al ritorno per i profughi serbi della Krajina e della Slavonia – le aree “ripulite” dal generale Ante Gotovina, accusato di crimini di guerra dal Tribunale per la ex Jugoslavia dell'Aja – Sanader ha evocato il modello franco-tedesco come strumento per diluire l'ingombrante portato del passato prossimo. «Prendiamo Francia e Germania, per esempio. Questi due paesi sono stati grandi nemici per secoli, ma oggi rappresentano il nocciolo dell'Unione europea. Serbia e Croazia devono recitare lo stesso ruolo per l'Europa sud-orientale». Magari Sanader avrà peccato di retorica, visto che permangono problemi e controversie, come l'irritazione serba per il riconoscimento croato del Kosovo e per la causa per genocidio intentata da Zagabria nei confronti di Belgrado, davanti alla Corte internazionale di giustizia (dove la Serbia intende fare “contro-causa”). Ma intanto, è significativo registrare che Sanader, parlando della possibile candidatura serba all'ingresso nell'Ue, ha affermato: «Ciò che è meglio per i nostri vicini, è meglio anche per noi». È stato inoltre stipulato un protocollo comune per la cooperazione in chiave di integrazione europea. Non sarà un Trattato dell'Eliseo ma è un buon passo in avanti.
Matteo Tacconi http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/109320/serbia_e_croazia_i_nuovi_franc
CRIMINE FINANZIARIO IN AMERICA
Un altro giorno, un altro schema di Ponzi
Questa volta è la Millenium Bank nei Caraibi orientali ad assere accusata di una truffa di soli 65 milioni di dollari (a quanto si dice, il re del Ponzi Bernard Madoff si sarebbe intascato 65 miliardi di dollari). I regolatori sostengono che è in corso un “ponzimonium” con moltisse nuove indagini aperte. Stiamo parlando di un reato istituzionale dilagante, non solo di un furto individuale.
Il ruolo delle oscure, in larga parte non denunciate, istituzioni “off-shore” sta lentamente emergendo come una componente di un progetto criminale più ampio. C’è la notizia che “è stata presentata una denuncia di una class action nei confronti di diverse persone giuridiche e persone fisiche off-shore per conto di investitori in quattro hedge fund che, a quanto si dice, hanno perso oltre 3 miliardi di dollari nella truffa di Bernard Madoff”.
Sulla terraferma, a New York, il procuratore capo Andrew Cuomo ha emesso nuovi mandati di comparizione per AIG. L’ex governatore Eliot Spitzer dice che il problema non riguarda solamente i bonus di milioni di dollari provenienti dai salvataggi governativi che vanno alle “controparti” – le società che facevano affari con lo sciagurato assicuratore che ha appena cambiato il proprio nome.
Notizia sul Wall Street Journal: “I contratti CDS erano al centro del tracollo di AIG”, ha detto Cuomo in una dichiarazione. “Il problema è se i contratti sono stati diminuiti in modo corretto e competente o se sono diventati uno strumento per incanalare miliardi di dollari dei contribuenti per capitalizzare le banche di tutto il mondo.”
I seguaci di Obama devono preoccuparsi della capacità dei colletti bianchi imbroglioni di scardinare i loro programmi perché stanno allestendo indagini proprie su coloro che hanno sottratto i fondi del salvataggio.
Notizia su un giornale di Memphis: “Eil M. Barofsky, l’ispettore speciale per il programma di recupero per i beni in difficultà (TARP) ha recentemente annunciato la creazione di un’ampia task force multi-agenzia con lo scopo di scoraggiare, scoprire e indagare i casi di truffa nel prossimo programma per l’agevolazione dei prestiti per titoli garantiti dai beni (TALF)”.
Sanno con chi hanno a che fare. E’ sempre stato più semplice rubare ad una banca con penne stilografiche e trasferimenti elettronici che con le pistole in pugno in una rapina a mano armata.
Nella Carolina del Nord, un giudice ha condannato Lance Poulsen, ex amministratore delegato della National Century Financial Enterprises, a 30 anni per truffa sui titoli. Ha detto il giudice, “Poulsen era l’artefice di una truffa di una tale portata che avrebbe fatto rabbrividire gli esperti di finanza”.
I giudici potrebbero anche rabbrividire ma i nostri media stanno minimizzando la dimensione dei reati che stanno dietro al crollo della nostra economia. Il problema non sembra nemmeno avere una priorità alta per l’amministrazione Obama. Il presidente ha denunciato la “speculazione sconsiderata” ma si preoccupa di iniettare altro denaro nelle banche invece di stanare gli imbroglioni che Franklin Roosevelt chiamava “bankster”.
Ricordate che questa crisi è iniziata con lo scoppio della bolla immobiliare. L’FBI ha definito la truffa dei mutui “un’epidemia” e spiega che “le migliaia di indagini in corso per truffa finanziaria stanno mettendo a dura prova l’abilità del Bureau di fronteggiare gli altri reati. Un’esplosione di casi di truffa sui mutui ha ridotto l’FBI talmente all’osso che sta facendo davvero fatica ad indagare sugli altri reati dei colletti bianchi”.
L’FBI ha 250 agenti che indagano su questi reati, rispetto agli oltre 1.000 che gestivano la crisi delle casse di risparmio negli anni ’80. Molti esperti in reati societari sono stati riassegnati a combattere il terrorismo. Il Tri-State Defender di Memphis riferisce:
“Il Federal Bureau of Investigation ha detto di aver ricevuto lo scorso anno 46.717 denunce di attività sospette relative alla truffa sui mutui – rispetto alle 45.617 nel 2006 e alle 6.936 nel 2003. Alla fine dell’anno fiscale 2007, il Bureau si stava occupando di poco più di 1.200 indagini per truffa sui mutui – un aumento del 47 per cento rispetto al 2006. Questo cifra ha toccato quota 1.600 nell’anno fiscale corrente.
Il mese scorso il vicedirettore dell’FBI Pistole ha riferito alla Commissione Giustizia del Senato che l’agenzia sta indagando su 530 casi di palese truffa societaria, compresi 38 casi direttamente correlati all’attuale crisi finanziaria. Pistole ha sottolineato che le indagini sulle truffe stavano mettendo a dura prova il personale.
“L’aumento dei casi di truffe societarie, truffe sui mutui e fallimenti degli istituti finanziari sta mettendo a dura prova le limitate risorse dell’FBI sui reati dei colletti bianchi”, ha detto.
Il direttore dell’FBI Mueller ha riferito ai senatori che il Dipartimento di Giustizia e il Bureau stanno lavorando su “quelli che chiamiamo processi accelerati in vari settori e... stiamo dando la priorità ai nostri casi per colpire le situazioni più macroscopiche e mandare in galera quelle persone”.
La rete per la lotta contro i reati finanziari (FinCEN) ha pubblicato un nuovo rapporto che mostra come i soggetti denunciati per sospetta truffa sui mutui ipotecari potrebbero essere anche coinvolti in altri reati finanziari come truffe sugli assegni, riciclaggio, manipolazioni azionarie, il cosiddetto “structuring” per evitare le registrazioni durante le transazioni valutarie e altri generi di reati. Dai Rapporti di Attività Sospette (RAS) sugli istituti di credito, la FinCEN ha identificato all’incirca 156.000 soggetti di truffa sui mutui, e ha trovato che 2.360 erano stati denunciati per attività sospette in 3.680 altri tipi di RAS.
“Questo studio analizza la possibile interrelazione di attività illecite che avvengono tra diversi settori finanziari. I criminali tentano di sfruttare qualsiasi vulnerabilità per commettere una truffa e riciclare denaro sporco tramite una serie di istituti finanziari” ha detto il direttore della FinCEN James H. Freis Jr. “La natura interconnessa dell’attività sospetta attraverso molteplici settori finanziari coperti dalle regolamentazioni della legge sul segreto bancario della FinCEN sottolinea l’immenso valore di combinare le analisi provenienti dai diversi settori con lo scopo di rilevare e contrastare l’attività criminale”.
L’intero approccio reato per reato sta avendo risultati minimi e non coglie il problema di fondo. Potremmo riandare ad una crisi precedente e vedere cosa fu fatto allora per combattere quello che John Kenneth Gailbraith denunciò come un diffuso “furto societario”.
Gailbraith ricordò la Commissione Pecora che nel 1932 indagò sulle cause del crollo del 1929 e che portò alla luce una vasta serie di pratiche illecite da parte delle banche e dei loro affiliati.
Una voce su Wikipedia spiega: “Queste comprendevano una serie di conflitti di interesse come la sottoscrizione di titoli adulterati per ripagare i pessimi prestiti delle banche e i ‘fondi comuni operativi’ per sostenere i prezzi delle azioni bancarie. Ci fu grande indignazione all’epoca quando il banchiere JP Morgan ammise di non aver pagato le tasse per due anni. Il capo della commissione Ferdinand Pecora disse: “I cavilli legali e il più completo anonimato erano i più formidabili alleati dei banchieri”.
Per qualche motivo queste lezioni sono andate sono perdute. L’amnesia del passato ha contribuito alla rinnegazione del presente. Abbiamo bisogno di una nuova Commissione Pecora con il potere per citare in giudizio per indagare sulle cause di questa crisi – ed è un peccato che un uomo della statura di John Kenneth Gailbraith non sia più in vita per presiederla.
Il senatore Bernie Sanders sta chiedendo la composizione di una commissione simile dotata di uno staff investigativo e il potere per citare in giudizio. Perché tutti i gruppi progressisti, i media, i sindacati e tutte le organizzazioni interessate non appoggiano quest’appello? Abbiamo bisogno di professionisti come Eliot Spitzer che hanno denunciato le pratiche di prestito rapace. C’è bisogno di persone che siano state a Wall Street per capire i trucchetti di Wall Street.
Abbiamo bisogno di indagare su quei 5 miliardi di dollari che queste società hanno speso per riscrivere le leggi e deregolamentare. Abbiamo bisogno di sapere quali politici hanno preso mazzette ed eseguito gli ordini. Abbiamo bisogno di mandare la gente in galera, non di compiere un salvataggio.
Abbiamo bisogno di ricordare l’analisi di Balzac: “Dietro ogni grande fortuna si annida un crimine”. Ma Balzac non era l’unico grande pensatore dotato di perspicacia. “In una società chiusa nella quale tutti sono colpevoli, l’unico vero crimine è farsi prendere”, scriveva Hunter S. Thompson. “In un mondo di ladri, l’unico peccato mortale è la stupidità.” E questo non vale solamente per i colpevoli.
Danny Schechter
Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=12926
28.03.2009
Scelto e tradotto da JJULES per www.comedonchisciotte.org
SCONTRI A MOGADISCIO E NELL’OVEST, TRA VITTIME ANCHE DIRIGENTE POLITICO
Sono almeno 10 le vittime causate oggi da combattimenti a Mogadiscio e nei pressi della città occidentale di Baidoa: lo hanno detto alla MISNA fonti locali, che sottolineano come a perdere la vita sia stato anche un politico noto per esser stato il portavoce di una conferenza per la “riconciliazione nazionale”. Secondo le testimonianze raccolte dalla MISNA, nella capitale i combattimenti hanno provocato almeno tre vittime, tra le quali anche Abdirahman Mohamud Jimale, portavoce della conferenza inter-somala che nel 2007 fa tentò senza successo di favorire un compromesso tra il governo e i tanti gruppi dell’opposizione armata. Scontri a fuoco si sono verificati anche nella zona di Baidoa, non lontano dal confine con l’Etiopia: i combattimenti, tra militanti del gruppo degli ‘Shebab’ al potere in città e forze che sostengono il governo centrale, hanno causato almeno sette morti. Nel settore occidentale della Somalia violenze e scontri armati si verificano quasi ogni giorno da oltre una settimana: testimoni hanno detto all’emittente locale ‘Radio Shabelle’ che durante i combattimenti sono stati esplosi colpi di artiglieria.[VG]
http://www.misna.org/
La Croce rossa: in Afghanistan la condizione dei civili peggiorerà
«Tanto in Afghanistan che in Pakistan, ci aspettiamo che le dinamiche politiche e militari del conflitto danneggeranno ulteriormente la vita e le condizioni di vita dei civili». Lo ha detto Jacques De Maio, responsabile regionale per il Comitato internazionale della Croce rossa [Cicr], che ha annunciato oggi di voler raddoppiare il budget per il Pakistan a 46 milioni di euro, prevedendo un netto peggioramento della situazione politica e della violenza sia nel paese che in Afghanistan, dove il conflitto armato si sta allargando e intensificando. Sul fronte pachistano del confine con l’Afghanistan, spiega De Maio, molti abitanti sono stati costretti a lasciare le loro case. L’organizzazione umanitaria invita gli Stati uniti e gli altri paesi a tenere in maggiore considerazione le condizioni dei civili nello stabilire le loro strategie in queste regioni. De Maio ha chiesto inoltre maggiori garanzie sul trattamento dei detenuti e «una risposta umanitaria più forte, neutrale e indipendente».http://www.carta.org/campagne/pace+e+guerra/17022
marzo 30 2009
La società decisionista che piace al Cavaliere
di Edmondo Berselli, Repubblica
Nonostante le allegre foto di gruppo, il coro, l´Inno alla gioia, il congresso di fondazione del Pdl non è stato soltanto una cerimonia.
Al termine di un cammino cominciato un anno e mezzo fa con il discorso del predellino, la destra ha effettivamente cambiato pelle. L´unione di Fi e An cambia nel dna il "partito dei moderati" e ora occorre fare i conti con l´entità politica nuova. Il problema è se oltre alla pelle è cambiato anche il corpo, ossia se dalla confluenza nasce una destra moderna o no.
In sintesi. Il Pdl ha visto confermarsi un vistoso dualismo al suo interno, che prelude già a una complessa linea di successione tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini; a ques´ultimo, il premier non ha offerto nessuna risposta sulle questioni più brucianti, a cominciare dai dilemmi di laicità sul biotestamento. Si sono manifestate infatti fra i due leader differenze di concezione così esplicite che si faranno inevitabilmente sentire all´interno del partito anche nel prossimo futuro. Ma l´aspetto più importante è un altro: il Pdl non è più la forza liberal-modernista, fondata sugli «istinti di mercato» e sugli slanci di vitalismo libertario a cui si rifaceva il primo Berlusconi.
Il Pdl è oggi una realtà tutta da interpretare. Nei suoi due discorsi congressuali, probabilmente Silvio Berlusconi ha perso l´occasione di presentare un progetto moderno per la società italiana. Come nei momenti di ispirazione più fiacca si è concentrato sui dettagli, talvolta sfidando il grottesco (come per l´attenzione all´ambiente, «che comincia dal non lordare i muri dei nostri palazzi»). Tuttavia è stato chiarissimo su alcuni aspetti cruciali, che riguardano essenzialmente la nuova concezione ideologica del Pdl. Il nuovo partito è «il partito degli italiani». La formula è rivelatrice e, a suo modo, preoccupante. Perché testimonia ben più che una intenzione maggioritaria, annunciata con il riferimento euforizzante all´obiettivo del 51 per cento.
Sotto questo aspetto, il ripetuto richiamo alla «rivoluzione liberale» è un esercizio retorico. L´etichetta «partito degli italiani» disegna un perimetro al di fuori del quale sembra non esserci legittimità pubblica. All´esterno del Pdl, nel grigiore di una «sinistra senza volto», secondo Berlusconi ci sono oppositori a cui non si riconosce una dignità politica sufficiente per un confronto sulle «missioni» del governo e della maggioranza, a cominciare dal rifacimento dell´impianto costituzionale.
La definizione «partito degli italiani» appare infelice proprio perché segnala una volta ancora l´orientamento ultraideologico del berlusconismo. Nel 1994 Berlusconi prometteva «un nuovo grande miracolo italiano»; oggi evoca il miracolo vicario di uscire dalla crisi. Tuttavia la formula della salvezza è sempre la stessa: il premier traccia una linea che esclude, dal buonsenso, dalla democrazia, e in ultimo dall´italianità, la metà del paese.
Da un lato ci sono gli italiani legittimati dal consenso al Pdl, dall´altro i nemici della libertà, e tutti coloro che non accettano di essere complementari al disegno di potere del premier. C´è da augurarsi che la missione di uscire dalla crisi economica abbia successo, altrimenti una minoranza «che come ha detto Tremonti fa opposizione non al governo ma al paese» potrebbe benissimo essere accusata di sabotaggio alla nazione.
Nella sua opacità democratica, l´idea del «partito degli italiani» ha una certa forza perché prospetta una soluzione permanente ai rischi dell´instabilità politica. Anzi, rappresenta un concetto fondante, in quanto comincia a rendere visibili i tratti politici, e anche socio-economici, del Pdl. L´idea di Berlusconi consiste nel costituire un blocco sociale integrato, in cui gli interessi si coordinano costituendo un assetto di potere permanente, praticamente inscalfibile.
Quindi Berlusconi prova a consolidare il suo regime. Quali siano gli interessi che il premier sta intrecciando nel suo progetto di stabilizzazione lo ha ricordato ieri Eugenio Scalfari: «Le partite Iva, le piccole imprese, il lavoro autonomo, le clientele del Sud e delle isole, i disoccupati e i giovani in cerca di lavoro». Ma non viene a nessuno il sospetto che non ci sia niente di autenticamente liberale in tutto questo? L´egemonia a cui punta Berlusconi tenta di rendere non contendibile il potere in Italia; ma soprattutto precostituisce un ordine sociale in cui gli interessi citati sono resi complementari, in un modello evidentemente organicista.
Non si sentono obiezioni, in proposito, da parte dei liberali di casa nostra. Nessuno che dica che il disegno berlusconiano rievoca una società premoderna, basata su un´architettura corporativa, in cui le membra del corpo sociale cooperano sotto la guida del leader. Il Pdl non è l´ingresso nella modernità, è un´esperienza che affonda le radici nel «pensiero italiano», in un Novecento chiuso e corporativo, per non dire altro.
La società decisionista che Berlusconi vuole è eclettica: unisce conservatorismo compassionevole e sbrigative modernizzazioni dall´alto, il tutto garantito dalla mobilitazione continua del popolo e dalla benevolenza lungimirante, dalla «lucida follia», del capo. In quanto tale rappresenta un´evoluzione profonda nella qualità democratica italiana. Prelude a una democrazia sotto tutela, governata con un chiaro accento paternalistico. Prima che l´ascesa di Berlusconi verso il 51 per cento abbia successo, tocca alla sinistra tenere vivi gli anticorpi istituzionali e, ebbene sì, liberali del sistema; e per il momento almeno la possibilità di una dialettica che eviti di bloccare per un altro quarantennio, un altro ventennio, insomma per un´altra fastidiosa eternità, il potere in Italia.
] tocca al movimento del general intellect
franco berardi
Dieci anni dopo Seattle il castello della globalizzazione e' in rovina. Non
certo le strutture tecniche della globalizzazione che permangono. Non certo
le competenze e i saperi della globalizzazione, che restano intatti per il
momento (anche se l'attacco furioso contro la scuola e l'universita' mira a
distruggere l'intelligenza collettiva). Ma il governo politico della
globalizzazione e' in rovina. Lo avevamo gia' capito da anni, da quando la
forsennata politica di guerra aveva bloccato l'alleanza tra capitale
ricombinante e lavoro cognitivo su cui fondo' il grande balzo hightech
degli anni '90. Lo avevamo capito quando le potenze petroliere e
guerrafondaie della old economy si erano impadronite della Casa Bianca
avviando la loro guerra e la rottamazione del general intellect. Lo avevamo
capito a Sapporo, quando i grandi del mondo si erano incontrati per
riconoscere la loro impotenza di fronte alla tempesta che si stava
preparando. Poi la tempesta e' arrivata, il presidente della war economy ha
lasciato il passo al presidente della cognitive class. Ma adesso e' troppo
tardi.
Obama prova generosamente a salvare il capitalismo americano con l'iniezione
di dosi di keynesismo, ma non ce la fara', non ce la puo' fare.
Si incontrano a Londra per fare il punto, ma e' facile prevedere che non ne
verra' fuori niente.
Tocca a noi, tocca ai movimenti, tocca al lavoro cognitivo interconnesso e
alla potenza sociale dei lavoratori, salvare quel che ci serve e ci piace
della globalita' tecnica cognitiva ed economica.
Paul Krugman ha scritto recentemente che pur essendo la crisi finanziaria
meno severa in Europa che negli USA, la situazione europea e' preoccupante
perche' qui manca la possibilita' di una decisione finanziaria unificata. A
questo occorre aggiungere che il protezionismo tende a dilaniare l'Unione, e
che l'aggressivita' e il razzismo stanno diventando dovunque il surrogato
dell'intelligenza.
Dobbiamo ragionare sul modo in cui salvare la civilta' e la pace sul
continente europeo. Dobbiamo ragionare sul modo in cui salvare l'esperienza
poltiica dell'unita' europea. E' un compito che tocca al movimento, perche'
nessuna forza politica del novecento sapra' farla, ne' lo faranno i residui
della sinistra novecentesca, che sono sempre stati culturalmente refrattari
all'internazionalsmo europeo, ne' lo faranno i cascami neoliberisti che
difendono solo il loro privilegio, ne' certamente potranno farlo i fanatici
delle identita' locali, nazionali o razziali, che purtroppo sono al governo
in Italia come in vari altri stati europei.
Ma cosa vuol dire oggi difendere l'unione, salvarne l'esperienza ed il
progetto? Una cosa vuol dire essenzialmente: reddito di cittadinanza,
sganciamento del reddito dal lavoro.
E' questo il tema che dobbiamo mettere al centro della campagna culturale
per l'unione e la pace in Europa.
Il collasso economico in corso non e' soltanto l'effetto di una crisi
finanziaria epocale, ma e' soprattutto il segno dell'esaurimento della
crescita, e il segno della fine della relazine tra lavoro e reddito. La
forma del salario, che nell'epoca passata misuro' il rapporto tra tempo di
lavoro e reddito e' oggi fuori uso. Non abbiamo a che fare soltanto con una
bolla dell'immobiliare o una bolla dell'indebitamento. Abbiamo a che fare
soprattutto con l'esplosione della bolla lavorativa. Abbiamo lavorato e
prodotto troppo, siamo stati costretti a rinchiudere l'enorme potenza
produttiva entro le gabbie del consumo privato, e questo ha impoverito la
vita sociale, affettiva, culturale. Nell'interesse della societa' e'
necessario avviare oggi un processo di risocializzazione della vita
quotidiana. Il tempo di lavoro deve tendenzialmente essere dimezzato perche'
la societa' si riappropri del proprio tempo e riapprenda l'affetto per
la'trlo, la cura di se', l'insegnamento e la terapia. Queste funzioni della
vita quotidiana, che il capitalismo ha commercializzato debbono riacquistare
la propria relazione organica con la vita. Ma per far questo occorre
riconoscere che non si puo' piu' pagare salario in cambio di prestazione di
tempo.
Il reddito non puo' continuare ad essere finzione di una impossibile misura
del lavoro. Ogni essere umano ha diritto a ricevere quel che gli serve per
la sua vita. Milleduecento euro per ogni persona che ha compiuto
diciott'anni, indipendentemente dal fatto che possa o non possa trovare un
impiego. La fine della relazione salariale e' gia' nei fatti. Ora si tratta
di trasformarla in consapevolezza in programma, in reddito di cittadinanza.
Questa e' la campagna culturale che occorre lanciare in Europa. Questa e' la
campagna che ci permettera' di salvare l'unione europea. Questo ci
permettera' di salvare quel che della globalizzazione non vogliamo perdere:
la ricchezza e la connessione dell'intelletto generale.rekombinant.org
Primarie al cardiopalma
La spunta Beverati al fotofinish
Il candidato sindaco per il centrosinistra sarà Giacomo Beverati (espresso da Energie AlterNative e Sinistra). Vince in volata sul principale avversario Guido Vergari (Pd). Fanalino di coda Federico Del Bianco
Montegranaro (Fermo), 30 marzo 2009 - La gente di Montegranaro ha deciso: il candidato sindaco per il centrosinistra sarà Giacomo Beverati (espresso da Energie AlterNative e Sinistra). Vince in volata sul principale avversario Guido Vergari (Pd). Fanalino di coda Federico Del Bianco.
"Sarà sicuramente un testa a testa, ce la giochiamo sul filo di lana", erano stati i commenti più ricorrenti già nel tardo pomeriggio di ieri dinanzi al seggio unico per le primarie del centrosinistra allestito sotto il ‘palazzaccio’. Una previsione quanto mai veritiera, se si considera che dopo due ore abbondanti dalla chiusura del seggio, intorno alle 22,30 sono cominciati a circolare i primi risultati.
Dei 1689 votanti (un numero record) 756 hanno messo la croce sul nome di Giacomo Beverati; 698 su Guido Vergari e i restanti 235 hanno votato per Federico Del Bianco. Oggi sarà tempo di commenti, ma intanto, per tutta la giornata di ieri, c’era in tutti i partecipanti l’entusiasmo per l’enorme riscontro avuto da queste primarie. Si sono recati al seggio tanti cittadini, simpatizzanti o iscritti del centrosinistra, di tutte le età, dai sedicenni agli anziani, molti extracomunitari e, neanche tanto a sorpresa, diverse decine di esponenti dichiaratamente di centrodestra (già ieri in molti si chiedevano quanto avrebbero influito questi voti di disturbo sul risultato finale).
Resta l’exploit di queste primarie, che hanno avuto un appeal decisamente superiore alle provinciali (avevano votato in 127 la prima volta nel duello Offidani – Cesaroni; 231 per Offidani – Cesetti). Primarie volute dal Pd che, come alle provinciali, ne esce con le ossa rotte.http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/fermo/2009/03/30/161648-primarie_cardiopalma.shtml
Elezioni europee: di fronte alla crisi, un’occasione preziosa
Piero S. Graglia*,
Le elezioni europee sono sempre state un appuntamento ambiguo nella percezione politica italiana. Lungi dal registrare un’affluenza paragonabile a quella delle elezioni nazionali, esse assumono sempre, paradossalmente, una valenza interna che supera ampiamente la dimensione originaria di questo importante appuntamento elettorale. Il risultato, paradossale anch’esso, è che invece di discutere e confrontarsi su temi e questioni europee – che sono, si badi bene, ben presenti e pregnanti se solo si esce un poco dal proprio guscio – ci si limita a discutere e confrontarsi su questioni nazionali, su fattori interni, su beghe caratteristiche della dialettica politica italiana che, spesso, trascendono in farsa. Basterebbe dare un’occhiata ai vecchi manifesti elettorali affissi per le strade italiane durante le precedenti campagne elettorali europee (oppure divertirsi a guardare le «Tribune elettorali» di repertorio) per rendersi conto di quanto epidermico, strumentale e poco sentito – in tutti i partiti – fosse il riferimento alla dimensione europea e quanto invece fosse centrale la polemica politica nazionale.
Fecero eccezione forse, durante le elezioni europee del giugno 1989, i richiami di esponenti del Pci e della Dc all’importanza di votare, in quella consultazione, anche una scheda aggiuntiva che richiedeva all’elettorato italiano di esprimere un’opinione sull’attribuzione al Parlamento europeo di un esplicito mandato costituente. Democristiani e comunisti non cedevano alla tentazione di fare della propaganda politica d’occasione, ma avevano colto bene l’importanza di una consultazione bipartisan che doveva essere un segnale anche per gli altri Paesi europei: invocare un mandato costituente per il Parlamento di un’Europa che aveva appena tagliato il traguardo dei dodici posti a tavola. Si trattava dell’ultimo, postumo atto di un’azione che il parlamentare italiano Altiero Spinelli (scomparso nel 1986) aveva avviato nove anni prima con la fondazione del club del coccodrillo e la successiva elaborazione di un progetto di trattato sull’Unione europea. Trattato che, predisposto dalla Commissione istituzionale del Parlamento europeo nel 1984, era stato trasfigurato e trasformato nell’Atto Unico europeo del 1987 senza tenere in alcun conto la volontà dell’Assemblea eletta e rappresentante del demos europeo. Si tratta però, dell’unico ricordo confortante (venne registrato un 90 % di «sì») in una lunga rassegna di consultazioni che non misero al centro, mai, i problemi della Comunità europea.
Non vogliamo credere che anche per queste elezioni si riproponga la stessa assurdità di non confrontarsi con il fattore «Europa politica».
Non vogliamo pensare che mentre il processo di riforma dei trattati langue come una montagna stanca, avendo partorito un piccolo topolino mezzo morto che chiamiamo Trattato di Lisbona, in Italia ci si preoccupi se la possibile perdita di due punti percentuali della Lega Nord alle Europee significhi il rimpasto del governo o se un eventuale crescita del PD sia un plebiscito pro-Franceschini.
Non vogliamo immaginare che mentre l’Unione a 27 si confronta con il problema della gestione di un allargamento doveroso fatto con istituzioni inadeguate e i 16 governi di Eurolandia ricercano a fatica soluzioni coordinate con gli Stati Uniti per la crisi economica, qui in Italia si assista a una campagna elettorale incentrata sul problema delle intercettazioni telefoniche, delle relazioni governo-magistratura, dei rapporti tra Stato e Chiesa.
Non vogliamo crederci, pensarci e immaginarlo, ma temiamo che così sarà. Un pessimo segnale in questo senso è stato il rifiuto che il governo italiano ha opposto verso la campagna di sensibilizzazione preparata da un’agenzia pubblicitaria tedesca per conto del Parlamento europeo. Una campagna che ovviamente non prende posizione per alcuna parte politica ma vuole richiamare l’importanza e il significato dell’appuntamento elettorale di giugno, momento in cui il popolo europeo elegge, fuori da ogni retorica, il proprio organo rappresentativo. Non sappiamo con cosa il governo italiano voglia sostituire la campagna informativa promossa dal parlamento europeo, ma di certo sarà qualcosa pensato, preparato e predisposto per celebrare il supposto impegno europeista di una parte sola, quella che al momento governa il nostro Paese. Se poi si aggiunge il fatto che nulla si sa, fino a oggi, circa la qualità e la preparazione sulle questioni europee dei candidati che verranno presentati dalle diverse forze politiche, c’è una ragione di più per essere preoccupati. Non è infatti impossibile che si assista ancora una volta a due operazioni distinte ma coordinate. Da un lato la candidatura di persone che già ricoprono incarichi parlamentari o di governo in Italia; una cosa che si configura come un vero e proprio specchietto per le allodole, poiché dal 2002 esiste una incompatibilità assoluta tra il mandato parlamentare, di consigliere regionale o di membro di governo nazionale con il mandato di parlamentare europeo: in altre parole, Berlusconi non andrà mai al PE, a meno che non decida per le dimissioni da Presidente del Consiglio dei ministri italiano e lo stesso dicasi per tutti i parlamentari che sfrutteranno il «volano elettorale» della loro notorietà. Dall’altro lato si paventa l’inserimento in lista di una caterva di cantanti, attori, soubrette, ballerini, volti noti e meno noti; tutte persone degnissime, ma che conoscono dell’Europa solo ciò che leggono sulle banconote in euro che usano per pagare il benzinaio.
In questo desolante panorama, vi sono comunque dei segnali che vanno controcorrente. Pochi giorni fa è stato pubblicato su «Il Riformista» e su «l’Unità» un appello (firmato, tra gli altri, da Giovanni Bachelet, Gianni Cuperlo, Sandro Gozi, Cristina Comencini) che invita il PD a svecchiare le liste e inserirvi persone che abbiano una competenza specifica sulle questioni europee; invece, per quanto riguarda un’iniziativa diretta non a un solo partito ma all’insieme del panorama politico europeo, il Centro studi Notre-Europe di Parigi, creazione di Jacques Delors oggi diretta da Tommaso Padoa Schioppa, ha preparato insieme ad altri quattro istituti europei (The Federal Trust di Londra, l’Istituto Affari Internazionali di Roma, l’Institut für Europäische Politik di Berlino e il Centro Studi sul federalismo di Torino) un appello che, rilevando come ci si trovi oggi di fronte a problemi che travalicano la possibilità di intervento anche degli stati europei più grandi e forti economicamente, richiama l’importanza della creazione di un dibattito politico europeo, animato da forze politiche europee, per una scelta responsabile e condivisa non solo dei futuri membri del Parlamento europeo ma anche per la definizione del presidente della Commissione (la cui indicazione dovrebbe costituire un momento fondamentale della campagna elettorale per il Parlamento europeo).
Piccole cose, si dirà, che certo non entreranno nelle scalette dei nostri telegiornali con la forza di un servizio sui mali della mezza stagione o sulle nuove frontiere per la cura della calvizie, ma si tratta pur sempre di contributi autorevoli in grado di tenere desta l’attenzione su un fatto che nessuna banalizzazione o snobismo può negare: oggi la dimensione economica dell’integrazione ha superato a tale punto l’esistenza di 27 stati distinti, che una riflessione sulla mancanza dell’Europa politica si impone. Così come si imponeva ai tempi della Comunità europea di difesa (1950-1954) o dopo la caduta del muro di Berlino (1989) o quando si cominciò a realizzare il «grande allargamento» dell’Unione a est (2000). Ma oggi, rispetto a questi momenti di svolta nella storia dell’integrazione europea, c’è qualcosa di diverso: non esiste più la guerra fredda e la minaccia rappresentata dall’Unione Sovietica; non c’è l’euforia per la caduta di un sistema che divideva gli europei e le coscienze e le culture; non c’è più l’ottimismo che a Nizza aveva addirittura portato alla preparazione di un Carta dei diritti dell’Unione europea. Oggi c’è solo una crisi, pesante, presente, terribile che il sistema di welfare europeo non basterà ad allontanare o a esorcizzare. Una crisi che la Banca centrale europea, con alle spalle 16 governi rissosi e litigiosi, non può affrontare con la risolutezza che una Federal Reserve – con alle spalle un giovane presidente grintoso che decide da solo – può vantare.
Strano che i decisionisti nostrani, che pure si dicono ammiratori di Erasmo da Rotterdam e di Machiavelli, non abbiano mai guardato alla situazione europea in questi termini. L’Europa ha bisogno di un governo che dia spessore e dimensione internazionale al principale attore economico e commerciale del mondo; ha bisogno di un parlamento che, nell’ambito delle sue competenze, concorrenti e distinte da quelle degli stati nazionali secondo il principio della sussidiarietà, agisca con decisione e con trasparenza; ha bisogno di una azione istituzionale che vada oltre le battute ad effetto e le trombonate sul destino europeista dell’Italia e sull’unità del mondo. Oggi, qua e adesso siamo in Europa, non l’Europa che ha sognato De Gasperi né quella che ha immaginato Spinelli, ma qualcosa per certi versi superiore ai loro progetti, e per altri ancora informe e timida. Per questo la prossima legislatura deve essere legislatura costituente con l’obiettivo della creazione della nostra Patria Europa. Partendo con un processo anche limitato, coinvolgendo anche solo i Paesi che riescono a superare i limiti di un rinato nazionalismo, ma agendo in maniera decisa per creare il nucleo della futura Unione politica europea, sviluppo e approfondimento dell’esistente Unione economica.
Tutti i candidati, di qualsiasi parte politica, dovrebbero avere coscienza di questo, di ciò che li aspetta, e di ciò che ci si aspetta da loro.
*L'autore, storico della vita e del pensiero di Altiero Spinelli, è ricercatore a Milano in Storia delle Relazioni Internazionali
http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2590&id_titoli_primo_piano=1
L’impegno delle “toghe rosse” «Difenderemo la Carta»
Claudia Fusani
l' Unità
«Resistere» e soprattutto «reagire agli attacchi che da tempo e in forma sempre più grave sono in corso all’assetto costituzionale dello stato repubblicano». La difesa dei diritti e dei più deboli, dunque, come sempre al primo posto, utilizzando però «la massima professionalità ed efficienza» e abbandonando una volta per tutte «la difesa corporativa».
Sono le linee guida principali con cui faticosamente, dopo quattro giorni di confronti duri, a un passo dalla spaccatura interna, Magistratura democratica chiude a Modena il congresso forse più difficile dei suoi 45 anni di vita. Una vita per scelta in prima fila e impegnata politicamente e da quindici anni vera ossessione del premier Berlusconi che ancora indica le toghe rosse («l’armata rossa») come uno dei mali supremi, e quindi da debellare.
Il dibattito congressuale e della vigilia aveva due anime contrapposte. Da una parte quella più identitaria e schierata che dice basta al compromesso politico («il dialogo con Mastella ha solo prodotto guai») e predica la «schiena dritta in un momento di crisi che è economica ma ancora prima culturale» e che per sintesi fa riferimento a Livio Pepino, uno dei padri fondatori di Md e attuale membro del Csm. Dall’altra quella più pragmatica, che ha ben chiaro il codice genetico di Md - rifiuto del conformismo e della passività culturale e difesa dei diritti - ma al tempo stesso sa anche che è necessaria l’autocritica, riformarsi, dialogare di volta in volta sui vari punti con l’interlocutore del momento. È la linea che ha prevalso in questi mesi nell’Anm – con la segreteria di Giuseppe Cascini anche lui iscritto a Md – un po’ meno nel Csm (il vicepresidente Mancino non è venuto al congresso, segno di forti tensioni)e coltivata da alcune delle menti più brillanti di Md, da Nello Rossi a Claudio Castelli, da Donatella Donati a Anna Canepa per finire con il presidente uscente Edmondo Bruti Liberati che dopo anni ringrazia, a sua volta è ringraziato con standing ovation, ma lascia ogni incarico.
I diritti dei clandestini
La divisione ha fatto sì che per la prima volta dagli anni settanta la corrente di sinistra della magistratura sia andata al rinnovo delle cariche in ordine sparso, senza un’indicazione di voto precisa.
Quasi en plein di voti per Rita Sanlorenzo (400 su 506 votanti), segretario uscente, seguita da Donatella Donati e Claudio Castelli (250) candidato alla presidenza. Se i numeri sembrano premiare la linea più radicale, va detto che Sanlorenzo ha puntato nel suo intervento alla mediazione tra le varie sensibilità e che il distacco nei confronti di Castelli-Canepa-Donati non è così marcato. «Un risultato unitario e non di spaccatura» dichiara Cascini.
Unità che si ritrova nel documento finale, miracolo di mediazione e tessitura di Vittorio Borraccetti e invocato dal palco da Beniamino Deidda, il procuratore generale di Firenze che ha declinato l’invito a fare il presidente.
Gravissimi attacchi alla Carta
Il futuro e l’azione di Md vanno quindi ricercate nelle sette pagine del documento che scandiscono le linee guida della corrente. La premessa è un manifesto politico: «Nel nostro paese sono in corso da tempo e in forma sempre più grave attacchi all’assetto costituzionale dello stato repubblicano». Seguono gli esempi: «Il disegno di legge sul testamento biologico è in aperta violazione dei principi universali della libertà personale e dell’autodeterminazione dell’individuo»; il progetto di riforma delle intercettazioni «pregiudica l’efficacia dell’azione investigativa e mette in discussione la libertà dell’informazione»; le norme sui clandestini «espellono dalla moderna concezione di cittadinanza il diritto primario e universale alla salute, ad avere un’identità e ad essere titolare di diritti». Vengono messi in discussione il diritto allo sciopero e il sistema della contrattazione collettiva, «tutela inderogabile delle condizioni del lavoratore». Mentre, si legge ancora, «lo spazio privatissimo del corpo umano viene pubblicizzato, lo spazio pubblico viene all’inverso privatizzato destinandosi la tutela della sicurezza all’opera dei volontari delle ronde». Poi l’accusa, netta, senza ombre, «alla politica di maggioranza che promuove momenti di rottura della legalità costituzionale«.
Un manifesto molto chiaro. Politico oltre che giudiziario. Lontanissimo da quello pronunciato da Berlusconi nel giorno in cui è diventato re del suo popolo.
E alla fine il Nano arrivò al papello
Posted by Pietro Orsatti
Ciancimino jr ricostruisce la trattativa fra mafia e Stato. E diventa un teste nel processo Mori
di Pietro Orsatti su Terra
Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per concorso esterno alla mafia, parla. Racconta di appalti, di riciclaggio di denaro sporco, di storie di tangenti. Trema mezza Italia, ma non è questo, anzi, non è solo questo che preoccupa chi gestisce gli equilibri del nostro Paese.
Massimo Ciancimino, soprannominato “il nano”, parla del 1992, della trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra, del “papello” di Totò Riina. Il documento, il contratto, che l’anti Stato propose allo Stato nel periodo delle stragi del 1992, per raggiungere un accordo. Del contenuto si sa poco, nessuno ha ammesso di averlo visto e tantomeno letto. Poi arriva Massimo Ciancimino e l’atmosfera cambia. A Palermo e a Caltanissetta (titolare della quarta tranche del processo sulla strage di via D’Amelio), d’improvviso sembrano aprirsi spiragli inediti. Perché Ciancimino jr c’era durante quella trattativa. Accompagnava l’anziano padre, teneva i contatti, faceva da corriere. Fra Cosa nostra e la “commissione” governata con il terrore da Riina e lo Stato, rappresentato, a quanto starebbe dicendo il “collaborante”, da alcuni ufficiali dei Ros dei carabinieri.
Roba da far tremare alti ufficiali ancora in carica, politici alla ribalta della scena pubblica, pezzi delle istituzioni. Perché, a 18 anni di distanza, le ombre su quelle stragi e sulla presunta trattativa nascondono ancora quelli che possono essere definiti «i mandanti occulti».
E infatti, a dimostrare l’importanza delle rivelazioni del figlio di don Vito, Massimo Ciancimino sarà sentito tra il 21 e il 23 maggio a Roma nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato alla mafia il generale dei carabinieri Mario Mori. Lo ha deciso, rinviando al 3 aprile l’indicazione della data precisa, la IV sezione del Tribunale di Palermo, che ha fissato una trasferta di 3 giorni per motivi di sicurezza per ascoltare il dichiarante Ciancimino e i collaboratori di giustizia del procedimento in cui Mori è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu. Secondo la Procura, i due ufficiali dell’Arma non avrebbero organizzato il blitz che avrebbe potuto portare alla cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, il 31 ottobre 1995, e non avrebbero sviluppato le successive indagini.
Deponendo di fronte ai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo, Ciancimino ha parlato proprio di questa trattativa tra Stato e mafia. Posizionando l’inizio di questo capitolo oscuro della storia della Repubblica nei 57 giorni che intercorrono fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. Anche questa trattativa, secondo l’accusa, potrebbe spiegare il mancato blitz. A dare ai militari l’input sull’operazione era stato, all’epoca, il confidente Luigi Ilardo, che aveva anticipato al colonnello dei carabinieri Michele Riccio la presenza, nella zona, di Provenzano, che doveva partecipare a un summit con altri capimafia. Ma come nel caso della mancata perquisizione nel ’93 del covo di Riina dopo il suo arresto, qualcosa andò storto e Provenzano ebbe tutto il tempo di dileguarsi. Una macchia, quella della trattativa, che forse il più piccolo dei Ciancimino riuscirà a chiarire.http://www.orsatti.info/2009/03/26/e-alla-fine-il-nano-arrivo-al-papello/

Il presidente è a vita e rappresenta il partito, ne dirige il funzionamento e la linea politica e programmatica. Sceglie i 34 membri dell’ufficio di presidenza, sottoposti al voto del Congresso ma con una lista unica senza nomi alternativi. Convoca e presiede lo stesso ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale. Ne stabilisce l’ordine del giorno, procede alle nomine degli organi del partito e assume le definitive decisioni.
Questo è lo Statuto del neonato Pdl: palesemente ispirato a quello del partito comunista nordcoreano, e del resto approvato con una maggioranza del 99,99 per cento (cinque no su oltre cinquemila votanti).
La totale assenza di democrazia, il cesarismo carismatico, il culto della personalità: forse sono un illuso, ma fortemente credo che un giorno anche gli italiani si renderanno conto di quello che hanno fatto.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/29/lunga-vita-a-kim-il-silv/#comments
   
   
   
Silvio Berlusconi è eletto presidente del Pdl all’unanimità: neppure un voto contrario, neppure un astenuto. È proprio questa unanimità che mina le fondamenta di questa grande cosa che però è un poco esagerato chiamare partito, e follia chiamare popolo. Eliogabalo rinasce ogni volta senza memoria delle sue vite precedenti.http://malvino.ilcannocchiale.it/
Il leader del Partito Democratico americano è il presidente in carica, Barack Obama. Ma il capo organizzativo del partito, l’unico modello possibile per il segretario del Pd italiano Dario Franceschini, è Tim Kaine. Così come Franceschini è stato indicato da Walter Veltroni, di cui era il vice, anche Kaine è stato scelto personalmente dal gran capo Obama per presiedere il Democratic National Committee.
Kaine appartiene all’ala moderata del Partito democratico e ha un taglio di capelli così grossolano che ai commentatori sembra studiato apposta per voler apparire popolare. L’omologo americano di Franceschini è cattolico e ha trascorso nove mesi da missionario gesuita in Honduras. Nel 2005 è diventato governatore della Virginia, carica che lascerà a fine anno, con una piattaforma smaccatamente centrista. Kaine è contrario alla pena di morte, ma sotto la sua guida in Virginia è stata applicata otto volte e soltanto in un caso la pena è stata tramutata dal governatore in ergastolo. Kaine è contrario personalmente all’aborto, ma non vuole ribaltare la sentenza della Corte Suprema che l’ha legalizzato, anche se nel suo Stato ha applicato molte restrizioni al diritto di interrompere la gravidanza. Il capo del Pd americano è contrario anche a una legge costituzionale che definisca il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna, ma allo stesso tempo è personalmente contrario al matrimonio omosessuale. Come si vede, su quasi tutte le questioni etiche, le posizioni di Kaine sono complicate, spesso contraddittorie, come quelle del Pd italiano.
Il Partito di Kaine però è diverso quanto all’organizzazione. In America non esistono sezioni, non ci sono congressi locali, non c’è vita di partito. Il Partito più che altro è un mega comitato elettorale che a livello nazionale si occupa di raccogliere fondi e organizzare ogni quattro anni le primarie e la convention che nell’estate precedente il voto presidenziale nomina il candidato alla Casa Bianca e approva il suo programma politico.
Veltroni, nel fondare il Partito democratico, aveva flirtato con il modello americano, con l’idea di un partito liquido, senza tessere, senza correnti e guidato da un leader legittimato, come negli Stati Uniti, dal voto popolare espresso con le primarie. Poi ha scelto una via più tradizionale, probabilmente inevitabile vista la tradizione politica italiana. Il mandato ricevuto da Kaine è di alimentare il movimento popolare creato da Obama e di raddoppiare gli sforzi per scovare in giro per il paese candidati non ideologici. Non sarebbe male se lo facesse anche Franceschini.
Christian Rocca
http://www.camilloblog.it/archivio/2009/03/29/modelli-americani-tim-kaine-per-dario-franceschini/
Newroz Piroz Be!
Da Diyarbakır, scrive Bawer Çakır
Newroz 2009
La celebrazione del capodanno curdo a Diyarbakır, a pochi giorni dalle elezioni amministrative in Turchia. Il reportage dalla città, gli interventi di Osman Baydemir, Ahmet Türk e Leyla Zana. La carovana di pace della delegazione italiana
Il 20, 21 e 22 marzo, come tutti gli anni, i curdi hanno festeggiato il Newroz, la festa di inizio primavera, scambiandosi l'augurio tradizionale “Newroz Piroz Be!”, felice nuovo giorno. In tutte le più grandi città turche, nel Sud Est curdo, come anche in Siria, Iran, Caucaso e Asia Centrale, milioni di persone hanno acceso i fuochi del “Nuovo Giorno”. Per i curdi di Turchia questa festa ha assunto negli ultimi trent'anni un valore politico molto forte. Il Newroz si è trasformato infatti in un momento di rivendicazione di diritti oltre che di celebrazione della cultura curda.
Quest’anno le celebrazioni si sono caricate di un ulteriore significato. Il 29 marzo, infatti, si svolgeranno in tutta la Turchia le elezioni amministrative per il rinnovo di tutti i consigli di quartiere, comune e provincia. Il pro-curdo Demokratik Toplum Partisi (Partito della Società Democratica, ndr) ha fatto delle celebrazioni una dimostrazione di forza in vista delle elezioni. Di seguito il nostro reportage da Diyarbakır.
Halay
Alle sei, tre ore prima dell'inizio delle celebrazioni, la gente ha cominciato a riempire la piazza dove si sarebbero tenuti i comizi passando attraverso due punti di controllo dove la polizia perquisiva uno per uno i partecipanti. Poco prima dell'inizio ufficiale della festa, gruppi di giovani hanno cominciato a ballare l' halay, danza tradizionale dell'Anatolia, quindi sono stati affissi al palco cartelli in curdo e in lingua zaza.
Circa un milione di persone, la maggior parte avvolte da bandiere con i colori curdi (giallo, rosso e verde), hanno preso posto nel grande spazio dove dopo poco sarebbero iniziate le celebrazioni del Newroz. Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, e il sindaco di Diyarbakır, Osman Baydemir, hanno quindi preso la parola appellandosi al governo per richiedere una soluzione democratica della questione curda, e affermando la necessità di coinvolgere come interlocutore per la risoluzione del conflitto tra esercito e miliziani curdi il leader del PKK, Abdullah Öcalan, recluso dal 1999 nel carcere di massima sicurezza di İmralı, presso Istanbul.
Baydemir: “La Turchia deve cambiare il suo approccio alla questione curda”
Newroz 2009
Il primo a prendere la parola a Diyarbakir è stato il sindaco della città, Osman Baydemir. Prima di iniziare il suo discorso ha fatto volare alcune colombe in segno di pace e la folla ha cominciato a scandire lo slogan "Amed [Diyarbakır in curdo, ndr] è onorata dalla tua presenza!”
Baydemir ha esordito dicendo: "Gli occhi di tutto il mondo guardano al Newroz di Diyarbakır. A Washington, Ankara e Bruxelles stanno ascoltando questa piazza. Tutti sappiano che qui i cuori di tutti battono per la pace e la libertà.”
“Per decine di anni - ha continuato Baydemir - hanno provato a ignorare le legittime rivendicazioni del popolo curdo. Tuttavia non sanno che il fuoco del Newroz arde per la pace e l'unione tra i curdi. I tempi sono cambiati. I curdi non sono più quelli di una volta. E’ arrivato il momento che anche la Turchia cambi il suo atteggiamento sulla questione curda”.
“Tutto il mondo deve essere conscio del fatto che in Medio Oriente senza i curdi non è possibile ottenere la libertà e la pace. Per questo motivo bisogna accogliere l’appello che viene dai curdi. Sono qui con noi delegati che vengono dai paesi più diversi. Sono qui tra noi anche ospiti che vengono dalla Turchia occidentale."
Rivolgendosi al milione di persone presenti, Baydemir ha poi aggiunto: “Ecco, questo è il risultato della lotta dei curdi. I comuni controllati dai curdi sono municipalità modello. I servizi forniti in questi comuni sono un diritto del nostro popolo. Il popolo curdo però merita molto più di questo".
Leyla Zana: “I curdi hanno tre partiti: il PKK, il PDK e l’UPK”
Nel parco del quartiere di Bağlar, sempre a Diyarbakır, ha preso la parola anche l’ex-parlamentare Leyla Zana. Riferendosi alla presa di posizione del presidente iracheno Jalal Talabani secondo cui il disarmo del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) sarebbe una pre-condizione per lo svolgimento della conferenza di pace programmata per i prossimi mesi, ha dichiarato: “I curdi non sono certo amanti delle armi. Non insultateci. Per una volta i curdi non si facciano del male tra loro. Organizzando una Conferenza tra i diversi gruppi curdi dobbiamo trovare un accordo su un sistema per coordinarci. I curdi hanno tre grandi partiti: il PKK, il PDK (Partito Democratico del Kurdistan) e l’UPK (Unione Patriottica del Kurdistan).”
Dopo il discorso di Leyla Zana, nell’area del raduno è stato accesso il fuoco simbolo del Newroz.
Türk: “Le elezioni del 29 marzo sono un referendum”
Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, ha affermato durante il suo intervento che, a suo parere, le ossa rinvenute in questi giorni nell’ambito delle indagini sull'organizzazione Ergenekon, in fosse comuni nei pressi della città di Silop, sarebbero resti umani. Secondo il presidente del DTP questo ritrovamento significa che sarà a breve possibile comprendere cosa ne è stato delle persone fatte scomparire dall’esercito negli anni novanta. Poi ha continuato il suo discorso citando l'IRA irlandese e il leader sudafricano Nelson Mandela: “Pensano, con la forza, di poter ridurre al silenzio il popolo curdo. In Irlanda le parti in conflitto sono state trattate con rispetto. Qui in Turchia, invece, si fa finta che i curdi non esistano. Mandela è stato per anni in carcere. Dopo che l'hanno liberato è stata trovata una soluzione per il Sud Africa grazie all’accordo tra neri e bianchi. Öcalan ha la stessa importanza per il popolo curdo che Mandela ha per i sudafricani. Se si vuole trovare una soluzione per la questione curda bisogna liberare Öcalan che è il leader del popolo curdo."
Quindi Türk ha sottolineato l’importanza delle elezioni amministrative che, secondo lui, saranno anche un referendum sull'operato del governo e del DTP: "La quantità di voti che prenderemo il 29 marzo mostrerà qual è il principale attore sulla scena curda, e renderà la pace più vicina. Queste elezioni sono un modo di difendere la nostra identità e la nostra lingua.”
Secondo il dirigente del partito curdo, nel caso il DTP fosse il terzo partito più votato questa sarebbe la dimostrazione che l’intervento militare in Nord Iraq è stato inutile: “Gli occhi dell’America, dell’Iran e del Kurdistan sono puntati verso di noi. Il giorno delle elezioni, il 29 marzo, sarà il giorno in cui difenderemo una lotta che va avanti da trent’anni.”
“TRT6 è stata creata ad uso e consumo del governo”
Newroz 2009
“A Diyarbakır la televisione locale GünTV viene condannata perché trasmette in curdo. In parlamento ho parlato nella mia lingua madre ed è successo il finimondo. TRT 6 è stata creata ad uso e consumo del governo. Non ci hanno concesso un diritto, lo hanno fatto per confonderci. Deve essere messa in campo una politica che consideri le rivendicazioni del popolo curdo diritti fondamentali. Coloro che pensano alla Repubblica come ad un loro monopolio ne daranno conto al popolo turco e al popolo curdo.”
Dopo l’intervento di Ahmet Türk, l’avvocato di Öcalan ha letto un suo messaggio. Ha avuto poi inizio il concerto dei cantanti curdi Zozan, Xeyro Abbas, Diyar e Aram Tigran. I partecipanti hanno accompagnato gli artisti ballando l’ halay.
La delegazione italiana
Una folta delegazione di osservatori internazionali è partita dall’Italia per partecipare al Newroz e monitorare lo svolgimento delle elezioni nella zona a maggioranza curda. Antonio Olivieri, di Verso il Kurdistan, ora a Van, ha spiegato a Osservatorio Balcani e Caucaso il ruolo della delegazione italiana in Turchia: “La carovana Newroz 2009 è stata organizzata dallo UIKI, Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, e dalla Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo di cui fanno parte Assopace, Cecina Social Forum, Un Ponte per e l‘associazione Verso il Kurdistan, di Alessandria. A Istanbul, dopo aver partecipato al Forum alternativo sull'acqua abbiamo incontrato Akın Birdal, candidato del DTP sostenuto anche dalla sinistra turca, poi siamo partiti per il Sud Est dove i circa cento delegati si sono divisi per raggiungere le città curde di Diyarbakır, Kızıltepe, Şırnak, Van, Hakkari e Batman. Qui la situazione è tranquilla, le celebrazioni del Newroz si sono svolte ovunque in modo pacifico. Siamo più preoccupati per quanto riguarda lo svolgimento delle elezioni. L'AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo al governo, ndr) sta facendo davvero di tutto per guadagnare voti, ad esempio regalando elettrodomestici, carbone o permettendo ai soldati che stanno facendo il servizio militare nel Sud Est di votare dove si trovano e non nel loro comune di residenza. La loro presenza nei seggi potrebbe intimorire gli elettori, vedremo cosa succede nei prossimi giorni."
Ha collaborato all'articolo Alberto Tetta da Istanbul
CRISI ECONOMICA: ESPERTI ONU SUGGERISCONO NUOVO SISTEMA MONETARIO
Un nuovo sistema monetario internazionale per sostituire quello corrente, basato sul dollaro: è la proposta formulata da Joseph Stiglitz, vincitore nel 1994 del Premio Nobel per l’economia e responsabile di una commissione di esperti incaricati dalle Nazioni Unite di valutare le riforme necessarie a favorire la stabilità e l’uguaglianza economica globale. “Un nuovo sistema monetario internazionale – suggerisce il gruppo, tra le raccomandazioni utili a far fronte alla crisi finanziaria – con emissioni periodiche e regolarmente adattate perché corrispondano alla misura delle riserve accumulate”. Secondo Joseph Stiglitz, occorre attuare una riforma completa dell’attuale sistema delle riserve finanziarie globali, costituendone un nuovo, ad esempio sulla base dell'ampliamento del ‘diritto speciale di prelievo’, l’unità di conto convenzionale creata nel 1969 dal Fondo monetario (Fmi) internazionale come moneta per le transazioni internazionali. Il punto più importante, ha detto Stiglitz, è che il nuovo sistema sarà “praticabile, senza inflazione e attuabile, eliminando nello stesso tempo i rischi arrecati dal sensibile deprezzamento delle principali valute”. L’economista ha proposto inoltre l’idea di istituire un consiglio globale all’interno del sistema Onu, elettivo e rappresentativo, per coordinare l’economia, che si riunisca ogni anno a livello di capi di Stato per affrontare le questioni economiche. [MV]
http://www.misna.org/misna2009/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=241712
Manu Chao rischia l'espulsione dal Messico
Manu Chao è finito sotto inchiesta in Messico per aver definito «terrorismo di Stato» la brutale repressione della protesta, nel maggio 2006, di San Salvador Atenco. La popolazione della città protestava, guidata dai venditori di fiori, contro la costruzione di un aeroporto, voluto dall’allora presidente Vicente Fox. La polizia represse la rivolta con grande violenza: morì il giovane Alexis Benhumea, ucciso da un proiettile alla testa, 400 furono gli arrestati e i desaparecidos, ci furono abusi e maltrattamenti, 23 donne furono violentate dagli agenti. Due di loro, spagnole, denunciarono l’aggressione al rientro in patria.
Il ministero dell’Interno del Messico accusa il cantante di aver violato l’articolo 33 della Costituzione, che proibisce agli stranieri di esprimere giudizi sulla politica nazionale. La dichiarazione incriminata è stata fatta martedì scorso a Guadalajara, dove Manu Chao era ospite del Festival internazionale del cinema. Rischia l’espulsione dal paese.www.carta.org
I socialisti sono stati confermati alla guida della città di Zurigo. Per la prima volta una donna assume l'incarico di Stadtpräsident, grazie alla vittoria di Corine Mauch ottenuta al secondo turno contro la liberale Kathrin Martelli. L'SVP, la forza di destra al momento primo partito della Svizzera, aveva invitato i suoi elettori all'astensione. I socialisti sono alla guida della più grande città elevetica da ormai 18 anni. http://andreamollica.blogspot.com/
marzo 29 2009
"Sull'isola le mani dei poteri forti". L'intervista di Renato Soru al quotidiano La Nuova Sardegna
di Piero Mannironi
- LA NUOVA SARDEGNA
Sono stato sconfitto da chi difende potere e interessi
CAGLIARI. C’era chi diceva che era politicamente finito, che la sua buona stella fosse impallidita fin quasi a svanire, dopo aver perso il duello con Ugo Cappellacci (anche se lui tiene a chiarire: «Ha vinto Berlusconi, per giunta, giocando la partita con le carte truccate»). E invece Renato Soru, dopo una pausa che ha dedicato a rimettere le cose a posto a Tiscali e all’Unità, ricompare sulla scena politica tirando fuori dal cilindro una nuova magia: sabato appuntamento a Sanluri per dare vita all’associazione “Sardegna democratica”. Nel day-after dell’annuncio si riconcorrono voci e “boatos” secondo cui Soru si starebbe preparando a creare un nuovo partito. C’è anche chi ipotizza che l’associazione sia stata ideata per “assorbire” il Partito democratico sardo. Quasi una sorta di cannibalismo politico. Lui, Renato Soru, appare molto sereno. Nella sua casa luminosa di Bonaria smentisce queste voci. E spiega l’anima vera del suo nuovo progetto: Sardegna democratica deve diventare un serbatoio di idee, il teatro di un confronto politico e la palestra di una nuova classe dirigente del centrosinistra in Sardegna. Non in antitesi o, in prospettiva, egemone rispetto al Pd, ma solo uno strumento per rafforzare la politica delle idee e della partecipazione nel Partito democratico. -
Cos’è davvero Sardegna democratica? Forse l’embrione di un nuovo partito, oppure un contenitore nel quale in futuro “travasare” il Pd sardo?
«Ma no, niente di tutto questo. L’idea di creare quest’associazione, che verrà alla luce sabato a Sanluri, è il tentativo di dare una risposta a una domanda, forte e appassionata, che abbiamo percepito nel corso della campagna elettorale. E cioé un desiderio di partecipazione e di discussione, che è poi un segnale di volontà di riavvicinamento alla politica. Magari superando i limiti dei modelli forniti oggi dai partiti».
Ma lei parla di apertura di sedi di incontro in ogni provincia e in ogni paese. E’ facile pensare al primo passo verso un’organizzazione.
«E’ tutto molto più semplice. L’avventura elettorale è stata un’esperienza straordinaria, umanamente e politicamente. Soprattutto nei giovani c’era una dichiarata richiesta di ricostruire un dibattito reale, di ritrovare anche materialmente dei luoghi nei quali discutere di politica. Penso che questo patrimonio prezioso di fiducia e di speranza, ma anche di voglia di impegnarsi in prima persona nella costruzione di un progetto o per sostenere idee condivise, non possa andare disperso e debba avere una risposta».
Allora possiamo parlare di uno strumento per aiutare la maturazione del Partito democratico?
«Certo. Il mio impegno era e resta quello di contribuire alla costruzione di un vero Partito democratico sardo. L’associazione va vista in questa ottica, come strumento intermedio di dialogo tra la gente e il partito. Il primo obiettivo, quindi, è quello di rafforzare politicamente quel sentimento diffuso di difesa dell’idea di una Sardegna dei diritti e delle responsabilità, completamente alternativa al modello berlusconiano. E, quindi, alternativa anche alla maggioranza di governo regionale che la rappresenta».
Lei parla anche di “volontà di affrancamento ed emancipazione del popolo sardo” e di “aspirazione all’autodeterminazione”. Sono concetti che riportano alla tradizione sardista...
«E’ vero, alla tradizione più nobile del sardismo. Sappiamo tutti che il sardismo diffuso è un sentimento reale e profondo. E’ un percepire e condividere alcuni valori culturali. Mi sembra che la nostra esperienza di guida alla Regione sia stata proprio in sintonia con questi valori. Come la difesa della memoria, della tradizione e dell’ambiente, che abbiamo cercato di coniugare con l’innovazione e il buongoverno».
Lei parla anche di nuova classe dirigente.
«Mi sembra che questo non sia un problema solo sardo, ma sia uno dei temi più sentiti nel dibattito all’interno del Pd in tutto il Paese. Se l’associazione sarà teatro di dibattito, sarà anche il modo migliore per far emergere intelligenze e sensibilità nuove. Cioé, una nuova classe dirigente».
Come ha vissuto i primi passi della sua esperienza di consigliere regionale di minoranza?
«Diciamo che onorerò fino in fondo il mandato che ho avuto dagli elettori. Poi, c’è un aspetto più personale: ho potuto riprendere a occuparmi di Tiscali, per la quale sto lavorando per il risanamento e la messa in sicurezza della società».
E L’Unità?
«E’ stato siglato un accordo sindacale e si sta mettendo in moto una ristrutturazione. Diciamo che sono ottimista».
Si dice che ci siano nuovi possibili azionisti per il giornale.
«E’ vero».
Torniamo alla politica. Quali sono le sue prime valutazioni sulla giunta Cappellacci?
«Non ho finora visto un progetto politico alternativo al nostro. Non esisteva in campagna elettorale e non l’ho sentito nell’intervento in aula del presidente Cappellacci. Ho sentito solo principi scontati e alcune cose che non esistono. Ma programmi, niente. Le dirò di più: Cappellacci ha detto di non avere un’idea forte, ma di voler far emergere le idee che gli verranno suggerite. E’ l’affermazione di una politica debole, di un governo senza un ruolo guida».
Si dice che uno dei primi passi della giunta di centrodestra sarà quello di denervare e forse, poi, di cancellare la Conservatoria delle coste. E’ come colpire un simbolo dell’azione politica della sua giunta.
«Ho sentito. E devo dire che non sono per niente sorpreso. E’ chiaro che la prima cosa che faranno sarà quella di colpire i simboli della nostra azione politica, come la tutela dell’ambiente e l’equità contributiva. D’altra parte, che bisogno c’era di cancellare subito quella che loro chiamano la “tassa sul lusso” e che io invece chiamo dell’ambiente? Era così fondamentale per la Sardegna, in questo momento così difficile di crisi, cancellare quei pochi soldi che pagano quei ricchi signori che vengono con i loro yacht per poche settimane l’anno a fruire delle nostre bellezze ambientali e paesaggistiche? A me pare proprio di no».
L’annunciata “rivoluzione edilizia” di Berlusconi pensa possa avere effetti negativi per la Sardegna?
«Prima di tutto vediamo di cosa si tratta. Dico questo perché prima è stato diffuso un testo che poi Berlusconi ha disconosciuto e si sta ora modificando. Poi c’è stata la posizione dei presidenti delle Regioni e la lettera del presidente Napolitano. Se dovessi restare agli aumenti di cubatura dal 20 al trenta per cento, dico che per la Sardegna si potrebbero avere effetti davvero disastrosi. Se calcoliamo che esistono circa 400 mila seconde case sulle coste sarde, ecco, abbiamo un’idea molto chiara di cosa potrebbe accadere».
Potrebbero saltare molti Puc e quelli in elaborazione essere rivisti?
«La scelta che dovranno fare è molto chiara: o rispettare l’attuale Piano regionale paesaggistico oppure tornare al Far-west di cinque anni fa. Ma c’è un concetto che in questa fase sta sfuggendo a molti. E cioè che si vuole fare un regalo a chi la casa l’ha già e non si darà nulla a chi invece non ce l’ha».
La recente iniziativa della procura della Repubblica di Sassari ha svelato la drammatica realtà dell’inquinamento in alcune aree industriali. Lei e la sua giunta avevate posto come priorità la bonifica dei siti industriali e il loro riutilizzo produttivo. Ora sembra che i soldi per mettere in pratica quelle politiche non ci siano più.
«E’ così. E’ un altro dei simboli della nostra politica che hanno deciso di abbattere».
L’area dell’Arsenale alla Maddalena sembra che andrà al gruppo Marcegaglia. Pensa che la presidente di Confindustria, per tutelare i propri interessi, riuscirà dove lei ha fallito? Cioé far sloggiare da Santo Stefano la Marina militare?
«Su Guardia del Moro ho un timore molto serio. Quando discutemmo di dismissioni con l’allora ministro della Difesa Arturo Parisi, il deposito munizioni di Santo Stefano era nell’elenco dei siti da restituire alla Regione perchè praticamente non aveva alcuna utilità. Insomma, era cosa fatta. Poi, improvvisamente, si è manifestata una forte volontà di non cedere più Guardia del Moro. Ho il fondato sospetto che esista un progetto per fare del deposito un sito di stoccaggio per le scorie nucleari. Un’idea che aveva qualche anno fa, esattamente nel 2003, il generale Jean quando guidava la Sogin».
Lei ha detto in campagna elettorale che Berlusconi faceva propaganda e che non avrebbe realmente affrontato e risolto i problemi più gravi dell’isola. La pensa ancora così?
«Diciamo che oggi c’è la prova di quello che dicevo e temevo. Prendiamo l’Eurallumina. E’ importante oggi ricordare quella finta telefonata all’«amico» Putin e constatare cosa ha prodotto. Chiederne conto. Oggi il premier russo deve avere il telefono sempre occupato... Chissà quanti sardi, penso al Sulcis, hanno votato Berlusconi nella speranza che potesse risolvere i loro problemi!».
Solo propaganda, allora?
«Cinismo, un uso cinico della disperazione della gente. E che fine hanno fatto gli accordi con Scaroni per la chimica? Perché Scajola è sparito e faceva ricevere le delegazioni sarde da semplici funzionari? Resta Sartor con le sue titubanze. La verità è che Sartor è un bravo imprenditore, ma produce scale e non è adeguato in uno scenario complesso come quello della chimica».
Ora la provincia e i sindaci del nord-Sardegna parlano di “scippo” dei fondi per la nuova Sassari-Olbia.
«Le delibere del Cipe non sono il forziere per la munificenza del “Principe”, ma sono la distribuzione delle risorse legate ai diritti e ai bisogni delle Regioni. La delibera del 2007 aveva destinato alla Sardegna il 12,61% delle risorse del Mezzogiorno e si trattava di finanziare assi strategici come strade e ferrovie. Cinquecento milioni di euro erano per la Sassari-Olbia. I soldi sono spariti, ma non sono spariti i 60 milioni per la metropolitana di Cagliari. Un’opera che dovrebbe costare oltre un miliardo. Ma forse si vogliono finanziare solo alcuni progetti...».
Restando alle promesse elettorali, c’era anche la riforma elettorale per le Europee per garantire un seggio alla Sardegna.
«Schifani non ha neppure messo in discussione l’emendamento presentato da Sanna che proponeva il collegio elettorale sardo. Che si sia trattato di un’ingiustizia è provato dalle proteste dell’ex ministro Beppe Pisanu».
Ma, allora, perché Berlusconi l’ha battuta?
«Perché il confronto era truccato. Non è leale il confronto tra un signore che ha il controllo quasi completo dei mezzi di informazione e un altro che ne è escluso, salvo qualche rara eccezione».
Quanto hanno influito nella sconfitta del centrosinistra poteri forti come una parte della massoneria, le lobby della sanità e del cemento e alcune anime della Chiesa?
«Molto, moltissimo. C’è stata un’alleanza per tutelare interessi e rendite di posizione che noi avevamo colpito con la nostra azione politica. Berlusconi, oltre a mettere in campo il suo strapotere mediatico e la sua capacità di ingannare, è riuscito anche a mettere assieme questi gruppi di potere. A questo scenario si è aggiunta la debolezza dei partiti di centrosinistra in questa fase politica».
Lei si è lamentato molto del ruolo svolto dall’informazione in questa fase.
«Se in Sardegna un quotidiano e una tv in cinque anni non intervistano il presidente della Regione, evidentemente c’è un problema. Ho cercato di avere una frequenza con il digitale terrestre per dare una voce alle istituzioni, ma non me lo hanno concesso».
E perché?
«Hanno detto che avrei fatto Telekabul. Che sciocchezza! Al centrodestra dico di battersi per quel canale perché è un diritto dei cittadini essere informati dalle istituzioni»
... ma negli ultimi giorni i giornali stranieri riportano (oggi di spalla nell'home page del Times, in quella del Sun, su Der Spiegel, ...) un caso tremendo di violenza familiare accaduto a Torino; un caso analogo a quello del pazzo austriaco che segregò la figlia per anni.
È una notizia che in Italia nessuno ha passato; der Spiegel accenna anche alla curiosa mancanza di attenzione dei media italiani, secondi a nessuno in quanto a modellini della casa di Cogne.http://carlettodarwin.blogspot.com/
“La mafia non esiste” era il ritornello con cui negli anni ‘60 e ‘70 i politici democristiani in Sicilia irridevano i non molti che denunciavano il crescente intreccio di potere tra Cosa Nostra e i sindaci, gli assessori, i parlamentari, i ministri.
“La camorra da noi non esiste” è l’arrogante dichiarazione con cui il rappresentante del governo italiano a Parma ha irriso le denunce di Roberto Saviano sugli affari dei Casalesi in Emilia, in passato segnalate anche da L’espresso.
La delegittimazione è sempre stata, nella storia delle mafie, uno strumento molto potente e molto gradito alle cosche, con effetti a volte esiziali. Stupisce poco, anche se rattrista molto, il fatto che torni a usarlo il rappresentante di un governo che ha un viceministro molto in odore di camorra. http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Gli smemorati di Cologno

Signornò
da l'Espresso in edicola
Manca poco al debutto dello show di Fiorello su Sky, previsto per il 1° aprile. E chi ha parlato con lui dopo il 22 gennaio, giorno della sua improvvisa e improvvida visita a Palazzo Grazioli, l’ha trovato piuttosto turbato. Molto meno sorridente di quanto era apparso ai cronisti entrando e uscendo dalla magione presidenziale. In quell’ora di colloquio con lo showman, presenti il sottosegretario Gianni Letta e il Guardasigilli Angelino Alfano, Silvio Berlusconi non si sarebbe limitato alle battute su Kakà e sulla celebre imitazione dello “smemorato di Cologno”. Ma avrebbe intimato a Rosario di non firmare il contratto con la società di Rupert Murdoch (cui il governo aveva appena raddoppiato l'Iva). Fiorello avrebbe bluffato, sostenendo di aver già firmato. Il premier però avrebbe ribattuto che era una bugia: “So per certo che non hai ancora messo la firma”. E aveva ragione lui. A quel punto - sempre secondo chi ha parlato con l’artista - il Cavaliere gli avrebbe ricordato che il suo passaggio a Sky è una strada senza ritorno. Come dire che l’artista e la sua squadra non lavoreranno mai più per Mediaset e per la Rai, prossima alla riberlusconizzazione: “Altro che smemorato di Cologno: io ho una memoria di ferro…”. Si tratta solo di indiscrezioni, impossibili da riscontrare con conferme ufficiali. A meno che, il 1° aprile, Fiorello non faccia uno scherzo al Cavaliere rivelando in diretta che cosa gli disse davvero due mesi fa.
Ma poniamo che le voci siano infondate e che il premier si sia limitato all’innocente battuta riportata da Fiorello uscendo da Palazzo Grazioli (“Ma che vai a fare, passi al nemico?”). Bene, basta quel poco per domandare all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust, che cosa aspetti a farci conoscere il suo illuminato parere sull’episodio. Chi volesse farsi quattro risate vada sul sito dell’Autorità e clicchi su “conflitto d’interessi”. Vi troverà riassunta la famosa legge Frattini: “La legge 20.7.2004, n.215 si propone di assicurare che i titolari di cariche di governo svolgano la loro attività nell’esclusivo interesse pubblico, prevenendo la formazione di conflitti di interessi”. La legge ne contempla quattro, e gli ultimi due sembrano fatti apposta per sanzionare il vertice Berlusconi-Fiorello: “c) allorché un membro del governo adotti un atto o ometta un atto dovuto che incide sulla sua sfera patrimoniale… con danno all’interesse pubblico; d) le condotte delle imprese che approfittino degli atti adottati in situazioni di conflitto di interessi”. Se Fiorello avesse dato retta all’amorevole consiglio del premier, annullando il pre-accordo con Sky, Mediaset se ne sarebbe avvantaggiata eccome. E’ vero che esistono problemi più urgenti e che siamo ormai assuefatti al peggio. Ma, se Berlusconi riesce a violare persino le leggi che approva, sarà il caso di sbaraccare come enti inutili le cosiddette Autorità che dovrebbero farle rispettare. Altrimenti qualcuno potrebbe persino credere che esistano davvero.
(Immagine a cura di Roberto Corradi)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Piero Sansonetti spiegava ieri in un dibattito televisivo che il principale vantaggio politico della destra oggi è l'aver trovato in Silvio Berlusconi un leader carismatico. La sinistra farebbe bene - diceva Sansonetti- a mettere da parte i principi astratti e a considerare questa possibilità, perché le democrazie attraversano fasi in cui certe esigenze pratiche possono prevalere su aspettative di natura più elevata ma teorica.
Se la sinistra è incline ad accettare l'idea di Sansonetti vorrei offrire qualche suggerimento.
In primo luogo è necessario superare la vecchia definizione di leader carismatico. Nei libri di storia questa etichetta è in genere assegnata a persone che hanno assimilato in maniera così profonda certi ideali e principi di natura politica o religiosa, da averli trasformati in un'energia che suscita potenti immagini mentali nelle masse. Attraverso la parola o l'azione il leader carismatico crea nuove e potenti correnti di opinione o aspettative nelle persone, e indirizzandole riesce ad attuare grandi progetti.
Silvio Berlusconi non soddisfa questa definizione, perché è un uomo volgare, cinico e opportunista, privo di una visione coerente. Ma in un paese culturalmente stagnante come l'Italia il suo potere sui media gli conferisce un vantaggio sul resto della classe dirigente che lo colloca in maniera assai stabile al centro degli equilibri politici.
Il suo carisma virtuale e costruito a tavolino, naturalmente, non cessa per questo di essere efficace. Nella società delle comunicazioni di massa, semmai, possiamo chiederci se abbia ancora senso credere che il carisma discenda da qualità personali. La vecchia definizione, al massimo, va bene in ambiti più ristretti di quelli della politica nazionale.
La storia sembra qui ripiegarsi su se stessa. Dai tempi degli antichi imperi egizi e mesopotamici il potere regale si ammanta di fastosità e sacralità allo scopo di sottrarre il sovrano al giudizio critico dei sudditi. E' un espediente reso necessario dal meccanismo della successione ereditaria, che rende altamente probabile l'arrivo al potere di un monarca mediocre. Ma lo stato deve sopravvivere alla pochezza dei suoi capi, e perciò costruisce attorno ad essi un apparato che colpisca la fantasia del popolo e agisca come una protesi di carisma.
Ronald Reagan ha preceduto Berlusconi in questo recupero moderno del carisma virtuale. Ai tempi delle sue due amministrazioni godeva di grande popolarità e le sue doti teatrali gli valsero il titolo di "Grande comunicatore". Uscito dalla scena politica statunitense venne presto dimenticato, e voci molto vicine a lui ce lo descrivono come un uomo poco intelligente e di scarsa energia nel lavoro. Ma ciò non costituiva un problema perché nessuno si aspettava da lui che prendesse decisioni. Il suo compito era solo quello di recitare davanti alle telecamere, e lo assolveva piuttosto bene. A riflettori spenti veniva spedito a giocare a golf.
Berlusconi non ha i limiti personali di Reagan, e di certo non è una marionetta in mani altrui, ma la sua presa sull'opinione pubblica italiana è dovuta agli stessi meccanismi. Per combatterlo con le sue stesse armi la sinistra non può nominare un leader carismatico per alzata di mano. I leader carismatici, se esistono, si fanno avanti da sé. Altrimenti occorre costruirli a tavolino attraverso un delicato e complesso processo di mitopoiesi virtuale, basato su un abile uso delle comunicazioni di massa.
Se la sinistra ha le risorse finanziarie, tecniche e organizzative per un compito così complesso proceda pure, altrimenti cerchi di capire cos'è una vera democrazia, e perché ci allontaniamo giorno dopo giorno da questo modello. http://achtungbanditen.splinder.com/
La strana coppia Berlusconi-Impregilo e il Ponte sullo Stretto
di Antonio Mazzeo
«È una cosa drammatica che i vertici di Impregilo dopo lavori difficili per la tratta ad alta velocità della Bologna-Firenze si sono trovati assolti dalla magistratura di Bologna e condannati a ben 5 anni da quella di Firenze. È qualcosa di patologico, è una metastasi del nostro Paese cui dobbiamo reagire perché c'è qualcuno che usa la legge come un Moloch che deve colpire. Dobbiamo trovare una via di uscita, altrimenti le società non vorranno fare lavori sul nostro territorio». La pensa così il premier Silvio Berlusconi sulla pesante condanna inflitta all’amministratore delegato d’Impregilo, Alberto Rupegni, a conclusione del processo sui crimini ambientali dei lavori per l’Alta Velocità.
Il governo ha un asso nella manica per evitare che future inchieste della magistratura possano avere conseguenze sull’iter di realizzazione delle Grandi Opere, primo fra tutti il Ponte sullo Stretto, ad altissimo rischio d’infiltrazione mafiosa. L’affidamento di tutti i controlli ad un commissario ad acta, mettendo fuori gioco le procure locali e derogando dalle leggi generali. Lo ha rivelato «Milano Finanza» con un documentato articolo dal significativo titolo “Impregilo, niente scherzi sul Ponte”.
E che si faccia realmente sul serio lo dimostrano le parole di ringraziamento del presidente della grande società di costruzioni, Massimo Ponzellini. Intervenendo alla cerimonia di inaugurazione della prima linea del famigerato termovalorizzatore di Acerra - presente Berlusconi - Ponzellini ha affermato «che con il premier al nostro fianco, dopo aver realizzato quest’opera, sapremo vincere altre sfide, come quella della Salerno-Reggio Calabria e del Ponte sullo Stretto…».
Amore antico quello del Signore di Arcore per Impregilo e l’Ecomostro dello Stretto di Messina. Berlusconi ha pubblicamente rivendicato come sia stato proprio il suo precedente governo a sollecitare un accordo tra le aziende italiane per progettare e realizzare in tutta tranquillità la megaopera. Nel corso di un comizio tenuto nel novembre 2008 durante la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della regione Abruzzo, Berlusconi ha dichiarato: «Sapete com’è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d’appalto ma in consorzio... Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche».
L’episodio è stato raccontato dal giornalista Marco Travaglio su «L’Espresso» del 30 dicembre 2008. Come sottolineato dallo stesso Travaglio, «se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti (pilotati anche quelli?)».
Di certo in casa Berlusconi non erano in pochi i profeti in grado di prevedere per filo e segno quello che sarebbe stato l’esito della gara per scegliere la società a cui affidare i lavori tra Scilla e Cariddi. «La gara per il Ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo», dichiarò nel corso di una telefonata con Paolo Savona (l’allora presidente d’Impregilo), l’economista Carlo Pelanda, proprio ala vigilia dell’apertura delle offerte delle due cordate in gara. Nel corso della stessa telefonata Pelanda spiegò di avere avuto assicurazioni in merito dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già presidente di Publitalia ed amministratore delegato di Mediaset. Sfortunatamente, il colloquio tra Paolo Savona e l’amico Carlo Pelanda fu intercettato dagli inquirenti della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta sulla società di Sesto San Giovanni per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio.
Incuriositi dalla singolare vocazione profetica dell’interlocutore, i magistrati lombardi interrogarono Paolo Savona sul senso di quella telefonata. «Era una legittima previsione», risponderà Paolo Savona. «Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte». Carlo Pelanda, editorialista del “Foglio” e del “Giornale” – quotidiani del gruppo Berlusconi – ricopriva al tempo l’incarico di consulente del ministro della difesa Antonio Martino, origini messinesi e uomo di vertice di Forza Italia. Pelanda era pure un intimo amico di Marcello Dell’Utri, al punto di aver ricoperto l’incarico di presidente dell’associazione “Il Buongoverno”, fondata proprio dal senatore su cui pesa una condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Gara piena di anomalie e stranezze quella per il general contractor del Ponte di Messina. Alla fase di pre-qualifica riuscì a partecipare perfino una società su cui sarebbe stato rilevante il controllo la potente organizzazione mafiosa nordamericana diretta dal boss Vito Rizzuto. Poi, uno dopo l’altro, si ritirarono inaspettatamente quasi tutti i grandi gruppi esteri partecipanti. Il 18 aprile 2005 (quarantotto ore prima della scadenza dei termini fissati dal bando), giunse inaspettata la decisione dei vertici della Stretto di Messina S.p.A., società pubblica concessionaria per il Ponte, di concedere ai consorzi in gara un mese di tempo in più per la presentazione delle offerte. Le ragioni della benevola proroga restarono ignote, ma gli osservatori finanziari la giudicarono perlomeno discutibile, anche perché i tre mesi precedenti erano stati caratterizzati da altalenanti e contraddittori contatti tra i due colossi italiani capofila delle cordate in gara, l’Impregilo di Sesto San Giovanni e l’Astaldi di Roma.
Impregilo era al centro di una grave crisi finanziaria ed i vertici aziendali erano stati azzerati dall’inchiesta della procura di Monza. Per evitare il tracollo finanziario i principali azionisti della società avevano invocato l’intervento del governo e delle banche creditrici, auspicando l’ingresso di nuovi e più solidi soci. Nel febbraio 2005 i manager Astaldi dichiararono la propria disponibilità a fornire 250 milioni di euro per ricapitalizzare la società di Sesto San Giovanni, ma la loro offerta veniva respinta. In Impregilo fece invece ingresso un consorzio, IGLI, costituito appositamente dai gruppi Argofin (Marcellino Gavio), Techint-Sirti, Efibanca ed Autostrade S.p.A. (gruppo Benetton). Efibanca, Techint e Sirti cederanno un anno più tardi la loro quota di IGLI a Salvatore Ligresti, il costruttore originario di Paternò a capo del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai.
Sfumata l’ipotesi di una compartecipazione in Impregilo, Astaldi propose alla “concorrente” un’alleanza strategica per la formulazione di un’unica offerta per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. «Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate e la scarsa convinzione degli altri, il buon senso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze», dichiarò Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, dopo che due società spagnole partner di Astaldi si erano ritirate dalla gara. Il 2 maggio 2005, il nuovo consiglio d’amministrazione di Impregilo respinse però la vantaggiosa offerta di alleanza.
Coincidenza vuole che negli stessi giorni era stata depositata un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Infrastrutture, a firma dei senatori Brutti e Montalbano (Ds). In essa si affermava che la presentazione di un'unica offerta da parte di Astaldi e Impregilo per il Ponte sullo Stretto «configurava un’effettiva turbativa d’asta e quindi l'irregolarità della gara». Nell’interrogazione i due parlamentari denunciavano che i due raggruppamenti avevano avviato « una trattativa con i buoni uffici di un noto avvocato, consulente legale dell’ANAS per la sorveglianza sui lavori dell’Impregilo, notoriamente legato da vincoli professionali ventennali con l’impresa Astaldi, per giungere, attraverso un rimescolamento delle carte, a presentare un’unica offerta in comune tra Astaldi e Impregilo, riducendo in tal modo ad uno il numero dei partecipanti effettivi alla fase conclusiva della gara stessa».
Brutti e Montalbano aggiungevano che il rinvio dei termini della gara in questione «era stato fortemente sollecitato alla società Stretto di Messina da una delle due società concorrenti, indebolita nella sua composizione interna dall’uscita di un fondamentale partner francese». Sempre secondo gli interroganti, a tal fine il consiglio d’amministrazione della società concessionaria aveva inserito nel bando una clausola che consentiva di aggiudicare la gara anche in presenza di una sola offerta.
«Appare quanto meno sospetto un rinvio dei termini idoneo a far maturare un accordo tra i due concorrenti e la contemporanea decisione di modificare il bando, che sembra proprio spingere nella direzione dell’accordo tra i concorrenti», commentavano i senatori diessini.
Quando alla scadenza del termine, giunsero le offerte delle uniche due cordate rimaste in gara, certe “anomalie” furono sotto gli occhi di tutti. In meno di un anno si erano verificati cambiamenti rilevanti nelle composizioni dei raggruppamenti. Nell’associazione temporanea a guida Impregilo, ad esempio, non comparivano più la società statunitense Parsons. Nella cordata a guida Astaldi spiccava invece la scomparsa del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Vere e proprie fughe provvidenziali, verrebbe da dire, dato che hanno permesso la conclusione della gara diradando alcuni dei dubbi di legittimità e regolarità.
Il forfait di Parsons evitava infatti che la transnazionale finisse nella ragnatela dei conflitti d’interesse che hanno segnato la stagione delle selezioni dei soggetti chiamati alla realizzazione del collegamento stabile. La controllata Parsons Transportation Group, a fine 1999, era stata nominata “advisor” dal Ministero dei lavori pubblici per approfondire gli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina. La stessa Parsons Transportation Group ha poi partecipato al bando per il Project Management Consultant per la vigilanza delle attività del general contractor del Ponte. Se Parsons Transportation Group avesse vinto questa gara (cosa poi puntualmente verificatasi) e la società madre fosse rimasta associata ad Impregilo, la Stretto di Messina si sarebbe trovata nella spiacevole situazione di affidare i due bandi multimilionari ad una medesima entità, in cui avrebbero coinciso controllore e controllato.
Altrettanto miracolosa l’uscita di scena del Consorzio Cooperative Costruzioni. Originariamente la Lega delle Cooperative compariva in entrambe le cordate in gara per i lavori del Ponte: con la CCC in ATI con Astaldi e con la CMC - Cooperatriva Muratori Cementisti di Ravenna in ATI con la “concorrente” Impregilo. Con l’aggravante che proprio la CMC risultava essere una delle 240 associate, la più importante, della cooperativa “madre” CCC di Bologna. Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici che escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che «si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo», ovverossia di società tra esse «collegate o controllate». L’ipotesi di violazione è stato sollevato, tra gli altri, dalla parlamentare Anna Donati, mentre il WWF è ricorso davanti all’Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiedere l’annullamento della gara.
Se poi si passa ad analizzare la lista dei professionisti che sono stati membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., c’è il riscontro di un certo feeling con Impregilo. Nell’aprile del 2005, ad esempio, venne nominato quale membro del Cda della concessionaria del Ponte, il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit (oggi Impregilo), consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ha ricoperto il ruolo di general contractor. Nel consiglio di amministrazione della Stretto S.p.A. sedeva al momento dell’espletamento delle gare del Ponte, il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università " La Sapienza " di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici era contestualmente consigliere di Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società di cui erano (e sono) azionisti i Benetton. Edizioni Holding, altro gioiello del gruppo di Treviso, controlla la Società per il Traforo del Monte Bianco, di cui è membro del consiglio d’amministrazione un altro “storico” del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato.
Presenze “pesanti” anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata vincente per i lavori del Ponte. Condotte d’Acqua è quasi internamente controllata dalla finanziaria Ferfina S.p.A. della famiglia Bruno. Ebbene, nei consigli d’amministrazione di Ferfina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d'Acqua) compariva nel giugno 2005 il professore Emmanuele Emanuele, contestualmente membro del Cda della concessionaria statale per il Ponte.
Dal 2002, presidente della Stretto di Messina S.p.A. è l’on. Giuseppe Zamberletti, più volte parlamentare Dc e sottosegretario all’interno e agli esteri ed ex ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici. Invidiabile pure la sua lunga esperienza in materia di grandi infrastrutture: Giuseppe Zamberletti è stato presidente del Forum europeo delle Grandi Imprese, mentre da più di un ventennio ricopre la massima carica dell’Istituto Grandi Infrastrutture (IGI), il “centro-studi” d’imprese di costruzione, concessionarie autostradali, enti aeroportuali, istituti bancari, per monitorare il mercato dei lavori pubblici e delle grandi opere e premere sugli organi istituzionali per ottenere modifiche e aggiustamenti legislativi in materia di appalti e concessioni a vantaggio degli investimenti privati.
In questa potente lobby dei signori del cemento, compaiono quasi tutti i concorrenti alle gare per la realizzazione del Ponte. Vicepresidente vicario di IGI al tempo delle gare del Ponte, il cavaliere Franco Nobili, trent’anni a capo della società di costruzione Cogefar (poi Impregilo), passato poi nel Cda della Pizzarotti di Parma, che ha integrato in un primo tempo la cordata guidata da Astaldi per il general contractor del Ponte. Dal 1989 al 1993 Franco Nobili ha pure ricoperto la carica di presidente dell’IRI, l’istituto di cui è stato direttore generale e membro del collegio dei liquidatori l’odierno amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.
Anche tra gli odierni vicepresidenti del consiglio direttivo dell’Istituto Grandi Infrastrutture ci sono i manager delle società entrate nel business del Ponte: Alberto Rubegni (l’amministratore delegato d’Impregilo condannato a 5 anni di reclusione nell’ambito del processo TAV); Pietro Gian Maria Gros, presidente di Autostrade-Benetton; Vittorio Morigi, Ad del Consorzio Muratori Cementisti; il professor Carlo Bucci (rappresentante dell’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina S.p.A., e consigliere d’amministrazione della concessionaria nel triennio 2005-2007).
Ci sono poi le aziende presenti nel consiglio direttivo dell’IGI. Anche qui abbondano le società che hanno concorso su fronti opposti alla gara per il Ponte sullo Stretto. Tra esse, Società Italiana per Condotte d’Acque e SATAP S.p.A., società autostradale controllata dalla finanziaria Argos di Marcellino Gavio (azionista IGLI-Impregilo). Più Astaldi, capogruppo dell’ATI “contrappostasi” a Impregilo, con le associate Grandi Lavori Fincosit e Vianini Lavori dell’imprenditore-editore Caltagirone.
Uno dei prossimi maggiori impegni della Stretto S.p.A. sarà quello di ritoccare l’ammontare del contratto sottoscritto da Impregilo & socie; ferro e acciaio sono cresciuti vertiginosamente nel mercato internazionale, mentre altre voci di spesa potrebbero essere state sottostimate in fase di pre-progettazione. Date affinità e cointeressenze, chissà se alla fine, per comodità, non ci si veda tutti in Piazza Cola di Rienzo 68, sede dell’IGI e dei signori del Ponte. |
| http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8907 |
Mi sono divertito anch’io, come tutti, a seguire l’enfasi e la solennità con cui la televisione ci ha raccontato ieri la nascita del Popolo della libertà. Nulla da ridire sulla convention all’americana costruita intorno alla personalità del leader designato, anche se mi fa effetto che il presidente del consiglio desideri ancora il ritornello “Meno male che Silvio c’è” quando entra in sala. Da una parte mi tranquillizza: sono più pericolosi i capipopolo che in tali eventi prediligono una Cavalcata delle valchirie alla Wagner. Ma il punto è oggi l’asincronia notevole tra Berlusconi e la congiuntura economica. Come mai non gli si ritorce contro, almeno per il momento? L’uomo che ostentando il lusso ne ha regalato manciate -lo sottolineo, gratis- agli italiani sotto forma di tv commerciale, ora incarna uno stato d’animo diffuso: non fateci venire il dubbio che tale benessere immateriale possa andarsene. Ce lo teniamo stretto. Chiniamo la testa e aspettiamo che la crisi passi, ma non chiedeteci di cambiare abitudini.
Poco importa allora che Berlusconi vagheggi di rivoluzione liberale mentre invia i prefetti nelle banche o rafforzi lo Stato rispetto al mercato. La recessione economica viene liquidata come “virus americano”, una malattia lontana che ci lambirà solo di striscio. Non è vero? Qui viene il dunque. Berlusconi ritiene di detenere oggi l’energia carismatica e la forza mediatica di soverchiare questa realtà dolorosa. Berlusconi ha intrapreso un braccio di ferro con la realtà: il suo trionfo contro le fatiche del quotidiano. Per avere buone chances di vincere in tale gioco di persuasione, prevedo che diventerà per lui ancora più importante esercitare un controllo ferreo sulla televisione.http://www.gadlerner.it/2009/03/28/berlusconi-gioca-a-braccio-di-ferro-con-la-realta.html
P2, P3, P4... Uno alla volta, nottetempo, casa per casa
di Carlo Vulpio - da carlovulpio.it
Quello su Genchi è solo un esperimento dei soliti noti
Lo avevamo detto. Anzi lo avevamo predetto. Questa sospensione dalle funzioni di poliziotto del vicequestore Gioacchino Genchi - per aver risposto su Facebook a un cronista di Panorama che gli dava del bugiardo, e quindi per essersi difeso con la parola da un’accusa infamante - non sorprende, anche se rattrista.
L’ultimo in ordine di tempo era stato Luigi de Magistris. Il giorno dopo l’annuncio della sua candidatura come indipendente nell’IdV, sono arrivate in contemporanea: la notizia dell’apertura di un’inchiesta a suo carico da parte della procura di Roma per concorso in abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio, la “richiesta” del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, di dimissioni dalla magistratura (cosa che Mancino non ha mai osato chiedere, né fatto notare a nessun altro, da Violante in poi), la notizia della richiesta di archiviazione, avanzata dalla stessa procura di Roma, della querela che Luigi de Magistris e Clementina Forleo presentarono contro Letizia Vacca, membro laico del Csm in quota Pdci, che definì i due magistrati “due figure negative, due cattivi magistrati”, offendendoli e anticipando il giudizio prima ancora che se ne discutesse in Csm.
Oggi, tocca a Gioacchino Genchi. Vogliono fargliela pagare a tutti i costi perché è una persona onesta e ha dimostrato di avere carattere, non lasciandosi intimidire.
Lo avevamo detto. Anzi, predetto, che piano piano, uno alla volta, sarebbero venuti a cercarci, casa per casa, magari nottetempo, per portarci via “in nome della legge”, o per farci sentire il loro fetido fiato sul collo.
Stanno mettendo mano a ogni arma a disposizione. La stampa amica, i giudici disponibili, le forze dell’ordine condiscendenti, i killer politici a orologeria. Per ora, si fermano a questo. In attesa di capire come si metteranno le cose, e in quale direzione spirerà il vento. Per esempio, il vento delle elezioni prossime venture.
Non meravigliamoci se faranno altro ancora, e se ne faranno di ancor più sporche.
Non sottovalutiamo. Ma non intimidiamoci. Teniamo gli occhi aperti e diciamo fin da ora a tutti - dagli osservatori inviati dall’OSCE in Italia per controllare la regolarità delle elezioni, ai vertici dei corpi armati dello Stato, dalla magistratura fino al Parlamento e ai cittadini - che non osino metterci le mani addosso. Nemmeno metaforicamente. Perché sappiamo chi sono e si saprebbe subito chi è stato.
Genchi, purtroppo, è un altro caso da “esperimento”. Ancora una volta, si vuol vedere “l’effetto che fa” e misurare il polso all’intero Paese, colpendo con una ingiusta persecuzione una persona che ha fatto solo il proprio dovere, dal giorno in cui scoprì da dove partirono i segnali per uccidere Falcone e Borsellino con le rispettive scorte fino a oggi, quando con le inchieste nate in Calabria e allargatesi in tutta Italia ha “rivisto” quelle stesse facce del piduismo elevato a potenza che stavano insanguinando l’Italia e continuano a spolparla dal di dentro.
Non sanno cos’altro inventarsi. Sono in grave difficoltà. Per questo adesso sono più deboli, e quindi più pericolosi.
Ma non ce la faranno. Questo forse è il loro ultimo giro.
Sospendere dal servizio un poliziotto onesto, o indagare un magistrato integerrimo, o fare qualsiasi altra cosa che assomigli a queste a qualcun altro, non gli servirà a nulla. La gente ha capito chi ha ragione e chi ha torto. Game over.
Tratto da: www.carlovulpio.it
A noi i dispiaceri, agli altri le terre. Una società coreana si è portata via il 40% del Madagascar. Le corporation vengono per la terra
di Pablo Ramos (Redazione di APM) – da attac.it
Madagascar è un film animato realizzato al computer, genere fiction, prodotto dagli studi Dreamworks e lanciato in lingua cinese il 27 maggio 2005. Il film parla di 4 animali dello zoo di Central Park a New York, che hanno passato tutta la vita in cattività, e inaspettatamente si ritrovano su una nave che li porta all’isola di Madagascar, dove tornano allo stato selvaggio.
La Repubblica di Madagascar è una nazione insulare situata nell’Oceano Indiano di fronte alla costa sudorientale del continente africano, il 40% del suo territorio è stato affittato alla società Daewoo Loogistics, un settore del conglomerato (o chae-bol) Daewoo con sede a Seul, capitale della Corea del Sud. Questa notizia non è una FICTION.
Il caso è stato reso noto a dicembre dal quotidiano britannico «Financial Times» e ripreso dalla stampa internazionale. Poi l’informazione è stata arricchita di dettagli da parte delle agenzie di stampa Bloomberg e Reuters e del quotidiano spagnolo «El Pais». Si tratta di un accordo promosso dal governo di Seul per garantirsi l’accesso a terre coltivabili, un bene molto apprezzato nella penisola coreana che, avendo una densità di popolazione di 491 abitanti per km quadrato, può lasciare ben poco spazio all’agricoltura.
L’accordo con Antananarivo prevede l’affitto di 1.300.000 ettari coltivabili per 99 anni per la semina di specie alimentari e di specie utili alla produzione di agrocombustibili. In cambio, Daewoo Logistics si impegna a investire 6.700 milioni di dollari per 20 anni allo scopo di costruire un porto per le esportazioni verso la Corea - indispensabile alla fattibilità dell’affare - e a procurare "alcuni benefici per la popolazione locale" come posti di lavoro e una scuola!
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il Madagascar è un Paese con Indice di Sviluppo Umano (ISU) medio, essendo situato al 143esimo posto su un totale di 179 nazioni considerate. La sua popolazione ha un reddito medio di 559 dollari nominali l’anno, per un Prodotto Interno Lordo (PIL) nominale di 10.000 milioni di dollari.
La Corea del Sud, da parte sua, è una nazione con un ISU alto (25esimo posto), una rendita pro capite di 22.054 dollari all’anno e un PIL di un miliardo 72.975 dollari.
La nazione insulare esce decisamente sfavorita non solo dal confronto tra nazioni, ma anche dal parallelo con la stessa Daewoo International Corporation. La compagnia sudcoreana è un esempio di impresa gigante cresciuta grazie all’appoggio statale e alla diversificazione artificiale. Ha dieci divisioni di vendita: Acero, Metal1, Metal2, chimica, automotori e componenti, macchinari, mezzi di comunicazione e elettronica, tessuti, commodities, energia. Tutti settori che non esistono in Madagascar.
Un dirigente della compagnia, Hong Jong-wan, ha ammesso: "Ci vogliamo piantare semi (in Madagascar) per garantire la nostra sicurezza alimentare. Il cibo può essere un’arma in questo mondo."
Autonomia alimentare
Si tratta del maggiore accordo di questo tipo tra una società e uno Stato. Ma non è l’unico. Tra le altre, le ditte Morgan Stanley (Usa), Renaissance Capital (Russia), Landom (Gran Bretagna), Back Earth Farming e Alpcot Agro (Svezia), Mitsui (Giappone), Louis Dreyus (Olanda), Binladin Group (Arabia Saudita), Fondo per lo Sviluppo di Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), oltre a Daewoo, sono la punta d’iceberg di un affare iniziato di recente: l’acquisto di terre fertili all’estero per assicurarsi la sovranità alimentare.
La lista di Paesi in cui questi gruppi di carattere eminentemente finanziario hanno messo piede comprende Madagascar, Indonesia, Ucraina, Russia, Brasile, Sudan, Argentina, Stati Uniti, Pakistan, Laos, Cambogia, Etiopia e Ghana.
Come si può osservare, la maggioranza di questi Paesi fa parte del Terzo Mondo, ma vi compaiono anche la prima potenza mondiale, e nazioni che, a livello internazionale, rivestono un’importanza sempre crescente, come la Federazione Russa e il Brasile. Evidentemente le condizioni contrattuali che le corporation della terra arriveranno a stabilire saranno diverse a seconda del tipo di nazione in cui si insedieranno.
Per anni, le varie potenze hanno cercato di garantirsi l’accesso alle risorse naturali aldilà delle proprie frontiere. Per gran parte del XX secolo sono stati gli idrocarburi a segnare la rotta, ma in un mondo che ha già superato i 6.000 milioni di persone, bisogna pensare a riempire altrettanti stomaci. Se prima era questione di autonomia energetica, ora si tratta dell’autonomia alimentare.
Energia e cibo, cibo e energia. Grazie agli agrocombustibili, c’è una relazione sempre più marcata tra questi termini. Daewoo, per esempio, userà le terre del Madagascar per la semina di mais e palma, entrambe coltivazioni industriali, da cui si possono ricavare rispettivamente etanolo e biodiesel.
La stranierizzazione nella sua quintessenza
Il dibattito sugli investimenti stranieri è antico come gli investimenti stessi. Se uno legge la letteratura economica dal dopoguerra fino agli anni Settanta, s’imbatte in un’animata querelle sulla convenienza o meno dell’apporto di capitali stranieri all’economia. Questa discussione praticamente è sparita, e possiamo constatare senza troppa fatica come i governi della maggioranza dei Paesi favoriscano l’ingresso del capitale straniero.
Ad esempio, le discussioni in seno all’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC) del ciclo di Doha si trovano impantanate per il rifiuto delle potenze di abolire i sussidi alla produzione e all’esportazione agricola. Ma in questo ciclo, iniziato nel 2001 nella capitale del Qatar, sono stati inclusi fra i beni commerciali l’accesso agli appalti governativi, gli investimenti e i servizi. Si discute la liberalizzazione di tutti i fattori produttivi ad eccezione del lavoro, cioè, l’immigrazione.
Nel caso delle terre da adibire a coltivazione, c’è una relazione direttamente proporzionale tra l’avanzamento della frontiera agricola e l’abbattimento o l’arretramento delle foreste. Perché i questa attività non vengono coinvolti terreni desertici - il che sarebbe lodevole - ma in molti casi si tratta dello sfruttamento di zone vergini, con la conseguente sparizione della biodiversità. Nell’isola malgascia (del Madagascar) vediamo ben poco futuro per il baobab e i lemuri, e lunga vita per il bioetanolo e il biodiesel.
Nel film Madagascar, il leone Alex, la zebra Marty, la giraffa Melman e l’ippopotama Gloria arrivano sull’isola quando cadono fuori bordo le casse in cui venivano trasportati. Da subito incontrano i lemuri, che convincono Alex a difenderli dai fossa - predatori locali, che tuttavia nel film si limitano a mandare a monte la festa dei lemuri. Il leone spaventa i fossa e i lemuri possono dedicarsi a canti e danze nel loro paradiso isolano.
Questo film ha una seconda parte intitolata "Fuga dall’Africa", ma nel seguito della saga, Alex dovrà procurarsi alleati più forti e potenti per espellere il "pericolo Daewoo" dall’isola.
pabloramos@prensamercosur.com.ar
05/03/2009
Traduzione a cura di Cinzia Vidali
Uno dei personaggi di “Furore”, il capolavoro di John Steinbeck ambientato negli anni della Grande Depressione, si chiama Muley Graves. Nella versione cinematografica del romanzo, realizzata nel 1940 da John Ford, a un certo punto Graves non riesce a capire con chi prendersela per essere stato costretto ad abbandonare la terra che coltivava in seguito al pignoramento della fattoria. Gli dicono che non è colpa dello sceriffo, che non c’entrano né l’agente immobiliare né la banca di Tulsa: “E quindi – chiede Graves – noi a chi dobbiamo sparare?”.
L’attuale crisi finanziaria non ha provocato i disastri sociali della Grande Depressione, ma la rabbia degli americani per le ingiustizie e le ineguaglianze emerse in quesi mesi è tornata a essere un fattore politico importante, capace di influenzare e, secondo molti osservatori, in grado anche di travolgere Washington. In tempi di piena, l’indomabile ottimismo degli americani valuta le enormi ricchezze dei pochi fortunati come una prospettiva alla portata di tutti, come un’opportunità che con i giusti sacrifici prima o poi capiterà anche a chi si trova in difficoltà.
Quando c’è la crisi, e si diffonde il timore di una catastrofe economica anche personale, diventa più difficile digerire la perdita del lavoro e della casa a fronte del pagamento con i propri soldi dei mega bonus miliardari alle stesse persone che hanno creato o cavalcato il disastro finanziario. E’ successo negli anni Trenta, sta succedendo adesso, con le medesime declinazioni politiche. Allora è riemerso il populismo, nato in realtà nel secolo precedente. Oggi questo sentimento antipolitico torna a farsi sentire e a bussare alla porta di Washington, come dimostrano il voto alla Camera per tassare al 90 per cento i bonus dei manager dell’Aig, e le inchieste giudiziarie un filino demagogiche di Andrew Cuomo, il procuratore di New York in cerca di radiosa carriera politica e che, peraltro, in passato è stato l’esecutore delle politiche pro casa dei clintoniani.
A differenza del personaggio di “Furore”, l’americano medio ha individuato i responsabili delle proprie difficoltà, ovvero i banchieri di Wall Street e i truffatori come Bernie Madoff, ma è ancora incerto se tramutare questa rabbia ben radicata nella tradizione americana anche sulla politica, sui governanti, sulla Casa Bianca. Da qui la grande preoccupazione di Barack Obama, in queste settimane particolarmente attento a restare in equilibrio tra le pressanti richieste populiste e le dovute rassicurazioni all’establishment finanziario. I sondaggisti della Casa Bianca confermano che gli americani accusano le istituzioni finanziarie e non sono così convinte che sia giusto aiutarle con i soldi pubblici. “In corso c’è una ribellione – ha detto lo stratega obamiano David Axelrod – ma a Wall Street tutti sanno che i giorni di Gordon Gekko (il protagonista del film di Oliver Stone “Wall Street”, ndr) sono finiti”. Obama ha provato a spiegare che “non si governa con la rabbia” e ha anche fatto sapere a Wall Street di aver limato il discorso di fine febbraio che gli avevano preparato i suoi speech writer. “Gli americani sono giustamente arrabbiati”, c’era scritto nella versione originale, frase poi scomparsa nel testo finale. Col passare dei giorni e l’intensificarsi della rivolta popolare, Obama ha cambiato toni e registro. Si è posto su una linea decisamente più populista, accusando il predecessore, la bella vita dei banchieri e i loro bonus, fino a dire che “la gente ha il diritto di essere arrabbiata. Sono arrabbiato anch’io”.
“I contadini stanno assaltando la Bastiglia – ha scritto Gary Kamiya su Salon – I bonus dell’Aig sono il momento ‘se il popolo ha fame, dategli le brioche’ e l’Antico regime sta tremando all’interno delle sue ville recintate”. Frank Rich, editorialista del New York Times, ha scritto che “la gran parte degli americani continua a non capire perché le banche ricevono miliardi mentre non si fa nulla per salvare chi ha perso la casa, il lavoro e i risparmi pensionistici”.
I deputati di Washington, la cui permanenza nelle stanze del potere è sottoposta a una conferma elettorale ogni due anni, sono tempestati da elettori che virtualmente imbracciano i forconi della protesta come in una versione arrabbiata del celebre dipinto “American Gothic” di Grant Wood (del 1930, appunto). Le avvisaglie di questa rivolta populista contro la politica si erano già avute in campagna elettorale. I leader democratici, da Obama a Hillary Clinton, hanno abbandonato la retorica pro Wall Street e aumentato il volume sul protezionismo commerciale. L’ondata contro Sarah Palin, la candidata vicepresidente di John McCain, è diventata irresistibile appena è scoppiato lo scandalo sulle decine di migliaia di dollari spesi dal Partito repubblicano per vestirla. McCain non s’è più ripreso dal momento in cui non ha saputo rispondere sul numero di case di proprietà. “L’idraulico Joe” è diventato leader politico, assieme al “muratore Tito”, ma la rabbia populista ha travolto anche Tom Daschle, l’ex senatore che Obama aveva scelto per riformare la sanità americana, costretto a lasciare per non aver denunciato al fisco un autista, una macchina di lusso e vari benefit forniti da grandi lobby.
La classe media è pesantemente colpita dalla crisi, molto più dell’equivalente ceto europeo che perlomeno può contare su un “welfare state” più protettivo ed esteso. Negli ultimi mesi, l’americano medio non solo ha perso il posto di lavoro (seicentomila ogni trenta giorni), non ha dovuto subire soltanto il crollo del valore, se non il pignoramento, della propria abitazione, ma ha visto anche raddoppiare il costo dell’assicurazione sanitaria, dimezzare i risparmi pensionistici vincolati all’andamento della borsa e svanire i fondi riservati all’istruzione dei figli. Un altro effetto concreto della crisi, ha scritto l’Economist, è la diminuzione della mobilità interna, uno dei pilastri del sogno americano.
Tom Joad, l’eroe di Steinbeck e più recentemente di Bruce Springsteen, quando ha perso il possesso della sua fattoria in Oklahoma, ha provato a ricominciare una vita in Californa. Come Tom Joad hanno fatto intere generazioni di americani. Ora è più complicato perché gli Stati Uniti sono diventati una nazione, più simile a quelle europee, di proprietari di case che in molti casi oggi valgono meno degli interessi dovuti alle banche. In queste condizioni spesso è impossibile vendere l’abitazione e quindi spostarsi in un’altra città o in un altro stato (la percentuale di chi ha cambiato casa tra il 2007 e il 2008 è dell’11,9 per cento, il dato più basso da quando nel 1940 si è cominciato a registrarlo). C’è anche l’assicurazione sanitaria a minacciare la mobilità, spiega l’Economist: le aziende godono di benefici fiscali nel fornire l’assicurazione sanitaria ai dipendenti, ma i singoli individui no. Con il costo delle polizze sempre più alto, e l’assistenza quasi sempre fornita dal datore di lavoro, gli americani sono più restii a lasciare un lavoro che garantisce a tutta la famiglia la copertura sanitaria.
Malgrado i salari bloccati, per anni il ceto medio americano ha ignorato la situazione perché il valore delle case, grazie alle politiche clintoniane e bushiane a favore delle abitazioni e quelle di Alan Greenspan sul credito facile, cresceva a ritmi vertiginosi. L’economia andava bene e ogni possibile accenno di rabbia sociale, come ha scritto il saggista liberal Thomas Frank in “What’s the matter with Kansas”, è stato reindirizzato da strateghi politici come Karl Rove al fine di rinfocolare la “guerra culturale” sui temi etico-religiosi. Frank sostiene che l’America rurale sia stata convinta a votare su Dio, sulle armi e sui gay anziché ribellarsi, come avrebbe dovuto, alle politiche pro business e antipopolari del Partito repubblicano. La crisi finanziaria di fine 2008 e l’espressa volontà obamiana di dichiare conclusa la guerra culturale americana hano facilitato l’esplosione della rabbia populista.
Il movimento populista americano è nato alla fine dell’Ottocento nelle piccole città e nelle miniere in contrapposizione ai grandi proprietari, ai banchieri e alle corporation. A un certo si è pure fatto partito, ma in realtà il populismo è vivo nella tradizione statunitense fin dagli albori della Repubblica, almeno dalla “wiskhey rebellion” del 1791 scoppiata contro la decisione dell’Amministrazione di George Washington di tassare il whiskey per pagare il debito nazionale. Le rivolte populiste sono una costante della storia americana, nascono da fatti specifici, spesso legati alla sicurezza nazionale o all’ingiustizia sociale, e finiscono quasi sempre per essere assorbite dai meccanismi democratici. Negli anni Trenta, quando gli uomini di Franklin Delano Roosevelt dicevano che il paese era molto più radicale dei suoi governanti, la rabbia populista cresciuta assieme alla crisi economica ha sfidato i plutocratic di sinistra e di destra con due grandi personaggi che hanno interpretato le lagnanze economiche dei “piccoli uomini”.
Il governatore della Louisiana Huey Long, interpretato al cinema da Sean Penn, voleva redistribuire la ricchezza (una frase usata in campagna elettorale anche da Obama), confiscare i grandi patrimoni e fare di ogni cittadino un Re. Long avrebbe dovuto sfidare Roosevelt, a capo di un movimento populista, ma è stato ucciso prima delle elezioni del 1936. L’altro grande intercettatore della rabbia popolare dell’epoca, ma di destra, è stato Charles Coughlin, un prete cattolico i cui strali radiofonici contro i banchieri internazionali, gli atei e la lobby ebraica vicina a Roosevelt sono alla base del moderno sentimento antielitario che da Joseph McCarthy nei decenni successivi, fino a Sarah Palin alle scorse elezioni, è ancora ben radicato nella destra conservatrice americana.
Il paradosso è che a cavalcare la nuova rivolta popolare 2009 contro i padroni del vapore sia proprio Barack Obama, ovvero il campione dell’elitarismo illuminato, il leader dell’America delle classi istruite in eterna lotta con quella parte politica accusata di sfruttare la paranoia populista per denigrare i premi Nobel ed esaltare l’acume finanziario di idraulici, muratori e gente comune. Una posizione resa ancora più improbabile dai consolidati rapporti del team economico della Casa Bianca con Wall Street.
Obama gode sempre di grande popolarità e consenso, intorno al sessanta per cento, ma decisamente in ribasso a mano a mano che cresce il discontento popolare per le misure governative anticrisi. Il presidente è spaventato da questo nuovo e diffuso sentimento demagogico, reso ancora più pericoloso da una incoerenza ideologica. Ma non può fare a meno di domarlo, per non esserne travolto. Così prova a mediare tra Wall Street, la strada della finanza, e Main Street, la strada commerciale dell’America extraurbana. La paura di Obama è che la rabbia populista possa travolgere il suo programma politico e la sua presidenza, anche se in teoria gli lascia aperta la possibilità di riformare radicalmente in senso più equo il capitalismo americano. Al momento, secondo l’economista Luigi Zingales, il risultato è ambiguo: il via libera di Obama “all’esproprio proletario” dei bonus risponde a un’esigenza populista, mentre il piano di salvataggio delle banche rappresenta un grande favore a Wall Street.
di Christian Rocca
TURCHIA
Elezioni in Turchia: banco di prova per Erdogan e per l’esercito
di NAT da Polis
L’Akp è il grande favorito e sembra poter vincere sui nazionalisti e sui curdi. La campagna elettorale si è svolta fra scandali, ma in modo libero e aperto. L’incognita del dopo-elezioni: rapporti con l’Ue o programma “neo-ottomano”? Anche il Vaticano dice la sua.
Istanbul (AsiaNews) - Domani 29 marzo si svolgono in Turchia le elezioni amministrative più importanti della sua storia moderna. Si tratta infatti di elezioni che determineranno il nuovo assetto politico del Paese, un banco di prova generale per la più importante transizione politica, dopo quella del 1923, quando Ataturk fondò la Repubblica Turca: l’ esito di queste elezioni saranno una specie di referendum che potranno confermare o no la fine di un regime parlamentare, caratterizzato finora dall’invadente presenza delle Forze armate nella gestione degli affari turchi.
Sul giornale Radikal , Hasan Celal Guzel ha detto che forse dopo il 29 marzo la Turchia chiuderà col periodo dei colpi di stato dell’esercito. L’importanza di queste elezioni si vede dal fatto che fin dall’inizio sono stati impegnati i leader stessi dei partiti, più che i candidati, e che la campagna si è svolta in modo capillare, porta a porta.
Erdogan sembra poter vincere
Il lungo dibattito elettorale è iniziato dopo la sentenza della Corte suprema nell’estate 2008, con cui si evitava la sospensione dell’ Akp di Erdogan, il partito al governo. Il clima è stato appesantito dalle continue rivelazioni sul caso del gruppo terrorista Ergenekon, con il quale Erdogan ha messo alle strette la credibilità delle Forze armate, e sullo scontro tra Erdogan e Dogan, capo del più importante gruppo editoriale della Turchia, legato al vecchio establishment kemalista. Dogan è stato accusato di evasione fiscale e rischia la dissoluzione del suo impero editoriale, ma la sua colpevolezza sembra più legata al fatto che egli ha portato alla luce il caso Fener Davasi, in cui per un scandalo finanziario sono denunciati alcuni stretti collaboratori di Erdogan.
Baykal, il capo del Chp, il partito fondato da Kemal Ataturk, cerca in queste elezioni la sua sopravvivenza politica e pur avendo denunciato Erdogan per la dissoluzione dello stato laico, non ha disdegnato ad abbracciare le donne velate. Intanto il capo del Mhp (partito nazionalista) cerca di accaparrare i voti dei giovani delusi da Baykal e timorosi del partito di Erdogan.
Erdogan , malgrado la crisi che inizia a colpire anche la Turchia, è convinto di aver cambiato la storia di questo Paese, e cerca in queste elezioni la sua definitiva conferma. Tanto più che le amministrazioni locali guidate dal partito al governo Akp, benché non estranee a fatti di corruzione, hanno amministrato bene. Oltre a questi tangibili risultati, l’Akp ha pure candidato donne moderne, con la minigonna. E così egli va dicendo a tutti che se non vince le elezioni con il 47% si dimetterà.
Rimane poi l’incognita curda a Diyarbakir, verso i quali Erdogan ha svolto una campagna a tutto campo. L’analista Ismail Kucukkaya afferma che gli elettori curdi nella zona hanno un grosso dilemma: se votare secondo la logica, per l’Akp, o con il sentimento, per il Dtp, il partito curdo. Se il Dtp perderà consensi, ciò significherà un colpo pesante anche contro il Pkk, il partito armato di Ocalan, accusato di terrorismo.
I rapporti con l’Europa
Una novità di questa campagna elettorale è un diffuso senso di libertà che pervade soprattutto le grandi città. Ciò è in gran parte dovuto allo scontro fra tra il vecchio establishment e l’Akp. Grazie a quest’ultimo si è allentata la presa dello Stato su masse e minoranze e il suo controllo asfissiante.
A cambiare le mentalità contribuisce anche la massiccia urbanizzazione. Alcuni membri del partito Odp (unico vero partito di sinistra, di orientamento europeo) affermano che oggi in Turchia esiste uno scontro strisciante tra la cultura della città e quello della campagna. Di sicuro questa trasformazione potrà produrre molti nuovi esiti.
Il maggior pericolo per il Paese sembra oggi venire dalla possibile esaltazione o arroganza che potrebbe derivare dall’importanza geopolitica che la Turchia sta assumendo - spinta anche dalla nuova amministrazione Usa, spingendola verso un modello neo-ottomano. E preoccupano certi pensieri di scuola, tipo quelli di Chicago, che spingono la Turchia a volgere le spalle all’Europa e riprendere il suo ruolo antico, di tipo ottomano.
Certo, il presidente Gul, in visita ieri a Bruxelles, ha promesso che dopo le elezioni di domani vi sarà una ripresa delle trattative per l’integrazione della Turchia nella Ue. Il commissario Ue José Manuel Barroso ha detto la sua sulla libertà di stampa in Turchia e la multa imposta su Dogan. L’Ue sollecita le riforme, ma Bajis, responsabile turco per gli affari con l’Ue ha detto che chi ritarda il cammino di integrazione europea della Turchia è proprio l’Ue!
A tutte queste voci si aggiunge anche quella del Vaticano. Secondo il presidente di Cipro Christofias, che ieri ha incontrato il papa, la Santa Sede è favorevole all’ingresso della Turchia nella Ue, se il Paese si adegua alle normative europee. Allo stesso tempo – sempre secondo Christofias, - il papa è preoccupato per lo smarrimento delle radici cristiane e culturali nel nord dell’isola, occupato dall’esercito turco nel 1974.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14852&size=A
CHUCK NORRIS ORGANIZZA LA PRIMA RIUNIONE DELLE MILIZIE PER LA SECESSIONE DEL TEXAS
In occasione del Glenn Beck Show (3 marzo), in un articolo pubblicato dal WorldNetDaily (9 marzo), l'attore e militante politico Chuck Norris dichiara di volersi presentare come “presidente” del Texas. L'autore di Black Belt Patriotism: How to Reawaken America (Il patriottismo della cintura nera: come risvegliare l'America), insorge lancia-in-resta contro il piano di rilancio economico mondiale di Obama ed il finanziamento per la ricostruzione di Gaza, come ulteriori pesi sul contribuente USA.
Citando i padri fondatori della costituzione statunitense, chiama i suoi concittadini a ribellarsi. Il Sig. Norris, che ricorda d’essere l'autore di un telefilm “premonitore”, Ground Zero (2000) nel quale Usama bin Ladin tentava di attaccare il territorio americano, ha organizzato il 13 marzo una riunione di delegati di centinaia di gruppi armati texani, per discutere di un'eventuale secessione. Chuck Norris ha evocato l'epoca benedetta dove il Texas era una repubblica indipendente (1836-1846), prima di unirsi agli Stati Uniti.
Dal 1998, il professore Igor Panarin [http://panarin.com/] (ex direttore assistente del KGB e portavoce dell'agenzia spaziale russa, attuale professore emerito della facoltà di relazioni internazionali dell'accademia diplomatica di Mosca, autore di un lavoro sull'opera di Thierry Meyssan) studia lo smembramento possibile degli USA sul modello del crollo dell'Unione sovietica. Secondo lui, dovrebbe cominciare nel 2010, per arrivare ad una frammentazione in paesi distinti:
-la costa pacifica (dominata dalla popolazione d'origine cinese)
- il Sud (dominato dalla popolazione d'origine messicana)
- il Texas (come repubblica autonoma)
-la costa atlantica (dominata dalla popolazione d'origine europea, suscettibile di dividersi in due tra anglosassoni e latini)
- grandi pianure (che ritornerebbero allora agli indiani). Inoltre
- l'Alaska potrebbe tornare alla Russia e le Hawaii al Giappone.
Questo scenario è stato oggetto di una presentazione dettagliata, il 3 marzo 2009 all'Accademia diplomatica di Mosca, ed è oggi l'ipotesi di lavoro privilegiata dal Kremlino.
Versione originale:
Fonte: www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article159312.html
14.03.2009
Versione italiana:
Fonte: www.eurasia-rivista.org/
Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFlpAZyVAGWsecFqE.shtml
26.03.2009
Traduzione a cura di ALESSANDRO LATTANZIO
http://www.aurora03.da.ru
http://www.bollettinoaurora.da.ru
http://sitoaurora.narod.ru
http://sitoaurora.altervista.org
VEDI ANCHE: FINE DEGLI STATI UNITI, INIZIO DEL GOVERNO MONDIALE
Crisi economica: alla periferia dell’Europa i primi sintomi
Manifestazione di sostegno alla Guadalupa a Parigi (h de c/flickr)
Malik Duranty è un giovane laureato in Scienze Politiche all’Università delle Antille e della Guyana. Secondo lui i primi segni della crisi cominciano si fanno sentire nelle regioni ultraperiferiche dell’Ue, territori insulari e poco autonomi. Una riflessione.
«Alla luce della crisi attuale, possiamo fare questa considerazione. È nei territori ultraperiferici che scoppiano le prime denunce e le prime mobilitazioni sociali, conseguenza diretta degli effetti che la crisi ha sugli individui a livello locale. Nelle regioni ultraperiferiche francesi (Rup), caratterizzate da un bassissimo livello di autonomia, emergono i primi fermenti di una mobilitazione destinata ad allargarsi. Il che apre una serie di questioni relative all’efficacia e all’attuazione dell’autonomia di queste regioni.
Le particolarità delle Rup
Le Rup hanno delle peculiarità istituzionali e statutarie che sono il riflesso della loro disuguaglianza spaziale, geografica, storica, della loro insularità e della loro lontananza dalle istituzioni. È l’Ue a sostenere il principio di sussidiarietà (in base al quale il potere decisionale è delegato quanto più possibile ai gradini più bassi della scala gerarchica), che si basa su competenze in ambito sociale. Per mettere in atto queste politiche pubbliche è necessaria una certa prossimità, a livello regionale o locale. Tuttavia, a sentire i dibattiti al Parlamento europeo, la distanza fra le istituzioni dell’Ue e la realtà umana di questi popoli è grande. Da novembre 2007 a giugno 2008, quattro sentenze della Corte di giustizia delle comunità europee (Cgce) hanno anteposto, per esempio, i diritti delle imprese a quelli dei lavoratori. Il Parlamento europeo ha dimostrato che i contenziosi dell’Ue in materia sociale sono molto concreti e non possono più essere ignorati. Sembra chiaro, perciò, che difficilmente l’Ue si dimostrerà più sensibile ai temi sociali.
Le proteste contro il caro vita e per salari più alti sono arrivate anche nelle Rup francesi e ostacoleranno un avvicinamento dei popoli della regione all’Europa. Ma le elezioni europee di giugno 2009 si avvicinano in fretta e saranno l’occasione per discutere del carattere sociale dell’Unione, così come del ruolo del Parlamento all’interno del sistema politico-amministrativo della UE».
Tratto da Autonomie: un phénomène réellement obscur (Autonomia: un fenomeno davvero oscuro)http://www.cafebabel.com/ita/article/29390/crisi-economica-periferie-europa-gualupa.html
La dottrina Petraeus va a Kabul

Nessuno a Washington usa il termine ’surge’, il contestato incremento di truppe concesso nel 2007 dal presidente George W.Bush al generale David Petraeus per dare una svolta alla situazione in Iraq. Ma i 21.000 militari in piu’ che Barack Obama mandera’ in Afghanistan, e soprattutto le modalita’ con cui Pentagono e Dipartimento di Stato agiranno d’ora in poi nel paese, sono il segno che la Dottrina Petraues e’ pronta a venir trasferita dall’Iraq allo scenario afghano. […]
Sono molte le similitudini tra la strategia varata da Obama e quella che Bush annuncio’ tra mille polemiche il 10 gennaio 2007, affidandone l’esecuzione a Petraeus, all’epoca comandante delle forze americane in Iraq e oggi numero uno del Centcom (il comando del Pentagono da cui dipendono Iraq, Afghanistan e Pakistan). La prima e’ quella dei numeri: Bush annuncio’ l’invio’ di 21.500 militari di rinforzo in Iraq, praticamente la cifra ora decisa da Obama (17.000 truppe da combattimento e 4.000 addestratori militari).
Come in Iraq, il futuro contingente di 60.000 militari americani verra’ utilizzato per un mix di operazioni mirate antiterrorismo, addestramento delle forze afghane, e iniziative in stretto collegamento con i leader provinciali e tribali, per accrescere il sostegno da parte della popolazione e minare la credibilita’ e il seguito di talebani e uomini di Al Qaida. Petraeus, oggi ringraziato pubblicamente da Obama alla Casa Bianca, trasferira’ inoltre nello scenario afghano l’approccio di dare apertura di credito a leader locali dell’insurrezione che dimostrino disponibilita’ a collaborare con il governo centrale e con gli americani, per combattere i terroristi stranieri. Importante sara’ in questo senso l’esperienza del corpo dei Marines, i primi a ottenere in Iraq successi reali nella difficile provincia sunnita di Anbar, e oggi trasferiti in gran numero dall’Iraq all’Afghanistan.
Il gruppo di lavoro che ha messo a punto il ‘White Paper’ su cui Obama ha basato le decisioni, ha sottolineato poi la necessita’ di sviluppare migliore ”comunicazione strategica antiterrorismo” e incrementare la raccolta di informazioni di intelligence: altri due passi perseguiti negli ultimi anni, con successo, in Iraq. Il personale civile americano, inoltre, crescera’ di numero in modo notevole nel paese per aiutare gli afghani a creare sviluppo economico e rafforzare le istituzioni locali e il loro rapporto con il governo centrale.
Ma Obama e i suoi strateghi hanno anche segnalato di voler fare molte cose in modo diverso da quello che la precedente amministrazione ha fatto negli ultimi due anni in Iraq. Il presidente ha accolto solo in parte le richieste dei comandanti sul campo, che avrebbero voluto un aumento di 30.000 uomini, e ha sottolineato che non ci saranno ”assegni in bianco” e scelte di ”mantenere ciecamente la linea”: un affondo a Bush, che ha continuato per anni a ripetere la necessita’ di non cambiare percorso e di lasciare solo ai vertici militari le decisioni su cosa fosse necessario per vincere la guerra.
A differenza dell’Iraq, in Afghanistan Obama deve fare i conti con una coalizione internazionale sotto le insegne della Nato. Soprattutto nel sud e nell’est del paese, gli Usa intendono ‘americanizzare’ il conflitto, ma la nuova amministrazione ha insistito sulla volonta’ di agire con gli alleati.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/03/27/la-dottrina-petraeus-va-a-kabul/#more-390
IL CASO BLACKROCK: CE’ PURE CHI TIFA CONTRO LA RIPRESA
DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net
Lo stato dell’arte, al netto dell’ottimismo per il piano Geithner e i rimbalzi da gatto morto delle Borse, è il seguente: l’amministrazione Obama, quella che usa come testa d’ariete il populismo della maxi-aliquota per i più ricchi, sta arricchendo a dismisura banche e fondi a spese dei contribuenti senza intervenire realmente verso quegli istituti i cui default potrebbero pregiudicare pesantemente l’intera economia mondiale.
Un esempio è quello di Blackrock, uno dei primi due enti privati che hanno aderito al piano di riacquisto degli assets tossici. Sapete qual è il motto di Blackrock? Aderire al piano Geithner per il bene dell'America e contemporaneamente scommettere contro la sua ripresa. Certo non lo troverete stampato sulla brochure informativa, ma è proprio questa la filosofia, tipica del fondo hedge, con cui Blackrock ha approcciato all’ultima mossa del Tesoro Usa per cercare di eliminare dai bilanci di banche e assicurazione gli assets tossici che continuano a regalare perdite e svalutazioni a ogni trimestre, con conseguente necessità di intervento della Fed.
Il fondo globale macro di BlackRock Inc, il secondo miglior fondo hedge al mondo in termini di performance nell’ultimo biennio tra i fondi che puntano sui trend macroeconomici, sta infatti scommettendo contro il rally che in queste ultime settimane ha fatto recuperare dal 20 al 25 per cento ai principali listini azionari mondiali. L’Asset Allocation Alpha Fund (questo il nome del prodotto), che nel 2008 ha guadagnato il 41% contro il 19% in media registrato dai fondi hedge, sia “corto” di azioni sui mercati statunitense, inglese, australiano e canadese oltre che di bond britannici, come confermato dal gestore, David Hudson.
Il gestore ha spiegato a Bloomberg che «il rischio è che nel secondo semestre dell’anno l’andamento economico risulti molto deludente e costringa i mercati a toccare nuovamente i minimi entro pochi mesi e forse a calare ulteriormente». Insomma, da un lato la casamadre istituzionale sposa la politica governativa e contemporaneamente il fondo speculativo di famiglia scommette contro: esattamente come i trader che operano on-line sui Cft - contratti per differenza, ovvero basati su un sottostante che replica l’andamento di un’azione, una commodities o una valuta senza acquistarla - che automaticamente si pongono in posizione contraria a quella scelta dall’investitore come copertura, se va long ci si posizione short e viceversa.
Blackrock nasce negli Stati Uniti nel 1988 come gestore indipendente altamente specializzato nel reddito fisso e dedicato esclusivamente al segmento istituzionale. Nell’ottobre 2006 si fonde con Merrill Lynch Investment Managers - società leader nel business retail e con team di gestione azionaria tra i più apprezzati nell’industria del risparmio gestito - e solo dopo un anno, nell’ottobre 2007, chiude l’acquisizione di Quellos Group, una delle maggiori piattaforme globali di fondi che offre soluzioni d’investimento hedge, private equity e real estate a clienti sia istituzionali sia privati di tutto il mondo.
Con un patrimonio in gestione di oltre 1.250 miliardi di dollari, BlackRock è il primo gestore indipendente quotato al NYSE in termini di attivi in gestione: la società opera con diverse opzioni d’investimento nel reddito fisso, nel segmento azionario e monetario, investimenti alternativi e real estate, settore che dopo il crollo dovuto ai subprime potrebbe diventare la prossima gallina dalle uova d’oro poiché quei derivati ridotti a pezzi di carta senza valore che BlackRock si impegna a comprare sottendono comunque degli immobili, ovvero un bene reale su cui investire per il futuro.
Alla sede principale di New York, qualcuno, ha fiutato l’affare “coprendosi” comunque dal rischio di brutte sorprese ponendosi al ribasso sugli indici: speculazione pura. Ma non è certo il primo caso, visto che questa crisi per alcuni è stata un’enorme opportunità. Già dalla scorsa primavera nessuno comprava più le obbligazioni emesse dalle banche e dalle imprese, ma c’era qualcuno che sfidava il trend: il gruppo Carlyle (il fondo privato della famiglia Bush) nel mese di aprile lanciò un’emissione da mezzo miliardo di dollari - di obbligazioni «garantite» da prestiti, cosa quasi incredibile in questo momento di generale insolvenza dei debitori - e lo fece allo scopo di comprare, coi soldi che sarebbe riuscita a raccogliere, «i debiti ad alto rischio e ad alto rendimento che le banche stanno cedendo a prezzi scontati»: parola di Bloomberg, l’agenzia finanziaria del sindaco di New York.
Passata la buriana - che passerà esattamente come sono passate tutte le altre crisi - quelle case torneranno appetibili, soprattutto perché comprate a prezzi ridicoli e ora pronte a essere rimesse sul mercato a dieci volte tanto. Insomma, Geithner non ha fatto altro che istituzionalizzare l’intuizione speculativa del fondo di George W. Bush ponendo al servizio della stessa denaro dei contribuenti al fine di attirare i privati e rendere meno respingente il fattore di rischio insito nell’operazione.
D’altronde non sarà sfuggito a nessuno di voi come da qualche giorno a questa parte la Borsa Usa riesca a risorgere dopo la pubblicazione di sorprendenti dati riguardo il mercato immobiliare: vendite di case in aumento ovunque negli States e anche numeri record per la costruzione di nuovi immobili. Gli speculatori saranno anche antipatici ma non sono stupidi, scommettono soldi ma lo fanno a ragion veduta.
Politicamente, però, non è questa la risposta. E non è questo il vero problema, almeno in questo momento. Ora la vera, grande questione è la Cina. Secondo i dati del Tesoro Usa, la Repubblica Popolare (esclusa Hong Kong) deteneva, a luglio 2006, 700 miliardi di dollari in titoli del debito americano a lungo termine. Di questi, 107 miliardi erano «agency bonds», ossia pacchetti formati da mutui «garantiti» (più o meno) da qualche entità pubblica statunitense.
La Cina ha comprato titoli a lungo termine per 2,5 miliardi di dollari a luglio 2007, ne ha comprati ancora 2,7 miliardi ad agosto quando è scoppiata la bolla dei sub-prime e addirittura 8 miliardi a settembre, quando le colossali dimensioni del crack subprime erano ormai note a tutti. Il comportamento appare anche più strano se si tiene conto che nel 2002 la Cina acquistò non più di 100 milioni di questi titoli fatti di mutui. Nel 2006, ne aveva 107 miliardi: un aumento del mille per cento.
v A questo accumulo di debito Usa va aggiunto quello di Hong Kong: la città aveva, a giugno 2006, 13,4 miliardi di titoli Usa, di cui oltre 5 miliardi in mutui confezionati. Il perché di questa politica apparentemente suicida è semplice: Pechino non aveva altra scelta che questo gioco pericoloso per mantenere bassa la sua valuta rispetto al dollaro, mentre contemporaneamente stava accumulando troppi dollari con le sue esportazioni. Ora la camera di compensazione sembra pronta alla chiusura. È dell’altro giorno, infatti, la notizia in base alla quale Pechino avrebbe chiesto di sostituire il dollaro come moneta di riferimento globale con un paniere di monete comprendente dollaro, euro, sterlina e yen: immediato il no degli Usa e anche di Joaquin Almunia.
v La guerra - commerciale, finanziaria e valutaria - è stata dichiarata: è la crisi potrebbe offrire ottime opportunità a chi intende rivedere gli equilibri globali. Non guardate la Borsa, guardate il Forex.
Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=14943
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AFGHANISTAN E PAKISTAN SECONDO OBAMA 28/3/09
La strategia del presidente americano
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Em. Gio.
Ripensare l'Afghanistan. E il Pakistan. Smettere di credere che la vittoria sia la somma “di bombe e bossoli”. Investire in cooperazione civile, in un “processo di riconciliazione” che a livello provinciale coopti elementi della guerriglia, e sull'esercito nazionale afgano. Iniettare, oltre ai 17mila marine già in agenda, altri 4mila uomini che facciano formazione e preparino poliziotti e soldati afgani dovranno arrivare presto a oltre 100mila unità. E iniettare in Pakistan (ma sia chiaro, non è un “assegno in bianco”), 1,5 miliardi di dollari ogni anno per i prossimi cinque perché Islamabad rimetta in piedi anche i suoi servizi sociali: scuole, strade, ospedali. Eccolo il piano di Barack Obama per l'Afghanistan e il Pakistan. E, dice il presidente nell'uscita pubblica tanto attesa, la guardia deve restare alta: Al Qaeda e i suoi alleati stanno preparando nuovi piani di attacco contro obiettivi statunitensi.
Ma se quello su Al Qaeda appare come un mantra ineludibile, anche per convincere i riottosi alla svolta, tutto il resto del suo discorso appare volto a garantire una vero turning point, una strategia meditata, omogenea e a largo raggio sul fronte afgano-pachistano. Il presidente ammette che il “pericolo cresce” in quella sorta di palude dove il suo predecessore, come in Iraq, si era arenato ma, sepolto il surge all'irachena, basato solo sull'aumento di truppe e su una sorta di rete armata di milizie tribali, Obama punta tutto sulla politica. E lo fa spiegando ai suoi elettori cosa si aspetta da questa nuova apertura a tutto campo. Un campo in cui entrerà l'l'Iran, ma anche Cina, Russia,India: partner indispensabili per tessere la tela politico-diplomatica che accompagni il lavoro dei soldati, la ricostruzione del paese e il raffreddamento di una tensione che si declina in Afghanistan e nell'area tribale pachistana, ma le cui responsabilità vanno cercate anche altrove.
Piano ambizioso e innovativo. Nato, dice Obama, da un'analisi approfondita e a 360 gradi: il presidente cita infatti, tra i suoi consiglieri, non solo i generali e le feluche ma persino le organizzazioni non governative. Forse è la prima volta che un presidente (non solo americano) dà tanto peso alla società civile. Tanto che sottolinea come siano necessari ingegneri, avvocati, esperti di agricoltura che ricostruiscano il paese con maggiore determinazione.
Il discorso di Obama arriva puntuale a pochi giorni dalla Conferenza sull'Afghanistan che sarà ospitata all'Aja dal governo olandese. E a cui, ricevendo una risposta positiva, sono stati invitati anche gli iraniani. Il primo passo di una strategia globale in cui si dividano le responsabilità nel paese crocevia dell'Asia. I primi a rispondere sono i britannici, non sempre d'accordo in realtà con le strategie americane: il Regno unito è pronto a uno sforzo ulteriore in termini di soldati, come ha detto al Times il capo dell'esercito con l'Union Jack, generale sir Richard Dannatt. Il numero per adesso Londra non lo fa, ma i 17mila soldati inviati da Omaba, cui si affiancheranno altri 4mila uomini, deve aver contato visto che le anticipazioni del suo pensiero correvano sulla stampa da giorni.
Un altro elemento resta da notare: il presidente americano evita di fare riferimenti alla situazione politica interna afgana. E lo stesso vale per il Pakistan. Sceglie cioè di non mettere sotto schiaffo né Zardari (il capo di stato pachistano appena umiliato dalla piazza e dal suo principale oppositore Nawaz Sharif) né Karzai, il presidente in disgrazia. Aplomb diplomatico ma anche rispetto delle scelte di politica interna.
Ora si attendono gli effetti del suo discorso (l'inviato speciale americano Holbrooke si è detto fiducioso) e quel che farà l'Europa, Italia compresa, vittima ieri dell'ennesimo attentato (nell'area di Herat ma fortunatamente senza vittime né feriti). Aumento di truppe? Nuovo impegno di cooperazione civile? Tocca adesso a Bruxelles raccogliere la sfida del presidente americano. Che ha, paradossalmente, suggerito tutte le cose che, a mezza bocca, molti paesi europei pensano da un pezzo ma non hanno mai avuto il coraggio di dire.
ANCHE SU il riformista
http://www.lettera22.it/showart.php?id=10341&rubrica=64
Brasile: arriverà presto l’autosufficienza energetica?
Nei giorni scorsi il presidente brasiliano Lula ha annunciato che in breve tempo il colosso sudamericano otterrà la piena indipendenza energetica

Tale progresso, che dovrebbe portare non solo al pieno soddisfacimento del fabbisogno energetico ma anche alla trasformazione del Brasile in un esportatore netto di energia, si deve allo sviluppo di due direttrici: gli investimenti nell’estrazione e nella produzione di petrolio e gas naturale e l’aumento della produzione di biocombustibili.
Per quanto riguarda la prima direttrice, tale sviluppo dovrebbe essere garantito dai massicci investimenti dell’azienda energetica di stato Petrobras (174 miliardi di dollari di investimenti previsti fino al 2013) e nello sfruttamento dei nuovi giacimenti off-shore che dovrebbero contenere massicce risorse petrolifere. Sul fronte dei biocarburanti, invece, pochi giorni fa il ministro dell’Energia Edison Lobão ha annunciato nel corso di un convegno dell’Opec che si è svolto a Vienna che il Brasile aumenterà la produzione di etanolo del 150% nel prossimo decennio, per giungere nel 2017 a consolidare la propria leadership mondiale raggiungendo un livello di 8 miliardi di litri all’anno. In particolare si vuole continuare ad utilizzare la canna da zucchero, che secondo le stime governative consentirebbe di non sottrarre terreno prezioso per le coltivazioni a scopo alimentare. Di pari passo a questi annunci ci sono stati anche degli sviluppi nell’ambito delle relazioni regionali. Lula ha affermato infatti che per il momento il Brasile continuerà ad esportare gas dalla Bolivia, ma che presto non dovrà più dipendere da nessun attore esterno; contemporaneamente, Petrobras stipulava un accordo con la compagnia colombiana Ecopetrol per una partecipazione di quest’ultima nelle esplorazioni che la multinazionale brasiliana svolgerà nel nord-est del Perù.
Appare chiara la strategia di Brasilia di rendersi sempre più autonoma a livello regionale sfruttando l’imminente raggiungimento dell’indipendenza energetica. Il potenziale di ricatto della Bolivia, infatti, potrebbe venire meno e la debole economia locale, che si reggeva sugli investimenti esteri, corre il rischio di essere danneggiata. Ciò potrebbe indurre il presidente boliviano Evo Morales ad assumere una posizione più conciliante nei confronti degli interessi economici brasiliani. Tale esempio potrebbe costituire un precedente per tutti gli attori più deboli della regione e rafforzare la primazia brasiliana.
Davide Tentori http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=35222
EGITTO: Cacciato per le critiche al regime
Adam Morrow e Khaled Moussa al-Omrani intervistano l’ex capo redattore Abdelhalim Kandil.
IL CAIRO, (IPS) - Da anni, Abdelhalim Kandil è uno dei giornalisti egiziani di opposizione di maggiore rilievo, noto per i suoi articoli fortemente critici nei confronti del regime del presidente in carica Hosni Mubarak.
Kandil vanta una carriera prestigiosa, avendo lavorato come capo redattore per i quotidiani indipendenti d’opposizione più letti nel paese, tra cui Al-Arabi Al-Nassiri (2000-2006), Al-Karama (2006- 2007) e Sout Al-Umma (2008-2009). Kandil è anche coordinatore generale del movimento egiziano per la democrazia Kefaya.
Il 16 marzo scorso, Kandil è stato brutalmente rimosso dalla sua posizione di capo redattore del Sout Al-Umma, dall’editore del giornale, Essam Ismail Fahmi, dopo aver scritto una serie di articoli critici nei confronti di alcuni funzionari di stato e delle scelte politiche ed economiche del governo.
Alcuni estratti dall’intervista:
D: Perché è stato rimosso dalla sua posizione di capo redattore del Sout Al-Umma?
Abdelhalim Kandil: Perché ho cercato di pubblicare tre articoli estremamente critici nei confronti del regime attualmente al potere. Alla fine, però, nessuno di questi è stato pubblicato sul Sout Al-Umma - anche se sono apparsi on-line - perché il governo ha costretto l’editore a rimuoverli dalla stampa.
Il primo articolo criticava le relazioni serrate e spesso riservate del governo egiziano con Israele; il secondo era un appello all’esercito per dissuaderlo dal partecipare alle campagne governative contro l’opposizione politica; e il terzo accusava alcuni alti funzionari di stato per la loro responsabilità nella tragedia del Mar Rosso del 2006, con l’affondamento del traghetto egiziano Al Salam (in cui annegarono più di 1.000 egiziani a causa della negligenza del proprietario del mezzo).
Per questi articoli, l’editore del Sout Al-Umma ha ricevuto pressioni dalle agenzie per la sicurezza e da altri organi di governo più suscettibili. Nel caso dell’ultimo articolo, le pressioni sono arrivate direttamente dalla presidenza.
L’editore, Essam Ismail Fahmi, mi ha spiegato che non avrei più potuto ricoprire il mio ruolo di capo redattore del quotidiano, se allo stesso tempo lavoravo come coordinatore regionale del movimento Kefaya. Ma devo sottolineare che io lavoravo con Kefaya già prima di occupare il posto al giornale, e il mio lavoro politico non è mai entrato in conflitto con le mie responsabilità di giornalista. In realtà, nei nove mesi in cui ho guidato il Sout Ul-Umma, la distribuzione del giornale si è moltiplicata per tre, secondo i dati ufficiali.
Non provo rancore verso Essam - è stato molto coraggioso da parte sua licenziarmi. Le pressioni del governo su di lui erano cominciate sin dall’inizio, non appena ero diventato capo redattore e, alla fine, sono diventate più forti di quanto lui stesso potesse sopportare.
Sono pronto a subire le conseguenze di ciò che ho scritto. Grazie a Dio, davvero, perché sarebbe potuta andare molto peggio.
D: Quanto controllo esercita in genere la censura del governo nei confronti della stampa indipendente in Egitto?
AK: Non esistono grandi case editrici private in Egitto. Perciò, quasi tutti i principali quotidiani indipendenti d’opposizione devono essere stampati dalle case editrici dello stato; e questo permette alle agenzie nazionali per la sicurezza di controllarli molto da vicino.
Se alla censura di governo non piace ciò che vede, può fare pressioni sull’editore per far rimuovere i contenuti offensivi. Questo è ciò che è successo con i miei tre articoli.
D: Qual è oggi la situazione della stampa indipendente egiziana, in termini di libertà giornalistica? E quali sono i limiti della 'linea rossa’ che fa scattare i controlli sui giornalisti?
AK: Così come il governo è riuscito a contenere i partiti politici d’opposizione egiziani, allo stesso modo è riuscito a limitare i giornali d’opposizione.
Un tempo si diceva che l’Egitto aveva una stampa d’opposizione efficace, anche se mancavano partiti d’opposizione efficaci. Ma dal 2000, quando è stato chiuso il Partito socialista laburista egiziano - insieme al suo giornale, Al-Shaab - non c’è più stato un giornalismo d’opposizione genuino. Gli scrittori dell’opposizione sono stati costretti ad evitare i temi suscettibili a censura - in particolare, le critiche al presidente e ai suoi familiari.
La maggior parte dei giornali indipendenti godono di un certo margine di libertà giornalistica. Ma quasi tutti sono guidati dai magnati del grande business, che spesso lavorano in stretta collaborazione con il governo. E anche questi giornali sono ampiamente controllati dalle agenzie per la sicurezza, che possono influenzare indirettamente i contenuti destinati alla stampa.
Per esempio, due grandi quotidiani indipendenti, Al-Masri Al-Youm e Al- Dustour, hanno trattato ampiamente lo sciopero nazionale generale del 6 aprile dell’anno scorso (indetto per protestare contro l’inflazione galoppante e i mancati cambiamenti politici). Ma sebbene sia previsto un secondo sciopero per il 6 aprile di quest’anno, entrambi i giornali questa volta stanno scrivendo ben poco sul tema.
In tutti i giornali che ho guidato, ho riscontrato le stesse pressioni provenienti dagli stessi circoli. E questo in gran parte è dovuto al fatto che in Egitto, anno dopo anno, restano al potere gli stessi funzionari di stato, all’infinito.
Quanto alla libertà di stampa, dubito che l’Egitto potrà vedere qualche miglioramento genuino se non dopo la morte dell’attuale governante.
D: Lo stato sta forse limitando la libertà di stampa in risposta al crescente malcontento popolare nei confronti del governo e delle sue scelte politiche ed economiche?
AK: Alla luce dell’attuale crisi economica globale, il governo è diventato estremamente suscettibile alle critiche, e sembra temere un crescente malcontento popolare alimentato da una vigorosa opposizione della stampa. Per questa ragione, ha continuato a dettare da vicino i limiti della libertà della stampa locale, e ha il potere di emanare ordini a livello delle amministrazioni per far chiudere i giornali che sono critici nei suoi confronti. Per questo mi aspetto ulteriori limitazioni della libertà di stampa nell’immediato futuro.
Il governo però non può dettare legge all’intera popolazione, che sembra pronta ad esplodere - non per ragioni politiche, ma per le cupe prospettive economiche dell’Egitto. Nel paese ormai si organizzano nuovi scioperi del lavoro praticamente ogni giorno, a causa della crescente inflazione e delle condizioni economiche sempre più difficili.
L’opposizione politica egiziana, nel frattempo, sta cercando di controllare l’attesa esplosione popolare per trasformarla in una forza dalla base per il cambiamento politico. Ma oggi l’Egitto si trova davanti a un bivio, e - date le difficili circostanze politiche ed economiche - potrebbe accadere di tutto.
D: Pensa che continuerà a scrivere su altre testate?
AK: Per adesso, continuerò a scrivere articoli per il quotidiano (con sede a Londra) Al-Quds Al-Arabi. Sto anche pensando di tornare al (settimanale indipendente) Al-Arabi Al-Nassiri, forse addirittura già dal mese prossimo.
Ma non sono sicuro di aver voglia di tornare ad occuparmi di un quotidiano egiziano. Non voglio scaricare le pressioni del governo su un altro editore, che alla fine potrebbe vedersi costretto ad inventare motivi per farmi fuori.
Alla fine dei conti, scrivo per la gente, e non per la soddisfazione del regime al potere. E intendo continuare a farlo finché potrò.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1411
GUJARAT: ARRESTATA MINISTRO PER VIOLENZE INTERRELIGIOSE DEL 2002
La ministro dell’Infanzia dello stato centro-occidentale del Gujarat si è consegnata alla polizia dopo che l’Alta corte locale ha revocato la sua libertà su cauzione: Mayaben Kodnani è accusata di aver guidato due attacchi contro musulmani nel 2002 nel corso di uno dei più gravi scoppi di violenza interreligiosa in India. Kodnani avrebbe incitato all’omicidio e guidato personalmente un gruppo di estremisti indù a Naroda Patiya e Naorda Gam, due sobborghi di Ahmedabad, la capitale del Gujarat, in cui, tra incendi e aggressioni, furono uccise 106 persone e ferite 42. La libertà su cauzione è stata revocata anche a Jaideep Patel, capo locale del Vishwa hindu parisah (Vhp), una formazione radicale indù. Entrambi gli imputati negano ogni addebito e sostengono di essere stati “incastrati”. Dopo l’emissione del provvedimento, Kodnani ha presentato le dimissioni dal governo da più legislature controllato dal Bharatiya Janata Party (Bjp), partito nazionalista indù con legami con i radicali e principale formazione di opposizione nel parlamento di New Delhi. Secondo il ‘Times of India’, l’arresto mette in difficoltà il Bjp mentre si avvicinano le elezioni legislative in agenda per aprile-maggio. Le violenze in Gujarat, tra il febbraio e il marzo del 2002, provocarono almeno mille morti (2500 secondo alcune organizzazioni non governative), in grande maggioranza musulmani. I disordini furono innescati dall’incendio del treno ‘Sabarmati Express’, carico di pellegrini del Vhp in cui persero la vita 58 viaggiatori; del rogo, le cui cause sono ancora oscure, furono accusati i musulmani. Secondo molte organizzazioni per i diritti umani, violenze e omicidi sono rimasti per lo più impuniti a causa della collusione della polizia e del governo.
http://www.misna.org/misna2009/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=241711
Pena di morte : vinceremo !
di Claudio Giusti*
Non possiamo più perdere.
Sono profondamente convinto che l'abolizione della pena di morte in New Mexico sia il punto di svolta della nostra lotta e che da ora in avanti, sconfitte tattiche a parte, la vittoria sia solo questione di tempo.
Il fatto che la pena capitale sia stata abolita per le ragioni sbagliate non cambia nulla, anzi: ci dà utili appigli.
Il Movimento Abolizionista dovrebbe sviluppare una strategia che abbia come obbiettivo gli stati in cui la pena di morte è in grave difficoltà.
www.osservatoriosullalegalita.org
marzo 28 2009
Nati dalla coscia di Silvio (WRSASYDHT, Special Edition)
È arrivati
è arrivati gran giorno! finalmente anche in Italia un grande partito per un grande Paese che deve riconquistare la sua autorevolezza nel modo! buon lavoro ai delegati!
2009 marzo
Bisogna sempre ricordare la STORIA, ma essa è fatta di date ed è li che deve rimanere,siamo nel 2009 marzo diamogli una STORIA buon lavoro.
Statura
Sono un Carabiniere. Sono orgoglioso che l'Italia abbia un personaggio politico della statura di Silvio Berlusconi. Silvio, grazie perchè esisti!
Il cappello
Silvio sei tutti noi! ti adoro con il cappello da ferroviere!
Datti
Esaltante! I datti dell'ultimo sondaggio sono quasi paurosi per la sinistra. Tutti insieme, compreso il Casini, non eguagliano il PDL! Che successo! Grande Presidente
Grandex2
SILVIO SEI GRANDE, SEI IL PIù GRANDE STATISTA ITALIANO DAL DOPOGUERRA AD OGGI, TI AUGURO TANTA FELICITA' E TANTA ENERGIA, PERCHE' ABBIAMO ANCORA BISOGNO DI TE!!!!!!!
Grandex4
STO SEGUENDO IL CONGRESSO DI FONDAZIONE E' UN'EMOZIONE UNICA GRANDE GRANDE GRANDE GRANDE SILVIO
Aliminiamo
sei il migliore silvio contianua a farci sognare! aliminiamo la sinistra!
Fatta
Stimabile Presidente Berlusconi, finalmente ce l' abbiamo fatta, siamo riusciti a far Rialzare l' Italia, abbiamo costruito finalmente il partito dell' Italia nu
Convinto
Sono sempre più convinto che: "Destra vuol dire ambizione, Sinistra vuol dire perdizione!" Forza Italia!
Si no
Oggi si aggiunge una nuova paggina di storia .. La nascita del PDL si no un punto di
arrivo ma di partenza al cambiamento della nostra gloriosa Nazione..
Son sacrifici
Morale alle stelle, speriamo tanto per questa nostra Italia, grazie zio Silvio ti sei 'sacrificato' per tutti noi e noi ti siamo e saremo sempre grati.
Talinisti
Silvio ha scelto i più capaci xil governo,Prodi scelse, come talent scout, i più scalcinati, talinisti e no-global d'Italia..risultato:Pd al 20, PDL al 45!!VIVA SILVI
Pero
sono molto contento che ce il governo berlusconi pero sono andato via da italia
:-)
bravo silvio forza inter
http://mirumir.blogspot.com/
mattiacarzaniga
Aspettando di imbarcarmi a Fiumicino (fatto l’accordo su Alitalia, ormai è secondario che l’aereo parta con un’ora e mezza di ritardo, senza neanche un annuncio), chiacchieravo con un tipo, omonimo di un grande regista milanese morto anni fa. Lavora in una piccola banca di investimenti, e anche lui sta avvertendo la crisi. Diceva che politicamente si colloca al centro, e che non ama Berlusconi. Che non comprende quale strada vuole prendere il Pd. Che Veltroni ha accusato troppo la sconfitta. Che Franceschini è un buon traghettatore, ma non ha la stoffa del leader. Che in Italia ci vorrebbe un Obama, ma all’orizzonte non si vede nessuno (è un po’ come i due liocorni, dico io). La politica come la vede tanta gente che incontri per caso, non militante, informata quanto basta. La politica quotidiana, lontana da sezioni, circoli, assemblee, mozioni. La politica che da anni non riusciamo a percepire, persi a inseguire correnti, (ri)cambi solo presunti, idee solo abbozzate. Nel giorno del “PdL Day” (così l’han chiamato, sic) si avverte ancora di più la distanza dal paese reale. Mentre Berlusconi dice le stesse cose da quindici anni, e spaccia per rivoluzione popolare e populista (e molto pop-porno) una spaventosa arretratezza conservatrice, noi ancora cediamo alla sua retorica, all’estetica del pop. E il popolo è altrove. Serve un imbarco, su qualunque progetto, al più presto.
PS: Domani seguo la Carovana a Parigi. Si dirà che è un appuntamento da snob, un po’ radical, molto chic. Sono curioso invece di vedere come sono gli italiani che vivono (e ci votano) all’estero. I famosi cervelli in fuga, o quelli che hanno messo in pratica l’affermazione di molti: «Bisogna cambiare paese!». Chissà se il paese sembrerà un po’ più reale, detto alla Afterhours, dalla prospettiva d’oltralpe.http://mattiacarzaniga.wordpress.com/
Nightmare, Di primo acchito verrebbe da mettersi a piangere guardando le immagini del congresso fondativo del PDL. Per diversi motivi, a partire dalla sensazione che questi abbiano talmente inciso sulla testa del paese (o capito le istanze del paese, per chi la vuole vedere così) da vincere da qui all'eternità.
Poi, a sollevarci, arriva tutto il resto del baraccone. Salgono sul palco personaggi impresentabili come De Gregorio, inossidabili come Giovanardi, sovreccitati come la Brambilla. Passano le "simpatiche" gag tra La Russa e Gasparri. Sfila la sarabanda di gnocca elevata dal Padre agli altari del partito. E infine parte "Meno male che Silvio c'è", che sembra riportare il tutto alla sua dimensione naturale: una kermesse da Bagaglino, che finirà lasciando il posto al programma successivo.
Invece questi tornano in Parlamento. E così, con la stessa espressione ebete che avevano poco fa sul palco, fanno leggi sulla nostra nascita, la nostra morte e tutto quello che ci sta in mezzo. E a noi non resta che aggrapparci al cuscino e provare a far passare questa orribile nuttata, sperando di svegliarci di botto e scoprire che era un brutto sogno.
Intanto, in questo momento su La7, c'è un giornalista dell'Economist che ricorda che in un paese diverso Berlusconi sarebbe "in galera o almeno screditato". Per dire che qualcuno è rimasto sveglio.http://ilprimocerchio.blogspot.com/
[chiagia]
C’è di buono che dopo tanti anni di dubbi, lacerazioni e ironie tipo quelle di Gaber, l’attuale governo ci sta aiutando parecchio a chiarirci le idee.
Ad esempio ridurre le forme di controllo sulle imprese in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro è limpidamente, serenamente e completamente di destra.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Oggi la cronaca di Roma dell’Unità fa il punto sulle potature selvagge della giunta Alemanno, raccontando di come il comune non conosca la differenza tra potare un albero e abbatterlo. La cosa più divertente comunque è il commento di Paolo Soldini, capo dell’ufficio stampa del comune di Roma quando il sindaco era Veltroni:
Chiedo scusa per l’amarcord personale. Nei 5 anni in cui ho avuto la ventura di dirigere l’Ufficio Stampa del Comune di Roma non è passato giorno in cui non abbia raccolto qualche protesta: il verde veniva manomesso, c’erano buche per le strade, il traffico era insopportabile, i bus introvabili, le notti rumorose, gli eventi culturali noiosi. Spesso le lamentazioni arrivavano anche la sera. Non era sempre gradevole, ma pensavo che fosse giusto. Credo di aver assistito, in cinque anni, a qualche centinaio di riunioni con comitati di quartiere, associazioni ambientaliste, parrocchie, sindacati, categorie. Società Civile, come si dice oggi. Qualche volta pensavo che avessero ragione, più spesso torto. Certo è che sindaco e assessori stavano a sentire e rispondevano, controproponevano, mediavano. Democrazia? Democrazia. Dov’è finita, oggi questa irrequieta Società Civile? Giorni fa, schivando una buca di profondità archeologica ho perfino avuto, per un attimo, nostalgia della demagogia di An, che mandava in giro i propri militanti con pale ed elmetto in testa «a riparare le buche di Veltroni». Non credo che facciano altrettanto con le «buche di Alemanno». Di voragini ce ne sono di più e più profonde di prima, ma non interessano più. Le campagne di stampa delle cronache cittadine oggi hanno fame d’altro: paure, sicurezza, rom con la faccia cattiva. È in questo silenzio che a Roma si stanno abbattendo centinaia di alberi cui l’amministrazione non ha tempo, soldi e neppure voglia di assicurare la manutenzione. Intere strade sono state «liberate»da piante che erano recuperabili. Uno scempio. La proprietà privata di una villa storica espianta pini secolari per allargare una piscina.Ma le associazioni ambientaliste, che un tempo scendevano in guerra al minimo stormir di fronde (appunto), di fronte alle motoseghe sono ammutolite. Cara Società Civile, potresti battere un colpicino? O è proprio vero che la sinistra l’opposizione la sa fare solo alla sinistra?
http://www.francescocosta.net/
Repliche
Evento storico, ha ragione Emilio Fede. D’altra parte, la storia è piena di eventi simili, tutti abbastanza simili fra loro: grandi adunate, cori, luci, uno che parla a nome di tutti, applausi. Finché dura, pare evento eterno, ogni volta. Evento esaltante, ha ragione Emilio Fede. C’è di che esaltarsi, infatti, anche stavolta.http://malvino.ilcannocchiale.it/
Ragioni squisitamente ideologiche
Hanno portato Pierluigi Mantini a lasciare il Pd. Certamente. Infatti l'Udc lo candida immediatamente alla presidenza della Provincia di Milano (leggete qui). In realtà, così facendo, Mantini è più utile al Pd di quanto non lo fosse prima, perché il fatto che l'Udc vada da sola, a Milano, è un assist preciso alla riconferma di Penati a Palazzo Isimbardi. In ogni caso, si tratta di ragioni squisitamente ideologiche. Già. http://www.civati.splinder.com/
Pierluigi Mantini ha lasciato il Pd per entrare nell'Udc. Mantini è diventato parlamentare sempre grazie alle liste bloccate, quota proporzionale nel 2001 e porcellum 2006 e 2008. Una volta si misurò con le preferenze. Alle europee del 1999 prese 823 voti per la lista I Democratici. http://andreamollica.blogspot.com/
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LO SFRUTTAMENTO DELLE DONNE RAPPRESENTA IL 17% DEL PIL DELL’AMERICA LATINA
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Gennaro Carotenuto
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La tratta e lo sfruttamento di bambine e donne rappresenterebbe il 17% del PIL del Continente. È quanto afferma la “Coalizione contro la tratta delle donne” riunitasi a Città del Messico questa settimana tornando a sollevare un problema che resta trascurato nelle agende pubbliche e che è un enorme affare economico per la criminalità, tollerato se non coperto dalla politica e che genera una catena di guadagni enormi in tutto il mondo nel turismo sessuale.
Eppure, per l’avvocato Teresa Ulloa Ziáurriz, la tratta delle donne e la prostituzione sono pratiche più pericolose e redditizie del narcotraffico: “quando tu vendi una dose di droga, la merce non è più tua. La stessa donna può essere venduta anche 40 volte al giorno rendendo centinaia di dollari. Quando non ti serve più la butti via ma tutti lo percepiscono come un reato minore”.
Il congresso di Città del Messico ha indicato cause note eppure appena scalfite negli ultimi anni: povertà, mancanza di opportunità, violenza, discriminazione, cultura patriarcale. Solo a Città del Messico, una megalopoli da 20 milioni di abitanti, sarebbero 500.000 le persone sfruttate nell’affare della prostituzione, per il 90% bambine e donne. Molte di queste vengono contrabbandate in condizione di semischiavitù negli Stati Uniti, il maggior consumatore di prostituzione al mondo, paese nel quale spariscono in genere nel nulla.
Secondo i calcoli della Coalizione, della quale Teresa Ulloa è direttrice, tre quarti di queste viene iniziata alla prostituzione prima dei 12 anni, i quattro quinti sono analfabete e provengono dalle periferie del paese. In altri casi, come quello del Guatemala, l’età si abbassa agli otto anni e in paesi come il Perù (fonte Save the Children) prima di essere obbligate a prostituirsi il 70% delle bambine è già stata abusata nell’intorno familiare.
Soprattutto però il 99% di loro sarebbe sotto il potere di vita e di morte di chi le sfrutta, un dato che smantella le fantasie di chi sostiene che esista una prostituzione libera e volontaria. Proprio per questo motivo la Coalizione è rigidamente contraria ad ogni forma di liberalizzazione del fenomeno, in realtà legale o semilegale in tutto il continente: “non esiste il consenso delle vittime. La prostituzione non è un lavoro”. Purtroppo, è la conclusione, una società maschilista e senza uguaglianza è portata a perseguire, discriminare e incarcerare le donne ma molto meno gli sfruttatori e i clienti. http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=224
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| Brzezinski più saggio di Obama? |
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[All’interno video-intervista con trascrizione completa].
Ricordate la discussione su Obama-burattino? Abbiamo sbagliato tutti, a quanto pare, su un fronte come sull’altro.
Abbiamo dedicato notevoli energie, nei mesi scorsi, per cercare di capire fino a che punto fosse valida la teoria proposta da Webster Tarpley, nella quale Barack Obama sarebbe stato un candidato “costruito in laboratorio”, con una facciata vistosamente liberal, destinata a raccogliere i consensi di un popolo frustrato e confuso, ma con un’agenda strettamente imperialistica, coordinata dal “grande vecchio” del neo-colonialismo americano di fine secolo, Zibigniew Brzezinski.
Come ampiamente illustrato nel suo libro “The Grand Chessboard” (“Il grande scacchiere”), la filosofia di Brzezinski prevedeva di arrivare alla supremazia geopolitica tramite un indebolimento dell’impero sovietico, da ottenere con il progressivo passaggio dei suoi paesi-satellite alla sfera occidentale, accompagnato da una strategia che alimentasse una costante destabilizzazione fra Russia e Cina.
In tutto questo - secondo Tarpley – Obama era stato individuato come veicolo ideale per ripristinare questa strategia a discapito di quella, molto più limitata nelle ambizioni (e decisamente fallimentare sul campo), messa in atto dai neocons negli ultimi otto anni.
Contrariamente a Tarpley, c’era chi sosteneva che ormai i tempi fossero cambiati in maniera così radicale, rispetto agli anni ’80, che quel genere di politica sarebbe assolutamente improponibile oggi, chiunque fosse il presidente: con Russia e Cina più forti che mai, con un esercito logoro e insufficiente, con il paradigma energetico da rivedere alla radice, con un debito estero ormai fuori controllo, …
… gli Stati Uniti possono solo contare sulla clemenza degli avversari per non vedersi cancellare di colpo dal “grande scacchiere” che una volta intendevano dominare.
In questo senso andavano lette – sempre secondo la teoria opposta a Tarpley – certe scelte di Obama, che ha evidentemente dovuto pagare il ritiro dall’Iraq con l’implemento di forze in Afghanistan, ma che ha sottolineato fin dall’inizio la necessità di sostituire al più presto l’approccio politico a quello militare, nei rapporti con i poteri locali, per risolvere in qualche modo l’intricata situazione nell’Asia centrale. Sempre in quest’ottica si inserirebbe anche il fatto che proprio di recente Obama abbia convocato il suo stato maggiore, chiedendo di spiegargli chiaramente quali siano le finalità di una occupazione così onerosa - e per molti versi controproducente - come quella dell’Afghanistan. Pare che i militari non abbiano saputo dare una chiara risposta, e non si fatica ad immaginare che Obama sapesse molto bene sin dall’inizio che non l’avrebbero avuta. (La risposta vera esiste, ovviamente, ma nessuno può declamarla a voce alta).
Sembrano quindi, a prima vista, due teorie contrapposte ed inconciliabili, dove ciascuna porta necessariamente ad escludere l’altra.
Come spesso accade invece, il primo errore nell’affrontare questioni così complesse sta nel ridursi a due alternative soltanto, bianco-o-nero, dimenticando le infinite sfumature di grigio che possano esistere fra di loro. Ma lasciamo che siano gli stessi utenti a commentare questa sorprendente intervista di Brzezinski, realizzata da Robert Frost lo scorso 20 marzo.
Massimo Mazzucco
Trascrizione del video:
Robert Frost intervista Zibigniew Brzezinski - 20 marzo 2009
FROST: Gli ascoltatori ricorderanno che l'anno scorso intervista il'ex-consigliere nazionale di sicurezza, ancora oggi una voce influente, Zibigniew Brzezinski.
In quell'occasione mi disse di supportare Barack Obama per la presidenza, in parte per la sua chiara competenza per quel ruolo.
Ho incontrato nuovamente Mr. Brzezinski a Washington, e ho iniziato chiedendogli se dopo alcune settimane di presidenza Mr. Obama sia stato all'altezza delle sue aspettative.
BRZEZINSKI: Ho avuto la sensazione, soprattutto nel primo incontro, che si tratti di una persona con una visione molto razionale, ma anche istintiva, di quanto ci sia di nuovo in questa epoca, di quanto ci sia di nuovo in questo secolo, e di cosa questo comporti per il ruolo dell'America nel mondo.
Questo mi ha davvero colpito.
Ovviamente è stato in qualche modo distratto dalle questioni di politica estera, e le ha delegate in parte al Ministro degli Esteri, signora Clinton.
Ma in generale io semplicemente inorridisco all'idea di cosa vorrebbe dire avere ancora George W. Bush come presidente.
FROST: E' quindi questo il vero aspetto positivo che lei rileva?
BRZEZINSKI: E' più di quello. E' un appoggio ufficiale, una espressione di fiducia, è un riconoscimento delle complessità e delle difficoltà del momento, ed è una conferma della differenza fondamentale fra le sue capacità, la sua competenza e, triste da dire, la loro mancanza evidente durante la presidenza del precedente incaricato.
FROST: Cosa pensa attualmente di una zona che lei conosce meglio della maggioranza delle persone, fino a partire dal 1976, sotto l'amministrazione Carter. Cosa pensa attualmente dell'Afghanistan?
BRZEZINSKI: La cosa che mi preoccupa di più è che se non stiamo attenti ci resteremo impantanati. In Afghanistan e in Pakistan.
Cosa significherebbe questo per la nostra posizione nel mondo? Per la nostra stabilità economica e finanziaria? Per il consenso popolare interno? Per le nostre capacità di mantenere rapporti di alleanza? Per la nostra capacità di rispondere con efficacia alle sfide e alle minacce altrui? Sarebbe disastroso.
Dobbiamo quindi chiederci quali obiettivi si possano raggiungere in quel contesto, come perseguirli, e come limitare un impegno che è soprattutto di tipo militare, e non piuttosto politico.
In altre parole, capovologere il rapporto fra impegno militare e politico, a favore di uno più politico, e in quel quadro perseguire obiettivi che possono anche non essere ideali, ma che siano meglio di un coinvolgimento rassegnato, che ci inghiotta sempre di più.
Esiste la minaccia di un profondo e potenzialmente interminabile coinvolgimento americano, in una zona del mondo che nei miei scritti definisco "i Balcani Globali". Una zona che inghiotte le grandi potenze, come accadeva con i Balcani, dalla quale potremmo non riuscire a districarci per molti anni a venire.
Nell'affrontare quanto di nuovo... e lei è un inglese, quindi sa di cosa parlo, parlo di questa epoca e di quella coloniale, voi controllavate l'Impero delle Indie con 4.000 dipendenti civili e ufficiali, in una zona dove allora c'erano 200 milioni di persone.
Questo è quello che avete fatto. Perchè le popolazioni erano politicamente passive. Ho scritto molto su questo.
Quello che c'è di nuovo oggi nei conflitti internazionali è che affrontiamo popoli politicamente coscienti. La popolazione mondiale si è risvegliata politicamente. Questo significa che c'è resistenza quasi dappertutto, c'è rancore per il colonialismo e per la dominazione culturale straniera. C'è un senso diffuso di mancato rispetto per la loro dignità. Non possiamo sconfiggerli con quel tipo di compattezza razziale. Ma essendo democrazie non possiamo nemmeno annientarli e basta. Teoricamente potremmo uccidere tutti i pakistani e gli afghani con bombe atomiche, ma non possiamo farlo. Siamo quindi invischiati in uno scontro che noi combattiamo con una superiorità tecnologica su scala ridotta, loro combattono con una resistenza informe, e non c'è via d'uscita.
Questo rappresenta un pericolo enorme per tutti noi, e in particolare per il mondo occidentale.
FROST: Dott. Brzezinski, grazie per questi stimolanti pensieri.
BRZEZINSKI: Grazie a lei.
QUI l’intervista completa.
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http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3128
È verde la nuova Terza via
JOHN PODESTA
La crisi finanziaria paralizza le economie internazionali, e rende più difficile prendersi quotidianamente cura delle proprie famiglie. La recessione però presenta anche un’opportunità.
Risolvere la crisi economica, energetica e climatica ci offre una straordinaria occasione per rinvigorire l’economia attraverso investimenti nelle fonti energetiche pulite, sostenibili e a basse emissioni. Per affrontare queste sfide gli elementi fondamentali sono due.
Negli Stati Uniti e nelle altre economie avanzate la trasformazione delle infrastrutture energetiche può rappresentare il motore per l’innovazione, la crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro nei decenni a venire. La trasformazione potrà essere strutturata per garantire che la crescita di un’economia verde rappresenti un’onda in grado di portare con sé tutte le barche, a livello sia interno sia internazionale – specialmente nelle zone povere e nelle comunità più emarginate – e che riesca a reinvestire nei tessuti urbani e rurali. Investimenti di questa portata possono offrire percorsi verso la middle class, formazione, nonché un aiuto a ricostruire carriere professionali attraverso posti di lavoro con stipendi in grado di mantenere una famiglia, nel ramo dell’edilizia e della manifattura all’interno dell’industria del futuro. Investire nell’energia rinnovabile e nell’efficienza energetica crea in media quattro volte i posti di lavoro perdollaro- investito rispetto alle tradizionali tecnologie basate sui combustibili fossili. Il passaggio delle economie più avanzate a una produzione a basse emissione è necessario per affrontare la sfida del clima che cambia, ma da solo non basta.
In ultima analisi, serve una strategia per ridurre le emissioni di gas serra, e per rendere velocemente più verdi le economie dei paesi rapidamente in via di sviluppo.
Il G20 può e dovrà farne una priorità. I paesi di tutto il mondo stanno producendo nuovi investimenti per oltre 2 trilioni di dollari per tentare di riprendersi dalla recessione, ma è fondamentale che questa spesa spinga l’intera comunità internazionale verso un futuro di basse emissioni.
Nel momento in cui si ridurranno le emissioni – ed è questa la seconda dimensione della sfida – dovremo anche assicurarci di trovare una soluzione ai bisogni energetici dei paesi più poveri. Più di due miliardi di persone non hanno regolare accesso ai moderni servizi energetici, e un miliardo e sei di costoro non hanno la corrente elettrica in casa. Questa estrema “povertà energetica” minaccia i loro bisogni primari, andando a pesare sulle famiglie, soprattutto dove donne e bambine devono faticare per compensarla, ad esempio camminando per ore per trasportare l’acqua e andare a raccogliere legna. In mancanza di un accesso a forniture energetiche affidabili, inoltre, i rischi per la salute e il tasso di mortalità aumentano, perché alla gente non resta che affidarsi a combustibili “sporchi” per cucinare e riscaldare la casa.
Allo stesso tempo la povertà energetica impedisce uno sviluppo economico, limitando la produzione, il commercio e la crescita di mercati locali. Ecco perché orientarsi verso le fonti rinnovabili a livello globale, e sviluppare nuove tecnologie a basse emissioni, sono strade che offrono la promessa di un nuovo futuro energetico per il mondo in via di sviluppo. Sviluppare strategie basate su energie rinnovabili per risolvere bisogni energetici, e ridurre le emissioni, rappresentano dunque una potenzialità concreta, attraverso la quale gli antichi bisogni energetici delle comunità e dei paesi più poveri potrebbero essere soddisfatti in modo da incoraggiare lo sviluppo, pur contribuendo contemporaneamente a ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici.
I paesi più poveri hanno diritto allo sviluppo in un mondo soffocato dalla morsa dell’anidride carbonica, e i paesi più ricchi – essendo i primi ad aver contribuito all’inquinamento che surriscalda il pianeta – hanno la responsabilità morale di assisterli in questo processo. Senza una spesa significativa e stabile e senza meccanismi internazionali che diano priorità a chi ne ha più bisogno, il progresso del mondo sviluppato potrebbe lasciarsi alle spalle i paesi in via di sviluppo, ripercorrendo strade storicamente già battute. Tali conseguenze non porterebbero soltanto a maggiori livelli di povertà, ma finirebbero per accentuare il divario già pericoloso fra chi ha e chi non ha nel mondo.
*dai materiali preparatori della conferenza annuale di Policy Network (trad. di stefano pitrelli)
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
Afghanistan, ora e’ la guerra di Barack
Barack Obama e’ pronto ad annunciare la nuova strategia degli Usa in Afghanistan, prima a Washington e la settimana prossima in Europa, agli alleati della Nato. Nonostante l’enfasi che il presidente degli Stati Uniti porra’ sulla necessita’ di collaborazione internazionale, la Casa Bianca e il Pentagono si apprestano a spostare sensibilmente sull’America il baricentro della guerra, rafforzando la mossa con un incremento degli attacchi militari con i droni in Pakistan. […]
Il presidente svelera’ il proprio piano sull’area Af-Pak - Afghanistan e Pakistan - nella giornata di oggi. Ieri ne ha anticipato i contenuti in un incontro alla Casa Bianca con esponenti del Congresso e in telefonate ai leader coinvolti, come il presidente pachistano Asif Ali Zardari. Il 30 marzo il segretario di Stato Hillary Clinton ne discutera’ alla conferenza dell’Aja sull’Afghanistan, alla quale e’ attesa anche la partecipazione dell’Iran. Infine, il 3-4 aprile il presidente ne parlera’ al vertice della Nato in Europa.
L’invio di 17.000 militari americani di rinforzo deciso da Obama per l’Afghanistan (al quale il presidente aggiungera’ altri 4.000 addestratori militari), e’ solo una parte dell’aumento del peso che gli Usa intendono avere sullo scenario americano. Oltre due terzi del contingente internazionale che sara’ presente nel paese con l’arrivo dei rinforzi del Pentagono, sara’ americano. Ma e’ previsto anche un incremento del 50% dei funzionari civili statunitensi, che amplieranno il loro raggio d’azione e il loro peso decisionale anche nelle regioni a nord e ovest fino a oggi in gran parte gestite da forze di altri paesi della Nato (tra cui l’Italia). Nel sud, a Kandahar, secondo fonti della Difesa, il Pentagono si appresta a prendere il pieno controllo delle operazioni dando vita a quella che gli strateghi dipingono come una ”americanizzazione della guerra”.
Obama chiedera’ la prossima settimana agli europei maggiore impegno, ma gli Usa sembrano rassegnati ad assumersi la gran parte della responsabilita’ d’ora in poi. La nuova realta’ che Obama e il capo del Pentagono, Robert Gates, intendono creare in Afghanistan e’ stata sintetizzata da un funzionario della Difesa Usa, citato dal Washington Post: ”Abbiamo provato in passato l’approccio decentralizzato - ha detto la fonte, che ha chiesto di non essere citata -, nel quale ogni paese della coalizione aveva la propria area e faceva cio’ che riteneva giusto. E’ una linea sostanzialmente fallita. Vogliamo ovviamente che ci siano i nostri alleati, non vogliamo che la Nato fallisca. Ma per permettere un successo alla Nato, tocca agli Usa prendere il controllo della situazione”.
Mentre riorganizza la propria presenza in Afghanistan, l’amministrazione Obama non sembra intenzionata a ridurre il ritmo degli attacchi con i droni armati di missili nelle zone del Pakistan al confine con il paese. La situazione nell’area appare a tratti caotica, e senza dubbio in una fase estremamente delicata. Il Wall Street Journal ha svelato che l’intelligence di Usa e Pakistan e’ al lavoro, in apparente stretto coordinamento, per preparare nuovi attacchi contro una lista di bersagli terroristici che ha ricevuto di recente nomi ‘freschi’. Anche nella giornata odierna, missili che sembrano partiti da Predator della Cia hanno colpito un paio di volte in zona montagnose del nord e sud Waziristan, in territorio pachistano.
Ma dall’intelligence americana sono arrivati anche segnali di preoccupazione, affidati da fonti anonime della Cia al New York Times, sul fatto che sono emerse prove di una nuova ondata di finanziamenti e forniture militari ai talebani da parte di settori dell’apparato dei servizi segreti pachistani (Isi). E’ dagli anni Ottanta che Washington rivolge accuse di ‘doppio gioco’ all’Isi per le sue presunte relazioni pericolose con talebani e Al Qaida, e la circostanza frena la disponibilita’ americana a condividere informazioni con i colleghi pachistani.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/03/27/afghanistan-ora-e-la-guerra-di-barack/#more-389
I dolori di Ann Moore, CEO di Time, che spiega come il giornalismo di qualità non potrà mai essere gratuito. Intanto la pubblicità negli Stati Uniti continua a diminuire .
Economist, Paid Content
http://giornalismoparma.typepad.com/
Qualche settimana fa era uscita la notizia che i consensi a Hamas erano cresciuti, e simmetricamente quelli verso Abu Mazen e Salam Fayyad erano diminuiti. Ecco la ricerca . E' del Palestinian Center for Policy and Survey Research.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
MIGRANTI DETENUTI SENZA DIRITTI, UNA DENUNCIA
Sono almeno 300.000 i migranti che ogni anno finiscono nelle prigioni degli Stati Uniti, perché privi di documenti che li autorizzino a entrare nel territorio nordamericano: sono le cifre contenute in un rapporto diffuso dalla sezione statunitense di Amnesty International, secondo la quale la maggior parte dei migranti non riuscire a ottenere un riesame della propria condizione. Spesso, si legge nel rapporto intitolato “Incarcerati senza giustizia: migranti detenuti negli Usa”, è così difficile ottenere una rappresentanza legale che molti dei migranti detenuti chiedono di essere espulsi dagli Stati Uniti, piuttosto che trascorrere mesi o anni in carcere insieme agli altri detenuti comuni. Secondo Amnesty Usa, le condizioni di reclusione alle quali sono sottoposti i migranti detenuti violano sia gli standard internazionali che le norme previste dalla legislazione statunitense sul trattamento dei detenuti: l’organizzazione per la difesa dei diritti umani ha documentato l’uso inopportuno ed eccessivo di restrizioni alla libertà personale, un accesso insufficiente all’assistenza sanitaria, al patrocinio legale o ad altre forme di assistenza, l’impossibilità di contattare i familiari. “L’America e i suoi cittadini – ha detto Larry Cox, direttore di Amnesty Usa, presentando il rapporto – dovrebbero essere profondamente indignati per la gravità delle violazioni ai diritti umani che si verificano all’interno dei suoi confini”. Secondo Amnesty, i migranti privi di regolare permesso di soggiorno presenti sul territorio degli Stati Uniti sono circa 12 milioni; la maggior parte di essi proviene, in ordine decrescente, da Messico, El Salvador, Guatemala, Filippine e Cina. [MV]
[CO]
http://www.misna.org/misna2009/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=241709
Blitz isareliano in Sudan, «800 i morti e non 39»
Emergono nuovi particolari sull’incursione aerea israeliana in Sudan rivelata dall’emittente americana Cbs, avvenuta a gennaio, mentre a Gaza era in corso l’offensiva Piombo fuso. Anzi le incursioni contro presunti trafficanti di armi in territorio sudanese sono state diverse. Il servizio della Cbs è stato riportato con clamore dalla stampa israeliana e sudanese. Gli aerei sarebbero rientrati indisturbati alle loro basi. Secondo il corrispondente della ‘Cbs’ dal Pentagono inoltre, i raid rientrerebbero nell’ambito di accordi raggiunti durante gli ultimi giorni dell’offensiva dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni e l’allora segretario di Stato americano uscente Condoleezza Rice per intensificare gli sforzi finalizzati a bloccare l’invio di armi nella Striscia di Gaza. Fonti militari israeliane hanno rifiutato di confermare o smentire il coinvolgimento delle forze armate israeliane nell’operazione. In un’intervista all’emittente araba ‘al Jazira’, il ministro sudanese per le infrastrutture Mabrouk Mubarak Saleem ha denunciato che le vittime dei raid commessi in violazione della sovranità territoriale sudanese «sono diverse centinaia e forse più di 800» poiché mezzi colpiti trasportavano a bordo «emigranti» oltre alle armi. Secondo il ministro i contrabbandieri «stavano solo attraversando il Sudan, ma non erano originari del paese».http://www.carta.org/campagne/pace+e+guerra/medioriente/17009
marzo 27 2009
Idee.
Una maniera molto efficace per convincersi delle proprie idee, è imporle a tutti gli altri.
http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/

Sei gay? Non hai alcun diritto, nemmeno di convivere col tuo compagno/a
Sei donna? Non hai ditto alla procreazione assistita
Sei un lavoratore precario? Non hai alcun diritto
Sei un malato di aids o hiv+? E' il giusto castigo di Dio al tuo peccato
Sei un malato terminale? Un sondino nasogastrico ha più diritti di te
Sei un disoccupato? Arrangiati
Sei un immigrato? Sei un criminale e colpevole a prescindere
Sei uno scrtittore/giornalista che denuncia la camorra? Cazzi tuoi se ti vogliono uccidere, la prossima volta stavi zitto
Sei un un bancarottiere? Sei impunito
Sei un razzista fanatico di uno stato inesistente? O sei un parlamentare o un membro del governo
Sei un ex massone che ordiva colpi stato? Sei un commentatore televisivo
Sei un truffatore e usi il telefono? Sei impunito pure tu
Sei un individuo colluso con la camorra di Casal di Principe? Sei un sottosegretario del governo italiano
Sei un giornalista che usa notizia non verificate per gettare discredito sugli avversari del Premier? Sei papabile per il Tg1
Sei un mafioso pluriomicida? Sei un eroe
MA IN QUALE CAZZO DI PAESE VIVO?
E' allo studio un emendamento che imporrà l'alimentazione del paziente anche in caso di morte.
(vogliamo fare un referendum? E a che serve? La maggioranza più o meno silenziosa, più o meno informata, più o meno interessata, ha già deciso così, e io tengo la pressione alta, per cui... pazienza).http://formamentis.splinder.com/
Aspettando Sabot - (Edizione della staffa)
Silvio Berlusconi: "Per sfuggire alla crisi, gli italiani dovrebbero lavorare di più".
- All'estero.
I vescovi: "Nessuno può irridere il Papa".
(tranne il suo stilista, ovviamente).
Debutta l'auto più economica del mondo.
Costa così poco che, invece di rifare il pieno, converrà comprarne una nuova.
"Palermo, rapinatore tradito dalla maglia dell'Inter"
Non appena ha gridato "Mani in alto!", gli hanno assegnato un calcio di rigore.
di Francesco Cocco
http://www.brioches.ilcannocchiale.it/
Berlusconi consiglia ai disoccupati di «trovarsi qualcosa da fare». Obama apre un forum on line per rispondere alle domande dei cittadini sull’economia.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Del cartello comunista tra Prc e Pdci si parla da tempo. Oggi sembra che di quel cartello possano far parte vari altri personaggi, movimenti e associazioni, tra cui un tale Cesare Salvi. Probabilmente si tratta di omonimia: il Cesare Salvi che si candida nella lista comunista con la falce e il martello non può essere lo stesso che uscì dai Ds in nome della salvaguardia della sua identità socialista
http://www.francescocosta.net/
L’Infedele da parecchi anni racconta l’allargamento della forbice delle retribuzioni e delle disuguaglianze di reddito come fenomeno esplosivo. Ora che la protesta contro i bonus e l’ingiusta distribuzione dei compensi è in pieno corso negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, cioè nel cuore del capitalismo anglo-sassone, i furbacchioni nostrani la registrano come “rabbia populista”. Come dire: esagerati, attenti all’estremismo, finchè siamo noi a pilotare l’indignazione contro manager lontani va bene, ma non vorremmo che la protesta s’indirizzasse contro chi guida la baracca qui da noi. Oggi per esempio c’è un pezzo corrucciato sulla prima pagina de “La Stampa”, dove si espone la teoria del capro espiatorio: banchieri e manager additati al pubblico ludibrio come responsabili della recessione mondiale? E’ interessante notare che l’autore dell’articolo, Massimo Gramellini, dieci giorni fa ne aveva scritto uno si segno diametralmente opposto contro lo scandalo dei maxi-compensi a manager e banchieri. Di mezzo forse c’è stato l’assalto al ristorante “Il Cambio” di Torino da parte di un commando che lo ha deturpato con lo sterco.
Piuttosto che barcamenarsi fra opposte demagogie, sarebbe il caso di introdurre nel dibattito pubblico le proposte per modificare questa situazione. Restando a Torino, perchè non riprendere il dibattito francese sui compensi ai manager delle aziende che ricevono aiuti di Stato? La Fiat, per esempio, sta facendo massiccio ricorso alla Cassa integrazione guadagni e ha goduto di un decreto con incentivi al settore auto. Deve o non deve avere effetti riduttivi anche sulla busta paga dei manager, per lo meno sulla sua parte variabile? Temo che i giornali cavalchino volentieri le furie popolari nell’una o nell’altra direzione, ma si arrestino un momento prima di trarne le conseguenze sul futuro delle nostre politiche: favorevoli o contrari a una redistribuzione del reddito, quando ci sono di mezzo i proprietari dei giornali stessi?
Gli operai della Fiat di Pomigliano, da mesi costretti a vivere con meno di mille euro al mese, ieri si sono sentiti consigliare dall’uomo più ricco e potente d’Italia: non restate con le mani in mano. Tutto congiura affinchè pure in Italia, come in Grecia e in Francia, si arrivi alla protesta violenta, se non addirittura alla caccia al manager. Liquidare il problema, come fanno quasi tutti i giornali di oggi, come “rabbia populista”, vuol dire però una cosa sola: fare i furbi, sperando che la bufera finisca presto per ricominciare tutto come prima.http://www.gadlerner.it/2009/03/26/ora-i-furbi-la-chiamano-rabbia-populista.html
La sfida cinese al dollaro
di Federico Rampini, Repubblica
La proposta cinese di una "valuta globale" che sostituisca il dollaro come strumento di riserva incassa l´appoggio del Fondo monetario internazionale e mette in difficoltà l´Amministrazione Obama, le cui reazioni iniziali hanno disorientato i mercati e indebolito la moneta Usa. Prima è stato lo stesso Obama a respingere seccamente l´idea di Pechino: «Sono contrario a una valuta globale», ha tagliato corto nella conferenza stampa di martedì sera. Ieri il suo segretario al Tesoro Tim Geithner è tornato sull´argomento con toni più misurati ma ha anche seminato confusione. Una sua iniziale disponibilità - "sono aperto alla proposta cinese" - ha innescato il ribasso del biglietto verde. Che poi è stato recuperato quando Geithner ha aggiunto: "Il dollaro rimane la moneta di riserva dominante nel mondo e lo resterà a lungo".
A pochi giorni dal G-20 di Londra l´iniziativa cinese apre un nuovo fronte e accentua le difficoltà di manovra degli Stati Uniti, proprio mentre è in corso il delicato dibattito tra esecutivo e Congresso sulla legge di bilancio e l´aumento del deficit. E´ la prima volta nella storia che un presidente americano nel definire la sua politica fiscale è costretto a tener conto di un «vincolo esterno» che sta a Pechino, fornendo promesse alla Cina sulla solvibilità di lungo periodo del Tesoro americano. L´idea cinese è stata espressa dal governatore della banca centrale Zhou Xiaochuan. Zhou sostiene che l´attuale recessione mondiale "riflette vulnerabilità e rischi sistemici nel sistema monetario internazionale". A suo avviso uno dei modi per evitare in futuro il ripetersi di turbolenze finanziarie gravi è la creazione di una moneta di riserva "slegata da nazioni individuali e capace di rimanere stabile nel lungo periodo, eliminando così i difetti inevitabili delle monete nazionali". Da tempo i leader cinesi manifestano i loro timori per l´instabilità del dollaro. L´episodio più clamoroso è avvenuto due settimane fa quando il primo ministro Wen Jiabao si è detto "preoccupato" per la solidità degli investimenti in dollari compiuti dalla Repubblica Popolare. Pechino teme che l´America stia creando le premesse per un rilancio dell´inflazione e una svalutazione della propria moneta, in modo da "smaltire" i debiti accumulati verso l´estero, Cina in testa.
La sostituzione del dollaro come moneta di riserva è un progetto di lungo periodo, sul quale il governatore Zhou ha dato suggerimenti concreti. In primo luogo ha proposto che venga allargato il paniere di monete che compongono i diritti speciali di prelievo; in seguito gli Stati dovrebbero affidare in gestione una parte delle loro riserve valutarie al Fmi. Creati nel 1969 come un paniere di quattro valute (oggi dollaro euro sterlina e yen), i diritti speciali finora sono usati solo come unità di conto e nelle operazioni del Fmi. E´ un´operazione che "richiede straordinaria visione politica e coraggio", ha detto il governatore della banca centrale cinese, richiamandosi a un´analoga proposta fatta nel 1940 dall´economista inglese Keynes. E un´adesione importante alla proposta cinese è giunta proprio dal direttore del Fmi, Dominque Strauss-Kahn. Anche tra gli esperti la mossa cinese viene seguita con molta attenzione. Secondo l´economista della Deutsche Bank Ju Ma "l´idea può condurre verso una delle più profonde riforme del sistema monetario internazionale nei prossimi decenni, sarebbe un passo verso la soluzione degli immensi squilibri bilaterali tra la Cina e gli Stati Uniti". All´estremo opposto l´ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, consigliere di Obama, ha reagito con sdegno: "Credo che i cinesi siano poco sinceri quando si lamentano per i loro investimenti in dollari. Hanno deciso di acquistare dollari per anni perché non volevano che la loro moneta si rivalutasse. E´ un calcolo di interessi da parte loro, non dovrebbero prendersela con noi". L´idea cinese di istituire una nuova valuta globale non è nuova (ci pensò Keynes a Bretton Woods nel 1944, poi fu ripresa da De Gaulle e dall´Opec) ma è la prima volta che viene avanzata da una superpotenza che ha il peso della Cina: sia per le dimensioni della sua economia sia per il suo ruolo di creditore di ultima istanza degli Stati Uniti. Un passo alla volta, con cautela e gradualismo, la Cina comincia a tratteggiare la sua visione di un nuovo ordine monetario internazionale, quella Bretton Woods 2 che nelle ambizioni iniziali doveva essere nell´agenda del G-20 di Londra.
Hong Kong, poche risposte dal governo allo tsunami finanziario
di Lee Cheuk Yan*
Il Pil è passato dal + 7,3% nel primo trimestre del 2008 al – 2,5% dell’ultimo quarto. L’esecutivo pensa a soluzioni di breve periodo ma non elabora progetti a lunga scadenza in grado di rilanciare l’economia. Per uscire dalla crisi è necessario rafforzare la previdenza sociale, rilanciare il contratto collettivo ed elaborare massicci investimenti.
Hong Kong (AsiaNews) – A causa della crisi finanziaria e del rallentamento dell’economia globale, l’economia di Hong Kong ha subito un duro colpo nella seconda metà del 2008. La crescita del Prodotto interno lordo (Pil) è crollata passando dal + 7,3% del primo trimestre, al 4,3% del secondo trimestre, all’1,7% del terzo trimestre, per finire con un - 2,5% nell’ultimo quarto.
Anche il 2009 sarà un anno molto difficile. Sia le esportazioni che la domanda interna sono destinate a rimanere sottotono. Per il 2009 il governo prevede una diminuzione nel Pil variabile tra il - 2 e il - 3%: è il primo indice di crescita annuale di segno negativo, dalla crisi dei mercati asiatici nel 1998. Il tasso di disoccupazione è cresciuto drasticamente di mezzo punto percentuale ogni mese, sino a toccare il 5%; per il prossimo trimestre mi aspetto un ulteriore aumento fino a sfiorare quota 6% e il valore è destinato a crescere allorché gli studenti, finita la scuola, cercheranno di entrare nel mercato del lavoro?
Il livello di occupazione
Secondo dati riferiti al febbraio 2009 vi sono 3,68 milioni di lavoratori rispetto ai 3,53 milioni del 2005. Il tasso di disoccupazione è del 5% rispetto al 3,4% del 2007. Il tasso di disoccupazione giovanile è ancora più significativo: esso varia dal 19,5% nella fascia tra i 15 e i 19 anni, al 7,9% tra i 20 e i 24 anni. Per quanto concerne la disoccupazione di lungo periodo si passa dal 30% tra i due e i sei mesi, al 22% oltre i sei mesi. Il settore più colpito dalla crisi è l’edilizia, seguito dall’industria manifatturiera, il trasporto, il catering e la vendita al dettaglio.
Le risposte di Hong Kong alla crisi finanziaria: rimedi a breve termine senza soluzioni di lungo periodo
Ancora una volta la crisi finanziaria mette in evidenza i problemi strutturali che deve affrontare Hong Kong, ma la risposa del governo finora è stata di breve periodo senza alcuna determinazione a risolvere i problemi strutturali di lungo termine.
1) Mancanza di previdenza sociale: non avendo un sussidio per la disoccupazione, chi rimane senza lavoro non ha nulla su cui contare quando si verificano fluttuazioni nel mercato del lavoro. Il problema si è già presentato nel 1998 durante la crisi dei mercati asiatici e con la Sars nel 2004. Non vi sono ancora, al momento, sforzi concreti da parte del governo volti a introdurre misure a tutela della disoccupazione nel lungo periodo per attutire le conseguenze del fenomeno. I provvedimenti attuali, compresi nel fondo sociale per la disoccupazione, sono in grado di assistere meno del 10% della popolazione senza un impiego. Quante crisi e quante sofferenze dovremo ancora affrontare prima che il governo sia pronto per un reale cambiamento.
2) Ai lavoratori è negato il diritto di un contratto collettivo: l’ondata di licenziamenti e di tagli nei salari da parte delle grandi aziende sono stati fatti in nome solo degli affari, in modo arbitrario, senza alcuna consultazione preventiva e senza dichiarare il reale stato di salute delle compagnie. L’appello del governo al mondo degli affari perché impedisca il licenziamento dei lavoratori è privo di senso, se l’esecutivo non mette in atto una serie di regole precise, proprio in virtù del suo ruolo di legislatore. Abbiamo invitato il governo a stabilire per legge il diritto al contratto collettivo,in modo che i sindacati possano sedersi al tavolo delle trattative con le società e discutere di provvedimenti che abbiano un effetto sui lavoratori. Lasciate ai sindacati il compito di monitorare le imprese e proteggere i lavoratori con un’assistenza legale. Questo è l’unico modo per raggiungere un equilibrio tra gli interessi del lavoratori e dei datori di lavoro. In caso contrario i primi sono sempre in posizione svantaggiata e sono costretti ad accettare i cambiamenti imposti dai secondi. Le esperienze dolorose delle passate recessioni ci hanno insegnato che i lavoratori hanno dovuto subire l’impatto della crisi finanziaria, ma sono stati gli ultimi a beneficiare della ripresa economica. Nel 2008, quando l’economia ha subito un contraccolpo, vi erano ancora pochi miglioramenti nei salari e nella condizioni di lavoro. La mancanza di un contratto collettivo è stata una delle prime cause dell’aumento del gap tra ricchi e poveri quando i salari dei lavoratori sono stati eliminati.
3) Tagli agli investimenti governativi in tempi di crisi economica: in un momento di crisi economica, il governo deve proporre in prima persona soluzioni per uscire dalla recessione. Al contrario il governo intende investire 16 miliardi di dollari in meno dello scorso anno. Il cosiddetto programma mirato alla creazione di nuovi posti di lavoro è assai limitato e la maggior parte delle iniziative sono concentrate nel settore edile. Il sussidio per i salari di 2mila dollari di Hong Kong [poco più di 258 dollari Usa ] ha un impatto limitato sul mercato del lavoro, poiché non rappresenta un incentivo adeguato per i datori di lavoro in un’ottica di nuove assunzioni. Anche per il bilancio 2009, come per lo scorso anno, il governo si è rifiutato di investire maggiori risorse nella previdenza sociale e nella sanità pubblica per far fronte ai problemi di lungo periodo, tra i quali la famiglia e il progressivo invecchiamento della popolazione.
La confederazione dei sindacati di Hong Kong ha proposto al governo di includere un piano di 14miliardi di dollari per creare 60mila nuovi posti di lavoro nei prossimi due anni, un sussidio di disoccupazione per il breve periodo con uno studio contenente soluzioni a lungo termine e sussidi di viaggio per i lavoratori a basso reddito.
* Lee Cheuk Yan è segretario generale della Confederazione dei sindacati di Hong Kong e deputato. Egli ha fatto parte del movimento pro-democratico, distrutto con il massacro di piazza Tiananmen il 4 giugno 1989. Per il suo coinvolgimento, Lee era stato arrestato e successivamente deportato ad Hong Kong. Per questo, pur essendo un parlamentare del territorio, per 16 anni gli è stata proibita ogni visita in Cina.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14837&size=A
CHENEY GESTIVA UNA SQUADRA PERSONALE PER OMICIDI POLITICI
DI PAUL JOSEPH WATSON
Prison Planet.com
Il vicepresidente disponeva della sua personale squadra per compiere esecuzioni all'estero.
Il premiato giornalista investigativo Seymour Hersh questa settimana ha lanciato un'altra bomba rivelando che l'ex vicepresidente Dick Cheney aveva una sua personale unità di assassini stile SS che riferiva direttamente a lui.
Hersh martedì ha detto ad un pubblico dell'Università del Minnesota : “Dopo l'11/9 non avevo ancora scritto di ciò, ma la Central Intelligence Agency era fortemente coinvolta in attività domestiche contro persone che ritenevano nemici dello stato. Senza alcuna autorità legale per fare ciò. Non sono ancora stati chiamati a renderne conto”.
Hersh ha poi proseguito descrivendo come lo Joint Special Operations Command fosse un'unità omicida operativa che ha compiuto assassinii all'estero. “E' un ramo particolare, gestito indipendentemente, della nostra comunità per le operazioni speciali”, ha spiegato. “Non riferivano a nessuno [all'esterno della CIA n.d.t.], tranne che nei giorni di Bush-Cheney, quando riferivano direttamente all'ufficio di Cheney.... Il Congresso non aveva alcuna supervisione su di essi.”
La rivelazione che Cheney avesse la sua unità assassina privata non è troppo distante dalle tristemente note SA (Sturmabteilung) di Hitler, la temutissima ala paramilitare del partito nazista che venne usata per picchiare, torturare e uccidere gli oppositori politici del partito nazista nella Germania degli anni '30, e dalle Waffen SS, che furono successivamente usate in guerra per compiere esecuzioni e crimini di guerra.
Le SA furono successivamente prese di mira da Hitler durante la Notte dei Lunghi Coltelli, una brutale purga per eliminare avversari politici dentro e fuori il partito nazista. Centinaia di persone furono giustiziate a sangue freddo dalle SS e dalla Gestapo.
Significativamente, i tribunali e le corti tedesche misero rapidamente da parte secoli di proibizioni legali contro gli omicidi extra-giudiziari per dimostrare la loro lealtà a Hitler. Le Waffen SS vennero ritenute al di sopra della legge nonostante fossero palesemente coinvolte in evidenti ed enormi crimini di guerra così come in omicidi all'interno del paese.
Lo Joint Special Operations Command, l'unità assassina di Cheney, è similmente descritta come un'area di operazioni 'extra-legali'.
“E' essenzialmente un gruppo esecutivo per assassinii, e la cosa è andata avanti e ancora avanti”, ha affermato Hersh. “Sotto l'autorità del Presidente Bush sono entrati in altri paesi, senza conferire con l'ambasciatore o il capo-stazione CIA, per trovare persone di una lista, giustiziarle e andarsene. Questo è successo, a nostro nome.”
E ancora succede. Nessuno dei ribaltamaenti da parte di Obama degli ordini esecutivi di Bush dice alcunchè sull'abolire lo Joint Special Operations Command. Di fatto l'unità speciale è parte integrante delle incursioni e dei bombardamenti in continua espansione contro il Pakistan.
Titolo originale: "Hersh: Cheney Ran SS-Style Political Assassination Unit "
Fonte: http://www.prisonplanet.com
Link
12.03.2009
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
La primavera cupa di Praga
RICCARDO BRIZZI
La crisi fa vacillare l’Europa. Dopo i governi di Lettonia e Ungheria, quello della Repubblica Ceca è stato il terzo esecutivo dei paesi dell’ex Oltrecortina a cadere nel giro di un mese, sotto il morso di una crisi che sta progressivamente uscendo dagli argini della sua dimensione finanziaria iniziale per investire in pieno la sfera economica, sociale e, da ultimo, anche quella politica.
A differenza delle crisi di governo a Riga e a Budapest, la mozione di sfiducia (la quinta nel giro di due anni!) votata mercoledì dal parlamento di Praga contro il governo del liberale Topolanek non può essere archiviata come una semplice bega di politica interna, dal momento che coinvolge il paese che attualmente garantisce la presidenza semestrale dell’Ue.
Non si tratta peraltro di una prima assoluta nella storia europea. Si erano già avuti avvicendamenti al governo durante la presidenza dell’Ue, tanto in Francia nel primo semestre del ’95 (con l’elezione all’Eliseo di Jacques Chirac, succeduto a François Mitterrand) quanto in Italia nel primo semestre del ’96 (con il passaggio di testimone tra Lamberto Dini e Romano Prodi). In entrambe le occasioni l’agenda europea aveva subito seri contraccolpi dal punto di vista organizzativo.
Soltanto la Danimarca nel 1993, al tempo del passaggio di mano tra il governo del conservatore Poul Schlüter e quello del socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen, aveva dato prova di efficienza, ma all’epoca l’Ue era ancora un club esclusivo di dodici membri e per di più guidato con mano salda dalla Commissione presieduta da Jacques Delors.
Oggi il quadro, complice anche la negativa contingenza internazionale, appare decisamente più critico di allora e la caduta del governo ceco pone l’Europa di fronte ad una triplice sfida.
La prima riguarda la dimensione più propriamente operativa dell’Ue. La crisi interna infatti indebolisce ulteriormente il premier dimissionario Topolanek, già piuttosto screditato tra i Ventisette per la passività dimostrata in occasione delle emergenze (crisi di Gaza, guerra del gas tra Russia e Ucraina, gestione del piano di salvataggio economico dell’Ue) che hanno caratterizzato il primo trimestre della presidenza ceca. E questo avviene alla vigilia di una serie di importanti vertici internazionali.
Sarà dunque un leader delegittimato, autorizzato solo a sbrigare gli affari correnti, a rappresentare l’Ue in occasione del vertice del G20 di Londra e a ricevere Barack Obama a Praga il 5 aprile per un vertice Europa- Usa che si annuncia ricco di incognite (in particolare Praga teme l’abbandono da parte di Washington del progetto di scudo anti-missile promesso da Bush).
Il 7 maggio, poi, sempre nella capitale ceca, si terrà il lancio del «partenariato orientale», iniziativa destinata ad avvicinare Ucraina, Bielorussia, Georgia, Moldavia, Azerbaijan e Armenia all’Ue.
La seconda minaccia che pende sull’Europa riguarda la sua dimensione istituzionale.
Ironia della sorte quello di Praga è l’ultimo parlamento che deve ratificare (in attesa della firma del presidente polacco Lech Kaczynski e del nuovo referendum irlandese) il Trattato di Lisbona.
Il processo, iniziato in febbraio con l’approvazione della camera dei deputati rischia però ora di arenarsi nuovamente.
Il testo avrebbe dovuto essere votato dal senato – dove l’entusiasmo europeista è decisamente inferiore rispetto alla camera bassa – nella terza settimana di aprile, ma in molti oggi ritengono inevitabile un rinvio del voto all’autunno. In questo quadro di estrema incertezza per il futuro istituzionale europeo, non può non inquietare il fatto che, da mercoledì scorso, il vero padrone d e l l o scacchiere politico ceco sia l’euroscettico presidente della repubblica, Vaclav Klaus.
La terza sfida investe invece in profondità la dimensione politico- identitaria dell’Ue ed in particolare il concetto di solidarietà che è alla base del progetto europeo.
L’ostinato rifiuto da parte dei Grandi di lanciare un piano di aiuti verso gli stati dell’ex Oltrecortina sull’orlo di un collasso politico-economico – la Repubblica ceca, ad esempio, nel primo trimestre del 2009 ha registrato un arretramento storico della produzione industriale e dei consumi – appare non soltanto ingeneroso verso paesi nei quali la crisi è stata in gran parte importata dall’esterno, ma politicamente miope.
All’interno dell’Ue, infatti, gli interessi economici sono talmente intrecciati – in virtù dei debiti contratti nell’ultimo decennio dalle banche dei paesi dell’Europa orientale in piena crescita con i gruppi finanziari della Vecchia Europa e, contemporaneamente, della produzione progressivamente delocalizzata dal centro verso l’Est – che sarebbe davvero imperdonabile fare alla maniera degli struzzi, trincerandosi dietro velleitarie linee Maginot, rifiutando di considerare che il crollo della periferia produrrebbe inevitabilmente serie ripercussioni nel cuore stesso dell’Europa.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
Senza essere mai incriminato per nulla fu torturato orribilmente per due anni da agenti del servizio segreto di sua maestà britannica. Quindi fu deportato a Guantanamo dove fu detenuto illegalmente. Infine la sua liberazione fu condizionata al silenzio.
E’ la storia di Binyam Moahmed, ragazzo etiope stritolato dalla guerra al terrorismo.
Nonostante la notizia sia uscita su molti giornali britannici, “The Independent” e “Sunday Times”, se ne trova breve traccia solo su due quotidiani italiani, “Il Secolo XIX” e “Libero”. Binyam Moahmed, cittadino etiope e rifugiato politico in Gran Bretagna dal 1994, sarebbe stato torturato orribilmente da agenti dell’MI-5 britannico in Marocco nel 2002 prima di essere deportato a Guantanamo, territorio cubano occupato.
Quindi, dopo sette anni di detenzione, senza che mai fosse incriminato per nulla (come il 90% dei detenuti di Guantanamo) l’avvocatura dello Stato degli Stati Uniti avrebbe condizionato la sua liberazione alla firma di un documento nel quale doveva negare di essere stato torturato, doveva rinunciare a rivalersi contro il governo degli Stati Uniti e gli alleati di questo per le torture e l’ingiusta detenzione e doveva impegnarsi a non parlare mai con i media del suo caso.
Clive Stafford-Smith, avvocato di Binyam, che oggi ha 31 anni ed è stato liberato appena un mese fa, denuncia sia il fatto che il governo degli Stati Uniti stia continuando ad operare continue ed illegali pressioni per nascondere la verità sulle violazioni dei diritti umani, sia il fatto che nonostante innumerevoli denunce tuttora non è stata avviata alcuna inchiesta sulla presunta partecipazione di agenti dei servizi segreti britannici alle torture inflitte ai sospetti terroristi.
http://www.gennarocarotenuto.it/6685-binyam-mohamed-tortura-e-silenzio/#more-6685
di Andrea Mollica
In Texas Charles Darwin rischia l’estinzione. I repubblicani dello Stato vogliono mettere in discussione la teoria dell’evoluzione, da sempre controversa negli Stati Uniti.
Nel Texas il consiglio direttivo del sistema educativo primario e secondario, Texas State School Board, voterà entro questa settimana per espellere Charles Darwin dalle scuole. Il presidente dell’organismo, il repubblicano Don McLeroy, ha intenzione di proporre ai 15 membri del consiglio un nuovo curriculum scientifico anti evoluzione. Secondo McLeroy, la vita sulla Terra è iniziata poco meno di 10 mila anni fa, e visto che mancano prove sulla veridicità della tesi darwiniana, è necessario che nelle scuole l’evoluzione sia messa in dubbio, tanto nelle parole degli insegnati quanto nei testi dei manuali. Il presidente dello State School Board è un ardente sostenitore del “disegno intelligente“, la teoria che spiega la nascita della vita con l’intervento diretto di Dio, cercando di ammantare di scientificità il testo biblico.
REPUBBLICANI CONTRO DARWIN - All’interno dello State School Board, composto da 15 persone elette dai cittadini, McLeroy può contare sull’appoggio di 7 social conservatives, l’ala fondamentalista del partito repubblicano, che è maggioritaria nel Gop di molti Stati sudisti. La minoranza democratica ha però formato una coalizione con 3 repubblicani moderati, contrari alle iniziative più scabrose proposte dal presidente, che in passato h a spinto per corsi di educazione che enfatizzassero solo l’astinenza come metodo per prevenire la gravidanza e le malattie trasmesse sessualmente. Il Texas è il quinto Stato per percentuale di adolescenti incinte. Il Gop texano ha votato nei giorni scorsi una risoluzione favorevole all’iniziativa di McLeroy, chiedendo anche agli esponenti più moderati presenti nello State School Board di appoggiare la mozione anti Darwin, nelle ultime settimane bombardati di telefonate e di email affinché desistessero dalla loro lotta pro evoluzione. Oggi (mercoledì) inizierà un confronto pubblico lungo 3 giorni dove il nuovo curriculum scientifico sarà discusso, e alla fine Darwin potrebbe non trovare più posto tra le pagine sfogliate da bambini e adolescenti locali. Il Texas conta su quasi 25 milioni di abitanti, ed è uno dei mercati più importanti per quanto riguarda la didattica scolastica. Se i testi dovessero essere riscritti, le case editrici venderebbero anche gli Stati vicini manuali dove la teoria dell’evoluzione della vita è pesantemente messa in discussione. Un importante dirigente del National Center for Science Education, Steven Newton, ha definito l’iniziativa dei repubblicani texani come uno dei più seri assalti mai portati alla scienza moderna.
UN’EVOLUZIONE CONTROVERSA - La teoria di Charles Darwin ha rivoluzionato la scienza moderna, ma sin dal primo apparire diventò subito molto controversa. Se il materialista Karl Marx dedicò il Capitale all’autore dell’Origine delle specie, la Chiesa cattolica non ha mai accettato completamente la tesi scientifica che cancellò il dettato biblico sulla Genesi della Terra. Nel 2005 il cardinale Christoph Schönborn, presidente della Conferenza episcopale austriaca, si schierò a favore del disegno intelligente sul New York Times, una posizione poi lodata da Benedetto XVI, che in un convegno a Castengandolfo disse di avere “l’impressione che sia stata la provvidenza ad averlo indotto a scrivere l’articolo sul New York Time“. Se Ratzinger ha fatto un passo indietro rispetto a Giovanni Paolo II, che definì più di un’ipotesi la teoria darwiniana, è negli Stati Uniti che l’evoluzione trova i suoi maggiori nemici. Una risoluzione come la 1580 passata dal Consiglio d’Europa nel 2007, che denuncia i pericoli del creazionismo, sarebbe impensabile in molti Stati. Negli anni venti l’America si divise sulla sfida pro evoluzione lanciata dall’ACLU, l’unione per le Libertà civili, nello Stato del Tennessee, dove era vietato l’insegnamento di Darwin nelle scuole. A difendere la legge fu chiamato William Jennings Bryan, che in passato era stato per ben 3 volte il candidato presidente dei Democratici. Bryan, fervente religioso, si opponeva all’evoluzione sia perché metteva in discussione il dettato biblico, ma anche per il pericoloso cascame morale della selezione naturale . Negli anni precedenti infatti il darwinismo sociale era diventata la teoria preferita dei conservatori per fermare ogni riforma di progresso sociale. Negli anni dieci e venti, la Corte Suprema bocciò ogni legge statale di maggior tutela dei lavoratori, sposando la selezione naturale creata dal mercato. Bryan era un oppositore di questa tesi, tanto che riuscì a cavallo del ‘900 a spostare il partito democratico su posizioni populiste e critiche del libero mercato, una svolta che dura ancora oggi. Nel processo svoltosi di fronte alla Corte suprema del Tennessee, si contrapposero le due anime, quella populista rappresentata da Bryan e il progressismo nei diritti civili dell’ACLU, che poco tempo dopo si fusero nel liberalism roosveltiano.
AMERICA DIVISA - Negli anni sessanta la Warren Court, la fase più progressista della giurisprudenza costituzionale statunitense, annullò l’ultima legge statale che vietava l’insegnamento dell’evoluzione. La normativa, in questo caso vigente in Arkansas, fu dichiarata incostituzionale perché contraddiceva il I emendamento che sancisce la libertà di espressione. Un anno prima il Tennessee aveva già reso possibile insegnare Darwin. Mentre i religiosi sudisti diventavano una colonna del partito repubblicano, qualche decennio dopo proprio dall’Arkansas e dal Tennessee arrivò il ticket democratico, composto dai giovani Clinton e Gore, che pose fine all’egemonia reaganiana tanto apprezzata dalla base fondamentalista della Bible Belt. Negli anni ‘80 il creazionismo riprese vigore, diventando una delle battaglie più appassionate della destra evangelica. An cora oggi l’elettorato più conservatore del Gop è schierato nettamente contro Darwin, tanto che secondo l’ultimo sondaggio Gallup solo il 4% dei repubblicani crede ad un’evoluzione della vita senza intervento divino. Secondo l’istituto attualmente l’opinione è molto incerta: il 39% degli americani crede nella teoria di Darwin, mentre il 25% si oppone e il 36% non ha un’opinione. Il posizionamento riflette uno schema di divisione partitica, con i repubblicani schierati contro l’idea che l’uomo discenda dalla scimma, mentre i democratici sono sicuramente più darwinisti. Una polarizzazione ancora più netta si riscontra analizzando il grado di educazione: la stragrande maggioranza di chi ha un titolo di studio post college appoggia l’evoluzione, mentre la maggioranza di chi ha finito o solo frequentato il liceo è contrario. Pure nelle recente stagione delle primarie presidenziali Darwin era finito al centro dell’attenzione. Il reverendo Huckabee, che tra fine 2007 e inizio 2008 era apparso come il frontrunner per la nomination repubblicana, aveva dichiarato di credere nella teoria del “Disegno intelligente“. Il pastore amico di Chuck Norris ha vinto qualche Stato del Sud, ma la sua corsa è finita presto. Un’evoluzione da studiare anche per il Gop del Texas.http://www.giornalettismo.com/archives/22325/un-disegno-poco-intelligente/
marzo 26 2009
 C’è chi, come l’associazione One City, chiede ai principali partiti degli Stati membri di inserire a capo lista candidati ancora più anziani, e chi –il socialista Martin Schulz ed il verde Daniel Cohn-Bendit– propone di modificare il regolamento assembleare. Il tutto per evitare che il prossimo 14 luglio, se eletto, possa essere il leader francese del Fronte Nazionale, Jean-Marie Le Pen, a presiedere, in quanto deputato più anziano (81 anni), la seduta inaugurale del Parlamento europeo.
Non importa se si è stati votati, non importa che si pretenda dar voce a “ciò che la gente pensa, a ciò che il Popolo vuole”: per i socialisti e per i verdi tedeschi chi costruisce il proprio consenso sulla xenofobia e sul razzismo –o magari dichiarando la Shoah “un dettaglio della Storia”- non è degno di rappresentare un’istituzione democratica. Questione di principio.
Daniele Sensi http://danielesensi.blogspot.com/
Non espellere, accompagnare (WRSASYDHT, cioè: è stato lunedì per tutti)
Dalla terra
TOGLIETE DALLA SANITà DALLE FARMACIE DAL COMMERCIO DALLA TERRA TUTTE QUELLE MEDICINE FACILMENTE ACQUISTABILI CHE ACCENDONO ISTINTI BESTIALI NEL CORPO DEI UOMINI FRUSTR
Precoce
Ma chi è in fondo 'sta Mussolini? Una precoce soubrette, prestata alla politica
Yahoo hates us
Ora anche le news di Yahoo sono chiaramente antiberlusconiane. Fantastico! La vittoria è assicurata per almeno due prossime tornate elettorali politiche.
Alternative
la scienza mondiale non è stata capace di trovare alternative al preservativo vecchio di 2000 anni,e se la prende col Papa,veda di darsi una mossa,anche il CNR!!!
Achtung leghisti
Fate attenzione perché pubblicate messaggi di leghisti. Lo spazio aperto è segno di libertà, ma bisogna difendere la libertà da chi ne approfitta.
Eh (Do Brasiu!)
sul ddl sicurezza eh la stabilito che il medico puo comunicare il clandestino..non che deve comunicare...tuto qui...e basta
Sostando
Sostando anche solo 1/2h dal proprio medico di base si capisce quanto MALAFFARE stia nella sanità pubblica:c'è,ad ogni h,una sfilata continua di pseudoinformatori!!!!
Il prontosoccorso è
L'inferno del cittadino ore di stressante attesa nel dolore,gente che perde sangue,chi urla,chi sviene, gli stranieri hanno sempre il verde passano sempre avanti.
Bambini di ogni ordine e grado
CI SONO ASILI ITALIANI CHE HANNO CASI DI NUOVI VIRUS CHE ATTACCANO I BIMBI DI QUALSIASI ETà POI MISTERIOSAMENTE NEGLI OSPEDALI CI SONO CASI DI MALATTIE COME MENINGITI
Riaccompagniamoli
Non possiamo tenere in Italia degli stranieri disoccupati; questi vanno riaccompagnati nei loro paesi di origine.
Non siamo razzisti
Siete voi a non voler capire che non siamo razzisti e che quando diciamo: via i clandestini ci riferiamo a chi non ha lavoro, ruba, stupra o vive di accattonaggio
Estracomiunitari
MUSSOLINI = SPINA NEL FIANCO.VA ISOLATA. NON NON LI VOGLIAMO I CLANDESTINI SOLO ESTRACOMIUNITARI IN REGOLA.BASTA SANITà A SBAFO SULLA SPALLE DEGLI ITALIANI!
E poi
OGGI NOTIZIA ENNESIMA ALLA TV TROVATI ALCUNI STRANIERI CHE PUR LAVORANDO REGOLARMENTE INCITAVANO ALLE AZIONI DI TERRORISMO CITTà DI TV E UD E POI SI PARLA DI INTEGRARE
Per me
Per me toglierei la parola "partito"con "casa" resta più FAMIGLIARE e tanti significati.http://mirumir.blogspot.com/
Ieri al Giornale di Mario Giordano si devono essere preoccupati seriamente. E’ successo quando Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, ha dichiarato, a proposito del piano casa, “In effetti il disegno che è circolato non è quello a cui io avevo già lavorato“. Si sono preoccupati perché nel frattempo avevano la prima pagina del loro quotidiano davanti. Che recitava (la potete vedere qui riprodotta) un primo titolo davvero perentorio: “Piano casa - ecco chi può ampliare la propria abitazione e come“. Non ce l’avrà mica con noi? - avranno pensato in redazione, cominciando a preoccuparsi: va bene che siamo il giornale del fratello, ma se abbiamo pubblicato una cazzata stavolta se la prende anche con noi. E qui non è come al Corriere, dove può capitare che trovi qualcuno disposto a dirgli di no due volte (De Bortoli, anche se la prima volta Silvio aveva mandato avanti il suo - vecchio - avvocato). “Ho sentito cose - ha detto il premier - che non erano nelle idee iniziali e che non saranno nel testo, cioè quello che riguarda gli immobili urbani. Decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite”. Quando poi avranno visto che sul Corriere on line c’era come titolo “Sul piano casa circolato un testo non mio“, avranno persino sudato freddo. E saranno corsi a scorrere le pagine del loro quotidiano per andare a controllare dov’è che avevano sbagliato, e se gli errori fossero così gravi da portare a svantaggi seri - oltre al licenziamento, quello ormai l’avevano messo in conto.
Insomma, diciamolo chiaramente: se questa volta i giornalisti del Giornale si fossero davvero sbagliati per colpa loro, Silvio avrebbe tutte le ragioni per chiederne la testa. E troverebbe sicuramente qualcuno che lo ascolta, non dubitatene. Ma per fortuna non è andata così: quello pubblicato dal Giornale, come da altri quotidiani, è “il testo del piano casa che la presidenza del Consiglio ha inviato ai presidenti delle Regioni e delle Province e ai sindaci. In particolare dal testo, su carta intestata della presidenza del Consiglio, risulta che il decreto si applicherebbe «su tutto il territorio nazionale, fino all’emanazione di leggi regionali in materia di governo del territorio» e che l’aumento delle cubature delle case potrebbe avvenire in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi»“. Qui, i giornalisti del Giornale hanno tirato un robusto sospiro di sollievo. Se c’è colpa, è di chi ce l’ha passato. E chi ce l’ha passato noi lo sappiamo. E infatti a quel punto ha cominciato a tremare chi lo aveva mandato, alla sottosegreteria della presidenza del Consiglio. Ma la colpa non era nemmeno sua, ha ricontrollato: quelle cose lì c’erano scritte veramente. Qualche ora dopo, è arrivata la conferma di Berlusconi: “Oggi ho visto il testo del decreto, l’ho amplissimamente corretto riducendolo all’essenziale e lo presenterò, ridotto di molto, alle Regioni“, ha dichiarato Berlusconi. Nel suo linguaggio, significa che l’errore è a monte. Nessuno perderà il lavoro per il piano casa, né al Giornale né alla sottosegreteria. E nemmeno alla presidenza del Consiglio. Purtroppo.
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Paolo Galimberti è presidente della Rai: un’ottima scelta, peccato che il nome venga dopo quello di Ferruccio De Bortoli; ma non è certo una sua colpa. Intanto ieri a Ballarò si vedeva una spettacolare rissa tra Massimo D’Alema e Fabrizio Cicchitto, al cui culmine il primo ha detto “Stai zitto!” al secondo, il quale è partito subito rissando da par suo. Un momento davvero divertente. Come tutti gli spettacoli inutili.http://www.giornalettismo.com/archives/22336/piano-casa-panico-al-giornale/
Lo ha detto Emma Marcegaglia*: ora le banche non hanno più scuse per rifiutarsi di prestare soldi agli imprenditori in difficoltà, ora ci sono i prefetti a vigilare sulla concessione dei crediti. Domani mi recherò in banca e in qualità di Partita IVA esigerò che mi vengano prestati dieci milioni di euro in banconote di piccolo taglio, e se non lo fanno chiamo la polizia.http://formamentis.splinder.com/
Germania e Italia hanno avuto fino alla fine della II Guerra Mondiale una storia comune: l’unificazione sotto monarchie illuminate, responsabili dell’industrializzazione delle rispettive nazioni; la I Guerra Mondiale vinta dall’Italia e persa dalla Prussia, da cui però nessuna delle due nazioni si riprese; la consegna del potere ai totalitarismi, prima di Mussolini e poi di Hitler, da parte di governi postbellici deboli, inetti e incapaci; la II Guerra Mondiale con la sofferenza delle popolazioni, i milioni di morti e le deportazioni; il piano di aiuti Marshall.
Ed ecco qui l’ultimo momento del destino comune di Italia e Germania (escludendo forse il periodo della lotta al terrorismo): entrambe le democrazie nascenti ricevono una quasi pari iniezione di prestito dagli Stati Uniti per la ricostruzione (1.2 miliardi USD all’Italia e 1.4 miliardi USD alla Germania seconde solo agli aiuti forniti a Gran Bretagna e Francia).
Virtualmente da qui in poi Italia e Germania hanno le stesse chance di fronte a loro, potenzialmente lo stesso futuro a disposizione, hanno le stesse possibilità di far fruttare il proprio futuro.
Perché allora la Germania è anche durante questa crisi il traino d’Europa mentre l’Italia rientra tra i PIGS, ossia tra le nazioni EU-24 con performance economiche così preoccupanti da rischiare la fuoriuscita dal sistema Europa?
Mi vengono in testa alcune argomentazioni da uomo della strada che giustifichino le scarse performance dell’Italia: Sud, immigrati, sindacati, stato assistenzialista. Eppure la Germania continua ad avere il suo Sud nell’ex DDR, che costa allo stato tedesco più di 100 miliardi EUR all’anno – ma lo trasforma in una opportunità per costruire grandi opere per lo sviluppo della nazione. Gli immigrati contano ben il 17% della popolazione e trovano profitto a registrarsi con permessi di soggiorno e a fornire lavoro per la nazione tedesca. L’IG-Metall è il sindacato (nei fatti unico) interlocutore rispettato durante tutte le contrattazioni nel comparto metalmeccanico, qui nessuno oserebbe mettere in dubbio la sua funzione. L’assistenzialismo, come descritto nel mio precedente articolo, è quasi da stato socialista più che sociale.
Eppure la macchina tedesca continua a reggere anche nei tempi di crisi, pur essendo così dipendente dagli export, pur essendo gli stipendi in media elevati e pur dovendosi scontrare con scandali e truffe come in ogni democrazia mondiale.
Come mai allora la Germania è così “avanti”? Ci ho pensato un poco sopra e sono giunto a una semplice ed elementare conclusione: si tratta della classe dirigente politica e industriale tedesca che ama la propria nazione, è responsabile e orgogliosa del compito che riveste, ha un senso etico e sociale del proprio lavoro. Qui in Germania nessuno si sognerebbe di dire “Fare il cancelliere mi fa schifo” e se lo facesse, non sarebbe rieletto; l’ex Cancelliere Helmut Kohl dovette rinunciare alla carica di presidente del CDU dopo un (ridicolo) scandalo delle tangenti. L’interesse della nazione coincide con quello del politico e con quello dell’industriale. Truffe avvenute in casa VW, Deutsche Bahn, manovre spericolate perpetrate in casa Schäffler-Continental sono state risolte con l’allontanamento dei responsabili dai loro incarichi.
Robert Bosch, il più grande industriale al mondo nel settore dei componenti elettronici ed elettrici, disse “Ich zahle nicht gute Löhne, weil ich viel Geld habe, sondern ich habe viel Geld, weil ich gute Löhne bezahle“ ossia “Non pago buoni stipendi perché ho molti soldi, ma ho molti soldi perché pago buoni stipendi”. Quale industriale italiano potrebbe permettersi una simile affermazione?
http://bora.la/2009/03/24/germania-e-italia-sorelle-cosi-diverse/
Intanto, il Vermont salvato dai ragazzini

Uno scorcio del Vermont rurale, d'autunno. Lo Stato è nel New England americano.
Pochi giorni fa avevo postato il video della deposizione di James Neiley dinanzi al Senato del Vermont in favore del matrimonio con adozione per le coppie dello stesso sesso.
Oggi posso dare la notizia che il Senato del Vermont ha approvato il passaggio dall'unione civile, pre-esistente dal 2000 e senza diritto all'adozione, al matrimonio puro e semplice. La nuova disposizione è stata votata con 26 voti favorevoli contro 4 contrari. La legge deve ora essere approvata dalla Camera dello Stato e quindi ricevere la firma del governatore repubblicano dello Stato, James Douglas.
Le associazioni GLBT si dicono ottimiste sul passaggio alla Camera, mentre non contano sulla firma del governatore, contrario all'estensione. Sembra però che il governatore non abbia nemmeno intenzione di porre il veto, per cui lascerà che la disposizione divenga legge senza la sua firma, passato un certo tempo.
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Seconda edizione di COPPIE e ANGELI.
La denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz. Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.
E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.
Tutte le scritte sono per “uomini veri”, notevole per un esercito che fa dell’integrazione delle ragazze motivo d’immagine. I riferimenti sessuali, perfino allo stupro, sono continui come sono continui quelli alla maternità “piangeranno, piangeranno”. A una maglietta che mostra un bimbo ammazzato si accompagna un “era meglio se usavano il preservativo”. A quella con un bambino palestinese nel mirino si accompagna un “non importa quando si comincia, dobbiamo farla finita con loro” che suona in italiano come “meglio ammazzarli da piccoli”.
Leggi tutto il reportage di Haaretz qui e conserva questo link per la prossima volta che ti diranno che i palestinesi educano i figli alla cultura dell’odio.http://www.gennarocarotenuto.it/6689-le-magliette-di-moda-nellesercito-israeliano-meglio-ammazzarli-da-piccoli/#more-6689
Il doppio fronte Afghanistan-Messico
Sono due guerre lontane tra loro e assai diverse, una contro i talebani afghani e l’altra contro i signori del narcotraffico messicano. Ma Afghanistan e Messico si stanno rapidamente trasformando nei due fronti più caldi della politica estera di Barack Obama e il presidente americano in questi giorni ha fatto fare le valigie al proprio capo della diplomazia, Hillary Clinton, per affrontarli entrambi nel giro di meno di una settimana. […]
Il segretario di Stato sarà domani a Città del Messico, sulla scia dell’annuncio odierno della Casa Bianca di una vasta offensiva contro la violenza creata dai cartelli della droga nelle regioni di confine tra Usa e Messico. La Clinton nei giorni successivi si dedicherà poi all’Afghanistan, partecipando il 31 marzo alla conferenza di Amsterdam nella quale verrà discusso il futuro del paese. Obama ha ribadito la necessità per gli Usa di “restare all’offensiva” sul fronte afghano e il suo segretario di Stato porterà in Europa i dettagli di una nuova strategia complessiva che la Casa Bianca, secondo le indiscrezioni, dovrebbe annunciare venerdì.
Prevederà un maggior coordinamento tra le forze della Nato, una più forte enfasi sullo sviluppo economico afghano e anche una ‘exit strategy’ per il futuro. Obama aggiungerà 17.000 militari americani alla forza internazionale di 70.000 uomini presente attualmente in Afghanistan.
Non è invece ancora militare, ma potrebbe diventarlo, l’emergenza che Obama affronta alle porte di casa, lungo i tremila chilometri del confine con il Messico. Con oltre 7.000 morti ammazzati dall’inizio del 2008, la guerra di droga che insanguina le regioni lungo la frontiera dei due paesi è diventata una crisi di primo piano per l’amministrazione Obama. Sviluppando interventi che già erano stati avviati negli ultimi mesi dell’amministrazione Bush, la Casa Bianca ha annunciato una vasta offensiva su più fronti per combattere soprattutto il flusso di armi e soldi illegali tra i due paesi.
Il piano americano è stato presentato dal ministro della Sicurezza interna Janet Napolitano, fino a poche settimane fa governatrice dell’Arizona, uno degli Stati in prima linea. I team che si occupano della lotta alla droga lungo il confine saranno raddoppiati, mentre Fbi e Dea (l’agenzia federale antidroga) hanno ricevuto l’ordine di aumentare le forze dedicate alla lotta al narcotraffico, che negli ultimi anni aveva ricevuto un posto in seconda fila rispetto a quella al terrorismo. Elicotteri, aerei senza pilota e nuove tecnologie saranno utilizzati per controllare i flussi attraverso il confine, mentre 700 milioni di dollari saranno spesi anche per fornire addestramento alle forze dell’ordine messicane. Il viceministro della Giustizia David Ogden ha promesso che contro i cartelli userà i metodi che hanno messo in ginocchio la mafia: “Se porti via loro i soldi e chiudi in cella i loro leader - ha detto Ogden - puoi allentare la presa che queste organizzazioni hanno sulle loro attività criminali”.
Obama, ha detto la Casa Bianca, è preoccupato per i massacri che si moltiplicano soprattutto nell’area di Ciudad Juarez e Tijuana e “ammira il coraggio e la determinazione del presidente Felipe Calderon nel far fronte e smantellare i cartelli della droga, e sarà al suo fianco in questa battaglia”. Calderon ha mobilitato 45.000 militari in tutto il paese per combattere la crescita della violenza, ma il governo messicano vede di cattivo occhio l’eventualità che gli Usa schierino i soldati della Guardia nazionale lungo il confine, come chiedono alcuni governatori, in particolare quello del Texas, il repubblicano Rick Perry. Ma la Napolitano non ha escluso che Washington possa ricorrere anche ai militari, se la situazione non dovesse migliorare.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/03/24/il-doppio-fronte-afghanistan-messico/#more-386
Israele, accordo segreto tra Netanyahu e l'estrema destra
Netanyahu presenterà la settimana prossima il suo nuovo governo. Ne faranno parte l’ultradestra nazionalista, i partiti religiosi, i conservatori del Likud e i laburisti. Uno dei loro leader più prestigiosi, Vilnai, ha detto oggi «Non sarà facile riunirsi al governo al fianco dei rappresentanti della destra, ma vogliamo attirarli verso il centro». Però i paragrafi dell’accordo di coalizione sui negoziati di pace sono formulati in termini molto larghi. Dal Likud ricordano di non aver rinunciato «né al Golan né a Gerusalemme, e non abbiamo accettato uno stato palestinese». In più, il Likud sta tentando di portare al governo anche i tre deputati di «Casa ebraica», ennesimo partito di estrema destra vicino ai coloni.
Secondo la radio di Tsahal, Netanyahu ha concluso un accordo segreto, solo verbale, con il partito Yisrael Beytenu: prevede una colonia [3mila unità, per lo più alloggi ma anche uffici e alberghi] in una zona detta «settore E1» , che collega la colonia di Maalè Adoumim [33mila abitanti] a Gerusalemme est. Ciò taglierebbe in due la Cisgiordania.
http://www.carta.org/articoli
Per un nuovo partenariato
scrivono Christophe Solioz e Vedran Džihić
Il futuro della Bosnia Erzegovina sta nell'Unione Europea, non in un protettorato eterno. Il commento del Centro per le Strategie di Integrazione Europea alla nuova fase politica che si apre con la nomina di Valentin Inzko ad Alto Rappresentante
Traduzione per Osservatorio Balcani e Caucaso: Chiara Sighele
Vedran Džihić è direttore e Christophe Solioz segretario generale del Centro per le Strategie di Integrazione Europea
Questo testo viene pubblicato oggi contemporaneamente da Osservatorio Balcani e Caucaso e da Nezavisne Novine
Da qualche tempo la Bosnia Erzegovina si trova in profonda crisi. A Valentin Inzko, il diplomatico austriaco da poco nominato nuovo Alto Rappresentante della Comunità Internazionale, spetta l'incarico di gran lunga più difficile dall’inizio della sua carriera.
Il cambio al vertice dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) e del Rappresentante Speciale dell'Unione Europea (EUSR) deve portare a un riposizionamento, urgentemente necessario, della politica internazionale nei confronti della Bosnia. Il dilemma attuale si spiega in fretta: la posizione dell'OHR è divenuta sempre più debole e, da un punto di vista di realpolitik, i poteri di Bonn hanno fatto il loro tempo; contemporaneamente, la forza d’attrazione dell'Unione Europea è rimasta troppo blanda.
Una nuova strategia per la Bosnia
Già in occasione della prossima seduta del Consiglio di implementazione della pace (PIC), fissata per il 25 marzo 2009, Unione europea e Stati Uniti dovrebbero mettere in campo tutto il loro peso politico per un’iniziativa condivisa e transatlantica diretta a fermare la spirale di crisi in Bosnia. Tutti quei politici nazionalisti che bloccano il processo di riforma devono essere diffidati in modo netto dal proseguire il loro ostruzionismo e, se necessario, devono essere sanzionati attraverso l'impiego dei poteri di Bonn. Inoltre va affermato in maniera netta che la divisione della Bosnia deve essere esclusa come opzione politica.
Entro la fine del 2009 si dovrebbe determinare una struttura di doppi riferimenti con chiare scadenze temporali, in base alla quale misurare l'impegno verso le riforme da parte dei politici locali ma anche la coerenza e il procedere della comunità internazionale.
Il centro di questa politica deve essere la riforma della costituzione. È evidente che uno stato con 160 ministri e un’amministrazione elefantiaca e scarsamente efficiente non può sopravvivere. Il principio di un'amministrazione efficiente e il principio di sussidiarietà dovrebbero essere le colonne portanti della nuova costituzione, cui andrebbe affiancata una vigorosa ripresa del processo di integrazione europea. Solo uno stato bosniaco funzionale con un'amministrazione snella e trasparente e un bilancio solido può diventare anche membro dell'UE.
Oltre che sulla riforma della costituzione, fino alla fine del 2009 l'Alto Rappresentante dovrebbe concentrarsi anche sulla creazione delle condizioni per una efficiente transizione verso il Rappresentante Speciale dell'Unione Europea (EUSR). Con l’inizio del 2010, un EUSR più forte e sostenuto dagli USA dovrebbe avviare il passaggio definitivo dal protettorato a una Bosnia europea. Questo significa chiudere l'OHR a fine 2009.
L’urgente necessità di un nuovo partenariato tra la Bosnia e l'UE
La sola promessa dell'integrazione europea in termini vaghi e di lungo periodo non basta più come “fattore di spinta”. Occorre urgentemente un nuovo partenariato tra UE e Bosnia. Nella cornice di una tale partnership l'UE dovrebbe potenziare il suo impegno a favore dell'integrazione della Bosnia, legandolo a contributi concreti. I passi della riforma, cioè i “compiti” dei politici locali, vanno definiti e approntati assieme, la coerenza del loro operato va valutata a cadenza regolare e costante e in caso di ostruzionismo deve esserci un forte sanzionamento da parte dell'EUSR.
Gli incentivi europei potrebbero anche essere raccolti in un pacchetto per una “junior-membership” della Bosnia nell'UE. Questa particolare modalità di adesione – qualora le corrisponda un’adeguata volontà di riforma da parte degli attori locali – dovrebbe prevedere una veloce rimozione dell'obbligo di visto, l'ingresso nella zona dell'euro e la possibilità di un'agevolata partecipazione ai fondi strutturali. Un simile pacchetto approntato dall'UE – in cooperazione con gli USA e le istituzioni finanziarie internazionali – dovrebbe inoltre predisporre i mezzi per migliorare le infrastrutture e creare posti di lavoro. Ovviamente, in tale contesto va mantenuto un severo controllo sul rispetto delle condizionalità europee, la soddisfazione delle quali aprirà la via alla piena adesione.
Osservare passivamente può diventare pericoloso
In una delle prime dichiarazioni dopo la sua nomina a nuovo Alto Rappresentante, Inzko ha parlato di un “paese meraviglioso” e di un “paese di gente meravigliosa”. Purtroppo la guerra e il gioco sempre più nazionalista in corso da anni ad opera delle élites locali ha fatto di questo meraviglioso paese la terra delle occasioni (finora) perdute, nella quale molti dei suoi cittadini non credono più.
Anziché stare a guardare passivamente, il che potrebbe avere risvolti assai pericolosi per il paese, in Bosnia è davvero giunto il momento di annunciare con prontezza la prossima tappa europea e passare al contrattacco con passi concreti e misurabili in qualsiasi momento. In questo percorso i poteri di Bonn dell'Alto Rappresentante dovrebbero trasformarsi in creativi “smart powers”, una miscela di poteri di coercizione e capacità di persuasione del nuovo e forte Rappresentante europeo, attraverso i quali aiutare la Bosnia a passare velocemente dal protettorato all'adesione all'UE. Precondizione di ciò è che UE e USA nel prossimo futuro agiscano in accordo, con decisione e in modo appunto “brillante”, rafforzando la posizione di Valentin Inzko. Questo funzionario dispone della personalità, dell'intelligenza e dell'esperienza necessarie - e adatte al contesto — per lavorare assieme ai cittadini bosniaci, tanto ai politici quanto agli attori della società civile e dell'economia, per il risveglio della Bosnia dal sonno profondo, conducendola verso una normalità europea.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11077/1/51/
L'Employee Free Choice Act, la misura legislativa che faciliterebbe in modo decisivo la formazione di sindacati tra la forza lavoro americana, è sempre più in bilico. Uno smacco per una delle leggi più auspicate dal mondo liberal.
L'unico senatore repubblicano che aveva votato a favore dell'EFCA nella passata sessione, Arlen Specter della Pennsylvania, ha dichiarato che in questo momento si opporrà alla legge. Per il particolare regolamento del Senato, sono necessari 60 voti per poter passare alla votazione di un testo, che si approva a maggioranza.
Al momento i Democratici contano su 58 senatori più Al Franken, quando e se finirà il mega pasticcio in Minnesota. Il voto di Specter era dunque decisivo, ma la pressione dei gruppi conservatori è fortissima: i sindacati sono la colonna che regge il partito democratico durante le campagne elettorali, e un loro rafforzamento è assai temuto dai repubblicani.
Specter è uno dei pochi repubblicani moderati che ancora rappresentano al Senato uno Stato del Nordest, ormai dominato dai democratici. Nella giornata di oggi sono usciti sondaggi molto brutti per il senatore, che sarà sfidato ancora una volta alle primarie dal liberista Pat Toomey, battuto per una manciata di voti nel 2004. Specter allora si salvò grazie all'appoggio di Bush e dei sindacati, da sempre finanziatori di uno dei pochi repubblicani vicini alle organizzazioni lavorative. Nel 2010 il seggio di Specter sarà uno degli obiettivi principali del gruppo democratico, che potrebbe così raggiungere quota 60. http://andreamollica.blogspot.com/
marzo 25 2009
Addio turisti, l’Italia non tira più ora ci supera anche la Russia
GIOVANNI VALENTINI
Mentre il leader degli industriali, Emma Marcegaglia, reclama "soldi veri" a sostegno delle aziende in difficoltà e il presidente del Consiglio replica che il governo ha già stanziato "soldi verissimi", a favore dell’auto, degli elettrodomestici e ora anche delle piccole e medie imprese, la principale industria nazionale, il turismo, è sull’orlo del collasso.
L’Italia turrita affonda tra le onde del suo mare, con la testa appena fuori dall’acqua. È un’allegoria che può riassumere emblematicamente la crisi del nostro Paese ed è l’immagine che campeggia sulla copertina di una voluminosa ricerca sul tema. La ricerca ha per titolo "Il declino economico e la forza del turismo Fattori di vulnerabilità e potenziale competitivo di un settore strategico", ed è stata pubblicata da Marchesi sotto l’egida della Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza di Roma, a cura del preside Attilio Celant e di Maria Antonella Ferri, con il contributo di numerosi altri studiosi.
Pari a circa il 10% del prodotto mondiale e con 230 milioni di lavoratori direttamente impiegati, il turismo è un settore produttivo di straordinaria importanza a livello planetario. E con concrete prospettive di crescita: dagli 800 milioni di visitatori all’anno, stimati alla metà del primo decennio del nuovo secolo, si prevede di superare prossimamente la quota di un miliardo. Eppure il Belpaese, nonostante il suo grande patrimonio di risorse naturali e di beni artistici e culturali, rischia di perdere capacità competitiva sul mercato internazionale.
Nella graduatoria mondiale per valore di Pil del settore turistico, guidata dagli Stati Uniti, dalla Cina e dal Giappone, l’Italia occupa ancora l’ottavo posto dietro le altre maggiori nazioni europee, precedendo il Canada e il Messico. Questo comparto industriale rappresenta il 78% del nostro prodotto interno lordo e la percentuale sale al 1213% considerando tutto l’indotto. Un apporto che complessivamente va dai 115 ai 200 miliardi di euro all’anno.
Secondo uno scenario del WTTC (World Travel & Tourism), l’organizzazione mondiale che riunisce i principali operatori dell’industria dei viaggi e delle vacanze, nel prossimo decennio però il nostro Paese – pur passando da 226,1 a 292,9 miliardi di dollari – arretrerebbe dall’ottava alla nona posizione. E potrebbe essere scavalcato anche dalla Russia. Ma nel 2018 uscirebbe addirittura dalla classifica dei "top ten" per il valore degli investimenti nel settore turistico, dove oggi è al numero 8 con un importo di 38,9 miliardi di dollari.
Il peggio è che, in base a tutti gli indicatori analizzati, proprio per le difficoltà contingenti e strutturali le previsioni dei centri di ricerca fanno precipitare il turismo italiano al 28° posto quanto alla competitività. Al vertice di questa lista, a conferma di una proverbiale efficienza organizzativa, si colloca la Svizzera seguita da Austria e Germania. Tra i primi dieci si trovano Paesi che sono nostri diretti concorrenti, come la Spagna e la Francia. E sorprendentemente, l’Italia viene preceduta anche da Portogallo, Grecia e Belgio, diventando così il fanalino di coda nell’Europa a 15.
A giudizio del World Economic Forum, il prestigioso organismo internazionale non profit con sede a Ginevra, sono essenzialmente tre i fattori di criticità che minacciano il turismo italiano: l’assenza di governance, la carenza di infrastrutture e lo scarso sviluppo dell’information technology. Nel saggio introduttivo della ricerca firmato dal professor Celant, ordinario di Geografia economica, insieme a Giorgio Alleva, ordinario di Statistica – si rileva a questo proposito che nella politica del turismo italiana manca "un apparato pensante, una struttura in grado di proporre strategie, elaborare risposte, formulare progetti e ipotesi di lavoro"; ovvero un "osservatorio nazionale", una "cabina di regia". A tutto ciò s’aggiungono poi la modesta qualità delle professionalità intermedie e l’eccessivo ricorso al precariato o ai lavoratori stagionali, quando non proprio in nero.
Dall’inizio del nuovo secolo, l’Italia è stata superata così da Paesi che hanno messo in campo una politica più aggressiva, sia sul piano della comunicazione sia su quello dei prezzi e della qualità dei servizi. "Eppure – notano criticamente i professori Celant e Alleva – nell’ultimo trentennio non c’è governo che all’atto delle dichiarazioni programmatiche del suo leader non abbia assegnato al turismo una funzione economica di spicco, di traino dello sviluppo economico italiano". E questo effettivamente sarebbe possibile non tanto attraverso processi in grado di trasformare l’assetto produttivo del Paese, quanto attraverso processi di crescita diffusa di tutto il tessuto produttivo locale, proprio in virtù di una distribuzione delle risorse turistiche in ogni angolo d’Italia.
Nonostante la ricchezza del patrimonio naturale e artistico del Mezzogiorno, si registra invece una spesa del turismo straniero fortemente concentrata nelle regioni del CentroNord. Anche in questo caso, le "due Italie" risentono del gap di strutture e servizi per il turismo che incide sulle scelte individuali e sulle offerte degli operatori internazionali. A peggiorare la situazione, dopo il referendum abrogativo del ministero del Turismo, ha contribuito poi una conflittualità più o meno latente fra Stato e Regioni che favorisce l’ulteriore dispersione di risorse ed energie.
Da ultimo, il Belpaese accusa un ritardo anche sul piano della comunicazione. "La capillare diffusione di Internet – avvertono Celant e Alleva – sta modificando il profilo del turista tipo. Sta trasformando le modalità di acquisizione dell’informazione e di negoziazione del pacchetto turistico. È in corso di modificazione la cultura del turista e la rapida affermazione delle lowcost ha grandemente allargato il mercato, raggiungendo nuovi segmenti di domanda".
Si tratta, quindi, di intercettare e attrarre in particolare il fenomeno emergente del turismo giovanile, magari povero in termini di apporto immediato alla bilancia turistica, ma di grande valore formativo anche in ordine ai flussi futuri. In Italia, però, "gli ostelli della gioventù, oltre a essere fortemente sottodimensionati, versano in una situazione di fatiscenza, di abbandono e di colpevole degrado". E invece, nel turismo come in tanti altri campi, è proprio l’investimento sui giovani che può risultare in prospettiva quello più promettente e remunerativo.
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/03/23/copertina/001kroda.html
Ieri Angelo Bagnasco, il cardinale presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), ha fatto un intervento dove, nell'ordine, ha attaccato i media perché se la sono presi con il papa per quella bazzecola della storia dei preservativi e dell'Aids, ha intimato al parlamento italiano di fare in tempi brevi una legge sul testamento biologico allineata con le idee che circolano oltretevere e ha schierato l'episcopato italiano in difesa della scelta di far ritornare nel gregge le pecorelle lefebvriane nonostante l'antisemitismo e l'anticonciliarismo evidente e dichiarato di molte delle suddette pecorelle. Un bel po' di carne al fuoco e volendo anche il materiale per fare un po' di distinzioni da "cattolico adulto" ("distinguer pour unir" diceva un tipo francese che un tempo andava di moda in parrocchia). Insomma, un discorso fatto senza troppa polemica, ma con una certa fermezza. Bene: ieri la voce di Dario Franceschini si è levata solo per applaudire la decisione di Bagnasco di istituire un fondo di solidarietà per le famiglie in difficolta. Nemmeno Walter Weltroni avrebbe saputo fare di meglio.http://giornalismoparma.typepad.com/
Il Pd al tempo di Franceschini: speranze e rischi
- contributo alla riflessione -
di Mario Barbi, 13 Marzo 2009
Le dimissioni di Veltroni hanno chiuso la prima fase della storia del Pd. Franceschini ne ha preso il posto accompagnato dalla domanda se sarà all’altezza del progetto che gli è stato affidato in condizioni assai precarie: sondaggi tra il 22 e il 24%, forti dualismi locali tra strutture di partito e vertici istituzionali delle amministrazioni e, soprattutto, orfano di strategia. La risposta, per quanto mi riguarda, è aperta. Sia dal punto di vista elettorale che dal punto di vista della natura del partito che prenderà forma in questo secondo tempo della vicenda. E anche dal punto di vista della strategia. Per chi ha sempre denunciato gli errori di Veltroni e della composita, ampia e indifferenziata - ancorché divisissima - maggioranza che lo ha sostenuto, la rinuncia del segretario plebiscitato alle primarie può essere considerata un risultato con effetti potenzialmente salutari. Una condizione necessaria ancorché non sufficiente per il rilancio del partito. Volentieri vorrei dare credito a Franceschini e non posso che augurarmi, ed augurargli, di riuscire nella non semplice impresa. Tuttavia, questo augurio non può non fare i conti con la realtà. In generale, ci si deve chiedere se la reazione del partito sia stata all’altezza della crisi: a partire dall’Assemblea nazionale del 21 febbraio. Io non ne sono sicuro. La mia risposta perciò è in chiaroscuro: vi sono luci ed ombre, rischi ed opportunità. E cerco di spiegarmi.
1. La sconfitta resta inspiegata e il Pd è orfano di strategia.
Riepiloghiamo gli “errori” di Veltroni e della sua coorte di capi-corrente: l’investitura unanimistica che ha trasformato in un plebiscito le primarie; la retorica del Lingotto: vale a dire la discontinuità con l’Ulivo e la presa di distanza dal governo Prodi e dalla coalizione di centrosinistra; l’avere scambiato l’avversario politico da sconfiggere, cioè Berlusconi, per il partner principale nel dialogo sulle riforme e, addirittura, in un potenziale alleato per il governo; la scelta proporzionalista e (quasi)solitaria per le politiche (poi abbiamo visto come la linea “soli al centro e insieme in periferia” abbia fallito sia al centro che in periferia). La sconfitta strategica del Pd e del centrosinistra alle politiche dell’aprile 2008 (e poi a Roma etc.) nasce da quegli errori e non c’è rilancio possibile senza prima avere chiamato la sconfitta “sconfitta” e senza avere prima chiamato gli errori “errori”. La strategia di Veltroni era velleitaria e perdente. Ora il Pd è orfano di strategia. Parisi, nella sua generosa e disinteressata candidatura alla segreteria, ha cercato di attirare proprio su questo l’attenzione dei delegati, ottenendo, senza alcuna preparazione e organizzazione, circa il nove per cento dei consensi. In quelle condizioni è un risultato più che lusinghiero, ma il grosso del partito presente ha scrollato le spalle ed è passato oltre. Non ha ascoltato. Ha risposto al “riflesso” di fare quadrato. Con il risultato che Franceschini è stato eletto segretario con una maggioranza ancora più larga di quella che aveva eletto Veltroni. Così è cambiato il segretario, ma la direzione del partito è rimasta la stessa nonostante i Garanti del Pd ne aavessero constatato la dubbia legittimità. Ma l’Assemblea non ha avuto tempo di occuparsene e così è rimasta in carica quella direzione dei 120 e passa, composta in base alle quote correntizie, che fu ratificata nell’assemblea del 20 giugno 2008 alla quale parteciparono poche centinaia di delegati. So che insistere su queste cose è considerato da molti una perdita di tempo o addirittura un danno. Eppure, sono convinto che con la democrazia pilotata e con la rimozione non si costruisce un partito sano e vivo, così come sono convinto che senza verità non c’è futuro. Ma non è forse questo che è accaduto quando Franceschini ha detto: gli errori di Veltroni sono i miei errori?
2. Le correzioni di linea di Franceschini.
E tuttavia, anche se in modo non esplicito e nel segno dell’omaggio e della dichiarata continuità con Veltroni, il neo-segretario del Pd ha introdotto alcune correzioni di linea e di gestione del partito che ritengo apprezzabili. E che sono di fatto in discontinuità con la precedente segreteria. Ecco i punti che mi sembra caratterizzino le prime scelte di Franceschini: a) il neo-segretario sembra avere accantonato la presunzione che il Pd possa mai vincere da solo (vocazione maggioritaria) e ha evocato come orizzonte necessario per il Pd quello della coalizione di centrosinistra. Certo il passo è compiuto con circospezione e senza fare precisazioni e indicare predilezioni, ma non insistere con la ‘damnatio memoriae’ dell’Ulivo e dell’Unione è già qualcosa ed è la condizione minima per riconsiderarne il valore e il significato politico e strategico; b) Franceschini ha poi scosso il Pd da uno strano stato di oblio e di inerzia, riproponendo il fatto che Berlusconi è Berlusconi e che la cultura di cui è portatore il leader della destra è una cultura plebiscitaria e carismatica, portata a cercare il rafforzamento del potere personale anche in attrito con le istituzioni democratiche e mettendo in conto anche forzature costituzionali. Non posso che condividere. Il Pd aveva messo tra parentesi il tema dell’opposizione decisa al berlusconismo (mai capito perché: per non ostacolare il “dialogo” o per non apparire dipietrista?), come se non volesse guardare in faccia che il suo tratto tipico è quello di fare leva sull’emergenza e sull’eccezionalità producendo una legislazione “in deroga” e per decreto-legge con tutti i rischi che ciò comporta (Alitalia e interessi privati in affari pubblici, leggi ad personam e lodo Alfano, immigrazione-sicurezza e ronde, rifiuti, “piano-casa”, etc); c) Franceschini ha inoltre inaugurato una linea più netta su questioni controverse (diritti individuali, per es.) ed ha in particolare qualificato il partito assumendo il tema centrale della crisi dal punto di vista delle sue conseguenze sociali (l’assegno di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro) e affrontando in modo non subalterno il tema della riforma del capitalismo globalizzato, della regolamentazione dei mercati e del ruolo pubblico per la ripresa dell’economia restituendo altresì dignità all’idea che un partito progressista come il Pd deve avere il coraggio e l’ambizione di proporre un modello di società più giusta; d) Franceschini ha anche invertito la tendenza alla gestione romano-centrica del partito, costruendo una segreteria in cui contano gli amministratori locali e gli insediamenti territoriali più forti pur con concessioni a quella idea discutibile del rinnovamento che coinciderebbe con il “ringiovanimento” (resto del parere che, sempre e tanto più in questi tempi di attese di vita crescenti e di posticipi dell’età pensionabile, quello che conta di un dirigente di partito siano le idee e non la carta di identità). Ha poi sciolto il governo-ombra. E questa è un’ottima cosa perché il governo-ombra non era soltanto la scimmiottatura di un corpo estraneo al nostro ordinamento istituzionale, ma era doppiamente dannoso perché si poneva come un tappo sull’iniziativa e sulla responsabilità dei gruppi parlamentari e incentivava la distrazione dall’attività di partito - indirizzandola quasi esclusivamente verso il parlamento – di quei dirigenti (ministri-ombra) che avrebbero dovuto dare impulso alla costruzione del Pd dandogli un orizzonte programmatico ed ideale non contingente. E’ pure vero che la “discontinuità” con la gestione di Veltroni è tuttavia meno netta di quanto si sia voluto fare apparire (basta vedere chi sono i responsabili dei dodici dipartimenti, a cui vanno aggiunti i responsabili di quattro aree di partito, per constatare che lì – con appena qualche novità - c’è buona parte del governo-ombra così come del disciolto coordinamento, con tutto il loro portato correntizio). Comunque, non si può non dare atto di novità di impostazione e di impianto. Forse le novità più rilevanti, in prospettiva, sono nelle caselle organizzazione e coordinamento dei segretari regionali. E’ anche attesa la nomina di un organo intermedio tra la direzione (che Franceschini ha intenzione di mantenere benché sia politicamente obsoleta e di dubbia legittimità) e la segretaria in cui oltre alle cariche operative siano presenti le personalità non comprese nella segretaria o nelle funzioni esecutive di partito. Franceschini usa poi esortare il partito ad aprirsi al contributo di persone che non siano “ex” diesse o margherita. Il tema è serio, ma mi si lasci dire che questo appello ha il suono di una campana rotta. Sarebbe più utile ricordarsi del ruolo avuto da Romano Prodi nella nascita del Pd ed interrogarsi sul perché Prodi e quello che lui ha rappresentato (a partire da tutto quel mondo che si potrebbe chiamare dell’ulivismo non partitico) siano stati “espulsi” o emarginati dal Pd nel corso della sua costituzione.
3. Il rischio è lo snaturamento del progetto.
Nel mezzo della crisi si è parlato di possibile implosione o frantumazione del partito. Il rischio c’è, ma probabilmente non è quello maggiore. Ben più forte a me sembra il rischio che il partito cambi pelle e diventi un’altra cosa. E’ una metamorfosi che può compiersi progressivamente nel cumularsi di scelte soggettive e di circostanze oggettive. Ci sono, a mio parere, almeno tre fattori di rischio: a) il primo è quello contenuto nella scelta dell’Assemblea del 21 febbraio di scartare le primarie e di fare eleggere ai delegati il nuovo segretario. Quella scelta, motivata dalla prudenza e dalla cautela nonché dal timore di lacerazioni ingovernabili, ha rappresentato una frattura rispetto al modo in cui il partito è nato. Quella scelta ha privato il partito della possibilità di ri-partire non rinnegando il modello delle primarie aperte, ma piuttosto confermandolo e correggendolo dalla interpretazione politica unitarista e plebiscitaria che ne era stata data con la candidatura di Veltroni. Negli interventi fatti in apertura dell’Assemblea pro e contro le primarie per scegliere il successore di Veltroni c’è stato l’unico vero e denso confronto politico che si sia svolto nel partito da quando esso ha preso forma: purtroppo gli si è dedicato appena un’ora e mezza. Cinque a favore e cinque contro e poi il voto. Nel momento della difficoltà si è scelto di chiudersi in se stessi anziché cercare nuovo slancio nel confronto aperto e nella partecipazione libera. E’ stato detto che questa scelta, fatta da una maggioranza di più dell’80% dei delegati presenti (un po’ meno della metà del totale), è conforme allo Statuto e che tanto basta per renderla giusta e legittima. Legittima non c’è dubbio. Giusta non lo so. Io vedo la risposta che è stata data alla crisi come una spallata che ha fatto pendere la bilancia dal partito aperto delle primarie verso il partito chiuso degli iscritti. Vedo il partito nuovo trasformarsi in un partito tradizionale che si avvia verso un tesseramento pieno di incognite ed un congresso in cui certa è la fase uno (la conta degli iscritti) e incerta la fase due (le primarie tra candidati selezionati dagli iscritti); b) il secondo fattore di rischio è la collocazione europea del partito. Se il Pd finirà per aderire al gruppo socialista al parlamento europeo avrà sprecato l’occasione più importante per affermare politicamente e programmaticamente il tratto innovativo che lo caratterizza e con il quale avrebbe dovuto e potuto caratterizzarsi a livello europeo. Non importa come la scelta verrà spiegata e quali elementi distintivi verranno introdotti per diluire o dilazionare l’adesione al gruppo socialista esistente. Quello che conterà sarà l’esito e, al limite, l’apparenza ancora di più che la sostanza dell’approdo. Quando si dice che in Europa noi del Pd dovremo stare insieme, ma non potremo rimanere da soli e che non potremo prescindere da un rapporto con i socialisti, a quale esito dobbiamo pensare? Trovo inspiegabile che anziché porre l’accento sulla qualità del discorso europeista e sul che cosa vogliamo, che potrebbe qualificare il Pd in Italia e in Europa in una fase drammatica come quella attuale, si ponga l’accento sul con chi stare vada preferendo indirizzare la ricerca verso una compagnia numerosa che garantisca al Pd qualche posto visibile nell’Europarlamento. Un parlamento, peraltro, che non vota la fiducia a un governo e che dovrebbe avere come impegno prioritario quello di spingere i governi nazionali a costruire l’Europa federata e non a smontare o a svuotare l’Europa comunitaria che già c’è. Comunque, in queste condizioni, se l’esito dovesse essere l’adesione al Gruppo del Pse mi chiedo come si potrà evitare di pensare che il Pd non sia semplicemente il partito successore dei Ds, in cui ha prevalso l’elemento di continuità con una sola delle due principali formazioni promotrici del partito; c) il terzo elemento che avrà una influenza rilevante nella determinazione della natura del Pd è ovviamente l’assetto del sistema politico nazionale e delle sue regole elettorali. A me sembra evidente che in un assetto proporzionale (non importa con quale sbarramento) in cui i partiti andassero al voto da soli - come piacerebbe all’Udc, ma anche a tante parti del Pd - l’assetto bipolare del sistema politico verrebbe meno e con esso l’incentivo a formare partiti politici larghi e plurali. Un’evoluzione di questo tipo incentiverebbe la nascita di partiti identitari (anche se tardo-identitari), tipo quelli tedeschi o austriaci (dove il numero dei partiti rappresentati in parlamento è in aumento e le grandi coalizioni – anche se sempre meno grandi – sono frequenti) e sarebbe esiziale per il progetto originario del Pd. Anche l’attuale legge elettorale, che premia le coalizioni, non assicura il futuro del Pd come partito tendenzialmente di tutto il centrosinistra perché quella legge (al di là di come è stata interpretata politicamente nelle elezioni del 2008), strutturalmente, punisce le solitudini e premia la frammentazione. Il caso sarebbe diverso se passasse il referendum che assegna alla lista più votata il premio di maggioranza: in quel caso il Pd dovrebbe misurarsi con la costruzione di una lista che avrebbe insieme i caratteri del partito e della coalizione e dovrebbe quindi agire e strutturarsi di conseguenza. Similmente, ed anzi in modo assolutamente preferibile, il Pd sarebbe portato ad accentuare la ricerca di apertura e a strutturarsi in modo plurale ed innovativo con un sistema elettorale basato su collegi uninominali in cui conta il candidato e la ricerca del consenso collegio per collegio. A me pare che il Pd abbia senso se si cerca di realizzarne l’ispirazione più autentica ed originaria che è quella ulivista di concepirlo e di praticarlo – tendenzialmente e strategicamente – come il partito inclusivo di tutto il centrosinistra. Perciò penso che il Pd dovrebbe fare di tutto per cercare di tornare al sistema maggioritario del collegio uninominale (anche considerando il prossimo passaggio referendario come una tappa in questo senso) e per evitare la proporzionale di partito. Non spendo parole sul fatto che dietro questo approccio vi sia una visione non di parte e di fazione, bensì l’idea istituzionale di una democrazia governante bipolare e ben funzionante. Se questa riflessione ha qualche elemento di verità, è davvero sconcertante che su questa questione dirimente ed esistenziale per il partito, non vi sia mai stato nel Pd un confronto vero ed una decisione impegnativa.
Cercando di tirare le somme di queste riflessioni, il quadro che esce è quello di un segretario che (sostenuto da un apparato di partito intimorito e prudente) ha deciso di tenere i piedi ben saldi sul ponte dell’imbarcazione in pericolo, dandosi da fare per riparare le falle maggiori e per raddrizzare una barca pericolosamente inclinata e a rischio affondamento: è la condizione per ritrovare una rotta. Ma non si può tacere il disagio per il modo in cui tutto questo avviene: un po’ in tono minore, eludendo questioni di fondo, rinviandole - come peraltro è successo finora - ad un altro momento (dopo le elezioni, al congresso…), surrogando le scelte non fatte e i nodi non sciolti con il richiamo all’unità e a remare tutti nella stessa direzione. Insomma, il Pd è in mezzo al guado. Franceschini sta provando a ri-motivare il partito senza voli pindarici e invitando alla concretezza e alla coesione. Basterà? Dalla sua ha la riduzione delle aspettative e delle ambizioni, che potrebbero consentire al Pd di superare la prova difficile delle europee e delle amministrative del prossimo giugno. Dopo di che le questioni irrisolte e rinviate si ripresenterebbero e non è sicuro che dal congresso che si annuncia, basato più sugli iscritti che sulle primarie, esca un partito che corrisponda alle ambizioni di novità, apertura e pluralismo che dovevano essere la cifra del Partito democratico inteso come compimento del progetto dell’Ulivo e tendenzialmente come il partito di tutto il centrosinistra che si candida al governo in un sistema politico bipolare ben funzionante.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=12&doc=17344
Il teatrino del mattone
Massimo Riva
la Repubblica
Questa volta il presidente del Consiglio non potrà mandare in scena la solita pantomima delle parole equivocate e distorte dalla stampa nemica. Il suo dietrofront sul tanto pubblicizzato piano casa, infatti, va a sbattere frontalmente con quanto sta scritto, nero su bianco, nel testo del provvedimento stilato su carta ufficiale della presidenza del Consiglio.
È, dunque, vano che Silvio Berlusconi tenti di ridimensionare la portata di quelli che erano i suoi progetti iniziali, sostenendo che la licenza di libero mattone non potrà riguardare i centri urbani, ma dovrebbe essere limitata all´ampliamento di unità immobiliari mono o bifamiliari in aree periferiche. Il documento - inviato nei giorni scorsi a Regioni, Province e Comuni - dice l´esatto opposto e conferma la sostanza di tutte le anticipazioni rese pubbliche da giornali e televisioni, tanto in termini di maggiori cubature ammesse un po´ ovunque quanto di aggiramento della normale trafila dei permessi.
Anzi, su quest´ultimo cruciale e contestatissimo punto il testo è di una chiarezza che, nel caso specifico, si può proprio definire lapidaria. Si parla infatti di «deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi». Formula che non poteva non suscitare le forti critiche dei giuristi in termini di correttezza costituzionale, ma soprattutto provocare la ferma opposizione di molti amministratori regionali e comunali che avrebbero visto così svuotato il proprio ruolo esclusivo di custodi di un territorio già fin troppo devastato da abusi edilizi di ogni genere.
Un´opposizione che ha assunto forza e peso risolutivi dopo l´esplicito avallo del Quirinale con una lettera nella quale il capo dello Stato, a termini di Costituzione, ha ricordato a Palazzo Chigi l´obbligo di non scavalcare le prerogative regionali. Un´iniziativa che già da sola può spiegare l´improvvisa retromarcia di Berlusconi con il passaggio dal piano casa a quello che ora - par di capire - dovrebbe più propriamente chiamarsi "piano villette".
Scampato - almeno si spera - il pericolo di un condono edilizio preventivo, quale era nel progetto originario, restano però sul terreno le macerie di un´operazione politica tentata una volta di più dall´attuale presidente del Consiglio secondo i canoni di quell´astuto e scivoloso plebiscitarismo che è ormai la chiave di volta principale di ogni sua iniziativa politica. Anche con il piano casa, infatti, si è seguita una strategia accurata di aggiramento dei normali circuiti istituzionali. Prima ancora di aver messo a punto il testo legislativo, Berlusconi è partito con un rumoroso annuncio di misure iperboliche per offrire ai cittadini una libertà di edificazione finora mai vista. Poi il premier ha incassato la reazione fortemente positiva di larga parte degli italiani, com´era prevedibile di fronte a un provvedimento che si sostanziava nella licenza di farsi ciascuno i fatti propri. Infine, forte di questa popolarità abilmente sollecitata, il presidente del Consiglio ha messo nero su bianco i suoi propositi e li ha inviati agli amministratori locali nella presunzione di tenerli così sotto schiaffo.
Per fortuna, proprio su quest´ultimo passaggio, l´operazione s´è incagliata. Ma ciò che sconcerta è la visione politica che si cela dietro questo modo di procedere. Una visione fondata sul corto circuito diretto fra il capo e il popolo, fuori e contro ogni regola di mediazione istituzionale e di rispetto degli organi della democrazia rappresentativa. Minaccia dalla quale non si stanca ora di mettere in guardia perfino un presidenzialista d´antan come Gianfranco Fini, un alleato che le intenzioni di Berlusconi conosce davvero da vicino.
Repubblica sul Darfur : ma c'e' differenza fra quei due tribunali
di Munello
"Bashir in Eritrea, sfida all'Onu.". Titola cosi' un articolo di ieri di Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica.
Nell'articolo si spiega che "Per la prima volta il presidente del Sudan sfida la Corte penale internazionale e varca i confini del suo paese per una visita ufficiale in Eritrea.... Colpito da un mandato di cattura emesso dalla Cpi de l'Aja il 4 marzo scorso, per crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Darfur, Omar al-Bashir gioca la sua battaglia tra timori concreti di un arresto e una vasta campagna diplomatica di solidarietà che trova consensi soprattutto in Africa e in gran parte del mondo arabo."
Peccato che il Tribunale penale internazionale di cui si parla e che ha emesso il mandato di cattura non sia quello dell'ONU, che pure ha sede a L'Aja, ma quello indipendente istituito con lo statuto di Roma da un gruppo di associazioni per i diritti umani e di Stati per perseguire individui colpevoli di crimini di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanita' e che oggi conta oltre 200 firmatari fra nazioni ed organizzazioni non governative.
L'ONU, insomma, con quel Tribunale non c'entra nulla, come ha spiegato anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon quando il mandato e' stato emesso. C'e invece una decisione del Consiglio di sicurezza che, dopo l'emissione del mandato, ha imposto un obbligo di cooperare al Sudan, mentre gli altri Stati sono stati semplicemente invitati a cooperare, il che significa che non sono tenuti giuridicamente a togliere a Bashir le immunita' di cui gode come Capo di stato in esercizio, come spiegato qualche settimana fa - sempre su Repubblica - dal magistrato Antonio Cassese.
www.osservatoriosullalegalita.org
marzo 24 2009
Ecco Giuseppe Candido, l'uomo che venerdì scorso ha ucciso a coltellate, nel bresciano, la sua ex fidanzata, Patrizia Maccarini.
(Ovviamente il Sole delle Alpi, alle sue spalle, è solo un dettaglio)
http://danielesensi.blogspot.com/
...A cosa stai pensando?
Io avrei anche potuto scrivere un pezzo polemico su Facebook
(non tanto su facebook in generale, quanto sulla mia pagina di facebook, che non mi assomiglia più)
(proprio come successe alla mia posta elettronica più meno intorno al 2001);
(ora voi non ricordate, piccoli, ma prima del 2001 uno poteva anche andare sulla posta elettronica perché aveva voglia di sentire come stavano i suoi amici);
(poi lo sa Dio cos'è successo:
alcuni amici si sono persi,
altri si sono iscritti alle mailing list sbagliate,
altri sono entrati nei gorghi delle catene di Sant'Antonio,
altri sono diventati i tuoi colleghi o peggio, i tuoi capi, e ricevere i loro messaggi ha smesso di essere divertente;
per non parlare di quando ha cominciato a piovere merda, semplicemente, tonnellate di viagra, cialis, penis enlargement e proposte nigeriane su qualsiasi cosa, e qualche casella di posta elettronica l'abbiamo lasciata andare così, sotto tonnellate di merda, e se lì sotto ci arriva ancora qualche imprevista lettera d'amore... è troppo tardi);
(così è con tutte le cose, su internet: bisogna arrivare presto, o comunque un po' prima che arrivi il grosso dell'utenza, perché dopo qualsiasi luogo interessante si trasforma nello stadio prima che canti Vasco Rossi o Irene Pausini, un tritacarne senza molto spazio per la tua individualità);
(ché poi io lo sapevo che sarebbe andata a finire così, infatti su FB non ci volevo nemmeno andare, ho aperto un profilo solo perché volevo capire da dove mi arrivavano gli accessi);
(me ne arrivavano parecchi, in effetti, FB è diventato uno dei posti che manda più lettori al blog di Leonardo, ed è il lettore più prezioso, quello occasionale, quello che arriva sull'onda di un passaparola, e mi sarebbe piaciuto capire l'onda da dove partisse; così ho aperto un profilo e ho scoperto, dannazione, che non si può);
(io in effetti potrei sommergere FB delle solite critiche che si sentono in giro, ma la verità è che l'unica cosa che davvero non mi va è questa: non poter sapere chi sta segnalando il mio prezioso blog ai suoi amici);
(questo mi dà una sensazione come di... avete presente quando ancora si usciva di casa e... vi accorgevate che qualcuno parlava di voi ma non riuscivate a sapere chi... come si diceva... ah, sì, “parlare alle spalle”);
(i più vecchi ricorderanno: una volta la gente parlava di te alle tue spalle, non nel senso che gli davi le spalle fisicamente, ma nel senso che parlavano di te male o bene (di solito male) senza che tu li potessi tracciare! Senza che tu potessi sentire quel che si dicevano! Senza che tu potessi intervenire con un commento! Era ben dura la vita fuori dai network, io me la ricordo);
(ecco, con FB questo si è rimesso a succedere; "avevo quasi dimenticato l'eccitazione del non sapere, il piacere dell'incertezza"... beh, non è divertente).
(o forse per colpa mia, che ho accettato chiunque volesse essere mio amico, anche se in verità non è che m'interessassero gli stracazzi di ottanta persone);
(e quindi è inutile che me la prenda con facebook se adesso sulla mia homepage ci sono degli sconosciuti che litigano sui preservativi del Papa o giocano al test “a che questionario inutile assomigli?”);
(se volevi che facebook continuasse a somigliare all'aperitivo coi tuoi amici di 10 anni fa dovevi essere più selettivo);
(ma poi chi lo sa cosa volevi veramente).
...ma proprio mentre stavo pensando a un pezzo così Davide Enia, un attore che non conoscevo, mi ha scritto su facebook, perché lui invece conosceva me e veniva a fare uno spettacolo a pochi chilometri da casa mia; così mi ha invitato;
e io ho pensato: mah, non è che abbia molto meglio da fare venerdì sera; così ci sono andato e mi sono divertito tantissimo, perché lui è proprio bravo, e alla fine mi sono fermato a ringraziarlo e mi ha ringraziato anche lui.
Per dire che a volte queste cose succedono. Qualche anno fa succedevano grazie ai blog; oggi piuttosto grazie a FB, ma fin che succedono – e ti svoltano la serata – non ha molto senso lamentarsi. Venerdì, a pochi chilometri da casa mia, in un piccolo teatro c'era un bello spettacolo, e io senza FB non l'avrei mai saputo.
E chissà quante altre cose mi sarei perso senza internet, negli ultimi 15 anni, chissà a questo punto chi sarei: magari uno di quelli che va accalcarsi allo stadio per ascoltare male la costosissima copia dal vivo di un disco brutto. Non ce l'ho con loro, però sono così felice di non essere cresciuto così.
E quindi, insomma, io potrei anche aver scritto un pezzo polemico su Facebook, ma soltanto perché sono un terribile ingrato. Certe volte devo ricordarmi di guardare al lato pieno del bicchiere.http://leonardo.blogspot.com/
Scommessa persa
Quattro anni fa, chiudendo un editoriale per Notizie Radicali dal titolo eccessivamente ottimista (Forse una destra decente è possibile, 27.5.2005), mi chiedevo se An avesse una qualche opportunità – grazie agli strappi e alle fughe in avanti del suo leader (sennò grazie a cos’altro?) – di diventare una destra aperta, riformatrice, laica e pienamente conquistata alle ragioni della liberaldemocrazia come non era stato impossibile per altre destre, in altri paesi europei. Mi rispondevo così: “Bisognerebbe riscrivere le Tesi di Fiuggi, e per farlo bisognerebbe affrontare un profondissimo travaglio interno. Cosa che è più facile da fare dopo una sconfitta politica, marciando nel deserto, che dopo una vittoria e occupando poltrone nei ministeri. È sulla previsione di una sconfitta alle politiche del 2006 che Fini prepara un’altra mutazione del suo partito?”.
Non lo sapremo mai: An rimase lontana solo poco più un anno all’opposizione, cadde il governo Prodi, la leadership del centrodestra in mano a Berlusconi ritornò fatto cogente. Rimanevano gli strappi di Fini – il suo viaggio in Israele e la sua definizione del fascismo come “male assoluto”, la proposta di dare il voto agli immigrati regolarizzati e i suoi tre sì su quattro al referendum sulla legge 40 – e rimanevano le Tesi di Fiuggi del 1995, insuperate fin nell’atto dello scioglimento di An per la confluenza in un Pdl che oggi le sottoscriverebbe: “Ci sentiamo eredi e siamo cultori della civiltà romana e di quella cristiana che ha le sue radici nel messaggio portato da Pietro a Roma e diffuso in Occidente e nel mondo intero. Siamo quindi attenti al magistero della Chiesa […] Promuovere dunque i valori che appartengono alla cultura cristiana. E questo, naturalmente, non in una prospettiva confessionale, ma nella consapevolezza che si tratta di valori umani e naturali. E che quindi possono essere difesi da tutti, laici o cattolici essi siano”.
Qui c’era la mano di quel Rebecchini che nel Msi fu per decenni il più titolato rappresentante dell’ala filoclericale, e che lasciò An proprio dopo quando Fini diede prova di essere troppo “laicista” su un tema sensibile come la fecondazione assistita. Paradossalmente – ma neanche tanto – l’attenzione al magistero della Chiesa è oggi ribadita con la voce grossa proprio dall’ultimo campione di quella “destra sociale” (lontana erede del “fascismo di sinistra” e altrimenti detta “destra di popolo”) che nella storia del Msi era stata meno contigua ai settori tradizionalisti: parlo di Alemanno, che dal palco dove An ha chiuso la sua esistenza ha ottenuto l’applauso più fragoroso quando ha citato Benedetto XVI.
Ero stato eccessivamente ottimista riguardo all’evoluzione culturale degli uomini del Msi anche un anno prima, quando sulle pagine de L’Indipendente diretto da Giordano Bruno Guerri scrivevo: “Cattolici (sedevacantisti, lefebvriani, tradizional-popolari, lepantisti, fascio-tradizionalisti, carlisti, neoborbonici, ecc.) e non cattolici (tradizionalcomunitari, evoliani, esoterici-ermetici, neopagani, guenoniani, «tradizionalisti-nontradizionalisti», ecc.). E oltre: conservatorismo e rivoluzionalismo, ribellismo e perbenismo, ateismo e spiritismo, nazionalismo e universalismo, corporativismo e liberismo, futurismo e dada. Non c’è «una» destra, le destre sono tante quante gli uomini che si dicono «di destra», e ciascuno d’essi ha la «sua» cultura: qui codina e bigotta, lì dissennata e insistematizzabile; qui movimentista, lì elitaria; qui accademica, lì ferocemente anti-accademica. L’unico valore comune a tutte è l’individualismo. E l’unico portato politico-culturale che nel terzo millennio questo individualismo può far proprio è il liberalismo, per non esaurirsi. A ben vedere, la cultura della «nuova destra» [con questo termine a L’Indipendente si vagheggiava “una destra liberale, liberista e anche libertaria” (G.B.G.)] non rimuove e non esorcizza le sue diverse anime […], ma vuole rinunciare alla Verità Assoluta. Comincia, ma lentamente, a capire che essa è intraducibile nel Nomos dello Stato Etico, ove l’individuo è Uno solo se organico” (La cosiddetta cultura di destra, 20.10.2004).
Indubbiamente ero troppo ottimista: mi illudevo circa una qualche lontana possibilità che i fascisti diventassero un po’ liberali, mentre – fatta eccezione per il loro (ormai ex) leader – possono al massimo aspirare a diventare dei democristiani. E manco dei migliori che abbiamo visto.http://malvino.ilcannocchiale.it/
 CONTI SEMBRA CHE STIA PENSANDO...E ORA COME FACCIO A PAGARE IL 15% DI DIVIDENDO AI MIEI INVESTITORI? SEMPLICE, AUMENTO LE BOLLETTE BLOCCANDO LE TARIFFE!!! ECCO CHE MI SPACCIO DA SALVATORE DEL POPOLO E INVECE ...AHAHAHAHAH
Conti, il manager di enel non si smentisce mai. Uno dei più discussi manager che abbiamo in Italia.
Dopo aver acquistato Endesa nel 2007 pagandola il doppio di quello che oggi vale
Dopo aver acquistato un ulteriore quota di endesa strapagandola poche settimane fa
Dopo aver avuto un ruolo che ancora non si capisce nella vendita d Wind ad AlSawiris
Dopo aver fatto salire a dismisura l'indebitamento della società Enel
Dopo aver costretto milioni di italiani a pagare delle bollette elettriche più care d'Europa
Dopo aver costretto migliaia di imprenditori a pagare l'energia più cara che nel resto d'europa, creando disoccupazione e distruzione di valore,
Dopo aver impoverito l'azienda pagando dividendi mostruosi da anni,
Dopo aver deciso di fare un aumento di capitale (facendo crollare il titolo da 8,5 euro a 3,4) da 8 miliardi per permettere il pagamento di dividendio stratosferici
Dopo aver scelto fra gli advisors dell'aumento di capitale niente popo di meno che la quasi fallita UBS
ECCO CHE IL NOSTRO CONTI IN QUESTI GIORNI DA IL MEGLIO DI SE:
Infatti migliaia di ragazze al call center di Enel stanno tempestando gli italiani spingendoli a sottoscrivere un NUOVO piano tariffario che rimarrà fisso per due anni (tasse escluse)
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L'OFFERTA SI CHIAMA : TUTTO COMPRESO
Con Energia Tutto Compreso hai un prezzo comprensivo di tutto salvo imposte e puoi conoscere in anticipo la tua spesa mensile di energia elettrica, perché sarai stato tu a scegliere, secondo le tue esigenze di consumo.
L'offerta è disponibile in tre taglie:
Small fino 100 kWh/mese, 12 euro mensili
per ogni kWh consumato oltre 100 kWh/mese, si applica un importo unitario di 0,24 euro
Medium fino a 225 kWh/mese, 28 euro mensili
per ogni kWh consumato oltre 225 kWh/mese, si applica un importo unitario di 0,28 euro
Large fino a 300 kWh/mese, 44 euro mensili
per ogni kWh consumato oltre 300 kWh/mese, si applica un importo unitario di 0,32 euro
I prezzi sono comprensivi di tutto imposte escluse e sono fissi ed invariabili per 24 mesi a partire dalla data di efficacia del contratto.
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allora vi voglio invitare, cari lettori, a due considerazioni:
1) Ma lo sapete che se vi allontanate da casa per una settimana o per due mesi (ad esempio andando in vacanza) pagate lo stesso. Ovvero pagate anche se non consumate.
Inoltre se in un mese consumate molto meno...pagate lo stesso. E vado avanti...se consumate di più, il costo per chilowattora esplode (è BEN IL DOPPIO).
2) Gas e e luce, bollette meno care da aprile
Da Il Corriere della Sera: In arrivo bollette meno care per le famiglie italiane grazie al calo del petrolio. Le tariffe di metano e elettricità, legate alle performance dell'energia, hanno già iniziato a inglobare il ribasso. E stando alle prime stime fornite da Nomisma Energia si parla di un 8,1% in meno per il metano e di un 3,1% in meno per l'elettricità. Se queste cifre venissero confermate dall'Autorità per l'energia, a conti fatti i risparmi di spesa all'anno sarebbero di circa 104 euro. Una riduzione significativa che arriverebbe dopo ben cinque trimestri consecutivi di rincari. Ora vi rendete conto....il Signor Conti vi blocca i prezzi delle tariffe in modo tale che eventuali discese dei prezzi NON VERRANNO A VOSTRO BENEFICIO....
Ecco come un'azienda mezza statale aiuta il cittadino che paga le tasse.
SIAMO MOLTO STUFI DI QUESTA SITUAZIONE. Altro che banche...vorrei vedere lo stipendio e i bonus di questo manager CONTI. e valutare se ha fatto fino ad oggi un buon lavoro.
MERCATO LIBERO DICE DI NO! http://www.ilpunto-borsainvestimenti.blogspot.com/
Egregio presidente Gianfranco Fini,
ho ascoltato con attenzione il suo discorso di ieri al congresso con il quale Alleanza Nazionale confluisce nel Popolo delle Libertà. Ho apprezzato i suoi toni consoni all’importante incarico istituzionale che ricopre, e ho condiviso o riconosciuto l’importanza di molti dei passaggi del suo intervento.
In particolare ho apprezzato, nelle sue parole, il netto e inequivocabile approdo di AN a un sistema di valori che lei sintetizza in quelli costituenti il Partito Popolare Europeo. Ho condiviso passaggi come quelli sulla centralità della legalità come percorso di approdo dal tradizionale “legge e ordine” delle destre reazionarie. Inoltre mi ha fatto piacere, nonostante abbia delle obiezioni, il suo desiderio che in futuro, in una manifestazione come quella promossa da Don Luigi Ciotti a Napoli sabato, possano sfilare anche le bandiere del PdL. Soprattutto ho condiviso il passaggio sulla piena integrazione degli immigrati nell’Italia del futuro e sulla convivenza ineludibile tra culture e religioni diverse.
Tuttavia non posso non notare alcune debolezze. Presidente, la sua giusta preoccupazione per la legalità è condivisa dal capo del suo partito nonché presidente del Consiglio Silvio Berlusconi? È condivisa dal braccio destro di questo, Marcello dell’Utri, condannato per estorsione in concorso col capomafia trapanese Vincenzo Virga? Personalmente non ricordo una sola misura, un solo decreto legge (strumento che lei giustamente critica), ma neanche un solo riferimento (anzi) in 15 anni che abbia mai mostrato che a Silvio Berlusconi la legalità stia a cuore. Nel merito la PdL continuerà a votare pregiudizialmente contro ogni richiesta di autorizzazione a procedere per ogni politico inquisito o vorrà prima o poi entrare nel merito?
Egregio presidente, non ho potuto non notare la freddezza che ha accolto la maggior parte del suo discorso (alla fine Ignazio La Russa ha dovuto chiedere espressamente un altro applauso che prolungasse la timidezza e brevità del primo) e il vero silenzio di tomba che hanno incontrato i passaggi sull’integrazione degli immigrati.
Temo presidente che non solo il suo punto di vista in tema di immigrazione non sia in sintonia con quello dell’altro partito che compone la coalizione di governo, la Lega Nord, ma tuttora non sia in sintonia con la cultura del suo partito presente e con la gestione dell’allarme sociale sulla quale il suo partito futuro costruisce da anni una parte importante del suo consenso elettorale. Lei è davvero convinto che la destra abbia voglia di misurarsi con la “sfida della società multietnica”?
Temo presidente che tanto più lei si esprime da uomo di Stato tanto meno lei sia in sintonia con i motivi di pancia che hanno decretato il successo della coalizione presieduta da Silvio Berlusconi. Sono passati appena 16 mesi da quando lei ha detto che Berlusconi era “alle comiche finali”. Lei oggi non può credere che Berlusconi sia compatibile con la primazia della legalità e che l’integrazione degli immigrati sia compatibile con la Lega Nord e perfino con quella sala che ieri ha accolto gelidamente tale riferimento nel suo intervento.
Vorrei che così non fosse, ma temo che il suo parlare da uomo di Stato, le sue parole condivisibili, siano solo un ipocrita gioco delle parti.http://www.gennarocarotenuto.it/6651-pdl-un-paio-di-domande-a-gianfranco-fini/#more-6651
Egregio presidente Gianfranco Fini,
ho ascoltato con attenzione il suo discorso di ieri al congresso con il quale Alleanza Nazionale confluisce nel Popolo delle Libertà. Ho apprezzato i suoi toni consoni all’importante incarico istituzionale che ricopre, e ho condiviso o riconosciuto l’importanza di molti dei passaggi del suo intervento.
In particolare ho apprezzato, nelle sue parole, il netto e inequivocabile approdo di AN a un sistema di valori che lei sintetizza in quelli costituenti il Partito Popolare Europeo. Ho condiviso passaggi come quelli sulla centralità della legalità come percorso di approdo dal tradizionale “legge e ordine” delle destre reazionarie. Inoltre mi ha fatto piacere, nonostante abbia delle obiezioni, il suo desiderio che in futuro, in una manifestazione come quella promossa da Don Luigi Ciotti a Napoli sabato, possano sfilare anche le bandiere del PdL. Soprattutto ho condiviso il passaggio sulla piena integrazione degli immigrati nell’Italia del futuro e sulla convivenza ineludibile tra culture e religioni diverse.
Tuttavia non posso non notare alcune debolezze. Presidente, la sua giusta preoccupazione per la legalità è condivisa dal capo del suo partito nonché presidente del Consiglio Silvio Berlusconi? È condivisa dal braccio destro di questo, Marcello dell’Utri, condannato per estorsione in concorso col capomafia trapanese Vincenzo Virga? Personalmente non ricordo una sola misura, un solo decreto legge (strumento che lei giustamente critica), ma neanche un solo riferimento (anzi) in 15 anni che abbia mai mostrato che a Silvio Berlusconi la legalità stia a cuore. Nel merito la PdL continuerà a votare pregiudizialmente contro ogni richiesta di autorizzazione a procedere per ogni politico inquisito o vorrà prima o poi entrare nel merito?
Egregio presidente, non ho potuto non notare la freddezza che ha accolto la maggior parte del suo discorso (alla fine Ignazio La Russa ha dovuto chiedere espressamente un altro applauso che prolungasse la timidezza e brevità del primo) e il vero silenzio di tomba che hanno incontrato i passaggi sull’integrazione degli immigrati.
Temo presidente che non solo il suo punto di vista in tema di immigrazione non sia in sintonia con quello dell’altro partito che compone la coalizione di governo, la Lega Nord, ma tuttora non sia in sintonia con la cultura del suo partito presente e con la gestione dell’allarme sociale sulla quale il suo partito futuro costruisce da anni una parte importante del suo consenso elettorale. Lei è davvero convinto che la destra abbia voglia di misurarsi con la “sfida della società multietnica”?
Temo presidente che tanto più lei si esprime da uomo di Stato tanto meno lei sia in sintonia con i motivi di pancia che hanno decretato il successo della coalizione presieduta da Silvio Berlusconi. Sono passati appena 16 mesi da quando lei ha detto che Berlusconi era “alle comiche finali”. Lei oggi non può credere che Berlusconi sia compatibile con la primazia della legalità e che l’integrazione degli immigrati sia compatibile con la Lega Nord e perfino con quella sala che ieri ha accolto gelidamente tale riferimento nel suo intervento.
Vorrei che così non fosse, ma temo che il suo parlare da uomo di Stato, le sue parole condivisibili, siano solo un ipocrita gioco delle parti.http://www.gennarocarotenuto.it/6651-pdl-un-paio-di-domande-a-gianfranco-fini/#more-6651
Contendere l'Italia, finalmente
E' l'auspicio di Aldo Schiavone e del suo ultimo libro, pubblicato da Laterza (L'Italia contesa. Sfide politiche ed egemonia culturale). La fine del berlusconismo è imminente, sostiene Schiavone, alla luce del profondo cambiamento di fase che in economia è rappresentato dalla crisi. Il suo tempo è venuto, insomma, al di là della coda di successi elettorali che lo accompagna: è finita l'epoca del privato fine a se stesso, del «paradigma debole» della politica, della critica alla statualità e dell'attacco alla democrazia. All'interno di questo quadro radicalmente mutato e alla fine di un ciclo che non riguarda solo l'Italia, la sinistra deve ritrovare se stessa, senza guardare al passato, ridefinendo una programma di equità, puntando non sull'«Italina» che abbiamo ereditato, ma sulla «nuova socialità» di tipo qualitativo che possiamo immaginare per il nostro futuro, in un Paese molto diverso dal punto di vista demografico, sulla «solidarietà fra le generazioni», in un percorso nel quale la «valorizzazione di sé passi per forme diverse dall'acquisizione proprietaria». Una «nuova idea di eguaglianza» per interpretare quello spazio politico vuoto che, secondo Schiavone, si sta spalancando di fronte a noi. Schiavone non lo dice ma parla di Obama e del tempo nuovo che forse arriverà anche qui, anche da noi, anche in Italia. Chissà se anche noi avremo il Principe che l'autore descrive e, soprattutto, se qualcuno, all'interno del Pd, lo prenderà in considerazione. Chissà. http://www.civati.splinder.com/
Obiezione
By giuseppearagno
E’ tutto lì, sul minacciato web. Può sembrare vita virtuale, ma è dolore, ferocia, barbarie: Genova, il sangue sul selciato, la furia cilena di Bolzaneto e, in un crescendo, la guerra contrabbandata per pace e la Costituzione violata, il cittadino espropriato del diritto di eleggere i suoi rappresentanti in Parlamento, l’ecatombe d’immigrati nel “mare nostrum“, il diritto d’asilo negato, la scuola, l’università e la ricerca ridotte alla fame, i poliziotti alla testa di bande fasciste a Piazza Navona. Tutto lì, come l’Europa di Altiero Spinelli trasformata in braccio armato del capitale, pronta a dar segno di sé solo quando una qualche sanguisuga s’inventa direttive alla Bolkestein per alterare il rapporto tra capitale e lavoro, i grandi commissari del Fondo Monetario Internazionale decidono della fame e della sete, i cervelloni di Lisbona mercificano il sapere e i tecnocrati che governano la finanza europea fanno da cerniera tra crisi, profitto e sfruttamento. Tutto lì sul minacciato web: i sacrifici imposti per alimentare la rapina delle banche, l’ingiunzione a lavorare di più e a rinunziare a diritti, salari, sicurezza e futuro.
Il nemico, ci dicono è Bin Laden, il nemico Saddam Hussein, il nemico è il terrorismo, il nemico è il clandestino, il nemico è il rumeno, che si tiene in galera anche se è innocente, il nemico è il relativismo, il nemico è papà Englaro. Una guerra dietro l’altra, un fantasma suscitato ad arte con una menzogna nuova orchestrata dai media, appena la paura di ieri non funziona più. E siamo ad oggi: città blindate contro l’impotente rabbia indigena e ghetti messi su da un giorno all’altro per ficcarci dentro le speranze immigrate e farne disperazione. A far da collante, la paura. Una paura che cresce, che si alimenta, che cancella i problemi e il senso delle cose. Un vuoto riempito di un nulla che genera i mostri dell’istinto e spegne la luce della ragione.
Non è un’aquila e recita da guitto quando scopre le carte - “dalle parole ora passiamo ai fatti” - né, a contenerne la vena reazionaria, basta Gelmonti, interprete maliziosa dell’asino in mezzo ai suoni: Brunetta è scatenato e, mentre la polizia tiene cattedra all’università insegnando a suon di botte agli studenti che il diritto di manifestare il dissenso non esiste più, fa il primo violino della banda Berlusconi e detta i ritmi della nuova solfa. Da quando governa lui, infatti, gli studenti in lotta per la formazione e la ricerca sono diventati “guerriglieri” e come tali vanno trattati. Certo, stando abilmente nel gioco delle parti, Gelmonti prova a frenare: “conoscete il ministro Brunetta, usa toni duri solo per provocare…”. Ma il violino non ci sta, si arruffa e sbuffa e oppone la forza al diritto e alla partecipazione.
Sembra sia passata parola: l’Europa è una pentola a pressione: In Grecia lo scontro sociale tende a farsi rivolta, a Barcellona la notte brucia e qui da noi, dopo Piazza Navona, Napoli e Torino, la destra estrema tiene la piazza con spranga e coltello. Morde, fugge, poi torna a colpire. E se nella Francia rivoluzionaria per ora l’attacco alla formazione s’è fermato di fronte alla protesta che dilaga, nell’Italia in balia dei leghisti una direttiva del ministro Maroni esilia il conflitto sociale nell’estrema periferia e chiude strade e piazze a scioperi e cortei.
Qual che sia l’esito dello scontro, un dato emerge da tempo disarmante: qui da noi i grandi assenti in questa stagione di lotte sono gli insegnanti. L’avvocato Gelmonti non ci ha messo molto a capirlo e procede come uno schiacciasassi e s’inventa una nuova e più pesante discriminazione: Il tetto del 30% per gli immigrati presenti in una scuola.
Chi attende che nasca un regime, aspetterà per molto. La democrazia, pugnalata alla schiena, è entrata in coma. Per impedire che muoia, occorre reagire. Il rispetto della legge è un alibi che non regge: alle disposizioni ingiuste, ai provvedimenti fatti apposta per colpire i deboli, si risponde col rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce. La Cgil sembra averlo capito e con un suo appello invita all’obiezione. Sono mesi che noi di “Fuoriregistro” battiamo sul tasto dell’obiezione e ne siamo convinti: la via è questa. E, tuttavia, non basta. Occorre aggregare tutte le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, fare quadrato attorno alla Costituzione come fa quadrato il soldato costretto sull’ultima spiaggia. Occorre saper dire di no e, allo stesso tempo, ammonire: siamo pronti a lottare. Noi ci portiamo dentro una certezza; nasce dalle immutabili leggi della storia e non ci sono dubbi: non vinceremo subito, ma vinceremo.
Uscito su “Fuoriegistro” il 21 marzo 2009
http://giuseppearagno.wordpress.com/2009/03/22/obiezione/
Obiezione
By giuseppearagno
E’ tutto lì, sul minacciato web. Può sembrare vita virtuale, ma è dolore, ferocia, barbarie: Genova, il sangue sul selciato, la furia cilena di Bolzaneto e, in un crescendo, la guerra contrabbandata per pace e la Costituzione violata, il cittadino espropriato del diritto di eleggere i suoi rappresentanti in Parlamento, l’ecatombe d’immigrati nel “mare nostrum“, il diritto d’asilo negato, la scuola, l’università e la ricerca ridotte alla fame, i poliziotti alla testa di bande fasciste a Piazza Navona. Tutto lì, come l’Europa di Altiero Spinelli trasformata in braccio armato del capitale, pronta a dar segno di sé solo quando una qualche sanguisuga s’inventa direttive alla Bolkestein per alterare il rapporto tra capitale e lavoro, i grandi commissari del Fondo Monetario Internazionale decidono della fame e della sete, i cervelloni di Lisbona mercificano il sapere e i tecnocrati che governano la finanza europea fanno da cerniera tra crisi, profitto e sfruttamento. Tutto lì sul minacciato web: i sacrifici imposti per alimentare la rapina delle banche, l’ingiunzione a lavorare di più e a rinunziare a diritti, salari, sicurezza e futuro.
Il nemico, ci dicono è Bin Laden, il nemico Saddam Hussein, il nemico è il terrorismo, il nemico è il clandestino, il nemico è il rumeno, che si tiene in galera anche se è innocente, il nemico è il relativismo, il nemico è papà Englaro. Una guerra dietro l’altra, un fantasma suscitato ad arte con una menzogna nuova orchestrata dai media, appena la paura di ieri non funziona più. E siamo ad oggi: città blindate contro l’impotente rabbia indigena e ghetti messi su da un giorno all’altro per ficcarci dentro le speranze immigrate e farne disperazione. A far da collante, la paura. Una paura che cresce, che si alimenta, che cancella i problemi e il senso delle cose. Un vuoto riempito di un nulla che genera i mostri dell’istinto e spegne la luce della ragione.
Non è un’aquila e recita da guitto quando scopre le carte - “dalle parole ora passiamo ai fatti” - né, a contenerne la vena reazionaria, basta Gelmonti, interprete maliziosa dell’asino in mezzo ai suoni: Brunetta è scatenato e, mentre la polizia tiene cattedra all’università insegnando a suon di botte agli studenti che il diritto di manifestare il dissenso non esiste più, fa il primo violino della banda Berlusconi e detta i ritmi della nuova solfa. Da quando governa lui, infatti, gli studenti in lotta per la formazione e la ricerca sono diventati “guerriglieri” e come tali vanno trattati. Certo, stando abilmente nel gioco delle parti, Gelmonti prova a frenare: “conoscete il ministro Brunetta, usa toni duri solo per provocare…”. Ma il violino non ci sta, si arruffa e sbuffa e oppone la forza al diritto e alla partecipazione.
Sembra sia passata parola: l’Europa è una pentola a pressione: In Grecia lo scontro sociale tende a farsi rivolta, a Barcellona la notte brucia e qui da noi, dopo Piazza Navona, Napoli e Torino, la destra estrema tiene la piazza con spranga e coltello. Morde, fugge, poi torna a colpire. E se nella Francia rivoluzionaria per ora l’attacco alla formazione s’è fermato di fronte alla protesta che dilaga, nell’Italia in balia dei leghisti una direttiva del ministro Maroni esilia il conflitto sociale nell’estrema periferia e chiude strade e piazze a scioperi e cortei.
Qual che sia l’esito dello scontro, un dato emerge da tempo disarmante: qui da noi i grandi assenti in questa stagione di lotte sono gli insegnanti. L’avvocato Gelmonti non ci ha messo molto a capirlo e procede come uno schiacciasassi e s’inventa una nuova e più pesante discriminazione: Il tetto del 30% per gli immigrati presenti in una scuola.
Chi attende che nasca un regime, aspetterà per molto. La democrazia, pugnalata alla schiena, è entrata in coma. Per impedire che muoia, occorre reagire. Il rispetto della legge è un alibi che non regge: alle disposizioni ingiuste, ai provvedimenti fatti apposta per colpire i deboli, si risponde col rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce. La Cgil sembra averlo capito e con un suo appello invita all’obiezione. Sono mesi che noi di “Fuoriregistro” battiamo sul tasto dell’obiezione e ne siamo convinti: la via è questa. E, tuttavia, non basta. Occorre aggregare tutte le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, fare quadrato attorno alla Costituzione come fa quadrato il soldato costretto sull’ultima spiaggia. Occorre saper dire di no e, allo stesso tempo, ammonire: siamo pronti a lottare. Noi ci portiamo dentro una certezza; nasce dalle immutabili leggi della storia e non ci sono dubbi: non vinceremo subito, ma vinceremo.
Uscito su “Fuoriegistro” il 21 marzo 2009
http://giuseppearagno.wordpress.com/2009/03/22/obiezione/
Il trilione di Obama
ALESSANDRO CARRERA
Il piano di salvataggio delle banche che l’amministrazione Obama ha reso pubblico ieri mattina – un valore complessivo intorno al trilione di dollari – per il momento sembra funzionare.
La borsa ha risposto positivamente e se è vero che il mercato ha l’ultima parola, anche i critici la devono rispettare. Sembra superata la pessima figura che lo scandalo Aig aveva fatto fare alla Casa Bianca. Erano in molti a temere che il tallone di Achille dell’amministrazione Obama fosse proprio il suo team economico.
La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato lo scoprire che Tim Geithner, ministro del tesoro, era venuto a sapere a cose fatte che qualcuno del suo staff, peraltro ristrettissimo (Geithner non è riuscito ancora a nominare i suoi vice), aveva autorizzato il senatore democratico Chris Dodd a specificare che tutti i contratti dei grandi dirigenti firmati prima del 19 febbraio 2009 andavano onorati, inclusi i 165 milioni di dollari ai manager di quella stessa Aig ormai di fatto nazionalizzata. In campagna elettorale Dodd ha ricevuto 44 milioni di dollari dall’Aig, e se la vedrà con il suo elettorato, ma ormai anche questa è acqua passata. quasi tutti i componenti del team economico sono chi più chi meno coinvolti con il passato regime, e la loro lealtà è divisa tra la cultura del denaro selvaggio che hanno respirato per anni e la dura necessità di cambiare rotta. Non solo devono andare contro se stessi e la loro fede nel libero mercato, ma anche contro la supercasta dirigenziale con la quale fino a ieri hanno diviso pranzo e cena.
La questione ruota intorno alla necessità se nazionalizzare o no le banche più esposte. In un intervista concessa prima dello scandalo Aig, Geithner ha espresso tutta la sua riluttanza alla nazionalizzazione, proponendo invece uno stress test: misurare fino a che punto le banche riescono a resistere senza intervento governativo, per correre in aiuto delle più deboli. Geithner pensava di mettere a disposizione 250 milioni di dollari per l’acquisto dei titoli tossici.
Ma presto si è arrivati a ben altre cifre: 100 miliardi subito, 500 previsti, con la possibilità di toccare i mille se necessario.
Eppure si tratta di un piano prudente, e che evita la nazionalizzazione sostituendola con la partnership.
All’epoca della crisi asiatica di dieci anni fa Geithner, presidente della New York Fed, era intervenuto in modo deciso, utilizzando come disse lui stesso l’equivalente economico della dottrina Powell in campo militare: uso massiccio e immediato di tutte le forze in campo.
Ma Geithner e Obama hanno deciso che questa volta la dottrina Powell non si può applicare. Nel caso della crisi asiatica le risorse erano arrivate dal Fondo Monetario Internazionale, non dagli elettori ai quali Obama e il Congresso devono rispondere. Ma nessuno aveva previsto l’intensità del furore popolare sollevato alla notizia dei 165 milioni in bonus intascati dai dirigenti Aig.
Mentre alcuni manager ricevevano minacce di morte, il Congresso (repubblicani compresi) ha votato una tassa del 90 per cento sui bonus già ricevuti. Perfino Alan Greenspan ha ammesso a denti stretti che una volta ogni cento anni capita che si debbano nazionalizzare le banche. Ma poteva essere l’ultima trappola tesa dai repubblicani: nazionalizzate le banche, voi democratici, e al vostro primo errore sarete spacciati. Geithner e Obama hanno dunque preferito la prudenza. Per come è strutturato il sistema americano, nessuno sa che cosa fare di una banca dopo che è stata nazionalizzata. Quale dev’essere il coinvolgimento del governo nella gestione? Ci vogliono nuovi dirigenti? Chi li sceglie? Si possono lasciare al loro posto gli attuali manager, che continuano a pretendere i loro stipendi faraonici come tossicodipendenti che non rinunciano all’ultimo tiro di coca? (Il paragone è più letterale di quello che sembra.) La nazione intera ha scoperto di avere bisogno di un’iniezione di socialismo, ma non ha ancora idea di quali saranno gli effetti collaterali.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
Il capume della Gannet ha ricevuto circa due milioni di dollari in bonus, proprio mentre - per ridurre i costi - tagliava le redazioni a raffica. Ecco, io sono convinto che la metà degli amministrativi possa essere proficuamente sostituita da un foglio di Excel adeguatamente configurato, mentre è abbastanza difficile fare giornali senza reporter. In più i fogli Excel di solito non ragionano con in testa solo l'obiettivo critico per massimizzare il proprio bonus.
Huffington Post
http://giornalismoparma.typepad.com/
Il capume della Gannet ha ricevuto circa due milioni di dollari in bonus, proprio mentre - per ridurre i costi - tagliava le redazioni a raffica. Ecco, io sono convinto che la metà degli amministrativi possa essere proficuamente sostituita da un foglio di Excel adeguatamente configurato, mentre è abbastanza difficile fare giornali senza reporter. In più i fogli Excel di solito non ragionano con in testa solo l'obiettivo critico per massimizzare il proprio bonus.
Huffington Post
http://giornalismoparma.typepad.com/
Secondo il WSJ in Texas la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin potrebbe scomparire o essere pesantemente messa in discussione nei libri scolastici. A fine settimana il Texas School Board, l'organismo che dirige il dipartimento dell'educazione primaria e secondaria del secondo Stato americano, voterà una risoluzione che imporrà agli insegnanti di porre in discussione la teoria scientifica che spiega l'evoluzione della vita. Il presidente del Board, il repubblicano di tendenza social conservative Don McLeroy, un dentista, reputa che la vita sulla Terra sia stata creata da Dio poco meno di 10 mila anni fa, e definisce il voto una pietra miliare.
All'interno del Board c'è una situazione di grande equilibrio. All'interno del consesso, composto da 15 membri eletti, ci sono 7 social conservatives schierati su posizioni anti evoluzione, mentre gli altri 8 si suddividono tra repubblicani moderati e democratici schierati su posizioni progressiste. Il Gop del Texas ha votato recentemente una risoluzione, affinché i tre repubblicani moderati dello School Board votino la risoluzione presentata dal chairman McLeroy.
Il Texas è il secondo mercato nazionale per i libri di testo scolastici, e se i libri di biologia dovessero essere riscritti, ciò avrebbe un grande impatto sulla manualistica da adottare negli Stati vicini.
Steven Newton, direttore del National Center for Science Education, ha definito l'iniziativa del Texas School Board " the most specific assault I've seen against evolution and modern science".
Il tema è molto controverso negli Stati Uniti, e le indagini demoscopiche sono abbastanza contrastanti. Gallup realizza costantemente indagini sulla teoria di Darwin. L'ultimo sondaggio rilevava che il 39% crede nell'evoluzione, il 25% no mentre il 36% non ha un'opinione. C'è una f orte correlazione con il grado di istruzione: tra chi ha ottenuto un titolo di studio post college il 76% è sostenitore della teoria di Darwin, mentre tra chi al massimo è andato il liceo la maggioranza non crede all'evoluzione. Secondo un'altra indagine di Gallup, la differenza su Darwin riflette uno schema di divisione partitica. I repubblicani sono in maggioranza creazionisti, mentre i democratici e gli indipendenti credono in Darwin, anche se molti tra loro credono che comunque Dio abbia avuto un ruolo nel processo evolutivo. http://andreamollica.blogspot.com/
Secondo il WSJ in Texas la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin potrebbe scomparire o essere pesantemente messa in discussione nei libri scolastici. A fine settimana il Texas School Board, l'organismo che dirige il dipartimento dell'educazione primaria e secondaria del secondo Stato americano, voterà una risoluzione che imporrà agli insegnanti di porre in discussione la teoria scientifica che spiega l'evoluzione della vita. Il presidente del Board, il repubblicano di tendenza social conservative Don McLeroy, un dentista, reputa che la vita sulla Terra sia stata creata da Dio poco meno di 10 mila anni fa, e definisce il voto una pietra miliare.
All'interno del Board c'è una situazione di grande equilibrio. All'interno del consesso, composto da 15 membri eletti, ci sono 7 social conservatives schierati su posizioni anti evoluzione, mentre gli altri 8 si suddividono tra repubblicani moderati e democratici schierati su posizioni progressiste. Il Gop del Texas ha votato recentemente una risoluzione, affinché i tre repubblicani moderati dello School Board votino la risoluzione presentata dal chairman McLeroy.
Il Texas è il secondo mercato nazionale per i libri di testo scolastici, e se i libri di biologia dovessero essere riscritti, ciò avrebbe un grande impatto sulla manualistica da adottare negli Stati vicini.
Steven Newton, direttore del National Center for Science Education, ha definito l'iniziativa del Texas School Board " the most specific assault I've seen against evolution and modern science".
Il tema è molto controverso negli Stati Uniti, e le indagini demoscopiche sono abbastanza contrastanti. Gallup realizza costantemente indagini sulla teoria di Darwin. L'ultimo sondaggio rilevava che il 39% crede nell'evoluzione, il 25% no mentre il 36% non ha un'opinione. C'è una f orte correlazione con il grado di istruzione: tra chi ha ottenuto un titolo di studio post college il 76% è sostenitore della teoria di Darwin, mentre tra chi al massimo è andato il liceo la maggioranza non crede all'evoluzione. Secondo un'altra indagine di Gallup, la differenza su Darwin riflette uno schema di divisione partitica. I repubblicani sono in maggioranza creazionisti, mentre i democratici e gli indipendenti credono in Darwin, anche se molti tra loro credono che comunque Dio abbia avuto un ruolo nel processo evolutivo. http://andreamollica.blogspot.com/
Grecia : fine pena mai o fine vita subito ?
di Doriana Goracci
Una faccia una razza, quella del Mediterraneo, si dice… E vediamo cosa succede su questi bastimenti traghetti barche che solcano il Mare Nostrum…
Secondo quanto riportato da diversi media, la prigioniera Katerina Goulioni, prigioniera e attivista per i diritti dei prigionieri, è morta durante un trasferimento, sotto “custodia” della polizia. Gli ultimi aggiornamenti da Indymedia Atene rivelano che Katerina si trovava insieme a vari altri prigionieri sulla nave che li avrebbe dovuti trasferire al carcere di Creta. Insieme a loro anche un detenuto fascista, Periandro, che fuori dalla nave aveva in precedenza attaccato il prigioniero anarchico Yannis Dimitrakis, attualmente in ospedale, per essere poi malmenato dagli altri prigionieri.
Katerina si trovava insieme a vari altri detenuti sul traghetto dal Pireo a Creta, per essere trasferita dalla prigione di Thiva dove era rinchiusa precedentemente. Le guardie l’avevano fatta sedere a 15 posti di distanza dagli altri reclusi, con le braccia bloccate dietro la schiena. Alle 6 della mattina Katerina veniva trovata morta; secondo le testimonianze degli altri prigionieri riportava segni di duri colpi sul volto.
Il patologo si rifiuta di fornire alcuna informazione prima del rapporto ufficiale, per il quale bisognerà attendere la prossima settimana. I prigionieri del carcere di Thiva hanno subito iniziato a rifiutare i pasti. Katerina era stata punita diverse volte con l’isolamento per la sua attività di difesa dei diritti dei prigionieri.
In un rapporto di Amnesty Italia del 2008 sulla Grecia leggo che: “La Grecia non ha concesso asilo alla maggior parte delle persone che lo avevano richiesto. I migranti sono stati sottoposti a maltrattamenti ed è proseguita la pratica di detenere arbitrariamente e per lungo tempo i richiedenti asilo, inclusi minorenni. Sono aumentate le denunce di maltrattamenti durante il fermo di polizia. Solitamente le vittime di tale trattamento appartenevano a gruppi emarginati. Sono stati riferiti casi di decesso durante la detenzione. Le autorità non hanno riconosciuto la condizione di persona vittima della tratta a donne e ragazze che, pertanto, non hanno potuto esercitare i propri diritti alla protezione e all’assistenza. Obiettori di coscienza sono stati perseguiti e i soldati di leva non sono stati informati del proprio diritto a svolgere un servizio alternativo. Contro la comunità rom sono stati eseguiti sgomberi forzati. È entrata in vigore una nuova legge per contrastare la violenza domestica”.
Scriveva Anna C. Orlandi per il caso dell’estradizione dall’Italia a Zanotti: “La situazione delle carceri rappresenta per la Grecia, come per l’Italia, una zona d’ombra, spesso oggetto di articoli sui giornali e soprattutto nel mirino delle raccomandazioni da parte del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, delle pene e dei comportamenti inumani (CPT), istituito nel 1988, grazie all’entrata in vigore della Convenzione Europea per la prevenzione della Tortura (1987)…La risposta del governo, alle osservazioni del Comitato, è stata puntuale, ma il sovraffollamento e la mancanza di nuovi istituti di detenzione non aiutano al miglioramento delle condizioni carcerarie e Amnesty International continua a riscontrare il mancato rispetto dei diritti umani dei detenuti. Attualmente la popolazione carceraria è di circa 10.113 detenuti, di cui il 5,7% donne e il 4,3% giovani, a fronte di 30 istituti di detenzione, con una capacità di accoglienza di soli 8.019 detenuti e quindi con un livello di sovraffollamento pari al 126% (Prison Brief for Greece - International Centre for Prisons Studies, dati relativi a fine settembre 2006). A contribuire all’aumento della popolazione carceraria in questi anni vi è stato l’abbondante flusso di immigrazione che ha investito la Grecia, quale paese di grande affluenza migratoria: oggi, infatti, gli stranieri presenti nelle carceri greche sono circa il 41% del totale della popolazione carceraria”.
E da PeaceReporter-Fine pena mai: …in Grecia i detenuti chiedono migliori condizioni di prigionia e una revisione del codice penale ellenico, in Italia lo scopo della protesta è la campagna ‘Mai dire mai’, per l’abolizione dell’ergastolo. Le mobilitazione in Grecia coinvolge 21 prigioni, anche dei bracci femminili e delle carceri minorili. Lo sciopero è iniziato con la consegna da parte dei detenuti di una lettera alle autorità nella quale descrivono la situazione ‘medievale’ dei penitenziari. Il problema di fondo è il sovraffollamento: in Grecia sono detenute tra le 12mila e le 14mila persone, in strutture che possono ospitarne massimo 7.500. Inoltre, all’interno dei penitenziari, il personale medico è quasi inesistente. Secondo i dimostranti questo spiegherebbe la morte, solo nel 2007, di 57 detenuti. In Italia la situazione non è differente.... In Grecia la protesta ha raggiunto livelli molto gravi. Un detenuto è stato trovato morto in cella, ma le autorità elleniche nel rapporto ufficiale parlano di overdose di stupefacenti. Un altro detenuto, Christo Tsibanis, 30 anni, ha tentato di impiccarsi in cella. Molti altri sono arrivati a cucirsi le labbra in segno di protesta... PeaceReporter ha intervistato Christian De Vito, dell’associazione Liberarsi, che affianca i detenuti nell’iniziativa. ”Non vogliamo sostituirci ai detenuti, che sono i veri protagonisti dello sciopero”, specifica De Vito, ”ma ci battiamo per dare loro l’occasione di far uscire la loro voce dal carcere. L’iniziativa arriva esattamente un anno dopo quella del 1 dicembre 2007, quando centinaia di ergastolani in tutta Italia hanno iniziato uno sciopero della fame, ma a parte qualche articolo non ne ha parlato nessuno, anche se è andato avanti per quattro mesi e alcuni di loro sono finiti in ospedale. Noi ci offriamo solo come ponte tra il carcere e l’esterno e tra i detenuti di tutte le carceri italiane, che però si sono mossi da soli”.
Rimane l’interrogazione scritta al Parlamento Europeo il 27 novembre 2008 di Stavros Lambrinidis (PSE) alla Commissione Oggetto: Situazione nelle carceri greche: "Dal 3 novembre 2008 in tutte le carceri della Grecia i detenuti osservano uno sciopero della fame chiedendo che il ministro della Giustizia dia seguito alle sedici rivendicazioni presentategli. I detenuti chiedono, inter alia, l’accesso alle cure mediche e farmaceutiche, una soluzione al problema del sovraffollamento dei penitenziari, il trasferimento in ospedale di detenuti gravemente malati in ambulanza e non a bordo di jeep di servizio e con camicie di forza, e via dicendo. Anche Amnesty International ha dato voce alle preoccupazioni suscitate dalla situazione che regna nelle prigioni greche, denunciando il mancato intervento sollecito da parte dello Stato ellenico per porre rimedio a tali problemi. È significativo il fatto che, in strutture concepite per ospitare 7 500 detenuti, a volte vengano ammassati fino a 14 000 reclusi, 3 000 altri detenuti sono rinchiusi in celle studiate per cinque occupanti dove ne sono presenti fino a 15-18, in condizioni igieniche deplorevoli, privi di cure mediche e farmaceutiche, in cui la droga è una realtà quotidiana e in cui i decessi — in circostanze ancora oggi non chiarite — sono numerosi, senza per altro suscitare, tutto sommato, alcuna reazione da parte del governo greco.
Gli Stati membri sono tenuti a rispettare i principi e le norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e in particolare l’articolo 3. Conformemente alla giurisprudenza constante della Corte europea dei diritti dell’uomo, le condizioni di detenzione intollerabili possono costituire una violazione dell’articolo 3, anche nel caso in cui la volontà d’infliggere un trattamento umiliante ai prigionieri non sia comprovato. Tenuto conto di queste premesse, potrebbe la Commissione rispondere alle seguenti domande: In quanto custode dei Trattati, veglia a che le libertà fondamentali siano rispettate, tra cui quelle sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riguardo segnatamente alla situazione che regna nelle carceri degli Stati membri e, più in particolare, in Grecia? Qual è lo stato di avanzamento dello studio analitico delle norme fondamentali che disciplinano le procedure di detenzione dei soggetti nel periodo precedente lo svolgimento del processo, nonché delle procedure di riesame periodico dei motivi di detenzione, secondo quanto indicato chiaramente dal programma dell’Aia?"
Forse vale la pena ricordare il significato etimologico e storico della PRIGIONE: Il termine indica, nell’uso corrente, sia una pena, che il luogo dove essa viene eseguita, sia una particolare tipologia edilizia destinata all’esecuzione della pena stessa. Il termine “prigione” deriva dal latino “prehensio”, l’azione di catturare, mentre la parola “carcere”, bandita dal nuovo ordinamento penitenziario, deriverebbe dal latino “carcer”, che ha radice dal verbo “coercio” da cui il significato di luogo ove si restringe, si rinchiude ed anche si castiga e si punisce.
Il termine deriva dal latino ‘carcer’, il cui primo significato fu quello di ‘recinto’ e, più propriamente al plurale, delle sbarre del circo, dalle quali erompevano i carri partecipanti alle corse; solo in un secondo tempo, assunse quello di ‘prigione’, intesa come costrizione o comunque luogo in cui rinchiudere soggetti privati della libertà personale. V’è, però, qualche voce discorde che vuole l’espressione “carcere” derivante dall’ebraico “carcar” (tumulare, sotterrare).
Le prigioni nacquero, verosimilmente, col sorgere della civile convivenza umana e svolsero, inizialmente, la funzione di allontanare dalla vita attiva e separare dalla comunità quei soggetti che il potere dominante considerava minacciosi per sé e/o nocivi alla comunità stessa. Le esigenze di costrizione finirono con l’imporre, immediatamente, sistemi durissimi, peraltro inaspriti nei luoghi ove l’esercizio del potere divino era affidato ai responsabili della cosa pubblica, poiché si riteneva che l’offesa arrecata dal reo si estendesse alla divinità. Le testimonianze più lontane che ci sono pervenute ci descrivono prigioni orrende, cieche, ricavate nelle profondità della terra.
Le prigioni vere e proprie, quali strutture apposite per la custodia di persone indesiderabili, entrarono, però, in uso probabilmente dopo l’origine della “città”. Per quanto delle prigioni si trovi già menzione nella Bibbia, le prime notizie abbastanza precise, relative ad esse, risalgono alla Grecia ed a Roma antiche. Presso quei due popoli le prigioni erano composte da ambienti in cui i prigionieri erano protetti da un semplice vestibolo, nel quale, in taluni casi, avevano la libertà di incontrare parenti ed amici. Il carcere, comunque, non veniva mai preso in considerazione come misura punitiva, in quanto esso serviva in linea di principio “ad continendos homines, non ad puniendos”.
Alcuni studiosi ritengono che il principio finalistico del carcere, quale istituto di espiazione di pena, risalga alla Chiesa dei primi tempi della religione cristiana. Il principio secondo il quale la pena deve essere espiata nelle carceri andrebbe fatto risalire, inoltre, all’ordinamento di diritto canonico, che prevedeva il ricorso all’afflizione del corpo per i chierici e per i laici che avessero peccato e commesso reati sulla base del principio che la Chiesa non ammetteva le cosiddette pene di sangue.
www.osservatoriosullalegalita.org
marzo 23 2009
Life in a Blue Space
[We read Spazio Azzurro at least once a week so you don't have to].
I timbri
in Svizzera,mi dicono,percepisce il sussidio alla disoccupazione solo chi,in cerca di lavoro,dimostra di averlo cercato coi timbri delle aziende a cui si è rivolto
Tecnicamente
tecnicamente, dare del "clerico-fascista" a Berlusconi è proprio una cosa da ignoranti
Meno male
Caro Cavaliere, mi permetta di chiamarLa confidenzialmente caro. Meno male che c'è Lei, che ci ha salvato dai comunisti. Altrimenti avremmo avuto una dittatura, ora v
Meglio
Tessera sanitaria,codice fiscale,reddito presunto,esenzione tiket,impegnativa ,tempo di prenotazione ....e il clandestino?Meglio essere clandestini.
Perché
perche' al concorso per bidelli se mi trovano con il compito di un altro mi buttano via e i nostri dipendenti possono fare quello che vogliono votando al posto altrui
Do Brasiu!
pelo che sento io qui in brasile batisti sara straditato..non potrebe essere diverso...batisti en un caso del`italia e non del brasile...e basta..
Il solito intellettuale
Questo sito, pone l`accento nella differente mentalita di fondo, per averlo ideato. Ugualmente lo pone, nelle distanza cosmica tra alcune intelligenze.
Avreste una stonza?
Le Banche MONTONO ! Prendono i soldi con i Tremnti bond e bloccano credito e mutui. Questa la realtà. Sarebbe ora che Berlusconi verificasse di persona la realtà.
Incapaci
I professori dei licei incapaci di trasmettere ogni forma di amore attreveso i propri studenti martorizandoli, dellle loro frustrazioni siamo stufi di queste persone.
Asfisciante
bisogna sostenere l amato MINISTRO BRUNETTA affinchè porti avanti la sua sacrosanta battaglia contro questa struttuta asfisciante statale che è inadempiente e costos
Sul sito web della Santa Sede cambia ancora una volta la versione di ciò che Benedetto XVI ha affermato circa l’uso dei preservativi come freno alla diffusione del virus dell’Hiv. La prima versione era: «anzi, aumentano il problema» (20.3.2009); poi sostituita da: «al contrario, il rischio è di aumentare il problema» (21.3.2009); e ora da: «al contrario, aumentano il problema» (22.3.2009). Sfumature, si direbbe, ma chi si sta affannando attorno al passaggio cruciale dell’intervista?http://malvino.ilcannocchiale.it/
Dal matrimonio fra Forza Italia e An nasce il "Partito degli Italiani".
Per conoscerne il programma, bisognerà attendere il primo ruttino.
di Francesco Cocco
http://www.brioches.ilcannocchiale.it/

Due giorni fa, a Napoli, è stato sequestrato un albergo per abusi edilizi. Il piano terra era 600 metri quadrati più grande di quanto permesso, ogni piano aveva 19 metri quadri abusivi. Il proprietario dell’albergo è Vittorio Insigne (foto sopra) un consigliere regionale ex mastelliano adesso con il centrodestra di cui ha parlato anche Saviano per i suoi rapporti con il clan dei Casalesi, ma che è poi stato assolto in primo grado.
Racconta un po’ stupito il collega Flavio Bufi, sul Corriere di oggi, che l’albergo sigillato venerdì è stato riaperto ieri sera, per ospitare lo staff dirigenziale e alcuni giocatori del A.C. Milan, in vista della trasferta di stasera a Napoli.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Sergio Corsetti
I repubblicani italiani possono stare tranquilli. Molto tranquilli. Se l’erede al trono è quello che spopola in Tv, in Ballando sotto le stelle, i timori per un eventuale ritorno della monarchia sono completamente infondati. E, soprattutto, innocui. Ce l’avete presente un sabato sera di quelli tipici super mosci? Quello da famiglia riunita al gran completo sbadigliando davanti al tubo catodico? O quella che vede i “meno impegnati sentimentalmente” soli soletti per motivi vari: amante in viaggio d’affari a Parigi o a San Pietroburgo, o partner nella più classica delle occasioni impegnato/a con il legittimo/a consorte o fidanzato/a in una pizza fuori porta o in giro per locali nel centro di Latina? A questa povera anima non resta che ubriacarsi in qualche pub, ma fa male alla salute, oppure sedarsi con una buona trasmissione leggera, simpatica e che non susciti pensieri. Allora va benissimo Ballando sotto le stelle. La trasmissione è ormai un cult; seguita da milioni di telespettatori. Sulla pista centrale sono passati tanti personaggi famosi che da pezzi di marmo, da veri manici di scopa, sono diventati degli snodati Fred Astaire, dei provetti ballerini capaci di effettuare tutti i passi e seguire i ritmi più complicati. Emanule Filiberto rappresenta l’icona classica della trasmissione: da imbranato a quasi virtuoso. Comunque “il principe” è riuscito a conquistare per simpatia il grande pubblico. La sua parlata strascicata è diventata familiare ai tanti, quasi amata, così come i suoi modi gentili ed educati. Peccato per lui che torni alla mente sempre la progenie, quei Savoia capaci di chiedere il risarcimento per i beni legittimamente confiscati dallo Stato italiano o, ancora peggio, agli episodi legati al padre (uccisione di un giovane in Corsica). La Repubblica, ad ogni buon conto, è consolidata e salva. http://ilnuovoterritorio.blogspot.com/
AZERBAIGIAN
L’Azerbaigian toglie ogni limite alla rielezione a vita del presidente Aliyev
L’opposizione parla di “un passo verso la monarchia” e il Consiglio d’Europa critica Baku e minaccia sanzioni. Ma il partito del presidente insiste che sono stati a favore circa il 90% dei votanti.
Baku (AsiaNews/Agenzie) – Nel referendum del 18 marzo l’Azerbaigian ha approvato le 49 modifiche alla Costituzione con una maggioranza di stile “sovietico”. Ma al Consiglio d’Europa c’è preoccupazione che con queste modifiche l’attuale presidente Ilham Aliyev possa essere rieletto più volte e consolidare un potere personale con rischi per la giovane democrazia.
Secondo dati ufficiali circa il 90% dei votanti ha approvato le modifiche. I sostenitori del referendum sottolineano che ha votato il 71% dei 4,9 milioni aventi diritto.
L’opposizione, che aveva indicato di astenersi, parla di “un passo indietro della democrazia e un passo verso la monarchia”. La Costituzione vietava al presidente di essere rieletto più di due volte consecutive, per cui Aliyev non si sarebbe potuto ripresentare alla scadenza dell’attuale mandato. Ora non ci sono limiti alla rielezione e c'è il timore di un vero potere a vita, dopo che per decenni il Paese era stato guidato dal padre dell'attuale presidente.
L’opposizione denuncia anche brogli e annuncia ricorsi per invalidare il voto. Ma è contraddetta sia da osservatori indipendenti che dalla Parliamentary Assembly of the Council of Europe (Pace), che ritiene il voto “trasparente, bene organizzato e svolto in un clima tranquillo”.
Dure critiche arrivano però da Ian Micallef, presidente del Congresso delle autorità locali e regionali del Consiglio d’Europa, principale organizzazione continentale per la tutela dei diritti umani. In un’intervista a Radio Free Europe, dice che queste modifiche violano l’impegno pro-democrazia assunto da Baku nel 2002 e che potrebbe essere sospesa la partecipazione dell’Azerbaigian al Consiglio.
Da Baku, Samed Sayidov, capo della delegazione atzera alla Pace e membro del Partito Yeni Azerbaycan di Aliyev, risponde che Micallef non è bene informato sulla situazione del Paese e che il referendum è stato svolto in piena democrazia.
Ma già in precedenza la Commissione aveva affermato che è necessario un limite alla rielezione, per impedire che il presidente in carica possa usare il potere per imprimere una svolta autoritaria e antidemocratica al Paese.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14790&size=A
Guerra alla droga nell’America di Cormac McCarthy
L’America lungo il confine con il Messico assomiglia sempre piu’ a quella di Non e’ un paese per vecchi, il libro di Cormac McCarthy trasformato nel film da Oscar che ha svelato la realta’ della violenza del narcotraffico locale.
E la Casa Bianca, preoccupata dai massacri messicani che si estendono anche sul lato americano della frontiera, lancia la controffensiva: il presidente Barack Obama ha pronto un vasto piano d’attacco ai cartelli della droga, che coinvolgera’ un gran numero di agenzie federali statunitensi. […]
L’intelligence Usa ha definito di recente la violenza per il narcotraffico in Messico la seconda minaccia alla sicurezza piu’ grande per gli Usa, dopo il terrorismo islamico. E dopo settimane di studi e di scambi d’informazioni con le autorita’ di Citta’ del Messico, rivela il Washington Post, Obama ha deciso di varare quella che si presenta come la prima vasta iniziativa della nuova amministrazione sul tema della sicurezza interna. I dettagli saranno annunciati nei prossimi giorni, ma secondo le anticipazioni Obama si appresta a mobilitare un esercito di agenti federali, nuove tecnologie e anche dispositivi militari sviluppati per la guerra al terrorismo.
Bloccare i traffici di armi, munizioni, granate e denaro che alimentano i cartelli messicani sara’ la priorita’ e gli Usa la metteranno in atto anche schierando ai posti di frontiera apparecchiature in grado di compiere sofisticate analisi sui veicoli che passano il confine. I servizi segreti lavoreranno di piu’ con i colleghi messicani, mentre il capo degli Stati Maggiori, ammiraglio Mike Mullen, ha discusso di recente a Citta’ del Messico anche il possibile ruolo del Pentagono.
Obama nei prossimi giorni mandera’ un terzetto di pezzi grossi dell’amministrazione a Citta’ del Messico, a incontrare gli esponenti del governo del presidente Felipe Calderon: si comincia mercoledi’ con il segretario di Stato Hillary Clinton, seguita nei giorni successivi dal ministro della Giustizia Eric Holder e dal ministro della Sicurezza interna Janet Napolitano. A meta’ aprile sara’ infine la volta dello stesso Obama recarsi in visita da Calderon, per discutere la situazione.
L’America e’ sempre piu’ inquieta per le notizie che arrivano da oltreconfine, dove dall’inizio del 2008 le vittime legate a guerre di droga risultano 7.200, tra cui circa 200 decapitate lo scorso anno. La violenza ha ormai da tempo invaso anche le regioni meridionali degli Stati americani lungo il confine. California, Arizona, New Mexico e Texas hanno tutti registrato impennate di criminalita’ legate al narcotraffico messicano, in particolare sequestri di persona eseguiti nell’ambito della guerra tra bande. Ma crescono anche regolamenti di conti e omicidi legati ai soldi della droga, come quelli crudamente documentati da McCarthy nel proprio romanzo, ambientato al confine con il Messico nella contea di Terrell, in Texas.
Il narcotraffico messicano non era tra le maggiori priorita’ di Obama durante la campagna elettorale e finora sembrava destinato a un posto secondario, rispetto alla crisi economica e le guerre in Iraq e Afghanistan. Ma pressioni da parte del Congresso e analisi d’intelligence hanno spinto la Casa Bianca a riconsiderare il fenomeno. Uno studio del Pentagono sui rischi per l’America nei prossimi 25 anni alla fine del 2008 ha inserito tra gli scenari d’emergenza la possibilita’ che Messico o Pakistan finiscano nelle mani di narcotrafficanti o di terroristi. L’allarme e’ stato giudicato eccessivo per il Messico dalla stragrande maggioranza degli esperti, ma insieme a una serie di reportage giornalistici ha creato una nuova attenzione per i massacri legati al controllo del gigantesco mercato del narcotraffico. In Nord America, stando alle stime, il giro d’affari sarebbe di 65 miliardi di dollari l’anno.
http://marcobardazzi.com/blog8/2009/03/22/guerra-alla-droga-nellamerica-di-cormac-mccarthy/#more-384
| CAPO POLITICO HAMAS, “DA OBAMA UN LINGUAGGIO NUOVO” |
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"Dal presidente Obama arriva un linguaggio nuovo rispetto alla regione. La sfida per tutti è che sia il preludio a un cambiamento sincero della politica americana ed europea. Quanto all'apertura ufficiale a Hamas, è questione di tempo": lo ha detto il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, in un’intervista rilasciata al quotidiano italiano ‘La Repubblica’ da Damasco. “Le grandi potenze hanno bisogno di noi per risolvere il conflitto arabo-israeliano. Il nostro peso nella questione palestinese ci deriva dal radicamento nella società, nel popolo, che ci ha votati e lo rifarà” ha proseguito Meshaal; sull’apertura del presidente francese Nicolas Sarkozy al dialogo con Hamas, ha aggiunto: “Aspetto il giorno in cui la nostra unica opzione sarà lo strumento politico e l'approccio pacifico. Ma sono altri, non io, a determinare il percorso. È il sistema d'occupazione a non lasciare spiragli”. La riconciliazione interpalestinese per Meshaal “è d’importanza nazionale: deve riuscire. Se le potenze esterne rinunceranno a interferire, l'accordo si farà". (FB)[CO]http://www.misna.org/misna2009/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=241158
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Il piano di Geithner sulla crisi finanziaria, e in particolare modo il fondo pubblico/privato che dovrebbe acquistare per poi rivendere gli asset tossici, non convince Krugman, che lo massacra a più riprese. E il New York Times di oggi ha iniziato a sparare qualche cannonata che si spera salutare. TPM rimanda l'intervista a Stiglitz, molto critica con l'impostazione del bailout, troppo simile al piano Paulson, giusto per far capire che cosa pensa la blogosfera progressista. Phastidio spiega lo scippo al contribuente.
Obama rischia enormemente, anche se per Gallup sta ancora al 65%. Il budget progressista presentato qualche giorno fa inizia ad assomigliare a sabbia buttata negli occhi.
Il crollo di Clinton del 1994 potrebbe sembrare una barzelletta al confronto.
Brad DeLong è invece fiducioso sul piano finanziario, anche se la ragione principale del suo ottimismo, la sottovalutazione degli asset, sembra un esercizio di fede. Nella compagnia di Wall Street del suo amico Tim. http://andreamollica.blogspot.com/
Gli Stati Uniti potrebbero non essere in grado di proteggersi da un eventuale cyber-attacco terroristico
Testimonianza del Capo del Comando Strategico del Pentagono, Generale Kevin Chilton, davanti al sottocomitato della Camera dei Rappresentanti per le Forze Armate

La responsabilità di proteggere la rete ed i domini statunitensi è ora affidata dell'Homeland Security, il Dipartimento preposto alla sicurezza interna, ma potrebbe essere demandata nel prossimo futuro allo Stratcom, la divisione del Pentagono che si occupa della difesa dei networks telematici delle Forze Armate. Il controllo e coordinamento delle operazioni potrebbe essere delegato invece all'NSA, la National Secutiry Agency, organismo che si occupa già di cyber-sicurezza e sicurezza dei networks telematici di intelligence. Secondo Chilton la difesa dagli attacchi telematici e l'attacco in caso di necessità od opportunità sarebbero strettamente interrelati, non è quindi da escludersi la possibilità che le varie Agenzie di intelligence o il Pentagono decidano di combattere il cyberterrorismo con un approccio più dinamico alla rete, pianificando attacchi mirati verso quei paesi o quelle organizzazioni considerate capaci di nuocere alla sicurezza cybernetica statunitense.
La sicurezza dal cyber terrorismo non è l'unica preoccupazione che attanaglia la Casa Bianca e il Presidente Barack Obama. Dalle stime presentate dall'Ufficio per il Budget del Congresso il livello del debito statunitense sarebbe sostanzialmente più elevato rispetto a quanto previsto nei documenti dell'omonimo organismo della Casa Bianca. Secondo quanto emerso dagli studi effettuati, che tengono conto dei programmi e degli stanziamenti voluti dall'esecutivo nel tentativo di stabilizzare l'economia, il debito dovrebbe assestarsi ora intorno agli 11 mila miliardi di dollari, mai così alto nella storia degli Stati Uniti. L'andamento del comparto economico-finanziario, il miglioramento dei dati riguardanti la produttività delle aziende e un incremento dei consumi uniti a politiche fiscali volte a risanare la situazione debitoria potrebbero determinare nel prossimo futuro una contrazione del livello d'estensione del debito, ma resta da valutare l'impatto che i programmi restrittivi in materia di tassazione avranno sulla popolarità e l'appeal di Barack Obama dell'amministrazione Democratica (leggi qui l'articolo). Al momento le uniche critiche alla Casa Bianca sembrano giungere dai rappresentanti Repubblicani al Congresso, che hanno duramente accusato l'esecutivo per i programmi di spesa presentati. Secondo i leader del Grand Old Party le riforme pianificate sarebbero infatti inefficaci e per risolvere alcune delle annose questioni che affliggono il paese la Presidenza dovrebbe impegnarsi con più coraggio ed esporsi maggiormente. Alla campagna mediatica lanciata dal Partito Repubblicano contro le scelte di Obama si è contrapposta la decisione dell'establishment Democratico di utilizzare il web per sostenere le scelte dell'amministrazione. Ad una campagna istituzionale a supporto delle politiche varate dalla Casa Bianca si è aggiunta l'azione dello staff presidenziale che ha invitato tutti coloro che hanno appoggiato il Presidente durante la campagna elettorale per le primarie e le presidenziali a rinnovare il loro sostegno all'azione di Barack Obama. Il coinvolgimento attivo a sostegno della Presidenza potrebbe essere fondamentale per spingere i progetti di riforma in programma: le pressioni dell'opinione pubblica potrebbero avere infatti una forte influenza anche sulle decisioni di voto di alcuni esponenti Repubblicani al Congresso.
Differenti posizioni sembrano per il momento aver preso i maggiori rappresentanti della passata amministrazione. L'ex Presidente George W.Bush si è detto infatti disponibile a supportare Barack Obama con la sua esperienza ed eventuali consigli in caso di necessità e ha dichiarato di non voler rilasciare dichiarazioni rispetto all'operato dell'attuale Governo data la delicata situazione economica a cui deve far fronte la Casa Bianca (leggi qui l'articolo). L'ex vice-presidente Dick Cheney ha deciso invece di intervenire con dichiarazioni particolarmente critiche nei confronti delle attuali decisioni del presidente Obama, accusato di voler utilizzare l'attuale recessione economica per poter giustificare l'espansione dell'intervento governativo in ambiti come l'economia. Cheney ha espresso la sua preoccupazione rispetto alla possibilità che il Governo riesca ad acquisire maggior peso negli equilibri del paese inibendo così l'iniziativa privata in economia e nel settore della Sanità.
Critiche all'attuale amministrazione sono giunte anche dalle associazioni dei Veterani, preoccupate che la proposta di legge per la riforma del trattamento delle invalidità possa portare il Governo a disinteressarsi delle problematiche riguardanti i reduci di guerra e le loro famiglie. La riforma presentata dalla Casa Bianca prevede che siano compagnie private ad assicurare ai reduci di guerra la possibilità di continuare le cure per le malattie o contro le invalidità permanenti causate da incidenti sui campi di battaglia. L'introduzione delle novità contenute nella proposta di legge potrebbero far risparmiare al Dipartimento per gli Affari dei Veterani 530 milioni di dollari all'anno ma costituirebbe, secondo le maggiori associazioni di veterani del paese, un grave precedente poichè potrebbe essere letto come volontà del Governo di non assumersi le proprie responsabilità nei confronti dei reduci di guerra. La riforma potrebbe inoltre costare ulteriori difficoltà alle famiglie dei veterani, che si troverebbero a dover sostenere non solo il peso psicologico di situazioni a volte delicate ma dovrebbero al contempo far fronte alle difficoltà economiche derivanti dalla mancanza di benefit e facilitazioni. Al momento alcuni Senatori Democratici tra cui Daniel Akaka, Presidente del Comitato degli Affari per i veterani del Congresso, e Patty Murray si sono detti contrari alla proposta di legge e hanno precisato che la Camera ed il Senato starebbero lavorando affinchè siano garantiti ai veterani il supporto economico e quello delle istituzioni in modo da poter alleviare i problemi di uno dei gruppi sociali più a rischio di disagio economico oltre che psicologico.
Prima nomina per Barack Obama per quanto riguarda il sistema giudiziario: il Presidente ha infatti proposto il Giudice David Hamilton per la Corte d'Appello del Settimo Distretto. La Corte, una delle tredici corti d'appello del paese, ha giurisdizione sui tribunali dell'Illinois, dell'Indiana e del Wisconsin e detiene il potere di rivedere le sentenze emesse dalle Corti minori. La nomina è stata seguita con una certa attenzione perchè probabile buon indicatore per poter prevedere eventuali future scelte del Presidente per la Corte Suprema, il cui giudice più anziano ha 89 anni e tre membri hanno già passato da tempo i 70 anni d'età. La scelta di Hamilton è stata considerata da molte parti frutto di una certa moderazione: il giudice ha infatti mostrato più volte una certa equidistanza dalle posizioni dei Democratici e dei Repubblicani, che potrebbero decidere di sotenerlo per una futura carriera proprio in vista di un possibile passaggio alla Corte Suprema.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=35179
Il terzo figlio
scrive Azra Nuhefendić
Memoriale di Potočari
Srebrenica, tra solitudine e speranza. Il ritorno a casa di Ajkuna, il viaggio lungo la Drina, nella regione dove i fantasmi scelgono il colore delle case. Nostro reportage
Su entrambi i lati della statale che da Tuzla va verso Zvornik, i villaggi si susseguono uno attaccato all'altro. Assomigliano, sono quasi identici, le case anonime, uno o due piani, magari un balcone, alcune dipinte altre ancora senza intonaco. Solo talvolta la chiesa ortodossa, talora la moschea, costruite in punti diversi, preannunciano che stiamo per entrare in un posto serbo o musulmano.
Strada pulita, poco traffico. Dopo una curva, senza preavviso, ci troviamo in mezzo alla folla. E' il giorno di mercato locale, la pijaca o pazarni dan, come si dice in bosniaco. Da una parte della strada le bancarelle, dall'altra le macchine parcheggiate. Tanta gente, non si distinguono né musulmani né serbi, né per come sono vestiti, né per cosa cercano, né per cosa vendono, né per come parlano. Sono là mescolati, accanto, insieme.
Si cammina lentamente, anche attraversando la strada, ci si ferma, si esamina la roba, si vende, si compra: le uova, frutta, polli, miele, carne affumicata, mestoli, piccole attrezzature, pentole, roba di plastica e tantissimi prodotti cinesi. "Basta avere i soldi, dai cinesi c'è tutto", ci spiega Ajkuna, vedova di Srebrenica. Ha preso l’occasione per andare a Srebrenica, dopo un anno, a trovare la sorella.
Ajkuna compra lana grezza, le serve per il kilim, tipico tappeto bosniaco. Bisogna colorare la lana. Lo fanno bene, e non costa tanto, a Ljubovia, la città sull'altra sponda della Drina, in Serbia, a 15 minuti da dove ci troviamo. Ma Ajkuna non ci va, non ha ancora superato la barriera psicologica. Invece di fare un viaggio di 15 minuti andrà a Prijedor, città nella Bosnia settentrionale, a più di duecento chilometri da casa sua.
Prijedor ha una reputazione infame. Durante l'ultima guerra è stata teatro di una vasta pulizia etnica. Nella sua periferia e nei suoi dintorni c'erano i campi di concentramento di Omarska, Keraterm e Trnopolje, dove i bosgnacchi venivano rinchiusi, torturati e uccisi.
Ancora oggi, per le vie di Prijedor, passeggiano liberamente gli ex carcerieri, i criminali, gli esecutori.
Ajkuna non ha problemi a trattare con una serba di Prijedor, una certa Mira, che gestisce una piccola impresa famigliare. “E' più facile fare affari con i serbi di Prijedor che con questi locali, vicini”.
Lasciamo il mercato e subito a destra, sulla strada, un grande segnale stradale in cirillico ci avverte: "Benvenuti in Republika Srspka". Niente è cambiato rispetto a 20 metri prima o dopo, non c'è la dogana, nessun confine, anzi nessuna differenza.
Passiamo per Zvornik. Nel centro, circondata dalle case private, si intravede la torre della chiesa serbo ortodossa, nuova. E' stata costruita sulle rovine della moschea che c'era prima della guerra, e che è stata fatta saltare in aria. Dopo, il sindaco di Zvornik, alla domanda dei giornalisti stranieri, aveva detto: "Quale moschea? Qui non ce n'è mai stata una".
Recentemente, la comunità islamica della Bosnia Erzegovina ha fatto causa alla Republika Srpska, chiedendo un risarcimento di 32 milioni di euro per le moschee distrutte, alcune delle quali classificate dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità. Adesso alcune chiese ortodosse nuove, costruite su terreni di proprietà della comunità islamica, devono essere spostate, demolite, compresa quella di Zvornik. La nuova la stanno costruendo un po' fuori dalla città, scavando la roccia, sopra il fiume.
Si fa lungo il viaggio attraverso un paesaggio monotono, poco bello, stretto tra il fiume Drina e la montagna. L'altra sponda del fiume, la Serbia, illuminata dal sole di mezzogiorno, ci pare più bella, i campi più vasti. Si vedono le case, gli alberghi e una moschea, vecchia, intatta.
Poi si passa per posti che sarebbero rimasti anonimi, se non fossero diventati luoghi di crimini, atrocità, fosse comuni: Konjević Polje, Kravica, Bratunac, Nova Kasaba. A Kravica, dietro le case private, si intravedono baracche di legno, tutte con le finestre e le porte dipinte di un verde elettrico.
Durante la guerra le baracche erano a Srebrenica, portate dagli olandesi per sistemare migliaia di profughi bosniaci che dormivano per la strada. Dopo, le baracche sono state smontate e portate a Kravica. Presumo per accomodare altri sfollati, sfortunati, spostati. E' là che hanno dipinto le finestre e le porte. Si dice che quelli che ci abitano adesso, cioè i serbi, hanno cominciato a vedere i fantasmi. Una veggente locale gli ha consigliato di dipingere le porte e le finestre in colore musulmano, cioè in verde. La verità, o una invenzione? Non si sa. L'unica certezza è che le finestre e le porte sono di colore verde.
Come una bocca troppo stretta per accomodare tutti i denti, che crescono a zig-zag, così le case di Srebrenica sono sparpagliate. La città finisce in fretta, in un angolo da dove non si va più avanti, bisogna tornare indietro o salire sulle montagne.
Mi appare ancora più piccola, più stretta che circa venti anni fa, quando l'ho visitata per la prima volta. Avevo viaggiato 7 ore da Belgrado, per potermi fermare a Srebrenica mezz'ora. Ho dovuto ripartire con lo stesso pullman perché non c'era nessun altro collegamento con il resto del mondo.
Sulle cime delle colline i resti della fortezza antica. Da su si sorvegliava e difendeva la zona, una volta considerata ricca per le miniere d'argento, zinco, rame. Al tempo dei romani, Srebrenica (Argentaria) era un'importante colonia dei mercanti dalla Repubblica di Ragusa, oggi Dubrovnik. Anche per i turchi ottomani le miniere furono preziose. Ma è tutto acqua passata.
La Srebrenica d'oggi, in un giorno qualsiasi di fine febbraio 2009, è oppressa dalla propria solitudine, l'abbandono visibile, le promesse non compiute, la verità rifiutata, il passato non accettato.
Non sta succedendo niente. La gente ci vive la solita, lenta e monotona quotidianità. Poco lavoro, i movimenti sono quelli necessari. Per la strada, la čaršija (in turco la via principale) rari passanti, maschi che stanno fermi sui marciapiedi, con le mani nelle tasche, guardano e aspettano. Ci danno un sguardo breve, senza curiosità. Tante case ancora distrutte. Il fumo non esce da tutti i camini, segnale che le abitazioni sono vuote.
"Tornano solo per commemorare l'11 luglio, o per l'estate", spiega Ajkuna. Ci porta a casa della sorella, Fatima. La sua è l'ultima nella fila disordinata delle case. La montagna, ripida, sembra cominciare già dal pianerottolo.
"Mangia, mangia, liberamente. Questa è la Bosnia". Insiste che io mangi la pita, tipico piatto bosniaco.
Fatima parla senza sosta, spara una raffica di parole, si ripete, urla come se stesse parlando con qualcuno che sta oltre la montagna, oltre il fiume. Già alla porta chiede, insiste, se la sorella le ha portato le calze che lei, Fatima, aveva promesso di regalare alla sua vicina Mara. "No", risponde Ajkuna. Allora Fatima la costringe a togliersi le calze, slape, che aveva addosso.
Fatima è pukla, come si direbbe in gergo bosniaco. Vuol dire che si è spaccata, è suonata, è fuori, da quando ha visto per l'ultima volta suo figlio portato via dai serbi, nel luglio del 1992. Ci fa vedere la foto del ragazzo, pare grande e robusto. Fatima dice che recentemente hanno trovato i suoi resti. Scandisce le parole come se stesse parlando con una straniera, che non sa la lingua locale. "So-lo tre pic-co-le os-sa, nien-te di più… Va be-ne, sarà sepolto in luglio", sorride.
La sua vicina Mara è serba, un'anziana spostatasi alla fine della guerra da un sobborgo di Sarajevo, Ilijaš, e piantata a Srebrenica, in casa d'altri, con gli odori degli altri, i mobili che non sono suoi. Tutto per ricordarti, in continuazione, che non sei a casa tua.
Due donne, ognuna sola, alla fine di questa città, alla fine del mondo. Una serba, una musulmana. Ogni giorno bevono il caffè insieme, traggono sospiri dopo lunghi silenzi, si lamentano per la vita che è cara, per la solitudine, l'abbandono, per l'assenza dei cari. L'una all'altra uniche amiche.
Memoriale di Potočari
Lo spazio si allarga a Potočari. Prima della guerra era un posto qualsiasi che ospitava la fabbrica di accumulatori. Nell'edificio riconosco il programma dello sviluppo economico che promuovevano le autorità della ex Jugoslavia. Lo sviluppo, per loro, era esclusivamente legato all'industria, perciò costruivano nuovi stabilimenti dovunque, anche in posti dove non c'era proprio nessuna convenienza. Si erigevano le fabbriche che, in anticipo, erano condannate ad abortire.
Ai tempi di Tito girava la barzelletta che durante la sua visita a Smederevo, città serba in una zona conosciuta per le vigne e gli ottimi vini, Tito avesse chiesto ai suoi ospiti cosa ci fosse nella zona. Gli avevano risposto "groždje", cioè uva. In serbo-croato tra la parola groždje (uva) e gvoždje (ferro) la differenza la fa solo una lettera. Tito aveva capito male, ferro invece di uva, e aveva suggerito di costruire una ferriera. Detto fatto. A Smederevo fu eretta una ferriera che produceva debiti.
Anche a Potočari la fabbrica di accumulatori mi sembra un progetto simile. So che già prima della guerra non portava soldi alla gente che aveva bisogno di lavoro. Oggi è vuota e fa parte del Centro Memoriale di Potočari. Le mura nude, i vetri spaccati, le porte socchiuse, tutto è molto suggestivo, il posto lascia un impatto forte sui visitatori, impressiona più di una scultura. La fabbrica è diventata il monumento a quello che un giornalista sloveno descrisse come "altro che un crimine contro l'umanità, è un crimine che l'umanità ha compiuto nei confronti dei musulmani bosniaci".
L'ultima volta le sale della fabbrica furono riempite con i musulmani bosniaci, che ci cercavano la salvezza, ma erano già condannati alla morte.
Dall'altra parte della strada c'è il cimitero. Su un semicerchio di marmo ogni anno si incidono i nomi degli uccisi, i cui resti sono trovati nelle fosse comuni. La notte precedente nevicava. Il vento spostava la neve da una parte, lasciando scoperta una striscia con i nomi: 54 persone con lo stesso cognome. Uno, Esad, aveva solo 13 anni.
Siamo gli unici visitatori. Ci si avvicina un poliziotto, robusto, con la faccia da bambino. "Nenad" si presenta gentilissimo, con una stretta di mano. Fa parte della squadra che si occupa della sicurezza del Centro. Pronuncio il mio nome, e subito sorride. Ci siamo riconosciuti come due di Sarajevo. E' un serbo che proviene da un sobborgo di Sarajevo, Ilijaš. Spostato qui alla fine della guerra quando tutti i serbi da Ilijaš furono sottoposti a trasferimento umano della popolazione, come lo scrittore e politico serbo Dobrica Čosić chiamava la pulizia etnica. Chiedo a Nenad se conosce un signore, un personaggio importantissimo a Ilijaš durante la guerra. E' uno ricercato dal governo di Sarajevo per crimini di guerra. Si irrigidisce subito. "No, non ne so niente", taglia corto Nenad. E' improbabile perché Ilijaš è un posto così piccolo che tutti si conoscevano, e poi sarebbe impossibile non conoscere uno che era la massima autorità durante la guerra. Gli dico che quel signore era un mio amico, che aveva salvato mia sorella e due nipoti. Adesso Nenad si ricorda bene del personaggio, e mi chiede se so qualcosa di lui, dove è finito, cosa fa. Lo so, è a Belgrado, fa l'insegnante, gli studenti lo hanno scelto come migliore maestro.
Si presenta un altro dipendente del Centro Memoriale di Potočari, è uno di Srebrenica. Sì, era stato costretto a scappare per i boschi, si è salvato, purtroppo il fratello piccolo, non è uscito (come usano dire per quelli che non ce l'hanno fatta), è un eufemismo per la morte, oppure l'eternità, qualcosa che non è finito e magari non finirà ancora per lungo tempo. Sì, lui è tornato nonostante tutto, sì, ci sono amici che erano con i cattivi, quando si può ci si evita, quando non si può ci si saluta, ma comunque bisogna andare avanti, bisogna vivere.
Fa freddo e lui è vestito poco, ha la testa incastrata sulle spalle, trema leggermente, ma trema anche dentro, in questi giorni ancora di più perché la moglie è incinta, stanno aspettando il terzo figlio. "Sarà una femmina, meno male, qua è meglio", sorride ambiguo.
Ci salutiamo e, quando siamo ormai distanti una ventina di metri, urla: "E dica a tutti che qui c'è la speranza. I figli nascono, ancora".
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11057/1/51/
marzo 22 2009
Aria Fritta - II
Non so chi sia il signor Franco Venturini, ma ora so che è capace di parlare a lungo senza dire un assoluto niente, ossia (in italiano corrente) senza dire un cazzo.
Già me l'immagino alla sera quando torna a casa (o al mattino, che ai giornalisti piace far tardi) tirar la giacca sulla poltrona annunciando "Gioite. Anche oggi mi son guadagnato da vivere vendendo aria fritta." Contento lui, contenti tutti. Ma, visto che scrive per il pubblico, io che sono parte del pubblico mi chiedo perplesso: ma non ha niente di meno irrilevante da dire? Detto in "economichese": quante ore ha perso a scrivere niente? Io, a scrivere del niente, ci sto perdendo dieci minuti. Scommetto che i suoi son stati venti volte di più ...
Domanda: a che serve avere editorialisti che invece di arrischiarsi di esprimere un giudizio, fare un'analisi, avanzare una critica, delineare un'ipotesi di lavoro, allertare ad un rischio, evidenziare un merito, favorire un'opinione foss'anche balzana, altro non fanno che ciurlare nel manico e ripetere (riassumendole in un italiano da terza media) le cose che pure la mia domestica ha appreso al largo delle ultime due settimane? A che serve? Perché lo pagano? Perché così i gonzi pensano d'aver letto un articolo intelligente? Ha lo stesso contenuto intellettuale d'una puntata del Gran Hermano, for Christ's sake!
Direte voi: ma che te ne frega? Rispondo: nulla. Passavo di qua per caso tra una moglie che va a dormire ed un cane che non ancora. Ho dieci minuti da buttar via, insomma.
Ma il più diffuso quotidiano italiano non dovrebbe servire, qualche volta, per dire cose non analoghe a "l'acqua bagna, il fuoco scotta ed i pedi puzzano"? Chiedo, di nuovo: a che servono costoro? Le masse, di cosa si pasciono? Aria fritta? Strano, ingrassano comunque.
Che sia per questo che i Catarrhal Noise (questi nostri fratelli intellettuali in esilio) si chiedono, parmedianamente, "mama mama e scorese pesa?"?http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Aria_Fritta_-_II#body
Non si vede bene che col cuore?

Manuela
Ho sempre pensato che Saint-Exupéry sia stato molto sopravvalutato, aiutato più dall’alone romantico che ha circondato il giovane aviatore ,che dal reale valore della sua opera. O forse non l’ho mai capito veramente, e questo sarebbe un problema mio.
Ma come sia diventato parte della scenografia di un evento politico lo capisco ancora meno.
La citazione de “Il piccolo principe” campeggia alle spalle di Franceschini all’assemblea dei circoli del PD; si immagina quindi che sia lo slogan che riassume in poche parole il senso di quell’evento.
Si, ma cosa significa?
Ho riletto il brano da cui la citazione è tratta, e, in quel contesto, la frase ha senso: la volpe insegna al piccolo principe che è il legame che ci lega ad un altro a rendere lui e noi “speciali”, riconoscibili, diversi da tutti gli altri. Ed è il cuore che ci rende consapevole di questo speciale legame.
Si, ma avulsa dal suo contesto, appesa al muro di una sala dove si celebra un evento politico, la stessa frase cosa significa?
Che cosa deve essere visto col cuore piuttosto che con la ragione? Qual è in questo caso, mi chiedo, l’essenzialità invisibile per cogliere la quale si devono attivare emozioni e passioni?
A ben pensarci questa frase è, per certi versi, inquietante. Se il cuore - l’istinto, l’emotività, al passione - diventa strumento di conoscenza, si potrebbe aprire lo spazio a qualsiasi arbitrio, poiché il cuore non è soggetto alle aride leggi della razionalità, non ha bisogno di prove e di verifiche. Cosa che va benissimo per scegliersi un amante, ma un po’ meno per costruire un partito.
Che di passione ha bisogno, certamente, ma anche, e di più, di analisi razionali e di lucidi progetti.
Se c’è bisogno di citazioni dotte, allora suggerirei a Franceschini di rinfrescare Swift, che, per un politico, è sempre una lettura istruttiva.http://viagiordanobruno17.wordpress.com/
Ci sono cose che ti fanno fermare a bocca aperta a pensare.
Leggi un articolo che riporta queste parole:
«La criminalità organizzata è presente anche nel Lodigiano, senza dubbi: non c’è area della Lombardia che si salvi». Non solo gruppi poco radicati di stranieri, quindi.
Parole pesanti quelle di un pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che però non può comparire. Non per paura dei delinquenti, ma dei loro avvocati: «Il sostituto procuratore che parla potrebbe rischiare la ricusazione».
Il magistrato è tra i pochi che hanno accesso all’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia, 900 pagine inviate a tutte le Dda con l’invito alla massima riservatezza. Fino al 2008 era un rapporto pubblico, ora i tempi sono cambiati. «Si sono evolute anche le modalità di indagine: troppe volte fatti indicativi di azioni della grande criminalità organizzata sono andati a giudizio come danneggiamenti o altri reati minori.
Abbiamo capito che invece molto spesso sono espressione di organizzazioni che al Sud spargono sangue, al Nord invece investono e non vogliono farsi notare se non quando è indispensabile dare un segnale».
(fonte:
www.ilcittadino.it)
Poi, stesso giornale, leggi che il colonnello dei Carabinieri di Lodi dice:
«Se guardiamo versoMilano, dove la situazione è completamente diversa, vi do ragione:ma in provincia di Lodi, negli anni recenti, indagini che abbiano rilevato la presenza di organizzazioni di tipo mafioso non ce ne sono. I dati dicono che qui un radicamento del genere non c’è. E, guardando sia nel lungo periodo che in prospettiva, credo che questo territorio non sia appetibile».
Questo colonnello è quello che dovrebbe occuparsi, tra le altre cose, della sicurezza di Giulio Cavalli, lodigiano e vittima di minacce mafiose accertate.
E’ bello sapere che il pregiudizio “casa mia è immune dalla mafia” sia nei fatti così rivoltante.Mille complimenti al Colonnello dei Carabinieri di Lodi.
Evidentemente lui ne sa di più di chi indaga nella Direzione Nazionale Antimafia.
È più di un giorno che cerco nella ventina e passa di siti europei che leggo, in tutti i google news e in giro per weblog continentali un riferimento uno alla notizia sparata su tutti i giornali italiani che i governanti europei abbiano espresso interesse per il mega-condono edilizio, ops scusate... il piano casa, presentato dal governo peronista, ops scusate... di centro destra, italiano.
Non è offesa, ma si possono fare continuamente le prime pagine dei giornali basandosi su veline e conferenze stampa? Windows non supporta solo il copy and paste; ha anche la tastiera.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Postdappio, Fa un effetto strano questa eutanasia di Alleanza Nazionale. Specie per chi, sin da bambino, ha vissuto in climi nei quali la scomparsa del più grande partito neofascista era uno di quei desideri da esprimere alla caduta delle comete.
Ciò nonostante oggi non c'è nulla da festeggiare, e nemmeno da essere lieti. Perchè la liquefazione dell'ultimo grande partito ideologico è di fatto un annessione da parte dell'one-man show più assolutista e meno ideologico che si possa immaginare. Per Berlusconi quella di oggi è una straordinaria prova di forza. Con il minimo sforzo ottiene il massimo risultato, mangia la destra italiana e la rivomita così come deve essere secondo la sua visione del mondo. Mette fuori gioco Fini e si appoggia sui suoi ingordi colonnelli. Raddoppia in voti restando sè stesso.
Il tutto in una situazione in cui il fascismo, come valore radicato, è ben lontano dall'essere scomparso ed anzi si riconosce nel populismo del nuovo duce.
L'unità del PDL nasce all'indomani della decisione di Veltroni di correre da solo. Così, per promemoria.
[chiagia]http://ilprimocerchio.blogspot.com/
Fi fonda il PDL, anzi PDD, Partito dei Divieti
Ricevo e volentieri pubblico:
Hanno cominciato con il VIETARE la procreazione assistita e la scelta degli embrioni sani costringendo le poche donne che si sottomettono alla barbarie a farsi impiantare embrioni anche malati per poi abortire (ovviamente la massima parte va all'estero dove la civilità continua....)
Hanno proseguito VIETANDO la sperimentazione sulle cellule staminali embrionali fottendosene di migliaia di malati gravi che da quegli epserimentii avrebbero potuto trarre giovamento.
Hanno VIETATO le unioni di fatto.
VOGLIONO VIETARE ai giornalisti di fare la cronaca delle indagini giudiziarie, pena la galera.
VOGLIONO VIETARE ai magistrati di inziare le indagini su notizia di reato (passerebbero questo alla Poliza che dipende dal Ministero degli Interni!)
VOGLIONO VIETARE alla stampa anche di FARE IL NOME DEL MAGISTRATO che si occupa delle indagini per evitare che diventi famoso come Falcone e Borsellino e difficile quindi da eliminare senza fare scalpore.
VOGLIONO VIETARE YOUTUBE o censurarlo
VOGLIONO VIETARE la libertà di decidere se uno vuole o no il sondino nasograstrico in caso di coma.
HANNO PRATICAMENTE VIETATO l'uso della pillora R486 ed è difficile trovare anchela PILLOLA DEL GIORNO DOPO
VOGLIONO VIETARE la libertà di cura dei medici verso i clandestini
VOGLIONO VIETARE l'iscrizione nelle scuole dei figli dei clandestini
VOGLIONO VIETARE le classi miste facendo ghetti per i bambini extracomunitari
Tra poco per mettersi in riga con il papa nazista VIETERANNO ABORTO e DIVORZIO e l'uso del PRESERVATIVO...
QUESTO SAREBBE "il popolo della libertà"?????????????????
Capeggiato da un puzzone lavasoldi di mafia, corruttore di assessori, magistrati, finanzieri, politici e con una rapina sul gobbo delle nostre frequenze TV???http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/
“Nostra terra, nostra signora”. Indigeni di Roraima in festa: il Tribunale federale riconsoce il loro diritto alla terra
Il Supremo Tribunale Federale, dopo due giorni di consiglio, ha decretato una storica vittoria per la causa indigena in Brasile: con dieci voti a uno, ha riaffermato che il territorio "Raposa Serra do Sol", nello stato di Roraima, dovrà essere restituito alle 194 comunità native, confermando la validità del decreto emesso nel 2005 dal presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Già allora infatti, Lula intimò ai coloni presenti in quell'area (un gruppo di grandi produttori di riso e 50 famiglie di agricoltori) di sgomberare le terre illegalmente occupate, ottenendo però soltanto un violento no, a cui è seguito una serie di attacchi alle comunità indios, alcuni finiti nel sangue.
La festa. "Le terre indigene sono inalienabili e i diritti su di esse sono imprescrittibili" hanno ribadito i giudici del Tribunale. Una dichiarazione che è stata accolta al grido di "Ana Pata, Ana Yan" (nostra terra, nostra signora), intonato dalle tante organizzazioni indigene in festa a Brasilia e Boa Vista, capitale di Roraima.
"Senza quelle terre - ha dichiarato il giudice Celso de Mello nel motivare il suo voto a favore - i nativi sarebbero esposti al rischio gravissimo della disintegrazione culturale, della perdita della propria identità, della dissoluzione dei loro vincoli storici, sociali e antropologici, e infine dell'erosione della propria coscienza".

Gli antefatti. Si tratta di un'area di 1,7 milioni di ettari tra la frontiera con Venezuela e Guyana, il cui perimetro venne evidenziato per la prima volta nel 1998 durante il governo di Fernando Cardoso. La lotta indigena per riappropriarsi delle terre ancestrali, però, inizia molto prima raggiungendo fasi acute già negli anni Settanta, quando comincia il processo di riconoscimento. Il primo ostacolo da superare sono, appunto, i coloni che intrecciano i loro interessi con quelli delle multinazionali che in quest'area intraprendono grandi affari. Il groviglio di relazioni pericolose che da sempre minacciano il lieto fine della questione indigena lo aveva spiegato a PeaceReporter, Silvia Zaccaria, un'antropologa esperta della vicenda: "Dietro coloro che a Roraima si oppongono al riconoscimento delle terre, dei diritti indigeni e alla riforma agraria, ci sono parlamentari locali che però godono di notevole rappresentatività a Brasilia - raccontava - Essi vedono nella risicoltura e in altre attività intensive il futuro di Roraima per cui non hanno nessun interesse alla regolarizzazione delle terre, perchè ciò significherebbe un controllo più diretto sul loro uso, che invece non è mai esplicitamente dichiarato". Da qui l'assurdo: "L'amministrazione locale di Roraima preferisce che non si realizzi il passaggio delle terre federali allo Stato regionale e che, piuttosto, rimangano indefinite, consentendo così che tali terre cadano nelle mani dei grileiros (invasori illegali di terre federali), la mano lunga dei todos poderos (potentati) locali, i quali, a loro volta, rappresentano gli emissari delle multinazionali che stanno "internazionalizzando" il Brasile".
E così è stato, fino a oggi. L'omologazione decisa dal governo Lula del maggio 2005, infatti, per i fazendeiros locali non significò restituire la terra ai legittimi proprietari con sgombero immedato, bensì guerra legale. Subito dopo la firma del decreto Lula, infatti, il governatore dello Stato di Roraima chiese l'immediata sospensione del decreto, sostenuto da 54 deputati del parlamento federale. Ne nacque un conflitto di carte e ricorsi arrivato fin qui, fino a un processo federale e alla sua sentenza finale. Anni che hanno registrato gravi momenti di tensione, con attacchi violenti alle comunità, proteste, occupazioni di edifici e strade da parte di entrambe le parti in causa, fino al suo momento clou, quando dieci indios vennero uccisi a colpi di pistola in una fattoria.
Da oggi, dunque, per gli indigeni brasiliani si rinnova la speranza. Nel paese, secondo i dati della Fondazione nazionale indigena (Funai), ci sono ancora 488 territori in fase di demarcazione, per un totale di 105.673.003 ettari. Altri 123 aree ancestrali sono, invece, ancora in via di identificazione. La strada è lunga, ma il primo tratto, finalmente, è stato percorso.
http://it.peacereporter.net/articolo/14768/Brasile%3A+Ana+Pata%2C+Ana+Yan
Scusatemi, il raffreddore e i viaggi mi hanno tenuto lontano dal blog per quasi due giorni. Ma nel frattempo giungono segnali che un bastardo cittadino delle due sponde mediterranee non può che vivere con speranza. Per trent’anni, dalla rivoluzione degli ayatollah nel 1979, l’islam si è rispecchiato in un’idea di contrapposizione assoluta con l’occidente guidato dal “Grande Satana” americano. Un aggiornamento ideologico della guerra di religione d’antica memoria che ha prodotto il terrorismo suicida, sangunosi conflitti locali, tensioni in quasi tutto il pianeta. Contemporaneamente gli Usa vivevano il declino economico e militare della loro egemonia mondiale, senza però che tale evento favorisse la crescita di nuove potenze nell’area mediorientale. E’ altrove, in Asia e America Latina, che hanno assunto un ruolo di guida nelle relazioni internazionali potenze divenute nel frattempo solide. L’Iran s’è fatto più aggressivo e influente, si è avvantaggiato del ribaltone sciita al governo di Bagdad, ma non è in grado di conquistarsi con le armi quello “spazio vitale” che la storia per millenni ha assegnato alla potenza persiana. Dunque è un rischio assennato e lungimirante quello che ha deciso di correre Barack Obama, proponendo un dialogo al nemico storico di Teheran. Nella speranza che la crisi economica del pianeta incoraggi pure quella abilissima, spregiudicata diplomazia a rinunciare alle incognite del “tanto peggio tanto meglio” per verificare quel che si potrebbe guadagnare da un negoziato con Washington. Emergerà così che la detestabile propaganda anti-israeliana è uno strumento velenoso -certo- ma non concerne il nucleo degli interessi vitali dell’Iran. Non c’è alcuna ragione storica nè strategica per cui un Iran forte dovrebbe necessariamente soffrire l’esistenza d’Israele. Anche il presidente siriano Assad ha lanciato segnali d’interesse espliciti, nella recente intervista a “Repubblica”. La svolta oggi ci appare temeraria, esili le speranze che si realizzi. Ma non possiamo che plaudire a chi ha deciso di provarci seriamente.http://www.gadlerner.it/
Berlino, Bernauer Strasse, resti del Muro (fotowalkingclass)
Adesso lo vogliono ricostruire. Se non proprio il Muro, giacché parrebbe una sorta di Disneyland della guerra fredda, almeno qualcosa che riporti alla memoria le atmosfere cupe della Berlino divisa. Se non saranno calce e mattoni, sarà il ferro. Sarà la cortina di ferro.
Il luogo del delitto è una strada ricca di simboli e tragedie, la Bernauer Strasse. Cominciò lì, nelle prime ore del 13 agosto, lo srotolamento del filo spinato e poi la posa delle prime rudimentali pietre. Proprio lì il settore sovietico confinava con quello francese sul limes disegnato da una lunga fila di palazzi. E’ in uno di quei palazzi che sonnecchiava Frau Olga Segler, quando i soldati della Volskpolizei (i famigerati Vopos) cominciarono a scalpellare. Ed è da uno di quei palazzi che Frau Olga Segler penzolava una trentina di giorni dopo, aggrappata al cornicione della finestra, ancora indecisa se riguadagnare la solida sicurezza del proprio pavimento, ormai ingabbiato a Berlino Est, o lasciarsi andare giù dove un gruppo di pompieri con la tela di salvataggio la invitava a saltare sul marciapiede di Berlino Ovest. Alla fine si lasciò andare ma il telone non resse. Fu una delle prime vittime di una lunga serie.
E fu ancora lungo la Bernauer Strasse che nel 1962 si consumò la fuga più clamorosa, organizzata peraltro da due italiani, che scavarono sotto il Muro un tunnel di 123 metri per far scappare un loro amico e altre trenta persone. E ancora qui, su questa strada che prima divideva due mondi e oggi solo due quartieri, è possibile vedere l’unico frammento di muro originale sopravvissuto ai cacciatori di souvenir e alla furia distruttiva che colse i berlinesi dopo il 9 novembre di vent’anni fa.
Si esce dai sotterranei della omonima stazione metropolitana e ci si incammina seguendo la striscia di sanpietrini che delimita il vecchio confine, calpestando la lapide che ricorda Olga Segler. E proprio camminando sul filo sottile della memoria incocci il cemento di quello che fu il Muro di terza generazione, una spessa massa grigio opaca oltre la quale non era possibile vedere né andare. In tutto sono 212 metri. Nella prima parte il Muro è proprio intatto: spessore, giunture, la tipica cornice tonda che lo sovrastava. Poi comincia a sberciarsi, come un monumento rosicchiato dalle zanne del tempo e degli scalpelli, e le aste di ferro che ne costituivano lo scheletro vengono fuori arruginite, piegate. In mezzo c’è un buco di 19 metri e su questo spazio tranciato s’è scatenata la fantasia dei restauratori.
Nel palazzetto di fronte c’è la sede della Fondazione Muro di Berlino che ha in cura i resti di quello che la propaganda della Ddr chiamava “il bastione di difesa antifascista”. Nelle sale del piccolo museo allestito si illustrano le sequenze che portarono alla costruzione del Muro. Campeggia la frase celebre di Ulbricht, l’allora capo della Ddr, pronunciata un paio di mesi prima dell’agosto 1961: “Nessuno ha intenzione di costruire un Muro”. E’ quello che oggi ribadiscono i rappresentanti della Fondazione, cui era demandata la decisione di tappare quei diciannove metri di desolazione utilizzando altri pezzi originali del Muro. I custodi della memoria di Bernauer Strasse, invece, hanno optato per un’altra proposta, avanzata dalla comunità evangelica della chiesa di Sofia: inserire nello spazio vuoto una lunga teoria di aste di ferro a memoria della cortina che divise non solo Berlino ma tutta la Germania e l’intera Europa dell’Est.
Il fatto è che il museo è interessante ma l’intera area, arricchita da un’installazione artistica, una piattaforma di metallo e una cappella del perdono, non riesce a trasmette l’emozione esatta delle tragedie vissute nella città divisa. Ecco perché ora i lavori fervono per arricchire l’apparato documentario attorno ai resti del Muro. La comunità evangelica ha qualche voce in capitolo, perché l’attuale cappella del perdono in legno rimpiazza la vecchia chiesa di Sofia, un gioiello architettonico della fine dell’Ottocento, rimasta intrappolata nella terra di nessuno e fatta saltare dal regime della Ddr nel 1985 fra le proteste (inutili) delle autorità occidentali. Ad essa appartiene anche il piccolo cimitero alle spalle del vecchio confine, di cui la comunità è rientrata in possesso solo dopo la fine del regime. Storie e memorie riallacciate proprio grazie alla caduta di quel Muro e di quella cortina che oggi si vuol ricostruire.
Paradossi berlinesi. Berlino, d’altronde, è città in continua trasformazione, veloce, rapida nel consumare anche la propria storia. Per questo piaceva agli ormai centenari futuristi, che la invasero negli anni Venti per inebriarsi del suo caotico divenire. Quando la Ddr scomparve in una notte, nessuno voleva più avere di fronte agli occhi quella lunga ferita di cemento. Ne fecero pezzetti da rivendere sulle bancarelle dei souvenir, finché pure le schegge originali finirono e i truffatori s’inventarono i pezzi di Muro contraffatto che si trovano nelle case dei turisti di tutto il mondo. Con il Muro è stata però cancellata anche la memoria. Il viaggiatore che volesse ricostruirla oltre l’iconografia dei musei vaga per la città come quel personaggio di un celebre film di Wim Wenders (Il cielo sopra Berlino) che non si raccapezzava più negli spazi vuoti della Potsdamer Platz.
Ci sono altri luoghi della memoria. La bizzarra East Side Gallery, un’altra lunga fila di pezzi del muro coperta da graffiti piazzata sulla sponda orientale della Sprea, che ha fatto da sfondo alla pubblicità di una marca di valige, protagonista un malinconico Michail Gorbaciov. Solo che i pezzi sono stati trasportati lì successivamente e i graffiti disegnati ben dopo la caduta del Muro. O il vecchio Museo militante al Checkpoint Charlie, forse la cosa più onesta dal momento che sta lì da prima che il Muro se ne venisse giù. Il Comune ha speso soldi per produrre una specie di I-Pod storico, che ogni turista può affittare e mettersi al collo per ripercorrere in bici i quarantadue chilometri del vecchio confine: solo che il Muro lo guardi sullo schermo, come fosse un videogioco. Gli unici resti originali di una qualche rilevanza sono proprio quelli sulla Bernauer Strasse. Ora l’idea di rimpiazzare i vuoti con la cortina di ferro sembra definitiva. Nessuno ha intenzione di costruire un Muro. Però lo disse anche Ulbricht e sappiamo come andò a finire.
(pubblicato sul Secolo d'Italia)http://walkingclass.blogspot.com/
La caccia ai taliban "buoni" in un articolo di Pepe Escobar
I taliban sono destinati a incendiare il Reichstag?
di Pepe Escobar
Per chi si stesse chiedendo dove il vice presidente degli Stati Uniti trascorra il suo – abbondante – tempo libero, ha appena passato un martedì ricco di eventi ai quartieri generali dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) e dell'Unione Europea a Bruxelles.
Il messaggio di Biden agli europei nel panico per la crisi finanziaria (ma esitanti a salvare l'Europa Orientale) è stato, be', confortante: “Vale la pena di avviare un dialogo per determinare se ci sia o no chi è disposto a partecipare a uno stato afghano sicuro e stabile”.
Questo doveva servire a sottolineare la fondamentale (rivoluzionaria) tattica contro-insurrezionale degli Stati Uniti nel sempre più tumultuoso teatro afghano-pakistano: l'urgenza di lanciare un bel dibattito con i taliban “buoni”.
Come se i pezzi grossi della NATO non se ne fossero accorti – e forse è così – seguendo l'esempio dei loro soldati che preferirebbero comprare tappeti a Chicken Street a Kabul piuttosto che affrontare un mujaheddin, Biden ha sottolineato che la situazione nel teatro sud-asiatico si sta aggravando.
Gli europei non sono rimasti impressionati; cioè non hanno cacciato fuori altri soldati. Biden ha detto che l'attuale caos “rappresenta una minaccia per la sicurezza... non solo per gli Stati Uniti, ma per ogni singola nazione attorno a questo tavolo”. Non ci sono ancora prove credibili che i taliban intendano entrare dalla Porta di Brandeburgo sui loro fuoristrada Toyota e vogliano incendiare (una seconda volta) il nuovo, post-moderno Reichstag riprogettato da Sir Norman Foster.
La caccia ai taliban “buoni”
Uno stratega francese ha confermato ad Asia Times Online che Biden e la sua eminente tavola rotonda della NATO non sono riusciti ad accordarsi sui “buoni” taliban con cui dialogare. Una conferenza via Skype con il Presidente afghano Hamid Karzai non era in grado di far luce sulla questione. Una telefonata al fantoccio oltreconfine, il vedovo di Benazir Bhutto Presidente Asif Ali Zardari, avrebbe potuto.
Contrariamente a un membro femminile del parlamento afghano di Kabul che la scorsa settimana ha riassunto molto bene il tutto (“Mandateci 30.000 studiosi. O 30.000 ingegneri. Ma non mandate altri soldati, questo non farà che portare altra violenza”), il presidente afghano Karzai – lo chiamano il sindaco di Kabul – rimane isolato, e così ha deciso di restare fermo sulle sue posizioni cercando di prevedere i risultati delle elezioni fissate per agosto.
Gli afghani non ci sono cascati. Non ci è cascata neanche la cricca di realisti neo-liberali che compongono la squadra per la politica estera del Presidente Barack Obama. Certo, preferirebbero avere un altro fantoccio afghano quanto prima, ma per ora aspettano tutti le elezioni di agosto.
Per quanto riguarda Zardari, resta in fin dei conti il tizio a cui fare riferimento quando si tratta di abbracciare un taliban. Ha stretto un patto con Baitullah Mehsud, il capo del Tehrik-i-Taliban in Pakistan. Ha stretto un patto con il Tehreek-e-Nafaz-e-Shariat-e-Mohammadi (TNSM) che ha portato alla liberazione del suo leader, l'intrattabile Sufi Mohammad. Il 16 febbraio il governo della Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) ha firmato il trattato di pace di Swat; questo significa che la TNSM applicherà la sharia nella valle e non attaccherà le truppe di Zardari.
Questo modello può valere anche per altre aree tribali. Due settimane fa i taliban e il governo pakistano hanno dichiarato una tregua nella regione di Bajaur, e questo porterà certamente a un altro accordo di pace. Subito dopo tre fazioni chiave dei taliban – il gruppo Mehsud, il Gul Bahadur e il Mullah Nazir – hanno comunicato la formazione di una stretta alleanza nel Waziristan per combattere non Zardari e l'élite di potere feudale pakistana ma la NATO, gli americani, la loro “guerra al terrore” e in generale l'occupazione straniera.
Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David “Mi sto posizionando per le elezioni del 2012” Petraeus, il capo del Pentagono Robert Gates, Obama, Biden, la NATO, sono tutti concordi con la linea ufficiale. Il problema adesso è trovare questi “buoni” taliban così elusivi.
Biden di certo sa che alla fine dello scorso anno un gruppo scelto di diplomatici afghani più il fratello di Karzai, Ahmad Wali, ha infine parlato con alcuni taliban, buoni o cattivi, grazie alla famigerata mediazione saudita. Doveva per forza esserci l'approvazione degli Stati Uniti.
Quello che Biden non ammette pubblicamente è che la strategia di Petraeus-Gates-Obama-Biden consiste nel riversare una pioggia di dollari americani su qualsiasi comandante taliban sia disposto a stringere qualche tipo di accordo con la NATO. Zardari da parte sua sta facendo lo stesso; ma molto, molto più velocemente.
"Taliban" naturalmente è un termine straordinariamente elastico. L'eterogenea ciurma che sta dando la caccia ai taliban “buoni” dovrebbe almeno sapere chi sta cercando.
Numero uno: i taliban storici guidati dal Mullah Omar, visto l'ultima volta nell'autunno del 2001 nella provincia di Kandahar mentre fuggiva dalle bombe americane per entrare nella leggenda in sella a uno scooter Honda 50cc. Gli assi del controspionaggio degli Stati Uniti sanno che ora è a Quetta, nel Belucistan – territorio pakistano, e ha accesso alla posta elettronica. Però non sono stati capaci di mandargli neanche un SMS.
Numero due: l'Hizb-i-Islami (Partito Islamico) dell'ex primo ministro afghano nonché super signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar; in senso stretto non sono taliban.
Numero tre: il gruppo del famoso comandante del jihad Jalaluddin Haqqani, che fa base nelle aree tribali del Waziristan in Pakistan.
Poi ci sono almeno tre gruppi taliban pakistani: il Mehsud, il Gul Bahadur e il TNSM.
E infine qualsiasi gruppo di pastori pashtun che abbiano in odio l'occupazione straniera (praticamente tutti); si siano visti uccidere la famiglia dagli americani, dalla NATO o dall'esercito pakistano (molti); o abbiano perso i loro raccolti d'oppio, cioè la loro fonte di sussistenza (e ce ne saranno molti altri, non appena le ulteriori truppe mandate da Obama toccheranno la provincia di Helmand).
Tutti questi taliban, sul suolo afghano, fanno non più di 15.000 persone, secondo il Ministro degli Interni afghano; ma si dà il caso che siano molto attivi, e raggiungibili, in non meno di 17 province afghane. Di certo gli oltre 60.000 soldati statunitensi e della NATO, per non parlare dei 17.000 del “surge” di Obama, potrebbero farci due chiacchiere.
Dove sta il mullah
Si può scommettere una cassa di Chateau Margaux del 1982 sul fatto che nessuno alla NATO sa trattare con Hekmatyar – l'uomo che scelse di distruggere Kabul durante la guerra civile alla metà degli anni Novanta prima che i taliban prendessero il potere nel 1996 (e di lui si dice che riuscì a uccidere più afghani che sovietici).
Hekmatyar è il Michael Corleone del jihad. Recentemente a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la gente di Karzai ha pensato di aver fatto a Hekmatyar la famosa “offerta che non si può rifiutare”: prima asilo in Arabia Saudita, poi ritorno in Afghanistan con immunità totale. Avevano dimenticato che il fiero Hekmatyar non vuole asilo. Vuole la sua fetta di torta a Kabul – preferibilmente quella più gustosa.
L'ex ministro degli esteri dei taliban Mullah Muttawakil – che il vostro corrispondente ha avuto il piacere di incontrare all'epoca d'oro dei taliban – sa per esperienza che non funzionerà. Ha detto ad al-Jazeera: “Non porterà vantaggi a nessuno... non porrà fine alla guerra”.
Questo significa che la caccia al buon taliban dovrà concentrarsi sulla ricerca dell'Ombra in persona, il Mullah Omar, con il quale tentare un dialogo.
E cosa direbbe mai il Mullah Omar a tutti questi occidentali improvvisamente così loquaci? Direbbe esattamente quello che il suo caro amico Mullah Mutassim, ex ministro delle finanze dei taliban, ha detto al periodico al-Samoud due settimane fa: vogliamo gli Stati Uniti e la NATO subito fuori dall'Afghanistan, vogliamo la sharia e non vogliamo assolutamente alcuna interferenza occidentale nel nostro paese.
Cosa vuole invece Michael Corleone – ops, Hekmatyar?
Non è un taliban. Non è di al-Qaeda. Era un cocco degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita e dei servizi segreti pakistani, l'ISI, durante il jihad degli anni Ottanta. Non è un fondamentalista, è più vicino ai Fratelli Musulmani. La CIA ha cercato di ucciderlo con un missile Hellfire (cos'altro?). L'ha scampata.
Il vostro corrispondente ci si è quasi imbattuto nella provincia di Kunar nel 2002 – con grande sorpresa delle truppe statunitensi che gli davano la caccia. Poi l'ISI (chi altri?) lo aiutò a riorganizzarsi. Karzai gli offrì una fetta della torta a Kabul, ma non era abbastanza gustosa. Il Pakistan rilasciò suo fratello. La Cina invitò alcuni suoi soci a Pechino.
E così tutti lo amano: Karzai, Zardari, l'ISI, la Casa di Saud, la Cina e, prima o poi, l'amministrazione Obana. Potrebbe perfino ricevere un'offerta che non può rifiutare. Ma c'è un problema: vuole anche che gli Stati Uniti e la NATO se ne vadano. Ed è abbastanza scaltro da tentare di far combattere un'alleanza taliban rinvigorita ed eccitata dai soldi dell'oppio contro le tattiche contro-insurrezionali di Petraeus e Gates. A proposito, Hekmatyar fu un pioniere nella raffinazione dell'eroina in Afghanistan, invece di limitarsi a tassare l'oppio.
E allora cosa succederà? Beh, le solite cose. I taliban pakistani daranno una mano nella preparazione della grande offensiva di primavera guidata dal... Mullah Omar contro gli Stati Uniti e la NATO in Afghanistan. A Bruxelles i cinici scommettono sul fatto che alla NATO si sappia benissimo che questo braccio armato dell'arroganza occidentale non ha una sola occasione di farcela contro mujaheddin nati per combattere che hanno sconfitto chiunque da Alessandro Magno in poi.
A beneficio dell'opinione pubblica Obama insiste nel dire che “non abbiamo alcun interesse o aspirazione” a restare in Afghanistan “a lungo”. Ovviamente si è dimenticato di chiederlo al Pentagono. La loro bibbia infestata di acronimi, il famoso FM 3-05.202 [Special Forces Foreign Internal Defense Operations, il manuale di 110 pagine per l'appoggio – anche non dichiarato – delle Forze Speciali degli Stati Uniti a governi stranieri contro le rivolte o le insurrezioni interne, N.d.T.] fa capire che la contro-insurrezione durerà per sempre. Il Tenente Colonnello in congedo David Barno, ex comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ha perfino detto che gli Stati Uniti ci resteranno fino al 2025.
Un sacco di tempo per cercare dei taliban “buoni” con cui parlare oppure, Allah non voglia, assistere impotenti mentre conquistano Berlino al suono della Cavalcata dei Pashtun eseguita dai Berliner Philharmoniker.
Originale: Taliban set to burn the Reichstag?
Articolo originale pubblicato il 13/3/2009
Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.
URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7245&lg=it
Ieri Obama da Jay Leno ha detto che gioca a bowling come i partecipanti alle Special Olympics, e la cosa ha fatto un po’ di scalpore. Sono seguite le scuse e il caso è già chiuso, ma l’episodio ci spiega nel suo piccolo due cose dell’America: l’incredibile e maniacale attenzione al politicamente corretto; una qui impensabile indipendenza dei media dalla politica, considerato il fatto che in un programma amico del presidente - nonché registrato - nessuno si sia fatto venire in mente la possibilità di tagliare la battuta. A margine, poi, questa storia potrebbe insegnare a Repubblica che le Paraolimpiadi e le Special Olympics sono due cose ben diverse tra loro. E potrebbe insegnare al Corriere che Leno non si pronuncia lìno.http://www.francescocosta.net/
di Danilo Arona
Più d'una volta mi sono concesso l'azzardo di sostenere che in certe occasioni la letteratura horror nasconde delle verità quanto mai decifrabili al di là delle metafore e delle maschere letterarie.
Il monumentale Carrion Comfort di Dan Simmons, conosciuto in Italia come Danza Macabra (titolo con cui uscì nel '92 presso Interno Giallo), rappresenta una di queste occasioni, Tornato in questi giorni sugli scaffali delle librerie in edizione integrale per i tipi di Gargoyle Books, Danza Macabra è un clamoroso mix di horror epico, thriller, action con qualche strizzatina d'occhio alla spy story: un assoluto esempio di ottima letteratura contemporanea di confine, scritta però vent'anni fa, grazie alla quale facciamo conoscenza con dei particolarissimi “mostri” dotati di un “Talento” tanto speciale quanto discutibile, ovvero quello di entrare nel corpo e nella mente degli esseri umani per assoggettarli ai loro inimmaginabili scopi.
Senza voler guastare a chicchessia la lettura che si dipana prodigiosamente fluida e accattivante per quasi mille pagine, si può anticipare che il Talento dei tre vampiri psichici (Melanie, Willi e Nina) azzera del tutto l'impulso vitale delle vittime prescelte, che in questo modo si trasformano in catatonici zombi dall'elettroencefalogramma piatto e del tutto insensibili ai più atroci dolori fisici.
Se vi pare un riferimento dell'attuale condizione planetaria, non si può che concordare. E lo stesso Simmons, nel corso del romanzo, ne corrobora l'Ombra con ampi riferimenti alla manipolazione mediatico-economica, alla pedofilia e agli inganni della politica. Ovvio che il modello in stato d'accusa non possa essere altro che l'America degli anni ottanta, reazionaria, razzista e con un tendenza già allora crescente alla “esportazione” della “democrazia”. Ma il discorso tiene ancora, soprattutto laddove Simmons individua nelle élite – i ristrettissimi gruppi di potere finanziario ed economico – l'espressione più potente del male, soprattutto negli occulti progetti unilaterali di giocare “non più sulla pelle di singoli uomini ma di nazioni intere”. Sotto questo profilo Carrion Comfort è quasi un saggio sul tema della manipolazione globale. E scoprirlo in una ristampa del 2009 non è proprio da poco.
Ma personaggi come Melanie e Nina esistono sul serio? Con quei poteri? Personalmente non avrei dubbi a favore di una risposta affermativa e, a conforto di una tesi all'apparenza paradossale, porterei come prova “fumante” la cronaca quotidiana, né più né meno quello che ci arriva tutte le mattine dai giornali: un utile sport mentale che occorre fare per imparare a leggere oltre le notizie. Su questo non mi dilungo, ma è dall'11 settembre 2001 che la realtà è un'altra. E poi non è forse manipolazione globale la tremenda crisi economica, appunto, creata dalle élite, che sta martoriando l'Occidente? Lo dice pure Tremonti a suo modo. E va da sé che stiamo parlando del vampirismo psichico istituzionale.
Però è giocoforza che sul piano individuale, quello sottile che c'informa prima di tutto “a pelle” sul connettivismo di ogni giorno, ci troviamo al dover fare i conti con verifiche di cui molti (chissà quanti) non paiono avere percezione. Un esempio sin troppo banale: avete mai passato una certa parte del vostro tempo con una persona che vi ha, alla lettera, spossato? Vi siete mai trovati, alla fine di qualche serata all'apparenza frivola e disimpegnata, privi del tutto di energie come se aveste scaricato chili di mattoni per ore e ore? Bene, è probabile – non certissimo perché ci muoviamo in un campo in cui la certezza non è mai tale – che siate transitati dalle parti di uno o più vampiri della mente, quasi certamente in piena stagione di caccia.
Esistono senza dubbio nella prassi quotidiana individui che metaforicamente risultano essere proprio dei veri “predatori” di energia. Ognuno nella sua vita ne conosce, se è fortunato, almeno una mezza dozzina. Io forse ne ho incontrati di più, ma quel che conta è la media. Sino a quando non mi sono imbattuto in un sinistro libretto dello psicologo statunitense Joe H. Slate, Psichic Vampires – che, per quanto sia da prendere con le molle, in alcuni passaggi fa più che riflettere. Ad esempio, questo:
“Se riflettete un istante, forse ricorderete di avere sperimentato il vampirismo psichico, fenomeno che vi ha privati delle vostre energie e vi ha lasciati mentalmente e fisicamente stanchi. Forse avrete addirittura avvertito la violazione del vostro spazio personale e la vera e propria estrazione di energia dal vostro corpo. Una volta consapevoli di questi effetti, forse avete cercato un modo educato per porre fine a questa intrusione. E' interessante notare che alcuni dei termini usati per descrivere questi incontri sociali così sgradevoli suggeriscono chiaramente i sintomi del vampirismo: 'dolore al collo' e 'un'esperienza prosciugante' sono solo due esempi. Esempi tipici di vampirismo sociale sono il bombardamento di comunicazioni persuasive che si vedono regolarmente in politica, nella religione, nella raccolta di fondi e nella pubblicità. I vampiri psichici esperti, infatti, hanno spesso una lunga storia di manipolazione di persone per trarne vantaggio nella carriera o per altri interessi, uno schema che si è fatto sempre più dominante.”
Volendo cercare riscontri – da Vanna Marchi a qualche leader politico a caso - i risultati non mancherebbero. Ma personalmente non farei cadere un discorso a suo modo serio nel bozzettismo caricaturale. Perché quando si discute di “energia”, ci muoviamo in ambito scientifico, quanto meno in quel terreno di studio non ancora asservito agli interessi delle élite globali. E allora occhio, occorre schermarsi, perché, citando ancora Slate, “il vampirismo psichico è vivo e fiorente nel mondo di oggi e, che abbia forma individuale, di gruppo, parassitica o globale, esige purtroppo un pesante tributo: esso risucchia energie, e in alcuni casi distrugge vite umane. A livello personale, consuma le nostre energie e interrompe la nostra crescita. A livello globale, può letteralmente privare la Terra dalle risorse necessarie alla sua sopravvivenza.”
C'era un signore, un grande intellettuale, che si chiamava Joan Culianu che si occupava a fondo di questi argomenti, soprattutto dei brain-trust che esercitano il loro controllo occulto sullo psichismo di massa occidentale. Fu ucciso con un colpo di pistola Beretta calibro 25 nei bagni della Divinity School di Chicago il 21 maggio 1991. Culianu veniva dalla Romania. Di lì molto probabilmente venivano anche i suoi assassini. La Romania ha regalato al mondo la controparte folclorica dei “vampiri della mente”...
Non concludiamo. Questi discorsi non si concludono mai. Sembrano frammenti slegati di un ragionamento che non si vorrebbe neppure portare a compimento. Non a caso la fiction letteraria, spesso, fa le veci del giornalismo investigativo. Leggiamo bene e leggiamo “oltre” Danza Macabra di Dan Simmons, I parassiti della mente di Colin Wilson e, magari, Il presagio di Claudio Gatti (un thriller di molti anni sulla morte di Culianu, scomparso subito dagli scaffali)... Chissà che non s'intravedano i lampi della luce oscura e della verità.http://www.carmillaonline.com/archives/2009/03/002981.html
LE "CASSANDRE" INSISTONO: LA CRISI PEGGIORERA'
MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net
«Anche un gatto morto se cade dal terzo piano su qualcosa che lo fa rimbalzare torna su almeno una volta. Ma questo non significa che sia meno morto». Ambrose Evans-Pritchard, editorialista economico del Daily Telegraph, è noto per i suoi adagi taglienti e i suoi giudizi chirurgici: pochi, come quello appena riportato, sanno raccontare con cinismo e ironia la follia irrazionale di questi giorni sui mercati.
Ma anche Oltreoceano c’è chi non lesina critiche molto pesanti alle scelte dell’amministrazione Bush prima e di Obama poi, ma soprattutto alla Fed e alla sua suicida politica di tassi zero. Per Paul Craig Roberts, vice segretario al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan, quanto sta accadendo in America rischia infatti soltanto di rendere la crisi più lunga e dura. A partire dagli errori compiuti esattamente un anno fa, quando Roberts avanzò una proposta tanto provocatoria quanto coraggiosa per spezzare il circolo vizioso dello tsunami subprime e provare a evitare che vengano minati del tutto anche i fondamentali dell’economia: eliminare la regola del “mark to market”.
«Quella regola - spiega Roberts - obbliga le istituzioni finanziarie a scrivere sui libri contabili i loro mutui subprime ai valori di mercato correnti; invece per uscire dalla spirale in cui ci siamo infilati bisognerebbe consentire alle istituzioni speculative di mantenere questi strumenti derivati iscritti in bilancio al loro valore di carico, o almeno al 90% del loro valore iniziale. Così si guadagnerebbe tempo e si potrebbe sperare nella formazione di un mercato ad hoc».
Il problema, secondo Roberts, è che quegli strumenti finanziari sono finiti nei guai prima che si creasse un mercato in grado di fissare correttamente i prezzi in base al rischio e al potenziale di guadagno. «Quegli strumenti erano venduti direttamente dalle istituzioni che li emettevano agli investitori: comunque non quotati o fluttuanti in alcuna Borsa. Ora che sono malfamati e il loro valore è sconosciuto, nessuno li vuol comprare, è ovvio. È la non liquidabilità che ne abbassa il valore. Questa caduta libera ha trascinato le banche e i fondi speculativi all’insolvenza, per di più obbligandole, per far cassa, a vendere le azioni solide su mercati borsistici, accelerandone così il declino e infettando del male anche le aree sane dell’economia. Sospendere l’obbligo del “mark to market” avrebbe alleviato la pressione dalla Borsa e la Federal Reserve potrebbe evitare di abbassare ancora i tassi d’interesse per inserire liquidità nell’economia attraverso un sistema bancario che è danneggiato».
È come continuare a pompare acqua in una tubatura che perde: «Tassi d’interesse ancora più bassi peggiorano la crisi accelerando il declino del dollaro; ora che l’inflazione cresce, altra liquidità peggiora solo la crisi economica. In effetti non esiste un problema generale di scarsa liquidità: i problemi di liquidità riguardano solo questi strumenti finanziari mal concepiti».
Eppure proprio il giorno prima del clamoroso tracollo di Bear Stearns, un report di Standard&Poor’s vedeva la luce in fondo al tunnel subprime. Peccato che i fatti abbiano precipitato la situazione nel buio. «S&P sbagliava - rincara Roberts -. All’inizio la crisi toccava soltanto le banche e gli istituti che erogavano mutui, ora sono le istituzioni finanziarie non-deposit-taking a essere nei guai, basti pensare alle banche d’affari o a fondi come il Carlyle Capital. I derivati dei subprime, quindi, non sono affatto gli unici strumenti derivati a essere al centro della crisi».
Altro tema scottante è lo stato attuale dell’economia americana: qualcuno parla di recessione, altri di stagflazione come nei tardi anni Settanta, altri di depressione. «L’economia americana è già in recessione da almeno un anno, un anno e mezzo e lo è stata per la maggior parte del Ventunesimo secolo. Il Prodotto interno lordo, l’inflazione, la produttività e il numero di occupati sono altrettanti indicatori che nelle ultime decadi sono stati intaccati un po’ alla volta ma inesorabilmente e alle radici mentre le varie amministrazioni “aggiustavano” i numeri per farsi belli con l’opinione pubblica. Inoltre ora abbiamo la certezza che le statistiche sul Prodotto interno lordo e la produttività calcolavano in modo errato parti di produzione offshore delle aziende americane come Pil statunitense. Il basso costo del lavoro ottenuto utilizzando forza lavoro cinese ha gonfiato le statistiche di crescita della produttività. Inoltre l’economia americana è stata mantenuta in vita nel Ventunesimo secolo attraverso l’aumento del debito dei consumatori, non dalla crescita reale del reddito delle famiglie. I consumatori non possono più sostenere aumenti del debito per finanziare i propri consumi: in questo modo è impossibile che l’economia possa crescere. La stagflazione dei tardi anni Settanta fu frutto della politica keynesiana di gestione della domanda che pompava in alto la domanda dei consumatori attraverso denaro facile, ma diminuiva la produzione con alte tasse marginali. La politica di supply-side dell’amministrazione Reagan ribaltò questo scorretto mix di politiche, curando la stagflazione e ridando forza al dollaro. Ovviamente, continuando a fare errori come quelli che si stanno compiendo, il rischio di stagflazione può tornare».
L’indice è puntato contro la politica di tagli drastici dei tassi sposata in pieno dalla Fed di Ben Bernanke e benedetta da George W. Bush prima e da Barack Obama poi. «Con gli Stati Uniti dipendenti dagli stranieri per finanziare sia le guerre (ovvero il deficit del budget governativo domestico) sia il deficit commerciale, un basso tasso di interesse combinato con un valore declinante del dollaro farà fuggire gli investitori stranieri. In questo momento, il dollaro necessita tassi d’interesse più alti. Gli Stati Uniti non possono sanare il loro deficit commerciale perché la produzione offshore delle corporation statunitensi per il mercato americano contano come import. Producendo all’estero per il mercato interno, le corporations americane hanno fatto esplodere il deficit commerciale e distrutto milioni di posti di lavoro americani nella classe media».
Insomma, una soluzione alternativa c’era e Roberts l’aveva proposta un anno fa. La solita protervia degli ultra-liberisti? Forse, peccato che proprio ieri - a un anno di distanza - Puru Saxena, ascoltatissimo amministratore delegato della Puru Saxena Wealth Management, regalava queste parole in un’intervista alla Cnbc: «Gli Stati Uniti sono già in bancarotta visto che il loro debito sorpassa di quattro volte il valore della loro economia. Gli Usa sono pesantemente a rischio di iper-inflazione».
Non solo. Per Stephen Roach, capo del ramo asiatico di Morgan Stanley, «il fatto che la Fed abbia annunciato la decisione di comprare 300 miliardi di dollari in buoni del Tesoro legati al debito pubblico americano è un pessimo segnale: pompare soldi, ora, non serve a nulla se non a creare le condizioni di ulteriori crisi».
Saranno anche tutti ultra-libertisti e Chicago Boys ma, a occhio e croce, fino a ora le miracolose ricette di neo-keynesiani e neo-colbertisti hanno miseramente fallito nel loro tentativo di arginare la tempesta perfetta della crisi e del credit crunch.
Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=14445
L’ECONOMISTA NOURIEL ROUBINI: “VEDO LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL”
BUFACCHI
ilsole24ore.com
Chi ha il coraggio di domandare a Dr. Doom Nouriel Roubini se la crisi ha toccato il fondo, se il peggio è passato, deve anche avere il coraggio di ascoltare la risposta che, sintetizzata in due lettere, è prevedibilmente "no". Per il professore di economia della New York University che gode oramai di una indiscussa fama mondiale per aver previsto con ampio anticipo e accurate analisi la crisi che ha messo in ginocchio il mondo, i mercati devono ancora scontare qualche altra cattiva notizia: è dell'opinione - in verità non è il solo - che i rialzi delle Borse di questi ultimi giorni siano un "bear market rally", con nuovi ribassi in arrivo. Tuttavia, in una intensa presentazione tenuta ieri a Milano in un incontro a porte chiuse organizzato da Calyon Crédit Agricole, Dr. Doom ha concesso un barlume di speranza: "la luce in fondo al tunnel c'è", ha detto, anche se a denti stretti. E ha subito posto una serie di condizioni: purchè i Governi e le Banche centrali dei Paesi maggiormente colpiti dalla peggiore recessione dalla Grande Depressione del ‘29 – Stati Uniti, Unione Europea, Cina e Giappone in primis – "adottino misure anti-crisi molto aggressive di breve periodo". Quel che è stato fatto finora, tra stimoli fiscali e politiche monetarie anche non convenzionali, non basta. La gravità della crisi è tale ("l'economia mondiale rischia di cadere nel baratro della depressione", per dirla come la dice Roubini) da richiedere sforzi maggiori, azioni più tempestive e scelte più coraggiose da parte dei Governi. Ecco in sintesi il Doom-pensiero sulle principali questioni aperte che stanno più a cuore ai mercati, aggiornato al 20 marzo 2009.
Le banche
La "buona notizia" per Dr. Doom è che dopo il fallimento di Lehman Brothers il rischio sistemico dovuto alla bancarotta di una grande istituzione finanziaria è stato neutralizzato: i Paesi del G7 e l'Unione europea "hanno ammesso che far fallire Lehman è stato un errore" e hanno promesso che faranno di tutto per evitare che un evento di tale portata si ripeta. Per Roubini le garanzie sui depositi e sulle obbligazioni delle banche e le ricapitalizzazioni con intervento pubblico sono una buona notizia. Tuttavia, per Dr. Doom resta ancora molto da fare: le banche americane e inglesi sono ancora "instabili, fragili" e numerosi istituti dovranno essere "nazionalizzati temporaneamente", unica strada per "ripulirne i bilanci". Per Roubini spetta allo Stato il compito di mettere in ordine i bilanci delle banche insolventi, dividere gli asset buoni da quelli cattivi. Sono in arrivo altre brutte notizie da parte di banche, compagnie di assicurazione, hedge fund e persino da Stati che hanno commesso gli stessi errori dell'Islanda: chi naviga in cattive acque sarà costretto a vendere asset, e innescherà nuovi ribassi anche sui mercati azionari.
A proposito dei titoli tossici, Roubini ha spiegato perchè le sue previsioni sull'entità delle perdite del sistema bancario su scala mondiale (3.600 miliardi di dollari) sono peggiori di quelle del Fondo monetario (2.200 miliardi): perchè l'Fmi stima le perdite (che sono sempre virtuali con il sistema mark-to-market) ai livelli attuali mentre le previsioni di Roubini sono basate sulle proiezioni del valore di asset continuamente scontati al ribasso. Dr. Doom preferisce il modello svedese per il salvataggio delle banche perchè sostiene che il modello giapponese, "ricapitizzare banche-zombie", ha dimostrato di non poter funzionare. Infine, tra le iniziative di breve periodo che possono aiutare a uscire dalla crisi, Roubini ha menzionato la sospensione del mark-to-market e l'allentamento dei requisiti di capitale delle banche.
La recessione: V oppure U oppure L
Dr. Doom aveva già previsto una recessione a forma di "U" quando nel mondo prevaleva la tesi di una recessione veloce a forma di "V". Ieri Roubini ha messo in chiaro che la sua stima di recessione negli Usa sta passando da 24 a 36 mesi, con un tasso di disoccupazione negli Usa che si avvia verso quota 10 per cento. La sua "U" nel frattempo peggiora di giorno in giorno, si allunga. "Se l'Amministrazione Obama e il resto del mondo non interverranno in maniera drastica, con misure anti-crisi fiscali ancor più forti di quelle annunciate, la "U" rischia di trasformarsi in una "L", in una depressione". Le stime sull'andamento dell'economia globale di Roubini sono cupe. "Vi ricordate il detto che quando gli Stati Uniti starnutiscono, il mondo si prende il raffreddore? Ebbene: adesso gli Stati Uniti hanno la polmonite!". Perchè Roubini vede nero su scala mondiale e non crede al "decoupling" (che l'Europa o altri Stati possano andare per la loro strada senza seguire gli Usa)? Ieri lo ha spiegato elencando gli eccessi della leva del debito che si trovavano nel mondo prima dello scoppio della crisi: il "troppo" leverage (debiti dei privati per acquistare case, automobili, mandare i figli a scuola, comprare beni di consumo) non è una malattia solo americana, ne soffrono anche Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, Islanda, alcuni Paesi baltici, l'Est Europa, Cina e Dubai. Per Roubini, il fatto che la crescita in Cina rallenterà dal 10% al 5% rappresenta per il Paese un "hard landing".
Un'altra fonte di preoccupazione nello scenario mondiale di Roubini è la crisi finanziaria e valutaria che sta colpendo una serie di Paesi emergenti: in Europa dell'Est (per esempio Estonia e Lituania), Turchia, Pakistan, Korea, Indonesia, Argentina, Venezuela, Ecuador sono stati tutti menzionati ieri. Per tutta questa serie di motivi le stime di Dr. Doom sulla contrazione dell'economia mondiale sono peggiorate per il 2009 da -0,5 a -1,2 per cento. "In altri tempi la crescita mondiale sotto la soglia di +2,5% era già una cattiva notizia".
Spezzare il circolo vizioso
La luce in fondo al tunnel c'è. Di questo Roubini ne è convinto. Basta saper trovare la strada per uscire dal tunnel: e questo percorso, secondo Dr. Doom, lo possono percorrere soltanto i Governi e le Banche centrali che devono impegnarsi a "spezzare il circolo vizioso", la mancanza di fiducia che sta bloccando gli investimenti nelle aziende sane, la voglia di spendere nelle famiglie non indebitate. Quel che va evitato a tutti i costi è che le piccole, medie e grandi imprese sane falliscano per mancanza di credito, che la carenza di liquidità prosciughi le parti buone dell'economia. Le imprese reagiscono al crollo della domanda investendo meno e riducendo la produzione e creando disoccupazione: il loro obiettivo è sopravvivere alla crisi. Ma la perdita di posti di lavoro o solo il rischio di divenire disoccupati tiene a freno i consumi delle famiglie. In questo scenario Roubini ricorda che le banche sottocapitalizzate, che sono tante, saranno costrette a ridurre i rischi e quindi a erogare meno credito. Ed è qui, rimarca il professore della New York University, che i Governi e le Banche centrali possono giocare un ruolo decisivo con interventi a favore delle Pmi e delle famiglie che rischiano di andare in bancarotta solo per mancanza di credito: vanno bene, quindi, le garanzie pubbliche sul rischio-impresa e le ricapitalizzazioni delle banche a carico dello Stato (come i Tremonti-bond). Governi e banche centrali, insomma,sono gli unici che possono fare veramente qualcosa per evitare il peggio. "Non resta altro che socializzare le perdite di banche, imprese e famiglie, trasferire al pubblico i debiti dei privati: costerà caro, ma è l'unica medicina per scacciare la depressione o una recessione a forma di L", è la sentenza di Roubini.
Deflazione e Iperinflazione
Roubini non ci sta a preoccuparsi oggi dell'iperinflazione di domani. E lo spiega così. "Se un malato entra in sala di rianimazione, è in coma, combatte tra la vita e la morte, non credo proprio che i medici in quella situazione si preoccupino della dieta del paziente, di farlo dimagrire se è sovrappeso, di convincerlo a smettere di fumare: prima di tutto devono evitare nell'immediato di farlo morire". Ebbene, una recessione che rischia di trasformarsi in depressione è un'economia che rischia di morire: e per questo Dr. Doom (che nel corso della conferenza di ieri ha parlato di morte, di terza guerra mondiale, di armageddon e rischio di apocalisse) spinge Governi e Governatori delle banche centrali di concentrarsi sul rischio della deflazione. I prezzi scenderanno perchè le aziende che hanno un eccesso di offerta tenteranno di smaltirla in qualche modo riducendo i prezzi di listini. E Roubini prevede anche che le quotazioni delle commodities, nonostante i recenti cali anche del 60%, scenderanno ancora, alimentando le pressioni deflazionistiche. Vede in calo il petrolio e l'oro con "more downside risk". La domanda cala (meno consumi), i prezzi scendono, la produzione diminuisce, il numero degli occupati crolla, e la domanda va in picchiata: è questa la spirale che secondo Roubini va fermata dagli Stati.
Il ruolo delle banche centrali
Menzionando lo spettro della "liquidity trap", Roubini ieri ha concesso che i tassi a zero e il quantitative easing (creare moneta in via elettronica anche tramite l'acquisto di titoli sul mercato equivale a stampare moneta) aiutano ma non abbastanza. Secondo Dr. Doom le banche centrali devono fare di più. Finora hanno fatto poco e sono state troppo lente. Il loro obiettivo è di ridurre il rischio di credito che in questo momento sul mercato sconta una depressione. Il fatto che le obbligazioni ad alto rischio e alto rendimento (high yield bond) abbiano raggiunto spread di 2.000 centesimi di punto percentuale (20%) sopra il tasso interbancario è un eccesso. Secondo Roubini, considerati i tassi di default previsti e i tassi di recupero in caso di bancarotta, 2.000 punti base equivalgono a prezzi scontati, "cheap". Ma il mercato è terrorizzato e non compra. Per questo le banche centrali dovranno iniziare ad acquistare le obbligazioni societarie, i corporate bond: "devono aumentare i rischi sul proprio bilancio, per ridurre gli eccessi del credit risk scontati adesso dal mercato". In quanto alla Bce, il giudizio di Roubini è negativo perchè ha fatto troppo poco e tardi: è in ritardo nella riduzione dei tassi (molto lontani in Eurolandia dalla soglia dello zero) ed è in ritardo nel quantitative easing. L'obiettivo resta però il credit easing con politiche monetarie non convenzionali. Il problema dell'inflazione secondo Roubini al momento non si pone perchè non c'è trasmissione tra i tassi allo zero per cento, l'aumento della moneta con il quantitative easing e l'economia: l'erogazione del credito non sta salendo.
Il dollaro e i Treasuries
Roubini ha detto ieri ad alta voce quello che tutti pensano: che gli Stati vorrebbero un euro debole, un dollaro debole, uno yen debole, uno yuan debole, un franco svizzero debole. Ma questo non è possibile. E allora, qual è la previsione di Dr. Doom per il mercato dei cambi? Senza entrare molto nel dettaglio, la tesi è stata questa: l'unica "AAA" vera nel mondo al momento è quella americana. Tante "AAA" di banche, di aziende industriali, di cartolarizzazioni, persino quelle degli Stati sovrani sono crollate oppure stanno vacillando. E se gli investitori vanno ancora alla ricerca di un investimento veramente sicuro, con il marchio del massimo rating "AAA" non hanno altra scelta se non quella dei Treasuries americani: anche se l'Amministrazione Obama inonderà il mercato di titoli di Stato denominati in dollari, una grossa fetta di questi secondo Roubini sarà acquistata dalla Federal Reserve. Tutto questo significa che il dollaro Usa alla distanza non è messo poi così male. Nel medio termine, per i prossimi sei mesi, tenderà a svalutarsi secondo Roubini ma non crollerà perchè "questa sua debolezza non è un trend".
Gli squilibri
Lo scenario futuro ideale per Roubini è un mondo più equilibrato: le economie trainate dalle esportazioni, come quella cinese e tedesca, dovranno costruirsi una base di domanda interna più solida. Anche se questo richiederà del tempo. Gli Stati che hanno aumentato il deficit-Pil e il debito-Pil con misure draconiane anti-crisi dovranno ripristinare alla svelta la disciplina fiscale: perchè salvare il mondo ed evitare che cada nel baratro della depressione "avrà un alto costo". "Non ci sono pasti gratis", non ha potuto fare a meno di dire ieri Roubini: il conto del salvataggio sarà salato e quando arriverà i Governi dovranno pagarlo aumentando le tasse e riducendo la spesa pubblica. Ma per Dr. Doom non c'è scelta: "tutti dobbiamo morire, alla fine, ma l'importante è evitare con qualsiasi mezzo la morte precoce".
Isabella Bufacchi (isabella.bufacchi@ilsole24ore.com)
Fonte: http://www.ilsole24ore.com
Link: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/03/crisi-previsioni-roubini_3.shtml
21.03.2009
USA : New Mexico abolisce la pena di morte
di Tara Fernandez*
Il 18 marzo il New Mexico ha abolito la pena i morte. Il governatore del New Mexico Bill Richardson ha infatti firmato in legge il disegno di legge volto ad abrogare la pena di morte che era stata approvata dai parlamentari di quello Stato.
Il New Mexico e' diventato il secondo Stato dal 1965 ad abolire la pena di morte. La firma della legge segna il culmine di una campagna iniziata oltre dieci anni fa. Gli esponenti della Coalizione Nazionale per l'abolizione della pena di morte, che vi hanno avuto una parte significativa, hanno salutato con entusiamo la ratifica del provvedimento, dichiarando che si tratta di una importante vittoria per i diritti umani.
Essi hanno tuttavia anche ricordato le tragedie delle famiglie che hanno perso i loro cari a causa di un omicidio, le famiglie delle persone accusate che si trovano di fronte alla possibile condanna per il reato di omicidio ed i condannati a morte, colpevoli o meno.
* si ringrazia Claudio Giusti
www.osservatoriosullalegalita.org
marzo 21 2009
Ma quale sorpresa!
Enzo
Navigando nei blog dei democratic capita spesso di trovare parole lusinghiere per Dario Franceschini che sembra aver sorpreso un po’ tutti per la maggiore “incisività” dimostrata dopo l’elezione a segretario. Ho l’impressione che questi positivi commenti siano dovuti ad una forma di strabismo per nulla comprensibile. Infatti leggo sull’Unità che nella sede nazionale del PD è stato avviato da Franceschini il percorso per la definizione dei criteri per formazione delle liste per le europee. Nella mattinata di mercoledì scorso Franceschini ne ha discusso prima con la segreteria poi con i Segretari regionali convenuti a Roma. Succesivamente ha incontrato lo “stato maggiore del PD” cioè Franco Marini, Francesco Rutelli, Paolo Gentiloni, Giorgio Tonini, Anna Finocchiaro, Antonello Soro (assente giustificato D’Alema in missione presso il PSE). In altre parole Franceschini ha convocato il “caminetto”, cioè i veri “big” del partito: altro che organismi di direzione preposti ad assumere decisioni politiche. Lunedì prossimo è convocata (a porte chiuse) la direzione del partito: ci vuole poco a prevedere che la decisione della direzione coinciderà con quella del “caminetto”.
Altro che democrazia interna questo è un flim già visto dove quello che conta è la difesa degli equilibri di potere di un ristretto gruppo di oligarchi.http://viagiordanobruno17.wordpress.com/
La riunione dei circoli e l’”agenda di Ispra”: che la direzione ci ascolti
In calce a questo post trovate un post di Paolo Marsili del circolo di Ispra del PD, che riguarda la riunione dei circoli a Roma il 21 di marzo 2009. Lo riprendiamo con piacere perché dice cose cui vorremmo che la Direzione ponesse la massima attenzione.
Mi sembra cosi’ importante che tanto per inventarsi uno slogan parlerei dell’”agenda di Ispra”.
Non so nel vostro lavoro, ma nel mio le riunioni importanti si organizzano con mesi, anni di anticipo. Si chiariscono i processi decisionali. Si stabilisce un ordine del giorno. Del meeting del 21 - da non sottovalutare, è l’unico spiraglio che sembra venir dato ai Circoli - invece si sa soltanto che il nostro circolo avrà sette minuti di tempo di parola. Non abbiamo nessuna idea del ruolo di questa comunicazione; quali effetti ci si aspetta che abbia? Le nostre proposte verranno registrate da qualcuno?
Ditemi quello che vi pare, tutto questo è dilettantesco, a dir bene, e in malafede a pensar male.
E farei anche notare che è vero che noi siamo diversi in quanto Berlusconi ci mette i soldi, come dice il circolo di Ispra; ma non va affatto sottovalutato il fatto che ha messo nel partito suo dei manager. Ovvero gente che sa che cos’è la riunione del lunedi’ mattina. Ci piace, non ci piace, ma questa è la concorrenza: gente che sa come funziona il lavoro organizzato. Il nostro partito non è, ci mancherebbe, né lo vogliamo, un partito azienda, ma a nessuno di noi va di perder tempo e vedere intelligenza e azione vanificate per la disorganizzazione.
L’agenda di Ispra è questo: il partito non dev’essere gestito in modo dilettantesco. Il 21 sarà importantissimo muoversi a lato della kermesse assembleare per ottenere il massimo di scambi orizzontali con gli altri circoli.
Roberto Casati
Caro segretario Franceschini,
ho reperito quasi per caso la notizia che sabato prossimo si terrà l’assemblea nazionale dei circoli PD.
Bene è una bella e importante iniziativa che ho scoperto sul sito nazionale del PD, ma per la quale non è venuta al nostro Circolo Aziendale PD-ISPRA alcuna segnalazione dalle strutture (o presunte tali) di Partito.
Ma allora mi domando ancora una volta: dove sta il Partito?
Ma i responsabili dell’organizzazione del Partito che cosa organizzano se per un evento importante come l’Assemblea Nazionale dei circoli PD non riescono a dare il giusto e necessario risalto?
Ma come si pensa di andare alle elezioni per il parlamento europeo se si continua a mortificare la base che sta tra la gente? Ma abbiamo proprio uno spirito suicida?
Il recente cambio al vertice del PD, al di là dei buoni/ottimi spunti che hanno finalmente messo in difficoltà il governo Berlusconi, che ripercussioni sta avendo sul piano interno del Partito?
Dove sono andati a finire i buoni propositi per un rinnovato rapporto con la base?
Dobbiamo forse risolvere ancora la questione del partito leggero e dell’esistenza o meno dei circoli territoriali e di quelli aziendali?
Sul sito ho cercato l’agenda dei lavori. Ciò che ho trovato è che si comincia alle ore 10:00 e si finisce alle ore 17:00. Di cosa si parlerà non si sa!
Agire in questo modo significa rendere impossibile la partecipazione della base. Significa letteralmente respingere e annullare quel movimento costituito dai milioni di cittadini che sono andati alle primarie e, per ultimo, alla manifestazione del 25 ottobre 2008. Significa sprecare tanta energia, quella della parte migliore della nostra società. Significa volere e fare un partito sul modello del PDL senza sapere che quel modello funzionerà per il PDL solo fino a quando ci sarà un padrone e signore che con i suoi soldi e i suoi mezzi mediatici potrà disporre di un potere mai visto in una democrazia occidentale.
Noi del PD non abbiamo e non vogliamo avere un padrone.
Noi ci siamo ripromessi di cambiare in meglio questa società.
Noi vogliamo un partito che sia della gente e tra la gente. Un partito popolare che trae la sua proposta politica dalla realtà vissuta e dai problemi dei cittadini collegando le soluzioni ai principi della equità sociale, del rispetto della persona, della solidarietà, dell’inclusione sociale, dello sviluppo, della tutela ambientale …. in una ottica rigorosamente riformista.
Ma un partito di questo genere non può prescindere da un rapporto strettissimo con la base, con la sua base.
E allora qui ritorno all’organizzazione che non c’è e che a questo punto assume una valenza politica che ha una drammatica ricaduta sulla “natura” del PD. Su quello che si vuole sia il PD.
Ebbene carissimi dobbiamo darci una mossa e uscire dalle secche di questo grande malinteso.
E’ ora che il partito a tutti i livelli, ma in particolare in quelli più alti, su questo punto prenda una posizione definitiva e poi, soprattutto, agisca di conseguenza.
Io sono disposto a combattere questa battaglia in ogni contesto nel quale posso accedere.
Voglio che il mio Partito si organizzi seriamente perché l’organizzazione non è solo il tramite ineludibile che permettere l’indispensabile osmosi di idee, progetti e di energie tra la base e il vertice, ma è l’elemento fondamentale attraverso il quale la discussione politica interna si sviluppa in modo ordinato e fattivo. E’ in ultima analisi una condizione necessaria per la formazione, definizione e confronto democratico delle proposte politiche .
Per questo, ripeto, lotterò per quanto saprò e potrò e invito tutti democratici a lottare a non rinunciare al sogno che tutti abbiamo associato alla nascita del PD.
Caro segretario ti prego volgi lo sguardo all’organizzazione e fai qualcosa di più e al più presto perché così, temo, non si va da nessuna parte.
Ti auguro di cuore un grande in bocca al lupo!
Paolo Marsili
Coord. Circolo PD-ISPRA
http://partitodemocraticoparigi.org/blog/?p=157
La nuova gomorra
di Antonio Nicaso - da AntimafiaDuemila.com
Hanno spodestato Cosa nostra negli Usa. Sono alleati con messicani e colombiani. Monopolizzano l'import di coca in Europa. Colonizzano le risorse dell'Africa. Rapporto sull'impero della mafia calabrese.
L'America è sempre più cosa loro. Per il governo di Washington, le 'ndrine calabresi rappresentano una "crescente minaccia", al pari dei terroristi di Al Qaeda o del ritorno in azione dei guerriglieri del Pkk, il partito separatista curdo. Se le tradizionali famiglie di Cosa nostra fanno fatica a svecchiare gli organici, la 'ndrangheta investe nella produzione di foglie di coca con i paramilitari colombiani e gestisce ingenti partite di droga con i Los Zetas, il braccio armato del più potente e sanguinario cartello messicano, quello del Golfo, che ormai controlla l'intera distribuzione di cocaina negli Stati Uniti.
È solo una delle facce della 'nuova Gomorra', che dalla Calabria si espande in quattro continenti: dopo avere colonizzato l'Europa adesso si allarga nelle Americhe e in Africa. Unendo armi e soldi, violenza e investimenti, è sempre un passo avanti rispetto agli investigatori: dalle miniere congolesi del coltan, minerale fondamentale per i telefonini di ultima generazione, all'infiltrazione negli appalti dell'Expo di Milano 2015 (vedi articolo a pagina 42).
La scoperta dell'America Da New York a Miami, la 'ndrangheta si è ormai allargata a macchia d'olio. Quella che un tempo in Florida per la sua invisibilità veniva paragonata all'altra faccia della luna, oggi è una delle poche organizzazioni criminali capace di fornire capitali in una economia fortemente spossata dalla crisi. Negli States segnati dalla recessione comprano tutto, come succedeva in Germania agli inizi degli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, quando la 'ndrangheta intuì il grande business della riconversione di una delle aree industriali più grandi del continente, dove, oltre un secolo prima, era nato il capitalismo tedesco. Ma l'intera Europa orientale allora diventò terra di conquista. Uno dei globetrotter della 'ndrangheta venne fermato con 2.600 miliardi delle vecchie lire mentre nell'ex Unione Sovietica stava cercando di acquistare una banca, una raffineria di petrolio e un'acciaieria. Adesso invece l'Eldorado è il Nord America spossato dal credit crunch.
Oggi negli Stati Uniti la 'ndrangheta comanda senza dare ordini. E comunica senza parlare. Come è successo recentemente a Manhattan, dove un broker delle 'ndrine è stato avvistato al tavolo di un ristorante, in compagnia di tre trafficanti. Il broker calabrese e i tre narcos messicani, dopo aver ordinato del pesce, hanno cominciato a scambiarsi messaggi di testo con il Blackberry attraverso il ptt - push to talk -, uno dei pochi sistemi che, come il software di Skype, non è intercettabile. Rimanendo praticamente in silenzio per tutto il pasto, tra un'aragosta e un cocktail di gamberi, si sono messaggiati per concludere i loro affari.
High tech e vincoli di sangue: la forza della 'ndrangheta sta proprio nella capacità di adattarsi a qualunque situazione, senza mai snaturarsi, senza mai venir meno a quel modello di società con regole e valori che, dalla seconda metà dell'Ottocento, si tramandano di padre in figlio. "Le parentele sono le uniche stratificazioni ammesse nella gerarchia delle 'ndrine", spiega Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, uno dei magistrati più esposti nella lotta alla 'ndrangheta: "È una realtà omogenea, difficilmente penetrabile dall'esterno, in grado di rigenerarsi, consolidarsi ed espandersi mediante unioni matrimoniali e comparaggi con esponenti di altre famiglie". A New York come a Duisburg, a Toronto come ad Amsterdam.
Fronte del Golfo L'alleanza con i narcos messicani rappresenta la nuova frontiera, una superlega di boss che non si scompone neanche dopo il sequestro di sessanta milioni di dollari o la perdita di 16 tonnellate di cocaina e 25 tonnellate di marijuana, come è successo pochi mesi fa nel corso dell'operazione Solare, coordinata dalla procura distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e condotta in collaborazione con la Drug enforcement administration (Dea), l'antidroga americana. In Messico, da alcuni anni, l'odore di sangue rappreso sa di ferro rugginoso. Come quello delle armi usate per spartire torti e ragioni in una guerra civile per il controllo del traffico di droga, un giro da 25 miliardi di dollari che soltanto nel 2008 ha causato più di 5.400 morti. In Italia la cocaina gestita dai narcos messicani arrivava nascosta su piccoli aerei commerciali o in container che viaggiavano a bordo di navi. I pagamenti venivano effettuati con il sistema del money transfer attraverso le agenzie Western Union. Più creativo era invece il meccanismo per aggirare i controlli della Dea. Lungo il confine erano state costruite gallerie con ascensori e minirotaie, ma spesso la neve arrivava nel mercato più ricco del mondo grazie a semisommergibili, motoscafi e piccoli jet intestati a prestanomi.
Il sogno dei narcos messicani era quello di conquistare il mercato europeo, dove il consumo di cocaina è in crescita, rispetto a quello calante degli Stati Uniti. E per sbarcare in Europa avevano bisogno della 'ndrangheta, "gente tosta di cui ci possiamo fidare", come facevano notare nelle loro conversazioni, ignari delle cimici che ne registravano anche i sospiri. Gente tosta come la madre di Giulio Schirripa, uno degli arrestati che gestiva una pizzeria nel quartiere Corona di New York e che era in contatto con gli emissari del cartello del Golfo. Le intercettazioni ne fanno un ritratto spietato: "Dovevamo farli a pezzi", diceva la donna riferendosi ad alcuni clienti insolventi. "Come Rambo, dovevamo fare, come Rambo. Perché loro non sanno chi siamo noi".
Per gli investigatori, gli Schirripa facevano parte di un consorzio di famiglie in grado di organizzare grossi carichi di cocaina con profitti enormi che poi venivano investiti in alberghi, ristoranti, imprese, supermercati, ma anche in Borsa, come era successo qualche anno fa in Germania dove altre 'ndrine avevano messo le mani su un grosso pacchetto di quote azionarie della Gazprom, l'azienda monopolista russa del gas.
Come Al Qaeda "È globale, pervasiva e utilizza una rete molto simile a quella di Al Qaeda", spiegano i vertici dell'Fbi, citando l'ultima relazione della commissione parlamentare Antimafia. Nel maggio dello scorso anno, l'amministrazione Bush ha inserito la 'ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, al pari delle più potenti reti terroristiche che finanziano le loro operazioni con il commercio della droga. "Prima erano presenti solo nello Stato di New York e in Florida, ora sono in forte crescita, tanto da costituire una minaccia per la sicurezza nazionale", confermano gli investigatori americani. Sono cresciute nel silenzio, muovendosi sotto traccia, senza mai dare fastidio.
Il boss guerrigliero Prima di scendere a patti con i messicani, per decenni le 'ndrine hanno collaborato con i cartelli colombiani. Erano gli unici ad avere basi in Colombia. Giorgio Sale, un imprenditore romano, per esempio, trattava direttamente con Salvatore Mancuso, l'ex capo delle Auc, l'Autodefensas Unidas de Colombia, una ciurma di narcos in tuta mimetica. Trattava per conto della 'ndrangheta l'acquisto di droga, occupandosi anche del riciclaggio del denaro sporco in mano ai paramilitari colombiani. "Il giro d'affari era di 7 miliardi di dollari l'anno", ha ammesso Mancuso, il quale, prima di finire in un carcere americano con l'accusa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, stava progettando di trasferirsi in Italia, il paese dal quale era emigrato il padre, originario di Sapri, in provincia di Salerno. In una conversazione intercettata dalla polizia italiana, Sale parla di una ingente somma di denaro che Mancuso era andato a ritirare: "1.800 milioni (...) la prima tranche del cinquanta per cento". Soldi, montagne di soldi, destinati a diventare villaggi turistici, soprattutto in Toscana, attività imprenditoriali pulite, ma che servivano anche per acquistare un palazzo che si affaccia sui giardini del papa.
L'ultima frontiera "Oggi il problema della 'ndrangheta non è quello di fare soldi, ma di giustificarne la ricchezza", spiega il tenente colonnello del Raggruppamento speciale operativo (Ros) dei carabinieri Valerio Giardina, l'uomo che ha catturato Pasquale Condello, detto 'il Supremo', uno dei boss più potenti della 'ndrangheta. Condello leggeva Gabriel García Márquez e cenava con ostriche e champagne. Nell'appartamento dove è stato arrestato, dopo vent'anni di latitanza, gli uomini del Ros hanno trovato un manuale del 'Sole 24 Ore', una sorta di vademecum su come e dove investire senza rischi. Perché i capi dei calabresi sono tradizionalisti in casa e innovatori nell'intuire le potenzialità all'estero. Dopo le Americhe, l'Oceania, l'Europa e l'Asia, l'Africa è diventata la nuova Tortuga, l'ultimo tassello nel risiko delle 'ndrine, l'unica vera mafia veramente globalizzata.
Dopo i diamanti, la 'ndrangheta ha messo gli occhi sul coltan, il preziosissimo minerale che serve ad ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione: un elemento fondamentale per i telefonini. Per convincere i miliziani congolesi è bastato un carico di armi. "Por la plata lo que sea", come dicono in Colombia. Per i soldi qualunque cosa.
Tratto da: L'Espresso ONLINE
Sette quintali
La XV Giornata Mondiale della Gioventù fu un evento di dimensioni ciclopiche. Per darne una misura, basti pensare agli oltre 200.000 preservativi che i netturbini romani raccolsero nella piana di Tor Vergata, dove aveva pernottato in sacco a pelo buona parte dei 2.500.000 di fedeli che il 19 agosto 2000 avrebbero assistito alla messa con la quale Giovanni Paolo II chiudeva il meeting.
Sette quintali di lattice e sperma sono un argomento di discreto peso in favore dell’utilità del preservativo contro il rischio di gravidanze indesiderate e di malattie infettive a trasmissione sessuale, tanto più se così emblematicamente riconosciuta da un campione a buon titolo rappresentativo del mondo cattolico. Più di 200.000 preservativi usati in una sola notte, inoltre, sono un record che l’Africa difficilmente potrà insidiare.http://malvino.ilcannocchiale.it/
Forse, dopo che anche l’Onu ci ha ci ha dato dei razzisti, la norma sui medici-spia non verrà riproposta alla Camera.
Adesso dal pacchetto sicurezza basta stralciare anche il reato di immigrazione clandestina, l’istituzione delle ronde, l’articolo Erode sui bimbi fantasma, l’emendamento D’Alia sulla Rete e - forse - possiamo iniziamo a ragionare.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
È la stampa, bellezza!
 Brutti, conformisti, omertosi e per molti versi inutili. Non è un bel periodo quello che stanno vivendo i giornali italiani. Travolti dalla crisi economica, che riduce anche del 40 per cento gli introiti pubblicitari, i quotidiani annaspano e, dopo essere sopravvissuti per anni drogando i dati di vendita e di diffusione, si trovano di fronte a un bivio: o chiudere, o tentare di far passare la nottata espellendo centinaia di giornalisti e riducendo, di molto, i costi.
La soluzione, insomma, è la solita: la cura da cavallo. Solo che questa volta tagliare le spese e cercare di innovarsi almeno un po' investendo nell'on-line non basta. O meglio, può bastare solo per allungare un'agonia cominciata nel 2000, ben prima dell'esplosione della bolla finanziaria.
Che fare, allora? Ricominciare dai fondamentali: ricordarsi cioè che un giornale trova dei lettori quando è in grado di raccontare loro (con autorevolezza) qualcosa che non sanno. Solo così ci saranno persone disposte a comprarlo.
Se devo pagare per avere delle informazioni (e delle opinioni) è ovvio che pretenda di avere informazioni (e opinioni) diverse da quelle che posso avere gratuitamente dalla tv, dalla free press o dalla rete.
Nessuno, o quasi, tra gli attempati manager e direttori che siedono ai vertici della maggioranza delle testate italiane sembra però in grado di capirlo. Raccontare cose diverse vuol dire infatti faticare molto, rompere schemi mentali, abitudini consolidate e, soprattutto, andare contro corrente. Vuol dire cioè non rinunciare a raccontare il Potere, un Potere di cui anche molti editori,direttori e giornalisti fanno parte, o dal quale attendono qualcosa.
Pensate a ciò che sta accadendo in questi mesi. Le aziende editoriali per salvarsi sperano di ottenere degli aiuti dal Governo. A Palazzo Chigi si studiano diverse soluzioni: dalla cassa integrazione, fino agli scivoli per i prepensionamenti pagati non dagli editori, ma dagli enti previdenziali. Non è ancora chiaro che cosa verrà deciso. È chiaro invece che cosa accade nell'informazione: si viaggia sotto traccia, si sta tranquilli, si cerca di non irritare troppo il manovratore.
Un esempio? Marco Lillo da le colonne de "L'espresso" racconta, dati segreti alla mano, come solo Publitalia riesca a non risentire della crisi della pubblicità. Gli investitori infatti, per tenersi buono Berlusconi, tendono a dirottare sulle sue reti le loro campagne. È una notizia, non vi pare? E lo dovrebbe essere anche per i grandi giornali che la pubblicità non riescono più a trovarla. E invece Lillo scrive e tutti gli altri tacciono. O al massimo registrano e non commentano. Pensano, così, di potersi salvare, poverini. Contano su un occhio di riguardo. E sempre più soli, con sempre meno lettori, corrono veloci e a schiena curva, verso la fine che si meritano. La chiusura.
(Vignetta di Natangelo)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
SRI LANKA
Giovani del sud visitano loro coetanei del nord, sotto la tragedia della guerra
di Melani Manel Perera
Un’iniziativa promossa dal National Fisheries Solidarity Movement. Per tre giorni 25 ragazzi del sud dell’isola hanno vissuto assieme a 120 giovani del nord. Insieme hanno lavorato all’ospedale di Mannar tra le vittime del conflitto. Per quelli del sud è stata la scoperta della brutalità della guerra, per quelli del nord che non tutti i singalesi sono militari e che “sono persone gentili”.
Colombo (AsiaNews) - Di fronte a loro ragazzi senza braccia e senza gambe, ormai orfani dei genitori, a causa della guerra che da 20 anni infuria nel nord. “I militari ci avevano detto di abbandonare le nostre case in due ore per motivi che non conoscevamo. Ci avevano detto che sarebbe stata una questione di tre giorni. Siamo a Nanattan da 18 mesi. Avete visto tutti le condizioni in cui viviamo. Il governo afferma che la guerra serve per portare la democrazia al nord. Ma incontrando le vittime della guerra voi avete potuto vedere la ‘democrazia’ che abbiamo ottenuto”.
Susantha, 21enne sfollato di Arippu, si rivolge ad un gruppo di ragazzi dal sud dello Sri Lanka, in visita nella provincia settentrionale di Mannar, tra i profughi e le vittime del conflitto tra governo e ribelli Tamil.
Dal 13 al 15 marzo 25 ragazzi del sud del Paese hanno condiviso con i loro coetanei del nord tre giorni di incontri, visite e iniziative di solidarietà promossi dal Youth Movement for Environment & Social Change (Y-Mesoc), associazione giovanile del National Fisheries Solidarity Movement (Nafso).
Oltre 120 giovani sfollati della città di Arippu, nel nord del Paese, hanno accolto i ragazzi provenienti dal sud dell’isola alla Nanattan Govt School. “Non ci aspettavamo una simile accoglienza - racconta Sebastian Vincent, 26 enne di Negombo - e siamo rimasti molto impressionati sin dal primo istante in cui siamo arrivati”.
Nel primo giorno dell’iniziativa, ribattezzata Youth to youth solidarity tour in Mannar, il gruppo di giovani ha partecipato ad un incontro sulle ragioni storiche della guerra che attanaglia lo Sri Lanka e ripercorso le vicende storiche del Paese dal periodo pre-coloniale ad oggi. “Tutti i ragazzi sono rimasti soddisfatti [dell’incontro] - spiega Fernando Laksiri, responsabile dell’iniziativa - e hanno chiesto ulteriori spiegazioni”.
Sabato 14 la comitiva dei 150 ragazzi ha raggiunto l’ospedale di Mannar per lo Shramadana, una giornata di lavoro gratuito con i ricoverati, vittime della guerra. Interpellati da AsiaNews i ragazzi hanno descritto “le centinaia di bambini, i giovani e gli anziani ricoverati nell’ospedale con ferite e problemi gravi, alcuni senza braccia e gambe”. Tra loro A. Sajeewan, 16 enne dell’Hindu College di Kilinochchi. Alcuni dei ragazzi dello Youth to youth solidarity tour hannopassato con lui lo Shramadana. Fuggito da una delle zone più colpite dalla guerra, Sajeewan ha perso entrambe le mani e ha gravi ferite in molte parti del corpo. Anche sua madre è ricoverata nell’ospedale di Mannar mentre il padre non è con loro. Sono rimasti feriti da una granata che ha sorpreso l’intera famiglia. Le due sorelle minori di Sajeewan sono morte nell’esplosione.
“Abbiamo visto con i nostri occhi che le informazioni che riceviamo dai media non raccontano la verità - afferma un ragazzo - e le sofferenze della popolazione del nord non arrivano al sud”. Fernando Laksiri spiega che i tre giorni passati assieme e lo Shramadana all’ospedale di Mannar, sono stati un’esperienza molto importante: “i ragazzi [del sud] hanno toccato con mano la brutalità della guerra”, per quelli del nord è stata l’occasione per scoprire i loro coetanei: “Non immaginavano che i singalesi potessero essere persone così gentili; avevano visto solo i soldati e il loro modo di trattare la popolazione”.
Un giovane del sud afferma: “C’è bisogno di molta più collaborazione e interazione [tra noi] per aiutare la comprensione della situazione”. Lo Youth to youth solidarity tour “ha aperto gli occhi” ai ragazzi che dopo i tre giorni di convivenza si sono lasciati con la promessa di continuare l’amicizia e gli incontri. In aprile un gruppo di 60 di loro compirà il viaggio in senso contrario e i ragazzi del nord andranno a far visita ai loro nuovi amici del sud.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14783&size=A
L'editto bulgaro tedesco - Zdf tra politica e TV
18.3.2009 - Un “caso Rai” anche in Germania? Più o meno.
Vien da pensarlo dopo il clamore suscitato dalla vicenda Brender. È la classica storia del potere politico che cerca di influenzare le scelte editoriali della tv pubblica, facendo fuori, innanzitutto, i giornalisti scomodi o non allineati. In questo caso Nikolaus Brender, capo delle news della Zdf, la seconda emittente pubblica tedesca, che alla scadenza del contratto si è visto sbarrare la strada al suo rinnovo da Roland Koch.
Koch è il vice-presidente del consiglio d’amministrazione della Zdf, ma è anche il leader della Cdu in Assia. Koch non è riuscito nel tentativo, anzi ha attirato su di sé l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. I tedeschi si chiedono scandalizzati perché in un paese democratico sia la politica a decidere se un direttore possa o meno restare al suo posto.
Come assicurare un’informazione non condizionata dagli interessi dei partiti? Un modo ci sarebbe: quello di cambiare i criteri di scelta dei responsabili della tv pubblica.
Non dovrebbe essere più il consiglio d’amministrazione – composto tra l’altro da cinque rappresentanti dei Länder e da un membro del governo – ma piuttosto il Fernsehrat – il consiglio della Zdf – un organo pluralistico, costituito in gran parte da rappresentanti dei diversi settori della società e meno condizionato dai giochi della politica. Il suo compito principale, del resto, è proprio quello di garantire il pluralismo nell’informazione.
Se in Italia le lottizzazioni partitiche all’interno del consiglio d’amministrazione della Rai sembrano, ormai, una normalità del sistema politico nostrano, in Germania la vicenda “Koch- Brender” ha suscitato perlomeno scalpore. I maggiori quotidiani hanno condannato all’unanimità e con sdegno il tentativo di Roland Koch d’influenzare il servizio radiotelevisivo pubblico, mettendo sotto pressione il cda affinché decidesse di fare fuori Brender.
Pochi, finora, conoscevano gli intrecci della tv pubblica con la politica. E, come sostiene il settimanale Der Spiegel, serviva proprio questa vicenda per fare luce sui meccanismi della tv pubblica.
Anche dall’opposizione e dalla Spd sono arrivate pesanti critiche a Koch. «Si è trattata di una dichiarazione di guerra alla tv pubblica », ha detto il deputato della Linke, Ulrich Wilken. «Nikolaus Brender non si è distinto per essere un giornalista compiacente, al contrario», ha urlato Thorsten Schäfer-Gümbel, capogruppo della Spd, in un accalorato discorso nel Landtag dell’Assia. «Gli attacchi contro il giornalista sono figli di un uso personale dell’emittente pubblica», ha poi aggiunto, ammonendo che in Germania «noi non vogliamo una situazione italiana e non abbiamo bisogno di alcun Silvio Koch», con evidente riferimento al premier italiano. E, anche grazie alla solidarietà dimostrata dai media nei confronti di Brender – «eccellente vittima di un complotto politico», come sostiene la Süddeutsche Zeitung – questa storia potrebbe avere un lieto fine.
Il ministro-presidente dell’Assia, Koch – oltre a uscire sconfitto dal faccia a faccia con Brender – ha dovuto ingoiare un altro rospo, dopo che anche il Fernsehrat ha preso le difese del capo dell’informazione della Zdf, rinviando la vicenda a dopo il voto federale di settembre. Quelle elezioni, che si terranno il prossimo settembre, Koch avrebbe voluto affrontarle con un direttore delle news conservatore: insomma, allineato. Koch continua a negare che i motivi della sua battaglia contro Brender siano di natura politica. Sostiene che non gli dà fastidio il fatto che Brender appartenga all’area socialdemocratica, ma piuttosto a preoccuparlo è il «calo degli ascolti».
A questo punto, più che del destino della tv pubblica, Roland Koch dovrebbe preoccuparsi del suo futuro in politica. In Germania chi si permette di toccare gli equilibri della democrazia, spesso e volentieri fa una brutta fine. È successo al primo cancelliere Konrad Adenauer, che criticò una sentenza a lui scomoda della corte costituzionale e fu subito isolato anche dai compagni di partito. E potrebbe succedere anche a Koch, visto che le sue motivazioni non convincono nessuno.http://www.politica-germania.net/
Esami di riparazione
Da Skopje, scrive Risto Karajkov
Cartelloni elettorali, Skopje
Domenica 22 marzo i cittadini macedoni andranno alle urne per eleggere un nuovo presidente e nuovi governi locali. Dopo le violenze dell'anno scorso, l'attenzione è puntata sul processo elettorale: nuovi disordini potrebbero significare l'addio alle prospettive europee del paese
Domenica 22 marzo i cittadini macedoni eleggeranno un nuovo presidente e nuovi governi locali. Il voto avrà luogo sotto la stretta supervisione della comunità internazionale, quindi la Macedonia farà meglio a comportarsi bene.
Secondo il governo, l’accorpamento di presidenziali e regionali nasce da semplici esigenze di risparmio. Questa decisione ha però avuto un effetto collaterale: le amministrative sono state completamente eclissate dalle presidenziali e i candidati a queste ultime hanno monopolizzato quasi tutta l’attenzione. I sondaggi vedono in testa Gjorgji Ivanov, candidato del partito di governo (VMRO), con un certo vantaggio su Ljubomir Frckoski dell’opposizione social-democratica (SDSM), ma non si escludono sorprese al secondo turno.
Tuttavia, in questa occasione gli occhi non sono puntati sul risultato, bensì sul processo elettorale. È forte infatti la pressione da parte della comunità internazionale perché le elezioni siano libere e corrette. Al momento, questa è la condizione principe per l’integrazione internazionale del paese: se le elezioni andranno bene, la Macedonia potrà sperare di ottenere una data d’inizio per i colloqui di accesso con l’Unione Europea e la liberalizzazione dei visti, forse entro la fine del 2009. In caso contrario, se lo può scordare.
Ultimamente, questo imperativo è stato ripetuto così tante volte che tutto il paese l’ha imparato a memoria, compresi gli uccellini sugli alberi e i pesci di fiume. Alcuni giorni fa, le comunità religiose hanno fatto comune appello ai politici perché le elezioni siano effettivamente libere e corrette. La settimana scorsa a Tetovo, in occasione di un incontro a beneficio dei media fra i candidati alle presidenziali, il cuoco ha decantato ai reporter il menù “europeo” preparato per pranzo ed espresso l’augurio di elezioni “libere e corrette”.
Si può quindi dire, senza tema di esagerazione, che la Macedonia sia in preda a una vera mania del “libero e corretto”. Tuttavia, il fatto che tutti evochino il miracolo non implica che questo effettivamente accadrà: rimane da vedere se questa consapevolezza, corale e sbandierata, si tradurrà in effettivo cambiamento.
Il voto dello scorso anno, segnato da irregolarità e gravi violenze, fu una disgrazia per il paese: ci fu persino una sparatoria davanti a un seggio elettorale a Čair (collegio della capitale Skopje), con alcuni feriti gravi. Questa fu la goccia che, traboccando dal vaso, spense definitivamente ogni speranza macedone di fissare l’inizio dei negoziati con l’UE.
Il report della Commissione Europea sul progresso del paese fu insolitamente brusco: “la Macedonia non soddisfa gli standard democratici.”
Dal disastro dello scorso anno, il paese è stato sottoposto ad una crescente pressione internazionale, e oggi la Macedonia dovrà dimostrarsi in grado di organizzare elezioni democratiche o vedere le prospettive di integrazione rimanere congelate a tempo indeterminato.
La situazione rasenta l’imbarazzo: la Macedonia è infatti l’ultimo paese della regione rimasto in queste condizioni. Il numero di osservatori inviati dall’OSCE a monitorare il voto rappresenta una buona cartina di tornasole: se alcuni vicini se la cavano con una manciata di delegati in gita fuori porta, a Skopje arriva un esercito di osservatori super- addestrati, che si sparpagliano per il paese con gli occhi bene aperti. Quest’anno ce ne saranno 340, l’anno scorso erano 270: secondo alcune analisi comparative, l’unico paese europeo che riceve altrettanti osservatori è la Bielorussia.
Ma perché la Macedonia non riesce a organizzare un’elezione decente? La risposta è probabilmente da cercare nel livello di cultura politica: è ormai riconosciuto che la responsabilità delle irregolarità non è dei comuni cittadini, ma dei partiti politici. Chi esercita violenza, intimidisce gli elettori, distrugge le urne o tira fuori le armi lo fa agli ordini del proprio quartier generale: quando i partiti smetteranno di commissionarla, la violenza finirà.
Il governo ha seriamente inasprito la legislazione sulla violenza elettorale, e ora le pene prevedono significativi periodi di reclusione; però, anche se il numero di detenuti è in aumento, solo il 10 per cento delle circa 200 persone accusate per gli incidenti dello scorso anno è stato condannato. Inoltre, lo schieramento d’opposizione accusa di essere il principale destinatario delle condanne comminate, denuncia che sembra contenere una parte di verità.
Potrebbe anche darsi che, lentamente, il messaggio stia arrivando. Dopo il voto dello scorso anno, il Partito Democratico degli Albanesi (DPA) guidato da Menduh Taci – largamente considerato fra i maggiori colpevoli del disastro – è caduto in disgrazia presso l’allora compagno di coalizione VMRO. Nel corso di qualche mese, oltre al potere, ha perso una parte significativa del proprio elettorato con la secessione di una corrente guidata da Imer Selmani, ex ministro della Sanità.
Selmani, almeno per il momento uno dei politici di maggiore appeal nei confronti dell'elettorato, è ora candidato alla presidenza. Secondo Selmani, infatti, la Macedonia è pronta per eleggere un presidente di etnia albanese. Questo potrebbe essere sperare troppo, ma è certo che molti macedoni lo sosterranno. E se per caso dovesse arrivare al secondo turno, le scommesse sarebbero aperte.
La maggior parte degli incidenti elettorali avviene in territorio albanese, in un ristretto numero di collegi. I due principali partiti, l’Unione Democratica per l’Integrazione (DUI) dell’ex leader della guerriglia Ali Ahmeti e il DPA di Menduh Taci sono nemici giurati. Tuttavia, l’esacerbato antagonismo che permea la vita politica del paese è altrettanto tipico dei partiti macedoni: anche il partito di governo VMRO e quello d’opposizione SDSM sono perennemente in guerra.
Il livello di pura repulsione reciproca è fuori controllo, al punto che ad oggi non sembrano in grado di affrontare un confronto costruttivo, uno scambio di vedute o un dibattito – e probabilmente nemmeno una conversazione.
La forma di comunicazione abituale consiste in insulti e accuse – modalità più tipiche di gang di hooligan rivali che di partiti politici. Al momento, sembra difficile immaginare Nikola Gruevski (leader VMRO e attuale primo ministro) e Branko Crvenkovski (presidente uscente e leader SDSM) sedersi a un tavolo e affrontare un dibattito: l’impressione è che, probabilmente, non riuscirebbero nemmeno a tollerare di trovarsi nella stessa stanza.
È naturale che la politica sia fatta di polarizzazione e antagonismo: l’auspicio di Bruxelles di una “politica Jacuzzi” in cui tutti sguazzino d’amore e d’accordo è probabilmente un po' troppo idealista. D’altra parte, è anche vero che l’antagonismo politico nel paese ha raggiunto, o meglio è sprofondato, a livelli distruttivi: è questo l’odio che esplode in violenza al momento delle elezioni.
C’è chi dice che sia un male giovanile della democrazia. Un candidato sindaco ha tirato fuori dal cappello un proverbio ad effetto: la democrazia è come l’erba inglese – ha bisogno di molta acqua e duecento anni. La Macedonia, però, non ha tanto tempo a disposizione: il prato della democrazia deve crescere molto più in fretta, entro questo fine settimana.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11068/1/51/
Pakistan
Nawaz Sharif sfida il governo e vince

Domenica 15 marzo a Nawaz Sharif, leader del partito di opposizione Pakistan Muslim League - Nawaz (PML-N), è stato notificato un ordine di arresto domiciliare per tre giorni, a poche ore dall'avvio della "Lunga Marcia" di protesta organizzata per spingere il governo a mantenere la promessa di reinsediare i numerosi giudici destituiti dall'ex-presidente Pervez Musharraf. Oltre a Sharif sono stati arrestati anche il leader della protesta, l'ex-presidente dell’ordine degli avvocati della Corte suprema avvocato Aitzaz Ahsan, e il presidente del PML-N, Makhdoom Javed Hashimi. Numerosi altri avvocati e sostenitori della Lunga Marcia erano già stati arrestati il 10 marzo. La decisione di confinare in casa Sharif, che sarebbe stata presa direttamente dal Presidente Asif Ali Zardari, ha provocato l'immediata reazione dei suoi sostenitori e numerosi scontri di piazza con la polizia si sono registrati a Lahore.
Nel pomeriggio di domenica Zardari ha deciso di rompere gli arresti domiciliari e ha lasciato la sua abitazione per recarsi presso l'Alta Corte di Lahore e prendere la testa della manifestazione che, partita da Karachi, avrebbe dovuto raggiungere Isalamabad entro oggi. Inizialmente il governo ha ordinato alle forze di sicurezza di prendere posizione nei punti di accesso alla capitale per impedire l'ingresso dei dimostranti, ma successivamente il Primo Ministro Yousuf Raza Gilani ha deciso di disinnescare la crisi annunciando l'intenzione di ristabilire nelle sue funzioni l'ex-presidente della Corte Suprema, Ifrikhar Chaudhry, e gli altri giudici. Nawaz Sharif ha dunque chieso ai dimostranti di interrompere la marcia su Isalamabad.
Il governo pakistano esce da questo episodio ancora più debole e screditato, in un momento in cui sarebbe necessaria una leadership forte e stabile per contrastare efficacemente il terrorismo. Il reinsediamento dei giudici potrebbe portare come conseguenza la messa in stato di accusa del Presidente Zardari, rispolverando vecchie accuse di corruzione. In effetti, era proprio questo il motivo per cui il governo aveva finora rimandato a tempo indeterminato il reinsediamento dei giudici.
In questo quadro i principali movimenti musulmani sembrano sostenere l'azione di dura opposizione guidata dal PML-N, mentre le Forze Armate mantengono una posizione ambigua.Se nei prossimi mesi la situazione dovesse degenerare con la messa in stato d'accusa di Zardari e violenti scontri di piazza, non è da esclcludere la possibilià di un colpo di stato da parte dell'Esercito, il cui comandante, il generale Ashfaq Kayani, è stato insediato da Musharraf poco prima che lasciasse il potere.Per garantire una chanche di stabilizzazione del paese e al contempo evitare le dimissioni, Zardari dovrà probabilmente adottare un basso profilo, cedendo di fatto gran parte dei suoi poteri al Primo Ministro Gilani.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=35151
GOVERNO IMPEGNATO PER RIAVVICINAMENTO CON GLI STATI UNITI
Bolivia e Stati Uniti lavorano ad un accordo-quadro per “ricostruire” e “riorientare” le relazioni, con “nuove regole del gioco, sovranità e dignità”: lo ha detto il ministro degli Esteri David Choquehuanca, citato dall’agenzia ufficiale ‘Abi’, precisando che tra i due paesi “esiste una comunicazione costante” e sono già previsti incontri bilaterali a Washington e La Paz. “Gli Stati Uniti hanno capito che questo paese, per piccolo che sia, poco sviluppato, è un paese dignitoso. Sono coscienti che le autorità boliviane meritano rispetto” ha aggiunto Choquehuanca in una conferenza stampa ospitata nel ‘salone rosso’ del suo dicastero. Il ministro ha ribadito che qualsiasi tipo di cooperazione “è benvenuto”, ma senza condizioni; si è riferito in particolare all’operato dell’agenzia antidroga americana Dea, accusata di ingerenze nelle questioni interne boliviane, di cui La Paz aveva sospeso le operazioni nel paese nel novembre scorso. Le relazioni tra il governo del presidente Evo Morales e l’ex-amministrazione della Casa Bianca erano arrivate a un punto critico alla fine del 2008, dopo la decisione di La Paz di espellere l’ambasciatore Philip Goldberg per sospetta cospirazione e collusioni con l’opposizione conservatrice; una misura analoga era stata adottata da Washington che aveva tra l’altro revocato alla Bolivia le preferenze doganali sulle sue esportazioni negli Stati Uniti. Il 10 marzo anche il secondo segretario dell’ambasciata americana, Francisco Martínez è stato espulso dalla Bolivia accusato di aver agito come contatto di gruppi dell’opposizione decisi a rovesciare il governo.[FB]
http://www.misna.org/misna2009/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=241102
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URUGUAY, APPROVATO IL TESTAMENTO BIOLOGICO
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Gennaro Carotenuto
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La Camera dei deputati del Parlamento uruguayano ha definitivamente approvato a grande maggioranza la legge sul testamento biologico. Nessun paziente potrà essere obbligato a vivere contro la propria dignità. Ogni persona potrà esprimere per iscritto di “non accettare trattamenti che prolunghino la vita a discapito della qualità della stessa”.
“Non si tratta né di eutanasia né di suicidio assistito” afferma Washington Abdala del Partito Colorado (centro-destra) all’opposizione, ma tra i firmatari della legge. “L’eutanasia è l’accelerazione del processo della morte. In Uruguay tale processo non si accelera ma il paziente in situazione terminale avrà la possibilità di morire con dignità senza prolungare l’agonia”. Sia il Partito Colorado che il Frente Amplio (la maggioranza di centro-sinistra) si sono espressi a grande maggioranza a favore della legge mentre il Partito Nazionale (centro-destra, l’unico almeno in parte non laico in un paese che fa della separazione ferma tra stato e chiesa un punto fermissimo) non ha partecipato alla votazione per non spaccare un partito nel quale molti erano i favorevoli alla legge.
Come funzionerà il testamento biologico in Uruguay non è dissimile da altri paesi, ma non cerca di intrappolare il paziente ed indurlo a scelte non desiderate. Una persona potrà esprimere le proprie volontà in varie maniere, davanti a un medico oppure un notaio oppure davanti a testimoni e avrà diritto a cambiare la propria decisione se lo vorrà. Potrà essere depositata tanto la volontà a interrompere le cure come la volontà di far proseguire a tempo indeterminato il trattamento e dovrà indicare una persona di garanzia che assicuri che la sua volontà sia rispettata.
Nel caso nel quale non avrà espresso la propria volontà, la decisione dovrà essere presa all’unanimità da compagno/a, figli e genitori. È quest’ultima dell’unanimità una particolarità che potrebbe in qualche caso mettere in discussione l’applicazione pratica della legge. Una volta presa la decisione due medici (con diritto all’obiezione di coscienza) dovranno sottoscrivere la condizione di irreversibilità del paziente. A quel punto la Commissione bioetica della struttura dove il paziente è ricoverato avrà 48 ore per esprimersi. Solo a quel punto i trattamenti potranno essere sospesi.
www.gennarocarotenuto.it
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Dalla Nuova Zelanda una lezione di civiltà
A sei anni dalla legalizzazione della prostituzione in Nuova Zelanda, l’esperimento sembra aver dato risultati largamente positivi.
Mentre sul finire del secolo scorso l’Europa invertiva sorprendentemente la marcia, e vedeva paesi “avanzati” come la Norvegia e la Svezia proibire di fatto il mercato del sesso, la Nuova Zelanda del 2003 stupiva il mondo, equiparando l’attività delle case chiuse ad una qualunque altra attività commerciale, riconosciuta e regolamentata dallo stato fin nel minimo particolare.
Oggi la prostituta neozelandese è protetta da un contratto di lavoro alto 50 pagine, che specifica esattamente quali siano i suoi diritti, e quali siano gli obblighi nell'ambito della pratica professionale. Primi fra tutti l’obbligo per il cliente di utilizzare il preservativo in qualunque attività di tipo sessuale, l’imposizione di stretti controlli di tipo sanitario, e soprattutto il diritto della prostituta di rifiutare un cliente, se non le va, senza per questo dover subire minacce, ricatti o violenze di alcun tipo.
In fondo si tratta di un accordo commerciale come qualunque altro, per cui è evidente che ambedue i contraenti debbano essere d’accordo.
Ma soprattutto, da quando c’è stata questa innovazione, ...
... si è assistito in Nuova Zelanda al progressivo rinsecchimento dell’intero ramo di malavita che normalmente ruota attorno alla prostituzione.
Il business della prostituzione, unito a quello del gioco d'azzardo, ha sempre rappresentato una delle accoppiate più redditizie nella storia della malavita, al punto che con l’avvento del proibizionismo il boss di Chicago John Colosimo non volle nemmeno saperne di mettersi a trafficare con bottiglie piene di birra puzzolente: aveva costruito un’impero su azzardo e prostituzione, era l’imperatore indiscusso della città, e nulla avrebbe potuto spostarlo di un milllimetro da quella posizione. Talmente restìo si dimostrò Colosimo ad abbandonare la vecchia strada per la nuova, che i capofamiglia di New York dovettero mandare a Chicago un certo Alfonsino Capone perché lo facesse fuori e prendesse il suo posto.
Stessa cosa dicasi per gli imperi mafiosi di Cuba o di Las Vegas, che senza la prostituzione non sarebbero mai nemmeno comparsi sulla mappa geografica del mondo.
Con la legalizzazione del mestiere invece non è più possibile ricattare una donna, obbligandola a prostituirsi per due lire, quando questa può guadagnare cifre superiori lavorando alla luce del sole, protetta dalla legge e dalle stesse istituzioni che una volta la perseguitavano.
A questo punto viene da domandarsi se per caso non ci sia un secondo fine dietro alla filosofia moralista e bacchettona, da noi molto diffusa, che sostiene di voler combattere la prostituzione “perchè è un vizio immorale, che si nutre dello sfruttamento degli esseri umani“, quando di fatto, rendendola illegale, crea proprio i presupposti per quello sfruttamento.
Qualcuno forse ricorderà la vicenda della ragazza nigeriana, costretta prostituirsi per diciotto ore al giorno nella civilissima Torino.
E visto che ci siamo, proviamo a spingerci ancora più in là, e domandiamoci se per caso lo stesso moralismo ipocrita e bacchettone che sostiene di voler combattere anche la droga “perché è immorale e rende schiava la nostra gioventù”, non la voglia tenere fuori legge proprio per mantenere i presupposti di quella schiavitù.
Anche perchè nel frattempo il traffico mondiale della droga è indispensabile ai servizi segreti di mezzo occidente per finanziare le loro sporche – ma costosissime - operazioni “sotto copertura”, mentre se legalizzi il mercato della droga i prezzi crollano, e finisce che con un quintale di oppio ti compri al massimo una pistola ad acqua.
Dovunque trovi il moralismo bacchettone, stranamente, trovi anche corruzione, crimine e furto del pubblico denaro, mentre con la “pericolosa liberalizzazione dei costumi” trovi solo il rispetto delle leggi e del fondamentale diritto dell’essere umano di fare quel cavolo che gli pare, senza dover più chiedere il permesso a nessuno.
Massimo Mazzucco
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3113
PRANZO DI GALA
Il pranzo del venerdì si svolge a casa di un personaggio autorevole. Le donne, di rigore, stazionano nelle cucine. Invisibili. Parenti e giovinotti di famiglia si occupano delle vivande e del rigido rituale che precede, segue, conclude il lauto pranzo. Un reportage da Kabul tra vivande, anacardi, arance e visioni del mondo
la foto è di Romano Martinis
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Emanuele Giordana
Di ritorno da Kabul – La fortuna aiuta il cronista, non solo gli audaci.
A leggere ricerche e sondaggi ci si fa un'idea di cosa pensano gli afgani, ma il riscontro delle evidenze tratteggiate da grafici e torte, istogrammi e percentuali, bisogna raccoglierlo per strada. Coniugando la fredda e pur sempre opinabile matematica dei dati, all'umore della gente. Un passaggio che richiede tempo e fortuna. Che arriva di venerdi con l'invito a un pranzo in piena regola, per il giorno di festa, nella periferia Sud della capitale. Quale occasione migliore che un evento conviviale perché l'ospite si rilassi e la conversazione si sciolga. E vengano finalmente fuori le cose che la gente vi dice a mezza bocca, altrimenti intimorita o più semplicemente sospettosa, visto che siamo bene o male degli appartenenti alla comunità degli occupanti/donatori. I ricchi eserciti – civili o in divisa – che stazionano nel paese.
Il pranzo del venerdì si svolge a casa di un personaggio autorevole. Le donne, di rigore, stazionano nelle cucine. Invisibili. Parenti e giovinotti di famiglia si occupano delle vivande e del rigido rituale che precede, segue, conclude il lauto pranzo: scorrono grandi piatti di kabuli palau, diversi manicaretti a base di montone, preziosi bulani (ravioli ripieni), salse allo yogurt e pasticci di verdura. L'immancabile piatto di crudità e il passaggio della brocca con l'acqua calda per lavare le mani. La sala è stretta e lunga con tappeti e kylim una schiera di cuscini su cui far riposare la schiena. Si mangia seduti ai bordi di un largo tappeto su cui viene appoggiata una tovaglia di plastica perché vi scorrano i piatti di portata. E si mangia in silenzio. Solo qualche battuta e la preoccupazione costante che l'ospite sia comodo, non gli manchi nulla, abbia gustato il pollo alla brace e il prosciutto di montone, l'umido di vacca, le arance a fine pasto che un commensale si occupa di spaccare in quattro appoggiandole accanto agli anar, i sugosi melograni dai rubizzi pallini di succo rosso.
Dopo il te e una lunga teoria di pistacchi, nocciole, mandorle, anacardi la conversazione si scalda. C'è un generale di polizia, un professionista stimato che fortunatamente si occupa di fare la traduzione, e un paio di signori il cui il tradizionale abito afgano - uguale per tutti – non tradisce lo status sociale. Che però si comprende in fretta: “L'ho spiegato a Karzai – dice il più apparentemente dimesso dei due che si rivela subito un ottimo intrattenitore – e l'ho anche detto a Saleh (il capo dell'intelligence) e al ministro dell'Interno: perché non dite la verità? Che a settanta dollari al mese la polizia è corrotta e che la temiamo più dei banditi?”. Questi due signori gestiscono una ditta di trasporti di un certo rilievo. “Lavorare per gli americani? No grazie. A quelli di Bagram (la più grossa base Usa nel paese ndr) ho spiegato che non mi va di correre rischi con loro”. Ma i rischi, sulle strade del Sud, non si corrono coi talebani? “Coi talebani? Quando ci sono loro a controllare la strada fila tutto liscio. Il problema è quando la controlla la polizia, che vuole mazzette oppure lascia che i banditi taglieggino i carichi”. Non spiegano se coi talebani c'è un accordo o semplicemente se trasportano qualcosa per loro. Il generale della polizia annuisce. Sa anche che i commensali non stanno parlando di lui che ha la fama di essere integerrimo.
A questi signori, sia ben chiaro, i talebani non piacciano affatto. E fanno capire che voteranno per Karzai. Al momento pare ai più una scelta obbligata. I sondaggi danno all'attuale capo di stato uscente oltre il 50% dei suffragi tanto che, il decreto presidenziale con cui ha fissato le elezioni a fine aprile (in accordo col dettato costituzionale e con il parlamento, contrario a un rinvio) ha fatto gridare allo scandalo ai suoi oppositori in corsa per la sua poltrona. Di un rinvio ad agosto si era già parlato da tempo. Poi Karzai ha decretato il voto ad aprile. E subito dopo, la Commissione elettorale, col plauso di Nato, Onu e Usa, ha rimesso la data ad agosto per motivi di “sicurezza” e di “finanziamento”, le due divinità che in Afghanistan dettano legge. I candidati che sperano di scavalcare Karzai sono soddisfatti: avranno più tempo per la corsa. Ma non sembra che il presidente voglia mollare anche se ha detto di accettare il rinvio. Una battaglia istituzionale che sembra promettere lacrime e sangue con scarsa considerazione per il paese reale.
Come che vada, la situazione nel paese ai nostri commensali non piace affatto anche se nel 2001 la fine del regime dei turbanti sembò loro un'opportunità. Sembrano chiosare proprio Karzai quando respinge al mittente le critiche rivolte al suo governo “fragile e corrotto”: “I primi a essere corrotti non siamo noi, ma voi - dice uno di loro – e le ditte straniere che beccano gli appalti e subappaltano agli afgani, chiedono subito la tangente come se facesse parte del prezzo”. I controlli di Unama (la missione Onu nel paese)? “Buoni per guastare le cose: non puoi assumere nemmeno un autista se non passi attraverso loro”. Snocciolano le contraddizioni: “...parlate dei diritti delle donne. Ma lo sapete che quando gli americani fanno le perquisizioni le spogliano nude? E sapete che, siccome in certi posti vietano di costruire le madrase (scuole coraniche), i ragazzi senza lavoro vanno a studiare in quelle pachistane, pagati anche 2-300 dollari al mese. Al loro posto che fareste”? Ai tempi dei talebani, ricordano, tutto filava liscio e i prezzi erano bassi. E' un'ammissione che non fanno volentieri... E oggi? “I posti nella polizia si comprano per far soldi. Hanno una tariffa perché rendono a chi se li è acquistati”.
L'atmosfera si è scaldata. Secondo i miei commensali lo sbaglio è all'origine. E' una storia che abbiamo sentito ripetere più volte e da gente assai diversa, per censo e ideologia: “Quando siete arrivati avete fatto i patti coi signori della guerra, coi capi mujaheddin: gente odiata dal popolo anche più dei talebani. Il popolo invece lo avete abbandonato. A Kandahar avete trattato con questi banditi. A Herat – aggiunge – per lavorare al vostro Prt (Provincial reconstruction team) ci vuole la raccomandazione di Ismail Khan (ex governatore della città). Eppoi, finché continuerete ad ammazzare la gente bombardandogli le case, cosa vi aspettate? Il giorno dopo i parenti diventano nuovi talebani!”. I dati numerici – 550 vittime dei raid nel 2008 – dan loro ragione.
Il pranzo è finito e anche il giro del tè e quello delle opinioni. Ci alziamo, ringraziamo, infiliamo le scarpe. I due commensali più loquaci salgono su una macchina senza targa con due sgherri seduti sul cassone. Che mostrano sorrisi e kalashnikov: i segni del potere dei loro padroni. Il generale saluta. Il professionista ringrazia. Il cronista torna a casa. Un pranzo che vale un intero dossier di dati, sondaggi, numeri. L'aria della strada, con tutta la sua opinabile obiettività, che nessuna ricerca riesce a restituire.
Anche su il manifesto
http://www.lettera22.it/showart.php?id=10314&rubrica=64
Barcellona: il Robin Hood delle banche e gli studenti
Elena Ledda
Enric Duran è stato arrestato a Barcellona mentre si trovava all'università della città catalana: era diventato famoso per aver «espopriato» grazie ad alcuni movimenti bancari 500 mila euro ad alcuni istituti di credito. Ilsuo attivismo contro la finanza aveva incrociato quello degli studenti dei movimenti universitari
Sei mesi dopo aver denunciato di aver espropriato quasi 500 mila euro a 39 entità bancarie, l’attivista catalano Enric Duran (vedi Carta n. 37) è stato arrestato martedì mentre si trovava nella sede del rettorato della centralissima università di Barcellona, occupata in opposizione al processo di Bologna a novembre scorso (vedi Carta n.45). Enric era riapparso pubblicamente il giorno prima nella stessa sede, dove aveva presentato “Possiamo vivere senza capitalismo”, la seconda rivista del collettivo Crisi. Le 350 mila copie di quest’edizione –come della prima- sono state finanziate con parte dei soldi espropriati alle banche. Sempre lunedì, in serata, è stato presentato il “Manifesto dei movimenti sociali e dei movimenti studenteschi”, che convertiva l’Università di Barcellona nella nuova sede dei movimenti sociali. Enric aveva deciso di passare la notte con gli studenti, “perché era sicuro che ci fossero agenti in borghese dentro e temeva lo aspettassero fuori”, diceTxetxe Salernou, 23 anni, studente di matematica e testimone dell’arresto. Ieri il giudice ha deciso la condanna a prigione a Enric Duran per un delitto di truffa e falsità.
“Il rettore ci aveva promesso che per nessuna ragione sarebbe entrata la polizia”, dice Pere Durán, 25 anni, studente di storia e una delle menti dell’occupazione. Quando, verso le cinque del mattino di mercoledì i Mossos (la polizia locale), sotto richiesta del rettore, sono rientrati all’università ed hanno sloggiato la cinquantina di studenti che l’occupavano in poco tempo si sono presentate in appoggio altre 500 persone, avvisate in tempo reale da un messaggio sul telefonino. Quasi subito sono iniziati gli scontri che per tutto mercoledì e parte di giovedì hanno convertito il centro di Barcellona nella sede di una guerriglia urbana che si è conclusa con 81 feriti tra studenti e poliziotti e le scuse ufficiali del consigliere dell’interno catalano Joan Saura per gli “errori” della polizia locale, che sia nello sgombero della mattina che nella manifestazione della notte ha fatto un uso indiscriminato della violenza, colpendo alla cieca non solo studenti ma anche turisti e anziani e mandando all’ospedale quattro fotografi della stampa locale. “Le autorità sapevano perfettamente che il rettorato si era convertito nel centro di molteplici lotte cittadine e credo ne abbiano avuto paura”, conclude Pere Duran.
“Gli studenti dell’occupazione appoggiano Crisi e le sue proposte postcapistaliste e viceversa”, dice Joan Puigdellivol, 19 anni, studente di educazione sociale e membro della CAE (Coordinadora Asamblea de Estudiantes). “I fatti dei giorni scorsi non fanno altro che renderci ancora più agguerriti e darci ragioni per lavorare insieme per il cambiamento”.http://www.carta.org/campagne/precariato+e+lavoro/16932
Il videomessaggio di Obama al popolo iraniano in occasione di Nowruz, la festa di inizio anno. Un appello per trovare una nuova relazione dopo 3 decenni di scontri. La via è ancora lunga, ma almeno le suggestioni dei neocon sono state seppellite. http://andreamollica.blogspot.com/
LA POLITICA NASCOSTA DI HOLLYWOOD
DI M. ALFORD E R. GRAHAM
Global Research
Tom Cruise, la celebrità più potente del mondo, è stato licenziato, secondo la rivista “Forbes”, senza tanti giri di parole nel 2006. Il suo licenziamento è stato particolarmente scioccante per il fatto che non è stato licenziato dal suo datore di lavoro del tempo, la “Paramount Studios”, ma bensì da una compagnia molto vicina alla Paramount, la Viacom. Il notoriamente irascibile amministratore delegato della Viacom Sumner Redstone – proprietario di una lunga lista di compagnie di informazione come CBS, Nickelodeon, MTV, e VH1 – ha affermato che Cruise aveva commesso un “suicidio creativo” a seguito di una successione di attività maniacale pubblica. Si trattava di licenziamento meritevole di un episodio di “The Apprentice”.[1]
Il caso Cruise rimanda alla nozione dominante secondo cui i meccanismi interni di Hollywood non sono interamente determinati dai voleri del pubblico, come ci si potrebbe aspettare, né sono finalizzati a rispondere solamente alle decisioni dei creativi dello studio, o anche a quelle dei responsabili stessi dello studio.
Nel 2000, l’“Hollywood Reporter” ha redatto una lista delle prime 100 figure più potenti nell’industria durante gli ultimi 70 anni. Rupert Murdoch, capo della News Corporation, proprietario della Twentieth Century Fox, è risultato il personaggio vivente più potente in assoluto. Ad eccezione del regista Steven Spielberg ( n°3) , nessun artista compare entro le prime dieci posizioni.
Ciascuno degli studi di Hollywood più importanti ( le “majors”) è ora una filiale di un’industria più grande, e perciò non è un business così separato o indipendente, ma soltanto una delle molteplici grandi fonti di reddito per l’impero finanziario più ampio della propria società madre. Le majors e i loro “genitori” sono: Twentieth Century Fox (News Corp), Paramount Pictures (Viacom), Universal (General Electric/Vivendi), Disney (The Walt Disney Company), Columbia TriStar (Sony), e Warner Brothers (Time Warner). Queste compagnie madri sono tra le più grandi e più potenti del mondo, e normalmente sono supportate da avvocati ed investimenti bancari.[2] I loro interessi economici sono a volte anche strettamente legati ad aree politicizzate come l'industria degli armamenti, e sono frequentemente inclini a cozzare contro il governo in carica quando decide sulla regolazione finanziaria.
Come sottolinea il giornalista vincitore del premio Pulitzer Professor Ben Bagdikian, mentre una volta gli uomini e le donne proprietari dei mezzi di comunicazione di massa potevano entrare nella “sala da ballo di un modesto hotel”, ora gli stessi proprietari (tutti uomini) possono stare in una “generosa cabina telefonica”. Avrebbe potuto aggiungere che, mentre una cabina telefonica potrebbe non essere esattamente il luogo gradito a Rupert Murdoch e Sumner Redstone, questi individui d’altro canto si incontrano in luoghi lussuosi come l’ “Idaho’s Sun Valley” per identificare e dare forma ai loro interessi collettivi.
Sicuramente, il contenuto dei film di uno studio non è, di norma, determinato solamente dagli interessi politici ed economici delle case madri. Gli amministratori delegati degli Studios hanno una considerevole libertà di azione per realizzare il cinema che vogliono senza diretta interferenza dei loro principali padroni. In realtà, comunque, il contenuto degli Studios di Hollywood riflette in maniera chiara i più ampi interessi della compagnia e, a volte, le compagnie madri che si celano dietro gli Studios mostrano un interesse pieno e deliberato per alcuni film piuttosto che per altri. C’è una lotta tra forze maggiori e forze minori, ma i tradizionali mezzi di comunicazione di massa e le accademie si sono concentrati sulle ultime piuttosto che sulle prime.
Si consideri il successo cinematografico dell’anno scorso, “Australia”, l’epopea di Baz Luhrmann. Due degli aspetti salienti del film riguardarono, in primo luogo, il fatto che esso sorvolava sulla storia degli Aborigeni, e, in secondo luogo, il fatto che attraverso la pellicola, l’Australia era resa come una fantastica meta in cui andare in vacanza. Ciò non dovrebbe sorprendere - dato che la Twentieth Century Fox, di proprietà di Rupert Murdoch – aveva lavorato alla produzione del film in stretto contatto con il governo australiano fondamentalmente per interesse da ambo le parti. Il governo beneficiò dell’ampia campagna turistica promossa da Luhrmann e dal suo lavoro, che includeva non solo le caratteristiche proprie del film, ma anche una serie di stravaganti pubblicità collegate ( tutte in apparenza fungevano da supporto al maldestro programma di riconciliazione Aborigeno ). Di conseguenza, il governo dette ai suoi prediletti decine di milioni di dollari come rimborsi delle tasse. Il giornale West Australian dichiarò addirittura che Murdoch aveva fatto sì che i suoi “soldati di stampo giornalistico”, si assicurassero che ogni aspetto del suo impero di mezzi di comunicazione di massa premiasse e lodasse “Australia” attraverso scintillanti riviste, valutazione candidamente illustrata dalla rivista “The Sun”, la quale si apprezzò “il raro pezzo di buon divertimento vecchio stile” così tanto che i suoi critici fossero “tentati di correre verso l’agenzia viaggi.”
Esistono precedenti storici a tale interferenza. Nel 1969 Haskell Wexler, cineasta di ”Qualcuno volò sul nido del cuculo” ebbe un problema considerevole a rilasciare il suo classico “Medium Cool”, il quale era in stretta relazione con le proteste contro la guerra alla Convention Democratica dell’anno precedente. Wexler reclamò la più assoluta libertà di informazione per i documenti rivelando che alla vigilia dell’uscita della pellicola, il sindaco di Chicago Richard J. Daley, ed alte cariche del partito democratico avevano reso noto a Gulf e Western ( le compagnie vicine a Paramount ) che se Medium Cool fosse realmente uscito, alcuni benefici sulle tasse e altri vantaggi nell’interesse di Gulf e Western non sarebbero stati concessi. “Uno stronzo ben deciso non ha coscienza” ci ha detto Wexler furiosamente, riferendosi ai leaders delle attività commerciali di Hollywood “e loro non hanno coscienza”.
Wexler spiegò come questo complotto aziendale fosse stato messo in atto per minimizzare l’attenzione: “La Paramount mi aveva contattato dicendomi che avevo bisogno di liberatorie da tutti i [manifestanti] nel parco, di cui era impossibile tener conto. Affermarono che se la gente fosse andata a vedere quel film abbandonando il teatro e avessero compiuto un atto di violenza, allora si sarebbe potuta intentare un’azione contro gli uffici della Paramount”. Un modo difficile per ricavare dei guadagni da un film ma sicuramente un modo utile per proteggere gli interessi della società madre.
Ora passiamo al caso più famoso: quello di Fahreneit 9/11 (2004), il successo cinematografico di Michael Moore, che la Walt Disney Company ha tentato di far naufragare a dispetto del fatto che “era già stato esaminato dai piani alti” dopo essere stato sottoposto al giudizio di alcuni spettatori. La filiale di Disney, la Miramax, insistette sul fatto che i suoi creatori non avevano il diritto di bloccarlo dal rilasciare il film dal momento che il budget era ben al di sotto del livello richiesto dalla Disney per l’approvazione. I rappresentanti della Disney replicarono che avrebbero potuto vietare qualsiasi film della Miramax se poteva sembrare che la sua distribuzione potesse scontrarsi con i loro interessi. Ari Emanuel, agente di Michael Moore dichiarò che il capo della Disney, Michael Eisner, gli aveva detto che avrebbe voluto ritirarsi dal patto a causa delle preoccupazioni presaglie da parte dei politici conservatori, specialmente riguardanti le agevolazioni fiscali date alle proprietà della Disney come il “Walt Disney World” in Florida, (di cui governatore era al tempo il fratello del presidente degli Stati Uniti d’America, Jeb Bush). La Disney era anche legata alla famiglia reale saudita, che nel film era stata rappresentata in maniera non molto favorevole: un membro potente della famiglia, Al-Walid Bin Talal, proprietario di una grande quota di Eurodisney, aveva contribuito a far uscire dai guai finanziari il parco divertimenti. La Disney ha sempre negato l’interferenza della politica in tale meccanismo, spiegando che temevano di essere “trascinati in una battaglia politica con una posta in gioco molto alta”, che avrebbe potuto infastidire i clienti. La Disney ha diffuso costantemente nei suoi film messaggi favorevoli al sistema, in modo particolare sotto marchi secondari come la Hollywood Pictures e la Touchstone Pictures (sebbene il film basato sulla biografia di Nixon, diretto da Oliver Stone nel 1995, rappresenti una notevole eccezione). In molti ricevettero una generosa assistenza dal governo degli Stati Uniti: il Pentagono appoggiò “Army Now” (1994), “Crimson Tide” (1995), e “Armageddon” (1998), così come il film sulla CIA “Bad Company” (2002) e “The Recruit” (2003). Nel 2006, la Disney favorì la messa in onda del film TV “The Path to 9/11”, film che in maniera pesante era incline a esonerare da colpe l’amministrazione di Bush e dava la colpa a quella di Clinton per gli attacchi terroristici, provocando reazioni indignate di reclamo dal precedente Segretario di Stato Madeline Albright e, allo stesso modo, da Sandy Berger, direttore della sicurezza nazionale sotto Clinton.
La natura del comportamento della Disney acquista significato se si considerano gli interessi delle alte parti della multinazionale. Storicamente, la Disney aveva stretto dei rapporti con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e Walt stesso era un violento “anti-comunista” (anche se resoconti su di lui come agente dell’FBI o addirittura un fascista sono parecchio più speculativi). Negli anni 50, gli sponsor delle aziende e del governo aiutarono la Disney a produrre dei film che promuovessero la politica del presidente Eisenhower “Atomi per la pace” e allo stesso tempo l’infame documentario “Duck and Cover” spiegava agli alunni delle scuole elementari come sarebbero sopravvissuti ad un attacco atomico nascondendosi sotto i loro banchi di scuola. Ancora oggi, uno dei responsabili principali della Disney è John E. Bryson che è anche direttore della compagnia “Boeing” una dei maggiori appaltatori nel settore aerospaziale e della difesa. La Boeing aveva ricevuto 16,6 miliardi di dollari dai contratti con il Pentagono nel periodo successivo all’invasione dell’Afghanistan [3] ad opera delle truppe americane. Ciò si sarebbe dimostrato un incentivo non da poco per Disney per evitare di finanziare film che andassero conto la politica estera di George W. Bush, come Fahrenheit 9/11 ad esempio.
Sorprende molto il fatto che quando la Disney distribuì Pearl Harbor, nel 2001- un film semplicistico dall’amplissimo budget realizzato in forte cooperazione con il Pentagono, e che celebrava la rinascita del nazionalismo americano dopo il cosiddetto “giorno dell’infamia” – esso fu recepito dal pubblico con molto cinismo. Ancora, nonostante alcune riviste contrarie, inaspettatamente Disney decise nell’Agosto del 2001 di estendere la distribuzione del film su scala nazionale dal periodo standard due-quattro mesi ad uno sbalorditivo di sette mesi, facendo sì che questo capolavoro “estivo” sarebbe ora stato trasmesso fino a Dicembre. Inoltre, la Disney aumentò il numero dei cinema in cui il film veniva trasmesso da 116 a 1306. Per le aziende provate dai pochi guadagni del periodo successivo all' 11/9 Pearl Harbor provvide a risollevare in maniera decisiva gli animi.
Ma mentre film come Australia e Pearl Harbor ricevevano trattamenti di favore, le produzioni più in controtendenza o votate al cambiamento si avviavano ad entrare nel buco della memoria del cinema. Il film “Salvador”, di Oliver Stone, girato nel 1986, racconta la storia della guerra civile del Salvador; la sua trama era molto affine alle idee dell’ala rivoluzionaria contadina di sinistra e criticava fortemente la politica estera degli Stati Uniti, condannando in special modo il supporto che questi avevano offerto alla destra a carattere militare ed agli infami squadroni della morte.
L’opera di Stone fu rifiutata da tutte le più grandi case di produzione di Hollywood – qualcuno la definì addirittura come “un odioso lavoro” – nonostante avesse ricevuto un’ottima critica da molte riviste. Alla fine il film fu finanziato da investitori inglesi e messicani ma raggiunse una distribuzione limitata. Altri documentari controversi più recenti come “Loose Change” del 2006-2007, che sostenve che l'11/9 fosse un 'complotto interno', e “Zeitgeist” del 2007, che presenta un agghiacciante ritratto dell’economia globale, sono stati visti da milioni di persone attraverso Internet, l’unico “luogo” dove i “capi” delle comunicazioni di massa non possono toccarli o ostacolarli.[4]
La produzione più recente degli Universal Studios ha supportato in maniera più velata il potere degli Stati Uniti, con film come “Children of Men” del 2006, “Jarhead” del 2005 e “The Good Shepherd” del 2006. Eppure, con produzioni come “U-571” del 2000, e “La guerra di Charlie Wilson” del 2007, diventa possibile comprendere la ragione per cui una compagnia strettamente legata agli Universal fosse la General Electric, i cui interessi più lucrativi ben si relazionavano con la produzione di armi e di componenti fondamentali per pianificare guerre, tecnologia avanzata di sorveglianza, ed hardware essenziali per olii e gas industriali su scala planetaria, soprattutto nel periodo dopo Saddam, in Iraq.
Il gruppo di direttori della General Electric aveva inoltre grande interesse a stringere rapporti con grandi organizzazioni liberali come la Fondazione Rockfeller. Dal momento che “liberale” potrebbe suonare come un termine positivo dopo l’impopolare marchio conservatore di Bush, bisogna ricordare che le organizzazioni liberali sono strettamente relazionate con le fondamenta delle elite degli Stati Uniti e molto spesso sono state, assieme a loro, architetti di molte delle azioni di politica estera del paese, come ad esempio la guerra in Vietnam. Sono preparati ad allearsi con parti conservatrici su certe questioni, in particolare la sicurezza nazionale, perciò non dovrebbe sconvolgere più di tanto trovare che la General Electric fosse molto vicina all’amministrazione Bush soprattutto con i più recenti amministratori delegati. Jack Welch, amministratore delegato dal 1981 al 2001, aveva apertamente dichiarato il proprio sdegno per “protocollo, diplomazia e regolatori” e fu addirittura accusato dal membro del Congresso della California Henry Waxman di aver fatto pressione sulla sua rete NBC al fine di dichiarare prematuramente Bush come vincitore, nel 2000, dell’ “elezione rubata”, quando si era fatto vedere inaspettatamente nella sala stampa mentre si stavano conteggiando le votazioni. Il successore di Welch, l’odierno amministratore delegato della General Electric Jeff Immelt, è un neoconservatore ed è stato un generoso contribuente della campagna politica per la ri-elezione di Bush.
Forse la produzione che più sbigottisce della coppia General Electric e Universal è la distribuzione di “United 93” del 2006, considerata la “reale descrizione” di come gli eroici passeggeri del 9/11 “forzarono i piani terroristici” spingendo l’aeroplano a schiantarsi prematuramente al suolo nella campagna della Pennsylvania. Sebbene il film avesse registrato delle entrate nettamente superiori al basso costo di produzione, fu accolto con una buona dose di apatia ed ostilità da parte del pubblico quando la sua distribuzione divenne nazionale. A quel tempo, ci si fecero molte domande in merito alla versione ufficiale di Bush sull’11 settembre, soprattutto provenienti dalle notizie dei mass media americani indipendenti: secondo i risultati delle votazioni Zogby del 2004, la metà dei newyorkesi credeva che “i capi degli Stati Uniti avevano la sensazione che qualcosa sarebbe accaduto nell’immediato per quanto riguarda gli attacchi dell’11 settembre e 'consapevolmente' hanno evitato di agire”, e, appena un mese prima della distribuzione di “United 93” , l’83% degli spettatori della CNN era pressoché convinto che “ il governo degli Stati Uniti avesse coperto la realtà dietro gli attacchi dell’11 Settembre”.
Con la stampa ufficiale in seria difficoltà, l’amministrazione Bush accolse a braccia aperte “United 93”: il film era una fedele traduzione audio-visuale del “Commission Report” sull’11 Settembre, con un “ringraziamento speciale” a Phil Stub, contatto del Pentagono con Hollywood, cosa che appare in maniera discreta nei titoli di coda. Presto, dopo la data in cui iniziava la distribuzione su scala nazionale della pellicola, con quello che può essere interpretato come una cinica mossa di pubbliche relazioni e un gesto di approvazione ufficiale, il Presidente Bush si è incontrato con alcuni membri delle famiglie delle vittime per una proiezione privata della pellicola alla casa bianca.[5]
Il film “Munich” del 2005, distribuito da General Electrics e Universal- esplorazione di Steven Spielberg nella vendetta di Israele seguita agli attacchi palestinesi alle Olimpiadi del 1972- solleva alcuni sospetti. Sebbene l’organizzazione dei Sionisti Americani volesse fortemente boicottare il film perché, sostenevano, collocasse gli israeliani sullo stesso piano di terroristi, questa lettura è molto poco convincente. Inoltre, da quando i titoli di coda di “Munich” iniziano a scorrere, i forti messaggi contenuti nella pellicola si stampano indelebilmente nelle menti, messaggi messi in bocca ai protagonisti delle Forze Speciali israeliane: “Ogni civiltà trova necessario arrivare a compromessi con i propri principi” , “Uccidiamo per il nostro futuro, uccidiamo per la pace”, e “Non rompete il c...o agli Ebrei” [“Don't f*ck with the Jews.” N.d.r.] . Come è giusto aspettarsi, Israele è uno dei clienti più fidati della General Electric, avendo comperato da essa missili laser Hellfire II, così come sistemi di propulsione per l’ F16 “falcon fighter” , l’F-4 “phantom fighter”, l’elicottero d’attcco AH64 Apache e l’elicottero UH60 “Black Hawk”. Nei 167 minuti di “Munich” il tempo dedicato alla spiegazione della causa palestinese è ridotto a due minuti e mezzo di dialogo altamente semplicistico. Lungi da essere un “imparziale grido per la pace” , come il Los Angeles Times lo ha accolto, il “Munich” della General Electric è interpretabile molto più facilmente come una sottile conferma delle politiche di un fedele cliente.
Dal lato più liberale della cinematografia si è trovata negli ultimi anni la Warner Bros. “JFK” nel 1991, “The Iron Giant” nel 1999, “Southpark: big, longer and uncut”, sempre del 1999, “Good night and good luck” del 2005, “V for Vendetta” sempre del 2005, “A scanner darkly” del 2006, “Rendition” del 2007, e “In the valley of Elah” sempre del 2007. Molto indicativo che, in seguito alle lamentele in merito a una sorta di stereotipia di stampo razzista nella produzione della Warner Bros sponsorizzata dal Pentagono “Executive decision” del 1996, lo studio prese l'insolita iniziativa di assumere Jack Shaheen, un consulente per le politiche razziali sul set, dando come risultato quello che fu considerato dalla critica come uno dei migliori film del suo genere, “Three Kings” del 1999. Potrebbero non esserci coincidenze con il fatto che una stretta collaboratrice della Warner Bros, la Time Warner, sia meno legata all’industria della armi o alla cricca dei neoconservatori.
Ma per avere un’idea di ciò che accade ai film, quando nella loro produzione vengono rimossi gli interessi delle multinazionali, consideriamo la Lions Gate Films, una distributrice indipendente, che pure in verità è parte del sistema capitalista ( è stata formata in Canada da un investimento di un banchiere), ma che comunque non appartiene a una multinazione da miliardi di dollari e con molteplici interessi. Sebbene la Lion Gate abbia prodotto una grossa quantità di prodotti politicamente vaghi e del genere 'sangue e viscere', sta anche dietro alcuni dei più audaci ed originali film del cinema politico popolare degli ultimi dieci anni, criticando il corporativismo in “American Psycho” del 2006, la politica estera degli Stati Uniti in “Hotel Rwanda” del 2004, il commercio di armi in “Lord of war” del 2005, il sistema sanitario nazionale degli Stati Uniti in “Sicko” di Michael Moore, del 2007, e in generale tutto l’establishment degli Stati Uniti in “The U.S. vs John Lennon” del 2006.
Non c'è molto bisogno di ripetere che Hollywood è guidata dalla brama di denaro piuttosto che dall'integrità artistica. A causa di ciò, il mondo del cinema è aperto alla pubblicità di prodotti in forme diverse: giocattoli, sigarette e addirittura armamenti di ultima generazione, (da qui gli “special thanks” a Boeing nei titoli di coda del film “Iron Man” del 2008). Molto meno ovvio- nonché meno investigato- è come gli interessi delle multinazionali-madri stesse si riversino nel mondo del cinema- a livello individuale e sistemico. Noi speriamo che l’attenzione critica si focalizzi sui produttori dei film per aiutare a spiegare il perché dei loro contenuti reazionari ed infine, per aiutare il pubblico a prendere decisioni informate su ciò che consuma.
Mentre scrutiamo all’interno dei nostri popcorn, sarebbe meglio ricordare che dietro la magia dei film ci sono i maghi delle pubbliche relazioni delle multinazionali.
Matthew Alford è autore del libro di prossima pubblicazione “Projecting Power: American Foreign Policy and the Hollywood Propaganda System.” Robbie Graham è Associate Lecturer in Film presso lo Stafford College. Referenze sono disponibili su richiesta.
NOTE
[1] In maniera memorabile, Cruise dichiarò il suo amore per Katie Holmes mentre rimbalzava sù e giù su Oprah ( il programma, non la conduttrice).
[2] La classifica “2008 Fortune Global 500” piazza la General Electric al numero 12 con un reddito di 176 bilioni di dollari. Sony era al numero 75, Time Warner al 150, la Walt Disney Company al 207, la “News corporation al 280. Per fare un paragone, la “Coca Cola Company” è al numero 403.
[3] In maniera interessante, l’amministratore delegato della Disney Michael Eisner fu personalmente coinvolto quando giocò un brutto scherzo allo show politicamente scorretto di Bill Maher, dopo che l’ospite aveva commesso l’errore sovrumano di affermare che l’uso dei missili cruise da parte degli Stati Uniti era più da vigliacchi che gli attacchi dell’11 Settembre, con Eisner (che aveva in seguito) “convocato Maher nel suo ufficio per una batosta” secondo Marc Crispin di The Nation.
[4] Un caso meno convincente ma tuttavia intrigante potrebbe essere considerato l’alto numero di interessi politici ed economici coinvolti nella distribuzione del satirico e fantascientifico film di John Carpenter “They live”, del 1988, il quale dipingeva il mondo in preda ad un’invasione di forze aliene malvagie alleate con il governo degli Stati Uniti. Il film fu recepito in maniera positiva dalla critica ( ad eccezione del Washington Post e del New York Times) e balzò al primo posto in molti botteghini. Si rifece velocemente dei 4 milioni di $ spesi per la realizzazione nella prima settimana, e nella seconda scese alla quarta posizione raggiungendo un guadagno di 2,7 milioni di dollari. Lo studio distributore, la Universal Pictures, pubblicò un annuncio durante il periodo |