Velina
Cara Velina Veronica ci avresti divertito.Ricorda che Silvio ti ha visto al cinema:Attila il flagello di Dio.Non alla catena di montaggio come in Ufficiale e Gentiluom
Mai
Non sei mai stata una grande attrice e hai una vita da favola grazie a tuo marito.Piantala di infangarlo,non se lo merita.Sei di sinistra? Fatti tuoi!
Solidarietà
solidarietà a Veronica Lario!! ha ragione quando dice che attirare nel PdL veline, letterine e letteronze è squalificante per la politica e per le donne in generale!!!
Comodo
VERONICA LARIO HA PERSO 1 BUONA OCCASIONE DI STARE ZITTA.TROPPO COMODO FARE LA MOGLIE DI SILVIO E GODERNE GLI AGI E POI NON DIFENDERLO A SPADA TRATTA DALLE BALLE SX !!
La cabina
Hai la cabina elettorale per esprimerti, lascia perdere i giornali! Offendendo tuo marito offendi te stessa e tutti quelli che hanno fiducia in lui.Ciao da una donna
Raggione
ha raggione la sig.ra berlusconi come può un padre di 4 figli sostenitore degli insegnamenti della chiesa sulla famiglia comportrsi così con ragazzette corrotte da TV
Se
Le esternazioni della signora Lario lasciano esterrefatti.Se voleva ricordarci che esiste,l'ha fatto nel modo peggiore.
Virgola
Qualcuno dica alla signora Lario, che sarebbe meglio tacere.
Conspiracy
veronica parla al momento giusto, ma chi la manovra? come mai? certo che sputare nel piatto che ti ha permesso la bella vita...o era già ricca di suo?ma chi era? prima
Lo stimatore
SONO D'ACCORDO CON LA SIG.RA LARIO E PUR ESSENDO UNO STIMATORE E FAN DI SILVIO INSERIRE VELIVE, ATTRICETTE E CANTANTI NONCHE' MERCENARIE E' UNA VERA PORCATA.
Adesso un po' meno
NOI SIAMO MOLTO ARRABBIATI CON LEI, HA DATO IN PASTO ALLA SINISTRA UN ARGOMENTO CHE LEI POTEVA E DOVEVA FARNE A MENO, LA STIMAVO ADESSO UN PO MENO, E' SUO MARITO A ME
Tutto
HA TANTI MODI PER PARLARE CON SUO MARITO, MA LEI SI DIVERTE A DELEGITTIMARLO, NON E' LA PRIMA VOLTA,SI RICORDI CHE E' PADRE DEI SUOI FIGLI,LEI DEVE TUTTO A SILVIO!!
Un uomo come Silvio
QUANDO SI VIVE ACCANTO A UN UOMO COME SILVIO CI VUOLE PAZIENZA POI I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN CASA
Realiiti
poi si ricordi che anche lei e' venuta dallo spettacolo. non i ragazzi che fanno realiiti sono persone sporche, a volte vanno per cercare fortuna perche' manca il la
Non è elegante
vede signora Berlusconi, non e' elegante dare in pasto agli squali le sue esternazioni, poi al giornale piu avverso,che addirittura odiano suo marito, non e' giusto
Al più presto
Silvio ma proprio una moglie sinistra dovevi avere? liberatene al più presto!!! E' pericolosa
Federalismo fiscale
Meno tasse ma quando?
a cura di Marco Castelnuovo
La Stampa
Cos’è il federalismo fiscale?
Il federalismo fiscale è regolato dall’articolo 119 della Costituzione. Si prevede che una legge detti «i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario» nel nuovo assetto federale previsto dal titolo V della stessa Costituzione. Il fisco diventa a più livelli, ognuno con propria autonomia, anche se nel rispetto dei principi di capacità contributiva e di progressività.
Si può dire che l’Italia diventa un Paese federale come la Spagna o gli Usa?
No, il federalismo varato in Italia è solo di tipo fiscale. Certo, nei progetti della Lega è un primo passo verso un federalismo più compiuto, anche istituzionale, con la trasformazione del Senato in un’«Assemblea delle regioni» come nei paesi federalisti. È vero però che in tutti gli stati federali oggi esistenti nel mondo, ogni regione (o Stato o cantone) ha autonomia e capacità impositiva. Questo, in sostanza, è fondamentale affinché ciascun territorio dia risposte alle esigenze che giungono dalla propria cittadinanza.
Perché si introduce una misura del genere?
È ormai comune l’idea che solo riallineando entrate e uscite è possibile responsabilizzare Regioni ed enti locali. Già è stato fatto molto in questa direzione. Si pensi che nel 1990 Regioni ed enti locali gestivano circa il 30% della spesa pubblica ma soltanto l'8% delle entrate tributarie totali. Da allora la quota della spesa è rimasta invariata (ha sempre oscillato tra il 30% e il 32%), ma la quota delle entrate tributarie si è quasi triplicata, superando la soglia del 20% nel 2000 e attestandosi poi negli anni più recenti intorno al 21-22%.
Quando entra in vigore la riforma?
I più ottimisti dicono tra cinque anni, i pessimisti tra sette. Non si andrà comunque oltre il 2016. I tempi sono già contingentati: entro l’anno prossimo vi sarà il primo decreto attuativo che conterrà una relazione tecnica con i costi della riforma. Entro il 2011 saranno varati tutti i decreti attuativi che verranno sottoposti a una commissione parlamentare bicamerale. Dopodiché ci sarà una fase provvisoria lunga cinque anni. A sovrintendere su tutto il processo sarà una Commissione paritetica che dovrà studiare i numeri e affiancare il governo nella scrittura dei decreti.
Quanto ci costerà?
Non è dato sapere. È questo uno dei punti più controversi del progetto. Sui costi di transizione al nuovo assetto fiscale decentrato sono state indicate cifre diverse (dai 70 ai 100 miliardi) spalmate negli anni di transizione, che come detto durerà cinque anni.
Ma pagheremo meno tasse?
È quello che ci auguriamo tutti ovviamente, ma non sappiamo se sarà così, soprattutto all’inizio. C’è però una clausola di salvaguardia la quale esclude che, a regime, si possano pagare più tasse di quante se ne paghino ora. Sulla carta, il federalismo fiscale ha il merito di garantire più trasparenza e più possibilità di controllo da parte dei cittadini. Quindi meno sprechi.
Le regioni del Sud saranno svantaggiate?
No. Però alcune di esse dovranno combattere maggiormente l'inefficienza. Infatti, con l'approvazione del Ddl, i livelli essenziali di prestazioni per sanità, assistenza e istruzione verranno calcolati secondo un fabbisogno o costo standard superando il criterio attuale della spesa storica. Ci sarà poi un fondo di perequazione che servirà per sostenere le Regioni con minor capacità fiscale per abitanti. Queste potranno accedere a questo fondo «di solidarietà» alimentato dalle regioni più ricche. Ci sarà un fondo perequativo anche per comuni e province.
Si parla di passaggio da costo storico a costo standard. Che significa?
Oggi i trasferimenti statali alle Regioni per finanziare le funzioni essenziali (sanità, istruzione e assistenza) avvengono sulla base della spesa storica. È un meccanismo perverso che premia con maggiori risorse gli enti che spendono di più. D'ora in poi, per ogni servizio erogato dagli enti territoriali, si individuerà un costo standard, cui tutti dovranno uniformarsi.
Ma le Regioni come si finanzieranno? E che poteri avranno?
Per finanziare l’erogazione dei servizi, le autonomie locali potranno contare sul fondo perequativo, sulla compartecipazione a tributi erariali e su tributi propri, superando il meccanismo dei trasferimenti. Le funzioni fondamentali delle Regioni sono l’assistenza e la sanità, alle quali si aggiunge la quota di spese amministrative dell’istruzione. Le «uscite» delle regioni possono essere coperte con diversi strumenti: tributi propri derivati, istituiti con legge statale; addizionale regionale Irpef; compartecipazione all’Iva; quote di fondo perequativo; Irap, ma questa imposta solo in via transitoria in vista di un superamento.
E i comuni come si finanzieranno?
Le spese essenziali dei Comuni (territorio e ambiente, istruzione con gli asili nido o l’edilizia scolastica, viabilità, settore sociale...) vengono finanziate con le imposte immobiliari, un mix di compartecipazione a Iva e Irpef e fondo di perequazione. Per le altre ci sono tributi propri e compartecipazione a tributi regionali.
Le città metropolitane sostituiscono le province?
Sì, ma solo dove sono previste le città metropolitane, cioè Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria e Roma capitale, che avrà nuove funzioni e un patrimonio proporzionale. Sul resto del territorio le province continueranno ad esistere.
Ma una persona residente al Sud, potrà ancora farsi operare al Nord?
Certo, nulla cambierà dal punto di vista della sanità, se non nella gestione amministrativa del settore.
Con il federalismo fiscale aumenterà la sicurezza?
I due argomenti non sono strettamente collegati. Le Regioni non potranno introdurre forze di polizia locali.
Ogni Regione avrà il suo programma scolastico?
No, per quanto riguarda l’istruzione, le Regioni avranno autonomia solo sulle spese amministrative, non sui contenuti.
E il trasporto pubblico sarà organizzato diversamente?
Sarà definito su base nazionale un livello di servizio minimo per il trasporto pubblico locale che non è però tra le funzioni essenziali.
Si combatterà meglio l’evasione fiscale?
Sì. Anche perché sono previsti premi per le Regioni e gli enti locali che abbiano ottenuto risultati positivi in termini di maggior gettito sul fronte del contrasto all’evasione e all’elusione fiscale. Inoltre sono previsti premi alle amministrazioni che incentivano l’occupazione e l’imprenditorialità femminile.
Cosa cambia per le Regioni a statuto speciale?
Praticamente nulla. Resteranno in vigore e concorreranno agli obiettivi di perequazione e solidarietà secondo criteri e modalità da definire.
Oggi avevo accettato di partecipare al programma televisivo Ballarò. Secondo quanto mi era stato annunciato, si sarebbe dovuto discutere di libertà, (dis)eguaglianza, come attenuare gli effetti della crisi e cose simili. Lo avevo fatto perché, svariati anni fa, avevo avuto modo di conoscere Giovanni Floris e ne avevo avuto l'impressione di un giornalista al di sopra della media.
Probabilmente lo è ancora, me lo auguro per lui, ma oggi ho avuto un'impressione diversa. Dopo due ore di solenne perdita di tempo, ho deciso di andarmene dallo studio. Sembra che io abbia eseguito la mia uscita cinque minuti prima che decidesse di farmi una domanda ... fa niente, tanto (da quanto ho appreso) avrei dovuto rispondere sul perché i "cervelli ed i lavoratori altamente qualificati lasciano l'Italia o non ci vengono". La risposta, per suprema ironia, era nella trasmissione ed in come era stata condotta.
Sono uscito per due ragioni, una personale ed una politica.
Parto dalla personale, che è più breve e molto più semplice: non sono il burattino di nessuno. Per preparare la trasmissione mi ero sciroppato un'ora e mezza buona al telefono con una (simpatica e gentile) assistente di Floris, la quale mi aveva fatto una dozzina di domande sulle varie questioni economiche che si dovevano trattare, prendendo nota delle mie vedute. La cosa mi aveva fatto ben sperare, ragione per cui avevo accettato di aggiustare il mio programma per andare in studio mentre ero a Washington per lavoro. Mi sembrava potesse essere un'occasione utile per far conoscere il mio punto di vista ad un pubblico più ampio di quello che legge nFA. Mi son reso conto che così non era: era al più una maniera per dare all'ego di Michele Boldrin sei minuti di "visibilità televisiva", nient'altro. La mia competenza era scarsamente rilevante: tre minuti iniziali e tre finali per fare da guarnizione accademica a due ore di comizi dei politici. Avendo specificato all'assistente che questo non era quanto ero interessato a fare, dopo aver cercato varie volte di comunicare con lo studio di Roma (impossibile, ed è pessima scelta da parte loro: dovrebbero tenere un microfono di servizio acceso, come altri fanno) ho tolto il disturbo e son tornato al mio lavoro con mezz'ora d'anticipo.
Fossi rimasto per l'ultima mezzora, cosa ci avrei guadagnato? L'opportunità di fare il simpaticone in TV dicendo due battute ad effetto in risposta alla domanda finale? Di fare il guitto l'occasione l'ho avuta, e passata, tanti anni fa. La "soddisfazione" di far dire ai miei conoscenti italiani "ah, guarda, c'è Michele in TV"? Spero mi vogliano bene lo stesso, perché i complessi d'inferiorità e le insicurezze di cui soffro di certo non sarebbero stati curati da tre minuti di TV in più. Assolutamente impossibile far anche solo lontanamente capire alla gente che, per esempio, la povertà non si cura redistribuendo (come TUTTI i politici in studio assumevano, in onore al modello superfisso) ma producendo ed aricchendosi. Questo non solo perché in tre-minuti-tre non riesci a dire nulla ma, soprattutto, perché venivano dopo due ore di urlate imbecillità a cui avrei solo fornito l'alibi di un commento pseudo "scientifico". Parafrasando un filosofo televisivo amico mio: grazie dell'opportunità ma mi voglio bene lo stesso.
La questione politica, invece, è più seria. Ovviamente non è che me la sono inventata stasera, ce l'avevo in mente da tempo, ma il "dibattito" (si fa per dire), il contenuto dei servizi ed il chiaro orientamento politico di Giovanni Floris l'hanno fatta, come si dice, quagliare. Parto dalla conclusione: la sinistra italiana si sta suicidando ad una velocità e con una cecità che fanno paura. Questo argomento l'ho sostenuto varie volte, specie negli ultimi tempi, in vari commenti ad altri articoli, ma ora vorrei trar vantaggio di questa opportunità per articolarlo un po' meglio. Aggiungo, più per scrupolo che per altro, che la cosa mi preoccupa non in quanto persona di sinistra o simpatizzante della medesima, che proprio non sono, ma come cittadino (ok, al 50%) e soprattutto come liberale e democratico. Insomma, questo affare sta in FLG non per caso ...
La sinistra è oggi l'unica (ahimé!) opposizione ad un fenomeno peronista abbastanza pericoloso per il paese, fenomeno i cui danni possono essere contenuti se e solo se esiste un'opposizione con un minimo di forza. Poco mi frega se vince la destra o la sinistra in Italia, da tempo son convinto che pari sono. Ma molto mi frega che maggioranza ed opposizione siano bilanciate, in modo tale da elidersi così da prevenire l'una e l'altra dall'attuazione dei propri più deleteri propositi. Mentre, finché era al governo Prodi, la forza dell'opposizione e le divisioni della maggioranza erano tali da impedire il peggio, ora questo non sembra più vero. Non vedremo presto un cavallo senatore, ma le concubine di corte già servono nel governo mentre altre novelle vengono addestrate per rappresentare gli italiani a Bruxelles. L'itinere è chiaro e solo dei poveri ignavi (o peggio) possono compiacersi di questa deriva delirante. È quindi preoccupante lo sgretolarsi dell'opposizione.
Che cosa c'entra tutto questo con Floris e Ballarò? C'entra. Come Alberto e Sandro, fra gli altri, hanno giustamente osservato la lotta per la conquista del consenso in Italia, oggi, si svolge all'80% in televisione. Ed è una lotta a tutto campo, che coinvolge i telegiornali, gli shows d'intrattenimento come Domenica in e questi contenitori di attualità tipo Ballarò o Porta a Porta i quali, infatti, pullulano di politici con una frequenza così incredibile (quando comparata all'estero) da dare la chiara impressione dell'esistenza di una casta separata, che comunica con il popolo bue attraverso la TV. Bene, attraverso operazioni come RED TV e trasmissioni come Ballarò la sinistra svolge quindi opposizione all'armata di programmi e televisioni che BS controlla. Non ho alcun dubbio che la lotta sia impari, solo dei servi in mala fede (ne spuntano anche qui) cercano di sostenere l'opposto a maggior gloria del loro dietto. Questa imparità è frutto, come ho spesso sottolineato, delle scelte dell'attuale sinistra (la RAI, non scordiamocelo, è un'invenzione della casta pre-BS) e della loro codardia mentale (han avuto svariate opportunità di legiferare senza mai trovare l'onestà per farlo, timorosi d'offendere interessi loro). Tutto questo congiurerebbe un "ben gli sta", non fosse per il fatto che l'uomo oggi al potere è potenzialmente molto dannoso anche per i terzi - come, per altro, sembra essersi resa conto persino sua moglie alla quale, però, andrebbe chiesto: perché non ha la dignità di divorziare, signora? Che sia per caso "italiana" anche Veronica Lario?
Ora, dico io, se sei in svantaggio sia numerico che di armamenti, cosa fai? Le regole più elementari della guerra suggeriscono di evitare, almeno, di combattere sul terreno e con i metodi scelti dal nemico. Banale, no? Invece, che fanno non solo i dirigenti del PD ma, appunto, persino un giornalista di trincea come Floris? Rincorrono il loro nemico, lo imitano, cercano (inutilmente e ridicolmente) di batterlo al suo stesso gioco, al gioco di cui è maestro: il populismo. Qui sta la grande follia suicida di costoro e per questo, mentre oggi stavo lì a giocare a free-cell ed a leggere amenità tipo "Our axiomatization introduces an intertemporal theory of weaning a decision-maker from her habits using the device of compensation." mi chiedevo: perché devo essere parte di una pagliacciata dannosa al paese?
Perché vendere populismo ed incazzamento puro senza alcun ragionamento propositivo dietro? Perché impostare la discussione sulla povertà e la diseguaglianza del reddito sulla base della logica del "togliere ai ricchi per dare ai poveri" invece che su quella del produrre? Perché rimestare nel torbido facendo giochetti di parole su liberazione, libertà, liberismo? Che senso ha impostare tutta la discussione sulle ingiustizie d'Italia attorno al tema della redistribuzione, ossia della carità? Come non capire che BS vince alla grande su questi terreni, infatti ha già vinto? Lui ha vinto appellandosi all'anticomunismo, lui ha vinto vendendo il miraggio dei milioni di posti di lavoro e la riduzione dell'ICI, lui ha vinto usando prima "Forza Italia" e poi "Popolo della Liberta'", lui regala i vestiti alle terremotate, mette ville a disposizione, paga cene a destra ed a manca, insomma fa la carità al popolino! Ma Lauro, il monarchico Lauro, ve lo siete scordato? Quale infernale diavolo fa pensare a costoro - anche agli intelligenti fra costoro come son certo Floris sia mentre dubito che altri lo siano - che BS si batte a botte di emozioni e non di ragionamenti pacati?
Che senso ha cercare di batterlo laddove da 30 anni batte tutti, ossia sui sentimenti più irrazionali, sulla pancia, sugli istinti, sul richiamo atavico, insomma sul reality-show urlato e sbracato? Che senso ha rifiutarsi di parlare a quella fetta d'Italia (che sarà pur minoritaria ma la tiene in piedi) che produce, che è educata, che ha conoscenze tecniche, che apprezza il discorso razionale e problem-solving oriented, che vuole argomenti coerenti, numeri, proposte e che è adulata solo a parole da BS e dalla sua combriccola? Insomma, perché mai - Giovanni Floris ossia opposizione - non vuoi che il tuo messaggio venga apprezzato dalla borghesia produttiva, professionale e manageriale?
Ecco, questo mi chiedevo: perché? Che senso ha impostare una trasmissione su un tema di così grande rilevanza come la diseguaglianza economica attorno al populismo de "i ricchi rubano ai poveri"? Per convincere le forze produttive del paese, quel 10-15% senza il quale l'Italia verrebbe davvero giù di brutto, che la sinistra è contro di loro? Che il loro posto è con BS ed il suo populismo peronista, perché a sinistra vogliono tassarti per redistribuire ai "poveri", invece di chiedersi come generare crescita economica? Perché questo, e solo questo, dovrebbe chiedersi l'opposizione in Italia: come si genera crescita economica oggi?
Per questo, soprattutto, ho alzato le tende: per segnalare (ridete, dai, ridete) che un altro messaggio è possibile ed un'altra maniera di fare informazione televisiva è possibile. E sono abbastanza convinto, paradossalmente, che Giovanni Floris, se vuole, è pure capace di farla e di farla bene. Vediamo se ci prova, noi siam qua.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Non_%C3%A8_caduta_la_linea_...#body
Credo di averlo detto altre volte, e in tal caso perdonatemi; ma ho sempre più spesso l’impressione di vivere in un revival degli anni ‘50, senza, peraltro, quell’ ansia verso la costruzione di un mondo nuovo che caratterizzò gli anni del dopoguerra. Una sorta di “anni ‘50″ vissuti da vecchi, senza i salutari conflitti provocati dai giovani, e senza prospettive di ri-costruzione. Sono gli anni benissimo rappresentati da una scena de “La dolce vita”, quella in cui palazzinari imbroglioni fingono l’apparizione di una madonna, giocando sulla credulità popolare per aumentare il valore dei terreni, ed utilizzando per questo, senza scrupoli, dei bambini. E’ rimasta così quell’Italia, come la vide, senza farsi illusioni, Fellini, palazzinari e madonne, dove le case crollano e i vigili del fuoco puntellano chiese ed erigono in fretta e furia campanili per la visita del Papa, e dove le voci che chiedono giustizia sono silenziate dal fragore delle preghiere.
Un altro pezzo di quell’Italia è ben rappresentato dalle veline al Parlamento europeo. Le donne ri-condotte al ruolo che spetta loro, angeli del focolare e riposo dei guerrieri, dove le lagnanze delle mogli si mescolano agli squittii delle concubine, in quella schizofrenia mai ricomposta nell’immaginario maschile, di vergini e puttane. Cos’è la candidatura, se non premio per essersi ben comportate? Il palazzinaro Berlusconi regala collier, ma il politico regala candidature, secondo lo stesso metodo e lo stesso metro. Nel revival non manca nemmeno una citazione da “Bellissima”, un padre che si dà fuoco per l’esclusione della figlia - bellissima, appunto, bravissima - ingustamente esclusa dalla candidatura; la differenza è che la Magnani, in un guizzo finale recupera la sua dignità, chissà se questo padre farò lo stesso. E naturalmente non manca la moglie che si lamenta, lui mi trascura, lui mi tradisce. Povera Veronica, che mostra, sotto le vesti costose, gli abiti di una patetica casalinga che scrive patetiche lettere ai giornali, come se ancora il movimento femminista fosse di là da venire, non si fosse mai sentito parlare di liberazione e poco anche di emancipazione.
La cosa che mi rende più triste, è che non si senta nessuno parlare di futuro. Nessuno parla di futuro e di Europa. E dire che sarebbe indispensabile ricominciare a parlarne; da quando la Lega, che ha come suo massimo orizzonte la provincia asfittica raccontata da Germi, domina la nostra politica (e, maledizione, fa cultura, anzi subcultura!), di Europa non si parla più, se non per maledirla o chiedere soldi. L’Europa è un marito come quello di Veronica: insopportabile, ma col portafoglio bello gonfio.
Le candidature in fondo hanno ovunque la stessa funzione: premi da elargire a chi ha ben meritato, oppure richiami per il popolo televisivo - pletore di funzionari o ragazzotte disinibite poco importa. Ha forse un altro senso la candidatura di Sassoli, diverso da una velina solo per rivolgersi ad un’altro tipo di audience? E poiché parlo di cose serie, tralascio di citare l’ineffabile Emanuele Filiberto, rampollo (ultimo?) di una stirpe più dannosa che inutile (fermo restando che tra la principessa e il buffone di corte, sceglierei ad occhi chiusi la prima).
Ecco, mi piacerebbe che qualcuno, nel quadro politico, facesse qualcosa di radicalmente inaspettato e “diverso”: diverso e nuovo. Che per esempio riconsegnasse alla politica insieme serietà e sobrietà; che non decidesse le candidature a tavolino, sulla base di inconfessabili meriti e crediti; che con un gesto spazzasse via le citazioni degli anni ‘50 e aprisse la finestra su un mondo nuovo.
Nell’attesa, ascolto un discorso di Obama.
Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d'Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei.
Ma Berlusconi, chi lo scuote più?
Una scossa magnitudo 7 gli fa il solletico: va persino a farsi fotografare tra le macerie; regala la dentiera alla vecchietta, e tutti gli vogliono più bene che prima.
Contro il nuovo blocco al potere, nemmeno l'emergenza rifiuti può nulla. Ve la ricordate? Sembrava che dovesse inghiottirsi Napoli. Ma è bastato spiegare ai leghisti del nord e ai masanielli del sud che gli inceneritori andavano rimessi a regime, e voilà.
No, non sarà un terremoto, né lo smaltimento di rifiuti. In questo momento l'unico punto debole del Pdl, il tallone vulnerabile che potrebbe costargli qualche punticino alle Europee, è
lo smaltimento della gnocca.
Perdonate il sessismo – anzi, no, perché mai dovreste perdonarlo? Accusatelo, fatelo risuonare nei lobi frontali come gesso spezzato alla lavagna, saggiatene la volgarità ottusa alle ironie. La gnocca è un annoso problema di questa maggioranza, di questo premier. Ne consumano troppa, non sanno più dove smaltirla. La spatolano sui palinsesti tv fino all'esaurimento, e ancora ne avanza. Ne hanno stoccata un po' a Monte Citorio, ma adesso per cinque anni il sito è pieno e non possono riaprirlo – e quindi? Si sente parlare di un convoglio che dovrebbe partire, un treno per Bruxelles. Ma non sarà facile spiegare agli europei che il loro parlamento è stato individuato come sede di stoccaggio.
Il principale responsabile, una volta tanto, è lui. Berlusconi adora la gnocca, è cosa nota: ma la passione che fino a qualche anno fa poteva ancora avere un significato virile, a settant'anni suonati ha assunto aspetti parossistici, inquietanti. Un uomo che da molti anni dovrebbe aver soddisfatto qualsiasi desiderio, realizzato qualsiasi fantasia, si circonda di gnocca, ci si avvolge, se ne fa schiacciare. Non è più *sesso* nel senso che diamo alla parola noi monogami malsicuri. Berlusconi sembra aver trasceso da un pezzo il regno animale, per approdare a una dimensione vegetale in cui la gnocca gioca il ruolo di fertilizzante: si sparge tutt'intorno, e la pianta riprende vigore. Tutto bene, anzi no, perché il fertilizzante esaurisce in fretta le sue proprietà, e va sostituito costantemente. In mancanza di dati certi, è ragionevole supporre che la stessa portatrice di gnocca non possa essere riutilizzata che tre, quattro volte: dopo basta, fine, non serve più, andrebbe sbattuta via. Ma lo smaltimento comporta grossi rischi.
Non importa che sia ancora giovane, bella e ambiziosa. Importa molto di più che sia in grado di parlare, di comporre un banale numero di telefono e contattare questo o quel giornalista incauto. Tra qualche anno forse il problema non si porrà più, i giornalisti saranno tutti sul libro paga giusto e capiranno che non è cosa: ma fino a quel momento la possibilità di alienarsi qualche voto (e la simpatia dei preti) è concreta, più concreta delle polemiche sulla Costituzione. Da qui la necessità di uno smaltimento compatibile con le esigenze e le aspirazioni delle signorine. Per esempio, hai sempre sognato di fare l'attrice, la presentatrice, la soubrette? E come si fa a negare una carriera tv a chi è stata adoperata per fertilizzare Berlusconi (o per comprare uno dei suoi collaboratori, succede pure questo)? Lo scambio di favori tuttavia è estremamente sproporzionato. Se devi assicurare dieci o più anni di carriera a tutte le signorine che hanno passato un week end col capo, o coi suoi alleati più influenti... ti rendi conto rapidamente che sei, sette frequenze nazionali non ti bastano. E si arriva a programmi-monstrum, come Bellissima.
Bellissima era un programma del Bagaglino senza i due comici del Bagaglino, ma con... quattro quintali di gnocca in più. Cioè, muore il grande Oreste Lionello? Compensiamo con la gnocca. Il grande Gullotta dà forfait? E noi ci sbattiamo dentro altra gnocca, non importa se over 40 e un po' fanée. Si capisce che tutta questa gnocca crea problemi strutturali, ovvero: prima tra un balletto e l'altro ci stavano le scenette, ma adesso? Adesso ci mettiamo la lapdance, in prima serata, per la gioia di vecchi e bambini. Il tutto nella settimana del terremoto, perché ci sono priorità che vengono sopra ogni considerazione di audience, e una di queste è l'allocazione di gnocca in surplus. Poi hai voglia a dire che è stato un flop – non credo che si aspettassero un successo di critica e pubblico. Hanno tagliato una puntata su quattro, ok, ma intanto per tre serate abbiamo potuto rifarci gli occhi con, con, con... Pamela Prati. Dico, voi ce l'avete presente Pamela Prati? Piantatela di dire che Berlusconi è immortale, concentratevi su Pamela Prati. In una soffitta di casa sua deve custodire il ritratto di un cadavere purulento. Io non mi ricordo di averla mai vista giovane, era una milf quando frequentavo le elementari, e adesso guardala, dà punti alla Novic. Se davvero non vogliamo più programmi come Bellissima la dobbiamo abbattere, non c'è altra soluzione.
No, una soluzione ci sarebbe: riconvertirla in parlamentare. Un vero uovo di Colombo, anche perché di solito le onorevoli portatrici di gnocca sono docili e non creano problemi. Certo, qualche caso imbarazzante c'è stato e tuttora c'è (ex presentatrici che vogliono chiudere internet, ecc.), ma di solito attirano l'attenzione di un pubblico di nicchia e non provocano nessuna crisi di governo; nel contempo, accrescono l'immagine di Berlusconi-galletto nel pollaio, che piace ai giovani. In questi casi, più che di smaltimento della gnocca, si potrebbe anche parlare di riciclaggio: le scorie della gnocca vengono riconvertite in consenso politico. A Bruxelles questo potrebbero anche capirlo, e provare a venirci incontro. In fondo Berlusconi sta facendo quel che può in direzione di un consumo della gnocca eco-sostenibile...
...ma non ci cascheranno. Nessun tipo di riciclaggio politico, cinematografico o televisivo, può davvero reggere i ritmi attuali di consumo. Pensate a quella ragazza che ha appena avuto Berl. al suo 18mo compleanno. Non so cosa B. abbia fatto o intenda fare con lei o la di lei mamma, e nemmeno m'interessa, ma facciamo due conti: questa vorrà essere sistemata prima o poi, e comprensibilmente. È convinta di essere brava ("perché io so fare tutto"), una nuova Cuccarini, e chi si prenderà la briga di dirle di no? Va messa a contratto. A Cologno, a Saxa Rubra, Monte Citorio, Strasburgo, vedete un po' voi, dipenderà anche dalle inclinazioni. Ma non hai fatto in tempo a sistemarne una così che tutt'intorno te ne sono spuntate altre cinque, è una gara persa in partenza.
E allora? Che fare? Si potrebbe semplicemente attendere che Berlusconi ci resti – in fondo non c'è fine migliore da augurare a un nemico. Ma l'impressione è che la gnocca, lungi da indebolirlo, lo tenga in vita. È il bromuro che lo schianterebbe. Il che vuole anche dire che l'uomo che ha comprato l'Italia, in fin dei conti non sa che farsene. Non è mai veramente riuscito a sublimare in brama di potere le sue banalissime pulsioni carnali. Qualcuno ha detto che comandare è meglio di fottere, ma non pensava a lui.
L'unica soluzione in vista è l'irrigidimento. Quel che rende instabile il sistema non è l'insaziabilità di B., ma i margini di libertà e di espressione che ancora vengono concessi ai cittadini, comprese le portatrici di gnocca. Bisognerà concentrare un po' di più l'editoria, ed educare le giovani generazioni a darla a B. per il gusto di farlo, senza pretendere contropartite televisive o parlamentari. Tempo al tempo, e intorno al Palazzo fioriranno leggende: il mostro che vi abitava pretendeva due vergini ogni primo giorno del mese.http://leonardo.blogspot.com/
Pd, sinistra o no? Meglio Ulivo
di Franco Monaco, 29 Aprile 2009
La discussione aperta da Rutelli circa il rapporto tra il PD e la sigla “sinistra” può essere derubricata a disputa nominalistica intorno a un interrogativo cui si può dare risposta immediata, facile, sicura: il PD è stato pensato e proposto come partito di centrosinistra; la migliore tradizione, democratica e riformatrice, della sinistra italiana, non gli è estranea, anzi ne è parte essenziale e qualificante; tale tradizione tuttavia non esaurisce l’identità del PD, né sotto il profilo della rappresentanza, né sotto quello della cultura politica del PD stesso che palesemente coltiva l’ambizione di integrare e arricchire i paradigmi della sinistra italiana. La questione si potrebbe chiudere qui. Ma, a ben riflettere, è il non detto che fa problema e merita un approfondimento. Ci dovremmo chiedere perché mai Rutelli abbia sentito l’esigenza di aprire la discussione con la sua messa a punto su una questione a prima vista nominalistica e perché, a seguire, Bersani abbia ritenuto di replicare. Si va così al cuore del problema dell’identità politica del PD. Problema non risolto dalle sue carte fondative, problema rimosso dentro le primarie-plebiscito, problema acuito dalla retorica e dal sincretismo della segreteria Veltroni, problema, speriamo, finalmente al centro dell’annunciato congresso di ottobre. Se si farà, se ne avremo il tempo, se esso non sarà di nuovo differito.
Vorrei suggerire una posizione terza (ma non equidistante), rispetto alle due solo accennate da Rutelli e Bersani. Una posizione che, dopo il deragliamento veltroniano, rimetta il PD sui binari dell’Ulivo. Cioè di un soggetto e di un progetto di centrosinistra, audacemente riformatore (più che riformista, parola decisamente ambigua in quanto logorata dall’uso), nitidamente alternativo al PDL, nel quadro di un maturo e stabile bipolarismo. Un partito contrassegnato da una marcata novità rispetto al passato: nella cultura politica e nella classe dirigente, perché soprattutto qui, nella pervicace chiusura oligarchica di un ceto politico erede di un passato… che è passato, si misura la sconfitta (temporanea?) dell’ambizioso progetto originario dell’Ulivo. Il PD è a tutt’oggi retto da un personale politico che ne ha contrastato a lungo il parto. Facendolo nascere tardi e male.
A Rutelli farei la seguente obiezione. Se “democratico” è parola che aspira a passare da aggettivo che genericamente connota la conformità alle regole della democrazia ad aggettivo che specificamente definisce un preciso partito, è d’obbligo svolgerne il significato e le implicazioni “di parte”, che sono oggetto di scelte (sottolineo: scelte) di valore. Nel caso del PD, si deve declinare la nozione di democratico nella direzione (di sinistra, secondo Bobbio) della lotta alle disuguaglianze. Sia perché la nostra opzione riformatrice – pena risolversi nel moderatismo – si concreta nell’ambizione di cambiare i rapporti sociali nel senso di un di più di giustizia; sia perché oggi, in concreto, in Italia, si pone eccome un problema di insostenibili disuguaglianze; sia per differenza-opposizione rispetto ai nostri avversari per i quali l’uguaglianza non sta certo al vertice della gerarchia dei valori. Se così non fosse, come potremmo replicare alla facile obiezione di chi giustamente ci contesterebbe la pretesa secondo la quale democratici saremmo solo noi? e che, per definire un partito, la nozione di democratico è, insieme, troppo e troppo poco qualificante?
Ancora, a Rutelli, che non da oggi occhieggia a posizioni centriste esposte a derive terzoforziste, farei osservare che esse sono in aperto contrasto con quel bipolarismo nel quale da sempre si inscrive il progetto dell’Ulivo. Un progetto che, per una stagione, lo ha visto protagonista e addirittura leader.
Per converso, a Bersani muoverei due rilievi. Il primo, già accennato, verte sull’esigenza di discontinuità inscritta nel PD. Nella cultura politica, nella forma partito, nella base di rappresentanza. Evocare la tradizione della sinistra italiana, vellicarne la nostalgia e l’orgoglio può bastare per vincere una battaglia congressuale, ma non per dare un futuro al PD. Ci sospingerebbe indietro verso un partito identitario e ripiegato sul passato. Limiterebbe le chance di rappresentanza e di governo del PD. Metterebbe le premesse per tensioni interne sino al rischio di scissioni al centro. Il secondo rilievo verte sulla contraddizione tra tale posizionamento di Bersani e la sua meritata fama di politico pragmatico “padre” delle liberalizzazioni. Il palese contrasto suggerisce l’impressione che, dentro il PD, il gioco tattico dei posizionamenti e le vecchie appartenenze facciano premio sulla politica. Solo la politica, infatti, può produrre quel sano rimescolamento di posizioni coerenti e riconoscibili che finalmente taglierebbe di traverso le appartenenze pregresse e farebbe segnare l’effettivo avvio di un partito nuovo, contendibile e democratico non solo nel nome. Un partito nel quale io, per esempio, di formazione cattolica e di estrazione Margherita, sento il bisogno di una vera anima di sinistra interna. Ma di una sinistra declinata in termini nuovi e su base politica, non ideologica.
A Rutelli e a Bersani, insieme, muoverei infine un’obiezione circa la politica delle alleanze. Entrambi, pur da fronti interni opposti, scommettono su un asse privilegiato con l’UDC, quasi consegnando le chance di successo della strategia del PD alla disponibilità sommamente incerta di Casini. Con il quale non escludo alleanze, ma senza esorcizzare i problemi che egli ci pone: sia in quanto dichiaratamente coltiva una visione terzoforzista del sistema politico, sia perché pratica una furbesca politica dei due forni neppure equidistante, sia a motivo dello stridente contrasto tra il proclamato profilo liberale e riformatore dell’UDC e le sue derive integraliste e clericali (a Buttiglione si è aggiunto l’estremismo di Magdi Allam). Per tacere dei problemi etico-legalitari connessi a uomini di peso dentro l’UDC come Cuffaro.
Qui sta la sola anima di verità della scommessa veltroniana. Egli commise il grave, letale errore di comportarsi come se il bipartitismo fosse un traguardo già acquisito, con la conseguente velleità dell’autosufficienza del PD, ma aveva ragione nel nutrire fiducia sulle potenzialità espansive del partito e, per converso, nel dubitare dell’affidabilità della sponda di un centro autonomo, per di più interpretato da un politico mobile e disinvolto come Casini. Il quale, non lo si dimentichi, è il vero padre del “porcellum”, che ha impresso una dinamica involutiva nella democrazia italiana di cui ancora stiamo pagando il prezzo.
Dunque mi riconosco in una terza via, quella ulivista, tra il continuismo (PC-PDS-DS-PD) di Bersani e il centrismo di Rutelli, che mi auguro qualcuno possa e sappia interpretare. Forse Franceschini? E che direzione prenderà l’annunciato, nuovo protagonismo di D’Alema?
Il testo è pubblicato anche su Europa del 29 aprile 2009
Depressione tedesca
e crisi italiana
Altro che ottimismo:
la depressione
tedesca
e la crisi italiana
Giulio Tremonti potrebbe essere assunto con un ottimo contratto a Berlino. Il suo collega Peer Steinbrueck, nel certificare la più grave recessione tedesca dal 1945 ad oggi, ha dichiarato di non sapere quando la crisi finirà: «Se c’è qualcuno che lo sa – ha detto scherzando – datemi il suo numero di telefono e il suo indirizzo che lo assumo subito». Neanche il tempo di finire la frase che il superministro italiano, che ha sempre rivendicato di essere stato uno dei primi a individuare la crisi, ha detto chiaro e tondo che «il peggio è alle nostre spalle».
Nel giorno in cui l’America di Obama registra una contrazione del Pil, per il terzo trimestre consecutivo, di oltre il 6% e la Germania certifica la peggiore recessione dalla fine della seconda guerra mondiale prevedendo per il 2009 un crollo del 6%, in Italia il ministro dell’economia Giulio Tremonti si ostina a vedere la fine della tempesta.
In assenza di cifre certe, visto che la relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (l’ex trimestrale di cassa) è in ritardo di oltre un mese, bisogna credere sulla fiducia al superministro che ieri ha partecipato al direttivo della Confindustria.
Tuttavia, se Tremonti centellina le parole ammettendo che «siamo comunque nella crisi, ma certo quando vedi nei grafici la derivata, la freccia che va verso l’alto pur partendo dal basso è un buon segno», il suo collega della funzione pubblica, Renato Brunetta, si lascia addirittura sfuggire che il Pil italiano quest’anno dovrebbe scendere di poco. Delle due l’una: o Brunetta parla senza conoscere i numeri del tesoro o, peggio, il governo intende colpevolmente rimuovere dall’agenda la parola crisi semplicemente sostenendo che ne siamo fuori.
Ieri Tremonti ha preferito evitare di confermare un’eventuale revisione al ribasso delle stime del Pil, tuttavia è difficile pensare che se la Germania rivede drasticamente al ribasso le stime di crescita l’Italia non ne sarà toccata. Tanto più che a pesare sull’economia tedesca, così come su quella americana è soprattutto il pesante crollo delle esportazioni . E se in Germania il mercato del lavoro tiene ancora, in Spagna alla contrazione del 2,9% del Pil negli ultimi dodici mesi corrisponde un’impennata della disoccupazione nel primo trimestre di quest’anno al 17,3%.
In Italia le stime del governo quanto alla crescita sono ferme a un -2%: una percentuale non più credibile tanto più che per istituti internazionali ed economisti la contrazione potrebbe superare il 4%. I tecnici del Tesoro starebbero rivedendo al ribasso le previsioni di crescita verso una percentuale che si avvicina al 4%; se così fosse, si avrebbe anche una revisione al rialzo del rapporto deficit-Pil e debito-Pil. Al calare del Pil inevitabilmente il deficit dovrebbe crescere ed avvicinarsi alla stima del Fmi secondo cui quest’anno salirà al 5,4% a fronte del 4,7% stimato dall’Ocse e del 4,6% del centro studi Confindustria. Analogo rialzo per il debito che secondo il Fmi il prossimo anno dovrebbe ritornare al 121%, un livello non più toccato dall’inizio degli anni ’90. Il fatto che Tremonti abbia partecipato al direttivo di Confindustria la dice lunga sulla necessità del superministro di evitare uno scontro diretto con gli industriali che pure nelle scorse settimane avevano chiesto soldi veri. Tanto più che le risorse chieste per le pmi arriveranno non prima di giugno quando la Cassa depositi e prestiti potrà erogare la prima tranche dei 5-8 miliardi.
Intanto ieri dall’Unione europea è arrivato l’ennesimo richiamo alle riforme strutturali, in particolare a quella delle pensioni, visto che gli europei invecchiano sempre più ed entro il 2060 la spesa aumenterà del 4,75% del Pil. Tuttavia, sulla riforma delle pensioni Pierluigi Bersani dà ragione a Tremonti: «Non si può fare ora, già adesso abbiamo un accumulo di tensione enorme nel paese».
Dovremo occuparci ancora del fenomeno definito dalla professoressa Sofia Ventura dell’Università di Bologna come “velinismo” politico, e che sbracando Paolo Guzzanti chiama invece “mignottocrazia”.
Liquidarlo come un semplice prodotto dell’esuberanza senile che sospinge talvolta il presidente del Consiglio oltre i limiti del patetico, sarebbe un errore. Ci vedo piuttosto la modernizzazione televisiva di antichi retaggi italiani. Non a caso siamo tra i paesi con meno donne parlamentari e in assoluto il paese con meno donne ministro fra gli omologhi europei. Non a caso la nostra televisione a reti unificate promuove un solo e unico modello femminile che prevede quando necessario (quasi sempre) la plastificazione del corpo, la soppressione del volto (ridotto a elemento secondario della personalità), il divieto d’invecchiare. Che poi ne derivi anche il lifting alla rappresentanza politica, con apprendistato nei festini di via del Plebiscito o, più di recente, pure con il “casting” effettuato da Di Pietro tramite il settimanale “Gioia”, a me pare una conseguenza inevitabile. Di mezzo ci sta l’uso privato delle professioniste dello spettacolo che entrano in tv passando le forche caudine della proprietà e del potere politico, generando periodiche Vallettopoli alla quali ci siamo assuefatti. Altrove nel mondo progredito suonerebbe l’ora della rivolta in nome di una dignità da difendere. Da noi invece suona coraggiosa perfino la voce di una nonna residente a Macherio che brontola di tanto in tanto senza mai trarne le conseguenze. http://www.gadlerner.it/2009/04/29/velinismo-politico-e-mignottocrazia.html
Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?
«No, preferisco candidarmi alla Camera, al parlamento. Ci penserà Papi Silvio».
Considerato il trend, questa ragazzina può legittimamente aspirare a un ministero in un futuro governo Berlusconi (ce ne saranno ancora, ne sono certo).
Pur senza considerare che dall’intervista emerge l’immagine di un rapporto un po’ lolitesco della diciottenne col Berlusca, la qual cosa fa supporre che questa cretinetta mononeuronata abbia già pagato il famoso pedaggio che viene attribuito anche alla Carfagna per l’autostrada verso la politica.
Ho come il sospetto che al confronto, però, la Carfagna sia una grande statista.
Al peggio non c’è mai fine. Ed è ancora peggio dover ammettere che la speranza di un’indignazione espressa abbastanza bene da fare un po’ di breccia sia riposta in Veronica Lario.http://totentanz.wordpress.com/
Zapatero, la tassa della concordia Proposta del premier per una tv pubblica e senza spot
È un'idea così brillante che non solo non la imiteremo, ma la liquideremo come l'ennesima stravaganza dei legislatori spagnoli, come esempio ultimo e aberrante di statalismo estremo. L'idea sarebbe questa: applicare una tassa del 3% sulle entrate annuali delle televisioni private utilizzando il ricavato per finanziare i canali pubblici in cambio della rinuncia totale alla pubblicità da parte di questi ultimi.
La proposta arriva dall'alto: è stato infatti José Luis Rodríguez Zapatero in persona ad illustrarne lo spirito dieci giorni fa, annunciando l'intenzione del governo di ridurre drasticamente il carico di pubblicità sui canali della Tve, la tv pubblica iberica. La questione è annosa e seria: la Spagna è infatti uno dei paesi europei in cui la frequenza degli spot sulle reti nazionali è più invasiva e molesta. Attualmente il limite è fissato a 10 minuti ogni ora di programmazione (equivalente a circa il 16,6%), ma è un limite ingannevole perché la legge consente di concentrare negli orari di massimo share eventuali surplus accumulati nelle ore precedenti. Basta guardare un film, per rendersene conto: minimo quattro interruzioni da 15-20 minuti l'una.
Da anni le tv private reclamano con il governo di turno per chiedere di sanare quello che dal loro punto di vista (e a tutti gli effetti) è un caso abbastanza clamoroso di concorrenza sleale. Di qui l'idea di Zapatero, e della vicepresidente María Teresa Fernández de la Vega, di eliminare del tutto la pubblicità dalla Rtve (che comprende anche i canali radiofonici) in cambio di un finanziamento delle tv private sotto forma di imposta da pagare allo stato.
Secondo i primi calcoli, in questo modo il governo otterrebbe circa 140 milioni di euro all'anno, equivalenti a poco meno di un terzo di quanto attualmente incassa dalla pubblicità. Il resto dei soldi necessari per far quadrare il bilancio verrebbero invece dalla tassa per l'occupazione dello spazio radioelettrico e da un'altra imposta dello 0,9% applicata a tutti gli operatori di telecomunicazioni che offrono contenuti audiovisivi, dalla televisione via cavo a quella sui telefonini.
Contrariamente alle attese, la proposta è stata accolta con estrema attenzione dalla Uteca (il consorzio che riunisce le televisioni commerciali), che vedrebbe di buon occhio la possibilità di incrementare le entrate grazie alla defezione del principale concorrente dal mercato pubblicitario, e del resto è stata la stessa vicepresidente de la Vega la prima a specificare che una legge del genere può essere approvata solo con il consenso del settore interessato.
L'unica voce fuori dal coro è dunque quella dei produttori cinematografici, preoccupati da un paragrafo della proposta in cui si dice che il 5% delle entrate delle televisioni private, attualmente destinato a finanziare il cinema spagnolo, d'ora in avanti servirà anche per produrre fiction televisive. Il testo, comunque, deve ancora cominciare il suo iter legislativo e ci sarà modo e tempo per emendarlo. Da noi, invece, non arriverebbe neanche in Parlamento. www.ilmanifesto.it
Hans Blix - il diplomatico svedese che fu capo degli ispettori dell'Onu in Iraq - è stato una delle vittime della macchina di propaganda messa in piedi dalla Casa Bianca durante gli anni dell'amministrazione di George W. Bush. Peccato che avesse ragione praticamente in tutto. Foreign Policy gli ha fatto una bella intervista sull'argomento di cui è uno dei massimi esperti al mondo: i processi di disarmo nucleare.
Nell'Unione, la Polonia resiste grazie ai consumatori tedeschi
L'economia polacca si sta comportando meglio di altre in Europa dell'Est: che sia grazie ai consumatori tedeschi? La domanda è provocatoria ma solo in parte. Si moltiplicano i segnali di un aumento della presenza dei tedeschi in Polonia, attirati nel Paese da una recente svalutazione dello zloty, del 40% contro l'euro. Secondo la società di consulenza Deloitte, un'automobile su dieci venduta nel Paese centro-europeo è attualmente acquistata da tedeschi. Forti dei generosi sussidi alla rottamazione distribuiti dal Governo del cancelliere Angela Merkel (2.500 euro), i cittadini della Repubblica Federale si recano oltre-frontiera per approfittare del calo della moneta locale. Le vendite di auto in Polonia sono salite dell'1,2% nel primo trimestre: senza l'aiuto dei consumatori tedeschi sarebbero calate di almeno il 6% tra febbraio e marzo. A titolo di confronto, nei primi tre mesi dell'anno in Europa le vendite sono diminuite del 17,2%. Gli incentivi tedeschi alla rottamazione delle auto stanno avendo effetti paradossali in Germania: aiutano soprattutto le marche straniere più che quelle tedesche (che hanno vetture più grandi e più costose) e stanno dando una mano inattesa ai concessionari polacchi. Il fenomeno rivela come le politiche nazionali nel grande mercato unico europeo privo di barriere doganali abbiano ormai sempre più spesso conseguenze imprevedibili e incontrollabili.
Mai i tedeschi non vanno in Polonia solo per acquistare automobili. La stampa tedesca spiega che passano il confine per fare il pieno di benzina, tagliarsi i capelli, fare la spesa, mangiare un hamburger e andare dal dentista. Un Big Mac costa 3,19 euro in Germania e 1,70 euro in Polonia, il 46,7% in meno. Tutto o quasi costa meno: dall'aspirina al latte, dal pane ai detersivi, dai liquori alla Coca-Cola, dagli elettrodomestici al caffè. A recarsi al di là della frontiera segnata dai fiumi Oder e Neisse non sono solo gli abitanti delle tante cittadine di confine, come accade da tempo, ma anche molti residenti nel Brandeburgo, nella Bassa Sassonia e addirittura ad Amburgo (che dista 400 chilometri da Stettino). In tempi di crisi molti tedeschi sono pronti a guidare qualche chilometro in più pur di risparmiare, fino all'80% in alcuni casi. I commercianti polacchi si danno da fare: in moltissime vetrine i prezzi sono in euro e le scritte in tedesco (la foto tratta da Internet mostra il parcheggio di un Friseur polacco, parrucchiere in tedesco). Per ora, l'arrivo dei tedeschi nei supermercati polacchi si sta rivelando un mezzo paracadute per l'economia del Paese centro-europeo. C'è da chiedersi però cosa succederà quando, tra le altre cose, gli incentivi alla rottamazione delle auto voluti dalla signora Merkel giungeranno a scadenza.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/04/leconomia-polacca-si-sta-comportando-meglio-di-altre-in-europa-dellest-%C3%A8-grazie-ai-consumatori-tedeschi-la-domanda-pu%C3%B2-se.html#more
Il nome, “Unita Gold”, lascia pensare ad una marca di frutta tropicale. Si tratta invece della maggiore delle esercitazioni aeronavali mai realizzate nel Mar dei Carabi. Dal 20 aprile al 5 maggio 2009, una trentina di navi da guerra, 2 sottomarini e 50 tra aerei ed elicotteri appartenenti ad undici paesi del continente americano ed europeo, si sono dati appuntamento al largo delle coste della Florida, per eseguire veri e propri cannoneggiamenti e lanci di missili, bombardamenti aerei, sbarchi anfibi e assalti navali, inseguimenti di unità subacquee ed imbarcazioni veloci, e sperimentare i più sofisticati sistemi di guerra elettronica e le nuove e segrete armi per lo “special warfare”.
“Nel corso di quella che è certamente la più grande e più lunga esercitazione marittima multilaterale, militari, marines e guardiacoste statunitensi avranno l’opportunità di addestrarsi congiuntamente alle navi latinoamericane, usando le più aggiornate attrezzature tecnologiche”, spiegano al Pentagono. Uno scenario apocalittico voluto per festeggiare la 50^ edizione dell’esercitazione multilaterale creata dagli Stati Uniti d’America come “risposta agli interessi e ai bisogni navali e marittimi dei paesi delle Americhe e dei Caraibi”, e poter “edificare un clima di collaborazione e sicurezza tra i militari dell’Emisfero Occidentale”. Alle nozze d’oro di “Unita” partecipano con gli USA, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Germania, Perù, Uruguay e, per la prima volta nella storia, Canada e Messico.
Quest’anno sono gli Stati Uniti a fare da anfitrione: alla direzione dell’esercitazione aeronavale sono stati chiamati l’U.S. Naval Forces Southern Command (NAVSO) di Mayport (Miami) e il Comando della IV Flotta dell’US Navy, tornata operativa il primo luglio 2008. Istituita nel 1943 per contrastare i raid dei sottomarini tedeschi nell’Atlantico del Sud, la IV Flotta era stata disattivata nel 1950. Le rinnovate esigenze strategiche di Washington in una vastissima aerea geografica comprendente i Caraibi, il Centroamerica e il Sud America, hanno però convinto il Pentagono a riesumare la forza navale. “La IV Flotta opera di concerto con le componenti navali, sottomarine ed aree, le forze di coalizione e le Joint Task Forces dell’U.S. Southern Command (SOUTHCOM)”, spiega Washington. “Con il fine di rafforzare l’amicizia e la partnership con i paesi della regione, la IV Flotta supporta direttamente la Strategia Marittima USA, conducendo principalmente le missioni di supporto alle operazioni di peacekeeping, l’assistenza medica ed umanitaria, il pronto intervento in caso di disastri, la realizzazione di esercitazioni marittime d’interdizione e di addestramento militare bilaterale e multinazionale, l’azione anti-droga, la lotta al terrorismo internazionale e al traffico di persone”. Uno spettro ampissimo che ricorda le funzioni assegnate ad Africom, il comando USA per le operazioni nel continente africano attivato l’1 ottobre 2008, appena tre mesi dopo il ristabilimento della IV Flotta in America Latina.
Come è del resto riconosciuto dagli alti comandi delle forze armate USA, la riproposizione della politica delle cannoniere in Sud America e nei Caraibi risponde innanzitutto alla necessità di rafforzare il pattugliamento delle rotte commerciali regionali, fondamentali per l’economia statunitense. Secondo il SOUTHCOM, il 38% del commercio globale degli Stati Uniti continua ad essere realizzato con paesi dell’emisfero occidentale. Gli USA importano il 34% del loro petrolio dalla regione, mentre i due terzi delle imbarcazioni che transitano nel Canale di Panama sono dirette a porti degli Stati Uniti. Sempre in termini di accesso alle risorse energetiche, non è poi elemento secondario la recente scoperta, da parte del colosso brasiliano Petrobras ,di immense riserve petrolifere nelle acque dell’Oceano Atlantico, sotto lo strato del cosiddetto “pre-sal”. A largo delle coste brasiliane è già in atto una vera e propria corsa all’oro nero, dove grandi imprese petrolifere e Stati si confrontano in modo sempre più aggressivo (la marina militare brasiliana ha dato il via ad un faraonico progetto per dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare e poter “difendere le acque territoriali del pre-sal”).
Sono poi le incomparabili risorse idriche del continente ad essere particolarmente attenzionate dall’establishment politico-economico e militare nordamericano. Nelle mire ci sono soprattutto i ghiacciai patagonici, il bacino fluviale amazzonico e le riserve di acqua dolce dell’Acquifero del Guaranì (tra sud Brasile, Paraguay, nord Argentina ed Uruguay). Come afferma ancora il Comando Sud delle forze armate USA, “le navi della IV Flotta raggiungeranno i magnifici sistemi fluviali che esistono in Sud America, navigando in acque marroni più che in quelle azzurre”.
Washington ammette pure che la IV Flotta è stata ricostituita come forma di pressione politico-militare contro i governi più o meno progressisti che sono ormai fortemente maggioritari nel continente americano. Secondo James W. Stevenson, capo del Comando Navale Sud USA, “la riattivazione manda un segnale chiaro a quelle persone che sappiamo non essere necessariamente i nostri maggiori sostenitori”. Il teologo brasiliano Frei Betto, in occasione del recente Forum Sociale Mondiale di Belém do Parà, ha rilevato che “non è certo una coincidenza che la IV flotta sia stata riattivata nel momento in cui Cuba rende più profonda la sua scelta socialista, Daniel Ortega ritorna alla presidenza del Nicaragua, e l’America latina è governata da persone come Chavez, Lula, Correa, Kirchner, Morales, Lugo, che non muoiono d’amore per lo zio Sam, ma che anzi sono impegnati a ridurre la dipendenza dei loro paesi rispetto agli Stati Uniti”.
“Con l’ascesa di nuove forze sociali e politiche alla guida di molti paesi in Centro e Sud America, si è reso reale uno sforzo per superare il neoliberismo e concretizzare un processo d’integrazione regionale autonomo e indipendente dagli interessi statunitensi”, aggiunge il Centro Brasiliano di Solidarietà ai Popoli e di Lotta per la Pace, Cebra Paz. “La IV Flotta sorge nel momento in cui si consolidano istanze di coordinamento politico, sociale ed economico regionale come Unasur,il Mercosur e l’Alba, o si costituisce il Consiglio di Difesa sud-americano, un organo di cooperazione tra le Forze Armate del continente che esclude gli Stati Uniti”. Nonostante siano chiare a tutti i governi latinoamericani le finalità neo-egemoniche della flotta navale USA, i militari di paesi “progressisti” come Argentina, Brasile, Cile, Ecuador ed Uruguay hanno deciso di dare il loro contributo diretto ai giochi di guerra nei Caraibi di “Unita Gold”.
Ad affermare la volontà di supremazia marittima degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina, ci pensa pure la “Southern Partnership Station”, il dislocamento per periodi medio-lunghi di differenti navi da guerra nell’area di responsabilità di SOUTHCOM. L’ultima edizione della “Southern Partnership Station”, durata quasi 5 mesi, si è conclusa la scorsa settimana e ha visto protagonista l’unità di pronto intervento “High Speed Vessel Swift”. Nel corso di lunghe soste nei porti di El Salvador, Panama, Giamaica, Barbados, Colombia, Nicaragua e Repubblica Dominicana, gli addestratori del Navy Expeditionary Training Command, del Naval Criminal Investigative Service e del Corpo dei Marines hanno curato la “formazione” del personale militare, delle forze di polizia e dei guardiacoste locali.http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9073
La grande faccia sorridente dello sceicco Mohammed, il padrone incontrastato di Dubai, splende sulla sua creazione. La sua immagine è in bella mostra sulla facciata di un edificio su due, alternata a quelle più familiari di Ronald Mac Donald e del Colonnello Sanders (di Kentucky Fried Chicken,ndt).
Quest’uomo ha venduto Dubai al mondo come la città dalle mille e una luce, una Shangri-la del medio oriente, isolata dalle tempeste di sabbia che imperversano sulla regione. Egli domina dall’alto la skyline in stile Manhattan, spuntando da file su file di piramidi di vetro e hotel che ricordano torri fatte con monete d’oro. Lo ritroviamo lì, sull’edificio più alto del mondo, uno spunzone lanciato verso il cielo più di ogni altra costruzione dell’uomo nella storia.
Ma il sorriso dello sceicco Mohammed ha perso un po’ di smalto ultimamente. Le onnipresenti gru si sono prese una pausa nel panorama, come ferme nel tempo. Ci sono innumerevoli edifici fermi a metà, all’apparenza abbandonati.
Nelle costruzioni più scintillanti, come l’enorme hotel Atlantis, un gigantesco castello rosa, edificato in 1000 giorni ad un costo di più di un miliardo di euro su un isola artificiale costruita ad hoc, l’acqua piovana filtra dal soffitto e le tegole si staccano dal tetto.
Questa terra da favola e’ stata costruita su un sogno e adesso cominciano a vedersi le crepe.
Improvvisamente sembra assomigliare un po’ meno ad una Manhattan al sole e un po’ più ad una Islanda nel deserto. Ora che la folle esplosione dei cantieri si è fermata ed il vento sta girando, i segreti di Dubai stanno lentamente emergendo. Questa è una città costruita da zero nell’arco di pochi decenni selvaggi di macro-credito e di uccisione dell’ecosistema, di soprusi e di schiavitù. Dubai è una metafora vivente di vetro e metallo del neo-liberismo globalizzato che può finire la sua folle corsa schiantandosi contro la storia.
Erba rotolante
30 anni fa quasi tutta la Dubai che oggi conosciamo, era deserto, abitato solo da cactus, erba rotolante e scorpioni; ma nel centro città ci sono ancora delle tracce della cittadina che c’era una volta, nascosta dal vetro e dal metallo. Nel polveroso fortino del Dubai Museum viene raccontata una versione edulcorata della sua storia: verso la metà del diciottesimo secolo fu costruito qui, nel basso golfo persico, un piccolo villaggio i cui pochi abitanti pescavano perle non lontano dalla costa. Qui si formò in breve tempo una popolazione cosmopolita, arrivata dalla Persia, dal subcontinente indiano e da altri paesi arabi, attratta dal sogno di fare fortuna. Diedero al villaggio il nome di una vorace cavalletta locale, la Daba.
Il villaggio fu presto preda delle navi da guerra dell’impero britannico che lo mantenne con la forza fino al 1971. Quando gli inglesi se ne andarono, Dubai decise di allearsi con i 6 statarelli confinanti per formare gli Emirati Arabi Uniti.
Le navi inglesi salparono per sempre proprio quando i giacimenti di petrolio stavano per essere scoperti e gli sceicchi che improvvisamente si ritrovarono al potere dovettero subito affrontare un enorme dilemma: erano per lo più nomadi analfabeti che avevano vissuto finora portando carovane di cammelli attraverso il deserto e adesso galleggiavano su oro puro; cosa ci avrebbero fatto?
Dubai aveva solo un rivoletto di petrolio in confronto alla vicina Abu Dhabi, perciò lo sceicco Maktoum decise di usarne i proventi per creare qualcosa di durevole. Avrebbe costruito una città che sarebbe stata il cuore mondiale del turismo e dei servizi finanziari, succhiando contanti e talenti da tutta la terra. Attirò il mondo con la promessa del Tax-free e risposero in milioni, sommergendo la popolazione locale che adesso forma solamente il 5% degli abitanti di Dubai, una città che sembra essere piovuta dal cielo, fatta e finita in soli 3 decenni. C’e’ stato uno scatto in avanti dal diciottesimo al ventunesimo secolo nell’arco di una generazione.
Se prendete il “Big Bus Tour of Dubai”, vi viene somministrata la versione ufficiale di come tutto questo sia successo: “Il motto di Dubai e’ ‘porte aperte, menti aperte’” vi dice la guida in toni studiati prima di depositarvi al suk a comprare copri-teiere di pelo di cammello. “Qui siete liberi”. “Di acquistare artigianato”, aggiunge.
Passando accanto ad ogni edificio monumentale, vi dice “Il world Trade Center è stato costruito da Sua Altezza..”.
Ma è una bugia.
Non l’ha costruita lo sceicco questa città. L’hanno costruita gli schiavi.
La stanno costruendo proprio ora.
Nascosti in bella vista
Esistono 3 diverse Dubai, sebbene ben intrecciate fra loro.
Ci sono gli Expats, gli occidentali ben remunerati.
Ci sono gli emirati, come lo sceicco Mohammed;
e poi c’e’ la sottoclasse straniera, quella che ha costruito la città e che è intrappolata qui. Sono nascosti in bella vista.
Li vedi ovunque, nelle loro impolverate uniformi blu, mentre vengono aggrediti con urla dai loro superiori, ma si è allenati a non guardare.
Senti sempre lo stesso Mantra: “Lo sceicco ha costruito la città, lo sceicco ha costruito la città”.
“Operai? Che operai?”
Ogni sera le centinaia di migliaia di giovani che hanno davvero tirato su Dubai vengono stipati negli autobus e portati dai loro cantieri fino ad una vasta distesa di cemento a circa un’ora dalla città, dove vengono tenuti in disparte. Fino a pochi anni fa venivano trasportati su carri bestiame ma poi gli Expats si lamentarono dicendo che non era un bello spettacolo, così ora vengono smistati su piccoli autobus di metallo che fungono da serre nel caldo del deserto: lì dentro sudano come spugne mentre vengono lentamente sbatacchiati.
Sonapur è un mosaico di miglia e miglia di identiche costruzioni di cemento divise da strade piene di calcinacci. Intorno a 300.000 uomini vivono uno sull’altro in questo posto che in Hindi significa “Città d’oro”.
Nel primo campo in cui mi fermo, sconvolto dall’odore di fogna e di sudore, gli uomini si accalcano, impazienti di raccontare a qualcuno quello che stanno passando.
Sahinal Monir, un ventiquattrenne magro originario della regione dei delta del Bangladesh mi dice:”Per portarti qui ti dicono che Dubai è il paradiso. Poi ci arrivi e ti rendi conto che è l’inferno”. 4 anni fa un “reclutatore” arrivò nel villaggio di Sahinal nel sud del Bangladesh. Raccontò agli uomini del villaggio di un posto dove si guadagnava 40.000 takka al mese (€ 450) per lavorare dalle 9 alle 17 in cantieri edili. Un posto dove si veniva trattati bene, alloggio confortevole e cibo abbondante. Dovevano solo comprarsi un visto di lavoro del costo di 220.000takka (€2500) che avrebbero potuto ripagare facilmente in 6 mesi. Così Sahinal vendette la terra della sua famiglia e prese altri soldi in prestito per raggiungere questo paradiso.
Appena arrivato, il suo passaporto fu preso in consegna dalla sua ditta. Non l’ha più rivisto da allora. Gli dissero con maniere brusche che da quel momento in poi avrebbe lavorato 14 ore al giorno nel caldo del deserto - dove ai turisti occidentali è consigliato di non stare all’aperto neanche 5 minuti in estate quando le temperature raggiungono i 55° - per uno stipendio di 500 dirham al mese (€ 105), meno di ¼ della paga promessa.
“Se non ti piace vattene a casa”. “Ma come faccio, il mio passaporto ce l’avete voi e non ho i soldi per il biglietto”. “Beh, allora ti conviene lavorare” gli risposero. Sahinal fu preso dal panico. La sua famiglia, moglie, un figlio ed una figlia, i suoi genitori, erano tutti in attesa delle sue rimesse, orgogliosi del fatto che il loro ragazzo ce l’avesse fatta. Ma lui avrebbe dovuto lavorare per più di 2 anni solo per pagare il costo di essere arrivato qui; e il tutto per guadagnare meno di quello che prendeva in Bangladesh.
Mi mostra la sua camera: una minuscola cella di cemento con letti a castello a tre piani che divide con 11 compagni. Tutte le sue proprietà sono ammassate sulla sua cuccetta: 3 magliette, un paio di pantaloni di ricambio e un cellulare. La stanza puzza perché i bagni nell’angolo del campo, meri buchi nella terra, traboccano di escrementi e di nuvole di mosche. Non c’è aria condizionata e nemmeno ventilatori, per cui il caldo è insopportabile. “Non si riesce a dormire, tutto ciò che fai è sudare e grattarti tutta la notte”. Nel picco del caldo estivo la gente dorme per terra, sul tetto, dovunque possa sperare di trovare un minimo di brezza.
L’acqua che portano nel campo in grandi contenitori bianchi non è totalmente desalinizzata; sa di sale. “Ci fa star male, ma non c’è niente altro da bere” mi dice.
“Il lavoro fa schifo” dice. “Devi portare mattoni e blocchi di cemento da 50kg sotto il sole cocente. Questo calore, non puoi capire. Sudi così tanto che non riesci a pisciare per giorni o settimane addirittura. E’ come se tutto il liquido ti uscisse dalla pelle e ti fa puzzare. Ti gira la testa ma non puoi fermarti mai, eccetto un’ora di pomeriggio. Sai che se ti cade qualcosa dalle mani o se scivoli, corri il rischio di morire, ma le ore che non lavori perché stai male ti vengono decurtate dallo stipendio e resti intrappolato qui più del dovuto.
Adesso sta lavorando al 67° piano di un nuovo scintillante grattacielo da dove costruisce verso l’alto, verso il cielo, verso il caldo. Non ne conosce il nome. Nei suoi 4 anni qui non ha mai visto la Dubai conosciuta dai turisti di tutto il mondo. Conosce solo quella che costruisce piano per piano. E’ “arrabbiato”? Rimane in silenzio per un po’. “Qui nessuno tira fuori la rabbia, non si può. Ti arrestano e ti tengono dentro a lungo prima di deportarti. L’anno scorso dei lavoratori hanno scioperato perché non li pagavano da 4 mesi. La polizia di Dubai ha circondato il loro campo con filo spinato e cannoni ad acqua spedendoli a lavorare con la forza. I capi della rivolta sono stati sbattuti in galera”.
Provo con un’altra domanda: Sohinal si pente di esser venuto? Tutti gli uomini guardano in terra imbarazzati: “Come facciamo a pensarci? Siamo costretti a star qui. Se cominciamo a pensare ai rimpianti..” Lascia la frase a metà. Il silenzio viene rotto da un altro operaio:” Mi manca il mio paese, la mia famiglia, la mia terra. Puoi far crescere del cibo in Bangladesh. Qui non spunta niente. Solo petrolio e grattacieli.
Da quando è scoppiata la crisi, mi dicono, l’elettricità è stata tagliata in dozzine di campi e degli uomini non vengono pagati da mesi. Le loro compagnie si sono volatilizzate con i loro passaporti ed i loro stipendi. “Ci hanno tolto tutto. Anche se in qualche modo riuscissimo a tornare in Bangladesh, chi ci ha prestato i soldi ci chiederà di restituirli e se non possiamo ci sbatteranno in galera”.
Per legge tutto questo è illegale. I datori di lavoro devono rispettare le scadenze di pagamento, non possono confiscare i passaporti e devono concedere delle pause dal lavoro, ma non ho incontrato nessuno che mi abbia detto che questo davvero succede. Neanche uno.
Questi uomini sono portati qui con l’inganno e tenuti qui con la forza, con la complicità delle autorità locali.
Sahinal potrebbe facilmente morirci qui. Un inglese che lavorava su progetti edili mi ha detto:”C’è un enorme tasso di suicidi nei campi e nei cantieri ma non vengono riportati. Li fanno passare per incidenti sul lavoro. E anche in questi casi le famiglie non si liberano del debito. Semplicemente lo ereditano.
Uno studio di Human Rights Watch ha scoperto che è in atto una “copertura pianificata del reale numero” delle morti avvenute per colpi di calore, per sfinimento o per suicidio. Il consolato indiano ha registrato 971 morti fra i propri connazionali nel solo 2005. Quando queste cifre hanno cominciato a trasparire, ai consolati è stato imposto di smettere di contare.
Alla luce del crepuscolo mi intrattengo con Sohinal e i suoi amici che fanno la colletta per comprare una bottiglia di stracciabudella. La fanno fuori con sorsi feroci. “Ti aiuta a dimenticare” dice Sohinal con voce pungente.
Lontano, le luci della Dubai che ha contribuito ad edificare scintillano noncuranti.
Johann Hari
Fonte:www.independent.co.uk/
Link: http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/johann-hari/the-dark-side-of-dubai-1664368.html.
7.04.2009
Scelto e tradotto per www. comedonchisciotte da MAURO MORELLINI
La presente traduzione è un estratto dell'articolo originale
La luna di miele tra l’America e Barack Obama, dopo il trionfo elettorale del 4 novembre scorso, non e’ stata messa in crisi dai primi 100 giorni di lavoro del nuovo presidente. Ma i sondaggi indicano che Obama e’ piu’ popolare delle sue idee e delle scelte politiche della sua amministrazione. […]
La Gallup colloca il gradimento del presidente al 65%. Un dato che piazza Obama davanti a predecessori come i due Bush, Bill Clinton, Ronald Reagan e Richard Nixon, ma alle spalle di altri presidenti che iniziarono il mandato con alti indici di popolarita’: Jimmy Carter (69%), Dwight D.Eisenhower (71%) e John F.Kennedy (74%). Il tasso di approvazione sale al 68% nel sondaggio di Cbs/New York Times e al 69% in quello di Abc/Washington Post. La media dei sondaggi realizzata dal sito Real Clear Politics, in occasione della scadenza domani dei 100 giorni, e’ del 62,4%.
Un dato significativo, per gli esperti, e’ quello che emerge da un sondaggio realizzato da Cnn e Opinion Research: il 63% del campione approva il modo in cui Obama affronta il suo nuovo lavoro, ma solo il 57% e’ d’accordo con le sue scelte. ”Gli americani hanno due criteri di valutazione per Obama: uno personale, l’altro politico”, afferma Bill Schneider, il principale analista politico della Cnn.
In sostanza, resta la fiducia negli americani di aver scelto un leader con le doti personali che servono in questo momento alla Casa Bianca, che hanno spinto a novembre anche una larga parte di ex elettori repubblicani a spostarsi verso il candidato democratico. Ma inevitabilmente le scelte a cui e’ chiamato il presidente cominciano a far riemergere il divario tra l’America ‘blu’ e quella ‘rossa’, come sulle mappe elettorali negli Usa vengono dipinti i democratici e i repubblicani.
La vasta espansione dell’intervento del governo federale nella vita degli americani, non solo sul piano economico ma anche su quello culturale, educativo e sociale, mette sulla difensiva e preoccupa una larga fetta di America, che comincia a prendere le distanze non tanto dalla ‘persona’ Obama, quanto dalla linea della sua amministrazione.
L’effetto di svolta storica portato dall’elezione del primo presidente afroamericano non si e’ pero’ esaurito. Come rileva un sondaggio del New York Times e della Cbs, Barack Obama sta cambiando la percezione del rapporto tra razze ed etnie in America: due terzi degli americani ritengono ora che la questione razziale, una piaga storica negli Stati Uniti, si stia risolvendo. E’ significativo che a pensarlo siano sempre piu’ anche i neri, tra i quali la percentuale di ottimisti su questo fronte e’ raddoppiata dal luglio scorso.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/04/29/100-giorni-obama-piace-le-sue-scelte-meno/#more-408
Su Pollster la media dei sondaggi è 61,1%, un risultato più che lusinghiero. A parte Quinnipiac e Marist, dove la quota di indecisi è però superiore al 10%, il tasso di approvazione di Obama è sempre sopra quota 60. Uniche vere eccezioni sono Rasmussen e SurveyUsa. RasRep utilizza lo screening degli votanti probabili, i cui criteri sono però forniti agli abbonati - non finanzio conservatori, tendenzialmente. SurveyUsa invece rileva molti più elettori repubblicani rispetto agli altri istituti, un dato che abbassa i valori di Obama. SUSA è anche l'unico istituto che rileva il consenso degli under 30( 34 in questo caso) sotto quota 60%, mentre per le altre case di sondaggi spesso Obama veleggia oltre il 70%. Il presidente ottiene un appoggio praticamente plebiscitario dalla base democratica, in particolar modo dalle minoranze etniche, decisive il 4 novembre per il netto successo elettorale. I bianchi sono ovviamente più tiepidi, in particolar modo la fascia d'elettorato più religiosa e più anziana. Gli indipendenti continuano ad appoggiare Obama, che in media un solido +20 nel rapporto approvo/disapprovo. In ogni sondaggio si trova il consueto gender gap, ovvero le donne sono più propense a riconoscersi nei Dems rispetto agli uomini, un elemento che caratterizza la politica americana da ormai tanti anni.
In sostanza, Obama è appoggiato in modo compatto dalla coalizione sociale che lo ha eletto - donne, giovani, minoranze etniche, liberal - ed ha trovato il consenso in alcuni parti dell'elettorato repubblicano, sostanzialmente gli indipendenti politicamente moderati. Secondo Gallup Obama ha il consenso di oltre il 70% di chi si definisce in questo modo - l'exit poll delle presidenziali indicava un solido 60%. Geograficamente, il NordEst si conferma una roccaforte progressista, il MidWest apprezza in modo significativo l'operato di Obama, mentre all'Ovest si nota qualche difficoltà in più. Considerando anche il discreto risultato al Sud, è probabile che una parte dell'elettorato libertario, particolarmente concentrato nel West, possa diffidare dell'eccessivo statalismo dell'Amministrazione. http://andreamollica.blogspot.com/
MOVIMENTO “NON ALLINEATI”: CONTRO LA CRISI, UN SISTEMA ECONOMICO ALTERNATIVO
Non ci sarà soluzione alla crisi socio-economica planetaria senza un’adeguata azione collettiva: il diritto del Sud del mondo all'ascolto della sua voce è stato il tema al centro dell’intervento del presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, Miguel D’Escoto, al vertice del “Movimento dei paesi non allineati” (Mnoal) che si sta tenendo all’Avana e che oggi è entrato nel vivo con l’apertura della riunione ministeriale. Davanti ai delegati e ai ministri dei 118 paesi membri del Mnoal, D’Escoto ha detto che la crisi elimina ogni giustificazione perché qualcuno si opponga a una trasformazione dell’attuale sistema economico internazionale in direzione “di un sistema economico alternativo”. Esprimendo forti critiche all’attuale assetto dell’Onu, D’Escoto ha detto che dovrebbe essere un obbligo imprescindibile dell’Assemblea generale e del Movimento dei paesi non allineati “difendere i diritti di quella metà del pianeta dove fame e povertà hanno raggiunto livelli non più giustificabili”. Degli effetti della crisi ha anche parlato il presidente cubano Raúl Castro nel discorso di apertura della giornata dei lavori che si concluderanno venerdì. “I dibattiti internazionali si moltiplicano – ha detto Castro – ma non con la partecipazione di tutti i paesi… Se non ci muoviamo con l’urgenza richiesta dal momento saranno nuovamente i nostri popoli a soffrire per più tempo le peggiori conseguenze di questa crisi”. Costituito nel 1961 a Belgrado, dopo alcuni anni di gestazione cominciata nel 1955 a Bandung, in Indonesia, con la "Dichiarazione per la promozione della pace nel mondo e la cooperazione" sottoscritta da 29 paesi asiatici e africani, il Movimento dei paesi non allineati ha tenuto il suo ultimo Vertice tre anni fa all’Avana. Del Mnoal fanno oggi parte 118 paesi; 17 sono le nazioni ammesse come osservatori. I lavori della capitale cubana sono preparatori in vista del Vertice dei capi di stato e di governo Mnoal che si terrà in Egitto a luglio.[GB]
Migliaia di sfollati e vittime nel nord del Pakistan
Sono sempre più numerosi gli sfollati provocati dall’offensiva delle forze armate pakistane nelle regioni del nordovest, alla frontiera con l’Afghanistan. A denunciare la situazione dei civili nelle zone dei combattimenti è Sitara Ayaz, ministro per il welfare della provincia della frontiera nord-occidentale, secondo cui «il numero delle persone che hanno dovuto lasciare le loro case negli ultimi mesi, sommato a quello di coloro che sono stati costretti alla fuga dagli scontri potrebbe raggiungere la cifra di un milione di persone».
Secondo i dati del governo provinciale, circa 800 mila sfollati vivrebbero in abitazioni di amici o parenti. Oltre 30 mila persone hanno lasciato le loro case nel distretto del Lower Dir, per dirigersi nei campi che il governo ha allestito a Peshawar, Nowshera and Timargarah.
Intanto prosegue l’avanzata dell’esercito di Islamabad che ha riconquistato nelle ultime ore la città di Dagar, il capoluogo del distretto di Buner, la cui caduta la scorsa settimana nelle mani dei talebani aveva suscitato la preoccupazione della comunità internazionale, oltre che del governo pakistano.
Dall’inizio dell’operazione sarebbero stati uccisi almeno 50 talebani dall’esercito di Islamabad. Decine di agenti di sicurezza pakistani sarebbero stati sequestrati. http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17307
La restituzione delle terre agli indigeni Guaranì
Giuseppe De Marzo A Sud
Il presidente boliviano Evo Morales ha sfidato i latifondisti dell'Oriente del paese restituendo agli indigeni Guaranì 17 mila ettari di terre.
Eppure c’è chi continua ad immaginare che la schiavitù sia un retaggio del passato. Guarda caso sono gli stessi che abbassano lo sguardo o fingono di non vedere le svastiche e le croci celtiche con le quali i militanti mercenari della destra boliviana assaltano indigeni indifesi, donne e bambini, massacrandoli o costringendoli in una situazione di schiavitù legata al destino del padrone della terra. Qualcuno non ci crede anche nella chiesa cattolica ed il vescovo di Santa Cruz continua a dare il corpo di Cristo ai patrioti della fede che, in nome di questa, tengono lontana dalla casa del signore coloro che rappresentano l’anticristo, adoratori della Pacha Mama e degli spiriti della terra. Qualcuno continua a non credere e non vedere come fascismo, capitalismo, schiavitù e latifondismo marcino insieme in Bolivia (e nel mondo), nel tentativo di impedire le trasformazioni sociali ed economiche che il presidente Aymara Evo Morales continua a portare avanti, grazie all’enorme appoggio popolare di cui gode nel paese e ad una coscienza sociale diffusa attraverso lo straordinario lavoro svolto giornalmente dai movimenti sociali.
Anche da questo lato del mondo alla schiavitù si crede poco, così come allo sfruttamento brutale o alla xenofobia fascista. E non ci credono nemmeno i democratici ed i socialisti di Europa che non hanno mai detto e fatto nulla davanti a questi incredibili scandali. Del resto sono troppo distratti ad inseguire la loro dissoluzione politica per preoccuparsi di valori, diritto e politica internazionale. Ciò che avviene in Bolivia è visto come qualcosa di lontano, di folclorico o magari di pericoloso per la stessa sinistra, visto mai che qualcuno anche da noi si accorga che in realtà se la sinistra fosse tale avremmo sfruttato la crisi del capitalismo per portare a casa risultati importanti e ripensare il mondo con una relazione di forza altra rispetto a quella attuale, praticamente inesistente. E mentre noi qui rischiamo di aver perso circa centocinquanta anni dal Manifesto di Marx, in America Latina fanno in fretta, specialmente in Bolivia. Evo Morales facendo seguito all’entrata in vigore della rivoluzionaria nuova Costituzione boliviana (www.asud.net) ha restituito pochi giorno orsono 17.000 ettari di terre incolte alle comunità indigene Guaranì nell’Alto Parapetì. Sfidando le ire ed i piani di dichiarata eliminazione fisica propagandati dalla destra fascista di Santa Cruz che continua a definirlo “indio di merda che deve essere ucciso”, Evo Morales è arrivato personalmente in quelli che erano una volta i territori ancestrali del popolo Guaranì. Ad accoglierlo migliaia di indigeni. Molti di questi erano gli stessi che nell’aprile del 2008 un gruppo di proprietari terrieri di Santa Cruz teneva in condizioni di semi-schiavitù. Le immagini delle violenze contro gli indigeni e la xenofobia ariana della destra boliviana fecero il giro del mondo, destando scandalo in molti e silenzio in tanti altri che sino a quel momento avevano attaccato la democratica rivoluzione del popolo boliviano e difeso le ragioni e la storia della destra di Santa Cruz. Una storia fatta di razzismo, omicidio, appropriazione indebita, minacce, menzogne, ignoranza, omofobia e corruzione. Anche parte della stampa italiana si era schierata con la destra boliviana durante il referendum sulla nuova costituzione, dimostrando di essere preoccupata più dai privilegi delle imprese europee e dei latifondisti di Santa Cruz che dei diritti, delle conquiste e delle possibilità che la nuova Costituzione garantisce ad un intero popolo. A meno di un anno da quelle immagini e dall’infamia di quella condizione di schiavitù in cui versavano decine e decine di famiglie del popolo Guaranì, la restituzione delle terre e la confisca di altri 38.000 ettari rappresentano un ulteriore passo avanti per la Riforma Agraria e per la giustizia sociale in Bolivia. Nonostante la destra continui a cercare la destabilizzazione, con la complicità di molti paesi europei, la restituzione di parte delle terre dei Guaranì rappresenta un segnale inequivocabile del fatto che i boliviani questa volta abbiano scelto il loro futuro e che non sono più disposti a lasciarselo portar via con perline e specchietti o con l’elemosina di qualche colletto bianco.
Giuseppe De Marzo, www.asud.net
G8, La Maddalena si ribella allo scippo
Dibattito blindato in Consiglio regionale
Il presidente Cappellacci prende tempo
di Cinzia Isola
Altro che sorridere, la Sardegna si prepara a versare lacrime amare. A La Maddalena hanno già archiviato come beffa il ricordo dell'ottimistica campagna presidenziale giocata sul sorriso. Con il cinico e geniale trasloco del G8 a L'Aquila, Berlusconi ha messo l'Isola nel sacco. L'imbroglio meglio riuscito ai danni dei sardi: giocato sull'onda dell'emotività, facendosi scudo con la solidarietà e strumentalizzando la sofferenza del martoriato popolo abruzzese. Uno scippo confezionato ad arte. Ma non tanto da evitare lo strappo con alcune frange galluresi del centrodestra.
Stavolta l'ha fatta davvero grossa il Cavaliere se, evento raro e forse unico, è riuscito a spezzare la cronica e cieca fedeltà dei suoi uomini. L'insubordinazione è soft, ma non è più tempo di pacche sulle spalle. Passino le bufale sulla chimica, quelle rifilate ai lavoratori dell'Eurallumina, quelle riciclate sulla Sassari-Olbia. Senza dimenticare le vane promesse sulla rappresentanza sarda a Strasburgo. Si sa: le promesse elettorali, come spesso le coscienze di chi le accetta, hanno memoria corta. Ma lo scippo del G8 per La Maddalena, in particolare, ma per la Sardegna intera è uno sgarbo politico consumato con bieca prepotenza istituzionale.
Così, mentre il presidente Ugo Cappellacci prende tempo in attesa delle ultime direttive del Premier, ieri pomeriggio, alcune centinaia di persone tra amministratori del territorio, operai, sindacati, albergatori e operatori turistici, hanno partecipato alla seduta straordinaria congiunta dei consigli provinciale di Olbia-Tempio e del comune di La Maddalena, riuniti all'hotel Le Nereidi. Impegni consiliari ( in via Roma si discuteva la Finanziaria), hanno impedito la partecipazione all'assemblea del presidente della Regione. Una comoda decisione, accolta tra i fischi. Del resto la discussione è stata blindata anche in Consiglio regionale: l a conferenza dei capigruppo non ha accolto la richiesta del centrosinistra di convocare l'assemblea in seduta straordinaria per discutere degli effetti dello spostamento della sede del G8 da La Maddalena a L'Aquila.
La solidarietà del popolo sardo non può essere messa in discussione. Ne puo' essere usata come pretesto per imbavagliare la legittima protesta degli amministratori locali. Se mai ce ne fosse bisogno, il segnale arriva forte e chiaro: la seduta straordinaria di comune e provincia si è aperta con un minuto di silenzio in memoria delle vittime. Un gesto di solidarietà che non placa la delusione e la rabbia dei presenti riuniti per discutere della beffa per i sardi, dopo il danno per gli abruzzesi. Persino il vescovo della diocesi di Tempio Pausania, Sebastiano Sanguinetti, ha espresso amarezza per la decisione assunta dal Consiglio dei ministri e preoccupazione per il futuro economico dell'intera Gallura. Sempre che non si voglia mettere in discussione la solidarietà del monsignore verso i terremotati.
Ma i danni incalcolabili riescono a tradursi in cifre a sei zeri: a circa 350 milioni di euro ammonta il danno di immagine per La Maddalena, secondo una stima del sindaco Angelo Comiti. Il sogno della vetrina mondiale sembra ormai sfumato, ma il sindaco non vuole arrendersi: «Finché non vedrò pubblicato il decreto del Consiglio dei ministri - sottolinea ancora una volta - non perdo la speranza di vedere confermata la sede de La Maddalena». Anche se la realtà, allo stato attuale, va affrontata: «Siamo preoccupati per il nostro futuro. Vogliamo certezze, non ci bastano le promesse. Anche perché - commenta Comiti- annullano le delibere del Consiglio dei Ministri, figuriamoci se non possono tornare indietro sulle promesse».
L'obiettivo è quello di sollecitare la Regione nei confronti del Governo, affinché siano mantenuti gli impegni presi. Una strada, quella scelta, decisamente in salita: il governatore sardo, già all'atto della candidatura, aveva messo la firma in bianco sui provvedimenti del Governo. Altro che incatenarsi o farsi passare sopra in difesa e nel rispetto delle promesse elettorali. È talmente bianco il foglio della servile riconoscenza al premier, che per il trasferimento non ha ritenuto neppure di doverlo informare.
Calpestando il suo ruolo istituzionale, se proprio non si vuole infierire sulla sbriciolata dignità personale. Anche in Sardegna, dove la notizia rimbalzava di bocca in bocca tra lo stupore e l'incredulità, è stato l'ultimo a sapere. Almeno così pare. Altre possibili ma improbabili teorie (lo sapeva e ha taciuto), renderebbero la vicenda ancora più comica, o tragica. A seconda dei diversi punti di vista. E quelle scuse in conferenza stampa del presidente del Consiglio hanno reso ancor più imbarazzante, se possibile, la posizione sorridente e accomodante di Ugo Cappellacci.
Ma a La Maddalena, sebbene sotto le insegne del Popolo delle libertà, c'è chi tiene la schiena dritta. Sfruttando forse quella libertà tanto sbandierata, ma solitamente vincolata al premier-padrone. Giuseppe Fasolino ex assessore del Pdl di Golfo Aranci si è autospeso: «Mi spiace che questa delusione sia causata dalla mia parte politica, ma invito tutti i rappresentanti del Pdl sardo ad autosospendersi». Più moderato il sindaco di Olbia Gianni Giovannelli: «Al di là delle appartenenze politiche - ha sottolineato - si costituisca un gruppo di lavoro per stilare un elenco delle priorità e delle opere da realizzare, che poi verranno illustrate al presidente della Regione».
Più deciso l'intervento del vicepresidente della Provincia Olbia-Tempio Antonio Satta: «Chiederemo al Governo e alla Regione di mantenere gli impegni presi e di vincolare al territorio le risorse che erano state programmate per il G8. Vogliamo risposte certe, vogliamo che vengano rispettati i tempi di realizzazione delle strutture e delle infrastrutture e, quindi, che vengano confermate le procedure accelerate previste per il summit».
Ma nello stesso tempo il clima si surriscaldava anche nel capo di sotto. Dopo lo stop alla discussione in aula, sancita in conferenza dei capigruppo, nell'aula consiliare si sono manifestati evidenti segni di insofferenza da parte dell'opposizione di centrosinistra che aveva sollecitato il presidente della Giunta, Ugo Cappellacci, a riferire in aula sulle ragioni e sulle ripercussioni della scelta del Governo Berlusconi. Motivo del rifiuto: necessità di approfondire il confronto con l'esecutivo sulla prosecuzione dei lavori avviati e sulle infrastrutture, come la nuova strada Sassari-Olbia.
In aula è intervenuto anche l'ex presidente della Regione, Renato Soru: «Il G8 rimane una grandissima fregatura di cui tutti siamo stati informati dalla tv, compreso il Presidente della Regione che poi ha avuto qualche dettaglio in più nella casa privata del premier», ha concluso dopo aver sottolineato che «abbiamo dato da gestire alla Protezione Civile, dentro un patto con lo Stato, sia un nostro luogo, che avevamo appena riconquistato liberandolo dalle servitù militari, sia nostre risorse. Ma il patto - ha sottolineato - è stato rotto».
La decisione di rinviare, nella migliore delle ipotesi, il confronto in aula ha fatto sobbalzare dai banchi dell'aula il consigliere Pd Chicco Porcu: «È grave il rifiuto della maggioranza di accogliere la richiesta delle opposizioni affinché il presidente della Regione riferisca subito in Aula sulle conseguenze - per il destino delle opere in corso, per i lavoratori e le imprese - dello spostamento del G8 a L'Aquila. È un segnale di grave mancanza di rispetto non verso la minoranza del Consiglio regionale - ha sottolineato Porcu - ma verso la stessa istituzione. Le anticipazioni sul decreto legge che cancellerebbe le risorse per lavorare su più turni e il premio di produzione rischiano di provocare il recesso del contratto da parte delle imprese appaltatrici e di trasformare l'ex ospedale e l'ex Arsenale di La Maddalena in grandi incompiute. Sarebbe un dramma sociale oltre che economico».
Mentre Adriano Salis dell'Italia dei valori rivela di aver “sentito” il rumore dei «polpastrelli che scricchiolavano sul vetro, in attesa che Cappellacci riceva notizie da Silvio Berlusconi. Fare, la devono fare per forza, la discussione. E oggi, Sa die de Sa Sardigna, era il giorno più giusto. La maggioranza è in grossa difficolta: ho rivolto una preghiera a Cappellacci - racconta Salis - che Berlusconi avvisi prima di prendere decisioni. Perché ha offeso il presidente della Regione, ma anche me in quanto sardo».http://www.altravoce.net/2009/04/29/maddalena.html
Gentile Onorevole XXXXXXXXX XXXXXXXX,
chi le scrive, come noterà, non ha un cognome. Lo ha perso diversi anni fa, quando ha iniziato a scrivere su Internet, e non voleva grattacapi. Malgrado questo, non credo di aver mai fatto male a nessuno. Non ho mai plagiato minori o sottratto dati bancari: nonostante ci sia chi dice che su Intenet sia più facile, non me n'è mai venuta la voglia.
Il motivo per cui ho lasciato il mio cognome all'ingresso è che all'inizio non volevo legarlo a qualcosa di estemporaneo, di cui dopo qualche anno avrei potuto vergognarmi. Credo che possa capirmi. Le poesie che abbiamo scritto da ragazzini, grazie al cielo, sono da lungo tempo cadute dai muri ai quali qualche vecchia amica le ha appese. Su internet no, questo mi fu chiaro da subito, su internet sarebbe rimasto tutto, e questo mi spaventava.
Il secondo motivo per cui non ho voluto inserire il mio cognome è che volevo essere un po' più libero di scrivere quel che pensavo, senza l'ansia di dover tirare in ballo gli avvocati per una battuta – com'è successo a tanti. Per quanto possibile cerco di usare questa libertà correttamente, senza profittarne e senza diffamare nessuno; ma dopo tanti anni so quanto sia sottile il confine e quanto facile perderlo di vista.
Scrivere a lei, Onorevole XXXXXXXX, è una delle cose più pericolose che mi sono arrischiato a fare: so bene quanto Lei tenga al suo buon nome, e quanto tempo trascorra alla polizia postale cercando di rintracciare chi la insulta on line. E sono tanti. E io potrei benissimo essere tra loro, tanto evanescente è il confine tra “insulto” e “opinione” per chi ha tutto il tempo e l'agio di denunciare il prossimo. Mi scuserà se nel mio piccolo mi cautelo un po'. E se non mi scusa, fa niente.
Onorevole, a quest'ora avrà saputo che l'emendamento D'Alia (articolo 50bis del decreto sicurezza), approvato a febbraio con una maggioranza schiacciante, e in seguito sconfessato un po' da tutti, è stato soppresso. L'emendamento prevedeva la possibilità per il governo di chiudere qualsiasi sito o piattaforma sulla quale comparisse un'apologia di reato. Per intenderci, Onorevole: su facebook arriva un video di writers (=scrittori sui muri)? Ma scrivere su un muro è reato: a quel punto sarebbe bastata la richiesta di un magistrato il Governo avrebbe potuto 'chiudere' facebook. In che modo, non si sa, l'emendamento D'Alia non lo spiegava. In effetti, nessuno lo aveva ancora spiegato a D'Alia.
La soppressione dell'emendamento è da considerarsi anche una pietra tombale per il suo disegno di legge, Onorevole, che prevedeva forme di censura ancora più repressive e, in sostanza, inattuabili: a meno di non voler eguagliare o superare la Repubblica Popolare Cinese, e per ora non vogliamo. Questa è un'ottima notizia per me, e per centinaia di migliaia di altri abitanti italiani della Rete: ed è pessima per Lei, me ne rendo conto.
La consapevolezza che l'emendamento stava per essere soppresso potrebbe spiegare in parte il nervosismo da lei manifestato giovedì scorso, quando durante un incontro pubblico alla Camera ha interrotto un giornalista (che stava cercando di spiegarLe cosa fosse Internet) con le parole (testuali): “le auguro che appena suo figlio avrà accesso a facebook venga intercettato dai pedofili, e che lo incontrino sotto scuola”. Una battuta, Onorevole, che estrapolata dal contesto suona se possibile ancor più agghiacciante, e che naturalmente è rimbalzata su Internet per tutta la settimana, liberamente accessibile a chiunque digiti il Suo nome. Questi sono i veri danni che fa internet agli sprovveduti: altro che approcci pedofili (più facili da tracciare delle profferte di caramelle ai giardini).
Tutto questo è quindi abbondantemente noto, Onorevole: e allora perché le scrivo? Cosa voglio aggiungere al biasimo universale? Nulla. Volevo semplicemente ricambiare il suo augurio.
Non so quanti figli lei abbia (sul WWW l'informazione ci sarà, ma non ho voluto cercarla). Non importa: qualunque età abbiano, voglio augurarLe che su Internet si trovino bene almeno quanto mi sono trovato io.
Le auguro che imparino a maneggiarlo presto, e che lo usino per arricchire il loro bagaglio culturale di tutta quell'attualità che anche nelle migliori scuole fa fatica ad entrare. Le auguro che lo usino per divertirsi, correndo anche qualche rischio, e imparando alla svelta (come abbiamo imparato a tutti) le elementari norme di prudenza.
Le auguro che Internet serva loro a confrontarsi con persone di altri Paesi e segmenti sociali che diversamente non avrebbero frequentato. Magari con alcune di queste persone si fidanzeranno, com'è successo a me (e a me è andata piuttosto bene). Se vivono in luoghi lontani, Le auguro che su Internet possano trovare le migliori offerte per viaggiare e dormire, a prezzi che i loro genitori (come i miei) non avevano mai sospettato.
In breve, Le auguro di avere figli meravigliosi, in grado di abbracciare quella contemporaneità che Lei, come tanti padri e madri, non può non guardare col sospetto con cui si squadrano gli sconosciuti che presto o tardi si porteranno i loro bambini in un luogo lontano; migliore, ma lontano.
Anche se, Onorevole, rimane un problema: l'imbarazzo che avranno ogni volta che qualcuno, cercando il loro cognome su Internet, s'imbatterà nelle pubbliche figuracce della mamma. E così torniamo al solito problema: non tanto la pedofilia, ma la nostra stupidità. Internet la amplifica, la diffonde, la rende indelebile. Cosa possiamo fare per impedirglielo? Non si sa, per ora non si è ancora trovato un rimedio che non sia peggiore del male.
Fino a quel momento, Onorevole, io non scriverò il Suo cognome sul mio sito: non mi aggiungerò al coro che la critica, anche comprensibilmente, ma che lascia ovunque tracce volgari e incancellabili che la fanno seriamente soffrire.
Lo so, è una ben piccola foglia di fico, l'omissione di un cognome: ma è tutto quello che ho per difendere me e i miei amici, e Glielo offro volentieri. Suo affezionato, XXXXXXXX XXXXXXXX.http://leonardo.blogspot.com/
Una vigilanza sovranazionale
Salvatore Bragantini
Corriere della Sera
Gli sviluppi della crisi svelano sempre nuovi aspetti: ora scopriamo le conseguenze della struttura della vigilanza sull’efficienza delle banche. Ogni Stato vigila sulle sue banche, e la Banca centrale è prestatore di ultima istanza a quelle banche; se una di queste, in crisi, non riesce a raccogliere capitali sul mercato, lo Stato è anche, direttamente, ricapitalizzatore di ultima istanza, come scrive Willem Buiter. Ognuno, in sostanza, veglia sui propri pargoli e ne paga gli errori, con una conseguenza importante ma trascurata. Dopo il botto delle banche islandesi, e il salvataggio dell’Islanda ad opera del Fmi, è chiaro a tutti che le banche non devono diventare troppo grandi rispetto allo Stato che le ospita, per non causarne la crisi finanziaria.
Ciò avviene anche nella zona euro; proprio perché i salvataggi bancari sono a carico degli Stati nazionali, la vigilanza prudenziale continua, anche per i grandi gruppi transnazionali, e contro ogni altra logica, ad essere prerogativa dei singoli Stati e non di entità sovranazionali. La Bce s’era sì candidata a tale ruolo per i grandi gruppi, ma il recente rapporto del gruppo de Larosière respinge la richiesta, limitandosi a rafforzare il ruolo dei collegi internazionali di supervisione.
Questo è lo stato dei fatti, oltre per il momento non si va; semmai c’è il pericolo che anche il rapporto de Larosière sia troppo audace per gli Stati membri, gelosi delle proprie prerogative. Solo grandi Stati, dunque, potranno ospitare grandi banche, mentre quelli piccoli dovranno guardarsi bene dal farlo. Oltre al caso islandese, anche le difficoltà della svizzera Ubs ne sono testimonianza. Si fa ormai strada, è vero, l’idea che la crescita non debba superare certe dimensioni; ciò per controllare i rischi, limitare il potere di mercato delle banche e il viluppo dei conflitti di interesse. Va anche definito se le banche del futuro torneranno a fare i molti mestieri che svolgevano prima della crisi, o si limiteranno, come nel buon tempo antico, a raccogliere depositi e a erogare prestiti. Anche il recente rapporto di Turner, presidente della britannica Financial Services Authority, pur non sposando il puro e semplice ritorno alle placide banche utility, chiede che esse non operino come fondi speculativi e si limitino, nella negoziazione in titoli o nella garanzia di operazioni sul capitale delle imprese, alla sola assistenza ai clienti. La prudenza porrà limiti alla dimensione — non si vuol avere in carico giganti troppo grandi per essere salvati — e alle operazioni che le banche potranno fare, ma il problema resta: la segmentazione nazionale della vigilanza è inefficiente e va superata.
Così, infatti, si condanna il settore bancario a una segmentazione dimensionale inefficiente ed iniqua, legata alla dimensione dello Stato ospitante. Ciò non vale solo in un caso: se si ritiene che l’attività bancaria sia priva di economie di scala e che la dimensione sia sostanzialmente irrilevante. A parte il citato Buiter, però, questa opinione non è condivisa. Anche se — l’abbiamo detto — i tempi non sono i più propizi, a questa carenza va posto rimedio: altrimenti il cavallo salterà l’ostacolo, davanti al quale ora si impunta, nella confusione di qualche caso simile a quello islandese, o più clamoroso ancora. È istruttivo il contrasto fra la Bundesbank e il Commissario europeo alla concorrenza, Neelie Kroes che, per approvare gli aiuti della Germania a Commerzbank, pone condizioni — ivi compresa l’uscita da alcuni mercati esteri — volte ad evitare che tali aiuti danneggino la concorrenza. Per la Bundesbank, che pure non vuol affidare la vigilanza alla Bce, tutta la zona euro è mercato interno; la Kroes ribatte difendendo la concorrenza contro gli aiuti di Stato.
Se ne esce solo affidando la vigilanza prudenziale sui grandi gruppi dell’eurozona a un’autorità sovranazionale. Trovare il modo di far pagare ad ogni Stato membro il costo dell’eventuale salvataggio delle «sue» banche non sarà poi tanto più difficile che spartire gli incassi dello Skipass Dolomiti fra i diversi gestori. E soprattutto, sarà meglio della terribile alternativa: un’improvvisa crisi bancaria cross-border nella quale uno Stato, per salvare la propria banca o ridurre il costo del salvataggio, occulta le realtà causando al sistema danni assai maggiori. Il Financial Times, che pure non è un fan dell’eurozona, sottolinea l’assurdità della situazione: è come se ogni Stato Usa vigilasse le banche per conto suo. E conclude così: «Finché ogni Stato avrà la responsabilità di ricapitalizzare le banche insolventi, ci saranno ostacoli politici ad un approccio comune; il che non toglie il fatto che solo un approccio comune funzionerà». Qui si vedrà la capacità di leadership della classe dirigente europea. Sarebbe bene provvedere a mente fredda, prima che sia tardi.
La terra d'Abruzzo, dice il Papa «deve tornare ad ornarsi di case e di chiese, belle e solide». Per l'albergo dello studente possiamo invece risparmiare sulle solette, che lo studente mi cresce rastafariano nel mito di Bob Marley o peggio ancora comunista nel mito del Che Guevara, contesta il Papa alla Sapienza, prende in ostaggio il Rettore, gli ruba le figlie e gliele restituisce usate, si iscrive a fisica e perde la fede in Dio... dai, scherzo. Però è curiosa questa cosa del Papa lobbista che prima di tutto cura i suoi interessi immobiliari (che sono nell'interesse di tutti, ci mancherebbe). (a onor del vero ci ha messo dentro anche le aziende crollate, per cui si capisce che è un Papa vicino alle Partite IVA, sarà per via dell'8x1000).http://formamentis.splinder.com/
È il gran colpo di Marziano, questo. Il colpo dell’anno, per di più assestato per il 25 aprile: portare a parlare al suo ciclo di conferenze Lui. Che non solo è nome di spicco a livello nazionale; per dire, a furia di comparsate tv lo conosce persino la portinaia del circolo, che a memoria sa giusto il nome del suo gatto e chi ha vinto il Grande Fratello l’anno scorso, ché quest’anno c’era un rom, dentro, e non l’ha guardato più. No, Lui, proprio Lui, che è da sempre un Grande Intellettuale, di quelli che scrivevano sui giornali quando eravamo giovanetti noi ed erano di sinistra, per cui si poteva citarli a scuola a spron battuto per far bella figura nelle assemblee di classe con i prof comunisti, e far incacchiare quelli dell’altra parte senza però rischio di essere puniti, perché sempre di un Grande riconosciuto si trattava, via. Era un baluardo della sinistra, allora: incazzoso come Pasolini, ma meno maledetto assai e più furbo, perché già si capiva bene, leggendo le sue pagine, che rimettere la vita o anche solo i diritti d’autore per l’ideale non era roba sua.
Quando arrivo al Centro Culturale, che è una sala fighetta sopra un bar enoteca altrettanto fighetto, pieno di luci al neon e poltrone di design, e fornirà, finito l’incontro culturale, stuzzichini e spritz, Clara mi si fa incontro con un sorriso materno e felice: “Sei venuta, sei venuta, come sono contenta!”
Marziano no, tanto contento di vedermi non deve esserlo: l’invito mi è giunto sicuramente dalla moglie, non da lui. Mi stringe la mano con un’aria imbarazzata, molto sul chi vive, e mi squadra con un che di malcelato sospetto, come temesse che, dato che sono rimasta di sinistra, giri con nascosta sotto la giacca una cintura da kamikaze, pronta a farmi saltare in aria come martire per sterminare in un botto solo tutta quella bella combriccola di destrorsi che ha raccattato per l’occasione. Mi scorta guardingo al mio posto, dopo una stretta di mano frettolosa e semiclandestina, e la sedia che mi ha riservato è in pratica dietro una colonna; per tenermi più nascosta poteva solo infilarmi sotto il tappeto, ma si sarebbe visto il bozzo, e qualcuno poteva chiedergli spiegazioni.
Dalla mia postazione, tuttavia, vedo non vista la platea, ed è una goduria. Prime due file riservate alle autorità, cioè, nella fattispecie, un paio di Consiglieri Comunali targati Popolo della Libertà, assieme a portaborse e consorti; un Udiccino dalla faccia perplessa, perché non capisce bene dove sia la sua collocazione, nella sala e, più in generale, nella politica del Paese; un vice assessore regionale alle Varie ed Eventuali, con l’espressione seriamente rampante che hanno sempre quelli che non contano nulla, accompagnato al braccio da una biondona quasi ventenne che, se è la moglie, è la prova provata che Lombroso non ci indovinava un caspita. Quando arriva la sottana di un prete ciellino, si crea un certo trambusto, fanno un cenno a Marziano perché il posto di Monsignore non si trova, ma Marziano arriva subito e spiega che Monsignore non ha posto perché mica sta in platea, ma direttamente sul palco, accanto al conferenziere. Monsignore apprezza e fa cadere dall’alto su Marziano un sorriso che vale mezza benedizione e un punto omaggio per entrare nel Regno dei Cieli.
D’improvviso, dal fondo della sala si sente un brusio, e Clara prima sbianca, poi arrossisce, infine s’agita senza più cambiare colore: il Grande Autore è arrivato, compare circonfuso di luce, anche se è solo l’effetto ottico dei neon dell’enoteca sottostante. Il pubblico si alza in piedi e comincia un applauso, un po’ timido sulle prime, che Marziano però corrobora immediatamente. Lui, il Grande Autore, che in realtà là sulla porta sembra più che altro un vecchietto un po’ curvo, stanco e passabilmente intronato da un viaggio lungo, si guarda dattorno come se non capisse bene chi stiano osannando, ma, quando realizza che applaudono lui, subito si ringalluzzisce, drizza la schiena, alza il mento, assume una postura marziale e vagamente mussoliniana, che forse giudica adatta alla circostanza, o al pubblico, o vai a sapere tu.
Sorride sorride, beato per l’entusiasmo di quella platea fatta da impiegati del catasto in pensione che avrebbero voluto essere dottori, e son da sempre convinti di non aver preso la laurea perché i Comunisti congiuravano contro di loro, e di ex parrucchiere ora titolari di centro estetico alla moda, infagottate in tailleur di firma, con capelli biondissimi cotonati e unghie grifagne da panterona sexy fuori tempo massimo. Guarda contento i quattro trentenni presenti, glabri e palliducoli come si conviene a dei Papaboys invecchiati, i pochi quarantenni dalla faccia doverosamente incazzosa e decisionista, anche se l’unica decisione che hanno mai preso riguardava il colore del Suv, e inizia a sciorinare il suo intervento che si indovina imparato a memoria e riciclato ad ogni tappa della sua via crucis di presentazioni. Il nuovo romanzo, certo, è un romanzo, ma colma un vuoto nella documentazione storica, sana una antica bugia della propaganda rossa: che i partigiani erano brave persone, mentre erano in realtà banditi come e più degli altri, e lui allora, dopo anni di ipocrisia anche e soprattutto a sinistra, ha voluto scrivere un romanzo per elogiare i vinti, perché i vinti sono vinti, ma mica perché vinti avevano tutti i torti; anzi, erano proprio in larga parte degli idealisti, magari più degli altri che si sono sempre fatti passare per tali, perché, in fondo, bisogna essere degli idealisti per stare dalla parte sbagliata e rimanerci quando si sa che si sta perdendo, mentre gli altri, sì, si capiva che avrebbero vinto, in fondo, e poi ammazzavano, i partigiani, mica erano quei santarelli che ci volevano far credere, neh.
La platea annuisce, compresa e convinta, quasi commossa, perché non sa proprio trattenere le lacrime sui poveri ragazzi di Salò che aveano sedici anni e sceglievano di stare col Duce per patrio orgoglio, senza capire bene cosa volesse dire. Per fortuna che la colonna nasconde la mia faccia, perché l’espressione mi tradirebbe: mi sto incazzando e non riesco a trattenermi, perché a me questo tipo d’elogio per i sedicenni di Salò, che ho già sentito tante volte fare, sembra un insulto alla loro memoria bello e buono. Come a dire: si arruolarono nella RSI perché erano coglioni, mica capivano un cazzo di quello che gli capitava attorno, avevano sedici anni! Embe’? Dall’altra parte, nelle brigate partigiane, l’età media era forse di più? Erano armate fatte da sedici-diciassettenni, con capi che spesso avevano meno di ventiquattro anni; ma loro lo sapevano bene cosa facevano e per cosa volevano combattere: si rileggano le loro lettere, quando li condannavano a morte dopo averli torturati. Avran fatto cazzate pure loro, ci mancherebbe, e qualcuno magari si sarà trascinato dietro risentimenti personali e personalissime vendette: ma per loro essere stati giovani, quasi ragazzini, e provati da una repressione durissima, lontani dalla famiglie, braccati sui monti dalla Gestapo, cos’è, come attenuante non vale? Se non han tenuto sempre il contegno di un Lord Brummel loro sono condannabili senza appello, ora, e invece i Repubblichini van scusati perché erano poveri ragazzetti confusi?
Sì, annuisce il Monsignore, mentre l’assessore alle Varie ed Eventuali si lancia in una perorazione accorata, da cui si evince che se un solo capo partigiano ha sparato un colpo che non fosse giustificato, anche dopo la fine della guerra e che aveva smesso di essere partigiano, questo dimostra che erano tutti banditi, e solo anni di propaganda comunista debitamente orchestrata ne han fatto degli eroi e dei liberatori.
Un sospiro di sollievo percorre al platea, perché ora che la definitiva parola è stata detta, tutti si sentono finalmente liberi di dire ciò che pensano, e vengono fuori i ricordi di figli e nipoti di tutti quelli che durante la guerra partigiana non si sono mai schierati, hanno aspettato buoni buoni che gli Americani arrivassero ben oltre la porta di casa per porsi il problema se fosse il caso di far qualcosa, prendere una posizione, correre finalmente incontro ai vincitori, ora che la vittoria era davvero certificata e certa.
Raccontano con un astio mal celato, pur dopo tanti anni, di quanto li hanno odiati quei Partigiani, perché vederli vittoriosi per le strade, il fucile in spalla, il fazzoletto al collo, l’aria sorridente, era un rinfacciare ai loro padri di non aver avuto il coraggio di far nulla. Non sopportavano di vederli trionfanti neppure un giorno all’anno, neppure se gli altri 363 stavano nascosti nelle fabbriche di proprietà degli “altri”, a inchiavardare bulloni e smadonnare contro i padroni, che erano rimasti gli stessi. È un popolo rancoroso che ha masticato invidia ogni 25 aprile, per anni, nell’ombra, ha segnato tutto e ora pretende di vendicarsi delle umiliazioni percepite.
Il Grande Autore ascolta con fare bonario e soddisfatto i ricordi che erompono, annuendo via via, e a me viene spontaneo domandarmi se annuiva con lo stesso entusiasmo alle assemblee degli anni ‘60, quando andava a sentire i vecchi del Pci quasi tutti ex partigiani, e ai ragazzi del ‘68, con cui all’epoca era solidale, che gridavano “Morte ai fascisti!” e lui approvava. Poi fa un gesto con la mano, come a fermare il dibattito, con fare comprensivo e super partes, e dice: “Be’ anche i miei non si schierarono, all’epoca, e non per questo furono meno Italiani…la verità è che, secondo me, ora è tempo di chiudere questa fase di recriminazione nei confronti dell’altra parte, che è durata troppi anni, e di aprirne una di conciliazione nazionale, ricordando le malefatte compiute anche dai Partigiani ma finalmente chiudendo i conti con il passato, senza continuare a rinfacciare ai Repubblichini atti di violenza che furono in gran parte frutto di un periodo di confusione, per poter finalmente creare una memoria condivisa e più equilibrata nella valutazione storica…”
Dunque la Storia obiettiva si fa così, imparo io, da storica: sghemba, partendo dal presupposto che da una parte bisogna sottolineare ogni mancanza e pretendere giustificazione di ogni proiettile sparato, e dall’altra scusare tutto perché erano azioni che van valutate in base al periodo, al tempo, al luogo, forse anche alle condizioni atmosferiche, chissà.
Il Monsignore applaude, i consiglieri e l’assessore approvano incondizionatamente, il Grande Autore è felice di vedere le bajadere leopardate e gli impiegati frustrati del catasto che si spellano le mani, e quasi si trattengono dal saltargli al collo, perché sa che dopo si precipiteranno a comprare il suo romanzo, e faranno pure la coda per farselo firmare. Marziano prende la parola, ringrazia sentitamente, e poi annuncia lieto che al piano di sotto è aperto il buffet. Mi alzo, mi avvio all’uscita, Clara di ferma e mi chiede: “Ma come, non ti fermi per l’aperitivo? Nemmeno una tartina?”
No, grazie. Mi andrebbe per traverso.
E’ una storia inventata, non si fa riferimento a fatti e persone reali. Nemmeno alla Resistenza, che ormai, come è noto, è solo una invenzione della propaganda comunista.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Mi hanno chiesto di partecipare ai lavori in Commissione sul ddl sicurezza. Teoricamente non c’entrerei nulla, visto che la discussione riguarda Affari Costituzionali e Giustizia, ma hanno pensato a me per la mia sensibilità ai valori cristiani, che in questo disegno di legge sono totalmente assenti. A cominciare dall’articolo 1, che al secondo comma introduce l’aggravante di clandestinità, e: per la prima volta, nell’ordinamento giuridico italiano, non vieni punito per quello che fai, ma per quello che sei. Mi limito a citare il documento consegnato alla prima Commissione da 6 associazioni cattoliche convocate durante le audizioni: “Accomunate tutte le situazioni di soggiorno irregolare - scrivono Fondazione Migrantes, Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio, Acli, Fondazione Centro Astalli e Comunità Papa Giovanni XXIII - diverrà giuridicamente impossibile trattare in modo differenziato la badante che lavora onestamente da coloro che costituiscono davvero un problema per la sicurezza dei cittadini”. Abbiamo chiesto la soppressione dell’articolo ed è stata naturalmente respinta: i deputati della maggioranza, che avevano disertato in massa il dibattito, sono arrivati in massa per le votazioni; alcuni di loro stazionano all’esterno della Commissione mentre parliamo noi e poi, quando si arriva al momento del voto, qualcuno grida: “Dentro!” e li fa rientrare. Ci stiamo abituando anche a questo, ormai. Ma ancora più grave è che gli italiani si stiano abituando all’equazione tra immigrati ed insicurezza ed alla sua (poco) logica conseguenza: se voglio un Paese più tranquillo, chiudo le frontiere. E quelli che ci sono già li ostacolo in ogni modo, penalizzando anche i regolari: l’articolo 4, ad esempio, istituisce una tassa di 200 euro per la richiesta di cittadinanza (costo attuale: una marca da bollo da 14 euro e 62 centesimi), che naturalmente può essere inoltrata solo da chi vive in Italia da tempo e possiede i requisiti necessari. Oppure, per colpire i clandestini faccio terra bruciata attorno a loro: chi affitta casa ad un irregolare - si legge nell’articolo 5 bis, introdotto proprio stamattina in Commissione - è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Ancora nessuna pena per chi dà loro da mangiare, ma il testo è migliorabile. Il vero scandalo delle norme che abbiamo esaminato finora, comunque, è l’articolo 6, che rende privo di effetti civili il matrimonio contratto con un immigrato irregolare. Le associazioni cattoliche su questo punto sono durissime: parlano di “gravi limiti ai diritti della comunità familiare” e ricordano l’articolo 16 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, secondo cui, qualunque sia la posizione amministrativa sul soggiorno, “uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia”. “D’altra parte - prosegue il loro documento, che ai cattolicissimi deputati della maggioranza probabilmente non è giunto - la possibilità di vivere in famiglia, talvolta usufruendo per sé e per i figli della posizione di regolarità amministrativa mutuata dal coniuge, assicura non solo serenità e stabilità a uomini, donne e minori, ma evita loro percorsi di marginalità garantendo alla nostra società, e in questo modo davvero, una maggiore sicurezza”. È una norma palesemente incostituzionale, abbiamo cercato di dire ai colleghi della maggioranza, avvertendoli che la Corte probabilmente la bloccherà. Al che, è sbottata la leghista Manuela Del Lago: “Non è la nostra norma da cambiare, ma piuttosto la Corte Costituzionale, che si prende troppe libertà”! E con questa perla di saggezza abbiamo chiuso la primissima parte della discussione: riprenderemo stasera fino a tardi, sapendo già che ci aspettano articoli ancora peggiori di quelli esaminati finora. Ma non voglio rovinarvi la sorpresa di domani.http://andreasarubbi.wordpress.com/
Sull’esito del referendum che s’è tenuto nei giorni scorsi a Berlino, e che ha abolito l’ora di religione a scuola, ho scritto poco o niente perché mi pare una cosa normale in un paese civile. In Germania, infatti, all’indomani del voto, si discuteva soprattutto del fatto che la Merkel uscisse sconfitta dalla prova delle urne (senza che le fosse dovuto, s’era espressa in favore del mantenimento dell’insegnamento cui, appena tre giorni fa, Benedetto XVI attribuiva “carattere confessionale”); ed era solo il cardinale Kasper, amplificato più in Italia che in Germania, a piagnucolare come un perseguitato.
Poco più del 10% dei berlinesi avrebbe voluto l’ora di religione a scuola, e potranno dare insegnamento di religione cattolica ai loro figli fuori dall’orario scolastico: questo è tutto.
Faccia tosta e vittimismo: togli ai chierici un privilegio che detengono da sempre e pare tu li abbia sgozzati. I loro incaricati non insegnano storia delle religioni, ma religione cattolica, e questo monopolio confessionale ad essi pare normale, perché è sempre stato così. Il cattolicesimo non è più religione di Stato, ma cuius regio eius religio, via. Ora, si sa, l’Italia è regio catholica per eccellenza e quindi da noi la questione non si può neanche sfiorare. Tuttavia, dove li trovi i più solerti amplificatori del piagnucolio berlinese? In Italia. È una fellatio più che un’intervista, quella che il Corriere della Sera fa al cardinale Kasper: Berlino è “la capitale dell’ateismo”, dice Sua Eminenza, e chi lo intervista non coglie l’ironia, glielo fa dire senza segnalarla al lettore. Già, perché si tratta di “sincera ironia”, scrive Giuliano Ferrara…
Oh, Ferrara! Da gran furbacchione (chi per lui usa l’aggettivo “intelligente” è da attenzionare), Ferrara dipinge il day after referendario come un paesaggio ingombro di macerie. Scrive che c’è stato l’Armageddon e ne sono usciti sconfitti “il pensiero rivelato, la legge e la carità”. Chi li avrebbe ammazzati? La laicità, l’etica di Stato.
Da gran furbacchione, approfitta del fatto che l’ora di educazione civica in Germania è detta “ora di etica” (hegelianamente intesa): a piegare i cucchiaini, Ferrara è bravo come Uri Geller. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Di Pietro: "Farò io il grande partito che sostituirà i Democratici"
di Luca Telese
Roma - La notizia è di quelle che all’inizio lasciano stupiti. Ma che impongono a tutti, alleati e concorrenti, di verificare i piani e correggere le rotte. Antonio Di Pietro ha già scelto: «Dopo le Europee, soprattutto se vanno come spero... lancerò un segnale forte: cancellerò il mio cognome dal simbolo dell’Italia dei valori». È notte fonda, la puntata di Exit è finita. Mi ritrovo a parlare con il leader del partito del gabbiano arcobaleno di una campagna elettorale che lo sta gratificando. Ha arruolato, con oculatezza, leader e intellettuali che vengono da sinistra: gente come Gianni Vattimo, il filosofo del pensiero debole, una vita nel Pci e poi tra Ds, Margherita e Pdci. O come Maurizio Zipponi, uno degli ultimi deputati-operai eletti, fino alla scorsa legislatura una bandiera di Rifondazione. Ha buttato in pista una pattuglia di donne: «Ragazze che nemmeno conoscevo». Ora, però sente che può permettersi una svolta. Una Svolta ardita.
Di Pietro, Veltroni e Berlusconi ce lo hanno aggiunto il loro nome, nei simboli, lei lo toglie?
(sorride) «Appunto».
È forse impazzito?
«Al contrario direi. Gli altri considerano un punto di arrivo mettere il proprio nome. Io invece penso che toglierlo sarebbe un buon segnale».
Un segnale di cosa?
«Si può costruire una cosa più larga, più utile, che prescinda dall’identità di una sola persona, e che serve a rappresentare qualcosa di più importante».
E cioè?
«Insomma, io ho fatto questo ragionamento. La prima volta che ho presentato la mia lista ho preso il 2%. Alle politiche ho preso il 4. Il sondaggi, anche quelli più sfavorevoli mi danno all’8... C’è un trend: ad ogni scadenza io raddoppio!».
E si lamenta?
«Nooo! Sono contentissimo. Ma se l’Italia dei valori arriverà davvero a quelle cifre, anche il suo ciclo si sarà compiuto».
Se le cose stanno come lei dice, alla prossima tornata dovrebbe arrivare al 16%...
«Invece no. Non credo che il mio partito, così com’è, possa crescere all’infinito. Quella soglia sono le colonne d’Ercole».
E quindi scioglie il partito?
«Lo metto in gioco... Sacrifico qual che mi è più caro, per costruire qualcosa di più grande».
In che modo?
«Vorrei che anche persone con una storia diversa dalla mia si potessero sentire a casa loro».
Lei si traveste da agnello, ma si prepara a fare il lupo...
«Che significa? Che c’azzecca il lupo?».
Se il suo partito cambia nome e invita altre persone a farne parte, prova a spodestare il Pd dal suo ruolo egemone.
«Ma il progetto di un grande Pd è già finito. E non certo perché Di Pietro mette o toglie il nome dal simbolo!».
Perché?
«Perché se fanno quel po’ po’ di partito e poi prendono meno del 30%, vuol dire che sono sotto la soglia di tenuta».
E così lei ci piazza il suo restyling e li frega.
«Veramente io voglio fare una cosa seria. Una costituente, vedremo. Serve un grande partito progressista che sostenga una proposta di governo credibile».
Per questo è andato a caccia di candidati in casa altrui, dal Pd a Rifondazione?
«Ma che scherziamo? Ho detto di no a tantissimi».
Adesso fa l’agnellino.
«Quant’è vero iddìo... Soprattutto al sud, non mi faccia dire».
E perché?
«Ho imparato dalle esperienze del passato. Voglio tenere il partito im-ma-co-la-to».
Faccia un esempio.
«Mi arriva un politicone del sud un ex socialdemocratico... ».
Chi?
«... il nome non importa, ne sono venuti cento, da me, in questi giorni, uh!».
Stava dicendo del politicone.
«Arriva il politicone e ti fa: "Tonì mettimi in lista, che ti porto i miei voti"».
E lei incassa i voti.
«Ma nemmeno per sogno. Perché quello, per ogni voto che ti porta, te ne fa perdere due».
Ma allora come ha scelto quelli da mettere in lista?
«Lei non ci crederà, ma mi sono letto i curriculum. Così».
Mi permette? Non ci credo: tutti sono a caccia di quelli che hanno voti, a partire dal Pd.
«E io no. E sa perché?».
Mi dica.
«Ho studiato attentamente i dati di questi anni. E ho capito».
Cosa?
«Siamo l’unico partito che, da un capo all’altro dell’Italia, ha le stesse percentuali».
E questo che significa?
«Che è un voto d’opinione. Gente che vota questo progetto, non per Tizio o Caio».
E cosa c’entra con il rifiuto dei politiconi, come li chiama lei?
«Metto in lista persone normali, evito voti inquinati, lascio che gli elettori decidano».
E se arriva all’8 per cento?
«Do un altro scossone all’albero. E faccio io il grande partito che al Pd non è riuscito».
Adesso le sta a cuore?
«Io per quello ero entrato nell’Asinello di Prodi! Non è colpa mia se loro hanno cambiato strada ma non vanno da nessuna parte».
Finalmente qualcuno comincia a contestare Al Tappone per l’indecente gestione propagandistica del dopo-terremoto in Abruzzo (dopo l’indecente non prevenzione pre-terremoto). Uscendo coraggiosamente dal Truman Show della Televisione Unica, alcuni sfollati iniziano a domandarsi che senso abbia lasciar trasformare le rovine dell’Aquila e dintorni in un set cinematografico per le passeggiate del Cainano e della sua corte. Il defilè di gerarchi e gerarchesse sulle macerie, il Consiglio dei ministri all’Aquila, il 25 Aprile a Onna, e prossimamente il Primo Maggio dei sindacati di nuovo all’Aquila e l’immancabile G8 (inizialmente promesso ai napoletani, poi ai sardi, ora agli abruzzesi: avanti i prossimi).
Si spera che qualche partito di opposizione, casomai ve ne fossero, raccolga il malcontento che sta montando nelle zone terremotate indipendentemente dalle istigazioni di Vauro e Annozero. Altrimenti quello è capace di dirottare sull’Abruzzo anche le selezioni di Miss Italia e di Miss Muretto, lo Zecchino d’Oro, il Festival di Sanremo, il Grande Fratello, la Fattoria e l’Isola dei Famosi.
L’altro giorno, a Napoli (altro set d’eccezione per le esibizioni del Presidente Partigiano travestito da spazzino), due giovani abruzzesi l’hanno accolto in Prefettura al grido di “Non venire più in Abruzzo, ci stai rovinando”. I due, scampati al sisma, nulla hanno potuto contro la Digos, che li ha prontamente identificati. Ma alla fine li ha dovuti rilasciare perché “privi di precedenti penali”. Peccato: bastava un solo precedente, e il Cainano li avrebbe messi in lista per le Europee.
(Vignetta di Livio Bonino)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Il consiglio è semplice: abbassare i prezzi. Eh sì, perché le vendite del comparto gioielleria di Dubai, uno dei più importanti del mondo, sono crollate negli ultimi mesi. Complice, certo, la crisi internazionale che si è unita all'aumento senza sosta del prezzo dell'oro. Restringete i margini di profitto, ha detto il Dubai Multi Commodities Centre. Nonostante Dubai sia diventato il mercato privilegiato degli indiani che preparano la dote per le proprie figlie, i matrimoni al di là dell'Oceano Indiano potrebbero non bastare a salvare il commercio dei gioielli nella città dell'oro.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
THERMITE - LA PROVA SCIENTIFICA DELLA DEMOLIZIONE DELLE TORRI
DI JOHN S. HATCH informationclearinghouse.info
Un recente articolo pubblicato da nove noti scienziati sulla rispettabile rivista scientifica soggetta a peer-review “Open Chemical Physics Journal”, offre prove inconfutabili riguardo al fatto che la polvere derivata dal crollo delle Twin Towers e dell’edificio 7 del World Trade Center contenga piccoli campioni intatti di Thermite. [1]
La Thermite è un agente altamente esplosivo consistente soprattutto in alluminio e ossido di ferro, e viene normalmente utilizzato per tagliare l’acciaio nelle demolizioni controllate, nonchè nelle saldature e nell’ambito militare.
Utilizzando il microscopio elettronico, la “scanning electron microscopy”, la spettroscopia dispersiva differenziale a raggi-X (“X-ray energy dispersive spectroscopy”) e la calorimetria differenziale, gli scienziati sono stati in grado di dimostrare che la Thermite individuata era di un tipo speciale chiamato Nano-Thermite o Superthermite. Essa brucia ad una temperatura elevata e ha una più bassa temperatura di accensione rispetto alla Thermite normale, inoltre viene prodotta in laboratori come il “Lawrence Livermore” che, guarda caso, è lo stesso laboratorio in cui venne prodotto l’antrace spedito poco dopo l’ 11 Settembre.
Nella foto: acciaio fuso cade dalle torri prima del crollo.
[Le colonne di acciaio delle torri tranciate di netto.]
La Nano-Thermite non può essere presente accidentalmente nei campioni di polvere prelevati in quattro luoghi diversi, né poteva essere il risultato delle operazioni di pulizia a ground-zero, dato che uno dei campioni fu recuperato all’incirca dieci minuti dopo il crollo della seconda torre. Tutti i campioni mostrarono la stessa struttura e composizione.
Ciò potrebbe spiegare il fiume di acciaio fuso (non alluminio) caduto da una delle torri, e il fatto che l’acciaio fuso stesso rimanesse tale tra le macerie per più di un mese dall’avvenimento dell’attacco.
Non esistono spiegazioni scientifiche per questo fenomeno se non quella dell’uso della Thermite, che può raggiungere temperature di 3500 gradi Celsius, mentre, se sottoposto a condizioni di temperatura normali, il combustibile per aviogetti raggiunge a malapena i 285 gradi Celsius. Ciò spiegherebbe tra l’altro anche la velocità di caduta, normalmente impossibile dal punto di vista fisico, dei tre edifici, e il loro crollo così uniforme.
E allora, cosa significa tutto questo? Significa che ci sono le prove (che finora nessuno è riuscito a confutare) che gli edifici del WTC (e più di tremila vite, contando anche le morti dei primi soccorritori e dei normali cittadini di NYC causate dalla polvere) sono caduti grazie ad una demolizione guidata in una maniera pianificata e decisa da qualcuno dell’amministrazione Bush, molto probabilmente per fungere da “evento catalizzatore” , la nuova “Pearl Harbor” ingenuamente definita dalla neo-con PNAC (Project for the New American Century) e designata a galvanizzare i cittadini americani a sostegno dell’attacco ad altre nazioni e alla restrizione dei diritti umani a casa propria. La “Full Specter Domination”.
Questa fu la scusa per invadere l’Afghanistan e l’Iraq (c’erano anche dei piani militari per conquistare la Siria e l’Iran, e forse altri paesi ), per giustificare lo spionaggio domestico, le sparizioni, le torture ed i massacri. Massacri basati sulle bugie e sull’inganno, e sull’uccisione di cittadini americani.
Sapendolo, come di certo egli saprà a tutt’oggi, che l’11 Settembre è stato concepito e attuato non da qualche sperduta e buia caverna dell’Afghanistan, ma piuttosto da qualche bunker nel freddo e umido Cheneystan , siamo sicuri che il presidente Obama continuerà ad insistere con il suo “guardare avanti”? Quanto profonda è la riserva americana di negazioni e smentite?
Provo dolore per tutte le vittime dell’11 Settembre, passate, presenti e future, ma specialmente sono tormentato per tutti quei poveracci che hanno scelto di buttarsi o sono caduti verso la morte. Sicuramente coloro che hanno compiuto questo scempio devono essere messi nelle mani della giustizia. Altrimenti l’America non guarderà mai avanti. Ha gli occhi chiusi e ciechi mentre farfuglia grosse stupidità.
[1] Vale qui la pena di riportare la traduzione della frase finale nelle conclusioni dell'articolo citato: “Sulla base di queste osservazioni concludiamo che lo strato rosso delle scheggie [chip] rosso-grigie da noi trovate nella polvere del World Trade Center è materiale termitico attivo ancora non sottoposto a reazione, incorporante della nanotecnologia, ed è un materiale pirotecnico o esplosivo fortemente energetico.” N.d.r.
ECUADOR: ANCORA VITTORIA PER LA SINISTRA IN AMERICA LATINA
Gennaro Carotenuto
Rafael Correa ha stravinto le elezioni in Ecuador conquistando più del doppio dei voti del suo più immediato oppositore. È il vantaggio più grande nel dopoguerra e per la prima volta dal ritorno della democrazia nel 1976 in uno dei paesi più instabili al mondo non ci sarà ballottaggio. Così Quito festeggia la permanenza di un governo integrazionista e con un marcato programma di redistribuzione sociale, progressista, antimperialista, di sinistra laddove questa parola continua ad avere piena vigenza e significato nella costruzione di un Ecuador del futuro che Correa chiama “rivoluzione della cittadinanza”.
Sulla portata del trionfo i commenti non possono non essere unanimi: dall’Università Andina, il politologo Hernán Reyes si sofferma sull’adesione chiara sia alla gestione del governo sia al programma. Dalla Facoltà Latinoamericana di Scienze Sociali il politologo Simón Pachano, intervistato dalla BBC, si sofferma sulle divisioni dell’opposizione e sulla maggioranza assoluta della coalizione “Alleanza paese” di Correa: “si sta consolidando un vero e proprio processo di egemonia”. È un processo di egemonia che si sposta verso le classi subalterne e che rompe per la prima volta col controllo del paese da parte di un nucleo ristrettissimo di famiglie patrizie che lo hanno sempre dominato. Ma è un processo di egemonia che deve ancora essere confermato in molti modi. Sbaragliata l’opposizione della destra di sempre all’interno della coalizione “Alleanza Paese” ritroviamo una sinistra con alla testa lo stesso presidente Correa che chiama ad “approfondire il cambiamento” ed una destra interna che punta i piedi, come ha confermato a Latinoamerica Kintto Lucas, corrispondente da Quito del settimanale uruguayano Brecha.
Tale battaglia tra chi vuole davvero una trasformazione profonda e chi invece è solo salito sul carro del vincitore si combatterà soprattutto in sede di potere legislativo nei prossimi mesi quando la maggioranza sarà chiamata a decidere su questioni chiave come la sicurezza alimentare del paese e forse sulla de-dollarizzazione, la polpetta più avvelenata lasciata dal neoliberismo all’Ecuador. È solo uno dei problemi con i quali Correa dovrà misurarsi nel corso dell’anno. Ha dato centralità agli emigrati, che lo hanno ricambiato con un massiccio apporto di voti, ma adesso proprio questi, messi in difficoltà dalla crisi economica, inviano meno rimesse in un momento nel quale il prezzo del petrolio è in ribasso, approfondendo la crisi economica.
Finora però Rafael Correa, questo democristiano di sinistra che non ha paura di farsi accostare a Hugo Chávez, Evo Morales e perfino Fidel Castro nell’onda lunga dell’integrazione latinoamericana e che parla di rivoluzione socialista, ha saputo prendere sempre il toro per le corna, riuscendo a raggiungere una storica riforma costituzionale ed inanellando una dopo l’altra già cinque vittorie elettorali consecutive con maggioranza crescente.
Lo ha fatto con un limpido discorso antimperialista, come quando si è opposto fieramente al Fondo Monetario Internazionale dichiarando la moratoria sul debito estero ingiusto e illegale. Lo ha fatto con programmi redistributivi dove gli ultimi vengono al primo posto e dove la salute e l’educazione sono priorità.
E in questo contesto sono troppi i paesi, anche nella vecchia Europa che si considera progredita e civilizzata, che dovrebbero guardare con invidia ai principi della “rivoluzione della cittadinanza” di Correa, capace di tagliare le gambe e delegittimare definitivamente un sistema partitocratico mafioso, difendere con dignità la sovranità dell’Ecuador dall’aggressione militare dell’alleato di George Bush, il colombiano Álvaro Uribe, mettere fine alla lunga notte neoliberale e coinvolgere il paese in un progetto di cittadinanza solidale, democratica e inclusiva.
Non era e non è facile per l’Ecuador. Il sistema neoliberale voluto e controllato dalle destre, a loro volta controllate dal nord, aveva spogliato il paese della propria sovranità, perfino quella monetaria, e obbligato milioni di ecuadoriani all’emigrazione. È il pieno rifiuto di quel modello fallimentare a generare un progetto di cambiamento vero, non di facciata. I prossimi quattro anni saranno decisivi.
Portfolio, il magazine economico di Condé Nast, chiude. La notizia è stata data da Jeff Bercovici che a Portfolio lavora(va) e poi è rimbalzata dappertutto (Romenesko, Paid Content). Qui la morale che ne trae Jeff Jarvis. Intanto il FT nota che, mentre il mercato editoriale fa paura (qui gli ultimi dati sulla diffusione USA), le agenzia di notizie assumono giornalisti. Però, secondo Michael Josefowicz, è un po' troppo presto per dire che la carta è morta.
Mixed Media (Portfolio). Romenesko, Paid Content, Financial Times, MediaShift
Sempre più aziende scelgono di premiare economicamente i dirigenti che raggiungono obiettivi di riduzione delle emissioni e gli impiegati che vi contribuiscono. Il meccanismo di ricompensa dei bonus, al centro del dibattito sulla crisi finanziaria, diventa così il simbolo di un nuovo impegno delle società per il taglio della CO2.
Nel recente crack finanziario innescato dallo scoppio della bolla dei mutui subprime si è parlato spesso di bonus, cioè di quei sostanziosi premi dati ai manager degli istituti finanziari per i risultati economici sul breve termine. Un sistema di incentivazione che - oltre a suscitare indignazione per le enormi cifre accumulate dai corresponsabili del tracollo - si dice abbia avuto un ruolo non secondario nello spingere a investimenti spregiudicati e irresponsabili, volti a massimizzare gli utili a tutti i costi, con le conseguenze che ben conosciamo.
Come raccontato ampiamente su queste pagine, una delle risposte invocate alla crisi di un sistema con profitti troppo slegati dall’economia reale, è stata quella di ripartire da investimenti che dessero risultati anche dal punto di vista ambientale: sfruttare l’occasione per accelerare la transizione verso un’economia low-carbon. Anche in vista della legislazione anti-CO2 che si appresta verosimilmente a essere estesa a livello mondiale, dunque, per le aziende le prestazioni energetico-ambientali sono diventate sempre più importanti.
Ecco - racconta il Guardian – che anche il sistema dei bonus viene rivisto nella nuova ottica: sempre più aziende premiano i loro dirigenti non solo in base ai risultati in termini di utili, ma anche in quanto a riduzione delle emissioni o per il raggiungimento di altri obiettivi di tipo ambientale. Il mese scorso National Grid, utility internazionale che opera nella fornitura di energia in Gran Bretagna e Stati Uniti orientali, è diventata la più grande compagnia a lanciare una politica di retribuzioni dei dirigenti basata sulle emissioni. Per raggiungere l’obiettivo annunciato di ridurre la CO2 prodotta del 45% entro il 2020, la multinazionale ha assegnato dei “carbon-budget” a ogni divisione, stabilendo così quanto ogni comparto possa emettere: le prestazioni dei manager saranno allora valutate e ricompensate in base alla capacità di raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2.
Ma le valutazioni “ecologiche” delle prestazioni professionali sono diffuse anche al di là del settore energetico. Il punteggio di merito assegnato ai funzionari di alto grado del Governo britannico, ad esempio, è stabilito anche in base al raggiungimento di determinati obiettivi in campo ambientale, mentre anche l’amministratore delegato di Wal Mart ha annunciato ricompense per chi contribuirà a far ottenere i risultati di sostenibilità che il gruppo (oggetto peraltro di molte critiche sia di matrice ambientalista che per i diritti dei lavoratori) si è posto.
Altre aziende ancora invece hanno esteso i premi per chi fa evitare emissioni all’azienda anche ai semplici impiegati, anziché solamente ai dirigenti, premiando così i comportamenti individuali oltre alle scelte aziendali. La società di consulenza WSP Environmental ad esempio ha sperimentato una sorta di schema di scambio delle emissioni volontario tra i dipendenti: a ciascuno viene assegnato un budget annuale di 5,5 tonnellate di CO2 (che verrà ridotto nei prossimi anni), e a fine anno ognuno può aver perso o guadagnato fino a 100 sterline a seconda dei suoi comportamenti di risparmio energetico.
L’incentivazione individuale dunque ora punta anche sull’aspetto ecologico ma – fa notare il giornalista del Guardian – i rischi del meccanismo potrebbero esserci anche qui. Come i bonus dei banchieri hanno spinto a concentrarsi su guadagni a breve termine, le ricompense ai manager per ridurre la CO2 potrebbero portare ad approvare in maniera non ragionata progetti che tagliano le emissioni rapidamente: ad esempio un manager che vuole ottenere il bonus potrebbe dare il via troppo in fretta ad un progetto di fotovoltaico, salvo poi accorgersi che un investimento nella coibentazione degli edifici avrebbe garantito nel breve periodo maggiori risparmi di CO2. Allo stesso modo, l’assenza di standard universali per misurare le emissioni evitate potrebbe portare dirigenti poco scrupolosi a sovrastimare sistematicamente i risparmi ottenuti.
Nonostante i rischi però il fatto che i carbon-bonus stiano diventando un elemento comune nel panorama aziendale é certamente una buona cosa. I bonus agli agenti finanziari che comperavano derivati tossici facevano capire a questi che agli istituti non interessava la provenienza degli utili, ma solo il risultato; i premi per chi taglia la CO2, al contrario, coinvolgono i dirigenti in uno sforzo - quello di ridurre le emissioni - che nella cultura aziendale di molte società “vecchie” è considerato accessorio, quando non apertamente intralciante. Questi bonus insomma sono un segnale che le priorità di un’azienda sono cambiate molto più chiaro che non le generiche dichiarazioni o gli obiettivi spesso annunciati. Usati così questi incentivi professionali possono essere positivi soprattutto per una nuova cultura per il clima.
Il suo scatto preferito fino a ora e’ questa immagine di Barack e Michelle Obama che si scambiano tenerezze in un ascensore di servizio, mentre uomini dello staff e agenti del Secret Service cercano di guardare altrove. Se il presidente degli Stati Uniti in 100 giorni ha offerto al mondo un’immagine di sostanziale novita’, lo deve anche alla macchina fotografica di Pete Souza, l’occhio indiscreto della Casa Bianca.
Dopo essere stato il giovane fotografo ufficiale di Ronald Reagan, Souza a 55 anni ha lasciato temporaneamente una cattedra universitaria per tornare alla Casa Bianca come ‘Chief official photographer’ di Obama, documentandone i primi mesi di lavoro con ritratti spesso intimi e fuori dagli schemi. ”Considero il mio lavoro quello di uno storico che si serve delle arti visive”, spiega Souza, che in questi giorni svela i retroscena della sua attivita’ in interviste ad alcuni media americani. ”La cosa importante e che mi sta a cuore - aggiunge - e’ creare un buon archivio visivo per la storia, cosi’ che tra 50 o 100 anni la gente possa guardare indietro e ripercorrere questi anni attraverso le mie foto”. […]
Inevitabile, per Souza, tracciare un paragone tra i due ‘grandi comunicatori’ per cui ha lavorato, Reagan e Obama. Il presidente degli anni Ottanta era un po’ piu’ formale di quello attuale, secondo Souza, ma il fotografo vede varie similitudini, nonostante la differenza anche di eta’: ”Si tratta di presidenti entrambi a loro agio con se stessi, e questo li rende grandi soggetti fotografici. La presenza di una macchina fotografica dietro le quinte non creava problemi a Reagan e non li crea a Obama. Il che - aggiunge - e’ un bene per me…”.
L’uomo che ha catturato alcune delle immagini piu’ belle della campagna elettorale e ora della presidenza Obama, dopo aver lavorato per Reagan e per il Chicago Tribune e’ diventato docente di arti visive all’Universita’ dell’Ohio. Una cattedra dalla quale si e’ messo in aspettativa nel 2004, quando gli e’ stato proposto di seguire l’allora neo-eletto senatore Obama. Ne e’ nato un rapporto professionale e umano che ha portato Souza alla Casa Bianca insieme al nuovo presidente. Lo scorso anno, il fotografo ha pubblicato un libro per immagini, ‘L’ascesa di Barack Obama’, che ha avuto un vasto successo come documento fotografico della scalata del giovane politico di Chicago.
La foto nell’ascensore e’ la sua preferita, ha detto Souza, ”perche’ era un momento genuino: faceva freddo, lui si e’ tolto la giacca e l’ha messa sulle spalle della moglie. Un momento privato che da solo racconta un’intera storia”. Obama lascia a Souza ampia liberta’ di movimento, e tocca cosi’ al fotografo capire quando e’ il momento di puntare l’obiettivo e quando no. ”Sono abbastanza scaltro da sapere - racconta - che se sta avendo un incontro faccia a faccia con un capo di Stato, devo lasciargli un po’ di privacy”.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/04/28/il-fotografo-che-racconta-obama-dietro-le-quinte/#more-407
Arlen Specter è passato dal gruppo repubblicano al gruppo democratico. Con il riconoscimento della vittoria di Al Franken, i democratici avranno 60 senatori, la supermaggioranza necessaria per evitare l'ostruzionismo, e spesso lo stop dei progetti di legge più sensibili. E' una buona notizia?
Sì e no. Specter avrebbe con ogni probabilità perso le primarie del Gop, e nella sfida per il Senato la tendenza progressista della PA avrebbe determinato la vittoria del candidato democratico. Sembra che Specter abbia ottenuto l'assenza di uno sfidante alle primarie democratiche. Il cambio di partito del senatore repubblicano, che ha 79 anni e correrà per ottenere un mandato che scadrà quando ne avrà 86, rafforza i moderati del caucus, come Bayh o Nelson. E' una notizia discreta per Obama, mentre è confermata la svolta a destra del Gop. http://andreamollica.blogspot.com/
Davide Corritore (Pd), ecco l'uomo che ha messo in ginocchio le banche straniere sui derivati
Il cellulare ha fatto bip bip ieri sera, lunedì 27aprile, alle 21:29:47, mentre guardavo alla tele Crozza, in attesa dell'imperdibile episodio settimanale della fiction filosofica Lost e delle gesta di David Hume, l'omonimo e omologo del grande epistemologo inglese. Era un messaggio sms di Davide Corritore, il vicepresidente del Consiglio comunale di Milano con cui avevo sfilato al corteo del 25 aprile e che avevo appena sentito per l'intervista rilasciata ad Affaritaliani.it sul futuro della sinistra. Lasciandoci, il pomeriggio prima in piazza Duomo, Corritore me l'aveva preannunciato: "State in campana sui derivati, potrebbero essere in arrivo novità clamorose dalla Procura di Milano". E infatti... ecco il suo sms con la rivelazione. Dice testualmente "Procura accettato mia richiesta di sequestro imponente alle banche per vicenda derivati. Domani se ne parlerà parecchio perché prima volta nel mondo le banche sono le sequestrate anziché le sequestratrici. Molto contento perché da domani sarà più vicino l'obiettivo di liberare i bilanci del Comune da centinaia di milioni di commissioni occulte. A presto Davide".
Non credo, pubblicando questo sms, di violare la privacy. Lo faccio per spiegare che in questo annuncio serale e in queste parole tecniche sobrie ma appassionate, c'è tutto Davide Corritore, cinquantenne milanese sposato e padre di due figli. Un uomo politico nuovo, una risorsa per Milano e per la sinistra italiana. Laureato in Bocconi con una tesi in storia economica, manager finanziario (ha lavorato per Citibank e per il gruppo tedesco Deutsche Bank, dove ha ricoperto, dal 1993 al 1998, la carica di amministratore delegato della società di gestione dei fondi) ma anche esperto di opinione pubblica (dal 2001 fino alla candidatura alle Amministrative 2006 è stato amministratore delegato di SWG, Istituto specializzato nell'analisi dell'opinione pubblica e politica.), tra i sostenitori sin dalle origini del primo Prodi e dell'Ulivo, poi (1998-99) consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle tematiche dell'economia e dell'innovazione. Un tecnico, dunque, ma con una grande passione per la politica, nata negli anni scolastici con la militanza nei giovani del PCI che ha sempre convissuto con gli impegni lavorativi e proseguita fino alla nascitadel Pd all'interno dell'ala di Enrico Letta e dei teorici della sinistra di governo, delle primarie vere, del rinnovamento delle persone e del bagaglio culturale e ideologico e programmatico.
L'epilogo clamoroso dell'inchiesta sui derivati è unsuccesso personale di questo politico un po' atipico, che corre in Usa per studiare la campagna di Obama, predica il verbo delle primarie sempre come strumento di rinnovamento e di ridimensionamento delle nomenclature e ha fatto dell'Internet per tutti e della Milano cablata i capisaldi della sua campagna elettorale. E' stato Corritore infatti a denunciare l'esistenza di questi raggiri e di questa finanza spericolata nelle amministrazioni di Palazzo Marino e non solo. Ed è stato lui, secondo le indiscrezioni degli ambienti giudiziari, a lavorare al fianco della Guardia di finanza, nello stesso team che ha indagato su Parmalat, illuminandone il percorso dentro i meandri delle tecnicalità, alla ricerca molto difficile delle prove, evidentemente ora trovate. Lui, secondo qualche rumors dal Palazzo di giustizia, sarebbe addirittura stato un prezioso consulente dei magistrati e in particolare del pm segugio Robledo. Lui ci ha messo la faccia nelle conferenze stampa a palazzo Marino tenendo desta l'attenzione della politica e dell'opinione pubblica su una pista e su un tema ostico e che più volte è parso inconsistente.
Ma oggi la sua soddisfazione si materializza nell'espressione: "Molto contento perché da domani sarà più vicino l'obiettivo di liberare i bilanci del comune da centinaia di milioni di commissioni occulte". Un esempio di passione civile e impegno, morale e politico. Di persone così, competenti, serie, portatrici di culture nuove e di visioni inedite hanno bisogno il Pd e la politica per riconciliarsi con la gente. Da oggi, possiamo dirlo, a sinistra è nata una stella. La stella di Davide.http://www.affaritaliani.it/milano/davide_corritore_pd_ecco_uomo_che_ha_messo_in_ginocchio_banche_straniere_sui_derivati280409.html
Zagrebelsky: "Biennale, una scommessa vinta"
Il costituzionalista: "C´è voglia e bisogno di pensare sui grandi temi. Anche tra i giovani"
di Vera Schiavazzi
«C´È voglia, e bisogno, di pensare. E´ questo che ci hanno fatto capire i cittadini che, oltre ogni aspettativa, hanno partecipato alla Biennale, dicendoci così che il nostro presupposto iniziale non era azzardato». Gustavo Zagrebelsky, giurista e costituzionalista, non è avvezzo al linguaggio degli ‘eventi´, né al moltiplicarsi di interviste e estemporanee apparizioni televisive. Ma forse dovrà abituarcisi, se è vero come è vero che la manifestazione della quale è presidente ha fatto il pieno anche ieri, nella sua ultima giornata, e ha dunque ottime possibilità di ripetersi nel 2011, in coincidenza con le celebrazioni per i 150 anni dell´Unità d´Italia e con le ultime battute della giunta comunale guidata da Sergio Chiamparino.
Angela La Rotella, direttore della Biennale, dà i primi numeri finali: «Trentamila partecipanti, quasi 200 relatori, 180 incontri, una grande maggioranza di giovani. I costi? Li diremo tra poco, quando avremo tirato le somme delle spese di ospitalità, ma fin d´ora possiamo affermare che un bilancio ridotto all´osso è stata la condizione essenziale della rassegna, e che parecchi tra gli invitati a parlare hanno rinunciato al gettone di presenza, del resto alquanto basso».
E Zagrebelsky sottolinea: «Normalmente, per manifestazioni di questa grandezza, le amministrazioni pubbliche si rivolgono all´esterno, coinvolgono agenzie e società di consulenza. Qui invece tutto è stato fatto in casa, dal personale dell´assessorato alla cultura: li voglio ringraziare perché anche questo è un segnale incoraggiante». Poi, il messaggio politico: «Per preparare la Biennale ho fatto qualche ricerca, scoprendo che i convegni e i seminari sulla ‘crisi della democrazia´ sono stato centinaia dal dopoguerra ad oggi.
Come ha giustamente osservato Stefano Levi della Torre, la democrazia non è altro che un ‘regime del fallimento´, contiene la crisi nella sua stessa esistenza. Il nostro è un paese pienamente democratico, lo dimostrano anche iniziative come questa, in Italia i cittadini pensano e manifestano, non marciano intruppati. Poi, naturalmente, tra i nostri ideali e la realtà c´è una grande distanza da colmare: pensiamo al pluralismo dell´informazione o a un sistema educativo davvero moderno, due obiettivi per i quali c´è molto da lavorare».
Sta di fatto che per ascoltare relatori, e temi, anche assai impegnativi (come è accaduto sabato per il faccia a faccia tra Claudio Magris e Levi della Torre, oltre tre ore di confronto serrato su leggi umane e leggi divine) la gente si è accalcata davanti a teatri e altri luoghi, a caccia dell´ambita contromarca blu, la stessa che ha permesso agli organizzatori di elaborare i primi dati di bilancio sul pubblico. «E´ un fatto consolante», ammette Zagrebelsky. E La Rotella assicura che anche l´obiettivo di una kermesse perfettamente bipartisan è stato raggiunto: «A dimostrarcelo sono stati gli stessi relatori, che in tutta una serie di incontri erano stati scelti proprio per mettere a confronto esponenti di aree culturali diverse e talora contrapposte. A dialogo finito, ci hanno chiamato per esprimerci soddisfazione».
Il lavoro nelle scuole, la partecipazione delle quali è stato certamente uno degli aspetti più meritori della Biennale, continuerà fino al 2011, strettamente intrecciato a quello per festeggiare l´Unità d´Italia. Il resto è politica, nonostante ogni lodevole sforzo ecumenico, e per saperne di più bisognerà fare i conti con i risultati elettorali. http://torino.repubblica.it/dettaglio/Biennale-Democrazia-la-carica-dei-30-mila/1623985?ref=rephp
Gli enigmi della politica italiana
Marc Lazar, la Repubblica,
Silvio Berlusconi e le difficoltà della sinistra costituiscono i due grandi enigmi politici italiani. E sono al centro del recente saggio di Aldo Schiavone, L´Italia contesa (Laterza), che sta suscitando un dibattito pubblico.
Schiavone offre una serie di riflessioni stimolanti sull´Italia contemporanea, il solo Paese ad aver subìto a un tempo il grande sconvolgimento tecnologico iniziato oltre due decenni fa, e una crisi politica di vasta portata. A suo giudizio, Berlusconi è il frutto delle specificità italiane del XX secolo, e il berlusconismo un´"ideologia di transizione". Ma la vera originalità provocatoria del libro sta nel fatto che Aldo Schiavone parla di tutto questo al passato. Per lui il berlusconismo è in via di sparizione, perché si sta chiudendo il ciclo del liberismo e del declino della politica apertosi negli Anni 80, e incarnato appunto dall´attuale presidente del Consiglio. E inoltre perché dalla crisi finanziaria del 2008 e dalla susseguente crisi economica starebbe per nascere un nuovo ciclo, segnato dall´imperativo delle regole e del ritorno alla politica.
È una profezia che merita di essere discussa, innanzitutto per ragioni congiunturali: Berlusconi, come altri leader della destra – si pensi ad esempio a Sarkozy – si è immediatamente adattato alla nuova congiuntura economica, erigendosi a grande protettore di una popolazione fragile e prendendo disinvoltamente a prestito i temi cari alla sinistra. Ma anche per ragioni più profonde. Il berlusconismo è caratterizzato dalla combinazione di tre elementi: il tentativo di imporre un´egemonia culturale; la formazione di un blocco sociale, e infine la costruzione di un´alleanza politica. L´egemonia culturale trae la sua potenza dalla plasticità: lungi dall´essere univoca, confinata al liberismo, al mercato, al privato e alla violazione delle regole, associa in continuazione elementi contrari, includendo ad esempio oggi la protezione pubblica e la compassione sociale. Questa plasticità mira a coagulare le diverse componenti del vasto blocco elettorale del centro-destra, formato in larga maggioranza da cattolici praticanti, ma anche da laici: piccoli imprenditori, liberi professionisti, artigiani e commercianti da un lato, e dall´altro fasce popolari scarsamente politicizzate e a basso livello di istruzione, spaventate dalla modernizzazione, dalla globalizzazione, dall´Europa, dagli stranieri. In definitiva, il berlusconismo consiste nell´unificare le destre e una parte del centro, ieri in una coalizione e oggi nel Pdl, alleandosi al tempo stesso con la Lega. Senza dubbio il Pdl è fragile, e dipende dalle sorti del suo creatore. Eppure, oggi più che mai costituisce il partito dominante e dominatore di un bipartitismo incompleto, che approfitta pienamente della crisi della sinistra. Una crisi che a sua volta suscita molti interrogativi.
Di fatto, per molto tempo la sinistra italiana, e in particolare il Partito comunista italiano, aveva esercitato un´attrazione irresistibile sulle altre formazioni della sinistra europea, ma anche su un gran numero di intellettuali che oggi stentano a comprendere le sue attuali avversità. Sedotti dal suo fascino, hanno celebrato il suo ruolo nella Resistenza, il suo antifascismo, la sua forza politica e sociale, la sua ricchezza intellettuale, la sua indipendenza da Mosca. E hanno preferito ignorare l´impotenza politica del Pci, perennemente in minoranza alle elezioni, il suo conformismo, e a partire dagli Anni 60 anche la sua incapacità di comprendere le trasformazioni in atto nella società, la sua sordità alle aspirazioni dei giovani, la sua organizzazione autoritaria e la sua impossibilità di rompere con il sistema comunista mondiale. Tutto questo ha contribuito, insieme ad altri fattori originati dalla Dc, a bloccare il sistema politico italiano.
Alla fine degli Anni 80, la decisione di trasformarsi in Pds è stata coraggiosa e opportuna; ma ha comunque destabilizzato la sinistra italiana, resa orfana non solo dalla crisi del comunismo, ma anche da quella del socialismo. Dopo la sconfitta del 1994, nel confronto con Berlusconi, la sinistra ha avviato una manovra sagace: constatando che non avrebbe mai potuto vincere da sola, ha deciso di allearsi a una parte del centro, dapprima in una coalizione e più recentemente in seno al Pd. Ha cercato di legittimarsi prendendo le distanze da interi capitoli della sua storia, convertendosi al riformismo e dotandosi di una cultura di governo. Ma il compromesso tra ex comunisti ed ex centristi che è all´origine del Pd ha dato luogo a un consenso fiacco. E di conseguenza, il Pd trova grandissime difficoltà ad affermare un´identità, a elaborare un progetto, a estendere il suo elettorato, a costruire una strategia d´attacco, a rinnovare la sua leadership. E lascia quindi a Berlusconi un vasto campo libero.
Ma allora la sinistra è davvero, come scrive Aldo Schiavone, nella posizione migliore per cogliere le opportunità offerte dalla nuova fase storica che si sta aprendo, in quanto «dispone ancora di più conoscenze, di un pensiero più educato, di un migliore allenamento alla riflessione» (pag. 76)? In verità, forse per la sinistra è venuto il momento di chiedersi perché mai non riesca ad attrarre un maggior numero di elettori, dato che in effetti dispone di talenti molteplici. Servirebbe un po´ più di umiltà. E anche un maggiore impegno per comprendere gli sviluppi complessi e contraddittori dell´Italia di oggi; più inventiva per rispondere alle aspirazioni di rinnovamento che emanano dalla società; più audacia nell´elaborare proposte per venire incontro ai giovani, alle donne, ai lavoratori del settore privato, ai precari, agli immigrati; più creatività per una narrativa che non cerchi di far sognare, o di proporre impossibili utopie, ma conferisca un senso alla sua azione; più mordente nel confronto con l´avversario, per valorizzare la propria differenza, ad esempio sulla questione della laicità; e infine una maggiore apertura al proprio interno, per consentire ai nuovi venuti e alle giovani generazioni di ampliare l´aggiornamento e far emergere un leader.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Imbottigliare acqua minerale? Un affare che rende milionari
Giorgio Frasca Polara,
Quanti sanno che l’Italia è il primo paese in Europa per consumo d’acqua in bottiglia (196 litri a testa, costo mille volte maggiore dell’acqua che sgorga dei rubinetti e che pure è sottoposta a rigorosi controlli di qualità), e il terzo consumatore al mondo dopo Emirati Arabi e Messico? E quanti sanno che il volume di affari delle aziende che imbottigliano le acque minerali (192 fonti e 321 marche) ha raggiunto l’enorme cifra di 2,25 miliardi di euro? Ma soprattutto quanti sanno che, anche considerando i costi più alti dell’acqua – costi che variano da luogo a luogo –, l’acqua stessa incide per lo 0,6% (non è un errore: zero virgola sei) sul prezzo finale pagato dal consumatore; e che il resto se ne va per le spese d’imballaggio, di trasporto, di pubblicità?
Per Legambiente e Altreconomia, che hanno analizzato il settore in un dossier da cui sono tratti i dati che avete appena letto, il regime di completa anarchia in questo campo, con la conseguenza di spropositati guadagni delle aziende imbottigliatrici, è dovuto a due elementi. Da un canto la mancanza di una legge-quadro nazionale cui regioni e province facciano riferimento. Dall’altro canto la definizione, a livello di Conferenza delle Regioni, di criteri unitari sul calcolo del canone, sull’introduzione di una penalità per chi usa bottiglie di plastica e, per contro, di un incentivo per le aziende che tornano all’antica pratica (in uso per il latte) del vuoto e rendere del vetro: aggravio totale delle spese per poche diecine di milioni di euro a fronte dei 2,25 miliardi del giro di affari.
Nessuno, prima di questo dossier, avrebbe avuto un’idea anche pallida del caos in Italia dei regimi di sfruttamento delle acque minerali. Un esempio: la stessa acqua (pardon, la stessa risorsa idrica: ciascuna azienda rivendica che la sua acqua è più buona di quella del vicino) costa in Puglia un euro per ettaro di concessione e, attenzione!, indipendentemente dalla quantità di acqua prelevata. Mentre in Veneto costa 580 euro circa per ettaro più altri tre euro per ogni mille litri di acqua imbottigliata.
Come il Veneto, altre otto regioni (Basilicata, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sicilia e Umbria) richiedono il pagamento di un canone per la superficie in concessione e per il volume dell’acqua prelevata. Ma anche quando il canone è in funzione anche dell’acqua prelevata, il costo varia parecchio: dagli 0,3 euro per mille litri prelevati in Campania (e imbottigliati in Basilicata) ai 3 euro per la stessa quantità d’acqua sfruttata in Veneto. Per contro, come la Puglia altre sei regioni (Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Molise e Sardegna) più la Provincia di Trento fanno pagare solo la concessione. Ma poi ci sono anche altre variazioni sul tema: l’Abruzzo applica un sistema a forfait annuo, la Provincia di Bolzano determina il canone in base alla portata media della concessione,
Le novità positive sono segnalate, al momento, solo in due regioni: la Toscana e la Valle d’Aosta. In Toscana è in corso di pubblicazione (salvo intervento del commissario di governo) una nuova legge che può servire da indicazione alle altre regioni, ammesso che le società imbottigliatrici non mettano i bastoni tra le ruote. In base dunque alle nuove norme i canoni saranno calcolati in funzione dei metri cubi imbottigliati. Misura analoga in Valle d’Aosta: dall’anno prossimo la concessione costerà 1,5 euro per metro cubo d’acqua imbottigliata.
Ma resta la questione principale: perché l’Italia è così forte consumatrice di acque minerali? Non c’è una ragione igienica. Non c’è una ragione di mancanza di sufficiente acqua potabile, tranne che in alcune stagioni e solo in alcune aree del Mezzogiorno. C’è invece una potente, ossessiva ragione: la martellante campagna pubblicitaria e gli interessati suggerimenti dei ristoratori che inducono i consumatori a spendere cifre enormi. Per un bicchiere d’acqua… http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2653&id_titoli_primo_piano=1
Questa settimana ho visto cose che voi umani non potreste immaginare. Ho visto con i miei occhi deputate in lacrime, ma non per il terremoto. Con il rimmel colato alle guance, piangevano per essere state candidate alle Europee: non di gioia, naturalmente, ma di disperazione. Mi metto nei loro panni, e mi sarei preoccupato anch’io: prendere le preferenze per le Europee non è uno scherzo – lo scrivevo anche a David Sassoli, che comunque da capolista del Pd al Centro farà meno fatica – e si corre il rischio di una figuraccia atroce. Ce le vedete, le mie giovani colleghe del Pdl, combattere voto a voto contro i vecchi marpioni della clientela, messi in lista dieci posti più in basso di loro ma mille volte più radicati? Oltre tutto, senza avere nulla da guadagnare – i parlamentari italiani, infatti, non sono eleggibili a Strasburgo – e moltissimo da perdere: come se Berlusconi avesse fatto pagare loro, con un anno di ritardo, il grande regalo di essere elette alla Camera. Oppure (sostiene la tesi buonista, diffusa negli ambienti di Centrodestra), come se avesse deciso di buttarle nella mischia per svezzarle alla politica vera, ma senza far rischiare loro nulla, visto che un pezzo di pane da Montecitorio lo portano a casa lo stesso. Comunque sia, quello che accade dall’altra parte dell’emiciclo è veramente roba di un altro pianeta. Un mio conoscente, interno a Forza Italia, mi diceva l’anno scorso del listino con cui Silvio si era presentato dai compilatori delle liste, a giochi ormai fatti: tutte donne, giovani e carine, aspiranti attrici o no, da piazzare comunque al posto di qualcun altro. Ci fu una mezza rivolta e parecchie rimasero fuori. Eccole qui, ho pensato, quando ho letto alcuni nomi sui giornali: quella del Grande fratello, l’attrice da due pose di fiction, l’annunciatrice, le gemelle dell’Isola dei famosi (ma non ci credo finché non le vedo)… Ma quello che mi ha più urtato, lo dico sinceramente, è stato il commento di alcuni giornali filogovernativi, che – come si dice a Roma – l’hanno buttata in caciara: Italia oggi, letta ieri sul treno, sosteneva che, se Franceschini chiama Sassoli e Berlusconi candida la rossa del Grande fratello, non c’è nessuna differenza. Mi sono arrabbiato molto, moltissimo. Perché anch’io, l’anno scorso, facevo parte della quota nani e ballerine, e – pur essendo consapevole che, se non avessi condotto “A sua immagine”, non avrei avuto nessuna possibilità di finire in Parlamento – non avevo niente a che vedere con gli uni, né con le altre. Mi disse una volta un dirigente Rai che, mentre qualche anno fa le donne dei politici ricevevano in regalo appartamenti, oggi al posto dell’appartamento c’è spesso un contratto televisivo. Non aveva ancora letto le candidature del Pdl per le prossime Europee.http://andreasarubbi.wordpress.com/
Ne combinano più d’una al giorno ed è difficile tenere il ritmo. L’avvocato Stefano Palmisano, che insieme a Franz ho avuto l’onore di conoscere durante il nostro viaggio in Puglia, mi ha inviato questo promemoria sulla cosiddetta norma “salva-manager”, in tema di “sicurezza sul lavoro”.
Finalmente!
All’esito, evidentemente, di una serrata indagine conoscitiva sul drammatico fenomeno degli infortuni sul lavoro, o “morti bianche” che dir si voglia, il Governo della Sicurezza, con mossa tanto acuta legislativamente quanto coraggiosa politicamente, ha individuato le cause ed i responsabili reali dello stesso fenomeno e ha approntato, di conseguenza, una griglia normativa e, in specie, sanzionatoria atta ad estirparlo una volta per tutte, a mezzo anzitutto di esemplari pene previste per i predetti principali colpevoli delle criminali condotte in questione.
Infatti, in sede di “Schema ufficiale di decreto di modifica al D. Lvo 81\08” (c.d. “correttivo” del Testo unico sulla sicurezza), all’art. 10 bis si legge: “Dopo l’art. 14 del decreto è aggiunto il seguente: ‘Articolo 15 bis’ (Obbligo di impedimento) 1) Nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro il non impedire l’evento equivale a cagionarlo alle seguenti condizioni: …. d) che l’evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli artt. 56, 57, 58, 59 e 60 del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate.”
E’ evidente, pertanto, che per il governo i soggetti a cui “l’evento” va imputato in prima battuta sono quelli di cui agli artt. 56, 57, 58, 59 e 60; solo laddove “l’evento non sia imputabile” a costoro, vengono in rilievo i “datori di lavoro ed i dirigenti”, ossia i soggetti di cui all’art. 55 T.U.
Se ne ricava, pianamente, che per gli autori di questa proposta di riforma, i responsabili principali di questo peculiare tipo di “evento” sono i soggetti di cui agli artt. 56, 57….
E’ d’uopo, pertanto, verificare chi siano questi ignobili figuri, colpevoli della più sistematica e inarrestabile mattanza che si registra in questa società, finalmente smascherati dalla perspicua opera investigativo – correttiva dell’Esecutivo della Sicurezza: nell’ordine, “il preposto” (art. 56), “i progettisti, i fabbricanti, i fornitori e gli installatori” (art. 57); “il medico competente” (art. 58), ma, soprattutto, “i lavoratori” (art. 59).
Quest’ultima, in particolare, si palesa come la più geniale delle intuizioni governative: coloro che, nella vulgata qualunquistica e\o ideologica, sono considerati come le vittime, ossia i lavoratori, sono in realtà i primi colpevoli. Praticamente i carnefici di se stessi.
D’altronde, è principio elementare in criminologia quello per cui non v’è vittima che non contribuisca in qualche modo al proprio processo di vittimizzazione.
Non è un caso, in tal senso, che il testo in questione porti la firma sostanziale di quel fine giurista che risponde al nome del ministro Maurizio Sacconi, quello per il quale questa norma, comunque, non sarebbe destinata, in alcun modo, ad incidere sul processo Thyssen, come avevano congetturato “interpretazioni capziose e malevole”, poiché nel processo in questione “c’è un solidissimo impianto accusatorio”. (Repubblica on line del 21 aprile)
Con tutto il rispetto che si deve ad una formazione penalistica di tale enciclopedica levatura, ci si permette umilmente di ricordare al preclaro giureconsulto che ci occupa che quando, durante un processo, si verifica una sostanziale depenalizzazione (come, per molti versi, potrebbe ben esser qualificata quella in esame) del reato per cui si procede, anche l’impianto accusatorio più solido è fatalmente destinato ad esser vanificato a monte (per non ricorrere a metafore più colorite), poiché il fatto non è (più) previsto dalla legge come reato.
E, purtroppo per la tenuta dello stesso bagaglio penalistico del Ministro, neanche risulta particolarmente risolutiva la sua ulteriore acuta intuizione difensiva della sua riforma, per la quale “con il processo Thyssen questo testo non c’entra niente” poiché “in quel caso l’ipotesi è omidicio doloso.” (ibidem).
Infatti, l’ipotesi è omicidio doloso, ossia la prospettazione accusatoria, quella formulata dal P.M., ma, alla stregua dei principi fondamentali del nostro ordinamento (vd. art. 521 c.p.p.), la Corte d’assise ben potrebbe derubricare quell’ipotesi in quella, ordinaria in questi casi, di omicidio colposo; ed, in tal caso, la peculiarissima causa di non punibilità istituita dall’art. 15 bis riprenderebbe pienamente il suo vigore, con probabili effetti processuali assolutamente memorabili.
Secondo il Ministro Sacconi, definirla “norma salva manager” è “infamante” e, a dimostrazione della sua sincerità, si è dichiarato pronto (anche perché spinto in tal direzione da una reazione non proprio entusiastica dei parenti delle vittime della Thyssen e di alcuni sindacati ancora non del tutto ingialliti, nonché dallo stesso Capo dello Stato) “a riscrivere il testo”.
Non v’è ragione per non credere ai proponimenti del Ministro. Quella norma deve esser “riscritta”, per così dire. In modo radicale.
Se non lo fosse, infatti, finirebbero per aver ragione proprio quelle “interpretazioni capziose e malevole”, tra cui ci piace ricordare, per icasticità qualificativa e, al contempo, correttezza tecnico – giuridica, quella di Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, che ha definito l’istituendo art. 15 bis “un’altra porcata”.
1.
Mi piace pensare all’antica, e credere che un partito nasca attorno a un’idea, per sostenerla e farla vincere. Di un partito nato senza idee, e che si siede a tavolino per cercarne qualcuna che gli permetta di sopravvivere, posso solo pensare non sia un partito, ma una casamatta di disperati che vogliono solo difendere la loro posizione.
2.
Il berlusconismo non mi preoccupa più. Quello che mi preoccupa è la fine dell’antiberlusconismo. Si tratta Berlusconi come un qualsiasi avversario politico e lo si attacca per la sua incapacità di governare, non più per la sua impossibilità. Quindici anni fa c’era gente che urlava che una nazione non può essere governata da chi ha un controllo così ampio dei mezzi di informazione, oggi non lo sussurra più nessuno. Va bene, non è servito a niente urlarlo, ma il principio non è venuto meno, e dopo quindici anni io sto ancora qui a pensare che chi ha un controllo così ampio dei mezzi di informazione non può governare. Ma mi sembra di essere rimasto da solo.
3.
Chiunque, qui in Germania, si senta raccontare che qualcuno in Italia sta pubblicizzando l’idea dell’omosessualità come una malattia da cui guarire, e lo sta facendo da un palcoscenico così popolare come quello di Sanremo, inorridisce e pensa all’Iran. Voialtri italiani pensate solo alla possibilità di cantare a Sanremo della felicità di un africano che ha scoperto di poter acquisire colore e tratti caucasici, poi mi venite a fare il discorsetto sulla libertà di opinione.
4.
Klaus Zumwinkel, ex direttore delle poste tedesche, condannato in passato per frode fiscale, lascia la Germania e si trasferisce in Italia, sul lago di Garda. Quando si parla di patria morale. (via Ale)
5.
La Szene frocia di Francoforte è come quella di Napoli: tutti conoscono tutti, e quindi spettegolano di tutti, ma soprattutto hanno scopato con tutti.
6.
Ma io mi ricordo di un tempo in cui i supermercati tedeschi erano pieni zeppi di prodotti italiani. Ora trovatemi in Germania un olio di oliva italiano che non sia Bertolli, che appartiene alla Unilever, e quindi non è italiano. Gli scaffali di Rewe, TeGut e Tengelmann invece sono pieni di oli di oliva spagnoli.
7.
Oggi ho scoperto che i verbi tedeschi überreden e überzeugen non sono sinonimi come credevo. Il primo significa “convincere” nel senso di far cambiare idea, il secondo significa “convincere” nel senso di persuadere qualcuno a fare qualcosa, ma senza convincerlo che quella cosa sia giusta. E ho scoperto anche che qui in Germania io sono facilmente überzeugbar, convincibile (nella seconda accezione), perché pretendo di perseverare nell’abitudine di articolare le mie convinzioni con una dialettica estenuante, ma in una lingua che non è la mia, e quindi getto subito la spugna. Finché non apprendo finalmente un minimo di capacità di sintesi, in tedesco è possibile persuadermi a fare qualsiasi cosa. Inquietante.
8.
Esattamente metà del mio stipendio lordo se ne va in tasse, e ne sono contentissimo: torna tutto indietro sottoforma di servizi pubblici che voialtri italiani non riuscireste neanche a immaginare.
9.
Oggi a Francoforte -7 gradi. Arrivato in ufficio, ho dovuto attendere di riconquistare la mobilità delle dita prima di poter usare la tastiera.http://totentanz.wordpress.com/page/3/
Il vostro affezionatissimo, oggi, è su l'Unità, a proposito di kebab, leggi discriminatorie e responsabilità del Pd. Correte in edicola...
Quel pasticciaccio brutto della legge anti-kebab della Lombardia è molto istruttivo. Ci parla dello stato in cui versa il dibattito politico nella regione più ‘avanzata’ del Paese e della bassissima cucina politica ed elettorale che riguarda l’immigrazione in Italia. Ora, a qualche giorno dalla sua approvazione, Lega e Pdl (il secondo sempre a ruota della prima, e non solo su questi temi) negano che ci siano un particolare accanimento e una reale volontà di penalizzazione nei confronti dei kebab e di chi li produce. Non possiamo però dimenticare che la Lega presentò, qualche mese fa, un progetto di legge per tenere lontani i kebab dai centri storici, in quanto elementi di degrado tout court. E non possiamo nemmeno esimerci dal ricordare che un’iniziativa dello stesso segno ha portato alla chiusura la metà dei phone center della regione, proprio quei centri di telefonia fissa (così si chiamano nel linguaggio della burocrazia) in cui gli stranieri vanno a telefonare a casa, per tenersi in collegamento e in relazione con le proprie famiglie. Quella contro gli artigiani è, insomma, l’ennesima legge-propaganda contro gli immigrati voluta dalla maggioranza che governa la regione e il Paese. Si tratta ormai di un vero e proprio “genere letterario”: perché oltre ai phone center, negli anni scorsi, ne hanno approvate altre, di leggi discriminatorie, peraltro tutte bocciate dal Tar ovvero dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale: dalle “case solo ai lombardi” alle norme restrittive sui luoghi di culto, fino ai non meno odiosi limiti introdotti nella concessione degli abbonamenti ai mezzi pubblici. Per non parlare, a livello comunale, del proliferare di ordinanze anti-stranieri: tutte iniziative inutili e costose che fanno perdere di vista i veri problemi dell’integrazione e della sicurezza. Mentre il mondo cambia (e c’è la crisi), Regione Lombardia legifera contro gelati e kebab, creando tensioni anche laddove non ci sono, offrendo l’immagine di una società perennemente in conflitto e senza offrire soluzioni concrete a problemi reali e più urgenti. È venuto il momento che il Pd, alla ricerca di un profilo e di un’identità, come ha ricordato Luigi Manconi nel suo ultimo libro, offra una propria lettura dell’immigrazione e della costruzione di una società dei molti e non dei pochi, in cui il diverso e l’altro siano vissuti come un’opportunità e come un momento di crescita collettiva. Che ci investa politicamente, con costanza e con serietà. Oltre a dire con forza ‘basta’ alle modalità con cui Lega e Pdl piegano le istituzioni alle loro convenienze elettorali, dobbiamo dire e fare qualcosa. E qualcuno se ne deve finalmente incaricare. A viso aperto e senza paura. Se saremo determinati e convinti, il tempo ci darà ragione. http://www.civati.splinder.com/
Fra cinquant'anni, quando i figli dei vostri nipoti leggeranno sui libri di storia il capitolo (speriamo sarà solo un paragrafo) relativo al "berlusconismo", il testo parlerà di tante cose. Tuttavia, con ogni probabilità, non si parlerà di Gabriella Carlucci. Ed è un vero peccato, credetemi, perché Gabriella Carlucci incarna l'aspetto migliore del berlusconismo. Oserei anzi dire che Gabriella Carlucci è la crema del berlusconismo.
Questa donna (e chiedo scusa per l'associazione, ma effettivamente è donna) infatti ne ha già compiute di ogni per farsi ricordare come la più grande collezionista di violente figure di merde della Storia dal Pleistocene a oggi. Però, stoica, continua a occuparsi con grande abnegazione di argomenti di cui non capisce nulla nel modo più assoluto. Il bello di Gabriella Carlucci, è che lei però lo fa sempre con rispetto verso il proprio interlocutore, come dimostra questo scambio con il giornalista dell'Espresso Alessandro Gilioli, avvenuto lo scorso 23 aprile in Parlamento.
Alle obiezioni del povero Alessandro Gilioli, che era stato condannato per non so quale tremendo crimine a cercare di spiegare cosa fosse Internet al cervello della signora Carlucci (dovrebbero essercene tracce sotto la folta capigliatura, ma forse le troppe tinture lo hanno fatto sublimare), la signora risponde “mi auguro che suo figlio venga intercettato dai pedofili non appena avrà accesso a facebook”.
Lo so che bisogna ridurre i costi della politica, ma una distribuzione mirata di benzodiazepine alla Camera sarebbe molto opportuna. Io non ho capito com’è che la mandano in giro. No davvero, non è questione di destra o di sinistra, è questione di Tso.
Va beh.
Ecco, il berlusconismo è anche e soprattutto questo: l'aver portato una masnada di zoccole, ballerine, letterine, pompinare, fintattrici e presentatrici all'interno delle istituzioni della Repubblica e di aver dato loro in mano la cloche del finto potere. Una cloche che, nonostante la forma familiare, non sono in grado di utilizzare in nessuna maniera, facendo precipitare il livello del Parlamento italiano verso fondali mai raggiunti prima nella Storia.
Meno male che Gabriella c'è. http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/
Salam Fayyad ha reagito duramente, ieri, dopo le ultime indiscrezioni sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania. L'ampliamento di Maale Adumim potrebbe causare "un'esplosione", ha detto il primo ministro di Ramallah, molto amato dagli occidentali. E Maale Adumim è un posto geograficamente e strategicamente importante, alla periferia di Gerusalemme. Dichiarato "municipio" dalle autorità israeliane, Maale Adumim è una colonia costruita in cima a una collina, sulla direttrice per Ramallah, lungo la strada che porta a Gerico. Ci abitano decine di migliaia di persone, e ora è uscita la notizia di un ampliamento verso il piccolo insediamento di Qedar. Una politica, quella degli ampliamenti, che è visibile a occhio nudo, a Maale Adumim, e più giù, lungo la strada che porta a Gerico e al Mar Morto. E poi a Har Homa, di fronte a betlemme. E poi su a nord, verso Nablus...
In compenso, gli ordini di demolizione di case palestinesi dentro Gerusalemme si susseguono. I giornali palestinesi hanno fatto anche la conta. "La municipalità di Gerusalemme ha emanato ordini di demolizione per 30 case in numerosi quartieri di Geruslaemme, inclusi ordine di demolizione in un palazzo residenziale di 16 appartamenti a Beit Hanina abitati da più di 100 palestinesi", scrive per esempio il quotidiano Al Quds. "La municipalità ha inoltre emanato ordini di demolizione per case paalestinesi a Jabal al-Mukkaber, Esawieh and Shu’fat. Con questi nuovi ordini, il numero totale di case minacciate di essere demolite dall'inizio del 2009 è salito a 1052"http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
La crisi irlandese è uno specchio dal quale bisogna imparare
PAUL KRUGMAN Clarin
Qual'è la peggiore prospettiva per l'economia mondiale? chiese il mio interlocutore. Soltanto il giorno dopo mi è venuta in mente la risposta corretta. "Gli Stati Uniti potrebbero diventare l'Irlanda".
L'aspetto negativo è che il governo irlandese pronostica che quest'anno il PBI cadrà di un 10%, e con questo attraverserebbe la linea che si usa per differenziare una recessione da una depressione.
Ma c'è qualcos' altro: per soddisfare i nervosi usurai.
L'Irlanda è obbligata ad aumentare le tasse e a ribassare drasticamente la spesa governativa alla luce della depressione economica. Ed è questa riduzione di possibilità di scelte che temo potrebbe succedere anche a noi.
Come ha fatto l'Irlanda ad arrivare nella situazione in cui si trova oggi? Essendo come noi, ma di più. Allo stesso modo dell'Islanda, l'Irlanda si è buttata nel mondo dei mercati globali non controllati. Nel 2008, la Fondazione Heritage aveva dichiarato all'Irlanda come la terza economia più libera del mondo, dopo Hong Konk e Singapore.
Una parte dell'economia irlandese che si diventata particolarmente libera è stata quella del settore bancario, ed ha usato quella libertà per finanziare una mostruosa bolla immobiliare.
Dopo, la bolla è esplosa.
Il collasso dell'edilizia ha fatto sì che l'economia andasse giù mentre i prezzi deboli delle abitazioni lasciavano molta gente con un debito molto superiore al valore delle loro case. Il risultato, allo stesso modo negli Usa, è stato una crescente ondata di defaults e di forti perdite per le banche.
Per la crisi, l'Irlanda ha annunciato un piano per comprare molti degli attivi tossici delle banche mentre aumentava le tasse e ritagliava la spesa per tranquillizzare agli usurai.
Sta facendo la cosa giusta?
Molti esperti irlandesi hanno criticato questo piano delle banche. Ma in ciò in cui c'è un maggiore disaccordo è nella necessità di austerità fiscale. Sembra che l'unica opzione per l'Irlanda è quella di confidare nel recupero che arriva dall'estero, quando il resto del mondo si riprende.
Per adesso, gli Stati Uniti, non hanno un corset fiscale tipo quello irlandese.
I mercati finanziari ancora considerano il debito degli Usa più sicuro di qualsiasi altra cosa.
Ma potrebbe anche non esserlo.
Nessuno vuole, come l'Irlanda, dover castigare la propria economia per salvare alle banche.
Con quasi il 50 per cento dei voti, Rafael Correa è stato confermato alla presidenza dell’Ecuador. I suoi più diretti concorrenti, l’ex presidente Lucio Gutierrez e il miliardario Alvaro Noboa si sono fermati rispettivamente al 30 e all’11,6 per cento dei voti espressi. Con la nuova vittoria, Correa si è assicurato la presidenza del paese andino fino al 2013. Il voto del 26 aprile è stato deciso per rinnovare le principali cariche esecutive del paese dopo l’approvazione della nuova costituzione, voluta dal governo del presidente Correa per ridisegnare in senso pluralista e più democratico l’architettura istituzionale ecuadoriana. Fra le altre cose, la nuova costituzione prevede che il presidente venga eletto al primo turno anche con meno del 51 per cento dei voti, se però ha almeno il 40 per cento dei suffragi e un distacco di almeno 10 punti rispetto al secondo classificato. Oltre al presidente, i cittadini ecuadoriani hanno eletto i membri della nuova assemblea nazionale e rinnovato i governi locali.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17277
DITTATURA: OLTRE 300.000 SOTTOSCRIZIONI CONTRO LA LEGGE DI AMNISTIA
“Riflettiamo il sentimento di una vasta maggioranza di uruguayani che sostengono la democrazia, di una mobilitazione cittadina che si è elevata oltre i partiti politici per promuovere una causa nazionale contro l’impunità, la tortura e il terrorismo di stato”. Il sindacalista Luis Puig ha consegnato con queste parole al parlamento di Montevideo oltre 330.000 firme raccolte dal Coordinamento per l’annullamento della ‘Ley de Caducidad’, con cui furono evitati i processi ai militari e ai poliziotti accusati di violazioni dei diritti umani durante la dittatura (1973-1985). “L’Uruguay deve costruire un nuovo modello in base a valori e principi in cui la giustizia sia un elemento essenziale e non negoziabile di fronte a crimini di lesa umanità” gli ha fatto eco l’avvocato esperto in diritti umani Oscar López Goldaracena, alla presenza di un migliaio di persone, tra legislatori, parenti delle vittime del regime, attivisti. Oggi la Corte elettorale comincerà l’esame delle firme: se saranno giudicate valide, la ‘Ley de Caducidad’ verrà sottoposta a un nuovo referendum in programma il 25 ottobre, in concomitanza con le elezioni presidenziali. Approvata nel 1986 e ratificata da una prima consultazione popolare nel 1989, la legge di amnistia è stata giudicata di recente “incostituzionale” da governo e parlamento perché viola l’articolo 8 della Costituzione che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. “Il popolo uruguayano non si merita una legge di impunità come quella che abbiamo. Spero con forza che venga annullata” aveva detto la scorsa settimana il presidente Tabaré Vázquez, primo capo di stato di sinistra nella storia del paese eletto nel 2004; il suo governo aveva già escluso alcuni casi di ‘desaparecidos’ dalla copertura della legge di amnistia, consentendo l’apertura di inchieste nei confronti di nove ex-militari, degli ex-dittatori Gregorio Alvarez (1981-1985), Juan Maria Bordaberry (1973-1976) e dell’ex-ministro degli Esteri Juan Carlos Blanco.
[FB]
I colloqui di Bonn sul clima hanno evidenziato posizioni distanti tra la quasi totalità dei paesi industrializzati, con obblighi di riduzione vincolanti, e i paesi in via di sviluppo che vogliono evitare di ripartire le responsabilità globali. Il dopo-Kyoto si fa allora più difficile. Il resoconto per Qualenergia.it di Leonardo Massai.
Mercoledì 8 aprile poco prima della mezzanotte si sono chiusi a Bonn i lavori dei gruppi di lavoro incaricati di definire il futuro del regime internazionale sui cambiamenti climatici, rispettivamente quinta sessione del gruppo relativo alla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici (Working Group on Long-term Cooperative Action – AWG LCA) e settima sessione del gruppo relativo al protocollo di Kyoto (Working Group on the Kyoto Protocol – AWG KP). Ne avevamo illustrato l'andamento in un nostro precedente articolo.
Il summit, il primo di una lunga serie che nel 2009 accompagneranno migliaia di delegati a Copenhagen in dicembre per risolvere il dilemma del futuro della lotta internazionale al riscaldamento globale, aveva come obiettivo principale la preparazione delle prime bozze di emendamento e modifica delle regole attuali in vigore fino al 2012.
Il risultato della riunione di Bonn è rappresentato dall’adozione di una serie di conclusioni che in molti casi evitano di concentrarsi sui temi più delicati e spostano il problema a giugno 2009, quando la prossima riunione degli organi sussidiari della Convenzione prevista a Bonn dall’1 al 12 dovrà pronunciarsi definitivamente almeno sulle proposte di emendamento del protocollo di Kyoto. In base alle regole attuali, infatti, le Parti del Protocollo di Kyoto devono presentare al segretariato della Convenzione eventuali proposte di emendamento almeno sei mesi prima della riunione della Conferenza delle Parti (dicembre 2009).
Dei molti temi in discussione a Bonn, due in particolare sono le questioni più controverse emerse. Da una parte le questioni giuridiche relative a possibili emendamenti delle regole e degli obblighi di riduzione attuali in visione futura. A tale riguardo le conclusioni adottate dalle parti in riunione plenaria rappresentano un perfetto cocktail di insoddisfazione per tutti – balance of unhappiness come indicato dal parole del presidente di commissione. Dall’altra, le questioni legate ai nuovi obblighi vincolanti di riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra per i paesi industrializzati.
In questo ambito, il quadro che emerge dalla sessione di Bonn appena conclusa è quello di una divisione netta e chiara tra la quasi totalità dei cosiddetti paesi allegato I (paesi industrializzati) con obblighi di riduzione vincolanti nell’ambito del protocollo di Kyoto e i paesi in via di sviluppo (non allegato I).
Il cavillo giuridico alla base di tale divisione è rappresentato dalla diversa interpretazione del mandato (articolo 3.9 del protocollo di Kyoto) e degli obiettivi perseguiti dal gruppo di lavoro sul protocollo di Kyoto. Un mandato chiaro e preciso secondo i primi; ossia modificare l’allegato B del protocollo di Kyoto contenente gli obblighi quantificati di riduzione e limitazione e definire i periodi futuri di adempimento. Un mandato da interpretare in maniera più ampia secondo gli altri; ossia un obbligo non scritto di garantire convergenza e coerenza tra i due gruppi di lavoro (Convenzione e protocollo) finalizzato all’adozione di un unico accordo globale a Copenhagen.
In altre parole, i paesi in via di sviluppo puntano all’adozione di obblighi vincolanti chiari e precisi nei confronti dei paesi industrializzati anche per il periodo post-2012. Inoltre, alcuni paesi non industrializzati come Cina, India e Brasile non vogliono assolutamente mettere in discussione il loro status di paesi in via di sviluppo ovvero mischiare e confondere le discussioni e i negoziati nell’ambito del protocollo con quelli legati alla convenzione. L’obiettivo è quello di evitare di essere coinvolti nella definizione di una nuova ripartizione delle responsabilità che inevitabilmente comporterebbe obblighi anche per tali paesi.
Al contrario, per la maggior parte dei paesi industrializzati è fondamentale unire i due livelli di negoziato al fine di poter condividere anche con nuovi attori il peso della lotta internazionale al riscaldamento globale. Tra i paesi più combattivi nei due schieramenti, da segnalare Bolivia, Sudan, Sud Africa, Botswana, Alleanza delle Piccole Isole, Bangladesh, Gruppo dei Paesi Africani, India, Cina, Indonesia, Corea, Filippine per i paesi in via di sviluppo; e Giappone, Canada, Australia, Federazione Russa, Nuova Zelanda, Croazia, Turchia, Ucraina per i paesi industrializzati. Nel mezzo, almeno ufficialmente, la posizione dell’Unione europea, che, al contrario di molti altri paesi allegato I ha già indicato espressamente i propri obblighi di riduzione interni (-20% al 2020 e -30% al 2020 nel caso un soddisfacente accordo internazionale venga concluso a Copenhagen).
Il quadro e le relazioni tra i paesi coinvolti nel negoziato è in realtà molto meno definito e netto di come sembra, e questo è dovuto principalmente alle enormi divisioni all’interno del gruppo dei paesi in via di sviluppo. Il cosiddetto gruppo dei 77 e Cina include tra le sua fila paesi che in termini di emissioni di gas ad effetto serra e tasso di sviluppo niente hanno da invidiare ai maggiori paesi occidentali. Su tutti, Cina, India e Brasile. E soprattutto, include alcuni paesi OPEC detentori di importanti risorse petrolifere: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti. La tattica sembra essere sempre la stessa: aspettare le mosse dell’avversario e usare ogni tipo di espediente per ritardare ogni tipo di assunzione di responsabilità presenti, passate e future nella lotta ai cambiamenti climatici.
Lo stallo di Bonn sembra iniziare ad impensierire i delegati e il segretariato della Convenzione. Per la prima volta, in maniera piuttosto informale, sono infatti emersi i primi malumori e riferimenti al risultato finale di questo processo, ossia l’accordo da conseguire a Copenhagen nel dicembre 2009.
Di questo si tratta e si discute: creare le premesse e gettare le basi per decisioni importanti finalizzate a ridurre le emissioni climalteranti a livello mondiale. A tale riguardo, alcune delegazioni dei paesi in via di sviluppo hanno denunciano più volte e in maniera indiretta anche nella sessione plenaria finale, un clima negoziale sbagliato, un clima del prendere o lasciare, un clima dove si è messi con le spalle al muro. Critiche appoggiate da molte altre delegazioni, tra cui, abbastanza sorprendentemente, Unione europea e Arabia Saudita.
In questa situazione, uno dei contrasti più aspri è quello tra Giappone e Cina. Secondo la delegazione giapponese lo scopo del gruppo di lavoro sul protocollo di Kyoto è quello di garantire coerenza e coesione e un collegamento diretto con i lavori della Convenzione, che ricordiamolo ancora una volta, si differenzia dal protocollo per il suo carattere non vincolante. Per il Giappone un nuovo accordo globale che comprenda una ridefinizione degli attori e degli obblighi è fondamentale, così come il bisogno di includere tutti i paesi più importanti in questa grande famiglia. A tale riguardo, la delegazione giapponese ha più volte espresso seri dubbi sui lenti progressi del gruppo di lavoro sul protocollo di Kyoto che rischiano di minare il risultato finale di Copenhagen. Al contrario, la Cina si è dichiarata assolutamente delusa delle conclusioni adottate nell’ambito di un gruppo di lavoro il cui mandato è talmente chiaro e inequivocabile da non meritare una lunga discussione – estreme disappointment for a conclusion of no conclusion.
La delegazione cinese ha espressamente denunciato il tentativo da parti di alcuni paesi industrializzati di collegare deliberatamente i due processi negoziali al fine di ritardare decisioni concrete. La convergenza tra i negoziati del protocollo con i negoziati della Convenzione è assolutamente inaccettabile per i cinesi che hanno invitato i paesi allegato I ad un maggiore realismo. Un realismo che secondo Pechino vede i maggiori paesi occidentali continuare ad ignorare le proprie responsabilità storiche ed evitare di assumere la leadership in questo processo.
Al quarto anno di negoziato per il post-2012 molte parti si sarebbero aspettate di vedere nelle conclusioni della riunione di Bonn i primi timidi numeri in termini di riduzioni aggregata e individuale delle emissioni dei gas climalteranti da parte dei paesi industrializzati. In realtà, tali numeri erano stati presentati da alcuni paesi in via di sviluppo, ma è mancato il consenso delle parti a tale riguardo. Noi, comunque, li ricordiamo: una riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra dei paesi allegato I in aggregato di almeno 45% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 e almeno il 95% entro il 2050.
La richiesta avanzata dall’amministrazione Obama al Congresso di emendare la legge che concede finanziamenti federali ai palestinesi, in modo che essi possano riceverli anche se formano un coalizione unitaria di governo insieme ad Hamas, è un passo di notevole rilievo.
Ancora nei giorni scorsi Hillary Clinton aveva ribadito che ogni finanziamento per la ricostruzione di Gaza (lo stanziamento annunciato dagli Usa è di 900 milioni di dollari) era vincolato al fatto che ne restasse esclusa ogni partecipazione di Hamas, a meno che l’organizzazione islamica non accettasse le tre condizioni poste dal Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu) con la richiesta di riconoscere Israele, di rinunciare alla violenza e di accettare gli accordi precedentemente firmati dall’Olp. Queste condizioni, che erano state dettate subito dopo la vittoria di Hamas alle elezioni del gennaio 2006, gli hanno steso un cordone sanitario intorno, e hanno di fatto impedito il consolidamento del governo di unità nazionale nato nel febbraio 2007, in seguito agli accordi raggiunti alla Mecca tra Fatah e Hamas, sotto il patrocinio dell’Arabia Saudita. segue dalla prima E sono state anche tra le motivazioni che hanno spinto Hamas al colpo di forza militare del giugno successivo, con la estromissione degli uomini fedeli ad Abu Mazen dalla Striscia.
In questi anni, tuttavia, la comunità internazionale è andata convincendosi che non si può prescindere da un rapporto con Hamas, se si vuole coinvolgere l’intero movimento palestinese nel processo negoziale. Segnali di apertura sono venuti dai massimi esponenti del governo francese, che hanno accennato alla possibilità di attenuare alcune di tali condizioni, in particolare quella sul riconoscimento di Israele, attraverso un richiamo al Piano arabo del 2002, che prevede il riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi se Israele restituisce i territori arabi occupati, e accetta la creazione di uno stato palestinese. Un riconoscimento, quindi, da prevedere al termine del processo negoziale e non come sua pregiudiziale.
Molti, ancora, come le dieci personalità statunitensi che hanno recentemente trasmesso un importante documento a Obama, si richiamano alle modalità previste dall’accordo della Mecca, che affidavano a Abu Mazen il mandato di portare a termine il negoziato sul final status, da sottoporre poi a referendum in caso di conclusione positiva.
D’altronde, la stessa risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, relativa alla recente guerra di Gaza, esprime appoggio ai tentativi egiziani di favorire una riconciliazione interpalestinese e la formazione di un governo di unità nazionale, senza fare alcun accenno alle tre condizioni.
Molto significativa la difesa che la Clinton ha fatto della nuova proposta, dicendo che gli Stati Uniti hanno continuato a finanziare altri governi in cui sono inclusi gruppi definiti come terroristi, incluso l’esecutivo libanese che comprende rappresentanti di Hezbollah.
Sembrerebbe quindi che si tratti di un nuovo significativo passo di Obama, di cui sicuramente il presidente potrà parlare con Netanyahu in occasione della prossima visita, a metà maggio, del premier israeliano alla Casa Bianca.
Parla all’America con video di YouTube, raccoglie domande in inediti forum online alla Casa Bianca, diffonde foto ufficiali assai poco istituzionali, e tempesta gli americani con sms, mail e ogni altro strumento che permetta di stare in contatto 24 ore su 24. In 100 giorni, Barack Obama ha tenuto a battesimo una versione 2.0 della presidenza degli Stati Uniti, con iniziative che segnano gia’ una rivoluzione sul piano dell’immagine e della comunicazione.
Sulla scia di quello che avevano gia’ fatto con successo in campagna elettorale, Obama e il suo team hanno impresso alla presidenza l’aspetto di un ’social network’. Nell’epoca internettiana della condivisione e delle comunita’, il 44mo presidente americano ha virtualmente aperto le porte dello Studio Ovale all’opinione pubblica, spesso rompendo gli schemi delle tradizioni di comunicazione della Casa Bianca. E mettendo a segno, anche in questo, una serie di primati. […]
Obama e’ il primo presidente in carica a essersi seduto nel salotto di un comico Tv, Jay Leno, per cercare di ‘vendere’ con un sorriso il proprio piano economico. E’ il primo ad aver organizzato alla Casa Bianca un town hall meeting (un’assemblea popolare tipica del sistema politico americano) tutto gestito sul web, rispondendo in diretta alle domande arrivate dagli utenti della Rete. E neppure l’ex vicepresidente Al Gore, che si mise nei guai anni fa sostenendo di aver ”inventato Internet”, aveva un blog sul sito ufficiale presidenziale come ha Obama.
La svolta e’ diventata visibile fin dai primi minuti della nuova presidenza, il 20 gennaio scorso: poco dopo il giuramento del successore di George W.Bush, lo staff di Obama ha messo in rete una versione del sito WhiteHouse.gov profondamente rinnovata e innovativa, caratterizzata da una forte prevalenza di immagini. Macon Phillips, direttore dei New Media alla Casa Bianca, in realta’ ha poi dovuto lottare per alcune settimane con i limiti tecnologici e le barriere di sicurezza della sede presidenziale. Ma con il tempo ha cominciato a riproporre sul sito ufficiale gli strumenti di comunicazione che la sua societa’ di strategie web, Blue State Digital, aveva utilizzato in campagna elettorale sul sito BarackObama.com, caratterizzato da un’atmosfera simile a quelle di Facebook o MySpace.
A differenza di buona parte dei predecessori, Obama ha inoltre tenuto in piedi buona parte dell’apparato di comunicazione della campagna elettorale, affidando al proprio ex manager, David Plouffe, il compito di continuare a mobilitare milioni di americani su temi come il bilancio federale. Plouffe guida ‘Organizing for America’, una struttura forte di una banca dati di informazioni su 13 milioni di attivisti che opera ora all’interno del Partito Democratico (di cui Obama controlla le strutture di comunicazione).
Robert Gibbs, il portavoce di Obama e uno dei membri di lunga data del cerchio ristretto dei consiglieri, nei primi 100 giorni ha seguito la linea del proprio boss nel divertirsi a spiazzare i veterani della stampa alla Casa Bianca. Nelle conferenze stampa, Obama ha stupito i giornalisti delle maggiori testate dando la parola, per esempio, a un blogger della rivista online Huffington Post. E ai media e’ arrivato in questi mesi un flusso enorme e insolito di foto ufficiali assai poco istituzionali, che ritraggono Obama dietro le quinte (gli scatti piu’ intimi sono opera di Pete Souza, un fotografo che lo segue da anni).
Ma la rivoluzione nelle comunicazioni e i ritmi che l’hanno accompagnata, in 100 giorni hanno anche fatto le prime vittime. La piu’ autorevole e’ proprio la responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca, Ellen Moran, che ha mollato l’incarico per trasferirsi a lavorare nel piu’ tranquillo ministero del Commercio, sostenendo di voler ”dedicare piu’ tempo alla famiglia”. L’avvio a passo di carica della 44ma presidenza apre adesso interrogativi su quanti membri dello staff di Obama riusciranno a mantenere ritmi del genere per quattro anni (o piu’).http://marcobardazzi.com/blog8/2009/04/27/in-100-giorni-obama-inventa-la-casa-bianca-20/#more-404
Al traguardo dei 100 giorni Barack Obama ottiene valori eccellenti nelle indagini sul suo operato. Secondo Gallup il tasso di approvazione del presidente è al 65%, per WaPo/ABC69% mentre Fox News indica un ottimo 62%. Rasmussen rileva un molto più modesto 54%. RasRep utilizza lo screening dei likely voters, e considerando il campione dal leaning conservatore dell'istituto, storicamente vicino ai repubblicani, il dato può essere considerato soddisfacente. Su Pollster la media delle indagini è prossima al 60%. http://andreamollica.blogspot.com/
Ho sempre ignorato il calcio, probabilmente per dei miei problemi personali. Non sono mai riuscito, infatti, a considerare uno sport degno di essere visto se Arvydas Sabonis non lo avesse praticato giocando per l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e usato per sconfiggere gli USA alle Olimpiadi.
Ma gli avvenimenti di quest’ultima settimana mi hanno fatto capire quanto tutto questo fosse un sciocco errore di gioventù. Perché il calcio serve a migliorare la vita di tutti, non solo l’autostima di gente che vive in città di merda.
Nell’ultima giornata di Campionato un giocatore bello e abbronzato come Barack Obama, Mario Balotelli dell’Inter, ha ricevuto cori come “negro di merda”, ululati da scimmia e fischi da parte della tifoseria della Jewentus ad ogni possesso di palla. Dopo la fine della partita la squadra è stata squalificata, e il loro prossimo incontro dovrà essere disputato a porte chiuse. La cosa, ovviamente, non è andata giù alla dirigenza e alla tifoseria della squadra a cui avrebbero dovuto impedire la riorganizzazione ed il supporto — dopo lo scandalo di 2 anni fa — tramite un articolo della costituzione come per il Partito Fascista.1 Feroci dibattiti hanno occupato l’intera settimana, in cui “opinionisti” televisivi che non avevano mai visto un negro discutevano della faccenda con calciatori che non avevano mai incontrato un congiuntivo. O forse era il contrario? Sorprendentemente non si è capito un cazzo.
Quello che invece è risultato chiaro è che per il mondo del calcio l’episodio in realtà è stato solo una montatura. Una grande esagerazione.
“Non credo che i tifosi juventini siano razzisti, hanno avuto tanti giocatori di colore che sono diventati loro idoli” ha commentato un idiota qualsiasi con un Q.I. inferiore al numero stampato tra i suoi tacchetti che gioca per una squadra di una città da ultima domanda in un quiz milionario. “I cori? Non razzisti” ha ribadito il Presidente della società in cui è non-presidente Berlusconi. “Balotelli? Cori non razzisti, se lo fossero stati, Muntari e Vieirà avrebbe ricevuto gli stessi insulti.” Ha infine chiosato l’allenatore della Nazionale, protagonista proprio in questo momento di una Pubblicità Progresso in televisione.
Per riassumere la cosa: Balotelli che è negro, e pure italiano, deve stare zitto se gli fanno il verso della scimmia e lo insultano per il colore della pelle, perchè i tifosi della Juventus — e questo è perfettamente dimostrabile, Lapo Elkhan ha appena preso i documenti riesumando il corpo di Gianni Agnelli — NON LO HANNO FATTO A TUTTI GLI ALTRI NEGRI DEL MONDO!
Non è fantastico tutto ciò? A quante persone può semplificare la vita questa cosa?
Diciamo che sei sposato, ma il matrimonio non va più bene come una volta. Tua moglie vuole uscire da sola la sera, tu invece preferisci pestarla finché non riesce più a muoversi e non cambia idea. Qualche notte, quando torni a casa, la prendi per i capelli e le sbatti la testa contro il tavolo finché sviene e fai quello che non è più disposta a fare. E poi il giorno dopo si sveglia e lo rifai per i prossimi 25 anni. Ma non sei un seviziatore e stupratore, perché non hai abusato e stuprato di tutte le altre mogli del tuo quartiere!
PO PO-PO-PO-PO-PO PO -PO-PO-PO-POOOOOOOOOOOOOOO
Mettiamo che sei appena penetrato alle 4:05 in una villetta poco fuori Como, ok? Hai avvelenato i cani dandogli della carne infetta, così non possono abbaiare, ok? Hai provato ad aprire la cassaforte, ma la stronza non vuole saperne di aprirsi. Allora sali il piano superiore. Svegli il padrone di casa, colpisci sua moglie sulla fronte col calcio della pistola perché non riesce a capire di stare zitta e minacci di uccidere le sue due figlie se non ti dà immediatamente la combinazione, mi segui? Quindi prendi i soldi e i gioielli, però mentre sistemi la refurtiva ti cade la maschera e tutti ti vedono in faccia. Ora sei costretto a legare padre, madre e le due figlie di 8 e 10 anni insieme e a dare loro fuoco perchè con le pallottole è più facile risalire al colpevole. Ma — ma! — non sei un ladro ed un assassino, perchè non hai rapinato e sterminato col fuoco tutte le famiglie di tutte le villette di Como!2
E se qualcuno magari tenta di biasimarti per quello che hai fatto puoi fare come la tifoseria della Juventus che ha rilasciato questo comunicato, condiviso sicuramente da tutti gli altri “ultras”.
“il razzismo non c’entra e si è trattato solo di un modo, magari discutibile, di deconcentrare l’avversario. Teniamo a ricordare che tra le nostre fila milita un certo Sissoko, campione d’ebano che teniamo nel cuore e che siamo orgogliosi indossi la nostra maglia. Per questo non ci sentiamo di chiedere scusa.”
Puoi quindi dire che che fra i tuoi migliori amici c’è uno che possiede una villetta a Como. Quindi è OK dare fuoco ai bambini. O stuprare tua moglie.
È vero, lo hanno detto i Campioni del Mondo di calcio.
E dopo che dei bambini che hanno perso i genitori durante la guerra avessero cosparso l’ex sede societaria con del sale grosso in modo che nulla potesse più crescere [↩]
Forse avrei dovuto usare un esempio negativo per rendere meglio l’idea [↩]
La non esistenza di Dio fu inoppugnabilmente dimostrata, tra gli altri, da un giovane conferenziere socialista, ad Airolo (Canton Ticino), nel 1902.
Era una grigia serata d'aprile – la pioggia picchiettava la locandina all'entrata del dopolavoro ferroviario:
DIO C'E'? GIBT ES GOTT? Y A-T-IL UN DIEU?
All'interno il pastore luterano stava terminando il suo sermone nella sonnolenza generale, con una sobria citazione da Tommaso d'Aquino, ma la sua voce tradiva lo sconforto. Era chiaro che i trentatré spettatori paganti non si erano radunati per lui, ma per sentire il suo avversario, quel tizio italiano di cui si dicevano cose mirabolanti, come si chiamava?
“Ringraziamo Padre Schuester, che ha portato alcuni argomenti a favore dell'esistenza di Dio. Diamo ora la parola al professor Benito Mussolini dell'Università di Losanna”.
Il giovane italiano si alzò dalla seggiola ed estrasse dal panciotto, con un gesto studiato, un ossidato orologio a cipolla.
Poi, mentre l'attesa del pubblico si faceva spasmodica, proruppe in un bestemmione che la Storia non ha tramandato, al contrario della frase successiva:
“Signori, io dico che Dio non esiste. Gli do comunque cinque minuti. Se entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avrò dimostrato la mia tesi. È tutto”.
Seguirono cinque minuti di vigile silenzio, mentre la pioggia picchiettava senza tuoni. E poi gli applausi. I cinque minuti erano trascorsi, e Dio non c'era.
La notte stessa Dio mandò un suo emissario alla pensione dove dormiva il conferenziere. Nell'oscurità, a Benito sembrò che il tabarro liso appeso alla seggiola ai piedi del letto si animasse, e cercasse di discutere con lui – che però non riusciva a parlare, le sue labbra serrate in una morsa d'acciaio.
“Ho sentito che adesso sei dell'Università di Losanna. Fai carriera, eh”.
“...”
“Lo so, lo so, è stata un'idea dell'organizzatore, per darsi un tono. Tu a Losanna andavi solo a sentire le lezioni di Pareto – grand'uomo, tra parentesi, Vilfredo. Anch'io lo frequento, ogni tanto gli chiedo qualcosa, gliene suggerisco un'altra, è uno spirito libero”.
“...”
“Certo, io sono quello che appare agli intellettuali. La cosa ti dovrebbe fare onore, Benito. Ai pastorelli si manifestano di solito quelli con le ali di piume o il volto luminoso. Io invece sono un tipo un po' più ombroso, lo hai notato? Mitteleuropeo, decisamente. Del resto ero io che sussurravo al tuo Nietzsche mentre lui sussurrava al cavallo. Non chiedermi cosa, non sei autorizzato”.
“...”
“Lo so, lo so, si dicono cose molto sbagliate sul mio conto. Calunniose e inverosimili. Quando basterebbe leggere la Bibbia. Dico, non chiedo mica molto a dei cristiani: leggete un po' di Bibbia! E ditemi dove trovate le corna, il codino e gli zoccoli. Quella è chiaramente roba greco-romana, non trovi? Ma se leggi Giobbe, lì ti fai un'idea più o meno esatta del mio mestiere. Io sono l'Accusatore, lo dicono le etimologie. Vado in giro per il mondo in cerca di colpevoli, e ne trovo, ah, ne trovo sempre. In questo periodo, per esempio, non mi perdo una data della tua tournée. Conferenze sull'esistenza di Dio, che idea. Non renderanno molto, ma per un emigrato italiano... sempre meglio che la miniera, eh? Certo, a vederla così può sembrare una puttanata, e invece... sei in anticipo di un secolo almeno”.
“...”
“Oggi però hai battuto la fiacca. Del resto non era una gran serata. Tu ti meriti ben altro pubblico, hai ragione. Ma in ogni caso anche stasera hai dimostrato che Dio non esiste. Complimenti. Certo, rimane da spiegare il fatto che io sia qui”.
“...”
“Potrei essere un cattivo sogno. Hai mangiato pesante. Oppure... potrei esistere soltanto io, non Dio, io soltanto. Pensa che buffo! Ma non avrebbe senso. Se esisto io, deve anche esserci qualcuno che mi manda”.
“...”
“No, non puoi vedere Dio, no. È proprio una questione di percezione, capisci. Cosa può vedere un pidocchio? Tu sei molto meno di un pidocchio davanti a Dio. Se Dio stesse davanti a te, tu di lui riusciresti a vedere a malapena... un'unghia, un pelo, capisci? E un pelo di Dio non è abbastanza rappresentativo di Dio perché ne valga la pena. Non che Dio abbia i peli, tra l'altro, è solo una metafora che serve a spiegarti perché Dio non si può vedere. Dovrai accontentarti di me”.
“...”
“Eh, già, siamo all'interrogativo principale: se Dio c'è, perché non ti ha ancora fulminato? Risponditi da solo”.
“...”
“Benito, in questo mi deludi. Sei un ragazzo intelligente, quando vuoi; non è possibile che ti accontenti di un pensiero così rozzo. Tu davvero pensi di poter ricattare Dio coi tuoi mezzucci? Che Dio possa muovere anche solo un mignolo perché tu lo sfidi a farlo? Hai un'idea di quanto tu sia piccolo di fronte a Dio? E sai cosa rivela, questa tua puerile richiesta di attenzione? Sei come un bambino che gira per la Svizzera gridando ad alta voce mamma, mamma!, te ne rendi conto? Questa è più o meno la figura che ci stai facendo con Dio. Bene, lascia che io ti spieghi una cosa su Dio: non ha mai preso nel lettone un bambino, mai una volta. Lo lascerà piangere per tutta la notte, per tutte le notti, per tutta l'eternità, finché il bambino non si sarà calmato – e solo allora, se gli va, verrà a dare il bacio della buonanotte. Sì, anche questa è una metafora, in realtà Dio non bacia nessuno”.
“...”
“Non capisci. Non importa quanto siamo piccoli e insignificanti, a Lui interessiamo lo stesso. Tu, per esempio, non credere di poterlo sfidare impunemente. La tua punizione è già pronta. Niente fulmini, si capisce – folgorarti sarebbe un modo di cedere alle tue patetiche sfide. No, ti puniremo con qualcosa di molto più devastante di un fulmine. La Storia, Benito”.
“...”
“Beh, non vedo perché non dirtelo subito. Abbiamo grandi progetti per te, non invecchierai tenendo conferenze blasfeme. Diventerai un grande della Storia, senonché per diventarlo tradirai tutto quello in cui credi”.
“...”
“Ah, ma noi possiamo fare quel che vogliamo con te. Ti trasformeremo nel contrario di quello che sei. Per esempio, sappiamo che sei scappato in Isvizzera perché non vuoi fare il servizio militare – abbiamo un obiettore di coscienza qui, un pacifista ad oltranza, un socialista rivoluzionario, eh? Bene, senti un po'. Tradirai il socialismo, ne ucciderai i padri e ne ruberai i figli. Ti farai pagare dagli industriali un giornale dove spiegherai ai giovani rivoluzionari che la guerra è bella. Ah, e poi farai il tiranno. Schiaccerai i sindacati, quelli in cui ora credi tanto, sotto un tacco lucido, con l'aiuto del Re; ma il Re non ti basterà, e allora sai cosa farai? Passerai il Tevere, a baciar le pile al Papa! Proprio tu, Benito. E scatenerai guerre su guerre, in posti che nemmeno sapresti trovare sull'Atlante – l'Etiopia, l'Albania, l'Ucraina, e ovunque perderai, ovunque il tuo nome sarà fango indelebile sulla bandiera italiana. Ma non è solo questo. Il tuo esempio farà strada. La tua retorica da quattro soldi, la tua mimica da imbonitore, faranno scuola. Sarai la sorgente di un fiume nero che inonderà l'Europa, milioni e milioni di morti, che ne pensi?”
“...”
“E questa che razza di domanda è? Non c'è un perché, vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, è inutile che chiedi. Se vuoi un parere, secondo me con questa storia dell'orologio svizzero lo hai divertito. Avrà pensato toh, guarda che pidocchio estroso, voglio divertirmi con lui. Giocherà a disorientarti, a farti perdere ogni certezza che avevi. Pensa al resto della tua esistenza come a un colossale gioco del gatto col topo. Il topo sei tu. Ma non prendertela. Hai pur sempre l'onore di essere stato un trastullo di Dio”.
“...”
“Posso prometterti solo una cosa: quando sarai morto, ma caldo ancora, e gli italiani che ti hanno riverito per vent'anni isseranno il tuo cadavere a testa in giù per bersagliarlo di sputi. Solo allora avrà pietà di te, e verrà a darti un bacio. Buona notte”.http://leonardo.blogspot.com/
La pólis democratica è fin dalle origini scoperta e accettazione dell’alterità, un continuo esercizio che prende la forma del chiarimento reciproco, del processo e, se l’operazione riesce, della concordia discorde cui l’uomo aspira da millenni. L’uso del ragionamento agonistico, per Gilles Deleuze, fonda la duplice esperienza greca della filosofia e della tragedia: quel che avviene nel dialogo socratico e nella tragedia - l’incontro con la peripezia che inaspettatamente colpisce l’eroe, conducendolo dall’incoscienza alla catarsi - è innanzitutto una lotta fra pretendenti (pretendenti al vero, pretendenti a Penelope, pretendenti al comando): dunque è lotta tra diverse interpretazioni del vero, del bello, del giusto, non per ultimo del buon governo. È il primo esercizio di selezione democratica.
L’alterità del Creatore, che Giobbe infine apprende e che nessuno degli amici-consiglieri ha voluto riconoscere pur di salvare le proprie ideologiche teodicee (tutte condannate nella finale epifania divina, l’unico risparmiato è il giovane Eliu) significa che Dio è assolutamente e liberamente sovrano; è vicinissimo, ma non al punto di fondersi con la propria creatura. Nel Deuteronomio è scritto che «le cose occulte sono per il Signore Dio nostro; ma le rivelate sono per noi e per i nostri figlioli, in perpetuo; affinché mettiamo in opera le parole di questa Legge».
Questo vuol dire che la giustizia è per intero nelle mani dell’uomo: che in terra, ora, s’esercita la peculiare libera sovranità umana. Che non esiste una giustizia «in natura», perché quel che è equo o iniquo in natura fa parte delle cose che Dio cela, avvolge in nebbia contraddittoria, e all’uomo spetta applicare una giustizia che non sia nascosta, che esca allo scoperto, che ripari i torti sulla base di norme fabbricate dai mortali per i mortali. Le leggi sono pensate dagli uomini per dirimere contese, per semplificare quel che altrimenti resterebbe nebbia. Nei Proverbi biblici la proposizione del Deuteronomio si condensa in una sentenza: «È gloria di Dio nascondere le parole; è gloria dei Re investigarle». Nell’investigare le parole divine, i Re scoprono che non è mai una, l’indicazione celeste. «Dio ha detto una cosa; due ne ho ascoltate»: il salmo 62, saggio, indica ai re che dovranno decidere da soli, senza edificare certezze su un’univoca giustizia in natura.
L’esperienza della democrazia è forse la più vicina al postulato biblico secondo cui Dio cela la Cosa, e all’umanità spetta investigare e darsi leggi costruite su una realtà che non ha un’unica interpretazione. Quel che è arcano è di Dio, ma il governo della città è tutto di Cesare: è uno dei grandi insegnamenti di Gesù. Il dilemma di Giobbe si scioglie e le conseguenze per Cesare sono due: il suo potere è al tempo stesso potere pieno e mortale: un potere impastato di dubbi sulla parola di Dio, e che si può perdere ogni istante. Che si deve perdere, se la passione di tenerlo prevale sulla coscienza di averlo, per tutte queste ragioni, solo in prestito.
Esattamente questo s’impara in democrazia. Esercitare il potere sapendolo mortale è il modo di governarsi che più diffida dell’umana volontà di potenza, che più si adopera perché le istituzioni e le leggi durino più dei fugaci sovrani. Andando all’essenza: è il regime più attento a evitare i due peccati capitali nell’uomo, che Kafka individua in prima battuta nell’impazienza e nell’ignavia, poi in un’unica colpa da cui ogni altra deriva: l’impazienza. Per impazienza l’uomo che aspira a dirigere la società fissa leggi che proteggono solo il potere, immagina blocchi inalterabili di verità per rendersi più facile la vita, impone valori supremi piuttosto che adattarli alle circostanze e intrecciarli sapientemente con altri valori. Chi impone valori in questa maniera considera che il Paradiso è cosa facile da ridisegnare in terra, dimentica la cacciata, e sempre secondo Kafka vive in una fede falsa.
Il liberalismo democratico si guarda da questi pericoli, per convinzione e per come è congegnato: investiga la trappola dell’impazienza, pone ostacoli al solidificarsi d’un vizio che preferisce le scorciatoie al paziente costruire, predilige i tempi lunghi delle istituzioni e delle politiche, conoscendo la breve durata d’un potente. Ha memoria della cacciata dal Paradiso e del suo perché. Sa che il Paradiso non è solo memoria di un primordio ma è memoria del presente: che da questo luogo-non luogo di perfezione bisogna sempre di nuovo ricominciare e numerare.
In Kafka il Paradiso è perenne iniziazione, è un’attesa che non scema pur essendo sempre delusa, è un ripetuto conoscere se stessi («Per impazienza gli uomini sono stati scacciati dal Paradiso, per impazienza non vi tornano»). È l’Uno impossibile, è una storia di scacco e di inattesa riuscita. Scacco di Dio, secondo cui sarebbe bastato il solo assaggiare dall’albero della conoscenza per morire all’istante: non è accaduto, l’uomo è divenuto mortale ma non è morto fulminato. E scacco del serpente, secondo cui mangiando dall’albero l’uomo sarebbe divenuto Dio. Neppure questo è avvenuto. Ma è anche paradossale riuscita, di Dio come del serpente: «Non morì l’uomo, ma l’uomo paradisiaco. Gli uomini non diventarono Dio, ma diventarono conoscenza divina.
BERLUSCONI, PIETA' ANCHE PER I REPUBBLICHINI - Fra partigiani e sostenitori della Repubblica di Salò "ci sono state differenze anche se la pietà deve andare a coloro che credendosi nel giusto hanno combattuto per una causa che era una causa persa".Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi all'altare della Patria, rispondendo ad una domanda sulla proposta di legge per equiparare repubblichini e partigiani e su cui il presidente del Consiglio ha sottolineato di non aver opinioni in merito "in quanto - ha detto - non ci ho ancora messo la testa". "E' un tema su cui non ho avuto modo di riflettere", ma è un argomento su cui "rifletteremo". (ansa).
Non ci siamo, e non ci siamo perché la frase lascia adito a congetture: se la causa fosse stata malauguratamente vinta invece che persa, allora avrebbero avuto ragione i repubblichini (i teorizzatori dell'islamofascismo sono accontentati: un giorno a Berlusconi verrà in mente di equiparare gli occidentali ai terroristi perché anche i terroristi, poverini, si credono comunque nel giusto). Probabilmente rosicano perché la vittoria dei partigiani comunisti non portò al comunismo, vuoi per l'azione della democrazia cristiana che faceva argine con i suoi 12 milioni di voti (cit.), vuoi per gli Einaudi o per quegli stessi comunisti che firmarono una costituzione democratica, diversamente, l'azione dei repubblichini fu il tentativo di resistere alla liberazione e rispecchiava la volontà di perpetuare una dittatura. Non credo sia una cosa seria imporre una conciliazione nazionale per decreto legge, per questo toccherà aspettare il rimbambimento generale della popolazione (e non credo bisognerà aspettare molto): la pietà al limite è un problema di coscienza, imposta per legge mi pare proprio una stronzata.http://formamentis.splinder.com/
Pezze di Berlusconi, acetone di Calvisi
Il deputato smonta lo spot del premier:
Addio riconversione di La Maddalena
di Marco Murgia
Promette, eccome se promette: da par suo. Dopo lo scippo del G8 alla Sardegna, Silvio Berlusconi ci mette le pezze: la Sassari-Olbia secondo «i tempi stabiliti», senza stabilire quali; l'arcipelago come sede italiana dei prossimi vertici internazionali; le opere che saranno completate. Ugo Cappellacci porta la colla e torna da palazzo Grazioli con i buchi che sembrano belli che tappati. Sembrano, perché al solito, gli esempi in questi due mesi del centrodestra in Sardegna non sono mancati, di certo non c'è niente. Parole, ma niente di più. Nel quadretto c'è spazio pure per l'acetone: lo usa il deputato del Pd Giulio Calvisi. Bastano poche gocce e quelle pezze scivolano via una a una, insieme alle granitiche certezze del presidente della Regione.
Calvisi è uno che nella sua attività parlamentare ha seguito da molto vicino tutta la trafila dei finanziamenti per il G8 a La Maddalena: non fosse altro che, da gallurese, il summit mondiale avrebbe interessato da vicino soprattutto il suo territorio. Forte di questa esperienza mette in evidenza nella sua pagina web una prima stima dei danni che la scelta del Cavaliere produrrà nel giro di poco tempo: quella che viene fuori è una «quantificazione del tutto parziale e sommaria», avverte. Ma i numeri e i fatti lasciano poco spazio alle interpretazioni.
In primo luogo c'è «l'abbandono definitivo del progetto di inserire con le procedure accelerate dai lavori del G8 le cosiddette opere collaterali». L'elenco è lungo: ci sono la Sassari-Olbia e l'allungamento della pista dell'aeroporto Costa Smeralda; si va dallo svincolo del fiume Padrongianus allo spostamento della stazione di Olbia, che avrebbe liberato aree importanti in centro città, sino alla costruzione del molo levante di Porto Torres. In soldoni, la pensata del premier costerà alla Sardegna, solo per queste opere, qualcosa come 522 milioni di euro.
«Tecnicamente, il governo non può più inserire questi lavori in un G8 che non si farà», spiega Calvisi: palazzo Chigi «potrà forse promettere che si faranno secondo le procedure ordinarie, ma saranno lavori lunghi e non di immediata fattibilità. In quest'ottica, è facile prevedere che, a esempio, il tratto stradale Olbia-Sassari - qualora il governo prendesse la decisione di avviarne i lavori (e ancora non l'ha presa) - probabilmente sarà portato a termine in un paio di decenni. Di sicuro non nei tre anni che erano stati preannunciati».
Ha voglia di parlare il ministro Frattini, secondo cui a La Maddalena si realizzeranno comunque le grandi opere promesse: la dichiarazione, sottolinea il deputato, «appare ora una vera e propria beffa. Per di più in palese contrasto con il fatto che il governo aveva assunto in precedenza la decisione di accantonare la realizzazione di quelle opere. Come abbiamo denunciato più volte in Parlamento, già in novembre interpellando il sottosegretario Bertolaso e in marzo presentando un question time cui ha risposto il ministro Vito, si era evidenziato chiaramente che il governo Berlusconi avesse fatto sparire i finanziamenti individuati dal governo Prodi e dalla giunta Soru per le opere collaterali».
All'appello mancano altri 225 milioni di euro destinati dal decreto governativo 162 e utili per le opere di ricezione de La Maddalena: «Non è casuale che lo stesso presidente del Consiglio abbia dichiarato che il trasferimento del G8 da La Maddalena a L'Aquila comporterà un risparmio pari a quella cifra». Calvisi lo aveva già ribadito due giorni fa, insieme al collega sassarese Guido Melis: «Vorremo sommessamente ricordare che quelli destinati all'isola di La Maddalena non erano fondi dello Stato, ma fondi Fas già destinati dalla programmazione nazionale alla Sardegna e che il governo Prodi e la giunta Soru avevano deciso di utilizzare per la trasformazione dell'economia dell'arcipelago dopo l'abbandono dei militari americani».
In sostanza, ma i due lo avevano già sottolineato in Parlamento, «non si tratta pertanto di risorse per opere che nascerebbero in virtù del G8 e, quindi, di un trasferimento di fondi statali in via del tutto eccezionale, ma di opere che nascono da fondi la cui destinazione è stata programmata in Sardegna, esclusivamente per la Sardegna. Per capirci, la Olbia-Sassari è un'opera interamente progettata dalla regione Sardegna, inserita tra le priorità dei fondi previsti dal quadro strategico nazionale 2007-2013». Solo per la fetta che riguarda le risorse dirette ci si ferma a quasi 750 milioni di euro.
Ma c'è anche quello che si potrebbe definire l'indotto. Dal turismo alle imprese che avevano già minacciato di bloccare i lavori per i mancati pagamenti nonostante i turni forsennati su 24 ore sino ai cantieri che rimarranno aperti e incompleti. Almeno sino ad azioni ufficiali. Intanto c'è «l'impossibilità, di fatto, di inserire La Maddalena nel circuito turistico internazionale, come conseguenza della mancata esposizione pubblicitaria dell'isola nei mass media di tutto il mondo».
A Roma promettono che l'arcipelago sarà la sede di tutti i vertici internazionali organizzati in Italia, ma «l'idea di fare di La Maddalena la Davos del Mediterraneo è tramontata o rimandata ad altra occasione: il vertice sull'ambiente annunciato dal presidente del Consiglio non è certo paragonabile, per dimensioni e attenzione mediatica, al G8. Senza contare il fatto che la scelta del sito sia poi stata solo annunciata, in totale assenza di decisioni prese sulla base di un'analisi di effettiva fattibilità. Risibile e destinata a non avere conseguenze concrete appare la proposta del presidente Cappellacci di organizzare eventi collaterali al G8, durante un G8 che si svolge da un altra parte». I sette grandi, dopo tutto, avevano già detto no quando Berlusconi ci aveva provato con Napoli.
La certezza di Calvisi sul blocco dei lavori contrasta con la promessa che le opere saranno completate. Il deputato parte da un passaggio fondamentale: «I cantieri si bloccheranno entro pochi giorni» perché «già le imprese avevano paventato nelle scorse settimane il rischio che i lavori si potessero bloccare, dal momento che, a fronte del 60 per cento dei lavori eseguiti, le imprese hanno ricevuto pagamenti non superiori al 25 per cento. A questo punto è evidente che se il blocco dei lavori a La Maddalena era finora un rischio, diventa ora un fatto inevitabile».
L'effetto a catena è presto tracciato: con i cantieri bloccati per chissà quanto il rischio è che le opere restino incompiute «causando un serio pregiudizio e danni pesantissimi per le prossime stagioni turistiche: La Maddalena rimarrà probabilmente per molto tempo una città con cantieri aperti e mai chiusi». Poi gli operai, «400 o 500 persone che saranno costrette a lasciare il proprio lavoro». E quindi, come conseguenza del mancato trasferimento dei fondi, «l'impossibilità di pagare le imprese appaltatrici, subappaltatrici e i fornitori. Con una sostanziale differenza tra questi soggetti: le appaltatrici sono tutte grandi imprese della penisola, e a loro il Governo potrà offrire di lavorare nel G8 de L'Aquila. Quelle colpite più direttamente e che pagheranno più amaramente le conseguenze di questa scelta saranno le imprese sarde che hanno ottenuto lavori in subappalto».http://www.altravoce.net/2009/04/25/risorse-g8.html
Il 25 aprile è passato e a me viene voglia di parlarne solo adesso: volevo vedere cosa stesse per diventare, questo tanto annunciato “nuovo 25 aprile”.
Innanzi tutto: era “nuovo” perché Berlusconi stavolta si degnava di considerarla una data importante, tirandosi dietro, più o meno recalcitranti, i post fascisti di quella che fu An, ciascuno con la sua particolare e “nuova” idea del 25 aprile. Il problema è che con quella data si festeggia una liberazione, e adesso la festa è così festante che passa in secondo piano da cosa fummo liberati.
Fummo liberati da una dittatura populista alleata con la Chiesa, direi. Ci togliemmo dai coglioni uno che la Chiesa aveva definito “uomo della Provvidenza” e che fino a due anni prima era acclamato da tutti, tranne che da quelli in villeggiatura a Ventotene o a riempire quadernetti nelle patrie galere. Scassacazzi considerati a lungo dei disadattati e dei nemici della Patria.
La Patria aveva un Destino, perfino un Impero, e il Regime aveva un consenso plebiscitario, preti che benedicevano gagliardetti e pugnali sguainati al cielo. Ma la plebe si sa com’è:“È la solita folla che alterna l’«Osanna!» al «Crucifige!» e che tende ad attribuire a uno solo le proprie fortune o le proprie sciagure. Chi la trascina e chi la esalta, accarezzandone gli istinti ed eccitandone le passioni, la vedrà delirare nell’ora del successo, ma se la ritroverà davanti, inesorabile e spietata, al momento del disastro”(Raffaele Cadorna, La riscossa, Rizzoli 1948). Dovrebbe essere la festa di chi aveva ragione su chi aveva torto, ma torto e ragione dividono, e la storia cambia spesso parere. Il “nuovo 25 aprile” – dice Berlusconi – dovrebbe essere una Festa della Libertà, più che una Celebrazione della Liberazione. Questione più che lessicale: “scurdammece ‘o passato”, è roba triste, sporca e divisiva.
Facciamo festa. Liberi. Però non guastiamo la festa col ricordarci da cosa fummo liberati. Chi parla di antifascismo mette paletti, non vuole che la festa sia di tutti, è un guastafeste, uno scassacazzi. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Longobardi vince le primarie Parte la sfida alla Bencivenni
Il Pd ha scelto il candidato a sindaco: oltre 2500 i votanti
Riccardo Toffoli APRILIA E' Alfonso Longobardi il candidato a sindaco della coalizione del centrosinistra. Alfonso Longobardi è stato votato dal 33.2% dei 2567 cittadini che si sono recati alle urne sabato per le primarie. Ex capogruppo de La Margherita, per poi entrare nel Pd e diventare capogruppo al momento delle dimissioni di Iolanda De Quattro, Longobardi è l'espressione della maggioranza del partito. Un successo, quello delle primarie, che ha portato a votare nei sei seggi sparsi per tutta la città più persone delle primarie del 2007, quelle della segreteria del Pd. Tanto che la dirigenza del partito esulta. «Il nostro candidato è stato scelto da oltre 2 mila 500 cittadini –ci dice il presidente Lina Varricchio- nel Pdl, la scelta è stata fatta da uno solo, da un ministro». Ma la maggioranza del partito che fa capo al segretario Gianni Cosmi e all'area Ds, perde pezzi. Infatti Longobardi è stato eletto con il 33.2%, ossia 852 voti. Solo 110 voti in più rispetto al suo antagonista, sempre interno al partito ma appartenente alla minoranza del Pd che contesta le scelte politiche di Cosmi, Ermanno Iencinella che ottiene 742 voti per una percentuale del 28.9%. «Il dato ci entusiasma –spiega Iencinella- è vero che chi vince ha sempre ragione, ma in questo caso da minoranza, ora siamo quasi la metà del partito. Noi siamo partiti a rappresentare appena un 30% del Pd. Mi fa piacere che la gente si è avvicinata in questo periodo perché ha voglia di cambiamento. E' un premio al lavoro che, come minoranza del Pd, abbiamo svolto all'interno e un attestato di stima alla direzione politica che abbiamo intrapreso. Per questo, è un buon risultato perché finalmente le persone hanno capito che c'è necessità di cambiamento». Al terzo posto si classifica Arcangelo Tataranno della lista civica Stiamo con Aprilia, e precisamente del quartiere Toscanini. Tataranno, visti i pochi trascorsi in politica, ottiene un ottimo risultato: ben 641 voti ossia il 25% scavalcando l'ex consigliere dei Verdi Paolo Di Cesare che ottiene 316 preferenze con una percentuale del 12.3%. Le nulle sono state 16, appena lo 0.6%. Il nome di Alonso Longobardi potrebbe aprire nuovi scenari di alleanza politica. Soprattutto con l'Udc. Sono stati molti i volti politicamente legati ad altri schieramenti che si sono recati ai seggi delle primarie. http://iltempo.ilsole24ore.com/latina/2009/04/27/1017731-longobardi_vince_primarie_parte_sfida_alla_bencivenni.shtml
"MOLTO CAOTICA" LA SITUAZIONE SECONDO OPERATORI UMANITARI
Anche i ministri degli Esteri del G8, dopo Onu, Unione Europea e Stati Uniti, hanno espresso oggi, in un comunicato diffuso a Roma, "profonda preoccupazione" per "il massiccio numero di vittime civili" e per coloroche "si trovano ancora intrappolati nella zona dei combattimenti" che continuano a fare vittime tra i civili e a metterne in fuga molti altri. Secondo una nota dell’ “Esercito di liberazione delle Tigri Tamil” (LTTE, Liberation Tigers of Tamil Eelam), stretto dall’offensiva del governo in pochi chilometri di terra costiera nel territorio di Pudukudiyyiruppu, "165.000 civili appartenenti a 40.000 famiglie" si trovano in "grave emergenza umanitaria"; sarebbero in particolare i civili nella zona di Mullaiththeevu ad affrontare la crisi più grave “per il deliberato rifiuto del governo cingalese di fornire cibo ed altri aiuti umanitari". Le Tigri dell’Eelam (nome dello stato indipendente voluto dai ribelli) sollecitano l'Onu e gli altri membri della comunità internazionale ad assicurare un immediato e continuo rifornimento di cibo a questa gente". Il governo sostiene che sono meno di 50.000 i civili presenti nella zona definita 'di sicurezza' mentre le organizzazioni umanitarie internazionali li valutano a non meno 100.000. Un portavoce locale di ‘Medici senza frontiere’, nel descrivere la situazione come ‘molto caotica’, afferma di aver eseguito 71 difficili interventi nelle ultime 24 ore. [CO]
La comparsa di un nuovo fronte progressista in Ecuador a partire dal 2007 ha tracciato una linea divisoria in America Latina, consolidando internazionalmente il nuovo asse di sinistra e dando fiato al tanto desiderato cambio che nel paese, particolarmente tra i settori medi e bassi, si era manifestato in varie forme negli ultimi 20 anni, ma senza che quest’ultimo avesse avuto soluzioni elettoralmente praticabili e teoricamente coerenti.
Rafael Correa è riuscito a colmare un vuoto di rappresentanza particolarmente grave a radice del costante allontanamento della cittadinanza dalla politica istituzionale e dalle pratiche pubblicamente torbide di questa, però soprattutto di fronte all’ incapacità della sinistra ecuadoriana di formulare una proposta egemonica, segnale di una palpabile mancanza di innovazione ideologica, di inserimento nel cuore degli sfruttati del paese e di un leader carismatico. La ‘notte neoliberale’ non aveva attenuato interamente la resistenza del popolo ecuadoriano e le sue aspirazioni di cambio come è successo invece in Europa, ma aveva sì debilitato le rappresentazioni sindacali e partitiche più classiche e combattive, menomando in tal mondo la legittimità della sinistra con ambizioni trasformatrici, processo mondiale che in molti posti non si è ancora invertito. La risoluzione favorevole di questo impasse, catalizzata dall’apparizione di un leader fortemente carismatico che ha approfittato di una sequela di eventi quasi fortuita, è stata coadiuvata di diversi fattori di somma rilevanza: la presenza di quadri e di una intellighenzia molto formata a sinistra della socialdemocrazia, una società civile orientata verso un cambio profondo delle strutture economiche e politiche frutto di anni di lotta, una sensazione di frustrazione molto forte tra la popolazione, soprattutto nei suoi settori medi, causato dal fiasco degli attori politici tradizioni in generale.
Da allora, Correa ha impresso un corso qualitativamente distinto con rispetto ai suoi predecessori, negli ambiti più svariati. Quello che ci riguarda qui, oltre le sterili analisi caratteriali e semantiche condotte da oppositori di ogni tipo, è il campo squisitamente politico. Di fronte alla sesta tappa elettorale della ‘Revolución Ciudadana’ e dopo il rinnovamento della cornice istituzionale attraverso l’approvazione di una nuova Costituzione, è necessario condurre una valutazione precisa della rotta che sta prendendo questo processo. In seno alla sinistra, si sono scatenate varie controversie e polemiche per definire con esattezza la natura di questo governo e il suo orientamento ideologico. Questo contributo cerca di definire i tratti salienti del ‘correismo’, nel riconoscimento di una dialettica propria in ogni processo e della necessità, per i rivoluzionari, di scommettere in un esperimento, l’attuale, che ha bisogno urgentemente dell’apporto di tutti coloro che lottano per un nuovo Ecuador e una nuova America Latina.
Il corso impulsato da Correa, può essere inserito, in termini generali, in una cornice post-marxista, nella quale una gran varietà di ‘interpellazioni democratiche’, per utilizzare un linguaggio laclauniano, sono sfociate in una sintesi concreta. Questo significa che molte istanze progressiste, derivanti da differenti cammini di resistenza, sono state incorporate nell’esperienza di governo e hanno preso la forma concreta di politiche pubbliche, decreti, articoli costituzionali, leggi, ecc. Questo fatto corrisponde a una novità in Ecuador e costituisce un laboratorio particolarmente avanzato nel mondo intero: fino a pochi anni fa, la sinistra ecuadoriana avrebbe avuto difficoltà nel fare fronte comune, piagata dalla divisione tra le sue fazioni classiste e quelle di più recente costituzione, attente a sensibilità e a dimensioni particolari, come l’ecologia, le donne, gli indigeni, ecc. E’ così che in questi due anni si sono conciliati interessi e rivendicazioni che, pur facendo generalmente riferimento al patrimonio della sinistra, non avrebbero potuto essere presenti in una stessa piattaforma politica per l’animosità dei suoi propulsori originali. Vista la scarsa propensione degli analisti politici della destra e della sinistra ‘contestataria’ nel ponderare oggettivamente l’attuato del governo, vale la pena fare un breve ripasso dei domini in cui si è registrato una cambio qualitativo notevole: in politica ambientale, la Costituzione ha stabilito diritti per la natura che non vigono in nessun altro paese al mondo e il governo prioritizza la preservazione della zona di Yasuní dall’estrazione petrolifera con una proposta unica nel suo genere; nella politica del lavoro, le agenzie di lavoro interinale sono state eliminate e il Presidente ha mantenuto una vicinanza molto importante con i lavoratori e le loro petizioni, di cui ne è prova l’avvicinamento del salario reale al paniere di riferimento; nelle pari opportunità, le quote femminili sono state introdotte nella partecipazione elettorale e varie domande di inclusione e protezione economica per le donne sono realtà nella nuova Costituzione; nel tema della sovranità, la base nordamericana di Manta è a punto di essere smantellata, per non parlare dell’attitudine mantenuta nel grave episodio di Angostura (bombardamento colombiano in territorio ecuadoriano), recentemente con i funzionari dell’Ambasciata statunitense e più in generale di fronte all’asse Washington-Bogotá; in politica indigena, la nuova Costituzione tutela molteplici diritti culturali alla comunità ancestrali e lo stesso governo ha ripetutamente dimostrato la sua volontà di migliorare le condizioni di vita di tali comunità nel riconoscimento della grave discriminazione sofferta nei secoli; in politica economica, un corso interamente nuovo è stato aperto, ponendo in discussione i dogmi del Consenso di Washington e le sue istituzioni, attraverso di un incremento della spesa corrente, la riduzione delle importazioni e l’importanza dedicata a la costruzione di un apparato industriale nazionale, obiettivo imprescindibile per il superamento delle asimmetrie commerciali; inoltre, il governo è stato estremamente vigile con gli investimenti esteri, negoziando contratti molto più favorevoli per il paese, espellendo le imprese inadempienti e assicurandosi che le iniezioni di capitali fossero realmente utili e inserite in un piano nazionale; in più, il governo ha deciso, con un gesto di grande spessore politico, di sospendere il pagamento della parte illegittima del debito estero dopo una rigorosa verifica; in politica estera, si sono cercate alleanze strategiche importanti, violando apertamente la dottrina Monroe, dando priorità agli sforzi di integrazione latinoamericana e contribuendo alla sfida di creare un mondo multipolare economicamente e politicamente; nella politica educativa, si è assicurata una copertura dell’educazione fino al terzo livello, si è incrementato esponenzialmente il numero dei maestri ed è stato introdotto un sistema per valutare l’idoneità di questi ultimi; in materia di salute, si sono registrate conquiste notevoli verso un’universalizzazione della copertura medica, dove emergono la garanzie per le malattie terminali e i portatori di handicap; come parte della politica sociale, la costruzione di case ha raggiunto livelli senza precedenti in governi anteriori in un paese dove la maggioranza della popolazione non dispone di abitazione propria. Infine, i grandi progetti di infrastruttura rimasti paralizzati per decenni hanno cominciato a prendere forma, in modo tale che il paese presto disporrà di centrali idroelettriche, aeroporti, raffinerie, strade.
Nonostante un’agenda così ambiziosa sarebbe stata semplicemente impensabile non più di tre anni fa, le aspettative generate dalla vittoria della sinistra hanno creato un grado di impazienza in certi settori che non sono riusciti ad accettare che alcuni dei propri obiettivi principali non ottenessero luce verde da parte del governo, o che il corso del processo non fosse abbastanza radicale. E’ così che, all’isterica ma attendibile reazione dei settori oligarchici, reazionari e liberali, si è sommata la testardaggine postmoderna di alcuni, mischiata con il più classico radicalismo settario di altri, creando una divisione in seno alla sinistra ecuadoriana, diminuendo in tal modo le possibilità di crescita non tanto elettorale, quanto politica del movimento della ‘Revolución Ciudadana’. Per quanto sia vero che in molte aree ci si sarebbe potuti aspettare più coraggio da parte del governo, risulta chiara la mancanza di una visione generale di più ampio respiro da parte di quei gruppi organizzati che hanno preferito allontanarsi dal processo al non vedere accolta la propria istanza. Ciò che infonde speranza e va preso da conto, parafrasando il sociologo nordamericano Eriki Olin Wright, è il senso della direzione e non la chiarezza della destinazione, la cui eccessiva nitidezza ha spesso tratto problemi di un’altra indole nel passato. Il Socialismo del secolo XXI, apparato ideologico ancora in costruzione e punto di riferimento del Presidente Correa, continua a essere un contenitore ancora poco chiaro, ma costituisce uno scheletro importante a cui tutti coloro che aspirano a cambiare le strutture economiche e politiche dovrebbero apportare costruttivamente. Oltretutto, l’esperienza della sinistra ecuadoriana al governo ha il merito di essere passata dalla retorica della resistenza delle moltitudini alla concretezza del cambio sociale: un salto non indifferente considerando le velleità di coloro che, negli ultimi venti anni, hanno teorizzato una non ben definita ‘autonomia dei movimenti sociali’ e hanno evitato di formulare soluzioni politiche alla crisi del neoliberalismo, come sottolineato dal politologo Emir Sader in un recente articolo. Sebbene questo possa aver causato una piccola riduzione dello spazio aperto, plurale ed orizzontale alla base dell’ideologia della democrazia partecipativa di cui si fa portavoce Movimiento País (partito di governo del Presidente Correa), questo deve essere inteso con maturità nel contesto delle esigenze e delle pressioni della ‘real politik’, che fanno che non tutte le istanze progressiste possano essere discusse, né che siano sempre conciliabili, né tanto meno siano, per quanto ben intenzionate, desiderabili. Questa dose di pragmatismo adottata da Correa aiuta il progetto di trasformazione a sopravvivere, di fronte agli attacchi della destra e degli oppositori. E’ chiaro in ogni caso che un avanguardismo eccessivo può degenerare in una mancanza di spazi di deliberazione popolare, producendo contraddizioni peggiori a quelle delle democrazia rappresentativa del liberalismo. Per questo c’è bisogno di aprire più spazi possibili di democrazia popolare, dal basso, partecipativa: una sfida affrontata dalla nuova Costituzione, però che in pratica difetta ancora di meccanismo oliati e di un’implementazione sistematica. Questo è naturale data l’evidente mancanza di esperienza e di una cittadinanza, per quanto sempre più politicizzata, tuttora poco informata e cosciente. L’approfondimento della partecipazione democratica deve essere essere presente tra le priorità della successiva legislatura.
Allo stesso tempo però, il Presidente non ha inteso pienamente il significato a lungo periodo del distanziamento di alcuni quadri importanti dei settori sociali: di fronte alla mancanza di leader politici di base preparati e formati, sono saliti sul carro di Movimiento País personaggi politicamente abulici, attratti dai meri vantaggi materiali che comporta la militanza nel partito di governo. Non è raro trovare, anche a importanti livelli di coordinazione, uomini e donne incapaci di comprendere minimamente la prospettiva politica del governo e che, con la scusa ‘dell’essere inclusivi’, entrano nella file del movimento introducendo ideologie di ogni i tipo e replicando modelli di condotta simili a quelli della tanto disprezzata ‘partitocrazia’. Il pericolo è una deformazione dell’identità originale della ‘Revolución Ciudadana’ o, come nel caso venezuelano, la mancata apparizione di altri leader di riferimento e la consolidazione di piccole tendenze all’interno della maggioranza legate solamente ai nomi, ma non alle idee, fenomeno relativo a una cultura politica dominata da ‘caudillos’. Qualsiasi movimento o partito intenzionato a portare avanti un cambio sociale e culturale radicale e duraturo non può tralasciare la necessità di formare con un certo rigore ai propri militanti e dotare l’organizzazione di un corso ideologico di riferimento, la cui assenza corre il rischio di scadere nel qualunquismo. Nel frattempo, è importante che Movimiento País consolidi l’immagine di un partito sociale, dotandosi di una serie di strutture parallele dedicate allo stimolo di altre attività della sfera umana. La distanza tra la cittadinanza e la politica è stata evidente, a partire dal ritorno alla democrazia, nell’apparizione di macchine elettorali meschine, pronte a ripartire prebende in tempi di elezioni, ma terribilmente smemorate durante la legislatura. Movimiento País ha la grande possibilità di avvicinarsi alla popolazione e ricreare un vincolo ombelicale tra politica e cittadini, organizzando eventi culturali, ricreativi e sportivi, promovendo il dibattito politico-teorico e creando centri di coesione sociale. Questo non sarebbe unicamente risultato di un semplice calcolo elettorali, bensì un’opportunità per ottenere un feedback privilegiato sui problemi della popolazione e costituirebbe una forma di aggregazione popolare altamente affine al tipo di cittadinanza che si vuole impulsare a livello governativo.
In conclusione, è necessario che gli attori sociali schierati con il cambio facciano un fronte comune e appoggino il Presidente nella costruzione delle basi che dovrebbero sostenere il socialismo del secolo XXI. Il governo di Rafael Correa, per quanto orientato a sinistra, mantiene al suo interno matrici ideologico-politiche distinte, questo è innegabile. Chi scrive non è stato sempre d’accordo con l’operato del governo, ma riconosce in quest’ultimo il maggior e unico agente di cambio del momento, nonché punto di confluenza di istanze diverse. Non è pensabile operare un cambio sociale senza contare con l’appoggio della classe media e di settori imprenditoriali nazionali e stranieri. Le classi popolari non contano semplicemente con il livello organizzativo e teorico sufficiente per operare una trasformazione immediata della società. Già qualche anno fa, i socialisti Rafael Quintero e Erika Sylva, nella formulazione di un nuovo modello alternativo di sviluppo storico, capivano che non si può prescindere da un’alleanza con i settori produttivi di orientamento nazionale e di alleanze strategiche con alcune imprese straniere. L’Ecuador continua ad essere un paese povero che ha bisogno di sviluppo, dove ciò che è più immediato e prioritario per la popolazione, risulta essere la generazione di posti di lavoro, la diffusione dell’educazione, il superamento delle strutture ‘caudilliste’ e patrimoniali. Queste non sono questioni sconnesse dal socialismo, così come il socialismo non può essere sconnesso dallo sviluppo, facendo della critica al teorico ‘neosviluppismo’ di Correa sostenuta da Alejandro Moreano totalmente fuori luogo in un contesto dove le relazioni di produzione non hanno ancora raggiunto un livello soddisfacente e dove la trasformazione sociale continua ad essere uno slogan di pochi intellettuali e militanti organizzati. E’ per questo che distanziarsi da un processo che la maggioranza della popolazione interpreta positivamente per gli effettivi miglioramenti implementati, sarebbe un errore madornale. La vicinanza dei migliori quadri della sinistra al processo, capaci di controllare l’impazienza per un cambio più marcato, è la migliore garanzia per la preservazione e la radicalizzazione della ‘Revolución Ciudadana’. Occorre lottare per gli spazi dall’interno e indicare, dentro Movimiento País, la necessità di cambi più profondi, diffondere coscienza sociale, politicizzare la gente, creare egemonia culturale. Non farlo è cedere spazio a coloro a cui non interessa una radicalizzazione del processo. Nell’attualità, l’unica arena per la sinistra in cui è possibile incidere concretamente nelle dinamiche politiche ed economiche è la Revolución Ciudadana. Non capirlo è un suicidio politico.
L’autore ringrazia l’attivista ai diritti umani Fidel Narváez per gli importanti contributi forniti.http://www.gennarocarotenuto.it/7439-la-rivoluzione-della-cittadinanza-in-ecuador-la-sinistra-di-fronte-alle-elezioni/#more-7439
Sapete più qualcosa di Gaza? No. Il silenzio è calato, plumbeo come negli ultimi tre anni. Niente di niente di quello che entra, e soprattutto non entra a Gaza. Niente della carta che non può arrivare per stampare anche i libri di scuola (denuncia dell'Onu). Niente di un isolamento che è tale e quale a quello prima dell'Operazione Piombo Fuso, e di cui - ora, a meno di tre mesi dalle due tregue che furono dichiarate da Israele e Hamas - c'è solo un pallido ricordo. Eppure, allora, le coscienze furono almeno smosse, se non scosse.
Per fortuna, l'International Crisis Group continua a sfornare i suoi rapporti, nonostante l'occhio delle telecamere sia spento. E così Gaza's Unfinished Business riesce a coprire i vari vuoti: comunicativo, informativo, analitico, e persino strategico, su di un buco del mondo che, come ricordava la mia amica Elisabetta Bartuli, è grande quanto il Lago di Garda ma contiene 7 volte il numero degli abitanti della città di Verona.
Un rapporto imperdibile, per chi vuol capire cosa stia succedendo, almeno nelle dinamiche politiche. Su almeno un punto, sono sulla stessa lunghezza d'onda: sulla compresenza, nelle conseguenze dell'Operazione Piombo Fuso, di una fragilità da parte di Hamas sul piano del consenso interno a Gaza, e di un rafforzamento di Hamas sul piano diplomatico internazionale.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Obama e torture : la pubblicazione dei memo divise la Casa Bianca
di Rico Guillermo*
Secondo il Washington Post, la decisione di pubblicare i quattro memorandum dell'amministrazione Bush sulle torture e' stata molto dibattuta, all'interno dell'amministrazione Obama.
I massimi consiglieri in materia del presidente si sono incontrati la sera del 15 aprile. Cinque direttori della CIA - cioe' Leon E. Panetta e i suoi quattro predecessori - e il massimo consulente antiterrorismo di Obama hanno espresso ferma opposizione al rilascio dei memo segreti in cui i legali dell'amministrazione Bush esprimono pareri favorevoli alle tecniche di interrogatorio dure. Erano viceversa favorevoli il segretario alla Giustizia Eric H. Holder Jr., il direttore dell'Intelligence nazionale Dennis C. Blair e il consigliere della Casa Bianca Gregory B. Craig.
Il segretario alla Difesa Robert M. Gates - che ha ricoperto tale ruolo pure nell'ultima parte dell'amministrazione Bush - aveva detto che avrebbe sostenuto la pubblicazione delle informazioni riservate perche' lo riteneva inevitabile e perche' la Casa Bianca era disposta a promettere l'immunita' per gli agenti della CIA che avessero commesso gli abusi sotto la copertura dei pareri legali dei consiglieri di Bush. Anche il presidente del Consiglio dei Capi di Stato maggiore Mike Mullen era sulle posizioni di Gates.
Secondo quanto riferito al quotidiano USA da un funzionario che era presente, Obama, seduto nel'ufficio del suo capo dello staff Rahm Emanuel con una dozzina dei suoi consiglieri politici, giuridici e di sicurezza, ha chiesto un mini-dibattito fra un funzionario a favore del rilascio dei promemoria ed un altro di parere opposto. Quando è finita, Obama ha dettato in loco un progetto della sua dichiarazione sulla pubblicazione dei memorandum che sarebbe poi stata resa nota il giorno dopo.
Ma alla Casa Bianca vi era anche la diffusa sensazione che rendere pubbliche le note e ripudiare le dure tecniche di interrogatorio che l'ultima amministrazione ha cercato di tenere segrete sarebbe stata la scintilla di un dibattito sulla sicurezza a livello nazionale con i conservatori che potrebbe minare una piu' ampia agenda di barack Obama. Diversi consiglieri del presidente hanno sostenuto, per esempio, che occorresse esaminare la possibilita' di rilasciare le informazioni solo dopo aver esaminato l'istituzione di una Commissione verita', rinviando in questo modo la questione di mesi. Ma Obama ha respinto l'idea.
Ora Obama e' pressato da ex funzionari di Bush e si trova di fronte a crescenti pressioni per accettare una tale commissione. Alcuni gruppi di attivisti liberali hanno presentato petizioni con 250.000 firme al ministro della Giustizia durante un'udienza alla Casa Bianca, chiedendogli di nominare un procuratore indipendente che esamini la fonte delle tettiche di interrogatorio. Nel frattempo, Washington vede un vivace dibattito non solo circa la questione delle tecniche, ma anche sulla saggezza di Obama, che ha deciso di esercitare il suo potere di trasformare istantaneamente il "top secret" in documenti pubblici.
Diversi collaboratori di Obama - intervistati dal giornale in forma anonima - hanno evidenziato che la decisione del presidente e' stata in linea con le sue frequenti critiche durante la campagna elettorale alle politiche in materia di interrogatori del presidente uscente George W. Bush. Peraltro, al suo secondo giorno nello studio Ovale, Obama ha firmato un ordine esecutivo con il divieto di prigioni segrete e tattiche dure di interrogatorio.
Inoltre, dicono i collaboratori di Obama, se si fosse lasciato il pubblico nella forzata ignoranza come in passato, l'opera dell'amministrazione Obama sarebbe compromessa dall'azione dell'ex vicepresidente Richard B. Cheney, che continua a lanciare l'allarme sostenendo il rischio di un ipotetico grave attacco terroristico. Invece ora i cittadini sanno come venivano estorte le informazioni e possono comprendere come queste fossero poco attendibili, visto che le tecniche usate per ottenerle avrebbero indotto chiunque a dire qualunque cosa.
La Resistenza fu la lotta di una minoranza: il 25 aprile celebra la vittoria di una sola parte e dei suoi valori. Da il manifesto, 25 aprile 2009 (m.p.g.)
Non c'è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo.
Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po' di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato "terra di nessuno". Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra Resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l'equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l'attuale ministro della difesa. O per denunciarne - dopo averlo disertato per anni - "l'usurpazione" da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come fa l'attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio.
O ancora - in apparenza l'atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso - per riproporre l'eterna retorica della "memoria condivisa": quella che in nome di un'Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell'anima, all'interiore sentire, vorrebbe cancellare - anzi "rimuovere", come accade nelle peggiori patologie psichiche - il fatto, "scandaloso", che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei duri decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani.
Un'Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell'esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il "premier" parla come di luoghi di vacanza): un'Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici a ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a "non mollare" anche quando il "popolo" stava dalla parte del despota, di "disfattisti" contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell'Impero. L'Italia, insomma, dei "pochi pazzi" che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono fedeltà al regime, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei "troppi savi". E dall'altra parte l'Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L'Italia "vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti", come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo.
Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all'altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori.
Ma con ciò il dualismo non scomparve: rimase comunque un'Italia che si identificò con la Resistenza, e una che mal la sopportò e l'osteggiò. Una che si sforzò di continuare l'opera di bonifica contro quell'espressione "dell'autobiografia della nazione" che è stato il fascismo, e un'altra che, sotto traccia, in quell'autobiografia ha continuato a riconoscersi. Un'Italia che stava (fino a ieri pubblicamente) con i suoi partigiani, e un'altra che continuava (fino a ieri privatamente, o quasi) a diffidarne, se non persino a rimpiangere il proprio impresentabile passato.
Ora quella "seconda Italia" (fino a ieri forzatamente in disparte, per lo meno nel giorno dell'anniversario) ha rialzato la testa. Si è dilatata nello spazio pubblico fino a occuparlo maggioritariamente. E ha rovesciato il rapporto. L'autobiografia della nazione è ritornata al potere. Non solo ha ripreso pubblicamente la parola, ma ha ricominciato a dettare l'ordine del discorso. A rifare il racconto pubblico sul nostro "noi". Tutto il frusto dibattito di questi giorni sul nuovo significato del 25 aprile si svolge all'insegna di quella domanda di "ricomposizione" delle fratture, che nel fingere di "celebrare" le scelte di allora in realtà le neutralizza e offende. Di più: ne rovescia radicalmente il segno.
Ci sta alle spalle un mese in cui abbiamo assistito a un clamoroso tentativo d'imporre, con la logica dell'emergenza, un clima asfissiante di rifiuto della critica e di esaltazione del culto del capo; in cui il sistema dell'informazione ha raggiunto vette di servilismo imbarazzanti; in cui l'opposizione, ridotta a fantasma, ha balbettato o si è adeguata. Come non vedere quanto l'appello alla "memoria condivisa", in questo contesto, suoni sostegno a quella stessa domanda di unanimismo che sta dietro ogni logica di regime? Quanto essa risponda a quella sorda domanda di far tacere le differenze e le dissonanze che costituì il vero "male oscuro" delle peggiori vicende nazionali?
Per questo - per tutto questo - per la prima volta, nei 64 anni che ci separano dall'evento che si dovrebbe festeggiare, le piazze ci appaiono perdute. In esse non ci troviamo più a casa nostra, non tanto e non solo perché i nostri avversari hanno prevalso (questo accadde anche nel 1994, e il 25 aprile in piazza ci fummo, eccome!). Ma perché una delle due Italie, quella che aveva riempite quelle piazze come luoghi di una democrazia faticosamente presidiata, non c'è più. La sua voce si è affievolita, fin quasi al silenzio, per oblio delle proprie radici, incertezza sulle proprie ragioni, pigrizia mentale... Per insipienza degli uomini e fragilità del pensiero. Non andremo al mare, in questo giorno. Questo mai. Ma in montagna forse sì, lì idealmente si dovrebbe ritornare, dove l'aria è più fine e favorisce la riflessione e il pensiero. Sul mondo nuovo che stentiamo a capire. E su di noi, che ci siamo smarriti. Ne abbiamo un impellente bisogno.
Il commissario UE Verheugen chiede dove FIAT trovi i soldi per comprare Opel. Invece di rispondere, Governo e Confindustria minacciano ritorsioni. Come se si trattasse di soldi illeciti.
"Dove prendete i soldi? - E' una sentenza di morte". Sembra un dialogo del film Il Padrino, quello che occupa in queste ore le prime pagine dei giornali (R, C, S), opponendo obliquamente e per via di allusioni il commissario UE Günter Verheugen ai vertici del potere economico e politico italiano: Marchionne, Marcegaglia, Berlusconi, Tremonti, Frattini e Scajola. Tutti gridano allo scandalo, al cattivo gusto, alla grave interferenza, al "triplice errore" del tedesco. Ma nessuno risponde alla sua semplice domanda. Il sistema del credito è in crisi, il settore dell'auto boccheggia, la FIAT è andata sotto quest'anno di 411 milioni di euro, eppure (9° gruppo auto al mondo con fatturato di 58,9 mld€ nel 2007), si appresta ad acquisire il controllo di Chrysler (11° gruppo, 59,4 mld$) e probabilmente di Opel (controllata General Motors, 2° gruppo, 207,3 mld $). Già, dove prendono i soldi?
Stranamente, è la stessa domanda che Daniele Luttazzi soleva rivolgere a Silvio Berlusconi all'inizio del suo secondo mandato, attirandosi in breve tempo l'editto bulgaro (18 aprile 2002). Sulla base di alcuni indizi - come il fatto che in passato il Cavaliere avesse assunto in casa propria un estorsore e sequestratore palermitano poi condannato per droga, omicidio e mafia, oppure il fatto che avesse affidato la fondazione del suo partito a un bancario e sedicente bibliofilo palermitano poi condannato per mafia, oppure il fatto che proprio la notte in cui perse le elezioni venisse arrestato presso Palermo il capo della mafia - alcuni ritengono che una risposta potesse essere, allora, "dalla mafia". Ma oggi? Dove prendono i soldi?
I tempi sono molto cambiati, da allora. Intanto l'opposizione non esiste più, se si esclude una sparuta minoranza che continua a sostenere che il governo lavora per conto della mafia. Poi, il Presidente della Repubblica e il Consiglio Superiore della Magistratura sono intervenuti per redarguire i giudici che cercavano di indagare sui rapporti tra i politici, gli imprenditori e la mafia. Infine, un terremoto ha seppellito 300 persone sotto edifici di sabbia costruiti dalla mafia e le autorità perseguono chi si permette di sostenere che dietro la sciagura possa esserci la mafia. Al tempo stesso, mentre tutto il mondo attraversa una crisi finanziaria apocalittica, che sembra esigere interventi statali straordinari, in Italia si esibisce un invidiabile ottimismo, senza muovere il benché minimo dito. Come se non vi fosse alcun problema di liquidità. Anzi, si trovano anche i capitali per andare a salvare l'industria dell'auto americana. Ma insomma, dove prendono i soldi?
Il rischio qui è naturalmente quello di cadere nella semplificazione eccessiva di una materia delicata e complessa che richiede senso di responsabilità bipartisan imponendo di evitare moralismi e demonizzazioni e salvaguardando il più stretto riserbo allo scopo di rispettare il voto popolare e rassicurare i mercati finanziari eccetera. Bisogna quindi evitare di tenere presente il rapporto SOS Impresa - Confesercenti del 2008, secondo cui l'azienda italiana con il più ingente fatturato annuo (130 mld€) e soprattutto con gli utili più cospicui e più difficili da reinvestire (70 mld€) è la mafia. Non bisogna credere che, solo per questo, il capitalismo italiano, con il beneplacito della sinistra, stia sostenendo senza scrupoli una destra di governo la cui unica strategia economica consiste nel ripristino dell'illegalità in campo finanziario, utile a favorire il riciclaggio del denaro della mafia. Sarebbe infatti affrettato concluderne che il capitalismo italiano, con il beneplacito della sinistra, abbia deciso di affrontare la crisi del millennio ricorrendo alle risorse finanziarie messe a disposizione dall'unico settore imprenditoriale in cui da sempre l'Italia è leader mondiale: la mafia.
Il Tribunale di Venezia, con ordinanza del 3 aprile 2009, ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale di vari articoli del codice civile, nella parte in cui non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone del proprio sesso, per contrasto con gli artt. 2, 3, 29 e 117, comma 1, della Costituzione stessa.
La vicenda trae origine dalla richiesta, avanzata da due persone dello stesso sesso al Comune di Venezia, di procedere alla pubblicazione di matrimonio, poi negata dall'Ufficiale dello Stato Civile in quanto illegittima. Nella lunga ordinanza il tribunale, dopo avere premesso che nel nostro sistema il matrimonio tra persone omosessuali non è né previsto né vietato espressamente, afferma però che, indiscutibilmente, nel nostro ordinamento il matrimonio è possibile solo tra persone di sesso diverso «a fronte di una consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio come unione di un uomo e una donna» che impedisce anche di interpretare le norme del codice civile e di varie leggi speciali in maniera estensiva, così da consentire, appunto, la celebrazione del matrimonio omosessuale. L'unica possibilità per i giudici veneziani, dunque, è rimettere la questione alla Corte Costituzionale, che, presumibilmente tra un anno, prenderà la sua decisione.
Questi, in estrema sintesi, gli argomenti del tribunale di Venezia:
a) l'art. 2 Cost. riconosce i diritti inviolabili dell'uomo tra cui quello di sposarsi (diritto riconosciuto anche da fonti sovranazionali);
b) la libertà di sposarsi con persone dello stesso sesso non individua alcun pericolo di lesione di interessi pubblici o privati di rilevanza costituzionale;
c) l'art. 3 Cost. vieta ogni discriminazione irragionevole tra i cittadini i quali hanno il diritto di sposarsi con chiunque senza discriminazioni derivanti dal sesso o dalle condizioni personali;
d) esiste una legge (14.4.1982, n. 164) che consente ai transessuali di sposarsi con persone del proprio sesso di nascita, dichiarata conforme alla Costituzione nel 1985 (aggiungiamo che il mutamento di sesso non è causa di scioglimento dell'eventuale matrimonio già celebrato);
e) l'Avvocatura di Stato giustifica la disparità di trattamento sulla base di ragioni etiche, legate alla "tradizione" o alla "natura", che il tribunale - giustamente aggiungiamo noi - giudica pericolose quando si discute di diritti fondamentali;
f) l'art. 29, comma 1 Cost. nell'affermare che la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, non riconosce il fondamento della famiglia in una sorta di "diritto naturale" ("naturale", come risulta dal dibattito svolto in senso all'Assemblea Costituente, non ha infatti un significato "zoologico" o "animalesco"), ma afferma la preesistenza e l'autonomia della famiglia come comunità originaria e pregiuridica (secondo alcuni parlare di famiglia come società naturale fondata sul matrimonio equivale ad un ossimoro);
g) il divieto non può essere giustificato sulla base di argomenti legati alla capacità procreativa, perchè nessuna norma prevede la capacità di avere figli come condizione per contrarre matrimonio;
h) l'art. 117, comma 1, Cost., obbliga il legislatore al rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario, dagli obblighi internazionali e da varie norme sovranazionali (es. la Carta di Nizza); atti delle istituzioni europee spingono gli stati membri a rimuovere gli ostacoli che si frappongono al matrimonio di coppie omosessuali. Si citano, infine, le legislazioni di vari Stati dell'UE, che in linea con le risoluzioni comunitarie hanno delineato una nozione di relazioni familiari tale da includere le coppie omosessuali (Olanda, Belgio, Spagna, Germania, Svezia, Norvegia Danimarca, Finlandia, Islanda).
Uno degli argomenti tradizionalmente utilizzati per avversare l'introduzione in Italia del matrimonio tra omosessuali è quello del buon costume (unito all'ordine pubblico) e tale argomento, per esempio, è stato utilizzato dal Tribunale di Latina nel 2005, per negare la trascrivibilità nei registri dello stato civile di un matrimonio tra omosessuali celebrato all'estero. Occorrere chiedersi, però, che cosa debba oggi intendersi per buon costume. A quali valori etico-sociali il legislatore intende riferirsi? È possibile parlare di una morale assoluta o il concetto stesso del buon costume è un concetto contingente che va temporalmente e spazialmente circoscritto? Il richiamo al buon costume, per il contenuto etico e per le puntualizzazioni filosofiche cui rinvia, è imbarazzante per il giurista che è costretto a muoversi in sentieri che non gli sono usuali ed il richiamo del diritto al buon costume non deve essere letto come desiderio di educare e moralizzare i propri consociati, sopravvalutando la funzione del divieto. In tale regola, come evidenziato dagli studiosi della materia, non è ravvisabile alcuna finalità educativa: non si tratta di demandare alla legge il perfezionamento morale. La legge, molto più banalmente, si limita soltanto ad impedire che l'immoralità, per svolgersi, si serva degli strumenti giuridici, rifiutando così di prestare la sua assistenza ai negozi che la morale disapprova.
Se così è, però, per negare cittadinanza al matrimonio tra omosessuali bisognerebbe allora avere la coerenza di affermare che è l'omosessualità in quanto tale ad essere immorale e che, di conseguenza, un omosessuale non può avere tutela giuridica per i suoi comportamenti, perchè la legge sarebbe solo un mezzo per tutelare uno status che è appunto immorale. In tutta onestà, però, c'è qualcuno che può legittimamente affermare che la morale comune ed il comune sentire, oggi, disapprovino l'omosessualità in quanto tale? In realtà, a parte l'anedottica personale, i prevalenti comportamenti pubblici e privati degli ultimi anni stanno a dimostrare che l'omosessualità non viene più vista - di per sè - come un comportamento contrario al buon costume o, tanto meno, all'ordine pubblico. Gli esempi sono innumerevoli in tutti i campi e del resto le elezioni di numerosi deputati dichiaratamente omosessuali, per non parlare di Vendola a governatore della Puglia lo dimostrano. Occorre pertanto aggiornare il concetto di buon costume e di conseguenza il diritto, in modo conforme alle nuove realtà che via via stanno emergendo, prendendo a riferimento quel che è il comune sentire, in merito alle unioni sia eterosessuali che omosessuali. Nel nostro Paese come nel resto del mondo.
Del resto, perchè mai due persone di sposano? Non certo per motivi religiosi. Sgomberiamo subito il campo da questo equivoco, dato che il matrimonio, dal punto di vista del diritto (che è l'unico che qui interessa), non ha nulla a che vedere con la religione ed anzi due persone tra loro coniugate solo religiosamente sono, per il nostro ordinamento, due perfetti estranei. Non per garantire l'indissolubilità del rapporto, dato che il divorzio è legale in Italia da quasi quarant'anni e ciascuno di noi può sposarsi più volte nell'arco della propria vita. Non per garantire la moralità o il buon costume o limitare la sessualità, dato che, a parte l'assoluta accettazione sociale dei rapporti sessuali come e quando si vuole tra consenzienti, nessuno si sognerebbe, ad esempio, di far dichiarare la nullità del matrimonio di una coppia regolarmente sposata sorpresa in un locale di scambisti. Non per garantire la procreazione o per dare maggior tutela ai figli. Anche in questo caso, a parte l'assoluta equiparazione di tutela ai figli nati fuori e dentro il matrimonio, nessuno si sogna di impedire di sposarsi a due ottantenni o ad una coppia sterile.
In realtà, a ben vedere ci si sposa perchè due persone legate da un sentimento (probabilmente reciproco) scelgono di vincolarsi a diritti e doveri (altrettanto reciproci) di solidarietà, affetto ed assistenza, accettando che a riempire di contenuto tali diritti e doveri sia la legge alla quale spontaneamente si sottomettono. Se così è, è del tutto irrilevante se il sesso di coloro che scelgono di vincolarsi reciprocamente sia il medesimo o differente. D'altra parte, il fine ultimo del diritto è proprio quello di fornire gli strumenti per regolare efficacemente la vita di relazione e sanzionare i comportamenti che ledono l'equilibrio sociale.
In questa prospettiva, ogni atto di autonomia privata meritevole di tutela giuridica costituisce parte del corretto funzionamento del sistema giuridico medesimo, contribuendo allo sviluppo della società civile che, quindi, da un'estensione agli omosessuali dei diritti matrimoniali non uscirebbe indebolita ma, anzi, rafforzata.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/I_matrimoni_omosessuali/2009-04-24%2022:12#body
Va ora in onda..., "il 25 aprile di Berlusconi", stagione 15, episodio 1
Oggi ad Onna, il piccolo paese brutalizzato dal terremoto meno di tre settimane fa, è “andato in onda” l’ennesimo episodio della lunga soap opera Berlusconiana. Se avete mai seguito uno sceneggiato in stile “Beautiful” avrete potuto notare come i personaggi principali non abbiano mai una vita normale, regolare, coerente ma cambino alleanze, partner e obiettivi nel breve volgere di qualche puntata.
Nel nostro caso siamo all’ennesimo colpo di scena. Dopo diverse stagioni in cui il leader del Centrodestra aveva nicchiato sulla Resistenza e sulla festa della Liberazione ecco che quest’anno arriva la novità. Berlusconi si erge a nuovo “De Gasperi”, cercando di guardare oltre la contrapposizione, verso una Italia finalmente unita nei valori.
In verità gli “sceneggiatori” di questa nuova stagione, che potremmo intitolare “Qualcosa è cambiato” , hanno potuto scrivere un copione di questo tipo solo grazie alle novità susseguitesi nella stagione appena conclusa, quella del “Di nuovo al comando”, quando Gianfranco Fini ha archiviato sessantanni di Msi-An e di postfascismo “sciogliendosi” nel Popolo della Libertà. Sino a quel momento Berlusconi aveva preferito nicchiare sul 25 Aprile per non urtare i suoi alleati aennini. Ma ora An non c’è piu, Storace e gli estremisti sono fuori dal parlamento e cosi puo andare in onda “il Berlusconi-versione Liberazione”.
In tutto questo contesto il CentroSinistra recita sempre la solita parte, quella dello “sfigato” di turno, l’antagonista, il personaggio di contorno, anonimo , che magari fornisce involontariamente un assist all’attore principale (Franceschini che “invita” Berlusconi a partecipare alle celebrazioni della Liberazione dandogli la possibilità di “appropriarsi” della festa utilizzandola a suo vantaggio).
Come ogni Soap che si rispetti lo share ha un ruolo importante. E bisogna dire che gli “ascolti” per Silvio crescono sempre di piu, giorno dopo giorno. Oggi quindi abbiamo assistito al Berlusconi in versione Liberazione, il prossimo 25 Aprile però tutto potrebbe cambiare. Dipende da quanto sarà alto lo share e da cosa scriveranno gli sceneggiatori.
(l'Unità, 24 aprile 2009) - Non so perché la notizia sia passata sotto silenzio. Ma qualcosa senza precedenti che richiama la parola proibita (“regime”) è avvenuto l’altro ieri. Non in un paesino sperduto della Sicilia o delle profonda provincia leghista. Ma a Roma, nella capitale che è specchio e misura del Paese. E’ stata vietata la presentazione pubblica di un libro, “Governare con la paura”. L’hanno scritto, per Melampo, tre giornalisti: Enrico Deaglio, Beppe Cremagnani e Mario Portanova. Racconta il modo in cui la destra punta a governare l’Italia: “facendo” paura e “seminando” paura. Le prove generali, ben riuscite, nel 2001 a Genova. E poi le fobie e ossessioni alimentate per colpire diritti e garanzie. Bene. La presentazione di questo libro (tra i relatori Massimo D’Alema e Concita De Gregorio) è stata impedita l’altro ieri dal Comune di Roma. Motivo: manifestazione politica non autorizzata. Ora, proviamo a immaginare, e chiedo questo sforzo di immaginazione soprattutto ai bipartisan, e ancor più ai bipartisan specializzati nel trovare le colpe della sinistra. Ma se vi dicessero che nella capitale di un altro paese è stata vietata la presentazione di un libro a cui partecipavano un leader dell’opposizione (ex capo del governo) e la direttrice del quotidiano legato al maggiore partito di opposizione, voi che cosa direste? Che cosa direste sullo stato delle libertà in quel paese? Che è un paese che scoppia di democrazia? Certo, il sindaco Alemanno, dopo che il divieto ha fatto il suo mestiere, si è scusato. Ma nulla succede per caso. Vuol dire che le mani, anche se non menano, prudono molto e attendono di menare. Le tivù private. Poi le tivù pubbliche. Poi l’esilio per i direttori odiati dei grandi quotidiani. Ora il divieto per i libri. La domanda è: ma dove si deve arrivare per capire e per dire che siamo in una democrazia a rischio?
Data: Sabato 25 Aprile 2009 (8:00) Argomento: Informazione
Invece di azzerare il rischio "subprime" i governi lo caricano sui cittadini. Mentre la finanza islamica è ben florida e alimenta il fondamentalismo. La denuncia dell'economista Loretta Napoleoni nel suo nuovo libro
DI FEDERICO TRULLI avvenimentionline.it/
Dottoressa Napoleoni, La morsa prosegue quelle inchieste. Alla luce dello scandalo dei subprime che ha scosso le fondamenta economico-finanziarie dell'Occidente, vanno riviste le sue previsioni di crescita della finanza islamica?
Questa finanza, che è l'8 per cento di quella mondiale, ha chiaramente subito danni. Ma non per via dei subprime, quanto a causa della contrazione globale di capitale circolante.
Lei però porta l'esempio di Dubai per raccontare la dinamica da boom and bust che abbiamo vissuto…
Dubai è interessante perché è il più "occidentale" dei luoghi islamici. Lì il mercato poggiava principalmente sulla vendita di beni immobili. Col crollo delle banche si è verificata una crisi del credito e una riduzione del personale in queste banche impiegato. A catena, poi, il turismo ne ha risentito e con esso l'economia in generale. Ma, per esempio, se guardiamo al Bahrein, la caduta del prezzo del petrolio, sempre legata alla crisi del credito, ha avuto sì un impattosulla bilancia dei pagamenti, ma con effetti minimi rispetto a quelli di Dubai e nostri. In sostanza nessuna banca islamica rischia di fallire perché nessuna si è esposta a certi pericoli. L'islam vieta di dare soldi in prestito "solo per prestarli" e guadagnare attraverso la cartolarizzazione dei crediti.
Nella foto Loretta Napoleoni
E le organizzazioni criminali come gestiscono la crisi?
Oltre al fondamentalismo islamico che ovviamente non attinge da banche occidentali, secondo me l'economia criminale in genere in questa situazione ci va a nozze. Solo una parte minima dei soldi "sporchi" finisce nelle strutture finanziarie per il riciclaggio. Quella criminale è un'economia in contanti: i soldi li fa girare, non li investe per comprare azioni della Goldman Sachs. In una situazione in cui c'è mancanza di moneta, le organizzazioni eversive si arricchiscono con un business sempre vivo, quello dell'usura. E oggi ancor di più visto che le piccole e medie imprese, come anche le famiglie, non riescono a sopravvivere non avendo più una linea di credito aperta. Nel '29 è successo lo stesso, con il boom del crimine organizzato.
Ne La morsa lei indica il 9/11 come data cardine e Bush artefice della crisi odierna. Ma le "Twin towers" sono arrivate in piena bolla speculativa (allora furono le dot.com) e negli Usa la deregulation aveva già avviato quel processo di indebitamento dei meno abbienti che poi sarebbe risultato fatale…
Non avendo ottenuto tutto il denaro che aveva richiesto al Congresso per la guerra contro Al Quaeda, Bush ha aumentato in maniera esponenziale l'indebitamento del Paese tramite l'emissione di buoni del Tesoro. Che sono stati acquistati specie da Cina, Giappone. Ma anche dalle banche islamiche. Quell'indebitamento si è imperniato sulla deregulation avviata negli anni 90 da Clinton, e dal presidente della Fed, Greenspan. Loro due sono responsabili di questa crisi quanto Bush. Il quale ha proseguito nell'opera di eliminazione delle regole. Con Clinton non c'è stato alcun miracolo: l'economia non cresceva ma si indebitava sempre più. Acuendo diseguaglianze preesistenti, quella crescita legata agli effetti della globalizzazione (caduta dei salari e aumento del reddito da capitale) è andata a finire tutta nelle tasche dell'uno per cento della popolazione. Mentre il debito è ricaduto sulla classe media, che si è appiattita sempre più verso il basso, in termini di capacità di acquisto e risparmio.
Se banche e governi sono entrambi responsabili come crede usciremo da questa crisi?
Rendendoci conto che la finanza ci ha derubato, anche perché eravamo "distratti" dalla guerra ad Al Quaeda. Poi è importante capire come bisogna combattere. La deregulation ha dato la possibilità a questa finanza di approfittare della politica dei tassi di interesse sempre più bassi. Il concetto da fissare è che non è stato Bush a creare la bolla. Ma è statala sua politica a creare le condizioni affinché questa finanza assolutamente sregolata costruisse a dismisura la bolla fino a farla scoppiare. La soluzione è quindi trovare un nuovo sistema di regole condivise a livello mondiale. Peraltro quando i governi si sono visti al G20 di Londra non hanno combinato assolutamente nulla.
E questi stessi governi ora stanno assumendo rischi e perdite delle banche.
No. Noi con i soldi nostri assumiamo le perdite delle banche, non i governi.
Esiste un'alternativa?
Sì, ed è che questi istituti dovrebbero fallire. Mantenere in piedi certi carrozzoni non funzionerà. Adesso tutti credono che ci sia una ripresa economica, ma non è assolutamente vero. Le recessioni non sono dei fenomeni in cui si scende e basta. Il mercato scende, poi si stabilizza, poi cala di nuovo. La soluzione è riportare il sistema bancario a quello che era originariamente: non un gioco d'azzardo ma raccolta del risparmio e distribuzione del credito sulla base dei principi economici. Fondamentalmente il mestiere del banchiere è un mestiere noioso. Ebbene, deve tornare a essere noioso perché è importante per la società. Ma è evidente che i governi nemmeno riescono a concepire un'alternativa.
Possiamo sperare nel prossimo G8 di luglio?
Secondo me alla Maddalena accadrà ancora meno di quanto successo a Londra. Sono molto pessimista, come sempre.
Loretta Napoleoni è romana ma vive a Londra. È tra i massimi esperti di terrorismo ed economia internazionale. Collabora con la Cnn, la Bbc e scrive per Le Monde, El Pais, The Guardian, Internazionale, il Caffé e l'Unità. Tra i suoi libri: Terrorismo Spa (il Saggiatore), Al Zarqawi (Tropea), Economia canaglia (il Saggiatore), I numeri del terrore (con Ronald J.Bee, il Saggiatore).
Ha resistito a tutto il Novecento berlinese, alle atrocità dell’era nazista, alle bombe della seconda guerra mondiale, allo strozzamento del muro comunista che per quarant’anni ha fatto della capitale tedesca un’isola difficile da raggiungere. I berlinesi sono convinti che sopravviverà anche alla crisi economica d’inizio secolo e che, per altri cento anni, continuerà ad essere il tempio dello shopping dell’Europa centrale. Parliamo del Kaufhaus des Westen, più noto con l’acronimo KaDeWe, il secondo magazzino più grande d’Europa dopo gli Harrod’s di Londra, che ora rischia di essere messo sul mercato per le difficoltà del gruppo Arcandor che ne è proprietario.
Non è il KaDeWe che va male, ma altre catene del gruppo specializzato nel turismo e nel commercio. In particolare la catena dei grandi magazzini Karstadt, un altro pezzo di storia tedesca. Negli ultimi anni si è provato di tutto, dismettendo negozi, vendendo immobili, tentando un’improbabile sbarco in borsa. Poi è arrivata la madre di tutte le crisi e i bilanci sono diventati insostenibili. Il nuovo amministratore, Karl-Gerhard Eick, ha ora pronto un nuovo piano che prevede ristrutturazioni, licenziamenti, aiuti statali, fino alla vendita dei gioielli del gruppo, tre grandi magazzini di lusso a Monaco, Amburgo e Berlino. L’ultimo dei tre è, appunto, il KaDeWe.
Specchio della trasgressione o vetrina dell’occidente, a seconda del decennio prescelto, il tempio del lusso berlinese ha segnato non solo la storia commerciale della città, ma anche il costume e la cultura di un’intera area geografica, proiettando le luci delle sue vetrine illuminate lungo tutta l’Europa centrale fino a Mosca. Berlino senza il KaDeWe è come Londra senza gli Harrod’s, Parigi senza Lafayettes, New York senza Mecy’s o Bloomingdale’s e Milano senza la sua Rinascente su Piazza Duomo.
Sessantamila metri quadrati di spazio espositivo, il grande magazzino dell’occidente è probabilmente il “monumento” più visitato anche dai turisti: se ne contano 180mila al giorno, quarantaquattro volte quanti passeggiano sulla cupola in vetro e acciaio del nuovo Bundestag. Ad attirarli è soprattutto il leggendario sesto piano, il settore gastronomico ricco di ristoranti, vinoteche e bistro e di prodotti alimentari freschi provenienti da tutto il mondo: formaggi dalla Francia, salumi dall’Ungheria, pasta fresca dall’Italia, spezie dall’Asia, caviale dalla Russia, ostriche dall’Atlantico, aragoste dal Maine, il tutto innaffiato da litri di champagne che fanno di questo angolo cittadino un indirizzo non proprio economico. Negli anni del muro, era l’unico posto dove si trovava la mozzarella di bufala, trasportata via aereo ogni due giorni direttamente dalla Campania.
Dentro questo mondo scintillante è transitata un’umanità assai diversa nel corso dei centodue anni di vita, dal bel mondo dell’aristocrazia militare prussiana, che da Potsdam sciamava verso Berlino lungo i viali della Kurfürstendamm, alla trasgressiva popolazione artistica del decennio d’oro, quello degli anni Venti, cosmopolita e multietnica, che aveva eletto Berlino a capitale del mondo e il KaDeWe a suo emporio: Marlene Dietrich, Christopher Isherwood, Billy Wilder e anche tutta la truppa dei futuristi che Filippo Tommaso Marinetti aveva catapultato sulle sponde della Sprea a respirare modernità e cambiamento.
Divenne poi il freddo spaccio d’élite della nomenklatura nazionalsocialista e ne pagò le conseguenze, sbriciolandosi sotto le bombe della seconda guerra mondiale in una collina di macerie, una fra le tante della Berlino della Stunde Null. Nacque a vita nuova dopo la guerra e subito tornò a circondarsi di strass e paillettes, celebrandosi come vetrina d’occidente, baluardo consumistico e luccicante delle meraviglie del capitalismo in opposizione alla seriosità pauperistica della Berlino comunista. Il KaDeWe divenne, suo malgrado, il simbolo della guerra fredda. Era lì, in quel mondo artificiale di luci e beni di consumo, che i berlinesi occidentali, ancora scossi dalla costruzione del Muro e a malapena riscaldati dalle parole pronunciate dal presidente americano John Fitzgerald Kennedy – “ich bin ein Berliner” – ancoravano coraggio e orgoglio per sentirsi meno abbandonati: isola sì, ma felice in un mare di comunismo e totalitarismo.
Il Kaufhaus des Westens si trova sulla Tauentzienstrasse, il prolungamento della più famosa Kurfüstendamm, centro commerciale della vecchia Berlino Ovest, e il fatto d’essere un simbolo del lusso lo espose anche alle contestazioni studentesche degli anni Settanta. Nel 1980, quando il ribellismo era già sfociato nell’anarchismo stile squatter, i suoi scaffali vennero “profanati” dall’assalto di autonomi in cerca di feticci del sistema consumistico da trafugare.
Poi il muro cadde e il primo posto dove i berlinesi dell’est andarono a spendere il sussidio in marchi occidentali era sempre il KaDeWe, davanti alle cui vetrine si formavano file interminabili dei cittadini della nuova Germania unita. Negli ultimi due decenni, ha combattuto un’altra battaglia, quella dello spostamento del centro cittadino da ovest ad est, concorrendo con in nuovi centri commerciali sorti come funghi nella parte orientale della città. Ma il suo marchio ha vinto anche questa volta e negli anni Novanta, quando dalla Russia gli oligarchi e i nuovi ricchi spedivano a Berlino le loro consorti per ingioiellarsi e impellicciarsi, al KaDeWe si sono riempiti di commesse russe per offrire un servizio all’altezza della nuova clientela.
Ora si gioca l’ennesima sfida. Non sarebbe la prima volta che il magazzino dei sogni berlinesi cambia proprietario, ma ogni volta i cittadini trattengono il sospiro, sperando che il nuovo acquirente sappia meritare un dono tanto prezioso. Questa volta si sono fatti avanti anche buffi personaggi cittadini, una cordata di patrioti locali pronta a evitare che il tempio del lusso finisca in mani straniere. Fra di loro, anche un fotografo disoccupato. Ma non sarà necessario affidarsi a un’avventura. Il KaDeWe va sul mercato perché è l’unica perla della sbiadita collana Arcandor. E comunque giri il mondo, ci sarà sempre bisogno del KaDeWe a Berlino.http://walkingclass.blogspot.com/
Israele sfida gli USA e distrugge le case palestinesi -
di Ben Lynfield - «The Independent»
Spazzate via le critiche internazionali, Israele ha demolito la casa di un palestinese a Gerusalemme Est nell’ultima di una serie di azioni che, dicono i critici, stanno sollevando via via tensioni in città, compromettendo le chance di una soluzione a due Stati per il conflitto israelo-palestinese.
Ammar Hudidon, residente del quartiere Jebel Mukaber, padre di sette figli, ha detto che ieri un bulldozer ha raso al suolo casa sua, dopo che il comune di Gerusalemme ha affermato che gli mancavano i permessi edilizi. I palestinesi si lamentano del fatto che i permessi sono praticamente impossibili da ottenere.
Un portavoce del comune ha sottolineato che la demolizione è stata «condotta interamente sotto l’egida del Ministero degli Interni e del governo di Israele» e non è stata ordinata dal sindaco, Nir Barkat.
Questo accade all’indomani dell’invito, da parte del presidente Barack Obama, a israeliani e palestinesi affinché prendano misure per promuovere la pace a due giorni dalla decisione della commissione pianificazione di Gerusalemme che ha approvato un progetto di costruzione del quartier generale di un insediamento israeliano a Sheikh Jarrah, un’area palestinese in cui i coloni ebrei stanno penetrando sempre di più.
Israele considera Gerusalemme Est, annessa nel 1967, come parte della sua capitale, ma l’annessione è considerata illegale dalla maggior parte della comunità internazionale.
Moshe Yogev, tesoriere del Movimento dei Coloni Amana, ha affermato che il cantiere è vicino alla già esistente sede della polizia nazionale di Israele e agli uffici governativi di Sheikh Jarrah. «Non è come se stessimo andando lì a creare una realtà di fatto sul terreno», ha detto.
Yogev ha sostenuto che il piano ha avuto un iter di 14 anni attraverso il governo della città e le commissioni. Non era certo se il gruppo di coloni darà seguito all’idea di spostarvi la sua sede. «Non abbiamo ancora deciso», ha detto.
Gli altri cambiamenti israeliani a Sheikh Jarrah comprendono il piano di sfrattare le famiglie da due grandi edifici che occupano da più di 50 anni per il fatto che non sono i legittimi proprietari. Si ritiene che le loro abitazioni saranno date ai coloni. Altri piani di demolizione di 88 abitazioni palestinesi nel quartiere Silwan sono temporaneamente sospesi a causa della pressione internazionale.
Un diplomatico britannico ha criticato tali operazioni israeliane durante la scorsa serata. «Essi [il nuovo governo israeliano] ci hanno chiesto una pausa intanto che formulano le loro politiche, ma se ci sarà una pausa nel processo di pace bisogna che ci sia una pausa anche nelle azioni a cui stiamo assistendo a Gerusalemme Est. Tali provvedimenti sono in contrasto con l’obiettivo della pace che Israele dichiara», ha affermato il diplomatico.
Sono riuniti in Alaska fino a venerdì 24 i rappresentanti di 400 popoli indigeni di tutto il mondo per il loro primo incontro globale sui cambiamenti climatici. Dalla dichiarazione finale, una dura critica al modello economico iperconsumistico.
Dal 20 al 24 aprile si svolge ad Anchorage, in Alaska, l’incontro globale dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici, cui partecipano circa 400 rappresentanti di altrettanti popoli indigeni provenienti da oltre 80 paesi di tutto il mondo.
Tra i partecipanti anche Evo Morales, che è arrivato ad Anchorage per partecipare all’incontro sponsorizzato dalle Nazioni Unite e che sarà tra i firmatari della dichiarazione finale. Una dichiarazione che – si preannuncia – conterrà una dura critica alle misure di compensazione delle emissioni promosse sin qui dai governi e proporrà di usare i saperi tradizionali come strumenti alternativi di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici, chiedendo l’inclusione a pieno titolo dei popoli indigene nei negoziati e nei futuri accordi siglati in materia.
L’incontro di Anchirage mira a favorire e rafforzare la partecipazione delle organizzazioni indigene ai lavori preparatori della Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici che si terrà a dicembre a Copenaghen, dove si lavorerà alla messa a punto di un accordo post-Kyoto per creare un fondo di adattamento ai cambiamenti climatici per i paesi del sud del mondo e per stabilire nuove regole che riducano nei prossimi anni le emissioni atmosferiche che causanno l’effetto serra.
Attualmente sono circa 350 milioni gli indigeni che popolano il pianeta [circa il 6 per cento della popolazione mondiale] divisi in circa 5.000 popoli che vivono in 80 paesi dei cinque continenti. «I popoli originari hanno una responsabilità molto bassa in merito al problema globale del cambiamento del climati, tuttavia sono tra i settori sociali più minacciati dalle conseguenze di questo fenomeno. Inoltre, le popolazioni indigene sanno come adattarsi a ogni tipo di clima, ciò rende la nostra partecipazione al dibattito in materia non solo preziosa, ma necessaria», ha detto Patricia Cochran, presidente del Consiglio circumpolare articolo che ospita il summit.
Lo stesso concetto è stato ripreso da Victoria Tauli Copruz, leader indigena filippina e presidente del Forum permanente dell’Onu sulle questioni indigene, che , inaugurando i lavori del summit ha ricordato: «Possiamo vantare diversi secoli di esperienza nell’adattamento al clima, e i nostri stili di vita si basano su livelli bassissimi di emissioni nocive».
Per questo le proposte delle popolazioni indigene [il ritorno dei paesi occidentali a stili di vita che razionalizzino i consumi, il rispetto della Madre Terra intesa come sistema complesso del quale facciamo parte al pari delle altre specie viventi] rappresentano un punto di vista importante verso un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.
Proprio l’Alaska è divenuta negli ultimi mesi uno dei simboli degli effetti devastanti e spesso irreversibili del cambiamento climatico: sono circa una trentina le comunità della regione che rischiano di dover abbandonare i propri insediamenti per le conseguenze dello scioglimento dei ghiacci e del surriscaldamento del pianeta. Lo stesso accade nel Sud del Pacifico, dove molte isole rischiano di scomparire a causa del progressivo aumento del livello degli oceani.
Gli ultimi documenti diffusi dall’Intergovernamental panel on climate change [Ipcc] confermano il dato, aggiungendo che le zone del mondo più colpite dai cambiamenti climatici [regione amazzonica, caraibica e circolo polare artico] sono purtroppo anche quelle in cui vive il maggior numero di indigeni.
Venerdì, al termine dell’incontro, oltre alla dichiarazione finale, firmata anche da D’Escoto Brockmann, presidente dell’Assemblea generale Onu e da Henningsen, parlamentare danese rappresentante della Groenlandia, sarà varato anche un piano d’azione con le proposte concrete dei popoli indigeni per salvare il pianeta.http://www.carta.org/campagne/ambiente/17257
SRI LANKA Vanni, il governo chiede aiuti internazionali. Dai tamil accuse alle autorità di Melani Manel Perera Sempre più grave la crisi umanitaria nelle zone di guerra. Le Tigri tamil parlano di circa 165mila civili che rischiano di morire di fame; accuse al governo, che "in maniera deliberata” blocca gli aiuti. Colombo chiarisce che la cura dei rifugiati è una “priorità” e prepara un piano post-guerra.
Colombo (AsiaNews) – Il governo dello Sri Lanka chiede aiuto alla comunità internazionale e alle ong locali, per far fronte alla marea di profughi in fuga dalla guerra. Le Tigri tamil riferiscono di 165mila civili, appartenenti a circa 40mila famiglie, che rischiano di morire di fame e di stenti all’interno della zona controllata dai ribelli; le Tigri puntano il dito contro le autorità di Colombo, che “in maniera deliberata” privano i profughi “di cibo e altri generi di prima necessità”.
I profughi della No-Fire Zone vivono in condizioni disperate: mancano cibo, acqua potabile, vestiti puliti, biscotti, medicine e assistenza medica. Le televisioni del Paese trasmettono immagini di gente ridotta alla fame, stremata, malata e senza alcuna speranza di salvezza. I ribelli attaccano il governo, accusandolo di colpire in maniera “deliberata” la popolazione per annientare la resistenza.
I ribelli parlano di “bombardamenti mirati” e “colpi di artiglieria” a strade e vie di collegamento utilizzate per portare aiuti ai bisognosi. Colombo, da parte sua, sostiene che la “cura dei civili” delle zone di guerra è una “priorità”. Il solo elemento certo, in questo scambio di accuse reciproco, è la condizione disperata dei profughi; oggi è in programma una visita nella zona di Sir John Holms, capo dell’Agenzia Onu per gli aiuti umanitari, il quale farà il punto della situazione.
Mahinda Samarasinghe, capo del dicastero singalese per la Protezione civile e i diritti umani, riferisce che al 24 aprile vi sono 193.960 sfollati, i cosiddetti Internally Displaced People (IDPs). Negli ultimi quattro giorni 105.274 civili sono fuggiti dalla No-Fire Zone, il 75% dei quali sono stati affidati alle cure delle Agenzie governative. I ribelli parlano di una crisi umanitaria senza precedenti, simile a “quella del Darfur e anche più grave”.
Colombo assicura di voler garantire “i bisogni immediati” della popolazione, fra cui cure mediche e acqua potabile. Il governo annuncia inoltre di avere in mente un piano post-guerra per permettere un progressivo ritorno alla normalità per i rifugiati a Vanni. Secondo i dati più recebti forniti dalle Nazioni Unite, negli ultimi tre mesi di guerra sono morti circa 6.500 civili. La guerra fra ribelli indipendentisti e governo centrale è divampata nel 1983, aggravandosi negli ultimi tre anni. La campagna lanciata dall’esercito governativo è alle strette finali: presto anche le ultime sacche di resistenza potrebbero essere sradicate, al prezzo di migliaia di vite umane spezzate. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15084&size=A
AMBIENTE-BRASILE:Le meraviglie della spazzatura elettronica Clarinha Glock
Keith Garcia Reges in azione.
Foto: Clarinha Glock/IPS
PORTO ALEGRE, Brasile, (IPS) - (IPS/IFEJ ) Con il materiale di apparecchi ormai inutilizzabili, gli allievi del Centro di recupero computer (CRC) della città del Brasile meridionale di Porto Alegre hanno messo in moto 1.700 macchine in tre anni di lavoro.
Entro la fine del 2009 si prevede una produzione di 2.500 computer, che verranno distribuiti a scuole, asili, organizzazioni non governative e centri informatici, per avvicinare la tecnologia alla gente ancora lontana dall’informatica in questa città di 1,5 milioni di abitanti, capitale dello stato di Rio Grande do Sul.
La materia prima del CRC è la spazzatura elettronica gettata via dal governo federale, banche, imprese e utenti privati, che si disfano dei propri computer per altri più moderni o perché non riescono a ripararli.
Prima, computer, stampanti e accessori venivano buttati nelle discariche sanitarie o depositati in qualche mucchio indistinto che finiva per mescolarsi con calcinacci e altri rifiuti. Oggi, recuperano un nuovo tempo di vita utile, o vengono riciclati come materia prima per diverse forme di espressione artistica.
Il progetto fa parte del “Programma brasiliano di inclusione digitale”, ed è il risultato di una collaborazione tra Ministero della pianificazione e Rete marista di educazione e solidarietà, parte della congregazione cattolica dei Fratelli maristi.
Centri come quello di Porto Alegre sono nati negli stati di Minas Gerais e San Paolo, nel sud-est e sud del paese, e nel distretto federale di Brasilia.
Come gli altri centri, anche il CRC di Porto Alegre si trova in un quartiere periferico. Qui, 88 giovani di famiglie vulnerabili ricevono una borsa di studio grazie alla quale possono imparare a smontare, riparare, adattare e montare apparecchi, installare software liberi, programmare e configurare computer.
Ma soprattutto, scoprono il valore di ogni parte ed elemento, non solo delle macchine, ma di se stessi, come cittadini. “Il corso è importante per il suo aspetto professionale e per la convivenza tra le persone, perché qui la gente interagisce”, spiega Keith Garcia Reges, di 16 anni.
Nell’’era del monouso’, lei e i suoi compagni costituiscono un’eccezione. “Smettiamo di gettare via molte cose, e impariamo ad utilizzare di più ciò che abbiamo in casa”, dice. Sono poche le persone che possono permettersi il lusso di mettere le mani in un computer senza timore, perché se si “rompe”, poi si “ripara”, osserva.
Reges ripara computer, caricabatterie di telefoni cellulari, altoparlanti, ventilatori. E moltiplica le sue conoscenze. Ha invitato due colleghi a presentare un lavoro sui residui elettronici in una mostra didattica che verrà realizzata nella sua scuola.
Nel padiglione installato nella sede del Centro sociale marista (Cesmar) della città, Rafael de Vasconcelos, di 17 anni e appassionato di robotica, è arrivato lontano. Ha cominciato come volontario a 15 anni, è stato istruttore, poi assunto come apprendista, e oggi è educatore. Con la borsa di studio si paga gli studi nella Facoltà di ingegneria elettrica e elettronica, dove si è iscritto da poco.
”Quando sono in classe, sono felice di vedere che imparo a mettere insieme delle cose con l’obiettivo di migliorare il mondo”, afferma.
Gli occhi di Vasconcelos percepiscono appena i vantaggi della velocità e dell’efficienza delle apparecchiature che ha riattivato. Lui riconosce, ad esempio, che la fabbricazione di un computer ha più costi per l’ambiente di quanto i consumatori pensino.
Tutto ciò che arriva al CRC viene utilizzato. I pezzi che non possono essere riparati vengono smontati e studiati nella aule di robotica, territorio di Vasconcelos.
Chiunque veda la montagna di carcasse di macchine mangiasoldi nel patio del Cesmar non immagina la quantità di prodotti che vengono creati a partire da questi apparecchi illegali, sequestrati dall’autorità federale e donati ad una condizione: riutilizzarne il materiale.
Orgoglioso, Vasconcelos racconta come ha trasformato un vecchio schermo in un cartellone pubblicitario luminescente. “Ci sono voluti due mesi per ‘mappare’ la parte elettronica, poi abbiamo ‘pluggato’ (inserito la spina) la porta parallela del computer ed elaborato un programma per stampare parole e lettere”, spiega nel suo linguaggio contagiato dal gergo informatico.
La conoscenza acquisita viene trasmessa ai nuovi studenti. Anche il legno delle macchine mangiasoldi verrà utilizzato per costruire banchi, decorazioni e tavoli, in un nuovo progetto che partirà quest’anno per produrre nuove occupazioni e nuove entrate.
Nei magazzini del CRC, i residui elettronici che non possono essere recuperati si trasformano in arte. L’imballaggio di un antico ed enorme computer IBM serve come base per dipingere graffiti con motivi pasquali, per decorare il Cesmar durante la Settimana santa.
Quando era nuovo, circa 12 anni fa, questo computer costava 27mila dollari, osserva Tarcísio Postingher, coordinatore tecnico del Centro. “La tecnologia si è evoluta a tal punto che non può più funzionare con i modelli attuali”, spiega.
Dopo averlo smontato, la macchina si è trasformata in quadri che esprimono la creatività e il talento dei giovani. Dalle parti metalliche sono nate piccole figure di giocatori di calcio, dipinte e messe su una base, e utilizzati come trofei.
Quando i materiali non possono essere riciclati, lo stesso CRC cerca di trovare un’altra sistemazione appropriata. Anche se alle prime armi, in Brasile si sta sviluppando un mercato di imprese che raccolgono spazzatura elettronica, che si compone soprattutto di pezzi per l’informatica, la telefonia e l’elettronica”.
Una di queste imprese è Lorene. “Processiamo circa 200 tonnellate di ‘spazzatura elettronica’ al mese”, segnala il gestore di produzione Eduardo Manuel Ribeiro de Almeida.
Dal processo di purificazione nascono metalli nobili, come oro, argento, platino, palladio e rame, che rientrano nel ciclo produttivo, riducendo così la domanda e l’estrazione di minerali dalla natura, spiega l’ingegnere Almeida.
Il coordinatore del CRC Postingher, di formazione teologica e laureato in informatica, parla delle sfide future: “Nel 2008, in questo paese si sono venduti 12 milioni di computer, e questo significa che fra due, tre anni bisognerà trovargli una diversa destinazione”, spiega.
Oltre ad adattarsi alle nuove tecnologie, bisogna formare professionisti che abbiano una visione globale.
Attento ai dibattiti sulle tecnologie verdi dell’informazione, Postinger ricorda che uno dei problemi principali di centri e industrie informatiche è risparmiare elettricità.
Una possibilità è contare su un unico server virtuale che gestisca 10 servizi allo stesso tempo, riducendo la quantità necessaria di computer e di energia, osserva. In questo modo, si recano meno danni all’ambiente. “È difficile cambiare mentalità, visto che tutti vogliono consumare. Bisogna preparare le persone, e questo richiede un processo educativo”, ha sostenuto.
(*Articolo della serie prodotta da IPS e IFEJ (Federazione internazionale giornalisti ambientali) per l’Alleanza di comunicatori per lo sviluppo sostenibile. Pubblicato sulla rete di quotidiani latinoamericani di Tierramérica).http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1429
Con il 65,9% dei voti indicato dai risultati finali, l'African National Congress ha vinto le elezioni legislative ma non ha ottenuto i 2/3 dei voti che avrebbero assicurato al partito la maggioranza necessaria per cambiare la Costituzione. La destra di Alleanza democratica è 16,66% e il Congresso del popolo (Cope), costituito da dissidenti dell'Anc in seguito alle dimissioni dell'ex-presidente Thabo Mbeki, è il terzo partito del paese con il 7,42%. Secono la Commissione elettorale, ha votato il 77,6 % degli aventi diritto, un livello di affluenza che avrebbe favorito l'Anc.[CO]
La Corte costituzionale in Macedonia cancella una legge del governo targato VMRO che introduceva l’insegnamento religioso, sia pure in forma opzionale, nelle scuole pubbliche. Un atto che ha dato inizio ad una durissima disputa tra esecutivo e massima istituzione giudiziaria macedone
In questi giorni la magistratura macedone sta affrontando la più seria minaccia alla propria indipendenza, una minaccia che, purtroppo, viene proprio dal governo.
La Corte Costituzionale è l’ultima istanza nella repubblica macedone. Il suo compito è proteggere la Costituzione controllando che tutta la legislazione sia in accordo con il supremo documento legale del paese.
Le decisione della Corte Costituzionale sono “definitive e di applicazione immediata”: questo, in altri termini, significa che la Corte ha l’ultima parola in Macedonia. Negli ultimi 18 anni, dal giorno dell’indipendenza, la regola è stata che le decisioni prese dalle corti di giustizia non si commentano. Questo è vero per tutti gli organi giudicanti, ma in particolare per la Corte costituzionale. La regola, però, è stata infranta martedì 21 aprile.
Pochi giorni prima di Pasqua, la Corte ha cancellato la legge che introduceva l’insegnamento religioso facoltativo nella scuola pubblica. Tale insegnamento è iniziato all’apertura dell’anno scolastico lo scorso settembre, secondo una legge approvata dal governo guidato dal VMRO (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone) del premier Nikola Gruevski. La materia era facoltativa; gli studenti nella scuola primaria potevano scegliere tra una materia denominata “storia delle religioni” e corsi di educazione religiosa vera e propria. Secondo i dati riportati dalla stampa, circa il 65 per cento degli scolari ha scelto quest’ultima.
L’adozione della legge ha visto un duro scontro tra il blocco laico e quello religioso. Il piccolo Partito liberale democratico (LDP) ha presentato ricorso presso la Corte costituzionale. La decisione della Corte è arrivata la settimana scorsa, per caso o meno, proprio alla vigilia della Pasqua.
Dopo qualche giorno di quiete, durante il lungo fine settimana di festa, il VMRO si è fatto avanti con un acceso, e senza precedenti, attacco critico contro la decisione della Corte.
Il portavoce del VMRO, Ilija Dimovski, ha accusato la corte di aver preso una decisione politica voluta dal presidente uscente Branko Crvenkovski. Dimovski ha poi dichiarato che in realtà è un bene che la regola non scritta di non commentare le decisione della Corte sia stata infranta, sostenendo poi che la Corte sarebbe “vicina” al partito di opposizione social democratico (SDSM) di Crvenkovski.
Il partito VMRO ha mostrato segni di insoddisfazione verso il lavoro della Corte già da qualche tempo. Recentemente la Corte ha rescisso le leggi che riguardavano due progetti del governo sul tema della famiglia: il cosiddetto provvedimento “baby boom”, progetto di legge che offriva generosi vantaggi sociali alle famiglie che avessero deciso di avere tre o quattro bambini, ma solo nelle aree del paese a bassa crescita demografica, e quello ribattezzato “registratore di cassa patriottico” per stampare ricevute che mostravano quanto della spesa fosse di origine macedone (con l’intento di favorire i prodotti locali).
La leadership del VMRO ha contestato più volte la Corte ultimamente, ed è possibile che il primo ministro Gruevski, abbia cercato di “ammorbidire” l’organo annunciando la costruzione di una nuova sede per al Corte solo pochi giorni prima della decisione riguardante il “baby boom”. L’approccio “soft” ha avuto però vita breve, e con le polemiche seguite all’annullamento della legge sull’educazione religiosa il VMRO è passato allo scontro diretto.
Gli insegnanti di religione, che rimarranno probabilmente disoccupati, il 22 aprile hanno protestato davanti alla sede della Corte insieme a gruppi di cittadini “pro-fede”. Chi protesta sostiene che la decisione della Corte vada contro gli interessi sia degli scolari che dei genitori che hanno scelto religione per i loro figli. Intervistato dalla stampa su cosa ci si aspetta a proposito della decisione della Corte, il portavoce dei manifestanti ha detto: “Crediamo in Dio, e quindi anche nei miracoli”.
Anche la Corte ha presentato una dichiarazione alla stampa. Senza entrare nei particolari, ha rilevato atteggiamenti invasivi nei confronti del proprio lavoro da parte di più partiti e ha ricordato che le sue decisione sono definitive e di immediata esecuzione. La dichiarazione nota altresì che la sospensione dell’educazione religiosa è una conseguenza del principio costituzionale della separazione tra religione e stato, ma che le comunità religiose sono libere di organizzare le proprie scuole religiose.
Questo è il punto centrale che vari esperti del settore avevano provato a mettere a fuoco nei giorni che hanno preceduto la decisione: il professor Ljubomir Cuculovski che insegna filosofia delle religioni nella facoltà di filosofia dell’Università di Skopje ha dichiarato che “la sospensione dell’educazione religiosa nelle scuole pubbliche non significa sospensione in assoluto”. Cuculovski, che è personalmente laico, suggerisce che le comunità religiose possano insegnare in chiese, monasteri, campi estivi e così via, ma che ciò che è pubblico va separato dalla religione.
Il VMRO ed i suoi esponenti sostengono che l’educazione religiosa dà ai ragazzi valori etici (mentre Cuculovski obietta che etica non è equiparabile a religione) e mettono l’accento sul fatto che essa è opzionale, e che questa possibilità esiste in molti paesi europei, secondo loro più di 20. Secondo il VMRO, poi, essendo opzionale l’insegnamento religioso dava alla gente la possibilità di scelta, e che la Corte ha negato questo diritto.
Alcuni manifestanti davanti alla Corte sono stati più diretti nell’esprimere il loro disappunto. I loro striscioni dicevano “Basta con la dittatura dell’ateismo”.
In ogni caso non erano i soli a sostenere accuse di tentativi di repressione. Sia i socialdemocratici che i liberaldemocratici hanno condannano l’attacco del VMRO alla Corte costituzionale.
“Il VMRO sta cercando da tempo di mettere la magistratura sotto controllo”, ha dichiarato Emilijan Stankovic del SDSM. “ Non sarei sorpreso che tentassero la stessa cosa con la stessa Corte.”
Il presidente uscente Crvenkovski ha espresso le critiche più dure. Ha affermato infatti che il suo avversario storico, il primo ministro Gruevski, dopo aver cercato di imporre il proprio controllo su parlamento, poteri locali e presidenza della Repubblica, ora vuole il controllo della Corte costituzionale. “Comunque venga posta la questione, questo è totalitarismo”, ha detto Crvenkovski.
L’ambasciatore Ue in Macedonia, Ervan Fuere, è stato l’unico diplomatico straniero che ha commentato gli sviluppi della polemica in atto. Sia pure con linguaggio molto cauto, Fuere ha espresso rammarico verso il VMRO per l’attacco alla Corte: “Chi si comporta in questo modo dovrebbe pensare a cosa ha da guadagnare dalla delegittimazione di una così importante istituzione”.
Gli esperti legali, in genere, giudicano l’attacco di partiti politici ed altri gruppi della società, come le comunità religiose, nei confronti della Corte come un oltraggio.
Non bisogna dimenticare che il VMRO, con gli alleati della coalizione, ha in parlamento una maggioranza sufficiente per cambiare la Costituzione ed il ruolo della Corte. Raramente una maggioranza ha potuto godere di una tale posizione di forza durante una legislatura. Prima di procedere in questo senso, però, Gruevski dovrebbe riflettere attentamente sulle conseguenze.
La prima elezione dell'era Obama registra la vittoria del democratico Scott Murphy nel 20esimo distretto congressuale di New York. Dopo quasi un mese di battaglia legale, il repubblicano Tedisco concede la vittoria ed evita un'altra agonia modello Minnesota. I 400 voti di margine a favore del candidato democratico indicano comunque una vittoria risicata e fortunosa. E' stato però notevole il recupero compiuto da Murphy, partito nei sondaggi con 20 punti di svantaggio, colmato grazie alle sue dichiarazioni pro agenda economica di Obama. http://andreamollica.blogspot.com/
Tra i motivi di lode al governo usati di recente (tipo qui e qui), c’è il fatto che lo stesso non ha aumentato le tasse per finanziarie le spese di ricostruzione dei danni provocati dal terremoto in Abruzzo (spese stimate in circa 8 miliardi di euro).
Purtroppo per noi, non è così (sia chiaro, non discuto il fatto che il governo sostenga queste spese, intendo che, purtroppo, il terremoto c’è stato, e tra le altre conseguenze dobbiamo pagarne i costi).
Il governo si è impegnato a spendere 8 miliardi di euro, e quei soldi verranno dalle nostre tasche. Sono maggiori spese che, in un modo o in un altro, dovremo pagare (tecnicamente, ad essere un po’ macabri, si potrebbe dire che il terremoto comporterà anche risparmi di spese, visto che gli edifici pubblici distrutti non avranno più bisogno di manutenzioni, ma per questioni di decenza direi che è meglio interrompere subito l’argomento).
Il governo avrebbe potuto scegliere la strada più semplice e diretta: aumentare le imposte in modo da raccogliere subito gli 8 miliardi. Non lo ha fatto, va bene, ma cosa cambia?
Se gli 8 miliardi vengono da tagli di spese inutili, o mi si dice che quelle spese sono state rese inutili dal terremoto, o quelle spese sarebbero comunque state inutili, e si sarebbero dovute comunque tagliare. Senza il terremoto avremmo avuto un saldo positivo di 8 miliardi nel bilancio pubblico, con le spese di ricostruzione questo saldo positivo sparisce: sono equivalenti ad 8 miliardi di nuove tasse.
Se gli 8 miliardi vengono da maggior debito pubblico, allora altro non sono che maggiori tasse future (esplicite, o implicite in riutilizzi di tagli di spese inutili per rimborsare il debito anziché per ridurre il carico fiscale); uno potrebbe in questo caso invocare effetti moltiplicativi sul reddito derivanti dall’attività di ricostruzione, ma allora bisognerebbe anche considerare i corrispondenti effetti negativi derivanti dalla distruzione.
La verità nuda e cruda mi pare chiara: lo Stato ha bisogno di 8 miliardi di euro per ripagare i danni del terremoto, quei soldi verranno dalle nostre tasche in un modo o in un altro e scorciatoie non ne vedo.
Certo, il non aumentare le tasse può avere un effetto simbolico, ma di effetti simbolici sinceramente direi che in Italia non si sa più che farsene. E poi c’è l’effetto simbolico negativo: serve un terremoto per rendersi conto che si stavano spendendo in maniera inutile 8 miliardi di euro, prelevati dalle tasche dei contribuenti? Da ultimo, davanti alla progressiva rottamazione delle regole di mercato, davvero ci dobbiamo accontentare dei simboli?
Grazie, Silvio: niente più G8,
Sassari-Olbia, Eurallumina,
chimica, eurodeputati e altro.
Tieniti i voti, noi Ugu Fantozzi:
dai le centrali e scorie nucleari
ai cari concittadini-sudditi sardi
di Giorgio Melis
Giusto imbarazzarsi, perché talora il troppo storpia: con un senso di sottile, frustrante, esausta nausea di noi stessi che data da tempo. Che altro? Indignarsi stanca: abbiamo già dato, non serve a nulla, tiriamo avanti: è tutto finito. E poi, protestiamo contro i poveri aquilani disastrati? Noi sardi nel 1980 avevamo adottato e finanziato 14 Comuni dell'Irpinia: parecchi miliardi di allora della Regione e dei lettori, raccolti da L'Unione Sarda col Banco di Sardegna per iniziativa di chi scrive e sostegno decisivo di Angelo Giagu De Martini. Con la nostra magnifica Forestale - era lo Stato in quei paesi ridotti al nulla - avevamo costruito alloggi di fortuna in doghe di legno per il bestiame: subito occupati dai proprietari che li trovavano meglio assai delle loro case miserrime. Insomma, solidali sul campo e con le tasche lo eravamo più di adesso.
Dunque non siamo indietro e in debito con nessuno: al contrario. Ma alcuni dicono: a protestare, faremmo la figura di sciacalli avidi e occhiuti perché stavamo cominciando a rosicchiare un osso conquistato in parte a duro prezzo e tra zuffe micidiali, oltretutto pagato quasi interamente da noi. Sarebbe indecoroso. Berlusconi e Cappellacci ci salvano da questa ignominia. E ci offrono l'occasione di fare la nostra bella figura e la nostra parte nella più colossale, rischiosa, improbabile operazione di “marketting”, ci vogliono le due “t”, politico-elettorale-internazionale della storia con uso un filino osceno di una tragedia che ci ha sconvolto e commosso come tutti.
Dunque, nessuna protesta. Doveroso accettare la volontà di sottomissione dei sardi riassunta dal “nuovo” Psd'az ultra-indipendentista: “per come si era messo, meglio che il G8 non si faccia”, commentano Giacomo Sanna e il segretario Efisio Trincas, che sta cucendo altre cento bandiere dei 4 Mori da stendere per terra al passaggio di Berlusconi sul fango abruzzese. Doveroso istituzionalmente, da legittimisti convinti, far proprie le parole del presidente dei sardi. Si è subito detto “lieto e orgoglioso di poter dare all'Abruzzo il contributo della nostra terra, che è stata sempre generosa, ospitale e solidale”. Salvo poi, dopo due conferenze stampa annunciate e annullate, manifestare qualche dubbio e annunciare perentorio: parlerò con Berlusconi. Davanti a lui tremava tutta Roma fino all'Aquila, peggio del terremoto continuo. L'annuncio ha già messo in allarme il potente servizio di sicurezza del premier a palazzo Chigi: via la sicura dalle armi.
Ma non è consentito mostrare sorpresa. Berlusconi, il G8 a La Maddalena non l'ha mai voluto e lo ha sempre contrastato, dall'inizio: fino a quando non è riuscito a piazzare la botta vincente. Come dargli torto? L'aveva deciso e in parte finanziato Prodi su richiesta di Soru, che a sua volta aveva avuto il temerario ardire di chiedere agli americani di eliminare la loro servitù nucleare sull'arcipelago. Inaccettabile per uno statista come il Cavaliere calcare la passerella mondiale predisposta da altri, oltretutto invisi. Prima ha provato ripetutamente a dirottarlo a Napoli, annunciandolo e facendolo rilanciare più volte. Senza esito, troppo ostacoli. La colpa è del Vesuvio. Si fosse prodotto in una bella, calamitosa eruzione che avesse fatto tracimare di lava attorno al Golfo partenopeo, sarebbe stato un gioco da ragazzi cogliere la palla al balzo. Invece niente: interpellato, il vulcano non rispose. Infine il Cavaliere era parso rassegnato a La Maddalena. Anzi aveva trasformato l'opposizione in adesione entusiasta perché il vertice si sarebbe svolto “nel posto più bello del mondo”.
Qualche dubbio era rimasto e l'avevamo espresso ma pareva che la forza delle cose e i tempi (oltre i sovralluoghi delle Intelligences dei Grandi, perfino la tenda di Gheddafi, le rassicurazioni di Bertolaso, l'ispezione di pochi giorni fa con Berlusconi e Letta con piena approvazione) avevano messo a freno i sospetti di tutti. Anche perché le botte inflitte alla Sardegna come gratificazione per la vittoriosa campagna di Sardegna erano e sono tali e tanto gravi da far ritenere impensabile che si stesse preparando il colpo di grazia. La politica del carciofo aveva lasciato ai sardi il tronco legnoso e le spine dolorosissime. Via la Sassari-Olbia non annunciata ma approvata su progetto regionale e finanziata due volte. Alluminia addio (ma restano le emersioni arseniacali) nonostante le promesse e l'appello all'amico Putin: i russi ne stanno facendo una nuova ed enorme in Cina, la cassa integrazione a Portovesme è l'elemosina concessa a tutti mentre si tagliano anche i fondi già stanziati per bonificare le aree inquinate. Per la chimica, salvo eventi economico-sismici imponderabili,ci sono gli ultimi rintocchi delle campane a morto. Per la Legler siano allo stesso punto. Dunque potrà presto avverarsi la profezia dei centomila nuovi posti di lavoro annunciata da Cappellacci, in campagna elettorale a braccetto con lo sponsor, con la benedizione di santa arcoriana chiesa che decide a piene mani in Giunta insiema a legge laiche.
Ma nonostante tutto, la Sardegna stava davvero ricominciando a sorridere: basti vedere il cislino Medde. Pregustando anche il piacere di non mandare alcun deputato in Europa, come annunciato trionfalmente. Giusto. Che ce ne facciamo, visto che contiamo già tanto nel governo con i nostri ministri e nel parlamento con l'irriducibile maggioritaria pattuglia del Pdl? Dal sorriso appagato, si passa di colpo alle risate convulse, sgangherate:fino alle lacrime. Indietro tutta, il terremoto ha fatto quel che il Vesuvio non potuto per dirottare il G8 a Napoli. Nobile, straordinario colpo di genio. I Grandi della terra con vista e tra le macerie, succeda quel che succeda, in due mesi Berlusconi avrà compiuto un altro miracolo da standing ovation mondiale all'ombra delle tendopoli: altro che mago Houdini! Non si è fatto impressionare dal ministro Matteoli, che sulle prime ha smentito e sghignazzato come tutti. Detto, fatto e tutti ad applaudire. Si associno anche i sardi, grati e commossi: hanno investito bene i loro voti su Cappellacci, che giustamente esalta l'orgoglio, la solidarietà e l'ospitalità della Sardegna.
Berlusconi stesso ha precisato che non c'è stato tempo neppure di informarlo, ignorando anche il sindaco di La Maddalena, basito. Sciocchezze, formalità ridicole a confronto degli atti violenti del dittatore Soru. I soliti disfattisti dicono che Cappellacci dovrebbe dimettersi perché la decisione avrebbe dovuta essere assunta dal governo presente, per obbligo di legge, il presidente della Regione: non informato e neppure invitato al contrario del collega abruzzese, Gianni Chiodi. I soliti parrucconi ricordano che alla fine degli anni settanta l'ex presidente della Rwgione Giovanni Del Rio da Sindia, garbato ma fumantino, approdato a Roma era stato nominato sottosegretario alla funzione pubblica e aveva firmato il contratto per gli statali col placet del presidente Andreotti. Il quale, contestato in Parlamento, aveva preso le distanze da Del Rio, fanfaniano storico e personaggio di grande schiena. In 24 ore si era dimesso da viceministro e da deputato, pochi mesi dopo era rientrato nei ranghi della Corte dei conti, dove ha concluso alcuni anni fa un'onoratissima carriera, illuminata dal quel gesto dimissionario: “La dignità di un uomo non ha prezzo: a maggior ragione se ha anche rappresentato quella di presidente della Sardegna”.
Cose arcaiche, romantiche, grottesche. L'immaginate Ugu Fantozzi Cappellacci che annuncia a Berlusconi: “Mi dimetto, ci avete umiliato: avevo appena cancellato perfino lo stemma voluto da Soru nella bandiera, faccio la figura del lacché”. E il Cavaliere: “Non fare il pirla, torneresti nel nulla. Io ti ho creato, io ti distruggo quando voglio. Prendi e porta a casa o ci rimetti anche le consulenze di Mediaset per il tuo studio”. Ineccepibile. La politica regnante Berlusconi oggi è questa e non possiamo prendercela con Ugu Fantozzi in Cappellacci, altro che Ugu-Truman. Così fan tutti, più o meno, comunque la metà abbondante dei sardi.
Piuttosto, sarebbe giusto andare fino in fondo: C'è una via d'uscita e di sicurezza per Cappellacci e il centrodestra. La Sardegna ha la fortuna d'essere l'unica area davvero asismica d'Italia. Deve ricambiare e ripagare questo privilegio. Il presidente la proponga - anche per l'”orgogliosa solidarietà-ospitalità” con i terremotati di tutta Italia - come sito unico per le quattro centrali nucleari da costruire e per lo stoccaggio delle scorie atomiche tentato e sventato nel 2003 dal governo Berlusconi : ora si rendono libere le gallerie sotterranee che la Marina ha bloccato dopo l'avvento del Cavaliere a La Maddalena, per caso. Conviene, a Cappellacci, prendere l'iniziativa. Tanto lo faranno lo stesso. Ha detto che dovranno passare sul suo corpo. Attento, a quel punto potrebbe già puzzare, da rimuovere col furgone per i cassonetti. I conti andrebbero in utile. Niente G8, niente Sassari-Olbia, Eurallumina chiusa come presto la chimica e il resto, niente bonifiche delle aree industriali, zero deputati europei, scippi vari. Ma in cambio servitù nucleari, scorie a go-gò, non resta che riaprire l'Asinara, estendere le zone carcerarie e soprattutto avanti col “cemento amato”, colate sulle coste per la gioia della classe digerente della destra nuragica e dei moristi neri.
PS Si è diffusa nelle ultime ore una leggenda propalata da untori e provocatori, in termini perentori. Ora è ufficiale, è stato detto. Il governo della Regione sarda è vacante. Un sosia ha usurpato e preso il posto del Ugo Cappellacci. Si chiama Gianni Chiodi ed è il presidente dell'Abruzzo. E' lui, debitamente taroccato, che sedeva al fianco di Berlusconi nella riunione del governo a L'Aquila, dando l'ok a nome della Regione sarda, come istituzionalmente dovuto. Ripreso il ruolo abruzzese, Gianni Chiodi ha diffuso una nota, pubblicata ieri anche sul sito on line de L'Unione Sarda (oggi il quotidiano anti-Pdl dedica il suo sacrosanto commento alla legge anti-stalking: chissenefrega del G8?), spiegando che “sapeva già da dieci giorni l'eventualità di spostare il G8 dalla Maddalena all'Aquila, perché è chiaro - ha affermato - che questa cosa deve essere richiesta al presidente della Regione”. A lui, non a Cappellacci: capito? Naturalmente seguono i ringraziamenti di Chiodi, estesi. “La disponibilità di spostare il G8 mostrata dal presidente della Sardegna, Ugo Cappellacci, è il segno più evidente della grande solidarietà di quella regione”.
Insomma, un figurone storico, i sardi dovranno essere grati in eterno al Cavaliere ma soprattutto a Cappellacci: da gran gentiluomo ospitale e benchè a disinformato (?) dei fatti, mostra la sua straordinaria disponibilità, che Berlusconi apprezza in pieno “Un altro cucchiaino di zucchero nel caffè, Ugo, grazie”. La coerenza e l'amore di Silvio verso “i cari concittadini sardi” è piena e assoluta. “I sardi li freghi una volta Soru”, tuonava conch'eboccia Cuccureddu sui manifesti. Modestamente Berlusconi può farlo mille volte, dai Pili ai Cappellacci che fanno palpitare di orgoglio i sardi nell'Isola e quelli fortunatamente emigrati.
Nessun dorma e soprattutto nessun gridi. Siamo tornati a sorridere. Dobbiamo continuare e ne abbiamo ragione. Il tempo è galantuomo e stavolta marcia a velocità supersonica, le profezie si avverano a ritmi incalzanti. Brunetta ci vuole togliere la specialità come alle altre autonomie-canaglia. Berlusconi lo ha ovviamente scavalcato. Si è nominato commissario governativo, ha cancellato il dipendente Cappellacci e per le cose importanti delega questo e quello. Da ultimo il suo avvocato e deputato Dracula-Ghedini. Il quale ha convocato a Villa Certosa Cappellacci e l'assessore all'urbanistica Asunis per discutere con loro il piano-casa: la Sardegna dovrà approvarlo per prima dopo aver trovato un escamotage giuridico (parole di Ghedini all'ottimo Guido Piga della “Nuova”) per rendere inoffensivo il Piano paesaggistico di Soru, ostile al “cemento amato”. Insomma, la Certosa era già sede di Stato come lo è Palazzo Grazioli a Roma. Non solo per Berlusconi ma anche per Ghedini (lui aveva condonato gli abusi edilizi) che vi convoca il presidente della Cappellacci. Non avendo tempo da perdere per andare a trovare il presidente-vassallo alla Regione: anche lui ha l'idiosincrazia del capo per le sedi istituzionali dello scoglio servile e di servizio. Meno male che Silvio c'è: e anche Ugo con i diti strecciati. Chapeau, allegria e nessuno protesti: cari sardi pezze da piedi, abbiamo quel che ci meritiamo, zitti e buoni. Nessuno è innocente. Ma è la giusta fine della nostra storia di presunto popolo e nazione di poveri ascari colonizzati e autocolonizzati di qui all'eternità. Accettiamo il nostro destino, molti sono definitivamente rassegnati.http://www.altravoce.net/2009/04/24/grazie-silvio.html
Cinismo e interessi criminali già aleggiano sulla ricostruzione dell’Abruzzo, colpito il 5 aprile scorso da un sisma distruttivo. I cittadini non potranno fidarsi che di loro stessi, ma per farlo hanno un alleato prezioso: la rete, dove convogliare notizie, immagini, opinioni, testimonianze. Per non abbassare la guardia
Un hacker, di cui non si fa il nome per comprensibili motivi, è riuscito ad intercettare questo scambio di email, e ha pensato di metterle in rete come “azione preventiva”.
Egregio Onorevole,
sono un costruttore edile, fortemente interessato alla ricostruzione dell’Aquila. Non sono mafioso perché, come lei ben sa, la mafia non esiste. Sono una persona che si preoccupa del bene di tutti: ridare una casa ai terremotati, sostenere la carriera di politici illuminati come lei, rimettere in moto l’economia, e infine fare i miei giusti profitti. Se ci muoviamo bene, tenendo presenti gli eventi precedenti del Molise e di San Giuliano, l’affare abruzzese può essere bello grosso. Il punto chiave, come mi hanno confermato esperti sismologi e studiosi della complessità e delle previsioni stocastiche che ho consultato allo scopo, è che un sisma della potenza di quello appena avvenuto è ben difficile che si verifichi di nuovo nell’arco di 50 anni, anzi è molto più probabile che passeranno due o tre secoli, come è avvenuto finora.
Quindi non c’è nessun bisogno di costruire edifici di alta qualità e resistenza sismica. Sarebbero soldi sprecati, i nostri soldi. Possiamo continuare ad usare cementi depauperati e acciai semplificati, con notevole risparmio. Possiamo vendere le case nuove a prezzi più alti spacciandole per case fatte secondo i criteri più avanzati. Ci basterà fare infissi a buona tenuta e mettere qualche pannello solare, per dare alle case un aspetto ecocompatibile. Del resto ciò che conta per la gente è avere un tetto e viverci spendendo il meno possibile. Di quello che c’è dentro i muri alla fine nessuno ci capisce niente. Sarà necessario mettersi a posto dal punto di vista formale e burocratico, ma basterà assicurarsi i servizi di qualche compiacente funzionario per ottenere una documentazione a prova di bomba, anzi, di terremoto, anche se non corrisponde alla realtà.
Se non avviene nessun sisma forte entro 50 anni siamo a posto, perché allora si potranno demolire e ricostruire le case basandosi sul naturale invecchiamento del cemento, e quindi non resterà traccia di quanto abbiamo fatto, nessuno se ne sarà nemmeno accorto, nessuno avrà subito danni. L’unico rischio è che ci sia un forte sisma a breve, e che crolli tutto. Contro questa eventualità non possiamo fare nulla. Possiamo solo cercare di renderci invisibili e introvabili, possiamo costituire una società immobiliare che gestisce il tutto subappaltando i lavori a piccole imprese dell’est europeo, e dopo un paio di anni sciogliere la società in modo da disperdere tracce e responsabili. Questi stessi criteri si possono usare per le new town, che in tal senso potrebbero rappresentare un altro ottimo affare.
Caro ingegnere,
Ho ricevuto la sua del xx_xx_xxxx. Effettivamente l’idea è interessante e di buon senso, perché anche nei forti terremoti precedenti, non è mai successo che si siano ripetuti a breve, quindi potremmo stare piuttosto sicuri. Il problema è che si stanno costituendo gruppi di cittadini che vogliono vederci chiaro, per ora in quello che è stato fatto prima del terremoto, ma temo che vorranno impicciarsi anche di ciò che faremo dopo. Ah, i bei tempi in cui i cittadini ci delegavano tutto e pensavano a farsi gli affari loro! Penso perciò che dovremo muoverci con grande attenzione, per accontentare i gruppi di pressione senza scontentare noi stessi.
Forse la cosa migliore è cominciare a costruire bene, invitando rappresentnati di cittadini e stampa a controllare tutto, con tale insistenza che loro stessi si stuferanno e ci diranno che si fidano, e poi, quando sarà passato un po’ di tempo, l’emozione del sisma sarà sopita e la gente ricomincerà a pensare ai suoi interessi di ogni giorno, potremo tornare alle vecchie abitudini senza che nessuno se ne accorga. Potremmo interrompere i lavori in corso, dicendo che sono finiti i soldi, e poi riprenderli dopo aver ottenuto nuovi finanziamenti, subappaltando a piccole imprese diverse dalle precedenti, e finire i lavori con i criteri che più ci convengono, magari anche cambiando i progetti originari, per rendere gli edifici più redditizi. Per le new town ha ragione, ma ne riparleremo a tempo debito, anche perché lì ci sono interessi molto più forti e “nazionali”.
Questo scambio di lettere l’ho inventato io, per sfogare il dolore e la rabbia della vicenda aquilana. È una fantasia verosimile, perché lettere e telefonate del genere si staranno già scambiando fra gli interessati. Già nei primi anni Sessanta denunciavo inascoltato gli scempi edilizi che stavano stravolgendo la bella città del mio Abruzzo, immergendola in una periferia speculativa e cartongessosa che nulla più aveva dell’antica nobiltà architettonica e urbanistica che i 99 paesi fondatori avevano donato all’Aquila, e che l’Aquila a loro restituiva con modelli di alta qualità ancor oggi godibili in paesi come Santo Stefano di Sessanio. Il terremoto attuale ha tirato giù proprio quel modello edilizio speculativo, dimostrandone la criminale fragilità.
Come qualcuno ha detto, è stato il primo terremoto web. Io insegno all’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, ora semidistrutta, e prima con gli sms, poi con Facebook siamo riusciti a metterci in contatto da Roma con il personale della scuola, i dirigenti, gli allievi. Del modo in cui il web è stato usato per convogliare aiuti e diffondere notizie diverse da quelle dilaganti sui mass media, se ne sono accorti tutti. Ma il web ci potrà servire anche per la ricostruzione. Ci potrà aiutare, al di fuori dai media ufficiali, a far sentire la nostra voce e la nostra presenza accanto a coloro che metteranno mano alla ricostruzione, a far girare notizie, immagini, opinioni, testimonianze. Ora è il momento di vigilare, di non delegare, di non tornare alle nostre routine, di non permettere di tornare alle loro routine, di usare i nostri strumenti, che sono creatività, comunicazione, attenzione, immaginazione, racconto, con cui possiamo tenere alta l’attenzione su ciò che succede e succederà, anticipare le mosse, fare di tutto per evitare modelli di ricostruzione come il Belice o l’Irpinia.
Per costruire le due lettere ho usato due strumenti di problem solving strategico: “come peggiorare” e cambiamento di punto di vista, e uno strumento concettuale sistemico, come l’osservazione dei trend. Ho cercato di mettermi nella mente di un costruttore speculatore e di un politico mazzettaro (e cioè dei personaggi che già si stanno fregando le mani gongolanti di fronte alla valanga di fondi che farà seguito al terremoto) e di pensare il peggio che mi fosse possibile, dato che a certe perversità noi comuni cittadini non riusciamo ad arrivarci. Ho cercato di pensare alla probabilità che un sisma di eguale intensità possa verificarsi a breve. Poiché la frequenza di grandi sismi nella zona va dal secolo (Marsica, 1915) ai tre secoli (L’Aquila, 1703) e il cemento armato dura al massimo cento anni, ragionando in modo del tutto cinico non ci sarebbe bisogno di ricostruire in modo antisismico. Il problema è stabilire se una casa è solo una macchina speculativa o è una tana, un nido in cui rifugiarsi e sentirsi protetti.
Umberto Santucci si occupa da più di trent’anni di comunicazione multimediale, con realizzazioni di grandi multivisioni e soluzioni creative per eventi culturali e convention. È coach di problem solving creativo, certificato dalla Scuola di Problem Solving Strategico di Arezzo. È consulente e formatore di agile project management, chaos management, pensiero sistemico, mappe mentali e altri metodi di organizzazione e rappresentazione dei processi mentali. Insegna all’Accademia dell’Immagine dell’Aquila e all’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata. Fa parte dello staff di Amicucci Formazione ed è partner creativo di Danny Rose, per la spettacolarizzaazione di grandi eventi fra cui “Giulietta e Romeo” di Cocciante. Ha scritto Fai luce sulla chiave, (L’Airone, 2008).
ci è ormai chiaro che nel Pd viterbese vi sia un diritto statutario a spararla grossa.
Pare di essere nella parodia della Casa della Libertà dei fratelli Guzzanti e, con la sola eccezione del consigliere comunale Fersini, ognuno è legittimato a dire impunemente qualunque cosa.
La nostra associazione si fregia del titolo di fondatrice del partito e non intende perciò sottrarsi a tale nobile arte, contribuendo così alla causa comune.
Ha aperto le danze la splendida proposta di liquidare in via anticipata e sommaria le primarie regionali.
L'assunto è che la popolarità di Marrazzo è alle stelle, che manco Totti e Zarate se la sognano.
E allora, quando è così, la democrazia diventa burocrazia o peggio disfattismo al servizio delle potenze nemiche.
Squadra che vince non si cambia, chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori.
E via con l'accordo dei pochi, l'approvazione per alzata di mano dei molti e la pratica si metta in archivio.
Poi si è proseguito anche meglio e si è proposto di liquidare pure le primarie di Tuscania, già peraltro svolte.
Si tratta di una prospettiva che ci illumina di immenso e quindi fattivamente suggeriamo:
a) Ai 1100 elettori democratici che sono andati alle urne possiamo dire: “avete votato, vi siete divertiti, ma adesso levatevi dai cabasisi.”
b) Ai due candidati, Pallottini e Potestio, daremo una pacca sulla spalla e diremo che i due ragazzi si faranno, anche se hanno le spalle strette.
c) Al circolo del Pd ricorderemo che anche a Gasperino il Carbonaro, per qualche giorno, hanno fatto credere di essere marchese, ma dopo è tornato a spalare il carbone senza tante storie.
Poi bisogna passare alla parte propositiva del discorso, perché noi siamo una forza di governo e faremo a tutti gli elettori tuscanesi una proposta concreta: Regino Brachetti.
E sì perché in realtà loro mica lo conoscono e senza il nostro contributo politico non ci sarebbero mai arrivati.
In fondo il nostro, negli ultimi cinquant'anni, non è che abbia fatto un granché per farsi conoscere dalla gente di Tuscania, a parte il chirichetto, il consigliere comunale (di destra, di centro, di centrosinistra e civico), l'assessore, il sindaco, l'amministratore provinciale, l'assessore regionale, l'amministratore di società pubbliche, il dirigente politico nazionale, il candidato alla Camera dei Deputati, l'organizzatore della Festa del Campanile ed il padellaro alla sagra della frittella col broccolo il giorno di S.Antonio.
Le strategie del Pd, così dipanate in campo regionale e provinciale, porteranno diffusi tremori tra i dirigenti della destra, mentre masse di elettori plaudenti si raduneranno sotto i balconi di via Cardarelli al grido di “evviva il Partito Nuovo”.
Nell'attesa che maturino tali sorti progressive (ma non magnifiche) la salutiamo cordialmente.
Riporto un articolo di Massimo Giannini apparso qualche giorno fa su Repubblica.
Con la crisi finanziaria in atto il legislatore si preoccupa degli «avvoltoi» stranieri che svolazzano sulla Borsa italiana. Vuole difendere almeno le spoglie dei pochi, grandi “campioni nazionali” rimasti su piazza: Eni ed Enel, Fiat e Telecom, Intesa e Unicredit. Con 3 disposizioni specifiche. La prima prevede l´innalzamento dal 10 al 20% della quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La seconda prevede l´incremento fino al 5% annuo delle partecipazioni consentite a chi già possiede tra il 30 e il 50% di una Spa. La terza introduce la possibilità per la Consob di ridurre dal 2 all´1% la soglia dell’obbligo di comunicare alla Vigilanza l´avvenuto acquisto di un pacchetto azionario.
Il centrodestra dei conflitti di interesse se ne frega della cultura dell’Opa e della contendibilità delle aziende, ha già rimesso pesantemente in discussione le regole che limitano le iniziative di contrasto, consentite a una società su cui pende un’offerta pubblica d’acquisto. In tempi di ferro, come dice Tremonti, ci si difende con tutti i mezzi. Ma il problema non è solo questo: dietro la nuova crociata per salvare “l’italianità” si nasconde un interesse di bottega molto più spicciolo: difendere Mediaset.
I titoli Mediaset sono crollati. In poco più di un anno sono passati da 9,3 euro a 3,5, con una perdita netta dei 2/3.
L´8 ottobre 2008, Berlusconi invitava inutilmente a comprare azioni Eni, Enel e Mediaset». «Le azioni di una società non possono mai valere meno di 20 volte gli utili prodotti». Tecnicamente non ha tutti i torti, ma politicamente la sua posizione è indifendibile. Senonché per un «uomo del fare», davanti al tracollo della Borsa usa il suo governo per difendere i suoi interessi.
Come? In gennaio scattano i primi contatti riservati tra Gianni Letta e il presidente della Consob Lamberto Cardia. Per evitare che qualche straniero compri Mediaset dai suoi uffici, ai primi di marzo arriva in Consob una richiesta di parere sui limiti all’acquisto di azioni proprie. Il 12 marzo, in un´intervista al settimanale di famiglia, Panorama, Cardia fa il primo passo: «Serve una spinta in più per ritrovare la fiducia e ridare fiato alla Borsa. Il governo ha già fatto molto però nella situazione attuale si può andare oltre… Si potrebbe, per un periodo prefissato e in tempi di crisi, dare la facoltà alle società quotate di comprare azioni proprie non più fino al 10 ma fino al 20% per contrastare la volatilità e a rafforzare la presa sul capitale. Naturalmente tutte queste scelte spettano alla politica, governo e Parlamento. I miei sono solo contributi di pensiero».
In casa Berlusconi non aspettavano altro. Nel giro di una settimana Mediaset approva il bilancio 2008 ed esamina i primi 3 mesi del 2009, che riflettono la crisi, tra una caduta del 12% dei ricavi pubblicitari a gennaio e un taglio dei dividendi, per la prima volta dopo 7anni, da 0,43 a 0,38 euro per azione. Nel comunicato finale, il biscione precisa che alla prossima assemblea sarà proposta la facoltà di «acquisire fino a un massimo del 10% dell´attuale capitale sociale, in una o più volte, fino all´approvazione del bilancio 2009». Il giorno dopo (18 marzo) 2 parlamentari del Pdl, Marco Milanese ed Enzo Raisi, presentano un emendamento al decreto incentivi, che prevede l´innalzamento dal 10 al 20% della quota di azioni proprie acquistabili da una singola azienda, l´incremento dei tetti per la cosiddetta Opa totalitaria e la riduzione dal 2 all´1% della soglia al di sopra della quale scatta l´obbligo di comunicazione. Ecco la norma ad aziendam.
Il blitzkrieg è scattato. Ha solo bisogno di una cornice presentabile sul piano etico e sostenibile sul piano politico. Alla prima esigenza provvede ancora Cardia, che il 19 marzo, alla Scuola Ufficiali carabinieri di Roma dice: «E´ di ieri la notizia della presentazione di un emendamento al decreto incentivi all´esame della Camera, che accoglie alcune proposte formulate dal presidente della Consob a titolo personale per sostenere le società quotate in un momento nel quale la grave depressione delle quotazioni potrebbe facilitare manovre speculative o ostili. Chi lavora in istituzioni pubbliche deve essere orgoglioso di lavorare al servizio della collettività…».
Alla seconda esigenza provvede Berlusconi stesso. Il 31 marzo, a Radiocor, afferma che il governo punta ad aumentare il tetto per il possesso delle azioni proprie delle società quotate, e dichiara di averne «parlato col presidente della Consob, che si è detto d´accordo su questa direzione». L’ennesimo caso di conflitto di interessi è completato.
Il resto è cronaca di questi ultimi giorni, con il Parlamento che approva la norma ad aziendam nel generale silenzio. Salvatore Bragantini, ex commissario Consob, in un commento nelle pagine interne del Corriere del 3 aprile, critica il «decreto protezionista» corretto dagli emendamenti del Pdl, e si chiede: «Sarebbe interessante capire quale società potrà essere la vittima destinataria delle proposte». Ora lo sappiamo. Come temevamo, è la società del capo del governo.http://www.danielemartinelli.it/
Oggi ospitiamo un guest post su "Meritocrazia e sinistra" di Francesco Bogliari, manager editoriale, giornalista, docente universitario, editore e candidato alle elezioni provinciali di Milano nella Lista Penati Presidente. C'è tra voi un osservatore che può aggiornare i lettori su "Meritocrazia e destra"? Se avete un guest post da proporre alla Redazione, scrivete a info@meritocrazia.com.
Ho passato le ultime settimane a cercare di capire perché la sinistra abbia così poca confidenza con il concetto di competenza e di meritocrazia, perché si ostini a vedere i ceti medi produttivi come una sorta di territorio sconosciuto nel quale è meglio non inoltrarsi, perché non cerchi di capirne le esigenze e valorizzarne l’enorme potenziale di intelligenza professionale che può trasformarsi in intelligenza politica. Ho anche scritto sull’argomento una lettera aperta al segretario del PD Dario Franceschini pubblicata sul Riformista, peraltro senza risposta (forse Franceschini non legge Il Riformista, forse il partito non è abbonato all’Eco della Stampa, bisogna pur risparmiare da qualche parte).
Tutte queste belle riflessioni le ho anche portate in pubblico nelle mie uscite durante la campagna elettorale per la Lista Penati Presidente di cui sono candidato.
Poi ieri leggo su Repubblica on line un divertente articoletto: Silvio Berlusconi ha convocato a Roma qualche decina di belle figliole, alcune delle quali deputate, dicendo loro col sorriso soave e sornione di cui Lui solo è capace: “Ragazze, ancora non lo sapete, ma alcune di voi verranno candidate alle elezioni europee”. Tripudio in sala, palpitazioni dei giovani cuori azzurri, fremiti sui tacchi 12. Criteri per la candidatura? Una ha recitato in Elisa di Rivombrosa, un’altra in Incantesimo, un’altra ancora ha partecipato a un Grande Fratello, una quarta è arrivata in finale a una delle ultime edizioni di Miss Italia. E così via.
Sempre secondo il presidente del Consiglio la scelta di tali candidate risponde all’esigenza di portare “volti nuovi, facce nuove, per rinnovare l’immagine del Pdl e dell’Italia in Europa”. Volti, facce, non teste, non cervelli.
Allora timidamente mi domando: dov’è la competenza? dove sta il merito? Mi sembra di rileggere la storia di quel tale che qualche secolo fa nominò senatore il proprio cavallo.
Indignazione? Sgomento? Certo, indignazione e sgomento.
Se il messaggio ci arriva da Colui che governa sovranamente questo paese, se la cultura antropologica dell’Italia è questa, se solo una minoranza si indigna per questo insulto alle donne (non portatrici di cervello ma di gambe e relative gonne) allora c’è veramente poco da sperare. I Parlamenti come passerelle, che serve portare gente con cose da dire, tanto c’è Uno che decide, basta e avanza!
E allora anche i miei mugugni verso una sinistra che si ostina ad ancorarsi a vecchi paradigmi sono solo la malinconica litania di chi si ostina ancora a credere che merito, capacità e competenze siano armi vincenti per farsi strada nella vita e per migliorare la società. Ho deciso cosa dire a mio figlio, 17 anni, bel ragazzo: invece di iscriverti all’università iscriviti a una palestra, avrai più chance per il tuo futuro.http://meritocrazia.corriere.it/
Ieri sera, guardando Anno Zero, ho provato imbarazzo. Per Vauro, per Sabina Guzzanti, per Corrado Guzzanti (che non c'era ma che abbiamo rivisto nel più mirabile editoriale politico degli ultimi quindici anni).
I veri eroi della serata, i veri combattenti: i comici, i pazzi.
Il resto è stato, appunto, imbarazzante.
Michele Santoro ha messo in scena il suo teatrino. Non dissimile, questa volta, da quello di Bruno Vespa. Perfino nello stile.
C'erano tre dei principali corresponsabili morali del degrado cui siamo giunti. Nell'ordine dell'improntitudine: Paolo Mieli, Enrico Mentana, Gad Lerner. Quest'ultimo, nel contesto generale della ‘langue de bois’ (lingua di legno, dicono i francesi per indicare chiacchiere dove la verità sparisce) è apparso addirittura in preda a una furia iconoclasta, quando ha chiarito i suoi, e degli altri, redditi - ma, s'intende, al ribasso. Riferendosi a se stesso, e agli altri presenti, ha parlato di "pappa e ciccia".
La pappa sono loro, la ciccia è quella del Padrone.
Gli altri due hanno fatto, come si suoi dire a Genova, i pesci in barile. Come se non avessero contribuito, dai loro posti di comando, a inquinare i rapporti tra media e potere, tenendo bordone, giorno dopo giorno, e aumentando i loro conti in banca. Invece davano l'impressione di venire da Marte. L'uno, recentemente trombato al 100% per cento, più difensivo e mogio; l'altro, trombato al 70% (perché cade sempre in piedi essendo il classico punto d'intersezione tra potere tout court e potere dei media), ha perfino accennato a qualche battutina polemica con il Padrone. Ma con la dovuta prudenza, s'intende.
E Santoro? Invece di fare loro la classica "seconda domanda", non gli ha fatto nemmeno la prima. Così si è andati avanti in una atmosfera mielosa (mai aggettivo fu più appropriato), di connivenza sostanziale, facendo finta di criticare Berlusconi, come al solito, e erigendo, via Travaglio, un piccolo altare alla memoria di Montanelli.
Il colpevole? Ma sarebbe l'opposizione che si è arresa!.
Ora, lungi da me l'idea di difendere l'opposizione, ma - fossi stato presente - avrei chiesto loro (a Mieli, Mentana, Lerner): in questi anni non avete fatto comunella con quell'opposizione che si ritirava? Non l'avete invitata a ritirarsi? Non l'avete coperta mentre mentiva? Non avete taciuto sulle cose che bisognava dire? Non avete storpiato le cose che dicevate? Non avete benedetto tutti la guerra in Iraq? Non avete taciuto (quasi tutti) sull'11 settembre?
E a Santoro avrei chiesto: ma perché non glielo dici? Perché li lasci recitare tutta la serata, accontentandoti di condire la melassa con il pepe dei disgraziati di Lampedusa?
L'unico che non ha recitato è stato il mastino del Padrone. Era l'unico a suo agio, e si capisce bene il perché.
dossier Cia/Fbi : NATIONAL SECURITY MEMORANDUM NSM-200
Riproponiamo questo documento, già pubblicato in precedenza, affinchè anche gli utenti più recenti ne vengano a conoscenza. Una certa corrente di pensiero infatti tende a sottolineare come certi concetti qui espressi sembrino oggi più attuali che mai.
NATIONAL SECURITY MEMORANDUM NSM-200
Umanitarismo, o eugenetica?
Il concetto è molto semplice: non ci sono abbastanza risorse al mondo per permettere a tutti di vivere in maniera decente? Invece di consumare di meno, e cercare magari di dividere più equamente quello che c'è, lasciamo morire un paio di miliardi di persone, e il problema non sussiste.
Questa è l'essenza, nemmeno tanto velata, di un documento sulla crescita della popolazione mondiale voluto da Henry Kissinger nel 1974, noto come National Security Memorandum 200. Il documento fu desecretato nel 1989. Nato ovviamente con intenti umanitari, esso corre perennemente su una linea di ambiguità che forse ai tempi poteva passare inosservata, ma che oggi sembra suggerire con chiarezza come le premesse di molti problemi attuali - AIDS ed Ebola in Africa, "tsunami" molto particolari, carestie interminabili, esperimenti di controllo meteorologico, ecc. - siano state gettate già trenta anni fa dal lungimirante Ministro degli Esteri di Richard Nixon. L'uomo che reclutava per la CIA i prigionieri nazisti da riciclare in America, l'uomo che firmò la condanna a morte di Allende e di trentamila desaparecidos (e che nello stesso anno vinceva naturalmente il Premio Nobel per la Pace), l'uomo che impose la fine delle "convergenze parallele" in Italia ...
... con il sacrificio di Aldo Moro, l'uomo che non sarebbe mai potuto diventare presidente, nelle sue stesse parole, "solo perchè non era americano".
Ecco alcuni estratti del NSM-200, con nostra traduzione. (La sigla LDC, che si ripete molto spesso, sta per Less Developed Countries, paesi sottosviluppati. AID, detta anche USAID, sta invece per U.S. Agency for International Development). Per chi fosse interessato, abbiamo formattato il documento completo per word.doc (64 pagg.). Qui invece lo trovate in html, diviso in tre parti.
NATIONAL SECURITY COUNCIL
WASHINGTON, D.C. 20506 - April 24, 1974
National Security Study Memorandum 200
--------------------------------------
TO: The Secretary of Defense
The Secretary of Agriculture
The Director of Central Intelligence
The Deputy Secretary of State
Administrator, Agency for International Development
[…]
Citazione:
For most of man's history, world population grew very slowly. At the rate of growth estimated for the first 18 centuries A.D., it required more than 1,000 years for world population to double in size. With the beginnings of the industrial revolution and of modern medicine and sanitation over two hundred years ago, population growth rates began to accelerate. At the current growth rate (1.9 percent) world population will double in 37 years.
Per la maggior parte della storia umana, la popolazione mondiale è andata crescendo molto lentamente. Al tasso di crescita stimato per i primi 18 secoli dopo Cristo, ci volevano più di mille anni perchè la popolazione mondiale raddoppiasse di numero. Ma dall'inizio della rivoluzione industriale, con la moderna medicina e le nuove regole igieniche, negli ultimi duecento anni i tassi di incremento demografico hanno cominciato ad aumentare. Ai ritmi attuali, la popolazione mondiale sarà raddoppiata entro 37 anni.
[…]
Citazione:
Growing populations will have a serious impact on the need for food especially in the poorest, fastest growing LDCs. While under normal weather conditions and assuming food production growth in line with recent trends, total world agricultural production could expand faster than population, there will nevertheless be serious problems in food distribution and financing, making shortages, even at today's poor nutrition levels, probable in many of the larger more populous LDC regions. Even today 10 to 20 million people die each year due, directly or indirectly, to malnutrition. Even more serious is the consequence of major crop failures which are likely to occur from time to time.
La crescita delle popolazioni avrà forti conseguenze sul bisogno di alimenti, specialmente nei paesi più sottosviluppati ed a maggiore crescita demografica. Presumendo normali condizioni meteorologiche, ed un trend di crescita di produzione simile a quello più recente, il prodotto agricolo globale potrebbe anche crescere più in fretta della popolazione, ma vi sarebbe comunque il grave problema della distribuzione del cibo e dei finanziamenti, che renderebbe comunque probabili delle carenze, perfino rispetto ai livelli minimi di oggi, nelle nazioni più grandi e maggiormente popolate. Già oggi muoiono ogni anno, a causa, diretta o indiretta, della malnutrizione, dai 10 ai 20 milioni di persone. La situazione potrebbe peggiorare ancora a causa dei mancati raccolti che si registrano ciclicamente.
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Citazione:
There will be serious problems for some of the poorest LDCs with rapid population growth. They will increasingly find it difficult to pay for needed raw materials and energy. Fertilizer, vital for their own agricultural production, will be difficult to obtain for the next few years. Imports for fuel and other materials will cause grave problems which could impinge on the U.S., both through the need to supply greater financial support and in LDC efforts to obtain better terms of trade through higher prices for exports.
I paesi sottosviluppati più poveri e con un maggiore crescita demografica avranno delle grosse difficoltà. Essi troveranno sempre più difficile acquistare l'energia e le materie prime [di cui hanno bisogno], e nei primi anni faticheranno a procurarsi i fertilizzanti indispensabili alla loro stessa produzione agricola. Le importazioni di carburante e di altri prodotti causeranno gravi problemi che potrebbero ritorcersi sugli Stati Uniti, sia per la necessità di dare loro un supporto finanziario ancora maggiore, sia per i tentativi che questi paesi faranno per ottenere condizioni di mercato più vantaggiose, alzando il prezzo delle loro esportazioni.
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Citazione:
The political consequences of current population factors in the LDCs -- rapid growth, internal migration, high percentages of young people, slow improvement in living standards, urban concentrations, and pressures for foreign migration -- are damaging to the internal stability and international relations of countries in whose advancement the U.S. is interested, thus creating political or even national security problems for the U.S. In a broader sense, there is a major risk of severe damage to world economic, political, and ecological systems and, as these systems begin to fail, to our humanitarian values.
Le conseguenze politiche delle dinamiche in corso nei paesi sottosviluppati - crescita rapida, migrazioni interne, alte percentuali di gioventù, crescita lenta degli standard di vita, concentrazioni urbane, e spinte causate da immigrazione esterna - vanno a discapito della stabilità interna e delle relazioni internazionali dei paesi nel cui sviluppo gli Stati Uniti sono interessati, creando quindi dei problemi di natura politica, o addirittura di sicurezza nazionale, per gli Stati Uniti. Più in generale, c'è il forte rischio di danneggiare gravemente gli equilibri economici, politici ed ecologici mondiali, e quindi, con il decadere di questi equilibri, anche i nostri principi umanitari.
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Citazione:
The central question for world population policy in the year 1974, is whether mankind is to remain on a track toward an ultimate population of 12 to 15 billion -- implying a five to seven-fold increase in almost all the underdeveloped world outside of China -- or whether (despite the momentum of population growth) it can be switched over to the course of earliest feasible population stability -- implying ultimate totals of 8 to 9 billions and not more than a three or four-fold increase in any major region.
La questione fondamentale su cui ruota la strategia demografica mondiale, oggi 1974, è se l'umanità rimarrà proiettata verso il totale previsto [per metà secolo 21°] di 12-15 miliardi - che significherebbe una crescita dalle 5 alle 7 volte per quasi tutti i paesi sottosviluppati, Cina esclusa - oppure se, nonostante l'attuale vitalità dell'incremento demografico, questo potrà essere deviato al più presto verso un corso di stabilizzazione, che comportasse un tetto finale di 8-9 miliardi al massimo, con una crescita in una qualunque delle grandi zone del pianeta non superiore alle tre-quattro volte.
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Citazione:
What are the stakes? We do not know whether technological developments will make it possible to feed over 8 much less 12 billion people in the 21st century. We cannot be entirely certain that climatic changes in the coming decade will not create great difficulties in feeding a growing population, especially people in the LDCs who live under increasingly marginal and more vulnerable conditions. There exists at least the possibility that present developments point toward Malthusian conditions for many regions of the world.
Quali sono le difficoltà? Noi non sappiamo se il progresso tecnologico nel 21° secolo ci metterà in grado di dar da mangiare a 8, nè tantomeno a 12 miliardi di persone. Non possiamo avere la certezza che mutazioni climatiche nel prossimo decennio non porranno grosse difficoltà a nutrire la popolazione in aumento, specialmente in quei paesi sottosviluppati che vivono in condizioni sempre più estreme e vulnerabili. C'è la possibilità effettiva che il corso attuale porti a delle condizioni [di sopravvivenza] di tipo malthusiano, in svariate regioni del mondo.
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Citazione:
But even if survival for these much larger numbers is possible, it will in all likelihood be bare survival, with all efforts going in the good years to provide minimum nutrition and utter dependence in the bad years on emergency rescue efforts from the less populated and richer countries of the world. A much more vigorous effort to slow population growth can also mean a very great difference between enormous tragedies of malnutrition and starvation as against only serious chronic conditions.
Ma anche se queste grandi quantità di persone riuscissero a sopravvivere, di nuda e cruda sopravvivenza si tratterebbe, con tutti gli sforzi profusi, nelle annate migliori, a dare loro un sostentamento minimo, e nelle annate peggiori, a vederli dipendere drammaticamente da urgenti interventi di soccorso da parte delle nazioni più ricche e meno popolate. [Mentre] un impegno molto più vigoroso per rallentare la crescita mondiale potrebbe significare la differenza fra enormi catastrofi dovute a malnutrizione o carenza di alimenti, e una semplice situazione di difficoltà cronica.
[…]
Citazione:
Moderation of population growth offers benefits in terms of resources saved for investment and/or higher per capita consumption. If resource requirements to support fewer children are reduced and the funds now allocated for construction of schools, houses, hospitals and other essential facilities are invested in productive activities, the impact on the growth of GNP and per capita income may be significant. In addition, economic and social progress resulting from population control will further contribute to the decline in fertility rates. The relationship is reciprocal, and can take the form of either a vicious or a virtuous circle. This raises the question of how much more efficient expenditures for population control might be than in raising production through direct investments in additional irrigation and power projects and factories.
Una crescita moderata della popolazione offre vantaggi in quanto i beni risparmiati possono o essere investiti, oppure permettere un più alto standard di vita individuale [un maggiore consumo pro-capite]. Se diminuiscono i beni da accantonare per mantenere meno bambini, e i soldi previsti per costruire scuole, case ed ospedali vengono investiti in attività produttive, gli effetti sulla crescita del prodotto nazionale lordo e sul benessere individuale potrebbero essere notevoli. Inoltre, la crescita socio-economica risultante dalla limitazione delle nascite contribuirebbe ulteriormente al loro abbassamento. Il rapporto [fra benessere e bassa natività] è reciproco, e può prendere l'aspetto di un circolo sia vizioso che virtuoso. Questo porta a domandarsi quanto più efficaci possano essere degli investimenti diretti a controllare il livello della popolazione, piuttosto che non a incrementare la produzione con nuove irrigazioni, maggiore energia o numero di fabbriche.
[…]
Citazione:
World policy and programs in the population field should incorporate two major objectives:
(a) actions to accommodate continued population growth up to 6 billions by the mid-21st century without massive starvation or total frustration of developmental hopes; and
(b) actions to keep the ultimate level as close as possible to 8 billions rather than permitting it to reach 10 billions, 13 billions, or more.
Le strategie e i programmi mondiali in campo demografico dovrebbero contemplare due obbiettivi primari:
a) interventi per permettere una crescita stabile della popolazione mondiale fino a 6 miliardi, per la metà del secolo 21°, senza deprivazioni massificate o mancanza assoluta di speranze di sviluppo, e
b) interventi per contenere il tetto massimo il più vicino possibile agli 8 miliardi, e non permettergli di arrivare ai 10, o 13 miliardi, o ancora di più.
[…]
Citazione:
We must take care that our activities should not give the appearance to the LDCs of an industrialized country policy directed against the LDCs.
Dobbiamo stare attenti a non dare ai nostri interventi l'apparenza di giocare a favore di una nazione industrializzata contro quelle sottosviluppate.
[…]
Citazione:
There is an alternate view which holds that a growing number of experts believe that the population situation is already more serious and less amenable to solution through voluntary measures than is generally accepted. It holds that, to prevent even more widespread food shortage and other demographic catastrophes than are generally anticipated, even stronger measures are required and some fundamental, very difficult moral issues need to be addressed. These include, for example, our own consumption patterns, mandatory programs, tight control of our food resources. In view of the seriousness of these issues, explicit consideration of them should begin in the Executive Branch, the Congress and the U.N. soon. (See the end of Section I for this viewpoint.)
Vi è una diversa scuola di pensiero, che dice che un crescente numero di esperti ritenga la situazione demografica mondiale molto più grave, e molto meno addomesticabile con misure volontarie, di quanto generalmente si pensi. Si sostiene che, per evitare una insufficienza di risorse ed altre catasftrofi demografiche ancora maggiori di quelle previste, siano necessarie misure d'intervento ancora più radicali, che ci porteranno ad affrontare questioni di delicato ordine morale. Ciò include, ad esempio, [una revisione del]le nostre stesse abitudini consumistiche, pianificazioni obbligatorie, o uno stretto controllo sulle nostre risorse alimentari. Vista l'importanza di tali argomenti, se ne suggerisce al più presto una aperta valutazione da parte del ramo esecutivo, del parlamento, e delle Nazioni Unite.
[…]
(Chissà poi cosa hanno deciso?)
Testo e traduzione di Massimo Mazzucco per luogocomune.net
Nome: Abu Abdullah al-Rashid al-Baghdadi. Anche noto come: Abu Hamza al-Baghdadi. E: Abu Omar al-Quraishi al-Baghdadi. Ruolo attribuitogli: capo o emiro del Concilio dei Mujaheddin, anche noto come "Concilio dei Combattenti per la Libertà" (mode: basic), "Concilio Consultivo dei Mujaheddin" (mode: executive) e "Concilio dei Santi Guerrieri" (mode: Voyager) composto da otto gruppi che si oppongono alla presenza militare degli Stati Uniti in Iraq. Presunto capo dello Stato Islamico in Iraq. Falso allarme numero uno: il 9 marzo 2007 il Ministero degli Interni iracheno dice che al-Baghdadi è stato catturato, e poi che non è lui. Falso allarme numero due: il 3 maggio 2007 il Ministero degli Interni dice che al-Baghdadi è stato ucciso dai soldati americani e iracheni a nord di Baghdad, poi che no. Due mesi dopo: l'esercito degli Stati Uniti dice che al-Baghdadi non è mai esistito. Al-Baghdadi come personaggio di fantasia: un detenuto che si è autoproclamato intermediario di bin Laden dice che al-Baghdadi è un personaggio inventato da lui e dall'egiziano al-Masri per dare un volto a un gruppo terroristico diretto dall'estero, e che le dichiarazioni attribuitegli vengono lette da un attore iracheno, Abdullah al-Naima. Nel marzo del 2008 il portavoce di un gruppo ostile alla coalizione, Hamas-Iraq, dice che al-Baghdadi è un'invenzione di Al Qaeda per dare un finto volto iracheno alla loro organizzazione. Tutto questo ha una vaga aria di famiglia, vi sembra di averlo già letto? Certo, la tramaccia sta tutta qui: Uno, nessuno, al-Baghdadi. Non esiste, identifichiamolo: il 7 maggio 2008 il canale satellitare in lingua araba Al-Arabiya citando come fonte la polizia irachena identifica al-Baghdadi come Hamid Dawoud al-Zawi, ex militare di Saddam originario della provincia di Al Anbar, alcaidista dal 2003 e riparatore di caldaie. Quando si è saputo che al-Baghdadi non esisteva ed era solo la voce di un attore al Qaeda si è affrettata a trovare un tizio nuovo, dicono. Bisognava trovare uno che discendesse da Hussein Ali, voi mi capite. L'arresto: ieri AFP ha riferito che "al-Baghdadi" è stato arrestato dall'esercito iracheno. Identifichiamolo ancora: l'agenzia iraniana Fars ci ha messo del suo e lo ha identificato come Abdullah Rashid Saleh, nato nel 1947 a Baghdad. Questo qui è organizzatore e teorico di punta di un gruppo salafita, poi Saddam lo caccia dall'Iraq, lui finisce a combattere in Afghanistan dove conosce bin Laden, torna in Iraq nel 1991, viene arrestato e giustiziato per poi tornare come niente fosse alla ribalta nel 2004, quando viene ferito alla testa durante la prima battaglia di Fallujah e poi diventa emiro del concilio dei mujaheddin.
Ma discende da Hussein Ali, almeno? Pensiamo di sì, e comunque lasciatemi dire che questo al-Baghdadi ha ritmi di morte e rinascita serratissimi. Quesito: è più difficile arrestare uno che non esiste o accertare l'identità di un personaggio di fantasia? E per la foto, si va a caso su Google Images? Dunque: due attentati, 45 morti, Risveglio sunnita in cattive acque. Così si sferra un colpo mortale ad al-Qaeda e allo Stato Islamico in Iraq costringendoli a passare qualche giorno a fare provini e ad attaccare inserzioni nelle cabine telefoniche.
Ve l'avevo detto: che c'era da annoiarsi.Niente cd con i piani per la distruzione del mondo mediante avvelenamento di kebab, niente bigliettini nelle tasche con particolareggiatissime istruzioni per la successione, niente cinture esplosive, niente polaroid abbracciati a tizi olivastri con il turbante, niente cassetti pieni di vestiti da bahiadera.Neanche una mascherina di Zorro. Solo uno che muore e si rialza da due anni.
Siamo finiti in un loop, ci resta solo la visagistica.
Make up: Sunny Awakening™ smooth foundation #2 (sunset gazelle), Fictitious Lashes™ Mascara Deep Black, Invisibile™ pressed-on powder with Invisible™ powder puff, Guerrilla™Bloodbath Red lipstick, S for Salafi™ Super Strong Nail Enamel, Alcaidora Magic Blend™ Allover and Over Again. http://mirumir.blogspot.com/
Si chiama Fernando Lugo ed è il presidente del Paraguay. Nel dicembre 2006 ha rinunciato al suo status di vescovo cattolico della diocesi di San Pedro, una provincia centrale del Paraguay, per poter partecipare alla competizione elettorale per la nomina a presidente dello stato. Il Papa Benedetto XVI ha accettato le sue dimissioni solo lo scorso luglio prima che prendesse possesso della carica presidenziale. 57 anni, esuberante e piacente, l’ex vescovo Fernando Lugo, oggi presidente, si è trovato sbattuto per ben tre volte nel giro di un mese sui giornali locali ed ormai su quelli di tutto il mondo. Viviana Carrillo, oggi 26nne, ha dichiarato che il presidente è il padre del suo piccolo nato da una relazione quando lei aveva 17 anni. E il presidente Lugo ha riconosciuto la paternità e si è dichiarato pronto ad assumere le sue responsabilità. Non l’avesse mai fatto: sono spuntati gli avvocati di Benigna Lenguizamon che imputano a Lugo la paternità di un bambino avuto sei anni fa, quando anche lei frequentava il vescovado ed era in stato di grande necessità. Le gazzette si sono occupate poi di una signora, Damiana Moran, divorziata che ha detto che suo figlio di 16 mesi è stato concepito con il presidente Lugo. Ma la signora Moran non avanza alcuna richiesta economica e afferma che la relazione con l’ex vescovo è stata sensazionale. La Moran ha costituito un team per aiutare le madri di figli del presidente che sembra siano almeno sei. http://oscarb1.blogspot.com/
In viaggio con il ministro della Difesa tedesco, su un volo Lufthansa
Ogni tanto sono i piccoli dettagli a spiegare meglio dei grandi avvenimenti lo spirito e lo stile di un Paese. Ne ho avuto conferma lunedì 20 aprile all'aeroporto di Francoforte. Ore 08:00, gate A20-Terminal 1, in attesa dell'imbarco del volo navetta di Lufthansa 174 per Berlino-Tegel. I passeggeri sono numerosi: alcuni aspettano in piedi, altri seduti leggendo il giornale o bevendo una tazza di caffè. All'improvviso accanto a me passa un signore che trascina la propria valigia a rotelle, come decine di altri managers che in questo lunedì si apprestano a partire per la capitale federale dopo aver trascorso il fine settimana in famiglia a Francoforte. Alzo lo sguardo e a sorpresa riconosco il ministro della Difesa, il 60enne democristiano Franz-Josef Jung (nella foto tratta da Internet). Come qualsiasi altro passeggero sceglie alcuni giornali, disponibili gratuitamente, e si mette in coda per l'imbarco. Solo guardandomi attorno con attenzione noto che non è solo: due uomini, zaini in spalla, lo accompagnano, ma molto discretamente. Colpiscono la mancanza di concitazione, i movimenti calmi, la naturalezza della situazione.
Le due guardie del corpo seguono Jung con talmente tanta discrezione che tra il ministro e i due poliziotti si inseriscono altri passeggeri in coda per l'imbarco. I due militari in borghese hanno un auricolare all'orecchio, ma mi chiedo quanti altri passeggeri lo abbiano notato. Sembrano in pochi coloro che hanno riconosciuto Jung. La hostess che lo accoglie a bordo dell'Airbus A300-600 lo saluta con un sorriso, nello stesso modo in cui accoglie gli altri passeggeri. Prevale l'indifferenza, vera o presunta, di tutti, dal personale di Lufthansa ai compagni viaggiatori. Mentre il ministro si dirige verso la prima classe e io mi accingo a sedermi in economy, rifletto alla situazione. Franz-Josef Jung è un esponente del Governo di Grande Coalizione guidato dal cancelliere Angela Merkel. A dire il vero, l'uomo politico non è tra i pesi massimi dell'Esecutivo, ma è alla guida di un ministero che nell'ultimo decennio ha assunto una crescente importanza, a causa delle numerose missioni all'estero. E che certo non manca di mezzi di trasporto. Anche la Germania, come l'Italia, ha avuto i suoi scandali: qualche anno fa un predecessore di Jung, il socialdemocratico Rudolf Scharping, fu accusato di usare aerei militari per motivi privati. Ma i tedeschi, più di altri in Europa, sono sensibili all'uso o all'abuso del denaro pubblico. Della situazione ho apprezzato la scelta del ministro, il comportamento delle guardie del corpo, e soprattutto l'indifferenza (fosse solo apparente) del pubblico.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/04/in-viaggio-con-il-ministro-della-difesa-tedesco-su-un-volo-lufthansa.html#more
AMBIENTE:Popoli indigeni chiedono più voce in capitolo Stephen Leahy*
Un nativo delle isole Carteret, Papua-Nuova Guinea, lungo la costa erosa dalle maree sempre più alte.
Foto: Indigenous Summit
ANCHORAGE, Alaska,(IPS) - Proprio mentre i popoli indigeni provenienti da tutto il mondo si ritrovano in questa città dell’Alaska per chiedere più voce in capitolo nei negoziati sul clima globale, il rapido riscaldamento dell’Artico sta costringendo alcuni villaggi Inuit a trasferirsi altrove.
“Abbiamo secoli di esperienza nell’adattamento al clima, e i nostri stili di vita ancestrali hanno una bassissima impronta al carbonio”, spiega Victoria Tauli-Corpuz, leader indigena delle Filippine e presidente del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene.
I gas a base di carbonio sono la principale causa dell’effetto serra, che provoca i cambiamenti climatici. L’eccessivo rilascio di questi gas, come anidride carbonica e metano, viene dalle attività umane: combustione dei combustibili fossili nell’industria e nei trasporti, emissioni dalla produzione zootecnica e deforestazione.
Circa 400 popolazioni indigene, compreso il presidente boliviano Evo Morales, e osservatori da 80 nazioni, si sono riuniti ad Anchorage, Alaska (20-24 aprile) per partecipare al Summit globale dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici, sponsorizzato dalle Nazioni Unite.
Verranno esaminati e discussi i modi in cui i saperi tradizionali possono essere utilizzati negli sforzi di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici.
“Le popolazioni indigene hanno contribuito meno degli altri al problema globale del cambio climatico, ma certamente saranno loro a subire il peso maggiore del suo impatto”, spiega Patricia Cochran, presidente del Consiglio circumpolare articolo e del Summit di aprile.
I popoli indigeni, sostiene, sono i massimi esperti quando si parla di clima: qualsiasi dialogo o negoziato sarà molto più ricco e produttivo con la loro partecipazione.
Eppure, ha aggiunto, sono loro in prima linea quando si tratta degli impatti del cambiamento climatico.
Il villaggio di Newtok, circa 800 chilometri a est di Anchorage, è il primo di diversi villaggi che dovranno essere dislocati come conseguenza del cambiamento climatico. A causa dell’aumento delle temperature medie, l’intensificarsi del flusso dei fiumi e dello scioglimento del permafrost sta distruggendo case e infrastrutture, costringendo 320 residenti a trasferirsi verso un’area di maggiore altitudine 15 chilometri ad ovest, con un costo previsto di decine di migliaia di dollari.
Altri cinque insediamenti Inuit in Alaska dovranno essere urgentemente dislocati, come Shishmaref (popolazione 560) e Kivalina (377), dove il ghiaccio marino costiero non riesce più a contenere le onde delle tempeste autunnali, comportando una grave erosione costiera. Decine di altri insediamenti simili sono considerati a rischio.
Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), le regioni più colpite - come Artico, Caraibi e Amazzonia - sono le aree del pianeta dove vive la maggior parte dei popoli indigeni, osserva Sam Johnston, dell’Università delle Nazioni Unite di Tokyo (UNU), co-sponsor del Summit.
Nel mondo, sono stati identificati almeno 5mila diversi gruppi indigeni in oltre 70 paesi, con una popolazione globale stimata tra 300 e 350 milioni di abitanti, che rappresenta circa il sei per cento degli abitanti dell’intero pianeta.
Proprio per il loro storico legame culturale e spirituale con la terra, gli oceani e il mondo animale, i popoli indigeni hanno molto da offrire, ha detto Johnston in un’intervista.
“Il mondo deve prestare più ascolto alle opinioni di queste comunità, e alla saggezza dei loro saperi ancestrali”, ha osservato.
Principale obiettivo del Summit, contribuire a rafforzare la partecipazione delle comunità indigene e esprimere messaggi e raccomandazioni alla Conferenza delle parti della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (UNFCC) del prossimo dicembre a Copenaghen.
Qui, i governi di tutto il mondo negozieranno un accordo post-Kyoto (che scade nel 2012) per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e per creare un fondo di adattamento di aiuto ai paesi poveri.
Il vertice indigeno si concluderà ad Anchorage venerdì, con una dichiarazione e un piano d’azione, e un appello ai governi del mondo perché includano a pieno titolo i popoli indigeni nel futuro regime sui cambiamenti climatici post-Kyoto adottato a Copenaghen.
Attualmente, le popolazioni indigene non hanno un ruolo formale nei colloqui sul clima, nonostante la partecipazione di alcuni loro rappresentanti nella delegazione boliviana in una serie di incontri preparatori all’inizio di questo mese a Bonn, Germania.
In teoria, questi popoli avrebbero un ruolo formale di consulenza, come hanno di fatto nella Convenzione Onu sulla biodiversità, ha spiegato Tauli-Corpuz.
”Purtroppo, nessun governo ha voluto fare pressioni in tal senso per la UNFCCC”, ha osservato.
La “Dichiarazione Anchorage” sarà firmata dal presidente Evo Morales, che è di origine Aymara; da Miguel d'Escoto Brockmann, presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite; e dal parlamentare danese Juliane Henningsen, rappresentante della Groenlandia, ha segnalato Cochrane.
Questioni come ridurre la deforestazione e promuovere il rimboschimento massiccio possono avere un impatto decisivo sui popoli indigeni, ed è vitale che i loro diritti vengano riconosciuti e rispettati in qualsiasi accordo finale sul clima, afferma Tauli-Corpuz.
Ma le discussioni bilaterali, ha avvertito Johnston dell’UNU, soprattutto tra Cina e Stati Uniti, cominciano a surriscaldarsi in vista dell’incontro di Copenaghen, e questo rischia di compromettere la partecipazione dei popoli indigeni, che resterebbero confinati ai margini.
(*Articolo pubblicato sui quotidiani latinoamericani della rete di Tierramérica, servizio dell’IPS sponsorizzato dai Programmi Onu per lo sviluppo e per l’ambiente e dalla Banca mondiale).
Georgia: la NATO annuncia esercitazioni congiunte a Tblisi
La NATO ha annunciato la scorsa settimana di voler tenere in Georgia il prossimo mese (dal 6 maggio al 1 giugno)
Il prossimo mese (dal 6 maggio al 1 giugno) esercitazioni militari congiunte, a meno di un anno dalla guerra sostenuta da Tblisi contro le truppe di Mosca. Le esercitazioni si terranno nel paese a circa 20 Km ad est della capitale ed ufficialmente hanno lo scopo di integrare ed armonizzare procedure e comunicazioni tra i paesi NATO ed i suoi maggiori partner. Tuttavia alcuni paesi invitati, quali il Kazakhstan, hanno annunciato di non essere intenzionati a partecipare. Georgia ed Ucraina, infatti, hanno da anni chiesto di accedere all'Organizzazione provocando aspre reazione da parte di Mosca ed il dissenso da parte di alcuni paesi dell'Alleanza quali la Germania.
L'aspetto tecnico dell'operazione consiste nella partecipazione di 1300 sodati provenienti dai 19 paesi membri dell'Alleanza concentrando l'attività soprattutto nel campo delle comunicazioni e delle procedure. Non è infatti previsto l'utilizzo di armamenti con la conseguente movimentazione di mezzi, apparecchiature e sistemi d'arma. L'esercitazione, dunque, ha un significato prettamente simbolico.
Attualmente esiste un problema messo in evidenza dalle autorità russe. Se la Georgia entrasse in breve tempo nella NATO Tblisi vi parteciperebbe senza Abkhazia e Ossezia del Sud attualmente riconosciute da Mosca e ciò comporterebbe un problema di riconoscimento dei separatisti da parte delle cancellerie occidentali. Qualora invece la NATO accettasse l'ingresso della Georgia con le sue due Repubbliche separatiste lo scenario che si configurerebbe sarebbe quello di avere nell'Alleanza un paese che ospita truppe armate di un paese non membro e con uno Stato che non controlla tutto il suo territorio. Oltre a problematiche di carattere politico, quindi, se ne aggiungerebbero altre di tenore giuridico relative alla sovranità ed alla definizione dei confini.
Gli americani restano preoccupati per lo stato di salute dell’economia, ma dopo aver visto al lavoro per oltre tre mesi il loro nuovo presidente, appaiono un po’ rassicurati. I sondaggi offrono a Barack Obama un primo verdetto sul suo operato nei 100 giorni iniziali di un’ amministrazione votata al cambiamento, e il nuovo corso sembra convincere: per la prima volta da anni, la maggior parte delle persone negli Stati Uniti e’ convinta che il paese stia andando nella direzione giusta. […]
Il 29 aprile scatta il fatidico 100mo giorno della presidenza, un traguardo che negli Usa ha assunto fin dagli anni Trenta le caratteristiche da momento delle pagelle. Tutta colpa di Franklin D. Roosevelt, un presidente a cui Obama e’ stato piu’ volte paragonato, che nei suoi primi 100 giorni fu protagonista di un impressionante raffica di iniziative per mettere in piedi il proprio New Deal e cercare di tirar fuori l’America dalla Depressione.
Alla Casa Bianca la scadenza viene vista con un duplice stato d’animo. Da una parte i consiglieri di Obama, con in testa lo stratega politico David Axelrod, si sforzano pubblicamente di ridimensionare il significato dall’appuntamento con i 100 giorni, definendolo una fissazione dei giornalisti. Dall’altra pero’ lo staff obamiano ha cominciato da giorni un intensa attivita’ sotterranea per cercare di pilotare la copertura mediatica in vista del 29 aprile, in modo che ne emergano ritratti positivi del presidente.
A dare una mano agli strateghi della comunicazione di Obama sono i sondaggi che affluiscono nello Studio Ovale. La Gallup, che tasta il posto ogni tre giorni agli americani fin dall’ inizio della nuova presidenza, indica che l’operato del presidente continua a venir giudicato positivo in media dal 63-64% degli americani: una percentuale che e’ la migliore dal 1977, quando Jimmy Carter arrivo’ al traguardo dei 100 giorni con un’approvazione del 69% (ma poi comincio’ il declino, e Carter alla fine del primo mandato fu battuto da Ronald Reagan).
L’istituto Gfk ha realizzato per l’Associated Press un sondaggio dal quale emerge che gli americani convinti che la direzione sia quella giusta superano ora quelli che hanno l’idea opposta (48-44%). Un fenomeno che non avveniva dai giorni della caduta del regime di Saddam Hussein a Baghdad, seguita nella seconda meta’ del 2003 dall’inizio di un lungo periodo di sfiducia nell’operato dell’amministrazione di George W.Bush. Lo scorso ottobre, poco prima delle elezioni, la Gfk aveva trovato solo il 17% degli americani convinti che le cose stessero andando bene.
Ma il 65% delle persone interpellate dai sondaggisti si dice in difficolta’ per la crisi economica e oltre il 90% indicano l’ economia come la maggiore priorita’. Cifre confermate da tutti i sondaggi e che confermano quello che sara’ il rischio principale per Obama nei prossimi mesi: l’America per ora approva il suo lavoro e crede alle promesse, ma se non vedra’ presto anche risultati concreti potrebbe cambiare umore.
Alla Casa Bianca il clima viene percepito con chiarezza, e l’obiettivo degli strateghi presidenziali e’ rassicurare gli americani sul fatto che al comando c’e’ l’uomo giusto al momento giusto. La rivista online The Politico ha provato a sintetizzare quali sono i messaggi piu’ o meno occulti che gli uomini di Obama stanno cercando di far passare sui media, in occasione dei 100 giorni. Il presidente e’ ”uno che mantiene le promesse e che sta cambiando il gioco”, e’ il tratto principale su cui si insiste alla Casa Bianca, offrendo ai giornalisti cifre e aneddoti. Obama e’ inoltre ”un decisionista”, come dimostrano i suoi interventi sulle banche e sull’industria dell’auto, o quello odierno per intimare alle societa’ delle carte di credito di non cercare di lucrare sui tassi.
Il presidente, inoltre, ”non e’ chiuso in una bolla” come il suo predecessore: per convincere i media in questo senso, la Casa Bianca negli ultimi giorni ha per esempio invitato vari organi d’informazione a scrivere storie sulle 10 lettere di americani qualunque che Obama legge ogni giorno per sondare gli umori del paese. Abc, Washington Post e New York Times hanno avuto tutti l’inedita possibilita’ di fotocopiare perfino i bigliettini di ringraziamento e risposta che il presidente scrive di proprio pugno.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/04/24/100-giorni-primi-bilanci/#more-402
Il 26 aprile i cittadini ecuadoriani giudicheranno il cammino politico avviato dal presidente Rafael Correa. La sua vittoria è certa, ma non mancano i problemi.
Seguendo le orme del percorso venezuelano, anche l’Ecuador, approvata una nuova Costituzione e stabilito un nuovo corso politico, si appresta a sommettere tutte le cariche dello Stato a un nuovo scrutinio popolare. È così che a distanza di poco più di due anni, il paese torna al voto il 26 di aprile, questa volta non a causa di sommosse popolari o di rimozioni presidenziali mozzafiato, ma per valutare l’abilità politica del suo presidente Rafael Correa e del suo progetto politico. I sondaggi non lasciano spazio a sorprese, Correa dovrebbe aggiudicarsi la Presidenza al primo turno con una percentuale attorno al 50 per cento secondo vari sondaggi. La legge elettorale prevede l’elezione diretta già con il 40 per cento dei consensi e un 10 per cento di scarto sul secondo candidato. L’opposizione, rappresentata dall’ex presidente Lucio Gutiérrez e dal magnate delle banana Álvaro Noboa, quest’ultimo alla quarta competizione elettorale, mantiene alcune sacche di popolarità, ma l’incapacità di giungere a un accordo su una candidatura unica, ha reso pressoché nulle le speranze dei due contendenti, entrambi dati intorno al 15 per cento.
I problemi per Correa però potrebbero arrivare da altri due fronti: le elezioni parlamentari e quelle locali. Il complesso sistema elettorale ecuadoriano infatti non garantisce la maggioranza parlamentare al Presidente eletto [sistema che Correa vuole adottare per le prossime elezioni] ed espone l’esecutivo a un legislativo quasi sempre discorde con il governo. Questo fenomeno, attribuibile in parte alla spezzettatura dei parlamentari tra quelli eletti nazionalmente e quelli regionalmente così come alla volubilità dell’elettorato e alla proliferazione partitica, ha avuto nel passato conseguenze politiche estremamente penose, dalla compravendita dei voti all’instabilità istituzionale. Correa ha reso chiaro che dissolverà un Parlamento non affine all’esecutivo, prerogativa garantita dalla Costituzione, che però comporta l’indizioni di nuove elezioni generali. È evidente l’intenzione di Correa di non rimanere vincolato a patti che deformino il suo programma politico, rompendo in tal modo con l’esempio trasformista di molti dei suoi predecessori, spesso costretti a cambiare rotta per cercare appoggi parlamentari variabili. Allo stesso tempo però viene pagato il prezzo per la mancata costruzione di un partito di governo di livello che negli ultimi mesi ha dato prova di viaggiare a un ritmo differente rispetto a quello del Presidente. La popolarità di Correa infatti non è corrisposta da un altrettanto alto gradimento per il proprio movimento, che rischia di non giungere a controllare la maggioranza nel Parlamento. L’altro fronte di preoccupazione sono le elezioni locali, dove altre logiche rischiano di far maggior leva sull’elettorato. Di particolare importanza risulterà l’esito delle votazioni nella città di Guayaquil e la sua regione, Guayas, di cui Correa è originario. Il sindaco della città di Guayaquil Jaime Nebot, esponente della destra più cupa del paese, ha fatto leva sui faraonici programmi di rigenerazione urbana messi in atto negli ultimi anni per fomentare un sentimento campanilistico e autonomista tra la popolazione. Nonostante i toni siano più pacati rispetto agli esponenti autonomisti della Mezza luna boliviana, il rischio è che una vittoria di Nebot possa accentuare il discorso autonomista e creare grossi grattacapi al governo nazionale.
Una volta eletto, Correa dovrà fronteggiare un numero di sfide enormi tra cui la promessa di una riforma agraria e la crisi economica, che anche in Ecuador sta iniziando a colpire duramente a livello occupazionale e di finanze dello stato. L’orientamento del nuovo governo dipenderà in parte dall’esito delle elezioni parlamentari e dai già annunciati assestamenti interni al movimento di Correa, dove varie fazioni si disputano l’egemonia già da parecchio tempo. L’allontanamento di alcuni movimenti sociali, spesso incaponitisi su questioni particolari e incapaci di adottare una prospettiva di più ampio raggio, hanno però tolto alcuni quadri importanti al processo della Rivoluzione Cittadina e al Socialismo del secolo XXI a cui Correa fa spesso riferimento, favorendo l’ascesa dei gruppi meno inclini a portare il processo fino in fondo.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17266
ELEZIONI GENERALI: SI E' GIA' VOTATO PER LA PRIMA VOLTA NELLE CARCERI
Con la giornata più intensa dell’ultimo mese e mezzo, tra violenti scrosci di pioggia, assembramenti e scontri verbali tra i principali candidati, si è chiusa in Ecuador la campagna elettorale per il voto di dopodomani. Per la prima volta nella storia del paese, hanno già votato oggi in 35 carceri -in quella che la stampa locale definisce una 'storica' festa della democrazia - 2749 detenuti in attesa di giudizio ('presos sin sentencia'), come stabilito dalla nuova Costituzione approvata con referendum popolare nel Settembre scorso. Il voto dei detenuti è stati anticipato perchè nei penitenziari la Domenica è il giorno riservato alle visite dei famigliari. Fino alle 7 di Domenica, ora locale, quando si apriranno le urne, non vi saranno comizi o sondaggi, per consentire a 10 milioni e mezzo di aventi diritto di utilizzare il ‘periodo di riflessione’ imposto dalla legge prima di recarsi nei 44.826 seggi allestiti in tutto il paese e designare presidente, vice-presidente, parlamentari, governatori provinciali, sindaci e altri funzionari delle amministrazioni locali. Secondo le previsioni dell'ultimora, salvo sorprese, il presidente Rafael Correa potrebbe essere rieletto, forse anche al primo turno. (FB/pmb)
È appena arrivata alla stampa la notizia che Roland Emmerich girerà un film tratto dalla saga della Fondazione di Isaac Asimov, e i nostri agenti si sono già impadroniti del soggetto. Curiosi di sapere come riuscirà il regista di Independence Day a portare nelle due ore di un film di Hollywood una saga di ampio respiro e tutto sommato un po’ cerebrale come questa? Ecco qui, svelato in anteprima l’adattamento della trama!
Il protagonista è un agente del servizio segreto imperiale. E’ stato incaricato di andare a prelevare uno scienziato da un pianeta periferico e portarlo su Trantor. Mentre si recano allo spazioporto l’agente nota un veicolo che li insegue. Inseguimento con le auto a cuscinetto d’aria fino al minuto 15. L’agente, Seldon e la figlia di Seldon, Arcadia, prendono l’astronave, Hari Seldon spiega all’agente le sue teorie storiografiche in una scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie, e l’agente si convince che la causa di Hari Seldon va difesa a ogni costo e che deve a lui la sua fedeltà prima ancora che all’imperatore. Siamo al minuto 17.
Durante il viaggio verso Trantor un clandestino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento a bordo dell’astronave, alla fine l’assassino si spara nel vuoto per non farsi catturare. Siamo al minuto 27.
Arrivo a Trantor. Scena in computergrafica per far vedere Trantor, magari ricclando footage non usato di Coruscant. I due incappano in una rivolta anti imperiale, approfittando della quale un assassino cerca di uccidere Seldon. Inseguimento in mezzo alle vie di Trantor. Siamo al minuto 30.
Seldon arriva di fronte all’imperatore e gli spiega il suo progetto di Enciclopedia Galattica. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie. Siamo al minuto 45.
La spedizione di Seldon parte per Terminus, scortata dalle navi imperiali. A bordo della nave c’è un clandestino che cerca di uccidere Seldon. L’agente lo scopre e lo insegue. Ce ne sono degli altri. Sparatoria. Gli assassini muoiono ma la nave è danneggiata. Sta per finire l’aria. L’agente si lancia nel vuoto senza tuta e riesce a stabilire un contatto con l’altra astronave. Sono tutti salvi.
Siamo al minuto 65.
Il viaggio procede. A metà strada si avvicina una flotta di navi tutte strane piene di scheletri sugli scafi (riutilizzo di cgi da Serenity). E’ la flotta del Mule. La scorta imperiale dà battaglia ma nonostante la maggiore potenza sono sopraffatti dal numero. Siamo al minuto 80.
Finalmente le navi del Mule stanno per abbordare la nave di Seldon quando ecco delle bordate arrivare come dal nulla che colpiscono le ultime navi del Mule. E’ la flotta della Fondazione! Salvor Hardin in persona in collegamento annuncia che la flotta nemica si ritira! E’ fatta!
Siamo al minuto 95.
Sono tutti contenti ma Arcadia strilla e tutti si accorgono che l’agente è rimasto colpito da uno degli ultimi colpi. E’ in fin di vita, ma ugualmente racconta a Seldon del suo sogno di tornare un giorno al suo bucolico pianeta natale. Scena poetica con musica, brandelli di frasi per far capire che sono concetti filosofici, e immagini suggestive di galassie.
Siamo al minuto 110.
Tutto sembra concluso. Scene felici e suggestive sul pianeta Terminus, magari con musica e immagini di galassie. Vita quotidiana nell’università di Terminus. Alloggi. Arcadia che sta mettendo tristemente in una scatola gli effetti personali dell’agente morto, musica di tensione, il suo passaporto imperiale dell’agente era falso, e nascosto ce n’era un altro con le insegne di un ente misterioso: la Seconda Fondazione. Musica tesissima. Silenzio. Titoli di coda. http://www.fantascienza.com/blog/esseasterisco/
Attentato a Rosario Crocetta, intervista esclusiva per AgoraVox Italia: "La battaglia si concluderà o con una vittoria contro la mafia o con la mia morte"
di Federica Gastaldi e Francesco Piccinini.
E’ Maurizio La Rosa l’artefice del piano mafioso per uccidere Rosario Crocetta. La polizia di Stato, l’ha arrestato stamane insieme ad altri mafiosi residenti in Lombardia. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del Tribunale di Caltanissetta Giambattista Tona.
A La Rosa e agli altri arrestati sono stati imputati i reati di associazione mafiosa e di aver imposto il pagamento del ’’pizzo’’ a imprese siciliani che effettuavano lavori in altre regioni italiane
Gli agenti monitoravano i frequenti spostamenti di La Rosa tra la Sicilia e il capoluogo lombardo dove incontrava, spesso, appartenenti alle cosche mafiose di Gela che trasferitisi tra Milano e Varese. Qui, nell’Italia che spesso si sente distante dal fenomeno mafioso, che i boss proseguirebbero i loro affari illeciti e avrebbero pure la disponibilità di armi.
L’operazione denominata "Gheppio" ha fermato il tentativo di ricostituzione a Gela del clan di Cosa nostra capeggiato dalla cosca Emmanuello.
Dell’attentato a Crocetta ha parlato anche il boss pentito Carmelo Barbieri, il cui primo verbale di interrogatorio da collaboratore di giustizia è del 6 marzo 2009. Alle sue dichiarazioni si aggiungono anche le intercettazioni da cui si riscontra l’idea degli uomini del clan Emmanuello di uccidere Crocetta, Sindaco di Gela e attuale candidato alle Europee per il PD.
Mafia siciliana e lituana in uno sposalizio perfetto e maledetto. Le loro velleità raccolte, ancora una volta in un’onda energetica da sprigionare contro Rosario Crocetta, sindaco di Gela e vessillo della lotta antimafia. Il giorno prima del suo compleanno, il candidato alle Europee riceve delle news sul regalo che il gruppo mafioso degli Emmanuello gli stava impacchettando. Si tratta di un regalo che puzza di morte.
“Questo sindaco finocchio dice sempre che Gela è mafiosa, che solo lui è pulito e gli hanno dato la scorta con due finanzieri. Però lui deve andare a casa, e come andare a casa. Ah, ah!- ride il lituano - A Kanaus, dove sono nato, c’è una squadra come Corleone. Operiamo come Corleone?»
Questo quanto emerso dalle intercettazioni del dicembre del 2003. Così Marius Denisenko, lituano nell’abitacolo della sua Mercedes, si rivolse a Rocco di Giacomo, boss di Gela.
Quello a Crocetta, non è il primo ultimatum. Già da quegl’anni il paladino dell’antimafia portava avanti il suo progetto di legalità cercando di mettere ordine nel mondo degli appalti, defenestrando imprese maleodoranti di mafia e così infastidendole.
La polizia scoprì che la “Stidda” stava preparando un agguato, utilizzando un killer venuto dalla Lituania, il suddetto Denisenko, che avrebbe dovuto uccidere il sindaco durante la processione dell’Immacolata, l’8 di dicembre. Per lui era arrivato già il tritolo.
«La polizia mi disse di non muovermi - raccontò - nel frattempo vidi attorno a me improvvise eccezionali misure di sicurezza. Io feci solo una capatina in chiesa. Lì ricordo che vidi uno che sembrava russo, era vicino a me, lo avevo già incontrato altre volte, evidentemente mi seguiva. Mentre prendeva l’ostia poteva avere la pistola in tasca e spararmi. Allora non capii nulla, poi, leggendo questa storia, ho ricostruito tutto...».
Il lituano venne rimpatriato con provvedimento della questura, mentre al sindaco venne assegnata la scorta visto il pericolo. Dopo alcuni mesi scattò l’operazione Imperium che provocò una ventina di arresti. Da qui una serie di intimidazioni destinate a Crocetta.
Quel pomeriggio dell’8 dicembre 2003 Rosario Crocetta non l’ha mai potuto dimenticare. Non ha mai potuto scrollarsi i brividi di dosso che si ingrossavano sempre più ad ogni successiva, seppur sporadica, intimidazione. Una volta venne trovata forzata la porta della terrazza che sovrasta gli uffici del sindaco, un’altra volta venne rinvenuto un coltello dietro uno dei tubi di scarico dell’acqua piovana, prossimi all’ingresso cui accede più frequentemente.
INTERVISTA A ROSARIO CROCETTA.
Sindaco prima di tutto: come sta?
Il mio è un sentimento di rabbia. Penso a quando mia madre apprenderà la notizia e penso "povera donna". Penso alle madri dei poliziotti che fanno la scorta, penso alle mogli dei poliziotti che rischiano la vita per 1300 euro al mese. Penso che questo paese sia un mondo alla rovesciadove i poliziotti che rischiano la vita sono chiamati sbirri e i mafiosi vengono ammirati. Questo è il mio sentimento in questo momento.
In questi giorni abbiamo letto comunicati che dicevano che lei utilizzava l’antimafia come promozione elettorale e d’immagine: questa è la risposta?
A me non piace la politica politicante; a volte ho più paura della politica che della mafia, perché la mafia la conosco e so che hanno deciso di eliminarmi. Più volte hanno fatto questi progetti, questa è la prima volta che ci sono stati degli arresti. E’ un fatto importante per il quale voglio ringraziare la DIA di Caltanissetta e le forze dell’ordine. Le altre volte non è andata così. Dico solo che io non sono un uomo d’antimafia di facciata. La scelta dell’antimafia è una scelta di vita. La mia è una battaglia fatta di coerenza. Negli ultimi 8 anni a Gela sono stati arrestati 852 mafiosi, insieme a Tano Grasso, a Caponetti e all’associazione antiracket abbiamo portato centinaia di imprenditori a esporre denuncia. Purtroppo essi, denunciando, finiscono subito nel mirino.
Per questo c’è da avere, alle volte, più paura della politica che della mafia ed è brutto questo. La politica a volte collude, altre volte abbassa la voce; la politica che pur di dare colpi bassi pensa di mettere in secondo piano un valore importante come quello della legalità.
Lei ha detto che questa è già la terza volta, ormai è chiaro che la mafia la voglia uccidere. Perché lei dà tanto fastidio?
I fatti, centiania di arresti, denunce, nomi e cognomi in piazza, deposizioni. Quanti politici conosce che hanno deposto per sei ore e mezza in tribunale per il racket del pizzo a Gela? Facendo nomi, cognomi e circostanza.
Questi arresti al nord?
Questi arresti al nord mi fanno pensare che la cosa non finisca qui. Conosco troppo bene la mafia e so bene come è organizzata, come è ramificata e mi fa pensare che il piano di Cosa Nostra continuerà, se già tre volte è stato sventato significa che la battaglia con questi signori si conluderà o con la vittoria contro la mafia o con la mia morte. Io non vedo altri scenari.
Domani è il 25 Aprile, la festa della liberazione in Italia.
Ci siamo liberati dal fascismo e speriamo di liberarci dalla mafia, che è una forma di oppressione del popolo siciliano che impedisce il riscatto e la libertà.
Abituati come siamo a una televisione all'italiana che non si è mai, di fatto, liberata dalle regolette auree dell'epoca Bernabei, non dovremmo sorprenderci troppo se ogni volta che dal piccolo schermo si leva una voce fuori dal coro a raccontarci la realtà com'è e non come ci piacerebbe che fosse partono interrogazioni parlamentari, lamentele da destra e da sinistra, indignate reprimende e grida di scandalo.
Il fatto è che mentre la Cbs o la Fox, negli Stati Uniti, fanno da sempre un'informazione che, pur essendo schierata, ritiene sia un punto d'orgoglio andare a scovare gli scheletri nascosti nell'armadio dei politici, in Italia da sempre la televisione deve essere il cane fedele di chiunque si avvicendi alla guida del nostro Paese, e guai a chi si azzarda a fare un distinguo o ad insinuare un timido però.
Non così nel Regno Unito, dove la Bbc intende la sua funzione di servizio pubblico come "servizio AL pubblico", e se proprio deve considerarsi un cane preferisce essere un cane da guardia di cui il governo e i politici hanno un timore reverenziale, perché sanno bene che qualsiasi magagna nella gestione dello Stato sarebbe messa immediatamente alla berlina da giornalisti il cui mestiere non è, come da noi, quello di fare da cassa di risonanza alle veline parlamentari ma semmai quello di garantire, col loro lavoro d'indagine, che chi è chiamato ad amministrare il potere lo faccia nel rispetto della legge.
Senza andare a scomodare le differenze tra il giornalismo d'informazione all'italiana e quello di matrice anglosassone, basterebbe dare un'occhiata anche sommaria all'abisso che separa le produzioni di fiction nostrane da quelle che importiamo dagli Stati Uniti per farsi un'idea piuttosto chiara di come funziona la nostra televisione.
Mentre all'estero si sfornano serie come "Sex and The City", "Six Feet Under" e "Brothers and Sisters" in cui gli sceneggiatori ci raccontano spaccati di vita reale (per romanzata che sia) senza aver paura di raccontare di coppie gay, consumo di droghe leggere e pesanti, sesso, difficoltà economiche eccetera, da noi le produzioni televisive si arroccano su vite di santi, biografie di papi, agiografie di eroi del passato oppure blande fiction in cui si passa da un amoretto all'altro, senza nessun realistico collegamento con ciò che sta davvero succedendo alla nostra società.
La produzione televisiva italiana è un po' come il rassicurante sussidiario delle scuole elementari di una volta o, se vogliamo, come gli edificanti raccontini del libro Cuore: si sforza di perpetuare la triade Dio Patria e Famiglia assolutamente noncurante del fatto che, nella maggior parte dei casi, la realtà di tutti i giorni non abbia niente a che fare con i pii desideri del produttore o dello sceneggiatore.
Alla luce di questo deprimente quadro non deve sorprendere che venga considerata come inaccettabile qualsiasi voce che interrompa il coro di lacrime e solidarietà che ha fatto seguito al terremoto dell'Abruzzo, anche se questa voce dovesse raccontarci l'ovvio, ossia che se le case fossero state costruite o migliorate seguendo criteri antisismici la terra che trema avrebbe fatto molti, molti morti in meno.
E se non passa un'informazione di questo tipo, figurarsi l'accoglienza che viene fatta alla satira da parte di una televisione convinta che la satira debba consistere unicamente in certe squallide quanto rispettose parodie che sono il fiore all'occhiello del Bagaglino.
Io non credo che la televisione italiana voglia farsi propugnatrice di un pensiero unico: è soltanto nata male da subito perché i suoi genitori l'hanno, da sempre, considerata una serva sciocca che di pensiero non deve averne neanche mezzo e quando nei suoi ranghi capitano giornalisti come Santoro o come la Gabanelli o autori di satira come la Guzzanti, Luttazzi o Vauro li tollera come si tollera un fastidioso brufolo che ci impedisce di fare, concetto squisitamente e unicamente italiano, "bella figura".
E, come si fa con un brufolo, quotidianamente è lì che lo guarda e, malgrado il medico dica che i brufoli non vanno toccati, non vede l'ora di schiacciarlo.
Populismo selettivo
Stefano Rodotà, la Repubblica,
La democrazia italiana sta correndo il rischio d´essere schiacciata tra il "presidenzialismo assoluto" e il populismo elettronico. È un rischio grave, di cui si dovrebbe essere consapevoli nel momento in cui si parla di aprire addirittura una stagione costituente.
Ed è un rischio reale, come dimostrano in modo eloquente alcuni fatti significativi delle ultime settimane, tra i quali spicca l´alto e severo monito del presidente della Repubblica. Berlusconi non si limita a chiedere una maggiore efficienza dell´azione di governo. Pretende una radicale ridefinizione del ruolo del presidente del Consiglio, con una concentrazione di potere nelle sue mani senza precedenti e senza controlli, alterando, e non riformando, la forma di governo disegnata dalla Costituzione.
Consapevoli o no, Berlusconi e i suoi continuano a muoversi secondo un modello messo a punto negli Stati Uniti nel 1994 da un parlamentare repubblicano, Newt Gingrich, che proponeva un "Contratto con l´America" e il passaggio a un "Congresso virtuale" (collegati elettronicamente, i cittadini avrebbero votato le leggi al posto dei parlamentari). Sappiamo che Berlusconi fece proprio il primo suggerimento, firmando in diretta televisiva il non dimenticato "Contratto con gli italiani". Ora si indica una strada per delegittimare il Parlamento, già minacciato d´una riduzione ad una sorta di riunione di famiglia di cinque persone, quanti sono i presidenti dei gruppi parlamentari, che voterebbero al posto dei singoli senatori o deputati. Fallito negli Stati Uniti, il modello Gingrich troverà in Italia la sua terra d´elezione?
Cogliamo così il populismo nella sua versione più radicale, che ispira l´azione quotidiana del presidente del Consiglio, che si è da tempo manifestato nell´accorta e totalitaria gestione del sistema della comunicazione e che ora attende il suo compimento finale, con l´accentramento dei poteri nelle mani del primo ministro e un incontro fatale con le tecnologie elettroniche. Di questo modo d´intendere la politica e lo Stato Berlusconi ha dato pubblica testimonianza quando, in apertura del congresso costituente del Popolo della Libertà, ha descritto l´intero costituzionalismo moderno appunto nella chiave, abusiva e inquietante, di una sua radice populista. E l´insofferenza per ogni forma di controllo e per le stesse regole dello Stato di diritto, caratteri tipici del populismo di destra, ritornano ossessivamente nelle più impegnative vicende recenti. Quando Napolitano ha rifiutato di firmare il decreto legge sul caso Englaro, Berlusconi ha minacciato un ricorso al popolo, costituzionalmente improponibile, perché il potere di decretazione fosse attribuito al governo fuori d´ogni controllo.
Viviamo, però, in un clima di populismo "selettivo". Quando esalta la voce del popolo, Berlusconi dimentica del tutto che questa voce si levò nel giugno 2006, quando proprio un referendum popolare bocciò la sua proposta di riforma costituzionale. Quel voto, infatti, viene svalutato imputandolo non ai cittadini, ma alla "sinistra", ai "comunisti". Questo perché si vuole cancellarne l´indubbio significato politico nel momento in cui si cerca di imboccare una strada preoccupante come quella allora bloccata. Dopo il referendum, infatti, si sottolineò che, evitato lo stravolgimento, la Costituzione aveva bisogno di una "buona manutenzione": esattamente l´opposto di quel che oggi propone Berlusconi, chiedendo in primo luogo d´essere libero da ogni controllo nell´emanazione dei decreti legge e di spostare sul presidente del Consiglio il potere di sciogliere le Camere. In questo modo, però, non si va verso una forma di governo parlamentare razionalizzata, ma verso un primato assoluto dell´esecutivo, anzi di chi lo presiede, che contrasta con il sistema costituzionale vigente. Dopo aver trasferito la sede del governo a casa propria, ora Berlusconi vuole portare a compimento il suo progetto di privatizzazione delle funzioni di governo trasferendo nello Stato il modello già realizzato per il suo nuovo partito, descritto senza reticenze nell´articolo 15 dello statuto sui poteri del presidente del Pdl: "Ha la rappresentanza politica del partito, e lo rappresenta in tutte le sedi politiche e istituzionali, ne dirige l´ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche, convoca e presiede l´ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale e ne stabilisce l´ordine del giorno. Procede alle nomine degli organi di partito e, d´intesa con l´ufficio di presidenza, decide secondo le modalità previste dallo statuto". Non si poteva trovare una più sincera dichiarazione di autocrazia.
Conosco già alcune risposte. Non si vuole alterare la Costituzione, ma soltanto rendere più efficiente l´azione di governo e più fluidi i regolamenti parlamentari. Non lasciamoci ingannare da queste giravolte. Si dice che, reso più rapido l´iter parlamentare delle proposte del governo, verrà ridotto il ricorso ai decreti legge. Che non è una buona risposta, perché si accetta comunque la pretesa del governo di non sottoporre a controlli adeguati le sue iniziative. E perché ai guasti del presidenzialismo strisciante non si risponde con una sua rassegnata accettazione, ma ripensando gli equilibri istituzionali, partendo da una seria rivalutazione della funzione parlamentare che non può essere affidata alle logore acrobazie di uno "statuto" concesso alle opposizioni (si rifletta sugli effetti della recente riforma costituzionale francese, che ha determinato l´assoluta opacità della legislazione chiusa nelle commissioni parlamentari e il sistematico azzeramento degli spazi di iniziativa legislativa "garantiti" all´opposizione). È tempo di contrappesi forti.
Si torna così al tema della comunicazione. L´ipotesi del sondaggio permanente dei cittadini dà l´illusione della sovranità e la sostanza della democrazia plebiscitaria. È una ipotesi insieme pericolosa e vecchia, se appena si rivolge lo sguardo ai diversi tentativi di far sì che i cittadini, consultati anche elettronicamente, non siano ridotti a "carne da sondaggio", ma possano essere soggetti attivi e consapevoli. Il ben diverso uso delle tecnologie e delle reti sociali da parte di Obama, e non da lui soltanto, dovrebbe indurre a riflessioni meno rozze. Ma delle impervie vie della democrazia elettronica, fuori dal populismo, converrà parlare più distesamente.
Reggio: nota del segretario provinciale del PDStrangio
Dichiarazione del segretario provinciale del Partito Democratico, avv. Giuseppe Strangio.
Mi dispiace molto per le oltre mille persone che hanno affollato il seggio al Convento dei Minimi lo scorso 19 aprile. Esse credevano di partecipare per la prima volta nella storia di Roccella alle elezioni primarie per il nuovo candidato a sindaco della città.
Dalla folla che ha votato quel giorno, mi pare chiaro che i cittadini di Roccella ci avessero creduto per davvero e che addirittura l’esperimento fosse loro piaciuto. Avevano evidentemente pensato che la monarchia assoluta fosse finita e che ci si trovasse di colpo in un sistema democratico in cui è il popolo che, attraverso il voto, esercita la sovranità.
Scoprono, invece, dalle parole di Demetrio Naccari Carlizzi, che si è trattato solo di una finzione, di un bluff, o meglio di un “reality”, come quelli in onda in TV. A sentire Naccari, ci mancava solo che qualcuno da dietro le quinte, nel mentre la gente si apprestava al voto, comunicasse loro che si trovavano tutti su “Scherzi a parte”. D’altro canto, si dice, tutte le decisioni, quelle vere ovviamente, erano state già prese altrove. Così che mentre “una fazione del PD” lavorava alacremente per celebrare le primarie di coalizione - che proprio il Sindaco uscente aveva benedetto -, quest’ultimo si trovava dal suo grafico di fiducia per tracciare il simbolo di una nuova lista da contrapporre alla “fazione del PD” ed al resto della coalizione.
Ma non scherziamo. Io non so che film abbia visto Demetrio Naccari Carlizzi. Ma, francamente, la verità è ben altra.
Il fatto è che a Roccella c’è, ed è forte, una grande voglia di cambiamento. E per assecondarla stiamo lavorando per mettere in campo una nuova squadra, capeggiata da Pino Mazzaferro, che ha legittimamente vinto le primarie, dimostrando una grande popolarità che affianca ad una notevole competenza amministrativa.
Un nuovo progetto politico, più forte e più largo della giunta attualmente in carica, che si alimenta di quel civismo democratico che le primarie hanno esaltato. Su questo stesso spirito, d’altro canto, si fonda il Partito Democratico che, per statuto, intende praticare sistematicamente il metodo delle primarie per la selezione della classe dirigente.
Un partito che è certamente largo e plurale, ma nel quale, tuttavia, non c’è spazio per l’autoreferenzialità e per gli egoismi. Un partito che non ammette la doppia tessera, dove non si può essere del PD a Roma, a Reggio o a Catanzaro, e del PZi (si legga “Partito di Zito”) a Roccella. Tutto questo non ha niente a che vedere con l’evocata “logica proprietaria”, si chiama coerenza.
Il matrimonio fra questo nuovo soggetto politico e Roccella s’ha da fare e sono fiducioso che lo sanciranno i cittadini con il voto. D’altro canto, questa città è rimasta fin troppo tempo “Zitella”. E’ una bella signorina ed è ora che si sposi e metta su famiglia. Una famiglia più larga e più grande nella quale chiunque lo voglia vi trovi posto, da cittadino e non da suddito. Se questo è, allora comunque vada ne sarà valsa la pena.http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=37488:reggio-nota-del-segretario-provinciale-del-pdstrangio&catid=40:reggio&Itemid=86
Ad esempio, a mostrare in tre secondi che se il sindaco di Parigi dice che “Alemanno ha fatto il suo esordio in Campidoglio accolto dai saluti fascisti”, Alemanno non può strillare che non è vero.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
E intanto il terremoto in Abruzzo è scivolato a pagina 20 sul Corsera e a pagina 21 su Repubblica. Comincia il lento, inevitabile, oblìo. Ora ci sarebbe da stare attenti, da mandare inviati, da tenere gli occhi aperti. Ora cominciano le ruberie, le furbizie, le illegalità. Ora comincia il grande lavoro che la nostra stampa quotidiana non ha il coraggio e la voglia di fare. http://www.stamparassegnata.splinder.com/
In una Camera deserta, si sta svolgendo la discussione generale sul collegato alla Finanziaria: un ammasso di robe che non sto neppure a spiegarvi, ma che mette insieme di tutto. In mezzo a norme più o meno interessanti, ce n’è una sul nuovo museo di arte contemporanea che verrà inaugurato a Roma in autunno. Che siate artisti o meno, qui sotto c’è il mio intervento: temo di non essere molto obiettivo, ma a me piace.
ANDREA SARUBBI. In alcuni quotidiani – penso, ad esempio, alla Sicilia, il giornale di Catania, con il quale ho collaborato a lungo – esiste ancora la pagina omnibus: normalmente è la penultima, spesso mette insieme tutti i pezzi che non sono entrati altrove e non è raro che, tra un articolo ed una pubblicità, ci siano pure i necrologi, con i nomi dei defunti. Oggi davanti a noi abbiamo un disegno di legge, non un articolo di giornale, ma la logica è la stessa… un pezzo di questa norma, un pezzo di quella, e nei provvedimenti omnibus generalmente c’è pure il defunto: la Costituzione. Basta rileggere la lettera che il presidente della Repubblica ha inviato, nei giorni scorsi, al capo del governo ed ai presidenti delle Camere.
Prima di Pasqua, avevamo assistito a notevoli performance di costituzionalismo creativo: le quote latte inserite in un decreto che parlava di aziende in crisi, le pene per le molestie sessuali accorpate con i tempi di permanenza degli immigrati negli ex Cpt. Oggi, però, il governo si è superato, sottoponendo all’esame del Parlamento un disegno di legge che mette insieme la banda larga, lo spreco di carta negli enti pubblici, le rappresentanze diplomatiche, le norme sul processo civile, il Corpo forestale, la Croce Rossa e molti altri temi, signor presidente, tra i quali l’arte contemporanea. Che sarà poi l’oggetto del mio intervento, nella speranza che il rappresentante del governo presente in Aula sia più sensibile a questo argomento di quanto non lo sia stato, finora, il ministro della Cultura.
“Faccio fatica a trovare segni di bellezza nell’arte contemporanea. Quando vado ad una mostra, faccio finta di capire”. Così dichiarò il ministro Bondi ad un settimanale femminile, lo scorso agosto, ed io ci avevo riso sopra, considerandola una dichiarazione anche simpatica ed onesta: molti altri, al posto suo, avrebbero continuato a far finta di capirci qualcosa, per evitare figuracce. Ma oggi, 8 mesi dopo, quella confessione del ministro mi fa molto meno ridere. Perché a leggere l’articolo 25 di questo disegno di legge – che istituisce la Fondazione Maxxi, per gestire il grande museo di arte contemporanea che dovrebbe essere inaugurato a Roma in autunno – mi viene l’impressione che il gusto artistico del ministro abbia fatto scuola: anche lo Stato, come Sandro Bondi, di fronte all’arte contemporanea fa un passo indietro, affidandosi ai privati prima ancora che il museo stesso prenda forma.
Intendiamoci, signor presidente: non ho nulla di ideologico contro le Fondazioni, ci mancherebbe, visto che l’arte italiana deve la sua fama nel mondo anche ai tanti mecenati che l’hanno sostenuta nei secoli. Molti di loro, però, ricoprivano allo stesso tempo ruoli politici: penso ai Medici, signori di Firenze, che fecero sbocciare il Rinascimento; a Cangrande della Scala, al quale Dante dedica la terza cantica della Divina Commedia, che governava buona parte del Veneto, fino a Brescia, Lucca e Parma. E potrei citare mille altri esempi: da Federico da Montefeltro che cambiò il volto di Urbino, agli Sforza che chiamarono Leonardo a Milano, fino ai Gonzaga di Mantova ed agli Estensi di Ferrara. In ognuno di questi casi, il denominatore è comune: la promozione dell’arte ed il suo sviluppo sono percepiti come un dovere naturale dei governanti verso i cittadini. Vorrei che fosse così anche oggi, nonostante siano passati molti secoli, e tutto sommato mi pare di ricordare che l’operazione Maxxi fosse nata in questa cornice: come un atto dovuto del governo italiano – il governo Prodi, ad essere precisi – nei confronti dei suoi cittadini, tra i pochi in Europa a non avere un museo importante di arte contemporanea.
Non vorrei fare qui tutto l’elenco delle collezioni straniere. Ma a Londra c’è la Tate, a Parigi Beaubourg, a Bilbao il Guggenheim. Tutti nomi che parlano da soli. A Roma, con 35 anni di ritardo, è finalmente arrivato il Maxxi: l’idea, che girava da anni, ha preso corpo con il ministro Rutelli, che lo ha indicato tra le priorità del suo ministero. Un’opera non indolore per le casse dello Stato, è evidente, ma i mecenati del passato ci hanno insegnato che l’arte costa. E lo Stato, giustamente, ci ha investito parecchio. Continuerà a tirar fuori soldi anche nei prossimi anni, ed allora – con tutto il rispetto per le Fondazioni, lo ripeto, e senza nessuna preclusione ideologica – viene da farsi almeno una domanda ingenua. Le Fondazioni, e chiedo scusa per il linguaggio poco diplomatico, hanno un senso quando portano finanziamenti privati: a cosa servono, invece, se – come stabilisce questo decreto – lo Stato deve tirare fuori più di un milione e 600 mila euro l’anno (poco meno di 5 mila euro al giorno) per farle funzionare? Un milione e 637 mila euro nel 2009, un milione e 833 mila euro nel 2010, un milione e 406 mila euro dal 2011 in poi. Ai giornalisti (ripeto: ai giornalisti, non in Parlamento, visto che nel dibattito in Commissione non abbiamo avuto il piacere di ascoltare la sua voce), il sottosegretario Giro ha dichiarato che al Museo serve un’architettura giuridica, ed ha ragione; ma non vorremmo (visto che siamo noi ad avere in mano il bilancio dello Stato, e che le spese si pagano con le tasse dei cittadini) che la Fondazione Maxxi diventasse un poltronificio, un costo in più per i conti pubblici anziché un’opportunità di finanziare l’attività del Museo.
Certo, in Italia ci sono esempi molto diversi di Fondazioni – alcune funzionano bene, altre meno – e non abbiamo nessuna intenzione di fare una guerra preventiva proprio su questo progetto che ci sta così a cuore. Ma c’è una cosa che non capiamo: nessuno, a tutt’oggi, è stato in grado di farci conoscere la missione del Museo, e se mi permette una malignità, signor presidente, neppure la sua struttura architettonica, visto che si vocifera di cubature ancora edificabili ma non inserite nel progetto attuale. Eppure, si ha già in mente quanti soldi finiranno alla Fondazione Maxxi: è come preoccuparsi dell’amministratore del condominio prima ancora di aver finito il palazzo! Voglio fare un esempio positivo, quello della Fondazione Museo delle antichità egizie di Torino: il primo esperimento italiano di costituzione, da parte dello Stato, di uno strumento di gestione museale a partecipazione privata. Nacque il 6 ottobre 2004, ma ci tengo a precisare che il Museo egizio è del 1824: esisteva da 180 anni! Ora, io non dico che per la Fondazione Maxxi sia necessario aspettare l’anno 2189, ma potremo almeno pazientare fino a quando si saprà qualcosa di più sul museo!
Avremmo preferito arrivare al punto in cui ci troviamo – a ridosso, cioè, della votazione sul disegno di legge – senza tutti questi dubbi: sarebbe stato sufficiente discuterne prima, anziché infilare un argomento importante come la nascita del Maxxi in un ddl omnibus che parla di tutt’altro . Avremmo voluto discuterne seriamente in Commissione, e – ripeto – non abbiamo avuto l’onore di sentire l’opinione del governo. Ai colleghi senatori, poi, è andata anche peggio, perché questo articolo del ddl è stato presentato direttamente in Aula, senza neppure passare per la Commissione. Il Parlamento, insomma, non sa ancora quale sarà la competenza del Ministero in merito alla gestione del museo: le uniche certezze, scritte in questo disegno di legge, sono che il Ministero vigilerà “su livelli adeguati di pubblica fruizione delle opere d’arte” e che, come dicevamo, aprirà il portafoglio (già vuoto, per la verità, come testimoniano le difficoltà economiche della Sovrintendenza di Ostia, tanto per fare un esempio) per tenere in vita la Fondazione.
Ecco perché, signor presidente, chiediamo la soppressione dell’articolo sul Maxxi, o per lo meno il suo stralcio, in modo da poter affrontare la questione in maniera serena – e non pregiudiziale, lo ripeto – con l’attenzione che merita. Stiamo parlando del primo Museo di arte contemporanea in Italia. Di un investimento che darà uno slancio nuovo al settore e che, ci auguriamo, porterà turismo. Di un’opera da mettere in vetrina, come Londra ha fatto con la Tate, Parigi con Beaubourg e Bilbao con il Guggenheim. Liquidare il discorso in fretta, fra un articolo sul codice della navigazione ed un altro sulle farmacie nei piccoli Comuni, onestamente, mi sembra un’occasione persa. Per la cultura italiana e per lo stesso ministro Bondi, che magari – se fosse presente al dibattito in Aula – potrebbe scoprire qualche motivo in più per appassionarsi all’arte contemporanea.http://andreasarubbi.wordpress.com/
Esasperate dall’invasione del cibo fast-food italiano che soppianta la tradizione gloriosa del bratwurst tramite una concorrenza sleale a base di pummarola e mozzarella, le autorità tedesche hanno deciso di correre ai ripari. Apposite ordinanze vieteranno l’insediamento di locali meglio noti come pizzerie, cioè “botteghe etniche” spacciatrici di cibo italiano che invadono i centri storici delle città con subdola strategia di prezzi bassi. Un portavoce del governo di Berlino ha giustificato la scelta protezionista ricordando la saggia delibera già vigente nel comune italiano di Lucca nei confronti di altri cibi, più meridionali ancora della pizza. L’esempio della legge regionale lombarda legittimerà poi i tedeschi nella seconda sfida che essi meditano di lanciare contro la fastidiosa penetrazione italica, sovvertitrice di tradizioni e propagatrice di microbi: basta con il gelato (magari siciliano, che orrore!), robaccia dolce venduta in coni o coppette che poi sfacciatamente il consumatore lecca per la strada, offendendo il pubblico decoro. In galera o espulsi tutti gli spacciatori di pistacchio, crema, cioccolato. Quest’ultimo potrà essere venduto, naturalmente, perchè la Germania resta una grande democrazia. Ma recuperando l’identità nazionale, cioè solo sotto forma di “Sacher Torte”. http://www.gadlerner.it/2009/04/23/la-germania-ha-deciso-stop-alle-pizzerie.html
Tre recenti inqualificabili episodi hanno riportato l'attenzione sull'irrisolta anomalia italiana: in cui il Presidente del Consiglio controlla in vario modo le principali reti televisive nazionali, sia private che pubbliche, con evidenti rischi per la liberta d'espressione e d'informazione, come già constatato dalla risoluzione del Consiglio d'Europa 1387 (2004) e dalla risoluzione del Parlamento Europeo 0373 (2004).
- Il programma di giornalismo investigativo "Report" di Milena Gabanelli é stato posto sotto azione disciplinare da parte del Comitato Etico della Rai per aver fatto un'inchiesta sulla politica governativa della "social card".
- A un altro programma di giornalismo investigativo della Rai, Annozero diretto da Michele Santoro, è stata imposta, dai vertici Rai, "una puntata riparatrice" per aver indagato le carenze della Protezione Civile in occasione del terremoto in Abruzzo, inoltre è stato sospeso Vauro Senesi per una vignetta giudicata: "lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico".
- Secondo quanto riferito dalla stampa italiana, il 17 aprile 2009 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in una riunione indetta nella sua residenza romana ha deciso il nuovo organigramma della Rai assegnando a giornalisti e funzionari a lui fedeli le direzioni dei telegiornali e delle reti, compito questo che dovrebbe essere invece espletato, per statuto, dal consiglio di amministrazione della Rai.
La Commissione non crede che l'Italia stia palesemente violando l'articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione?
La Commissione non ritiene di dover applicare l'articolo 7 dei trattati?
Il miracolo delle borse. Un rialzo spettacolare basato su menzogne e denaro stampato dal nulla, artifici contabili, falsificazioni, BUGIE SU BUGIE...
Banche che hanno ricevuto miliardi di dollari dei cittadini e che ora fanno vedere miliardi di profitti FALSI
Il mondo occidentale vive il paradosso dei paradossi....e nei prossimi mesi lo pagherà caro...
Intanto le aziende approfittano per fare aumenti di capitale su false speranze.
LA FIDUCIA VERSO GLI UOMINI NUOVI E' AL SETTIMO CIELO....MA MA MA ...LE FABBRICHE SONO ANCORA MEZZE CHIUSE, LA GENTE IN CASA INTEGRAZIONE, LE VENDITE NON ARRIVANO E ANCHE I PAGAMENTI LANGUONO.
Per rimettere in moto il mondo si sono gettate valanghe e valanghe di dollari nelle strade private delle banche. Le materie prime saliranno ben presto....e tutto sarà molto peggio fra sei o nove mesi....
IL DITO E' DEDICATO A TUTTI COLORO CHE HANNO DECISO CHE A PAGARE SIA SEMPRE E SOLO IL POPOLO....http://www.ilpunto-borsainvestimenti.blogspot.com/
Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo sfondo ci sono sfide estreme.
I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari, politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.
Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi, innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche ‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di risalita». Essendo più prudente di altri, prova però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di toccare il fondo. Ma gli altri, quelli che vorrebbero che il viaggio riprendesse come prima, quelli della parentesi, loro non sono prudenti, neanche ora. Se i commerci a livello planetario sono in picchiata, per loro è comunque un buon segno che almeno non sia più a caduta libera. Se negli ultimi due mesi è evaporato un quarto dei commerci, magari nei prossimi due si volatilizzerà solo un ottavo ancora.
Nel mainstream perciò non trovano grande spazio certe analisi quantitative che appaiono nei media che invece fanno poche riverenze all’ortodossia del liberismo in rotta. Fra queste analisi circola in particolare quella di Leap/Europe 2020, un sito francese che in questi ultimi anni ha visto lontano. Dai dati a disposizione viene estrapolata una tendenza: la discesa degli USA porta a una depressione senza precedenti, vicina a un punto di insostenibilità che, se varcato - e potrebbe essere molto presto - segnerebbe una rottura storica drammatica, a partire dalla moneta [«Eté 2009: La rupture du système monétaire international se confirme», Europe 2020, 15 aprile 2009].
Gli USA hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi grazie all’afflusso di denaro di prestatori esterni, la Cina su tutti. Ora gli USA vorrebbero che anche il salvataggio fosse al di sopra dei propri mezzi, finanziato ancora una volta dalla Cina. Al gigante asiatico infatti non converrebbe far crollare di botto il sistema se per caso volesse uscire dalla trappola del dollaro, visto che ha già incamerato 1400 miliardi di titoli di debito in dollari, sempre più scottanti.
Se consideriamo la dimensione degli “stimulus” e “bailout” messi in campo negli ultimi mesi, l’unica via di uscita ancora “normale” per gli USA è che i risparmiatori cinesi e di qualche altro paese puntino ancora (e questa volta soltanto) sui bond statunitensi, rendendosi ancora più prigionieri del gioco pericoloso.
Solo che – fanno notare gli analisti di Europe 2020 - i prigionieri dedicano i loro pensieri migliori al modo di evadere, magari senza farsi riacciuffare e senza rompersi le gambe. E lo fanno con circospezione. Il 24 marzo 2009 il governatore della Banca centrale di Pechino lanciava un ‘ballon d’essai’. Ipotizzava che il dollaro lasciasse il posto nei commerci a una valuta di riserva internazionale. Sondava e avvertiva insieme, consapevole della forza immensa che i nuovi equilibri spostavano nel mondo (un G20 anziché un esangue G8).
Secondo Europe 2020 tutti i nuovi membri del club del potere mondiale sono pronti a concordare i loro passi con la Cina, quando si renderà necessario. Si è parlato molto degli accordi swap fra Cina e Argentina, ma sono rilevantissimi anche quelli fra Brasile e Argentina, fra Cina e Sud Corea, e così via. Sono una sorta di "baratti" bilaterali che tagliano fuori il dollaro. Ovviamente il club anglosassone prova a resistere ripetendo all’infinito le strade già battute (e qui vediamo le carenze strategiche del progetto obamiano). L’Europa si barcamena e non ha un progetto politico che possa suonare come una sfida a quel che resta della subalternità a Washington.
La Cina c’è, invece. I passi li fa alla chetichella, ma li fa. Il ritmo della fuga, sebbene graduale e attento a non smarrire un suo ruolo stabilizzante, ha numeri impressionanti.
Ogni mese la Cina si sta liberando di 50-100 miliardi di titoli in dollari. La depressione dei prezzi in questo caso favorisce lo shopping pechinese. Sotto lo sguardo benevolo di Hu Jintao i cinesi comprano minerali, metalli industriali, terreni agricoli e risorse energetiche a prezzi bassi. In certi casi ne fanno incetta, e i prezzi risalgono, ma non più di tanto. Se pure i cinesi si tengono lontani dalle azioni nel mercato USA, ne comprano in Europa e Asia. Cercano di tesaurizzare i dollari USA trasformandoli rapidamente in beni non statunitensi più durevoli. Una corsa alla Roba, perché il resto, il dollaro, sarà carta straccia.
Puoi coprire le scarpe da tip tap con tre paia di calze, ma se fai passi come questi farai comunque rumore. Entro settembre 2009 la Cina avrà tolto dalle sue mani 600 miliardi di patate bollenti col simbolo del dollaro. Ma non acquisterà nemmeno quel che gli USA - fra stimoli e salvataggi - saranno costretti a emettere in più dell’ordinario, ossia un ammontare tra i 500 e i 1000 miliardi di nuovi titoli di debito. E chi li compra, allora? Gli USA si troveranno a dover inventare qualcosa per risolvere lo sbilancio. Uno squilibrio che può raggiungere i 1600 miliardi di dollari.
È uno scenario che diventerà ancora più drammatico, una volta giunto al ‘redde rationem’. Il governatore della Federal reserve Ben Bernanke sarà forzato ad acquistare i suoi stessi Buoni del Tesoro.
Questo si chiama: stampare dollari.
La cosa non è nuova. Quando Bernanke dichiara in pratica che la Fed è pronta a oliare la zecca, i T-bond crollano del 10% in un solo giorno.
Il momento X della prossima estate, con un simile scenario, segnerebbe anche una perdita secca di centinaia e centinaia di miliardi per i cinesi. Ma per loro sarebbe il male minore. Perché a quel punto l’insolvenza USA sarebbe conclamata e la salvezza starebbe nell’essersi posizionati meglio nel frattempo.
Siamo davvero alla vigilia di una tale insolvenza? Secondo Europe 2020 i dati dicono proprio questo. La spesa pubblica è esplosa per tenere a galla Wall Street (+41%) e si associa a un crollo mai visto prima degli introiti tributari (-28%). Soltanto nel mese di marzo 2009 il deficit federale ha toccato quota 200 miliardi di dollari, poco meno della metà del deficit di tutto il 2008, che Bush aveva comunque portato troppo fuori misura. Le cose non vanno meglio a livello degli Stati, a partire dalla California di Schwarzenegger, giù “per li rami” fino ai livelli di governo locale. Non c’è verso per fermare la spirale, per ora. Le professioni di ottimismo nella ripresa sono solo parole.
Il Fondo Monetario Internazionale ha rifatto i conti delle perdite che sono e saranno determinate dal collasso finanziario in corso: non più 2.200 miliardi di dollari, bensì 4.100 miliardi. Sono oltre 600 dollari di perdite pro capite a livello mondiale, inclusi i neonati della Nuova Guinea, i vecchietti degli ospizi, e gli evasori totali. Chi pagherà? Andrebbe richiesto a quelli che «i segnali di ripresina» e a quelli che «il peggio è ormai alle spalle».
Insomma, inevitabile che dopo la fase 1 arrivi la fase 2. La Cina sarà costretta a non misurare i passi come prima e a trovare una soluzione diversa. Secondo gli studiosi francesi sono plausibili diversi scenari.
Uno di questi potrebbe essere lo yuan renminbi che diventa valuta di riserva internazionale al posto del dollaro, in compagnia dell’euro, dello yen e di altre monete. Oppure si può accelerare l’istituzione di una nuova valuta di riserva che risiederà su un paniere di monete che lascia da parte il club anglosassone.
Inutilmente sarà lubrificata la zecca di Bernanke, il dollaro non dominerà più.
In alternativa a questi due scenari, che comunque presuppongono uno scheletro di globalizzazione ancora presente, ce n’è un altro: una dislocazione geopolitica globale, imperniata su blocchi economici continentali, che basano ciascuno i propri scambi su una diversa moneta di riserva “regionale”. Da noi l’euro, altrove nuove monete con funzioni simili. Il WTO diventerebbe una voce morta delle enciclopedie. Una soluzione a suo modo ben accomodata, ma proprio per questo più improbabile, perché le convulsioni attese non sono affatto ordinate.
Europe 2020 punta la sua attenzione sulla riunione di New York del G20, nel Settembre 2009, a ridosso dell’Assemblea generale dell’ONU. I dati sin qui esposti addensano intorno a quel periodo l’ora X delle rotture monetarie. Il summit assisterà alla gravità della crisi che starà martoriando gli Stati Uniti, un paese in cui già oggi un cittadino su due sostiene di essere ad appena due stipendi di distanza dalla bancarotta), all’interno di una tendenza già in atto che vede la crescita drammatica della violenza urbana e degli omicidi.
Sarebbe uno scenario di ‘default’ degli Stati Uniti. Un tracollo alla massima potenza. Che a sua volta innescherebbe tante reazioni. Quali? Difficile dirlo, e capire le interazioni.
Per Europe 2020 il default potrebbe avverarsi secondo quattro diversi modi, o con una combinazione di essi. Due scenari implicano vie d’uscita ordinate, gli altri due avvengono nel caos:
1) il Fondo Monetario Internazionale fa per la prima volta agli USA quello che ha fatto centinaia di volte agli altri stati: prende in carico il budget federale e prescrive severi tagli al bilancio (da tagliare ce n’è: l’immane spesa militare, ma anche i programmi sociali). È uno sbocco quasi insostenibile dal punto di vista politico, in presenza di un complesso militare-industriale che incorpora riserve di golpismo, e di una società che non saprebbe metabolizzare le rinunce, perché politici e pubblicità le hanno lisciato il pelo per decenni dicendo al mondo che “il tenore di vita americano non è negoziabile”;
2) il Dipartimento del Tesoro decide di emettere buoni del Tesoro in altre monete invece che in dollari. Ripeterebbe un atto di circa trent’anni fa, su scala più piccola, ossia un’emissione di yen e marchi decisa nel corso di una crisi minore del dollaro. Il difetto di questo esito è che i bond emessi sarebbero così tanti da mettere nei guai gli altri paesi coinvolti. Non si dimentichi ad esempio che in un solo anno il Fondo monetario Internazionale prevede che il debito pubblico italiano passerà dal 106% al 121% del PIL.
3) il dollaro dimezza di colpo il suo valore in rapporto alle altre valute. L’amministrazione Obama darebbe respiro finanziario al bilancio federale e ai bond posseduti dagli stranieri con dollari deprezzati. Una soluzione unilaterale che aumenterebbe però il disordine globale .
4) poiché vendere ai soliti investitori esteri i bond del Tesoro risulta sempre più difficoltoso, la Federal Reserve è costretta a incrementare il programma TARP (Troubled Asset Relief Program), così che si innesca la svalutazione del dollaro, che risulta a quel punto meno desiderato da chi investe su beni in dollari. È il canovaccio in parte già intrapreso. Come si combinerà questa dinamica con gli altri sbocchi?
Per capire quanto le evocazioni di una “ripresina” siano solo pensieri illusori, basti considerare che negli USA i principali istituti di credito beneficiati dai massicci aiuti pubblici, a febbraio 2009 hanno diminuito del 23% i finanziamenti concessi in rapporto a ottobre 2008, quando il Tesoro avviò il sostegno alle banche attraverso il TARP. Segno che anche l’economia reale precipita.
In questo quadro di crisi gli analisti francesi, nonostante l’afasia dell’Europa, vedono in essa un’area «meno esposta ai fattori destrutturanti», perché meno dipendente – con l’eccezione del Regno Unito - dal «dollaro-debito» e perché la sovranità degli Stati membri della UE è molto più forte dei singoli Stati che compongono gli USA (dove non a caso si affaccia nel dibattito politico lo spettro della secessione). La Germania considererà di vitale importanza avere intorno a sé un’area di integrazione che sia ancora il mercato di riferimento per la sua industria. Forzando il senso dell’analisi, il default degli USA ha più possibilità di verificarsi della disgregazione della UE.
Un default, o comunque una crisi che si avvita, non sarà un evento come tanti. Sono tempi eccezionali. Europe 2020 arriva a consigliare di preoccuparsi dei paesi in cui circolano troppe armi da fuoco, nonché a prepararsi a una interruzione dei pubblici servizi essenziali, quelli sostenuti da organizzazioni vaste, per affidarsi invece nei giorni o settimane dell’emergenza alle reti comunitarie e familiari a corto raggio. E consiglia di fare in un certo senso come la Cina: usare come riserva di valore non il denaro ma metalli preziosi e beni fisici di facile scambio, utilizzabili anche nell’ipotesi che le banche restino chiuse nei giorni del crollo.
Quando il rapporto è uscito non era ancora nota la proiezione del FMI sul debito pubblico italiano che sfonda gli argini (come quello di altri paesi, del resto). Ma le previsioni per i risparmi erano già in linea con questa realtà. Il che implicherà pensioni integrative a lungo impoverite e pressioni più forti sui risparmiatori (dove ancora ce ne sono, non certo in USA) per ripagare la bolla del debito pubblico, l’ultima bolla. E questo senza considerare ancora la possibile grande ripresa dell’inflazione, una volta che la banchisa della liquidità si scongelerà.
Obama ha insomma una bella gatta da pelare.
Il 70% degli scambi di moneta avviene presso centri finanziari ricompresi nella sfera d’influenza del dollaro, a Londra, New York, Tokio: «Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.» L’epicentro è lì.
Nel dicembre 2008 il Pentagono ha ricevuto un rapporto di Nathan P. Freier dell’Istituto di studi strategici dello US Army War College, nel quale viene descritto il rischio di disgregazione del territorio USA e dei suoi confini per effetto della crisi.
Obama non ha fatto rotolare alcuna testa nell’apparato della Difesa, nonostante abbia vinto le elezioni proclamando di voler cambiare profondamente la strategia militare del predecessore. Le forze armate potrebbero essere chiamate a garantire l’integrità territoriale USA e la continuità di governo, suggerisce Freier.
Questi scenari previsionali si fermano lì. Bastano già le previsioni infondate degli ottimisti a oltranza per dover speculare più oltre.
Possiamo dire tuttavia che questi sono scenari di guerra, e che chi gioca con il facile ottimismo è un’irresponsabile. In perfetta continuità con l’irresponsabilità beota degli anni che ci hanno portato al disastro.
Dovremo essere pronti a non accettare nessuna scorciatoia: guerre all’Iran, ossessioni antiterroristiche alimentate a bella posta, poteri speciali, il catalogo è vasto. Obama si mostra ancora come il punto d’equilibrio in cui si intrecciano insieme fili di credibilità e di speranza. Ma una volta che quell’equilibrio si spezzerà saremo tutti in pericolo.
Apple annuncia che è stata scaricata la miliardesima applicazione per iPhone/iPod Touch. (TechCrunch)
Per la prima volta in 23 anni i profitti della Microsoft sono in caduta rispetto all'anno precedente. (NYT)
Cosa appassiona di più gli americani (nella settimana delle polemiche sulle torture della Cia e dell'economia che va a rotoli, ma forse ...)? Beh, le storie di pirati. (Andrew Sullivan)
David Griffin: necessario "un nuovo sguardo sull'11 settembre"
di Simone Santini – clarissa.it
David Griffin:necessario "un nuovo sguardo sull'11 settembre"
David Ray Griffin, teologo, professore e ricercatore americano, è uno dei maggiori esponenti negli Stati Uniti del Movimento per la Verità sull'11 settembre. Autore di numerosi libri e studi sull'argomento (tra cui i più celebri 11 settembre - La nuova Pearl Harbor e Rapporto della Commissione 9-11: omissioni e distorsioni), si trova attualmente in Europa per una serie di conferenze tese a rilanciare la proposta di istituire una Commissione d'inchiesta indipendente e per fare il punto sulle ricerche e le investigazioni alternative, in continuo progresso.
Nel corso dei suoi incontri, intitolati "Un Nuovo Sguardo sull'11 settembre", Griffin sollecita i sostenitori del Movimento per la Verità sull' 11 settembre a continuare i loro sforzi in un momento delicatissimo. Negli Stati Uniti, infatti, la fine dell'amministrazione Bush e di alcune sue politiche, strettamente connesse all'11 settembre, rischiano da un lato di disincentivare la richiesta di verità, e dall'altro l'avvento dell'era Obama non sembra portare alcuna novità o speranza. Tuttavia, secondo Griffin, non si deve cedere alle assuefazioni poiché alcuni frutti avvelenati dell'11 settembre, come la guerra in Afghanistan, restano più che mai sul tappeto e l'attuale congiuntura politica è il momento migliore per sperare in una nuova inchiesta.
Griffin parte, nelle sue analisi, da un presupposto metodologico fondamentale. Secondo la percezione comune, nella verifica di ciò che accadde l'11 settembre si confrontano una versione ufficiale (la verità, fino a prova contraria) ed alcune versioni alternative equiparate a più o meno fantasiose "teorie della cospirazione". Il campo deve subito essere sgombrato da questo fraintendimento.
Dice Griffin: "Le persone che credono alla teoria ufficiale sull' 11 settembre soprannominano sdegnosamente i membri del Movimento per la Verità come «seguaci della teoria del complotto». Ma questo è irrazionale [...] Credere ad una teoria del complotto, a proposito di un qualunque avvenimento, significa semplicemente credere che questo sia il frutto di una cospirazione. Secondo l'interpretazione dell'11/9 data dal tandem Bush-Cheney, che è diventata la versione ufficiale, gli attentati furono l'esito di una cospirazione ordita da Osama bin Laden e 19 membri di Al-Qaeda. Questa versione è, conseguentemente, «una teoria del complotto». Questo significa che ognuno difende una propria teoria del complotto, dunque il dibattito sull'11/9 non è tra teorizzatori e anti-teorizzatori di complotti. Si tratta semplicemente di un dibattito tra coloro che accettano la teoria del complotto dell'amministrazione Bush-Cheney, e coloro che sostengono una teoria alternativa, secondo cui l'11/9 fu il prodotto di un complotto interno a questa amministrazione. Dunque la sola domanda razionale da porsi è: quale teoria è meglio sostenuta da elementi di prova?"
Cosa non funziona, dunque, nella teoria ufficiale del complotto? Griffin sottolinea soprattutto due elementi, ancora, metodologici.
Innanzi tutto la teoria ufficiale deriva da un rapporto edito dalla Commissione d'inchiesta sull'11/9. Una commissione affatto imparziale, poiché malgrado apparentemente fosse presieduta in maniera bi-partisan da due esponenti provenienti l'uno dal partito repubblicano, Thomas Keane, e l'altro da quello democratico, Lee Hamilton, di fatto la commissione ed i suoi 85 membri erano diretti da Philip Zelikow, membro organico dell'amministrazione Bush. Il New York Times rivelò che Zelikow era in stretto contatto con Condoleeza Rice e Karl Rove, il massimo consigliere di Bush, e che il rapporto era già stato delineato da Zelikow, che ne aveva addirittura predisposto i capitoli con relativi titoli e sottotitoli, ancor prima che la Commissione cominciasse il suo lavoro.
Se dunque la Commissione non era imparziale, non lo era nemmeno il NIST (National Institute of Standards and Technology) sulle cui perizie tecniche la commissione si è basata. Il NIST è una agenzia governativa che dipende dal ministero del Commercio e che alla sua guida aveva un presidente nominato dall'amministrazione Bush. Un dipendente anziano del NIST ha rivelato che l'agenzia era stata "largamente deviata dal campo scientifico verso il campo politico. [Gli scienziati] avevano perso la loro indipendenza scientifica e non erano niente più che meri ‘esecutori'. Tutto ciò che gli esecutori producevano era filtrato dalla direzione e valutato secondo criteri politici prima di essere pubblicato". Oltre questo, tutti i rapporti del NIST sul World Trade Center dovevano essere approvati dalla NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale) e dall'Ufficio Management e Budget, diramazione diretta dell'Ufficio Esecutivo del presidente Bush.
Di contro, il Movimento per la Verità sull'11 settembre si è nettamente affrancato da quell'immagine che i suoi detrattori gli avevano appiccicato addosso di "banda di marmocchi da internet" che non sanno nulla della realtà e senza alcuna competenza scientifica o militare. Griffin ricorda che oggi alla guida del movimento ci sono scienziati che hanno creato il Comitato scientifico per una Inchiesta sull'11/9, mentre docenti di fisica e chimica hanno dato vita alla Organizzazione universitaria per la Verità e Giustizia sull' 11/9 che ha già pubblicato numerosi studi su riviste scientifiche. La più celebre di queste ricerche è stata condotta dal professore di chimica dell'Università di Copenaghen Niels Harrit, e pubblicata sul Open Chemical Physics Journal, che ha rinvenuto nelle polveri del WTC particelle dell'esplosivo militare ‘termite' usato per liquefare l'acciaio, e che non avrebbero dovuto esserci se le Torri fossero crollate, come pretende la teoria ufficiale del complotto, in seguito agli "incendi ed alla gravità".
Ma se le analisi chimiche e fisiche non sono sufficienti, a supporto della teoria alternativa del complotto è giunto il comitato di "Architetti ed Ingegneri per la Verità sull'11 settembre" fondato da Richard Gage e di cui circa 600 esperti hanno firmato la petizione per l'apertura di una nuova inchiesta. Fra loro Jack Keller, professore emerito del genio civile dell'Università dello Utah, ha dichiarato che il crollo del grattacielo numero 7 del WTC è "chiaramente il risultato di una demolizione controllata", allo stesso modo di due professori emeriti di ingegneria strutturale dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia.
Insieme a loro hanno creato organizzazioni per la ricerca sull'11 settembre associazioni di pompieri, reduci dell'esercito, piloti di linea e ufficiali militari. Ognuna di queste, nel suo ambito di conoscenza, ha sollevato dubbi sulla teoria ufficiale del complotto, ritenendola spesso semplicemente "irricevibile". Ultima nata è una organizzazione di appartenenti ai servizi di sicurezza. Un ufficiale anziano della CIA, William Christison, ha scritto: "Per quattro anni e mezzo ho rifiutato categoricamente di prestare una seria attenzione alle teorie del complotto sull'11/9... ma poi, non senza tormenti, ho cambiato idea... allo stato attuale penso esistano prove convincenti che questi attentati non si sono svolti nel modo in cui l'amministrazione Bush e la Commissione d'inchiesta ci hanno voluto far credere".David Griffin a questo punto è netto: "Tra gli esperti dei vari settori che si sono occupati della vicenda, il peso dell'opinione scientifica e professionale propende ormai dalla parte del Movimento per la Verità sull'11/9. Sono più di un migliaio ad essersi pubblicamente espressi sulla teoria ufficiale, e praticamente nessun scienziato o professionista l'ha sostenuta apertamente - ad eccezione di quelli che non sono indipendenti e la cui carriera sarebbe minacciata se rifiutassero di farlo. Questo ultimo punto è importante perché come sosterrebbe Sinclair Lewis, ‘è difficile far capire qualcosa a qualcuno se il suo salario dipende dal non capire'. Ad eccezione di queste persone, praticamente tutti gli esperti dei settori interessati che hanno studiato seriamente la questione, rigettano la teoria ufficiale del complotto".
Ma perché i giornali e i media non si occupano di questi argomenti? Forse, come ricorda Griffin, i giornalisti rifiutano di lavorare sulla "storia vecchia". Eppure gli elementi nuovi sono numerosi, spesso forniti dagli stessi enti statali che in un primo momento erano stati incaricati di difendere la versione ufficiale,.
Ad esempio il responsabile dell'FBI dell'ufficio dei ricercati, «Most Wanted Terrorists», ha spiegato perché Osama bin Laden non compare nella lista dei responsabili degli attacchi dell'11/9 rispondendo alla domanda di un giornalista investigativo: "Non disponiamo di alcuna prova formale che colleghi Osama bin Laden all'11 settembre".
Un altro esempio riguarda le telefonate partite da telefoni cellulari di persone che si trovavano a bordo degli aerei dirottati e che avvertivano i propri familiari su quanto stava avvenendo. Il più celebre tra questi episodi riguarda Deena Burnett che ricevette dal marito Tom, che si trovava sul volo UA93 schiantatosi in Pennsylvania, diverse telefonate e che vide apparire sul proprio apparecchio ricevente il numero del telefono del marito. Ma durante il processo a Zacharias Moussaoui, il cosiddetto ventesimo terrorista dell'11/9, l'FBI ha presentato un rapporto secondo cui tra le 37 chiamate provenienti dal volo UA93 solo due venivano da telefoni cellulari, e furono possibili solo quando l'aereo si trovava a bassa quota e prossimo allo schianto. L'FBI sostiene che i familiari che ritengono di aver ricevuto chiamate da telefoni cellulari dei congiunti si sono sbagliati. Chi fece allora quelle chiamate? Forse quei telefoni cellulari furono clonati e magari le voci alterate?
Un'altra chiamata celebre fu quella della conduttrice della CNN Barbara Olson dal volo AA77, che si sarebbe schiantato sul Pentagono, al marito Ted Olson, procuratore generale al ministero della giustizia. L'uomo dichiarò che la moglie lo aveva informato che terroristi armati di taglierini avevano dirottato l'aereo. Quella chiamata è stata molto importante perché taluni complottisti avevano ritenuto che il volo AA77 fosse già caduto nell'Ohio, mentre la chiamata avrebbe dimostrato che l'aero era ancora in volo. Ma di nuovo l'FBI sostiene in base ai tabulati che la telefonata di fatto non ci fu, si trattò di un tentativo non riuscito di chiamata la cui durata fu di "zero" secondi. Chi si è sbagliato, l'FBI o Ted Olson?
David Griffin conclude le sue considerazioni riportando alla ribalta gli avvenimenti attorno al grattacielo numero 7 del WTC, considerato il "tallone d'Achille" della versione ufficiale, e di cui annuncia essere l'argomento del suo prossimo libro. A lungo l'edificio 7 è stato ignorato dai fautori della teoria ufficiale del complotto, il Rapporto della Commissione d'inchiesta non lo cita nemmeno.
Numerosi esperti hanno considerato il crollo di quel palazzo come causato in tutta evidenza da una demolizione controllata: il palazzo non era stato colpito da aerei; gli incendi erano limitati e riguardavano solo alcuni piani; il palazzo è caduto verticalmente, dal basso, a velocità di caduta libera, polverizzandosi.
Come il già citato professor Harrit, un altro ricercatore, il fisico Steven Jones, ha trovato particelle della nano-termite tra le polveri del palazzo ed altre micro-particelle che avrebbero potuto formarsi solo a temperature molto superiori rispetto a quelle determinate da incendi.
Il recente rapporto del NIST sull'edificio 7, dopo che era stato rinviato di anno in anno, ha visto la luce ma ha clamorosamente ignorato tutte queste analisi fisiche e chimiche. Alla domanda diretta al portavoce del NIST, Michael Newman, perché non fossero state cercate tracce di esplosivo tra i detriti del WTC, l'uomo ha risposto grottescamente: "Non avevamo alcuna prova che ci fossero esplosivi. A cercare qualcosa che non c'è si perde solo tempo... e i soldi dei contribuenti".
Drammatica la vicenda di un testimone oculare sulla fine dell'edificio 7, Barry Jennings, del Dipartimento per gli Alloggi della città di New York che in quel palazzo aveva i suoi uffici. Jennings dichiarò di aver sentito una fortissima esplosione quella mattina proveniente dai piani inferiori quando ormai la struttura era stata evacuata. In seguito Rudolf Giuliani, all'epoca sindaco della città che lì aveva l'Ufficio per la gestione delle emergenze, dichiarerà che quell'esplosione era in realtà l'eco rimbombante del crollo della Torre Nord. Ma tra la cronologia di Giuliani e quella riportata da Jennings c'è un'ora di differenza. La sua testimonianza è stata registrata per il film documentario Loose Change Final Cut, ma prima della diffusione Jennings chiese che la sua intervista fosse ritirata perché temeva delle conseguenze. Poco dopo Barry Jennings morirà, improvvisamente, all'età di 53 anni. L'intervista è rimasta, a futura memoria, diffusa via internet.
Alcuni giorni fa, Obama ha pubblicato i protocolli di tortura CIA, precisando che i torturatori non saranno perseguiti. Ora aggiunge, però, che potranno esserlo i loro superiori. Fino ai vertici politici.
Accadrà il contrario di quanto è accaduto in Italia. Da noi, per il massacro della scuola Diaz al G8 di Genova, eseguito sotto la catena di comando del secondo governo Berlusconi, sono stati condannati solo i poliziotti e i capisquadra, mentre i loro dirigenti e i responsabili politici, che pure erano presenti, sono stati assolti. Negli USA, invece, gli agenti CIA che hanno eseguito le torture nell'ambito della cosiddetta "guerra al terrorismo" non saranno perseguiti dal Governo, che anzi offrirà loro assistenza legale nel caso che qualcuno li denunci. Infatti gli agenti non hanno agito per proprio conto, ma hanno eseguito degli ordini, e quindi non sono ritenuti responsabili. Chi invece è ritenuto responsabile, e potrebbe quindi essere giudicato, sono i superiori amministrativi e politici dei torturatori: in particolare, coloro che hanno deciso di modificare i protocolli operativi degli interrogatori (ora pubblici) fino a consentire pratiche di tortura. Per costoro, Obama ha demandato al responsabile giustizia Eric Holder il compito di vagliare l'opportunità di una Commissione giudicante bipartisan.
Quelli che rischiano più grosso sono, ad un primo livello, i tre giudici che hanno approvato i nuovi protocolli, cioè Steven Bradbury, Jay Bybee e John Yoo. Quindi, i loro diretti superiori, cioè i ministri della giustizia John Ashcroft e Alberto Gonzalez. Infine, i membri del gabinetto della vicepresidenza che ha diretto l'operazione, in particolare Dick Cheney, che la difende tuttora, e il suo braccio destro David Addington. Dagli ultimi aggiornamenti, pare che anche Condoleeza Rice passerà qualche guaio, avendo autorizzato pratiche di affogamento persuasivo (Repubblica, Corriere). In una posizione più defilata, ma non del tutto al riparo almeno da domande imbarazzanti, sarebbero anche Donald Rumsfeld e Colin Powell. Non sembra invece che la cosa possa finire per coinvolgere lo stesso ex-presidente, George W. Bush, lasciato, si dice, all'oscuro di tutto.
Mentre scrivo, né il Corriere, né la Stampa, né Repubblica online danno questa notizia in Home, sebbene avessero dato grande risalto all'impunità degli agenti. Se cerco in archivio, solo Repubblica presenta un titolo, ma accessibile solo a pagamento. Il Corriere.it non dà affatto la notizia. Dopo mesi di monitoraggio, mi sono fatto l'idea che ciò rientri in una precisa politica editoriale di "sterilizzazione" del fenomeno Obama. Il quotidiano della Confindustria, infatti, calca sistematicamente la mano su ciò che può incrinare il mito di Obama, mentre oscura tutto ciò che può metterne in risalto gli aspetti popolari e democratici. Lo scopo, mi pare, è quello di impedire che diventi un punto di riferimento ideale. "Obama assolve la CIA. Immunità per le torture", era stato per esempio, qualche giorno fa, il titolo tutt'altro che asettico di questo giornale che si vuole moderato. Titolo che tradotto vuol dire: osservate, niente nel mondo sta cambiando. Quando in febbraio il presidente USA ha dichiarato di voler attuare una redistribuzione del reddito nazionale a favore dei ceti medio-bassi, sfidando apertamente gli interessi delle classi ricche e delle lobby, il Corriere ha prima nascosto la notizia, poi affidato ad Angelo Panebianco il compito di spiegare agli americani che cos'è la democrazia, e quali sono i rischi che corrono: "Usa, i pericoli del nuovo corso".
Insomma, anche se Obama non è Rosa Luxemburg o il mahatma Gandhi, tuttavia è molto meglio di quello che c'è in questo momento in Italia e anche in Europa. Per l'orizzonte ideale che indica, e per il suo potenziale simbolico, rappresenta una minaccia per l'attuale gruppo dirigente italiano. Purtroppo, mentre molti ne mimano gli aspetti più triviali, ancora non s'è visto nessuno che ne abbia raccolto le bandiere importanti, come il rilancio tecnico-giuridico della sovranità popolare nei processi partecipativi di rete, o la lotta contro le lobby finanziarie e contro le diseguaglianze sociali. Invece si sentono molti che gli fanno le pulci, come se qui da noi, altro che queste americanate. Non capisco l'orizzonte strategico di queste posizioni così esigenti, in un quadro desolante come quello italiano, e sarei grato a chiunque volesse delucidarmi su questo punto. Intanto segnalo un post di qualche giorno fa sul blog Falso Idillio, in cui b.georg si dichiara piacevolmente sorpreso dell'aria che spira da Washington, di cui ha avuto sentore attraverso una conferenza milanese di Lawrence Lessig, l'inventore dei Creative Commons oggi membro dello staff di Obama. Suggerisco la lettura di quel post a chi l'avesse perduto, perché rende l'idea. http://linguaditerra.blogspot.com/2009/04/obama-non-copre-i-mandanti.html
Mentre una parte della blogosfera italiana rimpiange Bush accusando Obama per aver (addirittura) sorriso a Chavez, Fabrizio ricorda uno dei numerosi disastri dell'ex presidente. Il grafico di IraqBodyCount ci informa sull'andamento delle vittime civili dall'inizio dell'invasione. In 6 anni quasi 100 mila. http://andreamollica.blogspot.com/
"Ehi, io sono il cacciatori, te dovevi essere una raccoglitrice"
"Si era piazzato sopra a quello che volevo raccogliere"
L'Homo Sapiens Sapiens è una specie meno recente di quanto comunemente si pensi.
Vi sono, anzi, specie e varietà di mammiferi assai più recenti della nostra ( non casualmente, ad esempio, tra i topi ed i ratti, per non parlare, ovviamente, dei cani).
La nostra specie si è sviluppata, cosi come la conosciamo, più di centomila anni fa ed ha convissuto, per la maggior parte della sua esistenza, con altre specie di ominidi tra cui la più famosa è quella dei cugini neanderthaliani.
Perchè questa pappardella?
Principalmente perchè, molto spesso, la ragione non spiega, se non parzialmente, il nostro modo di programmare ed agire.
Bisogna tornare, nonostante, tutto, alle nostre origini, per capire il motivo profondo di certe nostre croniche "incapacità prospettiche".
C'e' una intera categoria di fenomeni, ben conosciuta ai sociologi ed ancora di più agli analisti di borsa, che si spiega soltando ammettendo che la mente umana sia portata a "scontare" gli eventi futuri rispetto a quelli presenti oltre il limite del ragionevole.
Questo non si può comprendere se non accettando che la nostra capacità di ragionamento e di pianificazione è "tarata" sul breve-medio termine.
In fondo questo ha un senso logico, per una specie che si è sviluppata durante epoche durissime, dove la necessità di pianificazione poteva arrivare, a stento, all'accumulo di provviste per l'inverno.
Se questo avrebbe implicato l'estinzione di una grande specie di animali, fonte primaria di proteine nobili e di pelliccie, come in effetti è successo abbastanza spesso, (basterà ricordare l'estinzione causa caccia forsennata dei cavalli, originari delle americhe, dei rinnoceronti lanosi, degli Orsi delle caverne, dei Mammuth....) poco importava.
Erano così pochi, gli uomini e durava così poco la loro vita, che non si sentiva il bisogno di una pianificazione più a lungo termine. Non c'era, evidentemente, una sufficiente pressione selettiva verso comportamenti più "virtuosi" o "assennati" di un certo livello minimo.
Lo sviluppo delle civiltà agrarie ha pesantemente cambiato questa situazione, ma non abbastanza.
Il collasso per superamento dei limiti di "capacità portante" di decine di civiltà prima della nostra lo dimostrano.
La pianificazione veniva fatta, in effetti, ma la scala adottata per i processi decisionali più "strategici", qualche generazione, con grande fatica e solo grazie alla memoria di precedenti disastri, era ancora insufficiente. Anche qui citerò i Maya, i Sumeri, o gli stessi romani, che hanno comunque strutturato delle società consapevolmente vocate alla stabilità, durate poi in effetti almeno alcuni secoli.
Non credo ci sia bisogno di ripetere, ancora una volta, come siamo lontanissimi anche da questi modesti e parziali, sia pur convinti ed ostinati, tentativi di pianificazione a lungo termine.
Possiamo, tuttavia, trarre importanti lezioni dal loro evidente fallimento.
Quello che pare evidente, ogni volta che si studiano gli antichi disastri, è che, nei momenti critici, "sfugga" completamente l'andamento esponenziale delle rogne, con il risultato che quando ci si decide ad agire, è già troppo tardi.
Più di tante chiacchiere, serve ad illustrare il punto il cosidetto "indovinello del giardiniere", enunciato quasi trenta anni fa, in modo classico, da uno dei padri del movimento per una transizione "morbida", che il sottoscritto e Debora hanno avuto l'onore di conoscere, Lester Brown, fondatore del WorldWatch Institute .
Nel libro chiamato, appunto Il 29esimo giorno, edito nel 1980, Lester riportava l'indovinello , raccontato da Robert lattes a Donella Meadows (due grandi, tra parentesi) e da questa a lui.
La storia è questa; uno stagno viene improvvisamente colpito da una proliferazione incontrollata di ninfee, che entro trenta giorni l'avranno invaso completamente.
Ogni giorno, nel loro folle proliferare, le ninfee raddoppiano.
Il giardiniere, che se ne è accorto per tempo, quando il fenomeno è agli inizi, decide però di non intervenire subito, perchè ha altro e di meglio da fare, ci sono urgenze maggiori, il principale gli ha ingiunto di occuparsi primariamente delle siepi di bosso lungo il viale di accesso alla villa, delle rose della signora, dei fiori freschi nelle camere degli ospiti....per farla breve, è indaffaratissimo con il tran tran quotidiano.
Insomma: il giardiniere decide di occuparsene, di queste dannate ninfee, solo quando avranno coperto metà della superficie del laghetto.
Calcola che, a quel punto, in un paio di giorni di duro lavoro, riuscirà a liberare il laghetto dall'infestazione.
Domanda: in che giorno dal'inizio dell'infestazione il giardiniere comincerà a darsi da fare?
Domanda 2 ( implicita, in quasi tutte le citazioni dell'ormai noto indovinello, ma non meno importante, eppure mai fatta espressamente PRIMA): una volta che deciderà di darsi da fare, ce la farà il giardinere a debellare l'infestazione?
Le risposte, ovviamente, sono che il giardinere si darà da fare IL VENTINOVESIMO GIORNO ( da qui il titolo del libro di Lester Brown) e che, con le premesse che vi ho dato, NON CE LA FARA' a debellare l'infestazione, che a quel punto starà crescendo ad un ritmo doppio di quello con cui lui è in grado di rimuoverla.
Le ninfee il trentesimo giorno, copriranno il 50% del laghetto ma lui potrà rimuoverne, al massimo, solo il 25%.
Il trentunesimo giorno le ninfee ci metteranno solo un terzo del giorno, per coprire il 25% rimasto e il giardinere, per quanto lavori dall'alba al tramonto, non potrà fare altro che assistere alla copertura totale del laghetto, ed alla sua rapida morte per anossia.
Se solo si fosse mosso, non dico presto, ma entro il ventottesimo giorno, ce l'avrebbe fatta.
Purtropppo, il ventisettesimo giorno, le ninfee coprivano solo il 12.5% della superficie del laghetto e lui proprio non è riuscito a trovare il tempo necessario per occuparsene una mezza giornata.
Non credo ci sia bisogno di continuare.
Vedete bene quanto sia di micidiale ed invasiva attualità questo indovinello.
Siamo proprio strutturati così.
Non siamo, d'istinto, in grado di fare previsioni che non siano lineari.
Cosa c'entrano in sostanza i Cro-Magnon?
Quando la nostra specie è stata "cablata" doveva fare solo previsioni tra punti vicini tra loro nel tempo e nello spazio.
Come sapete la differenza tra una linea retta e una curva stramba a piacere, che passino tra due punti vicini è quasi insignificante.
Quasi.
Ai tempi delle caverne la differenza era trascurabile.
Ora, che siamo al ventisettesimo giorno, non più.
Abbiamo tempo per decidere ed intervenire?
Ancora un pochino, diciamo fino al tramonto.
Una scala temporale, fuori di metafora?
Breve, brevissima, purtroppo.
Parliamo di anni, non di decenni.
Pensateci, quando guardate Porta a Porta.
Non è più il momento, assolutamente, di pensare ai dehors delle stanze degli ospiti.
Davide Sassoli il noto conduttore del tg1 sarà capolista alle elezioni europee per il PD nella circoscrizione centro. Ancora una volta il PD (non diversamenmte da altri) si affida ad un volto noto nella speranza di raccogliere consensi. Nelle ultime elezioni europee Lilli Gruber e Santoro risultarono i più votati superando ben più collaudati politici. Tutto bene dunque, i volti noti portano voti. Ma a ben guardare queste candidature non sono altro che lo schermo dietro il quale si nasconde una politica malata. Cioè della incapacità (cronica) di utilizzare meccanismi di selezione del personale politico. Il PD al suo nascere nelle parole di Veltroni, e anche in quelle dello Statuto, annunciavano la volontà di realizzare, appunto, meccanismi “democratici” “aperti” “trasparenti” capaci di superare la “cooptazione” usata per la difesa delle esigenze degli apparati.
Purtroppo le cose sono andate in modo diverso. Celebri le “cooptazioni” fatte da Veltroni alle elezioni politiche, come dimenticare Calearo, Colaninno, Madia ecc.? Cooptazioni belle e buone che diventavano magicamente positive perché fatte da Veltroni al di sopra del parere dell’apparato. Cambiato il segretario non cambia il sistema, ed ecco che Franceschini chiama Sassoli e lo promuove capolista, pronto a guidare dall’alto della sua notorietà la rivincita elettorale. Certo, nulla osta che un volto noto faccia politica, quello che non torna è l’impossibilità di “verificare” idee, programma del personaggio da parte dei potenziali elettori. L’unico elemento noto è il volto e il contesto in cui opera, ma la politica? E le sue capacità in questo campo? E quali garanzie di continuità? Visto che le esperienze passate ci dicono che “i personaggi” come sono pronti a salire sul carro sono altrettanto veloci a scenderne. Ma il fatto più importante è quello ricordato prima: l’incapacità dei partiti di dotarsi di percorsi di selezione. Cosa ancora più grave per una sinistra che ha bisogno di recuperare credibilità.
Competere con il centrodestra sperando nei “volti noti” non farà altro che tenere lontano il momento del recupero della credibilità. Di partiti di plastica, di nani, di ballerine ce n’è già uno: basta ed avanza.http://viagiordanobruno17.wordpress.com/
Amedeo La Mattina, che seguo sempre con interesse, oggi sulla Stampa dice che è scoppiato il caso Tedesco. Tedesco è un assessore pugliese che si era dimesso all'inizio dell'anno perché indagato. Era stato candidato nel 2008 con il Pd ed era risultato primo dei non eletti, nella lista che - tra gli eletti - conta anche Paolo De Castro, indicato come capolista dal Pd alle Europee. Se De Castro venisse eletto a Strasburgo, Tedesco entrerebbe in Senato. La Mattina accredita la tesi che De Castro sia stato candidato per consentire a Tedesco di accedere ai benefici dell'immunità. La trovo una cosa del tutto infondata, almeno dal punto di vista del Pd (non so dal punto di vista di Tedesco, per intenderci): De Castro è persona di grande valore e se ha accettato la candidatura non è certo per fare un 'favore' del genere, ma per dare peso alla nostra lista. Il titolo del quotidiano torinese è: «Scoppia il caso Tedesco. Bufera su Franceschini». Le parole sono importanti. Già. http://www.civati.splinder.com/
Se la maggioranza è tiranna
Nadia Urbinati
la Repubblica
Le democrazie si reggono sul consenso. La formazione del giudizio politico dal quale si sviluppa il consenso è per questo una parte essenziale della legittimità democratica, la quale non è circoscritta alle regole attraverso le quali si prendono decisioni. C´è un´altra parte che compone la legittimità, che è informale, non direttamente traducibile in legge e che, per questa ragione, è stata chiamata soft power: l´opinione. La democrazia vive di una tensione sana e necessaria tra il potere costituito o istituzionale (regole e procedure) e il potere in formazione o extra-istituzionale che è la politica in senso lato o il giudizio pubblico. Non è irragionevole pensare alla democrazia come a un ordine politico che si regge su un disaccordo permanente tra legittimità istituzionale e fiducia dei cittadini. Il grado di disaccordo tra questi due livelli varia ma non si dà mai, né può darsi mai, una coincidenza tra la volontà di chi fa le leggi e prende le decisioni e chi giudica. Provare a risolvere il disaccordo o cercare di stabilire omogeneità è una tentazione pericolosa anche se mai completamente domata. Le tirannie, i fascismi, i populismi sono stati e sono il segno che questa tentazione è stata perseguita e ha avuto successo. Il potere non ama essere criticato e nemmeno controllato: identifica l´informazione come un´intrusione e addirittura una critica. Le democrazie costituzionali sono parte di questa storia, anche se sono dotate di norme che in teoria dovrebbero renderle più immuni a quegli esiti funesti.
Alcune costituzioni sono più attrezzate di altre. L´articolo 5 della Costituzione tedesca dichiara che «ognuno ha diritto di esprimere e diffondere liberamente le sue opinioni e di informarsi senza impedimento da fonti accessibili a tutti». La nostra Costituzione non è altrettanto esplicita, ma l´evoluzione della nostra giurisprudenza è andata nella direzione dell´affermazione della libertà di informazione, sia come libertà di esprimere opinioni che come diritto a essere informati (una libertà che leggi improvvide hanno vanificato permettendo la formazione di fatto di un sistema di monopolio privato dell´informazione).
Quella dell´opinione è una libertà complessa perché mette in campo non soltanto la libertà di raccogliere e divulgare informazioni, ma anche quella di criticare comportamenti, fatti e idee. La garanzia della libertà di espressione è naturalmente importante quando si tratta di idee che possono non piacere alla maggioranza. I diritti sono baluardi protettivi per chi non ha dalla sua il potere: che la maggioranza rivendichi il diritto di parola è semplicemente un assurdo, un rovesciamento delle parti.
L´informazione mette in atto due forme di libertà: quella civile o dell´individuo e quella politica o del cittadino. E sta insieme a controllo e a formazione dell´opinione: abbiamo bisogno di sapere per poterci formare un´opinione e decidere; e abbiamo bisogno di sapere per controllare chi decide. L´informazione è un bene pubblico dunque come la libertà e il diritto (e come libertà e diritto non è a discrezione della maggioranza). È soprattutto un bene che ci consente di avere altri beni: per esempio, un governo che faccia buone leggi o che non sia corrotto (l´informazione rivela l´errore e smaschera la disonestà). L´informazione fa parte perciò dell´onorata tradizione dei poteri negativi o di controllo, anche se la sua è un´influenza solo indiretta e informale. Senza questo controllo le democrazie non vivono. Le regole del gioco non sono tutta l´opera della democrazia. Giornali, televisioni, sistemi informativi elettronici: tutto questo fa parte del modo con il quale il gioco democratico è giuocato.
Scriveva Alexis de Tocqueville che senza contropoteri istituzionali e extraistituzionali la società rischia fatalmente di identificarsi con l´opinione della maggioranza, di parlare con una voce sola, di essere omogenea nei gusti e nei valori; di essere in una parola una nuova forma di dispotismo. Ma il dispotismo democratico del quale parlava Tocqueville cresceva come per un´innata forza delle cose, non per la volontà di qualcuno. Era la logica stessa dell´opinione pubblica a generare omogeneità di vedute e docilità. L´Italia non sembra rientrare in questo caso perché da noi la manipolazione dell´informazione è un fatto scientemente perpetrato e voluto; è l´esito della responsabilità di qualcuno. La nostra assomiglia per questo a una democrazia populista (e la proposta di riforma costituzionale in senso presidenzialista va in questa direzione). Ma con questa importante novità: poiché usa il sistema mediatico e non quello della propaganda di partito o della repressione, l´esito che favorisce non è alla fine diverso da quello descritto da Tocqueville. Se avrà successo, per esercitare un dominio incontrastato , la maggioranza non avrà bisogno di sospendere i diritti politici. L´opinione parlerà con una voce sola e le poche voci di dissenso saranno come voci nel deserto.
Il geniale Paul the Wine Guy lancia la sfida: creare lo slogan dell'Udc per le elezioni europee! Provateci anche voi, e magari mettete qua le vostre creazioni più ispirate: la rete si sta già scatenando.
(Grazie a La Vyrtuosa per il mirabile esempio)http://www.spinoza.it/
Capita di rado che le classi subalterne riescano a imporre una legge a propria tutela. Di solito le leggi le ispirano e le votano le classi dirigenti. Su misura per se stesse. Poi però, nello Stato liberale di diritto, le osservano. Perché sono le «loro leggi». E, se qualcuno le infrange, lo puniscono severamente. Nel regimetto italiota, le classi dirigenti non rispettano nemmeno le loro leggi. E, quando vengono sorprese a infrangerle, le cambiano. Il governo Al Tappone-3, in un anno, è riuscito a rinviare sine die la class action. A tentare una legge salva-bancarottieri. A proporre un condono preventivo («piano casa») per i futuri abusivisti edilizi. A depenalizzare la colpa medica.
Intanto il premier va in Abruzzo e assolve preventivamente i costruttori che usano sabbia e merda al posto del calcestruzzo perché «un costruttore che in zona sismica risparmi su ferro e cemento è inimmaginabile, dovrebbe essere un pazzo e un delinquente», dunque inutile fare inchieste sulle case crollate perché «penso che possano stabilire che non ci sono responsabilità» e comunque «ritardano la ricostruzione». Poi, con la scusa del terremoto, medita un altro scudo fiscale per sanare evasioni fiscali e capitali sporchi all’estero. E, già che c’è, infila un codicillo che salva gli imprenditori che ammazzano i lavoratori in fabbrica e in cantiere. Il perché lo spiega, sempre dall’Aquila, con disarmante franchezza: «Mio padre mi diceva sempre che, se vuoi fare del male, hai tre scelte: puoi fare il dentista, il pm o il delinquente». Lui infatti ha scelto di non fare né il dentista né il pm.
(Vignetta di theHand)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
- Caro onorevole Ugo Sposetti,
mi rivolgo a lei, quale illustrissimo e carismatico esponente del Partito democratico viterbese, per rivolgerle una semplicissima domanda, alla luce degli ultimi eventi che hanno caratterizzato la vita politica nazionale e della Tuscia: per qualche motivo (ammesso che ce ne sia almeno uno) alle prossime elezioni europee dovrei votare per il Pd?
Glielo chiedo perché mi sto interrogando da un pezzo e non riesco a trovare, nonostante mi sforzi di farlo, un input che mi faccia propendere per questa scelta.
Anzi, man mano che gli eventi si susseguono, aumentano il mio senso di delusione e – mi consenta – di profonda amarezza per un progetto (quello del Pd, appunto) nel quale io, come tanti altri, avevo creduto e che vedo dissolversi tra polemiche e interessi di parte.
Quando invece per me la politica continua a incarnarsi nel porsi al servizio degli altri e nella nobile arte di perseguire il bene comune.
Oggi fosche nubi si addensano sul futuro di questo partito, nonostante esista una base che avrebbe tanta voglia di riscattare le sconfitte più o meno recenti.
Se ne è avuta prova lo scorso ottobre, quando alla manifestazione di Roma centinaia di migliaia di persone hanno testimoniato la loro voglia di esserci, di partecipare, di sentirsi vivi, di fronte a un governo che non piace perché, al di là dei proclami – cosa nella quale Silvio Berlusconi, bisogna ammetterlo, è bravissimo – è molto attento a curare gli interessi di pochi, a danno di molti.
Si dice che il centrodestra abbia un padrone e non un leader (e questo è reale), mentre il modello proposto dal Pd sia profondamente diverso e nasca dalla partecipazione degli elettori e dei simpatizzanti. Ma è veramente così? O siamo all’ennesima puntata di “Scherzi a parte”?
Prendiamo due episodi avvenuti a Viterbo negli ultimi giorni: la defenestrazione dell’assessore provinciale Renzo Trappolini e le elezioni primarie a Tuscania. La prima è frutto di un’esigenza elettorale (non politica, badi bene) del solito partito dell’uno per cento, che detta le sue condizioni con la minaccia di mandare a casa l’esecutivo.
Esigenza che è diventata prioritaria anche se Trappolini – a detta di molti – è stato uno dei migliori assessori della giunta Mazzoli (mi riconsenta: tra l’altro giudico vergognoso dal punto di vista umano il fatto che la cosa gli sia stata comunicata ufficialmente solo dopo tre giorni che la notizia era uscita – e non smentita – su tutta la stampa locale).
E tutto questo si è verificato al termine di uno dei tanti balletti (legga: rimpasti) che hanno caratterizzato l’amministrazione di centrosinistra a palazzo Gentili.
Un’amministrazione che non ha certo brillato per efficienza, ma di cui si è parlato soprattutto per i suoi giochi di palazzo. Dico questo a lei, e non al presidente della Provincia, perché lei considera Mazzoli come un suo figlio e quindi ipotizzo che nei suoi confronti sia prodigo di consigli e suggerimenti dall’alto della sua esperienza e del suo carisma. Non mi sembra però, che questo suo interessamento abbia portato a risultati positivi. Anzi.
Ma il meglio di sé – mi ri-ricosenta – lei lo ha dato nell’ultimo week-end, quando ha bollato (alla faccia della sincerità) come estemporanea l’iniziativa delle primarie nel Pd di Tuscania, alla quale hanno partecipato oltre mille persone. Affermando, con la sicumera che le è propria, che il candidato comunque dovrà essere un altro.
Caro onorevole Sposetti, alla luce di tutto ciò, mi dica con estrema franchezza: perché dovrei continuare a votare per il Pd?
Ps: Sicuramente anche lei avrà avuto modo di vedere che nella Tuscia l’agone politico si è spostato, con toni molto sopra le righe, anche sui media locali, alcuni dei quali fanno un vero e proprio “tifo da stadio” nei confronti della propria parte politica a danno degli avversari. Uno sport che non mi piace, ma che alla fine mi lascia indifferente. Però ho notato che lei, non solo riesce a salvarsi dalle aspre critiche che vengono dedicate ad altri esponenti dei Pd, ma viene spesso lodato se non addirittura osannato. Come mai?
A causa della crisi finanziaria, il debito pubblico italiano salirà nel 2010 al 121 per cento, con un incremento di 15 punti percentuali, dal 106 per cento del 2008. Lo afferma il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) nel Global Financial Stability Report, nel quale precisa che i costi per la stabilizzazione finanziaria sono risultati pari allo 0,9 per cento del pil. I dati sul debito - spiega il Fmi illustrando una tabella del primo capitolo del Rapporto - sono tratti dal World Economic Outlook dell’aprile 2009, mentre le stime sui costi provengono dal dipartimento degli Affari fiscali del Fmi.
Il deterioramento dei conti pubblici non è comunque un fenomeno limitato: in Germania il debito 2010 si attesterà all’87 per cento con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227 per cento, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti al 98 per cento. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80 per cento.
I pacchetti di stimolo fiscale varati dai vari governi faranno salire i deficit di bilancio sia nelle economie avanzate sia in quelle emergenti: per l’Italia il Fondo stima un disavanzo del 5,4 per cento nel 2009 e del 5,9 per cento nel 2010, in linea con quello di Eurolandia che si attesterà quest’anno al 5,4 per cento e il prossimo al 6,1 per cento. In particolare il deficit francese risulterà pari al 6,2 per cento e al 6,5 per cento rispettivamente nel 2009 e nel 2010, mentre quello tedesco si attesterà al 4,7 per cento quest’anno e al 6,1 per cento il prossimo. ”E’ necessario far scendere i deficit e instradare il debito pubblico su una traiettoria sostenibile”, spiega il Fmi precisando che i conti publici si troveranno ad affrontare ”una difficile transizione nei prossimi cinque anni. Dopo il balzo del 2009, i deficit di bilancio vanno consolidati per riportare le finanze pubbliche su una strada sostenibile. La velocità del consolidamento di bilancio dipenderà dalla crescita nel 2010” e negli anni seguenti:
“I deficit resteranno inevitabilmente elevati nel 2010 a fronte di un sostegno fiscale alle ancora fragili condizioni economiche. Ma anche dopo il consolidamento, le prospettive di bilancio delle economie avanzate destano preoccupazione, soprattutto alla luce delle pressioni derivanti dall’invecchiamento della popolazione“.
Ciò premesso, l’Italia ha una vulnerabilità maggiore rispetto agli altri paesi: lo stock di debito pubblico fin qui cumulato. Come noto (almeno si spera lo sia, in caso contrario si può rapidamente colmare la lacuna qui), il rapporto debito-Pil si autoalimenta ogni volta che il tasso reale pagato sullo stock di debito eccede il tasso di crescita reale dell’economia. Con una crescita del Pil che negli ultimi anni è rimasta prossima a zero, solo il conseguimento di ampi avanzi primari ha permesso di stabilizzare e piegare il rapporto debito-Pil. In più, e ciò che è peggio, in questo momento ci troviamo in un ambiente certamente disinflazionistico e potenzialmente deflazionistico, e poiché lo stock di debito non paga tassi nominali negativi, il tasso reale sul debito rischia di crescere in modo significativo, e con esso il rapporto debito-Pil. Per questo motivo occorre fare l’impossibile per liberare la crescita del paese con terapie d’urto, portandola a superare il tasso d’interesse reale pagato sul debito, che è (lo ricordiamo) determinato dal tasso d’interesse reale “globale” maggiorato di un premio al rischio specifico per il paese, funzione della percezione di sostenibilità del debito e delle prospettive di crescita.
Se al momento della ripresa l’Italia non riuscirà a crescere in modo sostenuto e costante, il rischio è quello di entrare in una traiettoria esplosiva del rapporto debito-Pil. Con tutto quello che ciò implica.http://phastidio.net/2009/04/22/ma-noi-ne-usciremo-meglio-di-altri-3/#more-3200
Ho vissuto a Milano per quarant’anni. E amo ancora la mia ex città, di quell’amore lontano e sfocato che si prova per una donna con cui hai diviso momenti bellissimi, ma è una donna che non riconosci più - e ogni volta che la incontri ti chiedi come cazzo hai fatto a starci insieme tanto a lungo.
Oggi guardo in Rete e sui tigì la tristissima storia del divieto a mangiare per strada davanti ai negozi, e penso ai tanti panzerotti divorati in Santo Stefano, ai gelati a San Lorenzo, all’ultima birra - sempre l’ultima - scolata con gli amici sul marciapiedi, nelle notti d’estate, per spostare un po’ più in là il momento di salutarsi.
Da oggi è tutto vietato - bisogna “evitare gli assembramenti”, per carità - e Milano si infligge un’altra ferita, si condanna a un altro passo verso la sua irreversibile senilità.
Tutti in casa, tutti sempre più chiusi in casa, che fuori il mondo fa paura, ci sono i pericoli, gli extracomunitari, gli assembramenti. Chiusi in casa, sempre più chiusi in casa - e sempre più vecchi, cupi e avvoltolati in se stessi.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Ieri rovistando a casa ho trovato in uno zaino un numero di Newsweek che avevo comprato a gennaio a Londra, e allora mi sono ricordato di non aver mai linkato qui questo bell’articolo su Gavin Newsom, giovane sindaco di San Francisco e possibile prossimo candidato democratico alla carica di governatore della California, diventato - per via di una battuta, ma non solo - il volto di punta del movimento per il matrimonio gay nello stato che li ha recentemente aboliti.http://www.francescocosta.net/2009/03/06/che-vi-piaccia-o-no/
GUANTANAMO: BARACK OBAMA COME RAÚL ALFONSÍN E LA CIA COME I CARAPINTADAS ARGENTINI
Gennaro Carotenuto
Forse non si sentirà proprio rumore di sciabole negli Stati Uniti, ma l’impunità garantita da Barack Obama ai torturatori della CIA per i crimini contro l’umanità commessi a Guantanamo, in Iraq, Afghanistan e altri paesi nell’era Bush, disegna una democrazia statunitense fragile e incapace di fare davvero i conti col suo passato. Così l’amnistia garantita da Obama alla CIA per le violazioni dei diritti umani somiglia tanto alle leggi dell’impunità in America latina.
Barack Obama ha cambiato molte cose rispetto al decennio infame di George Bush, almeno dal punto di vista formale. Sostiene di volere un nuovo inizio con Cuba, ma non pensa né di abolire l’embargo né di restituire all’isola, come pure sarebbe ragionevole, la base di Guantanamo, a tutti gli effetti un possedimento coloniale illegale. Rispetto al resto del Continente ha dispensato sorrisi e strette di mano, ma le differenze politiche restano immutate già che vende all’estero quello stesso neoliberismo affamatore la critica del quale in casa lo ha portato alla Casa Bianca.
Allargando lo sguardo, Obam ha eliminato il tono insostenibile da crociata del bene contro il male propria di George Bush, dell’infelice idea di “scontro di civiltà” propagandata pappagallescamente da tutti i comunicatori al suo servizio. Questi sostenevano che l’America latina (e in altro contesto il Medio Oriente) che si ribellava al neocolonialismo e al fondomonetarismo con una visione di progresso civile e giustizia sociale dalla quale gli Stati Uniti e l’Europa avrebbero molto da imparare, fossero “assi del male”. Pertanto le vite dei cittadini e i processi democratici del Continente potevano essere schiacciati dall’onnipotenza del presunto “impero del bene”.
Nonostante tale retorica appaia per fortuna superata, proprio il più impresentabilmente infame dei crimini commessi e rivendicati dal governo degli Stati Uniti, l’uso cosciente, regolato eppure indiscriminato della tortura e la violazione dei diritti umani, rappresenta la cartina tornasole di quanto il governo di Barack Obama può e deve fare se davvero vuole riportare gli Stati Uniti tra le nazioni civili.
Ebbene il Presidente Barack Obama, che ha avuto il coraggio di rendere pubblici alcuni ordini di servizio con i quali veniva organizzata la tortura da parte della CIA, con gli stessi criteri insegnati per decenni ai torturatori latinoamericani, ha allo stesso tempo esteso ai colpevoli l’ombrello sinistro dell’impunità. Rendendo pubblici al mondo i memorandum, il presidente ha scardinato il discorso pubblico dei torturatori di sempre: casi limitati, mano troppo pesante di alcuni, esagerazione dettata da necessità, poche mele marce. No, da Dan Mitrione a Lynndie England la tortura per il governo degli Stati Uniti, era politica di Stato.
Per altri, con alla testa Amnesty International, il presidente Obama, con la pubblicazione e il contemporaneo dare pieno appoggio alla CIA, applica un’amnistia di fatto e impedisce che giustizia venga fatta per quelle torture. Per Manfred Nowak, austriaco, relatore speciale per le Nazioni Unite, la decisione di Obama di non processare i torturatori viola ulteriormente il diritto internazionale e la convenzione contro la tortura che obbliga a perseguire i colpevoli.
In tale contesto il riferimento più chiaro per l’Obama che condanna il peccato ma assolve il peccatore, è proprio alle fragili democrazie latinoamericane dopo il ciclo delle dittature fondomonetariste degli anni ’60-’80 che avevano violato in massa i diritti umani usando gli stessi manuali forniti dalla CIA e in omaggio alla “dottrina di sicurezza nazionale”, un’ideologia simile a quella della “guerra al terrorismo” di George Bush.
Anche in quel contesto capi di Stato che avevano un forte appoggio popolare alla maniera Barack Obama, come l’argentino Raúl Alfonsín, riuscirono per una breve stagione a fare giustizia. Purtroppo la sovversione dei militari, per esempio con la rivolta dei carapintada, indusse una democrazia ancora fragile alle leggi della vergogna, quella di “punto finale” e “obbedienza dovuta”. In maniera molto più felpata e rapida la poco commendevole visita di lunedì di Obama alla sede centrale della CIA a Langley a fornire rassicurazioni sulla loro stessa impunità ai torturatori, il disagio dei quali era stato preoccupante per il presidente, segue la stessa traccia.
Obama poteva fermare le torture per il futuro, e probabilmente chiudere davvero Guantanamo (se così sarà non sarà poco) ma ha dimostrato di non avere né la forza né la volontà di perseguitare i colpevoli rifugiandosi nell’eterna ignominia assolutoria della tradizione militare dell’ubbidire a ordini.
Ma una democrazia che media con i carnefici è una democrazia fragile. Dovranno essere i sistemi giudiziari delle altre democrazie del mondo ad aiutare gli Stati Uniti non dando tregua ai torturatori, e cominciando con i mandanti, George Bush, Dick Cheney, Donald Rumsfeld, perseguitandoli ovunque, impedendo loro di uscire dagli Stati Uniti e aprendo spiragli alla giustizia di quel paese trascinandoli davanti ad un tribunale penale internazionale. Gli Stati Uniti, come il Cile quando Augusto Pinochet si trasformò nel “paziente inglese”, da soli non ce la possono fare.
In un negozio Ikea gigante in Arabia Saudita, nel 2004 tre persone sono state uccise da una mandria di clienti in lotta per accaparrarsi un buono sconto da 150 dollari. Allo stesso modo, nel novembre 2008, un dipendente di un Wal-Mart di New York è stato calpestato a morte da clienti intenti ad acquistare uno degli HDTV al plasma da 50 pollici in offerta limitata.
Jdiniytai Damour, addetto alla manutenzione con contratto temporaneo, è stato ucciso durante un "Venerdì Nero". Nell’oscurità antelucana, circa duemila clienti stavano in impaziente attesa fuori dal Wal-Mart urlando "Sfondate le porte!" Secondo Jimmy Overby, collega di Damour, "[questi] è stato assalito alle spalle da 200 persone. Hanno scardinato le porte. Lo hanno calpestato e ucciso sotto i miei occhi". Alcuni testimoni hanno riferito che Damour, 34 anni, boccheggiava in cerca d’aria mentre i clienti continuavano a sollevarsi sopra di lui come un’onda. Quando la polizia, dopo la morte di Damour, ha ordinato ai clienti di lasciare il negozio, molti si sono rifiutati, alcuni gridando, "Sono in fila da ieri mattina".
I media tradizionali che si sono occupati della morte di Damour si sono concentrati sulla ressa di clienti impazziti e, in misura minore, sulla mancanza di senso di responsabilità da parte dei dirigenti Wal-Mart che non avevano garantito la sicurezza. Comunque, nella stampa delle corporation era completamente assente qualsiasi riferimento ad una cultura del consumo e una società folle in cui i responsabili del marketing, i pubblicitari e i mezzi di informazione promuovono il culto della chincaglieria. Accanto ai giornalisti, anche i miei colleghi nel settore della salute mentale hanno occultato la follia sociale. Un’eccezione è rappresentata dallo psicoanalista socialdemocratico Erich Fromm (1900-1980). Fromm, in Psicoanalisi della Società Contemporanea (1955 – N.d.T.: il titolo originale dell’opera è, letteralmente, La società sana di mente), scrisse: "Eppure molti psichiatri e psicologi rifiutano di prendere in considerazione l’idea che la società nel suo complesso possa mancare di sanità mentale. Essi sostengono che il problema della sanità mentale in una società si riduca al numero di individui ‘disadattati’ e non in un possibile disadattamento della cultura in sé”. Mentre si può resistere alla propaganda pro-chincaglieria ed evitare di partecipare ai riti religiosi che si tengono al Wal-Mart, all’Ikea e in altre cattedrali-scatolone — e, quindi, stare alla larga dal sentiero percorso dalla folla di consumatori fondamentalisti — è più difficile proteggersi dalla morte lenta causata dalla cultura del consumo. Gli esseri umani sono – ogni giorno e in molti modi – assaliti da una cultura che psicologicamente, socialmente e spiritualmente:
crea crescenti aspettative materiali
toglie valore all’interconnessione tra esseri umani
adatta le persone alla socialità in modo che siano egocentriche
distrugge l’autonomia
aliena gli individui dalle normali reazioni emotive umane
vende false speranze che creano maggiore sofferenza
Crescenti aspettative materiali. Spesso queste aspettative finiscono con l’essere insoddisfatte creando sofferenza che, a sua volta, alimenta difficoltà emotive e comportamenti distruttivi. In uno studio ora classico del 1998 che prendeva in esame i mutamenti nella sanità mentale degli immigrati messicani giunti negli Stati Uniti, Willian Vega, ricercatore nel campo dell’ordine pubblico, scoprì che, tra tali immigrati, l’assimilazione alla società statunitense comportava un tasso tre volte maggiore di episodi depressivi. Vega riscontrò anche un considerevole aumento dell’abuso di sostanze stupefacenti e di altri comportamenti dannosi. Molti di questi immigrati soffrivano per le maggiori aspettative materiali che non venivano soddisfatte e riferivano, inoltre, di patire per il ridotto sostegno sociale.
La valutazione dell’interconnessione umana. Uno studio del 2006 pubblicato su American Sociological Review ha sottolineato che la percentuale di Americani che riferiva di non avere neppure un amico intimo con cui confidarsi è aumentata, negli ultimi 20 anni, dal 10% a quasi il 25%. L’isolamento sociale è altamente correlato a depressione e altri problemi emotivi. La crescente solitudine, comunque, è una buona notizia per un’economia del consumo che prospera sul numero crescente di “unità di acquisto”: più persone sole vuol dire vendere più televisori, più DVD, più psicofarmaci ecc.
- Che c’è che non va, Mr. P?
- Non riesco a decidermi in quale delle due dovrei identificarmi: l’aura nostalgica e senza tempo della Coca Cola o i temi energetici, giovanili della Pepsi… Babbo Natale o Beyoncé, questo è il problema.
- Potresti prendere la via spirituale con questo tè. Promette “l’illuminazione di mille monaci tè-betani.”
- Mi sa che preferisco bevande senza dharma.
- Ma deve esserci di sicuro una qualche nicchia di marketing in cui rientri.
- Sono semplicemente troppo complesso per essere incasellato.
- Mhm, ora che ci ripenso, forse hai ragione.
“Formaggio dell’uomo represso con testa a punta e abito elegante”
La promozione dell’egoismo. L’essere presi da se stessi è una delle molte cause dei tassi stellari di depressione e altre difficoltà emotive riscontrati negli U.S.A., ed è esattamente ciò che una cultura del consumo esige. Duemilacinquecento anni fa, il Buddha aveva riconosciuto il rapporto esistente tra appetizione egoistica e difficoltà emotive, e molti studiosi dell’essere umano, da Spinoza a Erich Fromm, sono giunti a conclusioni simili.
La distruzione dell’autonomia. La perdita di autonomia può creare un penoso stato di ansietà che alimenta depressione ed altri comportamenti problematici. Nella società moderna, un numero crescente di persone — sia donne che uomini — non è capace di prepararsi un semplice pasto. Queste persone non conosceranno mai gli effetti ansiolitici dell’essere sicuri delle proprie capacità di cucinare, coltivare le verdure, cacciare, pescare o raccogliere cibo per sopravvivere. In una società del consumo, una tale autonomia non ha alcun senso. Ad un qualche livello, la gente sa che se dovesse perdere il proprio reddito – cosa non impossibile di questi tempi – non avrebbe le capacità per sopravvivere.
L’alienazione dall’umanità. I sacerdoti della cultura del consumo — pubblicitari ed esperti di marketing — sanno che i consumatori fondamentalisti comprano di più se sono alienati dalle reazioni normali come la noia, la frustrazione, la tristezza e l’ansia. Se questi sacerdoti riescono a convincerci che un certo stato emotivo è un motivo di vergogna o il sintomo di una malattia, allora avremo più probabilità di comprare non solo psicofarmici, ma anche ogni genere di prodotto che ci faccia sentire meglio. Quando ci spaventiamo e alieniamo da una naturale reazione umana, questa “sofferenza sopra la sofferenza” genera ulteriore carburante per depressione ed altri comportamenti autodistruttivi ed azioni dannose.
La sofferenza delle false speranze. Le false speranze del consumismo fondamentalista risiedono nella scoperta, un giorno, di un prodotto che possa manipolare l’umore in maniera prevedibile senza alcuna ripercussione negativa. La moderna psichiatria è un membro a pieno titolo della cultura del consumo. Il suo "Sacro Graal" è la ricerca dell’antidepressivo capace di rimuovere il dolore della disperazione senza distruggere la vita. Alla fine del XIX secolo, Freud credeva di averlo trovato nella cocaina. Alla metà del XX secolo, gli psichiatri pensavano di averlo trovato nelle anfetamine e, successivamente, negli antidepressivi triciclici come il Tofranil e l’Elavil. Alla fine del XX secolo, ci sono stati gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), come il Prozac, il Paxil, e lo Zoloft, di cui però si scoprì la tendenza a creare dipendenza e dolorose crisi di astinenza, oltre ad un’efficacia non superiore a quella del placebo. Ogni farmaco antidepressivo, non importa quale, viene presentato come capace di eliminare la depressione senza distruggere la vita. Ma, ogni volta, si scopre che quando si armeggia con i neurotrasmettitori, si arreca un danno alla vita, proprio come con l’elettroshock e la psicochirurgia.
1. Convincere le persone che se non comprano l’ultimo prodotto figo non valgono niente.
“Stai guardando questo programma su una vecchia TV da pochi soldi? Solo gli impianti digitali offrono la chiarezza di immagine e suono necessari a distruggere la tua immaginazione!”
2. Distruggere i sindacati in modo che i salari ristagnino e scendano.
- Ma se paghiamo salari inferiori le vendite non caleranno a picco?
- I soldi, li avranno… non i loro soldi. I nostri soldi.
3. Elargire credito facile a fiumi.
- L’ho messo sulla mia carta Amalgabank! 0% di interessi!
- “0% di interessi per 30 giorni; poi 300%.”
- Tra 30 giorni saròmorto.
4. Quando tutto va in pezzi, dare la colpa alla debolezza di carattere.
- Forse, se pagassimo ai consumatori salari più alti…
- Cosa? E premiare il loro comportamento irresponsabile?
I fondamentalisti rifiutano tanto la ragione quanto l’esperienza. I fondamentalisti sono attaccati a un dogma e, se il loro dogma fallisce, non si danno per vinti. Al contrario, decidono di intensificare la propria fede e rafforzare il proprio dogma.
Cinquantaquattro anni fa, Erich Fromm concluse: "L’uomo [sic] oggi deve affrontare la scelta più fondamentale; non quella tra Capitalismo e Comunismo, ma quella tra robotismo (tanto del tipo capitalista quanto del tipo comunista) e Socialismo Umanistico Comunitario. La maggior parte dei fatti sembra indicare che stia optando per il robotismo e ciò significa, a lungo termine, follia e distruzione. Ma la forza di tutti questi fatti non è sufficiente per distruggere la fede nella ragione, nella buona volontà e nella sanità mentale dell’uomo. Fino a quando saremo in grado di concepire delle alternative, non saremo perduti".
Liberarsi dal consumismo fondamentalista significa concepire delle alternative e comporta anche una sfida attiva: scegliere di sperimentare le diverse dimensioni della vita che sono state escluse dal dogma.
Bruce E. Levine è uno psicologo clinico e l’autore di Surviving America's Depression Epidemic: How to Find Morale, Energy, and Community in a World Gone Crazy (‘Sopravvivere all’epidemia di depressione dell’America: Come trovare l’etica, l’energia e la comunità in un mondo impazzito’), Chelsea Green Publishing, 2007.
Fonte: www.zcommunications.org
Link: http://www.zcommunications.org/zmag/viewArticle/20446
Febbraio 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN
Così come i conservatori avevano la riunione del mercoledì chez Grover Norquist, anche gli obamiani si riuniscono i mercoledì da Axelrod. Ecco chi sono gli uomini dello spin di Obama.http://www.camilloblog.it/
Così come i conservatori avevano la riunione del mercoledì chez Grover Norquist, anche gli obamiani si riuniscono i mercoledì da Axelrod. Ecco chi sono gli uomini dello spin di Obama.http://www.camilloblog.it/
Palestina : HRW , Hamas e Fatah torturano e uccidono oppositori di Mauro W. Giannini*
Hamas e' responsabile di attacchi contro gli oppositori politici e i sospetti collaboratori di Gaza che hanno portato alla morte di almeno 32 Palestinesi e al ferimento di diverse decine di persone durante e dopo la recente offensiva militare israeliana. Lo ha detto Human Rights Watch in un rapporto pubblicato ieri, invitando il gruppo palestinese a cessare tali sue azioni e i leader di Hamas a Gaza di individuare i responsabili.
La relazione, dal significativo titolo "Sotto la copertura della guerra: la violenza politica di Hamas a Gaza" documenta un modello instauratosi dalla fine del dicembre 2008 nella striscia con arresti e detenzioni arbitrarie, torture ed esecuzioni extragiudiziali commessi da presunti membri di Hamas. La relazione si basa su interviste con le vittime ed i testimoni e relazioni di gruppi per i diritti umani palestinesi.
L'ondata di attentati ha avuto inizio durante l'operazione militare di Israele, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 ed e' proseguita per tre mesi. "Durante l'attacco di Israele a Gaza, Hamas ha agito con violenza contro i suoi oppositori politici e quelli considerati collaboratori con le forze israeliane", ha detto Joe Stork, vice direttore di Human Rights Watch per la divisione Medio Oriente e Nord Africa, spiegando che arresti illegali, torture e uccisioni sono continuati anche dopo la cessazione dei combattimenti, in beffa alle affermazioni di Hamas di difendere la legge".
La violenza politica a Gaza e in Cisgiordania non e' nuova. Nel corso degli ultimi tre anni, Hamas e la sua principale rivale, Fatah, che controlla la Cisgiordania, hanno effettuato arresti arbitrari di ogni sostenitori altrui, poi detenuti e sottoposti a tortura e maltrattamenti. Tuttavia - anche per le ultime violazioni a Gaza - le autorita' di Hamas non hanno ancora affrontato seriamente i crimini da parte delle loro 'forze di sicurezza' durante e dopo l'attacco israeliano.
Il Ministero degli Interni ha istituito il 16 aprile una commissione che dirige le indagini. Intervistato il 15 e 16 aprile, un portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, e il portavoce del ministero degli Interni di Gaza, Ihab al-Ghusein, Human Rights Watch hanno detto che Hamas aveva esplicitamente vietato l'eccessivo uso della forza da parte delle forze di sicurezza dopo l'operazione militare israeliana, ma hanno detto che le forze di Hamas potrebbero non aver impedito le violazioni durante l'attacco israeliano a causa del caos dei combattimenti. Ma, secondo la relazione, la natura sistematica di molte delle esecuzioni e attentati e il fatto che le uccisioni sono continuate dopo l'offensiva israeliana, confutano queste affermazioni.
In particolare preoccupa la diffusa pratica della mutilazione di persone sparando loro nelle gambe. Secondo la Commissione Indipendente per i Diritti Umani (ICHR), il difensore civico dei diritti umani dell'Autorità palestinese, uomini mascherati e armati hanno colpito almeno 49 persone nelle gambe tra il 28 e il 31 gennaio. Alcune delle vittime, intervistate, hanno accusato Hamas. I sequestri e le gravi percosse sono un'altra grande preoccupazione. Secondo la ICHR, uomini non identificati hanno spezzato le gambe e le braccia di 73 uomini di Gaza dal 28 dicembre al 31 gennaio. Alcune delle vittime sono convinte che gli autori siano uomini di Hamas.
Durante i periodi di conflitto armato, Hamas, come effettiva autorita' nella striscia di Gaza, ha il diritto di adottare misure adeguate per garantire la sicurezza, compresa la detenzione di persone che pongono rischi per la sicurezza autentico, commenta HRW, ma l'abuso fisico, compresa la tortura e le esecuzioni sommarie, e' severamente vietato in tutte le circostanze. Ai sensi del diritto internazionale, non vi possono essere detenzioni arbitrarie ne' si puo' prendere a bersaglio un gruppo o una categoria di persone per motivi politici. Dal canto suo, Fatah, l'autorita' che gestisce la Cisgiordania, avrebbe aumentato le misure repressive nei confronti di membri e sostenitori di Hamas in quella regione.
Dal 28 dicembre al 28 febbraio, i gruppi per i diritti umani palestinesi hanno registrato 31 reclami di residenti che hanno detto di essere stati torturati da gruppi guidati dalle forze di sicurezza di Fatah ed avrebbero registrato la morte di uno conosciuto in stato di custodia cautelare e la detenzione arbitraria di due giornalisti di una stazione televisiva privata considerati pro Hamas.
Gli Stati Uniti e l'Unione Europea - che finanziano e formano le forze di Fatah in Cisgiordania - non hanno espresso alcuna critica pubblica di tali gravi violazioni dei diritti umani.
Oggi è il Giorno della Terra, una ricorrenza dedicata alla salvaguardia del pianeta. In quest'occasione Gallup ha rilevato la grande fiducia degli americani in Obama, grazie anche all'influenza di Al Gore. L'80% del campione crede che il presidente proteggerà l'ambiente, contro il 51% di Bush rilevato a inizio del suo mandato.
A livello mondiale la consapevolezza sul global warming è abbastanza diffusa. In Italia l'84% conosce molto o abbastanza di questo tema fondamentale dell'agenda politica del nostro pianeta. Per proteggerlo. http://andreamollica.blogspot.com/
Scommessa pericolosa
di Tito Boeri, Repubblica -
Il Fondo Monetario Internazionale ci ha ricordato ieri che è bene sperare che il peggio della crisi sia alle spalle, ma che è saggio prepararsi ad una crisi lunga e difficile.
I fattori di instabilità che hanno dato vita alla recessione globale sono ancora tutti lì. La stima aggiornata delle minusvalenze del sistema finanziario internazionale è di 4.000 miliardi di dollari, di cui 2.700 negli Stati Uniti (500 in più di quanti stimati a gennaio sempre dal Fondo). Queste perdite non potranno essere occultate dalla cosmesi contabile, dalle operazioni di abbellimento dei conti di banche e imprese avviate in grande stile oltreoceano. L´eccesso di indebitamento delle banche e, più in generale, del settore privato negli Stati Uniti è stato solo in minima parte riassorbito e questo poco è stato per lo più trasformato in debito pubblico. Continuerà, dunque, a lungo il deleveraging, la riduzione della leva finanziaria che aveva portato le banche commerciali americane a prestare fino a 50 dollari per ogni dollaro di capitale posseduto. Come anticipato nei giorni scorsi da Martin Feldstein sul Financial Times, questo processo di riduzione della leva avverrà in gran parte attraverso un aumento dell´inflazione, il metodo più classico per ridurre il valore reale del debito. Soffrono i creditori quando aumentano i prezzi, gongolano i debitori. Bene ricordarselo nell´interpretare i cori di chi oggi chiede più inflazione. Per l´Europa i rischi più seri vengono comunque dall´Est. Quel poco di deleveraging sin qui avvenuto ha principalmente riguardato gli impegni delle banche in altri paesi. Le economie emergenti dell´ex blocco sovietico, già fortemente indebitate, si sono trovate di colpo a soffrire un forte deflusso di capitali e un deprezzamento delle loro valute che ha fatto esplodere il debito estero, spesso denominato in euro. I "titoli tossici" delle nostre banche sono in questa forte esposizione al rischio che viene dall´Est: il sistema bancario di questi paesi è in gran parte posseduto da banche austriache, italiane, tedesche e svedesi. Oltre all´intervento immediato del Fondo Monetario per fronteggiare le crisi di bilancia dei pagamenti, la via d´uscita sarà in questo caso in un più rapido ingresso di questi paesi nell´area dell´Euro, a tassi di cambio che non pregiudichino le loro prospettive di crescita. Anche qui, comunque, ci vorrà del tempo.
Per questo è molto, molto, pericoloso continuare a scommettere su un´uscita rapida dalla crisi. L´ottimismo sparso a piene mani in questi giorni dal nostro Ministro dell´Economia sembra uno scongiuro di chi ha scelto sin qui di non scegliere, tenendo i saldi congelati alla manovra concepita prima della crisi, puntando tutto su una imminente ripresa economica. Ci auguriamo tutti che questa scommessa azzardata sia vinta, che si esca presto dalla crisi. E vorremmo tanto che Tremonti avesse ragione quando sostiene che "non è un problema trovare i soldi per la ricostruzione" e per le altre misure urgenti. Ma le proiezioni del nostro debito pubblico contenute nel rapporto del Fondo Monetario (salirà nel 2010 al 121 per cento del prodotto interno lordo, sui livelli più alti toccati nel Dopoguerra) stanno lì a testimoniare che le risorse in questo momento non sono scarse, sono scarsissime. Per questo il Ministro dell´Economia ha il dovere di fare ora, subito, un´operazione trasparenza sui nostri conti pubblici e dirci come intende rivedere le priorità della propria politica economica alla luce dell´esigenze di ricostruzione delle aree colpite dal sisma. Non è più rinviabile, in particolare, la pubblicazione della Relazione Unificata sull´Economia e la Finanza per il 2009, prevista per legge entro il mese di marzo. Questa relazione non dovrà essere reticente perché da una crisi di fiducia si esce solo con più trasparenza. Come nel caso delle banche americane, l´opacità nei bilanci può servire al massimo a guadagnare qualche giorno, ma poi rischia di scatenare crisi di sfiducia ben più gravi. Importante che in questa operazione verità il Ministro chiarisca ciò che intende fare nel contrasto all´evasione fiscale. Sono le entrate dello stato oggi ciò che più preoccupa chi intende acquistare i nostri titoli di stato. Le entrate tributarie sono calate nei primi due mesi del 2009 del 7,2 per cento, quasi il doppio di quanto ci si sarebbe aspettati alla luce dell´andamento dell´economia. Bene, allora, essere convincenti su questo punto. Siamo in recessione e non possiamo permetterci nuove tasse, ma non possiamo neanche permetterci di abbassare la guardia nel contrasto all´evasione fiscale. Bene anche che si dica, come farebbe qualsiasi buon amministratore di società di fronte ad un´emergenza, quanto costerà la ricostruzione e come si intende davvero finanziarla. Non è credibile dichiarare che le risorse verranno dagli "enti previdenziali che in Italia hanno il dovere di investire in edifici pubblici e privati". Quegli stessi enti previdenziali stanno oggi già ricomprando gli edifici che dovevano essere venduti con la cartolarizzazione degli immobili pubblici, varata nel 2002 quando era sempre lui, Tremonti, alla scrivania di Quintino Sella.
La Resistenza non ha colore
Giorgio Bocca
la Repubblica
Silvio Berlusconi, accogliendo l´invito del segretario pd Franceschini, parteciperà per la prima volta al 25 aprile. È una decisione che va giudicata positivamente perché in essa oltre che a un diritto si riconosce il dovere del presidente del Consiglio di celebrare assieme a tutti gli italiani la festa della Liberazione e i valori della Resistenza, dell´antifascismo e della Costituzione. Ma quando aggiunge che lo farà perché di questa festa non se ne appropri soltanto la sinistra il premier rivela di essere ancora lontano da una autentica maturità democratica e storica. Più fallace di lui si dimostra il ministro della Difesa Ignazio La Russa.
La Russa, uno dei neofascisti sdoganati da Berlusconi, dichiara che «i partigiani rossi meritano rispetto ma non possono essere celebrati come portatori di libertà», cioè fra i fondatori della democrazia italiana. È difficile capire su cosa si basi l´affermazione di La Russa dato che il Partito comunista italiano che organizzò e diresse i partigiani rossi, meglio noti come garibaldini, fece parte e parte decisiva dell´Assemblea costituente da cui è nata la Repubblica democratica. Che i comunisti italiani abbiano scelto la democrazia invece che la dittatura potrà sembrare ai loro avversari una scelta opportunistica, obbligata dai rapporti di forza in Europa e nel mondo ma si prenda atto anche da chi avrebbe preferito un esito diverso che essa ci fu e fu per i comunisti italiani vincolante. Gli storici non hanno ancora fornito la prova di chi fu la responsabilità di questa scelta: se fu decisa da Stalin o dalla Internazionale comunista di cui l´italiano Palmiro Togliatti era un autorevole dirigente, ma l´accettazione da parte comunista della divisione del mondo in due sfere di influenza fu un dato di fatto accettato sin dagli anni della guerra di Spagna, riconfermato nell´incontro fra i vincitori della guerra contro la Germania nazista e rispettato anche dopo l´invasione sovietica dell´Ungheria.
Fosse interprete del pensiero politico di Stalin o convinto della necessità di convivere con le grandi democrazie occidentali Togliatti, arrivato in Spagna durante la guerra civile, dettò i tredici punti di una costituzione che sarebbe entrata in vigore a guerra finita di chiara impostazione democratica: autonomie regionali, rispetto della proprietà e della iniziativa privata e dei diritti civili, libertà di coscienza e di fede religiosa, assistenza alla piccola proprietà, riforma agraria per la creazione di una democrazia rurale, rispetto delle proprietà straniere non compromesse con il nazismo, ingresso della Spagna nella Società delle nazioni. Naturalmente già allora gli avversari dei comunisti dissero che era una scelta tattica in attesa della rivoluzione, ma una scelta vincolante come si dimostrò in Grecia quando i partigiani rossi di Markos e il loro tentativo di impadronirsi del potere furono abbandonati alla più dura sconfitta. Che la scelta democratica fosse valida nella Repubblica fu chiaro quando tutte le fiammate rivoluzionarie della base comunista, dall´occupazione della prefettura di Milano a quella del monte Amiata dopo l´attentato a Togliatti, furono spente dalla polizia diretta da Scelba senza reazione del partito.
Possiamo dire che le affermazioni di La Russa sull´inaffidabilità democratica dei partigiani rossi sono un processo alle intenzioni smentito dal rispetto alla Costituzione dei comunisti italiani, che al contrario dei neofascisti alla Borghese o delle trame nere, non hanno mai progettato colpi di Stato e si sono schierati con decisione contro il terrorismo delle Br. Ma c´è un´altra ragione, anche essa storica, per dissentire dalla dichiarazione di La Russa ed è quella di considerare il movimento partigiano garibaldino come un tutt´uno con il partito comunista e il partito comunista come la stessa cosa di una dittatura stalinista. Procedere per generalizzazioni arbitrarie è un cattivo modo di fare la storia e anche la politica. Chi ha conosciuto il movimento partigiano nella sua improvvisazione e varietà estrema sa bene che diventare un partigiano rosso non era sempre una scelta politica, ideologica, che si andava nelle brigate Garibaldi per molte ragioni non politiche, perché erano fra le prime formatesi o le più vicine, le prime che si incontravano fuggendo dalle città occupate dai nazifascisti magari per raggiungere dei conoscenti, degli amici. Si pensi solo al comando garibaldino piemontese, che si forma in valle Po con gli ufficiali di cavalleria della scuola di Pinerolo che seguono Napoleone Colajanni, nome partigiano Barbato, perché loro amico non perché comunista, o gli altri che in Val Sesia vanno con Cino Moscatelli perché è uno della valle come loro non perché è comunista.
Così come noi delle bande di Giustizia e Libertà nel Cuneese che non avevamo mai sentito parlare del partito di azione e del suo riformismo liberal-socialista, ma che eravamo compagni di alpinismo di Duccio Galimberti o Detto Dalmastro. Nella guerra partigiana prima veniva la sopravvivenza, la ricerca delle armi e del cibo, poi sul finire arrivò anche la politica, ma le ragioni di lealtà e di amicizia restarono dominanti per cui egregio ministro La Russa mi creda ma per uno che è stato partigiano le differenze di cui parla non ci sono state. Per venti mesi, per tutti, la ragione di combattere era la libertà.
Ho tentato invano, questa mattina, di avere dall’ufficio stampa di Sky qualche dichiarazione ufficiale sulla cancellazione di “Shooting Silvio” dal palinsesto.
Com’è intuibile, non è che sia particolarmente affezionato a questo film, anzi non me ne frega proprio niente: ma credo che sia mio diritto sapere se il canale televisivo a cui verso una cinquantina di euro al mese è (o prova ad essere) indipendente dal potere politico e mediatico italiano, che s’incarna in una sola persona: quella di cui appunto si parla nel film.
Bene, l’ufficio stampa prima mi ha fatto sapere che «non c’è stata nessuna dichiarazione di Sky sull’argomento», poi mi ha rimandato al take dell’Ansa in merito (che pure è senza virgolettati dell’azienda).
Bene, io da abbonato Sky chiedo formalmente a Sky e al suo amministratore delegato per l’Italia Tom Mockridge di avere le palle e fare una dichiarazione ufficiale, virgolettata appunto: o esponendosi nel formalizzare il penoso pretesto dei scarsi ascolti (ma allora ce li deve documentare, fornendoci precedenti di altri film cancellati con la stessa audience) o raccontandoci se e quali pressioni ha subito.
Sono in fiduciosa attesa, grazie.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/04/21/a-sky-come-nel-pcus/#more-2375
Anche da noi s’è sentita qualche critica a Barack Obama: troppo cordiale con Hugo Chavez, si è detto, quasi a non tener conto che si tratta pur sempre di un autocrate populista che controlla la maggioranza dei consensi nel suo paese con uno uso cinico e spregiudicato dei media, ormai da tempo ridotti a mero amplificatore della propaganda di regime.
Ritengo che siano critiche troppo severe, deve essere stato preso in contropiede. Ti senti gridare alle spalle: “Mr. Obamaaa!”, ti volti, ti trovi davanti un faccione che sorride e una mano tesa, e lì per lì non tieni conto che hai davanti un uomo di merda. Sorridi pure tu, e i fotografi fanno il resto. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Ha paura. Sono al telefono con un ricercatore dell’Istituto *** gli chiedo dati sulla permanenza in video di Silvio Berlusconi in queste ultime tre settimane, la prima riguarda il congresso di fondazione del Pdl, il G20 a Londra, il vertice Nato a Strasburgo, le altre due sono quelle del post terremoto.
Mi dice piano: “Ho capito” e poi resta in silenzio. Immagino stia consultando fogli, invece sento il suo respiro regolare e nessun altro rumore.
Perché parla piano? gli chiedo.
E lui: “Perché non dovrei essere al telefono con lei”, mi dice. Poi va in pausa, come in un fermo immagine, anche se sento piccole voci in sottofondo: “Perché qui il clima è molto cambiato, mi spiego?…”.
Provo a sbloccarlo: perbacco, e come sarebbero questi dati?
“I dati sono clamorosi…”. Quando dice “clamorosi” rallenta di più.
Clamorosi come?
Mi ignora: “Non credo che usciranno. Non ora”.
Non lo crede. E infatti di dati, fino a questo momento non ne girano affatto. Dimostrerebbero come e quanto il Cavaliere abbia presidiato, senza alcuna interferenza, le sei reti nazionali ogni giorno e ogni notte, in diretta e in replica, nei tg e nei contenitori del mattino, del pomeriggio, nelle prime e nelle seconde serate. Nei panni:
1. del capo carismatico che fonda il suo partito in nome del suo popolo, cantando sull’attenti sul palco, davanti alla platea in festa, con la mano sul cuore, inondato dalla luce dei riflettori e dai sorrisi delle sue giovani fanciulle governative;
2. del crocerista in gita internazionale, che fa gli scherzi alla comitiva, ride, disturba, arriva in ritardo alla foto di gruppo per fare il bullo al telefono e risolvere da solo crisi delicatissime;
3. del padre della patria sul luogo della tragedia nazionale che piange col suo popolo; del capo cantiere che organizza i lavori, le tende, la scuola, gli scavi; della guida che rassicura; del buon re che allevia e che promette; del dentista che cura; del timoniere che conduce.
Ripete: “Clamorosi”.
Clamorosi quanto?
“Lei pensi a un tempo e poi lo raddoppi, lo triplichi”.
L’opposizione?
“Cosa intende per opposizione?”
Franceschini, Di Pietro, chi altro?
“L’opposizone che conta per lui è Bossi. Che infatti è sparito. E’ l’unico che gli faccia ombra insieme con la crisi, sparita anche lei, lo ha notato?”.
Mi dice questi numeri o no?
“Fossi matto. Il mio è un lavoro precario e ci tengo. Se mi cita vengo a mangiare a casa sua, d’accordo?”.
Promesso. (Vignetta di Bandanas)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
COMUNALI A CASARANO: TUTTO ALL’INSEGNA DEL CAMBIAMENTO
Il candidato a sindaco di Casarano Ivan De Masi
La campagna elettorale a Casarano si prepara ad essere una delle più interessanti tra le prossime amministrative di giugno. E non solo o semplicemente per il valore numerico che la città ha di elettori (al punto da poter risultare tra i centri strategici in vista anche della corsa per Palazzo dei Celestini), ma soprattutto per la connotazione che la politica locale sta assumendo nelle ultime ore, a colpi di ribaltoni e sorprese. A Casarano, insomma, si sta realizzando l’impensabile e sembra farla da padrone il cambiamento. Tutto è partito solo qualche mese fa, quando il Pd locale aveva raggiunto un accordo sulla candidatura del consigliere provinciale, Claudio Casciaro: poi, l’improvvisa discesa in campo dell’imprenditore locale, Ivan De Masi (http://www.ivandemasi.info/), con la sua disponibilità a correre per la poltrona, lasciata vuota dal sindaco uscente Remigio Venuti, ha messo tutto in discussione.
Nel Pd, i candidati sul tavolo diventano due e si prospetta l’ipotesi delle primarie interne, per la designazione del candidato sindaco: il già prescelto e spodestato, Claudio Casciaro non ci sta e sceglie di ballare da solo, maturando l’idea di una candidatura sostenuta da civiche trasversali e con l’appoggio degli scontenti del Pd. Ma è solo un intermezzo, perché, proprio mentre alla provincia si discute della clamorosa ipotesi di candidare a Palazzo dei Celestini per il Pdl il deputato Pd (ora ex) Lorenzo Ria, a Casarano matura l’ipotesi di candidare lo stesso Casciaro per il centrodestra cittadino.
Un colpo, che getta nuovo scompiglio sulla tormentata evoluzione politica cittadina, che ridisegna in poco tempo la geografia delle forze in campo. Due salti della quaglia imprevisti in poco tempo: il primo, quello di un partito, il Pd, che trova inopportune e fuori tempo le primarie per la designazione del candidato alla presidenza provinciale, salvo trovarle giuste a Casarano un mese più tardi e dopo aver già individuato il proprio candidato; il secondo, quello dello stesso Casciaro, che, sulla scia del deputato di Taviano Ria compie un’acrobazia inattesa e degna di quella scuola, che, un tempo veniva indicata come “trasformismo”.
Fatto sta che l’ex esponente Pd (perché nel frattempo anch’egli, come molti altri, è diventato ex) riesce a spuntarla per un posto da candidato sindaco su Francesca Fersino, bancaria locale, coordinatrice cittadina Pdl, che peraltro aveva raccolto il gradimento quasi unanime di tutte le forze politiche di area. E qui, nasce l’ennesimo “caso”: se, infatti, nel caso di Casciaro, molti (nello stesso Pd) avevano fatto notare che il trattamento umano riservato al consigliere provinciale fosse stato pessimo, visto che quest’ultimo era prima stato osannato e poi sacrificato inaspettatamente, lo stesso dovrebbe dirsi, dall’altra parte, per la Fersino, alla quale gli alleati avevano da tempo riconosciuto le doti adatte per rappresentare il centrodestra alle comunali. Paradossale, tra l’altro, è apparso ad esponenti locali del centrodestra che si offrisse la candidatura ad un esponente proveniente dal centrosinistra e che, fino a circa un mese fa, era il candidato in pectore del Pd.
Per convincere la Fersino ad accettare la scelta di Casciaro per il Pdl, secondo alcune indiscrezione, le sarebbe stato offerto dai vertici salentini del partito una candidatura a Palazzo dei Celestini, con la possibilità di assumere un ruolo di assessore nella giunta provinciale. Un’offerta, che non avrebbe cancellato l’amarezza della bancaria, che pare ormai propensa a competere da sola, con una coalizione civica, alternativa agli schieramenti già in campo.
E con lei, il Popolo della libertà inizia a perdere alcuni pezzi: alcuni dissidenti ex An e di Azione Giovani, delusi dalla bocciatura del Pdl nei confronti di Francesca Fersino, sono passati nelle fila di “Io sud”, il movimento di Adriana Poli Bortone, che a Casarano sostiene De Masi.
Intanto, una importante precisazione arriva dalla Sinistra Unita di Casarano, che sottolinea come “la vera espressione del centrosinistra a Casarano” sia Enrico Fattizzo, sostenuto da Pdci, Prc, Mps e da Città Democratica civica di centro, e non Ivan De Masi, a sua volta “supportato dal Pd passando per l’Udc fino ad arrivare ad An ed Azione Giovani”.
E di fatti, Enrico Fattizzo è l’ultimo in ordine di tempo dei candidati sindaci per il comune di Casarano: già assessore dimissionario nella prima giunta Venuti, Fattizzo si propone come alternativa politica ai big già in gioco, ma soprattutto come nome all’insegna della “coerenza”, in un contesto di grandi mutazioni generali. Chi fra tutti avrà la meglio? E soprattutto… saranno finite qui le sorprese? http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=14037
La parola chiave è contendibilità. Suona male fuori dalle Borse, ma è perfettamente applicabile al Partito democratico. Nel mondo aziendale significa che un’impresa è sul mercato e può essere controllata da chi ha risorse finanziarie e progetti di sviluppo, soprattutto quando si trova in condizioni di debolezza. È più o meno lo stesso in politica, dove un partito in crisi è scalabile da chi ha buone idee e forti risorse di leadership.
La contendibilità del PD è stata l’immagine che mi ha convinto del successo del seminario di Piombino, promosso da un gruppo di parlamentari e dirigenti del partito che evitano con cura di definirsi “giovani”. Non perché non lo siano, ma piuttosto perché sanno meglio di altri che giovanilismo fa rima con gattopardismo. Così come sanno che spesso la cooptazione del “giovane irrequieto ma sincero” è la migliore garanzia che niente cambi per chi controlla il timone, anche se si dirige convintamente verso il naufragio.
Sabato e domenica ho ascoltato a Piombino gli interventi e le riflessioni di quasi cinquanta tra parlamentari e dirigenti, locali e nazionali, che non intendono bussare alla porta per chiedere di contare ma si preparano a porre domande serie e pesanti a coloro che guidano il PD più per caso che per virtù. Chiedono ad esempio un’indagine su cos’è concretamente accaduto dall’ottobre 2007 ad oggi, per sapere cosa ne è stato del diffuso capitale di passione e intelligenza che si era raccolto intorno al progetto iniziale del Partito democratico. Ma anche quale consistenza reale ha avuto l’articolo 28 dello Statuto del PD, che impegnava a consultare regolarmente i propri iscritti “su qualsiasi tematica relativa alla politica e all’organizzazione interna del PD”. E dove sia il numero di telefono o l’indirizzo email al quale i coordinatori dei circoli potrebbero rivolgersi per avere chiarimenti sui temi in discussione.
Sono domande che rimandano ad una fortissima voglia di partito. Quel partito che finora non c’è stato, un partito che funzioni e che finalmente si apra all’autonomia di pensiero e di iniziativa politica di una nuova classe dirigente che si misura già con la costruzione del consenso sul territorio. E che è pronta a fare la sua parte dopo il voto europeo. A patto che il congresso ci sia, s’intende. Un congresso vero da tenersi – come chiedono – nell’ottobre di quest’anno e non quando sia stata già preconfezionata un’altra soluzione “alla Franceschini”. Un congresso che sia occasione per la prima discussione politica e strategica per un partito che fino ad oggi, dopo una nascita rocambolesca e per necessità di cose, non si è mai guardato allo specchio per decidere cosa dire e da che parte andare.
È questa la via alla contendibilità democratica del PD, la suggestione più feconda che ho visto formulare a Piombino e anche quella che contiene la più solida promessa per il futuro. Perché mentre ascoltavo queste e altre riflessioni mi dicevo che con ogni probabilità tra quei cinquanta era seduto il prossimo leader del Partito democratico. Non è tanto interessante fare oggi qualche nome (se non quello degli assenti, perché nessuno tra i presenti faceva parte dell’attuale segreteria di Franceschini), quanto piuttosto sapere che da qualche parte in questo disastrato Partito democratico c’è qualcuno che ha cominciato a porre la questione di un cambio di timone che nasca dalle idee della politica e non dagli accordi preconfezionati di una famiglia in disarmo.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/
Il problema è il “porcellum”. Il referendum è la soluzione.
di Mario Barbi,
E’ stupefacente scoprire quanti “estimatori” abbia nel Pd la legge Calderoli, definita “porcata” dal suo autore. Dico “estimatori”, con le virgolette, perché nessuno, ovviamente, si azzarda a dire, come succede nel centrodestra (da Cicchitto in giù) che il “porcellum” sia una buona legge. In tanti, però, ci dicono che la legge che uscirebbe dal referendum (in primis Rutelli) sarebbe ancora peggiore e che, inoltre, avrebbe l’effetto sicuro di aiutare Berlusconi nel suo lungo e tenace cammino verso una completa presa del potere nello Stato e nel Paese. Perciò, di fronte all’esito insoddisfacente del referendum e al bipartitismo “innaturale” (La Torre e tanti altri) che il referendum produrrebbe sarebbe meglio un rinvio della consultazione referendaria (D’Alema, Castagnetti ed altri), così il parlamento avrebbe il tempo per fare una nuova legge elettorale. A me sembra che tutte queste posizioni ci dicano alcune cose preoccupanti sullo stato del Pd e della democrazia in Italia. Le cose preoccupanti, guardando la vicenda dall’angolo visuale del Pd sono a mio parere tre: 1) il prevalere della tattica sulla strategia, per cui ci si è concentrati sulla data del referendum (su cui si è avuta una qualche unità), questione certo rilevantissima, e non anche, come sarebbe stato indispensabili, sulla posizione da tenere sul referendum e nel referendum (su cui vi è forte disunione); 2) l’assuefazione al “porcellum”, come conseguenza della incapacità del Pd di definire una linea chiara su riforme istituzionali e legge elettorale (è nota ed irrisolta la spaccatura nel Pd tra maggioritari e proporzionalisti); 3) la diffidenza, ben presente nel Pd, verso il referendum inteso come strumento a disposizione dell’elettorato per incidere direttamente sulle grandi scelte del Paese, fino al punto da prendere in considerazione l’idea del rinvio.
Le tre questioni sono intrecciate, ma rinviano ad un’unica questione: l’incertezza e la timidezza del Pd. Come si fa a dire, per esempio, che la legge che uscirebbe dal referendum sarebbe peggio del “porcellum”? Per dirlo bisogna, in primo luogo, non vedere che il “peggio” è in atto dal 2006, cioè da quando il “porcellum” è legge. La prima vittima del “porcellum” sono stati gli elettori che, privati dei collegi uninominali e posti dinanzi al liste bloccate, non possono più scegliere gli eletti. Ma vittima politica del “porcellum” fu anche il centrosinistra che, nell’Unione, non riuscì a governare la competizione infra-partitica introdotta dal virus competitivo della proporzionale. Ricordo che nel programma dell’Unione vi era l’impegno solenne a modificare il “porcellum”. Peccato che non ci fosse scritto come…E vittima riconosciuta del “porcellum” è soprattutto il Parlamento, indebolito, ahimè, nella sua funzione e nel suo ruolo da deputati e senatori scelti più dalle segreterie di partito che dagli elettori e portati a rispondere meno agli elettori che alle segreterie di partito. Ora, il parlamento, né nei due anni della legislatura di centrosinistra né nel primo anno di questa legislatura, è riuscito a mettere mano al “porcellum”, nonostante il pungolo referendario. Il referendum fu avviato per indurre il parlamento a cambiare il “porcellum”, mica per impedirglielo. Ora, non si può che prendere atto del fatto che il parlamento non è stato e non è in grado di farlo. Di qui, il referendum. Per dire che la legge che uscirebbe dal referendum sarebbe peggio del “porcellum” bisogna anche fare finta di non sapere che il referendum è uno strumento imperfetto e che non consente di scrivere le leggi, ma soltanto di abrogarle e, nel caso delle leggi elettorali, di abrogarle solo in modo parziale e cioè in modo che, ancorché modificate, si possa continuare ad applicarle. Per questo il referendum ha un duplice significato: a) abrogativo del “porcellum”, nel senso che si vota sì alla sua abrogazione; b) indicazione di un indirizzo per il cambiamento della legge elettorale in senso maggioritario ed uninominale, come combinazione dei quesiti che mantengono il premio di maggioranza (spostandolo dalla coalizione alla lista più votata) ed eliminano lo specchietto per le allodole delle candidature multiple (il leader pluri-candidato in tutte le circoscrizioni). Chi dice che il successo del referendum produrrebbe una legge che il Parlamento non potrebbe toccare e che servirebbe soltanto a Berlusconi per mettere nell’angolo la Lega e vincere da solo, fa, a mio avviso, della disinformazione ed agita spauracchi politico-istituzionali. Nulla impedirebbe al Parlamento di legiferare sulla base della pronuncia referendaria, anzi sarebbe doveroso che il parlamento lo facesse. E non sta scritto da nessuna parte che la legislatura dovrebbe essere interrotta in seguito all’approvazione di una nuova legge elettorale. Se non ricordo male, all’esordio della scorsa legislatura, fu Franceschini a sostenere che le leggi elettorali sarebbe bene cambiarle proprio ad inizio legislatura quando gli “attori” possono definire le regole del gioco, se non proprio disinteressatamente, almeno con qualche distacco dal momento della partita. Questo argomento non potrebbe essere utilmente ripreso oggi? E, infine: se poi Berlusconi, a valle di un successo del referendum, fosse tentato di prendersi tutto il banco da solo (come se già non lo avesse adesso e come se la Lega al governo fosse un “valore” e un contrappeso) siamo sicuri che per lui sarebbe una passeggiata? Che la storia sarebbe già scritta? Contro ogni reazione ed ogni proposta alternativa? E’ soltanto dalla consapevolezza di questi dati di fatto che può (poteva) nascere una posizione chiara sul referendum e nel referendum: vale a dire il referendum serve e serve dire sì. In assenza di questa consapevolezza, incapaci, ancora una volta, di affrontare una discussione “alta” sulle questioni poste dal referendum e di affrontarla nell’unica sede all’altezza di quelle questioni, vale a dire l’assemblea costituente, il Pd si è rifugiato nella pur giustissima richiesta di abbinamento del referendum alle europee. E anche qui non senza voci dissonanti: quelle di “maestri-costituzionalisti”, che hanno dato man forte alla tesi di Tremonti-Calderoli secondo cui le europee sono come le politiche (cosa che, se fosse vera, produrrebbe il rinvio automatico di un anno del referendum); e quelle, soprattutto, di leader del partito che si sono pronunciati per il “rinvio” di un anno. Devo dire che l’idea del rinvio mi scandalizza: la legge attuativa dell’articolo 75 della Costituzione stabilisce che i referendum devono essere celebrati in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno, fermo restando che non possono essere celebrati in concomitanza con le elezioni politiche e che sono rinviati di un anno nel caso di scioglimento anticipato delle Camere. Mi chiedo: si può pensare di intervenire sulle regole del gioco quando il gioco è già iniziato? Mi chiedo: il diritto dei cittadini a pronunciarsi, nei tempi e noi modi previsti dalla legge, non prevale sulle contingenze politiche e sulle convenienze di partito? Io penso di sì. Non c’è altra strada che battersi per il referendum e nel referendum, nel pieno rispetto delle regole che ci sono. Questo suggerirei di fare al Pd, anche se dubito che il partito abbia la forza, la lucidità e la compattezza per farlo. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=17795
Una mia amica, forse la più grande storica di Israele in Italia, mi diceva alcuni giorni fa che la nomina di Rahm Emanuel voleva dire una sola cosa: che Obama aveva, in lui, la garanzia di non poter essere attaccato per una politica più critica verso Israele. L'attacco, però, è ora diretto a Rahm Emanuel, che ha ricevuto una lettera dal leader di uno dei partiti religiosi israeliani, l'Unione Nazionale, Yakoov Katz, che ha ammonito il capo di gabinetto dell'amministrazione statunitense di non dimenticare... le sue origini ebraiche e israeliane. Una sottilineatura che, semmai, rischia di mettere in serio imbarazzo Rahm Emanuel, cittadino americano, e cittadino americano in un posto di seria e alta responsabilità. Che dunque deve rispondere, suppongo, al suo interesse nazionale.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Quei confini dove la Storia
non rimargina le sue ferite
di Pierluigi MennittiIl muro in testa èstata una fortunata definizione con cui lo scrittore tedesco Peter Schneider ha rappresentato quel particolare stato psicologico attraversato dai tedeschi dopo la caduta del muro: svanita la barriera che divideva l’est dall’ovest ed evaporate le bollicine dei festeggiamenti, gli uni e gli altri, i tedeschi dell’est e i tedeschi dell’ovest si sono ritrovati di fronte con i pregiudizi e le diffidenze reciproche, maturate in quarant’anni di divisione. Nel frattempo altri muri sono caduti lungo la frontiera orientale d’Europa, ma il muro in testa, quello mentale che resiste anche quando quello fisico si sgretola, descrive con efficacia altre storie e altri incontri. Ad esempio, quelli tra tedeschi e polacchi.
L’Oder è un confine di dolore, come tutti i limes artificiali nati a tavolino da rapporti di forza segnati da una guerra. Nei primi anni Novanta, quando la Germania orientale era stata inglobata a suon di marchi nella Bundesrepublik e in Europa, il fiume ha osservato le fughe illegali e disperate di polacchi e ucraini verso l’Eldorado di Bruxelles e qualche volta non le ha solo osservate: le ha inghiottite, come capita oggi alle acque profonde del Mediterraneo con i carghi provenienti dal Nord Africa. Speranze e tragedie raccontate in uno splendido film tedesco, Lichter, del regista bavarese Hans-Christian Schmid, premiato dalla critica internazionale della Berlinale nel 2003. Alla fine della guerra, invece, attraverso questo confine appena creato, sono transitati nella stessa direzione gli sfollati tedeschi dalle terre della Slesia e della Prussia orientale: interminabili file di profughi a cui la colpa tedesca del nazismo ha negato per anni qualsiasi riconoscimento. E pochi anni prima, in senso ovest-est, furono le truppe di Hitler a varcare le barriere, portando morte, occupazione e violenze.
A voler riavvolgere il film della storia fino ai secoli precedenti, ci sarebbero centinaia di esempi a dimostrare quanto il rapporto fra Germania e Polonia sia stato difficile, se non drammatico. Ma a riavvolgerlo per bene, questo e altri film, tutta la storia dell’Europa è stata segnata da guerre e conflitti fra le nazioni. Oggi il problema è questo: mentre a ovest, cinquant’anni di democrazia hanno lenito quelle ferite stemperandole nel mare magno del processo di unificazione europea, ad est questo non è avvenuto. E le nazioni riapparse da un altro mare magno, quello del totalitarismo di stampo sovietico, si presentano sulla scena cariche di risentimenti che pensavamo appartenere a epoche ormai superate. Di più: a volte pare che la ricostruzione della loro identità nazionale passi proprio dalla riaffermazione di contrapposizioni che il resto del Continente non vive più. Per restare al centro dell’Europa, Kohl e Mitterrand hanno da anni consegnato alla storia antiche rivalità, tenendosi per mano di fronte ai campi di battaglia di Verdun nel 1987, mentre ancor oggi le copertine dei periodici popolari polacchi si divertono a pubblicare l’immagine di ogni cancelliere tedesco vestito con la divisa nazista e truccato con i baffetti del führer: che sia Schröder o Angela Merkel, non fa differenza.
Polacchi contro lituani, cechi contro slovacchi, estoni contro russi, ungheresi contro rumeni, rumeni contro bulgari, croati contro italiani e tutti contro i tedeschi, per non parlare dei Balcani dove troppo recenti sono le ferite della guerra civile. Qualcosa si muove, magari proprio laddove meno ce lo si sarebbe aspettato, per esempio fra Zagabria e a Belgrado, però il dato resta, sotto la traccia diplomatica dei buoni rapporti ufficiali. Ma dove neppure le diplomazie riescono ad ammorbidire i contrasti è sull’Oder, lungo il confine più delicato dentro l’Europa, tra Germania e Polonia.
Qui le ferite della storia faticano a rimarginarsi. Basti pensare a quel che accade ogni volta che la Germania tratta la questione dei Vertriebenen, i profughi costretti ad abbandonare le terre orientali dopo la seconda guerra mondiale. Una storia che in buona parte ricalca quella italiana degli esuli dalmati e giuliani. Furono vicende drammatiche, sulle quali è stata stesa per decenni una congiura del silenzio che solo oggi, grazie a nuovi e documentati libri o a fiction di successo, tornano al centro del dibattito storico. Ma il tempo non sembra essere trascorso a sufficienza, come dimostra l’ultima virulenta polemica tra Berlino e Varsavia sull’ipotesi tedesca di nominare Erika Steinbach, responsabile dell’associazione dei Vertriebenen, in uno dei tre posti nel consiglio della fondazione che dovrà realizzare un Centro di documentazione sul tema, un progetto che dovrebbe coinvolgere gli storici delle due nazioni. L’accusa: aver fatto in passato dichiarazioni revansciste e aver votato come deputata al Bundestag contro la ratifica del trattato con la Polonia e contro la sua adesione alla Nato. Un caso che ha tenuto banco nel recente vertice tra i due capi di governo, Merkel e Tusk, e che è stato risolto con la rinuncia della stessa Steinbach, il sollievo della cancelliera (che ha dovuto affrontare una dura polemica interna al suo stesso partito) e la soddisfazione dei politici e dell’opinione pubblica di Varsavia.
Seduti ai tavolini del Caffè Blikle, un tempio della tradizione varsaviana sull’elegante Nowy Swiat, Robin Lauterbach, corrispondente della prima rete televisiva pubblica tedesca Ard, ammette: “Abbiamo sbagliato a proiettare sui paesi dell’Europa orientale le nostre sensibilità di europei occidentali. Dopo la caduta dei regimi comunisti, pensavamo che tutto sarebbe stato semplice e che ci saremmo ritrovati in un abbraccio immediato. Ma noi, ad ovest, abbiamo impiegato cinquant’anni per sedimentare i vecchi contrasti”. Il caso con la Polonia è ancor più delicato, visti i trascorsi storici: “Noi tedeschi abbiamo ritenuto di saldare le colpe del passato riconoscendo come definitivi i nostri confini orientali e rinunciando per sempre a quelle terre che erano tedesche e che oggi sono polacche. E’ stata un’illusione. Penso a quelli della mia generazione, gente nata ben dopo la guerra, che riconosce le colpe storiche del nazismo ma ritiene di essere cambiata a sufficienza e di aver chiuso i conti con il passato. Poi, di colpo, si aprono i confini, incontriamo i polacchi e ci accorgiamo che per loro non è ancora passato nulla”.
La storia è materia delicata, che facilmente si presta alla strumentalizzazione politica. Il nuovo museo sulla rivolta di Varsavia, in via Grzybowska, poco fuori il centro cittadino, è stato inaugurato nel 2004, nel sessantesimo anniversario della sollevazione anti-nazista. Lo hanno fortemente voluto i gemelli Kaczynski, i politici che più di altri hanno premuto negli anni passati il tasto del martirio storico, a supporto di una politica nazionalista ed esterofoba. Il museo contiene alcune cose interessanti, altre meno: su tutto, però, prevale un senso di propaganda postuma, più il tentativo di costruire un orgoglio nazionale che quello di capire vicende ed eroismi del passato. I rapporti tedesco-polacchi non sono, e non saranno ancora per molto tempo, improntati alla normalità. E l’impressione che nell’altra Europa, quella che ha avuto la fortuna di trovarsi dalla parte giusta della cortina di ferro, la sensibilità per il dolore polacco non sia presa in considerazione, non aiuta.
Prendete il drammatico film di Wajda sul massacro di Katyn, che descrive, oltre all’orrore della strage sovietica, il dramma dell’occupazione tedesca. In Italia non riesce a vederlo quasi nessuno e l’ipotesi, ventilata da più parti, di una congiura politica che ne limita la distribuzione alimenta sospetti e polemiche. Eppure si tratta di una vicenda ormai assodata, sebbene ancora sconosciuta al grande pubblico, i cui contorni aiutano a comprendere le paure ataviche dei polacchi, da sempre stretti fra vicini ingombranti. Ci vorrà tempo per lenire le ferite, a patto però che ci sia la volontà reciproca di capirsi.http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=1303&Cat=1&I=../immagini/Foto/oder_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=La%20Storia&Codi_Cate_Arti=46
Sulla pelle di decine di migliaia di civili intrappolati negli scontri, continua la guerra di propaganda tra l’esercito governativo dello Sri Lanka e i guerriglieri delle Tigri tamil. Le Tigri hanno accusato l’esercito di aver ucciso almeno mille civili e di averne feriti molti di più nel corso di quasi cinque mesi di offensiva. L’esercito nega le accuse e ribatte che sono i guerriglieri a usare i civili come scudi umani. Nelle ultime 24 ore almeno 50 mila persone hanno lasciato l’ultimo angolo di Sri Lanka ancora controllato dalla guerriglia, una fetta di territorio di poche decine di chilometri quadrati, nei pressi della città di Mullaitivu. L’esercito continua ad avanzare e avrebbe catturato altri due avamposti della guerriglia nel nord-ovest della striscia di territorio conteso. La Croce rossa internazionale, intanto, continua a lanciare appelli drammatici per una tregua delle operazioni militari e perché sia concessa agli operatori umanitari la possibilità di evacuare almeno i civili feriti. Pierre Kraehenbuehl, direttore delle operazioni della Croce rossa sul campo, ha dichiarato alle agenzie di stampa internazionali che «la situazione è catastrofica, i continui combattimenti hanno ucciso o ferito centinaia di civili che hanno pochissime possibilità di ricevere cure mediche». Nonostante ciò, il governo srilanchese continua a proibire l’accesso alla zona dei combattimenti a giornalisti e personale umanitario.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17199
Gavin Newsom, il giovane sindaco di San Francisco, ha annunciato oggi suYouTube, Twitter e Daily Kos che correrà per la carica di candidato governatore alle primarie democratiche. Secondo un sondaggio di Field, senza la senatrice Dianne Feinstein - in forte dubbio - la situazione è Jerry Brown al 26, Villaraigosa al 22 e Newsom al 16. Il primo è l'ex governatore succeduto a Reagan (?!?) e ora Attorney General al fianco di Schwarzy, mentre il secondo è l'appena riconfermato, maluccio in realtà, sindaco di LA.
Le primarie californiane si annunciano entusiasmanti. http://andreamollica.blogspot.com/
Lunedì 27, nel pomeriggio ci sarà un interessante incontro al tempo di Adriano, in piazza di Pietra, a cui parteciperanno Michele Meta, Goffredo Bettini, Paola Concia, Ignazio Marino, Enrico Gasbarra, Roberto Morassut. Purtroppo, o per fortuna a seconda dei punti di vista, a quell’ora sarò a Viareggio, a godermi qualche giorno di meritatissima (me lo dico da solo) vacanza.
Mi dispiace perché avrei avuto qualcosa da dire, anche dopo una lunga chiacchierata con Enzo Puro, la mia guida spirituale. E allora provo a farlo qui, non c’è Bettini, ma tanto i messaggi a lui arrivano sempre.
1) Non ero d’accordo con la sua candidatura alle Europee proprio per le ragioni che lui stesso ha scritto la settimana scorsa sul Messaggero. Una persona che in questi due anni si è spesa con tutte le sue energie per il rinnovamento della politica, per un partito che non fosse una somma di correnti, non poteva guidare una lista dove l’unico criterio è proprio quello della conta fra correnti. Se noi “bettiniani” non ci consideriamo una corrente, perché partecipare a questo rito? Ha senso contarsi su una persona, sia pur autorevole come Bettini? Oppure ha senso confrontarsi e contarsi su un progetto di partito e, ancora di più di società?
Io avrei visto bene, anzi di più, Bettini capolista di una “covata” di giovani intelligenze. Ce ne sono anche a Roma, malgrado gli ultimi due anni abbiano messo in mostra, troppo spesso, il lato peggiore del Pd: quello dei cooptati, dei potenti boss delle preferenze che piazzano uomini di loro fiducia in ogni dove. Potrei fare decine di nomi, ma la mia esperienza è parziale e quindi ne escluderei altrettanti.
La lista che si sta profilando al contrario assomiglia a una rimpatriata di vecchie glorie di un’altra epoca, condita da qualche starlette del tipo David Sassoli e Alessandra Sensini (sarà dalemiana? Essendo campionessa di windsurf il sospetto è più che fondato). Se questo è il Pd, viene forte la tentazione di restarsene a casa, visto anche il restante panorama politico della sinistra, a dir poco desolante.
Credo che alla fine, la soluzione migliore sia quella di fare una bella croce sul simbolo. Ci si conta anche così, e forse è questo il modo migliore per far pesare la nostra insoddisfazione su questa che non è una lista ma solo un elenco di persone. Quanto erano belle le campagne elettorali in cui l’unica preoccupazione era il consenso al partito, in cui i nemici erano gli altri e non i candidati della tua stessa lista!
2) Io credo che, più che alle europee, dovremmo cominciare a porci il problema di quello che succederà dopo. Io sono uno di quelli che non crede, almeno dal 1989, che siano sufficienti gli aggettivi e le qualificazioni “geografiche” per creare una forza in grado di cambiare il futuro del nostro Paese. Non basta definirsi di sinistra, comunisti, socialisti, riformisti, per esserlo davvero. Bisogna praticare davvero l’innovazione per essere innovativi, cercare soluzioni nuove ai nuovi problemi che abbiamo di fronte se vogliamo uscire, una volta per tutte, dalle categorie del ‘900.
Credo che il terreno di azione sia quello indicato da Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica 19 su Repubblica: quale rapporto e quale equilibrio nuovo trovare tra le grandi “tradizionali” parole d’ordine del campo progressista: eguaglianza, libertà, fraternità. Su queste coordinate, che tradotte nel mondo di oggi vogliono dire diritti civili, diritto all’informazione, società delle culture, società delle opportunità, si può ricostruire un progetto democratico che non può che avere l’ambizione e la necessità al tempo stesso dei tempi lunghi.
Ma i tempi lunghi richiedono pensieri altrettanto lunghi, uno sforzo intellettuale che non sia legato a questo o a quell’appuntamento elettorale. Quello che in altri tempi si sarebbe definito un “progetto di società”. In poche parole una “ideologia democratica”. Solo così si esce dal dilemma se questo partito debba essere più di centro, più di centrosinistra o più di sinistra. Solo se definiamo un nostro progetto usciamo dalle secche in cui ci troviamo dalla fine del secolo scorso.
Io non so se sia di sinistra dire dobbiamo mettere in campo una grande stagione dei diritti, in tutti i campi, ma credo che questa sia l’esigenza prioritaria. Io non so se sia di sinistra o di centro dire che in questo Paese serve una sterzata brusca, perché bisogna passare dal paese dei furbetti al paese del merito e della valorizzazione delle competenze. Non mi interessa una definizione geografica novecentesca del mio agire politico. Mi interessa il progetto, l’elaborazione.
3) Se questo è quello che vogliamo provare a fare, a costruire, non serve una corrente che dispensi posti di lavoro e cariche e incarichi e poltrone e sgabelli. Serve un luogo, una rete di luoghi, dove avviare il confronto, dove riprendere un lavoro di formazione della classe dirigente. Il resto, la selezione, le nuove leve da mettere in campo e anche il consenso necessario a metterle in campo, verrà di conseguenza. E verrà naturale e spontaneo quando smetteremo di chiedere a ogni persona che incontriamo “con chi stai” e proveremo al contrario a domandargli “dove andiamo”. Il luogo, i luoghi, dove fare questo vanno creati. E devono essere luoghi e metodi che tengano conto della rete, dello scambio globale che questa permette, ma devono anche essere luoghi “fisici”. Io credo che guidare questo processo sia la funzione che può e deve svolgere Goffredo Bettini e provo a spiegare per quale motivo e con quale compito.
4) Bettini è stato, non da solo, il creatore del cosiddetto “modello Roma”. Per i detrattori è stato un mero sistema di gestione di potere. Gente che applica agli altri categorie che è solito usare. Sia chiaro il modello Roma è anche un sistema di gestione del potere, la politica senza potere diventa un esercizio di stile. Ma il modello Roma è stato innanzitutto uno schema di interpretazione per governare una città altrimenti difficilmente comprensibile. Attorno a questo nucleo forte di analisi e idee si sono costruiti gli strumenti per portarli avanti. Provo a ricordare: Roma città dell’integrazione e della solidarietà, Roma al centro di una sorta di nuovo patto sociale per lo sviluppo, Roma città della cultura e del turismo. Sono soltanto titoli. Ma è il metodo che mi interessa. Il metodo che ci ha permesso di costruire una città in cui fenomeni come la balie parigina in fiamme non erano nemmeno pensabili e che adesso invece si avvicinano pericolosamente.
Negli anni scorsi abbiamo pensato e scandagliato a fondo questa città, abbiamo costruito le prospettive per farla tornare ad essere una grande metropoli europea, poi abbiamo cercato le sinergie necessarie per mettere in pratica tutto questo. In pratica, abbiamo applicato quello che dicevo sulla “necessità del pensiero lungo” su scala cittadina, ci siamo riusciti meno in ambito regionale, ma, come dire, gli uomini non sono indipendenti dal processo.
Alla fine della giostra ci siamo accorti, che molte delle questioni non erano risolvibili se non su scala più ampia, neanche solo nazionale se vogliamo dirla tutta. Penso alla gestione dell’immigrazione o allo sviluppo delle infrastrutture, ma solo a titolo di esempio.
E abbiamo provato con Veltroni segretario del Pd, ad avviare un processo analogo su scala nazionale. Questa era la vocazione maggioritaria del Partito democratico, altro che storie. Vocazione maggioritaria vuole dire avere l’ambizione non di governare da soli (chi pensa questo sono gli stessi abituati a confondere con inquietante facilità strategia e tattica), ma di essere egemoni culturalmente, di proporre un autonomo progetto e su questo cercare poi le sinergie e alleanze per governare, finalmente, questo Paese. Dico governare finalmente perché, a mio avviso, tranne la parentesi del primo governo Prodi, noi non abbiamo governato mai davvero. Anche in questo caso: la gestione del potere non come esercizio fine a se stesso, ma come strumento necessario per modificare i processi reali.
5) Detto ciò, qualcosa non ha funzionato, è evidente a tutti. Confusione, indecisione di Veltroni, pratica correntizia esasperata ed esasperante, mancanza di coraggio nel rinnovamento, strenua opposizione del vecchio (e che vecchio!) che si è organizzato grazie a risorse finanziarie “insospettate” e, alla fine, ha preso per le gambe il nuovo e l’ha tirato giù.
Probabilmente Veltroni non era adatto a fare il segretario, probabilmente esprime le sue indubbie capacità meglio, molto meglio, in ruoli istituzionali piuttosto che in ruoli di partito. Ma il punto nodale è che ci siamo fatti trovare impreparati, non credevamo che dopo l’ondata purificatrice delle Primarie avremmo trovato tante resistenze. Fra i nostri errori, di cui è responsabile anche Bettini, ma non solo lui, ci metto le liste per le primarie fatte di tante stelle ma poca innovazione vera, così come quelle per il Parlamento, ci metto Rutelli candidato sindaco. E quanto pesa quella sconfitta.
Ci metto soprattutto un certo nostro “arretramento” culturale e di metodo per cui anche noi, abbiamo ceduto alla tentazione di privilegiare la fedeltà rispetto al merito, l’essere dei signorsì rispetto alle capacità. Ci siamo seduti e siamo entrati in un gioco di piccole clientele, segreterie, assegnazione di posti di lavoro politici. Un gioco che, scrivevo tempo fa, potrà anche garantire il potere al capobastone di turno, ma indebolisce, a lungo andare, la forza e la qualità della classe politica nel suo complesso.
6) Io credo che Bettini sia stato, nei mesi scorsi, la persona che con più lucidità abbia descritto questo fenomeno. E’ stato quello che per primo, ad alti livelli, ha dato voce a quanti, a dire il vero da tempo, avevano descritto, parzialmente e in maniera frammentaria, questa degenerazione profonda della politica e del nostro partito in particolare. Quanti speravano che il Pd fosse lo strumento per invertire questa tendenza hanno avuto una scioccante delusione. Ci siamo accorti che la degenerazione che tanti anni fa Berlinguer denunciava nei suoi scritti e nelle sue interviste sulla “questione morale” ormai dilagava in casa nostra. Molti hanno mollato e hanno ricominciato a occuparsi di altro.
Ma non tutti sono tornati a casa. Sono ancora lì. Bisogna creare però le condizioni per dargli spazio e voce, per farli tornare a essere protagonisti. Bisogna proteggere e valorizzare le menti libere non metterli alla berlina. Bisogna ricominciare a studiare, innanzitutto.
7) Non sarà facile invertire una tendenza che attraversa l’intera società italiana. Io credo che il problema non sia semplicemente Berlusconi e neanche il berlusconismo, inteso come modello sociale. Il tema vero è questa cappa opprimente che avvolge il nostro Paese, fatta di mediocrità e conformismo, di stuoli di signorsì che avanzano e ci affossano con la loro incapacità di qualsiasi attività che abbia a che fare con il pensiero.
Serve una guida autorevole e allo stesso tempo non ingombrante, non opprimente. Io ne vedo poche in giro, se non i cosiddetti grandi vecchi come Alfredo Reichlin.
E’ una di quelle partite che si giocano sapendo che le possibilità di vincere non sono molte perché hai di fronte uno squadra di tutto rispetto e, allo stesso tempo, un bel pezzo della tua squadra pare occupata a cercare un accordo per il pareggio. Ma è anche una di quelle partite che vanno giocate per forza, con il cuore e con il cervello, con la passione e con le gambe. Ecco io credo che Goffredo Bettini sia una delle poche persone in grado di fare l’allenatore di questa squadra, di dare spazio a quello che in gergo calcistico viene definito il vivaio. Di guidare questo percorso senza renderlo rigido. Perché ha un cervello in grado di vedere oltre, una capacità che gli deriva dalle frequentazioni ingraiane, e ha anche la capacità di “fare rete”, individuando le soluzioni e le persone giuste. Certo poi dovremo trovare, e dobbiamo farlo in tempi brevi, un candidato alla segreteria nazionale in grado di riassumere queste necessità. Dovremo opporci al tentativo, già in atto, di cambiare le regole rinviando il congresso del Pd e magari cancellando quelle primarie che tanto stanno sulle scatole a chi è abituato a contare le tessere e le preferenze e non le idee e le persone che le esprimono. Sulla prima questione, ho già avuto modo di dirlo, io credo che l’unica persona in grado di guidarci nella partita congressuale sia Nicola Zingaretti. Non vi incazzate, le prudenze e i giochetti non servono più. Dovete, voi che ne avete la possibilità, “costringerlo” a scendere in campo. Con decisione e senza paura. Questo è il momento di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Sulla seconda questione, quella del tentativo di stravolgere la natura stessa del Pd, servirà una battaglia politica. Ma in questa saremo più forti se avremo ricominciato a produrre pensieri, formazione, idee e iniziative.
8) Questo avrei voluto dire, se ce ne fosse stata la possibilità, il 27 aprile. Da parte mia, sono disposto, come sempre a lottare, a mettere in campo le mie poche capacità: so mandare le mail, fare manifesti, andarli ad attaccare, aggiornare un sito internet. Poco altro. Ma quello che so fare lo metto a disposizione. Purché ci sia un’idea chiara. E possibilmente anche condivisa in maniera democratica.http://blog.libero.it/votattilio/6923742.html
E Di Pietro cerca voti tra gli operai "Sinistra sparita, solo tu gliele canti"
di Enrico Bonerandi, Repubblica -
BRESCIA - Sotto braccio a un´icona locale, l´ex-segretario Fiom ed ex rifondarolo Maurizio Zipponi, passato armi e bagagli all´Italia dei Valori («Oggi non puoi promettere il sol dell´avvenire agli operai: gli ideologismi sono finiti»), Antonio Di Pietro si presenta ieri ai cancelli della più grossa fabbrica di Brescia, l´Om-Iveco, e sostanzialmente se ne va vincitore. Il suo slogan «da magistrato difendevo le vittime e ora difenderò la parte più debole della popolazione» convince gli operai (pochi, sono quasi tutti in cassa integrazione): «Meno male che ci sei tu a fare l´opposizione. La sinistra è sparita». Marco Muscas, all´Iveco per 20 anni, lo voterà turandosi un po´ il naso: «Di Pietro forse è di destra, ma almeno è una destra che è contro il potere, mica come tanti di sinistra che sono passati con Berlusconi. Ero di Rifondazione, ma per me lui è più concreto». Una signora di una certa età è sulla stessa linea: «La sinistra ci ha preso in giro. Voto lei che è un uomo di legge. Cerchi di difendere i nostri diritti».
Alla prima uscita nel nord industriale in piena crisi, l´Idv non sembra patire la diffidenza operaia. Anzi. C´è anche un pacchetto di proposte: ok ai contratti di solidarietà, cassa integrazione anche per i precari, indennità di disoccupazione elevata a mille euro al mese, detassazione degli aumenti salariali, niente licenziamenti per le aziende che ricevono aiuti di Stato. Sì al contratto unico europeo. Ma è soprattutto l´immagine dell´ex-pm che convince: «È l´unico che ha il coraggio di cantargliele». Di Pietro e Zipponi improvvisano un mini-comizio: «Montezemolo guadagna 500 volte un cassintegrato. Con gli utili che hanno fatto in passato, ora è venuto il momento di ridistribuire la ricchezza». Cosa ne pensate di rapire i manager della Fiat? «Non corrono proprio rischi. L´azienda ce li farebbe mantenere a noi...». Ce n´è anche per l´accordo Fiat-Crysler («vedremo se i vantaggi saranno anche per i lavoratori, non solo per il capitale») e per il Pd: «Quando c´è una battaglia dagli esiti finali si va al confronto finale e non si fugge. Il Pd è già rassegnato alla sconfitta». Strette di mani, autografi, due operaie che lo trovano carino e si lamentano di non essere state invitate a cena. Di Pietro se ne va soddisfatto. «Venga qui anche dopo le elezioni, dottore!», lo ammonisce alla fine una tuta blu.
Il Foglio ha pubblicato un articolo in cui si narra di un senatore americano, il repubblicano Ted Stevens che, accusato di aver accettato favori da un imprenditore (lavori di ristrutturazione per 250 mila dollari), è stato condannato per non averli dichiarati. La condanna, pochi giorni prima delle elezioni, gli è costata il seggio. Successivamente, per iniziativa del dipartimento della Giustizia la condanna è stata annullata: si è scoperto che i pm che avevano sostenuto l’accusa contro Stevens avevano nascosto prove decisive che ne avrebbero provato l’innocenza; sapevano che era innocente ma l’hanno fatto condannare lo stesso. Spiega il Foglio che succede quando la giustizia è politicizzata e i magistrati militanti esercitano l’influenza negativa sul corretto processo democratico; e che tutto ciò non è solo una prerogativa dell’intreccio politico e giudiziario italiano. L’episodio dovrebbe indurre a riflessioni di natura assai più ampia. Prima di tutto bisognerebbe riflettere sul fatto che i pm americani sono eletti con l’appoggio dei partiti o nominati dal partito al potere; mentre i pm italiani vincono un concorso pubblico. Gli americani conservano un forte vincolo con i santi protettori soprattutto perché, alla scadenza del mandato, dovranno affrontare nuove elezioni o guadagnarsi nuove nomine; mentre gli italiani non debbono niente a nessuno e sono sicuri di ricevere la loro busta paga a fine mese per tutta la vita. Se il partito che ha fatto eleggere il pm americano gli chiede di fare un processo in un modo piuttosto che in un altro, qualche problema il poveretto finirà con l’averlo; mentre il pm italiano non riceve richieste del genere, visto che non ha padroni né protettori.
La seconda riflessione capisco sia un po’ più complessa, soprattutto per chi è frastornato dalla propaganda. Il punto è che il pm americano è un avvocato, come vorrebbe Berlusconi: è l’«avvocato della polizia». Invece il pm italiano è un giudice. Il pm americano ha un obbiettivo preciso: vincere il processo, come ogni avvocato che si rispetti. Per il pm americano vincere il processo significa far condannare l’imputato, come per l’avvocato difensore vincere significa farlo assolvere. Tutti e due, il pm avvocato della polizia e l’avvocato difensore, faranno carriera quanti più processi vinceranno. Nessuno dei due si chiede se l’imputato che si tirano di qua e di là come due cani su un osso sia colpevole o innocente; non gliene importa, lo deciderà la giuria. Loro faranno l’impossibile per convincerla della loro tesi, faranno l’impossibile per vincere. E se poi la giuria crederà all’avvoc