ulivo velletri


maggio 31 2009

Il portavoce

 

Per una volta riesco a essere d’accordo con il simpatico portavoce di Forza Italia (o del PDL? o di Berlusconi?… non l’ho ancora capito), l’ex radicale Capezzone. In genere mi capita con lui ciò che mi capita con gli altri “comunicatori” a servizio di Berlusconi, cioè un moto di spontaneo e sincero disgusto ogni volta che appaiono in tv. Questa volta però, nell’intento di difendere il capo contrattaccando, tipica tecnica comunicativa ormai logora e utile solo coi narcotizzati telespettatori italiani, ha detto una sacrosanta verità.

“La sinistra rovista nel fango”, ha detto, o qualcosa di simile. Verissimo, lampante, incontestabile! Ha solo scordato di aggiungere che il suo capo è in grado di fornire tanto fango da consentire a tutto il mondo di rovistare per anni.http://candidocandido.blogspot.com/


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Facce da elezioni, Firenze (III)

Alla prima parte
Se vi interessa il tenebroso tema delle elezioni a Firenze, non mancate in questi giorni di dare un'occhiata al blog di Io non sto con Oriana

Ieri mattina sono riuscito a scattare questa (pessima) foto di un immigrato nero mentre contribuiva al degrado di Firenze, facendo un lavoro con ogni probabilità abusivo.

attacchino

Per la precisione, stava attaccando una fila di manifesti (d'accordo, negli spazi consentiti) per un convegno di Achille Totaro e Stefano Alessandri contro "Immigrazione, abusivismo e degrado".

alessandri-totaro

Achille Totaro è il figlio di un carabiniere pugliese, che a quanto pare non ha fatto un giorno di lavoro in vita sua: è noto a Firenze per aver fatto lo studente all'università per una quindicina di anni. Uscendone ormai pelato, senza laurea ma con il titolo di senatore della Repubblica, grazie al proprio ruolo di portaborse di Maurizio Gasparri, il portaborse di Gianfranco Fini, l'ex-portaborse di Giorgio Almirante.
"Fino a tanto che il Senato resta in piedi, io non vi temo,
finché Popolo vi siede con quel suo grugno scemo!"

Aristofane, I Cavalieri
Stefano Alessandri è l'attuale portaborse di Totaro, nonché candidato al consiglio comunale di Firenze. Sui propri volantini, Alessandri indica un'unica attività vagamente assimilabile a un lavoro: un anno di servizio di leva svolto nella Polizia di Stato.

Non ho sottomano, invece, il curriculum lavorativo del giovane che attaccava i manifesti per lui, ma ho la sensazione che sarebbe un po' più fitto.http://kelebek.splinder.com/

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Italia-Germania, l’alleanza rifiutata

Italia-Germania, l’alleanza rifiutata

Ho atteso il fallimento ufficiale del piano di fusione Fiat-Opel proposto da Sergio Marchionne per non fare la solita figura di uccellaccio del malaugurio. Ma non posso nascondere l’irritazione suscitata nel frattempo dalla lettura di tutti i nostri giornali convinti semplicemente che il loro ruolo fosse fare il tifo, senza mai confrontarsi con i punti deboli dell’offerta italiana. Parve così insolita la presenza all’Infedele, l’11 maggio, addirittura di operai italiani che in quanto dipendenti Opel manifestavano una preferenza per Magna. E venne qualificata come “stupida” la tesi di Alessandro Penati secondo cui la Fiat che puntava a ingrandirsi senza tirare fuori un soldo somigliasse pericolosamente a un “fondo locusta”.
La preferenza accordata da Berlino a Magna non è solo una cattiva notizia per l’Italia, ma per l’Europa. Essa conferma che in assenza di un governo comunitario dotato di poteri effettivi, è inevitabile che i governi nazionali ragionino secondo logiche molto più ristrette sia in termini di luogo che di tempo. Non so se la Merkel abbia fatto davvero la scelta più conveniente per i tedeschi; ma so che la totale assenza a quel tavolo del governo italiano -sia ben chiaro, Marchionne non ce l’avrebbe voluto perchè consapevole che avrebbe provocato solo danni- segnala una nostra debolezza strutturale. Pure l’accordo con Obama su Chrysler ha visto per protagonista il manager “apolide” che pensa in inglese, non certo il ministro Scajola che neanche mastica quella lingua.Pure in America, cioè, la Fiat c’è andata da sola. Ma sinistro ci appare un destino di isolamento europeo dell’Italia, tanto più che le principali banche mondiali indicano ormai la nostra penisola come uno dei luoghi dove l’investimento è più rischioso: un tasso di rischio più che doppio rispetto alla Polonia, di poco inferiore all’Ucraina.
La Fiat-Chrysler dovrà cercare altre vie di espansione, forse in America Latina. Oppure sperare che la Francia non le sbatta la porta in faccia come la Germania. Per salvarsi dovrà diventare comunque ancor meno italiana.http://www.gadlerner.it/2009/05/30/italia-germania-lalleanza-rifiutata.html


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Il voto di settembre e la ex DDR: una partita aperta

A 20 anni dalla caduta del muro la Germania continua a essere divisa in due, o meglio in tre. Secondo un rapporto di un'associazione non governativa, Der Paritätische, la quota di persone che vive con un reddito inferiore al 60% della media nazionale, ed è quindi minacciata di povertà, è del 19,5% a Est e del 12,9% a Ovest. Anche i Länder occidentali sono divisi: la quota dei più demuniti è dell'11% nel Sud e del 15% nel Nord. I dati risalgono al 2007 e mostrano un aumento rispetto all'anno precedente (nella cartina pubblicata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung le cifre per regione indicano la quota di persone a rischio povertà). Le cifre giungono mentre sono iniziate da poco le celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro. Povertà L'anniversario ha indotto il ministro dei Trasporti, Wolfgang Tiefensee, a prese di posizione piuttosto forti. L'ex sindaco di Lipsia, nella ex DDR, ha spiegato alla Berliner Zeitung di giovedì 7 maggio che i cittadini della Germania Est non sono sufficientemente rispettati nel Paese. Ha sottolineato che nonostante il passato comunista nella regione abitano "persone benestanti e di successo". E ha ricordato che alcune aree della ex DDR creano un numero superiore di posti di lavoro che il ricco Ovest: "Ne siamo orgogliosi e ci aspettiamo quindi rispetto", ha detto Tiefensee. La presa di posizione dell'uomo politico socialdemocratico ha seguito la pubblicazione qualche giorno prima di un lungo articolo del giornale popolare Bild, quattro milioni copie al giorno, titolato: "Perché la Germania a venti anni dalla caduta del Muro rimane così divisa?".

 

Nonostante evidenti riavvicinamenti restano differenze tra i tedeschi dell'Est e quelli dell'Ovest, come dimostra l'ultima ricerca pubblicata in questi giorni. E il ventennale della Caduta del Muro è certamente l'occasione per fare il punto, tra lodi e recriminazioni. E' lecito pensare però che dietro a molte delle prese di posizione di queste settimane ci siano anche le elezioni federali del settembre prossimo. Il mezzogiorno tedesco, segnato da un'elevata disoccupazione e da livelli di redditi inferiori ai Länder occidentali del paese, sarà cruciale nel voto politico previsto tra quattro mesi. L'elettorato nella ex DDR fa scelte politiche molto volatili e poco radicate, dalle quali dipenderà la vittoria finale. Se la democristiana Angela Merkel è stata eletta nel 2005 è anche perché è riuscita a strappare ai socialdemocratici Sassonia, Turingia e Meclemburgo-Pomerania Occidentale. Lo stesso è valso per le elezioni precedenti. Secondo un sondaggio Infratest-Dimap, a poco più di quattro mesi dal voto il 36% degli elettori tedeschi è tuttora incerto per chi votare. In particolare, il 27% dei simpatizzanti socialdemocratici e il 25% dei simpatizzanti democristiani non hanno le idee chiare. In questo contesto di grande incertezza il ventennale della Caduta del Muro è quindi tema di campagna elettorale. Se il socialdemocratico Tiefensee tenta di giocare la carta del sentimento regionalista è anche perché la signora Merkel parte favorita: è una tedesca dell'Est.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/05/il-2009-%C3%A8-un-anno-di-commemorazioni-in-germania-si-festeggia-il-sessantennale-della-repubblica-federale-e-il-ventennale-del.html#more


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Moldova sull'orlo di una crisi





Non solo economica, ma anche politica: se non ci sarà il nuovo Presidente, la Moldova corre verso elezioni anticipate. Un nuovo 5 aprile?

Scritto per noi da
Ecaterina Deleu* 

Il 28 maggio il Parlamento moldavo, con una maggioranza comunista di 60 seggi su 101, avrebbe dovuto esperire un secondo tentativo per eleggere il Capo dello Stato. Ma, come nella migliore tradizione della Commedia dell'Arte, la seduta è stata rinviata al 3 giugno prossimo, causa importante festività religiosa. I membri dell'Assemblea sono stati avvisati solo poco prima dell'inizio dei lavori. Il primo tentativo, il 20 maggio scorso, non aveva dato alcun esito.
L'opposizione aveva abbandonato i banchi del Parlamento, e i 60 deputati comunisti hanno votato, malgrado la certezza che i loro voti, in blocco, non sarebbero stati sufficienti per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Era necessario un solo voto in più che l'opposizione non ha voluto concedere. L'ex Primo Ministro Zinaida Grecianâi, deputato comunista, si era accaparrata tutti i 60 voti disponibili. Il medico Stanislav Gropa, proposto anch'egli dal Partito Comunista, non ha incassato neanche un voto. Per il secondo turno, quello del 28 maggio, i comunisti hanno nuovamente candidato la Zinaida Grecianâi, mentre  Gropa si è ritirato dalla corsa. Al suo posto ci sarà Andrei Neguta, ambasciatore moldavo in Russia ed ex-deputato comunista. Neguta gode del sostegno di 16 deputati comunisti.    

Dopo le elezioni parlamentari del 5 aprile e le violenze registrate nel centro della capitale, con la devastazione dei sedi di Parlamento e Presidenza, la Moldova sta attraversando quindi un altro periodo di incertezze. Il traguardo della stabilità sembra difficile da raggiungere. L'opposizione liberale si è tirata nuovamente fuori dai giochi e ha dichiarato che no parteciperà al voto neanche nella sessione del 28 maggio. Se nulla cambierà fino a giovedì, alla maggioranza comunista mancherà ancora quel voto che gli permetterebbe di decidere tutto da sola. Un'altra fumata nera potrebbe condurre, a giudizio di politologi moldavi, direttamente a elezioni anticipate. Ma ciò vorrebbe dire un altri due, tre mesi di instabilità, una situazione che la Moldova, messa dura a prova dalla crisi economica e dalle gravi condizioni in cui versa il sistema bancario, non può proprio permettersi. 
Una nuova campagna elettorale, visti i costi che comporta, potrà essere avviata solo in autunno. L'incertezza politica, insieme alla situazione economica molto difficile, avrà delle conseguenze devastanti e la colpa verrà fatta ricadere quasi certamente sull'opposizione, come ha recentemente dichiarato Viorel Ciubotaru, direttore dell'IPP (Istituto di Politiche Publiche).   

Dall'altro lato, l'incapacità del Partito Comunista di ottenere il cosiddetto "voto d'oro" verrà interpretato come un segno di debolezza. Alla vigilia del voto del 20 maggio uno dei deputati comunisti, Mark Tcaciuk, aveva dichiarato che il partito della maggioranza avrebbe avuto a disposizione ben più di un "voto d' oro". A questo proposito, sono partite subito le denunce da parte dell'opposizione: secondo un deputato del Partito Liberale, qualcuno dalla maggioranza avrebbe offerto "qualsiasi somma, nei limiti ragionevoli", un altro ha saputo che sul suo conto era stata aperta un'indagine giudiziaria, alludendo a un ricatto politico. Per evitare che qualche deputato dell'opposizione cedesse alla "tentazione", i rappresentanti dei gruppi parlamentari hanno deciso che l'opposizione avrebbe disertato la votazione. E così è stato.

Lo stesso accadrà giovedì, dal momento che i liberali non accetteranno mai di votare un candidato proposto unilateralmente dal Partito Comunista che non è disposto cedere a una persona "neutrale" la più alta carica politica. 
In Moldova, il mondo politico, quello economico e la gente comune sono in attesa di una soluzione. E anche se la prospettiva delle elezioni anticipate sembra non piacere e convenire a nessuno, il partito comunista si dichiara pronto ad affrontare una nuova campagna elettorale. Un altro 5 aprile, ma a che cosa porterà?               

 

*Giornalista del quotidiano moldavo Flux 

 

 

http://it.peacereporter.net/articolo/15947/Moldova+sull%27orlo+di+una+crisi


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zapateroclass="linkmenu">05:58 | commenti

CINA – COREA
Generale cinese: no al nucleare nord-coreano. Pyongyang prepara il lancio di un missile
Il vice-capo dell’Esercito popolare di liberazione contrario “alla proliferazione nucleare” e invita la comunità internazionale a mantenere la calma. La Corea del Nord pronta a sperimentare un missile balistico intercontinentale; il lancio entro due settimane.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Un alto ufficiale dell’esercito cinese chiede alla Corea del Nord di “abbandonare il programma nucleare” e invita la comunità internazionale a “mantenere la calma”, nonostante i test missilistici e nucleari condotti da Pyongyang nei giorni scorsi. Fonti di intelligence statunitense e sud-coreana avvertono però che il regime comunista del Nord è pronto a sperimentare “il lancio di un vettore a lunga gittata”.
 
Il generale Ma Xiaotian, vice-capo del comando generale dell’Esercito popolare di liberazione, riferisce che “la posizione della Cina” in merito alla questione nord-coreana “è coerente: siamo contrari alla proliferazione nucleare”. L’alto ufficiale dell’esercito cinese è intervenuto al Summit sulla sicurezza 2009 dei Paesi asiatici, in corso a Singapore. Egli aggiunge che “la penisola coreana deve muoversi in direzione della denuclearizzazione” e auspica che “tutte le parti in causa mantengano il sangue freddo e prendano misure efficaci” per risolvere il problema.
 
Fonti di intelligence di Stati Uniti e Corea del Sud riferiscono di aver individuato movimenti nella base di Musudan-ri, nella parte meridionale della provincia di North Hamgyong, che mostrano i preparativi di lancio di un vettore a lunga gittata Teapodong-2. Seoul parla di un missile balistico intercontinentale (Icbc) e l’esperimento dovrebbe essere effettuato “entro due settimane”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15390&size=A

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Brasile e Cina

Approfondimento delle relazioni economiche

La scorsa settimana il presidente brasiliano Lula Da Silva ha effettuato un viaggio ufficiale all’estero che lo ha portato in Cina, Turchia ed Arabia Saudita. Le finalità degli incontri al vertice con gli omologhi delle nazioni visitate sono state essenzialmente economiche, ma non va trascurata anche l’importanza politica di questo viaggio.

La tappa principale è stata ovviamente quella cinese. Pechino è diventata ad aprile scorso il primo partner commerciale del Brasile, raggiungendo in un solo mese 3,2 miliardi di dollari di interscambio (mentre il valore complessivo del 2008 ammonta a 36,4 miliardi). Il mercato cinese ha un’importanza strategica per l’export brasiliano, mentre lo stesso ragionamento non può essere effettuato dalla parte di Pechino: le merci provenienti da Brasilia rappresentano infatti solo l’1,4% delle importazioni cinesi. Durante gli incontri con il presidente Hu Jintao e gli imprenditori locali, la delegazione brasiliana ha cercato di stimolare il commercio essenzialmente in ambito industriale ed energetico. Attualmente, infatti, il settore principale dell’export brasiliano in Cina è quello agricolo (soia e carni), mentre il Governo vorrebbe aumentare le voci di esportazione facendo leva sui propri “campioni” nazionali, vale a dire il colosso dell’aeronautica Embraer e dell’energia Petrobras. A quest’ultimo proposito, la Banca Cinese di Sviluppo ha concesso un prestito di 10 miliardi di dollari a Petrobras per finanziare le ricerche nella fascia pre-sal, potenzialmente ricchissima di petrolio. Sono stati rivisti al rialzo anche gli accordi di fornitura petrolifera: nei prossimi anni la Cina riceverà dal Brasile dai 150mila ai 200mila barili giornalieri di greggio. Petrobras ha anche ottenuto di poter partecipare alle esplorazioni al largo delle coste cinesi. Minori progressi si sono registrati invece nel ramo dei biocarburanti, un tema al quale le autorità pechinesi sembrano per il momento ancora poco sensibili. Si è parlato inoltre di abolire il dollaro come valuta di scambio per le transazioni commerciali, anche se per il momento tale progetto non sembra fattibile per questioni di aggiustamento macroeconomico reciproco. A livello politico, Lula ha sottolineato l’importanza dei BRICS e più in generale dei Paesi emergenti nella ridefinizione dell’ordine globale. Tale richiamo è stato effettuato anche nel corso della visita in Turchia, congiuntamente a critiche nei confronti del funzionamento attuale del Fondo Monetario Internazionale, che secondo il leader brasiliano non dovrebbe inserirsi nelle politiche nazionali.

Le relazioni tra Brasile e Cina sono molto importanti, soprattutto per la potenza sudamericana. Il successo economico brasiliano dipende in larga parte dall’export e ampliare la propria presenza in un mercato in continua espansione come quello cinese rappresenta un requisito imprescindibile per garantire la solidità dell’economia nazionale. A livello politico, il richiamo di Lula al multilateralismo si inserisce nel disegno di aumentare il prestigio internazionale del Brasile, che può vantare un rango di grande potenza ma non può ambire al ruolo di primo piano già ricoperto da Pechino. Il Brasile ha dunque bisogno della Cina, mentre quest’ultima ha bisogno di un interlocutore importante in Sudamerica per soddisfare il proprio fabbisogno energetico e avere accesso a possibilità di investimenti nella regione.

Davide Tentori

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=35885


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CORROTTI E CORRUTTORI 




(Marzo 2009) Due dirigenti aziendali inglesi sono stati formalmente accusati dal ministero della Giustizia statunitense per aver corrotto funzionari pubblici nigeriani, favorendo così l’attribuzione di alcuni contratti nel settore energetico a favore di una grande azienda statunitense. Le accuse, e i conseguenti mandati d’arresto, nei confronti di Jeffrey Tesler e Wojciech Chodan sono stati resi noti solo ieri dal Dipartimento di Giustizia americano, anche se emessi a metà febbraio. Tesler è stato arrestato dalla polizia inglese, mentre Chodan si troverebbe ancora a piede libero negli Stati Uniti. Ai due viene contestato il pagamento di una tangente a funzionari nigeriani che avrebbe garantito all’azienda Kellogg, Brown and Root (KBR) - legata fino al 2007 al più grande gruppo industriale Usa Halliburton (di cui l’ex-vicepresidente Dick Cheney era stato amministratore delegato) – l’ottenimento di un contratto del valore di 6 miliardi di dollari. Lo scorso mese la Kbr si era dichiarata colpevole delle accuse contestategli, di fronte alla Corte Federale di Houston in Texas, patteggiando così il pagamento di multe per un totale di 450 milioni di euro. Secondo il dipartimento di Giustizia, la ‘Kbr’ firmò un contratto per la costruzione di un impianto a Bonny Island, nella regione petrolifera del Delta del Niger, dopo aver versato tra il 1994 e il 2004 tangenti per circa 180 milioni di dollari. In Nigeria negli ultimi anni sono stati diversi i casi di corruzione che hanno coinvolto società europee ed americane. Tra queste figurano soprattutto gruppi americani, in alcuni casi costretti a riconoscere le colpe dei loro dirigenti, ma anche la tedesca 'Siemens', giudicata colpevole in Germania del pagamento di tangenti per un miliardo e 300 milioni di euro.

(Marzo 2009) In Africa, aziende minerarie europee, asiatiche e nordamericane evaderebbero ogni anno il fisco per l’equivalente di 68 miliardi di euro: la stima è di un’organizzazione non governativa (ong), che denuncia contratti segreti, bilanci contraffatti e complicità di dirigenti pubblici. “Aziende prive di scrupoli - ha sostenuto Brian Kagaro, responsabile di ‘ActionAid’ per l’Africa - ottengono concessioni dai governi con la minaccia di portare altrove le loro attività e falsificano i bilanci, riducendo i margini di profitto, per evadere il fisco”. Nel suo documento, l’organizzazione indica diversi casi di contratti con lo stato mai resi pubblici e di accordi fiscali ‘ad hoc’ sottoscritti da governi e ministri con aziende straniere. Secondo ActionAid, nelle regioni minerarie mancanza di trasparenza ed evasione fiscale portano spesso con sé degrado ambientale e instabilità sociale; esempi indicativi di questo fenomeno sarebbero la Repubblica democratica del Congo e la Sierra Leone, paesi ricchi di risorse naturali, a lungo ostaggio di conflitti civili e ingerenze esterne.[CO]

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=247443

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Massima allerta sul confine coreano

 

Stati uniti e Corea del sud hanno posto in stato di allerta le proprie truppe, dopo che la Corea del nord ha detto di considerare ormai scaduta la tregua che da oltre mezzo secolo vige tra i due paesi, ancora tecnicamente in guerra, dopo il conflitto del 1950-53. L’allera è salita al «livello due», su una scala di cinque livelli, a partire dalla mattina di giovedì. Il ministero della difesa sudocoreano ha spiegato che concretamente significa un aumento della sorveglianza sul confine tra sud e nord e delle attività di ricognizione verso il nord. Gli Usa, che mantengono in Corea del sud circa 30 mila militari, hanno annunciato un aumento delle attività di intelligence. Intanto, l’Onu sta discutendo per arrivare a una mozione di condanna dei test nucleari e missilistici effettuati nei giorni scorsi dalla Corea del nord. Non sono state segnalate, per ora, altre attività militari, né nei siti missilistici, né movimenti di truppe. Secondo gli esperti, la scintilla potrebbe scoccare in mare. La Corea del sud ha aderito una settimana fa al programma statunitense Psi che implica ispezioni a bordo di navi di paesi terzi sospettati di partecipare al traffico di materiali atomici. Il nord ha fatto sapere che qualsiasi ispezione su una sua nave sarà considerata come una dichirazione di guerra.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17609


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zapateroclass="linkmenu">05:52 | commenti

 

Israele: ''Gerusalemme è nostra''


Osservatorio Iraq,

Gerusalemme è israeliana è non verrà mai divisa con i palestinesi.

A dichiararlo, ieri, è stato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“Gerusalemme unita è la capitale di Israele. Gerusalemme è sempre stata nostra e sarà sempre nostra. Non sarà mai smembrata e divisa nuovamente”, ha detto il capo del governo di Tel Aviv, intervenendo in occasione di una cerimonia convocata per celebrare il 42esimo anniversario dell’annessione della città santa.

Le dichiarazioni del premier israeliano contrastano quanto sostenuto dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale, che ritengono illegale l’occupazione della parte orientale e araba della città da parte dello Stato ebraico, avvenuta nel corso della guerra del 1967.

Secondo questa parte, lo status della città dovrà essere negoziato nell’ambito del processo di pace tra israeliani e palestinesi.

Le parole di Netanyahu hanno suscitato la dura reazione di Nabil Abu Rudeina, portavoce del presidente dell’Autorità palestinese (Anp) Abu Mazen, secondo cui “tali dichiarazioni vanno contro l’idea di una soluzione dei due Stati.

[c.m.m.]

http://osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7648


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EPA: Africa meridionale, ancora contrasti sulla firma degli accordi
Servaas van den Bosch

WINDHOEK, (IPS) - Si sono conclusi con un nulla di fatto i colloqui di alto livello della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC) della scorsa settimana a Gaborone, per la firma degli accordi ad interim di partnership economica (EPA) con l’Unione europea.

Una settimana dopo l’incontro dei ministri di Botswana, Namibia, Sud Africa, Lesotho, Swaziland, Angola e Mozambico - il gruppo SADC-EPA - nella capitale del Botswana, non è ancora chiara la posizione della regione sull’accordo commerciale con l’Unione europea (Ue).

La cerimonia della firma prevista per il 7 maggio a Bruxelles è stata cancellata all’ultimo momento per contrasti sui testi delle dichiarazioni congiunte.

“Erano state preparate due dichiarazioni, ma nessuna ha ottenuto la piena approvazione delle parti presenti ai negoziati”, ha spiegato Joris Heeren, capo della sezione commercio della delegazione della Commissione europea (CE) in Namibia. “La SADC ha bisogno di più tempo per discutere la questione al suo interno”.

Sembra che i documenti parlassero della necessità di negoziare ancora alcuni punti problematici prima di arrivare ad un EPA definitivo, senza però definire quali fossero questi temi.

Heeren ha attribuito il fallimento della cerimonia ad una “cattiva comunicazione”, piuttosto che a differenze strutturali tra i paesi. “Siamo d’accordo sul fatto che alcuni temi dovranno essere rinegoziati in un EPA definitivo. Ma è stata un’occasione mancata, perché tutti erano presenti. Adesso dovremo fissare una nuova data”.

Ma in un comunicato ai media, Malan Lindeque, segretario del ministro di commercio e industria della Namibia, ha dichiarato che il paese non ha ancora le idee chiare.

Intanto, l’agenzia di stampa angolana Angop ha riferito che il ministro del commercio del paese, Idalina Valente, si sarebbe schierata con Namibia e Sud Africa, sollecitando un EPA basato su “giustizia, equilibrio e coerenza con l’agenda dello sviluppo dell’Angola”.

L’Angola non è un potenziale firmatario, e fa parte del gruppo solo in vista di una possibile futura collaborazione. Ma in quanto membro del gruppo ANSA (Angola, Namibia e Sud Africa), il paese, ricco di petrolio, aveva espresso forti riserve sugli EPA.

Il Sud Africa ha delle riserve sulla conclusione della firma dell’EPA. Il paese infatti beneficerà delle tariffe preferenziali secondo un accordo separato su commercio, sviluppo e cooperazione (TDCA) con l’Ue fino al 2012.

Perciò, se il gruppo ANSA resterà fermo sulle sue posizioni, potrebbe crearsi una frattura all’interno della SACU (Unione doganale dell’Africa australe) e della SADC.

Secondo Alfred Ndabeni, delegato della Namibia per i negoziati EPA, “l’incontro di Gaborone serviva a discutere l’esito dell’incontro di Swakopmund e a concordare i prossimi passi”.

A Swakopmund, a metà marzo, le parti avevano raggiunto un accordo su un EPA ad interim, ma da allora non ci sono stati progressi, nonostante le pressioni da Bruxelles.

La Namibia non sembra propensa ad un accordo che escluda il Sud Africa, suo partner principale. Ed ha anche forti legami con l’Angola, il vicino settentrionale.

Nella Giornata dell’Europa (9 maggio), sottolineando l’importanza degli aiuti allo sviluppo dati dall’Ue negli anni, l’ambasciatrice della CE in Namibia ha parlato delle “dinamiche possibilità di un accesso radicalmente migliore ad un mercato di 500 milioni con un potere d’acquisto relativamente forte”.

“La vera musica - ha proseguito Pape - è a mio parere nelle opportunità di nuove esportazioni di beni e servizi con un accesso libero da quote e dazi”.

“Credo sia possibile e necessario un pensiero più creativo anche nella prospettiva di sfruttare a pieno le possibilità di investimento, creazione di posti di lavoro, diversificazione dell’economia e di valore aggiunto”.

Ma il ministro degli Esteri della Namibia Marco Hausiku ha ribadito che la “clausola della nazione più favorita” (MFN) e la definizione delle parti (DoP) “richiederanno un nuovo round di negoziati per essere risolte”.

Secondo la clausola MFN, tutti i benefici commerciali che il blocco dovesse concordare con parti terze verrà automaticamente esteso all’Ue. Si teme però che l’accesso degli europei alle aperture commerciali avrà un senso nel commercio Sud-Sud, ma darà all’economia dell’Ue, più sviluppata, un vantaggio iniquo.

Un’altra obiezione è la limitata capacità legale dei diversi paesi nelle eventuali dispute commerciali presso l’OMC.

“Oggi, solo il Sud Africa ha l’apparato amministrativo per trovare soluzioni commerciali rispetto all’applicabilità delle norme OMC”, sostiene Gerhard Erasmus, del Trade Law Centre for Southern Africa (Tralac), sul sito dell’organizzazione.

Viste le incertezze sull’adesione del Sud Africa all’accordo, gli stati dovranno “creare le necessarie strutture nazionali e sviluppare le capacità tecniche per affrontare le possibili sfide”, scrive Erasmus. “Dovranno farlo in tempo per il giorno in cui l’EPA sarà operativo”.

Nel 2007, l’Ue aveva minacciato i paesi africani di privarli dell’accesso al mercato per le esportazioni esistenti, se non avessero firmato gli EPA ad interim. Perciò tutti gli stati dell’Africa meridionale avevano firmato, tranne il Sud Africa. Oggi, al contrario, tutti i paesi si sono impegnati a restare uniti.

L’Ue vorrebbe firmare l’EPA ad interim e risolvere i temi controversi nei negoziati per un EPA definitivo, che il Parlamento europeo vuole concludere entro la fine dell’anno.

L’Unione ha detto di essere sotto pressione per la necessità di includere provvedimenti sulle tariffe preferenziali nel suo accordo commerciale di Cotonou con le regioni di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP), come previsto dall’OMC, o di dover affrontare l’opposizione di altri membri dell’OMC.

I critici degli EPA hanno replicato che la spinta dell’Ue ad includere servizi e altre “nuove misure” non avrebbe niente a che vedere con le proteste dell’OMC, e di fatto sarebbe un tentativo di eludere le proposte a livello bilaterale che erano state respinte dall’OMC.

Le resistenze nei confronti dell’accordo commerciale sono estese. All’inizio del mese, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale aveva dichiarato che “non è più realistico” firmare un EPA con l’Ue prima della scadenza del 30 giugno. ©IPS(FINE/2009)

 

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1451


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...e due

La seduta inaugurale del Palfest, il Palestinian Literature Festival, era stata bloccata sabato scorso a Gerusalemme dall'intervento della polizia israeliana, che aveva impedito l'incontro al Palestinian national theatre, nella zona est, la zona araba. Lo stesso è successo ieri sera, sempre al Palestinian National Theatre, sempre per l'intervento della polizia israeliana. Sembra che la ragione dell'ordine di blocco della manifestazione fosse il fatto che l'ANP fosse tra gli organizzatori del Palfest. Fatto smentito dagli scrittori inglesi che hanno partecipato a questa seconda edizione di reading, incontri, serate culturali dal 23 al 28 maggio, tra Gerusalemme est, Jenin, Ramallah, Betlemme.

La serata, comunque, si è svolta ugualmente, e sempre a Gerusalemme est. Grazie all'intervento diretto del console generale britannico a Gerusalemme, che ha invitato scrittori e pubblico a compiere la breve passeggiata che separa il Palestinian National Theatre dal British Council. Reading e buona musica sono andati in onda nel piccolo giardino del British Council, dopo le parole piuttosto dure del console generale per la decisione delle autorità israeliane. Una sostanziale riedizione di quello che è successo il 23 maggio, quando a prendere in mano la situazione era stato, invece, l'addetto culturale francese, che aveva invitato gli scrittori a un'altra breve passeggiata, quella che separa - sempre a Gerusalemme est - il Palestinian National Theatre dal Centre Culturel Francaise, per ovviare alla presenza dei soldati israeliani e all'impossibilità di riunirsi nel piccolo teatro.

La diplomazia francese e britannica a Gerusalemme, insomma, ha reagito piuttosto duramente contro le decisioni delle autorità israeliane. E un comportamento del genere non si è verificato molto spesso, in questi ultimi anni. Così come non si è verificato spesso che fosse impedita addirittura una serata tutta culturale. La reazione di Ahdaf Soueif, scrittrice egiziana e inglese: "Questo vuol dire che dobbiamo continuare ad affrontare la cultura del potere col potere della cultura".

Non c'è stata, per ora, nessuna reazione da parte degli scrittori israeliani.

Post scriptum: ho avuto notizia che il gruppo degli scrittori non ha potuto visitare la Spianata delle Moschee, nonostante il coordinamento con il Waqf musulmano che controlla il terzo luogo santo dell'islam. Le autorità israeliane non hanno concesso l'ingresso.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


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Obama , visita Gaza !
riceviamo e pubblichiamo

Le Codepink! Sono entrate a Gaza - da Rafah - dopo 5 giorni di trattative con il governo egiziano. Indossavano tutte un nastro rosso in testa. Sono delle donne esagerate, fuori misura, senza pudore, in rosa… e sopratutto CONTRO LA GUERRA. In ” coda” copio l’ ultima loro lettera, in 20 a firmarla, che mi è arrivata e gira per il mondo: Tell Obama where to go!

Sono un terremoto di azioni simboliche e non violente, di donne diverse, comuni,di varia età, contro e una racconta la sua storia in questo video. Si vestono in rosa, sfacciate, bambine cresciute che non hanno pudore e vogliono essere notate, vogliono Esserci per far esistere anche altre, in questo orrore di mondo violento, che non ha colori, che ha spento tutti canali della libera comunicazione in nome di quello assoluto del potere.

Partono, ritornano, erano state all’ambasciata italiana a Washington con un’ accoglienza immaginabile e descritta dalla loro cofondatrice Medea Benjamin, la stessa piccola grande donna che incontrai a Vicenza. E andando a scavare- scovare queste donne attiviste, riemergono: “Nel 2002 un altro gruppo di donne hanno fatto uso del colore come strumento del loro memorabile teatro di strada: CODEPINK, Codice Rosa.

Guidate da Medea Benjamin, Diane Wilson e Starhawk, attiviste da lungo tempo, hanno scelto il colore rosa come affronto deliberato alla campagna del terrore dalla mano pesante portata avanti dal regime Bush. E’ l’antidoto al codice colorato del sistema di allerta al terrore ed è un’immagine che è intenzionalmente satirica, celebrativa e sovversiva.

Come tutte le grandi rappresentazioni teatrali di strada, le azioni di CODEPINK sono colorate, eccessive, debordanti e l’humor è parte integrante della loro identità. Il loro motivo ricorrente è il duplice significato della vernice rosa, da una parte gli abiti, i manifesti e gli slogan, dall’altra un loro proclama tipico recita: “Le donne di CODEPINK dicono: Ritiro Immediato”. E Soprattutto è sempre facile individuare il gruppo di CODEPINK ad ogni manifestazione!”

Intanto leggo da Adnkronos che : ” Alcune delle foto che testimoniano gli abusi commessi dai militari americani sui detenuti ad Abu Ghraib che Barack Obama sta tentando di censurare mostrano scene di violenze sessuali. Lo riporta oggi il Daily Telegraph, precisando che almeno una foto mostra un soldato statunitense che stupra una donna irachena prigioniera ed una altro un traduttore che violenta un prigioniero. Secondo il giornale britannico vi sarebbero altre foto di violenze ed abusi sessuali sui detenuti. In una si mostra una donna a cui sono stati strappati i vestiti. E’ stato lo stesso generale Antonio Taguba, ufficiale a riposo che condusse l’inchiesta sulle violenze nella prigione di Baghdad, a confermare al giornale l’esistenza di queste fotografiestupri e violenze, come venivano riportato anche nel rapporto presentato da Taguba nel 2004. Il generale Taguba, che e’ andato in pensione nel 2007, ha comunque dichiarato di sostenere la decisione del presidente Obama di impedire, contrariamente a quanto aveva deciso in un primo momento, la pubblicazione delle foto. “Queste foto mostrano torture, abusi, stupri ed ogni tipo di indecenza: ma non sono sicuro che la loro pubblicazione aiuti lo scopo legale, mentre per conseguenza mettera’ a rischio le nostre truppe, unici protettori della nostra politica estera” ha detto. “La sola descrizione di queste foto e’ abbastanza orrenda, fidatevi della mia parola” ha aggiunto il generale a riposo”.

Ditemi poi se queste donne, fra milioni di uguali e invisibili nel mondo, per la strada, come le Codepink, sono indecenti, pazze, da censurare, se commettono loro violenza, se sono straniere come le altre milioni di invisibili, da controllare e contenere, come quì in Italia, in carcere, in attesa di identificazione permanente…

Doriana Goracci

May 27, 2009 cara Doriana, abbiamo dovuto attraversare inferni e acque alte per ottenere che la nostra delegazione CODEPINK dal Cairo entrasse nella devastazione di Gaza dovuta dall’invasione israliana di 22 giorni, così vasta e tragica che dovresti vederla per crederci. Ecco perchè pensiamo che sia fondamentale che il presidente Obama, che sarà al Cairo il 4 giugno, faccia una tappa a Gaza.

Obama ha detto che portare la pace in medio Oriente è in cima alle priorità. Ma nè l’inviato per la pace George Mitchell nè il segretaio di stato Hillary Clinton hanno messo piede a Gaza. Quindi vi chiediamo di unirvi a noi per firmare questa petizione 'petition to the President: Visit Gaza'. Gaza è una piccola striscia più o meno come lo stato di Philadephia. Obama potrebbe attraversare lo stato in circa due ore in macchina.

E cavolo ha aggiunto una visita in Arabia Saudita per avere una cena con il re che ha visto lo scorso mese al G20. Non è forse più importante visitare una regione dove recentemente 1300 persone sono state uccise e miglialia di case, scuole e moschee distrutte? Non è più importante vedere come gli Isrealiani usano i tre miliardi annui di supporto militare presi dalle tasse dei cittadini degli Stati Uniti?

Allo stesso tempo della visita del presidente Obama ci sono le straordinarie 175 persone della delegazione CodePINK che cercheranno di entrare a Gaza da entrambi i confini egiziani e israeliani. Invitati da United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), abbiamo portato medicine necessarie, e giochi, forniture per le scuole, materiali per costruire spazi per giocare mentre scuole e parchi venivano distrutti durante l’invasione (...)

La maggior parte dei cittadini di Gaza sono sotto i 18 anni, e i giovani sono traumatizzati e depressi. Noi vogliamo raggiungerli per diminuire le loro pene e dimostrargli che teniamo a loro. Così dovrebbe fare Obama. Dovrebbe visitare Gaza, esprimere le sue condoglianze per la perdita di così numerose vite innocenti, risolvere e sollevare l’inumano assedio che coinvolge l’intera popolazione e lanciare delle indagini per come i finanziamenti statunitensi per Israele sono stati spesi.

Queste azioni più di ogni bella parola che potrà dire durante il suo discorso all’università del Cairo, potrebbero fare miracoli per riparare le nostre relazioni con il mondo arabo che sono state così rovinate durante gli anni di Bush, In pace ..in peace…………………..
(Traduzione di Claudio Greco)

Speciale pace

___________

NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org


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maggio 30 2009

Expo Milano 2015: part-time da 450mila euro e poltrone padane

Come milioni di italiani io ho un lavoro che mi tiene interamente impegnato, fisicamente e mentalmente, per otto ore al giorno. Se a queste si aggiunge il tempo – qualche volta perfino più stressante… – per lo spostamento casa-lavoro, la misera pausa pranzo e il tempo (ovviamente non pagato) che la sera uno rimane oltre l’orario per finire lavori urgenti, si capisce come mi svegli ogni mattina alle 6 per rientrare a casa non prima delle 19. Anche trascurando che talvolta la sera mi porto a casa qualcosa dal lavoro e che l’anno scorso un paio di volte sono stato richiamato dall’azienda per emergenze varie (una volta verso mezzanotte, l’altra una domenica a pranzo), si tratta evidentemente di un lavoro che mi impegna totalmente e che non mi lascia certamente spazio per un secondo impiego.

Tutto questo per mettermi in tasca la bellezza di circa 26mila euro (che visti i 15.200 € medi in Italia non mi lamento, però…).

 

Dopo mesi di lotte all’ultimo sangue tra le varie correnti del centrodestra per il controllo delle poltrone dell’Expo, il consiglio di amministrazione della società Expo 2015 SpA ha nominato Lucio Stanca amministratore delegato, riconoscendogli uno stipendio di 450mila euro.

Non lo invidio, Stanca: dopo oltre un anno perso tra spartizioni di poltrone, tagli dei finanziamenti e ridimensionamenti dei progetti, essere a capo della società organizzatrice di una manifestazione così complessa e così importante, che vuole essere l’occasione per ridisegnare l’urbanistica della metropoli lombarda, dev’essere un lavoraccio. Di quelli che tengono impegnati notte e giorno, che non fanno più passare un fine settimana in santa pace.

Ora, si dà il caso che al momento della nomina Stanca fosse parlamentare, eletto nelle liste del Popolo delle Libertà. Anche quello dev’essere un lavoraccio: nel bel mezzo di una crisi economica che sta cambiando l’economia mondiale e che solo quest’anno costerà all’Italia centinaia di migliaia di disoccupati in più, immagino che la nostra classe dirigente sia impegnata duramente a studiare, a capire, per poter prendere le decisioni opportune per far uscire il nostro Paese dalla recessione. Ed è anche giusto che un lavoro così impegnativo venga ben pagato (più o meno 180mila euro annui, benefit esclusi).

Come non avere un po’ di stima per il povero Stanca, che passa da un lavoro impegnativo ad uno ancor più pesante, il tutto ben pagato, sì, ma sempre per il bene pubblico?

Sennonché… col cavolo che Stanca passa da un lavoro all’altro! Gli incarichi se li tiene stretti tutti e due come fossero galline dalle uova d’oro. Già, perché l’ex-ministro berlusconiano ha dichiarato che tra i due lavori, a seicento chilometri di distanza uno dall’altro, non c’è incompatibilità e che può portare avanti entrambi, a Roma come a Milano.

Insomma, parlamentare e amministratore delegato di Expo 2015 SpA, 180 e 450mila euro di stipendio rispettivamente, sono lavori part-time.

 

E se proprio vogliamo ben guardare Stanca non è l’unico manager d’oro part-time. Tra i casi più scandalosi c’è quello di Giampiero Borghini.

Borghini, ex esponente dell’ala migliorista del PCI, nel 1992 uscì dal PdS per poter essere eletto sindaco di Milano all’ombra del garofano. Passato – c’è bisogno di dirlo? – a Forza Italia, accumula gli incarichi di consigliere regionale e direttore generale del comune di Milano. Anche qui, nella mia ingenuità immagino che si tratti di ruoli impegnativi, anche a giudicare dagli stipendi: circa 120mila e 279mila euro all’anno rispettivamente. Invece Borghini, intervistato da Report, dichiara candidamente che non si tratta di lavori a tempo pieno.

Apprendo dunque che anche consigliere regionale e direttore generale del comune di Milano (400mila euro totali all’anno) sono lavori part-time…

 

Un anno fa a Milano molti, di entrambi gli schieramenti politici, pensavano che la gestione autonoma dell’Expo fosse l’occasione tanto attesa di fare da sé, senza passare per Roma e la sua burocrazia, dimostrando cosa sono capaci di fare l’efficienza e l’operosità lombarde quando non sono ostacolate da “lacci e lacciuoli” burocratici. Insomma, sembrava l’occasione buona per Milano per tornare ad essere la “capitale morale”, la “capitale del fare” e di far così ripartire una città ferma da almeno vent’anni.

Dopo dodici mesi il progetto iniziale pare fortemente ridimensionato e il centrodestra stesso, dietro le smentite di facciata, già cerca di mettere le mani avanti: Bossi dice che in fondo l’Expo è «una manifestazione del secolo scorso» e Lega e PdL parlano di «ridefinizione delle priorità». E per capire quali siano le priorità di leghisti e berlusconiani basti dire che lunedì è saltata la creazione della Commissione Antimafia in una città che con la sua ricchezza attira gli interessi mafiosi, a cominciare dalla ‘ndrangheta («Milano è la capitale della ‘ndrangheta» dice il giudice Macrì).

In sostanza, dopo dodici mesi ci si inizia finalmente a rendere conto che se Milano è ferma non è per colpa di lontane burocrazie ma per incapacità proprie e che anche al nord lo sport preferito dalla classe dirigente è la spartizione delle (retribuitissime) poltrone che contano.

Sia chiaro, la crisi milanese non è certo di oggi ma è di lunga data, si è già palesata apertamente nella gestione del caso Malpensa – la cui crisi nasce da una gestione miope e campanilista degli amministratori del nord e non da scelte di Roma – ed è una crisi della quale il leghismo si presenta non come una cura ma, al contrario, è proprio il più evidente dei sintomi.http://lacriptadeicappuccini.splinder.com/


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Nel PD niente anagrafe ma in entrambi i sensi


Ho letto con interesse l’intervista rilasciata da Massimo D'Alema al Riformista sabato scorso. E sono rimasto colpito dalla sua analisi sul Pd e sulle prospettive di rinnovamento del partito. D’Alema sostiene, con una punta polemica, che per nominare un nuovo segretario non serve la retorica del giovanilismo. Sono d’accordo con lui. Aggiungo che, secondo me, non serve neanche la retorica sul giovanilismo dei bei tempi andati. Lui, ricorda, era già nella direzione del partito comunista a 25 anni. Con maestri come Amendola, Terracini, Ingrao, sottolinea. Converrà con me che oggi, purtroppo, maestri del genere non ce ne sono più. E che magari, oggi, si arriva in politica a 35, 40 anni perché prima si fanno altri lavori. I tempi della politica come unico mestiere della vita, fortunatamente, sono finiti.
Diciamoci un'altra bella cosa. La vecchia politica, almeno a sinistra, ha un vizio d'origine. Pensa sempre che le difficoltà nel trovare consenso si risolvano con la tattica, le alleanze, il posizionamento in un punto conveniente dell’arco politico. Io, invece, credo di no. Credo che il consenso per il Pd aumenterà quando il Pd smetterà di pensare ad alleanze e tattiche e comincerà a parlare alla gente, a starla a sentire, a dare le risposte che la gente si aspetta da noi. Se invece sulle questioni più scottanti noi diventiamo prudenti e reticenti, gli elettori si rivolgono a qualcuno che prende posizione più chiaramente.
Invece mi trovo d'accordo con D'Alema quando dice che bisogna favorire il rinnovamento nel partito. Poi però bisognerebbe spiegare agli elettori come mai i dirigenti sono sempre quelli da quindici anni a questa parte, e dopo una serie di batoste elettorali piuttosto dure da digerire. Penso che D'Alema sia stato un eccellente ministro degli Esteri, e che lo sarebbe ancora, in futuro. E penso la stessa cosa riguardo a tanti ex ministri dei nostri governi. Ma sono anche convinto che le loro stesse capacità tecniche e politiche, li rendano inadatti a guidare il partito e a proporsi come leader che parlano un nuovo linguaggio agli elettori. La semplicità nella comunicazione non è un problema solo di comunicazione. E' proprio un problema politico. La semplicità è un impegno preciso, perché se io dico che sul testamento biologico ognuno deve decidere per sé, prendo un impegno preciso, chiaro e vincolante. Se invece dico che bisogna saper conciliare punti di vista diversi tra cattolici, laici e agnostici lascio intendere che mi voglio tenere le mani libere nel gioco parlamentare. Cioè antepongo le esigenze tattiche alla difesa di un principio. E per i nostri elettori fa una bella differenza. Io dico che il Pd ha bisogno di una figura completamente nuova nel modo di proporsi, e non vedo nessuno della vecchia generazione che la possa incarnare. In ogni caso è vero che l’età non deve essere una discriminante. Ci sono quarantenni, che stanno ai vertici del Pd ora e che stavano nell’Ulivo prima, difficili da spendere come facce nuove anche se sono abbastanza giovani.
Credo però che chi, giovane o no, voglia veramente cambiare le cose debba metterci la faccia e asumersi dei rischi. E debba farlo in vista del prossimo congresso altrimenti è inutile fare tante critiche.
Per quanto riguarda l’azione politica, mi vengono in mentre tre aree fondamentali in cui il Pd dovrebbe fare sentire la sua voce. Il primo riguarda la laicità, i diritti civili, le libertà personali. Tutti temi sui quali, dal caso Englaro in poi, abbiamo fatto vistosi passi indietro, che ai nostri elettori non sono piaciuti. Magari è il caso di riportare l’attenzione sul rispetto e la dignità dell’individuo, sull’inaccettabile intromissione e comportamento dei mass media nel caso Englaro, sulla necessità che le leggi rispondano a criteri laici.
Secondo punto, collegato al primo, l’estensione di diritti e tutele a lavoratori precari o flessibili, immigrati, nuovi soggetti in difficoltà o esclusi. La buona politica deve saper comprendere chi sono i deboli di oggi ed orientare verso di loro le risorse, dare la possibilità ad ognuno di giocare veramente la propria partita, sostenendoli con servizi efficaci. Perché questo conviene a tutti.
Terzo punto, fondamentale, riguarda proprio la vita del partito. Il Pd ha bisogno di coinvolgere nelle sue decisioni la gente che ha votato per noi alle primarie. E’ impensabile che il partito continui ad essere dominato solo da apparati sempre meno rappresentativi degli elettori, sempre più chiusi nella difesa di sé stessi. Anche perché se non cominciamo ad ascoltare chi ha votato alle primarie e scaviamo un fosso ancora più largo tra noi e loro, alla prima occasione i nostri elettori ci presenteranno il conto. http://www.sandrogozi.it/

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Berlusconi impunito

Articolo di Personaggi d'Italia,in Spagna.

[El País]

Il comportamento politico e personale del primo ministro fa perdere credibilità all’Italia

Silvio Berlusconi ha concluso il primo anno del suo terzo mandato. Populista come non mai, Berlusconi continua a dimostrarsi tanto capace di governare per se stesso quanto incapace di pensare alla collettività. Esattamente come quando debuttò in politica, quasi 15 anni fa. Con il passare del tempo ha raggiunto l’unico obiettivo che realmente gli interessava: l’immunità giudiziaria. Nel mezzo di una sinistra inesistente, i sondaggi la danno 15 punti dietro i conservatori, il premier italiano mantiene ad oggi l’appoggio popolare, esercita un controllo ferreo sui media, fa promesse che non rispetterà, e quando lo ritiene opportuno si allea con la Chiesa. Nel complesso, si presenta come una specie di politico fortunatamente dimenticata nell’Europa democratica.

Le ultime decisioni del suo Governo rivelano un aumento inquietante d’impunità morale. Berlusconi ha lasciato che la Lega Nord facesse indisturbata propaganda e seminasse la paura del diverso per criminalizzare gli immigrati, i quali adesso dormono in Libia invece che a Lampedusa. Inoltre, ha recentemente dato il colpo di grazia alla già precaria indipendenza della televisione pubblica nominando come nuovi dirigenti dei suoi fedeli seguaci. Ha poi risposto all’esemplare sentenza del caso Mills, talmente documentata e inequivocabile che qualunque altro dirigente si sarebbe dimesso all’istante, accusando la giustizia penale di essere “una patologia del sistema”. Berlusconi cerca di assoggettare i giudici per riformare il sistema a suo piacimento, in modo che in Italia sia praticamente impossibile condannare qualcuno per i crimini dei colletti bianchi.

A 72 anni, la fragile relazione del Cavaliere con l’aspirante soubrette Noemi Letizia gli è costata il divorzio ed ha rivelato un clima decadente da basso impero, che persino la Chiesa comincia a criticare. Lo scandalo ha assunto una dimensione politica tale da mettere il leader italiano sulla difensiva. Accusando l’opposizione di strumentalizzare la situazione in concomitanza con le elezioni europee del prossimo mese ed il G8 di luglio, ha annunciato di voler comparire in Parlamento per difendere il proprio nome, senza però precisare quando. Berlusconi, sprezzante delle regole del gioco democratico, ha mentito ripetutamente a proposito della sua relazione con Noemi e si rifiuta di rispondere alle domande elementari che il quotidiano La Repubblica gli ha posto al riguardo. Tutto ciò fa pensare che l’Italia abbia davanti a se 4 (quattro) anni di barzellette e di scarsa credibilità.

[Articolo originale "Berlusconi impune" di Miguel Mora

http://italiadallestero.info/archives/5737

 

 


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Padri e figli

 

1. Sulla testa dei figli aveva già giurato tre o quattro volte, l’ultima nel 2006: “Giuro sulla testa dei miei figli – aveva detto – di non aver mai saputo nulla dei 600 mila dollari ricevuti dall’avvocato Mills” (Corriere della Sera, 12.3.2006). Ieri, l’ha rifatto: “Non ho mai avuto rapporti piccanti con Noemi – e poi solennemente – lo giuro sui miei figli” (Corriere della Sera, 28.5.2009). Qui, gli si può credere sulla parola – letteralmente – perché la parafilia di cui sarebbe “malato”, almeno a detta di sua moglie, non è quasi mai mossa dalla ricerca del “piccante”, ma del “dolce” (è una delle parafilie più degenitalizzate). Di là dal merito, il giuramento sulla testa dei propri figli – scegliere proprio questa formula, voglio dire, e farlo così spesso – significa qualcosa?
Senza dubbio siamo di fronte ad un pater familias, ad uno che risponde personalmente dei propri figli, manco giurasse sui propri coglioni (“mi cascassero, se non affermo il vero”). Come se fossero solo figli suoi (sangue suo, la più sacra delle robe sue), come se non fossero anche figli di chi gli ha pubblicamente mosso l’addebito (“frequenta minorenni”) che respinge fermamente: giurando sui propri figli su un punto sollevato proprio dalla loro madre, Silvio Berlusconi diventa un po’ più padre, e Veronica Lario diventa un po’ meno madre. Una questione familiare è ricalibrata sul modello di famiglia nel quale sangue e roba fanno l’onere e l’onore del capofamiglia.
Nessun dubbio sul fatto che Silvio Berlusconi ami i suoi figli. A suo modo, li ama moltissimo. D’altro canto, essi non possono che riamarlo, ma in quello stesso modo. È quel modo di esser padre e di esser figli che dà solennità a un certo tipo di giuramento, ancorché svuotato del suo significato, antropologicamente decontestualizzato e ridotto a modo di dire.

2. Nel consentire che una propria figlia chiami Papi un uomo che non sia suo padre, c’è la speculare negativa dell’onere e dell’onore del capofamiglia. Non stupisce affatto che Silvio Berlusconi e Benedetto Letizia abbiano un campo antropologico nel quale si intendano a meraviglia. http://malvino.ilcannocchiale.it/


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Il premio anti-schiavitù ad una Ong della Mauritania




Nel paese ci sono ancora 600 mila schiavi, quasi un quinto della popolazione

Una Ong della Mauritania, fondata dal figlio di uno schiavo e da un ex proprietario di schiavi, ha vinto l'Anti-Slavery International Award di quest'anno.

Il premio verrà consegnato mercoledì prossimo a Londra. Fra le motivazioni che hanno portato all'assegnazione, Anti-Slavery International ha addotto gli importati risultati conseguiti nel 2007, che hanno portato alla criminalizzazione della pratica. Nonostante questo, però, dal 2007 nessuno è mai stato arrestato o portato davanti ad un tribunale per riduzione in schiavitù. In Mauritania esistono ancora 600 mila schiavi, un quinto della popolazione, anche se Nouachkott continua a smentire il fenomeno. "Sos Esclaves opera in un contesto estremamente ostile, dove le autorità possono essere profondamente intolleranti verso coloro che le mettono in discussione" si legge nella motivazione del premio. Boubacar Messaoud, che ha fondato il gruppo nel 1995, è stato arrestato tre volte e nell'aprile scorso è stato picchiato dalla polizia fino a perdere i sensi, durante una manifestazione contro la schiavitù. E, ha aggiunto il direttore di Anti-Slavery International, il colpo di stato, avvenuto in Mauritania lo scorso agosto, ha peggiorato la situazione e ha rinnovato la violenza contro gli attivisti.
Boubacar Messaoud, figlio di uno schiavo, secondo la legge tradizionale avrebbe dovuto seguirne le sorti, ma, ha dichiarato ad un giornalista della Bbc che lo ha intervistato "insieme con alcuni amici, ho realizzato che la schiavitù è estremamente ingiusta e che non dovevamo rispettare la legge tradizionale della società mauritana. Di conseguenza io mi considero un uomo libero ed indipendente, e rifiuto di accettare questa legge che ha cercato di condizionarmi sin dalla nascita".http://it.peacereporter.net/articolo/16042/Il+premio+anti-schiavit%F9+ad+una+Ong+della+Mauritania


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Perché anche Ryiadh?

Nel suo blog su Foreign Policy, Marc Lynch si interroga sul perché Barack Obama abbia aggiunto l'Arabia Saudita al suo itinerario in Medio Oriente. E si chiede se anche Obama cadrà nella trappola di dividere gli arabi tra moderati e resistenza, tra regimi moderati da una parte, e Iran, Hamas e Hezbollah dall'altra.

E a coté, un dettagliatissimo e molto interessante resoconto di quello che si pensa a Washington delle colonie israeliane in Cisgiordania, e di quello che Obama chiederà a Bibi Netanyahu. Su The Cable, di Laura Rozen.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


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Le tre Jugoslavie


Partigiano quasi per caso, poi diplomatico e giornalista. In libreria l'autobiografia di Bato Tomašević. Non solo il racconto di una vita intensa e turbinosa ma un affresco delle tre Jugoslavie che si sono succedute in meno di un secolo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Di Vittorio Filippi

Il titolo non tragga in inganno: non è questa una storia del Montenegro, anche se il suo titolo originario – Orlov krs, la roccia dell'aquila - rimanda al luogo migliore per ammirare il panorama di Cetinje, la vecchia capitale montenegrina. Piuttosto è la lunga e movimentata autobiografia di Bato Tomašević che attraversa e fora, come una specie di macchina del tempo, il diaframma di tre periodi storici diversissimi. Corrispondono alle tre Jugoslavie che con tanta, troppa rapidità si sono succedute nel Novecento: la prima, quella monarchica distrutta con facilità dall'attacco italo-tedesco del 1941; la seconda, quella socialista del Maresciallo Tito; la terza, quella rimasta dopo la disgregazione violenta degli anni Novanta e che raggruppò (per poco) Serbia e Montenegro.

Bato Tomašević,
Montenegro. Attraverso una saga familiare la nascita e la scomparsa della Jugoslavia,
LINT, Trieste 2009.
Lo scenario iniziale descritto dall'autore – che è nato nel 1929 – è appunto ambientato nel Regno di Jugoslavia, già segnato dalle incomprensioni tra i popoli che pure lo costituivano. E dalla violenza, il fil rouge che attraversa i decenni. Non è un caso che l'autobiografia parta con l'assassinio del re Alessandro nel 1934 effettuato per mano ustasa, cioè dei nazionalisti croati.

Il padre dell'autore, per sfuggire ad un'esistenza contadina e precaria, emigra nel Kosovo ormai liberato dai beg, i grandi proprietari turchi, ed entra nella polizia del costituendo Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni. Lì tocca con mano l'ostilità esistente tra serbi ed albanesi e percepisce anche tutta la fragilità dell'architettura statuale della Jugoslavia monarchica, dove i partiti erano su base etnica (a parte i comunisti, al bando e perseguitati).

La guerra fa da detonatore di una miriade di eventi dolorosi e violenti. Inizia l'occupazione italiana, che all'inizio venne sperata “morbida” dato che la regina Elena era montenegrina pure lei. Non sarà così: il generale Pirzio Biroli, governatore del Montenegro, ordinerà rappresaglie non dissimili da quelle tedesche: dieci ostaggi fucilati per ogni soldato italiano ucciso, cinquanta per ogni ufficiale.

Si sviluppa il movimento partigiano, di cui diverrà presto una leader Stana, la sorella dell'autore, con gran dolore del padre, poliziotto decisamente anticomunista. D'altro canto la guerra è un gorgo che obbliga a scegliere, a prendere posizione. Anzi, è proprio il padre a finire in carcere per non aver accettato di essere un collaborazionista, e lì conoscerà una “vita a termine” fatta di finte fucilazioni notturne.

L'autore stesso diventa “partigiano per caso” quando – volendo incontrare la sorella Stana – viene creduto volontario e “arruolato” con tanto di partizanka con la stella rossa in testa.

Con il crollo dell'8 settembre, si fa più dura la repressione tedesca, accompagnata dalla violenza dei cetnici dalle lunghe barbe. Ma si avvicina anche, in una spirale di lotte e di miseria, l'offensiva partigiana ed alleata. L'autore entra nella nascente polizia politica, l'Ozna, con il compito di identificare i “nemici del popolo”. E con tale ruolo va nella Belgrado del dopoguerra dove negli anni Sessanta entra al ministero degli Esteri ed inizia a studiare all'università giornalismo e scienze diplomatiche.

Studia inglese – una lingua allora sospettosamente “borghese” - e vince una borsa di studio in Gran Bretagna.

Qui l'autore trova la futura moglie ma anche una scelta radicale di vita, dato che dovrà lasciare la diplomazia: così stabilisce la legge in caso di matrimonio con stranieri. Comunque a Belgrado il mondo dei nascenti mass media li assorbe entrambi: lei come annunciatrice di lingua inglese, lui all'istituto che cura le pubblicazioni in lingua straniera delle varie Repubbliche. Il passo successivo è quello di lanciare una immagine internazionale nuova del paese attraverso la Jugoslovenska Revija e qui iniziano i confronti (e gli scontri) con la parte più conservatrice e dogmatica dell'establishment. 1980, muore Tito e il paese – nella morsa della crisi economica – si avvia sulla strada della disintegrazione. Una disintegrazione che trova nello sciovinismo e nel nazionalismo i percussori necessari e nel controllo dei media gli strumenti della manipolazione dell'opinione pubblica. Una manipolazione tutto sommato facile da realizzare, dato che – paradossalmente – non esiste una televisione panjugoslava: ci sono otto canali gestiti dalle sei Repubbliche e dalle due regioni speciali. Il premier federale Ante Marković promuove l'idea di un canale federale finalmente obiettivo e unitario: si chiamerà Yutel. L'autore ne sarà il direttore generale e le forze armate forniranno le attrezzature da disporre sul territorio nazionale.

Ma l'esercito nicchia, di fatto sabota l'iniziativa. Per trasmettere, occorre cercare l'appoggio delle varie televisioni repubblicane, in attesa di un canale satellitare. A fine ottobre 1990 da Sarajevo parte il primo telegiornale di Yutel, ma Croazia e Serbia creano ostacoli, pur accettando di trasmettere qualche mese dopo. Iniziano – per Tomašević – le minacce dei nazionalisti e le persecuzioni giudiziarie con l'accusa di aver danneggiato il “patrimonio della Repubblica Serba” durante la ristrutturazione della sede belgradese di Yutel.

Ormai è la guerra: l'unica è fuggire in Italia, mentre i ripetitori vengono presi a cannonate e Yutel – l'unica televisione veramente jugoslava – nel maggio 1992 chiude: è durata solo un anno e mezzo.

Passa qualche anno e il nostro ritorna nella Belgrado degli anni Novanta, impoverita ed isolata. E' la Belgrado che subisce l'attacco aereo della NATO risuscitando, nell'autore, i tristi sentimenti del 1941, l'anno dei bombardamenti tedeschi sulla capitale. Nel 2000 il regime di Milošević cade. Il nostro protagonista – obbligato da problemi di salute ad un lungo periodo di convalescenza, raccoglie i ricordi della vita sua e della sua famiglia. Ne esce un libro di memorie, da presentare a Cetinje e a Belgrado. Ma nel teatro dell'antica capitale montenegrina vive tante, troppe emozioni: un attacco di cuore lo obbliga al ricovero in ospedale, assistito dall’amata moglie.

Il libro si chiude qui. L’autore, che oggi vive a Exeter, in Gran Bretagna, non ha solo raccontato la sua vita, peraltro intensa e turbinosa. In realtà offre – in circa 550 pagine – un grande affresco delle tre Jugoslavie che si sono succedute in meno di un secolo. Spesso la storia della convivenza di tanti popoli così diversi ha assunto una dinamica simile a quella di due innamorati che provano e riprovano a stare insieme, anche se ogni volta non funziona. Anzi, il finale è addirittura tragico.

La lettura dell’autobiografia di Tomašević – al di là di un titolo forse riduttivo e generico – è piacevole ed avvincente, supportata da note a fine capitolo che aiutano anche linguisticamente a comprendere le specificità storiche richiamate. Il libro, inoltre, esprime valutazioni serene e corrette su di un mondo in cui, spesso, sono facili i toni esasperati e sanguigni. Emerge tutta la complessità del crogiuolo balcanico, la sua ricchezza culturale che diventa perfino “eccesso” di storia e di eventi. Ciò complica la comprensione di quest’area magmatica, perennemente in bilico su di una faglia storica profonda foriera di continui terremoti.

Proprio per questo il libro è un ottimo contributo per comprendere ed anche amare una terra a noi vicinissima ma poco conosciuta e perfino temuta per la sua complessità, che invece è ricchezza da scoprire ed apprezzare.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11332/1/51/

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Quanto siete disposti a pagare?

Un interessante studio di PricewaterhouseCoopers (pdf), presentato al vertice mondiale degli editori a Barcellona, cerca di capire quanto i lettori siano disponibili a pagare per le news online. La media che viene fuori e’ pari al 62% di quello che sono disposti a sborsare per la carta stampata. E non sarebbe niente male come percentuale. Il problema e’ che lo scenario cambia da paese a paese. Negli USA, i lettori sono disponibili ad arrivare al 68%, ma in Olanda non si va oltre il 38%. Francia e Germania sono in mezzo. E l’Italia? Non fa parte dello studio, ma se devo tirare a indovinare, vista la nostra scarsa propensione alla lettura dei giornali, secondo me non arriviamo nemmeno alle percentuali olandesi.http://blog.marcobardazzi.com/


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maggio 29 2009

Alì Papà e le quaranta velinebarra articolo




Mi ci gioco la faccia sfrontatamente e volentieri (mai azzardare una profezia: l’insuccesso ti resta incollato addosso per tutta la vita). Potete ridere di me (e piangere insieme a me) per il resto dei vostri giorni, se non ho ragione, ma ne sono convinta e lo devo dire: Berlusconi vincerà le Europee (con vantaggio stratosferico, per quanto meno brillante di quel che pensava), ma non gli dò un’estate di sopravvivenza politica.

Cadrà vittima non degli avversari politici ma di se stesso: da sempre chi vince troppo finisce per giocarsi tutto, perché non gli uomini sono ‘invidiosi’ del trionfatore, ma gli dei - dicevano i greci –, e cioè quelle forze oscure dell’io artefici del destino personale. Nella storia della democrazia moderna non si è vista una parabola di successo paragonabile a quella del Cavaliere: divenuto nell’arco breve di un’ascesa tanto folgorante quanto oscura, l’uomo più ricco d’Italia e il più potente. Detentore della maggiore ricchezza privata del Paese e del maggiore capitale pubblico di potere mediatico e politico-istituzionale. Miliardario, mogul televisivo e premier di governo dalle maggioranze di lusso grazie alla proprietà del capitale di maggioranza di un similpartito nato e funzionante ad personam. Capo senza avversari politici interni al proprio schieramento (i sassolini nella scarpa di Bossi e Fini neutralizzati con il tacco truccato del risanamento dei bilanci della Lega fallita e l’inghirlandamento ministeriale dei capitani postAn), senza dipendenza da finanziatori esosi di campagne elettorali e da patron di giornali e tv (come deve invidiarlo Sarkozy!), inventore di un portentoso restyling della immortale formula della militanza pubblica come servizio all’impresa (quadruplicatore del proprio non certo insignificante patrimonio personale nella stagione di governo anteriore a questa).
Straordinaria incarnazione del genio italico di far coesistere in pace fruttuosa i contrari (versione postmoderna e godereccia delle ascetiche convergenze parallele di morotea memoria): cultore dell’”anarchia etica” in campo pubblico e libertino nel privato che riesce ad accreditarsi quale campione della difesa dei valori di Santa Romana Chiesa; minotauro-multimiliardario blindato in labirinti di ville, remoto anni luce di favolose ricchezze dalla lotta quotidiana per la quadratura del bilancio che caratterizza la vita delle moltitudini, che riesce a farsi comprare come uno del popolo, ‘uno de noantri’; uno che vive non solo metaforicamente nel Palazzo (ha fatto della sua dimora privata il Palazzo per eccellenza delle decisioni della politica), che riesce a spacciarsi come ‘papi’ della porta accanto : colui che capisce e condivide l’insofferenza dell’uomo della strada per la politica, per l’élite, per il privilegio.

Questo straordinario Fregoli della vita pubblica è il virus che ha reso epidemica la crisi postmoderna della democrazia, che non è il fascismo (come dice giustamente il Financial Times), non è la dittatura, non è il totalitarismo, ma è il suo svuotamento ad utenza – di servizi e di spettacolo, in cui il cittadino è degradato a consumatore, l’elettore a spettatore, la rappresentanza a sondaggio, la legittimità a consenso.

Se non sarà condannato dai giudici italiani come corruttore di giudici, Berlusconi lo sarà comunque dalla storia come corruttore della democrazia italiana: forte della sua esperienza nel mercato dei media, Berlusconi ha infatti avuto l’intuizione geniale e devastante di applicare al mercato del potere politico i meccanismi dell’industria dello spettacolo adoperandosi ad eliminare sistematicamente e pervicacemente tutti gli aspetti della democrazia che risultino ‘resistenti’ a questo riduzionismo : ha appiattito la leadership a gestione aziendale, la formazione del consenso a marketing, il discorso politico a spot, l’azione di governo a offerta di pacchetti di servizi. L’elettore è il compratore con cui si firma un contratto in cui ci si impegna a una serie di prestazioni molto semplici, molto ‘visibili’ e primarie (strade ripulite dall’immondizia, tolleranza zero con gli immigranti illegali e tolleranza massima con i vizietti nostrani – dagli abusi edilizi all’evasione fiscale -, zero in condotta agli alunni molesti e bacchettate sulle dita ai fannulloni dell’impiego pubblico), sapendo che il cliente non leggerà tutte le specialistiche pagine di scrittura a caratteri minuscoli che precedono la firma e specificano le condizioni (eventualmente spudoratamente esose, ma i tecnici in grado di denunciare l’inganno vengono neutralizzati quando la ditta fornitrice del servizio ha il monopolio del mercato e nomina le autorità di controllo), sapendo che il cliente fruisce del prodotto, generalmente senza interessarsi al processo di produzione: nelle nostre società altamente specialistiche il divario tecnologico e di competenze specifiche tra chi fruisce e chi produce è sempre sempre più incolmabile.

L’assuefazione all’uso quotidiano di strumenti di cui non si capisce nulla (dal microonde alla pasticca contro il mal di testa), nella imperscrutabilità di un comfort pervasivo che migliora la vita, abbassa la soglia critica di giudizio anche in ambiti in cui è in gioco molto più che l’accensione serale della televisione: l’aspetto più inquietante della crisi finanziaria esplosa rovinosamente nel settembre scorso è che essa si è scatenata agli occhi non dei semplici cittadini, ma dell’establishment politico, accademico ed economico con la sorprendente inspiegabilità di una catastrofe naturale. Intere classi di governanti saldamente al potere da anni hanno assistito all’avanzare dell’onda nera che ingoiava migliaia di milioni di dollari, euro, yen, sterline e rubli gettando interi Stati sul lastrico (dalla piccola Islanda alla superba Gran Bretagna) con la disarmata e stupefatta impotenza di un capitano che vede la propria nave spazzata via da un uragano. L’interiorizzazione inconsapevole della pratica consumistica di acquistare prodotti preconfezionati di cui non si controlla il processo produttivo esportata nel mondo della finanza ha rovinato fior fiori di investitori, e ha colto di sorpresa accademici e politici: nessuno si era reso conto della voragine che si era aperta sotto ai loro piedi, perché la capacità e la voglia di ‘hinterfragen’ (bella, intraducibile, parola tedesca), di guardare dietro/dentro al testo già redatto del contratto di acquisto è in crollo verticale nella nostra società di delega universale e pervasiva (pratica da cui non è risparmiata neppure la sfera dei rapporti interumani : dall’educazione dei figli alla soluzione dei conflitti, gli specialisti – scolastici, giuridici, terapeutici – prendono progressivamente il sopravvento in una inarrestabile specializzazione e commercializzazione dei rapporti interumani).

All’origine della crisi finanziaria non c’è stata, insomma, una ‘carenza di Stato’, cui rimediare con il rientro in forze del potere politico in quello economico. Sarebbe un ulteriore disastro se l’esito di questa tremenda crisi economica fosse il trionfo della favoletta messa in giro dai politici, corresponsabili del disastro per la loro ignavia, in cerca di autoassoluzione e riconsacrazione. Non è la ripresa di partecipazione diretta del potere politico-statale in quello economico la soluzione dei problemi che ci hanno portato sin qui, ma la creazione di pubblici meccanismi (che non è sinonimo di ‘organismi’), efficaci e capillari, di controllo, regolazione (e sanzione delle distorsioni) del processo privato di produzione economica e finanziaria. Non c’è bisogno insomma di un potere politico che si avochi una fetta più o meno sostanziosa di proprietà dei capitali e dei mezzi di produzione (e dunque di una quota di nomine nei consigli di amministrazione delle imprese) e poi dica la sua nella redistribuzione dei profitti di beni prodotti in un Far west privatistico, ma di sceriffi competenti e coraggiosi che garantiscano la legalità e la legittimità di un interesse comune non polverizzato da quello privato nelle strade pericolose ed agguerrite del mercato.

Analogamente, all’origine della crisi democratica del nostro Paese, c’è una politica che si è trincerata nei fortini del controllo ‘istituzionale’ del potere (amministrazioni locali e nazionali, organi di rappresentanza, consigli, comitati, organizzazioni, delegazioni...) e nella produzione specialistica ed esoterica di ‘prodotti’ da vendere all’elettore, ritirandosi progressivamente dallo spazio aperto della formazione discorsiva di legittimità, di contrattazione pubblica della rappresentanza, di esercizio democratico della funzione politica. Dal terremoto di Mani pulite, dal naufragio della Prima Repubblica è emerso come unico grande vincitore Berlusconi, perché è stato lui ad intuire genialmente (e a radicalizzarla spregiudicatamente) l’implosione democratica iscritta in una crisi in cui l’azione dei giudici poteva azzerare sigle e far cadere teste, ma non poteva rilanciare un rinnovamento democratico del Paese. Se gli eredi della Democrazia Cristiana e quelli del Pci si sono limitati a ribattezzarsi senza realizzare quella discontinuità radicale di ‘sistema partito’ che sola avrebbe permesso un reale nuovo inizio di Seconda Repubblica, Berlusconi ha occupato lo spazio grigio di disponibilità non democratica aperto da questa mancanza di rinnovamento, di continuità ‘fisica’ di pratiche e attori politici, e l’ha modernizzato declinandolo nell’attualità del suo senso sociale di svuotamento della politica ad utenza di servizi, di corrosione della legittimità a consenso, dell’opinione pubblica a pubblico.
La democrazia si gioca tanto sui contenuti e sulle idee quanto sulle pratiche, sulle regole, sugli attori. Il centrosinistra ha giocato per troppi anni la farsa della legittimazione garantita dalle buone idee chiamata a coprire il retroscena di una prassi che si adeguava progressivamente al diktat vincente del grande venditore, mentre questi nel frattempo non faceva che irrobustirsi mangiando della carogna in cui stava trasformandosi la democrazia in questa deriva di autoreferenzialità oligarchica spettacolarizzata dalla vetrina della popolarità mediatica (e recisa dalla sua matrice di partecipazione popolare). Nel momento in cui non c’è leader politico che consideri impensabile resistere al lusso democraticamente suicida di andare a ‘Porta a porta’, il centrosinistra ha perso, perché in questa dimensione di politica ridotta a palcoscenico Berlusconi non è migliore, è IL politico per antonomasia, in quanto incarnazione monarchica del meccanismo di svuotamento parassitario con cui il potere oligarchico succhia la linfa della democrazia degradata ad utenza.

A chi aveva sperato che il varo del Partito Democratico significasse che qualcosa stava cambiando nell’ambito del ‘sistema-potere’ del centrosinistra e che si apriva una nuova stagione di pratiche (non di chiacchiere) politiche capaci di rivitalizzare la democrazia del nostro Paese, la parabola discendente della meteora Veltroni e la dilaniante, lobbistica conflittualità di questa prima fase di vita del partito hanno tolto molte illusioni : Berlusconi ha attraversato a marcetta trionfale le sciagure nazionali e internazionali del suo primo anno di governo e il popolo italiano si è sempre più saldamente e ampiamente allineato e coperto nell’ala di una destra populista e sprezzantemente antidemocratica, tanto inefficace dal punto di vista dell’azione di governo quanto efficace nel mascherare la propria inadeguatezza nei lustrini di siparietti da varietà. L’Italia appare drogata in un eterno sabato sera televisivo, in cui la realtà dura dei giorni feriali viene lasciata fuori della porta e affogata nel mix di uno svolazzo di ballerine svestite, battute sguaiate e paternalismi rassicuranti di un conduttore anzianotto. Neppure la pratica svilente dello zapping riesce a risvegliarci da quest’incubo: tutti i canali danno lo stesso programma - il grande papi è ormai l’irrealtà elevata ad orizzonte di disinformazione. Molti di noi, nelle ultime settimane, hanno smesso di leggere nel giornale le pagine di politica italiana, accorati dal duplice bollettino di catastrofe di un premier incontenibile e di una maggioranza che elargisce una produzione legislativa sempre più vergognosa e di un Pd sul viale di un precoce tramonto.

Ma mentre il Pd rantolava sotto il colpo dell’ennesimo autoimpallinamento, la sinistra radicale era l’oggetto di una puntata di “Chi l’ha visto” e il Dulcamara dell’Idv sbandierava a strilli spiegati i poteri portentosi del suo elisir di ribellione, qualcosa è successo a Casoria, nelle retrovie maledette di una Campania dimenticata e abbandonata al degrado e alla camorra, nella palla di cristallo bollente e torbida della privacy debordante del premier. Sull’onda di una canzonetta napoletana di troppo ha cominciato a crescere un’alta marea di rivelazioni, smentite azzoppate, bugie smascherate, rancori troppo a lungo covati, favori inquietanti. C’è chi scommette che il ‘Noemigate’ è solo una bolla di sapone che scomparirà nell’etere dei notiziari di regime in una dissolvenza. Io sono sono convinta del contrario, perché questa vicenda è solo il sintomo finale di un malessere profondo e imbarazzante che abbiamo visto crescere in Berlusconi nel corso di questi mesi. Chi vince troppo, finisce per non reggere il peso del proprio successo smisurato: l’uomo porta il limite nel Dna, se perde la misura perde se stesso si vota all’autodistruzione. Il Berlusconi che telefona in un pomeriggio a casa di una minorenne sconosciuta senza presentarsi – rivelando la propria schiacciante identità solo alla fine della comunicazione – e gli dichiara che è pura e l’aspetta un futuro di grazie, si è calato nel copione allegorico dell’annunciazione cristiana alla vergine in cui l’autoidentificazione ‘spettacolare’ con la divinità è tanto evidente quanto perturbante. È inutile enunciare la lista praticamente interminabile di piccoli e grandi episodi che costellano quest’anno di presenza pubblica del premier a documentare il crescente delirio di onnipotenza e di perdita del senso della realtà di cui è nitidamente vittima, dichiarazioni e gesti la cui scandalosa enormità è banalizzata solo dalla ripetività (il male è banale, diceva Hannah Arendt, perché l’abitudine sdrammatizza ossimoricamente la tragedia). L’uomo più ricco, più potente, più popolare d’Italia finisce per perdere il senso della propria umanità e del limite che essa gli impone, cade in una sindrome di megalomania narcisistica che se non ha argini esteriori diventa patologica e perversa. Non si tratta di sequestrare all’occhio pubblico il privato dell’uomo politico (pratica inquisitoria che in altre democrazie arriva a eccessi di caccia alle streghe, com’è accaduto nel caso Clinton/Levinsky), ma di constatare con lucidità liberata dal sortilegio dell’assuefazione (che nel compratore e nello spettatore crea una fidelizzazione che porta a metabolizzare come merce di prima qualità la peggiore paccottiglia) che il capo del governo “non sta bene” (come dice la moglie) e che sta franando in una spirale di personale smottamento psicologico del tutto imcompatibile con la carica che esercita.

I fedeli consiglieri possono certamente darsi da fare a tappare la bocca alle quaranta fantomatiche ragazze del Capodanno del drago (potenza favolistica dei numeri e dei nomi! Ali Papà e le quaranta veline...), a coprire sotto un micidiale velo di banconote e favori il castello di menzogne, libertinaggio e manipolazioni su cui è arroccato il quotidiano dell’Imperatore. Ma se tutte le porte possono essere chiuse sulla privacy e la sicurezza dell’Imperatore, questi non può essere salvato da se stesso, dalla perdita di identità che la dismisura della propria potenza scatena. I tiranni in declino e ormai incontrollabili vengono murati vivi dal proprio regime nel chiuso del Palazzo. L’escalation nucleare in cui sta sfociando il dramma di potere interno al regime nordcoreano è il classico esempio della ‘soluzione’ autoritaria (prevalentemente militare) che si danno le dittature in crisi per restare in piedi quando il capo viene meno. Il guaio della democrazia postdemocratica inventata da Berlusconi nel suo svuotamento ad utenza è che essa comunque si regge sul favore del pubblico, ha bisogno del consenso del compratore e notoriamente questo è un bene estremamente volatile nella società dei consumi. Il beniamino del pubblico, la star idolatrata da milioni di fan, cade in disgrazia nel volgere di una nuova stagione di programmazione. Il modello alla moda che tutti vogliono comprare, va a finire nello scaffale dei saldi nell’arco di un nuovo lancio di marketing. La partecipazione popolare è un fattore di stabilizzazione democratica dei processi politici e delle istituzioni, la popolarità è una variabile aleatoria e fugace per cui cui nessun mago pubblicitario ha ancora trovato la pietra filosofale di trasformazione nell’invariante della durata.

Quale futuro aspetti l’Italia dalla caduta del suo piccolo cesare nessuno lo sa. Il processo di degrado politico, istituzionale e morale del Paese è talmente avanzato che non sarà facile trovare forze adeguate per una nuova stagione di democrazia. Il Pd va incontro alla sua grande occasione non per meriti propri ma per la debolezza del proprio avversario: speriamo che non la sprechi.http://www.landino.it/articoli.php?id=471

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Monsignor Crociata: «Non si può essere incuranti degli effetti che certi atteggiamenti producono»
 
 
 
Uno su tutti: all’anagrafe sarà boom per il nome Noemi. http://www.arrabbiato.splinder.com/

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I "mazzieri" del neofascismo barese candidati dal PDl

Il passato che non passa

Forse è il momento di fare chiarezza sugli anni bui che sfociarono con la morte di Benedetto Petrone

di Luigi Quaranta*

 

Non bastasse Simeone, candidato sindaco quindici anni dopo, non bastasse Tonino Matarrese che vuol partecipare, come ai bei tempi andati alla definizione del prossimo Piano regolatore, tra le tante componenti di questo “tuffo nel passato” che il centrodestra ha deciso di proporre agli elettori baresi c’è anche il ritorno sulla scena di alcuni dei più noti esponenti dello squadrismo fascista degli anni Settanta.

 Luciano Boffoli, Ubaldo Terlizzi ed Enzo Volpicella cinque anni fa non si erano nemmeno presentati alle elezioni, ora eccoli tutti e tre nella lista del Pdl, insieme, per soprappiù, a Tommaso Bottalico. Le biografie di questi signori vantano un bel numero di pagine relative agli anni della violenza politica, quando collezionarono decine e decine di denunce e qualche condanna per aggressioni contro ragazzi di sinistra e qualche flirt con ambienti di destra davvero estrema, contigua (e anche qualcosa di più) al terrorismo nero, poi un lungo inabbissamento nella militanza di partito (l’allora Msi-Dn) concluso con l’approdo in consiglio comunale all’epoca del trionfo barese del progetto politico tatarelliano (1995).

Che era fatto sì di un’insolita capacità di tessere alleanze al centro e anche più in là come della intelligente scelta di candidati dichiaratamente non di destra e certamente non fascisti (il primo Simeone già candidato repubblicano nel 1992, Sorrentino liberale e tra gli arrestati di via Niccolò dell’Arca, Salvatore Distaso candidato alla regione qualche mese dopo aver fondato il primo comitato barese per l’Ulivo), ma anche di una cinica rinuncia alla ridefinizione di uno statuto culturale e politico del proprio partito.

Le liste baresi di An nel 1995 erano la plastica dimostrazione di questa furbizia: il notaio Polito capolista a rappresentare il patto tra la borghesia barese e la destra politica e poi i fedelissimi del partito, ai quali non era stato richiesto nessun ripensamento sulla lunga militanza estremista e violenta, ai quali anzi era stata cinicamente instillata la convinzione che la presa del potere (anche solo del potere amministrativo a Bari) di per sé emendasse da qualunque colpa o per lo meno esimesse da qualunque spiegazione. I risultati di quel cinismo li vediamo bene ogni volta che in tv compaiono Gasparri o Larussa (che nella seconda metà degli anni Novanta erano considerati gli esponenti della destra più vicini a Tatarella): a quindici anni da Fiuggi, con alle spalle non solo il Msi ma ormai anche An, dopo essere o essere stati entrambi ministri, ogni volta che aprono bocca non puoi che riconoscerli per quello che continuano ad essere, nei toni e nei contenuti: fascisti. Nel loro piccolo questo vale anche per i “nostri” Boffoli & co.: altro che destra moderna ed europea, altro che Fini o Alemanno (altro che Melchiorre o De Feudis), questi sono ancora quelli di un tempo, squadristi.

Nei lunghi, lunghissimi anni seguiti al 1995 mi ero spesso interrogato sul perché nessuno a sinistra, in consiglio comunale e fuori chiedesse conto di queste storie. Forse era un altra declinazione del minoritarsmo storico della sinistra barese: chi non era capace di riconoscere l’intuizione politica di Tatarella e attribuiva i propri insuccessi al fatto che Bari era “di destra”, pensava forse che fosse inutile sfidare sul terreno democratico la destra trionfante, non importante provare ad ancorare il partito nato dal Msi ai valori della Costituzione, all’antifascismo e alla Resistenza. Ricordo ancora la sensazione di freddo anche nel cuore della giornata del 27 novembre 1997, ventesimo anniversario dell’assassinio di Benedetto Petrone. Ero tornato apposta da Rimini, dove allora lavoravo, per trovare in piazza Prefettura poche decine di persone che, per di più, si guardavano in cagnesco tra loro. Nessuno aveva provato a fare di quella data l’occasione per una riflessione collettiva, che coinvolgesse tutta la città sul significato della morte di Benedetto.

Ma se allora la sinistra barese era davvero poca cosa, assai più inescusabile mi pare aver mancato, per tutti i cinque anni dell’aministrazione Emiliano, una discussione sugli anni Settanta e sulla stagione della violenza politica a Bari che consentisse a tutti di “digerire” una lunga pagina di vita cittadina e di trasformare le memorie contrapposte in storia comune, facesse della lapide di piazza Prefettura un monumento cittadino e non la meta occasionale di cortei di incappucciati urlanti.

Insomma di fare per quella stagione politica quello che si è invece fatto in maniera efficace con i morti del 28 luglio, con la straordinaria giornata del 9 settembre 1943. Da questo impegno è venuta la Medaglia d’Oro al gonfalone della città e un reimpossessamento da parte dei baresi (se non di tutti della larghissima maggioranza di essi) dei valori dell’antifascismo e della Resistenza nella storia cittadina. Da quella distrazione (vedi anche, in questo blog i post del novembre 2007 dedicati al trentennale dell’uccisione di Benedetto) non ne è venuta fuori che una riproposizione delle stesse contrapposizioni degli anni Settanta. Forse anche per questo al Pdl sembra normale e naturale ricandidare Boffoli & Co.. Se li avessimo messi in condizione di non farlo sarebbe stato meglio. Per loro e per noi. E soprattutto per Bari.

*Candidato al Consiglio Comunale di Bari nella lista PD (partito democratico)http://www.barilive.it/News/news.aspx?idnews=13682


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Una prima risposta
Giovanni Maria Bellu
l'Unità


Una delle domande che si sentono rivolgere più spesso è: «Ma come mai gli italiani non reagiscono?». Loro - i corrispondenti dei giornali stranieri - fanno sempre più fatica a spiegarlo ai loro direttori e anche ai loro amici. Non basta più dire che l’Italia è un paese contraddittorio e un po’ matto che ha regalato al mondo il Rinascimento e il Fascismo, Leonardo da Vinci e Mussolini, Lorenzo il Magnifico e Sandro Bondi. Non basta perché nel mondo si è portati a pensare che le distanze tra le sensibilità, proprio come quelle tra i luoghi, si stiano progressivamente riducendo. Almeno le distanze culturali tra i paesi dell’Occidente ricco che condividono mode, letture, musiche, film e miti. Così appare strano, e a volte incomprensibile, che proprio uno dei paesi più antichi di quel mondo abbia preso un’altra strada. E sia diventato il laboratorio di qualcosa a cui è persino difficile dare un nome. Fascismo? Regime? Democrazia malata? «Governo del manganello mediatico»? L’ultima proposta è di Patricia Mayorga, cilena, una specialista dell’argomento.
Ma è facile - ed è infatti questa la strada che alla fine scelgono - individuare i singoli fatti che compongono lo strano mosaico del mistero italiano. A partire dal primo tra tutti, il peccato originale: il controllo da parte di un solo uomo, che è anche il capo del governo e il leader del principale partito politico, della quasi totalità del sistema dell’informazione televisiva. Semplice, anzi ovvio. Infatti la difficoltà non sta nell’enunciare il problema, ma nello spiegare come abbia potuto prodursi. E perché un paese dell’Occidente democratico sia giunto a questo punto di prostrazione e di rassegnazione.
Nel forum con i colleghi stranieri avremmo potuto comporre un volume di domande per il premier. Ne abbiamo scelte alcune, giusto quanta basta per chiarire che gli interrogativi attorno alla penosa vicenda delle minorenni (con le quali, ha chiarito ieri, «non ho mai fatto nulla di piccante») non sono che gli ultimi, e nemmeno i più importanti, di una lunghissima serie. E che la prima e più remota domanda - quella sull’origine della fortuna economica del capo del governo italiano - è da sempre senza risposta.
Ma - sorpresa - proprio ieri una risposta è arrivata. Ed stata è così chiara che la soddisfazione per la semplicità del messaggio quasi compensa il disagio e l’imbarazzo per il suo contenuto. Ricordate la casa editrice Einaudi, quella di Cesare Pavese, Italo Calvino, Leone Ginzburg, Elio Vittorini? Da una quindicina di anni, come buona parte di tutto ciò che ci circonda, è di proprietà di Silvio Berlusconi. Ciò nonostante ha potuto lavorare liberamente, senza visibili condizionamenti, pubblicando molti libri scomodi. Fino a qualche giorno fa, quando è venuto il momento di dare alle stampe un’opera di José Saramago che conteneva giudizi molto severi sul premier. Troppo severi anche per la Einaudi che ha chiesto, invano, all’autore di edulcorare l’edizione italiana. Il libro non uscirà. Insomma, siamo alla censura di un premio Nobel. Questo sì che è parlar chiaro. Grazie, presidente.


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La verità ad personam
Giuseppe D'Avanzo
la Repubblica

Berlusconi, un mese dopo, risponde alle domande che si fa da solo. Minorenni? «Non ho detto niente». Sesso con le minorenni? «Assolutamente no, ho giurato sulla testa dei miei figli e sono consapevole che se fossi uno spergiuro mi dovrei dimettere, un minuto dopo averlo detto». (Il Cavaliere ha memoria corta. Già gli è capitato di giurare sulla testa dei figli per negare che Fininvest avesse un «comparto off-shore, very secret», All Iberian. Ora che quell´arcipelago di "fondi neri" ha trovato una documentata conferma, il capo del governo ha dimenticato quel fragoroso spergiuro). La mossa del presidente segue un sentiero che gli è familiare fino all´abitudine. Rovescia il tavolo per uscire dall´angolo in cui si è cacciato con la sua apparizione in un ristorante di Casoria per festeggiare una diciottenne. Stende un velo sui tre eventi che egli stesso si è combinato: l´incomprensibile presenza in una periferia napoletana; l´offesa pubblica alla moglie; scelte politiche che hanno convinto Veronica Lario a parlare di «ciarpame politico».
Se questo "caso Berlusconi", come si è voluto accreditare, fosse stato soltanto una pruderie, magari il colpo di teatro del premier sarebbe stato anche efficace. Fin dall´inizio, però, questa storia non ha avuto nessuna parentela (o soltanto un legame forzato) con il gossip. Lo dimostrano con l´evidenza della luce le quattro parole («Non ho detto niente») con cui Silvio Berlusconi liquida l´intero rosario di discorsi e ricordi offerto nel monologo a Porta a porta, in tre interviste ufficiali (France 2, Corriere della sera e Stampa), nelle molte conversazioni ufficiose con i cronisti, nella pubblica promessa di «spiegare tutto» (Cnn). Della ricostruzione che il capo del governo ha proposto all´opinione pubblica non è rimasto in piedi, dopo quattro settimane, nemmeno un muro. Il think tank di Gianfranco Fini (farefuturo) e Veronica Lario lo accusano di selezionare la nuova élite politica del Paese negli studi televisivi, nei set dei reality, magari tra i cactus di Villa Certosa tra «le vergini che si offrono al drago». Il Cavaliere nega di aver mai voluto candidare alle Europee "veline" qualche ora prima che veline e soubrette confermino di aver firmato per quelle candidature. Veronica Lario svela che il premier «frequenta minorenni» posseduto da un´ossessione per il sesso che ne pregiudica la salute («non sta bene») e il presidente del consiglio ha dichiarato in tv di non frequentare minorenni e di stare benissimo. Salta però fuori una minorenne (Noemi) che certamente ha frequentato e frequenta. Per giustificarne gli incontri, Berlusconi s´ingarbuglia in una, due, tre, quattro versioni. Quanto più corregge e contraddice la sua memoria, tanto più offre ricostruzioni che stanno in piedi come un sacco vuoto. La risposta alle dieci domande che Repubblica avrebbe voluto fargli, se avesse accettato di essere intervistato, avrebbero potuto chiudere la partita, restituire al premier l´attendibilità perduta, ridimensionare una criticità che distrugge la sua reputazione (e quella dell´Italia) nel mondo. Ha preferito tacere, invece. Con ostinazione continua a tacere oggi mentre gli "arrangiamenti" si sbriciolano come un biscotto sotto la pressione di qualche interrogativo rivolto ai protagonisti. Un testimone attendibile, ex-fidanzato di Noemi, racconta di un uomo di 73 anni, capo del governo di un Paese con molte difficoltà da affrontare, che telefona in un pomeriggio autunnale del 2008 a una diciassettenne per dirle come sia «angelico» il suo viso e «puro» il suo sguardo. Decide di «allevarla». La invita a Roma, a Milano, in Sardegna quando – confessa la ragazza – si sente solo. La colma di regali e attenzioni. Il testimone, con un guaio giudiziario alle spalle, costringe Berlusconi a smentire se stesso. Il Cavaliere aveva detto di aver incontrato la ragazza sempre alla presenza dei suoi genitori, deve smentirsi: è vero, l´ho invitata – era ancora minorenne – prima a Villa Madama, poi a Villa Certosa e i genitori non c´erano. Si comprende, allora, perché il premier non risponda alle sollecitazioni: non può rispondere ad alcuna domanda senza danneggiare irrimediabilmente se stesso e un futuro luminoso progettato per concludersi al Quirinale. L´«unità di crisi», che lo consiglia, si convince a incamminarsi per la solita strada del «complotto», ma è ancora fresco nel ricordo di tutti che è stato lo stesso Berlusconi a costruire la trappola che lo tiene prigioniero senza voler ricordare che i protagonisti di quest´affare sono direttamente o indirettamente "berlusconiani", passando per Veronica Lario, da farefuturo al testimone, che svela il primo contatto tra il premier e la diciassettenne. La teoria del complotto diventa un soufflé sgonfio. Berlusconi, alle strette, riconverte i suoi passi verso una direzione che conosce bene e gli ha portato sempre fortuna: «non ho detto niente».
Il «non ho detto niente» di Berlusconi è la formula che contiene il nucleo stesso del suo sistema politico perché è il dispositivo che cancella ogni distinzione tra vero e falso. Con quel «non ho detto niente» il premier vuole eliminare, non solo le sue contraddizioni e incoerenze, ma anche gli eventi e i fatti concreti, il loro ricordo nella mente dei testimoni e dell´opinione pubblica. Pretende che sia accettato il suo personale canone secondo il quale non esiste alcun modo di stabilire che cosa sia vero perché «non esiste un criterio di verità praticabile» se si esclude ciò che viene dichiarato vero al momento. Il premier (consapevolmente o meno, non importa) ci invita a dare fede soltanto alle «credenze» che naturalmente possono essere cancellate il giorno successivo (e qui è un gioco da ragazzi per chi controlla stampa e network tv). In questo mondo di cartapesta la verità dura un solo giorno e il Gran Bugiardo che lo ha fabbricato non può mai essere accusato di mentire perché ha abolito l´idea stessa della verità.
Al fondo del "caso Berlusconi", che soltanto occasionalmente ha incrociato la vita di una ragazza e di una famiglia, c´è – come direbbe Leszek Kolakowski – «il cuore di una nuova civilizzazione» che abolisce l´idea stessa di verità. Che rende indifferente sulla scena politica l´attendibilità del premier perché il premier può affatturarsi la realtà come meglio gli conviene in quel momento, salvo poi rimodellarla il giorno dopo. Non tutti dalle nostre parti hanno compreso, contrariamente a quanto è stato subito chiaro alla stampa di mezzo mondo, che il "caso Berlusconi" oggi ci parla di minorenni, ma contemporaneamente o domani ci può parlare di disoccupazione, sviluppo, recessione, fisco, terremoto, famiglia, Europa, rifiuti: in una parola, del destino del Paese perché mette in gioco la sua rappresentazione pubblica e l´affidabilità di chi lo governa.
È a questa prova che Berlusconi sfugge rispondendo soltanto alle domande che egli stesso si pone senza nemmeno rendersi conto quanto avvilente sia vederlo apparire nei tg della sera per giurare che non fa sesso con le minorenni. Per evitare dieci domande, il premier preferisce questa umiliazione e, peggio, decide di inoltrarsi sempre di più in un vicolo cieco che minaccia di soffocarlo. Giurare sulla testa dei figli che non ha «rapporti piccanti» con le minorenni, pena le dimissioni immediate, è una sfida funesta che lo rende debole, soprattutto ricattabile. Qualunque minorenne – ed è ormai provato che a Berlusconi capita di frequentarle – può inventarsi la bubbola e scatenare un terremoto istituzionale. Questa è la strada sdrucciolevole che ha scelto il premier, costretto a scendere nei sotterranei del suo castello di bugie, incapace di spiegare perché ha mentito, a dire che cosa lo ha costretto a mentire, che cosa ancora oggi gli impone di tacere la verità. Questo è il dramma di un uomo e di un politico che è il capo del governo italiano.


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zapateroclass="linkmenu">11:58 | commenti

Vox Populi

Stamattina parlo con una signora che sapevo di AN, le parlo un po' della crisi e subito attacca riferendosi a "quelli lì al governo": "Ma hanno intenzione di fare qualcosa per questa crisi oppure se ne stanno con le mani in mano?". Io d'istinto difendo le istituzioni: "Signora, è una crisi che viene da lontano, non hanno colpa...". "E allora di chi è la colpa? Un po' di colpa ce l'avranno anche loro eh!". "Be', si...". "E quelli, guardi" - indicandomi due indiani - "quelli hanno le mazzette di soldi nei portafogli, dicono che loro si adattano, quelli stanno meglio di noi!... Saremo noi che siamo diventati imbecilli". "Può essere...".

Due cose si evincono: che la popola comincia piano piano ad addossare la colpa della crisi all'immobilismo del governo e che in mancanza d'altro l'acredine residua viene scaricata sugli stranieri che aprono negozi a ripetizione nonostante tutto. Queste sono le dinamiche del popolo, dal vostro inviato sul campo.

[quasi quasi domando a D'Alema se mi assume come opinion-picker].http://formamentis.splinder.com/


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In nome della madre
di rectoscopy

Berlusconi giura sui suoi figli. Ondata di morti inspiegabili in Brianza.

I figli potranno ricevere il cognome della madre. Festa ad Arcore.

La Fiat in corsa per l'Opel. Se non si guasta prima.

http://educazionecinica.splinder.com/

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zapateroclass="linkmenu">06:49 | commenti

WRSA, voi sapete perché

Contest
Messaggio per l'On. Palmieri perchè non crea un contest di siti politici dei candidati del PDL alle elezioni amministrative ed europee ce ne sono di belli

Maradona
Caro presidente uomini come lei non ne nasceranno piu lei e il maradona della politica.GRAZIE DI ESISTERE.Da napoletano vi dico ancora grazie siete unico


Equazioni
Equazione Noemi:Berlusconi=Veronica:Franceschini da cui Franceschini=Berlusconi x Veronica/Noemi soluzione Franceschini usa Noemi per dividere Berlusconi da Veronica

Taci
Silvio non sei lucido, taci se no ti massacrano

Attestato
Carissimo Presidente, E' con vero piacere che Le scrivo, per significarLe quell'attestato di fedeltà e di rispetto che per prima cosa Lei merita,in funzione dell'

Windows Live
Vorrei suggerire al Premier di prendere seri provvidementi per tutelare la sua immagine: è inamissibile che su Windows Live "qualcuno" (cioè il PD) usi il suo nome!

Aiuto
A TUTTI GLI ESPONENTI DEL PARTITO, AL PRESIDENTE SILVIO BERLUSCONI, VI INVIO UNA RICHIESTA DI AIUTO PER LE PROSSIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE.

Quallidi
CHE QUALLIDI CON IL SOCCORSO DELLA STAMPA DI SX STANNO MONTANDO UN CASO POLITICO,I COMUNISTI SONO ALLO SBANDO.FRANCESHINI SEI PENOSO E VISCIDO

Tradotto
Ceppaloni porta voti.Mastella non mi sembra peggio di altri,quindi: a la guerre comme a la guerre, dicono i francesi! Tradotto:alla guerra si va in assetto di guerra.

Buongiorno
BUONGIORNO! L'ANNO SCORSO PER LE ELEZIONI COMUNALI DI ROMA SONO STATA NOMINATA RAPPRESENTANTE DI LISTA PER ALEMANNO SINDACO. PER LE EUROPEE: MI CONTATTATE?

Oltre che
Presidente dov'è? Perchè lascia che scrivano di tutto e di più? Dov'è la persona comunicativa di un tempo.Sono, oltre che sua elettrice,Milanista, intervenga, La pre

La febbre
IL SITO DEI SOSTENITORI DI SILVIO DEVE ESSERE COME UNO SPAZIO AZZURRO PER POTER INTERLOQUIRE CON IL NS PRESIDENTE PER CONOSCERE LA FEBBRE CHE REGOLA LA POPOLARITà DEL
http://mirumir.blogspot.com/

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zapateroclass="linkmenu">06:42 | commenti

Quello che l'Italia non vuol vedere
di Alexander Stille, Repubblica -
Perché c´è un´attenzione e una copertura così forte da parte della stampa estera sulla vicenda delle dieci domande di "Repubblica" a cui il presidente Silvio Berlusconi non ha ancora dato risposta? Eppure in molti ambienti italiani, non soltanto quelli del Popolo della Libertà, si dice che si tratta di mero pettegolezzo, di vicende puramente private e quindi senza significato politico. La differenza tra il comportamento della stampa italiana e quella americana nello scandalo Clinton è come la differenza che c´è tra il giorno e la notte.
A mio avviso, il caso Clinton non è stato un momento di gloria per la stampa americana. Ma dietro c´era un principio molto chiaro e molto sano: che il potere dev´essere trasparente, deve rendere conto di se stesso davanti al pubblico, deve rispettare le istituzioni di controllo, come il Congresso e la magistratura. Per di più, c´era il principio fondamentale secondo cui il comportamento di un capo di Stato non è puramente personale: se ha rapporti sentimentali con persone che lavorano dentro il governo, o che aspirano a farlo, diventa un caso squisitamente politico. Ha detto più o meno così, il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco: «La stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti. Non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio, il meno deforme, dell´anima del Paese».
C´è poi una questione di fondo che vale a ogni latitudine: un politico dovrebbe dire la verità. Nel caso italiano Berlusconi ha offerto tante verità diverse che non possono essere tutte attendibili, ovviamente, e dunque vere tutte. Quindi viene naturale chiedersi: che cosa si vuole coprire offrendo tante versioni di comodo, pur tra loro contraddittorie? Uno dei ruoli principali della stampa è la funzione di controllo del potere politico. Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Usa, pur essendo stato attaccato duramente dai giornali per fatti personali (il suo chiacchierato rapporto con una sua schiava, rivelatosi recentemente vero grazie agli esami del Dna), ha scritto: «Se dovessi scegliere tra un governo senza giornali o giornali senza un governo, non esiterai un attimo a fare la seconda scelta».
Quando la stampa annusa il cattivo odore che esce da una storia – opacità, poca chiarezza, incongruenze del potere - sa che il suo ruolo è quello di indagare. Quando nota delle evidenti contraddizioni (e quindi bugie) nei racconti dei potenti -Berlusconi che sostiene di aver visto la giovane Noemi due o tre volte e sempre accompagnata dai genitori e lei che rivela che quando Berlusconi ha delle ore libere lo raggiunge a Roma o a Milano - allora il giornalismo capisce istintivamente che è il momento di insistere per arrivare alla verità. Il Financial Times di Londra, certamente non un giornale di sinistra, scrive che "il pericolo di Berlusconi è una spietata demonizzazione dei nemici e un rifiuto di lasciare uno spazio a poteri di controllo."
In Italia si è dimenticato che all´estero lo strapotere di Berlusconi è letteralmente inconcepibile: che l´uomo più ricco del Paese, proprietario di tre rete televisive nazionali e imputato in vari processi gravi possa guidare insieme il governo e il sistema mediatico pubblico, è qualcosa che stupisce anche l´americano più conservatore. Perchè non è una questione di destra e sinistra, ma di potere incontrastato. Questo è il punto. E la stampa internazionale, quando la moglie del premier parla di un uomo di 72 anni che frequenta minorenni sente e capisce che si tratta di una sorta di delirio del potere assoluto. Nel caso di Berlusconi, d´altra parte, i giornali sanno che l´auto-mitologia del potere non si può separare da un´auto-mitologia sessuale. Così come non si può separare il privato dal pubblico nella sua carriera politica. Più volte, e proprio con la stampa estera, Berlusconi ha scelto di parlare del sesso e della sua carriera di playboy. Davanti all´associazione della stampa estera, Berlusconi ha detto che il primo ministro danese Rasmussen era il più bel politico d´Europa e ha detto che sarebbe stato l´uomo giusto per sua moglie. Ha stupito Wall Street parlando delle belle segretarie che lavorano in Italia. Ha detto di avere fatto il playboy con la premier finlandese. Ha parlato delle sue fidanzate francesi, di una fidanzata turca.
Il premier ha invitato i giornali a speculare sui suoi possibili rapporti con le donne candidate quando nel 2008 ha detto: «Portiamo in Parlamento il 30 per cento di donne e si scatena la corsa a dire che sono fidanzate mie e di Gianfranco. Siamo supermen, ma certi traguardi sono impegnativi anche per noi...». L´idea che posti nel Parlamento e nel governo possano essere assegnati a donne con forse hanno avuto un rapporto personale con il presidente del consiglio avrebbe scatenato negli Stati Uniti una campagna di stampa che non si sarebbe fermata finché non fossero giunte risposte convincenti. Non per curiosità morbosa ma per un evidente uso personale del potere politico. Il fatto che in Italia una ragazzina che non ha neppure fatto la maturità possa pensare che, grazie al rapporto con il suo "papi", le spetti un posto nel parlamento è sintomo di una degenerazione evidente. Poi ci sono state le conversazioni intercettate tra Agostino Saccà, il capo della Rai fiction e Berlusconi, in cui il Cavaliere ha detto testualmente di chiedere favori nella sistemazione di alcune donne sia per "sollevare il morale del capo" sia per aiutarlo a convincere un senatore dell´opposizione a cambiare schieramento politico per fare cadere il governo. Ripeto: per fare cadere il governo. Cosa c´è di personale, di privato, in questa vicenda che configura un abuso di potere? Un uomo politico americano che avesse fatto altrettanto sarebbe finito.
Perchè quindi meno chiasso e meno attenzione in Italia? Negli Stati Uniti l´audio della conversazione Berlusconi-Saccà sarebbe stata trasmessa migliaia di volte su tutte le televisioni. In Italia, invece, vorrei sapere se un singolo telegiornale l´abbia trasmesso, anche una sola volta. Non per niente, il governo Berlusconi sta per approvare una legge che renderebbe le intercettazioni di uomini politici (e soprattutto la loro pubblicazione) pressochè impossibili. Quindi dove finisce la sfera privata e comincia quella dell´interesse pubblico? I giornali stranieri cominciano a domandarselo. Berlusconi ha sempre detto che «una cosa, se non è stata in televisione, non esiste». Molte delle cose di cui mi sono occupato in questo articolo non sono state mai nemmeno accennate dalla televisione italiana e spesso nemmeno da buona parte della stampa. Il silenzio di Berlusconi davanti alle dieci domande di Repubblica è dunque possibile solo perché il Cavaliere non ha risposto a tante altre domande e perché il sistema dei media non le ha neppure mai poste.

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zapateroclass="linkmenu">06:39 | commenti

Illibata

nonna

La cosa singolare è che a diffondere la voce secondo cui Berlusconi avrebbe conosciuto e fuggevolmente amato in gioventù la nonna di Noemi sono state fonti vicinissime al premier e a Bonaiuti.

Tanto gridare su quelli che infangano la diciottenne, e poi si fanno insinuazioni così basse su un’ottuagenaria.

Vergogna. Fino a prova contraria, la nonna di Noemi è illibata.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


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Domani ad Atene manifestazione di musulmani contro la polizia


Domani ci sarà una nuova manifestazione ad Atene: questa volta scendono in piazza i musulmani. La tensione tra la comunità islamica e forze dell’ordine è esplosa venerdì scorso, quando la polizia ha caricato un corteo di protesta per la distruzione del Corano di un migrante iracheno durante un controllo degli agenti. L’episodio, secondo le associazioni di migranti, è solo l’ultimo di una catena di atti razzisti e violenti da parte delle forze dell’ordine greche nei confronti dei migranti.
Le tensioni tra la comunità islamica e le forze dell’ordine arrivano mentre i portavoce degli islamici trattano con la municipalità di Atene la concessione di spazi per avere un proprio cimitero e luoghi di culto adeguati nella capitale ellenica. Quella delle moschee è una necessità resa ancor più impellente dopo l’aggressione subita da un gruppo di cittadini del Bangladesh che si erano riuniti in una casa per pregare. L’abitazione è stata fatta oggetto del lancio di una bottiglia incendiaria, solo per un caso non è accaduta una tragedia.
http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/17611

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CRISI POLITICA: RINVIATI COLLOQUI TRA LE PARTI, A LUGLIO CONSULTAZIONI CON EUROPA




Sono stati rinviati ‘sine die’ i colloqui tra le parti politiche in Madagascar mediati dalla comunità internazionale, l’Unione Africana e altre organizzazioni regionali: lo ha reso noto il mediatore dell’UA Ablassé Ouedraogo secondo il quale “dopo l’aggiornamento e le defezioni di alcuni partecipanti non è stata decisa una nuova data per la ripresa del negoziato. Intanto il capo dell’Autorità di transizione del Madagascar, Andry Rajoelina è stato ricevuto oggi dal presidente senegalese Abdoulaye Wade al quale ha delineato “in dettaglio la situazione attuale nel paese” ha detto l’ex-sindaco di Antananarivo, divenuto oppositore del presidente dimessosi Marc Ravalomanana. Poco prima di partire dal Madagascar per il suo viaggio che lo porterà, dopo la visita in Senegal, anche negli Stati Uniti, Rajoelina aveva motivato ai giornalisti la sua decisione di non firmare la cosiddetta ‘carta transitoria’ preparata dai mediatori internazionali affermando che non intende concedere all’ex-presidente il diritto di ritornare in Madagascar, come previsto dall’accordo. Intanto, da Bruxelles, fonti ufficiali hanno reso noto che le consultazioni politiche tra l’Unione Europea e l’Autorità di transizione, cominceranno il 7 luglio prossimo. In base agli accordi di Cotonou, l’Ue può sospendere parzialmente o interamente la sua cooperazione con un paese dell’area Africa-Caraibi-Pacifico (Acp) ritenuto colpevole di gravi violazioni dei principi democratici.
[AdL]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=247306

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Sonia piace

La nomina di Sonia Sotomayor riscuote consensi, con una reazione iniziale più simile alla scelta di Roberts che a quella di Alito, accolto più tiepidamente. A parte la reazione idiota di Newt Gingrich, l'ostruzionismo al Senato non sembra un'opzione credibile. Un segno di intelligenza da parte del Gop. E un significativo successo di Obama http://andreamollica.blogspot.com/

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maggio 28 2009

Sergio Cofferati


Sergio Cofferati avrebbe qualche imbarazzo a farsi vedere in giro, se l’Italia non fosse il campo da gioco ideale per piccoli e grandi oligarchi.
L’ex segretario della Cgil infatti ha dimostrato di essere doppiamente bugiardo. Dapprima promise di ricandidarsi a sindaco di Bologna, per finire il lavoro. Forse impensierito da certi sondaggi, alla fine non si è ricandidato. In un secondo momento (ottobre 2008) dichiarò di ritirarsi a Genova per stare vicino alla nuova compagna e al piccolo figlio, premurandosi di aggiungere in risposta a chi insinuava possibili riciclaggi al parlamento europeo: sono una persona seria, se mi dovessi candidare alle europee siete autorizzati a darmi del ciarlatano. Scherzava: infatti oggi è capolista del pd nel nord ovest alle elezioni europee. Sapete com’è, si è giustificato con la stampa, sono un tipo all’antica: quando il partito chiama non posso dire di no. Nel partito, a dire il vero, non tutti sono entusiasti di lui: il suo nome, catapultato nel nord ovest da Bologna, insieme a quello di Luigi Berlinguer, ottantenne capolista nel nord est dopo una vita spesa altrove, non è parso tra i più adatti a ispirare l’idea del rinnovamento generazionale né del radicamento territoriale. Tant’è vero che il buon Franceschini a tre settimane dalle elezioni ha pensato bene di spedire una lettera a tutte le unità periferiche del partito per ordinare di sostenerli attivamente con manifesti, santini, incontri pubblici e tutto il necessario. Seguirà verifica post elettorale sulle preferenze, è la minacciosa chiosa della lettera. Quando il partito chiama…
L’altro giorno Sergio Cofferati era a MIlano, alla libreria Feltrinelli, per presentare il libro del compagno Fausto Bertinotti, il rivoluzionario da salotto che ancora pontifica dall’alto di un decennio di successi: dall’affossamento del primo governo Prodi (i berluscanes ancora ringraziano) alla riduzione in semi-clandestinità del partito dei rifondatori che un tempo (le elezioni del 1996, vinte insieme a Prodi) si attestava all’8,6 per cento dei voti. Siamo andati anche noi, Fanny Nicola e io, per chiedergli conto di questa sua incoerenza fra parole e fatti, indegna di una persona seria. Dopo due ore di dibattito sui massimi sistemi a tratti surreale, con Pigi Battista, sì l’editorialista del Corsera, che a un certo punto ha suggerito al compagno in cachemire da dove ripartire per ricostruire una grande sinistra unita e operaista, Fanny si è permessa di alzare la mano per rivolgere - in modo pacato e civile, come piace tanto a certi nostri lettori - una domanda a Cofferati. Risposta della moderatrice: è rimasto tempo solo per qualche autografo. E dire che il comizietto bertinottiano si era concluso con l’esaltazione della partecipazione critica di ogni singolo cittadino contro i pericoli della regressione populista! Iperboli oratorie buone per l’applauso, evidentemente: la realtà è un’altra cosa. “Bella democrazia! Per questo perderete sempre!” - ha chiosato una signora in platea. A quel punto, circondati da una simpatica pattuglietta di poliziotti che per un’ora ci avevano perfino impedito di effettuare riprese in nome della privacy, ci siamo avvicinati a Cofferati per chiedergli un doveroso chiarimento e lui ha trovato la faccia solo per rimandarci a un’intervista rilasciata un mese e mezzo fa al Corriere della Sera, prima di chiudersi in macchina con quattro guardaspalle. A quel punto, consapevole di esaudire una sua richiesta, gli ho dato più volte del ciarlatano. Mi è costato, ma quando il capolista del partito chiama io non posso dire di no.
E se cercaste anche voi, gentili lettori, gli appuntamenti pubblici dov’è prevista la presenza del Ciarlatano per andargli incontro e qualificarlo come merita? http://www.pieroricca.org/


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Mentana reloaded

Berlusconi: "Parlamento pletorico!"
Fini: "Maglio perforante!".

Il presidente della Camera ribadisce: "Il Parlamento non è inutile". Serve a tenere lontano dalla strada un sacco di brutti ceffi.

Franceschini critica il premier: "L'Italia non è di plastica". Quindi va nel sacco nero.

L'avvocato di Berlusconi promette: "Eviteremo altri casi Mills. D'ora in poi solo contanti".

Berlusconi: "La lotta alla mafia è il nostro obiettivo". L'idea degli infiltrati non è male.

"Falcone è stato un punto di riferimento". Al momento di premere il pulsante.

Schifani: "La strada giusta per battere la mafia è quella di isolarla". In Italia.

La mafia: "E sia. Correremo da soli alle europee".

Il Garante richiama Emilio Fede: "Troppo governo". Le transaminasi sono ok.

Per riequilibrare, il Tg4 costretto a mandare in onda un'intervista a Fini.

A Fede contestata anche una violazione della privacy: durante un servizio si era lasciato sfuggire il nome del leader dell'opposizione.

Maroni. "Nel 2008 spariti 1.330 minori". "Una era a casa mia" tranquillizza Berlusconi.

Le immagini confermano: Noemi era ospite d'onore alla festa del Milan. Ora resta solo da chiarire cosa avesse il Milan da festeggiare.

Berlusconi difende il capitano dopo le critiche dei tifosi: "Maldini per me è come un figlio. Non lo vedo mai".

Diffuso l'identikit del nuovo disoccupato: adulto, sposato, ex segretario del Pd.

Mentana reintegrato a Matrix. Finalmente il comitato elettorale è al completo.

(Decisione dovuta anche al fatto che nessuno degli ospiti si ricordava mai come cazzo si chiamasse l'altro conduttore)

Muore Robert Furchgott, sviluppò il Viagra. E viceversa.

I funerali avranno luogo non appena avrà finito di scopare.

Radio Vaticana in rosso, la Santa Sede apre agli spot. I mercanti sono pregati di tornare nel tempio.

Tenta di battere il record mondiale di sesso orale, ma sviene dopo il settantacinquesimo partner. Subito varato il provvedimento per ridurre il numero dei parlamentari.

Roma, inglesi tentano di pagare un conto con banconote senza alcun valore. Erano sterline.

Champions League, Bocelli canterà prima della finale. O almeno questo è quello che gli faranno credere.http://www.spinoza.it/


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La truffa del semaforo

 

Facendo due chiacchiere con qualche collega arrabbiato del Centrodestra ho scoperto una cosa incredibile: con un sistema ben congegnato, il Pdl alle Europee è riuscito a neutralizzare il voto di preferenza ed a costruire liste praticamente bloccate, come voleva Berlusconi. Ricordate la nostra contrattazione sulla legge elettorale? Loro vinsero sul mantenimento dei collegi grandi, si trovò un compromesso sullo sbarramento al 4% (noi volevamo il 3%, loro il 5%) e noi vincemmo sulle preferenze, o almeno così ci sembrò. Invece, i coordinatori del Pdl si sono inventati il sistema del semaforo ed hanno fregato tutti: sia noi, sia (soprattutto) gli elettori, che pensano di poter scegliere chi andrà in Europa mentre invece è già tutto deciso. Faccio l’esempio del nordest, dove i posti a disposizione per il Pdl dovrebbero essere 4 (5 secondo le migliori previsioni): si presenta una lista di 13, divisa in una fascia verde, una fascia rossa ed una fascia gialla, naturalmente invisibili ad occhio nudo e mischiate fra loro. Nella fascia verde metto i 4 che porterò a Strasburgo: Sergio Antonio Berlato (uscente, da riconfermare), Antonio Cancian (ex deputato Dc del trevigiano), Elisabetta Gardini (uscente, da riconfermare) ed Amalia Sartori della Lia (uscente, da riconfermare). Nella fascia rossa metto tutti quelli che non andranno a Strasburgo, se anche venissero sommersi dai voti, perché sono ineleggibili: Silvio Berlusconi (presidente del Consiglio), Alberto Balboni (senatore Pdl di Ferrara), Michaela Biancofiore (deputato Pdl di Bolzano), Giovanni Collino (senatore Pdl di Udine), Maurizio Paniz (deputato Pdl di Belluno). Su 13 candidati in lista, ci tengo a sottolinearlo, 5 sono ineleggibili. Tolti i 4 della fascia verde, che andranno sicuramente in Europa, ed i 5 della fascia rossa, che altrettanto sicuramente resteranno a Roma, rimangono 4 posti per la cosiddetta fascia gialla, in cui Berlusconi ha fatto mettere tutti nomi di seconda o terza fila, per lo più giovani: non riusciranno a prendere troppi voti di preferenza, in maniera da non infastidire i candidati veri, ma potrebbero ritrovarsi al Parlamento europeo in caso di exploit del Pdl: Laura Calò (funzionaria del Pdl in Trentino Alto Adige), Maria Gabriella De Maria (sulla quale purtroppo non so dirvi molto, tranne che avrebbe 34 anni, perché non sono riuscito a trovare il suo sito internet), Fabrizio Frosio (38 anni, fondatore di un certo Movimento Politico Destra Libertaria) e Fiorella Rigon (presidente del Circolo giovani Pdl di Mestre). Rossi, gialli e verdi, come vi dicevo, sono mischiati, per non dare troppo nell’occhio: così, dopo aver fatto due conti, scopri che gli eletti del Pdl del nordest saranno certamente il numero 3, il 6, il 10 ed il 13. L’unica differenza con la lista bloccata è che qui non sono in fila, dal 2 in poi: anche in questo caso, infatti, Berlusconi non avrebbe rinunciato a mettersi in testa. Ora, se volete discutiamo una vita sulle candidature del Pd, e voi mi direte che ci voleva più rinnovamento, ed io vi risponderò che qualche nome in gamba c’è davvero, e voi mi direte sì ma non è abbastanza, ed io vi risponderò che le preferenze servono proprio a scegliere, ed andremo avanti così fino al 7 giugno, quando scopriremo chi ce l’ha fatta dei nostri e chi no. Perché noi, a differenza loro, ancora non lo sappiamo.http://andreasarubbi.wordpress.com/


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zapateroclass="linkmenu">06:17 | commenti

Poveri scudi (umani)




Vignetta di Bandanas

Che poi a guardarli ogni sera nelle loro fatiche televisive ti accorgi che neanche se lo godono questo gruzzolo di fama, cotoni sartoriali, contratti, orologini, vacanze, carriera e altri piccoli privilegi. Parlo dei molti addetti alla difesa quotidiana del Cavaliere - Carlo Rossella, Maurizio Belpietro, Sandro Bondi, Paolino Bonaiuti, eccetera - tutti scudi umani senza più la lucentezza di un tempo. Sempre più tesi, più guardinghi, più rancorosi nelle loro pubbliche esibizioni. Appaiono ogni sera un po' più infelici della sera precedente per il giocattolo che ormai li ha intrappolati e che non li fa più divertire, gli toglie il sonno e la leggerezza di un tempo, quel bel tempo senza troppe minacce quando sventatamente salirono a cavallo di quegli ingranaggi luminosi del Biscione per godersi il vento di Arcore, quel profumo di gasolio e ricchezza sulla piazzola d’attesa del Gulfstream, area riservata ai voli privati di Linate, e la luce del mare a Villa La Certosa, tra i molti ospiti, specialmente giovani non ancora laureati e spensierati.

Andrebbe vista (e rivista) l’altra sera a Ballarò la reazione furiosa di Belpietro quando il segretario del Pd Dario Franceschini gli ha detto: “Sarebbe bene precisare che lei, gentile Belpietro, è un dipendente di Berlusconi…”.
Belpeitro, urlando: “Io non sono dipendente di nessuno!”.
Franceschini: “Be’ sì, di Berlusconi”
Belpietro: “Non è vero, non è vero…”. E aggiungeva: “Io dipendo solo dalla mia coscienza” generando applausi e ilarità in studio.

Un paio di settimane prima la stessa scena l’aveva interpretata Carlo Rossella, costretto anche lui a difendere tutto quello che riguarda il Cavaliere: la minorenne, le candidature delle ragazze, la festa di Casoria e persino l’amicizia tra Berlusconi e il padre di Noemi, “un umile militate di Forza Italia, una persona semplice di quelle che piacciono al presidente”.

Perche il tragico (e anche il ridicolo) di questa perpetua fatica è quanto e come il precipitare delle circostanze allarghino i confini della difesa necessaria, non più solo giudiziara (le toghe rosse, il lodo Alfano, la condanna a Mills, la stampa nemica) ma anche privata, e privata fino al dettaglio, le donne, il sesso, l’esibizionismo, le battute, le barzellette, la moglie Veronica (Carlo Rossella: “La stimo moltissimo”), le festicciole, le intercettazioni, le molte versioni di quest’ultima storia sempre piu’ sdrucciolevole:
“Il presidente a Noemi l’ha vista solo tre volte”
“L’ha vista sempre in compagnia dei genitori”
“L’ha conosciuta da piccola”
“L’ha invitata a Capodanno ma insieme a altre sessanta o settanta persone”
“Il presidente era amico dei genitori”.
Finendo anche loro per inciampare nelle rotolanti bugie del capo. Di seguirne lo smottamento verso il basso. Con il pensiero fisso ormai di prevederne in tempo la caduta finale (quando sarà) per scansarsi dalla molta polvere e lucidare gli alibi.
(Vignetta di Bandanas)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

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zapateroclass="linkmenu">06:12 | commenti

Iran supera la Cina in numero di esecuzioni


A denunciarlo è stata la Premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi

Secondo quanto assicura l'avvocato e Premio Nobel per la Pace 2003, Shirin Ebadi, la situazione dei diritti umani in Iran "è peggiore" che in Cina.

A pochi giorni dalle elezioni nel Paese, l'avvocata iraniana afferma in una intervista telefonica con il quotidiano francese ‘Le Monde' che dal 2005 la situazione dei diritti umani in Iran è peggiorata costantemente. "Nel 2008 abbiamo constatato che in tre anni le esecuzioni erano aumentate del 300 per cento". Il bilancio suggerisce che l'Iran ha superato con questi numeri anche la Cina. "Da noi ci sono state 355 esecuzione per 70 milioni di abitanti e 2.200 in Cina, che conta 1,3 miliardi di persone. Fate i conti".
Per le elezioni di giugno, Ebadi chiede "libertà" e "trasparenza". "La legittimità di un governo non dipende soltanto del suffragio universale, ma anche del rispetto dei cittadini, della loro opinione e la loro religione", assicura Ebadi. "La repressione va in aumento" nel Paese, "segno che la democrazia è in pericolo", conclude la Premio Nobel per la Pace.http://it.peacereporter.net/articolo/15983/Iran+supera+la+Cina+in+numero+di+esecuzioni


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zapateroclass="linkmenu">06:08 | commenti

Retroscena di un falso attentato

4voltidi Pino Cabras - Megachip

“Attentato sventato a New York”, strombazzavano i media il 20 maggio 2009. La notizia ha meritato titoloni e tanti commenti che hanno riempito le “breaking news” e qualche paginone, ma finora si è indagato poco.






Per la maggior parte dei media è scattato il riflesso di chi dice “non abbassiamo la guardia”. E Dick Cheney, l’anima nera della precedente amministrazione USA, ne ha approfittato per l’ennesima tirata contro chi vuole smantellare il sistema da lui messo in piedi. Ma cosa è successo davvero a New York? Un’analisi appena più approfondita rivela sorprese clamorose.

Le vicende di “attentati sventati” degli ultimi anni mostrano in comune il ruolo ambiguo dei servizi di sicurezza.
Non fa eccezione l’ultimo caso newyorchese.

Scopriamo che i quattro «terroristi islamici» hanno una biografia da sfigati ricattabili, delinquenti abituali statunitensi di facile manipolabilità, e dal profilo jihadista improbabile. Il loro ordigno al plastico disposto dinnanzi a una sinagoga non è esploso, era “inerte”. Gli era stato fornito da un quinto elemento, un agente dell’FBI infiltratosi con la promessa di fornire un kit del perfetto terrorista che comprendeva anche un falso missile (per abbattere un aereo). Le mosse erano seguite passo dopo passo, di fatto governate, da molti mesi, in sinergia con altre agenzie federali.

Un importante elemento di raccordo fra i quattro e l’FBI era il cinquantaduenne pakistano Shahed Hussain, diventato informatore dell’agenzia federale dopo che nel 2002 era stato incriminato per banali reati legati a questioni d’immigrazione, e reso così prono ai ricatti. Hussein si presentava ai quattro con molta disponibilità di denaro e con promesse di procurare armi e ordigni speciali.

Ma il pezzo grosso dell’FBI è un altro. Risponde al nome di Robert Fuller. È un agente che ricompare in diverse vicende controverse, sin dalle circostanze legate agli eventi dell’11 settembre 2001.

new-york-four-muckFuller nell’agosto del 2001 ebbe l’incarico di rintracciare e arrestare due persone molto sospette, Khalid al-Mindhar e Nawaf al-Hamzi. La segnalazione era giunta dalla CIA il 23 agosto dopo che i due erano giunti sul suolo USA. Qualche settimana ancora, e i loro nomi sarebbero stati ricompresi nella lista dei presunti dirottatori dell’11/9. La ricerca di Fuller fu talmente svogliata, che finanche la Commissione sull’11/9 ebbe a menzionarne l’indolente inefficacia.

Fuller riappare in cronaca nel novembre 2004. A Washington, sul marciapiede davanti alla Casa Bianca, un uomo si dà fuoco. È lo yemenita Mohamed Alanssi. Sopravvive con il trenta per cento del corpo coperto di ustioni. Nel frattempo emerge un documento di suo pugno nel quale spiega in qualche modo l’insano gesto. È una lettera per Robert Fuller, eccolo lì di nuovo, il quale lo aveva reclutato come informatore. Alanssi scrive di voler vedere la sua famiglia in Yemen prima di dover testimoniare in un tribunale USA su spinta di Fuller perché si dice certo che, dopo quella deposizione, la sua famiglia e lui stesso moriranno. Al «Washington Post» rivela: «Ho fatto un grosso errore a collaborare con l’FBI. L’FBI ha distrutto la vita mia e della mia famiglia, intanto che mi prometteva l’ottenimento della cittadinanza e di pagarmi 100 mila dollari». La somma fu erogata, ma Alanssi non acquisì la cittadinanza USA. La moneta di scambio era una testimonianza a carico di svariati imputati islamici.

Robert Fuller lo rivediamo in Afghanistan, all’aeroporto di Bagram, dove interroga - con i metodi disumani consentiti in questi anni di torture e pressioni - un quattordicenne afghano, Omar Khadr, orbo di un occhio dopo il combattimento in cui è stato catturato. A Khadr sono mostrate diverse foto di presunti guerriglieri, e gli viene chiesto un qualche riconoscimento. Fuller riesce a estorcere al giovane l’identificazione di un uomo canadese di origine mediorientale, Maher Arar, che a quel punto deve rispondere all’accusa di essere stato fra i guerriglieri afghani. Arar è arrestato sul suolo canadese e diventa uno dei tanti casi di «extraordinary rendition». Nell’incertezza giuridica sul grado di copertura sulle pratiche di tortura, Arar è consegnato alla Siria, dove ci sono meno esitazioni costituzionali sui supplizi di Stato (e questo è uno dei più stupefacenti casi di collaborazione fra paesi che altrimenti non si risparmiano atti ostili). Lì Arar viene torturato per mesi e mesi, come è avvenuto in tanti altri casi. Il ragazzo che lo ha accusato finisce intanto nel campo di Guantanamo, dove la commissione militare speciale lo processa nel gennaio 2009. Fuller è chiamato a testimoniare e l’agente FBI ribadisce che il riconoscimento di Arar è avvenuto sulla base di una foto. Il controesame del testimone spinge Fuller ad ammettere che all’inizio il riconoscimento non era stato così netto, anzi era proprio vago, e che solo una protratta «intensa pressione» aveva spinto Khadr a ricomporre in modo più assertivo il ricordo.

Peccato che nel frattempo gli inquirenti canadesi trovano le prove che il loro concittadino, proprio nel periodo in cui secondo Khadr e Fuller si trovava in Afghanistan, era invece in patria. Le autorità si rivolgono alla Siria per riavere Arar, evidentemente innocente. La sua storia viene raccontata dalla cronista Kerry Pither in un libro (Dark Days: The Story Of Four Canadians Tortured In The Name Of Fighting Terrorism).

E poi arriviamo all’ultima vicenda.
I quattro terroristi “islamici” fatti arrestare da Robert Fuller nel 2009 sono: James Cromtie, 44 anni, di cui 12 in prigione, un bugiardo patologico, un violento; David Williams, 28 anni, pluripregiudicato, il quale possiede una pistola da quando se ne compra una coi soldi datigli dall’FBI; Onta Williams, 32 anni, una vita dentro e fuori le prigioni; Laguerre Payen, 27 anni, pregiudicato, schizofrenico sottoposto a trattamento con psicofarmaci.
I quattro hanno incontrato questa caricatura di jihadismo soltanto perché un agente provocatore glielo ha proposto, con insistenze e azioni perseveranti, prospettando loro denaro e armi. Li ha messi insieme lui, insomma. L’allegra compagnia “islamista” non si priva di droghe, banchetti e sontuose bevute.

Il ritratto che emerge somiglia a quello di altri personaggi bizzarri che abbiamo imparato a riconoscere anche nelle cronache sulle deviazioni dei servizi segreti italiani nel corso degli anni, anche di recente, come nei casi di Mario Scaramella o Igor Marini. Sempre oltre il filo dell’impostura e della millanteria, questi soggetti compiono atti che si muovono macchiettisticamente lungo le frange esterne delle trame dei servizi segreti, con coperture, depistaggi, manovre che creano confusione, ma sempre disseminate di riconoscibili contatti con autorità governative. La commistione di vero e falso dei loro racconti e delle schede che li riguardano sembra indicare anche una loro strutturale indifferenza psicologica rispetto al confine tra verità e inganno. Basterebbe poco a smascherare le trame.

Tutta la vicenda dei quattro balordi di New York somiglia maledettamente a un sistema messo in piedi qualche anno fa nell’ambito della Guerra al Terrore. Un comitato di consulenti in seno al Pentagono, il Defense Science Board, nell’estate del 2002 ha proposto la creazione di una squadra di un centinaio di uomini, il P2OG (Proactive, Preemptive Operations Group, ossia Gruppo azioni attive e preventive), con il compito di eseguire missioni segrete miranti a ‘stimolare reazioni’ nei gruppi terroristici, spingendoli a commettere azioni violente che poi li metterebbero nelle condizioni di subire il ‘contrattacco’ delle forze statunitensi (1).

Il paradosso di una simile operazione è spinto fino a limiti estremi. Pare che il piano debba in qualche modo opporsi al terrorismo causandolo.

In base al documento prodotto presso il Dipartimento della Difesa statunitense, altre strategie comprendono il furto di denaro a delle cellule di terroristi o azioni di depistaggio attraverso comunicazioni false. Viene subito alla mente il caso del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro, nel lontano 1978, uno dei tanti depistaggi degli ‘anni di piombo’, quando erano in incubazione su scala limitata i metodi poi estesi alla globalizzazione della paura.

Gli atti precisi cui ricorrere per ‘stimolare reazioni’ nei gruppi terroristici non sono stati svelati, il tutto in ragione della riservatezza di fonti e contatti da non compromettere.

Un’organizzazione come questa è perfetta per creare confusione e depistaggi, quel genere di caos che si determina nel passaggio dall’«infiltrazione» alla «provocazione».

Il documento del Pentagono si spinge poi a spiegare che l’uso di questa tattica consentirebbe di considerare responsabili degli atti terroristici provocati quei paesi che ospitassero i terroristi, a quel punto considerati dei paesi a rischio sovranità.

Il grande giornalista investigativo Seymour Hersh, una mosca bianca fra la grande stampa, ha rivelato già all’inizio del 2005 che il P2OG è stato rimesso all’opera. Cosa svelava Hersh?

«Sotto il nuovo approccio di Rumsfeld, mi è stato riferito (da fonti interne ai servizi americani, ndr) che agenti militari USA sarebbero stati autorizzati all’estero a fingersi uomini d’affari stranieri corrotti, intenti a comprare pezzi di contrabbando che possano essere utilizzabili per sistemi d’armamento atomici. In certi casi, stando alle fonti del Pentagono, dei cittadini locali potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Ciò potrebbe comprendere l’organizzazione e l’esecuzione di operazioni di combattimento, o perfino attività terroristiche.»
Evidenziamo: «perfino attività terroristiche».

Anche il prossimo libro di Hersh, di imminente pubblicazione, sarà incentrato sull’esistenza di un mondo pseudo-terroristico e para-terroristico che ha pericolosi punti di contatto con strutture dotate di una qualche patina di legalità.

La recente vicenda di New York, così come le vicende degli attentati londinesi reali o sventati tra il 2005 e il 2007, e altri episodi ancora, sembrano indicare un metodo di lavoro molto consolidato, in grado di inquinare la scena pubblica con una paura indotta.



__________________

(1) Russ Kick (a cura di), 50 cose che forse non sai, San Lazzaro di Savena, Nuovi Mondi Media, 2005. Una descrizione della losca operazione ‘P2OG’ è presente anche in Bruno Cardeñosa, 11-S. Historia de una infamia, las mentiras de la versión official, Malaga, Corona Borealis, 2003.

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UN'"ONDATA" DI CIVILI PER KABUL

Anticipazioni: il Civilain Surge Plan del governo di Kabul. Parola d'ordine: afganizzazione. Ma con un'iniezione di centinaia di nuovi consulenti stranieri

Emanuele Giordana


La parola d'ordine è: tutto il potere a Kabul. O, per dirla in politicamente corretto modernista, afganizzazione. E' questo in sintesi il messaggio di fondo contenuto nel “Civilian Surge Plan” del governo afgano, un documento che Lettera22 ha potuto vedere e che delinea la nuova strategia afgana per il futuro. O, se si preferisce, il trasferimento in dari, la lingua nazionale più utilizzata, delle idee partorite dallo staff di Obama e dall'ultimo meeting della Nato a Bucarest l'anno scorso e che dovrebbe formare il corpus del nuovo corso del prossimo futuro governo di Hamid Karzai. Un nuovo corso che prevede un massiccio arrivo di esperti stranieri: se cercate lavoro dunque, in Afghanistan c'è posto.
Il documento, ancora nella sua fase di elaborazione finale (tra le richieste di chiarimento l'Italia propone ad esempio una revisione del suo impegno a sostegno della Border Police), mette a punto una strategia di utilizzo dell'assistenza tecnica straniera che si articola su quattro linee guida e sulla richiesta di una massiccia iniezione di consulenti esteri, diverse centinaia, che però, e questo è più volte sottolineato, dovranno essere solo consulenti al servizio del governo e non “consiglieri” che ne dettano, come è stato sinora, l'agenda (...to support not suplement, dice il testo nell'edizione inglese). Le linee guida sono: la centralità del potere nazionale (Afghan Ownership, termine molto abusato anche in diversi documenti precedenti), che qui vuole intendere come l' “Assistenza tecnica” debba servire per l'estensione dei poteri del governo afgano e non come ampliamento della presenza occidentale nel paese; lo sviluppo delle capacità locali a livello centrale e decentrato, la loro efficienza sul breve e lungo periodo e l'efficacia dei risultati, soprattutto nei confronti dei cittadini afgani (ordinay Afghans).
Col linguaggio un po' ostico che ormai fa parte del vocabolario ordinario della comunità internazionale, il documento fa anche le stime delle necessità del civilian surge, (circa 700 consulenti per ventidue ministeri e attivi in tutti i settori della realtà afgana) e delinea tempi rapidi per la partenza di una strategia per la quale è stato utilizzato un termine di solito usato nel linguaggio militare (e che si potrebbe tradurre con: imponente arrivo di). Un termine che venne impiegato come segno della riscossa in Iraq dalle truppe americane guidate dal generale David Petraeus, ora a capo del CentCom, il mega comando regionale statunitense che ha in agenda Afghanistan e Pakistan.
In effetti l'apparizione di un Civilian Surge Plan a pochi mesi dalla scomparsa, persino dal gergo ufficiale americano, della parola surge legata al controverso piano militare avanzato da Petraeus per l'Afghanistan sulla scorta di quanto lui stesso aveva sperimentato in Iraq, fa sollevare qualche sopracciglio: “Il surge civile afgano in realtà serve a far dimenticare che il promesso surge civile americano annunciato da Obama non ci sarà (4mila soldati “non combattenti” e un numero imprecisato di tecnici da affiancare a un'iniezione di 20mila marine ndr) e l'ondata dunque sarà alla fine solo militare”, dice un funzionario internazionale che si trincera dietro l'anonimato. Ma forse il civilian surge afgano è solo il compromesso tra Kabul, la nuova strategia americana, voluta da Barack Obama e dai suoi consulenti ma ancora nebulosa, e quanto resta delle vecchie teorie della passata Amministrazione Bush.
Per ora gli americani si sono limitati a cambiare il capo delle operazioni militari sostituendolo con un generale, Stanley McChrystal, dalla grinta talmente nota che il Telegraph – non a caso un giornale britannico - gli ha fatto il contropelo ricordando i suoi poco simpatici trascorsi in Iraq. Del resto anche i quotidiani americani si son fatti più cauti sulla nuova strategia di Obama e sulla svolta “civile” che la sua Amministrazione vorrebbe vedere sopravanzare la mera opzione militare. Tanto che, nelle ultime settimane, anche in seguito alle reazioni dopo la strage di Bala Bolok, nel distretto occidentale di Farah (un raid a tappeto che avrebbe ucciso più di 140 persone, dicono le fonti locali smentite però dall'esercito americano e da quello afgano), molte analisi sono state dedicate al negoziato, o meglio a quel processo di riconciliazione nazionale nel quale individuare talebani buoni e cattivi.
L'ultima indiscrezione è del Boston Globe: secondo il quotidiano statunitense l'intelligence americana è al lavoro nel tentativo di fare un vero e proprio screening della galassia in turbante. Con una promessa. Un libro bianco sui talebani entro la fine dell'anno, con tanto di buoni e cattivi, recuperabili e irremovibili. Un altro tipo di civilian surge di cui, nel dossier del governo afgano, per ora non si fa menzione.

ANCHE su il riformista

http://www.lettera22.it/showart.php?id=10514&rubrica=64


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Somalia

Gli scontri fra Al Shabab e governo di transizione insanguinano la capitale

Altra domenica di sangue a Mogadiscio, dove un attacco suicida contro una base di polizia è costato la vita a sette persone, fra cui sei militari ed un civile; nonostante alcuni testimoni descrivano un uomo bianco alla guida dell'autobomba esplosa nella stazione militare (questione che porterebbe l'attenzione su un'eventuale partecipazione di uno fra i 300 guerriglieri arrivati da oltre confine per supportare le truppe islamiste), l'attentato è stato rivendicato oggi dalla formazione Al Shabab. Il gruppo islamista contesta dal 7 maggio scorso il governo di transizione guidato da Sharif Shaik Ahmed: dopo avere preso il controllo di Jowhar, a nord di Mogadiscio, i militanti si sono diretti verso la capitale del paese. Nessuna risposta efficace è stata fornita né dall'autorità centrale, né dalle forze dell'Unione Africana (che contano solo 4.300 uomini), dispiegate in missione di pace, il cui intervento è limitato alla sola opzione difensiva.

Secondo le stime, nelle strade di Mogadiscio si contano almeno 208 morti nell'ultimo mese, almeno l'80% delle quali sono civili. I quartieri settentrionali della città sono stati i più colpiti dagli scontri, ed in particolare la via centrale Wadnaha Road è stata teatro dei combattimenti più violenti; i residenti, sfruttando la calma momentanea, cercano di fuggire dalla città verso il sud del paese, andando a peggiorare la situazione dei rifugiati: secondo l'UNHCR, almeno 45.000 persone sono scappate dalla capitale, affollando i campi organizzati per i rifugiati fuori dai confini nazionali.

Dopo avere inserito nel 2008 l'organizzazione Al Shabab fra i gruppi terroristici che minacciano la stabilità degli Stati Uniti, ed avere disposto in diverse occasioni rappresaglie a danno dell'organizzazione, la politica della nuova amministrazione Obama sembra volersi distinguere da quella dell'amministrazione precedente. A Washington permane la preoccupazione sia per eventuali connessioni fra Al Shabab ed Al Qaeda, sia per gli attacchi di pirateria alle navi americane nel Golfo di Aden. Tuttavia, l'indeterminatezza degli obbiettivi del gruppo armato somalo, il fatto che le sue attività sembrano riguardare solo il suolo nazionale, e le prevedibili reazioni negative a livello politico diplomatico internazionale che un attacco preventivo da parte americana potrebbe comportare, Washington sembra al momento voler evitare un intervento militare, insistendo sull'opzione della pressione economica e diplomatica.

Sara Giovanna Abbate

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=35860


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Miliband prima di Obama

Alla quasi-vigilia del 4 giugno, e del discorso di Barack Obama dal Cairo, il britannico David Miliband parla da Oxford, da uno dei più prestigiosi centri di studi islamici. E si rivolge ai musulmani, facendo alcuni interessanti mea culpa, e indicando le linee guida della politica di Londra.

Vivamente consigliata la lettura del testo integrale. Qui. Assieme all'editoriale del Financial Times che non si occupa della politica di casa nostra, ma della politica mediorientale di Londra. Engaging Islamists.

http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


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La Corea del Nord minaccia guerra


Si possono fare solo congetture sui motivi che hanno spinto il governo della Corea del Nord e soprattutto il suo leader Kim Jong-Il all’escalation degli ultimi giorni. Dopo il test nucleare di due giorni fa e il lancio di due missili terra-terra, Pyongyang ha oggi replicato con un terzo lancio. Soprattutto, però, è la guerra di parole che ha assunto toni che non si vedevano da almeno sei anni. La Corea del Nord ha infatti annunciato la fine del cessate il fuoco in vigore da oltre mezzo secolo, dalla fine della guerra del 1950-53. Il pretesto per questa decisione sono state le esercitazioni navali condotte, come ogni anno, dalla marina militare della Corea del Sud con la Us Navy e la decisione di Seul di unirsi alla Proliferation security initiative [Psi] un programma degli Usa per combattere il «contrabbando» di materiale utilizzabile per progetti nucleari militari. Secondo Pyongyang, la decisione di Seul equivale a una «dichiarazione di guerra» e se navi nordcoreane verranno fermate per eventuali ispezioni da parte di vascelli sudcoreani o statunitensi, il Nord è pronto a rispondere con «un poderoso attacco militare». La Corea del Nord, però, è più isolata che mai. L’Onu sta lavorando a una risoluzione di ferma condanna dell’esperimento nucleare di lunedì e anche la Cina, praticamente il solo alleato di Kim Jong-Il ha espresso la propria condanna per la condotta del regime nordcoreano. La condanna di Pechino non arriva, però, fino al punto di appoggiare una dura risoluzione dell’Onu che, secondo i diplomatici cinesi, metterebbe il regime in una posizione senz’altra via d’uscita che le armi.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17594

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Gerdec, un anno dopo

scrive Marjola Rukaj

A più di un anno dalla tragica esplosione del deposito d’armi di Gerdec, in cui morirono 26 persone, restano parecchi nodi oscuri da sciogliere. I media scoprono informazioni rilevanti per il processo ma incappano nella censura. Il caso di Gazeta Shqiptare
Nonostante sia passato più di un anno dall'esplosione del deposito di armi nei pressi di Tirana, la questione di Gerdec rimane aperta e permangono numerosi nodi oscuri da passare al pettine. Sin dall'inizio, ciò che aveva trasformato la tragedia in uno scandalo erano state le testimonianze che menzionavano il coinvolgimento di politici importanti dell'entourage del premier Sali Berisha. Il processo, svolto in maniera estremamente farraginosa, tra grosse difficoltà tecniche di ogni genere, si è tradotto in un vero e proprio pomo della discordia tra il sistema giudiziario e il premier Berisha. Tra i principali coinvolti nella vicenda di Gerdec, che implica traffici d'armi e numerose violazioni delle leggi albanesi e non, risulta anche il figlio del premier, Shkelzen Berisha.

Nel frattempo si sono incrinati i rapporti tra il premier Berisha e la procuratrice generale Ina Rama, ritenuta al tempo della sua nomina una marionetta nelle mani del premier. Sempre più spesso Berisha definisce i processi come quello di Gerdec, e altri che vedono coinvolti i suoi ministri, come manipolati e strumentalizzati a fini politici da parte della procuratrice. Un atteggiamento che gli è valso a più riprese le critiche di Bruxelles e Washington che consigliano al premier di non interferire nel sistema giudiziario.

Mentre la magistratura continua fragilmente le inchieste, tra numerosissimi imputati, testimoni e prove difficili da reperire, la vicenda di Gerdec ha contribuito a fare nascere in Albania una sorta di giornalismo investigativo, estremamente debole ed esposto a diverse modalità di censura. Persino le principali testimonianze, che hanno reso disponibili informazioni cruciali per il processo, sono passate spesso per gli schermi e le pagine dei media, prima di finire in aula davanti ai procuratori.

Ciò acuisce non poco la difficoltà dei rapporti tra i media e la politica. L'ultimo tra i numerosi episodi sconfortanti è avvenuto lo scorso 13 maggio, al quotidiano di Tirana “Gazeta Shqiptare”.

Quel giorno il quotidiano aveva pubblicato in prima pagina delle prove estremamente importanti, riguardanti i contatti del figlio del premier e dei suoi stretti collaboratori con i gestori del deposito di armi. Da intercettazioni telefoniche Shkelzen Berisha risulta esser stato continuamente in contatto telefonico con i responsabili di Gerdec durante il periodo 2007-2008 e anche con l'ex ministro della Difesa Fatmir Mediu. Mentre il giorno della tragedia in cui persero la vita 26 persone, secondo le intercettazioni, il figlio del premier era stato informato tempestivamente con diverse telefonate dagli imprenditori di Gerdec, che ora si trovano dietro il banco degli imputati. Altri documenti cartacei di cui il giornale era venuto in possesso dimostravano il coinvolgimento, anche se in circostanze tuttora da chiarire, di Shkelzen Berisha e dei suoi collaboratori nella complessa vicenda del deposito d'armi di Gerdec.

La mattina del 13 maggio le copie di “Gazeta Siqptare” non hanno raggiunto i lettori, nonostante il grande interesse che la questione aveva scaturito. Le copie, come è stato appurato in seguito, non avevano raggiunto neanche gli edicolanti. Delle persone non identificate si erano presentate presso il centro di distribuzione del giornale ritirando tutte le copie della tiratura. In seguito, però, la direzione del giornale ha rimediato ristampando una seconda volta per intero la tiratura del quotidiano, facendo sì che il giornale raggiungesse comunque le edicole.

Sono seguite immediatamente le reazioni da parte dei media e dell'opposizione che hanno espresso parole durissime definendo l'accaduto senza mezzi termini un “atto di censura”. Chiamato in causa dal coinvolgimento di suo figlio, il premier aveva annunciato tramite la sua portavoce una conferenza stampa in cui avrebbe commentato la questione. Ma la conferenza stampa è stata tenuta dalla portavoce Juela Meçani, la quale ha in seguito smentito il precedente annuncio del premier. Le sue reazioni sono state fortemente contraddistinte dal clima da campagna elettorale (le elezioni saranno il 28 giugno), definendo il materiale pubblicato da parte del quotidiano di Tirana come “pure calunnie inventate dall'opposizione per ostruzionismo nei confronti del premier, in vista delle prossime elezioni”. Sul ritiro delle copie del giornale la portavoce del premier ha preferito non commentare.

La caporedattrice di “Gazeta Shqiptare”, Anila Basha, ha commentato che le copie del quotidiano di Tirana sono state bloccate dagli uomini di Berisha poiché sulle pagine del giornale “sarebbero stati pubblicati prove e documenti che comprometterebbero il figlio del premier, e che il premier naturalmente non vuole che vengano alla luce”. Ma a differenza di molti altri media in passato, Anila Basha rassicura di non volersi tirare indietro: “Per quanto si possano ritirare le copie di un giornale, non c'è nulla che oggi possa fermare l'informazione”, ha affermato Basha in un'intervista alla Tv News24.

Il rapporto di Freedom House sulla libertà dei media, relativo al 2008, ha visto l'Albania addirittura peggiorare rispetto agli anni precedenti, nonostante il fatto che anche la libertà dei media costituisca uno dei numerosi standard da raggiungere per l'avvicinamento all'Ue. L'episodio dello scorso 13 maggio fa perdere all'Albania ulteriori punti agli occhi di Bruxelles, che ha reagito tempestivamente inviando a Tirana messaggi di prudenza “affinché eviti di violare l'etica istituzionale”.

La vicenda, per quanto preoccupante, non ha ottenuto la dovuta attenzione da parte dei media e dell'opinione pubblica albanese, completamente assorti dalla campagna elettorale appena iniziata. Mentre il premier e i suoi sostenitori hanno interpretato l'accaduto come una speculazione messa a punto dal suo principale avversario politico, Edi Rama, e dai media che controlla, proprio per gettare fango sul premier in vista del prossimo 28 giugno. Però il silenzio da parte del premier riguardo il misterioso ritiro delle copie del quotidiano la mattina del 13 maggio non contribuisce a provare la sua neutralità.

Il materiale reso pubblico da “Gazeta Shqiptare” è cruciale per lo svolgimento del processo di Gerdec, e in quanto tale è di natura estremamente confidenziale. Di conseguenza, la magistratura ha annunciato di voler denunciare la pubblicazione di tale materiale da parte del quotidiano di Tirana. Mentre sul ritiro delle copie, nella febbre elettorale che domina il paese, non è stata annunciata alcuna intenzione di avviare un'indagine. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11381/1/41/

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CAMBIAMENTI CLIMATICI: PROVE DI DIALOGO TRA CINA E STATI UNITI



La Cina intende rafforzare il dialogo con gli Stati Uniti nella lotta al cambiamento climatico e vuole cooperare per ottenere positivi risultati alla conferenza sugli effetti del surriscaldamento del pianeta in programma a Copenhagen, Danimarca, alla fine dell’anno. E’ stato questo il messaggio consegnato dal primo ministro cinese Wen Jiabao alla presidente della Camera dei rappresentanti americana, Nancy Pelosi, in visita a Pechino. Nella capitale danese si discuteranno i termini di un nuovo protocollo in sostituzione di quello di Kyoto, in scadenza nel 2012, che aveva fissato un percorso da seguire per ridurre l’emissione di gas inquinanti nell’atmosfera. Secondo dati diffusi oggi dalla ‘Energy information administration’ (l’ente americano incaricato di produrre statistiche sullo stato dell’ambiente) le emissioni di biossido di carbonio (CO2), principale responsabile dell’effetto serra e quindi del surriscaldamento globale, da qui al 2030 aumenteranno del 39% se non si troveranno e concorderanno sistemi alternativi di produzione e fruizione di energia. Intanto, diverse organizzazioni non governative hanno espresso critiche e perplessità al termine di una riunione dei 16 maggiori paesi ‘produttori di inquinamento’ che si è tenuta a Parigi, in Francia, tra lunedì e martedì. In particolare, sono stati criticati gli obiettivi di riduzione dell’inquinamento fissati, considerati “modesti”, e la mancata presa di responsabilità da parte dei paesi più ricchi, principali responsabili del progressivo degrado ambientale.[GB]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=247195

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maggio 27 2009

Un tranquillo weekend di regime tv

In Italia c'è un regime, o almeno c'è un regime mediatico. Per alcuni no, per altri qualche rischio ci potrebbe essere. Agli scettici e ai cinici vorremmo proporre la cronaca di una giornata qualunque e vi giuriamo che non faremo neppure cenno al conflitto di interessi, anche per non turbare il riposo di quegli esponenti del centro sinistra che non sopportano questa orribile parolaccia.

Ebbene tra domenica sera e lunedì si sono consumati i seguenti episodi.

Le cronache sportive in tv, soprattutto sugli schermi della Rai, ci hanno deliziato con tutte le immagini possibili da San Siro in occasione di Milan Roma. Abbiamo saputo tutto sui fischi riservati da un gruppo di ultrà a Paolo Maldini, nel giorno del suo addio. Peccato che nello steso stadio altri firschi e beffardi striscioni dedicati alle veline fossero stati indirizzati nei confronti del presidente del consiglio, nonchè proprietario del polo unico Raiset, nonchè patron del Milan medesimo. Forse per non disturbare il riposo e la serenità dell'imperatore, alcune trassmissioni hanno deciso di non farne cenno. Eppure lunedì mattina la rosea, la Gazzetta dello sport, ha ritenuto di dedicare alla clamorosa contestazione una grande foto notizia con tanto di striscione.

Nelle stesse ore il servizio d'ordine mediatico di re Silvio ha sferrato una offensiva di rara violenza contro la trasmissione Report di Milena Gabbanelli, accusta di ogni nefandezza per aver osato mettere il naso nelle vicende delle frequenze tv, negli sprechi di Catania, nelle tante truffe quotidiane che travagliano la vita di milioni di italiani. La puntata,  altro titolo di demerito, ha raggiunto punte record negli ascolti, un reato gravissimo per chi è pressidente del consiglio e proprietario della concorrenza. Il ministro Bondi e Gasparri, per citare solo qualche nome si sono esibiti nell'abituale repertorio.

In realtà si tratta di un avviso diretto al direttore generale affinchè provveda, quanto prima, a rimettere in riga Rai Tre e il Tg3, buttando fuori dal video gli autori e i temi sgraditi al capo e indicati con grande precisione dal fedelissimo Marcello Dell'Utri in alcune interviste.

Come se non bastasse, il ministro La Russa ci ha fatto sapere che l'Unità assomiglia sempre più a Novella 2000 perchè continua ad occuparsi del caso Mills e di Noemi. La stessa sorte è stata riservata a Repubblica che ha osato solo pensare di poter porre domande all'attenzione del sovrano. Il ministro La Russa non apparve così indignato neppure quando alcuni giornali di famiglia, famiglia Berlusconi si intende, si dedicarono alla vita privata di Gianfranci Fini, con tanto di foto e di salaci commenti. Le vicende che riguardavano Fini non erano neppure lontanamente parogonabili a quelle di questi giorni, ma la cosa non suscitò grande emozione. Evidentemente anche a Fini poteva essere riservato qualche energico "massaggio mediatico". Per non parlare di quanto è stato detto, scritto e pubblicato sulla signora Veronica che, ricordiamolo, è stata la rpima a denunciare in modo circostanziato le stranezze del marito presidente, e non ci risulta che abbia ritrattato alcunchè.

Per completare il quadro basterà ricordare che quasi tutti i Tg ci stanno facendo ascoltare lo sdegno di Berlusconi e della sua corte, ma quasi nessuno ci ha letto qualche riga della sentenza Mills o i passi salienti delle accuse di Veronica o di Gino, il primo fidanzato di Noemi.

Chiunque continui a negare l'esistenza di un regime mediatico non può neache più implorare il beneficio della buona fede.

Per questo hanno fatto beneissimo i sindacati dei giornalisti a convocare per giovedì prossimo a Roma al cinema Capranichetta, davanti alla Camera dei deputati, una manifestazione nazionale contro l'assalto in atto contro l'articolo21 della Costituzione e per radere al suolo quel poco che ancora resta della autonomia della Rai. Per questo vi invitiamo tutti a essere presenti.

Giuseppe Giulietti
http://temi.repubblica.it/micromega-online/260509-un-tranquillo-weekend-di-regime-tv/

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L’estremismo dei lecca lecca

 

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Livia Pomodoro, presidente del tribunale di Milano

Il giudice della sentenza Mills, Nicoletta Gandus, definita estremista di sinistra dal corruttore impunito, ha trovato spazio a reti unificate e su tutte le prime pagine dei giornali. Per la gravità delle accuse del premier in conflitto di interessi rivolte a una figura che risponde soltanto alla legge, si potrebbe dire.
Bene, ma a fronte di tanto chiasso per quelle frasi fuori di senno del corruttore non si capisce perché la risposta della presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro, trovi soltanto spazi nascosti nelle pieghe delle pagine interne dei quotidiani, intorno alla 20 o giù di lì, per difendere l’operato dell’organo che presiede. Come ha fatto il Corriere di oggi che proprio a pagina 20 scrive.

Caro direttore, sul processo Mills:
ciò su cui invece voglio dare testimonianza e ciò di cui io stessa nel mio ruolo mi rendo garante è l’imparzialità e correttezza del Tribunale di Milano. La decisione dei giudici della X sezione penale è stata presa all’esito di una lunga istruttoria cui il collegio ha atteso con grande attenzione e secondo le regole processuali nelle quali la dialettica e le garanzie della difesa sono state, e del resto gli stessi avvocati ne hanno dato più volte atto, tutte rigorosamente rispettate. Il collegio, presieduto dalla dottoressa Gandus, ha altresì depositato la decisione nel termine previsto, come peraltro avviene nella stragrande maggioranza dei casi e da parte di tutti i collegi del Tribunale. I giudici, tutti, sono soggetti, come recita la nostra Costituzione, solo alla legge e ciò è l’imperativo categorico per la coscienza di ognuno di noi. A maggior ragione non possono esservi dubbi che il difficile esercizio della giurisdizione, nel caso di specie collegiale, è stato compiuto, come avviene peraltro quotidianamente, nell’interesse esclusivo della giustizia.

Livia Pomodoro

Questa differenza di trattamento di visibilità, altro non è che estremismo di certi direttori di giornali lecca lecca.

http://www.danielemartinelli.it/


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zapateroclass="linkmenu">06:46 | commenti

CONTROLUCE

 

Roma,

 

Barbara Saltamartini, parlamentare Pdl, è convinta che “la sinistra utilizza le donne, infangandole e denigrandole, per colpire il presidente Berlusconi”.

 

Sarebbe pronto un disegno di legge d’iniziativa popolare per dimezzarne il numero!

 

Nicola Tuzzabanchi

http://www.romadomani.it/

    


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zapateroclass="linkmenu">06:41 | commenti

Tirolesi
Rai Tre, una volta, era una cosa diversa. Io non me la ricordo quasi più, ma lo era. Ma era anche il giornalismo, il Paese, la politica ad essere diverso. In questo momento assisto a un dibattito tra Raffaele Lombardo e Marco Pannella a Ballarò, su Rai Tre.

L'argomento è, ovviamente, yawn Berlusconi e yawn Noemi Letizia. Nello specifico l'atmosfera si accende su un quesito dirimente: fino a quanti anni tira il cazzo. Per la cronaca: Lombardo dice che a sessantanove anni te lo sogni, Pannella dice - più o meno - parla per te.

Non avrei voluto mai immaginare niente di simile, niente.http://www.suibhne.ilcannocchiale.it/

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Non si tratta di tuoni all’orizzonte

 

“Logica vorrebbe – scrive Gad Lerner – che dopo le ripetute menzogne sulla vicenda di Noemi Letizia [l’]indulgenza [di molti italiani nei confronti di Silvio Berlusconi] venga meno” (la Repubblica, 25.5.2009). Concita De Gregorio sembra essere dello stesso parere: i rimproveri dei tifosi del Milan, la scorsa domenica a San Siro, e un solenne biasimo di Famiglia Cristiana, ora in edicola, segnerebbero per Papi febbre alta sul “termometro del consenso politico” (l’Unità, 25.5.2009). Io ne dubito, perché gli italiani non sanno mantenere troppo a lungo umori e atteggiamenti che abbiano motivazioni d’ordine esclusivamente morale, tifoseria e base cattolica meno che mai: basta un gesto umile e magnanimo, il parroco e il tifoso ti assolvono.
D’altro canto, penso che Silvio Berlusconi si esalti troppo, come d’abitudine, nel dichiarare che l’accusa di cui è fatto oggetto possa trasformarsi “sarà un boomerang nei confronti di coloro che me l’hanno fatta ” (Cnn, 25.5.2009). Dubito che possa crederci fino in fondo, perché dovrebbe conoscere bene il materiale umano da stadio e da parrocchia: “legno storto”, sì, ma più randello che boomerang.
Insomma, c’è un po’ di esaltazione, di qua e di là.

Il “caso Noemi” sarà lentamente riassorbito dagli italiani che vogliono Silvio Berlusconi nonostante tutto: a lui basterà dar loro un diversivo per sfogare quel tanto di indignazione che ha provocato; ma non potrà indirizzarla sui suoi avversari, tanto meno su chi finora ha fornito loro gli elementi d’accusa (le manco tanto sibilline parole di Veronica Lario, il credibile racconto di Gino Flaminio, le patenti contraddizioni e reticenze e omissioni dei protagonisti della vicenda). Biasimo e rimprovero sono mossi sub condicione che Silvio Berlusconi sappia farsi proiezione dell’ipocrisia di chi lo biasima e lo rimprovera, però invidiandolo.
Il Foglio l’ha capito: al parroco chiede di stigmatizzare il peccato ma di lasciare in pace il peccatore, che può tornare utile; al tifoso chiede con ammicco umidiccio se le minorenni d’oggi non la sappiano assai lunga, ormai.
Non si tratta di tuoni all’orizzonte: è la pancia del paese che manda borborigmi, e in qualche modo riuscirà a trovare pace. http://malvino.ilcannocchiale.it/


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Una festa sempre più affollata

La Gazzetta dell’epoca diceva che gli invitati alla festa del Milan, quella in cui Noemi stava al tavolo d’onore con Confalonieri, erano 600. Confalonieri qualche giorno fa è salito a 900. Nell’intervista in ginocchio di Gianluigi Paragone su “Libero” di oggi, Berlusconi arriva serenamente a «un migliaio».

Cambia poco, ovviamente: è semplicemente il solito modo di sparare numeri in libertà; tempo un mese e il Giornale arriverà attorno ai cinquemila, praticamente la Curva Sud, e chiusa lì. http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


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Sul referendum almeno dite la verità

Sul referendum almeno dite la verità

Pubblico volentieri questa lettera di Mario Segni uscita sul “Corriere della Sera”, perchè a mio avviso fa giustizia di molte inesattezze sul referendum elettorale del 21 giugno prossimo. Chi ha nostalgia del sistema proporzionale e della Prima Repubblica dovrebbe dichiararlo apertamente, spiegando perchè ciò gioverebbe all’Italia.
Caro Direttore,
Oscar Luigi Scalfaro si è aggiunto a quel pezzo della sinistra che conduce una dura campagna contro il referendum, che farebbe un regalo a Berlusconi, consentendogli di prendere col 40% dei voti il 55% dei seggi in Parlamento. E il referendum sarebbe quindi un «attentato alla democrazia».

La risposta è semplice. Questo risultato può avvenire già oggi, con la legge elettorale vigente. Il referendum agisce su altri piani, ma non sul premio di maggioranza. Con le percentuali che indicano i sondaggi, il Pdl può fare già oggi, anche senza la Lega, liste da solo e prendere la maggioranza assoluta. Non ha alcun bisogno del referendum.

Ma prendere la maggioranza in Parlamento con il 40% dei voti è un «attentato alla democrazia »? Nelle democrazie anglosassoni (e non solo) questo è normale. La Thatcher e Blair hanno sempre governato con queste percentuali e nel 2005 Tony Blair ottenne, con il 35,3% dei voti, 356 deputati, contro i 260 di tutte le opposizioni. In Gran Bretagna non vi è più democrazia? Del resto fu proprio la sinistra italiana a proporre per anni «il modello Westminster». Verrebbe da dire: signori, non ve ne eravate accorti?

Ma dietro questa campagna vi è una stra¬tegia che va ben oltre il referendum. Se la motivazione di Di Pietro è chiaramente furbesca (rubare qualche voto al Pd) quella di altre personalità, da Scalfaro, a Chiti agli intellettuali di Giustizia e Libertà, è strategica: è un ripensamento sul maggioritario e sul bipolarismo, è la volontà di tornare al proporzionale e alla politica delle mani libere, ai governi fatti e disfatti in Parlamento dai partiti: in altre parole di tornare alla Prima Repubblica. E Chiti propone infatti una riforma che abolisce tout court il premio di maggioranza e torna così al sistema precedente il referendum del 93.

Alla base di questo vi è, tristemente, la ri¬nuncia a sfidare Berlusconi, a costruire una alternativa che un giorno possa batterlo, limitarsi a un istinto di sopravvivenza. Se infatti l’obiettivo fosse altro si dovrebbero aiutare tutte le riforme, come quella referendaria, che spingono alla aggregazione, che diminuiscono i pericoli di ulteriori fratture. Si dimentica che con Reagan e Thatcher i democratici e i laburisti erano in condizioni drammatiche e proprio il maggioritario ha consentito loro di costruire una alternativa vincente.

Ma vi è una conseguenza più grave che non riguarda una parte politica, ma l’Italia. Tornare ai governi deboli e alle maggioranze variabili significa abbandonare la speranza di una guida politica forte, in grado di affrontare le grandi riforme, rassegnarsi a una politica immobile che mantiene immobile il Paese, con le ingessature e gli affanni che abbiamo davanti. È la politica più immobilista e più conservatrice che esista. È legittimo perseguirla, per carità, ma non travestiamola in un eroico tentativo si sventare un attentato alla democrazia.
Mario Segni
Comitato promotore del referendum (msegni@tin.it) http://www.gadlerner.it/2009/05/26/sul-referendum-almeno-dite-la-verita.html


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so-toe-my-YORE

Con la scelta di Sonia Sotomayor  (qui le regole per la pronuncia) per il posto vacante alla Corte Suprema  Barack Obama ha semplicemente spuntato tutte le caselle giuste. Ma c'è dell'altro. Con questa nomina - che i repubblicani stanno valutando se contestare, ma non sarà facile per loro visto che rischiano di perdere consensi in una battaglia inutile e passatista - Obama dimostra che è abbastanza fiducioso nei  suoi mezzi per continuare a far muovere il paese al passo con la sua agenda progressista. E si può anche affermare che per la Corte Suprema si è chiusa un'era di minimalismo giuridico e si sta per inaugurare  un'epoca di "democratic constitutionalism".

New York Times, Slate, Washington Post

ps. Devo essere l'unico in Italia ad avere un libro di Balkin. Potrei diventare un esperto.http://giornalismoparma.typepad.com/


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Il Pentagono in guerra contro il narcotraffico africano


africadi Antonio Mazzeo

È il traffico di stupefacenti il nuovo nemico di Africom, il neo costituito comando per le operazioni delle forze armate USA nel continente africano.






Dopo aver dichiarato guerra alla pirateria nel Golfo di Aden, Washington è intenzionato ad estendere all’Africa l’intervento militare contro la produzione e il traffico di stupefacenti, implementato - con scarso successo - in America Latina. “Il traffico illegale di narcotici rappresenta una minaccia significativa alla stabilità della regione”, ha dichiarato il generale William E. Ward, comandante supremo di Africom, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione difesa del Senato, il 17 marzo scorso.

“Secondo l’International Narcotics Control Strategy Report del 2008, l’Africa occidentale è divenuta un punto critico per il transito marittimo della cocaina sudamericana destinata principalmente ai mercati europei”, ha aggiunto Ward. “La presenza di organizzazioni di trafficanti in Africa occidentale, così come l’uso locale di stupefacenti creano seri problemi alla sicurezza. UNODOCS, l’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite, stima che il 27% di tutta la cocaina consumata annualmente in Europa transita dall’Africa occidentale, e il trend sta crescendo significativamente. Il valore della droga inviata in Africa dall’America Latina è raddoppiato dal 2005, ed ha sfiorato i due miliardi di dollari nel 2008”.

Per il comando USA è divenuto “significativo” pure il traffico di stupefacenti sulla rotta Asia sud-occidentale - Africa orientale e meridionale. Così, in vista del contrasto dei traffici di droga nel continente africano, il Pentagono ha istituito nel quartier generale Africom di Stoccarda (Germania), un team composto da militari di esercito, marina, aeronautica, corpo dei marines e guardiacoste USA, e da funzionari della Drugs Enforcement Agency (DEA), l’agenzia anti-droga USA, dell’FBI e del Dipartimento di Stato. Alla sua direzione è stata chiamata Mary Carlin Yates, ex ambasciatrice USA in Ghana ed odierna vice-comandante per le attività civili-militari di Africom (l’“assistenza sanitaria ed umanitaria, le azioni di sminamento, l’intervento in caso di disastri naturali, le operazioni di peacekeeping”).

“È scioccante quello che sta accadendo in Africa”, ha dichiarato l’ambasciatrice Yates di ritorno da un lungo tour nel Golfo di Guinea. “Il traffico di droga è gigantesco e sta ulteriormente crescendo. Esso disarticola le comunità locali e rischia di destabilizzare ulteriormente i deboli stati della regione”. Per la zarina anti-droga, l’impatto più drammatico delle nuove rotte africane della cocaina sarebbe stato avvertito in Guinea-Bissau. “Il rapporto pubblicato lo scorso anno dall’U.S. Army Combined Arms Center descrive la Guinea-Bissau come il principale punto di transito della droga in arrivo dall’America Latina e diretta in Europa”, ha aggiunto Yates. “Il rapporto afferma inoltre che i proventi del narcotraffico rappresenterebbero circa il 20% del prodotto interno lordo della Guinea-Bissau, e che i militari locali si sarebbero attivati direttamente per facilitare il trasferimento dei carichi di droga nei principali mercati europei”. Secondo l’ambasciatrice l’alta vulnerabilità di questo paese è provata dai gravissimi delitti accaduti di recente: gli assassinii del Presidente Joao Bernardo “Nino” Vieira e del Capo di stato maggiore delal difesa, generale Batista Tagmé Na Waï. “Queste tragedie ci sono servite da monito per interventi più efficaci contro la droga e a favore della stabilità regionale”, ha commentato Yetes. “Le truppe USA sono adesso impegnate nell’addestramento specifico delle forze navali locali nel contrasto dei traffici di stupefacenti”.

opiumIl programma preso come modello da Africom è il famigerato Plan Colombia (oggi denominato “Plan Patriota”), miliardi di dollari in armi, apparecchiature radar, diserbanti altamente tossici distribuiti ai partner più fedeli delle regioni andine ed amazzoniche per contrastare la produzione di coca. Anche per questo il comando USA per le operazioni nel continente africano ha avviato una serie di contatti con il suo omologo di Miami che sovrintende all’intervento militare in Centroamerica, America del Sud e Caraibi. “L’US Southern Command ed Africom vogliono lavorare insieme”, ha spiegato l’ambasciatrice Yates. “I narcotrafficanti arrivano in Africa dall’America Latina, così noi dobbiamo lavorare sia in funzione del rafforzamento delle autorità nazionali sia in quello della partnership tra i due comandi e i nostri partner in Africa e Sud America. Ho visitato di recente i reparti di US Southern in Florida, apprezzandone le modalità di coordinamento delle relazioni militari statunitensi con l’America Latina e gli stretti contatti con le autorità internazionali impegnate contro il traffico di droga in centro e sud America”.

Nella proposta di bilancio per l’anno fiscale 2010, il Dipartimento della Difesa ha chiesto di destinare in Africa 52 milioni e 125 mila dollari nell’ambito dell’International Narcotics Control and Law Enforcement, il programma di Washington per combattere il narcotraffico. Si tratta del doppio di quanto è stato previsto per l’anno in corso (29 milioni e 600 mila dollari). Per il Pentagono, i soldi dovranno servire a “combattere il crimine transnazionale e le minacce ad esso collegato e sostenere lo sforzo contro le reti terroristiche che operano nel settore del traffico di droga e in altri affari illeciti”.

A ciò si aggiungeranno altri due milioni di dollari in “programmi anti-narcotici” per la “Trans-Sahara Conter Terrorism Partnership (TSCTP)”, l’intervento militare USA contro l’estremismo islamico nell’area del Sahara e del Sahel e che vede tra i maggiori paesi partner Mali, Niger, Senegal e Nigeria. Per il Pentagono non sono più possibili distinzioni di sorta tra “terroristi islamici” e “narcotrafficanti”. “La regione trans-sahariana offre in particolare santuari ai terroristi dell’estremismo islamico, ai trafficanti di droga, ai contrabbandieri e ai gruppi insorgenti”, ha dichiarato il generale Bantz J. Craddock, comandante di USEUCOM (il comando delle forze armate USA in Europa), durante un’audizione al Congresso USA, il 10 aprile 2008. “Ci sono sempre maggiori prove che cittadini nordafricani sono reclutati come combattenti stranieri in Iraq: In aggiunta, noi crediamo che stia crescendo la collaborazione tra Al-Qaeda e i gruppi terroristi nordafricani”.

Una parte dei fondi 2010 dell’International Narcotics Control and Law Enforcement saranno utilizzati per realizzare i “nuovi Centri di addestramento regionale alla sicurezza” in Nord Africa, Africa occidentale ed Africa centrale. Il principale paese beneficiario degli aiuti militari sarà il Sudan, geograficamente distante dalla rotta degli stupefacenti individuata in Africa occidentale. Saranno in tutto 24 milioni di dollari, quasi la metà degli aiuti “anti-droga” previsti per l’intero continente. In America Latina, sotto la bandiera della “lotta al narcotraffico” si combattono le ultime organizzazioni guerrigliere; in Sudan il finanziamento andrà invece a “sostenere l’implementazione del Comprehensive Peace Agreement del 2005 e ad assistere i programmi di stabilizzazione del Darfur”. Sempre secondo il Dipartimento della Difesa USA, “i fondi daranno spesi per fornire assistenza tecnica al settore della giustizia penale, contribuire alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e sostenere le unità di polizia costituite in Sudan meridionale e nel Darfur”. Il generale William E. Ward, nel suo intervento di fronte al Senato USA, ha spiegato che “contro l’instabilità regionale, il governo statunitense congiuntamente ad Africom sta guidando lo sforzo della comunità internazionale per concretizzare il programma di sicurezza nel Sudan meridionale. L’obiettivo del Comando Africom è quello di sostenere il Sudanese People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A), professionalizzarne l’esercito ed accrescerne le capacità difensive. La nostra componente aerea continua inoltre ad assicurare il trasporto delle forze di peacekeeping destinate in Darfur”. Nulla di narcotraffico, dunque, ma va bene lo stesso.

Secondo paese beneficiario dei fondi anti-droga è la Liberia (8 milioni di dollari), uno dei pochissimi in Africa a dichiarare la propria disponibilità ad ospitare stabilmente comandi, reparti e mezzi militari statunitensi. In Liberia, il Comando del Corpo dei Marines per il continente africano “MARFORAF”, è in prima linea nell’implementazione del cosiddetto “Programma di Riforma del Settore della Difesa” che ha come obiettivo la ricostruzione e lo sviluppo delle forze armate e della polizia liberiane, smobilizzate nel 2003 dopo una lunga e cruenta guerra civile. Con i fondi 2010, Africom addestrerà ed equipaggerà le nuove unità di polizia di Monrovia.

Tra i paesi africani inseriti nel piano finanziario del prossimo anno, ci sono poi Guinea Bissau, Ghana, Capo Verde, Nigeria, Marocco, Repubblica Democratica del Congo. In Ghana, in particolare, Africom sta già finanziando il potenziamento delle infrastrutture aeroportuali della capitale Accra, nonché l’acquisto di apparecchiature per il rilevamento dei carichi di droga. Africom sta pure contribuendo alla realizzazione di un grande Centro di addestramento e stoccaggio di componenti anti-droga destinato alle forze di polizia e all’ammodernamento di due imbarcazioni della marina militare capoverdiana. Altri quattro pattugliatori locali stanno ricevendo sofisticate apparecchiature di radiocomunicazione.

Il 27 febbraio 2009, il vice-comandante “civile-militare” del Comando USA per l’Africa, Mary Carlin Yates, ha sottoscritto un accordo di cooperazione bilaterale “nella lotta alla droga e alla pesca illegale” con il governo di Capo Verde. Grazie ad un progetto coordinato dalla locale ambasciata USA, è inoltre in via di realizzazione a Praia un “Counternarcotics Maritime Security and Interagency Fusion Center (CMIC)”, un centro interoperativo che “permetterà al personale militare di Capo Verde di migliorare il coordinamento delle attività di difesa ed interdizione marittima”. Attività di assistenza della marina militare capoverdiana in operazioni di pattugliamento “anti-droga”, sono state organizzate per buona parte dello scorso anno da Africom e dalla US Coast Guard. È stato infine avviato un programma d’interscambio tra il personale militare capoverdiano e quello del Ghana in tema d’interdizione marittima, con la partecipazione di ufficiali dell’US Navy e della US Coast Guard. Attività similari dovrebbero essere implementate a breve in Nigeria e Camerun, altri due paesi che secondo Washington sarebbero a rischio narcotraffico, e dove “è in forte crescita pure il fenomeno della pirateria, del contrabbando di petrolio e della pesca illegale”. Ancora l’US Guard Coast avvierà nei prossimi mesi esercitazioni congiunte con le unità militari di Senegal e Sierra Leone.

“L’impegno degli Stati Uniti nell’addestramento delle forze navali africane per individuare e sequestrare i carichi di droga è cresciuto negli ultimi anni principalmente grazie all’iniziativa denominata African Partnership Station (APS)”, ha aggiunto l’ambasciatrice Yetes. “L’APS è parte di un piano a lungo termine che vede protagonisti nazioni ed organizzazioni di Africa, Stati Uniti, Europa e Sud America. Una grande attività di cooperazione militare e civile che contribuisce alla crescita della sicurezza nelle coste dell’Africa occidentale e della professionalità dei militari, delle guardia coste e dei marines africani. Il programma è portato avanti attraverso le visite di unità navali, aerei, team di addestramento e progetti d’ingegneria e costruzione navale”.

L’African Partnership Station ha preso il via nell’ottobre del 2007. L’evento principale dello scorso anno è stato il dislocamento nel Golfo di Guinea della nave da sbarco “USS Fort McHenry” e dei catamarani di pronto intervento “HSV-2 Swift”, con a bordo marines ed ufficiali di dieci paesi (Stati Uniti, Camerun, Francia, Gabon, Germania, Ghana, Gran Bretagna, Guinea Equatoriale, Portogallo e Spagna). Durante la lunga crociera sono stati addestrati più di 1.700 militari africani.

L’APS 2009 ha invece preso il via dalla base navale di Norfolk (Virginia) il 15 gennaio scorso, con il trasferimento in Africa dell’imbarcazione militare “USS Nashville”. Entro la fine di giugno, l’unità avrà visitato sette paesi del Golfo di Guinea ed addestrato per periodi di due-tre settimane le flotte locali in “operazioni di ricerca e sequestro di carichi di droga, di lotta alla pesca illegale e ad altre attività criminali”. Le attività sono coordinate da Africom, US Navy, US Guard Coast e dall’Amministrazione oceanica e atmosferica nazionale USA.

Sempre quest’anno, per la prima volta dalla sua costituzione, l’African Partnership Station ha esteso il suo raggio d’azione in Africa orientale, grazie alle soste operative-addestrative dell’unità da guerra “USS Robert G. Bradley” nei porti di Gibuti, Kenya, Mozambico e Tanzania. Ufficialmente, ancora, contro droga e pirati.http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9179

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PERÚ E TLC, GLI INDIGENI DIFENDONO L’AMAZZONIA

 

Gennaro Carotenuto

 

L’Amazzonia peruviana continua a correre un pericolo mortale ma i nativi la difendono con i denti dal governo di Lima che l’ha venduta nel Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti alle multinazionali minerarie e del legname. Da quasi due mesi 1.300 comunità native della selva amazzonica peruviana sono infatti tornate in stato di mobilitazione permanente contro nove decreti legge varati dal governo di Lima.

Secondo le organizzazioni indigene questi non solo mettono a rischio i loro diritti ancestrali sull’Amazzonia ma consegnano l’intera regione allo sfruttamento selvaggio da parte delle multinazionali mettendone così a rischio l’intero ecosistema. Il governo ha usato tutti i mezzi, compresa la repressione ma gli indigeni, sempre più coscienti di sé, dei loro diritti e anche della loro forza, non si sono piegati e ora Alan García, che già dieci mesi fa dovette fare alcune concessioni, si è dovuto piegare e trattare ancora.

Oggi stesso, martedì 26, inizieranno a Lima, dopo oltre 40 giorni di conflitto e a 16 giorni dall’applicazione dello Stato d’emergenza nei dipartimenti di Cusco, Ucayali, Loreto y Amazonas, che non è riuscito a piegare la mobilitazione, i colloqui tra governo e rappresentanti indigeni. Secondo il capo negoziatore del governo, Yehude Simon, il governo è (finalmente) disposto a correggere alcune parti dei decreti, ma non ha la possibilità di annullarli del tutto. Anche per il delegato della “Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana” (Aidesep), Alberto Pisango, oggi comincia una nuova tappa di dialogo anche se è troppo presto per sospendere la protesta.

Il cuore dell’indignazione indigena sta nel rifiuto del Decreto Legislativo 1090, peraltro già dichiarato incostituzionale, proprio perché si profilerebbe in quanto trattato internazionale al di sopra della stessa Costituzione peruviana. Il 1090 concerne la nuova legge forestale approvato perché parte del pacchetto di misure che il governo peruviano è stato costretto a mettere in atto in osservanza al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti. I decreti sono infatti funzionali ad aprire le porte allo sfruttamento dell’Amazzonia da parte delle multinazionali. Secondo il “Fuero Ecologico”, il decreto 1090, in ossequio al TLC con gli Stati Uniti, trasforma il 60% del territorio forestale peruviano in terreno agricolo aprendo così le porte allo sfruttamento dell’intera regione e rendendo di fatto inapplicabili i diritti ancestrali dei popoli nativi garantiti dal Trattato Internazionale sui Popoli Indigeni dei quali il Perù è firmatario.

Per Mario Bartolini, uno dei rappresentanti delle comunità indigene: “Il governo ha deciso di consegnare l’Amazzonia e tutte le sue risorse alle multinazionali straniere sostenendo che queste siano capaci di creare più lavoro e più ricchezza e quindi aiutare a superare la povertà. Sono tutte favole, la realtà è un’altra. Lo sviluppo dell’Amazzonia, deve capire il governo, non dipende dalle imprese multinazionali ma dai popoli dell’Amazzonia. Questi sono gli unici che nel corso dei secoli hanno imparato a convivere con un ecosistema molto fragile e sensibile”.

www.gennarocarotenuto.it


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Mazziati due volte




Il mio titolo non è certo oxonian, ma rende le conclusioni di un rapporto su come e quanto i giovani mediorientali saranno colpiti dalla crisi mondiale. Saranno, anzi, i più colpiti, dice il rapporto della Middle East Youth Initiative intitolato, non a caso, Missed by the Boom, Hurt by the Bust: Making Markets Work for Young People in the Middle East. Non l'ho ancora letto, causa lavoro arretrato. Lo farò quanto prima. Ma solo a guardare la demografia del Medio Oriente, è chiaro a tutti che i ragazzi saranno i più colpiti. Perché sono gli under30 il grosso della popolazione araba...http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

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Iraq, 256 violazioni contro i media in un anno, denuncia Ong irachena

Osservatorio Iraq,

Oltre 200 violazioni contro i giornalisti e gli operatori dei media in un solo anno. Li ha documentati l’Osservatorio iracheno per le libertà giornalistiche (JFO) – una ong per la difesa della libertà di stampa con sede a Baghdad.

Nel suo rapporto [in arabo] – appena pubblicato - che copre il periodo che va dal 3 maggio 2008 al 3 maggio di quest’anno, il JFO riferisce di 256 violazioni, di cui 58 aggressioni fisiche, 98 tra fermi e arresti, e 14 casi di detenzione di reporter, fotografi, cameraman, e persone che a vario titolo lavorano per testate giornalistiche – locali e internazionali.

Uno degli arrestati, Ibrahim Jassam, fotografo della Reuters, è tenuto in carcere dalle forze Usa ormai dal 1 settembre dello scorso anno, a Camp Cropper, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, senza che di sappia di cosa è accusato, e nonostante un tribunale iracheno ne abbia ordinato il rilascio.

La sua foto campeggia sulla Home Page del sito dell’organizzazione, che chiede che venga liberato.

Nel periodo coperto dal rapporto sono state inoltre chiuse due radio – una a Baghdad [in arabo] e una a Mosul – e sono state documentate altre 56 violazioni di vario genere in tutte le parti dell’Iraq, compresa la regione autonoma del Kurdistan. Dodici le persone uccise – fra giornalisti e operatori dei media.

Il JFO documenta puntualmente i casi registrati, con tanto di nomi e foto – e date.

Nel rapporto si fa riferimento anche alle iniziative per la protezione dei giornalisti messe in atto dal governo di Baghdad, e in particolare al ruolo svolto dal ministero degli Interni: un ruolo notevole, a detta del JFO, sotto la supervisione diretta del ministro Jawad al Bulani e del generale Abdel Karim Khalaf – responsabile della sala operativa del ministero.

L’organizzazione non governativa irachena chiede inoltre al Parlamento di non approvare – in nessuna circostanza – una legge sulla stampa che limiti la libertà di espressione.  

[O.S.]

Fonte: Journalistic Freedoms Observatory

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7589


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Negazionisti che sapevano di mentire
Emissioni di CO2 La Global Climate Coalition, finanziata dai grandi delle fonti fossili, durante gli anni '90 ha strenuamente negato l'urgenza di agire contro il global warming. Ma agiva in malafede, come rivela un documento pubblicato dal New York Times. Ora è sciolta, ma ha comunque raggiunto il suo scopo. Mentre il negazionismo continua.
Per più di un decennio ha agito al soldo dell’energia sporca per seminare dubbi sul riscaldamento globale e negare che fosse urgente ridurre le emissioni. Ora c’è una nuova prova che la Global Climate Coalition (GCC), l’organizzazione negazionista più attiva negli anni novanta, agiva anche in malafede. A rivelarlo un documento interno emerso in un processo e reso pubblico dal New York Times: gli stessi scienziati che lavoravano per la GCC, in un memo riservato del gennaio '96, avvertivano infatti i dirigenti che certe evidenze che il global warming fosse dovuto a cause antropogeniche erano difficilmente contestabili.
“Le basi scientifiche dell’effetto serra e il potenziale impatto delle emissioni umane di gas serra come la CO2 sono ben documentate e non possono essere negate” - scrivevano gli esperti nel documento (acquisito nella disputa legale in corso sulle emissioni auto tra l’associazione dei produttori , ex-membro GCC, e lo Stato della California) e aggiungevano che le teorie contrarie “non offrono argomenti convincenti contro il modello convenzionale di effetto serra indotto dalle emissioni”.

La Global Climate Coalition avrebbe dunque ignorato coscientemente l’opinione dei suoi stessi esperti continuando a sostenere la sua posizione ufficiale degli anni ‘90 secondo la quale “il ruolo dei gas serra nei cambiamenti climatici non è ben compreso”, e ammettendo pubblicamente solo nel ’98 quello che i suoi climatologi avevano sottolineato nel documento di 3 anni prima. Senza peraltro accennare all’infondatezza delle teorie contrarie alla natura antropogenica del global warming e parlando dell’aumento delle emissioni come una minaccia solamente “potenziale”.

Una notizia, quella della malafede della Global Climate Coalition, che potremmo definire una "non notizia", ma solo l’ennesima conferma di come il dibattito pubblico sull’effetto serra sia stato coscientemente e costantamente "disturbato" dai poteri economici. A finanziare la GCC nel corso della sua attività almeno 75 grandi industrie legate in qualche modo ai combustibili fossili, tra cui: Exxon Mobil, Shell, BP, Dupont, Chrysler, Chevron, General Motors e Good Year. Solo per la campagna (dis)informativa coincidente con la negoziazione del protocollo di Kyoto, la Coalition (secondo il Los Angeles Times) avrebbe speso oltre 13 milioni di dollari.

Con il passare del tempo e l’evidenza sempre maggiore dell’insostenibilità delle posizioni scientifiche sostenute, la GCC si è fatta più cauta ammettendo che il riscaldamento globale antropogenico esisteva, ma continuando a contestarne l’entità e a mettere in dubbio le misure da prendere per fermarlo. Nel frattempo però il problema era diventato sempre più sentito dall’opinione pubblica e molte industrie aderenti alla GCC, anche per una questione d’immagine, hanno preferito abbandonare l’associazione: tra le prime a farlo BP e Shell. Nel 2000 GCC cambiava politica consentendo l’adesione non più a singole aziende ma solo ad associazioni di categoria, nel 2002 infine la GCC si è sciolta annunciando di “aver adempito al suo ruolo contribuendo ad un nuovo approccio nazionale al global warming (cioè la legge sulla limitazione volontaria delle emissioni di cui si parlava con Bush jr, ndr)”.

La GCC è stata l’associazione di lobbying negazionista per antonomasia e quello che è emerso dalle carte portate alla luce dal New York Times, cioè che fosse conscia di sostenere posizioni scientificamente non giustificabili, era qualcosa che molti denunciavano da tempo. Ora ciò è ufficiale, come è ormai chiaro che non esiste una base scientifica per negare l’urgenza di ridurre le emissioni. Tuttavia quando la GCC, ormai sbugiardata pubblicamente, ammette di aver adempito al suo scopo, ha ragione. La strategia infatti non era tanto quella, irrealistica, di voler confutare le evidenze scientifiche sul global warming, quanto quella di seminare il dubbio nel dibattito pubblico facendo apparire controversa una questione che non lo era. Lo scopo che la Coalition si era probabilmente proposta e che ha ottenuto è quello di ritardare il più possibile misure di riduzione delle emissioni che potessero danneggiare i suoi sostenitori.

Ora quasi tutti gli ex-membri della GCC ammettono pubblicamente la necessità di agire in fretta contro il riscaldamento globale, ma questo – come ci ricordano purtroppo anche le posizioni del nostro Governo – non significa che il negazionismo sia morto, né che le attività di lobbying in questo senso siano cessate. William O'Keefe, l’ex presidente della GCC, e dirigente dell’American Petroleum Insitute ora dirige un altro “organismo scientifico” per aiutare i politici a scegliere sulle questioni legate al cambiamento climatico, il Marshall Institute, finanziato tra gli altri da Exxon. In quanto alla nuova legge sulle emissioni in arrivo negli States, riporta Usa Today, utility e industrie legate all’energia avrebbero già aumentato del 30% la spesa in lobbying. Rassegnate al fatto che la legge si farà devono fare pressione affinché sia scritta in modo da recare loro il minor danno possibile.


Giulio Meneghello
http://qualenergia.it/view.php?id=933&contenuto=Articolo

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Swaziland, il primo ministro propone di marchiare i sieropositivi


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Circa il 27 percento della popolazione nel Paese ha l'Hiv

Il primo ministro della Swaziland, Timothy Myeni, ha proposto 'marchiare' con una specie di tatuaggio a tutte le persone adulte che abbiano l'Hiv per prevenire più contagi.

La misura prevede che tutti gli adulti si facciano il test obbligatorio per sapere se hanno la malattia, visto che, si calcola che soltanto il 20 percento degli sieropositivi sanno che sono ammalati.
Siphiwe Hlophe, portavoce della organizzazione Swazi Aids, ha assicurato che la misura è "una discriminazione contraria ai diritti umani".
La Swaziland ha la più ampia fascia di popolazione sieropositiva nel mondo. Secondo quanto afferma l'Organizzazione mondiale della Sanità, Oms, circa il 27 percento della popolazione adulta del paese è sieropositiva. La speranza di vita nel Paese arriva ai 31,3 anni, 13 meno che dieci anni fa.

 

 

http://it.peacereporter.net/articolo/15948/Swaziland%2C+il+primo+ministro+propone+di+marchiare+i+sieropositivi+


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Il tour balcanico di Biden

Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić

Joe Biden e Boris Tadić
Sarajevo, Belgrado, Pristina. La tre giorni del vicepresidente americano rilancia la collaborazione con la Serbia e mette in guardia la Bosnia dalle derive nazionaliste. Ai leader kosovari Biden chiede di realizzare una società multietnica
“Gli Stati Uniti d’America non si aspettano, e sottolineo non si aspettano, che la Serbia riconosca l’indipendenza del Kosovo, questa non è una pre-condizione al nostro sostegno affinché la Serbia faccia parte dell’Unione europea”, ha dichiarato a Belgrado la scorsa settimana il vice presidente degli Usa Joseph Biden.

Durante il “mini tour balcanico” il vicepresidente degli Usa ha fatto visite di un giorno in Bosnia Erzegovina, in Serbia e in Kosovo (19-20-21 maggio). Con questo tour, subito dopo lo scadere dei primi cento giorni di mandato presidenziale, gli Stati Uniti, secondo Biden, hanno voluto indicare il cambiamento di rotta rispetto ai Balcani e dimostrare che l’avvicinamento dei paesi dei Balcani occidentali verso l’Unione europea è una priorità strategica del governo americano.

La visita di Biden in Serbia è la prima negli ultimi trenta anni compiuta da un alto funzionario, tanto è il tempo trascorso dalla visita di Jimmy Carter. Per questo la presenza di Biden ha assunto un’importanza eccezionale per la Belgrado ufficiale, che lo ha ricevuto al più alto livello, davanti al Palazzo Serbia, con picchetti d’onore e l’inno americano.

“Solo quindici mesi dopo le dimostrazioni in cui fu incendiata l’ambasciata americana, il vicepresidente statunitense viene accolto con picchetti d’onore e con l’inno americano. Tutto questo è sorprendente, ma anche indicativo di ciò che sta accadendo in Serbia, i cui cittadini ormai si rivolgono alla vita normale”, scrive il “New York Times”.

Davanti al Palazzo Serbia, Biden è stato accolto dal presidente Boris Tadić. I due si sono intrattenuti in un colloquio di un’ora. Durante la conferenza stampa il presidente della Serbia ha dichiarato che il colloquio è stato aperto e produttivo. “Credo che i colloqui di oggi possano aprire una nuova fase della politica americana nei confronti della Serbia e dei Balcani occidentali, una politica che mai come ora tenga in considerazione la Serbia in quanto fattore cruciale per la stabilità della regione”, ha dichiarato Tadić.

Tadić ha poi ribadito che la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo, aggiungendo che è diritto legittimo della Serbia difendere la propria integrità con mezzi pacifici e diplomatici. Riferendosi a quanto sta accadendo in Bosnia Erzegovina, Tadić ha detto che “la Serbia è favorevole alla stabilità dell’intera regione e all’integrità di tutti i membri dell’Onu. In qualità di firmataria dell’accordo di Dayton, la Serbia è garante dell’integrità territoriale della BiH ed è a favore di soluzioni che siano il risultato esclusivo di un accordo democratico tra i tre popoli costituenti”. Tadić ha poi aggiunto che, nonostante il disaccordo sulla questione del Kosovo, esiste un alto livello di condivisione riguardo l’integrazione dei Balcani occidentali in Unione europea e riguardo la lotta alla criminalità organizzata. “L’obiettivo strategico della Serbia è diventare membro dell’Unione europea, e l’appoggio dell’America in questo processo è molto importante”, ha concluso Tadić invitando, infine, il presidente Obama a far visita alla Serbia.

“Sono giunto in Serbia, a nome dell’amministrazione Obama, con un messaggio chiaro: gli Usa desidererebbero aumentare la collaborazione con la Serbia, aiutare a risolvere i problemi della regione, affinché la Serbia diventi forte, abbia successo e diventi un leader democratico nella regione”, ha detto Biden. Il vicepresidente americano ha poi aggiunto che “la Serbia è di vitale importanza per il futuro della regione”.

“Credo che possiamo convenire sul fatto che sul Kosovo non siamo d’accordo, a condizione di avere ragionevoli aspettative gli uni dagli altri”. Biden ha detto di essere venuto a Belgrado con un messaggio incentrato su due principi. “Gli Usa sostengono fortemente l'integrazione della Serbia nell'Unione europea e l’ampliamento della collaborazione in tema di sicurezza con gli Usa e coi nostri alleati. Convoglieremo la nostra energia e la nostra influenza per promuovere le aspirazioni euroatlantiche della Serbia. In secondo luogo, l’America lavorerà per approfondire le relazioni dirette tra i due stati, soprattutto nel campo della collaborazione militare, nel quale esiste già un ottimo partenariato, e poi nel settore economico e dell’educazione”.

Allo stesso tempo, Biden ha detto che la Serbia deve giocare un ruolo costruttivo nella soluzione dei problemi della Bosnia Erzegovina. Rivolgendosi ai giornalisti belgradesi, Biden ha concluso dicendo “la vostra riuscita è la nostra riuscita”.

Col vicepresidente americano si è incontrato anche il premier Mirko Cvetković. I due hanno parlato soprattutto di collaborazione economica, di nuovi investimenti e dell’avanzamento dello scambio commerciale tra i due paesi. All’incontro hanno preso parte anche il ministro delle Finanze e quelli dell’Economia e del Commercio, Diana Dragutinović, Mlađan Dinkić e Slobodan Milosavljević

Il vicepresidente Usa ha poi deposto una corona di fiori sul luogo in cui fu ucciso il premier Ðinđić, dopodiché ha parlato brevemente con Ružica Ðinđić, vedova dell’ex premier. Sulla corona si legge “A Zoran Ðinđić con grande rispetto dal popolo americano”.

Infine col ministro della Difesa, Dragan Šutanovac, Biden ha dialogato sullo stato di avanzamento della collaborazione militare e, come si è saputo ufficiosamente, anche dell'integrazione della Serbia nella Nato. Tadić e Šutanovac hanno fatto notare a Biden che in questo momento non esiste una maggioranza che sostenga l’ingresso della Serbia in questa alleanza militare.

La maggior parte degli analisti belgradesi concorda sul fatto che la visita di Biden sia stata di estrema importanza per la Serbia, e che essa mostra una rinnovata importanza dei Balcani occidentali nella politica estera americana. In un articolo scritto per il quotidiano “Politika”, Dragan Bujošević sottolinea che uno dei messaggi più importanti pronunciati da Biden è che l’amministrazione americana non chiederà alla Serbia di riconoscere il Kosovo. L’analista Boško Jakšić ha parlato dell’inizio di una nuova fase nelle relazioni tra la Serbia e l’America: “Il fatto che nei Balcani occidentali sia stato inviato il vicepresidente, in una regione che dopo l’11 settembre era alla periferia della politica estera americana, è un segnale di grandi cambiamenti”, scrive Jakšić su “Politika”.

Ospite della Radiotelevisione Serbia, il professor Predrag Simić ha dichiarato che la visita di Biden dimostra che gli Usa desiderano mettere la parola fine ai problemi dei Balcani. “Washington spingerà in avanti l’integrazione della regione nell’Unione europea. È importante che la visita di Biden sia avvenuta nel momento in cui ci sono dei problemi nelle relazioni tra la Serbia e l’Ue”, ha detto Simić, ricordando che gli Usa sfrutteranno la loro influenza in Europa per far sì che i paesi balcanici diventino membri dell’Ue. “Bisogna tenere presente che il ‘no’ olandese a Washington si può trasformare in un ‘sì’”.

I partiti politici serbi interpretano in vario modo la visita di Biden. Il governo, come atteso, parla dell’importanza della visita e del successo della Serbia. L’opposizione valuta la visita in modo negativo. I deputati del Partito radicale serbo (SRS) si sono presentati al parlamento con indosso magliette con il volto di Vojislav Šešelj e dei cartelli con scritto “Biden, feccia fascista, vai a casa”. Tomislav Nikolić del Partito progressista serbo (SNS) ritiene che Biden non vada preso sul serio e che l’America non farà niente per aiutare la Serbia nel suo cammino verso l’Unione europea. Il leader del Partito liberal democratico (LDP) Čedomir Jovanović considera la visita di Biden come un’occasione mancata, perché la coalizione di governo, insistendo sul Kosovo, non ha fatto che riproporre la politica degli anni Novanta.

Alla visita del vicepresidente americano è stato riservato un livello di sicurezza mai visto fino ad ora. Belgrado era bloccata, e la visita è stata accompagnata dai membri della polizia, della gendarmeria e dell’esercito, oltre che da molti uomini della scorta del vicepresidente.

Il giorno prima della visita a Belgrado, Jospeh Biden era a Sarajevo per incontrare i rappresentanti della Bosnia Erzegovina. Biden ha dichiarato di essere insoddisfatto della situazione in cui si trova la BiH e ha invitato tutti i leader politici a risolvere mediante un compromesso le questioni ancora aperte. Come riportato dal quotidiano “Politika”, Biden ha dichiarato che l’America è preoccupata dalla retorica nazionalista e dal tentativo di indebolire le istituzioni statali, e in particolare ha criticato il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik. Biden ha aggiunto poi che la BiH deve scegliere tra “la via verso l’Europa e la via che la porterà ad essere uno dei paesi più poveri, che nel migliore dei casi potrebbe sfociare in un caos etnico”.

L’ultima tappa del tour di Biden è stata Pristina, dove il vicepresidente americano è stato accolto in modo solenne ed euforico. Dopo l’incontro con il presidente del Kosovo Sejdiu e il premier Thaci, Biden ha ribadito che l’indipendenza del Kosovo è un processo irreversibile, che la divisione è inaccettabile e che gli Usa sosterranno la creazione di una società democratica e multietnica. Al vicepresidente americano è stata consegnata la medaglia della libertà. Nel discorso davanti ai membri del parlamento, Biden ha sottolineato che il Kosovo ha raggiunto buoni risultati e che l’America continuerà ad offrire il suo appoggio finché sarà necessario, e poi ha dichiarato che si aspetta da Pristina la realizzazione di una società multietnica.

Biden non ha mancato di far visita ai soldati della base militare di Bondsteel ai quali ha ricordato che partecipano alla realizzazione della storia, nel momento in cui i Balcani diventano parte dell’Europa.

Mentre a Pristina si festeggiava, a Kosovska Mitrovica i serbi protestavano per la presenza di Biden, accendendo le candele e dando alle fiamme la bandiera americana. Alcuni cartelloni dicevano: “Tadić non umiliare la Serbia”, “L’omicida ritorna sul luogo del delitto”.

Il mini tour di Biden è terminato con la visita al monastero di Visoki Dečani. Nonostante il vescovo Artemije non fosse d’accordo sulla visita del funzionario americano, la decisione è stata presa dal sinodo della Chiesa serba ortodossa, e Biden è riuscito a visitare il monastero di Dečani. Parlando con padre Sava, il vicepresidente ha riconosciuto “i positivi cambiamenti nel monastero”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11374/1/49/

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CINA-AFRICA: Sfruttamento Sud-Sud?
Servaas van den Bosch

Lavoratori nei cantieri della China Nanjing International a Windhoek
Foto: Servaas van den Bosch/IPS

WINDHOEK, (IPS) - Alle cinque di domenica pomeriggio finisce un’altra giornata di lavoro per Thomas Haimbodi, un falegname impiegato nei cantieri di costruzione della sede del Ministero della terra e del reinsediamento rurale di Windhoek, in Namibia.

Dopo la chiusura del cantiere, Haimbodi deve aspettare insieme ai colleghi il camion che lo riporterà a Katatura, alla periferia della capitale.

“Lavoro nove ore al giorno, sette giorni a settimana”, racconta Haimbodi. “Non tutti lo fanno, ma io ho bisogno di fare gli straordinari”. I suoi capi cinesi incoraggiano orari infernali. “La proposta è un accordo informale, con una paga di poco superiore al salario abituale”. Nel caso di Haimbodi, “abituale” significa 10 dollari al giorno.

La maggior parte dei lavoratori guadagna molto di meno, ma con il 40 per cento di disoccupazione in Namibia è difficile rifiutare una qualsiasi offerta di lavoro.

Il datore di lavoro di Haimbodi, la China Nanjing International, è orgogliosa di poter offrire “costruzioni di qualità per lo sviluppo nazionale”, come recita un cartellone pubblicitario all’ingresso.

Ma le imprese edili del paese sono dovute ricorrere, senza successo, al tribunale, per reclamare un appalto di 8,7 milioni di dollari che ritenevano fosse stato ingiustamente assegnato a Nanjing.

”Le imprese statali cinesi debilitano le compagnie locali perché violano le normative sul lavoro”, spiega Herbert Jauch dell’Istituto di ricerca e risorse del lavoro della Namibia. Jauch è co-editore di uno studio di prossima pubblicazione sugli investimenti cinesi in Africa e sul loro impatto sulle condizioni di lavoro.

Gli effetti collaterali della politica del “guardare ad Oriente” adottata da molti paesi africani sono allarmanti, secondo il dossier.

Altri dieci paesi sub-sahariani hanno partecipato allo studio della Rete africana di ricerca sul lavoro. “Nel 2008, la maggior parte delle imprese edili cinesi in Namibia hanno pagato agli operai circa 35 centesimi di dollaro l’ora, mentre il salario minimo nazionale per l’industria è di un dollaro”, segnala il rapporto.

Secondo Jauch, oltre il 70 per cento dei grandi progetti di costruzione del paese è gestito da imprese cinesi. “Spesso non hanno i documenti necessari, come certificazioni di pari condizioni di lavoro, ma anche così gli concedono appalti importanti”, ha spiegato.

I ricercatori africani lamentano la perdita di posti di lavoro a causa dell’impiego di molti lavoratori cinesi nei progetti di costruzione del continente, così come la concorrenza di prodotti cinesi importati venduti a basso costo nei negozi della città.

”La Cina ha dato importanza tanto ai benefici politici quanto a quelli economici, definendosi un socio economico attraente e un amico politico”, scrivono i ricercatori.

”Per i governi africani, questo ha rappresentato un’alternativa al ‘Consenso di Washington’, ed è stata chiamata ‘Consenso di Pechino’; ovvero, un sostegno senza interferenze negli affari interni”, aggiungono.

Gli investimenti cinesi in Africa si concentrano sui settori dell’energia, minerario, manifatturiero, edile, delle vendite al dettaglio, e sul settore finanziario, rivela lo studio. I principali paesi analizzati sono Sudafrica, Egitto, Nigeria e Ghana.

La Cina è il terzo principale socio commerciale del continente, dopo Stati Uniti e Francia. Ma l’Africa concentra appena il tre per cento degli investimenti diretti esteri del gigante asiatico.

”C’è un sistema diffuso di pratiche di lavoro ingiuste, mancato adeguamento alla normativa locale, violazione delle convenzioni internazionali, delle pratiche bancarie e delle regole del mercato internazionale, oltre ai bassi salari e alla totale assenza di contratti e indennità”, ha detto Jauch.

La Cina offre ai governi incentivi per aprire le porte ai suoi investimenti. La Namibia, per esempio, ha un volume di scambi di 400 milioni di dollari con la Cina, e per di più il presidente cinese Hu Jintao ha concesso al paese africano un prestito di 100 milioni di dollari, e una linea di credito di 72 milioni di dollari.

In cambio di questi aiuti allo sviluppo, segnala Jauch, il governo cinese ottiene facile accesso ai mercati africani - una cosa di cui adesso ha bisogno più che mai.

”La disoccupazione in Cina, inasprita dalla crisi creditizia, ha spinto il governo ad inviare molti suoi lavoratori all’estero”, spiega Jauch. “E gli operai cinesi spesso guadagnano più dei loro colleghi africani”.

Lo studio del caso della Namibia riporta diverse testimonianze sul trasferimento di prigionieri cinesi nei cantieri africani.

”Per noi è difficile trovare un impiego nel settore pubblico, mentre i cinesi inviano barche con container pieni di prigionieri per lavorare qua”, ha confermato un portavoce di Oshiwambo, proprietario di un’impresa edile.

Nell’impresa di costruzioni per cui lavora Haimbodi ci sono 15 responsabili dei lavori, tutti cinesi. “La comunicazione è un grosso problema”, lamenta. “È un misto di cattivo inglese e di gesti manuali. Certo, poi ci insultano nella loro lingua, ma noi capiamo il messaggio”.

Haimbodi e i suoi colleghi lamentano bassi salari, assenza di sindacati, rapporti di lavoro tesi e mancanza di attrezzature di sicurezza sul lavoro”. “Gli operai lavorano con i sandali ai piedi”, segnala Haimbodi.

Hou Xue Cheng ha un negozio nel quartiere cinese dell’area industriale di Windhoek, dove vende frutta e verdura coltivata nella sua azienda agricola alla periferia della capitale. Ci spiega che i suoi 20 impiegati guadagnano circa 50 dollari al mese. “Loro sono contenti”, ha insistito.

La Namibia non ha nessuna legge sul salario minimo nazionale.

Hou non ci fa nessun contratto. “I lavoratori spesso rubano, è un grosso problema. Ho dovuto assumere delle guardie per la sicurezza. Se i lavoratori hanno un contratto poi possono denunciarmi alla commissione del lavoro. E io non voglio questo. Se rubi, sei fuori. È semplice”, ha spiegato.

Oltre alle verdure, il negozio di Hou vende di tutto, dai prodotti per capelli all’alcol, tutto etichettato in cantonese e ordinatamente impilato su interminabili file di scaffali.

Hou Xue Cheng pensa che i namibiani siano poco produttivi. “Il fine settimana se ne vanno presto, ma noi restiamo qua, sette giorni alla settimana, fino alle otto di sera. La gente lavora durante la settimana, e nel week-end vuole fare acquisti”, osserva.

Ma secondo Jauch, nel 2007 la Banca mondiale ha stabilito che i lavoratori della Namibia hanno un’ottima performance.

Il fatto che i prodotti e i servizi cinesi abbiano un accesso praticamente illimitato ai mercati africani è “incongruente”, alla luce dei difficili negoziati in vista di un accordo di cooperazione economica con l’Unione europea (EPA), sostiene Jauch.

”Ciò che viene venduto nell’ambito degli scambi Sud-sud è, di fatto, un enorme sfruttamento. I cinesi hanno l’opportunità di giocare in posizione di vantaggio”.© IPS

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1448


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zapateroclass="linkmenu">05:46 | commenti

Sonia a Corte


Obama ha scelto Sonia Sotomayor per rimpiazzare il dimissionario Associate Justice David Souter. La Sotomayor era la scelta più scontata: donna, tendenzialmente liberal ed ispanica, aveva tutte le caratteristiche che la rendevano perfetta. Obama ha così voluto sigillare il rapporto che storicamente lega i democratici alla comunità ispanica, inserendosi così perfettamente nella tradizione giudiziaria dei presidenti del suo partito. Wilson nominò il primo ebreo, Louis Brandeis, alla Corte, mentre Lyndon Johnson scelse il primo Associate Justice afro-americano, Thurgood Marshall, uno dei modelli di Obama.
Ora il Senato dovrà confermare la scelta del presidente, e vista la netta maggioranza democratica non si intravedono grossi problemi. I repubblicani si opporranno sull'aborto, come consuetudine, ma se saranno intelligenti imposteranno una strategia basata più su Gonzales v. Carhart che su Roe v. Wade, leading case ormai cristallizato.

Sonia Sotomayor è un simbolo dell'immigrazione americana. Figlia di genitori portoricani, ha vissuto nel Bronx nella versione americana delle case popolari, per poi studiare legge a Yale, diventare un magistrato federale e ora arrivare alla Corte Suprema. Una classica american story, che sarà tanto ispiratrice per gli ispano-americani quanto la storia di Obama lo è per gli afro-americani. Se i repubblicani non si vogliono far cancellare dal West, è meglio che rinuncino al filibustering ideologico. http://andreamollica.blogspot.com/

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maggio 26 2009

Capaci, la fiera del tartufo
Scritto da Marco Travaglio
Sabato 23 maggio, come ogni anno, è andata in scena a Palermo la consueta parata antimafia, una sorta di fiera del tartufo dove una carovana di politici (c’era persino Schifani) e autorità militari, civili e religiose fanno a gara nell’elogiare l’impegno dello Stato, nel promettere di non abbassare la guardia, nel ringraziare i magistrati (quelli morti). Poi, rientrati a Roma, ricominciano come sempre ad attaccare o insultare o trasferire o disarmare i magistrati (quelli vivi). Nessuno degli augusti oratori impegnati a commemorare l’“amico Giovanni” ha detto una parola sui mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra che commissionarono le stragi di Capaci e Via d’Amelio nel 1992 e quelle di Milano, Firenze e Roma nel 1993.Eppure, proprio il giorno prima, Giovanni Brusca – il pentito ritenuto da tutti credibilissimo quando parla di se stesso e dei complici che fecero esplodere l’autostrada di Capaci - ha fatto rivelazioni esplosive nel processo in corso (dunque ignorato dalla grande stampa) per favoreggiamento mafioso a carico del generale Mori per la mancata cattura di Provenzano nel 1995. “Riina – ha detto Brusca - mi fece il nome dell’uomo delle istituzioni col quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell’ordine, la trattativa con Cosa nostra” dopo Capaci. Il nome? Brusca s’è avvalso della facoltà di non rispondere perché sul caso indaga la Procura di Caltanissetta. Finora Brusca aveva detto di essere arrivato a quel politico, all’epoca ministro, in base a sue “deduzioni”. Ora invece afferma che glielo disse Riina, coinvolto direttamente nella trattativa con due ufficiali del Ros (lo stesso Mori e il capitano De Donno) tramite l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Anche a quel politico della Prima Repubblica, come pure a Mori, sarebbe stato consegnato il famoso “papello” con le richieste di Cosa Nostra per interrompere le stragi. Ma la rivelazione di Brusca, ripresa da Corriere e Stampa, è caduta nel più impenetrabile silenzio della classe politica. Lo stesso silenzio che l’altra sera, a Matrix su Canale5, ha accolto l’intervento del pm Gaetano Paci su Vittorio Mangano, lo “stalliere” di casa Berlusconi, definito “eroe” dal premier e da Dell’Utri: “Mangano era un mafioso sanguinario condannato per mafia, narcotraffico e omicidio, gli eroi sono Falcone e Borsellino”. In studio, mentre le telecamere indugiavano sui volti impietriti di Alessio Vinci, Piero Grasso e Giuseppe Ayala, non una parola su Mangano &C.. E via con l’antimafia dei film e delle fiction, quella che non fa nomi di politici. La commissione Antimafia, presieduta da Pisanu, è ormai un ente inutile e inerte. Chissà se basterà a ridestarla dal letargo la denuncia del pm Roberto Scarpinato, che sabato, sul Sole-24ore, ha rivelato come il governo abbia tolto alle procure la password per accedere ai conti correnti. Impedendo così il sequestro di enormi capitali mafiosi. Una semplice coincidenza, si capisce: sono tutti troppo impegnati a celebrare l’”amico Giovanni”.

MARCO TRAVAGLIO

in L'Unità,

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zapateroclass="linkmenu">06:59 | commenti

Dove si immagina un rapporto fra Noemi e il gelato del Senato

susannatint

Manuela

Fa benissimo Repubblica ad insistere nelle sue domande al premier sui rapporti che lo legano a Noemi Letizia e alla sua famiglia. Questa insistenza fa sì che anche le opposizioni, che in un primo tempo farfugliavano qualcosa (tentate dalla “questione privata”, preoccupate di sembrare troppo bacchettone, terrorizzate che, qualsiasi cosa dicessero, favorisse Berlusconi), adesso incomincino a riportare sul piano politico tutta la questione.
A me sembra, la storia del vecchio e della minorenne, il precipitato di anni in cui la “questione morale” è stata scientemente e sistematicamente depennata dal dibattito politico, e le domande di sobrietà e coerenza, poste da cittadini, movimenti, girotondi, ecc., sempre eluse. Per anni, ogni richiamo alla coerenza dei comportamenti degli uomini pubblici è stato considerato un fastidioso moralismo, sbrigato con infastidite alzate di spalle, definito “antipolitica”. Questo è successo per le cose minime – ricordate la protesta bipartisan di due senatori perché al ristorante del Senato non si serviva più il gelato gratis? – e per le massime: per esempio, candidati inquisiti tranquillamente eletti – ricordate Previti?
Il ceto politico si trasforma in casta proprio perché ritiene di non dover più soggiacere al giudizio morale degli elettori, i quali a loro volta rinunciano a sanzionare moralmente i politici. Si fa prestissimo, poi, a passare dal giudizio morale a quello penale, per cui si approvano le leggi ad personam, fino allo scandaloso lodo Alfano, che passa fra le proteste di pochi “moralisti e giustizialisti”: in piazza Navona mancava una gran parte dell’opposizione, anche di quella che oggi ritiene (alla buon’ora!) il lodo Alfano un vulnus all’uguaglianza dei cittadini.
Adesso, nella storia del vecchio e della bambina, è come se si coagulassero tutte le storie finora ritenute “private” e che invece erano (tutte) profondamente politiche: dai parlamentari divorziati che sfilano al Family day a quelli che si fanno pescare in albergo, fatti di droga e puttanelle.
Per merito di Repubblica ci si accorge che chi governa ha dei doveri di lealtà e trasparenza nei confronti del paese. e che a questo deve rispondere dei suoi comportamenti. Che non si può scindere privato e politico di un uomo pubblico, perché nei suoi comportamenti privati si leggono in trasparenza le sue più profonde convinzioni: sulla democrazia, sul potere e il suo uso, sulle donne e il loro ruolo… e molto altro. Ed inoltre, della salute mentale di chi governa, i cittadini devono essere informati e preoccupati.

Un’immagine, sopra tutte, mi è rimasta dopo la lettura dell’articolo di Repubblica. Quella di due vecchi, in uno studio privato, che studiano i book delle candidate veline (o letterine o chissà che altro), facendo commenti, confrontando misure, sfogliando le pagine avanti e indietro per valutarle meglio. E che, alla fine, indicano una poveretta che sarà sacrificata al Moloch del potere. E la sventurata, naturalmente, rispose….

book


http://viagiordanobruno17.wordpress.com/
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zapateroclass="linkmenu">06:54 | commenti

Ottobre 2008

Fa un non so che vedere che l'anno scorso a Ottobre stavamo sull'orlo di un collasso economico globale; fa un non so che, perchè nello stesso mese, a detta dell'ex-fidanzato di Noemi, il premier era impegnato con telefonate da quindicenne, "viso angelico", "sei una ragazza divina".
Ci manca solo l'episodio con un leader palestinese che aspetta fuori, e poi ci siamo.http://carlettodarwin.blogspot.com/


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zapateroclass="linkmenu">06:30 | commenti

OLTRE IL GIARDINO


Forza Formaggio dà l’assalto a Galan a colpi di veneto



DI ALBERTO STATERA




Il Financial Times lo ha fregiato del titolo di ministro "Forza Formaggio" a cagione della sua difesa del parmigiano e lo ha un po' punzecchiato perché all'ultimo G8 agricolo ha offerto in tempi di crisi ben due cene di gala invece che una sola. Ma Luca Zaia, ministro leghista delle Risorse agricole nato a Bibano di Godega, è uno che va forte. Tra quote latte e porcellini da latte che imbraccia con perizia, i tg non gli lesinano agresti riprese serotine. Ma soprattutto cresce nel partito, dove si dice che Bossi lo abbia più in simpatia del sindaco di Verona Flavio Tosi, tanto che pensa anche a lui come candidato a presidente della regione Veneto, quando, vinte le europee di giugno nel Nordest, la Lega rivendicherà la poltrona occupata da tre lustri dal forzista Giancarlo Galan.
L'ultimo scoop d'immagine nel Veneto, Zaia l'ha fatto rispondendo sulla "Nuova Venezia" allo scrittore padovano Ferdinando Camon, il quale aveva sostenuto che la "lingua veneta" è morta perché non c'è più il mondo che la esprimeva. Lo ha fatto con una missiva scritta non in italiano, ma in veneto: "Caro fradel, te rendetu conto che se fose come te dis osia che la civiltà veneta le sé morta e sepolda co ea sarìa sparìo anca uno dei punti de forza de la civiltà che se la ga sviluppà in te sta parte del mondo?" "Caro fradel ministro, la grande storia de i nostri paesi ha replicato Camon la conossèm soltanto noialtri e la nassiòn se sbatte i cojòni". Post scriptum: "Varda che el me compiùter el sé diventà mato par rìcever le to parole in dialeto".
Ora, con tutto il rispetto per la cultura e la storia locale, dalle Alpi a Pantelleria non c'è persona che non sia in grado di capire il carteggio "in lingua" tra il ministro e lo scrittore. Ma Zaia, che è stato assessore all'identità veneta, vuole aggiungere alle dodici lingue oltre all'italiano riconosciute da una legge dello Stato anche la tredicesima: il veneto. Accanto all'albanese, al croato, al catalano, al francese, al greco, al tedesco, ma anche al sardo e al friulano, che già figurano nella lista. Da assessore, il ministro già promosse nel 2007 la legge regionale sulla "Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale del Veneto", che stanziò 250 mila euro all'anno per la bisogna. Nell'ultimo esercizio quei soldi sono stati spesi per l'acquisto di sei libri, tra cui ben 300 copie del Dizionario veneziano del XVI secolo di Manlio Cortellazzo. Il professor Cortellazzo tenne all'università di Padova corsi di dialettologia cui parteciparono con entusiasmo i leghisti della prima ora. Con il fondatore della Liga veneta Franco Rocchetta c'era anche Achille Tramarin che, eletto alla Camera negli anni Ottanta, esordì così nel primo discorso parlamentare: "Ringrassio el sior presidente de averme dà la parola." Bastò perché quello spegnesse il microfono.
Ha torto Camon, non è morta la lingua veneta perché non c'è più il mondo che la esprimeva. E' che, per dirla in lingua napoletana,"'Ca nisciuno tiene vergogna".
a.statera@repubblica.it
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/05/25/primopiano/010geranio.html

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zapateroclass="linkmenu">06:25 | commenti

Sostiene Viviana
In questi giorni per me intensi e allegri, in Italia è accaduta la famosa "qualunque". Ho avuto a mala pena il tempo di seguire le vicende del PresDelCons. alle prese con la sua satiriasi monomaniacale, ma non il tempo di commentare e dire la mia. Per fortuna, ci avete pensato in tanti a dire la vostra, che condivido.

In particolare, ci ha pensato Viviana, l'amica di un conoscente (Dino) che mi ha spedito la sua personale chiosa, della quale condivido tutto e che quindi vi propongo, come fossero parole di AdF. Chiedo scusa per la mancanza del link, ma Dino non me l'ha fornito. Semmai poi me lo darà, aggiornerò.


Il quadro che esce è tremendo: dunque l'attuale capo del governo è un
maniaco sessuale in continua fregola preoccupato solo di incrementare il
postribolo di stato, un corruttore di ragazzine in pompa magna che si fa
portare da Fede i book delle minorenni d'Italia, sceglie quelle che gli
paiono piu' appetibili, le contatta personalmente come farebbe un pappone
qualunque, senza rispetto per il proprio ruolo e grado, regala loro diamanti
o appartamenti, promette loro posti in parlamento o in europarlamento e le
avvia al fulgido mercato della prostituzione "alta" che abbraccia dirigenti
della tv, politici, calciatori, e altri maiali di casta. Lo stesso capo di
governo impone il modello Noemi attraverso le sue televisioni e le
televisioni di stato e le sue riviste a tutta la gioventù d'Italia,
maggiorenne e minorenne.
Un immenso bordello di stato che si allarga sino a comprendere le ragazzine
minorenni, gestito con l'aiuto di manutengoli che sono direttori di tv o
addirittura ministri, in cui ogni cosa pubblica o privata viene piegata in
modo scandaloso alle necessità del bordello di stato, unica realtà eclatante
che l'Italia presenta al mondo.
A questo bordello di stato avanzato senza pudore e con una sfacciataggine
estrema, il mondo di Confindustria batte le mani e il mondo cattolico
consente, per la vergogna veramente portata ai più infimi estremi di tutti.
Su questo bordello di stato in cui il capo del governo riveste il ruolo di
grande artefice e maitresse suprema l'Avvenire tace.E tacciono gli elettori
di Berlusconi perdendo per sempre la faccia, supposto che l'abbiano mai
avuta.http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/

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zapateroclass="linkmenu">06:22 | commenti

Meteorine e leggi dello Stato

Ma voi non trovate un’incredibile coincidenza che Berlusconi abbia lanciato la campagna contro le intercettazioni il giorno prima di andare a Villa Certosa con Noemi e altre trenta ragazze, come da lui stesso infine ammesso?

Ci rendiamo conto che una legge dello Stato che comporterà enormi danni alle inchieste sta passando perché il premier non voleva far sapere in giro che telefonava alle ragazze?

E qualcuno parla ancora di gossip e di fatto privato?http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


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Qualcuno si è fatto un po’ prendere la lingua

berlusconi

Se non fosse un tristissimo esempio di quel giornalismo che a stento sopportiamo di vedere in Birmania e in Corea del Nord, quello è successo stasera al Tg1 farebbe persino sorridere. Però è enorme e sconcertante, e stupisce fino a quanto possa spingersi un gruppo di galoppini desiderosi di fare un favore al potente di turno e di ingraziarsi il nuovo direttore (che deve ancora arrivare). Il Tg1 ha appiccicato il simbolo del Pdl accanto al faccione di Berlusconi, contraffacendo il video dell’intervista concessa alla Cnn pur di confezionargli uno spot elettorale. Gratis, sulla tv di stato e nella fascia di massimo ascolto. Ci hanno messo pure l’ombra finta dietro, così che magari qualcuno potesse pensare che il simbolo del Pdl nuotasse nel vuoto. Per chi vuole verificare, qui c’è l’intervista originale della Cnn, qui il video contraffatto dal Tg1. Non ci sono parole, veramente.http://www.francescocosta.net/


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Lombardo fulmina
un Pdl mai nato
In Sicilia si sbriciola
il centrodestra:
il governatore
azzera la giunta

La crisi è arrivata alla luce del sole. Non è certo un caso che Raffaele Lombardo, governatore siciliano e leader di quel Movimento per l’autonomia alleato della Destra di Storace alle prossime europee, abbia deciso di far precipitare lo scontro interno alla propria maggioranza alla vigilia dell’appuntamento con le urne. Il 4 per cento che garantirebbe l’accesso degli autonomisti a Bruxelles è a portata di mano, ma per i sondaggi l’asticella rimane ancora appena sopra il dato della lista. Ecco allora il colpo di reni del governatore: azzerare il governo regionale e ripartire con una giunta nuova, «di alleanza sociale», con una massiccia iniezione di tecnici, a scapito di quei politici che «finiscono col sabotare gli interessi della Sicilia. E questo non è più tollerabile».
Di chi parla Lombardo? Di quella parte consistente della propria maggioranza, impegnata finora più a mettergli i bastoni tra le ruote che a sostenere l’attività della giunta. Ossia, della corrente di Forza Italia guidata da Angelino Alfano e Renato Schifani, della parte di An rappresentata nella giunta regionale da Carmelo Incardona, perfino di quell’Udc di Totò Cuffaro, il grande amico di un tempo che pochi giorni fa ha minacciato di uscire dalla maggioranza, dopo che il suo successore ha rivoluzionato il settore per lui più sensibile, quello della sanità. Ma Lombardo l’ha anticipato: tutti a casa e nuova giunta solo con chi ci sta.
La minaccia per il Pdl è consistente.
Il partito berlusconiano punta a superare il 50 per cento dei consensi in Sicilia, ma a riscaldare gli animi è soprattutto la battaglia delle preferenze.
Gianfranco Miccichè, principale alleato di Lombardo dentro il Pdl, parla delle prossime elezioni come di «un congresso fatto con i voti, non con le tessere». E, tanto per rendere ancora più evidente il proprio smarcamento, approfitta della coincidenza con le amministrative per schierarsi contro i candidati ufficiali del Pdl sia a Termini Imerese che a Sciacca. In gioco c’è la guida del partito nell’isola, al momento condivisa da Giuseppe Castiglione (FI, vicino ad Alfano) e Domenico Nania (An). Ma la definizione di un assetto definitivo è stata rimandata a dopo il voto. Cioè, alla conta delle preferenze all’interno delle correnti forziste. Date le premesse degli ultimi mesi, capire cosa potrebbe succedere in caso di sconfitta di Miccichè non è facile. Il sottosegretario con la delega al Cipe, cioè con i cordoni della borsa del governo in mano, lascerà il Pdl? E per fare cosa? Sugli assetti futuri della politica siciliana nessuno al momento vuole sbilanciarsi. Il Pd prende le distanze dalle voci di un proprio ingresso nella nuova giunta Lombardo e, per rendere più evidente il gesto, convoca l’esecutivo regionale solo dopo la scadenza delle 48 ore che il governatore si è dato per formare la sua nuova squadra. «Valuteremo questa inedita quanto inaspettata situazione – spiega il vicesegretario siciliano Tonino Russo – spetta a Lombardo proporre una soluzione. A noi interessa solo che si certifichi il fallimento del centrodestra». Se il Pdl si spacca, Lombardo non avrà più una maggioranza dentro l’assemblea regionale, ammesso che l’abbia mai avuta.
Finora il Pd si è adoperato per evidenziare questa contraddizione, intervenendo con proprie proposte, passate in aula con il sostegno di parte della maggioranza (Mpa-Udc-forzisti vicini a Miccichè). Ma questo ruolo non è mai piaciuto al segretario regionale democratico Francantonio Genovese. Mutatis mutandis, cosa deciderà di fare il Pd? Potrà venire da questa parte il sostegno esterno alla nuova giunta Lombardo?
Rudy Francesco Calvo http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/110666/lombardo_fulminaun_pdl_mai_nato

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Sembra l'Africa

Si è scusato con i romani (ovviamente soltanto con quelli della sua parte politica). L'Africa, invece, sporca è e sporca rimarrà. Secondo me, e lo dico serenamente e pacatamente, dovrebbe vergognarsi di esprimersi in modo così schifoso, ogni volta che apre bocca. P.S.: e dovrebbe ricordarsi il detto: ex Africa semper aliquid novi, piuttosto. http://www.civati.splinder.com/

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Ecco l’ennesima follia in casa Pd: il candidato boicottato dal partito
RomaLe primarie sono uguali per tutti, ma per qualcuno sono meno uguali che per altri. Così succede che a Segni, cittadina laziale ricca di storia che vanta come fondatore il settimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, il candidato sindaco Pd scelto dalle primarie venga osteggiato dal suo stesso partito. E succede che il segretario regionale del Pd, Roberto Morassut, vada a fare campagna elettorale per il concorrente del candidato del Pd.
Segni è una roccaforte del centrosinistra, che la governa da lustri. Era del Pd il sindaco uscente, Renato Cacciotti. E sarà del Pd, probabilmente, anche quello che verrà eletto il 7 giugno prossimo. Già, ma di quale Pd? Le primarie del 5 aprile infatti hanno aperto una faida sanguinosa nel partito di maggioranza locale. È accaduto infatti che nel direttivo cittadino del Pd non si riuscisse a trovare l’accordo sul nome del candidato. E così, statuto alla mano, si sono indette le primarie. Si sono candidati in due: il favorito, il vicesindaco Piero Cascioli appoggiato dall’apparato locale, e un outsider, il trentottenne Cesare Rinaldi, ingegnere e insegnante nelle scuole superiori di Segni. Rinaldi è entrato a far parte del direttivo Pd un anno fa, candidandosi e risultando primo degli eletti. E nell’aprile scorso ha deciso di concorrere anche alle primarie.
Nessuno gli dava due lire. E invece, a sorpresa, ha vinto lui, battendo di 60 voti l’avversario vicesindaco. È finita 691 a 644, con un livello di partecipazione notevole: 1.300 elettori su 6.000 che ne conta Segni. La commissione di garanzia che vigilava sullo svolgimento del voto non ha potuto sollevare alcun dubbio: tutto regolare. Il segretario romano del Pd, Riccardo Milana, e quello provinciale Carlo Lucherini hanno dovuto, volenti o nolenti, ufficializzare la candidatura di Rinaldi.
Ma di lì a poco è scoppiata la bufera. I fedeli del sindaco e del suo vice, successore designato, si sono dimessi dal direttivo del Pd. Hanno fondato una nuova lista, «Centrosinistra per Segni», e scelto un nuovo candidato sindaco, Luigi Vari. E ieri Roberto Morassut, segretario del Pd del Lazio e parlamentare molto vicino all’ex segretario Walter Veltroni, si è recato a Segni a sostenere la lista dei fuoriusciti dal Pd, sconfessando apertamente il candidato sindaco scelto nelle primarie.
Rinaldi racconta come sia partita, subito dopo le primarie, una campagna di delegittimazione nei suoi confronti. Nonostante la vittoria alle primarie, gli è stato impedito l’utilizzo del simbolo Pd: nessuno gliel’ha ufficialmente negato, ma le sue richieste di autorizzazione al partito provinciale sono restate senza risposta. Il sindaco uscente ha chiesto di annullare il risultato: «Vanno invalidate perché non possiamo consentire al centrodestra di scegliere il candidato del centrosinistra», ha dichiarato ai giornali locali Cacciotti. Rinaldi denuncia: «Hanno fatto trapelare notizie secondo le quali il voto per me è stato pilotato e inquinato dal Pdl locale, che avrebbe mandato i suoi alle primarie. Peccato che, quando ho chiesto di limitare la partecipazione alle primarie ai soli iscritti del Pd, in modo da evitare qualsiasi inquinamento, siano stati loro a rispondermi che non se ne parlava e che il voto doveva essere aperto a tutti. Io di certo non ho organizzato trappole con il Pdl: sono entrato nel Pd proprio perché mi sembrava un partito aperto al rinnovamento e alla partecipazione diretta dei cittadini». Salvo quando i cittadini sbagliano candidato. http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=353663

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MONGOLIA
Il nuovo presidente mongolo è Elbegdorj, sconfitto il presidente uscente comunista
Televisione e giornali mongoli già celebrano la vittoria, anche se mancano i risultati ufficiali. I suoi sostenitori parlano di un “nuovo mattino”, ma in realtà i programmi dei due principali candidati sono simili. Nel Paese c’è grave crisi, con diffuse povertà e disoccupazione e bassi salari.

Ulaan Baatar (AsiaNews/Agenzie) – Tsakhiaglin Elbegdorj, leader del Partito democratico, ha vinto le elezioni di ieri per la presidenza della Mongolia. Anche se mancano ancora i dati ufficiali, la vittoria è stata salutata come certa dalla televisione di Stato MNB e dai media nazionali. Il presidente uscente Nambaryn Enkhbayar, leader dell’ex Partito comunista, ha ammesso “una stretta” sconfitta e ha già annunciato che rispetterà la volontà degli elettori.

Il gruppo privato mongolo Citizens for Justice ha fornito una proiezione del 53,7% dei voti per Elbegdorj. Questi, già due volte primo ministro, ha fondato la sua campagna sulla lotta alla corruzione e la ripresa economica. I suoi sostenitori parlano del sorgere di “un nuovo mattino”, dopo la sconfitta del leader dell’ex Partito comunista. I due principali partiti sono, comunque, alleati nella coalizione di governo, per cui perseguono politiche simili.

Ma il vero nodo della campagna elettorale è stata la destinazione delle ricche miniere di uranio e metalli, di cui il Paese è ricco e con il cui sfruttamento spera di superare le attuali difficoltà economiche, con una diffusa disoccupazione, un salario mensile medio di circa 143 euro e oltre un terzo della popolazione al di sotto della soglia di povertà. La Mongolia, stretta tra Russia e Cina, da tempo si rivolge anche ad altri Stati, come Usa e Giappone, per lo sfruttamento delle sue risorse.

Il voto si è svolto in modo tranquillo e senza problemi, sotto il controllo di 27 gruppi di osservatori internazionali, smentendo i timori di disordini, dopo che il voto parlamentare del luglio 2008 sfociò in tumulti di piazza per la denuncia di presunti brogli elettorali, con 5 morti e centinaia di feriti e giorni di guerriglia urbana. Per prevenire brogli, i circa 1,6 milioni di votanti sono stati per la prima volta muniti di speciali tessere elettorali da mostrare per votare. In molte zone remote, i votanti hanno dovuto viaggiare per decine di chilometri a cavallo o in motocicletta per raggiungere il seggio.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15340&size=A


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La Macchia Umana a Oxford

La storia di Ruth Padel e della sua cabala per screditare Dereck Walcott sembra presa di peso da The Human Stain. In sintesi la Padel è diventata professore di poesia a Oxford - la prima donna - orchestrando una campagna di  stampa montata grazie a  una vecchia accusa di molestia sessuale contro Walcott. Il poeta premio Nobel decise di non concorrere (anche perché pare che il vizio di allungare le mani con le studentesse lo abbia davvero) per non creare imbarazzo e il posto andò a lei. Poi però si è scoperto che la campagna di stampa era stata orchestrata dalla Padel e così sono arrivare le dimissioni.

The New York Times

http://giornalismoparma.typepad.com/


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Rieletto Koehler, successo per la Merkel
Angela Merkel gratuliert Horst Köhler zur Wiederwahl zum Bundespräsidenten. Quelle: reuters
Per


A sessant’anni esatti dal varo della Legge fondamentale, la Germania ha scelto di riconfermare il suo ottavo Presidente federale, il conservatore ed ex direttore del FMI Horst Köhler. La sua rielezione è avvenuta al primo scrutinio con 613 voti e segna un importante, ancorché prematuro successo per la Cancelliera Merkel e lo schieramento democristiano-liberale che si candida a guidare il paese dopo le elezioni di settembre. Come in Italia, il Capo dello Stato tedesco è una figura dai poteri limitati (l’esperienza di Weimar consigliò prudenza ai costituenti di Bonn), votato da una speciale Assemblea federale (Bundesversammlung), composta dai 612 deputati del Bundestag e da altrettanti delegati di nomina dei singoli governi regionali. Tra le varie personalità scelte dai Länder vi sono spesso e volentieri anche personaggi di primo piano della società civile tedesca: dal presidente della comunità ebraica al capo dei sindacalisti IG Metal, senza dimenticare attori, presidenti di squadre di calcio, imprenditori ed ex-politici. Ieri, ad esempio, le telecamere hanno immortalato anche la moglie dell’ex Cancelliere Gerhard Schröder, Doris Köpf, chiamata dall’SPD a sostenere Gesine Schwan, candidata imposta dalla sinistra del partito ed uscita sconfitta già nella tornata di cinque anni fa. Schwan, professoressa all’Università di Francoforte sull’Oder, ha ricevuto undici voti i meno della somma dei delegati facenti capo a socialdemocratici e verdi (503 anziché 514); segno che la decisione di non appoggiare Köhler, in assoluto il politico più amato in Germania, non è stata affatto digerita nello schieramento rosso-verde. Persino Die Linke ha rifiutato di appoggiare la Schwan, candidando Peter Sodann, attore della celebre fiction televisiva Tatort, che ha ottenuto 91 preferenze. Alla spaccatura interna alle sinistre ha fatto da contraltare la compattezza del blocco liberal-conservatore, espressosi in massa  e con determinazione a favore del sessantaseienne presidente in carica. Di qui, dunque, il legittimo tentativo di trasformare questa giornata in un successo di parte. Subito dopo il discorso tenuto da Köhler di fronte ai delegati, la signora Merkel, il presidente dei liberali Guido Westerwelle e il suo omologo della CSU bavarese Horst Seehofer si sono infatti presentati dinanzi alle telecamere per scandire a chiare lettere che, sì, “se siamo uniti, ce la possiamo fare”. L’SPD, invece, ha minimizzato la portata dell’esito, sottolineando come già cinque anni fa Köhler, a quel tempo ancora un signor Nessuno, fosse stato eletto con i soli voti dell’alleanza giallo-nero, ma che poi quest’ultima fallì un anno più tardi nell’impresa di vincere la corsa per la Cancelleria. Dal canto suo, Köhler, in una conversazione con l’emittente televisiva ZDF, ha chiarito che continuerà a mantenersi al di sopra delle parti come ha fatto in quest’ultimo lustro, nel quale per ben due volte ha rispedito al mittente leggi bell’e pronte per essere promulgate. Poi ha chiesto a tutti i partiti rappresentati al Bundestag di non considerare come un tabù l’idea che vengano apportate determinate modifiche alla Legge fondamentale. “Bisogna colmare la distanza che c’è tra rappresentanti e rappresentati. L’introduzione di meccanismi di democrazia diretta deve poter rientrare nel dibattito politico”. L’invito del Capo dello Stato fa seguito a quello della Presidente della Corte Costituzionale, Jutta Limbach, che appena qualche giorno fa aveva suggerito al governo di inserire in Costituzione strumenti per consentire iniziative di legge popolare. Ad essi, Köhler ha affiancato la necessità di discutere anche l’ipotesi di un referendum confermativo in caso di modifiche alla Costituzione, nonché l’elezione diretta del Capo dello Stato. L’invito ad un dibattito franco ed aperto è molto significativo, se si pensa che in Germania certi cambiamenti nell’architettura costituzionale sono visti con sospetto da chi teme un pericoloso ritorno alla fragilità del sistema weimariano. http://germanynews.ilcannocchiale.it/

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Offensiva antigovernativa in Somalia, 60 mila sfollati

 

Almeno 208 persone sono morte e più di 700 sono rimaste ferite a Mogadiscio dal 7 maggio scorso, quando i miliziani islamici hanno lanciato un’offensiva contro il governo. L’80 per cento delle vittime sono civili, secondo il bilancio diffuso oggi dal ministro per gli affari umanitari somalo, Mohamoud Ibrahim. A questi bilanci vanno poi sommate le perdite subite dalle formazioni ribelli.
I miliziani di al Shabab e i guerriglieri del gruppo Hizb al Islam hanno lanciato l’offensiva contro le forze governative, nel tentativo di rovesciare il presidente Sharif Ahmed. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati [Unhcr], i combattimenti hanno costretto circa 57 mila abitanti della capitale a fuggire. I civili si stanno dirigendo soprattutto verso Afgoye, centro abitato una trentina di chilometri a sud di Mogadiscio.
Il residente somalo, in una conferenza stampa a Mogadiscio, ha chiesto aiuto alla comunità internazionale. «La Somalia è invasa da combattenti stranieri che hanno come principale obiettivo quello di far somigliare il paese all’Afghanistan e all’Iraq – ha detto il presidente – invitiamo la comunità internazionale e il popolo somalo ad aiutarci a combattere».http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17562


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JASON, GLI SCIENZIATI E IL PENTAGONO

 

 

DI GASTON PARDO
Red Voltaire

La storia degli Stati Uniti è segnata dalla guerra. L’oligarchia che controlla questo paese sa che la forza militare è stata una componente indispensabile per poter dominare e imporre la sua egemonia e il suo imperialismo. In questo senso hanno creato una potente lobby industrial-militare che è sempre alla ricerca di nuove armi per poter perpetuare la propria supremazia. Gli scienziati statunitensi, compresi alcuni insigni premi Nobel, hanno partecipato attivamente alla fornitura di questi artefatti all’oligarchia dominante.

I “Jason”: l’impegno degli scienziati statunitensi per lo sviluppo di progetti tecnologici d’avanguardia della lobby imperialista industrial-militare.

Nel 1971 apparvero sulla stampa americana i testi chiamati “Le Carte del Pentagono” (“Pentagon Papers"), documenti segreti resi pubblici da Daniel Ellsberg, un vecchio analista della Rand Corporation (la lobby militare del Pentagono). In quel periodo venne anche pubblicato il libro ”The Jasons: The Secret History of Science's Postwar Elite” (“La Storia Segreta della Scienza nella Guerra Fredda”) di Ann Finkbeiner.

Mentre i primi testi mettevano a nudo le macchinazioni del governo statunitense durante la guerra in Vietnam, il secondo rivelava l’esistenza di una equipe segreta di scienziati che collaborarono con varie amministrazioni passate per Washington. Questo gruppo era conosciuto come “Jason”.

L’origine di questo nome viene dalla mitologia greca, dalla storia di Jason [Giasone n.d.r.] e gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, oggetto che gli avrebbe dato vittoria e gloria. Ma nulla lega i nostri scienziati del Pentagono con i cercatori della leggenda greca, né con il vero Jason, che scoprì la pelle di montone dorata appesa ad un albero di Dodona, il luogo denominato Iperborea al Polo Nord.

Jason era quindi una equipe segreta di scienziati che collaboravano col potere, e come ci racconta il professore di matematica catalano Salvador López Arnal, nel 1971, Jason rappresentava un chiaro impegno politico di un gruppo di scienziati che includeva le eccellenze della scienza fisica e biologica, compresi alcuni premi Nobel nella propria disciplina.


I “Jason” erano quindi gli scienziati di punta del mondo accademico nordamericano, che allo stesso tempo facevano da consiglieri nientemeno che al dipartimento della difesa. Se dopo questo qualcuno teorizza la separazione radicale tra scienza e politica nella società contemporanea, gli raccomandiamo uno scrupoloso studio.

Senza dubbio vale la pena recuperare i contenuti e i propositi dell’autrice, Ann Finkbeiner, scrittrice, redattrice scientifica e direttrice della specializzazione di redazione scientifica all’Università John Hopkins (USA). Quando scrive, Ann Finkbeiner dimostra la sua ammirazione per molti dei componenti del gruppo “Jason”. Nel suo articolo cita i nomi (degli scienziati): «…Freeman Dyson continua a pettinarsi i capelli (grigi, anche se mantiene un certo color bruno) alla “duca di Windsor”…» (pag. 271).

Ma le sue informazioni sono quanto meno parziali, basate in gran parte sulle dichiarazioni degli stessi “Jason”, alcuni dei quali, curiosamente, si sono opposti all’apparizione pubblica del loro nome.

Questo libro è composto da un’introduzione e nove capitoli dai seguenti nomi:

Le Bombe;
Nasce Jason;
Gli Anni della Gloria;
Eroi; Villani;
Cambiamenti;
Corrispondenza;
Colletti Blu, Colletti Bianchi;
Quo Vadis, Jason?
Più un epilogo, le fonti e un utile indice analitico nominale.

Vale la pena citare alcuni dei grandi scienziati che hanno collaborato a “Jason”: Eugene Wigner, Charles Townes, Hans Bethe, Luis Álvarez, Murray Gell-Mann, Steven Weinberg, Val Fitch, Leon Lederman, e Henry Kendall. Ebbero il premio nobel rispettivamente nel 1963, 1964, 1967, 1969, 1970, 1980, 1988 e1990. Altri quattro membri, che l’autrice non nomina, ottennero il premio. La relazione segnala una caratteristica essenziale del gruppo: la sua indipendenza…

Per esempio Steven Weinberg abbandonò “Jason” all’inizio degli anni ’70 dopo gli studi realizzati sulla guerra in Vietnam. Ha dichiarato di non sapere se quello che faceva era a scopo positivo, senza specificare cosa intendeva per positivo, e inoltre aveva voglia di scrivere libri eccellenti come “I primi tre minuti dell’universo”. Eppure, verso la fine degli anni ’80, tornò a “Jason” come consigliere esperto.

Eduard Frieman, uno dei “Jason” che aveva lavorato con le armi nucleari, ha dichiarato in un’intervista del 2002 che a suo avviso nel gruppo tutto era andato bene fino al Vietnam, “che provocò un tremendo disordine interno al gruppo”. “Jason” e il Vietnam? Ma cos’è? Ecco in breve cos’è successo (e non è il copione di un film del terrore).

Nel 1964, a La Jolla, William Nierenberg, un fisico che aveva collaborato al progetto Manhattan e che si era unito a “Jason” nel 1962, diresse uno studio sul Vietnam probabilmente focalizzato sui metodi della guerriglia vietnamita. Quella fu un’estate di nuove idee e di incontri informativi, alcuni dei quali furono promossi dal grande fisico Murray Gell-Mann, l’inventore dei quark. Alcuni di questi, secondo lo stesso Nierenberg, furono ripugnanti e stupidi. Vennero elaborati due comunicati informativi: “Visione notturna per la contro-insurrezione” e “Documento di lavoro sulla guerra interna”.

La posizione politica dell’autrice traspare dalle battute finali del suo studio […]. In materia di politica scientifica si fiderebbe ciecamente di loro. “Mi fiderei dei Jason perché mi darebbero il loro onesto parere scientifico anche se implicasse politiche in diretta contraddizione con il fervore pro- trattati climatici, anti- difesa antimissili e pro- proibizioni di esperimenti nucleari di molti di loro”.


[Murray Gell-Mann (sinistra) e Steven Weinberg (destra), due dei fisici premi Nobel al soldo del Pentagono.]

Ma anche all’interno delle comunità scientifiche ci sono voci critiche che non si riducono a seguire percorsi scientifici di carattere politico o sociale. Charles Schwartz venne nominato professore titolare a Berkeley e a partire dal 1970, cominciò a esigere dai suoi alunni la firma di una promessa ippocratica per cui si impegnavano a non utilizzare la fisica che insegnava loro per fare del male. Dovette desistere. Il dipartimento dell’università, tra le più importanti, non una istituzione governativa o una multinazionale degli armamenti, lo minacciò di togliergli il posto.

Schwartz smise di insegnare fisica. Credeva di non fare altro che fornire carne fresca e ben allevata agli amministratori della difesa. Iniziò a far lezioni sulla relazione tra scienza, governo e società. Smise di ricevere incentivi e aumenti di stipendio perché non si dedicava più alla ricerca scientifica. Divenne un attivista. Nel 1987 dichiarò alla radio nazionale pubblica che anche se i Jason pretendono di dire ai generali quando non funzionano le loro armi, in realtà servono solo ad accrescere l’efficienza del Pentagono (vedere il suo opuscolo “Science Against the People: The Story of Jason” – la scienza contro il popolo – si trova on line).

Non serviam: questa è la norma etica principale di Charles Schwartz, il principio che accompagnava e accompagna il suo impegno etico e scientifico. La ricerca di verità che non siano al servizio dei distruttori e dei dominatori privilegiati della Terra. Non tutti i Jason approvavano, né approvano, il suo punto di vista.

È il caso agro-Jason analizzato da Armi contro la guerra. Alfredo Embid, il rispettabile medico spagnolo incaricato della redazione di Armi contro la guerra, a cui tutto il mondo deve tanto, e per cui non sembra esserci segreto che possa essere occultato nei sotterranei dell’intelligence anglosassone, pubblicò nel dicembre 2008 uno dei suoi sempre attesi bollettini. Si intitola “Il fungo assassino del grano favorisce le multinazionali degli OGM”. È particolarmente interessante dal punto di vista dell’esercizio della scienza messa al servizio della manipolazione genetica e della fame come meccanismo di controllo sociale delle zone marginali del pianeta. Vediamone un esempio.

Il fungo Ug99

L’allarme per la diffusione del fungo Ug99 viene usata da Monsanto e altre imprese dell’industria transgenica come argomento per raggiungere la cancellazione dell’attuale proibizione degli organismi geneticamente modificati e ottenere la diffusione di alcuni OGM brevettati, chiaramente resistenti al fungo Ug99.

Il fungo è conosciuto dal 1999 con questa denominazione, ed è stato isolato della scienza genetica per la sua particolarità di killer del grano e perché apparentemente non esiste un pesticida efficace. Secondo i comunicati della rivista britannica New Scientist, l’Ug99 si è già esteso dall’Africa al Pakistan.

I primi ceppi di Ug99 furono identificati nel 1999 in Uganda, da dove si propagò in Kenia nel 2001, in Etiopia nel 2003 e in Yemen nel 2007. Ora curiosamente è stato riscontrato in Iran, da dove attraverso il Pakistan può diffondersi in India e Cina. E non è meno curioso il fatto che il fungo sia stato localizzato proprio in Iran, il primo paese nella lista degli interventi militari americani e che secondo gli esperti si diriga verso la Cina, uno dei paesi nemici più a lungo termine, come dichiarano il progetto per il nuovo secolo americano, Project for the New American Century (PNAC), dell’Hudson Institute di Washington, e l’American Enterprise Institute for Public Policy Research [Si tratta di due think-tank neoconservatori n.d.r.].

Come sempre è necessario porsi la domanda chiave: chi ci guadagna con la diffusione del fungo?

Engdahl William e Norman Borlaug

Il giornalista indipendente, economista e storico William Engdahl fa notare che una delle conseguenze della diffusione dell'Ug99 è già evidente. Un aumento delle campagne delle multinazionali come Monsanto e altri grandi produttori di sementi geneticamente modificate per promuovere una maggiore introduzione di varietà di grano OGM, evidentemente resistente al Ug99. È noto che i biologi di Monsanto e altri laboratori genetici di tutto il mondo, il CIMMYT in Messico e l’ICARDA in Kenya, stanno lavorando per brevettare questi ceppi.

A capo di questi c’è Norman Borlaug, della fondazione Rockefeller, l’agronomo che conduce la Rivoluzione Verde. Ci lavora anche la USDA del servizio di ricerca agricola (ARS), la stessa agenzia che assieme a Monsanto creò la tecnologia criminale delle sementi Terminator. Ricordiamoci che negli anni ’50 la Fondazione Rockefeller dette il via alla Rivoluzione Verde, che oltretutto risultò in una riduzione delle varietà di grano che potevano resistere a questo nuovo ceppo di funghi.

Nel 1946 Nelson Rockefeller ed Henry Wallace, il vecchio segretario all’agricoltura e fondatore dell’azienda Pioneer Hi-Breed Seed, stabilirono il fulcro della Rivoluzione Verde in Messico con il pretesto di metter fine alla fame. Secondo il dottor Alfredo Embid il vero obiettivo era lo sviluppo di un’industria agroalimentare globalizzata che dipendesse dall’industria petrolchimica e dagli investimenti finanziari, settori ben in mano ai Rockefeller. Questo permise la monopolizzazione dell’agricoltura da parte di sempre meno soggetti. Il risultato era prevedibile: la rivoluzione agronomica, che mentre aumentava il divario tra ricchi e poveri, lungi dal risolvere il problema della fame, contribuì ad estenderlo. L’aumento di fame e malnutrizione portarono naturalmente ad un aumento della mortalità.

Embid cita il libro I Semi Della Distruzione. William Engdahl, ricercatore associato del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione del Canada, documenta diffusamente il documento di Borlaug, che ha ricevuto il premio Nobel, e la fondazione Rockefeller che appoggia i brevetti di semi per alimenti per ridurre la popolazione mondiale.

La notizia della diffusione del fungo porta benefici alle multinazionali statunitensi e alla loro strategia di espansione degli OGM. La conseguenza della effettiva propagazione del fungo sarà quella di generare ancora più fame, afferma Embil, e una riduzione della popolazione che è l’obiettivo dei potenti da decine d’anni.

Le devastazioni e la demoralizzazione causati da questa razzia e da quelle che sono ancora in fase sperimentale sono state accompagnate dall’espansione della truffa del credito speculativo. Questo deve produrre gli effetti perversi di cui le imprese transnazionali e il crimine organizzato, con le carte in regola per sopravvivere alla crisi, hanno bisogno per restare sulla scena.

Gaston Pardo. Giornalista Messicano, corresponsabile della Rete Voltaire in Messico.

Titolo originale: "Jasón: los científicos y el Pentágono"

Fonte: http://www.voltairenet.org
Link
18.04.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DIEGO VARDANEGA
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Fill the gap

Difficile che in questi giorni gli esponenti di Hamas a Gaza vengano allo scoperto, mostrando le loro posizioni, e soprattutto indicando le prospettive politiche. E dunque questo lungo commento di Ghazi Hamad pubblicato sull'agenzia di stampa palestinese indipendente Maannews è ancora più interessante, visto che parla del rapporto tra resistenza e politica, tra uso delle armi e strategia politica. Our conflict with occupation dictates that we act as a unit, and as a unity we must find fill the gap between resistance and politics, conclude Ghazi Hamad. Ma le cose più interessanti le dice prima, compresi i modelli (europei) da seguire.

Da leggere.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


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Penitenziario numero 13

scrive Paolo Bergamaschi*


Chişinău
La missione del Parlamento europeo a Chişinău dopo la rivolta di aprile. L'inchiesta, le testimonianze e le voci degli arrestati. La diatriba sul voto, la posizione dei moldavi all'estero. Reportage
Contrariamente a quanto avviene con le altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica, i collegamenti fra la Moldavia e l’Italia sono comodi e veloci. Non c’è bisogno di scali intermedi in qualche hub dell’Europa centrale: ci sono voli diretti per Chişinău da Milano, Roma e Verona. Pochi sanno che il nostro paese ospita la più grande comunità moldava all’estero. Te ne accorgi la domenica pomeriggio, quando nel giorno di riposo catturi qualche parola di chiara origine latina fra le badanti che vanno a passeggio nei giardini semi-deserti dei nostri centri storici, oppure in campagna fra i braccianti durante la raccolta di meloni, angurie e pomodori. Sono 132.000 i cittadini moldavi registrati ufficialmente in Italia, ma si presume che fra stagionali, ricongiungimenti familiari, e immigrati illegali il numero reale sfiori i 300.000. Le statistiche indicano, da qualche anno, la Moldavia come il paese più povero del vecchio continente. Un quarto della popolazione, un milione di persone circa, vive fuori patria contribuendo in maniera decisiva con le proprie rimesse alla sopravvivenza del paese.

C’è ressa all’aeroporto Catullo. Il volo per Chişinău è esaurito in ogni ordine di posti; in Moldavia ricorre la festa dei morti e chi può approfitta dell’occasione per far ritorno al paese di origine. Vedendomi con solo uno zainetto sulle spalle, la signora bionda che mi precede al check-in mi supplica di registrare a mio carico uno dei tanti bagagli che vorrebbe portare con sé. Accetto, ovviamente, di buon grado. Risiede da qualche tempo in provincia di Verona, dove svolge le mansioni di badante. In patria l’aspetta la famiglia, che vive a pochi chilometri dalla capitale. In valigia, confessa, ha messo anche pezzi di carne congelata. “Le condizioni di vita” spiega in un buon italiano “sono ancora estremamente difficili per chi abita fuori città”. Aliona, la signora che siede in aereo al mio fianco, lavora, invece, come infermiera, con la sorella, seduta poche file dietro, nella casa di riposo di Valeggio sul Mincio.

La Moldavia è l’unico paese dello spazio post sovietico dove il partito comunista è ritornato al potere, nel 2001, per via democratica. Lo scorso cinque aprile i moldavi sono andati alle urne per rinnovare il parlamento confermando i comunisti al governo. “Sono rimasti solo gli anziani nel mio paese” dice Aliona “non conoscono quello che succede altrove e sono ancora legati al vecchio regime” spiega. I giovani, però, non la pensano allo stesso modo. La televisione è una formidabile finestra sul mondo che in un paese povero come la Moldavia accresce le frustrazioni di chi non vede un futuro degno di tal nome in patria.

Il Parlamento moldavo dopo gli scontri (foto Paolo Bergamaschi)
La stampa internazionale l’ha definita la “Twitter revolution” riferendosi all’omonimo sito web di relazioni sociali. E’ stato, infatti, grazie ad un appello comparso su Twitter, Facebook e a centinaia di SMS rilanciati in pochi minuti come un’interminabile catena di Sant’Antonio che, all’indomani della consultazione elettorale, decine di migliaia di giovani, per lo più studenti, si sono mobilitati nel centro di Chişinău per denunciare presunte frodi. I partiti di opposizione, spiazzati in un primo momento dalla manifestazione spontanea, si sono successivamente accodati ai cortei riprendendo le accuse. Alcuni dimostranti hanno poi fatto irruzione nel parlamento e nel palazzo presidenziale saccheggiando gli uffici, rubando computer e appiccando fuoco ad archivi e mobilia. La reazione della polizia non si è fatta attendere ed è stata pesante, spietata, brutale. Gli ospedali della capitale hanno avuto il loro da fare per soccorrere e curare i feriti, e più di trecento persone sono state arrestate dalle forze di sicurezza e trasferite, in seguito, nei commissariati e nelle prigioni del paese. Le immagini degli scontri e delle violenze sono subito arrivate tra i banchi del parlamento europeo che, prima di esprimersi sull’accaduto, ha deciso di inviare in Moldavia una commissione d'inchiesta.

Sui pennoni degli edifici occupati i manifestanti avevano issato le bandiere di Romania e Unione Europea. E’ all’Europa e all’ex madre patria che affidano le proprie speranze le giovani generazioni moldave. Strappata nel 1940 da Stalin alla Romania, con l’aggiunta di una striscia di terra russofona oltre il fiume Dniestr che si è adesso auto-proclamata indipendente dando vita alla Repubblica di Transnistria, la Moldavia era una delle quindici repubbliche che formavano l’Unione Sovietica. Il richiamo di Bucarest è sempre molto forte per ragioni storiche, culturali e linguistiche. “E’ una situazione simile alla divisione fra Germania Ovest e Germania Est” spiega Marian Marinescu, un eurodeputato rumeno che fa parte della delegazione. L’attuale governo moldavo, però, non ne vuole sapere di ristabilire gli antichi legami con la Romania e preferisce guardare alla Russia trasformatasi, oggi, nel garante dell’indipendenza della piccola repubblica. Non a caso il presidente moldavo Voronin ha accusato il governo di Bucarest di avere ispirato la rivolta chiudendo le frontiere con il vicino, espellendone l’ambasciatore e reintroducendo l’obbligo del visto per i cittadini rumeni. E’ stata la diplomazia europea, però, che durante la concitazione di quei momenti è riuscita a placare gli animi ed oggi cerca di ritessere il dialogo fra forze di governo ed opposizione. Non va dimenticato, infatti, che, oltre alle rimesse degli emigrati che costituiscono più del 25% del prodotto interno lordo, dall’Unione Europea arriva anche un sostanzioso pacchetto di aiuti, fondamentali per un paese dall’economia disastrata.

L'incontro con alcune delle giovani vittime delle violenze (foto Paolo Bergamaschi)
I lunghi e decrepiti condomini a cella d’ape che costeggiano i grandi viali che dall’aeroporto portano in città non rendono giustizia all’immagine di Chişinău. Irrilevante dal punto di vista monumentale, la capitale con i suoi edifici bassi è distesa, adagiata, quasi assopita tra il verde dei boulevard alberati e dei parchi pubblici. Anche se la vita nelle campagne è davvero grama, quella in città, sembra scorrere paciosa, senza troppi sussulti. Il mercato principale, ad un centinaio di metri dal mio hotel, brulica di massaie che passano in rassegna la miriade di contadini giunta alle prime ore dell’alba per esporre la merce. Niente di originale ai miei occhi ad eccezione di grandi quantità di prugne secche e funghi che costituiscono parte integrante della dieta locale. Anche la vicina stazione degli autobus è affollata di pendolari con i chioschi di paccottiglia che suonano musica ad altissimo volume.

Alexandru, 22 anni, si trovava di fronte alla facoltà di agraria il giorno degli scontri quando è stato prelevato da alcuni poliziotti in borghese che sostenevano di averlo visto lanciare pietre. Con il pretesto di un controllo dei documenti l'hanno portato al commissariato più vicino, dove è stato pestato e rinchiuso per cinque giorni con altre quattro persone in una cella di pochi metri quadrati senza alcuna possibilità di incontrare un avvocato. Prima del rilascio è stato costretto a firmare una confessione senza poter leggere il testo del documento. Gheorghe, 47 anni, era partito quel giorno dal suo villaggio per partecipare alla manifestazione. Spinto dalla folla si era trovato in prima fila e quando alcuni dimostranti hanno cominciato a scagliare sassi ha cercato di farli smettere. Preso dai poliziotti è stato trattenuto per 42 ore dopo essere stato brutalmente picchiato con bottiglie d’acqua di plastica. Mentre racconta quanto accaduto, mostra ecchimosi e lesioni su gambe e torace. Eugen, 21 anni, è stato arrestato a casa dopo aver partecipato alla manifestazione filmando ed intervistando alcuni conoscenti. In camera di sicurezza per sette giorni è stato a lungo picchiato riportando danni a reni e prostata. Ora ha bisogno di un periodo di riabilitazione. Ha dovuto chiudere l’attività di assistenza auto sotto minaccia della polizia e oggi è senza lavoro. Sergiu, 24 anni, stava dimostrando pacificamente quando alcuni funzionari l’hanno fatto salire su un automobile, portato in una stazione di polizia e colpito per un’ora e mezza allo stomaco e alla testa. L’avvocato d’ufficio ha firmato la confessione in sua vece. Ora è a piede libero con il divieto di lasciare il paese.

E' in una sala dell'hotel che ascoltiamo alcune delle vittime della dura repressione poliziesca raccontare storie di ordinaria follia. I rappresentanti delle organizzazioni per i diritti dell'uomo che le accompagnano danno un quadro fosco della situazione. "C'è il rischio che da uno stato autoritario si passi a una vera dittatura" esordisce uno di loro. "Voronin ha accusato i dimostranti di avere organizzato un colpo di stato", continua, "ma a lanciare pietre provocando gli scontri sono stati agenti in borghese che avevano l'ordine di fare precipitare la situazione per giustificare l'intervento massiccio delle forze dell'ordine". La stessa versione viene fornita a più riprese da altri testimoni oculari. E' un dato di fatto che da quel giorno è partita una campagna di intimidazione da parte delle autorità che tramite pressanti richieste burocratiche e controlli fiscali mira ad imbavagliare la società civile. Maggioranza ed opposizione si rimpallano accuse di cospirazione in un vortice tempestoso che scuote le fondamenta della labile democrazia moldava. Sui media, però, passa solo la versione del governo che controlla le principali fonti di informazione eccetto internet, comunque oscurata nei giorni successivi alla rivolta.

L'incontro con Matasaru nel penitenziario numero 13 (foto Paolo Bergamaschi)
Secondo testimonianze attendibili è stato nel penitenziario numero 13 che si sono verificati gli episodi più cruenti. Sono ancora nove i manifestanti rinchiusi in prigione. Avevamo preannunciato per tempo alle autorità l’intenzione rendere visita ad alcuni di loro senza ottenere risposta. Di fronte alla determinazione dei deputati europei, però, le porte del carcere si sono come d’incanto schiuse. Anatol Matasaru, 38 anni, è forse il caso più drammatico. Interrompe più volte il discorso tra i singhiozzi mentre racconta la sua odissea ammettendo di avere partecipato ad alcuni tafferugli. Una volta in guardina è stato sottoposto a ripetuti pestaggi e fra questi il “tunnel della morte” che consiste nel passare in mezzo a due file di agenti che colpiscono il malcapitato selvaggiamente. Ripercorre gli avvenimenti ancora sotto shock. Di quei momenti ricorda di essere, ad un tratto, caduto a terra privo di sensi. Ha ancora forti dolori al capo con possibilità ridotte di accedere alle cure mediche. “Nessuno può essere accusato di violazioni ed abusi finché la giustizia non emette il verdetto” afferma deciso, però, l’Ispettore Capo di Polizia nel respingere le accuse. “Tutto è stato filmato, la mia opinione è che sono stati i miei uomini ad essere attaccati dai manifestanti” rilancia con forza. Di tutt’altro parere sembra essere il difensore civico che incontriamo il giorno seguente. “In almeno 10 casi su 41 controllati abbiamo verificato episodi di maltrattamento e violenza ai danni dei detenuti riscontrando lesioni fisiche; inoltre non sono state rispettate le garanzie giuridiche degli imputati” conclude.

I partiti di opposizione scalpitano nelle piazze chiedendo l’invalidamento delle elezioni. La missione di osservazione internazionale ha, però, certificato la regolarità del voto che non può essere rimesso in discussione. Il riconteggio dei voti, ordinato dalle autorità per rispondere alla pressione europea, ha dato risultati pressoché coincidenti.

Sono stati 4.951 i cittadini moldavi che hanno votato in Italia nei consolati di Roma e Bologna. Pochi, e pochissimi di loro hanno votato a favore del governo. Non era nell’interesse del Partito Comunista facilitare il voto all’estero nonostante le richieste del Consiglio d’Europa e, probabilmente, agli espatriati poco importa delle vicende politiche domestiche: il futuro, per loro, è ormai altrove.

La Moldavia è una delle sei repubbliche dell’ex Unione Sovietica che fanno da cuscinetto fra Unione Europea e Russia. Questi paesi sono tutti passati attraverso regimi autoritari, rivoluzioni fallite o bruschi cambiamenti di potere in un processo di transizione che non trova ancora sbocchi. L’Unione Europea, dopo l’allargamento ad oriente, si è sforzata di portare stabilità ai suoi confini cercando di integrare i sei nel proprio spazio economico anche se per adesso la prospettiva di una graduale integrazione politica non è all'ordine del giorno. Mosca ha interpretato l’iniziativa europea come un’invasione di campo, un’intrusione indebita nel cortile di casa. Da qui sono nati malintesi, scontri diplomatici e sgarbi reciproci. Bielorussia, Moldavia, Ucraina, Armenia, Azerbaijan e Georgia si rivolgono ora all'uno ora all'altro dei grandi vicini, incerti sulla strada da seguire. Democrazia e diritti umani sono valori inalienabili del corredo europeo ma non di quello russo. I giovani moldavi sembrano averlo ben presente. Svolte autoritarie si alternano a squarci di libertà. Chişinău si trova ad un bivio fra Mosca e Bruxelles.

*Consigliere per gli Affari Esteri del Parlamento europeo

 

 

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11361/1/358/


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maggio 25 2009

«Ecco, gli zuccheri sono arrivati al cervello»

 



(1) Come e quando ha conosciuto il padre di Noemi Letizia? “Non ha importanza”, ecc.
(2) Nel corso di questa amicizia, quante volte vi siete incontrati e dove? “Non lo ricordo, non è così importante”, ecc.
(3) Come descriverebbe le ragioni della sua amicizia con Benedetto Letizia? “Non posso accontentarvi”, ecc.
(4) Perché ha discusso delle candidature con Letizia, che non è nemmeno iscritto al Pdl? “È una bugia bianca, una delle tante che vi ho detto per essere lasciato in pace”.
(5) Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? “Non ricordo la data precisa”.
(6) Quante volte ha avuto modo di incontrare Noemi Letizia e dove? “Ma che importanza ha?”.
(7) Lei si occupa di Noemi e del suo futuro e sostiene economicamente la sua famiglia? “Perché, è vietato? Ma siete scemi?”.
(8) È vero che lei ha promesso a Noemi di favorire la sua carriera nello spettacolo o in politica? “Embé?”.
(9) Veronica Lario ha detto che lei “frequenta minorenni”. Ce ne sono altre che incontra o “alleva”? “È proibito?”.

L’unica risposta che valga la pena di essere presa sul serio è quella all’ultima domanda:
(10) Sua moglie dice che lei “non sta bene” e che andrebbe aiutato. Quali sono le sue condizioni di salute? “Penso che non sia la prima volta che una moglie attribuisce le mattane del marito, o suoi comportamenti che giudica troppo disinvolti, a una malattia. La moglie di Giuliano Ferrara, a quanto mi ha raccontato lui stesso, quando lui si incollerisce gli dice sempre: «Ecco, gli zuccheri sono arrivati al cervello»”, ecc.
Il fatto è che, per quanto tecnicamente impropria, l’espressione degli «zuccheri arrivati al cervello» è quanto mai azzeccata nel caso di un diabetico che si incollerisce, e Giuliano Ferrara è davvero diabetico.
Se ne dovrebbe dedurre che Silvio Berlusconi davvero “non sta bene”.

Su Il Foglio di domani, in nome e per conto di Silvio Berlusconi, Giuliano Ferrara risponde alle 10 domande che la Repubblica poneva lo scorso 14 maggio. Risposte a cazzo di cane [*], così sintetizzabili:




[*] In buona parte, si trovano risposte più esaurienti in ciò che racconta l’ex fidanzato di Noemi Letizia, su la Repubblica di oggi.http://malvino.ilcannocchiale.it/


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La nostra gente

 

 

 

 

 

 

 

 A due settimane dalle elezioni, ho perso ufficialmente il controllo del mio tempo: venerdì Rutelli, oggi Realacci, domani Castagnetti. Fino a martedì, quando si tornerà in Aula, mi sono trasferito nel collegio: il che avrà pure i suoi vantaggi, tipo un bagnetto a Capri fra un incontro e l’altro, ma i chilometri da fare sono troppi e le ore libere troppo poche. Certo, se avessi un aereo di Stato come papi, per andare a Casoria quando serve, sarebbe tutto più facile, ma non farei incontri come quello che mi è appena capitato sull’autobus. Non mi ricordo come sia venuto fuori il discorso, ma un docente universitario seduto accanto a me mi ha spiegato il segreto di Federico II per fare grande il Sud: togliere di mezzo i pirati, che ostacolavano il libero commercio nel Mediterraneo, ed i baroni, che tenevano schiacciata la popolazione. Criminalità organizzata e politica clientelare, ho tradotto io, ed il professore annuiva, sostenendo che da Federico II in poi il Sud è morto. Poi il discorso si è spostato sul rapporto tra questo governo ed il Mezzogiorno, reso problematico dall’influenza della Lega, e gli ho spiegato che in Aula, quando i leghisti parlano di “difendere la nostra gente”, hanno effettivamente in testa un pezzo solo dell’Italia, come se davvero esistesse – quando si governa un Paese – un nostro e un vostro, un nostro e un non nostro. Se il professore non fosse sceso, gli avrei raccontato molti aneddoti in proposito, che voi conoscete bene: dalle quote latte che premiano i furbetti della mangiatoia agli emendamenti sulla caccia, dallo scippo dei fondi comunitari al silenzio assordante sugli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco, passando per il caso irrisolto dell’Atitech di Capodichino. Al di là della polemica politica, il disinteresse dell’attuale Centrodestra per il sud è un dato oggettivo e preoccupante: per questo motivo, Adriana Poli Bortone (coordinatrice regionale di An) ha lasciato il Pdl ed è passata all’Udc, mentre lo stesso Mpa è arrivato a non votare alcuni decreti scritti sotto la dettatura della Lega. E noi? Noi sul Sud abbiamo le idee chiarissime, per carità: sono i voti che ci mancano, ma a parte questo tutto bene, grazie.http://andreasarubbi.wordpress.com/


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L’Italia che ce la fa (a finire sui giornali)

litalia-che-ce-la-fa-a-finire-in-prima-pagina

Mica chiacchiere. Ferruccio De Bortoli - appena nominato direttore del Corriere della Sera - era stato categorico e solenne. E in un editoriale ad hoc aveva solennemente promesso ai suoi lettori un’informazione cristallina, ma non disfattista. Parola d’ordine - e parole sue - il Corrierone con lui avrebbe raccontato “l’italia che ce la fa”. Tradotto: la parte migliore del Paese. E infatti il suo giornale - una decina di giorni fa - ha ospitato la storia di uno che ce l’ha fatta veramente: il cardiochirurgo piemontese, ma trapiantato a Milano, Lorenzo Menicanti. Un principe del bisturi straordinario, capace di interventi straordinari. E che opera da anni al policlinico di San Donato Milanese.

Direte voi: embè? Embè la storia del principe del bisturi di San Donato Milanese - lunga una pagina intera, con tanto di foto e illustrazioni - è per certo una bellissima storia. Che - però e per coincidenza - fa il paio con un’altra notizia. Relegata in uno spazio ben più angusto, nelle solite pagine dell’Economia (che per la cronaca, stanno in fondo in fondo al giornale). Ma non meno importante. Il 28 aprile scorso, un altro di quegli italiani che ce la fa - il magnate, Giuseppe Rotelli - ce l’ha fatta anche a conquistare un posto (per un suo rappresentante) nel consiglio di amministrazione della Rizzoli-Corriere della Sera. Grazie a un pacchetto di azioni di quelli pesanti (e pari al 7,54% del capitale di Rcs). Comprato a suon di milioni (di euro). Danari - secondo Repubblica, più o meno 700 milioni (di euro e di fatturato) - guadagnati grazie a una rete di cliniche private.

Già, perchè Rotelli - per caso e per coincidenza - a Milano e dintorni di cliniche ne possiede 18. Tra cui - sempre per caso e per assoluta coincidenza di un destino bizzarro - pure un policlinico. Ovviamente, quello di San Donato Milanese.

Ma non è finita qui. Perchè la storia del principe del bisturi è stata per certo un’ottima pubblicità per l’ospedale di Rotelli. Ma non l’unica. Martedì scorso: il magnate delle cliniche ha inaugurato una nuova ala proprio del policlinico di San Donato. Chiamando a raccolta tutta la Milano che conta. Primo ministro, Silvio Berlusconi, compreso. Al taglio del nastro - di un ospedale privato - infatti spiccava la presenza del sindaco, Letizia Moratti. Del presidente della Provincia, Filippo Penati. Del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. E perfino del vicario episcopale, Erminio De Scalzi. Ma soprattutto si notavano due personaggi solo apparentemente fuori luogo. Il presidente di Rcs, Piergaetano Marchetti. E, sì, il direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli. Che - tra uno scoop e l’altro - ce l’aveva fatta pure lui a trovare il tempo per fare una capatina a San Donato.

Risultato: un altro articolone dedicato al Policlinico dei miracoli sulle pagine nazionali del Corriere. E un altro ancora - lo stesso giorno - sulle pagine milanesi del Corriere. Che riportavano - entrambi - gli elogi sperticati del premier: “Un modello di eccellenza sanitario da imitare nel resto d’Italia”. E le meraviglie tecnologiche del Policlinico rimesso a nuovo. Ma non un dettaglio giudiziario. E cioè il fatto che Giuseppe Rotelli - come ha ricordato Repubblica, in un articolo firmato da Roberto Rho - sarà sicuramente un imprenditore modello. Ma non per la Procura di Mliano. Che, secondo Repubblica, lo avrebbe indagato per falso e truffa al sistema sanitario nazionale.

Vuoti di memoria che capitano anche ai migliori. E comunque, nessuno potrebbe mai rimproverare a De Bortoli di essere incoerente. Aveva promesso di raccontare l’Italia che ce la fa. E ce la sta facendo egregiamente. Solo: forse il direttore non se ne è accorto. Ma quella non è l’Italia dei suoi lettori. E’ quella dei suoi editori.

P.S. Per la cronaca e per chi non lo sapesse:  secondo la “Relazione annuale su Assetti Proprietari e Corporate Governance (2008)”, pubblicata sul sito di Rcs-Mediagroup, tra i principali azionisti figurano anche Fiat Spa (10,4% delle azioni), Mediobanca (14,2%), Pirelli (5,16%), Generali (3,7%), Banca Intesa (5%), Banco Popolare (3,6%) e la Dorint holding Sa del più noto Mr.Tod’s, Diego Dalla Valle (5,49%).

E a proposito di Banca Intesa: qui trovate anche “L’Italia che ce la fa (a incassare i bonus)”. Che è sempre farina del nostro sacco (e di quello di De Bortoli, ovviamente).http://bamboccioni-alla-riscossa.org/?p=1744#more-1744


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Silvio, non tutti sono come te….

 

Si finge morto per evitare i processi.

Non tutti possono permettersi un Lodo Alfano

http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/


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E nessuno fa niente. Cronache di bùbbole e di vita vera  



Eccomi qui. Nel frattempo è passata una settimana e i blogghisti sono giustamente insoddisfatti della mia disciplina. Chili di cenere sul capo. Ho avuto davvero una quantità infinita di impegni. Giovedì, per esempio, ho battuto il mio record personale (che era di quattro): sono stato in cinque regioni diverse d’Italia, fra trasmissioni televisive, presentazioni di libri e appuntamenti “di movimento”. Viste molte belle cose. Perciò ho deciso nel frattempo di dichiarare guerra personale a una frase cialtrona, forse la più cialtrona delle frasi circolanti a sinistra: “E nessuno fa niente”. Ma l’avete notato? Non c’è quasi più un dibattito di denuncia, un incontro su temi “sensibili”, in cui non si trovi un oratore il quale, dopo avere deprecato un fatto grave, non dica “e nessuno fa niente”, o “e nessuno ha detto niente”. La gente fa segno di sì con la testa e poi applaude: lui (o lei), il liberatore, l’angelo vendicatore, l’unico che faccia o dica qualcosa. Alla Fiera del libro di Torino (a proposito: benissimo per Melampo con il suo nuovo libro di Caselli, “Le due guerre”) mi è addirittura toccato di sentire dire: “avete notato che non si parla più di mafia? non ne parla nessuno”. Applausi.

 

Eh no, amici, ora proprio basta. Mentre la persona in questione faceva la sua vibrante denuncia, ci saranno state in tutta Italia almeno cento iniziative sulla mafia; esattamente in quel minuto di gloria, intendo. Basta a giocare agli eroi solitari. Spieghiamo magari (è meno utile a noi, ma è più utile alla causa) che l’Italia non è la bolla virtuale costruita intorno a B. E che ci sono un sacco di energie che si muovono.

 

Io ho in mente, per capirsi, solo negli ultimi due giorni due bellissime cose. Il seminario che ho chiuso all’università di Bologna, venerdì pomeriggio, con un centinaio di studenti di Stefania Pellegrini che seguivano il racconto di venticinque anni di antimafia con gli occhi luminosi. Giovanissimi con voglia di sapere, di non farsi narcotizzare dai tempi. La seconda cosa l’ho vista ieri mattina, in chiusura di un evento settimanale: le giornate milanesi contro la mafia (per l’anniversario di Falcone) organizzate da associazioni sorte da poco e dunque non obbligate a ripetere propri riti e convenzioni. All’Arco della Pace, luogo notturno della movida milanese, sotto un sole cocente ho tenuto una lezione: mi avevano chiesto di illustrare una sorta di decalogo del cittadino per lottare contro la mafia. E decalogo è stato. Davanti a me, sugli scalini di un cenno di anfiteatro, quasi cento persone. Sembrava un eroico comizio in un paesino assolato siciliano. Ma forse proprio per questo mi è piaciuto, mi ha fatto sentire vivo. I presenti annotavano. Spero di potervelo mettere in rete qui sopra grazie al mago Riccardo. A guidare l’inusuale assemblea all’aperto era Asli, una ragazza (credo) somala, già una ragazza somala a dirigere (con i suoi tanti amici) la lotta alla mafia a Milano. Cambiano i tempi. In collegamento telefonico si teneva un’altra pubblica assemblea a Reggio Calabria. E la sera al liceo Beccaria Gianni Barbacetto, Giuliano Cavalli e Gaetano Liguori avrebbero fatto uno spettacolo teatrale contro la mafia. Davvero E-nessuno-fa-niente-applausi?http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php


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Il grande bugiardo




Vignetta di theHandda espresso.repubblica.it

Dal ruolo dell'avvocato Mills alla social card. Dai proclami sulla sicurezza a quelli su Malpensa. Dalla crisi economica a Noemi. Così Berlusconi ha fatto della menzogna un metodo politico.
 
Dimenticate Capodichino. Dimenticate la vicinissima Villa Santa Chiara, la sala da ballo sulla circonvallazione di Casoria, dove domenica 26 aprile il presidente del Consiglio ha festeggiato il diciottesimo compleanno di Noemi Letizia. Scordatevi le incongruenze, i silenzi, le domande rimaste senza risposta e le bugie vere e proprie utilizzate dal Cavaliere per respingere le accuse mosse contro di lui da sua moglie Veronica ("Frequenta minorenni") e per giustificare l'amicizia con la giovane favorita.

Per raccontare Silvio Berlusconi basta il resto. Bastano vent'anni di dichiarazioni, poi puntualmente smentite, di promesse mancate, di giudizi rivisti nel giro di due giorni. 'L'espresso' li ha esaminati tutti ad uno ad uno. E certo non si fatica a capire come mai Indro Montanelli, uno che lo conosceva bene, scrivesse: "Berlusconi è allergico alla verità. Ha una voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna". Per poi aggiungere quasi profetico: "'Chiagne e fotte' dicono a Napoli dei tipi come lui". Ecco dunque una guida ragionata (e necessariamente sintetica) alle migliori bugie del Cavaliere. Cominciando dalle più recenti.

Sentenza Mills
"È una sentenza semplicemente scandalosa, contraria alla realtà. Se c'è un fatto indiscutibile è che non c'è stato alcun versamento di nessuno al signor Mills" (19 maggio 2009).
Un fatto indiscutibile? Mica tanto, visto che il versamento, prima di ritrattare, l'avvocato David Mills, lo ammette almeno due volte.
"Io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B. Sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito, ma ho superato curve pericolose, per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai nei quali l'avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. All'incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi, che avrei dovuto considerare come un prestito a lungo termine o un regalo: 600 mila dollari".
(da una lettera di Mills del 2 febbraio 2004)
"Nell'autunno del '99 Carlo Bernasconi (responsabile dell'acquisto dei diritti tv, morto nel 2001, ndr), mi disse che Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro". (interrogatorio di Mills, 18 luglio 2004)

Malpensa, Italia
"Penso che non sia assolutamente possibile che un hub come Malpensa venga privato del 72 per cento dei voli. Quelle di Air France sono condizioni irricevibili. Perché di fronte a 200-300 milioni di perdite per Alitalia l'abbandono di Malpensa comporterebbe perdite per oltre un miliardo di euro" (4-18 marzo, 2008).
"Rilancio del trasporto aereo, con la valorizzazione e lo sviluppo degli hub di Malpensa e Fiumicino" (programma del Pdl: sette missioni per l'Italia, 2008).
Nell'aprile del 2009 la cordata italiana della Cai voluta da Berlusconi sceglie solo Fiumicino come hub: a Malpensa, Alitalia conserva 187 voli alla settimana su 1.237. I cassintegrati dello scalo, considerando l'indotto, sono 2.500.

Sicurezza
"Aumento progressivo delle risorse per la sicurezza. Maggiore presenza sul territorio delle forze dell'ordine" (programma Pdl).
Il 30 marzo del 2009 tutti i sindacati di polizia, da destra a sinistra, protestano in piazza. Il segretario del Siulp dichiara: "Le auto sono usurate, mancano gli uomini, gli organici sono ridotti all'osso, gli agenti che vanno in pensione non vengono sostituiti". Nella manovra finanziaria triennale sono del resto previsti tagli progressivi per circa 3 miliardi e mezzo di euro. E quest'anno il taglio è di 931 milioni di euro.

Giustizia
"Aumento delle risorse per la giustizia, con un nuovo programma di priorità nell'allocazione delle risorse" (programma Pdl).
La manovra finanziaria, spiega l'associazione nazionale magistrati, prevede che riduzioni per le spese correnti e in conto capitale saranno del 22 per cento nel 2009 e del 40,5 nel 2011. Conseguenze immediate: nei tribunali non si tengono più udienze al pomeriggio per mancanza dei cancellieri.

Intercettazioni
"Volevo un disegno di legge che limitasse le intercettazioni ben diverso. Perché devono essere possibili solo per reati gravissimi come quelli di mafia e di terrorismo. Invece mi hanno costretto a includere anche i delitti contro la pubblica amministrazione e pure degli altri reati" ('la Repubblica', 16 luglio 2008)
"Auspico che, come succede in Europa, le intercettazioni siano consentite solo per indagini su organizzazioni criminali come mafia, 'ndrangheta e via di seguito, oppure che riguardino il terrorismo internazionale. Spero che dal Parlamento esca la legge che auspico" (Intervista al Tg4, 1 agosto 2008)
"Io non ho mai pensato di vietare questo strumento d'indagine per un reato grave come la corruzione, io ho detto che non dovevano essere possibili per tutti i reati contro la pubblica amministrazione" (11 gennaio 2009, intervento telefonico a Neveazzurra)

Cimici e spie
"Ho trovato una microspia dietro il termosifone del mio studio. Mi spiano! Abbiamo procure eversive che calpestano l'immunità parlamentare!".
È l'11 ottobre '96 quando Berlusconi mostra ai giornalisti una microspia grande quanto un mini-frigo. Luciano Violante convoca la Camera in seduta straordinaria. Buttiglione parla di "uno scandalo peggiore del Watergate". Destra e sinistra invocano immediate riforme delle intercettazioni. Solo Bobo Maroni dice: "Più che una cimice a me pare una mozzarella, anzi una bufala". Mesi dopo si scopre che il microfono era stato messo lì, per fare bella figura, da un tecnico incaricato dagli uomini del Cavaliere di bonificare i locali.

Arriva l'onda
"Avviso ai naviganti: non permetteremo l'occupazione delle scuole e dell'università. Oggi convocherò il ministro dell'Interno Maroni per studiare con lui gli interventi delle forze dell'ordine. L'ordine deve essere garantito, lo Stato deve fare lo Stato" (22 ottobre 2008).
"Mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole" (23 ottobre 2008).

Immunità per tutti
"Voglio una riforma radicale. Immunità parlamentare come a Bruxelles, priorità nell'azione penale invece dell'obbligatorietà, nuovo ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere, riforma del Csm, sezione disciplinare autonoma per giudicare i magistrati" (16 luglio 2008 di fronte agli europarlamentari).
"Sull'immunità non ho mai detto niente. State facendo dei titoli incredibili". (18 luglio)

Rifiuti
"È una data storica per la Campania e per Napoli. Da oggi si entra in una fase di smaltimento dei rifiuti che possiamo definire industriale. Io (il termovalorizzatore) l'ho voluto fortissimamente e alla fine siamo riusciti a vararlo e farlo operare". (26 marzo 2009, Panorama del Giorno, Canale 5)
Ma l'inaugurazione è solo di facciata. Quello che è partito è invece il collaudo della linea 1 che, oltretutto, il giorno successivo verrà spenta per un mese, come testimoniano le webcam puntate sull'impianto. Poi, quando il 27 aprile il caso comincia a spuntare sui giornali, Berlusconi dice: "Acerra funziona benissimo, l'inquinamento è vicino allo zero". Anche perché, come si leggerà in un comunicato del Commissariato rifiuti datato 2 maggio, solo quel giorno "inizia la prima fase dell'avviamento della seconda linea". Per la terza bisogna invece aspettare. E in ogni caso tutto il collaudo, a base di stop e go, terminerà a dicembre. Acerra, insomma, se tutto andrà bene sarà realmente in funzione nel 2010.

Ville e terremoto
"Sì, metto a disposizione della Protezione civile tre case per fare quello che già hanno fatto molti italiani, i quali hanno offerto 1.600 abitazioni, soprattutto case di vacanza, a disposizione delle famiglie dei terremotati" (10 aprile 2009)
La Protezione civile, interpellata da 'L'espresso', non ha notizie su eventuali sfollati ospiti di Berlusconi. E anche l'ufficio stampa di Palazzo Chigi, contattato nel pomeriggio di martedì 19 maggio, non sa dire nulla. Sul terremoto e sui tempi della ricostruzione, garantiti dal Cavaliere prima per settembre e poi novembre.

Social card
"Ne abbiamo date più di un milione e 300 mila ed è stato un gran successo. Sono anonime e quindi non toccano la dignità di nessuno. Infatti le Poste sono state invase da un gran numero di persone che ne hanno fatto richiesta" (18 dicembre 2008)
I dati aggiornati al 31 dicembre dicono però che le social card consegnate (contenenti 40 euro) erano 520 mila e che 190 mila erano prive di fondi. Con conseguente umiliazione di molti indigenti costretti a lasciare la spesa alle casse dei supermercati.

Bonus bebè
"Reintroduzione del bonus bebè per sostenere la natalità. Graduale e progressiva riduzione dell'Iva sul latte, alimenti e prodotti per l'infanzia" (programma Pdl).
Non pervenuti. Lo ammette anche il sottosegretario, Carlo Giovanardi, che il 15 maggio spiega: "Le risorse non ci sono".

I figli di Eluana
"Eluana Englaro è una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive e mandano segnali elettrici, una persona che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio" (6 febbraio 2009).
Senza parole.

La crisi psicologica
"La crisi è in gran parte psicologica" (intervista al Gr Rai, 6 maggio 2009).
Una settima dopo l'Istat segnala un calo del Pil record del 5,9 per cento. Da trent'anni non si vedeva niente del genere.

Barack Obama
"Obama ha debuttato molto bene, con grande capacità di rapporti umani. Com'è che diceva Proietti? Ah, ecco, lo sguardo 'acchiapponico'. Obama ha lo sguardo acchiapponico..." (2 aprile 2009, Ansa ore 19.05).
"Berlusconi non ha mai detto quello che gli viene attribuito dalle agenzie di stampa in riferimento al presidente Obama, poiché si stava rivolgendo all'inviato di 'Repubblica', come tutti presenti hanno potuto vedere" (2 aprile, nota di Palazzo Chigi, ore 20.48).

Bush pacifista
"La crisi irachena avrà sicuramente uno sbocco pacifico. Se c'è qualcuno che non vuole la guerra in Iraq, questo è il signor Bush".
È il 13 marzo 2003. Sette giorni dopo gli angloamericani attaccano l'Iraq. Poi arrivano gli italiani. Intanto, la guerra fa 100 mila morti in due anni, fra torture, bombe al fosforo, resistenza, terrorismo, guerra civile.
Ma per Berlusconi tutto fila liscio come l'olio, a parte un piccolo problemino a Baghdad: "Ormai in Iraq c'è una vita regolare, ci sono le scuole, eccetera. Poi, certo, ci sono le cose che non funzionano: ad esempio, i semafori a Baghdad non funzionano. Ogni tanto scende uno dalla macchina e si mette a dirigere il traffico" (30 settembre 2004).

Sua Altezza
"L'ho detto anche a pranzo ai miei colleghi ministri, è falso come leggo oggi su alcuni giornali come 'L'espresso' che metto i tacchi: guardate!" (levandosi le scarpe davanti ai giornalisti, al vertice di Caceres, del 2002).
Ma a smentirlo ci pensa uno dei suoi migliori amici: "Chi è più alto tra me e Berlusconi? Senza tacchi, io". (Mariano Apicella, La Stampa, 30 ottobre del 2003)

Grandi opere
"Sto trattando col mio amico Putin per aprire un corridoio negli Urali e collegarci all'oceano Pacifico" ('Porta a Porta', 11 gennaio 2006).
Altro che Tav: praticamente le grandi opere sono in fase così avanzata che ormai stiamo lavorando alla Transiberiana.

Lavoro, che fatica!
"Guarda quanto mi fanno lavorare! Guarda quanti impegni ho!" (1 agosto 2008).
Al termine di una conferenza stampa Berlusconi mostra al ministro Giorgia Meloni la sua agenda. I fotografi la riprendono e così diventano pubblici gli impegni del 30 luglio: 9.40 uscita di casa; 10 Enel Civitavecchia (ma Berlusconi non si presenta all'inaugurazione della centrale); 12 Yushchak (aggiunto a mano, secondo 'Novella 2000' si tratterebbe di una modella ucraina ventunenne); 13 Masi, allora segretario di Palazzo Chigi; 13.30 colazione per gli 80 anni di Cossiga (che però salta); 16 Previti (Cesare, pregiudicato) e telefonata a Bossi. Poi a penna sono aggiunti i nomi Manna (forse Evelina, una delle starlette del caso Saccà), Troise (probabilmente Antonella, attrice), Staderini (Marco, cda Rai); 19 Di Girolamo (Nunzia, una delle parlamentari Pdl più carine;) 19.30 Bossetti (o Bassetti); 20.30 Selvaggia; infine: "Sardegna compleanno Barbara (la figlia)". E ancora una nota a penna (per aumentare l'autostima?): "Al presidente n 1. Al presidente più vittorioso nella storia del calcio. N 1 nella storia del calcio...".

Il patto con Confalonieri
"Fra me e Fedele Confalonieri c'è un patto: quello di avvisarci reciprocamente qualora uno dei due rincoglionisse. E Fedele non mi ha ancora detto niente".
Questa era del 29 novembre 1993. Arrivati a questo punto, forse è venuto il momento che Fedele gli dica qualcosa. http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/2009/05/24/il_grande_bugiardo.html

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Iraq, Profonda inquietudine per la Legge sulla stampa

I giornalisti avvertono che la proposta di legge sui media fa poco per aiutarli a chiamare le autorità a render conto.
 
di Basim al-Shara, Hadil Kamil, e Dhirgham Muhammad Ali da Baghdad

Institute for War and Peace Reporting
Iraq Crisis Report, No. 288, 
 
Una proposta di legge che ha come finalità quella di proteggere la stampa potrebbe finire con l'ostacolarla, dato che, a detta dei giornalisti, non garantisce l'accesso all'informazione.
 
Fra i punti salienti del progetto di legge ci sono sanzioni severe per coloro che aggrediscono i giornalisti, e risarcimenti per le loro vittime. Secondo i suoi sostenitori aumenterà la libertà di stampa in quello che è tuttora il Paese più pericoloso al mondo per i giornalisti – i quali ammettono che la legge proposta affronta alcune delle minacce che essi incontrano nel loro lavoro; però, dicono, essa ignora molti degli ostacoli.
 
Secondo il Committee to Protect Journalists, un osservatorio che ha sede a New York, dal 2003 in Iraq sono stati uccisi quasi 190 operatori dei media.
 
Recentemente, alcuni miglioramenti nella situazione della sicurezza hanno ridotto i rischi che i giornalisti si trovano ad affrontare nel loro lavoro. Contemporaneamente, una diminuzione delle tensioni ha avuto come conseguenza il fatto che il comportamento dei funzionari non è intimidatorio come un tempo.
 
Nel cercare risposte dai funzionari, i giornalisti oggi si lamentano non tanto della paura quanto della frustrazione.
 
Un giornalista formatosi con l'IWPR che vive a Baghdad, e ha chiesto di rimanere anonimo, dice che ricavare informazioni dai dipartimenti governativi è estremamente difficile.
 
“I portavoce di alcuni ministeri hanno i loro giornalisti preferiti, e diffonderanno le informazioni solo a loro", dice. “Se non gli piaci, non risponderanno alle tue telefonate”.
 
Il giornalista sospetta che la preferenza possa essere in parte di natura confessionale, dato che il controllo dei principali ministeri di Baghdad è stato distribuito seguendo criteri etnici e confessionali.
 
Parla di un altro ministero di Baghdad che diffonde comunicati stampa, ma non ha un ufficio stampa a cui poter rivolgere domande.
 
“Alle domande risponderà solo il ministro, che è un uomo molto occupato. Non ha dato a nessun altro nel ministero l'autorizzazione a fare commenti”, dice.
 
Un'altra giornalista di Baghdad formatasi con l'IWPR dice di essere stata di recente in un ministero per indagare sulle informazioni secondo le quali alcuni funzionari avevano utilizzato titoli di studio falsi nelle domande di lavoro.
 
“Volevo scoprire perché non esistesse alcun meccanismo per controllare l'autenticità dei certificati”, dice. “Un dirigente mi ha detto che non aveva nulla da dire: non poteva né chiarire né confermare nulla”.
 
“Ho provato diverse volte ma non ho avuto fortuna. Mi hanno chiuso la porta in faccia”.
 
Secondo i giornalisti, la proposta di legge per la protezione dei giornalisti non supererà questi ostacoli perché non dà loro un chiaro diritto all'informazione. Il progetto di legge, tuttavia, concede al governo il diritto di non divulgare le informazioni se si ritiene che non siano “nel pubblico interesse” o se "minacciano la sicurezza nazionale”.
 
Regole simili esistono anche nelle democrazie occidentali, tuttavia, a detta di coloro che criticano la proposta di legge, ci sono maggiori probabilità che le autorità irachene abusino di queste disposizioni per bloccare l'accesso alle informazioni delicate o potenzialmente imbarazzanti.
 
“I media hanno a che fare con funzionari iracheni, non europei. In questo Paese la democrazia è stata importata, ed è quasi inesistente nella cultura locale”, dice Wathiq al-Chalabi, direttore del giornale indipendente al-Mowqif.
 
“I giornalisti hanno sempre avuto la vita difficile perché i funzionari evitano di fornire dettagli e diffondono solo comunicati generali”, dice. “Adesso la [proposta di] legge sta legittimando questa cultura”.
 
Secondo Chalabi, i giornalisti iracheni trovano particolare difficoltà a seguire i casi gravi di corruzione o di omicidio perché i funzionari governativi sono riluttanti a essere intervistati o ad aiutarli altrimenti nelle loro richieste di informazioni.
 
“Gli uffici governativi trattano tutti i giornalisti come se fossero pericolosi”, dice.
 
A detta di Munshid al-Assadi, un presentatore della TV di Stato al-Iraqiya, c'è "bisogno urgente” di una legge che dia ai giornalisti iracheni un migliore accesso all'informazione.
 
“I funzionari devono ancora imparare come trattare con i giornalisti in una democrazia”, dice.
 
Il progetto di legge, che l'IWPR ha visto, è attualmente all'esame del Consiglio dei ministri. Si tratta della legge più ampia che affronti i diritti dei media in Iraq, e resta molto controversa, nonostante abbia avuto diversi emendamenti. E' stata presentata in Parlamento nel 2007.
 
Anche se da allora la sicurezza è migliorata, l'Iraq rimane instabile. I giornalisti per lo più sono a favore di una clausola nella nuova legge che preveda sanzioni più dure per coloro che vengano riconosciuti colpevoli di aver aggredito i loro colleghi.
 
Appoggiano anche una disposizione che darebbe aiuti governativi ai giornalisti feriti o invalidi e alle famiglie di quelli che sono stati uccisi mentre lavoravano – anche se questi benefici valgono solo per i membri del Sindacato dei giornalisti iracheni – il maggiore e più potente organismo sindacale della stampa del Paese, che ha collaborato alla stesura della nuova legge.
 
Secondo Saad Muhsin, uno dei portavoce dell'organizzazione, che ha circa 11.000 iscritti, le garanzie offerte in base al progetto di legge potrebbero alla fine essere estese a coloro che non sono membri del sindacato.
 
Muayyad al-Lami, il presidente del sindacato, difende il progetto di legge, in quanto sosterrebbe “gli interessi dei giornalisti”. A suo avviso, rafforzerebbe il diritto dei giornalisti all'informazione attraverso una clausola che consente loro di appellarsi a un tribunale se una richiesta dovesse venire negata
 
Avvocati ed esperti dei media dicono tuttavia che i giornalisti iracheni si trovano attualmente in un limbo legale. Alcuni temono che codici rigidi dell'epoca ba'athista possano venire utilizzati per perseguire i giornalisti, anche se dalla caduta del regime di Saddam Hussein sono stati generalmente ignorati.
 
Anche alcune norme relative alla stampa adottate dopo l'invasione guidata dagli Stati Uniti hanno provocato allarme. Una legge in materia di sicurezza del 2004 permette al governo di porre restrizioni alle testate che dovessero venire considerate una minaccia per la sicurezza nazionale o di chiuderle. L'ex Primo Ministro Iyad Allawi ha utilizzato la legge per vietare il canale satellitare arabo al-Jazira.
 
Molti giornalisti ritengono che il loro diritto all'informazione – vitale per la salute di una democrazia – venga messo in secondo piano man mano che la sicurezza migliora.
 
Alcuni arrivano a insinuare che potrebbe esserci un collegamento fra le limitazioni alla stampa e la diminuzione della violenza.
 
“Più forte è il governo, più restrizioni vengono mese ai giornalisti”, dice Ziad al-Ajily, presidente dell'Osservatorio iracheno sulle libertà giornalistiche.
 
Secondo Hashim Hassan, professore di scienza delle comunicazioni alla Baghdad University, il governo utilizzerà la nuova legge “per impedire a qualunque giornalista di scrivere su argomenti delicati.
 
“Per i giornalisti iracheni sarebbe meglio non avere nessuna legge sui media che averne una che limiti la libertà di stampa e la cui revisione potrebbe dimostrarsi molto difficile”.
 
Basim al-Shara, Hadil Kamil e Dhirgham Muhammad Ali sono giornalisti di Baghdad formatisi con l'IWPR.

(Traduzione di Ornella Sangiovanni)

Articolo originale
 

 

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7584


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Emissioni Usa, obiettivi annacquati
congresso USA Il Congresso Usa, dopo settimane di negoziati, inizia oggi la stesura del Climate Bill, la legge nazionale sulle emissioni. Ma la ricerca del compromesso ha già ridimensionato di molto gli obiettivi e indebolito i mezzi per raggiungerli. Molti i regali alle lobby dell'energia fossile. Un problema di credibilità per i negoziati internazionali.
Gli Stati Uniti ridurranno le emissioni di gas serra, ma con ogni probabilità non quanto servirebbe per rallentare il global warming e molto meno di quello che avrebbe voluto lo stesso Barack Obama. Il Climate Bill, il testo che dovrebbe regolare le emissioni nel paese, minaccia infatti di uscire alquanto annacquato dall’iter legislativo.
Sono passate sei settimane di negoziati interni all’assemblea legislativa americana e oggi il Congresso inizierà a stendere la prima bozza della legge. La sensazione che circola è però quella della disillusione. Se la notizia buona è che i voti per far passare il Climate Bill dovrebbero esserci, quella cattiva è che, con molti degli obiettivi chiave sacrificati al compromesso politico, difficilmente gli Usa arriveranno a riduzioni a paragonabili a quelle europee.

Le modifiche introdotte rispetto alla versione iniziale del Climate Bill, per cercare il consenso sufficiente a far passare la legge, sono diverse. E non siamo che all’inizio del cammino del provvedimento. Prima fra tutte c’è la retromarcia sull’allocazione dei permessi a emettere nell’ambito del sistema di emission trading previsto. Nel programma di Obama tutti i permessi avrebbero dovuto essere messi all’asta, ora invece è praticamente certo che una quota rilevante, forse quasi la metà, sarà assegnata gratuitamente: nella bozza attuale (vedi pdf) si parla del 35% delle quote distribuite gratis ai produttori di elettricità, di un altro 15% assegnato alle industrie energivore, di un ulteriore 3% all’industria dell’auto perché sviluppi modelli più efficienti. Intanto i democratici degli Stati del Texas, Arkansas e Utah starebbero facendo pressioni affinché anche le raffinerie possano contare su permessi gratuiti.

La quota stessa di emissioni che il paese si potrà permettere fino al 2020, inoltre, è stata innalzata rispetto alla versione precedente: si parla ora di 5,9 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente anziché di 5,7. Una differenza che può sembrare piccola ma che va considerata alla luce delle raccomandazioni fatte dalla comunità scientifica: il limite per avere almeno il 50% delle possibilità di evitare gli effetti più importanti del global warming, secondo l’IPCC, è di 1,3 miliardi di tonnellate più basso. La riduzione delle emissioni che gli Usa si propongono con la versione attuale passa dunque dal 20% al 2020 rispetto ai livelli del 2005 al 17%.
Anche l’obiettivo sulle rinnovabili è stato ampiamente ridimensionato: se la versione di partenza richiedeva che i produttori di elettricità avessero l’obbligo di generare almeno il 25% dell’energia dalle rinnovabili, ora questa percentuale è stata ridotta al 15%, che diventa il 12% per certe zone del paese.

Se alcune associazioni ambientaliste, come la League of Conservation Voters o il National Resource Defence Counc mantengono il giudizio sostanzialmente positivo sulla nuova legge, le critiche di altre, come Greenpeace e Friend of the Earth, sono molte dure. “Per evitare gli impatti più pesanti del global warming, la scienza suggerisce che gli Usa e le altre nazioni sviluppate debbano ridurre le emissioni di almeno il 25-40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 e dell’80-95% entro il 2050 – fa notare Phil Radford, direttore esecutivo di Greenpeace Usa – questa legge in pratica pone un obiettivo di riduzione nazionale del 4% rispetto ail livelli del 1990 entro il 2020”. Tra le righe del testo, denuncia inoltre Greenpeace, 10 miliardi di dollari di “finanziamenti nascosti per la falsa promessa della cattura e sequestro della CO2”, soldi a carico dei contribuenti e a danno di soluzioni più efficaci.

D’altra parte, come riporta il Guardian, in questi ultimi 3 mesi le industrie di gas, carbone e petrolio, americane hanno investito ben 45 milioni di dollari nella campagna di relazioni pubbliche per ammorbidire il Climate Bill. Un investimento che sembra aver dato buoni risultati. Ora le conseguenze peggiori della parziale retromarcia americana si vedranno con ogni probabilità sul piano internazionale. Al di là dei proclami di leadership nella lotta al global warming ripetuti da Obama, sarà difficile convincere gli altri paesi ad impegnarsi seriamente nell’ambito del venturo accordo internazionale se la stessa Amerca non riesce a darsi un obiettivo forte e credibile.


GM
http://qualenergia.it/view.php?id=955&contenuto=Articolo

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Su «Le Scienze»: Hamburger a effetto serra -


co2'Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione

Ulteriore conferma da un nuovo articolo su «Le Scienze»: per diminuire la produzione di gas serra è importante diminuire il consumo di carne.






Nel numero di aprile di Le Scienze sono riportate diverse informazioni e statistiche sul consumo di carne in tutto il mondo, e l'articolo "Hamburger a effetto serra" sottolinea ancora una volta come la produzione di carne - e non solo di carne bovina, ma di tutti i tipi di carne - causi enormi emissioni di gas serra, molto maggiori rispetto ad altri settori di produzione.
L'articolo si conclude con un'esortazione chiara, che purtroppo di solito manca negli articoli sullo stesso tema delle riviste divulgative: quella a diminuire il consumo di carne. L'autore, Nathan Fiala, dottorando in Economia all'Università della California a Irvine, afferma nella conclusione: "Negli Stati Uniti e il resto del mondo sviluppato la gente potrebbe mangiare meno carne, in particolare bovina".
Il dott. Fiala inizia il suo articolo notando come la maggior parte di noi sia consapevole delle conseguenze negative prodotte sull'ambiente dalle auto su cui viaggiamo, dalla'energia che consumiamo in casa o per la produzione industriale, ma invece quasi nessuno si renda conto che "la carne presente nella nostra dieta è responsabile dell'immissione in atmosfera di una quantità di gas serra - anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili - maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie".
co2'Eppure questi dati sono noti già da qualche anno: la FAO stessa nel suo dossier del 2006 "Livestock's long shadow" (La lunga ombra del bestiame) attesta come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane, una percentuale simile a quella dell'industria e molto maggiore di quella dell'intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%).
Certamente qualsiasi alimento che consumiamo, sottolinea il dott. Fiala, comprese frutta e verdura, implica dei costi ambientali, ma questi costi per la produzione di frutta e verdura sono niente rispetto a quelli necessari invece per la produzione di carne e altri alimenti animali.
In un rapporto preparato per la città di Seattle, Daniel J. Morgan dell'Università di Washington, ha calcolato che coltivare circa 225 grammi di asparagi in Perù per poi importarli negli USA genera un totale di 91 grammi di gas serra CO2 equivalenti. Ebbene, Susan Subak, economista ecologica all'Università di Seattle ha calcolato, nel 1999, che per produrre 450 grammi di carne di manzo si generano 6,7 kg di gas serra CO2 equivalenti, cioè, a parità di peso, 36 volte tanto rispetto agli asparagi!
Questo è dovuto a vari fattori, viene spiegato nell'articolo su Le Scienze: alle emissioni di metano dei bovini durante il processo digestivo; al "fattore di conversione", cioè al fatto che allevare un animale richiede un'igente quantità di mangime (coltivato appositamente) per unità di peso corporeo; e ai rifiuti prodotti dagli allevamenti.
In merito al rapporto di conversione, l'articolo spiega che nel 2003 Lucas Reijnders, dell'Università di Amsterdam e Sam Soret della Loma Linda University hanno stimato che per produrre un kg di proteine da carne bovina servono più di 4,5 kg di proteine vegetali, con tutte le emissioni di gas serra che implica la coltivazione di cereali per i mangimi.
Le stime del dott. Fiala confermano chiaramente che lo spreco dovuto alla trasformazione vegetale-animale vale per ogni specie: per produrre 450 grammi di carne di maiale si genera l'equivalente di 1,7 kg di CO2, per il pollo 0,5 kg, che sono, rispettivamente, 9 e 3 volte di più rispetto all'impatto della produzione di asparagi, e gli asparagi, tra i vegetali, sono tra quelli a più alto impatto. Il confronto con altri vegetali, più basilari per l'alimentazione umana, è ancora più a favore del consumo di vegetali anziché di carne nella dieta quotidiana delle persone.
Inoltre, i numeri sopra citati valgono per un tipo specifico di allevamenti, quelli che seguono il sistema "CAFO", vale a dire allevamenti intensivi basati sui "recinti da ingrasso". Altri tipi di allevamenti sono anche di molto peggiori, in termini di impatto sull'ambiente: i dati FAO indicano che le emissioni medie mondiali generate per le produzione di 450 grammi di manzo sono diverse volte superiori rispetto alle quantità generate col sistema CAFO.
Eppure, il comsumo globale di carne è in aumento di anno in anno: i dati del World Watch Institute del 2009, sempre riportati sul numero di aprile di Le Scienze, ci dicono che solo dal 2007 al 2008 si è passati da 275 a 280 miliardi di tonnellate di carne prodotta; i tre maggiori produttori che sono la Cina, gli USA e il Brasile. I paesi industrializzati continuano ad avere consumi molto alti, mediamente 80 kg di carne pro-capite l'anno. I paesi in via di sviluppo sono a quota 30 kg l'anno pro-capite, ma lì i consumi stanno aumentando vertiginosamente: il 60% della produzione globale di carne viene oggi dai paesi in via di sviluppo, che copiano il modello profondamente sbagliato e ambientalmente insostenibile dei paesi industrializzati.
Nell'articolo "Hamburger a effetto serra" troviamo anche altri dati interessanti, che confrontano le emissioni CO2 equivalenti derivanti dalla produzione di una data quantità (225 grammi) di vari cibi confrontata con le stesse emissioni di un viaggio in auto. Si scopre così che per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un'auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri.
Tutto questo è chiaramente non sostenibile, ma la buona notizia è che la soluzione è a portata di mano, e alla portata di tutti. Non dipende dalle istituzioni internazionali o dai governi nazionali, ma solo da ciascuno di noi: diminuire - il più possibile - il consumo di carne e di altri alimenti animali come latte e uova è qualcosa che possiamo fare subito, abbiamo il potere e la responsabilità di farlo.

Fonti:
Le Scienze, "Hamburger a effetto serra" e "La produzione di carne", aprile 2009
Fiala N., "Meeting the Demand: An Estimantion of Potential Future Greenhouse Gas Emission from Meat Production", Ecological Economics, vol. 67, n. 3, pp. 412-419, 2008


Articolo originale: http://www.nutritionecology.org/it/news/news_dett.php?id=751& 

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‘MISTER AFRICA’ UNA NUOVA ERA NELLE RELAZIONI TRA AFRICA E STATI UNITI



- “Una nuova era di cooperazione sta per aprirsi tra Africa e Stati Uniti”: con queste parole il quotidiano congolese ‘Le Potentiel’ annuncia la nomina di Johnnie Carson Segretario di stato aggiunto per gli Affari africani. “Con la scelta di colui che tutti già chiamano ‘Mister Africa’ o ‘Monsieur Afrique’, il presidente Obama intende dare nuovo impulso alle relazioni di cooperazione e dialogo tra i due continenti” aggiunge il quotidiano, precisando che Carson è “un esperto, un afro-americano che ha sempre manifestato il suo interesse per il continente nero”. Laureato in storia dell’arte e scienze politiche, Carson ha un dottorato in relazioni internazionali della prestigiosa School of Oriental and african Studies (Soas) di Londra “che ha nutrito la sua passione per il continente nero” sottolinea il quotidiano ‘Infos Gabon’, ricordando la sua esperienza di volontario nei “Peace corps” negli anni ’60; Carson è stato successivamente ambasciatore di Washington in Uganda (1991-1994), Zimbabwe (1995-1997) e Kenya (1999-2003). Dal 2006, secondo il sito della Casa Bianca, lavorava al Dipartimento di stato per il National intelligence council e ha compiuto missioni in Botswana, Mozambico e Nigeria. “Dovunque sia stato, lo apprezzano per il suo modo franco di parlare – prosegue 'Le Potentiel' – poco diplomatico ma molto diretto e pragmatico”; il quotidiano ‘Times of Nigeria’ sottolinea che “quella di Carson è una scelta forte: si tratta di un diplomatico di carriera, esperto di questioni africane, che certamente aiuterà la nuova amministrazione a far fronte alle numerose sfide che il continente si trova ad affrontare”. Ai suoi collaboratori più stretti, subito dopo la nomina, Carson avrebbe detto: “Finora gli Stati Uniti hanno lavorato per l’Africa, d’ora in avanti lavoreranno con l’Africa”.
[CO]

 

 

 

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=246824


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Sempre più al Sud

I repubblicani non sono mai stati così poco competitivi come ora a livello nazionale. Metà della delegazione al Congresso proviene dal Sud, e dal 1992 i territori della Confederazazione secessionista rappresentano almeno il 60% dei Voti Elettorali alle presidenziali. http://andreamollica.blogspot.com/

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maggio 24 2009

Il corpo del reato



di Fabrizio d'Esposito
(dal Riformista del 22 maggio 2009)

Il corpo del reato. Più che da Letizia casta, come lei stessa ha fatto intendere in un'intervista, è uno scatto da Noemi Lolita, dal titolo del libro che Umberto Eco vorrebbe donare a Silvio Berlusconi. Ovviamente, lei è la neodiciottenne più famosa d'Italia, che nel numero in edicola di Novella 2000, ormai bussola indispensabile per orientarsi nella politica al tempo del Cav. (abbreviazione ambivalente: Cavaliere e Caverget), sfila per una ventina di pagine in pose da modella o da femme fatale. E la più forte, o volgare a seconda dei punti di vista, è quella che vedete riprodotta sopra, con la mano proprio lì.
Le immagini sono tratte dal noto book che Noemi ha fatto per tentare la fortuna come stellina televisiva. La promessa berlusconiana era di farla approdare alla corte di Emilio Fede come meteorina. Un crocevia importante, almeno a Napoli, quello del Tg4. Accadde pure nell'estate del 2007 con le gemelline De Vivo. Berlusconi le conobbe al termine di una manifestazione e se le portò a cena nel suo aereo privato a Capodichino. E da lì telefonò a Fede per segnalargli le due intraprendenti ragazze.
Ma su Noemi, a tenere banco è sempre l'enigma dei rapporti tra la famiglia della diciottenne e il premier. Ieri Repubblica, stavolta con Massimo Giannini, ha puntellato le dieci domande di Giuseppe D'Avanzo con un'altra notizia: Noemi, la sera del 19 novembre 2008, era a cena in una delle residenze ufficiali della presidenza del Consiglio, Villa Madama a Roma. Noemi era insieme con Berlusconi a un ricevimento in onore della moda made in Italy. In precedenza, poi, l'Espresso aveva raccolto la confidenza di un'amica di Noemi che riferiva di un Capodanno trascorso dalla minorenne Letizia a Villa Certosa, la reggia sarda del Cavaliere. Occhio alle date.
Secondo infatti quanto risulta al Riformista, sulla base di una fonte già in intimità con Palazzo Grazioli, la frequentazione tra papi e Noemi avrebbe avuto un'escalation a partire dalla primavera del 2008, con le continue incursioni del premier sul golfo per l'emergenza rifiuti. È un racconto più che attendibile, che traccia una precisa finestra temporale: dal marzo del 2008 (calcolando anche la campagna elettorale) al 26 aprile di quest'anno, giorno della festa di compleanno a Casoria. Questo però non svela l'origine dei rapporti tra i Letizia e Berlusconi, che a detta di Noemi durerebbero da almeno tre anni.
In ogni caso, la ricostruzione dell'ultimo anno di papi fornisce una chiave per comprendere gli sfoghi dei suoi collaboratori dopo lo "scandalo di Casoria" e il divorzio chiesto da Veronica. Come se la situazione del premier fosse fuori controllo. Ecco che cosa ha detto al Riformista uno che era al seguito del Cavaliere quel giorno all'aeroporto di Capodichino: «Abbiamo tentato fino all'ultimo di convincerlo a non andare, lo abbiamo sconsigliato in tutti i modi, ma lui non ha voluto sentire ragioni». La rivelazione fa il paio con quella scritta ieri dal nostro direttore: un altissimo berlusconiano di governo che si sarebbe lasciato andare in questi termini: «Il problema non sono le minorenni ma il fatto di andare a Casoria». Una frase, tra l'altro, cinicamente andreottiana che costituisce una risposta postuma all'appello di Veronica ai collaboratori del marito: «Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. È stato tutto inutile. Credevo avessero capito, mi sono sbagliata».
Del resto, il tenore di vita a Palazzo Grazioli non sarebbe affatto mutato negli ultimi tempi. Nemmeno dopo la bufera lungo l'asse Casoria-Portici e la denuncia del ciarpame delle veline nelle liste europee. Anzi.
Un altro esponente importante del Pdl ha raccontato, allibito, in una conversazione riservata quanto accadutogli durante una recente visita a Palazzo Grazioli. Lui è entrato e ha trovato Berlusconi con una decina di ragazze. C'era aria di festa e il premier dispensava carezze e pizzicotti. E sfotteva anche. Rivolto a una ha detto: «Tu ti vuoi candidare alle europee? Non è possibile, non hai studiato e Franceschini si arrabbierebbe». Insomma, un quadretto in linea con i racconti fatti da alcuni giornali, tra cui il nostro, sulle notti di Palazzo Grazioli, santuario berlusconiano che racchiude molti segreti, simboleggiati dal recentissimo arrivo di un grande letto a tre piazze.http://www.uqbar.ilcannocchiale.it/


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L'interna insincerità

“Si avverte con stupore che l’affermazione
viene formulata con parole che ne annullano l’intenzione,
mentre il lapsus mette a nudo l’interna insincerità.
Il lapsus verbale diventa qui […] un mezzo per tradire se stesso
[…] avente l’effetto sconvolgente di una rivelazione”

Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, 1904



Al termine della conferenza stampa di martedì 19 maggio, Silvio Berlusconi ha scambiato ancora qualche battuta con i giornalisti presenti. Ricordando tutti i processi nei quali è stato chiamato a rispondere di vari reati, s’è alterato; e l’alterazione gli ha fatto produrre una grazioso lapsus in un punto(0:45-0:51, in questo
video): “Sa quanto ho speso […] in consulenti e giudici?”, per subito correggersi: “… e in… in avvocati, per questi signori giudici?” .
Non c’è bisogno di essere psicoanalisti per leggere nel lapsus di Silvio Berlusconi un’ammissione: ha pagato giudici, in passato. Poi, certo, i lapsus non fanno prova certa.
http://malvino.ilcannocchiale.it/


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A Giovanni Falcone. Brusca: "Riina mi disse chi era il terminale della trattativa"      
 
Scritto da Anna Petrozzi e Silvia Cordella   
 
Roma. “Siamo qui per accertare la verità”. Con una semplice quanto ovvia dichiarazione il giudice Mario Fontana, che presiede il processo a carico del generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, interroga e lascia interrogare più volte dalle parti i collaboratori di giustizia Ciro Vara e Giovanni Brusca nel corso delle due udienze che si sono tenute a Roma, presso l’aula bunker di Rebibbia il 21 e il 22 maggio scorsi.

Accertare la verità in questo caso non significa soltanto stabilire, come sostengono a gran voce gli avvocati difensori dei due imputati, di chi sia la responsabilità della fallita cattura di Provenzano quel 31 ottobre 1995 a Mezzojuso, ma anche e soprattutto comprendere quali possano essere state le ragioni che potrebbero aver spinto uomini dello Stato a proteggere la latitanza del capo di Cosa Nostra, colpevole di decine di omicidi e delle peggiori stragi che hanno insanguinato la Sicilia e l’Italia.
Non è quindi materia semplice e nemmeno si può fingere di poter valutare il singolo fatto senza incastonarlo nell’enorme quadro che abbraccia il biennio più buio della recente storia della Repubblica. Tra il 1992 e il 1993 infatti non solo sono esplose le bombe di Capaci e via D’Amelio e poi “in continente”, ma sono mutati radicalmente gli equilibri politici del nostro Paese e Cosa Nostra ha gettato le basi per risorgere dopo un’apparente disfatta. E tutti questi eventi dopo anni e anni di faticosa ricostruzione sembrano essere più collegati di quanto si creda.


Non sorprende affatto perciò che le domande poste dal Pubblico Ministero, rappresentato in aula dai procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, a Giovanni Brusca si siano concentrate in modo particolare sulla cosiddetta “trattativa”, il dialogo avvenuto tra mafia e stato a cavallo delle stragi in cui morirono i due giudici simbolo della lotta alla mafia.
Giovanni Brusca collabora con la giustizia dal 1996. Si decise a “saltare il fosso” quando sentì dire da Salvatore Cancemi, altro collaboratore, che Riina, l’uomo che ammirava e serviva più di suo padre stesso, voleva ucciderlo.
L’ex boss di San Giuseppe Jato è stato sentito decine di volte sulle manovre che Salvatore Riina aveva pianificato per ottenere dallo stato nuovi interlocutori politici e soprattutto benefici carcerari e giudiziari. Dopo la sentenza di Cassazione del 31 gennaio 1992 l’allora capo di Cosa Nostra in carica aveva dato inizio al suo particolare modo di colloquiare facendo assassinare Salvo Lima, il grande interlocutore politico della mafia. Tanto per lanciare un segno chiaro ed inequivocabile. Poi toccò al grande nemico: Giovanni Falcone.


Fu dopo Capaci, secondo Brusca, che “qualcuno” dello Stato si era “fatto sotto” per chiedere una tregua in cambio della concessione di qualche privilegio.
“Quando vidi Riina aveva una faccia, un’espressione, di grande soddisfazione”, spiega il collaboratore, “mi disse, indicandolo con le mani, che gli aveva fatto un papello tanto, cioè tutta una serie di richieste per migliorare la nostra condizione”.
Solo in sede processuale, quindi dopo il suo arresto, Brusca apprese che il generale Mori e il capitano De Donno erano gli interlocutori di Riina che aveva come tramiti Vito Ciancimino e il dottore Antonino Cinà.
Se i nomi dei due fiancheggiatori non lo sorpresero affatto, poiché ne conosceva il ruolo, il pentito si scandalizzò invece di sapere che il suo capo stava trattando il nemico, che aveva fatto il patto con il “diavolo”, secondo la visuale distorta dei valori mafiosi.
In ogni caso se si sono individuati i tramiti resta da stabilire chi sia il “terminale”, cioè chi riceveva le richieste e decideva in merito.
Mori e De Donno hanno sempre negato che vi fosse qualsiasi altra entità dietro al loro operato e che il fine fosse quello della cattura dei latitanti, ma Brusca rivela di essere a conoscenza di quel nome. E quella confidenza gliela fece Riina in persona.


Di fronte alle domande del Pubblico Ministero, degli avvocati e persino del Presidente, però, Giovanni Brusca tace, si avvale della facoltà di non rispondere; ormai avvezzo ai trucchi del dibattimento, non cede di un passo e si trincera nel più assoluto silenzio poiché specifica: “vi sono indagini in corso”.
Semplicemente concede un unico: “feci quel nome in tempi non sospetti”.
Ripercorrendo documenti e articoli inerenti le decine di deposizioni di Brusca ai tantissimi processi per i fatti di quell’epoca l’unico nome che sia mai emerso è quello dell’allora Ministro dell’Interno Nicola Mancino quale possibile ricevente ultimo delle richieste della mafia.
Brusca non lo ha mai fatto direttamente. Fu Francesco Viviano in un articolo del 2001 a scrivere il nome del politico che però ha sempre smentito di aver saputo di una qualsivoglia trattativa.
Non è dato di sapere se Brusca si riferisca a questa vicenda oggi, conforta apprendere che vi siano ancora indagini in corso in questo senso e si spera che approdino presto a fatti da poter accertare.
E’ possibile che la tanto attesa audizione a questo processo di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito e testimone diretto proprio degli episodi della trattativa, possa fornire quei riscontri finora mancanti.
L’eventuale coinvolgimento del ministro Mancino si ricollega anche con il mistero che avvolge la morte di Paolo Borsellino. E’ un dato storico assunto che il giudice si fosse guadagnato l’odio di Cosa Nostra con il suo operato, ma la tempistica così accelerata e le modalità esecutive, in parte ancora non individuate, con cui è avvenuta la strage di Via D’Amelio hanno sempre lasciato presagire responsabilità altre come il giudice stesso ebbe a confidare alla moglie e alle persone a lui più vicine. Sull’agenda del magistrato infatti è segnato l’incontro con il Ministro che oggi dice di non ricordare se tra le tante mani strette in quel giorno ci fosse anche quella del giudice simbolo della lotta a Cosa Nostra con il volto segnato dal brutale assassinio del suo amico e collega più intimo avvenuto poco più di un mese prima.
Delitti, terribili, di cui è intriso il nostro Stato e tutti connessi l’uno all’altro.



Allo stesso modo infatti non è stata affatto accertata la ragione dell’omicidio di Luigi Ilardo, il confidente del colonnello Riccio, freddato a Catania il 10 maggio 1996, ad una settimana esatta dalla sua formale richiesta di divenire un collaboratore di giustizia a tutti gli effetti.
Era stato lui infatti, con un’operazione rischiosissima di infiltrazione nelle famiglie del nisseno, tornando dopo anni di reclusione ad occupare il suo ruolo di vertice nella provincia di Caltanissetta, a portare il colonnello Riccio e gli uomini del Ros ad un passo dalla cattura di Provenzano a Mezzoiuso che per l’appunto non avvenne.
Sentita nell’ambito del medesimo procedimento, nell’udienza del 17 aprile scorso, il procuratore aggiunto Teresa Principato, che partecipò a quella riunione in cui Ilardo si presentava per la prima volta davanti ai magistrati, ha riferito di essere rimasta estremamente turbata dalla scelta dei procuratori capo di allora: Caselli per Palermo e Tinebra per Caltanissetta di non verbalizzare il contenuto dell’incontro con il confidente.
“Fu una decisione presa alla fine, io ero contraria a quel metodo ma mi fidavo dei due magistrati, considerata la loro caratura”.
Secondo la dottoressa Principato Ilardo doveva sistemare delle questioni personali e soprattutto voleva provare ad ottenere un ulteriore appuntamento con Provenzano. Il colonnello Riccio assicurò loro che si sarebbe occupato personalmente della protezione di Ilardo ma nello stesso giorno in cui questi ripartì per far rientro a Genova Ilardo fu assassinato.
Da chi? E perché?
Il magistrato non ha fatto mistero dell’ormai diffusa consapevolezza che le istituzioni non diano quella garanzia di riservatezza che sarebbe d’obbligo, “le notizie volano da qualsiasi fonte”, ha specificato senza tanti giri di parole.


Brusca e Vara forniscono invece il quadro generale in cui potrebbe essere maturato il delitto.
Ciro Vara, uomo di spicco della famiglia di Vallelunga, racconta che in quegli anni vi erano rivalità molto accese all’interno dei diversi schieramenti interni a Cosa Nostra che si ripercuotevano anche negli equilibri locali.
In particolare Gino Ilardo era in aperto contrasto con Peppe Cammarata e quindi quando apprese dell’uccisione del primo ne ricondusse il movente alla violenta dialettica interna alle famiglie nissene.
Fu solo più tardi che comprese perché Pietro Balsamo, della famiglia di Catania, con lui detenuto nel carcere di Enna, apprese la notizia dell’omicidio con particolare soddisfazione e gli disse di prepararsi che sarebbe scoppiata una bomba.
“La bomba – ha spiegato il pentito – era il fatto che Gino Ilardo collaborava con i carabinieri, ma lo compresi solo dopo”.
Balsamo secondo Vara era sempre al corrente di quanto si muoveva negli ambienti giudiziari, “evidentemente – ha precisato – aveva qualcuno che lo informava”.
Brusca invece ha introdotto un interessante retroscena.


Già verso la fine del 1995 aveva ricevuto richiesta da Aurelio Quattroluni, della famiglia di Catania, di uccidere Luigi Ilardo. Una richiesta stranissima perché in quegli anni Brusca e Bagarella erano sostanzialmente su una posizione contraria a Provenzano, e Ilardo, nipote di Piddu Madonia, apparteneva invece proprio allo schieramento del vecchio padrino.
Brusca, insospettito di essere stato incaricato di quel delitto, ancor più perché il mandante risultava essere proprio Piddu Madonia, ne chiese conto a Provenzano il quale, “come suo solito”, disse di non saperne nulla e di attendere nuove disposizioni. Che arrivarono però troppo tardi. Ilardo infatti fu assassinato e la settimana successiva Brusca fu arrestato.
A mistero si aggiunge mistero.
Nonostante l’omicidio di Ilardo e nonostante questi avesse portato i carabinieri nella zona in cui Provenzano si nascondeva il padrino e i suoi protettori non cambiarono né abitudini né nascondigli. Rimasero a Mezzojuso e dintorni fino all’arresto di Benedetto Spera nel 2001.
Nessuno andò a disturbarli.
Oggi, 23  maggio 2009, nel ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro noi italiani tutti abbiamo il dovere di ricordare sempre che abbiamo un debito nei confronti di questi servitori dello Stato: cercare e accertare la verità.



Anna Petrozzi e Silvia Cordella (Antimafiaduemila - 23 maggio 2009)

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Smascherata l’ennesima falsità del candidato della destra
 
 dopo le menzogne arriva anche il “SONDAGGio” FALSo
 
L’ennesima buffonata dell’entourage del candidato della destra.
Così il Comitato per Mauro Alessandri Sindaco liquida il “sondaggio” fasullo e ingannevole pubblicato sul sito di Gatto e distribuito alla stampa.
 
Infatti:
-         il fantomatico rilevamento è stato “curato” dalla società “Abalon”, la stessa agenzia di comunicazione che sta occupandosi della campagna elettorale di Gatto. Come dire: se la cantano e se la suonano…
 
-         la nostra verifica ha evidenziato ciò che sapevamo perfettamente: la società “Abalon” può occuparsi di feste di piazza, manifesti e comunicati deliranti manon di sondaggi demoscopici, non essendo titolata a farlo, non avendone le competenze scientifiche e non essendo iscritta alla ESOMAR, l'associazione dei professionisti del marketing e dei sondaggi d'opinione che raggruppa tutti gli operatori professionali afferenti al settore della ricerca di mercato e d'opinione.
 
-         il campione indicato nel documento è quantificato in 5000 cittadini, una enormità per una realtà territoriale come la nostra e come sanno bene i professionisti autentici del settore. Anche perché equivale a dire che almeno una famiglia su tre avrebbe dovuto essere interpellata (telefonicamente? di persona?) e questo è assolutamente falso.
 
La verità è che:
-         stanno spacciando come“sondaggio” un non meglio identificato documento, privo di attendibilità scientifica, evidentemente preparato in casa da sospetti sondaggisti fai-da-te non abilitati alla professione (seria) nel settore della ricerca d’opinione.
 
-         i motivi sono chiari: tentano di gettare fumo negli occhi con un fantomatico “sorpasso” per dare ossigeno alla campagna elettorale sfiatata della destra e di Gatto, il quale, ancora oggi, rifiuta il confronto diretto con Alessandri adducendo motivazioni ipocrite e grottesche.
 
-         l’unico sondaggio vero è stato commissionato ad aprile da uno dei partiti di Centrosinistra, il Partito Democratico, ad una società d’indagine demoscopia autentica: molti cittadini ricorderanno di essere stati interpellati telefonicamente, provando la veridicità di quanto affermiamo. I risultati di tale sondaggio non sono stati resi pubblici perché non ce n’è assolutamente bisogno: confermano ampiamente le previsioni…
 
-         non ci si improvvisa sondaggista, proprio come non ci si improvvisa sindaco…
 
Su una cosa sola riteniamo di essere d’accordo con il candidato della destra e il suo staff: saranno i monterotondesi a decidere da chi farsi governare. E non abbiamo dubbi su quale sarà la loro scelta finale, tra coerenza, affidabilità e capacità opposta a demagogia, ipocrisia e derive fasciste…
 
In ogni caso il Comitato per “Mauro Alessandri Sindaco” annuncia che da questo momento in poi intende vigilare, con la massima severità, affinché la destra non violi ulteriormente le norme che disciplinano le campagne elettorali, e particolare la legge 28/2000, riservandosi la possibilità di far valere le proprie ragioni nelle sedi opportune. http://pdmonterotondo.splinder.com/

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La libertà di fare quello che vuole il capo

Giulia si diverte a leggere lo statuto del PdL, che all'articolo uno riconosce e promuove la più ampia partecipazione popolare alla vita pubblica, sociale e nelle istituzioni.
E poi assegna tutti i poteri di nomina e decisionali al Presidente.http://carlettodarwin.blogspot.com/


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Ancora Ulivo, ma da ripensare
di Franco Monaco,
Potrei titolare così le note che seguono: outing amaro di un ulivista né
pentito né rassegnato ma che sente il dovere di fare i conti con la realtà.
Specie, ma non solo, dopo l’uscita di scena di Prodi e il fallimento di
Veltroni. Da ulivista impenitente sin dalla prima ora, mi costa ciò che mi
accingo a scrivere. L'Ulivo può al più vivere come ispirazione, non più come
progetto, così come fu pensato in origine. Un progetto ambizioso, forse
troppo, di innovazione politica e istituzionale che possiamo condensare in
alcune parole chiave: bipolarismo teso al bipartitismo, democrazia
governante restituita ai cittadini, soggetto politico di centrosinistra
inclusivo, discontinuità nella cultura e nel personale politico. Un po' su
tutti i fronti siamo andati indietro: nelle regole elettorali, nel modello
istituzionale, nella coesione del centrosinistra, nell'inamovibilita' del
suo gruppo dirigente. Sulle regole elettorali il porcellum e' stato
doppiamente nocivo e forse ancora non ne abbiamo adeguata consapevolezza:
nell'esautorare gli elettori del potere di scelta dei suoi rappresentanti e
nel reintrodurre logiche proporzionalistiche. Nel modello istituzionale,
l'interpretazione assolutistica data da Berlusconi della democrazia
maggioritaria ci ha spinto a diffidare persino della positiva evoluzione
verso una sana democrazia governante. Sul fronte politico, l'interpretazione
velleitaria e autolesionistica data da Veltroni della cosiddetta vocazione
maggioritaria e la sua illusione che il bipartitismo fosse già conseguito
hanno prodotto il suo contrario, cioè la nostra minorità e una
disarticolazione del campo del centrosinistra che ci vorrà gran tempo a
rimontare. Rammentiamo il plauso peloso degli avversari alla scelta della
corsa solitaria del PD, nel mentre a Berlusconi riusciva l'impresa uguale e
contraria di annettersi AN e risaldare l'asse strategico con la Lega. Va
aggiunto, per onestà intellettuale e compiutezza di analisi, che la debacle
dell'Unione prodiana ha gettato discredito sull'esigenza, sacrosanta, di
fare una politica delle alleanze e di applicarsi a coltivare processi
unitari da parte dell'Ulivo-PD, inteso quale motore e timone di una più
vasta coalizione riformatrice. Così pure la versione leggera e sincretista
del partito nuovo e aperto ha finito per svilire lo strumento delle primarie
e l'obiettivo del ricambio del gruppo dirigente, fornendo il destro a un
ritorno all'antico, dando spago alla convinzione che la ricreazione sia
finita, che sia tornato il tempo dei professionisti politici, di quelli che
in verità non hanno mai fatto un passo indietro e hanno semmai intenzione di
farne uno avanti. Un passo avanti, si fa per dire, profilandosi il
ripristino di miti, riti e simulacri dei partiti della prima Repubblica per
iniziativa di coloro che hanno sempre contrastato o subito l'evoluzione
verso un PD inteso come partito nuovo e diverso. Quelli stessi che Veltroni
avrebbe dovuto sfidare e sconfiggere e cui invece si e' consegnato
nell'illusione di ricavarne un sostegno unanime di cui abbiamo misurato poi
ambiguità e precarietà. Ora anche a noi ulivisti irriducibili e' richiesto
un bagno di realismo. Inutile illudersi che il nostro originario progetto e
persino le nostre parole possano essere reiterati senza fare i conti con la
realtà. La quale ci squaderna davanti: un bipartitismo asimmetrico e
sommamente imperfetto, un Berlusconi che stravolge la democrazia
maggioritaria in tirannia della maggioranza che giustamente ci allarma, un
PD le cui dimensioni prescrivono un'interpretazione umile della vocazione
maggioritaria, una dinamica interna al PD che costringe gli ulivisti
superstiti ad abbandonare logiche minoritarie per fare asse non già con chi
la pensa come loro ma, più modestamente, con chi e' meno lontano da loro.
Appunto: dalla sostanza della loro ispirazione. Che riassumerei così: un PD
partito di centrosinistra, audacemente riformatore, informato a una esigente
laicità dell’incontro (ove non ci si contenta di accostare laicisti e
clericali), nitidamente alternativo al centrodestra e al suo sistema di
valori.Un partito aperto alla società e con fiducia in se stesso e che, per
esempio, non cambia opinione sul sì al referendum elettorale nella
rassegnata convinzione di un Berlusconi eternamente egemone. Di sicuro una
visione diversa da quelle,rispettivamente, centrista o continuista.
Centrista, modulo Rutelli e Follini, culturalmente e politicamente
subalterna alla destra, che declina il riformismo come moderatismo e che
investe strategicamente sulla sponda supremamente incerta e mobile dell'Udc.
O continuista nel senso di un PD posto lungo una linea di stretta continuità
politico-organizzativa PCI-PDS-DS-PD e che mette nel conto il rischio di una
mini scissione al centro di ex e neo-dc in marcia verso Casini con i quali
semmai stringere poi alleanza. Dentro uno schema terzoforzista e comunque
regredendo verso la concezione antica di alleanze fragili, mobili,
reversibili che si allestiscono dopo il voto, nel quale ogni partito corre
per sè. Due visioni a prima vista opposte, quella centrista e quella
continuista, e tuttavia accomunate dall’opzione per proporzionale e modello
tedesco.

Esemplifico. Per chi si rifà all’Ulivo si pone un problema di misura e di
equilibrio, pena passare per nostalgici e visionari: non bipartitismo ma
bipolarismo, non presidenzialismo ma congegni atti al rafforzamento del
premier con adeguati contrappesi/garanzie, non elezione diretta del premier
ma neppure rinuncia alla scelta dei governi da parte degli elettori, non
partito dell'intero centrosinistra ma, questo sì, impegnato a organizzare
intorno a sè un

sistema di alleanze stabili e strategiche. Un partito vero, con aderenti e
militanti, ma anche un partito nuovo e aperto, alternativo al centrodestra
ma non ossessionato (e dunque subalterno) a Berlusconi, non massimalista ma
dedito a un riformismo teso a ridurre le disuguaglianze e non a scimmiottare
le ricette della destra.

Realismo, dunque. Su un punto però non si possono fare sconti: nella
battaglia perchè le posizioni nel PD siano portate finalmente in superficie
dentro un trasparente confronto congressuale, facendola finita con la
dissimulazione e l'unanimismo che hanno fatto del PD un partito...mai
partito. Perchè un partito democratico, ma anche semplicemente un partito
degno di questo nome si nutre di competizione-confronto. Confesso che mi fa
sorridere sentire oggi invocare la libertà di critica da parte degli ex
pretoriani di Veltroni. Gli stessi che, quando stavano nella cabina di
comando, bollavano come lesa maestà ogni dissenso e ogni appello a un minimo
di democrazia interna al PD. Cercasi dunque candidato alla segreteria. Ma
candidato che abbia qualche idea sua in testa. Non candidato che vada
cercando il sostegno delle vecchie tribù, adattando ad esse la propria
posizione. Un candidato che,intorno a una sua piattaforma politica, raccolga
finalmente un consenso trasversale alle vecchie appartenenze ideologiche, di
partito, di cordata. E’ la precondizione perché il partito possa finalmente
partire.

Il testo compare anche su Europa del 23 maggio 2009
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=12&doc=18228

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Nicodemismo democratico, l'ultima tentazione
La novità di queste settimane è il nicodemismo democratico. Ovvero la tendenza di alcuni a non votare PD pur continuando a fare campagna elettorale per il PD. È cosa diversa dall’astensionismo dell’elettore democratico, dalla sua fuga verso Di Pietro o anche dal ritorno a casa di coloro che avevano optato per il PD nei giorni ormai lontani del “voto utile” e che ora si preparano a sostenere nuovamente i socialisti o i vari neocomunisti.

No, il nicodemista democratico è qualcosa di più che un semplice elettore. È un militante di lunga data o persino un dirigente, che questa volta non ce la fa proprio a votare PD. Ma lo confida solo ai familiari e agli amici più fidati, mentre in pubblico continua a far professione di fede per il Partito democratico. E quindi si impegna in campagna elettorale, ove necessario. E quindi recita con buon mestiere la parte di colui che convince altri a votare un partito che lui per primo non voterà. E quindi aggiorna al nostro tempo il modello che fu di Nicodemo, il fariseo che riconobbe in Gesù Cristo il Messia continuando a negare in pubblico la propria fede, e poi dei molti protestanti che finsero di osservare i precetti della Chiesa di Roma per sopravvivere alle persecuzioni o ancora dei moltissimi che in ogni tempo hanno dovuto conciliare convinzioni personali eterodosse con contesti storici che non permettevano alcuna deviazione.

Personalmente ne conosco almeno tre, che è già un buon numero considerando la mia scarsa frequentazione con la dirigenza del PD. Immagino dunque che ve ne siano molti di più. Tutte persone per bene, mai colpite dal vizio della pavidità. Al contrario, uomini e donne intelligenti e combattive. Che in anni meno paciosi di questi non hanno mai temuto di affrontare il dissenso interno in partiti dove non sempre il dissenso era ben tollerato. Persone che oggi, dinanzi ad un PD che avrà molti difetti ma certamente non può incutere alcun timore di rappresaglie, non riescono tuttavia ad esprimere pubblicamente il rifiuto di un partito nel quale non si riconoscono più.

La spiegazione più semplice sarebbe la mancanza di coraggio personale. Ma di questo non può trattarsi, almeno per quei casi che mi è capitato di osservare da vicino. È quindi possibile che la ragione sia più tortuosa ma non priva di senso politico. Ed è quella secondo la quale il nicodemista democratico è convinto che solo un risultato elettorale inequivocabilmente disastroso per questo PD e per questa leadership permetterebbe di salvare il progetto del Partito democratico, nel quale egli continua a credere con forte convinzione e a dispetto di ogni più recente delusione. È una spiegazione troppo nobile? Forse, ma merita di essere presa sul serio. Perché esiste effettivamente il rischio che un risultato mediano, se non mediocre, congeli il PD nella situazione in cui si trova in queste settimane. Privo di strategia politica diversa da quella del recupero di una parte dell’elettorato antiberlusconiano maggiormente tentato dal dipietrismo, privo di una leadership diversa da quella onestamente transeunte incarnata da Franceschini, privo di una prospettiva di investimento sul futuro diversa dal pieno ritorno in carica di quei capibastone che per ora si accontentano di governare da lontano il PD.

Il nicodemista democratico auspica dunque una botta che sia indiscutibile e risolutiva, dopo la quale nessuno potrebbe continuare a far finta di niente. In questo senso il suo comportamento fa il paio con quanto sta accadendo in molte competizioni amministrative del Lombardoveneto dove i candidati democratici hanno scelto il metodo “meno ti fai vedere in giro abbinato al logo PD e meglio è”, come ha raccontato ieri Marco Alfieri sul "Sole 24 Ore". Entrambi perseguono l’obiettivo del salasso a fin di bene, che costringa dirigenti e militanti a guardarsi bene in faccia per decidere da che parte andare senza poter star fermi dove si sono ritrovati impantanati.

È un’intenzione benevola, ma non è detto che si risolva nel risultato auspicato. Perché la capacità di questa leadership collettiva di far buon viso a cattiva sorte è stata ormai provata in cento occasioni, e niente impedirebbe anche questa volta di recitare la parte della “tenuta del partito dinanzi alle affrettate previsioni di tracollo”. Che sarebbe poi la premessa per una discussione preconfezionata sul dopo-elezioni, con un congresso da tenersi solo quando fosse già stata concordata una soluzione capace di rassicurare tutti coloro che hanno qualcosa da perdere da una vera ripartenza del progetto PD. Ma forse ci sarebbe un’altra strada per arrivare allo stesso obiettivo, lontana dal modello di Nicodemo ma più consona ai nostri tempi. Quella di dire la verità già ora, spiegando perché questo PD rischia di non meritare il voto persino di molti dei suoi dirigenti. Per quanto la campagna elettorale non aiuti la franchezza, soprattutto dinanzi ad un Berlusconi tornato ai massimi della boria, sarebbe un metodo ben più efficace di quella “dissimulazione onesta” che può essere ormai compresa solo da pochi e stanchi nostalgici del tempo che fu.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/

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Comitato vittime di Al Tappone




Vignetta di Livio BoninoZorro
l'Unità,
La condanna di Mills per essere stato corrotto da Berlusconi, ma non di Berlusconi per aver corrotto Mills, segna una new entry nell’esclusivo Club Vittime di Al Tappone. Ne fanno parte gli scudi umani del premier: il fratello Paolo, più volte arrestato al posto del fratello; Marcello Dell’Utri, condannato (dunque promosso deputato) a 9 anni in primo grado per mafia per il suo ruolo di «cerniera» fra Cosa Nostra e Al Tappone, il quale però non è stato nemmeno processato; Cesare Previti, condannato a 7 anni e mezzo (ed espulso dal Parlamento) per avere, fra l’altro, corrotto il giudice Vittorio Metta per regalare la Mondadori ad Al Tappone, il quale però uscì miracolosamente prescritto; Salvatore Sciascia, condannato (e dunque promosso deputato) per aver corrotto ufficiali della Guardia di Finanza affinché chiudessero gli occhi sui reati fiscali e contabili delle aziende di Al Tappone, il quale però fu assolto per insufficienza di prove; Massimo Maria Berruti, arrestato per aver depistato le indagini sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e condannato (dunque promosso deputato) per favoreggiamento ad Al Tappone, il quale però era innocente e non aveva alcun bisogno di favoreggiatori; David Mills, condannato (e nemmeno promosso deputato) per aver coperto i reati di Al Tappone in cambio di una mazzetta di Al Tappone, il quale non può essere processato. Anzi fa pure l’incazzato, come se avessero condannato lui. Mentre esprimiamo la massima solidarietà agli scudi umani, ci sia consentito un appello: vittime di Al Tappone, unitevi. E fate come Veronica: parlate.
(Vignetta di Livio Bonino)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

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Iran, candidato alle elezioni promette uno stipendio per le casalinghe




I candidati iraniani alle prossime elezioni presidenziali cercano di conquistare il voto delle donne

Rilanciare l'occupazione femminile, stipendi per le casalinghe oppure favorire l'inserimento delle donne nella politica. Sono alcune delle proposte dei candidati iraniani alle elezioni presidenziali il prossimo 12 giugno.

Tra le promesse più innovative c'è quella del candidato conservatore, Mohsen Rezaei, ex generale dei Guardiani della Rivoluzione che ha assicurato che "non solo farò ricoprire alle donne ruoli chiave nel mio esecutivo ma ne valorizzerò le capacità di management e metterò in regola il lavoro delle casalinghe, pagando loro uno stipendio". L'annuncio di Rezai, critico con la politica del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, si unisce a quelli degli altri candidati come il riformista Mehdi Karroubi che ha annunciato un maggiore impegno contro la discriminazione alle donne. "La religione islamica riserva un gran rispetto alla donna e se, ad oggi, il sesso femminile ha dovuto soffrire discriminazione, però quello non deve essere attribuito all'Islam ma alle leggi tribali arabo-giudaiche che hanno influenzato, nel corso della storia, anche le leggi islamiche", ha assicurato Karroubi.
Anche il moderato Mir Hossein Mousavi, ex primo ministro, ha parlato della necessità di garantire maggiori diritti alle donne.http://it.peacereporter.net/articolo/15901/Iran%2C+candidato+alle+elezioni+promette+uno+stipendio+per+le+casalinghe


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NEPAL
Kathmandu, attentato alla cattedrale dell’Assunzione: due morti, decine di feriti
di Kalpit Parajuli
Colpito l’edificio cattolico più famoso del Nepal. L’attacco rivendicato da un gruppo fondamentalista indù, autore dell’assassinio di un sacerdote cattolico nel 2007. Questo pomeriggio era in programma una seduta parlamentare per eleggere il nuovo premier.

Kathmandu (AsiaNews) – È di due morti e decine di feriti il bilancio, ancora provvisorio, di un attentato che ha colpito la cattedrale cattolica dell’Assunzione di Kathmandu. L’attacco è avvenuto alle 9 ora locale, durante la preghiera del mattino, nel sobborgo di Dhobighat a Lalitpur, una cittadina satellite nella periferia sud della capitale.
 
Una delle due vittime accertate è una giovane cattolica. I feriti, molti dei quali in gravi condizioni, sono stati ricoverati negli ospedali della capitale; la polizia ha circondato l’area teatro dell’attentato.
 
Secondo i primi rapporti delle forze dell’ordine, l’attacco è stato organizzato da un gruppo fondamentalista indù; gli agenti hanno rinvenuto dei volantini siglati Nepal Defence Army, in cui si chiede che il Nepal venga dichiarato “uno stato indù”. Un analogo volantino, firmato dallo stesso gruppo combattente, è stato ritrovato sul luogo dell’assassinio di p. John Prakash, sacerdote salesiano 62enne – preside dell’istituto Don Bosco – ucciso il 1° luglio scorso a Sirsiya (distretto di Morang) nella parte est del Nepal.
 
Il Nepal Defence Army è una formazione poco nota, ma negli anni ha rivendicato una serie di attività terroristiche fra cui omicidi, esplosioni e intimidazioni. È la prima volta che in Nepal viene colpito un edificio di culto cattolico. Le autorità di governo e le forze di polizia mantengono uno stretto riserbo sulla vicenda; nessuno, sinora, ha voluto rilasciare commenti ufficiali.
 
Dopo secoli di monarchia, alla fine del 2007 il parlamento nepalese ha approvato un emendamento costituzionale che ha sancito la transizione dalla monarchia alla Repubblica, conclusa il 28 maggio 2008 con la votazione pressoché unanime dell’Assemblea Costituente. La fine della monarchia ha anche concluso il ruolo dell’induismo come religione di Stato, aprendo una nuova stagione di libertà religiosa. In queste settimane il Paese è attraversato da una grave crisi politica, acuita dalle dimissioni dell’ex premier Prachanda a inizio mese. Questo pomeriggio era in programma una seduta parlamentare per eleggere un nuovo primo ministro.  

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15325&size=A
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Koehler resta presidente, vittoria per la Merkel

"Herr President, ja, ich nehme die Wahl an". Con queste parole protocollari, il presidente della Repubblica Federale uscente, Horst Koehler, ha accolto nell'aula del Bundestag il risultato del voto dell'assemblea - la Bundesversammlung - che lo conferma per altri cinque anni al vertice della nazione. Un ruolo in gran parte simbolico, simile a quello del nostro Presidente della Repubblica, ma non privo di riflessi politici. Specie nell'anno che condurrà, a settembre, al rinnovo del Bundestag e del governo. Una vittoria al primo turno, con l'appoggio di Cdu/Csu, Fdp e Freie Waehler. Un successo indiretto per la Cancelliera Angela Merkel. Di riflesso, la sconfitta della candidata dell'Spd Gesine Schwan, rispecchia le difficoltà dei socialdemocratici, i quali pagano il rifiuto di convergere sulla candidatura del presidente uscente (peraltro condivisa da esponenti di spicco della stessa Spd), e la decisione di puntare su un candidato proprio, appoggiato dai verdi.

Dopo il discorso ufficiale, Angela Merkel e Guido Westerwelle si sono presentati insieme davanti alle telecamere, sottolineando il significato politico di questa elezione alla prima votazione per la prossima campagna elettorale politica. Si rafforza l'unione di cristianodemocratici e liberali in vista di una battaglia comune per un possibile governo di centrodestra. Come ha detto diplomaticamente la Cancelliera, le dinamiche del voto politico sono molto differenti da quelle per il presidente della Repubblica, e tuttavia il ruolo dei partiti, la loro capacità coalizionale, l'abilità nelle trattative politiche, restano aspetti decisivi nel sistema tedesco, specie in caso di risultato incerto, come quello che ci si attende in settembre.

Per l'Spd una battuta d'arresto dopo la ripresa nei sondaggi delle ultime settimane. Si può dire che la decisione di correre da soli - rifiutando la proposta della Cdu di convergere su Koehler - sia stato l'ultimo frutto avvelenato dell'incerta stagione di Kurt Beck.

Risultato del voto: Horst Koehler (Cdu) 613, Gesin Schwan (Spd) 503, Peter Sodann (Linke) 91. Koehler supera la soglia di un voto, risultato molto stretto, ma tutta la battaglia era sulla capacità dei partiti che sostenevano il presidente uscente di ottenere l'elezione alla prima votazione.http://walkingclass.blogspot.com/

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zapateroclass="linkmenu">06:32 | commenti

"Confianza Inversionista"

Il Paese che piú investe in Colombia sono gli Stati Uniti; il secondo (vedi foto qui a destra) é Anguilla.

15,000 persone, un PIL di 100 milioni di dollari, Anguilla ha investito più di due miliardi di dollari in Colombia negli ultimi due anni.

Anguilla.

Ha fatto notizia perché é stata inclusa dal G20 nella lista dei paradisi fiscali. Ma dai.

Persino Cambio ha dovuto sottolineare che probabilmente si tratta di denaro sporco, o del narcotraffico o di evasori/elusori fiscali.

Anguilla.http://bogotalia.blogspot.com/


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zapateroclass="linkmenu">06:18 | commenti

L'ex presidente

Da Chişinău, scrive Iulian Lungu

Chişinău, parlamento
Vladimir Voronin non può candidarsi per il terzo mandato alla presidenza della Moldavia. E allora spunta il nome dell'attuale premier Zinaida Greceanîi, per molti commentatori candidato debole. Intanto Voronin è stato eletto Presidente del Parlamento, è da lì che si ritiene tirerà i fili del potere
Mercoledì 20 maggio nel parlamento moldavo si sono svolte, dieci giorni dopo il suo insediamento, le votazioni per eleggere il presidente della Repubblica. Il candidato del Partito dei comunisti, l'attuale primo ministro Zinaida Greceanîi, ha ottenuto 60 voti, mancando per un solo voto il quorum necessario per essere eletta, a causa della linea dura dell’opposizione, che ha boicottato la votazione. Il candidato uscente, Vladimir Voronin, non poteva ricandidarsi per un terzo mandato.

In gioco non c'è soltanto l’elezione del nuovo presidente, ma anche l’ipotesi di rinnovate elezioni parlamentari, che si renderebbero necessarie in caso non si riesca ad eleggere il nuovo capo dello Stato con la prossima votazione, già messa in calendario per il 28 maggio.

Intanto, il 12 maggio, si è chiarito il futuro politico dell'ex Presidente, leader del Partito dei comunisti. Voronin è stato infatti eletto presidente del parlamento di Chişinău. Il questo modo sono state messe a tacere le voci che parlavano di un suo impegno come semplice deputato, posizione che avrebbe conseguentemente portato a profonde trasformazioni nel sistema di potere del partito comunista.

Stessa faccia, diversa poltrona

Negli ultimi otto anni in qualità di presidente della Moldavia, Vladimir Voronin ha trasformato di fatto questa istituzione nell’unico centro decisionale del paese. Sebbene la costituzione chiarisca i meccanismi elettorali del presidente da parte del Parlamento e attribuisca ampie competenze al corpo legislativo ed al governo, Voronin, avvantaggiandosi della sua posizione di leader del partito comunista, ha governato la repubblica secondo la sua volontà, con il consenso assoluto del parlamento.

Dossier: crisi ed elezioni in Moldavia
Dopo le elezioni parlamentari del 5 aprile erano state fatte varie ipotesi sul suo futuro politico, e qualcuno si è spinto anche ad ipotizzare un suo pensionamento. Il partito comunista ha invece scelto di mettere in atto la stessa procedura praticata da Vladimir Putin per rimanere saldamente nella stanza dei bottoni. L’elezione di Voronin a presidente del parlamento indica chiaramente che il leader comunista non intende cedere il suo potere, sottolineando, in questo modo, che il vero centro decisionale passerà nei prossimi quattro anni dal palazzo presidenziale al parlamento.

Il boicottaggio dell'opposizione

L’opposizione ha deciso di boicottare tutte le votazioni tenutesi sino ad ora in Parlamento, ma i comunisti hanno i voti sufficienti per eleggere gli organi decisionali del parlamento appena entrato in carica. L’opposizione si è poi rifiutata di nominare un suo candidato come vicepresidente del parlamento, così come i presidenti delle commissioni loro assegnate dai comunisti.

I partiti di opposizione rifiutano di riconoscere i risultati delle elezioni parlamentari, e sostengono che sono necessarie nuove elezioni, che diventano automatiche nel caso in cui non venga raggiunto il consenso necessario ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Nel frattempo, però, i deputati dell'opposizione hanno accettato il loro mandato e facendo ciò, secondo molti osservatori, si sono assicurati il loro seggio nel caso in cui non dovessero esserci elezioni anticipate.

Le elezioni del presidente e il “golden vote”

Con l’elezione della leadership parlamentare, molti osservatori politici indipendenti hanno dichiarato che, date le circostanze, il prossimo presidente della Repubblica sarà una figura di secondo piano e senza un'agenda politica personale. La Greceanîi sembra corrispondere a queste caratteristiche. E' considerata un candidato debole, a causa della sua forte dipendenza politica da Voronin, emersa durante il suo mandato come primo ministro.

Per eleggere il presidente c'è bisogno di 61 preferenze (su 101 deputati), e quindi uno in più di quelli a disposizione dei comunisti. Il voto “mancante” è già stato definito dai mass-media il “voto d’oro”. Allo stato attuale è evidente che i comunisti non sono ancora riusciti a portare dalla propria parte alcun deputato dell'opposizione. Gli stessi leader dei partiti di opposizione hanno ribadito che non intendono partecipare alle elezioni per il presidente.

Alla fine, la crisi

Mentre l’economia mondiale già era in sofferenza a causa della crisi globale, prima delle elezioni di aprile il governo di Chişinău ha sistematicamente rifiutato di riconoscere che l'economia moldava ne fosse coinvolta. Questo atteggiamento è cambiato subito dopo le elezioni e la prima cosa fatta dal governo è stata tagliare del 20% gli stanziamenti per le regioni.

Vladimir Voronin, in una conferenza stampa tenuta il 14 maggio, ha poi proposto di istituire una tassa sul reddito personale del 15 percento invece di quella progressiva oggi in vigore, con scaglioni che vanno dal 7 al 18 percento, e di aumentare l’iva dal 20 al 22 percento.

Negli ultimi mesi il governo ha registrato una seria diminuzione nelle entrate fiscali e con queste misure sta tentando di rimpinguare il bilancio dello stato, anche se gli osservatori economici le considerano tarde ed inadeguate poiché non efficaci nello stimolare l’economia.

Appare evidente che l’economia moldava stia lottando per la sopravvivenza, ma, d’altra parte, l’instabilità politica non consente alle autorità di dedicare tutte le proprie energie per affrontarne i numerosi problemi.

A causa della crisi, il partito comunista sta facendo pressioni sull'opposizione, sottolineando proprio la cattiva situazione economica, per evitare nuove elezioni parlamentari.

Come detto, grazie ad una campagna di propaganda ben orchestrata, volta a negare la realtà, per molti in Moldavia le notizie sulla crisi potrebbero arrivare come un vero shock. Nel caso di nuove elezioni, quindi, molti voti potrebbero confluire contro i comunisti, ormai incapaci di nascondere l'aggravarsi della situazione. Non si può però escludere che anche l’opposizione potrebbe essere penalizzata dalle accuse di voler prolungare l’instabilità politica in un momento delicato, cosa che inevitabilmente contribuirebbe ad aggravare la crisi.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11355/1/51/

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Il mercato energetico mondiale che cambia
Nonostante la crisi il settore delle rinnovabili continua la sua crescita e raggiunge i 280 GW, con una crescita annuale del 16%. Nel 2008 più potenza aggiuntiva da rinnovabili che da fonti convenzionali in UE e negli Usa. I dati nella nuova edizione del “REN21 Renewables Global Status Report”.


La potenza totale installata di fonti rinnovabili su scala mondiale ha raggiunto 280.000 MW a fine 2008, con un incremento del 16% rispetto al 2007 (240 GW). Questa crescita della capacità, pari a 3 volte a quella nucleare attualmente in funzione negli Stati Uniti, dimostra come sia in moto una fase di transizione energetica verso l’energia pulita. Questo è quanto asserisce il recente rapporto “REN21 Renewables Global Status Report” (vedi allegato), alla sua quarta edizione. Un cammino che procede nonostante la crisi economica e che “è andato ben oltre le previsioni della stessa industria di settore”, ha detto Mohamed El-Ashry, direttore di REN21 (Renewable Energy and Policy Network for the 21st Century).

La crescita dell’intero settore delle energie rinnovabili è stato favorito dalle politiche di almeno 73 paesi (erano 66 a fine 2007) che puntano ad obiettivi specifici per i prossimi anni spinte dalle incertezze sulla futura sicurezza energetica e dai rischi legati ai cambiamenti climatici. Tra questi paesi un ruolo sempre più rilevante, a livello industriale e in fatto di realizzazione di impianti, lo stanno assumendo Cina e India; la prima ha addirittura raddoppiato nel 2008 la potenza eolica installata per il quinto anno consecutivo ed oggi ha una potenza eolica entro i propri confini di 12 GW, permettendole così di superare il target di settore (10 GW al 2010) con due anni di anticipo.
Se a fine 2008, spiega il documento REN21, la crisi iniziava a farsi sentire anche nel settore delle fonti rinnovabili, questo sembra aver resistito meglio di altri al “credit crunch”, tanto che i nuovi investimenti annuali possono valutarsi in circa 120 miliardi di dollari, con una crescita del 16% rispetto a quelli del 2007.

E’ interessante osservare alcuni dati sintetici pubblicati nel report che danno la misura della rilevanza del settore. Per restare sull’eolico, va ricordato che con gli attuali 121 GW installati (+29% rispetto al 2007), il comparto ha più che raddoppiato la sua potenza operativa in soli 3 anni (a fine 2005 c’erano nel mondo 59 GW eolici).
Il solare fotovoltaico connesso alla rete ha registrato un incremento del 70% in un anno ed è la tecnologia energetica che ha avuto la crescita più rapida. Oggi sono 13 i gigawatt FV in rete.
Il solare termico ha aumentato in un anno la sua potenza installata del 15% (attualmente 145 GWt), mentre biodiesel ed etanolo sono cresciute entrambe del 34%. Anche la geotermia a bassa entalpia, ormai diffusa in 76 paesi, è in una fase di grande espansione.
Il report conferma un dato che più volte abbiamo segnalato su queste pagine: la potenza aggiuntiva da fonti rinnovabili nel 2008 è stata superiore a quella da fonti convenzionali sia nell’Unione Europea che negli Stati Uniti.

Come si diceva, le politiche e i conseguenti obiettivi nazionali stanno danno una spinta decisiva al settore e molti target sono stati definiti proprio nel corso dell’anno appena trascorso. Oltre alla decisione dell’UE di arrivare nel 2020 al 20% da rinnovabili sul totale dei consumi di energia, va ricordato che l’Australia ha deciso di produrre 45 TWh con rinnovabili entro il 2020; il Brasile ha provato a rivedere verso l’alto il suo obiettivo di energia primaria con le rinnovabili al 2030 (era del 46% nel 2007) e anche quello sulla produzione elettrica (era dell’87% nel 2007). L’India punta a realizzare 14 GW di potenza da rinnovabili entro il 2012 e il Giappone ha stabilito nuovi target per il fotovoltaico nazionale: 14 GW entro il 2020 e 53 GW entro il 2030.

Come ha detto il direttore di REN21, “sebbene il futuro sia incerto, in questo rapporto ci sono molti elementi che spingono verso l'ottimismo”.

 

Documento: RE_GSR_2009updated.pdf (0.86 Mb) http://qualenergia.it/view.php?id=863&contenuto=Documento

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PRABHAKARAN,LA PRIMULA ROSSA TAMIL



Fondatore delle Tigri Tamil negli anni '70, Velupillai Prabhakaran aveva dichiarato guerra a Colombo nell'83, diventando il leader della lotta armata per la patria Tamil libera.

j.t.




Pericoloso, spietato, capo di una milizia che conta migliaia di kamikaze, il bin Laden dello Sri Lanka, per il governo di Colombo. Portavoce di un popolo oppresso, guida suprema della lotta per l’autonomia e i diritti negati dei Tamil, agli occhi di una larga maggioranza del suo popolo, sia in patria sia tra i Tamil migrati all’estero (sono migliaia, anche in Italia, quelli che continuano a sostenere finanziariamente la guerriglia). Oscilla tra questi due estremi la figura di Vellupillai Prabhakaran, nato 54 anni fa nella cittadina di Velvettithurai (penisola di Jaffna), ultimogenito di un padre convinto sostenitore della dottrina gandhiana della non violenza. In disaccordo con il padre, il giovane Vellupillai, studioso e sensibile alla condizione del suo popolo, si convinse che l’unica strategia da adottare per combattere l’emarginazione dei Tamil da parte della maggioranza cingalese era quella delle armi. Dopo aver fondato il movimento delle Tigri, nel 1975 venne accusato per l’omicidio del sindaco di Jaffna, il maggiore Alfred Duraiappah, colpevole secondo Prabhakaran di aver tradito la causa, ucciso all’ingresso di un tempio hindu. L’episodio, interpretato come rappresaglia ad un’azione della polizia contro un gruppo di manifestanti Tamil a Jaffna, legò il giovanissimo leader delle Tigri ad un’immagine sinistra di attentatore e assassino che lo avrebbe accompagnato per sempre. Negli anni successivi le Tigri ingrossarono le proprie fila fino a contare oltre 10mila guerriglieri. Molti dei quali pronti a morire perché convinti dalla retorica di Prabhakaran. Si dice che un kamikaze designato, la sera prima di compiere l’attentato, godesse dell’onore di cenare con lui nel suo rifugio nella giungla. E fu proprio una kamikaze Tamil, nel 1991, ad uccidere il leader politico indiano Rahjiv Gandhi, che da primo ministro, nel 1987, aveva inviato una forza di pace nello Sri Lanka per porre fine al conflitto esploso tra le Tigri e Colombo quattro anni prima. La giustizia indiana incriminò Prabhakaran condannandolo a morte e l’Interpol cominciò a dargli la caccia in tutto il mondo, mentre le Tigri vennero etichettate a livello internazionale come organizzazione terroristica. Dal canto suo Prabhakaran, in una rara conferenza stampa nel 2002, definì l’attentato a Rahjiv Gandhi “un tragico incidente”, rimarcando che lui continuava a battersi per i diritti dei Tamil e che era pronto a farlo fino alla morte. Ma la morte è venuta, dice il governo, e il leader che alla fine degli anni’90 controllava un terzo dello Sri Lanka non è riuscito a trasformare la forza militare delle Tigri nella base per uno stato autonomo dei Tamil nel nord del paese.


 su il manifesto


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La Romania dopo la caduta del muro: «Dal Comunismo al consumismo»

(Foto: per gentile concessione di Mihai Mircea Butcovan)

(Foto: per gentile concessione di Mihai Mircea Butcovan)

La Romania a venti anni dalla Rivoluzione che ha causato la fine del regime comunista. Intervista allo scrittore e poeta Mihai Mircea Butcovan, che dall'Italia guarda il suo Paese.

INTERVISTA

di maria cerino - Salerno

 

Mentre il Muro di Berlino si sgretolava, abbattuto, le macerie rotolavano verso Est. Impiegarono un mese ad arrivare in Romania per la Rivoluzione che ha travolto il regime. «Tu non lo sai/ io c’ero», chiude con questa dichiarazione il poeta e scrittore romeno Mihai Mircea Butcovan la sua Dicembre ’89. A distanza di vent’anni l’autore di Borgo farfalla e Allunaggio di un immigrato innamorato, dall’Italia, guarda a Bucarest e torna a parlare di ciò che accadde la notte della vigilia di Natale quando Nicolae Ceausescu venne fucilato. Delle attese, delle delusioni e della decisione di molti suoi connazionali rivoluzionari di farsi migranti. Intervista.

Quali emozioni ha provato mentre il muro di Berlino veniva abbattuto? Le immagini - se il regime le lasciava passare - le suggerivano quello che sarebbe successo di lì a poco anche in Romania e nel mese che ha diviso la caduta del muro alla fucilazione del 25 dicembre che aria si respirava nel suo Paese?

«Non potevamo apprendere notizie di questo genere, io, inoltre ero militare, quindi non potevo nemmeno ascoltare Radio Europa libera o Voice of America (le testimonianze dissidenti radiofoniche a cui ci sintonizzavamo di nascosto, a casa, e che dall’Occidente ci informavano anche su quanto il regime ci teneva nascosto). Ho saputo di quanto era successo in Europa a dicembre subito dopo la caduta del nostro dittatore».

Cosa è accaduto a Bucarest immediatamente dopo la Rivoluzione?

«Sa cosa canta Franco Battiato in una sua canzone? “L’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”. È successo che la Romania si è risvegliata dal bel sogno della rivoluzione e si è ritrovata in un incubo, è caduta in una crisi che sarebbe potuta essere di “mutazione” di coscienza invece è stata solo un modo per capire quanto tempo ancora sarebbe servito per uscire da diverse contraddizioni».

Che contraddizioni?

«La più importante: molti di coloro che hanno collaborato al regime di Ceausescu come spie, anche, si sono riciclati nei governi successivi dando un’impronta di vecchio tipo (e anche deformata) alla democrazia. Questo mi ha spinto, a ventidue anni, a lasciare il mio Paese».

È arrivato in Italia nel 1991, ha lasciato la sua terra come tanti altri romeni subito dopo la rivoluzione; avevate abbattuto un regime perché andare via dopo così poco? Non crede che ci sia una forte incoerenza nella vostra scelta?

«Lasciai la Romania per darmi l’opportunità di proseguire gli studi, la mia – come tante altre – era una famiglia uscita economicamente distrutta dall’89. Quando cadde il regime pensai che la Rivoluzione avrebbe cambiato la realtà immediatamente, cosa che non solo non è accaduta ma posso dire che l’apertura all’Occidente portò diversi mutamenti in negativo. A peggiorare tutto, oggi, c’è una classe dirigente che molto ha ereditato sia nella forma mentis che nel modus operandi dal regime e che tiene le generazioni di ventenni, successive alla mia, ancora sedute e in attesa di un ribaltamento effettivo».

L’ingresso nell’Unione europea non è servito a nulla?

«L’Ue è necessaria e utile ma ancora una volta un’opportunità colta solo parzialmente. In questo caso le responsabilità sono tanto della Romania quanto della stessa Unione. Il mio Paese dovrebbe pretendere (e anche monitorare meglio) il civile trattamento dei suoi migranti negli altri paesi della comunità anche perché le rimesse di chi è partito sono state, e sono ancora, il motore dell’economia rumena. D’altro canto l’Ue dovrebbe considerare, quando concede l’ingresso ad una nuova nazione, non solo l’allargamento territoriale ma anche quello culturale. Purtroppo, però, le campagne di conoscenza sono sempre tardive. In Italia si sa poco dei romeni – e ciò che si sa è spesso propaganda strumentale – e la maggioranza degli italiani ignorano del tutto che la Romania faccia parte dell’Unione europea: ci chiamano extracomunitari».

Come reagisce alla nostalgia che si diffonde tra i suoi connazionali e che li porta ad affermare «Era meglio con Ceausescu»?

«Prima della caduta del muro c’era una forte disparità sociale nel mio Paese e in più non c’era alcuna libertà d’espressione, il regime monitorava anche il pensiero. Dopo la Rivoluzione la disparità sociale è diventata ancora più forte e paradossalmente la Romania d’allora è risultata essere più garantista di quella odierna. Ceausescu diceva “Una casa e un lavoro per tutti”: l’istruzione era pubblica insieme alla sanità, cosa non più possibile dopo l’abbattimento della dittatura comunista. La mia prossima raccolta di poesie avrà il titolo “Dal comunismo al consumismo” e sintetizza quello che è accaduto negli ultimi vent’anni. C’era un’oligarchia politica a cui ha fatto seguito una economica che si sta arricchendo approfittando del libero mercato a discapito della collettività».

Cosa rimane, quindi, della rivoluzione del Dicembre ’89?

«Come per tutte le dittature, anche in Romania si è verificato quanto Trilussa ci descrive molto bene nel suo testo Nummeri:
“Il dittatore, come l'uno, cresce de potenza e de valore\ più so' li zeri che je vanno appresso” (Il dittatore, come l’uno, cresce di potenza e di valore\ quanti più sono gli zeri che lo seguono); allora, bisogna chiedersi che fine abbiano fatto gli zeri e se quella sia stata una rivoluzione o un colpo di stato facente parte di disegni e politiche internazionali rimaste ancora oscure"».

 

 

http://www.cafebabel.com/ita/article/29989/mircea-butcovan-interivsta-romania-caduta-muro.html


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TROVATO ACCORDO PER GOVERNO DI COALIZIONE




Il presidente deposto, Marc Ravalomanana, e l’ex-sindaco di Antananarivo, Andry Rajoelina, hanno raggiunto un accordo per la formazione di un governo di coalizione. Lo ha annunciato, dopo giorni di negoziati mediati da Onu, Unione Africana, Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe (Sadc) e Organizzazione internazionale della francofonia (Oif) tesi a risolvere la crisi istituzionale in corso da mesi, l’inviato speciale dell’Onu, Tiebile Drame. Le parti, ha aggiunto Drame, hanno concordato che i due uomini politici possano ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel paese entro 14 mesi dalla formazione del governo di coalizione ad interim.
[CO]

 

 

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=246810


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INTERVISTA: Timor Est, intervista esclusiva al presidente José Ramos-Horta
Mario de Queiroz

José Ramos-Horta
Foto: Jeffrey Kingston

DILI, (IPS) - A sette anni dall’indipendenza del paese, dopo cinque secoli di dominio straniero, Timor Est porta avanti con orgoglio il proprio cammino verso un nuovo futuro, nonostante il pesante fardello di una povertà endemica secolare.

Dopo 460 anni di colonialismo portoghese e un quarto di secolo di occupazione del potente vicino indonesiano, i sette anni di indipendenza non significano che “siano stati risolti i problemi della povertà estrema, eredità di secoli di storia”, dichiara il presidente di Timor Est, José Ramos-Horta.

Da quando il più lontano possedimento portoghese d’Oriente dichiarò la propria indipendenza il 28 novembre 1975, fino al suo riconoscimento internazionale il 20 maggio 2002, Ramos-Horta è stato una figura centrale della resistenza.

Strenuo difensore della causa del suo paese su tutti gli scenari mondiali dal 1975 al 1999, Ramos-Horta ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 1996, insieme all’arcivescovo cattolico di Dili, Carlos Felipe Ximenes Belo.

D: L’economia del suo paese, che ha un reddito di 600 dollari per abitante, si è sempre basata sul cacao, caffè, chiodi di garofano e noci di cocco, ma negli ultimi anni sono state scoperte vaste riserve di petrolio e gas naturale.

JRH: Nel campo economico, Timor Est è stato tra i paesi più attivi nel mondo nel 2008, con il 12,5% di crescita reale, non petrolifera. È ovvio che la crescita economica di per sé non significa che siano stati risolti i problemi della povertà estrema, che sono un’eredità storica.

Ma sottolineo che la nostra crescita economica del 2008 si è basata sull’agricoltura, che è migliorata grazie a piogge eccezionali e all’aumento della produzione di caffè.

D: Il petrolio ha un ruolo importante nel mettere fine, o almeno poter ridurre, la povertà estrema?

JHR: Sì, le entrate derivanti dal petrolio e dal gas naturale ci permettono di investire di più sulla popolazione povera, un principio che ho sempre difeso, per esempio attraverso cash transfer (trasferimenti di denaro contante) diretti di 20 dollari al mese, rivolti ai più anziani e ai più vulnerabili, ai veterani della guerra di resistenza, vedove, orfani e altre persone colpite dalla povertà.

Già nel 2007 abbiamo registrato una crescita economica dell’8%, pochi mesi dopo la crisi politica del 2006, che aveva provocato una contrazione dell’economia del paese sotto lo zero. Credo sia possibile continuare ad avere una crescita dell’ordine del 10% nel 2009.

D: Gli aiuti alla popolazione più povera si traducono inevitabilmente in un incremento della spesa pubblica…

JRH: In questa fase del nostro sviluppo è fondamentale sostenere le persone più vulnerabili, ma in effetti nel 2010 dovremo essere più prudenti con la spesa pubblica.

D: Dopo la crisi del 2006 si crea un clima da quasi guerra civile, per il clima di irriconciliabilità tra l’allora presidente Gusmão e il primo ministro Mari Alkatiri, che alla fine si dimise. In quel momento, lei apparve come l’unica persona ad avere consensi. Dopo tre anni, crede di aver raggiunto la stabilità?

JRH: Sul piano politico, il governo dell’Alleanza della maggioranza parlamentare (AMP) formata da cinque partiti e guidata dal primo ministro Xanana Gusmão, che ad agosto avrà concluso due anni di mandato, si è rivelato piuttosto solido, nonostante la coalizione molto ampia e difforme, da sempre di difficile gestione.

Il Fretilin (Fronte rivoluzionario di Timor Est indipendente, presieduto da Alkatiri), ha rappresentato un’opposizione forte, agguerrita, che non ha mai dato tregua all’AMP.

Il primo ministro ha elogiato il ruolo del Fretilin, che è vitale per la nostra democrazia e cruciale per controllare l’azione del governo, per impedire gli eccessi.

D: E quanto alla sicurezza?

JRH: Su questo aspetto, Timor Est è in pace. C’è molta tranquillità per le strade e nei quartieri di tutti i distretti. Cito ad esempio alcuni dati delle Nazioni Unite: in termini di indice di criminalità, nel 2008 il paese ha registrato 169 casi di aggressione non grave ogni 100mila persone, mentre la media mondiale è stata di 250.

Sono percentuali molto più alte di quelle registrate negli Stati Uniti, con 795 casi, e in Australia, con 796. Lo scorso anno si sono registrati tre omicidi ogni 100mila abitanti, contro i sei negli Stati Uniti.

D: Timor Est ha subito per 24 anni l’occupazione dell’Indonesia, che è stata poi costretta da una forza militare internazionale a ritirarsi nell’agosto del 1999. L’Australia ha sempre appoggiato l’invasione, e il Portogallo per 460 anni ha colonizzato il suo paese, ma senza favorirne lo sviluppo. Come sono oggi le relazioni con questi tre paesi?

JHR: Le nostre relazioni con l’Indonesia sono esemplari. Non potevano essere migliori. Anche con l’Australia sono eccellenti. Con i nostri due vicini, che certamente sono diversi ma entrambi potenti, siamo riusciti a portare avanti ottime relazioni basate su una politica realistica, pragmatica, cercando sempre di consolidare i nostri interessi nazionali.

Il Portogallo è un capitolo a parte. Sono relazioni speciali basate su secoli di storia, ma anche sugli 30 anni, durante i quali il paese iberico è stata la nazione che ci ha sostenuto di più, e oggi è ancora uno dei nostri migliori amici.

D: Sono passati ormai più di due anni dall’attentato contro la sua vita, l’11 febbraio del 2008. Il fatto di essere sopravvissuto ha aumentato la sua nota religiosità?

JHR: Sono sopravvissuto all’attentato perché Dio ha voluto che io vivessi per continuare a servire il nostro popolo sofferente. Le cicatrici fisiche sono ancora visibili, ma non provo nessun rancore verso chi ha voluto farmi del male.

Potrei parafrasare Cristo morente sulla croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1446
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Stati Uniti: Arturo Valenzuela nuovo responsabile per le relazioni con l’America Latina

Valenzuela sostituisce Thomas Shannon, che ha occupato questa posizione per diverso tempo nel corso dell’amministrazione Bush.

Il 12 maggio il Presidente degli USA, Barack Obama, ha inserito un altro tassello nella ricomposizione delle relazioni emisferiche, nominando Arturo Valenzuela come responsabile del Dipartimento di Stato per le relazioni con l’America Latina. Valenzuela sostituisce Thomas Shannon, che ha occupato questa posizione per diverso tempo nel corso dell’amministrazione Bush.

Arturo Valenzuela è cileno di nascita e ha compiuto una carriera di rango accademico negli Stati Uniti. Attualmente è il direttore del Centro di Studi Latinoamericani dell’Università di Georgetown e in passato ha già ricoperto la carica di delegato per l’America Latina in seno al NSC (National Security Council) nel corso della Presidenza Clinton. Grande conoscitore della regione, l’esperienza di Valenzuela è più profonda per quanto riguarda la zona del Cono Sur (Cile e area del Mercosur) e Cuba. Inoltre, l’amicizia personale con José Miguel Insulza, attuale presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani, e con la presidentessa cilena Michelle Bachelet, potrebbe essere uno strumento in più a favore degli USA per garantire un rilancio delle relazioni con l’America Latina. L’approccio di Valenzuela è infatti contrario a politiche volte a sviluppare ingerenze dirette nelle questioni interne agli Stati latinoamericani. Valenzuela dovrà affrontare due nodi principali, in parte legati tra loro: la questione cubana e la relazione tesa con il Venezuela. Barack Obama ha dichiarato di voler procedere verso un progressivo “disgelo” dei rapporti con L’Avana, effettuando già un passo concreto attraverso la limitazione di alcune sanzioni imposte all’isola caraibica prima del Summit delle Americhe di un mese fa. Per quanto riguarda i rapporti con Caracas, c’è la volontà da parte di Washington di intavolare un confronto basato sul dialogo con Hugo Chávez, anche se per il momento oltre a gesti simbolici ed episodi basati sulla retorica non si sono verificati progressi concreti.

La nomina di Valenzuela non rappresenta esattamente una rottura con il passato ma si inserisce nella politica sostanzialmente prudente adottata da Obama in questi primi mesi di Governo: il leader della Casa Bianca ha infatti inserito nel suo staff, non solo per la politica estera, figure che hanno già operato durante le presidenze Clinton e Bush. Le previsioni per il medio periodo sono di una parziale ripresa dei rapporti emisferici, nel solco di quanto già iniziato negli ultimi anni dell’amministrazione Bush (approfondimento delle relazioni con i partner più importanti e “amici”, come Brasile, Messico e Cile). La normalizzazione dei rapporti con Venezuela e Cuba sarà strategica per proteggere la regione da influenze di potenze esterne, come Russia, Cina e Iran, che in questo periodo stanno cominciando ad approfittare del vuoto di potere lasciato negli scorsi anni da Washington.

Davide Tentori

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=35816


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L'Acnur chiede una strategia europea per i rifugiati
Lucia Alessi

L'Alto commissario Onu per i rifugiati Antonio Guterres chiede alla Commissione europea una strategia congiunta per garantire il diritto d'asilo ed evitare discriminazioni nazionali. Dopo le polemiche e i respingimenti collettivi, la Libia prepara una legge per i rifugiati.

Dopo le polemiche degli ultimi giorni, che hanno visto l’Italia rivolgere duri attacchi all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite [Acnur], il commissario Onu Antonio Guterres passa ai fatti. Rivolgendosi proprio al vice-presidente della Commissione europea con delega alla giustizia Jaques Barrot, lo stesso che nei giorni scorsi aveva dichiarato che «i respingimenti di clandestini trovati nelle acque internazionali sono fatti usuali», Guterres ha chiesto un incontro tra i rappresentanti dei governi d’Italia, Malta e Libia e gli organi internazionali competenti per stabilire strategie comuni in tema di respingimenti e diritto d’asilo. Il riferimento è chiaro: dopo la grande preoccupazione dei giorni scorsi, condivisa da gran parte della comunità internazionale, per i respingimenti collettivi attuati dall’Italia – contrari alle direttive europee in materia e alla Convenzione di Ginevra – l’Acnur ritiene fondamentale elaborare «una strategia congiunta mirata a trovare una soluzione più soddisfacente alla migrazione irregolare nel mar Mediterraneo», riconoscendo le difficoltà particolari dell’Italia e di altri stati Ue [Spagna e Grecia soprattutto], dovuta a una forte pressione migratoria irregolare.
Al tempo stesso l’Acnur esprime preoccupazione per il rispetto dei principi fondamentali che dovrebbero guidare la risposta ai flussi migratori. «In linea con la Dichiarazione universale dei diritti umani – si legge nel comunicato – la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce il diritto di chiedere asilo in caso di persecuzione e stabilisce che il principio di diritto consuetudinario internazionale del non-respingimento esclude il ritorno a situazioni dove la vita o la libertà dell’individuo siano messe a repentaglio». Guterres sottolinea inoltre che la concessione dell’asilo resta una responsabilità dei singoli stati e che l’attività dell’Acnur non può in alcun modo sostituirsi a questa responsabilità.
Tra i respingimenti italiani e il diritto d’asilo di fatto negato in Grecia, l’Ue rivela tutta la sua difficoltà nel gestire in maniera omogenea, ma soprattutto rispettosa dei diritti fondamentali, i flussi migratori, il diritto d’asilo e la lotta al traffico di esseri umani che interessano il vecchio continente. Proprio oggi la notizia di 45 profughi iracheni, per la maggior parte curdi, espulsi il 12 febbraio scorso dalla Svezia e rispediti a Baghdad [secondo un accordo tra i due paesi] che hanno accusato la polizia svedese di maltrattamenti, con droghe, ammanettamenti e percosse. Un dato quanto mai preoccupante poichè la Svezia è uno dei pochi «stati modello» nel panorama europeo del riconoscimento del diritto d’asilo. Il ministro svedese per l’immigrazione Tobias Lennart Billstrom, pur dicendosi scettico, ha dichiarato che sul caso verrà aperta un’indagine. Nonostante il governo di Stoccolma abbia introdotto un indennizzo compreso tra i 3 mila e i 7 mila euro per i «rimpatri volontari» in Iraq, il numero dei richiedenti asilo presenti sul territorio è in continuo aumento. Dati in crescita anche per l’Italia, secondo il rapporto sull’immigrazione nella penisola che verrà presentato oggi dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e politiche sociali [Irpps] del Cnr, nell’ambito del progetto europeo Mediterranean and eastern european countries as new immigration destinations in the European Union [Idea]. Secondo lo studio, l’immigrazione in Italia è più che decuplicata rispetto agli anni ’90, nonostante i molti tentativi dei governi di limitare gli ingressi. «Nel 1991 – spiega Corrado Bonifazi, responsabile della sezione di ricerca mobilità e territorio Irpps – si contavano sul suolo italiano 356 mila residenti stranieri, circa lo 0,6 per cento della popolazione totale. Oggi, nel 2009, gli stranieri sono stimati in circa 3,9 milioni, pari al 6,5 per cento della popolazione». Dato in difetto se confrontato con quelli dell’Ismu [Iniziative e studi sulla multietnicità] che conta 4 milioni e 328 mila stranieri residenti. Un incremento dovuto, secondo il rapporto, ai bassi tassi di disoccupazione di alcune regioni italiane e alla consistente economia sommersa, stimata tra il 15 e il 20 per cento del Pil, ma anche all’alto «livello di reddito – continua Bonifazi – il basso livello di mobilità interna tra il Mezzogiorno e il Centro-nord e a un sistema di welfare insufficiente per un paese con quasi 12 milioni di persone oltre i 65 anni, di cui 2,3 milioni con qualche forma di disabilità».
La Libia, intanto, ansiosa di non lasciarsi sfuggire l’opportunità di sostituire il «business della tratta» con il «business dei respingimenti» e migliorare nel frattempo l’immagine internazionale della dittatura di Gheddafi, esamina la possibilità di sottoscrivere il trattato di Ginevra 1951, dotandosi nel frattempo di una legge sul diritto d’asilo, scritta con la collaborazione dell’Acnur. La legge, in gestazione da due anni, sarebbe ormai in dirittura d’arrivo.http://www.carta.org/campagne/migranti/diritto+di+asilo/17538


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Un po' presto, ma...

2012 President - General Election
Obama 53, Gingrich 36
Obama 52, Huckabee 39
Obama 56, Palin 37
Obama 53, Romney 35

PPP, in un sondaggio demograficamente favorevole ai repubblicani, non lascia speranze agli oppositori di Obama, il cui tasso di approvazione è rilevato al 55%, 9 punti meno rispetto a Gallup, storicamente più affidabile. L'elettorato del 2008, rispetto al campione dell'indagine, era più giovane, meno bianco e più progressista. Auguri con i Tea-parties e l'antidarwinismo. http://andreamollica.blogspot.com/

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maggio 23 2009

I nomi e i cognomi (WRSA anche quando non ci va, SYDHT)

Addirittura
Noto con pacere che chi scrive in Spazio Azzurro mette il propio nome o addirittura anche il cognome vero falso che sia ma da' sempre un senso di responsabilità .

Plurali
Gandus singolare di Gandi - Mills plurale o genitivo sassone di Mill - qui qualcuno fa l'indiano e moltiplica le sentenze, pago uno e prendi due. COMPLIMENTI

Pentito
Sisma, all'Aquila 70.000 residenti ma 100.000 richieste di indennizzo. Mi sono già pentito di aver fatto la mia solidarietà economica.

Improperie
PRODI EVITI DI INTERVENIRE NON HA CARTE PER DIRE CERTE IMPROPERIE CASO MAI ERA LUI CHE MINACCIAVA L'ITALIA DALLA DEMOCRAZIA E LIBERTà INFIERENDO DELLE LEGGI INCOSTITU

Ossia
Per essere informato ascolto tutti....ad ascoltare Santoro e Travaglio non ce la faccio: NON SONO UN COPROFAGO (ossia un mangiatore di sterco)

Al pazzesco
Siamo al pazzesco..ho sentito un giudice dire che fare l'elemosina è offensivo a chi la si fa'.perchè offende la dignità della persona.

Avanti
IL FATTO E' CHE GLI ITALIANI SONO AVANTI DI UN MILLENNIO RISPETTO A CHI SI PROPONE DI GOVERNARLI.FORSE DOVREMMO CANDIDARE TUTTI GLI ITALIANI,INDISTINTAMENTE E SEMPRE.

In cui
STIPENDI DI QUALSIASI ENTE PUBBLICO E PRIVATO DELLO STATO E OPERATORE PER ESSO IN CUI QUELLO DEL MASSIMO DIRIGENTE NON SUPERI DI TRE VOLTE QUELLO DI ULTIMO DIPENDENTE.

Disfescium
NON VOGLIAMO LA RIESUMAZIONE DI FRODI E LADRONI RIMANGA NEI SUOI LOCULI HA GIà CONTRIBUITO AL DISFESCIUM E AL TSUNAMI DEGLI ITALIANI DOPO IL TREMENDO TERREMOTO DELL'A

Cervelli
in Italia vogliono che i cervelli restano a casa ma quando ne scoprono uno le sono tutti contro politicamente cercando di distruggerlo in questo modo è meglio fuori
http://mirumir.blogspot.com/

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il manifesto
Emergenza democratica
di Gaetano Azzariti

La cultura costituzionale del nostro paese è sotto attacco. Ormai non possiamo più far finta di non vedere che si tratta di un aggressione che mira direttamente alle fondamenta del nostro vivere civile. Non è solo la «naturale» tendenza dei potenti a sfuggire alle regole del diritto e ai limiti che la divisione dei poteri gli impone; si tratta di qualcosa di diverso e più sottilmente distruttivo. E' una visione del mondo che tenta di affermarsi in Italia e per far questo deve sconfiggere il sistema istituzionale definito in Costituzione.

Chiarissimi sono anche i modelli a confronto: da un lato - sotto assedio - quello proprio delle democrazie costituzionali occidentali. Dall'altro - promosso, idealizzato e immedesimato organicamente dal nostro Presidente del Consiglio - quello industriale. La cultura «del fare» che di democratico non può avere nulla, poiché non pensa che a produrre risultati, non certo a governare il demos.

Ieri lo scontro tra culture si è materializzato nel modo più plastico ed evidente. In nessun paese democratico si sarebbe potuto immaginare di potere udire un esponente politico pronunciare la seguente frase: «Avete un governo che per la prima volta è retto da un imprenditore e da una squadra di ministri che sembrano membri di un Cda per la loro efficienza. Dobbiamo però fare i conti con una legislazione da ammodernare perché il premier non ha praticamente nessun potere e dovremo arrivare a un disegno di legge d'iniziativa popolare perché non si può chiedere ai capponi e ai tacchini di anticipare il Natale». C'è tutto il conflitto in atto in questa frase che esprime il vanto per un governo che anziché rispondere al Parlamento si arroga il diritto di fare, perseguendo interessi di natura imprenditoriale, rivendicando una legittimazione esclusivamente di natura populista. Ma ciò che appare terribilmente inquietante è l'indicazione del nemico: l'organo della rappresentanza popolare, da abbattere poiché ostacola l'affermarsi del nuovo «sovrano-imprenditore». Il nemico è dunque la democrazia per come c'è stata tramandata dal costituzionalismo moderno.

Troppo spesso si sono sottovalutate le affermazioni allegre e poco meditate del Cavaliere, le cui «battute» sono diventate una sua personale strategia politica e della «smentita» ha fatto un'arte di governo. In questo caso non è così. L'attacco alla democrazia costituzionale esprime il più profondo senso del berlusconismo. Lo dimostra la conseguenza che egli stesso trae dall'analisi di un Parlamento da «accapponare». Berlusconi rivendica a se tutti i poteri che la costituzione affida al Parlamento. Per far vincere la cultura dell'impresa e definitivamente sconfiggere la democrazia costituzionale. Credo sia venuto il tempo di dichiarare l'emergenza. Ci fu un tempo in cui di fronte alle pretese eversive del sovrano un Parlamento seppe reagire, scelse un nuovo governante e affermò la democrazia costituzionale: correva l'anno 1689. Quella rivoluzione fu «gloriosa». A noi che rimane?

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Berlusconi senza lifting, senza trucco, senza tinta: una cosa impossibile

Questo sarebbe il vero volto di Berlusconi, secondo la ricostruzione degli esperti antropologi e informatici dell'Istituto Superiore di Ricerca Antropologico-berlusconiana, diretto dal Prof. Liso Mastoide.
Nessuno aveva mai visto questo vero volto, neppure Silvio stesso. Ora egli sa come sarebbe senza le sue maschere e senza i suoi trucchi.
Il problema è che Silvio non potrebbe esistere senza le sue maschere! Quest'immagine è perciò un ossimoro, un paradosso, un assurdo: rappresenta ciò che Berlusconi non potrebbe mai essere, anche se lo è! Bisognerebbe scavare troppo in fondo per trovarlo veramente e non si sa neppure se quest'impresa riuscirebbe. Però ci concediamo un briciolo di fiducia e di speranza... allora archivieremo questo post con l'etichetta 'realismo'.http://italianimbecilli.blogspot.com/

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Assai più viscido di un prete

 

Fra l’annuncio di andare di persona in Parlamento a spiegare come stanno davvero le cose riguardo al caso Mills e il farlo fare in sua vece dall’avvocato Nicolò Ghedini a Porta a porta, ci sta un editoriale di Giuliano Ferrara: “Ce n’è abbastanza per digrignare i denti, ma […] è in momenti come questi che un leader e un presidente del Consiglio senza antagonisti naturali né in casa né fuori, ma con parecchi nemici esterni e interiori da domare, è chiamato a scegliere se incendiare l’ostacolo o affrontarlo con la calma determinazione di chi attraversa un lago ghiacciato” (Il Foglio, 20.5.2009).
Gianni Baget Bozzo avrebbe consigliato egualmente ma con più eleganza. Far presente al Principe che non ha “antagonisti […] in casa” è la promessa che Veronica Lario può star fresca se si aspetta un aiutino da Il Foglio nelle sue future preoccupazioni; fargli cenno dei suoi “nemici […] interiori” è un dolce rimprovero per tutte le volte che ha fatto di testa sua, contro i consigli de Il Foglio, e un cupo monito. Assai più viscido di un prete. http://malvino.ilcannocchiale.it/


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Date a Jacopo quel ch’è di Jacopo

Grazie a Jacopo De Antoni il lettore di questo blog che ha per primo ha scovato e ha segnalato la cosa qui sotto, che è stata poi ripresa da metà della Rete italiana.

Va beh: sarebbe piaciuto che nel riprenderla anche gli altri siti e giornali on line l’avessero citato, com’era giusto che fosse e come hanno fatto questo blog e L’espresso on line. Tra l’altro, è un piccolo (ennesimo) episodio di buon funzionamento di crowdsourcing e di user generated content, con un lettore di blog che trova una cosa interessante, la segnala in un commento a un blog e da lì la notizia tracima sui mainstream media.

Insomma, diamo a Jacopo quel ch’è di Jacopo.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/05/22/date-a-jacopo-quel-che-di-jacopo/#more-2577


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Silvio, le ville, gli sfollati




Immagine di gavaveneziaRicorderete di sicuro il 10 aprile scorso, funerali a L’Aquila delle 300 vittime del terremoto, quando il Cavaliere, molto turbato dalle circostanze, annunciò alle telecamere di tutti i telegiornali e ai taccuini: “Metterò a disposizione le mie case per aiutare gli sfollati”.  

Lacrimava quel giorno. Una toccante cronaca di allora lo racconta così: “Ha vinto la commozione. Dopo aver portato conforto alle vittime che piangevano sulle bare, Berlusconi non ha trattenuto le lacrime. Ha assistito alla cerimonia non tra le autorità, ma tra i parenti e la gente comune". Come piace a lui. Successivamente si è fatto largo, continuando a stringere mani e a confortare il dolore di tutti. “Un dolore lancinante e lacerante”, lo ha definito parlando davanti ai microfoni di Panorama del Giorno, la bella trasmissione di Canale 5 che lo seguiva nel suo viaggio dentro il dolore. E ha poi aggiunto: “Già molte persone hanno offerto le proprie case agli sfollati del terremoto e anch’io farò quello che potrò offrendo delle mie case”.

Ha detto proprio cosi’: “… delle mie case”, nel senso di molte case. Quante? Mezza dozzina, una dozzina, non era il momento della contabilità quello, ma della commozione e poi delle franche decisioni, come piace a lui, uomo del fare.

Ora quelle molte case per ospitare gli sfollati deve averle esaurite. E con le case, le stanze. E con le stanze pure i bagni che nella sola Sardegna dovrebbero essere secondo una memorabile contabilità annotata qualche anno fa dall’indimenticabile Luigi Pintor, in numero di 35, cinque per ognuna delle sue sette ville.

Deve averle così riempite di sfollati (le ville) che non ha più un posto libero da qui all’arcipelago delle Bermuda. E l’altro giorno, per rimediare, si è spinto fino a Taormina per comprarne una nuova. Si tratterebbe di villa Mufarbi, sul pittoresco golfo di Taormina. Costa quasi niente, 5 o 6 milioni, dicono. Ma in compenso contiene una cinquantina di ampie stanze, bagni a sufficienza, e pure un grande parco per aggiungere (eventualmente) tende e roulotte. Comprensibile attesa a L’Aquila per la nuova lista dei fortunati ospiti.
(Immagine di gavavenezia)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

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Chi cospira per azzoppare l’anatra Silvio?
IL COMPLOTTO DI OBAMA
L’Italia, crocevia di tutti i complotti internazionali. All’epoca della “guerra fredda” era uno dei topoi della sinistra nostrana che scorgeva puntualmente lo zampino di qualche agenzia o potenza estera – Cia, Kgb, Mossad, la Libia – dietro certi tornanti opachi della tortuosa vicenda italiana.
Già, su un pianeta spaccato come una mela, che pullulava di 007 d’ogni risma, tutto era possibile, tutto era verosimile. E talvolta vero. Il mondo – il mondo italiano – oggi sembra capovolto rispetto a quello d’allora: a strillare alle trame dello straniero contro il Bel Paese sono i berluscones. Sì, loro. E l’obiettivo non sono solo i soliti corrispondenti stranieri che si crogiolano nella dolce vita di Roma facendo a gara chi denigra di più l’Italia (Berlusconi). Ma il bello di questo mondo alla rovescia è che è l’America, anzi il presidente Obama stesso, a intorbidare le acque tricolori. Nel tentativo, niente di meno, di far fuori re Silvio.
La sua è una cospirazione progressista in piena regola. In combutta con Gorbaciov (ricevuto due mesi fa alla Casa Bianca), l’erede di Bush si starebbe infatti adoperando per far saltare l’asse Berlusconi-Putin, il perno intorno a cui ruota la politica internazionale berlusconiana (cioè gli affari suoi): un’intesa “europea”, la loro, in contrasto e in competizione con i tentativi del presidente Medvedev di dialogare con Obama e, in sintonia col presidente americano, di proiettare la potenza russa più verso Oriente – la Cina – che verso la Vecchia Europa. Tra il farneticante e lo squinternato, quest’analisi campeggiava sulla prima di Libero di giovedì, con il solito titolo a tutta pagina: «Obama come Giuda».
È possibile leggere tra le righe e trovarvi indizi di qualcosa di meno delirante? Un aiuto ci è venuto ieri dal più “autorevole” Corsera. Il “retroscenista” Francesco Verderami, narrando quella che la cerchia ristretta berlusconiana considera una manovra, con diversi protagonisti, tesa a fare del Cavaliere un’“anatra zoppa”, parla di «lobby internazionali», insieme alla solita magistratura e a settori della finanza italiana. Perché dovrebbero avercela con lui, non è chiaro. E chi siano, più precisamente, questi ambienti internazionali, è ancora meno chiaro. Ma sembra di capire che non si tratti di pura paranoia.
A chi pensa Berlusconi? Più volte s’è detto, da parte dei suoi esegeti, che, essendo l’Italia un “giocatore” di serie B nell’arena mondiale, il Cavaliere pensa di compensare questo gap con una diplomazia dalla forte impronta personale. Pacche sulle spalle e inviti in Sardegna. Galanterie alle signore ed eccentricità. Ma non solo.
Ai tempi di Bush, con Aznar, aveva costruito una piccola rete amicale che in effetti sembrava funzionare, seppure al servizio di cause assai discutibili, ma della quale era uno dei protagonisti.
E con questo network alle spalle, aveva anche messo su un solido rapporto con Vladimir Putin. Di quel sistema di amicizie resta solo quella con Putin, nel frattempo degradato a numero due del Cremlino, sebbene ancora dotato di notevole potere, almeno quello di contrastare Medvedev.
E con Washington? Finora gli è riuscita solo la goliardata di farsi fotografare insieme a Obama e Medvedev nella photo opportunity alla fine del G20 londinese. Dacché Obama si è insediato alla Casa Bianca, che si sappia, c’è stata una sola telefonata, implorata agli strateghi della Casa Bianca dal fido ambasciatore Gianni Castalleneta, giunta in coda a quelle con gli altri grandi della terra. Niente altro. Non un incontro. Nessuna accoglienza alla Casa Bianca. Anzi, il tanto strombazzato invito a Washington, dopo diversi slittamenti, si tradurrà in qualcosa di concreto, forse, solo una decina di giorni prima del vertice del G8 in Italia. Che il premier italiano sia snobbato può anche essere una scortesia, ma diventa un fatto politico se si trova a rivestire il ruolo di presidente di turno del G8. Per giunta, seppure a un livello inferiore, la cancellazione all’ultimo istante della visita di Frattini a Teheran è anche da legare al disappunto americano per il ruolo intrapreso dall’Italia nella regione che Washington – Hillary Clinton, in particolare – intende gestire rigorosamente in prima persona, Senza fare troppe dietrologie, s’intuisce facilmente che il rapporto privilegiato con Vladimir Putin, privo oggi di contrappesi, quello americano in particolare, e pesantemente connotato da interessi personali, espone fortemente Berlusconi e fa storcere più di un naso a Washington e nelle altre capitali. Se su Noemi, all’estero, sghignazzano, sulla commistione affari-politica sono terribilmente seri. http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/110632/chi_cospira_per_azzoppare_lanatra_silvio

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Green economy per uscire dalla crisi
La green economy deve favorire la fuoriuscita dalla crisi, ma soprattutto contribuire al riorientamento strategico di alcuni settori industriali e alla nascita di start-up in grado di competere in un contesto in rapido mutamento. L’esempio dell’auto negli Usa. L’editoriale di Gianni Silvestrini.

Quali sono gli elementi di forza della “green economy” nell’attuale fase di crisi e di transizione?
Una prima caratteristica strategica riguarda l’aiuto alla trasformazione delle economie e la capacità di rendere meno traumatico il passaggio al contesto che verrà imposto nei prossimi decenni dai vincoli energetico-ambientali.
Prendiamo il caso dell’auto negli Usa. Era evidente che i modelli che continuavano ad essere sfornati erano poco competitivi, tanto che i rivali giapponesi avevano progressivamente eroso importanti quote di mercato. L’attuale crisi economica ha estremizzato le difficoltà e al contempo ha offerto una soluzione. L’amministrazione Obama ha infatti condizionato l’erogazione di aiuti federali ad una inversione delle scelte strategiche delle major automobilistiche.

Green economy e occupazione
Molti studi hanno dimostrato che investimenti nel campo dell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili comportano ricadute occupazionali superiori rispetto ad investimenti in settori energetici convenzionali. E già questo è un buon argomento per lanciare piani incisivi, come quello programmato negli Usa, per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici pubblici.
Per restare in Italia, una misura come quella delle detrazioni fiscali del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici rappresenta uno strumento che, con costi limitati per lo Stato grazie all’emersione del sommerso e all’incremento del gettito fiscale, è in grado di dare un impulso all’economia e consente di ridurre le importazioni energetiche.
Si può però fare di più. L’Enea ha recentemente valutato l’impatto di un incisivo programma di riqualificazione dell’edilizia pubblica, evidenziando i vantaggi di una manovra di questa ampiezza. Infatti, a fronte di una spesa di 8,2 miliardi di euro, si avrebbe una crescita della produzione attivata di 19 miliardi di euro, un incremento complessivo del Pil nell’ordine dello 0,6 punti percentuali in un anno e un incremento della domanda di lavoro di circa 150.000 unità.

La green economy apre al futuro
Ma c’è una ragione più di fondo che motiva l’accelerazione nei confronti delle tecnologie verdi. Le prospettive sul medio e lungo periodo saranno infatti condizionate da alti prezzi dell’energia, come ci ricorda la IEA, e dalla necessità di ridurre drasticamente le emissioni climalteranti. E’ evidente che si profila una forte richiesta di nuove tecnologie e l’apertura di interessanti mercati. L’Amministrazione statunitense con il suo pacchetto “green” gioca in qualche modo d’anticipo accelerando la conversione di alcuni comparti e favorendo la creazione di nuovi settori per posizionarsi in maniera efficace nel futuro contesto di economie a basso contenuto di carbonio.
L’operazione Chrysler-Fiat in questo senso è emblematica di un cambio di pelle impensabile fino a poco tempo fa. Il caso dell’auto Usa indica la possibilità della trasformazione di un modello sociale, organizzativo e mentale, prima ancora che tecnologico. I veicoli efficienti, di dimensioni inferiori erano già in circolazione, ma non venivano considerati adatti dalle grandi case automobilistiche. La bancarotta all’orizzonte e un sostegno governativo condizionato ad una conversione “verde”, hanno determinato le condizioni per una rinnovata competitività di questo strategico comparto.

Nell’attuale delicata fase di crisi, i governi dovrebbero quindi calibrare con attenzione gli interventi in modo da facilitare la ripresa economica e al contempo attrezzarsi nei confronti delle sfide che verranno sul fronte energetico, non appena ripartirà la corsa dell’oro nero, e sul fronte climatico con gli obblighi al 2020.
Il nostro paese ha in passato sottovalutato le opportunità che derivavano dagli impegni di Kyoto, muovendosi in ritardo, mentre paesi come la Germania coglievano l’occasione creando interi nuovi comparti industriali, come nel caso delle rinnovabili che occupano 280.000 addetti. Adesso, con le trattative per il post-Kyoto, siamo entrati in un’altra fase delicata che delinea ancora maggiori spazi di intervento. La rapidità con cui negli ultimi due anni abbiamo recuperato un ruolo nelle rinnovabili e gli investimenti in atto nella produzione di tecnologie solari fanno ben sperare sulla capacità di riuscire a reinserirci nella grande partita.
La green economy non è una formula magica. Per essere vincente deve riuscire a favorire la fuoriuscita dalla crisi, ma soprattutto deve contribuire al riorientamento strategico di alcuni settori industriali e alla nascita di start-up in grado di competere in un contesto in rapido mutamento.

Gianni Silvestrini
http://qualenergia.it/view.php?id=61&contenuto=Editoriale


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Ban Ki-Moon atteso in Sri Lanka


In Sri Lanka è atteso nelle prossime ore il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. Il ministro della difesa, Gotabhaya Rajapakse – fratello del presidente – ha reso noto il bilancio ufficiale dei morti e feriti dell’esercito srilankese per l’offensiva lanciata nel 2006 contro i separatisti tamil: 6261 militari sono stati uccisi e 23790 feriti, mentre non c’è un bilancio ufficale delle vittime tra le tigri tamil. Rajapakse ha detto inoltre che 23.790 soldati, uomini e donne, sono rimasti uccisi dal 1981. Secondo un portavoce dell’esercito, solo nell’ultimo mese, sarebbero stati uccisi almeno 15 mila combattenti del Ltte. A novembre, l’Ltte aveva dichiarato di aver perso 22 mila uomini e donne dal 1982.
Il 18 maggio, Colombo ha proclamato la sua vittoria sui separatisti tamil e la fine di una guerra che ha provocato tra 80 mila e 100 mila morti in 27 anni, secondo le cifre delle Nazioni Unite rese note mercoledì.
Intanto l’India ha stanziato 5 milioni di rupi [100 milioni di dollari] per aiutare il vicino Sri Lanka. Oltre ai fondi, il paese ha inviato squadre mediche per aiutare i civili sfollati, materiale sanitario ed esperti minatori incaricati di sminare le zone che erano controllate dalle tigri tamil.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17549

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Offensiva dell'esercito nigeriano contro il Mend, migliaia di sfollati
www.misna.org


Sono state almeno 5 mila le persone costrette a fuggire dalle loro abitazioni e circa 20 mila quelle colpite in vario modo dall’offensiva dell’esercito nigeriano contro il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger [Mend], principale gruppo armato nella regione meridionale ricca di petrolio. Mentre i portavoce dell’esercito e dei ribelli del Mend si accusano l’uno con l’altro di diffondere informazioni false e tendenziose a proposito dello svolgimento dei combattimenti, le associazioni per i diritti delle popolazioni del Delta denunciano le conseguenze degli scontri sui civili indifesi, affermando che i militari hanno incendiato numerosi villaggi della comunità Ijaw e bombardato «in modo sconsiderato e irresponsabile donne, bambini, anziani indifesi e persone troppo malate per poter fuggire».
L’esercito ha annunciato oggi che 12 soldati sono dati per dispersi durante l’offensiva volta a catturare i principali esponenti dei gruppi armati del Delta.
Per affrontare l’esercito, i diversi gruppi ribelli della regione hanno formato un Consiglio congiunto rivoluzionario [Jrc], che ha chiesto le immediate dimissioni del presidente Umaru Yar’Adua e del suo vice Jonathan Goodluck, ritenuti tra i principali responsabili delle vittime civili. In un comunicato diffuso alle agenzie, il Jrc – che comprende, oltre al Mend, le Brigate dei martiri del Delta e la Forza volontaria popolare del Delta del Niger [Ndpvf] – ha annunciato che qualsiasi ulteriore azione militare contro la popolazione del Delta sarà seguita da una rappresaglia contro le famiglie dei soldati. All’offensiva dell’esercito, cominciata la settimana scorsa, è seguita la dichiarazione da parte del Mend di una «guerra totale» contro il governo federale e le multinazionali che operano nella regione e la richiesta di una più equa distribuzione dei profitti petroliferi.

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IL NOSTRO INVIATO AL BILDERBERG: TEMETE LA MIA PENNA

 

CHARLIE SKELTON
guardian.co.uk/

Charlie Skelton riflette sull’efficacia o meno, della sua relazione sulla riunione annuale segreta dell’élite globale

Non si riesce proprio a riconoscere la faccia del delegato del Bilderberg sugli sci d’acqua, ma sono sicuro dalla sua forma fisica che non si tratta certo di Ken Clarke. Sarà il vice segretario di stato USA James Steinberg? No, Steinberg preferisce una corda più corta. “L’anno prossimo mi porto un obiettivo più grande”, dice Paul Dordeanu, il giovane rumeno cacciatore del Bilderberg che ha scattato la foto.

Me ne fa vedere un’altra: un’istantanea a lungo raggio di due felici globalisti in un salvagente gonfiabile e Speedos, che scivolano dietro un motoscafo. Se l’immagine fosse stata appena un po’ più a fuoco avremmo potuto vedere Peter Mandelson farsi una chiacchierata con Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea. “Allora come vendiamo … splash! …. oooh!... l’abolizione della sterlina agli … splash! … elettori? Ancora! Ancora! Un altro giro intorno alla baia!”

Nella foto: Un simpatico turista francese ? Fotografia: Jean-Paul Dupanloup



I nomi dei delegati di quest’anno incominciano a “gocciolare”: il primo ministro greco Kostas Karamanlis è un dato di fatto. Jim Tucker mi dice che l’ex primo ministro svedese nonché puttana del gruppo di esperti Carl Bildt, ha fatto un discorso importante. “Ha parlato della necessità di un ministero del tesoro mondiale, e di un ministero della sanità mondiale, introdotta come risultato del crollo economico e del riscaldamento globale. L’influenza suina sarebbe stata il primo trucco che hanno provato…”

Chiedo a Jim come ha fatto a saperlo. “Ho le mie fonti informative”, ridacchia, mentre la cenere della sua sigaretta tremola inverosimilmente. “Non mi hanno mai deluso neanche una volta”. Gente dall’interno. Magari c’è stato del tenero tra Jim e la regina Beatrice dei Paesi Bassi negli anni ’60.

Chiunque sia dell’opinione che i Bilderberg “debbano incontrarsi giustamente in privato” dovrebbe perlomeno considerare strano che noi non sappiamo propriamente chi “essi” siano. Conosciamo alcuni di loro, grazie non per ultime alle fonti di Tucker, ma dovrebbero forse dei funzionari pubblicamente eletti riunirsi nella loro privacy armata per discutere la politica globale con degli ignoti individui privati? Che ne pensa l’onorevole George Osborne (membro del parlamento inglese per la circoscrizione del Tatton) – direbbe che è “giusto”?

Una delle più antipatiche ironie del Bilderberg è che mentre viene adoperato ogni mezzo per garantire l’anonimità dei delegati, se ti presenti per fare reportage sulla conferenza passi le tue giornate a tirar fuori la patente, a farti chiedere la tua data di nascita, il nome di battesimo di tuo padre, e se soggiorni lì da solo. In quale hotel? Perché è venuto qui?

Non sono io il solo ad essere stato trascinato sotto custodia della polizia per aver osato essere a circa mezzo miglio dal cancello dell’hotel. I pochi giornalisti che si sono recati a Vouliagmeni quest’anno sono stati intimiditi e molestati e si sono sentiti puntati contro la parte a punta di un walkie-talkie greco. Sono in molti ad essere stati arrestati. Bernie, dell’American Free Press, e Gerhard il documentarista (sembra il nome di un personaggio di Dungeons and Dragons) ha noleggiato un’imbarcazione da un porto vicino per cercare di scattare foto dal mare. Sono stati fermati a tre miglia di distanza dal resort. Dalla marina militare greca.

Questo collima con quanto è stato detto da un ufficiale di polizia alla Associated Press (a condizione di rimanere anonimo): “il resort è stato protetto da centinaia di poliziotti, dai commando della marina militare, dai motoscafi della guardia costiera e da due aerei da combattimento F-16”. Esattamente. Da due aerei da combattimento F-16.

Adesso se vi domandate perché questo evento non riceve la giusta copertura mediatica da parte dei media di tutto il mondo mentre la marina militare greca stanzia navi a tre miglia da questo paradiso dello sci d’acqua circondato da un F-16, continuate a domandarvelo. Se arrotate i denti di fronte alla scarsità di informazioni sul Bilderberg, arrotateli più forte. Arrotateli più rumorosamente. Andate su internet. Guardate quello che ha visto Paul Dorneanu. Leggete l’American Free Press. Sbirciate tra le sbarre di Prison Planet.

Per quanto mi riguarda, non c’è molto di più che posso dirvi. Vi posso dire che (secondo un poliziotto) molti dei delegati se la sono svignata su per la collina tra le 2am e le 4am di giovedì per non dare nell’occhio. (tutto questo non sta in piedi, non vi pare?) Il Barone Mandelson, principe delle tenebre era forse uno di loro? Perché non ci dice dove è stato questo fine settimana. E se è andato due volte sul salvagente. E se sì, sarà passato avanti a Eric Schmidt nella fila?

Vi posso dire che ogni tanto dei pullman con i finestrini oscurati salgono e scendono dalla collina. Cambi di staff? Nuove prostitute? Posso dirvi che una notte mi sono imbattuto in un delegato che sgattaiolava verso la farmacia nella sua mercedes antiproiettile, mentre il bodyguard fissava i marciapiedi. Avrei preso la macchina fotografica, ma mi sono ricordato di quello che ha scritto Jon Ronson come gentile commento riferito ai miei precedenti articoli: “niente mosse false”. Non scherzava. Me ne sono andato. Io e i miei vari pedinatori.

Il fatto è che non sono venuto realmente qui per fare “cronaca” sul Bilderberg. pensavo soltanto che fosse divertente gironzolare davanti al cordone e indossare magliette con scritto qualcosa del genere “NOBILIZZAZIONE!”. È davvero molto peculiare ripensare al mio primo reportage e vedermi fingere di ingannare gli investigatori sulle strade buie. Ha ha ha. E adesso? Mi sono nascosto due volte nella stessa tromba delle scale ad Atene per cercare di seminare gli uomini che mi pedinavano. Ho una mia via di scampo preferita nel centro di Atene. Questo è come è cambiata la mia vita.

Mi sono azzuffato con degli uomini in una stazione della metropolitana; ho chiesto aiuto urlando nella piazza di Omonoia Square; ho gridato “mi state mentendo!” ai detective di una stazione di polizia di Atene; ho afferrato un uomo che partiva in motocicletta e l’ho implorato – quasi in lacrime - di “lasciarmi in pace”; mi hanno urlato contro, arrestato, pedinato, perquisito, spintonato, calunniato, intimidito, hanno dubitato [di me] e mi hanno mentito. Così tante bugie.

Ho detto la verità su quanto mi è accaduto questa settimana. Mi domando se i vari politici britannici presenti al Bilderberg 2009 potrebbero farcela a raccontare la verità su come hanno trascorso il tempo. Mi chiedo se qualcuno meglio di me, un miglior reporter, una voce più potente, persino un politico, potrebbe chiederglielo. Ci sono volontari?

I miei dispacci sulla conferenza del 2009, ammesso che abbiano un qualche significato, rappresentano nel modo più acuto nient’altro che l’assenza di una approfondita copertura mediatica generale. Sono proprio il contrario di quello che servirebbe. Sono una barzelletta. Questi dispacci sono una parodia. La parodia di una presa in giro di una menzogna di una presa in giro di una parodia di due prese in giro di una menzogna. Una vergogna per il buon nome del giornalismo. Me ne dovrei vergognare.

Detto questo, oggi farò un po’ di vero giornalismo. Ho una riunione presto con il capo del dipartimento indagini investigative di Atene. Abbiamo un po’ di cose da discutere…

Charlie Skelton
Fonte: www.guardian.co.uk/
Link: http://www.guardian.co.uk/world/2009/may/18/bilderberg-charlie-skelton-dispatch
18.05.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

VEDI ANCHE: IL NOSTRO INVIATO AL BILDERBERG: " NON PUOI FOTOGRAFARE I POLIZIOTTI"


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Merkel: mai fatto parte della Stasi
Il fatto è curioso: nel corso di una sua conversazione con Sandra Maischberger nell’omonimo talk-show  televisivo, la signora Merkel  dice oggi di non aver mai fatto parte della Stasi. Che qualcuno glielo propose, ma lei, categorica, rifiutò. In realtà, qualche anno fa alcuni giornalisti dell’emittente WDR, nell’ambito dei loro studi per la realizzazione di un documentario dal titolo “Al centro del potere - le immagini della Stasi” recuperarono i documenti riguardanti i numerosi collaboratori incaricati dal Ministero della sicurezza della Germania-Est di sorvegliare la residenza di Robert Havemann, uno degli oppositori più autorevoli all’interno della DDR. Tra questi ci sarebbe anche la foto di una giovane Angela Merkel, la quale, nel 2005, appena dopo le elezioni, si oppose alla pubblicazione delle immagini con un comunicato ufficiale ripreso dal settimanale Der Spiegel che potete reperire qui.http://germanynews.ilcannocchiale.it/

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Bad Competitor

Digital Media mette insieme  i dati del PEW Research Center sull'uso dei siti  di piccoli annunci (come Craiglist)  e i dati sul crollo dei ricavi per la piccola pubblicità dei giornali tradizionali.

Not that this is big news but the Pew Center helps to illustrate just how devastating online classifieds has been on newspapers. A graph of newspaper classified ad revenue since 1980 to last year (at bottom) shows that the industry saw a high in 2000 with about $19.6 billion. Last year, newspapers recorded $9.9 billion. That's a plunge in revenue of about 49 percent.

Non c'è nulla di peggio di un concorrente che vende le cose che vendi tu. Ma gratis. E meglio

Digital Media (CNet) via l'account twitter di Dave Winer

http://giornalismoparma.typepad.com/


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Dio è con noi, parola di Rumsfeld

Avevo sempre creduto che le fissazioni da cristiano rinato di George W. Bush fossero pose. C'è stato un momento nella sua carriera in cui l'aver "visto una luce" - per dirla con John Belushi - era stato un utile ripiego per far passare prima in sordina e poi nell'oblio certe storiacce di alcol, droga e percosse alla moglie. Sono stato ingiusto con lui. Se anche ci sono state convenienze politiche nel promuovere la rinascita a nuova vita spirituale, in seguito il suo cuore è stato davvero toccato dalla grazia, e George W. Bush è diventato un fanatico sincero.

Doveva saperlo bene uno che aveva molta familiarità con lui, il suo segretario alla difesa Donald Rumsfeld, che ha usato i riferimenti biblici per manipolarlo ben bene.

Lo rivela la rivista GQ, che nell'ultimo numero pubblica un'articolo firmato Robert Draper che racconta alcuni dettagli interessanti sull'atmosfera che dominava alla Casa Bianca durante il primo mandato.

Nei rapporti che il Pentagono preparava per il presidente ai tempi dell'invasione dell'Iraq, apparivano noticine di particolare tenore tratte dalla Bibbia. Ad esempio, in un rapporto consegnato dieci giorni dopo l'inizio dell'invasione, accanto alla foto di un carro armato che avanza nel dserto, si legge una citazione dagli Efesini: "Indossate dunque l'armatura di Dio, così che quando il giorno del maligno arriverà, sarete capaci di mantenere il terreno, e di resistere avendo fatto ogni cosa". Da Isaia, accanto alla foto di militari USA in marcia, si legge: "Le loro frecce sono acuminate, i loro archi sono tesi: gli zoccoli dei loro cavalli mandano scintille, le ruote dei loro carri sembrano turbini".

Insomma, militarismo biblico. Sia le citazioni che le foto apparivano sulla copertina dei rapporti. A scegliere i brani dalle sacre scritture era un funzionario dell'intelligence militare, ma i documenti portavano tutti la firma di Rumsfeld.

Si dice che un analista del pentagono di religione musulmana fosse profondamente offeso da quelle note. Altri sostengono che se le foto fossero filtrate all'esterno, proprio mentre era in corso una guerra contro una nazione islamica, sarebbe stata un'altra Abu Ghraib.http://achtungbanditen.splinder.com/


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zapateroclass="linkmenu">05:45 | commenti

Vuoi fare il giornalista? Compra l’iPhone

Dall’ANSA:
Un tempo bastava la macchina per scrivere, ma oggi un’universita’ americana ritiene che non si possa studiare per diventare giornalisti senza possedere un iPhone. La scuola di giornalismo della University of Missouri, la piu’ antica istituzione del genere negli Usa, e’ la prima ad aver indicato il possesso dell’apparecchio della Apple, o quantomeno di un iPod Touch, tra i requisiti obbligatori per frequentare i corsi.
La scelta dei responsabili della facolta’ ha creato critiche tra gli studenti, rimbalzate sul Wall Street Journal e su una serie di altri media americani. L’accusa ai vertici della universita’ e’ di un sostanziale favoritismo nei confronti della Apple.
Ma la facolta’ si difende spiegando che l’iPhone serve a scaricare le lezioni dal web, attraverso un nuovo software accademico, ed e’ necessario per imparare il giornalismo multimediale. ”Non e’ molto diverso dal chiedere a uno studente d’ingegneria di comprarsi la calcolatrice”, spiega l’universita’. http://blog.marcobardazzi.com/


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zapateroclass="linkmenu">05:43 | commenti

Generazione Obama

La carica dei Millenials analizzata da Rui Teixeira. La generazione nata alla fine del millenio è molto più progressista rispetto al passato. http://andreamollica.blogspot.com/

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maggio 22 2009

Un'azione a rilevanza pubblica, per non morire di realismo
Massimo Marnetto, Coordinatore LeG Roma,
Se vuoi un'opinione pubblica, pubblica la tua opinione: è questo il concetto chiave che meglio sintetizza lo spirito con cui si è svolto l'incontro organizzativo di LeG Roma del 19 maggio.
Già aver iniziato con puntualità (solo 10 minuti di tolleranza) ha dato un segnale importante: il rispetto per il tempo che le persone dedicano all’impegno sociale.
Poi, si è parlato subito di Gruppi, “perché l’organizzazione – ho detto - è il modo migliore per valorizzare motivazioni, competenze e passione civile”.
Molte le sollecitazioni riferite alla comunicazione, per arrivare al maggior numero possibile di persone.

“Non dobbiamo rifiutare la semplificazione – ha detto uno dei presenti – se va a vantaggio della comprensione. Si può essere chiari, senza banalizzare. Il pregio dell’appello di “Rompiamo il silenzio” che lo ha reso apprezzabile non solo dagli intellettuali. Ma sappiamo fare una cosa così difficile? Sappiamo essere i Piero Angela della Costituzione?”

Intanto, chi voleva, lasciava il suo riferimento (nome, cognome, email e cap) nei fogli esposti su di un tavolo, ognuno intestato con temi politici, sapendo che in quel modo si sarebbe iscritto a dei Gruppi Tematici.

Il risultato è stato incoraggiante: formazione di 3 Gruppi di lavoro tematici, consolidamento del "Gruppo di Continuità" centralizzato per affiancarli nei primi passi (con un referente dedicato) e tanta voglia dei cittadini di partecipare e farsi sentire.

Per ridurre il rischio "cenacolo", ogni gruppo ha accettato l'impegno di progettare e realizzare un' "azione" a rilevanza pubblica entro settembre.

Potrà essere un incontro di approfondimento, una video-inchiesta, un documento, un presidio... ma dovrà essere qualcosa di pubblico e di concreto.

Sono previste anche delle "campagne" on line - di sostegno o di dissenso - che il Gruppo di Continuità proporrà, affinché un gran numero di e-mail arrivi a destinatari precisi, quando c'è da far sentire un po' di opinione pubblica (se facciamo in tempo a realizzare la “batteria” delle mailing list di tutti i Gruppi esordiremo con centinaia di mail al CSM per esprimere solidarietà all’indipendenza della Magistratura e supporto al giudice Gandus).

Forse il metodo è stato un po' inconsueto, ma è stato recepito con un diffuso gradimento dalle tante persone (con una quota significativa di giovani), che hanno riempito fino alla saturazione la Sala Margana.

Tanta anche la partecipazione, grazie ad un clima sereno che ha favorito gli interventi (oltre 20), rigorosamente entro i 5 minuti. Ha funzionato bene il sistema della "fila" formata da chi voleva parlare, in modo che fosse ben visibile l'ordine di parola; ma soprattutto la pressione di chi aspettava il proprio turno nei confronti dei portatori sani di prolissità.
E adesso?
Ora, tutti coloro che hanno lasciato il loro riferimento nei fogli di iscrizione ai gruppi - esposti per tutta la durata dell'incontro - saranno avvisati con una mail del referente su chi sono i loro compagni di viaggio e convocati per il primo incontro.

"E' un po' innaturale contrapporsi allo strapotere del berlusconismo - ha detto uscendo una signora - ma non possiamo morire di realismo".

http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2711&id_titoli_primo_piano=6

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zapateroclass="linkmenu">12:09 | commenti

Frottole e calunnie
Giuseppe D'Avanzo
la Repubblica

Silvio Berlusconi, pur in questo momento difficile della sua avventura politica, dovrebbe trovare un maggior controllo per riconciliarsi con una realtà che, nei suoi monologanti flussi verbali, diventa ogni ora di più leggenda, fiaba, sceneggiatura da scrivere e riscrivere secondo l´urgenza del momento. Il premier deve fare questa fatica, se ne è in grado, nel rispetto soprattutto di chi lo ascolta (e anche di se stesso).
Da giorni, il premier urla a gola piena e in qualsiasi occasione propizia contro Nicoletta Gandus, presidente del collegio che ha condannato David Mills testimone corrotto dal premier. Berlusconi con ostinazione ne vuole screditare la credibilità, la reputazione, l´imparzialità e umiliandola, senza un contraddittorio, pensa di salvare la faccia dinanzi al mondo; di cancellare con la sola forza della sua voce onnipotente e delle sue frottole indiscutibili (e mai discusse dai media) l´illegalità che il processo Mills ha ricostruito e la serena indipendenza che ha ispirato il giudizio. Il premier, da anni e da tre giorni tutti i giorni, dipinge quel giudice come «un nemico politico», come «un avversario in tutti i campi», come «un´estremista». I suoi avvocati sono giunti a rimproverare a Nicoletta Gandus «attacchi e insulti contro il premier». Quali? L´aver firmato un appello di «condanna della politica di repressione violenta e di blocco economico messa in atto dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese» senza dire che la Gandus è ebrea e quell´appello era firmato da ebrei e «in nome del popolo ebreo». Il capo del governo sostiene che quel giudice «ha dimostrato avversione nei suoi confronti». La prova? La Gandus ha firmato un appello contro la legge sulla fecondazione assistita o, con centinaia di giuristi e accademici, un appello alla politica – a tutta la politica – per riequilibrare leggi che avrebbero distrutto «il sistema giudiziario e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi», come poi è stato. Da quell´appello vengono maliziosamente estratte, a proposito della legge berlusconiana che modifica i tempi della prescrizione (la "Cirielli"), due sole parole, «obbrobrio devastante». Le due parole sono gettate sul viso della Gandus come se fossero state dette o scritte da lei e non dal presidente della Corte di Cassazione, Nicola Marvulli. Nel corso del tempo, Berlusconi si è spinto fino alla calunnia. Al devoto Augusto Minzolini, neodirettore del Tg1, riferisce di avere un asso nella manica per dimostrare la faziosità di quel giudice. «Ho un testimone che ha ascoltato una conversazione tra il presidente del Tribunale Nicoletta Gandus, e un altro magistrato. La Gandus ha detto questa frase al suo interlocutore. "A questo str… di Berlusconi gli facciamo un c… così. Gli diamo sei anni e poi lo voglio vedere fare il presidente del Consiglio"» (la Stampa, 18.06.08). Dov´è finito questo testimone? Perché non ha mai raccontato in pubblico e a un altro giudice la volontà pregiudiziale della Gandus? Di questo testimone non si è avuta più notizia né nelle carte della ricusazione presentata dai legali del capo del governo né, dopo un anno, ora che Berlusconi è ripartito lancia in resta contro la magistratura.
Quel testimone non è mai esistito, quella conversazione non c´è mai stata. Berlusconi ha inventato l´una e l´altra di sana pianta calunniando il giudice milanese, mentendo a tutti coloro che lo hanno ascoltato e magari lo hanno preso sul serio.
La Gandus accoglie da anni in silenzio gli insulti del capo del governo, ascolta imperturbabile le frottole che sparge sul suo conto. Fa bene a tacere. Berlusconi chiede soltanto la rissa per superare le curve che lo stanno screditando (o rivelando). Il premier ci va a nozze nel discorso pubblico che si fa nebbia e rissa. Ne ricava la radicalizzazione del suo consenso, e questo è l´unica cosa che gli serve e vuole. E tuttavia, anche per Berlusconi, ci deve essere un limite alla manipolazione della realtà e proporgli quel limite, la necessaria coerenza delle sue parole alle cose, ai fatti, alla storia delle persone, deve essere fatica quotidiana di chi lo ascolta. Può continuare, il premier, a ripetere senza che alcuno lo interrompa di non aver mai conosciuto David Mills nonostante l´avvocato inglese abbia detto e scritto di averlo incontrato, per lo meno, in due occasioni? Quando Berlusconi verrà a spiegarci che la seconda guerra mondiale è scoppiata perché un dissennato Belgio ha invaso il distratto Terzo Reich? O che il Sole gira intorno alla Terra immobile? Può credere il premier di essere sempre nella poltrona bianca di Porta a Porta?


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zapateroclass="linkmenu">12:06 | commenti

Dov’è finito il blog di Noemi /2

Grazie a tutti quelli che hanno commentato e soprattutto a quelli che hanno tentato di fare un po’ di luce sulla cosa qui sotto.

A chi non ha capito il senso del post, tuttavia, occorre spiegarlo - e mi scuso con gli altri: la signorina Letizia - a quanto pare - aveva un blog e questo blog è stato cancellato anche nelle cache.

Senza nessuna concessione al cospirazionismo, ma solo andando a buon senso, ciò porta a porsi due domande, la seconda assi più importante della prima:

1) perché è stato cancellato anche nelle cache? Non è che per caso nel blog in questione c’erano riferimenti che potevano essere collegati a weekend in Sardegna, feste di Capodanno o cene a Villa Madama o altri eventi che riletti oggi potevano risultare sgraditi al premier? E se no, che cosa c’era che non dovevamo leggere?

2) Com’è che un blogger riesce a ottenere di essere cancellato così facilmente dalle cache di Google? Com’è che un’operazione che per un comune mortale è faticosa, lunga e non sempre di successo viene invece compiuta in pochissimo tempo e con risultati (mi pare) perfetti? Non è che qualcuno è intervenuto facendo pressioni sui vertici di Google per ottenere questo risultato? O è stata effettuata in altro modo?

Non era difficile da capire, mi pare, il centro della questione posta. Che riguarda (oltre al caso specifico) l’importante questione dell’information retrieval, che costituisce una delle colonne portanti della comunicazione in Rete. http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


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Mills di questi giorni



 
Vignetta di theHandLa stampa umoristica, cioè Libero, titola: «Giù mazzate a Silvio». Ma dev’esserci un refuso: voleva dire «Giù mazzette da Silvio». Nel reparto servitù, cioè sul Giornale, un cronista non si dà pace: «Berlusconi non era imputato, ma a pag. 359 delle motivazioni di Mills i giudici scrivono che avrebbero condannato volentieri anche lui. Affermazioni pesanti su un imputato che non era più nel processo e che contro di esse non può nemmeno fare appello». E chissà perché l’imputato non era più nel processo: assolto (come ha detto Studio Aperto)? Defunto? No, impunito per legge, ma questo non si può scrivere.

L’avvocato Flick una volta disse che «i protagonisti di Tangentopoli erano Gustavo Dandolo e Gioivo Prendendolo». Ecco, i giudici dovevano condannare Prendendolo senza nominare Dandolo che, poverino, «non può nemmeno fare appello» a causa del cattivo Al Fano. Sempre sul Giornale, il solito poveretto con le mèches ripubblica il solito pezzo: «Processo ridicolo, senza uno straccio di prova: assoluzione inevitabile». Infatti. Naturalmente Al Tappone non gli ha dato retta e s’è messo in salvo. Anche perché le competenze del mèchato in materia di diritto sono pari alla sintassi. Il pover’ometto dice che «Berlusconi nel processo All Iberian fu assolto» (falso, la fece franca per prescrizione) e denuncia, restando serio: «i giudici decidono quali consulenti tecnici l’han detta giusta e quale, tra le versioni e ritrattazioni di Mills, sia l’autentica. La sentenza è un’articolata esercitazione di libero convincimento del giudice». Giudici che giudicano: roba da matti.
(Vignetta di theHand)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

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Chi di indiano ferisce

L'anno scorso la Lega usò il capo indiano come testimonial elettorale, spiegando ai padani che avrebbero rischiato di trovarsi in riserva. Oggi qualcuno risponde. E fa bene. Perché da quando abbiamo il famoso Nord al governo, non abbiamo più l'aeroporto, le metropolitane e forse nemmeno l'autodromo. L'espressione «fare l'indiano» non è mai stata così azzeccata.

http://www.civati.splinder.com/


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zapateroclass="linkmenu">06:18 | commenti

Fatti sul terreno

S'avvicina l'incontro con Barack Obama, programmato il 28 maggio, e allora Mahmoud Abbas cerca di arrivare più forte all'appuntamento. E' una delle ipotesi più accreditate che girano sulla decisione di creare un nuovo governo a Ramallah. Nuovo governo, di nuovo presieduto da Salam Fayyad. Si dice che sia più solido del precedente, perché ci sono 24 ministri invece dei 16 del primo governo Fayyad creato all'indomani del colpo di mano di Hamas a Gaza del giugno 2007. A me sembra, invece, più debole. Intanto, Fatah è profondamente spaccata sulla questione del nuovo governo: alcuni nomi si sono rifiutati di entrare nel nuovo esecutivo (compreso colui che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di ministro dei prigionieri: ministero importante per la società palestinese). E poi il gruppo parlamentare di Fatah non vuole votare la fiducia al governo. Tutti segnali che si assommano al vero e proprio scontro di una settimana fa, dentro Fatah, che aveva portato al rinvio dell'insediamento del nuovo governo.

Fatah si prepara finalmente all'ottavo congresso, i negoziati difficili con Hamas vanno faticosamente avanti, e il partito nazionalista palestinese ha paura di continuare a perdere inesorabilmente consenso, se si continua sulla linea del tecnocratismo. La linea di Fayyad, che dovrebbe far arrivare i fondi internazionali in Cisgiordania. La linea del tecnocratismo, però, sta inesorabilmente staccando il destino della Cisgiordania da quello di Gaza, e i politici di Fatah più legati alla base non possono accettarlo. Questo il motivo per il quale anche il Fronte Popolare non ha accettato la proposta di Fayyad di entrare nel governo. Questo il motivo per il quale, a parteciparvi, sono solo partitini.

Se Fatah non sta benissimo, sembra che anche dentro Hamas vi sia qualche problema. Al Siyyasa, giornale kuwaitiano che da anni ama gli scoop (alcuni li ha indovinati, altri no...) dice che Khaled Meshaal avrebbe dimissionato Moussa Abu Marzouq, il numero due del bureau politico che, in questi ultimi anni, è stato il protagonista dei rapporti con i paesi arabi. Il giornale kuwaitiano, appunto, sostiene che Meshaal abbia dimissionato Abu Marzouq proprio per le pressioni di Siria e Iran contro una linea più pragmatica e più filo-araba.

Intanto, due osservazioni. Non metterei insieme, soprattutto in questo momento, la posizione siriana con quella iraniana. Damasco sta seguendo un percorso diverso da quello di Teheran, e pensare a una linea comune su Hamas mi sembra molto semplificativo. E poi tra i dimissionati di Meshaal ci sarebbe anche Imad al Alami, che invece era stato il rappresentante di Hamas in Iran, anni fa. Bisogna attendere, insomma, prima di capire qualcosa di più di quello che sta avvenendo nelle stanze del potere del movimento islamista palestinese.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


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In Sri Lanka i civili tamil sono ancora isolati, bambini rapiti dai paramilitari

 

Il ministro per la riconciliazione Vinayagamoorthi Muralitharan, ex comandante dei ribelli tamil noto anche come «Colonnello Karuna», ha dichiarato che presto si terranno delle elezioni nelle aree dove si sono svolti i combattimenti tra forze regolari e ribelli dell’Ltte. Tutto ciò sarà possibile, dice Vinayagamoorthi Muralitharan, non appena i profughi potranno ritornare nei loro luoghi di origine. Più di 250 mila persone sono state evacuate o costrette a fuggire negli ultimi mesi a causa dei feroci combattimenti. Intanto, oggi, sono arrivati a Colombo due inviati indiani per discutere della situazione dei tamil. Nel corso di un’intervista alla Bbc, Vinayagamoorthi Muralitharan, che ha lasciato le Tigri nel 2004, ha auspicato il coinvolgimento del popolo tamil nel processo politico e nella ricostruzione del paese.
Intanto dai campi profughi arrivano notizie preoccupanti. The Times riprende la denuncia dell’associazione Coalizione per fermare l’uso di bambini soldato, secondo cui dei gruppi paramilitari legati all’esercito regolare dello Sri Lanka stanno sequestrando bambini della minoranza etnica tamil che vivono nei campi profughi, ai quali Croce rossa, Nazioni unite e media non hanno accesso.
«La Croce rossa e altre organizzazioni umanitarie – ha precisato la portavoce Monica Zanarelli – deplorano questa situazione inaccettabile, che ci ha costretti a interrompere la distribuzione e che sta avendo ripercussioni su migliaia di nuovi sfollati che fino a poco fa hanno patito indicibili sofferenze nelle zone di guerra». Nonostante gli appelli, diffusi anche dall’Onu, il governo di Colombo infatti non ha ancora consentito l’accesso incondizionato ai civili, intrappolati nella cosiddetta ‘zona di sicurezza’, in realtà teatro di violenti combattimenti contro le Ltte.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17534


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zapateroclass="linkmenu">06:05 | commenti

C’è del bene comune in Danimarca

sirenettadi Dafni Ruscetta - Megachip

COPENAGHEN - La dimensione politica degli ultimi anni si è spesso servita di una pericolosa alchimia mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo. Il dato più preoccupante è che essa ha dato vita a un mutamento non temporaneo ma, verosimilmente, di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi quasi antropologica, nel nostro Paese.





La necessità di un’inversione di tendenza mi è parsa particolarmente evidente alcuni giorni fa, mentre ero immerso in una lettura accademica all’Università di Copenhagen. Stavo leggendo un articolo sulla cultura come strumento di competitività nelle strategie danesi legate alla globalizzazione. In particolare mi ha colpito come, in quest’ottica, venga attribuita una grande importanza ai valori culturali e morali tipici di una popolazione, cultura naturalmente intesa in senso tradizionale, come insieme di ideali storicamente stratificati. I nuovi principi della dimensione sociale danese, secondo l’autore, sarebbero diventati anche la forza propulsiva dell’economia.

A questo scopo è stato persino adottato un metodo quantitativo di misurazione dei valori tipici di quella cultura. Il Consiglio Nazionale dell’Innovazione, infatti, da alcuni anni sta monitorando e identificando le “best practices”, sulla base delle virtù in cui la Danimarca eccelle rispetto ad altri Paesi (la cd. “World Class Danishness”). Secondo un rapporto di tale istituzione, del 2005, la world-class corrisponderebbe a una certa visione umanistica della cultura danese: «I Danesi non credono nei sistemi, ma credono nelle persone, nel fatto che il singolo individuo possa fare la differenza».

Una simile concezione positiva dell’essere umano, basata sul riconoscimento della fiducia reciproca e sul rispetto tra individui uguali fra loro, favorisce un meccanismo di cooperazione interpersonale e di gerarchie pressoché inesistenti, tanto che questo sistema, a quanto pare, si sta trasformando in un vero e proprio vantaggio competitivo anche a livello economico. Il concetto di “cohesive power” - la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine “nazionalismo” - è diventato uno dei cavalli di battaglia del governo liberal-conservatore al potere a Copenhagen. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni, infatti, hanno riscontrato che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca. Questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune. Il senso di fiducia, dunque, contribuirebbe a un certo dinamismo della società, così come al benessere stesso dei cittadini. Il motivo di tanto senno sarebbe da ricercare in una sorta di “individualismo comunitario” tipico di quella società in quanto, se è vero che quella danese è una cultura individualista - ma non nel senso dell’individualismo “laissez-faire” - è altrettanto certo che essa si fonda anzitutto su valori di eguaglianza, responsabilità e rispetto.

copenhagenE quali sarebbero le strategie per una simile conversione? In primo luogo un approccio orientato all’“user-driven innovation” secondo cui la tecnologia non sarebbe il motore privilegiato per creare innovazione, bensì le reali esigenze dell’utente del bene o servizio, della persona che dovrà usufruirne e che diventa così parte attiva nel processo di sviluppo. Tale metodo si manifesterebbe anzitutto nelle relazioni di cooperazione tra le aziende e il consumatore finale, sfruttando una logica di networking. D’altra parte una tendenza particolarmente diffusa in molti Paesi del Nord Europa, in questi ultimi anni, è quella di servirsi di profonde analisi etnografiche in vari settori: dall’economia al business, dall’architettura al marketing, dalla politica al sociale.

L’altro asse strategico riguarda, invece, la particolare attenzione alla qualità della vita, ai cosiddetti settori “etici” e quindi cruciali per tutta la società danese, in quanto offrono un solido vantaggio competitivo nell’era della globalizzazione. Per queste ragioni i Paesi scandinavi – e la Danimarca in particolar modo in questo contesto – appaiono come una delle poche realtà al mondo in grado di generare un vero cambiamento dal basso, a partire dalle risorse intrinseche di quella cultura, che agiscono a livello individuale prima ancora che collettivo. Un bell’esempio di democrazia “reale” e condivisa.

Certo sarebbe ingenuo pensare che in Italia si possa improvvisamente instaurare lo stesso senso di fiducia e di cooperazione, soprattutto dopo gli ultimi anni di aspro confronto e conflitti di parte. D’altronde il continuo attaccamento al potere dimostrato da una classe politica, intenta ad auto-perpetuarsi in un costante sforzo di foga autoreferenziale, non rappresenta proprio la mancanza di una certa visione del bene comune, del cohesive power appunto?

La Danimarca è un Paese giovane, è un dato di fatto che si osserva ovunque, anche semplicemente passeggiando nelle strade. I giovani contribuiscono in maniera determinante all’evoluzione di tutta la società. Alcune settimane fa, sempre a Copenaghen, ho assistito alla premiazione di un concorso di architettura, a cui avevano partecipato varie aziende locali. Era impressionante constatare come la maggior parte di quelle aziende fosse costituito da giovani al di sotto dei trent’anni. È il tipo di cambiamento che servirebbe anche in Italia: creatività, entusiasmo, sensibilità nuove.
Persone con caratteristiche simili se ne incontrano anche da noi, individui che con le loro idee innovative potrebbero fornire un contributo molto elevato. Tali risorse, tuttavia, rischiano di dissiparsi nella routine quotidiana e nel degrado di modelli economico-culturali di stampo qualunquista e individualista. Le nuove generazioni hanno avuto la fortuna di viaggiare, di conoscere altre culture e di confrontarsi con il mondo globalizzato in tutte le sue componenti. Gente in grado di assumersi delle responsabilità se solo, finalmente, ne avesse l’opportunità.

Anche nella nostra società dunque, nonostante la trasformazione della dimensione culturale degli ultimi anni, esistono potenzialità enormi. Non illudiamoci, però, che basti consentire l’accesso ai giovani nei vari settori della società e nella politica. Serve, al contempo, una profonda riflessione sui valori, che non sono proprietà esclusiva del campo religioso e nemmeno di quello politico-filosofico. È finito ormai il tempo delle ideologie e delle lotte di classe - il primato della politica - quel che serve è davvero un nuovo umanesimo che dia vigore ai valori comuni della nostra cultura, che sono normalmente incorporati nell’individuo prima ancora che nella collettività. Tali valori non sono solo cristiani, né laici, né borghesi o proletari, ecco perché è necessario tornare a ragionare in termini di solidarietà umana e sociale insieme, non dimenticando che ogni collettività è composta prima di tutto dai singoli individui. Quello che occorre è una fase di analisi e progettualità a livello antropologico, che si avvalga del contributo di varie sfere della società (educazione, media, università, spettacolo, religione ecc.), nuovi modelli culturali che partano dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza.

Se ci si vuole porre come qualcosa di veramente alternativo all’esistente, d’altra parte, dovremmo assumerci la responsabilità di dare il buon esempio e di convincere le persone che il bene comune si persegue con nuovi valori, con un rinnovato modo di interagire nella società, con la filosofia della condivisione e del confronto, del rispetto reciproco come premessa indispensabile.

Il bene comune non può essere coltivato nello stesso terreno dei pregiudizi, dell’ignoranza, della presunzione e della paura. Le forze che si propongono come modello alternativo, al momento ancora minoritarie nel Paese, la smettano di mostrare come unico obiettivo quello di demolire l’attuale sistema. Prima ancora di organizzarsi e mobilitarsi a livello politico servono nuovi strumenti culturali, filosofici e velleità umanistiche per fronteggiare questo decadimento generale verso cui è scivolata la nostra cultura. È questa la vera rivoluzione. Un nuovo umanesimo, in cui prevalga la necessità di diffondere una coscienza e una dimensione personale sempre più intime, è dunque il presupposto essenziale per una rinnovata evoluzione sociale, nella consapevolezza che una comunità ha bisogno di individui “adulti”, in grado di pensare e di elaborare una loro visione del bene privato e collettivo, non di persone intente unicamente a perseguire le proprie vanità. La coscienza del nostro intimo deve diventare base d’analisi imprescindibile. Voltaire aveva ragione nel dire che “ciascuno dovrebbe imparare a coltivare il proprio orticello…”.

Dovremmo allora puntare alla profondità recuperando, ad esempio, il valore della poetica nella vita quotidiana. La poesia ha il vantaggio di parlare all’anima, alle emozioni, evitando tutta una serie di speculazioni legate all’intelletto e alla logica, dominanti nella nostra civiltà. Per fortuna c’è chi, come Benigni, ancora insiste nel sottolineare che siamo stati il Paese di Dante Alighieri e del Rinascimento. È alla bellezza che dovremmo consacrarci nuovamente, alla semplicità del quotidiano, all’essenziale, alla riscoperta genuina e consapevole del mondo naturale, della terra. Potrebbero essere questi i valori - proiettati al futuro, non solo al passato - la nuova direzione per il cambiamento, il vantaggio competitivo per ridare dignità a questa nostra cultura e a tutta la società italiana. I semi sono già presenti, basta non continuare a calpestarli.

Fonti: Søren Christensen (University of Copenhagen, Department of Ethnology): World Class Danishness. Culture as Competitiveness in Danish Globalization Strategies. Ethnologia Europaea vol. 38:2.

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Crimini contro l'umanita' : la Spagna tagliera' i processi
di Rico Guillermo *

Fino ad oggi la Spagna era una sponda per le vittime di genocidio e crimini contro l'umanita' che non trovavano giustizia nei Paesi di appartenenza.

Grazie alla giurisdizione universale, che sopravvive ormai solo in alcuni Paesi (il Belgio, ad esempio, l'ha ridimensionata qualche anno fa), i giudici spagnoli hanno potuto perseguire casi contro presunte violazioni dei diritti umani in Tibet, Ruanda, Israele, Cile, Argentina, Guatemala e Stati Uniti.

In alcuni casi i procedimenti non sono andati avanti, in altri le sentenze sono rimaste dichiarazioni di principio, ma in altre - come per un terrorista islamico ed un torturatore argentino - hanno portato alla carcerazione dei responsabili. Ma il potere dei giudici spagnoli di sanzionare i crimini contro l'umanita' commessi in altri Paesi potrebbe essere compromesso, dato che il parlamento ha invitato il governo a limitare il potere dei tribunali spagnoli in questi casi.

Martedi' scorso, infatti, il parlamento spagnolo ha approvato una proposta non vincolante che esorta il governo a riformare la legge della giurisdizione universale, che permette di procuratori per indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani, indipendentemente dal luogo in cui i reati sono stati commessi e se gli accusati sono viventi.

La proposta, inizialmente presentato dal Partito popolare di opposizione, e' stata approvata con 339 voti a 350, come comunicato da un portavoce del Parlamento. In base alla proposta di riforma, il giudice potrebbe essere autorizzato solo a perseguire i casi le cui vittime siano state spagnole o i presunti colpevoli siano in territorio spagnolo (come avviene negli Stati Uniti).

La causa di questa marcia indietro, che paradossalmente avviene con un parlamento a maggioranza di sinistra, sono stati i recenti sforzi per indagare ex funzionari israeliani e funzionari israeliani attuali, il che ha causato qualche imbarazzo diplomatico e suscitato suggerimenti di modifica della legge. Il Ministro degli Esteri, Miguel Ángel Moratinos, avrebbe riferito che funzionari israeliani avrebbero chiesto di ottenere una modifica della legge, un commento che piu' tardi il governo ha smentito.

Ma nei giorni scorsi gia' il presidente della Corte Suprema spagnola e del Consiglio generale del potere giudiziario (il CSM spagnolo), Dìvar, aveva detto che i giudici della Suprema Corte non possono diventare "i gendarmi del mondo" perché, tra le altre cose, si continuano a provocare conflitti diplomatici. Pertanto - a fronte del crescere delle denunce effettuate per alcuni crimini come il genocidio, il terrorismo e la tortura in tutto il mondo - aveva detto di ritenere opportuna la modifica del contenuto, su questi temi, della legge sulla magistratura del 1° luglio 1985.

Alcuni hanno fatto notare che l'esigenza di una giurisdizione mondiale in Spagna e' stata superata dall'esistenza della Corte penale di Giustizia ONU e dei Tribunali Speciali (come quello per il Ruand e per la ex Jugoslavia), ma si e' rilevato che questi possono perseguire solo gli Stati e i loro leader politici e militari. Peraltro la Corte Criminale Internazionale, istituita da un gruppo di ONG e di Stati e indipendente dall'ONU, supera questa limitazione, ma richiede la sottoscrizione del cosiddetto 'statuto di Roma', quindi gli autori dei crimini commessi nei Paesi che non l'hanno sottoscritto e che non siano capi di Stato o di governo o capi delle forze armate restano impuniti.

Fra gli altri recenti procedimenti che hanno fatto scalpore in Spagna, quello del giudice-crociato, Baltasar Garzón (autore fra l'altro di una requisitoria contro Pinochet, di cui chiese l'estradizione alla Gran Bretagna, dove in quel momento il dittatore si trovava). Nel mese di marzo, Garzón ha cercato di aprire una indagine penale affermando che sei ex funzionari della amministrazione Bush violarono il diritto internazionale sui diritti umani mediante la creazione di un quadro giuridico che giustificasse la tortura in prigione negli Stati Uniti, a Guantanamo Bay.

La procura nazionale spagnola ha respinto il caso, che vedeva fra gli altri nomi coinvolti anche quello dell'ex ministro della giustizia statunitense, Alberto R. Gonzalez, e ha passato il fascicolo ad un altro giudice. Il giudice Garzón ha poi cercato di aprire un'altra inchiesta, basata su accuse di tortura da parte di quattro ex detenuti, che non porta il nome di alcuno specifico funzionario americano.

* si ringrazia Claudio Giusti

Speciale diritti

___________

NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

 


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UN BAMBINO SU DUE SOFFRE DI MALNUTRIZIONE




La malnutrizione interessa il 45% dei bambini del Rwanda: lo ha riferito il direttore generale del centro di comunicazione del ministero della Sanità di Kigali presentando i dati di un rapporto realizzato dal governo e alla base di un nuovo programma contro la malnutrizione lanciato proprio in questi giorni. Nel riportare la notizia, il quotidiano ufficiale ruandese ‘New Times’ scrive oggi che la campagna messa a punto dal governo interesserà tutto il paese e avrà lo scopo di identificare e curare i casi di malnutrizione, sia attraverso la distribuzione di cibo sia attraverso una formazione diretta a genitori e parenti sulle corrette modalità di alimentazione dei bambini. Dopo aver confermato alcuni casi di ricoveri in ospedale di bambini a causa di evidenti sintomi legati alla malnutrizione, i vertici del ministero della Sanità hanno sottolineato come un scarsa alimentazione possa non portare necessariamente alla morte, ma acceleri sicuramente il tasso di mortalità di altre malattie o problematiche. Proprio per questo, sempre secondo i dati, il ministero ruandese ha affermato che la malnutrizione contribuisce a vario titolo al 50% delle morti infantili del paese.[MZ]

 

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=246654


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maggio 21 2009

Cani e padroni di cani

L'Orinale

Clamoroso: maggiorenne inglese corrotto da Berlusconi.

Il premier esclude di rinunciare al Lodo Alfano. Finalmente abbiamo trovato una legge che ha intenzione di rispettare.

Già immagino Berlusconi riferire in Parlamento. "Dunque, ci sono un italiano, un inglese...".

Dalla maggioranza il solito coro: "Sentenza a orologeria". Ma se l'orologio è fermo da quindici anni!

(ieri sera su Retequattro c'era Forrest Gump. Su Raitre Gasparri. E poi vengono a raccontare che non concordano i palinsesti)

Mills fu corrotto con seicentomila dollari. Si vede che quel giorno non c'erano collier a portata di mano.

Franceschini: "Berlusconi non pensi di autoassolversi". E perché dovrebbe? Ha già chi lo fa al posto suo.

Berlusconi: "Se le accuse fossero vere, lascerei l'Italia". Si chiama latitanza.

Studio Aperto: "Nel processo Mills, Berlusconi è stato assolto". Prodigi della tv digitale: si captano segnali da universi paralleli.

[Questo è lo spezzone, registrato durante l'inaugurazione di un ospedale. Il servizio continua mostrando Berlusconi che guarisce alcuni lebbrosi]

Luigi Galluzzo, autore del servizio, tempo fa dichiarò in un'intervista: "Il giornalismo che si può fare in Italia di questi tempi è misera cosa". Forse temeva di non essersi spiegato bene.

Su questo blog, invece, si può vedere come l'edizione online de Il Giornale abbia progressivamente edulcorato la notizia. Nell'ultima versione, è Prodi che corrompe Mills.

(L'ordine dei giornalisti fu voluto da Mussolini. Ehi, funziona ancora!)http://www.spinoza.it/


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Veline, veleni e ricatti




Vignetta di BandanasVenerdì 16 maggio, mentre infuriavano le polemiche sul caso Berluconi-Lario-minorenni, il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, ha consigliato al premier di non far approvare nessuna legge bavaglio sulla stampa. Secondo Cossiga, per evitare l'uscita di articoli di cronaca sgraditi, si possono benissimo usare altri metodi. Primo fra tutti il ricatto. Spiega, in proposito, l'ex capo dello Stato: «Si chiama un giornalista e gli si dice: "La smetti di pubblicare queste notizie? Ah no? Allora do alcune notizie su di te e sulla moglie e le figlie del tuo editore a un giornale concorrente. E poi dico al tuo editore che le ho pubblicate e che tu lo sapevi"».

Nessuno oggi è in grado di dire se il suggerimento di Cossiga sia stato seriamente preso in esame da Palazzo Chigi. O se, come non appare improbabile, le parole dell'ex presidente siano invece servite per tentare di disinnescare una manovra già in atto. Resta comunque un fatto. Le uscite di questo tipo segnalano quale sia la concezione della libertà d'informazione propria a buona parte delle nostre classi dirigenti.

Proprio ieri, in occasione della conferenza stampa in cui si è scagliato contro i magistrati "colpevoli" di aver condannato per corruzione il suo avvocato David Mills, Silvio Berlusconi ha detto: «Se Repubblica cambiasse atteggiamento potremmo trovare un accordo». L'oscura proposta, subito respinta al mittente dal direttore del quotidiano, Ezio Mauro, è emblematica.

Per il Cavaliere i media sono sempre fatti e diretti da persone che perseguono fini diversi dal diritto-dovere d'informare. Da gente che per qualche prebenda per sé o per il proprio editore è disposta a chiudere un occhio, anzi due, su ciò che sta accadendo nel Paese. Spesso, bisogna dirlo, questo è vero. Ma non sempre. E questo ci deve bastare per tener viva una non irragionevole speranza.
(Vignetta di Bandanas)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

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Ora solo la sinistra può
mettere paura a Renzi
Una larga maggioranza dei fiorentini pensa che il nuovo sindaco sarà Matteo Renzi. Il 62,9 per cento ha quest’idea. Renzi potrebbe vincere al primo turno se riuscirà a convincere la parte di centrosinistra che vota Pd ma non ha metabolizzato la scelta di un non Ds a Palazzo Vecchio. Dall’indagine Ispo, realizzata per La Nazione, infatti, emerge che l’ultima parte della campagna elettorale, il favorito Renzi dovrebbe attraversarla guardando più dalla parte di Valdo Spini
Firenze, 

 Una larga maggioranza dei fiorentini pensa che il nuovo sindaco sarà Matteo Renzi. Non è un’intenzione di voto, è un pronostico: il 62,9 per cento ha quest’idea. Renzi potrebbe vincere al primo turno - e questa invece torna ad essere l’analisi dei consensi virtuali raccolti dal professor Mannheimer - se riuscirà a convincere la parte di centrosinistra che vota Pd ma non ha metabolizzato la scelta di un non Ds a Palazzo Vecchio. Dall’indagine Ispo, realizzata per La Nazione, infatti, emerge che l’ultima parte della campagna elettorale, il favorito Renzi dovrebbe attraversarla guardando più dalla parte di Valdo Spini, al quale contende questi ex diessini con il maldipancia, che contro Giovanni Galli. Difficile che riesca a sottrarre sostegno alle altre liste della sinistra; più facile, magari, che intercetti il malessere del centrodestra, poco convinto dall’ex portiere della Fiorentina. Renzi gioca sull’appeal personale e finora la scommessa gli riesce bene.



E’ tendenzialmente in crescita la forbice del suo rendimento (incassa dal 46 al 50 per cento) e un po’ quella di Galli (28-32), cresce anche Ornella De Zordo (5-7), flette leggermente la quota di Spini (7-11), che forse consegna già qualche spicciolo al presidente della Provincia. E se consideriamo comunque un ancora ragguardevole 20 per cento di indecisi, diventa un elemento decisivo misurare le loro simpatie potenziali che si trasferirebbero in massima parte a Renzi (52 per cento), poi al candidato del Pdl (30), una buona parte ancora a Spini (26), De Zordo (16) e Mario Razzanelli (10,5 per cento).



La sfida si compie quasi esclusivamente sul terreno del centrosinistra, che mostra i muscoli nonostante la frammentazione e le delusioni della stagione politica che si sta chiudendo. Se la candidatura di Renzi lascia sbavature di perplessità fra gli alleati del Pd, seduce in maniera massiccia i giovani, soprattutto la fascia di età dai 18 ai 24 anni, e le casalinghe. Annunciando anche un buon successo delle «sue» liste (Lista Renzi; Facce nuove a Palazzo Vecchio)



Giovanni Galli piace ai fiorentini più maturi, gli ultra55enni - probabilmente quelli che s’infiammavano ai tempi viola - ma ancora non sfonda il fronte che potrebbe consentirgli il salto in alto e l’affermazione del messaggio di discontinuità, politica più che generazionale. Il suo risultato (28-32 per cento) non aggiunge ottimismo a causa dello scarso margine di miglioramento che si rileva almeno oggi: il mercato potenziale è nettamente peggiore del principale avversario. Per il momento lo conforta il livello di popolarità (è un patrimonio che può far fruttare nelle prossime settimane), nel quale insidia il primato a Renzi: l’80 per cento dei fiorentini dice di conoscerlo bene, praticamente quanto il suo concorrente (82 per cento). Conosciuti anche Valdo Spini (64 per cento alla carriera), Ornella De Zordo (47 per l’attivismo in consiglio comunale), Razzanelli (46 per la crociata anti tramvia). I numeri del sondaggio confermano l’autolesionista diaspora del centro: Mario Razzanelli stravince sull’Udc, partito dal quale proviene, e riduce a comparsa Marco Carraresi. Ma ci sono ancora tre settimane da raccontare.

Marcello Mancini
http://lanazione.ilsole24ore.com/firenze/2009/05/20/180027-solo_sinistra.shtml


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Cardinali
liberi

Il telefono del cardinale Martini ieri è rimasto a lungo occupato.
Lo hanno chiamato moltissimi preti, non solo ambrosiani. Per dirgli grazie. Non tanto di aver “aperto” alla possibilità del matrimonio per i sacerdoti, quanto per aver parlato del problema con grande onestà e libertà.
Perché il problema c’è ed è serio.
Nessuno ha ricette pronte per l’uso. Come sostiene lo stesso Martini, la questione dovrà essere affrontata sapendo fin dall’inizio che rappresenterà un momento di sofferenza e di scontro nella Chiesa.
E tuttavia sempre meglio un dibattito aperto che un coperchio tenuto a forza sopra una pentolone con dentro tante domande e tanti drammi. Il cardinale nella conversazione con don Verzé pubblicata dal Corriere della Sera è stato onesto ma non ha detto nulla di nuovo rispetto ad altre sue prese di posizione in materia. Da tempo sostiene che il celibato dei preti cattolici di rito latino è un argomento da affrontare senza paura, per esempio all’interno di un sinodo dei vescovi appositamente convocato.
Sempre che il sinodo stesso sia riformato assegnandogli una valenza di autentico dibattito, senza tutele e censure dall’alto.
Idem per quanto riguarda la possibilità di accedere al sacramento della comunione per i divorziati risposati. I casi sono tanti e tutti diversi uno dall’altro.
Impossibile imporre una norma uniforme. D’altra parte, già adesso la maggior parte dei parroci si regola caso per caso.
Quando hai di fronte una persona in carne e ossa la valutazione si fa automaticamente più flessibile. Anche per quanto riguarda questa materia un sinodo ad hoc potrebbe dire molte cose. Tocca ai vescovi far giungere al Vaticano la voce del popolo.
In generale, come dare torto al cardinale Martini quando chiede che lo stesso spirito di misericordia giustamente impiegato nei confronti dei vescovi lefebvriani sia utilizzato anche per altre questioni che toccano da vicino (anzi, molto più da vicino) la vita della Chiesa e dei fedeli? L’anticipazione del libro di Martini e di don Verzé è uscita sul Corriere proprio un giorno prima dell’intervista al cardinale Tettamanzi sul suo ultimo libro, Non c’è futuro senza solidarietà, dedicato alla crisi economica ma soprattutto alla crisi di Milano, che è economica ma prima morale e sociale. Così ecco il vecchio arcivescovo di Milano e il nuovo accomunati uno dopo l’altro, in prima pagina e con grande rilievo sul Corrierone, per trattare questioni di attualità le cui radici affondano però nei problemi più profondi della società e anche della Chiesa.
Quando Tettamanzi chiede che Milano accolga l’altro senza paura, perché la sua vocazione, oltre che la sua fortuna, è sempre stata l’accoglienza fiduciosa, lancia un segnale diretto anche al mondo cattolico, per dire che non si può adagiare in un moderatismo che nulla ha a che fare con lo spirito evangelico. È un messaggio chiaramente politico, ed è significativo che sia lanciato proprio mentre in tanti settori della Chiesa cosiddetta “di base” (orribile espressione per dire i fedeli che vivono a contatto col mondo) si stanno registrando crescenti mal di pancia per la politica del governo in materia di immigrazione.
Martini, don Verzé e Tettamanzi rappresentano a diverso titolo e in diverso modo punti di riferimento per un mondo ecclesiale che ha voglia di libertà.
Non nel senso dell’anarchia, ma del confronto. Quando Tettamanzi dice che la città di Milano è fatta oggi di tante città impenetrabili l’una nei confronti dell’altra, ha in mente di certo anche l’impenetrabilità di alcuni mondi all’interno della Chiesa.
Niente confronto, nessun rapporto, nessuno spirito di comunione.
E invece, come dice il libro di Martini e don Verzé, siamo davvero tutti nella stessa barca. Riconoscerlo potrebbe accrescere il senso di umiltà e aiutare tutti a mettersi reciprocamente in ascolto.
Milano come un polo che, dentro la Chiesa, pungola Benedetto XVI? Qualcuno lo sostiene e qualcosa di vero c’è, ma non per ostilità verso il papa.
Semplicemente, succede che certe realtà siano più sensibili ai problemi e riescano a fare da termometro meglio di altre. Milano ha sempre avuto questo ruolo anche dentro la Chiesa. Secondo alcune dietrologie, il fatto poi che l’anticipazione del nuovo libro di Martini-Verzé sia uscita giusto un giorno prima di quella relativa al nuovo libro di Tettamanzi rientrerebbe in una manovra tesa a ribadire la supremazia intellettuale dell’arcivescovo emerito rispetto a quello in carica, ma qui si entra in un pettegolezzo curiale che non porta da nessuna parte.
La sostanza sta nelle richieste lanciate e negli allarmi.
Piuttosto c’è da valutare un aspetto. Don Verzè è vicino ai novant’anni, Martini ne ha compiuti 82 a febbraio, Tettamanzi 75 lo scorso marzo. Quel che resta della possibilità di dibattito dentro la Chiesa è affidato alla terza età, e questo non è un buon segno.
Aldo Maria Valli http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/110562/cardinaliliberi

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In Grecia il conclave dei potenti




In riva all’Egeo la riunione annuale del Bilderberg Group

E' iniziato il 14 maggio in Grecia, in un'esclusiva località balneare alle porte di Atene, l'annuale conclave dell'élite politico-economia-militare occidentale riunita nel Bilderberg Group: il più potente e riservato organo decisionale del pianeta che dal 1954 si riunisce ogni anno a porte chiuse per concertare le linee guida a cui tutti i governi, le banche centrali e gli organismi internazionali devono poi attenersi. I lavori si concludono il 17 maggio.

Nafsika Astir Palace HotelSi parla di crisi economica. Centotrenta tra capi di Stato e di governo, ministri economici, banchieri centrali, economisti, amministratori delegati delle principali multinazionali, capi di Stato Maggiore, responsabili delle agenzie d'intelligence e direttori dei grandi netowrk televisivi ed editoriali di Europa e Nord America sono arrivati nel lussuoso Nafsika Astir Palace Hotel di Vouliagmeni, una ventina di chilometri a sud di Atene, in un susseguirsi di limousine blindate con vetri oscurati.
Giornalisti e curiosi sono tenuti a debita distanza dalla polizia greca e da guardie private e agenti servizi segreti di diversi Paesi. Non sono previste conferenze stampa o comunicati ufficiali per sapere gli argomenti in discussione (solo nel 2006 gli organizzatori diramarono un documento in cui si rendeva noto che si sarebbe parlato di guerra al terrorismo, fonti energetiche, finanza e immigrazione). Ma quest anno lo scrittore russo Daniel Estulin (che da anni indaga e pubblica libri sul Bilderberg Group) ha dichiarato di essere riuscito a ottenere per vie traverse una copia dell'ordine del giorno dei lavori del summit greco, che sarebbe: "Il futuro dell'economia Usa e del dollaro; La disoccupazione Usa: soluzioni e previsioni; Depressione o stagnazione prolungata?; La ratifica del Trattato di Lisbona".
Massimo riserbo anche sui partecipanti. Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano londinese Times, è certa la presenza del presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, del segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, del direttore della Banca Centrale Europea, Claude Trichet, e di quello della Banca Centrale Tedesca, Jo Ackermann.

Una classe dirigente globale. Per avere un'idea degli altri partecipanti bisogna rifarsi alle foto ‘rubate' dai teleobiettivi dei paparazzi ai precedenti incontri, alle informazioni trapelate in passato su singoli partecipazioni e soprattutto all'unica lista resa pubblica dal Bilderberg Group nel 2006. Il risultato è un elenco che comprende sempre: i vertici dell'amministrazione Usa (in passato in passato Henry Kissinger, Donald Rumsfeld, Richard Perle, Paul Wolfowitz), il grande banchiere David Rockefeller, i dirigenti della Federal Reserve, di Credit Suisse e della Rothschild Europe (il vice presidente Franco Bernabè), delle compagnie petrolifere Shell, Bp e Eni (Paolo Scaroni), della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Tyssen-Krupp, della Fiat (il vicepresidente John Elkann), rappresentanti della Nato, dell'Onu, della Banca Mondiale e della Ue, i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell'International Herald Tribune, di Le Figarò, del Globe and Mail, del Die Zeit, economisti (tra cui Giulio Tremonti e Mario Monti) e molti ministri dei governi occidentali (Tommaso Padoa-Schioppa). Altri partecipanti italiani a precedenti meeting del Bilderberg sono stati Giovanni e Umberto Agnelli, Emma Bonino, Rodolfo De Benedetti, Ferruccio De Bortoli, Mario Draghi, Paolo Fresco, Corrado Passera, Marco Tronchetti Provera, Alessandro Profumo, Gianni Riotta, Carlo Rossella, Renato Ruggero, Domenico Siniscalco, Walter Veltroni, Ignazio Visco e altri ancora.http://it.peacereporter.net/articolo/15739/In+Grecia+il+conclave+dei+potenti


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CRISI GLOBALE: QUANTO TEMPO ABBIAMO ?

 

 

 

 ADRIAN SALBUCHI
Argentine Second Republic Movement

Un buon dottore riferisce sempre al paziente la sua reale condizione, a prescindere dalla diagnosi; un buon dottore comincia col fare una corretta diagnosi sulla condizione del paziente. Un cattivo dottore invece non è in grado di fare una corretta diagnosi (a causa della mancanza di preparazione) oppure nasconde la veritá al paziente, il che è anche peggio.

Quando si dice ad un malato terminale come veramente stanno le cose, prima di farsene una ragione il paziente prima è incredulo ed in seguito cerca di negare ció che gli sta accadendo; incredulitá per cui il paziente ritiene che il medico abbia fatto un errore sbagliando la diagnosi. Quando la diagnosi è confermata, la disperazione lo porta a negare: 'è impossibile, dice, che stia succedendo proprio a me’.

Un bravo medico aiuta il paziente ad attraversare questo processo doloroso, cercando di fargli accettare la situazione; solo allora la cura puó iniziare. Qualcosa del genere accade, anche se in modo metaforico, quando i cittadini sono colpiti da disordini sociali che sono la conseguenza di crisi profonde derivanti da ció che Carl G. Jung chiamava ‘epidemie della mente e dell’anima’.

Di seguito vogliamo trattare alcune questioni che pensiamo riflettano la fine drastica di un ciclo a livello globale, anche se i media guardano dall’altra parte (per esempio nascondendo la veritá e generando cortine fumogene), e la maggior parte dei politici hanno le idee poco chiare su quello che sta succedendo (questo fa capire la loro ignoranza), mentre la massa della popolazione in tutte le nazioni vede e sente la crisi ma non è in grado di trovare una spiegazione (incredulitá), e infine ci sono alcuni intellettuali realmente in grado di capire quello che sta succedendo e dove stiamo andando a finire ma trovano la situazione troppo difficile da accettare (negazione delle conseguenze).

Nel nostro comunicato numero 52 del 3 ottobre 2008 riguardante la crisi finanziaria globale allora appena esplosa dicemmo che non si trattava di una ‘crisi’. Quello che prese piede a partire dal 15 settembre 2008 era piú precisamente l’inizio della fine irreversibile del sistema finanziario globale, parte di un modello controllato per il raggiungimento di diversi obiettivi. Questi obiettivi vanno ben oltre gli scopi finanziari, nel senso che si tende verso lo stadio successivo: il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale [New World Order (NWO), ndt]; questo è nient’altro che la costituzione di un governo globale. Al tempo abbiamo anche descritto i tre progetti base, 'Piani', dell’elite del NWO:

-il Piano A cerca di risolvere la crisi finanziaria in corso attraverso pure e semplici misure finanziarie: questo metodo è risultato inefficace.

-il Piano B cerca di risolvere la crisi attraverso una revisione complessiva dell’ intero sistema finanziario, per cui tra l’ altro si pensa di introdurre un nuovo dollaro coperto dagli ‘infallibili’ lingotti d’oro. Questo dovrebbe permettere alle oligarchie mondiali di trasferire la valanga di perdite di Wall Street e dei banchieri europei in altre parti del pianeta (per esempio in Cina, la quale ha un ruolo non trascurabile nell’attuale crisi, e in America Latina).

Attraverso il piano C, infine, si cerca di muovere le pedine della scacchiera, per cosi dire, in modo da scatenare una guerra mondiale.

Siamo convinti che questi piani siano in via d’ attuazione, e mentre il primo si è rivelato inutilizzabile, gli altri due stanno per essere messi in atto. Vediamo dunque la situazione attuale.

1) GOVERNO MONDIALE

Per prima cosa si deve puntualizzare che il nuovo ordine mondiale non rispecchia lo stadio attuale della struttura politica internazionale: è piú che altro un termine generico. Perciò abbiamo avuto diversi “Nuovi Ordini Mondiali” nell’ultimo secolo:

- Nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale, quando furono creati il Council on Foreign Relations (New York) ed il Royal Institute of International Affaires (Londra) come organizzazioni per il controllo e la pianificazione politica mondiale promuovendo gli interessi anglo-americani e sionisti in tutto il mondo.

- Nel 1945, quando il bipolarismo del dopoguerra prese piede: cioé Breton Woods, Jalta, l’ ONU e la guerra fredda.

- Nel 1991, dopo il crollo dell’ Unione Sovietica e l’ avvento della globalizzazione, come annunciato da Bush padre (11 settembre 1991).

- Nel 2008, quando la morente e ambigua globalizzazione cede il passo a qualcosa di molto piú ambiguo: un governo mondiale coercitivo e autoritario, come annunciato nel Financial Times londinese l’ 8 dicembre 2008 da Gideon Rachman.

Oggi stiamo sperimentando il violento stadio che precede l’imposizione di questo nuovo ordine, i cui obiettivi sono:

- Dissoluzione di tutti i governi e autoritá nazionali (la rinuncia alla sovranitá nazionale promossa dal CFR, dalla Commissione Trilaterale e dal Gruppo Bilderberg).

- Il crepuscolo degli Stati Uniti come superpotenza ‘indispensabile’ (per questo Obama veniva accolto nello Studio Ovale)

- Il drastico spopolamento del globo (isteria pandemia)

- Sorveglianza elettronica totale e controllo dei cittadini sopravissuti (pratiche da guerra psicologica che abbassano le difese della popolazione contro l’ inoculazione).

- Monopolio centralizzato e stretto controllo sulla politica, l’economia, la finanza, l’ sercito, la cultura, i mezzi d’informazione, la tecnologia e perfino le pratiche religiose.

Tutto questo puó essere raggiunto soltanto per mezzo della guerra. Il piano C è stato appena attivato.

2) CONFRONTO CON LA RUSSIA E LA CINA

Negli ultimi mesi la Cina ha osservato gli USA e i parassiti di Wall Street molto accuratamente.

La Cina vorrebbe capire cosa ne sará dei 1.7 mila miliardi di riserve in dollari che detengono (questa situazione è chiamata ‘la bomba atomica cinese’ da alcuni osservatori a Washington). Gli USA non danno spiegazioni perché in realtá di risposte non ne hanno.

Se la Cina dovesse prendere una decisione drastica (come ad esempio cambiare le proprie riserve di dollari americani in euro in tempi brevissimi), si avrebbe come conseguenza il crollo del dollaro americano (il suddetto piano B è stato studiato appunto per questa eventualitá).

In effetti, una delle maggiori fonti finanziarie atte a coprire il debito pubblico americano è proprio la Cina, la quale fino a poco tempo fa assorbiva appunto gran parte del debito pubblico degli USA (oggi questo bisogno necessita di ben 170 miliardi di dollari alla settimana).

Il recente misterioso volo a bassa quota dell’ Air Force One su Manhattan, che ha provocato molto panico e perfino l’ evacuazione sia del World Financial Center che di altri grattacieli sembra essere connesso con la situazione generale: sembra che Obama e alcuni del suo staff abbiano deciso di incontrare i rappresentanti e garanti della Cina e di altre potenze estere con l’obiettivo di raggiungere un accordo/soluzione. Il problema è che Obama non è arrivato ad un accordo con i piani piú alti che hanno l’ ultima parola e che hanno deciso diversamente, ordinando all'Air Force One di atterrare a Washington DC in maniera piuttosto minacciosa. Temendo il peggio il pilota dell’Air Force ha deciso di proteggere il velivolo facendo in modo che venisse ‘visto’ sui cieli di New York da milioni di persone cosi che i due caccia F-16 che lo scortavano non facessero niente di ‘strano’ (vedi i video su YouTube degli incredibili voli a bassa quota). Gli inviati dei creditori esteri degli USA, inclusa la Cina, sono poi anche stati coinvolti in uno scontro a fuoco avvenuto poco dopo con degli agenti dell’ FBI; scontro che ha provocato la morte di diversi agenti.

3) IL DETONATORE ISRAELIANO

Lo stato di Israele va avanti col piano annunciato per l’attacco unilaterale dell’Iran. Abbiamo parlato di questo per oltre due anni. Sará un attacco unilaterale premeditato e ingiustificato da parte di Israele, l’unico stato del Medio Oriente che detiene armi di distruzione di massa (400 pezzi nucleari avuti dagli USA) e che lascia intendere di volerle usare; la scusa è naturalmente il programma nucleare dell’Iran. Il quotidiano londinese Times rende noto nell’edizione del 18 aprile 2009 che le forze aeree israeliane sono pronte all’attacco ed aspettano soltanto il via libera dal nuovo primo ministro della destra estrema Benjamin Netanyahu, dall’ancor piú estremista ministro degli esteri Avigdor Lieberman e dall’alto commando del IDF (Forze di Difesa Israeliane) (vedi l’articolo ‘Israele è pronto a bombardare le basi nucleari iraniane).

Questo attacco provocherebbe una guerra di dimensioni enormi e l’uso di armi di distruzione di massa biologiche, chimiche e nucleari. Le fonti israeliane riferiscono che lo stato è pronto ad attaccare l’ Iran con o senza il consenso da parte del governo Obama, ben sapendo che il potere sionista in America è piú forte di qualsiasi governo, sia esso democratico o repubblicano. Netanyahu incontrerá Obama il 18 maggio. In ogni caso, con l’attacco di Israele e la risposta dell’Iran, il governo americano si vedrá costretto dal potere sionista negli USA a combattere al fianco di Israele (vedi ‘La lobby israeliana e la politica estera americana’, Stephen Walt & John Mearsheimer); tutto questo è stato appena ratificato nel Daily Telegraph del 7 maggio.

4) POLITICA PER UN GOVERNO MONDIALE

Il ‘detonatore israeliano’ va di pari passo col riposizionamento delle truppe americane lungo i confini, come suggerito dal pensiero strategico di Zbigniew Brzezinski che vuole lo spostamento di buona parte delle truppe dall’Iraq all’Afghanistan e al Pakistan, focalizzando l’attenzione sui Talebani e i pozzi petroliferi nel mar Caspio. L’Afghanistan si trova in una condizione di totale confusione con i Talebani che hanno preso possesso della parte migliore del paese. Oggi si trovano a 160 km da Islamabad, in Pakistan, paese che deve affrontare una crisi altrettanto tremenda. Le bombe americane cadono su Afghanistan e Pakistan ogni giorno mentre i governi fantoccio di questi stati non fanno nulla per porre fine a questa situazione.

L’Iran, la Russia e la Cina, da spettatori e secondo i loro propri interessi, seguendo diversi criteri d’allarme, osservano attentamente queste manovre offensive (aggravate dalla pericolosa strategia della NATO contro la Russia in Polonia e in altre parti dell’ Europa). I tre comunque riconoscono di avere gli stessi avversari: gli Stati Uniti (per Russia e Cina), Israele e gli USA (per l’Iran); una vera formula esplosiva, ma un rischio necessario per l’oligarchia del Nuovo Ordine Mondiale tesa ad introdurre un governo globale.

Questo dovrebbe essere un campanello d’ allarme per tutti gli stati del mondo, in quanto quest’ ordine comprende tutte le nazioni, e gli stati che si rifiutassero di entrare volontariamente nel ‘club’ che ruota intorno agli USA, il Regno Unito e Israele (ed ai loro rispettivi interessi) sarebbero automaticamente banditi come antidemocratici e antisemiti; quello che succederebbe dopo si puó benissimo immaginare.

5) SEMPRE PÍU STATI FALLIMENTARI: DISOCCUPAZIONE E POVERTÁ PER MILIONI DI LAVORATORI

Le banche americane ed europee sono in bancarotta, cosi come molte industrie (la Chrysler è stata proprio l’ultima a cadere), gli assicuratori globali sono tecnicamente falliti, mentre la maggior parte delle istituzioni finanziarie sono deboli, per usare un eufemismo, o totalmente improduttive, per usare un termine che si addice di piú alla situazione reale. I maggiori governi mondiali sono costretti a sostenere finanziariamente la maggior parte delle aziende, il che è un’ ulteriore prova che il capitalismo senza regole, quando lasciato ai suoi propri meccanismi senza interventi da parte dello stato, porta ad un sistema vicino a quello sovietico in cui lo stato controlla le societá (naturalmente troppo importanti per poter crollare) e porta avanti un’economia finalizzata alla protezione della nomenklatura dei ‘banksters’ [“banchieri gansters” N.d.r].

Ancora una volta assistiamo al medesimo ciclo: prima si ha la privatizzazione di larghi profitti che va avanti per decenni; profitti che vanno a riempire le tasche di banchieri, investitori, speculatori e parassiti di ogni genere. Quando poi l’ intero sistema crolla, come sta succedendo in questo momento, le gigantesche perdite sono ‘socializzate’ per mezzo di fondi governativi che includono denaro proveniente dalle imposte e denaro coniato apposta per salvare coloro che dovrebbero essere in prigione; tutti gli altri sono lasciati al proprio destino.

L'iper-inflazione tecnica del dollaro è un fatto, anche se nessuno ancora lo dichiara apertamente.

Ci si sta rendendo conto che la recessione di USA, Europa e Asia è molto peggio di quanto ci si aspettasse, dicono gli esperti.

Milioni di persone stanno perdono il posto di lavoro e i mezzi di sussistenza, le case, le pensioni, e i risparmi di una vita; milioni di persone cominciano a farsi sentire nelle strade con manifestazioni come i “tea-parties” [recenti manifestazioni di protesta negli USA N.d.r] e sommosse: rappresaglia e repressione.

6) FRODE E ANCORA FRODE

Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e direttore della Yeshiva University a Tel Aviv, è divenuto un simbolo del classico banchiere truffaldino che ha parte integrante nel sistema capitalistico senza regole (che usa il modello piramidale Ponzi come modello base), con i suoi 70 miliardi di dollari rubati ad altri investitori (oh, questi sembrano essere preda di una versione moderna di cannibalismo, mangiando la loro stessa carne).

Si dovrebbe comunque essere piú gentili con ‘Bernie’ Madoff in quanto egli si sta assumendo tutte le colpe e le critiche derivanti dal modello Ponzi, mentre in realtá è l’ intero sistema finanziario a rispecchiare tale modello. Questo è il modo in cui CitiCorp (William Rhodes, Robert Rubin), la Bank of America, Goldman Sachs (Henry Paulson, Timothy Geithner), Morgan Stanley, AIG (Maurice Greenberg) e gli altri istituti assicurativi e banche, hanno sempre operato.

Per avere un’idea piú chiara di quello che sta succedendo dietro le quinte, si prenda come esempio Freddie Mac, il cui nuovo direttore finanziario, il 41enne David Kellermann, si è suicidato. Fonti dell’intelligence russa ritengono che la causa piú probabile per questa morte sia legata al fatto che Kellermann aveva scoperto che Freddie Mac ha finanziato con piú di 50 miliardi di dollari le organizzazioni che fanno capo agli interessi di Israele, cosi che quest’ informazione avrebbe dovuto essere resa nota proprio da lui. Bisogna anche ricordare che quando alla fine dello scorso anno Freddie Mac crolló, uno dei suoi direttori era Rahm Emanuel, ossia l’attuale capo di gabinetto del presidente Obama con doppia cittadinanza (americana e israeliana), e per di piú sospettato di far parte dei servizi segreti israeliani.

7) H1N1 L’ EPIDEMIA DELLA PESTE SUINA

Sembrerebbe che un’ altra cortina fumogena sia stata imposta ai mezzi d’ informazione di tutto il mondo, in modo da evitare che gli articoli che parlano della suddetta situazione vengano messi nelle prime pagine. Fino ad ora si sono verificati soltanto 2000 casi di H1N1 in tutto il mondo, e i 160 decessi in Messico riportati da FoxNews alcune settimane fa sono scesi a 30; lo stesso vale per il resto del mondo. I media hanno provocato isteria, generando quella che viene chiamata ‘isteria da pandemia’, per la gioia delle grosse ditte farmaceutiche che registrano vendite record di Oseltamivir e altre medicine contro l’influenza. I fautori del NWO (Nuovo Ordine Mondiale) sono anche stati in grado di testare l’efficacia delle tattiche di guerra psicologica posta in atto al fine di avere il controllo su fasce molto ampie di popolazione. Vaccini di massa e quarantena, voli cancellati: questo è un circo globale; lo stesso avvenne nel caso dell’ influenza aviaria nel 2004/2005 (che ne è stato poi?).

Non c’è dubbio che ad un certo punto verrá sintetizzato un virus selettivo focalizzato a determinati gruppi sociali (è stato forse l’ HIV un precursore?), in quanto uno degli obiettivi chiave del governo mondiale è proprio quello di favorire la decrescita demografica del pianeta, come consigliato da Henry kissinger nel National Security Strategic Memorandum 200 del 1974.

Per concludere, le sette questioni di cui si parla in quest’ articolo non dovrebbero essere considerate isolate e sconnesse; al contrario sono strettamente legate tra loro e dovrebbero essere perció lette in chiave olistica, come parte di una strategia piú vasta mirante all’ imposizione di un regime globale in un modo o nell’altro. Parlare di tali questioni come legate tra loro e fare previsioni sul loro effetto a medio e lungo termine ci permette di capire cosa sta realmente accadendo nel mondo; il che è molto diverso da quello che si sente alla CNN, FoxNews, la BBC, il New York Times, il Washington Post, il Daily Telegraph, ABC, CBS o NBC.

In breve, la questione chiave che ci si dovrebbe porre dovrebbe diventare sempre piú chiara a tutti quanti: quanto tempo ci rimane? Quanto tempo abbiamo realmente negli Stati Uniti, in Europa, in Argentina e nell’intero pianeta?

Ognuno giudichi a modo suo, ognuno faccia le proprie scelte. Si puó scegliere di essere come Homer Simpson, facendo zapping tutto il tempo, oppure scegliere di intervenire in questo disastro globale, a prescindere da dove ci troviamo, passando ai fatti.

Qualsiasi cosa si abbia intenzione di fare, è meglio che si cominci subito.

Titolo originale: "Global Crisis: How Much Time do We Have?"

Fonte: http://asalbuchi.com.ar/
Link
08.05.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARCO ORRÙ


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Porsche-Volkswagen: fusione in vista?

Wappen von Porsche und Logo von Volkswagen. Quelle: imago

Per

“L’obiettivo resta la fusione con Volkswagen”. Questo il nocciolo dello scarno comunicato emesso nella serata di ieri dal direttivo di Porsche. La saga che tiene vicendevolmente legate le sorti delle due prestigiose case automobilistiche tedesche è insomma destinata a continuare. Negli ultimi quattro anni ci eravamo quasi abituati all’idea che fosse Porsche a dover rilevare, passo dopo passo, il colosso con sede a Wolfsburg. Poi d’un tratto, nemmeno un mese fa, il colpo di scena: il prestigioso marchio di Zuffenhausen, guidato dall’ultramilionario Wendelin Wiedeking, ha denunciato perdite per nove miliardi. In appena un giorno l’epica scalata si è dissolta. Troppi i debiti accumulati. Il deal con VW e la crisi finanziaria hanno messo ko il gruppo di auto sportive.

Tutto ciò dopo che solamente nell’ottobre scorso Porsche era arrivata ad assicurarsi il 51% di Volkswagen, con l’intento (prima sottaciuto, poi reso noto) di metterne in portafoglio ben il 75%. Se, comunque, già in precedenza, le chance di acquisire il controllo effettivo del gruppo Volkswagen sembravano estremamente modeste per via della minoranza di blocco in capo al Land Bassa Sassonia, ad oggi le prospettive di un takeover si sono del tutto affievolite. D’altra parte, la complicata vicenda economico-finanziaria che avvolge i due simboli del capitalismo tedesco si intreccia alla interminabile partita a scacchi tra i numerosi discendenti di Ferdinand Porsche, fondatore di Volkswagen e del gruppo automobilistico che porta ancora oggi il suo nome. Da una parte della barricata c’è infatti Ferdinand Piëch, il nipote di Porsche, dal 2002 presidente del consiglio di sorveglianza di VW nonché azionista di maggioranza dell’azienda di famiglia; dall’altra il cugino Wolfgang Porsche, presidente del consiglio di sorveglianza della casa di Zuffenhausen e il suo Ceo Wendelin Wiedeking. Inizialmente Piëch era favorevole all’idea di riunire sotto un unico tetto i due gioielli di famiglia, ma poi, circa un anno fa, il timore che i piani di Porsche potessero appannare la sua leadership l’hanno spinto a cambiare opinione, facendosi scudo con il sindacato e con i politici che siedono nel consiglio di sorveglianza. Porsche, dal canto suo, ha pervicacemente tentato di perseguire l’obiettivo della scalata, rimproverando al governo tedesco di aver fatto di tutto per non modificare come si deve la famosa legge Volkswagen che attribuisce una sorta di veto sulle decisioni strategiche ai politici locali. La normativa, cassata dalla Corte di giustizia europea nel 2007, ha visto nuova luce nel 2008, senza che tuttavia tutti i rilievi della Corte venissero presi in considerazione.

Oggi, insomma, i ruoli si sono invertiti e tocca al colosso di Wolfsburg mostrare i muscoli per costringere alla resa il piccolo carrozziere del Baden-Württemberg. Ai primi di maggio, sull’onda dei rumors che davano per raggiunta l’intesa tra Fiat ed Opel, anche l’accordo tra Porsche e VW pareva ormai questione di ore. Poi la situazione è nuovamente precipitata per via delle accuse rivolte da Piëch al management di Zuffenhausen, reo- a suo dire- di aver pesantemente compromesso la solidità finanziaria del marchio. Prima di procedere ad una fusione, Porsche deve mettere ordine in casa propria. Questo il senso delle parole di Piëch. Tanto più che recentemente la Bafin, l’organo tedesco di controllo dei mercati finanziari, ha aperto un’inchiesta per far piena luce sulla trasparenza delle operazioni di borsa attuate da Porsche nell’ottobre scorso.

Negli ultimi due giorni i vertici delle rispettive case automobilistiche avrebbero dovuto incontrarsi per definire una volta per tutte i termini dell’affare. Ma gli attriti tra Wiedeking, artefice della scalata e ora grande sconfitto e Piëch hanno fatto saltare l’appuntamento. Intanto, mentre Porsche è alla disperata ricerca di un investitore che ne sani i conti, la stampa tedesca ipotizza che la situazione possa finalmente disincagliarsi dall’ingresso sulla scena di Martin Winterkorn, l’ad di Volkswagen, unico in grado di fare da paciere tra i due clan familiari in lotta.http://germanynews.ilcannocchiale.it/


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Obama is my new anti-cancer drug

Pare che il tumore di Edward Kennedy stia regredendo. Cosa può fare la speranza di vedere il varo di una vera riforma sanitaria.

The Hill

http://giornalismoparma.typepad.com/


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Perché i piani di Obama & C. non funzioneranno


obama-barackdi Pino Cabras - Megachip

Sessant’anni di mentalità, di poteri, istituzioni internazionali, una linea economica di riferimento, tutto questo nella nostra percezione non passa in un istante. I commenti politici degli ultimi mesi sono ancora immersi in quel sistema, ma tutto è cambiato. Il mondo uscito dal 1945 ha avuto una lunga continuità che in pochi mesi si è sgretolata. La Grande Crisi procede a dispetto delle idee aggrappate ai vecchi tempi.





A maggio 2009, il rapporto mensile di Leap/Europe 2020 - il sito francese che ha previsto meglio di tanti altri soggetti l’evolversi dell’attuale crisi - scrive proprio che ci siamo, che in questa primavera il mondo farà l’ultimo passo prima di uscire dal quadro di riferimento dei poteri globali degli ultimi sessant’anni, e uscirà soprattutto dalla sua versione “semplificata”, quella impostaci negli ultimi vent’anni, dopo la fine del sistema sovietico.

La fine di un’era rende già subito inutilizzabile il cruscotto di strumenti che sinora hanno guidato le azioni di chi ha preso le più importanti decisioni economiche.

I tentativi disperati di salvare il sistema finanziario globale guidato da Londra e New York hanno fatto impazzire tutte le bussole, influenzate dalle manipolazioni di istituti finanziari, banche centrali e governi.

Le immissioni astronomiche di liquidità che hanno invaso il sistema finanziario globale per un anno, specie il sistema USA, hanno portato gli operatori politici e finanziari a perdere completamente contatto con la realtà. Europe 2020 li paragona ai sub che vengono colpiti da narcosi da azoto (detta anche ‘ebbrezza da alti fondali’), i quali manifestano un’euforia che li spinge ad andare più a fondo quando avrebbero invece bisogno di riemergere. Anche nel caso della finanza c’è un’ebbrezza – lo vediamo in qualche rally borsistico di queste settimane – che distrae dal vero pericolo, per il quale non c’è più la lucidità necessaria in termini di orientamento né ci sono più strumenti adatti.

L’ebbrezza si scontrerà prestissimo con la realtà.

Dieci anni fa, fra le prime 20 istituzioni finanziarie al mondo per capitalizzazione, 11 erano statunitensi, 4 britanniche, 2 giapponesi, 2 svizzere e due giapponesi.
Oggi, le prime 3 sono cinesi, mentre di statunitensi ne sono rimaste 3, intanto che molte fallivano. Il cambiamento è avvenuto nel giro di brevissimo tempo. Sono tempi insoliti, con paragoni che devono fare il passo del secolo, ossia salti di generazioni.
Europe 2020 fa tre esempi illuminanti.

1) Da quando nel 1694, ossia 315 anni fa, venne creata la Banca d’Inghilterra, il tasso d’interesse non aveva mai toccato un livello più basso di quello attuale, lo 0,5%.
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2) Nel 2008 la Caisse des Dépôts et Consignations, un istituto finanziario che fa da braccio operativo dello Stato francese, ha chiuso il bilancio in rosso per la prima volta dalla sua fondazione, avvenuta 193 anni fa, nel 1816. La Caisse era passata per monarchie, repubbliche, fasi imperiali, guerre mondiali, crisi, senza mai conoscere una perdita.

3) Nell’aprile 2009 la Cina è diventato il primo partner commerciale del Brasile, un genere di evento che altre volte ha annunciato un cambio di guardia nella leadership planetaria. Due secoli fa gli inglesi soppiantavano i portoghesi e questo coincise con l’inizio della grande potenza britannica a livello globale. Gli USA sostituirono il Regno Unito come partner principale del Brasile negli anni Trenta del XX secolo, e la cosa coincise con un passaggio di ruolo internazionale che poi vide la preponderanza statunitense.

Assieme a questo senso di assoluta novità, sono preoccupanti le sensazioni di dejà vu, nell’ora in cui cerchiamo di dar forma alla crisi.
Una prima cosa da chiedersi è se una crisi possa avere una forma. I grafici provano a dare una risposta. Le tendenze dei mercati azionari nel corso delle quattro maggiori crisi economiche dell’ultimo secolo mostrano una evidente convergenza fra la curva della crisi del 1929 e quella di oggi.
four
Trend borsistici: al netto dell’inflazione – durante le ultime quattro maggiori crisi economiche (grigia: 1929,
rossa: 1973, verde: 2000, blu: crisi attuale) - Fonte: Dshort/Commerzbank, 17 aprile 2009

Ma la questione fondamentale da chiedersi è un’altra. L’impegno profuso per reagire alla Grande Crisi andrà a buon fine? Ci chiediamo cioè se gli enormi interventi dei governi e delle banche centrali, nel breve volgere dei prossimi mesi, siano in grado di bilanciare una tendenza storica così robusta che va in direzione contraria. Ci chiediamo se sia possibile spendere bene cifre così difficili da assorbire. Insomma mettiamo in discussione sia lo “stimulus plan” degli USA, sia l’omologo cinese, due piani monstre che sembrano volersi sporcare le mani con l’economia reale.

Europe 2020 vede un ostacolo insormontabile rispetto all’efficacia dei mega-piani di stimolo messi in campo da Obama e Hu Jintao. È la “barriera della capacità di assorbimento”. Cioè l’esistenza di un limite “fisico” alla capacità di spendere enormi risorse pubbliche in tempi sensati, con progetti funzionali, con burocrazie capaci di far procedere il meccanismo di spesa.

Tutti conosciamo la fatica del processo europeo, la lunga storia di tentativi e adattamenti che ancora – nonostante decenni di ricalibrature – rendono la capacità di spesa ben lontana dal 100%, con ampie aree di corruzione, spreco, ininfluenza sui fondamentali dell’economia. A Stati Uniti e Cina manca perfino il tempo, la risorsa oggi più importante, quando invece i risultati dovrebbero far capolino immediatamente per rasserenare i cuori di milioni di persone, e confortare i portafogli vicini a questi cuori.

I leader dell’Unione europea e le autorità che presiedevano ai bilanci hanno scoperto già all’inizio degli anni novanta l’esistenza di una barriera in relazione alla capacità di un sistema-Paese di “assorbire” gli aiuti allocati per il suo sviluppo economico.

Sce alcolato su base annua, il piano di Obama corrisponde a 182 miliardi di euro, quello cinese a 215 miliardi. L’Europa dei fondi strutturali dispone di circa 70 miliardi di euro per anno. Ciascuno dei piani di stimolo economico varati da Washington e Pechino è dunque circa tre volte più grande dei fondi europei, proprio quei fondi che scontano tuttora la “barriera della capacità di assorbimento”.

Capite ora quanto è inedita la portata del problema.

Cina e USA devono dimostrare immediatamente una capacità di assorbimento enormemente più vasta di quella europea, pur rodata da vent’anni di pratiche.
Dovranno, qui ed ora, tener conto delle loro dimensioni continentali, con tutte le diversità locali, le differenze stridenti fra territori e sistemi subregionali. Proprio come l’Europa.
Diversa rispetto all’Europa sarà però l’infrastruttura pubblica: molto meno sviluppata in USA, molto di più in Cina, ma in entrambi i casi non abbastanza preparata e formata per gestire in pochi mesi tanta complessità operativa.
Il dilemma è inventarsi un flusso di procedure e risorse che non può permettersi il lusso di arrestarsi nei colli di bottiglia, né sopportare carenze progettuali, né farsi vanificare da mafie agguerrite che spolpano i fondi.
Nel mentre il ticchettio della crisi va avanti. Dal febbraio 2008 al febbraio 2009 gli Stati Uniti hanno perso oltre 4 milioni di posti di lavoro, e la tendenza si accelera.
february
Mappa dell’occupazione USA (feb 2008 - feb 2009). In blu il lavoro creato, in rosso il lavoro perso.
Fonte: Bureau of Labor Statistics / NYT

In queste situazioni il rischio immediato è che ogni euro, ogni dollaro, ogni yuan renminbi investito dalle autorità pubbliche generi sempre meno valore aggiunto. O non viene speso del tutto, o viene speso male.

Nei casi peggiori, gli effetti degli incentivi sono perfino negativi, perché possono creare delle “bolle” a livello locale, o erigono cattedrali nel deserto, senza impatti sull’economia. Oppure selezionano imprenditori specializzati a massimizzare il denaro pubblico, anziché l’economicità delle loro imprese. Nei casi davvero peggiori, come ci dice anche l’esperienza italiana, incancreniscono la corruzione sistemica a livello di governo locale, fino a creare vaste reti criminali in grado di condizionare la politica e rendere non rendicontabili i risultati.

Le avvisaglie di queste difficoltà ci sono già.
In USA le agenzie che hanno in carico la realizzazione del programma potranno dare informazioni sui progetti solo nell’ottobre 2009 e “forse” (che per i burocrati significa “non prima di”) durante la primavera del 2010, fuori tempo massimo perché la cosa abbia senso («USA Today, 6 maggio 2009»). I canali di spesa già oliati non ci sono.

In Cina la fantasia dei burocrati è arrivata a prescrivere per tutti i funzionari pubblici del distretto di Gongan (provincia di Hubei) l’«obbligo di fumare» per stimolare l’economia dell’area, fortemente basata sulla produzione di sigarette. Davvero la Grande Crisi produce notizie. L’uomo morde il cane.
top 10
I peggiori dieci periodi di perdita di posti di lavoro in USA:
Fonte: US Bureau of Labor Statistics / Christian Hill

Rimane la notizia vera di una crisi senza precedenti e in avvitamento. I piani di stimolo ridurranno forse la caduta dell’occupazione, sebbene con effetti marginali. Ma il lascito sarà terribile per la finanza pubblica. In Cina ci sarà un drastico calo delle riserve finanziarie. Negli USA ci saranno un deficit e un debito meno sostenibili, o forse proprio del tutto insostenibili. Per la prima volta nella storia le risorse del livello federale sono diventate l’introito più importante per i singoli Stati, e gli effetti saranno duraturi.

Quanto a noi, in Italia, l’informazione è lontana dal raccontare la dimensione della crisi. Addirittura un crollo del PIL intorno al -6% è capace di passare quasi inosservato

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Il piano Obama per il Medioriente: Gerusalemme est ai palestinesi

 

Il Jerusalem Post ha pubblicato oggi alcune anticipazioni del piano messo a punto per il Medio oriente messo a punto dal presidente Barack Obama insieme al re giordano Abdallah, che si è recato in visita a Washington ad aprile. Il piano prevede la nascita di uno stato palestinese indipendente ma demilitarizzato, con Gerusalemme Est come capitale; la città vecchia di Gerusalemme diventerebbe una «zona internazionale»; inoltre il piano prevede la possibilità «di un limitato diritto al ritorno» nelle loro case per i profughi palestinesi.
Il presidente Usa dovrebbe illustrare il piano nel discorso che terrà al Cairo fra tre settimane. Lunedì, Obama ha incontrato alla Casa bianca il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ribadendo di sostenere la soluzione dei due stati. Netanyahu invece non ha mai accennato alla nascita di uno Stato palestinese.
Secondo funzionari Usa citati dal sito di Haaretz, gli Stati uniti si aspettano da Israele concessioni concrete ai palestinesi prima del viaggio di Obama al Cairo, in programma per il 4 giugno. In particolare, gli Usa si aspettano che, nella riunione di gabinetto in programma per domenica, il governo israeliano decida di alleviare le restrizioni all’ingresso e all’uscita di merci da Gaza. L’idea, tuttavia, sembra scontrarsi con una prima presa di posizione dell’Arabia Saudita, contraria a una normalizzazione graduale dei rapporti.www.carta.org


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maggio 20 2009

Quale di questi scandali non farà cadere il governo?

a) Marco Pannella proclama lo sciopero totale della fame e della sete;
b) I carabinieri italiani perquisiscono la sede del Partito Nasional Veneto;
c) L'avvocato Mills fu corrotto da Silvio Berlusconi.http://formamentis.splinder.com/


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ottobre 1912, relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti d’America sugli Italiani

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro.
I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alla frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali.
http://www.giovannibachelet.it/

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L'undicesima domanda

Alle dieci domande di D'Avanzo, ce n'è da aggiungere un'undicesima che gli ha fatto il mio direttore con un corsivo: quante sono le donne che fanno politica grazie a un ricatto sessuale al premier? http://www.uqbar.ilcannocchiale.it/


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zapateroclass="linkmenu">13:07 | commenti

Caso Mills, Berlusconi esclude di rinunciare al Lodo Alfano.

Finalmente una legge che ha voglia di rispettare fino in fondo.


di Francesco Cocco
http://www.brioches.ilcannocchiale.it/

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zapateroclass="linkmenu">13:06 | commenti

Ma quali ronde, ci vuole la pizzeria.

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Pubblicato da Debora Billi in Distribuzione, Ordine Pubblico


moschino.jpg

Tempo fa, qualcuno mi chiese qualche idea per un'amministrazione locale. La prima cosa che proposi, fu di trovare il modo (detassando, incentivando, contribuendo direttamente o quel che è) di evitare la chiusura dei piccoli negozi e magari stimolarne la riapertura.

Più volte abbiamo parlato qui del vizio generale di incoraggiare solo aperture di centri commerciali. Tali centri sono un business soltanto per i soliti noti, ovvero i costruttori cementificatori. I "posti di lavoro" all'interno sono i medesimi che si avrebbero in una qualsiasi strada commerciale. 

Il risultato sono interi quartieri satellite, nelle grandi città, cresciuti intorno a un centro commerciale. Niente negozi, niente vie illuminate, niente gente che passeggia per strada. E' logico che tali quartieri, già non principeschi di per sé, si trasformino presto in incubi per la sicurezza. Scippi, rapine, spacciatori a cielo aperto, risse... e cominciano le proteste, si chiede maggior controllo, arrivano le pattuglie, si appoggia la creazione di ronde. E la stessa cosa accade anche nei quartieri cittadini, dove i negozi chiudono e lasciano al buio e all'abbandono intere strade che prima erano ritrovo per gli abitanti ad ogni ora del giorno.

Quando si esamina il problema del "degrado", della "violenza", persino del "razzismo" nelle grandi metropoli, si scomodano spesso brevi cenni sull'universo sociale, i cambiamenti epocali, il disastro economico, gli immigrati che ci invadono, gli alieni del 2012. E non si pensa mai in piccolo, forse perché il problema piccolo è più semplice da risolvere e in realtà nessuno ha intenzione di risolvere nulla: due bar, una pizzeria aperta fino a mezzanotte, qualche jeanseria, il giornalaio, il tabacchino, la pasticceria e la gelateria aperte nei weekend hanno più forza contro la delinquenza di decine di inutili ronde.

C'è la crisi? Troviamo il modo, un modo per consentire ai giovani, ai disoccupati, di aprire negozietti anche artigianali senza tirar fuori un euro. Lo Stato, o il Comune, potrebbe pagare un piccolo affitto "politico" al proprietario (che ha solo da guadagnarci, visto che tiene il negozio chiuso) pari magari a un piccolo assegno di disoccupazione. E poi, rendere tutte le attività esenti da tasse per consentire anche a chi dipinge ceramica di trarne da vivere. E' molto più conveniente per lo Stato creare opportunità di lavoro, e incidere sul problema sicurezza a costo zero, che riscuotere quattro soldi di tasse. Si può? Non si può? Non saprei, non sono un tecnico.

Ma le crisi, economiche o di sicurezza, si tamponano soltanto perseguendo strade nuove. La via vecchia non funziona più. http://crisis.blogosfere.it/


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L’impunito


Il corrotto condannato, il corruttore a palazzo Chigi.
Com’era prevedibile, la sentenza di primo grado del processo Berlusconi-Mills non risparmia il corruttore, nella persona del presidente del consiglio dei ministri on. Silvio Berlusconi. Le motivazioni sono state depositate oggi a Milano. Secondo il tribunale l’avvocato Mills, che ha il torto di essere londinese, altrimenti sarebbe in parlamento, è stato corrotto da Berlusconi per testimoniare il falso in modo da consentirgli l’impunità in altri processi “o almeno il mantenimento degli ingenti profitti realizzati”. Come sappiamo, Mister B. uscì (definitivamente) dal processo, salvandosi da una condanna ancor più pesante, grazie a una legge, il famoso “Lodo Alfano”, scritta dal suo avvocato e approvata in tre settimane, come primo a fondamentale atto di genuflessione della nuova legislatura, dai suoi parlamentari su misura. Su questa legge vergogna ora gravano un referendum popolare e un procedimento di legittimità davanti alla corte costituzionale. Si annuncia una giornata di superlavoro per la servitù: divertiamoci a vedere come verrà data questa notizia (che in una democrazia imporrebbe le dimissioni del “premier”) dalle varie gazzette di regime, mettendole a confronto con la stampa internazionale. E gli oppositori dialoganti, come reagiranno questa volta? “Non siamo più la sinistra giustizialista e salottiera che eravamo prima”, disse il buon Veltroni nella conferenza stampa convocata per annunciare le dimissioni, un’ora dopo la condanna di Mills. Ora, per coerenza, da Franceschini ci attenderemmo, se non le dimissioni, almeno un mea culpa.http://www.pieroricca.org/


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Il premier insulta l’Unità
«Una sentenza vergognosa»
Claudia Fusani
l' Unità

«Non mi farò processare, se ne vada lei o me ne vado io» si infuria il premier con l’inviata de l’Unità. E l’ultima trasferta in Abruzzo diventa un comizio contro stampa e giudici. Per il sisma in arrivo fondi Ue.
Una furia. Scatenato. Senza limiti. Come il toro quando vede rosso. O il diavolo di fronte all’acqua santa. Così Silvio Berlusconi quando gli parli del processo Mills e delle motivazioni di quella sentenza che dicono che l’avvocato inglese «è stato un falso testimone per consentire l’impunità a Berlusconi e alla Fininvest». Attacca i giudici che sono «scandalosi», i giornalisti e la stampa tutta, «una vergogna inaccettabile», se la prende con Repubblica («a voi, che siete invidiosi, non rispondo»), attacca l’Unità che fa una domanda semplice semplice: «Presidente, visto che è così sicuro della sua innocenza, si faccia processare, una volte per tutte, così ci togliamo il pensiero. Congeli il lodo Alfano e affronti quel processo…». E Berlusconi: «Io non mi faccio processare, io non perdo tempo, lei ha una posizione pregiudiziale, o se ne va lei o me ne vado io…». Siamo rimasti tutti, fino in fondo, continuando a discutere.
il premier

Il premier torna all’Aquila per la dodicesima volta dal 6 aprile. Accompagna il commissario europeo Josè Manuel Barroso a Onna, Paganica, nella caserma di Coppito che dovrà liberare le casse europee in favore dell’Abruzzo (arriveranno 480 milioni dal Fondo solidarietà per le catastrofi e saranno anticipati i 140 del Fondo per lo sviluppo), ribadisce i piani per le casette («tremila persone saranno in casa il 15 settembre»), auspica che la gente torni a casa, chi può, conferma la bontà della scelta della sede del G8 («oggi ha dato il gradimento anche la regina Elisabetta e Hillary Clinton»). E insomma, il repertorio di sempre, numeri, promesse, scadenze con Bertolaso e il presidente Chiodi che confermano ogni sillaba.
Berlusconi sa che, nonostante gli sforzi, la conferenza stampa porterà fatalmente verso il caso Mills. Il suo staff chiede che le domande sul caso vengano poste quando Barroso ha lasciato il tavolo. Giusto per non mescolare le cose serie con le beghe di casa. Così avviene. Ma il clima da gentlemen agreement dura meno di tre secondi. Il tempo della prima domanda. Dici Mills e il toro vede subito rosso.
sentenza

«Questa sentenza è scandalosa, è contraria alla realtà e ai fatti come sono sicuro che sarà accertato nella fase dell’appello». Piano piano sale il colore in viso. E la voce si fa tremula. Informerà il Parlamento, promette. Quando? «Quando avrò tempo e a quel punto dirò finalmente tutto quello che penso di certa magistratura». Le motivazioni della sentenza, ad esempio: «Sono arrivate in modo puntualmente programmato», a tre settimane dal voto europeo lascia intendere (il codice, a dir la verità, prevede il deposito entro oggi). Attacca l’opposizione che ieri gli chiede conto di una sentenza per cui, se non ci fosse stato il Lodo Alfano il premier sarebbe molto probabilmente anche lui condannato per corruzione. Di Pietro diventa «un soggetto pericoloso per la democrazia», Italia dei Valori «immobiliari» aggiunge. Sul Pd rovescia fiumi di veleno. «È un’opposizione divisa che sa solo attaccarsi a cose di questo tipo. Si è attaccato alle veline, che non esistono, e a quella povera ragazza (Noemi, ndr) e a quella festa bersagliandola in modo inaccettabile . Abbiamo visto il peggio e di più, vergogna».
vergona

La vergogna, ovviamente, è per la stampa in generale. L’inviato di Repubblica prova a fare una domanda. Il premier gli tappa la bocca: «Io con Repubblica con parlo». Tocca a l’Unità e perde completamente le staffe. «Io quel processo non lo faccio, questa domanda mi fa infuriare, o se ne va lei o me ne vado io» (il Presidente della Fnsi Roberto Natale dirà poi: «È incivile ed indegno di un rappresentante delle istituzioni l’atteggiamento tenuto oggi dal presidente del Consiglio nei confronti dei giornalisti durante la conferenza stampa all’Aquila»). Il corrispondente della stampa estera si aggira preoccupato. «È la prima volta che seguo Berlusconi, ma è sempre così?». A volte. Anzi spesso.


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Un leader in fuga dalla verità
Giuseppe D' Avanzo, la Repubblica,

È giusto ricordare che, se Silvio Berlusconi non si fosse fabbricato l´immunità con la "legge Alfano", sarebbe stato condannato come corruttore di un testimone che ha protetto dinanzi ai giudici le illegalità del patron della Fininvest. Condizione non nuova per Berlusconi, salvato in altre occasioni da norme che egli stesso si è fatto approvare da un parlamento gregario.
Le leggi ad personam, è vero, sono un lacerto dell´anomalia italiana che trova il suo perno nel conflitto di interessi, ma la legislazione immunitaria del premier è soltanto un segmento della questione che oggi l´Italia e l´Europa hanno davanti agli occhi. Le ragioni della condanna di David Mills (il testimone corrotto dal capo del governo) chiamano in causa anche altro, come ha sempre avuto chiaro anche il presidente del consiglio. Nel corso del tempo, il premier ha affrontato il caso "All Iberian/Mills" con parole definitive, con impegni che, se fosse coerente, oggi appaiono temerari: «Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conoscevo neppure l´esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario» (Ansa, 23 novembre 1999, ore 15,17). Nove anni dopo, Berlusconi è a Bruxelles, al vertice europeo dei capi di Stato e di governo. Ripete: «Non conoscevo Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l´Italia» (Il sole24ore.com; Ansa, 20 giugno 2008, ore 15,47). È stato lo stesso Berlusconi a intrecciare consapevolmente in un unico destino il suo futuro di leader politico, «responsabile di fronte agli elettori», e il suo passato di imprenditore di successo. Quindi, ancora una volta, creando un confine indefinibile tra pubblico e privato. Se ne comprende il motivo perché, nell´ideologia del premier, il suo successo personale è insieme la promessa di sviluppo del Paese. I suoi soldi sono la garanzia della sua politica; sono il canone ineliminabile della «società dell´incanto» che lo beatifica; quasi la condizione necessaria della continua performance spettacolare che sovrappone ricchezza e infallibilità.
Otto anni fa questo giornale, dando conto di un documento di una società internazionale di revisione contabile (Kpmg) che svelava l´esistenza di un «comparto estero riservato della Fininvest», chiedeva al premier di rispondere a qualche domanda «non giudiziaria, tanto meno penale, neppure contabile: soltanto di buon senso. Perché questi segreti, e questi misteri? Perché questo traffico riservato e nascosto? Perché questo muoversi nell´ombra? Il vero nucleo politico, ma prima ancora culturale, della questione sta qui perché l´imprenditorialità, l´efficienza, l´homo faber, la costruzione dell´impero ? in una parola, i soldi ? sono il corpo mistico dell´ideologia berlusconiana» (Repubblica, 11 aprile 2001). Berlusconi se la cavò come sempre dandosi alla fuga. Andò a farsi intervistare senza contraddittorio a Porta a porta per dire: «All Iberian? Galassia off-shore della Fininvest? Assolute falsità».
La scena oggi è mutata in modo radicale. Se il processo "All Iberian" (condanna e poi prescrizione) aveva concluso in Cassazione che «non emerge negli atti processuali l´estraneità dell´imputato», le motivazioni della sentenza che ha condannato David Mills ci raccontano il coinvolgimento «diretto e personale» di Silvio Berlusconi nella creazione e nella gestione di «64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest». Le creò David Mills per conto e nell´interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mentì in aula per tener lontano Berlusconi dai guai, da quella galassia di cui l´avvocato inglese si attribuì la paternità ricevendone in cambio «enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali», come si legge nella sentenza.
È la conclusione che ha reso necessaria l´immunità. Berlusconi temeva questo esito perché, una volta dimostrato il suo governo personale sulle 64 società off-shore, si può oggi dare risposta alle domande di otto anni fa, luce a quasi tutti i misteri della sua avventura imprenditoriale. Si può comprendere come è nato l´impero del Biscione e con quali pratiche. Lungo i sentieri del «group B very discreet della Fininvest» sono transitati quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l´approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come «i politici costano molto? ed è in discussione la legge Mammì»). E ancora, il finanziamento estero su estero a favore di Giulio Malgara, presidente dell´Upa (l´associazione che raccoglie gli inserzionisti pubblicitari) e dell´Auditel (la società che rileva gli ascolti televisivi); la proprietà abusiva di Tele+ (violava le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell´86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l´acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; la risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. Sono le connessioni e la memoria che sbriciolano il «corpo mistico» dell´ideologia berlusconiana: al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c´è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.
Questo è il quadro che dovrebbe convincere Berlusconi ad affrontare con coraggio, in pubblico e in parlamento, la sua crisi di credibilità, la decadenza anche internazionale della sua reputazione. Magari con un colpo d´ala rinunciando all´impunità e accettando un processo rapido. Non accadrà. Il premier non sembra comprendere una necessità che interpella il suo privato e il suo ufficio pubblico, l´immagine stessa del Paese dinanzi al mondo. Prigioniero di un ostinato narcisismo e convinto della sua invincibilità, pensa che un bluff o qualche favola o una nuova nebbia mediatica possano salvarlo ancora una volta. Dice che non si farà processare da questi giudici e sa che non saranno «questi giudici» a processarlo. Sa che non ci sarà, per lui, alcun processo perché l´immunità lo protegge. Come sa che, se la Corte Costituzionale dovesse cancellare per incostituzionalità lo scudo immunitario, le norme sulla prescrizione che si è approvato uccideranno nella culla il processo. Promette che in parlamento «dirà finalmente quel che pensa di certa magistratura», come se non conoscessimo la litania da quindici anni. Finge di non sapere che ci si attende da lui non uno "spettacolo", ma una risposta per le sue manovre corruttive, i metodi delle sue imprese, i sistemi del suo governo autoreferenziale e privatistico. S´aggrappa al solito refrain, «gli italiani sono con me», come se il consenso lo liberasse da ogni vincolo, da ogni dovere, da ogni onere. Soltanto un potere che si ritiene "irresponsabile" può continuare a tacere. Quel che si scorge in Italia oggi ? e non soltanto in Italia ? è un leader in fuga dalla sua storia, dal suo presente, dalle sue responsabilità. Un leader che non vuole rispondere perché, semplicemente, non può farlo.


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E la nave va

Respinti rifugiati, donne, bambini. Secondo l'Onu, "L'Italia ne sarà responsabile". Non appena smetterà di esserne orgogliosa.

Maroni respinge le critiche sui diritti umani: "Sono pregiudizi infondati" ha detto, consegnando alla Libia tre nuove motovedette. Rostrate.

La Russa ribadisce che respingere i clandestini "è un'opera umanitaria". Suvvia, l'Italia non è poi così male.

Poi contesta l'Onu: "L'atteggiamento dell'Alto Commissariato è disumano e criminale". Che punti alla sua presidenza?

Gasparri difende il governo: "L'Onu dà voce a regimi brutali". Ok, però adesso non approfittiamone.

Maroni: "Evitare il traffico con ogni mezzo". Pronta l'onda verde.

Berlusconi: "Sui barconi comandano i delinquenti". Così i passeggeri si abituano all'idea.

"All'interno vi sono persone che sono reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali". Parla come uno del settore.

("Quei barconi sono pieni di delinquenti". Usa la stessa scusa per non andare ai party di Briatore)

Per Anna Finocchiaro si tratta di "gente che fugge per disperazione". E non si riferiva agli elettori del Pd.

Tunisina suicida nel centro espulsioni di Roma. Maroni: "A volte i problemi si risolvono da soli".

Su Libero la vita di Berlusconi a fascicoli. Processuali.

Con la prima uscita: i pezzi per farsi in casa propria il G8.

Incidente diplomatico: Il Giornale definisce i giapponesi "musi gialli". Le scuse del direttore: "Credevamo fossero cinesi".

Sacconi: "Legare le retribuzioni agli utili". Affondano più rapidamente.

Fiat-Opel, continuano le trattative. Il governo pronto a offrire il Trentino.

Marchionne in Germania per i colloqui. Dal curriculum ha omesso le esperienze precedenti.

Dell'Utri: "Mussolini? Era troppo buono". Per dire, oggi regalerebbe dentiere.

(parole comprensibili, da uno abituato a frequentare Previti)

Milano, due donne sfrattate vivono in una Smart. Soppalcata.

Ma il governo le rassicura: col piano casa potranno passare alla Panda.

Olimpiadi di Pechino: 6 atleti positivi alla Cera. Karate Kid squalificato a vita.

Droga, arrestato corriere a Fiumicino. Era riuscito a fondere 11 chili di cocaina con l'involucro della valigia, ma l'escamotage non è servito: il bagaglio è andato perso ugualmente.

Approvata una mozione Pdl che nega la responsabilità umana nei cambiamenti climatici. Taormina: "Io so chi è stato".

Pare che un rigurgito neonazista si aggiri per l'Europa. Ma ha promesso che tornerà in Italia entro sera.http://www.spinoza.it/


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zapateroclass="linkmenu">06:23 | commenti

Ne abbiamo abbastanza

tribunale2Con la pubblicazione delle motivazioni della sentenza di condanna di David Mills, viene alla luce uno scenario imbarazzante per il premier Berlusconi e vergognoso per il paese che rappresenta. Se l’Italia fosse un paese normale, un primo ministro accusato al termine di un processo di avere corrotto un avvocato perché falsificasse la propria testimonianza, correrebbe a dare le dimissioni. Lo farebbe in preda a una sollevazione popolare, mentre i suoi ministri minaccerebbero le dimissioni e i partiti che lo sostengono ritirerebbero l’appoggio al governo. In Italia non accadrà niente di tutto questo: per il principale quotidiano italiano la notizia non merita nemmeno di stare in apertura del proprio sito web, ministri e sottosegretari si affrettano a parlare di giustizia a orologeria e le sollevazioni popolari contro il governo, beh, quelle non si vedono dai tempi del governo Prodi e degli scandali della casta. Ma io non mi rassegno all’idea che questo paese debba essere sempre irresolubilmente diverso dagli altri, e lo dico con fermezza e decisione. Caro primo ministro Berlusconi, ne abbiamo abbastanza: dimettiti.http://www.ivanscalfarotto.it/2009/05/19/ne-abbiamo-abbastanza/


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Si dice il corrotto ma non il corruttore



Immagine di Roberto Corradi“Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”. Lo dice Gesù all’apostolo Tommaso, che ha dovuto infilare la mano nella piaga del costato per credere nella resurrezione.

Il processo Berlusconi-Mills (noto a tutti, grazie a un’informazione serva, soltanto come il “processo Mills”: si diceva il corrotto, ma non il corruttore) non ha nulla di spirituale né di trascendente. E’ una sporca storia di corruzione, il paradigma del modus operandi di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Un grande corruttore che ha sempre comprato tutto e tutti, avendo sempre avuto la fortuna di incontrare gente comprabile.

lI suo gruppo comprava la Guardia di Finanza perché chiudesse gli occhi sui libri contabili taroccati. Comprava politici, da Craxi in giù, in cambio di leggi à la carte. Comprava giudici, da Vittorio Metta in giù, per vincere cause civili perdute in partenza, come quella che scippò la Mondadori a De Benedetti per dirottarla nelle mani del Cavaliere. Pagava persino la mafia, per motivi facilmente immaginabili. Per sapere tutto questo non era necessario attendere la sentenza di ieri: bastavano tutte le altre, emesse negli ultimi 15 anni nella beata indifferenza della quasi totalità della stampa e della totalità della televisione, per non parlare della cosiddetta opposizione.

Ora il Tribunale di Milano ci informa che il Cavaliere comprò con 600 mila dollari anche un falso testimone, il suo ex consulente inglese David Mackenzie Mills (che gli aveva costruito un sistema di 64 società occulte, nei paradisi fiscali), per garantirsi “l’impunità e i profitti” nei processi Guardia di Finanza e All Iberian. Il tutto nel 1998-99, quando era già travestito da politico, aveva già guidato un governo e si accingeva a guidarne altri due. Ma anche questo si sapeva da anni. O meglio: lo sapeva chiunque avesse dato un’occhiata alle carte del processo o ne fosse stato informato. La sentenza doveva semplicemente sanzionare penalmente una condotta già assodata. Perché uno dei due protagonisti, David Mills, aveva confessato tutto al suo commercialista Bob Drennan, in una lettera che pensava sarebbe rimasta top secret: “… la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose, per dirla in modo delicato) aveva tenuto Mr B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo… Nel 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi… 600 mila dollari furono messi in un hedge fund… a mia disposizione…”.

Purtroppo per lui (e per “Mr B.”), Drennan lo denunciò al fisco inglese
, così la lettera finì sul tavolo dei pm milanesi. Interrogato a botta calda, Mills confessò a verbale che era tutto vero, salvo poi ritrattare con una tragicomica e incredibile retromarcia. La sentenza di ieri aggiunge la sanzione a ciò che chi voleva o poteva sapere già sapeva: il nostro presidente del Consiglio è, per l’ennesima volta, un corruttore, per giunta impunito per legge. Ha comprato un testimone in cambio di una falsa testimonianza. Un reato commesso per occultarne altri, a loro volta commessi per nasconderne altri ancora. Ora che è di nuovo al governo, per garantirsi l’impunità non ha più bisogno di corrompere nessuno: gli basta violare la Costituzione con leggi come la Alfano, approvata e promulgata nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto contrastarla e respingerla. La stessa indifferenza, salvo rare eccezioni, ieri ha accolto un verdetto che in qualunque altro paese avrebbe portato su due piedi all’impeachment. Lo stesso silenzio di Mills. Che però, almeno, si faceva pagare bene.
(Immagine di Roberto Corradi)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

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