ulivo velletri


giugno 30 2009

I gay frequentano di più i social network ga

Sì, fanno studi anche su questo, del resto ha ricadute sul target pubblicitario. E sul fatto che ora l’inquilino del Vaticano avrà conferma che questi luoghi sono covo del demonio, ovviamente… http://www.alongo.it/


Pd: dimmi con chi vai ti dirò dove vai.

Con Bersani: Rosi Bindi, Rutelli, Penati (il perdente di Milano), omofobi vari filo rutelliani di area romana che non cito per decenza, D’Alema, i giovani burocrati del Partito (quelli che aspettano la cooptazione e non si ribellano mai…smentitemi, vi prego, sono felice di fare un erreta corrige, ma non mi sembra ci siano speranze), il più votato del PD campano in Europa (consigliere regionale uscente di Bassolino), forse lo stesso Bassolino.

Di una cosa sono già certa. NON voterò la mozione Bersani: rappresenta il partito che non voglio, non lui (questo voglio che si sappia) ma tutti coloro che gli si stanno facendo intorno. Dopo le europee sulla base delle preferenze correntizie (vittoria di dalemiani e rutelliani) si sono chiesti regolamenti di conti interni…come se non fossimo lo stesso partito. Indecente.

Sabato Franceschini, sul palco è stato vago alle mie domande, ma ha detto per la prima volta in un luogo pubblico la parola Gay Pride. E a Genova, come ci ricorda Sergio Lo Giudice, era pieno di PD. Bersani non si è degnato di rispondermi. Chiamparino lo aveva già fatto al Pride di Torino. Mi spiace, ma uno che si dice di sinistra, non può essere così vago sulla laicità e i suoi contenuti. Davvero inclassificabile.

Ovviamente farò le pulci a tutti. Nessuno escluso.http://wordwrite.wordpress.com/


Presidente, si ripigli

napolitano

«Capisco le ragioni dell’informazione e della politica, ma il mio augurio e il mio auspicio in questo momento sono di una tregua».

L’esternazione di Napolitano è passata sui Tg come encomiabile appello a difesa del prestigio dell’Italia in vista del G8.

Invece è una gran schifezza.

Passi per la politica, ma il Presidente ci deve spiegare che cosa intende come “tregua” nell’informazione: non dare le notizie di qui al G8? Non pubblicare foto o intercettazioni, se escono? Non criticare il premier? Non porgli domande irriverenti? Scusi Presidente, ma non siamo in Birmania.

Lo sa, il Presidente, che mentre lui auspica la tregua il premier va a cena di nascosto con due giudici della Corte Costituzionale che tra l’altro dovranno presto decidere sul Lodo Alfano? Gli pare il caso di auspicare una tregua mentre il capo del governo attua pratiche di fatto eversive? E non gli pare il caso di dire una parolina in merito, visto il suo ruolo?

E ancora: il Presidente auspica una tregua per preservare il prestigio del paese in vista del G8. Ma in che cosa consiste il prestigio internazionale di un Paese? Nel coprire le eventuali nefandezze dei suoi governanti o, al contrario, nello svelarle? Gli Stati Uniti hanno perso prestigio per il Watergate o al contrario hanno mostrato al mondo di essere un paese con una stampa libera e con gli anticorpi abbastanza robusti per far fuori un farabutto come Nixon?

Presidente Napolitano, qui la si è sempre considerata un baluardo della Costituzione fortunatamente e fortunosamente ai vertici delle istituzioni, ma mi pare che il panama indossato a Capri non l’abbia protetta bene dai colpi di sole.

Si ripigli, se ci riesce, e buon compleanno.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Mozioni, accuse, richieste di dimissioni in Parlamento la cena del Cavaliere coi giudici
di Liana Milella, Repubblica -
ROMA - Di Pietro "sfida" Napolitano sui giudici della Consulta a cena col premier. Quando il presidente ha parlato da poco lui detta alle agenzie: «Posso accogliere il suo appello a sospendere le polemiche per il G8 a patto che si pronunci sulla vergognosa cena tra sei uomini delle istituzioni in conflitto d´interessi». Il caso approda in Parlamento. Con interrogativi imbarazzanti. Può un giudice costituzionale, alla vigilia d´una decisione delicata come quella sul lodo Alfano, invitare a casa sua a cena un collega e pure il premier Berlusconi, il sottosegretario Letta, il Guardasigilli Alfano, i presidenti di due commissioni parlamentari Vizzini e Bruno? Possono, a questo punto, l´alto giudice Luigi Mazzella (il padrone di casa) e il collega Paolo Maria Napolitano partecipare, il 6 ottobre, alla seduta in cui si deciderà se mantenere in vita o bocciare la legge che ha bloccato tre processi in cui è imputato il Cavaliere? Sapranno o quanto potranno apparire imparziali? Lo chiedono l´Idv e il Pd, già armati di interpellanze e interrogazioni. S´interroga l´Udc.
A palazzo della Consulta il fine settimana ha congelato il confronto. Se di confronto si può parlare visto che l´istituto dell´astensione, formalmente, non è previsto. Certo, un alto giudice che sappia di trovarsi in pieno conflitto d´interessi può farsi da parte. Mazzella e Napolitano potrebbero farlo per il lodo Alfano. Il presidente Francesco Amirante potrebbe chiederglielo riservatamente per tutelare l´indipendenza della Consulta. Poiché quella da prendere è una decisione che misura il senso dello Stato dei singoli componenti. Di Pietro vuole di più, vuole vederli dimissionari. Presenta un´interpellanza: «La Consulta è un organo costituzionale indipendente che in nessun modo può essere oggetto di interferenze né da parte del governo, né da parte di altri organi costituzionali». E dunque, se interferenza c´è stata, ne vanno tratte le conseguenze.
Il Pd si muove ugualmente. Alla Camera con Lanfranco Tenaglia, al Senato con Felice Casson. Dice il primo: «Presenteremo un´interrogazione ad Alfano per sapere se effettivamente la cena si è svolta e soprattutto se si è discusso di una bozza di riforma costituzionale della giustizia». Non ha dubbi Tenaglia, ex magistrato ed ex componente del Csm: «È un caso da astensione. Se un giudice si fosse comportato in questo modo sarebbe finito sotto processo disciplinare». Identico il parere di Casson, ex pm di Venezia: «In un giudizio ordinario si può mai pensare che il presidente di un tribunale o di una Corte di assise vadano a cena con un imputato e poi decidano la sua sorte? È evidente che, se lo fanno, a quel punto si devono astenere». Aggiunge Tenaglia: «Anche se quest´istituto non c´è, i due giudici devono dichiarare che non parteciperanno all´udienza». E Casson: «Quei due si devono astenere. È pacifico». Tenaglia punta il dito anche contro le contraddizioni del centrodestra, perché «da un lato c´è l´ossessione del magistrato imparziale, anche nel suo apparire, dall´altra si adottano comportamenti ben discutibili». E così Mazzella e Napolitano vanno a cena col premier, ma nelle legge sulle intercettazioni il pm dovrà lasciare il processo anche per una sola dichiarazione.
L´abnormità e platealità della cena scuote anche l´Udc. Roberto Rao commenta: «Non abbiamo mai evocato complotti, né accusato di parzialità la Consulta. Che la riunione conviviale si sia svolta alla presenza di chi l´aveva definita come un organismo non equilibrato e si ritiene vittima di vari complotti, quantomeno vorrà dire che d´ora in avanti si asterrà dall´usare simili argomenti».

La tregua, i fatti
Massimo Giannini
la Repubblica

È perfettamente comprensibile la preoccupazione che traspare dalle parole di Giorgio Napolitano. Alla vigilia del G8 a L´Aquila, l´Italia si presenta nelle condizioni peggiori. Gravemente vulnerata dalle vicende pubbliche che riguardano Berlusconi, e che non a caso da due mesi riempiono i giornali di tutto il mondo. È naturale che l´istituzione più autorevole e rappresentativa, la Presidenza della Repubblica, esprima la sua inquietudine. La stessa degli italiani che hanno a cuore l´immagine e l´interesse della nazione. Ma il monito del Quirinale non può e non deve essere trasformato in ciò che non è e non voleva essere: cioè un invito ai mass media a non occuparsi più di ciò che disturba il governo.
In questi due mesi non sono mancate le «polemiche», alimentate dal Cavaliere che ha straparlato di «piano eversivo» contro di lui, e che ancora ieri si è permesso di dire che «"Repubblica" e i giornali si inventano le cose». Ma in questi due mesi sono emersi soprattutto i «fatti». Ciò che avviene di notte a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli, dove transitano veline, escort e «ospiti sbagliati». Ciò che accade di giorno alla procura di Bari, dove si indaga su tangenti, droga, prostituzione. Ciò che succede di sera nell´abitazione di qualche irresponsabile giudice costituzionale, che pur dovendosi pronunciare sul Lodo Alfano riceve a cena il premier e il suo Guardasigilli. Queste non sono polemiche. Questi sono fatti. E dove esistono i fatti c´è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere «tregua».


Ma da noi sono tutti impuniti
Carlo Federico Grosso
La Stampa


Bernard Madoff, il finanziere americano accusato di avere frodato i suoi clienti per un totale di oltre sessantacinque miliardi di dollari con una sorta di colossale catena di sant'Antonio, è stato condannato da un tribunale di New York a 150 anni di galera. Una condanna indubbiamente esemplare, che segue ad altre condanne altrettanto esemplari pronunciate negli anni scorsi dalla giustizia americana nei confronti di altri finanzieri malfattori (si pensi, per tutti, al caso Enron). Al di là della entità della pena irrogata, colpisce d’altronde la rapidità del giudizio: Madoff era stato arrestato nel dicembre scorso, non appena erano emerse le sue malefatte. In poco più di sei mesi si è arrivati alla sua condanna penale. Anche sotto questo profilo la sentenza americana costituisce un esempio di incisività ed efficienza.

Si potrà discutere se la decisione, a fronte del comportamento processuale dell’imputato, che aveva confessato di avere commesso tutti i delitti dei quali era stato accusato (ben undici imputazioni), ed almeno apparentemente aveva mostrato contrizione ed aveva cercato di collaborare con il giudice chiamato a giudicarlo, sia stata giusta od eccessivamente pesante. Un dato è comunque indiscutibile: che una volta di più la giustizia americana ha dimostrato di non avere difficoltà a colpire con rapidità e durezza chi, chiamato ad operare in una economia di mercato nel rispetto delle regole, tali regole ha violato e calpestato con l’obbiettivo dell'arricchimento selvaggio a danno dei cittadini truffati. Anche in Italia si sono verificati, in questi ultimi anni, scandali finanziari di grandissima entità: Parmalat, Cirio, bond argentini, per citare soltanto i casi più eclatanti. Anche in Italia, come negli Stati Uniti, si sono aperti processi penali. Quanta differenza, tuttavia, nelle giustizie dei due Paesi.

Mentre i giudici americani hanno, bene o male, fatto giustizia, e sono riusciti a farla in tempi rapidissimi, i giudici italiani, per fatti ormai risalenti a cinque o sei anni fa, stanno ancora rincorrendo gli imputati in processi lenti, complessi e faticosi, destinati, in larga misura, ad estinguersi per stanchezza e prescrizione. Si consideri, per tutte, la vicenda Parmalat. Gli autori della colossale truffa e ruberia a danno di azionisti e risparmiatori sono stati incriminati da ben due procure della Repubblica, da quella di Milano, che ha proceduto per i delitti di aggiotaggio, e da quella di Parma, che ha proceduto a sua volta per le bancarotte. Data la difficoltà di gestire, per la loro complessità, le vicende processuali, la tratta milanese si è sfrangiata a sua volta in due processi distinti, quella parmense in una decina di filoni separati. Di tutti questi processi, uno soltanto è giunto, fino ad ora, alla sentenza di primo grado: il primo processo per aggiotaggio contro Tanzi (e altri) celebrato davanti alla prima sezione del Tribunale di Milano, nel quale la maggior parte dei responsabili è riuscita a patteggiare con la Procura pene irrisorie, mentre il solo Tanzi, alla fine del dibattimento, è stato condannato ad una pena di dieci anni di reclusione.

Un risultato deludente. Tanto più deludente se si considera che, dati i tempi dei giudizi di appello e di cassazione, è ragionevole pensare che i delitti contestati risulteranno in ogni caso prescritti prima della sentenza definitiva. Se si valuta che negli Stati Uniti Madoff, raggiunto, come era naturale, da custodia cautelare, ha affrontato il processo agli arresti domiciliari, e si appresta a passare in carcere quanto gli rimane da vivere, mentre in Italia, dopo una breve custodia, lo stesso Tanzi è stato subito scarcerato ed eviterà sicuramente il carcere quand’anche taluna delle pene alle quali fosse definitivamente condannato non dovesse risultare prescritta, la differenza fra la giustizia americana e quella italiana appare, anche sotto questo profilo, enorme. Le vicende parallele della giustizia americana e di quella italiana in materia di criminalità economica dovrebbero pertanto indurre a riflettere chi ha responsabilità di governo: non è tollerabile che in Italia criminali economici e colletti bianchi, sotto la copertura di una giustizia penale complessivamente malfunzionante, siano, comunque sostanzialmente certi della loro impunità, qualunque delitto abbiano commesso. Non a caso il giudice americano che ha condannato Madoff, a commento della sua decisione, ha dichiarato che le sentenze, al di là delle conseguenze che cagionano al condannato, hanno un importante «valore simbolico», in quanto costituiscono un «monito importante» per quanti vorrebbero allo stesso modo delinquere. È ciò che noi chiamiamo «efficacia preventiva» della pena, un principio mai così negletto come di questi tempi.


Fascisti a Sassuolo



Questa foto é stata scattata a Sassuolo da un anonimo dopo l'annuncio della vittoria del sindaco di centrodestra.

La mia opinione sui fascisti la scrissi giá in passato, ma ci tengo a ribadirla: l'unico uso utile che si puó fare dei fascisti (e a Sassuolo dovrebbero saperlo bene) é ricavarci ottimo cibo per maiali.

La gente della foto, etá media 40 anni, non ha ben presente cosa voglia dire fascismo. La caratteristica tipica dei wannabe-fascisti é che partono dal presupposto di trovarsi dalla parte di chi le botte le dá, e non di chi le prende. Ed invece no, carissimi: puó capitare che vi troviate dalla parte sbagliata, e magari neanche per colpa vostra. Come quegli italiani rastrellati e spediti nei campi di lavoro in Germania, mentre sventolavano la loro tessera del PNF.

Scommetto che se un insegnante osasse allungare uno schiaffone, per quanto meritato, ad uno dei loro adorati pargoli, le scatenate signore della foto farebbero un putiferio. Eppure, all'epoca del fascismo, i bambini venivani picchiati, si, signore mie, picchiati, se non mettevano il giusto impegno nel saluto al Duce. Quello stesso saluto che state facendo voi in questa foto.

Sono gli stessi che vorrebbero un poliziotto ad ogni angolo di strada, poi quando prendono una multa loro si lamentano. Gli stessi che vorrebbero cacciare a pedate i negri, poi se qualcuno li denuncia per la badante clandestina é un bastardo. Quelli che vorrebbero mettere i dazi contro i cinesi, e poi girano con borse e vestiti taroccati. Che vorrebbero impiccare i no-global che spaccano le vetrine, e si dimenticano chi glielo ha insegnato.

Quelli che dichiarano che il male assoluto era il comunismo, perché Stalin ha ucciso milioni di persone, e del fascismo, invece, ne dovremmo andare orgogliosi perché Mussolini ha fatto tante cose belle.

In Italia il saluto fascista é proibito per legge: per essere precisi la legge n. 645/1952 ("Legge Scelba"), e la legge n. 205/1993 ("Legge Mancino") e può essere punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da 200 euro a 500 euro. In uno stato fascista, come questi signori si augurano di avere, la polizia sarebbe entrata in piazza e li avrebbe doverosamente pestati, per avere fatto qualcosa contro la legge.

Quelli che sono fascisti, ma solo quando sono dalla parte giusta del manganello. http://laustriaco.blogspot.com/

Dipartitismo

Iran, spari sui manifestanti dell'opposizione. Berlusconi prende appunti.

Berlusconi: "In Iran non c'è più libera informazione". L'erba del vicino...

(Condivido la preoccupazione del premier. In effetti gli iraniani non sanno ancora del cucciolo salvato dalla fogna)

Cacciati i giornalisti stranieri, Berlusconi allarmato: "Ora verranno tutti qui".

Ahmadinejad minaccia l'occidente: "Cessate le interferenze". Radio Vaticana nega ogni responsabilità.

Franceschini: "Nel Pd nessuna guerra tra bande". Non ci sono abbastanza persone.

(Si stanno talmente sui coglioni che non si accettano nemmeno su Facebook)

G8: sospeso Schengen. Nessuna minorenne potrà lasciare il paese.

Limitata anche la circolazione delle pecore. Picco di ascolti per Retequattro.

Per le vacche predisposti appositi voli di stato.

Fini sull'inchiesta di Bari: "A rischio la fiducia degli italiani nelle istituzioni". La gente potrebbe smettere di pagare il pizzo.

("Fiducia a rischio". Ma quando mai? Agli italiani piace, sentir parlare di figa)

Incendiata l'auto di Barbara Montereale. I servizi segreti ormai sono diventati prevedibili.

La Brambilla fa il saluto romano. Il ministro smentisce: "Era solo l'inizio della macarena".

Omicidio Aldrovandi: suspense in tutto il paese in attesa della sentenza. I poliziotti potrebbero essere addirittura rimproverati.

Ma la tesi della difesa regge: secondo le perizie, le manganellate sarebbero state deviate da un sasso.

Il Codacons ammonisce la Rai: "Troppe repliche nel palinsesto estivo". Secca la smentita di Mario Riva.

(Repliche di vecchie trasmissioni?. Ecco perché continuo a vedere Berlusconi da Vespa)

Farrah Fawcett alla fine non ce l'ha fatta. Una bella sfiga: se muori lo stesso giorno di Micheal Jackson, nemmeno per tuo fratello quello è l'evento del giorno.

Il ricordo della Fawcett comunque resterà per sempre. Sulla mia moquette.

Legambiente avvisa: un reato ogni 500 metri di costa. E parliamo solo del perimetro.

Calcio, Italia sconfitta dall'Egitto. Per una volta sono gli africani ad averci respinto.

Muore a 113 anni nonna Lucia, la persona più vecchia d'Europa. Subito annullato il tour.

Computer, arriva il "virus Berlusconi". Blocca tutti i processi.http://www.spinoza.it/


Europee: centrosinistra avanti tra gli uomini
 

L'analisi per genere del voto alle Europee 2009 basata sui nostri instant poll conferma la discrasia tra il voto maschile e femminile in Italia, accentuandola se possibile anche di più. Infatti mentre il PDL perde relativamente poco tra l'elettorato femminile, perde molto di più tra gli uomini, con una dinamica esattamente opposta a quella che colpisce il PD che subisce le maggiori perdite proprio tra le donne. Rimarchevole anche il risultato di RC e IDV che tra gli uomini quasi doppiano le percentuali ottenute tra le donne, con la formazione di Di Pietro che tra gli uomini è addirittura il terzo partito. Gli unici partiti che hanno un profilo più equilibrato sono la Lega, l'UDC e SL. Se poi aggregriamo per aree il voto questa discrasia appare anche più evidente.

Se infatti consideriamo il centrosinistra in tutte le sue componenti, incluse Sinistra e Libertà e Rifondazione Comunista - Comunisti Italiani, vediamo che tra gli uomini, esso è maggioritario (48,1%) rispetto al centrodestra formato da PDL, Lega e Movimento per l'Autonomia (43,8%), ribaltando il risultato delle elezioni del 2008 (un anno fa si era 47,4 a 43,8 per il centrodestra). Invece tra le donne i rapporti di forza emersi dalle elezioni europee sostanzialmente confermano il risultato del 2008 (51,4-39,6, era 52,9-38,2).

Written by :http://www.termometropolitico.it/index.php/Elezioni/europee-centrosinistra-avanti-tra-gli-uomini.html

Visto da qui

 

 

Da cronista ed eventuale futuro biografo della storia della presa del potere da parte di una nuova classe dirigente (dico sul serio? scherzo?) vi dico che sensazioni ho sui pensieri che animano l’esteso gruppo di persone che è cresciuto in questi anni intorno alla candidatura alle primarie di Ivan Scalfarotto, alla discussione nei Mille, alle riunioni di Piombino e del Lingotto di sabato. Sono molti e lunghi, come vedrete se volete (commenti aperti).

1) Bisogna sempre rispondere a richieste le più varie e soprattutto contraddittorie. Un esempio notevolissimo è questo: per anni è stata contestata a questo progetto la superficialità di una pretesa di rinnovamento semplicemente anagrafico. Le cose non stavano così, ma la contestazione era strumentale e bastian contraria. Poi due giorni fa circola sui giornali – a caso, come al solito, e come vedremo – la notizia che questo gruppo vorrebbe candidare Chiamparino, e gli stessi di prima allora criticano il fatto che il ricambio generazionale si risolva in uomo dell’età di Chiamparino.

2) Ma non è degli attacchi capricciosi e interessati che mi interessa: quelli ci saranno sempre e appena il gallo canta la mattina c’è uno che scrive un articolo o una mail per dire “canta, canta: ma dove sono le idee?”. Invece, piuttosto, ci sono molte persone in buona fede che hanno grandissime speranze e aspettative, e un carico di vecchie delusioni e disincanti, ed è con queste persone che si sta lavorando e per cui è stata organizzata la riunione del Lingotto. Ma anche qui, le stesse persone che dicono “non facciamone una questione di leadership” e chiedono idee, contenuti, un progetto convincente, quando poi li vedono, dicono: “bel progetto, convincente: ma il candidato?”.

3) e hanno ragione. Perché è anche una questione di leadership. E una delle poche cose che sbaglia Debora Serracchiani nelle sue elaborazioni è l’uso (secondo me sbadato, e utile a una sua scelta) di espressioni come “non abbiamo bisogno di un Messia”. Perché invece un Messìa è una cosa fantastica, e ne avremmo un gran bisogno, e l’ultima volta che ne è venuto uno vero ci ha insegnato un sacco di cose, e se non arrivava lui quelle cose mica le imparavamo e le costruivamo da soli appoggiando San Tommaso. Un leader vero, una persona che guidi un progetto, che ne sia il comunicatore convincente, che ne sia modello, è un dono benedetto per qualunque causa. Ma se vi facessero paura questi allegri paragoni sacri, tornate sulla terra, e pensate a chi avesse detto a Martin Luther King, a Gorbaciov, a Gandhi, a Barack Obama “non abbiamo bisogno di un Messia” e li avesse convinti ad appoggiare Franceschini o Bersani, in nome di un percorso di concretezza che attraverso successivi compromessi e pragmatismi avesse permesso di ottenere dei bus solo per i neri ma più comodi, o un sistema sovietico più aperto, alla cinese, o un protettorato inglese sull’India, o una presidenza Hillary Clinton ma con “il primo vicepresidente nero degli Stati Uniti”. Certo, un Messia bisogna averlo: o almeno qualcosa che gli somigli rispetto alle necessità. Ma se non c’è, stiamo solo parlando di un candidato che sostenga un progetto, e l’espressione sul Messia è ancora più insensata e retorica. Abbiamo bisogno di uno/una con cui cambiare le cose.

4) c’è una differenza di visione tra me e Debora Serracchiani su una cosa. Lei pensa che l’obiettivo sia cambiare il PD, subito, e sta cercando il mezzo. Io penso che l’obiettivo sia cambiare l’Italia, col tempo, e che il Pd debba esserne un mezzo. Lei è concreta e io scemo, direte voi, e capisco la posizione: capisco anche quella di Debora in effetti. Ma sarà che sto invecchiando – anche se i lettori del presente blog conoscono da tempo questa mia inclinazione – io penso lucidamente che “turarsi il naso” o comunque ogni sacrificio delle proprie intenzioni per scongiurare mali peggiori si siano dimostrate strategie perdenti. Ripeto: perdenti. Non penso siano sbagliate moralmente, e che non si debba scendere a compromessi: tutt’altro. Ma che ormai decenni di esperienza della politica di questo paese abbiano dimostrato che scegliere il male minore ha aiutato il consolidamento di mali sempre maggiori. Cornuti e mazziati. Avessimo cominciato prima a fare le riflessioni che stiamo facendo ora sulla necessità di cambiare radicalmente marcia, uomini e metodi, non staremmo dove siamo. E mi fermo prima di rinfacciarlo personalmente a chi è stato complice di questo tipo di scelte. Insomma, credo che si debba fare un progetto, e stick to it, come dicono gli americani. E che la scelta del percorso debba essere coerente col progetto più ancora che il raggiungimento dell’obiettivo. La scelta del percorso è il progetto.

5) a questo punto uno immagina che io stia introducendo il suggerimento di far partorire al gruppo dei piombini un loro candidato. E siamo alla questione di queste ultime ore, quella di una sorta di “delusione” da mancato annuncio al Lingotto. Questione complicata dai report giornalistici di quella giornata che sono stati in alcuni casi superficiali e in contraddizione con le sensazioni di chi c’era (i giornali vogliono il sangue, la notizia, il titolo: altrimenti si risentono e vi dicono che siete pavidi). Vi basti sapere che i due interventi piombini più applauditi – quelli di Pippo Civati e Oleg Curci – sono avvenuti nella prima ora di lavori e molti dei giornalisti che ne avrebbero scritto ancora dovevano arrivare (altri sono stati solerti e attenti, ma li leggono in meno). A quel punto lì, per chi era venuto, ne era già valsa la pena. E vi basti sapere che, salvo alcuni applausi scettici sulle cose condivise, i due interventi dei candidati maggiori sono suonati debolissimi e inadeguati, e questa è un’ulteriore ragione a conforto dell’aver chiesto loro di intervenire. E diciamo anche che l’idea che gli organizzatori del Lingotto, dopo averlo negato per settimane ai giornalisti e a chiunque, e aver sostenuto di avere altre priorità, a sorpresa chiudessero la giornata con un plateale e unilaterale annuncio di candidatura estratta dal cappello era piuttosto impensabile, no? Se e quando avranno un candidato o un’idea di candidato, lo diranno e ne discuteranno, coerentemente, senza fare i buffoni.

6) come ho detto, io sono convinto che la questione della leadership sia centrale – e appena diminuita dalla povertà dell’offerta attuale – e ne parlo volentieri. Basta che ne convengano tutti, e non si stia i giorni dispari a dire “non personalizziamo, non è questo che conta, l’importante è il metodo, conta la politica” e i pari a chiedere ansiosamente “ma chi candidate? quanto ce l’avete lungo?”, eccetera. E allora le chances sul piatto al momento sono le seguenti, e prendete l’analisi come completamente ed esclusivamente mia.

7) Ci sono due candidati forti. Uno, Bersani, è distante dalle intenzioni politiche e di metodo dei piombini e del loro mondo di italiani spazientiti, in quasi tutto quello che dice, nel gruppo e nella storia che rappresenta, e nella sua esibita percezione del mondo. E tra questo mondo di persone che erano al Lingotto o ne hanno seguito le discussioni, chi lo tiene in considerazione è quindi una mosca bianca ascoltata con curiosità e meraviglia dagli altri. Massima stima e niente di personale, ma un altro mondo.

8) L’altro dice alcune cose più simili a quelle dette dagli altri intervenuti sabato. Ma solo alcune, e solo da poco, e con un altro linguaggio. L’impressione è che con tutta la buona volontà, anche Franceschini sia un altro mondo. Io credo sinceramente che sia andato via da Torino certo di avere fatto un intervento convincente e di grandi aperture: è una questione di gap di comunicazione e mondi. In più, malgrado una diffusa voglia di credergli (”fosse vero!”), le persone non ce la fanno: le ho viste, le ho sentite. Quando ha detto che vuole rinnovare la squadra, metterci dentro giovani amministratori, forze nuove, sottrarsi al gioco delle correnti, era forse la cosa più ovvia e condivisa dalla sala. Eppure l’applauso è stato esitante, trattenuto: come a dire “bravo, bell’idea, ma ne riparliamo quando l’ho vista”. Facciamo però uno sforzo, e diamole credibilità, come è giusto provare a fare: dove porterebbe, nel migliore dei casi? Io non riesco a figurarmela, un’emancipazione di una leadership Franceschini dal fronte retrogrado e postdemocristiano di cui sarebbe in parte espressione, per esempio. E non mi immagino lui e il suo modo di vivere la politica (quello di quasi tutto il PD attuale) che si fida di altre idee e altre storie che non siano le sue e quelle dei suoi. E aggiungo che lo vedo anche molto in difficoltà: appoggiarlo scendendo a patti con se stessi e prendendo i rischi del bluff potrebbe anche non portare a nessun risultato apprezzabile.

9) Sulla terza candidatura circolano tre scenari personali, con diversa plausibilità, al momento. Comincio da quello che aiuta anche a spiegare il senso degli altri. Il gruppo del Lingotto e quelli che li ascoltano hanno ai miei occhi al momento un solo nome spendibile con qualche efficacia in una candidatura propria, ed è quello di Pippo Civati. Esce dal consenso che ha saputo creare nella sua regione, con le cose che fa e dice, con il suo blog su internet, e con lo spazio che gli danno i giornali, avendone intuito le capacità e il seguito. Quindi giudico una candidatura piombina come se fosse quella di Civati, ché altre tatticamente plausibili non ce ne sono, pur essendoci diversi bravi altrettanto (escludo Serracchiani da queste valutazioni, che la sua candidatura mi pare sia esclusa da lei stessa: ci ripensasse, ne parleremo). Civati è bravo, molto apprezzato, e là fuori c’è un mondo desideroso di appoggiare lui o comunque la chance che rappresenterebbe di cambiamento di rotta e metodo. Molti, moltissimi, insistono. E Civati ha anche un buon pezzetto di “radicamento sul territorio” e rapporto col partito, che non ha nessuno degli outsider con cui collabora. Ma se volete il mio giudizio – ed è il giudizio di uno che darebbe a Civati le chiavi di casa – gli ostacoli costruiti a barriera di una simile candidatura, attraverso il funzionamento di circoli, tessere, regolamento e partito, sono molto più alti di quelli che immagini chiunque non ci sia dentro. Se avessi una qualche fiducia che possa essere in gioco tra i tre delle primarie, lo direi qui subito e lo direi a lui. Credetemi. Se qualcosa creerà questa fiducia – un sostegno, una garanzia, un appoggio solido dentro al partito – lo dirò. Oggi, penso che non ne valga la pena, che avventure per cercar la bella morte ne sono state intraprese a sufficienza. Oggi siamo un passo oltre, ed è bene, ed è bene ricordarselo.

10) Dal Lingotto sono uscite altre due chances, assai distanti. Una è che si candidi Ignazio Marino, a furor di popolo. Ma quanto è grande quel popolo? E non bisognerebbe usare un po’ di testa, e non solo di cuore, nel trasformare un grande apprezzamento personale e puntuale in un’affinità politica? Al momento non esiste non solo la candidatura Marino, ma neanche una visibile affinità sulle molte cose di cui si dovrebbe occupare un partito. In più, potrebbero valere per lui le stesse prudenze di cui sopra, e forse maggiori ancora: che forza ha? A me pare un bel rapporto da costruire, non un portabandiera.

11) Poi c’è ’sto benedetto Chiamparino. Che è molto stimato per il suo lavoro da sindaco (e io condivido questa stima). E sa il fatto suo e conosce un partito. Vicinanza politica con i piombini: bassina. Però un’impressione di maggior facilità di comunicazione e comprensione dei due candidati maggiori, e di possibilità di proficua collaborazione. Si candidasse e chiedesse aiuto e complicità, la sua richiesta sarebbe più credibile di quella dei suoi rivali (uno manco l’ha presentata, peraltro). E sicuramente, anche guardandola da fuori, la sua sarebbe una candidatura di maggior spariglio dei giochi che non le altre due. Ma questo basta, ai piombini? E comunque, deve ancora decidere.

12) E allora? E quindi? E ora? Questo chiedevano in molti dopo il Lingotto, e continuano a chiedere. E il fatto è che lo chiedo anch’io. Vorrei una scelta che mi convinca, e non la vedo. E non appoggio e men che mai promuovo scelte che non mi convincono, per le ragioni di cui sopra: stick to it. Ma mi fido di quello che decideranno le persone che hanno lavorato a tutto questo, e che – bisogna riconoscerglielo – hanno guadagnato con pochissime forze e un sacco di lavoro uno spazio e una rappresentatività enormi. Sono stati bravi, finora, lo saranno ancora: io ho pazienza e mi fido.http://www.wittgenstein.it/2009/06/29/visto-da-qui/


Mr. Berlusconi su CNN

Ore 17:50 ora di Washington DC del 24 giugno.

CNN dedica un lungo servizio allo scandalo Berlusconi dal titolo "The pleasure of conquest", frase che in America suona molto offensiva nei confronti delle donne che non si considerano un oggetto da essere conquistato.

Dopo avere dato ampia testimonianza della intervista rilasciata dal premier italiano al 'suo' periodico CHI, dopo avere riportato le dichiarazioni pubbliche fatte dall moglie che ha chiesto il divorzio, dopo avere riferito della escort Patrizia D'Addario che e' stata pagata per passare una notte con Mr. Berlusconi, dopo avere fatto vedere ai telespettatori americani le foto scattate dalle ragazze invitate nell'abitazione romana del Cavaliere, il servizio della CNN conclude con una frase lapidaria "But none seems in Italy", alludendo al fatto che gli italiani non considerano errori i peccati di sesso dei propri politici.

Il servizio della CNN e' stato messo in onda subito dopo alcuni minuti dedicati al governatore della South Carolina di cui alla nostra precedente nota. http://oscarb1.blogspot.com/

La solita questione del leader
Secondo la definizione del politologo americano Joseph Nye, “leadership” significa mobilitare gli altri per uno scopo, ovviamente condiviso.
Non v’è dubbio che nella politica contemporanea l’identificazione del leader sia la premessa, o addirittura la sostanza, di una politica, cioè del potenziale successo di un partito. La destra lo ha capito bene. La sinistra no. I leader della destra “mobilitano gli altri” (Nye), quella della sinistra no.
Da tre lustri infatti quest’ultima si affanna con il medesimo problema, dalla sconfitta dei progressisti nel ’94 – dinanzi al nuovo leader della destra Berlusconi – fino al prossimo congresso del Pd che non a caso verterà esattamente su questo problema, quale leader. Nel senso – almeno si spera – di porsi la questione “come convincere gli altri”.
Ha scritto Alessandra Sardoni nel suo recentissimo saggio che fila via proprio su questo crinale (Il fantasma del leader – Marsilio ) : «Presidenti del consiglio, candidati premier o aspiranti tali si sono presentati e continuano a presentarsi agli elettori logorati da lotte intestine, dalla pratica indefessa della “teoria del contenimento” per usare una categoria della guerra fredda (anche se qui si parla di grandi debolezze non di superpotenze): indebolire il leader, contenerne il potere evitando sempre e comunque di “andare ai materassi” come avrebbe consigliato il protagonista del Padrino ovvero un capo. Mai arrivare alla battaglia finale che lascia in piedi uno e manda a casa l’altro (o gli altri) ».
La vicenda di questi tre lustri è sostanzialmente questa: «Per quindici anni l’obiettivo non è stato far vincere il migliore o il più forte, ma restare membri del consiglio di amministrazione qualunque cosa accada ». La giornalista di La7 è impietosa: «Congressi, primarie, nuovi partiti, fondazioni, a guardare bene, sono serviti a travestire da competizioni compromessi e cooptazioni e a poter strizzare l’occhio a elettori e militanti come a voler dire: “attenti, lui non è il vero capo”. Perché per essere contenute le leadership devono essere delegittimate».
Da questo punto di vista, le primarie erano state concepite come l’antidoto allo strapotere del “consiglio d’amministrazione”. Ma il problema è stato quello di non riuscire a creare un fecondo, reciproco rapporto fra primarie e partito, ma solo dicotomie e contraddizioni. Così si arriva al congresso del Pd di ottobre: in un clima di vecchi rancori e di ricerca (ancora) di ricette valide che risolvano il rebus: quale leader?http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/111521/la_solita_questione_del_leader

Maggioritario e parole contundenti

Il dibattito congressuale del Partito democratico è subito molto acceso.
Non poteva che essere così. Ma affinché rappresenti una pietra miliare del percorso della nuova formazione politica vi sono alcune condizioni che devono essere garantite da chi vi prenderà parte. Una di queste è quella di non scivolare nel nominalismo, nel fare diventare parole o concetti dei simboli che tracciano solchi, che delimitano territori. Un dibattito costruttivo si sviluppa se ci si legittima reciprocamente e quindi si cerca di mettere in luce i nuclei di verità che contengono anche le opinioni che non si condividono.
Il discorso politico invece, negli ultimi anni, fortemente influenzato dai tempi e dai ritmi della tv, tende alla frase a effetto, al sound bite, frasi brevi, taglienti, polemiche che presto diventano slogan che vivono di vita propria.
Uno dei concetti che si espone maggiormente al rischio di diventare un valore simbolico su cui schierare amici e avversari è quello della “vocazione maggioritaria”. E questo perché è uno dei concetti più ricchi di implicazioni: allude alla legge elettorale, a come si concepiscono le necessarie alleanze e in ultima istanza al tipo di organizzazione che si intende far vivere nella società (tessere, selezione della leadership, formazione delle candidature e primarie).
Bisogna dare a questa riflessione spazio e tempi appropriati. Il Pd si trova quindi a una scelta che tiene insieme legge elettorale e regole della vita interna. È un nodo da sciogliere perché da esso dipende l’efficacia stessa dei suoi comportamenti organizzativi a tutti i livelli.
Un’ipotesi di riforma elettorale maggioritaria implica una visione bipolare se non addirittura bipartitica, mentre una visione proporzionalista riconosce un’articolazione ampia delle forze politiche seppur con qualche correttivo che garantisca una certa stabilità del governo che esce dalle elezioni.
Nell’ipotesi maggioritaria il governo, l’esecutivo, è scelto inevitabilmente dagli elettori, in quella proporzionalista può essere data maggiore o minore autonomia alle forze politiche presenti in parlamento per contribuire alla formazione dell’esecutivo.
Nell’ipotesi maggioritaria il comportamento che la forza politica intende assumere deve essere dichiarato e il consenso non può che essere esplicito e diretto. La leadership (empatica e relazionale) tende a essere molto popolare, a rischio di populismo. In quella proporzionale può svilupparsi un’organizzazione con un’identità molto autoreferenziale.
Possono convivere obiettivi strategici palingenetici e tattiche molto agili se non spregiudicate.
La leadership è eroica e le alleanze diventano necessità tattica.
Se si ragiona in un’ottica proporzionale la maggioranza si raggiunge con accordi con altri partiti. Si pensa a dividersi campi di influenza. Un consenso elettorale attorno al 20, 25 per cento è più che sufficiente. Le alleanze diventano più importanti della costruzione di una nuova cultura politica. Da qui discende anche una ben determinata forma di partito, un modello organizzativo caratterizzato dalla tessera e dall’affiliazione esclusiva, con una struttura piramidale basata sulla cooptazione, sulla vocazione “identitaria”, su gruppi dirigenti che cercano la propria affermazione nella relazione “interna” all’organizzazione.
Su leader eroici e carismatici.
Se si ragiona in un’ottica maggioritaria diventa essenziale ambire a rappresentare la maggioranza. Non c’è solo il problema delle alleanze tra diversi ma soprattutto lo sforzo di sviluppare un’identità nuova orientata al futuro, caratterizzata dalla ricerca di soluzioni nuove. Si ritiene che avere tra le proprie fila storie diverse desiderose di stare insieme e capaci di darsi regole di convivenza organizzata sia un’opportunità non una minaccia per la propria identità. Si pensa a una forma organizzativa centrata sulla capacità di dare voce alla società (gli elettori) non solo della propria parte (gli iscritti, i militanti), di elaborare soluzioni valide per la maggioranza non per chi condivide la propria visione delle cose, di reclutare le risorse dalla società civile e incanalarle nelle istituzioni indipendentemente dalle loro scelte ideologiche. Si mette a punto in maniera più efficace il metodo di selezione dei candidati e dei gruppi dirigenti migliorando e non abbandonando l’esperienza delle primarie. Si costruisce un’organizzazione nuova, casomai “piatta”, a rete, leggera se si vuole usare questo termine, ma non assenza di organizzazione.
È leadership relazionale e non eroica o carismatica ma è leadership! Qualcuno sostiene che siccome in Italia la sinistra non avrà mai la possibilità di essere maggioranza, la scelta maggioritaria rappresenta una condanna all’opposizione a vita.
Meglio dividersi i compiti tra centro e sinistra (sinistre) e lavorare per intese in un contesto proporzionale anche se con premi e incentivi per garantire la stabilità dell’esecutivo.
Altri pensano che proprio la “costrizione” a ragionare in termini di capacità di rappresentare la maggioranza faccia diventare adulta la sinistra italiana. Non accetta il destino cinico e baro o metafore genetiche sul dna degli italiani che impedirebbero alla sinistra di essere forza di governo. Dà una lettura post ideologica della funzione dei partiti cioè centrata sulle politiche pubbliche piuttosto che sulle “visioni del mondo”.
Pensa che se la sinistra non ha mai avuto la maggioranza è più una sua responsabilità che non una colpa degli italiani.
È la sfida a interpretare e rappresentare la maggioranza della popolazione che spinge la sinistra a essere all’altezza delle risposte che il paese chiede. Pensiamo al Nord, dove il Pd è sulla soglia dell’inconsistenza politica (il 20%). Solo se ci si pone l’obiettivo di tornare a superare il 30% cioè a conquistare almeno un terzo degli elettori del centrodestra si potrà aspirare a governare. Altrimenti la giustificazione che il destino ha fatto vivere in un periodo in cui vince la destra spingerà ad accontentarsi di un partito anche con un buon numero di tessere ma funzionale solo a mantenere quote di potere locale ed eventualmente a stringere accordi subalterni con uno dei giocatori dell’altro campo politico ai livelli istituzionali più alti.

Il "fratello" Abul Futouh agli arresti


Stavolta è toccato ad Abdel Moneim Abul Futouh, uno dei dirigenti più importanti dei Fratelli Musulmani egiziani. Faccia moderata dell'Ikhwan, tra i fondatori del cartello delle opposizioni Kifaya, ponte tra gli islamisti e l'intellighentsjia laica (è stato ospitato persino sulle pagine del governativo Al Ahram Weekly), Abul Futouh è stato arrestato dalle autorità egiziane assieme ad altre due figure di rilievo della Fratellanza Musulmana. Non è dato ancora di sapere con quali accuse gli agenti della sicurezza dello stato lo hanno prelevato ieri all'alba.


Abdel Moneim Abul Futouh era noto, nella sua giovinezza, come lo studente che aveva sfidato pubblicamente Anwar el Sadat durante la visita che il presidente egiziano aveva dedicato proprio alla Cairo University, dove Barack Obama ha pronunciato il suo discorso del 4 giugno. Nelle carceri egiziane ha trascorso cinque anni duri, e poi - come capo dell'Unione araba dei medici - ha assunto sempre di più il ruolo del leader dell'ala 'moderata' dei Fratelli Musulmani. A lui ho dedicato molte pagine nel capitolo di Arabi Invisibili sulla democrazia nel mondo arabo e sull'islam politico.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

Centoquaranta caratteri da mettere nel curriculum

L'università di Washington ha un corso su Twitter.

Twitter09 via Fimoculous

http://giornalismoparma.typepad.com/


Coprifuoco in Honduras e sui media, Alba politica in America latina, nuove testimonianze dal cuore del golpe

golpemilitarhonduras Coprifuoco, repressione, caccia all’uomo in Honduras, alla chiusura di questa nota ogni minuto la situazione appare più grave. Abbiamo raccolto nuove testimonianze da Tegucigalpa mentre Il lavoro encomiabile di “Telesur” continua a mostrare dal vivo (al mondo, ma non agli honduregni ai quali è stata oscurata) immagini dalla capitale a chiunque abbia onestà intellettuale e occhi per vedere.

Quelle che abbiamo raccolto sono le voci di dirigenti e militanti in clandestinità e come tali possono essere meno informate di chi ha una visione d’insieme, ma ci raccontano del successo dello sciopero generale, della resistenza pacifica e attiva al golpe, delle cariche dell’esercito, delle bombe lacrimogene. Lo sciopero generale a tempo indeterminato sarebbe sostenuto soprattutto dai dipendenti pubblici che stanno impedendo il funzionamento degli uffici.

Sono voci che narrano di un popolo che resiste ma anche che viene represso, di pattuglie che, dopo avere avuto come primo obbiettivo sequestrare urne e schede elettorali per impedire il referendum stanno ora perseguendo in tutta la capitale, e presumibilmente in tutto il resto del paese, i dirigenti popolari. Ci sono sicuramente molti arresti ma si ignora la sorte di chi è stato catturato nelle ultime 36 ore.

Le persone che abbiamo sentito (né nomi, né luoghi please) parlano di barricate che si stanno alzando nei dintorni del palazzo presidenziale (ma Telesur ha mostrato come alcune di esse siano state spazzate via dai golpisti) e di continue violazioni pacifiche del coprifuoco da parte di migliaia e migliaia di persone. Ci raccontano dunque di una partita aperta nella quale si confrontano nel paese due forze comparabili, l’esercito golpista e la popolazione civile, senza che una delle due possa prevalere sull’altra. Un passaggio che rende ancora più importante la solidarietà internazionale.

L’elettricità, rispetto a ieri, quando i militari avevano lasciato al buio il paese, va e viene. Come nei film western sono state messe delle taglie sulla testa degli oppositori. Ricompense sarebbero state promesse direttamente in un discorso alla nazione dal presidente di fatto Roberto Micheletti che nel paese è già stato ribattezzato Pinochetti. I media monopolisti in mano ai golpisti parlano di tranquillità, di situazione normale, di feste nel paese, nulla informano sul rifiuto internazionale del golpe e sulla resistenza popolare ma si contraddicono quando poi parlano di ricompense, taglie, nascondigli da rivelare in cambio di soldi. E’ un dettaglio che la dice lunga sulla qualità umana delle oligarchie golpiste che hanno preso il potere in Honduras per evitare “la deriva chavista”.

Fin qui il racconto da Tegucigalpa. Cosa c’è di più simbolico dei militari che percorrono le vie dell’Honduras a caccia di schede elettorali? Quel referendum consultivo e non vincolante per l’Assemblea Costituente non si doveva tenere ad ogni costo. A nessun costo può essere accettata dall’oligarchia un’Assemblea costituente dove il popolo scriva per la prima volta la propria costituzione. A nessun costo le oligarchie del paese erano, sono, disposte a una democratizzazione reale del paese, anche a costo dell’isolamento internazionale.

Il golpe appare senza futuro e Roberto Micheletti appare destinato a passare alla storia come il Carmona honduregno, dal nome dell’effimero dittatore venezuelano del 2002 rovesciato dalla mobilitazione di milioni di militanti bolivariani. Micheletti è il Carmona honduregno ma può fare ancora molto male al paese e soprattutto a quei militanti che sono caduti in queste ore nelle mani dei suoi squadroni. La vita di questi militanti, non illudiamoci, è a rischio e hanno bisogno della massima solidarietà internazionale, ora, non domani.

Proprio l’isolamento internazionale del golpe è senz’altro uno dei fatti politici di queste ore. Non sono solamente i governi integrazionisti latinoamericani ad aver condannato il golpe ma sono tutte le organizzazioni internazionali, l’ONU, la OEA, la UE, oltre alle organizzazioni regionali, Alba, Unasur, Mercosur ad averlo fatto. Anche le parole scelte da Barack Obama e Hillary Clinton sono inequivocabili. Aspettiamo i fatti e la rinuncia “senza condizioni” dei golpisti, così come pretesa dalla OEA, ma ci troviamo di fronte a una lieta sorpresa: la politica, anche quella bizantina delle diplomazie sta battendo un colpo usando parole chiare. E’ che l’America latina del 2009, anche se a qualcuno dispiace, è definitivamente un’altra anche rispetto a quella del 2002 nella quale fallì il golpe venezuelano.

Chi invece appare irredimibile anche sull’Honduras è l’informazione. Dalle pagine di Giornalismo partecipativo abbiamo denunciato il caso del quotidiano spagnolo di centro sinistra “El País”. Ancora adesso, nonostante Barack Obama, nonostante l’ONU, nonostante l’UE, il quotidiano spagnolo se pur ha dovuto utilizzare il termine “colpo di Stato” che per giorni aveva negato, continua a spalleggiare il dittatore Micheletti che continua a definire semplicemente “il nuovo presidente”. La vergogna di “El País” è comparabile a quella della “Sociedad Interamericana de Prensa” (SIP) il massimo organismo continentale che raggruppa editori e rappresentanti dei maggiori mezzi di comunicazione degli Stati Uniti e dell’ America Latina, sempre pronta ad attaccare i governi progressisti latinoamericani ma che solo pochi minuti fa ha emesso il primo comunicato nel quale non denuncia la chiusura di media in Honduras ma si limita a chiedere il rispetto della libertà di stampa “alle nuove autorità”. E’ che i media chiusi dai golpisti sono piccoli e poveri in un paese piccolo e poveri, addirittura sono radio comunitarie, media partecipativi, webradio. Cosa importa alla SIP la chiusura di media che non fatturano milioni di dollari?

 

Intanto anche in Italia l’Honduras trova spazio. Ma in che forma? Di fronte al caso inaudito dei tre diplomatici sequestrati e picchiati ci si rende conto di trovarsi di fronte a pseudogiornalisti che non sono capaci di valutare la gravità delle notizie che hanno di fronte, che probabilmente non sanno nulla di inviolabilità delle sedi diplomatiche o di immunità diplomatica come poco o nulla sanno dei temi dei quali scrivono. E allora “La Repubblica” appare affascinatissima dal fatto che Micheletti suona come un cognome italiano e ci tiene tanto a farci sapere che il padre del dittatore, date le origine bergamasche, sarebbe tifoso dell’Atalanta (sic). “La Stampa”, come altri, sembra molto più preoccupata da eventuali reazioni di Hugo Chávez (e l’ingerenza umanitaria? e l’esportazione della democrazia?). Sembra che la sola possibilità di un intervento venezuelano basti a redistribuire le colpe mentre il TGCOM è arrivato a parlare di “golpe dei giudici” forse in omaggio alle fobie del padrone di Mediaset.

Infine tutti ma proprio tutti accettano pedissequamente la giustificazione golpista: “siamo intervenuti perché Zelaya voleva farsi rieleggere” con una palpitazione paragonabile a dire “siamo intervenuti perché Zelaya voleva farsi l’atomica”. A nessuno viene in mente di ribaltare l’onere della prova e magari pensare che "i golpisti sono intervenuti…" come intervengono da che mondo è mondo i golpisti: “per impedire il cambiamento”. Neanche una parola si trova sull’Assemblea Costituente nella stampa italiana che, evidentemente, non solo non ha alcun corrispondente in centroamerica ma ha costruito le proprie cronache su fonti mainstream straniere non verificate. E meno male che Obama non ha lasciato adito a dubbi. Altrimenti staremmo festeggiando il paisà tifoso dell’Atalanta che ha fatto fuori il burattino di Chávez!

 

http://www.gennarocarotenuto.it/8881-coprifuoco-in-honduras-e-sui-media-alba-politica-in-america-latina-nuove-testimonianze-dal-cuore-del-golpe/#more-8881



I PERICOLI DELLA CARTOLARIZZAZIONE: LA PIÙ GRANDE TRUFFA DI TUTTI I TEMPI

 

 

DI MIKE WHITNEY
Global Research

È possibile fare centinaia di miliardi di dollari di profitti su titoli che si appoggiano solo alle entrate virtuali di un loan book?

Non solo è possibile, ma è stato fatto. E al momento, i furfanti che hanno fatto profitti con questo imbroglio, fanno la coda fuori dagli edifici della Riserva Federale per scambiare i loro titoli marci con miliardi di dollari di prestiti finanziati dai contribuenti. Nel frattempo, il crollo del credito ha lasciato il sistema finanziario in rovina e piantato l'economia come il picchetto di una tenda. Le file dei disoccupati si allungano e i consumatori riducono il budget su tutto, dalle uscite agli spostamenti, fino ai generi alimentari. E tutto questo si deve alla truffa finanziaria piramidale tramata a Wall Street e che si è diffusa in tutto il sistema mondiale come un'epidemia di influenza. Questa non è una recessione normale; il sistema finanziario è esploso per colpa di banchieri avidi che si sono serviti dell' “Innovazione finanziaria” per storpiare il sistema e hanno gonfiato la più grossa bolla speculativa di tutti i tempi. E l'hanno fatto in piena legalità, usando un procedimento poco conosciuto che si chiama cartolarizzazione.

La cartolarizzazione -che è la conversione di fondi di prestito comuni in titoli venduti sul secondo mercato [NdT: mercato destinato a soddisfare le esigenze di crescita delle piccole e medie imprese, assicurando un adeguato spessore alle contrattazioni, senza fare venire meno quelle esigenze di tutela del risparmio che devono sempre essere garantite in ogni tipo di mercato]- fornisce il modo d'esercitare un leverage sui debiti. Le banche si servono di operazioni fuori bilancio per creare titoli che permettano di evitare le obbligazioni normali di riserva e le operazioni di controllo scomode.Per quanto possa sembrare strano, la qualità dei prestiti non è presa in considerazione, poiché le banche guadagnano denaro sulla creazione di prestiti e altre commissioni. Ciò che importa è la quantità, la quantità e ancora la quantità: una linea d'assemblaggio di prestiti nauseabondi riversati su investitori fiduciosi per far crescere i risultati. Caspita! com'è facile per Wall Street ammucchiare uno dopo l’altro questi documenti marci quando non c'è nessuno che controlla e la FED gioca alle ragazze pon-pon dalla tribuna!! In un'analisi dell'economista Gary Gorton, realizzata per la conferenza del 2009 della Banca Federale di Atlanta sui mercati finanziari e intitolata: “Schiaffeggiato dalla Mano Invisibile: il Settore Bancario e il Panico del 2007” ["Slapped in the Face by the Invisible Hand; Banking and the Panic of 2007"], l'autore mostra che i titoli legati ai valori ipotecari hanno conosciuto un vero e proprio gonfiamento, passando da 492,6 miliardi di dollari nel 1996 a 3.071,1 miliardi di dollari nel 2006. In totale, più di 20 trilioni [1 trilione = 1.000 miliardi n.d.t.] di dollari di debito cartolarizzato sono stati venduti tra il 1997 e il 2007. Quanto di questo debito si rivelerà senza valore man mano che i pignoramenti saliranno alle stelle e che i bilanci delle banche saranno sempre più sotto pressione?

La deregolamentazione ha aperto il vaso di Pandora, liberando uno strano insieme di operazioni oscure fuori bilancio (SPV, SIV) [1] e di derivati sospettosi dai nomi strani che erano usati per amplificare il leverage e accatastare debito su frammenti di capitale sempre più piccoli. È facile fare soldi quando non si scommette con il proprio denaro! È così che i dirigenti dei fondi speculativi e i furbetti dei fondi d'investimento privato diventano ricchi. La cartolarizzazione ha dato alle banche l'occasione d'accordare prestiti di cattiva qualità a chi prende prestiti che non aveva nessun modo di rimborsarli e la possibilità di trasformarli per magia in titoli AAA. “Abracadabra!” Tutti gli agenti di relazioni pubbliche di Wall Street hanno gridato ai quattro venti che la cartolarizzazione “democratizzava” il credito, perché un maggior numero di persone poteva avere prestiti a tassi migliori, dato che il finanziamento veniva dagli investitori, invece che dalle banche. Ma erano tutte frottole. Il vero obiettivo era di ottenere profitti colossali prelevando salari e bonus enormi all'inizio, prima che le persone si accorgessero di essere state ingannate. L'antico capo del FDIC [La Federal Deposit Insurance Corporation, che preserva e favorisce la fiducia popolare nel sistema finanziario statunitense n.d.t.], William Seidman, aveva già capito tutto nel 1993, quando aveva arraffato la posta in gioco dopo il fiasco dei prestiti e del risparmio. Ecco ciò che diceva nelle sue memorie:

“Date come istruzione ai regolatori di cercare il nuovo entusiasmo nell'industria e di esaminarlo con attenzione. Il prossimo errore sarà un nuovo modo di accordare un prestito che non sarà rimborsato.”


In poche parole, le banche non hanno mai sperato che i prestiti venissero rimborsati, e questo spiega perché li hanno accordati a chi li chiedeva pur non avendo un reddito, una garanzia, un lavoro e con un brutto dossier bancario. Tutto questo non aveva nessun senso, in particolare per chiunque si fosse mai seduto per controllare il proprio profilo di richiedente davanti a un banchiere sprezzante. Credetemi, i banchieri sanno come recuperare i propri soldi, se davvero lo vogliono! In questo caso, ciò non aveva importanza. Volevano solo mantenere a pieno regime il più a lungo possibile il loro racket di moneta falsa. Nel frattempo, il Maestro Greenspan incoraggiava queste ragazze pon-pon dalla linea laterale, tessendo le lodi della “nuova economia” e dell'alto livello di prosperità raggiunto grazie al capitalismo del laissez-faire. Perché qualcuno avrebbe dovuto preoccuparsi di ciò che pensava Greenspan? Tanto la FED non è altro che una filiale del cartello bancario.

Ora che la bolla della cartolarizzazione è scoppiata, il 40% del credito che era colato nell'economia è stato soppresso, dando luogo a un crack della borsa come negli anni '30. Il presidente della FED, Greenspan, è stato sostituito in fretta da Bernanke, che ha fornito una protezione di 13 trilioni di dollari per impedire il crollo del sistema finanziario, ma l'economia ha continuato a scendere in picchiata. Bernanke cerca di tappare l'abisso apertosi quando la cartolarizzazione si è fermata brutalmente e il gas ha cominciato a scappare dalla bolla di credito con gran fracasso. L'aumento è in corso, nonostante i numerosi programmi della FED per far andare su di giri la cartolarizzazione e restaurare l'economia speculativa fondata sulle bolle. L'ultima pazzia di Bernanke, il Term Asset-backed securities Lending Facility (TALF) (o facilità di credito sui titoli legati a degli attivi), fornisce il 94% del finanziamento pubblico agli investitori che vogliono comprare i prestiti legati a debiti su carte di credito, i prestiti agli studenti, i prestiti per le automobili o i prestiti immobiliari d'impresa. È una situazione “non perdente” per i grandi investitori che pensano che il debito cartolarizzato farà il suo ritorno. Ma è questo il problema: nessuno ci crede. Questi prestiti attraenti, accompagnati da una garanzia (quasi) senza rischi, non sono riusciti ad adescare le grandi agenzie di intermediazione e i direttori di fondi speculativi. Bernanke ha immagazzinato meno di 30 miliardi di dollari in un programma pensato per prestare fino a 1 trilione di dollari. È stato un completo insuccesso.

Per capire la cartolarizzazione bisogna pensare come un banchiere. I banchieri pensano che i profitti siano limitati dalle obbligazioni legali di riserva. Quindi, ciò che vogliono è sviluppare il credito senza queste riserve legali; come trasformare la paglia in oro. Creano uno sconcertante aldilà di strumenti dai nomi strani e di procedimenti ancor più insoliti che nascondono il semplice fatto di creare denaro dal vento. È ciò che è davvero la cartolarizzazione: una robaccia sottocapitalizzata che fanno passare per gioiello prezioso. Ecco come lo riassume l'economista Henry CK Liu nel suo articolo: “ Mark-to-Market vs. Mark-to-Model”

“Il sistema bancario ombra ha evitato subdolamente le obbligazioni legali di riserva del regime bancario e delle tradizionali istituzioni regolate e ha incoraggiato un piano piramidale inverso -come le catene di S.Antonio- con un leverage che sale alle stelle basato, in molti casi, su un cuscino di riserva inesistente. Questo è stato rivelato dal crollo di AIG nel 2008, causato dalla sua assicurazione sui derivati finanziari, conosciuti come credit default swaps (CDS) [accordo tra un acquirente ed un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del debitore) cui il contratto è riferito. N.d.t.]

...

L'ufficio del Controllore monetario e la Riserva Federale unitamente hanno autorizzato le banche aventi un'assicurazione sui CDS a mantenere attivi a rischio super-senior nei loro libri contabili, senza aggiungervi del capitale, perché il rischio era assicurato. Solitamente, se le banche detenevano dei rischi super-seniors nei loro libri, dovevano assegnare un capitale pari all'8% dell'impegno finanziario. Ma questo capitale poteva essere ridotto a un quinto del montante totale (ossia 20% dell'8%, cioè 160 dollari per ogni rischio di 10.000 dollari nei libri), se le banche potevano provare ai regolatori che il rischio di morosità sulla porzione super-seniors dei contratti era davvero trascurabile e se i titoli emessi con l'intermediario di una struttura di CDO (collateralized debt obligation) [obbligazione che ha come garanzia (collaterale) un debito n.d.t.] avevano una notazione di credito AAA da parte di un' “agenzia di notazione di credito riconosciuta sul piano nazionale” come la notazione di AIG attraverso Standard & Poor. Con un'assicurazione sulle CDS, le banche potevano allora ridurre il capitale normale di 800 milioni di dollari per ogni 10 miliardi di dollari sui loro libri a soli 160 milioni di dollari: questo vuol dire che le banche con un'assicurazione sulle CDS possono prestare fino a 5 volte in più a partire dallo stesso capitale. I contratti CDO/CDS potevano allora aggirare le regole internazionali sul capitale”


La stessa regola si applica ai derivati (CDS) come strumenti cartolarizzati anch'essi insufficientemente capitalizzati, perché mettere da parte alcune riserve diminuisce la capacità di massimizzare i profitti. Tutto si riduce all'ultima riga del bilancio. La ragione per cui i CDS sono così a buon mercato rispetto ad un'assicurazione convenzionale, è che non esiste alcun modo di sapere se l'operatore ha la capacità di pagare gli indennizzi. Si tratta di frode, su scala gigantesca, e questo spiega perché il sistema finanziario è entrato in paralisi totale quando Lehman Brothers è fallita. Nessuno sapeva se i trilioni di dollari nei contratti di garanzia sarebbero stati pagati o no. Semplicemente, ci sono più domande di indennizzo di quanto denaro ci sia nel sistema. I crediti ipotecari fasulli e le false promesse di cauzione non significano niente. “Mostratemi il denaro!” Il sistema è sommerso e non può essere riparato dalla FED con maggiore liquidità schioccando le dita.

Il sistema bancario ombra non è crollato perché il mercato è “congelato” o perché gli investitori sono in uno stato di panico dopo Lehman Brothers, ma perché i derivati e la cartolarizzazione sono stati smascherati come frodi sostenute da un capitale insufficiente. È un intruglio venduto da ciarlatani. Ecco perché i responsabili europei resistono alle richieste della FED di creare una struttura simile al TALF per rimettere in moto la cartolarizzazione. Il lavoro di Bernanke è d'intervenire e mettere fine alle sciagure, non di aggiungere problemi restaurando il regime generatore di credito che ha trasferito centinaia di miliardi di dollari di persone che lavorano duro verso i grandi banchieri-gangsters e gli imbroglioni di Wall Street.

NOTA

[1] SPV = special purpose vehicle, (veicolo speciale) società creata appositamente per realizzare una o più operazioni di cartolarizzazione Un SPV classico acquisisce crediti, con un piccolo abbassamento del valore di mercato di una società rispetto alle sue filiali. In cambio, emette parti d'obbligazioni di rischi diversi. Tra questi SPV esistono dei veicoli chiamati “condotti”. Mettono da una parte all'attivo parti d'obbligazioni AAA provenienti dalla cartolarizzazione dei crediti. In cambio, emettono dei documenti commerciali (obbligazioni a breve termine). Questo documento commerciale, chiamato ABCP (asset backed commercial paper), frutta più dei piazzamenti a breve termine, essendo garantito da obbligazioni a lungo termine, che implicano dei tassi più alti.

Un'altra forma di SPV sono gli SIV (structured investment vehicles). Da una parte abbiamo sempre queste obbligazioni AAA provenienti dal frazionamento dei crediti. Dall'altro, gli SIV emettono in cambio dei note a medio termine (medium term notes) ma anche degli “equity”, titoli che assomigliano a delle azioni. E qui, ci sono grossi problemi.

Titolo originale: "Les périls de la titrisation : La plus grosse escroquerie de tous les temps ?"

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
11.06.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERENZANI

Piccole donne crescono

rivoluzionedi Alessandro Cisilin – da «Galatea European Magazine» di luglio

La persistenza di un solido settore pubblico era uno dei pochi segni distintivi dell’era del New Labour rispetto a quella dei tagli thatcheriani. Ora anche tale residuo del welfare viene messo a repentaglio dall’ideologia delle “riforme” che significano decapitazioni di stipendio e personale.





La crisi e le ripetute sconfitte dei laburisti non sembrano aver prodotto un ripensamento in materia, anzi un’ulteriore accelerazione. L’azione di quel che resta del sindacato britannico suona allora come l’estremo baluardo di un’epopea. E il suo simbolo più recente è il trionfo in una lunga battaglia giudiziaria di alcune pensionate. Che hanno chiesto, quantomeno, il riconoscimento dei loro pari diritti rispetto agli uomini, nonché del lavoro prestato.

Dopo oltre dieci anni di contenzioso, il mese scorso ventisette donne mal pagate hanno celebrato l’affermazione di quei diritti salariali e pensionistici. Le coraggiose signore si erano rivolte a un tribunale del lavoro denunciando di essere discriminate in ragione del loro sesso. Lavoravano in una scuola prestigiosa a Monmouth, nel Sud del Galles, frequentata dai rampolli dell’aristocrazia locale. Splendide strutture per attrarre facoltose famiglie, ma niente trippa per i gatti che vi operano.

Confinate ai lavori più modesti, svolgevano funzioni quali il baby-sitting, le pulizie, la contabilità, la cucina, l’accompagnamento dei ragazzi in difficoltà. Lavori preziosi ma dietro le quinte, con stipendi da fame, e per giunta inferiori a quelli percepiti dai pari grado uomini, con l’umiliante epilogo della mancata assegnazione delle prestazioni pensionistiche solitamente previste nei contratti scolastici.

Anche la magistratura britannica ha le sue lungaggini, ed è giunta al dibattimento quando oramai molte di loro erano giunte al pensionamento. La pronuncia è stata però rapida, seguendo di pochi giorni l’udienza e l’esame della documentazione. Il risultato sembra modesto nelle cifre, a testimonianza del declino dei diritti dei lavoratori britannici.

L’istituto è stato condannato a sborsare in tutto centocinquantamila sterline, pari a risarcimenti individuali tra le millecinquecento e le diciassettemila sterline. Cifre che comprendono una limitata una tantum di morosità, che si somma a una contribuzione annuale di milletrecento sterline. Un caso seguito dalle parti soprattutto come una battaglia di principio, dunque, a cominciare da quello della non-discriminazione.

«La scuola ha speso più in spese legali che per la liquidazione dei suoi lavoratori», commenta il sindacato Unison, la seconda sigla del paese per numero di iscritti, una delle poche a essere sopravvissute alle politiche antisindacali degli anni ottanta. Legata tradizionalmente proprio ai laburisti al potere, i suoi contributi finanziari al partito sono oramai significativamente ridotti all’osso.

È la stessa Unison ad aver seguito la vicenda giudiziaria e a sottolinearne ora l’esito nei termini del “fatto epocale”, in ragione della «dignità e determinazione di queste donne a battagliare insieme». Insieme, e avendo coscienza dei propri contratti e dei propri diritti, una coscienza che tende oggi a schiacciarsi nell’etichetta dell’atteggiamento anti-impresa.

Secondo statistiche risalenti al 2005, i lavoratori statali nel Regno Unito erano quasi sei milioni, settecentomila in più rispetto a sette anni prima. Nello stesso periodo la crescita dell’occupazione nel settore privato è stata quasi doppia, ma il dato comunque documenta l’attenzione a non falcidiare il pubblico, almeno dal punto di vista occupazionale.

Anche quel baluardo volge però ora al termine, nelle intenzioni del governo, col cancelliere all’Economia Darling ad annunciare proprio il mese scorso la “difficile sfida” di drastici tagli di spesa. I settori individuati sono i trasporti, l’edilizia pubblica e la stessa istruzione.

Il successo delle donne di Monmouth suona allora come un monito: per i lavoratori il tempo dei sacrifici non è iniziato bensì, al contrario, finito. «La nostra è una grande vittoria di piccole donne», commentano. Sono in realtà ventisei. Alla ventisettesima, l’addetta alle pulizie Kay Bamford, morta prima della sentenza, dedicano il loro trionfo.

acisilin@yahoo.it

 

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9301


Ricci v. Sotomayor

La Corte Suprema ha bocciato la decisione della Corte federale nel caso Ricci. La presenza di Sonia Sotomayor nel tribunale federale di grado inferiore aveva creato grande attesa mediatica. http://www.andreamollica.blogspot.com/


giugno 29 2009

Tardo impero / darsi fuoco davanti a palazzo Grazioli

Dopo la fine dell'impero mi piacerebbe leggere i motivi per cui un padre minaccia di darsi fuoco davanti ad un palazzo romano.http://carlettodarwin.blogspot.com/


«Nessun rimpianto, ma ancora tanta voglia di cambiare veramente»

Ascoli Piceno | Dopo la sconfitta alle elezioni provinciali l'ex Presidente Massimo Rossi tenta di analizzare a freddo le cause di quanto è avvenuto, i motivi delle scelte compiute e le ragioni per cui andare avanti.

Massimo Rossi

 

«Ad una settimana dall'esito finale delle elezioni provinciali, ho cercato di fornire a coloro che avranno la pazienza di leggere una serie di elementi oggettivi utili ad una corretta valutazione di quanto avvenuto. Scusatemi per la lunghezza del testo ma era difficile condensare meglio fatti, circostanze e considerazioni senza le quali le mie affermazioni apparirebbero campate in aria». Così l'ex Presidente della Provincia Massimo Rossi presenta la nota che di seguito pubblichiamo integralmente: 

Al di là del successo personale che molti hanno sottolineato, nessuno più di me può rammaricarsi per la traumatica interruzione dell'esperienza amministrativa avviata in Provincia cinque anni or sono sulla scia di un consenso elettorale senza precedenti.

Ma nonostante il rammarico, analizzando a freddo le ragioni di questa sconfitta, ripercorrendo i fatti che l'hanno determinata ed osservando la realtà politica del nostro territorio, ritengo di non avere nulla da rimproverarmi in quanto nulla avrei potuto fare oltre quello che ho fatto per evitarla.

La vittoria del centro destra è infatti il risultato di una precisa strategia politica messa in atto dal gruppo dirigente del PD piceno che, assolutamente disinteressato alla qualità del lavoro compiuto dall'amministrazione provinciale, ai contenuti, ai risultati raggiunti, al consenso riscosso nell'ambito della comunità locale e nazionale, ha ritenuto di interrompere con "la forza dei muscoli" tale percorso al solo scopo di assumere in proprio, pienamente, la guida dell'Ente.

Per evitare che qualcuno possa inquadrare queste mie affermazioni, inconfutabili, nel solito scaricabarile che caratterizza la ricerca delle responsabilità di ogni sconfitta elettorale restituisco l'analisi documentata dei nodi cruciali dell'intera strategia.

Dalla cronaca: un progetto di rottura lucidamente premeditato ed attuato

Tempi e modi della strategia di rottura dell'unità del centrosinistra sono facilmente ricostruibili; basta ripercorre la rassegna stampa e gli atti del consiglio dell'ultimo anno.

Per ragioni di spazio presento solo un piccolo estratto:

6 Gennaio 2008 (Corriere Adriatico, edizione di Ascoli Piceno): Luciano Agostini, all'epoca vice presidente della Giunta Regionale, rispondendo ad una polemica sollevata da Amedeo Ciccanti afferma testualmente: "Forse al Senatore Ciccanti sfuggono due cose fondamentali, la prima è che il PD sostiene lealmente l'Amministrazione Provinciale ed il suo Presidente, dando un giudizio positivo del suo operato e traducendo questa convinzione non votando mai contro né in Consiglio, né in Giunta..."

29 Giugno 2008 (Corriere Adriatico, pagina regionale): la giornalista Lolita Falconi scrive: "Agostini lancia di fatto un pesante siluro in direzione di Massimo Rossi.. accompagnato da termini neppure troppo ecumenici". "Se debbo dare un giudizio che però è del tutto personale sull'operato del presidente - dice Agostini - non posso che esprimermi in maniera negativa e molto molto critica".

Cos'era successo nel frattempo!?!

12 Marzo 2008 (Seduta consiliare per l'approvazione del Bilancio di previsione 2008): il Consigliere PD del collegio Ripatransone-Offida, Remo Bruni, intervenendo a nome del partito afferma: "queste relazioni mostrano la grande mole di lavoro che questa Giunta e che questa maggioranza hanno portato avanti. Non solo, anche la chiarezza delle idee, dei programmi che vuole seguire per il futuro sviluppo del nostro territorio. Una visione di insieme molto ampia e nello stesso tempo molto concreta che scende nei particolari senza perdere una visione generale...Questa Amministrazione ha fatto e continua a fare delle scelte strategiche per il nostro territorio in particolare sui temi dei trasporti, la viabilità, l'edilizia scolastica, e la cultura... Scelte fondamentali che delineano il futuro del nuovo Piceno".

16 Febbraio 2009 (Seduta consigliare per l'approvazione del Bilancio di Previsione 2009): dopo un'estenuante maratona durata tre sedute, lo strumento finanziario viene approvato senza il voto favorevole del PD che presenta ben 18 emendamenti con i quali chiede tra l'altro soldi per progettare un inceneritore di rifiuti e studiare l'arretramento dell'autostrada, allo scopo di rimarcare, enfatizzando le differenze strategiche, una diversa visione politica rispetto al Presidente ed al resto della maggioranza.

Cos'era successo nel frattempo!?!

Nulla di sostanziale, se non le elezioni politiche del 13 aprile 2008. La rottura dell'unità del centro sinistra, come dimostra quanto ho sopra riportato e molti altri documenti che per brevità non è possibile citare, è stata infatti una scelta precisa, assunta lucidamente e perseguita pervicacemente con ripetute prese di posizione ed iniziative destabilizzanti proprio a partire da quella consultazione elettorale ritenendo il PD che il 40% dei voti ottenuti (oggi dimezzatisi!) lo legittimasse pienamente a rivendicare la presidenza della Provincia. In una becera ottica di potere, la presenza alla guida dell'amministrazione provinciale di un esponente politico non appartenete a quel partito, più o meno adeguato al compito assegnato, appariva assolutamente intollerabile.

Lo squallido pretesto della divisione della Provincia

Non si venga a dire che il problema sono stati i criteri della divisione del patrimonio della Provincia! Anche qui, basta rileggere la stampa e gli atti per ripercorrere la squallida strumentalizzazione della vicenda.

Il Messaggero del 23 Luglio 2008, pag. 36. Sotto il titolo "La Maggioranza si ricompatta. Rossi: spero che anche la minoranza aderisca", il direttore Franco De Marco scrive: "Alla fine, dopo 5 ore di intensa discussione nella quale si sono intrecciate ragioneria e politica, la fumata bianca c'è stata. La maggioranza di centro sinistra, con gli ascolani più sorridenti ed i fermani consapevoli di aver eliminato forse l'ultimo ostacolo, ha raggiunto l'accordo sulla divisione degli immobili...". "Non nasconde la sua soddisfazione il segretario del PD Gionni: abbiamo dimostrato di essere una forza responsabile e di aver difeso gli interessi della collettività ascolana". "...Il documento votato all'unanimità dall'assemblea -commenta il segretario comunale PD Anna Casini- è stato determinante per ottenere la giusta valutazione di immobili come l'Hotel Marche e la scuola di Via Cagliari che erano stati sopravvalutati..".

La settimana successiva, nella seduta del 31 Luglio 2008, la delibera di indirizzo frutto di quell'intesa veniva approvata dal Consiglio Provinciale con 19 voti favorevoli (tutti i voti dei consiglieri di maggioranza presenti più uno di minoranza) e varie astensioni della stessa opposizione.

La faccenda era chiusa! ...a parte gli attacchi dell'On. Agostini (..ancora lui!) che il giorno successivo (2 Agosto 2008) dalle pagine de Il Messaggero affermava sarcasticamente che il sottoscritto aveva "svolto un gran lavoro a favore di Fermo". ...Salvo poi rimettere tutto in discussione, rimangiandosi parole date e scritture, senza cura neppure per la propria dignità, all'unico scopo di giustificare comunque la rottura e l'aggressione strumentale.

Un po' come in quella fiaba in cui un lupo (ogni riferimento a pseudonimi o appellativi è puramente casuale) pur di giustificare l'aggressione nei confronti dell'agnello lo accusa di sporcare l'acqua del ruscello dove lui stesso sta bevendo, sebbene il malcapitato si stesse dissetando più a valle.

Un altro squallido pretesto: le primarie

Alla luce di tutto ciò e di ben altro ancora, che tralascio per ragioni di brevità, va inquadrata e valutata la proposta, che definirei ridicola, delle primarie di coalizione.
Proposta ridicola ed offensiva per l'intelligenza dei cittadini, perché non ha senso contrapporre, alla fine di un mandato, un presidente della Provincia ed il suo vice.
Su cosa ci saremmo dovuti misurare e contrapporre, io ed il mio vice presidente, dato che avevamo collaborato per 4 anni? ..forse su chi è più bello o più simpatico?
Che senso avrebbero avuto le primarie di un presidente alla fine del primo mandato, eletto peraltro con il 55% dei consensi di cui 12.000 personali (altro che primarie!)?

A meno che non si cercasse un rinnovamento alla fine del primo mandato; in tal prospettiva, la prima cosa che ragionevolmente andava fatta (ma a me è stata negata!) era valutare il lavoro svolto; e allora, delle due l'una: o, in caso di valutazione positiva del percorso fatto, la squadra e il presidente non andavano cambiati (almeno questo detta il famoso "buon senso"... di cui il PD, paradossalmente, ha fatto lo slogan della propria campagna elettorale) o, in caso di valutazione negativa, il presidente uscente non poteva essere ricandidato e, dunque, per insufficienza di risultati doveva essere escluso anche dalle primarie.
Solo in quest'ultimo caso si sarebbe posta la necessità di individuare, fra più possibili nuove candidature (esclusa dunque la mia), la migliore da sottoporre poi al consenso dell'intero corpo elettorale.

Ma non sarà stato, invece, che le primarie a tutti i costi dovevano essere un'ennesima, inutile prova di muscoli tra gli aderenti ai vari partiti della coalizione?

Ed aggiungo, a coloro che ancora si rammaricano per il mio rifiuto di partecipare alle primarie, questo quesito: "Se, come probabile, avessi vinto le primarie, in caso di vittoria elettorale come avrei potuto successivamente affrontare un nuovo mandato amministrativo con la spada di Damocle del giudizio negativo e la sfiducia del partito di maggioranza relativa?"

Avrei dovuto accettare, legittimandone la perversa logica etico-politica, un "calvario" simile a quello vissuto nell'ultimo anno di amministrazione provinciale? Un calvario sopportato solo per senso di responsabilità e senso del dovere dal sottoscritto e da quanti hanno continuato a sostenermi allo scopo di non lasciare l'Istituzione nel caos, con una divisone incompiuta e con l'abbandono a metà del guado, solo per fare qualche esempio, di progetti come quello della Sgl Carbon, della progettazione dei fondi europei con i bandi in scadenza, della stabilizzazione dei precari...

Il rifiuto di quella farsa non è stato quindi la conseguenza di un colpo di testa, di un atto di superbia, del timore di perdere (che francamente, senza presunzione, non ho mai avuto) o ancora, della sicurezza di superare il primo turno. Si è trattato invece di una decisione ragionata e condivisa tra quanti hanno partecipato a quella che ritengo una straordinaria esperienza amministrativa.

In realtà l'unica cosa che avrei potuto fare per evitare la divisione era togliermi di mezzo.

Come molti ricorderanno non ho escluso neppure questa ipotesi, sottoponendola persino ad una valutazione collettiva, attraverso una lettera aperta ai cittadini. Cittadini attivi, attori socio economici coinvolti nei numerosi progetti dell'amministrazione, operatori della cultura e dell'istruzione, ragazze e ragazzi che in gran numero mi hanno chiesto di continuare il percorso per non disperdere la progettualità avviata.

L'astensione al ballottaggio: l'unità che paga è quella volta a costruire.

Sebbene abbia già avuto modo di motivare ampiamente l'indicazione di "voto secondo coscienza", diffusa dalla mia coalizione, e la personale scelta dell'astensione al ballottaggio, ritengo opportuno sgombrare il campo, anche in questa occasione, da letture fuorvianti che parlano ancora di risentimenti e vendette personali.

Personalmente ho riflettuto a lungo e mi sono ampiamente confrontato sull'accettare o meno l'invito a garantire "l'unità del centro sinistra per non far vincere la destra".

Abbiamo ragionato in tanti sulla relazione fra tale scelta, in questa situazione, e la necessaria crescita di una moderna cittadinanza attiva e responsabile. Ci siamo chiesti se il cittadino attivo e responsabile, di cui c'è bisogno per un cambiamento, sia quello che vota comunque e chiunque, a prescindere dai comportamenti, purché appartenga alla propria squadra.

Se è quello che vota comunque e chiunque, purché il suo voto serva a far perdere qualcuno (in questo caso Celani, in altri Berlusconi) anche nei casi in cui chi vince è simile, uguale o per certi versi peggiore di chi perde.

Se non avessimo discusso e deciso in base a tutto ciò, avremmo dovuto ammettere che in fondo, fino a quel momento avevamo solo giocato; avremmo fatto intendere che sono solo facili parole le speranze che abbiamo seminato e coltivato in una politica per la quale i comportamenti hanno un peso fondamentale nell'attivare la fiducia della gente; che in fondo ....non era vero nulla.

Per noi, invece, essere cittadino consapevole significa sentirsi corresponsabile delle scelte di chi si indica a rappresentarci. Che chi si sceglie non deve portare indosso solo la mia casacca, ma dev'essere capace di tradurre in operato coerente, possibilmente alto e nobile, il sistema di valori a cui mi riferisco.

Ed allora, fermo restando che non avrei potuto votare Celani per la distanza che mi separa dai suoi programmi e dal suo stile di lavoro, come avrei potuto votare comunque chi, come Mandozzi, non mi rappresenta perchè nei comportamenti nega consapevolmente e costantemente ciò che predica, compresa l'unità del centrosinistra?

Come avrei potuto sostenere col mio voto quel partito e quei i dirigenti che localmente hanno messo in campo azioni di una spregiudicatezza, disinteresse del bene comune, menefreghismo dell'unità della sinistra, indifferenza rispetto agli interessi del territorio, spregio dell'intelligenza dell'elettore che qui sommariamente ho provato a tratteggiare?

Non ci sto quindi a sentirmi accomunare, da chi si disinteressa ai fatti o non li conosce, al resto di questa sinistra, considerata tutta colpevole senza distinzione perché si divide e da' un brutto spettacolo di sè! E' ora che gli spettatori si chiedano: chi è che sbaglia? quale sinistra? e davanti a questo che si deve fare? Votare sempre e comunque in massa ai ballottaggi "per sconfiggere la destra", che invece si rafforza proprio per questa assenza di qualità e coerenza?

Personalmente penso che questo pessimo spettacolo continuerà fino a quando ci saranno cittadini ed elettori pronti sempre e comunque a guardarlo ed a "pagare il biglietto", con il proprio voto.

A meno che si provi a ragionare... e se necessario anche a "fermarsi per un giro", come io ho fatto questa volta, per poi tentare irriducibilmente di ricostruire.

Le ragioni di un nuovo inizio investendo il patrimonio accumulato

Quindi nessun rimpianto ma ancora tanta voglia di cambiare veramente. "Piceno al Massimo" è già sul campo per sostenere questo percorso di rinnovamento che dovrà coinvolgere società e partiti e a cui lavorerò umilmente insieme a tanti altri.

Mi impegnerò senza secondi fini di tipo personale; al solo scopo di non disperdere il grande e prezioso patrimonio di passioni, competenze, buona politica e speranza, cresciuto in questi anni di lavoro. Per investirlo in un nuovo progetto che dal basso vuole costruire un territorio ed una comunità giusta, vivace, bella e moderna.http://www.ilquotidiano.it/articoli/2009/06/28/98713/nessun-rimpianto-ma-ancora-tanta-voglia-di-cambiare-veramente



La stampa inglese: "Gianni Letta sta prendendo le distanze da Berlusconi".

Un altro po', e rischia di cadere dal lettone grande.

di Francesco Cocco

http://www.brioches.ilcannocchiale.it/


Cartoline dal Lingotto/1

immagine di Carlo Traina

Siamo andati al Lingotto, alla Woodstock Democratica come la chiama Civati e come la volevamo tutti noi. Siamo stati all’evento che ha raccolto le esperienze di questi ultimi due anni di vita del Partito Democratico, iMille, il nostro circolo, la Carovana, gli Autoconvocati, i Piombini volti ormai familiari accanto a tante facce nuove e storie che meritano di essere raccontate. C’era una folta pattuglia di parlamentari del PD, c’erano i due candidati alla segreteria, Franceschini e Bersani, c’erano soprattutto tanti militanti, tanti da mettere a rischio la capienza massima della sala e da dover restare fuori e seguire gli interventi su un monitor.

I resoconti gli avrete ormai letti sui blog e potete comunque rivederli qui. Purtroppo la stampa si è fermata di fronte alle parole dei candidati alla segreteria senza dipingere il complesso affresco di contenuti venuto fuori da questa occasione.

Quello che emerso chiaramente è che il congresso sarà finalmente una occasione di confronto. Altrettanto chiaramente è emerso che per una parte del partito ricca ed eterogenea, la nostra, questi candidati non sono adeguati.

Quello che invece è mancato è il nome. Troppo anticipato, anche se tutti alla vigilia si affrettavano a dire il contrario, il nome era atteso. Eppure nessuno, intervento dopo intervento ha avuto il coraggio di dire: eccomi ci sono. Eppure i contenuti c’erano, le idee anche e le persone pure. Non solo quelle di cui ormai parlano tutti i giornali, ma anche nomi che non «fanno titolo» come scrive l’Unità. Leggetevi l’intervento di Cristiana o quello di Francesco Costa per capire la qualità delle persone.

Quindi, se le persone ci sono, è mancato il coraggio di fare il salto, di farlo allora, di fronte a leader del partito, di fronte ai deputati, di fronte ai giornalisti di fronte alle telecamere di tutti i telegiornali.

Poi ci saranno altri momenti, ad esempio già che si parla di Woodstock, Jimi Hendrix finì per esibirsi di lunedì mattina, per la critica non fu neanche la migliore delle sue esibizioni eppure è rimasta nella storia. Quindi aspettiamo per giudicare.

Alle sei di sera con la sala orma mezza vuota a Ivan sono toccate le conclusioni: il nome ci sarà, forse, se non sarà troppo tardi.http://pdobama.wordpress.com/2009/06/28/cartoline-dal-lingotto1/


Un’altra storia

Non avevo mai scritto un discorso perché durasse appena cinque minuti e devo dire che non si tratta di una cosa semplicissima, specie se si vuole tentare di evitare di parlare per slogan. Spero di esserci riuscito, anche se comunque sono andato un po’ lungo. Peccato, perché la parte che ho dovuto saltare per arrivare alle rimaneggiate conclusioni era quella più ficcante nei confronti di Franceschini e Bersani, che erano lì in prima fila e avevano parlato poco prima di me (da qui l’inserimento improvvisato del passo iniziale sul parlar bene e razzolare male). O forse meglio così, dato che la platea era molto indisciplinata e in alcuni tratti forse un po’ indulgente con qualche sparata cerca applausi – ma qui torna la cosa dei cinque minuti, e comunque l’argomento va approfondito. A voi trovare il brano di cui parlo nel testo integrale del discorso, che segue.

Più avanti – domani, diciamo – alcune riflessioni a freddo sulla giornata di ieri e su quelle che verranno, dopo.

“Se questo partito, infatti, dovesse iniziare il cammino con i difetti della politica preesistente, con i gruppi e le correnti chiuse e in conflitto, sarebbe quanto di più lontano dallo spirito che in queste ore sento attorno a noi, dalla nuova fiducia per una possibilità che si apre”.

Con queste parole, due anni fa, Walter Veltroni descrisse le difficoltà sulle quali si sarebbe potuto incagliare il cammino del Partito Democratico. Non possiamo dire di non essere stati avvisati per tempo.

In questi due anni abbiamo assistito a un pessimo spettacolo, celebrato sul palco di un progetto che era stato annunciato come epocale e straordinario. Il Pd ha camminato a ritroso, portando con sé non solo tutti i difetti dei partiti che lo hanno costruito, ma molti altri completamente inediti.

Ho ascoltato le analisi di chi sostiene che il problema di questo partito sia stata la presunzione della sua “vocazione maggioritaria”, gli eccessi delle primarie e il suo scarno “radicamento sul territorio”, insomma, il suo non essere abbastanza come i partiti che avevamo prima. Peccato che i partiti che avevamo prima non andavano poi benissimo: il partito solido, ancorato a sinistra, radicato e con le tessere lo abbiamo già avuto, si chiamava Democratici di Sinistra e il suo massimo risultato fu il 17%. No, grazie.

Il Partito Democratico non è nato per tutelare le identità e i modelli dei partiti del passato, meno che mai è nato per replicarne lo stile e i comportamenti. In questo senso, però, nemmeno la cosiddetta “stagione veltroniana” è il modello a cui guardare, anzi. Pochi mesi dopo il discorso del Lingotto, le liste per le primarie lasciavano già presagire quello che avremmo visto. In barba alla chiarezza delle posizioni politiche abbiamo visto “Binetti per Veltroni” e “Odifreddi per Veltroni”. “Livia Turco per Veltroni” e “Rutelli per Veltroni”. Abbiamo visto persino “D’Alema per Veltroni” e “Bersani per Veltroni”. Noi abbiamo detto più volte, e ci crediamo, che la diversità delle opinioni è una ricchezza per un grande partito. Ma nessun grande partito può pensare di elaborare la propria visione del paese attraverso la ricerca di un costante unanimismo, attraverso accordi e alleanze che non hanno nulla di politico.

Nell’evidente mancanza di un progetto, abbiamo fatto tre cose: abbiamo litigato sulle alleanze, perché è chiaro che quando ci si rende conto di essere incapaci a convincere gli elettori a votare per noi, non ti rimane che tentare di annettere direttamente il loro partito. Abbiamo fatto un’opposizione annacquata, litigando sulla questione dell’essere più o meno populisti di Di Pietro. E abbiamo scimmiottato la destra. Abbiamo detto cose becere sugli omosessuali. Abbiamo proposto le ronde democratiche. Abbiamo propugnato idee violente sul testamento biologico. Abbiamo sostenuto la pratica barbara dei respingimenti degli immigrati. Non è così che si vincono le elezioni e, anche se lo fosse, sarebbe una vittoria di cui avrebbe poco senso gioire. Ci serve invece un partito capace di sostenere posizioni di avanguardia: che non si vergogni a parlare di aumento dell’età pensionabile, di matrimoni gay, di abolizione degli ordini professionali, di apertura delle frontiere. Un partito che abbia il coraggio di sostenere con convinzione delle idee giuste.

Abbiamo tradito noi stessi per cercare di guadagnare qualche voto, e abbiamo finito per perdere sia noi stessi che i voti. Spacciare il nostro tracollo elettorale per il risultato di un partito che “ha tenuto” è ridicolo. E’ vero, le aspettative erano ben peggiori, ma non è che quelle aspettative fossero dovute a un’invasione di cavallette. Quelle aspettative si dovevano al comportamento irresponsabile di un intero gruppo dirigente, che per due anni ha giocato al “tanto peggio, tanto meglio” sulla pelle del paese. Noi non ci siamo dimenticati dell’anno appena trascorso, di come si è ridotto a brandelli questo partito. Se anche il prossimo segretario dovesse essere così bravo da recuperare quattro milioni di voti, mica bruscolini, arriveremmo a quanto abbiamo ottenuto alle elezioni perse del 2008. Altro che “abbiamo tenuto”, queste elezioni sono state l’ultimo passo prima del baratro.

La partita congressuale si è aperta in anticipo, perché mentre i militanti del Pd erano ancora in giro per le città a fare campagna elettorale per i ballottaggi, alcuni dirigenti di questo partito hanno deciso che non potevano più aspettare, che gli scappava di litigare subito. Se D’Alema e Letta hanno appoggiato Bersani dalle pagine dei quotidiani, dall’altra parte non sono rimasti con le mani in mano. Veltroni è uscito dal silenzio per sostenere la candidatura di Franceschini e qui la cosa ha preso i contorni del comico, dato che Franceschini all’epoca non solo non era candidato, ma anzi ripeteva di non avere alcuna intenzione di candidarsi. Io penso che Franceschini sia riuscito a limitare i danni, in questa campagna elettorale, ma non credo che questa sia la migliore presentazione per chiedere la fiducia degli iscritti del partito, meno che mai degli italiani.

La politica non si fa così. Non si fa dicendo la frase che è più comodo dire, per poi a contraddirsi pochi minuti dopo. Lo dico anche perché quando si parla di “ricambio della classe dirigente” poi arriva sempre qualcuno a dire che i nuovi, peggio ancora se giovani, non avrebbero l’esperienza necessaria a guidare questo partito, non avrebbero la credibilità, il senso di responsabilità. Davanti allo spettacolo offerto da questa classe dirigente, non possiamo non chiederci di quale “esperienza”, di quale “credibilità” e soprattutto di quale “responsabilità” si stia parlando.

Badate, non abbiamo altre occasioni. Non ci sono elementi di innovazione e discontinuità per pensare che Bersani o Franceschini possano portare il Partito Democratico a fare cose diverse da quelle fatte finora e non siamo nelle condizioni di sprecare tempo. Non lo siamo noi, perché un’altra sconfitta vorrebbe dire la morte di questo partito, con tutte le sue conseguenze. Non lo è il paese, che è in agonia, strozzato dalla crisi economica e dalla sua cronica immobilità.

Questo è il momento di essere coraggiosi, di prendersi delle responsabilità e lanciare una sfida concreta, non di testimonianza, al congresso di ottobre. Dobbiamo essere coraggiosi noi, e devono essere coraggiosi gli iscritti e i militanti di questo partito, che spesso in passato non sono riusciti a liberarsi dai vincoli di obbedienza a questa classe dirigente inadeguata. Dobbiamo chiedere a noi e a loro di avere coraggio, non solo perché non c’è niente da perdere – quello che poteva essere perso è già stato perso – bensì perché non ci saranno altre opportunità. Se abbiamo qualcosa da dire a questo paese, se abbiamo qualcosa da fare per questo paese, il momento è adesso. Perderemo, forse, e in quel caso le cose continueranno ad andare più o meno come vanno ora, cioè male. Se vinceremo, però, sarà tutta un’altra storia.http://www.francescocosta.net/2009/06/28/un-altra-storia/#more-3936


Testimonianza dall’Honduras: non credete ai media officiali, la gente vota e resiste!

DSC038331 Dopo ore di tentativi finalmente Giornalismo partecipativo riesce a comunicare con P. T. cooperante di un paese europeo residente da anni in Honduras. “E’ che il primo segnale che stava succedendo qualcosa è che i militari hanno staccato la luce in tutta la città. Solo da poco ci siamo procurati un generatore, ma abbiamo pochissima benzina perché è razionata, non si vende, e quindi posso restare collegata pochissimo tempo”.

Quando avete saputo del golpe? “in mattinata prestissimo si è saputa la notizia che hanno preso il presidente con la forza. La capitale ha iniziato a reagire, mentre dalle altri parti del paese si è animata la gente a continuare a votare per il referendum. Anzi le ultime notizie sono che anche nella capitale dove può sta votando in massa”.

Si sta votando che tu sappia? “Qui dove mi trovo sono arrivati i militari e hanno sequestrato le urne per impedire il voto. Nella capitale è successo in molti posti ma ho molte testimonianze che in tutto il resto del paese e anche in alcune zone della capitale la gente sta correndo a votare come forma di dire NO al golpe”.

I media funzionano? “Hanno spento tutto. Appena hanno sequestrato il presidente Zelaya hanno chiuso il Canal 8, l’unico favorevole al governo e poi anche tutti gli altri. Adesso credo funzioni solo una radio della destra golpista HRN”.

Che tipo di reazione c’è da parte dei movimenti? “ti dico solo che i popoli indigeni hanno iniziato una marcia a piedi verso la capitale. Inoltre molte persone sono andate al palazzo presidenziale. Ma non ho informazioni verificate”. Riuscite a comunicare? “la mancanza di corrente fa che i cellulari sono quasi tutti scarichi. Qui dove sono li possiamo ricaricare ma le centinaia di persone nascoste non hanno maniera di farlo”.

Ci sono le notizie di violenza? “Gira voce di almeno un morto, ma non posso confermartela. Le uniche violenze sicure che ho io sono quelle contro i medici cubani. Alcuni sono stati aggrediti, gli altri li stiamo nascondendo. Inoltre qui da noi quando hanno sequestrato le urne del referendum hanno detenuto tre persone ma sono stati costretti a rilasciarli quasi subito. Inoltre ho notizie di liste nere di dirigenti popolari che vengono ricercati, soprattutto quelli che hanno lavorato al referendum. Non ho notizie di persone precise arrestate. Ma centinaia se non migliaia di persone si sono dovute nascondere”.

Sei uscita? Com’è la città? Che idea ti sei fatta sui rapporti di forza? “Ho girato per il quartiere ma come straniera non mi sono avvicinata al punto dove si votava. I militari sono estremamente aggressivi, puntano le armi in faccia alla gente. La gente sta chiamando alla calma e cerca di parlare loro e si stanno facendo azioni pacifiche in tutto il paese. Il messaggio è calma, pace e non opporre altre forme di resistenza”.

Che messaggio puoi lasciarmi in conclusione? “Faccio un appello internazionale a non lasciare solo l’Honduras e a fare informazione su quello che sta succedendo in Honduras. Non credete ai media ufficiali”.http://www.gennarocarotenuto.it/8844-testimonianza-dallhonduras-non-credete-ai-media-officiali-la-gente-vota-e-resiste/#more-8844


Una vittima italiana di una "Extraordinary Rendition" ancora detenuta in Marocco sulla base di confessioni estorte con la tortura




kassimdi Megachip

Gruppi di difesa dei diritti chiedono ai relatori speciali ONU di indagare e prendere iniziativa.






NEW YORK, 25 giugno 2009 – Gruppi di difesa dei diritti umani hanno richiesto in questa data a due relatori speciali dell’ONU di indagare sul caso di Abou Elkassim Britel, un cittadino italiano vittima del programma illegale di “extraordinary rendition”(le catture e detenzioni extragiudiziali, ndt) della CIA, attualmente detenuto in una prigione marocchina sulla base di una confessione estortagli per mezzo della tortura.

giustizia_per_kassimL'American Civil Liberties Union e Alkarama for Human Rights hanno chiesto che il Relatore Speciale dell'ONU sulla tortura e il Relatore Speciale dell’ONU sulla promozione e la protezione dei diritti umani nella lotta al terrorismo indaghino sulle circostanze della sparizione forzata di Britel, la sua consegna, la detenzione e la tortura, e sollevino il suo caso presso i governi degli Stati Uniti, del Marocco, del Pakistan e dell'Italia.

«Le vittime del programma di “extraordinary rendition” detenuti a Guantanamo e altre prigioni in tutto il mondo sono state ignorate dal governo degli Stati Uniti, il cui programma illegale li ha sbarcati lì, come prima destinazione», ha detto Steven Watt, legale di staff nel programma ACLU sui diritti umani. «Gli Stati Uniti non sono riusciti ad assumere la responsabilità per le loro azioni più rilevanti, lasciando il signor Britel e innumerevoli altre vittime del programma 'extraordinary rendition' senza altra scelta se non quella di rivolgersi alla comunità internazionale per ottenere giustizia».

Britel, che fa ricorso anche nell’azione legale della ACLU contro la Jeppesen DataPlan, una controllata della Boeing, per il suo ruolo nel programma di ‘rendition’, è una delle poche vittime del programma la cui identità sia nota, e che sia tuttora detenuta al di fuori di Guantanamo.

Britel è stato fermato e arrestato in Pakistan dalle autorità pakistane su presunte violazioni in materia di immigrazione, nel febbraio 2002. Dopo un periodo di detenzione e interrogatori è stato consegnato a funzionari statunitensi.

Nel maggio 2002, i funzionari americani spogliarono e picchiarono Britel prima di rivestirlo con un pannolone e una tuta, ammanettarlo e bendargli gli occhi e poi farlo volare in Marocco per la detenzione e gli interrogatori. Una volta in Marocco, i funzionari statunitensi lo consegnarono ai funzionari marocchini di intelligence che lo incarcerarono in isolamento nel centro di detenzione di Temara, dove è stato interrogato, picchiato, privato del sonno e del cibo e minacciato con torture sessuali.

kassim«Secondo il resoconto dello stesso Britel sul suo trattamento e la lunga storia documentata della tortura e degli abusi nei centri di detenzione gestiti dal governo marocchino, abbiamo un solido presupposto per ritenere che il signor Britel sia stato, e sia tuttora, sottoposto a tortura,» ha detto Rachid Mesli, direttore del Dipartimento giuridico di Alkarama.  «Britel e tutte le altre vittime delle "extraordinary rendition" meritano il loro passaggio in tribunale e processi equi, non viziati da prove ottenute con la tortura. Ci auguriamo che i relatori speciali agiscano immediatamente sulla nostra istanza di rivolgere un’attenzione molto più rapida e necessaria al caso di Britel, prima che le condizioni in cui è tenuto cagionino ulteriori danni alla sua salute fisica e psicologica».

Secondo l’istanza, dopo essere stato liberato dalla custodia da parte delle autorità marocchine nel febbraio 2003, Britel è stato nuovamente arrestato e detenuto nel maggio 2003, non appena ha cercato di lasciare il Marocco per la sua casa in Italia. Mentre era recluso in isolamento nello stesso centro di detenzione dove era stato brutalmente torturato solo pochi mesi prima, Britel ha falsamente confessato sotto tortura il suo coinvolgimento in attività terroristiche. Britel è stato poi processato e condannato da un tribunale marocchino rivolto ai casi di terrorismo, e sta attualmente scontando una condanna a nove anni di reclusione in un carcere marocchino.

Nel 2006, un giudice istruttore italiano ha archiviato un’indagine durata sei anni sul presunto coinvolgimento di Britel in attività terroristiche dopo che il magistrato aveva riscontrato una totale mancanza di elementi di collegamento con qualsiasi attività che fosse legata al terrorismo o comunque criminale


La documentazione odierna con i relatori speciali è disponibile online all'indirizzo: www.aclu.org/intlhumanrights/nationalsecurity/relatedinformation_resources.html
Maggiori informazioni sull’azione legale ACLU contro DataPlan Jeppesen sono online all'indirizzo: www.aclu.org/jeppesen

Fonte: http://www.aclu.org/intlhumanrights/nationalsecurity/40028prs20090625.html

Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip


E sul blog dell'ACLU : Awaiting an End to Injustice: Rendition Victim’s Wife Speaks About Accountability and Torture:
http://blog.aclu.org/2009/06/25/awaiting-an-end-to-injustice-rendition-victims-wife-speaks-about-accountability-and-torture/

Aggiornamenti: *
* http://www.giustiziaperkassim.net/
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26 giugno 2009– Giornata internazionale ONU a sostegno delle vittime di tortura

L'improbabile Stato palestinese di Benyamin Netanyahu


ciondolodi Michel Bole-Richard - Le Monde

GERUSALEMME – Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri israeliano, non manca certo di sfrontatezza. Di recente ha dichiarato agli Stati Uniti, nel corso di un incontro con il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che le colonie non sono "un ostacolo" alla ricerca della pace e che è evidente che si tratta di "una scusa per coloro che vogliono sottrarsi ai negoziati", con riferimento ai palestinesi. Questi ultimi, in effetti, si rifiutano di riprendere le trattative con il governo (israeliano, ndt) uscito dalle urne il 10 febbraio.




I palestinesi motivano questo rifiuto con due ragioni. Esigono che sia interamente congelato il processo di colonizzazione, compreso il proseguimento delle costruzioni. Si tratta di non stabilire sul terreno dei fatti compiuti che impediscano la creazione di uno Stato vitale. L'Autorità palestinese insiste anche sul riconoscimento del principio dei "due Stati per due popoli", senza che quest’ultimo venga sottoposto a una serie di condizioni come quelle che sono state enunciate dal primo ministro Benyamin Netanyahu, nel corso del suo discorso del 14 giugno.

"Protettorato"

A partire dagli accordi di Oslo del settembre 1993, i palestinesi sono impegnati in negoziati per far avanzare la propria causa. Tutto si sarebbe dovuto risolvere nel 1999, ma non fu così. Da allora, vi è stata la Road Map, nel 2003, il piano di pace internazionale per creare una Palestina alla fine del 2005. Nuovo stallo. Il processo di Annapolis del novembre 2007, il cui iniziatore, George Bush, aveva promesso che avrebbe consentito di arrivare entro la fine del 2008 alla realizzazione del sogno palestinese, non è stato più proficuo.

Oggi, "Bibi" – il soprannome di Netanyahu – ha fatto, secondo Nicolas Sarkozy, "un passo avanti importante" ammettendo sotto la pressione americana, dopo decenni di rifiuti, la creazione di uno Stato palestinese. Ma quale Stato palestinese?

benyaminSmilitarizzato, senza controllo delle frontiere, del suo spazio aereo né delle risorse, senza la libertà di stringere alleanze. La valle del Giordano resterà sotto controllo israeliano. Le forze di sicurezza manterranno il diritto di intervenire a loro discrezione in uno Stato minore, ma che avrà la sua bandiera, il suo inno nazionale e il suo governo, ha promesso Netanyahu. Cosa che già avviene. Una sorta di "protettorato", come l’ha definito Yasser Abed Rabbo, stretto collaboratore del presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas.

Come se queste restrizioni non fossero sufficienti, "Bibi" ha piazzato dei paletti. Prima di tutto, i palestinesi devono riconoscere Israele in quanto Stato ebraico. Il riconoscimento dell’esistenza di Israele da parte dell'Olp nel 1993 non è più sufficiente. Gli 1,5 milioni di palestinesi di Israele, ossia il 20 per cento della popolazione, deve rinunciare alla sua specificità e piegarsi alla volontà "stauale-religiosa". Non è più questione di transigere sul diritto al ritorno.

Non vi sarà il riconoscimento della responsabilità nell’espulsione e lo sradicamento di 760mila palestinesi nel 1948, né indennizzo né possibilità di reintegrazione. Si esclude totalmente la divisione di Gerusalemme, che resterà per sempre "la capitale unita" d'Israele. Quanto alle colonie, è impossibile smettere di costruire in zona occupata, perché i coloni fanno figli e perciò è necessario fargli posto. Lo spazio vitale per rispondere alla crescita naturale non riguarda invece i palestinesi.

Le carte nelle mani di Barack Obama

Per i palestinesi, "il troppo è troppo". Non se ne parla di ricominciare dei negoziati ad vitam aeternam che non portino a nulla, fintanto che le regole del gioco siano fissate in anticipo. "Sarà necessario attendere mille anni perché i palestinesi accettino tali condizioni", ha ironizzato Saeb Erakat, il principale negoziatore palestinese. Egli ha rappresentato la situazione con quest’altra formula: "(Prima) il processo di pace avanzava al passo di tartaruga. Adesso, Netanyahu ha messo la tartaruga sulla schiena".

Netanyahu ha un bel dire che non si tratta di pre-condizioni, di essere pronto ad avviare immediatamente dei colloqui di pace, che il suo governo è "serio nella [sua] volontà di arrivare a un accordo di pace"; i palestinesi non ci credono più e non sono i soli. "La carta delle colonie contraddice quella della pace", ha sottolineato lo scrittore israeliano David Grossman, convinto "che non vi sarà pace se non ci verrà imposta".

Le carte sono nelle mani di Barack Obama. Tutto dipende dalla pressione che sarà esercitata su Israele perché la pace diventi possibile e la Palestina una realtà. Allo stato di cose attuale, è una missione impossibile tanto sono inaccettabili le precondizioni imposte. Netanyahu ha dovuto tendere la mano ai palestinesi, offrire il dialogo agli Stati arabi, ma non ha mai menzionato l’iniziativa di pace del marzo 2002 da parte dei 22 Stati arabi che prevedeva una normalizzazione delle relazioni con Israele in cambio di un ritorno alle frontiere del 1967 e di un regolamento "equo e condiviso" della questione dei profughi. Ha ignorato Annapolis e la Road Map.

I palestinesi non vogliono più sedersi al tavolo dei negoziati semplicemente per scambiarsi cortesie, come ha detto Abed Rabbo. Vogliono concretezza. Barack Obama li comprende. Resta da farlo capire agli israeliani. Lo scontro non ha ancora avuto inizio.

(Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq )

Shopping a Scutari

Da Ulcinj, scrive Mustafa Canka

Scutari (foto di Luigi Bagatella)
Sono sempre più i cittadini montenegrini che vanno a fare la spesa al di là della frontiera. Chi è a nord preferisce andare in Bosnia Erzegovina, mentre chi sta a sud si reca spesso a Scutari, in Albania, dimezzando i costi degli acquisti
Nelle città di confine dell’Albania, Bosnia Erzegovina e Serbia i prezzi di tutti i prodotti alimentari sono almeno di un terzo più bassi che in Montenegro, tanto che sono sempre di più i cittadini di questo paese che vanno a fare la spesa oltre frontiera.

Ai mercati e nei supermercati di Scutari sono sempre più frequenti i cittadini del Montenegro. I cittadini di Ulcinj, e specialmente i cittadini dei villaggi vicini alla frontiera, nella città dell’Albania settentrionale comprano principalmente viveri, prodotti cosmetici e indumenti. I prezzi sono molto più bassi che a Ulcinj, Bar e Podgorica. Per esempio, un chilo di uva costa un euro, un chilo di pomodori 30 centesimi e un litro di olio meno di un euro.

“Quando il bagagliaio della macchina è pieno, la differenza è evidente. Venire una volta ogni dieci giorni per soddisfare i bisogni familiari è molto conveniente”, dice un cittadino di Ulcinj di mezz’età, il quale aggiunge che lo stipendio di 350 euro al mese non lascia spazio all’irrazionalità.

Anche l’imprenditore di Scutari Brahim Biljalji conferma che nel suo negozio i montenegrini sono acquirenti sempre più frequenti. “Ogni giorno vengono almeno 50 acquirenti dal Montenegro. Acquistano di più dei miei compaesani. Comprano persino le uova”, dice Biljalji e ricorda che lo stipendio medio a Scutari è di 230 euro.

Nel frattempo molti cittadini di Herceg Novi comprano i viveri nella vicina Trebinje, in Bosnia Erzegovina. Ed ora è anche più facile grazie al rifacimento del collegamento stradale fra queste due città. Su questa strada, negli ultimi anni, è aumentato anche il numero di turisti provenienti dalla BiH. “Quello che da loro costa un marco (1 euro equivale circa a 2 marchi convertibili - KM), da noi costa un euro”, dice il 53enne Marko Janković di Herceg Novi.

Nel 2002 è stato aperto il passo di frontiera “Sukobin” (Murićan), grazie al quale è aumentato il passaggio fra Ulcinj e Scutari. “Ogni giorno di qua passano almeno tremila persone e mille macchine”, ci hanno detto i doganieri albanesi.

Nell’aprile dell’anno scorso i primi ministri del Montenegro e dell’Albania, Milo Ðukanović e Sali Berisha, con l’ambasciatore della Commissione europea a Tirana Albert Loan, avevano siglato l’avvio dei lavori per la realizzazione di un comune edificio di 14mila metri quadrati a Sukobin (il passo nella parte albanese è chiamato Murićan). I lavori, per questo primo passo di frontiera nei Balcani occidentali realizzato insieme da due paesi, sono stati terminati la scorsa settimana. L’Unione europea ha stanziato per 1,1 milioni di euro per la realizzazione di questo progetto.

Il miglioramento del collegamento permetterà anche il termine dei lavori per la costruzione del moderno ponte che attraversa il fiume Bojana, annunciato per il 2011. Adesso, provenendo da Ulcinj e Bar, si entra a Scuri attraverso un ponte di legno che può essere attraversato soltanto a senso unico.

I partiti albanesi in Montenegro hanno proposto di consentire ai cittadini di Ulcinj e di Bar di entrare in Albania solo con la carta di identità, e la stessa cosa varrebbe per i cittadini di Scutari quando entrano in Montenegro. Questi partiti ricordano che i cittadini delle Bocche di Cattaro se vogliono possono andare a Dubrovnik, possono attraversare la frontiera a Debeli brijeg soltanto con la carta d’identità.

Dopo tutto, la zona di confine che va da Ada Bojana fino al lago di Scutari veniva già attraversata nel periodo del Regno di Jugoslavia. Allora in questa zona esistevano addirittura cinque piccoli valichi di frontiera. Oggi solo uno. Ecco perché i collegamenti familiari, economici e di altro tipo fra queste regioni di frontiera erano più marcati 70 anni fa che adesso.

Il deputato del partito albanese “Nuova forza democratica – Forza” presso il Parlamento montenegrino, Genci Numanbegu ha detto che il nuovo e moderno valico Sukobin- Murićan renderà più semplice l’attraversamento della frontiera, esaudendo il desiderio dei cittadini montenegrini residenti nella regione di confine. “Ma ancora non sappiamo quando da questo passo potranno passare anche le merci, cosa che potrebbe migliorare la collaborazione economica fra Albania e Montenegro”, ha aggiunto Numanbegu.

Scutari sta velocemente ritornando ad essere quello che è stata in tutta la sua storia: un centro commerciale e culturale di un’ampia regione. Chi da un po’ di anni non visita questa città rimarrà sorpreso da tutto quello che nel frattempo è stato costruito. I meriti di tutto ciò vengono attribuiti principalmente alla energica presidentessa del Parlamento albanese Jofezina Topalli, nata a Scutari, ed anche vice presidentessa del Partito democratico del premier Sali Berisha.

Topalli sta indirizzando i fondi del governo e quelli internazionali verso il nord dell’Albania, il che certamente farà sì che Scutari rimanga un bastione dei democratici. A causa del forte anticomunismo, durante il regime di Enver Hoxha a Scutari non è stato investito quasi niente, e si è continuato così anche durante il regime di Fatos Nano. Ora la situazione è cambiata, anche se Scutari continua a rimanere dietro Tirana.

Dopo i cambiamenti democratici in Albania i cittadini di Scutari avevano iniziato a venire in massa per visitare Ulcinj. Ma già da anni sono orientati su altre destinazioni: Budva e Dubrovnik adesso sono i loro luoghi di villeggiatura preferiti. Causa la scarsa offerta, vengono di rado a Ulcinj. Quando vengono, in genere frequentano i ristoranti di Ada Bojana oppure di Stari Grad (Città vecchia). Comprano poco, perlopiù tessere telefoniche pre-pagate per i cellulari. Infatti, gli operatori montenegrini, grazie ad una buona copertura e buoni prezzi, sono molto amati a Scutari.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11503/1/47/

La prima legge contro il global warming

La Camera dei Rappresentanti ha approvato il progetto di legge che mira a ridurre le emissioni carboniche del 17% entro il 2020. Obama ha espresso soddisfazione, ma il vero vincitore è Nancy Pelosi, che è riuscita a trovare un accordo tra i rappresentanti liberal, insoddisfatti della timidezza del testo, e i rappresentanti delle aree rurali, preoccupati per gli eccessivi costi introdotti dall'American Clean Energy Security Act. I 44 voti contrari tra i democratici sono da valutare con le dovute cautele, perchè il gruppo, una volta ottenuta una maggioranza, non ha forzato i rappresentati di distretti congressuali tendenzialmente repubblicani per non danneggiare le loro chance nel 2010. 49 democratici, la parte maggioritaria dei Blue Dog, sono stati eletti in collegi vinti da McCain alle presidenziali. Al Senato il testo avrà vita molto dura, anche perchè dovrà trovare 60 voti per superare la maggioranza speciale. Non impossibile, ma ulteriori compromessi al ribasso saranno necessari. http://andreamollica.blogspot.com/


giugno 28 2009

Berlusconi, la pubblicità e le pressioni sulla stampa

La toppa è - come quasi sempre - peggiore del buco. Oggi il presidente del Consiglio italiano ha cercato di “spiegare”, ammorbidire, annacquare le dichiarazioni ripetute con chiarezza ieri che invitavano gli imprenditori a sottrarre la pubblicità ai media “catastrofisti”. Ecco quello che aveva detto ieri con ancor maggior nettezza rispetto alla prima uscita a Santa Margherita Ligure:

“Gli imprenditori devono continuare a credere, non avere paura e incentivare con le loro azioni editori e direttori di organi di stampa e televisioni perche’ non diffondano la paura”. “Agli imprenditori - ha confermato Berlusconi - ho detto ‘minacciate di non dare la pubblicita’ a quei media che sono anch’essi fattori di crisi, perche’ la crisi a questo punto e’ eminentemente psicologica”.

Ecco quello che ha detto oggi:

“Non penso affatto che il mio invito agli imprenditori a non dare pubblicità ai giornali che diffondono pessimismo c’entri qualcosa con il conflitto d’interesse. - ha affermato - Non ho mai detto di non dare pubblicità ai giornali dell’opposizione, ho detto solo agli imprenditori di non darla contro il loro interesse e questo credo sia ragionevole”.

Fa, cioè, tre affermazioni - l’ultima più grave delle altre:

  1. Smentisce di aver chiesto di togliere la pubblicità ai giornali “dell’opposizione”. Il che è solo tecnicamente vero, visto che il suo riferirsi in modo generico ai giornali “catastrofisti” allarga, piuttosto che restringere il campo: non esistono che si sappia giornali “dell’opposizione” che inneggino alla favorevole congiuntura economica.
  2. Nega che le sue frasi nascondano un conflitto di interessi. Il conflitto è oggettivo: quali media concretamente, oggi in Italia, potrebbero essere da Silvio Berlusconi catalogati come “non catastrofisti” e quanti di questi fanno capo direttamente o indirettamente a lui? E’ probabile che Berlusconi non ci pensi a questa circostanza. Ma questa soggettiva impermeabilità alla questione è il problema più grande.
  3. Spiega di aver invitato gli imprenditori a non dare la pubblicità “contro il loro interesse”. E questa affermazione - nella sua forma apparentemente logica - nasconde invece l’insidia più grave. Per Berlusconi e per quelli con la sua mentalità (la gran maggioranza dei politici e dei cittadini italiani suppongo) il ragionamento è semplice, quasi un sillogismo: se i giornali scrivono cose che vanno contro i miei “interessi” li premio, se i giornali scrivono cose che vanno contro i miei “interessi” li punisco o - per usare l’espressione di ieri del presidente del Consiglio - “incentivo” con le mie azioni “direttori” ed “editori”.Ebbene, checché ne pensino molti politici e magari anche qualche editore e qualche giornalista, questo vuol dire teorizzare un intervento diretto dell’inserzionista pubblicitario sul contenuto giornalistico della testata sulla quale propone la propria inserzione. Che questo intervento riguardi il quadro economico generale della nazione o la segnalazione favorevole di un prodotto la questione non cambia.

L’idea generalmente accettata negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia e in tutte le democrazie occidentali è invece possa esistere uno scambio virtuoso: il giornale, con la sua libertà e autonomia, conquista fiducia, autorevolezza e un pubblico crescente; l’inserzionista utilizza questo strumento per le proprie comunicazioni pubblicitarie proprio per questo. “Ethics is good business“, si dice in America. E’ l’idea che un giornale che cedesse alle pressioni esterne e in particolare a quelle degli inserzionisti perderebbe autorevolezza e pubblico, il che rimbalzerebbe negativamente sugli “interessi” dell’inserzionista.  In questo quadro, cioè, gli unici “interessi” che l’imprenditore inserzionista può ragionevolmente perseguire sono i ritorni economici di una pubblicità ben fatta su un giornale ben fatto.

Possono esserci dei casi nei quali questa norma di valore viene violata anche all’estero. Ma la differenza, in questo come in altre problematiche che riguardano l’etica pubblica, è che questi casi sono universalmente riconosciuti come violazioni di un quadro valoriale di riferimento condiviso.

Le parole di oggi del presidente del Consiglio italiano hanno per la prima volta teorizzato il contrario: è “ragionevole”, giusto e quindi doveroso che le aziende usino le inserzioni per incidere sui contenuti giornalistici.  Forse Berlusconi ha semplicemente detto che “il re è nudo”, visto che in Italia il cosiddetto “muro di separazione” tra redazione e attività di business non è così impeneterabile quanto, per esempio, negli Stati Uniti. Ma come per altri analoghi casi, il fatto che il presidente del Consiglio “sdogani” nel discorso pubblico concetti e valori considerati finora indicibili, mostra da un lato quanto si sia spostata la sensibilità rispetto ad alcuni problemi e dall’altro contribuisce ulteriormente a spostarla.

Anche nel caso della funzione della stampa in una democrazia, Berlusconi sta facendo quello che ha sempre fatto: portare a galla mutamenti profondi e incentivarli egli stesso.http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/


Federalismo criminale

185 comuni italiani sono stati sciolti per mafia. In quei comuni sindaci e assessori erano prestanome dei clan. Molti altri, è immaginabile, non sono ancora stati beccati con le mani nel sacco. All’asservimento delle pubbliche amministrazioni al crimine organizzato l’amico Nello Trocchia ha dedicato un libro: “Federalismo criminale” (Nutrimenti). Nello mi ha scritto questa lettera.

Caro Piero,

da pochi giorni è in libreria il mio libro ‘Federalismo criminale’ (Nutrimenti). Racconto 17 anni di scioglimenti dei consigli comunali per mafia.
Sono di Nola; sotto elezioni sono giorni strani dalle mie parti, i politici nelle 167 girano con i pacchi di carne (carne, si hai capito bene), fanno la spesa, elargiscono gettoni di sopravvivenza. E’ la vecchia politica del baratto: promesse, soldi e vettovaglie in cambio del voto. Senza retorica, quando vedi i loro scagnozzi fare incetta di consensi e voti nelle palazzine senza diritti e futuro, scopri la fragilità di una democrazia attaccata al respiratore delle elezioni. Viviamo di illusioni, una matita indelebile e una scheda elettorale per credere di vivere in un paese normale. Nelle ex municipalizzate corre l’obbligo di votare il politico che ti ha fatto assumere perché le società partecipate, anche se a gestione privata, sono i nuovi carrozzoni votati alla clientela e alla corruttela. Dalle mie parti è tornato anche Tommaso Barbato, te lo ricordi, lo sputacchiatore. Ma quello è l’aspetto noto ai più. Nel 2008 è finito citato nell’ordinanza di custodia cautelare contro uomini dei clan locali. Lui non è indagato ma uomini del clan, (nel 2005) intercettati, parlavano di Barbato per posti di lavoro da assegnare: il gip scrive che emergevano ‘rapporti di esponenti dell’organizzazione criminale con esponenti politici’, con riferimento proprio al Barbato.
Abbiamo avuto in questi anni in Italia 185 decreti di scioglimento di amministrazioni locali, tre di questi hanno riguardato Asl, aziende sanitarie dove i partiti nominano e mangiano in allegra compagnia. Sono sindaci piccoli, incapaci, che hanno organizzato e promosso la devastazione del nostro Meridione. In cima alla classifica dei comuni sciolti c’è la Campania; non sarà un caso se nella recente audizione dell’Antimafia il procuratore capo della Repubblica di Napoli, Giandomenico Lepore, ha parlato di un 30% di politici collusi con la camorra. Non c’è bisogno del voto del parlamento o del referendum popolare, quello criminale è il primo federalismo compiuto. Pezzo a pezzo le mafie hanno occupato le istituzioni e divorato il territorio. Oltre agli appalti, alle intimidazioni c’è la sistematica devastazione del territorio. Prima della camorra c’è la politica. Fuor di profilo penale conta la responsabilità morale e politica di una intera classe dirigente: a guardare dall’alto, questo nostro territorio è una distesa di comuni sciolti per mafia. Ma non solo Campania: anche Sicilia, Calabria e Puglia. Ho compiuto un viaggio da horror in una realtà che meritava di essere documentata. Il mio viaggio inizia da Arzano, comune sciolto nel 2008. C’è tutto ad Arzano: abusivismo edilizio, appalti sospetti, intimidazioni e i clan che fanno quello che vogliono. Siamo ad un passo da Secondigliano dove si è consumata la faida di Scampia per il controllo della piazza di spaccio più grande d’Europa. Qualcuno mi chiede: ma cosa può importare il controllo di un comune di poche anime? Conta perché consegna un modello, lo istituzionalizza: le mafie si costruiscono avamposti per condurre la guerra economica al nord. Di recente in una inchiesta denominata ‘isola’ sono finiti in manette affiliati ai clan Nicoscia e Arena. Non in Calabria, ma a Monza. Avevano messo le mani, con il movimento terra, sugli appalti dell’alta velocità. Questi clan in Calabria controllano comuni minuscoli e si fanno la guerra, ma al nord si alleano, forti di un modello vincente che esportano.
Sul sito www.federalismocriminale.it pubblicherò tutti i decreti di scioglimento, realizzando uno spazio condiviso per monitorare il lavoro dei consigli comunali e denunciare chi torna, incurante di tutto, in sella a comandare.

Saluti, Nello Trocchia. http://www.pieroricca.org/


Una proposta: Tarantini al posto di Letta

Una proposta: Tarantini al posto di Letta

Dopo avere letto le impagabili dichiarazioni di Gianpaolo Tarantini al “Giornale”, in cui il trentacinquenne rampollo barese si scusa con Berlusconi per avergli riempito la casa di belle ragazze, precisando che tutte le donne italiane sarebbero comunque disposte a pagare loro, pur di andare con un uomo del fascino del premier, ho pensato che finalmente abbiamo trovato l’uomo giusto. Gianpaolo Tarantini sta a Palazzo Grazioli come Gianni Letta sta a Palazzo Chigi. Ma allora perchè non invertire i ruoli?
La credibilità del nostro presidente del Consiglio sta precipitando non solo di fronte ai partners europei e all’alleato statunitense; ormai l’uomo è temuto come pericoloso da quella parte dei suoi collaboratori cui non è toccato di fare i prosseneti. Letta, Tremonti, Fini e tanti altri esponenti Pdl aspettano solo che Berlusconi finisca di consumare se stesso con deliri in stile Tarantini. Il pericolo è che tenti di praticare le sue minacce contro chi in Italia osa raccontare la sua caduta. Ma non riuscirà a “chiudere la bocca” nè alla Banca d’Italia nè ai giornali che stampano a Roma ciò che in ogni caso verrebbe stampato fuori dai confini nazionali. Al massimo potrà confidare nel silenzio complice delle televisioni che tra l’autunno e l’inverno si sveglieranno senza più quel vecchio bavoso a capo del governo, sostituito da un altro esponente di del centrodestra; e come per incanto allora non si troverà più un berlusconiano in giro. Accusa gli altri di catastrofismo mentre sta vivendo la sua medesima catastrofe.http://www.gadlerner.it/2009/06/27/una-proposta-tarantini-al-posto-di-gianni-letta.html


la nuova maggioranza silenziosa
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Fiorello Cortiana

I risultati del ballottaggio tra Podestà e Penati nella città di Milano forniscono delle suggestioni che sarebbe miope leggere alla luce di chi ha vinto e di chi ha perso “nonostante uno straordinario recupero”. Il capoluogo della provincia che detiene il primato italiano del PIL, che ospita migliaia di imprese legate all’ICT, al design e alla moda e che ospiterà nel 2015 l’EXPO è da sempre un indicatore cruciale ed esigente delle tendenze politiche.
Milano-Italia, dunque, come relazione per cogliere la natura della salute della politica nel Paese.
Se al ballottaggio in provincia di Milano ha votato il 44,99% degli elettori, a fronte della media nazionale del 45,86%, la riflessione da fare è sulla “maggioranza silenziosa” che ha scelto di non partecipare al voto. Un tempo questa maggioranza era di natura conservatrice, non frequentava le piazze turbolente del cambiamento, ma faceva sentire il proprio peso nelle urne.
Oggi sconcertata e non motivata dall’offerta politica del mercato elettorale, essa pratica e alimenta la consuetudine alla disaffezione alle procedure democratiche per determinare la rappresentanza popolare. Non è un caso che le formazioni più populiste ne traggano vantaggio.
In questo senso il fatto che in città Penati abbia avuto la maggioranza del 50,19% poco importa, se non alle diverse cordate dei due schieramenti per regolare i conti interni rispetto all’uso delle risorse normative, finanziarie ed economiche della cosa pubblica.
Più di 686.000 elettori, il 24% dell’elettorato provinciale, al secondo turno ha contribuito a fare diventare maggioranza coloro che non hanno partecipato al voto nella città del maggior attivismo associazionistico e del volontariato d’Italia.
A fronte di questo quadro, se Berlusconi era stato il prodotto più probabile della crisi di forma e di contenuto dei partiti popolari della Prima Repubblica, la sua evidente difficoltà apre il campo a scenari indefiniti, in quanto tali generatori di inquietudine.
Nell’era post ideologica egli, grande comunicatore in sintonia con le sensibilità profonde degli italiani, aveva sdoganato un costume culturale post politico e antipolitico. I successi mondiali del Milan, piuttosto che la spensieratezza di trasmissioni come Drive In o il vuayourismo dei Reality, confermavano il disimpegno degli italiani dopo gli anni difficili e pesanti della democrazia bloccata.
Oggi il Premier ha scelto di dare una dimensione pubblica alle sue questioni personali con la puntata dedicata di Porta a Porta e il giuramento sulla testa dei figli, la attendibilità delle sue affermazioni è messa in discussione dalle comparse del reality di Palazzo Grazioli e Villa Certosa, oscurati dai Tg ma che oscurano i reality nei palinsesti.
Berlusconi ha effettuato una “discesa in campo” senza controllarne la natura e le regole.
Se a questo quadro aggiungiamo la vendita di Kakà e forse di Pirlo, la presa di distanze di Paolo Maldini e la percezione di un disimpegno da patròn del Milan, Berlusconi oggi sembra il personaggio insicuro di trasmissioni delle quali prima era il produttore e il regista.
Il disagio elettorale conseguente non si traduce in consenso all’opposizione cui qui al Nord, evidentemente, non vengono affidate le preoccupazioni, le domande e le speranze. Questa è la questione non solo territoriale che definisce la natura di un partito democratico popolare.
A fronte di tutto ciò quali sono le preoccupazioni espresse dalle leadership politiche e parlamentari della maggioranza? L’approvazione di una legge sulle intercettazioni che consegni al pettegolezzo privato la comunicazione sociale sugli attori della politica pubblica o leggi elettorali che relativizzino ancor più la capacità negoziale dell’elettorato, eliminando insieme alle preferenze i ballottaggi e quant’altro risulti un turbamento per l’omeostasi oligarchica della rappresentanza.
Con approcci di questo tipo e le selezioni di cultura e classe politica conseguenti ci si deve chiedere con quale soggettività politica l’Italia può partecipare al processo di definizione dell’Europa come protagonista di uno scenario multipolare nella globalizzazione in atto.
Al contrario sarebbe necessario promuovere processi di partecipazione informata alla vita politica e alle sue deliberazioni, affinché la Comunità/Paese sia efficace protagonista del proprio futuro.
Alla fine è questa la cifra politica del successo di Obama, essere una piattaforma di partecipazione responsabile dei cittadini e non una trasmissione televisiva da guardare con il telecomando in mano.http://www.facebook.com/inbox/readmessage.php?t=1077316067012

Honduras: il pericolo del golpe sta scemando, il referendum si farà

papeletas La reazione dei movimenti sociali che appoggia il presidente Manuel “Mel” Zelaya ha fatto retrocedere i militari e la parola torna alla politica anche se il fuoco continua a covare sotto la cenere in Honduras.

Il passaggio decisivo che ha fatto almeno finora evolvere in positivo la crisi è stato quando i movimenti sociali del paese hanno occupato la sede della Forza Aerea, hanno preso sotto il loro controllo le schede elettorali (nella foto) che l’esercito rifiutava di distribuire per far saltare il referendum di domani domenica che deciderà se eleggere o meno il prossimo novembre un’Assemblea Costituente. Quindi, con l’aiuto della Polizia, hanno iniziato la distribuzione delle schede nei seggi che continua ad avvenire in queste ore regolarmente.

Intanto oltre all’ONU anche l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA, OEA in spagnolo) ha espresso il proprio fermo appoggio al governo legittimo honduregno del presidente Zelaya. A questo punto, nella nuova America latina, ai militari che avevano tentato il golpe non resta che tornare nelle caserme. L’opposizione politica intanto in queste ore, lungi dall’accettare l’ipotesi della Costituente, sta cercando la via cavillosa dell’interdizione per motivi di salute: vorrebbero infatti dichiarare Zelaya decaduto perché pazzo.

E forse Zelaya un po’ pazzo lo è davvero. In un paese dove non è mai cambiato nulla bisogna essere un po’ pazzi per farsi motori di una rivoluzione che per la prima volta porti otto milioni di honduregni ad essere finalmente cittadini.http://www.gennarocarotenuto.it/8769-honduras-il-pericolo-del-golpe-sta-scemando-il-referendum-si-far/#more-8769


INDIA – CINA – MYANMAR
Cina e India: accordi nel settore agricolo, sfida aperta sul Myanmar
di CT Nilesh
I due Paesi hanno avviato un progetto di cooperazione nella regione cinese di Ningxia a maggioranza musulmana. È il primo esempio di collaborazione mirato a sradicare la povertà. Competizione fra Pechino e Delhi per stringere accordi con la giunta militare birmana.

New Delhi (AsiaNews) – La collaborazione fra Cina e India nella regione autonoma a maggioranza musulmana di Ningxia è un sintomo del miglioramento nei rapporti bilaterali fra i due Paesi, anche se restano segnali di competitività e mancanza di fiducia. Delhi finanzia la realizzazione di un centro agricolo e di formazione in una regione relativamente sottosviluppata. Gli agricoltori della zona potranno contare sulla collaborazione dei partner dell’India per consigli sulle più recenti tecniche di coltivazione e di vendita.

Il progetto è stato inaugurato da Nirupama Rao, ambasciatrice indiana in Cina e da Wang Zhengwei, presidente della Regione Autonoma Ningxia Hui (NHAR), nella città di Liangtian. Si tratta di un progetto di finanziamento congiunto col governo indiano. L’India sta finalmente entrando in un campo che è sempre stato prerogativa delle nazioni occidentali, che vogliono capire la Cina a livello popolare e stringere legami con le autorità provinciali.

Tra gli elementi di competizione, vi sono i diversi progetti di cooperazione col Myanmar. Entrambe le nazioni tentano di stringere rapporti con la giunta militare birmana. A settembre la Cina ha in programma l’inizio dei lavori per un gigantesco oleodotto e gasdotto di 1.100 km attraverso il Myanmar. Esso ridurrà il costo di trasporto accorciando la rotta del greggio proveniente dal Medioriente e dall’Africa, che oggi viaggia per nave attraverso l’oceano indiano ed i pericolosi stretti di Malacca.

Questa mossa, che aumenta enormemente la scorte di carburante per la Cina, ha implicazioni politiche e strategiche sia per Delhi come per Pechino. Il governo cinese ha sempre posto il veto a qualsiasi risoluzione dell’Onu contro il Myanmar. La Cina sta anche costruendo strade nella zona di Kengtung e finanziando dighe idroelettriche nel Paese. La porzione di questo oleodotto in Myanmar verrà costruita sotto il nome della CNPC (China National Petroleum Corporation).

La Cina sfrutta la crisi finanziaria come un’occasione d’oro per fare affari. Pechino ha aspettato che i prezzi dell’olio, del gas e dei minerali scendessero e poi ha fatto degli acquisti impressionanti a livello mondiale. In due settimane ha concluso, oltre all’oleodotto in Myanmar, altri tre affari di successo. La PetroChina ha acquisito il 45,5% delle azioni nella Singapore Petroleum della Keppel Corp. che è registrata a Singapore. La China Minmetal’s Non-ferrous metals Co ha investito 1,39 miliardi di dollari per acquistare alcune compagnie minerarie australiane a corto di liquidi. L’affare è stato approvato dall’Australian Board. La Nigerian Petroleum Development Company ha annunciato di aver trovato petrolio nel delta del Niger con la SIPEC, che è una sussidiaria della China Petroleum Corporation. Con l’avviamento della produzione, verranno estratti da 1.300 a 3.000 barili al giorno. La Cina ha costruito impianti industriali che hanno bisogno di quantità enormi di metalli e petrolio per funzionare a pieno ritmo.

Un’altra iniziativa lodevole di cooperazione tra India e Cina è il finanziamento di un tempio buddista in stile indiano vicino allo storico tempio del Cavallo Bianco a Luoyang nella provincia dell’Henan. Ma il progetto Ningxia rappresenta il primo esperimento di collaborazione mirato a sradicare la povertà.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15634&size=A

 


 

AHMADINEJAD, BERLUSCONI E L'ERA POST-DEMOCRATICA

 

DI SLAVOJ ZIZEK
carta.org

Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due passi. Prima del collasso, si verifica una misteriosa rottura: tutto all’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente non hanno più paura. Non solo il regime perde la sua legittimità, il suo potere stesso viene percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha la terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, e ha solo bisogno che gli si ricordi di guardare in basso.

In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini di Ryszard Kapuscinski, si colloca il preciso momento di questa rottura: a un incrocio di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto imbarazzato si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno seppe che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?

Nella foto: Slavoj Zizek

Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro supportano le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che davvero Ahmadinejad ha vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il supporto a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.

Infine, i più tristi di tutti sono quelli che supportano Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élite, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’88 per cento – si spiega solo con il voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per avere una sinistra secolare.
Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.

Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che questi si vedono in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.

Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].
Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i gruppi particolaristi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più. E’ il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista. E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam, per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.

Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi starà al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento emancipatorio che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.

Slavoj Zizek
Fonte: www.carta.org
Link: http://www.carta.org/campagne/dal%20mondo/17887


Internet al tempo della rivoluzione verde

Di come amministrare una dogana con pochi uomini e mezzi. Nel 2007 la Birmania, durante la rivoluzione, chiude le comunicazioni con l'esterno. L'Iran non può permetterselo. Come e perché ha agito il regime degli ayatollah per ostacolare il flusso di informazioni verso e dall'esterno.

 

Come funziona Internet in Iran, in tempo di pace: La rete iraniana, studiata per essere sottoposta a controlli anche in tempo di pace, è fortemente centralizzata. Tutto il traffico, proveniente dai sei provider che operano a livello nazionale e regionale, passa attraverso un gateway direttamente gestito dallo stato. Per chi non è familiare con l'organizzazione di una rete, immaginate una fitta rete di autostrade e una sola dogana per attraversare il confine.

Particolarità della situazione iraniana: L'Iran non è la Birmania. Il paese del sud-est asiatico, trovatosi nella necessità di evitare le comunicazioni dall'esterno e per l'esterno durante la rivolta degli "arancioni", pensò bene di risolvere il problema a monte. Il paese fu disconnesso fino a quando, calmate le acque, non rimase alcun panno sporco da lavare in casa.  È un lusso che l'Iran non può permettersi. Le aziende del paese hanno un discreto volume d'affari per via telematica e chiudere completamente le comunicazioni avrebbe contribuito a peggiorare la situazione sul versante interno. Così l'Iran si è trovato di fronte alla necessità di dover organizzare la dogana di cui parlavamo prima, senza poter disporre di un numero di uomini sufficiente a controllare il contenuto di ogni furgone.

Come funziona il controllo in tempo di pace: in tempo di pace interna, il controllo della rete consiste principalmente nel non consentire agli utenti di raggiungere determinate destinazioni. Una settimana non si raggiunge YouTube, un'altra Yahoo, un'altra ancora i servizi di Google.

L'ultima settimana: Al crescere delle proteste e delle conseguenti repressioni, l'Iran ha dovuto studiare una soluzione che consentisse di abbattere il flusso di informazioni sulla situazione e che allo stesso tempo evitasse la formazione di code troppo lunghe alla dogana. La conformazione della rete li ha aiutati nello scopo. Immaginate una fitta rete di autostrade. Ora immaginate che i furgoni che trasportano dvd arrivino sempre e solo dalla A14, quelli che trasportano materiale cartaceo solo dalla A1 e quelli che trasportano musicassette solo dalla A3. Internet, grosso modo, funziona così. Individuando la porta attraverso la quale viaggia una determinata comunicazione, possiamo stabilire il tipo di contenuto (video, testo, istruzioni per macchine remote), ma non il contenuto stesso. In poche parole, senza aprire il furgone sappiamo che il furgone trasporta dvd, ma non siamo in grado di conoscere il contenuto dei dvd.

13 Giugno, il panico:

Traffico complessivo

Fonte: arbornetworks.com


Riporto alcuni interessanti grafici pubblicati qui e qui. Il 13 Giugno scoppia il caos in Iran, le autorità si allarmano, e decidono che solo a pochissimi furgoni dev'essere permesso il traffico. In condizioni di normalità alle 13:30 abbiamo punte di oltre 4 Gps, alle 13:30 del 13 Giugno non abbiamo alcuna attività, dal 14 Giugno si torna ad un livello tra il 50% e il 70% dell'attività normale. Fino al giorno prima era necessario avere una destinazione lecita per ottenere il permesso di transito, dal 14 Giugno in poi al 30% dei furgoni viene rifiutato il permesso di transito, senza che venga chiesta la destinazione. Ma su che basi?

 

Il traffico http

Fonte: arbornetworks.com

Il traffico web si dimezza. C'è una forte stretta tanto sul traffico interno tanto su quello esterno. Ma la sorte che tocca ai furgoni che trasportano libri non è sicuramente la peggiore. Come vedremo tra poco, il governo iraniano ha ritenuto il traffico delle pagine web meno pericoloso di altri e ha permesso ad un discreto numero di furgoni che trasportavano libri il transito attraverso la dogana.

Traffico Email

Fonte: arbornetworks.com

Questo è il traffico mail. Anche qui prendiamo in considerazione solo la parte blu. Il traffico è ridotto in misura molto maggiore rispetto a quello web. Nel primo grafico abbiamo rilevato una riduzione del traffico web intorno al 50%, qui si passa dai 100Mpbs del 12 Giugno ai 30Mbps scarsi del 13 Giugno. In altre parole, il governo iraniano ha ritenuto la comunicazione via e-mail verso l'esterno più pericolosa di quella web, permettendo ad un numero esiguo di furgoni che trasportavano lettere il transito del confine.

Il traffico video

Fonte: arbornetworks.com

È il turno dei video. Qui la situazione è ancora più interessante. Altissimi picchi subito dopo le operazioni elettorali, poi l'arresto quasi totale. I video devono aver terrorizzato il governo di Teheran, che ha permesso  a pochissimi furgoni che trasportavano dvd il transito del confine.

Con quali mezzi e secondo quale logica ha agito il governo di Teheran?

Alla dogana la soluzione adottata è stata rozza e limitatamente efficace. Non disponendo di mezzi adeguati per controllare il contenuto di ogni furgone, il doganiere ha respinto i furgoni in base alla provenienza: quelli provenienti dalla A1 (che come ricordiamo trasportavano sempre e solo libri) sono stati respinti a campione, uno si e uno no. Solo due su dieci di quelli provenienti dalla A14 (che trasportavano dvd) ce l'hanno fatta ad attraversare il confine, stessa sorte per quelli che trasportavano lettere (solo tre su dieci ce l'hanno fatta).

Sul versante interno è entrato in gioco un altro fattore. Il governo ha il monopolio dei limiti di velocità. Imponete velocità massime di 30km/h sulle autostrade e il giornale, all'arrivo, sarà vecchio di tre giorni.

 

I furgoni che non ce l'hanno fatta

Fonte: arbornetworks.com

L'ultimo grafico ci mostra contro quale tipo di furgoni si sia particolarmente accanito il regime di Teheran. In testa SSH (protocollo per sessioni remote cifrate), seguito da Flash (che è il formato dei video usato nei siti come YouTube o LiveLeak), Bittorrent (filesharing), POP (mail), porte web alternative (tutte le porte diverse dalla 80, come la 8080 per le connessioni cifrate), Proxy (furgoni con la bolla d'accompagnamento falsa, consentono di aggirare il divieto di raggiungere determinate destinazioni), Webcam, SMB (protocollo di condivisione utilizzato principalmente da Microsoft) e solo in coda pagine web e ftp.

Qualcuno è riuscito a sfuggire alla stretta degli ayatollah. Non è rilevata alcuna attività nei confronti di canali di comunicazione tipicamente usati per i videogiochi. Ad esempio, come fa notare Craig Labovitz nell'articolo riportato sopra, World of Warcraft (porte 1119 e 3742) non subisce limitazioni di sorta, ne' si riscontra alcun problema per network come XboxLive.

[Le fonti, come ha fatto notare Michele Mazzucco in un commento, non erano inizialmente riportate. L'articolo è stato modificato per cercare di porre rimedio a questo errore, tutto mio. Mi scuso con i lettori per quanto è avvenuto.]

Porgiamo anche le scuse della redazione di nFA per l'iniziale mancanza di attribuzione ai post originali di Arbornetworks. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Internet_al_tempo_della_rivoluzione_verde#body


Dweik su Shalit, pace, unità

Non si sa ancora se dietro la liberazione di Aziz Dweik dopo quasi tre anni di detenzione nelle prigioni israeliane ci siano altro. Se, cioè, la liberazione dello speaker del parlamento palestinese faccia parte dei rumours sulla possibile liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit, da tre anni esatti sotto sequestro a Gaza.

C'è una lunga intervista-video (oltre 20 minuti) in inglese con Aziz Dweik, che vale la pena ascoltare. Dice molto non solo di Hamas, ma soprattutto della riconciliazione tra i palestinesi. Dice anche dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, di Shalit, del discorso di Netanyahu. E anche del discorso di Obama che lui dice di aver "really appreciated". Lo ringrazia anche per la nuova atmosfera che ha portato nella regione.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


A LUANDA IL PRESIDENTE RUSSO CERCA INTESE SU DIAMANTI E PETROLIO




Mosca spera di ottenere concessioni nel settore dei diamanti e del petrolio, Luanda di diversificare le sue alleanze internazionali: alcuni osservatori hanno letto in questo modo la visita di oggi in Angola del presidente russo Dmitrij Medvedev. Il capo di stato è accompagnato da oltre 300 funzionari e imprenditori, fra i quali anche i manager del gruppo petrolifero Zarubezhneft e del colosso dei diamanti Alrosa, due società che sperano entrambe di ottenere concessioni nel settore minerario ed estrattivo. Sia a Mosca che a Luanda la stampa evidenzia oggi che i due paesi non sono più gli alleati del tempo della Guerra fredda, quando l’Unione Sovietica sosteneva la guerriglia del Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla), oggi saldamente al potere. Secondo l’Accademia delle scienze russa, l’interscambio commerciale dell’Angola con la Cina supera di 30 volte quello con la Russia (stimato nell’equivalente di 550 milioni di euro). In Namibia, la terza tappa di un viaggio africano che lo aveva già portato in Egitto e Nigeria, Medvedev ha suggerito che in Africa Mosca può recuperare almeno in parte il terreno perduto nei confronti di Pechino.[VG]

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=249580

Professione: ghost writer all’università

 (notashamed/flickr)

(notashamed/flickr)

Sono pagati per scrivere i saggi e le tesi degli altri. Le sanzioni esistono ma raramente vengono applicate. Inchiesta su questi Cirano dell’università. Il caso francese.

INCHIESTA

Traduzione: Laura Bortoluzzi

Leggere l'articolo in:

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Nicolas è uno studente e, come molti, deve lavorare per pagare l’affitto e concedersi qualche uscita. Se questa sua condizione è assolutamente comune, altrettanto non si può dire dei suoi extra: fa lo scrittore fantasma in università. «È uno dei rari lavori intellettuali per cui posso ricevere un compenso alla mia età» dice. Ventiquattro anni e nessuna voglia di lavorare come cameriere in un bar o commesso in un negozio di abbigliamento. Vari annunci trovati sui siti internet di lavori per studenti suggeriscono che Nicolas è tutto fuorché un caso isolato. Ma le università tacciono al riguardo. Delle nove contattate per l’inchiesta, ha risposto una sola, Paris 8: «Dato che queste pratiche sono illegali, non abbiamo niente da dire al riguardo. Se volete continuare, non rivolegetevi agli uffici comunicazione delle facoltà». Messaggio ricevuto.

Se una tesi costa 15mila euro

Nicolas non si tira indietro quando si tratta di raccontare i retroscena del lavoro che gli dà da mangiare. Conosce il suo datore di lavoro tramite un amico. Diplomatico trentenne, sposato e con due figli, Hicham viene dal Golfo Persico, ma non nuota nell’oro. Quando Nicolas gli chiede 750 euro al mese per una tesi da preparare in due anni, Hicham gli dice che non se lo può permettere. Alla fine si accordano per 600 euro al mese. Tasse escluse, ovviamente. Se Hicham è disposto a sborsare tanti soldi per il suo diploma, è perché non è la prima volta che ha a che fare con Nicolas. Gli ha già scritto due saggi per i quali ha preso rispettivamente 15/20 e 16/20, che in Francia sono niente male, circa un 27. Hicham ha pagato in totale 2500 euro per le novanta pagine del primo e 4000 euro per le 150 del secondo. La tesi ne dovrà avere 500 e verrà a costargli 15mila euro. Per scrivere i saggi, Nicolas ha passato quindici giorni chiuso in casa, consultando 5-6 libri alla volta e lavorando 6-7 ore al giorno. I temi scelti sono piuttosto analitici, per circoscrivere le ricerche. Nicolas ne parla con un certo disprezzo: «Le scienze sociali sono una bella seccatura». Poi tocca a Hicham rileggere il tutto. È lui che deve presentare il saggio ai docenti. Perché questa volta non ci saranno né suggeritori né controfigure: deve avere fatto proprio il lavoro di Nicolas. Secondo Nicolas, per chi davvero volesse, sarebbe molto facile smascherare l’imbroglio: «Il saggio è inevitabilmente infarcito di riferimenti personali. Cito il passo sulla ragione nella storia di Hegel nell’introduzione. Ma da lì a spiegargli tutto il libro perché capisca il legame…». Hicham potrebbe giocare sul fatto che non è francese e che si è fatto tradurre o correggere il testo da un altro studente, cosa che forse viene anche suggerita, in certi casi, dai direttori di ricerca. Ma per Nicolas, ancora una volta, non ci sono dubbi: «La costruzione delle frasi è tipicamente francese, si vede subito. D’altronde, hanno rimproverato Hicham per il suo stile troppo arzigogolato».

Professori poco esigenti

(banlon1964)(banlon1964)Nessuna scusante per i professori? Ecco cosa risponde una professoressa di medicina quando le domandiamo come si può rimediare all’imbroglio: «Ho già abbastanza da fare con i plagi per dovermi preoccupare anche degli scrittori fantasma». Su questo punto, sono molte le testimonianze che rivelano una lacuna nel sistema di controllo. Spiega che qualche anno fa ha corretto un saggio talmente buono che non poteva non essere un plagio: «Ho chiesto allo studente. Ha negato. Io e un mio collega abbiamo esitato. Gli abbiamo dato un voto alto ed è andato a fare la tesi all’Ehess (Una grande scuola di scienze sociali francese, ndr). Continuo a pensare che se non è stato uno scrittore fantasma a fare il lavoro al posto suo, sicuramente l’ha copiato». La professoressa in questione non vuole che si faccia il suo nome: «Non ci tengo a entrare in una querelle deontologica con colleghi e studenti». Altro esempio dell’impotenza del sistema universitario in materia di controllo: un professore dice di essersi sorpreso quando si è trovato di fronte uno studente con un livello di francese talmente basso da non riuscire a sostenere una semplice conversazione. «Il suo direttore di ricerca ci ha assicurato che era stato lui a fare il lavoro e che il suo livello di francese erano buono». Appena all’inizio della sua carriera universitaria, anche questo studente preferisce restare anonimo, per paura che i suoi compagni un giorno glielo rinfaccino. Regna l’omertà all’università. E per finire, questa confessione allarmante di Michel Boudot, professore di Legge all’università di Poitiers: «È chiaro che potete scrivere un saggio per conto di qualcun altro senza che io me ne accorga». Hubert Peres, professore di scienze politiche alla facoltà di Legge di Montpellier, si spinge addirittura oltre e dichiara: «A torto o a ragione, in generale evitiamo di chiedercelo».

Che valore hanno i diplomi?

Che ne è allora del valore dei diplomi universitari? Hicham vuole diventare dottore in relazioni internazionali per «essere sempre un passo avanti rispetto ai suoi avversari», come confidava a Nicolas durante uno dei loro incontri. Gli piacerebbe anche insegnare, una volta tornato nel suo paese. Inutile dire che la beffa allora sarebbe totale. Eppure le sanzioni ci sono. Uno studente sorpreso a copiare può essere interdetto da qualsiasi concorso o esame per cinque anni, con il rischio di pregiudicare gravemente un’intera carriera. Questa sanzione colpisce il plagio e il ricorso agli scrittori fantasma, ma è applicata solo in rari casi. Non ci sono numeri però. Fra i tanti studenti interrogati al riguardo, nessuno aveva mai visto applicare queste sanzioni. Non ci sono strumenti di controllo affidabili, a parte la confessione dello studente stesso, e le sanzioni non sono applicate: ecco cosa fa andare avanti il malcostume.

Va da sé che Nicolas ha paura di farsi beccare. Ecco perché il nostro “scrittore fantasma” ci ha chiesto di usare uno pseudonimo. Ma bisogna ammettere che il rischio è minimo. Per lui, il problema principale è un altro: costretto a restare nell’ombra, gli è negato ogni riconoscimento. In tre anni di ricerca, si è fatto una solida cultura in questo campo di studio. «All’inizio non ci pensavo, ma quando ho visto i voti, devo ammettere di essermi sentito frustrato; soprattutto perché all’epoca non andavo molto bene nel mio corso di studi». Per riempire il vuoto, racconta la sua storia a chi vuole ascoltarla, un modo per guadagnarsi l’ammirazione dei suoi amici, in mancanza di quella dei suoi compagni. «Sul mio Cv ho scritto di aver fatto uno studio per un’ambasciata. Se Hicham lo sapesse, non gli farebbe piacere».

 

 

http://www.cafebabel.com/ita/article/30578/universita-ghost-writer-scrittore-fantasma.html


 Afghanistan, sognare è permesso, non è vero?

Afgana. Parla il pashto, dari (persiano), urdu (tra Pakistan ed India), arabo, inglese e, fortuna mia, l’italiano. Abita in Italia ed in quasi tutti i social network. Gentile, educata, matura. Forse troppo per i suoi 20 anni. Studia Economia. In particolare “gestione aziendale” grazie ad una borsa di studio.

Sherani è nata e cresciuta in guerra. A cinque anni è fuggita dal paese del “cacciatore di aquiloni” per il Pakistan con i genitori, villaggio e scuole afghane. Anche un’intera Università s’è allocata oltreconfine. “Stavamo seduti per terra. Né sedie e né banchi. Gli insegnanti guadagnano circa 2.000 afghani pari a 40 euro con famiglia ed affitto da pagare. Nonostante ciò hanno tutt’oggi l’entusiasmo addosso e la speranza che un giorno finirà. In Afghanistan le scuole sono quasi sempre chiuse. I docenti sono ragazzi delle superiori e non c’è legna per scaldare il rigido inverno né cibo per le mense.”

Cos’è la guerra? “La paura addosso. Hai sempre paura che accada qualcosa, che prima o poi ti uccidano. Anche involontariamente come accaduto ad una tredicenne per mano di soldati italiani. Effetti collaterali, certo. Oppure volontariamente come accaduto nella provincia di Farah con la rasa al suolo di un intero villaggio da parte delle forze internazionali”. Sembrava fossero nascosti dei talebani ma è certo che i corpi estratti erano donne e bambini.

“Ma non solo. Si ha paura del vicino di casa. La gente si arma per difendere i propri cari e le proprie cose. Armi significa diffidenza, paura, sfiducia. Un circolo vizioso che dura da trent’anni”.

C’è mai stata una tregua? “Nel 2004 la gente posò il fucile a terra in segno di pace, di stanchezza. Il paese sembrò ad un tratto rinascere quando gruppi di fanatici armati passò tra i villaggi sparando agli inermi. Il fucile fu nuovamente raccolto. Per proteggersi.”

La guerra è un affare e qualcuno ha interesse che continui. Perché? “L’Afghanistan è il cuore, l’Asia il corpo. La guerra è per contendersi il cuore. Non abbiamo il sottosuolo dei paesi vicini ma confiniamo ad ovest con l’Iran e ad est con la Cina, attraverso il corridoio del Vacan. Siamo la via della seta tra medio ed estremo oriente. Trattasi di un giardino ove le potenze straniere vengono a combattere la loro guerra fredda utilizzando in primis il popolo afgano. Da un lato l’occidente (USA ed UE) e dall’altro Cina, Russia, Iran. Noi in mezzo”.

D’estate Sherani non studia. Lavora per le Nazioni Unite sempre bisognose d’interpreti. In particolare un programma basato sulla comunità sulla prevenzione, attraverso l’educazione di disastri. “Significa spiegare la gente come proteggersi in caso di terremoto o calamità naturale per le loro case sono fatiscenti. La ricostruzione delle stesse avviene sempre in tempo di pace ma non c’è memoria di essa”. Riprende: “ho anche lavorato per USAid e quindi per il Ministero Rurale e per la riabilitazione”.

- Cosa vuoi? “Studiare! Finire i tre anni di corso di laurea, poi la specialistica e poi un master. Se ho fortuna, una seconda laurea”.

- Sapiente come i letterati della diaspora? “Si. Quando c’è uno spiraglio di pace abbiamo sempre dimostrato al mondo intero che siamo capaci di un progresso senza limiti. La nostra letteratura è tra le più apprezzate al mondo”.

- Anche nel campo religioso? “Certo. Il popolo afgano è più tollerante di quanto si scrive. Non siamo noi ad aver distrutto i Buddha del Bamiyan. Alcun governo afgano l’aveva fatto in precedenza in quanto erano importanti icone religiose oltre che fonti d’entrata non indifferenti per il nostro paese”.

- Un domani? “Tornerò nel mio paese e lavorerò per il Ministero dell’Economia. Metterò a servizio il mio sapere. Sognare è permesso; non è vero?”.

(Fabio Pipinato)

I Buddha di Bamiyan

I Buddha di Bamiyan sono due enormi statue scolpite da una setta buddista nelle pareti di roccia del Bamiyan a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul a 2500 metri sul livello del mare. Una delle due statue è alta 38 m. ed ha 1.800 anni mentre l'altra è alta 53 m. ed ha 1.500 anni.

Nel marzo 2001, la Corte suprema dell’emirato islamico, ordinò la distruzione delle due statue, ritenendo idolatre le sculture. Anche se nell'intenzione della setta che le eresse c'era idolatria, le statue per il buddismo rappresentavano esseri umani e non dei, e da questo punto di vista sono state distrutte raffigurazioni umane e non divine.

Non è giustificabile ma è interessante capire anche l’altro punto di vista. Quello del Mullah Mohammed Omar. Egli dichiarò: “Io non volevo distruggere i Buddha di Bamiyan. In realtà alcuni stranieri vennero da me e dissero che loro avrebbero voluto restaurare le statue che erano state lievemente danneggiate a causa delle piogge. Questo mi scandalizzò. Pensai “questa gente insensibile non ha riguardo delle migliaia di esseri umani che muoiono di fame, ma sono così preoccupati per oggetti inanimati come i Buddha”.

Nel 2003 le statue vennero inserite, insieme all'intera zona archeologica circostante e al paesaggio culturale, nella lista dei Patrimoni mondiali dell'umanità dell'UNESCO, che si è impegnata, insieme ad altre nazioni, per la ricostruzione. [F.P.]http://www.unimondo.org/Notizie/Afghanistan-sognare-e-permesso-non-e-vero


Azerbaijan : manifestazione a Londra per i giornalisti perseguitati
di Gabriella Mira Marq

Si terra' il 29 giugno, a Londra, una manifestazione promossa da Amnesty International in difesa dei giornalisti dell'Azerbaijan. In particolare, dalle ore 12 alle 13 ora locale, i manifestanti si riuniranno davanti all'Ambasciata dell'Azerbaijan per chiedere il rilascio di Eynulla Fatullayev, la verifica delle accuse a carico di Qanimat Zahid e che gli assassini di Elmar Hüseynov siano portati davanti alla giustizia. In generale verra' chiesto che il diritto alla liberta' di espressione sia rispettato in quel Paese.

Eynulla Fatullayev, insignito del premio speciale per il "giornalismo sotto minaccia" 2009 da parte di Amnesty, e' stato arrestato nell'aprile 2007, dopo anni di minacce da parte del governo azero, e condannato a due anni e mezzo di prigione. Ad ottobre 2007 gli e' stata inflitta una ulteriore condanna di otto anni e mezzo di prigione per terrorismo, evasione fiscale e incitamento all'odio etnico, ma - sottolinea Amnesty - non ci sono plausibili prove a sostegno delle accuse.

Qanimat Zahid, redattore capo del giornale Azadliq (Liberta') - dopo inquietanti vicende di cui erano stati vittime giornalisti della sua testata - e' stato arrestato il 10 ovembre 2007 con l'accusa di teppismo e violenza. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il processo al termine del quale Zahid - che proclama la sua innocenza e sostiene di essere perseguitato per i suoi articoli - e' stato condannato il 7 marzo 2007 a quattro anni di reclusione non e' stato condotto in conformita' al diritto internazionale.

La situazione dei diritti umani in Azerbaijan preoccupa molti esperti di diritti umani, nonche' l'OSCE. Da dopo le ultime elezioni presidenziali - in cui il figlio e' succeduto al padre - la stampa nazionale dell'Azerbaijan e' stata fortemente condizionata, ed e' stato ucciso l'autorevole giornalista dell'opposizione Helmar Huseinov.

Quanto ai detenuti per motivi politici (leader, ma anche attivisti o normali cittadini, a piu' riprese arrestati e in parte poi rilasciati), secondo Amnesty International per alcuni di essi sarebbe stata usata anche la tortura per estorcere confessioni di autoaccusa o di accusa di leader politici sgraditi.

Speciale libera informazione

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NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org


Diritto internazionale e smuggling of migrants

fenomeno migratorio è elemento caratterizzante l'attuale globalizzazione delle relazioni internazionali

Se guardiamo in particolare al continente africano tre sono i push factors che spingono i migranti a lasciare i loro paesi: innanzitutto la presenza di guerre, civili o internazionali; l'esistenza di persecuzioni o discriminazioni politiche, religiose, etniche o di altra natura, spesso massicce; infine la povertà e quindi, in senso lato, la causa economica. Se la dottrina è sempre più concorde nel riconoscere al fenomeno migratorio un importante effetto economico tanto nei paesi di origine quanto in quelli di destinazione, i timori e le chiusure occidentali non fanno che acuire il traffico internazionale di migranti.

Il contrabbando o traffico di migranti è un fenomeno grave e preoccupante sotto diversi profili, dal problema umanitario all'impoverimento sociale ed economico dei paesi di partenza o all'arricchimento del crimine organizzato mondiale. Lo smuggling of migrants ha così trovato una prima definizione, sul piano normativo internazionale, in seno al Protocollo alla Convenzione ONU contro la criminalità organizzata, firmata a Palermo nel 2000, volto essenzialmente a prevenire il contrabbando di criminali e reprimere penalmente le organizzazioni criminali coinvolte.

Tuttavia, ancora oggi tarda ad emergere l'assunzione di impegni da parte degli Stati per contrastare efficacemente il traffico di migranti, anche in paesi come l'Italia destinatari di rilevanti flussi in entrata e dove invece procedono a rilento sia la conclusione di accordi bilaterali di cooperazione finalizzati alla prevenzione sia la ricerca di una maggiore partecipazione degli Stati di partenza nel contrasto dello smuggling. Operazioni in tal senso rappresentano una importante sfida per le politiche immigratorie nazionali ed in particolare europee, non solo per una effettiva tutela dei diritti fondamentali del migrante irregolare, ma anche al fine di un generale miglioramento delle relazioni economiche e sociali tra i paesi coinvolti.

Massimo Corsini

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=36117



giugno 27 2009

"Un fenomeno che sta dilagando"

Parole testuali:


Sondaggio SWG sulle amministrative: a Milano caccia ai 250mila voti dispersi    
Scritto da red
 
Un sondaggio SWG ha analizzato i flussi di voto delle recenti elezioni amministrative a Milano. Dall’indagine, realizzata su un campione di 800 elettori di Milano e provincia, intervistati a ridosso del ballottaggio, è emerso che il 79% degli elettori che al primo turno avevano votato Penati al primo turno ha riconfermato la propria scelta.

 

Molti meno i fedelissimi di Podestà, che partiva, però da un numero assoluto di preferenze maggiori: il 67% del suo elettorato era intenzionato a tornare alle urne, mentre il 33% (262 mila persone) ha dichiarato ai sondaggisti che si sarebbe astenuto. Un’intenzione mantenuta, visto che a spoglio fatto i voti persi per lui sono stati 249 mila. Ma di chi sono questi voti? Penati, per esempio, ha riportato alle urne i tre quarti degli elettori del Pd (265 mila persone), meno fedeli di quelli dell’Italia dei valori: l’82% dei dipietristi ha riconfermato la scelta Penati, solo 18 mila si sono astenuti e nessuno ha “tradito” per Podestà. Dall’altra parte il neo presidente ha corso il rischio di perdere per le defezioni: nel Pdl, innanzitutto, visto che ben il 32% dei suoi elettori non è tornato alle urne e un residuo 2%, 9 mila persone, avrebbe addirittura preferito Penati. E non devono essere servite a molto le sue ultime professioni nel credo padano se il 43% (95 mila persone) degli elettori della Lega Nord si è tenuto alla larga. Al ballottaggio hanno pesato anche i voti degli orfani degli altri 12 candidati fermati al primo turno. A partire dal pacchetto di voti dell’Udc. Enrico Martora aveva raccolto 59.600 preferenze: le risposte al sondaggio SWG tolgono i dubbi sulla scelta dell’elettorato cattolico, perché se l’83% si è stenuto in 9 mila (il 15%) hanno scelto Penati, solo in mille Podestà. Penati, da parte sua, ha pagato il no agli apparentamenti perdendo buona parte dei voti della sinistra radicale. Quelli di Massimo Gatti, tra Rifondazione  e Comunisti italiani, si sono dispersi per il 76% e sono andati a Penati solo per il 22% (c’è anche un 2% per Podestà). La magra consolazione, per lui, è che nell’elettorato degli altri dieci candidati in 20 mila (il 24%) lo hanno preferito a Podestà, che ha racimolato tra loro 11 mila preferenze. http://www.postpoll.it/quotidiano/quotidiano/sondaggio_swg_sulle_amministrative:_a_milano_caccia_ai_250mila_voti_dispersi.html


 

Rompete il termometro

 

E’ davvero difficile tentare di commentare una notizia del genere:

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ribadisce la vulnerabilità [sic, ndPh.] delle stime di crescita che vengono diffuse in questo momento di crisi. Commentando il dato fornito oggi dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che ha parlato di un possibile -5%, Tremonti ha detto: “La stessa istituzione - ha detto in un’intervista al Tg2 - qualche mese fa aveva detto -2%. Chi ha ragione?” (Ansa, 25 giugno 2009)

E’ una frase talmente demenziale da far pensare ad un deliberato lazzo di Tremonti. Se qualche mese fa i modelli prevedevano una contrazione del Pil del 2 per cento, ed oggi la situazione è talmente deteriorata da portare a prevedere il meno 5 per cento, a chi potremo mai addossarne la responsabilità?

Siamo di fronte ad una persona che non solo ignora come è costruito un modello econometrico (e se ne vanta pure), ma addirittura pare rifiutare il buon senso dell’evoluzione della congiuntura, mettendo il mondo in un unico, enorme modello meccanicistico-deterministico, che chiameremo Storia, con la maiuscola. Come misura Tremonti il polso dell’economia del paese? Parrebbe da evidenze aneddotiche quali il traffico autostradale e postale. Servono anche quelle, ma solo su base ancillare ai dati veri. Oppure nelle chiacchiere da bar.

Quanto all’Ansa, il problema non è la vulnerabilità delle previsioni, ma quella del quadro economico. Ma ancora una volta, per ignoranza da un lato e servilismo dall’altro, si preferisce rompere il termometro. Concetto che Tremonti stesso ribadisce quando lancia uno psichedelico “appello” agli economisti ed alle istituzioni sui dati macroeconomici che riguardano la congiuntura italiana:

“Silenzio fino a settembre, facciamo passare almeno l’estate. Ne guadagnerebbero in salute gli economisti ma soprattutto la gente. Non è censura, è igiene”

L’unica igiene di cui vi è bisogno in questo paese, dopo aver letto simili commenti, è quella mentale.
http://phastidio.net/2009/06/26/rompete-il-termometro/#more-3537


La fine del P.D. come partito innovativo

 

 

Il Pdl è, come sappiamo, un partito del leader, è il partito di Silvio Berlusconi. Nel Pdl è lui che comanda, che decide tutto. Lui ad esempio decide i parlamentari ed i coordinatori regionali, a sua volta i coordinatori regionali nominano quelli provinciali ed i provinciali quelli comunali, ecc.

E’ una scelta tra l’altro, condivisa dalla base che si riconosce nel leader.

Il P.D. era nato diversamente, in questo caso antagonista al Pdl, mettendo al centro la partecipazione, di fatto, eliminando o riducendo le differenze tra iscritti e votanti. In questo consisteva l’essenza della sua novità.

Agli elettori, tendenzialmente era demandata la scelta dei dirigenti, dei candidati politici ai diversi livelli…più o meno attuata.

Oggi in Direzione PD si proporrà, pare,  che per quanto riguarda le primarie per l’elezione del nuovo segretario del P.D., possano partecipare solo gli iscritti.

Non mi interessa neppure discutere se è una scelta giusta o sbagliata, rilevo semplicemente che, se così fosse, il P.D. resterebbe un partito tradizionale e non innovativo. AMEN.http://ottopassi.splinder.com/post/20841594/La+fine+del+P.D.+come+partito+


La regola

 

Se non mentiva poco più di un mese fa, quando affermava di riscuotere nel paese un gradimento del 72%, e se non mente oggi, quando afferma di riscuoterne nella misura del 61%, Silvio Berlusconi ne ha perso un buon 10%. Se queste percentuali sono calcolate su un campione demoscopico indicativo del numero degli aventi diritto al voto (poco più di 50 milioni, secondo l’ultimo rilevamento), si tratterebbe di oltre 5 milioni di persone che a metà maggio lo trovavano gradevole e adesso no. È credibile tutto ciò? In ragione dell’aleatorietà di un parametro come il gradimento, che peraltro non ci è stato mai spiegato in cosa consista esattamente, può darsi.

Ma c’è una relazione tra il gradimento riscosso dalla persona di un presidente del Consiglio (o da quella del leader di una coalizione) e una qualsivoglia espressione di consenso alla sua azione di governo (o alla sua linea politica)? Se sì, come Silvio Berlusconi ha sempre affermato con forza, di quanto siamo autorizzati a considerare in perdita i consensi al suo partito e/o al suo governo dalla metà di maggio ad oggi?
Ancora una volta, a prenderlo sulla parola, si arriva a poco più di niente. Cosa significa: “Mi vogliono, visto che ho il 61% di gradimento”? Se abbiamo visto che il 72% di gradimento fa il 35% di consensi per il Pdl e poco più del 45% insieme alla Lega, quanto ne fa il 61%?

No, questo uomo finirà per farci impazzire assieme a lui: è pressoché impossibile, ma conviene far finta che non dica mai niente, almeno sforzarsi. Non è mai possibile – mai, neanche una volta – che le sue affermazioni reggano ciò che pretenderebbero di voler reggere: è la regola.
Alza un sopracciglio, obliqua le labbra in un quel sorrisetto del cazzo, caccia parole lette su un gobbo interiore che ultimamente si aggiorna con una lentezza esasperante, segna la frase di quell’odioso nasale che me lo dovrebbero significare disinvolto e sicuro di sé, e che dice? Cazzate, dice sempre e solo cazzate. http://malvino.ilcannocchiale.it/


 

Consulta, la cena segreta

 

Vignetta di theHandda l'Espresso in edicola

Un incontro carbonaro tra il premier, Alfano, Ghedini e due giudici della Corte Costituzionale. Per parlare di giustizia. Ma sullo sfondo c'è anche l'immunità di Berlusconi.

Le auto con le scorte erano arrivate una dopo l'altra poco prima di cena. Silenziose, con i motori al minimo, avevano imboccato una tortuosa traversa di via Cortina d'Ampezzo a Roma dove, dopo aver percorso qualche tornante, si erano infilate nella ripida discesa che portava alla piazzola di sosta di un'elegante palazzina immersa nel verde. Era stato così che in una tiepida sera di maggio i vicini di casa del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella, avevano potuto assistere al preludio di una delle più sconcertanti e politicamente imbarazzanti riunioni, organizzate dal governo Berlusconi. Un incontro privato tra il premier e due alti magistrati della Consulta, ovvero l'organismo che tra poche settimane dovrà finalmente decidere se bocciare o meno il Lodo Alfano: la legge che rende Silvio Berlusconi improcessabile fino alla fine del suo mandato.

Del resto che quello fosse un appuntamento particolare, gli inquilini della palazzina lo avevano capito da qualche giorno. Ilva, la moglie di Mazzella, aveva chiesto loro con anticipo di non posteggiare autovetture davanti ai garage. "Non stupitevi se vedrete delle body-guard e se ci sarà un po' di traffico, abbiamo ospiti importanti...", aveva detto la signora Mazzella alle amiche. Così, stando a quanto 'L'espresso' è in grado ricostruire, a casa del giudice si presentano Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini. Con loro arriva anche un altro collega di Mazzella, la toga Paolo Maria Napolitano, eletto alla Consulta nel 2006, dopo essere stato capo dell'ufficio del personale del Senato, capo gabinetto di Gianfranco Fini nel secondo governo Berlusconi e consigliere di Stato.

Più fonti concordano nel riferire che uno degli argomenti al centro della riunione è quello delle riforme costituzionali in materia di giustizia. Sul punto infatti Berlusconi e Mazzella la vedono allo stesso modo. Non per niente il giudice padrone di casa è stato, per scelta del Cavaliere, prima avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, ministro della Funzione pubblica, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo. Infine l'elezione alla Consulta a coronamento di una carriera di successo, iniziata negli anni Ottanta, quando il giurista campano militava in un partito non certo tenero con i magistrati, come il Psi di Bettino Craxi (ma lui ricorda di aver mosso i primi passi al fianco dell'avversario di Craxi, Francesco De Martino), diventando quindi collaboratore e capo di gabinetto di vari ministri, tra cui il suo amico liberale Francesco De Lorenzo (all'epoca all'Ambiente), poi condannato e incarcerato per le mazzette incassate quando reggeva il dicastero della Sanità.

La cena dura a lungo. E a tenere banco è il presidente del Consiglio. Berlusconi sembra un fiume in piena e ripropone, tra l'altro, ai presenti una sua vecchia ossessione: quella di riuscire finalmente a riformare la giustizia abolendo di fatto i pubblici ministeri e trasformandoli in "avvocati dell'accusa".

L'idea, con Mazzella e Napolitano, sembra trovare un terreno particolarmente fertile. Il giudice padrone di casa non ha mai nascosto il suo pensiero su come dovrebbero funzionare i tribunali. Più volte Mazzella, come hanno in passato scritto i giornali, ha ipotizzato che la funzione di pm fosse svolta dall'avvocatura dello Stato. Solo che durante l'incontro carbonaro l'alto magistrato si trova a confrontarsi con uno che, in materia, è ancora più estremista di lui: il plurimputato e pluriprescritto presidente del Consiglio. E il risultato della discussione, a cui Vizzini, Alfano e Letta assistono in sostanziale silenzio, sta lì a dimostrarlo.

'L'espresso' ha infatti potuto leggere una bozza di riforma costituzionale consegnata a Palazzo Chigi un paio di giorni dopo il vertice. Una bozza che adesso circola nei palazzi del potere ed è anche arrivata negli uffici del Senato in attesa di essere trasformata in un articolato e discussa. Si tratta di quattro cartelle, preparate da uno dei due giudici, in cui viene anche rivisto il titolo quarto della carta fondamentale, quello che riguarda l'ordinamento della magistratura. Nove articoli che spazzano via una volta per tutte gli 'odiati' pubblici ministeri che dovrebbero essere sostituiti da funzionari reclutati anche tra gli avvocati e i professori universitari.

Per questo è previsto che nasca un nuovo Consiglio superiore della magistratura (Csm) aperto solo ai giudici, presieduto sempre dal presidente della Repubblica, ma nel quale entrerà di diritto il primo presidente della Corte di cassazione, escludendo invece il procuratore generale degli ermellini.

L'obiettivo è evidente. Impedire indagini sui potenti e sulla classe politica senza il placet, almeno indiretto, dell'esecutivo. Del resto il progetto di Berlusconi di incrementare l'influenza della politica in tutti i campi riguardanti direttamente o indirettamente la giustizia trova conferma anche in altri particolari. Per il premier va rivisto infatti pure il modo con cui vengono scelti i giudici della Corte costituzionale aumentando il peso del voto del parlamento. Anche la riforma della Consulta è un vecchio pallino di Mazzella.

Nei primissimi anni '90 il giurista, quando era capogabinetto del ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, aveva tentato di sponsorizzare con un articolo pubblicato da 'L'Avanti' l'elezione a presidente della Corte dell'ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli e aveva lanciato l'idea di modificare la Carta per affidare direttamente al capo dello Stato il compito di sceglierne in futuro il presidente.

Allora i giudici non l'avevano presa bene. Da una parte, il pur stimatissimo Vassali, era appena entrato a far parte della Consulta e se ne fosse diventato il numero uno per legge avrebbe ricoperto quell'incarico per nove anni. Dall'altra una modifica dell'articolo 135 della Costituzione avrebbe finito per far aumentare di troppo il peso del presidente della Repubblica che già nomina cinque giudici. Per questo era stato ricordato polemicamente proprio dagli alti magistrati che stabilire una continuità tra Quirinale e Consulta era pericoloso. Perché la Corte costituzionale è l'unico giudice sia dei reati commessi dal capo dello Stato (alto tradimento e attentato alla Costituzione), sia dei conflitti che possono sorgere tra i poteri dello Stato, presidenza della Repubblica compresa. Altri tempi. Un'altra Repubblica. E un'altra Corte costituzionale.

Oggi, negli anni dell'impero Berlusconi, un imputato che fonda buona parte del proprio futuro politico sulle decisioni della Corte, che dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano, può persino trovare due dei suoi componenti disposti a discutere segretamente a cena con lui delle fondamenta dello Stato. E lo fa sapendo che non gli può accadere nulla. Al contrario di quelli dei tribunali, le toghe della Consulta, non possono ovviamente essere ricusate. E dalla loro decisione passerà la possibilità o meno di giudicare il premier nei processi presenti e futuri. A partire dal caso Mills e dal procedimento per i fondi neri Mediaset.
(Vignetta di theHand)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/


Novità damascene

Non è una notiziola per chi si occupa dei manuali Cencelli della diplomazia. E' una notizia da mettere in pila, sulle altre che descrivono la politica mediorientale di Obama. Dopo quattro anni di 'guerra fredda' con Damasco, gli Stati Uniti confermano pubblicamente che stanno per rimandare un loro ambasciatore in Siria. E la conferma pubblica arriva dopo la visita dell'inviato speciale di Obama nell'area, George Mitchell. E chissà che questa decisione, sommata alle pressioni sul congelamento delle colonie in Cisgiordania, non sia stata una delle cause dei malumori tra Israele e USA, che ieri erano simboleggiati dal rinvio a data da destinarsi di un nuovo incontro tra Netanyahu e Mitchell.

Intanto, la diplomazia dei discorsi continua. Sembra che oggi pomeriggio sia Khaled Meshaal a parlare, da Damasco. Nello stesso giorno in cui viene comunicata pubblicamente - e finalmente - la data del sesto congresso di Fatah, il primo dopo vent'anni esatti. Sarà il 4 agosto a Betlemme.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


«È un movimento democratico gandhiano»


di Viviana Mazza - da corriere.it

L' intervista Il filosofo Ramin Jahanbegloo legge gli avvenimenti di questi giorni come una crisi di legittimità del sistema.
Dialettica Una dialettica tra democratici non violenti e il potere che usa la violenza L' arcolaio Gandhi adottò l' arcolaio, il movimento ha trovato in Neda la madre della resistenza





«Stiamo vivendo un momento "gandhiano" in Iran» dice Ramin Jahanbegloo, il filosofo iraniano incarcerato nel 2006 nel suo Paese con l' accusa di sostenere la «rivoluzione di velluto», oggi docente di Storia contemporanea dell' Iran a Toronto. Nel suo libro pubblicato a dicembre, Leggere Gandhi a Teheran (Marsilio), Jahanbegloo individuava nella riflessione gandhiana percorsi di nonviolenza per promuovere sviluppi liberali nel mondo islamico, a cominciare dall' Iran. Ma l' «Onda verde» ha superato le sue stesse aspettative. Mousavi, come dicono alcuni, è un Gandhi islamico? «No, non lo definirei un Gandhi islamico. Ha mostrato molto coraggio, ma per essere un Gandhi devi essere a un altro livello di psicologia umana, avere qualità profetiche. Forse Mousavi ha preso la via di Gandhi senza rendersene conto. D' altra parte Gandhi diceva che la nonviolenza è antica quanto le montagne: chiunque si trovi davanti all' ingiustizia è spesso portato alla nonviolenza. E così è diventata una strategia rilevante per il movimento iraniano». Il movimento ha superato dunque Mousavi? «Se Gandhi adottò l' arcolaio come simbolo della nonviolenza, il movimento in Iran all' inizio ha assunto Mousavi come simbolo, ma poi ha trovato in Neda la madre della resistenza nonviolenta. Queste manifestazioni senza precedenti in 30 anni sono spesso viste come uno scontro tra i sostenitori di Mousavi e Ahmadinejad, ma credo che le richieste vadano oltre le elezioni e oltre Mousavi: è in corso una crisi di legittimità del sistema. C' è una dialettica tra coloro che cercano la democrazia con metodi non violenti e il potere che usa la violenza. E' un movimento per il cambiamento, fatto soprattutto di giovani, frustrati da economia, politica e società. Gandhi diceva: devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Persone come Neda, la studentessa di filosofia caduta sotto i proiettili, mostrano che la gioventù in Iran è abbastanza matura da portare al cambiamento». Lei credeva che i giovani iraniani non fossero pronti? «Per lungo tempo, tutti hanno pensato che fossero vittima di quella che chiamo "sindrome di James Dean": che fossero ribelli senza causa, senza spessore etico, edonisti, individualisti, egoisti. Ma stanno mostrando di possedere il senso della solidarietà, della reciprocità, della nonviolenza». L' islam ha nella sua tradizione il fondamento spirituale per una disobbedienza civile non violenta? «Tutti i tipi di religione e di spiritualità hanno un potenziale non violento accanto a un potenziale violento. Non vedo contraddizione tra spiritualità e nonviolenza». E l' Iran ha una tradizione simile? «La rivoluzione del 1979 è stata essa stessa un movimento nonviolento contro la dittatura. Nella storia abbiamo avuto tanti tiranni, ma molti dei nostri eroi sono figure mistiche e religiose non violente». Obama dice che «renderà testimonianza» al coraggio degli iraniani. Per il Wall Street Journal è una dichiarazione «gandhiana»: è «la testimonianza che dà potere all' approccio nonviolento rendendo pubblica la sofferenza privata». «Credo che non sia un approccio "gandhiano", ma cauto. Da quando è al potere, ha cercato il dialogo con l' Iran, ma si trova in una situazione complicata. Se la violenza nelle strade dovesse aumentare, sarà difficile un dialogo tra Iran e Stati Unit, e anche tra Iran ed Europa. L' Iran si trova in un momento cruciale sia per la politica interna che estera. Il "genio" della nonviolenza è uscito dalla lampada ed è difficile che possa rientrarvi. Né Obama né Berlusconi né Sarkozy possono ignorarlo. Ma hanno fatto bene a non fare dichiarazioni più aggressive. Non devono dare la sensazione che il movimento sia diretto dagli stranieri». Che probabilità di successo ha la protesta? «L' unico modo è che resti nonviolenta o sarà una carneficina. Credo che possano non solo avere la solidarietà del mondo ma anche quella di parte della nomenklatura. E anche se l' attuale regime dovesse prevalere e Ahmadinejad restare, il cambiamento arriverà nei mesi e anni a venire. E' già cambiata la mentalità della gente. Il paradigma repubblicano, motore della rivoluzione del ' 79, e il principio di sovranità popolare sono stati violati dal paradigma autoritario. Non credo però che la resistenza porterà a una rivoluzione di velluto. Ciò che è accaduto in Cecoslovacchia e nell' Est europeo potrebbe non accadere in Iran. Ma ciò che conta è lo spessore morale di ogni iraniano, è sfidare l' illegittimità della violenza, è la volontà di costruire il futuro dell' Iran sull' idea di verità».

Quando la Storia provoca (vecchie?) polemiche

E' scoppiata in Germania negli scorsi giorni l'ennesima polemica a sfondo storico. Come ogni anno si è tenuta a Thale, una cittadina della Sassonia-Anhalt, una parata storica in cui attraverso i costumi dei partecipanti erano rappresentate le varie epoche del Land. I membri del circolo culturale che hanno organizzato la manifestazione hanno fatto sfilare tra gli altri anche uomini vestiti con le uniforme della Wehrmacht e delle SS, violando la legge che vieta qualsiasi esibizione dei simboli nazisti (nella foto tratta dal sito del Mitteldeutsche Zeitung). La parata a Thale Il segretario locale del partito della sinistra radicale Die Linke, Wulf Gallert, ha parlato di "scandalo" e "chiaro fallimento degli organizzatori". Il ministro della Giustizia regionale, la socialdemocratica Angela Kolb, l'ha definita "deliberata provocazione". Dal canto suo un altro socialdemocratico, il ministro dell'Interno della Sassonia-Anhalt Holger Hövelmann, ha considerato la manifestazione "insapore". Il presidente del circolo sotto accusa, Rainer Augustin, si è difeso, sostenendo che l'obiettivo era solo di ricordare il periodo della Seconda guerra mondiale. "Ci dispiace che il nostro contributo sia stato frainteso - ha spiegato -. Non volevamo né provocare né ferire nessuno".

 

La vicenda fa riflettere. Naturalmente la prima reazione è di sorpresa. In una Germania attentissima a non rappresentare i simboli nazisti e piuttosto a celebrare la resistenza a Hitler, attraverso per esempio anche il recente film sul ruolo di Claus Schenk von Stauffenberg, la manifestazione stona. Peraltro c'è chi ha fatto notare come abbia avuto luogo in un Land della Germania Est, dove l'estrema destra ha riscosso il 3,5% dei voti nelle elezioni regionali del 2006, e dove ai tempi della DDR il nazismo era ritenuto una colpa dell'Ovest, non dell'Est. Si può certamente pensare che in Sassonia-Anhalt la sensibilità su questi temi sia in un modo o nell'altro pericolosamente ridotta. In questo senso, la parata di Thale sembrerebbe un segnale negativo. Ma si potrebbe anche sostenere che in Germania a oltre sessant'anni dalla fine della guerra l'ombra minacciosa del Nazismo si è dissolta. Coloro che hanno fatto la guerra stanno rapidamente scomparendo; il numero di coloro che hanno una memoria di quegli eventi sta gradualmente calando. Ormai per molti tedeschi la Seconda guerra mondiale e l'era hitleriana sono un periodo della Storia lontano e a loro per molti versi indifferente. In questo senso, la manifestazione di Thale potrebbe essere il segnale di un pericoloso oblio; ma anche piu' probabilmente la prova di come la Germania  abbia ormai chiuso quella pagina e possa trattarla con maggiore libertà.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/06/a-thale-in-sassoniaanhalt-la-storia-provoca-polemiche.html#more


White House Watched

Ieri Dan Froomkin ha pubblicato la sua ultima column sul sito del WP. Essendo un giornale allo sbando, giustamente hanno assunto Bill Kristol e hanno licenziato lui. Pare però che non resterà a spasso a lungo.

Washington Post, Washington City Paper






Mahinda Rajapaksa è stato arrestato per aver predetto un futuro avverso al presidente

La polizia criminale ha arrestato l'astrologo Chandrasiri Bandara, dopo aver predetto un cambiamento ai vertici del potere nel corso di una riunione del maggiore partito d'opposizione, lo United National Party. L'uomo che è autore di una rubrica molto seguita sui giornali locali è stato spesso ospite di radio e tv, sarebbe stato interrogato per più di tre giorni. Così fanno sapere i suoi familiari interpellati dai giornalisti.
Nello Sri lanka gli oroscopi sono molto seguiti dalla popolazione, al punto che gli astrologi posso giocare un ruolo politico importante influenzando il voto, e vengono spesso consultati dai politici prima di prendere delle decisioni.http://it.peacereporter.net/articolo/16402/Sri+Lanka%2C+oroscopo+negativo+per+il+presidente%3A+arrestato+l%27astrologo


INTERVISTA: "Cinque secoli in guerra... e continua"
Franz Chávez intervista il senatore aymara Lino Villca

Il senatore Lino Villca
Foto: Franz Chavez/IPS

LA PAZ, (IPS) - I popoli indigeni dell’America Latina vivono in una guerra continua da 517 anni, nel tentativo di ottenere il potere politico per autogovernarsi e spodestare gli stati coloniali, spiega il senatore boliviano Lino Villca parlando delle recenti proteste e violenze scoppiate nella foresta amazzonica peruviana.

In un’intervista, Villca sostiene che la lotta organizzata dagli indigeni è ripresa nel 1992, e osserva che la resistenza allo sfruttamento delle risorse naturali da parte dei nativi a Bagua, nella regione peruviana nordorientale amazzonica, rappresenta una rinascita dei popoli ispirata al pensiero del presidente della Bolivia, l’indigeno aymara Evo Morales.

Il senatore Villca è un agricoltore di coca della regione semitropicale degli Yungas, nel nord del dipartimento di La Paz, ed è stato uno degli attori del processo di formazione del Movimiento al Socialismo oggi al governo, in funzione dell’identità culturale e delle antiche organizzazioni precoloniali. Come Morales, è di etnia aymara.

“Non accetto e condanno la versione dello stato peruviano, che vuole incolpare di ingerenza politica il fratello Morales, e della morte di 50 indigeni nella foresta del paese”, ha osservato Villca riferendosi agli scontri di Bagua. Le autorità hanno dichiarato che tra le vittime vi erano 24 agenti di polizia e 10 nativi, ma i capi delle comunità parlano di decine di manifestanti uccisi.

D: Qual è l’origine delle lotte dei popoli indigeni in America Latina?

LINO VILLCA: Dal Venezuela, passando per Colombia, Ecuador, Bolivia, Perú, Argentina, parte di Paraguay e Cile, siamo storicamente un solo popolo, rappresentato dal grande (impero del) Tahuantinsuyo.

Nel 1533 avevamo un leader politico di nome Atahuallpa, e i nostri popoli non conoscevano frontiere fino all’arrivo degli spagnoli, che divisero il territorio americano in vicereami. Noi però eravamo organizzati come un unico popolo.

Nel 1781, è stata organizzata una grande insurrezione contro la corona (spagnola) nell’altopiano, che oggi è territorio boliviano, da Tupak Katari e Bartolina Sisa, mentre i fratelli Nicolás e Tomás Katari capeggiarono la rivolta fino a Tucumán, oggi Argentina.

La zona andina che oggi appartiene al Perù è stata lo scenario delle lotte di TupacAmaru, che si sono estese fino alle regioni che oggi comprendono l’Ecuador.

Quello fu il grande grido libertario in America. In seguito, all’inizio del XIX secolo, ci sarebbe stato lo spezzettamento dei nostri territori in repubbliche.

D: Da dove nasce il desiderio di unificare le lotte dei popoli indigeni americani?

LV: Oggi gli aymara e i quechua sono ancora un unico popolo all’interno degli stati coloniali divisi dalle frontiere, con una storia millenaria che va al di là dei 517 anni dall’invasione spagnola.

Per questo, oggi lavoriamo a livello internazionale per il rispetto dei popoli aborigeni, perché vengano consultato sull’uso delle risorse naturali.

Si tratta di rispettare la Dichiarazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, che riconosce la libera determinazione sulle loro risorse, la loro economia e organizzazione.

In questo quadro, dal 1992, i popoli aztechi, maya, dell’antico Tahuantinsuyo e Kollasuyo, abbiamo organizzato grandi incontri, chiedendo agli stati coloniali il diritto ad autogovernarci.

Ci chiediamo: chi siamo, dove andiamo e chi ci governa? Crediamo che hanno tagliato i nostri rami, il fusto, ma non sono mai riusciti a tagliare le nostre radici. Un popolo senza identità è un popolo senza destino.

D: Come si è tradotto questo pensiero nelle organizzazioni sociali in Bolivia?

LV: All’origine di questo pensiero, in Bolivia abbiamo costruito uno strumento politico con un processo di formazione di leader con identità di popoli indigeni. Da quella fase sono nati leader illustri come Felipe "Mallku" Quispe, Alejo Veliz e lo stesso Evo Morales, il primo presidente indigeno nel continente, mentre cadono i neoliberali.

I popoli indigeni riconoscono Morales come loro presidente, al di là dei presidenti dei loro stati.

I popoli indigeni di Ecuador, Perù, Colombia e Bolivia riconoscono il mandato di Morales, e speriamo che in questi stati nasceranno altri leader indigeni per governarci.

Abbiamo avuto presidenti coloniali come Gonzalo Sánchez de Lozada (1992-1997 e 2002-2003 in Bolivia), che si è sporcato con il sangue indigeno e poi è stato espulso, e un prefetto (governatore) del dipartimento di Pando, Leopoldo Fernández, che ha commesso un genocidio con la morte di 15 indigeni nel settembre 2008.

Non accetto e condanno la versione dello stato peruviano, che vuole incolpare di ingerenza politica il fratello Evo Morales, e della morte di 50 indigeni nella foresta del paese. Siamo un unico popolo in lotta per i nostri diritti, e cerchiamo l’autodeterminazione di fronte agli stati coloniali.

D: Un messaggio di Morales rivolto all’incontro dei leader aymara americani, anche chiamato Abya Ayala, ha prodotto una reazione nel governo di Lima.

LV: Questo incontro si tiene dal 1992, è la grande crociata intercontinentale, e poi abbiamo creato il Consejo Andino dei cocaleros di Bolivia, Perú e Colombia. Il nostro presidente Morales ha sempre partecipato a tutti questi forum.

D: Qual è la natura e l’origine del riconoscimento dei popoli indigeni alla leadership di Morales?

LV: Che è un leader di identità, di nazione, di fronte ad uno stato istituito e, implicitamente, diffonde un pensiero (tra i settore aborigeni), e questo non significa ingerenza politica. È un richiamo del sangue, che si esprime senza bisogno di un contatto verbale con il leader. Anche in Perù nascerà un dirigente così, perché c’è un risveglio nella coscienza dei popoli indigeni.

D: Dopo diversi secoli di sacrificio umano e di spargimento di sangue indigeno, quando finirà questa lotta?

LV: È una guerra che dura da 517 anni. È la lotta per una nazione, con milioni di morti, dallo sfruttamento delle miniere d’argento con lo sterminio di indigeni, passando per le rivolte del 1871 da Quito a Tucumán, e il sacrificio di vite umane nella lotta per l’indipendenza, in cui gli attori erano gli indigeni, e non creoli e meticci.

È una guerra permanente, finché non ci sarà un consolidamento. In Bolivia è già cominciato questo processo.

D: Il raggiungimento del potere politico in Bolivia non implica la fine della guerra?

LV: Oggi non siamo consolidati in Bolivia, abbiamo puntato sul terreno giuridico della democrazia e dobbiamo avanzare ancora molto. Il riconoscimento delle 36 nazionalità nella nuova Costituzione deve essere ribadito nel nuovo riordinamento giuridico.

La destra resiste e continua a dominare sui popoli; in Perù lo scontro che ha visto più di 50 morti ha rotto il ghiaccio e sconvolto la politica di repressione dello stato coloniale che proibiva le manifestazioni pubbliche.

Domani saranno gli aymara di Puno (dipartimento del Perù), dopodomani saranno i quechua di Cusco (antica capitale dell’impero inca) e poi si uniranno le nazionalità del Perù, seguendo i passi della rivolta degli indigeni dell’Amazzonia.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1467

Guantanamo : Alto Commissario ONU , no a mezze misure
di Gabriella Mira Marq*

L'alto Commissario ONU per i diritti dell'uomo, Navanethem Pillay, ha fatto appello ieri all'amministrazione Obama affinche' liberi i detenuti di Guantanamo Bay o li processi in un tribunale, ed ha detto che i funzionari che hanno autorizzato l'uso della tortura devono essere ritenuti responsabile per i loro crimini.

In occasione del discorso per la giornata mondiale ONU in difesa delle vittime di tortura, Pillay ha criticato la decisione degli USA di tenere alcuni sospetti terroristi in carcere indefinitamente senza un processo e - con riferimento agli interrogatori duri per i quali Obama aveva assicurato che non vi saranno processi per i funzionari che li hanno attuati (in quanto esecutori di disposizioni governative), ha detto che "le persone che abbiano inflitto la tortura non possono essere esonerate, e deve anche essere vagliato il ruolo di alcuni avvocati, così come dei medici che hanno partecipato alle sessioni di tortura".

Pillay ha lodato l'impegno dell'amministrazione Obama di vietare molte delle tecniche di interrogatorio piu' dure, compreso il Waterboarding, autorizzato dalla amministrazione Bush, e "che rappresentano tortura", ma ha detto che occorre andare oltre, fornendo alle vittime di abusi degli Stati Uniti la possibilità di ricostruire le loro vite. "Credo che stiamo finalmente cominciando a voltare pagina su questo spiacevole capitolo della storia recente, con le misure di lotta contro il terrorismo per tornare in linea con le norme internazionali sui diritti umani", ha detto Pillay, "Ma c'è ancora molto da fare prima di Guantanamo, il capitolo e' veramente giunto ad una svolta".

Gli Stati Uniti hanno risposto mettendo in evidenza i passi l'amministrazione ha preso in materia di diritti umani. "L'Amministrazione Obama ha intrapreso un'aggressiva azione su questo tema a partire dal primo giorno, rafforzando la difesa della nostra nazione e rendendo i valori fondamentali del popolo americano più sicuro", ha dichiarato Mark Kornblau, portavoce della missione statunitense presso le Nazioni Unite. "Il presidente ha vietato l'uso delle cosiddette tecniche dure di interrogatorio, ha avviato un riesame di tutte le cause pendenti a Guantanamo, ed ha ordinato che la struttura sia chiusa entro un anno".

Secondo l'Alto Commissario ONU, "Non ci dovrebbero essere mezze misure, o nuovi modi creativi per trattare le persone come criminali, quando non sono stati riconosciuti colpevoli di alcun crimine. Guantanamo ha dimostrato che la tortura e le forme illegali di detenzione possono fin troppo facilmente divenire pratica nei periodi di stress, e vi e' ancora un lungo cammino da percorrere prima che la base morale perduta dal 9/11 sia completamente ripristinata".

* si ringrazia Claudio Giusti

Speciale Guantanamo

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NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

 



giugno 26 2009

 

 

«C’è Delbono a Bologna». E infatti c’è

Su Repubblica Bologna è uscito oggi questo commento, col titolo «Ha perso l’immagine di una città inquietante»:

Per chi lavora nella comunicazione, commentare l’esito delle elezioni bolognesi è fin troppo facile: sono andati al ballottaggio i due candidati che hanno comunicato «di più»; ha vinto chi ha comunicato «meglio».

Nessuna sorpresa, anzi: una conferma ulteriore – se mai ce ne fosse bisogno – che la comunicazione gioca un ruolo imprescindibile anche nella politica locale, come in quella nazionale e internazionale; che oggi le campagne elettorali servono soprattutto a costruire un’immagine credibile dei candidati, e meno a discutere i programmi; una conferma, infine, che alla maggior parte dei cittadini sta bene così, perché il tempo (e la voglia) di approfondire i programmi non ce l’hanno, neppure se si tratta del quartiere in cui vivono.

Ma vediamo in che senso «di più» e «meglio». Spiegare il «di più» è quasi banale: chiunque, girando per Bologna nei mesi scorsi, ha notato che le affissioni, le sedi, le attività a sostegno di Delbono e Cazzola erano molto più numerose di quelle degli altri candidati. Nella comunicazione la quantità conta moltissimo, e d’altra parte è ovvio: se nessuno o pochi ti conoscono, puoi anche avere buone idee e persino una buona immagine, ma non hai speranza.

Riassumere il «meglio» comunicativo per cui ha vinto Delbono non è facile in poco spazio. Dirò solo tre cose. Dopo una falsa partenza, con manifesti non memorabili e discorsi freddi e professorali, Delbono si è affidato a uno dei migliori professionisti di Bologna, Miguel Sal. Anche Cazzola e altri candidati hanno coinvolto bravi professionisti, ma la differenza di Sal è stata netta.

Innanzi tutto era azzeccato lo slogan. Su «C’è Delbono a Bologna» alcuni hanno storto il naso, considerandolo un giochetto, un’invenzione poco originale. In realtà – come ho già commentato su queste pagine [QUI anche sul blog] – era l’unico slogan non trasferibile ad altri, perché costruito sul cognome del candidato. Inoltre si adattava con poco sforzo alle più svariate situazioni – il buon senso, il buon vivere, le buone relazioni – e si prestava a entrare nei commenti da bar e nelle battute ironiche, a favore o contro che fossero. Entrava in testa, insomma.

Ma l’idea migliore della campagna di Delbono è stata mettere in secondo piano, da un certo momento in poi, il candidato, per proporre ai bolognesi gli stereotipi positivi e nostalgici in cui più amano riconoscersi: la sfoglina, la Ducati, i bravi ragazzi che si laureano, la nonna con la nipotina, l’aperitivo in centro. Una Bologna ricca e paciosa, a cui nessun bolognese più crede, ma che tutti vogliono sentirsi raccontare. Un gioco di specchi vincente per dormire sonni tranquilli.

È un po’ questa la chiave per capire come mai l’attacco personale che Cazzola ha sferrato a Delbono, una settimana prima del ballottaggio, ha danneggiato più l’attaccante che l’attaccato. Non lo dico col senno di poi: i numeri di una vittoria possono essere variamente interpretati, e difatti in questi giorni le interpretazioni si sprecano.

Lo dico perché la vittoria di Delbono era già chiara mesi fa, e lo è stata a maggior ragione dopo il primo turno, se pensiamo al gioco di specchi che la sua campagna ha costruito. Cazzola ha raccontato una Bologna inquietante, fatta di invettive, cazzotti e veleni fra ex fidanzati; Delbono ha raccontato il buon senso e la buona amministrazione, rassicurando i più: come potevano esserci dubbi?

E poi si sa: ai bolognesi piace parlar male della città, ma guai se qualcuno gliela tocca. Cazzola lo ha fatto e mal gliene ha incolto.

 

 

http://giovannacosenza.wordpress.com/


Perché preferisco Franceschinibarra articolo

Perché preferisco Franceschini, perché le differenze ci sono
Sulla Voce Repubblicana di oggi una mia intervista in cui spiego perché preferisco Franceschini

la si può leggere dalla Rassegna Camera

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=MPUS6

oppure da quella Senato

http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/090625/mpus6.tif

Per chi poi ritiene che le differenze non siano chiare, basti leggere questo ping-pong Bersani-Vassallo

PD: BERSANI CRITICO SU STATUTO, QUANDO LO DISSI MI DIEDERO DEL 'VECCHIO' =

PER QUESTO PARLAI DI PARTITO SOLIDO - ORMAI REGOLE SONO QUESTE, MA AL CONGRESSO ANDRANNO RIDISCUSSE

Roma, 24 giu. (Adnkronos) - "Io l'ho denunciato in tempi non sospetti. Quando dissi che quello Statuto non andava bene e parlai di partito solido, mi accusarano di rappresentare il 'vecchio'". Pier Luigi Bersani parla cosi', in cortile a Montecitorio, dello Statuto del Pd e del complicato iter congressuale che attende il partito. Un iter che vede di fatto annullata la prima parte del congresso, quella 'interna' riservata agli iscritti, dal risultato delle primarie.

Gli stessi delegati che verranno eletti al congresso, si riuniranno una volta per la selezione della candidature da sottoporre alle primarie, e poi fine dei giochi. Gli organismi del partito, infatti, verranno decisi dalle primarie, compresa la platea dell'assemblea nazionale che non sara' composta dagli iscritti al Pd eletti nei congressi territoriali, ma sara' formata dagli eletti delle liste, collegate ai candidati a segretario, delle primarie.

"Lo scoprite adesso che e' cosi'? Io lo dico da mesi. Ma -spiega Bersani- le regole sono queste e ce le teniamo. Per cambiarle, bisognerebbe modificare lo Statuto e per farlo andrebbe convocata l'assemblea nazionale. Non si puo' fare". Nemmeno alla Direzione di venerdi', che dovra' votare il regolamento congressuale, si potranno fare modifiche? chiedono i cronisti: "No, non si puo'. Perche' il regolamento si fa in base allo Statuto . Discuteremo anche di questo al congresso. Le regole vanno ridiscusse".

PD. BERSANI: NON PARLERO' MAI 'CONTRO' MA 'PER'
(DIRE) Roma, 24 giu. - I cronisti lo stringono d'assedio a Montecitorio ma Pier Luigi Bersani non commenta la candidatura alla segreteria di Dario Franceschini. "Io l'ho sempre detto, non parlero' mai 'contro' ma 'per'" dice Bersani, che poi pero' si ferma ad ascoltare quanti parlano del meccanismo infernale fissato dallo Statuto per la scelta del nuovo segretario. Statuto che stabilisce questo: si scelgono i delegati per il congresso e questo alla fine sceglie la griglia di partenza. Finito il congresso i delegati vanno a casa e a quel punto scende in campo il popolo delle primarie che, in teoria, puo' ribaltare l'indicazione uscita dal congresso. La domanda che sorge spontanea e': ma allora perche' uno si deve iscrivere al partito, fare militanza, sacrifici se poi, alla fine, il leader lo decide il passante delle primarie? Bersani, a questo punto, commenta: "Quando lo dicevo io in tempi non sospetti, attenzione, facciamo un partito solido... niente, adesso si va al congresso con questo Statuto e li' certo bisognera' discutere di questo".
E al cronista che fa notare come la partita politica nazionale si stia concentrando in Emilia-Romagna, con Bersani di Piacenza, Franceschini di Ferrara, Casini, Fini e Prodi di Bologna...
l'esponente del Pd osserva: "Berlusconi non lo e', non e' perfetto".



PD: VASSALLO, BERSANI E' CONTRO PRIMARIE =
Roma, 24 giu. (Adnkronos) - "Bersani e' contrario alle primarie.
Preferisce che il segretario sia scelto dagli iscritti. E considera gli iscritti gente cosi' poco appassionata da prendere la tessera (o farsi tesserare) solo se serve per votare al congresso. Ritiene anche preferibile che i candidati alle cariche di governo (a cominciare dai sindaci) siano selezionati dalle segreterie. Gli sono personalmente grato della schiettezza perche' ora confido che anche Franceschini e gli altri eventuali candidati vorranno dire con la medesima chiarezza cosa ne pensano". Lo afferma in una nota Salvatore Vassallo del Pd.

"Personalmente credo che alla domanda su come possa emergere una nuova classe dirigente, innovativa, rappresentativa, non cooptata, Bersani dia una risposta oggi inefficace. Piu' che essere preoccupato di una competizione senza rete di fronte agli elettori, sono preoccupato del numero di tessere comprate (a Napoli, in Calabria e non solo) quando forse ancora non si era capito che il 'congresso' si sarebbe tenuto con le regole fortunatamente scritte nello Statuto", concldue Vassallo.http://www.landino.it/articoli.php?id=489

L’Italia è un paese razzista?

Questo articolo è uscito sul “Venerdì” di “Repubblica”.
Domanda: l’Italia è un paese razzista?
Risposta: sì.
Parte il coro di proteste: ma va là, sono generalizzazioni inaccettabili! I veri razzisti siete voi, privilegiati e snob, che ce l’avete con il popolo. Neanche ve lo immaginate cosa significhi vivere nel casermone di periferia con certi brutti ceffi, e magari il campo rom lì accanto alla fermata dell’autobus.
Se poi allo stadio parte il coro “non ci sono negri italiani”, subito arriva il commissario tecnico della Nazionale pronto a spiegare: suvvia, trattasi di quattro imbecilli, non confondiamo il razzismo con l’ignoranza che c’è sempre stata e sempre ci sarà.
La collezione dei “singoli” episodi, detti anche “casi isolati”, in cui una persona viene insultata, aggredita, discriminata per via della sua appartenenza etnico-religiosa o anche solo per il colore della sua pelle è ormai normalità quotidiana che difficilmente fa notizia. Quando è proprio inevitabile darne conto sui giornali, l’increscioso fatto di cronaca viene ascritto alla voce “esasperazione”: se la gente diventa razzista è perché non ce la fa più a sopportare. Reagisce all’ipocrisia di chi vorrebbe nascondere l’evidenza, cioè la propensione maggiore degli stranieri a commettere reati. Un sociologo come Luca Ricolfi scrive editoriali sul tasso di “pericolosità” degli immigrati confrontato con quello della popolazione italiana. Ma non è razzista, sia ben chiaro. Al contrario, è coraggioso perché sfida la censura del “Politically correct”.
Poi ci sono i pignoli. Ti spiegano che non bisogna parlare di razzismo ma semmai di xenofobia, cioè di ostilità allo straniero. Grazie della precisazione davvero essenziale. Ci mettiamo l’animo in pace perché il razzismo italiano contemporaneo non incorpora più –se non in settori marginali- le teorie del razzismo biologico otto-novecentesco secondo cui esisterebbero popoli superiori e popoli inferiori. Per intenderci, ora non si dice più che i negri sono selvaggi, gli ebrei subdoli e gli ariani invece nobili. Ci si mette a posto la coscienza precisando: apparteniamo tutti alla medesima razza umana; ma è meglio che quelli lì, anche per il loro bene, se ne stiano (tornino) a casa loro.
Vanno per la maggiore in tv e sui giornali i propagandisti della differenza. Amanti del parlare chiaro, loro sì vicini al popolo che incontrano al mercato e sulla metropolitana (mentre si sa che gli antirazzisti mandano il filippino a fare la spesa e viaggiano su limousines con l’autista). Se i romeni stuprano noi lo scriviamo, va bene? Se gli zingari rubano perché dovremmo nasconderlo? E se i musulmani ci odiano perché far finta di non vedere?
Così si alimenta e si legittima il circuito del nuovo razzismo italiano. Licenza di gridare il risentimento generalizzato contro intere comunità. Comprensione per chi trasferisce in gesti individuali o azioni organizzate tale ostilità. Lodi ai politici che promettono riforme in senso discriminatorio del diritto.
A questo punto viene il bello. Perché di fronte alle denunce e alle proteste di coloro che vengono irrisi come “buonisti” (anche la bontà in questo paese è diventata una parolaccia) si leva l’accusa: ma come, non vi rendete conto che parlando a sproposito di razzismo voi non fate altro che favorirne la diffusione? Placatevi. Minimizzate come noi. Lasciate perdere le sparate “paradossali” di sindaci, ministri, deputati europei –sotto elezioni anche del presidente del Consiglio schierato, udite, udite, contro la società multietnica- e pazienza se sono un po’ troppo “colorite”. Non cadete nella trappola, lasciate che i capipopolo diano voce alla “pancia” del popolo.
Perché? Perché altrimenti sarete voi (saremo noi) a far crescere il razzismo in questo paese che prima ne era immune. Un po’ come dire che se gli ebrei non si fossero allargati troppo, in Germania, quell’Hitler lì mica ce l’avrebbe fatta…
Il prossimo 6 luglio deporrò come parte lesa di fronte all’ottava sezione del Tribunale di Milano, dove è stato rinviato a giudizio per diffamazione aggravata da istigazione all’odio razziale un redattore di “Radio Padania Libera”. Un tale che minacciava me, “nasone”, di “venirmi a prendere in sinagoga per il collo, e non in senso figurato” perché colpevole di avere paragonato gli ebrei a “quella banda di ladri dei rom”.
Ebbene, sul “Foglio” mi hanno accusato di vigliaccheria perché dall’alto del mio potere ho querelato un povero megafono di malumori popolari. Già, perché io sarei il privilegiato, l’ammanicato, l’amico dei banchieri (mica male come replica del più classico stereotipo antisemita); e con il mio comportamento arrogante ho anch’io favorito l’ascesa al potere delle camicie verdi.
Non avevo bisogno di questa conferma per riconoscere il grado di assuefazione cui siamo pervenuti, con l’aggravante dell’inconsapevolezza.
L’Italia è un paese razzista? Sì. http://www.gadlerner.it/2009/06/26/litalia-e-un-paese-razzista.html


Le feste di B. alla corte dei Borgia
di Franco Cordero, Repubblica - Sesta lettera rutula allo «Stylus». Nel gossip locale tengono banco le feste in casa B., alias Leviathan, svelate da alcune ospiti. I lettori sanno quanto somigli al tiranno che fra´ Girolamo Savonarola descriveva cinque secoli fa, e stavolta l´iroso domenicano era davvero profeta: «vale più un minimo suo polizzino» o la parola d´uno staffiere «che ogni iustizia»; usa «ruffiani e ruffiane»; non esiste «cosa stabile», pendono tutte dalla sua volontà. Ne riparlano i conversanti della quinta lettera. Dove la politica sia cosa seria, svaghi notturni nel gusto del gangster in ghette, padrone d´un night club (quest´ultima immagine viene da «Times»), e conseguenti guaiate menzogne screditano lo statista. In Rutulia sono roba futile. L´assurdo è che sia lì, talmente padrone da riscrivere i codici pro domo sua, fino a proclamarsi immune dalla giustizia penale. Scendeva in campo per difendere un colossale patrimonio accumulato mediante frode, plagio, corruzione: da allora l´ha moltiplicato; tiene i piedi nel piatto pubblico arricchendosi ancora, mentre i sudditi vanno in bolletta. Male che vada, pesca un elettore su due: se li era allevati con trent´anni d´ipnosi televisiva, formidabile inquinatore d´anime; il capolavoro sta nell´avere disinnescato i meccanismi del pensiero; in mano sua il bianco diventa nero.
L´équipe stregonesca stabilisce cosa vada detto, e dei figuranti salmodiano giaculatorie o invettive. È anche vendicativo, perciò l´inviato da «Stylus» indica i quattro interlocutori con aggettivi ordinali. Primus, Secundus, Tertius ritengono ormai assorbito l´affare. Tutto sommato, gli giova: la platea lo vede tombeur de femmes come Maupassant, sotto maschera faceta. Quartus, bibliofilo, aveva letto il ritratto del tiranno da un raro incunabolo. Stavolta porta degl´infolio in pergamena, due tomi: Liber notarum; lo strasburghese Iohannes Burckardus è cerimoniere alla corte papale dal 26 gennaio 1484. Sentiamo cosa racconta sub 31 ottobre 1501, domenica, vigilia d´Ognissanti. Sua Santità Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, non viene al vespro: i cardinali l´aspettavano nella camera del pappagallo; vadano, comunica l´Eminentissimo Ludovico Podocataro. Sta poco bene: il nome clinico del disturbo è "catarro", ma l´aspetta una lunga veglia con «balli et riso»; l´ha combinata suo figlio, duca Valentino, ex cardinale, invitando delle «cantoniere. Burcardo, occhio e udito impassibili, annota i particolari da fonte sicura: le ospiti sono cinquanta prostitute «honestae», ossia munite della patente; dopo il convito ballano «cum servitoribus et aliis», vestite, indi nude; strisciando carponi sul pavimento tra i doppieri, raccolgono le castagne che buttano i commensali (tra cui Lucrezia). Segue una gara orgiastica: sono in palio mantelli fini, calzature, berretti «et alia»; i maschi concorrenti le «[tractant] publice carnaliter», più volte, «arbitrio praesentium»; chiude i giochi la consegna dei premi.
Primus rileva le differenze tra Alessandro VI e Leviathan. Quel papa possiede cospicue doti intellettuali, oltre all´abilità nel condurre l´affare ecclesiastico. È anche good natured: ha dei sentimenti; «Iulia ingrata et perfida», esclama nell´incipit d´una lettera all´amante en titre Giulia Farnese, il cui fratello Alessandro ha nominato cardinale; ama troppo la famiglia; un vorace parentado catalano invade l´Urbe; e incombe la fosca figura del duca Valentino. Leviathan ha poco d´umano: Tertius lo definisce «crocodilus ridens»; sorriso, barzellette, istrionismi d´avanspettacolo mettono freddo nelle midolla; in tanti anni non impara niente; ripete i gesti, animalescamente perfetti, con cui ha imbrogliato mezzo mondo, raccogliendo tanti soldi da scoppiare; nella soperchieria fraudolenta è atout determinante non avere vita morale. Gliene manca l´organo, idem in estetica e logica. Alessandro VI (interloquisce Secundus) riceve delle «cantoniere» ma non le nomina badesse.
Quartus riapre l´infolio. È lunedì 1 novembre 1501, festa «omnium sanctorum»: i cardinali aspettavano nella camera del pappagallo; Nostro Signore manda a dire che scendano nella Basilica, dove Santa Prassede (Antoniotto Pallavicini) canta messa solenne. Burcardo sta sulla graticola: l´occasione richiede un´indulgenza ma «non potui habere accessum ad papam»; come provvedere? Se ne occupa l´Eminentissimo Giovanni Antonio San Giorgio: compili la solita cedola; lui gliela firma. Il motu proprio «in praesentia papae», clausola falsa, concede sette anni e altrettante quaresime. Il predicatore li bandisce dal pulpito. L´affare è allettante: nell´ora o due d´una messa in San Pietro il fedele ne risparmia 68 mila e quaranta nel purgatorio, il cui fuoco non scherza; è lo stesso dell´inferno, avverte san Tommaso. Riappare un vecchio quesito, se tale lunga consuetudine abbia influito sul carattere rutulo. I conversanti formulano rilievi understated: lo stile ecclesiastico non affina lo spirito d´analisi, né sviluppa l´autonomia del giudizio; Mater Ecclesia perdona facilmente o chiude gli occhi lasciando correre; e l´ateo-bigotto Leviathan, allegro edonista, è la controparte ideale nei negoziati intesi al massimo profitto.


La tassa occulta
Massimo Riva
la Repubblica

Nel giorno in cui il governatore Draghi annuncia che il Pil segnerà una caduta del 5%, il ministro Tremonti rifiuta di prendere atto della realtà e accusa la Banca d´Italia. Come se non bastasse, la Corte dei Conti denuncia che circa un 4% di quel medesimo Pil (50/60 miliardi) viene risucchiato nel vortice della corruzione.
Un fenomeno che tuttora imperversa un po´ dappertutto negli uffici della Pubblica Amministrazione. Così imponendo - per usare lo stesso linguaggio dei magistrati contabili - una «tassa immorale e occulta pagata coi soldi prelevati dalle tasche dei cittadini».
Non è la prima volta che la Corte dei Conti mette in guardia sulla cattiva amministrazione dello Stato, ma è forse la prima nella quale azzarda una stima economica dei danni conseguenti indicando una cifra che suona da sola del tutto sconvolgente. Si deve sperare che ieri il primo a fare un salto sulla sedia sia stato il ministro Brunetta, che non lascia passare giorno senza annunciare provvedimenti per risanare i troppi casi di malcostume diffusi nei pubblici uffici. Altro che perseguire - per altro giustamente - gli assenteisti cronici o i dipendenti furbetti che vanno a fare la spesa al supermercato in orario d´ufficio. Le parole della Corte invitano con forza a guardare alle travi prima che alle pagliuzze.
E lo fanno con parole che chiamano direttamente in causa proprio le responsabilità politica di chi è chiamato a gestire la pubblica amministrazione. Dice, infatti, il procuratore della Corte che sarebbe una mera illusione affrontare il problema della corruttela generalizzata e diffusa soltanto con misure repressive. A suo avviso, ci si trova di fronte a un vero e proprio sistema di metastasi che traggono il proprio alimento dall´organizzazione stessa degli uffici. E perciò è su questo terreno che occorre intervenire «agendo sui comportamenti, sulle procedure, sulla trasparenza dell´attività amministrativa».
In poche parole, si tratta di ripensare e riformare alla radice l´impianto e il modo di operare della burocrazia. Un´impresa di grande lena e lunga durata che non si può esaurire con il «bricolage» degli scoppiettanti annunci del ministro Brunetta. Al quale dovrebbe venire almeno il dubbio che il lassismo diffuso nei livelli più bassi degli uffici possa essere niente altro che il riflesso conseguente alla corruzione ben più sostanziosa praticata ai piani alti del sistema pubblico. E, dunque, che da qui si debba cominciare un´effettiva e utile opera di risanamento del costume generale.
Analoghe considerazioni si debbono fare per la seconda - purtroppo meno sorprendente - denuncia fatta ieri dalla stessa Corte dei Conti sul tema sempre attuale dell´evasione fiscale. Ritengono i magistrati contabili che all´Erario sia in varie forme sottratto circa un centinaio di miliardi l´anno: quanto basterebbe - si può soggiungere - per risanare in breve il bilancio dello Stato e al contempo ridurre significativamente la pressione tributaria sulla generalità dei contribuenti onesti. Ma anche in questo caso - fa presente la Corte - c´è un serio ostacolo rappresentato dalla complicata (forse non a caso) legislazione che alla fine rende difficile se non impossibile per l´Erario incassare il dovuto da parte di chi pure è stato scoperto in palese posizione fraudolenta. Di qui il pressante invito a rivedere il sistema delle procedure di recupero del maltolto, anche per evitare che le brillanti scoperte di cui si vanta ogni anno la Guardia di Finanza si risolvano in annunci privi di alcun riscontro finale in termini di cassa.
In sintesi, ciò che la Corte dei Conti manda dire è che in Italia si continua a tollerare e mantenere una legislazione e un´organizzazione compiacenti verso chi vive di corruzione e di evasione fiscale. Non si conosce peggior giudizio che si potrebbe dare sulla conduzione di uno Stato moderno.


Il cerchio e la botte

Alla Camera lo stiamo esaminando per la terza volta, perché ogni passaggio ha comportato delle modifiche. Ma si è trattato, purtroppo, di cambiamenti troppo marginali: il ddl 1441-ter-C (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia) ha mantenuto infatti i suoi difetti principali. È un testo molto importante, anche se i giornali non ne parlano: dalla politica energetica di un governo dipende, infatti, l’economia di un Paese, e la politica energetica di questo governo appare, in tutta onestà, piuttosto confusa. Cominciamo dall’unico lato positivo, la regolamentazione degli incentivi al sistema delle fonti rinnovabili: il ddl ha il merito di porre ordine sul tema, di semplificare gli incentivi per il fotovoltaico tradizionale e di aumentare la possibilità di coinvolgimento per i piccoli Comuni. Ma da qui alla green economy, purtroppo, ce ne corre: pochi articoli più in là, infatti, lo stesso governo semplifica le procedure riguardo all’ampliamento degli impianti di produzione di energia elettrica che utilizzano carbone, e che in Italia (Vado Ligure, Civitavecchia, Porto Torres e diversi altri) sono già tra i più grandi d’Europa. Per non parlare del risparmio energetico: nella scorsa legislatura si erano approvate misure per ritirare dal mercato in tempi certi gli elettrodomestici meno efficienti, ora vengono soppresse per non scontentare le imprese che producono lampadine ad incandescenza o frigoriferi di classe inferiore alla A. Accanto alla pressione delle lobby – l’emendamento sulle centrali a carbone, che potranno essere costruite anche nei siti industriali dismessi in barba alle leggi regionali vigenti, è un evidente favore all’Enel – sul ddl pesa anche una certa miopia politica: senza scendere troppo nel tecnico, mi permetto di rilevare che quando si parla di biomasse non si può incentivare allo stesso modo l’utilizzo di quelle di origine locale, come i residui di potatura, e l’importazione dell’olio di palma dal Brasile. Sorvolo su altri difetti del testo – in un passaggio si parla, ad esempio, di un coordinamento dei piani degli inceneritori regionali, che in realtà non esistono – e mi concentro sul problema essenziale, che è appunto quello di non scegliere una linea chiara: un colpo al cerchio ed uno alla botte, ufficialmente perché bisogna diversificare le fonti ma in realtà per non scontentare nessuno. Dal fotovoltaico al carbone, l’Italia di Berlusconi, di Scajola e della Prestigiacomo non ha una sua politica energetica: la stessa scelta nucleare, tanto sbandierata, non ha grande senso se non si fa come la Francia, che anni fa decise di puntare tutto sull’atomo. Anni fa, appunto, quando il nucleare era una tecnologia in ascesa: oggi, invece, tutti i documenti europei lo considerano in declino, come confermano i 33 gigawatt che, da qui al 2020, non si produrranno più. Con il prezzo del petrolio più basso, con un mercato energetico instabile, noi investiamo miliardi di euro in un settore che il resto d’Europa sta abbandonando: in tutti i 27 Paesi dell’Unione ci sono solo quattro cantieri aperti (due in Bulgaria, uno in Finlandia, uno in Francia) e forse, nei prossimi anni, ne apriranno altri due (in Slovacchia). Ho ragionato, finora, in maniera equidistante, anche se non lo sono: credo infatti – l’ho detto altre volte e lo ribadisco ora – che il problema (finora irrisolto) delle scorie sia pregiudiziale a qualsiasi discussione in materia. Ne sapete una? Le famose scorie che abbiamo appena mandato in Francia da Caorso, per essere riprocessate, ci ritorneranno indietro nel 2017: riprocessate, sì, ma ancora radioattive.http://andreasarubbi.wordpress.com/


Battaglie di Morti (Leggiamo Anche il Forum di Repubblica, SYDHT)

Bravo
Bravo Franceschini. Non ti circondare di chi avrebbe già da tanto essere a casa. Bravo. Insisti. Auguri. Ciao, Paolo

Come mai
Come mai la persona che si dimostra più preparata y seriamente più capace nei confronti politici con gli avversari , e cioè; la Finocchiaro , non si candida e non si presenta come leeder del partito ?

No party for old men
Sono del pd ex pds e sono daccordissimo con franceschini basta con i vecchi che ci hanno rovinato stanno cercando di fare lo scambio delle poltrone e sono sempre le solite facce forsa franceschini ci sei piaciuto daniela

Un programma
un programma! un obiettivo per ogni candidato un obiettivo per ogni ministero problema->soluzione

Cacci tua
io vedo benessimo un Cacciari come segretario del PD figura che staccato dei giochi dei partiti e sopratutto figura vicimno al Nord Italia.

...
dite a quello che parla in studio.... che tutti si possono candidare alle primarie.... ma i vecchi devono essere sconfitti li'. devono vedere nei dati il loro licenziamento politico da parte degli elettori. il fatto di vecchi o nuovi vuol dire..... aperture mentali diverse. uno che viene dal dualismo dc pci.... ma cosa vuoi che si rinnovi.... i giovani oggi non hanno piu' appartenenze e per questo hanno idee libere da idiologie.

Facciamo solo finta
liberateci dal Cainano!! Non ne possiamo più di tanto "Ciarpame". Noi di sinistra conviviamo quotidianamente con un senso di vergogna che ha raggiunto livelli stratosferici. non dureremo a lungo così, per difenderci facciamo finta che la politica non ci interessi, ma non è così. Dipende dalla classe dirigente che ci darete!! mi raccomando!!!!

Bella presenza
ANCORA CON LA STORIA DEI GIOVANI ALLORA METTIAMO UNA VELINE DI BELLA PRESENZA AL VERTICE DEL PD COIS VINCIAMO

Ancora basta
ANCORA CON IL FALLIMENTO E BASTA CON IL GRILLISMO

Una battaglia di morti
Siete ancora lì, inchiodati all'alternativa tra un candidato ex-DS ed uno ex-Margherita. È una battaglia di morti

"Uomini che in Francia verrebbero condannati, in Italia vanno al governo": reportage della tv francese sulla Lega Nord

All’inizio del mese, il primo canale della televisione pubblica francese, France 2, ha dedicato un importante reportage all’Italia, un paese “che nulla ha da invidiare alla Francia in quanto a storia, cultura, patrimonio e cucina” ma che i francesi stentano a prendere sul serio, perché “indisciplinati ed esuberanti, gli italiani ci fanno sorridere, eccetto che sui campi da calcio”.

Buona parte della trasmissione (“Un Oeil sur la Planète”) è stata dedicata alla Lega Nord, “partito dichiaratamente xenofobo che partecipa al governo del Paese”.

Ecco il video di questa parte del programma, sottotitolato in italiano:

Prima parte:


Seconda parte:

Boselli: "No a Primarie del P.D per i soli tesserati"

Capaci di aggiudicarsi il Governo di 6 delle 7 grandi città della provincia e di invertire decisamente la tendenza alla caduta (libera) di consensi del Partito Democratico, gli amministratori di centrosinistra guardano già all’appuntamento di ottobre per l’elezione del nuovo segretario nazionale. Per Giancarlo Boselli, Vicesindaco di Cuneo, che nei risultati del ballottaggio individua “la dimostrazione dell’apprezzamento degli elettori per la nostra classe dirigente”, prima di pensare alle Primarie, è necessario però sgombrare il campo da limitazioni riguardanti l’accesso al voto dei cittadini e simpatizzanti. “A quanto pare – spiega – sembra che si voglia destinare la facoltà di esprimersi per scegliere il nuovo segretario nazionale del P.D soltanto agli iscritti. Penso però che in un partito moderno debba poter scegliere chi si registra ai seggi con la carta d’identità e non solo chi è provvisto di tessera. Il rischio è di riesumare il sistema in voga ai tempi della DC, del PSI e del PCI, dando vita ad una corsa al tesseramento che non sempre si dimostra trasparente. Soprattutto in questa fase, al P.D serve un sistema di partecipazione aperto. In caso contrario, poche centinaia di iscritti diventano determinanti per fare scelte molto influenti per il futuro del partito."

A chi giova restringere l’accesso alle Primarie?
E’ molto difficile rispondere a queste domanda. Viene il sospetto che ci sia la volontà di ‘chiudere’ decisioni importanti all’interno del partito. In questo fase migliaia di dirigenti ed amministratori locali del P.D stanno probabilmente facendo le mie stesse affermazioni, richiamando con forza gli organi centrali di fronte a questa posizione di chiusura. Ritengo poi che le consultazioni di ottobre, con cui si sceglierà il leader nazionale, dovranno essere l’occasione anche per eleggere i nuovi dirigenti regionali e provinciali.

A proposito di dirigenti locali. Dopo le elezioni politiche del 2008 anche le recenti Europee sono state contraddistinte dallo scarsa considerazione riservata ai cuneesi. I risultati delle amministrative cambieranno qualcosa?
Dal centrodestra dobbiamo prendere in prestito proprio la capacità di rappresentare il territorio in parlamento e nelle più alte sedi di Governo. Nelle ultime elezioni politiche, pur con liste bloccate, i partiti di centrodestra hanno espresso 6 parlamentari cuneesi. Cesare Damiano, Livia Turco ed Emma Bonino sono di Cuneo, ma non possono essere considerati in tutto e per tutto rappresentanti delle istanze del nostro territorio. Il centrosinistra cuneese deve disporre almeno di un senatore o di un deputato. Sabato a Cuneo ci sarà un importante incontro con dirigenti regionali e nazionali del P.D e spero si parlerà anche di questo. Come ha dimostrato il confronto tra il voto per le Provinciali e quello per i Comuni il Partito Democratico deve riuscire ad ottenere una presenza nelle campagne e sul territorio in genere pari a quello che dimostra di avere nelle città.


“Contro di me una campagna di odio e invidia”. La cosa insieme tragica e comica è che a quest’uomo hanno fatto credere di essere invidiabile, e ha finito per crederci. La colpa va tutta a questi fetenti. http://malvino.ilcannocchiale.it/

 

Statista internazionale

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Mentre eleggevano Obama lui era con una escort. Mentre scoppiava la guerra tra Russia e Georgia imitava Tony Manero.

Ora resta solo da chiedersi cosa facesse l’11 settembre, e con chi.

 

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/06/25/statista-internazionale/#comments


Pd: documento Morando, primarie sempre e vocazione maggioritaria
AGI -
(AGI) - . - Un documento sui temi essenziali da affrontare nel confronto congressuale. Enrico Morando ha elaborato un documento, dal titolo "Per il futuro del Partito democratico: proposte per il confronto congressuale", per dare un contributo al dibattito interno al Pd in vista del primo congresso del partito, che si svolgera' in autunno. Un documento in cui, punto per punto, si delineano i contenuti del progetto del Pd e la sua linea politica, che non coincidono con l'idea di partito e contenuti portata avanti da Pierluigi Bersani.
"In questo documento - spiega Morando - ho provato a riassumere - dal mio punto di vista, ovviamente - i termini essenziali del confronto. Con i primi cinque punti (la nuova alleanza tra merito e bisogni; partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria; partito aperto, degli iscritti e degli elettori; un nuovo internazionalismo democratico; una scelta chiara tra linee alternative) ho provato ad illustrare i cardini del posizionamento politico - funzione, natura e linea politica - che ritengo preferibile, per il Pd. La seconda parte del documento non ha la pretesa di essere un programma di governo. Sono solo degli esempi, per orientare la discussione congressuale e mostrare all'opera i principi illustrati nella prima parte".
Ad esempio, Morando ripropone alcuni dei temi lanciati da Veltroni al Lingotto, tornando sulla "vocazione maggioritaria" del Pd che pero' "non e' autosufficienza". Il Pd "intende dunque costruire alleanze elettorali e di governo con altri partiti e movimenti politici, ma rifiuta la logica della divisione del lavoro tra le forze che le compongono: all'uno il compito di rappresentare gli orientamenti e le istanze piu' tradizionalmente raccolti dalle forze 'di sinistra', all'altro la rappresentanza 'del centro moderato', e cosi' via, fino a partiti personali o espressione di una singola issue. Il Pd assume su di se' il compito di rappresentare direttamente l'intero arco dei valori e degli interessi del centro-sinistra". Nel documento Morando insiste sul metodo delle primarie "sempre" per la scelta dei candidati e del segretario, "senza alcuna limitazione" di partecipazione da parte dei cittadini. E ribadisce il carattere "aperto" del Pd: "un partito aperto di iscritti che dirigono l'iniziativa politica e di elettori che decidono sulle scelte fondamentali, come quelle del segretario nazionale. Esattamente il contrario di quanto ieri dichiarato da Bersani e Violante".

Ma chi governa?

Anche all'Espresso fanno questa cosa di accostare le date dei festini con degli eventi internazionali; io avevo notato che in Ottobre, durante uno degli incontri "F20", il mondo era sull'orlo della bancarotta totale - (c) Tremonti. L'Espresso nota che l'11 Agosto scorso stavamo nel mezzo di una crisi mondiale con i carri armati Russi in Georgia e il premier in costante contatto.
A questo punto mi sembra più probabile che il tizio non governi già da un pezzo e che siamo già da mesi con una reggenza tipo quella di Kissinger con Nixon attaccato alla bottiglia.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Sono pazzi questi romani (ennesima puntata)

Pare che qualcuno stia pensando di limitare le primarie di ottobre ai soli iscritti. Si tratta dell'ennesimo caso di follia che sta colpendo il Pd. Le cose sono già abbastanza assurde e complicate per pensare che domani la direzione possa decidere di cambiare le regole congressuali (tra l'altro, la direzione non ha titolo per farlo), riuscendo a peggiorare un quadro già ampiamente compromesso. La frittata l'hanno fatta tempo fa. Girarla (perché di questo si tratta, di un giramento di frittate, e non solo) non avrebbe senso. Spero che prevalga il buon senso. http://www.civati.splinder.com/

Fenomeni paranormali
Zorro
domani su l'Unità


Strani fenomeni paranormali s’intensificano su tutto il territorio nazionale. Al Tg1 scompaiono le notizie su Puttanopoli (tranne quelle diffuse dall’autorevole “Chi”). A Bari l’auto della testimone Barbara Montereale prende fuoco, nel solco di una lunga tradizione che vede chiunque dia noia ad Al Pappone cadere vittima di strani incidenti di autocombustione (celebre l’autoesplosione della villa di Chiara Beria d’Argentine dopo un servizio dell’Espresso sulle toghe sporche).

Da La7 e da Rai2, causa cortocircuito, sparisce la satira di Crozza e Gnocchi. E sul Corriere un misterioso prestigiatore fa scomparire la vignetta di Vauro, già punito dalla Rai per Annozero e poi oscurato dalla Bignardi. Escludendo che la cosa sia opera del direttore galantuomo De Bortoli, defenestrato anni fa per leso Previti, si attende di conoscere il nome del genio che ha censurato la vignetta (“Berlusconi non ha scheletri nell’armadio”, con uno scheletro che tenta invano di entrare nell’armadio del premier, ma lo trova occupato da donnine).

E’ lo stesso genio che ora spiega la censura con un’arrampicata sui vetri a base di “questione di stile” e di “gusto”, con un finalino mortificante: “Il Corriere non è una buca delle lettere”. Infatti il Corriere ha riservato una pagina a un articolo (!) della Carfagna e, ieri, mezza pagina a un’imbarazzante intervista con Angelo Rizzoli, quello che consegnò il Corriere alla P2. Tre anni fa il Corriere s’era scagliato contro la fatwa islamica al vignettista danese che irrideva a Maometto. Ma, del resto, chi sarà mai questo Maometto di fronte ad Al Pappone?

Segnalazioni


I video di Qui Milano Libera


Lettera a nu compère de lu piddiell' - guarda il video di Roberto Corradi

http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

 


La palestra dei lettori

di danieleluttazzi.it

Recenti battute selezionate da Daniele Luttazzi fra i lettori del suo sito:

Silvio: "Mai pagato una donna", Veronica: "Preparati." (Alessandro Riva)




Berlusconi: "Non ho mai pagato una donna. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia se non c'è il piacere della conquista; sarebbe come vincere una sentenza corrompendo un giudice". (Michele Incollu)

Napoli: in provincia ben 2 seggi al nuovo partito Sinistra e Libertà, nato recentemente dopo l'ennesimo litigio in seno a Rifondazione. Esulta il leader Vendola: "C'è spazio per un'altra scissione!". (Andrea Valente)

L’Inail festeggia il nuovo record in ribasso degli incidenti sul lavoro. I lavoratori rimpiangono di non avere un lavoro dove avere un incidente. (Claudio Favara)

Arriva Kobian, il robot che esprime 7 emozioni umane. Nicoletta Braschi non lavorerà mai più. (Pierpaolo Buzza)

I cattolici italiani sono talmente disgustati dall'immoralità del premier che potrebbero anche decidere di non andare mai più a puttane. (Stefano Trevisone)

Dopo le elezioni in Iran ci sono state talmente tante proteste che Khamenei non sa più cosa far dire a Maometto. (Michele Comelli)

La Gelmini augura buona fortuna ai maturandi: ne avranno bisogno tra qualche mese, quando si accorgeranno come ha ridotto l'Università. (Nicola Congiu)

Il disprezzo di Berlusconi per le donne è tale che le ritiene incapaci di usare un registratore. (devan maggi)

Organi in vendita sul web: Gasparri prenota un cervello. (Gianni Zoccheddu)

"Non sapevo che fosse una prostituta". Berlusconi è talmente ingenuo che potrebbe accogliere in casa un mafioso e scambiarlo per stalliere. (Massimo Mirandola)

Berlusconi: "D'Addario pagata per colpirmi". Il premier è un grande: sono anni che ne cerco una e posso assicurare che non è facile trovare una prostituta sadomaso. (Andrea Bertora)

Barbareschi sbarca su LA7 con un nuovo talk-show: e pensare che fino a l'altro ieri mi lamentavo di non prendere quel canale!
(piero esposito)

Un camion di bestiame ha preso fuoco sulla A10: morte quaranta mucche. Se i vigili del fuoco fossero arrivati solo cinque minuti prima a quest'ora le mucche sarebbero sane e salve al mattatoio. (Silvio Di Giorgio)

La prossima auto blu della Presidenza del Consiglio? Una Ford Escort. (Massimo Vitturi)

Capezzone: "Certo che la D'Addario è stata pagata per fare quello che ha fatto. E' il nostro mestiere". (Francesco Turri)

Confcommercio, Berlusconi non ci va: "Ho il torcicollo". Una scusa talmente logora che sta meditando di sostituirla con una più credibile, tipo "Ho il torcicazzo". (Paolo Ariu)

Franceschini annuncia la sua nuova candidatura. Gli elettori del PdL scendono in piazza. E festeggiano. (Lorenzo Maggian

Berlusconi presenta il nuovo disegno di legge sulla prostituzione: "il fenomeno sta dilagando, i dati non sono certi perché sulle mie frequentazioni c'è il segreto di stato". (Giulio Caroletti)

Minzolini critica l'inchiesta sul premier "Prudenza, non c'è notizia certa". Se Clinton l'avesse avuto come direttore della CNN.... (Giorgio Mannelli)

Affinità elettive: Berlusconi sta alla giustizia come Minzolini al giornalismo. (Alessandro Brescia)

L'Aquila. La terra è tornata a tremare nella tarda serata di ieri. La scossa è stata talmente forte che gli sfollati hanno temuto un nuovo concerto di beneficenza. (davide rossi)

Palermo, l'AMIA ha speso 750.000 euro per 1.500 cassonetti nuovi, troppo piccoli per i camion e quindi inutilizzabili. Adesso ne hanno ordinati altri 1.500, un po' più grandi, così da poterci buttare dentro quelli sbagliati. (Riccardo Viganò)

Si ritorna a parlare del ponte sullo Stretto di Messina. Un’opera indispensabile se si vuole che l’Italia non venga tagliata fuori dalle rotte internazionali del bungee jumping. (Silvio Di Giorgio)

Titolo provvisorio: "Acqua in bocca"

Dick Cheney sta scrivendo un memoir (l'ultima volta che ho sentito questa parola era in bocca all'ex agente CIA rimbambito di "Burn after Reading").

AP

http://giornalismoparma.typepad.com/


VENEZUELA E STATI UNITI RISTABILISCONO LE RELAZIONI DIPLOMATICHE

 

Gennaro Carotenuto

I governi del Venezuela e degli Stati Uniti hanno annunciato il ristabilimento di normali relazioni diplomatiche. Queste erano state rotte dal Venezuela ancora in epoca di Bush, nel settembre 2008, per solidarietà con la Bolivia aggredita dagli Stati Uniti che stavano fomentando una possibile guerra civile nel paese andino appoggiando e finanziando l’eversione secessionista delle province più ricche del paese.
Il ritorno degli ambasciatori, concordato con il governo del paese nordamericano, avverrà già nei prossimi giorni, come ha confermato oggi il Ministro degli Esteri venezuelano Nicolás Maduro: “così la comunicazione tra i due paesi potrà essere più fluida”.
Fonti statunitensi hanno confermato che dall’incontro tra il segretario di stato Hillary Clinton e il presidente venezuelano Hugo Chávez dello scorso aprile a Trinidad e Tobago in occasione del Vertice delle Americhe, i rispettivi governi hanno lavorato per dirimere controversie e creare le premesse al pieno ristabilimento di relazioni diplomatiche piene che si concretizza oggi.
Si chiude così la fase più nera nelle relazioni tra Venezuela e Stati Uniti caratterizzata dalla continua ingerenza del regime di George Bush nella politica venezuelana, culminata l’11 aprile 2002 nell’organizzazione del fallito colpo di stato contro il governo legittimo di Hugo Chávez e con successivi continui tentativi di destabilizzazione della democrazia venezuelana.
Da parte del governo di Hugo Chávez, nonostante questo abbia già espresso alcune critiche nei confronti di Barack Obama, negli ultimi mesi era stato manifestato più volte il desiderio di normalizzare le relazioni diplomatiche con il nuovo governo statunitense, fino ad affermare che il ristabilimento di relazioni potesse coincidere con “una nuova era nelle relazioni politiche ed economiche tra i due paesi”. Gli Stati Uniti sono per il Venezuela il principale partner commerciale e gli ambasciatori che dovrebbero riprendere possesso delle rispettive sedi diplomatiche dovrebbero essere gli stessi allontanati nel settembre scorso, Patrick Duddy per gli Stati Uniti a Caracas e Bernardo Álvarez per il Venezuela a Washington.
L’annuncio è stato dato in coincidenza con l’inaugurazione del sesto vertice dell’ALBA, la comunità che vorrebbe essere un modello alternativo di organizzazione internazionale basata sulla solidarietà tra i popoli di fronte al capitalismo selvaggio. L’ALBA, riunita in queste ore a Maracay, riunisce Bolivia, Cuba, Dominica, Honduras, Nicaragua y Venezuela e si rafforza accogliendo tre nuovi membri, l’Ecuador e due microstati caraibici, San Vicente e Granadine e Antigua e Barbuda.

www.gennarocarotenuto.it


Israele ultima chance per Obama
 

Fra le persone più deluse per la sua nuova presidenza sicuramente c’è lo stesso Barack Obama, che deve aver imparato molto in fretta, nei mesi scorsi, la differenza fra i buoni propositi e la loro applicazione nel mondo reale.

Per quanto abbia segnato alcuni punti a suo favore, lo ha fatto in zone di territorio relativamente facili da conquistare: il ritorno della ricerca sulle staminali, la liberalizzazione del FOIA, l’apertura al mondo islamico, la legge per la parità del salario femminile, oppure la fermezza con cui conduce la campagna per la riforma medica, sono tutte battaglie che gli fanno onore, ma che scompaiono di fronte alla facilità con cui ha dovuto cedere su due dei tre argomenti più importanti: guerra ed economia.

Per prima cosa, Obama deve aver toccato con mano quanto sia difficile convincere i generali a schiodare le proprie truppe da qualunque angolo del mondo, una volta scesi sul campo di battaglia. Questa è gente per cui la diplomazia è “roba da donnine”, mentre retrocedere di un solo metro significa ingiuria e disonore per il resto dei loro giorni. Aggiungici gli imponenti interessi economici di chi in Asia Centrale ha puntato tutto quello che gli restava (leggi UNOCAL & Co.), e ti ritrovi a dover farfugliare spiegazioni ridicole sul perchè parli di “rispetto fra le nazioni” mentre raddoppi i tuoi contingenti in Afghanistan.

Non a caso Obama ha commentato che “è molto più facile iniziare una guerra che finirla”.

Sul fronte della finanza poi Obama ci ha fatto proprio la figura del merlo: partito per salvare “Main Street” da “Wall Street”, ovvero “la gente” dalle “banche”, …

… sembra che abbia finito per accomodare prima di tutto le esigenze della Fed, che si serve proprio di Wall Street per fottere Main Street.

Ho detto “sembra” perchè non ho gli strumenti per giudicare da solo certe strategie di tipo economico, ma non mi pare di aver letto molti articoli che sostenessero che Obama ha invece messo tutti nel sacco.

In economia è tutto talmente volatile già per natura, che se non sei più che preparato su ogni minimo dettaglio ci vuole poco a farti credere tutto e il contrario di tutto.

A Obama però rimane ancora uno dei tre argomenti “big”, su cui giocarsi la reputazione: Israele.

Proprio in questi giorni Netaniahu ha scoperto le carte, mostrando di avere in mano esattamente quello che tutti pensavano che avesse: il solito bluff sionista, mascherato da pacifismo di facciata. La “grande disponibilità” di Netaniahu verso i palestinesi, che gli aveva permesso di conquistare la guida del governo, si è ridotta ad una proposta semplicemente ridicola: accetteremo la soluzione dei due stati – ha detto - a condizione che quello palestinese sia demilitarizzato.

Poi però si è sbilanciato, dicendo che verrà congelata l’espansione delle colonie, ma ha subito aggiunto che questo non fermerà il loro “sviluppo naturale”. Che sarebbe come dire “mi impegno a non farti del male, ma se mi parte un cazzotto non posso farci niente”.

Tanto per essere sicuro che i palestinesi non accettino mai, Netaniahu ha anche aggiunto che prima di firmare qualunque accordo è necessario che i palestinesi riconoscano Israele come “stato ebraico”, il che equivale a rendere immediatamente deportabile il milione e mezzo di arabi nazionalizzati, che già vivono in Israele come cittadini di serie B.

Il discorso di Netaniahu è venuto in risposta a quello di Obama pronunciato al Cairo dieci giorni fa: in quell’occasione il presidente americano aveva dichiarato “inaccettabile” la situazione delle colonie israeliane in Cisgiordania, obbligando il PM israeliano a scoprire le carte.

Oggi la Casa Bianca ha reagito freddamente alla presa di posizione di Netaniahu, commentando che rimane ferma la sua intenzione di raggiungere una soluzione a due stati, il che naturalmente comporta condizioni ben diverse da quelle poste da Netaniahu.

Dal canto suo, il Ministro degli Esteri Clinton ha detto che qualunque precedente “accordo informale”, fra un presidente americano ed il governo israeliano, che avesse tollerato questo “sviluppo naturale” delle colonie, era da considerarsi decaduto.

Obama e Clinton sembrano quindi decisi ad affrontare apertamente la questione palestinese, ben sapendo che convincere un sionista ad un qualunque compromesso è ancora più difficile che convincere un generale a retrocedere.

Paradossalmente, è proprio sull’argomento che appare più ostico di tutti, Israele, che Obama ha qualche seria possibilità di successo: mentre sugli altri due fronti la complessità del problema supera di gran lunga la portata di qualunque presidente, la questione israeliana si riduce fondamentalmente ad una questione psicologica, dove certe sudditanze sono tanto forti all’apparenza quanto semplici da smantellare nella sostanza.

Finchè i cordoni della borsa resteranno in mano americana – e mai come oggi lo sono - gli altri hanno poco da sbraitare.

Certo che se Obama fallisse anche in questa direzione, rischierebbe di passare lui alla storia come il bluff più grande di tutti.

Massimo Mazzucco

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3240

Investire in Macedonia?

Da Skopje, scrive Risto Karajkov

Su Google la Macedonia è al terzo posto come meta ricercata per possibili investimenti dall'estero. Un risultato che sembra premiare le iniziative promosse dal governo Gruevski. Pressioni governative su varie aziende rischiano però di offuscare questa immagine positiva
Il direttore dell’Agenzia macedone per gli investimenti dall'estero, Vikor Mizo, la scorsa settimana è apparso in pubblico per comunicare alcuni dati interessanti. Come pubblicato sul numero di giugno-luglio del "FDI Magazine", importante osservatore dei fondi diretti d’investimento stranieri, Mizo ha dichiarato che la Macedonia si piazza al terzo posto, subito dopo USA e Francia, nelle ricerche di Google riguardo al termine “dove investire”.

L’articolo, intitolato “Ondata di investimenti in Macedonia”, definisce il paese come un'"entrata a sorpresa”, commentando che il paese, anche se “pur non rientrando nella precedente top 10, è chiaramente diventato di moda”.

"Tutto questo è dovuto al nostro duro lavoro", ha dichiarato Mizo. “E’ il risultato della nostra campagna sulle tv straniere, sui media, su internet”. Mizo ha aggiunto che “l’unico altro paese dell’Est Europa che rientra nelle prime 20 posizioni è la Polonia”.

Anche se gli scettici minimizzano, si tratta di un’ottima notizia. Ovviamente, è il risultato finale che conta, ma questo è un dato importante per la visibilità del paese come “possibile” destinazione per gli investimenti stranieri. Il merito va al governo di VMRO e DPMNE del primo ministro Nikola Gruevski.

Dall’insediamento al potere nel 2006 e dopo la conferma del suo mandato alle elezioni dello scorso anno, Gruevski ha subito messo in chiaro che una delle sue priorità economiche sarebbe stata attrarre investimenti stranieri. Inoltre, questo è anche l’argomento della sua tesi di master.

Il governo ha investito molti sforzi ed ingenti risorse finanziarie in un’aggressiva campagna mediatica intitolata “Investire in Macedonia”, che negli ultimi due anni è circolata nei principali mezzi di informazione internazionali come CNN, Economist e Financial Times, per citarne alcuni.

Oltre alla diffusione mediatica, il governo ha intrapreso riforme radicali. Ha sostanzialmente abbassato – fino ad un tasso fisso comune – molte delle tasse principali, e ha promosso la Macedonia come il paese con le tasse più basse in Europa. Ha portato avanti una riforma radicale (e imponente) per trasformare il sistema dei salari nel cosiddetto “salario lordo”, che protegge i lavoratori ma anche rende l’amministrazione più facile ai datori di lavoro.

Ha offerto massicci incentivi agli investitori stranieri, promosso aree economiche libere, riformato il catasto, si è impegnato in una intensiva comunicazione con i singoli investitori, e molto altro. Si tratta di uno sforzo degno di merito.

Gruevski è probabilmente il più grande riformatore economico che il paese abbia mai avuto dalla sua indipendenza. Questo lo si vedeva già quando lavorava al ministero dell’Economia e, più tardi, delle Finanze, nel governo VMRO (1998-2002) guidato dal suo mentore e predecessore Ljubco Georgievki.

Poi Gruevski ha intrapreso importanti riforme per introdurre l’IVA, ha riformato il sistema delle transazioni finanziarie (una riforma probabilmente più complessa dell’introduzione dell’IVA), e ha iniziato il tanto atteso processo di denazionalizzazione, la restituzione della proprietà confiscata dal precedente regime. Si è presentato come un onesto e ossessivo stacanovista. Si dice si sia perfino intervistato da solo.

Il lavoro ha portato i suoi frutti. Dal 2006 il governo ha migliorato la riscossione delle tasse, ha aumentato i salari, la crescita economica è stata la più alta mai registrata dall’indipendenza della Macedonia e gli investitori stranieri sono iniziati ad arrivare.

Poi è scoppiata la crisi economica. In pratica tutti gli investitori esteri tanto annunciati dal governo, hanno rimandato o sospeso i loro piani di investimento.

Se la crisi economica globale è fuori dalla portata di qualsiasi governo, un’altra preoccupante tendenza, che recentemente si sta diffondendo in Macedonia, sembra essere promossa dall’autorità centrale. Pare che il governo abbia esercitato pressioni su alcune particolari compagnie. Non che prima altri governi non abbiano avuto approcci differenziati con le compagnie “politicamente vicine” rispetto alle altre. Solo che questa volta il fenomeno sembra aver raggiunto dimensioni estreme.

Negli ultimi mesi una crisi nell’industria lattiero casearia, apparentemente provocata dall’azione irresponsabile di una singola grande impresa, “Swedmilk”, che ha rifiutato di pagare i piccoli agricoltori, ha praticamente rovinato i singoli produttori di latte del paese.

Il governo ha scelto di non intervenire nonostante le dure e ripetute proteste dei contadini (uno dei loro leader è stato sottoposto a pressioni da parte della polizia) con la spiegazione che non può interferire negli affari dei privati.

Il governo sembra invece comportarsi in tutt’altro modo nel caso che riguarda una delle più grandi compagnie macedoni, Fersped. Fersped è stata colpita da una serie di intoppi e complicazioni, e non è facile credere che il governo sia stato del tutto benevolente nei suoi confronti.

Fersped ha interessi d’affari in diversi campi, ma principalmente nei trasporti. L'ufficio doganale macedone ha revocato la licenza di trasporto per quella che sembrava veramente una minima irregolarità. L’azione (se sostenuta dall’istanza d’appello) lascerà circa mille persone senza lavoro.

La mossa ha sollevato le proteste della comunità d’affari del paese, che sosteneva Fersped. Questa è solo l’ultima azione intrapresa dal governo che ha colpito la Fersped negli ultimi anni. In precedenza il governo aveva revocato la licenza di Fersped per organizzare giochi del lotto, e ha fatto chiudere questo grande mercato.

Fersped è associata agli affari loschi degli anni ’90, che hanno arricchito pochi oligarchi della privatizzazione a spese di un’economia in ginocchio e dei poveri lavoratori. I molti cittadini comuni che hanno subito la disastrosa privatizzazione degli anni ’90 vedono “giustizia” in ciò che sta accadendo ora a Fersped. Lo stesso primo ministro Nikola Gruevski ha rilasciato alcuni commenti “allergici” in passato riguardo ai crimini della privatizzazione.

Sfortunatamente, pensare che il governo possa selezionare con cura una compagnia e dichiararle guerra, non è certo un bene per lo sviluppo di buoni affari. I funzionari del governo hanno rigettato ogni accusa di essere contro la Fersped. Gruevski ha affermato che “la legge deve essere applicata con tutti, piccoli e grandi, allo stesso modo”. Il direttore delle dogane macedoni, Vanco Kargov, ha dichiarato che il caso Fersped non può influenzare negativamente il clima d’investimento nel paese.

Un altro caso, però, potrebbe creare molti più problemi alla Macedonia. Poche settimane fa, Austrian EVN, proprietario dei servizi energetici nel paese (acquistato negli ultimi giorni del governo dei socialdemocratici SDSM nel 2006), ha presentato una petizione contro la Macedonia di fronte ad una corte internazionale di arbitrato a Washington.

La mossa è avvenuta in seguito alla decisione presa da una corte macedone secondo cui EVN deve circa 200 milioni di euro (praticamente più di quanto gli austriaci abbiano pagato per ottenere la compagnia) ad ELEM, l’agenzia pubblica nazionale che produce l’energia che EVN poi vende agli utilizzatori finali.

La decisione della corte macedone è stata il culmine dello scontro tra il governo e d EVN, che intrattenevano relazioni tese già da tempo. Questo ha provocato preoccupazione negli ambienti diplomatici, peggiorando le relazioni tra Macedonia e Austria. In molti, inclusi i diplomatici internazionali, hanno commentato che la decisione della corte è dubbia.

La Commissione europea ha espresso preoccupazione e ha ricordato che una giustizia indipendente è condizione d’accesso all’Ue. EVN ha fatto sapere che indirizzerà ad altri paesi gli ingenti investimenti destinati originariamente alla Macedonia. Se per caso EVN vincesse la causa contro la Macedonia a Washington, il governo dovrebbe pagare una ingente ricompensa. Sicuramente più di quanto la Macedonia avrebbe dovuto pagare in precedenti casi di "cattive" privatizzazioni.

Potrebbe anche essere che EVN non abbia del tutto ragione e che il governo non sia pienamente in torto, anche se la loro disputa è principalmente attorno a degli interessi. Interessi che potrebbero essere rinegoziati se ci fosse flessibilità da ambo le parti.

Se c'è del vero nei commenti sul fatto che la corte abbia espresso un giudizio di parte per esercitare pressioni su EVN, questo sarebbe un pessimo messaggio sulla giustizia macedone ma anche sul clima di investimenti nel paese.

Lo stato di legalità, dopotutto, è ciò che gli investitori apprezzano sopra ogni altra cosa. Se il governo ha ragione come sostiene, farebbe meglio a fare lo sforzo di spiegare la sua posizione.

Altrimenti, altre ricerche di Google potrebbero far emergere cose meno piacevoli riguardo alle opportunità di affari in Macedonia. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11502/1/51/

A chi piace Obama

Nella rilevazione odierna di Gallup Obama ottiene il 61% di approvazione. Dopo una scivolata al 57%, l'apprezzamento per il presidente è subito risalito e si mantiene su livelli più che positivi. Da alcuni giorni l'istituto demoscopico più antico e prestigioso degli Stati Uniti pubblica i break dei sondaggi. Obama ottiene i migliori valori tra i giovani, all'Est, tra i neri - il 95% - e tra gli ispanici, tra coloro che hanno un'educazione post universitaria e parallelamente tra i più poveri, ottenendo un'approvazione pressochè unanime tra i democratici e un'ottima performance tra gli indipendenti. Gli unici valori inferiori al 50% sono rilevati tra i repubblicani e tra coloro che si definiscono conservatori. Gli indipendenti puri appoggiano il presidente al 49%, un dato simile al 50% dell'elettorato più religioso. http://andreamollica.blogspot.com/


giugno 25 2009

Rossi al "Manifesto": «Agostini aveva paura di me»

Non è più il tempo dei sorrisi tra Massimo Rossi (a sinistra) e i vertici provinciali del Partito Democratico: al fianco di Rossi, il sindaco di San Benedetto Giovanni Gaspari, il vicepresidente regionale Luciano Agostini, il sindaco di Offida Lucio D'Angelo
↑ Non è più il tempo dei sorrisi tra Massimo Rossi (a sinistra) e i vertici provinciali del Partito Democratico: al fianco di Rossi, il sindaco di San Benedetto Giovanni Gaspari, il vicepresidente regionale Luciano Agostini, il sindaco di Offida Lucio D'Angelo

ASCOLI PICENO – Massimo Rossi intervistato dal quotidiano comunista “il Manifesto”, che a pagina 15 riporta, con il titolo di “Marche double face”, la diversa situazione del centrosinistra marchigiano, vittorioso ad Ancona nonostante gli scandali giudiziari e a Fermo con il verde Fabrizio Cesetti, e sconfitto, invece, nella Provincia di Ascoli, complice la rivalità fratricida tra il presidente uscente Massimo Rossi e il suo ex vicepresidente Emidio Mandozzi. Riportiamo l’intervista di Rossi, riservandoci, successivamente, una valutazione complessiva su tutto il centrosinistra piceno.

«C’è stato un disegno a tavolino del gruppo dirigente del Pd del Piceno. Ha deciso che, alla luce delle politiche dell’anno scorso, c’era la possibilità di recuperare lo spazio di potere che aveva dovuto cedere nelle precedenti elezioni. La qualità del lavoro svolto, il consenso, erano insignificanti. A mio parere, poi, l’onorevole Agostini ha cercato di condizionare questa scelta con l’intento di sgomberare il campo da figure che potevano mettere in crisi la sua leadership. Il fatto che l’amministrazione avesse un consenso ampio, fino a Confindustria, perché metteva in campo la partecipazione di più attori, non contava nulla. C’erano stati un metodo di lavoro e contenuti che avevano coinvolto l’intero tessuto socioeconomico e questo metteva in ombra leader locali che vedono la politica come qualcosa che controlla, dispone e da cui dipende tutto il resto. C’era la volontà di soffocare questa esperienza che aveva dimostrato che si può governare in modo diverso, in cui si può dare spazio alle idee migliori, invece che andare alla ricerca del consenso facile. Le motivazioni della divisione furono pretestuose. Siccome la provincia si stava dividendo da Fermo, non si poteva riproporre il vecchio presidente. Addirittura avevano paura che una mia ricandidatura poi aprisse ad un terzo mandato. Si proposero le primarie. Si è palesata l’idea che forse poi, accettando le primarie, io avrei potuto vincerle e sarei stato lo stesso candidato. Ma sarebbe stata una pagliacciata, perché tra un presidente e un vice-presidente, dopo aver condiviso 4 anni e mezzo di lavoro comune, sarebbero state viste come un gioco di potere e avrebbero portato ancora più in basso l’idea della politica».

In cosa siete diversi dal Pd?«Ad un certo punto è stata chiara la divaricazione tra il nostro modo di intendere la politica e il loro. Io sto riflettendo su chi dice che dobbiamo essere uniti. Penso che l’unità sia importante, ma che prima bisogna trovare le ragioni dell’unità. Capire con chi dobbiamo essere uniti e per che cosa. Se ci si rende conto che chi fa un percorso con te in realtà ha una visione diversa della politica, non accetta la partecipazione e intende il governo del territorio come la gestione del potere; e ha una idea diversa del futuro, parlando di infrastrutture come motore di sviluppo e di territorio come di qualcosa di cui si può disporre a piacimento, senza condividere le scelte. A quel punto si capisce che bisogna ricostruirlo, questo centrosinistra. E dividere chi ha ragioni diverse, per presentarsi ai cittadini con proposte riconoscibili e attrarre chi vota Lega o Forza Italia. Sennò è inutile che ci stupiamo. Se non siamo in grado di fare proposte diverse, finiremo sempre più in basso. Questi richiami all’unità non hanno ragione di esistere».

 

Per questo non avete appoggiato il Pd al ballottaggio?«Certo. I nostri voti non sono pacchetti che si spostano per accordi e scambi: sono voti consapevoli. Noi abbiamo consigliato al candidato del Pd di chiarire quali sarebbero stati gli assessori e di rendere noti ai cittadini anche i suoi progetti in merito di infrastrutture. Ma non ci ha ascoltato. Io, personalmente, ho detto che non mi sarei recato alle urne del ballottaggio. Non era una indicazione di voto. Sarebbe stato premiare un atteggiamento di rottura. Un atteggiamento arrogante che avrebbe avvallato in futuro comportamenti analoghi».

 

Analizzando anche la situazione italiana, secondo la sua esperienza di bilancio partecipativo, qual è il punto su cui la sinistra deve far leva per ripartire?

«Ripartire da una idea di politica che coinvolge e cerca le idee, non i consensi in base alle proposte più popolari in quel momento. E bisogna chiamare anche i cittadini che hanno visioni inquietanti. Perché anche con lo scontro si arriva ad una crescita, ad una evoluzione. Non è una questione di vittoria elettorale. Non bisogna subordinare la vittoria al progetto. Se non ci si riesce bisogna tenere duro su quel progetto e creare il consenso. Questo è quello che è successo in questo paese». http://www.sambenedettoggi.it/2009/06/24/75184/rossi-al-manifesto-%C2%ABagostini-aveva-paura-di-me%C2%BB/


Il problema dei dettagli

orgia

Adesso c’è pure il problema dei dettagli. E su questa cosa si scatenerà un’altra battaglia. Sono o non sono notizia, sono o non sono da pubblicare i dettagli dei comportamenti erotici del premier? Raccontarli è pessimo gossip o al contrario è un diritto dei cittadini-elettori essere messi al corrente di piccole e grandi perversioni che ad alcuni (specie nell’elettorato cattolico) potrebbero far cambiare idea su chi ci governa?

La questione affiora, tra le righe, nell’intervista di Patrizia D’Addario a Repubblica, quando ad esempio parla delle due lesbiche convocate a Palazzo Grazioli, quelle che “lavorano sempre in coppia”. O quando accenna all’esibizionismo del premier che la tocca intimamente mentre un uomo della scorta li guarda (e mai più azzeccato che in quest’occasione pare il termine “guardia del corpo”).

Ma c’è molto altro che circola in questi giorni, nelle redazioni e nei palazzi. Dettagli e particolari che sembrano la sceneggiatura di un pornazzo albanese di serie C. Chissà se sono veri, chissà se verranno mai fuori e chissà se è giusto che escano.

A proposito, io la penso come sempre: in ciò che avviene tra maggiorenni e consenzienti non c’è niente che sia moralmente disdicevole. Ma quello che un leader politico fa nella sua sfera privata ha valenza politica se contraddice le sue dichiarazioni pubbliche, e le leggi che produce. Per capirci, se uno vuole punire la prostituzione e poi frequenta donne a pagamento. Se uno fa battute cretine sui gay e poi si diverte con due lesbiche. Se uno procura carriere politiche a chi gli fornisce ragazze per la loro “utilizzazione finale”. Se uno accusa gli avversari di produrre spazzatura e poi nella medesima si crogiola. Cose così, insomma. http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


«Così organizzavamo le feste in Costa Smeralda»
Giovanni Bianconi
Corriere della Sera

BARI — «Eravamo sempre insieme, come i tre moschettieri: io, Gianpy e Max» ricorda Alessandro Mannarini detto «Papi» dagli amici; perché assomiglia al presentatore televisivo Enrico Papi, niente a che vedere con l’appellativo riservato a Silvio Berlusconi dalla giovane Noemi Letizia e altre ragazze. Ironia dei soprannomi. Perché comunque Mannarini ha qualcosa a che fare con il premier, visto che era tra gli ospiti di Villa Certosa nell’agosto 2008, e che per quattro mesi è stato il più stretto collaboratore di «Gianpy» Tarantini, l’imprenditore barese ora inquisito per aver accompagnato ragazze a pagamento a casa del presidente del Consiglio. Induzione alla prostituzione è il reato ipotizzato a suo carico, ma quando l’avrebbe commesso Mannarini-Papi non era più al fianco di Tarantini. «Per fortuna » dice oggi. A inizio settembre 2008 infatti, chiusa la casa di Porto Cervo in Sardegna, i due si sono separati: «Mi ha proposto di trasferirmi a Roma e Milano, per seguirlo nella sua nuova avventura imprenditoriale, ma a me non interessava».

Avventura che aveva la sua «ragio­ne sociale» nell’amicizia tra Taranti­ni e Berlusconi, nata proprio nell’ormai famosa cena in Costa Smeralda. E il pranzo che seguì due o tre giorni dopo. «In quell’occasione dal presidente andarono solo Tarantini e la moglie — racconta Mannarini — e da quel momento Gianpaolo assun­se un atteggiamento di superiorità che non mi piaceva». Anche per questo a settembre il suo collaboratore divenne ex, mentre Max — al secolo Massimiliano Verdoscia — continuò a lavorare con l’imprenditore barese. «Nei mesi scorsi gli ho chiesto di questo legame tra Tarantini e Berlusconi. Mi ha risposto che c’era, ma che non lo portava mai dal premier ». Nell’inchiesta della Procura di Bari Mannarini è indagato per detenzione e spaccio di stupefacenti; reato commesso, secondo gli inqui­renti, tra Puglia e Sardegna da fine luglio a fine agosto 2008. Assistito dall’avvocato Marco Vignola — altro quarantenne abbronzato, frequenta­tore della Sardegna e di Villa Certosa — nell’interrogatorio ha respinto ogni accusa: «Confidiamo che tutto si chiarisca in fretta, perché il pubblico ministero Scelsi è magistrato preparato e corretto». Gli indizi sulla droga derivano da intercettazioni sulla linea telefonica di Tarantini, quando i due parlavano delle cose da trasportare da Bari alla Costa Smeralda: mozzarelle, vestiti, bottiglie, candelabri e molto altro. Tutti elementi di un viavai infinito perché Tarantini aveva deciso di fare le cose in grande: «La villa era arredata, ma noi abbiamo portato un’altra cucina, un altro frigorifero, un congelatore, un fabbricatore di ghiaccio, centinaia di casse di acqua, vini e champagne. E Gianpaolo ha fatto arrivare grandi valige con lenzuola, asciugamani, tovaglie, piatti, bicchieri, posate ».

Il sospetto degli investigatori è che in quei discorsi si alludesse alla cocaina. Mannarini nega e rivela che gli è stato chiesto anche se sapesse di qualcuno che portava droga a Villa Certosa: «Ho risposto di no e sinceramente mi sembra assurdo. A quella cena eravamo una sessantina di ospiti, alle due Berlusconi ci ha congedato e noi abbiamo proseguito la serata al Billionaire». Lì Tarantini poteva contare su un tavolo fisso, altra prerogativa che l’ha reso uno degli ospiti più ricercati dell’ultima estate sarda. «Siamo stati invitati a un sacco di feste, anche a casa dello sceicco Ben Aziz o sulla barca del figlio di Gheddafi» racconta Mannarini. Che ricorda come fosse prevista un’altra cena da Berlusconi: «Il 26 agosto o giù di lì, ma poi il presidente ci fece sapere che era stata annullata per via di una guerra scoppiata da qualche parte (probabilmente la crisi tra Russia e Stati Uniti dopo la guerra in Ossezia, ndr) e lui non poteva farsi vedere a festeggiare». Quell’occasione saltò, ma al rientro Tarantini riprese a frequentare il capo del governo. Nel frattempo i «tre moschettieri » erano diventati due: «Max è rimasto con Gianpy, io no. C’erano state discussioni che avevano lasciato il segno». L’ultima riguardò Jennifer, un’ospite della villa che doveva essere accompagnata all’aeroporto alle 8 del mattino ma non trovava il filippino che la portasse: «Mi chiamò Tarantini, 'Svegliati e portala tu'. Ero rientrato da mezz’ora, avevo bevuto. Sono andato, ma quell’ordine non m’è piaciuto. Mica ero l’autista, io!».


Eh (WRSASYDHT)

Tutto avanti
l`elezione sono finite e ora eh da concentrarci nele azioni del governo...tutto avanti per una aministrazione efficiente per il bene del italia e del suo popolo.

Eh
la vitoria eletorale del pdl-lega eh stata indiscutibile....facciamo un buon governo e nele prossime elezione straparremo piu privincie e comuni ai aversari...

Altrimenti
Meno male ke la D'Addario hai festini ha solo fatto il mestiere di PUT...A SB uomo capace e intelligente nn gli ha dato posti agevolati altrimenti starebbe zitta/feli

Slootmachine
fate qualcosa per eliminare le slootmachine dai posti publici come bar tabb. ecc. le famiglie intere si stanno rovinando sperano di agiugere qualcosa al misero stipend

Mordoc
mordoc, ricordi che in'italia é ospite,schirac quando fu eletto presidente tolse la frequeza de la 5 in 48 ore a berlusconi ,accoradata precedentemente da mitterand

La barba
scalfari.un'individuo che nasconde le proprie vergogne sotto una barba inqualificabile

L'ombra del dubbio
CREDO DI AVERE SBAGLIATO, AL BALLOTTAGGIO HO MESSO LA CROCE SUL SIMBOLO PDL E NON SUL CANDIDATO DEL PDL SARA' ANNULLATA?

Da un Lessico Politico tutto ancora da scrivere:
Non: se seguita da un verbo al futuro è una forma di negazione a tempo, destinata a svanire prima che il verbo precedentemente coniugato diventi presente. (filosof. La spiegazione fisica e metafisica del fenomeno in genere garantisce una ritrovata e gioiosa coerenza rispetto alle dichiarazioni passate, trasformando il precedente argomento negativo in un fattore positivo per la scelta).
Nulla di personale con Franceschini, su cui non ho ancora maturato un vero giudizio. A caldo il momento per la candidatura mi sembra intempestivo, perchè dà respiro alle pressioni dell'agenda sul premier, spostando l'attenzione sulle confuse questioni interne di quella che dovrebbe essere l'alternativa, tra l'altro dicendo al mondo: "da noi c'è casino". Ma sono curioso di vedere come reagisce la punkpolitic della rete, che sospetto palesemente in attesa di segnali diversi dal PD.
E che, a differenza del pubblico televisivo, mi pare molto più intenzionata a voler superare logiche politiche tipiche del mondo catodico e abituata a ricordare le affermazioni precedenti (per costruirci sopra un'attesa di credibilità vicina a quella del dizionario non politico). E che poi, a differenza dello spettatore televisivo, ha un posto pubblico in cui condividere che ricorda e in cui discuterne con gli altri.
(Questo soprattutto perchè, per diverse condizioni, il PD e le sue vicende sono un ottimo laboratorio per osservare i rapporti tra politica e rete)http://www.bookcafe.net/

Qualcosa però dev'essere successo

Ora, di attacchi come quello della settimana scorsa contro i giornali il vostro premier ne ha fatti decine se non centinaia negli ultimi lustri. Tutti zitti. Ci esordì nel 1993 con la stampa estera in quel modo. Ora, dopo quasi vent'anni, addirittura una denuncia da parte del gruppo l'Espresso.
Sia ben chiaro: ci sta tutta. Da anni ci sta tutta.
Però solo adesso? Hanno capito che è il momento di non mollare la presa?http://carlettodarwin.blogspot.com/


Elezioni: Cattaneo, Pdl 'perde' per astensione-Pd in più rivoli
AGI -
(AGI) - Bologna,. - Se il centrodestra, tra le politiche del 2008 e le europee del 2009, ha perso pesantemente verso l'astensione, il centrosinistra ha perso in parte verso l'astensione (ma meno del centrodestra) e in parte verso il centrodestra. E' la nuova analisi dell'Istituto Cattaneo di Bologna, dopo quella fatta nell'immediatezza del voto del 6-7 giugno, da cui era emersa la sostanziale stabilita' degli equilibri elettorali tra le aree politiche. Il quadro viene oggi completato con l'analisi dei cosiddetti "flussi elettorali", ovvero degli effettivi movimenti di voto dai principali schieramenti in campo, Pdl e Pd (dodici le citta' campione analizzate- Torino, Milano, Brescia, Verona, Padova, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Catania, in base alla tecnica statistica "modello Goodman"). Ne emerge che lo stallo tra centrosinistra e centrodestra deriva probabilmente da una dinamica piu' complessa. "In altre parole - spiega il Cattaneo - se fra due elezioni il centrodestra perde 10 punti percentuali verso l'astensione e il centro sinistra ne perde 5 verso l'astensione e 5 verso il centrodestra, alla fine i due schieramenti politici sono in perfetto equilibrio: in percentuale su elettori hanno perso entrambi 5 punti percentuali; in percentuale su voti validi hanno le stesse percentuali di voto della precedente elezione".
Diverso sarebbe dunque il quadro, sottolinea il Cattaneo, se entrambi avessero invece perduto cinque punto verso l'astensione.
La dinamica ipotizzata e' stata individuata nei flussi elettorali di 5 delle 12 citta' studiate dai ricercatori del Cattaneo (avendo suddiviso le liste secondo le coalizioni del 2006, l'Udc e' stata collocata nel centrodestra). Nelle rimanenti 7 citta' questo meccanismo risulta presente - ma in forma piu' lieve - in 5 di esse, mentre e' assente nelle rimanenti due. "Si tratta quindi di un meccanismo che certamente ha agito - spiega ancora il Cattaneo- anche non necessariamente su tutto il territorio nazionale, sul risultato elettorale; e ha operato soprattutto la' dove il centrodestra ha perso molto verso l'astensione, come nel Sud.
Da questo punto di vista- dice ancora il centro studi bolognese- emblematici sono i risultati di Reggio Calabria e di Catania, dove il centrodestra ha perso enormemente verso l'astensione (oltre il 20% dell'elettorato, che ha votato nel 2008 centrodestra, e' passato all'astensione), ma nello stesso tempo e' riuscito ad attirare a se' il voto di una parte non irrilevante di elettorato che nel 2008 aveva votato centrosinistra. Dinamica molto simile si e' avuta a Roma". Per il Cattaneo, non c'e' dubbio che la dinamica piu' importante che ha in gran parte indirizzato l'esito delle elezioni europee del 6-7 giugno 2009 sia rappresentata dall'astensione. A livello nazionale, rispetto alle elezioni politiche del 2008, i votanti sono passati dall'80,5% al 66,5% degli aventi diritto al voto: un calo rilevante di 14 punti percentuali che fa si' che la partecipazione per la prima volta sia scesa sotto la soglia del 70% in un'elezione generale. Questo calo di partecipazione - spiega il Cattaneo - in parte puo' essere definito "fisiologico", in quanto si verifica normalmente in questo tipo di elezioni, che i politologi definiscono di "secondo ordine" rispetto alle elezioni politiche. Ma in queste elezioni tale calo e' andato oltre alla normale fisiologia.
Infatti nelle precedenti elezioni europee del 1999 e del 2004 il calo di partecipazione rispetto alle elezioni politiche precedenti fu in media di 10 punti percentuali. Se anche il 2009 si fosse attenuto a questa media, i votanti avrebbero dovuto essere il 70,5%; sono invece stati 4 punti percentuali in meno, vale a dire 2 milioni di elettori in meno rispetto alle previsioni si sono recati alle urne. Va aggiunto che questa forte calo della partecipazione elettorale non si e' distribuito uniformemente in tutte le regioni italiane, ma ha colpito in misura molto piu' marcata le regioni meridionali. In Sardegna e Sicilia, addirittura, si sono recati alle urne meno della meta' degli elettori (fatto mai accaduto finora in Italia); nella graduatoria delle regioni piu' astensioniste seguono Calabria, Molise, Campania. Questo calo della partecipazione non ha tuttavia investito tutte le aree politiche con la stessa intensita'. In particolare, nel confronto fra Partito democratico e Popolo della liberta', ha colpito soprattutto il partito di Berlusconi. I dati dell'analisi dei flussi elettorali sono piu' che significativi da questo punto di vista: a Catania il Pdl perde complessivamente 52 mila voti sui 90 mila che aveva nel 2008 (6 voti su 10), quasi tutti indirizzati verso l'astensione (un "partito" superiore al 20% si sposta dal Pdl all'astensione).
Dinamica quasi identica a Reggio Calabria (un "partito" del 18% esce dal Pdl per passare all'astensione) e non molto lontana a Napoli. Ma non si tratta di un fenomeno solo meridionale: a Roma il 14% dell'elettorato che aveva votato Pdl nel 2008 non si reca alle urne (il Pdl perde 172 mila voti sui 664 mila che aveva nel 2008, uno su 4). Questa dinamica si presenta in tutte le citta' studiate, anche se nel Nord con minore intensita'.
Per quanto riguarda invece il Partito Democratico, l'analisi dei flussi elettorali del Cattaneo indica che le perdite sono avvenute in tre direzioni: verso l'astensione, a sinistra, a destra. Si trovano esempi di "attraversamenti di campo" verso Udc, Pdl, Lega - di maggiore o minore intensita' - in tutte le citta' analizzate. Sono queste perdite verso destra del Partito democratico, commenta il Cattaneo, le responsabili della dinamica alla base dell'indagine. Vengono infine analizzato i flussi di voto minori. Si comincia da quello dal Popolo della liberta' verso la Lista Pannella-Bonino, presente in tutte le citta' analizzate, fatta eccezione per le due piu' meridionali (Reggio Calabria e Catania). Si potrebbe interpretare questo movimento attribuendolo ad elettori originariamente radicali, che non avevano accettato la confluenza dei radicali nel Pd nel 2008 (votando allora Pdl) e che ora, poiche' i radicali si sono presentati in maniera autonoma, sono tornati a votarli. Gli unici partiti che acquistano qualche voto dall'astensione sono quelli della Sinistra radicale (Rifondazione e Sinistra e liberta') Si tratta di flussi di voto modesti e presenti in 6 citta' su 12. Significativo il fatto, soprattutto in un quadro di generalizzata astensione, che una frangia di elettorato di sinistra radicale che nel 2008 si era astenuta, nelle recenti elezioni e' tornata a votare per l'area politica originaria.
L'Udc invece funge da serbatoio di interscambio fra Pd e Pdl: prende voti dal Pd e ne cede a Pdl. La collocazione apertamente centrista dell'Udc ha fatto si', per il Cattaneo, che il partito attirasse voti dal Partito democratico, ma nello stesso tempo gliene ha fatti perdere verso il Popolo della liberta' (contribuendo a quella compensazione parziale delle perdite del Pdl verso l'astensione con voti da sinistra, questa volta indirettamente). In conclusione, l'analisi dei flussi elettorali mette in luce la perdita del Pd in tutte le direzioni politiche e la pesante emorragia del Pdl verso l'astensione. Il fatto che il Pd abbia perso voti anche verso Udc, Pdl e Lega manifesta, per gli estensori dell'indagine, l'esistenza di una profonda crisi di identita' politica in una non trascurabile parte del suo elettorato. Quanto alle perdite del Pdl verso l'astensione, queste sono state di una consistenza assolutamente straordinaria - soprattutto nel Sud, ma non solo - mettendo in luce una certa fragilita' di una parte rilevante del consenso al Pdl, che non appare ancora sufficientemente consolidato.(AGI)
Anche a Torino e a Milano abbiamo un 8-9% di elettorato che aveva votato Pdl nel 2008 e che ora si e' astenuto.

Da Nord a Sud, analisi del voto amministrativo
 

Riepilogo nazionale Amministrative 2004-2009

Chi ha vinto le elezioni amministrative? Un'analisi partendo dai dati ottenuti dalle liste. L'avanzata della Lega e di Di Pietro. Il calo dei partiti maggiori. La scomparsa della sinistra radicale. Il successo delle liste locali del centrodestra.

ARTICOLO, ANALISI E TUTTE LE TABELLE

 

 

 

Nel 2004 il centrosinistra otteneva, complice anche il divorzio tra Lega e Berlusconi, un successo senza precedenti andando al governo in 50 province su 59. A 5 anni da allora la situazione pare cambiata. Ancora più drasticamente se guardiamo ai dati delle singole liste. Prima di addentrarci nell'analisi però voglio spendere due parole sulla divisione dei dati:

1.Innanzitutto nel centrodestra 2009 come in quello 2004 è già escluso il dato dell'UDC, ormai considerabile in tutto e per tutto un piccolo "terzo polo" in grado di allearsi con entrambi gli schieramenti.

2. E' invece inclusa nel centrodestra 2009 (tra gli "Altricdx") La Destra, alleatasi con la coalizione del Premier in province importanti come Torino e Napoli. 

3. Il PDL 2004 è dato dalla somma di Forza Italia e Alleanza Nazionale, per via della presenza in numerose province di liste presentate da forze politiche in realtà aderenti al PDL stesso, e il PD 2004 è la somma di DS e Margherita.

4. La "Sinistra" 2004 è data dalla somma del 47% di Rifondazione Comunista (come da congresso), con lo SDI e i Verdi. Il Nuovo PSI è stato inserito nel centrodestra, con cui si presentò nella maggioranza delle province all'epoca.

5. RC-CI 2004 è dato dal restante 53% di Rifondazione Comunista e dai Comunisti Italiani. Non è insomma "depurato" delle scissioni di Turigliatto e Ferrando, considerati tra gli "altri" nel 2009.

Fatte queste dovute premesse, passiamo ai dati.

L'ITALIA CAMBIA COLORE

Nel 2004 il centrosinistra era largamente maggioritario a livello amministrativo. Con il 53% dei voti validi, staccava nettamente il centrodestra, anche considerando questo alleato con l'Udc. La vittoria alle provinciali fu ampia nel numero di amministrazioni non solo grazie alla separazione avvenuta a Nord tra la Lega e il resto del centrodestra. Fu figlia di una vera e propria avanzata in quasi tutto il paese.

Il 2009 offre invece uno scenario diverso: il centrodestra effettua il sorpasso aumentando il proprio peso di 9 punti percentuali, esattamente l'opposto fa invece il centrosinistra che perde 1.8 milioni di voti, soprattutto al Sud

Interessanti sono soprattutto le dinamiche interne alle due coalizioni. Nel centrodestra il partito del premier mostra le solite e note difficoltà, addirittura arretrando rispetto alla somma di FI-AN del 2004. A trainare la maggioranza di governo ci pensano la Lega (più che raddoppiata come voti assoluti e capace di incrementare il proprio peso di 6 punti percentuali) e le liste minori (liste civiche e partitini). Sommate assieme rappresentano un italiano su cinque, nel 2004 era uno ogni dieci. Senza infamia e senza lode la prestazione del Movimento per le Autonomie del governatore Lombardo che conferma la sua difficoltà ad uscire dai confini siciliani.

Nel centrosinistra l'emorragia di voti riguarda soprattutto le forze della sinistra radicale. Divisi e scissi, i due poli (quello comunista di Ferrero-Diliberto e quello rosso-verde di Vendola) perdono insieme più di un milione di voti. Pur riuscendo ad andare meglio rispetto alle Europee, in particolare le forze guidate da Vendola (grazie però soprattutto alle liste del Partito Socialista di Nencini), entrambe le forze vedono e di molto ridotto il loro peso elettorale ed amministrativo. In particolare i comunisti, pur perdendo meno voti dei loro cugini, si vedono fuori da quasi la metà delle amministrazioni provinciali in cui si è votato.
Anche per il Partito Democratico il calo è pesante. Non più prima forza d'Italia a causa del sorpasso del PDL, perde più di cinque punti confermando il calo delle Europee. Questo flusso in uscita è solo parzialmente recuperato dalla crescita del movimento di Di Pietro che si attesta sotto al risultato delle Europee, mentre stabili appaiono le liste locali del centrosinistra.

L'UDC dimostra invece una invidiabile stabilità, aumentando impercettibilmente il suo bagaglio di voti assoluti nonostante il lieve calo di questi a livello nazionale.

IL NORD-OVEST: LA DEBACLE DELLA SINISTRA RADICALE

Il Nord Ovest presenta dinamiche simili a quelle nazionali, fatta eccezione per il PD e per le liste alla sua sinistra. Rispetto alle preoccupazioni espresse, tra gli altri, da Civati e Andrea Mollica, è bene precisare che il PD nel Nord Ovest tiene più che nel resto del Paese, complice anche il fatto che era già debole in queste zone nel 2004. Se perde terreno, nel computo delle amministrazioni, è soprattutto perché la Lega, stavolta, va con il PDL. E cresce. Quanto alle liste di sinistra, invece, calano più che nel resto d'Italia, confermando la debolezza già mostrata alle concomitanti elezioni Europee.

Nel centrodestra è interessante il calo del peso delle liste civiche, contrariamente a quanto visto a livello nazionale. Questo si può spiegare con la presenza della Lega Nord, in grado di presentarsi già lei come forza "civica" e "locale".

IL NORD-EST: LA LEGA SFONDA IN EMILIA-ROMAGNA

 

Nelle ultime amministrative il Nord Est è andato al voto soprattutto nelle sue zone più "rosse". L'Emilia-Romagna, la provincia di Venezia. Posti da sempre considerati se non roccaforti, di certo zone in cui giocare "in casa". Grazie a questo il PD fu primo partito nel 2004 e rimane ancora oggi primo partito. Il suo principale avversario, il PDL, soffre e cala perdendo voti a favore della Lega.
Proprio la Lega è la vera vincitrice del giro amministrativo nella zona "rossa" del Nord Est. Con un aumento del 168% ed un guadagno di più di 11 punti percentuali riesce ad ottenere risultati simili a quelli del Nord-Ovest (in cui, lo ricordiamo, vi sono le vallate piemontesi e lombarde!). Praticamente inconsistenti le liste civiche, spesso nemmeno presentate. A livello di coalizione è da notare come il centrodestra abbia effettuato il sorpasso rispetto al 2004 passando da -15% a +1%. Anche l'Udc può cantare vittoria, riuscendo ad aumentare i propri voti.

IL CENTRO:  L'ULTIMO BASTIONE DEL CENTROSINISTRA

C'è ancora una fortezza per il centrosinistra. Un posto da cui ripartire. Sono le zone rosse del centro. Qui la perdita è pesante, più pesante che al nord. Però qua vi erano anche più voti da perdere. Per questo il centrosinistra rimane ancora la coalizione più forte, con la maggioranza dei voti, ed il PD resta primo partito largamente sopra la media nazionale. Godono di relativa salute, tenendo meglio grazie ai voti in uscita del partito maggiore, anche i suoi possibili "alleati"di sinistra e la lista di Antonio Di Pietro. Il calo però non può lasciare tranquilli.

Ed infatti anche questa fortezza soffre lo stato d'assedio, come dimostrano gli smottamenti nel sud delle Marche e la perdita di Prato città nonché l'accerchiamento della provincia di Roma nel Lazio. Nella zona Sud  l'attacco è portato dal PDL e dalle liste minori del centrodestra. Da Nord scende invece la Lega, capace di aumentare il proprio peso di più di sette volte (ma va detto che nel 2004 proprio non si presentò in molte delle amministrazioni del Centro Italia). Ancora troppo debole, ma già in grado di tallonare i partiti della sinistra in una regione non amica come le Marche (dove poche migliaia di voti la separano dall teoricamente meglio radicate liste comuniste).

IL SUD: LA QUESTIONE MERIDIONALE E LA FORZA DELLE LISTE MINORI

Il crollo delle forze "progressiste" è per quasi la metà concentrato in una zona specifica: il Meridione. Nel Sud il PD non solo perde lo scettro di primo partito, ma scende addirittura sotto il 20%. I socialisti alleati di Vendola limitano i danni, ma perdono la metà dei voti di cinque anni fa. Nel 2004 la differenza a favore del centrosinistra sembrava incolmabile, con 25 punti di distacco. Ora il centrodestra sfiora la maggioranza assoluta dei voti, nonostante l'assenza dell'Udc. Questo mette in serio dubbio la riconferma dei governatori di centrosinistra il prossimo anno alle Regionali (ricordiamo che sono "rosse" tutte le regioni del Sud che andranno al voto nel 2010).

Da cosa è dato il successo del centrodestra? Non certamente dalla prestazione del PDL, di un soffio sopra il 20% in una zona dove nel 2008 ha riscosso risultati eccezionali. La colpa non è però solo del calo di affluenza, come visto alle elezioni Europee. Al Sud il PDL ha un grande avversario, suo alleato: le liste civiche e minori della sua stessa coalizione. Una forza eterogenea in grado di costituire la prima realtà politica del Meridione nel voto amministrativo. Liste locali, guidate da personaggi influenti nelle varie zone. Le vere artefici del successo del centrodestra in grado di sostenere un PDL in affanno e difficoltà, facendo rimanere i voti nel "perimetro". Calano invece le terze forze, per metà riunite intorno alla pugliese Poli Bortone che punta a seguire l'esempio del Movimento per l'Autonomia di Lombardo in Sicilia. http://www.termometropolitico.it/index.php/Elezioni/analisi-risultati-amministrative.html


 

Scodinzolini forever

 

Vignetta di theHandSia chiaro che noi stiamo con Minzolini. Anticipando di poche settimane la legge-bavaglio - che gli fa un baffo, lui il bavaglio ce l'ha incorporato - il popolare Scodinzolini ha spiegato alla stampa mondiale che il pornoscandalo di Puttanopoli che sta travolgendo il premier e ha destato le attenzioni anche di Avvenire e Famiglia Cristiana, ma persino di Tg5, Matrix, Giornale e Foglio, non è una notizia. È «gossip», «pettegolezzo», «chiacchiericcio» usato dai criminosi giornalisti stranieri, succubi di «interessi economici», a fini di «strumentalizzazione politica». Gliele ha cantate chiare. Chissà come dev'essersi sentito quel suo omonimo che fino a un mese fa si dedicava, per La Stampa, al gossip, al pettegolezzo e al chiacchiericcio (a proposito: che fine avrà fatto?).

Ora il solito Di Pietro vorrebbe licenziarlo dal Tg1, forse ignaro del fatto che da due giorni le scuole di giornalismo e le facoltà di scienza della comunicazione sono prese d'assalto da orde di piccoli e piccole fans che, da grandi, sognano di diventare Minzolini. Anche la Rai ha dovuto transennare il cavallo di Viale Mazzini per contenere l'entusiasmo degli abbonati, ansiosi di pagare un canone triplo o quadruplo pur di garantire al nostro Pulitzer i necessari mezzi di sostentamento. Ora si spera che l'amico Silvio, che lo chiama «l'amico Minzo», voglia manifestargli un minimo di gratitudine: una farfallina tempestata di brillanti o un collier di diamanti modello Noemi potrebbero andar bene. O magari un invito nei bagni di Palazzo Grazioli. O, meglio ancora, una Mini azzurra: la famosa MinzoMini.
(Vignetta di theHand)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/


Se il G8 fa rima col “complotto”
La stampa straniera infierisce e il Cavaliere aspetta con ansia il supervertice dei Grandi all’Aquila: ecco cosa potrebbe succedere.
Mettiamola così. Secondo Berlusconi il complotto contro di lui è made in Italy, ma il prodotto artigianale piace all’estero: al magnate dell’editoria Murdoch, all’America di Obama, ai tedeschi della Merkel e ai francesi di Sarkò.
Mentre l’amico russo Putin si fa gli affari suoi e gli ha voltato le spalle. In questo nefasto contesto internazionale, e con la Mata Hari-Patrizia D’Addario che si muove come una macchina da guerra, a proteggerlo da quel che sta per arrivargli addosso non basteranno i Predator, gli Awacs, gli F-16 e gli Eurofighter che vigileranno sui cieli dell’Aquila e le cinquanta batterie del 5° Reggimento artiglieria contraerea di Pescara armate di missili Aspide e Hawk schierate a terra. Non basteranno a proteggerlo dall’attacco finale: che scatterebbe al G8 dell’Aquila, tra l’8 e il 10 luglio.
È stato lo staff del premier, ieri, ad aver dato corpo a una voce che ormai da settimane correva nel Palazzo: quella di un «grosso colpo», per usare l’espressione di Francesco Cossiga, che starebbe per abbattersi sulla testa del premier dalle disinvolte abitudini e frequentazioni pubblico-private.
A dirlo è Paolo Bonaiuti: «Io penso che il colpo più grosso indirizzato a Silvio Berlusconi sia ancora in canna: lo spareranno prima o dopo il G8 dell’Aquila». Così, con mossa spericolata, il braccio destro del premier mette le mani avanti e allude. Solo a Bari o anche ad altre Procure? Chissà. Intanto l’inchiesta barese s’allarga: dalle escort alla droga, al gioco d’azzardo. Gli atti giudiziari si moltiplicano e lo scudo del lodo Alfano blocca i processi: non il corso delle indagini giudiziarie.
Berlusconi vive nell’incubo dell’avviso di garanzia che lo raggiunse nel 1994 mentre presiedeva la conferenza mondiale contro la criminalità Napoli. Ora, nella malconcia war room di palazzo Grazioli si minimizza l’effetto elettorale interno del danno dello scandalo delle donnine «ma quello internazionale c’è ed è oggettivo», ammettono a denti stretti. Un’imbarazzante conferma della disastrosa immagine del premier all’estero sarebbe venuta dal viaggio a Washington: dove Berlusconi ha scampato il plotone d’esecuzione della stampa su feste e randez-vous a villa Certosa e palazzo Grazioli solo grazie ai tumulti di Teheran, su cui si sono concentrate le domande dei giornalisti a Obama.
Ma adesso il timore di Berlusconi è il G8 e lo si dice fuori dai denti. Quale miglior ribalta, per dargli il «colpo grosso» e massimizzare il danno, del palcoscenico dell’Aquila? Due sere fa l’agenzia americana Ap ha dato grande rilievo allo scontro Berlusconi- D’Addario, ieri il New York Times ha girato il coltello nella piaga descrivendo la residenza di Berlusconi come «una sorta di Playboy Mansion con una sicurezza-groviera».
Berlusconi è un’anomalia: vuoi per i suoi obliqui e autonomi rapporti politici con la Russia (dalla difesa dell’invasione dell’Armata rossa in Georgia al no allo scudo spaziale in Polonia), vuoi per il profilo di inaffidabilità di un capo di governo che emerge ora dallo scandalo delle donnine.
Un’anomalia che già stonava nei giorni di Bush (che doveva disporre di informazioni assai più precise di quelle dei servizi italiani e ha sempre declinato i reiterati inviti a villa Certosa) e stride ancor più nell’era Obama.
La triangolazione Obama- Merkel-Putin sul caso Opel- Magna che ha tagliato fuori l’Italia del Cavaliere, l’asse Sarkozy-Merkel contro il candidato di Berlusconi alla presidenza dell’europarlamento sono sintomatici dell’aria che tira. Berlusconi fa il countdown per l’Aquila. I Grandi del G8 aspettano lo show.
Francesco Lo Sardo http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/111387/se_il_g8_fa_rima_col_complotto


Ferri corti?

Non succedeva da tempo, a quanto mi consta. Cancellato e rinviato a data da destinarsi l'incontro tra Benyamin Netanyahu e l'inviato della presidenza USA in Medio Oriente, George Mitchell. La decisione sembra dipenda dal confronto sulla sospensione dell'espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania, su cui gli Stati Uniti hanno assunto una linea dura, più dura di quella assunta in precedenza (ricordo che anche la Madeleine Albright aveva provato a premere su Netanyahu, allora premier, tra 1996 e 1997, con scarsissimi risultati...). Sul sito di Yediot, però, l'ufficio del premier israeliano dice che la decisione di cancellare l'incontro è venuta da Tel Aviv.

Che succede?

http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


L'Onda verde davanti al parlamento, scontro tra il regime e il mondo

 

Il regime degli ayatollah non ha intenzione di cedere «in alcun modo» alle pressioni internazionali in merito al risultato del voto presidenziale. La Guida Suprema Ali Khamenei non usa mezzi termini: «Insisto e insisterò – ha detto Khameini – sull’attuazione della legge elettorale».
Il leader dell’opposizione, Hosein Moussavi, ha convocato una protesta davanti al parlamento contro il divieto di manifestare imposto dal governo. Secondo il Guardian e Al-Jazeera, gli organizzatori affermano che la manifestazione sarà fondamentale per capire se ci sono crepe nel governo di Teheran oppure se l’esecutivo è ancora compatto nel fronteggiare i suoi oppositori.
Moussavi ha pubblicato oggi un comunicato nel quale elenca i suoi rimproveri al regime: uso improprio di fond pubblici, nomine pilotate tra gli organizzatori della consultazione, schede senza numero di serie. Il leader riformista – duramente attaccato dai quotidiani ultraconservatori – chiede una Commissione che esamini la procedura elettorale. Intanto Zahra Rahnavard, la moglie di Moussavi, ha lanciato un appello per il rilascio delle persone arrestate, tra cui venticinque fra giornalisti e dipendenti del giornale Kalemeh Sabz di Moussavi. «Sono rammaricata – ha detto Rahnavard – per gli arresti, tra cui ci sono molti politici e voglio il loro immediato rilascio».

Dopo giorni di silenzio e mistero, il ministro degli esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, ha chiarito che non parteciperà al G8 degli esteri che si aprirà domani a Trieste. Ieri il ministro Frattini ha fatto sapere che l’Italia chiederà la condanna ufficiale delle violazioni dei diritti fondamentali in Iran con la repressione dei manifestanti e l’espulsione dei giornalisti. Il ministro degli esteri iraniano ha ribadito le accuse contro Londra, e ha detto di essere pronto a riesaminare la possibilità di declassare le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Secondo il ministero dell’intelligence iraniano, alcune persone con passaporti inglesi sarebbero state coinvolte nelle manifestazioni di protesta post elettorali. «L’Inghilterra è tra i paesi che più hanno soffiato sul fuoco delle proteste con la loro propaganda, che è contraria a tutte le norme diplomatiche – ha dichiarato il ministro Gholamhossein Mohseni-Ezhei, che ha aggiunto – Anche la Bbc in farsi ha avuto un ruolo rilevante nei recenti tumulti, così come l’hanno avuto alcune persone con passaporto britannico». Ieri, il premier britannico Gordon Brown ha ritirato i suoi diplomatici dall’Iran in seguito all’escalation di accuse degli esponenti della Repubblica Islamica nei confronti del suo governo. Teheran, dal canto suo, ha ritirato il suo ambasciatore a Londra. L’Iran ha anche accusato gli Stati uniti e la Cia di sostenere economicamente le proteste contro lo scrutinio delle presidenziali.

E mentre la protesta continua in Iran, il web viene censurato da tecnologie europee: lo ha denunciato il Wall street journal. Sotto accusa due multinazionali, la tedesca Siemens e la finlandese Nokia, che hanno fornito al regime iraniano le tecnologie per permettere al regime iraniano di «controllare e censurare internet ed esaminare il contenuto delle comunicazioni online su ampia scala». E’ la stessa tecnologia di controllo e spionaggio che denunciano i difensori dei diritti degli utenti quando puntano il dito contro le norme europee volte a combattere la «pirateria». L’associazione PeaceLink sostiene i diritti del cyberattivisti iraniani. Secondo il sito del Corriere della sera, anche l’Italia avrebbe fornito mezzi di censura all’Iran. «Dopo il 2001, gli iraniani hanno fatto di tutto per acquisire materiale sofisticato necessario per tenere d’occhio dissidenti ed eventuali agenti stranieri. Microspie, apparati per le intercettazioni telefoniche e radio, know how per la bonifica di ambienti sono stati i principali prodotti sulla lista della spesa». L’Italia, come ha ricordato Silvio Berlusconi nel corso del suo incontro con il presidente Obama, è il primo partner commerciale europeo dell’Iran. L’Italia, secondo www.unimondo.it importa merci, in particolare petrolio, per oltre 25 miliardi di euro.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17873


ATTENTATO IN UN MERCATO A BAGDAD, NUMEROSE VITTIME




È di almeno 60 morti e, tra cui molte donne e bambini, e 140 feriti il bilancio di un attentato avvenuto nel pomeriggio di oggi nel quartiere sciita di Sadr City a Baghdad. Lo ha reso noto il ministero degli Interni precisando che, secondo le prime ricostruzioni, un veicolo carico di esplosivo, ma ricoperto di cassette di legumi e frutta, è esploso pochi minuti dopo essere stato parcheggiato all’ingresso del mercato degli uccelli, particolarmente affollato di gente che ultimava le commissioni prima della chiusura. Numerosi feriti sono stati ricoverati in un ospedale poco distante, nella zona orientale della capitale irachena, considerata la roccaforte dell’Imam sciita Moqtada al Sadr. Si tratta del secondo attentato particolarmente grave avvenuto in Iraq in meno di una settimana; sabato scorso 72 persone erano morte a Taza nella provincia di Kirkouk, 250 chilometri a nord di Baghdad, a causa dell’esplosione di un ordigno. La deflagrazione era stata così potente da danneggiare almeno un’ottantina di abitazioni nelle vicinanze. Il recente inasprimento delle violenze, dopo mesi di relativa calma, avviene in concomitanza con il ritiro delle truppe americane dalle provincie del paese; in base all’accordo raggiunto da Baghdad e Washington a dicembre infatti, i militari statunitensi devono completare il loro ritiro da tutte le provincie irachene entro il 30 giugno, per poi lasciare il paese entro il 31 dicembre 2011.
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=249374

I love your tan lines

La notizia della fuga d'amore in Argentina  del governatore repubblicano della South Carolina Mark Sanford sta riempendo le homepage di tutti i siti USA. In teoria sarebbe gossip e quindi - stando alla lezione di giornalismo che ci è stata impartita da Augusto Minzolini - non se ne potrebbe parlare, ma visto che sono un cattivo giornalista vorrei farvi notare che stanno uscendo anche le mail che Sanford si scambiava con l'amante. E sono piuttosto carine.

You have a level of sophistication that so fitting with your beauty. I could digress and say that you have the ability to give magnificent gentle kisses, or that I love your tan lines or that I love the curve of your hips, the erotic beauty of you holding yourself (or two magnificent parts of yourself) in the faded glow of the night's light - but hey, that would be going into sexual details ...


Per dire, il Cav. mica è capace di scrivere queste cose. E comunque - anche se trova qualcuno per scriverle - non è che vederle su un modulo prestampato - considerato l'appetito pantagruelico del nostro non si può fare altrimenti a meno di affittare uno scriptorium  - sia particolarmente irresistibile.

New York Times, TPM

http://giornalismoparma.typepad.com/


Obama chiede la fine della violenta repressione contro i manifestanti di Tehran, ma non prende le parti tra Mousavi e Khamenei. All’alba di una possibile e non voluta rivoluzione, l’Amministrazione si barcamena tra il rebus dei derivati  e la sua sfida più importante, la tutela universale della salute.

Dopo Il Cairo e l’apertura all’Islam, il voto fraudolento delle presidenziali iraniane accende il primo focolaio di una rivolta contro il regime dell’ayatollah. Per evitare il precipizio in Afghanistan, con i possibili drammatici risvolti in Pakistan e India, la nuova Amministrazione americana aveva aperto al dialogo verso Khamenei e Ahmadinejad, una linea  diventata molto nebulosa e incerta dopo il caos seguito alle presidenziali.

CAUTELA PREVENTIVA – Le manifestazioni a favore di Mousavi che si susseguono nelle piazze di Tehran non sono state appoggiate da Obama, che però si è spinto a citare il simbolo della lotta afro-americana per il diritto al voto, Martin Luther King, nel chiedere la fine delle violenze contro i cittadini. Un intervento in linea con la cautela finora mostrata nell’affrontare lo scenario medio orientale. La politica estera di Obama, l’aspetto più apprezzato dall’opinione pubblica americana, porta avanti una linea pragmatica e moderata nelle svolte, al di là degli effetti speciali regalati dai comizi del presidente. Con un bilancio federale gravato da un deficit record, una recessione in pieno corso e due guerre da sostenere, l’Amministrazione preferisce glissare su nuove iniziative che potrebbero rivelarsi avventuristiche come un eventuale appoggio al fronte pro Mousavi. Alla Camera la legge di finanziamento alle due guerre attualmente in corso, Iraq e Afghanistan, è passata inoltre con una maggioranza molto risicata. Il testo era stato emendato al Senato con lo stanziamento al Fondo Monetario Internazionale sancito dal vertice del G-20 di Londra. L’ala liberal del gruppo democratico si è opposta a questo, preferendo un testo appositamente dedicato al FMI così da vincolarne le politiche e si è alleata con i repubblicani per bocciare la legge. Una liaison dangereuse che ha costretto la Casa Bianca a muoversi all’ultimo momento per convincere i parlamentari di maggioranza più scettici. Le legge è passata con 226 voti favorevoli contro 202 contrari, tra cui ben 32 democratici. Un ennesimo segnale d’allarme per l’Amministrazione, che non ha una maggioranza compatta in appoggio alla sua agenda. La Casa Bianca ha inoltre fatto pressione sul gruppo democratico alla House per temperare la risoluzione d’appoggio ai manifestanti iraniani, passata con un solo voto contrario, quello dell’isolazionista e libertario Ron Paul.

IL BUCO DERIVATO – Dopo mesi di annunci è arrivata la nuova regolamentazione dei mercati finanziari, 88 pagine di cavilli tecnocratici che dovrebbero evitare nuovi collassi dei mercati borsistici. Le misure draconiane contro Wall Street sono però rimaste nel cassetto, e al di là del rafforzamento dei poteri di vigilanza della Fed, un accresciuto ruolo del Tesoro e una nuova autorità garante dei consumatori non si nota la rivoluzione promessa dopo il crollo del NYSE. Roosevelt ai tempi della Grande Recessione separò le banche commerciali e quelle di investimento con il Glass-Steagall Act del 1933, ma l’Amministrazione si è tenuta lontana da una simile impostazione. Nel caso emblematico dei derivati è stata sì prevista una regolamentazione della vendita centralizzata ma solo per i prodotti finanziari meno complessi. Per i derivati più strutturati le provvisioni sono molto lasche e poco trasparenti, tanto che alcuni parlano già di riforma scritta sotto dettatura di Wall Street, come già avvenuto per il piano Geithner, che ha preteso un buco normativo così grande da poterci far passare un tir. Il testo della riforma finanziaria non penalizza futuri  comportamenti troppo rischiosi da parte del management, lasciando sostanzialmente in vigore le possibilità di ricreare il sistema dei super  incentivi ai top executive. Le banche potranno inoltre aggregarsi cumulando diverse funzioni così che operazioni sulle stile di Citigroup, tanto care a Rubin e ai suoi discepoli attualmente alla guida della politica economica dell’Amministrazione, potranno essere ripetute quando l’economia ritornerà a girare. La frase più odiata dai contribuenti americani negli ultimi mesi, “Too big to fail” potrebbe quindi essere sentita di nuovo tra non molto tempo. Simon Johnson, commentatore economico del New York Times, ha indicato nella lotta ai Trust, i grandi monopoli privati formatisi con l’industrializzazione di fine ‘800, di Teddy Roosevelt il modello al quale Obama si dovrebbe ispirare. Lo stesso Johnson nota però come Wall Street sia ormai così influente sui procedimenti legislativi da ottenere sostanzialmente ciò che vuole, e la riforma appena partorita dal Tesoro americano ne è l’ennesima conferma. Un ulteriore aspetto che ha destato perplessità è l’estremo dettaglio della nuova normativa, praticamente impossibile da emendare al Congresso. Una minuziosità legislativa sorprendente rispetto ai testi spinti dall’Amministrazione, finora sempre molto deferente nei confronti di Capitol Hill. Una contraddizione tanto più evidente se paragonata alla riforma sanitaria, attualmente ostaggio del Senato, e teorica priorità dell’agenda governativa.

I COSTI DELLA SALUTE – Le previsioni del Congressional Office Budget sul costo della tutela della salute garantita a tutti hanno raffreddato gli ardori democratici, spaventati dall’impatto finanziario dei progetti di legge attualmente depositati al Senato. L’impatto finanziario di oltre un triliardo, nettamente superiore al maxi fondo da 600 miliardi di dollari stanziato dal budget di Obama, ha frenato la discussione, considerata la paura dei liberal e il dissenso dei moderati verso un ipotetico incremento delle tasse per finanziare misure universalistiche di assistenza sanitaria. La Camera dei Rappresentanti ha introdotto un progetto che ha un fondo di assicurazione pubblica come cardine del nuovo sistema, la misura più invisa all’opposizione repubblicana e all’industria privata della sanità. Tom Daschle, che ha rinunciato all’incarico di Ministro della Salute per lo scoppio di uno scandalo, ha parlato di una possibile scomparsa del fondo pubblico, dichiarazione subito ritrattata dopo la rivolta progressista che giudica indispensabile questo strumento per diminuire i costi della tutela sanitaria. Obama è intervenuto di fronte all’American Medical Association, la federazione dei medici statunitensi strenuamente opposta ad ulteriori interventi statali nella sanità, e ha ricevuto sonore contestazioni mentre illustrava il suo progetto di riforma. Per compensare gli extra costi enucleati dal CBO, il presidente ha proposto di ridurre le prestazioni di Medicare, l’assicurazione pubblica che paga le spese agli over 65. Un suggerimento accolto con molta freddezza dal Congresso, visto che Medicare è il programma governativo di gran lunga più popolare e l’unico lascito della Great Society di Lyndon Johnson apprezzato anche dai repubblicani. Il presidente ha finora preferito lasciare l’iniziativa ai gruppi democratici di Camera e Senato, appoggiando in maniera tiepida il punto più controverso, ovvero la nuova assicurazione pubblica, apprezzata dalla maggioranza degli americani ma molto invisa ai donatori più munifici e generosi della classe politica. Rispetto al decisionismo muscolare dispiegato per la riforma finanziaria, l’Amministrazione continua a rimanere deferente verso il Congresso per evitare eventuali tonfi simili a quelli costati molto cari a Clinton 15 anni fa dopo il fallimento dell’Hillarycare.

INCIAMPI DEMOSCOPICI – Dopo mesi di boom demoscopico, la bolla dei sondaggi pro Obama inizia a scoppiare. Una combustione a fuoco lento, ma in mezzo ad una gravissima recessione è praticamente impossibile che un presidente riscuota il consenso di più di tre americani su cinque. Nelle indagini di Gallup Obama è scivolato per la prima volta per più di due giorni sotto il tetto del 60%, mentre nei sondaggi di NY Times e Wall Street Journal si è rilevata un’inaspettata freddezza verso le politiche obamiane, nonostante i valori complessivi più che positivi. La crisi iraniana potrebbe fornire un’occasione al presidente, perché al momento la  politica estera dell’Amministrazione è il punto che riscuote il maggior consenso demoscopico. Obama si è mostrato in questo mesi imbattibile nelle PR, ma il pubblico americano aspetta ancora i risultati concreti e una certa insoddisfazione inizia a trapelare, in particolare modo tra gli indipendenti, il segmento elettorale più fluido e dinamico che negli ultimi anni ha affossato i repubblicani.http://www.giornalettismo.com/archives/29801/le-piazze-calde-di-mr-obama/



giugno 24 2009

"Il piacere della conquista"

L'uomo che non pagava le donne

Io, quando Berlusconi dice che non ha mai pagato una donna in vita sua, gli credo.

O meglio: credo che sia sincero. È davvero convinto di non averne mai pagata una. Certo, ci sono i regalini, i ciondoli, le tartarughine, i rimborsini spesa, un posto da meteorina, un cantierino da sbloccare. Ma quando regala, quando promette, Berlusconi non ha la sensazione di pagare in cambio di un servizio. È da una vita che ricopre di bigiotteria e orologi tutta la servitù che gli capita a tiro: la munificenza è semplicemente un aspetto del suo carattere, un attributo regale. Berlusconi non ha mai pagato una donna in vita sua.

Le slave in costume da Babbo Natale. Le squinzie che attraccano al molo di Villa Certosa. Le aspiranti meteorine, letterine, letteronze, europarlamentari. Tante belle ragazze che vanno a trovare Berlusconi non per soldi, ma perché è davvero bello passare una serata con lui che racconta barzellette e poi ti regala la tartarughina e il cd di Apicella. È realmente un'esperienza che dà senso alla tua misera vita: da quel momento la dividerai in “prima” e “dopo la serata con Berlusconi”. Non c'è bisogno di pagarti. Vabbè, al limite un rimborso spese, ma non servono altri incentivi: anzi c'è la fila fuori, per sentire il cd di Apicella. Lui deve veramente pensarla così.

"Se non c'è il piacere della conquista", dice, non c'è soddisfazione. È questo che cerca: più del sesso, il brivido del seduttore. Ed è convinto di sentirlo ancora. Lui non si considera un puttaniere, non gli passa nemmeno nel vestibolo del cervello: lui, quelle signorine, le seduce tutte. Questo è molto più grave di avere un Presidente satiro: si è rimbambito. Doveva succedere, è successo pian piano.

Non si tratta di sminuirlo, anzi. Berlusconi è stato un genio. Ha plasmato l'immaginario degli italiani. Ha ricostruito la politica italiana intorno al culto della sua personalità. Ha fregato tutti, nessuno ha mai fregato lui. In effetti in Italia non c'è stato, negli ultimi 30 anni, un uomo in grado di tenergli testa. A parte uno: sé stesso. Se Berlusconi cadrà, sarà per mano di Berlusconi. Solo Berlusconi sarebbe in grado di sconfiggere un avversario tanto tenace.

Certo, il tempo ha dato una mano. L'età che avanza, il potere che si accentra, l'impressionante numero di cretini che lo circonda, tutto congiura contro di lui. Col tempo il vecchio Berlusconi ha finito per credere ai fantasmi di Successo e di Piacere contrabbandati a suo tempo dal giovane Berlusconi. Si è davvero convinto che si può essere per sempre dei simpaticissimi cumènda che fanno ridere e innamorare le donne col loro repertorio di battute e carinerie. Tutto facile, tutto accessibile, tutto gratis: il vecchio Berlusconi è pericolosamente simile a quell'“undicenne neanche troppo intelligente” in cui si trasforma qualsiasi italiano quando diventa tele-utente e target pubblicitario, secondo una fortunata formula coniata dal... giovane Berlusconi. Cosa vuoi, bambino, vuoi le tette? Tante tette? Va bene, premi sul pulsante che arrivano. Tutte gratis. Non preoccuparti, paga papà. Più tardi. Con comodo.

Avremmo dovuto capirlo quando hai cominciato a far mattina davanti alle Televendite. L'edonismo berlusconiano ha colpito anche te – del resto, perché avresti dovuto esserne immune? L'ansia della soddisfazione consumustica ti ha contagiato. Ti ha impedito di sublimare le tue pulsioni sessuali nell'esercizio del potere: lo hai detto tu stesso che governare non ti piace, e si vede benissimo che ti ci annoi. Allora ti riempi la casa di donnine da scartare come caramelle: gratificazione immediata. Una fantasia infantile, come la gelateria privata in cui ti fanno lo scontrino ma non paghi... chi paga? Il popolo italiano. Più tardi. Con gli interessi.

L'uomo poi potrebbe ancora risvegliarsi, come Lear, o meglio come Claudio Augusto quando scoprì gli inganni di Messalina. Non sarebbe un bel momento: accorgersi che le donne che facevano la coda per vederlo erano effettivamente pagate – non da lui, utilizzatore finale, ma da qualche procacciatore interessato a scambiare un favore. Significherebbe aprire gli occhi su di sé, vedersi per quello che si è realmente: un settantenne molto potente, simpatico ma un po' arrogante, e privo di qualsiasi sex appeal. Ma dirsi la verità non è facile, a nessuna età. È triste dover ammettere di essere utilizzatori. Forse è ancora più triste scoprirsi utilizzati, magari da una signorina qualunque che faceva la simpatica ma in realtà pensava solo al regalino, al rimborso, alla raccomandazione, al disbrigo della pratica. Tu stai cercando di ammaliarle col tuo fascino, e loro si portano il registratorino per ricattarti. È un brutto momento, ma di chi è la colpa? C'è un complotto? Sì, in effetti sì. Si chiama Berlusconismo.

Come andrà a finire? Magari non succederà niente: non è la prima volta che l'uomo si rialza dalla polvere e rimette sotto gli italiani come niente fosse. Quello che rende questa crisi un po' più strana delle altre, è che stavolta Berlusconi è stato colpito nel profondo delle sue abitudini. Quest'estate non potrà concedersi le ostentazioni orgiastiche che erano pratica corrente fino a qualche mese fa. Ce la farà? Togliere a un vecchio i suoi ultimi vizi: non rischia d'impazzire?

(Nessun problema per noi, siamo impazziti già da tempo).http://leonardo.blogspot.com/


Civati: "Volti nuovi e via da Roma"

Il trentenne e votatissimo consigliere regionale del Pd, da tempo fautore di un ricambio non solo generazionale nel partito affronta i temi del dopo-voto
di Rodolfo Sala
Pippo Civati
Pippo Civati

Pd sotto choc dopo l’ultima sconfitta, la più importante. Lunedì si riunisce la direzione regionale, ma il dibattito è già cominciato. Il primo a parlare, in questa serie di interviste che Repubblica dedica al dopo-voto, è Pippo Civati, trentenne e votatissimo consigliere regionale nel Duemila, da tempo fautore di un ricambio che non è solo generazionale.

Persa anche Milano, che si fa Civati?
«Per prima cosa bisognerebbe dire: come si fa?».

Spieghi.
«Ma sì, sentito Franceschini? Io sono completamente d’accordo con quello che ha appena scritto un amico sul mio blog».

E cioè?
«Cito: parlare di declino della destra quando si viene praticamente espulsi dalla regione più importante d’Italia è perfetta chiosa di una classe dirigente nazionale che da quindici anni è incapace di parlare a più di un terzo degli italiani, quelli che vivono sopra il Po».

Roba da chiudere bottega.
«Non dobbiamo nasconderlo: qui siano sempre più marginali. La Lega sta diventando una forza di popolo, forse più nell’immaginario che per effettivo radicamento territoriale. Mentre noi come forza di popolo non siamo più sentiti, e non da oggi».

E come vi percepiscono?
«Una forza politica elitaria, lontana dai problemi della gente, a volte snob. I leghisti hanno messaggi chiari, ancorché sbagliati. E ci stanno mangiando vivi».

Rimedi alle viste?
«Estremizzo: lontani da Roma».

Prego?
«Nel senso che dobbiamo marcare le distanze da un modo di fare politica nauseante. Questo Pd doveva essere un partito federale, ma i romani alle europee ci hanno messo come capolista uno come Cofferati. Clamoroso. Vuole un altro esempio?».

Dica.
«Il Coordinamento del Nord. Avrebbe dovuto interloquire davvero con la società, i ceti produttivi, i bisogni elementari della gente. Si è riunito due volte per parlare di un Nord più raccontato che vissuto davvero».

È per questo che avere perso in tutte le province lombarde chiamate al voto in questa ultima tornata?
«Anche. Nel Pd ci si è guardati bene dal far emergere alcune figure anche nuove, dando loro un quadro di riferimento in cui muoversi».

Sta debordando nel politichese...
«Lo dico così. Gli elettori della Lega la scelgono perché non vogliono i barconi con gli immigrati. I nostri — parlo sempre del Nord, anzi della Lombardia — non sanno bene perché ci votano».

Addirittura.
«Io sono per le cose semplici. Qui ci sono tanti precari, dovremmo essere noi, la sinistra, a rappresentarli, no? Lo stesso vale per i pendolari, che noi invece abbiamo fatto scappare. Così per i titolari delle partite Iva o per quelli che hanno difficoltà a mettere su casa. Ripartiamo da qui, non mettiamo troppa carne al fuoco. Poi allargheremo lo spettro. Ma muoviamoci, subito. Finiamola con il tenerci in testa delle idee buone, che poi non siamo in grado di spiegare alla gente».

Ma è tutta colpa dei romani?
«Proprio tutta no. Le loro scelte qui vengono subite. Il gruppo dirigente regionale dovrebbe far presente a Roma che esiste anche la Lombardia. Ma non lo fa. Qui bisogna costruire un partito, purtroppo io vedo in giro troppo ceto politico autoreferenziale e pochissima partecipazione. Ci vorrebbe una scossa, come fece nel 2007 con Veltroni».

Ce l’ha con il segretario lombardo Maurizio Martina?
«Mi sono rotto le scatole di fare nomi. Le responsabilità di questo disastro hanno radici nel neolitico, non è che gli ultimi arrivati debbano scontare le colpe di quelli di prima».

E Penati?
«Ha fatto un lavoro straordinario, resta il capitano della nostra squadra. Il problema è che manca la squadra. Perché quando sei incapace di capire i problemi veri dalla società, diventa inevitabile guardarti l’ombelico».

L’anno prossimo si vota per la Regione. Il vostro candidato?

«Si sceglie con le primarie. In fretta, e con un grande coinvolgimento dei circoli».

Con questi chiari di luna è destinato a perdere.
«Anche se fosse, c’è modo e modo di perdere. Alla Penati, per un niente. Oppure senza toccare palla. Preferisco la prima».
http://milano.repubblica.it/dettaglio/civati:-volti-nuovi-e-via-da-roma/1658895


La mia solidarietà a Maurizio Crozza

Non posso far finta di niente solo perchè ieri non ho partecipato alla conferenza stampa sul nuovo palinsesto de La7, che vedrà L’Infedele regolarmente in onda da fine settembre. Il ridimensionamento della presenza di Maurizio Crozza, uno dei nostri collaboratori di maggior successo, tutt’altro che logoro dal punto di vista artistico e d’impatto sul pubblico, è un segnale negativo.
So bene quanto sia diffficile il contesto politico e di mercato in cui si trova a lavorare il management de La7, piccola televisione che fa parte di un grande gruppo telefonico, Telecom, per il quale è al tempo stesso fisiologico e essenziale mantenere un rapporto sereno e collaborativo con il governo in carica, qualunque esso sia.
So anche che la satira di Maurizio Crozza, proprio per la sua bravura, ha disturbato potenti sia di destra che di sinistra, producendo le solite proteste di chi conta. Sacrificare il suo spazio pare a me un cedimento -non so valutare quanto “obbligato”- di cui mi rammarico.
Tanto più in un momento di tale stretta governativa su Rai e Mediaset da far risaltare il pluralismo interno e la varietà dell’offerta di La7 non solo come una nicchia (in cui sono felice di lavorare da nove anni) ma come una tv destinata a valorizzare la propria diversità.http://www.gadlerner.it/2009/06/24/la-mia-solidarieta-a-maurizio-crozza.html


Moratoria del Tg1


Il Direttore del TG1 Minzolini ha scelto - lui - di non darci le notizie che riguardano il Presidente del Consiglio Berlusconi, giudicate - sempre da lui - "strumentalizzazioni e pettegolezzo".
Questa censura è inaccettabile ed offensiva. E soprattutto rappresenta un ulteriore attacco alla libertà di stampa.
Libertà e Giustizia ricorda ancora una volta che la distruzione del servizio pubblico era uno dei progetti fondanti del piano di Rinascita di Licio Gelli. Se il progetto fa oggi un gigantesco passo avanti con la fine dei fatti nel Tg1, LeG si unisce alla voce di quei giornalisti liberi che in tutte le redazioni della Rai chiedono un'immediata convocazione del direttore Minzolini davanti alla Commissione di vigilanza. Fino a questo chiarimento istituzionalmente essenziale, LeG invita a non guardare il TG1 http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2775&id_titoli_primo_piano=1


Facce di bronzo a Palazzo Vecchio

«È un momento molto emozionante, il risultato che si sta configurando è molto serio e molto positivo», ha detto il 34enne Renzi. «Domani mattina, come prima cosa, da cattolico che rispetta le istituzioni laiche, andrò a pregare sulla tomba di Giorgio La Pira», ha aggiunto. *

«Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa 'brutta'! No: l'impegno politico -cioè l'impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall'economico è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.» (Da La nostra vocazione sociale. Giorgio La Pira) *

(ora, non per farvelo notare, ma il Partito Democratico è proprio la prosecuzione della Democrazia Cristiana con altri mezzi).http://formamentis.splinder.com/


E se i proporzionalisti proponessero loro un referendum?
Ma perché i proporzionalisti non propongono loro un quesito che tolga il premio di maggioranza dalla legge elettorale? Così vediamo che consenso hanno.http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/

Come sappiamo da anni, non abitiamo tanto la politica quanto il racconto della politica. Lo scrive, stamattina, anche Edmondo Berselli, che tuttavia parla solo di televisione. Oggi, invece, è un po' più complesso. E -sempre da un punto di vista più vicino ai media che al merito- è molto interessante ripercorrere passo passo la storia di questi due mesi, che ci hanno portato a vedere il berlusconismo in difficoltà come mai lo era stato.
Il punto di crisi, lo dicevamo, è nell'applicazione banale di un principio importante dell'informazione: sei il capo del governo, ti faccio delle domande, insisto fino ad ottenere risposta. Nell'Italia di oggi questo è abbastanza desueto, perchè la comunicazione del berlusconismo è sempre stata costruita sul concetto di tabula rasa: ti dico il mio slogan, metto altri temi in agenda, sposto l'attenzione. Il raccordo con i fatti è irrilevante: siamo comunicazione.
Quando vengono fuori le 10 domande, Repubblica è sola contro tutti. La tattica adottata è quella classica dello straw man argument: prendo solo una componente del tuo discorso e ti attacco su quello. «State facendo solo Gossip». E tutti si adeguano.
Ma lì viene il primo colpo di genio a quelli di Repubblica. Fanno una cosa che (credo) nessuna testata italiana ha fatto mai. Mettono online, sul loro sito e tengono sempre in home page (da due mesi), dei contenuti in inglese: la notizia e le dieci domande. Il messaggio è semplicissimo: se in Italia ci attaccate tutti, vediamo cosa ne dicono all'estero. I media internazionali cominciano a mettere in agenda il "caso Berlusconi", il Guardian fa un endorsement pesante sulla battaglia solitaria di Repubblica. Gli altri media italiani timidamente rimettono la questione in agenda in modo diverso. Poi il Corriere si trova tra le mani (involontariamente) uno scoop con la testimonianza della D'Addario: lo prende molto con le molle ma il dado è tratto. Qualche giorno dopo Scalfari scriverà «Cosa poteva fare De Bortoli?» e Bondi tuonerà contro Repubblica «Che si è tirata dietro il Corriere».
Intanto da un lato le testate di centro destra entrano a gamba tesa nella vicenda («Siamo tutti Berlusconi, chi può scagli la prima pietra» [Libero) oppure «E' stato operato alla prostata le accuse non tengono» [Libero]), dall'altro Ferrara sul Foglio fa un paio di sogni su Berlusconi che spiega tutto e poi comincia a parlare di 24 luglio. E Cossiga, da par suo, non collabora a tener la questione fuori dall'agenda politica. Ci si mette persino L'Avvenire, e non è cosa da poco. Ampi settori di tradizionale consenso cominciano a essere in imbarazzo. La frittata pare fatta: come scrive D'Avanzo: sono due mesi che non riescono a fare loro l'agenda e appaiono stupiti e frastornati.
Intanto quella parte di Italia che guarda solo i Tg generalisti sa poco o nulla. Repubblica ci dà dentro due volte (1 e 2) finchè ieri Minzolini, direttore del TG1, viene convocato e poi fa un editoriale nel TG della sera, spiegando che darà notizie certe e solo notizie certe. Mentre la punkpolitic collettiva della rete -di fronte a tanta purezza di metodo- si indigna. E ci mette pochissimo a scovare il termine «minzolinismo» su una pagina del 1996 dell'archivio del Corriere. Parola che serve a designare una «forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle affermazioni raccolte». Tra l'altro, come si nota da più parti nelle conversazioni, il primo effetto è quello contrario: i telespettatori (quelli della popolazione solo-Tg) non sapevano nulla e improvvisamente sanno che si sono persi qualcosa di tanto importante da farne un editoriale in prima serata.
A livello politico le reazioni sono consuete, da un lato condanna dall'altro straw man argument: siete gli unici a considerare questa cosa una notizia. E Repubblica, che ormai ha capito la lezione, dà l'unica risposta che può, con una piccola genialata: mette online uno speciale con le reazioni della stampa straniera giorno per giorno. Un modo per dire: non siamo poi tanto soli e non potete affermarlo.http://www.bookcafe.net/

(anche su Metilparaben)

«Certamente non ha bisogno che qualcuno gli porti le donne. Pensare che Berlusconi abbia biso­gno di pagare 2.000 euro una ragaz­za, perché vada con lui, mi sembra un po’ troppo. Penso che potrebbe averne grandi quantitativi, gratis»
.

Devo dire che l'avvocato Ghedini, nella difficile situazione attuale, sta svolgendo un prezioso lavoro di demistificazione e di difesa del suo assistito. Qualche giorno fa ha chiarito che Berlusconi non sarebbe comunque punibile in quanto mero utilizzatore finale e soggetto inconsapevole, e in effetti se ci pensate è vero: se voi date delle feste in villa e un signore arriva ogni volta accompagnato da tre o quattro belle donne, e se voi a fine serata per non saper né leggere né scrivere proponete a qualcuna di queste di aspettarvi nel letto grande e quelle effettivamente lì vi aspettano, come potete sospettare che ci sia qualcosa di strano? Le utilizzate, le richiudete con cura e la prossima volta chiedete al vostro ospite dov'è che ne trova di così saporite.

Poi ha spiegato che Berlusconi non ha di certo bisogno di pagare 2000 euro una ragazza perché potrebbe averne grandi quantitativi gratis. Voi magari pensavate che il premier fosse il tipo che lontano dalla moglie organizza feste con costose escort, costose ragazze immagine, costose ballerine di flamenco, minorenni che comunque un collier e una foto autografata se li portano a casa e - cosa più grave di tutte - Apicella in presenza delle suddette minorenni. E invece così non può essere, perché Berlusconi non pagherebbe mai migliaia di euro per una ragazza: non quando poi ogni giorno le agenzie di casting gli mandano container pieni di campioni omaggio da utilizzare preferibilmente entro la settimana successiva, tant'è che è costretto a rimandarne indietro grandi quantitativi che altrimenti finirebbero per andare a male.

Vorrei anch'io un avvocato come Ghedini a difendermi. "Queste accuse sono del tutto infondate, ma se anche fossero fondate Aioros non sarebbe punibile in quanto completamente idiota". "No, caro signore, Aioros non ha mai rigato il suo Suv con un mazzo di chiavi, anche perché otterrebbe un risultato molto migliore con meno fatica usando l'apposito coltellino che porta sempre in tasca quando esce di casa". "Ma no che non voleva offenderla, signorina, ma se Aioros non avesse per le donne il grande rispetto che in effetti ha, crede forse che avrebbe rivolto la parola ad un cesso ambulante quale lei in effetti è?". La mia vita sociale potrebbe migliorare. http://aiorosblog.splinder.com/post/20810526/%22Ah%2C+mi+perdoni%2C+non+avevo+cap

Se questo è un giornalista

http://www.cinetivu.com/wp-content/uploads/2009/05/minzolini-2.jpg


E' noto che in Italia la stampa ed i giornali, per tanti motivi che non credo sia necessario star qui a spiegare, non sempre possono essere liberi di fare il loro lavoro, ed ancora meno volte hanno gli attributi per lavorare come dovrebbero. Quante volte abbiamo visto notizie importanti declassate o distorte (guarda caso sempre con l'attuale Premier di mezzo...), ma mai si era visto nulla come quello che il nuovo direttore del TG1, Augusto Minzolini, ha fatto nel giorno dell'ultimo scandalo legato al nostro Presidente del Consiglio. Ebbene sì, cari miei, per quanto credo tutti lo sappiate già lo ripeto ugualmente: il signor Minzolini non ha riportato la notizia riguardante le dichiarazioni di Patrizia D'Addario nelle quali la ragazza sosteneva che Silvio Berlusconi fruisse di "ragazze a pagamento". Dopo una simile omissione, ovviamente, non potevano mancare le giuste proteste di chi non ha potuto accettare che il principale telegiornale Italiano (trallaltro pubblico...) non passasse una simile notizia, ed allora il Direttore Minzolini (o forse dovremmo chiamarlo "Menzognini"...) si è affrettato ad andare in televisione a difendere la sua scelta dicendo che la vicenda in questione è semplicemente "una storia piena di allusioni non c'è ancora una notizia". No comment. Fa quanto meno mettere le mani nei capelli il fatto che un iscritto all'ordine dei giornalisti non sappia che una vicenda in cui ci sono testimoni e prove E' UNA NOTIZIA. Fa ulteriormente riflettere il fatto che tutto ciò venga detto da chi del retroscena e del pettegolezzo politico ha fatto il pane per i propri denti, tanto da arrivare a dire nel lontano 1994 che "il politico non ha un privato" (qui trovate il pezzo completo: http://junkiepop.tumblr.com/post/128613994/le-smentite-a-ripetizione-rivelano-solo-che). Che dire, ogni giorno che passa il giornalismo nostrano sta calando i calzoni di fronte al Biscione.http://www.stefanomentana.ilcannocchiale.it/


E se al posto dell’obiettivo ci fosse stato un fucile?

Giorni fa così titolava il Giornale riprendendo un attacco lanciato dal PdL ai servizi segreti (che poi rispondono alla Presidenza del Consiglio...). Oggi esce fuori che le amiche entravano a Palazzo Grazioli senza essere controllate. Con macchine fotografiche, telecamere e microfoni vari.
E se al posto della telecamera ci fosse stata una pistola?http://carlettodarwin.blogspot.com/


Strategia dell’appeasement

Mi pare di capire che - forse un po’ impaurito da Bari - il premier abbia cambiato strategia.

C’è, ad esempio, un forte segnale di appeasement nella causa di separazione.

Ma soprattutto c’è il suo servitore più fedele che lancia messaggi trasversali. Non alla signorina Montereale, evidentemente, ma a tutte le altre ragazze che sanno qualcosa e che in questi giorni stanno pensando se parlare o no: e per loro i posti meteorine e dintorni sono ancora liberi.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


 

Il gossip, la politica e le spie nel lettone

 

Immagine di Roberto CorradiAlla fine i meglio sceneggiatori ingaggiati dal Cavaliere hanno tirato fuori questa parola magica del gossip (“è solo gossip”, “non ci sono notizie”, “non mi occupo di gossip”, “questa è spazzatura”) che da sola dovrebbe metterlo al riparo dalle macerie che incombono.
Si da’ i caso che i tre più furenti fautori di questa risibile linea difensiva, Augusto Minzolini, Emilio Fede e Carlo Rossella, di gossip ci hanno allegramente campato l’intera vita. Sul gossip hanno fondato le loro carriere di carta, le loro rubriche, e persino le loro quotidiane conversazioni.
Da questa parola magica discendono altri piccoli sillogismi da trincea: una cosa è il gossip, un’altra sono la politica e l’azione di governo; la sfera privata del premier è affar suo, dentro casa può fare quello che vuole, come ogni cittadino italiano.

Balle. Provate a immaginare, in termini di sicurezza e ricatti, quello che possono combinare trenta sgallettate dentro casa, a ogni week end, armate di macchine fotografiche, registratori, telefonini & tanga. In quelle feste c’erano bimbe ingaggiate solo da Giampaolo Tarantini, esperto in protesi, o anche dall’amico Putin? Sicuri che nessuna di loro venisse dalle collezioni della Gazprom? O dalle signorine ninja del colonnello Gheddafi? E qualche gentile agente Cia c’era?
Quante chiacchiere si possono estrarre da un ometto di 72 anni, pieno di cerone, di farmaci e di capelli finti, impacchettato in un accappatoio bianco, steso su un letto rotondo, carezzato, vezzeggiato da esperte in sogni da rotocalco, eccitato dai suoi stessi video girati a casa dell’amico Bush, e addirittura nelle proprie ville (“guardate che rifiniture!”) mentre racconta i portenti virili dei suoi soldi?

E poi: che razza di affidabilità può mai avere un capo di governo che passa gran parte del suo tempo a giocare sui divani con ragazzette da calendario (ma potrebbero anche essere morbidi ufficiali dei servizi segreti israeliani, per quel che ne sappiamo) disegnando farfalline colorate, mostrando il bicipite, le foto della moglie, il cactus e l’assegno?
Quale credibilità può mai avere un tizio che è contemporaneamente l’uomo più potente d’Italia e anche il più solo, il più disperato, ridotto a ore di conversazioni con una minorenne (“mi chiamava quando era triste, lo ascoltavo per ore”, Noemi dixit), o addirittura con escort pagate per non sbadigliare?  
Davvero nessuna interferenza tra vita privata e quella pubblica, a parte la tolleranza alla vergogna e al buon gusto? La scorsa settimana i microfoni di Sky lo hanno pescato al vertice di Bruxelles al telefono con il suo onorevole avvocato, Nicolò Ghedini, a sbrogliare sue matasse emotive. Gli fregava qualcosa di quel summit?

Racconta Patrizia D’Addario che lo scorso 4 novembre, notte elettorale di Obama, lui rimase in camera con lei sebbene atteso alla Fondazione Italia Usa da molti invitati e dall’ambasciatore americano. “Venne informato dell’elezione dai suoi collaboratori”. E’ un’interferenza con la sua vita pubblica? Con i suoi doveri politici? E quante altre ce ne sono stati se neppure l’elezione americana, cioè la Storia, riesce a smuoverlo dal suo lettone di povera cronaca?
(Immagine di Roberto Corradi)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/


Uno, nessuno, centomila. Lo psicodramma del Pd in Sicilia
di Giuseppe Giustolisi

Pensiamo ad un giovane elettore siciliano qualsiasi, magari un ragazzo al suo primo voto. Non sa nulla della guerra intestina fra dalemiani e veltroniani e soprattutto non sa nulla delle geometrie variabili di Lombardo, la formula politica coniata dal Governatore siciliano per ammiccare al centrosinistra, in tempi di incomprensioni con l’universo pidiellino. Non sa nulla nemmeno di quelle giunte comunali in cui il Partito democratico s’è alleato con il Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo. Se no si chiederebbe come sia possibile un giorno sparare pesantemente contro il governatore e un altro allearvisi. A un certo punto i vertici del Partito democratico gli fanno il regalo insperato di candidare alle elezioni europee due personalità antimafia come Rosario Crocetta e Rita Borsellino. Quel ragazzo è cresciuto a pane e antimafia, ha letto anche i libri di Danilo Dolci, partecipa ai cortei contro Cosa Nostra e fa volontariato con Addiopizzo. Va quindi a votare con convinzione questi due candidati “anomali” e così fanno tanti altri. Risultato? Crocetta e Borsellino prendono, in due, quasi due terzi dei voti attribuiti al partito. E molti di questi voti, ci si può giurare, sono di giovani che nemmeno a cannonate avrebbero votato Partito democratico, se non ci fossero stati quei nomi lì, che coniugano, nelle aspettative dei più, la novità politica con la concreta speranza di una Sicilia diversa.
Parallelamente, però, il Pd siciliano sembra essere attirato dalle sirene messe in campo da Raffaele Lombardo per “avviare un percorso politico comune”, come si dice in politichese. Ancora non se ne conoscono, almeno ufficialmente, le modalità e i tempi di attuazione. Di sicuro, però, c’è che gran parte di quell’elettorato che ha votato Crocetta e Borsellino è incompatibile coi costumi politici (e non solo) del Governatore siciliano.
Vediamo di capire meglio questa contraddizione all’interno del Partito democratico in Sicilia, che potrebbe sconfinare nella pura schizofrenia politica di un partito che, da un lato cerca di innovare, dall’altro va a braccetto con colui che viene visto come il principe della politica clientelare e l’emblema di quel ceto politico democristiano immortale che da decenni comanda l’isola.

Il piacere dell’onestà

Non si fa certo peccato a sospettare che molto probabilmente il successo alle elezioni europee di due candidati del calibro di Rosario Crocetta e Rita Borsellino possa essere risultato indigesto alla nomenclatura democratica. Innanzitutto perché i candidati su cui puntava l’establishment erano altri due: Italo Tripi, segretario regionale della Cgil e Giovanni Barbagallo, un ex democristiano deputato regionale da ben sei legislature. “L’ordine di scuderia era di votare Tripi e Barbagallo, ma io, giunto al seggio, non ce l’ho fatta a votarli e ho preferito Crocetta e Borsellino”, confessa un giovane consigliere di quartiere di Catania. E poi perché l’antimafia di Crocetta e Borsellino spesso ha procurato più di un sussulto nelle stanze di chi vorrebbe un approccio più soft con certe tematiche. Non è certo un caso, dunque, che Rosario Crocetta, nel presentare la sua candidatura a Catania, pronunci queste parole: “La mia non sarà la campagna elettorale degli apparati. La mia sarà una campagna con la gente”. Parole che possono suonare come un qualsiasi slogan elettorale. Persino banale. Poi però Crocetta ne specifica il senso ed ecco che diventano qualcosa di molto simile a un manifesto politico ed etico. “Io non farò parte di alcuna corrente. Non voglio stare né coi dalemiani né coi veltroniani. Io sono Rosario Crocetta e mi piacerebbe che prima di essere critici con gli altri partiti fossimo innanzitutto critici con noi stessi. Mi piacerebbe, per dirne una, che nel mio partito non ci fosse Vladimiro Crisafulli (il leader Pd di Enna che non si pone problemi a scambiare chiacchiere col boss della zona Raffaele Bevilacqua ndr)”. Sono parole troppo forti per non impensierire qualcuno. Ma il primo incidente coi big del partito si verifica quando Crocetta critica la nomina da parte del Csm, alla Procura Nazionale Antimafia, di un giudice catanese. Citando atti della Commissione Antimafia, Crocetta spara a zero contro quel magistrato e rilascia alle agenzie la seguente dichiarazione: “Questo pm catanese omise di procedere nei confronti di esponenti del clan Laudani, braccio armato dei Santapaola”. Non l’avesse mai fatto Crocetta. Contro di lui si abbattono i tuoni e fulmini dei leader siciliani del partito. Enzo Bianco in testa. In conferenza stampa Crocetta rivela che qualcuno vuole bloccare la sua campagna elettorale. E in parte aggiusta il tiro. Ma nella sostanza conferma le accuse contro il magistrato.
Nemmeno Rita Borsellino è stata da meno, quanto a capacità di mandare messaggi forti al partito che la candidava. “La mia candidatura è un segnale di apertura, da parte del Pd verso la società civile, che riflette la natura originaria e gli obiettivi che il partito s’è dato all’atto della sua costituzione”, dice Rita Borsellino a proposito della scelta di puntare su di lei alle elezioni europee. Come dire avanti così, indietro non si torna. E quando l’europarlamentare uscente di Rifondazione comunista Giusto Catania, a due settimane dal voto, le prospetta il rischio di ritrovarsi fra le braccia del Raffaele Lombardo, Rita Borsellino risponde così: “Le parole di Catania circa segnali inquietanti che avrei lanciato al Movimento per l’Autonomia, oltreché infondate, sembrano più dettate da fini elettorali che da un reale dubbio politico. La verità è che io sono e continuerò a restare libera. Le uniche braccia tra le quali mi ritrovo sono quelle di un progetto politico cominciato tre anni fa e che continuerò a portare avanti con coerenza”.

Il gioco delle parti

Il successo elettorale di Crocetta e Borsellino dovrebbe a questo punto far capire a chi di dovere che l’antimafia dei fatti paga. Anche in termini elettorali. E dovrebbe far desistere dai ripetuti tentativi di abboccare all’amo lanciato da Raffaele Lombardo per rafforzare la sua traballante poltrona di governatore. Ma è proprio in questa circostanza che si scopre l’altra faccia del Pd, che stride enormemente con quell’elettorato che chiede un radicale rinnovamento di metodi e persone. Ed è la faccia di un partito che ha introiettato il convincimento di non riuscire ad arrivare al governo della Regione per la normale via elettorale, ma di poterlo fare solo attraverso la comoda via del ribaltone, come già accaduto, dieci anni fa, col governo guidato dal diessino Angelo Capodicasa (quello il cui assessore all’agricoltura, in quota Udr, era un certo Totò Cuffaro), maturato col sostegno dei cossighiani staccatisi dal centrodestra.
Le manovre di avvicinamento a Lombardo cominciano sul finire dello scorso anno, quando il governatore siciliano comincia a parlare di geometrie variabili. Una nuova alchimia politica con la quale Lombardo incassa i voti del Pd su alcuni provvedimenti per i quali gli mancano i voti della sua coalizione: “Sulle riforme non contano gli schieramenti tradizionali e sono sicuro che sulle leggi importanti continueranno a formarsi maggioranze trasversali, geometrie variabili”, afferma il Presidente della Regione.
E’ solo il primo passo. Che trova l’immediato riscontro. Al ragionamento di Lombardo fa infatti eco Anna Finocchiaro, suo competitor alle elezioni regionali del 2008 e da lui largamente sconfitta: “Le geometrie variabili fanno parte di un altro percorso. Intanto se ci saranno questioni sulle quali si possono formare maggioranze inedite per il bene della Sicilia, per la sua modernizzazione e per la rottura di centri di potere, questo sta nelle cose”.
La maggioranza non c’è più, riflette ad alta voce lo stato maggiore del Pd siciliano. Eppure nessuno chiede le dimissioni di Lombardo. Passano altri mesi, siamo ormai a ridosso delle elezioni europee, ed è proprio il Governatore in persona a rompere gli indugi: prende atto del fallimento della sua maggioranza e azzera la giunta, revocando le deleghe ai suoi assessori. Prospettive? Lombardo dice e non dice. Da un lato propone un governo istituzionale aperto a quei pezzi di partito che ci staranno. Porte spalancate dunque anche al Pd. Poi afferma di non volere ribaltare le alleanze politiche, precisando però “di non potere considerare alleati coloro i quali, pur facendo parte della maggioranza, hanno sviluppato in aula e fuori un’oggettiva azione di opposizione al mio governo”. Dalla sponda Pd, sull’ipotesi di un dialogo con Lombardo, si pronuncia sibillino il capogruppo all’Assemblea regionale siciliana Antonello Cracolici: “Al momento non ci sono né chiusure né aperture. Siamo un partito e le scelte devono essere collegiali”. Sembra un perfetto gioco delle parti. Con una tempistica che prevede gradualità, per rendere digeribile agli elettori dal palato fine qualsiasi rapporto con Lombardo. Al momento quindi è meglio rimanere a guardare. Al termine di un vertice romano del partito, alla presenza del segretario Dario Franceschini, del capogruppo al Senato Anna Finocchiaro e del segretario regionale Francantonio Genovese, un lancio Ansa riferisce che: “Anche se Lombardo non avrebbe ancora avanzato proposte formali al Pd, pur spiegando di essere pronto a formare un governo con chi ci sta, il vertice del Pd ha deciso che, almeno in una prima fase, i democratici staranno fuori da ogni forma di coinvolgimento politico”. Almeno in una prima fase, appunto.
A chiedere le dimissioni del Presidente della Regione intanto, voce isolata, è il responsabile nazionale enti locali dell’Italia dei Valori Ignazio Messina. Ma dopo giorni burrascosi, passati un giorno a rassicurare gli alleati, un altro a minacciarli, Lombardo vara il suo secondo governo, facendo fuori l’Udc e mezzo Pdl. L’area della maggioranza che dà la sua benedizione al neonato Lombardo-bis è quella di Gianfranco Micciché, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, da tempo in rotta coi vertici siciliani del partito. Stando ai rumors sempre più insistenti, Micciché sarebbe in procinto di creare una sorta di Lega del Sud insieme al Presidente della Regione. Fu lo stesso Lombardo, del resto, ad annunciarlo un anno fa in conferenza stampa, proprio insieme a Gianfranco Micciché. “Con Miccichè coltiviamo un’idea: quella di una formazione politica autonomista. E’un’idea che prima o poi maturerà. Forse fra dieci anni. E sarà lui a guidarla, perché più giovane di me”. E l’allora presidente dell’Ars assentiva: “E’un’idea che coltiviamo da tempo e che servirebbe veramente”. Adesso però il sottosegretario smentisce e rassicura di far parte al cento per cento del Pdl. A proposito di Micciché: ma non era forse colui che, un anno e mezzo fa, lanciò il progetto “Rivoluzione siciliana” per contendere a Raffaele Lombardo la candidatura a Presidente della Regione? Sì, proprio lui. “Micciché nelle vesti del rivoluzionario Che Guevara non glielo vedo per niente”, commentò allora sarcastico Raffaele Lombardo. Adesso i due sono molto vicini. Stupefacente Sicilia.
Le grosse novità del Lombardo-bis sono le nomine di due assessori tecnici: il magistrato Caterina Chinnici, figlia del giudice istruttore assassinato a Palermo nel 1983 e Marco Venturi, Presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta, uno degli esponenti di punta di quella Confindustria siciliana (di cui è Vicepresidente) che si batte contro il racket e per questo molto vicino al senatore Lumia. Ma il Pd, per bocca del suo segretario regionale, fa sapere che al Lombardo-bis non farà mancare la propria opposizione. “L’inserimento di qualche tecnico di cui si può apprezzare il profilo personale e professionale non basta certamente per caratterizzare il nuovo esecutivo sul piano dell’innovazione”, afferma Genovese.
Intanto, mentre Lombardo si accinge ad affrontare la prova del voto in aula, il capogruppo all’Ars del Pd Antonello Cracolici ha dato vita ad un’associazione, “Demos”, che sta per “Democratici siciliani”. La neonata associazione sarà presentata il 2 luglio con un dibattito al quale parteciperà l’onnipresente Miccichè. Titolo del dibattito? “Più Sud nei partiti o più partiti del Sud?”. E chi vuol capire capisca.

Lumìe di Sicilia

In attesa che l’asse Pd-Mpa si concretizzi in qualcosa di più, l’alleanza è già realtà in alcuni comuni. Un frutto dal profumo invitante che l’isola, spesso laboratorio politico, potrebbe portare in dote alla politica nazionale, in prospettiva di una possibile scomposizione dei due poli. Ultimo capolavoro in ordine di tempo (e al primo posto per originalità) è la coalizione con la quale è stato eletto, il 7 giugno scorso, sindaco di Termini Imerese Totò Burrafato, figlio dell’agente di polizia penitenziaria ucciso dalla mafia nel 1982. Burrafato, diessino poi transitato nel Pd, ha mollato mesi fa i democratici per fare una sua lista civica, forte dell’appoggio dello stesso Pd ma non dell’Italia dei Valori, di Raffaele Lombardo e forte anche dell’anomala convergenza sulla sua candidatura di personaggi come Gianfranco Micciché e il Senatore Giuseppe Lumia che nel suo sito lo ha definito “giovane onesto e capace, un candidato dal chiaro profilo antimafia che ha sposato un progetto di legalità e sviluppo”. Salvo poi criticarne la scelta (pur confermandogli il proprio appoggio) di nominare tra i suoi assessori lo stesso Gianfranco Micciché. Certo riesce difficile immaginare l’omogeneità dell’impegno antimafia di Burrafato con le recentissime dichiarazioni di Micciché a Klaus Davi: “La mafia nel tempo ha lasciato la Sicilia. Oggi la sento molto ma molto meno presente rispetto agli anni novanta. Oggi è possibile un improvviso sviluppo della regione, anche perché pressione mafiosa non ce n’è. Almeno secondo la mia personale esperienza”. Ma si va avanti lo stesso.
Critico verso il suo partito, invece, Lumia lo è stato a proposito dell’alleanza che si candidava a governare il comune di Mazara del Vallo (sconfitta dal Pdl). Ma il dissenso del parlamentare non riguardava il rapporto con il Movimento per l’Autonomia, bensì l’allargamento dell’alleanza all’area dell’Udc facente capo a Pino Giammarinaro, un ex deputato regionale della Democrazia cristiana, inquisito per mafia, poi assolto e successivamente sottoposto a tre anni di sorveglianza speciale. In effetti questo pareva un po’ troppo. A Monreale, invece, è accaduto qualcosa che non appartiene più alla politica ma al ridicolo: al primo turno i candidati più forti erano tre: Filippo Di Matteo, sostenuto dal Pdl e da Lombardo, Salvatore Zuccaro, da Pd e Italia dei Valori e il sindaco uscente, Salvatore Gullo, dall’area Pdl che fa capo a Gianfranco Micciché. In vista del ballottaggio, conquistato da Di Matteo e Zuccaro, s’è verificato un rimescolamento di carte da guiness dei primati. Il movimento di Lombardo ha infatti ritirato l’appoggio al centrodestra per schierarsi col candidato del Pd, che, a sua volta, da un lato ha perso tra le polemiche l’Italia dei Valori, dall’altro guadagna l’appoggio di Gullo e quindi dell’area che fa capo a Micciché. Si conferma dunque ancora una volta l’asse Micciché-Lombardo. Curiosità: il Movimento per l’autonomia non ha potuto utilizzare il proprio logo, perché per legge è rimasto tra i simboli che hanno appoggiato il centrodestra. In ogni caso tanta fatica per nulla: per la cronaca ha vinto il candidato Pdl.
Dall’altra parte della Sicilia c’è un comune in cui l’alleanza Pd-Lombardo funziona a meraviglia addirittura da anni. Si tratta di Mascalucia, comune a pochi chilometri da Catania, dove da tempo la mafia ha allungato i propri tentacoli. Sindaco del comune, sotto le insegne del partito di Lombardo, è Salvatore Maugeri, un giovane costruttore con vasti interessi nella zona, recentemente confermato alla poltrona di primo cittadino da una messe di voti che ha annichilito il candidato del Pdl già al primo turno. Il più votato in consiglio comunale, con circa cinquecento preferenze (parecchie per un paese di ventimila abitanti), è stato un ragazzo appena diciottenne figlio di un vigile urbano del posto. Eletto con il Mpa.

I vecchi e i giovani

Mentre i leader annaspano dietro l’ancora di Lombardo, loro stanno preparando una mozione per il congresso nazionale del Pd che si terrà ad ottobre. Loro sono i giovani del Pd siciliano e a scambiarci quattro chiacchiere si avverte la distanza con la generazione dei loro padri politici. E non è solo una distanza anagrafica. Ma di strategia. E anche etica. Non vogliono sentire parlare di nomenclatura, né di geometrie variabili, ma soprattutto sono riusciti sorprendentemente ad archiviare, molto prima dei fondatori del partito, l’esperienza dei Ds e della Margherita. “Questo è un partito che ancora si ostina a ragionare secondo il metro degli ex, dice Salvo Nicosia, segretario regionale dei giovani democratici, mentre noi chiediamo un rinnovamento generazionale e verso quella direzione va la mozione che stiamo preparando per il congresso d’autunno. Il nostro modello però non è la Serracchiani. Noi vorremmo che si valorizzassero i giovani che fanno la gavetta, da chi attacca i manifesti a chi fa il consigliere comunale. Non accettiamo le candidature calate dall’alto”. Se poi si chiede a Nicosia di Raffaele Lombardo e le sue trasversalità, scuote la testa: “Noi siamo incompatibili con Lombardo per cultura di governo e sui temi sociali. Ma come? Prima facciamo campagna elettorale contro di lui e poi dovremmo allearci?”. Ma c’è chi caldeggia l’accordo… “Vogliono solo le poltrone. Io provo amarezza, perché penso che se solo noi facessimo politica nel territorio potremmo avere molti più voti del Mpa”. E se qualcuno accusasse Nicosia di simpatie movimentiste, lui ci tiene subito a precisare: “Io non sono né grillino né girotondino. Io vengo dal Partito popolare. Mi piacerebbe solo che il Pd non facesse delle scelte in controtendenza con la moltitudine di siciliani che hanno votato Borsellino e Crocetta”.
Dunque i giovani fanno ben sperare, ma la sensazione è che il Pd in Sicilia sia ancora saldamente in mano a quella classe dirigente responsabile dei tracolli elettorali che da decenni si susseguono senza tregua. “In questo partito non c’è alternativa. Chi è l’alternativa? Bianco che non si vede o la Finocchiaro che ha mollato la Sicilia?”, dice Salvo Raiti, un ex deputato dell’Italia dei valori che ha abbandonato Tonino Di Pietro per la sua conduzione personalistica del partito ed è approdato al Pd. Ma è già deluso. Pentito? “No, pentito no, ma…”Non rimane che la carta Lombardo. “Certo è che questo partito rischia grosso. L’unica soluzione è allearsi con Lombardo. Se lui decide di andare al voto, il suo partito del Sud e il Pdl ci cannibalizzeranno. E ci ridurremo a dieci deputati”. I giovani? “Se ce n’è qualcuno bravo noi facciamo di tutto per ammazzarlo”, lamenta Raiti. E’ una metafora certo, ma un brivido corre lo stesso lungo la schiena. http://temi.repubblica.it/micromega-online/uno-nessuno-centomila-lo-psicodramma-del-pd-in-sicilia/

Più a destra del Texas e della Baviera

Il Texas e la Baviera sono le due Regioni (Stati, rectius) simbolo della destra americana e tedesca, per importanza economica e demografica. Dal 1994 la Lombardia ne è diventata l'equivalente per l'Italia. In Texas le prime quattro città per popolazione sono governate da sindaci democratici, in Baviera i Bürgermeister socialdemocratici amministrano 3 delle 4 città più popolose. Augusta è stata persa dalla Spd nel 2008. In Lombardia Milano, Brescia, Monza e Bergamo sono ora governate da Lega più PDL, cadute in rapida successione dal 2007 a oggi. Nelle consultazioni politiche, i progressisti affondano in Lombardia come in Texas e Baviera. http://andreamollica.blogspot.com/

Sto col popolo iraniano
Vorrei dire qualche parole sulla situazione in Iran. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale sono sconvolti e indignati dalle minacce, dai pestaggi e dagli arresti degli ultimi giorni. Condanno con forza queste azioni ingiuste e mi unisco al popolo americano nel piangere ciascuna vita innocente che è andata perduta.
Ho detto con chiarezza che gli Stati Uniti rispettano la sovranità della repubblica islamica d’Iran e non interferiscono negli affari iraniani.
Ma noi dobbiamo anche testimoniare il coraggio e la dignità del popolo iraniano e la straordinaria apertura che si è creata all’interno della società iraniana. E condanniamo la violenza contro i civili innocenti ovunque essa abbia luogo.
Il popolo iraniano sta cercando di avere un dibattito sul proprio futuro. Alcuni nel governo iraniano stanno provando a evitare questo dibattito accusando gli Stati Uniti e altri, fuori dall’Iran, di istigare le proteste sulle elezioni.
Queste accuse sono palesemente false e assurde. Sono un chiaro tentativo di distrarre le persone da quello che sta veramente accadendo all’interno dei confini iraniani.
Questa trita strategia di approfittare di vecchie tensioni per usare gli altri paesi come capri espiatori non funzionerà più in Iran. Qui non si parla di Stati Uniti e Occidente: quello che sta accadendo riguarda il popolo iraniano e il futuro che loro – e solo loro – sceglieranno.
Gli iraniani sanno parlare per sé. E questo è proprio quello che è accaduto negli ultimi giorni. Nel 2009 nessun pugno di ferro è forte abbastanza da impedire al mondo di portare testimonianza della pacifica ricerca di giustizia.
Nonostante gli sforzi del governo iraniano di espellere giornalisti e isolarsi, immagini potenti e parole commoventi sono arrivate a noi attraverso i telefoni cellulari e i computer, e quindi abbiamo visto quello che il popolo iraniano sta facendo.
E questo è quello che abbiamo visto. Abbiamo visto la dignità senza tempo di decine di migliaia di iraniani che marciavano in silenzio. Abbiamo visto persone di tutte le età rischiare tutto per insistere affinché i loro voti siano contati e le loro voci ascoltate.
Soprattutto, abbiamo visto donne coraggiose resistere alla brutalità e alle minacce, e abbiamo provato cosa significa vedere la lancinante immagine di una donna sanguinare a morte in mezzo alla strada. Anche se questa perdita è crudele e dolorosa, sappiamo anche questo: coloro che lottano per la giustizia sono sempre dalla parte giusta della storia.
Come ho detto al Cairo, sopprimere le idee non riesce mai a farle scomparire. Gli iraniani godono del diritto universale di riunirsi e manifestare il proprio pensiero. Se il governo iraniano cerca il rispetto della comunità internazionale deve rispettare quei diritti e dare ascolto al volere del proprio popolo. Deve governare attraverso il consenso, non attraverso la coercizione.
Questo è quello che chiedono gli iraniani, e saranno gli iraniani alla fine a giudicare le azioni del loro governo.
Barack Obama http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/111361/sto_col_popolo_iraniano

La democrazia salvata dai gattini

Noam Cohen riflette sulla "Cute Cat Theory of Internet Censorship" di Ethan Zuckerman. In sintesi: quando blocchi Internet per fermare l'attivismo online dei cittadini impegnati politicamente (generalmente una minoranza) aspettati la rivolta anche del popolo dei gattini (generalmente la maggioranza) che non riesce più a raggiungere il suo blog pro-felini.

If only Iran’s leaders had thought through the implications of what can be called the Cute Cat Theory of Internet Censorship, as propounded by Ethan Zuckerman, a senior researcher at the Berkman Center for Internet and Society at Harvard Law School. His idea is deceptively simple: most people use the Internet to enjoy their lives, and among the ways people spread joy is to share pictures of cute cats. Even the sarcastic types (who, for example, have been known to insert misspelled messages under pictures of kittens) seem to be under their thrall. So when a government censors the Internet, it had better think twice: “Cute cats are collateral damage when governments block sites,” Mr. Zuckerman wrote for a recent talk. People who could not “care less about presidential shenanigans are made aware that their government fears online speech so much that they’re willing to censor the millions of banal videos” and thereby “block a few political ones.”


New York Times

http://giornalismoparma.typepad.com/


Kirghizistan, Washington disposta ad aumentare gli aiuti per tenere la base di Manas
www.peacereporter.net

Washington sarebbe pronta ad investire in Kirghizistan, pur di poter continuare ad usare la base aerea di Manas, scalo strategico per le missioni in Afghanistan. E’ quanto sostiene il quotidiano Nezavissima Gazeta, che cita una fonte anonima, interna all’amministrazione kirghisa.
Washington ha recentemente deciso di portare da 25 a 41 milioni di dollari gli aiuti concessi a Bishkek e di stanziare altri 30 milioni di dollari per l’ammodernamento dell’aviazione civile kirghisa. In vista del 18 agosto, però, quando, per decisione del parlamento di Bishkek, dovrebbe chiudere la base area, il presidente statunitense Barack Obama ha inviato un messaggio personale alle autorità kirghise, auspicando ad un avvicinamento e a una maggiore collaborazione fra i due Paesi. La decisione finale, però, non verrà presa a Bishkek – scrive il giornale – ma sarà materia di scambio fra Washington e Mosca. L’aereoporteo di Manas è stato creato nel 2001 come base operativa per le operazioni statunitensi in Afghanistan.

Nuovo Cinema ...

Non ce n'era uno aperto da 22 anni. E lo diceva anche Hani Abu Assad, che pure vi ha girato il suo film più bello. Ora il cinema a Nablus ha finalmente riaperto. Si chiama Cinema City. E chissà che non indichi quello che già si vede. Che il cinema è l'arte con cui i palestinesi si stanno esprimendo al meglio.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/



Agence France Presse,

“Volete che distruggiamo le nostre case e che in più ne paghiamo il costo?". Fatima Ghosheh si ribella. Costretta a distruggere la sua casa a Gerusalemme Est, in più deve pagarne la demolizione. “Sono venuti alle 7 del mattino per abbatterla", racconta questa madre di quattro figli. "Gli abbiamo detto che preferivamo farlo da soli. Perché ci volevano far pagare le spese", insorge. Secondo lei, il sindaco gli ha lasciato la scelta tra distruggere tutto da soli, o pagare 100mila shekel (18.250 euro) per la demolizione.

Diverse famiglie palestinesi della Città vecchia, sotto occupazione israeliana, hanno ricevuto un ordine analogo dal sindaco perché la loro casa è stata costruita o ampliata senza autorizzazione. Ma, si difende Fatima, 28 anni, "abbiamo fatto una domanda per i lavori. Il problema è che i permessi vengono sistematicamente negati ai palestinesi". "Le costruzioni senza permesso sono illegali", si giustifica la municipalità di Gerusalemme.

L'Onu afferma che 1.500 ordini di demolizione sono stati emessi a oggi a Gerusalemme Est per delle abitazioni costruite senza permesso. Secondo il portavoce del sindaco Nir Barkat, eletto nel novembre 2008, questi ordini non colpiscono solo i palestinesi, ma "tutti i residenti e le zone in maniera equa". "Di sicuro vi sono delle discriminazioni", risponde Meir Margalit, del Comitato israeliano contro la distruzione di case, una ong israeliana. "Vi è una discriminazione chiara e sistematica" da parte dei responsabili politici israeliani, afferma.

In teoria, i parametri per concedere i permessi edilizi a Gerusalemme sono gli stessi per tutti. Dipendono dal piano regolatore della zona, e i permessi vengono negati per le case poste nella zona definita "verde". Nei fatti, la maggior parte di Gerusalemme Est si trova in questa zona, contrariamente a Gerusalemme Ovest, fa notare Meir Margalit. "E’ una decisione politica. (Gli israeliani) non concedono permessi. Non dicono mai di negarli perché siete palestinesi, ma perché i permessi non possono essere concessi nella zona ‘verde’", assicura.

Nel suo Dizionario sulle demolizioni di case a Gerusalemme Est, l'ong Ir Amim (Città dei popoli) spiega che "dal 1967, il principale mezzo per bloccare le costruzioni palestinesi a Gerusalemme Est è stata la pianificazione al fine di mantenere una larga maggioranza israeliana nella città". Secondo l’ong, su 85 demolizioni ordinate dal sindaco nel 2008, 27 erano "volontarie".

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha criticato la politica israeliana di demolizioni di appartamenti palestinesi eretti o ampliati senza permesso, giudicandola contraria alla "Road Map", che prevede una soluzione a due Stati per mettere fine al conflitto israelo-palestinese. Secondo l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affair umanitari (Ocha), circa 60mila palestinesi rischierebbero di perdere le loro abitazioni se tutte le costruzioni venissero abbattute. L'Ocha afferma che soltanto il 13 per cento della superficie di Gerusalemme Est è riservata alle costruzioni palestinesi, e che la politica edilizia israeliana "provoca un déficit di 1.100 appartamenti all’anno nella comunità palestinese di Gerusalemme Est".

Un abitante di Gerusalemme Est, Mohamed Taha, 67 anni, deve presentare il 1 luglio al tribunale le foto che provano che egli ha distrutto la parte della sua abitazione realizzata senza permesso. "Abbiamo chiesto un permesso edilizio, ma il sindaco ce lo ha negato" perché – accusa - "ci vogliono allontanare dalla Città vecchia”.

(Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq)

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7817

Gerusalemme Est, palestinesi costretti a demolire le proprie case


LA CHIESA SOSTIENE IL PIANO ANTI-CRISI DEL PRESIDENTE




“Come Chiesa non possiamo dare una valutazione tecnica del piano anti-crisi annunciato dal presidente Mauricio Funes; tuttavia, ci complimentiamo con il governo per aver tenuto conto dei più poveri e dei più vulnerabili ed esortiamo la scoietà tutta a fare altrettanto”: con queste parole, il vescovo di San Salvador, José Luis Escobar Alas, ha accolto il piano messo a punto dal nuovo presidente per far fronte agli effetti della crisi economica globale e mettere un freno all’insicurezza che regna nel paese. Parlando a nome della Chiesa del Salvador, il vescovo ha valutato in modo positivo lo stanziamento di una cifra pari a circa 400 milioni di euro in investimenti diretti alla parte più povera della popolazione e a iniziative di carattere sociale. Il piano del governo prevede, tra le altre misure, la costruzione e il miglioramento di 25.000 strutture di interesse sociale; l’elargizione di benefici di vario tipo a 20.000 famiglie che vivono in situazioni di estrema povertà; l’istituzione di borse di studio, la distribuzione di uniformi e materiali scolastici per quasi un milione e mezzo di studenti; una pensione base per circa 42.000 persone con oltre 70 anni di età. Funes, già popolare giornalista televisivo, vincitore delle elezioni del 15 Marzo con l’ex-guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), è succeduto a 20 anni di governo dello schieramento di destra ‘Alianza Republicana Nacionalista’ (Arena). Nel discorso inaugurale fatto poco dopo aver prestato giuramento aveva detto: “Vogliamo la ricostruzione sociale ed economica della patria. Questo significa che abbiamo bisogno di ricostruire e reinventare il paese, che non vuol dire abbandonare quello che ha di buono, ma migliorare ciò che va bene; significa mettere in atto un modello di sviluppo che diminuisca le diseguaglianze”.[GB]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=249250


giugno 23 2009

Ora serve coraggio
Il presidente uscente ha combattuto con coraggio la sua battaglia. Quello che ora si richiede al suo partito per affrontare le prossime sfide
di Roberto Rho
Penati ha perso, onore a Penati. Perché ha combattuto una campagna elettorale di razza, spendendosi da solo nelle piazze, nei mercati rionali, nei teatri dei comuni dell’hinterland. Perché si è battuto con generosità, praticamente senza l’aiuto dei partiti che lo hanno sostenuto, contro uno spiegamento di ministri che mai si era visto (e mai più si vedrà), a Milano e dintorni. Contro un sindaco, Letizia Moratti, che ha versato nel piatto della campagna elettorale sorprendenti dosi di bile, che ha danzato sul filo della correttezza istituzionale (superando disinvoltamente quello dell’e leganza) con la lettera-appello al voto della vigilia, e che pure ha perso la sua partita personale, perché a Milano città Penati ha vinto, e perché, checché ne dica il sindaco rimaneggiando fantasiosamente i numeri, il Pdl a Milano è in caduta libera, rispetto alle Comunali del 2006, e la sua maggioranza di centrodestra difende le posizioni solo grazie all’avanzata impetuosa della Lega, che è la componente più critica nell’a mministrazione Moratti.
Filippo Penati ha perso, alla fine, per una manciata di voti, rimontando dieci punti percentuali su Guido Podestà rispetto al primo turno.

Per questo merita l’onore delle armi. Ha dimostrato a se stesso, a Milano e soprattutto al Pd, che è il suo partito, che la partita la si può giocare anche sui campi più disagevoli, con la fatica quotidiana della buona amministrazione e del dialogo con i cittadini. Ciò detto, con la conquista della Provincia di Milano il centrodestra è praticamente padrone della Lombardia. E il Pd è, con altrettanta approssimazione, spazzato via dalle amministrazioni locali della regione più ricca, produttiva e popolosa d’I talia.

Sarà bene che i vertici nazionali e quelli locali del Partito democratico elaborino il dato rapidamente e con spietata franchezza, dismettendo quelle forme di auto-assoluzione vagamente comiche («in fondo a Milano non è andata male…») che ancora all’i ndomani del 7 giugno si sono sentite spendere. Adesso servono dosi massicce di coraggio. Molto più di quello che hanno avuto i vertici nazionali del Pd nella compilazione delle liste per le Europee (Milano deve ancora digerire l’indigeribile candidatura di Cofferati capolista), più di quello che ha fin qui dimostrato il pur giovane segretario regionale Maurizio Martina. Serve coraggio per fare piazza pulita di una generazione di dirigenti politici che hanno perso tutto quello che c’era da perdere, litigando tra una tornata elettorale e l’altra praticamente su tutto.

Serve coraggio per costruirne una nuova, che nasca dal territorio e provi a risvegliare l’entusiasmo che aveva accompagnato la nascita del Pd e le primarie per Veltroni. Serve coraggio per distinguere il profilo, i metodi di selezione dei nuovi dirigenti e dei candidati alle prossime elezioni, perfino le posizioni politiche da quelli del Pd romano, da qui in avanti prevedibilmente dilaniato dalla battaglia congressuale. Serve coraggio per imporre a Roma, subito, un percorso che consenta di individuare prima del congresso (perché dopo significherebbe con ogni probabilità aspettare fino a Natale, se non all’anno nuovo) la candidatura per le Regionali del 2010. E l’unico percorso possibile — che metta Milano al riparo della possibilità che chiunque sia il prossimo segretario del Pd nazionale paracaduti nella campagna elettorale per il Pirellone un capobastone della propria consorteria o perfino di quella avversa, se ciò fosse utile a salvaguardare gli equilibri interni — è quello delle primarie.

Le Regionali 2010 sono, è chiaro a tutti, una partita impossibile, nella Lombardia di Berlusconi, Formigoni e dello strapotere leghista. Ma paradossalmente proprio la quasi certezza della sconfitta può costituire la base su cui costruire un “metodo”, un percorso utile per ripartire dal territorio, da Milano, dalla Lombardia, dai cittadini, dagli elettori e simpatizzanti del Pd. E per testare questo percorso in vista della partita che già oggi (più per l’inadeguatezza di questa amministrazione che per l’e fficacia dell’opposizione) appare alla portata: quella, nel 2011, per il nuovo sindaco di Milano. http://milano.repubblica.it/dettaglio/ora-serve-coraggio/1657984

Orvieto: la sinistra ha fatto sboom e lascia la città al centro-destra


Il Cavaliere in frenata
Massimo Giannini
la Repubblica
L´Italia monocolore può attendere. L´Italia azzurra dalle Alpi alla Sicilia per ora esiste solo nei sogni del presidente del Consiglio. Le elezioni amministrative ci consegnano un Paese palesemente spostato a destra, ma non irrimediabilmente votato al berlusconismo. Da questo voto esce, ancora una volta, un´Italia divisa, frammentata e spaccata in due metà. Il Pdl cresce sul territorio ma non sfonda. Il sogno plebiscitario di Berlusconi svanisce nelle trame oscure della sua personale "Velinopoli". L´onda alta e lunga del berlusconismo si infrange sugli scogli di Casoria e sulle spiagge di Bari. Il Cavaliere ha dichiarato vittoria, ma subito dopo è tornato a parlare della sua vera ossessione – che gli ha fatto perdere voti – ripetendo le accuse di "attacchi eversivi" a Repubblica.
C´è un dato quantitativo, che conferma il mancato sfondamento. E qui il giudizio non può prescindere dai dati di partenza, che erano già di per sé eccezionali. Il centrosinistra si presentava a queste amministrative forte del risultato clamoroso e irripetibile del 2004: aveva vinto 51 province e 26 comuni capoluogo, contro le 9 e 6 rispettivamente conquistate dal centrodestra. Cinque anni dopo, il 6 giugno scorso il centrodestra aveva avviato una promettente rimonta, vincendo il primo turno e battendo il centrosinistra 26 a 14 nelle province e 9 a 5 nei comuni capoluogo. Quindici giorni dopo, il centrosinistra re-inverte la tendenza, vincendo i ballottaggi e superando il centrodestra 15 a 7 nelle province e 12 a 4 nei comuni. Il quadro complessivo di questo voto locale, dunque, ci consegna un sostanziale pareggio: la maggioranza in carica prevale in 33 province e in 13 comuni, mentre l´opposizione mantiene 29 province e 17 comuni capoluogo. Non proprio un Paese governato ovunque dal monocolore azzurro, insomma. Piuttosto, e ancora una volta, un Paese trasversalmente tagliato a metà, e fortemente polarizzato tra due schieramenti "anelastici", che scambiano flussi nel perimetro interno senza mai valicare quello esterno.
Ma c´è anche un dato qualitativo, che non può essere sottovalutato. Province e comuni capoluogo non si possono solo contare: vanno anche "pesati". Anche da questo punto di vista, benché il Pdl abbia strappato al Pd la provincia di Milano e di Venezia, non si può parlare di "marcia trionfale" del centrodestra. Al Nord il Pd perde terreno, ma mantiene qualche presidio importante: Padova tra i comuni, ma poi anche Torino, Alessandria, Belluno e Rovigo tra le province. Al Centro il Pdl espugna Ascoli e Prato dopo 63 anni, ma nell´insieme la ex "zona rossa" della dorsale appenninica, tra comuni e province, resta saldamente in mano al Pd: da Firenze a Ferrara, da Bologna a Forlì, da Rimini a Parma, da Rieti a Fermo. La stessa cosa vale per il Sud, dove il Pdl conquista Lecce, ma il Pd si riconferma da Bari a Brindisi, da Crotone a Cosenza. Detto altrimenti: al Popolo delle Libertà non riescono più i clamorosi cappotti alla siciliana di qualche tempo fa, mentre al Partito democratico, almeno per ora, sembra evitato lo spettro di vedersi immiserito a quella "Lega dell´Appennino" più volte preconizzata da Tremonti.
Certo, in questo esito ha giocato un ruolo fondamentale l´astensionismo, che si è rivelato la vera novità di una velenosa e accidiosa stagione elettorale italiana. Un astensionismo che prima di tutto ha finito di uccidere il referendum sulla legge elettorale, con il tasso di partecipazione più basso della storia repubblicana, frutto delle troppe strumentalizzazioni cui i quesiti sono stati sottoposti, oltre che della consueta, abusata distorsione dello strumento referendario compiuto in questi decenni. E poi ha condizionato fortemente anche il voto amministrativo: quanti leghisti se ne saranno andati al mare, preferendo l´affondamento del referendum contro la porcata di Calderoli al sostegno del candidato dell´alleanza di centrodestra? Sta di fatto che l´ennesimo fallimento della consultazione popolare impone un ripensamento dell´istituto: se vogliamo salvare questa importante forma di democrazia diretta, piuttosto, eliminiamo il quorum ed alziamo di molto la soglia della raccolta delle firme. Ma di questo ci sarà tempo e modo per discutere. Sul piano politico, questo ciclo di voto si presta ad almeno due considerazioni di fondo.
La prima riguarda la maggioranza. O meglio, il premier. Sembra incredibile, a poco più di un anno dal trionfo del 13 aprile 2008, che aveva consacrato il Cavaliere come uno "statista" baciato dal consenso e aveva cementato una maggioranza con numeri "bulgari" in Parlamento. Eppure è accaduto: la metamorfosi si è compiuta. Il cigno è già un´anatra zoppa. Vulnerata dalla sua stessa, tragica esondazione egotistica, prima ancora che dalla sua drammatica inazione politica. La sovrapposizione delle europee e delle amministrative fotografa la vera novità della fase: l´insuccesso, l´appannamento, la crisi del Cavaliere. Sancita dalle preferenze, che si fermano a quota 2 milioni e 700 mila con la somma dei voti dei due ex partiti (Forza Italia ed An) mentre raggiunsero quota 2 milioni e 900 mila nel 1994 e nel 1999, quando a votarlo era solo il suo partito personale. Palesata dai consensi a livello locale, e soprattutto a Bari, che per ovvi motivi (l´inchiesta sulle feste nelle dimore berlusconiane) era diventato un test pilota, quasi un referendum. Ebbene, tutto dimostra quanto era già evidente da tempo, e quanto solo i vacui replicanti del premier si ostinavano a non vedere: il torbido terremoto a sfondo sessuale che fa vacillare le mura di Villa Certosa e di Palazzo Grazioli ha un contenuto politico incancellabile, e un impatto sociale innegabile. A destra lo hanno ammesso persino antichi sodali dell´uomo di Arcore, come Marcello Dell´Utri, e lucidi intellettuali vicini al presidente della camera Fini, come Alessandro Campi. Solo i ventriloqui del Re Travicello come Bondi, Cicchitto o Gasparri si ostinano a negare questa evidenza.
La seconda considerazione riguarda l´opposizione. O meglio, il Pd. Il risultato in Puglia, e nelle altre zone dove è stato possibile l´accordo con l´Udc, dimostra che il dialogo con il centro di Casini è forse l´unica via per tentare una riapertura del gioco politico. Per provare a scongelare i due blocchi contrapposti, in una ricomposizione difficile ma forse non impossibile. Nei ballottaggi l´Udc ha adottato la politica dei due forni: in 7 province si è alleato con il centrosinistra, in 10 con il centrodestra. La stessa cosa ha fatto nei comuni, firmando un´alleanza con la sinistra in 3 casi, e con la destra in 7. L´epilogo di questo opportunismo neo-democristiano di Casini dimostra che, dove è stato possibile, l´alleanza con la sinistra ha premiato. E avrebbe premiato persino a Milano, se fosse andato in porto l´accordo per sostenere Penati. Anche questo, in vista del congresso di ottobre che a questo punto non sarà un funerale, impone una seria riflessione, che può utilmente incrociare anche un ragionamento sulla riforma della legge elettorale: in queste condizioni un ritorno sul modello tedesco, proporzionale con la soglia di sbarramento, potrebbe essere una soluzione da valutare, vista anche la disponibilità teorica della Lega.
L´Italia che esce dal voto non è bipartitica, ma resta bipolare. Anche di questo occorrerà tener conto, per definire il profilo di un´opposizione che, mai come ora, ha il dovere di riprofilarsi e di ripresentarsi al Paese come un´alternativa seria, vera, credibile. Di fronte al "complottismo" e alle "teorie cospiratorie" che lui stesso alimenta, il Cavaliere tradisce uno "stile paranoico" (raccontato a suo tempo da Richard Hofstadter) che non promette nulla di buono. Le "scosse" al governo e alla maggioranza sono arrivate. Non c´entravano le spallate giudiziarie. C´entra la politica. E per lui è persino peggio.


L'amnesia della morale
Edmondo Berselli
la Repubblica


In un paese tutto televisivo, da almeno due decenni la politica è stata sostituita dalle immagini dei telegiornali, unica autorappresentazione del potere.Si capisce facilmente allora come negli ultimi giorni, nonostante le inchieste di giornali come la Repubblica, sia stato possibile azzerare lo scandalo della prostituzione di regime, oscurare i fatti e annullare il giudizio dell´opinione pubblica. È stato lo stesso Silvio Berlusconi a delineare la strategia: se tutti tacciono, lo scandalo scivola via, e del premier rimane soltanto l´immagine, colorata dalle tv compiacenti, di un uomo di Stato.
Anche questo in realtà è uno scandalo nello scandalo. La prova di una torsione così violenta da ridurre il paese al grado zero della politica. Perché ciò che colpisce, o piuttosto ciò che dovrebbe colpire oggi la coscienza generale, non è solo l´indifferenza anonima e spesso compiacente delle platee televisive, narcotizzate dalla "normalità" degli show privati organizzati dal circuito padronale berlusconiano. È piuttosto la sensazione "tragica" del degrado che ha contagiato uno dei vertici istituzionali. Ed è per questo che sorprende, e quanto, la sottovalutazione in cui prende forma il giudizio delle classi dirigenti, secondo il calcolo cinico per cui il potere può permettersi qualsiasi scarto rispetto alla regola collettiva.
Il risultato è semplice e spettacolare insieme. Nel racconto delle protagoniste, presunte soubrette o modelle, una sede di fatto istituzionale come Palazzo Grazioli, residenza del capo del governo, è stata ridotta a un privé di escort, ragazze disponibili, teatro di incontri intimi, corteggiamenti sotto l´occhio delle guardie del corpo. Villa Certosa in Sardegna si è trasfigurata in una location di spettacoli grotteschi, talvolta a quanto pare con le aspiranti meteorine in costume da Babbo Natale, in una specie di Hollywood Party strapaesano, o di seriale addio al celibato.
Tutto questo senza che ci sia stata una presa di distanza, o semplicemente un giudizio esplicito, da parte delle élite nazionali: anzi, nell´understatement generale, cioè nella condiscendenza di chi detiene responsabilità pubbliche e private, è come se le ragazze che si fotografano a vicenda nelle toilette di Palazzo Grazioli appartenessero anche stilisticamente a un mondo plausibile: il mondo di Noemi, il mondo di Casoria e delle feste notturne a strascico, il mondo notturno e terminale di Berlusconi e del berlusconismo. Come se quelle fotografie, quegli abiti, quei maquillage designassero lo standard stilistico dell´Italia contemporanea, una misura morale fisiologica, perfetta per i tempi, irriducibile a codici e status che non siano quelli negoziabili del denaro e del corpo.
Prudenze e cautele prelatizie hanno segnato le parole delle comunità di riferimento. Al di là dei giudizi, chiari ma volutamente interlocutori sul piano politico, di Avvenire, ossia il giornale della Conferenza episcopale, non si sentono in giro voci che stigmatizzino la trasformazione di Palazzo Grazioli e di Villa Certosa in una casa di bambole. Pochi sembrano essersi posti il problema della grave caduta che investe l´immagine del nostro paese sul piano internazionale, e ancora meno appaiono coloro che si pongono il dubbio di quale sarà il clima in cui si svolgerà il G8 dell´Aquila.
Pochissimi, infine, hanno affrontato il tema, colossale, dello scadimento della qualità, e della intrinseca legittimità, del nostro sistema democratico. Insomma, dovremmo essere tutti sotto choc, con una classe dirigente traumatizzata dalle lacerazioni comportamentali di un uomo come Berlusconi, che ha trasferito nel nulla dell´intrattenimento edonistico i contorni del governo, e invece stiamo assistendo a una dissonanza cognitiva perfetta, secondo cui tutto questo è normalità, naturale modernità del gusto, etica ed estetica canoniche, insomma il criterio senza eccezioni a cui ci si confà perché è il vero "pensiero unico" che accomuna nell´autocompiacenza le classi di comando.
Viene da chiedersi tuttavia se questa misura doppia, se il codice che attribuisce la dismisura del potere a chi lo detiene, sia compatibile con la semplice convivenza civile: e viene da rispondere che no, è troppa la distanza fra i saturnalia del sultano e la vita della gente comune. Gli arcana imperii sono tollerati quando risultano iscritti nel segreto, non quando diventano un´esibizione sfrontata e a suo modo feroce. Qui invece, con i ludi fotografici di Palazzo Grazioli, si evoca un vistoso vulnus democratico, dal momento che essi rappresentano la manifestazione sfacciata secondo cui al possessore del comando tutto è possibile, e tutto è dovuto, perfino l´indulgenza.
Ecco, in questo clima di sospensione morale, di fronte a una specie di sorda dichiarazione di irresponsabilità, c´è la minaccia che l´amnesia etica diventi una condizione reale di deficit democratico e civile. Alla fine la doppia misura, una che si applica a Berlusconi e una al popolo, ha un prezzo. Sono già state poste le premesse di una sudditanza. E la credibilità di un intero sistema, nella sua dimensione istituzionale, si dilegua. Resta soltanto la protervia del potere sostanziale, e dello spettacolo che ha allestito nella certezza dell´impunità. Tanto, nell´ipnosi del buio televisivo, quel prezzo lo pagheremo caro, e lo pagheremo noi.


Cambia il vento
di Concita De Gregorio, l'Unità -
Sta cambiando il vento, dice la gente di mare in quei momenti in cui si ferma che pare bonaccia e si sente forte l’odore del sale. Gira il vento. Non c’è da cantare vittoria per aver mantenuto le città storiche, Bologna e Firenze. Sarebbe stato un disastro il contrario. Non bisogna spacciare le conferme per vittorie. Però non bisogna nemmeno dimenticare - questo sì che è un virus nazionale, la memoria tampone labilissima - cosa proclamava trionfante il centrodestra alla vigilia del voto solo poche settimane fa: che avrebbe espugnato le roccaforti della sinistra, che avrebbe raso al suolo le amministrazioni «rosse». Berlusconi si diceva forte del consenso dell’80 per cento degli italiani, prevedeva il suo partito oltre il 45 per cento, aspettava il voto e poi il referendum come un personale plebiscito. Il presidente del Consiglio, personalmente, è uscito sconfitto dal voto: sconfitto rispetto alle sue stesse previsioni. Se la coalizione ha vinto è stato per la crescita della Lega divenuta azionista di riferimento. La sinistra ha retto al primo turno a dispetto dei profeti di sventura dentro e fuori dalla coalizione, ha ripreso in mano le redini al secondo: ben più della metà dei ballottaggi sono andati al candidato dell’attuale opposizione al governo. Oltre a Bologna e Firenze anche Padova, Bari, Torino, Arezzo, Alessandria, Foggia, Ancona, Grosseto. Per qualche migliaio di voti è andata al centrodestra la provincia di Venezia e per una manciata di schede quella di Milano che alla vigilia la destra dava per vinta a mani basse. È stato un testa a testa, invece, fino all’ultimo. In generale sono state determinanti le alleanze: la presenza o l’assenza dell’Udc, della sinistra a sinistra del Pd, delle liste civiche. Un banco di prova che molti leggono come un invito degli elettori a ritornare allo spirito dell’Unione. Insieme si può vincere. Il vento gira, bisogna ascoltarlo e orientare le vele: non siamo all’approdo, siamo in mare aperto. La meta è all’orizzonte, visibile ma ancora lontana. Dipende da noi.
Non credo che lo scandalo di cui tutto il mondo parla abbia favorito il voto locale. Da sempre le amministrative seguono una logica diversa da quella delle politiche e delle europee: è un voto a chi governa nei luoghi. Tuttavia credo che la disistima totale che Berlusconi esprime verso chi osa porgli legittime domande gli si ritorca contro e che per lui sì sia cominciata una stagione cupa. Nonostante il direttore del Tg1 - considerato il massimo esperto in Italia dei «si dice» di Palazzo - vada in tv a dire che l’inchiesta di Bari sia fatta di «chiacchiericci» e che lui non voglia «scimmiottare qualche quotidiano» (per esempio quello in cui lavorava fino a qualche settimana fa) la vicenda ha ormai assunto contorni di autentico allarme: la magistratura è in procinto di sentire le guardie del corpo del premier, oggi Gianni Letta sarà sentito dal Copasir. Il tema della ricattabilità - della debolezza oggettiva - del presidente del Consiglio non è gossip, certo che no. Poi ci sarebbe da elencare quel che il governo non fa per il paese mentre è impegnato ad allestire le sue feste. Il moralismo non c’entra niente: c’entra l’interesse collettivo, ormai pallido fondale del privato personale onnipotente piacere.


La cosa più bella di tutta la vicenda Berlusconi è che i danni peggiori il nostro non li sta ricevendo dai suoi nemici, ma da quelli che lo vogliono difendere. http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/


Tafazzi presente, Tafazzi impotente. E l'Iran, soprattutto

Scritto da Nando dalla Chiesa

Accidenti, Penati che perde per tremila voti mi brucia. Sono andati a votarlo novantamila cittadini di centrosinistra in meno che al primo turno. Anzi di più, visto che si sarà pure aggiunto qualcuno proveniente dall'Udc e dintorni. Continuiamo a farci del male... Sapete dunque perché sono così fiducioso sulla crisi incipiente di B.? Perché non nasce dall'opposizione (nonostante le balle sul complotto), e dunque l'opposizione non la può fermare. Non ci sarà Bicamerale che tenga, stavolta. Né Mastella né Bertinotti.

A proposito di sinistra: ma non sarebbe il caso (visto che non lo fa nessuno) di darci da fare in proprio per organizzare un po' di manifestazioni per la libertà in Iran? Facciamo partire? http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php


Silvio, addio: arriva Nosferatu.

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Pubblicato da Debora Billi in politica


NosferatuShadow.jpg

La "cassandrite" non è un'invenzione, o uno sfottò nei confronti di chi sta sempre a scrutare nel futuro. E' davvero un morbo, o almeno così comincio a pensare, con tanto di gruppo Facebook dedicato. Contagioso? Non saprei. La cassandrite ti fa concepire blog che parlano di una crisi che arriverà due anni dopo, e in questo preciso momento storico ti ha già fatto dimenticare Berlusconi.

Per una Cassandra, Silvio è storia. E' storia passata. Intravedi già, sulle bancarelle di Porta Portese, il vecchio "Sorrisi e Canzoni" con la storia della sua vita accanto alle copie ingiallite di "La difesa della razza" e alla collezione di Cuore che invocava "la fine di Andreotti". Mentre tutto il Paese ancora divora le sue vicende piccanti, e comincia appena ora a chiedersi "Forse cadrà? Forse è la fine?", Cassandra la fine l'ha digerita, metabolizzata. Qualcuno prepara lo champagne, pronto a dire addio al satrapo piazzista ballando per le strade e inneggiando al sol dell'avvenire, ma Cassandra... ha già nostalgia di nonno bandana.

Sì, nostalgia. Perchè come da tradizione, le cassandre non pronosticano un futuro ottimistisco. Questa Cassandra scrivente, quando tutti festeggiavano Bettino in fuga e la DC in galera, disse (era il 1993): "C'è sempre di peggio: pensate un momento se si presentasse uno come Berlusconi!" Tutti a ridere. Alla fine, abbiamo rimpianto Bettino. E anche se ora sembra impossibile, potremmo ritrovarci a rimpiangere Berlusconi.

Buttando il cuore oltre l'ostacolo, si prova a guardare: e non si vede nulla. Qualcuno fa ipotesi azzardate , o immagina complotti internazionali. Tutto interessante: ma la verità è che il futuro è velato.

Avete provato voi ad immaginarlo, il "dopo"? O siete ancora in preda all'entusiasmo, in trepida attesa del crollo della galassia centrale? Chi verrà, dopo? "Le sinistre", Franceschini premier, D'Alema vicepremier e Bersani ministro? Surreale. Un bel governone di unità nazionale "per affrontare la crisi e soprattutto per fare le indispensabili riforme"? Già meno improbabile. Sono giorni che sui tiggì si invocano le "riforme". Ogni volta faccio scongiuri.

Chiunque abbia letto la Klein, da noi più e più volte citata, conosce il copione a memoria e ha poca voglia di stappare champagne. Cosa ci aspetta non si sa, ma possiamo immaginare lo scatenamento dei vampiri che non aspettano altro che un vuoto di potere per ingoiare ciò che resta di questo povero Paese. Quando Silvio cadrà, insomma, non sarà il momento di ubriacarsi: ma quello di conservarsi più lucidi che mai e coi sensi all'erta.

L'ha detto anche Veronica (un'altra Cassandra), che il "dopo" sarà forse anche peggio. Ritrovarsi coi mostri in casa e la crisi fuori non sarà per niente piacevole...http://crisis.blogosfere.it/


Iran, i manifestanti sfidano i manganelli dei pasdaran
Le autorità ammettono irregolarità «non di rilievo» nel voto. Il governo non sarà al G8 di Trieste
Ancora una giornata di grande tensione ieri a Teheran, dove una nuova manifestazione contro la rielezione di Ahmadinejad e in memoria di Neda, uccisa sabato negli scontri, è stata repressa con lacrimogeni e manganellate. Poco prima che la gente si radunasse, i pasdaran avevano lanciato un monito: «Siamo pronti ad affrontare i rivoltosi con fermezza e metodi rivoluzionari ». Testimoni e blog riferiscono di sessanta arresti, fra cui cinque stranieri mentre è arrivato a 457 il conto delle persone arrestate nel fine settimana. Un rilascio eccellente, quello della figlia dell’ex presidente iraniano Rafsanjani.
E ieri il consiglio dei guardiani, organo deputato al controllo delle procedure elettorali, ha ammesso che in 50 distretti su 360 hanno votato più persone di quelle registrate nelle liste e che risultano tre milioni di voti in più su 38 milioni.
A loro dire comunque non abbastanza per cambiare in modo sostanziale il risultato delle presidenziali: «Nessuna irregolarità di rilievo », hanno commentato.
Ed è stata una giornata frenetica anche sul versante diplomatico.
La Gran Bretagna ha deciso di rimpatriare le famiglie del personale della sua ambasciata, mentre la tensione è salita con l’Unione europea, dopo le accuse dell’Iran di interferire negli affari interni: la presidenza cieca ha convocato l’incaricato d’affari iraniano per «respingerle categoricamente». È ormai certa l’assenza dell’Iran dalla riunione dei ministri degli esteri del G8 di Trieste. Ahmadinejad non ha risposto all’invito, la Farnesina non vede «quale contributo l’Iran possa dare in questo momento». http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/111339/iran_i_manifestanti_sfidano_i_manganelli_dei_pasdaran

Tribunali indiani sulle violenze alle donne
riceviamo e pubblichiamo

Inoltro la lettera (gentilmente tradotta da Anna Valente) del tribunale indiano delle donne sulla dote e forme connesse di violenza contro le donne nella quale si dice che hanno ricevuto solidarietà per i precedenti 35 tribunali, e la chiedono anche per questo. Si terrà a Bangalore alla fine di luglio, invitando ad andare se possibile (specificando che non possono pagare il viaggio), e se non è fattibile, chiedono una lettera di solidarietà.

Valga in ogni caso come testimonianza.

Doriana Goracci

8 giugno 2009

Care amiche,

Vimochana e Asian Women's Human Rights Council, insieme a molti gruppi di donne del paese e con El Taller International stanno organizzando "Figlie di (del?) fuoco: Il tribunale indiano delle donne sulla dote e altre forme connesse di violenza contro le donne", 27-29 luglio, che si terrà al Main Auditorium, Christ University, Hosur Road, Bangalore, India.

I Tribunali delle donne sono nati dalla nostra preoccupazione collettiva per la violenza crescente associata alla pratica della dote che rivendica un numero pericolosamente crescente di vite di giovani donne. Poiché le statistiche ufficiali disponibili sone diverse e contradditorie un quadro accurato è difficile mentre le stime non ufficiali pongono il numero di 25000 morti di donne all'anno in India, la cifra ufficiale se messa insieme a livello nazionale potrebbe forse essere troppo orribile da considerare. ovviamente non ci sono registrazioni di quante (moltissime) sono sopravvissute alla violenza e sono rimaste menomate fisicamente, emozionalmente e psicologicamente e segnate per la vita.

Nel quadro sempre più ampio della violenza contro le donne, la dote è diventata il simbolo dell'ultima svalutazione delle donne in particolare nelcontesto della cultura virulenta di consumismo e materialismo che consuma la vita di tutte/i noi. Anche la legge ha fallito nel contenere questa onda montante di violenza. Le ragioni sono molte e complesse. Comprendono la mancata applicazione a causa della corruzione e della collusione con i valori patriarcali da un lato, e la crescente distanza tra il mondo della legge e quello della vitadall'altro. Il linguaggio e la metafora della giustizia sembrano essere stati vittime fatali nella battaglia di genere per i diritti e l'empowerment.

Il Tribunale indiano delle donne sulla dote e altre forme connesse di violenza contro le donne è un tentativo di recuperare questo linguaggio perso di giustizia. E' una udienza pubblica che ascolterà le voci di donne che condivideranno le proprie testimonianze di dolore e resistenza; testimoni esperte che offriranno le proprie analisi sulla natura e sullo scopo di questa violenza e sul contesto nel quale sta prendendo nuove e più brutali forme; e una giuria di donne e uomini sagge/i che riveveranno queste testimonianze e analisi e offriranno nuove vie di giustizia. Questo Tribunale fa parte del più ampio movimento dei Tribunali delle Donne che cercando nuove vie di giustizia provano a rendere impensabile la violenza contro le donne.

Sempre con la violenza contro le donne, sono stati tenuti più di 35 Tribunali delle Donne in diverse regioni del mondo su questioni che vanno dalla tratta, stupro, schiavismo sessuale militare e altre forme di violenza personale, fino alla violenza connessa alle guerre, alla nuclearizzazione, al razzismo, allo sviluppo e alla povertà. Crediamo che la metodologia femminista unica che si sviluppa attraverso i Tribunali delle Donne sia centrata sul tessere insieme il personale, il politico, il razionale, l'affettivo e l'estetico prestandosi a creare nuovi spazi politici in cui possiamo aprire nuovi e diversi percorsi di comprensione e di risposta alla questione della dote e delle forme connesse di violenza in India e nelle culture del subcontinente.

Mentre i Tribunali sono profondamente simbolici e cercano di definire un nuovo spazio per le donne, una nuova politica, offrono anche un contributo importante alle campagne locali, nazionali e internazionali contro le diverse forme di violenza contro le donne; servono a far crescere il sostegno da parte della comunità nazionale e internazionale per le vittime e le sopravvissute a queste violazioni fornendo un significativo corpo di prove, per ottenere risarcimento e compensazione attraverso le istituzioni legali nazionali e internazionali; contribuiscono a un insieme di conoscenze che ci aiuterà a mettere in discussione, trasformare e dare l'avvio a prospettive alternative, istituzioni e strumenti che cerchino di contrastare la violazione dei diritti umani delle donne a livello regionale, nazionale e internazionale.

Molte di voi ci sono state vicine nella creazione e nei precedenti 35 Tribunali delle Donne che sono stati tenuti in diverse parti del mondo negli scorsi 18 anni con il vostro sostegno, la vostra partecipazione o la vostra esplicita solidarietà. Vogliamo che sappiate quanto il vostro sostegno è prezioso per i Tribunali delle Donne. Chiediamo ancora una volta la vostra solidarietà e il vostro sostegno per il Tribunale Indiano delle Donne sulla Dote e sulle forme connesse di violenza contro le Donne.

A causa delle risorse limitate, più di quanto ci piacerebbe, non siamo in grado di offrire il costo del viaggio per l'evento, ma se le vostre rappresentanti o la vostra organizzazione potesse essere presente al Tribunale, ne saremmo grandemente sostenute. Vi invitiamo molto caldamente a sostenere "Figlie di (del?) fuoco: Il tribunale indiano delle donne sulla dote e altre forme connesse di violenza contro le donne". Per permetterci di inserirvi tra le amiche del Tribunale, mandateci per favore una lettera di solidarietà. Fatevi sentire

Con cari saluti, Shakun Mohini Soha Ben Slama

Speciale diritti

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La minaccia dei pasdaran sulle proteste
Carta

I Guardiani della rivoluzione promettono di spezzare ogni manifestazione non autorizzata. L'opposizione ci prova lo stesso. Il portavoce del ministero degli esteri accusa i media occidentali di «spargere il caos». Inchiesta sui morti dei giorni scorsi

Dal loro sito web, secondo l’agenzia di stampa Associated press, i pasdaran hanno promesso di «spezzare» ogni manifestazione non autorizzata, che sarà affrontata in modo «rivoluzionario» dai Guardiani della rivoluzione, dai Basiji e dalle forze di sicurezza. E’ una minaccia efficace che sta riducendo il numero delle persone pronte a sfidare il divieto.
I movimenti di opposizione hanno convocato per oggi una manifestazione a Teheran per ricordare le vittime [almeno 10 morti e 100 feriti] degli scontri di sabato. Secondo le notizie che rimbalzano dalla blogosfera iraniana, i manifestanti radunati Haft e Tir sarebbero un migliaio. La manifestazione è stata convocata dal candidato «sconfitto» da Mahmoud Ahmadinejad, Mir Hossein Moussavi, e ha il sostegno anche dell’altro candidato Mehdi Karroubi. Sugli scontri di sabato e sulle morti causate dalle cariche della polizia e dei Basiji, l’ufficio del procuratore generale di Teheran ha annunciato che sarà aperta un’inchiesta, stando almeno a quanto scrive il sito dell’emittente statunitense Cnn. Mentre la polizia di Teheran si autodifende: in una conferenza stampa, il capo della polizia Azizallah Rajabzadeh, ha detto che «la polizia non è autorizzata a usare le armi contro la popolazione, gli agenti possono usare sono gli strumenti antisommossa per contenere l’azione di danneggiamento» dei manifestanti. Secondo Rajabzadeh, le persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni contro l’esito del voto del 12 giugno, sono 457. E mentre gli apparati più conservatori della Repubblica islamica fanno compattamente quadrato attorno ad Ahmadinejad, il governo aumenta il tono delle accuse contro i paesi occidentali. Il portavoce del ministero degli esteri Hassan Qashqavi, ha accusato i governi occidentali «di appoggiare esplicitamente proteste violente che minacciano la stabilità dello stato». «Non è accettabile che i governi e i media occidentali diffondano l’anarchia e il vandalismo», ha detto Qashqavi davanti ai giornalisti stranieri ancora rimasti in Iran, dove cercano di lavorare nonostante le pesanti restrizioni imposte dal governo. Secondo Reporters senza frontiere, almeno 23 giornalisti e blogger iraniani sono stati arrestati nei giorni scorsi.
Intanto, il Consiglio dei guardiani, l’organo collegiale che ha tra le altre cose, il compito di verificare le elezioni, ha detto di aver rilevato almeno «50 casi di irregolarità» durante il voto del 12 giugno. In alcuni distretti, per esempio, il numero dei voti conteggiati è più alto di quello degli aventi diritto. Secondo il Consiglio, però, «queste irregolarità non hanno influito sull’esito finale».
I racconti che riescono a bucare la censura, dicono che a Teheran sarà un’altra giornata carica di tensione. Moussavi ha invitato i suoi sostenitori a manifestare, con una candela nera per le vittime, e a «mantenere la calma», nella convinzione che «non ci saranno arresti di massa, perché destabilizzerebbero il paese». L’atteggiamento di Moussavi, che rimane fermo nella sua intenzione di contestare il voto di venerdì 12, è ciò che sembra alimentare la speranza che, all’interno di un quadro che si presenta come compatto, ci siano in realtà più crepe di quante non si creda. E che Ahmadinejad non sia così saldamente in sella come sembra. E’ una speranza su cui molti manifestanti sono disposti a scommettere, anche se il loro numero, dopo le manifestazioni oceaniche dei giorni scorsi, sembra assottigliarsi. E’ difficile verificarlo, vista l’assenza di notizie indipendenti, però all’inizio della seconda settimana di proteste, la sensazione è che le minacce dei Pasdaran possano avere la meglio, anche stavolta, sul desiderio di cambiamento espresso da ampi settori della società iraniana. Il braccio di ferro non è ancora finito, ma dopo lo sbandamento e la sorpresa dei giorni successivi al voto, Khamenei e Ahmadinejad sembrano in grado di riprendere il controllo del paese. http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17846

DICHIARATO FUORILEGGE GRUPPO MAOISTA, POLIZA IN ALLERTA




Il partito comunista indiano di ispirazione maoista (Cpi-m), gruppo ribelle nato nel 2004 dall’unione di due altre formazioni, è stato messo fuori legge in tutto il paese dal governo di New Delhi e dichiarato “organizzazione terrorista”. La decisione giunge in contemporanea con il primo di due giorni di “sciopero generale” dichiarato dai maoisti in cinque stati dell’India per protestare contro l’azione delle forze dell’ordine che sabato hanno ripreso il controllo della zona tribale di Lalgarh nello stato del West Bengala, da una settimana dichiarata “zona liberata” da insorti della comunità tribale e dai maoisti. Sulla messo al bando si è detto contrario il governo del West Bengala, composto da una coalizione di sinistra guidata dal partito comunista marxista indiano (Cpi), secondo cui la lotta contro il Cpi-m deve passare per la politica; il Cpi-m era già stato messo fuorilegge nell’Andra Pradesh. Sabato scorso centinaia di poliziotti e forze speciali sono entrati nella zona di Lalgarh senza trovare resistenza da parte degli abitanti dei villaggi che da una settimana, con l’appoggio dei ribelli maoisti, avevano preso il controllo dell’area e aggredito poliziotti e attivisti del partito di governo che accusavano di taglieggiarli; negli stessi giorni i maoisti avevano ucciso una decina di persone nella zona. Oggi la polizia è stata messa in stato di massima allerta negli Stati del West Bengala, Bihar, Orissa, Jharkand e Chchattisgarh dove è stato accompagnato lo “sciopero”, temendo azioni di forza dimostrative dei maoisti. La ribellione maoista, chiamata anche naxalita da Naxalbar, un villaggio del West Bengala dove nel 1967 ci fu una ribellione contadina, è attiva da quasi quattro decenni in India, in particolare in nove stati orientali, con fasi diverse e in un susseguirsi di gruppi e sigle differenti. I ribelli sostengono di portare avanti una “guerra del popolo” per liberare tribali, dalit e contadini poveri dagli abusi dei proprietari terrieri, bramini e polizia. Negli ultimi otto anni sono oltre 1500 le persone morte in India a causa delle ribellione naxalita, in gran parte agenti di sicurezza e ribelli ma anche civili.[BF]

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=249131



giugno 22 2009

Economia: in Italia persi in tre mesi 200mila posti di lavoro.

  "Cribbio, ci muoviamo co 'sto complotto?"

di Francesco Cocco

http://www.brioches.ilcannocchiale.it/


Grillo vs Serracchiani: botta e risposta

Beppe Grillo ha scritto il 16 giugno sul suo blog:

Topo Gigio Veltroni vuol ritornare allo spirito del Lingotto. E’ come se Napoleone volesse ritornare a Waterloo. E’ il nuovo che avanza, come la Serracchiani che parla del PDmenoelle come di un partito bianco che più bianco non si può. Senza neppure un condannato. E che considera le istituzioni più importanti dei cittadini. Ma i cittadini sono le istituzioni e chi li rappresenta li offende ogni giorno. Come Carra Enzo, parlamentare del PDmenoelle, condannato in via definitiva per false dichiarazioni al pubblico ministero. Se lo appunti, cara Serracchiani.


Debora Serracchiani del Pd ha risposto ieri, 21 giugno
:

Caro Beppe,
quando parli di PDmenoelle tu hai in mente i vertici e quello che hanno fatto.
Quando io penso al PD, penso alla base, al partito che possiamo costruire.
Forse la differenza è tutta qui.
In fondo credo che stiamo lavorando per uno stesso obiettivo. Solo che lo facciamo con modalità differenti. Ti prego di concedermi il beneficio del dubbio. Forse la strada che ho scelto io è quella più indicata per rinnovare la politica.
Forse.

In Friuli Venezia Giulia sono stata la più votata. Più di tutti gli altri candidati del PD, ma anche più di papi (o psicopapi?), più di Bossi, più di Di Pietro. Chiaramente non è merito mio, perché tutto questo consenso devo dimostrare di meritarmelo, ma è il segno che ci sono tante persone che hanno ancora voglia di credere in un cambiamento possibile.
Loro hanno avuto fiducia in me. A te non chiedo tanto. Chiedo solo di lasciarmi provare. Magari insieme e ognuno a modo suo ce la facciamo…http://bora.la/2009/06/22/grillo-vs-serracchiani-botta-e-risposta/


C'è uno scenario che si sta disegnando, in casa e fuori, che porta a evidenza pubblica tutte le teorie sull'impatto tra network e informazione, e tra cittadino e informazione. Il caso domestico è relativamente più semplice, ma non meno evidente: chi ha a disposizione solo i canali televisivi tradizionali (senza Skytg24 e internet) vive una narrazione del mondo in cui difficilmente può immaginare cosa sta succedendo e in cui l'agenda dei temi importanti è un'altra, più blanda e rassicurante. Un insieme di fattori (scelte redazionali, obblighi normativi desueti come la par condicio, ecc.) rende il racconto dei TG assolutamente fuori misura se lo spettatore è un individuo già informato.
Il caso esterno (l'Iran), invece, è molto più complesso e va letto da diverse prospettive. La prima: il tema è stato messo nell'agenda delle news dalla rete (persino la CNN -che ha fatto una diretta importantissima mentre da noi andava programmazione leggera anche sulle TV del servizio pubblico- ha capito in ritardo quanto l'Iran sia "notizia"). Seconda: nella dialettica tremenda tra controllo (potere) e informazione, la rete è l'unica fonte di cronaca possibile su quanto sta accadendo (e qualcuno sospetta che anche chi controlla lo sappia benissimo e sfrutti la situazione). I reporter e gli inviati possono fare poco, così anche la CNN deve seguire gli eventi su Twitter e Friendfeed. «L'unica evidenza» dice Howard Rheingold «è che io sto capendo cosa succede, mentre succede, da Twitter e da Flickr e YouTube, non dalla CNN».
E questo innesca la terza questione: un adeguamento delle redazioni a un problema diverso, nuovo: prendere le misure ad un sistema di fonti che funziona con una grammatica diversa. Qualcuno sostiene -e Jeff Jarvis pare d'accordo- che la CNN è in mezzo a un gioco senza possibilità di vittoria: ha solo le notizie di Twitter e non può considerarle affidabili in base alle logiche tradizionali. Ci vuole educazione a nuovi media per poterlo fare, per avere le fonti giuste (tutte, non solo le più evidenti), per saperle valutare rapidamente, eccetera.
Ma per fortuna la rete stimola anche un quarto punto: tutte le testate hanno un maggior accesso le une alle altre e quindi -con un po' di ritardo, nei casi colpevoli- finiscono per mettere a tema quello che inizialmente si erano perse. E in questo gioco, come diceva Massimo, oggi entrano anche i cittadini più alfabetizzati. E' una tendenza che si è sempre osservata nei momenti di crisi e in questi giorni non si smentisce.
Sul fronte delle testate online, invece, l'Huffington Post segna la strada agli altri. Ma siamo ancora in corsa e tutto continua ad avvenire. Ci sarà tempo per le analisi, poi.
Se vuoi approfondire ecco un paio di spunti: The day Twitter kicked CNN's behind & @ev bought me a whisky (Robert Scoble) e Twitter 1, CNN 0 (The Economist).
Se invece vuoi seguire le notizie sull'Iran, parti dalla stanza (in italiano): green revolution.http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1025

I pm: accesso incontrollato alla residenza del premier
Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera


BARI — Prima di entrare nei saloni di Palazzo Grazioli le ragazze non venivano sotto­poste ad alcun controllo. So­no state le stesse giovani por­tate alle feste dietro compen­so a confermarlo di fronte ai magistrati baresi che adesso parlano di «accesso incontrol­lato » nella residenza di Silvio Berlusconi. In Procura la circo­stanza viene ritenuta «molto preoccupante» e adesso si in­daga per capire se altre ospiti — oltre a Patrizia D’Addario e alle sue amiche — possano aver scattato foto o effettuato registrazioni all’interno della residenza di via del Plebisci­to. Gli accertamenti riguarda­no infatti «altri episodi di pro­stituzione », squillo che l’im­prenditore Gianpaolo Taranti­ni avrebbe coinvolto negli eventi. Non era l’unico.

Un ruolo chiave nel recluta­mento viene assegnato dai pubblici ministeri a Terri De Nicolò, barese di 40 anni tra­piantata a Milano, pure lei in­dagata per gli stessi reati. Sa­ranno proprio gli inquirenti lombardi a dover ricostruire la sua «rete», i contatti, i soldi versati per portarle a Roma e nella residenza di villa Certo­sa. I nomi si moltiplicano, co­sì come le circostanze da veri­ficare. La stessa Barbara Mon­tereale, che la prima volta era stata a Palazzo Grazioli il 4 no­vembre, ha detto di essere an­data in Sardegna a metà gen­naio e di aver trovato molte al­tre ragazze. «Berlusconi mi re­galò 10.000 euro», ha aggiun­to.

E poi c’è la vacanza natali­zia con la festa di Capodanno alla quale partecipò Noemi Le­tizia con l’amica Roberta e al­meno una ventina di altre ospiti. Si parla di giovani re­clutate a Milano, Padova, Bo­logna, ma anche a Lecce, Bar­letta. Di certo ce n’è una che dopo aver confermato di esse­re stata pagata per andare nel­la residenza romana, ha chie­sto al magistrato il permesso per poter andare all’estero «per un po’, perché temo per la mia sicurezza».

Tarantini nega che i soldi versati alle donne fossero il prezzo dell’ingaggio, giura che si è trattato soltanto di un rimborso spese, ma in Procu­ra ripetono che quanto emer­ge dalle intercettazioni — ed è stato poi confermato dalle dirette interessate — è ben di­verso. Alcune giovani avreb­bero infatti ammesso di aver preso 500 euro. La prima vol­ta che è stata nella residenza romana — era il 15 ottobre 2008 — Patrizia D’Addario aveva concordato 2.000 euro, ma ha detto di averne ricevuti «soltanto 1.000 perché non ero rimasta».

Dalle carte dell’inchiesta, Tarantini emerge come un personaggio affascinato dal potere e soprattutto interessa­to a far prosperare le sue aziende grazie ai rapporti con i politici, anche locali. Diverse telefonate coinvolgono Ales­sandro Frisullo, il vicepresi­dente della Regione e assesso­re all’Industria, del Partito de­mocratico. I due avrebbero parlato di incontri ai quali far partecipare le ragazze e l’im­prenditore lo avrebbe invita­to in una casa dove sarebbero stati organizzati alcuni festi­ni. Gli accertamenti svolti in queste ore riguardano poi le mazzette che Tarantini avreb­be versato per ottenere gli ap­palti. Il sospetto è che abbia mascherato il suo ruolo finan­ziando alcuni eventi. La Guar­dia di Finanza sta verificando se abbia pagato lui una cena elettorale che si è svolta alla fi­ne di marzo 2008 proprio a Ba­ri per la presentazione dei can­didati al Parlamento e alla quale avrebbero partecipato alcuni titolari di aziende del settore farmaceutico, lo stes­so dove lui operava con la sua Tecnohospital. Era presente lo stesso Frisullo e anche Mas­simo D’Alema — che con Ta­rantini non ha invece alcuna conoscenza — avrebbe fatto una breve apparizione.


Tg, la macchina del silenzio
di Sebastiano Messina, Repubblica -
È davvero possibile insabbiare uno scandalo che domina le prime pagine dei quotidiani nazionali, è al centro di un´inchiesta giudiziaria ed è finito immediatamente nei titoli della stampa internazionale?
Sì, è possibile. In questa Italia dove il presidente del Consiglio ha anche l´ultima parola sulle nomine dei direttori di cinque dei sei maggiori telegiornali, ormai non c´è più bisogno di contestare i fatti, i sospetti e le accuse: basta nasconderli, e oplà, la notizia non c´è più.
Quei quindici milioni di italiani che ogni sera si affidano ai telegiornali per sapere quello che è successo in Italia e nel mondo, quell´80 per cento di telespettatori che non leggono i giornali - dunque non leggeranno neanche questo articolo - e hanno la tv come unica fonte d´informazione, non hanno la più pallida idea di quello che è successo la settimana scorsa.
Già, cos´è successo? Proviamo a mettere in ordine i fatti, e confrontiamoli con quello che il Tg1 e il Tg5 hanno riferito ai loro fiduciosi telespettatori.
Mercoledì 17. Il «Corriere della Sera» pubblica in prima pagina un´intervista a una signora di Bari, Patrizia D´Addario, che racconta di essere stata pagata 2000 euro per partecipare a due feste a Palazzo Grazioli (residenza romana di Silvio Berlusconi), e dichiara di avere le prove di aver passato una notte in compagnia del presidente del Consiglio. E poiché chi l´ha pagata è un imprenditore della sanità, oggetto a Bari di un´inchiesta per presunte tangenti, il magistrato ipotizza un reato preciso: «induzione alla prostituzione». Su Berlusconi, dunque, aleggia il bruciante sospetto di essersi intrattenuto con una donna pagata per fare sesso con lui.
All´ora di pranzo, accendiamo il televisore. Il Tg5 delle 13, riferendo di «presunte irregolarità negli appalti della sanità privata», dà la notizia con queste parole: «Uno degli imprenditori si vantava di essere stato invitato a partecipare con delle ragazze a feste a Palazzo Grazioli». E vabbè, pensa il telespettatore, che male c´è a vantarsene? Dopodiché il cronista riferisce di «indagini per induzione alla prostituzione», ma evita accuratamente di dire chi avrebbe indotto chi, e soprattutto con chi la donna sarebbe stata indotta a prostituirsi. Mezz´ora dopo, il Tg1 entra in argomento con le parole di Berlusconi, che un conduttore compunto scandisce con tono severo: «Ancora una volta si riempiono i giornali di spazzatura e di falsità». E mentre uno si domanda di cosa stia parlando, il conduttore precisa: «Si parla di feste con la partecipazione di alcune ragazze». Tutto qui? Sì, tutto qui.
Il telespettatore non capisce come mai Berlusconi sia così infuriato, ma aspetta l´ora di cena per saperne di più. Attesa vana, perché i due telegiornali ripetono le formule criptiche dell´ora di pranzo: «Si parla di feste... «. Il Tg1, preoccupato di aver detto già troppo, aggiunge premuroso: «Tutto da verificare: potrebbe trattarsi di millanterie o altro». Dopodiché entrambi i tg rivelano che la faccenda ha un risvolto politico. Che non riguarda però il premier, ma D´Alema: colpevole di aver ipotizzato «una scossa» capace di destabilizzare il governo. Invece di spiegarci il nuovo «caso Berlusconi», dunque, entrambi apparecchiano un inesistente «caso D´Alema» sul quale concentrano la dose quotidiana di dichiarazioni in politichese stretto.
Giovedì 18 i magistrati di Bari interrogano cinque ragazze, i giornali inglesi titolano sulle «donne pagate alle feste di Berlusconi», ma il Tg1 delle 20 riesce a confondere ancora di più le idee al suo pubblico, spiegando che si indaga «sul presunto ingaggio di ragazze per avvicinare i potenti». Quali ragazze, e soprattutto quali potenti, non si sa. Il Tg5 della sera, invece, fa finalmente il nome di Patrizia D´Addario, e anche quello dell´imprenditore coinvolto, Gianpaolo Tarantini, spiegando che quest´ultimo potrebbe aver «tentato di ingraziarsi persone influenti». Il telespettatore immagina che queste «persone influenti» siano gli stessi «potenti» evocati dal Tg1, ma non gli viene dato neanche un indizio per capire chi siano.
Venerdì 19 Gianpaolo Tarantini - l´imprenditore indagato per «induzione alla prostituzione» - dà all´Ansa la sua versione dei fatti, l´opposizione chiede al premier di riferire in Parlamento e il quotidiano dei vescovi, «Avvenire», lo invita apertamente a discolparsi: «Occorre un chiarimento con l´opinione pubblica». Le notizie non mancano, ma il Tg1 di Minzolini comincia con un Berlusconi furioso: «Le trame giudiziarie e gli attacchi mediatici non mi butteranno giù!». Il nostro telespettatore è sempre più curioso di capire cosa diavolo stia succedendo, ma deve accontentarsi di quello che gli passa il convento di Mimun, ovvero il Tg5 delle 20: «Il premier ha commentato così le voci che per vari rivoli sono emerse in questi giorni». Quali voci? E dove sono emerse? Certo non al Tg5 (e neppure al Tg1).
Sabato 20 una delle ragazze coinvolte, Barbara Montereale, racconta a «Repubblica» cosa accadeva nelle feste di Palazzo Grazioli («Tutte lo chiamavano papi»), mentre si apprende che dalle registrazioni consegnate da Patrizia D´Addario ai magistrati si sentirebbe la voce di Berlusconi che dice: «Vai ad aspettarmi nel letto grande». Con questi tasselli il puzzle è quasi completo, e infatti l´indomani i giornali stranieri racconteranno la storia con dovizia di particolari. Per il Tg1 e il Tg5, invece, il caso è chiuso. Non un titolo, non un servizio, non una parola. Una pietra tombale ha seppellito l´inchiesta di Bari, i sospetti dei magistrati, l´imbarazzo del premier e le domande dell´opposizione. Cosa sia successo nelle misteriosissime feste di Palazzo Grazioli, il telespettatore italiano non è riuscito a saperlo. E forse non lo saprà mai, se aspetterà che glielo rivelino i tg di Berlusconia.

Un partito olandese vuole denunciare Berlusconi

«Il premier Silvio Berlusconi controlla sia le emittenti pubbliche che le emittenti private e impedisce da qualche tempo a giornalisti critici di accedere alle sue conferenze stampa».

E’ quanto si può leggere sulle pagine dell’Algemeen Dagblad, quotidiano olandese. Groenlinks Judith Sargentini, capolista del Groenlinks, ha dichiarato che «Il Trattato europeo obbliga ogni Paese europeo a garantire la libertà di stampa. In qualità di frazione dei Verdi all’Europarlamento stiamo quindi considerando una procedura contro l’Italia. Se procediamo contro Bulgaria e Romania per le loro irregolarità, allora dobbiamo osare fare lo stesso con l’Italia». Se la maggioranza dell’Europarlamento dovesse appoggiare questa causa legale, e quindi ritenere fondate le forti critiche espresse da diverse fonti autorevoli in merito al ddl intercettazioni, la procedura giungerebbe nelle mani della Corte Europea di Giustizia.

Laddove l’Italia sembra incapace di riflettere seriamente su nuove norme che introducono delle forti restrizioni in materia, forse serve l’intervento di una commissione più autorevole che possa ricordare agli italiani, in particolare a quelli più smemorati, il vero scopo dell’informazione e la reale utilità delle intercettazioni nelle indagini delle forze dell’ordine. La speranza è sempre quella che l’immagine dell’Italia, in questi ultimi mesi molto martoriata, possa uscire da questa vicenda nella maniera più dignitosa possibile.http://www.dirittodicritica.com/2009/06/21/un-partito-olandese-vuole-denunciare-berlusconi/#more-1270


Il Tg1 e i miracoli del servilismo

Siamo abituati al peggio e la Rai sotto il tallone di Berlusconi ci ha dato già prove evidenti e ripetute di sottomissione. Il Tg1 sotto la guida del neodirettore Minzolini cerca di superare i confini tra subalternità e servilismo. Così avviato ci riuscirà.
Il piccolo capolavoro di giornalismo negato si è consumato negli ultimi giorni. Mentre gli organi di stampa di tutto il mondo si rilanciavano le notizie sul giro di donne a pagamento a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa, il Tg1 compiva il miracolo: non dava la notizia e al tempo stesso montava una polemica contro esponenti del centrosinistra, primo tra tutti D’Alema, a proposito della notizia nascosta. Chiunque non avesse ascoltato altre fonti o letto i giornali avrebbe trovato i servizi del Tg1 del tutto inesplicabili.
Il Tg1 di oggi insiste. La notizia del giorno sarebbe l’indignazione del cosiddetto premier per frasi a lui attribuite e secondo lui prive di fondamento. Non si sa che frasi siano, né se ne conosce il contenuto. Si sa solo che il cosiddetto premier è indignato. Il suo portavoce si incarica di aggiungere che la sinistra ha montato un caso su false dicerie. Ma il caso resta incognito sullo sfondo.

Ora il problema più insidioso per il Tg1 è la pura e semplice esistenza dell’avvocato Ghedini. La sua battuta su Berlusconi “utilizzatore finale” delle grazie messe a disposizione rischia di essere un culmine a lungo insuperabile dell’umorismo involontario. Ma la sua consistenza filologica ha ormai il valore di una testimonianza a carico. Se continua così il Tg1 sarà costretto a oscurarlo.

L’atmosfera da avanspettacolo domina la scena e mette in secondo piano l’aspetto serio della vicenda: la possibilità che il presidente del consiglio sia ricattabile. Ma questa è un’altra storia…

Pancho Pardi

Arridateci Cenerentola

21 giugno. Il giorno più lungo dell’anno. Il buio più tardo. Festeggerò l’azzurro che si fa blu toccando fugacemente le dita dei Gracchi riuniti a cena.

 

Piccole note per i blogghisti prima di uscire. Be’, me lo riconoscerete, gente di poca fede, che sin dall’inizio del caso Noemi ho scritto che questa era la prima vera crepa che si apriva nel dominio berlusconiano. Che da subito ho visto in quel che accadeva non un fatto privato ma il pubblico segno di una crisi di sistema. Non capisco come tanti personaggi o amici che si reputano dotati di acume politico e intellettuale possano ancora recitare la nenia del fatto privato, del gossip, o invitarci a guardare ai problemi “veri” dell’Italia. Ma perché, il passaggio dalla Repubblica parlamentare al sultanato che cosa vi sembra, un problema piccino picciò? Allora qui vi dico, esponendomi  forse con troppa audacia, la seguente cosa: è in arrivo una crisi come quella del ’92. Allora fu il tracollo della prima repubblica, nata dai partiti; qui sarà il tracollo della seconda repubblica, nata dalla televisione. Lì Mario Chiesa, qui Noemi.

 

E intanto vi consegno alcune perle di cronaca, che forse nella concitazione della lettura, nel riso, nel sarcasmo, nel disgusto, vi sono sfuggite. Una ragazza di 22-23 anni pone il problema di non essere stata pagata per presenziare a una cena con il capo del governo. Arridateci Cenerentola! Voglio dire: in tutto il mondo normale una ragazza senza arte né parte che venga invitata a cena dal capo del governo pensa che sia uno scherzo, poi va in paranoia perché non sa che mettersi, poi arriva emozionata, poi chiede quale santo deve ringraziare per essere capitata lì in quella cena. Qui no, vorrebbe pure essere pagata. Perché lo sanno tutti che “da una vita” (a 22 anni!) fa la ragazza immagine. Pensate com’è caduta in basso la considerazione che circonda il capo del governo. Ma non è umiliante questo? Vi immaginate Cenerentola che chiede di essere pagata per andare alla festa del principe?

 

Poi vi segnalo Licia Ronzulli, neodeputata europea, fisioterapista, che B. ha sbandierato in pubblico come esempio di impegno volontario nel terzo mondo, facendola appoggiare come nessun’altra nel Nord-ovest. Indicandola come esempio, come gioiellino della nostra sanità. Ora una delle ragazze ci dice che è proprio lei, Licia Ronzulli, che “organizza la logistica dei viaggi delle ragazze. Che decide chi arriva e chi parte. E smista nelle varie stanze”. Insomma, una madre Teresa di Calcutta in piena regola; che ora replica che lei, sì, andava a Villa Certosa (“sempre con mio marito”; non dubitavamo) e dava una mano nell’accoglienza.

 

Poi vi segnalo quel che ho trovato sulla edizione pugliese di Repubblica: la stranezza di un ricco imprenditore barese, di cognome Antro, presidente locale dei piccoli imprenditori, che fa l’assistente parlamentare di Elvira Savino, giovane e avvenente deputata di Conversano, amica di B., frequentatrice di Palazzo Grazioli (non è che ci sono anch’io in queste intercettazioni?, ha chiesto a un giornalista). Un imprenditore (presidente dei piccoli imprenditori!) che fa l’assistente parlamentare. Perché? Forse per avere libero accesso al parlamento, per usare la politica per fare meglio affari, per entrare meglio nel bel mondo romano? Ammetterete che è un bel rebus…

 

E infine segnalo un’altra ragazza, che “Repubblica” chiama “L.” per tutelarne l’identità e di cui tutti gli altri danno nome e cognome. Anche lei è andata a Palazzo Grazioli. I giornalisti a lei: “Suo fratello ha avuto recentemente problemi con la cocaina. E’ stato accusato di spaccio”. Lei “A me non lo ha detto. Evidentemente è una cosa che ha preferito tenere per lui. In famiglia teniamo molto alla privacy”. Ah, la privacy…che grande cosa…http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php


Arresti molto eccellenti

Il mio blog non si occupa di Iran, programmaticamente. Si occupa di arabi. Ma l'Iran è lì, parte integrante del Medio Oriente, e peraltro per anni un modello - con la rivoluzione khomeinista - per molti, laici compresi, che consideravano la rivoluzione del 1979 come l'unica vittoria verso l'influenza occidentale nell'area. Occhi aperti, dunque, su quello che succede a Teheran, che gli occhi degli altri blogger - quelli arabi - guardano con molta più attenzione e apprensione.

C'è una notizia, tra le tantissime che circolano, che voglio segnalare. Forse perché Faezeh Hashemi Rafsanjani l'avevo incontrata, oltre dieci anni fa, a Padova, agli Incontri interreligiosi di Sant'Egidio. Forse perché l'avevo sentita parlare, l'avevo intervistata. E mi aveva colpito la sua intelligenza. Insomma, la notizia del suo arresto mi ha colpito più di altre: significa che la parte del regime incarnata simbolicamente da Ahmadinejad non riesce a sostenere il confronto con personalità, come la figlia maggiore di Rafsanjani, che hanno sempre scelto la via della riforma interna del regime, mai quella dello scontro. Un segnale di debolezza, certo. E quando si è deboli spesso si reagisce con ancor più violenza.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


La rivolta delle campagne -

trattoridi Alessandro Cisilin, da «Galatea European Magazine» di luglio

In Francia le rivoluzioni cominciano dalle campagne, sebbene il fatto sia caduto nell’oblio storico, oscurato dalle vicende settecentesche di Parigi. Ed è la terra il simbolo proclamato della sua moderna nazione, contro le tentazioni “etniche” e contro l’identificazione “di sangue” che cementa l’unità tedesca al di là del Reno.





Nulla di strano che siano stati proprio gli agricoltori il mese scorso a suonare la carica della protesta, svuotando gli scaffali dei supermercati cittadini. Proprio mentre la nuova manifestazione unitaria dei sindacati dell’industria e dei servizi registrava un relativo flop, la campagna sapeva far sentire la sua voce contro gli affaristi urbani dei prezzi alimentari.

Le tradizionali spese parigine del sabato hanno incontrato il 13 giugno scorso una brutta sorpresa, coi supermercati semivuoti. Su iniziativa della Fnsea (“Fédération Nationale des Syndicats des Exploitants Agricoles”) e di Ja (“Jeunes Agriculteurs”) i contadini, armati di forconi, pale, trattori, cumuli di terra e perfino gli stessi carrelli dei supermercati, hanno completamente bloccato dal giovedì precedente i principali centri di smistamento della grande distribuzione. L’obiettivo dichiarato dal suo leader Lemétayer erano una trentina, ne sono stati occupati quarantuno, e cioè oltre la metà delle fonti di approvvigionamento del paese. Motivo della protesta, le contrazioni nel prezzo pagato dagli intermediari nell’ultimo anno, senza giustificazione nella crisi.

La crisi c’è e, diversamente da quanto argomentato da qualche ministro europeo, non arricchisce i meno abbienti con meccanismi deflazionistici ma allarga e aggrava la povertà. La dimostrazione, tra le altre, è che i consumi alimentari, solitamente mattone indistruttibile rispetto alla congiuntura economica, si sono anch’essi sensibilmente ridotti. E’ successo in Francia, come ovunque in Europa.

La conseguenza non è stata però una riduzione dei prezzi ma solo un rallentamento dell’inflazione.

Nulla a che vedere col crollo dell’ammontare pagato ai produttori, sceso addirittura, secondo l’Insee (“Institut National de la statistique et des études économiques”), del quindici per cento in un anno. Come sempre accade, la recessione porta con sé regolamenti di conti tra le categorie economiche, ma non nel segno della salvifica “mano invisibile” immaginata da Adam Smith, bensì dello sfruttamento e della speculazione da parte di chi si trova in posizione di forza.

In Francia però gli intermediari agricoli hanno a che fare con una categoria di produttori che, seppur dispersa territorialmente e scarsamente sindacalizzata, quando s’incazza, si muove da far paura. Come sanno alcuni storici, la Rivoluzione Francese non esplose nel 1789. Nacque tre secoli prima, quando i contadini di molti villaggi conquistarono la proprietà dei loro terreni e ottennero che l’amministrazione locale venisse affidata ad assemblee elettive, in alcuni casi perfino a suffragio universale. La successiva Rivoluzione non scaturì dunque dalla frustrazione dell’arretratezza bensì al contrario dal permanere anacronistico di alcuni privilegi nobiliari e clericali rispetto al tessuto sociale, economico e politico più avanzato d’Europa.

E anche oggi gli agricoltori, all’occorrenza, sanno uscire dai terreni e compattarsi in strada. A muoversi stavolta sono stati almeno settemila. Proteste analoghe avevano indotto il governo a istituire il dicembre scorso un Osservatorio dei margini di profitto applicati dai distributori. Nulla però è cambiato nella tendenza a falcidiare i redditi agricoli. Nei giorni della protesta i vertici della distribuzione hanno mobilitato i propri dipendenti in azioni di disturbo dei blocchi dichiarando al contempo che le proteste dei contadini non intaccavano l’offerta nei supermercati. Nella guerra delle cifre però parlano le fotografie e i video diffusi dai cittadini e dai lavoratori. Il blocco è riuscito al di là delle attese, e molti scaffali rinviavano a scenari bellici.

E la stessa “Fédération d Commerce e de la Distribution” si è trovata costretta in poche ore a cambiare strategia, passando dall’ostentata sicurezza del nulla di fatto all’allarmismo, con la denuncia del rischio di un “crollo nelle forniture dei prodotti alimentari di base del cinquanta per cento”, nonché di “conseguenze occupazionali”.

La riuscita della protesta non è da ascriversi esclusivamente al citato potente sindacato dei produttori e alla sua branca giovanile. Il boom di adesioni è viceversa dovuto al fatto che Fnsea e Ja sono stati scavalcati dai coltivatori diretti e dagli allevatori. I blocchi erano annunciati a partire dall’11 giugno e per quarantott’ore. Di fatto in molte zone erano iniziati già dalla domenica precedente su iniziativa dei produttori di latte, arrabbiati per un accordo siglato col governo dalla stessa Fnsea, giudicato insufficiente. L’intesa, siglata tre mesi fa, poneva l’obiettivo di elevare l’ammontare versato al produttore da una media di duecentodieci euro per migliaio di litri nel 2008 ai duecentottanta nel 2009 attraverso misure di defiscalizzazione del settore e finanziamenti per la modernizzazione degli impianti degli allevatori, nonché un meccanismo concertato di adeguamento dei prezzi tra produttori, industriali e cooperative. Le parole agli operatori tuttavia non bastano. Avevano lanciato il monito di un mese di tempo per risultati concreti. Dopo un paio di mesi di assenza di aggiustamenti di prezzo hanno rispettato l’impegno di riesplodere la loro rabbia.

“Con questa azione vogliono levarsi il senso di colpa”, ironizzava una sigla di base, la Confédération Paysanne, parlando dell’iniziativa dei sindacati maggiori che avevano firmato quell’accordo. La frizione tra le sigle non ha però inficiato l’unità della protesta, l’ha anzi allargata. Ai produttori di latte si sono gradualmente associati gli allevatori di maiali e i coltivatori dell’ortofrutta. Le azioni più vistose sono state quelle del Nord Ovest, e in particolare in Bretagna, come da agguerrita tradizione. Ma i blocchi si sono allargati ovunque. Prima nell’Oise, nell’Eure e nel Calvados. Poi nel Sud Ovest, sulle Landes, nella Gironde e nella Charente-Maritime. Qui si sono attivate le manifestazioni più spettacolari. A Beautiran una sessantina di contadini hanno occupato il parcheggio di un centro di approvvigionamento della regione di Bordeaux bloccandone l’ingresso con centinaia di carrelli. A Saint-Paul-les-Dax gli agricoltori hanno edificato una grossa tenda, accettando di levarla solo dopo che la direzione del centro ha accettato di riceverli. Poi altre azioni nel Massiccio Centrale e, più a est, nel Basso Reno e nell’Alto, nella Meuse e nella Franche-Comté.

E il venerdì sera il sindacato principale è stato nuovamente scavalcato. Con l’annuncio di un incontro ottenuto a Parigi per l’indomani mattina col ministro dell’Agricoltura Barnier e col segretario di Stato al Consumo Chatel è stata decisa la sospensione della protesta. Gli agricoltori del Puy de Dôme, dell’Allier, del Vaucluse e della Loire-Atlantique hanno convenuto di levare i blocchi. Gli altri però li hanno mantenuti, nell’attesa dell’esito del vertice, specie, ancora una volta, nel “grande Ovest dell’esagono”.

Alla conclusione dell’incontro ministeriale solo la metà delle occupazioni era terminata. Poi è arrivata la promessa di Barnier: “Generalizzeremo i controlli sui prezzi della grande distribuzione e sanzionerimo quando sarà il caso”, ha promesso il ministro, riconoscendo la “legittimità delle richieste contadine in materia di trasparenza sui costi” e annunciando un’apposita “brigata” governativa incaricata delle verifiche.

Il governo palesa la consapevolezza che gli agricoltori fanno sul serio. Sono sempre loro in prima fila, e non solo nell’epoca pre-rivoluzionaria. Sono loro ad avero creato una cultura europea del cibo e a inventarsi gli agriturismi. Sono loro a inscenare le battaglie più vistose contro gli Ogm, i tagli annunciati dall’Europa nei sussidi al settore e le restrizioni alle varietà delle denominazioni d’origine, a cominciare dal vin rosé del Sud Ovest. E sono stati anche loro a spostare in massa i voti da Sarkozy e dai socialisti alla lista verde di Europe Ecologie di Cohn-Bendit e Bové. Soprattutto, sono loro ad aver già scavalcato la grande distribuzione avviando il meccanismo della vendita diretta. In pochi anni il settore è arrivato al quindici per cento dell’intero fatturato agricolo e il fatto che l’uso del web sia stato finora marginale promette ulteriori rapide espansioni.

Nei giorni successivi alla promessa governativa un’apparente calma è tornata a regnare nelle campagne francesi. Di nuovo, però, i sindacati hanno concesso un mese di tempo. Dinanzi all’assenza di risultati reali non mancheranno alla promessa di tornare all’azione.

acisilin@yahoo.it

 

 

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9271


Rinnovabili 2020 e la rete da rifare
La rete elettrica europea non è adeguata all'obiettivo sulle rinnovabili del 2020. Vecchia, inefficiente e mal coordinata, secondo un report consegnato alla Commissione dall'European Academies Science Advisory Council. Il cammino verso un'energia low carbon dovrà passare per un ammodernamento delle linee e la realizzazione di reti intelligenti.
La rete elettrica europea ha bisogno di essere rivoluzionata se si vuole raggiungere l’obiettivo del 2020 per le rinnovabili: le linee esistenti sono troppo vecchie, inefficienti e mal coordinate per raccogliere l’elettricità pulita che entro quell’anno dovrà essere prodotta e distribuita in giro per l’Europa. È assieme report tecnico e appello all’azione lo studio sulle infrastrutture elettriche del vecchio continente realizzato dell’European Academies Science Advisory Council (Easac) e consegnato alla Commissione Europea in questi giorni (vedi allegato).

La rete attuale, infatti, non sarebbe in grado di trasferire in maniera efficiente elettricità sulle lunghe distanze, come sarà invece necessario fare in un sistema continentale che conti su fonti di produzione, come le grandi centrali eoliche o solari, spesso distanti dai grossi centri abitati e che producono energia in maniera discontinua. Occorre coordinare le varie reti nazionali e investire in nuove tecnologie, prima tra tutte quella per le linee ad alta tensione in corrente continua (HVDC), più costose ma che permettono di trasportare l’elettricità su lunghe distanze con molta meno dispersione rispetto alle attuali linee a corrente alternata (AC).

L’obiettivo europeo per il 2020, come sappiamo, è di soddisfare il 20% del fabbisogno energetico totale con fonti pulite, percentuale che nel settore elettrico dovrà essere più elevata (nel nostro paese le ipotesi vanno dal 25 al 33%). Se non si adeguerà la rete, fa notare il report, la capacità rinnovabile installata andrà sprecata. Assieme alle fonti cambierà anche la loro dislocazione e le necessità di distribuzione. Per il Regno Unito, ad esempio, ci sarà la necessità di trasferire grandi quantità di elettricità dai campi eolici nel Mare del Nord o a ovest della Scozia verso le zone più popolate.

Altro problema è quello del coordinamento tra le varie reti nazionali: non solo le reti, raccomanda lo lo studio, dovranno essere ammodernate seguendo standard comuni, ma la distribuzione elettrica nel continente potrebbe addirittura essere gestita in modo centralizzato. L’obiettivo è un sistema in cui le varie fonti pulite situate distanti tra loro possano integrarsi l’un l’altra: ad esempio in modo che un domani il nord Europa nei giorni in cui c’è poco vento possa contare sull’energia elettrica prodotta nelle grandi centrali solare termdinamiche che si vorrebbero costruire nel Sahara, o che l’energia idroelettrica scandinava possa essere venduta, ad esempio, in Germania. Affinché ciò accada occorre che ogni ampliamento della rete incorpori linee con tecnologia HVDC, capaci di trasferire l’elettricità in modo efficiente e su lunghe distanze: gli elettrodotti attuali non sono in grado di gestire quantità di energia adeguate.

Insomma, è chiaro che il cammino verso il low carbon passa forzatamente per un ripensamento delle reti elettriche. Non a caso gli stanziamenti più grossi dei pacchetti verdi sia degli Usa di Obama che della Cina vanno proprio alla realizzazione nelle due superpotenze della cosiddetta "smart grid", la rete elettrica “intelligente”, capace di accogliere, coordinare e distribuire in maniera efficiente l’energia discontinua proveniente dalle rinnovabili.
Anche nel nostro paese la questione è urgente, Assoelettrica e Aper denunciano come l’inadeguatezza della rete stia già mettendo un freno allo sviluppo delle energie rinnovabili: le riduzioni imposte dalla carenza infrastrutturale finora hanno riguardato una potenza installata complessiva di circa 1.200 MW eolici nelle province di Foggia, Benevento, Avellino e del nord della Sardegna; per non ostacolare l’eolico occorrerebbero rapidi interventi di potenziamento, resi però lenti dalla burocrazia.


GM





Euroelezioni 2009: il punto di Giovanni Boggero

 

Freelance dalla Germania per diverse testate tra cui L’Occidentale ci parla delle elezioni che segnano forse il ritorno al comando pieno dei cristiano-democratici e dei cristiano-sociali per settembre, in piena recessione economica con il jolly Westerwelle sullo sfondo.

 

D. Il primo dato da segnalare riguarda anche qui l’affluenza ed è un dato importante perché in tanti consideravano queste elezioni un anticipo di quelle più importanti. Sono state sentite così o snobbate solo come europee?

 

B – E’ un trend consolidato da un certo numero di anni che l’affluenza alle urne alle europee  si aggiri intorno alla metà dell’affluenza che si registra alle elezioni federali. Questa volta si è persino battuto il record negativo del 2004, già pessimo del 43%, e si è toccato il 42,5%. Ciò è accaduto perché l’SPD per sua stessa ammissione non riesce a portare più tutti gli elettori a votare per un’elezione di questo tipo, mentre l’elettorato cristiano-democratico, tendenzialmente più anziano, si reca maggiormente alle urne; e così è andata che l’SPD si è fermata al 20,8% contro il 21% delle scorse consultazioni. Nell’anno delle elezioni federali questo fa ben sperare i cristiano-democratici perché l’SPD non riesce più a vincere ormai da molto tempo, in ultimo si pensi alle elezioni regionali in Assia tenutesi a gennaio e poi alla recente votazione per il Presidente della Repubblica; tutto fa pensare che il risultato delle elezioni federali sia già fissato con la vittoria della coalizione di CDU e liberali dell’FDP, per quanto entrambi i partiti non raggiungano ancora sulla base dei numeri attuali, il 50%. La Merkel si è infatti mantenuta molto prudente parlando con i giornalisti. La sua CDU ha comunque perso il 6% rispetto al 2004. Tutti i voti che l’SPD ha perso, al di là delle astensioni, sono andati ai Verdi che hanno sfondato abbastanza (12%), mentre il travaso non c’è stato verso l’estrema sinistra fermatasi al 7,5%, un risultato buono se confrontato con il 2004 quando Die Linke non esisteva ancora, ma deludente se si pensa che nei sondaggi di oltre un anno fa era data oltre al 10%. 

 

D. Altro dato importante è l’assenza di un voto di protesta. Die Linke a parte, che peraltro non sfonda, c’era la paura di una crescita del malcontento nell’Npd soprattutto all’Est. Nessuno sfogo da parte dei tedeschi?

 

B – I tedeschi esprimono solitamente la loro protesta non andando a votare. L’Npd ha ottenuto solo l’1% e non c’è stato neppure lo sfondamento della lista bavarese Freie Wähler che aveva fatto un exploit lo scorso settembre ottenendo il 7% nelle elezioni in Baviera e che presentatasi a livello federale non ha raggiunto neanche il 2%. Il sistema tedesco resta sostanzialmente pentapartitico, come da tendenza sorta ormai dal 2005 ed ovviamente la possibilità che le alleanze tradizionali (CSU-FDP e SPD-Verdi) tengano è legata a quanto Die Linke riesce a prendere in termini di consenso. Se Die Linke resta debole, le altre coalizioni riusciranno ad avere, l’una o l’altra, la maggioranza assoluta. 

 

D. E’ accaduto in Germania qualcosa di simile all’Italia, il partito di governo ha perso i suoi voti, ma sono rimasti al centro-destra, in particolare al Fdp, questo significa che saranno loro una futura forza di governo e magari Westerwelle potrà sfruttare il suo carisma?

 

B – Certamente Westerwelle non fa mistero di puntare al Ministero degli Esteri, anche se non lo dice espressamente. Comunque l’FDP ha preferito rimanere con le mani libere. E’ tornata adesso con la CDU e la CSU, ma si tiene pronta ad un’altra possibile alleanza: o un governo social-liberale, che però è impossibile con i numeri attuali estrapolati dai sondaggi, o un governo “semaforo” con SPD e Verdi. Tutte queste sono comunque prospettive da fanta-politica, perché allo stato attuale la Merkel resta molto forte e con la CDU primo partito chiaramente chiederà ed otterrà probabilmente il cancellierato. Con chi non si sa. Non è esclusa nemmeno una riedizione della Grosse Koalition.

 

D. In che modo il tema immigrazione ha influito sul voto tedesco, se ha influito come in buona parte d’Europa, alla luce anche della forte presenza della comunità turca e delle prospettive di esclusione della Turchia dall’UE, visto anche l’avanzare delle forze contrarie?

 

B – A differenza di altre elezioni dove l’immigrazione ha giocato un ruolo fondamentale, i riferisco ad esempio al caso dell’Assia, in questo caso non si è parlato né di Europa, né tantomeno di immigrazione, anzi si è parlato molto di crisi economica interna e del tema dei salvataggi statali di imprese e banche da parte del governo ed è lì che i liberali hanno guadagnato voti, soprattutto fra l’elettorato più liberista e meno statalista della CDU. Non si è parlato neppure di Turchia, che è sempre stato un tradizionale cavallo di battaglia dei conservatori più duri.

 

D. In Germania c’è stato il tormentone Opel. Ha fatto la differenza questo tema fra SPD e CDU nella grande coalizione per l’occasione divisa con la Merkel che ha vinto la sfida?

 

B – La Merkel si è inizialmente mantenuta nelle retrovie in questa querelle per Opel ed i proclami dell’SPD non hanno affatto giovato al voto socialdemocratico così che la Cancelliera ne è uscita incredibilmente rafforzata, e questo nonostante si sia fatto un grosso pasticcio, dovuto non tanto alla sua indecisione, ma ai logici contrasti di un esecutivo di unità nazionale emersi in modo molto forte in coincidenza dell’anno elettorale.  

 

D. Si è parlato poco di Europa, ma la politica economica e quella energetica sono fondamentali per il futuro della Germania. In questo campo ed in questo futuro c’è più Russia o più Occidente?

 

B – La Germania resta un grande paese dell’Europa Centrale ed Occidentale che guarda ad Occidente ma non trascura la Ostpolitik. La dimostrazione è nei movimenti del ministro degli Esteri Steinmeier che più degli altri ha curato  i rapporti con l’Est, ancora nelle scorse settimane facendo visita anche a Riga. Penso che il rapporto con la Russia sia saldissimo ed imprescindibile non solo sul piano strategico, ma soprattutto sul piano economico, la Germania però resta pur sempre nel mezzo, da una parte l’Occidente in cui la Bundesrepublik affonda le proprie radici e dall’altra parte l’Oriente, per il quale la Germania è da sempre un “porto quiete”. Negli ultimi mesi, soprattutto con il salvataggio dei paesi che stavano per fallire, come i paesi baltici o l’Ungheria, il dibattito si è fatto più serrato perché la Markel si è detta chiaramente contraria ad un salvataggio con soldi tedeschi di questi stati e questo fatto sottolinea anche una certa ambiguità della Germania verso il resto dei paesi orientali, anche perché a breve si andrà alle urne ed il suo europeismo è in questo momento molto vacillante. Inoltre fra poche settimane la Corte Costituzionale Federale si pronuncerà anche sulla legittimità del Trattato di Lisbona e questo segnerà un altro passo difficile nei rapporti fra Germania ed Europa e fra Germania e paesi dell’Est. Basti pensare che prima la Germania aveva appoggiato l’ingresso della Croazia nell’UE ed ora con la crisi economica che avanza, sta avendo molti ripensamenti.

 

D. Che cosa potrà cambiare nei numeri ma soprattutto nelle azioni di qui alle prossime elezioni, soprattutto nelle prospettive economiche per la crisi?

 

B – Le prospettive economiche sono grigie. Le esportazioni (vero motore di sviluppo per l’economia tedesca) crollano e il PIL si contrarrà di circa il 6% nel 2009; questo secondo le previsioni dello stesso Ministero dell’Economia; la disoccupazione potrebbe addirittura toccare quota 4 milioni e se la possibilità della famosa “settimana corta” induce le imprese a non licenziare molto, tuttavia i pacchetti congiunturali e le relative misure emanante a gennaio e febbraio dal governo non sono ancora del tutto entrate in vigore, ma alcune saranno effettive solo da luglio. Un anno molto duro attende quindi i tedeschi che dopo pochi mesi di ripresa economica e con le elezioni alle porte possono effettivamente trovarsi di fronte scenari imprevedibili: magari un governo ultrasocialista con un’alleanza all’ultimo momento fra SPD e Die Linke oppure un governo più liberista, più di quanto non lo sia stato quello attuale della Merkel. Sicuramente non ci si può aspettare una Thatcher in Germania, però tutto è possibile. Se comunque il risultato sarà chiaro e netto, più che nel 2005, allora gli scenari potranno essere anche più tersi e definiti rispetto a quelli in chiaroscuro della Grande Coalizione degli ultimi quattro anni.

 

Angelo M. D’Addesio

http://ilparoliere.ilcannocchiale.it/2009/06/10/euroelezioni_2009_il_punto_sul.html

 


La spazzatura Neocon

Jacob Heilbrunn smonta le critiche sull'Iran della Destra repubblicani e dei Neocon. La conduzione dell'attuale Amministrazione è finora impeccabile, ed evidenzia ancora di più il dilettantismo con cui fu gestita la crisi in Georgia. Uno dei tanti esempi per i quali nessuna persona ragionevole rimpiange Bush, Cheney, Wolfowitz e compagnia cantante. a parte, ça va sans dire. http://andreamollica.blogspot.com/


giugno 21 2009

Anomalie elettorali

Sono una docente di matematica in una Università straniera e faccio parte di gruppo di docenti di matematica e statistica americani internazionali che fa capo all’organizzazione ELECTION INTEGRITY.

Sono stata accettata in questo gruppo in quanto è stata accolta com molto interesse una piccola ricerca da me fatta sull’anomalo andamento degli spogli nelle elezioni italiane in questi anni recenti che continuano furori da ogni ipotesi statistica a ricalcare i dati della famosa notte elettorale del 2006, il cui andamento fu tanto anomala da suscitare multipli sospetti, mai interamente fugati.

Pur essendo sicura che questa immagine è rimasta impressa nella memoria di molti la allego come MODELLO BASE per evidenziare le anomalie matematiche che si sono ripetutre identiche in tutti gli spogli successivi, a Roma come nel lazio, come nel trentino, sai che la sinistra abbia vinto che la sinistra abbia perso: um graduale spostamento a destra ineluttabile e senza FLUTTUAZIONI .

Come se le tipiche fluttuazioni che si verificano in ogni spoglio in ogni ALTRA NAZIONE venissero corrette regolarmente com integrazione di voto a destra a dosi successivamente sempre oculatamente maggiori secondo uma intelligenza contaria alle leggi matematico-statistiche conosciute.
Uma normale legge statistica , verificabile anche in casa con un numero sufficiente di mazzi di carte prevede che sui grandi numeri quando si raggiunge la metà di uno spoglio i risultati sono grosso modo quelli definitivi , com lievissime fluttuazioni sempre minori intorno a quel risultato

La motivazione a cui più frequentemente si ricorre è quella dei voti siciliani che arriverrebbero più tardi causando questa crescita (costante e regolare ) della destra.
Questa spiegazione contrasta con i dati in mio possesso ( e in possesso di chiunque si fosse preso la penadi verificare ) che indicano:
  1. che questa andamento é analogo sai sul piano nazionale che su quello regionale e comunale di tutti gli spogli elettorali a partire dal 2006, con i dati della destra che crescono continuamente - ci tengo a ripetere – si a nelle realtá in cui questa vince come nelle raltá in cui questa perde.
  2. Che nel caso delle ELEZIONI NAZIONALI DEL 2008 a metá spoglio il partito SICILIANO di LOMBARDO aveva già raggiunto il suo risultato finale, a riprova che i voti siciliani erano già regolarmente arrivati, come previsto da regola statistica, per il loro 50 per cento.
  3. Particolarmente indicativa anche la curva dello spoglio di DI PETRO (sempre elezioni 2008) che cresce a metá spoglio quando i teorici voti siciliani ne avrebbero invece fatto scendere l’andamento essendo il voto per l’ Italia dei valori PARTICOLARMENTE BASSO in Sicilia.
  4. Vorrei anche aggiungere che esistono anche altre anomalie statistiche rilevanti e anche RIVELANTI, analizzabili nell’analisi dei voti nei singoli seggi e riscontrabili attraverso istogrammi che sembrano suggerire dati manipolati o comunque stravaganti rispetto alle nostre conoscenze statistiche ( questo tipo di analisi è stato usato per studiare alcune notorie irregolaritá nelle elezioni messicane [1].).


Aggiungo come osservazione personale che mi deriva dall’ appartenenza al gruppo Election Integrity, che grandi discrepanze tra risultati exit poll e risultati ufficiali deve essere studiata attentamente [3], non escludendo l’ipotesi di brogli elettorali in quanto
  1. Si è dimostrata falsa la teoria che l’elettorato di destra nasconda il proprio voto essendo invece provato che si tratta di un elettorato particolarmente disposto a manifestare le proprie scelte elettorali.
  2. La stessa ONU tende a usare i risultati degli exit poll come testimonianza di presenza o assenza di manipolazione dei risultati elettorali.
  3. Lo spínn doctor dei vincitori delle elezioni daí risultati più discutibili – (a causa della discepanza con sondaggi ed exit poll) a partire del 2006 (Italia Messico, Stati Uniti) è stato lo stesso e risponde al nome di Karl Rove. Disgraziatamente il testimone a suo carico in una inchiesta sui brogli elettorali é morto in un inspiegabile incidente aereo poco prima della sua testimonianza in tribunale [4].




L' apparente anomalia di una risalita finale dell'andamento o curva dello spoglio della lista di Illy ha una spiegazione che conferma la nostra ipótesi di anomalie di origine non casuale: gli ultimi dati pervenuti si riferiscono a seggi i cui risultati erano stati contesi e quindi sottoposti ad una particolare ulteriore verifica da parte dei partiti. Da cui si deduce che, le anomalie statistiche possono e devono avere una spiegazione, e che nei seggi sottoposti a particlare osservazione da parte di tutti i partiti i voti di Illy erano davvero di molto superiori a quelli indicati dalla media dei seggi non sottoposti a ulteriore verifica. Ognuno può trarre le sue deduzioni.
Faccio notare a questo proposito che i dati delle elezioni nazionali in contemporanea di elezioni locali amministrative mostrano a volte discrepanze significative e non facilmente spiegabili in presenza delle stesse liste ( es le schede bianche nelle nazionali e nelle amministrative del 2006 in Friuli mostrano uma costante differenza, essendo in numero maggiore nelle locali di 4 o 5 punti percentuali.



Election Integrity e altri modelli per l'individuazione di brogli e anomalie elettorali



[1] Uncertainty and Errors in the Mexican Elections of July, 2006
[2] Riepilogo nazionale camera elezioni 2008
[3] Steal votes. Discredit exit polls. Eliminate exit polls. Steal more votes
[4] Rove's IT Guru Warned of Sabotage Before Fatal Plane Crash; Was Set to Testify

Contatti

scrivete a anomalie@corsocavour.com    http://www.corsocavour.com/anomalie/

Elezioni 2009

sezione in costruzione..
Come si può notare gli andamenti delle curve degli spogli del pd e dell pdl nelle elezioni europee del 2009 divergono linearmente senza oscillazioni e sembrano la prosecuzione naturale delle note caratteristiche curve delle elezioni del 2006.
La curva degli andamenti degli spogli della regione Liguria (regione scelta a caso) sono fortemente anomali e meritano una osservazione piu' attenta
A sinistra sono rappresentati i risultati numerici dei voti ottenuti dal pd mediamente in gruppi di seggi come pervenuti durante gli spogli: i risultati come si vede fluittuano secondo um andamento non ordinato.
A sinistra sono stati aggiunti i voti ottenuti mediamente dal pdl negli stessi gruppi di seggi durante gli spogli: i risultati come si vede presentano una fluttuazione in crescita che negli ultimi seggi scrutinati risulta tumultuosa (quasi si trattasse dell'evoluzione di sondaggi rappresentati nel tempo e che rispondono ad una buona campagna elettorale e non di dati stabili sigillati in urne)
Si tratta di numeri reali di voti riguardo ai quali si può osservare che i seggi scrutinati per ultimi hanno un numero di affluenze che sembra avvicinarsi in alcuni punti al 100% ( non disponiamo per ora di tutti i dati di tutti i seggi singoli della liguria com relative affluenze per verificare questa ipotesi). Questo aumento di affluenze nei seggi scrutinati per ultimi non si distribuisce però tra i partiti ma si concentra quasi esclusivamente sul pdl.
Si puo notare ancora che i voti del Partito Democratico sono distribuiti disordinatamente come da regola statistica, intorno al loro valore medio di 141 voti per seggio,mentre i voti del Popolo della Libertà seguono un andamento in costante crescita che a partire dal millesimo seggio circa - cioè appena superata la metà – si sviluppa sempre al di sopra della propria media di 163 voti per seggio.

Sincreticity

La situazione in Iran è molto complessa. Fonti vicine ad Ahmadinejad fanno sapere che sarebbe in atto un progetto eversivo per sostituirlo con un'altra persona non eletta dagli iraniani. Dal canto suo, Alì D'Halemah Rafsanjani, il grande manovratore che sostiene nell'ombra la rivolta di piazza guidata da Mir-Hossein Franceschì Mousavì butta lì un sibillino: “Abbiamo un premier dimezzato, la vicenda iraniana potrebbe conoscere delle scosse, il che richiede un'opposizione in grado di prendersi le sue responsabilità e spero che saremo presto in grado di farlo”. Che avrà voluto dire? Non si sa. Però si sa che in Iran è in atto una lotta intestina tra teocrazia e potere militare e che l'iraniano parla con lingua biforcuta. Intanto, l'ex Presidente della Repubblica iraniana Kossighei, espertissimo in complotti, golpe, attacchi solari e colpi di Stato, assicura: “il complotto c'è ed è un piano trasversale tra il partito della Repubblica, il magnate Al Kahzir Murdokah e pure il leader religioso Pierfurbj Khasini” per sostituire Ahmadinejad con l'attuale governatore della Banca dell'Iran, Alì Al-Marioh Drakhi. Stay tuned.

[fonti. 1 e 2] http://formamentis.splinder.com/


Poveri comunisti!


Dopo le “scosse” di D’Alema, a tormentare Berlusconi arrivano il monito di Fini che scopre i “rischi per la democrazia”, e il duro editoriale de l’Avvenire che finalmente dichiara di pretendere risposte agli “interrogativi più pressanti”. Che il ducetto stia diventando una presenza ingombrante?
La stampa estera si domanda quanto potrà ancora durare Berlusconi, mentre fioccano gli articoli sulle inchieste di Bari. Di oggi le compromettenti dichiarazioni di tale Barbara Montereale: “Tutte lo chiamavano Papi”. Ma il peggio arriva dalle registrazioni della concubina, Patrizia D’Addario, in cui si distingue la voce di Papi: “Aspettami nel letto grande”!
Mille volte “la cosa Berlusconi” ha mentito al Paese e almeno altrettante il Paese gli ha creduto o ha girato la testa dall’altra parte. E’ vero, la misura è colma. Ma per quale motivo non dovrebbe cavarsela anche questa volta? Che una parte della casta abbia fretta di archiviare il berlusconismo come il vizietto di un settantatreenne affetto da satirismo? Piacerebbe al signor Fini e al signor D’Alema! Proprio loro, che nel berlusconismo gozzovigliano da vent’anni!

Tronfio più che mai, anche se visibilmente nervoso, Berlusconi trova il fiato per prendersela con quei “poveri comunisti” che osano contestarlo durante la chiusura della campagna elettorale a Cinisello. I “poveri comunisti” sono stati tenuti a distanza e qualche agente di polizia ha pensato bene di giocare la carta dell’intolleranza.
Difficile dire che aria tiri per il duce di villa Certosa. Nel dubbio, continuiamo a soffiare!

Franz

P.S. L’appuntamento di ieri con il ‘progetto ἀγορά’ è andato bene. La prossima settimana, sabato 27, saremo a Lecco per difendere la libertà d’espressione.http://www.pieroricca.org/


Lodo Pisello




Vignetta di Bandanas
Zorro

l'Unità,

Chi pensava, anzi sperava, che i talloni d’Achille di Al Tappone fossero la mafia, le tangenti, i fondi neri, i conflitti d’interessi, aveva sopravvalutato l’Italia e gli italiani. Ora che l’”utilizzatore ultimo” sprofonda per gli eccessivi “quantitativi di donne” (secondo le poetiche definizioni ghediniane), chiediamo umilmente scusa a un paese ridotto a un film minore di Alvaro Vitali per esserci troppo occupati delle quisquilie di cui sopra. Là dove non poterono le ultime parole di Borsellino e le indagini di valorosi pm milanesi e siciliani, potranno forse gli stock di signorine a tassametro traghettate da un fabbricante di pròtesi nelle magioni del Premier Utilizzatore su mezzi aerei e nautici degni dello sbarco in Normandia; e la candid camera di una delle “utilizzate”, sfuggita alla formidabile security di Palazzo Grazioli. Ogni epoca ha il 25 luglio che si merita.

Restano da capire alcuni particolari: 1) chi saranno il Dino Grandi e il Galeazzo Ciano di questo film dei Vanzina che si sta girando fra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi; 2) che ne sarà della Guardia Repubblicana alla caduta del satrapo (l’altreoieri Ostellino lo paragonava a Cavour, mentre Chirac raccontava le visite guidate ai bidet di Villa Certosa, accompagnate da apprezzamenti berlusconiani sulle “chiappe” che vi si erano posate); 3) con quali leggi ad personam, anzi ad pisellum, Al Tappone conta di salvarsi dall’inchiesta di Bari. Essendo stato intercettato non da una toga rossa, ma da un’amica escort armata di cellulare, abolire le intercettazioni non basta più. Bisogna abrogare i telefonini.
(Vignetta di Bandanas)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Per il loro bene

 

 

Dunque, vediamo: Ahmadinejad non ci piace. E ci mancherebbe, dato quello che da sempre vomita contro lo stato di Israele. Ma neppure Mousavi ci piace. Era uno sgherro di Khomeini, in fondo. Ma le folle per le strade delle città iraniane sono quelle di sostenitori dell’uno o dell’altro. Quindi, che vogliamo fare? Semplice: salviamo le manifestazioni come vibrante esempio di aspirazione alla democrazia (almeno pensiamo), ma ci dichiariamo schifati da ognuno dei due. E quindi, chi sono i veri manifestanti che dovremmo sostenere, se per ora nelle strade ci sono solo quelli di Ahmadinejad e di Mousavi? Un terzo gruppo, un gruppo che sia autenticamente “liberale”. Bene, ma chi, esattamente?

Una terza via: gli esuli. D’accordo, ma se sul terreno non sono rappresentati che facciamo, li sosteniamo contro gli altri due, magari con una dichiarazione solenne di Obama, che per ciò stesso verrebbe preso per pazzo? Ricordate l’iracheno Ahmed Chalabi? Era perfetto per essere adorato dai wilsoniani di tutto il mondo. Esule, ribattezzato “il George Washington dell’Iraq” da quel gruppo di esagitati guidato da Perle, Frum e Wolfowitz. Lui era il vero “liberale”, su cui far convergere tutte le nostre speranze di rinascita democratica per l’Iraq del dopo-tirannide. Sfortunatamente, al momento di deporre nell’urna le prime schede libere, gli iracheni non se lo filarono manco de pezza, e il nostro George Washington di Mesopotamia cadde rapidamente in disgrazia anche agli occhi del Dipartimento di Stato. Capita, quando ci si ostina a non comprendere che non tutto il mondo la pensa come noi. E quindi, che dobbiamo fare con ’sti benedetti iraniani? Beh, per prima cosa accusiamo Obama, che non c’entra una mazza con quanto è accaduto e sta accadendo (malgrado gli Stati Uniti siano notoriamente onnipotenti sulla terra e riescano ad ottenere sempre ciò che vogliono) perché, nell’ordine:

  1. Non si è preventivamente pronunciato contro l’antidemocratico Ahmadinejad;
  2. Non si è preventivamente pronunciato a favore dell’antidemocratico Mousavi;
  3. Non si è successivamente pronunciato contro l’antidemocratico Mousavi;
  4. Ha pronunciato parole di odiosa “equi-lontananza” dai due competitor;
  5. Non capisce il popolo iraniano, probabilmente perché “usa strumenti di analisi realista”, qualunque cosa ciò significhi;
  6. Non ha ancora trovato un Ahmed Chalabi da designare “George Washington di Tehran” per tentare di fargli prendere lo zero virgola qualcosa per cento di voti, ma che almeno sia “liberale”, come da esami del sangue fatti a Foggy Bottom, Langley e dintorni;
  7. Sta osservando il progressivo logoramento del regime senza essere ancora intervenuto per ricompattarlo provvidenzialmente;
  8. Non ha ancora bombardato gli iraniani. Per il loro bene, s’intende.

E poi? Poi vedremo, un banner non si nega a nessuno.

Update: eccolo là.
http://phastidio.net/2009/06/19/per-il-loro-bene/


IRAN, LA RIVOLUZIONE CORRE SU WEB

Ondata di protesta nei blog e nei social network. E pensare che erano stati proprio i mullah della città santa di Qom a incoraggiare la diffusione di internet, come mezzo per diffondere la fede.

Antonello Sacchetti


La nuova ondata di protesta dei giovani iraniani corre sul web, che oggi è visto con crescente sospetto dalla gerarchia islamica. E pensare che erano stati proprio i mullah della città santa di Qom a incoraggiare la diffusione di internet e la nascita dei blog. Eravamo a fine anni novanta e il web era ancora agli albori. Gli studiosi islamici pensarono che il nuovo mezzo di comunicazione avrebbe incoraggiato i giovani a parlare pubblicamente di problemi di fede. Invece, nel giro di pochissimi anni il blogestan iraniano è diventato un territorio di libera espressione, di cui si sono impossessate le giovani generazioni. I blog sono gratuiti, anonimi e visibili in ogni angolo del globo. In grado, perciò, di aggirare la censura e di arrivare in tutto il mondo e dare notizie preziose sull’Iran. E così il farsi (il persiano moderno), 32esima lingua più parlata del mondo, nel 2005 è divenuta la quarta del web.
Certo, non è stato tutto semplice. Il 19 marzo si è suicidato in carcere Omid Mir Sayafi, blogger arrestato per offese alla Guida suprema della rivoluzione Ali Khamenei. Ed è ancora in carcere Hossein Derkshtan, il “padre” dei blogger iraniani, di cui tuttora si ignorano condizioni e accuse. Se si critica troppo il governo, una leggerezza può essere sufficiente per l’arresto.
Quando, alla vigilia delle elezioni, il noto social network Facebook è stato sbloccato, i ragazzi iraniani si sono iscritti in massa. Ed è stato questo uno degli elementi chiave che hanno contraddistinto la campagna elettorale di Moussavi. Non più soltanto volantini e comizi, ma gruppi di discussione, newsletter quotidiane, foto da condividere e commentare. È stata una campagna “tipo Obama”, ma sicuramente più spontanea. Tanti ragazzi hanno convinto lo coetanei indecise ad andare a votare proprio tramite Facebook. Soprattutto il voto degli iraniani all’estero è stato fortemente influenzato dalla “web propaganda”. In poche settimane il non giovanissimo Moussavi è diventata popolare tra ragazzi che nel 2005 non erano andati a votare, convinti che le elezioni fossero una farsa e che un candidato valesse l’altro.
E da sabato 13 giugno, il giorno dopo il risultato shock della vittoria di Ahmadinejad, il web è diventato un terreno di protesta straordinario. Il tam tam della rabbia si è diffuso velocemente: la scritta bianca su campo verde “Where is my vote?”, “Dov’è il mio voto?” è stata adottata come icona da migliaia di utenti, iraniani e non. Tramite Facebook sono stati organizzati i primi cortei di protesta. Poi, quando il governo ha impedito agli inviati stranieri di lavorare, i social network sono diventati una fonte di notizie inarrestabile. Anche perché gli iraniani hanno imparato ad aggirare i blocchi del web. Magari a singhiozzo, ma da tutto il paese continuano ad arrivare notizie preziose. Si apprende così che fuori Teheran la repressione è stata ancora più dura, con decine di arresti in città come Tabriz e Isfahan. Armati di videocamere e cellulari, i dimostranti stanno documentando il più grande movimento politico iraniano dal 1979. Quella islamica fu la prima rivoluzione trasmessa in diretta televisiva. Trent’anni dopo, i bacceah-ye enghelab, i “figli della rivoluzione”, ovvero quel 70% o della popolazione iraniana che ha meno di 30 anni, sta mettendo in crisi il potere proprio grazie ai nuovi media. Difficile capire se stiamo assistendo a una nuova rivoluzione. Di certo, è il primo grande evento di massa raccontato non dai reporter ma dai diretti protagonisti.

L'articolo è uscito su Il Mattino




Presentato a Cannes un documentario sul regime rifiutato sia dalla Bbc che dalla Rai

Scritto per noi da
Jacopo Storni

La pacifica rabbia del popolo birmano sta per esplodere e si prevedono imponenti manifestazioni di massa. Parola di Ashin Sopaka, monaco buddhista birmano in esilio in Germania.

Non è bastata la colossale manifestazione di due anni fa di migliaia di monaci, non sono bastate le pressioni dell'Occidente nei confronti del regime dittatoriale di Rangoon, non sono bastate le passionali e dure parole di Aung San Suu Kyi. La giunta militare è sorda e indifferente. Adesso, dopo che il premio Nobel è nuovamente agli arresti, nella capitale l'atmosfera è bollente, soffia un'aria fervida che ha il sapore della ribellione.
Lo testimonia anche Sopaka, che ha fondato un movimento clandestino per la libertà e la giustizia che sostiene l'opposizione al regime militare del suo paese. "Adesso il popolo birmano è davvero molto infuriato e sta tentando di organizzarsi al fine di far sentire alla giunta e al mondo la sua voce nel modo più determinato possibile. Non escludo che nei prossimi giorni migliaia di cittadini possano di nuovo riversarsi in piazza e dar vita ad una poderosa manifestazione pacifica, forse ancor più clamorosa di quella del settembre 2007". E stavolta non saranno soltanto i monaci ad animare le piazze di Rangoon, ma tutta la popolazione.
L'attività clandestina di Sopaka è stata scoperta dalle autorità birmane ed è stato costretto a sciogliere il suo gruppo politico e a rifugiarsi all'estero. Vive in esilio dal 2003 a Colonia, dove ha fondato il centro di cultura buddhista Dhamma Vihara. I suoi contatti con la società civile birmana permangono quotidiani. "La prigione nella quale si trova Aung San Suu Kyi, a pochi chilometri dalla capitale, è assolutamente inavvicinabile. Le persone sono confinate ad oltre 300 metri di distanza. Nonostante questo le manifestazioni pacifiche continuano. Qualche giorno fa hanno tenuto un presidio 1500 persone. La polizia ha provato a respingere i manifestanti ma senza successo. Due giovani attivisti della National League for Democracy, movimento fondato da Aung San Suu Kyi, distribuivano nastri neri in segno di lutto. L'esercito li ha bloccati e li ha arrestati".

Nei giorni scorsi Sopaka ha tentato di mobilitare l'attenzione dei media internazionali sfruttando il prestigioso palcoscenico del Festival di Cannes, dove si trovava con Milena Kaneva, autrice del pluripremiato documentario sulla Birmania ‘Total Denial' e impegnata nella battaglia per la democrazia nel paese asiatico. Hanno esposto striscioni e stendardi, hanno pregato davanti alla stampa e distribuito materiale informativo: "Crediamo che la Croisette del Festival di Cannes sia stata la scena ideale per diffondere un importante e urgente appello per salvare la vita di un'icona della resistenza non violenza come Aung San Suu Kyi e quella di oltre 2 mila prigionieri politici - ha spiegato Sopaka - I media hanno dimostrato interesse alla nostra questione, tuttavia il mondo occidentale potrebbe esercitare una maggiore pressione sulla giunta birmana. I leader europei ed americani non devono esprimere soltanto solidarietà e sentimenti di fratellanza, ma dovrebbero cercare di agire con concretezza attraverso azioni pratiche".
Se da un lato le istituzioni occidentali esprimono i loro dissensi verso la dittatura birmana, dall'altro è sorprendentemente prospero il rapporto commerciale con essa. Tra il 1988 e il 2002 in Birmania ci sono stati investimenti europei per almeno 4 miliardi di dollari. Secondo un elenco compilato dalla Global Unions, in Birmania operano 104 imprese europee. Nonostante sia la Cina il più affiatato partner commerciale della Birmania, gli Usa e la Gran Bretagna rimangono tra gli investitori più importanti e figurano, sempre in compagnia della Cina, tra i fornitori di armi al regime. Tutto questo nonostante l'esplicita richiesta ai governi mossa più volta da Aung San Suu Kyi di non investire nella Birmania dittatoriale visto che gli introiti riempiono soltanto i portafogli del regime lasciando la popolazione in condizioni di estrema povertà. L'esempio lampante è fornito dal documentario ‘Total Denial', che racconta gli abusi e le oppressioni militari della giunta birmana ai danni del popolo Karen per la costruzione di un oleodotto nel quale sono state ampiamente coinvolte l'azienda francese Total e l'americana Unocal. L'autrice Milena Kaneva ha denunciato più volte il disinteresse mostrato da molti media importanti, tra cui Bbc e Rai, i quali, dopo iniziali contatti, hanno rifiutato di trasmettere il documentario.http://it.peacereporter.net/articolo/16253/Myanmar%2C+il+regime+e+le+connivenze


Iranian (green) graffiti


...e a proposito di verde, ecco un graffito di A1One, da irangraffiti & urban art. Le rivoluzioni non nascono mai né per caso, né dal nulla.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

Resa dei conti nel Bjp dopo la sconfitta elettorale
di CT Nilesh
Iniziano oggi i due giorni di riunione del comitato esecutivo nazionale del partito nazionalista indù, il Bharatiya Janata Party. Sempre più forti le critiche interne alla dirigenza accusata di non voler prendersi le responsabilità della disfatta alle elezioni politiche di maggio.

Mumbai (AsiaNews) - Comincia oggi la riunione del comitato esecutivo nazionale del Bharatiya JanataParty (Bjp) e si prevede burrascosa. Arun Shourie, ex ministro e membro della Rajya Sabha, la camera alta del parlamento, ha scritto una lettera alla dirigenza del partito in cui chiede un’aperta discussione sulle cause della sconfitta elettorale che sta provocando profonde divisioni nel Bjp. Ieri, nella riunione dei quadri per preparare l’agenda per l’esecutivo nazionale ci sono stati momenti di alta tensione quando l’anziano capo del Bjp, Jaswant Singh, ha cercato di far circolare la lettera di Arun Shourie: gli altri dirigenti si sono opposti.
 
Già altri due leader del partito nazionalista indù, Jaswant Singh e Yashwant Sinha, hanno dato le dimissioni dai loro posti di responsabilità e diffuso lettere che chiedono un dibattito sulle cause della sconfitta elettorale. Ma Rajnath Singh, capo del partito, ha ignorato le loro richieste e tentato di evitare la pubblicazione delle lettere di dimissione.
 
Shourie, nella sua lettera inviata a Rajnath Singh, chiede perché il Bjp ha paura di fare un esame della sconfitta elettorale e invoca trasparenza nel funzionamento del partito. Il membro della Rajya Sabha pone domande circa la responsabilità, il modo di prendere le decisioni nel partito ed paventa l’operazione di “cospiratori” che stanno impossessandosi del Bjp.
 
Il The Times of India, uno dei maggiori quotidiani del Paese, parla di “situazione vulcanica” e guerra civile all’interno del partito e scrive: “Shourie sta alimentando un grosso fuoco nel Bjp”.
 
I punti principali del dissenso interno sono l’elezione di LK Advani (nella foto) a capo dell’opposizione nella Lok Sabha, di Sushma Swaraj a sua vice e di Arun Jaitley a capo dell’opposizione nella Rajya Sabha. I tre sono stati gli strateghi della campagna elettorale che ha portato alla sconfitta. I membri del partito vogliono un esame obiettivo delle cause della sconfitta. Arun Shourie afferma che il partito ha già ignorato una serie di sconfitte e le cause che l’hanno prodotte senza individuare le responsabilità. Egli vuole che nel raduno dell’esecutivo ci sia una discussione aperta e libera.
 
Alcuni commentatori affermano che un altro tema nella riunione di oggi e domani potrebbe essere l’identità ideologica del partito e lo stretto legame del Bjp con la Sangh Parivar, l’associazione che raccoglie vari movimentid’ispirazione indù che sostengono il partito. I capi della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), il principale movimento di attivisti della Sangh Parivar, hanno già ammonito che l’abbandono dell’idea della Hindutva, l’ideologia della nazione indù, segnerebbe l’inizio della fine del Bjp come partito nazionale. È probabile tuttavia che questo tema finisca per non essere trattato viste le troppe ambizioni e ripicche personali all’ordine del giorno.
 
Tra le tante polemiche che hanno preceduto la riunione di oggi c’è infine quella che vede contrapposti i pochi musulmani membri del Bjp alla dirigenza del partito. Gli esponenti islamici hanno criticato i capi per non aver preso le distanze dai discorsi elettorali di Arun Gandhi, accusato di aver incitato all’odio contro i musulmani, e ritengono che questa sia la ragione principale della sconfitta in Uttar Pradesh.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15571&size=A

 

 
 
 
 
 

Imparare l’interdipendenza tra le tribù del mondo

 


Argomenti: Pensare l'Europa

 

 

Questo articolo è tratto dal Reset n.112

La vecchia aspirazione? L’indipendenza. La nuova realtà? L’interdipendenza. Ogni sfida che oggi ci troviamo ad affrontare, dal cambiamento climatico al crimine, dallo sviluppo tecnologico all’andamento dei mercati, dai mezzi di comunicazione alla salute pubblica, presenta un carattere globale.
Le istituzioni della democrazia a cui affidiamo queste sfide, inoltre, risultano ancora bloccate all’interno degli Stati sovrani, sulle orme della vecchia logica dell’indipendenza.
In un mondo interdipendente, di epidemie e di terroristi senza frontiere, di capitali finanziari e di guerre senza frontiere, ecco che abbiamo bisogno anche di cittadini senza frontiere – di democrazia senza frontiere.
Il che significa che se vogliamo far sopravvivere l’interdipendenza e preservare sia la libertà che la sicurezza in uno scenario globale, dobbiamo globalizzare la democrazia o democratizzare la globalizzazione. Il raggiungimento di questo obiettivo, tuttavia, presuppone la riformulazione dell’idea stessa di democrazia, inserita in uno scenario di interdipendenza, per determinare se, a fianco delle forze «negative» dell’«interdipendenza
malevola», quali il riscaldamento globale e il terrorismo, esistano forze globali costruttive di una democrazia transnazionale, sulle quali sia possibile fondare un «modello di globalizzazione affermativa». Per assolvere questo compito è innanzitutto necessario comprendere e catturare nella loro forma originale le tre idee politiche cruciali su cui si è tradizionalmente fondata la democrazia, per poi cercare di estenderle al di fuori dallo Stato nazionale e renderle rilevanti nel nuovo contesto transnazionale di interdipendenza.
Questo compito, se a livello teorico è considerato come una sfida, a livello pratico di politica reale arriva a scoraggiare e addirittura a intimorire.

Questi i tre concetti cruciali:
sovranità – l’idea di un potere unitario e una volontà politica alla base del sistema legislativo e della governance; il contratto sociale – che spiega e legittima la sovranità popolare basandone i fondamenti su di un accordo sociale stipulato da individui che vivono in uno «Stato di natura» che affida la loro naturale libertà a un potere centrale che governa attraverso di loro o a nome loro, allo scopo di assicurare la sicurezza e la fruizione di quella libertà che ancora possiedono; società civile – che mette in comunicazione tra loro libere associazioni, leghe, organizzazioni e gruppi (associazioni di categoria, scuole, istituti filantropici, congregazioni religiose, associazioni civili) dove si impara il concetto di cittadinanza, dove si costruisce il «capitale sociale» e si coltivano i democratici «comportamenti del cuore». Questa è la fondazione di una governance democratica, che parte dal basso verso l’alto.
Ora la questione è che queste tre idee, così essenziali per la democrazia, si sono sviluppate storicamente all’interno dei moderni Stati nazionali – Stati che si limitano a un concetto di «popolo» omogeneo e che sono stati definiti attraverso confini territoriali. E questo è avvenuto non solo in ragione della logica filosofica che ne definisce i significati intrinseci, ma anche perché la democrazia richiede una comunità comune, valori condivisi e una possibile deliberazione comune, e queste condivisioni sembrano essere possibili solo nelle rispettive comunità monoculturali di dimensioni limitate – certamente non più ampie di uno Stato nazionale e idealmente addirittura più piccole. L’antica Atene contava 20.000 cittadini, le prime città americane spesso ne contavano meno di mille, e perfino i maggiori Stati nazionali che inizialmente avevano milioni o addirittura decine di milioni di cittadini, non arrivavano a contare le centinaia di milioni o miliardi di membri.
In altre parole, anche qualora il contratto sociale dovesse essere esteso a tutti i popoli e la sovranità dovesse essere «condivisa», il compito di far salire la società civile e la cittadinanza sul piano globale per la via di una «democrazia globalizzante» sembra costringere la democrazia a superare le condizioni sociali e culturali che la rendono possibile.
A differenza del consumatore che ha caratteristiche universali, il cittadino è dapprima una creatura della sua area di appartenenza, e poi della nazione. Come dunque è possibile arrivare a pensare a un «cittadino globale» in assenza di un fondamento civico globale che si estende dal basso verso l’alto ed è sostenuto da un capitale sociale globale? Noi ben comprendiamo che si tratta dunque del «dilemma di Rousseau».
Dapprima, però, dobbiamo considerare il «lato oscuro» dell’interdipendenza, la dura realtà di un’interdipendenza di problemi e di questioni che ci legano reciprocamente e negativamente, globalizzando i nostri vizi, senza lasciare uscire le nostre virtù civili fuori dalla scatola della sovranità dello Stato nazionale.
Anarchia, mancanza di legge e ingiustizia sono effettivamente internazionalizzati dalla globalizzazione, mentre i rimedi democratici resistono alla globalizzazione perché la loro storia è intimamente connessa a dense e provinciali forme di solidarietà e comunità (Gemeinschaft). Nei termini del dilemma di Rousseau, il volere comune e la libertà per tutti dipendono da istituzioni partecipate e auto-governative, le quali, a turno, poggiano sulla comunità, sui valori condivisi e sulla solidarietà.
Ma siccome il fondamento della società civile si è ampliato, la sua capacità di sostenere il peso della democrazia è diminuito.
Conseguentemente, tuttavia, le questioni dell’interdipendenza reclamano più che mai forme di governance e di democrazia globali, le quali, a loro volta, domandano una società civile e una cittadinanza globale – idee che secondo i termini di una teoria tradizionale democratica suonano pressoché come ossimori.
Il nostro compito allora è di esaminare le idee della sovranità, del contratto sociale e della società civile nel loro contesto concettuale e storico, per poi analizzarle sotto la pressione dell’interdipendenza e della globalizzazione per poter determinare se possano assumere una qualche possibile forma transnazionale, compatibile con la governance globale.
Questo ci porterà a porci la domanda – che è sia normativa che empirica – se esistano processi, organizzazioni e istituzioni (già esistenti o sotto forma di idee innovative) che possano contribuire allo sviluppo di una società civile globale e quindi sottostare a una qualche forma di soft governance globale.
Noi presentiamo dieci proposte. Se da una parte possiamo rimanere perplessi di fronte a una certa frammentazione del menù delle scelte, d’altra parte ne possiamo apprezzare il pluralismo e il carattere sperimentale delle scelte possibili.
Le dieci proposte sono:
L’educazione civica come strumento di insegnamento dell’interdipendenza civica, includendo servizi educativi in ambito internazionale, come mezzi di generazione di attività che costruiscono capitale bridging.
«L’arte dello spazio comune» come strategia che aspira a impegnare architetti e artisti a concepire luoghi e spazi pubblici destinati alla condivisione, in un mondo che assiste alla crescita continua di spazi privati, e a concepire luoghi e spazi globali in un mondo ancora territorialmente definito dagli Stati nazionali. Questo approccio, inoltre, consente di sottolineare l’importanza del ruolo dell’artista nel promuovere e stimolare l’immaginazione e il superamento dei confini, e nutrire non solo la consapevolezza dell’interdipendenza, ma anche le sue manifestazioni positive delle sue possibilità fisiche e spaziali.
Nuove tecnologie e internet, come strumenti per la costruzione di una comunicazione globalmente democratica e l’installazione di «spazi virtuali democratici» che nutrono il cittadino globale.
Un network di organizzazioni non governative che usano le propensioni civiche delle Ong come mattoni per la costruzione di una società civile globale.
Un network di fondazioni che usano le risorse e le visioni del settore filantropico come un valore fondante per la costruzione di una società civile globale.
Un network di corporazioni multinazionali che utilizzano affari e investimenti già avviati a livello globale nei mercati del settore economico come via alternativa per promuovere la cooperazione civica globale.
Le istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Wto, Banca mondiale) come organizzazioni transnazionali già esistenti che a oggi rappresentano gli interessi degli investitori, dei banchieri e degli uomini d’affari, e che in futuro possono diventare agenti di una società civile e di una giustizia globali.
Città multiculturali globali che, considerate come alternativa agli Stati nazionali, sono i mattoni per la costruzione di una democrazia globale sulla base di demografie cosmopolite e prive di radici, nei campi della comunicazione, del commercio, della finanza e delle arti.
Il sistema delle Nazioni Unite che, nonostante il suo bagaglio e la concezione storica di assemblea di Stati nazionali sovrani, può attraverso l’Ufficio del Segretario generale e il suo sistema di commissioni e organizzazioni speciali (Unesco, Oms) aiutare e sostenere le nuove istituzioni civiche e politiche globali.
Il confederalismo come un’architettura di potere devoluto e di demando dell’autorità, che si adatta, soprattutto nei primi passi, a una struttura globale basata più su una soft governance che su di un «governo» autoritario.
Con queste disparate seppur connesse nozioni sul tavolo, offriamo una proposta per firmare l’innovazione – un parlamento civico globale non-votante (una sorta di loya jirga globale che rappresenti le tribù che a oggi sono le nostre Ong, corporazioni, fondazioni e istituzioni statali). Questa entità, anche come ideale normativo, suggerisce come dovrebbe essere la prima fase di un’istituzione di una governance globale, non solo delineata all’interno dalla società civile, ma anche emanata all’esterno.
Lo scopo di queste dieci proposte e della firma dell’avvio di una loya jirga globale è la risoluzione del dilemma di Rousseau: in modo da provvedere a una sufficientemente solida società civile e una sufficientemente robusta realtà di cittadinanza globale per rendere possibile una «global governance». E questo dovrebbe significare non solo facilitare un’interazione civica, una deliberazione e uno scambio delle informazioni globale, ma anche dare avvio a un processo di decision-making, di rafforzamento della legge, delle norme e degli accordi, a livello globale – non si tratta solo, quindi, di governance ma anche di governo.
Un compito difficile senza dubbio. Soprattutto dal momento che in caso di mancato successo, l’alternativa alla governance globale non dovrebbe essere la continuazione di Stati nazionali sovrani, ma piuttosto l’inizio di un’anarchia globale, di un caos globale e un ritorno a uno Stato di natura di cui, a oggi, il vecchio Stato nazionale dovrebbe essere il rimedio e invece, rischia di essere la causa.
Questo documento si propone, dunque, di trovare la risposta alla domanda se vi sia o meno un cammino praticabile verso il governo globale che possa offrire un modello plausibile di «interdipendenza benevola» per reindirizzare la spinosa questione dell’«interdipendenza malevola» attraverso la costruzione di benevole forme di interdipendenza.
L’interdipendenza, infatti, risulta essere un concetto alquanto diverso dalla globalizzazione e dall’internazionalismo, che altera il modo di recepire e applicare questi concetti tradizionali in questo ventesimo secolo. L’interdipendenza descrive un pianeta indivisibile in cui l’interconnessione ambientale e il sistema di network di informazione, tecnologia, economia e comunicazione costituiscono i nuovi fatti sociali. Ecco che la globalizzazione è un’ideologia anti sovranità che promuove, prima di qualsiasi altro genere di attività, la commercializzazione delle relazioni globali e sostiene la globalizzazione anarchica come unico risultato possibile e desiderabile dell’interdipendenza.
Ponendo la domanda in termini pratici e cercando di offrire risposte concrete e plausibili, molte delle quali utilizzando istituzioni già esistenti, noi cerchiamo di dare una risposta all’impegnativa domanda se nozioni teoretiche quali «sovranità condivisa», «contratto sociale tra nazioni», «volere generale globale» e «società civile transnazionale», possano essere usate nell’attualità per costruire un prototipo di governance democratica globale.
La nostra risposta temporanea è che ci sono delle strategie plausibili che si basano sia sulle istituzioni esistenti così come su di innovazioni istituzionali e sull’immaginazione, che ci aiutano a muoverci verso un governo globale in un modo capace di trattare con il dilemma di Rousseau (mettere le basi del volere generale e del governo democratico in una comunità civile attuabile e coerente). Ma è evidente che per realizzare questo obiettivo è quanto mai necessario seguire una leadership politica completamente nuova, un prodigioso volere civile e una persistente ingenuità politica e culturale.
Il compito è possibile, ma lontano dall’essere attuato. Noi offriamo solo pochi spunti per un possibile procedere in avanti.
(Traduzione di Celeste Lo Turco)

Benjamin R. Barber e Sungmoon Kim

 

http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=2,267


AD AGOSTO LE ELEZIONI LEGISLATIVE ANTICIPATE 




Si terranno il 20 Agosto le elezioni legislative anticipate: lo ha stabilito la Commissione elettorale nazionale respingendo la proposta di referendum costituzionale avanzata dal presidente Mamadou Tandja. La Commissione, hanno riferito alcuni membri dell’organismo, ha archiviato il progetto di referendum all’indomani del pronunciamento della Corte Costituzionale che lo aveva definito “illegittimo”. In un comunicato diffuso alla televisione pubblica, la Commissione ha invitato tutti i partiti politici e i candidati indipendenti alle legislative a presentare entro il 25 Giugno la lista delle circoscrizioni nelle quali intendono presentare le loro candidature. Il 26 Maggio, il presidente Tandja aveva sciolto il parlamento prima che potesse riunirsi per affrontare l’argomento del referendum in seduta plenaria. Sulla base della Costituzione il parlamento deve essere rinnovato entro 90 giorni dal suo zcioglimento. Con il referendum gli aventi diritti si sarebbero espressi su emendamenti costituzionali che avrebbero assicurato a Tandja, il cui secondo mandato scade a fine anno, di potersi ricandidare alle presidenziali del 14 Novembre.[AdL]

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=248994

A Mitzitón protestano contro la costruzione dell’autostrada

Le terre degli indigeni tzotziles di un paese del Chiapas, in Messico, «saranno tagliate a metà» dall'autostrada che dovrebbe collegare San Cristobal de Las Casas a Palenque. Gli abitanti, aderenti all'Altra campagna, protestano e avvertono: «No pasarán».

I lavori di costruzione dell’autostrada San Cristóbal de las Casas-Palenque bussano ormai alle porte di questo ejido – terreno comunitario – tzotzil, nato nella diaspora chamula del 1911, dopo la guerra del leader Jacinto Pérez Pajarito. I nonni e bisnonni delle attuali famiglie arrivarono nel 1912 per finire servi dell’allora proprietario di queste terre, un antenato dei Velasco Suárez. Ma presto riuscirono ad occupare parte di esse. Perfino nel Chiapas di allora riverberava la lontana Rivoluzione.

Ciò nonostante, la giustizia agraria tardò ancora. Le terre di Mitzitón furono consegnate a questi tzotziles nel 1939, ai tempi di Lázaro Cárdenas. La storia della loro lotta come comunità è lunga, e benché costellata da lotte interreligiose, soprattutto in tempi recenti, la loro è un’esperienza di comprensione ed unità che presto sarà centenaria.

I mezzi pesanti degli appaltatori stanno già allargando la strada che esce da San Cristóbal, lungo l’ejido Aguaje, o La Albarrada. Centinaia di alberi cadono sotto la pala meccanica che taglia il bordo boscoso, rompe pendii e guadi. Così si fanno le strade. E questo è solo l’nizio.

Gli abitanti di Aguaje dicono di non volere l’opera, ma non si sono opposti con determinazione. «Non perdiamo molto, anche se colpisce la scuola ed è pericolosa per i bambini. È poco in confronto a quello che subiscono quelli di Mitzitón. Passeranno in mezzo alle loro terre», dice un uomo mentre, insieme ad altri, raccoglie la legna al bordo della strada lasciata dal cataclisma meccanico che si fa largo verso la base militare di Rancho Nuevo. Anche la base cederà una buona porzione di territorio all’autostrada. Si stanno già costruendo muri dietro il perimetro attuale.

Ma il kilometro zero, l’inizio propriamente detto dell’autostrada, si trova a Mitzitón, più avanti di Rancho Nuevo. Qui dovrebbe partire il tratto nuovo dell’autostrada che lasciando le valli degli Altos la si vuole far passare su foreste, case, piantagioni [attualmente in pieno germoglio] di mais, fagioli, patate, lattuga, ravanelli, cavoli.

A 100 metri dal punto zero si trova la generosa sorgente del villaggio, l’unica con acqua tutto l’anno. Una recinzione impedisce l’accesso al bestiame. Inoltre, c’è uno stagno. Alcune donne lavano il bucato e i loro corpi. Sopra queste acque passerebbe il primo tratto della futura autostrada.

Gli ejidatari guidano La Jornada sulle terre minacciate. I tecnici arrivano e piantano i loro bastoni arancioni. «L’autostrada passerà sopra 10 case e molte milpas, sui nostri boschi e pozzi d’acqua». I boschi di olmi e pini di varie specie sono variopinti.

Ci sono ancora armadilli, opossum e lepri e recentemente sono tornati i cervi perché le foreste sono state recuperati. «Sono venuti a trovare l’ombra. Il fatto è che siamo noi i custodi della foresta», afferma con gioioso orgoglio uno dei rappresentanti ejidali.

L’autostrada attraverserebbe «circa 10 chilometri». Mitzitón misura 2.039 ettari, per 302 ejidatari distribuiti ai due lati dell’attuale strada San Cristóbal-Comitán. Il nucleo originario, Flores Magón, resta nel municipio di Teopisca, ma la maggioranza dei contadini [270 ejidatari] si trovano a Mitzitón, dove la terra è migliore.

Gli indigeni prevedono che il prossimo territorio che attraverserebbe l’autostrada è l’ejido Los Llanos, dove come a Mitzitón i contadini sono aderenti all’Altra Campagna ed hanno concordato che non permetteranno la realizzazione di questa infrastruttura.

Il piano del governo è di completare entro questo anno i primo otto o nove chilometri di autostrada. Quello che segue è Mitzitón. Al chilometro zero, un cartello di legno dell’assemblea ejidale annuncia, in due parole: «no pasarán».

[Traduzione “Maribel” – Bergamo]http://www.carta.org/campagne/ambiente/17805


 

Brasile: l’evoluzione della situazione economica

Il settore che ha maggiormente risentito della crisi è stato quello industriale

Sono stati pubblicati nei giorni scorsi dall’IBGE, l’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica, i dati ufficiali relativi all’andamento dell’economia nazionale per quanto riguarda i primi tre mesi del 2009. I numeri rivelano che la crisi globale non ha risparmiato dai propri effetti il colosso sudamericano, dato che il PIL ha subito una caduta dello 0,8% rispetto agli ultimi tre mesi dell’anno scorso e dell’1,8% rispetto al primo trimestre del 2008.

Il settore che ha maggiormente risentito della crisi è stato quello industriale, che ha subito una flessione del 9,3%, contro un -1,6% del comparto agricolo e un +1,7% dei servizi. Il comparto industriale ha avuto la peggior performance per due motivi principali: la stretta dipendenza dalla disponibilità di credito per gli investimenti e la dipendenza dall’export per quanto riguarda le vendite. Infatti le esportazioni di beni e servizi brasiliani sono calate del 16%; tale dato negativo tuttavia non si spiega solamente con la contrazione della domanda a livello globale, ma anche con l’adozione di politiche protezionistiche da parte di uno dei maggiori partner del Brasile, l’Argentina, che per riequilibrare la propria bilancia commerciale con il Paese vicino ha aumentato le proprie barriere all’entrata. La stretta creditizia ha colpito anche gli investimenti, il cui rapporto sul PIL è sceso al 16% in confronto al 18% del periodo precedente.

Dati positivi vengono invece dai consumi interni, in aumento dello 0,7%, segno che la domanda domestica si mantiene comunque su buoni livelli. I principali analisti internazionali ritengono che il Brasile terminerà l’anno con una recessione complessiva intorno allo 0,7%, mentre il Governo è fiducioso sulla ripresa della propria economia. Un segnale delle autorità è stato dato con la conferma dell’acquisto di 10 miliardi di dollari in SDR (Diritti speciali di prelievo) del Fondo Monetario Internazionale, in modo da entrare a far parte del gruppo dei Paesi creditori dell’organismo internazionale. A livello di accordi bilaterali, è stato invece trovato un compromesso tra produttori brasiliani e argentini per la limitazione reciproca all’ export di prodotti considerati “sensibili”: calzature per il Brasile, latte e altri prodotti agricoli per l’Argentina.

La portata globale della crisi non dovrebbe inficiare il prestigio acquisito dal Brasile in quest’ultimo periodo, dato che le statistiche economiche sono decisamente migliori rispetto a quelle delle altre potenze mondiali. Per il breve-medio periodo, sarà importante valutare la tenuta dell’economia a livello interno, anche in ottica delle elezioni dell’anno prossimo e del consenso intorno al PT, formazione di maggioranza. Molto importanti saranno anche i rapporti regionali: l’Argentina è un partner commerciale chiave per il Brasile, per cui la ripresa dell’economia locale sarà tanto più rapida quanto prima saranno risolti tutti i contrasti di politica economica con Buenos Aires.

Davide Tentori

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=36069


 

L’Islanda nell’Ue: «Sì ma alle nostre condizioni». Parola di 18enni

Gli islandesi vogliono pescare nelle acque europee (Foto, Elmer Fishpaw / Flickr)

Gli islandesi vogliono pescare nelle acque europee (Foto, Elmer Fishpaw / Flickr)

A colloquio con tre giovani islandesi in un pub di Reykjavik. Le loro opinioni sull’entrata del Paese nell’Unione europea – per la quale il Governo ha iniziato la procedura a fine maggio 2009 – divergono. Ma sono d’accordo su un punto: il pragmatismo. Soprattutto con una crescita al -10%. E l’europeismo?

FOCUS

 

«Prima vediamo l'accordo e poi giudicheremo». Sono le ore 22 e il tramonto è ancora visibile dal primo piano di un pub centrale di Reykjavik. Stefan, Vifill e Stefan Rafu sono un gruppo di amici tra i 18 e i 19 anni e sono qui perché Stefan Rafu è membro di un sindacato parte dello European Youth forum, l’Ong che raggruppa qui i consigli della gioventù di tutta Europa.

Se l’Ue vale un salmone

Questi ragazzi ti danno l'impressione di un pragmatismo spiazzante per la loro età. Stefan, liceale paffuto e con qualche brufolo che non vuol andar via, spiega: «Bisogna prima vedere quali saranno i benefits concreti per l'Islanda, e per l'Ue naturalmente. Ma sono piuttosto contrario: noi islandesi temiamo di perdere il controllo della nostra pesca». Si pensi che nel 2007 il settore rappresentava il 28% delle esportazioni del Paese. Stefan Rafu, segretario generale di un sindacato liceale, si appresta a studiare scienze politiche ed è pro-adesione. Ma quando sente parlare dell'Ue i suoi occhi di ghiaccio non si illuminano: «Neanch’io posso pronunciarmi in via definitiva prima di toccar con mano l'accordo. Ma sono piuttosto favorevole a priori perché Bruxelles ha già favorito i piccoli paesi». Il pensiero va al computo di seggi all'Europarlamento che favorisce i piccoli: qui gli eredi di Altiero Spinelli e soci non sono proprio considerati: la politica, il progetto europeo non contano. «Penso a Malta, anch'essa isola dipendente dalla pesca, che ha ottenuto un buon compromesso con l'Ue in questo settore. Ma anche al fatto che Bruxelles dà più sovvenzioni agricole ai paesi nordici». Più che uno scienziato politico in erba il ragazzo sembra un economista.

Adesione all’ombra della crisi

Ma perché tutto questo interesse – è il caso di dirlo – per l'Ue adesso? Non sarà forse per la crisi che vede l'Islanda in piena recessione, con una crescita stimata al -10% quest’anno? «Ma io sono scettico» ribatte lo Stefan, «in realtà dovremmo risolverla prima da soli questa crisi per arrivare più forti al tavolo dei negoziati con l'Ue, se proprio ci dobbiamo andare. Ce la possiamo fare. Alla fine non importiamo tanti prodotti dall'estero». Stefan Rofu, pro-Ue, storce il naso. E con lui un'opinione pubblica che nel febbraio 2009 ha riportato al potere dopo un ventennio l'Alleanza Social-Democratica di Johanna Sigurdardottir proprio sulla base di una piattaforma incentrata sull'ingresso nell'Ue e sull’euro come medicina anti-crisi. Ma tutto questo "europeismo" da dove sboccia? C'erano i pro-adesione prima? «C'erano sparuti sostenitori». Ah ecco. «Capisci», spiega Vifill, studente di informatica dalla chioma bionda, «molte aziende oggi dicono: “se l'Islanda non va all'Ue, siamo noi che ci andremo”». Ed è vero che l'instabilità monetaria della corona sta diventando insopportabile per il paese.

Ma questi ragazzi si sentono europei? «Certo», spiega Stefan l'euroscettico, «ad esempio abbiamo tanto in comune con gli altri Paesi nordici. Pensa che impariamo il danese a scuola dall'età di dieci anni». Lo Stefan pro-Ue spiega poi che «l'Islanda è più europea che americana perché liberale in tema di alcohol, sesso e laicità». La Sigurdardottir, neo-Primo Ministro, è il primo capo di Governo dichiaratamente gay dell’era moderna. Anche se va detto che il luteranesimo è Chiesa di Stato. Ma Stefan Rafu si sente più europeo o islandese? La domanda non parrebbe stupida se posta agli altri partecipanti della serata, tutti membri dell’European Youth Forum. Stefan Rafu risponde: «Più islandese, è chiaro. Che domanda è?».

 

http://www.cafebabel.com/ita/article/30514/islanda-anniversario-entrata-ue-crisi-economica.html


UN GIORNO NELLA VITA DI UN SOSPETTO TERRORISTA

Mahmoud Abu Rideh vive dal 2005 sotto “control order”. Ci rivela come la perdita della sua libertà, della sua famiglia e dei suoi amici l’abbia portato alla disperazione

DI ELAINE SANER
guardian.co.uk

Strisce di cicatrici chiare percorrono la parte interna delle braccia di Mahmoud Abu Rideh, fino ad arrivare ad una profonda cicatrice all’altezza dei gomiti. Le cicatrici testimoniano anni di autolesionismo, ma i tagli sono stati fatti l’anno scorso in un bagno all’interno di una stazione di polizia nella zona ovest di Londra. Abu Rideh ci si deve presentare tutti i giorni e per qualsiasi motivo, quella giornata fu peggio di molte altre – era su una sedia a rotelle e pioveva forte, il personale allo sportello era stato scortese nei suoi confronti, dice. Si è chiuso in bagno, ha ingoiato una manciata delle pillole che prende per disturbi psichiatrici e si è tagliato le vene delle braccia. Dice che si è risvegliato in ospedale. Abu Rideh, 37 anni, è sotto “control order”[1] dal 2005. È stato arrestato nel 2001 e detenuto secondo l’Anti-terrorism, Crime and Security Act, ma in otto anni non è mai stato accusato di alcun reato e poiché, qualsiasi esse siano, le prove contro di lui sono “segrete”, non sa neanche di cosa è accusato. Tutto questo ha lasciato questo uomo, che era psicologicamente fragile in partenza, fisicamente e psicologicamente distrutto.

Siede in una stanzetta degli uffici del Guardian. Secondo il control order, non può organizzare di incontrarsi con nessuno ma si è presentato alla reception del Guardian per raccontare la sua storia a qualcuno.
È magro e cammina con un bastone, si tiene stretta al petto una borsa che contiene un mucchio di documenti ordinatamente archiviati all’interno di cartelline di plastica. Ha la camicia e i pantaloni puliti e stirati, ma ci sono dei buchi lungo le cuciture. Il suo stato emotivo non dovrebbe sorprendere nessuno dato quello che ha passato, ma lo fa.
Mi guarda fisso e penso che non batta mai ciglio. Sembra nervoso; guarda dietro di sé svariate volte, prima di alzarsi per chiudere la porta.
Ci sono stati altri tentavi di togliersi la vita, e dice di avere pensieri suicida tutto il tempo. Porta un piccolo pacchetto di lamette, incartate ordinatamente ed apre la borsa per farmi vedere quanto è lunga una corda arancione. “Mi voglio impiccare”, dice. “Forse prenderò delle pillole e mi impiccherò nel parco. Mi sveglio di notte e penso, oggi mi butto sotto un treno della Circle line [metropolitana] poi penso, no, un treno della Central line. Poi penso di buttarmi sotto uno dei treni che vanno a Gatwick. Non ce la faccio più”.

Questa settimana i law lords [2]hanno decretato che non è lecito che vengano usate prove segrete per emettere un control order. Non è ancora chiaro cosa significa questo per quanto riguarda i control order – il nuovo ministro degli interni Alan Johnson l’ha definito un “giudizio deludente” e ha detto che tutti i control order, attualmente imposti a 20 uomini accusati di essere sospetti terroristi, rimarranno in vigore – ma, per Abu Rideh, certamente, la sentenza dovrebbe essere motivo di festeggiamento? Scuote la testa. “Non cambia niente”, dice. “Ho già perso tutto. Non ho una vita.”

Proprio poco più di due settimane fa, sua moglie e i suoi sei figli sono partiti per andare a vivere con i genitori della moglie in Giordania. “Non so se li rivedrò mai più”, dice. Per sua moglie e i suoi figli, la vita qui [ndt. nel Regno Unito] era diventata intollerabile. Non era consentito che gli facessero visita gli amici. Erano terrorizzati dai raid della polizia e sostiene che una volta la sua giovanissima figlia è stata perquisita da un poliziotto uomo. Poiché non gli è consentito accedere a internet, neanche i familiari potevano farlo. Il deterioramento del suo stesso stato mentale deve essere stato doloroso da constatare per i figli – non solo i tentativi di suicidio, ma anche le piccole cose, come il padre che si sveglia con gli incubi e il tremore delle sue mani.

Dopo l’11 settembre, Abu Rideh, un rifugiato palestinese, è stato uno dei 17 uomini catturati dalle autorità e detenuti senza essere stati condannati. David Blunkett, allora ministro degli interni, ha detto che Abu Rideh era “un attivo sostenitore di vari gruppi terroristi internazionali, compresi quelli con legami con la rete di Osama bin Laden” ma non è mai stato processato né gli è stato concesso di vedere quale prova di tale sospetto esista.
È stato imprigionato nel carcere di Belmarsh prima di essere trasferito nel carcere di Broadmoor dietro consiglio degli psichiatri. Nel 2005 è stato rilasciato e messo sotto control order, i termini del quale sembrano essere a stento meglio della prigione. Per lo meno in prigione, dice, “posso vedere gente, posso dormire”.

Adesso la sua vita è regolata dalle sveglie. Alle 3 di notte deve svegliarsi per chiamare un servizio di monitoraggio e dopo raramente ritorna a letto; deve richiamare di nuovo alle 7 del mattino quando termina il suo coprifuoco per fare sapere che uscirà di casa. Deve presentarsi tutti i giorni alla stazione di polizia e non gli è consentito di organizzare di vedere nessuno. Sono pochissime le persone che hanno il nulla osta dell’Home Office per potergli fare visita a casa. Non può avere un conto in banca né un telefono cellulare ed è stato costretto a declinare l’offerta di un posto per studiare inglese in una scuola locale perché gli avrebbe fornito accesso ad internet.
I vicini di casa sono gentili con lui, dice, e cucinano spesso per lui (le restrizioni vogliono dire che non può trovare un lavoro) ma nel migliore dei casi la gente per strada lo ignora; nel peggiore dei casi qualcuno – per lo più ragazzini bianchi – lo chiama “terrorista” e “Bin Laden”. Può andare alla sua moschea, ma dice che tutti lì sono troppo terrorizzati di attrarre l’attenzione della polizia per parlagli. Deve richiamare la società di monitoraggio nel pomeriggio e deve rientrare in casa entro le 7 di sera.
Teme di ritardare per il suo coprifuoco e andiamo in macchina fino alla sua casa nella zona ovest di Londra. Ad un certo punto suona la sirena della polizia dietro di noi, lui fa un sobbalzo. A parte la paura e il costante stress, voglio sapere come affronta l’isolamento e il tedio della sua mezza vita. Che cosa fa tutto il giorno? Scuote la testa e dice di non saperlo “cammino in casa”, dice. “I letti dei miei figli sono vuoti. Mia moglie non c’è. Sono in trappola. Sono un ostaggio”.

Tutti i giorni lo chiamano i suoi legali e il suo imam per controllare che non si sia suicidato – il suo imam gli dice che è proibito, i suoi legali gli spiegano che deve continuare a sperare che un giorno questo limbo finirà. La sua situazione è talmente orribile che non ha parole per spiegare cosa gli ha fatto. “Sono solo. Non ho amici. Tutti hanno paura di vedermi. Sono fuggito dalla tortura già prima, ed ora vengo torturato dal governo britannico. Sono come una macchina. Non sento niente dentro. Sono già morto”.
Arriviamo a casa sua, ma non posso entrare (sarebbe contro i termini del suo control order) quindi lo lascio al cancello. C’è una piccola bici rosa nel giardino antistante la casa e lui entra in una casa vuota.

Elaine Saner
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/politics/2009/jun/13/life-terror-suspect-control-order
13.06.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Per vedere questa intervista, visitate guardian.co.uk/video. Amnesty International ha lanciato un appello, chiedendo che venga revocato il control order di Abu Rideh; www.amnesty.org.uk

Note del traduttore:

[1] control order (letteralmente ‘ordine di controllo’) - ovvero una serie di restrizioni prescrittive emesso secondo l’atto del parlamento inglese ‘Anti-terrorism, Crime and Security Act’ al fine della prevenzione del terrorismo.


Homer Simpson lavora alla Centrale Nucleare dietro casa vostra
 

di Gianni Elvezia

Il 10 di giugno c'è stata una riunione tra un comitato di abitanti di alcuni villaggi del Suffolk, sulla costa orientale inglese che dà sul Mare del Nord, ed un rappresentante del British Nuclear Group che gestisce i tre reattori presenti nella zona, rispettivamente Sizewell A, B e C. Tutto nasce dalla chiusura improvvisa, avvenuta circa 3 anni fa, del reattore A, il più vecchio dei tre, un reattore Magnox che era entrato in funzione nel 1966, dopo quasi 5 anni di lavori.

Doveva essere il solito monologo di quello “studiato” che arriva dalla capitale e spiega con spocchia a pescatori e bottegai cose che loro non sarebbero in grado di capire, non fosse stato per l’incomodissima presenza della troupe di John Snow, l’unico direttore di telegiornale europeo che si possa ancora definire un giornalista, con le telecamere di Channel 4 News. Le cose andarono quindi molto diversamente, perchè era stata fatta una domanda formale, secondo la prassi prescritta dal Freedom of Information Act, e quindi giornalisti e pubblico avevano avuto accesso ai documenti sul caso.

Correva l'anno 2006, e Tony Blair - uno dei politici più corrotti nella storia della Gran Bretagna - si apprestava a lasciare l’incarico in quanto non più presentabile al pubblico di casa.

Era infatti evidente per tutti che avesse mentito sapendo di mentire, ...

.. quando con le lacrime agli occhi, in un programma televisivo di grande ascolto, aveva giurato solennemente di avere prove incontrovertibili che Saddam Hussein non solo avesse armi di distruzione di massa, ma che fosse in grado di colpire addirittura la Gran Bretagna, mentre l’intelligence militare avrebbe avuto solo un quarto d’ora per organizzare una reazione ad un eventuale attacco alla Madrepatria. Prove che però non poteva mostrare pubblicamente, disse Blair, per ovvii motivi.

Negli anni sucessivi molte cose vennero a galla, e Blair arrivò a dover decapitare la BBC, iniziando dal Direttore, e facendo poi licenziare tutti quelli che si erano distinti per un qualunque tipo di acume giornalistico. Blair infatti non poteva nemmeno più apparire in pubblico, senza che ci fossero elementi perturbatori che la polizia dovesse zittire.

Prima di lasciare l’incarico e di andare dal Papa - dopo essersi convertito al cattolicesimo: notare che fino a poco prima aveva nominato le massime gerarchie della Chiesa Anglicana - a ricevere la benedizione per l’investitura come primo Presidente del Superstato Fascista Europeo prossimo venturo, Blair decise di fare un regalo al suo popolo, gettando le basi per un nuovissimo programma di centrali nucleari, che riducesse la dipendenza dal petrolio. O almeno questa era la scusa.

Proprio in quel periodo qualcuno stava facendo le pulizie alla Centrale Nucleare Sizewell A, e si accorse che diversi allarmi stavano suonando con insistenza, senza che il personale addetto mostrasse reazioni particolari. Decise così – immaginate di essere al suo posto, in una situazione del genere – di premere l’allarme generale.

Il personale a quel punto intervenne, per accorgersi che l’acqua di raffreddamento non ricopriva più gli elementi del reattore, e che quindi si era arrivati ad un soffio da un incendio catastrofico. Il combustibile nucleare infatti si può incendiare già a temperatura ambiente, mentre c’era già stata una perdita di scorie radioattive nel Mare del Nord, durata 45 minuti, paragonabile alla somma di tutte le perdite radioattive – di cui non ci parlano mai – che avvengono nel corso di un anno.

La centrale venne immediatamente chiusa e sottoposta ad ispezione. Gli ispettori conclusero che la centrale era stata gestita con incuria criminale, e dopo aver pubblicato un rapporto che non fu mai divulgato, insistettero per portare i responsabili in tribunale.

Cominciarono così a raccogliere prove contro di loro, ma dopo mesi di lavoro e ingenti spese a carico del contribuente, si sentirono dire che non avevano giurisdizione per portare il caso in tribunale.

Fu naturalmente una coincidenza che proprio in quel periodo la Nuclear Decommissioning Authority abbia deciso di smobilitare tutti i siti dotati di reattori Magnox, compreso quindi il Sizewell A.

Di tutta questa vicenda sappiamo qualcosa solo oggi perchè gli abitanti del luogo, preoccupati da insistenti voci di nuove perdite - ma prontamente rassicurati dalle autorità che tutto fosse sotto controllo, e che la chiusura dell’impianto fosse dovuta solo al decommissionamento dei Magnox - si rivolsero a tutti quelli che potevano essere raggiunti, fra i quali c’era anche John Snow.

Perciò, quando vi dicono che non c’è pericolo, cominciate ad ammassare provviste nel vostro rifugio anti-atomico…

Gianni Elvezia (Pike Bishop)

Channel 4 News

Sizewel lhttp://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3230


EDITORIALE: Più di 100 milioni di persone a rischio fame
Jacques Diouf

Jacques Diouf
Foto: FAO/IPS

ROMA, (IPS) - Il Forum mondiale del grano di San Pietroburgo (6-7 giugno) fa parte di una serie di incontri di alto livello dedicati quest’anno al tema dell’alimentazione e dell’agricoltura. Questi eventi - tra cui il G8 dei ministri dell’agricoltura a Treviso lo scorso aprile e la conferenza FAO su come combattere la fame nel mondo entro il 2050 prevista per il prossimo ottobre a Roma - dimostrano che oggi nel mondo è in atto una forte spinta verso la risoluzione del grave problema dell’insicurezza alimentare, e per la creazione di un nuovo ordine agricolo mondiale in grado finalmente di garantire che in tutto il mondo ognuno abbia cibo a sufficienza.

Nonostante la crescita sempre più rapida della popolazione mondiale, che dovrebbe raggiungere i nove miliardi entro il 2050, e a dispetto del cambiamento climatico, che minaccia le risorse della terra e dell’acqua in molte parti del mondo, il pianeta ha la capacità di produrre cibo a sufficienza per tutti i suoi abitanti.

Eppure la fame è in aumento, con quasi un miliardo di persone - quasi una persona su sei - che oggi soffre la fame nel mondo. Si parla di 160 milioni in più rispetto al 1990-92, periodo di riferimento base per l’obiettivo del Vertice mondiale sull’alimentazione di dimezzare il numero delle persone sottoalimentate: un aumento pari quasi al 20 per cento.

Questo aumento improvviso è in gran parte dovuto all’impennata dei prezzi del cibo, saliti del 60 per cento tra il 2006 e il 2008, mentre i prezzi del grano raddoppiavano. Allo stesso tempo, anche l’attuale flessione economica mondiale sta contribuendo significativamente a maggiore fame e povertà nel mondo. Le stime preliminari indicano che oltre 100 milioni di persone rischiano di morire di fame come conseguenza della crisi economica e finanziaria.

Questa turbolenza avviene in un contesto globale molto diverso rispetto a quello di appena qualche anno fa. Siamo passati da decenni di cibo a basso costo ad una fase di prezzi alimentari alti e più volatili. Ed è anche significativo che l’agricoltura testimoni l’emergere di nuovi importanti attori, come la Russia, che oggi produce tanto grano quanto gli Stati Uniti, ed è diventata il quarto esportatore mondiale di cereali.

Tutto questo rende ancora più importante agire subito, per la nostra stessa sicurezza alimentare collettiva - oppure rischiare in futuro nuove crisi alimentari potenzialmente sempre più drammatiche.

Il grano è l’alimento di base per gran parte della popolazione mondiale, ed è dunque centrale per qualsiasi riforma del sistema degli scambi e della produzione alimentare mondiale. Da qui, l’importanza del vertice di San Pietroburgo, che si è occupato di alcuni dei seguenti temi:

Mettere in atto o rafforzare misure per ridurre gli impatti negativi delle fluttuazioni nelle forniture di cereali. Una combinazione di strategie di gestione del rischio, migliori strumenti finanziari, meccanismi di risposta rapida, e interventi di risposta alle emergenze alimentari più efficaci in situazioni di crisi, possono fare molto per prevenire le sofferenze causate dalle improvvise impennate dei prezzi.

È poi da rivedere il ruolo delle riserve alimentari, che sono crollate ai minimi livelli nella storia, per stabilizzare i prezzi e fornire misure di protezione contro la scarsità dei raccolti. La lezione che dobbiamo trarre è valutare con cura la loro importanza, e capire come andrebbero gestite nel quadro della sicurezza alimentare nazionale e mondiale.

Analogamente, servono regole commerciali eque e semplificate che incoraggino maggiori scambi globali, mettendo fine alle politiche che distorcono gli scambi. I sussidi alla produzione nei paesi ricchi distorcono il mercato e creano ostacoli che scoraggiano molti paesi in via di sviluppo dall’investire nella loro stessa agricoltura. Le restrizioni alle esportazioni e le tasse potrebbero essere una soluzione a livello locale, ma contribuiscono ad un’escalation dei prezzi sui mercati mondiali.

In questo contesto, è fondamentale una conclusione positiva dei negoziati commerciali mondiali del Round di Doha. In caso contrario, si manterranno molte delle distorsioni e squilibri del passato, gettando le basi per crisi future. Ma per assicurare la sicurezza alimentare mondiale, è importante che gli agricoltori sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo abbiano redditi equivalenti a quelli dei lavoratori del settore secondario e terziario nei loro rispettivi paesi, attraverso misure di sostegno che impediscano le distorsioni.

Promuovere investimenti nell’agricoltura nel mondo in via di sviluppo - come chiedeva la Conferenza di alto livello sulla Sicurezza alimentare mondiale organizzata dalla FAO a Roma lo scorso anno - è fondamentale per il raggiungimento della sicurezza alimentare nel mondo.

Sono ottimista, e credo che l’impeto verso il cambiamento che stiamo vivendo oggi porterà presto ad azioni concrete ed efficaci per fare in modo che la fame resti solo un ricordo del passato. Sono in gioco la pace e la sicurezza nel mondo.©IPS(FINE/2009)

 

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1462


Un tributo a Sharo

Da Skopje, scrive Risto Karajkov

Il pastore di Ciarplanina, Wikipedia.org
Da sempre il suo compito è stato ed è tutt’ora quello di custodire il gregge e le famiglie di pastori che vivono sulle catene montuose dei Balcani. Quando la Macedonia diventa indipendente nel 1991, al pastore delle montagne Shara viene dato un posto d’onore sulla nuova moneta da 1 denaro macedone
Robusto, forte e, in base ai racconti dei più anziani, l’unico cane in grado di sfidare un lupo da solo e in grado di uscirne pure vincitore. Quando la Macedonia proclama l’indipendenza nel 1991, il Pastore della Ciarplanina viene onorato per i secoli di servizio svolto e gli viene concesso un posto sulla moneta nazionale. Prendete una moneta da 1 denaro macedone e lo vedrete: il Pastore di Ciarplanina, il cui nome deriva dal nome in lingua macedone delle Montagne Shara “Shara Planina” e dal termine “sharplaninec”; in albanese viene chiamato “ qen i sharrit”.

È un tipo piuttosto massiccio. Il maschio raggiunge circa i 50-60 cm di altezza e fino a 50kg di peso di media, ma può diventare anche più grande. Non ci si sbaglia: nessuno vuole vederlo arrabbiato. Ma se sei un bambino e ti viene voglia di tirare la sua coda pelosa e provi a cavalcarlo, lui di sicuro obbedisce con pazienza. Per lo meno questo è quello che dicono i padroni. Il vostro corrispondente non ha mai provato. Ne avevo uno quando avevo 7 anni e ho sempre avuto paura della potenza di questo animale. Il guinzaglio serviva a lui per portare me in giro, e non viceversa. Quando fu chiaro che il postino non sarebbe mai riuscito ad entrare tranquillamente nel cortile di casa per consegnare la posta, ed in seguito ad un occasione in cui perse un pezzo di pantalone (fortunatamente, niente di più), Murgo, così si chiamava il cane, venne mandato a vivere sulle montagne di Kozuv, dove poté finalmente girare liberamente e custodire il gregge. Un ruolo che svolge in modo molto naturale.

Gli esperti dicono che Sharo (termine generico utilizzato per parlare del Pastore di Ciarplanina) non necessita di alcun tipo di addestramento per svolgere il suo lavoro, e cioè quello di cane pastore. È qualcosa che ha nei proprio geni e che fa istintivamente. Non è solo con la forza e la ferocia che vince contro il nemico, addirittura contro gli orsi (una lotta spesso fatale per Sharo). Tutt’altro, Sharo è molto intelligente.

Una volta diventato popolare negli anni ‘50-‘60 del secolo scorso, gli emigranti macedoni iniziarono a portarlo con loro all’estero. Alcuni racconti narrano che Sharo venne portato negli Stati Uniti per sperimentare come si sarebbe destreggiato contro gli attacchi dei coyote. A quanto pare, il coyote è solito utilizzare una strategia per ingannare i cani pastore: un gruppo di coyote attira i cani pastore da una parte, mentre un altro gruppo di coyote attacca il bestiame. Sharo non si faceva certo ingannare così facilmente. Rimane sempre vicino al suo gregge. Forse questa è solo una storiella, ma di sicuro è ispirata da un sentimento di gratitudine verso Sharo. Se vi capita di addentrarvi nelle Montagne della Macedonia, Shara, Korab, Bistra, Stogovo e altri pastori vi racconteranno, statene certi, tantissime storie sul loro inseparabile e leale amico.

Gli Ottomani, per cinque secoli padroni di quella che è l’attuale Macedonia, tenevano i cosiddetti “defter”, registri utilizzati per l’esazione delle tasse dove annotavano notizie riguardanti il villaggio, il bestiame, le persone. Su uno di questi registri si legge che nell’anno 1901 nella sola area di Galičnik situata nel sud ovest della Macedonia si contavano 12.000 capre e 700 Sharo.

La classificazione organizzata e la cura per la razza canina inizia nel regno di Jugoslavia negli anni ’20-’30 del secolo scorso. Il pastore della Ciarplanina viene presentato per la prima volta ad una mostra canina nel 1926 a Lubiana, ottenendo successivamente nel 1939 la registrazione dalla Federazione Cinofila Internazionale al posto 41.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la riproduzione canina diventa sempre più sistematica e il pastore della Ciarplanina diventa una razza molto popolare. Alcuni esemplari vengono portati via dal loro habitat di sempre e vengono trasferiti nelle città, dove molti sforzi sono stati fatti per purificare la razza.

Il merito per la popolarità e lo sviluppo del pastore di Ciarplanina viene assegnato all’esercito nazionale di Jugoslavia. Infatti, era proprio l’esercito a servirsi di questa razza di cane che veniva addestrato nei loro centri specializzati. Negli ultimi anni sono sorti molti centri privati per la riproduzione del Pastore della Ciarplanina. Attualmente, in Macedonia si trovano svariati centri rinomati che si occupano di questa razza di cane. Molti si possono trovare anche in Serbia e Kosovo.

Padroni e allevatori descrivono il pastore come essere estremamente leale verso la famiglia e molto diffidente verso gli altri. Inoltre, pare abbia la tendenza a rimanere fedele solo ad un padrone in tutto il corso della sua vita, e pare sia molto protettivo nei confronti dei bambini. La sua intelligenza viene spesso interpretata come un forte segno di testardaggine, in quanto a volte non obbedisce agli ordini se non ne è convinto pienamente.

La montagna è il suo habitat naturale e proprio come il suo padrone ama formaggio e polenta. Il suo talento da pastore è indiscusso. Un’altra storia narra che Sharo capisca addirittura i nomi delle mucche del padrone. Se il padrone gli dice di andare da Milica, lui si incammina e la porta al suo padrone diligentemente; e può fare lo stesso con Slavica, Brancica e tutte le altre decine di mucche. Se si è affezionato cerca di farti divertire e attira la tua attenzione, dicono gli amanti della razza; se ti odia invece, è consigliabile stargli lontano.

Probabilmente molti racconti che si sentono su Sharo sono miti o leggende, ma va bene così. Merita rispetto. Dopo tutto è stato il nobile guardiano dei Balcani per secoli. Nessuno dovrebbe dubitare che molto di quello che si è detto sia vero. Su YouTube si trovano diversi video su Sharo. Fra questi ne spunta uno in particolare. Un filmato in bianco e nero, la scena di un lupo in mezzo alle montagne dei Balcani che entra all’interno di un recinto e dà inizio al suo banchetto sanguinario, mentre alcuni agnellini terrorizzati rimangono in un angolo. Sopravvivono grazie all’arrivo tempestivo di Sharo. “Lui non è in vendita, oh no signori, neppure per un milione”, dice la voce del padrone commosso Ismailij mentre Karabasha (così si chiamava Sharo) vince contro il lupo nel documentario. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11475/1/51/

Twitter si tinge di verde (il colore del dollaro)

Dall’ANSA: L’ “effetto Teheran” tinge Twitter di verde, non solo in onore al colore della protesta iraniana, ma anche di quello delle banconote del dollaro. Gli eventi in Iran hanno consacrato sui media americani il servizio di microblogging, lanciando una corsa a integrarlo sempre piu’ nella produzione giornalistica, ma rafforzando anche le prospettive per Twitter di diventare una macchina da soldi.
Vincendo lo scetticismo di chi lo vede come una piattaforma per il gossip tra adolescenti, Twitter si e’ rivelato tra gli strumenti piu’ efficaci per raccontare le proteste iraniane. Al punto da spingere il Dipartimento di Stato a intervenire per convincere la societa’ che lo gestisce a posticipare una prevista manutenzione tecnica, per non interrompere un flusso informativo a cui anche diplomazia e intelligence a Washington attingono, per cercare di capire cosa accade a Teheran. Mentre dilagano su Twitter gli avatar - le icone degli utenti - colorati di verde in solidarieta’ con i sostenitori di Mir Hossein Mussavi, negli Usa cresce l’impressione che il servizio di microblogging sia entrato in una fase di maturita’. […]
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