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luglio 31 2009
Se gli italiani fossero tutti come Yasuyuki Yamada*, Berlusconi come farebbe a comperarsi il suo consenso? Come d'uso si era infatti offerta l'ambasciatrice di Magic Italy nel mondo, Michela Brambilla, per pagare un nuovo soggiorno ai due sfortunati turisti giapponesi ("paghiamo tutto noi, voi andate pure al mare"), ma Yamada cortesemente rifiuta: "é inutile, perché è una spesa inutile fatta con le tasse del popolo italiano". Non so la Brambilla ma io mi sarei sentito una merda, ma e pure possibile che per la gente di mondo non sia così.http://formamentis.splinder.com/
Un ping-pong con Giovanni Bachelet
1. Mi scrive Giovanni Bachelet
Caro Stefano,
sul diverso trattamento da te riservato a Bersani, l'unico del quale hai diffuso un discorso e la mozione, le osservazioni possibili sono varie. Secondo alcuni, infatti, la mozione di Franceschini coincide col suo discorso perché dopo averlo fatto, diversamente da Bersani, non è stato in grado di scrivere una mozione organica. Il probabile motivo (a giudicare ad esempio da quel che in queste settimane dicono su primarie e partito Marini e Fioroni, vedi qui il recente seminario di Quarta Fase a Norcia) era l'impossibilità di mettere nero su bianco in pochi giorni un po' di punti fermi a causa dell'eterogeneità dei suoi sostenitori, come è già successo a Veltroni. La mozione Bersani è una mozione e non un discorso, e contiene importanti novità rispetto al discorso di apertura della sua campagna, perché, diversamente da Franceschini, attraverso un piccolo gruppo di lavoro (nel quale ero io), ha voluto e potuto ascoltare e mediare fra i propri sostenitori; il motivo è che le distanze fra le posizioni dei suoi sostenitori era minore che fra i sostenitori di Franceschini. Forse anche per questo nella mozione Bersani si usa la prima persona plurale (noi) e non quella singolare (io). Infine (lapsus freudiano?) ti è sfuggita un'altra differenza importante: l'unica mozione in cui appare la parola "Ulivo" (e non solo la parola, anche alcuni concetti collegati) è quella di Bersani; nelle altre due mozioni la parola Ulivo non figura proprio (fai la prova con una ricerca testuale): siamo ancora al quindicennio da buttare, Prodi e Ciampi hanno sbagliato tutto e vanno dimenticati insieme all'entrata nell'euro (anch'essa nominata solo nella mozione Bersani). Non mi pare una sfumatura irrilevante.
Detto ciò, per onestà va tenuta a mente una domanda diversa, ma pure interessante: quale coerenza ci sarà fra quanto le tre mozioni dicono oggi e quanto i rispettivi candidati faranno davvero se diventano segretari?
Mando copia a un po' di amici ma naturalmente, se volessi avere la bontà di ospitare questa mia replica, allo stesso insieme di destinatari ai quali mandi di solito i tuoi aggiornamenti te ne sarei ancora piú grato.
Un caro saluto!
Giovanni
http://www.giovannibachelet.it/
2. Gli replico
Carissimo,
1. Che ci sia un certo grado di eterogeneità interna alle due mozioni è indubbio e per alcuni aspetti inevitabile. Ll'importante è che il candidato segretario non la rifletta passivamente, ma la orienti scegliendo con chiarezza.
2. Resta il fatto che Bersani ha indubbiamente cambiato posizione tra il discorso e la mozione, mentre Franceschini no. Si può discutere se trasformare il dicorso in mozione come ha fatto Franceschini sia una scelta più o meno fondata, ma resta il fatto che non si è sentito in dovere di cambiare quell'orientamento e di mediare con chi la pensava diversamente. Essendo io d'accordo col discorso ne sono stato soddisfatto.
3. Non dubito in particolare che sul ruolo degli elettori e sul sistema elettorale selettivo, su cui in la pensiamo allo stesso modo, il vostro ruolo sia stato importante anche se al prezzo di sistema di scolorire le distanze, il che forse non aiuta.
4. Ma potrei rovesciare il ragionamento xcon la domanda delle cento pistole: se su primarie e sistema elettorale eravate d'accordo con Franceschini perché appoggiare Bersani condizionandolo al dire le stesse cose di Franceschini non avete appoggiato Franceschini?
5. Nessuno ha mai parlato di quindicennio da buttare. Si è sempre distinto tra il biennio 1996-1998, l'unico veramente riformatore, e il resto e poi, tra il 2006 e il 2008 tra la coalizione impotente dell'Unione, comunque improponibile agli elettori, e gli sforzi del Governo, zavorrato da quella compagine. http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/
Un messaggio chiaro al Mezzogiorno
Il messaggio è: fatevi la vostra Lega, conviene.
La notizia è che esiste, apparentemente, una rinnovata attenzione dell'esecutivo nei confronti del Mezzogiorno. Tale attenzione, ci viene annunciato, assumerà connotati ''innovativi''. Ma è la solita aria fritta. Niente di innovativo, solo un po' di soldi da distribuire agli imprenditori edili.
Da dove si comincia? Dalla Sicilia, con 4 miliardi di euro. Perché dalla Sicilia? Qui sta il bello. Non si fa nemmeno finta che ci siano buone ragioni economiche per cominciare da lì. Nessuno dice che bisogna cominciare dalla Sicilia perché la carenza di infrastrutture è più forte nell'isola di Lombardo e Micciché piuttosto che in Calabria o in Sardegna. Nessuno dice che l'edilizia scolastica siciliana è peggio messa di quella campana o di quella lucana. No, la ragione per cui si comincia dalla Sicilia è che la casta siciliana ha fatto la voce grossa. Più grossa degli altri. E ha fatto minacce credibili. Per cui, immediato calare di braghe.
Il messaggio è chiaro, ai vari Loiero in Calabria, Mastella e Bassolino in Campania e quant'altri membri della casta sparsi per lo stivale: la strategia Lombardo paga, replicatela e vi sarà dato. Messaggio chiaro anche per gli elettori. Appoggiate gli equivalenti di Lombardo e qualche briciola cadrà pure nelle vostre tasche.
La vicenda è emblematica sotto vari punti di vista e vale la pena di visitarla un po' più a fondo e di trarne la dovuta lezione.
La strategia Lombardo e il porcellum.
Lombardo è un politico di razza, che sa come usare le opportunità offerte dalla legge elettorale. Il porcellum sembra fatto su misura per gente come lui (anzi, adesso che ci penso, il porcellum è stato fatto su misura per gente come lui). Dopo le elezioni del 2008 mi è toccato pure sentire che il porcellum alla fine non è così male, che il suo obiettivo di semplificazione del quadro politico lo aveva raggiunto. Erano sciocchezze. Il limitato numero di gruppi parlamentari uscito dalle elezioni del 2008 è dovuto da un lato alla sfortuna congiunta dell'estrema sinistra e dell'estrema destra e dall'altro a una illusione ottica nelle parti più centrali dello schieramento politico, per cui forze eterogenee si sono fittiziamente radunate sotto un paio di gruppi parlamentari (PD e PdL). Questa illusione ottica si sta dissolvendo. Il porcellum conserva intatto il suo potenziale centrifugo. La legge elettorale, con il premio nazionale di coalizione e la soglia più bassa per i partiti appartenenti alle coalizioni, sembra fatta apposta per favorire il proliferare di partitini che poi contrattano con i partiti più grandi l'appoggio al momento delle elezioni. Qualunque sottogruppo che possa raggiungere visibilità elettorale anche minima ha quindi interesse a ritagliare la propria nicchia per cercare di conquistare maggior potere e maggiori risorse. Tutta la vicenda del ''partito del Sud'' viene da qui. Chi pensa che basteranno 4 miliardi per tacitare Lombardo si illude. Chi pensa che nelle altre regioni, non solo al Sud, l'esempio di Lombardo non venga notato si illude.
Sulla superiorità strategica di Lombardo.
È inevitabile comparare la strategia di Lombardo con quella della Lega. La comparazione è legittima dal momento che la Lega ha fatto una scelta politica molto simile a quella fatta storicamente dall'intera classe dirigente meridionale: reclamare a voce alta sussidi, prebende e posti di potere per il proprio territorio rinunciando a qualunque serio progetto di riforma dello Stato e dell'economia.
La prima cosa che salta agli occhi è la differenza di risultati. Lombardo ha fondato il suo movimento nel 2005. In tre anni è diventato governatore della Regione Sicilia. La Lega Nord invece, che è in giro da più di vent'anni, non è stata capace di otterere un singolo governatorato nelle regioni del Nord. Questo nonostante il fatto che Lombardia e Veneto abbiano entrambe solidissime maggioranze di centrodestra e nonostante il fatto che in queste regioni la Lega prenda percentuali più alte di quelle di Lombardo in Sicilia. È palese quindi che, nella gara per appropriarsi delle rendite pubbliche, Lombardo è assai superiore alla Lega. Ma cosa ha fatto Lombardo di diverso? Due cose.
Primo, il pragmatismo. Lombardo non ha mai perso tempo ad abbaiare alla luna. I leghisti si sono per lungo tempo assurdamente baloccati con idee insensate e prive di via d'uscita come l'indipendenza padana. Hanno perso tutto il tempo speso al governo 2001-2006 per una mediocre riforma costituzionale destinata prevedibilmente a essere bocciata dagli elettori, come puntualmente avvenuto. Continuano tutt'ora con battaglie assurde e palesemente perdenti; fanno la voce grossa contro gli immigrati solo per poi accettare la inevitabile regolarizzazione delle badanti, e così via. Lombardo non abbaia alla luna. Lombardo sa quello che vuole, vuole solo cose credibili e possibili. Vuole i soldi, e va per la giugulare al momento di ottenerli. E li ottiene.
Secondo, la politica delle alleanze. Lombardo ha capito la lezione fondamentale di Andreotti, quella dei due forni. È meglio tenersi le mani libere e dichiararsi disponibili ad allearsi con chiunque perché in questo modo si massimizza il proprio potere di negoziazione. Ma non basta dirlo, bisogna ogni tanto assestare bottarelle qua e là per far capire che si fa sul serio, per risultare credibili quando si minaccia. Infatti Lombardo si è letteralmente alleato con tutti. Ha debuttato alle elezioni comunali di Messina del 2005 facendo un piacere al centrosinistra, svolgendo il ruolo di terzo incomodo li ha aiutati a sconfiggere il candidato del centrodestra. Poi si è alleato con la Lega per le politiche del 2006, presentandosi addirittura con il simbolo della Lega Nord in Sicilia. Prese il 4% a livello regionale e un senatore. Ormai cresciuto e in grado di camminare con le sue gambe si presenta sempre alleato del centrodestra ma con un suo simbolo alle politiche del 2008, ottenendo quasi l'8% a livello regionale. Ne ottiene in cambio l'appoggio del centrodestra alle regionali siciliane, diventando governatore con percentuali bulgare. Questo, si badi, nonostate il suo partito non vada oltre il 14%.
È a questo punto che iniziano i fuochi d'artificio. Lombardo mantiene lo stato di guerriglia permanente nei confronti degli altri partiti della coalizione. Si allea con Storace, dichiarato nemico del governo, per le elezioni europee del 2009; la lista fa male a livello nazionale ma in Sicilia conquista quasi il 16% dei voti. Fa crollare la giunta e nel maggio 2009 annuncia il rimpasto. Annuncia che metterà in giunta magistrati e imprenditori antimafia. Strizza l'occhio al PD e si fa protagonista di una strategia spregiudicata a tutto campo, lasciando intendere che una nuova operazione Milazzo è possibile. Poi alla fine ci infila gente come Nino Strano, mangiatore di mortadella e condannato in primo grado per abuso d'ufficio. Apparentemente per fare un favore a Fini, il quale evidentemente, tra una riscoperta liberale e l'altra, non disdegna i vecchi metodi ed i vecchi arnesi. Fa guerriglia anche a Roma, mettendosi ripetutamente contro il governo, sempre sulla questione cruciale dei fondi.
La conclusione è inevitabile. I leghisti sono dei poveri dilettanti, che si sono legati mani e piedi al carro di Berlusconi e si sono chiusi da soli tutti gli altri forni. Hanno deciso di ingaggiare battaglia sul terreno dell'appropriazione delle rendite pubbliche e sono destinati a perderla. I concorrenti sono troppo meglio addestrati.
La lezione.
Siamo fottuti.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Un_messaggio_chiaro_al_Mezzogiorno#body
Udc e sondaggi immaginari
Sembra sia in atto una congiura di palazzo per screditare i sondaggi. E questa congiura pare partire proprio dagli stessi istituti di ricerca, quelli che dovrebbero più di tutti cercare di salvaguardare il proprio lavoro, senza prestarsi alla possibile denigrazione da parte del mondo mediatico o anche dei più avveduti lettori. Quorum ego, ça va sans dire… E il tutto capita a volte con il beneplacito di dignitose testate giornalistiche, che si prestano a pubblicare risultati di indagini giudicabili un po’ ridicole.
Accade dunque che alcuni istituti (Euromedia research, nello specifico) sostengano come la fiducia in Berlusconi sia oggi attestata sul 68,2 per cento della popolazione italiana. D’accordo che la domanda posta non brilla per chiarezza politica: «Quanta fiducia le ispira il presidente del consiglio Silvio Berlusconi?». Pare la pubblicità di un vecchio formaggino, del tipo «Galbani ispira fiducia», e certamente qualche intervistato può averlo confuso con un prodotto di consumo. Ma anche così l’idea che più di due italiani su tre dichiarino che il Cavaliere ispira loro fiducia suscita qualche sospetto, che si fa più consistente se si considera che lo stesso istituto viene spesso indicato come quello di fiducia del premier, dopo il fortunoso (?) exploit del 2006. È peraltro la stessa Euromedia che, in occasione delle recenti europee, indicava un consenso per il Pdl superiore al fatidico 40 per cento. Qualche dubbio dunque rimane, considerato che tutti gli altri sondaggisti dipingono, come ho raccontato la scorsa settimana, una realtà sensibilmente diversa, con Berlusconi poco sopra il 50 per cento della popolarità; ma almeno il sito dei sondaggi politico-elettorali indica che il numero di interviste dichiarate è pari al canonico campione di 1000 casi.
Ancora più macroscopici (al limite della denuncia) sono le problematicità del sondaggio che periodicamente viene pubblicato da qualche giorno sul Riformista: si tratta di una serie di rilevazioni su base regionale, volte a comprendere il grado di appeal dei principali leader politici locali e, in contemporanea, quali possano essere gli scenari elettorali che scaturiscono dal diverso posizionamento dell’Udc, con il centrodestra ovvero con il centrosinistra. Qualcosa, dunque, di estremamente importante, soprattutto per i possibili sviluppi futuri delle alleanze a livello del governo regionale.
Alcune regioni sono infatti in bilico, e conoscere la salienza elettorale di allineamenti divergenti può fornire un contributo alle scelte delle forze politiche in competizione.
In Piemonte, ad esempio, l’alleanza tra centrosinistra ed Udc, contro Pdl e Lega, avrebbe secondo questo sondaggio una qualche chance di vittoria, sia pur di stretta misura (51 a 49), mentre se l’Udc si presentasse con il centrodestra il risultato sarebbe nettamente a suo favore (45 a 55). Dunque, le conclusioni sarebbe evidenti: si vince con l’Udc, si perde senza Udc. E così accade anche nelle altre regioni più in bilico, come in Campania, dove il posizionamento del partito di Casini con il Pd e alleati darebbe un risultato assolutamente identico per le due principali aree politiche.
Tutto bene. Interessante indagine. Ah, già: curata dall’istituto Piepoli, come recita il documento allegato, in collaborazione appunto con il Riformista. Nota metodologica, testuale: 160 interviste telefoniche con metodologia Cati, realizzate il 15 luglio. Avete letto bene. Anch’io ho pensato inizialmente ad un errore di stampa. Saranno 1600, mi sono detto. Poi sono andato a controllare anche le altre indagini (in Lombardia, Calabria, Lazio, Veneto): tutte indicavano un numero di casi pari a 160. Soltanto sul quotidiano, forse per ingannare il lettore, veniva indicato il numero complessivo delle interviste, circa 2100. A quel totale si arriva sommando, dunque, tutti gli intervistati in tutte le regioni analizzate, cioè quelle che si recheranno a votare il prossimo anno.
Considerando che solitamente circa il 20-25 per cento in ogni sondaggio non dichiara il proprio orientamento di voto, il dato che emerge dall’indagine, da cui possono dipendere (anche) scelte programmatiche, si riferisce a ciò che hanno dichiarato circa 100-110 individui per regione.
La beffa è che la nota recita anche: «campione rappresentativo della popolazione adulta della regione, segmentato per sesso, età, ampiezza comuni e provincia di residenza». Insomma, se è andata bene, in provincia di Cremona Piepoli avrà intervistato almeno un paio di persone, se non tre. Per fortuna l’analisi non entra nei dettagli provinciali. Almeno la lettura sarebbe stata più...divertente.
Paolo Natale
www.europaquotidiano.it/dettaglio/112203..._sondaggi_immaginari
Battuto la testa
Non ho mai avuto grandi simpatie per le iniziative a favore dello “sbattezzo”: mi sembra mostrino un”incapacità di vera indipendenza dalle chiese e una debolezza vittimistica fuori luogo. L’eventuale emancipazione dalle fedi e dalle superstizioni si persegue emancipandosene.
Cionondimeno (ehi, che accoppiata di termini!) la lettera minacciosa e trombona dei quindici deputati del PD è una sbruffonata fuor di misura e degna di altrettanta indifferenza da parte dei destinatari, secondo me.http://www.wittgenstein.it/
Se il pesciolino rosso Bondi nuota ancora ad Hammamet
Troppo bella per essere vera, eppure è vera: la Fondazione Bettino Craxi riceverà soldi pubblici, mentre quelle intitolate a Pertini, Di Vittorio e D'Annunzio resteranno a mani vuote. La decisione è di ieri e arriva dai Beni Culturali, con il ministro Bondi che ha fatto la lista dei sommersi e dei salvati, poi approvata dalla maggioranza in Parlamento.
Non entro nel merito perchè non ho competenze particolari in materia. Insomma, non so se al di là dei personaggi ai quali sono intitolate, queste fondazioni meritino o meno i milioni assegnati (6,5 milioni divisi tra 121 enti per il 2009). Però magari qualcuno di voi le conoscerà e spero che ci illumini nel blog.
Da povero esperto di eco-balle, però, mi sento solo di fare una proposta: ma per finanziare la Fondazione intitolata al Grande Statista, morto da latitante, non si poteva ricorrere allo scudo fiscale di Giulietto Tremonti? http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Il rapporto della Germania con Israele sta lentamente cambiando, sembra meno legato alle colpe del passato, e più attento agli interessi del presente. Una nuova conferma è giunta in questi giorni. La settimana scorsa il presidente della Repubblica tedesca Horst Köhler ha concesso la Croce al Merito, la Bundesverdienstkreuz, a una signora di 79 anni, Felicia-Amalia Langer (nella foto tratta da Internet). Ebrea nata in Polonia nel 1930, cittadina israeliana, residente in Germania dal 1990, quest'ultima è stata premiata "per la sua impressionante opera umanitaria e per il suo impegno straordinario a favore della pace, della giustizia e del rispetto dei diritti umani". Da anni, la signora Langer è impegnata a favore del riconoscimento dei diritti dei palestinesi. La scelta del presidente Köhler ha provocato vive reazioni tra gli ebrei tedeschi. Il vice presidente della Comunità Ebraica, Dieter Graumann, ha definito la scelta del Capo dello Stato "uno choc". E ha aggiunto: "La Germania ha insignito chi in maniera professionale, cronica e ossessiva demonizza Israele". Due noti scrittori di religione ebraica, Ralph Giordano e Arno Lustiger, hanno minacciato di restituire le loro onorificenze tedesche se la Bundesverdienstkreuz non verrà ritirata alla signora Langer. Al di là della polemica (in parte estiva), la vicenda è un segnale interessante di come una fetta crescente dell'establishment tedesco stia rivedendo il rapporto tedesco-israeliano.
Per decenni, la Repubblica Federale ha avuto nei confronti dello Stato ebraico un atteggiamento particolare. A causa del passato nazista, la Germania ha sempre preferito non criticare la politica isrealiana, tenendo una posizione il più possibile neutrale nel conflitto mediorientale. A 60 anni dall'Olocausto, le cose però stanno cambiando: proprio mentre l'Europa critica i recenti insediamenti israeliani a Gerusalemme Est, il presidente Köhler concede a una nota attivista pro-palestinese la più prestigiosa onorificenza tedesca. La coincidenza salta agli occhi. Il nuovo atteggiamento tedesco nei confronti di Israele, meno costretto dal peso del passato, è emerso anche attraverso recenti sondaggi. Addirittura, nel 2008, il cancelliere Angela Merkel ha pronunciato un discorso davanti alla Knesset, molto criticato dalla stampa tedesca perché troppo allineato sulle posizioni di Israele nel conflitto mediorientale. Consapevole delle sue responsabilità storiche, la Germania non vuole certo mettere a repentaglio il delicato rapporto con lo Stato ebraico, ma la scelta di premiare la signora Langer mostra come una fetta dell'establishment sia pronta a prendere le distanze dall'attuale politica israeliana, costruendo gradualmente una nuova politica estera tedesca in Medio Oriente, una regione peraltro nella quale la Repubblica Federale ha crescenti interessi economici.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/07/israelegermania-un-rapporto-in-profondo-cambiamento.html#more
Molti psicologi sono furiosi perché su Wikipedia ci sono le dieci tavole originali del test di Rorschach con le risposte più comuni. Così si falsano le risposte, dicono.
New York Times
http://giornalismoparma.typepad.com/
La filiale britannica della multinazionale Coca-Cola ha dovuto ritirare una campagna pubblicitaria del marchio Schweppes perché considerata offensiva dell’immagine del Messico e dei messicani.
La campagna ritrae un personaggio soddisfatto per essere riuscito a restare da solo in uno scompartimento di metropolitana mostrando stereotipi messicani quali sarebbero il sombrero e un pacchetto di fazzoletti di carta simbolo dell’influenza H1N1. In pratica, secondo Coca-Cola, i messicani sarebbero degli untori e degli indesiderabili già che tutti gli altri passeggeri preferiscono star loro lontani.
Non è la prima volta che i pubblicitari di una multinazionale mostrano scarso rispetto per il Messico. Lo scorso aprile anche Burger King aveva dovuto ritirare una campagna apertamente razzista e antimessicana. Colpisce inoltre che la Coca-Cola mostri disprezzo per il Messico, il suo secondo mercato di consumo al mondo dopo gli Stati Uniti.
La pena del contrappasso è che nel frattempo proprio la Gran Bretagna (oltre agli Stati Uniti) è divenuto uno dei paesi più a rischio al mondo per quanto riguarda il virus dell’influenza H1N1. Ma stranamente non risultano campagne pubblicitarie antibritanniche che mostrino cittadini inglesi, magari con ombrello e bombetta, come untori e indesiderabili.http://www.gennarocarotenuto.it/9704-coca-cola-dopo-burger-king-marketing-antimessicano/#more-9704
Bulgaria: semplice cambio di fronte o svolta politica?
Lo scorso 5 luglio si sono tenute in Bulgaria le elezioni per il rinnovo del Parlamento

Le consultazioni hanno segnato una vittoria schiacciante del Gerb (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria), partito conservatore del sindaco di Sofia Boyko Borissov. Dalle urne escono invece sconfitte le forze della coalizione governante uscente. Si tratta del Partito Socialista (Bsp), insieme con il partito dell’ex re Simeone II (Ndsv) e con il Partito Liberale della Minoranza Turca (Dps). Il sistema politico ha subito un forte scossone. Si afferma al potere una compagine giovane, costituitasi alla fine del 2006, non rappresentata finora al Parlamento e che ha fatto della lotta alla corruzione e alla criminalità i punti forti del proprio programma. Insieme ad un incoraggiante tasso di affluenza alle urne, è evidente la richiesta di cambiamento da parte degli elettori. Il popolo bulgaro ha espresso la chiara volontà di superare l’attuale crisi economico-finanziaria e di riscattarsi agli occhi dell’Europa. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=36377
Turchia e questione turca : cosa intende Ankara per soluzione ?
di Shorsh Surme*
Mentre il governo di Ankara dichiara di risolvere la questione di 17 milioni di Curdi che vivono nel Kurdistan della Turchia, continua a condannare i dirigenti politici curdi che cercano di portare avanti dialogo per la pace tra i due popoli Turchi e Curdi.
L'ex parlamentare curda Leyla Zana per la terza volta è stata condannata a 15 mesi di prigione per propaganda - secondo i generali turchi - a favore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). La sentenza è stata pronunciata il 29 luglio dall'Alta corte penale di Diyarbakir, che ha giudicato l'attivista curda responsabile di sostegno al Pkk per un discorso pronunciato lo scorso anno presso l'Università di Londra.
Layla, che viene considerata un donna il simbolo del popolo curdo, è stata costretta a passare 10 anni dietro le sbarre - gli anni migliori di una donna che è anche moglie e madre - con l'accusa di essere una sovversiva. Infatti, nel lontano 1991, nel giorno in cui giurò fedeltà alla Costituzione nella sala della Grande assemblea turca, pronunciò in turco queste parole: "Giuro sul mio onore e sulla mia dignità davanti al grande popolo turco di proteggere l'integrità e l'indipendenza dello Stato", e concluse dicendo: "Lo giuro per la fratellanza tra Turchi e Curdi". Pronunciò però queste ultime parole in Curdo, lingua proibita nelle scuole e nelle istituzioni dello stato turco.
Proprio ieri l'altro, il ministro degli Interni Turco Besir Atalay, durante una conferenza stampa, ha detto che "la Turchia è pronta e determinata a trovare una soluzione al problema curdo", sottolineando che lo farà da sola. "Dalla visita del premier Erdogan a Diyarbakir nel 2005 siamo intenzionati a risolvere questo problema. Sappiamo quanto ci è costato fino a questo momento e che lo dobbiamo risolvere usando pazienza, coraggio e decisione".
La domanda nasce spontanea: quale sarà la soluzione turca? Sarà quella di rinunciare alla costruzione della diga Ataturk che cancellerà 600 villaggi curdi?
*giornalista curdo-iracheno http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/acom/07lug3/3100shorshturk.htm
I turchi vorrebbero entrare nei colloqui in corso al Cairo per la riconciliazione interpalestinese. La richiesta è stata fatta all'Egitto.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Yglesias distrugge l'editoriale di David Brooks sulla sterilizzazione umana. A compendio la canzone più politica dei Nirvana, Breed, scritta contro la politica anti aborto delle Amministrazioni repubblicane degli anni '80
luglio 30 2009
Ricapitolando: per fare un favore a Berlusconi - che considera Sky il suo vero concorrente - la Rai rinuncia ai 50 milioni l’anno che Murdoch gli dava per trasmettere nel suo pacchetto i canali di Raisat.
La Rai a fine anno perderà 120 milioni, con questa bella mossa diventeranno 170.
D’altro canto, pagare l’auto blu a grandissimi professionisti come Augusto Minzolini, Mauro Mazza o Giuliana Del Bufalo (quella che diceva a Berlusconi “Lei qui è il padrone di casa”) è giusto che abbia un costo per i contribuenti, per carità.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Scuole, ospedali e strade ecco il paese di sabbia
Natalia Lombardo
L' Unità
Un paese di cartapesta. Scuole e ospedali, ponti e gallerie, edifici pubblici e privati costruiti con «cemento taroccato», depotenziato con la sabbia e allungato con acqua. Quello dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg di un «gigante dai piedi d’argilla» che arricchisce la cosche mafiose. È quanto rivela un dossier stilato da Legambiente sulle costruzioni dal «cemento fasullo», intitolato: «Le mani della criminalità dietro appalti e imprese del calcestruzzo».
Ne emerge una mappa sconcertante, nella quale edifici pubblici rischiano di sbriciolarsi come castelli di sabbia, come è successo con il terremoto in Abruzzo: scuole calabresi, il commissariato di Polizia di Castelvetrano nel trapanese, interi padiglioni di ospedali siciliani, gallerie e autostrade dal Molise al Veneto. Una scia di sabbia che dal Sud sale al Nord con le betoniere di società gestite direttamente dai clan, oppure da ditte che, risparmiando milioni sul cemento, pagano un «pizzo» alle mafie. Cemento taroccato violando la norma Uni En 206-1 sull’equilibrio dell’impasto, quando non vengono usati rifiuti tossici, come a Crotone. Un sistema mafioso scoperto dalle Procure spesso grazie alle intercettazioni telefoniche. Un rete sull’uso di soldi pubblici che «ingrassano un sistema mafioso-clientelare che ha i suoi addentellati fin dentro le istituzioni», come denunciò Giovanni Falcone.
Il primato della Sicilia
Il commissariato di Polizia di Castelvetrano, che pure sorge su un bene confiscato alla mafia, la sede dela Calcestruzzi Mzara Spa era già stata accertata come quartier generale di Cosa Nostra, tant’è che oggi, finalmente, il 90 per cento della produzione di calcestruzzo è in mano dello Stato, sottratta ai boss. A rischio anche i palazzi di Messina, ad alto rischio sismico, costruiti con cemento povero nella piena consapevolezza dei costruttori Pellegrino. E così sotto inchiesta sono gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo e altri edifici. Un giro d’affari di almeno 50 milioni l’anno, che ingrassano i boss.
Su 48 edifici pubblici verificati dalla Protezione civile siciliana, 43 non hanno superato i test antisismici, fatti con «cemento molle».
La Calabria
«Metti meno cemento e più sabbia», raccomandava al telefono un boss della mala reggina al compare, per la costruzione della scuola pubblica Euclide a Bova Marina. E l’altro protestava perché troppa sabbia avrebbe inceppato la pompa, non perché l’edificio non avrebbe retto.
Nel bel mezzo della costruzione da parte delle «Condotte Spa», una galleria è crollata sulla statale 106 in provincia di Reggio Calabria: salvi per un pelo gli operai, fuggiti in tempo: era stato usato pessimo calcestruzzo, fornito da due imprese legate alle cosche Morabito-Bruzzaniti-Palamara, come ha rivelato poi l’indagine della Dda.
A Tropea la scuola media in via Coniugi Crigna è in piedi per miracolo, scrive il dossier di Legambiente, fatta più con la sabbia della vicina spiaggia che con cemento. E a Crotone per gli impasti sono stati usati anche rifiuti tossici (come ha scoperto l’inchiesta «Leucopetra» della procura di Reggio Calabria); nell’intera città, per altro, scorie tossiche della lavorazione dello zinco sono state «smaltite» nelle strade, nei parcheggi e nelle scuole.
Il Molise dai piedi d’argilla
È il nome dell’inchiesta sulla costruzione della Variante di Venafro, nove chilometri sulla termoli San Vittore: con prove di laboratorio falsificate sul calcestruzzo sono stati truffati l’Anas (che ha speso due milioni di euro in più per cambiare i piloni) e i cittadini.
Il record Campano
Per il cemento di mafia e l’abusivismo edilizio, spiega il dossier. Nel colloquio tra un imprenditore e suo figlio (ribellatisi alle cosche), commentano che «le betoniere di quella ditta trasportano lota...», monnezza. Sono le betoniere della ditta «Dipendenti Cafa 90 srl». risalente al clan Polverino (sequestrati 17mila ettari di terreno). Con il calcestruzzo «taroccato» sono state costruite case abusive nella zona di Camaldoli, o usato per i grandi parcheggi nella zona del Vomero. E chi ha denunciato la truffa si è beccato due colpi di pistola alle gambe.
Le cosche del cemento fasullo non conoscono confini: alcune inchieste ne stanno svelando l’uso, come nei Lotti 9 e 14 dell’autostrada A31 Valdastico, nel vicentino.
L’ingegnere che andò a ispezionare la scuola media di via Coniugi Crigna a Tropea, sentenziò che l’istituto, costruito con una cattiva mescola di calcestruzzo, dovesse essere abbattuto.
Lo stato di eccezione
Massimo Giannini
la Repubblica
Il miserabile spettacolo del decreto anti-crisi è un misto tra il teatro di Ionesco e l'opera dei pupi. C'è l'assurdo: il governo impone con una mano la conversione di un primo "provvedimento urgente" infarcito di errori ed orrori, con l'altra ne presenta un secondo che riscrive quello appena approvato. C'è la farsa siciliana: il Parlamento svilito nella quinta di un'opera buffa, dove gli eletti del popolo, povere marionette, si scambiano legnate fragorose ma inutili.
Il decreto anti-crisi è discutibile nel merito. L'ennesimo patchwork di ben 25 articoli scombinati e incorenti, l'ennesimo pacchetto di oltre 100 commi di norme palesemente "tossiche" insaccate insieme a norme apparentemente virtuose: come i "titoli salsiccia" che hanno fatto crollare i mercati finanziari mondiali. Da una parte qualche piccola pietra per arginare l'onda d'urto della crisi recessiva: dagli aiuti fiscali per le imprese che ripatrimonializzano alla detassazione degli utili reinvestiti in nuovi macchinari, dal "premio di occupazione" per le aziende che non licenziano all'aumento delle dotazioni infrastrutturali. Ma dall'altra parte una pioggia di interventi che, con la strategia di contrasto alla crisi, non hanno proprio nulla a che vedere: dalla modifica degli automatismi per chi andrà in pensione dopo il 2015 alla tassazione delle riserve auree della Banca d'Italia. In mezzo, un'altra insopportabile legge-bavaglio, stavolta ai danni della Corte dei conti, e una raffica indecente di condoni, dallo scudo fiscale per il rimpatrio dei capitali alla sanatoria per le multe automobilistiche. Sarà anche vero che "il Paese non è in declino", come sostiene Giulio Tremonti: ma se la "exit strategy" dal "declinismo" passa attraverso questa accozzaglia di buone intenzioni e di pessime diversioni non c'è da essere così ottimisti.
Ma il decreto anti-crisi è soprattutto intollerabile nel metodo. Le numerose nefandezze che contiene sono state veicolate con la solita prassi del maxi-emendamento, propinato all'ultimo minuto ad un'assemblea ridotta a muto votificio e imposto all'aula sorda e grigia con il diktat dell'ennesimo voto di fiducia. Il ventitreesimo in poco più di un anno: un record assoluto, per un governo che gode della maggioranza più solida della storia repubblicana. Ma proprio questa attitudine alla sottomissione sistematica del potere legislativo, ad esclusivo beneficio di quello esecutivo, è la cifra politica del berlusconismo come forma tecnica del moderno totalitarismo. Come si può imporre al Senato di approvare un decreto, quando lo stesso presidente del Consiglio avverte che la Camera poi lo modificherà radicalmente? Per fortuna, combinando insensatezze di merito e scorrettezze di metodo, il presidente della Repubblica si è impuntato, e ha spiegato al governo che questa formula non può contare sull'avallo del Quirinale. Ma la toppa, a questo punto, rischia di diventare peggiore del buco. Come si può annunciare adesso "un decreto che corregge il decreto"? Dove finiscono, in questo surreale cortocircuito, il primato del Parlamento e la dialettica tra le istituzioni? Quale torsione costituzionale è mai questa, in uno Stato che ha ancora la pretesa di definirsi "di diritto"?
Più che "Stato di diritto", questo è ormai uno schmittiano "Stato di eccezione". Dove la sospensione dell'ordine giuridico per volontà del sovrano, da misura provvisoria e straordinaria imposta da uno stato di necessità, sta diventando un normale "paradigma di governo". Dettato ora da un'urgenza personale del governante: evitare condanne nei processi, com'è il caso del lodo Alfano. Ora da un'urgenza politica della rissosa maggioranza che lo sostiene: evitare defaillances nel voto parlamentare o rinvii delle vacanze estive, come nel caso del decreto anti-crisi, che a questo punto si trasforma in decreto salva-destra (perché riequilibra le tensioni sempre più destabilizzanti tra Lega e Pdl e tra Pdl del Nord e Pdl del Sud) e in decreto salva-ferie (perché scongiura una proroga agostana dei lavori delle Camere).
In tutti i casi, questo "Stato di eccezione" tende ormai a confondersi o a coincidere con la regola. Quando questo succede, gli equilibri costituzionali si alterano. E la democrazia, fatalmente, ne soffre. Fino a snaturare se stessa.
ECCO PERCHÉ IGNAZIO MARINO MI CONVINCE
Sul manifesto di domenica Valentino Parlato si domandava se valga la pena impegnarsi nella campagna congressuale del Pd «a colpi alla Marino o altro». Io lo sto facendo in Piemonte. Ho comprato una tessera del Pd, partito che ho sempre considerato l'«altra destra», e con un gruppo di «braccianti della politica» cerco di contribuire ad un processo politico che ritengo molto più interessante di quegli «stati generali della sinistra» finiti nella disastrosa esperienza dell'Arcobaleno e poi in quella ancor più stupida dell'essersi presentati divisi alle europee.
Questo nostro impegno è motivato dal desiderio di interpretare i processi politici dalla parte degli ultimi e dalla consapevolezza piena della desolazione sociale e culturale che ci sta intorno. Concordo con Valentino che le cose andranno peggio in autunno. Ci sono infatti stime che parlano di debito pubblico che schizzerà al 130% del Pil in area Ocse, il che quasi certamente significherà inflazione e conseguente «macelleria sociale». È proprio per questo che dobbiamo essere pronti all'azione politica, smettendo di parlare un linguaggio incomprensibile e di seguire «extraparlamentari» inconcludenti nei loro tentativi patetici di riproporsi. Basta! Lo sforzo culturale che la mozione Marino sta cercando di fare è proprio quello di uscire dall'ombelico partitocratico senza più partito, scaricare i vecchi potentati che si affollano sul carro del vincitore annunciato del congresso, e grazie all'utilizzo contro-egemonico di uno statuto perverso, riposizionare in modo serio l'asse politica italiana.
Le posizioni che dovrebbero entusiasmarci sono chiarissime: no al nucleare, l'immigrazione come risorsa, no all'allarmismo securitario, inventare un nuovo modello di sviluppo ecologicamente compatibile, laicità, diritti veri per tutti i diversi, tutela dei beni comuni, ripudio della guerra, impegno per la ricerca e per la scuola, impegno nel welfare e ricostruzione del «pubblico» tramite una vera lotta all'evasione fiscale, questione morale, lotta al conflitto di interessi, ridistribuzione delle risorse a favore dei poveri e dei lavoratori.
Senza questo folle statuto del Pd, creato a suo tempo per assecondare il delirio di onnipotenza simil-berlusconiana di Veltroni, al quale dobbiamo la caduta di Prodi ed il rilancio di Berlusconi, sarebbe impossibile sperare di far vincere questi temi all'interno di un partito «dalla vocazione maggioritaria». Gli apparati infatti ci sono tutti contro e mai Marino potrebbe farcela senza le primarie. Del resto la destra ha capito che il solo pericolo autentico viene da Marino. Il Foglio gioca sporco e presenta come scandalosa una vicenda che fa parte delle normali dinamiche negoziali sui fondi di ricerca in un sistema fondato sulla concorrenza vera fra atenei. Negli Stati Uniti infatti, e Mariella Pandolfi professore a Montreal mi dice essere lo stesso in Canada, si presentano all'Università tutte le spese sostenute per esempio per un viaggio di studio ed è la sua amministrazione a selezionare, spesso a seconda della forza negoziale del professore, quali rimborsare e quali no.
Detto tutto questo, nell'attuale confusione politica mi pare giusto impegnarsi per Marino. http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20090729/pagina/10/pezzo/256121/
Il concetto di hub
Alitalia annuncia l’ampliamento dell’offerta internazionale e intercontinentale con 13 nuove mete, operate insieme con il partner Air France-Klm (azionista al 25%). Ma il passeggero che vada a cercare un volo diretto da uno degli scali italiani per queste destinazioni rimane a bocca asciutta: in tutti i casi dovrà passare da un aeroporto straniero che sia Parigi, Amsterdam e Lione, incluse le destinazioni europee quali Berlino e Lisbona. Pare sia l’applicazione del concetto di hub and spoke (che a molti politici italiani ancora sfugge), dopo le tante chiacchiere sull’italianità e su Malpensa ombelico del mondo fatte nei mesi scorsi dal premier e dai leghisti.
Ricordate? Per Berlusconi Air France avrebbe letteralmente rapito i viaggiatori italiani e soprattutto i turisti stranieri:
«Con un hub realizzato non più a Milano ma gestito da Air France dove pensate che la compagnia francese porterà il grandissimo numero di turisti cinesi se non a Parigi?»
Diceva il premier il 29 marzo dello scorso anno, quando era impegnatissimo, assieme ai sindacati, a far fallire la cessione integrale di Alitalia ad AF-KLM, accollo dei debiti incluso. Oggi abbiamo scoperto che Parigi è un hub intercontinentale, e che quelli dall’Italia sono solo voli di feederaggio. Ma ciò è ormai irrilevante, visto che il dibattito pubblico si è spostato sugli esami di dialetto per gli aspiranti professori in Padania.http://phastidio.net/2009/07/29/il-concetto-di-hub/#more-3677
Alitalia, c.v.d.
Tra gli enormi danni politici che Berlusconi ha arrecato all'Italia, un posto di tutto rispetto è la nota vicenda Alitalia. La compagnia di bandiera, che Prodi era riuscito a vendere ad Air France per una cifra tre volte superiore a quella a cui l'ha venduta Berlusconi, e con tutta una serie di paletti che non sono presenti nel contratto firmato da Berlusconi, ha funzionato come compagnia aerea per alcuni mesi sulle spalle dei contribuenti italiani, che con le loro tasse hanno ripianato i debiti dell'Alitalia, anziché farli ripianare ad Air France.
Un pragmatico molto benestante potrebbe dire: vabbè, comunque alla fine l'Alitalia c'è e collega Roma (non più Milano) al resto del mondo, per cui pago volentieri con le mia tasse i debiti della compagnia.
No, adesso la festa è finita. Ora che la finta cordata di imprenditori amici di Berlusconi sta cedendo il controllo all'unico socio che di compagnie aeree si occupa da sempre - Air France - ecco che dopo aver perso Malpensa, Alitalia si appresta a perdere anche le rotte internazionali dirette da Roma. Si dovrà passare da Parigi o da Amsterdam. Comodissimo, calcolando che per un volo diretto da Toronto occorrono 8 ore di volo, e che uno scalo ovunque fa aumentare a 14 ore l'intero tragitto. Si raddoppieranno inoltre le possibilità di perdere i bagagli, perché naturalmente si cambierà anche aereo, nello scalo straniero.
Grazie sultano! Io tornerò a volare Air Canada o Air Transat, per andare a Roma da Toronto.http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/
Iervolino forse a casa
“Abbiamo conquistato Trento e ora conquisteremo anche Trentuno”, gridava Totò in uno dei suoi non migliori film. Trentuno (consiglieri) è il numero legale del consiglio comunale di Napoli. E’ la conquista mancata nei giorni scorsi dal sindaco Pd Rosa Russo Iervolino al momento di affrontare il bilancio consuntivo. Un ostacolo che rischia di diventare insormontabile e di decretare la fine anticipata della consiliatura. Domani sapremo. Domani c’è una nuova seduta di consiglio con il bilancio all’ordine del giorno, con una maggioranza che pare esistere solo sulla carta e con un primo cittadino costretto a mediare i voti del gruppo misto e di alcuni ribelli del Pd se vuole assicurare un futuro alla propria giunta. L’appuntamento si avvicina in un clima da ultimo appello, arroventato dalle dichiarazioni della Iervolino: “Se salta anche la prossima seduta, se non si approva il consuntivo, mi dimetto e andiamo tutti a casa”. Il 24 luglio, mentre si iniziava a discutere il bilancio, Donna Rosetta ha visto al suo fianco solo 29 consiglieri e c’è voluta la santa pazienza di alcuni assessori, e in particolare dei bassoliniani, per convincerla a non dimettersi all’istante. Dopodiché le cronache riferiscono dell’avvio di una verifica chiesta dalla Iervolino. Colloqui che ''stanno andando bene, speriamo che arrivino in porto'', ha commentato il sindaco ieri. La prima verifica da quando è stata rieletta con il 57% dei consensi nella primavera del 2006. Un modo elegante per definire il mercato che si è aperto tra la Iervolino, i suoi fedelissimi, il commissario provinciale del Pd Enrico Morando da un lato, e tre consiglieri comunali del Pd dall’altro. Si chiamano Giovanni Palladino, Diego Venanzoni ed Emilio Montemarano (il figlio dell' ex assessore regionale alla Sanità), sono i tre ‘assenti ingiustificati’ dell’ultima seduta che da tempo reclamano maggiore visibilità. Traduzione: voce in capitolo nelle nomine all’interno delle società partecipate e il superamento della ‘giunta dei professori’ varata a gennaio, dopo l’esplodere dell’inchiesta Romeo e gli arresti agli assessori “sfrantummati”.
Ed è proprio da qui che bisogna partire per spiegare come si sono formati i nodi sui quali potrebbe impiccarsi il centrosinistra napoletano. Quando la Procura di Napoli fece a pezzi la giunta, la Iervolino si trovò circondata da due fuochi: il segretario provinciale del Pd Luigi Nicolais che chiedeva un radicale rinnovamento e un inequivocabile taglio con il passato (ovvero: via i bassoliniani); e pezzi di maggioranza che invece intravedevano nelle praterie lasciate libere dagli arresti, la possibilità di conquistare un insperato potere.
Il sindaco ne uscì con un miscuglio di innesti di docenti universitari e di conferme di assessori vicini a Bassolino. Un cocktail che scontentò tutti. Scontentò Nicolais, che bollò l’esecutivo come scarsamente innovativo e per protesta si dimise da segretario (con l’antipatica coda delle polemiche sulle registrazioni dei suoi colloqui con la Iervolino) gettando le basi della sua catastrofica sconfitta alle elezioni provinciali. Scontentò pezzi della maggioranza, che non trovarono carne da spolpare. Italia dei Valori ne ha approfittato per prendere le distanze e uscire dalla coalizione. E due consiglieri del Pd, Franco Moxedano e Roberto De Masi, sono passati in altri partiti, rispettivamente Idv e Udc. E fanno opposizione.
Da allora, è un calvario. Non che prima le cose andassero meglio: numero legale saltato 24 volte nelle ultime 92 sedute. Ma ora strappare una maggioranza in aula è una scommessa coi numeri. La Iervolino può contare su 28 voti certi e 3-4 quasi certi su sessantuno. Insomma, è appesa a un filo. Basta una malattia come quella di Salvatore Galiero, assente giustificato per motivi di salute il 24 scorso, sicuramente assente anche domani, per mandare all’aria delibere, progetti, bilanci. Se il filo si spezza, sarà la fine di un’amministrazione agonizzante.
Postilla: ma davvero il sindaco si dimetterà? Il pensiero corre all’inverno del 2005, quando arrivata quasi al termine del primo mandato convocò d’urgenza una conferenza stampa per dichiarare al mondo che non si sarebbe ripresentata, stufa degli eccessi di “fuoco amico”. Ciriaco De Mita già festeggiava per l’opportunità di sostituirla con un suo uomo. La Iervolino ci mise poche settimane a cambiare idea, a ricandidarsi, a rivincere. Ma se ora dovesse dimettersi sul serio, riuscirà a farsi rimpiangere? http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Il cavalier Ernesto e la libertà di stampa
Vanity Fair, 29 luglio 2009
Una delle tecniche più efficaci adottate dagli intellettuali per galleggiare senza mai dare troppa noia al potere è parlare d’altro. Mentre l’informazione italiana precipita tra i Paesi semiliberi, soffocata dal cancro della criminalità organizzata e dallo strapotere di Silvio Berlusconi che governa quasi per intero il flusso delle notizie, su molti giornali divampano polemiche di massima urgenza, tipo quella sulle celebrazioni dell’unità d’Italia.
Uno dei più svelti a comparire senza mai correre troppi rischi è Ernesto Galli della Loggia. Già qualche anno fa, mentre il presente veniva avvelenato dalle leggi ad personam, colmò d’inchiostro il tema antico della “morte della Patria”. E oggi, mentre il Sultano paga donne a tassametro e oscura i telegiornali, scende temerariamente da cavallo a perorare più impegno per il prossimo anniversario dei 150 anni di unità italiana, previsti nel 2011. Lo spalleggia l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, noto per le sue passioni patriottiche, gli omaggi al tricolore, le lacrime quando nell’aere vibra l’inno di Mameli.
Mai una volta che altrettanti turbamenti sfiorino i nostri patrioti quando i lanzichenecchi di Palazzo Chigi votano la perpetua impunità del Cavaliere, compresa quella di molestare minorenni, votare condoni fiscali, ingannare i terremotati. E rifilare bugie su tutta quella vicenda di feste & femmine che sui giornali di tutto il mondo viene rubricata come “Puttanopoli”. La nostra informazione – secondo l’osservatorio indipendente di Freedom House – è precipitata al 44° posto. E tra le sue colpe non risulta quella di censurare Garibaldi.
(Vignetta di Natangelo)
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
A Lagos un’altra Kabul
Scenario afgano in Nigeria: estremismi religiosi e divisioni etniche, ma in una potenza petrolifera.
Non si ferma la spirale di violenza in Nigeria. Anche ieri sono proseguiti gli scontri nel nord del paese, iniziati domenica, tra i “talebani” e l’esercito nigeriano, che sta tentando di schiacciare la rivolta degli integralisti islamici.
Stando a un bilancio provvisorio della polizia locale i morti sarebbero almeno trecento.
«Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni in Nigeria è diverso da quanto abbiamo sperimentato in passato. Gli scontri non oppongono persone di differenti credi religiosi ma gente, che nulla ha a che vedere con la religione, che attacca indiscriminatamente altri cittadini solo perché hanno studiato in scuole occidentali o hanno adottato uno stile di vita occidentale», afferma monsignor John Niyiring, vescovo di Kano.
Il presidente della Nigeria, Umaru Yar’Adua sostiene che in molte aree del paese la situazione sia sotto controllo.
Resta problematica, comunque, nello stato di Borno, dove le autorità nigeriane hanno lanciato una vasta operazione per eliminare ciò che rimane degli islamisti. Il governo ha riferito di avere bombardato, a Maiduguri, capitale di Borno, il quartier generale di Moammed Yssuf, capo dei ribelli, che sarebbe tra l’altro rimasto ucciso.
Di conferme, però, non ce ne sono. Nonostante la sua morte, vera o presunta che sia, gli scontri proseguono comunque.
Gli attacchi sono stati lanciati domenica scorsa da un gruppo il cui nome è Boko haram, che nella lingua locale haussa significa «l’educazione occidentale è un peccato». Tuttavia i ribelli vengono comunemente chiamati “talebani”, ma non sembra che abbiano avuto rapporti di tipo particolare con gli insorti afghani.
Le prime notizie su questo gruppo di ribelli risalgono al 2004, quando alcune centinaia di studenti universitari, tra cui molte donne, lo fondarono. I Boko haram chiedono l’applicazione rigorosa della sharia, la legge coranica, che andrebbe estesa, a loro detta, anche ai non musulmani.
Il movimento, fino a oggi, non ha suscitato particolare preoccupazione. Di certo, però, l’incendio era già scoppiato e attendeva solo il momento giusto per propagarsi. La Nigeria, lo stato più popoloso dell’Africa con i suoi circa 150 milioni di abitanti, è una nazione dalle mille contraddizioni.
Le dodici regioni del nord (in tutto ve ne sono 36), a stragrande maggioranza musulmana e osservanti della sharia (anche se in modo “blando”), è poverissimo, praticamente alla fame. Di contro c’è un sud a maggioranza cristiana che galleggia su immensi giacimenti di petrolio. La Nigeria è una potenza petrolifera mondiale.
Ma la ricchezza non ha ricadute significative sulla popolazione, tanto meno su quella del nord. La povertà, quindi, è diventato, sul versante settentrionale del paese, il terreno di coltura dell’integralismo islamico. I gruppi di ribelli indicano negli occidentali in generale e nei cristiani in particolare i colpevoli della situazione di fame in cui versa la popolazione nei 12 stati del nord. C’è da dire, tuttavia, che i Boko haram non hanno grosso seguito tra la popolazione, che non ha spalleggiato apertamente la ribellione.
Ciò non contribuisce a depotenziare il rischio destabilizzazione.
La polveriera nigeriana, infatti, ha ramificazioni anche al sud, dove imperversa il Mend, Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, che mette a segno, regolarmente, attentati ai pozzi petroliferi e usa l’arma dei rapimenti come strumento di pressione. Le due realtà, a oggi, non hanno stabilito contatti tra di loro, ma è evidente che se arrivasse la saldatura, per la Nigeria sarebbe un coktail fatale.
Missione Onu per gli indigeni colombiani
Marica Di Pierri Associazione A Sud
Dal 23 al 27 luglio, James Anaya, relatore speciale delle Nazioni unite per le questioni indigene, è stato in visita in Colombia, dove 34 popoli sono a rischio di estinzione.
Dal 23 al 27 di luglio, su sollecitazione dell’Autorità di Governo Nazionale Indigeno – ONIC, è stato in visita in Colombia James Anaya, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per le questioni indigene, per una Missione di monitoraggio sulla grave situazione di violazione dei diritti umani che le popolazioni originarie subiscono nel paese andino.. La missione è arrivata a 5 anni di distanza dalla precedente, realizzata nel 2004 dal precedente relatore Rodolfo Stavenhagen, che aveva parlato di 18 etnie a rischio di estinzione.
Oggi secondo la Corte Costituzionale colombiana – e a testimonianza della scarsa ottemperanza alle raccomandazioni derivate da quella missione – le etnie a rischio sarebbero almeno 34.
Uno degli obiettivi della missione, che ha incontrato a Bogotà le delegazioni di numerosi popoli indigeni e si è spostata poi in varie regioni del paese per visitare le comunità più vulnerate, era oroprio quello di verificare l’attuazione delle raccomandazioni emanate nel 2004 da Stavenaughen.
Secondo il Consigliere Maggiore della ONIC, Luis Evelis Andrade, delle raccomandazioni derivate dalla precedente missione “nulla nella pratica è stato fatto. Il governo colombiano ha disatteso in toto le richieste contenute nel documento del 2004, violandole per azioni o omissioni che hanno reso a tutt’oggi ancor più vulnerati i diritti dei popoli indigeni che soffrono un numero crescente di violazioni e subiscono continui tentativi di sfollamento e di sfruttamento dei propri territori ancestrali”,
Una delle raccomandazioni emesse dal relatore Stavenaughen nel 2004 riguardava il mancato rispetto dei meccanismi di consenso preventivo ed informato previste da diverse convenzioni internazionali sottoscritte dalla Colombia, come la Convenzione 169 dell’ILO.
“Anche su questo punto – secondo Andrade – le misure di garanzia richieste in favore dei popoli nativi sono rimaste lettera morta. Anzi, in 5 anni sono aumentati i casi di sfollamento, e di uccisione selettiva di leader sociali per mano dei gruppi armati”.
Negli ultimi mesi la Corte Costituzionale ha emanato varie misure giuridiche a tutela dei popoli originari; una di essa riguarda specificamente i 34 popoli a rischio di estinzione e per i quali si chiedono Piani di Protezione specifici, mentre per tutti i popoli indigeni si raccomanda la formulazione di un Programma di Garanzia. Secondo la ONIC ciò dimostrerebbe chiaramente che la situazione dei popoli indigeni invece che migliorare sia peggiorata..
Nell’ultimo anno molti accadimenti hanno concorso a dimostare l’altro grado di vulnerabilità e lo stato di continua violazione dei diritti umani in cui vivono i popoli indigeni colombiani: la repressione delle mobilitazioni nel Cauca lo scorso ottobre, l’uccisione del marito della dirigente indigena del CRIC Aida Quilque, le uccisioni di 17 indigeni Awà a febbraio, le continue intimidazioni e minacce, l’aumento di sfollamenti e sparizioni.
Alcune organizzazioni internazionali – tra cui A Sud, hanno accompagnato in qualità di osservatori la missione della Nazioni Unite. Dopo Bogotà – che ha ospitato per due giorni delegazioni di popoli provenienti da tutto il paese, dalla zona caraibica come dalle Ande, dal pacifico e dalla selva – la missione si è spostata in Narino, dove il relatore ha incontrato il popolo Awa, dopodichè si è recata nella regione del Cauca, dove il movimento indigeno è nato, focolaio della Minga nazionale di resistenza che ha percorso la Colombia a partire dall’ottobre 2008.
Al termine del viaggio si è tenuta a Bogotà la conferenza stampa finale che ha diffuso i risultati della missione: secondo il relatore è possibile parlare di “un drammatico aumento dei crimini contro le popolazioni originarie, come omicidi, sfollamenti, mancato rispetto dei diritti alla terra, alla salute e all’educazione”. Secondo Anaya, la situazione è “grave e preoccupante, e occorre al più tardi entro la fine del 2009 mettere in atto precise misure di garanzia per migliorare la situazione che vivono 1,2 milioni di indigeni”. “Solo nell’anno in corso – ha affermato nel pomeriggio di ieri a Bogotà, davanti alla stampa riunita – sono stati assassinati in Colombia 59 indigeni”.
La ONIC, da parte sua, in concerto con le organizzazioni internazionali presenti al suo fianco, ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinchè tenga d’occhio nei prossimi mesi il compimento delle azioni auspicate dal relatore (che saranno meglio specificate quando la relazione completa sulla missione sarà pubblicata) e ha dichiarato che “è senz’altro importante tenere alta la soglia di attenzione attorno alle violazioni dei diritti commesse a danno dei popoli indigeni”, ma auspicando che questa missione non si risolva – come le precedenti – in una passerella istituzionale che culmina in raccomandazioni non vincolanti e alle quali il governo colombiano non ha alcuna intenzione di adempiere.
Quello che ci si augura è, al contrario, che qualcosa di concreto venga fatto per tutelare la sopravvivenza dei 102 popoli indigeni colombiani, che rappresentano una ricchezza inestimabile per l’umanità tutta, in termini culturali, politici, linguistici, biologici ed etnici.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/18181
Un'intervista molto interessante a Ryan Lizza, il corrispondente da Washington del New Yorker, sui primi mesi dell'Amministrazione Obama. Sempre sul settimanale della Grande Mela si trova uno strepitoso pezzo di Hendrik Hertzberger sul (mal)funzionamento della democrazia rappresentantiva statunitense. Imprescindibile, come al solito. http://andreamollica.blogspot.com/
luglio 29 2009
Ieri sera, mentre rientravo a casa col mio scooter, ascoltavo con le cuffie Radio Radicale, c'era il discorso di presentazione di Ignazio Marino.
L'ho ascoltato, con l'attenzione che è possibile dare mentre si guida, cioè un po' superficialmente.
Ma quando ha parlato così dell'immigrazione:
" Se si nega il diritto alla salute allo straniero, lo si nega anche al
cittadino italiano che viene esposto a eventuali malattie infettive di
cui quello straniero può essere portatore.
Quando si nega o si scoraggia il diritto all’istruzione obbligatoria, in
nome dell’irregolarità dei genitori, si costringe un bambino
all’ignoranza, impedendo così all’istruzione di essere un naturale
presupposto per l’integrazione.
Quando si cancella dall’anagrafe lo straniero privo di un contratto di
affitto si compromette il controllo della sua presenza sul territorio".
Quando ha parlato così dei diritti civili:
" Uno Stato laico deve sempre proteggere i diritti civili con norme rispettose
degli orientamenti e della libertà di ciascuno. Non “diritti speciali”, ma
diritti uguali per tutti, siano essi gli ammalati, le donne, i bambini, le
coppie di fatto, gli omosessuali, o chiunque altro, tutti"!
Quando ha parlato così delle coppie di fatto:
" Non posso immaginare che tra due persone che hanno condiviso tutto
nella vita possa accadere che se uno si ammala, l’altro rimanga fuori
dalla porta della rianimazione perché non sono legate dal matrimonio.
Si reprima l’omofobia alla pari di ogni altra forma di razzismo".
Dopo averlo ascoltato, stavo accostando lo scooter per fare un applauso. http://alixias.blogspot.com/2009/07/ascoltando-ignazio-marino.html

Ci avevano provato anche con Romano Prodi. Ed inventarono lo scandalo Telecom-Serbia. Adesso tocca ad Ignazio Marino. Per iniziativa de "il Foglio" diretto da Giuliano Ferrara. Ma chi c'è dietro di lui? Chi gli passa il materiale da pubblicare?
La risposta politica è riassunta da Antonella Rampino sulla "Stampa" di stamani: "Marino ha il difetto essenziale di non essere né antiabortista né un ateo devoto".
La risposta "pratica" è semplice. Come sempre, siamo davanti ad un caso pseudo-giudiziario che mira a distruggere una reputazione (non tutelata da nessun "lodo Alfano"). Ovvero ad annientare un uomo politico che dev'essere considerato molto importante, se è fatto oggetto di simili aggressioni giornalistiche. Lui ha chiarito tutto, ma gli avversari insistono anche girando a vuoto. Per lanciare gli schizzi di fango, non si può far altro che così.
Lo scenario è quello consueto che si è visto tante volte e da tanto, troppo tempo in Italia. Ladri puttane e spie salgono sul palcoscenico e recitano il loro copione di autore "ignoto". Ferrara non c'entra, è il vecchio puritano comunista che vive in lui, a risvegliarsi ogni tanto.
Ladri di documenti che cercano non gloria personale, ma infamia per altri. Puttane che si vedono magari proposte per un seggio al parlamento europeo. E spie che grazie ai primi ed in compagnia delle seconde giocano bellamente il loro ruolo per guastare lo scenario politico italiano.
Debbono aver davvero paura di Ignazio Marino, se si agitano tanto. Senza pudore.http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/2009/07/chi-odia-ignazio-marino.html
Consulta per cena
Claudia Fusani
L' Unità
Con la norma sulle plusvalenze dell’oro l’Istituto Centrale avrebbe dovuto versare un miliardo di euro all’erario. Ma due pareri del governatore Trichet fermano l’iniziativa.
Ci sono voluti ben due interventi di Francoforte per bloccare l’invasività del governo italiano sulla Banca d’Italia. Due pareri di Jean-Claude Trichet nel giro di pochi giorni. Evidentemente Giulio Tremonti non voleva rinunciare a quella norma sulle plusvalenze dell’oro che avrebbe costretto Via Nazionale a pagare circa un miliardo di euro all’erario. Con le sue 2.452 tonnellate di oro detenute tra le riserve con un valore di bilancio nel 2008 di 49 miliardi di euro, la banca d’Italia sarebbe stata la più colpita dalla nuova aliquota al 6% sul valore maturato (non incassato) del metallo prezioso. Un vero bottino, in tempi di magra. Ma non solo. In questa partita non c’entrano tanto e solo i soldi. Quella disposizione era troppo importante, troppo simbolica per il titolare dell’economia. Se fosse riuscito nel suo intento avrebbe potuto dire alle partite Iva, ai giovani precari, alle piccole imprese: ho forzato i caveau di Via Nazionale. Ho assaltato la torre d’avorio, ho affrontato l’establishment per restituire a voi quello che la crisi vi ha tolto. E ora che la Bce lo ha stoppato, può dire: tutta colpa dei banchieri.
Questa la «filosofia» che guida ogni mossa dell’Economia nei confronti della Banca centrale. Ci prova spesso davanti alle telecamere, o in occasione dei vertici internazionali. Questa volta ha depositato una norma che viola tutti i principi del Trattato dell’Unione. In primo luogo perché qualsiasi norma patrimoniale sulla banca centrale è soggetta al parere di Francoforte. In secondo luogo per i rischi che la norma farebbe sorgere circa l’indipendenza finanziaria della Banca d’Italia, con ripercussioni negative sull’indipendenza nella conduzione della politica monetaria da parte dell’eurosistema, con il possibile aggiramento del divieto del Trattato al finanziamento dello Stato da parte della banca centrale. Da ricordare che tutta la gestione del bilancio della Banca centrale segue criteri stabiliti dal trattato. Dunque, nulla può essere modificato senza un passaggio a Francoforte. Ma Tremonti tollera male limitazioni e vincoli. Soprattutto non sopporta l’autonomia di azione e di giudizio della Banca. Tanto che ogni volta che il governatore Mario Draghi esprime un giudizio sui conti o sulla politica economica, parte la contraerea. Forse quelle partite Iva, quelle piccole imprese, quei precari che il governo pensa di conquistare con gli assalti all’arma bianca, dovrebbero sapere che l’autonomia dalla politica del vigilante delle banche è l’unica garanzia per poter uscire dalla crisi.
Darwinata
Dopo che Bertinotti, naturalmente con l'aiuto di Veltroni , ha premuto il bottone della distruzione del governo Prodi e quindi quello dell'autodistruzione ,non è caduto solo un governo o sparito un ceto politico ,ma si è modificato radicalmente un ambiente.Come dopo la caduta di un meteorite vengono modificate tutte le coordinate dando vita ,per così dire,alla distruzione di molte specie ,rendendo le condizioni per tutti più dure ,aumentando la mortalità e le estinzioni ,così velocemente ,nel 2008, un avvenimento esterno catalizza una serie di reazioni a catena che influiscono questa volta su un ambiente sociale. Le talpe da cineforum o da convegno o da conferenza ,i microrganizzatori di eventi disparati ,i giornalisti free -lance e paragiornalisti ,financo i blogger che fino a quel momento potevano contare su una utenza ,qualche volta anche economica ,sia pur precaria, vedono restringersi la platea e sono assoggettati contro tutta la loro volontà ad una distruzione creativa che ridisegna i contorni del mondo in cui si muovono. Se prima tutti i narcisismi,gli egoismi ,i settarismi,gli arrivismi ,le pigrizie ,le inefficienze ,i ritardi non vengono punite "dall'ambiente esterno" da questo momento in poi ogni errore viene pagato caro ,dall'acquario si passa all'oceano dove i pericoli ,oltre che naturalmente le oppurtunità avvengono ogni secondo ,dove la selezione naturale avvantaggia i più adatti . In politica legioni sembrano aver preso le sembianze dei dinosauri ,da onesti e anonimi funzionari che erano ,destinati all'estinzione ,oggi, mentre ieri, sembravano avere tutta la vita davanti ,ma anche negli altri campi ogni piccolo errore viene pagato caro .Tutti quelli che sembravano avere l'"allure" da gran dama a cui ogni capriccio e ritardo è perdonato vengono fatti accomodari a terra ,gli artistici interessati solo alla loro "espressività" devono interessarsi terra terra delle compatibilità economiche ,solo chi saprà fare rete è destinato a riprodursi ed a sopravvivere ,la carovana non aspetta i ritardatari , ognuno dovrà lottare aspramente per assicurarsi quel pizzico di attenzione ,che ,ieri calamitata facilmente e naturalmente , oggi e domani gli permetterà di sopravvivere .La condanna del proverbio cinese di vivere tempi interessanti ,si è pienamente realizzati ,questi sono tempi maledetamente interessanti. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/07/29/darwinata.html
CONTROLUCE
Roma,
Australia in crisi, bisogna eliminare o espellere i dromedari: fanno casino.
A Camberra pensano di chiedere una consulenza a Rosy Bindi.
La quale, intanto, si allena su Rutelli!!
Nicola tuzzabanchi
http://www.romadomani.it/
Il mistero delle tombe (a Villa Certosa)
E’ probabile che il mistero delle “trenta bellissime tombe fenicie” presenti a Villa Certosa abbia una spiegazione semplicissima; non è altro che una delle tante, creative balle che Silvio Berlusconi ama raccontare a chi gli capita a tiro; si tratti di tutti gli italiani in blocco o delle gentili visitatrici che accorrono a frotte nelle sue residenze private. Accattivante come sempre, l’uomo che ha convinto la maggioranza degli italiani di essere sceso in politica per amor loro, nella versione guida turistica appare più irresistibile che mai. Stando a quanto egli stesso illustra a Patrizia D’Addario, nemmeno a Mirabilandia sono concentrate tante attrazioni in una volta, dalla gelateria del presidente che fa anche i sorbetti alla balena fossilizzata; dai meteoriti al lago coi cigni convertibili; dal labirinto dove ogni grotta è una scultura alla famosa necropoli. E pazienza se la signora D’Addario, da scaltrita intellettuale qual è, mostra interesse solo per la gelateria. E pazienza se i soliti pignoli spaccano il capello in quattro sostenendo che, qualora la necropoli fosse davvero fenicia, si tratterebbe di una scoperta clamorosa. Probabilmente, fa intendere l’avvocato Ghedini, Berlusconi ha detto “fenicie” per far colpo sulla sua ospite intellettual-chic, ma in realtà sapeva benissimo che non era così. Ciò non toglie che la comunità scientifica internazionale si interroghi sulla vera natura di quelle “trenta bellissime tombe”; e che, in attesa che l’avvocato Ghedini organizzi una visita guidata in loco, formuli le più diverse ipotesi. Ecco alcune tra quelle che abbiamo raccolto in via confidenziale.
Le trenta bellissime tombe non sarebbero fenicie, ma nemmeno sarebbero tombe; si tratterebbe dei boudoir utilizzati da Giampi Tarantini per alloggiare trenta amiche sue di passaggio a Villa Certosa. I costumi e i monili di ispirazione fenicia sarebbero da riferire alla “Notte Punica”, il tema della festa in costume in programma quella sera.
Le trenta bellissime tombe fenicie sarebbero copie moderne tanto fedeli quanto fasulle. Le avrebbe commissionate Berlusconi stesso per il numero del “Segno del Fenicio”, uno dei tanti scherzi che il premier-buontempone si diverte a giocare ai suoi ospiti (come la celebre gag del vulcano finto). Berlusconi ha appena finito di raccontare la leggenda dei trenta fantasmi fenici che si aggirerebbero nella Villa che all’improvviso si spalancano le tombe, sulle note di una nenia appositamente composta da Mariano Apicella.
Le trenta tombe sarebbero in realtà di epoca imperiale romana, per la precisione riferibili al basso impero. Si tratterebbe di sepolcri clandestini scavati per ospitare altrettanti tribuni che si erano candidati alla guida del Partitus Democraticus, una velleitaria formazione politica del v° secolo che si proponeva di rovesciare l’imperatore ma non ne ebbe mai il tempo perché sempre impegnata a rovesciare i propri capi.
Le trenta tombe fenicie sarebbero in realtà trenta tavernette abusive costruite negli ultimi cinque anni in altrettanti palazzi di Milano Due, trasportate e rimontate segretamente a Villa Certosa, ma solo in via temporanea, in attesa cioè del più vicino condono edilizio. Si distinguerebbero dalle tombe fenicie per l’arredo, leggermente meno sobrio.
Queste le ipotesi che abbiamo raccolto in via confidenziale dalla comunità scientifica, ma gli archeologi raccomandano di seguire con attenzione i prossimi sviluppi. Nessuna di questa ipotesi è certa al cento per cento e non si può affatto escludere che ce ne saranno altre. http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Iran, resa dei conti tra i conservatori
A Teheran un susseguirsi di vendette e di colpi bassi sta sbriciolando il regime di Khamenei.
Aveva ricevuto l’imprimatur della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, e sembrava destinato a un inizio di secondo mandato presidenziale privo di troppi ostacoli istituzionali.
Ma una serie di nomine governative maldestre da parte di Mahmoud Ahmadinejad ha scatenato un imprevisto parapiglia all’interno dell’ala conservatrice del regime islamico, detentore ormai di un controllo quasi monopolistico dei vari rami del sistema politico di Teheran.
La miccia è stata la nomina del consuocero del presidente ri-eletto, Esfandiar Rahim Mashai, alla carica di primo vicepresidente, unica poltrona, oltre a quella di presidente, esentato dalla fiducia individuale che il parlamento è tenuto a dare, secondo la costituzione, a ogni esponente dell’esecutivo all’atto del suo insediamento, previsto il 5 agosto. La maggioranza conservatrice della camera di Teheran non ha però gradito la nomina di Mashai, finito nell’occhio del ciclone un paio di volte durante il suo mandato di capo dell’ente turistico nazionale durante il primo governo Ahmadinejad per avere espresso un’attestazione di stima nei confronti del popolo israeliano. L’ira dei deputati fu placata solo dall’intervento diretto di Khamenei, che dovette ricorrere a una lettera dai toni severi per suggerire ad Ahmadinejad l’unica via d’uscita: l’esautorazione di Mashai. Per motivi ancora ignori, il presidente ha però tardato di ben sei giorni l’attuazione del decreto di Khamenei, causando l’ira pubblica di un paio di ministri di rango, come il capo degli apparati dell’intelligence, Mohseni Ejei, e il responsabile della Cultura, Saffar Harandi, uomo di fiducia di Hassan Shariatmadari, direttore del quotidiano Kayhan nonché portavoce ufficioso di Khamenei. Ben 210 deputati sul totale di 290 hanno, comunque, firmato una petizione ieri in cui esprimono la loro solidarietà a Ejei, scontrandosi nuovamente in maniera frontale con Ahmadinejad. Il sito di notizie Ansar, organo dell’omonima organizzazione oltranzista, si è spinto sino al punto di mettere in guardia il presidente contro «una possibile imminente defenestrazione».
Secondo diversi deputati citati dalla televisione di stato, ben cinque ministri della squadra che Ahmadinejad potrebbero venir bocciati dal parlamento.
Tutto ciò non è di buon auspicio per Khamenei, ora chiamato a rimetter ordine in uno schieramento conservatore assai frammentato.
Nel frattempo la Guida suprema ha dovuto finalmente occuparsi in prima persona pure della sorte delle persone detenute in seguito al voto del 12 giugno.
Costretto ad agire dalla morte in carcere di Mohsen Ruholamini, venticinquenne figlio di un scienziato di alto livello vicino a importanti esponenti fondamentalisti, Khamenei ha ordinato la chiusura del centro di detenzione di Kahrizak, a causa della mancanza di «un adeguato rispetto per i diritti dei prigionieri». E lo stesso Ahmadinejad hadovuto chiedere al capo del potere di liberare rapidamente i manifestanti arrestati.
«Dato che è passato un tempo considerevole dal loro arresto, ci aspettiamo che la situazione di tutti gli accusati sia esaminata rapidamente», ha scritto al capo del potere giudiziario Mahmoud Hashemi-Shahroudi, chiedendo di «dar prova del massimo della compassione nel nome dell’islam verso i concittadini che si sono ritrovati in modo incosciente su questa strada (...) e di liberarli per rendere le loro famiglie felici in occasione dell’anniversario della nascita dell’Imam Mahdi», festività che cade il 7 agosto. Intanto, in seguito alla visita di una delegazione parlamentare al famigerato carcere di Evin, 140 cittadini comuni tratti d’arresto negli scontri sono stati rilasciati ieri. Ed è stata anche liberataShadi Sadr, nota femminista e avvocato contro la pena di morte arrestata mentre si recava alla preghiera del Venerdì di Rafsanjani. http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/112164/iran_resa_dei_conti_tra_i_conservatori
Siavush Randjbar Daemi
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A UN MESE DAL GOLPE IN HONDURAS
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Gennaro Carotenuto
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Esattamente un mese fa, il presidente legittimo della Repubblica dell’Honduras, Manuel “Mel” Zelaya, veniva sequestrato da un commando golpista dando inizio così all’ultimo colpo di Stato nel XXI secolo. Di eversori in America latina continuano ad essercene moltissimi ma, soprattutto dopo la sconfitta del golpe in Venezuela dell’11 aprile 2002 si pensava che la forma golpe, i governi civico-militari, i cadaveri degli oppositori sul ciglio della strada, gli appoggi o i silenzio-assenso da parte dei grandi burattinai fossero cosa del passato.
Mel Zelaya nel corso di questo mese è diventato una sorta di simbolo. Questo non perché rappresenti un politico nel quale meriti necessariamente riconoscersi, ma per l’istituzione democratica che incarna rispetto all’istinto autocratico delle forze golpiste, intorno alle quali sta pascolando la peggior feccia della storia latinoamericana, sicari come Joya Améndola, neonazisti come Peña Esclusa, terroristi internazionali come Otto Reich. Alla testa di questi si è installato Roberto Micheletti, un famelico personaggino subito adottato da parecchi media italiani, pronti a passar sopra al golpe e a fare l’ennesima ignobile figura facendo il tifo per il dittatore (presunto) tifoso dell’Atalanta.
Ma la parte interessante e che riempie di speranza per quanto sta avvenendo in Honduras, non risiede nel quadro politico istituzionale ma nel protagonismo dei movimenti sociali, indigeni, contadini. Questi, in un paese dove ci si è spesso ritrovati con una pallottola nel cervello al minimo segno di ribellione, stanno dimostrando di non essere più disposti a piegare la testa. La resistenza al golpe è forse catalizzata e animata dal quadro internazionale ma vive di luce propria, di forza propria, di progetti propri dove i vinti della storia hanno deciso di dire basta non in maniera estemporanea, spontanea, ma sulla base di prassi e culture politiche consolidate.
La fotografia del popolo honduregno in lotta è l’essenza di un decennio di storia latinoamericana che poggia le sue radici in anni e anni di lavoro sotterraneo durante la notte neoliberale. Sia il Copinh, il “Consiglio delle Organizzazioni popolari e Indigene” che “Vía Campesina”, per citare solo due delle organizzazioni maggiori, hanno 16 di vita, essendo nate nel 1993, l’anno prima, per dare un riferimento noto ai più, della rivolta zapatista in Chiapas e già allora affondavano le radici su forze e movimenti profondi.
In questo senso riportare al governo Mel Zelaya rappresenterebbe una vittoria fondamentale ma parziale di questo movimento, laddove il trionfo vero sarebbe tirar fuori finalmente dai nascondigli le urne con i voti del referendum della quarta urna, quello per l’elezione dell’Assemblea Costituente, che scriva una carta democratica e partecipativa che seppellisca finalmente quella attuale, scritta al tempo della guerra sporca dal dittatore Policarpo Paz e per continuare a imporre la quale gli oligarchi honduregni hanno scatenato il golpe.
A un mese dal colpo di Stato chi dall’interno ha continuato a sfidare la dittatura deve tristemente ammettere che il quadro internazionale non è più così compatto come i primi giorni nel condannare il golpe. All’inizio nessuno al mondo voleva concedere spazio al governo di fatto, OSA, Nazioni Unite, Mercosur e tutti i governi del Continente, Stati Uniti compresi, sembravano formare un fronte compatto.
Oggi il governo di Barack Obama continua a condannarlo a parole ma poi non prende misure economiche che possano strangolarlo. I governi integrazionisti latinoamericani, pur desiderandolo, non hanno la possibilità di fare altrettanto: l’economia honduregna è ancora perfettamente coloniale, periferia vincolata al centro statunitense. Così da giorni cascano i pezzi, i colombiani fanno la fronda, e del resto se c’è una differenza tra Álvaro Uribe e Roberto Micheletti è che quest’ultimo ha molti meno morti sulla coscienza.
Il grande mediatore, il costaricense Oscar Árias, investito del ruolo da Hillary Clinton intanto ha mal interpretato, o ben interpretato a seconda dei punti di vista. Doveva trattare la resa dei golpisti e invece ha offerto loro una parziale legittimità internazionale che è stata una decisiva boccata d’ossigeno. L’unica maniera di far retrocedere il golpe è quella di far vincere politicamente le istanze dei golpisti? Mettere nero su bianco che mai in Honduras ci sarà un’Assemblea costituente? Ma Árias ha fatto di peggio. Bacchettando l’iniziativa di Zelaya di rientrare simbolicamente nel paese, criticandolo in maniera inammissibile per la decisione sovrana dell’Honduras di entrare nell’ALBA, si è perfino tolto i panni di una neutralità già in sé non richiesta per parteggiare con i golpisti. Zelaya a questo punto, stando ad Árias, per rientrare dovrebbe cospargersi il capo di cenere e trasformarsi in una sorta di burattino nelle mani di Micheletti e del generale Romeo Vázquez.
A un mese dal golpe la situazione resta o si fa più difficile. Ma le delusioni internazionali, le incertezze e le lotte sotterranee nell’Amministrazione Obama, il quadro politico-istituzionale centro-americano che resta triste, anche in figure che rappresentano una storia gloriosa come Daniel Ortega in Nicaragua, non devono farci dimenticare il senso della storia, le forze profonde dei movimenti popolari, indigeni e contadini che continuano a resistere al golpe e che non abbiamo il diritto di dimenticare.
www.gennarocarotenuto.it
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Un articolo su Al Shorouq, il nuovo quotidiano privato egiziano, parla di un accordo segreto tra il regime egiziano e i Fratelli Musulmani, dopo l'ondata di arresti che ha coinvolto alcuni dei leader più noti dell'Ikhwan. Liberazione di alcuni dei leader, e in cambio l'abbandono dell'attività politica da parte della Fratellanza.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Survey Usa ha realizzato 13 indagini sull'approvazione del presidente in Alabama, California, Oregon, Iowa, Kentucky, Kansas, Minnesota, Missouri, New Mexico, New York, Virginia, Washington e Wisconsin. I valori più bassi si riscontrano in Kentucky e Kansas, mentre il consenso maggiore arriva da California e New York. Male l'Upper Midwest, con Minnesota e Wisconsin che appoggiano l'operato del presidente con una maggioranza risicata, 51 e 50 rispettivamente. Tiepido il consenso di Oregon e Washington, mentre stupisce la relativa forza in Missouri, un solido 55% per un Stato perso a novembre 2008. Il risultato peggiore arriva dalla Virginia, dove Obama ottiene solo il 44% di approvazione, contro il 42 dell'ultra conservatore Alabama. Stupisce il basso consenso di Obama tra gli afro-americani, solo il 70% mentre nelle indagini degli altri istituti si trova abitualmente al 90%. In Virginia Obama ottiene solo il 48% nella zona settentrionale, sottocampionata, mentre a novembre aveva ottenuto quasi i 2/3 dei voti. Inoltre il sondaggio di SurveyUsa sovracampiona la zona della Shenandoah Valley, l'area più conservatrice dello Stato, che a novembre rappresentava il 17% del campione e ora ben il 26%. Questo apparente errore potrebbe spiegare il flop tra gli indipendenti, e la relativa sottorappresentazione dell'elettorato democratico. http://andreamollica.blogspot.com/
luglio 28 2009
Ma nonostante le nuove registrazioni pubblicate dall'Espresso, il vero scandalo nazionale resta questo, e va in onda ogni giorno a reti unificate.http://beffatotale.blogspot.com/
La democrazia malata
di Cesare Mori,
Non deve sorprendere se la tessitura della trama politica, trasversale agli attuali schieramenti parlamentari, per il ritorno al sistema proporzionale abbia preso nuova energia. Al punto tale che, secondo i tessitori, la fuoriuscita della politica italiana dall’era berlusconiana, quando questo avverrà, potrà quasi con naturalezza riposizionarsi nel sistema politico proporzionale. In quanto idoneo alla continuità di un ceto politico logorato nel rapporto di fiducia degli elettori, ma dal saldo controllo degli apparati selezionati tramite cooptazione, in involucri partitici che possono cambiare nome ma restano immutati negli scopi: mantenere al comando sé stessi. La legge elettorale “porcata”, quella del Parlamento dei nominati tramite le liste di candidati bloccate prima, e ora il declino della democrazia diretta, dato che il referendum è stato reso inutilizzabile dai partiti a causa dell’incidenza del quorum costituzionalmente previsto, sono la chiave di volta per chi è oggetto di crescente impopolarità ampiamente dimostrata nei livelli di astensione dal voto e nel voto mai raggiunti e resiste alla domanda di rinnovamento della rappresentanza politica.
Il mancato raggiungimento del quorum nel referendum elettorale, ha impedito il consolidamento del bipolarismo maggioritario tendenzialmente bipartitico. La legge elettorale modificata dal referendum avrebbe sottratto il potere ai partiti di ritornare al proporzionale, contemplato dalla legge “porcata”. Rendendo impossibile il ritorno a coalizioni, simili a quelle viste all’opera nella legislatura 2006 – 2008. In sostanza il mancato quorum, ha impedito ai cittadini di sopprimere le aspirazioni dei nostalgici del parlamentarismo consociativo. Il ritorno al sistema dei governi “fatti e disfatti” in Parlamento. Un sistema nel quale il potere politico del cittadino elettore è confinato nel voto al simbolo del partito prescelto, e al quale l’elettore conferisce la più ampia delega di decisione: già nella formazione della lista dei candidati. Dove la rappresentanza parlamentare eletta con il sistema delle liste bloccate, risponde a chi l’ha inserita nella lista e non agli elettori. Dove alleanze di schieramento e la proposta di governo non sono la diretta conseguenza del voto come nel sistema maggioritario, ma le deciderà il partito, dopo la conta dei voti attribuiti nel mercato della politica.
Il sistema elettorale proporzionale, è un sistema nel quale non importa quanti sono gli elettori a votare (qui il quorum non esiste), poiché la ripartizione dei seggi avviene sulla base della percentuale di voti attribuiti (cento, mille o un milione di voti è indifferente) a ciascuna delle liste concorrenti. In una situazione così fatta, il sistema politico proporzionale è obiettivamente la garanzia di continuità di gruppi dirigenti che controllano le candidature, altrimenti difficilmente eleggibili in un collegio uninominale nel quale vince chi prende un voto in più degli altri concorrenti.
In questa fase della storia repubblicana mutare il sistema politico archiviando il proporzionale, significa sconfiggere la conservazione e fare prevalere il rinnovamento. Chi vuole cambiare la politica italiana non può che ritenere fondamentale proseguire sulla strada di un sistema bipolare incline all’approdo bipartitico. In alternativa a qualunque partito centrista e alla “politica dei due forni” da chiunque praticati. Il principio della responsabilità in alternativa alla pratica dei veti tra alleati di coalizione. L’acqua limpida di un laghetto alpestre in alternativa all’acqua torbida di una laguna stagnante.
Contrariamente a quel che si è portati a pensare (spesso indotti da interessati suggeritori), legge elettorale, riforme istituzionali, liberalizzazione vera dell’informazione sono il cuore della vicenda politica italiana. Attorno a questo nocciolo duro, negli ultimi venti anni si sfasciano alleanze e si fanno cadere governi. I partiti cambiano nome ma le oligarchie che li controllano sono immutate. Fra partiti padronali e congressi scontati, la democrazia dei cittadini non può farsi strada. Sebbene la vigilia avesse lasciato ben sperare, probabilmente i meccanismi del congresso del Pd non porteranno a un congresso che porti a misurare il consenso dei suoi elettori sulla rappresentazione delle vere opzioni politiche e istituzionali del Paese. Se così sarà, la continuità sarà l’alternativa alla involuzione di quel partito . Se non si esce dalla “democrazia malata” la repubblica non potrà riprendere il cammino.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=19132
Corte dei Conti, appello al Quirinale "Le nuove norme sono incostituzionali"
Liana Milella
la Repubblica
ROMA - L´ultima speranza è Napolitano. Alla Corte dei conti, i magistrati non osano farne il nome, ma sono convinti che lui potrebbe fermare norme «palesemente incostituzionali» come quelle infilate, con il lodo Bernardo, nel dl anti-crisi. Nuove regole che freneranno la loro azione e creeranno «un´ingiustificata zona franca» in cui si potrà usare in eccesso o rubare soldi dello Stato. Tutto contro gli articoli 97, 100 e 103 della Carta che assicura «buon andamento e imparzialità dell´amministrazione» e affida alla Corte la funzione di "angelo" controllore.
Ormai è questione di giorni. Oggi il decreto, con il restyling della Corte messo in mano al piediellino Maurizio Bernardo, sarà votato alla Camera per passare al Senato, dove non ci saranno cambiamenti. Sconfitto anche a Montecitorio l´ultimo tentativo di Pd e Idv di costringere il governo almeno a una revisione ex post: tutte e due gli ordini del giorno sono stati respinti. Dice la democratica Donatella Ferranti: «Il governo si è chiuso a riccio, nonostante avesse manifestato per un momento una timida, seppure tardiva, ammissione di colpa, ma poi ha fatto il passo indietro». Sconfitto il dipietrista Massimo Donadi che vede il centrodestra «pronto a spuntare le armi della Corte per sottrarre gli amministratori pubblici al controllo dello Stato».
Nelle mani di Ferranti e Donadi, e di altri capigruppo tra Camera e Senato, arriva l´ultimo documento dell´Associazione dei magistrati contabili, firmato dal presidente Angelo Buscema, dal vice Tommaso Miele, dal segretario Eugenio Francesco Schlitzer. Si sono riuniti di prima mattina e lo hanno scritto di furia. Il testo non lascia dubbi: il governo ha messo la fiducia su norme che «vanno contro la Costituzione». Di cui non si comprende la ratio e di cui sfugge l´urgenza. Proprio qui s´annida la prima incostituzionalità: perché in un decreto economico finiscono norme sulla Corte, che non hanno «alcuna compatibilità» con il tema generale e non rivestono «carattere di necessità e urgenza»? A meno che l´urgenza non stia, come ipotizza la Ferranti, nella necessità di «un parafulmine per il premier contro l´eventuale contestazione di un danno all´immagine dello Stato», a seguito di feste e festini.
Sulle regole dei decreti violate i desiderata vanno verso Napolitano che, giusto il 15 luglio, ha bacchettato il governo per la legge sulla sicurezza e lo ha rampognato per «provvedimenti eterogenei, frutto di concitazione e congestione». Di certo, come il dl anticrisi. Ma non basta. Il lodo Bernardo viola la Carta quando impone di aprire un´inchiesta «a fronte di una specifica e precisa notizia di danno», per cui, come dice la Ferranti - ex pm ed ex segretario generale del Csm - «si bloccheranno molte indagini». Scrivono i magistrati: «Si viola il principio di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione».
Le anomalie continuano. Viola la Carta, che garantisce alle toghe autonomia e indipendenza, prevedere che, «nei fatti», le Sezioni regionali della Corte, il motore delle indagini, siano «espropriate» a favore delle Sezioni riunite. Su mandato del presidente potranno «adottare pronunce di orientamento generale su questioni risolte in modo difforme dalle sezioni regionali». Chiosa l´associazione: «Ciò renderebbe superflua ogni successiva pronuncia delle Sezioni regionali svuotandole di funzioni significative». Se si aggiunge che, con la legge Brunetta, il presidente decide chi deve far parte delle Sezioni riunite il gioco è fatto, l´autonomia va a farsi benedire. Per dirla con Donadi: «Centralizzazione e gerarchizzazione mettono la Corte dei conti sotto il controllo dell´esecutivo».
Calderoli: La democrazia non si esporta.
Anche perché da noi le scorte interne sono ormai risicate.http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
Hackers, ingenti e macchine infernali (WRSA, tanto l'universo è + grande)
Facebook, divertente, utile.... ma dietro si nasconde anche il brutto. Lo posso raccontare perchè da amici quali erano si sono trasformati in nemici, sono hackers, un
non è giusto concedere alle regioni colpiti da ingendi la calamità naturale quasi tutti gl'ingendi sono causati da alcuni cittadini pertanto le regioni devono pagare
muore più persone ogni sabato domenica che in guerra e tutti parlano male ma mai nessuno chiede provvedimenti ad eliminare auto troppo veloci nelle strade più di 130k
i danni degl'ingenti devono essere addebitati alle regioni,province e comuni dove si verificano poichè sono sempre di origine dolosa così i cittadini tutelano i luogh
Vedo con piacere che continua la campagna del Foglio contro Ignazio Marino.
Un ottimo segno: la lucida intelligenza di Giuliano Ferrara ha colto benissimo che Marino è, al momento, l’unico candidato Pd che può rappresentare un pericolo sul medio-lungo termine per il suo amato Cav.
Il pallido democristiano Franceschini e il bocciofilo dalemiano Bersani continuerebbero a interpretare quell’opposizione indolente e saldamente ancorata al secolo scorso che costituisce il miglior Viagra politico del premier.
Uno che parla così- dritto al punto, senza le codardie e le infinite mediazioni degli ex dc e degli ex ds - bisogna cercare di soffocarlo da piccolo.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/07/27/%c2%abun-barone-disinvolto-vanesio-e-noioso%c2%bb/#comments
Berlusconi isolato. Mafia e An pensano di uscire dal Pdl
Prosegue a grandi passi l'isolamento politico di Berlusconi e così, il Pdl, il contenitore in cui si è disciolta (con tutti i suoi valori) Alleanza Nazionale appena pochi mesi fa, rischia di diventare una meteora dalla vita brevissima nel panorama partitico italiano. Il Pdl non può sopravvivere a Silvio Berlusconi semplicemente perché il Pdl è Silvio Berlusconi e dal momento che ormai ai più accorti non sfugge l'inevitabile caduta del Cavaliere in autunno sono iniziate le Grandi Manovre di smarcamento in quel polpettone xenofobo-mafioso-istituzionale che è il centrodestra italiano.
Continuano ad esempio, nonostante le notizie non abbiano il giusto risalto sui media nazionali (finiti ufficialmente nell'occhio del ciclone dell'U.E. e della stampa inglese per la loro parzialità e illiberalità), le minacce di molti esponenti del centrodestra e del Pdl siciliano di avviare il progetto del "Partito del Sud". I protagonisti di questa fuga "etica" dal premier sono per il momento pochi, ma riscuotono interesse e attenzione da parte di molti. C'è l'Mpa di Raffaele Lombardo, che ritiene di poter essere la cellula originaria del Partito del Sud e poi c'è Gianfranco Micciché il principale promotore dell'iniziativa. Micciché, ex dirigente di Publitalia '80, è secondo molti estremamente vicino a Cosa Nostra e, anche se è sempre uscito pulito dalle indagini cui è stato sottoposto, resta famoso per aver criticato la scelta di intitolare l'aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino ("dà un'immagine negativa della Sicilia") e per essersi difeso dall'accusa di spaccio di droga nel gennaio 1988 affermando "Non sono uno spacciatore ma solo un assuntore di cocaina". Nell'agosto del 2002 venne invece diramata un'informativa dei Carabinieri che sostanzialmente accusava Gianfranco Micciché di farsi recapitare periodicamente della cocaina presso gli uffici del ministero delle Finanze, in cui all'epoca ricopriva il ruolo di vice ministro. L'informativa fu emessa in seguito ad indagini testimonianti, anche tramite supporti audiovisivi, le "visite" che il presunto corriere Alessandro Martello faceva indisturbato presso il ministero, pur non essendo un soggetto accreditato ad entrarvi. Anche le intercettazioni confermerebbero la versione degli organi di polizia.
Ebbene, anche se non viene detto, è importante che, specialmente gli elettori meridionali sappiano, che un "Partito del Sud" è un vecchio pallino della Mafia. Già nel 1993-94, dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, Cosa Nostra era vicina a fondare un "suo" partito per raccogliere i voti di tutte le organizzazioni criminali del Meridione. Solo la discesa in campo di Berlusconi e il lavoro di tessitura che fece all'epoca Marcello Dell'Utri (ispiratore e fondatore di Forza Italia, condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) fu possibile far convergere tutti i voti delle famiglie mafiose e dei loro "amici" sul partito del Cavaliere. E infatti capitò che nell'isola furono assegnati 61 seggi su 61 a Forza Italia. L'importanza del controllo del voto mafioso, l'aveva capita per primo già Andreotti, che controllava la regione attraverso il suo referente Salvo Lima. Ora che Berlusconi "ha esaurito il suo compito", secondo le profetiche parole di poche settimane fa di Dell'Utri (e se lo dice lui...) il progetto riprende slancio.
Anche sul lato destro del Pdl, ovvero gli ex di An, i dubbi sulla fusione con Forza Italia affiorano in modo sempre più evidente. Fini ormai non parla nemmeno più con Berlusconi e, se può, cerca di remargli contro ma, soprattutto, a mettere in discussione le avventate scelte successive alle politiche del 2008 è il Ministro della Difesa Ignazio La Russa (clicca qui per vedere il video). Intervenuto a Orvieto durante un incontro promosso dalla Fondazione Nuova Italia, si lascia andare più del necessario: al minuto 3' 40'' fa mea culpa affermando "quante volte abbiamo disatteso lo Statuto" (e giù applausi), poi La Russa ammette anche in virtù dei tanti compomessi cui si è dovuti scendere con Papi Silvio, di poter battere cassa nei momenti che contano (maggiori poteri, ministeri, soldi, appalti?): “toccava a noi al massimo decidere (se venderci) ma sapevamo che c’era una riserva politica culturale umana che avrebbe potuto consentire, volendo, di battere cassa di dire no…“. Poi ammette che sta facendo un po' di confusione, ma ormai le parole sono uscite e certamente hanno a che fare con le posizioni ufficiose degli ex aennini, che forse non vedono l'ora di sbarazzarsi dell'impresentabile (addirittura anche per la Mafia come abbiamo visto) Berlusconi.http://www.sconfini.eu/Politica/berlusconi-isolato-mafia-e-an-pensano-di-uscire-dal-pdl.html
Sanità e meritocrazia in salsa campana
Se il cittadino campano non fosse costretto ad aspettare mesi, a volte anni, per una visita specialistica e a pagare una cospicua accise sulla benzina per tentare di ripianare un buco planetario in cambio di servizi modesti, la storia sulla gestione della sanità in Campania potrebbe entrare a pieno titolo nei testi di una commedia dell’assurdo e, invece, va ad ingrassare il voluminoso libro sui paradossi italiani. Ed è paradossale la vicenda dell’unico dirigente medico che è stato licenziato per aver fatto risparmiare all’Asl Napoli 1 ben 2,5 milioni di euro. Chi, invece, in questi anni ha sperperato viene premiato. E così accade che il governatore Antonio Bassolino, capo della giunta che ha generato un disavanzo non coperto per il 2008 a 237 milioni e una mancata copertura di 881 milioni per il 2009, venga designato dal governo (ministri Sacconi e Tremonti) come commissario straordinario. Un meccanismo di risoluzione dei problemi che ricorda terribilmente la recente (e non ancora del tutto superata) emergenza rifiuti.
Ma veniamo al nostro medico che si era messo in testa di tagliare rami secchi, spezzare clientele e ridurre sprechi e che oggi segue, con un sorriso amaro, il commissariamento della sanità. La vicenda ha inizio nel 2001. Domenico Forziati, napoletano 58 anni, diventa direttore dell’unità operativa di salute mentale presso l'ospedale Gesù e Maria di Napoli e lo resterà fino al 2006. In 5 anni fa risparmiare alle casse dell’Asl Na1, retta dall’allora direttore Mario D’Ursi, 2,5 milioni di euro tagliando indennità accessorie sullo stipendio del personale a lui affidato (50 tra infermieri e collaboratori).
Un esempio per tutti: elimina il turno di notte per sei infermieri, in servizio solo per chiamare il medico reperibile in caso di necessità. Forziati pensa: “Perché non fornire il numero del primario direttamente al 118 e utilizzare i sei infermieri la mattina, in ambulatorio quando ce n’è più bisogno?”. Detto fatto. Gli infermieri perdono i quattro giorni di riposo settimanale a cui hanno diritto coprendo il turno di notte (e quindi la possibilità di svolgere altri lavori in nero, come spesso è accaduto) e cominciano a fargli la guerra. Forziati diventa scomodo e inviso ai vertici dell’Asl che non vogliono rischiare di perdere un così fedele bacino elettorale, alimentato a suon di indennità in busta paga.
L’Asl Napoli 1, poi, è sempre stato il volano per la poltrona di assessore in Regione e Angelo Montemarano, all’epoca direttore, lo ha confermato passando dopo qualche anno a Palazzo Santa Lucia. Forziati travalica il confine quando toglie l’indennità ex articolo 44 del contratto nazionale ai suoi infermieri. Una cifra forfettaria di 1500 euro all’anno riservata solo a chi lavora in ospedale e in particolari reparti (dialisi, rianimazione, terapia intensiva) che invece viene corrisposta a pioggia, a tutti. Per il Robin Hood della sanità campana è la fine: il direttore del dipartimento Fausto Rossano, con un ordine di servizio, gli impone di applicare l’indennità ex articolo 44. Forziati si rifiuta e, per questo, gli viene tolta la delega al personale, di fatto è esautorato. E, come se non bastasse, nel giugno del 2006 si vede recapitare una bella lettera di licenziamento. Siamo al paradosso. Lo psichiatra fa l’unica mossa possibile: impugnare il licenziamento. Dopo un anno, nel settembre 2007, il giudice del lavoro di Napoli Vincenzo Alabiso gli dà ragione ordinando all'Asl di reintegrarlo nel posto di lavoro e di pagargli tutte le somme a lui dovute: 300mila euro circa. L'Asl, sebbene diffidata, non esegue la sentenza e fa appello. A questo punto, alle logiche politiche si sommano i ritardi della giustizia che fissa la prima udienza d’appello al 2011. La battaglia legale dello psichiatra, assistito dall’avvocato Nunzio Rizzo, prosegue con decreti ingiuntivi ma anche con esposti alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti. “Ho scritto più volte ai vertici dell’Asl Napoli 1, a Giovanni Di Minno e poi adesso al commissario Maria Grazia Falciatore, ma mai ho ricevuto risposta” commenta Forziati che ha fatto un breve calcolo del danno erariale. “L’Asl ha speso 15 milioni di euro per pagare tutte queste indennità non dovute che io volevo eliminare” dice.
La parola passa di nuovo ai giudici ma la storia di Domenico Forziati è sicuramente la cartina di tornasole di un sistema gravemente ammalato e per un commissario che davvero voglia ripianare il debito può essere un buon punto di partenza. http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Trattative Stato-mafia del 1992-‘93
Memento Mori
di Marco Travaglio, da l'Unità
L'ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno.
Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante.
A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l’abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso). Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione». Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l’erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la strada del suo ufficio?).
Poi torna a negare: «È così, ho buona memoria. Del resto c’è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto). Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?
Breve e conciso (e livoroso)
Poche pagine, poche parole. Tanto livore.
L’elefantino Giuliano Ferrara continua l’attacco frontale a Ignazio Marino. Racconta la noia e la vanità che ruotano intorno al candidato, ripercorrendo un loro incontro ai tempi della rincorsa ferrariana al Senato come ayatollah antiabortista. E anche Paolo Franchi, dal Corriere, non risparmia critiche. Riparte da Ostellino e pensa che “la sorte del Pd non riguardi tutti”. E poi uno pensa, visto che non lo riguarda, lui scriverà d’altro. No. Parla anche delle pecche del dibattito. Come se dovesse giustificare il suo disinteresse. A noi sarebbe bastata anche una scusa normale per l’assenza dalla firma, tipo “motivi familiari”.
Il Giornale, invece, porta sulle sue colonne lo “scandalo” del partito in Molise. Per non guardare al partito del sud o al partito del nord, il Giornale decide di puntare la bussola al centro, dove ci sarebbero “rissa e processo sovietico”, con evidentemente qualche grado in più.
Infine La Stampa ci aggiorna sul week end dei tre candidati. Con Marino che pensa al candidato unitario in Puglia e Franceschini che fa i conti in tasca ai Ds.
AleCap
http://pdobama.wordpress.com/2009/07/27/breve-e-conciso-e-livoroso/
VERSO UNA VALUTA GLOBALE? VERSO L'INTEGRAZIONE DI EURO E DOLLARO?
DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Global Research
Per cercare di restaurare la stabilità finanziaria, i leader mondiali hanno chiesto al gruppo dei 20 paesi che compongono il G20 di studiare una nuova valuta globale basata sui Diritti Speciali di Prelievo (DSP) del FMI.
I media hanno presentato l'iniziativa per una divisa globale come un processo basato sul consenso, nel quale Brasile, Russia. India e Cina parteciperanno alla riorganizzazione del sistema monetario internazionale.
Russia e Cina hanno avanzato "proposte", presentate come possibili alternative al dollaro. La Cina ha suggerito la creazione di una nuova valuta mondiale, partendo dalla riforma del sistema dei DSP:
"Si tratta di un piano sostenibile per riformare l'attuale sistema dei DSP e trasformarlo in una valuta reale, un 'paniere monetario' universalmente accettato che sostituirebbe il dollaro come nucleo centrale del sistema monetario" (Li Ruogu, presidente della Export-Import Bank of China, Reuters, 6 luglio 2009)
La proposta della Cina non prevede importanti modifiche degli accordi bancari mondiali e non apre nuovi spazi di dibattito sulla riforma monetaria.
D'altro canto il presidente russo Dmitry Medvedev ha esplicitamente rimesso in gioco la composizione del paniere dei DSP e ha sollecitato il FMI ad "allargare il paniere per includervi lo yuan cinese, le merci-moneta [merce usata come moneta. Diffusa in passato, in epoca moderna appare quasi solo in situazioni di forte inflazione, ad esempio le sigarette in Germania subito dopo la fine della guerra. NdT] e l'oro, trasformandolo così in una valuta di riserva".
Geopolitica
Le geopolitica globale ha stretti rapporti con il sistema monetario internazionale: il controllo sulla creazione di moneta è uno strumento di conquista economica.
L'invasione e l'occupazione dell'Iraq avevano come obiettivo quello di escludere gl'interessi russi e cinesi dai giacimenti petroliferi del Medio oriente e dell'Asia centrale.
La riforma del sistema monetario internazionale è un progetto dei gruppi finanziari dominanti, discusso a porte chiuse. È improbabile che Russia e Cina, in larga parte subordinate agl'interessi bancari occidentali, possano svolgere un ruolo significativo nel funzionamento di una banca centrale a livello mondiale.
L'iniziativa è stata inoltre avviata in una fase di confronto Est-Ovest, tra le velate minacce degli USA e della NATO contro Russia e Cina. La creazione di una nuova valuta mondiale e di un sistema bancario centrale è uno strumento di dominio economico globale intimamente collegato alla più ampia agenda militare USA-NATO.
Anche se la composizione del paniere dei DSP potrebbe essere modificata o rivista, è improbabile che si permetta allo yuan e al rublo di svolgervi un ruolo importante. È più probabile che nasca una valuta globale basata in massima parte sull'euro e il dollaro USA. Per contrastare l'egemonia euro-dollaro, Russia, Cina e stati dello SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) potrebbero decidere di sviluppare accordi commerciali bilaterali in rubli o yuan (“renminbi”, moneta popolare).
Diritti speciali di prelievo
I DSP, un'unità di conto usata dal FMI e dalla Banca mondiale nei contratti di prestito con gli stati membri, sono un paniere formato essenzialmente dalle quattro più importanti valute: dollaro USA, euro, sterlina britannica e yen giapponese.
| Periodo |
USD |
DEM |
FRF |
JPY |
GBP |
| 1981–1985 |
0.540 (42%) |
0.460 (19%) |
0.740 (13%) |
34.0 (13%) |
0.0710 (13%) |
| 1986–1990 |
0.452 (42%) |
0.527 (19%) |
1.020 (12%) |
33.4 (15%) |
0.0893 (12%) |
| 1991–1995 |
0.572 (40%) |
0.453 (21%) |
0.800 (11%) |
31.8 (17%) |
0.0812 (11%) |
| 1996–1998 |
0.582 (39%) |
0.446 (21%) |
0.813 (11%) |
27.2 (18%) |
0.1050 (11%) |
| Periodo |
USD |
EUR |
JPY |
GBP |
| 1999–2000 |
0.5820 (39%) |
0.3519 (32%) |
27.2 (18%) |
0.1050 (11%) |
| 2001–2005 |
0.5770 (45%) |
0.4260 (29%) |
21.0 (15%) |
0.0984 (11%) |
| 2006–2010 |
0.6320 (44%) |
0.4100 (34%) |
18.4 (11%) |
0.0903 (11%) |
Fonte Wikipedia
Recentemente l'FMI ha presentato un piano per l'emissione di titoli di debito in DSP e non più in dollari USA. I media hanno definito la decisione una profonda innovazione, ma in effetti già da molti anni le istituzioni di Bretton Woods emettono titoli di debito in DSP.
"Oggi i DSP sono usati solo come valore di riserva, e servono soprattutto da unità di conto del FMI e di alcune altre organizzazioni internazionali; non sono né una valuta né un credito del FMI, ma piuttosto un credito potenziale sulle valute di libero uso dei membri del FMI" ( IMF Fact Sheet on SDRs)
Che succederebbe se si creasse una nuova valuta globale basata sul sistema attuale dei DSP?
I DSP non sarebbero più un'unità di conto ma un'unità valutaria del paniere. Le funzioni della banca centrale, però, non verrebbero necessariamente trasferite al FMI e resterebbero nelle mani delle quattro banche centrali fondatrici: FED statunitense, BCE basata a Francoforte, Banca d'Inghilterra e Banca del Giappone.
Il FMI è una burocrazia al servizio degl'interessi delle più importanti istituzioni finanziarie private.
Il FMI sarebbe formalmente responsabile della supervisione della moneta globale, ma non della politica monetaria. Nel quadro dell'attuale composizione del DSP, le funzioni della banca centrale verrebbero suddivise tra quattro banche centrali, a loro volta condizionate dagl'interessi del mondo bancario privato.
Una valuta globale basata sull'attuale sistema dei DSP non modificherebbe in profondità l'ordine monetario mondiale.
I DSP sarebbero una valuta per procura. Nella situazione attuale, stiamo parlando di un'alleanza tra istituzioni bancarie statunitensi, inglesi, europee e giapponesi, e in ultima analisi del dollaro con l'euro.
Concorrenza euro-dollaro
Sin dalla sua nascita, nel 1999, c'è stato un continuo conflitto tra euro e dollaro.
Nell'Europa orientale, l'ex Unione Sovietica, i Balcani e fino all'Asia centrale, euro e dollaro stanno lottando spalla a spalla. Il controllo sui sistemi valutari nazionali è in fin dei conti la base su cui sono colonizzati i paesi. Mentre il dollaro USA prevale nell'emisfero occidentale, euro e dollaro si stanno fronteggiando nell'ex Unione Sovietica, in Asia centrale, nell'Africa subsahariana e in Medio Oriente.
Prima dell'invasione dell'Iraq del marzo 2003, era in corso un confronto politico tra l'alleanza franco-tedesca e l'asse militare dominante anglo-americano.
Con l'elezione in Francia e Germania di governi favorevoli agli USA, sembra che sia emerso un consenso politico sulla guerra in Medio Oriente. Il consenso sull'agenda militare USA-NATO favorisce a sua volta una maggiore cooperazione e integrazione a livello mondiale tra USA e UE nei settori finanziario e monetario.
La potenziale "alleanza" tra i coincidenti interessi bancari americani, inglesi, europei e giapponesi culminerà nella confluenza di euro e dollaro in una unica valuta globale?
Significherebbe rafforzare il controllo egemonico di un ristretto gruppo mondiale di istituzione bancarie e finanziarie sul processo di creazione della moneta, che, a sua volta, offuscherebbe le funzioni delle banche centrali nazionali, intaccherebbe la sovranità dello Stato nazionale e porterebbe probabilmente a una nuova fase della crisi debitoria mondiale.
Titolo originale: "Towards a Global Currency? Towards the integration of the Dollar and the Euro? "
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
20.07.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO
Cina-Usa, il prezzo dello scambio
Il primo G2 da quando Barack Obama si è insediato alla Casa Bianca probabilmente non sarà ricordato per annunci trionfali o promesse fragorose.
Però la due giorni di incontri al vertice tra Cina e Usa è destinata a fare il punto su una partnership decisiva per il destino del pianeta dei prossimi anni.
Ma come arriva Pechino a questo vertice? E cosa si aspetta? La «collaborazione » di cui ha parlato ieri il presidente Usa è in realtà uno scambio tra la sostenibilità del debito pubblico americano nel medio-lungo termine e la politica delle mani libere concessa a Pechino. Per gestire la peggiore crisi dagli anni ‘30 ad oggi, gli Stati Uniti hanno dovuto compensare il crollo dei consumi gonfiando ulteriormente la spesa pubblica. Come noto, quasi il 70 per cento delle riserve cinesi è investito in titoli Usa, soprattutto obbligazioni del governo federale. Ma solo grazie alla Cina Washington può mantenere tassi di interesse così bassi sul dollaro (attorno allo 0,5 per cento) e sperare nella ripresa. Nessun altro oggi è disposto a investire in una moneta che vale così poco. In cambio Pechino si assicura un ritorno politico straordinario, una sorta di moratoria di fatto su tutte le questioni aperte in materia di diritti umani, in Tibet, in Birmania, nella regione autonomia dello Xinjiang. In questo senso la politica di public spending della Casa Bianca democratica offre a Pechino uno strumento di pressione politica senza precedenti. Come ha detto ieri il consigliere di stato che guida la delegazione cinese al vertice, «Stati Uniti e Cina sono sulla stessa barca».
Certo, la crisi mondiale si è fatta sentire anche a Pechino. Ma la flessione del 5 per cento del rapporto deficit-pil è poca cosa rispetto al -13 registrato dagli Stati Uniti, anche perché il prodotto interno cinese è cresciuto nel frattempo dell’8 per cento mentre quello americano è crollato del 6 e la disoccupazione sfiora il 10 per cento. Grazie alla ripresa della domanda interna sostenuta dal mercato immobiliare e dagli investimenti pubblici in infrastrutture, la Cina ha ripreso a crescere ed è meno esposta al crollo della domanda mondiale.
Con il G2 di Washington la partnership cinese-americana è destinata a rafforzarsi.
Unico possibile motivo di attrito potrebbe essere l’agenda ambientale. Se per gli Stati Uniti non è impossibile raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni programmati entro il 2020 attraverso un contenimento dei consumi e la sostituzione del carbone con il gas, la Cina è e resterà ancora lontana dai migliori propositi sul clima. Essendo i due maggiori consumatori al mondo di energia, Obama ieri ha detto che «Cina e Usa devono collaborare perché hanno un interesse comune nel creare fonti di energia sicura e pulita».
Vero, ma per gli studiosi lo scenario più realistico è che l’85 per cento del risparmio energetico che gli Stati Uniti riusciranno a ottenere sarà annullato dai consumi-monstre del gigante asiatico che continuerà a puntare in gran parte sul carbone. Pechino non ha una vera alternativa ai combustibili fossili. L’unica alternativa sarebbe quella di rinunciare a crescere. Basti pensare che le 32 centrali nucleari che si costruiranno in Cina da oggi al 2020 copriranno solo poco più del 3 per cento del futuro fabbisogno energetico record del colosso asiatico.
Da un punto di vista geopolitico Pechino non sogna un mondo né unipolare né bipolare. L’opzione multilaterale che sembra piacere tanto a Obama non dispiacerebbe a Hu Jintao se Europa e Russia riuscissero a pesare davvero. Ma l’Unione europea è ancora un nano politico mentre l’economia di Mosca è vicino al livello zero. Il futuro del mondo è una poltrona per due.
Alberto Forchielli http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/112129/cinausa_il_prezzo_dello_scambio
Quelli di Vanity Fair USA hanno tradotto in inglese il discorso d'addio di Sarah Palin. Probabilmente avrebbero fatto meno fatica a riscriverlo da capo. Intanto McSweeney pubblica il discorso con cui dio ha dato le dimissioni dal mondo.
Vanity Fair, McSweeney
http://giornalismoparma.typepad.com/
Vjollca Kopsaj: «Per far sì di essere pubblicati, gli scrittori kosovari dovrebbero frequentare i caffè».
(Foto: ©Nabeelah Shabbir)
Ho incontrato questa scrittrice verso la fine del 2007, quattro mesi prima che il Kosovo dichiarasse la propria indipendenza dalla Serbia. Vjollca ha trentatré anni e lavora nella logistica dell’Osce. Quella che può sembrare una comune ragazza bionda, con gli occhiali, lavoratrice e madre di due figli, è anche una delle poetesse più giovani conosciute in Kosovo.
Vjollca (si pronuncia Yoltsa) Dibra è molto orgogliosa del post pubblicato su un blog dallo scrittore psicologo americano Douglas Miller: «Vorrei essere capace di capire per lo meno una delle sue poesie. Mi riferisco a Vjollca, che lavora nell’approvvigionamento, che ha pubblicato libri nei Balcani e che sembra aver vinto anche numerosi premi. Devo compiere uno sforzo enorme per scoprire cosa la gente fa realmente nella vita, invece di limitarmi all’etichetta ridotta affibbiata dal lavoro».
«Lo trovo veramente divertente» sorride l’assistente senior al controllo materiali davanti al suo macchiato, la bevanda non ufficiale della città. «Non puoi descrivermi, a meno che non leggi ciò che scrivo!».
Pubblicata nella Pristina prima della guerra
Una pausa al Caffè Maxi nella zona industriale dell’Osce a Pristina. Le opere di Dibra sono pubblicate solo in lingua albanese. Che io sappia, la sua opera è stata recensita solamente da Hans-Joachim Lanksch, uno scrittore tedesco che ha studiato Albanologia: «Se qualcuno comprende l’arte, allora forse può capire la rabbia e la violenza contenute in essa».
Il primo dei tre libri di Dibra, una raccolta di poesie intitolata Përtejvetes, è stata pubblicata quando lei aveva diciotto anni. L’idea era stata avanzata dal figlio del famoso scrittore Berisha, dopo aver assistito ad una sua recita del doposcuola di una chiesa cattolica, alla quale Vjollca aveva partecipato a fianco della giornalista Jeta Xharra. «I giovani autori sono pubblicati molto di rado», sottolinea l’allora trentunenne, che ha anche collaborato con il giornale della chiesa Shpresa. «Si dovrebbe andare al Bar Koha Caffè, vicino alla statua di Pajaziti, dove tutti i giorni si riuniscono gli scrittori». Secondo il traduttore Robert Elsie, nella sua introduzione della raccolta di poesie di Ali Podrimja Buzëqeshje në kafaz (non ancora tradotta in italiano), l’attività letteraria ha fatto la sua prima comparsa in Kosovo sulla rivista Jeta e re ( La nuova vita), fondata nel 1949 dal poeta Esad Mekuli. La letterarura kosovara-albanese è stata pubblicata nel 1969, lo stesso anno in cui si fondava l’Università di Pristina, dove ha studiato Dibra. Dibra (a destra) con Vera Rexhepi, interprete dall'albanese all'inglese | (Foto: ©Nabeelah Shabbir)
Che cosa riserva il futuro
Minotauri (2005) è stato il suo ultimo libro pubblicato. Ci confessa che è un romanzo autobiografico sulle problematiche sociali, sui giovani, sull’amore e su suo padre. «Per essere un bravo scrittore, devi imitare la natura», spiega, offrendoci un assaggio della filosofia aristotelica. Aveva dodici anni e frequentava le medie quando suo padre, dirigente di una compagnia mineraria che aveva protestato a favore della libertà del popolo kosovaro, è stato dichiarato prigioniero politico e trasferito per otto mesi a Lipjan, una ex prigione di Pristina. Vjollca perse suo padre nel 1999, due giorni dopo aver conseguito la laurea in lingua albanese. Esattamente due settimane più tardi, il 24 marzo, la Nato attaccava la Iugoslavia. Dibra e un milione di kosovari furono spediti nei campi macedoni. Avendo a disposizione il solo passaporto della missione Onu in Kosovo (Unmik), serviva un visto per lasciare il paese. Una famiglia straniera si è portata garante per Dibra ed il suo fidanzato. Da Skopje, dove divideva un alloggio con altre cinquanta persone, si trasferì ad Oklahoma City dove, per tre mesi, lavorò da Burger King. Eppure, i rifugiati hanno i loro diritti. Ricorda di una signora americana che l’accompagnava in macchina quando aspettava il primo bambino e che il dottore venne gratis. Ritornò addirittura a Pristina ed ebbe il secondo figlio, ma la sua carriera come scrittice o giornalista era ormai spezzata.
«Se sei ricco, allora puoi pubblicare un libro in Kosovo», ci spiega, «paghi i critici, la maggior parte giornalisti, per far scrivere le recensioni. Se potessi guadagnare con le mie poesie, non lavorerei per l’Osce: purtroppo il Ministero della Cultura non ci aiuta. Spero in un cambiamento, ma ci vorrà del tempo. Lo stipendio per insegnanti e infermieri è di 150 euro al mese, la pensione di 40. La gente non legge molto, tantomeno compra libri, solo libri di testo, o al massimo li prende in prestito».
Nel 2000, secondo il Fondo delle nazioni Unite per la Popolazione del 2003, il tasso di alfabetizzazione in Kosovo raggiungeva il 97,7% tra gli uomini e l’89,8% tra le donne. Ad una fiera del libro, Vjollca spende 200 euro. Il suo libro ne costa cinque, undici per il suo romanzo Iuvale e Përgjumur.
Al momento di salutarla nel 2007, stava preparando la tesi del master sullo stile poetico dei romanzi di Anton Pashku, nonostante si lamentasse del fatto che il suo professore le suggerisse di impostare il suo lavoro su una base più scientifica.
«Poeti pieni di talento dimostrano che il Kosovo non è più una terra desolata culturalmente, bensì un elemento dinamico della cultura moderna europea», scrive Robert Elsie.
Quest’articolo non sarebbe stato possibile senza il preziosissimo aiuto di Vera e Paulina Sypniewska. I miei ringraziamenti vanno anche a Flora Loshi.http://www.cafebabel.com/ita/article/30806/vjollca-dibra-essere-una-giovane-poetessa.html
Le terre dei ''shalvari''
Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova
Monti Rodopi (Klearchos Kapoutsis/Flickr)
Shalvari, pantaloni larghi tradizionali indossati dalle donne dei monti Rodopi, Bulgaria, dove vive una comunità bulgara di religione islamica. Un reportage che racconta di coltivazione di tabacco, matrimoni e crisi economica
Fatme ha 59 anni, il suo viso è segnato da rughe profonde, lasciate dal duro lavoro nei campi di tabacco nella regione di Gotze Delchev, la città conosciuta nell'antichità col nome Nevrokop. Il suo corpo appesantito è avvolto da shalvari (larghi pantaloni) dai colori sgargianti, la testa è avvolta da una shamiya (velo), particolare da cui si capisce subito che la donna è una pomakiniya (bulgara di religione islamica) del villaggio di Debren.
Fatme quest'anno ha preso due ettari di campi in affitto per 60 leva (30 euro) per coltivare tabacco, a cui ha dovuto aggiungere spese per 100 leva (50 euro) per dissodare il terreno e i vari prodotti necessari alla coltivazione. L'aiuta la nipote Atidzhe, che è tornata in Bulgaria alcuni mesi fa dalla Spagna, dove sono rimasti a lavorare i suoi genitori, che però hanno visto le proprie entrate diminuire a causa della crisi.
Molti degli abitanti di Debren si guadagnano da vivere lavorando nell'edilizia e nei campi in Spagna, ma dall'anno scorso, viste le mutate condizioni economiche, non pochi hanno fatto ritorno. Le foglie di tabacco, una volta asciugate, si vendono a 4,50 leva al chilo. L'anno scorso Fatme ha raccolto 500 chili. Se poi per caso cade la grandine, tutto il duro lavoro sotto il sole cocente va perduto in pochi minuti. Il tabacco rimane a tutt'oggi l'attività economica più diffusa tra i pomacchi dei monti Rodopi.
Nel villaggio di Ribnovo, alto tra le cime, nella municipalità di Garmen, le donne sembrano uscite da una fiaba, avvolti e agghindati di shalvari e shamiyi dai colori sgargianti. Chiedo a Nadzhie, anziana di 68 anni, se davvero nel villaggio le ragazze vengono fatte sposare a 15 anni. Nadzhie ride, e mi spiega che la maggior parte delle giovani si sposa intorno ai 18-20 anni. C'è però chi davvero si sposa a 15 anni. “La cosa bella del regime di Todor Zhivkov [quello comunista, n.d.r.] è che non faceva vedere porcherie in televisione. Oggi fanno vedere 'quelle cose', ed è per questo che qualcuna si sposa a 15 anni”, sostiene Nadzhie.
Ayrie: sogno l' “hadzh”
Grossi nuvoloni neri e carichi di pioggia nascondono il sole su Ribnovo, portando vento e forse la temuta grandine. Ayrie Babechka corre sulla strada che costeggia la moschea per coprire le fragole nell'orto di suo figlio, un orto grande e ben tenuto, come la maggior parte di quelli di Ribnovo. Poi si inerpica nella ripida stradina che porta alla sua casa, dove ha lasciato la nipotina di sei mesi. Il figlio e la nuora di Ayrie sono lontani, lavorano nei campi di tabacco intorno a Petrich.
Ayrie è diventata Ana al tempo del “processo di rinascita”, quando i nomi dei musulmani sono stati cambiati forzatamente, ma subito dopo la caduta del comunismo nel 1989 tutti a Ribnovo hanno riottenuto i loro nomi originari.
La mia ospite è la “sciamana” del villaggio, la “maestra di cerimonia” che dipinge di vernice bianca, broccato e pajette il viso delle “gelini”, come a Ribnovvo vengono chiamate le spose. La cerimonia di matrimonio a Ribnovo è qualcosa di magico. A truccare le “gelini” non può essere una donna qualunque. Secondo la tradizione, la sposa, velata, guarda guarda il mondo attraverso uno specchio che tiene tra le mani. Se intravede le fattezze di qualcuno nello specchio, con quella persona si incontrerà “all'altro mondo”. “Allora incontrerai molte 'gelini'”, dico ad Ayrie.
I matrimoni si svolgono a ritmo di musica, e i “zurni” risuonano tra le vallate dei Rodopi. I musicisti non sono però a buon mercato. “Lavoriamo come matti, ma come matti spendiamo, anche. Quando è toccato a me, ho dato 800 leva per i suonatori di 'zurni' del villaggio di Debren”, racconta Ayrie. Tanto per fare paragoni, nelle piccole fabbriche tessili nel villaggio, in cui lavorano solo donne, si guadagna da 300 ai 370 leva al mese.
Ayrie è anche la “stilista” del paese. Al primo dei due piani della sua casa, dove si trova la culla della sua nipotina, ci sono tre macchine da cucire, con cui Ayrie taglia e cuce shalvari e mantelle, ma anche vestiti da sposa. Ayrie ha molti “clienti”, visto che a Ribnovo tutte le donne portano gli shalvari.
“Nessuno ci può vietare o obbligare a fare qualcosa contro la nostra volontà. Venti giorni fa ero in gita a Velingrad. Una donna di là mi ha detto di credere che ci danno 200 leva al mese per portare il velo. Ma la cosa è ridicola! A Ribnovo vivono 3000 persone. Chi è così ricco per pagare una somma così alta?”
La mia ospite racconta che tutti nel villaggio studiano la religione islamica, ma nessuno lo fa perché forzato. Ayrie sogna di poter partire un giorno per lo “hadzh”, il pellegrinaggio rituale alla Mecca e a Medina, come hanno già fatto più di 100 abitanti di Ribnovo, pagando per il viaggio intorno ai 2-3000 leva. Ayrie studia anche il Corano.
“Quando andremo all'altro mondo, di questo ci chiederanno. Non c'è salvezza se non nel Corano e nella preghiera. Noi ci prostriamo cinque volte al giorno. Io lo faccio in casa, ma posso andare anche in moschea”.
Ayrie racconta che nel villaggio le storie d'amore nascono sulla strada dove i giovani vanno a passeggiare. I matrimoni avvengono soprattutto all'interno del villaggio, o al massimo tra giovani di villaggio vicini, ma raramente tra persone di diversa religione. “Questo non è bene, una religione difficilmente si intende con un'altra. Noi siamo bulgari musulmani, tra bulgari e bulgari ci sono differenze”.
Arif, “la religione prevede il velo per le donne”
Nel caffé “Mladost”, vicino ad una delle due moschee di Ribnovo, è posto in bella vista un calendario che indica l'ora per la preghiera rituale. Ad un tavolo siede Arif, 30 anni, che beve il suo caffé in attesa della preghiera. Arif prega tutti i giorni, non ha perso una preghiera nemmeno quando lavorava nei campi in Spagna. Arif spiega che le donne di Ribnovo portano il velo “perché l'Islam lo prevede, e se vuoi essere religioso, devi rispettare i comandamenti”.
Arif ha lavorato in Spagna con altri uomini di Ribnovo, e in dieci anni, risparmiando, è riuscito a tirar su casa e a trasferirsi la insieme alla moglie e ai due figli. Ha pagato tutto in contanti, come succede spesso da queste parti, dove la gente non chiede prestiti alle banche, ma dai parenti, senza alcun documento, ma solo sulla fiducia reciproca.
Secondo i dati della municipalità di Garmen, l'anno scorso 500 uomini di Ribnovo hanno lavorato nei cantieri della località invernale di Bansko, guadagnando in media 1000 leva al mese l'uno. Negli ultimi 2-3 anni, che hanno visto un vero picco dell'attività edilizia, ogni anno a Ribnovo vengono costruite 20-30 case nuove. Vengono poi acquistate belle automobili e materiale tecnico per le case.
Anche Arif, però, come molti altri emigranti in Spagna e Grecia, è tornato a casa a causa della crisi, che ha colpito soprattutto edilizia e agricoltura. Adesso molti lavorano a Bansko, o a Sofia. Arif oggi vive “sia qui, a Ribnovo, che là, in Spagna”, ma di emigrare definitivamente “non ci penso proprio. Mi piace qui, questo è un posto tranquillo e silenzioso. L'unico problema è il lavoro. Qui non c'è criminalità, non c'è droga, la vita è tranquilla. Là ci sono più soldi, ma non hai amici, sei sempre uno straniero. 'All'estero non si trova casa', lo canta anche Ivana [popolare cantante del pop-folk n.d.r.]. Noi amiamo il nostro paese e alla fine torniamo sempre qui”.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11634/1/51/
Uno strepitoso Paul Krugman spiega perché la legge della domanda e dell'offerta non potrà mai essere, da sola, la risposta per tutelare la salute delle persone. http://andreamollica.blogspot.com/
luglio 27 2009
Corte dei conti,
la scure del governo ecco le indagini che saranno bloccate
Liana Milella, la Repubblica,
Un´indagine fresca, con 400 inviti a dedurre, sulle consulenze concesse dagli alti dirigenti del ministero dell´Economia? Se ne occupa la procura della Corte dei Conti del Lazio. Ma i pm contabili potrebbe vedersi costretti a fare marcia indietro perché, prima di indagare, devono essere certi di avere tra le mani «una specifica e precisa notizia di danno». Non solo: devono sapere, prima ancora di avviare l´accertamento, che quel danno «sia stato cagionato per dolo o colpa grave». Le inchieste sulle consulenze della Moratti, sulla clinica Santa Rita, sull´azienda dei trasporti di Genova? Tutto in fumo. Non basta: se a qualche procuratore della Corte dei conti, della Puglia o del Lazio, fosse venuto in mente di contestare al premier Berlusconi un «danno all´immagine», con l´apertura di un processo e la conseguente richiesta di un risarcimento allo Stato, per via del suo comportamento "allegro" tra villa Certosa e via del Plebiscito, ormai non potrà più farlo.
Perché un "lodo", l´ennesimo del governo di centrodestra, può mettere in sicurezza i vertici del ministero dell´Economia, ma anche il presidente del Consiglio. Il "lodo" è quello del deputato Pdl Maurizio Bernardo, nato a Palermo ma eletto in Lombardia, in quota al presidente Formigoni, che nel suo emendamento al dl anticrisi scrive: «Le procure regionali della Corte dei conti esercitano l´azione per il risarcimento del danno all´immagine nei soli casi previsti dall´articolo 7 della legge 27 marzo 2001 numero 97». I «soli casi previsti» sono quelli della «sentenza irrevocabile di condanna». E quindi, ragionano alla Corte, poiché Berlusconi potrebbe non essere coinvolto penalmente per le feste nelle sue abitazioni, anche se ha danneggiato l´immagine dello Stato, nessuno potrà chiedergli un risarcimento.
La Corte dei conti è in subbuglio per il lodo Bernardo. Il procuratore generale Furio Pasqualucci si scontra duramente con il presidente, di nomina governativa, Tullio Lazzaro. Il primo scrive al presidente della Camera Fini per chiedergli di bloccare il lodo, il secondo è sospettato di essere, almeno in parte, l´ispiratore delle norme. Sicuramente di quella, bloccata da Fini perché non discussa in commissione Bilancio, che attribuisce al presidente l´iniziativa disciplinare contro i magistrati a cui il pg, finora unico titolare, non si può opporre. La norma potrebbe rispuntare al Senato e garantisce al presidente, che guida la sezione disciplinare, un potere totale sui processi contro i colleghi. Pasqualucci è stanco e ha deciso di lasciare anzitempo l´incarico. Ha già fatto sapere che se ne andrà a gennaio.
Non basta. Raramente, nelle leggi ad personam del Cavaliere, una quindicina di righe hanno assommato un intento che il pg Pasqualucci definisce «punitivo» contro la Corte e per l´Associazione dei magistrati «mette a rischio le indagini». Norme che l´opposizione alla Camera ha duramente contestato - Donatella Ferranti del Pd, Massimo Donadi dell´Idv - con l´idea, domani quando ci sarà il voto finale, di protestare ulteriormente. Ma tant´è: nel lodo Bernardo è scritto che la Corte potrà perseguire il danno erariale «di uno degli organi previsti dall´articolo 114 della Costituzione o altro organismo di diritto pubblico». Che significa restringere l´area dei soggetti indagabili e tirar via d´un colpo municipalizzate, enti mutualistici, comunità montane, Bankitalia. Come in ogni buona legge ad personam anche il lodo Bernardo si applica ai processi in corso. Dopo il "colpo" inferto dal ministro Brunetta (nel consiglio di presidenza della Corte, il loro Csm, i togati ridotti da 9 a quattro) e da Alfano (il presidente avoca a Roma, alle sezioni riunite, le questioni su cui c´è stato un giudizio difforme in periferia), il dl anticrisi rischia, come dice l´Associazione magistrati, di «ridurre la nostra autonomia e indipendenza».
Se il Cavaliere perde la fiducia dei cattolici
Edmondo Berselli
la Repubblica
Secondo il cinismo della cultura prevalente nel circuito di potere berlusconiano, il cattolicesimo italiano è sufficientemente adulto per saper distinguere fra i comportamenti personali, eventualmente deplorevoli, e la funzione pubblica praticata da un leader politico.Quindi la prostituzione di regime messa in piedi a Palazzo Grazioli apparterrebbe a uno stile di vita «folk», da considerare con un sorriso di complicità. Si tratterebbe in questo senso di un tocco sovrano di eccentricità, il «Berlusconi´s Touch», in cui il «presidente puttaniere», come il Sultano si è definito, costituisce un gustoso tratto personale, a cui anche i cattolici convenzionali guardano con una sottaciuta simpatia.
Sono bugie, finzioni, mitologie. È la cortina di menzogne che i principali collaboratori del presidente del consiglio, a cominciare dall´avvocato Ghedini, hanno cercato di alzare intorno al capo del governo. Una volta chiesero a Bettino Craxi, rifugiatosi a Hammamet, un giudizio su uno dei suoi numeri due, Giuliano Amato: «Un professionista a contratto», rispose con tutta la malevolenza possibile Craxi. Ora Berlusconi di professionisti a contratto ne ha molti. Ma il suo stile e le sue notti di fiaba sono difficilmente neutralizzabili dai professionisti al suo servizio: e non vengono stigmatizzate ieri soltanto dall´Observer («un governo marcio») e dal Daily Telegraph («premier libidinoso»): la stampa inglese mette in rilievo il tentativo berlusconiano di riguadagnare consenso nei confronti del mondo cattolico meno mondano e più tradizionale, per quel «popolo» ancora convinto delle verità contenute nel sesto e nel nono comandamento.
Ma non sarà il progetto di visitare il sacrario di Padre Pio a sanare la ferita, vera, che si è aperta nella psicologia del cattolicesimo qualunque. Per almeno due terzi dei cattolici italiani, abituati da decenni a trovare un´ancora nella Democrazia cristiana, Forza Italia e il Pdl erano rimasti una garanzia ideologica e «spirituale», anche contro nemici invisibili, «i comunisti» continuamente evocati dallo spirito quarantottesco del Cavaliere. Scoprire la vera qualità dei comportamenti del Capo è stato un trauma.
Perché un conto è conoscere l´impronta culturale delle tv berlusconiane, nate e cresciute cullando il consumismo, l´edonismo, il culto del corpo, tutti i totem di una religione alternativa al magistero della Chiesa, Al massimo i cattolici vecchio stampo, di fronte allo spettacolo di centinaia di centimetri quadrati di epidermide, si vergognano un po´, e si consolano con la versione ufficiale esibita in ogni occasione dai leader di Forza Italia: tutti specializzati nel manifestare un cattolicesimo conformista e pronti a ogni pratica da baciapile per assicurare la loro fedeltà, laica e devota insieme, alla gerarchia..
Per strappare il velo di questa ipocrisia, e rivelare l´insostenibilità di queste acrobazie fra la bigotteria e la spregiudicatezza politica, ci voleva qualche gesto vistoso. Non il pronunciamento di un settimanale assai critico verso il berlusconismo come «Famiglia cristiana» o di altri organi e personalità del cattolicesino conciliare, dossettiano e più meno di sinistra, Ci voleva l´intervento del quotidiano della Cei, «Avvenire», e del suo direttore Dino Boffo. Si può capirne l´importanza e lo spessore anche ex contrario, valutando il silenzio praticamente tombale (e non si tratta di ridicole tombe fenicie) con cui è stato accolto dall´informazione italiana. Boffo ha pubblicato tre lettere, in cui i lettori mettono in rilievo alcuni aspetti critici particolari, Il primo aspetto investe la «sfrontatezza» del premier e l´incongruenza tra vizi privati e pubbliche virtù. Subito dopo viene la critica alla riluttanza della gerarchia a prendere una posizione netta verso lo stile di vita di Berlusconi, cioè riguardo a «comportamenti improponibili per un uomo con due mogli, cinque figli, responsabilità pubbliche enormi e un´età ragguardevole».
II direttore di «Avvenire» non si è tirato indietro. Il Berlusconi licenzioso induce a parlare di «desolazione». Esiste, anzi dovrebbe esistere, un a priori etico che ha valore prima delle strategie politiche e delle dichiarazioni formali, Il «sondaggismo», cioè il consenso volatile costruito dalle indagini demoscopiche ben orientate, non assolve nulla, Ecco, la fiducia che premierebbe comunque il buon cattolico, «il padre di famiglia», che ammette ridendo «non sono un santo» è un´invenzione della scaltrezza dei professionisti a contratto del giro berlusconiano.
In realtà c´è un´Italia cattolica sicuramente moderata ma forse non ancora istupidita dai giochi di prestigio dei maghi della destra. È un pezzo di società poco conosciuto, che non si fa sentire, difficilmente voterà a sinistra, ma è perfettamente in grado di togliere la fiducia a un leader politico, e di sgretolarne la base di compenso, Per questa base cattolica, il pellegrinaggio a Pietrelcina e nei luoghi di Padre Pio contiene una strumentalità talmente plateale da generare addirittura un´insofferenza ulteriore. Il paese, come scrive Boffo a proposito della sfasatura fra il Berlusconi politico e il Berlusconi più ludico, potrebbe sentirsi «raggirato».
Ebbene, la Chiesa è un organismo complesso, e la realtà cattolica non è identificabile con gli stereotipi. Forse in questa occasione i berluscones hanno scherzato troppo con un mondo che in genere conoscono poco, e che negli anni ha dovuto imparare a cambiare ripetutamente l´orientamento del proprio consenso. Il ritiro della fiducia avviene di solito in modo silenzioso. Questa volta potrebbe essere già cominciato, all´insaputa del mondo berlusconiano.
… si, comprerei ancora un’automobile da quest’uomo

Manuela
Il senatore Marino non aveva ancora finito di illustrare il suo programma, davanti ad una platea, a giudicare da quel che si vedeva su Youdem, giovane, entusiasta ed emozionata, che sono incominciati gli attacchi. Ma non al suo programma, come sarebbe stato logico; nessuno ha detto, a quel che si sa: “Non sono d’accordo con il contratto unico di lavoro, o con una legge elettorale uninominale”. Non hanno nemmeno detto, più brutalmente “Introdurre la civil partnership in Italia è una solenne cazzata”. Tutte cose su cui si sarebbe potuto discutere.
No, l’attacco è arrivato all’italiana, subdolo e strisciante, da una fonte apparentemente lontana dal PD, ma forse non da tutti i suoi esponenti: il Foglio di Ferrara, specializzato in cattivo giornalismo.
Per chi non conosce il merito della questione, rimando alle accuse del Foglio e alle risposte di Marino.
Il fatto è che Ferrara e i suoi mandanti sanno benissimo che attorno a Marino si è raccolto un elettorato che esprime soprattutto bisogno di buona e nuova politica: di un vero riformismo, di innovazione, di modernità, e, udite udite!, di moralità (non moralismo). Ferrara e si suoi mandanti sanno benissimo che attaccare Marino sul piano etico è insinuare il sospetto prima di tutto fra i suoi sostenitori. Al sospetto è difficile sottrarsi, ed è difficile rispondere: la calunnia, come si sa da molto tempo, è un venticello dagli effetti devastanti. Marino ha fatto bene a pubblicare in modo trasparente tutto il carteggio relativo alle accuse del Foglio, ma, è questo che sperano i calunniatori, ormai il sospetto è stato insinuato, e il male è fatto.
Il messaggio che è stato veicolato dal Foglio non ha niente a che vedere col merito della faccenda, in sé risibile, ma piuttosto con l’abbassamento dell’immagine di un uomo che, per la sua storia e le sue battaglie, è più credibile della media dei politici. Ed è questo che i politici, anche coloro che gli offrono adesso la loro solidarietà, non riescono a sopportare. Allora, chi si è presentato come nuovo deve per forza essere uguale ai vecchi; e chi si è presentato come innocente deve avere le stesse colpe di tutti gli altri, essersi comportato come tutti gli altri, deve essere compromesso come qualsiasi altro. Le differenze si annullano, e le speranze di rinnovamento si spengono sul nascere. E’ una straordinaria operazione di diffusione ad arte di qualunquisno, il più bell’esempio di antipolitica che si potesse inventare. Perché l’antipolitica – questa antipolitica, molto più che i vaff di Grillo – è esattamente quello che serve per mantenere al sicuro l’establishment ed inalterata la gestione del potere.
Tranne pochi intellettuali riuniti attorno a Micromega, la classe dirigente italiana – e penso a tutta la classe dirigente, dagli industriali ai professori universitari, dai giornalisti agli intellettuali – non si è schierata al fianco di Marino, nemmeno quella apparentemente più illuminata e democratica. Questo significa che il programma di Marino, che parla, fra l’altro, di merito e di valutazione del merito, fa paura: il sorridente riformismo di Marino è rivoluzionario, perché mette in discussione il sistema paese. E in questo sistema l’establishment ha vissuto e prosperato.http://viagiordanobruno17.wordpress.com/
La prima cambiale di Cappellacci: via la legge che tutela le coste dal cemento
Data di pubblicazione:
Autore: Cossu, Costantino
Ragionevoli dubbi sulle cause antropiche degli incendi in Sardegna. Il manifesto,
È possibile che dietro gli incendi che in questi giorni hanno bruciato mezza Sardegna ci sia un piano criminale preordinato? E se questo piano c'è, quali sono gli obiettivi che si prefigge? E possibile, cioè, che le fiamme siano state appiccate non solo da piromani, ma anche da incendiari mossi da fini differenti dalla patologica mania per la distruzione portata dal fuoco? Domande giustificate dalla denuncia del comandante del corpo forestale sardo, secondo cui la maggior parte dei roghi che hanno devastato la Sardegna sono dolosi, e dalla conseguente apertura di un'inchiesta da parte della procura della Repubblica di Sassari.
Per rispondere senza cadere in generalizzazioni che non servono a capire che cosa sta accadendo bisogna praticare l'arte paziente della distinzione.Almeno l'ottanta per cento dei roghi si sono accesi nei territori di comuni come Pozzomaggiore, Berchideddu, Magomadas, Ittireddu, Nughedu, Nulvi, Banari, Cargeghe. Li ha mai uditi qualcuno, fuori dalla Sardegna, questi nomi? No. Perché sono il paese d'ombre che nessuno vede, di cui nessuno sa. Sono il territorio vastissimo dei pastori transumanti, protagonisti di un'economia che è quasi di sussistenza, sulla quale, però, continuano a reggersi le zone interne dell'isola, quelle lontane da Porto Cervo, da Villasimius, da Alghero, da Pula, da Stintino, lontane dalle coste delle vacanze più o meno dorate che turisti dal portafogli più o meno capiente prendono d'assalto in queste settimane. Qui pensare che dietro gli incendi ci siano speculatori edilizi e cementificatori francamente fa un po' ridere. Sono da sempre flagellate dalle fiamme queste zone di pascoli a perdita d'occhio. Ma per altri motivi. Per l'antica usanza pastorale di bonificare i terreni con il fuoco, che a volte sfugge di mano; e perché in un'economia poverissima il controllo di un palmo in più di terra, di un ettaro in più di pastura per le pecore può essere vitale. Si spara, in questo paese d'ombre, per i pascoli, si uccide. Anche con gli incendi. Non è una fatalità. E' l'effetto di un ordine economico e sociale. Si può intervenire sull'effetto con un controllo del territorio efficiente, che spetta al corpo forestale controllato dalla giunta regionale e che in queste settimane non c'è stato. Ma su quell'effetto si potrebbe intervenire toccando anche le cause. Problema che nessuno, oggi, si mette più.
Poi c'è il venti per cento di incendi scoppiati vicino alle coste: Arzachena, Loiri, Budoni. In questo caso il sospetto che dietro le fiamme ci siano i cementificatori è giustificato. Il fuoco per chiedere agli amministratori comunali e regionali mani libere per costruire non solo sulle coste ma nelle immediate vicinanze. Il sospetto però si scontra contro una contraddizione logica. Gli amministratori di Arzachena, infatti, dove il centro destra supera il 60 per cento dei consensi elettorali, non hanno alcun bisogno di essere «convinti» con il fuoco. Per loro che si debba costruire il più possibile è un impegno programmatico. Ugo Cappellacci, poi, su quell'impegno ci ha pure vinto le ultime regionali. Appena eletto il leader Pdl ha detto che tra i primi obiettivi della sua giunta ci sarebbe stato lo smantellamento del sistema di tutela del paesaggio messo in piedi da Renato Soru. Cosa che sinora non ha potuto fare preso dall'emergenza economica sarda che è devastante. Ma che si appresta a fare proprio per contrastare, dirà nei prossimi mesi, la crisi attraverso la ripresa dell'edilizia e il rilancio del turismo. E allora? Forse è meglio lasciare l'ultima parola al procuratore della Repubblica di Sassari.
(Versione estiva, un po' rivista)
Ciao, sono il tuo telegiornale delle Tredici!
La tua finestra sul mondo! Peccato che il mondo faccia schifo. No, sto scherzando, è tutto molto divertente.
Nei primi minuti ci saranno interviste a dei politici presi per strada che si rimbeccano. Questo è molto noioso e non interessa effettivamente a nessuno, ma il Direttore sostiene che c'è una legge che lo costringe, e che comunque se un giorno sbagliasse il minutaggio licenzierebbero lui la moglie e i discendenti fino alla settima generazione. Ehi, a qualcuno è successo davvero.
Apprezza almeno lo sforzo degli operatori: anche se i politici che parlano sono quasi sempre le stesse mezze calze, loro si sforzano di trovare ogni giorno un'inquadratura diversa. Così almeno ti mostriamo un po' di Città Eterna a ora di pranzo; e poi anche loro riescono più spontanei, più naturali. Le loro dichiarazioni sembrano estorte a forza dopo ore di pedinamenti, e questo se vuoi è paradossale, perché la loro mansione di Portavoce consiste appunto in questo: uscire da Montecitorio, sparare una cazzata anche breve che comunque noi taglieremo, e andarsene per i fatti loro. Bella vita, eh? No, in realtà dev'essere frustrante.
Ecco, finalmente siamo arrivati alla Cronaca, che poi è quello che c'interessa (anche se in realtà non ce ne frega niente). Dunque. C'è un tale in un quartiere di una città che ha ucciso un bambino. Pare gli sia saltato alla gola. L'assassino è uno straniero originario dell'... dell'Anatolia. Notizia tremenda, eh. C'è davvero da aver paura ad andare in giro, con tutte queste brutte facce... Stacco. Pare che in Italia ci sia un'emergenza razzismo. Lo dice una ricerca di un'università. Pazzesco, ma ti rendi conto! Il razzismo! In Italia! La ricerca dice che i mass media tendono a dare risalto ai crimini commessi da stranieri bla bla bla... a questo punto ti saresti già annoiato, quindi abbiamo montato sopra l'intervista a uno psicologo che l'anno scorso ha detto ai nostri microfoni che razzismo è brutto, razzismo non si fa.
Ok, e veniamo all'Orribile Processo. Di' la verità, cominciavi a temere che non ne avremmo parlato, eh? Oggi pare che l'Imputata Bionda abbia scambiato uno sguardo con l'Imputato Scuro. Forse era uno Sguardo d'Intesa, ma potrebbe anche essere uno Sguardo di Disapprovazione, in effetti l'unica sarebbe fartelo vedere, ma in quel momento il cameraman s'era distratto, comunque fidati. È tutto? Sì, perché le deposizioni erano noiosissime e noi non vogliamo farti cambiare canale, soprattutto adesso che tra tre minuti c'è la pubblicità. E quindi... beh, abbiamo pensato di approfondire mostrandoti la fila di gente che c'è fuori! Una fila di gente che vorrebbe entrare a vedere l'Orribile Processo, non lo trovi morboso? Abbiamo attaccato la dichiarazione di un vip che lo trova morboso. Oddio, vip... è un poeta sconosciuto ai più, però ha una raccomandazione di ferro della Congregazione Opere Mariane. E poi abbiamo intervistato i vecchietti in fila. Sono sempre morbosi, i vecchietti.
No, in realtà mi stanno simpatici.
Veniamo alle buone notizie. E' da un po' che vi parliamo della nuova influenza, ebbene, pare che non ci sia nulla da temere, infatti l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che si tratterà di un'ORRIBILE PANDEMIA. Moriranno appena MIGLIAIA DI PERSONE VACCINIAMOCI TUTTI SUBITO, VACCINIAMOCI PRESTO COSA FAI LI' VECCHIETTO, CORRI A VACCINARTI. Insomma, l'allarme è praticamente PANDEMIA! tornato. PANDEMIA! Basta così, i nostri 40 secondi di pilloline ve li abbiamo fatti vedere, speriamo sia passato un PANDEMIA! messaggio rassicurante.
A questo punto, senza nessun preavviso, comincia lo spezzone preferito dai bambini e dalla quota cacciatori della Lega: gli animali! I nostri piccoli grandi amici! Purtroppo non riusciamo più a mostrarti l'orso Knut, si è mangiato gli ultimi tre cameramen che si sono avvicinati. Pensavamo di farti vedere un cucciolo di foca orfano allattato a biberon, ma all'ultimo momento c'è arrivata un'agenzia: in un quartiere di una città un bambino è stato morso alla gola da un cane! Sì, vabbè, povero bambino, ma soprattutto... povero cane! I cani, sapete, sono buoni di default, e se per caso a uno scappa di sgozzare un bambino, chissà che infanzia di privazioni e crudeltà si porta dietro. Poi i bambini, diciamolo, certe volte non sanno veramente trattare i cani. Schizzano da tutte le parti, li eccitano... vogliamo un po' parlare della responsabilità di chi non li addestra?
Sì, lo so, è la stessa notizia di prima. Ci siamo accorti che il tizio che mandava suoni gutturali era un “cane pastore dell'Anatolia”, embè? No, ma se tu leggi un'agenzia con scritto “pastore dell'Anatolia”, pensi prima a un cane o a una persona?
Come? Ma certo che funziona così:
straniero sgozza bambino = colpa straniero;
cane sgozza bambino = colpa bambino.
Lo trovi strano? Non è affatto strano. È molto semplice: nel consiglio di amministrazione abbiamo tre padroni di cani e nessuno straniero. Adesso però veniamo alle cose serie. Pubblicità.
Automobili, compagnie telefoniche che cercano di strapparsi i clienti esausti, succhi di nulla al gusto di qualcosa che rafforzano, ah ah ah, le tue difese immunitarie, no scusa, ah ah ah, ma sul serio ti bevi tutta questa roba? E la prossima volta cosa ti venderemo? La polverina che scioglie le calorie? Certo, come no, abbiamo brevettato una sostanza che infrange le leggi della Termodinamica e invece di usarla per possedere il mondo te la vendiamo sotto le feste di Natale a prezzi modici!
Fine del momento serio.
Costume e Società. C'è il super-mega-concorso che sta facendo perdere il sonno agli italiani, che spendono un sacco di soldi per vincere il super-mega-jack-pot. Abbiamo intervistato uno psicologo che dice di stare attenti, che uno rischia di perdersi tutti i risparmi, giocando a questo super-mega-concorso con il super-mega-jack-pot. Che sciocchi, eh, questi italiani che... ma ti ho già detto che c'è un super-mega-jack-pot? No, sai, non vorrei mai venir meno al dovere di cronaca. Dunque, dicevamo, mi raccomando, non dilapidate i vostri risparmi per vincere questo SUPER-MEGA-JACK-POT. Così lo vincerà qualcun altro. Magari proprio dal tabacchino sotto casa tua, perché chi lo sa, in fondo potrebbe avercela lui, la scheda che vince il SUPER-MEGA-JACK-POT.
E adesso che c'è... ah, già, modelle. C'è rimasta la marchetta alle ultime due case di moda importanti, poi se Dio vuole la stagione Primaveraestate è finita. Siccome però notizie da abbinare agli outfit non ne abbiamo, pensavamo di risolvere anche stavolta il problema così: mostriamo solo le modelle più ossute e intervistiamo uno psicologo che dice che comunque l'anoressia è un problema legato alla famiglia. Quindi beccati altri due minuti di modelle ossute... Ehi, ma hai visto che bel pellicciotto quella lì... ah, è foca? Però. Proprio bella, eh. Certo, ne dovresti perdere di chili per entrarci. Però col nuovo prodotto che scioglie le calorie, chissà.
E questo è tutto. Ciao dal tuo Telegiornale, la tua finestra del mondo.
Sì, lo so, sono schizzato. E mi piaccio così.
No, non è vero, mi faccio schifo.http://leonardo.blogspot.com/
La verita’ eversiva
La verita’ di un fatto e’ una sola, le opinioni sul quel fatto possono invece essere tante. Un’ovvieta’ in una democrazia sana, un problema in una democrazia malata. Di fronte alle inchieste giornalistiche che hanno rivelato vicende imbarazzanti sulla vita del Premier, la destra grida all’eversione. Una conferma dell’imperversare di quella cultura antidemocratica che oggi purtroppo conta in Italia. La democrazia sana persegue la verita’ con tutti i mezzi e poi lascia che sia il popolo a farsi un’opinione. La democrazia malata, invece, impone una verita’ artificiale al servizio degli interessi politici di chi governa. Per questo, la verita’ vera, in una democrazia malata, diventa eversiva, perche’ contraria a quella che fa comodo ai potenti. Roba da fare rivoltare nella tomba proprio tutti, da Marx a Smith.
Tommaso Merlo
http://www.tommasomerlo.ilcannocchiale.it/
All’americana
Ignazio Marino ha raccolto tutta la documentazione riguardante gli episodi che gli sono stati rimproverati dal Foglio giovedì scorso, in una difesa esemplare. La politica italiana non è certo abituata agli attacchi all’americana, figuriamoci alle risposte all’americana. È la rottura di uno schema di grande interesse, credo, per il costume politico del nostro Paese. Leggete attentamente. È online tutto quello che avreste voluto sapere e anche qualcosa in più. http://www.civati.splinder.com/
Continuo a pensare che Silvio Berlusconi non sopravviverà politicamente allo stillicidio di notizie sulla sua vita così abissalmente lontana da una minima nozione di “bene pubblico”, cui dovrebbe essere tenuto un eletto dal popolo. Impegni istituzionali disdetti con la scusa del torcicollo, per chiudersi nella spa umbra con le signorine; la D’Addario che rivela serate in cui a Palazzo Grazioli il premier cenava circondato solo da improbabili donnine (unico altro maschio presente: il fornitore Tarantini); l’avvocato Ghedini che smentisce l’esistenza delle tombe fenicie a Villa Certosa dimenticandosi di essere finito sul giornale nel 2005 quando vi accompagnava la sovrintendenza.
Non basterà il consenso di cui gode, peraltro in calo. Berlusconi ormai è una macchietta, la sua credibilità è al livello delle persone che ama frequentare. Dopo avere finalmente ammesso di non essere un santo, presto confesserà di non essere in grado di fare miracoli. Nel frattempo gli rinnovo calorosamente il consiglio di cambiare avvocato. http://www.gadlerner.it/2009/07/26/tombe-fenicie-e-porno-festini.html
FILIPPINE
Mindanao: Governo filippino sospende l’offensiva contro il MILF
La direttiva è realizzata con il fine di riprendere un dialogo di pace stabile con il Milf. Il ritiro delle truppe consentirà ai rifugiati dei campi profughi di ritornare ai loro villaggi. I vescovi condannano le violenze contro la popolazione causate dal conflitto.
Manila (AsiaNews/Agenzie) – Questa mattina il presidente Arroyo ha annunciato attraverso il suo portavoce Eduardo Ermita la sospensione dell’offensiva militare contro il Milf. La direttiva - Suspension of offensive military operation (SOMO) - è realizzata con il fine di riprendere un dialogo ufficiale con i ribelli islamici. Essa avrà una durata indefinita e dovrebbe essere da subito operativa.
“L’ordine del presidente vuole creare un clima di stabilità e pace nel conflitto che affligge la regione del Mindanao, intensificare e sostenere l’applicazione di efficaci misure legislative per una ripresa dei dialoghi tra il Governo della repubblica filippina e il Milf”, ha affernato Ermita dopo l’incontro con i capi negoziatori tenutosi al palazzo del governo.
In attesa di un’azione reciproca della controparte, i militari dovranno ora cessare le “spedizioni punitive” contro i separatisti musulmani. È previsto comunque il mantenimento di misure difensive adeguate per contrastare eventuali attacchi.
Il termine delle operazioni ridurrà l’esodo dei civili nei campi profughi, che in questi giorni hanno raggiunto la cifra di 200.000. Ermita ha infatti dichiarato che “il governo è a conoscenza delle deplorevoli condizioni di vita dei rifugiati”. Egli spera che il SOMO possa consentire un loro il ritorno alle proprie abitazioni e il proseguimento della scuola per i bambini.
Intanto giovedì 23 luglio il presidente della Conferenza episcopale filippina, mons. Orlando Quevedo, ha emanato un appello per la pace e per i rifugiati. Egli ha affermato che “per tutte le parti in guerra, come leader religioso rispetto le loro ragioni, tuttavia non posso condividere i loro metodi. Ma più precisamente, proprio perché sono un religioso, condanno con forza quelle violenze che hanno coinvolto innocenti”. Mons. Quevedo ha concluso dicendo che “non c’è conflitto umano che non possa essere risolto attraverso un genuino e onesto dialogo del cuore”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15875&size=A

Recensione entusiasta da parte dello Ahram Weekly dell'ultimo romanzo di Ibrahim Fargali, Abna al Gabalawi, che non solo nel titolo richiama Children of the Alley di Naguib Mahfouz. Youssef Rakha, l'autore della recensione, parla dell'arrivo sulla scena del realismo magico alla egiziana ( Abnaa Al-Gabalwi is probably the closest we have come to a fulfilment of the prophecy that a home-grown magic realist movement would emerge in the new millennium).
Fargali, ricorda Rakha, è stato uno dei più strenui critici del Palazzo Yacoubian di Alaa al Aswany. Peccato che anche Alaa al Aswany ricordi Mahfouz, magari per altre ragioni. L'eredità dell'unico premio Nobel arabo per la letteratura, insomma, viene tirata come una coperta.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Mark Mellman rimarca come ogni sondaggio abbia mostrato l'opinione pubblica americana a favore del fondo assicurativo pubblico. L'unica indagine a dare un risultato opposto era di Rasmussen, e si basava su una domanda falsa. http://andreamollica.blogspot.com/
luglio 26 2009

Omnibus mi piace, e tra l’altro La 7 è l’unica emittente che mi invita, visto che in Rai mi hanno dimenticato in fretta e da Mediaset non sono proprio preso in considerazione. Eppure, quando ieri la redazione mi ha chiesto di essere ospite stamattina per parlare del Pd, non ho fatto salti di gioia: un po’ perché le discussioni di politique politicienne mi appassionano molto meno dei problemi reali del Paese, un po’ perché avevo paura che dal lavaggio dei panni sporchi in piazza uscisse la solita immagine del partito lacerato e confusionario, che tanto piace a chi non ci vota ma che tanto male ci fa. Per dirla alla Bersani, che non è il mio candidato, sono andato in tv con l’obiettivo principale di “lavorare per la ditta” e con quello secondario di spiegare perché appoggio la mozione Franceschini. Ne è uscito “un dibattito lineare e trasparente”, come mi ha scritto Sal Don su Facebook, che a mio parere ha restituito dignità al nostro essere democratici, in mezzo alle tante caricature del Pd che si vedono in giro. Proprio da Facebook ho citato in diretta la lettera di Roberto Orsatti, che sottolinea un aspetto troppo spesso trascurato:
“Noi siamo il Partito Democratico, non siamo tutti uguali come i funzionari del partito/azienda del premier, non abbiamo il culto della personalità, non ci appartiene, non è nostro. Noi siamo democratici, appunto, e non vogliamo essere diversi da questo. Ora capisco che il partito è in un momento difficile, che bisogna evitare spaccature ma vi prego, discutiamo, confrontiamoci, facciamo uscire quello che abbiamo dentro, anche le nostre diversità”.
Chiedevo al conduttore, ironicamente, come avrebbe potuto mettere in piedi una trasmissione analoga sul Pdl, sulla Lega, sull’Udc o sull’Italia dei valori: in nessuno degli altri partiti presenti in Parlamento esiste infatti un dibattito interno, se si escludono i rilievi di Fini che però è libero di parlare in dissenso da Berlusconi solo in virtù della sua carica istituzionale. Non mi spaventa, quindi, la sensibilità diversa sul futuro del partito o sulla sua struttura – io non credo, ad esempio, alla divisione bersaniana fra tessere-buone e primarie-cattive: sia perché anche le tessere sono inquinabili, ed il caso Campania lo dimostra, sia perché il popolo delle primarie è comunque quello che dovrà votarci, ed un partito non governa solo con il consenso dei propri iscritti – purché si rimanga nel rispetto reciproco e non si perda di vista che l’avversario da battere è fuori dal Pd, non dentro. Ad un certo punto, Luigi Amicone – direttore della rivista ciellina Tempi, che non mi ama particolarmente – è arrivato ad auspicare “guerra e sangue” al nostro interno, perché con i bravi ragazzi il Partito democratico non andrà da nessuna parte, ed ha attribuito la sopravvivenza stessa del Pd alle tessere di Bassolino, espressamente lodato per la sua capacità di creare una struttura partitica solida. Ed è questa la stranezza: chi oggi ci chiede “guerra e sangue” ad ottobre, sotto congresso, rimprovererà il Pd sanguinante di concentrarsi sul proprio ombelico anziché pensare alle imprese in crisi; chi oggi rende omaggio a Bassolino aspetterà la primavera, quando ci saranno le elezioni regionali, per rinfacciare al Pd la monnezza di Napoli e le assunzioni facili alla Regione Campania. Non voglio alimentare polemiche, ma prendo atto di un dato: mentre al nostro interno siamo piuttosto divisi sul sostegno ad un candidato oppure ad un altro, tutti coloro che non votano Pd, ma orbitano nell’area di Centrodestra, confessano di tifare per Bersani, e Luigi Amicone non fa eccezione. Possiamo cominciare a riflettere sul motivo, senza ferire le sensibilità di nessuno, o vogliamo derubricarla a semplice coincidenza?http://andreasarubbi.wordpress.com/
Se Niccolò Ghedini non ci racconta palle
Nessuna necropoli fenicia del III secolo avanti Cristo, si trattava solo di qualche osso e qualche coccio d’anfora d’epoca medio-imperiale, roba di poco conto, come quella di recente rinvenuta nella basilica di San Paolo fuori le mura. Se Niccolò Ghedini non ci racconta palle, era Silvio Berlusconi che le raccontava a Patrizia D’Addario, e qui si pone una questione che ritengo interessante: cosa può portare un uomo a raccontare palle del genere?
Si porrebbero anche altre domande, in realtà. Sulla balena fossilizzata, per esempio. Si sarà trattato mica di un volgare fossile di merluzzo del Neolitico? Ma limitiamoci alla questione del vantarsi di possedere terreni nei quali siano stati rinvenuti reperti archeologici di gran pregio che, almeno a quanto ora ci vien detto, in realtà non sarebbero mai stati rinvenuti: quale può essere – mi domando – il movente psicologico che può spingere un uomo potentissimo e ricchissimo a raccontare questo genere di palle, e al solo scopo di farsi bello dinanzi a un’intrattenitrice a pagamento?
Se i periti dimostreranno che quel nastro ha registrato la vera voce di Silvio Berlusconi, sarebbe conveniente che una necropoli fenicia davvero ci fosse nei terreni di Villa Certosa, e che ne siano state fatte sparire le tracce. Perché c’è più disordine mentale nel tentativo di sedurre una puttana con palle del genere di quanto illecito penale ci possa essere nella sottrazione, nell’occultamento e nella distruzione di beni culturali di patrimonio pubblico.
È un ottimo avvocato, Niccolò Ghedini, così dicono tutti, ma bada di più all’assoluzione che alla reputazione del suo assistito. Con la copertura che il lodo Alfano gli assicura, a Silvio Berlusconi converrebbe far tacere il suo avvocato. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Tolleranza zero in appalto

Immaginate un sindaco abbastanza giovane, eletto in una grande città, con un ferreo programma di legge e ordine, una città molto sporca ma non criminale (18 omicidi all’anno, il dato più basso in Occidente per una città con più di un milione di abitanti) che fa sapere al suoi elettori: “Non ce la faccio più. Ho bisogno di un vero capo della sicurezza nella mia città. Vado ad assumere un pensionato, già sindaco di un'altra grande città e affido tutto a lui”.
Non è una fiaba un po’ stupida. Il sindaco è Gianni Alemanno, ex An nel fiore degli anni, fino alla recente campagna elettorale noto per essere energetico, decisionista, sportivo, instancabile.
La città è Roma, città nota per le sue buche stradali in pieno centro storico, per i frequenti investimenti di passanti sulle strisce bianche da parte di automobilisti, motociclisti e autisti di autobus dediti ad alte velocità altrove non consentite, per le rumorose movide notturne di ragazzacci screanzati, ma non per la criminalità. Certo, ci sono stati a catena casi di stupro. Ma come fa Alemanno a dimenticare che proprio uno stupro è stata la sua fortuna elettorale, che “Basta con il pericolo di aggressione alle donne “ è stato il suo impegno principale? Perché non si è assunto quest’unico impegno invece di dare la caccia ai campi Rom?
E che cosa potrà fare un signore attempato e straniero su questo odioso crimine che in ogni luogo ha radici, ambientazioni, storie, connotazioni diverse e che, per esempio, fra tanti crimini non è mai stato in testa all’elenco di violenze a New York?
New York è infatti la città modello che Alemanno è andato a cercare. New York, quasi nove milioni di abitanti, è la città più multietnica del mondo, dove è obbligatorio sapere lo spagnolo (la lingua di moltissimi immigrati) per avere un posto pubblico.
Il prescelto che raddrizzerà Roma? L’ultra settantenne Rudolph Giuliani, già sindaco di New York quando la città aveva circa 300 omicidi all’anno. Quella tremenda cifra, con Giuliani, è diminuita solo secondo un trend che negli ultimi 15 anni ha visto calare la parte più violente della criminalità americana. A New York, come a Boston, come a Chicago.
In compenso con Giuliani New York è stata molto pulita, con le strade ben asfaltate e tolleranza zero per gli automobilisti pericolosi. Perché allora il giovane Alemanno da New York annuncia di avere assunto un pensionato newyorkese per la sicurezza di Roma? Non poteva lui, alla sua età, occuparsi almeno di pedoni, di buche e di erbacce?
Per la sicurezza, a Roma, ci sono già il prefetto, il questore, il comandante della Guardia di Finanza e un po’ di forze armate in tenuta da Afghanistan.
Furio Colombo
Ha un diavolo per capello Stefania Prestigiacomo *, dice che mentre era all'estero a rappresentare me e con me anche gli altri italiani (e quando sarebbe successo che gliel'ho chiesto?), hanno ordito un complotto ai suoi danni per toglierle dei poteri e delle funzioni fondamentali e punta il dito su Scajola, Matteoli e Roberto Calderoli, il ministro per la semplificazione. In particolare Calderoli le avrebbe tolto dei "meccanismi di controllo su argomenti delicatissimi come quelli sull’ambiente, la sicurezza e la salute dei cittadini", e cioè che "anche la valutazione d’impatto ambientale di una centrale nucleare sarà nelle mani di un commissario. In una sola persona si concentrerebbero poteri attribuiti a organi collegiali secondo norme dell’Unione europea, come la Via ma anche l’Autorizzazione integrata ambientale". Embé? Calderoli fa il suo mestiere, anzi, mi stupisco che in Italia per circolare armati occorra essere ancora muniti di una autorizzazione. Beffardi e lapidari i commenti dei leghisti: è acida perché non scopa abbastanza. (e che volete da me, l'avete voluta voi la politica più vicina al sentimento popopopopolare).http://formamentis.splinder.com/
PD, Lumia come Grillo
Secondo Marco Travaglio la cosa più divertente accaduta negli ultimi 10 anni è stata l’autocandidatura di Beppe Grillo alla segreteria del Partito Democratico. Forse si riferiva alle facce pallide e terrorizzate di Fassino & Co immersi tra commi e commetti per far fuori il pericolosissimo comico. Il Pd arroccato tra fogli e carte bollate per estromettere un comico; nemmeno Pio La Torre, uno che «ci vedeva lungo», si sarebbe potuto aspettare tanto dai suoi discepoli.
Se Marco ha ragione, la seconda cosa più divertente del periodo è la candidatura del senatore Beppe Lumia alla segreteria regionale del Partito Democratico siciliano. Certo non è lui a far ridere, ma quelli che gli stanno intorno e che pare in questi giorni stiano tentando di dissuaderlo, con decine di chiamate e messaggi anche da parte dei «mini (si tratta del Pd) big»: «Aspetta, pazienta, vediamo che possiamo fare, magari un ruolo nazionale».
Beppe Lumia, ricorderete, era stato già condannato a morte da Provenzano. Nino Giuffrè, ex boss di Caccamo suo braccio destro, dopo l’arresto e il pentimento confessò: «Io e Provenzano volevamo uccidere Lumia perché era un martello pneumatico contro la mafia. Ho preso tempo e ho perso del tempo perchè era opportuno valutare se Lumia, che reputo una persona onestissima, avrebbe fatto più danni da morto o da vivo. Per la situazione in cui si trova Cosa nostra non potevamo permetterci un omicidio di questa portata senza calcolare le ripercussioni. Poi mi hanno arrestato ed eccomi qua». «Mi trovavo con Provenzano e con Benedetto Spera, sapevano tutti che io odiavo l'onorevole Lumia e che prima o poi ero intenzionato ad ucciderlo. Lo sapeva anche Provenzano. Allora un giorno mentre che eravamo assieme mi prende questo discorso di Lumia, c'ha girato bello bello attorno, fino a farmelo stabilire a me di ucciderlo. Ho fatto finta di non capire, mi faceva tanto comodo. Mi ha detto: però ti raccomando, senza premura, facciamo le cose per bene, meglio se un incidente, perché così fa un pochino, un pochino di rumore».
Dopo queste parole anche i vertici del Pd si resero conto che uno stimato persino da cosa nostra per la sua incisività nella lotta alla mafia non poteva più fare il parlamentare, tantomeno in Commissione Antimafia, di cui era stato per errore efficiente presidente dal 2000 al 2001 e vice dal 2006 al 2008; proprio nel 2008, quindi, a poche ore dalla chiusura delle liste per le Politiche, Lumia viene lasciato fuori dal Senato: il Pd non lo candiderà. Se non una condanna a morte per uno che ha dedicato ogni sua cosa alla politica antimafia senza pensare all’elezione successiva, ci siamo vicini. Solo dopo una sollevazione popolare, Walter Weltroni decide di reintegrarlo per evitare di precipitare ancora più in basso, non certo per sensibilità, ci mancherebbe, non ce lo saremmo mai aspettati in effetti.
Ora il senatore di Termini Imerese ha rotto gli indugi e ha annunciato la volontà di candidarsi alla segreteria regionale. Una scelta che ha sorbito più o meno l’effetto di quella di Grillo alla segreteria nazionale. L’etereo Francantonio Genovese, l’ex democristiano attualmente alla guida del Pd, dopo cinque-sei svenimenti carpiati ha deciso nel frattempo di inciuciare con l’Udc alla Regione piazzando un suo uomo alla presidenza della commissione Sanità nel governo Lombardo. Genovese, che ad un mio articolo sulla presenza tra i parlamentari Pd dell’amico del mafioso Bevilaqua di Enna, Vladimiro Crisafulli, aveva risposto così: «io sono convinto che la politica debba occuparsi della politica e ritengo anche pericoloso quando questa mostri la volontà di voler uscire dai suoi ambiti per sostituirsi alla Magistratura e agli organi inquirenti al fine di accertare e punire in vece loro». No, non vi sbagliate, è lo stesso Genovese che è stato, assieme a Tonino Russo, Angelo Capodicasa e Antonello Cracolici, uno dei protagonisti del collasso del Pd in Sicilia, che ha avuto l’apice nella candidatura e nella consecutiva sepoltura di Anna Finocchiaro alla presidenza della Regione Sicilia. Farà parte Beppe Lumia, come Grillo, di un movimento politico ostile? Varrà la sua tessera? Avrà pagato i 20 euro di iscrizione? Controllate, Lumia ha la faccia di uno che i venti euro li ha tenuti in tasca, estromettetelo, prima che possa cambiare veramente il Pd. http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Primarie Pd, la fiera del tartufo
Marco Travaglio

Signornò
da L'Espresso in edicola
Più si avvicinano le primarie del 25 ottobre, più il precongresso del Pd somiglia all’edizione nazionale della fiera del tartufo di Alba. Non contento di riabilitare Craxi come grande “modernizzatore”, Veltroni annuncia in una tragicomica intervista al Corriere che sta scrivendo una legge sul conflitto d’interessi di rara durezza: “ incompatibilità fra funzioni pubbliche e possesso di mezzi di comunicazione”. Wow!
Peccato non averci pensato prima, quando il centrosinistra era al governo e lui era vicepremier (1996-‘98) o leader del Pd (2007). Ancora l’anno scorso Uòlter s’impegnò a “non attaccare mai Berlusconi”, anzi a non nominarlo proprio (“il principale esponente dello schieramento avverso”) e a fare “le riforme insieme”.
Ora che il Cavaliere ha 100 deputati di maggioranza, forse, è un po’ tardi. Intanto D’Alema spiega che “ Bersani è il segretario ideale”, mentre Franceschini sta con “gli sconfitti”, fra cui Fassino. Il quale, a onor del vero, portò il centrosinistra a vincere tutte le elezioni parziali dal 2002 al 2005 e le politiche 2006, mentre il conte Max ha collezionato più fiaschi di una cantina sociale: dalla Bicamerale al governo-catastrofe che sostituì Prodi nel ’98 e tracollò nel 2000 dopo le bombe sull’ex Jugoslavia e la leggendaria operazione Telecom. Per non parlare della scalata Unipol-Bnl (“Vai, Consorte, facci sognare!”), frettolosamente rimossa.
Divisi sulle future poltrone, dalemiani e veltroniani hanno ritrovato comunque una mirabile unità nel chiudere gli occhi sulle tessere gonfiate che in certe zone della Campania superano addirittura il numero degli elettori (lo stesso era avvenuto nel 2007, ma nemmeno un responsabile fu sanzionato); e nel chiudere le porte delle primarie e persino del tesseramento a Beppe Grillo, in nome del sacro testo dello Statuto. Che però esclude soltanto “ le persone iscritte ad altri partiti politici” (art. 2, comma 8). E Grillo non lo è. Ma lo Statuto del Pd è piuttosto elastico: si applica ai nemici (o presunti tali) e si interpreta per gli amici. E’ stata appena accolta nel Pd Alessandra Guerra, ex governatora del Friuli per la Lega Nord, ed è stata rinnovata la tessera a un tizio condannato in Germania per molestie sessuali.
Alle Europee si era deciso di non presentare amministratori locali. Poi però fu candidato (e per fortuna eletto) il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, come pure Rita Borsellino, scaricata solo un anno fa dal Pd e passata alla sinistra radicale.
Del resto lo Statuto fu modificato nel giugno 2008 senza il numero legale per creare un sinedrio correntizio a esso sconosciuto, la Direzione nazionale, che esautorò il solo organo democraticamente eletto: l’Assemblea costituente. Assemblea riesumata sei mesi fa per eleggere Franceschini segretario senza numero legale né primarie, in barba allo Statuto medesimo. Come si chiama un partito che non rispetta nemmeno le regole che si è dato? Democratico, appunto.
(Vignetta di Bandanas) http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Sia chiaro. Io non ho questo gran acume politico e ne sono consapevole. Prima di esprimermi su qualunque cosa, ci penso bene, mi documento e comunque, anche così, non escludo di sbagliare. Una cosa la so di sicuro. Il mio atteggiamento non è quello normalmente in uso nelle redazioni dei giornali e finanche nei blog, amatoriali o meno, commenti inclusi. Quello che conta è la rapidità. Arpionato lo scoop, qualunque esso sia e di qualunque qualità, buttarsi a pesce, rilanciare, polemizzare, ironizzare, smontare. Questa è la regola, le cui conseguenze possono essere dirompenti: perché, ovviamente, niente è più difficile da riconquistare della credibilità perduta, anche quando essa sia stata compromessa ad arte da qualche malevolo. E nel villaggio globale i pettegolezzi delle comari telematiche hanno, ahimé, l'andazzo della pandemia.
Le rivelazioni del Foglio sui presunti illeciti amministrativi perpetrati da Ignazio Marino quando lavorava per l'Università di Pittsburgh e per il collegato centro trapianti di Palermo sembrano esattamente di questa specie: della serie buttiamo un po' di merda dove capita, qualcosa resterà (e sarebbe interessante conoscere la fonte della lettera dell'Università di Pittsburgh, lettera che, pare, già da qualche tempo circolava per le redazioni dei giornali come una sorta di mina vagante sulla strada precongressuale di Marino). Ovviamente tutti si sono immediatamente lanciati in spericolati commenti (figurarsi se i giornali di destra, con tutto l'imbarazzo che provano nel gestire le note faccende del premier, si lasciavano sfuggire la ghiotta occasione) e numerosi sono quelli che hanno sposato entusiasti il facile detto: "ahaha, l'avevo detto io. eccolo qui, il moralista d'accatto, a suo tempo sputtanato per 8000 dollari di rimborsi taroccati (5000 euro, no dico, vi rendere conto della cifra?)": non ultima la gentile Paola Binetti che si lancia in complicate argomentazioni in cui si dice e non si dice (o non c'era Qualcuno che ordinava di dire Sì se è Sì e No se è NO? Senza contare le travi e le pagliuzze già giustamente evocate da Gilioli ...), per concludere che insomma, quasi quasi sarebbe meglio che Marino ritirasse la sua candidatura (non vorrei dire ma questa sua intervista ha quasi il sapore dell'avvertimento) . Mmmm, pochi coloro che hanno sospettato del tempismo: Marino presenta il programma, e voilà, primi strali velenosi, velenosissimi.
Ora, non è che da queste parti si voglia per forza giocare all'avvocato difensore di Ignazio Marino. Mi pare che, in ogni caso, la sua risposta sia esauriente (vedi anche qui ), anche se naturalmente c'è chi scuote la testa non convinto, ma si tratta di gente che, una volta trovato l'appiglio, non si convincerebbe nemmeno di fronte all'evidenza. E, valutate le varie argomentazioni in campo, pro e contro Marino, mi pare anche che la diagnosi più esatta sia questa (da Affaritaliani.it):
Una vicenda che, letta la lettera di "allontanamento" scritta dall'ospedale americano al famoso trapiantologo e ascoltate le spiegazioni del medesimo , ha tutto il sapore di una bufala. Magari ci sbaglieremo ma non è credibile l'idea che Marino si sia sputtanato per 5 mila euro di note spese taroccate quando amministrava 20 milioni di euro in spese correnti annue e gestiva appalti da 100 miliardi di vecchie lire interfacciandosi con aziende paramafiose.
Molto più verosimile che sia un documento estrapolato e burocratico dentro una chiusura di rapporto che divenne estremamente dialettica, come spesso accade in questi casi, per volontà del professore che aveva deciso di lasciare accettando le offerte della concorrente università di Philadelphia. Ha tutta l'aria, insomma, di essere un siluro precongressuale quello consegnato a Il Foglio (che peraltro ha fatto bene a pubblicarlo, visto che circolava nelle redazioni e ammorbava). Un boccone avvelenato di quel filone della lotta politica sempre più invalso in Italia che Rino Formica definì "buttare merda nel ventilatore", verso un uomo che, evidentemente, per il suo profilo personale e professionale fatto di competenza e merito (e dunque di indipendenza), per le sue posizioni ideologiche ed etico- filosofiche controcorrente (vedasi il caso Englaro), per la sua piattaforma programmatica, per gli equilibri che sposta nel Pd, nel Centrosinistra, nella politica italiana, nei palazzi del potere, è temuto ed esorcizzato.
Sembra un marziano, Marino, nell'Italia politica di oggi. Dalle potenzialità dirompenti. Che, forse, a parere di avversari nascosti nell'ombra va stroncato nella culla prima che faccia danni. Questa è, a pelle e viste le carte, la nostra sensazione e la nostra congettura. Seguiremo gli sviluppi e daremo massima informazione, pronti a ricrederci e a scusarci con i lettori se, popperianamente, la nostra verità verrà falsificata.
(P.S. Chiunque passi di qui, se lo ritiene opportuno, prima di lanciarsi nel consueto sport del commento immediato a quello che scrivo, per una volta mi faccia il piacere: segua i link e li metta a confronto, come ho fatto io prima di sceglierli e di inserirli come parte decisiva dell'argomentazione). http://contaminazioni.splinder.com/
DIMISSIONI, anzi: resti, resti...

Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
in un Paese occidentale lei non sarebbe più Presidente del Consiglio e nemmeno membro del Parlamento da molti mesi. Gli scandali finanziari, morali e sessuali nei quali si è cacciato l'avrebbero costretta a dimettersi. O meglio: la pressione degli uomini del suo partito conservatore, unita a quella del resto della società, l'avrebbero costretta a dimettersi dalla carica che ricopre per rispetto dell'art.54 della Costituzione, per rispetto alla carica stessa e per rispetto alla Repubblica e ai suoi cittadini.
Invece, mentre scrivo questo post, lei è ancora Presidente del Consiglio. Non si è dimesso e non credo ci abbia nemmeno pensato: se dovesse togliersi lo scudo della Presidenza del Consiglio, sarebbe processato per aver corrotto l'avvocato inglese Mills, e molto altro.
In tempi normali, questo post sarebbe stato corto, di una riga appena: si dimetta.
Oggi, mentre la stampa del pianeta Terra insiste nel raccontare i dettagli dei suoi luridi affari, io le dico: tutto sommato resti. Resti, perché l'opera che lei sta compiendo è qualcosa che non ha pari. Lei sta riuscendo in un compito proibitivo: smerdare l'immagine della Destra italiana nel mondo. E alla fine, riuscirà a smerdarla anche in Italia, nonostante il controllo ceauceschiano della tv e di parte della stampa. Rimanga dove sta, perché a poco a poco lei sta smantellando quell'egemonia culturale che era riuscito con tanta fatica a costruire attorno alla sua stramba alleanza di fascisti, post-fascisti, nazionalisti e secessionisti. Resti, perché piano piano lei sta riuscendo nell'alienarsi il favore non solo dei cattolici, alla cui base lei dà il voltastomaco già da tempo, ma perfino delle gerarchie ecclesiastiche, e mi creda Berlusconi: ce ne vuole per disgustare quei peli sullo stomaco lì.
Resti, perché leggere articoli del genere sul Times può dare fastidio a ogni cittadino italiano, ma alla lunga fa bene: lei e la sua cricca siete come l'AIDS, se vi fate conoscere nel mondo, sarete evitati e non ucciderete. Poi, quando si sarà finalmente dimesso perché costretto dai suoi, penseremo a come farle rifondare i danni inferti all'immagine della società italiana. Riporto una lettera di ieri del giornale canadese Globe and Mail, che in genere non parla mai d'Italia:
That man-bites-dog thing
The rule of thumb used to be: Man bites dog is news, dog bites man is not news (Paper Releases Tapes Said To Be Of Berlusconi’s Night With Prostitute - July 21). Memo to all newsrooms: Italian PM Makes Love To Woman Who Is Not His Wife is not news. Italian PM Plays Pinochle With Woman All Night - that’s news.
Sharen McDonald, Pierrefonds, Que. http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/
strane similitudini
Nelle memorie del personale di servizio di Hitler, torna sempre la noia provata durante le riunioni notturne con i lunghi e ripetitivi monologhi del Führer che tornava ai suoi anni giovanili ed ai suoi temi preferiti ,in maniera continua e monotona, tanto che il suo seguito faceva i turni per dividersi lo strazio di stare a sentire il Führer. Del ,presunto, magico carisma non restava niente per quei servitori ,visto quello che sta emergendo adesso chissà quanta noia emergerà dalle memorie dei servitori del nano quando saranno pubblicate. http://www.giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/
Si pensa che le vittime possano essere state uccise dalla polizia segreta di Stalin
I resti di almeno 20 persone sono stati rinvenuti oggi nelle vicinanza di una chiesa nel nord della Bielorussia.
Le spoglie erano sepolte nel villaggioi di Glubokoye, che apparteneva alla Polonia, ma che è caduto nelle mani dei sovietici nel 1939. Si pensa che la maggior parte delle vittime possano essere state state uccise dalla polizia segreta di Stalin tra il 1939 e il 1941. Le forze sovietiche occuparono la Polonia orientale nel 1939 dopo la firma del patto nazi-sovietico di non aggressione. La Germania nazista invase l'Unione Sovietica nel giugno 1941. Un anno prima, oltre 21mila persone, tra ufficiali dell'esercito polacco e intellettuali, vennero uccisi nella foresta di Katyn, vicino alla città di Smolensk, nella Russia occidentale, per ordine di Stalin. Durante gli anni, le autorità sovietiche hanno accusato la Germania nazista per il massacro di Katyn.
http://it.peacereporter.net/articolo/16902/Bielorussia%2C+rinvenuta+fossa+comune
Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sulla Resistenza al golpe in Centroamerica!
Si chiamava Pedro Ezequiel ed era un militante democratico honduregno tra quelli che ieri erano andati ad accogliere il presidente legittimo Mel Zelaya. E’ stato sequestrato ieri da un commando dell’esercito golpista nelle vicinanze del luogo dove il presidente legittimo voleva entrare nel paese.
Oggi il corpo di Pedro Ezequiel è stato fatto ritrovare a pochi metri dalla strada nella località di Alauca con evidenti segni di tortura alle mani, al volto e lesioni in varie parti del corpo.
Chi ha torturato e assassinato Pedro Ezequiel? I golpisti di Roberto Micheletti o il “temerario” Mel Zelaya al quale oggi i media mainstream attribuiscono pappagallescamente la responsabilità di eventuali violenze commesse dai golpisti?
Intanto il Mercosur parla chiaro, al contrario delle titubanze statunitensi. Non solo il governo golpista è illegittimo ma non ha il diritto neanche di convocare nuove elezioni. Ovvero neanche un governo sorto da elezioni gestite dai golpisti sarebbe riconosciuto dai paesi del Mercosur. In particolare il presidente brasiliano Lula si è enfaticamente compromesso nell’appoggio a Zelaya parlando ripetutamente e pubblicamente al telefono con il presidente legittimo alla frontiera Nicaragua-Honduras.http://www.gennarocarotenuto.it/9599-orrore-in-honduras-i-golpisti-torturano-e-assassinano-un-militante-democratico/#more-9599
INDIA
Orissa, partito nazionalista indù contrario alla giornata di “Pace e Armonia”
di Nirmala Carvalho
Leader del Bjp afferma che la festa fomenterà “nuove tensioni e scontri comunali”. Intellettuale indù sottolinea che è necessario “fare giustizia” e garantire i compensi “alle vittime innocenti”.
Kandhamal (AsiaNews) – Il partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp) è contrario alla celebrazione della giornata di “Pace e Armonia” in Orissa – il 23 agosto 2009 – a un anno esatto dall’assassinio dello Swami Lakhmananda Saraswati, che ha scatenato il pogrom anti-cristiano.
Karendra Majhi, leader del Bjp di Baliguda – distretto di Kandhamal – afferma che “indire una giornata di pace e armonia il 23 agosto servirà solo a fomentare le tensioni comunali” e avverte del pericolo di nuovi scontri e violenze.
Anche lo Swami Agnivesh, intellettuale indù, attivista e presidente del World Council of Arya Samaj, è contrario alla giornata perché “il giorno internazionale della Pace è celebrato il 21 settembre” e non si può unire l’idea di pace con un evento che “ha scatenato omicidi, stupri e ogni genere di brutalità contro vittime innocenti”. Egli aggiunge che adesso è necessario “fare giustizia” e garantire compensi e sostegno alle “vittime cristiane delle violenze”.
“Il lavoro di assistenza ai profughi non è completo – prosegue lo Swami (nella foto con l’intervistatrice) – i compensi non sono adeguati e in molti casi nemmeno distribuiti. Il nostro obiettivo deve essere la riabilitazione delle vedove di Kandhamal, assicurare che gli orfani ricevano un’istruzione adeguata, perché sono il nostro futuro, e lavorare per costruire una società di pace e armonia”.
In tema di libertà religiosa, l’intellettuale indù conferma che “è il più importante dei diritti umani” e comprende “necessariamente la libertà di scelta e di conversione”. “Anche io mi sono convertito dalla religione bramina indù… e ora che sono uno Swami non ho una religione particolare. Sono semplicemente un essere umano”.
“Dobbiamo cercare la ricchezza e la spiritualità che sono presenti in ogni religione – conclude Swami Agnivesh – e trasformare l’umanità intera in una sola famiglia. Dobbiamo rispondere ai bisogni di quanti sono più poveri fra i poveri, i senza voce”, come ripeteva sempre Madre Teresa di Calcutta. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15883&size=A
La AP vuole installare un software che la avverte tutte le volte che un suo take è usato senza autorizzazione. Poi si presume che andrà in giudizio contro chi cita senza permesso (par di capire, però soprattutto contro gli aggregatori di notizie). Un modo come un altro per testare i limiti del "fair use". Ma potrebbe anche perdere.
New York Times
http://giornalismoparma.typepad.com/
PAULSON RIVELA: L'AMMINISTRAZIONE BUSH TEMEVA UN CROLLO
DI STEPHEN FOLEY
The Independent
Ieri è stato rivelato che l'amministrazione Bush e il Congresso hanno discusso della possibilità di un crollo nella situazione relativa alla legalità e all'ordine pubblico, e della logistica per sfamare i cittadini Usa nel caso del crollo del commercio e del sistema bancario in seguito al panico finanziario dello scorso autunno.
Facendo la sua prima apparizione a Capitol Hill dopo avere lasciato l'incarico, l'ex segretario al Tesoro Hank Paulson ha affermato che era importante in quel momento non rivelare la gravità delle preoccupazioni dei funzionari, per paura che ciò avrebbe "terrorizzato il popolo americano e portato ad un problema ancora maggiore".
Paulson ha testimoniato di fronte al Comitato di Controllo della Camera a riguardo dell'impopolare piano di salvataggio di Wall Street da $ 700 miliardi dell'amministrazione Bush, che venne innescato dal fallimento della Lehman Brothers lo scorso settembre. Nei giorni che seguirono, una corsa ai prodotti di investimento più sicuri sui mercati finanziari minacciò di rendere impossibile alle persone l'accesso ai propri risparmi.
"In un mondo in cui l'informazione può girare liberamente, in cui il denaro può spostarsi elettronicamente alla velocità della luce, ho considerato l'effetto domino e ho considerato che in caso di fallimento del sistema finanziario, l'intero sistema economico di una nazione può fallire" ha dichiarato Paulson. "Credevo che saremmo potuti ritornare indietro alle situazioni che abbiamo visto durante la grande depressione. Cerco di non usare iperboli. È impossibile dimostrarlo ora dal momento che non è accaduto".
Paul Kanjorski, un democratico della Pennsylvania, ha chiesto a Paulson di rivelare i dettagli delle preoccupazioni dei funzionari, che vennero riferite al congresso in una tesa seduta lo scorso anno. I dibattiti comprendevano discussioni sull'ordine e sulla legalità e sulla possibilità di sfamare il popolo americano, e per quanto tempo, secondo Kanjorski.
Il Comitato di controllo sta indagando sull'acquisizione di Merrill Lynch da parte di Bank of America, un accordo stabilito nel disperato weekend in cui fallì la Lehman Brothers, e che in seguito richiese l'appoggio governativo a causa delle sempre maggiori perdite della Merrill.
Paulson ha difeso l'iniziativa di fare pressione su Bank of America quando a dicembre ebbe dubbi dell'ultimo minuto sull'accordo. Non fare ciò avrebbe resuscitato la "devastazione finanziaria" che il piano di salvataggio aveva placato.
Titolo originale: "Paulson reveals US concerns of breakdown in law and order"
Fonte: http://www.independent.co.uk
Link
17.07.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALCENERO
La mia auto, è la tua auto!
"Se viaggi da solo in macchina, viaggi con Hitler", annuncio di un club di car sharing americano durante la Seconda Guerra Mondiale. (Foto: Wikimedia)
Panorama del car sharing in Europa.
Com’è grande e bella l’Europa da quando non ci sono più i posti di controllo ai confini! Anche quelli che conoscono gli accordi di Schengen solo per sentito dire, ne approfittano almeno una volta all’anno durante le loro vacanze a Cipro o in Norvegia.
L’Europa sarebbe così libera, non fosse per la questione dei soldi. A cosa serve la voglia di viaggiare se mancano gli euro necessari e non si può neppure andare in vacanza nello Stato vicino? Di fronte a questo problema si trovano sopprattutto i giovani, insomma gli studenti o quelli che devono ancora avanzare di un paio di gradini nella loro carriera prima di potersi permettere un weekend a Praga.
Il car sharing, ovvero l’idea di condividere un auto con altre persone, non è per forza una novità. Ad esempio, in Germania, già da alcuni anni, esiste Arbeitsgemeinschaft deutscher und europäischer Mitfahrzentralen e.V. (Adm) la più conosciuta tra le agenzie tedesche che mettono in contatto persone intenzionate a viaggiare in questo modo. E lo stesso vale per Iniziativa Car Sharing in Italia e Fédération du Covoiturage (Feduco) in Francia che, pur essendo più recente, gode già di un grande successo.
seven resist / Flickr | seven resist / Flickr
Addio burocrazia!
Tuttavia, poiché queste agenzie richiedono, il più delle volte, una commissione o il pagamento di una quota d’iscrizione e complicano la cosa con ulteriori regole, parallelamente si è sviluppata su internet una comunità virtuale che offre opportunità di car sharing in modo meno burocratico e costoso.
I siti internet che propongono sia offerte che richieste di car sharing, come in una specie di bacheca, sono innumerevoli: soltanto in Francia, a quanto dicono esperti “co-viaggiatori” parigini, ne esisterebbero circa ottanta. Proprio per questo, però, alla fine sono i siti più conosciuti e usati a valere come punto di partenza per le ricerche: mitfahrgelegenheit.de per la Germania, www.trasportiamoci.it per l’Italia, www.covoiturage.fr per la Francia o www.autospolujizda.cz per la Repubblica Ceca. Ovviamente, non si trovano soltanto offerte per brevi percorsi nel proprio paese, ma anche per viaggi negli altri Paesi europei. I vantaggi del car sharing sono evidenti: mettendo da parte il problema dell’inquinamento, che viene molto ridotto grazie alla diminuzione del numero di auto sulle strade europee, come ricompensa per un comportamento ecologicamente e socialmente sostenibile, c’è un netto risparmio sui costi del viaggio, sia per il guidatore che per “l’ospite”. Così, si lascia ancora più volentieri la macchina a casa e si approfitta di un passaggio con il car sharing. In questo modo, un viaggio da Parigi a Praga, a giugno in alta stagione, costa nelle offerte di covoirturage.fr tra i 40 e i 60 euro. Vaggiare via Francoforte sul Meno con la Sncf (le ferrovie francesi) e la Deutsche Bahn, verrebbe a costare ben 106 euro. Neppure i voli low cost tengono il passo, perché bisogna calcolare anche il costo del trasporto fino all’aeroporto, mentre l’esatto luogo di partenza e arrivo delle tratte con il car sharing è deciso individualmente.
Viaggiare in tanti per fare nuovi incontri
A prescindere dai vantaggi per il proprio portafoglio, si produce anche un piacevole effetto collaterale: le ore solitarie su autostrade apparentemente infinite sono finite. Se si incontrano compagni di viaggio simpatici ed interessanti il progetto Mitfahrenzentrale diventa una vera esperienza di viaggio. A chi capita l’opportunità di viaggiare attraverso l’Europa con due tedeschi, un ceco, una marocchina e un cane? Anna, una studentessa americana a Parigi con un progetto di scambio, ha fatto questa esperienza. Anche se inizialmente, quando un conoscente tedesco con cui voleva andare da Berlino ai Balcani le ha proposto questa opzione, era scettica, ben presto ha cambiato idea. «All’inizio lo trovavo strano, in fondo non l’avevo mai fatto prima. Non so neppure se da noi esiste qualcosa di simile! Per questo in principio non volevo e ho sospettato il guidatore di tutte le possibili cattiverie. Tuttavia, ben presto, costui si è rivelato essere un simpatico elettricista che ogni giorno percorre la strada da Berlino alla Repubblica Ceca e non ha voglia di trascorrere quelle lunghe ore da solo sul suo autobus. Così tutti hanno approfittato del viaggio: Anna ha imparato qualche parola di tedesco e di ceco, mentre Sonia ha raccontato qualcosa del Marocco». «È stato davvero magnifico. Non avrei mai pensato che un viaggio in auto potesse essere così interessante, sebbene il cane non avesse un odore particolarmente piacevole!».
Non avere al momento abbastanza soldi per viaggiare nei Paesi europei è una scusa che non regge più da molto tempo. Anche Anna, che nel frattempo è tornata in America, vuole tornare presto in Europa: «È tutto così vicino. Si può viaggiare qui e là a prezzi convenienti. Un po’ vi invidio, voi europei!».http://www.cafebabel.com/ita/article/30845/viaggi-europa-car-sharing.html
ABYEI, LA BOMBA DISINNESCATA
Con una sentenza salomonica, la Corte arbitrale permanente dell'Aja ha disinnescato una delle bombe a orologeria che potevano far saltare la pace tra Nord e Sud Sudan, la questione della regione di Abyei
Irene Panozzo
La bomba a orologeria, che tutti temevano potesse scoppiare, è stata disinnescata. Quanto meno per ora. Ma il sospiro di sollievo di Nazioni Unite, partner di governo sudanesi e comunità internazionale è evidente. A rasserenare gli animi è giunta mercoledì la decisione finale della Corte arbitrale permanente dell’Aja, che dopo un anno di processo, ha trovato una soluzione salomonica per uno dei problemi più spinosi di un paese a cui certo non mancano i problemi: la questione di Abyei, piccola regione al confine tra Nord e Sud Sudan, ricca di petrolio e dai confini controversi.
Una questione che si trascina da anni. Da quanto nel luglio 2005 il rapporto finale della Commissione confinaria di Abyei (Abc), creata dal trattato che sei mesi prima aveva messo fine alla ventennale guerra civile sudanese, è stato accettato dagli ex ribelli del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm) e rigettato dal partito del presidente della repubblica Omar al-Beshir, il National Congress party (Ncp). Ex nemici, ma parte del governo di unità nazionale nato proprio in virtù del trattato di pace. Non delimitare il confine dei “nove capitanati (chiefdoms) dei Ngok Dinka” che nel 1905 erano stati trasferiti amministrativamente dal Sud al Nord ha significato, in questi quattro anni, non poter creare un’amministrazione locale, lasciare la regione in un limbo difficile da gestire e non poter dividere i proventi delle ricchezze petrolifere. Perché Abyei è piccola rispetto alle immense distese sudanesi, ma nel suo sottosuolo c’ è molto di quel petrolio che negli ultimi dieci anni ha arricchito le casse dello stato, trasformandone la sua capitale.
L’oro nero naturalmente conta, e molto. Ma conta soprattutto a Khartoum e a Juba, la capitale del Sud, di cui Abyei potrebbe entrare definitivamente a far parte dal 2011, quando, secondo il trattato di pace, potrà scegliere tramite referendum in quale metà del paese rimanere. Ma anche il Sud nel 2011 avrà un referendum, in questo caso per decidere se rimanere parte del Sudan o diventare indipendente. È chiaro quindi che a Khartoum l’idea di poter perdere Abyei e il suo petrolio e cederlo a un nuovo Sud Sudan indipendente, già ricco di risorse, non è mai piaciuta per niente.
Sul terreno però ci sono anche altre dinamiche, che poco hanno a che fare con il petrolio e che contano molto sulla stabilità della regione. Abyei, oltre che dai Ngok Dinka, parte della più numerosa popolazione sudsudanese, è abitata anche dai Missiriyya, pastori arabi che durante il conflitto Nord-Sud sono stati armati dal governo centrale per fare il lavoro sporco contro i ribelli dello Spla. E allora la questione diventa identitaria, ma anche economica, visto che si tratta di regolare l’utilizzo dei tratturi della transumanza, dell’accesso ai pascoli e ai punti d’acqua.
Di fronte a un tale groviglio e dopo una cruenta crisi scoppiata nel maggio 2008, da cui la città di Abyei è uscita in cenere e 50mila dei suoi abitanti sono fuggiti, l’attesa per la decisione dei giudici dell’Aja era alle stelle. Come anche la tensione, sia nelle due capitali che sul terreno, con gli eserciti in movimento e la missione di pace delle Nazioni Unite pronte a intervenire. Perché Abyei è sempre stata considerata una sorta di banco di prova per la tenuta del trattato di pace ed erano in tanti, probabilmente la maggioranza, a temere che un verdetto negativo per una delle due parti potesse scatenare il putiferio, con conseguenze potenzialmente dirompenti sull’intero assetto della pace.
Invece è andata diversamente. Il tribunale arbitrale per Abyei ha confermato che il territorio dei capitanati Ngok Dinka fa parte, etnicamente, del Sud Sudan, come stabilito dal rapporto dell’Abc. Ma ha anche detto che il confine orientale della regione deve essere arretrato di un po’ rispetto a quanto deciso nel 2005. Lasciando così fuori, in territorio nordsudanese, il bacino di Heglig, uno dei più ricchi di petrolio. La pace per ora è salva.
L'articolo è anche su il manifesto
http://www.lettera22.it/showart.php?id=10696&rubrica=82
Iran
guerra aperta nel clero, Rafsanjani rilancia la sfida
L’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani ha rotto gli indugi ed è arrivato a contestare pubblicamente la legittimità della rielezione Ahmadinejad. Teatro privilegiato del fatto, il sermone del venerdì presso l’Università di Teheran, il momento istituzionale per eccellenza della settimana sciita. Il dubbio si è insinuato nelle menti delle persone ed ha infestato la nazione come la lebbra, con queste parole Rafsanjani, riferendosi ai dati elettorali contestati, ha contestato l’elezione di Ahmadinejad. Parole già di per sé “pesanti”, e che assumono un ulteriore significato poiché pronunciate in pubblico, senza mediazioni, dal capo dell’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale, che ha tra i suoi compiti l’elezione, ma anche revoca, del Rahbar (la Guida Suprema della Rivoluzione).
L’attacco di Rafsanjani segna anche una profonda spaccatura nel regime e all’interno dell’Assemblea stessa, dove siedono peraltro anche esponenti ultraconservatori come l’ayatollah Mesbah Yazdi, considerato la guida spirituale e consigliere privilegiato del presidente Ahmadinejad. Con le sue parole Rafsanjani ha inteso contestare il ruolo di mediatore che la Guida Khamenei, istituzionalmente, avrebbe dovuto assumersi e che fino ad ora non ha esercitato. Ruolo che dovrebbe in primis salvaguardare il delicato equilibrio di poteri all’interno della Repubblica e soprattutto la centralità del clero militante. L’atteggiamento assunto già all’indomani del risultato delle contestate elezioni da Khamenei, ha nei fatti rotto questo equilibrio a tutto svantaggio del clero che ha perso la sua centralità a vantaggio delle Guardie della Rivoluzione.
Sarebbe tuttavia sbagliato vedere in Rafsanjani un campione dello Stato di diritto. L’ex presidente è più realisticamente e pragmaticamente impegnato in una guerra di potere all’interno del regime, scontro che ha come obiettivo il mantenimento del proprio peso politico e la salvaguardia del proprio immenso patrimonio personale. Egli sa bene che l’unica sua garanzia è il mantenimento dello status quo, ovvero per la restaurazione degli equilibri. Oggi il paese è in crisi ed un governo che non ha la legittimazione del popolo non è un governo islamico, parole chiare tese ad accusare implicitamente il Presidente e la Guida di voler sovvertire il fondamento stesso della Repubblica Islamica.
Massimiliano Frenza Maxia
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=36335
PROTESTE NELLE “TOWNSHIP”: GOVERNO PROMETTE NUOVO IMPEGNO
La promessa di un rinnovato impegno del governo, nella consapevolezza però del peso della crisi internazionale sull’economia sudafricana: è stata questa la risposta del presidente Jacob Zuma alle proteste popolari che negli ultimi giorni hanno attraversato diverse “township” del paese. Nel suo primo intervento dopo l’inizio dei disordini, che hanno portato all’arresto di circa 200 persone, il capo di stato ha riconosciuto il diritto di manifestare ma sottolineato allo stesso tempo l’obbligo del rispetto della legge. Dal 2007 alla guida dell’“African National Congress” (Anc), il partito che governa il Sudafrica dalla fine dell’apartheid nel 1994, in Aprile Zuma è stato eletto presidente con la promessa di combattere povertà e disoccupazione. Ieri, il capo di stato ha confermato questi impegni ma ha anche sottolineato che gli interventi del governo potrebbero essere condizionati dalla congiuntura economica negativa cominciata lo scorso anno. “Anche se nel 2010 l’economia tornerà a crescere – ha detto il presidente – per la creazione di un numero significativo di posti di lavoro dovremo aspettare ancora”. Da Balfour, nella provincia orientale di Mpumalanga, a Meyerton, a sud di Johannesburg, le proteste si sono concluse con scontri con la polizia e decine di arresti. I quotidiani del Sudafrica sottolineano oggi che all’origine del malcontento ci sono povertà, disoccupazione e ingiustizie sociali. “Le proteste – titola il ‘Mail&Guardian’ – costringono Zuma a mantenere le promesse”.[VG]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=251785
luglio 25 2009
La scuola dell'endorfina
A fine luglio per i prof la scuola è ormai un vago ricordo che si perde nei vapori dell'afa. Non ci fosse la FLC (Cgil scuola), che ci raggela mettendo nero su bianco i tagli che ci aspettano a settembre. Solo alle medie si tratterebbe di 2487 esuberi. Potrebbero sembrarvi pochi, dopotutto stiamo parlando di un dato nazionale; ma stiamo parlando anche di scuola dell'obbligo. Qui l'esubero è quasi una prima assoluta, si fa persino fatica a crederci: una cattedra che scompare? Prima lì c'era un professore di ruolo – puf, non c'è più. Dove finirà? Eh, mistero. 2487 misteri.
Un po' se ne andranno in pensione. Le chiacchiere telegiornalistiche sull'innalzamento dell'età pensionistica hanno anche questa funzione, di messaggio subliminale alle vecchie prof: PREPENSIONATEVI FINCHé SIETE IN TEMPO... niente di male, salvo che con loro se ne andrà un bagaglio di competenze acquisite sul campo che – in mancanza di un serio percorso accademico di formazione per gli insegnanti – è quello che ha tenuto in piedi la scuola dell'obbligo italiana, nel bene e nel male.
Questo carico di esperienza che perdiamo non sarà ricompensato da un carico di entusiasmo in entrata, nel senso che le sessantenni che mollano non saranno rimpiazzate da un esercito di fresche trentenni. Per queste ultime, anzi, i cancelli della scuola dell'obbligo si serrano forse per sempre. Molte di loro hanno pagato fior di tasse universitarie e post-universitarie – il famoso biennio di Scuola Speciale per l'Insegnamento. Soldi buttati via. Prima di loro, se ci fossero posti (e non ci sono) bisognerebbe sistemare i finti supplenti – non quelli che si fanno una settimana ogni tanto; quelli di fascia alta, gente che la scuola assume a settembre e licenzia a giugno. Ci sono docenti che passano anche dieci anni in una situazione del genere. Nessuno li chiama più supplenti: i loro studenti e i genitori spesso ignorano che essi lo siano: loro stessi a volte fanno fatica a ricordarsene; bene, per loro la strada verso l'immissione in ruolo si allunga. Repubblica spara diecimila supplenze in meno. Solo al Sud si tratterebbe di più di settemila: “l'equivalente di quattro stabilimenti Fiat di Termini Imerese”. Roba da guerra civile, invece no. È fine luglio, ormai siam tutti al mare.
Un giorno bisognerà riparlare di questa classe docente, più o meno la stessa che circa dieci anni fa montava la “più grande manifestazione di categoria del dopoguerra” contro il ministro Berlinguer (reo di voler aumentare la paga ai più meritevoli) e che oggi si avvia al macello in ordinata fila indiana. La solita attribuzione di colpa al sindacato, quello che-difende-sempre-i-privilegi-acquisiti, convince fino a un certo punto: nel comparto scuola si tesserano subito anche i supplenti. Un giorno bisognerebbe davvero riparlarne.
Oggi però vorrei cercare di spiegare a chi non è pratico cosa succederà a settembre, quando i suoi figli torneranno a scuola. Da principio, nulla: la scuola avrà ancora lo stesso numero di aule, di finestre, forse anche di bidelli. E quindi la prima reazione degli utenti sarà: “Ok, non è successo nulla, si vede che la scuola funziona benissimo anche senza tutte quelle cattedre che hanno tagliato”. Sono più o meno gli stessi pensieri che fa il soldato a cui una granata ha appena tranciato un arto: aspetta, com'è che non sento dolore? Beh, forse quel braccio non mi era così indispensabile dopotutto. Benedetta endorfina, non ci fossi tu. Qualcosa di analogo succederà nel mese di settembre: amputata di netto, la scuola farà finta di niente e anzi, non è escluso un soprassalto di isterico entusiasmo. Cercheremo tutti di dimostrare che possiamo farcela, prima di accasciarci al suolo.
I problemi usciranno sulla distanza. Intanto occorre capire cosa è stato tagliato. Non è così facile, è stato fatto un lavoro di fino. Pensate che tagliando un'ora, una misera ora settimanale di italiano ai nostri figli, i tre ministri sono riusciti a ridurre le cattedre d'Italiano del 25%. Com'è stato possibile?
Lunga storia, che mi va di raccontare. A partire dagli anni Novanta gli insegnanti di Italiano (che fanno anche Storia, Geografia ed Educazione Civica) hanno progressivamente ceduto ore settimanali ai colleghi, di solito di lingua straniera. Se avete fatto le medie fino agli Ottanta, non avete frequentato probabilmente più di tre ore di lingua straniera alla settimana. Col tempo le lingue straniere sono diventate due (un escamotage per garantire a tutti un'infarinatura d'inglese e non licenziare le prof di francese), e le ore cinque. E i prof d'Italiano si sono ritrovati coi pacchetti di 10+6 o 10+4 ore, dove “10” sta per Italiano, Storia e Geografia in una classe, “6” per solo italiano, “4” Storia e Geografia.
In questo modo si rispettava la tradizionale alternanza di due insegnanti in un corso triennale. Mettiamo che il corso X sia quello della prof. Bianchi e del prof. Rossi.: i due si dividono la prima X (la Bianchi fa Italiano, Rossi S+G); la seconda X sarà il feudo del prof. Rossi, mentre le dieci ore di It+St+Geo della terza X spetteranno interamente alla prof. Bianchi.
Unico inconveniente: sia il prof. Rossi che la prof. Bianchi sono relativamente sottoccupati. Rispetto alle 18 ore di lezione settimanali che devono offrire per contratto, la prof. Bianchi quest'anno ne farebbe 16, il prof. Rossi 14 (l'anno prossimo viceversa).
Questo non significa che mangino il pane dello Stato a tradimento. Di solito la prof. Bianchi impiega le due ore settimanali per coprire delle supplenze, mentre il prof. Rossi fa tre ore di Materia Alternativa Alla Religione Cattolica e la quarta la usa per mettere a posto la biblioteca. Poi, naturalmente, c'è sempre qualcuno che fa il furbo: ma in generale le ore di eccedenza di questi prof sono necessarie per tappare buchi e svolgere mansioni che altrimenti la scuola dovrebbe finanziare coi fondi d'Istituto; e tenete presente che i dirigenti scolastici ormai non hanno i soldi per il toner della fotocopiatrice.
A questo punto intervengono Gelmini-Brunetta-Tremonti: e con un semplice taglio di un'ora, zacchete! Riducono le due cattedre per corso a una cattedra in mezzo. Da 10+6 o 10+4, il prof. Rossi e la prof. Bianchi passeranno, da settembre, a 9+9. Dove in questo “9” devono rientrare Italiano, Storia e Geografia (più l'Educazione Civica a cui la Gelmini tiene tantissimo, adesso sembra che prima di lei non si facesse).
Il prof. Rossi così potrà insegnare It+St+Geo+EdC in due classi, mettiamo la prima e la seconda X; e la prof. Bianchi farà lo stesso in terza X e... in un'altra classe di un altro corso, magari la prima Y. In questo modo si passa da due prof per corso a tre prof per due corsi. In pratica si perde una cattedra di Italiano ogni due corsi. Semplicemente tagliando un'ora, un'ora sola a tutti. C'è del genio, in questa macelleria.
Anche perché, al genitore che obiettasse che nove ore di Italiano, Storia e Geografia sono un po' pochine, la Gelmini è già pronta a replicare che non è vero, le ore sono dieci: in effetti l'ora l'ha persa solo l'insegnante, non lo studente. Lui la frequenterà lo stesso, soltanto che adesso si chiamerà (mi pare) ora di approfondimento delle materie letterarie. A tutt'oggi (luglio inoltrato) permane il mistero sull'identità del professore che la insegnerà. Non può essere né la Rossi né il Bianchi, entrambi impegnati full time a 18 ore. E quindi chi?
Ecco, la cosa interessante è che da nessuna parte si trova scritto che l'insegnante di approfondimento delle materie letterarie debba essere necessariamente un prof di Italiano, abilitato all'insegnamento della nostra bella lingua madre. Potrebbe essere, per esempio... un altro insegnante che deve completare le sue 18 ore... magari un prof. di religione... o meglio ancora di francese (così si libera un posto per quella chimerica classe full english che per ora resta un sogno di presidi e genitori). Forse che non ce l'hanno anche i francesi, una letteratura? Anzi meravigliosa. E quinci sian le nostre viste sazie.
Insomma, in questo modo cosa succede? (“Niente”, disse il fante agitando il moncherino). All'inizio non dovrebbe avvenire nulla di strano. Le prime crepe arriveranno coi malanni di stagione. Cosa succede se un prof si ammala? Pagare un supplente è fuori discussione. L'anno scorso di usavano i prof d'italiano con le ore eccedenti... ma non ci sono più ore eccedenti. E quindi? E quindi vediamo. Si può lasciare la classe sola col bidello, perché no. Se il bidello non è ritenuto affidabile, si può dividere la classe in tanti spezzoni e distribuirli nelle altre aule. Per inciso, molte aule italiane, a norma della famosa legge 626, non potrebbero contenere più di 25 alunni: è proprio una questione di metratura, più di così non ci stanno. Già ora stiamo tranquillamente oscillando intorno ai 28 per ambiente. Se i prof cominciano ad ammalarsi (qualcosa mi dice che cominceranno presto), non sarà così strano bussare ed entrare in un'aula dove si trovano 35-40 studenti. E pensare che Bertolaso è preoccupato perché le scuole italiane non rispettano i criteri antisismici. Come se 40 studenti in un'aula che ne dovrebbe contenere 25 lo sentissero, un sisma.
E gli studenti stranieri? Di solito l'alfabetizzazione era in mano a un insegnante d'italiano con qualche ora eccedente. Non ci saranno più ore eccedenti, quindi molte scuole lasceranno perdere l'alfabetizzazione. Del resto quelli che non sanno l'italiano non sono quasi mai quelli che disturbano di più: se ne stiano in fondo all'aula zitti e buoni (rigorosamente ripartiti in classi diverse, con insegnanti che non hanno tempo da dedicare esclusivamente a loro, altrimenti sarebbe razzismo).
Nel frattempo cominceremo a sentire la vera emorragia, che è quella degli insegnanti di sostegno. Ora, può anche darsi che negli anni passati ci sia stata una certa corsa al sostegno – che era anche un sistema per immettere in ruolo un po' di gente e alleggerire la situazione degli insegnanti. C'è anche stata una sorta di corsa alla certificazione da parte delle famiglie: molti ragazzi che vent'anni fa sarebbero stati semplicemente “asini che non s'impegnano” adesso hanno un documento che li riconosce dislessici, o disgrafici, o altri oscuri disturbi dell'apprendimento. Alcuni di questi grazie al sostegno vengono effettivamente recuperati e riescono a ottenere risultati che vent'anni fa non avrebbero ottenuto: altri no, la scuola è ben lontana da essere una macchina perfetta, però... però come tutti i meccanismi, non è che migliora se la prendi a mazzate. Quindi cosa succederà esattamente quando a settembre un sacco di disgrafici e dislessici non risulteranno più disgrafici e dislessici? All'inizio nulla. Li metteremo nel primo posto davanti alla cattedra e cercheremo di far lezione anche per loro. Quelli che in aula proprio non ci riescono a stare li libereremo più spesso nel corridoio. E poi? E poi niente, andrà avanti così finché qualcuno non si farà male, e anche dopo. Del resto a scuola ci facciamo tutti male continuamente, è solo che quest'anno ci capiterà più spesso. Qualche incidente in più, qualche insegnante esaurito in più, magari un suicidio in più, questo tipo di cose. Quel tipo di cose che succedono sempre in altre scuole.
Quello che senz'altro succederà nella vostra, è che vi chiederanno un obolo più spesso. Per il toner della fotocopiatrice, per le nuove lavagne elettroniche che il ministero ci aveva promesso e chi le ha viste più, tra un po' cominceremo a chiedervi anche i soldi per l'intonaco e i sanitari. E per gli assistenti di qualche cooperativa, che metteremo al posto dei prof di sostegno nelle situazioni in cui davvero non possiamo più farne a meno. La differenza tra una scuola che ha genitori generosi e una che fa quel che può comincerà a rendersi evidente, anche solo dallo stato dei giardinetti. In altre parole: ci stiamo privatizzando senza disturbare nessuno (a parte voi, carissimi genitori).
Ah, in teoria stiamo anche diventando più cattivi. Ovvero: quando uno studente ha la media del cinque siamo autorizzati a dargli un sei, e a settembre addirittura avremo la facoltà di guarire disgrafici e dislessici con la sola imposizione delle mani – però chiunque disturba lo sospendiamo, il Ministro è d'accordo. Ma lo faremo davvero? In molte situazioni mettersi contro i genitori sarà ancora meno conveniente. E bocceremo? Con la prospettiva di ritrovarci trenta ragazzi per classe, di cui magari uno dislessico decertificato e tre analfabeti senza più corso di alfabetizzazione? E chi bocciamo, il dislessico e l'analfabeta? E se li promuoviamo, con che faccia bocceremo quelli che anche non studiando un tubo l'italiano un po' lo sanno? Non sono domande retoriche, me lo sto chiedendo e la risposta arriverà tra un anno. Nel frattempo pare che il tanto sbandierato aumento di bocciature non ci sia stato: a riprova che bocciare in generale non conviene. E a un insegnante in difficoltà conviene ancor meno.http://leonardo.blogspot.com/
Berlusconi alla D'Addario: "Devi toccarti con una certa frequenza"
La D'Addario a Berlusconi: "...Gratis?"
http://www.brioches.ilcannocchiale.it/
Vi racconto Massimo Ciancimino (e Pecorella)
Dice: e come è andata, pigro blogghista che non sei altro, la trasmissione a Telelombardia con Massimo Ciancimino? Fino a venerdì ci devi fare aspettare? Giusto. Vi dirò dunque che Massimo Ciancimino mi ha fatto una buona impressione. Molto consapevole della sua identità, di erede di un nome marchiato per sempre da quel che è stato. Gratificato -l’ho capito dal sorriso con cui ha accolto il mio ingresso in studio- dal fatto che io avessi accettato di esserci. Molto prudente, giustamente prudente, nell’aprirsi in pubblico. Schierato a catenaccio in difesa di quel che sa e di quel che sta dicendo ai magistrati, che solo lui conosce. Anzi, sono rimasto sbalordito da qualche domanda che gli è stata rivolta, perché la risposta (specie una certa risposta) avrebbe significato esporlo ancora di più al pericolo, che già non è piccolo affatto e ho voluto ribadirglielo. Di là stava il figlio del politico più di ogni altro vicino ai corleonesi assetati di sangue, di qua il figlio di una delle loro vittime più celebri (inutile dirvi che una parte del pubblico alla fine avrebbe voluto farsi fotografare indifferentemente con lui o con me o addirittura insieme, ragion per cui sono andato via quasi di corsa). Scene inimmaginabili un tempo. Almeno finché il figlio di Vito Ciancimino, condannato in primo grado per riciclaggio, ha deciso un giorno di mettere a verbale quello che sa. E, tra quello che sa, due cose ha tirato fuori che dovete sapere anche voi. La prima è che Provenzano andava spesso a casa di Ciancimino a Roma. L’uomo politico era agli arresti domiciliari, in un luogo fisico ben identificabile. E Provenzano il latitante imprendibile andava a trovarlo. Possibile che, sapendo i legami tra “don Vito” e la Cupola, nessuno avesse deciso di porre sotto sorveglianza la casa in cui c’era il politico mafioso agli arresti domiciliari? Il superlatitante arrivava, suonava il campanello, si presentava come l’ingegner Lo Verde, discuteva i suoi affari con Ciancimino e se ne andava come un pascià. Da rodersi il fegato, o no?
La seconda cosa è che Vito Ciancimino commentò così con il figlio la notizia della strage di via D’Amelio: “un po’ mi sento in colpa”. Voleva dire “solo” che, in quanto complice dei corleonesi, si sentiva in colpa per quella mattanza senza fine, oppure voleva dire anche e soprattutto che si sentiva in colpa di avere avviato la trattativa, creando la situazione dalla quale verosimilmente Borsellino, con il suo disaccordo, finì stritolato? Quel pezzo di storia va ancora scritto, alla faccia dei distributori di sonniferi che da anni dichiarano trionfanti che non esiste una storia segreta e parallela; e spiegano che tale storia segreta sarebbe un’invenzione della sinistra, incapace di accettare le proprie sconfitte politiche come esito ordinario di un normale confronto democratico (un po’ di verità c’è, in questa tesi, ma c’è molto più di oppio culturale).
Infine, più che Ciancimino poté Pecorella. Il quale era presente, ha difeso Dell’Utri, ma soprattutto, a telecamere spente, avendo evidentemente qualche difficoltà a spiegare a un giovane intervenuto perché egli avesse difeso, da presidente della commissione Giustizia, l’assassino di don Peppino Diana, ha affermato in un intervallo: “ma poi lo sapete chi era questo Peppino Diana? Era uno che custodiva le armi della mafia”. Lì, giuro, mi sono sentito ribollire il sangue e gli ho detto, perdendo un po' di aplomb, “difendi pure Dell’Utri ma non infangare le vittime della camorra”. Risposta: “hai letto gli atti giudiziari?”. Già, come se fosse così raro trovare qualcuno che diffama e lascia scritte cose da pazzi negli atti giudiziari. Su Fava, su Chinnici, su dalla Chiesa (ricordate Incandela?), su Rostagno…Poi però si è rifiutato di ripetere la cosa alla telecamerina di due giovani “grillini” (immagino) che l’hanno aspettato fuori e ci è quasi venuto alle mani. La bella politica, un paese normale…quante fesserie finché non si impugnerà la spada contro le complicità culturali dei salotti e delle aule, parlamentari, universitarie e dei tribunali…http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php
Nuotatori palermitani
La piscina comunale di Palermo non è un impianto sportivo tout court. La piscina comunale di Palermo è anche (soprattutto) una sorta d’agenzia interinale per l’impiego e il dispiego della forza lavoro del Comune guidato dal forzista Diego Cammarata. Lo stesso sindaco, da sportivo qual è, non disdegna una nuotata, di tanto in tanto, in quella che, evidentemente, ormai considera cosa sua. Non è l’unico. Anche il boss Lo Piccolo (chissà che ogni tanto non si faceva quattro bracciate pure lui) la considerava cosa sua, tanto che nel libro mastro con l’elenco di chi paga il pizzo a Palermo ritrovato al boss dopo l’arresto c’è una voce dedicata proprio alla piscina comunale. Piscina olimpica, si badi bene, vasca interna, vasca esterna, 8 corsie per ognuna lunghe 50 metri. A regola d’arte. Cose in grande, of course. E chissà, forse sarà perché il boss Lo Piccolo è ormai da un pezzo ospite delle patrie galere ma tanti metri cubi d’acqua, per i palermitani onesti, rimangono soltanto un sogno. Anzi, un incubo. Ché l’elenco di chi considera la piscina cosa sua non si esaurisce col sindaco e il boss ed entrare in vasca è impresa ardua.
Ci sono le tante società private (scuola nuoto, gare e competizioni varie per bambini, adulti, vecchi, invalidi, gravide etc etc), che fanno il bello e il cattivo tempo. Decidono spazi, corsie e orari, spalleggiati dall’assessore allo sport Alessandro Anello, un rampante berluscones che abilmente sottovaluta il concetto di “impianto pubblico” e smania per affidarlo a un privato. E se ancora ci s’interroga su chi, materialmente, pagasse il “pizzo” al boss Lo Piccolo, una cosa è certa: di soldi in piscina ne girano parecchi. Solo dalle società private più di un milione di euro l’anno. Incredibilmente senza passare dalla tesoreria comunale.
Poi (non) ci sono i bagnini – la pianta organica della piscina è né più né come una fisarmonica, che rilascia suoni scanzonati sotto elezioni e motivi sempre più tristi negli altri periodi che ancora la vita ci lascia liberi ed è composta da circa centocinquanta persone (solamente 5/6 si prodigano all’ingresso per staccare, minuziosamente, il biglietto) – che il Comune ha pescato fra gli Lsu (lavoratori socialmente utili) promettendo loro mari e monti e lasciandoli a bagnomaria con un tozzo di pane. Bagnini che, come sta scritto nel “disciplinare d’utilizzo”, dovrebbero essere di supporto a quelli comunali, che però non esistono. L’ultimo (unico) è andato in pensione tre anni fa. Allora un giorno sì e uno no questi pseudo bagnini (manco a dirlo ognuno col secondo terzo e quarto lavoro...) s’assentano, minacciano, scioperano; e la piscina, naturalmente, resta chiusa.
E se fino a qualche tempo fa il nuotatore palermitano volenteroso riusciva a fruire del prezioso impianto tacendo obbedendo e pagando un vero e proprio “pizzo” alle società private che in virtù di propri tuttofare /istruttori/bagnini (!?) e sulla falsariga della Bassanini con fantomatiche autocertificazioni disposte dal Comune garantivano l’accesso ai propri iscritti, dall’estate di grazia del 2009 non si cava più un ragno dal buco. Per nessuno. La Piscina Comunale di Palermo infatti ha chiuso i battenti il 13 luglio scorso. Per tutti. Pubblico o privato. Sindaco o Boss.
E’ la Palermo “pizzo free”. http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Questa mattina speravo proprio di godermi le cronache della trionfale serata di ieri, con la presentazione della mozione Marino a Milano. La sala strapiena, l’entusiasmo, gli applausi, lo splendido intervento di un Pippo in grandissima forma, Marta Vincenzi e Rosa Calipari che hanno stregato la sala. E poi il grande discorso di Ignazio, segnato da continue interruzioni, con l’emozione che si tagliava a fette e le web tv saturate per i troppi accessi. E invece i giornali questa mattina non dicevano praticamente nulla, Unità e Stampa a parte.
Poi, però, c’era il Foglio. Il Foglio, quello sì che aveva qualcosa da dire. Un bell’articolo in prima pagina a raccontare di “quando Marino fu allontanato” (testuale) dal Centro Medico dell’Università di Pittsburgh, con la quale aveva fondato l’ISMET, l’Istituto Mediterraneo dei Trapianti di Palermo. In seconda pagina la traduzione dall’inglese di una lettera nella quale si definiva la risoluzione del rapporto di lavoro del professor Marino, con la specifica indicazione del riscontro di possibili irregolarità nella compilazione di rimborsi spese per un importo di ottomila dollari.
Non esattamente il tipo di articolo che mi sarei aspettato questa mattina. Dopo venti anni di onorata carriera nelle risorse umane, però, di cui più di dieci per un’azienda americana, la deformazione professionale mi ha subito condotto a qualche riflessione. Innanzi tutto la lettera - a parte la questione specifica dei rimborsi - è una lettera standard per un paese come gli USA dove il rapporto di lavoro è basato tutto su una negoziazione individuale, senza legislazione e contrattazione esterna a cui riferirsi. Se un dipendente dà le dimissioni, in assenza di un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, bisogna specificare dettagliatamente in una lettera tutte le conseguenze della cessazione del rapporto di lavoro. Poi: se c’è il sospetto di una possibile malversazione, l’azienda deve assolutamente scriverlo in quella lettera dato che quella è l’ultima occasione per mettere la cosa nero su bianco e farla valere in futuro.
Dopodiché ho incontrato Ignazio Marino qui a Roma e ne abbiamo parlato. Alla lettera pubblicata dal Foglio era seguito nella medesima data un altro documento - decisivo - che ha rivisto tutte le clausole vessatorie della lettera precedente: niente più restituzione dei libri, del computer, della casa. E soprattutto l’UMPC non ha mai più citato i rimborsi spese né ha dato seguito con un’azione civile o penale nei confronti di Marino, che ha conservato l’accredito per operare presso di loro ed è rimasto sul fondo pensioni degli ex dipendenti.
Poi, c’è da dire, Marino aveva già in tasca un contratto di lavoro con la Jefferson University di Philadelphia, cosa che ha escluso ai miei occhi di vecchio capo del personale a stelle e strisce anche la possibilità che la lettera fosse stata costruita per spingere un dipendente beccato improvvisamente con le mani nella marmellata e in odore di licenziamento per giusta causa (“gross misconduct”) ad andarsene da solo.
Marino mi ha anche raccontato dalle difficoltà che ha vissuto nel suo lavoro in Sicilia, nonostante i cento trapianti i fegato, nonostante il primo trapianto a un sieropositivo e Sirchia che diceva trattarsi solo di un fegato buttato. Mi ha raccontato delle difficoltà di scegliere le persone solo per il merito, di assegnare gli appalti per la costruzione del centro medico in una città come Palermo. Di tutta la gente che gli aveva detto: “Ma professore, cosa crede di fare?” e di quanto difficile fosse fare il chirurgo in un ambiente così.
Tutto questo Ignazio Marino ha poi detto oggi davanti a me a Francesco Cundari de Il Foglio, al quale è stata consegnata copia della documentazione in mano al Professor Marino, e vediamo come usciranno domani. Certo è che il silenzio sulla serata di ieri combinata con questa elegante uscita di stampa indica che chi vede nel progetto Marino e nelle sue promesse una minaccia è ben deciso a fermare questa candidatura con colpi sopra e sotto la cintura. Watch out.http://www.ivanscalfarotto.it/
Nuove da Norwich: i tory sono pronti
Cameron conquista un altro bastione laburista: conservatori pronti per Downing Street.
La faccia sorridente della ventisettenne Chloe Smith, che ha stravinto le elezioni suppletive nel collegio di Norwich North, diventerà presto un simbolo del nuovo partito conservatore. Non solo perché sarà la più giovane deputata di Westminster o perché, si dice, le spetta un posto nel futuro governo di Cameron.
Il trionfo di Smith, infatti, che coincide con un’altra pesante sconfitta del Labour, in un seggio considerato sicuro da più di dieci anni, segna infatti l’inizio di una nuova fase, in cui non è più semplicemente il partito di governo a perdere, ma sono i conservatori a vincere.
Il leader tory David Cameron, d’altronde, ce l’ha messa tutta, visitando per sei volte il collegio durante la campagna elettorale (Brown non si è mai fatto vedere) e portando a casa, alla fine, quasi il 40 per cento dei consensi, con uno spostamento di 17 punti percentuali.
Un risultato che, proiettato a livello nazionale, garantirebbe ai tory una maggioranza di 218 seggi. E questo dimostra che i tory sono «fermamente sulla strada per il potere», come hanno sottolineato i vertici del partito.
Il Labour, dal canto suo, ne esce con le ossa rotte, doppiato nei voti dai conservatori e tallonato a distanza ravvicinata dai lib-dem. La dirigenza del partito sta cercando di minimizzare la débacle, attribuendo la colpa del fallimento alle «circostanze uniche di questo contesto », ma i laburisti si rendono perfettamente conto che queste elezioni segnano il punto di non ritorno.
Il voto suppletivo di Norwich è un importante segnale anche perché è il primo vero test politico dopo lo scandalo dei rimborsi e la grave crisi istituzionale che ne è seguita: le stesse elezioni si sono svolte proprio in conseguenza degli scandali, in quanto il deputato in carica, Ian Gibson, si era polemicamente dimesso dopo essere stato sospeso con le pive nel sacco dal partito.
Parte della campagna elettorale del Labour, quindi, è stata impostata proprio sulla capacità di reagire duramente davanti a fenomeni di malcostume, ma questo non è stato sufficiente a fermare una flessione che ormai è costante a ogni tornata elettorale. Dopo aver spiegato che la perdita dei collegi storicamente laburisti di Glasgow East e di Crewe and Nantwich erano episodi allarmanti ma contenuti e che la lezione era servita per rimettersi sui giusti binari, ora con la quinta sconfitta consecutiva in elezioni suppletive da quando Brown siede a Downing Street, anche il Labour deve cominciare a fare i conti con l’infinita erosione di consensi e con il contestuale consolidamento dei Tory. Spazio per recuperare, sembra, non ce n’è.
Non ci saranno comunque né rimpasti né richieste di dimissioni, dato che ormai anche tra i progressisti è chiaro che tutte le opzioni per mostrare un nuovo approccio si sono esaurite e che non ci sono le condizioni per scalzare Brown, e visto che le lotte intestine rischiano solo di destabilizzare ancora di più la situazione.
In casa laburista c’è chi ritiene che Brown resti ancora il candidato più credibile e chi, pur diffidando delle sue capacità, può solo limitarsi a sperare in un suo atto di coraggio, che permetta di combattere le prossime elezioni con un nuovo leader (anche se per ora i possibili candidati preferiscono non esporsi).
Nel frattempo, nel campo conservatore si stanno predisponendo le nuove strategie per l’autunno: con la possibile vittoria alle porte il partito deve essere capace di evitare qualsiasi gaffe e al tempo stesso è tenuto a irrobustire le sue proposte politiche, per presentarsi non più solo come alternativa al Labour, ma come reale forza di governo.
Lazzaro Pietragnoli http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/112105/nuove_da_norwich_i_tory_sono_pronti
Mentre Elliott Abrams spiega che George Mitchell si dimetterà presto, l'inviato di Barack Obama per il Medio Oriente continua a tessere la sua tela. Che probabilmente dà abbastanza fastidio. Torna a Damasco, oggi, e il suo ritorno in Siria (dopo un'assenza americana di anni e anni) significa che la Siria è centrale nel piano disegnato da Mitchell e dai consiglieri di Obama sul Medio Oriente. Quale sia questo piano, non è ancora dato di sapere. Ma i fondamentali sono abbastanza chiari. La soluzione della questione mediorientale dev'essere complessiva e non graduale. Un approccio molto diverso, se non opposto, rispetto a quello di Oslo.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Ecuador: terra e politiche di pace
Marica Di Pierri Associazione A Sud
Il governo del presidente Rafael Correa ha deciso di avviare l'esproprio delle terre agricole improduttive. Intanto, con l'ultimo volo di un aereo Usa, chiude la base statunitense di Manta. E l'Ecuador esce dalla trattativa per l'accordo di associazione con l'Unione europea.
Nell’ultima settimana ben tre buone notizie arrivano dall’Ecuador. Il 13 luglio il Ministro dell’Agricoltura dell’esecutivo di Correa, Walter Poveda, ha annunciato che, a partire dal 2010, inizierà un processo di espropriazione delle terre non coltivate. L’obiettivo, secondo le sue parole è «una più equa redistribuzione delle terre incolte, per garantire sussistenza ai contadini e tutelare la sovranità alimentare delle comunità rurali del paese». Un comitato formato dal Ministero dell’Agricoltura, il Ministero dell’Ambiente e le Segreteria de Pueblos analizzerà la situazione delle proprietà agricole di tutto il paese per procedere alle espropriazioni.
Poveda, chiarendo la differenza tra espropriazione e confisca, ha anche annunciato che «le terre saranno espropriate a fronte del pagamento di un giusto indennizzo». Uno degli obiettivi sarà rendere produttive le terre per garantire un sufficiente livello di produzione agricola interno che emancipi il più possibile il paese dalla dipendenza dalle importazioni di alimenti.
Il comitato avrà sei mesi di tempo per presentare lo studio sulla proprietà delle terre ed il loro uso. «La terra non è una merce» hanno dichiarato durante la conferenza stampa i rappresentanti del governo ecuadoriano.
Sempre la scorsa settimana il governo di Correa ha annunciato che i militari statunitensi abbandoneranno la base militare Eloy Alfaro, nella città portuale di Manta, il prossimo 18 di settembre. La decisione arriva a seguito delle dichiarazioni di un anno fa del Presidente che aveva deciso di non rinnovare il contratto della base militare straniera nel paese.
Il 17 di luglio un aereo P3 Orion della Marina statunitense ha completato l’ultimo volo operativo atterrando a Manta alla presenza di autorità ecuadoriane e statunitensi. Da allora nessun militare straniero potrà più operare in territorio ecuadoriano in osservanza dei principi sanciti dalla nuova Costituzione del paese andino che sta disegnando per Manta un futuro demilitarizzato: la cittadina ecuadoriana potrebbe diventare l’hub dei voli tra l’Asia e l’America latina.
L’istallazione della base era stata autorizzata nel novembre del 1999 durante il governo di Jamil Mahuad. La nuova Costituzione Ecuadoriana, approvata nel settembre dell’anno passato all’articolo 5 recita che «Non sarà permesso l’insediamento di basi militari straniere con finalità militari. È proibito cedere basi militari nazionali a forze armate o di sicurezza straniere». Le strutture presenti rimarranno allo stato ecuadoriano a titolo gratuito.
Il network No Basi in un comunicato reso pubblico il 13 luglio saluta in maniera positiva la conferma della chiusura della base di Manta e allo stesso tempo denuncia le atrocità che i militari hanno commesso nel paese ad esempio portando avanti la contestata pratica delle fumigazioni aree sulle coltivazioni illecite.
Risale al maggio scorso invece la notizia che il Pentagono ha già individuato la base aerea che sostituirà l’installazione di Manta nella gestione delle operazioni militari statunitensi contro i produttori di coca delle regioni andine ed amazzoniche e le organizzazioni guerrigliere colombiane. Secondo il quotidiano di Bogotà El Tiempo, si tratta dell’aeroporto «Germán Olano» di Palanquero, Puerto Salgar, dipartimento di Cundinamarca, 120 miglia a nord della capitale della Colombia.
La rivelazione del quotidiano sul futuro a stelle e strisce della base che ospita attualmente il Comando di Guerra «Cacom 1» della Fac [Forza aerea colombiana], trova conferma nella richiesta presentata al Congresso per l’assegnazione con il bilancio 2010 di 46 milioni di dollari da destinare alla realizzazione a Palanquero di una «infrastruttura operativa avanzata» nell’ambito dell’International Narcotics Control and Law Enforcement [Incle].
L’ultima notizia arrivata da oltreoceano riguarda invece la decisione di Correa di sospendere nuovamente i negoziati con l’Unione Europea per l’Accordo di Associazione, dopo una sessione di analisi tecnica delle bozze di accordo celebrata assieme a ministri e funzionari ecuadoriani. La decisione è stata resa nota la notte del 17 luglio, in una conferenza stampa tenuta dal Ministro per le Relazioni con l’Estero, il Commercio e l’Integrazione, Fander Falconí.
L’Ecuador aveva ripreso le negoziazioni alcuni mesi fa [dopo aver rifiutato di parteciparvi in un primo momento – assieme alla Bolivia che però ha espresso un secco rifiuto verso l’Accordo]. La decisione di rientrare nelle trattative sottintendeva – secondo il governo – la necessità di cercare un compromesso tra le condizioni poste dall’UE e quelle portate al tavolo di trattativa dai negoziatori ecuadoriani.
«L’Ecuador ha preso questa decisione in attesa che si trovi una giusta soluzione alla questione dell’esportazione di prodotti agricoli, in particolare le banane. Il governo dell’Ecuador si dichiara disposto a negoziare ma solo in un contesto nel quale vengano rispettate il diritto alla sovranità nelle decisioni economiche e commerciali del paese e le norme internazionali», ha concluso Falconi.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/18157
SCONTRI IN REGIONE CENTRALE, NUOVO MINISTRO PER SICUREZZA
Violenti scontri tra milizie filo-governative e insorti hanno provocato negli ultimi giorni una quarantina di morti, compresi diversi civili. Lo rende noto l’organizzazione per i diritti umani Elman Human Rights, secondo cui i combattimenti sarebbero avvenuti nei pressi di Wabho e Mahhas, nelle regioni centrali di Galgaduud e dell’Hiraan. Testimoni hanno riferito alle emittenti locali che colpi d’arma da fuoco sono risuonati dalla notte di Mercoledì e fino a oggi nelle strade periferiche delle due cittadine, più volte teatro di battaglie e attacchi dell’insurrezione dalla metà del 2008. A Mogadiscio, intanto, il governo di transizione – impegnato da settimane nel contrastare una massiccia offensiva degli insorti - ha annunciato una riforma del servizio di sicurezza con l’obiettivo di pacificare la capitale e riportare la stabilità e il controllo sul resto del paese. “Il governo ha adottato un progetto esteso di riforma delle forze armate e di sicurezza” ha detto il portavoce dell’esecutivo, Abdelkadir Mohammed Walayo, annunciando la nomina del nuovo ministro per la Sicurezza nazionale Abdulahi Mohammed Alim. Quest’ultimo sarà chiamato a sostituire Omar Hashi, ucciso il 18 Giugno in un attentato mentre si trovava in un albergo di Beledweyn, nel centro del paese.[AdL] www.misna.org
La metamorfosi delle città in transizione
scrivono Luisa Chiodi e Chiara Sighele
Belgrado (AudreyH/flickr)
La scorsa primavera un ciclo di incontri per esplorare le ''città degli altri''. Un'iniziativa promossa dall'Urban Center Bologna a cui ha partecipato anche Osservatorio. Pubblichiamo l'approfondimento realizzato per quell'occasione dedicato alle città balcaniche
Bologna - Urban Centre
Le città degli altri, 12 marzo 2009
Come scrisse negli anni Sessanta il filosofo francese Henry Lefebvre (1), la città è la proiezione spaziale della società e il suo studio consente di cogliere le principali trasformazioni sociali nel corso del tempo.
Il nostro breve esame della città balcanica odierna parte dall'esperienza del socialismo reale attraversando le varie fasi delle metamorfosi urbane dei Balcani occidentali: la fase totalitaria nell'immediato dopoguerra, a cui segue fino agli anni '70 un periodo di crescita economica e di rapido sviluppo, poi negli anni Ottanta la stagnazione economica e la cosiddetta ruralizzazione delle città, per arrivare infine negli anni successivi al collasso del sistema socialista.
La città totalitaria. Nova Gorica e Tirana
Dopo le pesanti distruzioni della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione della città socialista avviene con il coinvolgimento più o meno coatto delle masse. Lo stato esercita pieno controllo sullo sviluppo urbanistico e demografico: pianifica la città, introduce permessi di movimento e di residenza, cerca il controllo sociale totale.
Nonostante siano state coinvolte in profondi cambiamenti – spesso drammatici – e segnate dallo scontro violento tra interessi pubblici e privati, le città dei Balcani mantengono un forte spirito europeo, e sono spesso in grado di elaborare proprie soluzioni urbanistiche originali.
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La città è uno dei simboli dello sforzo rivoluzionario per la costruzione del nuovo mondo, del progresso e della modernizzazione. Il dopoguerra è l'epoca dell'eroismo epico, dell'uomo nuovo socialista, del lavoro “volontario” di uomini, donne, bambini che contribuiscono all'edificazione della città, ma anche del nuovo sistema politico e della società nuova.
Esemplare è la vicenda di Nova Gorica, edificata dal nulla sui prati attorno a Gorizia, dopo la definizione del nuovo confine italo-jugoslavo (2). La disegnò Edvard Ravnikar, il grande architetto e urbanista sloveno, allievo di Plečnik e di Le Courbusier, che anni dopo ricordava:
“Era stato deciso che si voleva costruire qualcosa di grande, di bello, di altero, qualcosa che brillasse oltre il confine; tutti, dal contadino ai più alti rappresentanti politici, ci entusiasmammo per questa iniziativa. L’urbanistica moderna divenne così per noi anche un’arma per la lotta nazionale e politica.” (3)
Nova Gorica era la città del nuovo mondo per eccellenza, che lanciava la sfida al sistema capitalista per mostrare la superiorità del proprio modello, della sua rivoluzione.
In senso lato, in quegli anni, lo spazio urbano veniva pianificato e definito dal sistema produttivo: la residenza del cittadino socialista era costruita intorno ai luoghi di lavoro; gli agglomerati urbani integravano il settore produttivo, abitativo, commerciale, culturale, del tempo libero.
In Jugoslavia, la fase totalitaria viene superata già con gli anni '50, a seguito della rottura tra Tito e Stalin, con l'elaborazione di un modello autoctono di socialismo autogestito. In Albania, invece, il controllo totale dello stato sulla città dura fino alla caduta del regime comunista nel 1991 (4).
Fino all'ultimo, il regime albanese controlla rigidamente i spostamenti della popolazione e limita la crescita di Tirana che al massimo del suo sviluppo raggiunge i 350 000 abitanti. Sono note le immagini della capitale senza auto private né traffico, con una pianificazione urbana che lasciava grande spazio a parchi, alberi e giardini, tanto celebrata dai filo-Enveristi europei che le assegnarono il titolo di capitale verde d'Europa. Se la città era il simbolo della modernizzazione e del progresso, in Albania la campagna era il luogo dell'arretratezza ma anche la destinazione punitiva per chi era inviso al sistema.
Tra città e campagna. Dalla crescita economica alla stagnazione degli anni Ottanta
Con gli anni Sessanta e la crescita economica in Jugoslavia il sistema autoritario allenta gradualmente la presa sulla società. Il rapido inurbamento viene gestito dalle istituzioni facendo sorgere nuovi quartieri urbani standardizzati, con risultati estetici a volte dubbi, spesso contrassegnati da un'omogeneità monotona e alienante, e tuttavia attenti all'equilibrio tra edifici, spazi verdi e infrastrutture.
I piani edilizi faticano a risolvere il problema della coabitazione di più nuclei famigliari all'interno di uno stesso appartamento pur migliorando il livello di vita della popolazione. Ad esempio, il sogno di una casa propria è uno dei temi centrali del celebre film Ti ricordi di Dolly Bell? di Emir Kusturica (5).
Gli anni Ottanta segnati dalla stagnazione economica portano al definitivo tramonto gli entusiasmi sul progresso, la crescita e la città. Torna l'incubo della coabitazione, rievocato anche da Slavenka Drakulić nel libro Come siamo sopravvissute al Comunismo riuscendo persino a ridere:
“La carenza di alloggi è un problema tanto comune che dopo un po' si smette di farci caso. A dire il vero, faccio fatica a ricordarmi di persone della mia generazione o più giovani di me che non vivano così, assieme ai genitori, anche se hanno passato i quarant'anni. [...] Per noi gli appartamenti erano mitici oggetti di venerazione; erano lo scopo dell'intera esistenza. Una volta che tu te ne sei accaparrato uno, puoi metterti il cuore in pace per il resto della tua vita.” (6)
Ancora una volta, la città riflette la dinamica politico-sociale: in questo caso soprattutto la difficoltà dei regimi nel rispondere alle crescenti necessità delle società. A questo punto sono i cittadini jugoslavi che, per far fronte alla crisi economica, ricorrono al pendolarismo tra città e campagna e al doppio lavoro, e affiancano all'impiego cittadino la coltivazione del campo.
Gli anni Novanta e l'aggressione alle città
Il crollo dei regimi socialisti nei primi anni Novanta si riflette in modi differenti a seconda dei paesi e delle città post-socialiste. Nella Jugoslavia tormentata dalle guerre, Sarajevo assurge a simbolo della guerra contro la città multietnica e la distruzione della sua biblioteca riflette il tentativo di annientare il suo pluralismo culturale.
Alla ricerca di una spiegazione alle guerre, alcuni studiosi hanno identificato nel permanere di un forte legame tra città e campagna la ragione dell'imbarbarimento della città che apre la strada al nazionalismo distruttore della civiltà. Per quanto accreditata, questa lettura dicotomica tra città – campagna è difficilmente condivisibile laddove addossa la responsabilità dell'implosione nazionalistica del paese ai contadini: il nazionalismo è infatti prodotto delle élite intellettuali cittadine diffuso con i media anche nelle campagne (7).
Le guerre di dissoluzione jugoslava segnano ancora oggi il volto delle città balcaniche, non solo con le cicatrici delle granate sui palazzi, ma anche con gli imponenti fenomeni migratori interni che hanno messo in moto: sono centinaia di migliaia i rifugiati e gli sfollati che si sono spostati da una città all'altra, mutando le dimensioni e la composizione demografica delle città, accentuando le dinamiche di segregazione spaziale su base etnica, aggravando il fabbisogno abitativo e provocando il boom edilizio spesso informale.
Nel caso dell'Albania, invece, ci troviamo di fronte ad un esempio macroscopico dell'esplosione della città nel post-comunismo del tutto svincolato dall'esperienza della guerra. Con il venir meno del controllo dello stato, a partire dal 1992 Tirana triplica le sue dimensioni nel giro di dieci anni. Si tratta di una crescita tanto vitale quanto caotica e incontrollata: la capitale albanese è assediata dai chioschi che abusivamente occupano i parchi, le strade, le piazze. Nel centro, la costruzione di decine di grattacieli l'uno addosso all'altro stravolge il tessuto urbano ed esaspera molti dei vecchi abitanti. Nella periferia sorgono enormi quartieri abusivi, senza alcuna infrastruttura di base (fognature, strade, scuole), dove trovano nuova residenza gli immigrati in fuga dalle regioni senza prospettiva economica. Lo spazio pubblico viene preso d'assalto e chi dovrebbe difenderlo - poliziotti, funzionari pubblici - al contrario, approfitta a volte della sua posizione per arricchirsi.
Già verso la fine degli anni Novanta ci sono stati tentativi di riportare sotto controllo queste dinamiche. Uno dei più noti e innovativi è quello del sindaco di Tirana, Edi Rama, che è riuscito a far abbattere i chioschi abusivi dal parco principale della città e si è fatto promotore di un rilancio dell'immagine di Tirana ridipingendo le facciate grigie di alcuni edifici del centro cittadino con esiti più o meno felici (8). Nonostante questi sforzi di restyling, di fronte al settore edilizio, vero motore dell'economia albanese odierna, le istituzioni rimangono deboli e i cittadini impotenti.
La città diviene simbolo della democrazia che fagocita se stessa. È l'era di quello che lo studioso Kai Vöckler nel caso del Kosovo ha definito come “turbo urbanesimo” ovvero la crescita esponenziale, informale e abusiva delle costruzioni, con frequenti legami con la mafia edilizia (9).
Città in cerca d'autore
Se in alcune città l'erosione dello spazio pubblico prodotta dal turbo urbanesimo è il problema più evidente, altrove domina la crisi della città intesa come il luogo della fabbrica socialista. Kragujevac in Serbia, la città della Zastava, il simbolo dell'industria automobilistica dei Balcani, ne è un esempio manifesto e parla della difficile transizione verso una città post-industriale (10).
A vent'anni dal crollo dei sistemi socialisti, oggi il territorio urbano è concepito in base ai parametri propri della città capitalista che differenzia le zone urbane in base alla loro rendita e al loro utilizzo e introduce nuovi percorsi di polarizzazione socio-spaziale come una più marcata segregazione residenziale sulla base del reddito (11).
Ora che il mercato edilizio/abitativo è guidato dalla domanda, anziché da una offerta definita politicamente, il centro città da luogo del potere si è trasformato in city commerciale. Nelle periferie, spesso raggiungibili solo in auto, vengono costruiti i centri commerciali, simbolo dell'agognato benessere occidentale più che luoghi del risparmio.
Il venir meno del controllo e della pianificazione urbana dei regimi implica anche il tramonto della città ordinata. La Belgrado linda e rassettata degli anni Settanta non esiste più da tempo. Tra le righe del degrado urbano Slavenka Drakulić legge l'eredità della guerra silenziosa tra il regime socialista ed i suoi sudditi:
“Noi ci comportiamo come se lo spazio pubblico non appartenesse a nessuno; o, peggio, come se appartenesse al nemico, e il nostro sacro dovere fosse di combattere tale nemico sul suo territorio, fino a sfinirlo. [...] Ma il problema è che nella nostra mente ‘pubblico’ è uguale a ‘Stato’, e ‘Stato’ è uguale a ‘nemico’. Se non puoi distruggere il sistema, puoi certamente distruggere una cabina telefonica, una macchinetta per i biglietti, un parchimetro, oppure i fiori nel parco. In questa guerra silenziosa, la parte sconfitta è rappresentata dalle nostre città.” (12)
Il passato socialista continua ad esercitare la propria influenza sulla città anche in un altro ambito: quello della costruzione della memoria pubblica. Se nella Jugoslavia di Tito le piazze e le strade erano il teatro della celebrazione dell'epopea partigiana, oggi i monumenti celebrano i nuovi eroi delle varie nazioni (13).
In conclusione, parlare di città post-socialiste significa ragionare su città che, parallelamente alle loro società, sono intrappolate in una difficile transizione dalle molteplici componenti: il passaggio dal governo autoritario della città pianificata, alla città della governance orizzontale; da una città della fabbrica a una città capitalista e del consumo; da città integrate nelle rispettive economie nazionali a città del sistema economico globalizzato.
La transizione al mercato e alla democrazia liberale si è rivelata per molti versi più complessa e più lunga del previsto nei Balcani occidentali. La complessità delle sfide che attendono le città balcaniche non troverà adeguata risposta se non creando spazio per la partecipazione e il confronto tra la strategia del pianificatore e i bisogni dei cittadini, tra gli interessi degli investitori stranieri e la forza delle autorità locali, tra le diaspore che investono le rimesse nella costruzione di case e l'intraprendenza della società civile locale. Le città nei Balcani sono in cerca d'autore.
note:
(1) Lefebvre Herny, Le droit a la ville [Il diritto alla città]. Paris: Anthropos, 1968
(2) Sulla costruzione si segnala il documentario La città sul prato / Mesto na tranviku di Anja Medved e Nadja Velušček, Kinoatelje, Gorizia 2004. Un estratto è pubblicato su www.osservatoriobalcani.org/aestovest
(3) Queste parole di Ravnikar sono citate in un articolo sviluppo urbano di Nova Gorica, pubblicato sulla rivista goriziana Isonzo – Soča (n.70/71, dicembre 2006-gennaio 2007) e ripreso su Osservatorio Balcani e Caucaso: http://www.osservatoriobalcani.org/aestovest. La tradizione architettonica e urbanistica jugoslava è da qualche tempo oggetto di una certa riscoperta, come mostrano alcune iniziative recenti quali il Festival dell'Architettura 07/08 ha prodotto la mostra "Il paesaggio della memoria. Edvard Ravnikar – Bogdan Bogdanović”; il Museo d'architettura di Basilea in collaborazione con il Museo d'architettura di Vienna (AZW) ha organizzato la mostra Balkanology che sarà esposta presso l'AZW da ottobre 2009 (si veda anche l'intervista a Kai Vöckler uscita in due parti su Osservatorio Balcani e Caucaso il 16 e il 18 marzo 2009).
(4) Sjoberg, Orian (1994) 'Rural Retention in Albania: Administrative restrictions on urban-bound migration', East European Quarterly. vol XXVIII(n.2) pp.205-233.
(5) Ti ricordi di Dolly Bell? (titolo originale Sjecas li se, Dolly Bell) opera prima di Emir Kusturica con sceneggiatura di Abdulah Sidran, vinse il Leone d'oro a Venezia nel 1981.
(6) Drakulić Slavenka, Come siamo sopravvissute al comunismo riuscendo persino a ridere. Milano: Il Saggiatore 1997; Edizione EST. p. 96 e p. 101.
(7) Buden Boris, 'L'Urbanità come alibi', trad.it. (www.ecn.org/balkan), Transeuropéennes, n. 10, 1997.
(8) Per questa operazione Rama vinse nel 204 il premio di miglior sindaco del mondo offerto dall'organizzazione World City Mayor http://www.worldmayor.com/.
(9) Vöckler Kai (ed.), Prishtina is everywhere. Turbo Urbanism: the Aftermath of a Crisis [Pristina è dappertutto. Turbo urbanesimo: le conseguenze di una crisi] Amsterdam: Archis 2008.
(10) In merito si veda ad esempio il dossier “Pianeta Zastava” di Osservatorio Balcani e Caucaso, 21.09.2005, http://www.osservatoriobalcani.org/article/view/6683.
(11) Petrović , Mina (2005) 'Cities after Socialism as a Research Issue', DP34 South East Europe Series, Centre for the Study of Global Governance, London School of economics and political science, London, UK.
(12) Drakulić Slavenka, ibidem, p. 161
(13) Il documentario Il cerchio del ricordo (di Andrea Rossini, OB, 2007) indaga proprio le politiche della memoria nella Jugoslavia di Tito e successivamente quelle dei regimi nazionalisti degli anni Novanta. Più in generale, il tema della memoria della guerra e della rielaborazione del passato nei Balcani e anche in Europa è al centro degli ultimi due convegni di Osservatorio Balcani e Caucaso. Tutti gli atti sono disponibili sul portale www.osservatoriobalcani.org nella sezione “Memoria in Europa” e in “Cattive memorie”.
luglio 24 2009
Una delle linee di difesa usate per difendere il Cav. - prima che la situazione diventasse così tragicamente ridicola - era quella di dipingere Berlusconi come un pigmalione che si divertiva a far debuttare giovani donne nel gran mondo della politica dopo averle sgrezzate e rese culturalmente consapevoli. Era la linea di difesa delle veline laureate e del loro generoso sponsor. Poi sono arrivati i consigli di Pig(malione) alla D'Addario. E si è capito che più che in una commedia di Shaw si era in un pornazzo.
La Repubblica, paferrobyday
http://giornalismoparma.typepad.com/
Così commenta Stefania Prestigiacomo alla notizia che nel DL anticrisi viene definito un commissario che farà la valutazione dell'impatto ambientale delle centrali nucleari:
Forse per rendere tutto più semplice. Non crede?
«Complimenti. Questo significa che anche la Valutazione d’impatto ambientale di una centrale nucleare sarà nelle mani di un commissario. Ci rendiamo conto? In una sola persona si concentrerebbero poteri attribuiti a organi collegiali secondo norme dell’Unione europea, come la Via ma anche l’Autorizzazione integrata ambientale».
Come già accennato, il casino che scoppierà sulla decisione dei siti verrà gestito con modi autoritarie, tra un festino e una doccia gelata. Questo è il primo passo. Poi, dopo che avranno nominato i siti delle centrali e quelli dello stoccaggio, arriverà il bello: tra manifestazioni, cariche della polizia, e ola di lecchini che diranno di lasciarlo lavorare e interviste à là "non mi lasciano lavorare".
Tutto questo per una tecnologia sulla quale non ci sarà alcun progresso, ma verrà semplicemente comprata in Francia. E per una potenza installata che l'Italia può tranquillamente raggiungere col solare termodinamico e l'eolico spendendo un quarto.
Almeno si limitasse a ciulare, sarebbe meglio per tutti. Mandatelo a casa, vi sta rovinando il futuro.http://carlettodarwin.blogspot.com/
magia bianca
Un'altra bomba affettuosa
"Questa cosa qui, da come l'ho vista fatta con un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto... è stata fatta soltanto verso il lato esterno. Secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba".
Così Silvio Berlusconi commentava, sganasciandosi dalle risate al telefono con il compare Dell'Utri, la bomba ritrovata di fronte ad uno dei suoi uffici, attribuendola in un primo momento a Vittorio Mangano, suo fattore mafioso. E invece a distanza di 23 anni, a ritrovare una bomba di simile fattura è stato uno che con la mafia non c'ha mai avuto niente a che fare, niente collusioni, niente versamenti, al contrario di Mediaset; uno che non conta un cazzo insomma.
Pino Masciari i mafiosi li ha fatti arrestare, a decine. Interi clan, come quello 'ndranghetista degli Arena. Li ha fatti indagare, processare e condannare; proprio come Berlusconi verrebbe da dire. E li ha fatti incazzare come delle iene. Illuso dallo Stato che lo trasforma in testimone di giustizia, utilizzato al 20% del suo potenziale per evitare che mirasse in alto, gettato come un limone spremuto a metà quando i processi andavano verso la conclusione: la storia di Masciari ormai è nota a tutti, e questo in parte gli ha salvato la vita.
Da pochi mesi Pino, stanco del trattamento-zerbino ricevuto dalla Commissione Centrale e dal sottosegretario Mantovano, lo stesso che ha sputtanato sui giornali dettagli riservati per far credere che l'unico interesse dell'imprenditore calabrese fosse estorcere più soldi possibili allo stato, ha deciso di firmare ed uscire dal programma dei testimoni di giustizia, prendendosi molti meno soldi di quelli che gli spettavano e andando allo sbaraglio, senza una e una sola certezza per il futuro. In teoria doveva rimanergli una tutela, ma tutt'oggi è salterina: arriva in ritardo, a volte non arriva, a volte se ne va d'improvviso; come quella del premier, verrebbe da dire, perennemente a rischio suicidio.
Lunedì 20 luglio, mentre Masciari era a marciare con Salvatore Borsellino verso il Palazzo di Giustizia per ricordare Paolo, muniti di agende rosse, una telefonata lo avverte che un ordigno di medio potenziale è stato piazzato sul davanzale della sede dell´ex impresa di costruzioni di famiglia, a Serra San Bruno, negli Emirati Calabri. Gli artificieri, dopo averla disinnescata, hanno trovato la miccia bruciata a metà: per un inconveniente non ha raggiunto la carica. Avrebbe fatto un gran botto ma pochi danni, vista la blindatura dell'ufficio: in Calabria chi non paga il pizzo deve vivere nei bunker, non lo sapevate?
Anche se Masciari non si sbilancia, pare ormai certo il messaggio: "Sappiamo che hai firmato, che hai chiuso con lo Stato, e ora possiamo tornare a farti male, tanto se ti ammazziamo nessun collega statale va nei casini". Ciò che è inquietante è l'incredibile tempismo di questo ordigno. Di solito, quando un ente, una commissione parlamentare o un sottosegretario ti dice: "Non sei più in pericolo", e poi ti piazzano una bomba, l'audace veggente dovrebbe quanto meno dimettersi, chiedere scusa e chiedere di triplicare le misure di protezione per il testimone di giustizia nel mirino, prima di tornare a casa e dedicarsi al pascolo dei greggi. In Uzbekistan forse. Qui no. Anzi, io credo in fondo che Masciari se la sia messa da sola la bomba, copiando Falcone che per diventare famoso rischiò di far saltare mezza spiaggia all'Addaura. Non trova Mantovano? Secondo me è tutto finto. Io direi di aspettare che lo uccidano. Se lo faranno ci saremo sbagliati, pazienza, avremo guadagnato qualcosa in scommesse.
Certo, è singolare stare a vedere come un testimone di giustizia si avvicini galoppando verso la propria fine. Capisco che siamo in Italia e i reality valgono più della ricerca contro il cancro, ma così è davvero scontato! Intanto Pino Masciari è stato nominato, è in nomination. Il prossimo passo è l'eliminazione. Il pubblico da casa può televotare chiamando il Ministero dell'Interno e urlare alla cornetta di mandare qualcuno a proteggere Masciari. Il Grande Fratello sei tu. http://antefatto.ilcannocchiale.it/2009/07/23/unaltra_bomba_affettuosa.html
La bugia come metodo
 Solo 16 mesi fa, il 13 marzo del 2008, l'allora ministro delle Finanze in pectore, Giulio Tremonti, giurava: «Basta condoni. Oggi non ci sono più le condizioni per farli, non li ho certo fatti volentieri, ma perché costretto dalla dura necessità. I condoni sono una cosa del passato».
Sappiamo come è andata a finire. Nel cosiddetto anti-crisi è stato riproposto per la terza volta lo scudo fiscale: chi aveva accumulato soldi e beni all'estero senza avvertire gli uffici delle tasse potrà evitare una denuncia per omessa o incompleta dichiarazione dei redditi semplicemente versando all'erario il 5 per cento di quanto aveva nascosto. Ancora una volta, insomma, il governo premia i ricchi e i furbi.
Sostenere che questo accade a causa della crisi economica mondiale che ha messo in ginocchio i conti pubblici, è sbagliato. Certo, i bilanci dello Stato sono a un passo da una situazione di tipo argentino. La necessità di fare cassa è evidente per tutti: nei prossimi mesi, con tutta probabilità, ci troveremo a fronteggiare altri 500.000 senza lavoro. E per i nuovi disoccupati bisognerà per forza trovare qualche nuovo e costoso ammortizzatore sociale.
Questo blog, già in passato, ha però sottolineato come attraverso una tassa patrimoniale del 3 per mille che colpisca i patrimoni familiari superiori a 5 milioni di reddito sia possibile raccogliere 10 miliardi di euro. Molto di più insomma dei 3 miliardi e mezzo che, secondo alcuni calcoli, potrebbe garantire lo scudo fiscale.
Perché, allora, non si batte questa strada?
Accanto alle ragioni politiche - il governo di centro-destra ritiene che la patrimoniale gli alienerebbe il consenso del sul elettorato - ve ne è una che riguarda come al solito l'informazione. I media, e in particolare quelli televisivi, non fanno nulla per ricordare le promesse dei politici. E anzi, quando i fatti smentiscono le loro parole, nascondono sia i fatti che le parole. Insomma quello che tanto scandalizza nel caso escort-minorenni-Berlusconi, e cioè l'assoluta omertà della tv pubblica e privata, è ormai divenuto la regola in qualsiasi campo. Non è un caso. Einaudi ci ha spiegato come alla base di ogni democrazia liberale ci sia un principio semplice, semplice: bisogna conoscere per poter deliberare.
Perché, se la conoscenza è impedita, la bugia diventa un metodo di governo.
(Vignetta di Natangelo)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Que se vayan todos!
Orissa: si costituisce una coppia di maoisti, implicati nell’omicidio dello Swami
di Nirmala Carvalho
Marito e moglie si sono consegnati agli agenti del distretto di Rayagada. Essi hanno ammesso il “coinvolgimento” nell’assassinio del leader fondamentalista indù, che ha scatenato il pogrom anticristiano in Orissa. Presidente di Gcic denuncia: “nella regione continua il regno del terrore”.
Bhubaneshwar (AsiaNews) – A undici mesi di distanza dall’assassinio dello Swami Laxamananda Swaraswati – il 23 agosto 2008 – e dell’inizio del pogrom anti-cristiano in Orissa, un’altra coppia di giovani maoisti si è costituita alla polizia. Si tratta di Surendra Brekedda, 20 anni, e di sua moglie Jaya Ruppy, di anni 19; ieri i due ragazzi, entrambi membri del Partito comunista-maoista (CPI-Maoist), bandito nel Paese, si sono consegnati agli agenti del distretto meridionale di Rayagada.
Ashish Kumar Singh, soprintendente della polizia, conferma la confessione del ragazzo, il quale ha ammesso “di essere coinvolto nell’omicidio dello Swami Laxamananda”; egli auspica che questo gesto serva da esempio ad altre persone. Il 9 giugno scorso un’altra coppia di maoisti – Ghasiram Majhi alias Akash e la moglie – si era consegnata agli agenti di Rayagada. Akash è il numero due dell’organizzazione maoista in Orissa, dopo il leader Sabyasachi Panda. Il 21 aprile scorso la polizia ha arrestato il 40enne comandante della divisione di Bansadhra – P Rama Rao, alias Uday – il quale ha ammesso, durante l’interrogatorio, di essere implicato nella morte dello Swami.
Per quell’assassinio, i fondamentalisti indù hanno puntato il dito contro la comunità cristiana, perpetrando omicidi, stupri, violenze di ogni tipo. I maoisti avevano intimato allo Swami di fermare la “campagna di scontri sociali” e di “tensione”, alimentata nel distretto; egli è stato ucciso perché “non ha voluto seguire l’avvertimento”. Il fatto è stato confermato dallo stesso leader dei maoisti, Sabyasachi Panda, che fin dall’ottobre 2008 ha ammesso le “responsabilità del movimento” nella morte dell’estremista indù.
Sajan K George, presidente di Global council of Indian Christians (Gcic), spiega ad AsiaNews che “il regno del terrore, dopo 11 mesi, continua nella regione, con i protagonisti delle violenze che lanciano ancora oggi minacce di morte ai testimoni”. “La realtà a Kandhamal – prosegue l’attivista cristiano – rivela il tentativo di un segmento della società di promuovere divisioni politiche, a discapito dell’armonia e della convivenza pacifica in Orissa”.
Il presidente di Gcic, insieme ad altre organizzazioni a tutela dei diritti umani, invita i leader fondamentalisti indù a smetterla di lanciare “false accuse” sul coinvolgimento dei cristiani nella morte dello Swami. “I cristiani sono una minoranza microscopica – prosegue – e credono nella pace e nello sviluppo di un sistema per il bene di tutta la comunità. Di oltre 750 fascicoli di indagine aperti da diversi distretti di polizia a Kandhamal e Gajapati, solo uno si è concluso con la condanna e gli estremisti minacciano di uccidere i testimoni”. Per questo il Gcic lancia un appello a tutte le componenti della società perché diano “una possibilità alla pace” e trasformino “l’Orissa in uno Stato prospero, dove nessuno soffre la fame”.
Dall’agosto 2008 sino a febbraio, le violenze contro i cristiani in Orissa hanno distrutto 315 villaggi, 4640 case, 252 chiese e 13 scuole. Le persone rimaste uccise sono 120, ma alcune cifre governative parlano di 500 morti, tra essi 10 religiosi.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15860&size=A
Lavori verdi e protezione del clima nei paesi G8
Oltre 1 milione di posti di lavoro nelle fonti rinnovabili al 2020 nei soli paesi G8. A dirlo è una nuova ricerca di Greenpeace. Un messaggio alle grandi economie mondiali per direzionare gli investimenti nella produzione di energia pulita,
Forse le notizie più interessanti legate al G8 de L’Aquila alla fine rimarranno le proposte e i position paper di molte organizzazioni internazionali che in questi giorni si affannano a fornire chiavi di lettura e ricette su diversi argomenti ai grandi della Terra: dall’energia ai cambiamenti climatici, dall’acqua agli aiuti ai paesi in via di sviluppo.
Greenpeace ha lanciato una sorta di appello ai paesi del G8 sulla convenienza di stimolare una nuova economia a basso contenuto di carbonio investendo nei lavori verdi. Questa nuova ricerca dell’associazione ambientalista internazionale, che sarà pubblicata integralmente a settembre, valuta che spostare importanti risorse verso le tecnologie pulite e a basso impatto ambientale (in particolare fonti rinnovabili) creerebbe circa 1,4 milioni di posti di lavoro entro il 2020 e questo solo nei paesi G8.
Il calcolo della occupazione “green” si basa sul rapporto di Greenpeace, pubblicato a ottobre 2008 dal titolo “Energy [R]evolution: a Sustainable Global Energy Outlook” (vedi articolo Qualenergia.it), mentre le proiezioni energetiche, che definiremo, business-as-usual, si basano sulle analisi dell’International Energy Agency del 2007.
Proprio la differenza negli investimenti prevista da questi due diversi scenari, secondo Greenpeace, favorirebbe, nel caso di spinta verso la green economy, la creazione di 460mila posti di lavoro in più rispetto allo scenario che prevede di continuare in investimenti in fonti convenzionali di energia (carbone, gas, nucleare e petrolio), con un vantaggio in termini di riduzione della CO2, pari al 50% al 2030 rispetto ai livelli attuali.
Sulla creazione di occupazione, il lavoro di Greenpeace, limitatamente ai paesi del G8, si spinge fino al 2030: investire in rinnovabili ed efficienza energetica favorirebbe in questo caso la creazione di 2,1 milioni di posti di lavoro, 650mila in più rispetto allo scenario di riferimento. E’ rilevante il fatto che oltre 1,8 milioni di lavori sarebbero nel solo settore delle tecnologie rinnovabili, secondo l’analisi fondata sullo scenario Energy [R]evolution, cioè un milione in più rispetto allo scenario convenzionale.
Dal punto di vista dei consumi di energia elettrica, i paesi G8 potrebbero arrivare a ridurla dell’11% al 2020 rispetto allo scenario business-as-usual grazie un programma di interventi di efficienza energetica nell’edilizia già esistente da incentivare in ciascuna regione. Lo studio tuttavia non considera nella sua contabilità come particolarmente rilevanti al 2030 il contributo dei lavori verdi nell’ambito delle costruzioni visto che l’utilizzo di nuove tecnologie in questo settore sarà uno standard nelle normali edificazioni.
Secondo l’analisi di Greenpeace, sempre basata sullo scenario Energy [R]evolution, la potenza di rinnovabili elettriche che saranno installate nei paesi G8 al 2020 potrà raggiungere 978 GW (978.000 MW), una capacità che potrà coprire il 32% della produzione di energia elettrica totale (lo scenario business-as-usuale arriva invece fino al 20%). Il giro d’affari per le energie rinnovabili, in questa ipotesi, triplicherà, passando dagli attuali 70 miliardi di euro (2007) ai 230-240 miliardi di euro al 2020.
Secondo queste proiezioni, dalla parte dei vinti ci saranno i settori della generazione elettrica basati sulle fonti fossili (soprattutto carbone) e nucleare che perderanno nel loro complesso quasi 400mila occupati al 2030.
LB
http://qualenergia.it/view.php?id=1020&contenuto=Articolo
Il conservatore progressista
Fosse una sinfonia – come è quel gioco? – David Cameron sarebbe l’Incompiuta di Schubert. E non perché, intendiamoci, non sarà il leader dei conservatori britannici ad entrare di qui a massimo un anno al numero 10 di Downing Street.
Salvo miracoli del Lord Protettore laburista, il superministro Peter Mandelson, saranno infatti gli odiati tories a vincere le prossime elezioni, mettendo così fine al ciclo più entusiasmante del movimento progressista europeo (anche se lo stesso Cameron, a più riprese, ha ribadito come la sua sfida sia quella di puntare a «fini progressisti attraverso mezzi conservatori»).
Potrebbe darsi, insomma, che il prossimo premier inglese sia la prosecuzione di Tony Blair – non di Gordon Brown – con altri mezzi, ma che tocchi a lui, al quarantaduenne Dave, non ci piove, tanto più nel paese dei bookies.
Decontaminare il brand
Eppure, l’ineluttabilità del cambio di stagione politica oltremanica stenta a trasformarsi in una marcia trionfale, nella attesa messianica di un “change”, come è avvenuto in America per Barack Obama e, prima ancora, da quelle parti con Blair nel ’97. «Non si può certo dire che Cameron abbia ancora catturato l’immaginazione del pubblico», commenta Stephen Glover in un ritratto uscito in questi giorni su Standpoint.
E sì che doti da leader il giovane Dave ne ha mostrate, eccome. Sebbene stremati dalla terza sconfitta elettorale di seguito, non era affatto scontato quattro anni fa che i conservatori si affidassero a una timida promessa come Cameron. O meglio, ai Cameroons, ad una squadra di modernizzatori, tutti intorno a trent’anni o giù di lì, guidati dalla certezza che fosse finalmente arrivato il loro momento.
Come George Osborne, il cerebrale Steve Hilton, Michael Gove o il fiammeggiante Boris Johnson, oggi popolare sindaco di Londra.
Obiettivo numero uno – pienamente riuscito – la “decontaminazione” del brand tory, dopo anni di sconfitte e una pessima fama di partito corrotto e altezzoso, lontano dalla sensibilità della “Middle England”, decisiva nelle urne.
Ancora oggi la fulminante ascesa di Cameron alla guida dei conservatori resta, dal punto di vista tecnico, una campagna politica da manuale, seconda solo alla corsa di Obama (esemplare il suo discorso al congresso di Blackpool: via il leggio, camminando sul palco, abbraccio finale con Samantha, perfetto). Di quella primavera conservatrice, a guardare all’indietro, restano alcune scelte di fondo azzeccate – occupare il centro, puntare sulla sensibilità ambientale, svecchiare la classe dirigente del partito, la conversione dei nipotini di Margaret Thatcher alla responsabilità sociale – e qualche sbavatura mediatica che, come spesso capita, si è appiccicata a Dave, come le foto cogli husky sul ghiacciaio o l’abbraccio ai bulletti, quelli colla felpa col cappuccio.
Mostrando una inattesa capacità di manovra, Cameron è sopravvissuto per quattro anni a una macchina politica, quella dei tories, che divorava leader come fish and chips. Grazie a un solido accordo con il suo predecessore William Hague e alla sponda di “bestioni” come Ken Clarke e Oliver Letwin, Dave non ha dovuto temere la fronda del partito, il bradisismo che logora qualsiasi leadership. Il ricambio c’è stato, ma soft, niente terra bruciata.
Oltre l’eredità di Maggie
Le grane, però, ci sono, e non sono piccole.
Prima fra tutte, quella dell’identità dei conservatori, del loro profilo e dell’offerta elettorale.
Sull’economia, ad esempio, da che parte stanno? La crisi finanziaria non ha preso alla sprovvista soltanto la maggioranza. Ragion per cui in questi anni Cameron e Osborne hanno fatto lo slalom, in maniera tutt’altro che persuasiva, tra i santini liberisti dell’era-Thatcher e le suggestioni continentali dell’economia sociale di mercato. Nell’ufficio di Dave, ad esempio, le foto con Obama e Nelson Mandela convivono con quelle assieme ad Angela Merkel o Arnold Schwarzenegger. Il duello con l’eredità della zia Maggie non è stato, insomma, mai portato fino in fondo, solo accennato, più per posizionarsi come il “nuovo” che per sancirne il definitivo superamento.
Così, anche idee e guru si sono avvicendati con una certa disinvoltura e voracità di consumo, senza che sedimentasse, insomma, qualcosa di realmente condiviso e del tutto convincente: il nudge, la spintarella obamiana di Richard Thaler e Cass Sunstein, il radicalismo red del teologo Phillip Blond, l’ambientalismo posh di Zac Goldsmith.
Anche sull’Europa, la linea tenuta dal partito è tutt’altro che rassicurante: usciti dal mainstream popolare, come aveva promesso Cameron, si annuncia un ispessimento del tradizionale euroscetticismo tory, col nuovo gruppo a Strasburgo. Guidato da un polacco, dopo un pasticcio sulle poltrone, il Cre (Conservatori e Riformisti Europei) viene quotidianamente bombardato dai media britannici che non si capacitano di una simile deriva minoritaria.
L’ombra di Boris
Di fronte alla frana del Labour, che continua ad affidarsi ad ambiziose policies per cercare di svoltare l’angolo – è il caso del maxi-documento Building Britain’s Future, scritto da Liam Byrne, annusato da Ed Balls e benedetto da Mandelson per tentare l’ultima carica – non è che gli elettori abbiano finora poi premiato i conservatori. Come hanno dimostrato le ultime europee – si dirà, consultazioni quasi esotiche nella scettica Inghilterra – solo il tracollo laburista ha impedito che l’attenzione dei media si concentrasse sulla deludente perfomance dei tories, i cui maggiori successi, in questi anni di opposizione, sono venuti da una manciata di suppletive. Casi tutt’altro che isolati, letti dalla stampa come l’indice di un cambiamento profondo nel cuore dell’elettorato – così è stato, ad esempio, nell’ex-feudo Labour di Crewe o a Glasgow East, e la storia si ripeterà, molto probabilmente, tra breve a Norwich North, dove i conservatori schierano una ventisettenne, Chloe Smith – che, tuttavia, finora ha stentato a manifestarsi in maniera clamorosa.
C’è stata l’anno scorso la conquista di Londra, certo, che ha sancito la fine dell’era di Ken Livingstone e la nuova stagione di Johnson.
Eppure, anche in quel caso, le vivaci personalità dei contendenti hanno fatto velo alle ambizioni di Cameron di mettere la sua bombetta sulla vittoria sotto il Big Ben. Il successo londinese, alla fine, è stato tutto per Boris che, come ricordano i malevoli, è il politico conservatore più votato in Gran Bretagna, con buona pace del suo ex-compagno di studi a Eton.
Non consola il diffuso discredito che la politica sconta da quando è scoppiata la velenosa polemica sui rimborsi dei parlamentari.
La rabbia e lo sberleffo nei confronti della Casta, senza distinzioni di sorta dal momento che sono stati coinvolti tutti i partiti, non accenna ad attenuarsi. E sebbene sia innegabile da parte di Cameron una gestione più accorta – almeno dal punto di vista mediatico – di uno scandalo che potenzialmente potrebbe ancora portarsi via tutta Westminster, al quartier generale dei conservatori stanno tutti colle antenne drittissime, altro che vittoria in pugno.
Si mormora che il leader scatti come una molla, al minimo accenno di rilassamento della squadra di fedelissimi che lo circonda.
Sebbene abbia mostrato una invidiabile dose della britannica virtù della “resilience”, l’ostinazione a sopportare ogni rovescio pur di non turbare quelle sane abitudini che rendono degna la vita di là della Manica, David tiene in maniera quasi maniacale al Progetto – sì, lo chiamano così, proprio come i blairiani una dozzina di anni fa. Ed è attento e sospettoso nei confronti di qualsiasi caduta di tensione, anche minima, che possa metterlo a rischio.
La West Wing di Dave
Uno dei segreti meglio custoditi dall’entourage di Cameron è, ad esempio, il lavoro discreto che svolge da mesi ormai l’Implementation Team, una struttura riservata e snella, sul modello della transizione che prepara la Casa Bianca negli States, guidata da Francis Maude e dal brillante Nick Boles (che, in materia, si è fatto le ossa preparando la squadra di Johnson a Londra). I curricula per Downing Street e i dossier ai quali mettere mano dal primo giorno, una volta varcata la porta del Numero 10, vengono vagliati e discussi perché tutto all’ora X sia pronto.
Le rare indiscrezioni al riguardo parlano addirittura di un progetto di ricreare, una volta al governo, un ambiente di lavoro unico al 12 di Downing Street per i team di Cameron e Osborne, facendo simbolicamente cadere il muro impenetrabile che per anni ha diviso le truppe di Blair da quelle di Brown.
I rapporti tra i dioscuri conservatori sono di tutt’altro segno: già oggi lavorano fianco a fianco, a due porte di distanza, a Norman Shaw South, la versione britannica della West Wing, il centro nevralgico di “Camerot”. Accanto al leader la cerchia più stretta, i “satrapi”, nella sferzante definizione dell’Economist: veterani come Ed Llewellyn e Kate Fall (staff), Liz Sugg (eventi) e Gabby Bertin (stampa); cervelli politici come Hilton, lo stratega appena rientrato da un sabbatico, si fa per dire, in California, James O’Shaugnessy (ricerca) e l’influente Andy Coulson, il comunicatore arruolato dal temutissimo News of the World, che sta passando un brutto quarto d’ora, dopo le rivelazioni del Guardian sulle intercettazioni indebite del gruppo Murdoch; la macchina, infine, con Andrew Feldman, il presidente del partito Eric Pickles e Stephen Gilbert (territorio).
Terminale dentro il partito è il cosiddetto “Pod”, la War Room dove ci si riunisce e si prendono le decisioni di peso: due riunioni fisse, la prima alle 9.15, la seconda alle 16. Il governo ombra? Periferico nella geometria del potere dei Cameroons. Dove, invece, contano – come ironizza qualcuno a mezza bocca – «i secchioni, i professionisti e le carine».
Una battaglia, intanto, i conservatori l’hanno già vinta: quella sulla rete. Nell’era del New Labour erano i think-tank a dare il senso di un cambio di stagione imminente, fatto di idee come quelle che si discutevano a Demos o all’IPPR, dove si fece le ossa David Miliband; oggi sono blog come ConservativeHome o Guido Fawkes e Iain Dale i sensori di una rivoluzione azzurra in marcia, anche se ancora silenziosa.
I tentativi laburisti di mettersi al passo dei tories su Internet sono stati finora catastrofici, se si fa eccezione di alcuni vecchi volponi come Alastair Campbell e John Prescott, coi loro siti di battaglia.
Doveva essere un blitzkrieg, si è trasformata in una guerra di posizione, quella di Cameron.
La vincerà, al netto dell’imponderabile (e di Mandelson). Per fare che, però, ancora non si sa.
Filippo Sensi
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/111987/il_conservatore_progressista
Il budget della California è stato imposto dalla minoranza repubblicana, che ha sfruttato la norma per la quale ogni aumento delle tasse deve essere approvato coi 2/3 dei voti dell'Assemblea legislativa . Una regola che permette ai democratici di essere la maggioranza permanente dello Stato. L'ironia, o l'ottusità, dei repubblicani. http://andreamollica.blogspot.com/
luglio 23 2009
Ecco la mozione di Marino
Pubblichiamo ampi stralci della mozione con cui questo pomeriggio il senatore Ignazio Marino presenterà la sua candidatura alla guida del Partito democratico
Un partito che abbia un assetto federale, riconosca l’autonomia dei territori e dei circoli e la sostenga con le risorse adeguate.
Un partito che abbia una linea verticale a doppio senso, dalla base dei suoi iscritti alle figure di riferimento politico nazionale, e conosca anche una dimensione orizzontale, di scambio e collaborazione tra i territori, i circoli, le amministrazioni locali, condividendo le buone pratiche. Non gerarchie, insomma, ma rapporti e relazioni.
Un partito che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo e da quello che vuole per il Paese, non in base alla convenienza elettorale o al mero esercizio politicista di cui abbiamo fin troppi esempi in questi anni.
Un partito che sia ancora convinto che è necessario aprire un lungo ciclo riformista in Italia, e che intenda stabilizzare il bipolarismo.
Il credito e la finanza sono fondamentali per la crescita perché la finanza serve ad allocare il capitale alle imprese, che sono al centro del mondo produttivo. Non serve condannare la finanza tout court: la finanza serve e va regolata in modo da evitare tanto comportamenti eccessivamente rischiosi quanto l’allocazione di risorse a esclusivo vantaggio di coloro che godono di conflitti di interesse e rendite di posizione. Anche il settore finanziario soffre di concorrenza ridotta e andrebbe sbloccato per creare maggiore imprenditorialità. Bisogna spezzare il legame fra credito e politica ed essere implacabili con la trasparenza.
Crisi ed economia
Regolare e garantire uno sviluppo etico e sostenibile da un punto di vista ambientale, sociale ed occupazionale.
Promuovere un modello economico-sociale innovativo e credibile, con al centro la persona, capace di rompere le rendite di posizione e entrare in sintonia con la vitalità della società: liberalizzazioni, concorrenza, politiche industriali e una visione che leghi lo sviluppo alle energie rinnovabili, le scienze della vita e della salute.
Stabilizzare il sistema finanziario, spezzando il legame fra credito e politica, correggendo gli squilibri economici, annullando l’asimmetria del potere tra istituzioni finanziarie e cittadini, garantendo accesso, trasparenza e controllo.
Operare affinché l’Italia si riappropri di una piena coscienza del proprio ruolo di grande paese industriale, delle eccellenze che esprime e dell'importanza del Made in Italy.
Perseguire la crescita della produttività agricola e la salvaguardia della redditività e delle produzioni. Promuovere i prodotti a Denominazione di Origine Protetta (DOP) e ad Indicazione Geografica Protetta (IGP) e difendere in modo più aggressivo la produzione nazionale dai crescenti fenomeni di contraffazione.
Rispondere alle difficoltà di imprese e persone non solo reagendo alle emergenze ma investendo sui tempi lunghi (scuola, università, ricerca, green economy, grandi investimenti) e in una cornice internazionale.
Un patto tra generazioni per un partito del lavoro
Restituire dignità e valore al lavoro, valorizzando meriti e talenti e realizzando politiche di piena e buona occupazione, che superino le differenze tra nord e sud e di genere.
Dare maggiori garanzie ai lavoratori, abbassare i costi contrattuali delle imprese, fare ricorso alla flessibilità intesa non come precarietà, ma come possibilità di arricchimento personale e professionale, in un percorso di vita che consenta tanto l’investimento sulla propria professionalità che la garanzia di una protezione nei momenti di debolezza e di rischio.
Istituire un contratto individuale di lavoro unico, a tempo indeterminato (salvo specifiche eccezioni, legate per esempio alla stagionalità di taluni mestieri), con salario minimo garantito e reddito minimo di solidarietà a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro.
Trasformare la formazione continua – la cui erogazione va incentivata e supportata attraverso specifiche agevolazioni – in vero e proprio diritto della persona e lavoratore.
Destinare il risparmio generato dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne imposto dall’Unione Europea ad interventi che ci aiutino a sostenere il percorso delle donne verso la parità con gli uomini nel lavoro: sgravi fiscali, telelavoro, part-time verticale, ingressi flessibili, job sarin. Introdurre il congedo dopo parto diviso obbligatoriamente alla pari tra il padre e la madre. Congedi parentali per i nonni.
Costruire un mondo del lavoro più aperto e meno corporativo, agevolare l’accesso alle professioni, migliorando la competitività e la trasparenza delle tariffe, riformando il funzionamento degli ordini professionali.
Comunicazione e informazione
Risolvere il conflitto di interessi.
Garantire un’informazione libera e plurale.
Regolare il mercato televisivo e (soprattutto) le reti: concorrenza, libertà, pluralismo.
Garantire ovunque l’accesso alla rete attraverso la banda larga, possibilmente gratuito.
Garantire la libertà delle nuove forme di espressione in rete.
La salute di tutti
Rimettere al centro del sistema sanitario la persona, che deve poter influire sulle decisioni prese a tutti i livelli e che deve essere protagonista di politiche di prevenzione e promozione di stili di vita corretti.
Riequilibrare e riqualificare la rete dei servizi di assistenza ospedaliera ed extraospedaliera: poli di alta specializzazione, centri di eccellenza, riconversione degli ospedali minori, assistenza fornita da strutture territoriali.
Riorganizzare il lavoro dei medici di famiglia in cooperative o studi associati, in modo da assicurare l’assistenza di base e il primo soccorso.
Rilanciare gli investimenti nei settori dell’edilizia sanitaria, delle tecnologie diagnostiche e terapeutiche e di quelle informatiche e telematiche.
Assicurare la sostenibilità economica del sistema e della ricerca biomedica, con un federalismo sanitario che garantisca le regioni più deboli, integrando le programmazioni nazionale e regionali e garantendo l’omogeneità nazionale e i Livelli Essenziali di Assistenza.
Integrare virtuosamente pubblico e privato, in particolare quello che fa riferimento al non profit e al volontariato: pubblico e privato devono avere pari dignità, assolvere agli stessi compiti nell’interesse dei malati, seguire le stesse regole ed essere sottoposti ai medesimi controlli e verifiche.
Creare, attraverso un’Agenzia indipendente, un sistema di valutazione dei trattamenti sanitari e di riconoscimento del merito degli operatori, basato non solo sulla produttività ma incentrato sull'efficienza e la qualità delle cure.
Ridefinire i criteri di selezione degli amministratori e dei professionisti ai quali affidare un ruolo direttivo nelle strutture sanitarie: l'abitudine delle segnalazioni politiche va sostituita con regole trasparenti e non aggirabili.
Riaffermare il principio di garanzia della dignità della persona durante tutte le fasi della vita, incluse quelle terminali, con il rispetto del diritto all’autodeterminazione in materia di cure mediche.
Una nuova politica, una nuova amministrazione
Riformare la legge elettorale in senso maggioritario e uninominale.
Superare il bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in Camera delle Regioni.
Ridurre il numero di parlamentari ed eletti a tutti i livelli e semplificare il sistema delle autonomie locali, per ridurre i costi della politica e dell’amministrazione.
Promuovere un nuovo e più deciso assetto federale, con maggiore distribuzione di risorse ai comuni, rafforzamento della “premialità” per gli enti virtuosi, la responsabilizzazione delle sedi politiche locali.
Sfruttare le economie dell’integrazione territoriale, favorendo la cooperazione fra comuni su un’ampia gamma di politiche locali – ambientali, sociali, economiche, culturali, infrastrutturali – con l’obiettivo di fare del territorio metropolitano uno spazio delle opportunità sempre più ricco e a disposizione dei cittadini.
Innovare la pubblica amministrazione: servizi telematici, uffici unici, autocertificazione, sistema di regole in cui il dirigente pubblico sia garante.
Promuovere una cultura dei risultati e della valutazione, cominciando dal programmare selezioni uniche per l’accesso alla PA che premino i più meritevoli.
Creare un motore di ricerca dedicato ai servizi e alle Pubbliche Amministrazioni, che permetta di conoscere anche online ogni sovvenzione, commessa e finanziamento pubblico dai diversi livelli di governo.
Laicità e diritti
Introdurre una norma antidiscriminatoria che preveda una percentuale minima di genere del 40% nelle Istituzioni e nei Consigli di Amministrazione.
Approvazione della Legge sul Testamento Biologico
Legge sulle unioni civili, sulla falsariga di quella britannica
Legge sull’omofobia
Legge sull’omogenitorialità
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
«Se vince Bersani bipolarismo a rischio»
Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
«Dal congresso del Pd e dal suo esito non passa soltanto il futuro del partito, che pure è una cosa importante. Passa anche il futuro assetto della politica italiana dopo Berlusconi; e quindi la questione riguarda tutti. Sento il dovere di pensare cosa succederà dopo la chiusura di un’epoca, che può essere o fisiologica, con la fine della legislatura, o traumatica. Abbiamo il dovere di pensare che dopo Berlusconi non venga azzerato l’orologio e non si ricominci tutto da capo; come se il bipolarismo e l’alternanza di governo non fossero una conquista di tutti, che ha reso più moderno e più semplice il paese, ma fossero legati solo all’esistenza di Berlusconi come leader o come avversario. Il che sarebbe un dramma ».
Segretario Franceschini, sta dicendo che se vince Bersani si torna indietro, alla Prima Repubblica?
«In questi anni di transizione dal ’94 a oggi, con tutti gli scontri e i limiti che abbiamo visto, due cose sono state condivise dai due campi: la nascita di uno schema bipolare, centrodestra e centrosinistra che si alternano al governo; e la nascita del Pd prima e del Pdl poi. Si è passati da un bipolarismo fondato su coalizioni eterogenee, frammentate, litigiose, a un bipolarismo più europeo, con due grandi partiti alternativi e alcune forze intermedie. Ma non dobbiamo credere che questo sistema sia acquisito per sempre, come se fosse consolidato da decenni. Dobbiamo pensare che questo sistema vada salvaguardato; perché non riguarda solo la politica, ma anche le istituzioni, l’economia, la competitività, l’aggancio all’Europa».
Il bipolarismo è davvero in pericolo secondo lei?
«Io prendo un impegno: garantire che questo schema sopravviva a Berlusconi. Invece a volte ho l’impressione che, se questo schema non si consolida, possa scattare un meccanismo per cui, finito Berlusconi, la politica italiana si rimette in moto su binari antichi e, attraverso cambi di legge elettorali o attraverso scelte politiche, torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decisi dagli elettori ma sono variabili e mobili. Il bipolarismo italiano e il campo riformista non sono nati in funzione anti-Berlusconi; corrispondono a un assetto globale, tipico delle democrazie di tutto il mondo. Ma se noi sbagliamo rischiamo di perdere questa conquista».
Lei ne parla come se il Cavaliere non avesse ancora un lungo mandato davanti a sé.
«Del dopo-Berlusconi dobbiamo cominciare a occuparci. Nessun uomo di buonsenso può pensare che si ricandidi a fine legislatura; è una scadenza inevitabile. Ma ci sono tutti gli ingredienti per una fine traumatica anticipata. L’autunno sarà il momento di massimo impatto della crisi: piccole e medie imprese che non riaprono perché hanno finito credito e liquidità, lavoratori dipendenti o autonomi con redditi ormai totalmente insufficienti, decine di migliaia di lavoratori dipendenti o autonomi che perdono il lavoro e si trovano a zero euro senza ammortizzatori. Una situazione che si prospetta esplosiva dal punto di vista sociale, con deficit, spesa pubblica, debito pubblico in aumento...».
Berlusconi le replicherà che lei fa del pessimismo ai limiti del disfattismo.
«Non è pessimismo; è realismo. Inutile pensare di risolvere il problema nascondendolo. A fronte di una crisi gravissima, c’è un presidente del Consiglio profondamente indebolito sia rispetto alla sua credibilità nel Paese, sia rispetto alla sua forza nella coalizione. Quando cominciano i processi di indebolimento, non si fermano più. E noi dobbiamo ragionare affinché ciò che abbiamo raggiunto nella stabilizzazione dell’assetto politico del paese non finisca con Berlusconi ».
Quale può essere lo scenario, se al congresso e alle primarie le sue idee non prevarranno?
«Tutto potrebbe tornare a essere elastico e possibile, con alleanze non dichiarate agli elettori che le scelgono ma frutto di accordi parlamentari, cui potranno essere dati nomi nobili — governo di convergenza, grande coalizione — ma che di fatto smontano una conquista. Perché bipolarismo e alternanza non sono garantiti, come qualcuno pensa, da una legge elettorale, per quanta influenza abbia. Il bipolarismo sopravvive a qualsiasi legge se ci sono due grandi partiti alternativi. Se invece — consapevolmente o inconsapevolmente— scomponi questi grandi partiti e torni a un sistema centro-sinistra e centro-destra, con il famoso trattino, tutto torna in movimento; non ci sono più due grandi partiti avversari, ma prevale il vecchio schema con la sinistra da una parte e il centro del centrosinistra dall’altra ».
Sta dicendo che teme per l’integrità e la tenuta del partito?
«Tenuta in quanto contenitore no. Penso però che il Pd, per essere se stesso, debba coltivare le proprie diversità, viverle come una ricchezza e non come un limite. Per questo credo non debba esserci in nessun modo una parte che prevale sull’altra. L’arcipelago di posizioni che sostengono la mia ricandidatura, laici e cattolici, persone che provengono da storie diverse, aree più moderate e aree più a sinistra, è la garanzia che il Pd continui a essere un grande partito».
Bersani rivendica di poter parlare di partito di sinistra.
«Io sarei cauto nell’uso delle parole. Sinistra è una parola e una storia nobilissima, cui io sono anche legato. Da ragazzo ero nella sinistra Dc con Zaccagnini, e ricordo convegni in cui si discuteva se considerarci sinistra della Dc o sinistra nella Dc. Conosco la forza, l’orgoglio della parola sinistra. Ma so pure che c’è una parte degli elettori e dei gruppi dirigenti del Pd che non si riconosce solo in quella parola. O il partito resta la casa di tutti, liberal, cattolici, laici, ambientalisti, oppure diventa un’altra cosa ».
Anche Bersani ha con sé cattolici come Letta e Bindi.
«Ma non c’è dubbio che nello schieramento che lo sostiene ci sia un’identità organizzativamente e politicamente prevalente. Proviamo a rovesciare il ragionamento: se per assurdo un’identità di centro esercitasse una egemonia sulle altre, chi si sente di sinistra rimarrebbe volentieri?».
Una scissione?
«Non necessariamente. Se si lascia aperto uno spazio, il vuoto sarà riempito. Io non escludo una futura alleanza con l’Udc. Ma voglio un Partito democratico che non rinuncia a competere direttamente con il Pdl, che non ha bisogno di appaltare a qualcuno la funzione di parlare con i mondi produttivi, di conquistare il voto mobile. Voglio un Pd che rappresenti l’elettorato di sinistra ma competa al centro. L’esito del nostro congresso peserà sull’intera politica italiana: se consolidiamo il Pd, reggerà anche il Pdl dopo Berlusconi; se il Pd si scomponesse, anche il Pdl scomparirebbe e tutto ricomincerebbe da capo».
E mi sono detto, non è che questa escalation ha a che fare anche con la battaglia di informazione su Villa Certosa, le escort, eccetera? Non è che i giornali di opposizione stanno alzando il livello dello scontro, e la maggioranza risponde dichiarando lo stato di guerra, e ci andiamo di mezzo tutti?
73 avanti Cristo, Roma:
SPARTACVS: Compagni gladiatori, ma insomma, che vita facciamo? Sgozzarci per il divertimento degli invasori? Ma ribelliamoci, piuttosto. Non abbiamo da perdere che le nostre catene. Io poi ho una certa esperienza militare, e secondo me se ci organizziamo un po' un paio di legioni le facciamo fuori, puntiamo verso la Gallia e poi...
LUCA SOFRI: Sì, però in questo modo, secondo me, tu autorizzi i Romani a darci la caccia come schiavi ribelli.
SPARTACVS: Beh, in effetti sì.
LUCA SOFRI: E se poi il Senato vota leggi più restrittive in materia di schiavi evasi, sarà anche un po' colpa tua che hai alzato il livello dello scontro, no?
SPARTACVS: Non ci avevo pensato. Ok, compagni, non se ne fa niente. Continuiamo a scannarci tra noi per un pezzo di pane.
1 dicembre 1955, su un autobus in Alabama:
CONDUCENTE: Insomma, vecchia negra, ti vuoi alzare? Quello è un posto riservato ai bianchi.
ROSA PARKS: Preferirei di no, sono un po' stanca.
CONDUCENTE (rivolto a Luca Sofri): Vede come fa? Questa negra mi fa impazzire.
LUCA SOFRI: Signora, senta, io capisco la stanchezza e la frustrazione e la necessità di una legislazione federale in materia di diritti civili, e tuttavia...
ROSA PARKS: Eh?
LUCA SOFRI: La invito a ragionare sul fatto che se lei insiste nella sua stanchezza probabilmente chiameranno i poliziotti, e poi ci saranno risse, il livello dello scontro si alzerà, e non è escluso che il Governatore dello Stato vari leggi segregazioniste ancora più restrittive. Non ci aveva pensato?
ROSA PARKS: In effetti no. Va bene, adesso mi alzo.
1 giugno 1989, Piazza Tienammen:
CONDUCENTE DEL CARRO ARMATO: Levati di mezzo, coglione! Stai alzando il livello dello scontro, non hai sentito Luca Sofri?
(Potrebbe andare avanti, ma anche no)http://piste.blogspot.com/
Minzolini il filosofo
Lo confessiamo: da quando alla direzione del Tg1 è approdato Augusto Minzolini, il nostro masochismo ci ha indotti a tradire il Tg5, ormai ridotto ad una happy chat, pur se magistralmente animata dalla Fatina Cristina e da Nonna Papera Buonamici. E il nuovo-vecchio Tg1 minzoliniano non ha tradito le nostre aspettative. Ad esempio con l’ormai celebre servizio di Gennaro Sangiuliano sull’inchiesta della magistratura barese relativa alle tangenti sulla sanità, e in cui è finito impigliato l’imprenditore Giampaolo Tarantini, quello che scortava le escort dal premier. Il pezzo di Sangiuliano dovrebbe essere insegnato nelle scuole (di giornalismo e non solo) come esempio di opinioni radicalmente separate da fatti rigorosamente omessi. A futura memoria, potete leggerne qui la trascrizione. In pratica, ascoltando quel servizio si capiva unicamente che (per Sangiuliano) il Pd era il mandante dello scandalo, e nel partito era già in atto uno scontro tra concilianti e irriducibili.
Ma quel pezzo è destinato a restare nella storia del servizio pubblico per una importante innovazione informativa: l’etichettamento. Sangiuliano infatti, parlando del titolare dell’inchiesta, scolpisce:
L’indagine è promossa dal PM Giuseppe Scelsi, esponente di Magistratura Democratica.
Sangiuliano però non ci comunica a quale corrente della magistratura appartiene il procuratore capo di Bari, visto che è lui che assegna i fascicoli ai sostituti, ed è difficile pensare che Scelsi quel fascicolo se lo sia preso con la forza, magari per concretizzare rapidamente la misteriosa “scossa” cui Massimo D’Alema aveva sibillinamente accennato la domenica precedente da Lucia Annunziata, e che Sangiuliano ha immediatamente collegato e correlato (implying causation) all’inchiesta. Per la cronaca nei giorni successivi, dopo il polverone suscitato dallo stile narrativo di Sangiuliano, Minzolini avrebbe mandato a Bari l’esperto ed equilibrato Pino Scaccia.
Ieri sera, nuovo dettaglio diabolico del Tg1, ad opera del notista parlamentare Marco Frittella, che ha spiegato alle famiglie italiane riunite al desco che il sondaggio che indica una flessione della popolarità del premier sotto il 50 per cento è stato eseguito dall’istituto IPR Marketing, “che lavora per Repubblica”. Ora, noi non conosciamo gli assetti proprietari di IPR (chi lo sa ce lo comunichi, lo pubblicheremo), ma questa notazione sul committente sembra suggerire che quelli dell’IPR sarebbero dei magliari prezzolati da Repubblica. O la nostra è un’inferenza troppo forte? Se così non fosse, dovremmo concludere che ogni sondaggio porta con sé l’ineliminabile stigma dell’orientamento politico di chi l’ha commissionato, e quindi per definizione è metodologicamente squalificato in radice.
Non vi sembri una questione di lana caprina, qui siamo nell’ambito di una concezione costruttivistica del mondo: la vita è un processo cognitivo, la mediazione dei nostri sensi rende impossibile perseguire una rappresentazione oggettiva della realtà. Ergo, il committente plasma il bias cognitivo del sondaggista. Sempre per la cronaca, nella stesso servizio Frittella diviene improvvisamente positivista, quando ci informa che per Euromedia Research la popolarità del premier è al 64 per cento. Frittella non cita il committente, quindi possiamo inferire che qui non ci sia distorsione cognitiva, soprattutto ricordando che Euromedia gode da tempo della fiducia di Palazzo Chigi.
Avere un direttore del Tg1 che promuove ed applica l’eclettismo alle fonti d’informazione contribuirà decisivamente all’elevazione filosofica dei telespettatori.http://phastidio.net/2009/07/22/minzolini-il-filosofo/#more-3641
Marco Lignana per “L’espresso” on line
Con le parziali eccezioni di Tg3 e SkyTg24, i telegiornali italiani hanno ignorato la notizia. O l’hanno nascosta abilmente con un servizio “bulgaro”, come ha fatto martedì sera il Tg5.
All’estero, invece, le registrazioni realizzate da Patrizia D’Addario e pubblicate dal sito de “L’espresso” sono tra le principali notizie della settimana.
Il telegiornale del canale inglese “Channel4” dedica un lungo servizio alla vicenda, trasmettendo parte delle intercettazioni (in Italia non l’ha fatto nessuno).
Quel che non merita attenzione nell’etere italiano va in onda anche su Pro-tv, la principale emittente privata della Romania, che parla di un Silvio Berlusconi “al muro”.
Si rifersice ampiamente del caso anche in Francia, su France24 .
La vicenda arriva persino sulla televisione del Perù.
Ma non ci sono soltanto i video.
I maggiori network mondiali riportano le cronache italiane anche sui loro siti Internet. Lo fa la BBC, lo fa la CNN, lo fa la tedesca RTL.
Immensa poi la mole di notizie riportata sui giornali di tutto il mondo. A cominciare dalla Gran Bretagna. Per il “Times” di Rupert Murdoch la popolarità del Cavaliere “sta appassendo” mentre “luride registrazioni” parlano di sesso in cambio di favori.
Sarcastico “The Independent” che titola: “Il primo ministro, Patrizia la prostituta e il letto di Putin”.
Più aggressivo il popolare “Daily Mail”, quasi divertito a raccontare come le intercettazioni dimostrino che a Beelusconi “piace senza preservativo”.
Dalla Gran Bretagna alla Spagna. Per “El Pais” le nuove rivelazioni de “L’espresso” dimostrano che “Patrizia D’Addario ha detto la verità”, mentre “il primo ministro ha mentito all’opinione pubblica”.
La trasposizione delle intercettazioni è poi sulle pagine di “El Mundo”, principale quotidiano conservatore spagnolo.
In Francia il quotidiano di destra “Le Figaro” non si fa problemi a raccontare la notte di “Berlusconi e una call-girl nel letto di Putin”. Sulla stessa linea “L’Express”, mentre “Le Monde” ripercorre i burrascosi ultimi mesi del Premier dal “Noemigate allo scandalo delle escort”.
La notizia non si ferma al Vecchio Continente. E così il quotidiano “Indian Express parla dei “misteri di Berlusconi, delle audiocassette sessuali e del letto di Putin”, mentre secondo il canadese “National Post” il Cavaliere “affonda sempre di più nello scandalo delle call-girl”.
Il brasiliano “O Globo” racconta ai lettori come Berlusconi si sia messo “in una situazione imbarazzante”, e “The Australian News” parla di intercettazioni che “fanno arrabbiare” l’avvocato del Primo ministro, alludendo alle dichiarazioni di Niccolò Ghedini.
La vicenda è ampiamente trattata anche in Russia (“Gazeta”), Portogallo ( “Correio de Manha”), Irlanda (“Irish Times”), Olanda (“Da Telegraaf), Romania (“Cotidianul”) e Austria (“Keline Zeitung”).
Migliaia, infine, i blog stranieri che dedicano spazio alle registrazioni. Fra i più famosi c’è senza dubbio “The Huffington Post”, che racconta l’attacco dell’opposizione in parlamento dopo la pubblicazione delle registrazioni. Lo stesso “Huffington Post” ha appena stilato la classifica dei “dieci peggiori leader del mondo”: tra il dittatore nordcoreano Kim Jong Il e il satrapo africano Robert Mugabe, è incluso anche il primo ministro italiano Silvio Berlusconi.
Chissà quanti tiggì nostrani riporteranno questa classifica…http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/07/22/per-saperne-di-piu-basta-andare-in-peru/#more-3296
Indro, ci manchi
La mosca tzè tzè
da L'Antefatto.it
Otto anni fa a oggi moriva Indro Montanelli. Nel 1994 era stato il primo, da posizioni conservatrici e dunque non prevenute, a intuire la minaccia che il suo ex editore Silvio Berlusconi entrato in politica rappresentava per la democrazia. Il 7 giugno 1994 il Cavaliere, premier da appena un mese, attaccò la Rai dei “ professori” (la più lontana mai vista dalla politica) illustrando la sua personalissima concezione del pluralismo:
“È certamente anomalo che in uno Stato democratico esista un servizio pubblico televisivo contro la maggioranza che ha espresso il governo del Paese. La Rai è faziosa, contro il governo che la gente ha voluto. La gente è d’accordo con me, questa Rai non le piace: me l’ha detto un sondaggio. Il governo se ne occuperà tra breve”.
L’indomani, sulla Voce, Montanelli scrisse che quel delirio dimostrava
“una allarmante confusione concettuale fra Stato e governo… Alla ‘gente’ la prospettiva di sei reti televisive... che, accantonati dibattiti e risse, intonino l’osanna al nuovo regime e al suo ‘timoniere’, probabilmente piace. Lo dimostra l’indifferenza con cui il cosiddetto uomo della strada ha accolto le dichiarazioni del timoniere... Io avevo i pantaloni corti quando Matteotti fu assassinato. Ma ricordo i discorsi che la gente intorno a me faceva. Dopo sei mesi di campagne giornalistiche al calor bianco... in cui nessuno era più in grado di distinguere la verità dalle menzogne, la gente accolse con sollievo il discorso del 3 gennaio 1925 con cui Mussolini imbavagliava la stampa e annunziava la dittatura... Berlusconi non è Mussolini... Ma è proprio questo clima di facilismo, di esenzione non dai problemi (di questi ce ne sono), ma da quelle angosce esistenziali che ci rendono ricettivi ai grandi princìpi, che può spianare a Berlusconi la strada verso una ‘democrazia del balcone’. Non quello di Palazzo Venezia, che gli andrebbe troppo largo. Ma quello della Casa Rosada, che consentiva a un Perón di arringare la folla... Ce la farà perché la gente è con lui, non con noi. E quando la gente si mette dietro qualcuno, gli uomini delle ‘comunicazioni di massa’ finiscono per mettersi dietro la gente. Queste cose le abbiamo già viste all’alba della nostra vita. Mai ci saremmo aspettati di rivederle al tramonto. Ma sembra che così debba essere”.
A rileggerlo oggi, quell’articolo profetico, mi rimbomba nella testa il ricordo delle “campagne giornalistiche al calor bianco... in cui nessuno era più in grado di distinguere la verità dalle menzogne” che precedettero l’avvento del regime mussoliniano. E’ il ritratto dei giorni nostri. Per settimane ci siamo sentiti ripetere che Patrizia D’Addario raccontava frottole. “Non è mai andata a casa del premier” (Niccolò Ghedini). “Non esistono registrazioni della D’Addario, a meno che qualcuno se le inventi” (ancora Ghedini). “Non sapevo che fosse una escort altrimenti non l’avrei frequentata né tantomeno l’avrei portata a cena dal presidente” (Giampaolo Tarantini). “Il presidente non sapeva che io rimborsassi le ragazze” (ancora Tarantini). “Non ho alcun ricordo di questa donna, ne ignoravo il nome e non avevo in mente il viso” (Silvio Berlusconi). “Purtroppo abbiamo sbagliato l’ospite” (ancora Berlusconi). “Non ho mai pagato una donna, naturalmente, non ho mai capito che soddisfazione ci sia, se non c’è il piacere della conquista” (ancora Berlusconi). “Qualcuno ha dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito a questa signora D’Addario… un progetto eversivo” (ancora Berlusconi).
Ora, dalle conversazioni registrate dalla stessa D’Addario e pubblicate dal bravissimo Antonio Massari sul sito dell’Espresso, si scopre che hanno mentito tutti: Berlusconi, Ghedini, Tarantini, giornali e turiferari al seguito. Solo la D’Addario ha sempre detto la verità, senza prendere un euro per farlo. L’unico che l’ha “retribuita” è Tarantini, col quale Berlusconi si sentiva anche dieci o venti volte al giorno. Ma avrebbe dovuto pagarla anche il premier, secondo i patti. “Mille te li ho già dati – le dice Tarantini – poi se rimani con lui ti fa il regalo solo lui”. Ma Berlusconi se ne dimentica, promettendo però un interessamento per un’operazione immobiliare cara alla signora, e lei se ne lamenta con Giampi: “Niente busta però… Tu mi avevi detto che c'era una busta. Mi ha fatto un regalino, non so, una tartarughina…”.
Di fronte allo scandalo di quest’ennesima vagonata di menzogne di Stato, che occupa le pagine di tutti i giornali e i siti del mondo intero, il capo dello Stato non trova di meglio che attaccare quei pochi che fanno opposizione e auspicare “tregue” e “riforme condivise” (con chi? Con Papi? Con l’Utilizzatore Finale? Con il Puttaniere di Stato e i suoi ruffiani?). Al Pappone pensa di cavarsela dicendo “ non sono un santo” (come se il problema fosse questo). I tg parlano d’altro (memorabile, l’altra sera, il mega-servizio del Tg1 di Menzognini su un ghiacciaio dell’Antartide). Pigi Battista, sul Corriere, farfuglia di “denunce pubbliche di comportamenti privati” e di “incursioni sputtanatorie”, dimenticando forse che il premier è un bugiardo matricolato e la signora D’Addario era candidata alle elezioni comunali di Bari nel Popolo delle libertà soltanto un mese fa.
Poveracci con la voce bianca o col caschetto mèchato alla Mastro Geppetto calunniano chi racconta i fatti sul Giornale di Papi. Mavalà Ghedini, sbugiardato platealmente dalle registrazioni, continua ad arrampicarsi sugli specchi, sostenendo contemporaneamente che i nastri sono falsi (“materiale del tutto inverosimile e frutto di invenzione”) e che chi li ha pubblicati ha violato il segreto investigativo (dunque sono veri, se lui stesso ipotizza che siano in possesso della Procura di Bari). Avvocati un tempo “democratici” e “garantisti”, come il rifondarolo Giuliano Pisapia, si alleano con Mavalà invocando sul Giornale indagini per “ricettazione” contro il giornalista che li ha pubblicati. Forse a questi principi del foro sfugge che le registrazioni non sono opera della magistratura o della polizia giudiziaria: le ha fatte, lecitamente, Patrizia d’Addario, e se le ha passate a qualche giornalista per dimostrare la propria attendibilità prima che venissero segretate, nessuno ha violato alcun segreto né alcuna legge. Il Giornale della ditta si scatena a demolire Patrizia con ogni sorta di insulto, senz’accorgersi che così peggiora la posizione dell’”utilizzatore finale”, il Cavalier Padrone, che la ricevette in casa sua per due volte, ci trascorse una notte “ nel lettone di Putin”, le regalò due gioielli, promise di aiutarla in una pratica immobiliare, ci fece colazione insieme anzichè fare gli auguri al neoeletto presidente americano Obama, le raccontò dei suoi impegni istituzionali e internazionali, la richiamò al telefono e le diede appuntamento ad altri incontri per “ farti leccare da una mia amica”, mentre il partito a Bari la candidava nella lista del ministro Raffaele Fitto, “La Puglia prima di tutto”. La poveretta si era perfino bevuta la promessa del Cavalier Bugiardoni:
D’Addario: E poi mi ha fatto una promessa…
Tarantini: Cioè?
D’Addario: Che… va beh te lo posso dire, tanto tu sei la guardia di tutto, mi ha detto che mi mandava gente sul cantiere. L'ha detto lui, quindi ci devo credere?
Tarantini: Sì, e va beh se lo dice lui…
Povera donna: “L’ha detto lui, quindi ci devo credere”. Infatti s’è visto com’è finita la storia. Come con il Contratto con gli italiani. Come con l’impegno in Sardegna a tenere il G8 alla Maddalena. Come con la promessa di ricostruire l’Aquila in men che non si dica. Ora, almeno, c’è un cittadino in più – Patrizia - che non si fida delle promesse del Re Sòla. E’ già qualcosa. Gli altri, un giorno o l’altro, seguiranno. Forse.
Indro, quanto ci manchi.
(Vignetta di theHand)
Pd: Parisi, ogni Ulivista sceglierà in libertà candidato
ANSA -
(ANSA) - ROMA, - Arturo Parisi annuncia che al congresso ciascun Ulivista scegliera' 'in liberta'' quale dei candidati alla segreteria del Pd sostenere.
'Se alla fine del percorso - afferma l'ex ministro della Difesa - quello che daremo e chiederemo potra' essere un voto, cioe' a dire un auspicio sul futuro del Pd, oggi qualsiasi scelta tra i candidati in campo e' una scommessa'.
'In questo momento - prosegue Parisi - possiamo solo dire che questa volta la competizione non e' ancora giusta, ma e' tuttavia una competizione vera. Mi auguro che nel tempo possa diventare una competizione giusta, grazie al compiuto chiarimento del profilo politico delle diverse posizioni attraverso il confronto'.
Il leader degli ulivisti ricorda che nelle scorse settimane la sua componente aveva redatto un documento in cui in cui erano proposte 'alcune precondizioni che facilitassero questo confronto. Allo stesso tempo avevamo riproposto la domanda affinche' il progetto che ebbe il nome di Ulivo fosse rinnovato nel futuro a partire dal riconoscimento degli errori passati'.
'Nessuno purtroppo ha finora soddisfatto le precondizioni richieste - prosegue Parisi - ne' ha dato risposta alla nostra domanda. Comprendo tuttavia chi, gettando il cuore oltre l'ostacolo, mette a rischio il proprio passato scommettendo assieme ad altri sul futuro di tutti'.
'Quanti nel tempo si sono chiamati ulivisti - prosegue la nota - hanno ogni volta scelto a prescindere dal passato, mai per abitudine o convenienze, per appartenenze o scambi. Se siamo arrivati fin qui e' perche' in ogni passaggio di questi lunghi quindici anni, gli ulivisti, a differenza di altri, sono entrati ogni volta nel futuro, ma non sono mai entrati tutti assieme.
Sempre ci siamo infatti mescolati con altri ri-scegliendo ogni volta di nuovo a partire dalle nuove domande del momento, per fedelta' ai nostri principi e per aiutare anche altri a liberarsi dal proprio passato. Anche in questo passaggio penso percio' che ognuno debba sentirsi chiamato ad esercitare in liberta' la propria personale responsabilita'.
'Pur collocati su posizioni diverse, chi scommettendo dall'interno, chi dall'esterno - aggiunge Parisi - prenderemo sul serio proposte e proponenti, incoraggiando ognuno a confrontarsi con gli altri sul piano delle idee, e spingendo tutti a svolgerle nel rispetto della ispirazione che ha guidato i nostri passi in questi quindici anni'.
'Eserciteremo il discernimento dentro le contraddizioni presenti - conclude Parisi - in modo che ad ognuno sia consentito di fare in liberta' la propria scelta nel rispetto delle distinte domande: a livello nazionale a partire dalle proposte avanzate a livello nazionale, a livello regionale a partire dalle proposte avanzate a livello regionale'. (ANSA).

nel pidì devono essere in corso febbrili controlli incrociati su tessere e firme. solo nelle ultime dodici ore mi hanno chiamato in quattro. dal partito. da roma. per chiedere se ero un tesserato vero. e se davvero avevo firmato per marino.
poi salutavano sbuffando e borbottando ah, occhei, allora grazie.http://coserosse.net/c/?p=5833
Deserto rosso
C’è qualcosa da stato terminale nella ritualità autoreferenziale con la quale i dirigenti del Partito Democratico si stanno arroccando.
Ignazio Marino aveva chiesto non sei mesi ma una settimana in più di tesseramento per rimpinguare un po’ i numeri del partito e dei suoi (pensarci prima no, dottore?) e gli hanno detto di no: non sia mai, si ritarderebbe il congresso!
Non sia mai, in realtà, che la sua candidatura (interessante ma non propriamente rivoluzionaria) prosperi e rompa col manuale Cencelli tra DS e Margherita e la corrività col governo del puttaniere.
Hanno detto di no a Beppe Grillo e tant’è. Però hanno detto di sì a Guerra che se permettete in quanto leghista puzza (ogni riferimento al bimbetto di 12 anni costretto a cambiare scuola a Treviso per lo squadrismo leghista dei compagni e degli insegnanti non è casuale).
Hanno il 26% dei voti nel paese, pretendevano di fare un milione di tessere e ne hanno fatte poco più della metà (600.000) a dimostrazione che sono autistici e marginali nel paese (la qual cosa è una tragedia per tutti noi).
Marino forse non ce la farà nemmeno a candidarsi con l’apparato che fa blocco unico per sbarrargli il cammino. Sono terrorizzati che rispetto alla figura mitologica del partito loro a vocazione maggioritaria (e chi non si sente rappresentato sticazzi) qualcosa possa modificarsi e si attaccano al formalismo più sterile.
Grillo proveniva da un “movimento politico ostile” e Marino ha lanciato un’OPA sul partito evidentemente percepita come ostile. Siccome confrontarsi sui programmi giammai, meglio dire che 600.000 tessere bastano e se la prossima volta saranno 300.000, 150.000, 75.000 basteranno lo stesso.
Il Titanic (l’Italia, la politica, il partito) affonda e loro continuano a ballare l’eterno minuetto, Veltroni, D’Alema, Rutelli, Marini… http://www.gennarocarotenuto.it/9505-cupola-del-pd-terrorizzati-dalla-propria-ombra/#more-9505
Il triplice fronte di Islamabad
Il Pakistan può sconfiggere i talebani? Se lo chiedono in tanti, anche a Washington.
Sarà la “via verso la salvezza” o sarà il solito “fallimento duraturo”? Il governo e l’esercito del Pakistan dovrebbero lanciare un’offensiva decisiva nella roccaforte talebana della regione del Waziristan, ma il ritardo con cui si stanno muovendo – l’operazione è stata annunciata già un mese fa – spinge gli osservatori allo scetticismo. Il rischio è che l’operazione Rah-e- Nejat (“via verso la salvezza”) faccia la fine di quella campagna militare che nel 2005 un settimanale definì, parodiando l’invasione americana in Afghanistan, “Enduring Failure”.
Il Pakistan mostra cautela perché, attualmente, ha già altri due fronti militari aperti. Il primo è nella valle dello Swat, dove ventimila soldati stanno combattendo da tre mesi una cruenta guerra contro i talebani.
L’esercito sostiene di aver ucciso 27 militanti nelle ultime ventiquattro’ore, dopo i cinquanta di domenica e lunedì (sarebbero in tutto 1800 dall’inizio dell’offensiva).
L’altro fronte è al confine con l’Afghanistan, in Baluchistan, dove l’esercito si è posizionato per bloccare la via di fuga ai talebani afghani dell’Helmand, impegnati in battaglia contro gli americani (che a luglio hanno registrato il numero più alto di perdite degli ultimi otto anni).
E proprio dagli Stati Uniti potrebbe arrivare un sostegno decisivo per dare il via anche all’operazione del Waziristan.
Ieri il primo ministro Yusuf Raza Gilani ha rinnovato a Washington la richiesta di fornire al Pakistan armi e tecnologie avanzate per sconfiggere i talebani.
Rivolgendosi all’inviato speciale americano Richard Holbrooke, ieri in visita a Islamabad, Gilani ha chiesto anche la condivisione di «intelligence aggiornata, credibile e concreta», e ha poi invitato il Congresso americano ad approvare un disegno di legge che triplicherebbe i fondi al Pakistan e a fornire aiuti economici supplementari per i due milioni di profughi in fuga dai combattimenti nello Swat. Holbrooke ha risposto che gli Stati Uniti si impegneranno a stanziare 165 milioni di dollari dei 330 promessi.
L’obiettivo della campagna in Waziristan è la cattura del leader talebano Baitullah Mehsud.
Il governo, però, deve vincere prima le resistenze del suo potente esercito, che non vuole ritrovarsi a combattere su tre fronti diversi, come ha spiegato l’analista militare Rahimullah Yousufzai. Si teme inoltre che una campagna anti-Mehsud possa provocare la reazione delle altre fazioni talebane della regione, mentre un altro motivo di cautela starebbe nella necessità di non lasciare scoperto il confine con l’India, con cui rimane pur sempre aperta la questione del Kashmir.
La cattura di Mehsud, tuttavia, rappresenta oggi per Islamabad un obiettivo nazionale molto più importante rispetto, ad esempio, al pattugliamento del confine con l’Helmand. Se quest’ultimo, infatti, è soprattutto un favore agli americani, la caccia a Mehsud è invece il tentativo di arrestare un ribelle che, a differenza di altri talebani pachistani, si pone come obiettivo la lotta al governo di Islamabad e non la riconquista dell’Afghanistan.
Mehsud è infatti accusato di aver progettato diversi attacchi suicidi dal 2007 a oggi, compreso quello che portò alla morte di Benazir Bhutto, ex primo ministro e moglie dell’attuale presidente Asif Ali Zardari.
Il Waziristan è però una regione ancora più insidiosa dello Swat. Non solo per le sue caratteristiche naturali, ma anche perché Mehsud potrebbe contare su un esercito di 20-30 mila combattenti. E tentare di portare gli altri leader talebani dalla propria parte non è mai troppo facile per il governo. Il mese scorso un estremista, Qari Zainuddin, ha osato definire Mehsud un nemico del Pakistan. È stato ritrovato morto pochi giorni dopo. http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/112034/il_triplice_fronte_di_islamabad
Daniele Castellani Perelli
Asia, pioggia e inquinamento oscurano l’eclissi del secolo
A Pechino il cielo coperto da una spessa coltre di smog; a Shanghai la pioggia hanno rovinato lo spettacolo a milioni di turisti. In India è morta una donna schiacciata dalla folla; milioni di persone sono rimaste chiuse in casa per paura delle influenze nefaste dei raggi solari invisibili. Monaci thai in preghiera per “il bene del Paese”.
Shanghai (AsiaNews/Agenzie) – Pioggia, inquinamento e la morte di una donna in India hanno rovinato la festa di decine di milioni di asiatici, che oggi hanno vissuto l’eclissi di sole più lunga del secolo. Il fenomeno astronomico è iniziato alle 6.24 del mattino in India (l’1 e 54 in Italia), per poi muoversi verso est toccando Nepal, Myanmar, Bangladesh, Bhutan, Cina e si è concluso nelle isole del Pacifico. Nel momento di maggior intensità, l’oscuramento del sole è durato 6 minuti e 39 secondi, ma lo spettacolo in gran parte dell’Asia è stato rovinato dal maltempo.
A Varanasi, in India, sulle sponde del Gange – fiume sacro per gli indù – migliaia di persone hanno fatto il bagno nelle acque del fiume per purificarsi, secondo un’antica tradizione. L’evento è stato segnato da una tragedia: per ragioni ancora imprecisate, la folla ha iniziato a fuggire – forse in preda al panico – e una donna di 65 anni è morta travolta. Altre sei persone sono rimaste ferite nella calca. Sempre in India, milioni di persone hanno preferito rimanere in casa, terrorizzate dalla paura. Il Paese è impregnato di tradizioni e superstizioni che si rifanno alla cultura indù; una di queste impone che le donne gravide stiano chiuse in casa durante l’eclissi, per evitare “l’influenza negativa” sul nascituro dei “raggi solari invisibili”.
In Cina la delusione per milioni di appassionati e curiosi è stata ancora più grande. L’inquinamento a Pechino e il maltempo a Shanghai hanno rovinato la festa. Nella capitale una coltre grigia causata dall’inquinamento ha velato il cielo, oscurando in gran parte il fenomeno naturale.
Nella città costiera di Shanghai, dove si erano dati appuntamento milioni di cinesi e turisti stranieri, una pioggerellina leggera ha segnato l’intera durata dell’eclissi solare. La municipalità nei giorni scorsi aveva investito risorse economiche e pubblicitarie per promuovere l’evento.
A Wuhan, cittadina industriale della Cina centrale, poco prima dell’inizio dell’eclissi le nuvole hanno coperto il cielo. “È stato un peccato” racconta Zhen Jun, un lavoratore locale che – insieme ai colleghi – aveva ottenuto un giorno di permesso per godersi lo spettacolo.
A Bangkok, in Thailandia, decine di monaci buddisti hanno tenuto una preghiera di massa in un tempio locale per scacciare gli “effetti nefasti”. “L’eclissi solare è foriera di cattivi presagi – afferma Pinyo Pongjaroen, un famoso astrologo thai – Preghiamo per il bene del Paese”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15846&size=A
L'affaire Hilu non accenna a spegnersi, a quanto pare. Un riassunto del più importante caso letterario dell'anno in Israele è stato pubblicato, pochi giorni fa, dal Washington Post. In sintesi: La casa di Dajani di Alon Hilu (che sarà pubblicato in Italia da Einaudi) aveva vinto il più prestigioso e danaroso premio del paese, il Sapir. Ma la vittoria era stata rimessa in discussione per un supposto conflitto di interesse tra la casa editrice e uno dei giudici, Yossi Sarid (firmatario, tra l'altro, della richiesta di inchiesta indipendente sulla condotta delle forze armate israeliane a Gaza, nell'Operazione Piombo Fuso). Si dovrebbe rifare il concorso letterario, ma almeno una decina di autori, tra cui molti dei finalisti, hanno deciso di non ripresentare i loro libri, sostenendo - in sostanza - Alon Hilu.

La questione, come spesso succede da queste parti, va oltre la cifra stilistica e letteraria del romanzo di Hilu, e affonda le radici nella gestione della memoria del sionismo, del 1948, dell'indipendenza e della nakba. Hilu fa raccontare il sionismo della fine dell'Ottocento da un bambino musulmano di Jaffa, usa i toponimi arabi (in un momento nel quale si stanno ebraizzando anche i nomi di quartieri e città), cerca insomma di inserire - per quanto possibile - un po' di memoria condivisa, o di memoria multiforme. Un atteggiamento di questo genere non poteva non scatenare reazioni dure da parte dei circoli di destra israeliani. Proprio negli stessi giorni in cui il governo di Beniamyn Netanyahu ha deciso di abolire la parola nakba, catastrofe, dai libri di testo in uso per gli studenti arabi d'Israele, parola d'altro canto introdotta da poco, dal 2007, quando al ministero dell'educazione c'era Yuli Tamir, che aveva anche tentato di inserire la Linea Verde, assente sulle cartine che si trovano nei libri scolastici.
Questo non vuol dire che il romanzo di Alon Hilu sia stato incensato dalla critica di parte araba. Questa recensione comparsa su Menassat. Anche se, e non è un mutamento di poco conto da parte araba, le critiche non riescono ad andare oltre l'affermazione che un israeliano ha comunque la sua narrativa, e non può sposarne totalmente un'altra...
Eppure, tentativi per scrivere almeno narrative parallele su una storia che è stata condivisa in maniera drammatica e sanguinosa sono stati fatti. Il più interessante è ancora quello di Sami Adwan e Dan Bar-On (purtroppo, Bar-On è morto l'anno scorso), che scrissero un manuale di storia parallelo, da diffondere nelle scuole, in cui lo stesso argomento veniva visto dalle due prospettive.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
La Cina delle rinnovabili vola
Il colosso asiatico sta entrando a grandi passi nel mercato delle rinnovabili, sia dal lato dell’offerta di tecnologie che per quanto riguarda la domanda interna. Ma quando un gigante si mette in moto i numeri in gioco diventano impressionanti. Su eolico e fotovoltaico gli obiettivi al 2020 sono rispettivamente di 150 e 20 GW. L’editoriale di Gianni Silvestrini
La Cina delle rinnovabili continua a stupire, sia sul versante delle installazioni che su quello della produzione delle tecnologie verdi. Parliamo innanzitutto degli obbiettivi al 2020. Solo due anni fa erano stati proposti dei target di 30 GW per l’eolico e di 1,8 GW per il fotovoltaico. A maggio l’asticella è stata innalzata a 100 GW per il vento e 10 GW per il sole. Ma la destinazione di una parte dei 586 miliardi di dollari del pacchetto di stimolo all’economia proprio alle fonti rinnovabili ha fatto ulteriormente rivedere al rialzo le stime. Si parla ora di 150 GW per l’eolico e di 20 GW per il fotovoltaico. E non è detto che sia l’ultimo aumento. Perché intanto la realtà corre veloce.
Prendiamo il vento, dove si erano raggiunti i 6 GW cumulativi nel 2007. La cifra è raddoppiata lo scorso anno e con previsioni di 30 GW entro il 2010. In Cina tutto è gigantesco. Malgrado ciò, sorprendono le dimensioni delle mega fattorie del vento programmate. La prima da 10 GW è in costruzione a Jiuquan nella provincia di Gansu. Si tratta di una potenza 15 volte più elevata del più grande parco eolico in funzione oggi nel Mondo, quello di Horse Hollow in Texas da 735 MW e ben 200 volte maggiore di un grande parco eolico italiano.
Passando sul versante della produzione di aerogeneratori, è evidente un rapido recupero del terreno da parte delle industrie cinesi. Nel 2004, infatti, il 75% delle macchine eoliche veniva importato, mentre quest’anno la percentuale dovrebbe ridursi al 17% e ci si deve aspettare una prossima forte presenza sui mercati mondiali.
Esportazione che già avviene nel settore del solare dove le industrie cinesi mantengono una leadership. La vera sorpresa nel campo del fotovoltaico riguarda il versante delle installazioni che finora erano del tutto marginali sul territorio cinese. Grazie infatti all’introduzione di un incentivo di 2,94 $/W - pari al 50% del costo degli impianti fotovoltaici - si prevede un decollo del solare sugli edifici che potrebbe portare a una potenza di 1.000 MW entro il 2010-2011.
Ma le aziende più forti sono andate a cercarsi nuovi sbocchi, aprendo il fronte delle grandi centrali. Così nelle ultime settimane si è assistito a un continuo susseguirsi di annunci. Alle notizie che Guangdong Nuclear Power e Guodian avevano intenzione di realizzare centrali solari da 2-300 MW, sono seguite le dichiarazioni di ReneSola relative a una centrale da 500 MW nella provincia di Jiangsu. Infine, nei giorni scorsi, sono arrivati i proclami del gigante Suntech che punta a installare 4 impianti per complessivi 1.800 MW. Insomma, le sorprese dalla Cina non finiscono mai.
I motivi di questa corsa alle rinnovabili sono diversi. Le tecnologie verdi vengono viste come una straordinaria opportunità di crescita in uno dei mercati più promettenti dell’economia mondiale e contemporaneamente danno una risposta alla fame di energia del Paese. Per finire, rappresentano una buona carta da giocare al tavolo delle trattative sul clima, per poter dire: «stiamo facendo la nostra parte».
Gianni Silvestrini, Direttore scientifico di QualEnergia http://qualenergia.it/view.php?id=65&contenuto=Editoriale
Il Rappresentante repubblicano del Delaware, Mike Castle, è costretto a subire la feroce rabbia degli attivisti conservatori che non credono che Barack Obama sia un cittadino americano. Un presidente illeggittimo. Obama Derangement Syndrome http://andreamollica.blogspot.com/
luglio 22 2009
E giustizia per tutti
di Giuseppe Panissidi*
Gran bel pezzo di cinema, di fresca attualità, con uno strepitoso Al Pacino magistralmente diretto da Norman Jewison.
Una tenace, sofferta ricerca della Giustizia Uguale. Per tutti. Con risultati simbolici, oltre che filmici, sicuramente non trascurabili. E tuttavia risibili, se confrontati con gli esiti (a dir poco) sorprendenti conseguiti nei giorni scorsi dal vertice della nostra giurisdizione ordinaria, la Corte Suprema di Cassazione. Le cui sezioni unite civili, con sentenza n.15976, hanno pronunciato nel merito dei ricorsi a suo tempo proposti dai magistrati di Salerno e Catanzaro, avverso i provvedimenti cautelari irrogati dal CSM nell'ambito della cosiddetta "guerra delle procure". Una connotazione mediatica non-neutra, alla stregua della rappresentazione che il Consiglio Superiore della Magistratura ha ufficialmente inscenato per quegli eventi, oggettivamente dirompenti, anzi drammatici.
Invero, istituzioni ed opinione pubblica conoscevano, con congruo anticipo, le conclusioni di questa vicenda, grazie alle puntuali esternazioni del presidente dell'ANM in corso di procedura. Insomma, tutto era stato previsto, con mirabile esattezza. O, come si suol dire: scritto. Lode a sì potenti virtù divinatorie. Nel paese di Balsamo-Cagliostro, che balsamo!Vorremmo provare a riassumere concisamente i termini essenziali della (poco) intricata vicenda.
La Procura della Repubblica di Salerno conduce, nei confronti di alcuni magistrati di Catanzaro, un procedimento scaturito da una serie di informative di reato da questi ultime inoltrate nei confronti dell'ex pm di Catanzaro De Magistris. Accertata la sua estraneità ad ogni e qualsiasi responsabilità, quell'ufficio s'imbatte in gravi ipotesi di reato in capo ai predetti magistrati calabresi. Come, ad esempio, una presunzione di illeciti a favore dell'ex ministro Mastella:la mancanza di alcuni atti nella trasmissione al GIP della domanda di archiviazione della sua posizione. Un fatto d'inaudita gravità, se provato.
Ai fini delle doverose (?) investigazioni, bisogna - è di tutta evidenza anche per i non addetti - disporre di quegli atti. Che, infatti, vengono ripetutamente richiesti a Catanzaro, non senza informare il CSM, che tace. Ma questi documenti - indispensabili per "le determinazioni inerenti all'esercizio dell'azione penale" (art.326 cpp), obbligatoria in forza della Costituzione, art.112 - non arrivano. Ora, è patente che, in ipotesi di omissione, abuso o falsità per occultamento, in testa all'AG di Catanzaro, all'ufficio del pm di Salerno competeva e compete il potere-dovere di indagare e conoscere. Per agire.
Che, poi, siffatte devianze siano occorse nella gestione di un procedimento giudiziario, è circostanza indubbiamente peculiare, ma che non vale a diminuire, la loro gravità. Semmai ad ispessirne la portata. In uno Stato di diritto, ben inteso. E nulla autorizza ad attribuire ai magistrati di Salerno la barbara e demenziale intenzione di sottrarre i procedimenti al competente giudice naturale di Catanzaro, salva l'acquisizione di "copie" conformi degli atti de quibus, da sempre sollecitate. Né da parte loro era mai stato sollevato il rituale conflitto di competenza. Nulla.
Ragionevolmente esclusa la cieca ignoranza, non di un singolo, ma di un intero ufficio! Di processi alle intenzioni, d'altra parte, non si sente il bisogno ed è meglio lasciarli agli Stati-canaglia. Una semplice osservazione può forse aiutare ad inquadrare correttamente la questione. Se nel corso di un'attività giurisdizionale uno o più magistrati distruggessero documenti od elementi di prova, la competente AG, intervenendo alla ricerca delle relative tracce documentali, di sicuro...interferirebbe. Con il delitto. Anche al fine d'impedire l'"aggravamento ulteriore delle sue conseguenze", senza, peraltro, con ciò usurpare la competenza naturale in ordine a quella regiudicanda. Come da ampia casistica, oltre che da codice di rito.
Eccoci così giunti al punto più rilevante della determinazione conclusiva della S.C. Che sembra risiedere in una nobile preoccupazione per le sorti della Giurisdizione, messe a repentaglio da "risse" devastanti come quella in argomento. Ora, se esisteva un'alternativa all'operato dell'AG salernitana, quale poteva essere? L'astensione da ogni…interferenza. C'è del vero, in questa posizione, che suona quasi come un invito e un auspicio:in determinati casi, alla "rissa", è preferibile la…pace. Prima o poi sapremo anche…per chi. E ancora, in tema di pace - in un paese fin troppo litigioso - viene in mente quella grande "summa" storico-culturale che è "Guerra e pace" di Tolstoj. Sotto un profilo singolare, però:la sua lunghezza è opportunamente inferiore al decreto di perquisizione e sequestro improvvidamente predisposto dei magistrati campani. 1.400 pagine, un macigno. Esagerati, è il meno che si possa dire.
Alla S.C. ne sono bastate 63 per segnare il destino di questi magistrati, a salvaguardia delle "logiche della giurisdizione". Quale obbrobrio, quel blaterare su fatti estranei alle "finalità" proprie dell'atto. Scrivendo tante pagine inutili, seppure con intento ipermotivante, anziché la consueta, succosa letterina della mamma, si sono dispersi - perdendosi - in sviluppi analitici "inconferenti" - si dice così? Hanno, cioè, mostrato di aver capito ben poco, quasi nulla. Del gioco. E delle sue regole. Di quelle non scritte, segnatamente. Oppure del sonno del CSM, in (prolungata) fase REM notoriamente caratterizzata da attività onirica con allucinazioni e autorappresentazioni, la cui privazione provoca l'insorgenza rapida di sintomi ansiosi, e se protratta a lungo, di sintomi psicotici, come spunti di depersonalizzazione e di valenze paranoidi.
Il dirigente Apicella, in primis, ha inopinatamente rivelato un'"indole" tutta da rifare, con scarsa propensione alla "comprensione", perciò finanche indegna della misura - provvisoria - del trasferimento. Rimozione, e non se ne parli più. Conformemente, i media non ne fanno più menzione. In fondo, che cosa c'è da aggiungere a quanto già era noto ed ora viene confermato, in scienza e coscienza, dal giudice supremo della Corte Regolatrice? Da qui l'addebito di maggiore incisività: l'anzidetta prolissità "tecnico-redazionale" dei salernitani. Davvero imperdonabile agli occhi del censore (mal)cassante. Assai più del delitto medesimo, anche di quello associativo, istituzionale, spregiudicato e scatenato che sia. O dell'ipocrisia, ferocemente stigmatizzata - unica, vera colpa - dal Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Da stroncare.
Non può che risultarne, di rigore, una sentenza della Cassazione traboccante di legittima suspicione:sospetti - perfino che il decreto incriminato sia opera autografa del De Magistris. Altro lavoro per Perugia, si suppone! - intenzioni, congetture, sfumature, ombre, etc.etc. Si conviene a un provvedimento "giurisdizionale" che si rispetti. Nelle more, il CSM ha già (per una volta) tempestivamente provveduto ad affidare la direzione della Procura di Salerno ad altro, valoroso magistrato. Senza dannose perdite di tempo. E senza nemmeno attendere l'esito del ricorso in Cassazione del titolare dott. Apicella, sospeso in via cautelare. Non già destituito. Se la linguistica e la semantica, ancor prima che il diritto, conservano un senso.
D'altronde, che bisogno c'era di indugiare, dopo che il presidente dell'ANM aveva già anticipatamente decretato la "conclusione" della vicenda or sono sei mesi? Misteri della chiaro-veggenza.Per una maggiore precisione. In caso di reintegro del procuratore Apicella, posto che l'ufficio del pm costituito presso il giudice penale di Salerno non avrebbe mai potuto essere retto da una diarchia, il neo nominato avrebbe dovuto far le valigie. Inconcepibile per chiunque, figurarsi per i dotti ermellini del Palazzaccio. Per fortuna, una mera ipotesi. Controfattuale. Carnevalesca. Sul piano della possibilità logico-giuridica, non si sarebbe mai potuta realizzare. E non si è realizzata. Alla S.C. il merito indiscutibile di avere scongiurato altre…"risse", consacrando lo statu quo ante.
L'universo della giurisdizione è finalmente pacificato, in un afflato struggente. Splendido esempio - e monito, soprattutto - per la vita pubblica del Belpaese. Illuminante risposta all'eterno dilemma del:che fare? Ora lo sappiamo, con il crisma di un apice dello Stato. Mica di un pedice! Soltanto un dubbio, se consentito. La materia esaminata ed "evasa" dalle sezioni unite civili è la medesima in precedenza delibata dal Tribunale penale di Salerno, che, però, è giunto a conclusioni diametralmente opposte. Prevalgono pulsioni extraprocessuali e la (conclamata) primazia della giurisdizione penale ne esce visibilmente incrinata, non diciamo sbriciolata.
Tuttavia, l'altezza della posta in gioco, e il vitale interesse statuale di por fine alle "risse", e di metterle al bando, debbono rasserenarci, e convincerci che il "bene" tutelato dev'essere apparso decisamente superiore a quelli sacrificati.
* l'articolo, gia' apparso su Il Messaggero, e' pubblicato per gentile concessione dell'autore, Prof. Giuseppe Panissidi, UniCal
Speciale giustizia
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NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org
Pubblicate le registrazioni della D'Addario e Berlusconi. Il Papa: "Proprio adesso!?".
Quei nastri sono così compromettenti che Minzolini aveva quasi pensato di parlarne.
La D'Addario a Berlusconi: "Mi hai fatto un male pazzesco". Anche Boldi trovò lavoro così.
(In effetti dev'essere dura quando dentro c'è già un registratore)
Ghedini: "Le registrazioni sono frutto di invenzioni". Prima fra tutte quella di Edison.
Il legale assicura: "Presto sentiremo l'intercettazione della smentita".
La replica della donna: "È tutto vero. Oggi per farsi credere servono delle prove". Poteva pensarci prima di mandare la guêpière in tintoria.
Berlusconi va con le escort ma non usa il preservativo. Dilemma morale per il Vaticano.
Berlusconi non usa il preservativo. Teme di restare senza teste su cui giurare.
Berlusconi non usa il preservativo. Se lo fa aggiungere con Photoshop.
Berlusconi non usa il preservativo. Purtroppo è un vizio di famiglia.
Berlusconi non usa il preservativo. Solo ogni tanto la bandana.
Berlusconi non usa il preservativo. Ma ne ha sentito parlare.
Berlusconi non usa il preservativo. Gli rovina il lifting.
Berlusconi non usa il preservativo. Usa le donne.
Registrazioni, il commento di Gasparri: "Ma non si vede niente!".
"Siamo disposti a discutere di etica a 360 gradi". Il solito esagerato.http://www.spinoza.it/

Quando fondò un partito chiamandolo Forza Italia, smettemmo di urlare Forza Italia ai Mondiali. Gliela facemmo passare.
Quando fece l'alleanza con An e Lega, e la chiamò Polo, ci sentimmo sfilare dalla tasca pure il buco con la menta intorno, ma gliela facemmo passare.
Quando insieme a Polo prese per sé la parola più bella di tutte, libertà, gliela facemmo passare lo stesso.
Quando Mangano divenne un eroe, gliene abbiamo ceduto un'altra.
E diciamo la verità. Se oggi sentiamo la parola abbronzato, pensiamo a mister Obamaaaa
Quando sentiamo papi, pensiamo a Noemi.
E la prossima volta che i bambini chiederanno di dormire nel lettone, come si farà a non pensare a Putin? http://ildivanosulcortile.blogspot.com/
Da Repubblica.it: Milano, parco Sempione. Ecco in azione una ronda, una di quelle ronde volute dai leghisti. Ma non é una ronda comune, é una super ronda!
Chissá se cosí i promotori di questa pagliacciata che sono le ronde si renderanno conto di quanto sono ridicoli... Ragazzi, siete dei geni. http://laustriaco.blogspot.com/
Lidano Grassucci
Ho visto il ministro Zaia, quello dell’agricoltura, protestare ai confini contro il latte belga e tedesco. Dice, Zaia, che quello italiano è meglio. Perché la mucca tedesca fa un latte diverso da quella di Biella o di Latina, non è sempre vacca?
Perché in Belgio ci sono alte norme alimentari rispetto all’Italia?
Qualcuno avverte l’amico Zaia che i confini in Europa non ci sono più, che il latte è europeo e non italiano o belga. Facciamo battaglie ridicole, inutili. Bisogna fare prodotti buoni. Con il criterio di Zaia i belgi dovrebbero mangiare formaggio belga, bere latte belga, fare le vacanze in Belgio. Così noi italiani dovremmo fare tutto in casa, come quando eravamo poveri. Come ai tempi della pellagra, che non avevamo modo neanche di mangiare un’arancia. Perché i lombardi mangiavano lombardo, i veneti veneto e i siciliani siciliano. Il risultato: morivano di fame tutti e pure solo. Oggi a Milano mangiano le arance, a Palermo il gorgonzola, e la polenta la fanno pure a Napoli. E siamo tutti meglio e nessuno muore di fame.
Caro ministro Zaia lasci perdere le frontiere, che ciascuno mangi quel che vuole: a Parigi il parmigiano a Sezze il Camembert. Perché questo è ricchezza per tutti.
I formaggi italiani sono migliori? Credo che il parmigiano e il gorgonzola siano il massimo al mondo, ma non ho paura dell’emmenthal, non mi dispiace il roquefort. Roma è bellissima, ma Parigi mi affascina. Insomma Zaia non lo sa m il mondo è un grande libro e ciascuna pagina è bellissima perché differente dalle altre.
Sandro Pertini disse che lui da “italiano non era primo rispetto ad alcuno ma secondo a nessun altro”.
Ecco il nostro è latte buono, ma non è il solo late buono al mondo. http://ilnuovoterritorio.blogspot.com/
«Ecco l’archivio di mio padre»
Il nuovo tesoro di Ciancimino
Giovanni Bianconi
Corriere della Sera
PALERMO — Il secondo «tesoro» di Vito Ciancimino — quello di maggior interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e altro materiale — è custodito all’estero, bloccato da problemi burocratici che il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, non è riuscito a risolvere. Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l’ormai famoso papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le altre carte segrete del padre. Su quel periodo, sui misteri ancora irrisolti, e sui cosiddetti «mandanti occulti», la commissione parlamentare antimafia ha deciso ieri di aprire un’inchiesta, di cui sarà relatore il presidente Beppe Pisanu.
Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro» avuto in eredità, quello milionario che secondo l’accusa proviene da affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul luogo in cui è conservato l’archivio di «don Vito».
Lì dentro ci sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni nastri registrati. Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le conversazioni tra l’ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo incontrarono nell’estate del ’92. E ancora, la copia integrale della lettera — trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 — dove si parla di richieste all’«onorevole Berlusconi»; forse le altre lettere provenienti da Bernardo Provenzano, di cui ha pure testimoniato il figlio dell’ex sindaco, e il misterioso assegno da 35 milioni firmato in anni lontani da Silvio Berlusconi in favore di Ciancimino sr, di cui Massimo discuteva con la sorella Luciana in una telefonata intercettata nel marzo 2004.
«Digli che abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro... », diceva Massimo a Luciana che stava andando a una manifestazione di Forza Italia alla quale avrebbe partecipato il premier. «Chi, il Berlusconi?», chiedeva lei ridendo. «Sì, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà», rispondeva Massimo. Luciana era incredula: «Ma che dici... Del Berlusca? ». E il fratello: «Sì, di 35 milioni, se si può glielo diamo...». Se il giovane Ciancimino dice la verità la riconsegna non avvenne, e quell’assegno è custodito all’estero insieme al papello e alle altre carte che sarebbero il riscontro ai suoi racconti sui contatti tra mafia e istituzioni avvenuti attraverso l’ex sindaco morto a fine 2002. Nell’interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la promessa di consegnare il «tesoro» investigativo. Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una rogatoria internazionale. In un modo o nell’altro, la fine di questo «tira e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello , se e quando arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure no. Poi, eventualmente, si potrà valutare l’effettiva importanza delle carte rimaste segrete per tutti questi anni. E interpretare meglio le ultime uscite intorno alle novità vere e presunte nelle inchieste sulle stragi di mafia. A cominciare da quelle di Totò Riina.
Il «capo dei capi» di Cosa Nostra sarà probabilmente interrogato nei prossimi giorni dai magistrati di Caltanissetta (titolari delle indagini sulle morti di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta trucidati con loro), che ritengono indirizzato a loro il «messaggio » mandato da Riina attraverso le dichiarazioni affidate al suo avvocato. Ma secondo le interpretazioni che circolano nel palazzo di giustizia di Palermo, le frasi del capomafia avrebbero (anche) altri destinatari: gli «uomini d’onore», per ribadire che non ci sono vuoti di potere ma a comandare la mafia è ancora lui; e i nuovi, presunti, referenti politici di Cosa Nostra, subentrati ai vecchi dopo le stragi del 1992 e 1993.
Le dichiarazioni di Riina sono arrivate all’indomani della diffusione del frammento di lettera che secondo Ciancimino jr proveniva da Provenzano ed era diretta al premier tramite Marcello Dell’Utri (sul quale pesa una condanna di primo grado per concorso in associazione mafiosa; il processo d’appello è arrivate alle battute finali).
Puppateveli voi (WRSA disperatamente, SYDHT)
Per esempio
Perché nella rassegna stampa del TG5 del mattino compare regolarmente in prima posizione il Corriere? Se mettessero un altro giornale, il "Giornale", per esempio...
Il megafono
Grazie per ciò che fa per la mia terra.Grazie x avermi commossa.Il dolore è il megafono di Dio x risvegliare 1 mondo sordo.grazie!
Aldiquà
Caro Silvio, è così che mi permetto di iniziare perché, aldiquà delle polemiche, mi capita per la prima volta di sentire una presenza, fattiva, politica,amica, nella
Chiediamo scusa
siamo Calabresi e ci vantiamo ad esserlo e ad essere del PDL, una cosa PRESIDENTISSIMO ci tolga dalle palle (chiediamo scusa) lombardo ed i suoi accoliti. grazie
Puppateli
NON SI CAPISCE QUESTA LOGICA INVENTATA DAI KATTOKOMUNISTI, CHE DOBBIAMO FARCI DA PARTE NOI X DARE SPAZIO A ROM ALBANESI MARROKKINI AFFRICANI, NON SIAMO MICA DEI FESSI,PUPPATELI VOI.
In sordina
Non vendere bottigl Di birra agli extrac.quando hanno bevuto e sono ubriachi le usano come arma x aggredie e uccidere,qui hanno ucciso un italiano a bottigliate in testa e tutto in sordin
Dagli audio di oggi; si vanta di fronte a quattro sgallettate di presiedere il G8:
che si chiama ora G8, poi sarà G14 con dentro India, Cina, Sud Africa, Messico , Egitto, Brasile. E poi G16... E io dovrò andare in tutti questi paesi e per un anno dare l'avvio alla gestione dell'economia mondiale che non si è reso possibile...Per cui è un organo che raccoglie i leader dell'80 per cento dell'economia che devono decidere di applicare le leggi dell'economia in un momento complesso di crisi...Io per avventura...io sono l'unico al mondo che ha presieduto due volte nel 1994 e nel 2002, non c'è nessun altro che ha presieduto due volte...Siccome si va a sedici, uno deve stare lì, e si fa un anno ciascuno, ora sono in-su-pe-ra-bi-le...tre volte! ed è un grande risultato per l'Italia
http://carlettodarwin.blogspot.com/
Parole

Manuela
Sull’edizione online de “Il Foglio”, è pubblicata un’analisi grafica dei discorsi di candidatura di Bersani (1 luglio) e Franceschini (16 luglio) e del manifesto di Marino.
La lettura di quest’analisi è molto semplice ed immediata: più una parola è ripetuta, più appare grande.
E’ di immediata evidenza come le parole più usate da Bersani siano: partito, politica, essere, seguite a ruota da dobbiamo, deve, fare. Il resto a seguire. Una visione a dir poco autoreferenziale, in cui il PARTITO è il centro di ogni pensiero ed azione, e in cui la società, con i suoi cambiamenti e le sue domande, è accessorio marginale . Come fa notare Fabio Meloni con il consueto acume, c’è un uso quasi compulsivo dell’esortativo dobbiamo fare, deve fare. L’uso dell’esortativo è un must dei politici di professione, che lo usano per distogliere da sé – dal loro fare concreto – ogni responsabilità, richiamando un ipotetico soggetto (a chi ci si riferisce con quel noi sottinteso, se sono loro a dirigere?) ad un’ipotetica futura azione.
Quello che mi ha colpito del quadro di Franceschini è invece l’emergere prepotente della parola partito, su uno sfondo di parole quasi indistinte, dove non emergono concetti forti sui quali insistere. L’autoreferenzialità rispetto al partito (o l’ossessione del partito, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Meloni) è ancora più evidente che in Bersani, poiché tutto il resto è sfumato e confuso in una specie di politiglia dove potrebbe convivere tutto e il contrario di tutto (un po’ come nelle liste che sostengono Franceschini, del resto).
Poi Marino parla di persone, del paese, di vita, anche di partito, ma democratico.
Basterebbe questo a definire la differenza fra politici che si sono sempre mossi e continuano a muoversi dentro l’orizzonte del partito, e di una politica asfittica – accordo di vertici, tessitura di apparati – che, avendo rinunciato a grandi orizzonti non riesce a governare nemmeno la quotidianità; e chi ha un’idea del paese e una visione del futuro, ed opera per cercare di realizzarli. Certo, attraverso un partito, che è strumento, non fine: non per il partito, ma per le persone, per il paese, appunto. http://viagiordanobruno17.wordpress.com/
Sistema tedesco, cioè smantellamento del bipolarismo
Estratto dal position paper della fondazione di scuola politica
a cura di Augusto Barbera
Sistema elettorale
Una premessa metodologica. Nell’attuale contesto pare inutile
e defatigante discutere a vuoto di modelli elettorali. Se ne registrano
circa 400, ma le loro virtù o i loro difetti sono strettamente
legati al tipo di
sistema politico-istituzionale che si intende
contribuire a costruire. Non si possono porre sullo stesso
piano – come spesso avviene – modelli fra loro diversi, ad
esempio il sistema tedesco o i sistemi francese o spagnolo.
2Chi vuole il sistema tedesco, che è un sistema proporzionale,
sa bene che esso non consentirebbe a nessun partito, o a nessuna
delle coalizioni oggi sulla scena politica, di raggiungere la
maggioranza (50% +1) dei seggi necessaria per dare vita a un
governo. Con una legge di tipo tedesco il sistema «bipolare»
verrebbe sostituito da un sistema «tripolare» che farebbe perno
su un centro immobile, in grado di portare al governo ora l’uno,
ora l’altro, dei due poli, ma cui verrebbe assicurata un’ininterrotta
permanenza al governo; oppure, in caso di maggiore
frammentazione e di più centri «opportunistici», a una grande
coalizione tra le maggiori forze politiche. Mentre il sistema bipolare
– comunque strutturato e comunque raggiunto – ha consentito
al corpo elettorale (nel 1996, nel 2001, nel 2006, nel 2008)
di scegliere, di fatto, i programmi e i governi, assicurando l’alternanza,
invece, in un sistema tripolare tale scelta passerebbe
al partito o ai partiti che vanno a comporre il terzo polo, con effetti
dubbi sulla stabilità e incisività dei governi.
Sembra comprensibile il ragionamento che sta alla base, nei
più consapevoli fautori nel centrosinistra di tale sistema: poiché
il Partito democratico (o una coalizione di centrosinistra) avrebbe
Una discussione
preliminare su una
possibile «agenda delle
riforme» e alcune linee
guida: un’opzione
sul sistema elettorale
per il dopo referendum;
indirizzi generali sulla
riforma dei regolamenti
parlamentari, una
posizione non equivoca
sul bicameralismo
e su modifiche mirate
alla forma di governo
2 Sistema elettorale, regolamenti parlamentari, bicameralismo
difficoltà a vincere in una competizione con il centrodestra, si
dovrebbe realizzare un sistema in cui nessuno vinca e nessuno
perda sul campo, ma a tutti sia data la possibilità di «manovrare
» in parlamento, dopo il risultato elettorale. Una posizione
«sconfittista», peraltro smentita dalle alternanze regolari praticate
dal 1994, in cui si mescolano il vecchio pessimismo di una
certa cultura comunista e il non meno vecchio gusto democristiano
per la mediazione assembleare. È chiaro – sia detto tra
parentesi – che con il sistema tedesco il Partito democratico rischierebbe
di esplodere, con alcune schegge attratte verso il centro
e altre verso una neo-formazione della sinistra tradizionalista.
Fino a quando il Congresso del Partito democratico non avrà
detto una parola chiave sul modello di sistema politico da perseguire
trovo improduttivo discutere di sistema elettorale, anche
perché, stanti i risultati del referendum, una modifica del
sistema elettorale non appare attuabile almeno per questa legislatura.
Quale che sia il sistema elettorale che sarà prescelto (proporzionale
o maggioritario) un punto va tenuto fermo. La mancata
possibilità per gli elettori di scegliere i candidati e il potere di
ristrette oligarchie partitiche di determinare, in pratica, l’intera
composizione delle due camere è causa di una notevole sofferenza
democratica. La politica è stata sradicata dal territorio e
ha costretto gli elettori a trovarsi nella grigia condizione di spettatori
delle prestazioni televisive dei propri leader. Tre le strade
possibili: a) ritorno ai collegi uninominali (siano essi o maggioritari,
o inseriti all’interno di un sistema proporzionale con
premio di maggioranza o meno); b) liste bloccate ma in collegi
ristretti, pressoché corrispondenti alle attuali province, o a multipli
o sottomultipli della stesse (come in Spagna ove i collegi
esprimono 3-4 candidati, tranne Madrid e Barcellona); c) ritorno
al voto di preferenza (unico o plurimo).
Quest’ultimo è un ritorno da non auspicare per il bene del
nostro paese e per l’immagine della politica. Va tenuto presente,
infatti, che il sistema delle preferenze ha dato cattiva prova
per due motivi: in quanto richiede ai candidati la disponibilità
di risorse finanziarie ingenti, la cui ricerca è stata causa non ultima
di Tangentopoli; perché introduce elementi di ulteriore
frantumazione correntizia all’interno dei partiti, che si aggiungono
a quelli derivanti dalla frantumazione del sistema politico.
Non a caso è un sistema ormai da tempo abbandonato pressoché
da tutti paesi avanzati.
Se si vogliono evitare le preferenze non basta il ritorno ai collegi
uninominali o la previsione di circoscrizioni piccole se non
accompagnato dalla previsione di elezioni primarie per la scelta
dei candidati.http://www.landino.it/articoli.php?id=523
Congresso Pd: 4 domande e 4 risposte su regole del Pd e regole delle istituzioni
1. Contro una leggenda metropolitana: non vincerà in seggi il Segretario che avrà meno voti
Domanda. Il Regolamento del Pd ha scelto di non collegare tra di loro le liste che sostengono il medesimo segretario. C'è il rischio che chi vince in voti perda in seggi, analogamente al caso Bush contro Gore?
Risposta. Premesso che sarebbe stata più logica la scelta opposta, non c'è nessun problema, è una leggenda metropolitana, il sistema è perfettamente proporzionale, quindi chi vince in voti vince anche in seggi. In America succede alcune volte perché la formula è maggioritaria secca. Qualche rischio di spreco di voti c'è solo nelle 3-4 Regioni più piccole, che pesano comunque molto poco. Sarà sufficiente che solo in quei casi i candidati evitino di presentare troppe liste.
2. L'albo degli elettori esiste già e non avrebbe senso chiudere le iscrizioni prima, sarebbe un confuso ritorno di fatto al partito dei soli iscritti
Domanda. Il candidato Bersani ha proposto di "istituire" l'Albo degli elettori, vincolando il voto a una previa iscrizione in esso. Non è una buona idea? Non è quello che accade negli Usa, come da molti si sente dire?
Risposta. L'Albo degli elettori esiste già nello statuto. Per votare bisogna iscriversi in esso. L'idea di chiudere le iscrizioni all'Albo qualche giorno prima farebbe perdere senso alla distinzione con gli iscritti. Le primarie si rivolgono infatti a persone che non hanno un'attitudine a occuparsi costantemente di politica e ad identificarsi rigidamente nel partito: avvertirebbero quella procedura come una sorta di prolungamento delle iscrizioni "normali". Se chiudessimo ad esempio le iscrizioni anche solo 3-4 giorni prima è facile immaginare che ai possibili 600.000 mila iscritti si aggiungerebbero non più di 100.000 persone, quelle che in realtà non avevano fatto in tempo ad iscriversi. A quel punto che senso avrebbe fare votare prima 600.000 iscritti e poi prevedere un secondo turno con 100.000 persone in più che non cambierebbero il risultato? Chi propone queste soluzioni vuole tornare a un tradizionale partito degli iscritti, anche se ha timore di dirlo, le alternative però sono solo quelle due. Sarebbe però più coerente se lo proponesse limpidamente. Quanto agli Usa la legislazione è diversa Stato da Stato: in una ristretta minoranza, 15 su 50, la registrazione deve essere preventiva; in 11 Stati funziona sostanzialmente come da noi; i restanti sono ancora più flessibili. Infatti in altri 12 possono votare anche elettori che vengono a votare dichiarandosi elettori "indipendenti"; in 9 Stati si decide nel segreto dell'urna la primaria del partito per cui si vuol votare; in altri 4 si possono addirittura votare candidati di partiti diversi.
3. Nelle coalizioni parlamentari normali è il primo partito a esprimere la guida del Governo
Domanda. La coincidenza tra segretario e candidato alla guida del Governo non è tipica del presidenzialismo? E come si fa con le coalizioni, non si finisce col renderle impossibili?
Risposta. E' vero il contrario. E' la regola delle grandi democrazie parlamentari, anche di quelle multipolari. Dove c'è il presidenzialismo il presidente è anche il Capo dello Stato e quindi non può per definizione essere il capo formale del partito, anche se esercita una leadership di fatto ed è selezionato dal partito (con primarie aperte negli Usa, col voto di tutti gli iscritti nei partiti francesi). E' giusto che se c'è una coalizione possa essere richiesta da alcuni alleati una primaria di coalizione, ma in tal caso un partito serio e che non ha complessi presenta il proprio candidato e lo sostiene, come prevede lo Statuto del Pd. Evocare la coalizione come impedimento significa avere la riserva mentale di cedere a un altro partito, anche più piccolo, la guida della coalizione, violando il legame tra consenso, potere e responsabilità e creando le premesse perché elettori e quadri vadano allora direttamente in quel partito, visto che diventa quello decisivo della coalizione.
4. Il cittadino deve poter scegliere il Governo e questo non è bipartitismo
Domanda. Perché Franceschini ha sottolineato con tanta forza che grazie al sistema elettorale il cittadino deve anche scegliere il governo? Non c'è il rischio di una forzatura bipartitica come sottolinea Bersani? Non sarebbe preferibile per evitare quella forzatura adottare il sistema tedesco, come ha proposto in ultimo anche Follini, sostenitore di Bersani, dando così, come lui sostiene, un argomento decisivo all'Udc per scegliere noi?
Risposta. La vera alternativa non è tra bipartitismo e bipolarismo, ma tra bipolarismo e multipolarismo, che comporta una delega in bianco del cittadino al partito votato sulla scelta del Governo. Infatti nei comuni, nelle Province e nelle Regioni c'è una scelta diretta di chi deve governare, ma non c'è affatto bipartitismo, anzi c'è persino troppa frammentazione. Nelle grandi democrazie non c'è un'elezione formalmente diretta dell'esecutivo, ma si adottano vari sistemi che consentono a chi arriva primo in voti di poter governare con un significativo bonus di seggi, in genere col collegio uninominale (Inghilterra, Francia, capitava in Italia col Mattarellum), ma anche con sistemi proporzionali fortemente corretti che selezionano grandi partiti nazionali a vocazione maggioritaria e piccoli alleati regionalisti che si aggregano intorno al primo (Spagna) scoraggiando drasticamente partitipi piccoli e medi di carattere nazionale. Non si vede perché dovremmo invece imitare l'unico sistema in difficoltà, quello tedesco, dove i due partiti più grandi sono stati costretti a realizzare una Grande Coalizione perché il sistema non produce un vincitore. A meno che non si speri di rientrare al governo con una Grande coalizione o ingraziandosi l'Udc, promettendogli un sistema in cui può decidere con chi allearsi dopo il voto degli elettori, magari ottenendo un potere sproporzionato ai voti. Le alleanze vanno benissimo, ma il sistema deve renderle chiare e nette prima del voto. Altrimenti usciamo dal bipolarismo e rientriamo nel multipolarismo sperimentato nella prima fase della Repubblica a livello locale e regionale, che non si espandeva a livello nazionale solo a causa delle fratture internazionali. Non a caso, man mano che i partiti piccoli e medi diventarono più spregiudicati, Roberto Ruffilli propose nuovi sistemi che rendessero il cittadino un arbitro della politica, senza più deleghe in bianco per il Governo.http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/

Questo signore - tale onorevole Maurizio Migliavacca, responsabile organizzazione del Pd - oggi ci spiega che non ci sarà alcuna proroga nel tesseramento del Pd, non sia mai che Ignazio Marino riesca a raccogliere troppi consensi. E che Beppe Grillo non ha i requisiti perchè «ha ispirato e fa parte di un movimento contrapposto al Partito democratico».
Migliavacca è sicuramente un bravo burocrate e probabilmente fa solo quello che gli dicono burocrati più importanti di lui.
Tuttavia magari dovrebbe chiedersi anche lui se queste ligie risposte «ai sensi del regolamento» - a fronte di un risultato di iscritti di poco sopra la metà dell’obiettivo - siano il modo migliore per costruire un partito che esca dai corridoi e si apra agli elettori.
(A proposito, ma Renato Nicolini non era di Rifondazione? E Follini non faceva comizi tra le bandiere di Forza Italia e An? E il senatore democratico Achille Serra che vedo sempre in prima fila ai convegni del Pd era mica lo stesso Achille Serra deputato berlusconiano tra il ‘96 e il 2001?)http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/07/21/il-pd-va-in-migliavacca/#comments
"Un’esperienza che rimarrà per sempre nel solco della vostra memoria"
Il flusso turistico dal Giappone verso il nostro paese è in netto calo da oltre un decennio. Per darne la misura, si prevede che quest’anno arriverà in Italia solo la metà dei giapponesi che vennero nel 1997. Sulle cause non v’è dubbio: un super euro che sottrae parecchio potere d’acquisto allo yen, la bassa qualità dei nostri servizi e il sopruso dei prezzi illegali.
Per fortuna abbiamo un ministro del Turismo che non sta con le mani in mano e corre ai ripari: scrive una lettera ai “cari amici turisti del Giappone” per avvisarli che “il governo italiano ha, da pochi mesi, istituito il Ministero del Turismo proprio per occuparsi delle vostre esigenze con la massima competenza e, al contempo, promuovere e sviluppare il nostro sistema di accoglienza e ricettività, affinché siano sempre più garantiti i massimi standard internazionali”.
Non che il super euro, adesso, sia diventato di botto meno super. Non che i servizi turistici possano migliorare altrettanto di botto. Di botto, però, c’è la creazione di una “commissione di vigilanza con il duplice scopo di verificare che siano salvaguardate le necessità degli amici visitatori, sia per quanto riguarda i prezzi ed i servizi a loro riservati che per rispondere prontamente alle segnalazioni di non conformità”. Per questa commissione il ministro “ha richiesto anche la collaborazione delle associazioni di categoria”: in pratica, nessun tassista e nessun ristoratore praticheranno più salassi fraudolenti ai turisti giapponesi, il Ministero del Turismo vigilerà, con la collaborazione di tassisti e ristoratori. Funzionerà? Vedremo, ma non era meglio lasciar fuori i vigilati dalla commissione di vigilanza?
Intanto, il ministro invita i giapponesi in Italia e, forte di questa geniale idea che dovrebbe dare ai turisti giapponesi più garanzie di quante non abbiano saputo dare loro finora i Carabinieri, la Polizia e la Guardia di Finanza, promette loro “un’esperienza che rimarrà per sempre nel solco della vostra memoria”. Si poteva evitare di usare il termine “solco”: rende la promessa ambigua. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Inps e Inail, leggine ad personam
Spesso ritornano e, ovviamente,quando accade, vengono trattati con i guanti bianchi fino ad inserire nel decreto legge anti-crisi, un emendamento, il testo passerà domani all´esame della Camera e sembra scontato che il Governo porrà la questione di fiducia, che li incolla alla poltrona a vita. Ecco a voi la nuova "leggina" ad personam per il direttore generale dell´Inps, Vittorio Crecco, nominato nel 2004 e per il direttore generale dell´ Inail, Alberto Cicinelli che, in barba agli altri direttori generali, costretti al pensionamento forzato al quarantesimo anno di anzianità, potranno restare al loro posto, nonostante lo scadere del 67esimo anno di età.
Cicinelli, che 67 anni li compirà l´11 settembre, nominato dal Ministro del Lavoro, l´8 ottobre 2008, Direttore Generale dell´INAIL, è un nome noto alle cronache giudiziarie di Mani Pulite per essere stato arrestato nel maggio del 93 (50 giorni di carcere, alcuni mesi ai domiciliari, sospensione dall´INAIL per 5 anni, periodo massimo previsto dall´allora normativa vigente) con l´accusa di corruzione e concussione, per tangenti, circa 740 milioni delle vecchie lire, versate da De Benedetti, allora responsabile della Olivetti, su forniture di sistemi e strumenti informatici per l'INAIL. Cicinelli,durante l´interrogatorio, al Pm Antonio Di Pietro, ammise l'esistenza delle tangenti, di essere stato un collettore dei versamenti, ma si rifiutò di rivelare i nomi dei destinatari delle tangenti, limitandosi a dire che si trattava di "personaggi di più alto livello", cioè di politici". Nel maggio del '98, riammesso in servizio, il Direttore Generale pro-tempore, Roberto Urbani, in attesa di conoscere gli sviluppi del procedimento penale in corso, gli affida compiti di studio. E quando nel 2000 il processo cade sotto la scure della prescrizione, Urbani, gli affida compiti delicati e riservati legati alla legge sul "giubileo" per l´ acquisto di numerosi immobili (ex legge "giubileo" e non); ma a fine anno il Direttore Generale, Urbani, viene indagato per tangenti su alcuni acquisti di immobili insieme al capo della Direzione Centrale Investimenti, Mauro Gobbi, ancora sotto processo. A dicembre Urbani muore di infarto e viene nominato Alberigo Ricciotti. Mauro Gobbi rimane capo del Servizio Investimenti. Gli acquisti degli immobili,in tutte le regioni (in Emilia Romagna ne furono acquistati circa venti),si intensificano. Il Direttore generale, Ricciotti e il Presidente del Collegio Sindacale, Raimondo, vengono indagati dal Pm Woodcock, e i due nel 2004/2005 patteggiano la pena: Ricciotti restituisce 4 miliardi di vecchie lire e Raimondo, un miliardo. Prescritto il processo, Cicinelli viene sottoposto al procedimento disciplinare interno.
L´istruttoria, curata, a norma di regolamento, visto che i due dirigenti nonostante avessero patteggiato restituendo in totale 5 miliardi, erano rimasti al loro posto, dal Direttore Generale Ricciotti e dal Presidente del Collegio Sindacale, Raimondo, si conclude con il parere favorevole per il reintegro di Cicinelli nelle funzioni proprie delle qualifica e il C.A, lo proscioglie da qualsiasi addebito per i fatti del '93 e viene deliberato anche il pagamento degli emolumenti dallo stesso non percepiti nei cinque anni della sospensione dal servizio: a Cicinelli vengono versati oltre 800 milioni di vecchie lire. Non si ha notizia se gli siano state anche presentate le scuse. Nel 2006, la Corte dei Conti di Bologna chiama in causa Cicinelli unitamente ad altri - per gli acquisti immobiliari effettuati in Emilia Romagna e il procedimento è ancora in corso. Termina qui, la significante storia giudiziaria-professionale, di Alberto Cicinelli nominato da Sacconi Direttore Generale dell´INAIL che ora un emendamento ad personam, rischia di incollare alla sua poltrona a vita, una poltrona che evidentemente scotta, non a lui, ma a quei politici, destinatari delle tangenti, i cui nomi, Cicinelli non ha mai voluto svelare. http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Le primarie dimenticate
Gira e rigira, nonostante gli sforzi di portare il dibattito sui contenuti programmatici si torna sempre lì: le primarie.
Non è che ci sarà una logica in tutto questo? Non è che, alla fine dei conti, il problema della selezione dei gruppi dirigenti e dei candidati sia davvero il cuore del rapporto tra un’organizzazione politica e la società che vuole rappresentare? Non è che avranno ragione quelli che credono che la forma partito sia il punto di partenza di ogni proposta politica al paese? Se prendiamo per buono questo assunto, il confronto tra i candidati alla guida del Partito democratico sta entrando nel vivo proprio perché propone al paese due modi di vivere il rapporto tra forme organizzate della politica e forme della rappresentanza preposte al funzionamento delle istituzioni democratiche.
È un confronto vero, serio, utile al paese e da vivere senza alcun senso di colpa: non sono beghe interne, non si tratta di come spartirsi il potere, si tratta di come interpretare le domande che pone la società e si tratta di trovare le forme migliori per garantire qualità alla democrazia. E almeno di questo il Pd può essere fiero.
Il Pdl nasconde i problemi dietro la leadership “carismatica” che forse è più padronale che altro. Ma prima o poi avrà le sue scelte da compiere.
Le primarie, dunque. Una quasi ossessione. Ma ripetiamolo: quelle che si faranno a ottobre sono una forma originale di elezione del leader di un partito attraverso il coinvolgimento ampio e diretto degli elettori che si riconoscono in quel partito. Chiamarle “primarie” ha solo un valore evocativo di altre esperienze e di altre culture e forse fa solo pasticcio.
Il meccanismo scelto (e certamente migliorabile) sottintende una forma di partito “società” sostanzialmente diverso dal partito “stato” (che si fa stato) che ha plasmato in vario modo la cultura politica del novecento italiano nelle sue diverse interpretazioni, da quella comunista a quella fascista per passare alla versione fanfaniana della dc.
Pierluigi Bersani, anche se difende le primarie per la selezione dei candidati di coalizione a cariche monocratiche (queste sì primarie), è orientato a dare ai soli iscritti il potere di selezione dei gruppi dirigenti. Franceschini lascia maggiori spiragli verso il partito aperto e difende l’elezione diretta del segretario attraverso il coinvolgimento dei non iscritti.
Tutti e due però parlano dei militanti solo come diffusori di volantini, animatori di gazebo e organizzatori di feste, solo quindi di funzioni esecutive, trasmissive verso la società. Non riconoscono alla presenza sul territorio il compito di dare voce in modo strutturato al territorio. Tutti e due interpretano al ribasso quella che è stata la maggiore novità della nascita del Pd: l’apertura alla verifica dei cittadini elettori non solo nei momenti elettorali, ma anche nelle fasi cruciali della propria vita. Un partito che avesse al proprio interno gli anticorpi contro quella malattia, che possiamo definire “casta” e che è uno dei sentimenti che maggiormente caratterizza il clima di opinione presente nel nostro paese – e quindi influisce sul comportamento di voto. Ma come non vedere nel successo di Berlusconi da un lato e di Di Pietro dall’altro (per non parlare del coriaceo persistere del pensiero radicale) anche gli effetti di una profonda insoddisfazione nei confronti di quanto il sistema dei partiti ha prodotto in Italia? Come non prendere atto della necessità di ristabilire un clima di fiducia tra società civile e forme della rappresentanza? Come non riconoscere che le forme di organizzazione politica della prima repubblica sono state permeate da clientelismo, familismo, affarismo? E che questo non è stato solo frutto della malevolenza di singoli individui ma conseguenza di “meccanismi” organizzativi e istituzionali? Come non riconoscere che questa tendenza è fortemente in atto e che richiede soluzioni forti e discontinuità coraggiose proprie con quelle forme di organizzazione che non sono riuscite a impedire che questo accadesse? Il Partito democratico si è presentato come una forma organizzativa aperta, verificabile, scalabile da chi ritiene di poter meglio rappresentare la sua ragion d’essere.
Un partito che vuole interpretare la società, darle risposte ispirandosi a valori, ma non imporle una propria idea di “città futura”.
Un partito che nel rapporto diretto con l’elettorato individua un bilanciamento alla propensione oligarchica e autoreferenziale tipica di tutte le forme di organizzazione basata sulla cooptazione. E che in questo modo risponde al malessere diffuso verso la “casta”, cioè verso l’arbitrio e l’approfittarsi delle posizioni di potere conquistate.
Certo questa idea di partito è strettamente connessa ad una visione maggioritaria delle regole elettorali (e proprio per questo le differenze sono vere e non di facciata).
È sostenuta dalla convinzione che solo la necessità di confrontarsi con il volere della maggioranza spinga la sinistra a superare la sua congenita vocazione minoritaria impastata di presunta superiorità culturale e condannata alla ricorrente autocritica di non avere capito la società.
La società si capisce se ci si lascia invadere dai suoi flussi. E chi ha valori che rappresentano ancoraggi forti non ha paura di essere travolto.
Come sembra suggerire Steve Rubel può darsi che Chris Anderson abbia ragione, ma forse no; quantomeno non mi pare che ne siano state valutate correttamente le implicazioni.
Update: “L’ economia della scarsità torna a chiedere il conto a quella dell’abbondanza, il mondo del business [ma anche quello giornalistico] non sembra nella condizione ideale per credere a chi vuole convincerli a regalare qualcosa. Anche se si chiama Anderson ed è il miglior impacchettatore di idee in circolazione, e anche se «Free» resta un pacco ben confezionato. Per una volta il geniale venditore potrebbe avere scelto il momento sbagliato per piazzare il suo prodotto”.

Ndr: Spero venga apprezzata la sintesi del pensiero espresso in linea con i canoni ed i requisiti del twitter-giornalismo. Fatemi sapere.http://giornalaio.wordpress.com/
Una manifestazione al giorno?
Abolrish
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Di là si sta discutendo se presentarsi o no alla preghiera del venerdì questa settimana, dato che l'imam della preghiera dovrebbe essere Rafsanjani. E' annunciata anche la presenza di Karoubi, Khatami e Moussavi. Il dibattito è molto vivo. Il vantaggio sta nella visibilità di un'occasione priva di repressione: in teoria non possono impedire a nessuno di andare alla preghiera.
Lo svantagggio è che non si sa se Rafsanjani ci sarà e, soprattutto, non si sa cosa dirà. Insomma il movimento lo ritiene poco affidabile. Senza contare poi che una parte non secondaria del movimento non è gente che va alla preghiera. Vedremo se la notizia ha un fondamento.
Ma non volevo parlare di questo. Volevo tradurre da un blog in persiano un lungo e interessante articolo di analisi politica datato 07/07/2009, due giorni prima dei fatti del 9 luglio. L'articolo è lungo.
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Le manifestazioni possono forse proseguire giornalmente?
Questo articolo dimostrerà che la gente non può manifestare tutti i giorni, e che ciò non deve essere interpretato come un calo di tensione nella lotta [...].
Il fine della guerra psicologica [1] di un governo dittatoriale è quello di infiltrare i mezzi di informazione del movimento con un insieme di notizie fallaci e ambigue, in modo da insiunuare la delusione e la disunione e, come obiettivo finale, paralizzare il movimento.
Tuttavia questa volta [rispetto al 1979 ndt] coloro che lottano nel sentiero della libertà hanno un immenso capitale politico accumulato negli ultimi 30 anni. La marcia del 20 giugno e la presenza di più di tre milioni di persone, nonostante le sensibili minacce all'incolumità fisica e le gravi carenze di mezzi di comunicazione, non aveva precedenti nemmeno nelle esperienze del 1979. Questa presenza ha dato un colpo spaventoso al regime ed all'equilibrio psicologico del Leader e del suo entourage.
In questo momento noi conserviamo il vantaggio di un consenso di massa dimostrato nei numeri e nelle strade, e questo capitale politico non svanirà così presto. Con l'orgoglio di chi sa di avere milioni di voci dalla sua parte, e con passione, dobbiamo solo evitare che questo prezioso capitale vada disperso.
Ma, come noi sappiamo di avere un largo consenso, ne è al corrente anche il governo, e ciò lo spaventa: il governo sa che, anche con un piccolo passo indietro, nuovamente milioni di persone si riverseranno per le strade [...].
Tenete presente che questo capitale politico è notevolmente superiore a quello di cui godeva il movimento rivoluzionario islamico all'inizio dei moti del 1978 [...]. Il Re, di fronte a marce e raduni di poche migliaia di persone, perse la testa e commise il suo suicidio politico ordinando la repressione. L'entourage di Khamenei si è trovato ad affrontare di colpo la stessa situazione ed è ricorso alla repressione, ma contro manifestazioni molto più serie e numerose.
Nel 1978, in seguito ad alcune piccole manifestazioni, in provincia e non nella capitale, il regime dello Shah fu preso dal panico ed arrivò a decretare il coprifuoco notturno. Arresti di massa, istituzione di tribunali speciali, e pene severe per coloro che partecipavano alle manifestazioni, crearono un'atmosfera di terrore che di fatto impedì per qualche tempo ulteriori marce contro il regime. Tutti si convinsero che il regime aveva vinto e che la paura aveva soffocato la voce del popolo.
Il malcontento, allora, era decisamente meno diffuso di oggi. Specialmente tra le persone di mezza età con un'occupazione, che erano estremamente contrarie alle manifestazioni e le ritenevano pericolose o al più inutili. Essi erano convinti che il regime dei Pahlavi fosse solido e impossibile da sconfiggere. Per l'opposizione si trattava di un lavoro lento e difficile: si doveva prima convincere le persone che il regime era irreversibilmente corrotto, e solo per passi successivi poter arrivare a contare su un loro appoggio. Tutto ciò oggi è già stato raggiunto.
Un rapido sguardo alle date degli eventi della rivoluzione islamica è illuminante proprio per compendere la sostanziale rarità delle grandi manifestazioni:
- 9 gen 1978 - Manifestazione a Qom (con morti)
- 18 feb - Manifestazione a tabriz nel quarantesimo dei morti di Qom
- 30 mar - Manifestazione a Yazd
- 15 giu - Sciopero generale e serrata nazionale
- 12 ago - Scontri sanguinosi a Isfahan, coprifuoco nella città
- 16 ago - Il premier Amuzegar dichiara il coprifuoco in tutto il paese
- 4 set - Marcia della festa del "Fetr" (immagine)
- 8 set - Venerdì nero
- 11 ott - Sciopero nazionale dei giornalisti
- 21 ott - Sciopero nazionale dei lavoratori del petrolio
- 4 nov - Massacro di studenti superiori e universitari all'Univ. di Teheran
- 1 dic - Il grido notturno di "Allahu Akbar" si sente dai tetti in tutto il paese
- 1 gen 1979 - Scontri sanguinosi a Mashhad
- 14 gen - "Shah raft!" ("il re se n'è andato!")
- 17 gen - Milioni di persone in marcia in tutto il paese
- 1 feb - Rientro di Khomeini in Iran
- 11 feb - Violentissimi scontri a fuoco finali tra la popolazione armata e i reparti dell'esercito ancora fedeli allo Shah. Il regime è spazzato via.
La guerra psicologica del regime intende combattere il movimento cercando di radicalizzarne gli obiettivi. Essa opera come segue.
1) "Le manifestazioni devono cointinuare tutti i giorni": la conseguenza logica è che, se per alcuni giorni non si verificano manifestazioni, allora il movimento è stato sconfitto.
Noi non abbiamo il dovere di manifestare per le strade tutti i giorni. Ciò che andava fatto è stato già fatto: milioni di persone hanno già dato uno schiaffo al potere. Ora dobbiamo organizzare il movimento nell'attesa di programmare e muovere i prossimi passi. Lasciamo che siano loro a pagare il costo politico che comporta il tenere per le strade un'apparato repressivo, nel timore che ci riversiamo di nuovo per la strada. [...]
Bisogna riportare le masse per le strade in un momento in cui ci sarà anche l'organizzazione necessaria, in caso di repressione, per un vasto sciopero generale. Sabato 1 di agosto, per la commemorazione del quarantesimo del martirio dei caduti del 30 giugno, potrebbe essere una buona giornata. C'è il tempo necessario per l'organizzazione e per minacciare il governo di iniziare uno sciopero in caso di repressione.
2) "Tutti i movimenti rivoluzionari devono avere dei leader". Con questo la propaganda filo-regime intende dire che l'assenza di una dirigenza paralizzerà il movimento.
La rivoluzione è il pensiero collettivo di una società volta ad ottenere obiettivi precisi attraverso un'azione armoniosa e coordinata. Nel 1978, la persona che venne poi riconosciuta come leader del movimento rivoluzionario, fino a 10 giorni prima del confronto finale non si trovava nemmeno nel paese.
Durante la rivoluzione egli si limitava ad inviare dei comunicati contenenti messaggi politici di natura assolutamente generica, senza dare alcuna direttiva di tipo organizzativo. Oltretutto, data l'assenza dei mezzi di comunicazione quali internet o telefoni cellulari, questi messaggi non giungevano che ad una parte minoritaria del movimento. Era il popolo che - in modo spontaneo - perseguiva l'obiettivo chiaro di rovesciare il regime e prendeva le iniziative necessarie.
Oggi si cerca di insinuare nel movimento il timore di un arresto di Moussavi, o di Karoubi. Hanno già arrestato più di cinquemila tra intellettuali ed attivisti politici. In questo modo vorrebbero far credere che il movimento riceverebbe un colpo mortale dall'arresto dei suoi "capi".
Ma il leader del popolo, in questo movimento, è il malcontento. L'ingiustizia, l'oppressione, l'imposizione di uno stile di vita di mille anni fa ad una società che ambisce a progredire, derisione e repressione delle tradizioni nazionali [preislamiche - ndt], il latrocinio della ricchezza pubblica e dei proventi del petrolio, l'umiliazione internazionale, assenza di libertà di pensiero e di parola [...].
Il movimento non appartiene ad una persona in particolare, uccidendo la quale si fermerebbe. Nasce dal fatto che il popolo desidera vivere meglio, lo merita, ed è persuaso di pagare dei costi per ottenere ciò che desidera. Questo desiderio, e nient'altro, è il "capo" del movimento.
3) "Il regime sta segretamente trattando con le potenze estere, che non appoggeranno più il movimento"
Il nostro movimento non ha bisogno dell'appoggio di nessun governo. L'opinione pubblica mondiale è istintivamente favorevole a qualunque movimento pacifico di liberazione. A parte questo, l'appoggio internazionale non può salvare il regime. Anche i russi e i cinesi presto assaggeranno lo schiaffo del popolo iraniano.
Questo argomento di propaganda da parte del governo ha una ragione politica: è il governo stesso che è in difficoltà sul fronte estero, e vuole in qualche modo convincere il popolo che la situazione è sotto controllo. Data questa contraddizione, presto l'argomento gli si rivolterà contro. Difatti, mentre l'appoggio dei governi stranieri non ha alcuna rilevanza per il movimento, tuttavia è molto probabile che presto, sotto la pressione delle loro opinioni pubbliche, saranno costretti a prendere posizioni forti contro il regime [...].
4) Disinformazione:
Cioè la diffuzione di notizie importanti ma non confermabili, che a prima vista sono vantaggiose per il movimento ma che, in ultima analisi, risultano false e portano all'assuefazione e alla disaffezione.
Notizie che un tal generale dei Pasdaran o un talaltro uomo politico si è unito al movimento, non devono essere diffuse senza fonte sicura [2]. E' ovvio che qualunque defezione nel fronte degli assassini è una buona notizia, ma bisogna sempre tenere presente che questo movimento prescinde dalle individualità.
Domani diranno che l'esercito si è ammutinato, o che una raffineria è esplosa, oppure che è iniziato lo sciopero dei lavoratori del petrolio, e poi due o tre giorni dopo si scoprirà che era falso. Così le notizie "interne" al movimento diventano inaffidabili e subentra una sorta di depressione e di disillusione. Noi non abbiamo alcun bisogno di queste "buone notizie": accertarsi della loro solidità prima di diffonderle.
5) "Confronto parallelo": ovvero seminare discordia tra le varie componenti sociali del movimento per deviarlo dal suo obiettivo principale.
Dato che sono le persone che compongono il movimento, vi sono anche delle oggettive differenze interne. Coloro che hanno la capacità di correre e lottare per la strada non devono criticare coloro che possono solo limitarsi a camminare. Non ci sono abitanti di Teheran o della provincia, ci sono solo iraniani. Se per qualche giorno non abbiamo notizie di iniziative da una città, state pur certi che si stanno organizzando. Pensiamo a ciò che dobbiamo fare noi e non lamentiamoci.
Diverse personalità con background politici differenti diranno le loro opinioni e faranno le loro proposte: non vanno ghettizzati. Ciascun iraniano, dentro o fuori dal paese, a Teheran o in provincia, di qualunque origine etnica, e in generale chiunque non sia al servizio del regime e supporti il movimento popolare sarà degno di rispettto presso il movimento stesso.
Non dimenticate che Khamenei e il suo entourage hanno in mano il potere da un ventennio. Tutte le istituzioni, dalla magistratura al governo, dal parlamento agli organismi militari e di ordine pubblico sono pieni dei loro adulatori e dei loro lacché.
Costoro hanno raggiunto ricchezze fantastiche grazie a questi loro legami, e faranno di tutto per conservarle. Ma state pur certi che la loro fedeltà è verso le loro ricchezze, non verso il Leader. L'unica loro speranza è che la gente smetta presto di agitarsi, e che venga zittito con un po' di concessioni inutili, bastoni e pallottole.
Se ciò non accadrà e le grida continueranno, il Leader vedrà ogni giorno vuoti più ampi nel suo schieramento. E noi non abbiamo alcuna fretta. Il Leader, appoggiando il governo golpista, ragliando minacce e ordinando la prepressione, in realtà ha già ingerito il veleno del suicidio politico. Dobbiamo solo aiutarlo affinché il veleno faccia effetto il prima possibile.
[1] L'articolo fa risalire le tecniche di guerra psicologica del governo ad un preciso addestramento da parte di specialisti cinesi e russi, ma non cita fonti.
[2] Mea culpa!
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:: Article nr. s10164 sent on 12-jul-2009 23:33 ECT
www.uruknet.info?p=s10164
Link: abolrish.blogspot.com/2009/07/una-manifestazione-al-giorno.html
:: The views expressed in this article are the sole responsibility of the author and do not necessarily reflect those of this website.
http://www.uruknet.info/?p=s10164&hd=&size=1&l=i
Il governo golpista honduregno presieduto da Roberto Micheletti lancia un segnale sinistro:dà 72 ore a tutta il personale diplomatico venezuelano per abbandonare il paese.
Fin dai primi momenti il governo venezuelano aveva, insieme alle altre democrazie della regione e dell’Unione Europea ritirato l’ambasciatore da Tegucigalpa ma, come d’uopo in queste occasioni, il resto del personale diplomatico di Caracas era restato al lavoro nella capitale centroamericana.
Adesso questo segnale, sicuramente coordinato con chi ha permesso al golpe di prosperare per quasi un mese nonostante il ripudio della comunità internazionale e la resistenza popolare, cerca di criminalizzare l’azione diplomatica venezuelana per restaurare il governo legittimo di Mel Zelaya in Honduras.http://www.gennarocarotenuto.it/9487-la-dittatura-in-honduras-minaccia-i-venezuelani-ed-espelle-tutta-lambasciata/#more-9487
Con Barack Obama candidato presidente il racial gap tra il voto dei bianchi e quello delle minoranze è quasi sparito. Anzi nelle presidenziali 2008 i neri hanno votato più dei bianchi.
New York Times
http://giornalismoparma.typepad.com/
Le audizioni di Sonia Sotomayor si sono svolte senza sorprese e i repubblicani hanno escluso l’utilizzo dell’ostruzionismo. Un sospiro di sollievo per Obama, che può così incamerare il primo successo della sua presidenza da quello che si prospetta come il suo maggior avversario, il Senato degli Stati Uniti.
Niente Borkizzazione per Sonia Sotomayor. Il primo giudice ispanico nominato per la Corte Suprema ha su perato con disinvoltura le audizioni del comitato giudiziario del Senato. Il gruppo del Gop le ha chiesto conto di alcuni suoi commenti scabrosi tacciati di razzismo da alcuni esponenti conservatori, ma Sotomayor ha rimarcato come la sua carriera di giudice mostri la sua indipendenza da qualsivoglia preferenza razziale o sessuale. Il magistrato ha evitato di prendere posizione su alcuni dei temi più polarizzanti, come aborto o matrimonio gay, ottenendo un sostanziale via libera dai repubblicani. L’esponente anziano del comitato giudiziario, il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, ha annunciato l’intenzione di non opporre l’ostruzionismo alla nomina. Senza il filibustering, per approvare la nomina presidenziale basta la maggioranza semplice, e il sostegno pressoché unanime del gruppo democratico più qualche repubblicano già espostosi verso il Sì indicano una conferma ormai scontata della Sotomayor. Una vittoria importante per Obama, che avrebbe vissuto con terrore un grilling prolungato e astioso della sua nomina per la Corte Suprema, in un periodo nel quale il suo consenso inizia a oscillare verso il basso.
MAGGIORANZA NON COSI’ SUPER – L’ex senatore junior dell’Illinois ha affrontato con molta deferenza il rapporto con il Congresso, e mentre alla Camera dei Rappresentanti può contare su una maggioranza amica, il gruppo democratico del Senato si è rivelato al momento un ostacolo molto ostico da aggirare. A fine giugno Al Franken è stato nominato senatore dopo 5 mesi di battaglia legale, regalando così ai Democratici il sessantesimo voto, la quota necessaria per superare l’ostruzionismo procedurale che impedisce il voto sui provvedimenti legislativi. Il cambio di partito di Arlen Specter e l’arrivo di Al Franken sembravano un tonico per l’Amministrazione, ma gli esponenti più moderati del caucus hanno subito precisato come il loro voto, anche nelle questioni procedurali, non sia garantito. Nei primi sei mesi di attività la Casa Bianca non ha mai ricevuto il sostegno di una parte signific ativa dei Congressmen del Gop, con l’eccezione delle due senatrici del Maine, Snowe e Collins, eredi di una tradizione politica, l’Eisenhower o Rockefeller Republicanism, pressoché estinta a destra da ormai 20 anni. Il gruppo democratico del Senato è diventato così l’avversario principale per le riforme progressiste proposte da Obama in campagna elettorale, l’introduzione di una tutela universale della salute e la riduzione delle emissioni carboniche, che dovrebbero rappresentare il Change tanto reclamizzato dal podio dei comizi. Proposte di legge che però sono state accolte con molta freddezza da una parte dei senatori democratici, che grazie alle particolari regole di funzionamento reclamano il loro ruolo fondamentale di legislatori
DIVISIONE INTERNA – L’Era Bush appare lontana un secolo, se si osservano le dinamiche della Trifecta democratica – Trifecta significa controllo di Casa Bianca e Congresso da parte di un solo partito. All’epoca di W, grazie anche al clima post 11 settembre che incrementava de facto i poteri dell’Amministrazione, i gruppi repubblicani di Camera e Senato marciavano compatti dietro le indicazioni del presidente, con il sostegno, saltuario ma spesso utile, di esponenti moderati dei Democratici, particolarmente concentrati nei distretti congressuali o negli Stati vinti dal Gop alle presidenziali. Grazie a questa condizione politica, l’agenda presidenziale promessa in campagna elettorale aveva avuto una rapida traduzione legislativa, come nel caso del maxi taglio fiscale oppure per le misure di sicurezza nazionale. Il mancato sostegno della parte più conservatric e dei democratici e i non pochi dubbi serpeggianti tra i repubblicani avevano invece fermato il grande obiettivo del Gop, la privatizzazione del sistema pensionistico. Obama si trova invece in una situazione molto meno favorevole nei rapporti con il Congresso, l’unico potere legislativo nell’ordinamento costituzionale statunitense. Anni di critiche al debordante ruolo dell’esecutivo hanno ripristinato la sacralità dell’ostruzionismo al Senato, un meccanismo procedurale che permette il voto solo se i 3/5 dei membri della Camera Alta sono favorevoli all’esame. Caduto parzialmente in disuso tra il 2002 e il 2006, il filibustering è stato subito rivendicato dai repubblicani, che non hanno subito significativi cedimenti nella loro opposizione frontale alla nuova Amministrazione. Il più significativo cambio di paradigma rispetto alla precedente trifecta è la mancata capacità di attrarre i voti dei senatori e deputati dell’opposizione rappresentanti di Stati vinti da Obama. I senatori repubblicani di Florida, Ohio, New Hampshire, North Carolina, Indiana, Iowa e Nevada , con la ormai consueta eccezione del duo rosa del Maine, si sono opposti compattamente alle iniziative più importanti della Casa Bianca, e con ogni probabilità avverseranno la riforma sanitaria e le riduzioni delle emissioni serra. Una situazione ancora più ingarbugliata, dato che i senatori democratici espressione di Stati di orientamento repubblicano hanno più volte raffreddato i progetti di legge dell’Amministrazione, come successo per il pacchetto di stimolo economico. Dagli investimenti per il trasporto pubblico alle spese per l’educazione, la frazione moderata del Caucus si è mostrata molto scettica rispetto ad un’agenda liberal pensata più per l’elettorato metropolitano che per l’anima rurale ancora decisiva al Senato. Il tentativo di Evan Bayh di ricreare anche alla Camera Alta la coalizione dei Blue Dog, il gruppo, o corrente per dirla all’italiana, conservatore della House, non è andato a buon fine, ma il centrismo indefesso di Ben Nelson o Mary Landrieu occupa molte notti di Rahm Emanuel, il braccio destro di Obama, delegato principale per i rapporti con il legislativo.
CONNECTICUT COMPROMISE 222 ANNI DOPO - Obama è il primo presidente espressione delle Ideopolis, le metropoli, ricche di minoranze razziali e lavoratori ad istruzione universitaria, che hanno permesso ai democratici la tintura blu di Stati precedentemente repubblicani. La Camera dei Rappresen tanti, i cui rappresentanti sono espressi in base alla popolazione, è un alleato fedele del presidente, dato che la corrente maggioritaria è quella liberal, e i New Democrat, gli ex clintoniani, sono molto vicini al progressismo moderato che caratterizza l’agenda della Casa bianca. Al Senato ogni Stato esprime invece 2 rappresentanti, frutto dell’accordo chiamato Connecticut Compromise tra le allora 13 colonie, e per questo motivo lo spirito conservatore della Middle America è ancora decisivo. Sulla riforma sanitaria i centristi dei Dems, capeggiati da Ben Nelson, Nebraska, ed Evan Bayh, Indiana, hanno chiesto una dilazione dei tempi, frustrando le pressioni di Obama che spera di chiudere entro l’anno, e si mostrano molto scettici verso l’istituzione del fondo pubblico modello Medicare. Alla Camera la corrente liberal ha già chiarito che non accetterà nessuna riforma senza la nuova assicurazione pubblica, ed una mediazione tra le due posizioni rende estremamente difficile il compito dell’Amministrazione, rimasta finora in secondo piano per evitare il fiasco dell’Hillarycare. L’unica speranza per Obama deriva dalla procedura di conciliazione, che in materia di budget prevede la maggioranza semplice e non l’inarrivabile quota 60. Per la riforma sanitaria è stata prevista, ma è stata esclusa invece per il Waxman-Merkley Act sulle riduzioni delle emissioni serra, rendendo così necessaria l’approvazione di un testo ancora più mitigato rispetto alle richieste dei gruppi ambientalisti.
ARMI DI RICATTO - Il conservatorismo istituzionale del Senato è la vera opposizione all’agenda di Obama, e l’attuale deferenza verso i poteri del Congresso potrebbe trasformarsi in astiosa rassegnazione come ai tempi dell’Amministrazione Carter. A differenza dei repubblicani, i democratici non hanno la tradizione di condurre battaglie alle primarie contro i candidati tropp o distanti dall’ideologia del partito. Nei lunghi decenni di dominio conservatore, gli elettori liberal si rassegnavano a sostenere i candidati più eleggibili, in particolar modo al Senato, mentre in casa Gop il maggior attivismo della base ha reso politicamente più omogenei i rappresentanti federali. I costi crescenti delle campagne elettorali spingono inoltre molti senatori a seguire gli interessi dei loro maggior finanziatori, e in Stati dove le maggiori imprese sono i gruppi assicurativi o quelli energetici, le riforme obamiane risultano già molto indigeste. Finora il presidente non ha speso il suo carisma e la forza della Casa Bianca per premere sui senatori più riottosi, ma se vorrà realizzare le promesse fatte in campagna elettorale dovrà cambiare passo per non vedere uccidere i suoi progetti di legge più significativi. All’epoca del New Deal Roosevelt sfidò la Corte Suprema portando l’America alla più grave crisi costituzionale degli ultimi 100 anni, e benché un simile dramma appaia lontano, il confronto con i baroni di Capitol Hill sarà la vera chiave per il successo dell’Amministrazione.
http://www.giornalettismo.com/archives/32327/il-nemico-di-obama-il-senato-degli-stati-uniti/2/
Classe creativa cercasi
Argomenti: Pensare l'Europa
Questo articolo, pubblicato in Reset 113 (maggio-giugno 2009) è una versione ridotta di quello uscito su «The Atlantic». Leggi la versione completa (in inglese)
Mio padre era un figlio della Grande Depressione. Nato nel 1921 a Newark, nel New Jersey, da una coppia di immigrati italiani, visse sulla propria pelle la crisi economica. Nel 1934, a 13 anni, iniziò a lavorare in una fabbrica di occhiali nell’Ironbound (quartiere di Newark: il nome allude alle grandi costruzioni ferroviarie e stradali in ferro e acciaio che ne delimitano il perimetro, ndt), aggiungendo la sua paga a quella del padre, della madre e dei sei fratelli per mettere assieme uno stipendio. Quand’ero ragazzo, rievocava spesso nei suoi discorsi gli anni delle file per il pane, delle tendopoli e della distribuzione degli indumenti. A Natale, raccontava a me e a mio fratello come i suoi genitori, non potendo permettersi di acquistare giocattoli nuovi, impacchettassero per anni lo stesso modellino di escavatore, che gli facevano poi trovare sotto l’albero. Nella mia famiglia allargata, gli zii occupavano un ordine gerarchico in base alla gravità della congiuntura economica in cui si erano trovati a crescere. Mio zio Walter, che proseguì gli studi fino a laurearsi in Ingegneria chimica e si affermò poi come alto dirigente della Colgate-Palmolive, spiccava al primo posto: non in virtù dei suoi successi accademici o professionali, ma poiché era cresciuto nelle condizioni più dure.
L’esperienza vissuta da mio padre era in gran parte condivisa dall’intero paese. Anche se le aree rurali degradate del Dust Bowl (il «catino di polvere» che risultò da una serie di tempeste di sabbia abbattutesi sugli Stati Uniti centrali e il Canada dal 1931 al 1939, ndt) versavano probabilmente in condizioni peggiori, ogni regione era duramente colpita, e gli abitanti dei piccoli centri così come delle grandi città respiravano la stessa angoscia e incertezza. La Grande Depressione fu una crisi nazionale; e per molti versi un evento capace di unire la nazione. L’intero paese, a quanto sembrava, era sintonizzato sulle fireside chats, le «chiacchierate al caminetto» del presidente Roosevelt.
È improbabile che l’attuale crisi economica dia origine allo stesso tipo di esperienza condivisa. Certo, la contrazione dell’economia sta seminando danni praticamente ovunque. Lo scorso ottobre, a meno di un mese dall’inizio del crollo dei mercati finanziari, il sito Economy.com della società di rating Moody’s ha pubblicato uno studio sulla recente attività economica in 381 aree metropolitane Usa. Stando a quei dati, 302 aree erano già allora in profonda recessione e altre 64 a rischio. Soltanto 15 erano ancora in fase di espansione. Tra queste spiccavano due regioni ricche di petrolio e risorse naturali, il Texas e l’Oklahoma, sostenute dalla progressiva riduzione dei prezzi dell’energia; e la regione della Greater Washington, dove i salvataggi varati dal governo, la nazionalizzazione delle società finanziarie e le politiche fiscali espansive danno lavoro ad avvocati, lobbisti, politologi e a quanti lavorano su contratto per l'Amministrazione federale.
Non c’è angolo degli Stati Uniti che abbia significative possibilità di scampare a una recessione lunga e profonda. Con il progressivo estendersi della crisi oltre i confini di New York, in centri industriali come Detroit e nella Sun Belt (la «cintura del sole», una regione degli Stati Uniti che si estende dalla costa atlantica a quella pacifica raggruppando gli Stati del sud e del sud-ovest del paese, ndt), tuttavia, la tempesta si abbatterà senz’altro in alcune realtà territoriali molto più pesantemente che in altre. Alcune città e regioni, alla fine, rinasceranno più forti che in passato. Altre, invece, potrebbero non riprendersi mai più. Con l’aggravarsi della crisi, il paesaggio economico del paese risulterà profondamente e permanentemente modificato. A nostro giudizio, questa crisi segna la fine di un capitolo della storia economica americana, o meglio l’addio a tutto uno stile di vita.
Crisi globali e trasformazione economica
«Una cosa mi sembra probabile», dichiarava Peer Steinbrück, Ministro tedesco delle Finanze, lo scorso settembre: a seguito della crisi, «gli Stati Uniti perderanno lo status di superpotenza del sistema finanziario globale». Non occorre un grande sforzo per capire che la crisi finanziaria sta suonando l’ultima ora di un impero americano sopraffatto dai debiti, viziato dal consumismo eccessivo e dalla sottoproduzione: è la caduta che Paul Kennedy, tra gli altri, andava profetizzando da lungo tempo.
Le grandi crisi economiche internazionali – il crac del 1873, la Grande Depressione – tendono a capovolgere l’ordine geopolitico, e ad accelerare la caduta delle vecchie potenze e l’ascesa di nuove. Ne L’era post-americana, pubblicato pochi mesi prima del tracollo di Wall Street (in Italia da Rizzoli nel settembre 2008, ndt), Fareed Zakaria sostiene che il terzo grande spostamento di potere della storia moderna sia già in corso, le prime due inversioni di rotta essendo state l’ascesa dell’Occidente nel XV secolo e dell’America nel XIX.
Ma Zakaria aggiunge che questa transizione è caratterizzata più dall’«ascesa del resto del mondo» che dal declino americano. Dobbiamo far fronte a un’economia globale, scrive il direttore di «Newsweek international», «definita e guidata da molti luoghi e da molte persone». È senz’altro vero. Il corso degli eventi sin dal momento in cui Steinbrück rilasciava le sue dichiarazioni, tuttavia, dovrebbe indurre a riflettere quanti sono convinti che lo scettro della leadership globale passerà presto di mano. La crisi ha alzato il velo su gravi problemi strutturali, non soltanto negli Stati Uniti ma nel mondo intero. Il modello bancario europeo si è rivelato non più solido di quello americano, e la Cina ha dato prova di rimanere in tutto e per tutto il partner co-dipendente degli Stati Uniti. Il Dow Jones, sceso di oltre un terzo lo scorso anno, è in realtà tra gli indici borsistici che hanno registrato gli andamenti migliori a livello globale. Il capitale estero continua ad affluire negli Usa, che restano evidentemente un porto sicuro – almeno per il momento – in tempi incerti.
È possibile che, di qui ai prossimi anni, gli Stati Uniti entrino in una fase accelerata di relativo declino, anche se è un esito tutt’altro che scontato; ma tratteremo l’argomento più avanti. Di una cosa possiamo però esser più sicuri: la recessione, specie se si rivelerà lunga e profonda come molti oggi paventano, accelererà l’ascesa e la caduta di luoghi particolari all’interno degli Stati Uniti; e capovolgerà le sorti di altre città e regioni.
(...)
In quali condizioni verseranno queste ultime, quando il crac del 2008 farà sentire le sue ripercussioni nel 2009, nel 2010 e oltre? Quali luoghi potranno scampare agli effetti più nefasti, e a quali verranno invece inflitte ferite permanenti? È utile tentare un’analisi del modo in cui il crac finanziario e i suoi strascichi potrebbero incidere sul paesaggio economico nel lungo periodo, da costa a costa, a partire dall’epicentro della crisi e dalla più grande città della nazione: New York.
Quo vadis, New York?
A prima vista, poche città americane sembrerebbero più palesemente minacciate dal crac finanziario di New York. La metropoli ha perso quasi 17.000 posti di lavoro nel settore finanziario soltanto nel periodo ottobre 2007-ottobre 2008, e Wall Street così come l’abbiamo conosciuta finora non esiste più. «Addio Wall Street, buongiorno Pudong?», recita l’incipit di un articolo di Marcus Gee uscito qualche tempo fa sul «Toronto Globe and Mail», in cui si delinea la possibilità che il ruolo centrale di New York nella finanza globale possa essere presto usurpato da Shanghai, Hong Kong e altre capitali finanziarie asiatiche e mediorientali.
È un allarme che sembra troppo avventato. In un saggio lungo e dettagliato, Le capitali della finanza (Brioschi 2008), lo storico dell’economia Youssef Cassis ripercorre l’ascesa e il declino dei centri finanziari globali nel corso degli ultimi secoli. L’excursus è piuttosto lungo, ma non presenta molti colpi di scena: i grandi spostamenti dei centri del potere capitalista avvengono in tempi quasi geologici.
Amsterdam occupava il centro del sistema finanziario mondiale nel XVII secolo; al suo posto è subentrata Londra agli inizi del XIX secolo, e poi New York nel XX. Nell'arco di più di tre secoli, nessun’altra città ha scalato la lista dei centri finanziari globali. Le capitali finanziarie godono di «notevole longevità», scrive Cassis, «nonostante le fasi di espansione e contrazione nel corso della loro esistenza».
La transizione da un centro finanziario all’altro, suggerisce lo storico, accumula tradizionalmente un ritardo rispetto a più vasti cambiamenti nell’equilibrio del potere economico. Sebbene gli Stati Uniti avessero soppiantato l’Inghilterra come maggiore economia del mondo da ben prima del 1900, soltanto dopo la seconda guerra mondiale New York eclissò Londra quale centro finanziario più importante del globo (e anche allora, l’eclissi non fu completa; negli ultimi anni, Londra ha, in una certa misura, tolto la scena a New York). Con l’ascesa dell’Asia, Tokyo, Hong Kong e Singapore sono assurti a grandi centri finanziari; per dimensioni e campo d’azione, tuttavia, restano di gran lunga indietro rispetto a New York e Londra.
Il mondo finanziario «è caratterizzato da un enorme effetto di rete e agglomerazione», spiegava l’ex vice segretario del Tesoro Usa Edwin Truman al «Christian Science Monitor» lo scorso ottobre: un vantaggio che deriva dalla disponibilità di un’ampia massa critica di professionisti della finanza, che coprono molti diversi settori di specializzazione, oltre ad avvocati, contabili e altre figure di supporto, tutti in stretta prossimità fisica. È estremamente arduo costruire queste dense reti ex novo, e molto difficile che città in rapida ascesa si affermino ai vertici della finanza globale senza di esse. «Hong Kong, Shanghai, Singapore e Tokyo sono oggi più importanti rispetto a 20 anni fa», ha dichiarato Truman. «Ma raggiungeranno la posizione di dominio di Londra e New York tra altri 20 anni? Suppongo di no». Hong Kong, per esempio, vanta un mercato delle Ipo (Initial public offering, la prima offerta di titoli azionari al pubblico da parte di una società, ndt) altamente sviluppato, ma sconta una carenza di molte delle altre capacità – come il trading su obbligazioni, valute e commodity – che fanno di New York e Londra delle vere e proprie potenze finanziarie globali.
(...)
New York è decisamente molto più di un centro finanziario. È la più grande città della nazione da circa due secoli, e oggi occupa la più vasta area metropolitana in America, rappresentando il cuore della più estesa megaregione del paese. È patria di un’economia diversificata e innovativa che poggia le sue fondamenta su un’ampia gamma di industrie creative: dai media al design, all’arte e all’entertainment. Ed è patria di società del settore high-tech come Bloomberg, oltre a vantare un fiorente avamposto di Google nel quartiere di Chelsea. Nel saggio The Warhol Economy (Princeton University Press 2007), Elizabeth Currid illustra in maniera dettagliata la diversità che caratterizza New York. Currid ha misurato la concentrazione di diversi tipi di occupazione a New York in rapporto alla loro incidenza sull’economia statunitense nel suo insieme. Stando a tale calcolo, New York è una mecca per stilisti, musicisti, registi, artisti e – ebbene sì – psichiatri, più che per professionisti della finanza.
La grande urbanista Jane Jacobs fu tra i primi a ravvisare nella diversità delle strutture economiche e sociali delle città il vero motore della crescita. Sebbene la specializzazione così come identificata da Adam Smith ingeneri notevoli benefici in termini di efficienza, secondo Jacobs la confluenza di molte diverse professioni e differenti tipi di persone, in un ambiente ad alta densità, è uno stimolo essenziale all’innovazione; alla creazione, cioè, di qualcosa che sia veramente nuovo. Ed è l’innovazione, sul lungo periodo, a garantire la vitalità e l’importanza di una città.
In tal senso, la crisi finanziaria potrebbe alla fine rivelarsi d’aiuto a New York, infondendo nuove energie alla sua economia creativa. Gli straordinari aumenti di reddito di operatori delle banche d’investimento, trader e gestori di hedge fund nel corso degli ultimi due decenni hanno distorto l’economia della città in maniera morbosa. Nel 2005, chiesi a un alto dirigente di una grande banca d’investimento se l’impennata dei prezzi immobiliari nella città stesse in qualche modo compromettendo la capacità dell’azienda di attrarre talenti da tutto il mondo. Mi rispose semplicemente: «Noi siamo la causa, non l’effetto della bolla immobiliare». (Come poi si è visto, aveva ragione solo a metà). Col passare del tempo, i livelli stratosferici toccati dai prezzi degli immobili hanno reso New York una città meno variegata, e probabilmente meno stimolante. Quando chiesi a Jacobs, qualche anno fa, quali fossero gli effetti dell’impennata dei prezzi immobiliari sulla creatività, la sua risposta fu: «Quando un luogo diventa noioso, anche i ricchi se ne vanno». Ora che l’egemonia delle banche d’investimento è andata in fumo, New York ha maggiori possibilità di evitare quella sterile sorte.
Le «città veloci» dell’America
Nel saggio Il mondo è piatto (Mondadori 2006), Thomas Friedman sostiene essenzialmente che il campo di gioco dell’economia globale sia stato livellato, e che chiunque, dovunque, possa oggi innovare, produrre e competere alla pari – per fare un esempio – con gli operai di Seattle o gli imprenditori della Silicon Valley. Ma è un ragionamento non del tutto corretto e che non offre un'accurata descrizione dell’evoluzione che l’economia globale ha conosciuto in questi ultimi anni.
In realtà, come ho già sostenuto in un articolo pubblicato sull’«Atlantic» nell’ottobre 2005, «The world is spiky» (Il mondo è appuntito), nell’economia moderna i luoghi hanno ancora una certa importanza; e il vantaggio competitivo delle città-regioni più prospere al mondo sembra crescere, anziché ridursi. Per capire quali saranno gli effetti della crisi da un luogo all’altro degli Stati Uniti, è fondamentale comprendere le forze che, da almeno una generazione, ne stanno lentamente ridisegnando il paesaggio economico.
Da un capo all’altro del globo, gli individui si raccolgono in un certo numero di megaregioni, sistemi di città multiple e anelli suburbani circostanti, come il corridoio Boston-New York-Washington. Nell’America del Nord, queste megaregioni comprendono alcuni centri della Sun Belt come il corridoio Char-Lanta, la California del nord e del sud, il triangolo texano di Houston-San Antonio-Dallas, e l’area di Tampa-Orlando-Miami nella Florida del sud; la Cascadia nel Pacific Northwest, che si estende da Portland a Vancouver passando per Seattle; nonché la Greater Chicago e Tor-Buff-Chester nella vecchia Rust Belt (la «cintura della ruggine», per via del paesaggio costellato dalle rovine di stabilimenti abbandonati e arrugginiti, ndt). A livello internazionale, tra le megaregioni figurano la Greater London, la Greater Tokyo, l’Am-Brus-Twerp in Europa, il corridoio Shanghai-Pechino in Cina e l’area di Bangalore-Mumbai in India. Anche in questi luoghi la produzione economica è sempre più concentrata. Le 40 più estese megaregioni del globo, che ospitano circa il 18% della popolazione mondiale, provvedono ai due terzi della produzione economica globale e a quasi 9 nuovi brevetti d’innovazione su 10.
Alcune di queste megaregioni (ma non tutte) hanno un centro ben preciso, e questi nuclei saranno con ogni probabilità meglio protetti dal crac rispetto alla gran parte delle altre città, in virtù delle loro dimensioni, diversità e ruolo regionale. La città di Chicago si è affermata come centro del management industriale e ha fatto propri molti dei servizi, come quello finanziario e legale, un tempo assolti in più piccoli centri del Midwest. Los Angeles vanta un’economia vasta, diversificata e di portata globale nel settore dei media e dell’entertainment. Miami, che risente duramente dello sgonfiamento della bolla immobiliare, resta nondimeno il cuore commerciale della vasta megaregione della Florida del sud, e un importante centro finanziario per l’America Latina. Ognuno di questi luoghi rappresenta il nucleo finanziario e commerciale di una vasta megaregione con decine di milioni di abitanti e centinaia di miliardi di dollari in produzione. Tutto ciò non cambierà per effetto della crisi.
Parallelamente all’ascesa delle megaregioni, un secondo fenomeno sta ridisegnando la geografia economica degli Stati Uniti e del mondo intero. La capacità delle diverse città e regioni di attrarre individui con un elevato livello di formazione – ovvero capitale umano – si è andata differenziando, come si evince dalle ricerche condotte, tra gli altri, da Edward Glaeser di Harvard e Christopher Berry dell’Università di Chicago. Trent’anni fa, i livelli di istruzione erano distribuiti in modo relativamente uniforme da un capo all’altro del paese; oggi non è più così. In città come Seattle, San Francisco, Austin, Raleigh e Boston, la concentrazione di laureati è raddoppiata o triplicata rispetto ad Akron o Buffalo. Tra quanti possiedono un titolo di studio postuniversitario, le disparità sono ancor più marcate. La distribuzione geografica degli individui per competenze e livello di istruzione, su questa scala, è senza precedenti.
(...)
Le crisi economiche tendono a rafforzare e accelerare i trend di fondo e a lungo termine in un’economia. L’economia Usa è nel mezzo di una fondamentale trasformazione di lungo periodo, simile a quella di fine Ottocento, quando la gente abbandonava le campagne per riversarsi nelle nuove città industriali che sorgevano in quegli anni. In questo caso, l’economia sta passando dall’attività manifatturiera alle industrie creative trainate dalle idee; e anche ciò favorisce tutti quei luoghi in America che sono ricchi di talenti e a metabolizzazione veloce.
L’ultima crisi delle factory-town
I luoghi che, con ogni probabilità, risentiranno maggiormente del crac finanziario – specie nel lungo periodo – sono, purtroppo e ingiustamente, quelli che meno di tutti vengono associati all’alta finanza. La crisi sarà anche partita da New York, ma raggiungerà probabilmente la massima intensità nell’entroterra del paese; nelle più vecchie regioni di tradizione industriale i cui tempi gloriosi sono ormai ben lontani e nelle più giovani e poco radicate comunità della Sun Belt, le cui recenti fasi di espansione sono state almeno in parte alimentate da speculazione edilizia, sovrasviluppo e ricchezza immobiliare fittizia. Questi luoghi, che godono solitamente di minore prosperità, nei prossimi anni conosceranno molto probabilmente un’ulteriore erosione di ricchezza e verseranno ancora a lungo in condizioni critiche, anche dopo che i centri delle megaregioni e le città creative si saranno lasciati la crisi alle spalle.
La Rust Belt, in particolare, appare destinata a perdere un elevato numero di posti di lavoro, e alcuni dei suoi centri e città, da Cleveland a St. Louis, a Buffalo e a Detroit, avranno grandi difficoltà a imboccare la via della ripresa. Dal 1950 in poi, il settore manifatturiero ha registrato una contrazione dell’occupazione non agricola dal 32 al 10% soltanto. Questa flessione è una conseguenza di trend di lungo periodo – l’aumento della concorrenza straniera e, soprattutto, l’inesorabile sostituzione degli esseri umani con le macchine – che non potranno verosimilmente essere interrotti. Anche la perdita dei posti di lavoro, tuttavia, è avvenuta non secondo un andamento regolare bensì a scatti improvvisi, via via che le ondate di recessione hanno segnato la fine degli stabilimenti più obsoleti e determinato sospensioni di massa dal lavoro, mai pienamente revocate nelle conseguenti fasi di ripresa.
Lo scorso novembre, il dato nazionale sulla disoccupazione nel settore manifatturiero e produttivo già toccava il 9,4%. È interessante confrontarlo con quello relativo alle occupazioni professionali, che superava di poco il 3%. Secondo un’analisi svolta da Michael Mandel, responsabile per l’economia del settimanale «BusinessWeek», il settore «materiale» – ossia produzione, costruzione, estrazione e trasporto – ha perso quasi 1,8 milioni di posti di lavoro nel periodo dicembre 2007-novembre 2008, mentre il settore immateriale – quella cioè che io definisco la «classe creativa» di scienziati, ingegneri, manager e professionisti – ha registrato un aumento di oltre 500.000 unità. Entrambe le tipologie di occupazione sono concentrate a livello regionale. Paul Krugman ha rimarcato che gli effetti peggiori della crisi, almeno sinora, possono essere osservati nella Slump Belt, la «cintura della recessione», disseminata di centri manifatturieri, che si estende dal Midwest industriale alle due Caroline. Vaste aree del Nordest, con i suoi centri professionali e creativi, sono state meglio arginate.
Nessuna delle principali città degli Stati Uniti, oggi, appare forse in condizioni più critiche di Detroit, dove in ottobre il prezzo medio delle case si attestava sui 18.513 dollari, e circa 45.000 immobili erano sottoposti a procedure di pignoramento. Un recente elenco di esecuzioni fiscali nella contea di Wayne, che comprende Detroit, ha occupato ben 137 pagine del «Detroit Free Press». Il sistema di istruzione pubblica della città, su cui incombeva un deficit di bilancio pari a 408 milioni di dollari, è passato lo scorso dicembre sotto il controllo dello Stato; decine di scuole sono state chiuse, a partire dal 2005, per via del calo delle iscrizioni. Soltanto il 10% della popolazione adulta di Detroit possiede una laurea, e lo scorso dicembre il 21% dei cittadini era senza lavoro.
Il minimo che si possa dire è che Detroit non si trova nelle giuste condizioni per assorbire nuovi contraccolpi. La città era naturalmente avviata da lungo tempo al declino. Ma se i quartier generali dei giganti dell’auto, le industrie della componentistica e i residui posti di lavoro nella filiera di produzione automobilistica concentrati in quell’area dovessero scomparire, sarebbe molto difficile immaginare l’arrivo di un sostituto.
Quando i posti di lavoro vanno in fumo, non sempre i livelli di popolazione delle città precipitano con la rapidità che si sarebbe portati a pensare. Detroit, per quanto possa apparire sorprendente, è tuttora l’undicesima città per grandezza negli Stati Uniti. «Se non riesci più a vendere la tua casa, come puoi trasferirti altrove?», si domandava Robin Boyle, professore di urbanistica alla Wayne State University, in un articolo diramato lo scorso dicembre dall’«Associated Press». Ma si è poi risposto da sé: «C’è chi spegne semplicemente le luci e se ne va: i valori degli immobili sono ormai precipitati al punto che scegliere di levare le tende non è più così difficile».
Può darsi che Detroit abbia toccato il punto di non ritorno, e si accinga a diventare una città fantasma. Di certo, mi aspetto che nei prossimi anni conosca un declino più rapido di quanto abbiamo visto in questi ultimi. È più che probabile, tuttavia, che una larga fetta della popolazione decida di restare: coloro che non hanno mezzi o solide prospettive altrove, chi ha stretti legami familiari nelle vicinanze, un certo numero di giovani professionisti o figure creative intenti ad approfittare del crollo dei prezzi degli immobili. Ma con il perdurante calo di densità della popolazione, lo sforzo della città per garantire i servizi e scongiurare la rovina in un paesaggio sempre più desolato non potrà che accentuarsi.
È questa la sfida che accomuna tante città della Rust Belt: gestire il calo demografico senza cadere in rovina. Il compito è doppiamente arduo poiché con la contrazione dell’industria manifatturiera, anche i servizi di fascia alta in loco – finanziari, legali, di consulenza – che un tempo ne erano sostenuti si sono ridimensionati, essendo stati assorbiti da più importanti centri regionali e città connesse a livello globale. A Chicago, per esempio, i 50 principali studi legali del paese hanno visto, nel periodo 1984-2006, un aumento del numero degli avvocati pari a 2.130 unità, secondo quanto riferiscono William Henderson e Arthur Alderson dell’Università dell’Indiana. Nel resto del Midwest, l’aumento complessivo è stato di appena 169 unità. Lo studio legale Jones Day, fondato nel 1893 e oggi tra i più importanti in tutto il paese, non considera più gli uffici di Cleveland il proprio «quartier generale» – che sta a Washington – bensì come la «sede di fondazione».
Numerose città di second’ordine del Midwest hanno tentato di reinventarsi in vari modi, riscuotendo più o meno successo. Pittsburgh, per esempio, ha cercato di rinascere come centro high-tech, ottenendo risultati quasi ineguagliati altrove. Eppure, la sua popolazione è scesa da un picco di quasi 700.000 abitanti nella metà del Novecento ai circa 300.000 attuali. Una volta superato il tunnel della crisi, ci troveremo in un mondo con meno posti di lavoro nel settore manifatturiero, e il paesaggio economico Usa sarà di conseguenza più discontinuo, più «appuntito». Molti dei vecchi centri industriali verranno ulteriormente ridimensionati, e forse in maniera permanente.
Ciò non significa affatto che ogni factory town sia condannata al declino. Basta analizzare la composizione geografica del voto dello scorso dicembre al Senato Usa sul salvataggio dei colossi dell’auto, per accorgersi che alcuni luoghi, soprattutto al Sud, trarrebbero un beneficio diretto dalla bancarotta di General Motors o Chrysler e dalla chiusura di fabbriche automobilistiche nella Rust Belt. Georgetown, nel Kentucky; Smyrna, nel Tennessee; Canton, nel Mississippi: sono solo alcune delle numerose cittadine, che si estendono dalla Carolina del sud alla Georgia fino al Texas, che hanno tratto vantaggio dall'installazione, nel corso degli anni, di fabbriche che lavorano auto straniere. E i benefici potrebbero moltiplicarsi se le Big Three diventassero, per dire, le Big Two.
Tale fenomeno, una sorta di lotteria per cui alcune realtà vincono soltanto sopravvivendo ad altre, non sarà limitato alle città basate sulla produzione di automobili, o sull’industria tout court. Con il perdurare della recessione e il fallimento di grandi società in diversi settori industriali, i concorrenti rimasti in campo hanno la possibilità di rafforzarsi, e così pure i luoghi in cui essi agiscono. Charlotte, nella Carolina del nord, è un caso emblematico e di particolare interesse. La crisi finanziaria ha travolto una delle sue due grandi banche, Wachovia; lo scorso autunno, quest’ultima è stata rilevata dall’istituto Wells Fargo, con sede a San Francisco, in base a un accordo che costerà alla città svariate migliaia di posti di lavoro. Ma sarebbe potuta andare decisamente peggio, visto che lo stesso accordo ha permesso di salvare molti posti di lavoro. Per di più, all’incirca nello stesso periodo, Bank of America, l’altra grande banca di Charlotte (e la maggiore negli Stati Uniti) ha acquisito Merrill Lynch a prezzi da saldi.
Una regola d’oro del mondo del business vuole che quando i concorrenti battono la ritirata, si presentano ottime opportunità per incrementare la propria quota di mercato. Deborah Strumsky, economista dell’Università del North Carolina, mi ha confidato di essere convinta che, a fine partita, sia le banche che la città stessa di Charlotte usciranno dalla crisi più forti di prima: «L’accordo siglato da Wells Fargo ha permesso di salvare migliaia di posti di lavoro tenendo in vita Wachovia. E, quel che più conta, Bank of America ha approfittato della crisi bancaria come un fanatico dello shopping di una carta di credito, andando a caccia di buone occasioni e facendo straordinari affari. E ne uscirà in condizioni migliori di quanto abbia mai potuto sognare».
In questi ultimi anni, la classe dirigente di Charlotte ha adottato alcune scelte vincenti per attrarre attività commerciali e professionisti, permettendo così alla città di diventare il secondo centro bancario tradizionale della nazione in ordine di grandezza; nella lotteria del fallimento o del consolidamento del business, era nella giusta posizione per vincere. Ma è stata anche fortunata, e lo scorso autunno è sfuggita di misura a una perdita a dir poco devastante. Nel complesso, la rosa dei luoghi che trarranno beneficio dal fallimento dei rivali dei propri campioni sarà probabilmente molto esigua, e i nomi che vi compariranno alquanto imprevedibili. Specialmente tra le città basate su industrie sulla via del declino, i luoghi indeboliti supereranno in numero quelli divenuti più forti; come in tutte le lotterie, la gran parte dei giocatori è destinata alla sconfitta.
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Il futuro paesaggio economico
La bolla immobiliare è stata l’espressione più estrema, e forse l’ultimo rantolo, di un sistema economico che andava formandosi da circa 80 anni, e giunto ormai ben oltre la sua data di «scadenza». La bolla ha incoraggiato una crescita massiccia e insostenibile in luoghi dove i terreni costavano poco e l’economia immobiliare imperava. Ha stimolato uno sviluppo selvaggio e a bassa densità, che mal si addice a un’economia creativa postindustriale. E, non ultimo, ha creato una forza lavoro troppo spesso statica, vincolata ad abitazioni che non possono essere vendute a prezzi convenienti, tutto ciò nel momento in cui flessibilità e mobilità assumono un’importanza cruciale.
In che modo, dunque, potremo lasciarci alle spalle la bolla, il crac e un modello di vita economica sempre più vecchio e obsolescente? Qual è, oggi, la giusta riconfigurazione spaziale per l’economia, e come possiamo giungervi?
La soluzione parte dalla destituzione della proprietà immobiliare dal ruolo centrale, e a lungo privilegiato, nell’economia Usa. Consistenti incentivi alla proprietà immobiliare (dalle agevolazioni fiscali ai tassi d’interesse artificialmente bassi sui mutui) distorcono la domanda, incoraggiando i cittadini a comprare abitazioni più grandi di quanto altrimenti farebbero. E questo comporta un’erosione della spesa per le tecnologie applicate alla medicina, i nuovi software o le energie alternative: i settori e i prodotti, cioè, che potrebbero trainare la crescita e le esportazioni Usa negli anni a venire. La domanda artificiale di case più grandi, inoltre, stravolge i modelli residenziali, portando a una crescita suburbana eccessiva e a bassa densità. Le misure a sostegno di tale domanda andrebbero abolite.
Le politiche del governo Usa, se mai, dovrebbero incentivare gli affitti, non le compravendite. La proprietà immobiliare occupa un ruolo centrale nel Sogno Americano soprattutto per effetto di scelte politiche susseguitesi nel corso dei decenni. Un recente studio condotto da Grace Wong, economista alla Wharton School of Business, dimostra che, controllando il livello reddituale e demografico, chi vive in una casa di proprietà non è più felice di chi paga l’affitto, né presenta un minor grado di stress o un maggiore quoziente di autostima.
E sebbene offra alcuni benefici sociali – tra cui un più alto livello di impegno civico – la proprietà immobiliare scarica pesanti costi sull’economia. L’economista Andrew Oswald ha dimostrato che negli Stati Uniti come in Europa, i luoghi con il tasso di proprietà immobiliare più alto scontano anche un maggior livello di disoccupazione. La proprietà immobiliare, nota Oswald, è un predittore di disoccupazione più importante dei livelli di sindacalizzazione o della generosità dei benefici assistenziali: sin troppo spesso vincola gli individui a sistemazioni fatiscenti o dissestate, e li costringe a occupazioni – sempre che riescano a trovarne una – che mal soddisfano i loro interessi e capacità.
La crescita dei tassi di proprietà immobiliare si è accompagnata a una minore duttilità della società americana: negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, le probabilità che gli americani traslocassero nell’arco di dodici mesi erano quasi doppie rispetto a oggi. Lo scorso anno, il numero di americani che ha deciso di trasferirsi, in percentuale della popolazione, è stato il più basso da quando l’Ufficio del Censimento ha iniziato a registrare i cambiamenti di residenza, alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso. Questa sorta di rigidità strisciante nel mercato del lavoro è un cattivo segnale per l’economia, specie nel momento in cui attività commerciali, industrie e regioni passano dall’ascesa al declino con estrema rapidità.
La crisi dei pignoramenti offre, nel caso di specie, una concreta opportunità. Invece di opporsi ai pignoramenti, il governo Usa dovrebbe cercare di facilitarli in modo tale da ridurre al minimo disagi e sofferenze. Le banche che requisiscono gli immobili, per esempio, potrebbero essere tenute a offrirli in locazione ai vecchi proprietari, a prezzi di mercato – che sono solitamente più bassi delle rate del mutuo – e per un certo numero di anni. (Allo scadere di quel periodo, si potrebbe concedere all’ex proprietario la possibilità di riscattare l’immobile al prezzo di mercato corrente). Un mercato degli affitti più esteso e sano, che offra maggiori possibilità di scelta, renderebbe l’opzione della locazione più allettante agli occhi di un gran numero di cittadini, e l’economia nel suo insieme più flessibile e reattiva.
In una fase successiva, occorre incoraggiare la crescita nelle città e regioni meglio attrezzate per reggere la concorrenza nei decenni a venire: le grandi megaregioni che già fanno da traino all’economia, e i più piccoli centri di innovazione, in grado di attrarre talenti, situati all’interno dei loro confini. Penso a luoghi come la Silicon Valley, Boulder, Austin e il «triangolo della ricerca» nella Carolina del nord.
Quali che siano le politiche del governo Usa, i prossimi decenni vedranno con ogni probabilità un’ulteriore confluenza di produzione, occupazione e innovazione in un numero ridotto di città e città-regioni più estese. La giusta impostazione di questa crescita, tuttavia, costituirà una della sfide maggiori per il governo. In parte, occorre far sì che le città e regioni chiave continuino a far circolare persone, beni e idee in modo rapido ed efficiente. Già questo non sarà un compito da poco; i sempre più alti livelli di congestione, infatti, minacciano di privare lentamente alcune di queste città-regioni della loro vitalità.
È altrettanto necessario e importante, tuttavia, rendere le città d’élite e le megaregioni di importanza strategica più allettanti e accessibili per tutte le classi sociali americane, e non soltanto le fasce più alte. Gli alti costi delle abitazioni in queste città e nelle più abbordabili periferie circostanti, oltre alle più remote aree a sviluppo selvaggio e altamente congestionate, hanno contribuito nell’arco degli ultimi trent’anni ad allontanare gli americani a più basso reddito da questi luoghi. Tutto ciò è estremamente deleterio per la società americana.
Nel suo ultimo libro, The Wealth of Cities, il mio collega Chris Kennedy dell’Università di Toronto dimostra che soltanto cambiamenti strutturali e su vasta scala, dal radicale potenziamento delle infrastrutture ai nuovi modelli abitativi ai grandi mutamenti sul piano dei consumi, permettono ai luoghi di una nazione di uscire da gravi crisi economiche e ritrovare una rapida espansione. Londra gettò le basi di quello che sarebbe stato il suo predominio commerciale con la modifica del suo regolamento edilizio e l’ampliamento delle sue vie dopo il catastrofico incendio del 1666. Gli Stati Uniti hanno acquisito il loro predominio economico sviluppando periodicamente sistemi infrastrutturali completamente nuovi: dai canali alle ferrovie, alle moderne reti idriche e fognarie e alle autostrade federali. Ognuno di questi elementi ha giocato un ruolo fondamentale nella preparazione e strutturazione di stagioni di crescita interamente nuove.
L’Amministrazione Obama ha manifestato l’intenzione di allentare i cordoni della borsa del governo federale per aiutare la popolazione a uscire dalla recessione, e la spesa per le infrastrutture sembra destinata a giocare un ruolo chiave. Se eseguita a dovere, tale spesa potrebbe assicurare agli Stati Uniti le carte giuste per il prossimo ciclo di crescita. Perché ciò sia possibile, tuttavia, occorrerà molto più che la sistemazione di qualche strada o ponte.
Se c’è una costante nella storia dello sviluppo capitalista, è l’uso sempre più intensivo dello spazio. Oggi, occorre iniziare a fare un uso più intelligente sia degli spazi urbani che degli anelli periferici circostanti: attirando più persone, a costi più accessibili, e migliorando al contempo la loro qualità della vita. Ciò implica regolamenti edilizi e zonizzazione delle città più tolleranti così da consentire un maggiore sviluppo residenziale, nuovi insediamenti a uso misto sia nelle città che nelle periferie, il riempimento di nuclei suburbani in prossimità di collegamenti ferroviari, nuovi investimenti nelle ferrovie, e pedaggi urbani per il traffico sulle nostre strade. Non tutti desiderano vivere al centro delle città, e le periferie non sono in procinto di scomparire. Ma possiamo migliorare notevolmente la capacità di collegamento tra città e periferie e tra un’area suburbana e l’altra, permettendo così alle regioni di crescere in dimensioni e densità senza per ciò perdere in velocità.
Infine, occorre dire con chiarezza che non è possibile, in ultima istanza, fermare il declino di determinati luoghi, e che sarebbe assurdo tentare di farlo. Luoghi come Pittsburgh hanno mostrato che una città può restare dinamica anche in fase di declino, riprogettando il suo nucleo vitale per attirare giovani professionisti e figure creative, e coltivando industrie e servizi a elevate prospettive di crescita. E, in una certa misura, possiamo aiutare le città in difficoltà a gestire meglio il loro declino, e a promuovere una vita migliore per coloro che vi risiedono.
Ma epoche diverse favoriscono luoghi differenti, così come le attività industriali e gli stili di vita che essi inglobano. Soluzioni tampone e operazioni di salvataggio non possono cambiare questa realtà. Né i pacchetti di aiuto alle case automobilistiche, né le politiche mirate a sostenere artificialmente i prezzi immobiliari metteranno il paese in condizioni di intraprendere una nuova fase di crescita, almeno non di tipo sostenibile. Occorre lasciar cadere la domanda di prodotti e stili di vita chiave del vecchio ordine, e iniziare a costruire una nuova economia, basata su una diversa geografia.
Come sarà questa geografia? Molto probabilmente, sarà più diradata nel Midwest e anche, in ultima analisi, in quelle aree del Sud-Est che dipendono dal settore manifatturiero. Le periferie avranno un profilo più esile, e le case saranno forse più piccole. Alcune delle città del Sud-Ovest si svilupperanno meno rapidamente. Le sue vaste megaregioni cresceranno in altezza e si estenderanno altrettanto verso l’esterno. Avremo un minor tasso di proprietà immobiliare, e una popolazione più dinamica di affittuari. Insomma, sarà una geografia più concentrata, che consentirà a un maggior numero di persone di amalgamarsi più liberamente e interagire in modo più efficiente in un certo numero di città creative e megaregioni dense e innovative. Come per magia, sarà un paesaggio adatto a un mondo in cui il petrolio non è più conveniente, da nessun punto di vista. Soprattutto, però, sarà un paesaggio in grado di accogliere e velocizzare invenzione, innovazione e creazione: le attività in cui gli Usa detengono tuttora un notevole vantaggio competitivo.
Nelle celebri parole dell’economista di Stanford Paul Romer, «Quando c’è una crisi, è terribile sprecarla». Gli Stati Uniti, per quanti difetti abbiano, hanno raramente sprecato le crisi esplose in passato. Al contrario, ne hanno ripetutamente approfittato per reinventarsi, far piazza pulita del vecchio e spianare la strada al nuovo. Lungo tutta la storia degli Stati Uniti, l’adattabilità è stata forse la migliore e più emblematica delle qualità americane. Nel corso della Lunga Depressione di ottocentesca memoria, il paese riuscì a trasformarsi da potenza agricola a industriale. E dopo la Grande Depressione, ha scoperto un nuovo modo di vivere, lavorare e produrre, che ha contribuito a una fase di prosperità di massa senza precedenti. Nei momenti critici, gli americani hanno sempre guardato avanti, e non indietro, stupendo il mondo con la loro capacità di ripresa. Potranno farcela anche stavolta?
(Traduzione di Enrico Del Sero) http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=2,284
Richard Florida
luglio 21 2009
Ma voi vi rendete conto del fatto che questo qui è il vostro presidente del consiglio? Sul serio dico, lui fa le leggi per voi e poi va al family day. http://basedemocratica.splinder.com/
L'autunno del patriarca
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica
I documenti sonori resi pubblici dall´Espresso dicono che Patrizia D´Addario, prostituta, ha detto la verità e Silvio Berlusconi, capo del governo, ha mentito.
È giunto allora il momento di tirare qualche (temporanea) conclusione sull´affare che, nel "carnevale permanente" dell´Italia di oggi, rischia di uscirne sfigurato e invece ha un solo, ostinatissimo punto fermo: Silvio Berlusconi è costretto o a tacere o a mentire perché non è nelle condizioni di rispondere ad alcuna domanda. Non è che il Cavaliere non abbia provato a dare qualche risposta. Ci ha provato ripetutamente, confusamente, animatamente, affannosamente e sempre in condizioni protette (giornali di sua proprietà, il servile servizio pubblico della Rai), mai riuscendo nell´impresa di non contraddirsi. Di non ingannare. Di non smentire se stesso. Di non dover ammettere a collo torto quel che aveva già pubblicamente negato. Oggi, nel mondo rovesciato che lo protegge, frulla qualche argomento buffo: in difficoltà dovrebbe essere chi chiede la verità e non chi, impossibilitato a raccontarla ai pensanti, vive sotto tutela, in fuga da se stesso e dalla sua vita, nascosto anche al suo amatissimo pubblico al quale sempre chiede che lo applauda e gli voglia bene. È il mondo della verità rovesciata. Sono i prodigi di un´Italia con malattie organiche, impavidamente adulatoria, pronta a proclamare presto Berlusconi anche «correttore di terremoti, delle eclissi, degli anni bisestili e degli altri errori di Dio».
La scena diventa da farsa se soltanto si ricorda che, nel corso del tempo, il lavoro giornalistico (non solo di questo giornale e di questo gruppo editoriale) ha sempre meglio definito il «sistema di scambio sesso-danaro-potere» inaugurato da Berlusconi (Dominijanni, Manifesto, 14 luglio). Si dice: non ci sono più spine che pungono il Cavaliere, magari un po´ ammaccato, Berlusconi l´ha fatta franca anche questa volta, ed è tutto un vivamaria. Come se si potessero dimenticare le "storie" note. È vero che «la memoria politica ha delle sincopi» (Franco Cordero), ma in questo caso i ricordi non sono ancora deperiti. Conviene riproporli in bell´ordine: Berlusconi premia con candidature al Parlamento le giovani donne che sono state gentili con lui a Palazzo o in Villa. Berlusconi frequenta minorenni, ne lusinga una (Noemi) sbirciando un portfolio procuratogli da Emilio Fede, le promette un futuro nello spettacolo o, in alternativa, a Montecitorio. Berlusconi fa sesso con prostitute che affollano le sue feste, qualcuna (come Patrizia d´Addario) diventa candidata. La politica può assuefarsi a questo varietà che disonora le istituzioni e le rende vulnerabilissime come osservano anche le teste meno ammobiliate che, mentre gridano «che schifo!», non si accorgono di aver detto che «il governo è ricattato da succhiatrici di capezzoli»? Può essere considerata ordinaria, nel mondo evoluto, una così smaccata debolezza di un premier all´estorsione, al ricatto? È un aspetto rilevante della storia perché quel che non mancano in quest´affare sono le testimoni, e quindi gli attori di una possibile coercizione delle volontà del capo del governo. Sono decine e decine le amanti senza amore, ricompensate bene o mediocremente, che si sono succedute nel serraglio del capo del governo. Festa dopo festino. Orgia dopo orgia. Nel taccuino del pubblico ministero di Bari ci sono diciannove nomi di giovani donne che hanno partecipato alle feste di Palazzo Grazioli o di Villa Certosa. Il pubblico ministero deve dimostrare che un ruffiano ha favorito la prostituzione. Ne sono state sufficienti quattro, di quelle diciannove giovani donne, per chiudere il cerchio. Il loro racconto è stato univoco: sono state pagate dal ruffiano, amico di Berlusconi, per andare a Palazzo e, in qualche caso, per fare sesso con il "sultano" o infilarsi in formazioni – diciamo – più eclettiche e animate nel "letto grande", dono stravagante (o intenzionale) di Vladimir Putin. Il ruffiano le ha pagate per le loro prestazioni e quattro fonti di prova sono sufficienti per il processo, pensa il pubblico ministero. Che mette punto. Non vuole scandali. Vuole un processo.
Si sa come Berlusconi si scrolla di dosso la polvere: è vero, ho fatto sesso con Patrizia D´Addario, ma non sapevo che fosse una prostituta, ho invitato in casa un´ospite sbagliato, tutto qui. L´argomento del "sultano" è degno di Friedrich Durrenmatt: «Il caso è stato interpretato come intenzione, la sventatezza come proposito deliberato». In questa storia – è un domino, Veline, Noemi, D´Addario – affiora dunque una nuova tessera da vagliare: caso o intenzione, sventatezza o programma, la presenza di zambràccole nel "letto grande"? I documenti sonori dell´Espresso sono la risposta inoppugnabile all´interrogativo. Berlusconi sa che Patrizia è una prostituta (lo sa perché deve pagarla «con una busta»), lo sa per i giochi multipli che propone alla signora. È una realtà così caparbia che non lascia margini all´avvocato del presidente (quello dell´utilizzatore finale). Nicolò Ghedini deve negare alla radice che quella realtà ci sia; deve dire che è inventata nella pretesa – si potrebbe dire totalitaria – di eliminare in un colpo solo ragione, memoria e finanche l´udito.
A quasi tre mesi dal viaggio a Casoria per i diciotto anni di Noemi, un provvisorio rendiconto deve concludere che Silvio Berlusconi ha in questi mesi attraversato, senza pudicizia, tutta intera la fenomenologia della menzogna. Nella sua classificazione, Vladimir Jankélévitch distingue la menzogna in base al rapporto che intrattiene con la verità. E dunque c´è la dissimulazione, quando ci si limita a nascondere la verità (Berlusconi ha detto: «Non ho mai voluto candidare veline, non frequento minorenni»). L´alterazione, quando si modifica la natura del vero (Berlusconi ha detto: «Non sapevo che Patrizia fosse una prostituta»). La deformazione, quando se ne ingrandisce o se ne rimpicciolisce il formato (Berlusconi ha detto: «Ho visto tre, quattro volte Noemi e sempre con i genitori»). L´antegoria, quando si dice l´assoluto contrario (Berlusconi ha detto: «Non ho mai pagato una prostituta»). La fabulazione, quando invece di mascherare la verità, la si inventa di sana pianta (Berlusconi ha detto: «C´è un progetto eversivo contro di me»).
Verità e menzogna. Etica pubblica. Fiducia tra eletto ed elettori. Tra i pifferi e le grancasse di un´Italia ingaglioffita o pavida, di questo ci parla uno scandalo, da cui il capo del governo non riesce a venir fuori. Non c´è bisogno di ripetere quanto hanno scritto qui Carlo Galli (L´etica della democrazia, 22 giugno), Stefano Rodotà (L´etica pubblica perduta, 10 luglio; Il dovere della chiarezza, 13 luglio), Edmondo Berselli (Verità finte e bugie vere, 15 luglio). Dovrebbe essere ormai chiaro che «chi mente – non importa su che cosa – è un pericolo per la libertà e la democrazia» e diventano "parole al vento" gli «assennati appelli alla concordia e al dialogo senza il parallelo, anzi preliminare, appello alla chiarezza della verità» (Gustavo Zagrebelsky, Quando il potere teme la verità, 17 luglio). A meno di non voler pensare, come il patriarca di Marquez: «Non importa che una cosa non sia vera, che cazzo, lo diventerà col tempo».
Quel tempo non arriverà fino a quando rifiuteremo di credere vero ciò che sappiamo falso, fino a quando continueremo a chiedere al patriarca di turno di rendere disponibile la verità in un dibattito pubblico. Finanche Berlusconi, all´alba della sua avventura politica, era d´accordo: «La gente deve fidarsi solo di chi dice la verità» (2 marzo 1994). E dunque, presidente, adesso che è al suo autunno, come ci si può fidare di lei?
LETTERA NON IMMAGINARIA DI UN EX CONSIGLIERE PROVINCIALE BOLOGNESE(EX DEMOCRATICO-ASINELLO ED EX MARGHERITA)
Dignità e cittadinanza
La recente campagna elettorale, con la sua “full immersion” tra la gente comune, e i
conseguenti risultati delle urne ci consegnano 3 interessanti lezioni.
1. La sfiducia e la disaffezione di molti cittadini verso la politica non discendono da atteggiamenti qualunquisti e superficiali, ma spesso al contrario dall’avere seguito con attenzione certi temi, sui quali la politica si è dimostrata disattenta e incoerente.
La decisione di non votare, o di non votare più per l’area di provenienza (a Bologna quasi sempre il centrosinistra) deriva spesso da una constatazione consapevole, non da un generico atteggiamento di protesta.
Di questo è bene tenere conto nel registrare il fatto che il PD a Bologna è sceso sotto il 40% (la somma DS e Margherita nel 2004 era del 43,4, e alle politiche 2008 il PD aveva toccato in città il 49%), mentre i non votanti sono saliti ben oltre il 20% (passando dal 18,2 del 2004 al 23,7 odierno, ai quali va aggiunto anche il 2,5% che è andato ai seggi per votare scheda bianca o nulla).
Il primo avversario del PD e del centrosinistra in genere potrebbe essere non tanto il centrodestra, quanto il partito del non voto, che complessivamente ha raggiunto il 26%.
2. L’immagine che molti bolognesi hanno del PD, anche tra i suoi elettori, è quello di un organismo funzionale a garantire un futuro e uno stipendio ai propri dirigenti. I quali infatti appaiono molto più occupati a controllare gli assetti interni che a guadagnare consensi esterni.
Anche qui non si tratta di una illazione maliziosa fondata su pregiudizi, ma sulla valutazione dei fatti. Davanti a risultati elettorali che hanno visto, a livello provinciale, il PD perdere un elettore su quattro (da 323.000 voti PD di aprile 2008 ai 237.000 di giugno 2009), ma al contempo che hanno confermato quasi interamente l’assetto prefigurato a tavolino, con l’elezione dei fedelissimi nei collegi sicuri, nei quartieri amici e nei comuni blindati, la segreteria e il gruppo dirigente hanno unanimemente espresso la loro soddisfazione.
Poco importa poi che questi fedelissimi abbiano spesso ottenuto risultati in calo rispetto al patrimonio di consensi ereditato dalla tornata precedente, mentre candidati più autonomi e intraprendenti, ma per questo giudicati “inaffidabili”, abbiano al contrario guadagnato qualche punto: i primi, candidati su territori storicamente orientati a sinistra, hanno beneficiato di una rendita di posizione che ha permesso loro l’elezione anche a fronte di perdite del 4, 5, e addirittura 10%. I secondi, relegati in collegi orientati al centrodestra, dove il PD partiva con un 15-20% in meno di consensi, anche avendo guadagnato qualche punto sono rimasti fuori.
A cosa può riferirsi quindi la soddisfazione di un gruppo dirigente, se non nell’essere riuscito a garantirsi tra gli eletti una maggioranza di funzionari e uomini di apparato che hanno verso il partito un ruolo non di semplice lealtà, ma di autentica dipendenza, anche economica? Questo dunque il senso del “risultato importante e significativo” celebrato dai vertici PD: l’essersi assicurati la sopravvivenza indipendentemente dai risultati elettorali, e l’avere spostato sul bilancio pubblico i costi di parecchi stipendi altrimenti gravanti sulle casse del partito.
Dalla somma di questi fatti e queste prese di posizione molti bolognesi hanno tratto l’idea di un PD funzionante più come agenzia di collocamento rivolta al personale interno che come attore politico interessato all’esterno, alla città e ai suoi problemi. I vertici del PD sono dunque più preoccupati del governo del partito che della città, e forse del paese. Berlusconi ringrazia.
3. Il centrosinistra in generale, e il PD in particolare, rappresentano una base sociale molto parziale rispetto a quella della città (e del paese).
La quasi totalità degli eletti PD, come profilo professionale, è dipendente di enti pubblici o di aziende a partecipazione pubblica (la maggioranza), di grandi aziende o addirittura dello stesso partito. Di artigiani, commercianti, professionisti, piccoli imprenditori, che rappresentano il principale generatore di occupazione, mobilità sociale e benessere per il nostro territorio, pochissimi o addirittura nessuno.
I problemi e la fatica di chi rischia in prima persona, investe denaro proprio, sostiene costi sempre più alti a fronte di ricavi sempre più risicati per effetto della competizione esasperata, sono quindi sostanzialmente ignorati da amministratori che non hanno alcuna esperienza di attività economica privata, e per i quali, a fronte di un fabbisogno, le risorse si trovano o aumentando il prelievo fiscale oppure indebitando la collettività.
Questa asimmetria sociale del PD bolognese prefigura una frattura sociale pericolosa, tra il blocco sociale del pubblico impiego e della pubblica spesa, che ha il monopolio della Pubblica Amministrazione locale, e il blocco sociale che possiamo definire del lavoro autonomo e del rischio di impresa, che vive la PA come presenza esosa e parassitaria, e rispetto alla quale sceglie l’evasione fiscale come “legittima difesa”.
Questo secondo blocco sociale viene così condannato, per rigetto, a scegliere tra PDL, Lega e UDC anche quando, per storia e per convinzioni profonde, si troverebbe in gran parte più vicino, almeno a Bologna, ai valori di solidarietà e uguaglianza teoricamente patrimonio della sinistra. Da queste tre lezioni riteniamo non potrà prescindere la riflessione post elettorale sulla linea politica e sugli assetti interni del centrosinistra e del PD di Bologna. Purché siano interessati a rinnovare il proprio rapporto con la cittadinanza e ritrovare la dignità propria dell’agire politico.
Andrea De Pasquale .it
Dialogo (immaginario ?) tra due dirigenti Pd
Chi: due dirigenti Pd, uno lo chiameremo spagnolo e uno tedesco (dal nome dei sistemi sostenuti in quella fase)
Quando: subito dopo lo scioglimento anticipato delle Camere
Dove: un incontro del Pd
Come: incontrandosi per caso nei ritagli dell'incontro al riparo da osservatori indiscreti
Perché: a qualcuno dei due piace polemizzare con battute, l'altro non ne soffre
Tedesco: "Se avessimo affrontato la crisi dichiarando solennemente che avremmo dato a Casini il sistema tedesco, il Governo sarebbe decollato e ora non affronteremmo una campagna elettorale così difficile, con l'altissima probabilità che Berlusconi vinca e governi di nuovo."
Spagnolo: "Se lo avessimo fatto, o avremmo messo le sorti del Paese dopo il voto in mano a Casini anziché agli elettori oppure saremmo stati costretti a una grande coalizione con Berlusconi, peraltro guidata da lui perché potrebbe arrivare primo. In questo secondo scenario il nostro elettorato ci avrebbe presto ripudiato, ma anche il primo sarebbe stato comunque negativo. Sia per il Paese, perché sarebbe una regressione democratica sia forse anche per noi; niente assicura che alla fine Casini non si sarebbe alleato a destra, se non altro perché noi per arrivare al 51% dovremmo andare da lui all'estrema sinistra."
Tedesco: "Voi che ci avete impedito di fare quell'accordo, inventandovi per sbarrarci la strada quel sistema, il Vassallum, fatto apposta per far fallire la trattativa, avete una concezione della politica come un gioco d'azzardo, peraltro un gioco che è a noi sfavorevole perché in una gara a due la sinistra perde sempre dal 1948".
Spagnolo: "A noi sembra di avere la concezione di un Paese normale; se la sinistra, o meglio il centrosinistra perché le parole fanno differenza, non è normale, ma assomiglia a quella del 1948, non perde per il sistema, ma per quello che è."
Tedesco: "Fatto sta che, concretamente, stiamo per perdere il Governo, mentre nell'altro caso avremmo potuto correggere il risultato in Parlamento".
Spagnolo: "E' molto probabile che stavolta perdiamo, ma non per il sistema, quanto perché il bilancio della nostra coalizione è stato pessimo e ci presentiamo dopo soli venti mesi per implosione interna. Però siamo in grado di chiedere e ottenere il voto utile agli elettori, che in un sistema in cui i Gooverni si fanno dopo il voto non esisterebbe, e da lì potremmo comunque ripartire con un partito in buona salute".
Tedesco: "Resto convinto che per voi la politica sia un gioco d'azzardo".
Spagnolo: "Resto convinto che sia una visione da Paese normale e che l'Italia non sia diversa da quei paesi".
Tedesco: "Ne riparlaremo dopo il voto".
Spagnolo: "Molto volentieri"
Postilla: non è importante che questo dialogo sia davvero avvenuto in tutto o in parte come descritto, del resto i dialoghi a battute sarebbero comunque più tranchant di questo. Che però non sia del tutto infondato lo rivelano alcune pagine dell'ultimo libro di Bruno Vespa: chi avrà voglia potrà darci un'occhiata in libreria. Per di più, dato che chi scrive tende a identificarsi con uno dei due, siate accorti perché chi scrive fa sempre fare la figura migliore a quello di cui condivide le idee. In ogni caso, se avete la pazienza di leggere sul "Corriere" di oggi gli articoli di Salvati e Barbera potrete capire quanto questo dialogo tenda in buona parte a riproporsi tra i sostenitori più attenti dei due candidati maggiori nel Congresso del Pd.... http://www.landino.it/articoli.php?id=520
Quello di Gilioli qui. Oppure è già uno scaricabarile sul Paese che non capisce, nel caso di insuccesso? Oppure al contrario è il solito conservatorissimo "sarebbe bello, ma è un'utopia"? In ogni caso come sarebbe utile cambiare i toni e i termini dei ragionamenti, ogni tanto.http://www.briguglia.splinder.com/
Tre domande da "testa di c." per Tremonti
Non lo so, forse il collega straniero che s’è preso del “testa di c.” dal nostro ministro dell’Economia per una domanda sgradita sullo scudo-condono sarà al soldo di potenti organizzazioni giudaico-pluto-massoniche, interessate all’impoverimento della Patria.
Vista la cifra culturale imperante, non si può escludere che prima o poi qualche esponente della maggioranza di centrodestra tiri fuori anche qualche complotto in stile “Perfida Albione”. Ma a noi de Il Fatto Quotidiano piace sognare che nelle prossime conferenze stampa vi siano sempre meno farfalline e sempre più “teste di c.”, magari con passaporto italiano. Sarebbe bello poter ascoltare colleghi che chiedono a Tremonti come mai Trichet gli abbia bocciato per due volte la tassa sull’oro. O perché si è messa in giro una voce incredibile, come quella che i soldi dello Scudo Tre si potessero dirottare in Abruzzo, pur sapendo che Bruxelles non l’avrebbe mai consentito. E sarebbe una bella prova di coraggio e trasparenza se il nostro ministro dell’Economia facesse nomi e cognomi di chi ha provato a tirargli la giacchetta, “facendo uscire sui giornali bozze di provvedimenti che non avevo manco letto”.
Sappiamo che da bravo tributarista ha un sacro rispetto per la privacy, ma anche a questa domanda sarebbe bello rispondesse. Poi, certo, il problema è che queste domande di solito non gliele fanno. Ancora per un paio di mesi, dai. http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Uno tende a criticare il Partito democratico perché se lo merita…
Ma se poi uno si mette a pensare che possa essere il politburo del partito comunist-consumatore, Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero, Cesare Salvi, a salvare le sorti della sinistra italiana, allora comincia a sentire da lontano l’olezzo della mummia di Leonid Breznev e pensa che proprio non c’è speranza.
Ma già che non dovete neanche dimettervi da parlamentari perché non favorite il rinnovamento andando nello stesso posto dove abbiamo di recente mandato Walter Veltroni?
http://www.gennarocarotenuto.it/9450-compagni-indietro-il-gran-partito/#more-9450
Per un pellet più trasparente
Tra partite radioattive dalla Lituania e produzione illegale a partire da scarti dei mobilifici il pellet nell'ultima settimana ha rivelato una filiera non sempre sostenibile e trasparente. Cosa va fatto per rendere questo combustibile completamente ecologico? Ne parliamo con Marino Berton presidente di Aiel e coordinatore di Assopellet.
La settimana scorsa abbiamo raccontato due storie che hanno gettato un ombra sul pellet, uno dei combustibili da biomassa più sostenibili ed efficienti: dalla Lituania è stata importata una partita di pellet con concentrazioni di Cesio 137, sostanza radioattiva, fino a 40 volte il limite legale, mentre, in Italia, uno dei più grandi produttori nazionali, La Ti Esse di Treviso, è sotto inchiesta con l’accusa di aver prodotto il pellet anziché da legno vergine come prescrive la legge, da legno scartato da alcuni mobilifici, suscettibile di essere trattato con colle e vernici. Due episodi che mettono in luce l’esigenza di trasparenza nella filiera di questo combustibile. Ne parliamo con Marino Berton, presidente di Aiel, l’associazione italiana per le energie agroforestali nonché coordinatore di Assopellet.
Berton, in queste ultime settimane l’immagine del pellet ha subito due duri colpi …
Innanzitutto bisogna dire che la vicenda del pellet radioattivo alla fine si è molto ridimensionata ed è circoscritta ad alcune partite precise d’importazione. Come Assopellet abbiamo sottoposto per precauzione anche vari campioni di pellet italiano ad analisi di laboratorio in strutture qualificate per misurare la radioattività e non abbiamo trovato valori anomali.
Sul versante nazionale però c’è la vicenda di La Ti Esse, uno dei più grandi produttori italiani, nonché azienda del presidente di Assopellet. In questo caso il pellet non sarà radioattivo, ma resta comunque potenzialmente pericoloso. Neanche comperando pellet nazionale il consumatore può essere tranquillo al 100%. Come si muovono Aiel e Assopellet per una filiera più trasparente?
Proprio per garantire la trasparenza della filiera Aiel ha introdotto un sistema di attestazione volontario della qualità, che assegna il marchio Pellet Gold, e a cui La TI Esse non si è mai sottoposta. Un sistema di attestazione al di sopra delle parti, basato sui parametri delle principali normative europee CEN/TS 14961, degli standard austriaci per il settore DINplus, ÖNORM M 7135 e sui limiti introdotti dal Pellet Fuel Institut (PFI) americano. Si garantisce, cioè, che il pellet abbia determinate caratteristiche di qualità chimico fisiche. Un elemento aggiuntivo introdotto da AIEL, non presente in nessun altro sistema di certificazione, è proprio la valutazione del contenuto di formaldeide, fondamentale, assieme ai rilievi sull’azoto, per poter verificare l’eventuale presenza di materiali in combustione potenzialmente pericolosi per la salute, quali colle e vernici.
La Ti Esse ci ha spiegato che pur non sottoponendosi all’attestazione volontaria Pellet Gold segue le norme del Comitato Termotecnico Italiano, cosa significa?
L’azienda dichiara solo di seguire delle indicazioni, cui però non seguono controlli. L’attestazione Pellet Gold invece prevede che chi voglia avere il marchio sia sottoposto a controlli casuali periodici e a sorpresa. Si prelevano senza preavviso campioni che vengono analizzati un laboratorio certificato Sincert. I risultati vengono spediti prima ad un comitato tecnico e poi ad uno d’attestazione in cui sono rappresentati vari soggetti: un’associazione ambientalista, Legambiente, una dei consumatori, Adiconsum, l’Università di Padova, Arsia, cioè l’agenzia regionale Toscana per lo sviluppo agricolo forestale, il Cna a rappresentare il mondo produttivo e, infine, Aiel.
Un marchio che può essere concesso anche al pellet d’importazione?
Nel caso del pellet estero adottiamo una politica di reciprocità. Ad esempio, nel caso di quello austriaco certificato ÖNORM, verificato che i criteri e i laboratori d’analisi siano certificati e il sistema di prove sia compatibile con la nostra attestazione, noi concediamo il marchio, salvo richiedere periodicamente i risultati delle analisi.
Un sistema di certificazione, Pellet Gold, dunque, alla pari con quelli diffusi in Europa; lei ha accennato anche al Din Plus. Peccato però che anche il pellet radioattivo lituano Naturkraft fosse certificato DinPlus…
Con ogni probabilità il pellet in questione rispettava i vari parametri chimico fisici del Din Plus, che però come gli altri standard, non comprende misure sulla radioattività. Proprio in questi giorni abbiamo deciso di introdurre tra le prove da superare per ottenere l’attestazione Pellet Gold anche dei test sulla radioattività, che la storia del pellet lituano ha dimostrato essere fondamentali, specie per chi importa materia prima da zone a rischio.
Molti scelgono di usare pellet anche per motivi ecologici, essendo un combustibile a bilancio neutro per le emissioni e nel contempo più efficiente della legna. Il fatto che a volte arrivi da molto lontano, come nel caso di quello importato dai paesi baltici, ne pregiudica però la sostenibilità oltre a rendere più difficili i controlli sulla filiera. C’è un modo per il consumatore di sapere da dove viene il pellet che acquista?
No, al momento non esiste un obbligo di tracciabilità e noi auspichiamo che questo avvenga. Per le biomasse in generale la filiera corta è importantissima. Nel caso del pellet, secondo il mio punto di vista, la filiera può leggermente allungarsi. Il pellet infatti è ricavato dagli scarti delle segherie (quelle dove i tronchi abbattuti vengono trasformati in tavole grezze, non le falegnamerie) ed è logico che arrivi da dove c’è una concentrazione più alta di queste attività. Inoltre ha un elevato potere calorifico per cui ha senso trasportarlo per distanze un po’ più lunghe. Bisogna però stabilire soglie di convenienza nell’estensione della filiera: ad esempio che il pellet in Friuli arrivi dalla Slovenia è accettabile, mentre chiaramente non ha senso farlo arrivare dalla Cina. Nell’ambito di Pellet Gold comunque abbiamo aperto una consultazione per introdurre anche la tracciabilità tra i criteri necessari per ricevere l’attestazione.
GM
http://qualenergia.it/view.php?id=995&contenuto=Articolo
Voglio il debito
Da Pristina, scrive V. Kasapolli
(Santinbon/flickr)
Paradossale braccio di ferro tra Pristina e Belgrado sul pagamento dei debiti contratti dal Kosovo in periodo jugoslavo. Ciascuno dei contendenti vuole pagare (ma non troppo) affermando così la propria sovranità
Quando, nel luglio del 2008, il Kosovo ha formalmente depositato la sua richiesta di ingresso nelle principali istituzioni finanziarie internazionali – Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale – a Pristina si parlò di prospettive rosee in merito a futuri fondi garantiti per gli investimenti, ma proprio nessuno comprese che, prima di ogni altra cosa, il Kosovo avrebbe dovuto iniziare a pagare i debiti ereditati dal suo passato jugoslavo.
I leader kosovari concordarono, pochi giorni dopo la firma degli accordi di ingresso nelle due istituzioni, di iniziare a pagare alla Banca Mondiale, a partire dal luglio 2009, i 231 milioni di debiti contratti per prestiti ottenuti negli anni '80.
Dall'inizio del mese, sulla questione, continuano ad arrivare in Kosovo notizie ed è stato annunciato che il debito originario era di 381 milioni di dollari, 150 dei quali però sono stati presi in carico dagli Stati Uniti.
Questi accordi, nonostante il peso finanziario che comportano, rappresentano un punto di svolta cruciale per Pristina da quando quest'ultima ha dichiarato l'indipendenza nel febbraio del 2008. Sino ad oggi, infatti, Belgrado ha sostenuto la linea di pagare direttamente i debiti contratti dal Kosovo in passato, in quanto quest'ultimo, dalla prospettiva delle autorità serbe, fa ancora parte della Serbia. Il pagamento da parte del Kosovo dei debiti contratti presso la Banca Mondiale apre quindi una prima incrinatura a questo approccio.
Un successo politico per il Kosovo indubbiamente. Ma non senza ombre. Il debito del più giovane stato d'Europa non ammonterebbe solo a 231 milioni di dollari. Le autorità serbe infatti stimano che il debito si attesti su 1.2 miliardi di dollari. Le autorità kosovare, da parte loro, contestano la cifra e sostengono che il debito si fermi ben al di sotto del miliardo di dollari. Ai prestiti elargiti in passato dalla Banca Mondiale vanno infatti aggiunti quelli del cosiddetto Club di Parigi – un gruppo informale di rappresentanti finanziari dei 19 paesi più ricchi al mondo – e dal Club di Londra, gruppo informale di creditori privati.
Ciò che è certo è che con questi prestiti si sono finanziati progetti in Kosovo durante gli anni '80, sottoscritti ai tempi dalla Banca popolare del Kosovo e dalla Federazione Jugoslava. La direzione delle banche pubbliche è stata poi centralizzata durante il periodo Milosevic, negli anni '90, ciòrende ora la Serbia l'unico soggetto eligibile per gestire i pagamenti, perché proprio a Belgrado si troverebbe tutta la documentazione necessaria.
La stessa Costituzione del Kosovo contiene alcune previsioni in merito ai debiti contratti in periodo jugoslavo e le riprende dal piano Ahtisaari (ex mediatore Onu per i negoziati sullo status del Kosovo). Il piano prevedeva che la questione avrebbe dovuto essere risolta da negoziati bilaterali tra le parti, in assenza di accordo, sarebbe stata demandata ad un arbitrato internazionale.
Nulla di questo però è accaduto, visto che la Serbia non ha sottoscritto il piano Ahtisaari, non vincolandosi in questo modo ai suoi contenuti. E Belgrado continua – nonostante l'eccezione del pagamento dei debiti alla Banca Mondiale - la sua battaglia per dimostrare che il Kosovo è ancora parte della Serbia, e quindi non ha ancora rinunciato a pagare, per conto del Kosovo, il suo debito estero.
In realtà i politici in Serbia sono divisi sulla questione. Il ministro delle Finanze Mladan Dinkic ha invitato il governo a interrompere il pagamento del debito kosovaro, a partire da quando è stata dichiarata l'indipendenza. “E' assurdo continuare a farlo”, ha affermato Dinkic all'indomani della dichiarazione di indipendenza, ritenendo non fosse giusto per i contribuenti serbi pagare per servizi realizzati in aree del Kosovo dove ora non vive nemmeno un serbo.
Il campo opposto è guidato dal primo ministro Mirko Cvetkovic e dal presidente Boris Tadic, i quali affermano che rinunciare al pagamento del debito kosovaro significhi rinunciare al Kosovo. Funzionari del ministero serbo per il Kosovo hanno in più occasioni profondamente criticato l'ipotesi di rinunciare al pagamento del debito kosovaro, mentre “noi (Serbia) stiamo lavorando per riguadagnare la nostra sovranità economica sul Kosovo”.
Una posizione più indipendente è quella dell'Istituto economico europeo, con sede a Bruxelles, che suggerisce la sospensione dei pagamenti sino a quando non verrà raggiunta una soluzione internazionale condivisa sullo status del Kosovo.
L'eredità jugoslava
Il Kosovo, nel 1991, anno di inizio del processo di dissoluzione della Jugoslavia, era parte della Serbia. In quegli anni, a seguito della decisione della commissione d'arbitrato Badinter, venne deciso che gli stati successori della Jugoslavia si sarebbero assunti una percentuale del debito estero pari al livello di loro partecipazione nell'economia della federazione.
La Serbia (assieme al Montenegro) si è dovuta assumere circa il 38% del debito, che iniziò a pagare nel 2002, anno di un accordo di rinegoziazione con la Banca Mondiale, il Club di Parigi e quello di Londra. Alcuni economisti kosovari affermano ora che il Kosovo dovrebbe prendersi carico solo del 4% di quella percentuale, ma che dovrebbe essere al tempo stesso titolare del 4% delle proprietà statali.
Altri, tra i quali Muhamet Mustafa, a capo dell'Istituto per la ricerca per lo sviluppo RIINVEST, affermano che le autorità kosovare dovrebbero rinunciare a debiti e patrimonio, per evitare le lunghe procedure che ne potrebbero nascere. Mustafa aggiunge però che Belgrado sta in qualche modo cercando di imporre al Kosovo il pagamento del debito ereditato, escludendolo invece dall'eredità dei valori patrimoniali.
“Se la Serbia desidera normalizzare le relazioni con il Kosovo occorre accordarsi sull'assunzione, da parte di entrambe le parti, del debito estero e ripagare il Kosovo per tutti i danni di guerra legati agli anni '90, tra i quali: l'espulsione del 70% dei dipendenti pubblici albano-kosovari, i danni subiti dal budget della provincia autonoma, il vero e proprio furto dei fondi contenuti dai sistemi pensionistici e nei risparmi, che valgono da soli centinaia di milioni di euro”, afferma Mustafa, che tra l'altro fu uno dei rappresentanti del Kosovo durante i negoziati di Vienna nel 2006 sulle questioni economiche correlate alla Serbia, discussioni che, alla fine, terminarono col confluire nel piano Ahtisaari.
Anche il movimento Vetvendosje ha chiesto al governo di non ripagare il debito estero sino a quando la Serbia non pagherà al Kosovo i danni di guerra e non restituirà i capitali kosovari sottratti nel periodo del conflitto.
Nel caso in cui il Kosovo decidesse di pagare i debiti contratti nel periodo jugoslavo sarà però necessaria la collaborazione serba, dato che Pristina non possiede la documentazione originale. L'Istituto GAP, think tank con sede a Pristina, ha invitato il governo ad assumersi quest'onere. “Il Kosovo dovrebbe, nel cammino verso la sostenibilità e credibilità, assumersi l'obbligo morale di ripagare i debiti che appartengono al Kosovo stesso”.
Il dibattito si sta sviluppando in un periodo in cui il Kosovo si prepara a chiedere alle istituzioni e ai finanziatori internazionali nuovi prestiti per sostenere investimenti in Kosovo. Shpend Ahmeti, a capo dell'Istituto GAP, ricorda che alla Conferenza dei donatori del luglio del 2008 il Kosovo avrebbe dovuto chiedere ai donatori di ripianare il suo debito estero, piuttosto che 1.2 miliardi di euro per promuovere nuovi progetti. “Il Kosovo si sarebbe liberato di un vecchio peso, avrebbe evitato l'inflazione, mentre la maggior parte dei soldi ottenuti dalla Conferenza dei donatori viene spesa in consulenze di esperti che vengono dai paesi Ue”.
Secondo le indicazioni arrivate dal Fondo Monetario Internazionale, dal 2008 il Kosovo ha accantonato circa 50 milioni di euro dal suo budget in modo da trovarsi preparato per iniziare a pagare il suo debito estero. Recentemente l'Fmi ha avvertito il governo in merito alla crescita delle uscite, argomentando che Pristina sta spendendo di più di quanto si possa permettere, adottando leggi senza copertura finanziaria certa. L'Fmi ha inoltre richiesto al governo di abbandonare i propri piani di incremento del settore pubblico prima delle elezioni locali che si terranno nel novembre di quest'anno.
La Serbia potrebbe ora mettere pressione al governo kosovaro, riallocando parte del debito che sta attualmente pagando al Club di Parigi e a quello di Londra. Una mossa del genere, però, significherebbe il riconoscimento da parte di Belgrado della soggettività giuridica internazionale del Kosovo, come già avvenuto nel caso del debito nei confronti della Banca Mondiale.
La Serbia, assieme alla Bosnia Erzegovina, è riuscita ad ottenere recentemente ingenti prestiti dalle maggiori istituzioni finanziarie, dimostrando di essere un “debitore responsabile e affidabile”. Ciò significa che se il Kosovo vuole divenire un interlocutore altrettanto affidabile – ed assumersi gli oneri del debito passato ed ottenere nuovi prestiti per finanziare i grossi progetti infrastrutturali quali nuove strade e centrali elettriche – dovrà riuscire a continuare ad accantonare ogni anno i suoi 50 milioni di euro.
E in futuro, quando si proclama vittoria per l'ingresso in istituzioni internazionali quali Fondo monetario Internazionale e Banca Mondiale, bisognerà avere il coraggio di informare i cittadini e i contribuenti anche sulle conseguenze che le responsabilità legate alla soggettività internazionale portano con se. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11586/1/45/

Il Dipartimento di stato avrebbe detto al governo israeliano di fermare un progetto edilizio del cuore della Gerusalemme, a Sheykh Jarrah. Per intenderci, a poche centinaia di metri dall'American Colony, l'albergo-mito di Gerusalemme. Al centro dell'ennesima diatriba tra Washington e Tel Aviv, è il progetto del controverso finanziatore ebreo-americano Irving Moskovitz, che vorrebbe trasformare un albergo nel cuore di Gerusalemme est - area occupata dagli israeliani dal 1967, secondo il diritto internazionale - in unità immobiliari per israeliani. La risposta del governo Netanyahu è no, perché Gerusalemme - per Israele - non si tocca e non può essere messa sullo stesso piano, quando si discute di colonie. Per l'Onu, dunque per la comunità internazionale, Gerusalemme est è altrettanto occupata quanto la Cisgiordania, e dentro Gerusalemme araba ci sono almeno 200mila israeliani che vivono dentro insediamenti illegali. Considerati allo stesso modo dei 280mila coloni che vivono in Cisgiordania.
Ma Gerusalemme è Gerusalemme. E' la madre di tutti i dossier, insomma. E la notizia riguardante l'Hotel Shepherd di Sheykh Jarrah è solo quella più eclatante (per gli esperti, ovviamente, non per il pubblico mainstream a cui queste notizie non arrivano...) tra le (piccole?) notizie che arrivano quotidianamente. E che riguardano, in sostanza, i tentativi di definire sul terreno cosa sarà Gerusalemme nel futuro. Il braccio di ferro tra la nuova amministrazione americana e il governo di Bibi Netanyahu - simboleggiato anche dall'ennesimo rinvio senza spiegazioni dell'incontro tra George Mitchell e il premier israeliano - è su tutto il dossier Gerusalemme, non solo sull'Hotel Shepherd, non solo sulle centinaia di ordini di demolizione partiti in questi ultimi mesi, non solo sulle compravendite di appartamenti dentro i quartieri arabi da parte delle associazioni dei coloni. Il braccio di ferro è sul futuro topografico, dunque politico e umano, di questa città.
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Addendum: sono passata davanti all'Hotel Shepherd, e ho di nuovo visto quanto è vicino al consolato britannico a Gerusalemme est. E infatti, appena arrivata a casa e aperto Haaretz, quella vicinanza è apparsa in tutta la sua dimensione politica: Haaretz parla di pressioni britanniche sugli USA per esercitare a loro volta pressioni su Israele, sulla questione dello Shepherd. Il problema è che lo Shepherd è in un posto nevralgico. Sotto la Hebrew University, alle spalle della centrale di polizia, l'edificio sovrasta tutta Sheykh Jarrah. Avere un insediamento in quel posto (sono previste 20 unità abitative) vuol dire poter pensare ad acquistare sempre più edifici e lotti in tutta Sheykh Jarrah. E questo la nuova amministrazione americana deve saperlo molto bene. Chi vive a Gerusalemme si rende conto, in questi ultimi mesi, che i consiglieri di Obama conoscono la situazione sul terreno benissimo, e a differenza di quello che succedeva prima, non eludono i problemi, ma anzi affrontano di petto proprio le questioni cruciali. Di cui lo Shepherd è simbolo. E' un cambio di marcia evidente, quasi epocale, rispetto a una gestione del processo di pace che è sempre stata gradualista. E sul gradualismo si è inceppata, ed è poi fallita.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
Patagonia: troppa energia poco sostenibile
Giuseppe De Marzo A Sud
Si chiama Hidro Aysen un grande progetto idroelettrico nella Patagonia cilena. Secondo uno studio ambientale, però, le dighe patagoniche potrebbero essere sostituite con profitto da investimenti in fonti rinnovabili a basso impatto ambientale.
Si chiama HidroAysen il progetto che prevede la costruzione di cinque mega dighe nella regione di Aysen, nel cuore della Patagonia cilena. A portarlo avanti il consorzio di imprese multinazionali Ebersis controllato da Endesa, a sua volta controllata dall’italiana Enel, che ha in mente di sfruttare la legislazione della dittatura di Pinochet per costruire un grandioso sistema di impianti idroelettrici.
Il progetto, oggi sottoposto a valutazione di impatto ambientale, prevede la costruzione di uno sbarramento sui fiumi Baker e Pascua al fine di edificare cinque grandi centrali idroelettriche che produrranno 2.750 megawatts, inviati poi verso il Cile centrale mediante una linea di trasmissione lunga oltre 2.300 chilometri.
Eppure l’ultimo studio sulla proiezione energetica del Cile, realizzato fino al 2025, lancia una conclusione tagliente: il paese ha in programma progetti che «superano abbondantemente la domanda energetica prevedibile per i prossimi 15 anni». I dati contenuti nello studio, sommati alla contrazione del consumo elettrico, rendono il progetto HidroAysén «superfluo e non necessario». Oltre a ciò, si afferma, «stando ai dati, il Cile potrebbe prescindere tranquillamente dall’usare almeno il 40 percento delle nuove centrali a carbone».
Lo studio di 91 pagine fitte, intitolato «Sono necessarie le dighe in Patagonia? Un’analisi del futuro energetico cileno», si propone di «dimostrare con dati precisi che è possibile sostituire l’eventuale apporto energetico del progetto Hidro Aysén con fonti rinnovabili ed un uso efficiente dell’energia».
Nell’aprile del 2008 la Commissione nazionale dell’energia [Cne], aveva reso pubblico che fino al 2025 la domanda di energia potrebbe crescere tra il 5,5 e il 6,5 per cento per anno, rendendo così necessario la costruzione dei mega progetti idroelettrici per far fronte a tale incremento. Questo ultimo studio rivede il dato, stimando che la domanda crescerà del 3 per cento nel 2009/2011 e del 4,5 negli anni 2012 – 2025.
Gli esperti cileni e statunitensi, autori della ricerca, affermano che, con lo sviluppo del progetto Hidro Aysén e con gli altri progetti, tra cui molte centrali a carbone i cui progetti sono stati approvati dalla Commissione nazionale ambientale del governo del Cile [Conama] il paese avrebbe un considerevole surplus di energia disponibile a fronte delle reali necessità.
Lo studio arriva alla conclusione che per aumentare l’efficienza energetica del Cile il primo passo è sospendere la realizzazione del progetto Hidro Aysén e porre come priorità lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili. Queste considerazioni si aggiungono alle 3.150 osservazioni formulate da organismi pubblici e alle oltre 4.000 proposte da organizzazioni della società civile che lo scorso novembre sono state presentate allo studio di impatto ambientale relativo al progetto idrico.
Lo sviluppo di Hidro Aysen porterebbe all’inondazione di quasi 10.000 ettari di terreno e all’irreparabile danneggiamento del delicato ecosistema della zona, che presenta una notevole biodiversità e rappresenta una delle ultime aree del paese non ancora compromesse dalla distruzione umana.
L’inondazione priverebbe numerose comunità delle loro terre, unico capitale e strumento di sussistenza. Di conseguenza, risulterebbero seriamente danneggiate le attività economiche tradizionali delle popolazioni locali come l’agricoltura e l’allevamento.
Sin dalla prima presentazione del progetto, nel 2006, le organizzazioni della società civile riunite nella campagna Patagonia Sin Represas si oppongono con forza alla sua realizzazione.
Le responsabilità, inutile a dirsi, sono anche italiane visto che da più di un anno l’Enel ha acquistato il 51 per cento delle azioni di Endesa ereditando in questo modo anche il progetto Hidro Aysén.
Un progetto inutile oltre che dannoso al livello ambientale e sociale.http://www.carta.org/campagne/ambiente/18137
luglio 20 2009
Il caro leader
il caro leader , non vuole " uccidere" le primarie,le vuole solo restringere in modo che entrino in una vasca da bagno e le possa soffocare
Considerazioni sulla proposta Bersani
di Claudio Croci,
1992 in una calda giornata di giugno i cittadini italiani negano la possibilità di presentare candidatura plurime nei collegi elettorali . E’ l’inizio delle riforme elettorali , ma anche di un processo ai partiti non solo giudiziario, tangentopoli , ma anche e soprattutto politico. E’ evidente che siamo alle estreme conseguenze di quella politica iniziata nel 1954 dall’allora segretario politico della DC Fanfani tendente ad occupare con i partiti spazi istituzionali. Ormai la diffusione della spartizione ha raggiunto livelli cancerosi. I cittadini si ribellano e con due serie di referendum attuano il passaggio al maggioritario e spingono le Camere alla istituzione dell’elezione diretta di Sindaci e Presidenti degli enti territoriali. Tutta la politica è in movimento: nasce prima la Casa delle Libertà come risposta al pericolo di un’occupazione della sinistra dello spazio politico lasciato aperto dalla fine della DC e del PSI , nasce nel 1996 l’Ulivo di Prodi come risposta , sul lato sinistro dello schieramento politico italiano , all’aggregazione fatta a destra. Ma l’Ulivo nasce anche per ribadire fortemente la necessità di riformare i partiti non come fatto patologico della realtà repubblicana , ma per ricondurli sostanzialmente alla loro funzione di “ servizio “ ai cittadini secondo il dettato dell’art. 1 “ la sovranità appartiene al popolo “ e l’art 54 “ i cittadini si associano in partiti per determinare la politica nazionale. “
L’Ulivo a differenza della concezione della destra vede nelle riforme istituzionali una tutela dei cittadini , non come delega perenne al leader , bensì attraverso un consenso diffuso , democratico, partecipato , trasparente e condiviso della gestione del potere. Partiti come strumento non di affermazione di una volontà , ma partiti come strumento di gestione di un servizio.
L’Ulivo nasce come coalizione di partiti : DS , PPI, democratici e i futuri dipietristi , i Verdi , ma l’obbligo dei collegi uninominali trasforma il mandato parlamentare in nome dell’Ulivo in un mandato sovrapartito e determina una responsabilità nuova per chi lo rappresenta. Nasce l’intuizione di un soggetto politico nuovo che sia un superamento della vecchia concezione dei partiti , ma sia una sintesi che rappresenti un’ aggregazione più alta in un sistema chiaramente bipolare. Questa concezione politica è alla base di tutte le successive evoluzioni della sinistra italiana che in quota parte non condivide affatto questa concezione e rifiuta l’idea di “ partito nuovo”. Rifondazione comunista che non partecipa all’Ulivo si sfila dalla maggioranza e determina la fine del primo governo Prodi , ma rifondazione è solo una foglia di fico peraltro colpevolissima , di altre correnti nei partiti che rifiutano il superamento della concezione partitica tradizionale , D’Alema e il suo gruppo è uno di questi. Su questa storia si è innescato un processo che volenti o nolenti ha portato alla nascita del PD che è senz’altro nato da quell’intuizione originaria di “ partito nuovo “.
Il PD però annovera tra i suoi iscritti anche coloro che sono figli di quell’altra concezione di partito . Nel PD vi sono dirigenti che non amano l’uninominale, che non amano neppure la preferenza unica, che vedono con malcelata sopportazione l’investitura diretta dei Sindaci. Sono opinioni che debbono convivere nell’Ulivo-PD come espressione coalizionale di tutte le culture della sinistra , ma indubbiamente se fossero maggioranza restituirebbero il PD ad una situazione quo ante.
L’attuale confronto Franceshini-Bersani vive su questo dilemma politico concettuale ed indipendentemente dalle convinzione dei singoli sostenitori dei due candidati , la visione di Bersani è quella favorevole alla visone tradizionale di partito. Segnatamente il 1° Luglio in una conferenza ai giovani Bersani testualmente asserisce “ la sovranità del partito appartiene agli iscritti”. Gli iscritti e solo gli iscritti hanno il diritto-dovere di scegliere gli organi interni . E’ una dichiarazione importante , forse inserita in un contesto non proprio , ma è l’indice di una concezione legittima, ovviamente , ma che non corrisponde alle motivazioni alla base dell’Ulivo. Un partito che non ha l’apertura verso gli elettori che non si sente in debito verso la sovranità popolare di tutto ciò che fa, è un partito che ha ben poco a che vedere con la concezione ulivista . Si potranno mettere mille bandiere , si potrà esaltare gli anni del governo Prodi , ma nella sostanza etico-politica questa concezione è l’antitesi di quella proposta nel 1996 . http://www.facebook.com/event.php?eid=100239197699#/note.php?note_id=107963661914&ref=mf
Il colosso di Godi tra vescovi fucilatori e sepolcri parcheggiati
DI ALBERTO STATERA
«Oggi mercoledì 15 luglio, giorno di San Bonaventura più di una buona avventura ha inizio per il Veneto: innanzitutto l'Alta velocità, ma non solo»: quanto ci mancheranno in queste settimane di ferie di "Oltre il giardino" gli incipit neofuturisti (come quello citato) delle dichiarazioni "sottotitolate" del governatore Giancarlo Galan che intasano quotidianamene la nostra email.
Anche i governatori vanno in vacanza e Giancarlo, neopadre, se quest'anno non potrà fare grandi battute di pesca, si dedicherà alla figlioletta privandoci per qualche settimana della sua produzione, che del resto si è già alquanto rarefatta. Dal 7 al 15 luglio il nostro Pc ha registrato, salvo errore, soltanto sette dichiarazioni, una al giorno, abbassando la media da ventuno delle due settimane precedenti.
Ma più che il numero conta la qualità, non tanto dei testi, ma dei titoli, che spesso superano per efficacia persino quelli di "Dagospia". Qualche saggio per chi non ha la fortuna di avere il governatore quotidianamente on line: «Dall'alto dei cieli dell'architettura Carlo Scarpa ringrazia per l'onore restituito alla dignità culturale per anni offesa nel suo negozio di piazza San Marco a Venezia» (157); «Né con le artiste di Erotica, né con i gay. Caro Cacciari, qual è il problema ?» (107) ?; «Esultiamo pure per le Dolomiti Unesco, ma esultiamo con tanto giudizio. Occorre avere ciò che ci manca ancora» (276); «L'arte di censurare degli ayatollah rossi che in redazione cestinano le proteste contro gli ayatollah neri e assassini» (276); «Risposta ad un sepolcro imbiancato. Caro Variati (sindaco Pd di Vicenza ndr) sei così bianco da assomigliare sempre di più ad un sepolcro imbiancato in temporanea sosta in Corso Palladio a Vicenza» (37).
Dite, chi può resistere alla tentazione di andare a compulsare l'intera esternazione con un aperitivo così saporoso? Persino se l'argomento è ecclesiastico, come quello del 4 luglio: «Qualche riflessione sui giudizi dei vescovi italiani a proposito delle misure sulla sicurezza e qualche domanda sul vescovo di Padova e su di un vescovo fucilatore». Fucilatore? Sì, proprio fucilatore.
Le diuturne dichiarazioni on line di Giancarlo Galan, che non ha demeritato in passato il titolo di Colosso di Godi, per la statura imponente e le abitudini goduriose, e che tanto ci mancheranno nelle prossime settimane, sono ormai quasi un genere letterario. Diremmo neofuturista? In qualche modo chissà? postmarinettiano, nutrito persino ogni tanto di una lieve spolverata di autoironia, così rara in un lessico politico avviluppato nei luoghi comuni comunicativi. Ma si sa, i sociavversari della Lega Nord sono un po' rozzi e terragni, assai poco sensibili agli stimoli di un nuovo e singolare talento comunicativo. Per cui difficilmente una antologia delle esternazioni governatoriali potrà servire l'anno prossimo a salvare il posto di Galan dalle aspettative del ministro Luca Zaia o del sindaco Flavio Tosi.
Per parte nostra una promessa: il Pc è acceso sulla spiaggia, se il Colosso dovesse esternare anche in agosto.
a.statera@repubblica.it http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/07/20/primopiano/010garten.html
La "scarsa adesione" dei palermitani al diciassettesimo anniversario dell'uccisione del giudice Paolo Borsellino. Qualche riflessione
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PALERMO - La deposizione di una corona di fiori, nella caserma della polizia 'Lungaro', a Palermo, ha dato il via alle commemorazioni organizzate per il diciassettesimo anniversario della strage di via D'Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Alla cerimonia, disertata dalla cittadinanza, hanno partecipato, tra gli altri, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il vice capo della polizia Francesco Cirillo il questore di Palermo Alessandro Marangoni, il comandante della Regione dei carabinieri Enzo Coppola, il sindaco Diego Cammarata e i vertici locali delle forze dell'ordine. Presenti anche il figlio e la moglie di Borsellino e la sorella di Giovanni Falcone, magistrato assassinato due mesi prima dell'eccidio di via D'Amelio.Un centinaio di persone stanno partecipando alle manifestazioni organizzate, in via D'Amelio, a Palermo, dal comitato antimafia '19 luglio 2009' in occasione del diciassettesimo anniversario dell'uccisione del giudice Paolo Borsellino. Pochissimi i palermitani presenti. E proprio la scarsa adesione della gente ha suscitato la reazione dei manifestanti che hanno gridato, dal palco allestito nella via in cui fu piazzata l'autobomba che assassinò il magistrato: "vergogna, vergogna". Gli organizzatori avevano invitato gli abitanti dei palazzi di via D'Amelio ad esporre lenzuoli bianchi alle finestre; ma l'appello non è stato accolto e le serrande di molti appartamenti sono rimaste abbassate. Alla dura protesta del comitato ha risposto, però, Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, che, scesa in strada dalla casa della madre, ha replicato: "Ci vuole più coraggio a restare qui ogni giorno, che scendere in piazza solo per le commemorazioni". Alla manifestazione partecipano i ragazzi dell'associazione calabrese 'Ammazzateci tutti'' e gruppi scout di tutta Italia che la notte scorsa hanno fatto una veglia in via D'Amelio. Sul palco si sono alternati Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, e semplici cittadini che hanno ricordato la figura del giudice.
( http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_1619394827.html)
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Come commentare la “scarsa adesione”dei palermitani?
Sui rapporti mafia-società siciliana (e italiana), grosso modo, esistono quattro tesi.
La prima: antropologica. La mafia è nel Dna dei siciliani, e perciò mai sarà sconfitta.
La seconda: complottista. La mafia, gode della connivenza del potere, e pertanto, per vincerla, è necessario fare prima pulizia in alto.
La terza: sociologica. La mafia, prima che un fatto criminale è un fenomeno socioculturale. E quindi la si può sconfiggere, solo (ri)partendo dal basso, dalla scuola e dai comportamenti quotidiani.
La quarta: repressivo-efficientistica. La mafia può essere vinta, solo impegnando un crescente un numero di uomini e mezzi (dai magistrati ai poliziotti).
Sulla base di queste quattro interpretazioni, come può essere spiegata la “scarsa adesione” di ieri?
E’, ovvio, che per coloro che difendono la tesi antropologica, una manifestazione andata deserta, è un fatto pressoché scontato.
Mentre per i complottisti, in Sicilia starebbero vincendo le "forze del male". Di conseguenza il fallimento della manifestazione di ieri sarebbe frutto di sotterranei e astuti input giunti da Roma
Per i difensori della tesi sociologica, invece, la società siciliana, potrebbe essere stanca di dichiarazioni e discorsi politici, ai quali non fa seguito alcuna vera battaglia nei riguardi della “mafia quotidiana”.
Infine per i sostenitori della repressione punto e basta, dietro la scarsa adesione dei palermitani, vi sarebbero le capillari minacce da parte del potere mafioso locale, incontrastato in termini di uomini e mezzi.
Naturalmente, ad esclusione della tesi antropologica, le altre tre spiegazioni potrebbero essere riprese e sviluppate anche in chiave complementare.
Quanto detto, ovviamente, vale soltanto sul piano razionale e argomentativo. Su quello irrazionale, delle emozioni, restano negli occhi di tutti noi le malinconiche immagini di quelle finestre di via D’Amelio, spoglie, senza lenzuoli bianchi…
Chissà Borsellino e i suoi uomini, di lassù, che avranno pensato. http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
Totò Riina: dietro le stragi i piani alti della politica
di Felice Cavallaro, La Stampa -
PALERMO — È stato condannato a una sfilza di ergastoli per decine di omicidi e per le più sanguinarie stragi di mafia, a cominciare da quelle di Capaci e via D'Amelio. Sa che ogni sua parola può essere interpretata come un messaggio obliquo. Ma quando ieri mattina Totò Riina, il capo dei corleonesi, è uscito dalla cella a regime di carcere duro per incontrare in una saletta il suo avvocato, Luca Cianferoni, aveva bisogno di sfogarsi: «Ne so poco perché qui non mi passano nemmeno i giornali. Ma questa storia della "trattativa", di un mio "patto" con lo Stato, di tutti gli impasti con carabinieri e servizi segreti legati al fatto di via D'Amelio non sta proprio in piedi. Io della strage non ne so parlare. Borsellino l'ammazzarono loro». Un boato così fragoroso e inquietante nemmeno il suo avvocato se l'aspettava, proprio nel diciassettesimo avversario del massacro. Ovvia la domanda immediata: «Loro? Chi sono "loro"?». E arriva la risposta, a differenza di tante altre volte, dei silenzi ermetici di tante udienze dibattimentali: «Loro sono quelli che hanno fatto la trattativa, quelli che hanno scritto il "papello", come lo chiamano. Ma io della trattativa non posso saperne niente di niente. Perché io sono oggetto, non soggetto di trattativa. E la stessa cosa è per quel foglio con le richieste che qualcuno avrebbe presentato attraverso Vito Ciancimino. Mai scritto da me. Facciamo pure la perizia calligrafica appena viene fuori e scopriremo che io non ho niente a che fare con questa vicenda».
Evidente il richiamo al documento che il figlio di «don Vito», Massimo Ciancimino, sarebbe finalmente pronto a consegnare ai magistrati di Palermo e Caltanissetta, a loro volta impegnati in una revisione delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. Fatti nuovi che per molti osservatori e anche per tanti familiari di vittime di mafia la stessa magistratura avrebbe potuto mettere a fuoco già alcuni anni fa, bloccata da omissioni e depistaggi denunciati negli ultimi giorni soprattutto dal fratello di Paolo Borsellino. Ma stavolta a pensarla così, per un paradosso tutto da interpretare, è proprio Salvatore Riina nello sfogo destinato a intercettare gli spinosi argomenti del processo in corso al generale Mario Mori e al colonnello Giuseppe De Donno: «Sono stati i giudici a bloccare l'accertamento perché ho chiesto io a Firenze quattro anni fa di sentire Massimo Ciancimino, per chiedergli quello che sta tirando fuori solo adesso. Ci ho provato a parlare di Ciancimino padre come tenutario di una trattativa con i carabinieri. E volevo che li sentissero tutti in aula, a Firenze. Ma i giudici non hanno ammesso l'esame. Ora parlano tutti di misteri. Ma ci potevamo arrivare, come dicevo io, quattro anni fa a parlare di una trattativa che io ho subito come un oggetto, sulla mia testa». E insiste con l'avvocato Cianferoni ricordandogli tutti i dubbi che gli vengono in cella ripensando a storie e personaggi vicini a Ciancimino padre: «La trattativa questi signori l'hanno fatta sopra di me. Non l'ho fatta io, estraneo ai patti di cui si parla».
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Il boss dei boss, indicato come lo stragista più sanguinario di Cosa Nostra e come l'uomo che voleva fare la guerra per fare la pace, ribalta così il quadro. Forse anticipando una difesa da proporre negli eventuali nuovi processi determinati dalla possibile revisione, ma blocca ogni interpretazione: «Per me credo che non cambierà nulla anche con le nuove dichiarazioni di questo pentito, Spatuzza. Non sto facendo calcoli. Ma si deve almeno sapere che io la trattativa non l'ho coltivata». Sarà un modo per rovesciare la responsabilità sull'altro grande capo, Bernardo Provenzano? Riflette un po' Riina perché sa che molti dietro il suo arresto vedono proprio la mano di «don Binnu». «Mai detto e mai pensato», assicura a Cianferoni che trasferisce la convinzione. Aggiungendo l'ultima osservazione di Riina, pur esposta naturalmente a un basso tasso di credibilità: «Le dicerie su Provenzano sono false. Come la storia di Di Maggio. Trattativa, stragi e il mio arresto sono una faccenda molto più alta. Tocca i piani alti della politica. Bisogna capire che Borsellino è morto per mafia e appalti, non per i mafiosi». Politica? E qui riflette il legale di Riina che lo segue dal 1997, certo di interpretarne il pensiero: «Parla di politica intesa come "centri di interesse". E a quell'epoca erano tutti in fibrillazione. Insomma, per capire che cosa c'è dietro la morte di Borsellino bisogna risalire a Milano, non fermarsi a Palermo. E guardare al nesso fra Tangentopoli e le bombe della Sicilia. Quando volevano cambiare tutto».
Giorni fa mi era capitato di leggere un lancio di un articolo dello Zeit sul Foglio; e, siccome non avevo comprato lo Zeit e l'articolo non era disponibile online, ho creduto alla ricostruzione del Foglio, che parlava di un articolo favorevole a quel tipo che, tra un festino e l'altro, presiede il consiglio dei ministri a Palazzo Chigi.
Poi da qualche giorno è online l'articolo intero (in Tedesco), che distrugge il giornalismo italiano con osservazioni ovvie per tutti i giornalisti non-italiani, e devo ammettere che mi ha fatto pena il tipo che ha scritto per il Foglio.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Va bene che oramai ci si è forse rassegnati all’assurdità di un Governo la cui composizione nemmeno a Paperopoli, tuttavia certe affermazioni non dovrebbero poter incontrare l’indifferenza delle istituzioni del Paese, istituzioni la cui dignità ed il cui senso del decoro devono essersi persi per strada, magari di ritorno da un thè alla menta con un qualche tiranno nordafricano:
Venezia, 18 lug. (Adnkronos/Ign). Bossi annuncia: "Presto Venezia capitale della Padania". "Sono anni che vengo a Venezia. Questa città mira a diventare la capitale della Padania". Così Umberto Bossi, leader della Lega Nord, arrivando oggi a Venezia per la festa del Redentore . "Noi -ha detto Bossi- vinciamo sempre e sono certo che presto arriverà la Padania e presto Venezia ne sarà la capitale". A festeggiare il Redentore a Venezia c'è gran parte dello stato maggiore della Lega Nord. Su una grande barca, allestita per l'occasione della "festa famosissima" si sono presentati per una cena tipica veneziana insieme a Bossi, Roberto Calderoli e Roberto Cota.
Ora, quest’uomo, Umberto Bossi, è un ministro della Repubblica, che alla Repubblica e alla sua Costituzione (indivisibilità territoriale, Roma capitale…) ha prestato giuramento di fedeltà. Domanda: perché mai, noi, semplici cittadini, dovremmo rispettare le leggi partorite da gente che la stessa legge fondamentale dello Stato sfacciatamente tradisce? E quale autorevolezza questo Stato, al di fuori del quale tendono a situarsi le sue stesse istituzioni, può ancora esibire?
Attenzione, perché quando l’autorevolezza viene meno il governante si fa Principe - e per imporre la propria autorità non gli resta che l’autoritarismo.
(Nella foto in alto: il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, stringe la mano al garante della Costituzione padana)
D.S. http://danielesensi.blogspot.com/
La mafia parla, lo Stato tace
Ora d'aria
in uscita su l'Unità Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti.
Dal 1996 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a “trattare” con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: lo stesso Riina e Bernardo Provenzano.
Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, ingaggiò una forsennata lotta contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gasparre Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. Dopodichè la trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.
Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Silvio Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ‘92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze, Milano e Roma (basiliche); una nel 1994, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato “onorevole”. Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale presidente del Consiglio, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso “ appoggio politico” in cambio della disponibilità di una delle sue reti tv, guardacaso protagoniste nei mesi successivi di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica.
Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure i protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm. Mori - imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel 1996 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura - è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.
Ci raccontano qualcosa, per favore?
(immagine di Roberto Corradi)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Misteri e papello (scritto sull'Unità di ieri )
Scritto da Nando dalla Chiesa
Chissà perché non bisogna sospettare l’esistenza di una storia parallela. Chissà chi ha decretato che uno studioso serio si debba accontentare della storia ufficiale. Basta pensare a Palermo e alla Sicilia per sentire l’impulso di strappare le tende. Borsellino, per esempio. Diciassette anni fa domani. In tanti si chiesero perché Cosa Nostra avesse voluto sfidare in quel modo lo Stato subito dopo la strage di Capaci. Ci si chiese che cosa stesse scoprendo il giudice, certo consapevole della zona proibita in cui si muoveva, se è vero che nel suo ultimo discorso pubblico la sera del 25 giugno diede a tutti la precisa sensazione di sapere di dovere morire di lì a poco. Poi vennero le famose questioni mai risolte. La traiettoria che portava diritti in linea d’aria da via D’Amelio alla sede dei servizi segreti al castello Utvegio, e l’ipotesi che di lì qualcuno avesse potuto osservare i movimenti di Borsellino fino alla fine del mondo delle cinque del pomeriggio. La scomparsa dell’agenda rossa. In genere si dice che la violenza mafiosa di quella primavera-estate del ’92 (assassinio di Lima, Capaci, via D’Amelio, assassinio di Ignazio Salvo, più qualche altro attentato contro politici messo allo studio) abbia avuto una spiegazione del tutto sufficiente. E cioè il fatto che per la prima volta in 130 anni di unità d’Italia, dei capi mafiosi fossero stati condannati all’ergastolo in via definitiva. E che questa novità avesse fatto letteralmente impazzire la Cupola portandola a eliminare chi aveva promesso impunità non ottenute e chi, al contrario, aveva tenacemente impedito quelle impunità. E anche che la mafia avesse voluto partecipare all’elezione del presidente della Repubblica mettendo per vendetta fuori gioco Giulio Andreotti, sospetto di compiacenze con i clan, proprio con l’assassinio di Falcone.
Già così è uno scenario mozzafiato. Una mafia che conquista le impunità in Cassazione e prende parte alle elezioni per il Quirinale, una mafia che punisce senza pietà amici e nemici, pone infatti interrogativi inquietanti su ciò che non sappiamo in via ufficiale sulla storia degli anni ottanta e degli anni novanta. Ad esempio: quali omicidi furono compiuti negli anni ottanta da Cosa Nostra in cambio di promesse di impunità che il maxiprocesso fece saltare? E quali amici politici pensava di cercarsi Cosa Nostra negli anni novanta mentre faceva tabula rasa dei suoi alleati più potenti?
Ora però c’è di più. Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito il corleonese, sta parlando. E torna lo spettro del papello, la trattativa con lo Stato condotta nel ’92- ’93 a colpi di stragi. E inoltre spunta una lettera di Riina indirizzata a Berlusconi già “sceso in campo” in cui il capo dei corleonesi gli chiederebbe di mettergli a disposizione una rete televisiva. Sulla base di quali rapporti? La storia che parte da Portella delle Ginestre sembra davvero una storia infinita. Riaprono i processi già chiusi. E forse potrebbe essere riaperto anche il filone dei mandanti esterni a Cosa Nostra per l’assassinio del prefetto dalla Chiesa. Restano sempre quelle domande, infatti: chi e perché entrò in casa del prefetto la notte del delitto? Chi e perché aprì la cassaforte?
http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php
A guardare i TG (in questi giorni ogni tanto mi tocca perfino Minzolini) sembra di vivere nell’Italia umbertina con Pinocchio portato via in catene dai gendarmi con i mustacchi e il pennacchio.
Sublime l’intercettazione (ma non dovevano essere proibite?) della telefonata tra i due camorristi che testualmente si dicono: “prima ne entrava uno e ne uscivano dieci. Adesso ne entrano dieci e non ne esce nessuno”.
Neanche nei Sopranos… Manca solo che si alzino gli effetti di “meno male che Silvio c’è”.
Va tutto bene in questo paese e i felici sudditi di sua maestà villacertosiana non hanno proprio nulla di che lamentarsi. Peggio ancora fa “il Corriere della Sera”, che solo gli stolti possono continuare a considerare autorevole. Leggete quanto scendiletto è l’intervista di Paola di Caro a Silvio Berlusconi di ritorno a Villa Certosa.
Di Caro fa rimpiangere perfino Alda D’Eusanio rapita da Bettino Craxi, ma è anche interessante perché ci svela la strategia di Berlusconi per rifarsi il cerone. Niente di nuovo a ben guardare: governo del fare (chiedete al sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente) e puntare sull’immagine del padre di famiglia e perfino del nonno amorevole.
Punta sul sicuro Silvio. Dopo i baccanali rispolvera il vestito da leader conservatore per far dimenticare Noemi e Patrizia. Perfino lamentarsi del torcicollo fa simpatia. Da Gianni Riotta ad Augusto Minzolini, da Emilio Fede a Ferruccio de Bortoli saremo seppelliti da tanta melassa da farci venire il diabete fulminante.
Un po’ penosa è pure la solerzia con la quale ci informano che i palermitani se ne sarebbero fregati delle celebrazioni per Paolo Borsellino. Son venuti solo quattro gatti da fuori ci spiegano ed è vomitevole Roberto Maroni (un nuovo perfido Bava che porta a Monza?) che dice che il miglior modo per onorare il giudice ammazzato con i suoi in Via D’Amelio è applicare il decreto sicurezza. Maroni-Bava ricorda Mariastella Gelmini quando dice che i tagli a scuola, università e ricerca sono un’opportunità per fare emergere il merito. Darwiniano.
E però spezziamo una lancia per la Gelmini. Almeno ha stoppato quell’irresponsabile del ministro (o viceministro?) della Salute, tale Ferruccio Fazio, che con 50 giorni di anticipo paventa la non riapertura delle scuole a settembre causa ex-suina ribattezzata H1N1 (colpito e affondato!). Mentre quest’estate moriranno il centuplo di persone rispetto a quelli che può uccidere la febbre solo per gli effetti diretti e indiretti dell’aria condizionata, Gelmini ha stoppato Fazio. Ma solo perché troppo presto. L’emergenza, la logica dell’emergenza per parlar d’altro, fa troppo comodo a chi non vuol parlare dei problemi del paese.
Ci riproveranno dopo ferragosto, Felipe Calderón docet. Del resto, dai tempi del Cardinal Borromeo e da che mondo e mondo, peste, colera, untori, cosa c’è di meglio del nemico invisibile?http://www.gennarocarotenuto.it/9415-moriremo-di-h1n1-o-affogati-nella-melassa/#more-9415
IRAN
Le accuse alla Nokia al servizio del Vevak, le spie di Khamenei e Ahmadinejad
di Dariush Mirzai
L’opposizione boicotta Nokia e Siemens che avrebbero dotato i servizi segreti di strumenti di controllo dei telefoni. La potente organizzazione spionistica commina direttamente torture e decapitazioni. Ed è alleata con i pasdaran e i bassij per sconfiggere ogni sussulto democratico.
Teheran (AsiaNews) - L’opposizione contro Ahmadinejad ha usato mezzi elettronici per organizzare e moltiplicare le proteste di un mese fa. La prima reazione del regime è stata di scatenare contro di loro i “volontari della rivoluzione”, la brutalità dei bassij. Ma dietro le milizie armate esiste anche il “Vevak”, i servizi segreti interni. Essi dipendono dal cosiddetto “Ministero dell’Informazione”, con un personale stimato sui 20 mila agenti. Questo strumento è a disposizione del presidente e della guida suprema Alì Khamenei, in altre parole alla “linea dura” del regime. Un tempo, quando Rafsanjani era presidente, egli aveva usato il Vevak per una politica di “terrorismo di Stato” a grande livello, minacciando e alcune volte uccidendo opponenti iraniani anche in paesi occidentali. Yves Bonnet, ex direttore della DST (servizi anti-spionaggio francesi), parla di 33 mila esecuzioni commesse in due mesi nel 1988 su ordine di Khomeiny, e ricorda che in alcuni Stati, come il Canada, il Vevak è considerato una “organizzazione terrorista”[1].
Oggi, il Vevak continua a disporre di proprie prigioni e commina direttamente tortura e decapitazioni. Il Vevak lascia la strada al controllo di Pasdaran e ai Bassij; i suoi ambiti sono invece lo spionaggio degli iraniani e la propaganda. Entrambi sono molto usati in questi tempi per bloccare il movimento riformista e democratico.
In questi giorni si è diffusa la notizia che Nokia e Siemens, due compagnie europee che producono telefoni cellulari e le commercializzano in Iran (soprattutto Nokia), avrebbero venduto alle autorità iraniane sofisticate tecnologie di sorveglianza. La diffusione di quest’informazione ha provocato un boicottaggio dei prodotti Nokia in Iran. Negli anni passati, alcuni appelli al boicottaggio di firme “anti-islamiche” e “sioniste” erano stati provocati o sostenuti da compagnie straniere concorrente. Ma questa volta si tratta di un’operazione di propaganda molto utile al Vevak. Nella presente crisi economica, quanti iraniani possono comprare un altro telefonino? Preferiranno piuttosto astenersi dall’uso e non invieranno messaggi troppo pericolosi.
Ciò non significa che la notizia è falsa. Da anni, a Teheran, nelle riunioni “sensibili” di alto livello - commerciale, giornalistico o politico - è uso lasciare il telefonino all’ingresso o in una stanza separata. Si sa infatti che il Vevak potrebbe usare qualsiasi telefonino in “standby” come microfono. Questo è però spionaggio ad alto livello. Ma per attuare pratiche contro quasi tutti i cittadini serve la sorveglianza degli sms: a Teheran, chi non ha mai ricevuto e inoltrato una barzelletta contro il clero o contro Ahmadinejad? La paura di essere accusati provoca l’autocensura da parte di molti. Misure come il blocco delle comunicazioni - altro mezzo tecnico usato dal Vevak durante questo periodo critico - serve a indebolire l’opposizione, ma anche ad accreditare l’idea di uno Stato onnipresente, onnipotente.
Per manipolare l’opinione, il Vevak usa anche altri strumenti. Crea istituzioni di carità ad es. per le vittime in Irak o in Libano, mettendo in luce la bontà dell’Iran e la malvagità dell’Occidente[2]. Un mezzo speciale per manipolare l’opinione pubblica è l’invito di personalità occidentali in viaggi organizzati dal Vevak: le belle cose sull’Iran che diranno poi su Cnn o sulla Bbc serviranno non tanto a convincere l’Occidente ad adottare un regime di “Repubblica islamica”, ma piuttosto a convincere i moltissimi uditori iraniani che in fondo, nel loro Paese non va così male.
In 30 anni d’esistenza, il regime iraniano ha imparato a mantenere il potere. Il Vevak gioca lo stesso ruolo che aveva la brutale Savak nel regime dello Scià. Una delle spiegazioni della caduta del regime dei Pahlavi è proprio il passaggio di responsabili ed agenti Savak al campo khomeinista. Oggi, una tale “migrazione” sembra assai improbabile, anche se Rafsanjani ha ancora contatti e reti parallele costituite anni fa in questi servizi ormai affidati ai suoi avversari politici.
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[1] BONNET Y., Vevak, Au service des ayatollahs, Paris, (Timée-Editions) 2009, 454 pagg.
[2] I cosiddetti danni collaterali nelle guerre in Iraq e in Afghanistan, o i discorsi provocatori di Bush Jr. o di Sharon sono stati utilissimi per demotivare l’opposizione in Iran.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15813&size=A
L'industria fotovoltaica e la lezione della Sassonia
Dalla Sassonia, lander con soli 2,4 milioni di abitanti, proviene circa il 20% delle celle solari prodotte nel mondo e l’80% di quelle prodotte in Europa. Le ragioni del successo sono anche legate alla capacità degli amministratori locali che hanno creato le condizioni giuste per investimenti in infrastrutture, incentivi, ricerca. In sintesi, sono stati capaci di “fare sistema”.
La crescita della potenza fotovoltaica installata in Italia, che ha ormai oltrepassato i 500 MW (vedi Qualenergia.it), dimostra che il meccanismo di incentivazione funziona bene e che dovrà essere rivisitato con saggezza per garantire nel medio periodo installazioni dell’ordine di 1 GW/anno, coerenti con i valori del “position paper” del Governo inviato a Bruxelles, che parla di un potenziale di 8,5 GW al 2020.
A fronte di questo scenario, diventa prioritaria la creazione di una rete di industrie fotovoltaiche in grado di soddisfare non solo la domanda interna, ma anche di affacciarsi al mercato internazionale. Pensiamo solo alle grandi prospettive nella sponda sud del Mediterraneo. La domanda allora diventa: cosa stanno facendo il Governo e le Regioni per favorire l’insediamento di nuove industrie e per creare le condizioni in grado di attirare investimenti in questo strategico comparto?
Vediamo come si sono mossi all’estero e in particolare nello Stato della Sassonia-Anhalt che, alla recente Fiera Intersolar, tenutasi a Monaco di Baviera, ha ricevuto il premio come migliore Regione per l’insediamento di industrie solari. Definita la Solar Valley della Germania per l’incredibile concentrazione di imprese di questo settore, vi si trovano società che spaziano dalla produzione di silicio di grado solare alla realizzazione di celle a silicio cristallino, tellururo di cadmio, a silicio amorfo e micromorph, Cigs. Vi sono localizzate anche tre industrie che producono vetro per moduli solari. I risultati? Dalla Sassonia, lander con soli 2,4 milioni di abitanti, proviene circa il 20% delle celle solari prodotte nel mondo e l’80% di quelle prodotte in Europa. Nel 2008, le industrie solari hanno prodotto celle mono e multicristalline e moduli a film sottile per 574 MW. Un’attività che ha consentito di creare oltre 3.600 i posti di lavoro in aziende come Q-Cells, Sovello, Calyxo, Solibro, Sontor. L'area di Thalheim/Bitterfeld-Wolfen rappresenta quella a più alta densità tecnologica per la produzione di film sottile e si prepara a nuovi arrivi: 100 ettari sono stati infatti attrezzati per le espansioni.
Quali le ragioni di questo successo? Intanto, il protagonismo regionale è figlio della vigorosa politica nazionale che ha consentito di avviare il più importante mercato fotovoltaico al mondo, con 5,3 GW installati alla fine del 2008 e un fatturato annuo di 7 miliardi di euro. Fondamentale è il sistema degli incentivi gestito con accortezza anche nella fase della progressiva riduzione degli aiuti. Assolutamente importante, infine, il dato relativo agli investimenti nelle attività di ricerca, con 190 milioni € distribuiti nel solo 2008.
Ci sono poi le specificità locali della Sassonia. L’azione volta a rilanciare questa Regione dell’ex Germania dell’Est è riuscita ad attrarre investimenti per 9 miliardi € dal 1991 in tutte le filiere industriali consentendo la creazione di 36.000 nuovi posti di lavoro. Nel caso del solare sono disponibili incentivi che arrivano fino al 50% in conto capitale, sfruttando la classificazione come zona “Obiettivo 1”, analogamente ad alcune delle nostre Regioni del Sud. Conta anche il fatto che gli stipendi in Sassonia sono del 30% inferiori rispetto alla media della Germania (e dell’Italia). Decisivi, infine, i centri di ricerca e di formazione ad altissimo livello, come il Fraunhofer Center for silicon photovoltaics CSP che ha ricevuto finanziamenti regionali, statali e dall’Unione Europea per 60 milioni €.
Le autorità svolgono una continua azione di informazione sulle opportunità disponibili. Lo scorso 3 giugno, per fare un esempio, il Governatore dello Stato ha illustrato a una riunione a Berlino - con 220 investitori internazionali - i vantaggi offerti dalla Sassonia. Tra gli elementi messi in evidenza, ha citato l’assistenza all’iter autorizzativo dei nuovi insediamenti, che risulta così più rapido rispetto alla media tedesca.
Si è creato quindi un mix ottimale dal punto di vista delle infrastrutture, degli incentivi, della presenza di un’alta densità di centri di ricerca, della massa critica legata alla presenza di decine di aziende. Insomma, la Sassonia, come più in generale la Germania, è riuscita a “fare sistema”, creando condizioni molto allettanti per gli investitori.
In Italia sono diverse le Regioni che, in maniera più o meno esplicita, puntano a creare “poli solari” o “distretti delle rinnovabili”. Un’analisi approfondita delle caratteristiche che hanno portato al successo la “solar valley“ tedesca è quanto mai utile per identificare i punti di forza su cui fare leva per la riuscita di queste iniziative.
Gianni Silvestrini (direttore scientifico di QualEnergia)
Estratto da articolo che verrà pubblicato sul prossimo numero della rivista "Fotovoltaici"http://qualenergia.it/view.php?id=1006&contenuto=Articolo
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