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gennaio 28 2007

Un prete che disprezzo è don Luigi Verzè.
Ripesco dall’archivio e gli dedico, quale necrologio in vita, questo racconto.
Giovedì 2 dicembre 2004 si presentava a Milano l’ultimo libro di Don Verzè, “Pelle per pelle” (ed. Mondadori), che ne illustra le imprese.
Sono andato a curiosare, insieme all’amico Ric Farina.
La sede, il Palazzo dell’Ispi di via Clerici 5, è prestigiosa, come la platea. Non ne parliamo del panel dei relatori. Primissima scelta: Giovanni Bazoli di Intesa, Carlo Salvatori di Unicredit, Roberto Mazzotta della Popolare di Milano, l’imprenditrice Emma Marcegaglia e il magistrato Carlo Nordio.
Modera Ferruccio de Bortoli, il martire di via Solferino.
I convenevoli durano un’ora. Saluti, abbracci, congratulazioni reciproche. E pellicce, cappellini, dentiere all’ultima moda, abbronzature fuori stagione, giornalisti di quelli che vedi solo nelle occasioni importanti.
Finalmente Ferruccio prende la parola.
Il tono è ossequioso e solenne, da processo di beatificazione in vita. E se facessi l’avvocato del diavolo?
L’Augusto Vegliardo, in giacca cravatta e croce d’oro, siede in prima fila. Ha una premura per tutti. Alcuni lo chiamano “presidente”.
Verzè a Milano è qualcuno. Ha fondato il San Raffaele, è stato intimo di Craxi, è da decenni il boss della sanità lombarda. Alcuni lo venerano come un benefattore, altri lo stimano un buon manager, altri ancora lo considerano uno spregiudicato uomo di potere.
Spio i volti, orecchio brandelli di conversazione. Lo spettacolo inizia a chiudermi lo stomaco. Ma curiosità e masochismo mi inducono a resistere.
In sala ci sono pure due belle signore, visibilmente annoiate.
Dopo il primo intervento, di Bazoli, decido di intervenire, per farle divertire un po’.
Dalla mia postazione in terza fila mi alzo di scatto appena l’applauso scema, mi piazzo davanti alla cattedra dei relatori e dico, rivolto a De Bortoli:
“Chiedo scusa, avverto l’urgenza di porre una domanda a Don Verzè”.
De Bortoli rimane interdetto per qualche secondo, sembra non capire, guarda gli organizzatori e il Prete, balbetta qualcosa:
“Beh se sente l’urgenza, anche se non è previsto…”.
So di avere pochi secondi, non posso curarmi del cerimoniale. Mi giro verso il Santo e dico, guardandolo negli occhi:
“Don Verzè, lei il 3 maggio scorso ha detto che ‘Berlusconi è un dono di Dio al nostro Paese’. Conferma questa affermazione? Non le sembra che sia blasfema e anche offensiva verso i cittadini italiani? Il nome di Dio non va nominato invano. E in una democrazia l’autorità non proviene da Dio. Se la sente di chiedermi scusa, come cristiano e come cittadino italiano?”.
Lui rimane di pietra, non proferisce sillaba. Ci guardiamo per una manciata di lunghissimi secondi. Poi il Granduomo risolve la situazione con un gesto. Solleva l’indice destro guardando Ferruccio il Cerimoniere, che subito si riprende, come caricato a molla: “Bene, il signore ha fatto la sua domanda, ora riprendiamo gli interventi”.
In sala nessuno fiata, tranne due, seduti vicino a me. Uno mi sembra di riconoscerlo: è l’ex direttore della Padania Gigi Moncalvo. Dice: “Non sei polemico, sei un cafone”. Ha un amico alla sua destra, che gli sussurra qualcosa. Anche loro forse mi conoscono già.
Poi i tizi si rivolgono a Ric Farina: “Ehi bimbo non ci devi riprendere, hai capito?”. Lo strattonano per un braccio. Dico al gentiluomo: “Bambino lo dica al suo figliolo”. E Moncalvo: “Zitto tu!”.
Dopo mezz’ora gli squilla un volgarissimo telefonino. “Ma spegniamoli questi cellulari!”, gli urlo. Stavolta è Moncalvo a non fiatare.
Gli interventi si susseguono, avvincenti come una messa cantata da frati svogliati. Ne esce il profilo di un nuovo San Carlo Borromeo.
La mente mi corre al mio Lago Maggiore. E se gli erigono una statua di 24 metri pure a lui? Scaccio il pensiero e mi concentro sul discorso di un altro Carlo: Nordio. So che da lui, commensale di Previti e riscrittore del codice penale, mi posso aspettare grandi cose.
Insiste sul concetto di “umiltà, necessaria per chi fa il magistrato”. Racconta la sofferenza del giudicare. Allude agli eccessi di questi anni. Poi propone a Don Verzè: “Per i magistrati è necessaria una formazione umanistica e di filosofia del diritto. Mi chiedo: perché non istituire dei corsi ad hoc proprio presso l’Università del San Raffaele?”. Don Luigi scribacchia un appunto.
Le nuove Boccassini, riformate da Castelli, andranno a scuola di umiltà da Cacciari e Don Verzè?
Anche Giorgio Gandola, il cronista del Giornale che ha limato le memorie del Santo, prende la parola. Si apprende che il feeling è sbocciato in America Latina. Poi a Milano il biografo ha avuto accesso ai segretissimi Diari. Come Gelli e Andreotti, Verzè annota l’essenziale di ogni giorno.
Mi viene un attacco di vanità: annoterà anche la mia domandina questa sera?
Tocca infine a Lui. Ed è subito trascendenza.
Si alza grave, guarda la platea. La spilla riluce sotto i flash. “Sarò breve”, premette. E parla per tre quarti d’ora. Mi dico: questo è uno che tiene botta, avrà pensato a una battuta con la quale liquidarmi, mi risponderà e mi farà fare una pessima figura.
Previsione sbagliata, non mi risponde. Ho detto a un prete: “Sei blasfemo”. E quello non risponde. Se gli avessi detto: “Padre ho bisogno di aiuto”, mi avrebbe invitato a sedere accanto a lui? Questi Santi!
In compenso dice molte altre cose. Registro il suo intervento, per gustarmelo con calma, allusione per allusione.
Legge da un foglietto di appunti, si è annotato alcune parole chiave. Niente è casuale. Parla di “carisma del denaro”. Manifesta l’orgoglio delle opere. La stella polare è naturalmente il bene dei sofferenti.
Quanti aneddoti di serena confidenza coi potenti! Gratifica ogni relatore, senza rinunciare alle punzecchiature. Lui si butta giù, con sapiente ostentazione di umiltà.
Ricorda: “Da giovane mi son detto: o delinquente o santo. Non ci sono altre possibilità. Poi ho capito di essere soltanto il più umile servo di Dio”. Dice proprio così: il più umile. “Forse non andrò in Paradiso. Se anche andrò all’Inferno dirò a Dio (sembra avere proprio il filo diretto con l’Onnipotente!): permettimi di continuare ad amarti”. Amen.
A un certo punto parla di Di Pietro. “Ero un suo amico, gli ho consigliato di dimettersi. Anche se prima di entrare in politica avrebbe fatto meglio ad andare un anno in convento. Per fare politica occorre molta umiltà“. Ora sappiamo la verità: i dossier di Previti e soci non c’entrano, Tonino il Superbo si è dimesso per consiglio divino.
Poi cita l’Apologia di Socrate, un testo che anche Marcello Dell’Utri considera cosa sua. Quante Vittime della Malagiustizia in questi anni! Ma la cicuta, non la beve più nessuno?
E’ tempo di andare a cena. Si passa ai voti augurali, e poi chiude la messa un applausone affettuoso. Al termine gli urlo:
“Signor Verzè, perché non mi ha risposto? E’ questa la sua tolleranza cristiana? Una critica le appare un’insolenza vero? Lei ha fatto un’affermazione blasfema e fascista. Nessun potente è dono di Dio. Altrimenti torniamo a piazza Venezia! Dio ama gli uomini semplici e le menti libere. Perché non risponde, ipocrita, falso e giuda!”.
Attendo scomunica e querela.
Il gruppetto dei vip lascia la sala con una certa premura. Alcuni presenti inveiscono verso di me, ma timidamente; altri vorrebbero capire meglio, ma hanno l’aria di chi non ha molta voglia di indagare.
La signora seduta davanti a me sorride. Fortunatamente i due leghisti se ne sono già andati.
Ecco arrivarmi addosso due della Digos. Il solito rituale.
“Venga con noi per favore”.
“E perché dovrei?”.
Vogliono a tutti i costi identificarmi. Ma soltanto su mia richiesta mi fanno vedere il tesserino. In questo paese il singolo cittadino che dice la sua non è mai previsto dal cerimoniale e viene subito generalizzato.
“Lei non può rifiutarsi di declinare le sue generalità alla forza pubblica, ce l’ha un documento?”.
“Io non ho fatto nulla di male, rifiuto l’idea che in un paese libero chi esprime la propria opinione, esercitando un proprio diritto, debba essere identificato dalla polizia!”.
La scaramuccia dura un bel pezzo, la mia voce a questo punto è di tuono; la signora dell’ufficio stampa si mette le mani nei capelli; il deflusso dei vip è definitivamente rovinato. In lontananza mi sembra di udire un crepitio di calcinacci.
Mi impunto, mi portano via con la macchina della polizia. Mi accompagna Ric Farina, per solidarietà. E’ la mia prima volta.
Scopro che le gazzelle sono scomode, i sedili sono duri e bassi, non puoi aprire il finestrino; dopo pochi minuti mi prende una sensazione di soffocamento.
Ci portano in un commissariato del centro. Ci rimaniamo tre ore. Mi stanno intorno cinque o sei agenti, provano a convincermi in tutte le maniere. Per me è una questione di principio. Discutiamo a lungo. Sono più aperti al dialogo di don Verzè. In realtà sanno chi sono. Ne ho la conferma quando vedo apparire un agente in borghese che mi ha fatto altri scherzetti in passato. “Le altre volte eri più collaborativo”. “Ecco appunto: mi sono stancato di collaborare con te”. Minacciano di denunciarmi e di farmi passare una notte in stato di fermo. “Sai non è piacevole passare una notte con degli sconosciuti”. Mi sento in un telefilm sceneggiato da un mediocre. Non fa caldo ma c’è il ventilatore acceso. Iniziano a verbalizzare. “Ha un avvocato di fiducia?”.
A mezzanotte sblocca la situazione una telefonata. “Le passiamo un dirigente”. E’ un vecchio amico. “Piero che succede? Dai, dire chi sei alla polizia è un dovere, e in fondo anche assumersi la propria responsabilità è democrazia”. Sa benissimo che non è questo il punto, ma è tenuto a dirlo. “Ne riparliamo, intanto per rispetto della nostra amicizia darò ai tuoi colleghi la mia carta di identità. Ma vi prego: rifuggite da questo assurdo automatismo: la libertà di espressione è un bene essenziale per tutti”.
Torno a casa a piedi, fantasticando: che cosa avrebbe scritto Dante di tipi come Berlusconi e don Verzè? A quale contrappasso d’inferno li avrebbe condannati? http://www.pieroricca.org/
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