| ulivo velletri |
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“Piano con le parole, prego”di Luigi Castaldi (Malvino)
Hanno i pidocchi, sono sporchi, sono irrimediabilmente cariati da quella loro sub-cultura familistico-tribale di stampo clanico che li fa essere connaturalmente violenti, rapaci, apparentemente refrattari ad ogni integrazione. Solo apparentemente, però.
Avevo già pronto il pezzo per questa rubrica, ma ho preferito buttarlo nel cestino dopo aver letto “Piano con le parole, prego”, il primo degli editoriali di terza pagina de Il Foglio, domenica 18 maggio: “Non c’è un’ondata di pogrom, non ci sono rastrellamenti in atto, ci sono operazioni di polizia e misure che i politici si passano da un governo all’altro, BADI A COSA SCRIVE - Perciò: “Piano con le parole, prego. [...] Piano con il narcisismo ideologico, prego. È materiale pericoloso“. Ho raccolto l’intimazione e ho buttato nel cestino il mio pezzo: oggettivamente era materiale pericoloso, era “letteratura allucinata”, “letteratura apocalittica”. Un esercizietto retorico sugli illustri modelli (Rossana Rossanda e Piero Sansonetti) stigmatizzati da un altro articolo sullo stesso numero de Il Foglio? No, figurarsi, tutt’altro, quei due mi dànno l’orticaria. Il mio pezzo era costruito su un’antologia di brani molto allucinati e molto apocalittici, ma tratti per lo più da Libero, il Giornale e La Padania, e non più vecchi di due anni: narcisismo ideologico, pure quello. Oggi, Il Foglio scrive che è pericoloso usare parole come “lager, pogrom, rastrellamento“ e nei brani che avevo scelto erano parole fortemente evocate. Dobbiamo tenere i nervi saldi, e andar “piano con le parole”, ci vuol poco per essere accusati di essere comunisti, e cioè traditore della Patria, può bastare fare un collage di cosa brulicasse nel verminaio di questa nuova classe dirigente quando ancora l’avresti definita, SCURDAMMOCE ‘O PASSATO - Col plebiscito tutto cambia. Chi vince stabilisce le regole del gioco e gli mette pure il nome: si lavora in nome dell’ordine pubblico, si tutelano le “fasce deboli”, semmai c’è il fastidioso effetto collaterale di qualche effervescente volontarismo spontaneista - insomma, si brucia qualche baracca - ma questo centrodestra non è reazionario, non è populista, non è razzista. “Difendi il tuo simile, distruggi tutto il resto”? Frange estreme. E quella roba scritta su Libero e su La Padania? Nel cestino, parliamo d’altro, non voglio che il direttore de Il Foglio mi corchi co’ le mani il direttore di Giornalettismo se s’incrociano al Testaccio.
Parliamo d’altro. “Sbarcavano a Ellis Island, poveri, mal vestiti, spauriti e timidi, anche se pronti a tutto, e venivano apostrofati a uno a uno da un ispettore doganale che gli chiedeva: «What’s your name?». L’emigrante rispondeva: «Nunn’o caputo», e l’ispettore scriveva: «Nino Caputo. Next». Al prossimo (next), stessa domanda: «What’s your name?». [...] Il sopruso anagrafico non li impensieriva. Anche lì, anzi, trovavano una speranza. Era un ricominciare daccapo” [Robert T.Taylor, Americana, n. 7/8 - 1997]. UNA STORIA ITALIANA - Un giornale australiano li definisce “briganti e fannulloni“, ne parla come di un’”invasione di locuste“. Un giornale svizzero dice che seminano “terrore” e che s’impongono “misure forse difficili ma urgenti”. In America le cose non vanno meglio, anzi. C’è chi protesta “contro l’ingresso nel nostro Paese di persone i cui costumi e stili di vita abbassano gli standard di vita americani e il cui carattere, che appartiene a un ordine di intelligenza inferiore, rende impossibile conservare gli ideali più alti della moralità e della civiltà americana”; e il New York Times racconta: “Lo sporco che li circonda, l’odore di muffa delle loro abitazioni umide è per loro piacevole e fa la loro felicità, come fossero in un appartamento lussuoso”. Brutti ceffi, gli italiani, almeno a leggere la stampa internazionale di cento anni fa. Meritano d’essere trattati come li trattano: hanno i pidocchi, sono sporchi, sono irrimediabilmente cariati da quella loro sub-cultura familistico-tribale di stampo clanico che li fa essere connaturalmente violenti, rapaci, apparentemente refrattari ad ogni integrazione. Solo apparentemente, però, ed ecco, dunque, dove sta la superiorità del migrante italiano su quello rom: Nino Caputo - o come si chiama - dimentica tutto con molta facilità.http://www.giornalettismo.com/archives/677/piano-con-le-parole-prego/#more-677 |