ulivo velletri


febbraio 27 2006

La magistratura servile che vuole Berlusconi GIUSEPPE D´AVANZO da Repubblica - 27 febbraio 2006 Non occorre spendere troppe parole per raccontare la ragione del conflitto tra la magistratura e il berlusconismo. E´ in due frasette: chi deve giudicare; che cosa si deve giudicare. Il premier fa tanto rumore, grida, strepita, protesta ma, in soldoni, la sua manovra prevede soltanto due approdi: chi deve giudicare ha da rispettare le volontà del potere politico, esserne condizionato se non addirittura diventarne braccio burocratico (ecco che cos´è la riforma dell´ordinamento giudiziario). La magistratura che vuole il premier Che cosa si deve giudicare è poi opzione nella sola disponibilità di chi siede al governo del Paese. La corruzione si può giudicare? Le combine finanziarie possono essere punite? I legacci della mafia con la politica possono essere sciolti? Lo deciderà il consiglio dei ministri attraverso le gerarchie togate. Sono idee improprie e indecenti – bestemmie – per una Costituzione che prevede la separazione dei poteri. Il Cavaliere deve nasconderle, occultarle. Per questo strepita, accusa, minaccia, svillaneggia le toghe (lo ha fatto, tornerà a farlo). I passi del Cavaliere muovono sempre verso un´unica direzione: annichilire la realtà a vantaggio di una contrapposizione ideologica artificiosa. Il Bene contro il Male. La libertà contro il comunismo. "Noi" e "loro". E chi può avere, nel suo senso comune, simpatia per una toga nera? Se dovesse capitare di doverla incontrare, una toga nera, è certo che sei in un guaio. Se indagato, devi dar conto dei tuoi comportamenti. Se sei vittima di un reato, hai già ricevuto un danno e ti chiedi – ammesso che il danno possa essere riparato – se lo Stato ce la farà mai a risarcirti (e il risarcimento ti sembrerà, sempre e comunque, approssimativo e parziale). Berlusconi irresponsabilmente lavora nel fondo psichico collettivo di questa diffidenza quando alza la voce contro la magistratura. Con tre utilità (politiche e personali) immediate. Cela l´uso privato che ha fatto del Parlamento e del governo. Appesantisce il timore "naturale" per lo Stato rappresentato dalla magistratura. Maschera, schiamazzando, il suo clamoroso fallimento "riformatore", il catastrofico danneggiamento della macchina della giustizia. Una rovina che paghiamo e pagheremo tutti perché, al sodo, la giustizia non è altro che «a ciascuno il suo». Non è altro che «l´incessante sforzo di attribuire a ciascuno il suo diritto» (come recita la prima frase del Corpus iuris civilis). Oggi, rispetto a cinque anni fa, i diritti di ciascuno sono più o meno garantiti? A quel «a ciascuno il suo» – promessa di una giustizia giusta – si può guardare con fiducia o con sospetto? Sono queste le domande che il premier non vuole affrontare. E´ questa la "concretezza" con cui Berlusconi non vuole fare i conti confondendo, nel frastuono ideologico e piagnone, una realtà che può affiorare soltanto se cala il rumore, come è avvenuto nei tre giorni del XXVIII congresso dell´Associazione nazionale magistrati. Spento il chiasso alimentato dal Cavaliere e dai suoi corifei addetti all´aggressione delle toghe (tra i quali va annotata la new entry di Pierferdinando Casini), la bancarotta della giustizia italiana offre i suoi numeri neri. Cinque anni fa, Berlusconi promette, «in tempi brevissimi», grandi riforme in nome dell´efficienza, delle garanzie, della responsabilità e professionalità dei magistrati, della legalità, della sicurezza, della certezza della pena. Il vasto programma prevede la riformulazione dei quattro codici fondamentali: codice civile, codice di procedura civile, codice penale, codice di procedura penale. Nulla da fare. La riforma del diritto societario è una riformicchia che anche il centrodestra si prepara a correggere vergognandosene. Nulla da fare anche per la riforma del diritto fallimentare. Archiviata per un´altra stagione la riforma del diritto minorile. I processi saranno più rapidi, giura il governo. Il risultato è la distruzione del processo civile. Se si ipotizza un giudizio di due gradi di merito (tribunale e appello) e un giudizio di legittimità, il processo civile ha oggi una durata media di 3.041 giorni. Oltre otto anni. Il processo penale è un ferro vecchio, inservibile. Un arnese o inconcludente o crudele. Quando non viene "fulminato" dalla prescrizione, arriva in porto in 82 mesi offrendo o una pena che appare una tardiva vendetta dello Stato oppure una assoluzione che non ripaga – chi l´ha subito – dei danni esistenziali ed economici. Il processo penale è rimasto così quel che era: un ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta la responsabilità, non punisce. Con l´aggravante che, con i formalismi introdotti dalle riforme di Berlusconi, è oggi un processo diseguale che avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti e danna all´inferno i poveri cristi. In questo deserto "riformatore" che premia soltanto il più forte, brillano soltanto le leggi che hanno favorito il "più forte di tutti": depenalizzazione del falso in bilancio; rogatorie; legge Cirami: lodo Schifani; legge Cirielli. Una per ogni anno di legislatura, approvate dal Parlamento in tempi da primato (dai tre ai quattro mesi) e sempre in sovrapposizione alle urgenze processuali di Berlusconi e dei suoi amici. I benefici effetti per il Cavaliere si traducono in una iettatura per il sistema, per chi deve farlo funzionare, per chi deve fruirne e vedere riconosciuto un suo diritto perché leggi "criminogene" producono più crimini, più criminali, più impunità. La Cirielli che regola i tempi della prescrizione, per dirne una, già mostra di dare un colpo definitivo al «debito pubblico giudiziario», come piace dire all´imperito ministro di Giustizia. Le prescrizioni erano 98mila nel 2001, sono diventate 200mila nel 2005. Approvata la Cirielli, se ne sono aggiunte subito altre 35mila (stime ministeriali). Il peggio non finisce qui. Con la legge sull´inappellabilità, il collasso attende ora anche la Corte di Cassazione. E´ questo fallimento (il comitato esecutivo del consiglio d´Europa lo giudica «un vero pericolo per il rispetto dello stato di diritto in Italia») che Silvio Berlusconi nasconde come polvere sotto il tappeto. Chiede che «a ciascuno, il suo» diventi diritto diseguale, impunità per i forti e "guai ai vinti". Per spuntarla, ha bisogno di una magistratura conformista e servile. E, per essere rieletto, che non compaia mai, travolto dal molto fracasso, questo disgraziato stato delle cose. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

postato da ulivovelletri | 17:26 | commenti
Feed XML offerto da BlogItalia.it Technorati Profile