|
febbraio 28 2006
Kabul, la rivolta dei prigionieri talebani
Trattative in corso per scongiurare un blitz. I rivoltosi tengono in ostaggio 156 detenuti
L’esercito afgano circonda la prigione di Pol-i-Charki a Kabul, dove da sabato sera è in corso una rivolta di detenuti ex talebani che hanno preso il controllo della loro sezione e di quella femminile con un’azione costata loro 4 morti e 35 feriti. Il primo giorno di trattative si è concluso con il rilascio dei feriti più gravi che erano tenuti in ostaggio dai rivoltosi, consegnati al personale della ong italiana Emergency.
Trattative in corso: consegnati a Emergency 17 feriti. “I rivoltosi hanno acconsentito a rilasciare 17 feriti e di consegnarli alle cure del nostro personale medico”, dice da Kabul Marco Garatti, coordinatore medico di Emergency in Afghanistan. “Li trasportiamo al nostro ospedale di Kabul a bordo di due ambulanze e di un nostro autobus che abbiamo approntato apposta sostituendo i sedili con quindici materassi. La trattativa in corso ci fa ben sperare, anche se sicuramente non sarà una cosa rapida. Anche il dispiegamento delle forze militari qui fuori dalla prigione, oggi assai minore di ieri, indica che per ora non si pensa a un’azione di forza per riprendere il controllo dei due bracci occupati. Noi d i Emergency e tutte le altre organizzazioni umanitarie che lavorano qui a Pol-i-Charki ci opponiamo a un blitz: sarebbe una strage. Ieri sera e questa notte temevamo il peggio, ma poi sembra che questa mattina sia arrivato dal presidente Hamid Karzai l’ordine di aspettare e negoziare. Speriamo bene. Non sembra essere stata una rivolta organizzata, pianificata: i detenuti non avevano armi, il che significa che si è trattato di un’azione spontanea e improvvisata. A guidare la rivolta sono ovviamente i boss dei bracci, ma nessuno al momento può fare nomi perché nessuno è ancora entrato lì dentro dall’inizio della rivolta”.
I rivoltosi tengono in ostaggio 156 persone. “Dopo il rilascio dei 17 feriti ci sono ancora 156 detenuti ostaggio dei rivoltosi: 13 prigionieri feriti durante la rivolta nel braccio politico e le 70 detenute del braccio femminile assieme ai loro 73 bambini”, racconta al telefono dal carcere di Pol-i- Charki Rosanna Magoga, responsabile del progetto d’assistenza sanitaria ai detenuti dell’ong italiana Emergency.
“Nel braccio dei criminali comuni è tornata la calma: lì i prigionieri sono rientrati nelle celle. Invece la sezione politica e quella femminile sono ancora occupate dai prigionieri in rivolta. Oggi sono iniziate le trattative: i negoziatori sono alti esponenti religiosi e governativi afgani, che si coordinano con rappresentanti delle Onu e dell’Isaf venuti qui a Pol-i-Charki. Ancora non è chiaro quali siano le richieste dei detenuti in rivolta. Si sa solo che la scintilla è stata l’imposizione delle divise da parte della direzione del carcere, decisa dopo l’evasione il mese scorso di sette prigionieri che si erano mischiati tra i visitatori: sembra che le guardie abbiano usato la forza con i detenuti per imporre loro di indossare queste divise e che da qui sia iniziata la rivolta. Ma non è difficile immaginare che alla base della rivolta vi siano le dure condizioni di detenzione nel carcere, condizioni che noi che ci lavoriamo dentro conosciamo bene: celle sovraffollate, freddo e sporcizia, violenze e abusi sui prigionieri da parte delle guardie carcerarie”.
La lugubre e famigerata prigione di Pol-i-Charki. Il carcere di Pol-i-Charki – tristemente famoso all’epoca del regime comunista e di quello talebano per le torture e le esecuzioni sommarie degli oppositori che vi venivano rinchiusi – è una grande e tetra costruzione di cemento che sorge in un’area desertica alla periferia di Kabul. Il suo aspetto lugubre e decadente si addice perfettamente a questo luogo di orrori e sofferenze. I bracci del carcere sono percorsi da lunghi e grigi corridoi rischiarati di notte da fioche lampadine nude e di giorno dalla luce che entra tra le sbarre alle finestre che si aprono su un lato del corridoio. Sull’altro lato, una fila ininterrotta di celle a vista: delle gabbie di quattro metri quadri, ognuna con quattro prigionieri. In fondo a ogni corridoio c’è una latrina: una fetida buca nel pavimento di cemento, da cui esce un tanfo nauseabondo, che scarica senza tubature direttamente nel cortile del carcere. I prigionieri politici, circa 1.300, sono ex prigionieri di guerra talebani, sia afgani che pachistani: sono detenuti illegalmente, poiché non è mai stata emessa a loro carico alcuna imputazione formale. Quasi tutti sono stati trasferiti qui nel maggio 2004 dall’inferno di Sheberghan, la scandalosa prigione del signore della guerra uzbeco Rashid Dostum, che lì rinchiuse in condizioni disumane i 3.500 supersiti dei 14 mila prigionieri catturati sui campi di battaglia di Mazar-i-Sharif e Kunduz: gli altri erano morti nei container, soffocati o falciati dai colpi di mitra sparati dalle milizie uzbeche contro le pareti dei cassoni quando i prigionieri urlavano per chiedere che venissero aperti dei buchi per l’aria./www.peacereporter.net
Enrico Piovesana
|
|