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maggio 23 2009
Avevo sempre creduto che le fissazioni da cristiano rinato di George W. Bush fossero pose. C'è stato un momento nella sua carriera in cui l'aver "visto una luce" - per dirla con John Belushi - era stato un utile ripiego per far passare prima in sordina e poi nell'oblio certe storiacce di alcol, droga e percosse alla moglie. Sono stato ingiusto con lui. Se anche ci sono state convenienze politiche nel promuovere la rinascita a nuova vita spirituale, in seguito il suo cuore è stato davvero toccato dalla grazia, e George W. Bush è diventato un fanatico sincero.
Doveva saperlo bene uno che aveva molta familiarità con lui, il suo segretario alla difesa Donald Rumsfeld, che ha usato i riferimenti biblici per manipolarlo ben bene.
Lo rivela la rivista GQ, che nell'ultimo numero pubblica un'articolo firmato Robert Draper che racconta alcuni dettagli interessanti sull'atmosfera che dominava alla Casa Bianca durante il primo mandato.
Nei rapporti che il Pentagono preparava per il presidente ai tempi dell'invasione dell'Iraq, apparivano noticine di particolare tenore tratte dalla Bibbia. Ad esempio, in un rapporto consegnato dieci giorni dopo l'inizio dell'invasione, accanto alla foto di un carro armato che avanza nel dserto, si legge una citazione dagli Efesini: "Indossate dunque l'armatura di Dio, così che quando il giorno del maligno arriverà, sarete capaci di mantenere il terreno, e di resistere avendo fatto ogni cosa". Da Isaia, accanto alla foto di militari USA in marcia, si legge: "Le loro frecce sono acuminate, i loro archi sono tesi: gli zoccoli dei loro cavalli mandano scintille, le ruote dei loro carri sembrano turbini".
Insomma, militarismo biblico. Sia le citazioni che le foto apparivano sulla copertina dei rapporti. A scegliere i brani dalle sacre scritture era un funzionario dell'intelligence militare, ma i documenti portavano tutti la firma di Rumsfeld.
Si dice che un analista del pentagono di religione musulmana fosse profondamente offeso da quelle note. Altri sostengono che se le foto fossero filtrate all'esterno, proprio mentre era in corso una guerra contro una nazione islamica, sarebbe stata un'altra Abu Ghraib.http://achtungbanditen.splinder.com/
maggio 11 2009
L'ombra di Dick Cheney sull'omicidio Hariri
di Simone Santini - da Clarissa.it
Il 14 febbraio del 2005, il miliardario ed ex primo ministro libanese Rafic Hariri veniva ucciso a Beirut da una autobomba ad altissimo potenziale e con sofisticate componenti elettroniche in grado di eludere le contromisure anti-attentato di cui era dotata la scorta di Hariri. Apparve subito chiaro che dietro l'atto terroristico doveva nascondersi l'attività dei servizi segreti di qualche paese, unici in grado di concepire e portare a termine un complotto con quel grado di difficoltà e raffinatezza.
Il dito fu puntato contro la Siria che occupava militarmente il Paese dei Cedri e sotto il cui protettorato vigeva una fragile tregua tra le varie fazioni che hanno insanguinato il martoriato paese negli ultimi decenni. L'Onu decideva l'istituzione di un Tribunale speciale per il Libano col compito prioritario di appurare le responsabilità dell'omicidio Hariri. Il primo responsabile della commissione d'inchiesta del Tribunale, il tedesco Detlev Mehlis, sostenne di avere prove e testimonianze del coinvolgimento della Siria nell'attentato ed ordinava nell'agosto del 2005 l'arresto dei vertici delle forze armate libanesi, compromesse con Damasco.
Sotto la spinta della comunità internazionale occidentale e dei partiti libanesi anti-siriani (di cui Hariri era uno dei massimi esponenti) la Siria, benché reclamasse la propria totale estraneità, decise di ritirare le sue truppe. Da quel momento il Libano ha rischiato più volte di sprofondare nel caos della guerra civile, ed Hezbollah, partito sciita e filo-iraniano che governa de facto la parte meridionale, ha affrontato e respinto l'invasione di Israele nell'estate del 2006.
Fin da subito molti analisti rilevarono che Damasco non avrebbe avuto nessun vantaggio strategico dall'omicidio di Hariri, e che, al contrario, ne aveva subito le maggiori conseguenze. L'impianto accusatorio di Mehlis non resse alle successive verifiche. Le prove si rivelarono infatti inconsistenti ed alcuni testimoni chiave risultarono del tutto inattendibili. Lo scorso 29 aprile il colpo di scena.
Il giudice Daniel Bellemare del Tribunale dell'Onu, che aveva nel frattempo sostituito Detlev Mehlis, ha chiesto la scarcerazione dei generali libanesi arrestati nel 2005 e finora incarcerati senza alcuna garanzia di difesa e contro cui le accuse erano ormai decadute.
Mustafa Hamdane, ex capo della guardia presidenziale, Jamil Sayed, direttore generale della sicurezza, Ali Haji, capo delle forze di sicurezza interna, e Raymond Azar, capo dei servizi segreti militari, sono stati rimessi in libertà. Con questo atto il Tribunale ha di fatto chiuso la pista siriana per l'omicidio Hariri.
A chi attribuire, dunque, le responsabilità dell'attentato?
Alcune rivelazioni giornalistiche aprono nuovi scenari. Recentemente il decano del giornalismo d'inchiesta americano, Seymour Hersh, ha denunciato l'esistenza di un gruppo operativo attivo durante l'Amministrazione Bush e sotto il controllo diretto del vice-presidente Dick Cheney, del consigliere del presidente Karl Rove, e del responsabile per la sicurezza nazionale Eliott Abrams. Tale gruppo, composto da reparti di elite per le operazioni speciali sotto copertura, sarebbe stato utilizzato come un autentico "squadrone della morte" per l'eliminazione di personalità politiche scomode in varie parti del mondo. Le rivelazioni di Hersh hanno spinto il deputato democratico e già candidato alla presidenza, Dennis Kuchinich, a chiedere al Congresso americano l'apertura di una inchiesta.
Sulla base di tali rivelazioni, un altro giornalista investigativo, Wayne Madsen, noto per i suoi agganci nei servizi informativi americani, durante una intervista al canale televisivo Russia Today ha rivelato di aver raccolto presso numerose fonti la conferma dell'esistenza della struttura segreta e dei suoi collegamenti con una analoga struttura israeliana. Secondo Madsen la squadra controllata da Cheney sarebbe implicata nell'omicidio Hariri e, anzi, l'ordine sarebbe partito proprio dal vice-presidente.
In passato altri autorevoli giornalisti avevano parlato dell'esistenza di una tale struttura. Bob Wodward (noto per aver scoperto lo scandalo Watergate) ne aveva scritto sul Washington Post fin dal 2002, mentre più recentemente il New York Times ha riportato la notizia dell'esistenza di un "Comando congiunto di operazioni speciali" privo del controllo del ministero della Difesa, dei vertici delle Forze armate, e senza supervisione del Congresso, ma che faceva capo direttamente a Cheney.
Secondo Hersh nulla di nuovo sotto il sole. Negli anni '80, con l'Amministrazione Reagan-Bush, Cheney (allora funzionario della Sicurezza Nazionale) ed Eliott Abrams (quando era responsabile del Dipartimento di Stato per l'America Latina) avevano già lavorato insieme nell'organizzazione Iran-Contras-connection e nella creazione degli "squadroni della morte" attivi in America centrale con compiti anti-insurrezionali.
gennaio 18 2009
La dura legge dell’audience
Mentre George W.Bush si congeda dagli americani con un Economic Report of the President psichedelicamente ottimista e basato sull’assunzione voodoo di una ripresa tanto più vibrante quanto più profonda la recessione (per i dettagli, citofonare Tokyo), un sondaggio telefonico condotto dal New York Times sul tasso di approvazione della presidenza di GWB segna nuovi record negativi: solo il 22 per cento degli intervistati approva i risultati conseguiti negli otto anni di mandato. Ronald Reagan e Bill Clinton lasciarono l’incarico con un approval rate del 68 per cento, Bush padre al 54 per cento ed il “disastroso” Jimmy Carter con il 44 per cento. Il 77 per cento del campione disapprova la gestione dell’economia da parte di GWB, ed il 71 per cento dà un giudizio negativo sulla operazione irachena.
Le cose vanno meglio (si fa per dire) nell’azione antiterrorismo, con i favorevoli al 47 per cento, ed un quasi-plebiscito tra i repubblicani. Anche il vice di GWB, Dick Cheney, pare godere di grande successo presso l’opinione pubblica, con uno storico 13 per cento di approvazione. La storia riabiliterà entrambi? E come? Per il momento i due si godono le agiografiche lodi del nostro tuttologo di riferimento, strenuamente impegnato nella riparazione del proprio lutto, e che quotidianamente ci conferma l’assoluta, necessaria e necessitata continuità dell’azione di Obama con quella del suo predecessore, inferendola da dettagli come le manifestazioni spontanee di Tehran oppure (più decisivamente) dal fatto che il sole continui a sorgere ad est, esattamente come durante gli otto anni di Bush alla Casa Bianca.http://phastidio.net/2009/01/17/la-dura-legge-dellaudience/#more-2504
gennaio 15 2009
| USA: DA GUANTANAMO A SPIE, OBAMA PRONTO A RAFFICA ORDINI |
di Marco Bardazzi
WASHINGTON - Una raffica di firme per segnalare una svolta e denunciare quello che la nuova leadership politica di Washington giudica un abuso di potere esecutivo compiuto da George W.Bush negli ultimi anni. E' il gesto con cui Barack Obama intende aprire la propria presidenza, annunciando un pacchetto di ordini esecutivi che dichiarino chiusa l'era di Guantanamo, delle intercettazioni antiterrorismo e delle pratiche controverse di interrogatorio. L'ex professore di diritto costituzionale Obama intende mandare soprattutto un messaggio all'America e al mondo: a suo avviso, Bush e il suo vice Dick Cheney dopo l'11 settembre 2001 hanno abusato dei loro poteri costituzionali ed è ora che gli eccessi della 'guerra al terrorismo' vengano neutralizzati. Per farlo, indicano indiscrezioni che trapelano dallo staff di Obama, il nuovo presidente ricorrerà all'arma degli ordini esecutivi, la stessa usata da Bush per creare l'apparato anti terrorismo. Da mesi i suoi consiglieri legali studiano i provvedimenti dell'attuale amministrazione, per stabilire come e quando annullarli. Nello stesso tempo la nuova squadra cerca di non legare troppo le mani al presidente: nello scenario post-11 settembre, probabilmente neppure la Casa Bianca di Obama rinuncerà a strumenti eccezionali per la lotta al terrorismo. La data di inizio della fine di Guantanamo dovrebbe essere il 21 gennaio prossimo, il primo giorno pieno di lavoro di Obama nello Studio Ovale. Ma tra la firma sull'ordine di chiusura della prigione militare a Cuba, e il momento in cui le celle saranno davvero deserte, passerà molto tempo. Forse un anno, prevede sul New York Times Sarah Mendelson, autrice di un rapporto su come chiudere Guantanamo realizzato dal 'Center for strategic and international studies' (CSIS). Passare al setaccio uno per uno i casi dei 248 detenuti ancora sull'isola, trovare paesi disponibili a ospitare quelli ritenuti non più pericolosi, trasferire il 'nucleo duro' di Al Qaida in una base militare negli Usa e soprattutto inventare una nuova procedura per incriminarli e processarli, non sarà semplice. Neppure i democratici che controllano il Congresso da due anni, pur opponendosi all'esistenza di Guantanamo, sono riusciti a mettere a punto disegni di legge che indichino come processare di fronte a tribunali ordinari presunti terroristi catturati dai militari, dalla Cia e da servizi d'intelligence stranieri in modo poco ortodosso. O come far entrare nei processi fonti di prova ottenute in prigioni segrete, talvolta ricorrendo a pratiche di interrogatorio come il 'waterboarding', da più parti ritenute forme di tortura. Il rebus giudiziario ha spinto lo stesso Obama a un passo di cautela, avvertendo in un'intervista che sarà "una sfida" chiudere Guantanamo nei primi 100 giorni della presidenza: "E' più difficile di quanto molta gente pensi", ha affermato, aggiungendo che in ogni caso la prigione sarà comunque chiusa. Ma le aspettative create da Obama in campagna elettorale ora rischiano di creare scontento tra i sostenitori. Una coalizione di organizzazioni per i diritti umani, nella quale spiccano Amnesty International, Human Rights Watch e il Center for Constitutional Rights, si sono date appuntamento domani a Washington per presentare a Obama una lista di decisioni da prendere nei primi 100 giorni "per mettere fine alla presidenza imperiale" di Bush. La nuova amministrazione agirà in questa direzione con la firma di alcuni importanti ordini esecutivi, secondo quanto ha rivelato a The Politico il senatore democratico Russ Feingold, dopo colloqui con il team di Obama. Oltre a Guantanamo, saranno presi di mira il programma di intercettazioni segrete anti terrorismo, le pratiche di interrogatorio utilizzate negli ultimi anni, e iniziative come la 'rendition' di sospetti terroristi da parte di paesi stranieri. Obama ha già indicato chiaramente in che direzione vuol andare scegliendo una critica delle scelte di Bush, Dawn Johnsen, per dirigere l'Office of Legal Counsel, la sezione del ministero della Giustizia che sforna i pareri legali per le scelte della Casa Bianca. L'attesa per le decisioni di Obama è intanto forte anche nella stessa base di Guantanamo, dove c'é incertezza sui processi di fronte alle commissioni militari (l'iter dovrebbe riprendere il 26 gennaio), e dove una quarantina di detenuti stanno conducendo uno sciopero della fame di protesta per le loro condizioni. E il Pentagono nel frattempo ha lanciato un allarme: il numero degli ex detenuti tornati a combattere dopo la scarcerazione da Guantanamo è cresciuto dal 7 all'11% del totale ed è ora di 61.
marco.bardazzi@ansa.it |
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/approfondimenti/visualizza_new.html_851085904.html
gennaio 14 2009
Ida Dominijanni - Bilancio di una delle peggiori presidenze della storia degli U.S.A.
Giunto per fortuna degli Stati uniti, nostra e di tutto il mondo all’ultimo atto della sua rovinosa presidenza, George W. Bush riesce ancora una volta a non deluderci con la sua beata incoscienza, o falsa coscienza.
Lui sì che è deluso: proprio così, «deluso» dal mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Iraq, neanche fosse un bambino che giocava alla caccia al tesoro e non è arrivato al traguardo.
Errori? No, semplicemente qualche volta «le cose non sono andate come pianificato»; ma lui ha fatto sempre quello che gli sembrava giusto fare e tanto basta, la buona fede è quella che conta. Era in buona fede anche quando s’è inventato il campo di Guantanamo?
Certo che sì, in mala fede sono quei paesi che l’hanno contestato ma quand’è stato il momento si sono rifiutati di accollarsi qualche detenuto. Abu Ghraib? Non c’è problema, la tortura «non ha danneggiato la reputazione morale dell’America»: «la gente sa che America significa libertà», basta la parola. L’Europa, quella sì che è un problema, quella sì che ha una bassa reputazione morale: s’è permessa di dire che la guerra in Iraq era senza mandato, e si permette di sindacare sulle gerarchie mediorientali: «In certe parti d’Europa si può essere popolari addossando a Israele la responsabilità di ogni problema del Medio oriente, e si può diventare popolari partecipando al Tribunale criminale internazionale». Lui invece la popolarità facile la rifiuta: «Avrei potuto diventare più popolare accettando Kyoto. Ma sentivo che era un trattato ingiusto».
Il presidente ammette solo, bontà sua, di avere usato talvolta un linguaggio aggressivo: questione di toni; problema di carattere. Adesso promette che lascerà intera la scena a Obama e si occuperà solo di portare il caffé la mattina a Laura, e a noi non resta che da sperare che mantenga davvero la promessa.
Quanti sono i danni lasciati sul campo da otto anni di presidenza Bush?Due guerre, la riabilitazione della tortura e l’attivazione di Guantanamo, i diritti di libertà gravemente lesionati all’interno, una crisi finanziaria ed economica gravissima, la disoccupazione galoppante….fin qui siamo agli effetti misurabili. Ma quelli non misurabili? La devastazione della «reputazione morale dell’America» non sarebbe niente se non fosse accompagnata dalla devastazione del termine Occidente, diventato l’ascia di guerra per lo scontro di civiltà, del termine democrazia, diventato la bandiera delle spedizioni di conquista, del termine libertà, diventato sinonimo di mercato e imprenditorialità.
La lotta al terrorismo internazionale condotta in modo guerrafondaio e controproducente sarebbe reversibile, se non fosse che nel frattempo siamo diventati «terroristi» presunti in troppi, dai musulmani che manifestano per Hamas e a cui l’ineffabile Giovanardi, qua in Italia, vuole negare il permesso di soggiorno all’ex ministro degli esteri D’Alema che si permette di dire che con Hamas prima o poi bisognerà obtorto collo trattare se si vuole riaprire una possibilità d’esistenza alle forze arabe moderate anti-Hamas.
La paranoia securitaria sarebbe un trauma elaborabile degli Stati uniti post-11 settembre se non fosse diventata ideologia e tecnica di governo planetaria e cemento della disgregazione sociale. Non per caso è questo l’unico testimone che Bush tenta di passare a Obama: «la più grave minaccia che il nuovo presidente dovrà affrontare sarà il rischio sempre esistente di un attacco terrorista contro il territorio americano». Tradotto: lasci stare la speranza e continui a governare con la paura. Un’eredità mortifera, una tazzina di caffé avvelenata che speriamo che Obama rifiuti di bere.
http://www.ilmanifesto.it/
gennaio 11 2009
Occupazione presidenziale
George W.Bush è entrato in carica a gennaio 2001, in coincidenza con l’inizio di una recessione, e tra pochi giorni uscirà di scena nel mezzo di un’altra crisi, più profonda e protratta, per un totale di 22 mesi di recessione su 96 di presidenza. Durante questi otto anni la creazione di occupazione è stata del tutto insoddisfacente, e pari a tre milioni di nuovi impieghi netti. Una frazione dei 23 milioni di posti in più creati durante gli otto anni della presidenza di Bill Clinton, e solo leggermente meglio di quanto fatto da George Bush senior, che durante il suo unico mandato è incappato in una recessione terminata pressoché contestualmente all’inizio della presidenza Clinton.
Il Wall Street Journal ha elaborato le statistiche sull’occupazione prodotte dal Dipartimento del Lavoro dal 1939. I conteggi sono basati sul totale degli occupati tra l’inizio del mese di insediamento di un presidente e l’ultimo mese di dicembre trascorso in carica. Interessante la possibilità di confrontare la crescita degli occupati con quella della popolazione nel periodo. Dal confronto di queste due serie si apprende che, durante i mandati dei due Bush, la creazione percentuale netta di occupazione è stata inferiore alla crescita della popolazione, e che la presidenza di Jimmy Carter non è stata così disastrosa in termini di job creation, in valore assoluto e soprattutto in termini di aumento del tasso di attività della popolazione. In caso fosse sfuggito, queste non sono opinioni.
La tabella originale consente di compiere ordinamenti per colonne, lo screenshot qui sotto è in ordine decrescente per espansione dei payrolls. Cliccare per ingrandire.

http://phastidio.net/2009/01/10/occupazione-presidenziale/#more-2458
Giancarlo Elia Valori, non e' un tipo 'comodo'. Abituato a parlare fuori dei denti, i suoi interventi hanno spesso suscitato polemiche anche se i suoi oppositori gli riconoscono grande esperienza e conoscenza soprattutto dei problemi del Medio Oriente.
Ospitiamo volentieri questa intervista che costituisce un interessante canovaccio per chi dovra' suggerire al Presidente eletto Barack Obama soluzioni adeguate per risolvere la crisi in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente.
E, piaccia oppure no, il parere di Giancarlo Elia Valori, viene seguito con attenzione a Washington.
Suggeriamo al Lettore di andare su Internet per leggere il 'bio' di Valori.
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Intervista sulla politica estera USA
Mentre Barack Obama ascende alla Presidenza USA, gli Stati Uniti teorizzano, per mezzo dei loro più influenti think tanks, la “età della non polarità”, il momento del sostanziale abbandono da parte degli Stati Uniti del loro ruolo di superpotenza globale. Come vede questa situazione iniziale?
Barack Obama e il suo, vice-presidente Joe Biden, che suppongo svolgerà un forte ruolo nella futura amministrazione USA, vogliono con ogni evidenza liberarsi dell’Iraq, che continua a consumare l’attenzione americana in Medio Oriente e nel Golfo Persico, favorendo la stabilizzazione del governo di Al Maliki e l’autonomia energetica di Baghdad. Immagino che Obama abbia netta la percezione della presenza dell’Iran nel quadrante iracheno, e il rilievo cruciale che ha la congiunzione territoriale e strategica che l’Iraq ha con l’Afghanistan e quindi con l’Asia Centrale. La Federazione Russa ha securizzato le sue linee sostenendo il riarmo nucleare iraniano, mentre alcune forze interne al regime di Teheran potrebbero accettare un accordo con gli USA che stabilizzasse l’Iran come potenza nucleare in cambio di una presenza di Teheran come risolutore delle tensioni afgane e come elemento di stabilizzazione del regime di Kabul. Un progetto peraltro già attivato nel quadro della Shangai Cooperation Organization. Barack Obama, Joe Biden e Ms. Clinton potrebbero riattivare il progetto GUAM (Georgia Ucraina Azerbaigian e Moldavia) per integrare gli interessi iraniani nel sistema centrale asiatico. Il Pakistan, con la tensione agli estremi ai confini con l’India contigui all’Afghanistan, non potrà estendere al massimo il suo “braccio” strategico verso il territorio afgano, e questo permetterà il massimo di estensione del sistema iraniano-saudita-americano verso Kabul. Per l’Unione Europea, Obama vuole soprattutto un forte legame NATO con gli Europei per risolvere, il prima possibile, il dramma afgano. Il contemporaneo sostegno all’ulteriore allargamento dell’UE avrà effetti negativi sui maggiori partners europei degli USA, mentre l’interesse primario USA per l’entrata della Turchia nell’UE potrà causare tensioni con la Francia e con la Chiesa Cattolica. Obama cercherà in ogni caso una mediazione “forte” dell’UE per gestire la questione iraniana, ma questo implica che gli Stati UE abbiano le stesse idee su Teheran, il che, talvolta, non ci pare accadere. Gli altri aspetti del programma europeo di Barack e di Joe Biden riguardano il disarmo nei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia e la collaborazione per le global issues che stanno tanto a cuore ai think tanks USA: il riscaldamento globale, l’ecologia, la prevenzione dei conflitti. Non che queste cose non siano fondamentali, certo, ma c’è il pericolo della eterogenesi dei fini di cui parlava Giovanni Gentile, che abbiamo visto purtroppo all’opera in fasi passate della politica statunitense.
Lei non ha fatto cenno, se non per la querelle irachena, al Medio Oriente. Come cambierà la politica USA verso quel quadrante con la Presidenza Obama?
I documenti dell’allora candidato Obama sul Medio Oriente sono scarsi ma significativi: Obama sosterrà la politica di pace di Israele nei confronti dell’ANP e della soluzione due popoli-due stati, che era stata la chiave, non dimentichiamolo, della Presidenza di George W. Bush. Immagino che Obama, da Presidente USA, intenda stabilizzare il Medio Oriente rendendo democratico e federalista l’Iraq, ponendosi come potenza occidentale egemone negli Stati del Golfo, e portando la linea di intervento diretto degli USA verso il Golfo Persico e l’Asia Centrale, il che implica una regionalizzazione del Medio Oriente e una sua gestione fortemente multilaterale con l’EU e, in futuro, perfino con la Russia. Non sarebbe una cattiva idea, ma gli USA, a mio avviso, non dovrebbero sottovalutare le tensioni dell’Egitto e della Giordania. Né la vastità degli interessi sauditi nella regione. Il sostegno ad Israele non mancherà di certo da parte del Presidente Barack Obama, ma sempre in un quadro di politica multilaterale con l’UE. A questo, probabilmente, serve la sottolineatura che il ticket Obama-Biden ha fatto della situazione a Cipro e in Turchia. Direi che, oggi, Obama pensa ad una sorta di controllo remoto del Medio Oriente. Ma questo progetto non può non riaffermare lo storico legame tra gli USA e lo Stato Ebraico. Che e' essenziale per essere credibili con Teheran.
La Cina. Il “convitato di pietra” della politica estera e economica degli USA. Come si muoverà Barack Obama con Pechino?
Le dichiarazioni del team presidenziale sono state, diversamente da quello che è accaduto per i quadranti strategici africano e perfino mediorientale, molteplici e approfondite, per quanto riguarda la Cina. Questa sarà una presidenza delle strategie indirette, non della “globalizzazione della democrazia”, come quella di G.W. Bush. Anche la democrazia universale era, peraltro, una “strategia indiretta”, per stabilizzare i punti di crisi. Ma il terrorismo non è un’entità autonoma, è un processo politico complesso che ha strutture, organizzazioni, reti e media che vanno ben oltre il semplice atto di terrore, il jihad è un progetto politico globale che ha anch’esso un vasto arsenale di “strategie indirette”. C’è poi il problema che i terroristi e i loro amici, quando ci sono le elezioni, votano anche loro, ed i risultati di questa fretta elettorale si sono visti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il Presidente Obama, se posso formulare un modesto consiglio, dovrebbe aggiungere alla democratizzazione globale una serie di altre operazioni, sia militari che indirette, volte ad evitare che il processo di globalizzazione della democrazia occidentale si ritorca contro lo stesso occidente e destabilizzi ulteriormente strutture politiche che, invece, dovrebbero essere, machiavellicamente, “atterrate e vinte”. Joe Biden e Obama hanno sostenuto la necessità, in campagna elettorale, di un “candido dialogo” con la Cina, sostenendo gli alleati storici degli USA nella regione. Il problema è che la Cina possiede direttamente il 20,45% dei titoli di debito pubblico degli USA, e che ogni espansione prevista della spesa pubblica USA dovrà passare dal sistema finanziario cinese e dai suoi “fondi sovrani”, e quindi il salvataggio e la ristrutturazione della economia statunitense passano da un rafforzamento dei tratti bilaterali del sistema USA-Cina. Tanto maggiore il sostegno finanziario di Pechino, tanto minore l’autonomia USA in Asia, tanto maggiore la capacità degli USA di ridenominare i propri debiti e venderli alla UE, tanto maggiore sarà l’autonomia USA in campo globale, soprattutto in Asia e nel Pacifico, ma anche in Africa e, in futuro, in Medio Oriente. La capacità di cooptare la Cina in una politica di protezione ambientale globale, data la situazione infelice del regime di Pechino in campo ecologico, sarà determinante, e Obama lo ha scritto e detto. Ma, anche qui, tanto maggiore la disponibilità cinese a inserire “limiti allo sviluppo” nel suo turbocapitalismo trainato dall’export, tanto maggiori e lunghe nel tempo saranno le certezze che i dirigenti di Pechino desidereranno avere sui comportamenti economici, finanziari, strategici degli USA e dei suoi alleati europei. Gli altri aspetti della politica obamiana verso la Cina saranno quelli dei diritti umani e della cessazione delle politiche repressive di Pechino verso le sue minoranze e della amicizia cinese mostrata ai regimi corrotti e repressivi del Sud est asiatico e dell’area periferica della Cina. Non è impossibile che questo talvolta riesca, ma Pechino ha bisogno di un suo estero vicino amico e che permetta la sua rapida proiezione di potenza in tutto lo hearthland asiatico. Quindi, o si procede a una politica di inglobamento della Cina in alleanze regionali, come la Shangai Cooperation Organization, che diluiscano l’”egemonismo” occidentale in un quadro di stabilità multipolare, oppure la Cina continuerà a tradurre nella lingua di Mao Zedong e di Zhou Enlai la ferocia unificatrice di Qin Shi Huang, il primo imperatore han che chiuse la fase degli “Stati Combattenti” e abolì il feudalesimo nella Cina. Mao diceva che occorreva essere “mille volte più feroci di Qin Shi Huang”. Dubito che il Presidente Obama riuscirà a convincere Pechino, governata da comunisti, e quindi da lettori di Hobbes e Machiavelli, ad una politica dei “diritti umani” senza solide contropartite. La questione della politica di “una sola Cina”, che gli USA hanno tacitamente accettato “sui due bordi dello stretto di Taiwan”, senza riconoscere la sovranità della Cina comunista sulla Repubblica di Taiwan, senza peraltro riconoscere la sovranità di Taiwan sul suo territorio, potrebbe diventare il grimaldello attraverso il quale bloccare gli USA in Estremo Oriente. La questione, per Pechino, è solo di tempo e di forma, non di sostanza. Prima o poi, Taiwan sarà parte della Repubblica Popolare Cinese, e si tratta casomai di vedere come questa operazione sarà accettata dalla Federazione Russa, dall’India e, soprattutto, dal Giappone. Potrebbe essere parte di un big deal: noi cinesi diventiamo finanziatori della ripresa americana, voi ci lasciate mano libera nel Pacifico. E’ una delle vere poste in gioco, e sarà bene vedere se l’Europa, che ha subito finora i contraccolpi della crisi finanziaria USA, potrà porsi in collaborazione amichevole con gli USA per finanziare la ripresa economica americana, che sarà tanto più solida e sana tanto meno sarà legata ad un solo mercato di beni e di capitali che sarà capace di riattivare la locomotiva americana. Non lasciare soli gli USA, non lasciare sola la Cina. Potrebbe essere uno slogan utile sia per l’Italia che per l’UE.
E ora parliamo della Federazione Russa. Dopo la crisi in Georgia, le tensioni sulla complessa situazione mediorientale, lo shopping petrolifero e gaziero degli europei in Russia e in Asia Centrale, Mosca non è più la “potenza regionale” alla quale si potevano fare tutti i dispetti strategici possibili. Come vede la nuova politica di Barack Obama nei confronti di Mosca?
Gli analisti russi vedono la crisi USA come l’inizio della regionalizzazione della superpotenza americana. E’ la stessa prospettiva di lungo periodo che hanno gli analisti cinesi, probabilmente indiani, certamente iraniani. Gran parte della mediazione sui “punti caldi” delle questioni strategiche che riguardano gli USA verte sull’esatto timing in cui costringere una America indebolita a cedere su punti essenziali, sui quali si costruiranno le egemonie globali future. Ora, gli analisti russi hanno accolto con favore la elezione di Barack Obama in quanto egli collaborerà con la Federazione Russa per risolvere la crisi economica che attanaglia entrambi i Paesi, e soprattutto farà cessare la “guerra fredda”. Per i dirigenti russi, i tentativi di isolare Mosca in Kossovo, in Georgia e in Ucraina, e di ripetere la dislocazione dei missili strategici di nuova generazione e le reti di early warning in Polonia e Cechia sono state la dimostrazione definitiva che la guerra fredda non è mai cessata. Gli amici russi non hanno torto: la Russia e gli USA mantengono Triadi (missili nucleari strategici, sottomarini con armi atomiche, bombardieri strategici) per un totale di 2000 testate in stato di alta allerta, mentre la Cina l’India e il Pakistan stanno creando Triadi nucleari, mentre l’UE e la NATO hanno depotenziato il loro sistema nucleare strategico e espanso l’area della armi nucleari non strategiche, sia in Europa che altrove. Quindi, la Russia non più comunista di oggi vuole esattamente quello che voleva l’URSS all’epoca della guerra fredda: la denuclearizzazione dell’Europa. Il che è impossibile, certamente, e Mosca lo sa bene, ma l’idea dei decisori russi è quella di coinvolgere gli USA e la UE, e quindi la NATO, in un sistema multipolare di sicurezza che sia delineato sull’asse Nord-Sud, non sull’asse Est-Ovest. Mosca potrebbe offrire in cambio una pacificazione forte del Medio Oriente, l’apertura agli occidentali dell’area siberiana, la stabilizzazione del confronto con le piccole potenze regionali emergenti, una mano forte contro il jihad globale. Uno scambio ineguale, certamente, ma che potrebbe tornare ragionevole se gli USA intendessero davvero operare una recovery rapida e stabile della loro economia troppo finanziarizzata. Una “Alleanza Per la Pace” con la Russia potrebbe essere utile per l’UE e gli USA sul piano economico, definire finalmente lo scontro con il jihad, regionalizzare le economie concorrenti ed emergenti del Sud Est asiatico e dell’area indiana, stabilizzare l’Afghanistan. Si tratta di capire quanta è la buona fede di Mosca, la capacità di gestione autonoma delle crisi UE e USA, e definire i sistemi di riequilibrio economico tra USA,, Cina e Russia, troppo squilibrati a favore del debito pubblico statunitense, ed infine definire una politica monetaria che ricostruisca un “paniere” di monete” e il loro range di oscillazione, proibendo così molti attacchi di guerra economica infra ed extra occidentali e evitando le punte più severe dei cicli economici. Non si tratta di eliminare il Dollaro USA come lender of first and last resort, ma si potrebbe immaginare una nuova macchina monetaria simile a quella impostata con il Progetto Euro, in cui una divisa prima fittizia e poi reale prende progressivamente il posto delle monete emesse nei paesi della “Alleanza per la Pace”, che servirebbero, con oscillazioni simili a quelle del vecchio “serpente monetario” europeo, per le transazioni interne. Un progetto futuribile, ma tutto è ugualmente futuro, prima di esser realizzato. E’ una “identità degli indiscernibili”, come la chiamava Leibniz. E' uguale tutto quello che non si può differenziare. Se Obama farà passi seri verso la smilitarizzazione bilaterale del confine terrestre europeo, e accetterà status differenziati per l’entrata in futuro di Ucraina e, passata la buriana dell’estate scorsa, della Georgia, nella NATO, la Federazione Russa potrebbe ricominciare a pensare strategicamente ad un rapporto collaborativi sia con la NATO che con gli USA. E, si ricordino sempre i Paesi europei che fanno affari grossi con la Federazione Russa nel settore energetico, che senza un braccio armato, non minaccioso certo ma credibile tous azimuts, gli affari durano poco. E’ la storia, per ripetere una citazione machiavelliana, dei “profeti disarmati che sempre ruinano”, e non vincono mai.
Israele e il Medio Oriente. Ne abbiamo già parlato in questa sede, ma vorrei chiederLe qualche chiarimento in più: come vede il futuro dello Stato Ebraico, durante la Presidenza Obama e magari oltre?
Israele verrà vestito nell’abito stretto della vecchia politica “due popoli-due stati”, che è peraltro anche statisticamente inesatta. E ricorda troppo da vicino la regionalizzazione su basi etniche che tanti danni ha fatto nei Balcani dai primi anni ’90 in poi. Una balcanizzazione del Medio oriente è lo scenario peggiore, immagino, per Tel Aviv. E certo l’”Hanastan” nella Striscia di Gaza, l’afflusso di mujaheddin nell’area confinaria ad Israele soprattutto dalla Giordana e dall’Irak, la prossima penetrazione violenta, se non vi saranno contrasti seri, della Cisgiordania dell’ANP da parte di Hamas e dei movimenti collegati, è uno scenario globalmente poco incoraggiante, per usare un eufemismo. La Presidenza Obama potrebbe essere utilissima per Israele se riuscisse a securizzare il “secondo cerchio” dei confini arabi e islamici di Tel Aviv, stabilizzando l’Iraq, sostenendo la politica di Abdallah di Giordania contro il suo jihad che si unisce a quello di passaggio, tenendo ferma la Siria e integrando il potere e la credibilità russa nel mondo arabo per favorire una decelerazione della ascesa agli estremi della guerra, che oggi sarebbe, per Israele, tra sé e le sedi regionali del jihad globale. Si potrebbe immaginare una pressione sull’Iran per disattivare il suo sostegno ad Hezbollah in cambio di una trattativa seria sul nucleare di Teheran, da rivedere comunque in chiave civile e gestendo la questione in rapporto con Russia e Cina. Israele potrebbe, come già ha iniziato a fare , attivare una intesa strategica con Mosca, e lavorare con l’India ad un triangolo strategico Turchia-Israele-India che copra e metta in sicurezza l’area del Golfo Persico e la Penisola Arabica. Una maggiore affidabilità ideologica e strategica dell’UE potrebbe far pensare addirittura ad un ampliamento del legame bilaterale attuale tra NATO e Israele, e ad una garanzia NATO sulla sicurezza marittima e a lungo raggio di Egitto e Libano che cadrebbe immediatamente se cadessero anche le condizioni contrattate della sicurezza a medio raggio di Tel Aviv. Lo Stato Ebraico sopravviverà, certamente, ma sarà sempre più capace di internazionalizzarsi fuori dallo schema regionale mediorientale, in cui Tel Aviv potrebbe divenire il pivot della integrazione e dello sviluppo economico per tutti in cambio di serie e verificabili condizioni di pace. La Pace non sarà mai perpetua, come sognava Immanuel Kant, ma si può fare molto di più di quanto oggi si immagina per pacificare e stabilizzare il Pianeta. E la Presidenza Obama, con la sua attenzione alle global issues del clima, dell’ecologia, dello sviluppo dell’Africa e dei diritti umani, certamente sarà un centro di irradiazione del nuovo equilibrio mondiale a cui tutti, in Europa e in Medio Oriente, tendiamo, magari anche senza saperlo.http://oscarb1.blogspot.com/
gennaio 10 2009
| OBAMA PRESENTA LA NUOVA CIA, NO ALLA TORTURA |
di Marco Bardazzi
WASHINGTON - L'America di Barack Obama terrà fede "ai suoi più alti valori e ideali" e farà la lotta al terrorismo senza ricorrere alla tortura, nel rispetto della Convenzione di Ginevra. Con poche parole pronunciate presentando i nuovi vertici della Cia e dell'apparato di intelligence, il successore di George W.Bush ha preso le distanze e sostanzialmente condannato la linea che il paese ha seguito negli anni dopo l'11 settembre 2001.
A due giorni dal settimo anniversario dell'apertura della prigione di Guantanamo (i primi detenuti arrivarono nella base navale a Cuba l'11 gennaio 2002), Obama ha spiegato quale sarà la linea con cui intende affrontare "il mondo di sfide non convenzionali" che si è delineato in questi anni. Al nuovo direttore della Cia, l'italoamericano Leon Panetta, al prossimo Direttore nazionale dell'intelligence, l'ammiraglio Dennis Blair e al capo dell'antiterrorismo alla Casa Bianca, John Brennan, Obama ha detto di aver dato "un mandato chiaro".
La direttiva é che non ci saranno torture e gli Usa rispetteranno le direttive internazionali sui prigionieri di guerra, "non solo perché è ciò che siamo come paese, ma anche perché alla fine questo ci renderà più sicuri e ci aiuterà a cambiare i cuori e le menti nella nostra lotta contro l'estremismo". Un implicito e netto capo d'accusa contro il 'waterboarding', le prigioni segrete, le intercettazioni clandestine e altri metodi usati dall'amministrazione Bush nella lotta al terrorismo.
Una linea, quella della leadership uscente, che in questi giorni viene difesa in interviste soprattutto dal vicepresidente Dick Cheney, secondo il quale non c'é niente di cui scusarsi nella lotta al terrorismo, perché l'America non ha mai torturato e le scelte che sono state fatte hanno impedito che i terroristi colpissero ancora dopo l'11 settembre. Obama non è sceso nei dettagli di come intende combattere la sfida al terrorismo o di come farà a mantenere la promessa elettorale di chiudere Guantanamo e trasferire altrove i capi di al Qaida che vi si trovano detenuti. Al momento, il messaggio che il nuovo presidente intende mandare è che l'intera gestione dell'intelligence sarà diversa.
La scelta di Panetta, ex capo dello staff di Bill Clinton, va in questo senso. Il funzionario clintoniano non ha esperienza specifica di servizi segreti e alla Cia come a Capitol Hill sono molte le voci che si sono levate per criticare la mossa di Obama, ponendo le basi per rendere dura la vita di Panetta a Langley, il quartiere generale della Central Intelligence Agency alle porte di Washington. "Voglio che sia chiara una cosa" ha detto Obama, in una conferenza stampa nella capitale con al fianco Panetta: il nuovo direttore sarà soprattutto una persona "che ha la mia piena fiducia".
Dopo anni di polemiche per gli errori d'intelligence sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e dopo gli innumerevoli scontri tra Pentagono e Cia, Obama punta soprattutto sul fatto di avere capi delle spie di cui fidarsi. Toccherà anche a loro sondare il terreno per valutare come attuare per esempio "l'approccio pratico e pragmatico" che Obama vuol avere con l'Iran. E sarà probabilmente anche Panetta, come è già avvenuto con suoi predecessori alla Cia, a dover tastare il polso del Medio Oriente per cercare forse anche nuovi interlocutori, se sono vere le indiscrezioni del britannico 'Guardian' sull'intenzione di Obama di aprire un canale con Hamas.
marco.bardazzi@ansa.it http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_850105685.html |
New York. A dodici giorni dall’ingresso alla Casa Bianca, Barack Obama ha annunciato di voler “ricostruire l’America” dopo la crisi di questi mesi “creata dall’irresponsabilità nei saloni dei consigli di amministrazione e nelle stanze di potere di Washington”. Con uno dei suoi grandi discorsi, il più importante da quando è stato eletto, Obama ha cercato di trasmettere fiducia sul futuro dell’economia americana e di convincere il Congresso ad approvare il suo piano da 775 miliardi di dollari: “Non credo sia troppo tardi per cambiare rotta, ma lo sarà se non prendiamo provvedimenti seri il più presto possibile”. Dal palco della George Mason University in Virginia, e in diretta televisiva nel resto del paese, il prossimo presidente ha presentato al pubblico il piano di salvataggio dell’economia e di ammodernamento delle sue istituzioni. La situazione, ha detto Obama, potrebbe “peggiorare in modo drammatico” e la disoccupazione superare il dieci per cento, se il Congresso non adotterà in modo bipartisan il suo progetto per “creare o salvare tre milioni di posti di lavoro nei prossimi anni”. In tempi di crisi, ha ribadito Obama in quello che sembra essere soltanto la prima di una serie di comunicazioni dirette agli americani, “solo lo stato può fornire la spinta di breve termine necessaria a farci uscire da questa recessione grave e profonda”.
E’ vero, ha aggiunto, che “non possiamo dipendere esclusivamente dalle iniziative pubbliche per creare lavoro e crescita di lungo termine”, ma in questo momento la ricetta è governare col deficit e tagliare le tasse, lasciando più soldi nelle tasche delle famiglie per far riprendere i consumi e nei bilanci delle imprese per creare posti di lavoro. Gli investimenti obamiani sono diretti a costruire e migliorare le infrastrutture (strade, ponti, scuole), alla ricerca scientifica e tecnologica, alla modernizzazione del settore sanitario e alla produzione di energia alternativa. Obama ha fornito pochi dettagli: una riduzione delle tasse da mille dollari per il 95 per cento degli americani, un credito fiscale di 3 mila dollari per ogni posto di lavoro creato, il raddoppio della produzione di energia alternativa in tre anni, il miglioramento dell’efficienza energetica, la fornitura di computer, laboratori e biblioteche per le scuole pubbliche, l’ampliamento della rete Internet a banda larga.
Obama ha riconosciuto che “qualcuno potrebbe essere scettico su questo progetto”, visto che in questi mesi è stato già speso molto denaro pubblico, ma ha promesso che in questo caso non si tratta di denaro sprecato, perché sono “investimenti in cose che funzionano”. Tra gli scettici ci sono il Wall Street Journal e l’Economist, preoccupati che il disavanzo di bilancio possa diventare incontrollabile, raggiungendo quota 1.800 miliardi di dollari. Il Journal amette che, comunque, è meglio usare la leva del deficit, piuttosto che aumentare le tasse. L’Economist propone di approfittare della crisi per riformare il sistema fiscale, previdenziale e sanitario. Il taglio delle tasse, però, non convince tutti e, ieri, il Washington Post ha fatto l’elenco dei deputati e senatori del Partito democratico non proprio entusiasti di un paio di riduzioni fiscali proposte da Obama (uno è John Kerry).
“Un costo considerevole”
“Non c’è alcun dubbio che il costo di questo progetto sarà considerevole – ha detto Obama – Ma è altrettanto certo che le conseguenze del fare poco o del fare nulla porteranno a un ulteriore deficit di lavoro, di entrate e di fiducia nella nostra economia”. L’obiettivo, però, non è creare posti di lavoro pubblici, ma di crearne nel settore privato e di conservare quelli a rischio tra gli insegnanti, poliziotti, vigili del fuoco.
Il piano è soltanto il primo passo, ha aggiunto Obama, ne seguiranno altri per evitare che il fallimento delle istituzioni finanziarie non metta ulteriormente in pericolo l’intera economia, ma anche per assicurare che l’intervento pubblico sia “straordinario” e si svolga con regole certe per chi riceve gli aiuti e con la massima protezione per i contribuenti. L’idea è di riformare il sistema, cambiando le regole di cui si sono approfittati “i malfattori di Wall Street”. C’è stata, ha detto, un’era di irresponsabilità di manager, politici e banchieri: “Per anni troppi manager di Wall Street hanno preso decisioni imprudenti e pericolose, cercando profitti senza badare al rischio. Le banche hanno effettuato prestiti senza preoccuparsi se questi potessero essere ripagati. I politici hanno sprecato soldi. Il risultato è stata una devastante perdita di fiducia nell’economia, nei mercati finanziari e nello stato”.
gennaio 9 2009
I due presidenti di Washington
Washington vive un’insolita parentesi con due presidenti al lavoro. Dentro la Casa Bianca ce n’e’ uno, George W.Bush, che si occupa di politica estera. All’ esterno un altro presidente, Barack Obama, ha ormai rotto ogni indugio e si dedica all’economia senza attendere la cerimonia di giuramento: dopo aver aggiornato ieri i media nella sua prima conferenza stampa nella capitale, oggi fa un discorso pubblico in tutto e per tutto presidenziale, dettagliando il piano con cui conta di rimettere in piedi l’America.
I due presidenti, che vivono a poche decine di metri l’uno dall’altro sui due lati del parco Lafayette - uno alla Casa Bianca, l’altro in un albergo - si sono brevemente incrociati nello Studio Ovale insieme a tre predecessori (Jimmy Carter, George Bush senior e Bill Clinton), prima di tornare entrambi alle rispettive occupazioni. Obama ha ribadito che fino al 20 gennaio lascera’ a Bush piena liberta’ di manovra nel gestire la crisi di Gaza, ma gli ha ormai tolto il controllo della linea di politica economica del paese. […]
In un discorso alla George Mason University, alle porte della capitale, il presidente eletto spieghera’ agli americani e al mondo i contenuti del piano di stimolo all’economia da circa 800 miliardi di dollari (ma forse di piu’) con cui intende affrontare di petto la crisi e creare o proteggere 3 milioni di posti di lavoro in due anni. Obama dovrebbe anche dare qualche altra indicazione su come intende contenere ”a livelli fattibili” il deficit smisurato che lo attende. ”Il Congressional Budget Office - ha detto Obama nella conferenza stampa - ha annunciato che il deficit che erediteremo sara’ di 1.200 miliardi di dollari. E sappiamo che con il piano di rilancio salira’ ancora. Il mio staff economico prevede che il deficit sopra i 1.000 miliardi sara’ una realta’ per i prossimi anni. Ma il nostro problema non e’ un deficit di dollari: e’ un deficit di fiducia, di responsabilita’. Cambiamenti e riforme non possono essere solo slogan elettorali: devono diventare principi fondamentali del governo”.
Per tenere sotto controllo le modalita’ con cui Washington spende i soldi, Obama ha deciso di nominare un ‘mastino’ dei conti pubblici, Nancy Killefer, che avra’ l’inedita carica di ‘Chief performance officer’ alla Casa Bianca. La Killefer, un’ altra ex dell’amministrazione Clinton (lavorava al Tesoro), guidera’ un ufficio incaricato di seguire da vicino il funzionamento dei programmi federali. ”E’ un’esperta nelle politiche di ottimizzazione e nell’eliminazione dell’ inefficienza”, ha detto di lei Obama.
Il presidente eletto scendera’ nel dettaglio della messa a punto del nuovo piano non solo con il suo discorso pubblico, ma anche in una riunione a porte chiuse con la commissione Finanze del Senato, nella quale cerchera’ di tastare il polso del Congresso e capire con quanta rapidita’ sia pronto a mandargli per la firma una legge di spesa sulla quale cominciano a serpeggiare molte preoccupazioni. Come ha evidenziato The Politico, dopo un giro d’orizzonte tra i democratici, la preoccupazione del partito che ha vinto le elezioni e’ di non trovarsi di fronte a uno scenario nel quale l’enorme piano di stimolo ottenga una rapida vittoria d’immagine iniziale, per poi creare pero’ problemi economici di lungo termine peggiori di quelli attuali.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/08/i-due-presidenti-di-washington/#more-329
gennaio 8 2009
Almeno bisogna riconoscere a José María Aznar di aver rotto un unanimismo di facciata in attesa dell’insediamento di Barack Obama.
Ma le sue dichiarazioni sul neopresidente statunitense rilasciate a Vanity Fair sono imbarazzanti quasi quanto quelle di Silvio Berlusconi che definì Obama abbronzato.
Per Aznar, che ha difeso tutto il suo operato come capo del governo a partire dalla guerra in Iraq, Obama è “un esotismo storico” e la sua presidenza si concluderà con un “prevedibile disastro economico”.
Il termine “esotismo” ostenta un razzismo dichiarato e non interpretabile, come ha stigmatizzato il vicesegretario del PSOE José Blanco, ma Aznar non finisce lì. Con le stesse parole di Silvio nostro afferma che George Bush “sarà ricordato dalla Storia come un grande statista” e che sta vivendo adesso “l’ora dell’ingratitudine”.
Peccato che proprio George Bush sia stato molto ingrato con Aznar e in queste stesse ore abbia dato a lui e a qualcun altro un grande dolore. Infatti nell’ultima settimana del suo mandato Bush decorerà con la “medaglia presidenziale della libertà” i suoi tre “amici e alleati leali”. Sono il britannico Tony Blair, l’australiano John Howard, e il colombiano Álvaro Uribe. Né di José María Aznar né di Silvio Berlusconi vi è traccia.http://www.gennarocarotenuto.it/5266-jose-maria-aznar-barack-obama-un-esotismo-e-sar-un-disastro/#more-5266
gennaio 6 2009
Lo hanno atteso in centinaia per ore al freddo di fronte all'ingresso dello Hay Adams, un albergo storico nel centro citta' di Washington. E quando finalmente il corteo di SUV ha scortato la limousine supercorazzata del presidente eletto, e' stato un tripudio di acclamazioni e battimani, che hanno sommerso le urla di un gruppo di manifestanti contro il massacro in atto a Gaza. Barack Obama ha raggiunto la sua suite dove alloggera' per un paio di settimane. Avrebbe dovuto essere ospitato nella Blair House, la dependence della Casa Bianca, come si e' fatto per tutti i presidenti eletti in attesa della cerimonia della inauguration.
Ma George W. Bush, forse sollecitato dalla moglie Laura, ha accampato la scusa che le stanze della dimora erano gia state impegnate da tempo con altri ospiti in visita all'attuale presidente. E quindi Obama poteva andare in albergo. E con questo gesto, mascherato con una scusa infantile, Bush ha posto il sigillo alla sua disastrosa amministrazione confermando la pochezza della sua persona e lo stile cafone di chi lo consiglia.
Al di la' dell'attesa per il 20 gennaio, giorno dell'inauguration, tutti qui a Washington sono convinti che questo giovane presidente e la sua bella famiglia riusciranno a colmare il gap tradizionale che ha da sempre contradistinto il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e la Capitale della Federazione.
Una citta' di quasi 600mila abitanti, in gran parte AfricanAmericans, divisa in due nella considerazione di chi abita temporaneamente alla White House: da una parte il quadrilatero politico di Washington. E dall'altra il Distretto di Columbia, il resto della citta', che non interessava soprattutto ai presidenti repubblicani che si sono sempre opposti al riconoscimento del DC come il 51mo stato federale, proprio perche' si tratta di un serbatoio di voti per il Partito Democratico.
Uno degli ultimi atti di Clinton presidente fu quello di scegliere per la flotta di auto blindate della presidenza la targa con il motto "No taxation without representation" che fu la bandiera che scateno' nel 1766 la rivolta dei coloni contro gli inglesi. Una targa adottata da tutti i residenti a Washington.
Oggi gli abitanti della capitale degli Stati Uniti, pur pagando le piu' alte tasse in America, non possono eleggere propri rappresentanti operativi al senato ed alla camera.
Obama sicuramente terra' conto di questa dicotomia e stabilira' un nuovo rapporto con Washington DC e con quella parte della citta' da sempre dimenticata dal potere politico. http://oscarb1.blogspot.com/
dicembre 21 2008
Che cosa rivelano le trascirizioni delle chat NORAD dell’11/9?
da www.blogger911.com
Nell’aprile del 2006, il giornalista Michael Bronner ricevette nella sua cassetta della posta 30 ore di registrazione che aveva richiesto al Pentagono. Tali registrazioni, che consistevano in una serie di file audio masterizzati in 3 cd, contenevano gli eventi del reparto operativo del Settore di Difesa Aerea Nordest del NORAD durante tutta la giornata dell’11 settembre 2001 (1).
Il NORAD (Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America) è l’organizzazione militare responsabile del monitoraggio e della difesa dello spazio aereo nordamericano. Il suo Settore di Difesa Aerea Nordest (NEADS), con sede in Rome, nello stato di New York, è responsabile del monitoraggio e della protezione di 500mila miglia quadrate di spazio aereo sopra il nordest degli Stati Uniti, inclusi gli spazi aerei sopra New York City e Washington DC (2). È in questo spazio aereo che gli attacchi dell’11 settembre hanno avuto luogo, ed è dal reparto operativo del NEADS che ha avuto origine la risposta militare USA. Le prove su ciò che accadde quel giorno sono chiaramente di interesse pubblico e sono di ovvia importanza nel tentativo di spiegare come siano potuti andare a segno gli attentati.
In un articolo di «Vanity Fair» dell’agosto del 2006 basato sulle registrazioni, Bronner fa dunque riferimento a tali "nastri NEADS" come "l’autentica storia militare dell’11/9" (3).
Tuttavia i nastri NORAD non sono l’unico reperto delle azioni del NORAD e del suo Settore di Difesa Aerea Nordest dell’11 settembre. In un recente libro (Touching History: The Untold Story of the Drama that Unfolded in the Skies Over America on 9/11), il suo autore, il pilota commerciale Lynn Spencer, rivela l’esistenza di un’altra cruciale documentazione. Eppure, a più di sette anni dall’11 settembre, questo materiale rimane indisponibile per il pubblico e i suoi contenuti sono quasi completamente sconosciuti.
Spencer descrive cil fatto che, intorno alle 9.25 di mattina dell’11 settembre, il Sergente Joe McCain, il comandante tecnico della squadra assegnata al NEADS, ricevette una chiamata dal quartier generale CONR (Continental US NORAD Region) della Base delle Forze Aeree di Tyndall in Florida. Il Generale Larry Arnold col suo staff a Tyndall stava cercando di raccogliere informazioni sulla crisi in corso, e voleva conoscere i codici dei trasponder dei due jet da combattimento che erano stati fatti decollare in risposta al primo dirottamento. L’ufficiale del CONR che fece la chiamata disse a McCain di "inviare [i codici trasponder] via chat". Per "via chat" intendeva il sistema di chat su computer del NORAD (4).
IL SISTEMA DI CHAT DELLA NORAD
Secondo Spencer, il sistema di chat usato dal NORAD quel giorno era "simile alle chat room della maggior parte dei server Intenet, ma riservato". C’erano tre chat room che potevano essere usate da chiunque avesse un accesso adeguato. Una chat room era specifica per il NEADS e connetteva i suoi ID, controllo e tecnici di armi alle sue squadre di combattimento in allerta, e fu dove il NEADS ricevette i report sulle unità da combattimento e i loro apparecchi. Un’altra chat room era per il CONR: lì i suoi tre settori (NEADS, WADS, Settore di difesa aerea ovest, e SEADS, settore di difesa aerea sudest) comunicavano l’uno con l’altro e potevano "far scalare su" le informazioni al quartier generale del CONR. La terza chat room era il Centro di Guerra Aerea (AWC), dove i comandanti di rango NORAD dalle tre regioni NORAD (CONR, Canada e Alaska) comunicavano fra loro. Al NEADS era permesso di vedere questa chat room, ma non di parteciparvi(5).
Inoltre, quando una esercitazione aveva luogo, una o più finestre di chat addizionali sarebbero state aperte specificamente per comunicare informazioni sulle esercitazioni, così da poter evitare di essere confuse con le informazioni relative al mondo reale (6). Questo fatto è di particolare importanza, giacché l’intero NORAD, incluso lo staff al NEADS, era coinvolto in almeno una delle maggiori esercitazioni la mattina dell’11 settembre. L’esercitazione annuale "Vigilant Guardian" è stata descritta come «un’esercitazione di difesa aerea che simula un attacco agli Stati Uniti», ed era programamta per includere un dirottamento simulato nel corso di quel giorno (7). Secondo Larry Arnold, che era il generale al comando del NORAD Regione Continentale USA (CONR) questa esercitazione fu cancellata soltanto dopo che la seconda torre del World Trade Center fu colpita alle 9.03. (8).
TRASCRIZIONI CARTACEE DELLE COMUNICAZIONI
Il NORAD ha tenuto trascrizioni cartacee delle comunicazioni che ebbero luogo nelle sue chat room. Come descrive Spencer, al NEADS era responsabilità di Joe McCain «monitorare le chat e conservare memoria cartacea di tutto ciò che stava succedendo... Le trascrizioni cartacee delle chat aiutavano a tenere tutti sulla stessa pagina, ma in una situazione come quella che si sviluppò [l’11/9] dovevano essere aggiornate quasi istantaneamente per raggiungere quello scopo» (9). A questi diari in effetti si fa riferimento nelle note sul retro del Rapporto della Commissione sull’11/9. Tuttavia solo in relazione ad una singola comunicazione effettuata sul sistema di chat. Come riferisce il Rapporto: «Alle 10.31 il Generale Larry Arnold istruisce il suo staff affinché trasmetta quanto segue al sistema di messaggio istantaneo del NORAD: “10.31 il Vice presidente ha disposto di intercettare tracce di interesse e di abbatterle se non rispondono [al Generale Arnold]”»(10). Questo dettaglio rende chiaro che le informazioni cruciali venivano comunicate nelle chat room del NORAD. Eppure finora non sappiamo praticamente nulla di cos’altro sia stato discusso in quelle chat.
Chiaramente i dettagli dei diari trascritti del NORAD della giornata dell’11 settembre devono essere resi pubblici e devono essere esaminati attentamente. Potranno non dirci l’intera storia della risposta militare USA agli attacchi, né darci tutte le risposte sul perché l’apparato militare abbia fallito in modo così catastrofico nel proteggere la nazione. Ma di certo riempirebbero un buco enorme nel puzzle.
NOTE
[1] Michael Bronner, “9/11 Live: The NORAD Tapes.” «Vanity Fair», agosto 2006.
[2] Leslie Filson, Sovereign Skies: Air National Guard Takes Command of 1st Air Force. Panama City, FL: 1st Air Force, 1999, p. 51; Michael Bronner, “9/11 Live: The NORAD Tapes.”
[3] Michael Bronner, “9/11 Live: The NORAD Tapes.” Le registrazioni del NORAD furono precedentemente portati con atti di citazione dalla Commissione sull’11/9 nel novembre 2003. (si veda Philip Shenon, “9/11 Panel Issues Subpoena to Pentagon.” «New York Times», 8 novembre 2003; Thomas Kean e Lee Hamilton, Without Precedent: The Inside Story of the 9/11 Commission. New York: Knopf, 2006, pp. 85-88). Tuttavia, la Commissione riprodusse solo pochi brevi estratti delle registrazioni, nel corso della sua audizione pubblica finale, il 17 giugno 2004. Nell’agosto 2007, i produttori del famoso film documentario sull’11/9 Loose Change hanno ricevuto i file audio deelle registrazioni NORAD, che hanno reso pienamente disponibili al pubblico di internet. (si veda “NORAD Live and Uncut.” Blog ufficiale di Loose Change, 30 agosto 2007.)
[4] Lynn Spencer, Touching History: The Untold Story of the Drama That Unfolded in the Skies Over America on 9/11. New York: Free Press, 2008, p. 139.
[5] Ibid. p. 139.
[6] Ibid. pp. 139-140.
[7] Hart Seely, “Amid Crisis Simulation, ‘We Were Suddenly No-Kidding Under Attack.’” Newhouse News Service, 25 gennaio 2008; Leslie Filson, Air War Over America: Sept. 11 Alters Face of Air Defense Mission. Tyndall Air Force Base, FL: 1st Air Force, 2003, pp. 41 e 122; Michael Bronner, “9/11 Live: The NORAD Tapes.”
[8] Leslie Filson, Air War Over America, p. 59.
[9] Lynn Spencer, Touching History, p. 140.
[10] 9/11 Commission, The 9/11 Commission Report: Final Report of the National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States (Authorized Edition). New York: W. W. Norton & Company, 2004, pp. 42 e 465-466.
Fonte: http://911blogger.com/node/18828
Traduzione di Paolo Maccioni - Megachip
dicembre 8 2008
Nei giorni abbronzati dell’elezione di Obama, Silvio la buttò in calcio d’angolo dicendo che avrebbe dispensato volentieri i suoi consigli al giovane Barack. Secondo me non solo i consigli sono arrivati ma Obama ha preso attentamente appunti: per essere sicuro di fare l’esatto contrario.
Non può essere infatti una coincidenza che dove Silvio Berlusconi elimina gli sgravi all’edilizia ecocompatibile, bloccando di fatto il comparto, Barack Obama punta su una rivoluzione ecoambientale che crei posti di lavoro. Roba da poco, un pannicello caldo visto che ci mette sopra una piccola fiche pari a 100 miliardi di dollari destinati a creare “lavoro verde”.
Dove Berlusconi vuole regolamentare (imbavagliare) Internet, Obama la considera il motore del futuro. Soldi pubblici porteranno la banda larga in ogni scuola pubblica (quindi quelle per poveri negli SU) ed in ogni ospedale. Se Barack Obama (ed ogni altro dirigente politico dotato di senno) pensa sia indispensabile investire nella scuola e nella ricerca, Berlusconi ha fatto ministro Mariastella Gelmini che sta facendo l’esatto contrario.
Obama fa come a Cuba (davvero) e manda a casa le lampadine a basso consumo mentre da noi Giulio Tremonti tira un sospiro di sollievo perché il basso costo del petrolio nel 2009 dovrebbe far risparmiare la bella cifra di 1.01 (un euro e un centesimo) al giorno a famiglia e quindi potranno continuare a sprecare come prima. E’ quasi un’altra Social Card! Grazie Tremonti!
Obama non è ancora presidente, e potrebbe fallire miseramente o tradire le attese, e il Venerabile Licio Gelli prevede che comunque in 3 o 4 mesi al massimo sarà fatto fuori, il che detto da lui, che in genere è “persona informata dei fatti” è particolarmente sinistro.
Ma almeno va nella giusta direzione: educazione, ambiente, nuove tecnologie. L’Italia di Berlusconi invece va in senso contrario: descolarizzazione, no a Kioto, manifatture come nell’800. Altro che ecoballe!
Se Tremonti fa bene a ricordarci continuamente che siamo il terzo paese più indebitato al mondo, gli Stati Uniti sono il primo. Ed è anche per quello che Barack Obama (se glielo lasceranno fare) vuole svoltare. Ma noi quando facciamo una bella inversione a U?
http://www.gennarocarotenuto.it/4873-silvio-barackoni-internet-ambiente-scuola/#more-4873
Il governo degli intellettuali
Le riunioni di governo nella Cabinet Room della Casa Bianca dal 20 gennaio prossimo saranno una sorta di simposio universitario dell’Ivy League. Seduti insieme al presidente Barack Obama intorno al tavolo ovale, ci saranno un numero insolito di superlaureati di Harvard, Yale, Princeton, Cambridge e altre universita’ d’elite da cui provengono 22 dei 35 principali membri dell’ amministrazione scelti finora da Obama. […]
Sono curriculum smisurati e ‘pesanti’, quelli che portano con se’ molti membri della futura squadra di governo. E sui media la circostanza crea interrogativi: l’ultima amministrazione veramente ‘intellettuale’ che l’America ha avuto fu quella di John F.Kennedy, ma i suoi brillanti protagonisti, alcune tra le menti migliori dell’epoca, finirono per impantanare il paese nel Vietnam e per farsi la guerra l’un l’altro.
Obama, un presidente modellato da Columbia University e Harvard Law e un ex professore dell’Universita’ di Chicago, ha scelto finora un numero senza precedenti di esponenti di governo con carriere accademiche impressionanti. Il consigliere economico del presidente sara’ Larry Summers, ex rettore di Harvard. Il consigliere legale di Obama, Greg Craig, ha lauree di Harvard, Cambridge e Yale Law School. Susan Rice, l’ambasciatrice all’Onu (una posizione che sotto Obama tornera’ a essere del rango di ministro), oltre alle molteplici lauree e’ una prestigiosa ‘Rhodes Scholar’. Un gruppo di ex compagni di studi di Obama ad Harvard hanno ricevuto posti alla Casa Bianca.
”I piu’ brillanti non sempre sono i migliori”, ha messo in guardia l’opinionista del New York Times Frank Rich, citando l’esperienza di Kennedy. Anche il Washington Post e’ andato a sondare gli storici della presidenza per tracciare paralleli kennedyani e ricordare gli scontri interni e gli errori commessi dalla squadra di Jfk (poi ereditata da Lyndon Johnson), nella quale spiccavano il giovane e brillante Consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy, il capo del Pentagono harvardiano Robert McNamara e lo storico Arthur Schlesinger.
Per gli osservatori, mentre il governo Obama sta emergendo come uno dei piu’ diversificati di sempre dal punto di vista delle etnie e della presenza di donne, il rischio nel mettere insieme troppi intellettuali e’ che si crei una ‘bolla’ culturale che li isoli dal resto del paese.
Il contrasto e’ comunque netto tra la squadra di Obama e il primo governo di George W.Bush, nel quale al fianco della professoressa di Stanford Condoleezza Rice, c’erano esponenti provenienti da universita’ secondarie, come Dick Cheney e il ministro del Tesoro Paul O’Neill, e anche influenti consiglieri che non avevano finito il college, come Karl Rove. http://marcobardazzi.com/blog8/2008/12/07/il-governo-degli-intellettuali/#more-304
novembre 12 2008
La Chiesa, Barack e Joe il cattolico
Il 54% dei cattolici americani hanno votato per Barack Obama, che porta con sé alla Casa Bianca il primo vice cattolico nella storia degli Stati Uniti, Joe Biden. Ma dal Vaticano ai vescovi statunitensi, la gerarchia ecclesiastica è già allarmata dai progetti di Obama di prendere di mira, come primi atti presidenziali, decisioni di George W.Bush sull’aborto e sulle staminali embrionali.
[…]
Mentre la Santa Sede, per bocca del ‘ministro della Salute’, cardinale Javier Lozano Barragan, ribadisce a Obama il ‘no’ della Chiesa alla ricerca che coinvolga l’embrione, da Baltimora dove sono riuniti per la loro assemblea annuale, i vescovi americani hanno espresso preoccupazione per le posizioni del successore di Bush.
La “gioia” dei vescovi di fronte all’elezione del primo afroamericano alla presidenza, è temperata dalla convinzione che l’idea del bene comune “non può mai incarnarsi adeguatamente in alcuna società, quando coloro che attendono di nascere possono essere uccisi legalmente”, come ha detto il presidente dei vescovi, cardinale Francis George, che è anche l’arcivescovo di Chicago, la città di Obama. Il presidente eletto ha spaccato il fronte cattolico negli Usa, con molti fedeli che hanno abbracciato il suo approccio sull’aborto mirato a ridurre il fenomeno attraverso una riduzione della povertà e un rafforzamento della rete sociale che aiuti le donne. “Questo legame tra povertà e aborto è da provare”, ha ribattuto George, criticando le posizioni di Obama e Biden (un cattolico ‘pro choice’, per la scelta delle donne).
Più netto il giudizio del cardinale di Boston, Sean O’Malley, che si è detto commosso dall’elezione di un nero (”E’ come la caduta del Muro di Berlino”), ma ha accusato Obama di avere “una posizione deplorevole sull’aborto” e di essere “manovrato da Planned Parenthood”, una delle maggiori organizzazioni abortiste. Obama ha un gradimento del 100% da parte dei gruppi a favore dell’interruzione di gravidanza, per le posizioni che ha tenuto in Illinois e in Senato.
Nel fine settimana, lo staff di Obama ha fatto sapere che il presidente eletto sta studiando vari ordini esecutivi di Bush, per individuare quelli che già il 20 gennaio possono venir cancellati con un colpo di penna. In cima alla lista c’é la decisione di Bush dell’agosto 2001 di limitare i fondi federali per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. “I vescovi sperano di poter discutere” con Obama di questa scelta, ha detto George, ribadendo l’esortazione a percorrere la strada della ricerca sulle cellule adulte e da cordone ombelicale.
Un’altra iniziativa attesa da Obama dovrebbe ricalcare uno dei primi gesti compiuti da Bill Clinton quando prese il potere nel 1993. Clinton annullò restrizioni imposte da Ronald Reagan, che vietavano alle organizzazioni internazionali che ricevono fondi federali americani di proporre in altri Paesi l’aborto come metodo di pianificazione familiare. Bush reimpose le restrizioni annullate da Clinton e ora Obama dovrebbe tornare sulla linea clintoniana con un semplice ordine esecutivo. Un tema sul quale la Chiesa con ogni probabilità darà battaglia.
Le prese di posizione di vescovi e Santa Sede non hanno suscitato immediate reazioni di Obama, che cerca di star lontano dalla polemica. A ribadire la linea obamiana di affrontare il tema dell’aborto cercando di cambiare le condizioni sociali che lo favorirebbero, è stato il giurista cattolico Douglas Kmiec, che durante la campagna ha posto le basi per giustificare in un libro un voto cattolico per la coppia ‘pro choice’ Obama-Biden.
A Baltimora, le reazioni dei vescovi all’esito delle elezioni sono state di vario tenore. La soddisfazione per l’elezione di un afroamericano e per la bocciatura dei matrimoni gay in California (favorita anche dal voto dei neri), è stemperata dal disagio per le posizioni dei cattolici che si avviano a guidare il Paese: oltre a Biden, la ’speaker’ della Camera Nancy Pelosi e forse l’ex candidato presidente John Kerry, per il quale si parla di un posto da segretario di Stato, tutti a favore dell’interruzione di gravidanza e della ricerca sull’embrione.
I vescovi si sono detti grati che il Paese “sia arrivato al punto in cui a Obama non è stato chiesto di rinunciare alla sua eredità razziale per diventare presidente”, mentre “a John Kennedy fu chiesto di promettere che la sua fede cattolica non lo avrebbe influenzato”. Nella vita pubblica, ha denunciato George, “i cattolici non possono ancora venir considerati parte completa dell’esperienza americana, se non sono disposti a mettere da parte alcuni insegnamenti cattolici fondamentali”.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/11/11/la-chiesa-barack-e-joe-il-cattolico/#more-277
ottobre 1 2008

No, non e’ l’indice Dow Jones di oggi!
E’ un grafico della Gallup che, da solo, dice tutto sulle elezioni. E’ l’indice di gradimento di George W.Bush, che ha toccato il minimo storico, 27%. Per McCain, riuscire a vincere come candidato repubblicano sulla scia di un presidente cosi’, e’ ormai quasi impossibile. Si puo’ dire che dopo aver sconfitto McCain nelle primarie nel 2000, Bush lo ha battuto di nuovo.
Dall’altra parte, in casa democratica, viene da pensare che se il candidato in questo momento fosse stata Hillary Clinton, avrebbe avuto un vantaggio del 20%. Il fatto che Obama NON abbia ancora vinto queste elezioni, e’ la vera’ notizia del 2008.http://blog.marcobardazzi.com/
agosto 29 2008
DEMOCRATS Un finale pirotecnico per un un leader carismatico. E enigmatico
Il visionario pragmatico
GUIDO MOLTEDO DA DENVER
Un gran finale con fuochi d’artificio e musica di qualità (Stevie Wonder) era la conclusione più “logica” di una convention altamente spettacolare, per una nomination che definire presidenziale è poco. È l’incoronazione di fronte a un’immensa platea adorante di un idolo, di un personaggio “larger then life”, come dicono gli americani quando vogliono definire un fenomeno che supera i limiti della realtà. Politica spettacolo? Di più. Personalizzazione estrema della politica? Siamo oltre.
Nei giorni della convention, i discorsi di personaggi come Hillary e Bill Clinton, o di Michelle e Joe Biden avevano suscitato passioni tumultuose e ovazioni mai viste prima in un raduno politico. Specie quando ha parlato Hillary che «ha fatto cadere giù la casa», come le ha riconosciuto Obama nella sua apparizione a sorpresa mercoledì sera. E proprio quella breve performance ha fatto capire come fosse nulla quello che si era visto e sentito prima. Il Pepsi Center è letteralmente esploso, una corrente di alta tensione emotiva che solo le rockstar sanno generare. Un delirio che spinge una dirigente politica razionale come Nancy Pelosi a definire Barack «un leader che ci arriva con la benedizione di Dio».
Si è detto e scritto molto della rockstar Barack Obama. Meno del perché il più grande partito del più importante paese del pianeta, e tanti americani, ne siano stati contagiati in un crescendo inarrestabile fino alla scelta di portare un personaggio così alla Casa Bianca. Non semplicemente un nero, già di per sé un fatto storico, ma un fenomeno carismatico di questa natura, senza precedenti. Non un populista, non un demagogo, come spesso accade nei momenti di crisi di un paese.
Perché tutto è Obama tranne che un propagandista cinico e ruffiano. Caso mai è esattamente il contrario. Incarna, sì, la speranza e il cambiamento in un paese che ha fame di queste parole. Ma lo fa con i piedi per terra. Dice di lui Cassandra Sunstein, che lo conosce dai tempi dell’università insieme a Chicago: «Barack? È un minimalista, non nel senso che è sempre a favore dei piccoli passi (non lo è) ma perché preferisce soluzioni che possano essere accettate da gente con un ampio spettro di inclinazioni teoriche».
«Quando offre approcci visionari – prosegue Sunstein – lo fa come un minimalista visionario, cioè come qualcuno che tenta di acconciarsi alle credenze che definiscono la maggioranza degli americani, e non di ripudiarle».
A Barack viene rimproverato, appunto, di non avere una Big Idea, dietro la generica speranza e il vago cambiamento. È un messaggero senza un messaggio. Ma paradossalmente è qui la sua forza. Il suo carisma. L’idea cioè che sia autentico quando ripete alle sue platee: siete voi non io, io senza di voi chi sono? L’idea insomma di non calare dall’alto la politica, ma di farla crescere dal basso.
Il meccanismo, propagandisticamente, funziona. Obama sa “connettersi” (“connecting” è l’altra parola-chiave della nuova politica americana) con l’America di oggi, sicuramente con il suo partito, che, come ci dice fieramente un insegnante, un delegato del Missouri, «è il People’s Party, la forza politica che accoglie tutti sotto la sua Grande Tenda, senza discriminazioni, senza chiederti “da dove vieni?”». E se non lo era più, il partito del popolo, se era diventato il partito delle lobby e dei palazzi di Washington, grazie a Obama torna essere una forza autenticamente popolare.
Anche qui l’antipolitica? Questa percezione è legittima e per niente estranea alla genesi del fenomeno, non solo per la sua personalità peculiare, ma perché il senatore dell’Illinois è da troppo poco nel giro washingtoniano per esserne stato contaminato. Ha un’immagine “pura”, anche se c’è il rovescio della medaglia che tanto eccita gli avversari: l’inesperienza, l’enigma su chi è davvero, la sensazione di firmare con lui un assegno in bianco.
Insomma, Obama è un personaggio che sfugge alle definizioni. Dice di lui uno dei suoi più stretti collaboratori, Chris Lu: «È come il test di Rorschach: ognuno ci vede quello che vuole».
Di nuovo, qui, l’altra faccia della medaglia.
Cosa ci vedono quegli elettori democratici, ben 18 milioni, che gli hanno preferito Hillary nelle primarie? Nulla che li interessi. Cosa ci vede la mai tanto citata working class? Qualcosa di irritante, anche se non sanno bene cosa. Già, perché adesso tutti questi tripudi dovranno tradursi in voti, anche dove finora il fenomeno non ha fatto breccia quando non è visto con ostilità.
La grande fascinazione lascia ora il posto alla prosaica lotta finale per la conquista della Casa Bianca. Contro un avversario forse troppo sottovalutato e che invece si sta rivelando un osso duro. E che ricorre, contrariamente alle aspettative, alle armi aggressive della denigrazione del rivale, mai abbastanza vituperate moralmente ma ancora efficaci politicamente.
Ma anche su questo terreno Barack e la sua squadra sanno come muoversi. E d’altra parte sarebbe particolarmente ingenuo pensare che una macchina di potere come il Partito democratico non voglia far di tutto per vincere a novembre. Si può pensare ogni male possibile dei Clinton e del loro entourage, ma non che siano insinceri quando dicono che l’America non merita altri quattro anni di un altro Bush. Anche perché non si voterà solo per la presidenza, ma per il rinnovo della camera e di un terzo del senato, senza contare le tante cariche locali. Davvero qualcuno pensa che ci siano dei democrats ansiosi di perdere la Casa Bianca, e così rischiare anche di perdere seggi al congresso, solo per far dispetto a Obama? «Incredibile – ci dice Anthony Sistilli, delegato “italiano” dei Democrats Abroad – che i media continuino a ricamarci sopra, anche dopo quel che si è visto in questi giorni al Pepsi Center».
E infatti quel che si è visto non è tanto l’unità ritrovata, che non sembra solo di facciata, quanto una determinazione a vincere insieme. Con una squadra di fuoriclasse.
Il ticket con Biden si combina bene con il duo clintoniano, mentre anche pesi massimi come John Kerry o personaggi come il governatore del Montana Brian Schweitzer hanno dato prova alla convention di poter offrire un forte contributo. E tanti altri così dello stesso calibro. Da Denver viene fuori un gruppo di mastini determinati a condurre una campagna elettorale che non lascerà solo l’idolo delle folle. Lo aiuterà nella cruciale battaglia per la raccolta dei fondi e lo coprirà bene su tutti i versanti delicati. La politica internazionale. Il rapporto con l’America profonda. La guerriglia anti-repubblicana.
Il tutto con una base ipermotivata che farà un capillare porta a porta e insieme un altrettanto efficace porta a porta via internet.
McCain non avrà invece un dream team di questo calibro al suo fianco, ma un controverso compagno di viaggio e diversi altri compagni da non far salire proprio sul suo treno. George Bush, innanzitutto.
http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp
agosto 24 2008
Una strana nazione
Più che parlarci dei candidati, dei quali sappiamo già molte cose, ogni elezione americana sembra rivelarci qualcosa di nuovo rispetto al popolo che si ritrova ogni quattro anni a scegliere uno fra i leader politici più importanti nel mondo.
Nel 2000 abbiamo visto come sia bastata una reazione di “antipatia“ verso il presuntuoso e arrogante Al Gore, che da grande favorito è riuscito a soccombere di fronte al “piccolo uomo qualunque“ impersonato da George W. Bush. (Sappiamo tutti che ci fu l’intervento della Corte Suprema, ma in teoria Gore non avrebbe mai dovuto permettere a Bush di avvicinarsi così tanto, nei risultati elettorali, da potervi fare ricorso).
Nel 2004, nonostante tutti avessero capito che la guerra in Iraq era un disastro ormai irreversibile, bastò che Dick Cheney agitasse per qualche settimana lo spauracchio del “ritorno del terrorismo“, e nuovamente l’America corse a ripararsi ... dietro allo stesso uomo che l’aveva trascinata in quel disastro.
Ora con Obama e McCain stanno succedendo cose molto strane, che nuovamente ci insegnano qualcosa del popolo americano che evidentemente non conoscevamo.
Dopo aver vinto la tenace battaglia con la Clinton per la nomination, Obama aveva veleggiato per oltre un mese con un vantaggio nei sondaggi, rispetto a McCain, che si aggirava sugli otto-dieci punti di percentuale. In altre parole, se si fosse votato in quel momento, Obama avrebbe vinto con il 48% circa dei voti, ...
... contro il 38% circa di McCain (il resto dei voti andava ai candidati “di frangia”, sia di destra che di sinistra).
Da quel giorno Obama non solo non ha commesso errori, ma ha rinforzato il suo messaggio con diversi interventi di un certo spessore, incastonando il tutto in un viaggio internazionale – Europa e Medio Oriente - decisamente di successo: eppure oggi, sorprendentemente, Obama si ritrova con un paio di punti di svantaggio rispetto a McCain nei sondaggi nazionali.
Che cosa è successo nel frattempo? Apparentemente nulla, non fosse per l’uscita di due spot pubblicitari contro Obama, che evidentemente hanno avuto un effetto addirittura superiore a qualunque aspettativa da parte repubblicana: nel primo spot Obama veniva paragonato - in maniera volgare e grossolana – alla starlette Paris Hilton. Le immagini di Obama che raccoglie applausi a Berlino erano mescolate a quelle della Hilton che raccoglie applausi in passerella, mentre il commento dello spot diceva: “Oggi Obama è certamente una star, ma è in grado di guidare una nazione come l’America?”
Nel secondo spot i repubblicani riprendevano un tema già utilizzato dalla Clinton, che nuovamente metteva in dubbio la “preparazione“ di Obama nel caso di una qualunque emergenza nazionale.
Naturalmente, nessuno di questi spot è supportato da fatti o aneddoti che possano far dubitare delle effettive capacità di Obama, ma è stato sufficiente “dirlo”, per capovolgere un trend che sembrava destinato a regalargli una schiacciante vittoria nel mese di novembre.
Nel frattempo sono iniziati i confronti televisivi, anche se in forma non ufficiale (i due candidati attendono la Convention di ciascun partito, per la nomina ufficiale), e ormai si è capita chiaramente la diversa strategia che ciascuno ha scelto di utilizzare nelle pubbliche occasioni. Obama si rivolge alla parte “intelligente“ della nazione, dando risposte complesse e ragionate, che mostrano chiaramente il suo livello di consapevolezza rispetto ai problemi trattati. McCain invece predilige le risposte “di pancia“ - delle semplici e banali frasi fatte, come “non aumenterò le tasse“, “difenderò l’America dai mali del mondo“, “la vita è sacra e l’aborto è un peccato mortale“, ecc. - intese ad accontentare i livelli meno preparati della popolazione, che normalmente vogliono sentirsi dire certe cose senza preoccuparsi di affrontarle con metodo critico.
Sono le “due Americhe” di cui si è parlato già altre volte: la “Blue America” (gli stati democratici, collocati soprattutto sulle coste est e ovest, con popolazione di prevalenza urbana e intellettualmente più progredita), e la “Red America” (gli stati centrali, a prevalenza rurale, meno colti e con forte caratterizzazione religiosa), che tornano a fronteggiarsi con apparente parità di forze.
Il vantaggio, almeno teorico, rimane sempre dalla parte di Obama, in quanto lui può ancora erodere buona parte del cosiddetto “centro” (gli indecisi), mentre McCain può solo sperare di mantenere la propria base sulle posizioni già raggiunte. Ma il lavoro è ancora tutto da fare.
Fra una decina di giorni ci sarà la convention democratica, e solo a quel punto inizierà per Obama la vera fatica per riuscire a conquistare la Casa Bianca.
Massimo Mazzucco
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2777
luglio 9 2008
DEMOCRATICI, NODO HILLARY A CONVENTION DENVER
Barack Obama e Hillary Clinton
di Emanuele Riccardi
NEW YORK - Hillary Clinton ha perso le primarie democratiche in vista della Casa Bianca, ma con i suoi circa 1.600 delegati alla Convention del partito, cioé quasi le metà del totale, l'ex first lady conta, e conterà davvero.
Come comportarsi nei confronti di Hillary è forse il nodo più grosso da risolvere per Barack Obama, il senatore dell' Illinois che verrà incoronato ufficialmente candidato del partito democratico alla fine della Convention in calendario a Denver in Colorado, dal 25 al 28 agosto.
Secondo il Wall Street Journal gli staff di Obama e di Hillary stanno negoziando proprio la posizione dell'ex first lady alla Convention, visto che l'ipotesi di un dream ticket, con la Clinton vice del senatore nero come è stato più volte suggerito, sembra ormai essere tramontata.
Le ipotesi allo studio sono diverse, e la più semplice sarebbe un 'no' esplicito di Hillary al suo nome sulla scheda elettorale, con Obama eletto attraverso un voto a mano alzata. Il messaggio di un partito ricompattato sarebbe molto forte, ma non è affatto detto che la cosa funzioni.
Non sono da escludere contestazioni da parte degli aficionados, uomini e sopratutto donne, di Hillary, che potrebbero fischiare il senatore o protestare pesantemente durante la lettura dei risultati. Per tali ragioni sarebbe forse meglio lasciare la possibilità ai circa 1.600 delegati clintoniani di votare per l'ex first lady, la quale poi girerebbe automaticamente i consensi ottenuti ad Obama.
Ma anche in questo caso emergono una serie di problemi, soprattutto di carattere logistico, perché verrebbe di fatto offerto ad Hillary uno spazio significativo in seno alla Convention. Obama dovrà darle la possibilità di pronunciare un discorso in un momento di grande ascolto, accompagnato da un filmato che ripercorre i momenti significativi della sua carriera politica, garantendole un ingresso (sotto applausi scroscianti) sul palcoscenico insieme con il marito ex presidente Bill e la figlia Chelsea.
E' difficile inoltre trovare il momento giusto per l' intervento dell'ex first lady. Se Hillary prenderà la parola lunedì 25 agosto, in apertura, avrà un'ottima copertura ma rischierà di essere 'dimenticata' nei giorni successivi. Quindi c'é chi pensa sia meglio il giorno successivo, ma l'ex first lady rischia di perdere la copertura tv a scapito dell'oratore principale, quello cioé che pronuncerà il cosidetto 'keynote speech' (nel 2004, a Boston, fu proprio Obama il 'keynote speaker').
Offrire troppo spazio all'ex first lady comporta una serie di rischi. Tutti ricordano quello che successe nel 1988: quando il pastore nero Jesse Jackson ottenne ampio spazio in cambio del suo ritiro. La copertura mediatica di Jackson fu talmente ampia che oscurò di fatto l'intervento del candidato alle presidenziali Michael Dukakis, che a novembre venne pesantemente sconfitto da George Bush padre. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_106638637.html
giugno 13 2008
BUSH IN EUROPA, CHIODO FISSO L'IRAN
Ma il presidente in visita in Slovenia tocca molti punti: il trattato sul clima, la Turchia nella Ue e Cuba. Su Teheran incassa comunque l'appoggio dell'Unione
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Lettera22
Stati Uniti ed Europa uniti contro l'Iran, “pericolo straordinario”. Ma anche sostegno alla Turchia perché entri nell'Unione europea e l'apertura verso un accordo sul clima “possibile entro le fine del mandato”. E' un Bush a tutto campo quello che ieri ha iniziato la sua visita europea dalla Slovenia, presidente di turno della Ue. E' l'ultimo viaggio in Europa che proprio in Slovenia iniziò all'inizio del suo duplice mandato ormai agli sgoccioli. Ma il presidente non rinuncia a fare il protagonista e tocca tutti i temi, Cuba compresa.
Il presidente americano, che ha poi lasciato la Slovenia per raggiungere la Germania dove in serata ha cenato con la Cancelliera Angela Merkel nel castello di Meseberg (stamane ci sarà un nuovo incontro e dopo pranzo Bush partirà per Roma), ha rilasciato una valanga di dichiarazioni che hanno toccato diversi temi. Ma è l'Iran in cima ai pensieri del presidente: dopo il vertice Usa-Ue a Lubiana, alla quale hanno partecipato sia il presidente della commissione europea Jose Manuel Barroso sia il premier sloveno Janez Jansa, Bush ha detto che un Iran con armi nucleari sarebbe “un pericolo straordinario” per la pace: “Dobbiamo continuare a lavorare insieme per mostrare in modo chiaro a Teheran che ha una chiara scelta da fare”. Bisogna “andare avanti sulla strada dell'isolamento” e ottenere da Teheran che sospenda “in modo verificabile” il programma di arricchimento nucleare. Bush ha sottolineato che «è adesso il momento giusto» per impedire all'Iran di acquisire armi nucleari. Prima che diventi troppo tardi. La Ue gli dà retta e annuncia misure ancor più restrittive nei confornti di Teheran.
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti sono fortemente convinti che la Turchia dovrebbe diventare un membro dell'Unione Europea e ha poi voluto aggiungere che, a suo giudizio, è ancora possibile raggiungere un accordo mondiale nella lotta contro il mutamento climatico «entro la fine del mio mandato», cioè entro gennaio 2009. Ma ha anche voluto specificare che nessun accordo globale sarà possibile senza la partecipazione di Cina ed India.
Bush ne aveva anche per Cuba. Il presidente americano ha chiesto all'Avana di liberare “tutti i prigionieri politici” per dimostrare che veramente c'è un cambiamento in corso. Discorso non casuale visto che gli europei stanno pensando di togliere le sanzioni (imposte nel 2003) che i 27 mantengono ancora verso l'Avana. La decisione dovrebbe essere sancita dai ministri degli esteri lunedì prossimo a Lussemburgo, nonostante la contrarietà degli americani. Le misure (tra cui restrizioni delle visite ufficiali e invito dei dissidenti alle feste nazionali nelle ambasciate dei Paesi Ue a Cuba, misura che più di altre aveva irritato Fidel Castro) sono state “sospese” nel gennaio del 2005 per iniziativa della Spagna, ma mai tolte definitivamente grazie all'opposizione dei paesi europei ex comunisti, repubblica ceca in testa, sulla quale le pressioni americane hanno avuto facile gioco.
Ma il viaggio di Bush non ha a che vedere solo con la diplomazia. Se in Italia lo attendono manifestazioni di protesta in una decina di città, i pacifisti britannici hanno contestato il divieto della manifestazione in programma per domenica in occasione della visita del presidente nel Regno Unito. E anche in Germania si è registrata una certa freddezza: il quotidiano regionale Stuttgarter Nachrichten ha pubblicato ieri un sondaggio di opinioni tra i politici più in vista della Germania sul lavoro svolto in questi anni dall'inquilino della Casa Bianca. Ne veniva fuori una sostanziale bocciatura.
Pubblicato sui quotidiani locali del Gruppo Espresso
maggio 18 2008
Pubblicato da Debora Billi
In un certo senso gli arabi stanno facendo un favore al governo americano, a non parlar chiaro. Bush ha appena chiesto, di nuovo, all'Arabia Saudita di aumentare la produzione petrolifera e l'ormai ex swing producer ha prontamente risposto no, nix, niet.
Motivazioni addotte? Le solite: non c'è richiesta, il prezzo è giusto, i consumatori non ne vogliono altro eccetera. Al-Naimi, ministro del petrolio, ha anche aggiunto un po' seccato: "Che altro dobbiamo fare per accontentare gente che sta sempre a questionare sulle nostre politiche petrolifere?"
Gli analisti di Wall Street, per parte loro, sentenziano che l'Arabia sta pompando di ben 2 milioni sotto la sua capacità massima quindi, che diamine, aprisse i rubinetti.
Al Congresso si sono offesi e ora passano alle minacce. I Democratici USA, che evidentemente sono altrettanto inetti e surreali dei nostri, vogliono convincere gli arabi con le cattive: hanno presentato una risoluzione che blocca ben 4,1 miliardi di $ in aiuti militari se Riadh non collabora aumentando subito la produzione di 1 milione di barili al giorno. Come a dire: senza petrolio, scordatevi i caccia bombardieri. C'è da rimanere basiti per l'ottusità di tali politicanti.
Ammettiamolo poi, la sopportazione araba è da santi. I poveretti si fanno buttare la croce addosso da mezzo mondo, me tengono duro: non vogliono proprio dare un dispiacere ai loro amici, annunciando urbi et orbi che la festa è finita. E pazienza per i cacciabombardieri.http://petrolio.blogosfere.it/
marzo 30 2008
Il presidente brasiliano commenta ironicamente la crisi finanziaria statunitense e chiede a Bush di risolverla senza dare complicazioni ad altri paesi. Intanto Brasile e Venezuela rafforzano la loro alleanza energetica.
Un tanto ironico quanto incisivo Lula si è rivolto così nei confronti del presidente statunitense: “Bush, figlio mio, il problema è tuo, cerca di risolvere la tua crisi. Siamo stati 30 anni senza crescita economica in Brasile, ed ora che abbiamo iniziato a crescere vuoi complicarci la vita con questa crisi finanziaria?”. Da applaudire la sincerità, ecco la dichiarazione in portoghese: "O problema é o seguinte: nós passamos 30 anos sem crescer e agora que estamos a crescer apareces tu a intrometer-te. O problema é teu, de modo que resolve tu a crise". Non solo, il presidente brasiliano si offre anche in aiuto al collega statunitense: “Noi abbiamo un buon know how per salvare le banche attraverso fondi pubblici, se Bush ne avrà bisogno siamo pronti a inviare la nostra tecnologia”.
Lo stesso presidente Lula da Silva intanto rinnova l’alleanza energetica con il Venezuela di Hugo Chavéz. Nella conferenza stampa nella città di Recife, in Brasile, i due presidenti hanno reso noto un nuovo accordo, definito storico per l’integrazione latinoamericana, raggiunto tra Petrobras e PDVSA per la costruzione di una raffineria petrolifera in Brasile.
“E’ una novità storica perché, per la prima volta, PDVSA, che ha sempre esportato il suo petrolio a nord, rivolge il suo sguardo a sud. Questa intesa va a rafforzare inoltre l’importante ruolo di Petrobras per l’integrazione latinoamericana” – ha detto Lula.
Chavéz ha poi aggiunto: “Vogliamo sviluppare una nuova strategia, non ci limiteremo ad associarci con una raffineria in Brasile, ma cercheremo accordi anche con altri paesi latinoamericani”. In progetto ci sono infatti accordi di questo tipo anche con Ecuador, Nicaragua, Cuba, Rep. Dominicana e Giamaica, con l’obiettivo di costruire o ampliare impianti di raffineria. “Non continueremo ad inviare petrolio come greggio al Nord (USA), ora cercheremo di raffinarlo in Venezuela, Brasile ed altri paesi della regione”, ha concluso Hugo Chavéz.

fonte immagine: http://www.telesurtv.net/
http://www.verosudamerica.com/2008/03/lula-bush-figlio-mio-risolvi-la-tua.html
febbraio 19 2008
Dal paese che ha inventato il liberalismo arriva una notizia choc: il governo britannico ha annunciato che nazionalizzerà la banca Northern Rock, in crisi per i mutui ’subprime’ e salvata soltanto grazie ad un’enorme iniezione di liquidità da parte del Tesoro.
Dopo essere costata ai contribuenti inglesi già 35 miliardi di sterline in prestiti che, se la banca fallisse, sarebbero difficilmente esigibili, e di fronte ad offerte risibili venute dal mercato, secondo il governo di Gordon Brown la nazionalizzazione è la soluzione migliore.
Una volta di più si conferma che mentre i parvenue del liberismo economico, soprattutto gli ex-marxisti convertiti, tendono a considerare il liberalismo come un dogma di fede, i liberisti veri, scevri dal dover scontare peccati originali, sono capaci quando necessario di vedere l’utilità del ruolo dello Stato nell’economia.
Perfino Bush quando gli conviene...
ttp://www.gennarocarotenuto.it/
gennaio 7 2008
(IL MIO VIDEO ANSA RELATIVO A QUESTO ARTICOLO E’ DISPONIBILE QUI)
NASHUA (NEW HAMPSHIRE) - ‘’Se ci credete, ce la faremo'’, tuona Barack Obama. E la risposta e’ un boato di applausi e grida d’incitamento da parte di una platea entusiasta, dove i volti afroamericani si contano sulle dita. Nel fine settimana che precede il voto in New Hampshire, il senatore nero ha lanciato un altro segnale di forza, fatto non solo di parole, ma anche e soprattutto di numeri. […]
La palestra della scuola superiore di Nashua, nel sud del piccolo stato del New England, non e’ bastata a contenere la folla venuta a vedere il fenomeno politico del momento. Per ore hanno atteso pazientemente in coda in mezzo alla neve, e alla fine solo la meta’ tra le centinaia di persone arrivate e’ riuscita a entrare nell’arena. Gli altri hanno dovuto
accontentarsi di un’altra palestra collegata via audio, dove alla fine Obama e’ andato a stringere loro le mani. Nelle stesse ore, Hillary Clinton in un’altra palestra a Penacook non ha raccolto piu’ di 250 persone.
Per il piccolo New Hampshire, difficile da impressionare e abituato ad avere politici nel salotto di casa per mesi, quelli di Obama sono numeri significativi e Nashua e’ un luogo-simbolo: John F.Kennedy venne qui nel 1960 a tenere il primo comizio della corsa che lo porto’ nello Studio Ovale, un evento ricordato con una statua nel centro del paese.
Alla vigilia delle primarie nel piccolo stato nel 2004, la folla che riempiva la stessa scuola per ascoltare John Kerry, introdotto dall’intero clan dei Kennedy era la meta’. Ed era minore l’entusiasmo per quello che sarebbe diventato l’avversario di George W.Bush.
Obama e’ arrivato all’appuntamento con il suo pubblico forte di un nuovo sondaggio Zogby che lo da’ in rimonta su Hillary Clinton in New Hampshire: l’ex First Lady conduce per soli 4 punti (32-28%) rispetto agli oltre 10 che aveva poco tempo fa nella stessa rilevazione. Altri sondaggi danno il senatore nero in testa, per il sondaggista Rasmussen addirittura al 37%
Il senatore nero diventa ogni giorno che passa piu’ ‘presidenziale’. Per esempio, gli agenti del Secret Service, gli stessi che proteggono l’inquilino della Casa Bianca, lo seguono gia’ come un’ombra e setacciano i luoghi dei suoi comizi.
Ma Obama sa bene che la strada e’ ancora lunga e i Clinton sono un clan abituato a recuperi sorprendenti. ‘’L'Iowa ha sorpreso il mondo - ha detto il senatore al popolo di Nashua - e fra tre giorni e’ il vostro turno. Avete la possibilita’ di scrivere la Storia e di dimostrare che l’ora del cambiamento e’ arrivata. Sta accadendo qualcosa di straordinario - ha aggiunto -e avete la possibilita’ di metter fine al vecchio modo di far politica'’.
‘’If you believe'’, se ci credete, e’ il mantra che Obama ripete alla folla, in mezzo alla quale ci sono tanti ancora indecisi e perfino sostenitori della Clinton che pensano di cambiare bandiera. ‘’La priorita’ per me - spiega uno di loro, Aaron Lewicki, tecnico informatico a Milford, poco lontano da Nashua - e’ la personalita’. Voglio qualcuno che sia non solo in grado di vincere a novembre, ma di portare il paese nella giusta direzione. Di Hillary mi fido, sto cercando di capire se posso fidarmi anche di Obama'’.
Sul palco, il senatore sa di dover conquistare gente come Lewicki per farcela e insiste nell’esortarli a non seguire ‘’la mentalita’ comune e le idee dei commentatori politici: ci dicevano che non potevamo farcela, che non potevamo arrivare fino a qui, e invece ci siamo'’.
Ma Obama sta cercando anche di compiere un’impresa che ha pochi precedenti in campo democratico, e l’ha fatto capire a Nashua: convincere i repubblicani moderati a seguirlo. ‘’Ce ne sono tanti - ha detto - che vengono da me, sussurrandomi all’ orecchio perche’ hanno paura di chissa’ cosa, e promettono di votarmi'’. E’ un bacino di scontenti dell’era Bush che potrebbe essere vasto e che ricorda i ‘Reagan Democrats’, i democratici scontenti di Jimmy Carter che nel 1980 passarono nelle fila di Ronald Reagan. E lo fecero diventare presidente. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/01/06/in-viaggio-con-obama-se-ci-credete-ce-la-faremo/#more-449
gennaio 3 2008
Dopo un anno di campagna senza sosta, con centinaia di milioni di dollari investiti per convincere gli elettori, l’Iowa va al voto giovedi’ all’insegna della frase-incubo della politica americana: ‘Too close to call’, i sondaggi non indicano un solido favorito. Che si tratti dei democratici o dei repubblicani, nei caucus che aprono la serie dei voti per la Casa Bianca sara’ guerra all’ultimo voto. L’orientamento degli elettori, in estrema sintesi, si riduce a un conflitto tra il cuore e la mente. Con il cuore, la gente dell’Iowa sceglierebbe Barack Obama tra i democratici e Mike Huckabee tra i repubblicani. Ma se prevalgono il calcolo e le riflessioni su chi alla fine sarebbe piu’ eleggibile a novembre, a vincere saranno Hillary Clinton e Mitt Romney. […]
L’ultima raffica di rilevazioni, diffusa mentre gli aspiranti presidenti trascorrevano il Capodanno in salotti privati e locali pubblici dello stato del Midwest, non ha offerto un’ indicazione chiara di cosa accadra’ nelle tradizionali assemblee con cui l’Iowa indica i propri prescelti per la nomination. Tra i democratici, Hillary, Obama e John Edwards sono intrecciati in una corsa a tre senza una fuga in avanti. In casa repubblicana, Romney e Huckabee sono destinati a giocarsi tutto al fotofinish.
Una realta’ che inquieta gli strateghi elettorali, che iniziano a ipotizzare - soprattutto per i democratici - uno scenario post-Iowa senza vincitori. I caucus potrebbero lasciare Clinton, Obama ed Edwards tutti nell’arco di 1-2 punti percentuali e a quel punto ognuno sara’ in grado di affermare di aver trionfato. ‘’Sarebbe come celebrare un processo per sei mesi - ha commentato, sul New York Times, lo stratega di Obama, David Axelrod - e alla fine la giuria non riesce a raggiungere un verdetto. Penso sia una possibilita’ reale'’.
Tutto si sposterebbe a quel punto in New Hampshire, dove si vota l’8 gennaio. E molti candidati minori potrebbero non sentire il bisogno di lasciare la corsa, mantenendo cosi’ intatto l’attuale scenario affollato di aspiranti successori di George W.Bush.
A far temere che l’Iowa, dopo tutta l’attenzione che gli e’ stata dedicata, non riesca a fornire un chiaro verdetto, sono le indicazioni discordanti dei sondaggi. Una rilevazione della Cnn ha posto la Clinton e Obama praticamente alla pari, 33-31%, con Edwards al 22%. Un sondaggio di Capodanno di Zogby-Reuters offre quattro punti di vantaggio alla senatrice, 30-26%, con Edwards subito a ridosso con il 25%. Ma una delle rilevazioni ritenute piu’ attendibili in Iowa, quella del maggior quotidiano locale, il Des Moines Register, mostra un forte vantaggio di Obama su Hillary, 32-25%, con il fiato di Edwards sul collo dell’ex First Lady (24%).
Quanto ai repubblicani, il Des Moines Register vede in testa Huckabee con il 32%, mentre Romney insegue al 26% (il terzo e’ John McCain, 13%, in netta rimonta soprattutto in New Hampshire). Ma il piu’ ascoltato analista politico dell’Iowa, David Yepsen, ha messo in guardia Obama e Huckabee dal troppo ottimismo per i sondaggi del quotidiano locale. I caucus, ha ricordato, sono eventi molto fluidi. Soprattutto quelli dei democratici, che hanno regole diverse dai repubblicani.
I sostenitori dei candidati che non raggiungono il 15% dei consensi in un caucus democratico, possono passare armi e bagagli nel campo di un altro candidato e fare cosi’ la differenza. Per questo, sembra sempre piu’ decisivo il comportamento dei sostenitori di candidati come Bill Richardson, Joe Biden o Chris Dodd, che non hanno speranze di vincere, ma potrebbero decidere la sorte degli altri. Il 34% degli elettori democratici interpellati dal Des Moines Register ha detto che potrebbe essere persuaso a cambiare candidato all’ultimo momento. Tra i repubblicani, la situazione e’ ancora piu’ incerta: i ‘decisi solo a meta'’ sono ben il 46% e potrebbero spostarsi in modo imprevedibile.http://marcobardazzi.com/blog7/2008/01/02/iowa-il-cuore-dice-obama-huckabee-la-mente-hillary-romney/#more-445
dicembre 30 2007
L’impeachment è pronto. Manca soltanto il boia.
Dopo essersi trovato più volte faccia a faccia con i pezzi grossi neocons (vedi filmato in coda), Ray McGovern ha scelto di rincarare la dose, schierandosi apertamente per l’impeachment (*) di Dick Cheney e George W. Bush.
Ray McGovern non è un “qualunque” agente della CIA che ha deciso di schierarsi contro l’amministrazione Bush: nella sua carriera quasi trentennale è stato a lungo incaricato dei “daily briefings“ presidenziali, sia per Ronald Reagan che per George H. Bush (padre di George W.). I “daily briefings” sono il rituale incontro, che avviene ogni mattina alle 8 alla Casa Bianca, nel quale alti personaggi della CIA e dell’FBI aggiornano il presidente sulle novità delle ultime 24 ore. E’ un compito delicatissimo e super-riservato, ovviamente, e coloro che ne sono responsabili hanno letteralmente in mano il futuro della nazione, in quanto controllano di fatto le informazioni di cui dispone – oppure “non” dispone – il presidente. Nei momenti cruciali i daily briefings vengono tenuti direttamente dagli stessi capi della CIA e dell’FBI.
Se c’è quindi un ex-agente CIA che sa bene di cosa parla è certamente Ray McGovern.
In una conferenza tenuta ieri alla Biblioteca Pubblica di Porthsmouth, McGovern ha sostenuto che ormai i capi d’accusa per dare inizio a un processo di impeachment contro l’attuale presidenza sono “overwhelming”, cioè “strabordanti”, sovrabbondanti, travolgenti.
In effetti, qualunque avvocatucolo fresco di laurea potrebbe oggi mettere insieme un quadro di accusa che comprenda i seguenti capi di imputazione:
1 - Aver violato il Charter delle Nazioni Unite, lanciando una guerra di aggressione illegittima contro l’Iraq, dopo aver ingannato il pubblico e il Parlamento con false motivazioni, e mettendo inutilmente a rischio l’incolumità dei propri militari.
2 - Aver violato leggi nazionali e internazionali autorizzando la tortura di migliaia di prigionieri, tenendo poi i medesimi nascosti ...
... al personale della Croce Rossa Internazionale.
3 - Aver violato la Costituzione arrestando e processando americani e stranieri con residenza legale senza seguire le procedure previste (due process), e negando loro il diritto all’assistenza legale.
4 - Aver violato la Convenzione di Ginevra prendendo di mira civili, giornalisti, ospedali e ambulanze, e aver usato armi illegali come il fosforo bianco o l’uranio impoverito.
5 - Aver violato la legge e la Costituzione americane intercettando senza autorizzazione migliaia di comunicazioni private dei loro cittadini.
6 - Aver violato più volte la Costituzione aggirando il Parlamento con “leggi speciali” non previste dalla medesima.
7 - Aver violato leggi statali e federali impedendo più volte lo svolgimento di elezioni politiche regolari. [Un eufemismo per “brogli elettorali”].
8 - Aver violato la legge nell’utilizzare propaganda e diffondere informazioni consapevolmente ingannevoli, e per aver rivelato l’identità di un’agente CIA a scopo di ritorsione politica e personale [caso Valery Plame].
9 - Aver violato la Costituzione nel perseguire una teoria del “potere esecutivo unificato” che desse al presidente poteri illimitati, avendo ostacolato le indagini parlamentari sulle azioni stesse del presidente, dopo aver abolito illegalmente il principio dell’Habeas Corpus, garantito dalla stessa Costituzione.
10 - Essersi resi colpevoli di negligenza lampante nel mancato aiuto alle popolazioni di New Orleans in occasione dell’uragano Katrina.
Come dire, rispetto al sesso orale di Clinton ci sarebbe da preoccuparsi un attimino di più.
Manca solo un piccolo particolare, però: non si trovano i voti sufficienti per avviare, e possibilmente concludere con successo, il processo di impeachment.
Già... Come mai i democratici - ci si domanda - che hanno la maggioranza sia alla Camera che al Senato, non colgono al volo questa occasione irripetibile per abbattere una volta per tutte l’odiato nemico, prenotandosi nel contempo una probabilissima vittoria alle prossime elezioni?
Qui si possono fare solo illazioni, naturalmente, ma mai come in questo caso “a pensar male si rischia di indovinare”. Non si tratta però di pensar male dei democratici, o meglio, non soltanto di loro: è vero infatti che sono tutti collusi fino all’osso, che sono tutti ricattabili, e che sono tutti (o quasi) potenzialmente comperabili, ma qui ci deve essere anche qualcosa di più.

Abbiamo infatti assistito al passaggio di una vera e propria meteora, chiamata Nancy Pelosi, che dopo essere arrivata a Washington con il dichiarato intento di porre fine alla guerra in Iraq, e di abbattere senza pietà la dittatura neoconservatrice, è letteralmente scomparsa nel nulla, nell’arco di pochi mesi. Ormai non ne sente più parlare nessuno. La stessa cosa si può dire per il suo corrispettivo Harry Reid, il leader della maggioranza democratica alla Camera (la Pelosi lo è di quella al Senato), che all’inizio le faceva regolarmente eco in parlamento, ma che da tempo compare ormai soltanto per inaugurare un ponte o un nuovo ospedale.
Tutti “comperati” così, a suon di bigliettoni, in così poco tempo, al punto da meritarsi l’epiteto ormai indelebile di “traditori del partito e del popolo democratico”? E’ vero che Nancy Pelosi, come ha denunciato lo stesso McGovern, ha la coscienza particolarmente sporca, dopo aver ammesso di essere stata al corrente per molti anni delle intercettazioni illegali da parte degli uomini di Bush, senza aver mai detto nulla, ma a mio parere la ricattabilità politica a questo punto non basta.

Non si può infatti non ricordare il clamoroso “salto nel buio“ – molto simile in tutto e per tutto – che fece Tom Daschle all’alba degli attentati dell’undici settembre. L’allora leader della minoranza democratica al Senato aveva pubblicamente denunciato le pressanti richieste giuntegli da Bush e Cheney di “non insistere troppo“ per una commissione parlamentare sull’undici settembre. Dopo essere stato per molti giorni sulle prime pagine, alla guida di un potenziale partito della chiarezza, scomparve improvvisamente di scena – insieme a quel partito, mai nato – e da allora non se ne seppe più nulla. Due anni dopo rinunciò addirittura alla candidatura presidenziale, da tempo preannunciata.
Nel frattempo era successo che i cattivi arabi avevano deciso di mandare proprio a lui – e non, ad esempio, a Rumsfeld, a Wolfowitz, o allo stesso Cheney, cioè a coloro che avallavano in quel periodo il massacro dei confratelli palestinesi – un delicata letterina all’antrace, di cui naturalmente erano entrati in possesso avendo le chiavi del laboratorio militare da cui proveniva lo “strain” incriminato.

Parimenti, due senatori particolarmente scomodi ai repubblicani, Mel Carnahan e Paul Wellstone, avevano fatto una pessima fine in due incidenti aerei molto curiosi e molto simili, proprio alla vigilia di una loro probabilissima rielezione (Carnahan, ex-governatore del Missouri, alle elezioni del 2000, e Wellstone, vera anima dei liberal democratici, a quelle del 2002). Per non contare un certo Jasper Baxter, il democratico che aveva avuto la sfortuna di essere invitato ad un seminario al 92° piano della Torre Sud (World Trade Center), proprio la mattina dell’11 settembre 2001.
Sono solo illazioni, come abbiamo detto, e nient’altro. Ma da gente che non ha esitato a far fuori tremila suoi concittadini e a massacrare un milione di civili iracheni, solo per portare avanti la propria agenda di controllo e di potere, davvero non dovremmo aspettarci delle “marachelle” di questo tipo?
Massimo Mazzucco
* IMPEACHMENT:
1) Secondo la Costituzione americana, la procedura di impeachment presidenziale può essere attuata solo dal Senato, e deve concludersi con due terzi dei voti a favore per diventare effettiva. (Clinton ad esempio dovette sottostare al processo, ma l’accusa non raggiunse il quorum per condannarlo).
2) Il termine “impeachment” non equivale a “impiccagione”, nel senso di punizione, ma a “impedimento”, nel senso di semplice rimozione dal pubblico ufficio. Non comporta cioè dirette conseguenze penali, ma solo operative.
RAY MC GOVERN accusa Rumsfeld di aver mentito sulle armi di distruzione di massa, mettendolo in gravi difficoltà:
VEDI ANCHE:
The political graveyard (Il cimitero politico), una pagina dedicata alle morti accidentali in aereo dei politici americani nella storia.
dicembre 28 2007
Tutte le sfide del Professore
Bruno Miserendino
l' Unità
Veltroni lo incoraggia: «Ha fatto moltissimo per il risanamento e i suoi obiettivi per il 2008 sono i nostri». Anche il resto della maggioranza lo sostiene.
Insomma, se l’obiettivo era scacciare il fantasma del governo istituzionale, e isolare Dini, che continua a minacciare defezioni, Prodi sembra aver segnato un punto a favore. Almeno per ora. Alla fin fine quell’accenno un po’ misterioso del premier alla «maggioranza cospicua della Camera», che ieri ha scatenato i cultori del retroscena, vorrebbe solo significare che Prodi continua a considerarsi senza alternative. Una maggioranza c’è, afferma, è quella voluta dagli elettori, e alla Camera è chiarissima, perché occuparsi solo del Senato, dove i numeri permettono il gioco dei ricatti individuali? È una sfida chiara a Dini: sfiduciami, ma non solo al Senato, e sarà chiaro che nessuno nella mia maggioranza vuole la crisi e il governo istituzionale.
È la realtà, probabilmente. Eppure ieri, alla fine della conferenza stampa, è aleggiata anche tra gli alleati un’impressione di debolezza. Come se quel puntello che ha sostenuto Prodi negli ultimi mesi, ossia la mancanza di alternative credibili, da solo non fosse più sufficiente a descrivere un futuro accettabile al governo e alla maggioranza. Indicativa la reazione di Veltroni alle parole di Prodi: pieno sostegno per i progetti economici di rilancio, silenzio sulla parte riguardante le riforme. È ovvio che quella parte del discorso del premier non può aver entusiasmato Veltroni ed è chiaro che qui si nasconde il punto debole. Prodi ha tranquillizzato i «piccoli» partiti, sostenendo che non può essere fatta una legge «che li penalizzi». Ha ricordato nuovamente il «Mattarellum», «legge che funzionava bene e che il centrodestra ha cancellato» per mettere i bastoni tra le ruote a chi governa. Ma poi quando ha risposto sull’eccessivo numero dei ministri e sulle fibrillazioni della maggioranza, il premier ha spiegato che molto dipende proprio dalla legge elettorale e dall’eccessivo numero dei partiti. Insomma, Prodi è il primo a sapere che una riforma elettorale ha senso solo se riduce la frammentazione, costringendo i piccoli ad aggregarsi e impedendo che si ridividano in frammenti dopo le elezioni. Solo che al momento vuole o deve per forza di cose interpretare il ruolo di paladino dei «piccoli» partiti. È questo che gli garantisce una verifica meno burrascosa, è questa la sua polizza per l’immediato futuro. Qualcuno al loft la mette così: «Al momento, se si stesse alle parole di Prodi, non si farebbe nessuna legge elettorale, oppure si tornerebbe al Mattarellum, che però costringe in ogni caso all’ammucchiata, perché solo così si vince...» Il problema è che c’è il referendum e quindi il nodo andrà sciolto. «Ma se l’intenzione è garantire con una riforma elettorale la presenza anche dei piccoli partiti è chiaro che non si fa nemmeno il sistema tedesco annacquato». Al Pd, o almeno a Veltroni, questa prospettiva continua a non piacere.
Naturalmente bisogna aspettare la verifica di gennaio, anche se la parola non piace a Prodi. La scontata riluttanza a parlare di riforme non potrà durare a lungo. E probabilmente non basterà che Prodi dica agli alleati “io mi occupo del rilancio del governo, le riforme le fa il parlamento”. Si sa cosa pensa Veltroni: una prospettiva di riforme nel 2008 aiuta il paese e il governo Prodi, non lo indebolisce. Quanto all’ipotesi di un esecutivo istituzionale per fare la riforma elettorale, il leader del Pd la considera al momento inesistente. Si prenderà in esame se la caduta di Prodi lo imporrà, ma sapendo che a quel punto il voto resta l’ipotesi più probabile. Del resto, osservano nel Pd, questa è materia del capo dello stato. Ma non si può ipotizzare un governo, tecnico-istituzionale per le riforme sostenuto da una maggioranza sbilanciata verso il centrodestra. Si ricorda il precedente proprio del governo Dini, ex ministro del governo Berlusconi e scelto dal presidente Scalfaro dopo la caduta del Cavaliere per mano di Bossi.
Del resto politicamente è stato questo il leit-motiv del discorso di Prodi. Il mandato popolare, dice il premier, è stato dato a me e a questa maggioranza e non si potrà non tenerne conto. Ieri a Palazzo Chigi hanno passato il pomeriggio a smentire le ipotesi più fantasiose sorte intorno all’accenno di Prodi al tema dei governi alternativi che devono avere una larga maggioranza alla Camera. Persino la vecchia e molto teorica ipotesi di scioglimento del Senato è stata rievocata per spiegare quell’accenno, ma a Palazzo Chigi hanno smontato tutto.
Quanto a Dini «uomo che parla e non chiede», Palazzo Chigi continua a non capire «cosa vuole davvero». Ma tanti brutti sospetti albergano. Infatti facevano notare la dichiarazione di Berlusconi: «Non sembra sua, ha qualcosa di diniano...». Prodi di certo non molla e avverte che non sarà certo Dini a ribaltare un mandato popolare: «Dobbiamo prendere sul serio l’impegno preso con l’elettorato. Non lo possiamo cambiare sulla base di sensazioni».
dicembre 13 2007
CONFESSIONI DI UN AGENTE IN INCOGNITO
DI DAVID VINCENT
artofmentalwarfare.com
"Le operazioni psicologiche sono la mia specialità"
L'autore del testo afferma di essere altamente esperto in programmi segreti di intelligence e in operazioni psicologiche - psyops. Interessante quando afferma che Robert Gates in persona ha contribuito a manipolare le elezioni presidenziali del 2000 e 2004 attraverso massicce frodi telematiche. Affermando che questa opinione è data per certa in tutta la comunità dei Servizi Segreti USA, l'autore mette in guardia contro future elezioni manipolate tramite frodi elettroniche. Dipinge un'immagine chiara e preoccupante dei livelli di depravazione morale che stanno emergendo dal vulcano Neocon.
Merita di essere letto e ricordato.
Michael Carmichael (direttore del Planetary Movement, un'organizzazione di affari pubblici senza scopo di lucro con base nel Regno Unito e frequente contributore su Global Research.)
Il seguente articolo è tratto dall'imminente edizione del libro "L'arte della guerra mentale" di David Vincent.
Nota del redattore di "Arte della guerra mentale":
Questo messaggio proviene da una fonte anonima che si ritiene sia all'interno della comunità dei Servizi Segreti USA. Di alcune dichiarazioni non è possibile verificare l'autenticità, ma i temi ed i riferimenti generali parlano da soli. Ho cercato tutto ciò che fosse possibile trovare e tutto sta perfettamente in piedi. Non ho ragione di credere che nulla di tutto ciò sia falso. Leggetelo e decidete da soli.
Le operazioni psicologiche sono la mia specialità. PsyOps
Tutto ciò che ho fatto è altamente classificato, tutto programmi in nero e operazioni occulte. Alcune persone che conosco pensavano che io lavorassi per la CIA, ma è tutto molto più complicato. Ho lavorato con gente nella CIA, nella DIA, NSC, NSA, SAIC, nello spionaggio militare ed in molte altre agenzie meno note all'interno dell'apparato dell'intelligence.
Prima di focalizzarmi sulle PsyOps ho cominciato eseguendo missioni di guerra occulte, operazioni speciali. Ero capace in ciò che facevo e ho scalato velocemente i ranghi. Quando iniziò la "Guerra al Terrore" ero molto ben pagato per consulenze ad appaltatori privati dell'esercito. Quando unità paramilitari private avevano bisogno di veder eseguiti dei lavori che fruttavano un sacco di soldi venivano da me con i libretti degli assegni riempiti di grana dei contribuenti USA.
Ho visto le peggiori cose immaginabili, l'inferno sulla terra. Alcuni miei amici sono morti fra le mie braccia. Ho visto mucchi di cadaveri marcire. Ho visto uomini, donne e bambini torturati. Ho visto gli occhi di bambini terrorizzati e confusi che venivano venduti per una vita viziosa di schiavitù e morte prematura.
Potrei essere molto più pittoresco, ma ho reso chiara l'idea.
Quella era la mia vita e per tutto questo tempo mi è stato detto che stavo combattendo per la libertà e lavorando per i "buoni". Che commento ridicolo! Nel mondo del nero cioè, nel mondo occulto, non ci sono i "buoni" ma solo differenti gradi di malvagità.
Come notoriamente affermò il Generale di Brigata Butler, "la Guerra è un racket". Non ha nulla a che fare con la libertà e la democrazia. Non c'è un combattere buono ed uno malvagio. C'è solo un gruppo di vecchi avidi gangster figli di puttana che fanno oscene quantità di denaro e che alimentano l'odio, la violenza, i terroristi e gli schiavi del sesso.
La verità è che non c'è controllo! Cioè, potete farla franca con qualsiasi cosa, niente è illegale perché nessuno ne sa nulla, o i pochi che lo sanno ci sono dentro pure loro o hanno un interesse acquisito nel tenere tutto quieto. Se state gestendo pistole, armi, droga, oro, diamanti, donne, bambini, non importa nulla. Finchè la vecchia guardia ottiene le sue risorse, è tutto buono. Ed alla fine, è tutto connesso con il potere. La gente che fa funzionare davvero questo pianeta sa che le risorse naturali (petrolio, acqua, coltan, cobalto, ecc.) sono la chiave. La "Guerra al Terrore" è solo una facciata per depredare le risorse geo-strategiche su scala massiccia. Anche le guerre in Africa del Nord sono interamente dovute allo sfruttamento delle risorse. Una volta che i bravi vecchi ragazzi della CIA alla Bechtel avevano fatto i loro studi coi satelliti NASA sulle risorse minerarie della Repubblica Democratica del Congo (DRC) e avevano scoperto che era "il pezzo di terra più ricco del pianeta", si è scatenato l'inferno! Hanno calcolato che la DRC ha l'80% del coltan mondiale [una sabbia nera leggermente radioattiva formata da minerali di colombite e tantalite da cui il nome "coltan", ndt] , fra molte altre risorse vitali. Senza coltan, non potete avere alcuna tecnologia che richiede un chip per computer: computers, telefoni cellulari, satelliti, e sistemi d'armamento naturalmente. Così la Bechtel, i ragazzi di CitiBank, la Banca Mondiale, il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e vari elementi sotto copertura hanno rifornito un regime brutale dopo l'altro in quella regione. Lì sono morti ben di quattro milioni e passa di persone.
La stessa cosa con il petrolio in Medio Oriente. Pensate davvero che gli interessi qualcosa della libertà irachena? Abbiamo lavorato duro per spingervi a crederlo, ma suvvia, non gliene frega un cazzo della gente irachena. Ne hanno ucciso circa UN MILIONE! E NON è un'esagerazione! Di sicuro come è vero l'inferno, gliene frega parecchio del petrolio iracheno. Inoltre si preoccupano per il petrolio Saudita ed hanno un gradito accordo con una dittatura che opprime brutalmente il suo popolo. Se la libertà e la democrazia sono il tema dominante, che ne dite di liberare il popolo Saudita? Perchè pensate che 15 dei terroristi dell'11/9 provenissero dall'Arabia Saudita? Sosteniamo un regime che opprime quella gente. Lo sosteniamo perché cooperano sul fronte del petrolio. Così, perchè reprimerli? Colpiamo l'Iraq. Loro non ci danno il petrolio - colpiamoli!
Se guardate la storia delle operazioni speciali occulte, riguarda interamente l'assicurarsi un pezzo di terra che dispone di una certa risorsa di valore. Una volta che la risorsa è identificata, operazioni speciali scovano il metodo più efficace per sopprimere o estinguere la popolazione che è abbastanza sfortunata da viverci vicino. Poi entrano le grandi aziende, dalla United Fruit Company alle varie Bechtel ed Halliburton mondiali. Quello è il modo in cui le cose andavano e vanno tuttora, da John D. Rockefeller ed Allen Dulles passando per Kissinger, Bush senior e Cheney. Milioni di incolpevoli civili sono stati macellati. Lasciatemelo ripetere: Milioni di incolpevoli civili sono stati macellati. E non vi sto ingannando. Questi sono diabolici figli di puttana e non sono nostri amici. Queste cose non hanno nulla a che fare con la protezione del popolo USA o con l'ergersi a difesa della libertà e della democrazia. Non gliene frega niente dell'americano medio. In questa età di economia globale, il concetto dello stato nazione è obsoleto. Se solo i fieri Americani lo potessero capire. L'orgoglio per l'American Way of Life è solo un altro strumento di propaganda per gli agenti di PsyOps - la gente come me - da usare per manipolarvi ed incitarvi a pensare che il nero è bianco ed il bianco è nero.
Se mi doveste chiedere qual è la minaccia più grande per il popolo degli Stati Uniti, Cheney o bin Laden, o chi ha fatto più danni agli Stati Uniti, direi senza esitazione Cheney. Cheney, assieme a Bush Senior e Kissinger, ha fatto andare avanti per circa 40 anni il mondo occulto.
Una piccola nota a piè di pagina: io credo fermamente che Robert Gates, attuale Segretario alla Difesa e braccio destro di Bush Senior nel mondo occulto, abbia usato la crittografia dei computer e strumenti software della sicurezza per far si che Bush Jr. fosse eletto entrambe le volte. Non ho conoscenza diretta dell'operazione, ma cercate "Robert Gates", "Bill Owens," "Sicurezza del voto elettronico", "HAVA," "VoteHere" e "Scientific Applications International Corp". [Pubblicheremo altro su questo argomento nell'immediato futuro, ndr]. L'operazione andò così bene che Gates sarebbe diventato il primo Direttore della National Intelligence. Lasciò il lavoro, ma poi ha preso la posizione di Segretario alla Difesa quando Rumsfeld fu rimosso dalla sua posizione pubblica. Non penso che ci sarà mai una solida prova che collega direttamente ai membri dell'amministrazione; è tutto una rete aggrovigliata di plausibili affermazioni smentibili. Ma io penso che alla fine sarà dimostrato che le elezioni sono state manipolate per portare Bush alla vittoria. Molta gente nel mondo occulto lo da per scontato, come puro buonsenso. Per favore non confondetelo con la propaganda partigiana. Non me ne frega niente della dinamica della PsyOp "Democratico o Repubblicano" fatta per instupidire. Sono solo etichette per dividere un pubblico statunitense potenzialmente potente se unito.
È duro convincere l'americano medio a capire queste cose. La maggior parte di chi vive in questo paese subisce il lavaggio del cervello dalla nascita. Per fare un esempio molto evidente, potete guardare l'industria della pubblicità ed il modo in cui hanno intensificato la loro attenzione sulla gioventù. E' tutto incentrato sull'allevare consumatori impulsivi guidati emozionalmente attraverso la ripetizione - in continuo - compra, compra, compra. Sentite una cosa abbastanza spesso ed interiorizzate il messaggio. Diventa qualcosa di simile all'aria che respirate, come la gravità. È là, onnipresente, ma non lo realizzate o non ci pensate coscientemente. Diventa la molla da cui scattano in avanti i vostri pensieri.
Ciò a cui tutto si riduce è il tasso di esposizione. Prendete un messaggio semplice e lo ripetete all'infinito, come menzionare Saddam e l'11/9. Non dovete dire Saddam è coinvolto nell'11/9, perché non è vero. Dovete solamente menzionare Saddam e l'11/9 nello stesso semplice messaggio ripetitivo migliaia di volte e la gente sosterrà un attacco ad un paese che non aveva nulla a che fare con l'11/9 perché sono stati psicologicamente condizionati a collegare le due cose.
Si tratta di operazioni psicologiche su vasta scala, psicologia di massa. L'arte scientifica di manipolare l'opinione pubblica ormai ha 100 anni. Le PsyOps si sono evolute al punto, grazie a tutti i mass-media che ci invadono, al punto che possiamo spingervi a credere, o almeno ad accettare passivamente, qualunque cosa vogliamo. Ho lavorato segretamente con le più potenti aziende di media al mondo per convincervi a credere ciò che "loro" vogliono farvi credere. I media sono l'arma più efficace mai creata per la tirannia e l'oppressione. Non c'è più bisogno di controllare fisicamente le popolazioni quando potete farlo mentalmente - programmatele, interiorizzate le regole.
Per dare un po' più di background sulle operazioni psicologiche rivelate pubblicamente, nel 1977, dopo che il Congressional Church Committee aveva studiato la manipolazione dei mezzi di informazione da parte della CIA, e subito dopo George Bush Sr. aveva lasciato il suo posto come direttore della CIA, il famoso reporter del Watergate Carl Bernstein cercò un po' più a fondo in ciò che è stato conosciuto come Operazione Mockingbird [Mimo, ndt]. Svelò che oltre 400 giornalisti USA stavano in effetti realizzando servizi clandestini di PsyOps CIA. Bernstein ha identificato operazioni che coinvolgono quasi ognuno dei principali marchi d'informazione USA, tra cui spiccano il New York Times, la CBS ed il Time Magazine [l'articolo originale del 1977 si può trovare a questo indirizzo n.d.r.]. La CIA ha definito tutto questo come un "limitato appoggio". "Limitato appoggio" è il modo di dire CIA quando sfuggono informazioni classificate e dovete farlo sembrare come se doveste "tirare fuori tutto" con tutte le informazioni sull'operazione, ma in realtà state ammettendo solo parte dell'operazione così da poter occultare altre parti più profonde e continuare il programma. Ciò ha funzionato in maniera molto efficace per loro, poiché il pubblico USA è passato rapidamente oltre e questa operazione è stata in gran parte dimenticata. Attualmente, potrei stimare, con le notizie via cavo ed Internet, che ci siano più di un migliaio di operativi sotto copertura sparsi in tutti i media informativi. Hanno una presa costante su televisione, giornali, servizi via cavo, radio e riviste. Tuttavia, Internet - quello è il loro punto debole - è troppo decentralizzata e difficile da controllare.
La Roadmap delle Operazioni per l'Informazione del Pentagono attualmente descrive Internet come "sistema di armi" nemico. Il Pentagono non nasconde il fatto che vogliono il controllo totale sulle informazioni, o come lo definiscono loro,"dominio sulle informazioni" [information dominance]. Dichiarano molto chiaramente che cercano di "controllare la terra, il mare, lo spazio e le informazioni". Questo è ciò a cui si riferiscono come "dominio a tutto campo". Se non pensate che vedano questo come una priorità massima assoluta, guardate l'Iraq. Il programma per "incorporare" i giornalisti con l'esercito in Iraq era un'operazione strategica che considerava "il giornalismo come componente di operazioni psicologiche". I giornalisti che non erano "incorporati" furono considerati "nemici combattenti". Sono stati uccisi più giornalisti in Iraq che in qualunque altra guerra e sono stati gli USA ad aver compiuto una larga parte di queste uccisioni.
Prima che mi dilunghi troppo, il punto che voglio sia chiaro al pubblico USA, il punto fondamentale è che la maggior parte della gente matta per il potere e malata d'avidità è al di sopra della legge e la fa sempre franca. Nel mondo occulto le regole non si applicano. La democrazia è una favola. Niente è ciò che sembra, la realtà non è reale. Passa attraverso lo specchio di Alice.
Io ho combattuto ciò e non sono andato da nessuna parte. Ho informato persone che ingenuamente pensavo potessero fare qualcosa, ma non può essere fatto nulla. Ho preso tutti i maledetti soldi che ho guadagnato e li ho donati a cause umanitarie. Farà differenza? No. Non nel grande schema delle cose, ma a breve scadenza può salvare qualcuno... forse. E questo è tutto quello che posso sperare ormai.
Sono diventato così cinico! Vivo con il senso di colpa ed il cinismo che pesano su ogni mio movimento, ogni mio pensiero.
Quando avete visto le cose che ho visto, siete stati coinvolti nelle cose in cui sono stato coinvolto, quando avete speso la maggior parte della vostra vita come me, cosa fate quando decidete di smettere ed uscirne? Potete davvero venirne fuori?
Sono stato capace di uscirne, finora, quando nessuno che conoscevo pensava che ne sarei potuto uscire. Ma una volta che avete vissuto nel mondo occulto, la vita civile "normale" sembra una condanna al carcere. Invece era il mondo occulto una condanna al carcere.
Sono stato fortemente raccomandato di mantenere un profilo molto basso e di dimenticare le cose per un periodo. Ma trovo molto duro scomparire semplicemente nella notte quando stiamo raggiungendo l'orizzonte di un evento, un limite di rottura. Malgrado il mio cinismo, c'è una parte di me che sa che devo continuare a combattere. La posta in gioco è troppo alta, mai stata così alta. La specie umana è in serie difficoltà, dovendo affrontare un insieme di crisi come non abbiamo mai affrontato prima. A meno che queste forze occulte non siano svelate ed alla fine eliminate, non vedo come possiamo persino cominciare a compiere le azioni coraggiose che dobbiamo iniziare a fare ora - ed intendo proprio ora! Queste forze occulte sono una causa iniziale e scatenante, un cancro che si sparge attraverso il sistema in tutto il pianeta.
Per quanto posso dire, non potete cambiare il sistema dall'interno della comunità dell'intelligence stessa. Ciò include il Comitato Intelligence del Senato. Se i cambiamenti urgentemente necessari dovranno mai accadere, dovranno venire dal pubblico USA. Ora conosco in prima persona come il pubblico americano sia stato condizionato a essere apatico e a non rimanere implicato nella politica e sia stato nutrito con una dieta costante di disinformazione. Ma la propaganda funziona solo fino al punto in cui la popolazione che ne viene sottoposta non sente l'effetto diretto e le conseguenze negative ad un livello personale nella propria vita quotidiana. Ecco perchè la leva obbligatoria ha svolto un grande ruolo nel portare una fine in Vietnam. Abbiamo bisogno di un'altra leva obbligatoria per spingere la massa al limite e farla agire, ma la facciata sta cominciando a sbriciolarsi - l'11/9 ha avuto certo effetto, la guerra in Iraq certamente, Katrina, le massicce perdite del lavoro ed una diminuzione economica che è solo appena iniziata hanno tutti partecipato alla generazione della massa critica. Anche la popolazione più sottoposta a propaganda nella storia della civilizzazione dovrà agire quando la sua sopravvivenza e benessere sono direttamente minacciate e subiscono delle conseguenze. Spero solo che abbastanza gente capisca l'esigenza di un'azione decisa e decisiva ora, prima che sia troppo tardi. Così, alla gente che ha consapevolezza dei problemi che stiamo affrontando, se potessi esprimere un parere, sarebbe questo:
1. Incriminare l'amministrazione Bush per crimini di guerra. Se il caso potesse essere portato mai davanti ad una corte, la prova per condannarli è decisamente là. Ecco perchè l'amministrazione si è fortemente opposta alla Corte Internazionale Criminale. Se dobbiamo cominciare a riparare questo paese ed il mondo, dobbiamo cominciare mostrando a questi pazzi per il potere, e alle forze occulte, che sono incriminabili. Se possiamo condannare qualcuno come Cheney, trasmetteremo un potente messaggio al mondo occulto. Se li lasciamo andare, continueremo ad avere questi problemi. Nuova gente li seguirà e prenderà il loro posto.
2. Indagare su dove sta scomparendo tutta la spesa militare. Ci sono letteralmente trilioni di dollari dei contribuenti scomparsi senza traccia. Questi soldi stanno alimentando il mondo occulto ed il terrorismo in generale. Come parte di tutto ciò, includerei pure un'indagine sui mercanti di guerra.
3. Rendere obbligatorio che tutte le macchine per il voto elettronico debbano avere una traccia di carta verificabile al 100%.
4. Far entrare persone nella Commissione Federale per le Comunicazioni (FCC) che fracassino le attuali regole sulla proprietà dei media. La concentrazione della proprietà dei media è il fondamento della struttura di potere occulta. Senza quella, l'intera cosa è come una casa di carte. Ecco perchè l'FCC sta attualmente cercando di introdurre di forza regole che consolideranno ulteriormente la proprietà dei media prima che l'amministrazione Bush lasci l'incarico. Come parte di ciò, è fondamentale che proteggiamo l'architettura aperta di Internet. I media appartengono alla gente, come pure il governo, almeno in teoria, ma noi abbiamo bisogno di un sistema d'informazione che serva realmente l'interesse pubblico.
5. Dichiarare un'emergenza nazionale e globale sul fronte ambientale. Abbiamo già raggiunto il limite di rottura. Abbiamo bisogno di un'azione decisa organizzata, governativa, e guidata dalla politica, subito.
6. Dobbiamo rivolgerci alle entità che ora hanno potere al di sopra della Costituzione, come la struttura governante globale corporativa non democratica e non eletta - istituzioni come l'Organizzazione per il Commercio Mondiale (WTO) ed il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e "accordi" come NAFTA e DR-CAFTA, per menzionarne alcuni. La maggior parte degli Americani neppure sanno che cosa siano queste strutture di potere, e tanto meno che hanno il potere di sostituire la Costituzione. Dobbiamo anche affrontare la Legge sulla Sicurezza Nazionale, che è il luogo in cui risiede il potere finale del nostro paese. La Legge sulla Sicurezza Nazionale ha effettivamente reso priva di significato la Costituzione ed è il motore principale del mondo occulto. Il Patriot Act ed i nuovi vari poteri recentemente assegnati devono pure essere drasticamente modificati o completamente eliminati per proteggere le nostre libertà civili.
7. Infine, dobbiamo finanziare pubblicamente le elezioni. Finchè abbiamo un sistema che richiede ai candidati di accumulare decine di milioni di dollari anche solo per essere presi in considerazione per l'incarico, avremo politici che si inchinano davanti all'uno per cento più ricco e agli elementi più potenti della società a spese dei cittadini. Un importante aspetto di ciò deve essere un imposizione alle grandi aziende dei media di fornire gratuitamente spazio ai candidati. I candidati devono spendere la maggior parte dei loro soldi in pubblicità sui media tradizionali. Ecco perchè i principali mezzi di informazione spendono così tanto tempo concentrandosi su chi sta raccogliendo più soldi, perché loro sono quelli a cui finiranno tutti quei soldi. Una volta che abbiamo finanziato pubblicamente le elezioni e lo spazio gratuito per i candidati, avremo dato l'incarico a persone che lavoreranno nell'interesse del pubblico perché non sono in debito con grandi e potenti entità. Quando avete politici che dipendono dal pubblico anziché dal settore privato per la sopravvivenza, si possono affrontare tutti gli argomenti precedentemente citati perché non dovrebbero temere il ritiro del supporto da parte delle grandi società e dai ricchi e potenti che non vogliono che queste cose accadano. Ciò inoltre ci permetterà di eliminare le riduzioni d'imposta per l'un per cento più ricco, di mettere fine a pratiche di assistenza sociale corporative e smettere di finanziare oscenamente le industrie militari e penitenziarie che stanno facendo enormi profitti dai disastri e non servono più gli interessi della sicurezza. Poi possiamo riorientare quei soldi nell'ambiente, nella formazione, sanità e programmi di previdenza sociale, per accennare solo ad alcuni.
Nell'attuale ambiente politico tutto ciò può suonare come un irreale flauto magico, ma queste sono sette cose chiave che DEVONO accadere. Se tutte e sette non avvengono nei prossimi anni, avremo avviato il mondo verso un corso disastroso ed irreversibile. Questa è "la sfortunata realtà della nostra situazione attuale". Non sarà facile, ma fareste meglio ad iniziare a combattere ora, mentre possiamo ancora.
Tocca davvero a noi. Dovete personalmente, nella vostra vita quotidiana, fare tutto ciò che potete. Con abbastanza pressione pubblica tutte queste cose sono realizzabili. Una volta che abbiamo una piccola parte di popolazione che si comporta in questo modo, si accenderà rapidamente e si spargerà. Anche se la stragrande maggioranza della popolazione degli Stati Uniti è incredibilmente propagandizzata in superficie, appena sotto c'è la realizzazione dell'esigenza di un'azione di massa. Hanno solo bisogno di leader che indichino la strada. La massa ha solo bisogno di una scintilla. Fate ciò che potete per farla sprigionare. È una questione di un'importanza senza precedenti.
Titolo originale: "Confessions of a Covert Agent. Psychological Operations are my specialty"
Fonte: http://artofmentalwarfare.com
Link
02.12.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FILMARI
dicembre 9 2007
| amministrazione Bush : Aria di cambiamento nella capitale |
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Non è facile riuscire a capire che cosa succede, ma certamente qualcosa di importante sta muovendosi sotto il cielo di Washington.
L’altro ieri c’è stato lo sgambetto letale della CIA alle aspirazioni bellicose dei neoconservatori verso l’Iran. Oggi un gruppo di senatori repubblicani ha accennato alla possibilità di una commissione di inchiesta che indaghi sulla scomparsa ingiustificata di alcuni miliardi di dollari che il Pentagono avrebbe nuovamente perso di vista, fra le sabbie del Medio Oriente: la cosa interessante è che, essendo in questo momento i democratici in maggioranza sia al Senato che alla Camera, avrebbero automaticamente diritto all’undicesimo voto della commissione (quello della presidenza), e quindi l’esito di tale inchiesta sarebbe già scontato: condanna senza giustificazioni per Rumsfeld e compari.
Altre voci hanno cominciato a domandarsi se per caso Bush e Cheney abbiano mentito consapevolmente, nell’affermare che l’Iran avesse un programma nucleare attivo: se in effetti le informazioni della CIA non erano in quel senso, dove avrebbero preso i due mezzi presidenti quelle che gli permetterebbero ora di sostenere di non avere mentito?
Sono solo leggere folate, per ora, che si riescono a decifrare valutando il genere di notizie alle quali i mainstream media scelgono quotidianamente di dare risalto. Solo un anno fa, ad esempio, ci furono ben 16 tentativi da parte dei democratici di aprire una inchiesta sui miliardi di dollari ...
... che scomparivano a ritmo impressionante nella voragine irachena, ma ogni volta la mozione fu bocciata, grazie all’intervento di qualche franco tiratore: di questa notizia in TV non parlò nessuno. Se oggi invece i media hanno deciso di farci sapere che c’è questo genere di “ribellione” fra i ranghi stessi dei repubblicani, significa che probabilmente si sta formando una nuova alleanza fra i moderati di destra e i democratici, intesa ovviamente a liberarsi una volta per tutte del cancro neoconservatore. (In fondo, se le notizie sono controllate in un senso, non si vede perchè non dovrebbero esserlo anche nell'altro).
A sua volta anche il fronte elettorale presenta interessanti altalene, che si possono decifrare in vario modo. Con l’avvicinarsi delle primarie dell’Iowa, fra tre settimane, i due leader di ciascun partito, Clinton e Giuliani, hanno improvvisamente perso terreno, ciascuno alle proprie “estremità”: per troppa fretta, probabilmente, di gettarsi al centro, con delle tematiche che riescano a compiacere il numero sempre crescente di indecisi che andranno a votare, ciascuno si è visto superare all’interno del proprio partito da un avversario che fino a ieri sembrava non avere speranze: la Clinton, a sinistra, da Barak Obama, che sta avendo una forte presa sulla base elettorale democratica, mentre Giuliani ha visto spuntare alla sua destra la stella del mormone Matt Romney, che ha fatto oggi una mossa decisamente azzardata: ha dichiarato pubblicamente che con la sua presidenza l’America tornerà ad essere “una nazione sotto Dio e sotto la sua religione”.
Con acrobazie verbali da capogiro, Romney è riuscito addirittura ad affermare che “in fondo i Padri Fondatori hanno voluto questa nazione sotto il nome di Dio”, quando il primo emendamento della Costituzione stabilisce in maniera chiara e inequivocabile “la separazione fra stato e chiesa”.
Ma di questi tempi le costituzioni vanno poco di moda, e la base religiosa della Bible Belt ha accolto con grande clamore queste dichiarazioni, togliendo improvvisamente a Giuliani il comodo margine di vantaggio con cui si stava avviando al primo consulto elettorale.
Come se non bastasse, un altro scandalo è andato ad aggiungersi alla lista già lunga che minaccia di affondare per sempre le speranze presidenziali del supersindaco del 9/11: si è scoperto oggi che la sua ex-amante – oggi moglie ufficiale – riceveva protezione, servigi e scorta armata dalla polizia di New York addirittura prima che la notizia della suo “affair” con Rudy arrivasse sulle pagine dei giornali. E Bernard Kerick è sempre in galera, che aspetta di raccontarci un sacco di cose interessanti.
In ogni caso, questi sono tutti giochi di facciata, e lo sappiamo bene. Ma l’unica cosa che possiamo fare, in tempi come questi, è cercare di interpretare i fatti esteriori, visibili, per riuscire a capire dove ci vorranno portare quelli che davvero tirano le fila delle nostre esistenze.
Se non altro, ogni giorno che passa sembra di poter dire con maggiore certezza che non sarà nella direzione che avrebbero voluto i neocons.
Massimo Mazzucco
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http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2268
dicembre 6 2007
I primi segnali sono arrivati da progetti filtrati dall’Iran. Poi e’ toccato ai rapporti delle spie. Ma la svolta e’ arrivata da intercettazioni elettroniche: le apparecchiature della Nsa hanno ascoltato comandanti militari iraniani che si lamentavano per lo stop, anni prima, del loro programma nucleare. Dietro la svolta dell’intelligence americana sull’Iran ci sono informazioni raccolte di recente e un dibattito segreto rovente a Washington. […]
All’indomani della pubblicazione delle conclusioni del National Intelligence Estimate (Nie), un rapporto che in buona parte contraddice un’analisi analoga del 2005, emergono i retroscena su come sia avvenuto il dietrofront. Oltre 1000 indizi hanno convinto la Cia e le altre 15 agenzie della comunita’ d’intelligence americana che Teheran ha interrotto nel 2003 il programma di armamento nucleare, anche se ha continuato ad arricchire uranio. Le ‘fonti di prova’ sono contenute nelle 150 pagine top secret del Nie, di cui sono state diffuse solo alcune conclusioni sintetizzate in due pagine e mezzo.
Ma dalle indiscrezioni emerge che l’elemento piu’ concreto che ha provocato un consenso sulle conclusioni, sono state alcune intercettazioni elettroniche. I servizi segreti americani hanno ascoltato e analizzato discussioni in cui i generali iraniani esprimevano la loro frustrazione per l’interruzione al programma atomico militare. Quando nel luglio scorso la Cia ha cominciato a far conoscere a membri dell’amministrazione Bush i contenuti delle intercettazioni, i consiglieri del presidente George W.Bush e soprattutto lo staff di Dick Cheney hanno espresso profondo scetticismo. Il timore - rivelano fonti dell’ intelligence - era che si trattasse di una sofisticata messinscena di Teheran per creare un depistaggio.
La Cia e l’intelligence del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno deciso di sottoporre a un test le informazioni di cui disponevano, creando quelle che sono conosciute in gergo come esercitazioni ‘Red Team’. In pratica, squadre di agenti segreti, cercando di calarsi nella mentalita’ iraniana, hanno cercato di dimostrare che gli indizi raccolti erano falsi o inaffidabili. Ma non ci sono riusciti e alla fine i servizi segreti hanno dovuto rassegnarsi a quella che ora appare l’evidenza a Washington: le conclusioni del 2005 erano sbagliate e c’era bisogno di correggerle formalmente, per evitare che, come avvenne con un Nie del 2002 sull’Iraq, divenissero il presupposto di un’azione militare.
A settembre, il direttore della Cia Michael Hayden e il suo vice Stephen Kappes hanno riunito tutti gli esperti sull’Iran e hanno tirato le somme di cio’ che stava emergendo. Secondo il consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Stephen Hadley, Bush e Cheney hanno cominciato a venir informati della svolta piu’ o meno in quel periodo, anche se alcune fonti indicano che gia’ a luglio i vertici dell’amministrazione avevano ricevuto le prime indicazioni. Una circostanza che ha gia’ suscitato polemiche tra chi si chiede perche’, ancora in ottobre Bush, agitasse lo spettro della ‘Terza guerra mondiale’ provocata dall’Iran, se gia’ sapeva delle nuove analisi.
Il Nie e’ stato completato martedi’ scorso, mentre Bush si trovava alla conferenza di pace sul Medio Oriente ad Annapolis e il giorno dopo il presidente e il suo vice lo hanno ricevuto dai capi dell’intelligence, nel corso di un briefing alla Casa Bianca.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/12/05/iran-intercettazioni-e-spie-dietro-il-cambio-di-rotta/#more-424
dicembre 5 2007
Due anni dopo aver affermato che l’Iran era impegnato in una corsa contro il tempo per dotarsi di un’arma nucleare, l’intelligence Usa ha compiuto un netto dietrofront. Un rapporto che raccoglie le conclusioni della Cia e delle altre 15 agenzie d’intelligence americane, afferma che Teheran ha interrotto il programma nell’autunno 2003, sotto l’ effetto della pressione internazionale. […]
Il rapporto, inviato dai servizi segreti al Congresso, aggiunge che l’Iran continua ad arricchire uranio e teoricamente potrebbe sviluppare un’arma tra il 2010 e il 2015. Ma nel complesso la Cia manda un segnale rassicurante, che provoca un grattacapo alla Casa Bianca, dove solo lo scorso ottobre il presidente George W.Bush ha sollevato lo spettro della ‘’Terza Guerra Mondiale'’ se Mahmoud Ahmadinejad non viene fermato. Gli uomini del presidente sono entrati in azione pochi minuti dopo la diffusione del rapporto: ‘’E’ una conferma che eravamo nel giusto ad essere proccupati'’, ha sostenuto il consigliere per la sicurezza nazionale, Stephen Hadley, aggiungendo che le conclusioni dimostrano la necessita’ di ‘’continuare a mantenere la pressione internazionale'’ sull’Iran.
Da Teheran, il presidente Ahmadinejad ha fatto sapere che il dossier nucleare iraniano ‘’e’ chiuso'’, aggiungendo che la questione del nucleare ‘’e’ giunta al termine'’ e che l’Iran ‘’non si sente assolutamente minacciato, ci siamo preparati per qualsiasi evenienza e circostanza'’.
Il National Intelligence Estimate (Nie), il rapporto che offre la nuova valutazione sul programma nucleare iraniano, sembra ora destinato a influenzare lo scenario del dibattito internazionale e avra’ con ogni probabilita’ un peso anche nella campagna elettorale per la Casa Bianca, nella quale l’Iran compare spesso tra i temi discussi. La sintesi del rapporto resa pubblica afferma tra l’altro che la comunita’ d’intelligence americana ritiene ‘’con alto livello di fiducia, che nell’ autunno 2003 Teheran ha interrotto il proprio programma di armamento nucleare'’. L’Iran ‘’come minimo sta mantenendo aperta l’opzione di sviluppare armi nucleari'’, aggiungono gli analisti americani, sottolineando pero’ che lo stop al momento e’ reale ed e’ in buona parte dovuto alla pressione internazionale.
‘’L'Iran probabilmente - aggiunge il Nie - sarebbe capace tecnicamente di produrre abbastanza uranio altamente arricchito per un’arma in un arco di tempo tra il 2010 e il 2015′’, ma attualmente sembra aver accantonato la possibilita’, sulla base anche di ‘’un’analisi costi-benefici'’.
Nel 2005, in un precedente Nie, l’intelligence americana descriveva uno scenario assai diverso. Il vicedirettore nazionale dell’intelligence, Donald Kerr, ha spiegato che proprio perche’ i servizi segreti ‘’si sono pronunciati pubblicamente piu’ volte sulla base delle valutazioni del 2005′’, e’ stato deciso di rendere pubbliche le nuove conclusioni, nonostante i Nie siano tra i documenti piu’ riservati del governo americano.
La Cia sembra impegnata a percorrere la strada della prudenza, cinque anni dopo che un altro National Intelligence Estimate pose le basi per la guerra in Iraq, concludendo che Saddam Hussein disponeva di armi biochimiche ed era forse impegnato in un programma nucleare. Accuse che si sono rivelate prive di fondamento e che ora costituiscono un precedente, che frena l’intelligence Usa dal presentare conclusioni sull’Iran che non siano accompagnate da prove solide.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/12/04/iran-sul-nucleare-la-cia-fa-dietrofront/#more-423
dicembre 3 2007
Riforme, Prodi a Veltroni "Pd garante di tutta l´Unione"
Goffredo De Marchis
la Repubblica
ROMA - Romano Prodi deve scendere in campo, dopo il colloquio tra Veltroni e Berlusconi. Ha osservato i contraccolpi che quell´incontro ha provocato sulla sua maggioranza e punta ad attenuarne gli effetti. «Non vi sono elementi di preoccupazione», garantisce. Lui non ne ha mai avuti, giura. Eppure agli alleati dell´Unione che sostengono il suo governo, sempre in bilico sui numeri risicati al Senato, deve mandare un messaggio chiarissimo: «Io sono il garante della coalizione». In questa veste si è presentato al "caminetto" del Partito democratico riunito ieri sera nel loft di Piazza Sant´Anastasia a Roma. Per esprimere i dubbi che in questi giorni sono stati affidati a battute, a frasi secche ma eloquenti. Anche ieri mattina, subito dopo i nuovi attacchi di Silvio Berlusconi al governo. «Vi sembra un uomo che vuole dialogare?», è il suo gelido commento alle parole del Cavaliere. Ma il segnale vale anche per Veltroni. Che il premier coinvolge nel gioco degli equilibri del centrosinistra. Come dire che Walter non può fare finta di niente. «Non sono solo io il garante - precisa - ma è tutto il Pd che garantisce anche gli altri partiti della coalizione».
Il vertice di ieri sera è il primo vero confronto dal giorno delle primarie, il 14 ottobre, cioè, un mese e mezzo fa. Insieme con Prodi e Veltroni, ci sono il vicesegretario Dario Franceschini, i ministri Rutelli, D´Alema, Parisi, Bindi, Amato, Fioroni, Bersani, Chiti e Gentiloni, il sottosegretario Enrico Letta, Fassino, Bettini, Follini, i capigruppo Soro e Finocchiaro e i due presidenti delle commissioni Affari costituzionali Violante e Bianco. Insomma, è il vero stato maggiore del Pd. Che scavalca di fatto gli organismi nominati nelle ultime settimane, segreteria e direzione. I leader devono parlarsi, anche perché siamo al giro di boa. Ed è il segno evidente che Veltroni ha tutta l´intenzione di andare fino in fondo, di stringere. Anche Prodi saluta con soddisfazione il confronto dentro il Pd, finora mancato. Entrando al vertice spiega: «Stasera teniamo una doverosa, normale riunione politica su temi generali e sulla legge elettorale. Di queste riunioni i partiti dovrebbero farne tante. Si è persa l´abitudine, ma si devono fare».
Per il dopo Veltroni-Berlusconi c´è già una scadenza parlamentare che conta, eccome, per verificare sul campo la possibilità di un accordo. Martedì si riunisce l´ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, con l´obiettivo di stabilire il ruolino di marcia della riforma della legge elettorale. La settimana prima della pausa natalizia dovrebbe essere adottato il testo base della riforma. C´è tempo per tradurre l´intesa avviata da Veltroni e Berlusconi in un nuovo disegno di legge? È una delle domande sul piatto del vertice di ieri sera.
Rosy Bindi continua ad attaccare il metodo seguito dal segretario del Partito democratico e chiede il coinvolgimento di altri soggetti. «Il governo non potrà non fare la sua parte, anche per quanto riguarda la legge elettorale», spiega. E ci vuole un confronto più ampio del canale privilegiato con il Cavaliere. «Penso - insiste la Bindi - che accanto a Veltroni ci debbano essere un po´ di persone che hanno a cuore il Paese, anche perchè da soli si fanno poche cose». Vanno coinvolti anche gli altri dirigenti del Pd e gli altri partiti dell´Unione, soprattutto non spaventarli. «Io personalmente credo che il Pd abbia a cuore anche la coalizione e che la legge elettorale dia stabilità al paese e che questa stabilità c´è se c´è un grande partito che non cannibalizza gli alleati». Dubbi, preoccupazioni che il ministro della Famiglia spera di vedere fugati dal "caminetto". Ma insieme con Arturo Parisi la Bindi ha convocato per oggi una riunione dei dirigenti della sua lista e lì farà il punto.
novembre 30 2007
Si è appena concluso a St. Petersburg (Florida) il dibattito tra i pre-candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti per le elezioni del 2008. Aberranti le risposte alle domande fatte dal pubblico attraverso Youtube, in particolare sui temi dell’immigrazione e della guerra in Iraq.
 Poteva essere un dibattito interessante. Tutti i candidati repubblicani alla Casa Bianca sulla CNN che rispondono in diretta e sullo stesso palco a domande fatte dagli elettori ed inviate tramite Youtube (innovativo ma molto americano). Lo spettacolo purtroppo ha deluso ed il risultato è stato pessimo. Si credeva che il pubblico potesse proporre domande dirette, precise e pungenti, invece quasi tutte sono state banali e scontate. Emerge però da parte di tutti i candidati la stessa volontà di accaparrarsi, in vista delle primarie, i voti dell’estrema destra conservatrice. Tutti infatti si sono trovati d’accordo sui temi dell’immigrazione, della guerra in Iraq e della sicurezza.
Il partito repubblicano attualmente non gode di grandi consensi negli Stati Uniti e si crede che solo il partito democratico possa perdere le prossime elezioni. Fatto sta che i repubblicani cercheranno il candidato da presentare alle presidenziali tramite elezioni primarie. Il favorito è Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, che però dovrà concorrere con Willard Mitt Romney, attuale governatore del Massachussets, e John Sidney McCain, attuale senatore dell’Arizona. Gli altri candidati sono Thomas Tancredo, rappresentante alla Camera del Colorado, Tommy Thompson, ex governatore del Wisconsin, Duncan Hunter, congressista per la California, Ronald Paul, rappresentante alla Camera per il Texas, e Mike Huckabee , ex governatore dell’Arkansas.
Mentre tra il pubblico continuava ad essere inquadrato l’attore che interpreta Chuck Norris, (quello della celebre serie televisiva di "Walker Texas Ranger") divenuto icona della campagna elettorale per la sicurezza proprio del predicatore Mike Huckabee, nel video scorrevano le pessime domande inviate dal pubblico. Mi sento obbligato a citarne qualcuna:
-“Quante armi hanno in casa? Di che calibro?” – con tutti i candidati a lottare per chi avesse più pistole e fucili;
- “Quale sarebbe l’opinione di Gesù (sic…) rispetto alla pena di morte?”;
-“Credete totalmente a quello scritto nella Bibbia?”;
-“Siete disposti a finanziare missioni spaziali con destino Marte?”.
Questi sono solo alcuni degli esempi di domande tragicomiche che si è dovuti sopportare durante la serata. La più esilarante (ma di tono serissimo), quella su Marte, veniva dopo una delle poche domande intelligenti della serata che faceva riferimento al deficit di spesa pubblica che affrontano ad oggi gli Stati Uniti. Solo McCain ha fatto notare che non sono tra le priorità spese spaziali, dati i problemi più impellenti dell’economia.
Proprio McCain a mio parere è riuscito a distinguersi dal mucchio. Molti lo danno come l’unico candidato realmente capace di affrontare il candidato democristiano (Hilary, Obama o chi per loro). Forse però si è dimostrato troppo poco conservatore e nazionalista per poterla spuntare nelle elezioni primarie dove va a votare lo zoccolo duro del partito repubblicano, formato da puri conservatori cattolici di estrema destra.
Tutti gli altri candidati, compreso Giuliani e capeggiati da Romney (non vedo un dopo Bush peggiore di questo governatore del Massachussets), hanno preferito tentare di aggiudicarsi i voti degli ultra-conservatori puntando su discorsi populisti e estremamente nazionalisti.
Uno dei temi principali è stato di fatto quello dell’immigrazione, argomento attesissimo. La linea comune è stata quella di dare addosso agli immigrati. Per tutto il tempo, tutti i candidati senza esclusioni, hanno fatto riferimento ad “illegali” e non come sarebbe più opportuno ad “indocumentati”. In un clima di assoluta mancanza di rispetto e di dignità non si è fatto altro che parlare di barriere, di difesa delle frontiere ed addirittura di deportazioni (proposta del candidato Tancredo). Da segnalare lo scontro verbale tra Mitt Romney e Rudy Giuliani. Romney, accanito sostenitore della tesi secondo cui tutti i cittadini senza documenti non debbano avere nessun diritto e debbano tornarsene al loro paese, ha accusato Giuliani di aver accolto a New York i clandestini durante il suo mandato di sindaco. Giuliani ha risposto per le rime, dicendo che Romney aveva invece dato rifugio ai clandestini assumendone molti per lavorare in casa propria. Scene penose…
Per non parlare della proposta del congressista Duncan Hunter di una doppia barriera di protezione su tutto il confine tra Messico e Stati Uniti (sic…). A nessuno invece è venuto in mente di parlare di come si possa prevenire l’immigrazione, delle misure per migliorare la situazione in America Latina, di come tentare di ridurne la povertà e fare in modo che immigrare negli Stati Uniti non sia l’unica soluzione per vivere meglio. Non capisco con quale coraggio quasi tutti questi candidati abbiano accettato un dibattito destinato alla popolazione hispano-latina fissato per il prossimo 9 dicembre all’università di Miami. Con quali argomenti chiederanno i voti della comunità latinoamericana, spero che non facciano riferimento a muri di frontiera o deportazioni…
Anche gli altri temi toccati erano sulla stessa linea ultra-conservatrice. Un adolescente texano che rivendicava la sua libertà di disporre di armi da fuoco è stato rassicurato da tutti i presenti che non potevano mica negare la libertà alla difesa per un cittadino statunitense. Nessuno ha preso in considerazione misure restrittive che limitassero la concessione ed il commercio di armi.
Il tema dell’aborto è stato condannato da tutti, e la pena di morte mai messa in discussione. Non si riesce però a capire che tipo di coerenza ci sia nel giudicare l’aborto come una ingiusta privazione di vita, contraria alle leggi della Bibbia, ed invece osannare la pena di morte come giusta condanna. Non si tratta di una privazione di vita umana anche nel secondo caso, forse anche peggiore della prima?
Per la conclusione del dibattito si è lasciato il tema della guerra in Iraq. Una domanda è stata: “Come pensate di rispondere al danneggiamento dell’immagine statunitense a livello mondiale causata dalle guerre”? Le risposte quasi tutte coerenti facevano riferimento all’obbligo di continuare l’offensiva, sia in Iraq che in Afganistan, negando il fallimento delle strategie e rinnovando la convinzione di una vittoria finale (sic…).
Un’interessante domanda è stata posta da un ex militare in pensione, che dichiaratosi omosessuale ha chiesto ai candidati un parere sulla presenza di omosessuali nell’esercito degli Stati Uniti. All’unanimità ha ricevuto come risposta che l’omosessualità rischierebbe di affettare l’unità delle truppe, e per questo rimane inaccettabile.
Infine la ciliegina sulla torta alla serata l’ha regalata ancora una volta Willard Romney che, rispondendo ad una domanda che chiedeva una posizione rispetto alla tortura per i prigionieri politici, ha dichiarato che non spetta ad un presidente degli Stati Uniti parlare a riguardo di pratiche d’interrogatorio. “Per ottenere le informazioni necessarie al Paese non si può escludere neanche la tortura” – ed ha poi aggiunto l’intenzione di mantenere attivo il carcere di Guantanamo. Ha dovuto interromperlo McCain ricordando che la tortura è condannata dalla convenzione di Ginevra e punita dal diritto internazionale…
Insomma per concludere nessuno dei candidati ha prevalso. La linea comune è stata quella di cercare i voti dell’estrema destra con l’unica eccezione del senatore McCain. Con lui in prima linea per le primarie ci sono logicamente Giuliani, Huckabee, in ascesa nell’ultimo periodo grazie all’appoggio dei cattolici (senza dimenticare Chuck Norris) e Romney, che sinceramente ritengo che sia decisamente la soluzione peggiore e quella che mi spaventa di più. Si tratta del solito belloccio statunitense, che sembrerebbe più un attore di Holliwood che un politico, dal passato centrista ed attualmente trasformatosi in un repubblicano doc. Durante il dibattito ha dovuto con difficoltà difendersi dall’accusa sollevata dai rivali di un atteggiamento favorevole all’aborto sostenuto in giovinezza. Romney ha chiaramente fatto intendere che fu solo un errore di gioventù, che non tornerà a ripetersi, perché crede nei principi della Bibbia.
Ed io che pensavo che con G.W. Bush si era ormai toccato il fondo… forse è vero che al peggio non c’è mai fine...
http://www.verosudamerica.com/2007/11/che-pena-questi-repubblicani.html
novembre 25 2007
PRESENTATA LA MOZIONE DI IMPEACHMENT CONTRO CHENEY, NONOSTANTE IL NEW YORK TIMES
DI DAVE LINDORFF
Conterpunch
Il New York Times, che afferma di tracciare una chiara divisione tra i suoi articoli di informazione e i suoi editoriali ha abbandonato qualunque falsa apparenza di un una tale distinzione nella sua "copertura" minimalista del drammatico sforzo di ieri da parte del membro del Congresso Dennis Kucinich di costringere la camera a prendere in considerazione l'impeachment del vice presidente Dick Cheney.
In un breve articolo di 230 parole sulla mozione esecutiva di Kucinich, e sul successivo voto per mandare la sua risoluzione 333, ora chiamata risoluzione 799, allo House Judiciary Committee, dopo che è stata consegnata al limbo per più di sei mesi dalla leadership della camera, il Times è riuscito a maltrattare tanto Kucinich quanto l'idea di mettere sotto impeachment il vice presidente.
Come ha scritto l'anonimo giornalista del Times in apertura della sua diatriba:
È difficile dire quale sforzo abbia meno probabilità, se il tentativo dell'onorevole Dennis J. Kucinich, democratico dello Ohio, di diventare presidente degli Stati Uniti, o il suo tentativo di cacciare il vice presidente Dick Cheney mettendolo sotto impeachment.
Il resto dell'articolo, in cui non è stato fatto alcun tentativo di mostrare la dura esposizione da parte di Kucinich del ruolo criminale del vice presidente nel mostrare false prove al Congresso e al popolo americano per giustificare un'invasione dell'Iraq, e la sua condanna del vice presidente per il crimine internazionale di minacciare guerra all'Iran, viene speso nel descrivere come i leader democratici e repubblicani della camera si siano fronteggiati sulla mozione di Kucinich, con i repubblicani che cercavano di sconfiggere uno sforzo democratico di metterla all'ordine del giorno, e i democratici che la spingevano poi fuori dalla porta mandandola allo Judiciary Committee.
Il Times ha chiaramente deciso che, nonostante abbia preso nei suoi editoriali la posizione di criticare duramente le azioni criminali e i palesi abusi di potere di questa amministrazione, non ci debba essere alcuna udienza di impeachment né per Bush né per Cheney. Ciò potrebbe andare bene come opinione espressa in un editoriale, ma quello che, almeno per reputazione, è il giornale di punta della nazione, ha anche deciso che rafforzerà questa posizione ignorando il crescente movimento nazionale a favore dell'impeachment, che ha oramai due anni, o usando le sue pagine di cronaca per boicottare e ridicolizzare gli sforzi verso l'impeachment. Ciò non va bene per una pubblicazione che finge ipocritamente che i suoi articoli di cronaca siano onesti e bilanciati.
Invece di assegnare ad una squadra di reporters d'assalto il compito di indagare gli attuali crimini del vice presidente--per esempio il suo recente sforzo di trascinare gli Usa in guerra contro l'Iran facendo pressioni sul Dipartimento di Stato e su Israele perché compia un attacco in modo che l'Iran, tramite una rappresaglia, porti gli Usa a scendere in difesa di Israele (un atto di tradimento da parte di Cheney che è stato riferito dalla rivista Newsweek)-- o del presidente (come il suo ruolo nell'ostacolare l'indagine nel caso Valerie Plame, o il suo ruolo diretto nell'autorizzare dure torture di prigionieri), il Times sta usando le sue risorse giornalistiche per affossare il movimento di massa a favore dell'impeachment.
Il giornale si sta anche unendo al resto dei media corporativi in un altro vergognoso sforzo di negare al popolo americano una genuina campagna politica sulle idee, decidendo con ampio anticipo sulle primarie quali candidati siano degni di copertura mediatica, e quali idee e questioni siano accettabili per un dibattito pubblico. Kucinich [foto], che è stato, nella lista dei candidati democratici, l'oppositore più coerente e onesto alla guerra all'Iraq e alla spinta per attaccare il Iran, il meglio informato e più coerente sostenitore di un'autentica riforma della sanità, il più solido difensore della Costituzione e il più ardente difensore dei lavoratori americani e dei poveri, semplicemente non riceve alcuna copertura mediatica dal Times e viene ora indicato come ineleggibile in un presunto articolo di cronaca!
Davvero una patetica dimostrazione di pregiudizio ed un insulto ai lettori.
Ciò almeno mi aiuta a capire il motivo per cui il giornale non ha mai recensito il libro "The Case for Impeachment," ["I motivi per un impeachment" n.d.t.] mio e di Barbara Olshansky, ne lo ha fatto per alcuno degli eccellenti libri su tale questione che sono stati pubblicati nel corso dei passati due anni.
L'impeachment, per il Times, è una non-storia, degna evidentemente solo di scadente ironia.
Dave Lindorff è autore di Killing Time: an Investigation into the Death Row Case of Mumia Abu-Jamal. Il suo libro di articoli per CounterPunch intitolato "This Can't be Happening!" è pubblicato da Common Courage Press. L’ultimo libro di Lindorff è "The Case for Impeachment"
Può essere contattato all'indirizzo mail: dlindorff@mindspring.com
Titolo originale: " Ridiculing Impeachment: Double Standards at the New York Times"
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link
08.11.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
novembre 9 2007
L’iter per l’avvio di un improbabile procedura di impeachment contro il vicepresidente americano Dick Cheney ha compiuto un passo in Congresso, nonostante gli sforzi della leadership dei democratici alla Camera di far sparire un provvedimento ritenuto scomodo. […]
Dopo ore di complesse manovre procedurali e battaglie tra repubblicani e democratici, la Camera ha votato 218-194 per inviare alla commissione Giustizia una risoluzione di 11 pagine che chiede di mettere sotto stato d’accusa e rimuovere Cheney, per aver ‘’inventato la minaccia delle armi di distruzione di massa in Iraq'’.
Il promotore della procedura e’ il deputato Dennis Kucinich, candidato presidente ed esponente dell’ala radicale del partito democratico. Kucinich ha redatto tre capi d’imputazione per l’impeachment e li ha letti in aula, facendoli cosi’ entrare agli atti del Congresso. L’accusa al vicepresidente e’ di aver violato il suo giuramento costituzionale manipolando le informazioni di intelligence sull’Iraq.
La ’speaker’ della Camera, Nancy Pelosi, e altri leader dei democratici hanno ribadito di non aver alcuna intenzione di sottoporre Cheney a un impeachment. Ma i repubblicani hanno cercato di forzare la Camera a votare direttamente sull’ incriminazione e i democratici - divisi tra un’ala radicale che appoggia l’idea e una maggioranza piu’ moderata che la ritiene improponibile - per evitare il voto hanno preferito approvare l’invio del provvedimento a una commissione. La questione resta cosi’ temporaneamente ‘parcheggiata’, ma non scompare.
Se la commissione giustizia approvasse uno dei capi d’imputazione, toccherebbe poi all’assemblea della Camera votare e quindi al Senato, che con un voto di due terzi potrebbe rimuovere Cheney. Tutto resta pero’ solo teorico, visto che la maggioranza dei democratici non hanno alcuna intenzione di dar vita a una procedura del genere.
‘’Il Congresso - ha commentato la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino - non ci ha ancora inviato una sola legge di spesa, ma ha trovato il tempo di sprecare un’intera seduta a discutere di questo inutile impeachment. Il popolo americano non puo’ che scuotere la testa di fronte al comportamento di questo Congresso'’. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/11/08/e-il-congresso-vuole-limpeachment-per-cheney/#more-405
novembre 7 2007
| Silenzio di Bush padre e figlio, mentre il resto della famiglia guarda a Romney, Thompson e Giuliani |
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Su un punto concordano tutti: il loro appoggio andrà, ovviamente, a un candidato repubblicano.
Ma alla vigilia delle primarie il clan Bush si trova diviso sia sulla scelta di voto, sia sulla strategia da tenere in questi mesi: tacere o manifestare apertamente le proprie preferenze?
Il presidente George W. Bush, suo padre e suo fratello Jeb, i membri più potenti della famiglia, hanno scelto la riservatezza: Jeb Bush, pur ritenendo “grandi” tutti i candidati repubblicani, ha consigliato anche a suo figlio George Prescott di “star fuori dalle follie della politica e di concentrarsi sul lavoro”, ma il giovane omonimo del 41esimo e del 43esimo presidente americano non fa mistero della propria preferenza per Fred Thompson, unico candidato che ha chiesto il suo appoggio e per il quale intende raccogliere almeno 50mila dollari. A Mitt Romney vanno le simpatie di Doro e Neil Bush, sorella e fratello del presidente, mentre Jeb Jr., fratello minore di George Prescott, appoggia la campagna dell’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani: una libera scelta, ha sottolineato il 23enne nipote del presidente, fatta senza chiedere il permesso o il consiglio del resto della famiglia.
La divisione fra i Bush non sorprende, vista la mancanza di un vero leader repubblicano nella corsa alle presidenziali, ma la posizione di neutralità rappresenta un’eccezione: dal 1980 al 2004, la famiglia Bush non ha potuto che schierarsi, visto che in ogni corsa alla Casa Bianca era sempre coinvolto un suo membro. Oggi invece “non si sentono in diritto di spingere il partito in una direzione precisa”, ha sottolineato Jim McGrath, per molti anni nello staff dell’ex presidente George H.W. Bush, “Sono soddisfatti di poter lasciare che la selezione nel mercato politico si faccia da sè”.http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=69&ID_articolo=503&ID_sezione=138&sezione=Anteprime%20dagli%20Usa |
USA e torture : la CIA puo'
di Giulia Alliani
La questione delle torture ai detenuti e' stata affrontata ieri durante un'intervista della CNN ("Late Edition") al senatore repubblicano Arlen Specter a proposito del candidato Attorney General, il giudice Mukasey. Era presente anche la senatrice democratica Dianne Feinstein, che aveva dichiarato l'altro giorno che votera' a favore di Mukasey.
Ha detto la Feinstein: "La legge sul 'Detainee Treatment' dice chiaramente che il waterboarding (*) e' illegale per qualsiasi uso militare. Il 'field manual' e' quello che bisogna rispettare, ed esso vieta il waterboarding. C'e' pero' un'eccezione, perche' il 'Detainee Treatment Act' non riguarda la CIA. Faremo approvare subito una legge per cui tutto il personale militare e non militare sara' tenuto a rispettare il 'field manual'".
Ha detto Specter: "Il Congresso, al momento di votare il 'Military Commission Act', non ha dichiarato il waterboarding illegale. Io credo che il giudice Mukasey (nel corso dell'audizione e nelle risposte scritte, ndt.) si sia spinto fin dove ha potuto, tenendo conto che qualsiasi ulteriore dichiarazione avrebbe messo in pericolo un mucchio di gente dell'amministrazione".
"Per cui, su questo punto - ha concluso Specter - dobbiamo agire in modo molto deciso, e far si' che il giudice Mukasey si attenga al suo impegno, per cui si tratta di un argomento che, per essere affrontato, richiede l'intervento del Congresso, che non puo' essere sostituito dai poteri del presidente come comandante in capo, previsti dall'art.2 (**) della Costituzione".
(*) affogamento simulato
(**) Section 2: Presidential Powers Clause 1: Command of military; Opinions of cabinet secretaries; Pardons
The President shall be Commander in Chief of the Army and Navy of the United States, and of the Militia of the several States, when called into the actual Service of the United States; he may require the Opinion, in writing, of the principal Officer in each of the executive Departments, upon any subject relating to the Duties of their respective Offices, and he shall have power to Grant Reprieves and Pardons for Offenses against the United States, except in Cases of Impeachment.
www.osservatoriosullalegalita.org
novembre 3 2007
L'ORO DELLE TORRI GEMELLE
DI JUANA CARRASCO MARTIN
Juventud Rebelde
C’è stato o meno oro perso e trovato quando sono crollati gli edifici del World Trade Center di New York? La domanda emerge sei anni dopo, quando un articolo del Chicago Tribune ha fatto riferimento ad una delle verità esposte dal Presidente cubano Fidel Castro nella riflessione intitolata "L'impero e la menzogna".
Fidel dice: "Oggi si compiono sei lunghi anni da quel doloroso episodio. Attualmente si sa che ci fu disinformazione deliberata. Non ricordo d’avere sentito parlare quel giorno che nei sotterranei di quelle torri, nei cui piani superiori erano insediate banche di multinazionali insieme ad altri uffici, erano depositate circa 200 tonnellate di lingotti d’oro. L'ordine era di sparare per uccidere contro chiunque cercasse di penetrare fino all'oro...."
Il quotidiano di Chicago, nella sua edizione dello scorso 23 settembre, ha detto che la colonna scritta da Fidel "aveva sollevato preoccupazione nella comunità internazionale sulla sua lucidità", e si spiegava la pubblicazione con questo paragrafo: "In quella colonna, Castro avanza la teoria estremista che una cospirazione degli USA stia occultando la verità dietro gli attacchi dell’11 settembre, includendo la presenza di lingotti d’oro nei seminterrati del World Trade Center".
Solleticati dall'intrigo, rispolveriamo archivi, più facilmente in questa era del cyberspazio, ed una parte della storia viene a galla, benché ci lasci ancora senza dare una risposta al più cruciale dei punti interrogativi: Chi e quali interessi rappresentavano quelli che hanno abbattuto le Torri Gemelle di New York?
L'oro si fa largo
Segreti, armi, droghe, argento ed oro sono i tesori sepolti sotto tonnellate di macerie, polvere e travi di acciaio ritorte l’11 settembre del 2001... Per questo, non ci sono state solo squadre per il recupero di corpi tra le rovine dei 15 milioni di metri cubi di spazio di uffici cancellati e le decine di migliaia di metri di cavo di telecomunicazioni o le migliaia di calcolatrici sciolte nel complesso di edifici del World Trade Center. Dal primo momento si è andati alla ricerca dei tesori, un fatto di ben poca ripercussione nella stampa, interamente dedita a piangere giustamente i morti, ed a servire da cassa di risonanza alla torbida guerra che, sin da allora, George W. Bush aveva lanciato contro il terrorismo.
Tuttavia, nella sua ultima edizione del sabato 15 settembre 2001, The New York Times pubblicava un esteso reportage, firmato da Jonathan Fuerbringer, sotto il titolo "Dopo gli attacchi: i beni".
Il quotidiano newyorkese rivelava la quantità d’oro ed argento sepolti sotto il World Trade Center 4. Il loro valore sul mercato: più di 230 milioni di dollari, e che appartenevano "a persone o imprese che stanno commerciando contratti Futures nella borsa di Cambio Mercantile di New York (Nymex)...."
Nymex non poteva permettersi il lusso di fermare i suoi commerci abituali nel World Financial Center — vicino alle Torri abbattute —, cosicché lavorava temporaneamente in un'altra sede del centro di Manhattan ed usava un sistema di computer sistemati appunto nel vicino New Jersey. In un’attività animata poteva mostrare che quel giorno si erano fatti 69.790 contratti per oro, argento, petrolio e molti altri beni, che cambiavano di mano ogni volta, ma che restavano in quei depositi.
Milioni di persone negli Stati Uniti potevano essere terrorizzate o piangere i propri cari, ma il capitale si lubrificava con quel sangue e quella sofferenza: il prezzo dell'oro faceva un balzo del sette percento, da 272,30 il lunedì a 290,90 la oncia, cosa che aumentava di sette milioni di dollari il valore dei metalli sepolti dal martedì fatale nei seminterrati del WTC.
L'oncia d’argento, rivelava The New York Times, guadagnava 14 centesimi (quotandosi a 4,33), mentre il barile di petrolio aumentava di 1,89 e raggiungeva il prezzo di 29,74, cifra che oggigiorno sembra irrisoria, ma rivelatrice del fatto che quanti più morti pavimentino questo mercato, tanto più alto si quota: le guerre di Bush in Iraq ed Afghanistan, e le sue costanti minacce ad altre nazioni per la questione energetica, hanno portato ad oltre 84 dollari il barile di greggio nei giorni in cui si compivano sei anni dalla fatidica data.
Gli uomini dell'oro e dell'argento si sono presto dedicati a tranquillizzare gli investitori, nonostante le tonnellate sepolte di quei metalli. Per esempio, James Newsome, presidente della Commodity Futures Trading Commission aveva detto in un'intervista: "Poiché il metallo è al sicuro e c'è un'ampia fornitura, questo non ci riguarda". Non bisognava preoccuparsi per l'oro del WTC. Philip Klapwijk, direttore esecutivo di Gold Fields Minerale Services, un'importante ditta di metalli preziosi, lo ratificava dicendo che le 12 tonnellate sepolte nel WTC erano solo lo 0,3 percento dell'oro mondiale dell'anno 2000. "C'è oro in abbondanza a Londra ed in Svizzera", affermava.
Sembravano essere troppo sicuri sui lingotti da 100 once (3,1 chilogrammi) col numero di serie stampato come identificazione per l'entità di cambio, benché si trovassero sotto tonnellate di macerie.
FBI al riscatto
C'erano in quei momenti due depositi per l'oro e l'argento approvati dal Comex (Commodities Exchange) che regolava il mercato dei metalli. Sottoposti ad una sicurezza estrema, che includeva occultare la loro esistenza, l'attentato dell’11 settembre ha reso noto che ScotiaMocotta, proprietà della Scotia Bank di Toronto, aveva nelle sue casseforti del World Trade Center 4 una parte di quell'oro.
Quando iniziava il mese di ottobre e già erano cominciati i lavori per demolire le rovine ancora in piedi, specialmente i World Trade Center 4 e 5 che erano crollati sotto il peso delle Torri Gemelle, WTC 1 e 2, il New York Daily News e la rivista Fortune, come giornali importanti di altre parti del mondo, tra cui i britannici The Times e The Mirror, i distanti New Zealand Herald, The Australian e The Stateman dell'India, i canadesi Globe and Mail e The Gazette, parlavano del piano di Wall Street per il recupero dopo la catastrofe e, soprattutto, del riscatto dell'oro...
Una notizia li rendeva euforici ed era pubblicata il primo di novembre: circa 375 milioni di dollari in lingotti d’oro e d’argento erano stati trovati e ricollocati. L'informazione la dava la Bank of Nova Scotia, custode dei metalli preziosi, perché annunciava che si stavano muovendo i contenuti delle casseforti dello ScotiaMocotta verso un altro posto — segreto ovviamente, per ragioni di sicurezza — perché l'edificio doveva essere demolito.
"L'oro è nella condizione originale", diceva Pam Agnew, il portavoce della Scotiabank, e non bisogna dubitare del sorriso sul suo viso.
Non si menzionavano i lingotti d’argento né altri metalli preziosi, gioielli o investimenti che avevano potuto essere recuperati dalla zona del disastro; ma si sapeva anche allora che gli otto impiegati della camera blindata che custodivano l'oro e l'argento erano scappati illesi dagli eventi dell’11 settembre. Tutto era in salvo.
Il New York Daily News aveva riferito la vigilia che squadre di emergenza avevano trovato l'oro nel pianterreno a Manhattan ed avevano riempito almeno due camion blindati della compagnia Brink's Inc.
Alle notizie felici si aggiungeva l'allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che confermava la presenza dei camion di trasporto di beni e che "la maggior parte" dell'oro era stata trovata. Un piccolo gruppo di agenti federali fortemente armati montarono la guardia, mentre poliziotti e pompieri caricavano i veicoli blindati.
Altri ladri
Il quotidiano The Mirror parlò perfino di ladri che avevano cercato di rubare oro ed argento per 264 milioni di dollari nelle rovine quando si fecero passare per soccorritori, perché le guardie armate che eseguirono l'ordine di rimuovere il tesoro della Bank of Nova Scotia, trovarono tracce di intrusi che erano entrati nei sotterranei.
Si parlò allora della sparizione di azioni e buoni certificati da un altro deposito contiguo, ma furono recuperate settimane dopo.
Il New Zealand Herald fece riferimento il 6 di ottobre 2001 ad altri segreti: documenti, armi ed altre prove conservate dalla CIA, i servizi segreti degli Stati Uniti, e l'Ufficio per Alcool, Tabacco ed Armi, agenzie che avevano, anche loro, uffici nelle torri distrutte, ragion per cui in qualche posto tra le macerie ci sarebbero stati contenitori con armi, eroina, cocaina, ecstasy ed altre droghe, prove di crimini che non avrebbero più potuto essere processati. Perfino per questa ragione la CIA aveva chiesto ad agenti dell’FBI che circondassero il posto poco dopo il crollo. La sepoltura incluse, inoltre, piani dettagliati nell’eventualità di un corteo presidenziale a New York, ed archivi coi nomi di informatori sul crimine organizzato ed il terrorismo.
Tutto il tempo che durò il lavoro dei costruttori e delle squadre di demolizione nell'eliminazione delle macerie furono strettamente sorvegliati dagli agenti del governo; tuttavia, ABC News riferì allora la presenza di camion e lavoratori d’imprese di pulizia che avevano connessioni con la mafia, e che erano state rubate molte tonnellate di scorie di ferro, invece di portarle ai posti stabiliti per la loro ispezione...
Ma ritorniamo all'oro. In un sito Internet chiamato "America rebuilds: a year at Ground Zero", il tema del flusso dorato uscì con foto e dettagli [In particolare a questo link si parla dell'oro della Bank of Nova Scotia, ripreso nella foto accanto al titolo N.d.r.].
Vi si racconta che i lavoratori che pulivano un tunnel di servizio in uno degli edifici del WTC si trovarono all'improvviso circondati da più di 100 agenti del FBI e da personale dei servizi segreti, perché Comex, la divisione di commercio di metalli del Nymex, conservava 3.800 lingotti d’oro e 102 milioni di once d’argento nella Bank of Nova Scotia, ed aveva anche metalli preziosi nella Chase Manhattan Bank, nella Bank of New York, e nell’Hong Kong Shanghai Banking.
Nella mattina dello stesso 11 settembre, l'oro fu trasportato attraverso i seminterrati dell'edificio, una rampa temporanea fu costruita per avere accesso al tunnel ed un piccolo apripista fu utilizzato per rompere la parete. Allora apparve una squadra della polizia e dei pompieri che misero l'oro in un camion blindato. Fu lì che ad uno degli operai dissero che se fosse sceso gli avrebbero sparato.
Le autorità proteggevano il capitale, perché quando otto anni prima il World Trade Center era stato teatro di un altro attacco terroristico con esplosivi, c'era nei suoi seminterrati oro per più di mille milioni di dollari di proprietà del governo kuwaitiano, ed in un primo momento la polizia aveva creduto che fosse un tentativo di furto di quel tesoro.
Questione di lucidità
Lì stanno gli elementi senza nessun "estremismo", per questo motivo la presunzione del quotidiano di Chicago ha meritato questo commento del professore Nelson Valdés in Cuba-L Direct: "Questo dimostra solo che: a) i reporter non leggono, b) i reporter leggono, ma non ricordano, c) i reporter leggono e ricordano, ma non ce lo dicono, d) i reporter non sanno come cercare in Lexis/Nexos, ed e) neanche gli editori sanno come investigare.
"Allora, sembra che Fidel Castro legga, ricorda quello che legge, ce lo dice, sa come usare Lexis/Nexos e ha editori che l'aiutano in ciò. Quale lucidità deve essere discussa?"
La conclusione della storia
Il 13 ottobre il Chicago Tribune ha riconosciuto la sua mancanza: "Un articolo del 22 settembre da Cuba ha posto in discussione l’affermazione del Presidente cubano Fidel Castro che lingotti d’oro erano sepolti sotto il World Trade Center nel momento degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. In realtà, oro ed argento sono stati sepolti sotto gli edifici in quel momento. Il Tribune si scusa per gli errori".
Non c’è bisogno di commento.
Titolo originale: "El oro de las Torres Gemelas "
Fonte: http://www.rebelion.org
Link
18.10.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI GIULIANI
Nuovo clima targato Usa
Il piano per il clima di Barack Obama, uno dei canditati dei democratici per le presidenziali: dimezzare l’intensità energetica e ridurre del 35% il consumo di petrolio entro il 2030. Un articolo di GB Zorzoli
D’accordo, fra i candidati alle primarie del partito democratico americano Barack Obama è quello che maggiormente buca lo schermo, ma il suo piano per combattere il riscaldamento globale ha giustamente destato sensazione, proponendo di:
- Dimezzare l’intensità energetica degli USA entro il 2030
- Ridurre del 35% il consumo di petrolio entro il 2030
- Investire nei prossimi dieci anni 150 miliardi di dollari per una riconversione ecologica dell’economia americana, creando milioni di nuovi posti di lavoro
- Per realizzare questi obiettivi introdurre sia limiti stringenti alle emissioni sia l’emissions trading, così da riportare entro il 2020 le emissioni di gas serra al livello del 1990.
 Pochi giorni dopo il mediocre e fallimentare incontro di Washington, dove Bush non ha saputo proporre nulla di diverso della solita minestra riscaldata sui contributi volontari come soluzione al problema, il cambio di marcia proposto da Barack Obama è radicale e non potrà non influenzare il seguito della competizione per le primarie e successivamente anche la campagna per l’elezione presidenziale. Tuttavia non va considerato come un fiore sbocciato improvvisamente in un deserto.
E’ abbastanza nota l’iniziativa di diversi stati - primo la California – che hanno approvato normative molto stringenti per il trasporto su strada, destinate a entrare in vigore con gradualità, proprio per consentire alle industrie automobilistiche di predisporre nuovi modelli in grado di rispettare i previsti limiti di emissione. Si partirebbe nel 2009 e nel 2016 i nuovi modelli di veicoli dovranno realizzare rispetto alla situazione odierna una riduzione del 30% delle emissioni di CO 2 e degli altri gas serra. Anche se una recente sentenza di un tribunale federale ha dichiarato l’illegittimità di queste norme (ma la battaglia legale continua), una simile decisione presa da diversi stati è di per sé sintomatica di un profondo cambiamento in atto.
Cambiamento che trova conferma in una recente sentenza della Corte Suprema americana (non proprio un covo di progressisti) la quale, sulla base del ricorso di dodici stati e di tredici gruppi ambientalisti che avevano citato in giudizio l’EPA, l’agenzia per la protezione ambientale, rea di avere omesso di applicare il Clean Air Act, là dove richiede all’EPA di imporre dei limiti alle emissioni, quindi anche a quelle di anidride carbonica e di altri gas serra da parte delle automobili di nuova generazione, ha sentenziato che l’EPA ha l’autorità di emettere norme per il contenimento dei gas serra emessi dai veicoli.
GB Zorzoli
ottobre 26 2007
PERCHE' HANNO PAURA DI MICHAEL MOORE?
PILGER
In Sicko, il nuovo film di Michael Moore, c’è una breve scena in cui si vede un giovane Ronald Reagan mentre consiglia ai lavoratori americani di respingere “la medicina socialista” come eversione comunista. Negli anni 40 e 50 Reagan era stato alle dipendenze dell’American Medical Association e faceva grossi affari come affabile portavoce di un certo neo-fascismo deciso a persuadere l’uomo qualunque che i suoi veri interessi, come il diritto alla tutela della salute, fossero “anti-americani”.
Guardando questo, mi sono ritrovato a pensare alle effusioni di commiato a Reagan quando morì tre anni fa. “Molti credono – disse Gavin Esler nel programma Newsnight della BBC – che lui ristabilì fiducia nelle azioni militari americane e che fu amato persino dai suoi oppositori politici”. Sul Daily Mail Esler scrisse che “Reagan personificò il meglio dello spirito americano – l’ottimismo di credere che tutti i problemi possono essere risolti, che il domani sarà meglio dell’oggi, e che i nostri figli saranno più ricchi e felici di quanto lo siamo noi”.
Cotanto sbavare per un uomo che, da presidente, fu responsabile del bagno di sangue del 1980 nell’America centrale, e della nascita proprio di quel terrorismo che produrrà al-Quaeda, diventò accettabile. La breve parte di Reagan in Sicko ci mostra un raro momento di verità sul suo tradimento della nazione dei “colletti blu” che affermava di rappresentare. Le slealtà di un altro presidente, Richard Nixon, e di un possibile presidente, Hillary Clinton, sono altresì smascherate da Michael Moore. Proprio mentre sembrava che ci fosse poco ancora da dire sul grande infame del “Watergate”, Moore tira fuori una conversazione registrata alla Casa Bianca nel 1971 tra Nixon e John Erlichman, il suo aiutante che finì poi in prigione. Un ricco sostenitore del partito repubblicano, Edgar Kaiser, presidente di una delle più grandi compagnie di assicurazioni contro le malattie, è alla Casa Bianca con un piano per “un’industria nazionale per la tutela della salute”. Erlichman lo presenta a Nixon, che ascolta annoiato finché non sente la parola “profitto”. “Tutti gli incentivi vanno nella direzione giusta – dice Erlichman – meno cure (mediche) offrono, più soldi fanno”. A questo Nixon replica senza esitazione: “Bene!”. Il fotogramma successivo mostra il presidente che annuncia alla nazione che un pool di persone darà loro la “miglior tutela della salute possibile”. In effetti è una delle peggiori e più corrotte al mondo, come Sicko dimostra, un’assistenza medica che nega un basilare trattamento umano a circa 50 milioni di americani e, per molti di loro, il diritto alla vita.
La sequenza più angosciante è quella catturata da una telecamera di sicurezza in una strada di Los Angeles. Vi si vede una donna, con ancora indosso il pigiama ospedaliero, che barcolla in mezzo al traffico, dove è stata scaricata dall’azienda che gestisce l’ospedale (quello fondato dal sostenitore di Nixon) a cui era stata ammessa. È malata e sconvolta, e non ha l’assicurazione contro le malattie. Porta ancora il braccialetto di ammissione, da cui però è stato cancellato il nome dell’ospedale.
Più avanti incontriamo quell’affascinante coppia liberale, Bill e Hillary Clinton. È il 1993 e il nuovo presidente sta proclamando la nomina della first lady, colei che soddisferà la promessa fatta di dotare l’America di una “tutela della salute pubblica” per tutti. E qui è la stessa “affascinante e arguta” Hillary, come un senatore la descrive, a vendere la sua “visione” al Congresso. Il ritratto fatto da Moore della loquace, civettuola, bieca Hillary ricorda la splendida satira politica di Tim Robbins, Bob Roberts. Ci si accorge subito che il cinismo le riempie la gola. “Hillary – spiega Moore nel commento – fu premiata per il suo silenzio (nel 2007) come la seconda più grande destinataria di contributi dall’industria della sanità al Senato”.
Moore ha rivelato che Harvey Weinstein, la cui ditta produsse Sicko, e che è amico dei Clinton, voleva che questo commento fosse tagliato, ma lui si rifiutò. L’attacco al candidato del Partito Democratico è una digressione per Moore, che nella sua campagna personale contro Bush nel 2004 sostenne il generale Wesley Clark, il bombardatore della Serbia, alla presidenza, e difese Bill Clinton stesso, affermando che “nessuno è mai morto a causa di un pompino”. (Forse no, ma mezzo milione di bambini iracheni morirono per colpa delle sanzioni medievali imposte da Clinton al loro Paese, insieme alle migliaia di haitiani, serbi, sudanesi e altre vittime di queste sconosciute prevaricazioni.)
Con questa nuova apparente indipendenza, l’abilità e il black humour di Moore in Sicko – che è un brillante lavoro di giornalismo, satira e filmografia – spiega forse meglio dei suoi film precedenti, Roger and Me, Bowling for Columbine e Fahrenheit 9/11, la sua popolarità, influenza e capacità di procurarsi nemici. Sicko è un film talmente valido che gli si possono perdonare le lacune, in particolare il romanticismo circa il Servizio Nazionale della Salute inglese, ignorandone il sistema a “doppio strato” che trascura gli anziani e i malati di mente.
Il film apre con l’ironia di un falegname che descrive come, dopo essersi amputato due dita con una sega elettrica, avesse dovuto scegliere tra il pagare 60.000 dollari per farsi ricostruire l’indice o 12.000 per il medio. Non poteva permettersi tutti e due, e non era assicurato. “Essendo un romanticone – dice Moore – scelse il dito dell’anello”, su cui portò la fede. L’arguzia di Moore ci porta a scene roventi, tuttavia non sdolcinate, come quella della sacrosanta rabbia di una donna alla cui bambina fu negata l’assistenza ospedaliera e che di conseguenza morì. Entro pochi giorni dalla comparsa di Sicko negli USA, più di 25.000 persone intasarono il sito internet di Moore con testimonianze simili.
L’Associazione Infermieristica della California e il Comitato Organizzativo Nazionale degli Infermieri hanno mandato volontari per le strade con il film. “Dal mio punto di vista – dice Jan Rodolfo, un infermiere di oncologia – questo dimostra che esiste il potenziale per un movimento nazionale, perché è ovvio che ispira moltissime persone ovunque”.
La “minaccia” di Moore è la sua infallibile vista dal basso. Abroga il disprezzo che l’élite e i media americani hanno per la gente comune. Questo è un soggetto tabù tra molti giornalisti, specialmente quelli che affermano di essere arrivati al “nirvana” dell’imparzialità e altri che si professano insegnanti di giornalismo. Se Moore si fosse limitato a presentare le vittime nel modo tradizionale di corse in ambulanza, lasciando gli spettatori con gli occhi gonfi di lacrime ma paralizzati, avrebbe pochi nemici. Non sarebbe guardato in cagnesco come un polemico o un arrivista, e tutti i termini peggiorativi che si accollano a quelli che oltrepassano l’invisibile linea di confine in una società dove la ricchezza è equiparata alla libertà. I pochi che scavano a fondo nella natura di un’ideologia liberale che si considera superiore, ancorché responsabile di crimini di proporzioni epiche e solitamente negati, rischiano di essere tagliati fuori dal “circuito virtuoso”, specialmente se sono giovani – un procedimento che un mio ex editore mi descrisse come “una specie di defenestrazione indolore”.
Nessuno ha fatto breccia come Moore, e i suoi detrattori sono maligni nel dire che non è un “giornalista professionista”, quando il ruolo del giornalista di professione è spesso quello del furtivo zelota, servo dello status quo. Senza la “lealtà” di quei professionisti al New York Times e altri augusti giornali (perlopiù liberali), di queste istituzioni mediatiche “documentate”, l’invasione criminale dell’Iraq potrebbe non essere avvenuta e un milione di persone sarebbero oggi ancora vive. Collocato nel sancta sanctorum di Hollywood – il cinema – il film di Moore, Fahrenheit 9/11, ha gettato una luce in faccia a loro, ha raggiunto il vuoto di memoria, e detto la verità. Ecco perché spettatori di tutto il mondo gli riservarono una standing ovation.
Quello che mi colpì quando vidi Roger and Me, il primo film importante di Moore, fu l’invito ad apprezzare la gente comune americana per le loro battaglie, per la loro tempra, per la loro politica che va oltre l’assordante e finta industria democratica americana. Inoltre, è chiaro che la gente si rende conto che nonostante Michael sia ricco e famoso, dentro, è uno di loro. Uno straniero che facesse qualcosa di simile sarebbe attaccato come “anti-americano”, termine spesso usato da Moore per dimostrarne la scorrettezza. Con un sol colpo lui si libera di quella semplificazione usata da una recente serie di Radio 4 della BBC che presentava l’umanità come pro o anti-America, mentre il cronista trasudava ossequio per l’America “la città sulla collina”.
Proprio come tendenzioso è un documentario chiamato Manufacturing Dissent, che sembra essere stato cronometrato per screditare, se non Sicko, Moore stesso. È stato girato dai canadesi Debbie Melnyk e Rick Caine, e la dice lunga sui liberali cerchiobottisti e le lamentose gelosie suscitate tra gli alti papaveri. Melnyk ci spiega fino alla nausea quanto lei ammiri i film di Moore, la sua politica e quanto sia ispirata da lui, per poi tentare di diffamarlo con una serie di spropositate affermazioni per sentito dire circa i suoi “metodi”, condite da veri e propri insulti, come quello del critico che contestava il “gruzzolo” di Moore e di qualcun altro che riteneva che Moore odiasse l’America – che fosse anti-americano, nientemeno!
Melnyk insegue Moore per chiedergli perché, nel cercare un’intervista con Roger Smith della General Motors, ha omesso di dire che gli aveva già parlato. Moore disse di avere sì già intervistato Smith, ma questo molto tempo prima di iniziare il film. Quando lei in altre due occasioni intercetta Moore durante una tournée, rimane giustamente imbarazzata dalla sua gentile risposta. Se esiste un revival di documentari, Manufacturing Dissent non è tra i più meritevoli.
Non intendo dire che Moore non dovrebbe essere ripreso e sfidato se prende scorciatoie o meno, proprio come il lavoro del padre dei documentaristi inglesi, John Grierson è stato riesaminato e rimesso in discussione, ma non con parodie irresponsabili. Facendo però come ha fatto Moore, con giri di telecamere che rivelano un “governo invisibile” di poteri forti e la loro spesso subdola propaganda, è certamente il modo giusto. Nel far questo, il documentarista rompe con il silenzio e la complicità descritta da Günther Grass nella sua candida autobiografia Sbucciando la cipolla, silenzio e complicità mantenuti da coloro che “fingendo la loro ignoranza dei fatti e garantendo quella di altri sviano l’attenzione da qualcosa che si intende dimenticare, qualcosa che comunque si rifiuta di essere dimenticato”.
Per me, il primo Michael Moore è stato quell’altro grande denunciatore “anti-americano” , Tom Paine, che ha dovuto subire la collera dei poteri corrotti quando ammoniva che se alla maggioranza della gente erano negate “le idee della verità”, allora era tempo di assaltare quella che lui chiamò “la Bastiglia delle parole”, e noi chiamiamo “i media”. Quel tempo è scaduto.
John Pilger
Fonte: http://pilger.carlton.com/
Link: http://pilger.carlton.com/page.asp?partid=458
17.10.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA
ottobre 24 2007
LA TERZA GUERRA MONDIALE DI BUSH
DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Global Research
Abbiamo un leader in Iran che ha annunciato di volere distruggere Israele. Così dico ai leader: se sperate di evitare una terza guerra mondiale, forse sarebbe meglio evitare che ottengano le conoscenze necessarie per costruire un'arma nucleare. Prendo molto sul serio la minaccia di un'Iran con armi nucleari....”
George W. Bush, 17 Ottobre 2007
Lo credo. Credo che (la rivolta dei passeggeri del volo 93 dirottato l'11 Settembre 2001) fosse il primo contrattacco alla terza guerra mondiale”.
George W. Bush, 6 Maggio 2006
L'idea che gli Stati Uniti si stiano preparando ad attaccare l'Iran è semplicemente ridicola... Detto ciò, tutte le opzioni sono sul tavolo”
George W. Bush, Febbraio 2005)
Non viviamo in un mondo sano e razionale dove le decisioni di vasta portata del presidente USA sono basate su una comprensione delle probabili conseguenze.
Una terza guerra mondiale non è più uno scenario ipotetico.
Durante la Guerra Fredda, il concetto di “mutua distruzione assicurata” (MAD) [“mutual assured destruction”, ndt] veniva messo in conto. Una comprensione delle devastanti conseguenze di una guerra nucleare contribuì largamente ad evitare lo scoppio della guerra tra gli USA e l'Unione Sovietica.
Oggi, nell'era del dopo guerra fredda, una simile comprensione non prevale. Lo spettro di un olocausto nucleare, che ha ossessionato il mondo per mezzo secolo, è stato relegato al ruolo di “danno collaterale”.
La politica estera USA sotto i Neocon è basata su un'agenda diabolica e criminale. La “guerra al terrorismo” è una menzogna; l'Iran non costituisce una minaccia alla sicurezza globale come conferma un recente rapporto dell'AIEA. L'Iran non costituisce una minaccia per Israele.
Il presidente USA è un bugiardo che crede alle proprie bugie.

[Sorrisi: Ecco la sua espressione mentre pronuncia le parole 'Terza Guerra Mondiale'” (Huffington Post, 17 Ottobre 2007)]
Mentre si dice che le inesistenti bombe atomiche iraniane costituiscono una minaccia letale e funesta, le cosiddette armi nucleari tattiche “Made in America” vengono descritte nei documenti del Pentagono come “innocue per la circostante popolazione civile”.
Per ironia amara della sorte, quelli che decidono di usare le armi nucleari credono alla loro stessa propaganda. Si sostiene che un attacco nucleare preventivo all'Iran sia un impegno umanitario in buona fede che contribuisce alla sicurezza globale.
E adesso il Capo di Stato USA, che ha una limitata comprensione di geopolitica, per non parlare di geografia, sta suggerendo che se l'Iran non abbandona il suo inesistente programma nucleare, potremmo di malavoglia essere costretti ad una situazione da terza guerra mondiale. Bush ha insinuato che come Comandante in Capo, potrebbe decidere di muovere guerra all'Iran, il che potrebbe dare il via a una terza guerra mondiale.
“Il Dottor Stranamore cavalca ancora”. In una logica completamente contorta, la terza guerra mondiale viene presentata dal presidente USA come un modo per prevenire danni collaterali.
La guerra verrebbe scatenata dall'Iran, che si è rifiutata di attenersi alle “richieste ragionevoli” della “comunità internazionale”.
Le verità vengono distorte e rivoltate sottosopra. L'Iran viene accusata di voler cominciare la terza guerra mondiale.
Il Blackout dei media
L'opinione pubblica mondiale ha gli occhi inchiodati sul cataclisma del “global warming”. D'altra parte la terza guerra mondiale non è una notizia da prima pagina. Stiamo parlando della perdita di decine di migliaia di vite: le conseguenze dell'agenda militare USA che comprende l'utilizzo preventivo di armi nucleari in modo molto concreto minaccia il futuro dell'umanità.
Al momento le forze USA e della coalizione che include la NATO e Israele sono in uno stato avanzato di preparazione per lanciare un attacco contro l'Iran. I leader della coalizione capiscono perfettamente che una tale azione risulterà in uno scenario da terza guerra mondiale. Gli scenari di escalation sono già stati considerati ed analizzati dal Pentagono. I giochi di guerra sponsorizzari dagli USA hanno anche previsto il possibile intervento di Russia e Cina.
La terza guerra mondiale è stata sulla bocca degli architetti Neocon della politica estera USA dall'inizio del regime di Bush. È contenuta in un documento pubblicato nel Settembre 2000 dal Project of the New American Century (PNAC),
Gli obiettivi dichiarati del PNAC implicano una “lunga guerra”, una guerra globale senza confini::
“difendere il territorio americano; combattere e vincere decisivamente in diversi e contemporanei importanti teatri di guerra; svolgere i compiti “di polizia” associati al modellamento di un ambiente di sicurezza nelle regioni critiche; trasformare le forze USA per compiere la “rivoluzione negli affari militari”;
L'ex vice segretario alla difesa Paul Wolfowitz, l'ex segretario alla difesa Donald Rumsfeld ed il Vice Presidente Dick Cheney avevano commissionato il piano del PNAC prima delle elezioni presidenziali del 2000. Il PNAC delinea un programma di conquista.
La dottrina nucleare preventiva contenuta nel Nuclear Posture Review è sostenuta dal Partito Repubblicano e dai think tank conservatori di Washington.
George W. Bush è uno strumento di potenti interessi economici. Una guerra preventiva in Iran gode di un diffuso consenso nel Congresso USA, ed è anche appoggiata dai partner e dagli alleati dell'America in Europa. La dirigenza repubblicana ha espresso il proprio sostegno per uno scenario da terza guerra mondiale preventiva. In un'intervista del 2006, al culmine dei bombardamenti israeliani sul Libano (16 Luglio 2007), l'ex Presidente repubblicano della Camera dei Rappresentanti Newt Gingrich ha ammesso candidamente:
“Siamo ai primi passi di quella che descriverei come la terza guerra mondiale e, francamente, la nostra burocrazia non risponde abbastanza velocemente e noi non abbiamo l'atteggiamento giusto. Inoltre questo è il 58esimo anno della guerra per distruggere Israele e, francamente, gli Israeliani hanno tutto il diritto di pretendere che ogni singolo missile abbandoni il sud del Libano, e gli Stati Uniti dovrebbero aiutare il governo libanese a trovare la forza per eliminare Hezbollah come forza militare — non come forza politica in parlamento — ma come forza militare nel sud del Libano”.
L'amministrazione Bush ha adottato una linea politica di first strike nucleare “preventivo” [si tratta di una metodologia di attacco preventivo contro le installazioni nucleari del nemico, ndt], che ha recentemente ricevuto l'approvazione del congresso. Le armi nucleari non sono più l'ultima opzione come durante l'era della Guerra Fredda.
In un documento classificato del Pentagono (il Nuclear Posture Review) presentato al Senato USA all'inizio del 2002, l'amministrazione Bush stabilì i cosiddetti “piani di emergenza” per un uso offensivo “first strike” delle armi nucleari, non solo contro l'asse del male (Iraq, Iran, Libia, Siria e Corea del Nord), ma anche contro Russia e Cina.
ALLEGATO:
Passi della Conferenza Stampa del Presidente Bush alla Casa Bianca il 17 Ottobre (enfasi aggiunta)
D Signor Presidente, vorrei proseguire sulla visita di Mr. -- del Presidente Putin a Tehran. Non sull'immagine del Presidente Putin e del Presidente Ahmadinejad, ma sulle parole che Vladimir Putin ha pronunciato lì. Ha lanciato un grave avvertimento contro un potenziale intervento militare USA – l'intervento militare USA contro Teheran --
IL PRESIDENTE: Ha detto USA?
D Si.
IL PRESIDENTE: Oh, lo ha detto?
D Lo ha detto – cioè, perlomeno così lo hanno citato – e ha detto anche che “Non trova alcuna prova che suggerisca che l'Iran voglia costruire una bomba nucleare”. Si sente rammaricato da questo messaggio? E ciò potrebbe indicare che la pressione internazionale sull'Iran per abbandonare il proprio programma nucleare non sia così intensa come pensavate?
IL PRESIDENTE: Come ho già detto, non vedo l'ora – se questi sono effettivamente i suoi commenti, non vedo l'ora che li chiarisca, perché quando sono andato in visita da lui, ha capito che è nell'interesse del mondo assicurarsi che l'Iran non abbia la capacità di costruire un'arma nucleare. Ed è per questo che su – nella prima fase di negoziati alle Nazioni Unite si è unito a noi, e nella seconda fase ci siamo uniti insieme per mandare un messaggio. Voglio dire, se non fosse preoccupato per tutto ciò, Bret, allora perché avremmo fatto questi ottimi progressi alle Nazioni Unite nelle prime due fasi?
Quindi gli farò visita per parlarne. Come sai, non ho ancora avuto informazioni da Condy [Condoleeza Rice, ndt] o da Bob Gates sulla loro visita a Vladimir Putin.
D Ma allora crede davvero che l'Iran voglia costruire un'arma nucleare?
IL PRESIDENTE: Penso – finché loro non sospenderanno e/o chiariranno di volerlo fare – che le loro affermazioni non siano veritiere, si, credo che vogliano raggiungere la capacità, la conoscenza, per costruire un'arma nucleare. E so che è nell'interesse del mondo impedirgli di farlo. Credo che gli Iraniani – se l'Iran avesse un'arma nucleare, sarebbe una pericolosa minaccia per la pace nel mondo.
Ma questo – abbiamo un leader in Iran che ha annunciato di volere distruggere Israele. Così dico ai leader: se sperate di evitare una terza guerra mondiale, forse sarebbe meglio evitare che ottengano le conoscenze necessarie per costruire un'arma nucleare. Prendo molto sul serio la minaccia di un'Iran con armi nucleari. E continueremo a lavorare assieme a tutte le nazioni sulla serietà di questa minaccia. Inoltre continueremo a lavorare alle misure finanziarie che stiamo per intraprendere. In altre parole, penso – che tutta la strategia sia, sia che ad un certo momento, i leader o la gente responsabile dentro l'Iran possano stancarsi dell'isolamento e dire, non ne vale la pena. E per me, vale la pena di mantenere la pressione su questo governo.
E in secondo luogo, è importante che gli Iraniani sappiano che non coltiviamo alcun risentimento verso di loro. Siamo delusi dalle azioni del governo iraniano, rispetto a come dovrebbero essere. L'inflazione è troppo alta; l'isolamento sta causando sofferenza all'economia. Questo è un paese con un futuro molto migliore, le persone hanno una migliore – dovrebbero riporre maggiori speranze sull'Iran di quante questo governo ne fornisca loro.
È così – guarda, è un problema complesso, senza dubbi. Ma il mio scopo è quello di continuare a organizzare il mondo per mandare un preciso segnale al governo iraniano: continueremo a lavorare per isolarti, nella speranza che ad un certo momento qualcun altro si faccia avanti e dica che l'isolamento non paga.
Michel Chossudovsky è l'autore del bestseller internazionale "America’s 'War on Terrorism' " Global Research, 2005. È professore di economia presso l'Università di Ottawa e direttore del Center for Research on Globalization.
Titolo originale: "Bush's World War Three"
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
17.10.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STIMIATO
ottobre 20 2007

Nella Casa Bianca di George W. Bush e’ un nome che circola di rado, perche’ il New Deal non gode di grande simpatia tra gli uomini del presidente. Ma al Cremlino sembra non ci sia americano piu’ popolare di Franklin D.Roosevelt e la passione di Vladimir Putin per il presidente che fece riemergere gli Stati Uniti dalla Depressione e li condusse in guerra contro il nazismo, intriga l’America. […]
Il presidente russo ha citato per l’ennesima volta giovedi’ FDR come un modello, durante la propria maratona televisiva, paragonandosi non troppo implicitamente all’uomo di cui gli americani giudicarono inevitabile la terza (e poi quarta) rielezione alla Casa Bianca. Putin ha lodato la battaglia di FDR contro i potentati economici americani dell’epoca, sottolineando che fu il suo operato a porre le basi per ‘’dare agli Stati Uniti la posizione che hanno oggi'’. Ma il Washington Post, nel raccontare in prima pagina le gesta del leader russo, ha sottolineato come appaia evidente che ad attrarre Putin verso FDR sembra soprattutto la sua longevita’ alla guida del paese. Un precedente storico attraente per un presidente di cui si mormorano intenzioni di puntare al posto di premier, pur di non lasciare il potere.
La stampa americana ha ricostruito i tanti segnali che sembrano indicare una campagna alimentata dal Cremlino per esaltare la figura di Roosevelt. Domenica scorsa la tv di stato RTR ha presentato un documentario agiografico su FDR, ultima tappa di un processo di esaltazione del presidente del New Deal cominciato lo scorso anno. Il 125mo compleanno di Roosevelt, totalmente ignorato negli Usa, e’ stato invece mesi fa l’occasione per un convegno in Russia al quale hanno preso parte anche importanti esponenti del Cremlino. ‘’Fino al 2005, Putin si ispirava a Pietro il Grande'’, ha detto al Washington Post Sergey Nikulin, del centro studi russo G808, mentre adesso lo ‘zar americano’ ha preso il posto di quello di tutte le Russie.
L’amministrazione Bush sembra impegnata a cercare una linea precisa da contrapporre ai sempre piu’ evidenti segnali della volonta’ della Russia di recuperare il peso politico e militare dell’epoca dell’Urss. Il capo del Pentagono, Robert Gates, reduce da una visita a Mosca per cercare di vendere il progetto dello scudo antimissile americano, si e’ detto ‘’non allarmato'’ da quelli che Putin ha definito ‘’piani grandiosi'’ per il riarmo. La Russia, ha spiegato Gates, deve recuperare un enorme ritardo, dopo che ‘’negli anni Novanta l’apparato militare russo era quasi inerte: attualmente stanno spendendo nella difesa il 10% di quello che spendiamo noi'’.
Casa Bianca e Dipartimento di Stato hanno evitato per ora di reagire con toni di preoccupazione, mirando a non irritare Mosca nella speranza che possa giocare un ruolo importante nella crisi sul nucleare iraniano.
Dal punto di vista dei modelli storici cui riferirsi per il dialogo futuro, le posizioni sembrano lontane. L’amministrazione Bush negli ultimi anni, ignorando FDR, ha puntato a esaltare invece la figura del suo successore Harry Truman, sotto il quale si apri’ la Guerra Fredda e la cui presidenza viene vista come ricca di lezioni per quella che gli strateghi repubblicani dipingono come una ‘lunga guerra’ al terrorismo. E ovviamente resta splendente, tra i seguaci di Bush, l’astro di Ronald Reagan, che pose le basi per la fine dell’esperienza storica dell’Unione Sovietica.
Nuove chiavi di lettura sul futuro potrebbe offrirle lunedi’ prossimo il segretario di Stato Condoleezza Rice, nota cremlinologa, che aprira’ al Dipartimento di Stato un convegno di due giorni ad alto livello sulle relazioni Usa-Urss negli anni della Distensione (1969-1976). Tra i relatori chiamati a ricordare quella fase storica, ci saranno nomi eccellenti come Henry Kissinger, Alexander Haig e James Schlesinger.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/10/19/putin-come-fdr-paragone-storico-intriga-lamerica/#more-391
ottobre 19 2007
IL GIORNO DOPO IL BOMBARDAMENTO DELL'IRAN
DI CHRIS WEIGANT
C'è un dibattito che infuria all'interno dell'amministrazione Bush, dell'espertocrazia e della blogosfera: se sia o no il momento di bombardare l'Iran. Mentre questa conversazione spaventa i bambini (ed altra gente sensata), la maggior parte dell'attenzione si concentra su
(1) se il Presidente... Oh, scusatemi... Il Vice Presidente Cheney sia davvero abbastanza pazzo estremista da farlo, e
(2) se qualcun altro in America (militari compresi) obbedirebbe a quest'idea.
Ma non si sta prestando abbastanza attenzione a cosa accadrà dopo che avremo fatto piovere morte dal cielo giù sull'Iran. Il che è una vergogna, perché è ciò che abbiamo ignorato durante l'escalation verso la guerra con l'Iraq. E tutti sappiamo come è andata a finire.
Immaginiamo, per il piacere della discussione, che gli Stati Uniti effettivamente vadano avanti e bombardino l'Iran. Ci sono naturalmente molti differenti scenari in grado di portare a questo punto - "un'operazione false flag" (pensate all'incidente nel Golfo del Tonkino); prigionieri militari iraniani che gli Stati Uniti giurano stessero uccidendo Americani in Iraq e che vengono fatti sfilare davanti alle telecamere; provocare la Marina iraniana e giurare che eravamo in acque internazionali e non in acque iraniane - ci sono molti modi per creare l'occasione per la guerra davanti agli occhi del mondo, per cui non è molto produttivo preoccuparsi di quale metodo adottare. Ma immaginiamo che Gorge Bush presenti una qual forma di casus belli al mondo, cui segue immediatamente l'esercito degli Stati Uniti che fa cadere bombe e missili da crociera sull'Iran.
Ora l'effettivo metodo dell'attacco (in contrasto con la logica) può influenzare gli eventi successivi, così vale la pena suddividere le possibilità. Il vecchio piano era di distruggere sia i siti nucleari iraniani che abbastanza infrastrutture cosicché agli iraniani occorressero anni per riuscire a ricostruirli (bombardando tutti i siti militari e le installazioni radar che vediamo lungo la strada, naturalmente). Il nuovo piano (secondo Seymour Hersh nel suo nuovo esplosivo articolo sul New Yorker) è di eliminare la Guardia Rivoluzionaria (ed ignorare i siti nucleari), soltanto come serrata rappresaglia che segue il coinvolgimento iraniano in Iraq (bombardando però tutte le installazioni radar che vediamo lungo la strada, naturalmente).
Abbondano voci che Israele stia anche pensando seriamente di eliminare i siti nucleari iraniani. Forse ciò che si prevede è una combinazione delle due cose? Un'incursione americana che convenientemente abbatte la rete iraniana di radar renderebbe molto allettante per i jet israeliani l'opportunità di usare una tale copertura per realizzare il loro principale obiettivo, sembrerebbe.
Questa è tutta pura speculazione da parte mia, devo ammetterlo. Se la nostra giustificazione per il bombardamento è "l'inseguimento serrato" o se è di rimandare indietro di un decennio il progresso nucleare iraniano non importerà un bel niente a chiunque sia sotto le bombe mentre cadono. Ma può importare per il tipo di risposta che darà l'Iran.
Il pensiero neocon: "Ci accoglieranno con i fiori, II"
Finora, alla risposta iraniana si è apparentemente applicato il think-tank neoconservatore "gli Iracheni ci accoglieranno con i fiori" che suona così altrettanto pericoloso ed ingannevole. Il loro argomento di base è che gli iraniani vedranno gli errori dei loro comportamenti (dopo che li bombardiamo), sbattendo fuori i Mullah da Teheran e pregheranno in ginocchio il perdono degli Stati Uniti. O che saranno semplicemente troppo spaventati dalla nostra potenza militare ("Shock And Awe II" potremmo chiamarla) per reagire in qualsiasi modo, perché avrebbero il terrore di perdere una guerra contro di noi.
Che ciò sia scisso sia dalla realtà che dalla storia degli Stati Uniti e dell'Iran dei 60 scorsi anni o circa, sembra sfuggire ai fautori di questa opinione. Ma in ogni caso hanno già convinto una volta la Casa Bianca di Bush della bontà della linea del "Ci accoglieranno come liberatori, con i fiori", così non c'è garanzia che non funzioni una seconda volta.
Ecco alcune agghiaccianti affermazioni dall'articolo di Hersh a proposito del "Cosa accadrà dopo?", dopo che le bombe avranno smesso di cadere.
"Stanno spostando tutti alla scrivania dell'Iran," ha recentemente detto un funzionario della C.I.A. in pensione. "Stanno coinvolgendo un sacco di analisti e si stanno accanendo su tutto. È proprio come la primavera del 2002" - i mesi prima dell'invasione dell'Iraq, quando il Gruppo per le Operazioni Iracheno si era trasformato nel più importante all'interno dell'Agenzia. Ha aggiunto: "I ragazzi che stanno guidando ora il programma iraniano hanno una limitata esperienza diretta con l'Iran. In caso di un attacco, come reagiranno gli iraniani? Reagiranno e l'amministrazione non ha pensato a tutte le possibilità".
Quell'argomento è stato ripreso da Zbigniew Brzezinski, l'ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, che ha detto di aver sentito discussioni sui programmi della Casa Bianca per un bombardamento limitato dell'Iran. Brzezinski ha detto che l'Iran probabilmente reagirebbe ad un attacco americano "intensificando il conflitto in Iraq ed anche in Afghanistan, i loro vicini, e che potrebbe coinvolgere il Pakistan. Saremo bloccati in una guerra regionale per venti anni".
Un diplomatico europeo di alto grado, che lavora a stretto contatto con l'intelligence americana, mi ha detto che ci sono prove che l'Iran si stia preparando massicciamente per un bombardamento americano. "Sappiamo che gli iraniani stanno rinforzando le loro capacità di difesa aerea", ha detto, "e crediamo che reagiranno asimmetricamente - colpendo obiettivi in Europa ed in America Latina." Ci sono inoltre specifiche informazioni di intelligence che suggeriscono che l'Iran sarà aiutato in questi attacchi da Hezbollah. "Hezbollah ne è capace e lo possono fare", ha detto il diplomatico.
L'articolo cita un "funzionario europeo di grado elevato" non specificato (molto probabilmente Britannico) che ha bevuto dosi ingenti di Kool-Aid [nota bevanda analcolica, ndt] dei neocon:
Il funzionario europeo ha continuato: "Un importante attacco aereo contro l'Iran potrebbe davvero portare ad un far quadrato attorno alla bandiera, ma un prendere di mira con molta attenzione i campi di addestramento dei terroristi potrebbe evitarlo." Il suo punto di vista, ha detto, era che "una volta che gli iraniani si ritrovano il naso sanguinante, riconsiderano le cose". Ad esempio, Ali Akbar Rafsanjani ed Ali Larijani, due delle figure politiche più influenti in Iran, "potrebbero andare dal Capo Supremo e dire, 'la politica della linea dura ci ha portato a questo casino. Dobbiamo cambiare il nostro metodo per il bene del regime.' "
Ciò è rigettato da un'affermazione di un non specificato "ex funzionario di alto grado dell'intelligence americana":
"Pensate che quei matti a Teheran andranno dicendo, 'Lo Zio Sam è qui! Faremmo meglio a ritirarci'? " ha affermato l'ex funzionario d'alto grado dell'intelligence. "La realtà è che un attacco che renderà le cose dieci volte più calde."
Simuliamo la risposta iraniana
Gli iraniani hanno missili. Inoltre hanno in tutto il mondo un'oscura rete terroristica che, secondo tutti i resoconti, è abbastanza efficace e mortale. E la geografia ha dato all'Iran un collo di bottiglia che potrebbe tagliare approssimativamente il 20% delle forniture di petrolio mondiali. Unite tutto ciò ed avete una gamma abbastanza ampia di opzioni che gli iraniani possono prendere. Supponiamo che le usino con una scala crescente, con risposte proporzionali degli Stati Uniti.
La primissima cosa che gli iraniani farebbero è bombardare gli accampamenti MEK in Iraq. Ciò sarebbe un livello di "ritorsione" e potrebbero farne un buon caso davanti al mondo per il loro comportamento. Il MEK ("Mujahedeen-e-Khalq") è un gruppo iraniano dissidente che sta provando a rovesciare il governo iraniano da parecchio tempo. Erano soliti operare dall'Iraq di Saddam, con incursioni oltre la frontiera dell'Iran. Quando abbiamo invaso abbiamo istituzionalizzato una specie di impasse con loro - abbiamo accettato la loro resa, detto loro che avremmo protetto la sicurezza dei loro accampamenti, ma gli abbiamo permesso di rimanere. L'unico problema è che sono un gruppo terrorista. Che stiamo proteggendo con l'esercito americano.
Potete vedere facilmente il parallelo con ciò che affermiamo stia facendo l'Iran - sostenere all'interno del loro territorio gruppi fuorilegge che attraversano il confine e compiono azioni terroristiche. Che è il motivo per cui loro sarebbero l'obiettivo numero uno per la rappresaglia iraniana se usassimo la spiegazione razionale dell' "inseguimento serrato". L'Iran affermerebbe fortemente l'ipocrisia americana e tenterebbe di convincere il mondo della giustezza delle loro azioni. Potrebbero persino riuscirci.
Se l'America continuasse ad attaccare l'Iran le opzioni diventerebbero molto più rapidamente buie. I missili iraniani possono iniziare a prendere furiosamente di mira la Zona Verde di Bagdad. Possono cominciare a prendere di mira tutte quelle basi USA sparse a casaccio nel deserto Iracheno. Ricordate la guerra del Kuwait con Saddam? L'America continuava a dire "Oh, ci siamo presi cura di tutti i missili di Saddam" mentre continuavano a piovere SCUD, a dimostrare il contrario. Immaginate che quello scenario provenga dall'Iran.
L'Iran può anche sguinzagliare i terroristi che sponsorizza. Hezbollah, in particolare, può iniziare spettacolari attacchi terroristici in Europa. In teoria potrebbero persino (a differenza dello spauracchio di Bush di "Al Qaeda in Mesopotamia") attaccare con successo il territorio degli Stati Uniti. Così non solo piovono missili sulla Zona Verde, ma centri commerciali e stazioni dei treni e centrali elettriche vengono fatte saltare in tutta Europa e negli USA, o (non riuscendo a raggiungere l'America) le ambasciate USA in tutto il mondo.
Ma questi scenari da incubo non sono l'arma peggiore. La vera leva dell'Iran viene dal sedere in cima agli Stretti di Hormuz (alcuni usano Stretto di Hormuz al singolare). Guardate una sua mappa su Wikipedia e noterete che l'Iran circonda questo stretto collo di bottiglia su tre lati. Il 20 % del petrolio mondiale si muove attraverso questi stretti ogni giorno, sulle superpetroliere. Immaginate le mine, le torpedini ed i missili iraniani che se la prendono qui con le petroliere. Dovrebbero semplicemente eliminarne con successo una, o forse due, per dimostrare che potrebbero farlo ogni volta che lo ritengono opportuno.

[Lo Stretto di Hormuz]
] Ciò che accadrebbe dopo il primo di questi attacchi riusciti sarebbe che il petrolio verrebbe scambiato ad altezze astronomiche: 150 - 200 dollari al barile. O approssimativamente due - tre volte ciò che è stato scambiato durante la guerra in Iraq. Da sei a nove dollari al gallone al vostro distributore.
Se ciò andasse avanti per un breve periodo, potrebbe causare una recessione devastante nell'economia americana. Se andasse avanti per un lungo periodo, potrebbe causare una depressione economica mondiale.
Se l'economia americana si sbriciola, diventerà sempre più duro trovare i soldi per continuare tre guerre allo stesso tempo. Ricordate, abbiamo essenzialmente mandato in bancarotta l'Unione Sovietica nella corsa agli armamenti. Sarebbe molto ironico se accadesse a noi, poiché sarebbe quasi impossibile riversare la stessa quantità di denaro che abbiamo già investito in Medio Oriente se la nostra economia fosse in ginocchio.
E in realtà, alla fine a cosa porterebbe l'escalation militare americana di una guerra con l'Iran? Una leva obbligatoria qui a casa, per esempio, poiché l'esercito non riuscirebbe a sostenere da solo un'invasione di terra al suo attuale livello di soldati. O potremmo intensificare il bombardamento ad un livello mai visto fin dal Vietnam - bombardamento a tappeto con i B-52, non bombe "intelligenti" in ficcanti incursioni. O la Casa Bianca di Bush potrebbe essere persino tentata di testare quelle bombe a penetrazione nucleari su cui stiamo lavorando - senza dubbio per eliminare "i siti nucleari iraniani sepolti in profondità".
Il mio punto di vista è che le conseguenze di un'avventura iraniana sarebbero gravi. In tutte le discussioni che turbinano attualmente sull'Iran all'interno della Beltway [la circonvallazione attorno a Washington, ndt], non si presta abbastanza attenzione al probabile risultato di tale azione militare. Se siete un neocon e state sostenendo che l'Iran deve essere eliminato perché è lo stato maggior sponsor mondiale del terrorismo, allora bene - esponete la vostra tesi. Ma siate sicuri di esporre realisticamente quali sarebbero i costi di una tale azione affrettata per l'America.
Perché l'ultima volta abbiamo ignorato quella parte dell'equazione con "saremo accolti come liberatori" - e non possiamo proprio permetterci un secondo errore di quelle dimensioni.
Titolo originale: "The Day After We Bomb Iran"
Fonte: http://www.chrisweigant.com/
Link
01.10.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FILMARI
ottobre 17 2007
la Storia si fa coi Se (e coi Ma)
Il mondo di Junior
HOUSTON – dal nostro inviato
Il premio Nobel 2007 accetta finalmente d’incontrarmi nello splendore neopalladiano della sua villa nel centro del Texas. La stanza in cui ci stringiamo le mani – ironia della sorte – è ovale. Quando glielo faccio notare, abbozza un sorriso di circostanza. Non ha capito il riferimento.
“Ovale, come l’ufficio del Presidente… sa, nella Casa Bianca”.
Ridacchia. Ha capito. “Ah, già… lo sa, ci penso così poco ultimamente. La vita è breve, e se dovessi alzarmi tutte le mattine pensando che stavo per diventare Presidente… E comunque ‘ste ville le fanno tutte uguali, ci ha fatto caso? Anche Washington è tutta così. È uno stile di architettura sudista, penso”.
Sto per interromperlo spiegandogli che il suo ‘stile sudista’ in realtà è neoclassico settecentesco di derivazione veneta… ma per fortuna riesco a controllarmi. Non sono venuto a dare lezioni di storia dell’arte, sono venuto a intervistare l’Uomo che ha Salvato il Mondo, secondo il Time dello scorso dicembre – e a quanto pare anche secondo i giurati di Stoccolma. E ho già commesso un imperdonabile errore. Eppure il suo staff me lo ha spiegato bene: quando si parla con Junior, meglio evitare le allusioni. Fa una certa fatica ad afferrarle. Non è un problema di intelligenza, ma la conseguenza di quella lieve forma di dislessia che gli è stata diagnosticata soltanto in età adulta. Un difetto congenito che non gli ha impedito di farsi eleggere governatore del Texas e di arrivare a un passo dalla poltrona più ambita del mondo: quella di Presidente degli Stati Uniti. Evidentemente i bei discorsi non sono tutto. Soprattutto se puoi contare sulla famiglia giusta.
“Mi sento ancora spesso con mio padre”, ammette Junior; “i suoi consigli sono stati molto preziosi. Quando Gore voleva invadere l’Iraq a tutti i costi, il suo parere ha contato più di qualsiasi cosa, per me”.
“Ma poi la ha diseredata, o sbaglio?”
“Stronzate. Tutte stronzate. Al tempo della campagna per l’autonomia i giornalisti hanno voluto dipingerci come nemici a tutti i costi… bastardi”.
“Eh-ehm”.
“Beh, sì, intendo i giornalisti yankees. Quelli che stanno a NY, o a Washington, a imbrattare la carta, ha presente?”
“Ma adesso stanno parlando molto bene di lei. Non ha letto…”
“Nooo. Io non leggo la carta. C’è il cavo, c’è internet, chi ha bisogno di tutta questa carta? È quel che rimane di un mondo vecchio”.
Mi guardo intorno – e improvvisamente, con un tuffo al cuore, realizzo che non ho visto un solo libro in tutta la villa. Non uno. George Bush Junior, premio Nobel per la Pace 2007, non ne ha bisogno. Ecco un’altra cosa dura da mandare giù.
Del resto, questa è la vita dell’Uomo che ha Salvato il Mondo. Una paradosso infinito, una continua sfida ai luoghi comuni. Il petroliere che ha chiuso col petrolio; il cow-boy che ha portato la pace nel mondo; il repubblicano amico dei palestinesi: l’ultima notizia che gli porto dai Territori è la proposta di intitolargli il corridoio autostradale Gaza-Gerusalemme. Lui finge di non averlo già letto su internet, e ci scherza sopra:
“Un’autostrada? Buffo, qui in Texas non intitoliamo le autostrade. Hanno solo dei numeri. In ogni caso mi sembra prematuro… voglio dire, sono ancora vivo. Dalle mie parti cominciano a dedicarti le cose soltanto quando sei sotto sei piedi di terra… beh, ma immagino che Barghouti sappia quel che fa. È un tipo a modo, lo ammiro molto”.
“Avrebbe mai pensato di dire una cosa del genere, otto anni fa?”
“No, perché? Otto anni fa non lo conoscevo. Per la verità tutta la faccenda degli ebrei e dei palestinesi a quei tempi non m’interessava molto. Guardavo soprattutto all’America, ai problemi interni. Sarei stato un presidente alla Monroe, l’america agli americani e via dicendo”.
“Fino all’11 settembre…”
Sospira. Conosce bene questa domanda – gli è stata posta da migliaia di giornalisti, negli ultimi sette anni.
“Senz’altro l’11 settembre mi avrebbe cambiato. Voglio dire, l’11 settembre mi ha cambiato, proprio come ha cambiato il presidente Gore. È come se ci fossimo svegliati tutti su una mina. Credevamo di essere i Numeri Uno. Credevamo che tutto il mondo ci amasse, che volesse diventare come eravamo noi. Invece è saltato fuori che il mondo ci odiava. Era invidia, era rabbia, era un ammasso di cose che non avevamo pensato. Comunque, cosa vuole sapere esattamente? Se io al posto di Gore avrei bombardato l’Afganistan? Senz’altro l’avrei fatto. Chiunque l’avrebbe fatto. Anche il reverendo Martin Luther King l’avrebbe fatto. Siamo americani, prima di ogni altra cosa. Se ci attaccano rispondiamo, è normale”.
“Magari lei avrebbe attaccato in un modo diverso”.
“Forse. Mah. Queste cose le decidono i generali, vede. Mi viene sempre da ridere quando sento che chiamano Gore il comandante in capo. Lui sì e no sa indicare l’Afganistan sulla cartina. Per mesi è andato dicendo che dall’Afganistan avrebbe attaccato l’Iraq, finché non gli hanno spiegato che i due Paesi non confinano”.
“Via, adesso esagera”.
“Non lo so. Posso dire che avrei dato più soldi all’intelligence: in fin dei conti ho sempre pensato che se ci serviva la testa di Bin Laden non era necessario destabilizzare mezza Asia per ottenerla. In realtà dopo l’11 settembre i talebani erano terrorizzati. Bastava bombardarli un po’, e poi fare un’offerta. Mio padre le guerre le faceva così: bastone e carota. E a volte gli andava bene. Non sempre, eh… Ma Gore… lo sa anche lei com’è fatto Gore. È… un democratico. Non gli bastava arrestare i terroristi, lui voleva scaraventare tutto il fottuto Afganistan dal medioevo tribale alla democrazia, trasformare quel paese di montanari musulmani in una Svizzera. In fondo ragionava come i Sovietici, e infatti le ha prese per un bel po’, proprio come i sovietici”.
Non è la prima volta che sento paragonare la politica di esportazione della democrazia di Al Gore all’imperialismo sovietico. “Lo sa”, replico “in Europa prima dell’11 settembre molti pensavano che i i veri guerrafondai in America fossero i repubblicani”.
“Che stronzata”, sbotta lui. “Pensi a Theo Roosvelt. O a quello della Prima Guerra, come si chiamava?”
“Woodrow Wilson”.
“Esatto. Tutti democratici”.
“Ma hanno salvato il mondo”.
“Sì, e questo gli ha dato un po’ alla testa. Pensi al Vietnam. Kennedy ci ha portato nel Vietnam, e Nixon ha fatto quel che ha potuto per portarci via. Noi repubblicani non abbiamo mai amato la guerra. Ovvio che la facciamo, se ci trascinano. Ma chi è così pazzo da amare la guerra? Io ho fatto carte false per non andare in Vietnam, e non me ne vergogno. Tutti questi reduci democratici che mostrano le cicatrici per un seggio al congresso mi fanno vomitare. Dicono di odiare la guerra, e a momenti ci riportavano in Iraq”.
Per essere un Nobel per la Pace, Bush Jr sceglie le parole con ben poca diplomazia. Ci vuole molto fiuto per annusare dietro il cafone texano in camicia a quadri l’aristocratico wasp, nato e cresciuto dalle parti di Yale. In fondo Bush è l’esatto contrario del sogno americano: invece di farsi da solo, sembra aver voluto disfare (da solo) tutta l’eredità culturale che la sua ricca famiglia gli deve pure aver trasmesso. Da laureato in Storia a cow-boy dislessico, da petroliere ad ambientalista. Il vero giro di boa fu probabilmente lo scandalo Enron. “Un vero disastro. L’11 settembre ci ha fatto arrabbiare col mondo, ma Enron e Kathrina ci hanno fatto arrabbiare con noi stessi. Non c’era un Bin Laden a portata di mano su cui scaricare le colpe”.
Per certi osservatori è sorprendente come Bush Jr sia uscito pulito dallo scandalo Enron, all’inizio del 2002. L’azienda che mandò sul lastrico migliaia di risparmiatori americani aveva finanziato pesantemente la sua campagna presidenziale. “Cosa posso dire? Quando corri per la Casa Bianca accetti soldi da tutti. Anche Gore fece lo stesso. È uno dei problemi di questo Paese: bisogna essere maledettamente ricchi per fare i presidenti, e ancora non basta. Devi fare i debiti. Poi ti ritrovi seduto in cima al mondo con un sacco di debiti da pagare, di favori da ricambiare. Non è sano, neanche un po’. Anche se volesse sbaraccare da Kabul, in questo momento Gore è legato mani e piedi all’Halliburton e alla Blackwater. E anch’io probabilmente sarei stato un pupazzo nelle loro mani, se avessi vinto”. Ma ‘per fortuna’ aveva perso: la temporanea assenza dalla vita politica gli permise di rifarsi una verginità che gli elettori texani avrebbero molto apprezzato. Di lì a pochi mesi avrebbe stravinto le elezioni di mid-term, con una campagna imperniata sulla questione morale, approdando al Congresso come speaker della maggioranza repubblicana. A questo punto, quando tutti i principali commentatori politici americani davano ormai per scontata la ripetizione del duello presidenziale del 2000, Bush stupì tutti con la prima proposta di legge sull’autonomia energetica e l’opposizione alla guerra in Iraq. Due grossi colpi alla sua popolarità presso i repubblicani, che alla fine preferirono candidare Rudolph Giuliani. “Ho la massima simpatia per Rudie”, dice Bush, “e non ho mai pensato di ricandidarmi una seconda volta. Non m’interessava battere Gore, ed ereditare i suoi problemi. Lui era impastoiato con la sua guerra in quelle sabbie mobili afgane, non so nemmeno se ci siano le sabbie mobili laggiù, ma ho reso l’idea, no? L’impressione è che i talebani fossero invincibili sul campo. Avremmo potuto mandare laggiù il doppio di marines e il doppio di tank, e avremmo soltanto sprecato tutto quanto. Io ho cominciato a domandarmi se la guerra non si potesse risolvere in un altro modo. Perché i musulmani continuavano ad arrivare da tutto il mondo per combattere in quel buco… in quel Paese dimenticato? Chi li riforniva? Per dirla in parole povere: Where’s the money? Chi finanzia tutto quanto?”
Rampollo di una dinastia di petrolieri, Bush non doveva faticare molto a trovare una risposta. “È chiaro che dietro a tutta la jihad c’erano i petrodollari. Gli emirati del Golfo, quegli inferni ad aria condizionata… sanno di essere seduti su una mina peggiore della nostra. Hanno la disperazione di chi sta per finire la benzina e restare al buio. In più hanno una paura matta della rivoluzione islamica. Così finanziano gli sceicchi alla Bin Laden, che almeno la rivoluzione la fanno all’estero. D’improvviso tutto mi è parso così sciocco e inutile… da una parte mandavamo i nostri ragazzi a morire, dall’altra continuavamo a comprare benzina per i nostri Suv e a finanziare i terroristi che li avrebbero uccisi… dovevamo uscirne, e alla svelta. Così feci quella prima proposta sull’autonomia: l’America doveva bloccare le importazioni e re-imparare a vivere delle proprie risorse energetiche”. All’inizio Bush fu accusato di voler semplicemente favorire il petrolio texano per questioni di lobby. Ma le aperture sulla propulsione a idrogeno e sul biodiesel brasiliano spiazzarono anche i suoi più accesi detrattori. “Anche i nostri pozzi stanno finendo, è tempo di ammetterlo e cominciare a diversificare. Guardi quello che è riuscito a fare Lula in Brasile col biodiesel… una cosa fantastica. E i pannelli solari, perché no? Il giorno che in Texas non riusciremo a pompare più petrolio, resterà ancora sole in abbondanza per tutti. So che mio padre non la pensa così, ma io continuo a credere che il petrolio non sia il destino dell’America”.
“Invece sull’Iraq andavate d’accordo”.
“Le faccio vedere una cosa”. Mi mostra un quadro. A ben vedere si tratta di una mappa. Di solito si appendono ai muri mappe antiche: questa invece è ingiallita, sgualcita, ma moderna. “È una delle cartine di lavoro di mio padre. Se guarda bene, ci trova le ditate del generale Schwarzkopf. Ora: la vede questa macchia verde scuro? Sono le zone a maggioranza sciita. Lei lo sa cosa sono gli sciiti?”
“Una setta musulmana, direi”.
“Ecco, bravo, lei è uno preparato. Sa cosa sono gli sciiti. Magari sa anche che in Iraq e in Iran sono la maggioranza. Beh, posso garantirle che nel 2003 a Washington ancora nessuno sapeva chi fossero. E volevano andare a Bagdad! Esportare la democrazia! Se fossimo andati a Bagdad, gli sciiti sarebbero venuti a gettare fiori sui nostri carri armati, e il giorno dopo avrebbero sgozzato tutti i sunniti, e votato l’annessione all’Iran. A quel punto gli ayatollah iraniani avrebbero avuto libero accesso ai laboratori atomici di Saddam Hussein, e magari anche al suo uranio – ammesso che Saddam Hussein fosse davvero in grado di procurarsi dell’uranio”.
“Tony Blair ne è convinto”.
“Tony Blair è un socialista. Hanno tutti questa mania di cambiare il mondo, con l’amore o con la forza. Sono molto fiero di aver fatto il possibile per evitare quel disastro. Ho preso questa fottuta carta di mio padre e ho convinto tutti i pezzi grossi repubblicani: se andiamo in Iraq, tempo un anno e gli iraniani fanno una buca radioattiva in Israele: sul serio volete passare alla storia per questo? io non sono molto bravo a fare i discorsi, ma si vede che Dio mi ha aiutato, perché li ho convinti”.
“E così alla fine si è preso la sua rivincita morale su Gore”.
“Non la vedo in questo modo. In realtà dovrebbe soltanto ringraziarmi. A quest’ora avrebbe già perso due guerre – non un bel bilancio. Invece tutto sommato ormai l’Afganistan è pacificato, anche se non assomiglia ancora molto alla Svizzera, devo dire”. Sorride sornione. “Ma il progetto oppio per cibo sta dando buoni risultati. E in sovrappiù abbiamo avuto anche la testa di Bin Laden”.
Un bel trofeo per la Bush Foundation. Ma c’è chi dice che sia un falso. Su internet continuano a circolare nuovi video dello sceicco del terrore.
“Non so cosa dire. Abbiamo il Dna, le impronte dentali, abbiamo tutto. Ma ci sarà sempre qualcuno convinto che è una montatura. C’è anche chi dice che le torri gemelle le ho fatte buttare giù io. Non è che posso replicare a tutte queste stronzate”.
Nel 2004 l’astro di Bush sembra già appannato. Alcune sue iniziative – la partecipazione a un summit informale tra israeliani e palestinesi – non sono comprese dai suoi compagni di partito. Nel frattempo Giuliani sfida Gore giocando la carta del patriottismo dell’11 settembre, ma gli americani gli preferiscono il Commander in Chief. “Rudie si è difeso bene, ma ha pagato il fatto di non avere una posizione netta sulla guerra”. L’anno successivo, il secondo grande shock della recente Storia americana: l’uragano Kathrina. Stavolta Bush è implacabile nell’accusare tutti i responsabili del disastro, dal sindaco di New Orleans fino al Presidente. “I democratici hanno chiacchierato per anni di riscaldamento globale”, dice, “e al primo uragano tropicale hanno reagito come dei boy scout di città. Il vero uragano che ha distrutto New Orleans non è stato Kathrina, ma l’incompetenza”. Da Kathrina in poi Bush è riuscito ad accreditarsi come il leader del nuovo ambientalismo. In pochi ricordano che ai tempi della campagna 2000 era Bush, e non Gore, a respingere il protocollo di Kyoto. “In effetti Kyoto non mi ha mai convinto”, ammette, “perché è troppo poco. Una misura omeopatica. Occorre darsi molto più da fare. Tagliare le emissioni di gas serra del 90% entro il 2009. Possiamo farcela. È alla nostra portata”. Fino al 2005 Bush non escludeva la necessità di cercare nuovi pozzi “autarchici” nell’incontaminata Alaska. Oggi non ne parla più. “Solo gli stupidi non cambiano mai idea. Fino a qualche anno fa non ero sicuro che il riscaldamento globale fosse colpa dell’uomo. A dire il vero non ne sono sicuro nemmeno oggi, ma chi se ne frega? Forse non siamo stati noi a scaldare il mondo, ma possiamo pur sempre dare una mano a raffreddarlo. Questo è come la penso io”.
Prima di abbandonare il Congresso nel 2006, Junior ha avuto la soddisfazione di vedere trasformata in legge federale la sua seconda proposta sull’“autonomia sostenibile”. I fatti dei mesi successivi gli hanno dato ragione in modo spettacolare. L’intensità della guerriglia afgana è calata drasticamente. In Egitto e in Iran gli scioperi di massa hanno costretto i governi a indire nuove elezioni. In Iraq la nuova giunta militare sta negoziando l’estradizione di Saddam Hussein. Qualche effetto positivo c’è stato anche per l’Europa, quando il blocco delle importazioni di petrolio negli USA ha abbattuto i prezzi al barile. L’altra faccia della medaglia sono gli attentati: l’esplosione del Boeing dirottato nei cieli di Philadelphia lo scorso settembre (intercettato da un missile prima che puntasse su Washington , secondo alcuni) e le fiale di gas nervino rinvenute nella subway di New York, fortunatamente senza conseguenze. “So che è terribile quello che sto per dire. Ma gli attentati sono una prova che avevamo ragione. Sono colpi di coda. Bisogna andare avanti a domare il bronco”.
Negli ultimi due anni, Bush è diventato un battitore libero. Ufficialmente è ancora iscritto al Partito Repubblicano, anche se ha preferito non candidarsi al Congresso. “Mi sono stancato di parlare per gli altri. Troppi compromessi. Oggi preferisco parlare per me”. In effetti le sue ultime uscite su Cina e Russia sono state particolarmente ruvide anche per un tipo come lui. “Io la vedo molto semplice: quelle non sono democrazie. Non basta aprire i mercati per creare una democrazia. Sono ancora due regimi a partito unico, dove gli oppositori vengono perseguitati e uccisi. Gli americani non dovrebbero avere nulla a che fare con questa gente. Ma i cinesi ci tengono per… i cinesi hanno queste enorme riserve di dollari, che m’impensieriscono molto. Non è giusto che ci possano ricattare in questo modo. Il solo pensiero è umiliante. Fossi ancora un politico, chiederei a gran voce il boicottaggio delle Olimpiadi. Fortuna che non lo sono”.
Cos’è, oggi, George W. Bush? Tante cose. Per esempio, il coproduttore dell’ultimo chiacchieratissimo film di Michael Moore sulla riforma sanitaria. “Lo sa che Moore era di sinistra? È uno dei tanti radicali che sono rimasti stomacati dalla gestione del conflitto in Afganistan. Ma le sue idee sulla riforma sanitaria o sul porto d’armi non sono né di destra né di sinistra, sono ragionevoli e basta. Quando parlavo di conservatorismo compassionevole, molti storcevano il naso. Ma continuo a pensare che ‘compassione’ sia una bellissima parola. Sa cosa significa?”
“Soffrire insieme”.
“Ehi, lei conosce l’inglese in un modo fantastico per essere un… un…”.
“Un italiano. Grazie”.
“Voi italiani conoscete l’importanza della sofferenza. Non vi vergognate a piangere. Vede, il problema di noi americani è che ci siamo costruiti un’immagine di noi stessi come… come il primo della classe che non piange mai, il terzino di football che non cede un metro. E poi davanti all’11 settembre siamo crollati. Abbiamo iniziato a soffrire e ci siamo vergognati della nostra sofferenza. Non dovevamo vergognarci. Solo attraverso la sofferenza possiamo capire gli altri. In fondo Dio si è fatto uomo per questo, no? per cercare di soffrire con gli uomini. Quando sono andato in Palestina, la prima volta, non ci capivo un fottuto accidente. Non riuscivo a capire perché si litigassero quelle colline spelacchiate. Ho chiesto in giro, ho provato a farmi spiegare. E ho sofferto. Ho provato a soffrire con loro. Ho capito che una guerra di sessant’anni è una cosa che non si può cancellare in un giorno.”. Junior è anche l’uomo che al termine di un’estenuante trattativa ha fissato i confini del nuovo Stato Federale di Israele in Palestina. “Ci siamo ispirati a quello che ha fatto Clinton con la Bosnia. Come dire: un gran pasticcio, sempre meglio della guerra, però. Gli israeliani possono continuare a chiamarlo Israele, i palestinesi hanno finalmente un pezzo di terra che si chiama Stato. E Gerusalemme è la capitale bilingue, come Bruxelles. Durerà? E che ne so io? Anche la Bosnia, del resto, sta in piedi per miracolo. Mi piace pensare che il tempo giochi a favore della pace”.
Dopo la missione di Bush in Israele, Bush è stato nominato Uomo dell’Anno dal Time, anzi “L’Uomo che ha salvato il Mondo”. “Beh, mi piacerebbe provarci, non dico di no. Ma in realtà i tempi erano maturi per la pace. Ho sempre pensato che una volta risolta la questione palestinese, il Medio Oriente si sarebbe calmato da sé. Resta molto da fare, certo. Iraq e Siria non sono ancora democrazie. Neanche Roma è stata fatta in un giorno. Ma sono felice di poter dire che oggi è un giorno migliore dell’11 settembre 2001. E ne sono fiero”.
“È sicuro di non avere rimpianti?”
“Rimpianti? No, per cosa?”
“Vede, lei si è dato molto da fare in questi anni. Eppure ogni volta che lei fa qualcosa, c’è sempre qualcuno come me che si chiede… che le chiede… perché non ha vinto nel 2000? Oggi il mondo sarebbe molto migliore se lei avesse vinto nel 2000, non trova?”
Sorride. “La Storia non si fa con i Se. Ma le voglio mostrare un’altra cosa”. Apre un cassetto della scrivania. Tiro un sospiro di sollievo: quello che ha tra le mani è un libro. Di carta.
“È un memorandum scritto da Al Gore quando era vicepresidente. Lo sa di cosa parla? Del riscaldamento globale. In quel periodo Gore era un maniaco dell’argomento, lo sapeva?”
“Mi pare di averne sentito parlare, ma…”
“Aveva fatto delle ricerche, si era consultato con gli esperti. Le sue conclusioni erano già piuttosto catastrofiche. Poi ha vinto le elezioni e… puf, tutto scomparso. Troppo impegnato a dar la caccia a Bin Laden. Lo sa una cosa? Molta gente pensa che Gore sia uno stupido. Io lo conosco un po’. È senz’altro un fighetto di città, ma non è uno stupido. È quella sala di Washington che ti rende stupido. La gente non ci crede quando ripeto che preferisco non esserci mai stato. Ma è così”.
“E quindi non si candiderà”.
“No, assolutamente. Non ha visto la spilletta?”
“Ma davvero pensa che Moore abbia qualche chance?”
“Perché no? Abbiamo già avuto un attore alla Casa Bianca, e se l’è cavata piuttosto bene. Certo, non ha il fisico di Schwarzenegger. Ma è 100% americano. Sarà un ottimo presidente”.
“E non diventerà anche lui più… stupido?”
“Più di così? Naaah, difficile”.http://leonardo.blogspot.com/
ottobre 7 2007
amministrazione Bush : Morti misteriose nella base nucleare
[Questo è un classico caso, con pochissime informazioni disponibili, che richiede una approfondita “indagine” da parte degli utenti di LC.]
Tutto nasce dal recente “nuclear blunder”, lo scivolone nucleare in cui è incappata il 30 agosto scorso l’Aviazione Militare americana, quando si è saputo che un B-52 ha volato dalla base militare di Minot, nel Nord Dakota, a quella di Barksdale, in Louisiana, con cinque missili armati di testate nucleari appesi sotto le ali. Un pò come andare a fare la spesa con il lanciafiamme sottobraccio.
L'aereo infatti avrebbe attraversato mezza America violando le più elementari norme di sicurezza, in assetto da piena guerra atomica, mentre le procedure in tempi di pace richiedono che le testate siano trasportate separatamente dai vettori, e solo dopo una serie di verifiche e di interventi che in questo caso sono stati completamente saltati.
I militari naturalmente hanno subito comunicato che le testate “sono sempre state sotto il loro pieno controllo”, e che non sarebbero mai potute esplodere, nemmeno se l’aereo si fosse schiantato a terra. Per qualche motivo, però, dichiarazioni di questo tipo da parte dei militari trovano sempre meno gente disposta a credergli.
Ma il problema non sta tanto nel trasporto più o meno pericoloso degli armamenti, quanto nel fatto che sembrano essere già sei i militari che lavoravano a Minot ad essere morti di recente, ciascuno in un incidente separato.
L’accusa arriva dal gruppo attivista Citizens for Legitimate Government (Cittadini per un Governo Legittimo), ...
... che elenca i nominativi dei sei militari deceduti di recente, domandandosi se le loro morti siano state davvero casuali.
CLG (in coda il link al loro articolo, che contiene a sua volta i link alle vare notizie di cronaca locale) dice che i sei lavoravano alla base di Minot, e che “sono tutti morti nell’arco di sette giorni dal fatto”.
In realtà, verificando le date degli articoli, risulta che due di loro sono morti prima del 30 agosto:
Todd Blue è morto il 12 settembre, in maniera imprecisata, mentre era in licenza nello stato della Virginia.
Il 15 settembre due militari della base di Barksdale – marito e moglie, di cui non sono riportati i nomi - sono morti investiti da un’auto mentre viaggiavano sulla loro Harley Davidson nuova fiammante, a Shreveport in California.
Il 5 di Luglio due militari di Minot, AdamBarrs e Stephen Garrett, stavano viaggiando in auto nelle vicinanze della base, quando Garret, che era al volante, ha perso il controllo della vettura, che si è schiantata contro un albero, prendendo fuoco. Barrs è morto sul colpo, mentre Garret è sato ricoverato in condizioni disperate.
Il 20 di Luglio un pilota di B-52 della base di Minot, Weston Kissel, è morto in un incidente motociclistico mentre era a casa in licenza, nel Tennessee.
il 10 di settembre il capitano John Frueh è stato trovato morto a Portland, Oregon, in circostanze non chiarite, accanto all’auto che aveva preso in affitto.
Bisogna dire che, come minimo, ci troviamo davanti ad un caso fortemente anomalo dal punto di vista statistico. Dei piloti di aereo che muoiono in auto e moto, inoltre, sono un pò come dei calciatori di serie A che si facciano scartare dai ragazzini dell’oratorio. Tutto può succedere, certo, ma a questo punto quattro morti su sei sarebbero stati vittime della strada, il quinto è morto “accanto alla sua auto”, mentre del sesto non sappiamo nulla di preciso.
Forse si potrebbe trovare la chiave del mistero arrivando prima a capire quale fosse il vero scopo del trasporto dei missili armati. Alcuni militari della base sostengono che si sia trattato solo di un tentativo maldestro di liberarsi delle testate, evitando le complicazioni burocratiche (la base di Minot è stata da tempo condannata alla chiusura definitiva). Altri sostengono invece che è assolutamente impossibile che nessuno si sia accorto che i missili erano armati. Ma forse, prima di tutto, bisognerebbe stabilire se davvero si è trattato di uno “scivolone”, come ci è stato presentato, o se è stato magari fatto apposta, ad esempio, per “far sapere all’Iran” che l’America sta “muovendosi” in senso nucleare.
Quando c’è di mezzo Dick Cheney – questa è l’unica cosa certa in tutto l’enigma - nulla è mai come ci appare.
Massimo Mazzucco
Fonte http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2078
IL CASO ANTRACE VISTO DA UN EX MEMBRO DEL GOVERNO USA
DI STEVE WATSON
After Downing Street
È possibile che gli attacchi con l'antrace siano stati lanciati dall'interno del nostro governo? Un ex consigliere di Bush senior la pensa così.
Francis A. Boyle, un esperto di diritto internazionale che ha lavorato sotto la prima amministrazione Bush negli anni 80 e come consigliere sulle armi batteriologiche ha affermato di essere convinto che gli attacchi con l'antrace dell'ottobre 2001, che uccisero cinque persone, siano stati perpetrati e insabbiati delle menti criminali del governo Usa. Il motivo: fomentare uno Stato di polizia uccidendo ed intimidendo l'opposizione per far accettare leggi post-9/11 come lo USA PATRIOT Act e il recente Military Commissions Act.
"Dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, l'amministrazione Bush ha cercato di spingere al Congresso lo USA PATRIOT Act", ha dichiarato Boyle in una intervista via radio con il talk-show di Alex Jones da Austin. "Esso avrebbe portato a uno Stato di polizia."
"I senatori Tom Daschle (Democratico, South Dakota) e Patrick Leahy (Democratico,Vermont) si stavano opponendo perché avevano capito a cosa esso avrebbe portato. La prima bozza del PATRIOT Act avrebbe sospeso il diritto allo habeas corpus [che protegge cittadini da imprigionamenti illegali e garantisce un giusto processo][Tale diritto è stato, di recente, pesantemente eroso, vedi ad es. "LA TIRANNIA E IL ‘MILITARY COMMISSION ACT’" e HABEAS CORPUS IN VIA DI SCOMPARSA n.d.t.]. Poi all'improvviso, dal nulla, sono arrivati questi attacchi con l'antrace."
"A quel tempo nemmeno io sapevo esattamente cosa stava succedendo, né per quanto riguardava l'11 settembre né per gli attacchi con l'antrace, ma poi il New York Times rivelò quale era la tecnologia dietro la lettera mandata al senatore Daschle. [L'antrace usato era di] un trilione di spore per grammo, [sottoposte ad uno] speciale trattamento elettrostatico. Questo è un antrace bellico di grado superiore che nemmeno il governo degli Stati Uniti, nei programmi dichiarati apertamente, aveva mai sviluppato prima. Perciò fu ovvio per me che esso proveniva da un laboratorio del governo Usa. Non c'è nessun altro luogo in cui procurarsi qualcosa di simile."
L'affermazione di Boyle è basata sui suoi anni di esperienza sui programmi americani per le armi batteriologiche. Egli è stato l'autore del Biological Weapons Anti-Terrorism Act del 1989 che passò col voto unanime di entrambe le camere e fu trasformato in legge con la firma del presidente George H.W. Bush.
Dopo aver realizzato che gli attacchi con l'antrace avevano l'aspetto di un affare interno, Boyle chiamò un ufficiale di alto livello all'FBI che si occupa di terrorismo e antiterrorismo, Marion "Spike" Bowman. Boyle e Bowman si erano incontrati ad un congresso sul terrorismo presso la University of Michigan Law School. Boyle disse a Bowman che gli unici che avevano la capacità di compiere gli attacchi erano individui che lavoravano per i programmi sull'antrace del governo Usa e che avevano accesso a laboratori sterili di alto livello. Boyle diede a Bowman un'intera lista di nomi di scienziati, appaltatori e laboratori che lavoravano sull'antrace per conto del governo e dell'esercito americano.
Bowman poi informò Boyle che l’FBI stava lavorando insieme a Fort Detrick sulla questione [Fort Detrick è lo stabilimento militare americano che si occupa di armi batteriologiche, e da cui probabilmente provenivano i ceppi di antrace n.d.t.]. Com'è stato ampiamente riportato da varie pubblicazioni nel 2002, in particolare dal New Scientist, i ceppi di antrace usati negli attacchi erano stati ufficialmente definiti di "grado militare".

[I laboratori di guerra bilogica a Fort Detrick]
"Poco dopo aver dato questa informazione a Bowman, l’FBI autorizzò la distruzione del database delle culture di antrace Ames", ha detto il professore. Si seppe poi che i ceppi di tipo Ames erano gli stessi delle spore usate negli attacchi.
La presunta distruzione di tutte le culture di antrace di Ames, Iowa, da dove i laboratori di Fort Detrick avevano ottenuto i loro agenti patogeni, era una palese distruzione di prove. Significava che non ci sarebbe stato modo di scoprire quale ceppo era stato inviato, e a chi, per sviluppare le più ampie culture di antrace usate negli attacchi. La pista della prova genetica avrebbe portato direttamente al segreto programma governativo di armi batteriologiche.
"Chiaramente il fatto che l'FBI avesse autorizzato questa ostruzione alla giustizia era un crimine federale", afferma Boyle. "Si sarebbe dovuto preservare quella raccolta e proteggerla come prova. C'era il Dna, l'impronta digitale proprio lì. Si scoprì più tardi, naturalmente, che quelli erano i ceppi di antrace Ames che erano dietro alle lettere per Daschle e Leahy."
A questo punto, ricorda Boyle, fu estremamente chiaro per lui che era in corso un insabbiamento. Scoprì successivamente, leggendo il libro di David Ray Griffin "The New Pearl Harbor" sugli attacchi dell'11 settembre, che Bowman era lo stesso agente dell'FBI che avrebbe sabotato il mandato FISA per avere accesso, prima dell'11-9, al computer [del terrorista arrestato] Zacharias Moussaoui . Il computer di Moussaoui conteneva informazioni che avrebbero permesso di prevenire gli attacchi contro il World Trade Center e il Pentagono.
Nel 2003 Bowman fu promosso e ricevette dal direttore dell'FBI Robert S. Mueller il Presidential Rank Award. Il senatore Chuck Grassley (repubblicano dello Iowa) scrisse una lettera a Mueller criticando l'organizzazione per avere conferito una tale onorificenza a un agente che aveva così palesemente compromesso la sicurezza dell'America.
Durante il panico da antrace, la House of Representatives [la Camera, che insieme al Senato costituisce il Congresso degli Stati Uniti n.d.t.] è stata ufficialmente chiusa per la prima volta nella storia della Repubblica. Appena l'opposizione da parte di Leahy e Daschle si dissolse, subito dopo gli attentati contro di loro, fu fatto passare lo USA PATRIOT Act. Una testimonianza da parte del repubblicano del Texas On. Ron Paul rivelò che gran parte dei membri del Congresso fu spinta a votare per il progetto di legge senza nemmeno averlo letto.
"Si stavano apprestando a sospendere l'obbligo dello habeas corpus che è tutto ciò che ci separa da uno Stato di polizia," ha affermato Boyle. Ed è proprio ciò che hanno fatto ora nel caso dei combattenti nemici [con il Military Commissions Act of 2006]. Boyle ha aggiunto che i legislatori stanno ora discutendo sul fatto che il quattordicesimo emendamento, che garantisce a tutti gli americani un giusto processo, non ha il significato che gli è stato sempre attribuito, e che sotto il Military Commissions Act, qualunque cittadino Usa può essere privato della cittadinanza e definito un nemico combattente.
Ha continuato Boyle: "In altre parole hanno preso la decisione che, in un qualunque momento, se lo vogliono, possono unilateralmente rastrellare cittadini degli Stati Uniti, come fecero nella seconda guerra mondiale per i nippo-americani, e incatenarci in campi di concentramento". Boyle ha affermato che funzionari di alto livello, come il consulente legale della Casa Bianca John Yoo e l'ex Assistant Attorney General Jack Goldsmith (oggi professore presso la Harvard Law School), stanno anche spingendo per la legalizzazione della tortura.
"I nazisti fecero esattamente la stessa cosa", ha detto Boyle. "Infiltrarono i loro avvocati nelle scuole di legge. Carl Schmitt era il peggiore, ed era il mentore di Leo Strauss, il fondatore [ideologico] dei neoconservatori. Perciò lo stesso fenomeno che iniziò nella Germania nazista sta avvenendo qui, e non sto affatto esagerando. Potremmo venire tutti torturati, potremmo venire trattati allo stesso modo."
Boyle ha sottolineato che è vitale tenere sotto pressione il senatore Leahy, che ora presiede il Senate Judiciary Committee, che gli fornisce il potere di chiamare in giudizio. Dal momento che Leahy era egli stesso un obiettivo potrebbe avere una motivazione sufficiente a voler andare a fondo sugli attacchi. L'FBI e il Dipartimento di Giustizia si sono fino ad oggi rifiutati di fare un completo rapporto al Congresso.
In aggiunta alle sue credenziali come consulente del governo, Boyle ha anche un dottorato in legge magna cum laude e un Ph.D. in scienze politiche, entrambi presso la Harvard University. Egli insegna diritto internazionale presso la University of Illinois a Champaign-Urbana. Boyle è anche stato nel consiglio direttivo di Amnesty International (1988-92) e ha rappresentato la Bosnia-Herzegovina presso la Corte Internazionale.
Boyle ha anche dichiarato di essere stato interrogato, nell'estate del 2004, da un agente della Joint Terrorism Task Force della C.I.A. e dell’FBI proprio a causa delle sue attività come avvocato. L’agente cercò di reclutarlo come informatore per fornire all'FBI notizie sui suoi clienti arabi e musulmani. Quando egli si rifiutò, secondo quanto afferma Boyle, l’FBI l'avrebbe messo nella lista del governo di persone da controllare a riguardo del terrorismo.
Titolo originale: "Anthrax Coverup: A Government Insider Speaks Out"
Fonte: http://www.afterdowningstreet.org/
Link
03.07.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
ottobre 5 2007
Molti amici, ultimamente in riferimento al grillismo, mi invitano a riflettere sul fatto che il concetto di "destra e sinistra" non abbia più senso e che non esistano più le mezze stagioni.
Ebbene, il presidente statunitense George Bush, che ha messo il veto (il veto!) alla legge che avrebbe "concesso" (concesso!) l'assistenza sanitaria a quattro milioni di bambini ("il mio dovere è fare in modo che comprino la sanità privata", ha detto Bush") offre il migliore degli assist. Settecento (700) miliardi di dollari per la guerra si trovano, trentacinque (35) per cure mediche indispensabili ai minori di quel felice paese non ci sono, o meglio, ci sono, ma il presidente degli Stati Uniti pensa (legittimamente?) che non sia bene spenderli. Ebbene George Bush, che di fatto mette il veto al diritto alla salute di quattro milioni di bambini, non è un bandito, un criminale, un cattivo... George Bush è solo un uomo di destra. Se pensate che tra destra e sinistra non ci sia differenza, riflettete sul diritto alla salute di quei quattro milioni di bambini, e provate a pensare se non vi viene in mente una soluzione diversa da quella proposta da George Bush.
PS Il problema non è quello che pensa (pensa!) George Bush, il problema è che in quel felice paese (e anche nel nostro) in pochi oramai abbiano chiaro che la salute sia un diritto (di sinistra) conquistato col sangue di generazioni di lavoratori (e da difendere con le unghie, con i denti), e mai (mai!) una concessione del Bush di turno...http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/destra-e-sinistra-1364.asp
settembre 29 2007

Se scrivete male di me, non vi faccio piu’ parlare con mio marito: e’ questa la tattica con la quale Hillary Clinton e’ riuscita a impedire la pubblicazione sulla rivista americana GQ di un articolo fortemente negativo su di lei, dedicato a raccontare i litigi interni al suo staff. […]
Secondo quanto ha rivelato il quotidiano The Politico, senza essere smentito, la senatrice candidata alla Casa Bianca ha fatto sapere al direttore del magazine, Jim Nelson, di essere assolutamente contraria alla pubblicazione di un servizio su di lei scritto da un reporter di Atlantic Monthly, Josh Green, che gia’ in passato le aveva dato dispiaceri. A GQ e’ stato fatto sapere dallo staff di Hillary che se usciva l’articolo, l’ex presidente Bill Clinton non sarebbe stato piu’ disponibile a comparire sulla copertina del numero di dicembre, per uno speciale su di lui concordato da tempo.
Bill Clinton in copertina, secondo gli addetti ai lavori, fa salire le vendite dei periodici negli Usa quasi come Lady Diana in Gran Bretagna e l’edizione natalizia di GQ avrebbe riportato danni economici seri. Un giornalista del magazine ha girato in estate l’Africa con Bill Clinton proprio per preparare il numero speciale di dicembre e la prospettiva di veder saltare il progetto - secondo Politico - ha impaurito il giornale.
‘’Si, e’ vero, abbiamo fatto fuori un articolo su Hillary - ha ammesso Nelson - ma cancelliamo articoli continuamente, per un gran numero di ragioni'’.
L’episodio ha subito scatenato sui blog accuse alla Clinton di essere contraria alla liberta’ di stampa e di muoversi con metodi che piu’ che ricordare quelli della campagna di suo marito nel 1992, sembrano copiati dai metodi di Karl Rove e Karen Hughes, gli strateghi che hanno gestito le campagne di George W.Bush. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/09/27/hillary-ai-media-trattatemi-bene-o-vi-tolgo-mio-marito/#more-371
settembre 27 2007
USA: IL RITORNO DEI LIBERAL
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| Domenico Maceri (x) |
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“L’era dei conservatori sta per finire”, disse recentemente Robert Borosage, condirettore del gruppo liberal Campaign for America’s Future. Ecco perché tutti i candidati alla nomina del Partito Democratico hanno recentemente partecipato al congresso dei liberal blogger a Chicago mentre si sono assentati il mese corso da quello del Democratic Leadership Council (DLC). Il primo gruppo tende all’ala sinistra del Partito mentre il DLC spinge verso i valori più centristi facendo del partito una “brutta” copia conservatrice del Partito Repubblicano. Ecco come si spiega che alcuni presenti a Chicago hanno fischiato Hillary Clinton, identificata con il DLC, la quale non ha rinunciato categoricamente ai contributi finanziari dei lobbisti, considerati soldi troppo sporchi e corruttori.
Ma forse l’indizio più chiaro che il Partito Democratico si stia spostando a sinistra è l’aumento di quelli che si identificano come liberal. Nel 1994 solo il 26% dei democratici accettava l’epiteto liberal ma i dati più recenti indicano che il 40% ora lo abbraccia. Ciò non vuol dire che molti non abbiano ancora paura dell’etichetta liberal. Sia Hillary Clinton che Barack Obama, due dei maggiori candidati alla nomina, si sono distanziati dal termine dicendo che liberal e conservatore non hanno significato nel mondo moderno. Da una parte ciò è sempre stato vero. Dunque malgrado la reputazione di ultraliberal, Hillary Clinton ha idee abbastanza conservatrici per quanto riguarda la politica estera. Obama ha anche lui dimostrato dei valori abbastanza conservatori quando ha recentemente minacciato che se il presidente Pervez Musharraf non collabora veramente con gli Stati Uniti lui non esiterebbe ad attaccare Al Quaeda in Pakistan.
Ma questi esempi non sono altro che un metodo di remare anche con la destra onde cercare di non alienare completamente l’opposizione e soprattutto gli elettori indipendenti i quali in ogni elezione sono quelli a decidere il risultato delle elezioni. Ed è questo che dovrebbe preoccupare di più i repubblicani dato che gli indipendenti si sono anche loro schierati contro la guerra in Iraq e favoriscono persino un governo più attivo nella vita degli americani. Ciò si vede non solo con l’opposizione degli americani alla guerra che negli ultimi sondaggi ha raggiunto il 70% ma anche con la forte preoccupazione per la mancanza di sanità per tutti. Se nel passato bastava ai repubblicani di menzionare il termine liberal con tutte le connotazioni negative per vincere un’elezione, sembra che oggi molti si siano resi conto che i programmi governativi e le strutture liberal siano preferibili alla cupidigia delle assicurazioni private. I costi delle medicine per gli anziani di modeste condizioni a volte assorbono il 50% delle loro pensioni spingendoli a scegliere fra mangiare o la loro salute. Per coloro che hanno l’assicurazione lo spettro di perdere il lavoro e di conseguenza il diritto alla sanità ha spinto a riconsiderare l’alleanza naturale fra il Partito Repubblicano e le compagnie di assicurazione. L’iniziativa privata presentata come la soluzione a tutti i problemi è divenuta evidente falsa risposta a una stragrande maggioranza di americani. Il fatto di identificare le tasse con i liberal e tutti i mali del Paese suona falso e ridimensiona le idee politiche.
I liberal non sono naturalmente tranquilli dato che vengono ancora identificati come deboli soprattutto per quanto riguarda la sicurezza nazionale. Ciononostante anche qui sembra che loro avessero ragione fin dall’inizio. Nel 2003 Howard Dean, allora candidato alla nomina del Partito Democratico, fu quasi l’unica voce importante contro la guerra. Ora quasi tutti i candidati democratici favoriscono il ritiro delle truppe dall’Iraq, anche se alcuni come Hillary Clinton e John Edwards hanno votato per la guerra. Dean era dunque all’avanguardia ed aveva scommesso bene ma furono gli elementi conservatori dei repubblicani e quelli dei democratici a decidere e il risultato è divenuto evidente a tutti che la guerra in Iraq è stato un disastro per gli Stati Uniti e per il mondo.
Le previsioni sono per la continua presenza dei soldati americani in Iraq e in questo momento sembra che un candidato democratico, liberal o no, dovrà pulire il caos creato dai conservatori dei due partiti. Una volta avvenuto ciò forse la negatività che i conservatori hanno usato per descrivere i liberal sarà eliminata. Si potrà dunque ritornare alle radici del termine liberal che hanno dato esistenza al social security, al medicare e tanti altri programmi che hanno beneficiato e continuano a beneficiare il Paese.
Domenico Maceri (x)
(x) (dmaceri@gmail.com), PhD della Università della California a Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria, California, USA. I suoi contributi sono stati pubblicati da molti giornali (International Herald Tribune, Los Angeles Times, Washington Times, San Francisco Chronicle, Montreal Gazette, Japan Times, La Opinión, Korea Times, ecc) ed alcuni hanno vinto premi dalla National Association of Hispanic Publications.
www.gazzettadisondrio.it –
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settembre 24 2007
La discussione più brutta
di Furio Colombo - fonte l'Unità
«Ma sentite come l’Unione, ovvero la maggioranza che sostiene Prodi e il governo e il ministro dell’Economia che ha preso quell’unica decisione che gli compete, senza alcun titolo per essere coinvolto in una discussione sul vasto orizzonte editoriale-aziendale-politico della Rai. Sentite con quali argomenti e quale documento la nostra maggioranza ha pensato di tener testa a coloro che avevano licenziato in tronco Enzo Biagi più una importante lista di proscrizione, a coloro che avevano definito “criminoso” opporsi alla autorità padronale di Berlusconi, e hanno inventato questo dibattito pur di non lavorare alle leggi in attesa, in modo da aggravare il senso di impotenza e di stallo del governo: "La prima serata è in gran parte appaltata a società che producono programmi commerciali... l’assetto industriale resta rigido e disfunzionale, con modelli produttivi pesantemente sovrastrutturati... queste carenze rendono arduo misurarsi con le nuove tendenze del pubblico... "». Mentre i maggiorenti di centro sinistra si affannano a ventilare ipotesi di elezioni anticipate, Furio Colombo racconta desolato l'atroce giornata Rai in senato, con una vittoria del governo tanto risicata - un solo voto - da diventare sconfitta.
Rai e Senato, la vera storia
di Furio Colombo
Se non ci fosse Blob, unico programma chiave della televisione italiana (gli eventi non li commenta, li fa vedere) gli italiani non saprebbero quale impulso ha gettato Loretta Goggi contro Mike Buongiorno, durante una litigata dal vivo sul palco di Miss Italia. Blob c’era e tutti hanno visto tutto e capito quel poco che c’era da capire.
Purtroppo Blob non c’era al Senato quando la Camera Alta italiana si è riunita intorno al ministro dell’Economia Padoa-Schioppa per ascoltare le ragioni della sostituzione di un consigliere di Amministrazione della Rai e la nomina di un nuovo consigliere.
O almeno questo era il mite ordine del giorno, una questione di routine nella vita - a momenti ben più drammatica - di una Repubblica parlamentare.
Perché allora, nel corso di una concitata e confusa manifestazione di rabbiosa incontinenza verbale, scritta, stilistica, procedurale, mentre si passavano freneticamente di mano mozioni di quattro, cinque pagine, spazio uno, cinquemila parole, la destra ha perduto per un voto (l’ormai celebre voto Storace) e la sinistra ha perduto al punto da ritirare la sua sterminata mozione che non è stata votata, e poi l’Unione si è limitata a sostenere, insieme alla destra, frammenti divelti da una mozione ribelle, fuoriuscita (forse un segno simbolico per il prossimo futuro) dal centrosinistra, in cui si dichiarava, insieme alla destra, scontento e disprezzo per ciò che avviene comunque, alla Rai, le cose fatte, quelle non fatte, l’Isola dei famosi e i telegiornali, le presenze di lungo corso e i nuovi arrivi, il tutto unito da una euforia distruttiva sorprendente, visto che tutti quei pezzi di politica rappresentati in Senato, tutti, hanno il loro pezzo di rappresentanza dentro la Rai (vedi la sgridata del leader Fini al libero giornalista Mazza).
Come vedete da queste righe, in tanti sono caduti nella trappola del finto dibattito in cui ciascuno ha posizionato battaglioni o pattuglie intorno alle fragili mura della Rai per dire: se si tratta di fare peggio di come si è fatto finora (ovvero pesare il più possibile con la forza dei partiti dentro il servizio pubblico) noi siamo qui e siamo pronti. E nessuno si sogni di ignorare neppure coloro che rappresentano quasi niente per cento del voto popolare o di trascurare qualcuno dei nuovi venuti dalle frantumazioni sulla destra del centrodestra e sulla destra del centrosinistra.
La scena è confusa? Sì è confusa. Lo è al punto che chi sta in quell’Aula, se non ha partecipato al progetto dei trucchi, degli effetti speciali, delle frasi scritte a rovescio - che si leggono solo nello specchio di qualche ricatto di potere - non capisce niente neppure dall’Aula.
* * *
Che cosa sto cercando di fare ad uso dei lettori, nel mio piccolo? Ho raccolto i frammenti della più brutta discussione mai avvenuta nella mia esperienza in Parlamento (brutta nel senso di cieca, inutile, senza politica) prima che passassero le donne delle pulizie.
Ma devo far precedere l’inventario da un paio di precisazioni.
Una è che quel dibattito, anche se fosse stato di buon livello e senza segnali di frantumazione a destra della maggioranza, non solo non era necessario o dovuto ma era del tutto inutile. Si trattava di un capriccio della opposizione che intendeva mettere sotto accusa una decisione (la rimozione del Prof. Petroni, la nomina di Fabiano Fabiani nel Consiglio di Amministrazione Rai) che era un fatto compiuto, dovuto, legale, non discutibile dal punto di vista giuridico perché compiuto all’interno di una legittima (e dovuta) responsabilità. Il ministro ha deciso ché poteva e doveva decidere. La decisione è apparsa subito ovviamente normale (un competente nominato in un’area di competenza) tanto che persino gli oppositori più aspri hanno dedicato minuti a spiegare che non discutevano la persona. E solo il senatore avvocato Schifani ha portato in Aula un articolo del Corriere della Sera del marzo 2005 per citare un inciso in cui Fabiani - che nella sua vita non ha mai rilasciato interviste - veniva indicato dall’articolista come “simpatizzante” di Prodi, cosa che - secondo il sen. avv. Schifani - dovrebbe squalificare chiunque.
Il dibattito, o voto in una Camera del Parlamento era dunque non solo pretestuoso (la decisione era competenza esclusiva del ministro dell’Economia che ha la responsabilità di far funzionare tecnicamente un ente di cui lo Stato è azionista di riferimento). Ma quello stesso ministro non ha alcuna competenza o responsabilità per discutere di programmi o di organigrammi della Rai. Il fatto è che - voto o non voto - quel dibattito non poteva avere alcuno sbocco né giuridico né politico. E infatti ha prodotto soltanto caos.
Ma - seconda precisazione - il caos è il grande, continuo contributo politico della Casa delle Libertà. Lo era anche al tempo del loro governo, irrazionale e improduttivo (salvo le convenienze personali del proprietario Berlusconi). Ma era, almeno, festoso perché continuamente celebrato da uno schieramento di giornalisti pensatori, da Vespa a Socci e di autorevoli opinionisti, da Panebianco a Galli della Loggia. In quella festa si perdeva almeno il senso del lutto per il crollo della politica che adesso invece attanaglia il Paese. Perché se è vero che nessuno più parla al Paese per mentire, come Berlusconi, nessuno parla al Paese, comunque: niente spiegazioni, niente indicazioni di percorso, e - al posto delle bugie - niente ragioni per volere o fare insieme qualcosa. O almeno per sostenerla. Solo uno strano silenzio che isola e allarma. E spinge, a volte, come si sta constatando, a sentimenti vendicativi.
* * *
Quanto ai reperti di quel brutto giorno al Senato, può essere utile citarne qualcuno, ricordando che la discussione, voluta dall’opposizione, intendeva contrastare e svilire solo la nomina del consigliere Fabiani. Ecco parte del testo di una risoluzione:
«Noi impegniamo il governo a determinare l’immediato azzeramento e il conseguente rinnovo del Consiglio di amministrazione Rai. Ad adottare tutte le iniziative urgenti e necessarie per evitare che si possa procedere a nuove nomine. A mettere in campo le iniziative necessarie a consentire che tutte le nomine già approvate siano “rivisitate” dopo l’approvazione del piano industriale». È il testo delle cose dette dalla Casa delle Libertà in cerca di tanto meglio-tanto peggio, desiderosa di oblio per l’immenso danno realizzato dentro la Rai dal gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi, che con una mano colonizzava la Rai e con l’altra triplicava il valore di Mediaset? No. Su tutta questa parte della questione Rai non una parola. Sul fatto che la Rai è un frammento teleguidato dalla famosa legge Gasparri-Berlusconi che consente controllo totale dei media e della pubblicità non una parola. Il testo parzialmente citato che - come Grillo - vuole “mandare tutti a casa”, ma, a differenza di Grillo, è un “tutti” meno le leggi e gli interessi di Berlusconi, è di due di noi, due importanti senatori dell’Unione, Manzione e Bordon.
Ma sentite come l’Unione, ovvero la maggioranza che sostiene Prodi e il governo e il ministro dell’Economia che ha preso quell’unica decisione che gli compete, senza alcun titolo per essere coinvolto in una discussione sul vasto orizzonte editoriale-aziendale-politico della Rai. Sentite con quali argomenti e quale documento la nostra maggioranza ha pensato di tener testa a coloro che avevano licenziato in tronco Enzo Biagi più una importante lista di proscrizione, a coloro che avevano definito “criminoso” opporsi alla autorità padronale di Berlusconi, e hanno inventato questo dibattito pur di non lavorare alle leggi in attesa, in modo da aggravare il senso di impotenza e di stallo del governo: «La prima serata è in gran parte appaltata a società che producono programmi commerciali... l’assetto industriale resta rigido e disfunzionale, con modelli produttivi pesantemente sovrastrutturati... queste carenze rendono arduo misurarsi con le nuove tendenze del pubblico... ». Ma l’assemblea, riunita giovedì 20 settembre a Palazzo Madama, era il Senato della Repubblica, in cui la maggioranza di centrosinistra che sostiene il governo (e quell’unico ministro in Aula che si è preso, pensate, la sfacciata responsabilità di nominare Fabiano Fabiani nel Consiglio di amministrazione della Rai) doveva tener testa alla spallata della destra che sventolava carte per dimostrare che Fabiani non era post fascista, non era leghista, non era nel libro paga di Berlusconi e dunque era indegno di accostarsi alla Rai? O era un convegno fra tanti - solo meno colto e più caotico - su “Ombre e luci del servizio pubblico radiotelevisivo”?
* * *
Ma noi, la maggioranza che avrebbe il dovere politico di respingere l’attacco pretestuoso della Casa delle Libertà con un grande “Amarcord” di ciò che è stata quell’azienda in tempi di programmazioni Rai organizzate in modo da non disturbare i buoni programmi (e la buona pubblicità) di Mediaset, ai tempi dei licenziamenti di regime, ai tempi dei telegiornali taroccati per non far sentire agli italiani le gaffe di Berlusconi che intanto facevano il giro del mondo, ha scelto invece di unirsi agli avversari per attaccare da ogni lato il Titanic già un po’ inclinato della televisione pubblica, senza sostare un momento a pensare al regalo immenso che, ancora una volta, il Parlamento italiano stava facendo a Mediaset.
Che poi la situazione, grazie anche alle tipiche maniere del ceto berlusconiano, ai discorsi stentorei di Schifani (che esige dai suoi di essere applaudito, come Petrolini, ogni 5-6 secondi, qualunque cosa dica, il segnale lo dà quando alza la voce e subito fior di professori, avvocati, giudici in aspettativa e futuri imprenditori fanno crepitare gli applausi) agli scherzetti del Hobbit-gigante Calderoli, l’uomo dei maiali da lanciare contro gli islamici, alla vendetta personale di Storace che non perdona così poco fascismo nelle fila dei sui ex amici di pestaggi giovanili e poi di cariche istituzionali, sia precipitata nel caos, è stata una cosa buona, anzi l’unica cosa buona della giornata, saggio colpo di mano, all’ultimo istante, della senatrice Finocchiaro. L’Unione ha potuto ritirare il suo brutto testo privo di luce politica l’opposizione ha perso la sua modesta occasione causa vendetta privata di uno di loro. I due senatori distaccati Manzione e Bordon si sono persino visti votati da quasi tutta l’Aula un paio di paragrafi altrettanto privi di senso politico quanto il testo dell’Unione. Nessuno ha discusso della libertà dei mezzi di informazione ancora profondamente feriti e intimiditi da Berlusconi. E la conclusione triste, lettori, è che nessuno è stato peggiore dell’altro. Quella gara, quel giorno, non si poteva vincere.
La vera partita dietro la sentenza di condanna di Microsoft
Lo scorso 17 Settembre il Tribunale di Prima Istanza della UE ha confermato una multa da 497 per Microsoft. Ma la partita non è solo economica, nè tecnologica. Ecco perché
La notizia della condanna di Microsoft ha suscitato diverse reazioni nei giorni scorsi sulla stampa e in rete. Per alcuni è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Per altri si è trattato di una sentenza annunciata che, anzi, è arrivata con notevole ritardo. Quello che manca, probabilmente, è una analisi un po' più accurata delle conseguenze e degli scenari.
Intanto ricostruiamo i fatti. Lo scorso 17 Settembre il Tribunale di Prima Istanza della UE ha confermato l'accusa a Microsoft di aver violato l'articolo 82 per "abuso di posizione dominante" nel settore informatico con riferimento a due procedimenti aperti dalla Commissione Europea. Il primo riguardava il lettore multimediale Windows Media Player che serve a leggere cd, vedere filmati, ecc. Un programma installato automaticamente sul computer degli utenti in ogni copia di Windows e che pertanto la commissione ha considerato di ostacolo per altre offerte del mercato. Per questo la Commissione aveva imposto a Microsoft di commercializzare in Europa una versione priva di Windows Media Player. Il secondo era relativo al mercato del software per server, ovvero di quei programmi che permettono ai computer di scambiarsi dati in Internet come nelle reti casalinghe o aziendali. La Commissione aveva imposto a Microsoft di rendere noti i dati tecnici essenziali per permettere ad altri concorrenti di poter produrre software per server "interoperabile" con quello di Microsoft, ovvero in grado di collegarsi e condividere dati. A questa ingiunzione Microsoft aveva risposto appellandosi al segreto industriale e al rischio di fornire informazioni coperte dalla proprietà intellettuale, come il codice dei suoi programmi, ai concorrenti. La corte ha invece confermato l'ingiunzione poiché ha ritenuto fondante l'accusa di posizione dominante per la quale era stata condannata il 7 Giugno 2004 (il 95% dei computer desktop, utilizzati dagli utenti, utilizzano Windows di Microsoft), non fondanti le obiezioni di Microsoft (la Commissione aveva chiesto di conoscere il funzionamento dei protocolli, le regole della comunicazione tra computer, non i codici che le mettono in pratica) e reticente l'atteggiamento di Microsoft rispetto alle richieste della Commissione che aveva aperto 4 procedimenti nei confronti di Microsoft fin dal 1998 ottenendo "insufficiente collaborazione". Per questi motivi è stata confermata la multa di 497 milioni di Euro più altri 208 inflitti sempre dalla Commissione nel giugno 2006 per "insufficiente ottemperanza". L'unica nota positiva, per la multinazionale di Bill Gates, è che il Tribunale ha decretato che non è nei poteri della Commissione obbligare Microsoft a fornire informazioni e codici ad un fiduciario nominato dalla Commissione stessa e a spese di Microsoft.
Ora la Microsoft ha due mesi per ricorrere in appello ma solo per motivi di diritto. Intanto tramite Brad Smith, numero uno dei consiglieri legali, ha fatto sapere che studieranno la sentenza prima di decidere il da farsi ed auspicano che questo serva "a costruire un rapporto nuovo e più forte con la commissione Ue".
Le reazioni
Molti i commenti politici alla sentenza.Il presidente della commissione Barroso l'ha definita una conferma "dell'obiettività e la credibilità della politica di concorrenza della Commissione Europea". Per la commissaria olandese Neelie Kroes la sentenza dimostra "quanto i consumatori stanno soffrendo per colpa di Microsoft" e "manda un chiaro segnale che le società super-dominanti non possono abusare della propria posizione per danneggiarli e frenare l'innovazione escludendo concorrenti in mercati connessi". Brilla invece, per il suo silenzio, la politica italiana (governo incluso).
Altri commenti si potevano leggere sui giornali. Il Sole24Ore di ieri affida a Carlo Scarpa un editoriale in prima pagina dal titolo "L'antitrust arma debole nel mercato high tech". La sentenza viene definita un "attacco a Microsoft" utile ai consumatori nel breve periodo soprattutto se facendo "più spazio ai nuovi concorrenti consenta di avere prezzi minori o di stimolare la qualità dei prodotti". Negativa se "questo significasse tarpare le ali della innovazione". Di Chi? Di Microsoft e del suo straordinario successo "basato sulla capacità di convincere (con i fatti, non solo con "fumo negli occhi") i consumatori" in un settore che ha una cararatteristica, chi afferma lo standard: "vince e prende tutto, o quasi" come dimostrerebbero le vicende dei "monopoli" di Google e Ipod citate da Microsoft. "Ma si tratta di posizioni costruite sul merito e questo va bene", mentre sbaglierebbe la commissaria Kroes ad auspicare una contrazione delle quote di mercato di Microsoft. Inoltre per Scarpa sarebbe a rischio l'autorevolezza di un istituto come l'antitrust, non certo per le sanzioni (500 milioni di euro ad una impresa che vanta un utile netto di "12,6 miliardi di dollari per il 2006"), ma perché avrebbe imposto a Microsof di "aprire completamente l'accesso ai propri prodotti per il futuro" e se Microsoft si rifiutasse in "mercati molti innovativi" rischierebbe comunque di essere "un'arma per sua natura debole".
Non è stato da meno Franco Debenedetti, ex Senatore dell'Ulivo, che intervistato da Repubblica ha parlato di "scelta sbagliata". La sentenza per De Benedetti sarebbe una "punizione per chi ha innovato con successo" perché la Microsoft sarebbe ora costretta a "rivelare i suoi segreti indistriali per permettere ai concorrenti di sviluppare applicazioni per i server che usano il sistema operativo Windows", mentre invece la protezione intellettuale servirebbe "a incentivare la ricerca". D'altra parte "quando è iniziato il procedimento (per abuso sui lettori multimediali, ndr) Microsoft e Real erano gli unici e nel frattempo sono esplosi fenomeni come Itunes e You Tube. Si diceva che il mercato era bloccato, e il mercato stesso ha prodotto spontaneamente i suoi anticorpi". Insomma la commissione "ha peccato di interventismo" e "non ha saputo guardare avanti".
Gli scenari: la guerra dei brevetti.
In realtà la vicenda Microsoft in Europa c'entra con il tema della "proprietà intellettuale", ma in una maniera particolare: attraverso il problema dei brevetti software. Sia Scarpa che Debenedetti sbagliano, Microsoft non era stata costretta a rivelare il codice di funzionamento dei suoi programmi, ma solo come funzionano i protocolli di rete utilizzati da Windows. Ovvero l'insieme di regole che governano la comunicazione tra computer. Se l'Internet è quel mezzo di comunicazione mondiale che conosciamo al quale possono collergarsi computer (ma anche telefonini di terza generazione e in futuro Tv e perfino elettrodomestici) di qualsiasi tipo e marca, è perché tutte queste tecnologie condividono uno stesso protocollo di comunicazione (chiamato TCP/IP ) reso pubblico fin dall'inizio dagli ambienti accademici dove venne sviluppato e migliorato 30 anni fa. Un nuovo mercato è stato possibile grazie al fatto che la competizione era basata sulla qualità della produzione di programmi e computers (macchine più veloci, più semplici da utilizzare) e non sul monopolio delle modalità con le quali potevano interagire tra loro creando il fenomeno prima tecnologico e poi sociale delle reti. Insomma ognuno poteva costruire quel che voleva, come voleva, e rispettando un insieme di regole pubbliche avrebbe avuto accesso alla rete. Windows stesso è l'esempio di un software proprietario che per collegarsi a Internet usa un protocollo pubblico. Il problema nasce quando un computer con software diverso prova a collegarsi ad uno con Windows, ovvero in situazione come reti aziendali ma anche in pubbliche amministrazioni. In quel caso bisogna usare i protocolli di Windows che hanno un problema: sono brevettati. Un po' come se in una comunità di persone l'alfabeto e la grammatica del linguaggio che serve per comunicare fosse stato brevettato da qualcuno e per conoscerlo (e utilizzarlo) io debba pagare o farmi tradurre. Se questo linguaggio è utilizzato dal 95% delle persone come cittadino dovrei adeguarmi (e pagare), come imprenditore ho poche chance di inventare un'altra grammatica e alfabeto sperando che prenda piede.
Però in ambito informatico c'è l'alternativa. Ovvero capire come funzionano dei protocolli "chiusi" con la tecnica, cosiddetta, del "reverse engineering". In pratica si tratta di scoprire come funziona una "scatola nera" intuendo le regole a partire dai risultati prodotti inserendo certi dati. Con un esempio un po' tirato è come se sapessi che prendendo due numeri "2" la scatola mi tiri fuori "4". Posso intuire che l'operazione che compie sia un'addizione (2+2), ma anche una moltiplicazione (2 per 2, che da lo stesso risultato). Quindi mi serve un altro esperimento per individuare meglio le regole. A quel punto posso cominciare a costruire una mia scatola che riproduca lo stesso comportamento. Non ho copiato il codice, infatti la legge in Italia non lo punisce, ma in una situazione complessa come un protocollo di comunicazione di rete non ho la certezza che funzioni nello stesso modo. Quindi tanto vale aprire la mia scatola, come software libero, e finanziarne lo sviluppo nell'interesse della comunità. Samba è nato così. Si installa con qualsiasi distribuzione recente di software GNU/Linux come Debian, Ubuntu o Fedora e permette di condividere dati e informazioni con computer sui cui gira Microsoft Windows ottenendo un sufficiente livello di "interoperabilità" e dentro reti dette "miste", pur non avendo copiato il codice di Microsoft. Grazie a questo programma il software libero stava diventando un'alternativa concreta per imprese e pubbliche amministrazioni che hanno il problema di collegare in reti interne i loro computers.
Stando così le cose Debenedetti si sbaglia, e per due volte. Non è stato il mercato, o almeno non quello classico, che ha fatto nascere i suoi "anticorpi". Per esempio, per quanto riguarda i player multimediali, una decisa diffusione si è avuta solo quando è stato trovato il codice del sistema proprietario Div della Microsft, creando il Divx, vero incubo delle major, perché è quel sistema di compressione che permette di condensare un DVD in un file da condividere nelle reti di scambio file. I lettori sono venuti di conseguenza. Probabilmente qualcuno lo chiamerebbe "mercato" lo stesso, ma non è certo nato sulla scia del pensiero classico che in economia difende la "proprietà intellettuale" in rete come fossero le "enclosure" della prima rivoluzione indistriale come fanno all'Istituto Bruno Leoni sostenendo che la sentenza allenta i vincoli della "proprietà privata".
Alla stessa maniera, per quanto riguarda la vicenda dei server, è evidente che i concorrenti (eclusi) di Microsoft non sono quelli che vorrebbero commercializzare software per server Windows, come sostiene Debenedetti, ma chiunque provi a scrivere software minimamente abilitato a dialogare con quelle macchine, specie se libero. E infatti Microsoft, per mettere fuori mercato gli altri, ha oscillato tra le ventilate azioni legali contro linux, prima annunciate poi smentite, (vere e proprie azioni di FUD, ovvero "disseminazione di informazioni negative, vaghe, inaccurate o false" a fini di marketing, esemplare il caso SCO raccontato nel libro "Noscopyright"), fino all' accordo con Novell, distributrice di software open source con la quale Microsoft ora condivide dei brevetti software, per permettere l'interoperabilità tra loro prodotti. Un accordo contestato nel mondo del software libero perché comunque non argina il problema dei brevetti e del loro monopolio, quindi della possibilità di competizione, ma soprattutto discrimina gli altri distributori di sofware libero. D'altra parte, con buona pace di Scarpa, per capire che alla Microsoft la pensano diversamente intorno al problema "innovazione", basterebbe ricordare le parole che Bill Gates disse nel 1991: "Se la gente avesse capito in che modo sarebbero stati concessi i brevetti quando fu inventata la maggior parte delle idee di oggi e avesse depositato un brevetto, l'industria sarebbe oggi completamente paralizzata. La soluzione è brevettare tutto quello che possiamo. Un'azienda agli esordi che non disponesse di propri brevetti verrà obbligata a pagare qualsiasi prezzo che i giganti decidono di imporre".
Ecco perché la Free Software Foundation Europe e il team di Samba hanno ringraziato la commissione accogliendo "la decisione della Corte come una pietra miliare per la concorrenza. Essa mette fine all'idea che offuscare deliberatamente gli standard e intrappolare i clienti costituisca un modello di business accettabile, e obbliga Microsoft a tornare a competere sul terreno della tecnologia software".
UE vs USA
Il problema di tutta la vicenda, però, è un altro. E bisogna andarsi a leggere Washington Post o il New York Times, per capirlo. Ovvero la diatriba che si aperta da tempo tra le due sponde dell'Atlantico sulle politiche in materia di "proprietà intellettuale". Negli USA i brevetti software sono legali, in Europa no. Infatti la vicenda Microsoft in Europa si è intrecciata con il tentativo di armonizzare la legislazione dei paesi membri legalizzando i brevetti software vietati dall'art. 52 della Convenzione di Monaco del 1973. Nonostante questo, e in modo surrettizio, comunque 30.000 brevetti riconducibili a codice informatico sono stati depositati presso l'Ufficio Brevetti Europeo (EPO), di cui il 60% appartiene a multinazionali USA e Giapponesi.
La prima proposta di legalizzazione risale al 2002 e da allora, tra alterne vicende, si è trascinato un dissidio tra commissione e parlamento che più volte hanno presentato e rigettato la proposta in prima e seconda lettura. Fino alla definitiva bocciatura nel 2005 soprattutto grazie alla pressione di una petizione europea firmata da 150.000 persone, l'interesse di 2 milioni di piccole e medie imprese e di associazioni che si occupano di diritti ed accesso nella società dell'informazione (tutta la vicenda è stata documenta sul sito della campanga della Free Informatio Infrastructure - http://eupat.ffii.org/). Non sono mancati, però, momenti delicati. Come quando si è scoperto che Arlene McCarthy, laburista blariana relatrice della proposta per il gruppo dei Socialisti Europei, aveva presentato il suo testo in un documento di Microsoft Word che aveva come autore originale un esperto di brevetti software della BSA (Business Software Alliance), ovvero un cartello lobbystico di multinazionali, per lo più statunitensi, tra le quali anche Microsoft. O quando il governo USA, in pieno iter della proposta di legge, ha scritto al parlamento europeo esprimendo le sue perplessità sulle decisioni del rigetto, e in particolare sulle nome che "vietano il rilascio di brevetti quando limitano l'interoperabilità".
Alla luce di questi fatti bisognerebbe, quindi, leggere l' intervista di Mario Monti al Corsera. Perché ha il pregio di mettere in chiaro almeno due punti. Intanto che la vicenda in Europa è nata sulla scia di una analoga iniziativa dell'Antitrust negli USA contro Microsoft. C'è da aggiungere, però, qualche dato. L'amministrazione Bush al suo insediamento nel 2000 non solo aveva ribaltato la linea perseguita fin a quel momento dall'antitrust a guida democratica, ma nel novembre 2001 lascia cadere le accuse più pesanti per Microsoft. Un anno dopo arriverà la soluzione definitiva della vicenda ( qui si può trovare una cronologia dei fatti). Una identità di vedute, tra Microsoft e amministrazione Bush, neanche tanto nascosta. Prima della campagna elettorale lo stesso Bush affermava sul caso Microsoft "Io sto dalla parte dell'innovazione e non delle dispute" mentre perfino alcuni analisti finanziari consideravano la vittoria del presidente texano come una manna dal cielo per i problemi giudiziari di Gates vista "l'antipatia ideologica dei repubblicani per le regolamentazioni". Una "manna" stimolata, però, anche dai contributi elettorali. Secondo il "Center for Responsive Politics" nel 2000 Microsoft ha donato 4 milioni e mezzo di dollari divisi per il 53% ai repubblicani e il 47% ai democratici mentre nel 2002 stanzia un milione e mezzo con un deciso 60% al partito di Bush.
In conclusione
L'altra questione che chiarisce bene Monti nella sua intervista è il problema degli interessi pubblici fatti nel nome dei consumatori. Ma sarebbe meglio dire in nome della cittadinanza. Oggi attraverso le reti pubbliche e private passano dati essenziali per la nostra società. Transazioni finanziarie, informazioni mediche, email personali, ecc. Poter avere ilcontrollo dei protocolli e dei software che gestiscono è diventato un problema sempre più importante e di interesse pubblico. Le reti stesse sono ormai diventate l'equivalente di beni comuni. E come tali hanno bisogno di poliche che ne assicurino efficienza e sicurezza. Le loro sorti possono essere affidate agli interessi di un mercato e per di più monopolistico? Evidentemente no. Come è evidente che in materia di innovazione tecnologia e interessi pubblici occorra cambiare un po' di parametri e atteggiamenti tra quelli fin qui adottatti. E chissà che la politica, una volta tanto, non possa avere un ruolo più autorevole in questo senso.
http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_13302.html
settembre 19 2007
I mercenari della Blackwater cacciati dall'Iraq
Dopo l'ennesimo massacro di civili, il ministero dell'Interno iracheno ha cancellato la licenza alla Blackwater, la più grande fornitrice di mercenari in Iraq. A quattro anni dall'inizio della guerra questi sarebbero ancora centomila, dei quali molte migliaia proprio della Blackwater. E godono della totale immunità per i loro crimini.
Vanno in giro con piccoli elicotteri da attacco o con piccoli blindati. E come nel vecchio West sparano sempre per primi.
Appena domenica, sparando all'impazzata, avevano massacrato in strada almeno dieci civili, un poliziotto, e lasciato sul terreno 13 feriti. Ma sono incalcolabili, nell'ordine di alcune centinaia, i civili massacrati dalla Blackwater in quattro anni di occupazione militare, questo esercito di assassini al soldo e senza regole con sede nella Carolina del Nord. Di proprietà di un fondamentalista protestante, Erik Prince, membro dell'ultradestra neoconservatrice del partito repubblicano, per fare il lavoro più sporco che neanche i marines possono fare, la Blackwater in questi quattro anni la Blackwater avrebbe ricevuto dallo stesso governo degli Stati Uniti pagamenti per almeno 800 milioni di dollari.
La segretario di Stato statunitense, Condooleza Rice, si è precipitata ad offrire scuse al primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, con il quale i rapporti sono sempre più tesi, ma soprattutto a chiedere la revoca immediata del bando per la Blackwater. Ed è probabile che così finirà: un paio di mercenari dal grilletto particolarmente facile saranno puniti e tutto seguirà come prima adducendo ulteriori infiniti lutti agli iracheni.
Nell'aprile 2007 lo stesso dipartimento di Stato calcolava in 129.000 il numero di mercenari operanti in territorio iracheno a vario titolo. E' un numero stratosferico, pari alla metà di quello dei soldati statunitensi sul terreno ma dei quali si parla pochissimo. Tra di loro molte migliaia sono i latinoamericani, soprattutto exmilitari e paramilitari, torturatori e assassini, soprattutto di nazionalità cilena, salvadoregna e colombiana.
L'esercito degli Stati Uniti non può fare a meno dei mercenari e lavora in piena sinergia con questi. Questi ricambiano facendosi carico delle scorte di convogli civili, politici e commerciali. E quando la resistenza irachena uccise quattro mercenari a Falluja, fu la scintilla per la messa a ferro e fuoco della città, un massacro dove i morti civili potrebbero essere stati 50.000, secondo la denuncia di José Couso, raccolta da GennaroCarotenuto.it.http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/i-mercenari-della-blackwater-cacciati-dall-iraq-1314.asp
settembre 15 2007
Iraq, Abbandoni le menzogne: una raccomandazione al generale Petraeus da un diplomatico
di John Brown
CommonDreams.org,
Caro Generale Petraeus,
la settimana prossima lei informerà il Congresso e la nazione sulla situazione in Iraq, in particolare sulla cosiddetta “surge” [la nuova strategia Usa in Iraq, basata sull’aumento delle truppe NdT].
Fornirà statistiche e altri dati per mostrare che le sue misure anti-insurrezionali hanno avuto successo. Il suo rapporto senza dubbio ripeterà ciò che lei scrisse tre anni fa sul Washington Post (25 settembre 2004): “Adesso … 18 mesi dopo essere entrato in Iraq, vedo progressi tangibili”.
Lei citerà, ovviamente, anche fallimenti e delusioni. Questo darà il necessario “equilibrio” alla sua presentazione per farla sembrare il più credibile possibile. Dirà che molto resta da fare, che la strada che ci aspetta è una strada difficile, ma che, con il sostegno degli americani, le nostre forze armate porteranno a termine il lavoro in Iraq.
In altre parole, generale, lei ingannerà il pubblico. Un rapporto dopo l’altro – si prenda, ad esempio, l’ultimo del GAO [Government Accountability Office – il braccio investigativo del Congresso NdT] – mostra che noi non stiamo “vincendo” in Iraq. La visita fatta in segreto del presidente Bush nella provincia di al Anbar – con la copertura del buio, in un campo fortificato, che ha fatto venire in mente ai commentatori un atterraggio sulla luna – conferma solo quanto sia diventata precaria la situazione in quel Paese.
Generale, non stiamo “vincendo” in Iraq per una ragione fondamentale: il nostro esercito è una forza di occupazione. Noi americani siamo stranieri in un Paese devastato che non ha chiesto il nostro “aiuto” (e ne è sempre più deluso). E la nostra occupazione è resa ancora meno sostenibile perché non siamo in grado di spiegare in modo convincente agli iracheni perché abbiamo invaso la loro terra prima di tutto – e perché dobbiamo rimanerci. Per quanti “insorti” uccidiamo, per quante porte buttiamo giù a calci nei quartieri oppressi di Baghdad in cerca del “nemico”, non riusciamo a fornire sicurezza (per non parlare di democrazia) alla popolazione locale perché non riusciamo a conquistare i loro cuori e le loro menti per il fatto semplice e brutale che siamo occupanti.
Nella mia carriera con il servizio diplomatico durata oltre 20 anni, generale, ho prestato servizio in Paesi che erano o erano stati sotto l’occupazione sovietica: Cecoslovacchia, Polonia, Estonia, Ucraina. I sovietici potevano aver parlato di “fratellanza socialista”, ma gli abitanti di questi Paesi continuavano a non essere convinti. Questo perché i sovietici e i loro surrogati locali proclamavano amicizia eterna mentre cercavano di imporre la loro volontà tramite la canna del fucile. Le ambasciate sovietiche nell’Europa dell’Est – che ricordano quella mostruosa che noi stiamo costruendo a Baghdad – erano un simbolo di oppressione.
Generale, lei sa quanto il buon nome di un altro ufficiale delle forze armate, un tempo assai rispettato, Colin Powell, abbia sofferto in conseguenza delle sue dichiarazioni ingannevoli sull’Iraq durante il suo mandato di Segretario di Stato. La storia probabilmente lo ricorderà – e non in modo favorevole – per il suo discorso alle Nazioni Unite che cercò di giustificare, con prove fuorvianti, la politica dell’amministrazione Bush riguardo all’Iraq.
Quando lei parlerà davanti al Congresso, generale, lasci che io le suggerisca che, invece di promettere la “vittoria” in Iraq, potrebbe imitare il piccolo passo che due dei miei colleghi del servizio diplomatico e io abbiamo fatto in opposizione alla guerra di Bush: lei dovrebbe annunciare le sue dimissioni dal suo incarico, come un ulteriore sforzo per contribuire a porre fine a una guerra illegittima.
Questo – e non altre dichiarazioni ambivalenti che giustifichino la disavventura distruttiva e immorale del presidente – è forse il meglio che lei, come funzionario governativo, potrebbe fare per il nostro Paese in questo periodo difficile.
Semplicemente, generale, è tempo di smettere di mentire, e tempo che lei abbandoni le menzogne.
John Brown ha fatto parte del servizio diplomatico statunitense per oltre 20 anni, prima di dimettersi, nel marzo 2003, in opposizione alla guerra contro l’Iraq [NdT]
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Articolo originale http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=4957
settembre 14 2007
Iraq, quello che Crocker e Petraeus non hanno detto
di Nancy A. Youssef e Leila Fadel
McClatchy Newspapers,
WASHINGTON — I due massimi funzionari dell’amministrazione Bush in Iraq lunedì [oggi Ndt] hanno risposto alle domande del Congresso per oltre sei ore, ma la loro testimonianza potrebbe essere stata importante per quello che non hanno detto quanto per quello che hanno detto.
Un grafico presentato dal generale dell’esercito David Petraeus, che avrebbe dovuto mostrare la diminuzione della violenza confessionale a Baghdad fra dicembre e agosto non faceva alcun tentativo per far vedere che il carattere confessionale di molti dei quartieri è cambiato in quello stesso periodo da quartieri a maggioranza sunnita o mista a quartieri a maggioranza sciita.
Né Petraeus né l’ambasciatore Usa Ryan Crocker hanno parlato del fatto che, da quando è iniziata la “surge” [la nuova strategia Usa in Iraq basata sull’aumento delle truppe NdT] il ritmo al quale gli iracheni stanno abbandonando le loro abitazioni in cerca di sicurezza è aumentato. Non hanno citato il fatto che, secondo l’International Organization for Migration, l’86 % degli iracheni che sono fuggiti dalle loro case ha detto di essere stato preso di mira a causa della propria confessione.
Mentre Petraeus ha sottolineato che le vittime civili sono diminuite nelle ultime cinque settimane, non ha fatto alcun collegamento fra questa affermazione e un grafico che ha fatto vedere, che mostrava che il numero degli attacchi era aumentato durante almeno una di queste settimane.
Petraeus inoltre non ha evidenziato il fatto che i suoi grafici mostravano che il numero delle morti "etnico-confessionali" in agosto, diminuito rispetto a luglio, era tuttavia superiore al mese di giugno, e non ha spiegato perché il calo maggiore in queste morti, il cui picco si è avuto in dicembre, si sia verificato fra gennaio e febbraio, prima che iniziasse la “surge”.
E, anche se entrambi i funzionari hanno detto che le forze di sicurezza irachene stanno migliorando, nessuno dei due ha parlato di come queste forze siano state infiltrate dalle milizie, anche se Petraeus ha ammesso che nel corso del 2006 una parte delle forze di sicurezza irachene aveva preso parte alla violenza confessionale.
Tutti e due hanno detto di ritenere che l’Iraq sia sulla via di un potenziale successo. Petraeus ha detto che "gli obiettivi militari della surge, in larga misura, si stanno raggiungendo". Crocker è stato analogamente ottimista: "A mio giudizio, la traiettoria cumulativa degli sviluppi politici, economici, e diplomatici in Iraq va verso l’alto, anche se l’inclinazione di questa linea non è molto marcata".
Tutti e due hanno chiesto accoratamente più tempo, anche se Petraeus ha detto che gli Usa dovrebbero iniziare a ritirare le truppe, con l’obiettivo di tornare al livello precedente alla surge - di 130.000 soldati - entro il luglio prossimo. Ulteriori riduzioni verrebbero prese in considerazione la prossima primavera, ha detto, a seconda delle condizioni.
Entrambi gli uomini hanno celebrato il successo del loro piano nell’incoraggiare gli abitanti della un tempo turbolenta provincia di al Anbar a lavorare con i soldati Usa contro al Qaida in Iraq.
Petraeus ha ammesso che il successo non si è esteso alla provincia di Ninive, dove i progressi "hanno avuto molti più alti e bassi". Ma non ha detto che molti ritengono che lì i numeri di al Qaida sono aumentati solo dopo l’inizio della surge. Ninive è il posto dove sono avvenuti alcuni dei più maggiori attentati dell’anno, compreso l’attacco contro i Yazidi, che ha ucciso più di 300 persone.
Ha inoltre offerto una tiepida approvazione delle forze di sicurezza irachene, dicendo a volte che sono sempre più capaci di difendere l’Iraq , anche se ha ammesso che devono mostrare più progressi.
"Le forze di sicurezza irachene hanno anche continuato a crescere e ad assumersi una parte maggiore del carico, anche se lentamente e in mezzo a preoccupazioni continue per le tendenze confessionali di alcuni elementi nelle loro fila", ha detto Petraeus. "In generale,tuttavia, elementi iracheni hanno resistito, e combattuto, e sostenuto gravi perdite, e hanno assunto la guida delle operazioni in molte zone".
Ha detto che 445.000 persone sono sul libro paga delle forze di sicurezza, ma non ha discusso il fatto che molti funzionari ritengono che migliaia di essi in effetti non esistano, ma siano fantasmi i cui stipendi vanno in realtà nelle tasche dei funzionari dei ministeri.
Sia i funzionari Usa che quelli iracheni ammettono che le milizie hanno infiltrato le forze di sicurezza, e che i leader politici continuano a interferire nelle loro operazioni per fare gli interessi della loro confessione.
Petraeus ha presentato una serie di mappe per mostrare come la violenza confessionale sia diminuita a Baghdad dal dicembre 2006 all’agosto 2007. Ma in tutte le mappe i quartieri sunniti, sciiti, e misti erano segnati con lo stesso colore, anche se la composizione confessionale di molti quartieri è cambiata in modo impressionante rispetto all’anno precedente. Funzionari delle forze armate Usa dicono che Baghdad una volta era al 65 % sunnita, e adesso è al 75 % sciita.
Le domande dei 107 membri del Congresso che erano presenti all’audizione di rado hanno prodotto altri dettagli.
Tuttavia, i due uomini, considerati da molti fra i funzionari della pubblica amministrazione più capaci che abbiano prestato servizio in Iraq, non hanno cercato di nascondere le loro riserve. Entrambi hanno detto di non poter garantire il successo.
Crocker, che parla correntemente arabo e studia la regione da una vita, ha messo in discussione i criteri Usa per misurare il successo, e ha detto che il governo iracheno potrebbe non raggiungere mai la maggior parte dei 18 parametri formulati dal Congresso in un provvedimento legislativo a maggio. Petraeus, che ha scritto il manuale di controinsurrezione dell’esercito, ha riconosciuto che la violenza è ancora a livelli inaccettabili.
Osservatori indipendenti dicono che i numeri che Crocker e Petraeus hanno fornito mostrano che la violenza è scesa più o meno al livello in cui era nel maggio 2006, alcuni mesi dopo un attentato contro un venerato santuario sciita nella città a maggioranza sunnita di Samarra, nel febbraio 2006, che le forze armate usano come indicatore dell’aumento della violenza confessionale.
"Nella migliore delle ipotesi, quello che c’è è lo status quo di maggio o giugno 2006", dice Kirk Johnson , che ha prestato servizio per 13 mesi come il principale esperto di statistica di Crocker, e che dice di appoggiare l’attuale strategia in Iraq.
Rand Beers, un ex assistente della Casa Bianca in materia di antiterrorismo, che si è dimesso per protesta contro l’invasione dell’Iraq , fa notare che c’è stato un altro aumento di truppe a Baghdad, nell’estate 2006.
"Abbiamo avuto due surge, e in un certo senso, le cose sono tornate al livello precedente alla prima", ha detto Beers durante una conference call con i giornalisti.
Secondo il generale dell’esercito in pensione Robert Gard, è comprensibile che Petraeus metta in evidenza il positivo.
"E’ un essere umano, ed è un essere umano militare che vuole portare a compimento la sua missione", dice Gard.
(La Youssef ha raccolto elementi da Washington, la Fadel, da Baghdad . Ha collaborato Warren P. Strobel da Washington)
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Articolo originale
Il testo del rapporto del Generale Petraeus [pdf]
I grafici illustrativi [pdf]
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=4961
LA FINTA GUERRA AL TERRORISMO: È TEMPO DI METTERE IN QUARANTENA GLI AGGRESSORI
WEBSTER G. TARPLEY
Estratto dal libro “La fabbrica del terrore - Made in Usa - Dall'11 settembre ai futuri obiettivi” (Arianna Editrice)
400 anni fa, in questo mese, Robert Cecil, il Primo Ministro del Re inglese Giacomo I, compì il suo capolavoro, la Congiura delle Polveri, per far esplodere il Re e il Parlamento. La responsabilità di questo tentativo era stata fatta cadere sullo zimbello Guy Fawkes e altri cospiratori, che furono torturati e condannati a morte.
Furono incolpati anche i cattolici, il Papa, i gesuiti e gli spagnoli, dando così il via a secoli di conflitti e di espansione imperiale. Ma il complotto era una provocazione sintetica, messa in scena da Cecil. Il terrorismo era solo una doglia nel travagliato parto con cui veniva al mondo la fazione finanziaria angloamericana, e il terrorismo accompagna ancora oggi quella fazione nella sua moribonda senilità.
Secondo l'odierno regime neocon a Washington, l'evento centrale nella storia del mondo è rappresentato dagli attacchi dell'11 settembre 2001. I neocon chiedono che gli affari mondiali si riorganizzino intorno a ciò che essi chiamano la guerra al terrorismo, presumibilmente mossa dagli USA, dalla Gran Bretagna e da altre potenze anglofone contro le potenze oscure dell'Islam radicale. Questa finta guerra al terrorismo è completa di opzioni per attacchi nucleari a sorpresa su qualunque paese a scelta del regime Bush. Questi possono essere corredati da aggressioni convenzionali e dalle cosiddette "rivoluzioni dei colori", il nuovo nome dei tradizionali colpi di Stato della CIA del tipo "people power".
La principale premessa della guerra al terrorismo è il mito del 9/11: 3.000 persone uccise presumibilmente da un gruppo di 19 dirottatori, incluso Mohammed Atta, tutti membri di Al Qaeda, guidati da Osama Bin Laden e operanti da una grotta afgana con un computer portatile ecc. Come dimostro nel mio libro, questa premessa è una balla pazzesca. Gli eventi del 9/11 sono stati una provocazione premeditata e messa in pratica a partire dagli intimi meandri dell'apparato militare, di sicurezza e dei servizi segreti degli USA, per mano di una fazione profondamente radicata in questo apparato, variamente chiamata "governo invisibile", "governo segreto", "governo parallelo", "rete canaglia", "squadra segreta". Tale fazione coinvolge la CIA, il Pentagono, la NSA, l’FBI, il Ministero del Tesoro, la Riserva Federale e altri punti strategici del governo. È una fazione che opera da oltre un secolo. È intrallazzata con il MI6 e con il Ministero della Difesa britannici.
Il 9/11 è stato un golpe riuscito, progettato per dirottare la Casa Bianca di Bush verso la strategica "Guerra di civiltà" descritta da Samuel Huntington. I mondi arabo e islamico erano i primi obiettivi, con, a seguire, la Cina e anche la Russia, stando alla dottrina Wolfowitz. Il 9/11 rientra quindi nella tradizione degli attacchi autoinflitti o immaginari risalenti all'esplosione della USS Maine nel porto dell'Avana, nel 1898, che diede inizio alla guerra ispano-americana, e con essa all'imperialismo statunitense. Il governo segreto provò a mettere in scena una marcia fascista su Washington contro il Presidente Franklin D. Roosevelt, e provò ad assassinarlo. Tale governo ci ha portato alla Baia dei Porci, all'assassinio di Kennedy, al falso incidente del Golfo del Tonchino (in parte ammesso nelle ultime settimane dalla NSA), alla guerra del Vietnam, al tentato assassinio di Reagan, al traffico di armi e droga dell'affare Iran-Contra, al bombardamento della Serbia, all'affondamento del sommergibile russo Kursk, e alla loro impresa suprema, il 9/11, seguito dalle invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. I presidenti statunitensi sono generalmente fantocci della rete canaglia, che rispondono ai bisogni di Wall Street e della City londinese.
È stata questa rete canaglia ad aver inviato a Bush un ultimatum sul 9/11 con le parole: "Angel is next", "Adesso tocca all'Angelo", significando con questo che l'aereo presidenziale sarebbe stato annientato come gli altri aerei dirottati il 9/11, quindi: lancia la guerra di civiltà oppure sarai fatto fuori. Bush si affrettò a prostrarsi ossequioso, cedendo ai golpisiti il governo degli USA. Nella terminologia della letteratura sull'intelligence, Bin Laden, Atta e gli altri sono zimbelli. Sono doppi agenti, pedine, fanatici, agents provocateurs. Operano sotto l'ombrello di Al Qaeda, un gruppo che può essere descritto soltanto come la Legione Araba della CIA e del MI6, una classica pseudogang o controgang contro il nazionalismo arabo. Il loro retroterra etnico-religioso fa sì che il mondo arabo e islamico siano incolpati degli atti terroristici. Essi ricevono appoggio dalla CIA, di cui abbiamo come esempio la famosa dialisi renale di Bin Laden. Queste figure hanno intenti criminali, ma ciò che non hanno è la capacità fisica e tecnica di produrre gli effetti osservati: proprio come Lee Harvey Oswald, per quanto fosse malvagio, non poteva aver sparato il numero di colpi necessari per uccidere a Dallas il Presidente Kennedy.
I direttori dei terroristi e gli agenti segreti che dirigono le attività di uno "zimbello", o di un killer professionista evidentemente costituiscono l'Able Danger, un progetto congiunto della Defense Intelligence Agency e delle Forze di Comando Speciali. Da quando è venuto alla luce Able Danger, abbiamo saputo che ha distrutto 2,5 terabyte dei suoi stessi dati registrati, equivalenti a un quarto della Biblioteca del Congresso, che ha il più grande deposito librario del mondo. Rumsfeld ha proibito ai funzionari responsabili dell'Able Danger di testimoniare al Congresso.
Gli "zimbelli" possono operare liberamente e allo scoperto, senza essere arrestati, a causa della rete di talpe presente all’interno del governo USA. Queste talpe sono leali al governo invisibile, non alla costituzione e alle leggi. Esse si assicurano che gli "zimbelli" siano disponibili a essere trasformati in capri espiatori, distruggono le prove e organizzano l'insabbiamento dei misfatti. Le talpe sono responsabili della paralisi delle difese aeree per più di un'ora e quarantacinque minuti il 9/11, una tempistica da paragonare con i tempi medi d'intercettazione – 15-20 minuti al massimo – sia prima che dopo gli eventi. Nessuna forza esterna avrebbe potuto ottenere questo risultato.
I professionisti addestrati, i tecnocrati della morte, costituiscono il terzo gruppo. Possiedono la capacità fisico-tecnica di far schiantare gli aerei e altri oggetti volanti contro edifici e di distruggere il WTC con una demolizione controllata. Alcuni di questi professionisti operano dall'interno delle burocrazie governative, altri da uffici privati. Vogliono l'anonimato, non la pubblicità. I recenti progressi nella ricerca sul 9/11 si sono focalizzati sul ruolo dei giochi di guerra, delle esercitazioni militari e delle esercitazioni antiterrorismo, nell’occultamento e nella agevolazione delle azioni terroristiche del 9/11. Finora siamo venuti a conoscenza di 14 esercitazioni separate sul 9/11 o a esso connesse. Alcune erano state escogitate per annullare le difese aeree spostando dei caccia verso il nord del Canada e verso l’Alaska, lontano dagli obiettivi del 9/11. Altre avrebbero paralizzato le difese aeree inserendo falsi bip tracciati sugli schermi radar del personale della difesa, e con false comunicazioni di aerei commerciali e militari che simulavano fantomatici dirottamenti.
Ma c'è un’altro aspetto ancora. Un'esercitazione messa in scena al National Reconnaissance Office di Chantilly, in Virginia, quel mattino, consisteva nel far schiantare aerei di linea commerciali su quegli edifici. Esistono tutte le ragioni per pensare che gli aerei kamikaze fossero controllati proprio da qui, dal quartier generale statunitense dei satelliti spia. L'Amalgam Virgo, un'altra esercitazione associata al 9/11, consisteva nel lancio di un missile cruise contro un bersaglio terrestre da una nave da carico canaglia nel Golfo del Messico. Ciò probabilmente simulava ciò che sarebbe stato fatto al Pentagono, poiché è chiaro che quell’edificio non è mai stato colpito da nessun aereo commerciale.
La più sinistra di tutte era Global Guardian un'esercitazione del 9/11 che simulava una guerra termonucleare totale con bombardieri, missili e sommergibili.
Quest'esercitazione comportava un tentativo di penetrazione della struttura di comando nucleare da parte di un outsider "maligno", con accesso a un sistema di controllo e a un comando chiave. Qui c'era la possibilità per la "rete canaglia"di scatenare la guerra nucleare. Il 9/11 Bush aveva telefonato a Putin con un ultimatum: gli USA avrebbero preso l'Afghanistan, più alcune basi nell'Asia Centrale ex sovietica. Se Putin avesse rifiutato, la rete canaglia statunitense sarebbe stata in grado di dare inizio alla terza guerra mondiale ordinando un'escalation nucleare.
Quando i terroristi di Stato attaccano, lo fanno spesso sotto la copertura di un'esercitazione preannunciata, apparentemente legale, che somiglia o imita l'operazione terroristica. Questo aiuta a dissimulare l'intento criminale dei cospiratori golpisti sotto la copertura della loro stessa burocrazia. L'esercitazione è solo una simulazione, finché non diviene reale. Durante la Guerra Fredda, Hilex 75 e l’Able Archer 834 erano state esercitazioni che avrebbero potuto condurre a uno scontro e a una guerra reali.
Quando nel 1981 ci fu il tentativo di assassinare il Presidente Reagan, come copertura per le operazioni, il giorno successivo, era stata programmata un'esercitazione per la successione presidenziale (Nine Lives, Nove vite). Le bombe di Londra del 7 luglio 2005 furono preparate tramite esercitazioni denominate "Atlantic Blue" dal Regno Unito, "Topoff III" dagli USA e "Triple Play" dal Canada, che simulavano un attacco al metrò di Londra mentre in Inghilterra si stava svolgendo un congresso internazionale. Lo stesso 7 luglio la Visor Associates di Peter Power stava simulando esplosioni nelle stesse stazioni e nelle stesse ore in cui esplosero effettivamente le bombe, come riferì la BBC 5:
Peter Power, un ex di Scotland Yard, dirige un'azienda privata di sicurezza che, il 7 luglio 2005, stava conducendo esercitazioni antiterrorismo nel metrò di Londra, come egli stesso ha detto alla BBC:
Power: Alle 9:30 di stamattina, a Londra, stavamo effettivamente conducendo un'esercitazione che coinvolgeva oltre mille persone, e che consisteva nell'esplosione simultanea di bombe proprio nelle stazioni dove è realmente avvenuta stamani, tanto che ancora adesso ho i capelli dritti dallo spavento.
Presentatore: Per intenderci, stavate conducendo un'esercitazione per vedere come avreste potuto affrontare una cosa del genere, ed è accaduto proprio nel bel mezzo dell'esercitazione?
Power: Precisamente.
La scorsa estate (2005), Cheney aveva ordinato al Pentagono di preparare il bombardamento atomico dell'Iran, da portare a termine all'indomani di un nuovo 9/11 su più larga scala. È chiaro che questo attentato ricade nella tipologia del terrorismo sintetico sotto falsa bandiera, patrocinato dallo Stato, per offrire un pretesto all'attacco.
Negli USA e in altri Stati della NATO, è stato istituito un servizio di sorveglianza da parte dei cittadini su queste pericolose esercitazioni canaglia, per affrontarne la minaccia. In agosto la "Sudden Response 05" avrebbe dovuto simulare un'esplosione nucleare da 10 kilotoni a Charleston, nella Carolina del Sud. Una mobilitazione di cittadini preoccupati sollevò proteste contro quest’esercitazione e possiamo ritenere che abbia portato alla sua cancellazione. Fu poi la volta dell'esercitazione sulla dispersione di gas a New York City e della "Granite Shadow/Power Geyser", che comportavano l'utilizzo simultaneo di armi di distruzione di massa a Washington DC. Queste esercitazioni vennero denunciate e furono al centro di proteste.
Ora come ora (novembre 2005, N.d.T.), siamo al centro della più densa concentrazione di esercitazioni dallo stesso 9/11. Anzitutto c'è la Vigilant Shield, una bomba radiologicamente sporca che viene fatta esplodere nel porto di Mobile, in Alabama. A questo si risponderà con il Global Lightning, uno scambio di missili nucleari fra USA e Corea del Nord, con l'uso dei missili antibalistici USA. Simultaneamente si svolgono "Positive Response" e "Global Storm", il nuovo nome dato a "Global Guardian" per il piano appena adottato di un attacco nucleare preventivo a sorpresa. Queste implicano uno scontro con la Russia sulla questione dell'Ucraina. Una qualsiasi di queste esercitazioni potrebbe essere usata per lanciare provocazioni e attacchi nucleari reali. La pianificazione della guerra contro il Venezuela continua. C'è bisogno di una vigilanza mondiale per impedire il peggio. Il regime di Bush attualmente è in crisi a causa della guerra persa in Iraq, per la reazione negligente e criminale all'uragano Katrina e per il prezzo della benzina ai massimi storici. Libby è stato incriminato e Rove, Feith, Wolfowitz e Ledeen potrebbero seguire la sua stessa sorte. Come nel film Wag the Dog (Sesso e potere), Bush o i neocon sono tentati da una nuova guerra per ovviare a questa crisi. Durante il Watergate, quando Nixon dichiarò un allarme nucleare rosso, nell'ottobre del 1973, il Primo Ministro britannico Edward Heath aveva intravisto lampanti motivazioni politiche. Ogni volta che Nixon richiedeva il football, la borsa contenente i codici nucleari segreti di lancio, i funzionari della Casa Bianca Kissinger e Haig lo sorvegliavano da vicino per tenergli le dita lontano dal tasto nucleare. Nell'estate del 1974 il Ministro della Difesa Schlesinger disse ai comandanti statunitensi di disattendere gli ordini riguardanti qualsiasi attacco militare, se provenienti da Nixon, a meno che non fossero confermati dallo stesso Schlesinger o da Kissinger. Dato che oggi la situazione è analoga, il Partito Democratico e gli Stati della NATO devono esigere che l'instabile Bush e i disperati neocon, in caso di estromissione dal governo, siano posti sotto speciale sorveglianza per impedire nuove avventure dalle conseguenze incalcolabili.
Ma fintantoché Bush potrà conservare il consenso del 30-35% di popolazione statunitense, egli potrà proseguire la guerra in Iraq a tempo indeterminato e forse estenderla alla Siria e all'Iran. Se Bush riesce a conservare tale consenso è grazie al potere del mito del 9/11 su una parte del popolo americano. Ogni qualvolta Bush viene ritenuto responsabile di qualcosa, immancabilmente risponde tirando in ballo il 9/11. Le sue argomentazioni per la guerra in Iraq non si riferiscono all'Iraq, ma piuttosto al 9/11. C'è un solo modo per erodere lo zoccolo duro della base di Bush: attaccarne il mito. Distruggete il mito del 9/11 e i veri criminali di quel settembre potranno essere chiamati in causa. Distruggete il mito del 9/11 e Bush sarà neutralizzato. Le istituzioni e i governi amanti della pace nel mondo devono darsi questo compito, con una campagna di denuncia, di smascheramento e di educazione politica sulla verità del 9/11 e sulla natura del terrorismo.
Un veicolo per farlo potrebbe essere una Commissione Indipendente Internazionale sulla Verità del 9/11, simile al modello del Tribunale per il Vietnam di Russell-Sartre. La convocazione di tale commissione per la verità sul 9/11 è più urgente che mai, e dovrebbe essere la priorità delle forze anti-guerra ben prima delle elezioni al Congresso che ci saranno fra un anno.
Il 5 ottobre 1937, Franklin D. Roosevelt, a Chicago, aveva richiesto la quarantena per i dittatori fascisti, l’isolamento e il boicottaggio degli aggressori. Da allora le ruote della storia hanno girato, ed è ora che il regime di Bush e dei neocon vada messo in quarantena dalle forze dell'umanità civilizzata. Non può esserci alcuna cooperazione militare o di sicurezza con i neocon. I patti di libero commercio con i neocon sono suicidi. I funzionari di Bush sono colpevoli di cospirazione internazionale per muovere guerre di aggressione, un delitto capitale secondo le norme di Norimberga. Mentre la popolazione statunitense sta rivoltandosi contro Bush, assistiamo al tragico spettacolo dell'Europa e del Giappone che continuano a sostenerlo su così tante e fondamentali questioni. È tempo che il mondo metta in quarantena l'aggressore. Così facendo, avrà l’appoggio del popolo americano.
Webster Griffin Tarpley
storico, giornalista investigativo ed è considerato uno dei più arditi e iconoclastici "spifferatori" dei segreti politici statunitensi. Egli per la prima volta ha attratto le attenzioni del pubblico con il libro, scritto a quattro mani con Anton Chaitkin, riguardante la biografia non autorizzata di Bush ([[George Bush: The Unauthorized Biography, 1992) Egli ha esposto la "Tesi di Versailles", dove fa ricadere le colpe delle grandi guerre del ventesimo secolo su intrighi della Gran Bretagna per mantenere il proprio dominio imperiale. Tarpley ha vissuto in Italia negli anni della contestazione e negli anni di piombo. Ha seguito da vicino, in particolare, la vicenda di Aldo Moro, dirigendo una commissione indipendente d'inchiesta commissionata dal parlamentare italiano Zamberletti. Il risultato di questa inchiesta è stato pubblicato nel volume Chi ha ucciso Aldo Moro, che ha avuto subito vasta eco su "Panorama". La conclusione di questa indagine era che i mandanti dell'assassinio di Moro erano membri di alto livello dei governi britannici e americani (un grande sospetto sarebbe caduto su Kissinger), intenti a impedire il "compromesso storico" che nei delicati anni della Guerra Freddda avrebbe finito per portare i comunisti al governo, formando un governo italiano stabile di democristiani e comunisti insieme, con il rischio di uno sbilanciamento dell'Italia verso l'URSS, cosa che avrebbe rischiato di spalancare le porte a un'invasione sovietica di gran parte dell'Europa. La filosofia di Tarpley si può descrivere come realista, umanista e anti-maltusiana. I principali pensatori classici a cui si ispira sono Platone, Dante, Machiavelli e Leibniz. Fra gli altri pensatori che lo hanno ispirato ci sono Orwell e A. Huxley. Tarpley è studioso di economia e di storia, soprattutto storia moderna e storia veneziana. La Repubblica di Venezia è da lui considerata il prototipo esemplare di ogni società oligarchica ed elitista come, a suo parere, è l'impero angloamericano odierno. Tarpley, inoltre, ha fatto esperienza come attivista politico negli anni del movimento di LaRouche, da cui ha preso le distanze intorno alla metà degli anni '90. Nel 2005, il suo libro 9/11 Synthetic Terror: Made in USA è diventato un best seller fra i libri sui fatti 11 settembre 2001; esso è diventato un caso editoriale quando il 7 ottobre 2006, il principale recensore di saggistica su Amazon, Robert David Steele, ex spia della CIA e funzionario dei Marines, lo ha definito "il più forte fra gli oltre 770 libri che ho recensito qui su Amazon". Tarpley parla a lungo dei temi del suo libro durante un'intervista nel film Oil, Smoke, Mirrors. A partire dal marzo del 2006, Tarpley ha condotto un programma radiofonico settimanale intitolato World Crisis Radio, per Republic Broadcasting Network. Dopo una diatriba fra Wes Perkins e John Stadtmiller nel gennaio 2007, Tarpley apparentemente ha lasciato RBN e si è trasferito su Genesis, dove presenta l'edizione del giovedì di World Crisis Radio. Il format resta quello di una panoramica a 360 gradi sull'intelligence e sulla politica internazionale. Tarpley è un membro del gruppo mondiale antimperialista Asse per la Pace, di Scholars for 9/11 Truth e del gruppo di ricerca Netzwerk, che riunisce gli autori tedeschi sull'11/9, a partire dal settembre 2006. Di questi è membro anche Andreas von Buelow, ex ministro delle tecnologie tedesco.
Bibliografia:
Chi ha ucciso Aldo Moro? (1978)
George Bush: The Unauthorized Biography (1992. Ristampato nel 2004).
Against Oligarchy (1996)
Surviving the Cataclysm: Your Guide through the Worst Financial Crisis in Human History (1999)
9/11 Synthetic Terror: Made in USA (2005), Postfazione di Thierry Meyssan, quarta edizione (maggio 2007). Version française: La Terreur Fabriquée, Made in USA : 11 Septembre, le mythe du XXIe siècle (Sett. 2006)

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VEDI ANCHE: "9/11 SYNTHETIC TERROR. MADE IN USA
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3734
GRANDE FRATELLO BUSH
NAOMI KLEIN
The Nation
Satelliti. Software. Carte d'identità biometriche. Siamo monitorati sempre e ovunque. Più delle elezioni, la sorveglianza è oggi diventata la nuova democrazia partecipativa
Alcuni giorni fa, quando vicino all'edificio di Montebello in Quebec all'interno del quale era in corso l'incontro al vertice Security and Prosperity Partnership (SPP), una grande moltitudine di dimostranti è confluita per protestare contro il presidente americano George W. Bush, il presidente messicano Felipe Calderón e il primo ministro canadese Stephen Harper, l''Associated Press' ha diffuso questo surreale comunicato: "Le autorità non hanno potuto incontrare i manifestanti di persona, ma li hanno visti su schermi televisivi installati nell'hotel. I cameraman assunti con l'incarico di garantire che i dimostranti riuscissero a far giungere a destinazione i loro messaggi ai tre leader erano pigramente seduti in una tenda piena di apparecchiature audio e video. Su un cartello affisso fuori dalla tenda si leggeva: 'Oggi le nostre cineprese sono accese per tutelare il vostro diritto a essere visti e ascoltati. Per favore, permetteteci di aiutarvi a far pervenire il vostro messaggio. Grazie'".
Ebbene sì, è andata proprio così. Quasi fossero i concorrenti di un reality show televisivo, coloro che dimostravano contro l'SPP sono stati invitati a esprimersi davanti alle telecamere, a sfogare la loro rabbia così da poterla mandare in onda davanti a coloro che erano oggetto della protesta nell'enclave dove si teneva il summit. Si è trattato di un caso di misure di sicurezza considerate alla stregua di 'infotainment' (spettacolarizzazione dell'informazione), di Grande Fratello che diventa. Beh, Grande Fratello! Il portavoce del primo ministro Harper ha spiegato che quantunque i manifestanti fossero radunati in spazi disabitati, il video-link ha consentito di tutelare il loro diritto a esprimere le loro idee politiche. "Come prescrive la legge, avevano il diritto di essere visti e ascoltati. E lo saranno".
Si tratta di un fenomeno che ha implicazioni di vasta portata: se filmare gli attivisti soddisfa il requisito e il diritto legale dei cittadini dissenzienti a essere visti e ascoltati, che altro potrebbe fare al caso? Che dire di tutte le altre telecamere di sicurezza che sorvegliavano il summit, quelle che hanno ripreso i dimostranti mentre salivano e scendevano dagli autobus e passeggiavano pacificamente per la strada? Che dire delle telefonate dei cellulari intercettate, delle riunioni nelle quali si sono infiltrati osservatori esterni, dei messaggi di posta elettronica controllati? Conformemente alle nuove direttive fissate a Montebello, tutte queste azioni potrebbero presto non essere più considerate altrettante violazioni delle libertà civili, bensì l'esatto contrario, la prova dell'obbligo che i nostri leader hanno a essere consultati direttamente e senza intermediari.
Le elezioni sono uno strumento approssimativo per tastare il polso dell'opinione pubblica: questi metodi consentono un monitoraggio costante e preciso delle nostre opinioni. La sorveglianza è la nuova democrazia partecipativa, le intercettazioni l'equivalente politico di 'Total Request Live'.
I manifestanti di Montebello si sono lamentati del fatto che, mentre a loro era stato vietato l'accesso, gli amministratori delegati di una trentina circa di grosse corporation dell'America Settentrionale, da Walmart alla Chevron, prendevano ufficialmente parte al summit. Forse, però, hanno frainteso: i Ceo hanno avuto a loro disposizione soltanto un'ora e 15 minuti di colloquio diretto con i leader. Gli attivisti, invece, sono stati visti e ascoltati 24 ore su 24. Di conseguenza, invece di protestare contro queste tattiche da stato di polizia, avrebbero dovuto dire: "Grazie di averci ascoltati (e letti, guardati, fotografati e identificati.)".
La regola dell''essere visti e ascoltati' getta inoltre nuova luce sull'obiettivo dei manifestanti. Nella dichiarazione conclusiva firmata dagli esponenti politici, l'SPP è definito un 'piano ambizioso, volto a sprangare le nostre frontiere al terrorismo, ma a spalancarle ai commerci'. In parole povere, una sorta di fusione tra il North American Free Trade Agreement e l'insieme delle misure previste per la sicurezza interna. Una specie di Nafta con aerei spia, insomma.
Tale modello risale all'11 settembre, allorché l'ambasciatore americano in Canada, Paul Cellucci, affermò che nella nuova era "la sicurezza avrebbe frenato i commerci". C'era una precisazione: i commerci dai quali dipendono le economie del Canada e del Messico avrebbero potuto continuare ininterrotti, purché i governi di quei Paesi fossero stati disposti ad accogliere volentieri i tentacoli della 'guerra al terrore' degli Stati Uniti. Gli esponenti di spicco del mondo imprenditoriale canadese e messicano, preoccupati di rimetterci, iniziarono a esercitare pressioni in modo aggressivo sui loro governi affinché questi cedessero alle richieste statunitensi di sicurezza integrata, per consentire alle merci e ai turisti di continuare ad affluire nei loro Paesi.
A distanza di quasi sei anni, gli esponenti del mondo degli affari riuniti a Montebello, sotto l'egida del North American Competitiveness Council, un'ala ufficiale dell'SPP, tuttora agitano lo spauracchio dell'ispessimento delle frontiere. La soluzione? Secondo il sito Web di SPP, "soluzioni tecnologiche, una migliore condivisione delle informazioni e, teoricamente, l'uso di identificatori biometrici". Per esperienza sappiamo già che cosa significa tutto questo: elenchi di persone che non possono volare in tutto il continente, database integrati consultabili su Internet, come pure il contratto da 2,5 miliardi di dollari concesso alla Boeing affinché realizzi una 'barriera virtuale' lungo le frontiere meridionale e settentrionale degli Stati Uniti, con tanto di droni con pilota automatico e senza equipaggio.
In breve, nella visione dell'SPP del continente, le massicce frontiere saranno ben presto sostituite da una rete pressoché invisibile di sorveglianza continentale, gestita quasi per intero per profitto. Due componenti del gruppo di consulenza dell'SPP, Lockheed Martin e General Electric, si sono già assicurate contratti da svariati miliardi di dollari dal governo degli Stati Uniti per realizzare questa rete. Nell'era Bush la sicurezza non frena affatto i commerci: potrebbe diventare al contrario l'affare più grande di tutti.
Nel periodo immediatamente antecedente al summit dell'SPP, un susseguirsi di scandali legati alle misure di sicurezza ha contribuito a dare un quadro più che chiaro della situazione. Prima di tutto il Congresso non soltanto è venuto meno nel contenere quanto più possibile le intercettazioni non autorizzate dell'Agenzia per la sicurezza nazionale, ma ha altresì avallato il fatto che si ficcasse il naso nei dati bancari, nelle telefonate effettuate con i cellulari, e ha dato il suo benestare perfino per le perquisizioni corporee. Tutto ciò, beninteso, senza alcun obbligo di dimostrare che il soggetto in questione costituiva un'effettiva minaccia.
In seguito, il 'Boston Globe' ha riferito di piani studiati per collegare tra loro migliaia di telecamere per la sorveglianza installate per le strade, in metropolitana, nei condomini e negli uffici, per dar vita a una rete di controllo in grado di seguire in tempo reale eventuali sospetti. Il 15 agosto è giunta conferma che l'Agenzia d'intelligence geospaziale nazionale, una divisione dell'esercito statunitense che gestisce i satelliti e gli aerei spia su territorio nemico, sarà integrata a tutti gli effetti nell'infrastruttura della raccolta interna di intelligence e nelle operazioni di controllo locale, diventando gli occhi di ciò che l'agenzia definisce le orecchie dell'Nsa.
Se si aggiunge poi qualche apparecchiatura hi-tech in più - le carte di identità biometriche, i software per il riconoscimento dei lineamenti del volto, i database in Rete dei sospetti, il Gps inserito in qualche altro dispositivo elettronico - eccoci alla presenza di quel mondo di sorveglianza totale raffigurato di recente in 'The Bourne Identity'. Ciò ci riporta alla Security and Prosperity Partnership. Che bisogno c'è di quei maldestri e ormai obsoleti controlli alla frontiera quando le autorità stanno facendo di tutto affinché noi si possa essere 'visti e ascoltati' ovunque, in qualsiasi momento, in alta definizione, on line e off line, da terra e dal cielo? La sicurezza oggi è quello che lo sviluppo era ieri. La sorveglianza è la nuova democrazia.
Naomi Klein
Fonte: http://espresso.repubblica.it/
Link: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Grande-Fratello-Bush/1749512&ref=hpsp
4.09.07
'The Nation' - 'L'espresso'
Traduzione a cura di Anna Bissanti
settembre 12 2007
11 SETTEMBRE, L'AUTOATTENTATO
DI PAOLO PIOPPI
aginform
In occasione del sesto anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001 pubblichiamo l'introduzione e la prefazione (quest'ultima a cura di David Ray Griffin) di un interessante dossier scritto da Paolo Pioppi di www.aginform.com. Tale opera è nata grazie a internet e alla diffusione che ha dato al movimento per la verità sull'11-9, ed è un ulteriore esempio del contributo della rete allo smascheramento delle menzogne dietro a cui l'imperialismo USA tenta di nascondere i genocidi della sua 'guerra infinita'. N.d.r.
Introduzione: Il Movimento per la Verità sull'11Settembre
Un fatto dimostrato
Questo dossier presenta una documentazione – necessariamente incompleta, ma tuttavia significativa e soprattutto facilmente approfondibile e completabile facendo riferimento alle fonti e agli strumenti elencati in appendice – che dimostra in modo incontrovertibile che la versione ufficiale dei fatti dell'11 settembre 2001 (i 19 dirottatori suicidi di al-Qaeda all'attacco dell'America) è falsa da cima a fondo.
Vorrei che fosse chiaro – e spero sarà chiaro a chi leggerà il dossier – che questa non è un'ipotesi più o meno probabile, ma una certezza, un fatto insomma dimostrabile e dimostrato.
Altra cosa è sapere in dettaglio che cosa esattamente sia successo l'11 settembre e chi esattamente, con quali apparati e quali strumenti, siano gli architetti e i complici diretti e indiretti e i ruoli precisi che avrebbero ricoperto. Da questo punto di vista i misteri sono ancora molti, com'è inevitabile che accada. Ma è del tutto evidente che la storia dell'11 settembre con cui siamo stati martellati giorno e notte per quasi 6 anni è un mito costruito ad arte e con uno scopo preciso: la 'guerra infinita' scatenata già in quello stesso giorno e ad attentati ancora in corso. [1]
Come facciamo ad esserne così sicuri?
Senza volerci improvvisare filosofi, diciamo pure che pensiamo che la verità esiste, anche se può essere molto difficile – e anche rischioso - trovarla. Esiste e la si può avvicinare con l'esame dei fatti, con la logica e con molto, molto impegno e lavoro.
E' proprio quello che è successo con l'11 settembre. Qualcuno, anche gente molto autorevole [2], ha notato subito che molte cose non quadravano. Per chi se ne intende di aerei, radar e servizi segreti la puzza di “strage di stato”, come si diceva un tempo in Italia, era molto, molto forte. In seguito molti hanno fatto un lavoro da certosini, passando e ripassando al vaglio migliaia di informazioni, fotografie, riprese video, dichiarazioni dei personaggi coinvolti, trovando contraddizioni, facendo scoperte importanti. Pensiamo a Paul Thomson con la sua cronologia completa degli avvenimenti pertinenti all'11 settembre (9/11 complete timeline [3]) o a Nafeez Mosaddeq Ahmed con le sue analisi, usiamo parole sue, della
“estesa rete occulta di interessi e personaggi che collega le politiche delle nazioni occidentali al terrorismo internazionale, incluse le intricate connessioni tra interessi petroliferi, la famiglia Bush, esponenti dell'élite saudita, la famiglia Bin Laden e l'intelligence militare pakistana, oltre ai legami sistematici – finanziari, militari e di intelligence – fra i poteri dell'Occidente e la rete di Al Qaeda in tutto il periodo successivo alla fine della guerra fredda”. [4]
Molti altri si sono concentrati sui particolari specifici degli attentati. Il primo e più noto è senz'altro Thierry Meyssan, il primo ad accorgersi che non era possibile che il Pentagono fosse stato colpito dal volo 77, cioè da un Boeing 757. [5]
Utilizzando a fondo lo strumento di internet la ricerca si è fatta sempre più intensa, precisa, documentata, collettiva ed è sfociata nell'organizzazione delle prime conferenze e incontri con larga partecipazione di esperti. Ha visto la partecipazione attiva e indignata di testimoni diretti e familiari delle vittime. Ha dato luogo alla produzione di molti video che contengono testimonianze estremamente importanti.
Alla fine tutto questo lavoro ha trovato anche il suo sistematizzatore in David Ray Griffin. Per due anni Griffin, come tanti altri, ha creduto che a mettere in discussione la versione ufficiale fosse gente prevenuta o poco seria. Poi si è convinto del contrario e si è impegnato a fondo nell'esame di tutti i dettagli. Nei 4 libri che ha dedicato all'11 settembre (senza contare i numerosi articoli, conferenze e volumi di cui è stato il curatore insieme ad altri), Griffin analizza i fatti sempre con grande precisione e sistematicità, senza retorica, ma per questo in modo molto convincente anche per persone che non hanno a priori un orientamento antimperialista. L'argomentazione è quasi da aula di giustizia, rifugge dall'invettiva politica, rimane con i piedi per terra, senza cercare di immaginare quello che può essere successo se non ci sono elementi concreti per affermarlo, ma la conclusione è, forse proprio per questo, ancora più devastante per il sistema di potere degli Stati Uniti e per tutto l'occidente. Non è un caso dunque se la parte che l'opera di Griffin ha in questa nostra documentazione è molto rilevante [6].
L'ultimo libro di Griffin 'Debunking 9/11 Debunking' [7] è uscito da pochi giorni negli Stati Uniti. Ecco come ne parla, in una recensione [8], Paul Craig Roberts, già viceministro del tesoro del governo Reagan, condirettore del Wall Street Journal e teorico di quella che è passata alla storia come “reaganomics”, insomma un personaggio abbastanza lontano dal cliché dell''antiamericano' per partito preso che attribuisce a Bush e consorti tutti i mali del mondo:
“Nel breve spazio di una recensione non c'è modo di presentare tutte le prove che Griffin passa in rassegna. Qualche esempio può bastare per mettere in guardia i lettori sulla possibilità che l'amministrazione Bush abbia mentito su assai più che le sole armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Le due torri del WTC non sono crollate. Sono esplose e si sono disintegrate come l'edificio numero 7. C'è un enorme deficit di energia in tutte le ricostruzioni che escludono l'uso di esplosivi. L'energia gravitazionale non basta a spiegare la polverizzazione degli edifici e di tutto quello che contenevano e la riduzione delle 47 massicce colonne centrali di acciaio di ogni torre in pezzi di lunghezza tale da poter essere presi e caricati su camion; e ancor meno può spiegare la polverizzazione dei piani superiori delle torri e il lancio di travi d'acciaio a più di cento metri di distanza qualche attimo prima della disintegrazione dei piani sottostanti. Il danno causato dagli aerei e gli incendi limitati e di breve durata non possono spiegare la disintegrazione degli edifici. I massicci scheletri di acciaio delle torri comprendevano giganteschi dispositivi di dissipazione del calore capaci di assorbire tutto il calore che poteva esser prodotto dai limitati incendi. La relazione conclusiva del NIST [9] ha stabilito che tra l'acciaio che aveva potuto esaminare, solo tre colonne recavano segni che l'acciaio avesse raggiunto temperature superiori ai 250 gradi centigradi. Le stufe autopulenti [10] nelle nostre cucine raggiungono temperature più elevate eppure non fondono nè si deformano. L'acciaio inizia a fondere a 1.500 gradi centigradi Temperature di 250 gradi non avrebbero il minimo effetto sulla resistenza dell'acciaio. La spiegazione dei crolli in base all'indebolimento dell'acciaio a causa degli incendi è pura speculazione. Incendi in aria non possono produrre temperature sufficienti a privare l'acciaio della sua integrità strutturale. Ci sono edifici con scheletro di acciaio in cui un inferno di fuoco ha imperversato per 22 ore, eppure lo scheletro d'acciaio è rimasto intatto. Gli incendi nelle torri sono durati circa un'ora ed erano limitati a pochi piani. E poi è impossibile che il fuoco causi la disintegrazione improvvisa, totale e simmetrica di edifici possenti, tanto più alla velocità di caduta libera che si può ottenere solo con una demolizione controllata. Griffin fornisce citazioni di pompieri, poliziotti e locatari che, prima della disintegrazione delle torri, sentirono una serie di esplosioni e ne riscontrarono gli effetti. Sono testimonianze che vengono generalmente ignorate dai sostenitori della versione ufficiale. Acciaio fuso fu rinvenuto ai livelli sotterranei degli edifici a distanza di settimane dalla loro distruzione. Poichè il consenso è unanime sul fatto che gli incendi non potevano neanche avvicinarsi al punto di fusione dell'acciaio, una spiegazione possibile è l'effetto degli esplosivi ad alto potenziale che si usano per le demolizioni controllate, che producono temperature di 5.000 gradi. La possibilità che siano stati usati esplosivi non viene esaminata se non dai ricercatori indipendenti.
Le contraddizioni della versione ufficiale di 'teoria complottista' [11] balzano fuori dalle pagine e colpiscono con forza il lettore. Per esempio, la prova che il volo 77, un Boeing 757, avrebbe colpito il Pentagono sarebbe data dall'affermazione del governo di aver recuperato dal relitto corpi o parti dei corpi delle vittime sufficienti ad analizzare il DNA di tutti i passeggeri e dell'equipaggio. Al tempo stesso l'assenza di bagagli dei passeggeri, parti della fusoliera, delle ali e della coda – in effetti l'assenza di un aereo da 45 tonnellate – viene attribuita alla vaporizzazione dell'aereo in seguito all'impatto ad alta velocità e all'intensità dell'incendio. L'incompatibilità di metallo vaporizzato e carne e sangue recuperabili era rimasta inosservata prima che Griffin la facesse notare. Un'altra contraddizione che colpisce nella teoria ufficiale sta nella differenza tra l'impatto degli aerei contro il Pentagono e quello contro le torri. Mentre nel caso del Pentagono l'enfasi è sulle ragioni per cui l'aereo avrebbe causato all'edificio danni molto limitati, nel caso delle torri l'enfasi è, all'opposto, sulle ragioni che avrebbero provocato un danno enorme.”
Ma gli argomenti dei difensori della versione ufficiale, i cosiddetti “debunkers” [12], i cacciatori di quelle che definiscono “leggende metropolitane”?
I cacciatori di 'complottisti'
Il libro di Griffin è dedicato proprio al confronto con questi argomenti e a valutarne la fondatezza. Lasciamo ancora la parola a Paul Craig Roberts:
“Il professor David Ray Griffin è la nemesi della teoria cospirativa ufficiale dell'11 settembre. Nel suo ultimo libro, 'Debunking 9/11 Debunking', egli distrugge la credibilità delle ricostruzioni del NIST (National Institute of Standards and Technology) e di Popular Mechanics, annienta i suoi critici e dimostra di essere scienziato e ingegnere migliore dei difensori della versione uficiale.
Griffin sottolinea che sull'11 settembre non c'è stata nessuna inchiesta indipendente. Abbiamo soltanto una Relazione presentata da una commissione politica [13] guidata dal factotum del governo Bush, Philip Zelikow; una Relazione del NIST, prodotta dal ministero del commercio del governo Bush e un'inchiesta giornalistica prodotta da Popular Mechanics. Vari scienziati che lavorano per il governo federale o dipendono da finanziamenti governativi hanno rilasciato dichiarazioni speculative a sostegno della 'teoria complottista' ufficiale ma non hanno prodotto prove significative a suo favore […] La fragilità della Relazione del NIST è stupefacente. In realtà ha avuto successo solo perchè la gente ha accolto le sue rassicurazioni senza esaminarle.
Quanto a Popular Mechanics, Griffin mostra che il lavoro è intessuto di considerazioni non pertinenti, ragionamenti circolari, appelli all'autorità della relazione del NIST, polemiche contro bersagli di comodo e contraddizioni interne al lavoro stesso. […]
Forse è solo una coincidenza, ma poco prima dell'11 settembre Cathleen P. Black, che ha legami familiari con la CIA e il Pentagono e presiede la Hearst Magazines, proprietaria di Popular Mechanics licenziò il direttore e parecchi membri anziani del personale e li sostituì con James B. Meigs e Benjami Chertoff [14], cugino di un altro factotum dell'amministrazione Bush, Michael Chertoff. Sono stati proprio Meigs e Benjamin Chertoff a produrre lo studio di Popular Mechanics di cui Griffin mette a nudo tutte le contraddizioni”.
La relazione del NIST e il lavoro di Popular Mechanics sono il riferimento costante di tutti coloro che cercano di smontare le accuse contro gli apparati segreti dello stato e gli uomini di Bush. Gli argomenti, a un esame attento, rivelano tutta la loro inconsistenza, ma una caratteristica comune dei cosiddetti 'debunkers' più che l'entrare nel merito è l'intento denigratorio e la distribuzione di etichette. Chi non crede alla versione ufficiale e ne rileva le contraddizioni viene fatto passare per irrazionale complottista, visionario in cerca di pubblicità o, peggio, pregiudizialmente antiamericano, 'negazionista' incline all'antisemitismo, inseguitore di torbide finalità.
Il primo a sperimentare questo trattamento è stato Meyssan. Il libro già citato di Meyssan, presidente del Réseau Voltaire [15], fece scandalo nel 2002, tanto più che una smagliatura nel sistema dei media, altrimenti così attento a emarginare le voci controcorrente, unitamente al diffuso scetticismo per la storia da fumettone hollywoodiano assai poco verosimile dell'attacco alle torri, gli assicurò una vasta eco. Alle reazioni indignate del Pentagono si accompagnò subito in Francia il tentativo di linciaggio personale di Meyssan con una contropubblicazione [16], prontamente tradotta in italiano con prefazione di Lucia Annunziata.
Nella prefazione la nostra Annunziata scrive che i libri cattivi sono pochi ma molto pericolosi (e quello di Meyssan evidentemente è uno di questi). Perchè? Perchè
“La loro vita affonda nei luoghi più privati degli esseri umani: la zona oscura delle paure, cioè esattamente lì dove si forma o si sgretola la nostra forza. Toccate quelle zone, date voce alle paure, date un volto, una razionalità e un progetto alle paure irrazionali, e avrete dominato il mondo. E' una logica che tutti i fascismi e i comunismi, tutte le ideologie autoritarie, conoscono bene: date forma alle paure degli uomini e ne avrete rotto i principi di solidarietà, di socialità e, in ultimo, di dignità”. [17]
Insomma la Annunziata non si è accorta delle tonnellate di paura irrazionale sparse a partire dall'11 settembre dai promotori della guerra infinita e puntualmente riattualizzate, con l'antrace, con i falsi allarmi, con gli attentati veri, con la paranoia della sicurezza. No, è Meyssan che dà un volto alle paure irrazionali... per dominare il mondo!
Il libello è abbastanza disgustoso perchè dedica pochissimo alla confutazione degli argomenti e molto al tentativo di delegittimare l'autore, accusandolo tra l'altro di 'negazionismo' [18]. Il successo del libro di Meyssan sarebbe segno dell'“irruzione dell'irrazionale tra il grande pubblico francese”. Vediamo allora all'opera la razionalità degli autori. Hubert Marty-Vrayance, un funzionario del servizio informazioni del ministero degli interni che avrebbe collaborato con Meyssan, scrive in una nota del 13 settembre 2001:
“Bisogna prendere con cautela tutto quello che si va dicendo sulla mega inchiesta degli Stati Uniti. Fatte le debite proporzioni si assiste a una sorta di nuova inchiesta Dallas-Oswald-Ruby [l'inchiesta sull'assassinio di Kennedy]… Ci viene data una sola versione, ma ci sono davvero troppe coincidenze strane nello svolgimento delle operazioni dell'11 settembre e in seguito, inosservanze in gran numero, lacune ripetute, servizi ciechi e sordi, rapporti che non si trovano, eccetera. Dinanzi a una tale massa di elementi, non ci si può non porre la domanda: solo Bin Laden? Impossibile. O non sarà che Bin Laden è un semplice paravento manipolato da forze ben più potenti sul territorio degli Stati Uniti? La lettura degli avvenimenti inclina per questa interpretazione!”
Sono parole lucide e lungimiranti, lette col senno di poi. Dasquié e Guisnel però se ne indignano:
“dopo appena 48 ore dall'attacco terroristico, un uomo che scorre la stampa sul suo computer pensa di essere in possesso della verità. Che importa se in materia di terrorismo gli inquirenti specializzati non si pronunciano prima di parecchi mesi di indagine, anzi parecchi anni – come hanno dimostrato in Francia i procedimenti giudiziari della Procura antiterrorismo relativi agli attentati del 1995 nella metropolitana parigina, attentati che pure obbedivano a un piano di esecuzione tanto più semplice di quelli di New York e Washington”
.
Ecco nuovamente il mondo capovolto, come quello della Annunziata: Dasquié e Guisnel non si sono accorti che gli uomini di Bush hanno preteso di aver identificato il colpevole nell'arco di ore e qualche giorno dopo hanno anche iniziato una guerra con la scusa che l'Afganistan lo ospitava. L'invito alla prudenza non lo rivolgono agli uomini di Bush, che stanno sfruttando nel modo più bestiale gli attentati per i loro piani e intanto mettono ostacoli alle possibili inchieste e distruggono le prove. No, loro prendono di mira chi cerca di usare il cervello per capire che cosa sta succedendo.
E' un bell'esempio di ragionamento basato su un a priori, su un pregiudizio. E' una logica che si ritrova in quasi tutti i tentativi di confutare quelle che, sempre a scopo denigratorio, saranno d'ora in avanti chiamate “teorie complottiste” [19]
Del resto i “debunkers”, che si incaricano di spargere veleni su chi cerca la verità hanno uno sponsor ufficiale di tutto rispetto: nientemeno che Bush stesso, il quale già in un discorso all'ONU dell'11 novembre 2001, a invasione dell'Afganistan iniziata da un mese, si premura di far sapere che “non tollereremo scandalose teorie di complotti” e nell'agosto del 2006, citando un documento ufficiale sulla lotta al terrorismo ci fa sapere che “i terroristi reclutano con più efficacia tra le popolazioni le cui informazioni sul mondo sono inquinate da falsità e corrotte da teorie di complotti” [20].
Abbiamo citato per esteso il caso Meyssan-Dasquié perché anche le prese di posizione successive non si discostano da questo paradigma.
Lo schema è sempre lo stesso: quando il muro del silenzio viene rotto [21] scatta un allarme. E' successo con Meyssan ed è successo nuovamente, con grande intensità, nel corso dell'ultimo anno, quando il movimento per la verità sull'11 settembre ha incominciato a rompere gli argini e ad arrivare ai gandi mezzi di comunicazione (in Italia con alcune trasmissioni di Matrix di Mentana su Canale 5 e una di Report su Rai 3).
E' molto significativo notare chi sono quelli che rispondono prontamente all'allarme: sono infatti molto spesso persone o gruppi che amano definirsi progressisti o di sinistra. Sono loro che, quando viene superata la prima linea di difesa della informazione ufficiale si danno da fare ad allestire la seconda. Così, per rimanere ancora in Italia, è Deaglio di Diario che, con gran fanfara, sventolando come una gran scoperta Popular Mechanics, si preoccupa subito di fugare gli elementi di dubbio seminati tra gli indifesi spettatori televisivi dai filmati e dagli interventi trasmessi. Più di recente è la casa editrice progressista Terre di Mezzo, con la rivista Altreconomia, quella del “commercio equo e solidale”, che si fa carico di pubblicare in Italia “11 settembre. I miti da smontare” [22], che altro non è che la versione italiana del testo di Popular Mechanics (con la solita inversione è il movimento per la verità sull'11 settembre che diventa il fabbricante di miti) [23].
Questo fenomeno dei 'progressisti' che si preoccupano per l'influenza crescente del movimento per la verità sull'11 settembre non è naturalmente solo italiano. La stampa 'progressista' negli USA, in Francia o nel Regno Unito si comporta allo stesso modo. E' il caso di Christopher Hayes su The Nation del 10 dicembre 2006, titolo: “Le radici della paranoia”. Oppure di Alexander Cockburn, figura assai nota della sinistra americana, su Le Monde Diplomatique del dicembre dello stesso anno: “Le complot du 11-Septembre n'aura pas lieu” [24] – in italiano con Il Manifesto: “11 settembre: il complotto che non ci fu”. O ancora di George Monbiot, noto ambientalista inglese, con due articoli sul “Guardian” [25].
Sfumature a parte, per la diversità delle persone, lo schema di fondo è sempre lo stesso: l'allarme; il trincerarsi dietro le spiegazioni ufficiali o dietro Popular Mechanics senza mai entrare nel merito; l'accusa di paranoia o imbecillità rivolta ai complottisti.
Così Hayes, su quella autorevole voce progressista americana che è The Nation, è molto allarmato per il fatto che
“un terzo degli americani pensa o che gli attacchi dell'11 settembre siano stati eseguiti dal governo o che il governo li abbia consentiti per avere un pretesto per la guerra in Medio Oriente” e “le linee tendenziali dell'opinione pubblica si stanno spostando verso l'orientamento dei 'cercatori di verità' anche dopo la Relazione della Commissione ufficiale sull'11 settembre che si pensava chiudesse la questione una volta per tutte.”
Immancabilmente segue il richiamo alla autorità, data per indubitabile, di Popular Mechanics, che gli evita così la fatica di entrare nel merito – proprio come fa il nostro Deaglio. Cockburn rivolge i suoi strali più direttamente alla sinistra e ai suoi militanti:
“Cinque anni dopo gli attentati, scrive, la 'teoria del complotto' relativa all'11 settembre, ha incrinato le difese della sinistra americana. […] Con i tempi che corrono, rari sono i militanti di sinistra che imparano l'economia politica leggendo Karl Marx. Un vuoto teorico e strategico che ha alimentato la tesi dei teorici del complotto che coglie nei misfatti della classe dirigente non la crisi d'accumulazione del capitale, o la ricerca d'un tasso di profitto più elevato, o le rivalità interimperialiste, ma dei magheggi orditi in determinati luoghi: il Bohemian Grove [26], il gruppo di Bilderberg, Davos, ecc. Senza dimenticare le istituzioni e le agenzie malefiche, in testa a tutte la Central Intelligence Agency (Cia). Il 'complotto' dell'11 settembre ha portato queste stupidaggini al parossismo. […] La teoria del complotto nasce dalla disperazione e dall'infantilismo politico”.
E tutte le contraddizioni della versione ufficiale? Sarebbero solo frutto di stupidità e incompetenza, anzi, paradossalmente, chi insiste a porre domande, per esempio sulla mancata intercettazione degli aerei, dimostra di avere una malriposta fiducia nell'efficienza degli apparati e dei dirigenti, che sono così imbecilli e pasticcioni che mai potrebbero mettere a punto un complotto come quello che viene loro attribuito. Dulcis in fundo: i complottisti oltre che paranoici, infantili e pessimi lettori di Marx sono anche razzisti perchè non credono che gli arabi possano mettere a segno un'operazione del genere [27].
Ed ecco Monbiot. Il titolo è già un programma: il complottismo è un virus.
“C'è un virus che dilaga nel mondo e infetta gli oppositori del governo Bush, succhia loro il cervello passando dagli occhi e li trasforma in farfuglianti idioti. Coltivato dapprima in un laboratorio degli Stati Uniti, il ceppo ha raggiunto da qualche mese questi lidi [il Regno Unito] e nelle ultime settimane è diventato epidemico. Non passa giorno senza che qualcuno in preda alla malattia, strabuzzando gli occhi e con bocca schiumante, cerchi di infettarmi. La malattia si chiama Loose Change [28].”
Seguono gli inevitabili richiami al NIST e a Popular Mechanics e la predica rivolta agli attivisti, che trascurerebbero le lotte reali per dedicarsi a un mondo fantastico in cui non hanno da assumersi nessuna responsabilità. Non manca l'accusa più sublime: la prova più evidente della falsità delle 'teorie del complotto' starebbe nel fatto che chi le sostiene è ancora vivo.
Come si sa da tempo, la carta si lascia scrivere facilmente e non protesta per le corbellerie. Registriamo il fatto che i cosiddetti debunkers amano molto distribuire etichette e impartire lezioni e, quanto alla sostanza, stanno ben coperti dietro l'autorità del NIST e di Popular Mechanics e ingoiano senza batter ciglio tutti gli aspetti anche più assurdi e grotteschi della favola che è stata loro raccontata.
Il rilievo assunto dai 'cacciatori di complottisti' di sinistra ci conduce a considerare in termini più generali il ruolo della sinistra e in particolare dei sedicenti comunisti nella ricerca della verità sull'11 settembre e in genere la reazione della sinistra a quei fatti.
La sinistra e l'11 settembre
Naturalmente molti dei ricercatori che abbiamo menzionato sono mossi da una ricerca di verità strettamente correlata con tematiche antimperialiste. Lo stesso Griffin, che pure è certo lontanissimo dal ritenersi in qualsiasi senso comunista, parla di impero e imperialismo e anzi, rivolgendosi ai cristiani ed esortandoli all'azione, traccia un parallelo con l'impero romano del primo secolo e la posizione, che definisce antimperialista, assunta in quel contesto da Gesù di Nazareth (se no perchè mai lo avrebbero crocifisso?) [29].
Ma i nomi di spicco della sinistra antimperialista in America si sono tenuti ben lontani dal lavoro di smascheramento dell'11 settembre. Cockburn dunque non è un'eccezione. Emblematico il caso di Chomsky. Scrive al riguardo il già citato Tarpley:
“Gli avvenimenti dell'11 settembre hanno messo impietosamente in luce non soltanto l'impotenza, ma anche il fallimento intellettuale e morale della sinistra americana. Tra quanti mai avrebbero creduto a Bush o all'FBI su questioni meno rilevanti, molti si sono mostrati pronti questa volta ad avallare il mito ufficiale. In seguito agli avvenimenti dell'11 settembre Noam Chomsky ha concesso una lunga intervista che ha fatto pubblicare. Il passo seguente dà bene l'idea:
'Domanda: La NATO non si pronuncerà prima di sapere se l'attacco è venuto dall'interno o dall'esterno. Come interpreta questo fatto?
Chomsky: non credo sia questo il motivo delle esitazioni della NATO. Non ci sono dubbi che l'attacco sia venuto dall'esterno.
Domanda: Può dirci qualcosa della connivenza e del ruolo dei servizi segreti americani?
Chomsky: Non capisco bene la domanda. L'attacco è stato chiaramente un colpo tremendo e una sorpresa per i servizi di informazione occidentali, compresi quelli statunitensi'” [30]
Del resto anche compagni americani di sicuro orientamento antimperialista ci hanno detto, dopo l'11 settembre, che escludevano la provocazione organizzata a tavolino, non perchè ritenessero Bush e consorti incapaci di farlo, ma perchè noi (europei) non ci rendevamo conto di quanto l'attacco alle torri fosse sentito come smacco e vulnerabilità dell'America. Ma non era proprio questo che gli artefici dell'operazione volevano per dare avvio alla loro nuova strategia?
Passando dagli Stati Uniti all'Italia, non c'è dubbio che il mito dell'11 settembre ha avuto un'accettazione praticamente unanime. Solo pochi pionieri (in particolare intorno al sito Luogocomune, al gruppo Faremondo e a Giulietto Chiesa) si sono azzardati a lavorare per demolirlo collaborando col movimento negli Stati Uniti. Sugli organi di stampa della sinistra la questione è stata affrontata solo in pochi e sparsi articoli di Giulietto Chiesa (su Il Manifesto) o di Fulvio Grimaldi (su L'Ernesto), immersi in un mare di altre cose - si può dire di tutto, basta non farne una vera battaglia politica - ma in generale è prevalsa la disinformazione [31]. Nessuno stimolo è venuto dagli stati maggiori della sinistra che si professano contro la guerra, cosa di cui naturalmente non ci si può stupire, perchè sono molti anni che da questi stati maggiori non vengono stimoli, figurarsi se possono venire programmi di lotta su terreni difficili, in cui si rischia (anzi è certo) di venire emarginati dai salotti buoni della politica e delle istituzioni. Con l'ingresso nel governo Prodi poi, siamo arrivati al grottesco e ai saldi di fine stagione. L'accettazione acritica del mito dell'11 settembre in realtà è solo un aspetto della generale complicità delle élites del nostro paese con le guerre di Bush (e del resto già prima con quelle di Clinton). Una complicità che va dall'estrema destra fino alla sinistra cosiddetta radicale e che ha trasformato nel profondo la società in cui viviamo, corrompendola e organizzandola per la guerra, come le cronache quotidiane ci ricordano continuamente, dall'Afganistan all'ampliamento delle basi USA, dall'accordo firmato clandestinamente in febbraio sulle nuove armi strategiche americane all'assemblaggio di aerei da combattimento in Piemonte. Risalire da questa china non sarà nè facile nè indolore.
Rispetto all'11 settembre, se teniamo presente l'articolazione delle posizioni della sinistra tra governisti e cosiddetti antagonisti – possiamo individuare schematicamente tre gruppi di posizioni, che chiameremo gli opportunisti, i sociologi e i tifosi.
Il primo gruppo – quello degli opportunisti– è largamente maggioritario ed è sintetizzabile nel famoso slogan bertinottiano della 'spirale guerra-terrorismo', ovvero 'nè con la guerra nè col terrorismo', degno erede di altri 'nè… nè…' precedenti. Il 'terrorismo' è assunto come categoria assoluta, avulsa dalla lotta antimperialista. La partecipazione - con un proprio ruolo si intende, rispetto a una particolare area sociale - alla grande orgia mediatica sull'onnipresente minaccia terroristica precipitata con l'11 settembre sul mondo intero, è così assicurata, e così pure l'anatema, sia contro chi pretendesse di dimostrare che guerra e terrorismo l'11 settembre escono dalla stessa fabbrica, sia contro chi, contro guerre e occupazioni militari, resiste armi alla mano e con gli strumenti ideologici che ha a disposizione, e si trova subito etichettato come barbaro terrorista. La funzione di costoro è puramente e semplicemente quella di traghettare una certa area di dissenso morale nel campo imperialista. E' la “sinistra imperialista” di cui abbiamo spesso parlato su Aginform, con le sue guerre umanitarie benedette dall'ONU e i suoi barbari sempre dall'altra parte.
Anche il secondo gruppo, quello che chiamiamo dei sociologi, dà per scontato che il terrorismo – sinonimo di barbarie – è proprio quello che ci è stato spettacolarmente presentato l'11 settembre. Essendo però composto da gente di grande apertura mentale e levatura culturale, questo gruppo sostiene in genere che bisogna anche comprenderne le cause. Il summenzionato Chomsky ne è un rappresentante illustre e molto autorevole. E' la teoria del 'blow back', del contraccolpo. Il terrore, largamente disseminato dalle società occidentali e dagli USA in particolare, li colpisce adesso come un boomerang. Chi semina vento raccoglie tempesta.
Naturalmente questa posizione esiste in molte varianti. Una, abbastanza ridicola, facendo ricorso a schemini pseudomarxisti maldigeriti, vagheggia – a proposito del'11 settembre - di uno scontro tra borghesie nazionali arabe e americana (occidentali).
Altri (e in particolare proprio Chomsky), sottolineano come abbiamo visto i crimini che le società occidentali hanno compiuto nel corso di una lunga storia. Naturalmente non c'è bisogno dell'11 settembre per avere la dimensione della criminalità dell'imperialismo, ma questa stessa constatazione fa da alibi per non affrontare la questione concreta nel momento e nel modo concreto in cui si manifesta (nella fattispecie la provocazione a livello planetario e il salto di qualità dell'iniziativa bellica con l'11 settembre). C'è il rischio di un approccio molto ideologico, senza risvolti concreti, anche quando è riempito di una quantità rispettabile di osservazioni e di dati empirici sui meccanismi planetari dello sfruttamento. Di notte tutti i gatti sono bigi [32]. Colonialismo, sfruttamento, imperialismo, terrore ci sono sempre stati dappertutto. Ma dappertutto diventa quasi come in nessun luogo.
Sbaglieremo, ma l'approccio ingenuo di quegli americani che magari pensano che il comunismo sia una cosa orribile e votavano fino a ieri per Bush ma poi hanno vissuto sulla loro pelle gli avvenimenti e ora lottano per la verità contro un governo che li ha ingannati, ci sembra più costruttivo e più onesto di quello di tanti soloni dell'antimperialismo generale e generico che affollano gruppetti e partitini della sinistra 'antagonista' e specialmente delle sue componenti trotskiste, che a questo gioco sono particolarmente allenate.
Naturalmente le posizioni generali e generiche ben si sposano con la ritualità delle manifestazioni e delle 'scadenze' e col mito di una purezza incontaminata di gruppi che, con la fantasia, pensano di condizionare le istituzioni e la sinistra parlamentare e in realtà – per mancanza di coraggio – ne subiscono tutti i condizionamenti, come dimostra bene, in Italia, la recente vicenda della base militare di Vicenza.
Il terzo gruppo di posizioni, quello dei 'tifosi', compie un doppio salto mortale e considera l'11 settembre non solo il punto di inizio di una micidiale offensiva imperialista su scala mondiale, ma anche l'epifania di un movimento islamico combattente che diventa la punta di lancia dello schieramento antimperialista internazionale. L'Osama bin-Laden, 'asset', come dicono gli americani, ossia risorsa, bene patrimoniale della CIA, già spendibile e speso in Afganistan, in Bosnia, in Cecenia e altrove, diventa una specie di nuovo Che Guevara. Anche in questo caso alla analisi concreta (e faticosa) della situazione concreta si sostituisce un delirio ideologico, solo di segno cambiato. Non che i segni non contino. I 'tifosi' hanno almeno il merito di sottolineare il ruolo decisivo esercitato in tutti questi anni dalla resistenza, anche islamica, in Afganistan, in Iraq, in Libano, in Palestina, nel mettere in crisi il Moloch imperialista. Solo che, confondendo la resistenza popolare anche islamica e ovviamente armata, come nel caso di Hamas e di Hezbollah, con al-Qaeda e l'11 settembre, non le rendono davvero un buon servizio! In mille occasioni si è visto che al-Qaeda è il nemico di comodo costruito ad arte dagli americani o dagli israeliani e opportunamente ingigantito dai media, quello più funzionale ai loro piani.
E' evidente che la mancanza di lucidità e di serietà sull'11 settembre rende i 'tifosi' facilmente manipolabili. Il sistema dominante, sorretto dai 'buoni' e 'coraggiosi' [33] esponenti della sinistra imperialista, che condannano la violenza degli oppressi 'senza se e senza ma', ha bisogno anche dei 'cattivi' per giustificare le proprie misure repressive o anche a volte per scopi meno confessabili.
Stragisti di stato
A noi riesce francamente difficile comprendere come sia possibile tanta superficialità e confusione delle lingue proprio in Italia, nel paese cioè che ha conosciuto la strategia della tensione e le trame di Gladio e 'Stay Behind'.
E' vero che siamo in una fase storica in cui si assiste all'annientamento continuo della memoria, in proporzione diretta con l'istituzione di 'giornate della memoria' sempre più numerose e sempre più manipolate. Ma almeno a coloro che per ragioni anagrafiche hanno vissuto gli anni di Piazza Fontana non dovrebbe far difetto la sensibilità per capire – fatte le dovute verifiche – che con l'11 settembre ci troviamo di fronte a una versione più globale e grandiosa, in un contesto mutato (in peggio), di tecniche di provocazione e manipolazione del consenso con ben precisi obiettivi politico-militari che furono largamente sperimentate per molti anni nel nostro Paese. I compagni che in Italia lottarono per la verità su Piazza Fontana e misero in luce le trame della “strage di stato” e tanti dei suoi concreti elementi erano forse 'complottisti' o inseguivano patetiche chimere che li allontanavano dai problemi e dalle lotte reali?
A rinfrescare la memoria così labile della sinistra italiana ha provveduto recentemente lo studio approfondito di un ricercatore svizzero, Daniele Ganser [34].
“Tra i documenti che Ganser porta all'attenzione vi è il Field Manual 30-31, con le appendici FM 30-31A e FM 30-31B, creato dalla Defense Intelligence Agency (DIA) del Pentagono per addestrare migliaia di ufficiali 'dietro le linee' in tutto il mondo. Il manuale venne pubblicato nel rapporto del 1987 dell'inchiesta parlamentare italiana sulle attività terroristiche della P2, la rete anticomunista italiana sponsorizzata da CIA-MI6. Come osserva Ganser: "FM 30-31 istruisce i soldati segreti ad eseguire atti di violenza in tempo di pace e quindi incolpare di essi il nemico comunista per creare una situazione di paura e di allarme. Alternativamente, i soldati segreti sono istruiti ad infiltrare i movimenti di sinistra e quindi spingerli ad utilizzare la violenza". Nelle parole del manuale:
"Vi possono essere dei momenti nei quali i governi delle nazioni ospitanti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista e secondo l'interpretazione dei servizi segreti USA non reagiscono con efficacia sufficiente... L'intelligence militare USA deve avere i mezzi per varare operazioni speciali che convinceranno i governi delle nazioni ospitanti e l'opinione pubblica della realtà del pericolo degli insorti. Per raggiungere questo scopo l'intelligence militare USA dovrebbe cercare di penetrare l'insurrezione per mezzo di agenti con incarico speciale, con il compito di formare gruppi speciali d'azione tra gli elementi più radicali dell'insurrezione... Nel caso non sia stato possibile infiltrare con successo tali agenti nel comando dei ribelli può essere utile strumentalizzare le organizzazioni di estrema sinistra per i propri scopi al fine di raggiungere i sopra descritti obiettivi... Queste operazioni speciali devono restare rigorosamente segrete. Solamente le persone che agiscono contro l'insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento dell'esercito USA..." (p. 234-297)” [35]
C'è forse qualche elemento che autorizzi a pensare che queste 'tecniche' siano state abbandonate dopo il crollo dell'URSS? In realtà quel che è stato abbandonato è piuttosto la lotta contro gli apparati clandestini USA-NATO. Citiamo ancora da freebooter.interfree.it:
“Per capire chi vi sia realmente dietro l'ondata di spettacolari attentati terroristici, iniziata anche prima dell'11/9/2001, è importante conoscere il nome del Brig. Gen. Sir Frank Kitson. Questi era un ufficiale britannico in Kenia nel periodo dei Mau Mau. Kitson comprese quello che era noto da secoli, da millenni ai comandanti: se avete un'organizzazione nazionalista clandestina e volete screditarla, create la vostra parallela organizzazione nazionalista clandestina, con lo stesso nome, con una falsa bandiera, la mandate a commettere tremende atrocità delle quali verrà incolpato il gruppo originale, che sarà quindi screditato e demonizzato e così otterrete dei vantaggi politici. Kitson ha scritto un libro su questo dal titolo ' Le operazioni a bassa intensità'; questa tecnica è chiamata la tecnica delle 'contro-gang' ovvero delle 'pseudo-gang'. Proprio come al-Qaeda, organizzazione in modo trasparente fasulla, che, in senso più ampio, si può intendere come una pseudo-gang, o contro-gang, creata dai servizi segreti USA, britannici ed israeliani contro i nazionalisti arabi genuini e chiunque abbia un programma concreto di riforme, indipendenza o sviluppo ovunque nel mondo arabo e non, che ora potrà essere etichettato 'al-Qaeda'. [...] La 'guerra al terrorismo' è una invenzione. Questa guerra non è intesa a combattere il terrorismo e il fondamentalismo islamici; essa ha obiettivi sia strategici che economici...” [36].
Menzogna globale e guerra infinita
“Menzogna globale” [37] era il titolo della “Prima conferenza internazionale del movimento di inchiesta italiano sugli eventi dell'11 settembre” (Bologna, 17 settembre 2006) [38]. Una iniziativa importante e riuscita, nella rigorosa assenza del ceto politico e di partiti, partitini e gruppi della sinistra, nonchè dei loro organi di informazione. Citiamo dalla presentazione del convegno:
“A cinque anni di distanza dagli eventi che hanno cambiato la nostra vita scaraventandoci in un nuovo secolo, appare sempre più importante far conoscere, denunciare e smontare la più enorme, la più criminale delle menzogne con la quale il governo Bush, i principali network planetari e l'intero Occidente hanno intossicato il mondo: la menzogna globale contenuta nella versione ufficiale degli attacchi dell'11 settembre, che sin dall'inizio è servita a giustificare la cosiddetta 'guerra al terrorismo' e tutte le aggressioni militari messe in agenda e puntualmente realizzate dall'asse interstatale del terrore a guida americana (Stati Uniti-Gran Bretagna-Israele)”.
In cinque anni (e nel frattempo quasi sei) le conseguenze della menzogna globale sono state tali e tante che è impossibile elencarle tutte: due guerre, ancora in corso, con almeno un milione di morti [39] (per non dire delle sofferenze di milioni ancora vivi), a cui vanno aggiunti Libano e Somalia e la guerra permanente contro i Palestinesi. Un bilancio militare USA che si avvicina ai 1.000 miliardi di dollari l'anno [40]. Una campagna martellante di intossicazione ideologica e di induzione della paura [41] per condizionare la gente alla guerra [42]. E poi l'ipertrofia delle operazioni clandestine e di provocazione in tutto il mondo [43], la creazione di eserciti mercenari sottratti a ogni parvenza di controllo istituzionale (126.000 'contractors' in Iraq [44]), gli arresti e le detenzioni segrete [45], la legalizzazione della tortura, l'impulso alla militarizzazione dello spazio e alla ricerca di una superiorità militare schiacciante su tutto il mondo, il varo di durissimi strumenti di controllo interno, particolarmente negli USA, con i Patriot Act, vere e proprie legislazioni di emergenza da regime dittatoriale[46]. C'è qualcuno ancora disposto – parlando seriamente – a dire che tutto questo servirebbe a lottare contro il terrorismo?
Tutto questo, e altro ancora, ha indubbiamente 'cambiato il mondo', come ci viene continuamente ribadito, e non verso un 'mondo migliore'.
Il resto del mondo non è però rimasto a guardare. Come era già avvenuto in passato per altre Blitzkrieg, anche le Blitzkrieg americane sembrano portare poca fortuna ai loro promotori. La 'nazione indispensabile', la 'superpotenza solitaria vincitrice della guerra fredda', la potenza che nessuno poteva sfidare in terra, cielo, mare e spazio, si sta dimostrando assai più vulnerabile di quanto i suoi fanatici capi avessero previsto. Come scrive il famoso sociologo inglese Anthony Giddens
“I limiti della potenza militare americana, che tanto ha impressionato il mondo intero, sono oramai esposti in una luce cruda. Malgrado i loro potentissimi armamenti, gli USA non sono neppure ingrado di pacificare un singolo paese di medie dimensioni. Politicamente e moralmente, l'influenza americana ha subito un crollo [47].”
Il merito fondamentale va alla resistenza irachena, ma anche afgana, libanese, palestinese, verso le quali il mondo intero è in debito. Ma i rapporti di forza naturalmente stanno cambiando anche per molti altri fattori concomitanti e intrecciati. Non certo per l'Europa, che nonostante le perplessità franco-tedesche sulla guerra irachena si è ben presto allineata e appiattita in posizione di sostanziale complicità, al massimo con qualche mugugno. Pesa invece il ruolo crescente della Cina, il forte recupero di sovranità della Russia dopo gli anni della svendita totale [48], il rapporto di collaborazione sempre più stretto e strategico tra i due paesi. E pesa la crisi latente dell'economia USA [49].
In questo contesto i neocon cominciano a somigliare a un'armata in ritirata, con parecchi dei loro più autorevoli rappresentanti già estromessi dal potere, anche se non retribuiti per i loro crimini. Se questo può essere motivo di incoraggiamento tra l'altro anche e proprio tra chi si sta battendo per la verità sull'11 settembre, è necessario però bandire ogni illusione su un loro prossimo crollo. E ciò per due motivi.
Il primo è che i criminali che hanno architettato l'11 settembre e lanciato la guerra infinita sono ancora in sella e possono pensare di superare le difficoltà raddoppiando la posta.
E' una eventualità evocata il 2 febbraio scorso da uno che se ne intende, Zbigniew Brzezinski, in un'audizione di fronte a una Commissione del Senato americano in cui ha paventato la possibilità di un attentato negli Stati Uniti o in Iraq da attribuire all'Iran per scatenare l'attacco a quel paese [50]. A questo proposito è il caso di ascoltare Daniel Ellsberg:
«Se ci sarà un altro 11 settembre, o una guerra ancora più vasta nel Medio Oriente, che implichi un attacco americano contro l'Iran, non ho alcun dubbio che vi sarà - il giorno dopo o entro alcuni giorni - un equivalente del decreto che seguì l'incendio del Reichstag: che significherà arresti di massa nel paese, campi di concentramento per i mediorientali e per una certa quota di loro 'simpatizzanti' e di critici della politica del Presidente e, in buona sostanza, la cancellazione della Carta dei Diritti» [51].
Segnali preoccupanti di un possibile ripetersi, magari su scala ancor più vasta, dello scenario dell'11 settembre non mancano. Come riferisce Claudio Negroli [52]
“Notizie come le esercitazioni appena terminate (Noble Resolve, 23-27 aprile 2007) dove si simulava uno scenario che prevedeva l'uso di un ordigno atomico fatto deflagrare da fantomatici terroristi addestrati da al-Qaeda nel porto di una grande città della Virginia, sono già state rincalzate da fresche nuove dove si parla di un ordigno, sempre atomico, … sempre targato Jihad, sempre sponsorizzato al-Qaeda e/o Iran, ma che stavolta dovrebbe esplodere su Washington e - nelle intenzioni degli attentatori - causare la decapitazione dei centri nevralgici del potere nemico, gettando così nel caos la nazione americana. Re George II non perde però tempo e con due editti, la National Security Presidential Directive n° 51 e la Homeland Security Presidential Directive n° 20 [53], ordina alle agenzie preposte di mobilitarsi per mettere in scena una simulazione di 'Governement of Survival' - un 'governo di sopravvivenza' - che garantisca la continuità della macchina governativa anche in questa catastrofica evenienza. Esistono, preparati all'uopo, bunker segreti sparsi un pò dappertutto sopra o sotto il suolo americano, sempre più frequentati dopo l'11 settembre 2001… da centinaia di 'pezzi umani pregiati' necessari per il funzionamento dell'apparato militare-amministrativo, che dopo aver salutato parenti e amici si chiudono a turno nelle strutture per circa un mese a fare prove pratiche di 'trasmissione'”.
Il secondo motivo per non coltivare illusioni riguardo alle crescenti difficoltà della squadra di Bush sta nel fatto che il sistema legale e costituzionale americano è ormai minato in profondità e, come molti riconoscono, è assai difficile che possa risalire dal precipizio in cui i neocon l'hanno gettato. Il 'complesso militare-industriale' (o, secondo alcune versioni, il 'complesso militari-industria-Congresso') da cui già Eisenhower metteva in guardia nel suo discorso di congedo dalla presidenza nel 1961, è ormai fuori controllo. Come scrive Chalmers Johnson [54], e come affermano ormai molti osservatori attenti delle cose americane:
“militarismo e imperialismo hanno portato al crollo quasi totale del sistema costituzionale di controlli ed equilibrio dei poteri”.
L'11 settembre è stato anche interpretato, da Tarpley in particolare, come un vero e proprio colpo di stato e probabilmente, anche se in questo dossier non abbiamo affrontato esplicitamente la questione, è proprio questo il senso più profondo degli avvenimenti. Il senatore Daniel K. Inouye aveva denunciato già negli anni '80, all'epoca dell'aggressione contro il Nicaragua, l'esistenza di
“un governo ombra, dotato della sua propria aviazione, della sua propria marina, dotato di un meccanismo suo proprio per raccogliere fondi, e della capacità di perseguire le proprie idee circa l'interesse nazionale, libero da ogni tipo di controlli e verifiche incrociati tipici dello stato di diritto, e libero da ogni costrizione di leggi [55]”
Da allora non solo le cose sono molto peggiorate, ma il 'governo ombra' ha decisamente preso il potere negli Stati Uniti. Come afferma il già citato Paul Craig Roberts:
“Il popolo Americano e i suoi rappresentanti al Congresso devono affrontare il fatto che le persone che controllano il potere esecutivo negli Stati Uniti sono dei criminali con tendenze dittatoriali e devono immediatamente rettificare questa situazione pericolosissima” [56].
Mettere in liquidazione l'impero ?
La diagnosi è condivisibile. Ma la terapia? I golpisti dell'11 settembre, compresi i criminali che siedono alla Casa Bianca, hanno goduto di una complicità molto ampia e assolutamente 'bipartisan', anche - va sottolineato - al di fuori degli Stati Uniti. Anche il cosiddetto 'quarto potere', quello dei mezzi di comunicazione di massa, si è rivelato totalmente asservito. E' realistico pensare a una decisa inversione di rotta solo per il crescente peso dei democratici dopo le elezioni del novembre 2006 o per la possibile elezione di un democratico alla presidenza alla fine del 2008? Il solo modo che Chalmers Johnson vede per raddrizzare la situazione sarebbe la 'messa in liquidazione dell'impero', con un forte ridimensionamento della spesa militare e la chiusura di quasi tutte le basi militari all'estero (737 in 130 paesi, dati del Pentagono). Una cura radicale, per la quale – come è evidente – non c'è nessun segnale di disponibilità dell'opposizione democratica. Basta vedere il rifiuto di tagliare i fondi per la guerra in Iraq.
“Imperialismo e militarismo stanno ormai mettendo in pericolo la salute finanziaria e sociale della nostra Repubblica. Il Paese ha disperato bisogno di un movimento popolare che ripristini il sistema costituzionale e sottoponga nuovamente il governo alla disciplina dei controlli e dell'equilibrio dei poteri. Nè la successione di un partito a un altro, nè politiche protezionistiche che cerchino di salvare quel che resta della nostra produzione industriale potrebbero correggere la rotta, perchè ambedue le soluzioni non affrontano la causa di fondo del nostro declino nazionale. Credo ci sia una sola soluzione alla crisi che stiamo vivendo: il popolo americano deve decidersi a smantellare sia l'impero creato in suo nome, sia l'enorme (e tuttora crescente) complesso militare che lo sostiene. E' un compito paragonabile a quello affrontato dal governo inglese quando, dopo la seconda guerra mondiale, liquidò l'impero britannico.[…] Può darsi che per gli Stati Uniti sia già troppo tardi per una campagna che metta al centro la liquidazione dell'impero, perchè gli interessi del complesso militare-industriale sono troppo radicati. Ci vorrebbe, per avere successo, una mobilitazione rivoluzionaria dei cittadini americani paragonabile, perlomeno, al movimento per i diritti civili degli anni sessanta. [57]”
E' possibile che il movimento per la verità sull'11 settembre contribuisca a mettere all'ordine del giorno la 'liquidazione' dell'impero americano?
Quel che è certo è che le difficoltà crescenti di Bush e dei suoi accoliti sulla scena internazionale e all'interno degli Stati Uniti non possono alimentare illusioni; possono invece rappresentare la breccia che consente al movimento di crescere e rafforzarsi ulteriormente e sono un motivo in più per andare avanti con decisione, anche e proprio sulla questione 11 settembre, che è un terreno decisivo su cui sfidare gli apparati della guerra infinita.
Il movimento per la verità sull'11 settembre non è – e non potrebbe essere – un soggetto unitario. Ma tra le sue varie anime e sensibilità la discussione è aperta sulla nuova fase, dopo la prima, decisiva, in cui le accuse contro i veri architetti dell'11 settembre si sono fatte precise, documentate e inoppugnabili. A parere di molti, e anche nostro, nella situazione internazionale che si è creata in risposta alle scelleratezze neocon, un consesso internazionale di altissimo profilo, che esamini i fatti ed emetta una sentenza di fronte al popolo americano e all'opinione pubblica mondiale potrebbe svolgere un ruolo molto importante. Ci sono tutte le condizioni per procedere su questa strada e mettere sotto accusa in tutto il mondo i responsabili dell'11 settembre e dei crimini successivi.
Non è, come ovvio, una cosa che riguardi solo gli Stati Uniti. Attraverso la NATO e con la complicità di un ceto politico servile e di una borghesia corrotta e vendepatria, anche l'Italia, come tutta l'Europa, è stata trascinata e ha voluto trovar posto nella pazzia dell'11 settembre e della guerra infinita. Potrebbe essere troppo tardi anche per noi – come dice Chalmers Johnson per gli Stati Uniti. Ma gli avvenimenti impongono di raccogliere la sfida e la rendono anche possibile. E del resto, abbiamo alternative?
Paolo Pioppi
Giugno 2007
PREFAZIONE
di David Ray Griffin
Ho appreso con piacere il progetto di questa pubblicazione, perché è un segno in più del fatto che in Italia ci si fa carico della necessità di far emergere la verità sull'11 settembre. Nella fase attuale non c'è compito più importante di questo.
L'importanza che attribuisco alla necessità di far emergere la verità sull'11 settembre è testimoniata dal fatto che dal marzo 2003, quando mi resi conto per la prima volta della falsità della 'teoria complottista' ufficiale sull'11 settembre, ho dedicato a questo impegno il 90 per cento del mio tempo e delle mie energie. L'enorme importanza che attribuisco a questo compito non riguarda però, come si potrebbe pensare, soltanto l'America, dove le menzogne sull'11 settembre sono state usate per limitare i diritti civili e impelagare le forze armate in una disastrosa guerra in Iraq con grave danno per l'immagine degli Stati Uniti e del popolo americano. E' certamente vero che la 'risposta' dell'amministrazione Bush all'11 settembre è stata molto negativa per l'America, ma lo è stato anche per l'Europa e in genere per tutto il mondo, per molte ragioni.
La risposta dell'amministrazione Bush all'11 settembre ha trascinato parecchi altri paesi nelle sue guerre illegittime e immorali, che hanno provocato la morte di innumerevoli innocenti.
Ha recato enorme offesa ai musulmani in tutto il mondo presentandoli pregiudizialmente colpevoli, fino a prova contraria.
Ha prodotto un ulteriore allargamento del fossato che separa ricchissimi e poverissimi.
Ha aumentato i pericoli in tutto il mondo, accrescendo la minaccia del terrorismo e il pericolo che vengano usate le armi nucleari.
Ci ha portati ormai a un passo dalla militarizzazione dello spazio.
Ha distratto attenzione e risorse dall'affrontare le vere minacce che incombono sulla civiltà, come la crisi ecologica e in particolare il riscaldamento globale.
Date le conseguenze della risposta americana all'11 settembre, disastrose per il mondo intero e non solo per gli Stati Uniti, bisogna che la lotta per la verità sull'11 settembre sia portata avanti a livello internazionale. In questa prospettiva esprimo perciò il mio plauso a Paolo Pioppi e all'editore per la pubblicazione di questo volume, che spero servirà ad avvicinare un numero più ampio di persone in Italia alla verità sull'11 settembre e all'impegno prioritario a farla venire sempre più chiaramente a galla.
David Ray Griffin
20 giugno 2007- Santa Barbara, California
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11 settembre: l'autoattentato
156 pagine a cura di Paolo Pioppi
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intestato A. Amoroso, via dei Lanfranchi 28, 00148 Roma.
NOTE
[1] 11 settembre, ore 14.40. Le nuvole di polvere sollevate dal crollo (implosione, vedi cap. I) delle torri gemelle non si sono ancora depositate; l'edificio numero sette (un grattacielo di 47 piani, non sfiorato da nessun aereo) crolla (viene fatto crollare) solo alle 17.20. Il ministro della difesa Rumsfeld, uno dei diretti responsabili della mancata difesa aerea, porge una nota a un altro dei massimi responsabili, il generale Richard Myers, facente funzioni di Capo di Stato Maggiore Interforze: "Best info fast. Judge whether good enough hit S.H. at same time. Not only UBL." “giudicare se possibile colpire insieme anche S.H., non solo U.B.L:” [S.H. sta per Saddam Hussein, U.B.L: per Usama bin Laden]. Vi sembra la reazione normale di un dirigente alle prese con un attacco che la versione ufficiale vuole improvviso e inatteso, di cui c'è da capire tutto, dinamica, portata, provenienza, responsabilità, possibile continuazione? La sera stessa dell'11 Rumsfeld darà anche il via libera ai finanziamenti agognati per il controllo militare dello spazio (vedi nota 139, pag. 111)
[2] Per esempio Andreas Von Bülow, ex ministro della difesa tedesco, in un'intervista al quotidiano Tagesspiegel del l3 gennaio 2002 (tradotta integralmente in italiano su www.aginform.org/vonbulow2.html).
[3]Consultabile presso il sito www.globalresearch.ca
[4] In edizione italiana: Guerra alla verità. Tutte le menzogne dei governi occidentali e della Commissione “Indipendente” USA sull'11 settembre e su Al Qaeda, Fazi, 2004, p. VIII. E' la rielaborazione e aggiornamento del precedente “Guerra alla libertà”. Per Gore Vidal, famoso scrittore statunitense “La più importante e inquietante analisi che abbia letto finora sull'11 settembre”.
[5] L'effroyable imposture. 11 septembre 2001, Carnot, Chatou 2002”, in edizione italiana L'incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul Pentagono, Fandango Libri, 2002
[6] Già sentiamo il mormorio di qualche imbecille: “Ma è un teologo!” Sì, è uno studioso di filosofia e religione e si professa anche cristiano, ma possiamo garantire che è più avezzo alla ricerca scientifica che alle sacrestie.
[7] 'Debunking 9/11 Debunking': An Answer to Popular Mechanics and Other Defenders of the Official Conspiracy Theory, Olive Branch Press, 2007.
[8] www.vdare.com, 26 marzo 2007.
[9] National Institute for Standard and Technology è un ufficio governativo che fa parte del Dipartimento del Commercio con il compito di favorire l'adozione di standard e tecnologie che stimolino la produzione. Nell'ambito dell'isteria antiterrorismo imperante l'Istituto ha attualmente il compito di migliorare i sistemi di controllo degli accessi e di sicurezza degli enti federali. I dirigenti del NIST sono tutti di nomina governativa (Griffin, Debunking, 143-144. Griffin richiama anche l'attenzione sulla sistematica distorsione del lavoro scientifico operata dall'amministrazione Bush per finalità politiche, che viene denunciata in un appello firmato dapiù di 10.000 scienziati e ricercatori tra cui 52 premi Nobel).
[10] Si tratta di stufe che raggiungono temperature elevate, fino a 500 gradi centigradi per bruciare tutti i residui in modo da non abbisognare di pulizia con sostanze chimiche.
[11] 'Conspiracy theories', 'Teorie complottiste' è il termine che viene normalmente usato con intento denigratorio nei confronti di chi si batte per la verità sull'11 settembre. Vale l'osservazone di Tarpley, 9/11. Synthetic Terror Made in USA, Progressive Press, USA, 2005: «L'accusa, o insulto, di 'teoria complottista' non è soltanto demagogica, ma anche intellettualmente disonesta, perchè la versione ufficiale, che coinvolge bin Laden e al-Qaeda che agiscono a distanza, in grotte remote, con l'aiuto di computer, rappresenta una teoria complottista (o balla cospirativa) di tipo particolarmente fantastico”.
[12] Termine ormai in voga dall'inglese 'ridurre alle giuste proporzioni', 'smascherare'.
[13] Alla relazione della Commissione 11 Settembre dedichiamo l'intero secondo capitolo di questo dossier
[14] Il potente capo del nuovo Department of Homeland Security, 180.000 dipendenti, 32 miliardi di dollari di bilancio, comprensivo di FEMA (vedi nota 19 a pag.41), servizi segreti, guardia costiera, sicurezza dei trasporti, dogane, immigrazione
[15] www.voltairenet.org.
[16] Guillaume Dasquié e Jean Guisnel, L'effroyable mensonge. Thèse et foutaises sur les attentats du 11 septembre, Éditions la Découverte, Paris, 2002. In italiano: Il complotto. Verità e menzogne sugli attentati dell'11 settembre, Guerini e Associati, gennaio 2003.
[17] P. IX.
[18] Il termine è ormai inflazionato, sicuramente in rapporto al ruolo centrale che la questione sionista ha ormai assunto nella politica imperialista occidentale. 'Negazionista' dovrebbe essere chi nega il massacro degli ebrei nella seconda guerra mondiale, cosa difficile da negare. Dunque verrebbe a significare pazzo, incapace di rapporto con la realtà. In realtà però il termine viene esteso a dismisura a chiunque metta in discussione un qualsiasi elemento concreto di una visione di quel massacro ormai fissata in una specie di dogma religioso. 'Negazionista' diventa poi chi mette in discussione la realtà o la dimensione anche di altri fatti storici che vengono gonfiati a dismisura e stravolti dalla riscrittura di comodo che ne viene fatta per scopi molto attuali (per esempio la questione delle 'foibe', rispetto alla quale non ci si vergogna a riprendere di peso la propaganda nazi-fascista del 1943, oppure molte vicende che riguardano l'URSS).
[19] Particolare interessante: il 16 aprile scorso Le Monde riporta con grande evidenza le testimonianze documentarie che dimostrano che i servizi segreti francesi (DGSE) avevano avvertito la CIA nel gennaio 2001 con abbondanza di particolari dei piani di attentati negli Stati Uniti con l'uso di aerei dirottati. Il servizio è firmato da Dasquié. Che si sia ricreduto anche su Meyssan?
settembre 9 2007
| Il tempo non logora i grandi della storia |
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Nei primissimi filmati, sei anni fa, Osama bin Laden ci appariva come un canuto saggio della montagna, se non vicino all’ora dell’Illuminazione Finale, certamente più di là che di qua.
Man mano che passava il tempo, però, il suo volto ha ripreso colore, la pelle si è fatta più liscia, e nel famoso video “della barba parlante” le sue gote sembravano addirittura più paffute.
“Và che bel che l’è - avrebbe detto mia zia - el par gnianca lù!”
Era come se i successi di Al-Queda, che la CIA continuava a decantare nel mondo in sua vece, lo avessero in qualche modo rinvigorito. Lui infatti, uomo profondamente timido nonostante le apparenze, non ha mai osato rivendicare nulla in maniera diretta. Ha sempre contato sull’aiuto dei suoi ex-amici della CIA, che lo conoscono talmente bene che appena scoppia un petardo ai giardinetti si guardano e dicono: “Mmmmmh, questo mi sa che è lui di nuovo”.
Ogni tanto però anche Osama si incattivisce, e in quei casi diventa davvero terribile: solo nel gennaio 2005 io smisi di tremare, per la paura che mi aveva messo addosso il suo messaggio del novembre precedente, quando approfittò proprio delle elezioni presidenziali per annunciare al mondo nuovi sfracelli da capogiro. Poi probabilmente si deve essere accorto ...
... che in quel modo aveva aiutato Bush a vincere di nuovo, e non avrà voluto dargli la soddisfazione di un’altra “reazione armata”: metti che questa volta veniva a cercarlo direttamente in Iran...
E intanto, noi invecchiamo e lui ringiovanisce. Le ultime foto ce lo mostrano con la barba folta folta e scura scura, come quella di un laureando in architettura un pò puzzolente ma molto simpatico. Dicono che se la tinga, ma io non ci credo: gli islamici sanno bene che Allah non ama le falsità, e Osama in quanto a Islam se ne intende. Pensa solo che prima dell’undici settembre ha mandato i suoi scagnozzi a Las Vegas a ubriacarsi, farsi di wisky e coca, e giocare d’azzardo, solo per metterli alla prova: sapeva benissimo che se fossero riusciti a fingersi degli occidentali, avrebbero ingannato tutti al check-in presentandosi con dei nomi come John Smith, Peter King, Robert Adams, e persino Priscilla Robertson. E’ stato Attà in persona che ha voluto rischiare il double-whammy: non gli bastava rischiare di mandare tutto a monte trascinandosi dietro una valigia con dentro il testamento, i manuali di volo dei Boeing, delle tute rubate della American Airlines, e le istruzioni per depilarsi le gambe prima di morire. (Forse inizialmente voleva cercare di imbarcarsi travestito da hostess).
In ogni caso, quella barba non è tinta, è sicuramente quella di Osama, che ringiovanisce a vista d’occhio. Piuttosto, il naso non mi convince: mi sa che quello nel frattempo se lo è pure rifatto. (Sai com’è, sapendo di dover tornare “a cuccare”, meglio darsi una aggiustatina).
A questo punto però bisognerà darsi una mossa, qui da noi: se non lo prendiamo in fretta, finisce che bin Laden andremo a cercarlo fra i bambini dell’asilo.
Massimo Mazzucco
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http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2029
Il mondo e' un paradiso di bugie
riceviamo e pubblichiamo
Quando ho letto che per George W.Bush il nuovo video di Osama bin Laden ricorda che "il mondo è un posto pericoloso" a me è venuto alla mente un motivetto che suonava al pianoforte mia madre "La vita è un paradiso di bugie" ho ritrovato lo spartito risale al 1956, era un valzer lento musicato da Nino Oliviero.
Barbe finte e barbe tinte, implosioni esplosioni, pacefinta guerravera, giornineri nottibianche, guardie ladri, vita morte, violenza nonviolenza, arrivo di questo passo a fare un riassunto delle mie giornate: sei anni vissuti impegnandomi molto e appena potevo nei fatti del Paese, del mondo per poi tornare ai fatti delpaese, quello dove vivo.
Ho fatto mio il concetto pensare globalmente agire localmente. Certe notizie però, come quella che riporto sopra, mi dicono di diffidare, di fare attenzione sempre, perchè il mondo è pericoloso... Oltretutto il mondo è impazzito, ti svegli una mattina e trovi 40 gradi vai a dormire il giorno stesso e ti metti la lana addosso perchè ci sono 15 gradi sul barometro.
Leggo che i dati sull'occupazione Usa affondano i listini, che anzichè crescere gli occupati calano enormemente ma che il segretario del Tesoro americano è cauto e fiducioso. Leggo che "Il diritto alla vita - ha detto il Papa - e' il diritto umano fondamentale, il presupposto per tutti gli altri diritti" e l'aborto e' una "ferita sociale" e di fatto non mi sento più umana perchè non posso esprimere i miei diritti.
Leggo che Montezemolo invita a tagliare le tasse alle imprese per" creare risorse per nuovi investimenti, quindi investire nel futuro. Non vuol dire fare arricchire un imprenditore, ma contribuire alla crescita del paese". Il bene e il male non sono più distinguibili - ha detto Benedetto XVI - Devo esprimere che abbiamo bisogno di Cristo".
Io devo esprimere che abbiamo bisogno di verità e giustizia. Siamo affondati nelle bugie, come quella che la pace si fà con la guerra e la colpa non è del "mondo" come viene descritta quella asessuata palla che gira... piccolo paradiso da stuprare. ______________________________________ Artista: Luciana Gonzales
Titolo: La Vita E' Un Paradiso Di Bugie
Autori: Calcagno - Oliviero
Edizione: Sanremo 1956
E' passato un giorno intero
E non hai mentito ancora
Che cos'è questo mistero
Mi smarrisce, m'addolora
D'ogni strana tua invenzione
Ho bisogno un po' crudele
Voglio chiavi interminabili
Saporose come il miele
La vita è un paradiso di bugie
Quelle tue, quelle mie
Che ci danno una calda ansietà
Son stelle risplendenti
Sulle vie profumate Che cantate,
e lontane dalla buia realtà...
Doriana Goracci
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 8 2007
| Padre per la patria |
| La storia di Enrique Soriano, in attesa di espulsione dopo aver perso il figlio in Iraq |
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Enrique Soriano aveva salutato il figlio ventenne in partenza per il fronte, e lo ha rivisto tornare qualche mese dopo in una bara. Il giovane Armando, essendo nato a Houston, era statunitense a tutti gli effetti. Ma i suoi genitori no: sono messicani, anche se si sono stabiliti in Texas dall'inizio degli anni Ottanta. Il padre Enrique è tuttora senza documenti in regola. Peggio, è già stato espulso dagli States dopo essere stato beccato mentre attraversava illegalmente il confine. Per questo, nonostante abbia perso il figlio in Iraq, al momento è in attesa di deportazione. E anche se non ci sono cifre ufficiali sul fenomeno, si calcola che il suo caso non sia l'unico.
Il caso. Prima di morire ad Haditha, nel febbraio 2004, il soldato semplice Arnaldo Soriano aveva promesso ai genitori che li avrebbe aiutati a ottenere la carta verde, il permesso di soggiorno permanente. Non c'è una regola scritta, ma è pratica comune, facilitare le procedure di regolarizzazione per la famiglia dei soldati immigrati o figli di immigrati. La madre Cleotilde è riuscita ad avere la carta verde dopo la morte di Arnaldo, e tra qualche anno potrebbe diventare cittadina Usa; tre dei quattro figli sono nati negli Usa e sono cittadini, il quarto dovrebbe ottenere presto la green card. Ma sul padre pende ancora la deportazione del 1999, quando la polizia di frontiera lo catturò mentre rientrava di nascosto negli Usa, dopo essere andato a trovare un parente in Messico. A causa di quell'episodio, Enrique Soriano ha perso il diritto di ottenere la carta verde. Il suo attuale permesso di lavoro scade a gennaio, e a causa della sua situazione precaria trova solo lavoretti temporanei. Potrebbe essere espulso da un momento all'altro.
Incerto. “E' in un limbo giuridico”, spiega a PeaceReporter il suo avvocato Isaias Torres. “I funzionari del Citizenship and Immigration Service conoscono il suo caso e stanno ricevendo molte pressioni, ma possono fare poco. Non hanno il potere di concedergli una deroga, la legge è la legge”, aggiunge il legale. Un rappresentante di Houston al Congresso, il democratico Gene Green, ha preso il caso di Soriano a cuore, presentando una proposta di legge ad personam. “Sarebbe farsesco per lui essere deportato dopo che il figlio è morto in Iraq combattendo per questo Paese”, ha detto. Il testo è ancora lì, a Torres hanno assicurato che sarà esaminato da una commissione parlamentare nelle prossime settimane.
Migliaia di stranieri. In mancanza di dati governativi, non è chiaro quante persone possano essere nella stessa situazione di Soriano. Nelle forze armate statunitensi ci sono 68mila militari nati all'estero; oltre un centinaio sono morti in Iraq e in Afghanistan. Non è possibile sapere quanti di questi abbiano portato la famiglia negli States, ma è consuetudine per molti di questi immigrati in divisa arruolarsi con l'obiettivo di ottenere la cittadinanza prima o poi, per sé (da quando Bush ha tolto il requisito di risiedere negli Usa da tre anni, in 32mila ci sono riusciti) e per i propri cari. Secondo una stima non ufficiale dei gruppi per i diritti degli immigrati, il cinque per cento degli immigrati nell'esercito si sono arruolati con documenti falsi, perché non erano in regola. La pratica sarebbe vietata dalle regole di reclutamento, ma un esercito costantemente in lotta per rimpolpare i suoi ranghi può chiudere un occhio, quando serve. Non a caso, il secondo soldato Usa a morire in Iraq fu il marine Jose Gutierrez, un guatemalteco immigrato illegalmente.
Altri casi. I precedenti non consentono di individuare una tendenza. Qualche mese fa, il dipartimento Usa per la Sicurezza interna ha già fermato la deportazione di Yaderlin Jimenez, una dominicana immigrata illegalmente, moglie di un soldato scomparso in Iraq. Nel caso della famiglia di Zeferino Colunga, un soldato morto in Germania dopo essersi ammalato di leucemia in Iraq, il padre è stato comunque deportato in Messico quattro mesi dopo la morte del figlio. Come Enrique Soriano, il signor Colunga era già stato espulso per aver violato la legge, nel suo caso per possesso di marijuana.
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settembre 6 2007
SABATO 8 SETTEMBRE: INCONTRO A ROMA PER LA VERITA' SULL' 11-9-2001
DI EMANUELE MONTAGNA
Faremondo
Sabato prossimo, incontrandosi a Roma al Villaggio Globale (programma dettagliato qui sotto), il movimento italiano sull’11 settembre avrà modo di far parlare fra loro le sue tante anime nate e cresciute in rete. Nelle premesse dovrebbe essere un incontro ben diverso da quello dello scorso anno all’Arena del Sole di Bologna.
Proiezione di alcuni spezzoni del film Zero, brevi collegamenti con Webster Tarpley e Julez Edward (l’organizzatore di United for Truth, la manifestazione di Bruxelles del 9) e poi lunga discussione sulle questioni che più interessano, a partire dalla proposta della commissione internazionale di inchiesta. Qui ad esempio i nodi da sciogliere sono diversi: come arrivarci, dove farla, come formare un pool di esperti che dia garanzie di indipendenza e di rigore quanto meno sul piano logico e investigativo, come difendere il loro operato dalle pressioni e dagli attacchi che tutti possiamo immaginare...
Vogliamo ascoltare la voce di molti attivisti, dialogheremo con Giulietto Chiesa e con Massimo Mazzucco, ci confronteremo sul tipo di iniziative da fare qui in Italia dopo un’estate nella quale la strategia dei fabbricanti di opinione è passata dal discredito e dal debunking al tentativo, ancor più sottile e pericoloso, di arruolare il movimento per la verità sull’11 settembre nel fantomatico "partito dei negazionisti".
I segnali in questo senso sono stati dati ad alto livello (parliamo di Italia, ovviamente…): due articoli sulle "pagine culturali" di importanti giornali, il primo dell’11 luglio su "La Stampa" e il secondo la settimana scorsa sul "Corriere".
Sul quotidiano torinese Marco Ventura, sparando nomi a destra e a manca, ha fatto entrare Massimo Mazzucco e noi di Faremondo nella «galassia negazionista» in quanto sostenitori, a suo parere, di un «revisionismo» che attribuirebbe l’11 settembre ad una «congiura di sionisti e Cia». Sulla vicenda, originata come si ricorderà dal "caso Moffa", si può riandare alla replica di Mazzucco su Luogocomune del 30 luglio (link), che giustamente ha poi chiesto all’articolista di indicare le frasi e i luoghi in cui avesse sostenuto quanto da lui asserito. Ma sappiamo come vanno queste cose con i giornalisti. Noi di Faremondo abbiamo sperimentato lo stesso trattamento (e anche di peggio in passato). Nonostante il programma dicesse ben altro, il nostro ciclo di conferenze intitolato Mondo canaglia è stato fatto passare dallo stesso Ventura come seminario di controinformazione «sull’Olocausto». Dunque la manovra nei confronti del movimento è ormai scoperta e possiamo intuire a cosa punti.
La mossa successiva l’ha compiuta il 27 agosto il "Corriere". Recensendo Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso (l’antologia introdotta da Giulietto Chiesa che accompagnerà l’uscita imminente del film), Dario Fertilio etichetta il libro come «un caso di "negazionismo colto", che ricorda non troppo alla lontana quello famoso sulla Shoah, e che rispetto a quello può essere letto in parallelo».
A quanto sembra, non sperano più di ridurci all’insignificanza totale sguinzagliando schiere di debunkers: sul piano dell’analisi fattuale e delle coerenza logica il movimento ha dimostrato di essere un osso duro. Vogliono portare l’attacco su un terreno in apparenza più favorevole al mainstream culturale italiano. Accomunare il movimento di inchiesta sull’11 settembre e i "negazionisti dell’Olocausto" potrebbe allora far scattare un tipo di bagarre mediatica più rissosa a suon di appelli di condanna sottoscritti da cordate di politici, intellettuali, storici, ecc., con la prevedibile mobilitazione della "comunità ebraica", la corsa alla solidarietà di "importanti cariche istituzionali" e così via. Marciume italiota allo stato puro.
Occorre discutere e mettere in conto anche un’operazione di questo tipo, ovviamente. Ma continuando per la propria strada e senza abboccare. Ad esempio si può chiedere con pacatezza a tutti i giornalisti e ai fabbricanti d’opinione che ci accusano di "negazionismo" di spiegarci come mai per tutta l’estate abbiamo dovuto assistere ad un susseguirsi di dichiarazioni su Al Qaeda che sarebbe più forte che nel 2001 e pronta a colpire, con telepredicatori miliardari i quali rivelano come Dio gli abbia confidato che ci sarà una strage enorme (nucleare) su suolo americano sul finire del 2007, per non dimenticare uomini dell’asse finanziario stay behind di Cheney (tipi come George Schultz e Rupert Murdoch) che, nel bel mezzo della crisi dei "mercati finanziari" soccorsi in liquidità delle banche centrali, costringono il loro pupillo ad un forcing psicologico ossessivo sui settori dell’amministrazione Bush che ancora "frenano" sulla programmata aggressione all’Iran…
Dovranno spiegarci tutto questo, come e perché si producono questi fatti e tutte queste avvisaglie di un altro 11 settembre. In questo modo non daremo loro lo spazio logico per spingerci nell’angolo putrido del "negazionismo". Il problema, infatti, non è mai stato nella nostra tendenza a negare alcunché, ma nel peso delle cose che vengono affermate e portate avanti da personaggi sinistri e potenti come quelli sopra nominati.
Lanciamo dunque la pallina fuori dai campi da gioco che vorrebbero imporci e forse i prossimi sentieri del movimento italiano sull’11 settembre li cominceremo a vedere da dove la pallina stessa si sarà di nuovo fermata.
A Roma l’8 settembre proveremo a fare anche questo.
Emanuele Montagna, Faremondo, per www.luogocomune.net e www.comedonchisciotte.org
Secondo incontro del movimento italiano di inchiesta sugli eventi dell’11 settembre 2001
Sabato 8 settembre 2007
Roma, C.S.I.O.A. Villaggio Globale, Lungotevere Testaccio (ex-Mattatoio), via Monte Testaccio 22
La verità dell’autoattentato, l’allineamento della “sinistra” alla versione ufficiale e il futuro del movimento di inchiesta
A sei anni di distanza da quel fatidico giorno, il movimento internazionale di inchiesta è diventato una rete multiforme di attivisti, ricercatori e siti web le cui iniziative sono riuscite ad aprire più di una crepa nel muro dei mainstream media.
Nel corso del 2007 le coraggiose danze dell’inchiesta non hanno mancato di aggiungere riscontri e prove utili a destituire di fondamento le varie narrative ufficiali... Fino a portare in primo piano la verità dell’autoattentato (inside job) orchestrato dall’interno dei centri di potere Usa al fine di sprofondare il mondo in quell’oceano di crimini contro l’umanità che il cover up mediatico chiama incessantemente “guerra al terrorismo”.
Alla crescita di credibilità del movimento di inchiesta il ceto politico e gli intellettuali, specie di “sinistra”, hanno risposto in coro planetario con un emblematico allineamento alle tesi ufficiali, fissando in modo definitivo i contorni della loro inestirpabile subalternità ai dominanti: quel loro carattere di opposizione falsa-fittizia-fasulla (fake opposition) del tutto funzionale alla continuazione delle nefandezze neo-imperialiste in tante aree del pianeta.
Davanti alla probante cartina di tornasole dell’11 settembre, con negli occhi l’horror di una “sinistra” mondiale rivelatasi fiancheggiatrice delle peggiori oligarchie del capitale finanziario d’inizio secolo, il movimento di inchiesta si ritroverà a Roma per discutere il che fare e il come andare avanti per la propria strada, dentro e fuori la rete: come coordinarsi per formare in Europa una commissione internazionale di inchiesta, come e perché continuare a cercare interlocutori sempre al di fuori delle mediazioni politico-istituzionali note, fra le vecchie “basi” insofferenti e in mezzo ai comuni cittadini formatisi unicamente nella menzogna dei media.
Programma provvisorio
(in attesa di conferme e di eventuali proposte da parte di gruppi di attivisti)
Ore 18.30 – 20.30
Tavola rotonda coordinata da Emanuele Montagna (Faremondo) e Paolo Pioppi (Aginform). Discussione aperta fra le voci del movimento italiano di inchiesta.
Con i contributi di:
- Webster Griffin Tarpley, autore de La fabbrica del terrore. Made in Usa, Arianna Editrice/Macro Edizioni (in collegamento da New York);
- Massimo Mazzucco, responsabile di www.luogocomune.net (in collegamento da Los Angeles), autore di 11 settembre 2001. Inganno globale (film e libro), Macro Edizioni:
- Gruppo Zero, in occasione dell’uscita di Zero. Inchiesta sull’11 settembre, film documentario di Giulietto Chiesa e Franco Fracassi, e del libro Zero. Perché la versione ufficiale sull’11-9 è un falso, Piemme;
- Julez Edward, coordinatore di United for Truth (Uniti per la verità), l’aggregazione che promuove la marcia di protesta di Bruxelles del 9-9 (in collegamento dalla capitale belga).
Ore 20.30 – 21.30
Rassegna di video e testimonianze sull’11 settembre.
Ore 21.30
UnDC-9, spettacolo teatrale prodotto da Faremondo, con Gabriele Ciampichetti, Rita Felicetti e Alex Turra. Regia di Gabriele Ciampichetti.
La serata proseguirà con un concerto organizzato dal collettivo del Villaggio Globale.
Fonte: http://www.aginform.org/
settembre 4 2007
| Fra lacrime e amnesie |
| Un libro-biografia fa luce sui sette anni di presidenza di George W. Bush |
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Il presidente della nazione più potente al mondo piange molto più di quanto pensiamo per l'Iraq, e lo fa sulla spalla di Dio perché a Washington, di amici, ha solo il suo cane Barney. A volte si auto-compiange, ed è lì che la moglie Laura gli ricorda che in fondo l'ha voluto lui, quel lavoro. Crede che il suo calo di popolarità, sprofondata al di sotto del 30 percento, sia dovuto al fatto che è in carica da troppo tempo. Sa di aver preso decisioni non condivise da molti, ma è convinto che il mondo stia meglio grazie alla sua capacità di essere un leader. Poi però non ricorda come si arrivò allo smantellamento della polizia irachena dopo l'invasione del 2003. E' un George W. Bush come non lo si era mai visto, quello che emerge dal libro-biografia Dead Certain, in uscita domani negli Stati Uniti.
Il libro. Scritto dal giornalista Robert Draper, che segue Bush da quando era governatore del Texas, il libro è il frutto di diverse conversazioni con ufficiali della Casa Bianca, ma soprattutto di sei interviste concesse dal presidente negli ultimi nove mesi. Sciogliendosi sempre di più con il passare degli incontri, arrivando a parlare con i piedi sul tavolo, pasteggiando a hot-dog e gelati, con un sigaro spento da rigirare tra i denti. Dead Certain, un gioco di parole tra l'espressione che significa “certissimo” e le migliaia di caduti statunitensi in Iraq e in Afghanistan, svela vari retroscena con protagonista l'inquilino degli ultimi sette anni alla Casa Bianca. L'amnesia sui motivi che portarono al licenziamento di 400mila soldati iracheni – la decisione a cui molti fanno risalire l'inizio del caos nel Paese – è uno dei punti salienti: “La nostra strategia era di mantenere intatto l'esercito: non è accaduto”, ha detto Bush. “Perché? Non ricordo...comunque Hadley ha gli appunti su tutte queste cose”, ha ammesso il presidente riferendosi al suo consigliere per la Sicurezza nazionale.
Conflitti interni. Dalle pagine di Dead Certain emerge un'amministrazione Bush meno compatta di quanto si potesse pensare. L'ex consigliere-ombra Karl Rove, per esempio, cercò di convincere il futuro presidente a non scegliersi come vice Dick Cheney: troppo legato al vecchio ordine di Bush padre, per il quale fu segretario della Difesa. Nell'aprile 2006, a una cena di gabinetto alla Casa Bianca, il licenziamento di Donald Rumsfeld fu messo ai voti. Vinsero i sette sì, tra i quali quello del segretario di Stato Condoleezza Rice, mentre Bush fu in minoranza con i “no”. Il benservito al segretario della Difesa arrivò a novembre, dopo la disfatta repubblicana alle elezioni di metà mandato.
Retroscena personali. Il libro fa luce sul “dietro le quinte” dell'uomo Bush. Un presidente con la mania della mountain bike (anche il giorno prima che l'uragano Katrina colpisse New Orleans), che dispiega stuoli di collaboratori prima di ogni visita, con il compito di trovargli percorsi impegnativi e al contempo sicuri. Ma anche un leader che ha scoperto come il potere ti mette di fronte alle tue responsabilità. “L'auto-compassione è una delle cose peggiori per un presidente, e questo è un lavoro dove ce n'è in abbondanza. Il tale che disse 'se vuoi un amico a Washington, prenditi un cane', sa di cosa stava parlando”, ammette Bush. Che spiega anche di temere la noia, in vista della forzata pensione a cui andrà incontro tra un anno e quattro mesi. “Vedo un futuro in cui monto in macchina, mi annoio, vado su e giù tra Dallas e il mio ranch di Crawford”, dice. Con una frecciatina a Bill Clinton, impegnato su più fronti dopo aver lasciato la Casa Bianca, promette che “tra sei anni, non mi vedrete a gironzolare nell'atrio delle Nazioni Unite”. Ma la carriera di conferenziere, a botte di “50-75mila dollari a partecipazione, quanto prende mio padre”, non la esclude. “Giusto per riempire un po' le casse di famiglia”, spiega Bush, la cui fortuna è calcolata comunque in circa 20 milioni di dollari.
Ultimi obiettivi. Ma per quanto sia vicino alla scadenza del suo secondo e ultimo mandato, il presidente ha ancora degli obiettivi da perseguire. Per esempio, “arrivare al punto in cui i candidati alle presidenziali saranno a loro agio nel proporre di mantenere una presenza militare in Iraq”. Bush spera di arrivare a questo nei prossimi mesi. Per farlo, però, ammette che il generale David Petraeus riuscirà meglio di lui a convincere gli americani dei progressi in Iraq. “Ogni volta che inizio a descrivere una situazione in via di miglioramento, vengo criticato e poi la cosa non fa notizia”, dice il presidente, “ormai sono qui da troppo tempo”. Per alzata di mano, su questo ora la maggioranza degli americani gli darebbe ragione.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8668 |
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agosto 31 2007
L’AVVISO di KENNEBUNKPORT
Al popolo americano, e a tutti gli individui amanti della pace nel mondo:
Siamo a conoscenza di pesanti indizi che suggeriscono come i sostenitori, i controllori, e gli alleati del Vice-Presidente Dick Cheney abbiano intenzione di imbastire e mettere in atto un nuovo evento terroristico come l’11 settembre, e/o una nuova provocazione bellica, simile al Golfo del Tonchino, nelle prossime settimane o nei mesi a venire.
Tali eventi verrebbero usati dall’amministrazione Bush come pretesto per scatenare una guerra di aggressione contro l’Iran, molto probabilmente con armi nucleari, e per imporre un regime di legge marziale qui negli Stati Uniti.
Ci appelliamo alla Camera dei Deputati perchè proceda al più presto con la incapacitazione (impeachment) di Dick Cheney, come misura urgente per evitare una guerra ancora più ampia e catastrofica. Una volte che il processo di impeachment fosse iniziato, sarebbe più facile per gli ufficiali leali e fedeli alla nazione rifiutarsi di eseguire ordini illegali da parte della squadra di Cheney.
Avvisiamo in maniera perentoria la gente di tutto il mondo che qualunque attacco terroristico con armi di distruzione di massa che avesse luogo, ...
... nel prossimo futuro, negli Stati Uniti o in qualunque altro posto al mondo, dovrà essere automaticamente addebitato (prima facie) agli uomini di Cheney.
Invitiamo i leader politici più responsabili, ovunque nel mondo, ad iniziare a preparare l’opinione pubblica del loro paese a queste minacciate azioni di terrorismo “sotto falsa bandiera” (false flag).
Firmato: Un gruppo di leader politici americani all’opposizione, riuniti per protesta al Bush Compound di Kennebunkport, stato del Maine.
24-25 Agosto 2007
CYNTHIA MCKINNEY, ex-deputato della Georgia al Parlamento americano.
CINDY SHEEHAN, candidata della California al Parlamento americano.
JAMILLA EL-SHAFEI, Dipartimento di Pace di Kennebunk
ANN WRIGHT, ex-diplomatica USA, Colonnello delle Riserve dell’Esercito americano
DR. DAHLIA WASFI, di www.liberatethis.com
JOHN KAMINSKY, avvocato, promotore dell’impeachment, presidente della Associazione Legali per la Democrazia del Maine
GEORGE PAZ MARTIN
WEBSTER G. TARPLEY, scrittore
CRAIG HILL, candidato del Vermont al Parlamento USA (Green Party)
BRUCE MARSHALL, Partecipante, Philadelphia Platform
(traduzione: www.luogocomune.net)
agosto 30 2007
amministrazione Bush : GOP: Grand Old
L’uomo è seduto in una toelette dell’aeoporto. Sotto la parete di separazione, vede il piede di un altro uomo, che sta seduto nella toelette accanto. L’uomo avvicina il piede alla zona di separazione, e vede che anche l’altro avvicina il proprio piede al limite del suo “territorio”. A quel punto l’uomo invade leggermente il territorio dell’altro, e sfrega gentilmente il suo piede con il proprio. Sono i segnali convenzionali fra due omosessuali che, in una situazione del genere, desiderano avere un rapporto sessuale fra di loro. A questo punto la procedura prevede che l’altro segnali, con la propria mano, l’invito ad essere raggiunto nel proprio cubicolo.
Quello che invece il nostro uomo ha visto comparire, sotto la paratia di separazione, è stato il distintivo del poliziotto in borghese che si apprestava ad arrestarlo per “proposte oscene in luogo pubblico”. Ma la sorpresa maggiore era destinata allo stesso poliziotto, quando si è accorto che l’uomo che aveva appena pizzicato a fargli le avances era il senatore Larry Craig, noto repubblicano dell’Idaho.
“Non sono gay - ha dichiarato il senatore dopo che la faccenda è diventata pubblica - e non ho commesso niente di illegale in quella toelette”. E si potrebbe pure aggiungere, volendo, che il senatore avrebbe tutto il diritto di essere gay, come ha tutto il diritto di cercarsi le proprie avventutre sessuali dove e come meglio crede.
Il problema si pone casomai quando si scopre che il senatore è stato uno dei più impietosi fustigatori di Bill Clinton, durante lo scandalo Lewinsky:
Craig inoltre è un attivista anty-gay di peso notevole, all’interno della cosiddetta “Christian right”, ...
... la destra conservatrice americana che si ritiene, per qualche curioso motivo, anche portatrice del messaggio di Gesù Cristo.
Solo un mese fa un altro repubblicano, David Vitter – altettanto inflessibile nel fustigare i costumi altrui quanto tollerante, evidentemente, verso i propri - aveva visto il proprio nome comparire fra quelli dei frequenatori di una nota casa di appuntamenti di Washington. Il suo vizietto personale? Pagava le prostitute fino a trecento dollari, purchè si presentassero con indosso dei pannolini da neonato.
Per non parlare poi dello scandalo dei “valletti” del Senato, esploso un paio di anni fa, sempre in casa repubblicana, oppure del gravissimo scandalo homosex che vide coinvolti grossi nomi repubblicani, sul finire degli anni 80, ma che fu messo a tacere dai media con grande rapidità ed efficacia.
Ormai dicono che GOP non significhi più “Grand Old Party” (la definizione corrente del partito repubblicano), ma “Grand Old Perverts,” grandi vecchi pervertiti.
E nonostante questa nuova, disgustosa ondata di ipocrisia, generata dal caso Craig, c’è stato a Washington persino chi ha osato difenderlo, dando tutta la colpa – ovviamente – ad un complotto dei media. Proprio a loro, una volta tanto che ci azzeccano, e fanno il proprio dovere!
Se a difendere Craig fosse un certo nostro amico – uno di quelli che difendono sempre “le istituzioni”, senza se e senza ma – molto probabilmente arriverebbe a sostenere che “Craig non stava affatto facendo le avances al poliziotto in borghese, nella toelette dell’aeroporto, ma è semplicemente una persona affetta dalla cosiddetta restless leg syndrome, la sindrome della gamba inquieta”.
Massimo Mazzucco
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2008
agosto 27 2007
ANCHE IO DUBITO DELLA "VERITA’" SULL’ 11 SETTEMBRE
DI ROBERT FISK
The Independent
Con mille timidezze e mille scuse anche l’esperto in medioriente del The Independent si sveglia e si dichiara "sempre più sconvolto dalle incoerenze nel resoconto ufficiale dell'11-9"
Ogni volta che tengo un seminario all'estero sul Medioriente c'è sempre qualcuno nel pubblico-solo uno-che io chiamo l’"agitato". Mi scuso qui con tutti gli uomini e le donne che vengono ai miei seminari con domande brillanti e pertinenti-spesso abbastanza umilianti per me come giornalista-e che mostrano di comprendere la tragedia del Medioriente molto meglio dei giornalisti che la raccontano. Ma l’"agitato" è reale. Egli si è presentato in forma corporea a Stoccolma e a Oxford, a Sao Paulo e a Yerevan, al Cairo, a Los Angeles e, in versione femminile, a Barcellona. Non importa quale sia il paese, vi sarà sempre un "agitato".
Lui-o lei-fa domande di questo tipo. Perché, se pensi di essere un libero giornalista, non scrivi di quello che veramente sai sul 11-9? Perché non dici la verità-che l'amministrazione Bush (o la C.I.A. o il Mossad, fate voi) ha fatto esplodere le twin towers? Perché non riveli i segreti dietro l'11-9?
L'assunzione in ogni caso è che Fisk sappia - che Fisk abbia un forziere pieno che contiene la prova definitiva di "ciò che tutto il mondo sa" (questa è di solito la frase)-di chi cioè abbia distrutto le torri gemelle. Qualche volta l'"agitato" è chiaramente fuori di testa. Un uomo a Cork ha urlato queste domande verso di me e poi-nel momento in cui ho suggerito che la sua versione del complotto fosse un po' strana-ha lasciato la sala, urlando insulti e dando calci alle sedie.
Di solito ho cercato di dire la verità; che mentre vi sono delle domande senza risposta sull’ 11-9, io sono il corrispondente dal Medioriente del The Independent, non l'esperto di cospirazioni; che ho sin troppi complotti reali tra le mani in Libano, Iraq, Siria, Iran, nel Golfo, ecc. da potermi occupare di complotti immaginari a Manhattan. Il mio argomento finale-che per me è conclusivo-è che l'amministrazione Bush ha rovinato qualunque cosa che abbia cercato di fare in Medioriente-militarmente, politicamente e diplomaticamente; quindi come potrebbe mai compiere con successo i crimini internazionali contro l'umanità dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti?
Sono ancora di questa idea. Qualunque militare possa affermare-come gli americani fecero due anni fa-che al Qaeda è in fuga, non sarebbe capace di compiere qualcosa della scala dell'11-9. "Abbiamo distrutto al Qaeda mettendola in fuga", disse il colonnello David Sutherland al riguardo della operazione con il ridicolo nome in codice "martello saettante" nella provincia irachena di Diyala. "La loro paura a fronteggiare le nostre forze dimostra che terroristi sanno che non c'è rifugio per loro". E così via, tutte cose false.
Entro poche ore al Qaeda attaccò Baquba con la forza di un battaglione e massacrò tutti i locali sheikh che avevano stretto la mano agli americani. Mi ricorda del Vietnam, la guerra che George Bush osservò dai cieli del Texas-il che potrebbe rendere conto del perché questa settimana egli abbia mischiato la fine della guerra in Vietnam con il genocidio in un diverso paese chiamato Cambogia, la cui popolazione fu alla fine salvata da qui stessi vietnamiti che i più coraggiosi colleghi di Mr. Bush avevano da sempre combattuto.
Ma veniamo al punto. Sono sempre più sconvolto dalle incoerenze nel resoconto ufficiale dell'11-9. Non sono i soliti ovvi non sequitur: dove sono le parti dell'aereo (motori ecc.) che ha attaccato il Pentagono? Perché i funzionari coinvolti nel volo United 93 (che si è schiantato in Pennsylvania) sono stati messi a tacere? Perché i residui del volo 93 sono sparsi per miglia quando si presume che si sia schiantato tutto d'un pezzo contro un terreno ? Ancora, non sto parlando della folle "ricerca" del libro "Alice in Wonderland and the World Trade Center Disaster" di David Icke-che dovrebbe far tornare qualunque uomo sano alla lettura della rubrica telefonica.
Sto parlando di questioni scientifiche. Se è vero, per esempio, che il kerosene brucia a 820 °C in condizioni ottimali, com'è possibile che le colonne d'acciaio delle torri gemelle-il cui punto di fusione dovrebbe essere intorno ai 1480 °C-hanno perso resistenza tutte allo stesso momento? (Sono crollate in 8,1 e in 10 secondi). Che cosa dire della terza torre-il cosiddetto World Trade Centre Building 7 (o Salmon Brothers Building) –che è crollato sulle sue stesse fondamenta in 6,6 s alle 5.20 del pomeriggio dell'11 settembre? Perché è caduto così precisamente al suolo anche se nessun aereo lo aveva colpito? Il National Institute of Standards and Technology americano è stato incaricato di analizzare la causa della distruzione di tutti e tre gli edifici. Non hanno ancora detto nulla sul WTC 7. Due eminenti professori americani di ingegneria meccanica-assolutamente non del ramo degli "agitati"-stanno ora perseguendo legalmente i ritrovamenti del rapporto finale sulla base che potrebbe essere "fraudolento o ingannatore".
Giornalisticamente sono avvenute molte cose strane a riguardo dell’ 11-9. I racconti iniziali dei giornalisti che avevano sentito "esplosioni" nelle torri-che avrebbero ben potuto essere la rottura degli assi-sono facili da ignorare. Un po' meno il resoconto che il corpo di una hostess era stato trovato in una strada di Manhattan con le mani legate. Ok, diciamo pure che queste erano solo voci, proprio come la lista della C.I.A. dei dirottatori suicidi arabi, che includeva tre uomini che erano-e ancora sono-vivi e vegeti in Medioriente, e che è stata un iniziale errore di intelligence.
Ma che dire della strana lettera presumibilmente scritta da Mohamed Atta, l'assassino-dirottatore egiziano con la faccia misteriosa, i cui consigli "islamici" rivolti ai suoi raccapriccianti commilitoni-e pubblicati dalla C.I.A.-hanno stupito qualunque mio amico musulmano in Medioriente? Atta citava la sua famiglia-che nessun musulmano, per quanto ignorante, includerebbe in una tale preghiera. Egli ricorda ai suoi colleghi assassini di dire la prima preghiera islamica del giorno e poi inizia a citarla. Ma nessun musulmano avrebbe bisogno di un tale promemoria-né tantomeno si aspetterebbe il testo della preghiera "Fajr" incluso nella lettera di Atta.
Lasciatemelo ripetere. Io non sono un teorico del complotto. Risparmiatemi gli agitati. Risparmiatemi le congiure. Ma come chiunque altro vorrei sapere tutta la storia dell'11-9, nondimeno perché è stata il detonatore di tutta la folle, pretestuosa "guerra al terrorismo" che ci ha portato al disastro in Iraq e in Afganistan e in gran parte del Medioriente. Karl Rove, il, fortunatamente, ex consigliere di Bush, una volta disse che "ora siamo un impero e possiamo creare la nostra realtà". Vero? Almeno ditecela. Farebbe smettere alle persone di dare calci alle sedie.
Titolo originale: "Robert Fisk: Even I question the 'truth' about 9/11"
Fonte: http://news.independent.co.uk
Link
25.08.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
agosto 25 2007
Deutsche Building: lo “zombie” dell'11 settembre
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di Paolo Jormi Bianchi - Megachip
Il grattacielo della Deutsche Bank, al 130 di Liberty Street, Lower Manhattan, l'11 settembre del 2001 è stato colpito dalle macerie delle Twin Towers che si polverizzavano in una immensa nube di polvere di amianto e cemento. Quella della Deutsche non dev'essere una torre molto amata dalle assicurazioni, visto che 6 anni dopo quell'attentato, è stata di nuovo devastata. Uno spaventoso incendio l'ha bruciata per la lunghezza di oltre 10 piani ( vedi il video Ansa ), e sono morti altri due pompieri del New York Fire Department, dopo che centinaia di loro avevano già perso la vita il 9-11. Ovviamente il Deutsche non è crollato, perché si sa, gli incendi non possono far crollare i grattacieli. Solo la versione ufficiale dei fatti del 9-11, ogni giorno più ridicola, continua a sostenere che l'11 settembre del 2001 l'Edificio 7 del World Trade Center, non colpito da nessun aereo, sia crollato a causa del fuoco…
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Ma su questo argomento torneremo tra qualche riga.
Dopo gli attentati del 2001, tutti i grattacieli del complesso, seriamente danneggiati dalle macerie cadute dai 400 metri di altezza delle torri, erano stati esaminati dagli ingegneri civili che dovevano valutare quali edifici fossero recuperabili e quali dovessero essere invece demoliti. La torre della Deutsche Bank era risultata gravemente danneggiata, ma non al punto di dover essere demolita. In teoria poteva riprendere vita, nonostante avesse un buco alto 24 piani nella pancia. Ma era sorto subito un problema: era letteralmente intrisa di sostanze nocive, tra cui in particolare l'amianto, che era penetrato in ogni singolo interstizio dei pannelli, delle vetrate, delle lamiere che ricoprivano la facciata esposta alla nube di polvere finissima, quanto velenosa, sprigionata dal collasso delle torri. Le torri avevano avvelenato il Deutsche Building, avvelenato il suo tetto, avvelenato il suo impianto di aerazione, avvelenato i suoi muri, i suoi pavimenti. Non era tecnicamente possibile pulirlo, non c'era verso. Ma era anche impossibile demolirlo con il comune metodo delle esplosioni controllate, perché gli esplosivi avrebbero sparso nell'aria di Manhattan, per l'ennesima volta, quelle polveri velenose.
Poi sono arrivati i resti umani.
Dita. Pezzetti d'ossa provenienti da diverse parti del corpo umano. Resti mummificati. Li hanno trovati alcuni addetti alle pulizie sul tetto della torre ad aprile 2006. Prima 300 reperti, poi la conta è arrivata a 800 unità. Sono i resti delle vittime delle torri, stritolate durante i crolli e lanciate in tutte le direzioni intorno al luogo del disastro, assieme alle travi d'acciaio e al contenuto degli uffici. Molti resti erano finiti sul tetto di quell'edificio e nessuno, per anni, se ne era accorto. Questo la dice lunga sulla perizia forensica dell'Fbi e sulla sua affidabilità, dato che sostiene di aver trovato il passaporto di un dirottatore nelle macerie di Ground Zero , ma ha dimenticato quasi un migliaio di resti umani sul tetto di un palazzo dell'area. Resta il fatto che nessun horror cinematografico ha mai raggiunto la perversione della realtà, in questo caso.
I Newyorchesi hanno presto cominciato a parlare del Deutsche come de “il fantasma del 9- 11” . Nero, fuligginoso, disabitato, incombeva come una lapide velenosa su Ground Zero. Ricordava a tutti, ogni volta che sollevavano la testa, cosa era successo all'inizio di questo disperato secolo. Non poteva essere cancellato di colpo, andava smantellato lentamente, pezzo per pezzo, facendo attenzione a non spargere polvere nell'aria. L'opera di smantellamento era iniziata quest'anno. E siamo arrivati ai giorni nostri, con l'incendio di ieri, 15.30 ora locale.
Ma qui vogliamo fare una precisazione. Non siamo d'accordo con i cittadini della Grande Mela. Il Deutsche non è un fantasma. E' uno zombie. Tecnicamente un “non morto”, il suo corpo è fisicamente presente in questo mondo, e continua a stare in piedi nonostante ogni colpo che gli venga inferto. Puoi fargli di tutto, ma non può morire. L'11 settembre le macerie della torre sud hanno aperto uno squarcio di 24 piani sulla sua facciata e distrutto la sua lobby. Ma non è crollato. Quel giorno sono divampati incendi al suo interno, ma il sistema antincendio li ha spenti. Non è crollato. Ulteriormente danneggiato proprio dal suo sistema antincendio, che il 9-11 lo ha inondato di tonnellate d'acqua, preda dell'incuria del tempo, parzialmente smantellato e privo di manutenzione da 6 anni, è stato ieri colpito da un tremendo incendio che a detta di tutte le news ne ha divorato velocemente 10 piani, causando la morte di 2 pompieri e il ferimento di altri 5. Ma non è crollato.
Non ci sono dubbi, siamo di fronte ad un mostro degno della fantasia di Stephen King: ecco il Deutsche Building, il grattacielo zombie.
L'Edificio 7 del World Trade Center (foto a destra) disgraziatamente era un edificio normale, privo di superpoteri occulti. La versione ufficiale sui fatti del 9-11, che non va assolutamente criticata, pena la giusta accusa di essere dei nazi-negazionisti psicotico-fanatici, sostiene brillantemente infatti che l'Edificio 7 sia crollato l'11 settembre a causa degli incendi divampati al suo interno e dei danni subiti dopo che alcune macerie delle torri lo hanno colpito.
Per far educatamente notare che la storia del crollo dell'Edificio 7 non aveva nessun senso, alcuni coraggiosi dediti ad una pericolosa forma di giornalismo (che si rifiuta di fare da passacarte tra autorità e pubblico, ma ficca sempre il naso nella busta che gli danno da consegnare) hanno puntato il dito su incendi di altri grattacieli con struttura in acciaio avvenuti nel passato, ne citiamo solo tre:
• L'incendio di Madrid di febbraio 2005 alla Windsor Tower . 32 piani, era ancora in costruzione quando è bruciata per 20 ore consecutive senza che la struttura centrale cedesse.
• L'incendio di Caracas in Venezuela di ottobre 2004 al Parque Central Complex . Torre di 56 piani con struttura in acciaio. E' bruciata per più di 12 ore dal 34° al 44° piano. Ma non è crollata.
• L'incendio di Philadelphia del One Meridian Plaza . Torre di 38 piani, ha preso fuoco a febbraio del 1991. L'incendio è partito dal 22°, piano bruciando per 18 ore e coinvolgendo 8 piani. La torre non è crollata, anche se le autorità di Philadelphia hanno parlato de “l'incendio più rilevante del secolo”.
Altri esempi di incendi di grattacieli sono qui .
Lasciamo da parte l'ironia sugli edifici zombie e parliamo seriamente, adesso. Quanto è accaduto con il Deutsche Building a Manhattan è l'ennesima prova che la spiegazione che ci è stata data del crollo dell'Edificio 7 fa ridere i polli. I grattacieli non cadono per gli incendi. E il caso del Deutsche è ancora più imbarazzante per chi si ostina a difendere la versione ufficiale dei fatti dell'11 settembre, non solo perché il Deutsche si trova nello stesso teatro e nelle stesse condizioni ambientali di quell'Edificio 7 che ha sfidato ogni legge della fisica crollando a causa di qualche fiammella all'interno, ma soprattutto perché il Deutsche era stato danneggiato anch'esso, come è avvenuto al numero 7, dalle macerie delle torri. Il Deutsche aveva subito 24 piani di squarcio nella facciata e la sua lobby era stata distrutta, e nessuno può più sostenere che si facciano paragoni che non stanno in piedi. A non stare in piedi sono solo coloro che si arrampicano sugli specchi pur di difendere l'indifendibile.
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Candidato alla Casa Bianca? No, marketing virale
Di Carola Frediani
Una società californiana di software affida a un'agenzia pubblicitaria un'inedita campagna virale: la creazione online di un candidato alle presidenziali americane. Con tanto di sito e di profili su MySpace, Flickr e Facebook. E il risultato è più reale della realtà...
Alla fine si è chiuso il cerchio: se prima la politica si è rivolta alla tecnologia – ai nuovi media, all'internet, agli strumenti del web 2.0 – per sfruttarne la spinta innovativa, ora è la volta della tecnologia che cerca di attirare attenzione su di sé attraverso l'interesse suscitato dalla campagna presidenziale americana.
Ai candidati in corsa per la Casa Bianca si è infatti aggiunto un volto nuovo, quello di Ray Hopewood, "il vostro ambasciatore per la tecnologia", come recita il motto, perché questo "non è tempo per comprimari", bensì per leader. Il nuovo concorrente – che per aspetto e tono sembra un inquietante ibrido tra George W. Bush e Barack Obama – è di poche parole, ma di chiare idee. «Ci sono tre ragioni per cui dovreste votarmi: sono intelligente, bello e ricco. Oops… in effetti sono solo tre».
E in fondo come dargli torto: l'unico punto a suo sfavore è solo il fatto che non esiste. Ray Hopewood, con quella "speranza" inserita nel cognome e spruzzata in tutti i suoi discorsi, è del tutto fittizio. Però la sua campagna esiste eccome e sembra quasi vera. A inventarla è stata un'agenzia pubblicitaria californiana, la Rassak Experience, per conto di BigFix, una piccola società dell'IT specializzata in sicurezza.
Può darsi che la credibilità di questo personaggio la dica lunga sulle presidenziali americane, ma di sicuro quelli della Rassak si sono dati da fare: Hopewood (che è incarnato da un attore, Greg Wrangler) ha un suo sito web, un suo blog, oltre che profili su Facebook, MySpace e Flickr. Il kit digitale di base del bravo candidato, insomma, con tanto di merchandising: da una pagina del sito infatti si vendono i gadget della campagna: le solite magliette, le tazze, ma anche, con un filo ulteriore d'ironia, le tutine per cani o i tanga.
E proprio su MySpace scopriamo che Ray – che sarebbe un ricco imprenditore del software - ha 44 anni, è single e si sente particolarmente vicino ai giovani, specie quelli connessi. Addirittura uno spezzone di video lo ritrae (finto) ospite di Diggnation, la trasmissione del sito di news tecnologiche Digg. Mentre a sostenerlo è una coalizione (fasulla) di aziende hi-tech.
Ma perché architettare una simile, scherzosa montatura? E' il marketing virale, rispondono in sostanza quelli di BigFix e di Rassak, la necessità di divertire e incuriosire gli utenti per far passare poi il proprio messaggio, nel caso della software house semplicemente il proprio brand. «Noi siamo una piccola azienda all'interno di uno spazio consolidato – ha spiegato David Appelbaum, vice president per il marketing di BigFix – e i nostri concorrenti tendono a dominare i media tradizionali grazie alla loro capacità di spesa, tanto che farsi largo è un'impresa. Le pubblicità virali sono la nostra migliore scommessa».
Un azzardo che in passato ha dato i suoi frutti. BigFix aveva già lanciato una campagna di questo genere, con un personaggio inventato, in quel caso un responsabile vendite di un'azienda di software: l'operazione aveva prodotto 400 mila visite al loro sito.
Ora però, con Ray Hopewood, si punta più in alto, senza dimenticare di seguire gli sviluppi della campagna presidenziale vera e propria, e di aggiustare di conseguenza i propri messaggi. «Sono per l'aspetto ecologico delle preoccupazioni di tutti», avrebbe dichiarato Hopewood. O è stato Bush? http://www.visionpost.it/index.asp?C=10&I=2326
Kenneth Foster e' un uomo morto
di Claudio Giusti*
25 agosto 2007
25 agosto 1944 D Day + 80, i carri della Divisione Leclerc entrano a Parigi.
Kenneth Foster è un uomo morto. Solo un miracolo potrebbe sottrarlo al patibolo e i miracoli in Texas scarseggiano da sempre.
Dall’Italia non abbiamo mai salvato nessuno e questa era l’occasione per fare una campagna vera, seria, realisticamente cinica. Una campagna per spiegare che la lotta alla pena di morte non è un pranzo di gala, non è un ricevimento alle Nazioni Unite e nemmeno un’udienza papale.
La lotta alla pena di morte è straziante, dura, feroce e disperata. Un lavoro che non trova riconoscimenti e che non costa solo fatica e denaro, ma anche lacrime. Un sacrificio raramente ricompensato.
Eppure, se anche accadesse che Foster si salvi perché era a trenta metri dal luogo dove si commetteva l’omicidio per cui è stato spedito sulla forca, o perché il Governatore Perry decide di non aggiungere una tacca al calcio della sua pistola, cosa diremo per Tony Roach che il cinque settembre ha un appuntamento con il boia?
E cosa diremo in favore di Edward Harbison, Daryl Holton, Joseph Lave, Terrick Nooner, Clifford Kimmel, Michael Richards, Ralph Baze, Carlton Turner, Tommy Arthur, Heliberto Chi, Anthony Washington, Raymond Solano, Jack Jones, Christopher Emmett, Romell Broom, Michael Joe Boyd, Daniel Siebert, Michael Schwab e degli altri 3.300 sconosciuti disgraziati sepolti vivi nei bracci dell’immenso gulag americano?
Il primo settembre, comunque vadano le cose, i riflettori si spegneranno. Quel giorno qualcuno dovrà raccogliere i cocci del Movimento Abolizionista, come è già accaduto dopo Rocco Derek Barnabei, Jasper County e McVeight, e non sarò io a farlo.
*Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti
www.osservatoriosullalegalita.org
agosto 23 2007
11 settembre : Anniversario in arrivo, il mondo si prepara.
(Segue comunicato Faremondo).
Comincia a tirare una pungente brezza settembrina, e con essa arrivano i primi segnali di una nuova ondata di dibattiti sull’undici settembre che rischia, questa volta, di diventare globale.
In America le primarie repubblicane, che vedono Rudy Giuliani nettamente in testa nei sondaggi, hanno già provocato la dura reazione del Sindacato dei Pompieri, che ha prodotto un filmato nel quale il cittadino è apertamente invitato a non votare per lui. Ufficialmente, l’invito è giustificato dalle accuse a Giuliani di non aver provveduto alla sostituzione delle radio di servizio che già nell’attentato al WTC del ’93 avevano mal funzionato. Inoltre, Giuliani nel video viene accusato per la sua riprovevole fretta di mandare al macero i resti delle Torri Gemelle, quando ancora più della metà dei resti dei pompieri - e quindi, si presume, anche delle altre vittime - non era stata recuperata.
Noi naturalmente possiamo immaginare il motivo della fretta di Giuliani, che entro tre mesi è riuscito addirittura a rivendere la stragrande maggioranza dell’acciaio di Ground Zero per farlo riciclare dai paesi orientali, e di certo il motivo lo conoscono anche i pompieri di New York, ...
... ma ufficialmete la loro accusa si ferma alla incompetenza di Rudy come leader, e alla sua scelta etica di gettare al macero i resti delle vittime non ancora recuperati. Ma la faccenda è tutt’altro che risolta, come resta da risolvere la sua gravissima affermazione di aver saputo in anticipo del crollo del WTC, senza per questo aver fatto nulla per avvisare i pompieri al suo interno, e con il probabile scaldarsi dell’atmosfera politica, in vista della conclusione delle primarie, questi argomenti rischiano di raggiungere la superficie mediatica, facendo esplodere l’intero calderone. Non ci contiamo, naturalmente, ma sarebbe davvero bello, in questo caso, poter confermare la validità del detto “Chi di spada ferisce...”
Personalmente, ho condotto un breve sondaggio fra alcune televisioni nel mondo, e pare che per il prossimo anniversario molte di queste affronteranno finalmente in modo diretto un argomento che fino a ieri da loro era ritenuto tabù. Altri paesi invece hanno già abbondantemente digerito il pesante boccone: in Olanda “di undici settembre non ne possono più”, e questo sarà probabilmente il primo anno in cui “non” parleranno più dell’insostenibilità della versione ufficiale. Anche in Svezia erano in dubbio se programmare nuovamente qualcosa (“qui ormai lo hanno capito anche i bambini cosa è successo”), dopo che già gli svedesi hanno avuto modo di vedere “Loose Change” in versione integrale. (Curioso, Olanda e Svezia, due paesi da sempre all’avanguardia sul fronte sociale, e su quello dei diritti individuali). Noi però, nel caso particolare, non possiamo lamentarci: anche gli italiani hanno ormai avuto modo, lo scorso autunno, di conoscere i termini principali del dibattito, e di farsi ciascuno la propria opinione.
Per il resto, dai Paesi Arabi come dall’America del Sud, le sorprese non dovrebbero mancare.
In attesa di parlare più a fondo di tutto questo, pubblichiamo un comunicato del gruppo Faremondo di Bologna, che dopo il successo del Convegno Internazionale dello scorso anno, organizzerà a Roma un proprio evento – ancora da definire - in data 8 settembre. (Ogni coincidenza con il “V-day” è del tutto casuale.)
Massimo Mazzucco
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“Ballando sull’11 settembre” – Comunicato di Faremondo
Stando alle ultime notizie sembra che l'imminente anniversario degli eventi dell'11 settembre 2001 vedrà l'iniziativa del movimento internazionale svilupparsi in molte città e a diversi livelli.
In Europa è senz'altro da seguire e supportare la marcia che per domenica 9 settembre United for Truth sta organizzando a Bruxelles. Dalle 14 si attraverserà il cuore della capitale belga lungo la direttrice nord-sud, da una stazione ferroviaria all'altra. Per seguire da vicino la preparazione di questo evento e per inviare adesioni anche dall'Italia il sito di riferimento è: http://virb.com/unitedfortruth (scorrendo la pagina, c’è anche il testo in italiano).
Un'iniziativa analoga per lo stesso 9 settembre sta tentando di metterla in piedi a Madrid l'Asociacion por la Verdad sobre el 11 de Septiembre (www.911truthmadrid.org).
Da sottolineare che nelle intenzioni dei promotori entrambe le manifestazioni dovrebbero mettere insieme realtà che lavorano sull'11 settembre e gruppi attivi su temi come l'aumento della povertà, la scomparsa della democrazia, la libertà di espressione e l'opposizione alla macchina mediatica della "guerra al terrorismo".
Negli Stati Uniti, almeno in alcune città il 911 Truth Movement si sta impegnando per la prima volta in una campagna per arrivare ad uno sciopero generale dichiaratamente politico proprio nel giorno del sesto anniversario, martedì 11. Dovesse riuscire anche solo in due-tre città, sarebbe comunque una mobilitazione di profondo significato storico, a quattro decenni di distanza dalle dimostrazioni contro la guerra in Vietnam. Per gli aggiornamenti conviene andare su www.911blogger.com.
Quello che segue è il volantino : http://photobucket.com/http://photobucket.com/
In Italia noi di Faremondo, Aginform (www.aginform.org) e Villaggio Globale stiamo preparando a Roma un incontro un pò diverso da quello svoltosi lo scorso anno all'Arena del Sole di Bologna. L'idea, al di là degli approfondimenti e dei contributi dei ricercatori, è soprattutto quella di avviare una riflessione che porti il movimento italiano ad individuare i passi da fare in futuro. Vorremmo collegarci agli organizzatori della marcia di Bruxelles in quanto condividiamo appieno l'idea di unire aggregazioni nuove di movimento che lavorano tutte su questioni profondamente connesse.
Un nodo cruciale su cui si potrebbe trovare l'intesa di tutti è l'avvio di una nuova investigazione e di una sorta di commissione o grand jury internazionale sull'11 settembre. Il punto è che per mettere in piedi un'iniziativa di tale portata bisogna davvero unire le forze di tutte queste realtà formando una specie di comitato europeo di coordinamento.
Alcuni studiosi (su tutti Griffin, Tarpley e Meyssan) già da tempo si muovono in questo senso. Tuttavia noi pensiamo che la spinta principale possa e debba provenire direttamente dalle nuove aggregazioni che formano il movimento. Su questa questione vogliamo allora che si apra la discussione, a partire proprio dall'incontro di Roma al Villaggio Globale.
Non tragga in inganno il grumo di senso contenuto nel titolo: quella sull'11 settembre non è la danza che altri hanno fatto e stanno facendo, è la nostra propria danza alla ricerca della verità, di una diversa consapevolezza e di un nuovo orizzonte di pensiero per provare a sopravvivere ad una civiltà che ormai può soltanto riuscire a sottrarre possibilità di futuro al pianeta, alla nostra e alle altre specie.
Attendendo le vostre idee e le vostre proposte, un saluto a tutti con la speranza di ritovarci insieme a Roma.
Emanuele Montagna / Faremondo
QUI potete scaricare il volantino che da alcuni giorni sta girando in rete (stessa immagine accanto al titolo, in grande).
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VEDI ANCHE: Forza Rudy. L’ex sindaco in chiaro imbarazzo nel tentare di confutare la sua scomoda affermazione sulla pre-conoscenza del crollo del WTC. Con la sua infelice scelta di negarla del tutto (ora non può più nemmeno dire che “sì lo sapeva, ma...”).http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1996
agosto 19 2007
LE PERDITE MILITARI USA IN IRAQ SONO MAGGIORI DI QUANTO VIENE RIPORTATO
DI WAYNE MADSEN
Wayne Madsen Report
E’ qualcosa che i tipi di Washington non vedranno a meno che non inizino a visitare in tutti gli Stati Uniti le molte piccole città e villaggi che stanno seppellendo i loro giovani uomini e donne che muoiono per le ferite subite in guerra in Iraq.
Qui nella California settentrionale è sin troppo comune la vista di famiglie e amici in lutto per i loro giovani uomini e donne che sono tra i molti riservisti e membri della Guardia Nazionale mandati in Iraq. Chi vi scrive ha assistito a uno di questi funerali ieri in una piccola città della California settentrionale con una popolazione di meno di 200 abitanti.
La piccola città di Mendocino, una rabbiosa comunità anti Bush, ha seppellito la sua prima vittima militare della guerra in Iraq nel 2003.
Secondo una fonte della Guardia Nazionale della California le vittime militari in Iraq ufficialmente riportate sono quelle di coloro che vengono uccisi sul terreno in Iraq. Se qualcuno rimane ferito e un elicottero dell'assistenza medica viene chiamato e quella persona muore anche solo pochi momenti dopo che le porte dell'elicottero sono state chiuse, la morte non viene definita come KIA, o"killed in action." [ucciso in azione n.d.t.]
In modo simile se un membro dell'esercito muore per le sue ferite in un ospedale militare in patria o all'estero la morte non viene contata come KIA. Perciò il reale numero delle morti militari in Iraq e Afghanistan è molto maggiore di quanto riportato dal Pentagono. Il Pentagono è più preoccupato dalla gestione delle percezioni che dal dire la verità.
N.d.r.: La questione sul numero dei caduti, e su quali vengano ufficialmente riportati sul sito del dipartimento della difesa (si veda questo link), è dibattuta. La statistica ufficiale presenta i morti in azione (KIA) in tutta l’area del Golfo, i feriti rientrati in servizio entro 72 ore (WIA RTD) e i feriti non rientrati in servizio entro 72 ore (WIA Not RTD). Il numero di morti “non registrati”, se esiste, è parte di quelli ufficialmente registrati come ‘feriti non rientrati in servizio’?
Fonte: http://www.waynemadsenreport.com
Link:
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
agosto 18 2007
| Aggiustamento fondamentale |
Lo scoppio di una vasta bolla speculativa immobiliare, secondo le esperienze passate, ha almeno tre caratteristiche:
Intensità della conflagrazione finanziaria meno elevata rispetto alle classiche bolle azionarie;
Forte impatto sui redditi finali delle famiglie indebitate;
Persistenza nel tempo dell'effetto depressivo dell'aggiustamento, via impoverimento delle famiglie indebitate.
E un segnale pesante (grazie Carlo della segnalazione) è qui.
L'Europa corre solo il primo rischio (eccettuata la Gran Bretagna, nazione ad alto indebitamento delle famiglie). Ma le banche europee, valendosi dell'Euro forte, possono agevolmente superare le perdite delle loro posizioni creditrici (estere) ad alto rischio.
Così l'area asiatica, sostenuta dai suoi surplus industriali reali.
Il tornado si concentra quindi sugli Usa (e mondo anglosassone, Uk, Australia...).
Qui l'aggiustamento si preannuncia doloroso. Molto doloroso. E lungo, se lasciato a se stesso.
Qui un qualcuno molto autorevole (un grazie ancora a Carlo) ha parlato di rischio da crollo dell'impero romano.
Bush e la sua classe dirigente conservatrice-imperialista (neocon) sapevano benissimo, fin dal 2000, che cosa sarebbe successo.
Una economia caratterizzata da speculazioni di massa, fondata socialmente sul debito, senza rete di sicurezza, posta di fronte alla doppia crisi, energetica e ambientale.
Che però allora si reggeva sulla progressiva inflazione della bolla immobiliare...
La risposta, dal 2001, è stata quella classica: puntare sulla triade impero militare-petrolio-finanza.
Non ha funzionato, e i nodi sono oggi al pettine.
Ora la nuova presidenza Usa dovrà affrontare la sua vera grande sfida.
Chi siede alla Casa Bianca è solo uno sconfitto, dai trend reali. Farebbe meglio a togliesi di mezzo il più presto possibile.
La nuova presidenza Usa dovrà necessariamente puntare sul rilancio, innovativo, industriale e di welfare, degli Stati Uniti.
Per generare valore aggiunto non speculativo capace di riequilibrare redditi, risparmi e investimenti.
Evitando rivolte sociali da parte delle famiglie ridotte sul lastrico. E dovrà ricostruire una safety net.
Dovrà abbandonare il sogno neocon di un riequilibrio via impero.
Dovrà sviluppare un'efficace strategia contro l'apocalisse climatica, e alla testa (e non retroguardia) del pianeta.
La chiave, ancora una volta, è e sarà l'energia. Il bene base che entra in tutte le merci, in tutti i redditi e in tutte le monete.
Il settimo pilastro dell'umanità, insieme al lavoro, alla natura, al capitale, alle conoscenze, al sistema dei valori civili, al benessere.
Ma il pilastro che, tecnicamente, regge tutti gli altri.
Gli Usa possono essere oggi l'avanguardia mondiale della rivoluzione energetica.
Non imperiale ma di respiro planetario, multinazionale e sovrannazionale.
Anzi non hanno scelta, a mio avviso. Debbono esserlo, per le ragioni succintamente spiegate sopra.
E' in corso una ondata di ricerca e di innovazioni senza precedenti al riguardo.
Coinvolge tutti, scienza ufficiale, imprese, singoli inventori liberamente connessi via internet (che sia benedetta).
Anche di tipo diffuso, anche amatoriale, anche da eretici alchimisti e su temi giudicati parascientifici (saranno poi i fatti, come sempre, ad avere l'ultima parola).
La gente statunitense eccelle in questo. Così come è folle nell'indebitarsi a rischio, è coraggiosa nel tentare l'impossibile tecnico...
Qualcosa di grosso, qui, potrebbe succedere...i segnali si moltiplicano. E ben lo sanno autorevoli fisici anche italiani.
Ma anche se questo grande miracolo catartico non dovesse succedere, una strategia realistica per una nuova energia mondiale è possibile, con le tecniche e conoscenze di oggi e con una solida base industriale già attiva...
Personalmente sono incuriosito dalla prima, ma sostengo fermamente la seconda...
Che è' solo questione di investimenti e di riconversione di industrie potenti... ed è una soluzione di default.
L'unico serio ostacolo è la lobby fossile, con la sua (temporanea) dotazione di (enormi) profitti, e che ha quasi mandato il mondo al disastro negli scorsi sette anni.
Qui è necessario potere politico e civile, sufficientemente forte e indipendente, quindi in grado di dominarla e indirizzarla.
E non succube, come fino ad oggi, ai suoi istinti automatici. Alla lunga omicidi.
Alla faccia dei petrolieri texani e dei mafiosi di Gazprom (mi dicono che il figlio di Ciancimino oggi sia in affari energetici fossili russi...)
Anche per questa enormemente potente lobby è necessario un aggiustamento fondamentale guidato, una nuova missione.
Nuovi spazi di valore aggiunto, altrimenti la bestia affamata azzannerà di nuovo.
Dobbiamo darle una polpetta di futuro, e non avvelenato, questa.
La più compatibile con lei, la strategia (forse l'unica) per non bloccare la via alla sopravvivenza.
La lobby potrebbe mettersi al lavoro progressivamente già domani. Su un milione di pozzi esausti di petrolio e gas pieni di acqua calda, e quindi di energia rinnovabile....ed è solo un esempio.
Un sentiero di equilibrio per il grande aggiustamento è quindi possibile. Non facile ma possibile.
Spero vivamente venga imboccato dai potenti della Terra il prima possibile.
Richiede solo che ognuno faccia la sua parte, in responsabilità e buon senso.
Che anche l'Euro faccia la sua parte, e così le grandi lobbies....
E, quindi, con le minori sofferenze per tutti.
Dentro la crisi sono già visibili i lineamenti della risposta positiva, e innovativa comunque. |
www.caravita.biz
L'EREDITA' LETALE DI BUSH: PIU' ESECUZIONI CAPITALI
LA CASA BIANCA PIANIFICA IL “FAST-TRACK” DELLE ESECUZIONI DEI PRIGIONIERI NEL BRACCIO DELLA MORTE
DI ANDREW GUMBEL
The Indipendent
L'amministrazione di Bush si prepara ad accellerare l'esecuzione dei criminali nel braccio della morte negli Stati Uniti, dando in effetti un taglio a molti strati di appelli nei tribunali federali per poter mettere i prigionieri in corsia preferenziale verso la loro morte.
Con meno di 18 mesi rimasti per ottenere [ndt. un rinnovo] del mandato presidenziale, il presidente Bush si è rivolto ad una questione in cui si è specializzato da quando come governatore del Texas ha approvato un numero record di esecuzioni.
Il procuratore generale degli Stati Uniti Alberto Gonzales -principale consigliere legale di Bush durante l'ondata di esecuzioni in Texas degli anni '90- sta dando i ritocchi finali ai regolamenti ispirati alla legislazione anti-terrorismo, che consentirebbero agli Stati di rivolgersi al Dipartimento di Giustizia anziché ai tribunali federali, come arbitro chiave per decidere se i prigionieri devono vivere o morire.
Gli USA sono già tra i primi sei paesi al mondo per numero dei propri cittadini che sono condannati a morte. L'anno scorso sono stati giustiziati cinquantadue Americani e in migliaia attendono il proprio destino nel braccio della morte.
In alcuni casi i prigioneri avrebbero significativamente meno tempo per fare appello ai tribunali federali, mentre le corti di appello avrebbero significativamente meno tempo per rispondere. Sulla questione se l'imputato abbia o meno ricevuto una rappresentanza adeguata in tribunale - un aspetto chiave in molti casi, specie negli stati meridionali senza un sistema formale di difesa, il procuratore generale sarebbe l'unico a prendere la decisione.
Dato che Gonzales è un procuratore, non un giudice, e dato che ha una storia alle spalle di aver favorito la pena di morte in quasi tutti i casi capitali che gli sono stati presentati, i regolamenti eliminerebbero in effetti una rete di sicurezza cruciale per i prigionieri che credono di essere stati ingiustamente accusati.
Elisabeth Semel, una specialista sulla pena di morte della Law School di Berkeley dell'Università della California, ha detto che l'intenzione del regolamento proposto è semplice: "rendere più difficile per tutti i condannati a morte nei tribunali statali, compresi coloro che sono stati condannati senza una difesa e risorse adeguate, di evitare di essere giustiziati". I regolamenti, resi pubblici per la prima volta dal quotidiano Los Angeles Times, saranno oggetto di un periodo di commento pubblico che si protrarrà fino a settembre. Saranno poi messi in atto "quanto prima lo permetteranno le circostanze", secondo una portavoce del Dipartimento di Giustizia.
L'entusiasmo per la pena capitale dell'Amministrazione è in contrasto con la recente tendenza contro la pena di morte in molti stati. L'anno scorso c'è stato il minor numero di esecuzioni capitali in tutto il paese -114- da quando la pena di morte è stata reintrodotta all'inizio degli anni '70. Gli sviluppi sul test del DNA hanno sollevato questioni scomode circa la sicurezza di molte condanne capitali, portando l'Illinois alla sospensione di tutte le esecuzioni e dando luogo a revisioni in molti altri stati.
Negli ultimi due anni sono nati dubbi anche sul metodo più popolare di esecuzione -l'iniezione letale - poiché la ricerca medica ha suggerito che i prigionieri potrebbero morire in agonia. Uno dei farmaci nel cocktail tipicamente somministrato, il pancuromio bromide, paralizza il corpo mascherando il dolore, senza necessariamente alleviarlo.
La California ed altri sei stati hanno imposto moratorie in attesa di uno studio su un nuovo cocktail di farmaci che supererebbe il divieto costituzionale di punizione "crudele o inusuale". Alcuni stati come il Tennessee, il South Dakota e la Florida hanno ripreso le esecuzioni o hanno in programma di farlo. Ma la California, che ha 600 prigionieri nel braccio della morte, non sembra dar cenno di voler giustiziare nessuno nel futuro prossimo.
Il presidente Bush è da sempre un entusiasta della pena di morte. I 152 prigionieri consegnati in mano alla morte nei suoi otto anni come governatore del Texas sono arrivati ad un livello mai raggiunto prima, né in seguito.
Secondo i memorandum ufficiali il governatore Bush avrebbe dato il via libera alle esecuzioni dopo non più di mezz'ora di consultazione con Gonzales. Che a sua volta, avrebbe spesso omesso prove mitiganti.
Bush non ha visto in nessun momento alcuna contraddizione con il suo promesso impegno per la sacralità della vita. Come Presidente ha persino istituito la Giornata Nazionale per la Sacralità della Vita Umana che ha detto "serve per ricordare che dobbiamo dar valore alla vita umana in tutte le sue forme, non solo quelle considerate di salute, desiderate, o convenienti".
Se i regolamenti verranno attuati, solleveranno serie questioni sulla capacità da parte dei prigionieri ingiustamente accusati di ribaltare le sentenze. Kenny Richey, uno Scozzese che è stato nella death row nell'Ohio per quasi 20 anni, è ancora vivo - e pare, in attesa di ricevere l'annullamento della condanna - grazie all'intervento di una corte di appello federale in suo favore.
Quattro anni fa un uomo del Missouri, Joe Amrine è stato rilasciato dopo 17 anni nel braccio della morte a seguito del crollo di tutte le prove che portarono alla sua condanna per un omicidio in un carcere. Lo Stato ha sostenuto con serietà, che anche la prova dell'innocenza non costituiva una ragione per impedire l'esecuzione, poiché non c'era stato niente di proceduralmente incorretto nel processo originale. Ancora una volta è stata una corte di appello federale ad intercedere per Amrine.
Fino ad oggi, 123 prigionieri condannati alla pena di morte sono stati provati innocenti e rilasciati. Gli attivisti e i legali contrari alla pena capitale hanno sollevato seri dubbi su centinaia di altri casi.
I sostenitori di una procedura legale più rapida sostengono che è inaccettabile condannare a morte qualcuno per poi aspettare 17 o 18 anni mediamente perché venga attuata la sentenza. Tenere i prigionieri nel braccio della morte è costoso - circa 90.000$ all'anno, in media - costose sono anche le spese legali per gli appelli.
Andrew Gumbel
Fonte: www.highbeam.com
Link: http://www.highbeam.com/doc/1P2-7553239.html
15.08.07
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI
agosto 16 2007
L’ "OPZIONE NUCLEARE" DELLA CINA: SCARICARE IL DOLLARO
DI PAUL CRAIG ROBERTS
Online Journal
A 24 ore da quando ho riferito dell'annuncio da parte della Cina che è la Cina, e non la Federal Reserve, a controllare i tassi di interesse Usa tramite la sua decisione di acquistare, detenere o abbandonare le obbligazioni del Tesoro Usa, la notizia è apparsa in forma sterilizzata e non minacciosa in poche fonti giornalistiche Usa.
Lo Washington Post ha trovato un professore di economia della University of Wisconsin che fornisse rassicurazioni sul fatto che "non è realmente credibile la minaccia" che la Cina sarebbe intervenuta nel mercato valutario o delle obbligazioni in qualche modo che potesse danneggiare il valore del dollaro o alzare i tassi di interesse Usa, perché tramite tali azioni la Cina danneggerebbe il suo stesso portafoglio di investimenti.
Il segretario al Tesoro Usa Henry Paulson, appena tornato da Pechino, dove ha dato ordini alla Cina di alzare il valore dello yuan cinese "senza ritardi", ha ignorato l'annuncio cinese definendolo "francamente assurdo". [Another Shot in Currency Fight Chinese Threaten Divestment, di Krissah Williams, 9 Agosto 2007]
Tanto il professore che il segretario al Tesoro si sbagliano di grosso.
Come prima cosa sappiate che l'annuncio non è stato fatto da un ministro o un vice ministro del governo. Il governo cinese preferisce solitamente dare importanti annunci tramite organizzazioni di ricerca che lavorano strettamente con il governo. Questo annuncio è venuto da due simili organizzazioni. Un alto funzionario del Development Research Center, un'organizzazione a livello del gabinetto di governo, ha fatto sapere che la stabilità finanziaria Usa era troppo dipendente dal finanziamento cinese del deficit statunitense perché gli Usa potessero dare ordini alla Cina. Un funzionario della Chinese Academy of Social Sciences ha fatto notare che lo stato delle riserve di valuta del dollaro Usa sono dipendenti dalla buona volontà della Cina come creditore Usa.
Ciò che i due funzionari hanno detto è assolutamente vero. E’ qualcosa che alcuni di noi sanno da molto tempo. Ciò che è diverso è che la Cina ha richiamato pubblicamente l'attenzione sulla dipendenza di Washington dalla buona volontà cinese. Facendo ciò la Cina ha segnalato che non si sarebbe fatta mettere da parte e non avrebbe accettato intimidazioni.
I cinesi non fanno minacce. Al contrario uno dei funzionari ha detto: "la Cina non vuole nessun fenomeno indesiderabile nell'ordine finanziario globale". Il messaggio cinese è differente. Il messaggio è che Washington non ha l'egemonia sulla politica cinese e che se la questione passasse da spinte a forti pressioni Washington si dovrebbe aspettare il caos finanziario.
Paulson può parlare duramente, ma il Tesoro non ha valute straniere con cui riscattare il suo debito. Il modo in cui il Tesoro paga le obbligazioni in scadenza è tramite la vendita di nuove obbligazioni, una vendita che diverrebbe difficile in un mercato in caduta e abbandonato dal maggior compratore.
Paulson ha trovato conforto nella sua osservazione che le grandi riserve cinesi di buoni del Tesoro Usa ammontano "a un solo giorno di volume di commercio dei buoni del Tesoro". Questo è un paragone senza senso. Se la scorta raddoppiasse improvvisamente, Paulson penserebbe che il prezzo delle obbligazioni non cadrebbe e i tassi di interesse non crescerebbero? Se Paulson crede davvero che i tassi di interesse Usa sono indipendenti dall'acquisto e dalla detenzione da parte della Cina delle obbligazioni del Tesoro, Bush farebbe meglio a cercarsi rapidamente un nuovo segretario al Tesoro.
Esaminiamo ora l'opinione dell'economista della University of Wisconsin che la Cina non potrebbe esercitare il suo potere perché ne risulterebbe una perdita nelle sue riserve in dollari. È vero che se la Cina mettesse sul mercato una percentuale significativa delle sue riserve, o solo smettesse di acquistare nuove emissioni obbligazionarie del Tesoro, i prezzi delle obbligazioni cadrebbero e le restanti riserve cinesi varrebbero meno. La domanda però è se ciò avrebbe una qualche conseguenza per la Cina e, se la avesse, ciò sarebbe un prezzo maggiore o minore dell'evitare i costi che Washington sta cercando di imporre alla Cina.
Gli economisti americani sbagliano nel loro ragionamento quando assumono che la Cina ha bisogno di grandi riserve di valuta straniera. La Cina non ha bisogno di riserve di valuta estera per le usuali ragioni di appoggiare la propria valuta e pagare gli scambi commerciali. La Cina non permette che la sua moneta sia scambiata sul mercato valutario. Infatti non ci sono abbastanza yuan disponibili da scambiare. Gli speculatori, nello scommettere su un eventuale crescita del valore dello yuan, stanno cercando di catturare i futuri guadagni commerciando lo "yuan virtuale". L'altra ragione è che la Cina non ha deficit commerciali con l'estero e non ha bisogno di riserve in altre valute con cui pagare i suoi debiti. Infatti, se la Cina avesse dei creditori, i creditori sarebbero contenti di essere pagati in yuan dal momento che tale valuta viene considerata sottovalutata.
Nonostante l'appoggio cinese al mercato delle obbligazioni del Tesoro, le grandi riserve cinesi di strumenti finanziari valutati in dollari sono andate deprezzandosi per un certo periodo dal momento che il dollaro perde valore rispetto ad altre valute, a causa del fatto che la gente e le banche centrali di altri paesi stanno riducendo le loro riserve in dollari o smettendo di accrescerle. Le riserve in dollari della Cina riflettono lo status di creditore che la Cina ha acquisito quando le aziende Usa hanno trasferito in Cina la loro produzione. La Cina ha ottenuto tecnologia e abilità commerciali dalle aziende Usa che hanno spostato i loro impianti in Cina. La Cina ha grandi città costiere così intasate di attività economica e commerci da far sembrare le grandi città americane come paesi di campagna. La Cina ha portato circa 300 milioni dei suoi cittadini a migliori standard di vita e si sta impegnando ora a sviluppare un grosso mercato interno che è quattro o cinque volte più grosso di quello dell'America.
L'idea che la Cina non possa esercitare il suo potere senza perdere il suo mercato USA è sbagliata. I consumatori americani sono tanto dipendenti dall'importazione di beni fabbricati in Cina quanto lo sono dall'importazione di petrolio. Inoltre i profitti dei marchi Usa sono dipendenti dalla vendita agli americani di prodotti che fabbricano in Cina. Gli Usa non possono, come rappresaglia, bloccare le importazioni di beni e servizi dalla Cina senza dare un colpo da ko alle aziende e ai consumatori americani. La Cina ha molti mercati e può permettersi di perdere il mercato Usa più facilmente di quanto gli Usa possono permettersi di perdere dagli scaffali di Wal-Mart i prodotti di marca Usa fabbricati in Cina. Infatti gli Usa sono dipendenti dalla Cina persino per i prodotti di tecnologia avanzata. A dire la verità una così grande parte della produzione Usa è stata spostata in Cina che molti beni da cui i consumatori dipendono non sono più prodotti in America.
Ora considerate il costo che la Cina pagherebbe nello scaricare i dollari o i buoni del Tesoro e paragoniamolo al costo che gli Usa stanno cercando di imporre alla Cina. Se il secondo è maggiore del primo alla Cina converrebbe esercitare l' "opzione nucleare" di scaricare il dollaro.
Gli USA vogliono che la Cina rivaluti lo yuan, cioè che renda più alto il valore in dollari dello yuan. Ad esempio Washington vuole che il dollaro valga 5,5 yuan anziché otto yuan. Washington pensa che ciò farebbe aumentare le esportazioni Usa in Cina dal momento che sarebbero più economiche per i cinesi e farebbe diminuire le esportazioni cinesi negli Usa dal momento che queste sarebbero più costose. Ciò porrebbe fine, pensano a Washington, al grosso deficit commerciale che gli Usa hanno con la Cina.
Questo è un modo di pensare che risale ai giorni precedenti allo offshoring [trasferimento della produzione in Stati esteri, come è accaduto per le aziende americane con la Cina n.d.t.]. Nei vecchi tempi le aziende nazionali e straniere erano in competizione l'una per il mercato delle altre e un paese con una moneta svalutata avrebbe acquisito un vantaggio. Oggi, però, circa metà delle cosiddette importazioni in Usa dalla Cina non sono altro che la produzione di aziende americane destinata al mercato americano, e che è stata trasferita all'estero. Le aziende Usa producono in Cina, non a causa del cambio, ma perché il lavoro, la legislazione e i costi di sfruttamento sono molto più bassi in Cina. Inoltre molte aziende Usa si sono semplicemente trasferite in Cina e il costo dell’abbandonare i loro nuovi stabilimenti cinesi e riportare la produzione negli Usa sarebbe molto alto.
Una volta che vengono considerati tutti i costi non è chiaro quanto la Cina dovrebbe rivalutare la sua moneta in modo da cancellare i suoi vantaggi nei prezzi e far riportare alle aziende americane in Usa una parte della loro produzione sufficiente a chiudere il gap commerciale.
Per capire gli errori nelle affermazioni del professore dello Wisconsin e del segretario al Tesoro Paulson, considerate che se la Cina dovesse aumentare il valore dello yuan del 30%, il valore delle riserve cinesi in dollari diminuirebbe del 30%. Ciò avrebbe nel portafoglio di investimenti cinese lo stesso effetto dello scaricare sui mercati dollari e buoni del Tesoro.
Considerate anche, che se la rivalutazione fa crescere verso l'alto lo yuan rispetto al dollaro (la moneta di riserva), ciò fa crescere lo yuan anche rispetto a ogni altra valuta scambiata. Perciò i cinesi non possono rivalutare lo yuan come ha ordinato Paulson senza rendere le merci cinesi più costose, non solamente per gli americani ma dappertutto.
Paragonate questo risultato all'ipotesi che la Cina scarichi di dollari. Se lo yuan è fissato al dollaro, la Cina può scaricare dollari senza alterare il tasso di cambio tra lo yuan e il dollaro. Se il dollaro cade lo yuan cade con esso. Beni e servizi prodotti in Cina non diventerebbero più costosi per gli americani e diventerebbero più convenienti altrove. Scaricando i dollari la Cina espanderebbe il suo ingresso in altri mercati e accomulerebbe ulteriori riserve in valuta straniera dal surplus commerciale.
Ora considerate i costi non finanziari per l'immagine interna e la attuale crescita di prestigio della Cina del permettere al governo Usa di stabilire il valore della propria moneta. I problemi dell'America sono autoprodotti, non sono causati dalla Cina. Una potenza in crescita come la Cina è probabile che si dimostri un riluttante capro espiatorio per il decennale abuso americano del suo status di produttore delle riserve monetarie.
Gli economisti e i funzionari del governo credono che una crescita nei prezzi al consumo del 30% sia buona se risulta da una rivalutazione dello yuan, ma sarebbe terribile, e inaccettabile, se la stessa crescita del 30% nei prezzi al consumo risultasse da una tariffa apposta sui beni prodotti in Cina. I sovraccarichi consumatori americani sarebbero colpiti in modo egualmente duro in entrambi i modi. È paradossale che Washington stia facendo pressioni sulla Cina per alzare i prezzi al consumo negli Usa mentre accusa la Cina di danneggiare gli americani. Come al solito il danno che subiamo ci viene inflitto da Washington.
Paul Craig Roberts [email : paulcraigroberts@yahoo.com] è stato Assistante Secretario al Tesoro dell’amministrazione Reagan. E’ autore di "Supply-Side Revolution : An Insider's Account of Policymaking in Washington"; "Alienation and the Soviet Economy" e "Meltdown: Inside the Soviet Economy", ed è coautore con Lawrence M. Stratton di "The Tyranny of Good Intentions : How Prosecutors and Bureaucrats Are Trampling the Constitution in the Name of Justice". Clickate qui per leggere l’intervista a Roberts di Peter Brimelow del Forbes Magazine sulla recente epidemia di cattiva condotta dei procuratori.
Titolo originale: "China’s "nuclear option" to dump the dollar is real"
Copyright © 1998-2007 Online Journal
Fonte: http://onlinejournal.com
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13.08.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
agosto 15 2007
IL MOTIVO DELLE INATTESE DIMISSIONI DI KARL ROVE
DI WAYNE MADSEN
Wayne Madsen Report
Le dimissioni del ‘cervello di Bush’ avranno effetto dal 31 Agosto
Karl Rove aveva accennato l'anno scorso che era pronto a dimettersi da capo consigliere politico di George W. Bush. Però quello era il periodo in cui era preso di mira dallo Special Counsel Patrick Fitzgeral nell'indagine criminale sulla rivelazione ai media, da parte di Scooter Libby, Rove e altri funzionari dell'amministrazione, dell'identità dell'agente della C.I.A. Valerie Plame Wilson e della sua squadra segreta antiproliferazione. Dopo che Fitzgerald ha accantonato l'idea di inquisire Rove, pur avendo in mano un mandato firmato dal grand jury, Rove è rimasto al suo posto durante le elezioni del novembre 2006.
Eppure, come è stato precedentemente riportato da WMR, gli investigatori federali hanno aperto un'indagine criminale sulle attività di Rove nell'aiutare a formulare e a compiere la persecuzione politica e congiura criminale contro l'ex governatore democratico ora in prigione Don Siegelman da parte di almeno due avvocati repubblicani; almeno un giudice federale; e repubblicani di punta dell'Alabama che comprendono il governatore Bob Riley, l’ Attorney General Troy King, il Deputy Attorney General Joseph Fitzpatrick, e l'ex Attorney General Bob Pryor.
Le nostre fonti in Alabama hanno rivelato che le FBI ha iniziato un'indagine su Rove e i repubblicani dell'Alabama in base ad informazioni ricevute da un certo numero di fonti confidenziali e testimoni della congiura criminale volta a distruggere la carriera politica di Siegelman e il futuro del partito democratico dell'Alabama tramite la persecuzione politica di Siegelman e l'uso di macchine per il voto truccate nelle elezioni del 2002 alla carica di governatore.
WMR ha appreso che, a differenza del caso dell'indagine su Rove per la rivelazione dell'identità di un agente C.I.A., l'indagine criminale di Rove e del partito repubblicano dell'Alabama nel caso Siegelman ha l'appoggio personale del direttore del FBI Robert Mueller e di alti funzionari del FBI a Washington e nelle sedi dell'Alabama e della Florida.
Titolo originale: “Rove to resign effective August 31”
Fonte: http://www.waynemadsenreport.com
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13.08.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
agosto 14 2007
La guerra di George alle infrastrutture -
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di Barbara Ehrenreich - Scelto a tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini
Circondato da decine di persone che avevano perso l'auto o dei familiari nel crollo del ponte sulla Interstate 35 West, il Presidente Bush ha dichiarato una “guerra alle infrastrutture”. Definendo l'esplosione in luglio a Manhattan di una tubatura di vapore e il crollo del ponte a Minneapolis come “codardi attacchi al nostro stile di vita” ha spiegato come sinora, “la guerra alle infrastrutture si è concentrata in gran parte in Iraq, dove ha avuto successo per il 70%. Oggi, gli iracheni devono preoccuparsi ancora per pochi ponti, condotte d'acqua o linee elettriche”. Anticipando i soliti puntigliosi, Bush ha poi aggiunto che questa nuova guerra non ci distoglierà dal proseguire la “guerra al terrore”.
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“Le torri del World Trade Center non sarebbero cadute sotto la forza della sola collisione degli aeroplani” ha poi detto. “Non è più possibile negare il ruolo dei difetti di costruzione, che nelle infrastrutture è una parola d'ordine”.
Ken Pollack, il sostenitore a tutti i costi della guerra in Iraq alla Brookings Institution, avverte che anche quella per le infrastrutture potrebbe essere altrettanto difficile da vincere. “Siamo abituati a combattere nemici umani” ha detto, “mentre ora siamo contro entità astratte”.
“Ci aspettavamo un ignobile attacco in patria quest'estate” ha aggiunto Donald Rumsfeld, che finirà il suo breve pensionamento prendendo in carico la guerra per le infrastrutture. E ha attribuito la mancanza di preparazione nazionale all'amministrazione Clinton, con la sua politica di “occhio non vede, cuore non duole, verso i viadotti autostradali”.
I Democratici al Congresso sono accorsi a sostegno del Presidente nella sua nuova iniziativa. Hillary Clinton ha promesso di votare a favore del bombardamento delle infrastrutture a patto che il Presidente prima si consulti prima coi membri del Congresso, sempre che li possa trovare al telefono e che funzionino le linee Adsl. Riecheggiando i suoi sentimenti verso il Pakistan, la Clinton ha aggiunto di non escludere l'uso di testate nucleari nel caso di elementi infrastrutturali altrimenti irraggiungibili, anche se fossero al momento utilizzati da civili. “Chiunque voglia diventare Presidente deve essere preparato a uccidere delle persone anche a mani nude, se necessario”.
Ha tuonato forse più forte di tutti in senso anti-infrastrutture Dick Cheney, con un messaggio da località tenuta riservata poco dopo il crollo del ponte a Minneapolis, affermando “Vinceremo, anche se questo significa rovesciare nell'acqua tutti i ponti che restano in America, sino all'ultimo”.
Una portavoce della Transportation Safety Administration ha annunciato che a chiunque intenda attraversare un ponte verrà chiesto di togliersi scarpe, giacca, e posare qualunque oggetto metallico. Gli effetti di questo provvedimento sulle infrastrutture non sono noti, però ha precisato che “renderà sicuramente più facile nuotare”.
Nota: il testo originale anche sul mio sito Mall_int sezione Society (f.b.)
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agosto 13 2007
I CANDIDATI E IL CROLLO DELL'ECONOMIA
DI ALAN FARAGO
Counterpunch
Il rischio non calcolato
Nell’estate del 2000 ho guardato fuori da questa stessa finestra in una piccola casa su un’isola del Maine e, osservando la marea che svuotava e riempiva l’insenatura, valutavo cosa sarebbe servito a Gore per vincere le elezioni del 2000.
Ho avuto parecchia compagnia nel lamentarmi del fatto che i consiglieri fossero riusciti a persuadere il candidato Gore a trattenersi dall’ inserire l’ambiente tra i temi della sua campagna elettorale.
In quel momento stavo conducendo una campagna per impedire all’amministrazione di Clinton di permettere a politici e potenti contribuenti della campagna elettorale nella più grande contea della Florida, Miami-Dade, di 'dirottare' una ex base militare al margine dell’Everglades [una palude subtropicale nel sud della Florida n.d.t.] per trasformarla in un aereoporto commerciale privato.
Gli elettori erano tanto turbati dal fatto che sia Clinton che Gore stavano evitando l’ambiente che che ne avrebbe beneficiato nelle elezioni di novembre del 2000 sarebbe stato Ralph Nader, come in effetti fu in Florida.
Per essere chiari, i consiglieri di Gore avevano una ragione per credere che "l’ambiente" fosse tutto sommato qualcosa di negativo. Il fallimento nella questione della base aerea era lungi dall’essere l’unico errore fatto a riguardo.
Tuttavia la lezione è questa: i membri coinvolti nella campagna politica e preoccupati nell'affrontare crescenti contributi di denaro da parte di una elite economica tendono a sottovalutare rischi specifici che riguardano le persone e gli elettori comuni.
In questo senso la Florida è di nuovo un esempio per candidati alla presidenza degli Stati Uniti.
Bloomberg ha riportato (20 luglio 2007) il misterioso fenomeno del boom edilizio e del sua rallentamento e di come dozzine di gru nei condomini di grattacieli alla periferia di Miami sono minacciate di pignoramento. "La sovrabbondanza farà cadere il prezzo del 30 %, il peggiore declino dagli anni ’70, e aiuterà a spingere l’economia della Florida dentro una recessione già ad ottobre, afferma Mark Zandi, capo economista al West Chester di Economy.com della Moody, con sede in Penmsilvanya, che possiede una casa a Vero Beach, in Florida." Dimeticatevi di ottobre, l’economia della Florida è in recessione oggi.
"Trentasette nuovi condomini grattacielo e 20.000 nuove unità abitative vengono ora costruite sui 1.040 acri del centro di Miami, dove le vendite sono scese almeno del 50% durante il mese di maggio, secondo la Florida Association of Realtors [associazione di agenti broker della Florida, ndt]. Le nuove unità si aggiungeranno ai 22.924 condomini già esistenti nella contea di Miami-Dade che erano in vendita in aprile, secondo Jack McCabe, direttore esecutivo della McCabe Research & Consulting LLC a Deerfield Beach in Florida."
Gli esperti di statistica del Governo hanno esposto diversi motivi di ottimismo nella economia in generale: il livello di impiego rimane forte, la disoccupazione è al 4,5% e la fiducia dei consumatori è ritenuta elevata.
Tuttavia io sono dalla parte del recente sondaggio condotto dal Wall Street Journal/NBC tra il 27 e il 30 luglio 2007 il quale evidenzia che l’andamento dell’economia nazionale è oscuro.
Sulle zone costiere del Maine lo si può percepire da tempo. "Più di due terzi degli americani credono che l’economia sia in recessione ora o che lo sarà nei prossimi anni."
La Florida è l’epicentro della frenata edilizia degli Stati Uniti a causa della connessione politica tra le elezioni di Jeb Bush del 1998 e di W. nel 2000 e un’insieme di personaggi legati alla più grande bolla di speculazione edilizia nella storia della Florida.
Al Hoffman, il primo presidente della WCI Communities con sede in Florida dichiarò trionfalmente nel 2003 al Washington Post che lo sviluppo della Florida era "una forza inarrestabile".
In effetti, durante il boom edilizio la commissione locale della contea e la legislatura della Florida dedicarono intere sedute a rendere sempre più diffile ai cittadini intervenire nella protezione della qualità della loro acqua, delle loro comunità dallo sviluppo negativo, e addirittura dal presentare petizioni al proprio governo.
Hoffman era ministro della campagna finanziaria per Jeb Bush nel 1998 e nel 2002 e co-ministro per il presidente Bush nel 2000.
Oggi i mercati edilizi della Florida sono ridotti in brandelli. Il budget stabilito è di circa 1,5 miliardi in totale, mentre gli incassi dalle transazioni immobiliari inaridiscono.
Il prezzo stock della WCI Communities è precipitato. La compagnia ha incaricato Goldman Sachs di analizzare opzioni di vendita per i suoi affari o le sue attività e non è riuscita a trovare un compratore.
La ragione per la quale la WCI Communities non riesce a trovare un compratore è che gli amministratori della compagnia hanno stabilito il suo valore dall’altra parte del baratro economico nel quale le fortune pubblicamente scambiate dei costruttori stanno cadendo.
Fino ad ora i candidati presidenziali hanno ignorato il pericolo come per evitare di subire il colpo quando si è forzati a scegliere un prezzo di mercato e non uno già deciso.
Questa è esattamente la discussione che sta rimbalzando attorno a Wall Street oggi e a centinaia di miliardi di dollari di derivate finanziarie il cui valore è incerto.
Con il passare dei giorni, con il resoconto della frenata edilizia a Miami, e con la produzione delle imprese edili trascinata nella più potente corrente contraria della storia moderna, sta diventando sempre più chiaro, con la stessa certezza dei movimenti della marea dentro e fuori dalla Long Cove, che la questione cruciale nella campagna del 2008 sarà il vortice in atto nel mercato edilizio che attraversa la nazione.
David Leonhardt nell'articolo del New York Times "Tieni gli occhi aperti sulle ipoteche a tasso variabile" (1 agosto 2007) sottolinea freddamente "… il massacro nel mercato ipotecario è andato così in là anche prima che il volume delle ipoteche si fosse ristabilito."
Il presidente Bush la chiamava "la società del possesso". Non ne sentite più parlare tanto ormai. Nemmeno avrete sentito parlare della recente visita in Cina del segretario dell’HDU Alfphonso Jackson che è stato rifiutato nel suo tentativo di convincere i cinesi ad acquisire un maggiore debito ipotecario statunitense. All’inizio di giugno, secondo Bloomberg, Jackson ha detto ai cinesi: "Le sicurezze dell’ipoteca offrono alla banca centrale cinese migliori riscontri rispetto ai buoni del tesoro americani allo stesso livello di rischio di credito." È cosí?
"Il mese di punta per il riassetto ipotecario sarà questo ottobre, secondo Credit Swiss, quando più di 50 miliardi di dollari in ipoteche subiranno per la prima volta una variazione ad un nuovo tasso. Il livello rimarrà intorno ai 30 milardi di dollari mensili per tutto il periodo di settembre 2008. In totale, il tasso di interesse su circa un milione di miliardi di dollari in ipoteche, o il 12 % del totale del paese, sarà ristabilito per la prima volta quest’anno o il prossimo. Un paio di anni fa, in paragone, solo un importo marginale di debito ipotecario, un paio di milardi di dollari, è stato ristabilito ogni mese."
Sono scarse le probabilità di contenere prima del novembre 2008 il contagio finanziario dato dal mercato ipotecario a poche società di investimento. Sarebbe difficile anche solo contenere le derivate finanziarie legate all’edilizia e non all’enorme mercato di debiti aziendali. Wall Street e l’amministrazione corrente stanno facendo una pressione tremenda per trattenere i commercianti dal valutare i rischi di mercato. È stata una fatica di Ercole e lo sforzo è evidente.
La marea economica sta ora correndo inevitabilmente contro Wall Street come fa qui nella Long Cove: da una parte milioni di proprietari di immobili al punto di panico o oltre mentre cercano di trovare il prezzo per mantenere alte le ipoteche nel decadente mercato delle proprietà, e, dall’altra parte, titolari di "petrodollari" e beneficiari degli squilibri del commercio americano che sono riluttanti a fare cattivi investimenti o ad essere truffati.
Le persone comuni e la maggior parte degli elettori non sono all'altezza della sfida di capire i rischi delle derivate finanziarie. Tuttavia i segnali sono dappertutto.
Il candidato che riuscirà a sollecitare la frustrazione per il crollo del mercato edilizio e la proliferazione di un insostenibile rischio per l’economia sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti.
Alan Farago scrive di ambiente e politica. Può essere raggiunto a questo indirizzo alanfarago@yahoo.com
Titolo originale: "Mis-Pricing the Risk. The Candidates and the Collapsing Economy"
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link
05.08.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di
agosto 12 2007
tristemente famosa "School Of Americas - SOA" ha addestrato per decenni militari divenuti famosi per i loro crimini e per la loro ferocia in tutto il continente Latino Americano, dal Salvador al Cile. Anche Haiti è stata banco di prova di torture e massacri per ex alunni della cosiddetta "Scuola dei Dittatori". Anzi Haiti ha meritato l'istituzione di una scuola personale e di agenzie specializzate in violenze e repressione.
Haiti prima della classe
alla Scuola delle Americhe
Di Alma Giraudo , per Selvas.org

Queste immagini si riferiscono al reportage della manifestazione a Fort Benning (Georgia - USA) nel 2006 contro la School Of Americas - Foto di Linda Panetta - http://opticalrealities.org/
:: HAITI - Licenziamenti alla telefonica nazionale::
Debito in cambio di privatizzazioni
Luglio 2007
Il 21 giugno scorso il Congresso degli Stati Uniti, ignorando le decine di migliaia di lettere, fax, mails e telefonate ha rigettato l'emendamento del senatore McGovern che proponeva il taglio dei fondi al “Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHISIC)”, com'è stata ribattezzata la famosa “Scuola delle Americhe” (School Of Americas - SOA) di Fort Benning, in Georgia, taglio che ne avrebbe determinato la chiusura. Per 214 voti contro 203 la “scuola degli assassini” continuerà ad esistere.
E' ben nota la serie di “diplomati” in questa scuola provenienti da tutti i Paesi dell'America Latina e Caraibi, come sono noti i loro crimini, dal Salvador al Cile.
Ad Haiti, un numero di uguali barbare azioni condotte da diplomati della SOA non è così ben conosciuto e posto all'attenzione del mondo: gli esecutori sono ancora liberi e qualche volta esercitano ancora potere.
Un caso rimasto nella memoria di tutti: 11 Settembre 1988, quando l'allievo della School Of Americas, Franck Romani, allora sindaco di Port-au-Prince e capo dei brutali Tontons Macoutes, orchestrò un assalto alla parrocchia di S. Giovanni Bosco, la parrocchia di Padre Jean-Bertrand Aristide. Mentre padre Aristide stava celebrando messa, individui armati abbatterono la porta della chiesa sparando, poi bruciarono la parrocchia. Cinquanta persone morirono e 77 rimasero ferite. Coloro che cercavano di scappare furono colpiti con bastoni e pietre. Dopo, gli assassini si vantarono delle loro azioni: in televisione giurarono di finire Aristide, promettendo che se avesse ancora celebrato messa, solo dei corpi sarebbero stati presenti nella chiesa.
La CIA, il Dipartimento di Giustizia, il Pentagono, varie Agenzie, hanno avuto un forte ruolo nel creare ed addestrare polizia e forze militari in Haiti. Per combattere la “guerra alla droga” nel 1986, per esempio, gli USA crearono il SIN (National Intelligence Service). Composto da ufficiali dell'esercito Haitiano, questo dipartimento aveva come obiettivo principale la persecuzione dei sostenitori di Aristide: dopo poco tempo, durante le elezioni, i soldati Haitiani condussero un selvaggio massacro di votanti a Port-au-Prince. Il colonnello Gambetta Hyppolite, un diplomato della Scuola delle Americhe, condusse un attacco parallelo nella città di Gonaives: le elezioni furono sospese.
Il Congresso USA determinò che gli abusi sugli haitiani furono eccessivi e sospese l'aiuto militare ad Haiti. La CIA però continuò spendendo un milione di dollari all'anno per l'equipaggiamento e l'addestramento militare. Washington volse lo sguardo quando gli ufficiali del SIN furono implicati in traffico di cocaina ed il Congresso non sollevò obiezioni agli atti di terrorismo, incluse torture, compiute contro i sostenitori d'Aristide.

L'11 settembre haitiano
Nel 1991 Jean-Bertrand Aristide divenne Presidente di Haiti. Otto mesi dopo, il collaboratore della CIA, Michel Francois, Capo della Polizia nazionale haitiana e fondatore dell'Unità Anti-Gang, che di routine torturava i prigionieri a morte, guidò un colpo di stato contro il Presidente Aristide. Francois era un diplomato della Fort Benning's Infantry School (scuola di fanteria di Fort Benning), Philippe Biamby, un altro organizzatore del colpo era anche stato anch'esso addestrato alla scuola di fanteria in Georgia e Raul Cedras, il leader che prese il potere dopo che il governo democratico fu abbattuto, era un diplomato della stessa Scuola delle Americhe .
Durante il regime di Cedras, l'11 Settembre 1993 nella Chiesa del Sacro Cuore si commemorava il quinto anniversario del massacro della chiesa di S. Giovanni Bosco. Sotto gli occhi dei media e degli osservatori dei diritti umani gli uomini di Cedras circondarono la chiesa, trascinarono fuori un uomo di affari, Antoine Izméry, importante sostenitore di Aristide, e gli spararono alla testa uccidendolo.
L'anno successivo un altro sostenitore di Aristide, Padre Jean-Marie Vincent fu ucciso a Port-au-Prince. Quando Padre Vincent guidò un movimento contadino per sostenere la riforma agraria alcuni anni prima, il massacro di centinaia di contadini non fece impressione a Washington, come non la fece la morte violenta di 5.000 persone durante gli anni insanguinati di Cedras. L'assassinio di un sacerdote, comunque, attrasse l'attenzione. Il Dipartimento di Stato USA che si attivò per “proteggere la democrazia” ad Haiti stabilendo un nuovo “programma”, l'addestramento investigativo (the Investigative Training Assistance Program). Le persone da addestrare furono reclutate ampiamente dall'esercito Haitiano, selezionate in modo da escludere coloro che fossero fedeli ad Aristide. Fra questi “protettori della democrazia” selezionati vi erano membri degli squadroni della morte, trafficanti di droga, ed altri ufficiali noti per le pratiche di tortura. Un anno dopo che il Programma fu fondato il numero degli “allievi” raddoppiò, raggiungendo i 3.000. Con un numero così alto gli USA decisero di aprire una nuova struttura, che collocarono non ad Haiti ma in Missouri, a Fort Leonard Wood. Così nacque la versione in lingua Creola della Scuola delle Americhe. Tale scuola fu l'ultima metamorfosi di un processo iniziato nel 1934, quando gli USA, dopo due decadi di occupazione di Haiti, crearono la “Guardia di Haiti”, per subentrare ai marines, sul modello della “Guardia Nazionale” in Nicaragua, stabilita per garantire la sicurezza alla dittatura di Somoza.

Oltre a Fort Benning e Fort Leonard, un efficiente programma di addestramento era in opera in Ecuador, finanziato dalle forze speciali USA. E' qui, in Ecuador, che il noto Guy Philippe è stato addestrato. Nel 2000, da capo della polizia di Cap Haitien, con altri alunni dell'accademia dell'Ecuador organizzò un fallito colpo di stato, in uno sforzo per resuscitare l'esercito haitiano che era stato sciolto dal Presidente Aristide. Il fallito colpo portò Philippe all'esilio nella Repubblica Dominicana, ed è qui che lo si ritrova nel febbraio 2004, rifornito di moderne armi inviate dagli Stati Uniti sottoforma di “aiuto alla Repubblica Dominicana” per guidare il secondo tentativo di colpo di stato, questa volta riuscito poiché i marines USA, il 29 febbraio 2004, entrarono al palazzo presidenziale di Port-au-Prince sequestrando e deportando l'allora legittimo Presidente Aristide (1)
Sotto il regime sponsorizzato dagli Stati Uniti, le truppe delle Nazioni Unite sono state inviate ad Haiti come “peacekeepers” ma, come l'esercito Haitiano, non hanno dato protezione ai poveri né ai religiosi che operavano al servizio dei poveri, quasi tutti esponenti della Teologia della Liberazione. Jean-Bertrand Aristide aveva detto una volta "Il crimine del quale sono accusato è il crimine di predicare cibo per tutti gli uomini e tutte le donne”. Questo è stato il crimine anche di Padre Gerard Jean-Juste che distribuiva un piatto di minestra ai bambini poverissimi di Port-au-Prince nella sua parrocchia di Saint Claire: nell'Ottobre 2004, centinaia di bambini furono testimoni dell'arresto del loro sacerdote da parte di uomini pesantemente armati e mascherati. Padre Jean-Juste fu gettato in un'angusta, gelida, sporca cella, dove il trattamento fu brutale e le condizioni orribili e quando un detenuto morì le guardie attesero 12 ore prima di rimuoverne il corpo. Migliaia di Haitiani, la maggioranza dei quali prigionieri politici pro-democrazia hanno vissuto in tali condizioni durante il regime di Latortue (2004 - 7/2/2006). Gerard Jean-Juste fu infine rilasciato, ma arrestato di nuovo alcuni mesi più tardi, dopo che alcuni uomini armati spararono all'interno della sua chiesa. I “peacekeepers” della Nazioni Unite non risposero alle richieste di protezione del sacerdote (2)

Le tante scuole della repressione
Il cileno Eduardo Aldunate è il vice comandante della forza militare della Minustah (la missione di “peacekeepers” delle Nazioni Unite). Nella sua carriera era stato addestrato in tortura nella Scuola delle Americhe a Panama e successivamente ha prestato servizio agli ordini di Pinochet.
Perché certi esponenti della Chiesa sono stati bersaglio di una tale repressione ad Haiti? Una risposta è scritta nel Documento di Santa Fe, del 1980, un documento dell'amministrazione Reagan che spiega la necessità per la politica USA di opporsi ai membri della Chiesa che abbracciano la Teologia della Liberazione: la loro opzione preferenziale per i poveri era, ed è ancora oggi, un elemento critico per il capitalismo produttivo. In Haiti, Padre Vincent Jean-Juste e Aristide, come i sacerdoti e le suore in Salvador (3) assassinati nel 1980 dall'esercito, si sforzavano di correggere la violenza strutturale di un sistema che lascia la maggioranza della popolazione del Terzo Mondo senza mezzi sanitari, senza educazione, senza futuro. Per questo sono stati torturati, stuprati, imprigionati, uccisi.
Già al tempo dei Duvalier tali esponenti religiosi furono oggetto di violenti attacchi da parte delle forze armate di Haiti. La polizia segreta di Jean-Claude Duvalier (i famosi “Baby Doc”) torturò un giovane, Padre Jean-Juste, nel 1971 per il suo rifiuto di impegnarsi ad obbedire alla dittatura.
Ma la stessa Gerarchia Ecclesiastica ha attaccato questi esponenti religiosi, dando il proprio contributo alla repressione. Ordinando a Padre Aristide di lasciare il suo Paese, ad esempio, il Vaticano ha rinforzato l'agenda delle forze armate Haitiane e dell'elite della quale proteggevano gli interessi. Allo stesso modo l'Arcivescovo Haitiano in una predica nel 1990 accusò il neo eletto Presidente Aristide di essere un “socio-bolscevico” dimostrando il suo disprezzo per il processo democratico.
Gli assassini ed i torturatori non necessariamente hanno ricevuto un addestramento diretto dalla Scuola delle Americhe e dalle sue branche: per aver sviluppato il senso del diritto all'abuso ed alla violenta de-umanizzazione degli altri, possono essere stati addestrati tramite i programmi finanziati da agenzie militari e civili che hanno come scopo l'avanzamento degli interessi politici ed economici degli Stati Uniti che, nel nome della “sicurezza nazionale” supportano la violenza strutturale che flagella questo lato di Terzo Mondo. Come i centri di detenzione e tortura, i molti tentacoli della repressione sono indifferenti alle frontiere nazionali. Dopo che la Scuola delle Americhe fu costituita a Panama, ufficiali militari francesi che avevano sviluppato strategie di contro rivoluzione in Vietnam e le avevano perfezionate in Algeria, si recarono alla Scuola di Panama per addestrare alla tortura soldati dei Paesi Latino Americani: i loro “mentori” venivano dalla Germania, dalle SS Hitleriane.
Tratto da “School of the Americas: the Haitian Case” di Adrianne Aron (4) per haitisolidarity.net
NOTE:
(1) “Haiti: cronache di una morte annunciata” (www.selvas.org/newsHA0206.html)
(2) Padre Jean-Juste è stato scarcerato il 29.01.2006 a causa delle sue condizioni di salute dopo forti pressioni da parte di organizzazioni e singoli da tutto il mondo. Attualmente si trova negli Stati Uniti per sottoporsi a sedute di chemioterapia in quanto malato di leucemia. Parte delle false accuse nei suoi confronti sono cadute, ma alcune (detenzione di armi da fuoco) non sono state ancora esaminate
(3) In Salvador è stata di recente aperta la “International Law Enforcement Academy”
(4) Adrianne Aron, di Berkeley, è psicologa, membro del Comitato per il Diritto alla Salute in America Centrale ed ha lavorato a lungo con i sopravvissuti alle torture in Guatemala ed in Salvador . E' membro del SOA Watch.
agosto 11 2007
LE COLPE DI GREENSPAN
DI JOSEPH E. STIGLITZ
La Repubblica
L'America immersa nei debiti
I pessimisti che da tempo prevedevano che l'economia americana stesse andando incontro a guai seri, sembrano infine riscuotere i loro giusti meriti. Francamente, però, non c'è di che stare allegri vedendo i prezzi delle azioni crollare in conseguenza di sempre più frequenti insolvenze da parte dei mutuatari. La situazione, tuttavia, era assolutamente prevedibile, come prevedibili sono le conseguenze che si ripercuoteranno sia su milioni di americani che dovranno far fronte a gravi difficoltà finanziarie, sia sull'economia globale. Tutto risale alla recessione del 2001.
Con l'avallo di Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, il presidente George W. Bush aveva fatto approvare uno sgravio fiscale finalizzato ad avvantaggiare gli americani più ricchi, ma non a risollevare l'economia dalla recessione che aveva fatto seguito allo scoppio della bolla di Internet. Una volta commesso quell'errore, alla Fed restava ben poca scelta: se voleva rispettare il proprio mandato, consistente nel mantenere la crescita e l'occupazione, doveva necessariamente abbassare i tassi di interesse.
E così ha fatto, ma con modalità che non hanno precedenti: ha infatti portato i tassi di interesse fino all'uno per cento.
La manovra ha funzionato, ma in maniera sostanzialmente diversa da come la politica monetaria funziona abitualmente. Di norma, infatti, bassi tassi di interesse stimolano le aziende a sottoscrivere più prestiti per investire di più e, sempre di norma, a un maggiore indebitamento corrispondono asset più produttivi.
Considerato però che l'eccessivo investimento degli anni Novanta costituiva parte del problema alla base della recessione, i tassi di interesse più bassi non hanno stimolato granché gli investimenti. L'economia è migliorata, ma più che altro perché le famiglie americane sono state convinte ad accollarsi sempre più debiti, rifinanziando i loro mutui e spendendo parte delle loro entrate. Finché i prezzi delle abitazioni sono aumentati in rapporto ai più bassi tassi di interesse, gli americani hanno potuto fingere di non accorgersi di essere sempre più indebitati.
Di fatto, anche questo non è servito a stimolare più di tanto l'economia. Per invogliare un maggior numero di persone a prendere in prestito più denaro, gli standard di solvibilità sono stati ridotti, e ciò ha innescato il moltiplicarsi dei cosiddetti "mutui subprime" (mutui concessi alle categorie meno abbienti e quindi con un elevato indice di rischio per gli istituti eroganti, ndt). Sono stati inoltre messi a punto nuovi prodotti, che riducendo gli importi degli anticipi hanno reso ancor più facile per i clienti sottoscrivere mutui più cospicui.
Alcuni mutui hanno avuto addirittura un ammortamento negativo: i pagamenti non hanno coperto gli interessi dovuti, così di mese in mese il debito è andato aumentando. I mutui fissi, con tassi di interesse al sei per cento, sono stati rimpiazzati da mutui a tasso variabile, il pagamento degli interessi dei quali era ancorato ai più bassi tassi di un T-bill (Bot) a breve termine. I cosiddetti "teaser rates" (tassi di interesse ridotti applicati per il primo anno e appositamente concepiti per attirare clienti, ndt) hanno consentito inoltre di ridurre ancor più i pagamenti per i primissimi tempi: ma erano appunto "teaser" (letteralmente "stuzzicanti", ndt), e pertanto hanno sfruttato il fatto che molti mutuatari non fossero granché esperti da un punto di vista finanziario e non fossero in grado di capire fino in fondo in che cosa si stavano cacciando.
Alan Greenspan li ha incitati a esagerare con i rischi, spingendo questi mutui a tasso variabile. Il 23 febbraio 2004 Greenspan osservò che "molti proprietari di casa avrebbero potuto risparmiare decine di migliaia di dollari se nell'ultimo decennio avessero sottoscritto mutui a tasso regolabile invece che mutui a tasso fisso". È mai possibile che Greenspan si aspettasse davvero che i tassi d'interesse sarebbero rimasti per sempre all'uno per cento, un tasso di interesse reale assolutamente negativo? Possibile che Greenspan non abbia pensato a quello che sarebbe accaduto agli americani poveri con mutui a tasso variabile quando i tassi di interesse fossero saliti, come quasi inevitabilmente avrebbero finito col fare?
Indubbiamente il comportamento di Greenspan si spiega col fatto che durante il suo mandato l'economia si è comportata molto meglio di quanto si sarebbe comportata altrimenti. Ma doveva essere soltanto questione di tempo prima che questa performance diventasse insostenibile.
Per fortuna, la maggioranza degli americani non ha seguito il consiglio di Greenspan di cambiare tipologia di mutuo orientandosi su quello a tasso variabile. Nondimeno, anche quando i tassi di interesse a breve termine hanno incominciato a salire, il giorno della resa dei conti è stato soltanto rinviato e altri mutuatari ancora sono riusciti a ottenere mutui a tasso fisso, con tassi di interesse più meno fissi e non in aumento. Stranamente, a mano a mano che i tassi di interesse a breve termine hanno iniziato a salire, i tassi a medio e lungo termine sono rimasti immutati, stranezza alla quale si è fatto accenno utilizzando il termine di "rompicapo". Una delle possibili spiegazioni per questa stranezza è che le banche centrali straniere che stavano accumulando trilioni di dollari nei loro forzieri alla fine si siano rese conto che avrebbero avuto buone probabilità di continuare a tenersi queste riserve per anni e anni a venire, e abbiano pertanto deciso di potersi permettere di investire quanto meno parte del denaro in emissioni a medio termine del Tesoro statunitense che (almeno in un primo tempo) assicuravano guadagni superiori rispetto ai Bot.
La bolla immobiliare alla fine è scoppiata e, con i prezzi in calo, alcune persone hanno scoperto che i loro mutui erano più cari del valore delle loro abitazioni. Altre si sono rese conto che con l'aumento dei tassi di interesse non riuscivano più a far fronte alle rate del mutuo. Troppi americani non avevano previsto alcuna forma di riserva di sicurezza per il loro budget, e gli istituti eroganti, impegnati a evidenziare soltanto le rate generate dai nuovi mutui, non li hanno incoraggiati a farlo.
Tanto era prevedibile lo scoppio della bolla immobiliare, quanto lo sono le sue conseguenze: la costruzione di nuovi immobili e la vendita di quelli esistenti sono in forte rallentamento mentre la disponibilità di case è in netto aumento. Da alcuni calcoli risulta che negli ultimi sei anni oltre i due terzi dell'aumento della produzione e dei posti di lavoro erano da mettersi in relazione al settore immobiliare, e ciò riflette come i nuovi proprietari di casa e le famiglie abbiano ipotecato le loro case per soddisfare la loro frenesia nei consumi.
La bolla immobiliare ha indotto gli americani a vivere al di là dei propri mezzi. Il risparmio netto è negativo da un paio di anni. Ora che questo motore di crescita si è fermato, è difficile immaginare in che modo l'economia americana potrà non subire una frenata. Ritornare al risanamento fiscale sul lungo periodo sarà sicuramente positivo, ma nel breve periodo ridurrà la domanda globale.
Secondo un vecchio adagio, gli errori perdurano nel tempo ben oltre che chi li ha commessi se ne è andato. Ciò è sicuramente vero per Greenspan, ma nel caso di Bush stiamo iniziando a subirne le conseguenze addirittura prima che egli se ne sia andato.
Joseph E. Stiglitz
Premio Nobel per l'Economia, è docente alla Columbia University
Copyright: Project Syndacate, 2007 www. projectsindacate. Org
Fonte: www.repubblica.it/
agosto 9 2007
FREEDOM NEXT TIME
DI JOHN PILGER
Information Clearing House
Il titolo di questo intervento è Freedom Next Time, titolo anche del mio libro, nato con l'intento di essere un antidoto alla propaganda che troppe volte si camuffa da giornalismo. Quindi ho pensato di parlare oggi di giornalismo, della guerra raccontata dal giornalismo, della propaganda, del silenzio e di come il silenzio si possa spezzare. Edward Bernays, il cosiddetto padre delle pubbliche relazioni, scrisse di un governo invisibile che è il vero potere dominante del nostro paese, riferendosi al giornalismo, ai media. Questo accadeva quasi 80 anni fa, non molto tempo dopo l'invenzione del giornalismo aziendale: è una storia di cui pochi giornalisti parlano o sanno qualcosa, e che cominciò con l'arrivo della pubblicità privata.
Nel momento in cui le nuove imprese iniziarono a prendere il controllo della stampa, venne inventato ciò che fu definito "giornalismo professionale". Per attrarre le grandi agenzie pubblicitarie, la nuova stampa aziendale doveva avere una facciata rispettabile e rifarsi ai principi di obiettività, imparzialità ed equilibrio. Furono fondate allora le prime scuole di giornalismo e il giornalismo professionale venne avvolto dal mito di neutralità liberale. Il diritto alla libertà di espressione fu associato ai nuovi media e alle grandi imprese ma l'intera faccenda era "completamente fasulla", come dice giustamente Robert McChesney.
Dal momento che il pubblico non sapeva cosa fosse a rendere professionale il giornalismo, i giornalisti dovevano assicurare che le notizie e le opinioni fossero dominate dalle fonti ufficiali, e anche oggi funziona così. Date un'occhiata al New York Times di un giorno qualsiasi e controllate le fonti da cui sono tratti i principali fatti di politica, interna ed estera: scoprirete che sono controllati dal governo e da interessi stabiliti. Questa è l'essenza del giornalismo professionale. Non sto insinuando che il giornalismo indipendente fosse o sia tutt'oggi escluso, ma è più vicino ad essere un'onorevole eccezione. Basti pensare al ruolo giocato da Judith Miller al New York Times nel periodo precedente all'invasione dell'Iraq. Sì, il suo lavoro fece scalpore, ma solo dopo aver ricoperto un ruolo cruciale nella promozione di un invasione giustificata da affermazioni false. Ancora, il comportamento della Miller, che si prestò alla ripetizione acritica delle notizie provenienti dalle fonti ufficiali per i suoi interessi personali, non fu così diverso da quello di molti altri reporter del Times, come il famoso W.H. Lawrence che si prodigò per insabbiare la verità sugli effetti provocati dal lancio della bomba atomica su Hiroshima nell'agosto del 1945. "Nessuna traccia di radioattività sulle rovine di Hiroshima" fu il titolo del suo articolo, ma era una menzogna.
Pensate a quanto sia cresciuto il potere di questo governo invisibile. Nel 1983 i media erano sotto il controllo globale di 50 aziende, la maggior parte delle quali americane. Nel 2002 tale cifra è scesa fino a 9. Oggi sono probabilmente solo 5. Rupert Murdoch ha previsto che ci saranno solo tre giganti mondiali dell'informazione e la sua società sarà tra quelle. Tale concentrazione di potere non è prerogativa dei soli Stati Uniti; la BBC ha annunciato che si sta espandendo verso gli USA perché crede che gli americani desiderino un giornalismo dai sani principi, obiettivo e neutrale, caratteristiche che hanno reso famosa l'emittente inglese. Così è stata lanciata la BBC americana; forse ne avrete visto la pubblicità.
La BBC nacque nel 1922, appena prima che iniziasse la stampa aziendale in America. Il suo fondatore, Lord John Reith, credeva che l'imparzialità e l'obiettività fossero l'essenza del giornalismo. Nello stesso anno l'establishment britannico fu posto sotto assedio. I sindacati indissero uno sciopero generale e i Tory temevano che la rivoluzione fosse alle porte. La nuova BBC venne in loro aiuto. In gran segreto, Lord Reith scrisse dei discorsi contro i sindacati per Stanley Baldwin, il Primo ministro del governo Tory, e li trasmise a tutta la nazione, mentre si rifiutò di lasciare ai leader laburisti la possibilità di dire la loro fino all'interruzione dello sciopero.
Quindi, la questione era risolta. L'imparzialità era senza dubbio un principio, che però poteva essere messo tra parentesi qualora l'establishment fosse sotto minaccia. E questo principio è stato adottato da allora in poi.
Prendete l'invasione dell'Iraq. Esistono due studi sulla cronaca della BBC. Uno mostra che la BBC dedicò al dissenso alla guerra in Iraq solo il 2% del suo spazio informativo, solo il 2%, ovvero meno di quanto gliene fu dedicato dalla ABC, NBC e CBS. Il secondo studio condotto dall'Università di Wales mostra che dai preparativi fino all'invasione, il 90% delle allusioni della BBC riguardo alle armi di distruzione di massa suggerivano che Saddam Hussein in effetti ne era in possesso e quindi che, implicitamente, Bush e Blair agivano nel giusto. Adesso, sappiamo che la BBC e altre emittenti furono usate dall'MI-6, i servizi segreti inglesi. Nell'ambito di quella che chiamarono Operation Mass Appeal, gli agenti dell'MI-6 misero in giro voci circa l'esistenza delle armi di distruzione di massa di Saddam, nascoste nel suo palazzo o nei bunker segreti sotterranei. Storie del tutto false. Ma non è questo il punto. Il punto è che il lavoro dell'MI-6 fu inutile, perché lo stesso giornalismo professionale di per sé avrebbe prodotto lo stesso risultato.
Ascoltate le parole dell'inviato della BBC a Washington, Matt Frei, poco dopo l'invasione. "Non c'è dubbio" egli disse agli spettatori inglesi e a quelli di tutto il resto del globo "che il desiderio di fare del bene, di portare i valori americani nel resto del mondo, e specialmente nel Medio Oriente, è strettamente legato al potere militare americano". Nel 2005 lo stesso reporter lodò Paul Wolfowitz, l'architetto dell'invasione, come qualcuno che "crede profondamente nella forza della democrazia e nello sviluppo popolare. Questo poco prima del piccolo incidente alla World Bank.
Non c'è niente di strano in tutto ciò. I notiziari della BBC descrivono sistematicamente l'invasione come un errore di valutazione; non come un'azione illegale, immotivata, basata sulle menzogne, ma come un semplice errore di valutazione.
Le parole "sbaglio" ed "errore" sono di uso comune nei notiziari della BBC, assieme a "fallimento", che per lo meno suggerisce l'idea che se l'assalto deliberato, calcolato, immotivato e illegale all'indifeso Iraq avesse avuto successo, sarebbe stato proprio giusto. Ogni volta che sento queste parole penso al meraviglioso saggio di Edward Herman sulla normalizzazione dell'inconcepibile. Questo è ciò che il linguaggio standard dei media fa ed è predisposto a fare: normalizzare l'inconcepibile, come la degradazione della guerra, delle mutilazioni, e tutto ciò che ho visto. Una delle mie storie preferite sulla Guerra Fredda riguarda un gruppo di giornalisti russi in visita negli Stati Uniti. Arrivato l'ultimo giorno di permanenza, la persona che li ospitava chiese quali fossero le loro impressioni. "Devo dirle" affermò il portavoce "che, dopo aver letto i giornali e aver visto giorno per giorno la TV, siamo rimasti meravigliati di notare come le opinioni sulle questioni cruciali sono esattamente identiche. Per avere un tale risultato nel nostro paese noi mandiamo i giornalisti nei gulag e dobbiamo strappargli le unghie. Qui non avete bisogno di fare niente di simile. Qual'è il segreto?"
Qual è il segreto? Ci si pone di rado questa domanda nelle redazioni, nelle facoltà di comunicazione, nei giornali, sebbene la risposta sia decisiva per la vita di milioni di persone. Il 24 agosto dello scorso anno il New York Times fece questa dichiarazione in un editoriale: "Se avessimo saputo prima quello che sappiamo ora l'invasione dell'Iraq sarebbe stata impedita da una protesta popolare". Questa sorprendente ammissione in effetti lasciava intendere che i giornalisti avevano tradito il pubblico non facendo il loro lavoro, accettando e amplificando l'eco delle bugie di Bush e della sua banda anziché sfidarli e smascherarli. Quello che il Times non disse fu che se il giornale e il resto dei media avessero denunciato tali menzogne, più di un milione di persone sarebbero state ancora vive oggi. Questa è l'opinione di un certo numero di giornalisti affermati. Pochi tra loro, me lo hanno riferito personalmente, lo ammetteranno pubblicamente.
Ironia della sorte, ho iniziato a capire come funziona la censura nelle cosiddette società libere quando ho fatto un servizio sulle società totalitarie. Durante gli anni '70 feci delle riprese segrete in Cecoslovacchia, allora sotto la dittatura stalinista. Intervistai i membri del gruppo dissidente Charta 77, incluso lo scrittore Zdener Urbanek che mi disse: "Sotto un certo punto di vista noi che viviamo sotto le dittature siamo più fortunati di voi occidentali. Noi non crediamo a niente di quello che c'è scritto sui giornali o che vediamo in televisione, perché sappiamo che è solo propaganda e menzogne. Voi occidentali mi piacete. Abbiamo imparato a vedere oltre la propaganda, a leggere tra le righe e, come voi, sappiamo che la verità è sempre sovversiva".
Vandana Shiva ha dato la definizione di conoscenza sottomessa. Il famoso scandalista irlandese Claud Cockburn aveva ragione quando scrisse: "Non credere a nulla fino a che non sia stato ufficialmente smentito".
Uno dei più antichi cliché di guerra recita che la verità è la prima vittima. No, non lo è: il giornalismo è la prima vittima. Quando finì la guerra del Vietnam, la rivista Encounter pubblicò un articolo di Robert Elegant, un illustre corrispondente che aveva seguito le fasi della guerra: "Per la prima volta nella storia moderna l'esito della guerra non è stato determinato sul campo di battaglia ma sulle pagine dei giornali e in particolar modo sullo schermo della televisione". Egli reputava i giornalisti responsabili dell'esito della guerra poiché vi si opponevano nei loro articoli. Il punto di vista di Robert Elegant venne generalmente accettato a Washington e lo è tuttora. Durante la guerra in Iraq il Pentagono inventò la figura dell'embedded journalist, [ossia del giornalista "incorporato" nell'esercito e a seguito di esso n.d.t.], perché convinto che il giornalismo critico sia stato determinante nella sconfitta in Vietnam.
Era vero l'esatto contrario. Durante il mio primo giorno da giovane reporter a Saigon, mi recai presso le principali società di giornali e di TV. Notai che in alcuni dei loro uffici c'era una bacheca appesa al muro sulla quale erano affisse delle fotografie raccapriccianti, per lo più di corpi di soldati vietnamiti e americani con orecchie e testicoli recisi. In un ufficio c'era la fotografia di un uomo sotto tortura; sopra la testa dell'aguzzino qualcuno aveva incollato una nuvoletta stile fumetto con la scritta: "Così impari a parlare con la stampa". Nessuna di queste foto fu mai pubblicata e neanche distribuita alle testate o ai network d'informazione. Quando chiesi perché, mi venne risposto che il pubblico non le avrebbe mai accettate. In ogni caso, scegliere di pubblicarle non sarebbe stata una mossa obiettiva o imparziale. Anche io sono cresciuto nel mito della guerra giusta contro la Germania e il Giappone, quel bagno etico che ripulì il mondo anglo-americano da tutti i mali. Ma più stavo in Vietnam, più capivo che le nostre crudeltà non erano episodiche, né lo erano le loro aberrazioni, ma era la guerra in sé a costituire un'atrocità. Questa era la grande storia e queste erano le notizie parziali. Sì, le tattiche e l'efficacia dell'esercito erano messe in dubbio da alcuni bravi reporter, ma la parola "invasione" non venne mai usata. La blanda alternativa scelta fu "impegnata". L'America era impegnata in Vietnam. L'illusione di un gigante goffo, ben intenzionato, impantanato nel fango asiatico, era riproposta incessantemente. Il compito di raccontare la verità sovversiva fu lasciato in mano alle spie che tornavano a casa, come Daniel Ellsberg e Seymour Hersh con il suo scoop sul massacro di My-Lai. Il 16 marzo del 1968, giorno in cui ebbe luogo il massacro di My-Lai, c'erano ben 649 reporter in Vietnam e nessuno tra questi fece la cronaca dell'accaduto.
Sia in Vietnam che in Iraq politiche e strategie deliberate sono sconfinate nel genocidio. In Vietnam attraverso l'espropriazione forzata di milioni di persone e la creazione di zone franche; in Iraq attraverso un embargo che ha percorso tutti gli anni '90, come un assedio medievale, e che causò la morte, secondo l'UNICEF, di mezzo milione di bambini al di sotto dei cinque anni. Sia in Vietnam che in Iraq furono usate contro i civili armi proibite per condurre esperimenti deliberati. L'Agente Arancio cambiò l'ordine genetico e ambientale del Vietnam. L'esercito la chiamò "Operazione Ade". Quando il Congresso lo scoprì, venne rinominata più affettuosamente "Operazione Garzone di Fattoria", ma non cambiò nulla. Questo è all'incirca l'atteggiamento del Congresso nei confronti della guerra in Iraq. I democratici l'hanno condannata, rinominata e alla fine prolungata. I film di Hollywood che uscirono dopo la guerra in Vietnam erano un'estensione del giornalismo, della normalizzazione dell'inconcepibile. Sì, alcuni film erano critici riguardo alle tattiche militari, ma tutti alla fine erano attenti a spostare l'attenzione sul sentimento di malessere degli invasori. Il primo di questi film è oggi considerato un classico. Si tratta di The Deerhunter, il cui messaggio si può sintetizzare così: l'America ha sofferto, l'America è stata colpita e i ragazzi americani hanno fatto del loro meglio contro i barbari orientali. Tale contenuto è ancora più pernicioso dal momento che il film è diretto e recitato brillantemente. Devo ammettere che questo è stato l'unico film che mi ha fatto scoppiare in un urlo di protesta in una sala cinematografica. Anche l'acclamato Platoon di Oliver Stone, considerato un film contrario alla guerra e che in effetti mostra i vietnamiti come esseri umani, alla fine promuove soprattutto l'immagine dell'invasore-vittima.
Non avevo pensato di menzionare The Green Berets quando mi sono messo a scrivere questo articolo, fino a che l'altro giorno lessi che John Wayne lo reputava il film più influente che sia mai stato girato. Ho visto Green Berets, nel quale recitava John Wayne, un sabato sera del 1968 a Montgomery, in Alabama. (Mi trovavo lì per intervistare il famigerato governatore George Wallace). Ero appena ritornato dal Vietnam e non riuscivo a credere all'assurdità di questo film. Quindi mi misi a ridere forte e risi, risi. Non ci volle molto perché l'atmosfera attorno a me si raffreddasse notevolmente e il mio amico, che era stato un Freedom Rider [attivista per i diritti civili n.d.t.] nel sud disse: "Muoviamoci da qui in fretta e diamocela a gambe".
Fummo inseguiti fino al nostro hotel, ma ho i miei dubbi che tra i nostri inseguitori ci fosse qualcuno consapevole che John Wayne, il suo eroe, aveva mentito per non andare a combattere durante la seconda guerra mondiale. E che il fasullo modello di comportamento di Wayne spedì centinaia di americani a morire in Vietnam, con le notevoli eccezioni di George W. Bush e Dick Cheney.
L'anno scorso, durante la cerimonia di consegna del premio Nobel per la Letteratura, il drammaturgo Harold Pinter fece un discorso epocale. Si chiese perché, e lo cito, "la brutalità sistematica, la diffusione delle atrocità, la spietata soppressione del pensiero indipendente nella Russia stalinista siano così ben note nel mondo occidentale, mentre i crimini perpetrati dallo stato americano siano riportati o documentati soltanto superficialmente, o dimenticati". E ancora, nel mondo l'estinzione e la sofferenza di innumerevoli esseri umani potrebbe essere attribuita al rampante potere americano, "ma" secondo Pinter "voi non lo sapreste. Non è mai successo. Niente è mai successo. Anche mentre stava accadendo, non stava accadendo. Non importava. Non era di alcun interesse". Le parole di Pinter furono più che surreali. Ma la BBC ignorò il discorso del più famoso drammaturgo inglese.
Ho girato diversi documentari sulla Cambogia; il primo è stato Year Zero. La pellicola descrive il bombardamento americano che ha fatto da catalizzatore per l'ascesa di Pol Pot. Ciò che Nixon e Kissinger hanno iniziato, Pol Pot ha completato: i soli documenti della CIA non lasciano dubbi a riguardo. Ho offerto Year Zero alla PBS e lo portai a Washington. I dirigenti della PBS che videro la pellicola rimasero scioccati, bisbigliavano tra loro, poi mi chiesero di aspettare fuori. Uno di loro alla fine venne fuori e mi disse: "John, ammiriamo molto il tuo lavoro, ma ci preoccupa il fatto che dica che gli Stati Uniti hanno preparato la strada all'avvento di Pol Pot".
Io risposi: "Volete mettere in discussione l'evidenza?" E citai diversi documenti della CIA. "Oh, no," rispose lui. "ma abbiamo deciso di chiamare un giudice giornalistico".
Ora, il termine "giudice giornalistico" potrebbe essere stato inventato da George Orwell. In fatti riuscirono a trovare uno dei soli tre giornalisti che erano stati invitati in Cambogia da Pol Pot. Come si può immaginare, egli mostrò il pollice verso nei confronti del film e io non fui più contattato dalla PBS. Fu trasmesso in 60 paesi e divenne uno dei documentari più visti al mondo, ma non fu mai trasmesso negli Stati Uniti. Dei cinque film che ho fatto sulla Cambogia, uno fu mandato dalla WNYET, emittente della PBS di New York. Credo che sia stato messo in onda attorno all'una di notte. Nonostante quest'unica trasmissione, ad un orario in cui la maggior parte delle persone dorme, si è guadagnato un Emmy. Quale stupenda ironia. Si è meritato un premio, ma non un'audience.
La verità sovversiva di Harold Pinter, credo, sta nelle connessioni che lui ha evidenziato tra imperialismo e fascismo e nella descrizione di una battaglia per la storia di cui non si parla quasi mai. Questo è il grande silenzio dell'era mediatica e il nucleo nascosto della propaganda oggi. Una propaganda dalla portata così vasta da farmi sempre meravigliare che ci siano poi tanti americani che sanno e capiscono così tante cose. Parliamo di un sistema ovviamente, non di personaggi. Ci sono molte persone oggi credono che il problema sia George W. Bush e la sua cricca. Certo, l'entourage di Bush è la punta dell'iceberg, ma secondo la mia esperienza non si tratta di niente di più che di una versione estremizzata di quello che andava avanti già da tempo. Nella mia vita, ho visto iniziare più guerre dai liberali democratici che dai repubblicani. Ignorare questa verità è una garanzia che il sistema delle propagande e della promozione della guerra continuerà. Abbiamo avuto una branca dei democratici a capo della Gran Bretagna durante gli ultimi 10 anni. Blair, apparentemente liberale, ha coinvolto il suo paese nella guerra più volte di ogni altro primo ministro nell'epoca moderna. Sì, il suo attuale amico è George Bush, ma il suo primo amore fu Bill Clinton, il presidente più violento della fine del 20° secolo. Il successore di Blair, Gordin Brown, è anche lui un devoto di Clinton e Bush. L'altro giorno Brown ha detto: "I giorni in cui l'Inghilterra doveva scusarsi per l'Impero Britannico sono finiti. Dovremmo adesso celebrare".
Come Blair, Clinton e Bush, Brown crede nella verità liberale che la battaglia per la storia sia stata vinta; che milioni di persone morte a causa delle carestie inflitte dalla Gran Bretagna nell'India imperiale, o nell'impero americano, saranno dimenticati. E come Blair, il suo successore è fiducioso che il giornalismo istituzionalizzato stia dalla sua parte. Molti giornalisti, consapevoli o meno, sono allineati ad un'ideologia che considera se stessa non ideologica, ma che si presenta come il centro naturale, come il fulcro della vita moderna. Questa può essere di buon grado l'ideologia più potente e pericolosa che abbiamo mai conosciuto perché è suscettibile di più interpretazioni. Questo è il liberalismo. Lungi da me negare le virtù del liberalismo; noi tutti ne siamo beneficiari. Ma se neghiamo i suoi pericoli, il suo progetto a lungo termine e il potere smodato della sua propaganda, allora neghiamo anche il nostro diritto ad una vera democrazia, perché il liberalismo e la vera democrazia non sono la stessa cosa. Il liberalismo ebbe origine nel 19° secolo per preservare le élite, e la vera democrazia non è mai stata tramandata dall'élite. Ci si è sempre battuti e si è lottato per essa.
Un'eminente rappresentante della coalizione pacifista United For Peace and Justice ha detto recentemente, e la cito, "i Democratici stanno usando la politica della realtà". Il suo punto di riferimento storico liberale era il Vietnam. Secondo quanto ha detto, il presidente Johnson iniziò a ritirare le truppe dal Vietnam dopo che il Congresso democratico iniziò a votare contro la guerra. Non è quello che accadde. Le truppe vennero ritirate dal Vietnam dopo quattro lunghi anni. E in questo periodo gli Stati Uniti fecero più morti con i bombardamenti in Vietnam, Cambogia e Laos, che durante gli anni precedenti. E questo è ciò che successe in Iraq. I bombardamenti sono raddoppiati dall'anno scorso e questo fatto non è stato denunciato. Chi ha iniziato i bombardamenti? Bill Clinton. Durante gli anni '90 Clinton fece piovere bombe sull'Iraq in quelle che erano eufemisticamente chiamate "no fly zones". Nello stesso tempo impose un assedio medievale definito "sanzioni economiche", uccidendo, come ho detto, milioni di persone, tra cui 500.000 bambini. Tale carneficina non venne denunciata quasi da nessuno nel cosiddetto mainstream mediatico. L'anno scorso uno studio pubblicato dalla Johns Hopkins School of Public Heath rivelò che dall'invasione dell'Iraq, 650.000 iracheni sono morti come risultato diretto dell'invasione. I documenti ufficiali riportano che il governo Blair giudicava questa cifra credibile. A febbraio, Les Roberts, autore del rapporto, disse che secondo uno studio condotto dalla Università di Frodham la cifra corrispondeva a quella dei morti durante il genocidio in Ruanda. La risposta da parte dei media alla rivelazione shock di Robert fu il silenzio. Quello che per una generazione può essere considerato il più vasto episodio di uccisione organizzato, nelle parole di Harold Pinter, "Non è successo. Non importava".
Molte persone che si considerano di sinistra appoggiarono l'attacco di Bush in Afghanistan. Che la CIA avesse aiutato Osama Bin Laden venne ignorato, che l'amministrazione Clinton abbia segretamente sostenuto i talebani, addirittura fornendo loro il materiale informativo di alto livello della CIA, è praticamente all'oscuro di tutti gli Stati Uniti. I talebani erano partner segreti del gigante del petrolio Unocal nella costruzione di un condotto petrolifero in Afghanistan e quando venne fatto presente ad un funzionario di Clinton che i talebani perseguitavano le donne, egli rispose "Sopravviveremo". È palesemente evidente che Bush decise di attaccare i talebani non a seguito del 9/11, ma due mesi prima, nel luglio del 2001. Questo fatto non è noto negli Stati Uniti a livello pubblico, come la portata delle vittime civili in Afghanistan. Che io sappia, solo un reporter appartenente al mainstream, Jonathan Steel del Guardian di Londra, ha investigato sulle morti dei civili in Afghanistan stimando 20.000 persone e stiamo parlando di tre anni fa.
La tragedia senza fine della Palestina è dovuta in gran parte al silenzio e alla compiacenza della cosiddetta sinistra liberale. Hamas è descritto ripetutamente come votato alla distruzione di Israele. Il New York Times, l'Associated Press, il Boston Globe… a voi la scelta. Tutti usano questa informazione come fosse data per certa, ma è falsa. Ancora più importante, è pressoché sottaciuto che negli ultimi anni Hamas ha subito un cambiamento ideologico di portata storica riconoscendo quella che è definita la realtà di Israele; e che Israele abbia giurato di distruggere la Palestina è indicibile.
Esiste uno studio pionieristico della Università di Glasgow sulla cronaca che riguarda la Palestina. Venne intervistato un campione di ragazzi che in Inghilterra segue le notizie per televisione. Più del 90% di loro pensa che i coloni illegali siano i palestinesi. Più guardano, meno sanno, come recita la famosa affermazione di Danny Schecter.
Il silenzio attualmente più pericoloso è quello attorno alle armi nucleari e al ritorno della guerra fredda. I russi capiscono chiaramente che il cosiddetto scudo di difesa americano nell'Europa orientale è progettato per soggiogarli e umiliarli. Ancora, qui le prime pagine parlano di Putin sul punto di iniziare una nuova guerra, fredda, mentre nessuno riferisce dello sviluppo di un intero sistema nucleare chiamato Reliable Weapons Replacement (RRW), progettato per offuscare la distinzione tra guerra convenzionale e guerra nucleare, antica ambizione.
Nel frattempo, l'Iran è stato indebolito, con i media liberali che hanno rivestito più o meno lo stesso ruolo giocato prima dell'invasione dell'Iraq. E, come per i democratici, osservate come Barak Obama sia diventato la voce del Council on Foreign Relations, uno degli organi di propaganda della vecchia classe dirigente liberale di Washington. Obama scrive che sebbene egli desideri il ritiro delle truppe, "noi non dobbiamo escludere la forza militare contro avversari di vecchia data quali Iran e Siria". Ascoltate queste parole di Obama il liberale: "In un momento di grande pericolo nel secolo passato i nostri leader assicurarono che l'America, con le azioni o con l'esempio, guidasse e sostenesse il mondo, che noi ci sollevassimo e lottassimo per la libertà cercata da miliardi di persone oltre i loro confini".
Questo è il nocciolo della propaganda, o il lavaggio del cervello se preferite, che filtra nelle vite di ogni americano e in tanti di noi che americani non sono. Da destra a sinistra, laici o timorati di Dio, quello che così poche persone sanno è che nell'ultima metà del secolo le amministrazioni americane hanno rovesciato 50 governi, molti dei quali democratici. Nel processo, trenta paesi sono stati attaccati e bombardati con la conseguente perdita di innumerevoli vite. L'attacco di Bush va bene – ed è giustificato – ma nel momento in cui iniziamo a farci incantare dal richiamo della sirena delle fandonie dei democratici sul sollevarsi e combattere per la libertà cercata da milioni di persone, la battaglia per la storia è persa e noi stessi siamo ridotti al silenzio.
Quindi, che cosa dovremmo fare? Questa domanda che io ho posto spesso all'interno di convegni, anche in un contesto colto come quello di questa conferenza, è interessante in se stessa. Secondo la mia esperienza, la gente nel cosiddetto terzo mondo raramente si fa la domanda, perché sa cosa fare. Alcuni hanno pagato con la loro libertà e la vita, ma sanno cosa fare. È una domanda alla quale molti dei democratici (con la "d" minuscola) di sinistra devono ancora rispondere.
L'informazione reale, sovversiva, rimane il potere più potente di tutti, e io credo che non dobbiamo cadere nella trappola della convincimento che i media lavorino per il pubblico. Questo non era vero nella Cecoslovacchia stalinista e non è vero negli Stati Uniti.
In tutti gli anni che sono stato giornalista, non ho mai visto la coscienza pubblica sollevarsi così rapidamente come sta avvenendo oggi. Sì, la sua direzione e la sua forma non sono chiare, in parte perché le persone sono adesso profondamente sospettose nei riguardi delle alternative politiche e perché il partito democratico è riuscito a sedurre e a dividere l'elettorato di sinistra. Poi, questa crescente consapevolezza critica del pubblico è ancora più notevole se si considera l'incredibile portata dell'indottrinamento, della mitologia di uno stile di vita superiore e l'attuale stato di paura prodotto.
Perché il New York Times uscì senza editoriale l'anno scorso? Non perché si schierava contro la guerra di Bush; guardate i servizi sull'Iran. L'editoriale era una rara ammissione che il pubblico stava iniziando a vedere il ruolo segreto dei media e che la gente stava iniziando a leggere tra le righe.
Se l'Iran è attaccato, la reazione e il tumulto che ne deriverà non possono essere previsti. La sicurezza nazionale e la direttiva presidenziale sulla sicurezza della madrepatria dà a Bush, in caso di emergenza, il potere supremo rispetto a tutte le fazioni del governo. Non è improbabile che la costituzione venga sospesa; le leggi per contrastare centinaia di migliaia di cosiddetti terroristi e combattenti nemici esistono già. Credo che questi pericoli siano compresi dal pubblico che ha fatto passi in avanti dal 9/11 e ha percorso una lunga strada da quando la propaganda ha collegato Saddam Hussein ad Al-Qaeda. Ecco perché votarono per i democratici lo scorso novembre, solo per essere traditi. Ma hanno bisogno della verità e i giornalisti dovrebbero essere gli agenti della verità, non i cortigiani del potere.
Credo che un quinto stato sia possibile, il prodotto dei movimenti della gente, che controlla, decostruisce e respinge i media istituzionali. In ogni università, in ogni college dove si studiano i media, in ogni aula, gli insegnanti di giornalismo e i giornalisti stessi devono chiedersi quale sia il loro ruolo nella carneficina in nome di un'obbiettività fasulla. Tale movimento interno ai media potrebbe annunciare una perestroika come non ne abbiamo mai viste. È tutto possibile. I silenzi possono essere rotti. In Inghilterra, l'Unione Nazionale dei Giornalisti ha intrapreso un cambiamento radicale e ha chiesto di boicottare Israele. Il sito web Medialens.com è stato l'unico a chiamare la BBC a renderne conto. Negli Stati Uniti spiriti ribelli incredibilmente liberi popolano il web (non li posso menzionare tutti in questa sede) da International Clearing House di Tom Feeley a ZNet di Mike Albert o Counterpunch online fino allo splendido lavoro di FAIR. La miglior relazione sull'Iraq compare sul web, ad opera del coraggioso giornalismo di Dahr Jamail e di cittadini-reporter come Joe Wilding, che ha fatto un servizio sull'assedio di Fallujah dall'interno della città.
In Venezuela, le ricerche di Greg Wilpert smentirono la propaganda aggressiva ora rivolta ad Hugo Chavez. Non facciamo errori, si tratta della minaccia della libertà di parola per la maggioranza dei venezuelani che giace dietro alla campagna occidentale per conto del corrotto gruppo audiovisivo Radio Televisione Caracas (RCTV). La sfida per noi è portare allo scoperto questa conoscenza sottomessa e diffonderla tra la gente comune.
Dobbiamo fare in fretta. La Democrazia liberale si sta muovendo verso una forma di dittatura istituzionalizzata. Questo è un cambiamento storico e non si deve lasciare che i media siano la sua facciata, piuttosto che diventino l'ardente espressione popolare, soggetta all'azione diretta. La famosa spia Tom Paine avvertì che nel momento in cui la maggioranza della gente avesse negato la verità e le idee della verità, sarebbe stato il tempo di prendere d'assalto quella che lui chiamava la Bastiglia delle parole. Quel momento è adesso.
Discorso pronunciato alla Conferenza Socialista di Chicago 2007, sabato 16 giugno
John Pilger
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article18046.htm
20.07.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di AGLAIA KOCHELOKHOV
luglio 18 2007
L'assegno in bianco del Senato per la guerra in Iran
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di Chris FLOYD, tradotto da Gianluca Bifolchi - da www.taxcala.es
Come probabilmente sapete - a meno che non dipendiate dai grandi media per le notizie, naturalmente - ieri il senato USA ha dichiarato all'unanimità che l'Iran sta commettendo atti di guerra contro gli USA: un voto di 97 a 0 per dare a George W. Bush un chiaro ed inequivoco casus belli per attaccare l'Iran quando Dick Cheney gli dirà di farlo.
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La risoluzione bipartisan del senato -- da un'idea originale del bellicoso Joe Lieberman -- affermava come verità ufficiale tutte le asserzioni speciose, non provate e mutevoli ad ogni momento di un diretto coinvolgimento iraniano in attacchi alla forze americane che attualmente occupano l'Iraq. I senatori sembrano aver fatto pesantemente conto sul recente articolo del New York Times di Michael Gordon che rifriggeva acriticamente la propaganda del Pentagono sulla prima pagina del quotidiano. Come Firedoglake sottolinea, John McCain ha citato il controverso articolo nella sua dichiarazione di voto al Senato.
Non c'è bisogno di dire che tutto ciò è una replica da incubo della corsa che portò all'aggressione contro l'Iraq: il NYT che pubblica notizie tendenziose passategli dall'interno dell'amministrazione. I guerrafondai che citano l'articolo del NYT come "prova" che giustifica ogni azione che serva a "difendere la Patria". Politici democratici creduli e senza spina dorsale che mandano giù l'esca di Bush con tutta la lenza.
Per essere precisi, tribuni democratici dal cuor di leone come Dick Durbin insistono che il loro sostegno per la dichiarazione che l'Iran "sta commettendo atti di guerra" contro gli Stati Uniti non deve esse considerata come un'"autorizzazione all'azione militare". Il che è una forma di opportunistica menzogna nella sua essenza più pura. Avendo ufficialmente affermato che l'Iran sta facendo la guerra contro le forze americane, si può sapere per favore come si può dire di no al Presidente quando chiederà (se lo farà) l'autorizzazione per "difendere i nostri soldati"? Rispondete. Non potete, e lo sapete.
Questo voto è il segnale più chiaro che non ci sarà vera opposizione ad un attacco all'Iran da parte dell'amministrazione Bush. Questo è un altro assegno in bianco da parte di questi sciocchi ignoranti e servili; Bush può portarlo all'incasso quando vuole. Questo è in effetti il "Piano B" del dopo 'surge' che è già stato discusso nella Beltway. Come ricorderete, ci si lambiccava molto sul problema di ridare vita al piano dell' "Iraq Study Group" quando il 'surge' (o per chiamarlo col sul nome, l'"escalation punitiva") inevitabilmente fallirà. Bush vi ha dato un taglio questa settimana ("Lui non fa niente che gli amici di papà gli dicono di fare! Lui è cresciuto ora, è uno che decide!"), ma questo non significa che non ci sia una ricaduta -- o piuttosto un salto in avanti: un attacco all'Iran, per riunire la nazione dietro al "leader di guerra" e dare così una rimescolata alle carte dell'Iraq.
Naturalmente gli USA sono già in guerra con l'Iran . Stiamo conducendo operazioni coperte e attacchi terroristici all'interno dell'Iran, con l'aiuto di gruppi dichiarati terroristici dal nostro governo. Stiamo rapendo funzionari iraniani in Iraq e li teniamo in ostaggio. Abbiamo un'impressionante squadra navale sulla soglia di casa dell'Iran, messa lì con l'espresso proposito di minacciare Teheran con l'azione militare. Il Congresso USA ha in larga maggioranza approvato misure che puntano a rovesciare il governo iraniano. Ed ora il senato USA ha dichiarato all'unanimità che l'Iran sta muovendo guerra all'America, ed ha dato ufficialmente l'avviso che questo non sarà tollerato. Rimane solo un piccolo passo da compiere, da questa guerra che ancora non viene chiamata col suo nome all'assalto militare in piena regola.
Abbiamo detto prima e diremo ancora: qui la follia è al lavoro. Non si sono altre parole. Come ho notato alcuni anni fa :
L'Homo Sapiens è la sola specie che sogna la sua totale estinzione. la nostra breve storia di pensiero cosciente è piena di vividi scenari della fine della vita sulla Terra... La religione ha prodotto la maggior parte di questi -- vertiginosi, voluttuosi incubi di estinzione universale, in genere con il fuoco, in base a decreto divino. In queste storie qualcuno viene sempre favorito, naturalmente, ma solo dopo essere stato trasformato in qualcosa di diverso, di ordine superiore. Quanto vi è di grossolanamente umano -- quel sanguinante, maligno, prolifico pugno di terra -- è felicemente consegnato all'oblio.
Sembra che una vena di nichilismo scorra inevitabilmente in noi, come un virus, che ora sonnecchia ed ora impazza: qualcosa in noi che vuole morire, separarsi dal lungo destino della mortalità -- e portarsi via il mondo. Le nostre grandiose visioni del futuro sembrano nascondere in sé una segreta ansietà circa la profonda assenza di significato dell'esistenza -- un'ansietà che spesso si traveste in elaborate fantasie dell'aldilà, in sogni di dominio per il "proprio genere" (nazione, tribù, fede, razza, ideologia, eccetera), o nel rendere eroica la morta, la guerra e la distruzione.
L'istinto di conservazione, i sentimenti di affetto, l'impulso al piacere -- dai bisogni organici più urgenti alle più sublimi creazioni e scoperte dell'intelletto -- agiscono come contrappesi a questo sinistro virus, naturalmente. Forniscono alla maggior parte di noi, il più delle volte, sufficienti frammenti di significato -- o almeno sufficiente distrazione -- per sopportare le cose, senza eccessivo ricorso alle visioni di distruzione o di angoscia nichilistica.
Al livello individuale la calibrazione di questi impulsi in competizione può essere intricata, sottile, precaria, perché la mente individuale è così complessa ed onnicomprensiva, tuttavia anche così recintata, così inviolabilmente privata: uno strumento infinitamente flessibile per gestire i conflitti e le contraddizioni della realtà. Ma ad un più ampio livello -- specie, nazione, gruppo -- la consapevolezza umana è, di necessità, uno strumento più ottuso e brutale.
Lì, i nostri pensieri febbrili e le nostre angoscie si scatenano nel modo più virulento, mancando dei contrappesi del sentimento individuale e la veloce, intima reattività della mente individuale. Nella mente di gruppo, le fantasie che si radicano nelle lutulente paure dell'insensatezza possono emergere con pieno vigore. Il pensiero ed il discorso sono ridotti a slogan approssimativi, incantesimi e sortilegi, con scarsa attinenza alla realtà. La consapevolezza di questa tendenza può mitigare alcuni degli effetti; ma la fondamentale falsità e l'irrealtà della mente di gruppo quasi invariabilmente infettano i pensieri e le azioni dei leader del gruppo -- e alla fine anche molti membri del gruppo.
Pertanto possiamo a volte dire, in modo non interamente metaforico, che le nazioni "impazziscono" , procurando la propria stessa rovina, abbracciando l'autodistruzione, cupide di violenza e morte, malate di nichilismo -- sebbene questa insania è sempre dipinta con i colori del fervore patriottico o dello zelo religioso, o di entrambi...
Ora riunite queste due correnti insieme, ed avrete un ritratto dell'ottusa e brutale mente di gruppo al lavoro alla guida della più potente nazione del mondo. La follia, la fantasia e il feticismo di morte del Regime di Bush -- da tempo evidente a chiunque voglia aprire gli occhi -- sono stati alla fine "rivelati" recentemente nei grandi media dall'oracolo semi ufficiale del sistema, Bob Woodward. Il suo ultimo ritratto dall'interno, P iano di attacco ,offre -- nella solita forma adatta ai poveri di spirito -- alcuni assaggi dell'aspra verità che c'è dietro il folle, rovinoso crimine della guera in Iraq voluta dal Regime.
Il nichilismo corrosivo al cuore dell'impresa affiora nel modo più rivelatore dalla decorativa superficie in un singolo aneddoto. Woodward chiede a George W. Bush come la storia considererà la sua avventura in Iraq. Bush, guardando fuori dalla finestra, scrolla le spalle e mette da parte la domanda. "La storia non possiamo saperlo, saremo tutti morti". Niente sermoni, qui , a proposito di Dio e Gesù e l'anima immortale responsabile per le sue azioni per tutta l'eternità -- il tipo di zelante fervorino che Bush preferisce nei discorsi ufficiali Questa è la glaciale, putrescente, insensata essenza della sua grande visione: "Saremo tutti morti". Quindi a chi importa? Après moi, le déluge.
Chi avrebbe pensato che i marosi di questa visione di morte sarebbero di nuovo tornati a infuriare? Tuttavia eccoli qui di nuovo, che bussano alla porta.
AGGIORNAMENTO: Jonathan Schwarz rileva che tutti i candidati alle presidenziali del Senato hanno votato per l'emendamento di Lieberman per la guerra all'Iran: Hillary Clinton, Barack Obama, e Joe Biden. In caso stiate sperando per una politica estera più razionale dopo le elezioni del 2008.
SECONDO AGGIORNAMENTO: Frattanto, George Milhouse Bush vuole che una cosa sia perfettamente chiara: persino nell'improbabilissimo (se non impossibile) evento che il Senato acquisisca un po' di spina dorsale e provi a porre il più piccolo ostacolo sulla via di un attacco militare all'Iran, il Comandante Guy porrà il veto e istigherà comunque all'omicidio di massa.
Spencer Ackerman di TPM Cafe ha trovato questa gemma di arroganza in "una lettera poco nota della Casa Bianca a Carol Levin (democratico del Minnesota), presidente della Commissione per i servizi armati". L'oggetto principale di questa lettera era una simile promessa di veto per ogni restrizione alla capacità di Bush di continuare la sua guerra criminale in Iraq. Il passaggio che concerne l'Iran potrebbe sembrare ridondante ora, dopo il voto del Senato sul "Persia delenda est" di Lieberman, che mette un fucile nelle mani di Bush e gli dice di tirare il grilletto, ma il Presidente ovviamente non corre rischi.
da www.taxcala.es
Originale da: http://www.lewrockwell.com/floyd/floyd79.html
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luglio 8 2007
| amministrazione Bush : Tana liberi tutti! |
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Sembrava impossibile che qualcuno dell’amministrazione Bush finisse davvero in galera, per uno qualunque dei mille reati commessi da questi personaggi dal giorno in cui si insediarono a Washington, sette anni fa.
E infatti oggi Bush ha pensato bene di condonare a Scooter Libby l’intera pena di due anni e mezzo di carcere, che gli era stata appena comminata, in quanto giudicato responsabile per aver fatto trapelare alla stampa il nome di un agente segreto della CIA, Valery Plame.
La nota vicenda si inserisce in quella, ancora più ampia, del falso documento dal quale si desumeva che Saddam Hussein avesse cercato di procurarsi lo ”yellow cake” – un prodotto chimico per l’arricchimento dell’uranio - dalla Nigeria.
A indagare sulle voci di questo presunto tentativo da parte di Saddam era stato mandato l’ex-ambasciatore americano Joseph Wilson – una nomina di Bill Clinton - che però ritornò dalla Nigeria...
... dicendo chiaramente che si trattava di una bufala colossale (avremmo saputo in seguito che il falso documento era stato fornito ai servizi americani da quelli italiani).
Ma Bush decise di fingere di non aver sentito, e nel suo discorso all’Unione fece sapere al mondo che “Saddam ha cercato di procurarsi materiali per arricchire l’uranio”.
Da Londra Blair rispondeva che “Saddam può colpire l’Europa in 45 minuti”, ed aveva così inizio l’invasione dell’Iraq.
A Wilson però non piacque di essere stato usato in quel modo, e pubblicò sul New York Times un lungo articolo, nel quale raccontava la verità: quel documento valeva meno di un rotolo di carta igienica, e quindi il Presidente aveva mentito, ”sapendo di mentire”.
Dopo qualche giorno esplodeva il caso Valery Plame, l’agente segreto della CIA il cui nominativo era stato reso pubblico da una fonte interna della Casa Bianca, bruciandone in un solo colpo un’intera carriera, più tutti i progetti ancora in corso in quel momento.
Valery Plame risultò anche essere la moglie di Jo Wilson, che era stato in questo modo punito per aver osato rendere pubblica la notizia della falsità del documento usato da Bush come pretesto di guerra.
Ma rivelare il nome di un agente segreto in America è considerato un crimine gravissimo, e siccome si sapeva che la “soffiata” era venuta dalla Casa Bianca, Bush in prima persona si impegnò a far cercare il colpevole, finchè non fosse stato trovato e condanato.
E questa volta bisogna dire che il Presidente dal naso lungo è stato di parola. L’unica cosa che si è dimenticato di dirci, è che subito dopo lo avrebbe liberato.
Massimo Mazzucco
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1885
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giugno 11 2007
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BUSH, SANT'EGIDIO E LE NOZZE DI CANA
La comunità trasteverina ottiene la speranza che il presidente americano stanzi fondi per DREAM, il suo programma Aids in Africa. Un buon risultato ma anche George Bush incassa un successo, riuscendo (quasi) a evitare il discorso che più sta a cuore all'Onu di Trastevere: la mediazione attraverso il dialogo. Di cui, nell'incontro di Roma, quasi non si parla. All'ambasciata americana insomma l'acqua non riesce a tramutarsi in un grande vino
a sinistra: Le nozze di Cana, affresco di Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova
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Emanuele Giordana
Domenica 10 Giugno 2007
La conferenza stampa che Sant'Egidio tiene poco dopo l'incontro tra il presidente Bush e quella che all'estero chiamano “L'Onu di Trastevere” fa venire in mente, all'inizio, le nozze di Cana. Marco Impagliazzo, che con Bush ha appena parlato e che della Ong religiosa è il presidente, passa in rassegna i temi toccati – Aids e bambini in Africa soprattutto – e solo di sfuggita, quasi per caso, cita il fatto che si è argomentato anche di Darfur, Kosovo, Nord Uganda. Stai a vedere, si mormora tra i giornalisti, che la notizia vera salta fuori adesso, come nella parabola evangelica quando il vino migliore, a quel tempo per intervento divino, esce fuori dalle cisterne dell'acqua. Ma non è così e del resto non è più tempo di miracoli.
Quel che si desume dal consuntivo dell'Ong trasteverina è che di vino buono, almeno sotto il profilo delle grandi mediazioni e dei temi della pace cari a Sant'Egidio, poco o nulla se ne sia versato nella conversazione di un'ora all'ambasciata americana. Nulla di nuovo dunque rispetto a quello che si sapeva salvo che, par di capire, il presidente potrebbe far scucire alle borse del programma presidenziale contro l'Aids in Africa fondi anche per Sant'Egidio, impegnata com'è noto nel programma Dream, che cura gratis i malati di Aids. Un buon risultato per i trasteverini, se Bush aprirà la borsa, e un buon risultato di immagine per il presidente che alla fine porta a casa la visita del Papa e quella alla Ong cattolica come una piccola vittoria sul piano diplomatico, visto che Sant'Egidio è anche in prima fila contro la pena di morte ma di questo brutto capitolo, così par di capire, non si è neppure accennato, lasciando il tema semmai all'Italia “impegnata in questa battaglia – dice Mario Marazziti, portavoce della Ong – con un alto profilo”.
George Bush insomma incontra la più grande “organizzazione religiosa di base” cui riconosce di essere una “risolutrice di problemi” ma se la cava al più con un interessamento per far transitare i quattrini anche da piazza Sant'Egidio, che definisce una parte di “quell'esercito internazionale dell'amore” che crea il mondo della solidarietà. Si certo, la stoccata Sant'Egidio gliela rifila quando ricorda che la “guerra è la madre di tutte le povertà”, ma al presidente piace di più un'altra frase dal biblico sapore e dall'impegno assai più vago: “l'amore è la lotta contro quello che fa soffrire tuo fratello”. E il vino di Cana? Il Darfur, il Nord Uganda e il Kosovo dove, la notizia è di queste ore, gli americani penserebbero addirittura a forzare la mano con un riconoscimento unilaterale?
Mario Giro, il responsabile esteri, per la verità, dice a Bush che se si vuole far terminare quel che accade in Darfur è necessaria una mediazione forte, che chiami a Khartoum tutti i protagonisti che hanno influenza sui tanti focolai accesi o che covano sotto la cenere nel martoriato paese. Il presidente ascolta ma l'impressione è che non prenda nota. Per dirla in altre parole, non è il profilo da mediatori della Sant'Egidio che interessa a Bush. Che si, è d'accordo quando i trasteverini lo mettono in guardia sul “circo delle mediazioni” che spesso si accende nelle aree di conflitto dove ognuno sgomita per farsi vedere di più. Ma al presidente, che una sua idea piuttosto ondivaga della diplomazia ce l'ha, non deve sembrare molto interessante il modo in cui agiscono i “diplomatici” senza feluca di Sant'Egidio, dal Mozambico al Guatemala. Non è quel modello che il presidente cerca o che vuol approfondire. L'incontro finisce con calorosi saluti e il regalo di un Sant'Egidio pittorico e un mazzo di fiori. Poco forse per chi ha saputo parlar di pace e sortire risultati anche da chi, mentre dialoga, accarezza la pistola che porta nella giacca.
Anche su il manifesto
marzo 24 2007
Primarie Usa - La seconda volta di John McCain
QuadrantEuropa
Sconfitto alle primarie del 2000 e insensibile alle lusinghe di John Kerry nel 2004, McCain oggi ci riprova. Politiche sociali e distanza dal conservatorismo religioso continuano però a essere gli handicap del senatore repubblicano.
Che si sarebbe candidato alle primarie del partito repubblicano John McCain lo ha ufficialmente annunciato in un talkshow televisivo.
Nella notte tra giovedì e venerdì scorso in “The late show”, il programma di David Letterman, il senatore Usa ha fatto capire che il suo vero obiettivo è ancora la Casa Bianca. Ultimamente però McCain più che in televisione si era fatto vedere in chiesa. Lo scorso maggio il leader repubblicano aveva infatti tenuto a Lynchburg (Virginia) il discorso solenne per la festa dei laureati alla “Liberty University” del predicatore conservatore Jerry Falwell.
In realtà quello era solo il primo passo della nuova strategia presidenziale di McCain. Per vincere le primarie il senatore giudica infatti indispensabile l’appoggio dell’elettorato evangelico dei repubblicani. Le differenze con il 2000 sono lampanti. Durante la sua prima campagna elettorale per la presidenza Usa, McCain aveva attaccato il leader religioso e, definendolo “promotore dell’intolleranza”, lo aveva spinto nelle braccia del suo avversario di partito, George W. Bush.
Quella esperienza ha lasciato il segno. Oggi McCain, nonostante la sua appartenenza all’ala liberale della chiesa episcopale Usa, sembra aver capito che senza il sostegno del settore più conservatore del Grand Old Party, non ci sono speranze né di vincere le primarie né di diventare il prossimo presidente americano.
Secondo tutti i politologi internazionali, per nutrire speranze di battere il candidato democratico nel duello finale del 2008, McCain dovrà avere il consenso degli elettori indipendenti di centro. Il senatore si trova dunque di fronte ad una strategia di funambolismo politico, ondeggiante tra primarie, dove per vincere avrà bisogno dell’appoggio del fondamentalismo religioso, e presidenziali del 2008. Per battere il candidato democratico McCain non deve invece perdere i collegamenti con il centro della politica Usa. Senza questi elettori infatti la battaglia con i democratici è sconfitta in partenza.
In molti dubitano che McCain abbia questa flessibilità politica. La sua fedeltà nibelungica al presidente Bush – con cui ha da tempo fatto la pace – nell’intricata guerra al terrorismo e nella guerra in Iraq, può rappresentare un ostacolo che il comportamento liberale nelle politiche sociali ed ecologiche, potrebbe non bastare a superare.
La sua indipendenza intellettuale che arriva fino a mosse politicamente imprevedibili, può invece sedurre quella parte dell’elettorato ondeggiante tra i due grandi partiti Usa e indecisa fino all’ultimo.
Anche il suo sostegno incondizionato alla recente decisione di Bush di aumentare il numero dei soldati presenti in Iraq può essere una lama a doppio taglio. Un pesante fardello politico oppure la prova della coerenza dei suoi principi. Molto dipenderà dal fatto se nel prossimo futuro il paese del Golfo sprofonderà nella guerra civile oppure se il tentativo di stabilizzare l’Iraq avrà successo.
Che il settantenne senatore sia un “falco” per tutto ciò che riguarda la politica di sicurezza del suo paese è ormai assodato da tempo. Anzi si può dire che questo atteggiamento, come i suoi proverbiali e improvvisi scoppi di collera, faccia parte della sua natura.
McCain è figlio e nipote di ammiragli. Lui stesso, nato nel 1936 a Coco Solo nella zona del canale di Panama allora controllata dagli americani, ha fatto parte dell’accademia della Marina a Annapolis nel Maryland.
Ha partecipato alla guerra in Vietnam, dove ha avuto delle esperienze traumatiche. Nel 1967, durante un volo su Hanoi, il suo aereo è stato abbattuto e lui, gravemente ferito, fatto prigioniero. Durante i cinque anni di prigionia ha conosciuto maltrattamenti e torture di ogni tipo.
Da qui la sua opposizione ad ogni forma di violenza nei confronti dei presunti terroristi catturati dal suo paese dopo gli attacchi a New York e Washington del 2001. Dal 1987 è uno dei due rappresentanti al Senato dello Stato federale dell’Arizona. Di tutti i candidati del suo partito McCain è quello che di gran lunga possiede la maggiore esperienza nei settori della politica estera e della sicurezza. Il fatto che lui sia il candidato più vecchio nella corsa alla Casa Bianca non lo spaventa affatto.
“Se si tolgono i cinque anni e mezzo che ho trascorso nelle prigioni di Hanoi” afferma spesso scherzando “non sono poi così vecchio”. McCain è sposato in seconde nozze con Cindy Hensley, con la quale ha avuto quattro figli, più un bimbo del Bangladesh in adozione. Tre figli avuti con la prima moglie e quattro nipoti completano la sua numerosa famiglia.
marzo 22 2007
Cia-Gate: Mata Hari contro Bush in Congresso
di Alessandra Baldini - da libertà virtuale
NEW YORK - Una maglietta rosa shocking ha portato in Congresso la protesta contro George W. Bush durante l'audizione di Valerie Plame, la bionda ex spia della Cia smascherata da fonti dell'amministrazione dopo che suo marito aveva criticato la guerra in Iraq: "Impeach George W. Bush", era la scritta ben visibile sugli schermi della Cnn prima che la manifestante venisse portata via a braccia durante il 'commercial break'.
Ma le accuse contro Bush sono continuate a risuonare nell'aula della Commissione Giustizia della Camera dove Plame, dopo quattro anni di silenzio, ha denunciato alti funzionari della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato che hanno "sconsideratamente e negligentemente" smascherato la sua identità per screditare Joe Wilson, il marito ed ex diplomatico, che nel maggio 2003 aveva criticato l'amministrazione per le false prove sulle armi di distruzione di massa in Iraq. 43 anni, madre di due gemelli, Plame ha detto di aver sempre saputo, anche prima dello smascheramento nel 2003, che la sua identità poteva esser scoperta da governi stranieri: "E' stata una terribile ironia che siano stati funzionari dell'amministrazione a distruggere la mia copertura".
Era la prima volta che l'ex agente segreto fotografata da Vanity Fair con il look della Bond Girl apriva pubblicamente la bocca per raccontare, con le dovute cautele del caso, la sua versione di una vicenda scoppiata nell'estate 2003 quando gole profonde dell'amministrazione (lo stratega Karl Rove e il numero due del Dipartimento di Stato Richard Armitage) fecero il suo nome alla stampa. Valerie ha detto di averlo fatto per sfatare il mito che da quattro anni la perseguita, che il suo lavoro alla Cia fosse un segreto di Pulcinella: "Ero un agente undercover, il mio ruolo dovevano restare top secret per proteggere la mia rete di spie". L'audizione fa parte di una serie convocata dall Commissione Riforme Governative della Camera:"Non è nostro scopo stabilire colpevolezze penali, ma accertar cosa è andato storto e chi è stato responsabile", ha detto il presidente della Commissione Henry Waxman inaugurando i lavori. Giacca grigia a lisca di pesce, maglietta bianca, Plame si è seduta da sola sul banco dei testimoni: dopo lo smascheramento, ha detto, "non ho potuto più far il lavoro per il quale ero stata addestrata ad alto livello".
NON CI FU NEPOTISMO - Plame, che si è dimessa dalla Cia dopo lo scandalo, ha smentito la versione diffusa all'epoca dal columnist conservatore Robert Novak di aver deciso o suggerito lei la missione di suo marito in Niger nel 2002 alla ricerca delle prove dell'uranio concupito da Saddam Hussein: "Non ci fu alcun nepotismo. Non ne avevo il potere", ha dichiarato. La ex spia sta scrivendo un libro ('Fair Gamé, per cui ha ricevuto un anticipo di oltre un milione di dollari) sulla sua vicenda, al pari del marito, ed entrambi hanno vendut o alla Warner Bros. i diritti della loro storia. Dopo anni a Washington e in giro per il mondo per il suo lavoro di spia, Plame si trasferirà con la famiglia a Santa Fe New Mexico, per rifarsi una vita e una nuova identità (vera stavolta), ma nel frattempo ha fatto causa al vice-presidente Dick Cheney e ad altri alti funzionari della Casa Bianca per i danni morali e materiali subiti a causa dello smascheramento.
da www.ansa.it
marzo 11 2007
| Un continente per due |
| Bush e la Rice in America Latina per recuperare le relazioni con diversi paesi e screditare il leader venezuelano |
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Tocca a George W. Bush oggi, come toccò a John Kennedy quaranta anni fa, guardare negli occhi i cittadini sudamericani e spiegare loro che il 'socialismo del XXI secolo' pensato e voluto da Chavez è un grande pericolo, che va combattuto prima che sia troppo tardi.
Le proteste. Il viaggio di Bush non è certo iniziato sotto i migliori auspici. In Brasile, a San Paolo, Bush e Condoleezza Rice hanno trovato un clima tensione che da molto tempo non si vedeva da quelle parti. Migliaia di manifestanti, armati di cartelli e striscioni (uno recitava lo slogan “Assassino fuori”, un altro mostrava il suo volto e la scritta “Ricercato”) hanno protestato contro la presenza di Bush scatenando anche incidenti con la polizia paulista. Risultato? Diciotto feriti, tutti manifestanti. Non solo. Bush si deve essere accorto della diffidenza nei suoi confronti anche dal fatto che ieri, al momento del suo arrivo, c'erano 3.700 fra poliziotti e soldati a controllare che non accadesse nulla durante i suoi spostamenti. In più due elicotteri da guerra superequipaggiati vigilavano sull'albergo dove George e Condi alloggiavano. Quasi simultaneamente anche a Bogotà, in Colombia, gruppi anti-statunitesi hanno ingaggiato tafferugli con le autorità. E la paura di incidenti resta alta anche per i prossimi giorni quando l'uomo più potente (e forse odiato) del pianeta visiterà Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico, considerati Paesi amici. E se la lotta alla povertà è stata il cavallo di battaglia del presidente americano, Chavez ha subito voluto gettare benzina sul fuoco: “Gli Usa e il suo presidente hanno imposto al sudamerica il neoliberismo, il trattato di libero commercio (Tlc) e l'Alca (Area de Libre Comercio de las Americas) e lo hanno fatto solo per farci sprofondare ancora di più nella povertà. Adesso gli Usa si accorgono che nel continente esiste la povertà. L'hanno creata loro”.
Don Camillo e Peppone. Sembra un film d'altri tempi, tipo quelli che hanno preso spunto dai racconti di Guareschi, quello che quasi quotidianamente mettono in scena il numero uno Usa e il leader venezuelano. Sono decine ormai gli scontri verbali che segnano i rapporti fra Caracas e Washington. Quello più celebre è avvenuto nel palazzo dell'Onu a New York, quando dal palco dei relatori Chavez disse che Bush era il diavolo e che la sua presenza in sala aveva lasciato anche un forte odore di zolfo. E le diatribe verbali continuano.
Se il primo si trova a San Paolo in visita ufficiale a Lula, l'altro nella serata di venerdì è stato alla testa di un corteo pacifico anti Bush sfilato per le strade di Buenos Aires.
Ma non sarà l'unica occasione. Quando Bush farà visita al suo 'amico' Alvaro Uribe, presidente della fedelissima Colombia, Chavez sarà a La Paz, dal suo amico Morales, per partecipare ad una manifestazione nella quale troverà senz'altro occasione per polemizzare. E pare che continuerà con il discorso iniziato nello stadio di Buenos Aires: “ Gringo go home! - avrebbe detto Chavez - Non c'è niente da fare in queste terre e mi dispiace per chi ti ha invitato, i miei amici Lula, Tabarez Vazquez e Uribe”.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7497
marzo 10 2007
VISITA BUSH: "UNANIME REPUDIO" E PRIMI INCIDENTI A MONTEVIDEO
http://www.misna.org/
"Unánime repudio" nelle strade uruguayane contro la presenza del presidente americano scrive l'agenzia argentina 'Derf', sottolineando che Montevideo è 'intensamente pintada' con scritte e avvisi che hanno unificato contro la visita organizzazioni politiche di diversa estrazione, movimenti della società civile, organismi universitari, rappresentanze contadine e cittadini in generale. Mentre l'aereo dell'ospite statunitense volava verso la seconda tappa del suo viaggio in cinque paesi latino-americani, si è avuta anche notizia di uno scontro tra polizia e manifestanti appartenenti alla "Coordinadora Antiimperialista" che, davanti alla sede di un ufficio commerciale americano, avevano dato fuoco a bandiere a stelle e strisce. Le vetrine di una nota catena multinazionale americana del "fast-food" sarebbero state distrutte mentre il corteo della Coordinadora marcia verso l'ambasciata statunitense. Secondo un sondaggio citato da 'Derf' solo il 12% degli uruguayani accetta con simpatia l'arrivo di Bush anche se il 57,5% è favorevole agli accordi commerciali con Washington che, nel 2006, dopo il Brasile, è il principale importatore di prodotti uruguayani, a cominciare dalla carne congelata. (vedi anche notizie di ieri sullo stesso argomento.)
marzo 8 2007
L'America Latina ha un amico a Washington?
 Chi ha detto che "la lotta contro le disuguaglianze è la chiave dello sviluppo dell'America Latina"? Hugo Chávez, direte voi, o forse Lula da Silva, o Nestor Kirchner o perfino Fidel dal suo letto di dolore. Ebbene sbagliate, lo dice George Bush, che è sul piede di partenza per un tour latinoamericano che non solo la BBC definisce "anti-Chávez".
"Il mio messaggio -ha detto due giorni fa il presidente statunitense con toni inconsapevolmente e svagatamente leninisti- è rivolto ai lavoratori e ai contadini latinoamericani. Io affermo -ha enfatizzato- che voi avete un amico negli Stati Uniti che si preoccupa per voi nei momenti difficili". Poi, con toni probabilmente autoironici, ha concluso: " I lavoratori e i poveri latinoamericani hanno bisogno di un cambiamento e gli Stati Uniti rappresentano il cambiamento".
Il paternalismo, il blabla, la retorica vuota, in bocca a George Junior sono oramai decodificati facilmente non solo dalla stampa latinoamericana ma anche da quella statunitense e solo quella italiana sembra preferire stendere un velo pietoso d'oblio.
Il Washington Post boccia come mero esercizio retorico quello di Bush di dire che "l'America Latina ha un amico negli Stati Uniti" e, sulle stesse colonne, l'editorialista Dan Froomkin scrive testualmente: " Se consideriamo l'agenda mantenuta [da Bush] negli ultimi sei anni, totalmente concentrata a favore delle imprese, del libero commercio e nella lotta al terrorismo, allora il giro in America Latina è perso prima di cominciare e le sue pretese sono al limite del ridicolo".
Il giro di Bush in America Latina è segnato dalla necessità di marcare il territorio e limitare la continua crescita d'influenza geopolitica della Repubblica Bolivariana del Venezuela, contro la quale Bush stesso organizzò il fallito colpo di stato dell'11 aprile 2002, e dei fattori integratori regionali dei quali non solo il Venezuela ma anche il Brasile sono le locomotive. Tali fattori hanno portato l'area del Mercosur ad incrementare il proprio interscambio del 250% in appena tre anni e, da quando quest'area si è liberata dei consigli interessati del Fondo Monetario Internazionale, viaggia quasi tutta intorno al 10% di crescita del PIL all'anno.
George Bush giocherà apparentemente sul velluto in Colombia e Messico, i due grandi paesi più allineati sulla vecchia retorica del "Consenso di Washington". Troverà un'attenzione e un'amicizia fredda in Brasile e in Argentina. Proverà a giocare pesante con il piccolo Uruguay, che continua ad avere seri problemi con l'Argentina per la questione delle cartiere e con il quale tanto lui come Tabaré Vázquez possono provare a capitalizzare dei vantaggi. Tuttavia è escluso che si possa arrivare ad un Trattato di Libero Commercio che, per Statuto, provocherebbe l'espulsione dell'Uruguay dal Mercosur, organizzazione che ha come capitale proprio Montevideo.
Al di là della retorica, George Bush si presenta con le mani vuote. Recentemente ha dovuto ridurre gli aiuti alla lotta al narcotraffico a Ecuador e Bolivia e non lo ha fatto per inimicizia politica verso Rafael Correa ed Evo Morales ma perché più prosaicamente non aveva i fondi. Non è nemmeno riuscito a far ratificare al Congresso i TLC faticosamente firmati con i governi amici del Perù e della Colombia, e non ha risposte da dare ai problemi migratori laddove anche ascari come Felipe Calderón hanno disperato bisogno di atti concreti che facilitino la vita agli immigrati messicani e latinoamericani negli Stati Uniti. Gli aiuti, in altri tempi anche recenti, erano uno dei termometri dell'adesione dei governi al "Washington Consensus". Oggi testimoniano le difficoltà di Washington di ribattere all'attivismo anche economico del Venezuela che sarà il convitato di pietra di ogni colloquio che terrà George Bush nella prossima settimana in un'America Latina se non ostile almeno antipatizzante. Oggi gli Stati Uniti non possono offrirle né il bastone né la carota.
Il grande fratello del Nord, da mattatore della scena politica latinoamericana nell'epoca delle dittature fondomonetariste e poi del liberalismo più ortodosso caratterizzato dal "Consenso di Washington", oggi è solo uno dei forni al quale i governi latinoamericani possono servirsi se conviene loro e da posizioni di almeno relativa forza. C'è la Cina, sempre più anche l'India, la Spagna e ci sarebbe anche l'Unione Europea, ma questo è un lungo discorso e una serie di altri soggetti minori che, tutti insieme, stanno offrendo concrete alternative alla dipendenza da Washington.
Ma, soprattutto, c'è una politica d'integrazione regionale che sta modellando, con prudenza e realismo ma con decisione, una nuova America Latina. I dati macroeconomici stanno confermando che la via dello sviluppo è quella dell'integrazione regionale e del commercio Sud-Sud e non il modello neocoloniale, proposto ma sempre meno imposto e imponibile, da Bush. Venga da amico e controparte seria -se ci riesce- George Bush, ché da imperatore non può più presentarsi in nessun posto.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=981
febbraio 25 2007
“Cari Edgar e Vasken”. La storia di Bush e del genocidio armeno
Martina Toti
“Cari Edgar e Vasken, gli armeni vennero sottoposti a una campagna genocida che resiste a ogni comprensione e impone a tutte le persone oneste di ricordare e riconoscere i fatti e le lezioni di un crimine orribile. Se verrò eletto presidente, assicurerò che la nostra nazione riconosca adeguatamente la tragica sofferenza del popolo armeno”. Così parlò il governatore del Texas George W. Bush nel febbraio del 2000, durante la sua prima campagna presidenziale. George W. Bush è presidente da sette anni, ma gli Usa ancora non definiscono “genocidio” il massacro di inizio Novecento del popolo armeno. Ora una legge potrebbe finalmente riconoscere quel crimine. Ma la Turchia già dice che sarebbe una “seria minaccia” alle relazioni tra i due paesi.
C’era una volta un governatore del Texas candidato alle elezioni presidenziali. Aveva molti amici, due dei quali erano armeni, Edgar Hagopian e Vasken Setrakian, che aveva frequentato Harvard con lui. I due gli proposero di esaminare “questioni di interesse per gli armeno-americani” e il governatore, che era in campagna elettorale e voleva sconfiggere il senatore John McCain, suo rivale alla nomination repubblicana, rispose loro con una lettera appassionata: “Cari Edgar e Vasken, gli armeni vennero sottoposti a una campagna genocida che resiste a ogni comprensione e impone a tutte le persone oneste di ricordare e riconoscere i fatti e le lezioni di un crimine orribile in un secolo di sanguinosi crimini contro l’umanità”. Nella lettera si spinse fino al punto di affermare: “Se verrò eletto presidente, assicurerò che la nostra nazione riconosca adeguatamente la tragica sofferenza del popolo armeno.” Il nome del governatore era George W. Bush; la lettera era datata febbraio 2000 e firmata “Con sincerità”. Sette anni dopo, George W. Bush è uno dei presidenti degli Stati Uniti eletti due volte –venne nominato solo pochi mesi dopo quella missiva – ma gli Stati Uniti ancora non definiscono il massacro del popolo armeno un genocidio.
Al momento, il Congresso sta esaminando un progetto di legge presentato dal deputato californiano Adam Schiff il 30 gennaio. Il disegno intende commemorare le atrocità vissute dagli armeni nel genocidio del 1915-1924 di 1 milione e mezzo di persone, e gode del sostegno di più di 160 membri del Congresso. Molte voci si sono levate in tutta l’America, come quella del sindaco di Los Angeles, Antonio Villaraigosa: “Queste atrocità sono avvenute molto tempo fa, e stiamo ancora lottando per quella che è la prima condizione della giustizia: il riconoscimento della gravità del male commesso”. Il governo turco non ha apprezzato. Abdullah Gul, ministro degli esteri della Turchia, ha dichiarato apertamente che l’approvazione del disegno di legge potrebbe danneggiare le relazioni tra i due paesi. La risoluzione si dimostrerebbe “un fattore irritante” che deteriorerebbe la cooperazione turca su temi cruciali, come la stabilità politica in Iraq e la prevenzione della proliferazione nucleare. Da questo punto di vista, Gul la considera “una vera minaccia al nostro rapporto”. La crisi emersa tra Francia e Turchia lo scorso ottobre, quando la Francia propose una legge che faceva della negazione del genocidio armeno un crimine, mostra quanto seria può farsi la questione anche nel caso degli Stati Uniti.
L’amministrazione Bush lo sa. Lo sapeva fin dall’inizio. La Turchia, un paese secolare con una popolazione a maggioranza musulmana, è un alleato strategico nel mondo islamico. Non molto tempo dopo essere stato eletto per la prima volta, il Presidente Bush Jr. fece una dichiarazione ambigua in occasione della giornata di commemorazione del genocidio armeno riferendosi a esso come a “una delle grandi tragedie della storia”, “esilio forzato e distruzione”, “infami uccisioni”, “eventi terribili”, ma senza mai pronunciare la parola “genocidio”. L’Armenian National Committee of America, che aveva applaudito la lettera appassionata scritta da Bush in campagna elettorale agli amici armeni Hagopian e Setrakian, rimase assai delusa: “Il presidente, utilizzando una terminologia che non identifica accuratamente la natura genocida del crimine della Turchia contro il popolo armeno, ha commesso il grave errore di subordinare i principi fondamentali dell’America alle richieste del governo turco”.
È qualcosa più che un’opinione diffusa che l’amministrazione Bush cercherà di non far passare il disegno di legge. Secondo il ministro turco Abdullah Gul, e nonostante le sue promesse in qualità di governatore in corsa per la Casa Bianca, George W. Bush scriverà alla Camera esprimendo la sua disapprovazione. Altra lettera. Altro corso. In ogni caso, il Primo Ministro Erdogan teme che la maggioranza democratica del Congresso favorirà il varo della legge e ha minacciato: “Qualora approvato, il progetto di legge sul genocidio armeno getterà un’ombra sulla partnership strategica tra Turchia e America. Non abbiamo mai vissuto con una macchia in tutta la nostra storia e non vivremo con una macchia del genere”.http://www.resetdoc.org/IT/Bush-armeni.php
gennaio 28 2007
KISSINGER SI UNISCE AI NEO-CON
DI KURT NIMMO
Another Day In The Empire
Henry Kissinger, il macellaio della Cambogia, colui che ha firmato il certificato di morte di migliaia di Cileni e di Indonesiani, che ha supervisionato da vicino il massacro di innumerevoli Vietnamiti e che ha strizzato l'occhio a Pol Pot, ha accordato i suoi favori a Bush e ai neocon.
"L'anziano segretario di stato H. Kissinger, icona conservatrice che continua a intercettare l'attenzione della Casa Bianca, appoggia le manovre del pres. Bush in Iraq e dichiara che abbandonare la nazione dilaniata dalla guerra é attualmente impossibile" scrive Mke Sheehan per Raw Story. In un commento sullo Herald Tribune, il vecchio malthusiano* - che suonerebbe meglio di "anziano statista" - tesse l'elogio della "audace decisione di Bush circa l'invio di altri 20.000 soldati in Iraq, fornendoci le prove che neo-con e neo-liberal tradizionali sono sulla stessa lunghezza d'onda, quando si tratta di massacrare arabi e mussulmani.
Se Kissinger é un'icona conservatrice, allora il Cow Boy Bebop, il personaggio animato di Shinichiro Watanabe, é un vero bounty-hunter.
Più precisamente é un neo-liberal tradizionale e collaboratore criminale con David Rockfeller, che si é avvicinato ai gusti del defunto principe Bernardo d'olanda, membro delle SS, del principe Filippo, che nei suoi sogni maltusiani più deliranti voleva tornare sotto forma di virus per sterminare milioni di esseri umani, e di diversi membri del Bildelberg, del consiglio per le relazioni estere della Pilgrim Society, della Commissione Trilaterale e dell'infame Tavola Rotonda Britannica; gente che ha lavorato per decenni a favore di un ordine mondiale che renda il pianeta un gulag, una coltivazione di schiavi.
"Kissinger asserisce che la guerra in Iraq faccia parte di un più grande conflitto, l'assalto contro l'ordine internazionale condotto dai gruppi radicali delle due sette islamiche* e, in particolare contro gli Usa. Egli insiste che, a dispetto del pubblico disincanto sulla guerra in Iraq, nelle presenti condizioni, il ritiro non é un'opzione". Sheehan continua: "egli chiama America la componente indispensabile per ogni tentativo di stabilire un nuovo ordine mondiale".
Naturalmente, per Kissinger e l'élite mondiale, gli Usa sono "la componente indispensabile per ogni nuovo ordine mondiale, o piuttosto i soldati Usa "gli stupidi animali..." sono la componente "indispensabile" o più precisamente gli elementi eliminabili (secondo B. Woodward e K. Bernstein*, Kissinger ha ripreso l'espressione "stupidi animali" da A. Haig). Kissinger, come tutti i neocon, non ha alcun rispetto per la popolazione statunitense, al di là della sua utilità come carne da cannone o come vacca da mungere, e dunque non si preoccupa della crescente opposizione della popolazione Usa alla guerra e all'occupazione dell'Iraq.
La frase di Kissinger sull'attacco all'ordine internazionale condotto da gruppi radicali di entrambe le sette islamiche, in pratica tutto l'Islam, é la prova che neo-con e neo-liberal parlano la stessa lingua quando si tratta di usare il terrorismo di stato non solo per smantellare le società islamiche, ma anche per imporre l'ordine neoliberale, con l'obiettivo di mantenere il controllo delle ricchezze mondiali. Tale ordine, nella vulgata corrente, é chiamato "libero scambio" o "privatizzazione", effettuati sotto la minaccia delle armi.
Alla fine dell'articolo, come un'indicazione, si precisa che tale "smantellamento" (criminale) supportato dallo stesso Kissinger e dai neocon, che include l'assassinio di centinaia di migliaia di persone, "non deve coinvolgere gli Usa per periodi troppo lunghi", poiché tale miserabile processo, lungamente pianificato dai neo-con e dai loro collaboratori israeliani, deve essere lasciato libero di svilupparsi da solo (in guerra civile), "livellando così il terreno di gioco" a beneficio dei neo-liberal, che vi si precipiteranno per raccogliere i cocci, ovvero il petrolio e le altre preziose e redditizie ricchezze naturali.
Note del traduttore:
* Robert Malthus, 1766-1834, pastore ed economista inglese, le cui teorie economiche, molto in voga nel XVIII e XIX secolo, vertevano principalmente sul rapporto tra ricchezza delle nazioni e popolazione.
** Sciiti e Sunniti
*** Woodward e Bernstein sono i giornalisti autori dell'inchiesta sullo scandalo Watergate. Sulla scia dello scalpore e dello sdegno suscitato negli Usa da tale inchiesta giornalistica, il presidente Nixon si dimise.
Kurt Nimmo
Fonte: http://kurtnimmo.com/
Link: http://kurtnimmo.com/?p=724
20.01.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURIZIO CARENA
gennaio 25 2007
L’America del re delle brioches
di ALESSANDRO CARRERA
Il discorso dello Stato dell’Unione del 2007 non passerà certo alla storia.
Basterà un’altra strage a Bagdad per far dimenticare la cortesia squisita con la quale George Bush si è rivolto alla presidente della camera Nancy Pelosi, sottolineando la sua soddisfazione nel poter pronunciare le parole: «Madame Speaker». Più difficile sarà dimenticare il silenzio che ha accompagnato Bush mentre implorava dai democratici, e anche dai membri del suo partito, che gli dessero altri sei mesi, un altro anno, altri soldati, per non trasformare l’intero Medio Oriente in una Bagdad di dimensioni planetarie. Per un momento si è avuta l’impressione che Bush ci credesse veramente, e che fosse lui il primo ad averne paura. Poi è venuto lo scatto retorico calcolato per spingere tutti all’applauso, democratici compresi, con un richiamo, posto accuratamente alla fine della frase, alle truppe laggiù in prima linea. Fino a quel momento, le uniche vere grida di approvazione erano partite quando Bush aveva promesso che con il suo nuovo piano economico il mostruoso deficit federale degli Stati Uniti verrà pareggiato in cinque anni e senza nessun aumento di tasse.
Avrebbe anche potuto dire che lo pareggerà Babbo Natale, sarebbe stato più realistico. È bello avere un presidente che crede nelle favole, e Bush ne ha raccontate molte. Ha detto che la soluzione del problema dell’educazione pubblica consiste nel permettere ai genitori di scegliere le scuole migliori per i loro figli (cosa che i ricchi fanno già da sempre, visto che sono gli unici a poterselo permettere), e che la crisi dell’assistenza sanitaria si risolverà dando un incentivo, sotto forma di riduzione di tasse, a chi comprerà un’assicurazione privata.
Questa però non è più una favola, è una battuta degna di Marie- Antoinette («Qu’on leur donne des brioches», anche se è una leggenda che la povera regina l’abbia detto davvero). All’epoca in cui Bill e Hillary Clinton tentarono di riformare la sanità, gli americani non assicurati erano 26 milioni. Oggi sono 46 milioni. Bush ha detto, a questi 46 milioni: non avete l’assistenza sanitaria perché siete dei precari e il vostro datore di lavoro non ve la fornisce, perché siete disoccupati e l’avete persa, perché siete malati e ve l’hanno rifiutata (può succedere benissimo, chi è malato costa di più)? Be’, compratevela, che io vi rendo la spesa deducibile dalle tasse. Anzi, più la comprate costosa, più soldi risparmiate in tasse. Cosa aspettate? Ma c’è un solo americano, tra quei 46 milioni di non assicurati, che ha bisogno di essere “incentivato” a farsi un’assicurazione sanitaria? Se non ce l’ha è perché non se la può permettere, non perché non la può dedurre dalle tasse. Niente paura, ha aggiunto il Re delle Brioches. Verrà elaborato un piano di assicurazione privata studiato apposta per i non assicurati. Non ha detto come, con che soldi, ma si sa già: tagliando i fondi agli ospedali pubblici, che sono terrorizzati all’idea che questo progetto possa passare, se non viene fermato dal parlamento.
La filosofia del gruppo di potere che sostiene Bush è fondata su una assoluta sfiducia nello stato. Non ho detto odio e non ho detto disprezzo. Non escludo che siano ampiamente presenti, ma al loro fondamento sta un rifiuto che ha la forza di una religione. Come ha scritto l’economista Paul Krugman, è la convinzione profonda che lo stato non può fare niente di giusto e che il privato non può fare niente di sbagliato. Ma il bushianesimo, del quale Bush è sia simulacro che grande sacerdote, va molto più in là dell’antistatalismo, che in fondo è comune anche presso di noi, da Berlusconi alla Lega (dove odio e disprezzo sono ben più forti della sfiducia).
Per il bushianesimo, un povero ragionevolmente felice, con uno stipendio decente, una scuola pubblica passabile dove mandare i propri figli e un’assistenza sanitaria decorosa, è un’anomalia del creato, una mostruosità, una bestemmia vivente. Se anche un povero può essere felice, si chiede il bushiano, allora perché io mi danno l’anima a diventare ricco? Dove sta la differenza tra me e lui? Il bushiano è una categoria umana inaudita: non si era mai visto in precedenza un simile incrocio tra un protestante e un sibarita.
Come ha detto il senatore della Virginia James Webb nella sua risposta al presidente, come si può tollerare che un manager oggi in America possa guadagnare 400 volte lo stipendio di un suo impiegato? Come si può permettere che l’intera classe media perda il suo posto alla tavola della nazione? Era successo anche alla fine dell’Ottocento, all’epoca dei “robber barons”, quando non si pagavano ancora le tasse sul reddito, ma era stato proprio un presidente “duro” e poco sentimentale come Theodor Roosevelt a cercare di porre un freno ai loro eccessi. Dov’è un Theodor Roosevelt oggi? Certo non Hillary Clinton; certo non Barack Obama, che intervistato subito dopo ha mosso le critiche del caso all’assenza di strategia in Irak, ma ha anche aggiunto di aver trovato incoraggianti alcune proposte del presidente e di essere disposto a discuterle costruttivamente. Parole vuote, o solo ami da pesca per i moderati. Nessuno discuterà niente. Non c’è niente da discutere. Il seguace del bushianesimo ha un solo comandamento: tu ti espanderai all’infinito, accrescerai la tua ricchezza e il tuo potere all’infinito, e non c’è stato, autorità, effetto serra, esaurimento dei carburanti fossili o semplice decenza umana che ti possano fermare (per inciso, Bush ha ammesso per la prima volta che c’è un «cambiamento climatico globale» di cui bisogna tenere conto, ma non ha assolutamente detto che cosa intende fare).
Mi rendo conto di non avere parlato dell’Iraq.
Bush, in compenso, non ha pronunciato neanche il nome di New Orleans, che è in condizioni peggiori che mai. Ma sull’Iraq basta ricordare quello che diceva Madame Nhu, la cognata del presidente sudvietnamita Diem, all’epoca di quell’altra guerra: «Chi ha gli Stati Uniti come alleati non ha bisogno di nemici». http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
gennaio 22 2007
BLOGGER CHE CRITICANO IL GOVERNO POTREBBERO FINIRE IN GALERA
DI STEVE WATSON
Infowars
Sareste perdonati se pensaste che questa è una nuova forma di restrizione alla libertà di espressione che è stata introdotta nella Cina Comunista. Ma non lo è. Il governo Statunitense vuole obbligare i blogger e gli attivisti di base che operano on line a registrarsi e a documentare regolarmente le proprie attività al Congresso USA, e questo nel corso dell'ultimo incredibile attacco che è stato scagliato contro Internet e il Primo Emendamento della Costituzione.
Richard A. Viguerie, Presidente di GrassrootsFreedom.com, un sito web il cui scopo è quello di combattere qualunque tentativo di ridurre al silenzio i movimenti di base, afferma:
"La Sezione 220 di S. 1, il progetto di legge per la riforma delle attività dei gruppi di pressione che è al momento in discussione al Senato, richiede a quegli attivisti di base, blogger compresi, che comunicano con 500 o più membri del pubblico su questioni di politica, di registrare e di documentare ogni quattro mesi le proprie attività al Congresso nella stessa maniera in cui già fanno i grandi gruppi di pressione di K Street. Se venisse introdotta, la Sezione 220 emenderebbe la legge esistente di documentazione sui gruppi di pressione, dando così vita alla più estesa intrusione nei diritti che sono riconosciuti dal Primo Emendamento che sia mai stata introdotta. Per la prima volta nella storia, i critici del Congresso avranno bisogno di registrarsi e di documentare le proprie attività al Congresso stesso".
In altre parole, Nancy Pelosi e i Democratici potrebbero ridefinire il significato atttribuito alle attività dei gruppi di pressione per far sì che le comunicazioni politiche ai / fra i cittadini siano ricomprese nell'ambito della medesima legislazione.
Secondo la legge attuale qualunque "lobbista" che "intenzionalmente e a propria discrezione viene meno all'obbligo di fare archiviare o di documentare" le proprie attività al governo ogni quattro mesi può essere incriminato nell'ambito del codice penale, compresa la possibilità di essere condannato ad una pena detentiva della durata massima di un anno.
Al momento l'emendamento è in stallo al Senato.
Questo ultimo attacco contro i blogger se ne fuoriesce bollente dalla proposta del Senatore Repubblicano John McCain di introdurre una nuova legge che consentirebbe di multare i blog fino ad un massimo di 300.000 dollari per dichiarazioni offensive, foto o video che sono stati pubblicati dai visitatori nelle finestre di un sito destinate ai commenti.
La proposta di McCain è stata presentata sotto l'insegna di voler salvare i bambini dai predatori sessuali e di voler incoraggiare gli informatori a vendere i gestori di siti web al National Center for Missing and Exploited Children – Centro Nazionale per i Bambini Scomparsi e Sfruttati, che poi passerebbero l'informazione alle competenti autorità di polizia.
Nonostante la totale mancanza di una qualunque prova che dimostri che i bambini sono le vittime in massa da parte dei blogger o delle persone che lasciano commenti sui blog, sembra certo che la proposta diventerà legge in una qualche maniera. È ben risaputo che McCain prova una forte antipatia nei confronti dei suoi critici nella blogosfera, e questo provoca un evidente conflitto di interessi ogni qualvolta una proposta per la ristrizione dei blog viene da lui presentata.
Nei mesi scorsi, un coro di propaganda inteso a demonizzare Internet e a drenarlo verso un percorso di stretto controllo è stato vomitato fuori da numerosi organi dell'establishment:
- Durante un'apparizione con la moglie Barbara su Fox News durante lo scorso mese di Novembre, George Bush senior ha attaccato i blogger di Internet accusandoli di creare un "clima ostile e disgustoso".
- La strategia de-classificata della stessa Casa Bianca per "vincere la guerra al terrore" evidenzia come obiettivo le teorie cospirative di Internet definendole un terreno fertile per il reclutamento di terroristi e minaccia di volerne "diminuire" la relativa influenza.
- Il Pentagono recentemente ha annunciato il suo tentativo di infiltrare Internet e di propagandare la guerra al terrore.
- In un discorso del mese scorso, il direttore della Sicurezza Naziale Michael Chertoff ha identificato il web come un "campo di addestramento del terrorismo", attraverso cui "le persone disaffezionate che vivono negli Stati Uniti" stanno sviluppando "ideologie radicali e in forma potenziale anche capacità di tipo violento". Chertoff ha promesso di disseminare agenti della Sicurezza Nazionale nei dipartimenti della polizia locale allo scopo di fornire aiuto nella cattura di terroristi domestici che fanno uso di Internet come fosse uno strumento politico.
- Un caso legale di estrema importanza in favore della Recording Industry Association of America e di altre organizzazioni che sono attive nel commercio globale cerca di criminalizzare qualunque attività di "file sharing" su Internet defindola una violazione del copyright, contribuendo in questa maniera alla chiusura del world wide web – e la loro argomentazione è sostenuta dal governo degli Stati Uniti.
- Un altro fondamentale caso legale a Sidney va ancora più in là, stabilendo la trappola che consentirebbe di distruggere Internet per come lo conosciamo e di porre fine ai siti web di informazione alternativa e ai blog, e questo con la creazione di un precedente secondo cui la semplice presenza su di un sito di link ad altri siti web significa infrangere la legge sul copyright e rappresenta un atto di pirateria.
- L'Unione Europea, guidata dall'ex Stalinista e potenziale futuro Primo Ministro Inglese John Reid, ha anch'essa promesso di voler fermare i "terroristi" che fanno uso di Internet per diffondere propaganda.
- Recentemente la UE ha anch'essa proposto una legislazione che impedirebbe agli utenti di poter caricare una qualunque forma di materiale video senza possedere una licenza.
- In precedenza abbiamo anche svelato come siano in atto numerosi tentativi di limitare la neutralità di Internet nonchè di designare una nuova forma altamente ristretta dello stesso conosciuta con il nome di Internet 2.
Non fate errori, Internet, che è uno dei più grandi avamposti della libertà di espressione mai esistito, è sotto il costante attacco da parte di personaggi potenti che non possono operare all'interno di una società dove l'informazione scorre liberamente e senza filtri. Tutti questi tentativi sono una replica delle storie che sentiamo ogni settimana e che provengono dalla Cina Comunista Controllata dallo Stato, dove Internet è strettamente regolato ed esiste virtualmente come un'entità a se stante, tenuta ben lontana dal resto del web.
Le frasi "governo Cinese" e "Mao Zedong" sono state addirittura censurate nei siti ufficiali Cinesi perchè sono considerate "frasi sensibili". Lasceremo che i nostri ipotetici governi Democratici implementino lo stesso tipo di politiche restrittive anche qui da noi?
Secondo la sezione 220 della proposta di legge per la riforma dei gruppi di pressione, Infowars.net potrebbe essere obbligato a cercare di ottenere una licenza solo per potervi offrire questo tipo di informazione. Se ci venisse garantita una licenza, verremmo poi obbligati a documentare le nostre attività al governo quattro volte all'anno solo per potervi offrire questo tipo di informazione. Tutto questo vi pare essere libertà di espressione o piuttosto totalitarismo?
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E' il momento di mobilitarsi:
Oltre che telefonare al Senato USA, vi suggeriamo di andare su GrassrootsFreedom.com dove c'è una petizione che potete firmare contro la sezione 220 di S. 1, la proposta di legge per la riforma delle attività dei gruppi di pressione.
A questo resoconto ha contribuito Paul Joseph Watson.
Steve Watson
Fonte: http://www.infowars.net/
Link: http://www.infowars.net/articles/january2007/180107Bloggers_Prison.htm
18.01.2007
Traduzione a cura di Melektro per www.radioforpeace.info & www.comedonchisciotte.org
gennaio 21 2007

Una scena dal futuro. E’ il 20 gennaio 2009 e di fronte al Campidoglio di Washington il presidente della Corte Suprema, John Roberts, detta la formula del giuramento al 44mo presidente degli Stati Uniti, sotto gli occhi di un George W.Bush ormai in disparte. A due anni esatti dall’appuntamento, Hillary Clinton ha compiuto il primo passo per far avverare il proprio sogno: giurare quel giorno come prima ‘Madame President’ nella storia americana, con il marito ed ex presidente Bill a reggerle la Bibbia. […]
Il simbolismo non e’ senza dubbio sfuggito all’ex First Lady, nello scegliere un po’ a sorpresa il 20 gennaio per un annuncio affidato a un video sul sito HillaryClinton.com. ‘’Sono in corsa per vincere'’, ha detto la senatrice di New York agli americani, spiegando di aver formato un comitato esplorativo, un passo formale che le permette ora di raccogliere fondi e aprire uffici negli stati-chiave della campagna 2008.
Seduta su un divano a fiori, in una perfetta scena domestica creata dai suoi strateghi elettorali, la Clinton ha deciso di lanciare la propria corsa non di fronte a telecamere, giornalisti e microfoni, ma online. Un passo che mira a cercare consensi sia tra gli elettori tradizionali - che una Hillary sorridente e rassicurante ha invitato a unirsi a lei in una ‘’conversazione sull’America'’ -, sia tra i giovani della generazione di YouTube, che apprezzeranno la scelta di Internet per lanciare la campagna per la Casa Bianca. ‘’Da lunedi’ prendero’ parte a video-chiaccherate online in diretta, qui sul mio sito'’, ha detto una Hillary in versione tecnologica.
Che la Clinton fosse pronta a candidarsi alla nomination democratica nel 2008 non era certo un segreto per nessuno. Ma un possibile annuncio era atteso solo tra qualche tempo. Il passo in anticipo non e’ legato tanto al fatto che manca un anno esatto ai primi voti in Iowa, Nevada e New Hampshire e due anni all’Inauguration Day, quanto alla necessita’ di contrastare il ciclone Barak Obama. Il senatore dell’Illinois che sogna di diventare il primo nero alla Casa Bianca, si sta rivelando come l’insidia maggiore per la senatrice che a sua volta cerca di rompere un’altra tradizione, quella della presidenza al maschile. Obama fara’ il proprio annuncio il 10 febbraio e la squadra di Hillary ha deciso di anticipare i tempi. La candidata, raccontano fonti del suo staff, era stanca di avere le ‘’mani legate'’ e ha deciso di uscire dal limbo politico, per entrare a testa bassa in campagna elettorale.
Barak Obama, che si e’ dimostrato fino a ora molto attento a non creare controversie, ha dato il benvenuto alla Clinton ‘’e a tutti i candidati, non come avversari ma come alleati in questo lavoro di riportare il paese sul giusto binario'’. Assai meno contento, e non solo perche’ appartiene all’altro schieramento politico, e’ stato il senatore repubblicano Sam Brownback, un reaganiano che aveva scelto a sua volta sabato 20 gennaio per annunciare la candidatura e ha visto sparire il proprio messaggio in mezzo al caos mediatico creato dalla discesa in campo della ex First Lady.
‘’Dopo sei anni di George Bush, e’ l’ora di rinnovare la promessa all’America'’, ha detto la Clinton nel video. ‘’Come senatrice, trascorrero’ i prossimi due anni a fare tutto cio’ che e’ in mio potere per limitare i danni che Bush puo’ fare - ha aggiunto -, ma solo un nuovo presidente sara’ in grado di cancellare gli errori di Bush e riportare speranza e ottimismo'’. In mezzo ai messaggi rassicuranti agli americani e agli inviti a prender parte a un dialogo ‘’sul futuro del paese'’, la senatrice ha mandato un segnale al suo partito, dove in molti ritengono che sia una figura troppo controversa per permettere ai democratici di riconquistare la Casa Bianca. La Clinton ha ricordato di aver vinto ‘’a valanga'’ due volte a New York nonostante i repubblicani abbiano speso 70 milioni di dollari per farla fuori: ‘’So come pensano i repubblicani - ha affermato la senatrice -, so come operano e so come batterli'’. Con milioni di dollari in banca, un forte network di sostenitori in tutto il paese e un marito ex presidente e grande oratore, la senatrice sa di non parlare solo per retorica.
Il test principale ora per lei, come era gia’ avvenuto nel 2004 per il suo collega di partito John Kerry, sara’ decidere che posizione tenere sull’Iraq, dopo essere stata tra gli esponenti dell’opposizione che appoggiarono la scelta di Bush di invadere il paese. In questi giorni si e’ dimostrata molto critica sulla nuova strategia decisa dalla Casa Bianca, ha accusato il premier iracheno Nouri al Maliki di essere inaffidabile e ha esortato a porre un freno al numero delle truppe americane nel paese.
Ma nei prossimi mesi dovra’ comunque difendersi dagli attacchi da sinistra, da parte di candidati autorevoli come John Edwards, che faranno della posizione scelta sull’Iraq il punto debole della senatrice. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/01/20/hillary-saro-madame-president/#more-229
| Presidente sotto assedio |
| Sempre più persone negli Usa criticano Bush e l'aumento delle truppe in Iraq |
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Il “presidente di guerra” è sotto assedio sul fronte interno. Dopo aver annunciato alla nazione un aumento di 21.500 soldati in Iraq nei prossimi mesi, nel tentativo di pacificare Baghdad e le regioni più turbolente, su George W. Bush piovono critiche da più parti. Il 60 per cento dei cittadini Usa è contrario alla sua decisione, e anche tra i militari il consenso verso questo conflitto è precipitato: ormai solo il 41 percento dei soldati crede che l’invasione dell’Iraq sia stata una buona idea. Un gruppo di generali in pensione ha bocciato l’escalation militare davanti alla Commissione Esteri del Senato. E tre senatori hanno presentato una risoluzione per affermare che la proposta di Bush va contro gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Intanto, i gruppi pacifisti stanno preparando una grande manifestazione di protesta a Washington per sabato 27 gennaio.
Le statistiche. I sondaggi condannano la scelta di Bush, bocciato ormai dall’opinione pubblica su tutta la linea. Solo un terzo approva la gestione del conflitto da parte dell’amministrazione Bush. Metà degli intervistati è convinta che il presidente abbia mentito di proposito per giustificare l’invasione. Per tre americani su cinque (soprattutto, anche per un repubblicano su quattro), questa guerra non doveva essere combattuta. Due terzi degli statunitensi vogliono che il ritiro delle truppe inizi entro il 2008, uno cinque preferirebbe che venisse fatto subito. Per quanto riguarda l’aumento delle truppe, metà degli interpellati vorrebbe che il Congresso bloccasse l’escalation, negando il finanziamento alla missione o con altre misure volte a contrastare la decisione di Bush.
La battaglia al Congresso. Nonostante il recente cambio di colore di Capitol Hill, dove ora entrambe le camere sono controllate dai democratici, una battaglia al Congresso per rovesciare la decisione di Bush viene però considerata improbabile dagli analisti. La definizione della politica estera, in fondo, spetta al presidente: il Congresso può concedere o meno i finanziamenti richiesti ma, nonostante i democratici siano ormai compatti nel volere un ritiro in tempi brevi, opporsi in un muro contro muro potrebbe essere controproducente. E in fondo, ai democratici non dispiacerebbe arrivare alle elezioni presidenziali del 2008 con l’Iraq ancora palla al piede dei repubblicani. Tuttavia, il malcontento della nuova maggioranza al Congresso è emerso mercoledì 17 gennaio, quando tre senatori (tra cui un repubblicano) hanno presentato una risoluzione per esprimere la loro contrarietà all’aumento temporaneo delle truppe. La misura, che verrà votata la settimana prossima dal Senato, anche in caso di approvazione avrebbe solo un valore simbolico. Non vincolerebbe Bush a tornare sui propri passi, ma gli manderebbe un segnale del tipo “per questa volta te la passiamo, ma non abusare della nostra disponibilità”.
Il no dei generali. Il giorno dopo, le obiezioni al piano Bush sono arrivate anche dagli ambienti militari. Un comitato di generali in pensione ha liquidato con un “troppo poco, troppo tardi” l’escalation militare, sostenendo che in Iraq “la soluzione è politica, non militare”. “I nostri alleati ci stanno abbandonando ed entro l’estate se ne saranno andati”, ha detto davanti alla Commissione Esteri del Senato il generale Barry McCaffrey, che ha guidato le truppe Usa nella prima Guerra del Golfo. Da tempo una parte crescente dei vertici militari ha puntato il dito contro l’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, reo di aver voluto combattere una guerra con poche truppe (in media gli Usa hanno impegnato in Iraq un quarto delle forze disponibili). Per questo, secondo questo filone di pensiero, un’aggiunta di 21.500 soldati ai circa 130.000 già presenti non può costituire una grande differenza. Per molti soldati, ciò significa comunque un terzo periodo servizio in Iraq: per alcune brigate è già cominciato.
Manifestazione per la pace. Già rinvigorito dalla crescente opposizione dell’opinione pubblica alla guerra, anche il movimento pacifista negli Usa ha sfruttato la decisione di Bush per dire ancora una volta no alla guerra in Iraq. Il gruppo United for Peace and Justice, che fa da ombrello a centinaia di associazioni, ha indetto per sabato prossimo una “marcia su Washington”. Vista l’ormai diffusa impopolarità del conflitto, gli organizzatori sperano che alla manifestazione partecipino anche persone che all’inizio erano favorevoli all’invasione. |
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7146
gennaio 18 2007
CERCANDO DI CREARE LA PROSSIMA GUERRA MONDIALE
DI RON JACOBS
Counterpunch
La Coalizione dei Pazzi contro Iran, Iraq e Chiunque Altro
Secondo l'edizione del Sunday Times di Londra del 7 Gennaio 2007, due squadroni dell'aviazione israeliana si stanno esercitando per un attacco nucleare contro l'Iran. L'articolo, che ha ottenuto questa informazione da fonti dell'esercito Israeliano e del Mossad, descrive brevemente come verrebbero compiuti gli attacchi contro gli stabilimenti nucleari dell'Iran. Secondo una fonte, il risultato finale sarebbe “una missione, un attacco e il progetto nucleare Iraniano verrebbe demolito.” Naturalmente non viene nemmeno menzionato il fatto che le armi nucleari distruggono molto più dei loro obiettivi stabiliti e uccidono molta più gente che coloro che sono nelle zone prese di mira – ciò viene tralasciato senza nemmeno un pensiero, come se la potenziale morte di migliaia di Iraniani debba essere irrilevante per il patologico bisogno di Tel Aviv di distruggere ogni minaccia alla sua politica paranoica.
Al di là dell'atlantico il nuovo leader di maggioranza alla Camera, Steny Hoyer del Maryland, ha detto al Jerusalem Post che un attacco militare all'Iran “non è stato tolto dalle opzioni” [letteralmente “non è stato tolto dal tavolo”, not been taken off the table, n.d.t.] . Hoyer, come il suo presunto oppositore George Bush, riconosce che per impedire che l'Iran costruisca armi nucleari preferisce il negoziato ma ha insistito che l'uso della forza è una “opzione” che non deve essere rimossa dal cosiddetto tavolo. Tutto ciò perchè Hoyer (come il resto di Washington) afferma che “un Iran nucleare non è accettabile”. Non è che qualcuno voglia un Iran nucleare, ma se è per questo chi è che vuole degli Stati Uniti nucleari?
Ciò ci porta direttamente ai piani ora in corso per sostituire le attuali testate nucleari nell'arsenale USA con un nuovo stock di testate (al prezzo di almeno 100 miliardi di dollari). Piani che devono ancora raccogliere anche solo un pigolio di protesta dalla Collina [del Campidoglio n.d.t.]. Per il giorno in cui una tale opposizione arriverà il programma sarà già stato totalmente concluso. Ad allarmare ulteriormente quelli di noi che non sono in favore di armi nucleari in mano a un qualunque governo, alla Casa Bianca viene detto dai suoi consiglieri di non promettere a nessuno che queste armi non verranno testate durante il processo di costruzione. In modo simile al Presidente Iraniano Mahmoud Ahmadinejad, quello che per Washington è l'uomo nero, il Generale James E. Cartwright, comandante dello Strategic Command, che controlla l'arsenale nucleare del paese, ha recentemente affermato che “adesso non è la posizione della nazione dire che le dimensioni del nostro arsenale nucleare sono pari a zero.” In altre parole non si sbarazzera di nessuna delle testate nucleari che controlla. Non c'è da stupirsi che così tante altre nazioni vogliano delle loro atomiche.
Nel frattempo, in Iraq
C'è un documento che gira e che è probabilmente stato nelle scorse settimane la lettura favorita di George Bush. E' stato scritto da Fred Kagan dell' American Enterprise Institute ed è intitolato Choosing Victory: A Plan for Success in Iraq [Scegliere la vittoria: un piano per il successo in Iraq n.d.t]. Da tutte le indicazioni sembra che questo documento sia il modello per il prossimo discorso di Bush sull'Iraq [il discorso di qualche giorno fa in cui infatti Bush ha chiesto l'aumento delle truppe di occupazione n.d.t.]. Basandosi sulla convinzione che la vittoria in Iraq sia ancora possibile se solo gli USA mandassero abbastanza soldati a Baghdad e in altre zone problematiche dell'Iraq, la presentazione powerpoint di Kagan fa notare che al Dicembre 2006 vi erano 52500 truppe da combattimento USA (Marines e fanteria) nel paese, di cui 17500 erano a Baghdad. Kagan continua chiedendo una serie di aumenti di truppe da combattimento sino al Settembre 2007, quando spera di vedere in guerra un totale di 84000 soldati con l'uniforme USA. Se si fa una proporzione per vedere quale sia il numero di forze logistiche che accompagnano un tale numero di soldati (agli attuali livelli il rapporto è di circa 1.6 soldati dell'apparato logistico per ogni soldato in combattimento – [ora ci sono] 52500 soldati in combattimento su un totale di 140000), ciò significa che vi saranno circa 224000 soldati USA in Iraq nell'autunno del 2007.
Lasciando da parte la questione di come la Casa Bianca e i suoi generali guerrafondai pensino di trovare tutti questi soldati e Marines, ciò significa solo una cosa. La Casa Bianca e coloro che la appoggiano non hanno intenzione di lasciare l'Iraq sino a che non lo controlleranno – la Zona Verde, Al-Anbar e i pozzi petroliferi. Ignorando le richieste del movimento contro la guerra (cosa non insolita), i consigli di più stagionati costruttori dell'impero come James Baker e la sua banda, e i desideri della maggioranza delle persone negli Stati Uniti (per non dire del mondo), solo i politici le cui idee, soprattutto, ci hanno portato in Iraq sembrano avere le orecchie di Bush. Questo è qualcosa di pericoloso, ed è il meno che si possa dire.
Il documento fa notare che la richiesta del suo gruppo di cambiare le priorità del Pentagono dall'addestramento dei soldati Iracheni al rendere sicura la popolazione Irachena e contenere l'aumentata violenza (aumentando così la violenza) rinvigorerà certamanete la resistenza Irachena in tutte le sue forme – Sunnita, Sciita, tribale e altra ancora, eppure la sola risposta che il documento fornisce a questo fatto è che i soldati USA devono essere più aggressivi e non solo attaccare ma anche mantenere le aree in cui i loro attacchi hanno successo. Secondo Kagan sino ad oggi “rendere sicura la popolazione non è mai stato la missione primaria dello sforzo delle forze armate USA in Iraq, e ora deve diventare la prima priorità.” Naturalmente ciò vorrà dire maggiori perdite, un fatto che Kagan ignora in un modo che dimostra ancora una volta quanto poco i pianificatori delle guerre si preoccupino di coloro che le combattono. Si, afferma, vi saranno maggiori perdite, ma un “incremento a breve termine delle perdite non è un segno di fallimento.” Infatti la sua visione della situazione è che “le perdite a lungo termine su un periodo di nove mesi diminuiranno dato che la popolazione sarà messa al sicuro.” In altre parole, se la guerra continua abbastanza a lungo il numero di morti non sembrerà così alto facendo la media. Non viene menzionato in questo discorso il fatto che questo è lo stesso nonsense che Bush e i suoi tirapiedi ci vanno dicendo sin dal 2003. Inoltre, e con minore giustificazione, è lo stesso nonsense che il Congresso ha accettato come esatto ogni singola volta che il finanziamento alla guerra è stato sottoposto al voto.
Come queste nuove aggressive truppe da combattimento cambieranno le cose? Secondo Kagan e il suo gruppo ci sono tre possibili esiti. Il primo è che la situazione migliori in un paio di anni e le forze USA possano andare a casa; la seconda è che le forze Irachene saranno abbastanza addestrate e convinte che valga la pena combattere per il governo della Zona Verde che le forze USA potranno avere meno combattenti; e terzo, se le prime due possibilità non si verificano nel corso di uno o due anni, vi saranno per quel momento abbastanza soldati arruolati provenienti dagli USA (dalle forze armate estese che vengono anch'esse richieste in questo documento) che coloro che saranno stanchi della battaglia potranno tornare a casa e aspettare il loro successivo turno.
Il documento termina con una serie di affermazioni che vanno molto in là nello svelare la verità sulla missione USA in Iraq. Quella che colpisce di più? Possiamo e dobbiamo vincere in Iraq. Già, stanno ancora dicendo questo! Da nessuna parte nel documento vengono menzionati gli Statunitensi tranne che in un inciso in cui si dice che il successo del piano richiede un impegno nazionale. In altre parole dobbiamo consentire volentieri a quello che è chiaramente uno psicopatico omicidio-suicidio. Penso sia da tempo arrivato il momento di declinare questo invito.
Ron Jacobs è autore di The Way the Wind Blew: a history of the Weather Underground, che è appena stato ripubblicato da Verso. L'articolo di Jacobs su Big Bill Broonzy è stato inserito nella raccolta di CounterPunch Serpents in the Garden su musica, arte e sesso. Il suo primo romanzo Short Order Frame Up, sta per uscire per la Mainstay Press. Può essere contattato all'indirizzo mail: rjacobs3625@charter.net
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link: http://www.counterpunch.org/jacobs01102007.html
10.02.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
gennaio 13 2007
Fermate George Bush, il piccolo Nerone che vuole il suo Vietnam
Esattamente un mese fa, il 10 dicembre 2006, il quotidiano conservatore britannico The Times riportava una dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, George Bush, che avrebbe dovuto provocare una sollevazione: "Non mi ritirerò dall'Iraq neanche se restassero ad appoggiarmi solo mia moglie Laura e il mio cane Barney".
Nessuno si sollevò, neanche i media così attenti a fare le pulci a quello che dicono dirigenti politici mondiali meno amati da chi governa il mondo. I pochi che devono essersi soffermati su questa dichiarazione devono averla trovata puerile, capricciosa, tragicamente frivola, di fronte a una catastrofe che, secondo alcuni calcoli, ha già provocato la morte di 650.000 cittadini iracheni. "Non mi ritirerò dall'Iraq neanche se restassero ad appoggiarmi solo mia moglie Laura e il mio cane Barney". Cosa si può fare se l'uomo più potente del mondo è un bambino capriccioso e frivolo con seri problemi edipici?
Il presidente degli Stati Uniti, George Bush junior, ha dunque scelto la strada dell'escalation vietnamita per l'Iraq. Di fronte all'annuncio dell'invio di più uomini -già che secondo Bush stesso l'unico errore ammesso è stato aver usato troppo poco la sterminata forza militare- gli interpreti ufficiali del pensiero di George Bush, quelli che "l'America è sempre la prima democrazia del mondo", non hanno neanche provato a difendere la scelta. Tantomeno hanno fatto autocritica, visto che quella scelta avevano difeso e appoggiato e, di fronte alle cassandre pacifiste, avevano millantato quella irachena come una passeggiata dove la gente avrebbe offerto fiori e non bombe agli occupanti. Se la sono cavata con una risposta psicologica: "Bush non vuole passare alla storia come uno sconfitto".
Benito Mussolini, alla vigilia del 10 giugno 1940, spiegò al Maresciallo Pietro Badoglio l'attacco alla Francia con raro cinismo: "ho bisogno di alcune migliaia di morti per sedermi al tavolo della pace quale belligerante". Il discorso di stanotte di Bush lo ricorda in maniera sinistra. Sa perfettamente che 20.000 soldati in più non cambieranno la natura e le sorti del conflitto. E' un cambiamento cosmetico perché non ha lo spessore morale per ammettere di aver sbagliato tutto. Ha bisogno di altri morti e poi qualcun altro al posto suo lascerà Baghdad come fu lasciata Saigon dopo avere ammazzato due milioni di vietnamiti.
Da pochi giorni gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente in Somalia. Hanno massacrato decine di civili spacciandoli per terroristi. Quei morti sono stati necessari, propedeutici e funzionali all'annuncio dell'escalation in Iraq: “Se siamo costretti ad intervenire in uno scenario apparentemente marginale come quello del Corno d'Africa, tantomeno possiamo lasciare campo libero in Iraq”. Quello in Somalia è un intervento illegittimo, unilaterale, soprattutto imprudente, ma che serve a dimostrare, agli spettatori di Rete4 e Fox-TV, che dietro la maschera della minaccia terrorista si debba accettare tutto. L'Unione Europea ha guardato attonita all'apertura del fronte somalo. Perfino l'ascaro Tony Blair ha detto che non seguirà Bush nella nuova escalation irachena.
Tuttavia, pensare che il dramma che gli Stati Uniti stanno imponendo al mondo sia dovuto solo al piccolo Nerone George Bush, sarebbe fuorviante. John McCain, il suo più probabile successore repubblicano, è un suo fiero critico da destra: fin dall'inizio avrebbe inviato più uomini e avrebbe voluto più obbrobri. L'accusa più grave mossa dal Partito (clone) Democratico non è stata quella del crimine massimo della guerra, ma quella di aver speso male il denaro dei contribuenti e aver perso "vite americane", come ha testualmente ripetuto stanotte il capo senatore Harry Reid usando lo stesso linguaggio, la stessa cultura politica di George Bush.
Distinguere tra “vite americane” e “vite altrui” è un'espressione razzista molto in voga negli Stati Uniti d’America. Quale altro dirigente politico al mondo -come invece si fa quotidianamente negli Stati Uniti- parlerebbe della necessità di sacrificare vite altrui per salvare "vite francesi", "vite bulgare", "vite italiane"? La stessa espressione è repellente. Eppure suona così familiare nella vita politica statunitense, viene ripresa dalla stampa senza batter ciglio, come se non fosse la manifestazione più atroce di questo nuovo arianesimo messianico che è il neoconservatorismo.
Ancora dopo l'11 settembre, se pure qualcuno dubitava dell'autorità morale degli Stati Uniti per amministrare giustizia sul pianeta intero, in pochi dubitavano sul fatto che avessero la forza militare per farlo. Oggi, dall'Afghanistan alla Somalia all'Iraq, sappiamo che da Abu Grajib a Falluja al cappio al collo di Saddam Hussein, gli Stati Uniti non solo hanno perso ogni autorità morale. Non hanno possibilità alcuna di vincere militarmente, ma possono continuare a farsi e soprattutto fare molto male. Sono lo specchio del bambino capriccioso, prepotente e frivolo che li governa e che del resto hanno democraticamente eletto.
Il cantautore Quintín Cabrera, in una delle sue ballate più popolari*, canta che la cosa della quale gli statunitensi avrebbero più bisogno, per rientrare in se stessi dal loro delirio di onnipotenza, è una nuova lezione vietnamita. Bush lo sta accontentando. Ma a che prezzo, soprattutto per le “vite irachene”, “vite somale”, “vite afghane” che continueranno a essere massacrate, torturate, stuprate, bombardate per coronare il sogno di bambino di George Bush junior di “non passare alla storia come uno sconfitto”!
* “Nombrando a la Democracia,/ sojuzgaron y mintieron,/ejecutaron, mataron,/ bombardearon, sometieron./ Por eso y por mucho más/ lo que el Yanqui necesita/ es una aumentada dosis/ de jarabe vietnamita”.
* “In nome della democrazia /soggiogarono e mentirono /giustiziarono, uccisero / bombardarono, sottomisero / Per questo e per molto di più / quello del quale lo Yankee ha bisogno / è di una dose ancora più forte / di bastonatura vietnamita
http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=873
gennaio 9 2007
Tutte le donne del presidente
Stefano Rizzo , Usa Dalle pacifiste alla famiglia, da Condoleeza Rice a Hilary Clinton e Nancy Pelosi. A meno di due anni dalla fine del suo regno, una carrellata delle donne che hanno sostenuto o infastidito George Bush
Sono le donne, molto più degli uomini, a caratterizzare la vita di George W. Bush, il 43° presidente degli Stati Uniti. A partire dalla mamma Barbara, che ha creduto in lui, lo ha difeso e incoraggiato negli anni turbolenti della giovinezza, mentre il padre lo biasimava e gli preferiva il fratello Jeb. Le figlie gemelle Barbara e Jenna che con le loro scappatelle (abuso di alcolici e guida in stato di ebbrezza) stanno seguendo le orme paterne. La moglie Laura, la discreta bibliotecaria sempre al suo fianco, silenziosa e rassicurante, una nuova mamma.
E poi le donne simbolo di questi anni. La giovane contestatrice californiana, Marla Ruzicka, che si oppose alla guerra e poi volle andare in Iraq per aiutare le vittime civili dei bombardamenti, finendo col morire dilaniata su una bomba. Con lei, sul fronte opposto, le "cattive ragazze" di Abu Ghraib, le soldatesse Lynndie England, Megan Ambuhl e Sabrina Harman, immortalate dai compagni mentre seviziano i detenuti iracheni. E Cindy Sheehan, la madre coraggio che da due anni "perseguita" Bush, rincorrendolo alla Casa bianca e nel suo ranch di Crawford per farsi dire perché suo figlio è stato ucciso in Iraq.
Come dimenticare Valerie Plame, la moglie dell'ambasciatore Wilson, che denunciò l'inconsistenza della vendita di uranio nigerino all'Iraq? La vendetta della Casa bianca non si fece attendere e si abbatté sulla povera Valerie interrompendo la sua brillante carriera di agente della CIA. Ma intanto il suo nome è legato ad uno degli scandali, il Niger-gate, che più di altri - più della corruzione dei politici e dell'inefficienza nel dopo Katrina (l'uragano che devastò New Orleans) - hanno scosso la presidenza Bush.
E ancora: Sandra O'Connor, il giudice della Corte suprema che per la prima volta, in una sentenza del giugno 2004, si pronunciò contro gli abusi della presidenza affermando che lo stato di guerra non trasforma il presidente in un despota e che anche lui è vincolato dalle leggi. In seguito la O'Connor si è dimessa dalla corte, apparentemente per ragioni di famiglia, ma è tornata a turbare i sonni di Bush in qualità di membro dell'Iraq Study Group, la commissione bipartisan presieduta da James Baker che a dicembre ha presentato un atto di accusa senza appello nei confronti della condotta della guerra.
Al nome della O'Connor è legato quello di un'altra donna, Harriet (per gli amici Harry) Miers, amica e avvocato di Bush quando era governatore del Texas. La signora Miers avrebbe dovuto, nelle intenzioni di Bush, prendere il posto della O'Connor, ma la sua candidatura fu ingloriosamente ritirata dopo che tutto il senato, democratici e repubblicani ad una voce, gli ebbero fatto notare la sua penosa inadeguatezza a rivestire la carica di giudice supremo degli Stati Uniti.
Bush tuttavia, sempre grato nei confronti di chi gli è devoto, non volle privarsi di lei, neppure dopo che venne alla luce un'imbarazzante corrispondenza tra i due, e la nominò a capo dell'ufficio legale della Casa bianca. Ora quei tempi di platonico idillio sono finiti, si annunciano venti di tempesta sulla Casa bianca e Miers, come sempre usa ad obbedir tacendo, ha fatto un passo indietro e si è dimessa. (Si dice che oggi alla Casa bianca per contrastare l'offensiva democratica servono "combattenti di strada", uomini di mano, e la Miers dopo tutto è una signora.)
Non si è invece saputo più nulla di un'altra donna importante nella vita dei Bush, Karen Hughes, amica di entrambi e compagna di Laura all'università del Texas. Chiamata a Washington assieme ad un altro stuolo di amici e amiche, fu nominata sottosegretario di stato agli esteri perché provvedesse a migliorare l'immagine degli Stati Uniti nel mondo gravemente compromessa da guerre e torture. La Hughes si è prontamente messa a girare per il Medioriente per spiegare alle donne mussulmane che dovevano scrollarsi di dosso l'oppressione della religione e dei maschi della famiglia, ricevendone in risposta che i loro rapporti con padri, mariti, figli e fratelli non riguardavano il governo gli Stati Uniti; il quale avrebbe invece potuto dare un contributo alla serenità domestica smettendo di ammazzarli e di incarcerarli (o di incoraggiare altri a farlo).
In questa carrellata di importanti figure femminili non poteva mancare la più importante, colei che per intelligenza, capacità politica, dedizione e, last but not least, eleganza, ha grandeggiato su tutte le altre: Condoleezza (detta Condy) Rice, la principessa nera dai tacchi a spillo, la più fidata consigliera del presidente, dapprima sua consulente per la politica estera (nella prima campagna elettorale), poi, dopo la vittoria del 2000, chiamata alla Casa bianca come capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e infine, dopo la travolgente vittoria del 2004, segretario di stato.
Al prezzo di sorbirsi interminabili pomeriggi a Crawford a guardare le partite di baseball con Laura e George e ad evitare che il presidente si strozzasse con le noccioline (recte: i bagel), questa ambiziosa signora, figlia di un pastore protestante del Sud, valente pianista, ballerina su ghiaccio, presidente di consigli di amministrazione e quant'altro, ha realizzato il suo sogno di diventare la donna più potente e famosa d'America.
Così è stato, ma forse così non sarà più, anche se la carriera della Rice, appannata dagli insuccessi della guerra e della sua politica estera, è lungi dall'essere terminata. In attesa che Hillary Clinton annunci la sua candidatura alla presidenza per il 2008, a turbare i sonni del presidente e a impedirgli di trascorrere gli usuali lunghi weekend a Crawford è arrivata un'altra signora, anche lei bionda come Hillary e al pari di lei ambiziosa e determinata. Si tratta, come avrete capito, di Nancy Pelosi, la nuova presidente (prima presidente donna) della camera dei rappresentanti, eletta sull'onda della vittoria democratica al Congresso che minaccia ora di strappare ai repubblicani anche la presidenza.
Nancy D'Alessandro Pelosi è molto diversa da Hillary Rodham Clinton. Fino all'età di 45 anni ha fatto la casalinga, mentre la signora Rodham faceva l'avvocato, ha alle spalle una famiglia "normale", senza scandali o scappatelle (almeno fin qui), il che per gli elettori americani è molto importante. Quando si è lanciata in politica lo ha fatto come donna e come mamma (Hillary invece mette sempre in secondo piano questi due aspetti) e nei molti anni passati al Congresso ha sempre assunto posizioni non ambigue e "di sinistra" (a differenza di Hillary che, appena eletta al senato, ha cominciato a corteggiare l'elettorato moderato del suo partito e i centristi di entrambi gli schieramenti).
Nel suo discorso di investitura e nelle cerimonie di contorno Nancy ha ricordato la sua identità "italiana" (il nonno era emigrato dall'Italia), la sua fede cattolica (anche se con qualche distinguo: ad esempio è favorevole all'aborto), le sue battaglie per la giustizia sociale e contro la guerra. Lo ha fatto in quell'inimitabile stile americano, caratterizzato da acconciature impeccabili, sorrisi a 32 denti, tailleur color pastello che - se non si sapesse che sono di grande sartoria - si penserebbero acquistati in un grande magazzino.
Ma non fatevi ingannare dalla grazia e dall'avvenenza di questa signora ultrasessantenne. Dietro il suo sorriso e le sue parole di moderazione si cela una determinazione di acciaio e una non comune spregiudicatezza nel muoversi nel mondo maschilista (sì, anche in America) della politica. Mentre Hillary si scalda a bordo pista, è Nancy che turba i sonni repubblicani e sta provocando frenetiche riunioni alla Casa bianca su come arginare la marea montante dei democratici. Alla fin fine la storia americana di questi ultimi anni può essere vista come una battaglia di donne tra donne, con i maschi che stanno a guardare e si sentono (sono?) sempre più irrilevanti. http://www.aprileonline.info/1199/tutte-le-donne-del-presidente
dicembre 19 2006
Al Pentagono nel primo giorno dell’era Gates
Due anni per decidere il futuro di Iraq, Afghanistan, Medio Oriente e anche dell’America. Un biennio per una svolta che impedisca un fallimento iracheno, che si trasformerebbe in ‘’una calamita”’ per gli Usa. Si presenta cosi’ Robert Gates, nel primo giorno di lavoro al Pentagono: affiancato dal presidente George W.Bush, il successore di Donald Rumsfeld debutta come ministro della Difesa con la franchezza con cui si e’ gia’ distinto nelle audizioni in Congresso. […]
In un auditorium superprotetto nei sotterranei del Pentagono, di fronte a una parata di uomini in divisa e a buona parte della sua amministrazione, Bush ha tenuto a battesimo quella che potrebbe essere una nuova stagione per la Difesa. ‘’Siamo una nazione in guerra'’, ha detto il presidente, insistendo sulla frase che accompagna la sua leadership dall’11 settembre 2001 e indicando in Gates ‘’l'uomo giusto'’ per segnare il cammino d’ora in poi sui fronti della guerra stessa.
Ma quale terremoto sia avvenuto in questi ultimi anni intorno al presidente, lo dimostrava un colpo d’occhio alla sala dove e’ avvenuta la cerimonia. Un generale in divisa, Michael Hayden, e’ ora il direttore della Cia. Un ex direttore della Cia, Gates, e’ invece alla guida dei militari. Un diplomatico di carriera, John Negroponte, sedeva in prima fila come ‘zar’ dell’intelligence. Un rimescolamento delle carte e dei ruoli che racconta le difficolta’ di Washington nel trovare la ricetta giusta per affrontare le sfide aperte dall’attacco di cui fu bersaglio lo stesso edificio che ora e’ sotto il comando di Gates.
Il nuovo ministro ha tributato un omaggio a Rumsfeld, ma subito dopo ha fatto capire di voler cambiare tono. Gates ha preannunciato di volersi recare in fretta in Iraq, per incontrare i comandanti e ascoltare ‘’le loro valutazioni oneste della situazione sul terreno'’. Non solo Baghdad preoccupa Gates, ma anche l’Afghanistan, dove i progressi degli ultimi cinque anni ‘’sono a rischio'’.
‘’Tutti noi - ha detto Gates - vogliamo trovare un modo di portare i figli e le figlie dell’America di nuovo a casa. Ma come il presidente ha detto con chiarezza, non possiamo permetterci di fallire in Medio Oriente. Un fallimento in Iraq a questo punto sarebbe una calamita’ che perseguiterebbe la nostra nazione, danneggerebbe la nostra credibilita’ e metterebbe in pericolo gli americani per i prossimi decenni'’. Gates dovra’ affrontare varie sfide oltre all’Iraq. I vertici di Esercito e Marines chiedono organici piu’ vasti per il futuro. La Difesa e’ stata ridisegnata in questi anni dalla ‘dottrina Rumsfeld’, che prevedeva un esercito piu’ agile e supertecnologico e insisteva sul ruolo delle Forze Speciali, alle quali il ministro uscente aveva affidato anche crescenti compiti di raccolta dell’intelligence (suscitando le ire della Cia e degli altri servizi segreti).
Non e’ chiaro quale linee scegliera’ Gates in questo senso, vista la sua esperienza di ex agente della Cia e il suo passato di esponente dello staff dei ‘realisti’ dell’ amministrazione di Bush padre. Un’ epoca in cui dominava la ‘dottrina Powell’ - legata all’allora capo degli Stati Maggiori, Colin Powell - della forza schiacciante e delle armate da centinaia di migliaia di uomini. Rumsfeld e’ stato invece il protagonista di un duro braccio di ferro con i militari per imporre una svolta, ottenendo alla fine di invadere l’Iraq con poco piu’ di 170.000 uomini contro le obiezioni di chi ne chiedeva il doppio.
La carenza di truppe e’ stato un problema fin dall’inizio dell’avventura irachena. Ora che l’America si trova a dover decidere se avviare una riduzione o tentare un ultimo affondo aumentandole, lo stesso Powell si dice pero’ contrario e sulla stessa lunghezza d’onda e’ Hillary Clinton, che non vuole piu’ truppe ‘’se non c’e’ un piano'’ su cosa farne in Iraq. http://marcobardazzi.com/blog7/2006/12/18/al-pentagono-nel-primo-giorno-dellera-gates/#more-212
dicembre 17 2006
Dalla Florida alla California, iniezioni letali sul banco degli imputati
Un detenuto condannato a morte in Florida prese fuoco sulla sedia elettrica alla fine degli anni Novanta e un’altra esecuzione nello stato, nel 2000, si trasformo’ in uno spettacolo macabro per una emorragia. I due casi si rivelarono decisivi per mandare in pensione la sedia elettrica in gran parte degli Usa. Ma ora sempre in Florida un tragico errore del boia sembra aver segnato una svolta anche nell’uso del principale metodo di esecuzione nei 37 stati degli Usa che prevedono la pena capitale: le iniezioni letali. […]La moratoria alle esecuzioni decisa dal governatore della Florida Jeb Bush, insieme alla sentenza di un giudice federale della California che le ha dichiarate incostituzionali, sono due sviluppi che arrivano in un momento in cui l’America stava gia’ dando numerosi segni di ripensamento. Per esempio, per la prima volta dal 1985, quando la Gallup comincio’ a chiedere agli americani se preferissero esecuzioni o ergastolo per i criminali peggiori, il carcere a vita senza liberta’ condizionale ha ottenuto la maggioranza dei consensi (48% a 47%).
Il 2006 si chiude con il numero di esecuzioni piu’ basso da 10 anni (53, rispetto alle 60 del 2005) e le condanne a morte decise dai tribunali americani sono al loro minimo storico nei 30 anni da quando la Corte Suprema ha reintrodotto la pena di morte negli Stati Uniti. La pena capitale quest’anno e’ stata inflitta a 114 persone, secondo i dati preliminari del Death Penalty Information Center (Dpic), un centro studi di Washington: una riduzione di quasi il 60% rispetto alle quasi 300 condanne del 1999, quando il sostegno alla pena di morte era ai suoi massimi storici nel paese.
Anche le dimensioni del braccio della morte si sono ridotte per il quinto anno consecutivo, dopo 25 anni di continua crescita. Sono ora 3.366 le persone in attesa del boia nelle celle americane, rispetto alle 3.415 dello scorso anno.
‘’L'opinione pubblicana - commenta Richard Dieter, direttore esecutivo del Dpic - ha compiuto una svolta importante. Il sostegno per le esecuzioni e’ in declino e sempre piu’ persone stanno appoggiando il carcere a vita senza liberta’ condizionale, disponibile come alternativa in quasi tutti gli stati'’. Il cambio di opinione, secondo Dieter, e’ legato al fatto che la pena capitale viene vista sempre piu’ come una soluzione costosa e a rischio di tragici errori.
Un errore e’ senza dubbio quello che e’ stato compiuto mercoledi’ sera nella camera della morte del carcere di Starke, in Florida, al momento di uccidere Angel Nieves Diaz, un ex membro di una gang portoricana che era stato condannato per un omicidio del 1979. Ci sono voluti 34 minuti (piu’ del doppio della norma) e una seconda iniezione prima che il cuore di Diaz si arrestasse e la colpa, secondo i primi risultati dell’ inchiesta, e’ degli addetti all’esecuzione, che hanno inserito gli aghi nella carne del braccio, non in una vena. I testimoni oculari hanno raccontato una serie di gesti compiuti da Diaz oltre 20 minuti dopo l’inizio della procedura che fanno pensare che fosse cosciente e soffrisse.
Jeb Bush non intende firmare esecuzioni fino a quando non sara’ completato, a marzo, il lavoro di una commissione d’ indagine. A quell’epoca Bush non sara’ piu’ governatore, ma il suo successore designato, Charlie Crist, ha preannunciato che seguira’ la stessa linea. La Florida va cosi’ ad aggiungersi alla California tra gli stati piu’ importanti ad aver deciso una moratoria, in attesa che si chiarisca la legittimita’ costituzionale delle iniezioni. Se verranno bocciate, l’America dovra’ trovare un altro modo per uccidere, dopo aver rinunciato quasi del tutto a sedia elettrica, camere a gas, impiccagioni e plotoni d’esecuzione, a favore del cocktail di veleni.http://marcobardazzi.com/blog7/2006/12/16/dalla-florida-alla-california-iniezioni-letali-sul-banco-degli-imputati/#more-210
dicembre 9 2006
Dal Rapporto Baker sull'Iraq
Non c'è una formula magica per risolvere i problemi dell'Iraq. Comunque, ci sono azioni che possono essere intraprese per migliorare la situazione e proteggere gli interessi americani.
Molti americani sono insoddisfatti, non soltanto per la situazione in Iraq ma per lo stato del nostro dibattito politico riguardo all'Iraq. I nostri dirigenti politici devono assolutamente assumere un atteggiamento bipartisan per giungere ad una conclusione responsabile di quella che è diventata una guerra lunga e costosa. Il nostro paese si merita un dibattito più orientate alla concretezza e meno alla retorica, una politica adeguatamente finanziata e sostenibile. Il Presidente e il Congresso devono lavorare insieme. Il nostri leaders devono essere espliciti e diretti nel rivolgersi al popolo americano per ottenere il suo sostegno.
Nessuno può garantire che qualunque azione intrapresa in Iraq a questo stato delle cose possa arrestare la guerra tra le fazioni, l'aumento della violenza, lo scivolamento verso il caos. Se prosegue l'attuale tendenza, le conseguenze potrebbero essere gravi. Per il ruolo e responsabilità degli Stati Uniti in Iraq, e gli impegni presi dal nostro governo, il paese ha obblighi particolari.
Dobbiamo fare il massimo possibile per affrontare i molti problemi dell'Iraq. Gli Stati Uniti hanno relazioni di lungo termine e interessi in gioco in Medio Oriente, e devono proseguire nel loro coinvolgimento.
In questo rapporto unitario, noi dieci membri dell' Iraq Study Group proponiamo un nuovo approccio perché riteniamo che esista una via migliore. Non sono state ancora esaurite tutte le possibilità. Crediamo sia ancora possibile perseguire politiche diverse, tali da dare all'Iraq l'occasione di un futuro migliore, combattere il terrorismo, stabilizzare una regione cruciale per il mondo intero, proteggere la credibilità dell'America, i suoi interessi, i suoi valori. Il nostro rapporto esplicita anche come il governo e il popolo iracheno debbano agire per ottenere un futuro stabile e di speranza.
Quanto raccomandiamo richiede una enorme volontà politica e cooperazione fra le branche esecutiva e legislativa del governo americano. Richiede un'attuazione accorta. Richiede unità di impegno da parte delle agenzie governative. E il suo successo dipende dall'unità del popolo americano in un momento di polarizzazione politica. Gli americani possono e devono poter contare sul diritto a un onesto dibattito in un quadro democratico. Ma la politica estera degli Usa è destinata al fallimento – insieme a qualunque azione intrapresa nel caso dell'Iraq – se non ha il sostegno di un ampio consenso. Obiettivo del nostro rapporto è di spostare il paese in direzione di tale consenso.
Vogliamo ringraziare tutti gli interpellati, e chi ha contribuito con informazioni e assistenza al Gruppo di Studio, sia all'interno che all'esterno del governo Usa, in Iraq, e in tutto il mondo. Ringraziamo i componenti del gruppo di lavoro di esperti, e il personale delle organizzazioni coinvolte. In modo particolare, ringraziamo i nostri colleghi dello Study Group , che hanno lavorato con noi su queste difficili questioni, con generosità e spirito bipartisan .
Nel presentare il nostro rapporto al Presidente, al Congresso, e al popolo americano, lo dedichiamo alle donne e agli uomini – militari e civili – che hanno prestato servizio in Iraq, alle loro famiglie in patria. Hanno dimostrato uno straordinario coraggio, e compiuto difficili sacrifici. Ogni americano è il debito con loro.
Onoriamo anche i molti iracheni che si sono sacrificati per il bene del loro paese, e i componenti della Forza di Coalizione che si sono schierati insieme a noi e al popolo dell'Iraq.
di James A. Baker e Lee H. Hamilton
Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini per Eddyburg
Da The Iraq Study Group Report, James A. Baker, III, and Lee H. Hamilton, Co-Chairs
Lawrence S. Eagleburger, Vernon E. Jordan, Jr., Edwin Meese III, Sandra Day O'Connor, Leon E. Panetta, William J. Perry, Charles S. Robb, Alan K. Simpson, Vintage Books, A Division of Random House, Inc., New York
Nota
Seguono le schede informative sui due co-presidenti Baker e Hamilton, proposte dal manifesto il 7 dicembre 2006 (f.b.)
James A. Baker III da piccolo era un democratico. Passa con i repubblicani a quarant'anni per militare nella campagna che nel 1970 cerca di portare al Senato, senza successo, il suo più vecchio amico: Bush padre. Nasce da quella fallita campagna elettorale l'intera vita successiva di Baker, spesa a fare il capo dello staff di Reagan, poi il suo ministro del tesoro, quindi al consiglio per la sicurezza nazionale, infine capo dello staff e segretario di stato di Bush padre. In quegli anni trova anche il tempo e i miliardi per salvare dalla bancarotta un'azienda in crisi: la Arbusto , la ditta di Bush figlio. Nel '93 esce dalla scena governativa, fonda il James Baker Institute e si dedica al super-lobbismo: è tra i padri della coalizione della prima guerra del Golfo, entra nel consiglio d'amministrazione di diverse società (come il Carlyle group) e si arricchisce immensamente, nel 2000 è fra i protagonisti della battaglia legale in Florida che regala a Bush figlio la presidenza. E' un vetero-con, temporaneamente accantonato dalla travolgente onda neo-con e ora riportato al centro della scena proprio dal loro fallimento.
Lee H. Hamilton è un campione moderato, un cacciatore del compromesso, un professionista del bipartisan. La biografia politica dell'uomo che insieme a James Baker ha firmato il rapporto del parlamento americano sull'Iraq è quella di un oliatore professionista: figlio di un pastore metodista della Florida, 74 anni dei quali ben 34 passati alla Camera - in cui entrò poco più che trentenne al seguito di Lyndon Johnson - Hamilton entrò nell'allora Foreign affairs comittee della Camera (che oggi si chiama Comitato per le relazioni internazionali ed è il luogo in cui il parlamento americano decide la politica estera dal paese), scegliendo di restarci anche quando, anni dopo, gli venne offerta una prestigiosa candidatura al Senato. E' conosciuto per avere rapporti particolarmente stretti con la Casa Bianca , anche quando è guidata dai repubblicani. Negli anni '80 frenò gli attacchi democratici a Reagan durante lo scandato Iran-Contra. Si è opposto più volte a obbligare l'ex ministro della difesa Rumsfeld a deporre sotto giuramento davanti alla commissione che indagava sull'11 settembre. http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2998
dicembre 2 2006
Voli CIA : Irlanda nega responsabilita' nelle renditions
di Gabriella Mira Marq
Dermot Ahern, il ministro degli esteri irlandese, ha detto ai membri del Parlamento Europeo che "non c'e' uno straccio di prova" che vi siano state extraordinary renditions attraverso gli aeroporti o il territorio irlandesi.
Ahnern ha detto che non puo' essere chiamato corresponsabile un Paese nel quale sia provato che vi siano stati aerei CIA se le autorita' di quello Stato non ne erano al corrente, ma solo qualora la collaborazione sia stata deliberata. Il ministro degli esteri rispondeva alle osservazioni del rapporto dell'italiano Claudio Fava (PSE), relatore del comitato temporaneo del parlamento europeo per l'inchiesta sui voli e prigioni CIA, secondo cui aerei dell CIA o noleggiati dalla CIA hanno attraversato l'Irlanda in 147 occasioni.
Ahern ha detto che occorrerebbe innanzitutto provare che a bordo di quegli aerei vi fossero prigionieri illegali. Ha inoltre negato che le autorita' irlandesi ne fossero al corrente, sottolineando che anzi esse si erano espresse con fermezza nei confronti di Washington contro la pratica delle renditions.
Le domande dei deputati, anche Irlandesi, hanno riguardato in particolare il caso di Abu Omar, l'imam sospettato di terrorismo rapito in Italia sul cui rapimento in Italia e' aperto un procedimento presso la procura di Milano. L'aereo su cui la CIA lo avrebbe trasportato dopo il rapimento si sarebbe infatti fermato nell'aeroporto irlandese di Shannon per fare rifornimento.
Qualche settimana fa il presidente del comitato, l'europarlmentare del PPE Coelho, aveva detto: "Mi fa paura il fatto che a volte dobbiamo ricordare ai nostri partenr europei che l'UE è molto più di un mercato comune. Nel comitato continueremo a lavorare fino alla fine del nostro mandato per accertarci che la liberta', la democrazia ed il rispetto per i diritti dell'uomo siano mantenuti in territorio europeo in avvenire".
Il trattato UE e' infatti molto severo riguardo alle violazioni dei diritti fondamentali, prevedendo anche la sospensione dal diritto di voto in Consiglio.
Sulla vicenda, la cui fondatezza e' stata dopo molto tempo ammessa da George W. Bush, indaga anche il Consiglio d'Europa.
www.osservatoriosullalegalita.org
novembre 16 2006
Il voto giovanile è stato cruciale nella vittoria democratica
La strategia elettorale di Lyndon LaRouche, che ha puntato particolarmente sulla mobilitazione dei giovani attraverso il suo movimento giovanile (LYM), anche denunciando le strutture di controllo politico della vita universitaria, ha avuto successo: l'afflusso straordinario dei giovani alle urne è stato il fattore cruciale della vittoria democratica negli USA.
Un centro di ricerca che segue la partecipazione dei giovani alla vita politica (Center for Information & Research on Civic Learning & Engagement, CIRCLE) calcola che sono almeno 10 milioni gli elettori tra i 18 e i 30 anni ad aver votato il 7 novembre. Questo significa un aumento di 2 milioni rispetto alle precedenti elezioni di mid-term, che si svolsero nel 2002. Mentre allora votò il 20% dei giovani aventi diritto, nel 2006 la percentuale è salita al 24%. Il voto giovanile è stato l'11% del totale nel 2002 e il 13% nel 2006. “Con i suoi 42 milioni, questa generazione assumerà sempre più peso nelle prossime elezioni”, ha commentato Heather Smith, direttore di Young Voter Strategies.
Il 61% degli elettori giovani ha votato per i candidati democratici alla Camera dei Rappresentanti, il massimo tra tutte le fasce d'età. Gli stati in cui la partecipazione giovanile al voto è stata più alta sono il Michigan, il Montana, il Minnesota e il Missouri.
Nel periodo precedente al voto il LYM è intervenuto in molti campus, soprattutto negli stati in cui si prospettavano dei testa a testa, ad esempio nel Missouri e nel Michigan. In questi stati il voto giovanile ha raggiunto il 17% del totale. Anche nei duelli elettorali per il Senato, dove le sorti sono state decise da poche migliaia di voti, la partecipazione dei giovani e il peso organizzativo del LYM hanno avuto un ruolo apprezzabile.
I giovani sono stati particolarmente sensibili a temi come l'Iraq, l'economia, il terrorismo, e poi l'impennata dei costi dell'istruzione, riferisce Jane Erickson di MD Votes, gruppo apartitico che ha registrato 8500 studenti in 12 colleges e università: “I giovani si rendono conto di avere potere e lo hanno voluto dimostrare con il voto”.
In otto stati i distretti elettorali che contengono università hanno registrato un più alto afflusso di giovani alle urne. Nei 36 distretti presi in esame, l'aumento del voto è stato del 157% rispetto al 2002, ovvero sei volte tanto l'aumento della media nazionale. Il LYM ha fatto intensamente campagna in tre di questi stati: Ohio, Connecticut e Michigan.
Secondo un sondaggio elettorale bipartitico il 40% dei giovani si identifica con i democratici il 30% coi repubblicani e il 23% con gli indipendenti. Dagli exit polls del 7 novembre risulta invece che la metà dei giovani ha votato democratico e il 35% repubblicano.
La mobilitazione per l'impeachment
Finalmente, un'ondata di richieste di impeachment per il presidente Bush e il vice presidente Cheney sta risvegliando le file del partito democratico. Oltre agli appelli lanciati in tal senso da LaRouche, si è costituita una nuova coalizione di varie forze sotto il titolo ImpeachForChange.org. Gli aderenti si sono incontrati l'11 novembre a Filadelfia per annunciare i piani per mobilitare un movimento nazionale per l'impeachment sia di Bush che di Cheney. Il discorso di apertura è stato affidato alla parlamentare Elizabeth Holtzman, che già partecipò alle procedure di impeachment di Richard Nixon ed è una degli autori del libro “The Impeachment of George W. Bush: A Practical Guide for Concerned Citizens”. Il gruppo si ripropone di raccogliere un milione di firme, di formare commissioni per l'impeachment in tutti i 435 distretti del Congresso, di incontrare ogni parlamentare e di avviare la procedura di impeachment.
Secondo un recente sondaggio di NewsWeek, il 51% degli americani, tra cui il 20% dei repubblicani, ritiene che l'impeachment sia un argomento da affrontare. Il 10 novembre una trasmissione della MSNBC ha interpellato i telespettatori in diretta. L'87% dei telespettatori che hanno risposto ritiene che la condotta del Presidente Bush giustifichi l'impeachment. Procedure a favore di un impeachment sono partite già in due città nella consultazione elettorale del 7 novembre, a Berkeley in California e a Urbana, nell'Illinois, con l'approvazione rispettivamente del 68 e del 59% dei votanti. Ad aprile una risoluzione per l'impeachment era stata presentata nei parlamenti degli stati di Illinois, California e Vermont.
I democratici passano ai fatti
Avendo ottenuto la maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti che al Congresso, i democratici presiederanno tutte le commissioni parlamentari cui compete tenere audizioni e aprire inchieste sulla condotta del governo. Diversi democratici hanno già reso noto che faranno ampiamente ricorso ai poteri di supervisione, che consentono loro di raccogliere documentazioni, testimonianze e indire audizioni. Questa è la strada che conduce all'impeachment.
Il parlamentare Ike Skelton si ripromette, tra le prime iniziative come presidente della Commissione Difesa nel nuovo Congresso, il ripristino della sottocommissione di supervisione e indagine che fu disciolta non appena i repubblicani si assicurarono il controllo sul Congresso nel 1994. Skelton intende usarla per fare luce sulla spesa del Pentagono e sulla condotta della guerra in Iraq.
I senatori Carl Levin e Jack Reed hanno annunciato il proposito di considerare l'opportunità di convocare ex funzionari del Pentagono, come l'ex capo dell'Office of Special Plans Douglas Feith, a deporre di fronte alla Sottocommissione permanente d'indagine del Senato sulle questioni ancora aperte che riguardano l'intelligence nel periodo che condusse alla guerra in Iraq. Reed ha detto: “Ciò che non vogliamo è il ripetersi della situazione creata da Rumsfeld, in cui non ci venivano messe a disposizione le informazioni più importanti. Cosa che, secondo me, minò la nostra capacità di assolvere ai nostri compiti”. Levin ha promesso che se i funzionari si rifiuteranno di collaborare si procederà con i mandati di comparizione. Se anche questi saranno ignorati, come Cheney ha minacciato di fare, allora, ha anticipato Levin, il Congresso paralizzerà le procedure delle conferme agli incarichi governativi, a cominciare da quella del nuovo Segretario della Difesa.
A presiedere la Commissione Servizi sarà Jay Rockefeller, che ha già promesso di rimettere in moto l'indagine sull'invasione dell'Iraq che fu bloccata dai repubblicani. Le prigioni segrete della CIA e le intercettazioni telefoniche senza mandato meritano serie indagini, ha spiegato un collaboratore di Rockefeller. La Commissione sulla Homeland Security passa sotto la presidenza di Bennie Thompson. che ha preannunciato la convocazione di Michael Chartoff, segretario alla Homeland Security, affinché sia interrogato dalla Commissione sulla reazione del governo al disastro Katrina, compresa l'assegnazione di contratti senza gara d'appalto.
Il parlamentare Henry Waxman, subentrato alla presidenza della Commissione della Camera per le Riforme del Governo, si ripropone di migliorare la supervisione sulle corporations, rivolgendo particolare attenzione ai prezzi dei medicinali, ai profitti delle imprese petrolifere e ai contratti di Halliburton in Iraq. John Conyers passa a presiedere la Commissione Giustizia e si occuperà di raccogliere dossier sugli illeciti dei funzionari dell'amministrazione Bush per poi avviare le indagini.http://www.movisol.org/znews220.htm
novembre 15 2006
America, le due
facce di una potenza
Sergio Fabbrini
con Fabio Amato
Un’America più multilaterale, forse più vicina all'Europa, ma ancora non in grado di separarsi da Bush. Dopo le elezioni di mezzo termine il professor Sergio Fabbrini dipinge una potenza a due facce. Da un lato quella istituzionale, rivoltata nel tempo di uno scrutinio elettorale. Dall'altro l'America profonda, quella “da conoscere girando con i Greyhound”, conservatrice e figlia del sentimento religioso. In mezzo il grande guado dell'Iraq, in cui chiunque rischia di restare impantanato.
Eppure, professore, per i repubblicani i risultati delle elezioni mid-term sono andati peggio del previsto...
È un risultato rilevante, perché nonostante le “trappole istituzionali” introdotte dai repubblicani negli ulti |