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novembre 30 2009
Dopo Dubai: i mercati parlano a Dublino affinché Roma intenda?
di Mario Seminerio – Libertiamo
Nei giorni scorsi Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ha evidenziato l’apparentemente strana correlazione tra i timori di crisi sistemica suscitati dal crescente rischio di insolvenza di una entità finanziaria del Dubai a controllo pubblico e il rischio di credito percepito su alcuni stati sovrani particolarmente colpiti dalla crisi finanziaria globale, come l’Irlanda. Cosa c’entra la verde Dublino con le sabbie del Golfo?
Per tentare di rispondere, Johnson parte dell’analisi della situazione di Dubai. Lo scenario più probabile, oggi, è quello di un salvataggio di Dubai per mano di Abu Dhabi, con l’emirato petrolifero a soccorrere quello finanziario-immobiliare. Dubai avrebbe circa 100 miliardi di dollari di passività totali, e si ipotizza che il salvataggio preveda che i suoi creditori vengano in qualche misura colpiti dal default (ottenendo, secondo le indiscrezioni, 75 centesimi per ogni dollaro di credito). Quindi le perdite sarebbero dell’ordine di 30-50 miliardi di dollari.
Se questi fossero i numeri, l’effetto diretto sarebbe nel complesso contenuto. La banca anglo-cinese HSBC, che guida il gruppo dei creditori per esposizione lorda, perderebbe il 3 per cento del proprio patrimonio netto. Non è divertente, ma è comunque gestibile. Ricordiamo che HSBC non ha fruito dei salvataggi pubblici durante la crisi, e secondo l’agenzia Standard&Poor’s sarebbe la banca meglio capitalizzata al mondo, in termini di capacità di gestione del rischio. L’impatto tra le altre istituzioni finanziarie che hanno prestato a Dubai sarebbe piuttosto disperso, e geograficamente localizzato tra le banche europee continentali.
Ma se le cose stanno in termini tutto sommato così rassicuranti, che c’entra l’Irlanda? Per Johnson, il punto sta proprio nel concetto di “salvataggio parziale”, cioè con perdite inflitte ai creditori. Se Dubai può effettivamente dichiarare insolvenza e ristrutturare il proprio debito senza far deragliare l’economia globale, allora anche altrove può accadere qualcosa di simile. Se Abu Dhabi può assumere una linea dura sul salvataggio e ciò non destabilizza i mercati, anche (ad esempio) l’Unione europea può sopravvivere al default di uno o più dei suoi membri. Diciamo Irlanda e Grecia, per non mettere ansia a nessuno? Se gli intermediari finanziari cominciassero ad imparar qualcosa da queste insolvenze, e cioè che non è detto debba sempre esserci un deus ex machina nazionale o sovranazionale che trae d’impaccio i creditori, impedendo loro di perdere anche un solo euro, ecco che d’incanto la cautela tornerebbe sui mercati, dissolvendo l’azzardo morale.
Che significa ciò? Che i prestatori farebbero i compiti a casa, e chiederebbero ai debitori una remunerazione maggiormente espressiva del rischio di insolvenza di questi ultimi. Detto incidentalmente, questo doveva anche essere il percorso da seguire dall’inizio della crisi, ma le troppe interconnessioni sistemiche tra debitori e creditori, oltre alla vigorosa azione di lobbying intrapresa dal sistema finanziario, hanno cristallizzato la situazione, e si è scelta la strada della grande sovvenzione pubblica, preferendola a quella della perdita pro-rata, in capo ai creditori.
Dentro l’Unione europea l’affermarsi dello scenario ipotizzato da Johnson (la fine dei bailout senza se e senza ma) avrebbe come conseguenza quasi immediata un aumento dei differenziali di rendimento richiesti dal mercato sui titoli di stato Non che questo fenomeno non sia già in atto, a dire il vero: prima dell’inizio della crisi paesi come il nostro, con il loro imponente stock di debito, avevano un premio al rischio molto basso. Bastavano venti centesimi di punto percentuale in più del Bund tedesco per comprarsi un Btp decennale. Oggi siamo intorno a ottanta centesimi, e quel differenziale appare la nuova soglia di equilibrio compatibile con un mondo di investitori che, bene o male, stanno prendendo coscienza che il rischio esiste, e che i debitori non sono tutti uguali. Il prossimo passo potrebbe essere l’ulteriore innalzamento di questo premio al rischio, a crisi terminata, a carico dei paesi che sembrano dare le minori garanzie di solvibilità nel lungo termine.
In questo scenario, due conclusioni emergerebbero: la prima è che, contrariamente ad una ormai logora vulgata, non è vero che un paese membro dell’Unione monetaria europea non possa andare in default; la seconda è che i paesi che hanno un debito elevato e crescono strutturalmente meno di altri, finirebbero con l’essere posti in prima linea nell’elenco dei sospettati. Parlare a Dublino affinché Roma intenda?http://phastidio.net/2009/11/30/dopo-dubai-i-mercati-parlano-a-dublino-affinche-roma-intenda/#more-4150
novembre 27 2009
Eurozona, saranno i consumatori tedeschi a impedire default Italia?
di Elysa Fazzino
Il debito crescente porterà alla spaccatura dell'eurozona? John Plender, opinionista del Financial Times, osserva che la stabilità dell'eurozona è ancora una volta in questione, mentre c'è chi scommette «pesantemente» sul default dell'Italia e i rendimenti sul titoli del debito pubblico di paesi periferici come la Grecia si allontanano ulteriormente dal benchmark tedesco. Vuol dire che i "fondamentali" si stanno deteriorando?
Le stime di deficit dei paesi Ue – nota il Ft – sono triplicate dal 2,8% del 2008 al 6,9% di quest'anno; per il 2010 la stima è del 7,5%.
La solidarietà Ue sarà messa alla prova, prevede il Financial Times. Aumenta la preoccupazione per le conseguenze degli squilibri finanziari tra la Germania e altri paesi del Nord europeo, che hanno surplus finanziari, e i paesi con ampi deficit, in gran parte del Sud. «L'unione monetaria ha protetto i paesi deboli dell'eurozona dalle crisi valutarie, ma da quando c'è il "credit crunch" questi deficit sono diventati più difficili da finanziare».
Se nell'Europa del Sud il deficit corrente e il debito diventassero insostenibili, le banche tedesche che hanno finanziato i deficit potrebbero avere bisogno di essere soccorse., avverte Plender. In alternativa, per impedire ai paesi debitori di fare default, potrebbero cercare di risolvere il pasticcio fiscale facendo ricorso a una clausola del trattato di Maastricht che permette il sostegno finanziario a paesi dell'eurozona in difficoltà per fattori al di fuori del loro controllo. Un intervento del genere si avvicina per la Grecia. E «ci sono seri dubbi su come i paesi con deficit possono restaurare la loro competitività per aiutare a ridurre gli squilibri».
In Italia, Spagna e Grecia, stando a quanto ha stimato Goldman Sachs, il tasso di cambio reale dovrebbe scendere del 30% per ripristinare l'equilibrio. «Ma poiché la svalutazione non è un'opzione, l'aggiustamento deve avvenire attraverso mercati del lavoro inflessibili. La sgradevole questione è a quale livello di disoccupazione sarà restaurata la competitività». Ci sono aggiustamenti in atto, ma «il consumatore tedesco dovrà fare di più per sostenere i paesi con deficit. Questo non può essere dato per scontato».
L'ipotesi che l'Italia o la Germania decidano di lasciare il club non appare plausibile, secondo l'opinionista, perché «la prospettiva di svalutazione provocherebbe un prosciugamento di denaro dal sistema bancario, mentre il valore del debito e il costo del servizio del debito aumenterebbero». «Per i politici è molto più facile – continua – subappaltare la politica fiscale alla Commissione europea e dire all'elettorato che i conseguenti dolori sono colpa dei cattivi tedeschi».
I paesi con surplus di bilancio, secondo Plender, hanno più incentivi a lasciare l'eurozona, se i paesi deboli portano giù il valore dell'euro. «Ma la storia insegna che è sempre pericoloso sottovalutare l'impegno politico per l'unione monetaria».
Fino a quando, però, i contribuenti tedeschi, e non solo, sono disposti a sborsare per gli «spendaccioni» paesi del Sud? L'aggiustamento degli squilibri europei – continua il Ft - sarà lento e comporterà effetti negativi per la crescita dell'eurozona, a meno che i consumatori dell'Europa del Nord non facilitino il processo. Conclusione: i consumatori del Nord, tedeschi per primi, devono spendere, è nel loro interesse.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/11/visti-da-lontano-eurozona-debito-pubblico-italia-251109.shtml?uuid=ea674298-d9b9-11de-a8b5-39ada1513d27&DocRulesView=Libero

Attacco violentissimo del premier: "I magistrati ci portano alla guerra civile"
ROMA - Berlusconi attacca a tutto campo davanti all'ufficio di presidenza del Pdl. Batte i pugni sul tavolo, dopo settimane di polemiche con Fini e con i finiani, lanciando un aut-aut ai contestatori: chi non è d'accordo se ne va dal partito. E parte di nuovo con violentissime accuse alla magistratura, indicata come una forza eversiva che "attenta alla vita del governo" e "rischia di portare il Paese sull'orlo della guerra civile".
NON E' CHE BERLUSCONI, PENSANDO ALLA GRECIA, AL DEBITO PUBBLICO ECC ECC....NON STA PENSANDO DI METTERE LE MANI AVANTI?
agosto 26 2009
Quanto ci è costato un anno di governo Berlusconi-Tremonti? 520 euro in più a testa.
La voragine del debito pubblico si sta allargando in un modo così esagerato da non trovare più alcun raffronto con altri periodi storici. Tra una notizia sull'emergenza caldo (novità assoluta in Italia per il mese di agosto) e una conferenza stampa patinata di qualche esponente del governo, intervallata da interessantissime interviste a vacanzieri in spiaggia e i recenti sviluppi sull'ultima diatriba tra Corona e Ventura, i telegiornali di regime si sono "dimenticati" di dare il giusto risalto ad una notizia da nulla, che timidamente il Sole 24 Ore ha osato menzionare in una brevissima nota priva di qualsivoglia commento: Nel mese di luglio 2009 si è registrato un fabbisogno del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 4 miliardi, rispetto a un saldo positivo di 1.67 miliardi realizzato nel mese di luglio del 2008. Lo comunica il Tesoro, aggiungendo che nei primi sette mesi del 2009 si è registrato complessivamente un fabbisogno di circa 53,6 miliardi, superiore di circa 31,3 miliardi a quello dell'analogo periodo 2008 pari a 22,3 miliardi.
Capito bene? No? In soldoni significa che l'illuminato governo Berlusconi-Tremonti ha consumato nel solo mese di luglio 5,67 miliardi di euro in più dell'anno scorso e nei primi sette mesi dell'anno nientepopodimeno che 31,3 miliardi di euro in più rispetto all'esecutivo Prodi nei primi 7 mesi del 2008.
31.300.000.000 di euro (circa 522 euro per ogni italiano, neonati e ultracentenari compresi)! Una cifra spaventosa che altro non fa che aumentare un debito pubblico ampiamente fuori controllo e che oramai Tremonti stesso dispera dal riuscire a risanare. Un macigno che questi professionisti dello spreco hanno messo sulle spalle di numerose generazioni a venire. Si potrebbe pensare: i soldi sono stati utilizzati per costruire ponti, scuole, strade, edilizia pubblica, ricerca, università, sanità e sono utili a rilanciare l'economica in difficoltà. Niente di più falso: i soldi in più sono usciti per esempio per aumentare di ben 4 miliardi i già sontuosi stipendi pubblici in modo particolare dei quadri e dei dirigenti, altri 5 miliardi sono stati sciupati per i "consumi intermedi", ovvero quelli necessari a (non) far funzionare la Pubblica Amministrazione (fornitori, aziende appaltatrici, consulenti esterni), altri 9 miliardi in più per le pensioni (ma qui il Governo non ha colpe, semplicemente perché sono aumentati i pensionati), altri 4 miliardi di euro per "altre prestazioni sociali" e "altre spese correnti" e così via...
Un disastro, figlio dell'incapacità di risparmiare, della miopia nel tagliare, del clientelismo e della corruzione che - come ha spiegato la Corte dei Conti, nella sua relazione del giugno scorso - pesa in modo non più sostenibile dall'economia italiana e che preannuncia disastri ancora maggiori. Fino a quando Tremonti potrà permettersi di indebitare il Paese? Il ministro dell'Economia ha ereditato da Padoa Schioppa un rapporto deficit/Pil di circa il 103,5%, in poco più di un anno ci stiamo avvicinando al 115%.
Berlusconi vince anche perché spende più di quanto incassa (i soldi non sono suoi), per mantenere oggi il consenso. In futuro, quando il mondo non darà più credito all'Italia facendola precipitare in bancarotta, forse, lui non ci sarà più. E gli italiani resteranno con il cerino in mano.http://www.sconfini.eu/Economia/quanto-ci-e-costato-un-anno-di-governo-berlusconi-tremonti-520-euro-in-piu-a-testa-neonati-e-ultracentenari-compresi.html
agosto 9 2009
Seguire contemporaneamente le vicende di due paesi cosi' simili e cosi' abissalmente diversi come l'Italia  e la Germania fa venire il capogiro.
Leggere la Sueddeutsche e La Repubblica (in Italia per il momento non c'e' di meglio) e' come andare sulle montagne russe, si deve continuamente svitare un pezzo di cervello e riavvitarne un altro, altrimenti non si capisce nulla e viene solo il mal di testa.
Quello che in italia e' prassi comune qui e' scandalo, quello che qui e' patrimonio della societa' civile in italia viene bollato come "nazista" e cio' che in italia e' cultura corrente qui e' solo reato.
Per fortuna in questo periodo le differenze vengono appiattite dagli scandali, anche se il pezzo di cervello va svitato e riavvitato altrimenti non si capisce piu' cosa e' scandalo e dove.
Mentre l'italia si stava dibattendo, in crescendo di pornografia, fra Puttanopoli, il decreto anticrisi e la legge bavaglio, qui scoppiava un altro scandalo e si scatenava una campagna di stampa contro un ministro federale, Ulla Schmidt.
Ulla Schmidt (in foto) e' l'attuale ministro federale alla salute (Gesundheitministerium) in quota alla SPD, quindi per gli italiani una comunista.
Che ha combiinato la ministra? Un cosa che le sta costando, ma neanche troppo.
Ulla e' partita per le vacanze, e' andata in Spagna. Il fatto e' che ci e' andata con la macchina di servizio, in italia si direbbe con l'auto blu', con tanto di autista. Duemilacinquecento chilometri pagati dal contribuente.
Gia' questo sarebbe un danno, ma il destino ci ha aggiunto la beffa: in Spagna ladri si sono introdotti nella camera di albergo dell'autista e gli hanno fregato, tra le altre cose, le chiavi della macchia, quindi la macchina. La cosa si e' saputa e lo scandalo e' scoppiato.
Lo scandalo nello scandalo e' stato l'autodifesa della ministra.
Costei ha dato una spiegazione abbastanza scivolosa del suo operato, in pratica ha detto che in Spagna, nel bel mezzo della vacanza, avrebbe dovuto avere un incontro di lavoro, quindi aveva bisogno della sua macchina di servizio attrezzata come un ufficio. Far venire un tecnico per attrezzare la sua camera d'albergo come ufficio, dice la ministra, sarebbe venuto a costare l'equivalente dei viaggio, cioe' circa 3500 Euro.
L'associazione dei contribuenti tedeschi, calcola invece in circa 10.000 euro il costo della traversata, includendo nella spesa la camera di albergo per l'autista e le ore di straordinario dovute. La posizione dell'autista e' a sua volta ambigua, visto che pare che si sia portato dietro il figlio, pagando pero' di tasca propria la sua sistemazioen in hotel.
In pratica i giornali, non solo quelli di destra, ma pure quelli progressisti, stanno martellando sulla vicenda.
Cio' che si trova scandaloso pero' non e' il fatto in se', gia' abbastanza fastidioso, quanto perche' la ministra, lungi dal volersi dimettere, non si e' scusata, non ha dato nessun segno di contrizione, di pentimento o perlomeno di imbarazzo! Anzi la ministra continua a rivendicare la correttezza dell'uso dell'auto, senza nemmeno accettare che per il tedesco comune la cosa possa sembrare strana.
No, non e' vero, di una cosa la signora Schmidt si e' rammaricata, per il fatto di aver fornito un nuovo argomento a coloro i quali pensano che la politica sia una gran porcheria, dove ognuno pensa a farsi i fatti propri.
Il carico da undici pero' ce lo ha messo il candidato della SPD alle prossime elezioni per il cancellierato, Frank-Walter Steinmeier. Costui infatti ha deviato dalla prassi e NON si e' dissociato dalla ministra. Molti, anche di sinistra, dicono che questo potra' costargli le elezioni.
Cio' che piu' mi fa girare la testa sono le parole che vengono usate dai giornali. Quasi tutti picchiano duro e quasi tutti ammettono che, e' vero, ci sono ben altri scandali, pero' qui e' in gioco la "reputazione" di un ministro della Repubblica. Usano proprio questa parola e la Sueddeutsche sottotitola un suo articolo con "la reputazione e' rovinata".
Questa della reputazione e' una cosa che in Italia e' scomparsa fin dai tempi di tangentopoli.
Gli italiani, ormai trasformati in perfetti legulei, dibattono sulla opportunita' di far sedere gente in parlamento basandosi sugli atti dei processi. A dire il vero non dibattono nemmeno piu' di questo, visto che ci sono dei veri criminali fra i deputati, ma il discorso e' che la reputazione non esiste piu'.
La reputazione e' qualcosa di intangibile, ma che in certi ambienti, come quello scientifico o medico vale ancora. Per motivi stranissimi in Italia non vale piu' e anzi ti guardano come se gli offendessi la mamma se tiri in ballo la questione e se insisti ti dicono che sei un "giustizialista", parola che non vuol dire nulla, nonostante un tizio in questo spazio abbia maldestramente tentato di spiegarne il significato.
Io mi chiedo...ma...l'italiano medio, se deve andare a farsi curare, si farebbe mettere le mani addosso da un dottorone che non e' mai stato condannato o nemmeno processato o persino indagato, ma ha la reputazione di quello che risparmia sugli anestetici o che opera sotto l'effetto della cocaina?!?
Per i funzionari statali la reputazione di una persona non esiste, esistono i dati di fatto, esiste la casella giudiziaria. Pero' noi non siamo funzionari statali, siamo elettori, cittadini, consumatori e a noi la casella giudiziaria non basta, abbiamo bisogno del certificato di qualita', della reputazione.
Io mi avvito il pezzo di cervello italiano, leggo sta vicenda della Schmidt e rido. I tempi di mastella sono ormai lontani.
Quello che mi fa male e' che molti commentatori tedeschi si fanno la domanda che temo da anni. Si chiedono "anche la politica tedesca si sta italianizzando?".
Fa male vedere esportati gli elementi piu' deteriori della propria cultura. http://derpilger.splinder.com/post/21082414#more-21082414
luglio 17 2009
Ottobre Rosso: Aspettando il default ?
di Eugenio Benetazzo -
Ricevi amo ogni giorno bombardanti rassicurazioni da portavoce di organi istituzionali che il peggio sembra sia passato e che per rilanciare l'economia bisogna solo iniziare a spendere e consumare.
Tutto questo in evidente contraddizione con quanto si sta paventando invece negli States, innanzi alla più grande crisi occupazionale della loro storia, forse peggiore di quella degli Anni Trenta. Più che affermare che il crollo è terminato mi sento di dire che siamo innanzi ad un rallentamento della caduta.
La mia personale view vede infati un sostanziale miglioramento del climax finanziario a livello interbancario dovuto soprattutto agli interventi di stato ed a un ridimensionamento degli impieghi. Su quest'ultima voce ritengo che abbiano molto da raccontarci tutti i piccoli e medi imprenditori che in questi ultimi mesi oltre ad una contrazione violenta dei loro fatturati, adesso si vedono negato o revocato l'accesso al credito: inutile dire di come tutto questo avrà spiacevoli conseguenze sulla fiscalità diffusa.
Qui sta il vero pericolo in questo momento di mercato ovvero come gestire nei prossimi trimestri il crollo dei fatturati che in prima battuta si riversa in conteziosi occupazionali e sucessivamente va a ledere la vita intrinseca dell'apparato statale. Vedo infatti che nonostante si possano reperire dati agghiaccianti sulla dimensione della crisi, nessuna forza (o forse bisognerebbe dire farsa) politica si sta preooccupando di come gestire o tamponare l'ormai annunciato crollo del gettito fiscale che si sta delineando per l'anno d'imposta 2009. Già alla fine del primo bimestre di quest'anno Bankitalia ha emesso un gravoso monito sulla sensibile contrazione delle entrate, suscitando non poche preoccupazioni su come verranno gestiti le minori entrate. A riguardo per ben comprendere i rischi che si stanno delineando per il sistema Italia (al pari di altri paesi occidentali) mi permetto di riassumere la dinamica evolutiva della fiscalità diffusa, in modo da consentire a tutti di voi di percepire la reale dimensione della spesa pubblica italiana. Dai dati riferiti alla fine del 2008 possiamo ricavare la seguente torta che ripartisce il debito italiano (oltre 1.660 miliardi di euro) in quattro contenitori: 3/4 del debito sono titoli a medio lungo termine (metà dei quali in mano ad investitori non residenti) ed il restante suddiviso in prestiti e debiti a breve termine. Significativo è il contributo della raccolta postale che concorre a finanziare quasi un decimo del debito. Tutto questo montante di debito genera interessi passivi per oltre 80 miliardii di euro, oltre il 5 % del PIL (significa che l'azienda Italia è finanziariamente oppressa e a meno di fenomenali colpi di spugna non vi è possibilità di ripresa, in quanto gli oneri finanziari incidono eccessivamente sulla vita del paese minandone la capacità di ripresa).

Lo stato italiano è un azienda come tante altre con costi e ricavi propri: i costi sono le spese necessarie a mantenere la sua infrastruttura ed a pagare gli stipendi al personale statale, mentre i ricavi rappresentano le entrate che derivano dall'imposizione fiscale diretta ed indiretta. Il duplice grafico a torta descrive invece come spende e come incassa lo stato italiano, suddividendo per aree di spesa e categorie di entrata.
Tanto per iniziare potete notare come le entrate siano superiori alle uscite di circa 15 miliardi di euro, questo statisticamente è in linea delle attese in quanto si verifica regolarmente negli ultimi cinque anni, tuttavia non rappresenta il bilancio complessivo delle spese ed entrate per lo stato in quanto dobbiamo aggiungere anche le voci di entrata e spesa delle partite in conto capitale (come investimenti e contributi alla produzione) che negli ultimi cinque anni sono state sempre superiori ai 50 miliardi, portando quindi l'indebitamento netto ad oltre i 40 miliardi (questo significa che l'azienda Italia ha necessitato negli ultimi cinque anni di almeno 40 miliardi, 43 per essere precisi nel 2008, al fine di essere finanziarimente in equilibrio): questa considerazione spiega perchè il debito pubblico è in continua lievitazione.

Il bilancio dello stato per quel che concerne la fiscalità diffusa pesa circa la metà del debiito pubblico a medio e lungo termine, con 666 miliardi suddivisi tra imposte dirette, indirette e contributi sociali: questo fa comprendere l'effettivo carico di oneri a cui sono gravati contribuenti e mondo imprenditoriale. Particolarmente inquietante è il peso che ha il welfare italiano sul PIL (ovvero il pagamento di pensioni sociali, di anzianità e di vecchiaia) che assorbe quasi il 40 % delle entrate correnti, a dimostrazione di come ormai il Titanic Italia si stia trasformando sempre più in un cimitero di elefanti. Curiosità: nella voce altre entrate il peso delle accise sugli idrocarburi si attesta a 20 miliardi di euro (in linea con la media degli ultimi cinque anni), mentre raddoppia decisamente il contributo apportato da lotto e lotterie, passando dai 6 miliardi del 2003 ai 12 del 2008.
La voce di spesa più interessante in termini di analisi per macroaree è relativa agli stipendi del personale, oltre 170 miliardi, suddivisa in 94 miliardi per il personale delle amministrazioni pubbliche ed in 78 miliardi per gli enti locali e previdenziali (gli impiegati e dirigenti di INPS & Company costano nemmeno 4 milardi). Focalizzandosi sulle spese per il personale per tenere in piedi gli apparati ministeriali si scopre quanto segue (guardate la torta):

Pubblica istruzione, difesa e ministero dell'economia rappresentano oltre il 70 % della spesa per stipendi all'apparato statale (fa riferimento al ministero dell'economia per esempio tutto il corpo della Guardia di Finanza). Da una attenta analisi si palesa come la voce riferita un tempo alla "sanità" sia del tutto inconsistente: nella fattispecie il nuovo Ministero della Salute e del Lavoro risulta semplicemente coordinare e gestire l'Istituto del Servizio Sanitario Nazionale, il quale eroga prestazioni sul territorio attraverso enti locali quali le aziende ospedaliere (facenti parte del bilancio delle amministrazioni locali e non centrali). Pertanto il peso della cosidetta sanità pubblica (almeno dal punto di vista dell'onere occupazionale) deve essere estrapolato dai 78 miliardi di cui si menzionava precedentemente: per ragioni espositive me ne occuperò in un prossimo redazionale.
Sulla base di quanto sino ad ora esposto proviamo a fare una disamina sullo scenario dei conti pubblici italiani, se le entrate caleranno in proporzione al crollo del PIL possiamo stimare un gettito minore di 20/25 miliardi rispetto al 2008, senza considerare che ci sono piccole e medie imprese che stanno valutando addirittura di chiudere per sempre la propria attività (a mio avvisio stanno percorrendo la strada migliore). I costi di esercizio dell'azienda Italia purtroppo sono difficilmente negoziabili, dispetto magari un'azienda industriale che può chiedere l'intervento della Cassa Integrazione Guadagni o meglio ancora ridefinire parte dei propri costi industriali come gli oneri di manodepera. Non è possibile delocalizzare gli insegnanti delle scuole italiane e nè diminuire le prestazioni del servizio sanitario o il pattugliamento del territorio da parte delle forza dell'ordine. Ad ottobre pertanto bisognerà pensare dove iniziare a tagliare oppure come raccogliere velocemente 40/50 miliardi di euro, in questo senso abbiamo in pole position il prossimo condono per il rientro di nuovi capitali oltre frontiera, il quale se produrrà i risultati finanziari attesi non farà altro che spostare in avanti il problema.
Le uniche area di spesa sulle quali è possibile intervenire velocemente sono rappresentate dagli oneri sul debito pubblico, che se fossero semplicemente la metà degli attuali permetterebbero un avanzo netto annuale di oltre 40 miliardi, significa che ogni anno lo stato italiano avrebbe 40 miliardi (quasi il 3 % del PIL) da poter spendere per abbattere ancora il montante di debito residuo oppure per politiche sociali con interventi a pioggia sul territorio. Considerando che metà del debito a medio lungo termine è in mano ad investitori non residenti potrebbe essere proposta una qualche forma di congelamento degli interessi al fine di limitare l'onere finanziario: questa affermazione vi potrà sembrare azzardata o ridicola, tuttavia la matematica ormai non lascia molto all'immaginazione per quanto abbiamo sin'ora trattato. Ricordo che quando l'Argentina dichiarò il proprio default (ovvero impugnò il proprio debito), il rapporto debito/PIL si attestava oltre il 120 per cento ed i 3/4 del debito erano sottoscritti da investitori esteri. Alla fine del 2008 il rapporto debito/PIL italiano era al 105 per cento: ora considerando che al momento in cui scrivo, questi dati riguardavano più di sei mesi fa, mentre oggi sappiamo che il debito pubblico italiano si attesta a 1.750 miliardi di euro e le proiezioni sul PIL italiano parlano di una contrazione superiore al cinque per cento (visione ottimistica), mi verrebbe da dire che il debito/PIL italiano per la fine del 2009 potrrebbe stimarsi oltre il 115 per cento.
Ognuno di voi pertanto tragga le relative conclusioni: almeno questi sono dati contabili oggettivi che non possono essere smentiti o tacciati di catastrofismo. Purtroppo anche per il nostro paese si delinea sempre più il cosidetto scenario argentino ovvero uno scenario per il paese con un'economia debole e una moneta troppo forte che porta alla perdita di competitività e al continuo ricorso all'indebitamento. Non mi stupirei se venisse paventata anche una superpatrimoniale improvvisa sui depositi con prelievi coatti per tamponare il più possibile l'emorragia finanziaria che si sta delineando per i prossimi semestri (vi ricordo che già nel 1991 il Governo Amato si invento il prelievo del 6 per mille su tutti i depositi dalla sera alla mattina).
Altre soluzioni che consentano di risolvere velocemente quanto sollevato non ne vedo, a meno di iniziare a tassare la prostituzione o ridefinire la spesa di rappresentanza popolare (dal consigliere comunale all'europarlamentare passando dal dirigente dell'ASL). Su queste considerazioni intravedo pertanto un clima politico da ottobre rosso per il nostro pease con l'attuale governo che potrebbe esporsi ad una improvvisa destabilizzazione politica a causa della continua cantilena messa in onda ogni giorno sul tubo catodico del tutto va bene a fronte di un peggioramento ingestibile dei conti pubblici. La recente candidatura di Beppe Grillo alla guida del PD (che mi sento di appoggiare pienamente), qualora lo portasse alla guida del partito, forse potrebbe dare quella sterzata improvvisa al timone del Titanic Italia per evitare di colpire l'iceberg che ormai si è avvistato a prua. E per una volta tanto non ci sarebbe niente da ridere con un comico alla guida di un movimento popolare che punta ad un rinnovamento e rinascita nazionale.
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EugenioBenetazzo.com
luglio 3 2009
Il “rigore” di Giulio e lo sboom dei conti
Rapporto deficit-pil pericolosamente vicino al 10%: non è colpa solo della crisi.
In dieci anni sono andati in fumo circa 10 punti percentuali di avanzo primario, ovvero dell’utile dell’azienda Italia al netto della spesa per interessi.
Dopo due lustri il rapporto deficit- Pil è tornato ad avvicinarsi pericolosamente al 10% mentre esplode la spesa pubblica, come peraltro è sempre capitato sotto i governi Berlusconi.
Che la crisi sia reale e non psicologica, che sia davanti e non dietro le spalle, che l’Italia sia messa peggio rispetto agli altri paesi industrializzati, e non solo per avere uno dei debiti pubblici più elevati al mondo, è scritto nei dati forniti ieri dall’Istat e relativi al primo trimestre dell’anno.
Dati da far tremare i polsi visto che il rapporto deficit-Pil è schizzato al 9,3%, facendo segnare il valore più alto dal 1999 anno in cui l’Istat ha iniziato la serie storica. Numeri che evocano fantasmi di un passato che si pensava archiviato dopo il risanamento degli anni ‘90. Cifre che risultano ancora più pesanti qualora si consideri che in questo periodo la spesa per interessi si è ridotta per via di un calo dei tassi di mercato e rispetto ad altri paesi l’Italia finora non ha messo soldi in politiche anticicliche. A preoccupare non è tanto il calo delle entrate che nei primi tre mesi dell’anno sono diminuite del 2,8% in linea con i venti di crisi, quanto piuttosto l’aumento vertiginoso della spesa pubblica cresciuta del 4,6% su base annua e un saldo primario negativo del 4,6%. Per l’ex viceministro al Tesoro, Roberto Pinza, si tratta di dati impressionanti che, se confermati, prefigurano un avanzo negativo dell’ordine di 8-10 punti percentuali.
«Alla luce di ciò che senso ha sostenere, come fa Berlusconi, che questo è il governo del fare – spiega Pinza – In realtà questo è il governo del “fare” di debiti».
Come si spiega che, al termine dell’anno in cui il ministro dell’economia Giulio Tremonti, convertito al rigore dei conti pubblici, è andato dicendo di avere le mani legate dal deficit, rischiamo di imboccare la via di non ritorno sul fronte dell’indebitamento? Come è possibile che se la crisi è psicologica e il peggio è passato, gli effetti e i rischi sono ancora tutti davanti al punto da condizionare il futuro? È semplice.
La colpa non è solo della crisi, ma di chi quella crisi colpevolmente non l’ha gestita e non la sta gestendo nella convinzione che sarà sufficiente attendere che la tempesta passi per tornare a issare le vele. Ciò che l’Italia sta scontando già oggi è il crollo di uno dei due denominatori, ovvero del Pil.
L’ironia di Tremonti contro le stime di Bankitalia che appena un mese fa ha fotografato una caduta del Pil del 5% è stata smentita qualche giorno fa dallo stesso presidente Berlusconi che ha ammesso il crollo del Pil di quella entità. Ora Tremonti annuncia che nel Dpef il livello del Pil non sarà troppo distante da quella cifra, ma la realtà è andata oltre perché a questo punto il prodotto potrebbe scendere addirittura del 6%. Il che pone l’Italia lungo un percorso pericoloso: se quando l’economia mondiale cresceva del 5% il Pil italiano aumentava a mala pena di un punto percentuale, chi garantisce che nel momento in cui il commercio mondiale riprenderà l’Italia aggancerà la locomotiva della crescita. Tremonti è convinto che basti attendere che la tempesta passi senza cambiare le caratteristiche strutturali del Paese, ma i numeri dell’Istat raccontano un’altra storia. Dipenderà dal tasso di crescita futura la sopravvivenza del nostro paese, ma per questa non si sta facendo nulla. O meglio, qualche idea il ministro Tremonti ce l’ha e non è del tutto felice. A cominciare dalla tassazione delle plusvalenze sull’oro della Banca d’Italia. Una questione delicata perché attiene alla sfera di autonomia e indipendenza di una banca centrale che fa parte del sistema europeo delle banche centrale e perché incide e sullo stato patrimoniale di Bankitalia. Per fortuna, l’ultima parola spetta alla Bce.
Raffaella Cascioli http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=111607
giugno 15 2009
RUMORS
Lasciamo andare, per un momento, l'analisi puntuale del voto Europeo, basato sulle percentuali e sui flussi.
Occupiamoci invece degli effetti politici, una volta tanto, agli interni del Centro-Destra.
Al di là delle dichiarazioni roboanti di solidarietà nei confronti del Premier, un sottile venticello di preoccupazione comuncia a soffiare nei piani alti della coalizione.
Le dichiarazioni minacciose, le battute da comico da avanspettacolo cominciano a preoccupare anche il centro-destra, in quanto sono la misura dell’incapacità di un Primo Ministro di capire e di governare una paese cosi’ complesso come l'Italia, in un momemto così difficile per l'economia.
Insomma,con una maggioranza così forte in entrambi i rami Parlamento, sentire fare ipotesi di Governo tencnico, di Governo istituzionale, le formule possone essere tante, ma l'effetto è lo stesso:ingenera insicurezza in Berlusconi.
Probabilmente fino a che il patto tra il Premier e la Lega reggerà non succederà nulla, ma il semplice accenno a queste ipotesi (si fanno i nomi di Tremonti, Letta, Draghi), spiega molto più dei numeri, il nervosismo che il risutato elettorale ha indotto nel Presidente del Consiglio.
Non ci sono solo i problemi interni nei i prossimi giorni durante la visita ad Obama, il nostro dovrà spiegare molte cose, in termini di politica estera, che probabilmente non sono gradite all'attuale Amministrazione Americana.
Il triangolo Europeo, Gran Bretagna, Francia, Germania ha praticamente escluso l'Italia dai grandi paesi europei.
La politica di amicizia, se non di complicità con Putin ci rende sospetti, l'eccessivo entusiamo per la visita di Gheddafi ci rende ridicoli.
Non sararanno certo al centro dei colloqui, le battute infelici, come quelle sull'abbronzatura, o la sguaiata dichiarazione che la vittoria di Obama favorirà il terrorismo Islamico, ma certo non aiuteranno l’ Italia e il suo rappresentante, al quale comunque è stata riservata un'accoglienza di secondo livello.
Quindi il risultato del voto Europeo, aiutato anche dal vento di destra, che spira in tutt'Europa, sembrava aver premiato la stabilità di governo, ma i RUMORS, che Berlusconi spera non diventino boatos, stanno sicuramente innervosendo ed inacidendo il bravo premier.
Angelo Salvatori
PD.Communitas2002.org
maggio 17 2009
Per debito pubblico si intende il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti, individui, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (come BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale. Il rapporto tra il debito pubblico ed il Prodotto interno lordo costituisce un importante indice della solidità finanziaria ed economica di uno Stato. (Wikipedia)
1.708.000.000.000; Con questa cifra a 12 zeri l’Italia si siede al tavolo dei paesi più indebitati del mondo. Secondo le stime redatte dalla CIA “The World fact book” sono solo 7 i paesi che vantano un debito pubblico superiore al 100% del loro PIL. In dettaglio essi sono:

Da dove nasce questo debito e chi dobbiamo ringraziare?
Negli anni ‘60 l’Italia brilla nel mondo per l’elevatissimo tasso di sviluppo superiore al 5% annuo, l’inflazione è stabile e il costo del debito pubblico (pari al 32.5% dl PIL) è nettamente inferiore ai tassi di crescita del paese: una situazione ottimale destinata a breve vita. Dal 1968 si registra un aumento dell’inflazione e un rallentamento nella crescita del paese che scende al 3%, intanto la Lira registra una svalutazione continua e il rapporto deficit PIL cresce fino al 40%: è l’inizio della catastrofe. Il debito è in continuo aumento, dapprima in modo graduale e poi, a partire dal 1983, in maniera esponenziale. Il debito pubblico cresce cresce e cresce e i vari governi, invece di far rientrare i conti continuano a spendere; largheggiano le pensioni d’invalidità senza controllo, le spese nei ministeri, i finanziamenti a pioggia, gli acquisti di società decotte, ecc. Sono gli anni in cui si diffonde l’evasione fiscale, la grande piaga, tutta italiana e mai sanata.

Nel 1994 il debito pubblico tocca il suo massimo storico: 124% del Pil: lo stato Italiano rischia il fallimento e non soltanto perchè sia indebitato per più del 100% delle proprie entrate, ma perché questo debito non è in grado di sostenerlo.
Facciamo un esempio:
Supponiamo che la famiglia Bianchi abbia un reddito complessivo di 50.000 € annui, e che abbia appena comprato casa accendendo un mutuo di 62,000 euro. E’ quindi indebitata per il 125% del suo PIL, esattamente come lo stato Italiano. Dal momento che i debiti prima o poi vanno onorati, e se non si pagano oggi si dovranno pagare domani sostenendo costi aggiunti (ovvero interessi passivi e soprattutto l’impossibilità di effettuare investimenti) un amministratore avveduto consiglierebbe alla famiglia Bianchi di estinguere il suo debito il prima possibile, destinando il 20% (10.000€) del proprio reddito al rimborso del mutuo, di cui 8.500 come quota capitale e 1500 di interessi. In questo modo in poco più di sette anni la famiglia Bianchi avrà estinto il suo debito e potrà investire i suoi soldi in altri modi, come una seconda casa, un’auto, l’università per i figli. Se la famiglia Bianchi, invece di abbassare il debito in modo continuo, allungasse la sua scadenza o lo aumentasse contraendo altri debiti, ipotecherebbe il proprio reddito per un periodo sempre più lungo aumentando così il peso dei costi aggiuntivi, e a lungo andare si ritroverebbe schiacciata dagli interessi passivi. Il 20% che pagava all’inizio non sarà più sufficiente per ripagare una parte consistente della quota capitale più interessi, ma sarà sempre più destinato al risarcimento dei soli interessi. In questo modo la famiglia Bianchi si troverebbe schiacciata da un debito più grande di lei di cui non riuscirebbe a vedere la scadenza, ipotecando così il futuro dei figli, che un domani dovranno continuare a pagare il debito contratto in passato dai genitori. Questa è esattamente la situazione in cui si trovava (e si trova tutt’ora) lo stato Italiano. Nel 1994 l’Italia rischiava il fallimento e l’Europa ci impose il risanamento dei conti pubblici e dal quel momento il debito cominciò finalmente a ridursi.

Nel 1996 il debito è ai massimi storici, il paese è in forte rischio. Il centro sinistra ereditò un debito pubblico pari al 124%. In 4 anni lo ha portato a 113,3%. Una diminuzione dell’11,8 %, di cui ben 3,7 punti solo nell’ultimo anno di governo. Un dato eccezionale che ha richiesto agli italiani non pochi sacrifici. A causa del fallimento imminente dello stato, Giuliano Amato, allora capo di Governo, accanto ad un netto taglio della spesa pubblica, mise le mani nel portafoglio degli italiani in senso letterale, imponendo una tassa del 6 per mille su tutti i conti correnti. In questo modo tutti gli italiani furono costretti a dare un contributo per la nazione, evasori fiscali compresi dal momento anche loro sono possessori di conti corrente. Questa “cura da cavallo”, fortemente criticata dal centro destra, diede i suoi frutti impedendo all’Italia di fare la fine dell’Argentina. E’ la stessa cura che un amministratore consiglierebbe alla famiglia Bianchi: ripagare in fretta il proprio debito in modo da poter ricominciare ad investire sul proprio futuro il prima possibile per i propri figli.
Nel 2001 Berlusconi prende le redini di un paese in rilancio (il debito è sceso di ben 3 punti nell’anno precedente) ed è stabile al 110,9% e in 4 anni lo porta a 106,4%. Una riduzione del 3%. Con un aumento di 2 punti percentuali nell’ultimo anno. Il calo del debito rallenta bruscamente: in 5 anni è diminuito di 1/3 rispetto ai risultati ottenuti dal governo precedente, ma non solo, l’aumento di 2 punti percentuali del debito nel 2005 (amministrazione Tremonti) vanificò completamente i sacrifici fatti dagli Italiani nel 2000 con la tassa 6 per mille sui c/c. La situazione è di nuovo critica, lo stesso Tremonti è preoccupato e per rifinanziare il debito promette la vendita di beni demaniali, come le spiagge, i condoni, e decreta la legge sul “rientro dei capitali” ovvero permette agli evasori fiscali di far rientrare in Italia i capitali nascosti con tassazioni agevolate. Tutte manovre che tamponano la ferita, ma non la curano. L’Italia si ritrova di nuovo schiacciata dal debito e viene di nuovo ammonita dall’unione europea in quanto il Deficit ha ampiamente superato il limite massimo consentito pari al 3% come stabilito dal trattato di Maastricht.
Nel 2006 il governo Prodi per un pugno di voti prende in mano un paese in crisi. Per la prima volta in 10 anni il debito è aumentato, e di molto, 2 punti percentuali in un solo anno. L’Europa ci ha segnalati come zona rossa. Il ministro Padoa Schioppa attua una politica di contenimento della spesa pubblica e di tasse e di lotta all’evasione fiscale. Viene imposto il controllo anagrafico per tutti i versamenti bancari superiori a 5.000€ su qualsiasi conto corrente, in modo da verificarne l’origine ed essere certi che non siano capitale evaso. Il debito riprende a scendere e arriva al 103,5%, con una diminuzione di 3 punti in un solo anno e mezzo di governo, lo stesso risultato che il Governo Berlusconi aveva ottenuto in 5 anni. In questi 18 mesi i conti sono risanati e l’andamento di restituzione del debito rispetta la condotta ideale che dovrebbe tenere la Famiglia Bianchi, ossia stringere la cinghia fino ad esaurimento debito. Il rapporto deficit Pil rientra nei limiti di Maastricht e l’Europa toglie l’Italia fra i paesi considerati in zona rossa.
Nel 2008, nuovamente, il governo Berlusconi prende il controllo di un paese che dai dati si sta rialzando. L’Italia non è più considerata a rischio in quanto si è allontanata dal limite di Maastricht. A questo limite siamo comunque ancora vicini, e l’amministratore della famiglia Bianchi consiglierebbe di contenere le spese cercando di mantenere un rimborso omogeneo del debito, in modo da non incorrere in costi aggiuntivi. Invece come primo provvedimento il governo elimina la norma anti-evasione. Si aboliscono i controlli sui versamenti su conto corrente, e viene tolto l’ICI anche per i redditi alti. Il risultato è un aumento della spesa pubblica, le entrate diminuiscono e il debito pubblico sale. In un solo anno aumenta di nuovo di due punti percentuali.

Il governo cerca di tamponare la ferita attraverso tagli alla spesa pubblica (soprattutto all’istruzione) ma questo non basta. Le previsioni per il 2009 sono in continuo peggioramento. Secondo il supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia le entrate si sono attestate, nel primo trimestre 2009, a 81.016 miliardi, ovvero circa 4 miliardi in meno (-5%) rispetto agli 85.075 dei primi tre mesi del 2008. La crescita del Pil è prevista con segno segativo: -2 punti, e si prevede una vertiginosa salita del debito pubblico, con il conseguente aumento dei costi aggiuntivi quali interessi passivi e l’impossibilità di effettuare investimenti. L’Italia sta intraprendendo la strada peggiore, la stessa che porterebbe la famiglia Bianchi ad ipotecare il futuro dei suoi figli. Con la differenza che in Italia il debito è talmente grande che il futuro dei figli di oggi è già ipotecato, a rischio c’è quello dei loro nipoti.
Fonti:
Corriere.it (Pag. 1 -2) ; Dipartimento del tesoro ; Repubblica.it ; Il sole 24 ore (pag. 1 - 2) ; Mondifinanzablog.com ;
Dati:
Bollettino banca d’Italia
ROBERTO ARTONI, Note sul debito pubblico italiano dal 1885 al 2001.
Link Consigliati:
Italian Innovation
http://www.dirittodicritica.com/2009/05/14/i-giovani-hanno-gli-anni-in-tasca-e-anche-un-debito-pubblico-da-1708-miliardi/

Ormai è tutta speculazione, intendo molto ma molto più del solito...su giù, giù su...
Anche sui Titoli di Stato...si gioca nel breve come con i bussolotti.
Rileggetevi cosa scrivevo qualche giorno fa in Causa ed effetto (alla rovescia)
Lo spread BTP/BUND naturalmente ha ricominciato ad allagarsi, non appena ha ripreso ad aumentare la percezione del rischio.
Btp/Bund, spread raggiunge 100 pb, cresce avversione rischio
MILANO, 14 maggio (Reuters) - Prosegue il movimento di divaricazione nel differenziale di rendimento Italia/Germania sul mercato secondario dei titoli di Stato, in un clima di marcata avversione al rischio dopo la débacle degli indici di borsa.
Scivolato fino a sotto 80 centesimi la la scorsa settimana, il premio di rendimento del benchmark italiano marzo 2019 sulla controparte tedesca gennaio 2019 arriva a toccare il punto percentuale (100pb) pieno a 4,33% contro 3,33% sugli schermi Reuters
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E come potrebbe essere altrimenti con l'uno-due micidiale di ieri sui conti pubblici italiani che stanno peggiorando ULTERIORMENTE a velocità stellare?
Ed eravamo già detentori di uno dei peggiori debiti pubblici del mondo.
.... Don' Cry for me Argentina...
Tic tac tic tac tic tac tic tac, il conto alla rovescia continua
mentre allegramente leggiamo della preziosa verginità di Noemi...O mentre Berlusconi si scatena in discoteca a Sharm el Sheik...
Ciascuno HA quello che SI MERITA...
Debito, nuovo picco in marzo, sale a 1.741 mld - Bankitalia (Ndr +34 miliardi in un solo mese!)
13/05/2009
Il debito pubblico italiano tocca nel mese di marzo un nuovo picco attestandosi a 1.741,25 miliardi di euro a fronte dei 1.648,42 miliardi registrati nello stesso mese dello scorso anno.
Nel mese di febbraio 2009 il debito si era attestato a 1.707,257 miliardi.
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Entrate, in primo trimestre scendono di 4 mld - Bankitalia
13/05/2009
Le entrate tributarie scendono nel primo trimestre di circa 4 miliardi (-4,7% in termini percentuali) attestandosi a quota 81 miliardi circa.
Nel solo mese di marzo le entrate si attestano a 26,124 miliardi, in calo dello 0,5% dai 26,259 miliardi di marzo 2008.
Combinate questi dati con la recessione, con una previsione per il 2009 di un crollo del PIL del -4,4%, con il fatto che le spese e gli sprechi non vengono mai tagliati, con la "casta" ed il "bestiario" dei politici che ci ritroviamo, con il necessario aumento di emissioni di titoli di stato, etc etc etc
Ci avete pensato per più di 10 secondi? Bene...adesso raggiungiamo subito Berlusconi nella discoteca di Umberto Smaila a Sharm, oppure torniamo a riempire pizzerie e ristoranti, ad invadere i luoghi di vacanze durante i ponti. 
maggio 16 2009

(Image by Adescalco Marangoni)
In principio, la crisi era - parole sue - roba lontana, da americani. Poi la crisi - sempre parole sue - in effetti quasi quasi c’era. Ma mica era seria. Alla fine - con i primi caldi, ad aprile - la crisi per (s)fortuna è arrivata. Arrivata, cioè entrata a pieno titolo non solo nelle case degli italiani (sotto forma di cassa integrazione e licenziamenti). Ma anche nei discorsi e pistolotti del Cavaliere (del lavoro) Silvio Berlusconi da Arcore. Che però aveva un’unica granitica convinzione: oltre ad essere arrivata - questa benedetta crisi - era anche praticamente già finita. Passata. Chiusa e conclusa. E che non se ne parli più.
E c’è da starne certi. Fosse stato per lui, il premier su queste cose non avrebbe più proferito verbo. Però: oggi sono usciti i primi dati sul Pil di quest’anno. Dati che hanno fatto segnare un nuovo record: un meno 5,9 per cento, che - per la cronaca e per chi non lo sapesse - ha il solo pregio di brillare per la sua unicità. Visto che è il peggior risultato di sempre (cioè dall’inizio della serie storica, cominciata nell’anno di grazia 1980). E così il Cavaliere (del lavoro) di Arcore è dovuto tornare alla carica. Ma solo per ribadire l’ovvio. Tutto va bene. E che quel che non va bene, andrà meglio. Verrebbe da aggiungere: cribbio.
Peccato solo - che da quando la crisi è esplosa a settembre, con il fallimento della banca americana Lehman Brothers - le cose (anche) nel nostro (ex) Belpaese siano andate di male in peggio. E che il governo - per lo meno in termini di previsioni - non ne abbia azzeccata una. Ieri, come oggi.
Per chi avesse la memoria corta. Non ieri, ma a settembre il governo aveva previsto - per il 2008 - un prodotto interno lordo in aumento dello 0,1%. E l’1 in effetti l’ha azzeccato. Ma non la virgola. E nemmeno il segno. Perchè: l’anno scorso, il Pil - come certificato non dai comunisti, ma dall’Istat - non è aumentato, ma calato. E dell’1%. Poi: non proprio ieri, ma a febbraio, è stata la volta dell’Agenzia delle entrate (cioè del ministero del Tesoro dell’uomo di Sondrio, il fido Giulio Tremonti). Che - cimentandosi nella nobile arte delle previsioni di Stato - ha messo nero su bianco l’apostrofo roseo tra le parole Forza e Italia. Scrivendo - come ricordava tempo fa il Corriere della Sera; in una nota inviata in Parlamento - che le entrate fiscali (cioè i quattrini raccolti con le tasse) nel 2009 erano destinate a scendere “solo” dello 0,7 per cento. Azzeccando - in questo caso - almeno il segno (meno), ma non la cifra. Perchè - nei primi 3 mesi dell’anno e secondo i numeri a disposizione della Banca d’Italia - le entrate sono sì scese, ma del 4,8%. Cioè di oltre 6 volte tanto. Cioè di 4 miliardi di euro (una mezza Finanziaria). Ovvio: mancano ancora un bel po’ mesi alla fine dell’anno. E tutto finirà per aggiustarsi. Ma sta di fatto che nel frattempo anche il debito pubblico - vera specialità nostrana (è il terzo al mondo) - ha fatto segnare un altro record storico. Arrivando a quota 1740 miliardi di euro, euro più, euro meno (dai 1.707 miliardi di febbraio). Un balzo non proprio nel segno dell’ottimismo.
Insomma: le esperienze del passato (recente) erano pessime. Ma questa volta - in vista dei dati trimestrali del Pil 2009 - la squadra di Berlusconi è arrivata molto più preparata. Il fido Tremonti - nel dubbio e per non sbagliare - le previsioni sul Pil 2009 le aveva riviste. Almeno tre volte. Ma in unica direzione: sempre più in basso. A giugno (2008), la previsione (per il 2009) era di un bel più 0,9%. Che poi - ma a settembre - è diventato un più 0,5%. Che poi - questa volta a maggio di quest’anno - è diventato un bel meno 4,2%. Magie di una finanza (pubblica) creativa che però non è bastata. Perchè appunto: nei primi 3 mesi dell’anno il Pil è effettivamente sceso, ma - addirittura - del 5,9%. Distruggendo così anche il mito - tutto berlusconiano - che “stavamo meglio degli altri”. Perchè mediamente pure gli altri stanno messi male. Ma non come noi (e infatti: il Pil in zona euro, nel primo trimestre 2009, è sceso “solo” di un 4,4%).
E Berlusconi? E Berlusconi, appunto, ha detto: no problem. Che lui si è messo avanti coi lavori. E - chissà, forse a qualche festa - si è messo in contatto con i suoi amici imprenditori. E “tutti i contatti con le aziende ci dicono che c’è un miglioramento della situazione”, ha spiegato riuscendo perfino a rimanere serio. Motivo per dubitare delle sue parole? Ovvio, nessuno. Solo un dubbio: non è che mentre tutto va benissimo - e il debito sale e il Pil scende - rischiamo di finire un tantino rovinati?
P.S. Perchè “Se tutto va bene siamo rovinati” e addirittura 2? Perchè non solo i primi ministri, ma anche i banchieri (soprattutto se centrali e europei) a volte esagerano un po’ con l’ottimismo. Come potete leggere qui. http://bamboccioni-alla-riscossa.org/?p=1639#more-1639
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