ulivo velletri


ottobre 14 2009

Portarsi avanti col lavoro

Al Newsweek sono eccitatissimi dall'iniziativa della Brambilla sulle belle notizie che verranno dall'Italia. Si sono portati avanti e hanno messo il Berlusca in prima pagina (sfondo nero e testo bianco, Dump Berlusconi). Qui l'Articolo, catastrofista anti-italiano etc etc.http://carlettodarwin.blogspot.com/



ottobre 12 2009





I leader sono indagati per le proteste seguite alla rielezione del Presidente nel luglio scorso

Le autorità del Congo Brazzaville hanno imposto misure restrittive della libertà di movimento a diversi politici dell'opposizione che avevano denunciato irregolarità nella rielezione del presidente Denis Sassou-Nguesso. Durante le elezioni, svoltesi a luglio, i partiti di opposizione avevano boicottato il voto, senza peraltro ritirare la propria candidatura.
Il provvedimento che impedisce ai politici di lasciare il paese è giustificato, secondo il governo, dal fatto che detti politici sono attualmente indagati per aver organizzato una marcia di protesta non autorizzata dopo le elezioni.
Sassou-Nguesso è stato a capo del governo del Congo dal 1979 al 1992 dopo essersi insediato a seguito di un golpe. Nel 1997, con la complicità del governo angolano, è stato rieletto e riconfermato nel 2002. Il presidente ha notevolmente aumentato i suoi poteri in questo periodo.
Il provvedimento restrittivo crea apprensione perché riporta alla memoria il periodo di guerra civile che seguì alla rielezione di Sassou-Nguesso nel 1997.

 

http://it.peacereporter.net/articolo/18281/Congo%2C+misure+restrittive+contro+i+politici+di+opposizione



ottobre 11 2009

Intrigo a Stoccolma

Se non è ‘Intrigo a Stoccolma’, poco ci manca. I cinesi, con quella tigna un po’ fanatica che hanno quando si intestardiscono, si sono convinti che in Svezia esista una città mitica e segreta, una specie di Eldoradsson, fondata da una ricca vedova agli inizi del 1800 nei boschi della Scandinavia settentrionale. C’è chi la chiama Shakebao o Chako Paul City, due nomi che di scandinavo non hanno nulla e che stanno alla Svezia come Gasparri sta al tip tap. L’agenzia stampa Xinhua che a fanatismo non è seconda a nessuno, rincara la dose informando che ci vivrebbero più di 25mila donne (gli uomini a Chako Paul City sono graditi come cani in chiesa e messi alla porta da bionde e tostissime sentinelle, carrozzate come le eroine di Frank Miller). Altre fonti assicurano che la città sarebbe presidiata da un imponente castello e che le amazzoni di Chako Paul City siano delle lesbiche prodigiose – sorvolo sui particolari che farebbero arrossire anche Rocco Siffredi. Ma gli svedesi cadono dalle nuvole. “In questo paese arriviamo a 9 milioni giusto per il rotto della cuffia – spiega Claes Bertilson, portavoce degli enti turistici del nord – Mi spiegate come fa una città di 25 mila abitanti a restare segreta in Svezia per più di 150 anni?”. Intanto però, le agenzie turistiche cinesi sono assediate da migliaia di richieste dei fans di Chako Paul City. http://cairoli.simplicissimus.it/



agosto 30 2009

L’UNIVERSITÀ E I FIGLI DEL GENITIVO

Do we have a democracy which guarantees the same chances for everyone? — Not at all! The sociologist Michael Hartmann has analysed the subtle mechanisms of class selection in higher education in Europe. His diagnosis is devastating. An interview by Karl-Heinz Kloppisch and Franziska Gerhardt


           >>> deutsche Version <<<



> Con il Suo saggio “Il mito delle élite per merito” Lei dimostra in maniera empirica che in Germania non esistono le tanto reclamate parità di condizioni nell’accesso all’istruzione e alle posizioni di leadership. Secondo Lei la pretesa del sistema sociale tedesco di integrare tutti è faziosa. Su che cosa fonda la Sua tesi?

> HARTMANN: Che il sistema dell’Istruzione qui nel nostro Paese non offra a tutti le stesse possibilità non è niente di nuovo. È particolarmente selettivo soprattutto per via del sistema tripartito¹ dell’Istruzione scolastica ma anche proprio a livello sociale nell’accesso alle università. Ciò che sorprende è che, anche dopo il diploma, esistano ancora delle barriere sociali cosí tenaci. Tanto per dare un esempio: Il figlio di un dirigente, che ha conseguito il dottorato in Ingegneria, Diritto o Economia ha delle probabilità dieci volte maggiori di approdare al livello dirigenziale di un’azienda che non un laureato con le stesse premesse, della stessa università, con gli stessi anni di studio, con lo stesso numero di semestri trascorsi all’estero e cosí via, i cui genitori siano operai. Se il padre è un dirigente o un amministratore, le probabilità sono addirittura 17 volte maggiori. Dopo il conseguimento del titolo formativo piú alto e la selezione sociale, che a quel punto si è già verificata, esiste, quindi, un’ulteriore e piú alta soglia di selezione. <



Determinante è anche come è strutturato i corsi di studio finalizzati all’insegnamento
e quale importanza ha il ruolo dell’insegnante in una società.



> Non svaniscono, allora, i retroscena familiari del candidato tramite la mobilità internazionale degli studenti di oggi?

> HARTMANN: Le nostre attuali indagini mostrano che l’internazionalizzazione all’interno delle classi dirigenti si mantiene ancora in una cornice ben ristretta, anche se ciò differisce da Paese a Paese. Se si prendono in considerazione le cento piú grandi aziende in Francia e negli Stati Uniti non c’è praticamente alcuna internazionalizzazione, andamento che è rimasto pressoché uguale negli ultimi dieci anni. In Germania e in Gran Bretagna, invece, la cosa è un po’ diversa; lì esiste già un processo di internazionalizzazione ma in un ambito limitato. Voglio chiarire la situazione sull’esempio della Germania. Qui ci sono almeno nove capi su cento in un consiglio d’amministrazione, che non sono originari della Germania. Tuttavia, di questi nove, soltanto uno è un vero straniero, un italiano; gli altri otto provengono da Paesi culturalmente simili, per lo piú Svizzera e Austria o, altrimenti, i Paesi Bassi o la Svezia e generalmente hanno trascorso tutta la loro fase universitaria in Germania. La cosa è molto simile in Gran Bretagna. Molti manager di punta stranieri provengono dal precedente Commonwealth. Almeno in un prossimo futuro non dovrebbe essere messa in discussione la predominanza di istituzioni dell’Istruzione nazionali e di percorsi di carriera. <

> Come è possibile evitare delle concentrazioni di potere oligarchiche o, nell’ambito dell’Istruzione, una formazione elitaria?

> HARTMANN: In generale non si potrà evitare, almeno non in un sistema capitalistico, quel che sarà predominante nei prossimi dieci anni. In ogni caso, io non avrò modo nella mia vita di conoscerne altre. Ciononostante vi sono naturalmente delle gravose e importanti differenze per l’individuo e per la sua realizzazione personale fra i vari Paesi. C’è una bella differenza se, come avviene in Francia, non si ha la possibilità di accedere a posizioni direttive senza aver frequentato una delle grandes écoles o se, come succede nei Paesi scandinavi, a termine di paragone, vi si ha un accesso libero. Ciò ha delle ripercussioni non solo sulla composizione sociale delle élite o sulla quota di ragazzi dei ceti inferiori della popolazione in lavori qualificati, ma comporta delle conseguenze anche per la politica sociale e d’Istruzione di questi Paesi. Anche se, di certo, si possono criticare delle cose della Svezia e della Danimarca e le condizioni negli ultimi anni sono peggiorate, si deve tuttavia constatare che, in rapporto alle condizioni in Germania, Gran Bretagna o negli Stati Uniti, la situazione è nettamente migliore lì per la maggior parte della popolazione. C’è una notevole differenza se un sistema d’Istruzione come in Scandinavia garantisce una carriera scolastica alla gran massa della popolazione fino all’età di 14, 15 anni o se, come in Germania o in Austria, all’età di dieci anni de facto si depistano già due terzi di una classe. <

> Il problema basilare sussiste forse già all’asilo nido o, meglio, nel sistema scolastico?

> HARTMANN: In effetti già lì vi è un problema basilare. Qui stiamo parlando di formazione universitaria, molto piú importante sarebbe discutere sulla formazione prescolastica, ma questo naturalmente non lo fa nessuno. Paragonate alla formazione prescolastica, le università sono ancora ad un buon livello finanziario. Piú che si va avanti nelle tappe della formazione, sempre piú denaro viene impiegato, nonostante sia sempre troppo poco. Sarebbe a dire, che si dovrebbe cercare di sopperire in tempo ai deficit, con cui una parte di una generazione dimostra esser familiare, tramite delle istituzioni dello Stato. Questo però, per l’appunto, in Germania non si verifica, a differenza dei Paesi scandinavi. Determinante è anche come è strutturato i corsi di studio finalizzati all’insegnamento e quale importanza ha il ruolo dell’insegnante in una società. Di recente sono stato ad una conferenza, durante la quale ha conferito un finlandese. Lo stato sociale degli insegnanti lì è tutt’altra cosa rispetto a quello tedesco. Non ha niente a che vedere con la retribuzione, bensí con il significato dell’Istruzione delle generazioni piú giovani. <



L’idea è quella di far terminare gli studi ad un 60-80 per cento dopo il conseguimento del Bachelor...


> Quali possibilità vede nello sviluppo attuale nell’ambito della riforma scolastica?

> HARTMANN: Per un breve periodo di tempo si era atteso che le indagini di PISA, che hanno mostrato molto chiaramente come il sistema scolastico tripartito implichi una correlazione particolarmente forte fra l’estrazione sociale e il diploma scolastico ed anche una valutazione ingiusta degli studenti, forse avrebbero avuto come conseguenza il ponderare seriamente questo sistema tripartito. Ciò non si è verificato e al contrario si deve notare un inasprimento dei meccanismi di selezione nel sistema scolastico: L’abolizione dei livelli di orientamento nell’Assia e nella Bassa Sassonia, il carattere vincolante delle decisioni riguardo la fase del ginnasio da parte degli insegnanti e meccanismi affini. <

> Dove vede in queste rigide strutture di accesso, poi, una qualsiasi possibilità di venire a capo della futura affluenza di quasi il 30 per cento in piú di studenti, definita come “invasione di studenti”?

> HARTMANN: Ciò sarà ancora valido solo per una minoranza. Gli scopi sono estremamente evidenti: si spera, anche se la cosa non funzionerà cosí, di poter venire a capo di questa affluenza tramite la trasformazione del paesaggio universitario e dei piani di studio, senza dover sborsare ulteriore denaro. L’idea è quella di far terminare gli studi ad un 60-80 per cento dopo il conseguimento del Bachelor, cosa che svilupperebbe delle capacitá ricettive. Questa formazione di massa nel campo dei Bachelor avrà luogo in quelle università, che io definisco come le perdenti dell’evoluzione, mentre i master e i dottorati si concentreranno sempre piú nelle università d’élite e di ricerca. Questa cosa non è semplice e si cercherà di istituzionalizzare svariati meccanismi, come ad esempio quello delle tasse universitarie. Questo è il modello dell’Assia, in cui si spendono fino a 1500 euro per ogni master o dottorato, il che naturalmente significa che non una parte insignificante deve capitolare semplicemente per via dei costi.
   Tutto andrà a finire col tentare di liberarsi della gran massa degli studenti dopo sei o sette semestri di università. Ciò permetterebbe, in maniera assolutamente calcolabile, di superare l’afflusso di questa massa se si tralascia che, secondo tutte le promesse, i Bachelor e i Master dovrebbero comportare dei migliori rapporti di tutoraggio. Ma ciò che si deve ritenere di queste promesse lo si può vedere al momento a Berlino. Il vicepresidente della Freie Universität ha da poco nuovamente annunciato che le università potrebbero delinearsi solo in base al profilo dei Master, quindi le risorse dovrebbero essere sottratte dal settore dei Bachelor. Con un certo ritardo temporale si sta verificando quel che ho pronosticato da sempre: all’inizio del Bachelor si promette una migliore assistenza da parte dei tutor per poi rendersi conto che quasi il 90 per cento del personale a disposizione dovrebbe essere legato al Bachelor, se si volessero mantenere le promesse. Cosa che naturalmente non può e non vuole nessuno. Quindi, dopo una certa fase il settore dei Bachelor ritornerà, a mio giudizio, ad avere la funzione a cui si era già pensato sin dal principio: far passare gli studenti con un relativamente minimo impiego di personale. Alla lunga, si presume, salterà all’occhio una diminuzione evidente della quota degli studenti nelle università di ricerca e d’élite. Le università con il punto di forza nella ricerca, non desiderano essere piú delle università di massa e di conseguenza iniziano a ridurre i posti di studio. <

> Lei si pronuncia contrario alle tasse universitarie e alla promozione delle cosiddette università d’élite. Perché?

> HARTMANN: Mi dichiaro contrario alle tasse universitarie, perché l’aumento delle tasse universitarie attualmente ha solo uno scopo: l’ulteriore abbassamento di sovvenzioni statali per il settore universitario o, ad esempio anche di dissimulare la ritirata del governo dalla struttura universitaria. Invece di sovvenzioni addizionali da parte dello Stato si punta ad una ridistribuzione degli oneri sul lato privato, sarebbe a dire, agli studenti o alle loro famiglie. Inoltre le tasse universitarie non resteranno all’attuale livello e questo lo dimostra l’esempio dell’Assia, dove possono già arrivare fino a 1500 euro. Le tasse universitarie, come mostra soprattutto l’esempio degli Stati Uniti, svilupperanno un’imponente azione di selezione sociale: tanto sarà migliore l’università e tanto piú sarà cara, e tanto meno ragazzi della grande massa potranno frequentarla. Le tasse universitarie e le università elitarie fanno parte di un processo di sviluppo complessivo, che vuole arrivare ad avere nell’arco di 10-15 anni un piccolo gruppo di circa 25 università d’élite e di ricerca. Le 70-80 università rimanenti saranno delle semplici università di formazione. Le università d’elite e di ricerca offrono ad una piccola parte di studenti, soprattutto appartenenti a famiglie borghesi o di accademici, un percorso di Studi relativamente buono. Il resto degli studenti, che in prevalenza non proviene da questi ambienti, verrà fatto passare per dei rapidi Bachelor, senza quell’aggancio col mondo della ricerca e anche senza il diritto a ricevere una formazione universitaria in senso classico. Le élite universitarie avranno alla lunga soprattutto una funzione: riprodurre delle differenze già presenti nella società, nella struttura di classi sociale. Questa è la funzione prima di tutte le università d’élite, che sia in America, in Francia, in Giappone o in Gran Bretagna. <



Dopo una certa fase il settore dei Bachelor ritornerà ad avere la funzione a cui si era già pensato sin dall’inizio: far passare gli studenti con un relativamente minimo impiego di personale.
Alla lunga salterà all’occhio una diminuzione evidente della quota degli studenti nelle università di ricerca e d’élite.



> Uno dei punti centrali della Sua spiegazione di questa riproduzione sociale è posto nell’enfasi dell’ habitus linguistico. Su che cosa ci invita a riflettere?

> HARTMANN: Bourdieu lo ha mostrato con molti esempi in relazione alla Francia: la padronanza di un certo duktus linguistico rappresenta un segno di distinzione. Se Lei parla con delle persone, che sia in una sede d’esame o in Assessment Center, in qualsiasi situazione sia, avrà modo di constatare che il modo in cui ci si esprime linguisticamente è un segno distintivo basilare della provenienza sociale: la varietà linguistica, l’utilizzo di precise combinazioni concettuali, la costruzione della frase. Fra l’altro si aggiunga anche il modo in cui si parla. Il comportamento linguistico è una parte dell’intero habitus e con ciò un criterio decisivo nella selezione sia a livello universitario che nella successiva carriera lavorativa.
   Il mio esempio preferito è quello del genitivo. In futuro ci si distinguerà dall’utilizzo del genitivo. È osservabile persino nel telegiornale o nei grandi quotidiani che il genitivo sta scomparendo sempre di piú. Però c’è anche quella parte della popolazione, che è cresciuta nell’agiatezza borghese e col genitivo. Queste persone lo utilizzano in maniera automatica e quindi non dicono “aufgrund dem” e “wegen dem”, bensí, appunto, “aufgrund des” e “wegen des” e “trotz des” e via dicendo. Chi utilizza il genitivo in questo modo sarà cresciuto molto probabilmente per un buon 90 per cento in ambienti della buona borghesia. Tutti coloro che parlano cosí, sentono immediatamente se viene usato un dativo al posto di un genitivo. Questo è solo uno degli esempi, in cui un ben determinato modo di parlare acquisterà in futuro sempre piú significato. <<


   Michael Hartmann è Professore di Sociologia specializzato nella ricerca nell’ambito delle élite, della sociologia del management, sociologia dell’industria e dell’organizzazione presso l’Università Tecnica di Darmstadt (vedi: www.ifs.tu-darmstadt.de/89). Nel 2004 ha presentato il libro “Elitensoziologie”, nel 2002 l’apprezzatissimo saggio: ”Der Mythos von den Leistungseliten. Spitzenkarrieren und soziale Herkunft in Wirtschaft, Politik, Justiz und Wissenschaft”.

| Traduzione: Pina Toscano, Berlino


¹ Il sistema tripartito in Germania si basa sulla suddivisione della scuola media-superiore dopo il ciclo elementare. Gli studenti affluiscono, a seconda dei loro voti, in tre scuole diverse: la Hauptschule, per la formazione giovanile professionale e finalizzata all’accesso immediato, dopo la scuola, a lavori di bassa qualificazione; la Realschule, per chi diventerà, ad es., geometra, e il Gymnasium per chi in seguito accede all’università. http://www.work-out.org/wo35/spezial/wo35_spezial_home1.html


giugno 2 2009

DUBAI
Da Dubai e Arabia saudita i segni di una nuova bufera finanziaria a settembre
di Maurizio d'Orlando
Il Dubai chiede sostegno alla banca Rothschild, forse per disperazione. A Riyadh vi sono insolvenze del gruppo Saad. Le banche Usa, europee e asiatiche annaspano e per settembre – la fine del Ramadan – si attende una depressione economica peggio di quella degli anni ’30 del secolo scorso.

Milano (AsiaNews) - La banca Rothschild ha ottenuto un mandato consultivo dal Ministero delle Finanze di Dubai per un’emissione obbligazionaria  di 10 miliardi di dollari a copertura di un fondo di sostegno finanziario. Il primo a beneficiarne è stato Nakheel, il braccio immobiliare di Dubai World.

Non si prevede però che ne beneficino altri, perché la priorità è data da due ordine di fattori, di urgenza e d’importanza strategica. Per questo essa è a favore di società del governo di Dubai soprattutto quelle che lavorano nei settori delle infrastrutture: trasporti (inclusi la metropolitana ed i progetti per l’aeroporto Maktoum), l’aviazione, i porti, il trasporto marittimo ed il turismo.

Non è incluso il settore bancario; per l’immobiliare si procede caso per caso. Da tenere presente è che la Rothschild di fatto pilota discretamente e da lontano - tramite partecipazioni strategiche nelle banche commerciali che ne sono dirette azioniste del tipo JP Morgan ecc. – nientemeno che la Federal Reserve Bank di New York. Per la legge istitutiva, la Fed di New York ha un ruolo preminente nel “Federal Open Market Committee” – FOMC – (Comitato Federale d’intervento sui Mercati finanziari) e quindi ha un ruolo primario nel potere di determinare il tasso d’interesse ed il volume dell’emissione monetaria in tutti gli USA. Perciò tramite la Fed di New York, la Rothschild gode di un punto d’osservazione privilegiato e d’influenza sui meccanismi dell’emissione monetaria americana - il dollaro - finora la principale valuta di riserva mondiale.

La scelta della Rothschild da parte di Dubai s’inserisce nella disputa tra sauditi ed emirati sul ruolo, l’ubicazione e l’orientamento del progetto della Banca Centrale unica dei Paesi del Golfo.  Nelle scorse settimane il piano ha subito un inaspettato colpo di freno ad opera degli Emirati Arabi Uniti, ed in particolare delle autorità di Abu Dhabi, e per il momento sembra non stia per risolversi. I sauditi sono considerati troppo vicini agli Stati Uniti e perciò indirettamente ad Israele. Gli altri Paesi del Golfo Persico ed in testa gli emirati propendono più per l’asse euroasiatico che va dalla Cina alla Russia - a cui si va saldando anche la Germania (come dimostra la vicenda della Opel acquisita dalla banca statale russa Sberbank dietro il paravento del gruppo austro-canadese Magna). La Rothschild è istituzione storicamente legata al movimento sionista – si pensi alla dichiarazione Balfour del 1917 per la costituzione di un focolare ebraico in Palestina ed indirizzata a Lord Rothschild . Con la sua scelta, forse dettata dalla disperazione, il Dubai sembra voglia distanziarsi un po’ dagli altri emirati.

Intanto anche un importante gruppo bancario saudita sembra abbia dei problemi. Si tratta del gruppo Saad che è connesso con TIBC ( The International Banking Corp.) del gruppo Ahmad Hamad Algosaibi & Brothers Co. La Banca Centrale saudita ha ordinato a tutti gli istituti finanziari e bancari del Regno di congelare tutti i conti del presidente del gruppo Saad, il miliardario saudita  Maan al-Sanea, che è proprietario del 2,97 % della HSBC, la maggiore banca europea con sede a Londra. La banca, un tempo denominata Hong Kong & Shangai Banking corp., è anche una delle maggiori banche dell’Asia.

La decisione della Banca Centrale saudita è dovuta al fatto che una società della Algosaibi non è stata in grado di onorare una transazione valutaria da un miliardo di dollari. Inoltre il gruppo Saad di Maan al-Sanea nel 2007 aveva ricevuto un prestito di 2,82 miliardi di dollari da un gruppo di 26 banche in maggioranza europee, ma anche americane, asiatiche ed arabe.  Un’ipotesi d’insolvenza relativa al gruppo Saad di Maan al-Sanea potrebbe costituire un primo preoccupante campanello d’allarme di una nuova ondata di crisi per tutto il settore bancario principalmente europeo ed in misura minore asiatico. Le banche americane infatti, mentre erano fortemente esposte verso il settore immobiliare, tramite i cosiddetti crediti “sub-prime”,   hanno un esposizione molto ridotta nel settore dei crediti ai Paesi emergenti ed all’Est europeo. Lo scorso anno già nella tarda primavera iniziarono ad intravedersi le prime avvisaglie della tempesta finanziaria che ha sconvolto il mondo da metà settembre del 2008. Oggi, anche da queste notizie apparentemente minori che non generano titoli di prima pagina, si possono trarre presagi di una nuova bufera d’autunno.

Quest’anno però la scossa potrebbe essere anche più forte perché i focolai potrebbero essere più d’uno: accanto alla quanto mai precaria situazione della Federal Reserve americana – che per sostenere il sistema bancario ha assunto impegni ed obblighi pari quasi al valore dell’intero Pil Usa – si va delineando una crisi del sistema bancario europeo (per i prestiti ai Paesi emergenti) e di quello asiatico (giapponese e cinese in primo luogo) per i prestiti ad un sistema produttivo incentrato sulle esportazioni, il cui livello continua in caduta verticale. 

A Dubai i prezzi degli immobili sono scesi del 50 % rispetto ai livelli precedenti alla crisi[1] e le insolvenze si vanno accumulando, come in tutti i maggiori Paesi dell’area. Non è perciò improbabile che potremmo assistere ad un ossimoro, a una contraddizione in termini: accanto ad una forma di iper-inflazione (per la moneta bancaria di tipo elettronico “creata ex nihilo”[2], potremmo assistere ad un crollo dei prezzi delle merci reali cioè alla deflazione, generata da una forma di Depressione economica anche peggiore di quella degli anni trenta del secolo scorso.

A Dubai molti si aspettano che l’inizio della nuova bufera coincida con la fine del Ramadan islamico, che quest’anno cade il 21 settembre.

----------------

[1] Secondo fonti riservate di AsiaNews la discesa dei valori immobiliari sarebbe maggiore, addirittura del 60 / 70 %.

[2] L’espressione - quasi blasfema - vuole indicare che l’emissione non si basa sull’esistenza di prodotti effettivamente disponibili, ma su semplici decisioni e scritture contabili registrate in un sistema informatico bancario.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15402&size=A



maggio 17 2009

Murdoch, chi era costui?

Quando Murdoch ha detto che voleva far pagare i giornali online, sull'esempio del suo Wall Street Journal, tutti gli addetti ai lavori hanno considerato importante la notizia e l'hanno commentata. Perché hanno pensato che quello che fa un editore così importante vada preso sul serio. Il che è giusto, ma per il motivo sbagliato. Perché il fatto che Murdoch sia un editore importante non lo rende particolarmente adatto a dare indicazioni valide su internet.

Murdoch ha dimostrato di non avere le idee chiare. Ecco quello che ha detto:
1998 - entriamo su internet solo per vedere come va, ma non è importante
2002 - chiudiamo su internet perché non vale la pena
2006/2007 - alla carica su internet, tutto gratis, tutto pubblicità
2009 - diamo i giornali online a pagamento

L'acquisizione di MySpace è stata un insuccesso. Vive solo perché ha fatto un accordo con Google che finirà nel giugno 2010. E se non avrà trovato altre fonti di reddito per allora si troverà in cattive acque. Vedi TechCrunch.

Wall Street Journal online ha subito scossoni per il fatto di dover andare gratis e poi restare a pagamento. In ogni caso la strategia delle news a pagamento non è particolarmente convincente, a meno che gli editori non si mettano a fare davvero qualcosa di nuovo. Vedi i servizi sul Sole.

L'idea di fare un lettore per le news online senza tener conto di quelli che già sono in commercio è simile a quella di fare i decoder autonomi per la tv satellitare. Paranoia da pirati. In un certo senso ragionevole, per l'azienda. Ma solo quando è in condizione di monopolio.

La nuova policy di Murdoch per l'uso dei social network da parte dei "suoi" giornalisti non è particolarmente ispirata. Siamo sempre nel campo della costruzione di barriere relativamente artificiali all'ondata di novità che viene dalla rete. Vedi Editor and Publisher.http://blog.debiase.com/


gennaio 25 2009

LE PRESIDENZIALI AMERICANE VISTE DAL MONDO ARABO




Il voto negli Stati Uniti domina i titoli di apertura della stampa araba. “Gli occhi del mondo puntati sull’America... un 7% di indecisi deciderà le elezioni” scrive il quotidiano panarabo edito a Londra, Asharq al Awsat. E se il quotidiano libanese L’Orient le Jour si interroga se “l’America sarà in grado di scegliere un presidente nero”, radio Qatar, degli Emirati annuncia che “Obama ha vinto i cuori della popolazione del Golfo”. L’attenzione per le elezioni d’oltreoceano, insomma, rimane alta in tutta la regione, perché “il loro risultato avrà un impatto profondo anche a migliaia di chilometri di distanza, in paesi come Iraq, Iran, Siria e Palestina” sottolinea il Middle East Times, secondo cui “la vittoria di Barak Obama potrebbe riportare in Medio Oriente la speranza di migliorare i rapporti con Washington, mai caduti ad un punto così basso come quello raggiunto con la presidenza Bush”. La gran parte della stampa araba rivela una netta propensione delle opinioni pubbliche nazionali verso il candidato democratico e il quotidiano saudita Al Watan pubblica un articolo in cui afferma: “La notte americana porterà a un presidente nero o all’arsenale dei conservatori?”. Una domanda a cui tenta di rispondere, da Damasco, il redattore capo del quotidiano di governo Al Baath, Elias Murad, sottolineando che “tutto dipenderà dalla squadra che lavorerà con il nuovo presidente e dalle scelte che farà in termini di politica estera”. Un argomento delicato soprattutto per l’Iraq, dove il quotidiano al Rafidayn mette in primo piano il vantaggio di Obama, risultato vincitore nei primi centri scrutinati nel New Hampshire, mentre al Sabah, titola: “i politici chiedono al nuovo presidente di superare gli errori di George W. Bush”. Chiunque arrivi “ci sarà comunque una nuova lingua da imparare e parlare” commenta il quotidiano libanese al Hayat, sottolineando che “il nuovo presidente sarà capace di cambiare l’attuale stallo nei rapporti con il Medio Oriente solo riuscendo a vincere lo scetticismo e lo scontento causato dalle politiche americane degli ultimi otto anni”.
http://www.misna.org/

Questioni di gas

scrive Mihaela Iordache

La guerra del freddo tra Mosca e Kiev ha avuto conseguenze anche in Romania. Ma meno che in altri Paesi dell'area. E intanto a Bucarest ci si interroga sui progetti di nuovi gasdotti, dal Nabucco a South Stream
Dall’ultima “guerra del gas” tra Russia e Ucraina la Romania esce con qualche decina di milioni di dollari di perdite e due “misteriose” telefonate tra il premier russo Putin e il presidente Basescu, finalmente cercato attivamente dagli interlocutori di Mosca. Conversazioni misteriose soprattutto per l'opinione pubblica romena, cui nessuno ha raccontato cosa si siano detti i due, a parte il fatto che Putin ha chiamato Basescu per parlare delle forniture di gas bloccate dal 7 gennaio.

Altro non è trapelato da palazzo Cotroceni, sede della presidenza romena, anche se il governo russo non ha avuto difficoltà nel rendere pubblico qualche dettaglio sull’ultima telefonata (fatta a metà gennaio) tra i leader di Mosca e Bucarest. “Putin ha comunicato al presidente della Romania che Kiev blocca il gas che transita sul territorio ucraino e destinato ai clienti europei.”

E sempre da Mosca si è saputo che “il presidente Basescu condivide la posizione della Russia per quanto riguarda la responsabilità dell’Ucraina circa il blocco del transito del gas verso l’Europa”. Bucarest non ha né smentito né confermato le informazioni lasciate trapelare, consentendo a Mosca di promuovere la propria posizione (proprio mentre era in cerca di alleati durante la crisi), nonostante i due paesi abbiano avuto finora rapporti freddi e addirittura ostili soprattutto da parte romena a causa dei ricordi del periodo dell’ex Unione Sovietica.

L’Urss non c’è più, ma la guerra fredda si è trasformata nella “guerra del freddo” tra Mosca e Kiev che si è ripetuta in più riprese, sempre d’inverno, e che stavolta ha fatto davvero tremare l’Europa. L’Ue importa in media il 25% del gas dalla Russia, mentre per la Romania la percentuale sale al 31%. Questo - scrivono i giornali di Bucarest - significa che il paese è pur sempre meno dipendente dal gas russo rispetto a Bulgaria (90%), Ungheria (65%) e Polonia (46%).

In piena crisi, Putin ha fatto un' offerta a sorpresa alla Romania, anche se a Bucarest alcuni hanno temuto trattarsi di un “depistaggio politico”. Il premier russo ha dichiarato che la Federazione Russa può intrattenere rapporti diretti con le compagnie di stato romene per il rifornimento di gas, e ha pregato il corrispondente della tv pubblica romena a Mosca di comunicare al presidente Basescu che la Russia è pronta a mettere il suo gas a disposizione delle compagnie statali romene che potrebbero poi rivenderlo all’Ucraina.

In pratica si tratta della disponibilità da parte russa di fornire gas alla Romania senza intermediari. “E' una buona offerta?” si è poi chiesto retoricamente Putin, aggiungendo poi di ritenerla “difficile da rifiutare”. Stupore in Romania. Per molti, però, Putin non parlava sul serio. Bucarest, quindi, non si è mossa e ha preferito tacere sulla vicenda.

Qualche eco delle telefonate tra Putin e Basescu hanno avuto però riflessi a Kiev. Il vice ministro degli Esteri ucraino, Konstantin Eliseev, ha dichiarato che l’ambasciatore romeno in Ucraina gli ha dato assicurazioni sul fatto che Basescu non avrebbe condiviso la posizione della Russia per quanto riguarda la responsabilità dell’Ucraina circa il blocco del transito del gas verso l’Europa. Il viceministro ucraino ha chiesto inoltre al paese vicino di smentire le informazioni pubblicate dalla stampa russa. Silenzio, invece, dal ministero degli Esteri romeno.

Dopo due settimane di gelo le due ex repubbliche sovietiche hanno firmato nuovi contratti per un periodo di dieci anni su forniture e prezzo del gas per l’Ucraina. Da Mosca è arrivato quindi l'ordine di riaprire i rubinetti dell' “oro blu”. I documenti firmati eliminano gli intermediari tra la società russa Gazprom e quella ucraina Naftogaz. Per il 2009 la tassa di transito pagata dalla Russia rimane invariata, l’Ucraina pagherà il gas ad un prezzo del 20% inferiore a quello europeo - 360 dollari per mille metri cubi (contro i 450 dollari del prezzo di mercato) - ma pur sempre doppio rispetto a quanto pagato da Kiev l’anno scorso (180 euro).

Chiusa la crisi l’Europa torna a parlare di fonti alternative. Il presidente della Commissione europea Barroso ha ricordato il rischio che corrono i paesi europei: “Una delle conclusioni da trarre dalla crisi, per gli Stati membri, l'opinione pubblica e i consumatori, è che il gas proveniente dalla Russia attraverso l'Ucraina non è sicuro: è un fatto obiettivo e bisogna trarne delle conseguenze per il futuro". Barroso ha poi definito la crisi come una vicenda dolorosa e ha ribadito l’urgenza che l’Ue prenda davvero sul serio il tema della sicurezza energetica.

Intanto il progetto Nabucco, spesso invocato come alternativa, rimane sulla carta. Nabucco è destinato ad approvvigionare di gas l’Europa dall’Asia centrale, bypassando la Russia. Sei i paesi coinvolti: Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria, Turchia e Germania. Lo scopo è quello di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia. Ma i finanziamenti sono insufficienti e gli analisti temono ulteriori rinvii a causa delle crisi economica.

Nabucco doveva partire dal 2013, ma ultimamente si parla di 2015, anno in cui il gas dal Mar Caspio, passando attraverso Turchia e Balcani dovrebbe arrivare in Austria. Le ultime stime sui costi del gasdotto parlano di 7,9 miliardi di euro contro i 4,4 iniziali. Il gas potrebbe essere acquistato dall’Iran, ma resta sempre una possibile resistenza politica degli Usa verso questa alternativa.

Il principale concorrente di Nabucco è il progetto russo-italiano South Stream, a cui hanno aderito anche Bulgaria e l’Ungheria. E mentre l’Ue parla di rilanciare il Nabucco, la Russia sostiene che bisogna accelerare la realizzazione di South Stream. ''Bisogna accelerare il lavoro preparatorio ed economico del gasdotto South Stream'', ha dichiarato Serguei Kouprianov, portavoce di Gazprom. South Stream dovrebbe entrare in funzione nel 2013 e permetterà il transito del gas russo dal Mar Nero verso Bulgaria, Grecia, Serbia, Ungheria ed Italia.

Putin, durante la crisi, ha precisato che la Russia non si oppone ad una participazione della Romania al progetto South Stream. Molti analisti romeni avvertono però che South Stream renderebbe la Romania più dipendente dalla Russia, facendo notare che l’impatto dell’ultima crisi del gas sulla Romania è stato ridotto rispetto a quanto successo nella vicina Bulgaria.

Durante la crisi la Romania non ha né fornito né ricevuto gas da altri paesi. Questo perché, come ha spiegato il direttore generale di Transgaz, Ioan Rusu “per quanto riguarda il gas naturale, non possiamo né ricevere aiuto né darne, visto che non disponiamo delle condizioni tecniche necessarie”. Nei giorni della crisi, i due produttori di gas della Romania, Petrom e Romgaz, hanno fornito gas al massimo delle loro capacità. In ogni caso, ha concluso Rusu “possiamo cavarcela con quello che abbiamo”.

Rispetto ai paesi vicini, la Romania ha in corso un unico progetto, con l’Ungheria. Si tratta di un gasdotto in costruzione tra Arad e Szeged. Il gasdotto (di 109 km) dovrebbe essere pronto entro il primo gennaio del 2010, ed avrà una capacità di 4,4 miliardi di metri cubi/anno. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10798/1/51/


gennaio 18 2009

La dura legge dell’audience

 

 

Mentre George W.Bush si congeda dagli americani con un Economic Report of the President psichedelicamente ottimista e basato sull’assunzione voodoo di una ripresa tanto più vibrante quanto più profonda la recessione (per i dettagli, citofonare Tokyo), un sondaggio telefonico condotto dal New York Times sul tasso di approvazione della presidenza di GWB segna nuovi record negativi: solo il 22 per cento degli intervistati approva i risultati conseguiti negli otto anni di mandato. Ronald Reagan e Bill Clinton lasciarono l’incarico con un approval rate del 68 per cento, Bush padre al 54 per cento ed il “disastroso” Jimmy Carter con il 44 per cento. Il 77 per cento del campione disapprova la gestione dell’economia da parte di GWB, ed il 71 per cento dà un giudizio negativo sulla operazione irachena.

Le cose vanno meglio (si fa per dire) nell’azione antiterrorismo, con i favorevoli al 47 per cento, ed un quasi-plebiscito tra i repubblicani. Anche il vice di GWB, Dick Cheney, pare godere di grande successo presso l’opinione pubblica, con uno storico 13 per cento di approvazione. La storia riabiliterà entrambi? E come? Per il momento i due si godono le agiografiche lodi del nostro tuttologo di riferimento, strenuamente impegnato nella riparazione del proprio lutto, e che quotidianamente ci conferma l’assoluta, necessaria e necessitata continuità dell’azione di Obama con quella del suo predecessore, inferendola da dettagli come le manifestazioni spontanee di Tehran oppure (più decisivamente) dal fatto che il sole continui a sorgere ad est, esattamente come durante gli otto anni di Bush alla Casa Bianca.http://phastidio.net/2009/01/17/la-dura-legge-dellaudience/#more-2504


Israele: un paese narcotizzato?

 

I cittadini dellla cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente sembrano insensibili all’enormità dei danni che l’operazione «Cast Lead» sta procurando a migliaia di innocenti. Il professor Asher Arian, esperto di sondaggi israeliano, sostiene che le operazioni militari di Gaza sono un esempio perfetto di «guerra fortemente sostenuta dalla popolazione»: in effetti, il quotidiano Haaretz ha commissionato una ricerca su un campione di 452 israeliani, per capire che cosa pensassero delle operazioni nella Striscia di Gaza. Ebbene, oltre il 70 per cento degli intervistati ad essa è favorevole [il 52 per cento ai soli attacchi aerei, circa il 20 per cento anche alle operazioni di terra; passaggio, questo, particolarmente delicato in un paese dove praticamente tutti i giovani prestano servizio nell’esercito, rendendo altamente probabile il fatto di avere un parente o un amico tra i soldati al fronte]. Il 20 per cento del campione auspica invece una tregua immediata, mentre il 9 per cento non ha risposto o ha detto di non sapere cosa rispondere.

Quadro sconfortante, confermato dalla scarsissima affluenza alla manifestazione organizzata dal movimento pacifista Peace Now lo scorso 10 gennaio: all’appuntamento davanti al ministero della difesa a Tel Aviv si sono viste poche centinaia di dimostranti; sembra che molti dei pacifisti israeliani abbiano finito per abdicare ai propri principi a causa della montante preoccupazione per la sicurezza.

Questo clima di sfiducia è un humus fecondo ad una strategia politica ansiosa di spacciare la guerra come ineluttabile, argomento utile in un altro agone, quello politico, dove pure non manca il cinismo, in vista del fatto che in Israele si vota il 10 di febbraio. Come suggerisce alla BBC la psicologa Leah Cohen: «Hanno fatto la guerra prima delle elezioni perché vogliono guadagnare consensi». Infatti, dopo l’uscita di scena di Olmert, azzoppato da una brutta storia di scandali, il timone del partito politico centrista, Kadima, è passato a Tzipi Livni, attuale ministro degli esteri dello stato ebraico, nota per le sue dichiarazioni distensive e piene di un caldo senso di umanità quali «nessuno stop all’offensiva, non c’è emergenza umanitaria», oppure «l’offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza è anche nell’interesse dei palestinesi».

Ora, se si considera che la signora rappresenta il centro politico di Israele, mentre la sfrenata offensiva sulla Striscia porta la firma di un ministro di sinistra, il laburista Ehud Barak, anche ai più fantasiosi resta difficile immaginare che cosa – di peggio – possa arrivare a pensare e fare la destra di Israele. Una cosa è certa, comunque: sulla pelle dei bambini palestinesi si sta organizzando un bel gioco dal nome: «Qual è il partito con la maggior concentrazione di testosterone?».

A proposito di cinismo, è utile ricordare che Barack Obama assumerà ufficialmente l’incarico di presidente degli Stati uniti solo il 20 gennaio: non occorre essere dei geni politici per capire che l’attacco è stato sferrato qualche settimana prima del suo insediamento, in modo tale da non metterlo troppo in imbarazzo. Qualora egli ritenga che la pace in Medio Oriente sia la priorità immediata del suo mandato, cosa di cui è lecito dubitare, si troverà comunque di fronte a qualcosa di già avvenuto; non gli si potrà mai rimproverare di non aver impedito il massacro che si sta perpetrando in questi giorni.

Gideon Levy, è una delle poche voci pacifiste: dalle colonne di Haaretz, con stile abrasivo, tenta di risvegliare le coscienze dei suoi concittadini, anestetizzate dalla paura del terrorismo di Hamas quanto dalle abili strumentalizzazioni dei politici dello stato ebraico. Una delle sue argomentazioni più forti è quella dell’inutilità della guerra, in particolare di questa: «Dobbiamo sempre ricordare – scrive Levy – che stiamo scatenando un conflitto contro una popolazione di figli di rifugiati che hanno patito terribili sofferenze: per due anni e mezzo essi sono rimasti imprigionati ed ostracizzati […]. La linea di pensiero secondo la quale grazie alla guerra, Israele si farà alleati nella Striscia, l’idea che violenze ed abusi sulla popolazione renderanno queste persone più ragionevoli e che le operazioni militari riusciranno a rovesciare un regime ormai in trincea e a rimpiazzarlo con un altro a noi meno ostile è pura follia». «Quello che fa pensare – prosegue Levy – è l’apparente incapacità di Israele di far tesoro degli insegnamenti della storia: difficilmente Hamas verrà ridimensionata dai bombardamenti, esattamente come la Seconda guerra del Libano 2006 non è riuscita ad indebolire Hezbollah. L’epilogo sarà comunque un cessate il fuoco, che si poteva ottenere fin dall’inizio, risparmiandoci questa guerra superflua».

Nel frattempo, però, quasi mille persone sono morte, di cui circa 260 bambini e un centinaio di donne. E’ difficile comprendere come questo dato, così agghiacciante, non riesca a smuovere l’opinione pubblica israeliana. Come è possibile che le pur legittime istanze di sicurezza riescano a scalzare ogni altra forma di buon senso? Quante altre immagini di bambini ammazzati dovranno passare in televisione prima che si manifesti una qualche reazione? Se lo chiede anche Levy: «L’aggressione scatenata e la brutalità sono giustificate con il pretesto della ‘cautela’. Lo spaventoso bilancio di morte – circa 100 Palestinesi morti per ogni Israeliano ucciso – non riesce a stimolare nessuna domanda, quasi che si fosse deciso che il ‘loro’ sangue vale un centesimo del nostro, cosa che fa di noi dei razzisti».

A dispetto della narcosi generale, qualcosa si sta muovendo a livello di organizzazioni non governative: «B’Tselem», infatti, una delle più note Ong israeliane nel campo dei diritti umani, ha richiesto formalmente a Meni Mazuz, Attorney general del ministero degli esteri d’Israele, di indagare sulla legittimità del metodo seguito dall’esercito per selezionare i suoi obiettivi [sotto accusa ad esempio gli attacchi ai poliziotti]. Sarit Michaeli di B’Tselem sostiene che, «secondo i criteri umanitari, molti degli obiettivi scelti non sarebbero legali». Human rights watch, invece, ha chiesto alle Nazioni unite l’istituzione di una Commissione d’indagine sui presunti crimini di guerra perpetrati dall’esercito israeliano; si tratta ovviamente di una misura più che altro simbolica, dato che, anche se l’organizzazione internazionale avrebbe teoricamente il potere di ordinare un’inchiesta e perfino di allestire un tribunale internazionale, simili misure verrebbero bloccate dal veto Usa e, forse, anche da quello britannico.

Amnesty International, dal canto suo, attraverso uno dei suoi investigatori sul campo in Israele, Donatella Rovera, ha sollevato la questione dell’uso di artiglieria pesante in zone densamente abitate, e la pratica dell’esercito israeliano di requisire abitazioni, confinare un’intera famiglia al piano terra, ed usare la costruzione come piattaforma per cecchini. Un caso di scuola nell’utilizzo di scudi umani da parte della cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente.



gennaio 11 2009

La politica estera di Obama

Giancarlo Elia Valori, non e' un tipo 'comodo'. Abituato a parlare fuori dei denti, i suoi interventi hanno spesso suscitato polemiche anche se i suoi oppositori gli riconoscono grande esperienza e conoscenza soprattutto dei problemi del Medio Oriente.

Ospitiamo volentieri questa intervista che costituisce un interessante canovaccio per chi dovra' suggerire al Presidente eletto Barack Obama soluzioni adeguate per risolvere la crisi in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente.
E, piaccia oppure no, il parere di Giancarlo Elia Valori, viene seguito con attenzione a Washington.
Suggeriamo al Lettore di andare su Internet per leggere il 'bio' di Valori.

_______________________________________________________________

Intervista sulla politica estera USA

Mentre Barack Obama ascende alla Presidenza USA, gli Stati Uniti teorizzano, per mezzo dei loro più influenti think tanks, la “età della non polarità”, il momento del sostanziale abbandono da parte degli Stati Uniti del loro ruolo di superpotenza globale. Come vede questa situazione iniziale?

Barack Obama e il suo, vice-presidente Joe Biden, che suppongo svolgerà un forte ruolo nella futura amministrazione USA, vogliono con ogni evidenza liberarsi dell’Iraq, che continua a consumare l’attenzione americana in Medio Oriente e nel Golfo Persico, favorendo la stabilizzazione del governo di Al Maliki e l’autonomia energetica di Baghdad. Immagino che Obama abbia netta la percezione della presenza dell’Iran nel quadrante iracheno, e il rilievo cruciale che ha la congiunzione territoriale e strategica che l’Iraq ha con l’Afghanistan e quindi con l’Asia Centrale. La Federazione Russa ha securizzato le sue linee sostenendo il riarmo nucleare iraniano, mentre alcune forze interne al regime di Teheran potrebbero accettare un accordo con gli USA che stabilizzasse l’Iran come potenza nucleare in cambio di una presenza di Teheran come risolutore delle tensioni afgane e come elemento di stabilizzazione del regime di Kabul. Un progetto peraltro già attivato nel quadro della Shangai Cooperation Organization. Barack Obama, Joe Biden e Ms. Clinton potrebbero riattivare il progetto GUAM (Georgia Ucraina Azerbaigian e Moldavia) per integrare gli interessi iraniani nel sistema centrale asiatico. Il Pakistan, con la tensione agli estremi ai confini con l’India contigui all’Afghanistan, non potrà estendere al massimo il suo “braccio” strategico verso il territorio afgano, e questo permetterà il massimo di estensione del sistema iraniano-saudita-americano verso Kabul. Per l’Unione Europea, Obama vuole soprattutto un forte legame NATO con gli Europei per risolvere, il prima possibile, il dramma afgano. Il contemporaneo sostegno all’ulteriore allargamento dell’UE avrà effetti negativi sui maggiori partners europei degli USA, mentre l’interesse primario USA per l’entrata della Turchia nell’UE potrà causare tensioni con la Francia e con la Chiesa Cattolica. Obama cercherà in ogni caso una mediazione “forte” dell’UE per gestire la questione iraniana, ma questo implica che gli Stati UE abbiano le stesse idee su Teheran, il che, talvolta, non ci pare accadere. Gli altri aspetti del programma europeo di Barack e di Joe Biden riguardano il disarmo nei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia e la collaborazione per le global issues che stanno tanto a cuore ai think tanks USA: il riscaldamento globale, l’ecologia, la prevenzione dei conflitti. Non che queste cose non siano fondamentali, certo, ma c’è il pericolo della eterogenesi dei fini di cui parlava Giovanni Gentile, che abbiamo visto purtroppo all’opera in fasi passate della politica statunitense.

Lei non ha fatto cenno, se non per la querelle irachena, al Medio Oriente. Come cambierà la politica USA verso quel quadrante con la Presidenza Obama?

I documenti dell’allora candidato Obama sul Medio Oriente sono scarsi ma significativi: Obama sosterrà la politica di pace di Israele nei confronti dell’ANP e della soluzione due popoli-due stati, che era stata la chiave, non dimentichiamolo, della Presidenza di George W. Bush. Immagino che Obama, da Presidente USA, intenda stabilizzare il Medio Oriente rendendo democratico e federalista l’Iraq, ponendosi come potenza occidentale egemone negli Stati del Golfo, e portando la linea di intervento diretto degli USA verso il Golfo Persico e l’Asia Centrale, il che implica una regionalizzazione del Medio Oriente e una sua gestione fortemente multilaterale con l’EU e, in futuro, perfino con la Russia. Non sarebbe una cattiva idea, ma gli USA, a mio avviso, non dovrebbero sottovalutare le tensioni dell’Egitto e della Giordania. Né la vastità degli interessi sauditi nella regione. Il sostegno ad Israele non mancherà di certo da parte del Presidente Barack Obama, ma sempre in un quadro di politica multilaterale con l’UE. A questo, probabilmente, serve la sottolineatura che il ticket Obama-Biden ha fatto della situazione a Cipro e in Turchia. Direi che, oggi, Obama pensa ad una sorta di controllo remoto del Medio Oriente. Ma questo progetto non può non riaffermare lo storico legame tra gli USA e lo Stato Ebraico. Che e' essenziale per essere credibili con Teheran.

La Cina. Il “convitato di pietra” della politica estera e economica degli USA. Come si muoverà Barack Obama con Pechino?

Le dichiarazioni del team presidenziale sono state, diversamente da quello che è accaduto per i quadranti strategici africano e perfino mediorientale, molteplici e approfondite, per quanto riguarda la Cina. Questa sarà una presidenza delle strategie indirette, non della “globalizzazione della democrazia”, come quella di G.W. Bush. Anche la democrazia universale era, peraltro, una “strategia indiretta”, per stabilizzare i punti di crisi. Ma il terrorismo non è un’entità autonoma, è un processo politico complesso che ha strutture, organizzazioni, reti e media che vanno ben oltre il semplice atto di terrore, il jihad è un progetto politico globale che ha anch’esso un vasto arsenale di “strategie indirette”. C’è poi il problema che i terroristi e i loro amici, quando ci sono le elezioni, votano anche loro, ed i risultati di questa fretta elettorale si sono visti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il Presidente Obama, se posso formulare un modesto consiglio, dovrebbe aggiungere alla democratizzazione globale una serie di altre operazioni, sia militari che indirette, volte ad evitare che il processo di globalizzazione della democrazia occidentale si ritorca contro lo stesso occidente e destabilizzi ulteriormente strutture politiche che, invece, dovrebbero essere, machiavellicamente, “atterrate e vinte”. Joe Biden e Obama hanno sostenuto la necessità, in campagna elettorale, di un “candido dialogo” con la Cina, sostenendo gli alleati storici degli USA nella regione. Il problema è che la Cina possiede direttamente il 20,45% dei titoli di debito pubblico degli USA, e che ogni espansione prevista della spesa pubblica USA dovrà passare dal sistema finanziario cinese e dai suoi “fondi sovrani”, e quindi il salvataggio e la ristrutturazione della economia statunitense passano da un rafforzamento dei tratti bilaterali del sistema USA-Cina. Tanto maggiore il sostegno finanziario di Pechino, tanto minore l’autonomia USA in Asia, tanto maggiore la capacità degli USA di ridenominare i propri debiti e venderli alla UE, tanto maggiore sarà l’autonomia USA in campo globale, soprattutto in Asia e nel Pacifico, ma anche in Africa e, in futuro, in Medio Oriente. La capacità di cooptare la Cina in una politica di protezione ambientale globale, data la situazione infelice del regime di Pechino in campo ecologico, sarà determinante, e Obama lo ha scritto e detto. Ma, anche qui, tanto maggiore la disponibilità cinese a inserire “limiti allo sviluppo” nel suo turbocapitalismo trainato dall’export, tanto maggiori e lunghe nel tempo saranno le certezze che i dirigenti di Pechino desidereranno avere sui comportamenti economici, finanziari, strategici degli USA e dei suoi alleati europei. Gli altri aspetti della politica obamiana verso la Cina saranno quelli dei diritti umani e della cessazione delle politiche repressive di Pechino verso le sue minoranze e della amicizia cinese mostrata ai regimi corrotti e repressivi del Sud est asiatico e dell’area periferica della Cina. Non è impossibile che questo talvolta riesca, ma Pechino ha bisogno di un suo estero vicino amico e che permetta la sua rapida proiezione di potenza in tutto lo hearthland asiatico. Quindi, o si procede a una politica di inglobamento della Cina in alleanze regionali, come la Shangai Cooperation Organization, che diluiscano l’”egemonismo” occidentale in un quadro di stabilità multipolare, oppure la Cina continuerà a tradurre nella lingua di Mao Zedong e di Zhou Enlai la ferocia unificatrice di Qin Shi Huang, il primo imperatore han che chiuse la fase degli “Stati Combattenti” e abolì il feudalesimo nella Cina. Mao diceva che occorreva essere “mille volte più feroci di Qin Shi Huang”. Dubito che il Presidente Obama riuscirà a convincere Pechino, governata da comunisti, e quindi da lettori di Hobbes e Machiavelli, ad una politica dei “diritti umani” senza solide contropartite. La questione della politica di “una sola Cina”, che gli USA hanno tacitamente accettato “sui due bordi dello stretto di Taiwan”, senza riconoscere la sovranità della Cina comunista sulla Repubblica di Taiwan, senza peraltro riconoscere la sovranità di Taiwan sul suo territorio, potrebbe diventare il grimaldello attraverso il quale bloccare gli USA in Estremo Oriente. La questione, per Pechino, è solo di tempo e di forma, non di sostanza. Prima o poi, Taiwan sarà parte della Repubblica Popolare Cinese, e si tratta casomai di vedere come questa operazione sarà accettata dalla Federazione Russa, dall’India e, soprattutto, dal Giappone. Potrebbe essere parte di un big deal: noi cinesi diventiamo finanziatori della ripresa americana, voi ci lasciate mano libera nel Pacifico. E’ una delle vere poste in gioco, e sarà bene vedere se l’Europa, che ha subito finora i contraccolpi della crisi finanziaria USA, potrà porsi in collaborazione amichevole con gli USA per finanziare la ripresa economica americana, che sarà tanto più solida e sana tanto meno sarà legata ad un solo mercato di beni e di capitali che sarà capace di riattivare la locomotiva americana. Non lasciare soli gli USA, non lasciare sola la Cina. Potrebbe essere uno slogan utile sia per l’Italia che per l’UE.

E ora parliamo della Federazione Russa. Dopo la crisi in Georgia, le tensioni sulla complessa situazione mediorientale, lo shopping petrolifero e gaziero degli europei in Russia e in Asia Centrale, Mosca non è più la “potenza regionale” alla quale si potevano fare tutti i dispetti strategici possibili. Come vede la nuova politica di Barack Obama nei confronti di Mosca?

Gli analisti russi vedono la crisi USA come l’inizio della regionalizzazione della superpotenza americana. E’ la stessa prospettiva di lungo periodo che hanno gli analisti cinesi, probabilmente indiani, certamente iraniani. Gran parte della mediazione sui “punti caldi” delle questioni strategiche che riguardano gli USA verte sull’esatto timing in cui costringere una America indebolita a cedere su punti essenziali, sui quali si costruiranno le egemonie globali future. Ora, gli analisti russi hanno accolto con favore la elezione di Barack Obama in quanto egli collaborerà con la Federazione Russa per risolvere la crisi economica che attanaglia entrambi i Paesi, e soprattutto farà cessare la “guerra fredda”. Per i dirigenti russi, i tentativi di isolare Mosca in Kossovo, in Georgia e in Ucraina, e di ripetere la dislocazione dei missili strategici di nuova generazione e le reti di early warning in Polonia e Cechia sono state la dimostrazione definitiva che la guerra fredda non è mai cessata. Gli amici russi non hanno torto: la Russia e gli USA mantengono Triadi (missili nucleari strategici, sottomarini con armi atomiche, bombardieri strategici) per un totale di 2000 testate in stato di alta allerta, mentre la Cina l’India e il Pakistan stanno creando Triadi nucleari, mentre l’UE e la NATO hanno depotenziato il loro sistema nucleare strategico e espanso l’area della armi nucleari non strategiche, sia in Europa che altrove. Quindi, la Russia non più comunista di oggi vuole esattamente quello che voleva l’URSS all’epoca della guerra fredda: la denuclearizzazione dell’Europa. Il che è impossibile, certamente, e Mosca lo sa bene, ma l’idea dei decisori russi è quella di coinvolgere gli USA e la UE, e quindi la NATO, in un sistema multipolare di sicurezza che sia delineato sull’asse Nord-Sud, non sull’asse Est-Ovest. Mosca potrebbe offrire in cambio una pacificazione forte del Medio Oriente, l’apertura agli occidentali dell’area siberiana, la stabilizzazione del confronto con le piccole potenze regionali emergenti, una mano forte contro il jihad globale. Uno scambio ineguale, certamente, ma che potrebbe tornare ragionevole se gli USA intendessero davvero operare una recovery rapida e stabile della loro economia troppo finanziarizzata. Una “Alleanza Per la Pace” con la Russia potrebbe essere utile per l’UE e gli USA sul piano economico, definire finalmente lo scontro con il jihad, regionalizzare le economie concorrenti ed emergenti del Sud Est asiatico e dell’area indiana, stabilizzare l’Afghanistan. Si tratta di capire quanta è la buona fede di Mosca, la capacità di gestione autonoma delle crisi UE e USA, e definire i sistemi di riequilibrio economico tra USA,, Cina e Russia, troppo squilibrati a favore del debito pubblico statunitense, ed infine definire una politica monetaria che ricostruisca un “paniere” di monete” e il loro range di oscillazione, proibendo così molti attacchi di guerra economica infra ed extra occidentali e evitando le punte più severe dei cicli economici. Non si tratta di eliminare il Dollaro USA come lender of first and last resort, ma si potrebbe immaginare una nuova macchina monetaria simile a quella impostata con il Progetto Euro, in cui una divisa prima fittizia e poi reale prende progressivamente il posto delle monete emesse nei paesi della “Alleanza per la Pace”, che servirebbero, con oscillazioni simili a quelle del vecchio “serpente monetario” europeo, per le transazioni interne. Un progetto futuribile, ma tutto è ugualmente futuro, prima di esser realizzato. E’ una “identità degli indiscernibili”, come la chiamava Leibniz. E' uguale tutto quello che non si può differenziare. Se Obama farà passi seri verso la smilitarizzazione bilaterale del confine terrestre europeo, e accetterà status differenziati per l’entrata in futuro di Ucraina e, passata la buriana dell’estate scorsa, della Georgia, nella NATO, la Federazione Russa potrebbe ricominciare a pensare strategicamente ad un rapporto collaborativi sia con la NATO che con gli USA. E, si ricordino sempre i Paesi europei che fanno affari grossi con la Federazione Russa nel settore energetico, che senza un braccio armato, non minaccioso certo ma credibile tous azimuts, gli affari durano poco. E’ la storia, per ripetere una citazione machiavelliana, dei “profeti disarmati che sempre ruinano”, e non vincono mai.

Israele e il Medio Oriente. Ne abbiamo già parlato in questa sede, ma vorrei chiederLe qualche chiarimento in più: come vede il futuro dello Stato Ebraico, durante la Presidenza Obama e magari oltre?

Israele verrà vestito nell’abito stretto della vecchia politica “due popoli-due stati”, che è peraltro anche statisticamente inesatta. E ricorda troppo da vicino la regionalizzazione su basi etniche che tanti danni ha fatto nei Balcani dai primi anni ’90 in poi. Una balcanizzazione del Medio oriente è lo scenario peggiore, immagino, per Tel Aviv. E certo l’”Hanastan” nella Striscia di Gaza, l’afflusso di mujaheddin nell’area confinaria ad Israele soprattutto dalla Giordana e dall’Irak, la prossima penetrazione violenta, se non vi saranno contrasti seri, della Cisgiordania dell’ANP da parte di Hamas e dei movimenti collegati, è uno scenario globalmente poco incoraggiante, per usare un eufemismo. La Presidenza Obama potrebbe essere utilissima per Israele se riuscisse a securizzare il “secondo cerchio” dei confini arabi e islamici di Tel Aviv, stabilizzando l’Iraq, sostenendo la politica di Abdallah di Giordania contro il suo jihad che si unisce a quello di passaggio, tenendo ferma la Siria e integrando il potere e la credibilità russa nel mondo arabo per favorire una decelerazione della ascesa agli estremi della guerra, che oggi sarebbe, per Israele, tra sé e le sedi regionali del jihad globale. Si potrebbe immaginare una pressione sull’Iran per disattivare il suo sostegno ad Hezbollah in cambio di una trattativa seria sul nucleare di Teheran, da rivedere comunque in chiave civile e gestendo la questione in rapporto con Russia e Cina. Israele potrebbe, come già ha iniziato a fare , attivare una intesa strategica con Mosca, e lavorare con l’India ad un triangolo strategico Turchia-Israele-India che copra e metta in sicurezza l’area del Golfo Persico e la Penisola Arabica. Una maggiore affidabilità ideologica e strategica dell’UE potrebbe far pensare addirittura ad un ampliamento del legame bilaterale attuale tra NATO e Israele, e ad una garanzia NATO sulla sicurezza marittima e a lungo raggio di Egitto e Libano che cadrebbe immediatamente se cadessero anche le condizioni contrattate della sicurezza a medio raggio di Tel Aviv. Lo Stato Ebraico sopravviverà, certamente, ma sarà sempre più capace di internazionalizzarsi fuori dallo schema regionale mediorientale, in cui Tel Aviv potrebbe divenire il pivot della integrazione e dello sviluppo economico per tutti in cambio di serie e verificabili condizioni di pace. La Pace non sarà mai perpetua, come sognava Immanuel Kant, ma si può fare molto di più di quanto oggi si immagina per pacificare e stabilizzare il Pianeta. E la Presidenza Obama, con la sua attenzione alle global issues del clima, dell’ecologia, dello sviluppo dell’Africa e dei diritti umani, certamente sarà un centro di irradiazione del nuovo equilibrio mondiale a cui tutti, in Europa e in Medio Oriente, tendiamo, magari anche senza saperlo.http://oscarb1.blogspot.com/

NUOVI LEADER CERCASI PER IL MEDIO ORIENTE

Con la richiesta di nuovi dirigenti, capaci di guidare i popoli alla pace, il Papa chiude la polemica fra Vaticano e Israele su Gaza

Paolo Curtaz




Per fermare il conflitto in Palestina e dare una sterzata al processo di pace in medo Oriente occorrono “nuovi leader, capaci di guidare i due popoli verso la difficile ma indispensabile riconciliazione”. Benedetto XVI sfrutta la ghiotta occasione del tradizionale discorso al corpo diplomatico accreditato in Vaticano per ribadire la posizione della Santa sede sul conflitto a Gaza. E non manca di riferirsi alle prossime elezioni (israeliane e palestinesi), criticando implicitamente la leadership attuale che, da una parte e dall’altra, ha trascinato le due nazioni sull’orlo della guerra totale.
Ieri, nel discorso ai 177 ambasciatori presenti oltretevere, papa Ratzinger ha toccato le grandi questioni internazionali come i disastri naturali, la povertà e le guerre, ma ha centrato il suo lungo e calibrato intervento – che costituisce un tradizionale riferimento per comprendere la politica estera della Santa sede – sulla crisi di Gaza, che tanta sofferenza sta causando a quelli che la Chiesa definisce “i popoli di Terrasanta”. Il pontefice ha ribadito che a Gaza “l’opzione militare non è una soluzione” e “la violenza, da qualunque parte provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata fermamente”. Ha ripetuto l’appello alla tregua, chiedendo “l'impegno determinante della comunità internazionale” affinché “siano rilanciati i negoziati di pace, rinunciando all'odio, alle provocazioni e all'uso delle armi”.
Benedetto XVI ha chiuso, a suo modo, la polemica che nei giorni scorsi ha interessato Vaticano e Israele: il cardinale Renato Martino aveva infatti definito Gaza “un campo di concentramento”, stigmatizzando con durezza le operazioni e la politica israeliana. E se ieri il papa ha voluto ammorbidire i toni e non allargare il fossato con Tel Aviv, è pur vero che cardinale aveva raccolto il malcontento e gli accorati appelli della comunità cristiana di Terrasanta, molto critica verso la nova offensiva israeliana. I Patriarchi cristiani di tutte le confessioni hanno condannato l’attacco, mentre da oltre un anno la Caritas di Gerusalemme denuncia la crisi umanitaria a Gaza e chiede – invano – di poter portare aiuti umanitari nella Striscia, chiusa dall’esercito e divenuta “una prigione a cielo aperto”.
Altre due delicate questioni restano aperte nel rapporto Vaticano-Israele e influenzano gli scambi di questi giorni: il possibile e desiderato viaggio del papa in Terrasanta (previsto a maggio 2009, se le condizioni lo permettono); e il l’irto cammino dei negoziati bilaterali per il riconoscimento giuridico delle proprietà della chiesa e dei luoghi sacri cristiani a Gerusalemme e dintorni. L’agenda degli incontri è fitta nei prossimi mesi. Anche il Vaticano, dunque, non ha interesse a tirare troppo la corda con Tel Aviv.http://www.lettera22.it/showart.php?id=10075&rubrica=21



gennaio 9 2009

L’AMERICA LATINA SOLIDARIZZA CON GAZA

 

Gennaro Carotenuto

Manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese si sono ripetute in queste due settimane in tutta l’America latina. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutto il Continente, dall’estremo nord, il Messico, fino all’estremo sud australe, l’Argentina. La decisione diplomatica più chiara l’ha presa il presidente venezuelano Hugo Chávez: ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore israeliano per protesta contro i bombardamenti nella striscia di Gaza espellendolo dal paese. Anche altri paesi della regione, pur non arrivando a passi diplomatici di questa rilevanza, hanno emesso comunicati ufficiali di forte critica al governo israeliano. Dall’Argentina a Cuba, dalla Bolivia al Nicaragua all’Ecuador i governi latinoamericani per definire quanto avviene a Gaza hanno usato aggettivi come “criminale” e “terrorista”.
Le manifestazioni hanno assunto toni distinti a seconda dei luoghi. In quelle argentine ha prevalso l’idea di una solidarietà comune. In Argentina, dove vive la seconda comunità ebraica al mondo dopo quella statunitense con più di 200.000 persone, infatti nel 1994 ebbe luogo uno dei più gravi attentati antisemiti del dopoguerra al mondo, quello contro l’AMIA (Associazione Mutua Israelo Argentina) che ebbe un saldo di 85 morti. Se abbiamo solidarizzato con le vittime dell’AMIA, hanno detto i partecipanti alle manifestazioni, come possiamo non condannare gli attacchi contro Gaza e solidarizzare con le vittime palestinesi? In Messico in cambio i toni della manifestazione sono stati più bellicisti associando direttamente il governo israeliano a quello statunitense e usando termini come “genocidio” e “olocausto”. Le manifestazioni boliviane invece sono state caratterizzate dalla richiesta incessante della pace, di un immediato cessate il fuoco e dall’urgenza del soccorso alle vittime con la distribuzione immediata di medicinali e viveri.
Nel comunicato della Cancelleria (Ministero degli Esteri) venezuelana si legge: “In quest’ora tragica e indignante, il popolo venezuelano manifesta la sua solidarietà con il popolo palestinese ed è partecipe del dolore di migliaia di famiglie per la perdita dei loro cari e tende loro la mano affermando che il governo venezuelano non riposerà finché non vedrà severamente puniti i responsabili di tali crimini”. La risposta israeliana è stata se possibile più dura. Per Ygal Palmor, portavoce del ministero degli esteri israeliano sono parole “brutali” e “chi si allea con gli integralisti, gli estremisti e gli assassini, perde tutto il rispetto e tutto l’onore”.

fonte www.gennarocarotenuto.it



gennaio 8 2009

...and the winner is...Al Qaeda?

Marc Lynch è diventato, negli ultimi anni, uno degli studiosi americani che più conoscono i Fratelli Musulmani, soprattutto quelli giordani ed egiziani. In questo intervento nel suo blog su Foreign Policy, Lynch analizza in corsa l'ultimo proclama di Ayman al Zawahri, l'urologo egiziano considerato ora l'ideologo di Al Qaeda. Lynch ricorda che, dal punto di vista politico e anche dottrinale, i Fratelli Musulmani sono stati i più efficaci antagonisti di al Qaeda nel mondo arabo. Se Hamas s'indebolisce, la Rete del terrore non è per niente triste. Anzi.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/



gennaio 7 2009

Dove si vota a gennaio

Gli appuntamenti elettorali nel mondo in questo gennaio sono due e sono entrambi nel continente americano.

Il 18 gennaio si vota in Salvador, per eleggere 84 deputati al Parlamento, 20 deputati al Parlamento dell’America Centrale e rinnovare 262 consigli municipali. Quest’elezione farà da preludio alle elezioni presidenziali di marzo, che vedono sfidarsi i conservatori dell’ARENA, al governo praticamente da quando il Salvador è una democrazia, cioè dal 1992, e i socialisti del FMLN, un cartello che unisce i movimenti marxisti, comunisti e socialisti eredi della guerriglia che si opponeva alla dittatura, nel corso della seconda metà del novecento. Il FMLN è guidato da Mauricio Funes, che prima di essere scelto come leader della formazione di sinistra faceva il giornalista in un programma televisivo del mattino. La destra invece è guidata da Rodrigo Avila, in seguito al risultato di una tornata di primarie interne. I sondaggi sembrano indicare per il FMLN la possibilità di battere i rivali conservatori, per la prima volta nella breve storia del paese. Ci sono però ancora frequenti scontri tra i militanti dei due partiti, in un paese che è uscito da una sanguinosa guerra civile appena sedici anni fa. L’Unione Europea manderà degli osservatori.

Si vota poi giorno 25 nella Bolivia di Evo Morales, per due referendum più volte indetti in passato e poi rinviati. Il primo quesito riguarda le dimensioni massime che può avere un terreno di proprietà privata. Il secondo è quello che è al centro delle attenzioni di tutta l’America latina, e chiede l’assenso a ratificare una nuova costituzione. Questa costituzione prevederebbe diverse riforme in senso socialista dello stato, fermando le istanze federaliste delle regioni più progredite, nazionalizzando materie prime e risorse naturali, preparando per il terreno per un successivo referendum riguardo la possibilità di restringere ulteriormente la possibilità di possedere un appezzamento di terra. Inoltre, la nuova costituzione permetterebbe a Evo Morales di cercare altri due mandati da presidente, riuscendo così a rimanere in carica potenzialmente fino all’anno 2019 (è stato eletto nel 2006). E’ un colpo simile a quello provato da Chávez qualche tempo fa. Speriamo che faccia la stessa fine.http://www.francescocosta.net/



gennaio 6 2009

Il teatro sperimentale di Çapaliku

    scrive Marjola Rukaj

Stefan Capaliku
Stefan Çapaliku, drammaturgo e linguista, è una personalità di spicco dell'arte contemporanea albanese. Con lui abbiamo parlato della difficile situazione del teatro in Albania, della rivalutazione artistica del dialetto gheg, e dei rapporti degli albanesi con se stessi e con gli altri
Stefan Çapaliku, drammaturgo e linguista di Scutari, è una personalità di spicco dell'arte contemporanea albanese. Conosciuto in particolar modo per le sue pièces teatrali, Çapaliku rappresenta una novità sulla scena albanese, inserendo nuovi strumenti di espressione teatrale sperimentale mancanti nel teatro contemporaneo albanese. Collaborando con i migliori nomi dell'arte scenica di Tirana come Ema Andrea e Tinka Kurti, egli tratta con un filo di ironia riflessiva temi dell'attualità albanese, quali l'identità e il confronto degli albanesi con l'estero, i rapporti in famiglia sotto l'ombra del Kanun, nell'era di internet. Non mancano tra le tematiche i rapporti tra i popoli balcanici attraverso interessanti metafore della cultura albanese scritte con la sensibilità e la capacità di giudizio di chi, come l'autore, vive tra più paesi balcanici. Çapaliku rivisita aspetti poco noti dell'ambiente culturale della città da cui proviene con un particolare sguardo alla cultura gheg urbana nell'epoca pre-comunista. Diversamente dalla precedente tradizione albanese, il suo teatro può assumere una valenza universale, che porta a riflettere oltre le tematiche strettamente albanesi. Con le opere di Çapaliku il teatro albanese è riuscito negli ultimi anni a oltrepassare i confini nazionali, grazie alle numerose rappresentazioni e alle traduzioni dei suoi drammi.


Come si presenta il teatro albanese negli ultimi anni?

Parlare del teatro albanese oggi è come pretendere di dipingere la tour Eiffel con uno spazzolino da denti. E' un sistema marcio, identico a ciò che era durante il regime totalitario, e monopolizzato, statale ma non pubblico, chiuso come un ghetto, e non ha il supporto di alcuna volontà politica. Inoltre non esiste un mercato teatrale e il teatro rimane sconosciuto, tradizionalista e fanatico, inaccessibile alle nuove generazioni. Che dire è un teatro infelice e disperato.

Perché c'è così poco teatro in una società in cui gli spunti per fare arte e dire la propria non mancano affatto?

Penso sia dovuto al fatto che da sessant'anni il teatro è stato uno specchio cieco, non ha mai offerto alcuna possibilità di auto-identificazione per gli spettatori; perché si è sviluppato in un paese in cui manca una cultura teatrale. Di conseguenza, anche la domanda è sempre stata scarsissima. Negli ultimi anni la situazione è peggiorata ulteriormente. Un grave problema del teatro albanese odierno è che non c'è più gente che faccia questo mestiere, e che abbia avuto una formazione all'estero. Quindi mancano le nuove tendenze, è un teatro che non riesce ad aggiornarsi, rimane fanaticamente classico e non riesce in alcun modo a reggere la competizione.

Nel suo teatro si nota una forte tendenza a iniziare a scrivere in gheg. E' possibile oggi fare una cosa del genere?

Io cerco di scrivere come la gente parla. Sono aperto a qualsiasi fenomeno linguistico. Per fortuna l'albanese è una lingua in piena evoluzione. E soprattutto c'è da sottolineare che la lingua si muove senza tenere conto delle grammatiche e degli accademici. A mio avviso, oggi il gheg è in continua espansione e questo fatto non deve essere trascurato. Di solito i miei personaggi sono presi dal mio contesto culturale, che è gheg scutarino, e naturalmente non possono che parlare e muoversi nella cultura gheg. Il principio a cui cerco di attenermi è di creare un teatro con cui gli spettatori riescano a identificarsi, nei comportamenti, nel parlare e nell'agire dei personaggi. Direi quindi che la scelta di fare teatro gheg è stata una cosa più che naturale.

Come affronta la mancanza di una standardizzazione dell'albanese gheg? In molti oggi tentano di scrivere in gheg ma sono molto lontani dalla lingua degli scrittori di inizio secolo e, soprattutto, è molto evidente la mancanza di coerenza di una lingua standardizzata.

Il gheg è una variante linguistica molto ricca e con un'ammirevole tradizione letteraria. Non penso che si sia mai atrofizzata del tutto. L'hanno elaborata grandi maestri come Pjetër Bogdani nel '600, Ndre Mjeda, Gjergj Fishta, Ernest Koliqi, a inizio secolo, Martin Camaj, Primo Shllaku, più recentemente. Penso quindi che i modelli letterari non manchino.

Una delle sue pièce più rappresentate in Albania e all'estero, è “I'm from Albania”, che è una sorta di sintesi dei complessi psicologici degli albanesi. Che cos'è che tormenta gli albanesi oggi quando si confrontano con l'estero?

“I'm from Albania” è la storia di una giovane donna in carriera nell'amministrazione pubblica albanese, che parte per un importante appuntamento internazionale, mentre deve anche combattere con la natura a causa del ciclo mestruale. Così porta con sé non solo la sua fertilità ma anche la fame di essere presente e integrata nell'ambiente internazionale. Il modo come lei vede gli altri e come gli altri vedono lei, costituisce il conflitto drammatico dell'opera. Gli albanesi sono un popolo latente, ancora sottosviluppato, molto curioso, e dalla mente aperta. Il fatto che gli albanesi non abbiano ancora disegnato un proprio profilo, fa sì che gli altri li vedano da punti di vista estremisti e contraddittori, c'è chi dice che sono brutti, c'è chi dice che sono bellissimi, c'è chi dice che sono comici, e altri che li descrivono come maestosi. Sono tutte cose che a modo loro sono vere.

Sembra che il particolarismo, che sta tanto a cuore al nazionalismo albanese, “non siamo né slavi, né latini, né turchi...”, oggi viene percepito come un handicap che isola... E' così?

Questa è la sfida dell'albanese contemporaneo. Nessuno lascia veramente questo paese ma tutti vogliono allontanarsi. Come diceva anche il prof. Çabej: “la voglia di emigrare è la nostalgia del ritorno”, e quindi la voglia di essere altro da sé, ma anche di non perdere se stessi, sono un binomio indissolubile presso gli albanesi.

Perché ha scelto di parlare dei Balcani, nella pièce “Balkanexpress”, attraverso l'antico indovinello albanese sull'uomo che deve portare da una sponda all'altra di un fiume un lupo, una lepre e un cavolo con una barca che può trasportare solo uno di loro e l'uomo?

La questione dei Balcani, l'impossibilità di convivere pacificamente, è una cosa che mi ha sempre fatto riflettere. In particolar modo tutto questo riguarda la situazione della penisola dopo il crollo del comunismo. A mio avviso buona parte della responsabilità sta in un fenomeno molto diffuso: chi è il boia per alcuni, diventa eroe per altri, e viceversa. E' inutile dire a questo punto che i Balcani, tutti i popoli balcanici, albanesi compresi, devono demistificare il proprio passato, senza però fare tabula rasa del passato. La nostra storia è estremamente complessa e confusa. Spesso somiglia a una ragazza dalle gambe lunghe che attraversa da una sponda all'altra la storia, lasciando dietro il vuoto e un mucchio di incognite. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10543/1/51/

Il Times: Israele bombarda Gaza con fosforo bianco. La BBC: lo fece già in Libano.

 

fosforoGaza.jpg

 

[Riportiamo due articoli e un video. Il primo articolo è la traduzione della notizia data oggi dal Times, secondo cui bombe al fosforo bianco sono state utilizzate a Gaza City. L'ipotesi, basata su un'analisi di immagini dell'attuale guerra mossa da Israele su Gaza, appare in queste ore sui media di tutto il mondo. Non si tratta di un'ipotesi peregrina, se consideriamo il secondo articolo che pubblichiamo in traduzione: si tratta della notizia data dalla BBC sull'ammissione da parte di Israele, la prima nella sua storia, di avere utilizzato fosforo bianco nella guerra in Libano (qui la versione video della notizia data da "Democracy Now!"). La notizia, che ebbe risalto internazionale, non sortì il medesimo clamore in Italia. Il video proposto in calce, infine, surrogherebbe l'ipotesi dell'utilizzo di fosforo bianco a Gaza. Il fosforo bianco è bandito come arma in luoghi popolati dal Trattato di Ginevra. Qui, una descrizione dei suoi devastanti effetti]

frecciabr.gif ISRAELE BOMBARDA A PIOGGIA GAZA CON FOSFORO BIANCO
di Sheera Frenkel e Michael Evans
[dal Times, 5 gennaio 2008]

Esistono elementi che inducono a sostenere che ieri, 4 gennaio 2008, Israele abbia utilizzato fosforo bianco per coprire il suo attacco nella popolatissima Striscia di Gaza. Questo tipo di arma, utilizzata anche dalle forze britanniche e statunitensi in Iraq, è capace di causare orripilanti incendi, ma risulta non illegale se utilizzata come copertura schermante.
Con l’avanzata dell’esercito israeliano verso la periferia di Gaza City, mentre il pedaggio di morte pagato dai palestinesi saliva oltre le 500 vittime, le suddette bombe al fosforo sarebbero state viste esplodere, rilasciando tentacoli di fitto fumo bianco per coprire i movimenti delle truppe. “Queste esplosioni sono fantastiche, producono un’enorme quantità di fumo che acceca il nemico, così che le forze militari possano avanzare” ha dichiarato un esperto israeliano per la sicurezza. Masse incendiarie di fosforo causano danni severi a chiunque sia nel raggio dell’esplosione e costringono possibili cecchini o addetti a trappole esplosive a ritirarsi. Israele aveva ammesso l’utilizzo di fosforo bianco nel corso della sua campagna militare contro il Libano, nel 2006.

gaza50108.jpgL’uso di quest’arma nella Striscia di Gaza, una delle aree più popolate di tutto il pianeta, con tutta probabilità solleverà ancora maggiori proteste circa l’offensiva condotta da Israele, che finora ha causato più di 2.300 feriti tra i palestinesi.
Il Trattato di Ginevra del 1980 istituisce come norma internazionale il divieto dell’utilizzo del fosforo bianco in aree abitate da civili, ma non esiste un’interdizione della normativa internazionale a riguardo dell’uso del fosforo bianco come copertura schermante o mezzo di illuminazione del bersaglio. Tuttavia, Charles Heyman, esperto militare ed ex maggiore dell’esercito britannico, ha dichiarato: “Se il fosforo bianco è stato fatto esplodere laddove si trovava una folla di civili, qualcuno dovrà prima o poi risponderne alla Corte dell’Aia. Il fosforo bianco è anche un’arma terroristica. Le bolle di fosforo che cadono sul terreno dopo l’esplosione bruciano al solo contatto con la pelle”.
I responsabili militari israeliani la scorsa notte hanno negato l’utilizzo di fosforo, ma hanno rifiutato di di precisare cosa sia stato impiegato: “Israele utilizza munizioni che sono permesse dalla legislazione internazionale” ha dichiarato il capitano Ishai David, portavoce delle Forze di Difesa israeliane. “Stiamo andando avanti con la seconda fase dell’operazione, facendo entrare truppe nella triscia di Gaza per sistemare le aree da cui i missili sono stati lanciati verso Israele”.
Le perdite civili, nelle prime 24 ore dell’offensiva di terra – lanciata dopo una settimana di bombardamenti dal cielo, dai territori confinanti e dal mare –, contano perlomeno 64 morti. Tra queste vittime ci sono i cinque membri di una famiglia, ammazzati da un proiettile sparato da un tank israeliano contro l’auto in cui si trovavano, e un paramedico che è stato ucciso quando la sua ambulanza è stata fatta esplodere sempre da un tank. Medici di Gaza City testimoniano della presenza di numerosi bambini e donne tra i morti e i feriti.
L’esercito israeliano conta anch’esso il suo primo morto, un soldato colpito dal fuoco di un mortaio. Più di trenta soldati sono stati feriti da mortai, mine e fuoco di tiratori.

Fosforo bianco: lo schermo di fumo chimico che può bruciare le ossa

- Il fosforo bianco, se esposto all’ossigeno, brucia con un’intensa fiammata gialla, producendo denso fumo bianco.
- Viene usato per creare uno schermo di fumo per copertura oppure come strumento incendiario, ma può anche essere impiegato come composto incendiario anti-uomo che causa ferite potenzialmente fatali.
- Le ustioni da fosforo sono comunque sempre almeno di secondo o terzo grado, poiché le particelle non smettono di bruciare al contatto con la pelle, finché non si sono esaurite del tutto, e non è inusuale che esse raggiungano le ossa.
- I Trattati di Ginevra vietano l’uso di fosforo come arma di offesa contro civili, ma il suo uso come schermatura fumogena non è proibito dalla legislazione internazionale.
- Israele ha già usato fosforo bianco durante la sua guerra contro il Libano nel 2006.
- Il fosforo bianco è stato utilizzato frequentemente dalle forze britanniche e statunitensi in recenti conflitti, soprattutto durante l’invasione dell’Iraq nel 2003. Il suo utilizzo ha sollevato violentissime critiche.
- Il fosforo bianco viene detto in gergo militare “Willy Pete”, nome che data dalla Prima guerra mondiale. E’ stato utilizzato comunemente all’epoca del Vienam.


frecciabr.gif ISRAELE AMMETTE L'USO DI BOMBE AL FOSFORO
[da BBC News, 22 ottobre 2006]

Per la prima volta Israele ammette di avere utilizzato i contestati ordigni al fosforo bianco durante i combattimenti di luglio e agosto contro Hezbollah in Libano.

afp203bodycamp.jpgIl ministro Jacob Edery conferma che le bombe sono state lanciate “contro obbiettivi militari in campo aperto”.
Israele aveva in precedenza dichiarato che tali armi erano state utilizzate soltanto per illuminare gli obbiettivi.
Le armi al fosforo causano incendi chimici e sia la Croce Rossa sia le associazioni per i diritti umani sostengono che esse devono venire trattate alla stregua di armi chimiche.
I Trattati di Ginevra bandiscono l’uso del fosforo bianco come arma incendiaria contro la popolazione civile e in attacchi aerei contro forze militari presenti in aree civili.
Il ministro Edery dichiara di avere confermato l’uso di queste armi durante i combattimenti, in una sessione parlamentare della settimana scorsa, per conto del ministro della Difesa, Amir Peretz.
“L’esercito israeliano ha fatto uso di bombe al fosforo nel corso della guerra contro Hezbollah, in attacchi contro target militari in campo aperto”, ha detto il ministro.
Nessuna informazione è stata fornita in merito a quando, dove o in quale modo queste bombe siano state impiegate.
Il Libano aveva in precedenza accusato Israele di usare armi al fosforo, ma gli ufficiali israeliani avevano al tempo ribattuto che si era trattato solo di marcare e illuminare il territorio.
Il Presidente libanese Emile Lahoud aveva dichiarato alla fine di luglio: “Secondo la Convenzione di Ginevra è per caso legittimo l’uso che stanno facendo di bombe al fosforo e ordigni laser contro civili e bambini?”.
Medici degli ospedali nel Libano meridionale hanno espresso il sospetto che alcune delle ustioni che si trovavano a curare fossero causate da bombe al fosforo bianco.
Le forze israeliane hanno sostenuto che le armi utilizzate in Libano non contravvengono alle normative internazionali.


frecciabr.gif IL VIDEO: FOSFORO BIANCO ISRAELIANO SU GAZA?

 


 

 

Pubblicato


dicembre 25 2008

L'ombra del Baath su Baghdad

 

Ventitre persone, alti funzionari del ministero della difesa e di quello degli interni, sono state arrestate a Baghdad questa mattina. Sono sospettate di essere parte di una rete clandestina, chiamada al-Awda, il cui scopo sarebbe quello di riformare il partito Baath, disciolto all’inizio dell’invasione statunitense nel 2003 e dichiarato illegale. Secondo un portavoce del ministero dell’interno, i funzionari arrestati [tra cui un generale] sarebbero ancora sotto interrogatorio, per capire le dimensioni di questo network clandestino, il cui nome, che si significa «Ritorno» configurerebbe l’intenzione di riportare al potere il partito socialisteggiante e nazionalista che fu di Saddam Hussein. Secondo un’inchiesta apparsa sul quotidiano statunitense New York Times, i membri di questa rete avrebbero avuto a disposizione ingenti quantità di denaro per «comprare» nuovi aderenti, una notizia confermata dai contanti trovati in casa degli arrestati. Non c’è ancora conferma, invece, per un’altra ipotesi del New York Times, che, cioè, gli aderenti ad al Awda fossero in procinto di organizzare un colpo di stato, forse con l’appoggio di ex ufficiali e soldati della disciolta Guardia repubblicana, per rovesciare il governo del premier Nouri al Maliki. La scoperta del complotto, se di complotto si tratta, arriva comunque in un momento molto delicato. A gennaio sono previste in Iraq le elezioni regionali, considerate cruciali sia per capire la tenuta del governo sia per misurare le tendenze centrifughe che si sono manifestate tanto nel nord kurdo quanto nella provincia di Bassora a maggioranza sciita.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16178



dicembre 18 2008

Cyber (Muslim) World

Non è proprio di quelle notizie che non ci si aspettava. E' stata lanciata la versione di un mondo virtuale destinato alla comunità musulmana, soprattutto a quella che si trova in Europa per aiutare, si dice, il suo inserimento e il suo rapporto con i non musulmani. tabsir.net ha trovato questa virtual Ummah su Muxlim, che si definisce - non so quanto con precisione - la più grande comunità musulmana online. muxlim pal funziona con gli avatar etc, mi sembra un po' naive dal punto di vista grafico, ma vedremo come si svilupperà. E' evidente che, visto lo stile di Muxlim (nella foto, l'amministratore delegato nonché presidente, Mohamed al Fatatry), molto trendy e appetibile, il pubblico è quello musulmano che vive in Occidente.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/



dicembre 8 2008

Il governo degli intellettuali

Le riunioni di governo nella Cabinet Room della Casa Bianca dal 20 gennaio prossimo saranno una sorta di simposio universitario dell’Ivy League. Seduti insieme al presidente Barack Obama intorno al tavolo ovale, ci saranno un numero insolito di superlaureati di Harvard, Yale, Princeton, Cambridge e altre universita’ d’elite da cui provengono 22 dei 35 principali membri dell’ amministrazione scelti finora da Obama. […]
Sono curriculum smisurati e ‘pesanti’, quelli che portano con se’ molti membri della futura squadra di governo. E sui media la circostanza crea interrogativi: l’ultima amministrazione veramente ‘intellettuale’ che l’America ha avuto fu quella di John F.Kennedy, ma i suoi brillanti protagonisti, alcune tra le menti migliori dell’epoca, finirono per impantanare il paese nel Vietnam e per farsi la guerra l’un l’altro.
Obama, un presidente modellato da Columbia University e Harvard Law e un ex professore dell’Universita’ di Chicago, ha scelto finora un numero senza precedenti di esponenti di governo con carriere accademiche impressionanti. Il consigliere economico del presidente sara’ Larry Summers, ex rettore di Harvard. Il consigliere legale di Obama, Greg Craig, ha lauree di Harvard, Cambridge e Yale Law School. Susan Rice, l’ambasciatrice all’Onu (una posizione che sotto Obama tornera’ a essere del rango di ministro), oltre alle molteplici lauree e’ una prestigiosa ‘Rhodes Scholar’. Un gruppo di ex compagni di studi di Obama ad Harvard hanno ricevuto posti alla Casa Bianca.
”I piu’ brillanti non sempre sono i migliori”, ha messo in guardia l’opinionista del New York Times Frank Rich, citando l’esperienza di Kennedy. Anche il Washington Post e’ andato a sondare gli storici della presidenza per tracciare paralleli kennedyani e ricordare gli scontri interni e gli errori commessi dalla squadra di Jfk (poi ereditata da Lyndon Johnson), nella quale spiccavano il giovane e brillante Consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy, il capo del Pentagono harvardiano Robert McNamara e lo storico Arthur Schlesinger.
Per gli osservatori, mentre il governo Obama sta emergendo come uno dei piu’ diversificati di sempre dal punto di vista delle etnie e della presenza di donne, il rischio nel mettere insieme troppi intellettuali e’ che si crei una ‘bolla’ culturale che li isoli dal resto del paese.
Il contrasto e’ comunque netto tra la squadra di Obama e il primo governo di George W.Bush, nel quale al fianco della professoressa di Stanford Condoleezza Rice, c’erano esponenti provenienti da universita’ secondarie, come Dick Cheney e il ministro del Tesoro Paul O’Neill, e anche influenti consiglieri che non avevano finito il college, come Karl Rove. http://marcobardazzi.com/blog8/2008/12/07/il-governo-degli-intellettuali/#more-304



settembre 10 2008

Il gelato che viene dalla Cina

(Arty Flipping Smokes # 156)

(Arty Flipping Smokes # 156)

Come tante altre cose, anche il gelato arriva dalla Cina. Un viaggio che coinvolge Marco Polo: dall’Oriente fino al nostro congelatore.

di Mara Montes Vicente, Berlín. Traduzione Francesca Podda

Anche se il merito se lo prendono gli italiani, fu in Cina che si scoprì che la neve poteva avere anche un altro impiego oltre alla conservazione dei cibi. Una palla di neve con una spruzzatina di limone fu il primo sorbetto. Il gelato iniziò la sua storia come alimento composto da semplice frutta e ghiaccio, come piaceva ad Alessandro Magno o a Nerone, e si è trasformato in una pozzo di idee per i cuochi dell’alta cucina. 

(Roboppy/flickr)(Roboppy/flickr)Colui che diede inizio al viaggio del gelato fu Marco Polo, che lo fece arrivare in Europa: da qui nasce la parola spagnola “polo” a indicare il ghiacciolo. Per lungo tempo furono i sovrani iberici gli unici privilegiati a gustarselo, diffondendolo poi in Francia, Italia e Inghilterra. In ogni Paese la ricetta variava: i francesi introdussero l’uovo, nella corte inglese iniziarono a sperimentare il latte (ma sempre per mano di un cuoco francese) e gli italiani lo resero popolare. Gli americani arrivarono tardi ma ottennero grandi risultati. Nel 1846, Nancy Johnson inventò la prima macchina automatica per il gelato. Fu l’inizio dei gelati industriali.
La vaniglia e il cioccolato continuano a essere i sapori classici dell’estate, ma bisogna vedere chi resiste dal provare il sorbetto di cactus o il gelato al gorgonzola. E c’è persino alla birra! L’innovazione continua…

La ricetta del gelato al caramello 

(.deirdre./flickr)(.deirdre./flickr)Ingredienti:
Una scodella di zucchero caramellato (più o meno cotto, a seconda dei gusti);
Mezzo litro di latte;
Duecento centilitri di panna montata;
Due cucchiai di rum
Mezza tavoletta di cioccolato, fondente o al latte zucchero glassato;
Cacao in polvere, qb;
noci o nocciole tritate (facoltativo).
Preparazione:
Sciogliere lo zucchero in una pentola, e lasciarlo sulla fiamma fino a quando non diventa un po’ bruciacchiato. Successivamente lasciarlo raffreddare aggiungendoci del latte prima la pasta che diventi troppo dura. Mescolare.
Sciogliere il cioccolato a bagnomaria e unirlo al caramello e al latte. Aggiungere rum, cacao, zucchero glassato a piacimento, panna montata. Mischiare il tutto.
Lasciare nella gelatiera per trenta minuti e poi aggiungere noci o nocciole, ma soltanto alla fine per evitare di rovinare le pale della gelatiera. Se non si possiede una gelatiera, mettere il prodotto, così mischiato, comprese le noci o le nocciole, nel congelatore per un’ora, dopodiché lo si estrae e lo si mischia con una forchetta per poi riporlo nuovamente in congelatore. Ripetere l’operazione ogni ora per tre volte.
Servire a palline, decorato con panna montata, caffè o pezzetti di cioccolato.http://www.cafebabel.com/ita/article/26090/gelato-viene-dalla-cina.html



maggio 19 2008

LE MULTINAZIONALI GUADAGNANO MILIARDI GRAZIE ALLA CRESCENTE CRISI ALIMENTARE

 

 

DI GEOFFREY LEAN
The Independent on Sunday

Gli speculatori sono accusati di far alzare i prezzi dei cibi fondamentali mentre 100 milioni di persone affrontano una grave carenza di cibo

The Independent on Sunday può rivelare che i giganti del business agricolo stanno ricavando guadagni e profitti sempre crescenti dalla crisi alimentare mondiale che sta portando milioni di persone verso la morte per fame. E la speculazione sta aiutando a portare i prezzi degli alimenti base fuori dalla portata degli affamati.

I prezzi di grano, mais e riso si sono impennati durante l'ultimo anno portando i poveri -- che già spendono circa l'80% del loro reddito per il cibo -- alla fame e all'inedia.

La Banca mondiale afferma che altri 100 milioni di persone stanno affrontando una grave crisi alimentare. Eppure alcune delle più ricche aziende alimentari mondiali stanno realizzando profitti da record. Lo scorso mese la Monsanto ha riferito che il suo guadagno netto per gli ultimi tre mesi sino alla fine di febbraio di quest'anno è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2007, da $ 543 milioni a $ 1,12 miliardi. I suoi incassi sono aumentati da $ 1,44 miliardi a $ 2,22 miliardi.

I guadagni netti della Cargill sono cresciuti dell'86% da $ 553 milioni a $ 1,03 miliardi per gli stessi tre mesi. E la Archer Daniels Midland, uno dei più grandi lavoratori agricoli di soglia, mais e grano, ha incrementato i suoi guadagni netti del 42% nei primi tre mesi di quest'anno da $ 363 milioni a $ 517 milioni. I profitti di esercizio per la commercializzazione e le operazioni di gestione delle granaglie si sono moltiplicati 16 volte da $ 21 milioni a $ 341 milioni.

In modo simile, la Mosaic Company, una delle più grandi aziende di fertilizzanti al mondo, ha visto crescere di più di 12 volte i suoi introiti per i tre mesi precedenti al 29 febbraio: da $ 42,2 milioni a $ 520,8 milioni a seguito di una carenza di fertilizzanti. I prezzi di alcuni tipi di fertilizzanti si sono più che triplicati durante l'ultimo anno dato che la domanda ha sorpassato l'offerta. Come risultato, i piani per incrementare i raccolti nei paesi in via di sviluppo sono stati duramente colpiti.

La Food and Agriculture Organisation (FAO) riferisce che 37 paesi in via di sviluppo hanno urgente bisogno di cibo. Sommosse per il cibo stanno scoppiando in tutto il globo, dal Bangladesh al Burkina Faso, dalla Cina al Camerun e dall’Uzbekistan agli Emirati Arabi Uniti.

Benedict Southworth, direttore dello World Development Movement, la scorsa settimana ha definito “immorale” l'escalation di introiti e profitti. Egli ha detto che i compensi degli aumenti del prezzo del cibo vengono trattenuti dalle grandi aziende e non raggiungono gli agricoltori del mondo in via di sviluppo.

I crescenti prezzi di cibo e fertilizzanti provengono principalmente dall'aumento della domanda. Esso è stato in parte causato dal boom dei biocarburanti, che richiedono grandi quantità di grano, ma ancora di più dall'aumentata richiesta di carne, specialmente in India e Cina: ad esempio, la produzione di una libbra di carne in uno stabilimento industriale richiede 7 libbre di grano.


[ Un mercato a Port-au-Prince, Haiti: uno dei paesi che sta affrontando gravi carenze di cibo e crescita dei prezzi.]

Le riserve mondiali di cibo ai minimi storici, bandi sull'esportazione e la siccità in Australia hanno contribuito alla crisi, ma gli esperti accusano anche la speculazione. Il professor Bob Watson--scienziato capo del Department for Environment, Food and Rural Affairs [Dipartimento per l'Ambiente, per il Cibo e le Questioni Agricole], che ha guidato l'enorme International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development [“valutazione internazionale di scienza e tecnologia agricola per lo sviluppo”]-- la scorsa settimana ha identificato la speculazione come un fattore.

Gli investimenti borsistici su grano e carne sono aumentati di quasi cinque volte sino a $ 47 miliardi negli scorsi anni, conclude AgResource Co, uno studio di ricerche con base a Chicago. E la ufficiale US Commodity Futures Trading Commission [“Commissione Usa sul commercio di Futures riguardanti i beni”] ha tenuto delle riunioni speciali a Washington due settimane fa per esaminare quanto gli speculatori stiano aiutando spingere in alto i prezzi del cibo.

La Cargill afferma che i suoi risultati “riflettono l'effetto cumulativo di aver investito più di $ 18 miliardi in capitale fisso e lavoro negli scorsi sette anni per espandere i nostri stabilimenti, le capacità di servizio e la conoscenza in tutto il mondo”.

Le rivelazioni sono destinate ad aumentare la rabbia contro le aziende multinazionali dopo la rivelazione della scorsa settimana che la Shell e la BP insieme hanno registrato profitti per 14 miliardi di sterline nei primi tre mesi dell'anno--l'equivalente di 3 milioni di sterline l’ora--grazie alla crescita dei prezzi del petrolio. La Shell ha immediatamente attratto condanne ancora maggiori annunciando il suo ritiro dei piani di costruzione della più grande centrale eolica al mondo al largo della costa del Kent.

I leader mondiali si dovranno incontrare il mese prossimo ad un summit speciale sulla crisi alimentare, ed essa sarà in cima all'agenda dell'incontro del G8 dei paesi più ricchi al mondo ad Hokkaido, Giappone, a luglio.

Titolo originale: "Multinationals make billions in profit out of growing global food crisis"

Fonte: http://www.independent.co.uk/
Link
04.05.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO


maggio 14 2008

Il Maggio Madrileno

Cati Kaoe

Dopo il 2 maggio (Giorno della Comunità di Madrid), la città si adorna per rendere omaggio al suo santo patrono, San Isidro.
Chi scrive questo articolo arrivò in questa santa città dalla provincia cercando non so cosa, circa quattordici anni fa. Dopo aver camminato tutto questo tempo (non guidavo – ora nemmeno – non mi piacevano i mezzi di trasporto pubblico, …, dunque: a piedi!), continua a cercare – camminando – ma, almeno, è arrivato alla conclusione che Madrid è la città perfetta per vivere, grazie soprattutto agli enormi contrasti che offre. Il fatto è, che nonostante sia una città con più di 3.000.000 milioni di abitanti (di tutte le razze, di tutti i colori, ... che intensificano il suo fascino), conserva l’incanto provinciale di un tempo, che, secondo me, è quello che la rende speciale.

Possiamo apprezzare una dimostrazione di questo fascino durante la settimana del 15 maggio di ogni anno, giorno in cui si celebra la festa di San Isidro Labrador, patrono della Città di Madrid.

Cati Kaoe
15 maggio, San Isidro

Numerosi festeggiamenti si svolgono durante tutta la settimana, e i più significativi il giorno 15, durante il quale madrileni – e non madrileni – accorrono in strada per celebrare la festa del loro patrono, partecipando a diversi eventi (concerti, zarzuelas, corride di tori, ...), organizzati dal comune.

Evento molto tradizionale è la peregrinazione nel giorno 15 all’Eremo di San Isidro (Paseo de la Ermita del Santo, 78), situato nel luogo in cui avvenne il miracolo dei buoi, in cui i fedeli, vestiti di chulapos y chulapas - abiti tipici con cui si abbigliavano “majos e majas” (figure tradizionali, interpreti principali delle farse di Ramón de la Cruz) nelle epoche precedenti (si ricordino anche i quadri di Goya) - portano le loro offerte al santo. Dopo la messa, il pubblico si sposta verso la Prateria di San Isidro, vicino all’Eremo, dove i pellegrini si recano con i loro cesti di cibo per mantenere una tradizione che è durata fino ai nostri giorni, facendo dell’omaggio a S. Isidro un evento del tutto dionisiaco. Lì si possono gustare, inoltre, diversi tipi di “rosquillas”, tipiche di Madrid, e altri piatti tipici autentici, come potrebbe essere un buon “cocido”, per quelli che amano conservare la tradizione, ma a metà. Manicaretti resi ancor più piacevoli da concerti e recital che si svolgono nella stessa prateria, che incitano a danzare un “chotis” molto “lento” (canzone che viene dalla Scozia –schottisch- e che attecchì in varie zone, tra cui Madrid).

La sera, dopo aver digerito, i madrileni – e non madrileni – assistono alla processione del Santo e della Santa (Santa María de la Cabeza), che parte dalla Colegiata (chiesa) di San Isidro (c/ Toledo, 37) e ripercorre le vie del centro di Madrid, accompagnata dalla Banda musicale della Polizia Municipale di Madrid. I meno religiosi possono approfittare della sfilata dei giganti (persone sui trampoli) e cabezudos (grandi teste satiriche di carta pesta), che vanno in giro maestose nei luoghi della celebrazione, come per esempio Las Vistillas, Piazza de S. Andrés, Plaza Mayor, ..., zone totalmente adornate per l’occasione. In alcuni di questi posti (Las Vistillas, per esempio), si celebrano concerti e zarzuelas, quest’ultime molto affollate, soprattutto dal pubblico forestiero, poiché il tema e lo stile con cui si interpretano li aiuta a capire il carattere del madrileno.


Cati Kaoe


Durante tutta la settimana possiamo anche vedere come i barquilleros, vestiti con il chulapo, vanno in giro con il loro organetto – che suona la musica di un chotis – , vendendo i famosi “barquillos” (cialde sottili fatte con farina, zucchero o miele e cannella, buonissimi). Questi barquilleros animano le vie di Madrid con la loro musica e la loro presenza facendoci guardare indietro nel tempo e vedere da dove proviene la tradizione. Loro sono parte fondamentale di questa festa popolare.

Cati Kaoe


Di grande interesse, soprattutto per gli amanti della tauromachia, è la Feria di S. Isidro, che, secondo gli esperti, è la più prestigiosa al mondo: il torero è cosciente di ciò che comporta toreare nell’arena di Madrid, poiché qui si vedono le migliori faene (la faena è l’ultima fase del combattimento) di tutta la feria, sempre con il permesso dei tori. Durante tutto il mese di maggio, i dintorni di Plaza de las Ventas si vestono “di luci” per ricevere i migliori toreri della graduatoria taurina, tutti vogliono toreare a Madrid. Questa feria taurina fa sì che i festeggiamenti di S. Isidro si prolunghino durante tutto il mese e che l’atmosfera tradizionale non si limiti alla settimana di celebrazione del giorno del patrono.

Cati Kaoe


Si tratta di una festa popolare, di grande tradizione nella popolazione di Madrid, che ci serve per capire, e questa è la cosa più importante, il carattere del popolo madrileno. Festa che, insieme a quella già celebrata il 2 maggio (Comunità di Madrid), fa sì che si associ il mese di maggio alla città di Madrid.

San Isidro prima di essere “San”

Isidro (Madrid, 1080- Madrid, 15/5/1130) era un contadino che si dedicò affannosamente alla preghiera e a lavorare la terra. Si sposò con María de la Cabeza, che, successivamente, fu anche lei canonizzata: entrambi avevano in comune una grande fede. Ebbero un figlio, Illán, che, secondo ciò che si racconta, sarebbe il protagonista di uno dei miracoli che compì il santo. La famiglia visse sotto la custodia di uno dei lignaggi più antichi della Madrid dell’epoca (Sec. XI), i Vargas, nella casa che questi nobili possedevano nella Piazza di San Andrés (attualmente conserva lo stesso nome), famosa per il pozzo nel quale il santo compì uno dei suoi miracoli.

Questa sarebbe stata la biografia di un umile contadino, se non fosse stato per gli “avvenimenti speciali” (miracoli) che avvennero nella vita di un così considerevole lavoratore. Gli si attribuiscono una gran quantità di miracoli, ma, probabilmente, il più conosciuto fu quello che avvenne nel pozzo della casa dei Vargas: Isidro e sua moglie si misero a pregare vedendo che loro figlio, caduto nel pozzo, stava annegando. Mentre si trovava dentro, il livello dell’acqua del pozzo iniziò a salire, salvando la vita del bambino. Un altro miracolo di grande risonanza si compì quando il Labrador, mentre pregava, vide i suoi buoi arare la terra tirati da due angeli... Questi sono solo due esempi fra i molti miracoli che citano le cronache e che indussero Papa Gregorio XV a canonizzarlo nel 1622. A partire da quel momento, Isidro diventò “San” e, pertanto, patrono dei lavoratori e dei madrileni.


Por: Pedro Moreno García

Traduzione: Francesca Arduini
http://madrid.cafebabel.com/it/post/2008/05/13/Il-Maggio-Madrileno


maggio 11 2008

Gasolio, il prezzo è un problema mondiale.

Restringi post Espandi post

Pubblicato da Debora Billi

Mentre qui in Italia si incolpa il politico di turno per il prezzo improbabile che ha raggiunto il gasolio alla pompa (quasi 1,40€), quasi fosse un problema circoscritto tra Campione e Lampedusa, ci accorgiamo che in tutto il mondo di gasolio c'è scarsità.

Tra la domanda che ha raggiunto livelli "inusuali" (ad esempio in Inghilterra) e la scarsità che colpisce persino Paesi petroliferi come lo Yemen, tra la raffineria scozzese ancora in stop e gli USA costretti ad esportare il gasolio da loro raffinato, si insinuano gli scioperi nigeriani che bloccano 800.000 barili di petrolio al giorno.

Il risultato? Inusuale: si vedono i camionisti americani invadere Washington per protestare contro gli aumenti del gasolio. Anche laggiù si pensa, come fa la nostra assurda associazione dei consumatori, che il governo possa far scendere i prezzi con la bacchetta magica. Insomma, la colpa del prezzo della benzina è come sempre... delle tasse.



settembre 8 2007

Padre per la patria
La storia di Enrique Soriano, in attesa di espulsione dopo aver perso il figlio in Iraq

Enrique Soriano aveva salutato il figlio ventenne in partenza per il fronte, e lo ha rivisto tornare qualche mese dopo in una bara. Il giovane Armando, essendo nato a Houston, era statunitense a tutti gli effetti. Ma i suoi genitori no: sono messicani, anche se si sono stabiliti in Texas dall'inizio degli anni Ottanta. Il padre Enrique è tuttora senza documenti in regola. Peggio, è già stato espulso dagli States dopo essere stato beccato mentre attraversava illegalmente il confine. Per questo, nonostante abbia perso il figlio in Iraq, al momento è in attesa di deportazione. E anche se non ci sono cifre ufficiali sul fenomeno, si calcola che il suo caso non sia l'unico.

Il caso. Prima di morire ad Haditha, nel febbraio 2004, il soldato semplice Arnaldo Soriano aveva promesso ai genitori che li avrebbe aiutati a ottenere la carta verde, il permesso di soggiorno permanente. Non c'è una regola scritta, ma è pratica comune, facilitare le procedure di regolarizzazione per la famiglia dei soldati immigrati o figli di immigrati. La madre Cleotilde è riuscita ad avere la carta verde dopo la morte di Arnaldo, e tra qualche anno potrebbe diventare cittadina Usa; tre dei quattro figli sono nati negli Usa e sono cittadini, il quarto dovrebbe ottenere presto la green card. Ma sul padre pende ancora la deportazione del 1999, quando la polizia di frontiera lo catturò mentre rientrava di nascosto negli Usa, dopo essere andato a trovare un parente in Messico. A causa di quell'episodio, Enrique Soriano ha perso il diritto di ottenere la carta verde. Il suo attuale permesso di lavoro scade a gennaio, e a causa della sua situazione precaria trova solo lavoretti temporanei. Potrebbe essere espulso da un momento all'altro.

Incerto. “E' in un limbo giuridico”, spiega a PeaceReporter il suo avvocato Isaias Torres. “I funzionari del Citizenship and Immigration Service conoscono il suo caso e stanno ricevendo molte pressioni, ma possono fare poco. Non hanno il potere di concedergli una deroga, la legge è la legge”, aggiunge il legale. Un rappresentante di Houston al Congresso, il democratico Gene Green, ha preso il caso di Soriano a cuore, presentando una proposta di legge ad personam. “Sarebbe farsesco per lui essere deportato dopo che il figlio è morto in Iraq combattendo per questo Paese”, ha detto. Il testo è ancora lì, a Torres hanno assicurato che sarà esaminato da una commissione parlamentare nelle prossime settimane.

Migliaia di stranieri. In mancanza di dati governativi, non è chiaro quante persone possano essere nella stessa situazione di Soriano. Nelle forze armate statunitensi ci sono 68mila militari nati all'estero; oltre un centinaio sono morti in Iraq e in Afghanistan. Non è possibile sapere quanti di questi abbiano portato la famiglia negli States, ma è consuetudine per molti di questi immigrati in divisa arruolarsi con l'obiettivo di ottenere la cittadinanza prima o poi, per sé (da quando Bush ha tolto il requisito di risiedere negli Usa da tre anni, in 32mila ci sono riusciti) e per i propri cari. Secondo una stima non ufficiale dei gruppi per i diritti degli immigrati, il cinque per cento degli immigrati nell'esercito si sono arruolati con documenti falsi, perché non erano in regola. La pratica sarebbe vietata dalle regole di reclutamento, ma un esercito costantemente in lotta per rimpolpare i suoi ranghi può chiudere un occhio, quando serve. Non a caso, il secondo soldato Usa a morire in Iraq fu il marine Jose Gutierrez, un guatemalteco immigrato illegalmente.

Altri casi. I precedenti non consentono di individuare una tendenza. Qualche mese fa, il dipartimento Usa per la Sicurezza interna ha già fermato la deportazione di Yaderlin Jimenez, una dominicana immigrata illegalmente, moglie di un soldato scomparso in Iraq. Nel caso della famiglia di Zeferino Colunga, un soldato morto in Germania dopo essersi ammalato di leucemia in Iraq, il padre è stato comunque deportato in Messico quattro mesi dopo la morte del figlio. Come Enrique Soriano, il signor Colunga era già stato espulso per aver violato la legge, nel suo caso per possesso di marijuana.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8711


settembre 1 2007

Qui Amburgo. Pressing per l'acqua nel mondo

In occasione della Settimana mondiale dell’acqua, una squadra della serie B tedesca scende in campo. Per Cuba, Etiopia e Benin.
Terra d'Africa (Foto ©Viva con agua de Sankt Pauli)
Un terzo del Pianeta è a secco e gli altri due terzi sprecano le risorse idriche. L’approvvigionamento di acqua è un problema mondiale, ma gli abitanti della ricca Europa ne sentono solo un'eco lontano. L’acqua è negata a più di un miliardo di persone, un dato allarmante e in crescita. Ma la squadra di calcio St. Pauli Football Club di Amburgo, che milita nella serie B tedesca, ha deciso di rimboccarsi le maniche e intervenire direttamente per arginare, anche se in minima parte, il problema. Dal 2005, la loro associazione "Viva con agua de St. Pauli" (letteralmente 'Vivi con l'acqua di San Paolo') ha realizzato una serie di progetti in aree in via di sviluppo, per migliorare le condizioni di vita di chi combatte quotidianamente contro la carestia dell'acqua.

Acqua per 153 asili cubani

Chi avrebbe potuto immaginare che una squadra di calcio tedesca si sarebbe cimentata in un progetto così ambizioso? Nel 2005 la squadra si recò a Cuba per prepararsi al campionato successivo. Ma da quel viaggio Benjamin Adrion, ventiseienne centrocampista del St. Pauli, non tornò a casa solo con una buona forma fisica. La voglia di impegnarsi direttamente per fare qualcosa di concreto non poteva rimanere solo un'idea. Doveva realizzarsi in qualcosa di concreto. Poco dopo "Viva con agua" divenne realtà. L’associazione ha già realizzato due progetti. A Cuba 153 asili sono stati dotati di distributori d’acqua, mentre a Sodo, in Etiopia, sono state costruite delle fontane pubbliche. Dal 22 agosto 2007 è in corso un’altra grande azione di solidarietà, le "Giornate dell’acqua" di Amburgo. Questa volta a beneficiarne sarà Manigri, Villaggio del Millennio della ong tedesca "Aiuto tedesco per la fame nel mondo", nell'ovest del Benin. Lo Stato, posizionato nell’Africa occidentale e con un sistema politico stabile, promuove già alcune strutture e coinvolge anche le donne e i giovani ai processi decisionali. Così dovrebbe accadere anche a Manigri. La popolazione verrà coinvolta attivamente nei lavori di costruzione. In concreto verranno costruite nel villaggio cinque fontane, che dovrebbero ottimizzare l’approvvigionamento di acqua potabile per i 17mila abitanti. I lunghi tragitti verso le pozze e i ruscelli di acqua non potabile apparterranno al passato.

Se il Vissani tedesco fa da testimonial

Le possibilità di condurre in porto il progetto “Le giornate dell'acqua” sono buone. Anche perché il programma del Festival, che terminerà il 3 settembre 2007 promette davvero bene. Letture presso alcuni consolati di Amburgo, cinema nello Schanzenpark, feste sulla spiaggia o sci nautico sono solo alcune delle attività a cui hanno dato vita i promotori che lavorano con Benjamin Adron. Lui stesso, insieme ai suoi collaboratori, punta su mediatizzazione, varietà del programma e presenza di volti noti. Si va da grandi musicisti tedeschi quali Pohlmann o Sasha & Friends fino al grande cuoco Tim Mälzer (il Vissani tedesco). Il galà di apertura del 22 agosto è da interpretarsi come un «una passerella molto esclusiva», dice Adrion. Ancora più lodevole che tutti gli artisti abbiano rinunciato al proprio cachet.
A prescindere da questo, l’associazione non si occupa solo di pubblicità, ma anche e soprattutto di donazioni. «Quando le persone si divertono e tornano a casa dalle manifestazioni con un’idea, è già un successo. Ma alla fine si tratta di investire direttamente nel progetto i soldi che sono stati raccolti. Se a qualcuno non interessa assolutamente nulla del progetto, ha comunque già fatto una donazione pagando il biglietto d’ingresso», spiega Benjamin Adrion. Le donazioni ricevute finora da "Viva con agua", investite al 100% negli aiuti allo sviluppo, ammontano a 120mila euro.

Benjamin Adrion ci tiene molto a verificare personalmente il successo del progetto: «Naturalmente la ong tedesca controlla passo passo che tutto vada per il meglio. Ma per noi è molto importante poterci fare personalmente un’idea della situazione». È già stato a Cuba a controllare i lavori, a dicembre lui e i suoi colleghi andranno in Etiopia a verificare la realizzazione delle fontane a Sodo. Sono già stati programmati per ottobre i prossimi eventi, due nazionali che si terranno ad Amburgo e Osnabrück e uno in Svizzera a Zurigo. «Ma si deve andare avanti, non possiamo accontentarci dei risultati già ottenuti. Il nostro impegno continuerà anche nel 2008. Allora ci saranno sicuramente già le prime fontane a Manigri finanziate attraverso le "Giornate dell’acqua" di quest’anno».
Ulrike Albrecht - Lüneburg http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11954


agosto 31 2007

Tutti pazzi per il Kosovo

Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić

Corax - www.corax.co.yu/
Alla vigilia di nuovi negoziati sullo status del Kosovo, buona parte dei politici serbi affila la retorica polemizzando con USA e NATO. Mentre l’opinione pubblica si identifica sempre più con la questione kosovara pur sapendo che la provincia potrebbe diventare indipendente
In Serbia la stagione delle ferie estive sta volgendo al termine nonostante le immemorabili alte temperature non accennino a diminuire. A dispetto della dichiarazione del presidente del parlamento Oliver Dulic sul fatto che i deputati devono rinunciare alle ferie a causa del ritardo di quattro mesi nella formazione del governo i parlamentari sono comunque andati in vacanza, e le istituzioni hanno lavorato con una minore intensità. E sarebbe stato tutto come al solito: un andamento lento dei due mesi estivi, qui e là alcuni scioperi, regolari riunioni del governo, euforia per Exit e Guca, insomma tutto regolare, se non ci fosse il Kosovo.

Secondo quanto affermano i funzionari, Belgrado si sta preparando intensivamente alla continuazione dei negoziati sullo status del Kosovo. L’opinione pubblica serba non è a conoscenza della nuova strategia negoziale, proprio come non lo era delle precedenti, ma si sa comunque che le posizioni non cambieranno, almeno per quel che riguarda lo status. Dopo svariati mesi di attesa, all’inizio della settimana è stato confermato che il presidente serbo Tadic e il premier Kostunica sono i co-presidenti del team negoziale. Mentre la composizione dell’intero team sarà resa nota nei prossimi giorni.

La troika di mediatori dell’Unione europea, della Russia e degli USA che ha il mandato per rinnovare i negoziati e mediare nella ricerca di una soluzione, ha già fatto visita a Belgrado e Pristina e ha fatto la conoscenza degli interlocutori che siedono dall’altra parte del tavolo negoziale, nonostante si tratti di diplomatici esperti e ben informati sui Balcani.

A Vienna sono stati annunciati per il 30 agosto i colloqui per la nuova fase di negoziati sullo status del Kosovo. Da Belgrado prenderà parte ai colloqui il ministro degli Affari Esteri Jeremic e il ministro per il Kosovo e Metohija Samardzic insieme ai loro consiglieri. Il quotidiano “Politika” riporta la dichiarazione di Jeremic secondo la quale Belgrado non cadrà più nella trappola dell’indeterminazione dei temi da discutere e dell’ordine del giorno, e poi che la composizione del team negoziale sarà determinata solo nel momento in cui sarà del tutto “chiaro il modo in cui i colloqui si svolgeranno”. Jeremic ha aggiunto che “è importante stabilire le regole. Solo adesso iniziano le consultazioni sul modo in cui questi negoziati devono essere condotti”.

In Serbia tutti parlano del Kosovo. Il più recente sondaggio dell’opinione pubblica dimostra che il grado di identificazione dei cittadini col Kosovo è notevolmente alto, ma allo stesso tempo la maggior parte degli intervistati afferma di essere consapevole della possibilità che il Kosovo in breve tempo possa essere riconosciuto come stato indipendente.

Una tale confusione è stata suscitata per prima cosa dal fatto che, dall’inizio dei negoziati sul Kosovo, lo Stato, ossia il team negoziale, non ha reso nota ai cittadini la strategia rispetto al Kosovo. Eccetto gli sporadici avvisi del presidente Tadic, nessuno dei politici serbi ha riconosciuto di fronte ai cittadini che l’indipendenza è una delle offerte sul tavolo.

In secondo luogo, l’intensificarsi dell’influenza russa sul processo negoziale kosovaro, la ripresa dei negoziati, lo spostamento del termine per assumere una decisione, il rifiuto del piano Ahtissari, l’insistenza sul fatto che la Serbia ha vinto una sorta di “primo round” hanno contribuito alla creazione di un’insolita atmosfera secondo la quale sarebbe possibile mantenere il Kosovo all’interno della Serbia.

Terzo, la recente inversione di rotta nelle relazioni con gli USA praticata da una parte del governo (i ministri appartenenti al Partito democratico della Serbia) insieme al tacito accordo del Partito democratico, eccetto qualche scarabocchio fatto dal capo gruppo parlamentare del DS Nada Kolundzija e dal suo omologo del partito G17 plus, suscitano agitazione tra i cittadini.

Come afferma l’analista politico Jovo Bakic, “una parte del governo conduce una politica attiva in un ambito (il Kosovo), mentre l’altra parte segue tacendo. Negli altri ambiti, per esempio la politica economica, questa parte di governo ha più voce in capitolo, mentre il primo gruppo segue. Così si sono semplicemente divisi a seconda delle varie questioni”.

Ma se guardiamo cosa è accaduto nel Paese durante gli scorsi mesi, vediamo quali sono stati i messaggi inviati al mondo riguardanti la questione del Kosovo. Partiamo dalle più recenti. Il ministro per gli Affari Esteri Vuk Jeremic ha abbandonato la cena alla cerimonia di apertura della conferenza internazionale del Forum strategico europeo di Bled in Slovenia. Jeremic lo ha fatto in segno di protesta perché non gli era stata data la possibilità di replicare a Martti Ahtissari, il quale aveva espresso le sue ben note posizioni sullo status del Kosovo. Un po’ più tardi, Jeremic, come riferisce l’emittente B92, ha dichiarato che “è più fruttuoso passare il tempo nei colloqui bilaterali che ascoltare Ahtissari, perché il suo piano per noi è stato messo agli atti”.

All’inizio di agosto una parte della nomenclatura politica ha affilato la retorica sulla questione del Kosovo. Una serie di politici del gruppo attorno al premier Kostunica hanno criticato quotidianamente la politica degli USA e della NATO, avanzando la tesi che gli USA desiderano fare del Kosovo uno Stato della NATO. Il ministro per il Kosovo e Metohija, Samardzic, ha invitato gli USA, all’inizio dei nuovi negoziati, a rinunciare alla creazione di “uno Stato della NATO sottoforma di un Kosovo indipendente”.

Tutti i media hanno riportato anche la dichiarazione del ministro degli Interni, Jocic, secondo il quale “non si può più nascondere l’intenzione della NATO di fare del Kosovo il suo Stato fantoccio”. Il ministro dell’Energia Popovic in una dichiarazione per il quotidiano “Politika”, ha affermato che la soluzione di compromesso “che potrebbe soddisfare gli interessi dello stato serbo e della minoranza albanese sarà possibile solo se gli USA rinunciano al piano di Martti Ahtissari e alla creazione di uno Stato della NATO in Kosovo”. La portavoce della NATO Carmen Romero ha confutato le affermazioni secondo le quali la NATO sta creando una qualunque forma di stato in Kosovo, ma questo non ha influito sulla continuazione della serie di dichiarazioni dei membri del DSS basate sulle medesime accuse.

La maggior parte degli analisti ha valutato queste dichiarazioni come un gioco pericoloso che esercita un’alta pressione sulla NATO e sugli USA. Nell’analisi condotta dal quotidiano “Novosti” l’analista militare Aleksandar Radic afferma che la Serbia è tornata alla politica delle minacce che aveva caratterizzato il regime di Milosevic e che non è mai andata a vantaggio della Serbia.

Un altro analista militare, Zoran Dragisic, sostiene che “non si capisce cosa vogliano dire i ministri del DSS con l’espressione Stato della NATO”, aggiungendo che “numerose accuse di questo tipo potrebbero infrangere gli obiettivi dichiarati della Serbia riguardo le integrazioni euroatlantiche”.

Nella stessa analisi, l’analista politico Jovo Bakic, afferma di essere “assolutamente d’accordo col ministro Samardzic sul fatto che il Kosovo indipendente non sarebbe uno Stato prospero né uno Stato fondato sugli standard europei, ma andrebbe quantomeno chiarito cos’è questo Stato della NATO, dal momento che il governo lo ha già nominato più volte”. Bakic ha aggiunto che tutti i partiti di governo sono d’accordo sull’inclusione del Paese nell’UE, ma l’ingresso nella NATO è tutta un’altra questione.

Al DSS non hanno oziato di certo dal momento che hanno pensato alcune vecchie/ nuove soluzioni riguardanti il Kosovo. Una delle idee più originali, eccetto la contrarietà alla creazione di uno “Stato della NATO”, è il ritorno di 1.000 soldati serbi in Kosovo. Il segretario di Stato presso il ministero per il Kosovo e Metohija, Dusan Prorokovic, ha detto che non c’è niente di discutibile nella richiesta di far ritornare le forze di sicurezza della Serbia in alcune parti del Kosovo, perché ciò è in accordo con la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Come riporta B92 Prorokovic ha affermato che “se la KFOR non è in grado di adempiere al suo mandato e difendere la popolazione non albanese, impedire il proseguimento della pulizia etnica e delle violenze, allora lo possono fare le nostre forze di sicurezza”. La NATO, l’UNMIK, gli USA e l’UE hanno rigettato questa idea. Le danze proseguono.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8176/1/51/


agosto 30 2007

Gli strani messaggi dei vescovi croati

Da Osijek, scrive Drago Hedl
Foto di Leo Nikolic
Durante il Ferragosto alcuni vescovi croati si sono lasciati andare a dichiarazioni e messaggi controversi, attaccando le istituzioni internazionali, i media e la politica locale. Le reazioni degli opinionisti e dei politici nella cronaca del nostro corrispondente
L’ex presidente jugoslavo Josip Broz Tito è uguale ad Adolf Hitler, e i media croati sono governati da satana: sono solo alcuni dei messaggi scandalosi che i vescovi croati hanno inoltrato dall’altare durante la celebrazione della festa cristiana e nazionale del giorno della Madonna, il 15 agosto scorso. I vescovi hanno sfruttato l’occasione anche per fare i conti con gli omosessuali e gli antifascisti, e pure per impartire una lezione all’Unione europea. “L’Europa e le sue istituzioni”, ha detto il vescovo Juraj Jezerinac “tentano di rigettare Dio, diffondono uno stato di indifferenza religiosa, il secolarismo e la libertà incondizionata”. Jezerinac ha fatto sapere all’Europa che, se vuole sopravvivere, “deve fare ritorno alle proprie radici, cioè alla fede”.

Il vescovo di Zadar, Prendja, ha offerto al Tribunale dell’Aja la garanzia per la liberazione del generale Ante Gotovina, il quale dopo anni di latitanza è all’Aja in attesa dell’inizio del processo per crimini di guerra. Il vescovo di Djakovo Marin Srakic, di fronte a migliaia di credenti ad Aljmas, luogo di pellegrinaggio nella Slavonia orientale, ha rivolto al figlio di Branimir Glavas, in carcere in attesa del processo per crimini di guerra, un riconoscimento scritto per il contributo alla costruzione della chiesa del luogo.

“La Chiesa cattolica in Croazia oggi è una delle organizzazioni più rigide e antieuropee, e con queste sue posizioni non desidera certo il bene della Croazia”, afferma il noto commentatore del quotidiano “Novi List”, Branko Mijic. L’editorialista dello “Jutarnji list”, Davor Butkovic, però, analizzando le uscite dei vescovi croati durante la celebrazione della festa della Madonna, conclude che “la Chiesa cattolica in Croazia oggi è profondamente invecchiata” e che “si trova in una società moderna, post bellica e in crescita, fatto che conduce ad eccessi quotidiani, e che la rende sempre meno importante”.

Uno di questi eccessi è accaduto il giorno prima della celebrazione della festa della Madonna, durante la commemorazione dell’anniversario dell’operazione Oluja (tempesta), l’azione militare con cui la Croazia nel 1995 liberò Knin e il territorio dove i serbi ribelli nel 1991 formarono la cosiddetta Repubblica Serba di Krajina.

Parlando a questo incontro, al quale ha partecipato l’intero vertice statale croato, il vescovo di Sibenik Antun Ivas ha attaccato l’Europa, la NATO e il Tribunale dell’Aja, affermando che quelli che si trovano all’Aja “sono stati consegnati ad una giustizia mondiale selettiva che alla maggior parte dei popoli è incomprensibile”. Parlando dei negoziati della Croazia per l’ingresso in Unione europea, cosa che è in assoluto l’obiettivo più importante della politica estera del premier Ivo Sanader, Ivas si è chiesto “non sono forse i negoziati con l’UE un pericoloso modo di evitare le questioni importanti?” aggiungendo come in questi negoziati non ci sia risposta alla domanda “dove risiedono l’uomo e l’integrità della persona”.

A questa dichiarazione del vescovo di Sibenik ha reagito anche il premier Sanader. “Considero che ciò sia importante da dire, in particolare adesso che alcuni cercano di insinuare uno scoraggiamento sostenendo che, ecco, stanno processando noi croati, qualcun altro ci scriverà la storia perché ci sono alcuni accusati all’Aja, e non resta che vedere come finirà questo processo”, ha detto Sanader ai giornalisti dopo la celebrazione a Knin, polemizzando con il vescovo di Sibenik, aggiungendo che con l’ingresso nell’Unione europea e nella NATO la Croazia renderà più stabile la sua posizione internazionale, e che non c’è alcun timore che qualcun altro possa scrivere la sua storia, secondo quanto aveva alluso il vescovo Ivas.

Ma le reazioni alle dichiarazioni della maggior parte dei vescovi croati non giungono solo dagli opinionisti dei giornali e dai politici. Esse, a dire il vero non molte, si posso anche sentire provenire dalla stessa Chiesa croata. “La Chiesa con la celebrazione dei suoi misteri è uscita dall’ambito della Chiesa, orientandosi di più alla strada, al folclore e al divertimento che alla vita delle persone. La celebrazione della festa alla presenza dei leader politici e delle istituzioni statali non poteva passare senza fare sì che nell’anno elettorale anche l’altare diventasse un’occasione per i fini politici di certi gruppi”, dice il noto sacerdote di Spalato nonché sociologo don Ivan Grubisic.

Le dichiarazioni della maggior parte dei vescovi croati durante la celebrazione annuale della festa della madonna, oppure durante la commemorazione dell’anniversario della operazione militare “Tempesta” a Knin, non sono purtroppo delle novità nel comportamento di una parte della Chiesa cattolica. Durante il governo del presidente Tudjman, in cui la Chiesa aveva un grande appoggio, di gran lunga maggiore di quello su cui può contare tra le fila del governo attuale, venivano servite le messe in nome del capo ustascia Ante Pavelic, che si mise dalla parte dei nazisti nel 1941 e con l’aiuto dei quali creò lo stato fantoccio della NDH (Stato croato indipendente), 1991-1945.

Durante questo stato furono commessi gravi crimini contro i serbi, ebrei, rom ed anche contro i croati, soprattutto contro i comunisti che non avevano accettato il regime ustascia. Uno dei più grandi luoghi di esecuzione del regime di Pavelic fu il campo di concentramento di Jasenovac.

La Chiesa non ha mai giudicato fino in fondo e in modo chiaro questi crimini, e anche se alcune volte uno suoi gran dignitari lo ha fatto in modo timido, ha cercato sempre di relativizzare con i crimini del comunismo oppure con i crimini che i partigiani di Tito hanno commesso contro gli ustascia e contro i soldati della milizia territoriale durante la II Guerra Mondiale a Bleiburg.
La Chiesa durante la commemorazione dell’anniversario a Bleiburg è sempre stata molto rappresentata, cosa che non potremmo certo dire per Jasenovac.

Gli analisti credono che la dichiarazione di uno dei vescovi, secondo il quale i media croati sono governati da satana, è in realtà la vendetta per aver scritto apertamente sui casi di pedofilia all’interno della Chiesa croata, ma anche per gli scandali di corruzione che negli anni precedenti hanno scosso la sua Caritas. Sui media croati, da quando all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso è caduto il comunismo, non ci sono più testi che parlino della Chiesa nel modo in sui lo si faceva durante quel periodo. Piuttosto i media croati, così come non tacciono delle irregolarità nelle varie sfere della società, parlano apertamente di quello che accade anche nell’ambito della Chiesa cattolica.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8172/1/245/

BASTA CON I BAMBINI “INVISIBILI”



In America latina un bambino su sei legalmente non esiste perchè non registrato all’anagrafe al momento della nascita; su 11 milioni di nati nel continente due milioni risultano quindi ufficialmente “invisibili”, perdendo, insieme al certificato di nascita, diritti fondamentali quali l’assistenza sanitaria e l’istruzione e risultando maggiormente esposti a gravi rischi di sfruttamento. Per questo i governi latino-americani, gli organismi ONU e le locali organizzazioni della società civile hanno deciso, nel corso di un incontro in Paraguay, di unire e coordinare i propri sforzi in una campagna (denominata ‘Registrami, rendimi visibile’) che dovrà riportare ‘alla luce’ i minori non registrati. All’incontro, che si conclude oggi, partecipano i delegati di 18 paesi, inclusi rappreentanti politici e di governo d’alto livello, esperti responsabili dei registri dell’anagrafe civile ed esponenti della società civile. “In Paraguay si stima che solo il 30% dei bambini e delle bambine venga registrato durante il primo anno di vita, tutti gli altri semplicemente non esistono come cittadini” ha detto Nils Kastberg, direttore dell’ufficio regionale per l’America latina dell’Unicef (ente ONU per l'infanzia). La campagna che comincerà oggi prevede un piano nazionale e regionale che garantisca, entro il 2015, la registrazione immediata, universale e gratuita all’anagrafe civile di tutti i bambini latino-americani. L’iniziativa ha anche lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della registrazione alla nascita quale strumento per consentire al bambino il godimento dei suoi diritti: se il solo certificato di nascita non costituisce in tal senso una garanzia, la registrazione contribuisce a identificare e proteggere legalmente i bambini più emarginati e vulnerabili.
http://www.misna.org/

Qui Amburgo. Pressing per l'acqua nel mondo

In occasione della Settimana mondiale dell’acqua, una squadra della serie B tedesca scende in campo. Per Cuba, Etiopia e Benin.
Terra d'Africa (Foto ©Viva con agua de Sankt Pauli)
Un terzo del Pianeta è a secco e gli altri due terzi sprecano le risorse idriche. L’approvvigionamento di acqua è un problema mondiale, ma gli abitanti della ricca Europa ne sentono solo un'eco lontano. L’acqua è negata a più di un miliardo di persone, un dato allarmante e in crescita. Ma la squadra di calcio St. Pauli Football Club di Amburgo, che milita nella serie B tedesca, ha deciso di rimboccarsi le maniche e intervenire direttamente per arginare, anche se in minima parte, il problema. Dal 2005, la loro associazione "Viva con agua de St. Pauli" (letteralmente 'Vivi con l'acqua di San Paolo') ha realizzato una serie di progetti in aree in via di sviluppo, per migliorare le condizioni di vita di chi combatte quotidianamente contro la carestia dell'acqua.

Acqua per 153 asili cubani

Chi avrebbe potuto immaginare che una squadra di calcio tedesca si sarebbe cimentata in un progetto così ambizioso? Nel 2005 la squadra si recò a Cuba per prepararsi al campionato successivo. Ma da quel viaggio Benjamin Adrion, ventiseienne centrocampista del St. Pauli, non tornò a casa solo con una buona forma fisica. La voglia di impegnarsi direttamente per fare qualcosa di concreto non poteva rimanere solo un'idea. Doveva realizzarsi in qualcosa di concreto. Poco dopo "Viva con agua" divenne realtà. L’associazione ha già realizzato due progetti. A Cuba 153 asili sono stati dotati di distributori d’acqua, mentre a Sodo, in Etiopia, sono state costruite delle fontane pubbliche. Dal 22 agosto 2007 è in corso un’altra grande azione di solidarietà, le "Giornate dell’acqua" di Amburgo. Questa volta a beneficiarne sarà Manigri, Villaggio del Millennio della ong tedesca "Aiuto tedesco per la fame nel mondo", nell'ovest del Benin. Lo Stato, posizionato nell’Africa occidentale e con un sistema politico stabile, promuove già alcune strutture e coinvolge anche le donne e i giovani ai processi decisionali. Così dovrebbe accadere anche a Manigri. La popolazione verrà coinvolta attivamente nei lavori di costruzione. In concreto verranno costruite nel villaggio cinque fontane, che dovrebbero ottimizzare l’approvvigionamento di acqua potabile per i 17mila abitanti. I lunghi tragitti verso le pozze e i ruscelli di acqua non potabile apparterranno al passato.

Se il Vissani tedesco fa da testimonial

Le possibilità di condurre in porto il progetto “Le giornate dell'acqua” sono buone. Anche perché il programma del Festival, che terminerà il 3 settembre 2007 promette davvero bene. Letture presso alcuni consolati di Amburgo, cinema nello Schanzenpark, feste sulla spiaggia o sci nautico sono solo alcune delle attività a cui hanno dato vita i promotori che lavorano con Benjamin Adron. Lui stesso, insieme ai suoi collaboratori, punta su mediatizzazione, varietà del programma e presenza di volti noti. Si va da grandi musicisti tedeschi quali Pohlmann o Sasha & Friends fino al grande cuoco Tim Mälzer (il Vissani tedesco). Il galà di apertura del 22 agosto è da interpretarsi come un «una passerella molto esclusiva», dice Adrion. Ancora più lodevole che tutti gli artisti abbiano rinunciato al proprio cachet.
A prescindere da questo, l’associazione non si occupa solo di pubblicità, ma anche e soprattutto di donazioni. «Quando le persone si divertono e tornano a casa dalle manifestazioni con un’idea, è già un successo. Ma alla fine si tratta di investire direttamente nel progetto i soldi che sono stati raccolti. Se a qualcuno non interessa assolutamente nulla del progetto, ha comunque già fatto una donazione pagando il biglietto d’ingresso», spiega Benjamin Adrion. Le donazioni ricevute finora da "Viva con agua", investite al 100% negli aiuti allo sviluppo, ammontano a 120mila euro.

Benjamin Adrion ci tiene molto a verificare personalmente il successo del progetto: «Naturalmente la ong tedesca controlla passo passo che tutto vada per il meglio. Ma per noi è molto importante poterci fare personalmente un’idea della situazione». È già stato a Cuba a controllare i lavori, a dicembre lui e i suoi colleghi andranno in Etiopia a verificare la realizzazione delle fontane a Sodo. Sono già stati programmati per ottobre i prossimi eventi, due nazionali che si terranno ad Amburgo e Osnabrück e uno in Svizzera a Zurigo. «Ma si deve andare avanti, non possiamo accontentarci dei risultati già ottenuti. Il nostro impegno continuerà anche nel 2008. Allora ci saranno sicuramente già le prime fontane a Manigri finanziate attraverso le "Giornate dell’acqua" di quest’anno».
Ulrike Albrecht - Lüneburg http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11954


agosto 27 2007

L'isola che non c'era
Vicino al Polo Nord, con lo scioglimento dei ghiacci, emergono rocce non segnalate dalle mappe
Scritto per noi
da Veronica Fernandes
 
A causa del riscaldamento globale dovremo ridisegnare cartine, planisferi e mappamondi. Almeno per quanto riguarda il Polo Nord e i suoi non più ghiacciati dintorni. Da quando la calotta polare ha cominciato a sciogliersi, nell'arcipelago delle Svalbard, in Norvegia, sono aumentate le isole: abbassandosi il livello delle acque, gli scienziati hanno potuto scoprirne l'esistenza. Il primo a trovarne una era stato il californiano Dennis Schmitt nel 2001.
 
Isole SvalbardGli studi. Da quando sono iniziate le misurazioni negli anni '70, il livello dei ghiacci è il più basso in assoluto. Secondo Carl Egede Boggild, docente all'Università di Svalbard, ogni anno se ne scioglie una superficie pari a tre volte l'estensione totale dei ghiacciai delle Alpi. Se il processo non si può invertire, con lo stesso ritmo del ritiro dei ghiacciai verranno scoperte nuove terre e nuove isole. E' proprio per cercare di prevedere quali nuovi fenomeni naturali avranno come teatro il Polo Nord che dal 20 al 22 agosto si sono riuniti a Ny Alesund, in Norvegia, i massimi esperti climatici del pianeta. Il pool di scienziati ha come obiettivo quello di disegnare una mappa, seppur provvisoria, della zona, in collaborazione con la Geological Survey of Denmark and Greenland. L'organizzazione, che dipende dal governo danese, si occupa di mappare il circolo polare artico in modo da localizzare le risorse minerarie, petrolifere e naturali.
 
Nave rompighiaccioChe cosa c'è sotto. Al Polo Nord, oltre alle isole, emergono anche le possibilità di guadagno. Protetti dai ghiacci ci sarebbero 50 miliardi di barili di petrolio o, se al conto si aggiunge il gas naturale, il 25 percento delle risorse energetiche mondiali non ancora scoperte. Lo ha dimostrato una ricerca della Us Geological Survey del 2005, che ha disegnato una mappa provvisoria dei tesori dei fondali marini artici. Uno studio analogo russo, che puntava a scoprire le riserve di gas naturale, ne rilevata una quantità pari a 10 miliardi di tonnellate. A questi dati, però, dicono gli esperti, va fatta la tara. Bisogna sottrarre i costi per la costruzione degli impianti estrattivi, il tempo necessario perché lavorino a pieno regime e l'effettiva quantità di risorse estraibile. Rimangono però i giacimenti di oro e diamanti, e di minerali. Secondo la Us Geological Survey sotto il Polo Nord ci dovrebbero anche imponenti giacimenti di uranio, oltre a rame, zinco, nichel e alluminio.
 
Isola di Hans, missione canadeseIl Polo della discordia. Scoperte le risorse, rimane il problema dell'attribuzione. Adesso il Circolo polare artico non è sotto la giurisdizione di nessuno stato ed è amministrato dall'Isa, l'Autorità internazionale per i fondali marini, con sede nella capitale giamaicana Kingston. Secondo la Convenzione Onu del 1982 sul diritto del mare, i Paesi che si affacciano sul Polo hanno diritto allo sfruttamento solo dei 320 km a nord della loro linea costiera, a meno che non provino un ulteriore collegamento sottomarino tra il loro territorio e l'artico. Di cui nessuno vuole perdere i tesori sottomarini. La Russia è stata la prima a conficcare la sua bandiera (di titanio) nella banchisa artica, a 4.300 metri di profondità. Subito dopo il premier canadese Stephen Harper ha lanciato "una politica aggressiva", come ha ribadito in una sequenza di conferenze stampa, da 5,3 miliardi di euro: costruirà 8 navi e una base militare per farle attraccare. E lui stesso è andato in visita ufficiale. Quello a cui punta il Canada sono i giacimenti diamantiferi di cui si è parlato: il settore, nel Paese, raggiunge all'anno un fatturato di due miliardi di dollari. Arrivata terza e grazie a un rompighiaccio svedese, la Danimarca. Helge Sander, il ministro delle Scienze, ha dato inizio a una missione di un mese per provare la connessione territoriale tra la Groenlandia, possedimento danese, e il Polo Nord. "I risultati sono promettenti - ha detto la Sander - e abbiamo già pianificato altre spedizioni per il 2009 e il 2011". Gli Stati Uniti, invece, si dicono fuori dalla corsa all'Artico, ma intanto venerdì scorso, dal porto di Barrow, in Alaska, è partito il rompighiaccio a stelle e strisce. E' la quarta spedizione in tre anni, dicono, e ha come obiettivo l'aggiornamento della mappatura delle risorse.
 
Nave rompighiaccio russaLe zone limitrofe. Nel frattempo, sono riemerse le dispute per i dintorni del Polo tra coppie di Paesi. Danimarca e Canada si contendono l'isola di Hans, nello stretto di Nares. Anche se nel 1973 si sono spartiti tutti i territori, quei 100 metri quadrati di roccia sono rimasti senza padrone e potrebbero rivelarsi strategici per lo sfruttamento delle risorse polari. Gli Usa, invece, non riconoscono la sovranità canadese sul famoso "passaggio a nord-ovest" che collega Atlantico e Pacifico, anche se sembra abbiano trovato un compromesso: Washington avvisa se una sua nave attraversa le acque contese, e Ottawa non può negare l'accesso. Sempre acqua anche tra Russia e Usa, secondo cui la porzione di mare controllata da Mosca nel "passaggio a nord-est", la via marittima che costeggia la Siberia settentrionale, è superiore a quanto consentito dalle leggi internazionali. Per provare la propria sovranità sul Polo Nord e sulle zone limitrofe, i Paesi hanno tempo fino al 2014 per raccogliere prove scientifiche, poi l'ultima parola spetterà alla Corte internazionale di Giustizia che deciderà a chi attribuire la sovranità sul Polo. Ma potrebbe rimanere una terra di nessuno.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8600

USA : membro guardia nazionale gestiva sito per uccidere
di Rico Guillermo*

Un sito internet dal nome ComeUccidereLaGente che si propone come eliminare gli idioti in circolazione. Una storia da ridere se fosse un film, meno divertente scoprire che invece e' la realta', e che l'autore del web non e' un terrorista, ma un militare, assistente di un generale della Guardia Nazionale della California.

"Io, sinceramente, non vorrei nient'altro che aiutare nel macello all'ingrosso di ogni idiota sulla faccia del pianeta", scrive sul sito l'aviatore anziano Travis Gruber, di Sacramento, California, ed in un suo blog denigra gli Afroamericani, gli Ebrei, gli Asiatici, le donne, i gay e i disabili, raccontando episodi di personale intolleranza.

Fino a mercoledi', Gruber - che sul sito non si identifica come membro della Guardia Nazionale della California, era l'assistente e l'autista personale del generale William Wade, il capo del corpo, in un ruolo che gli ha dato accesso al governatore Arnold Schwarzenegger, su cui l'aviere ha anche scritto un post mettendone in dubbio l'intelligenza, fatto proibito dalla legge militare.

Dopo avere appreso del sito mercoledi' e dopo le polemiche che ne sono derivate, il corpo ha iniziato una inchiesta. L'indagine mira a verificare se sul web ci sono violazioni delle leggi e delle regole militari. La Guardia ha sposto Gruber in permesso amministrativo in attesa dei risultati dell'inchiesta, come comunicato da portavoce al Seattle Times.

Gruber ha fatto autocritica ed ha cercato di minimizzare il suo operato. Sebbene gli episodi raccontati rispecchiassero datti realmente accaduti, con qualche riferimento anche al generale, per il quale usava un nomignolo - di aver scritto in completo anonimato, l'aviatore ha anche sottolineato di aver scritto in anonimato.

Malgrado il nome, il sito non contiene istruzioni su come uccidere la gente, ma riporta fra l'altro parecchie immagini fatte da Gruber con quelle che sembrano essere armi automatiche, compresa una di lui che mostra una pistola a dei neri in vesti tribali.

* si ringrazia Claudio Giusti

www.osservatoriosullalegalita.org



agosto 26 2007

Economia, il caso Kalinel

Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova
In Bulgaria la transizione verso l'economia di mercato è stata tutt'altro che facile. Ci sono però storie di successo, come quella della "Kalinel" di Troyan, che produce ed esporta i suoi prodotti, coperte e cuscini, in tutto il mondo. Un reportage della nostra corrispondente
Foto di Tanya Mangalakova

La ditta "Kalinel", situata nella città di Troyan, ai piedi della catena dei Balcani, produce coperte e cuscini, che vengono venduti nelle grandi catene commerciali di tutta Europa, negli Usa e in Canada, Russia, Israele, Malesia e Giappone. L'espansione economica della "Kalinel" può essere paragonata al boom dei produttori turchi e cinesi nel settore. Marin Radevski, 49 anni, proprietario della ditta, è un ingegnere tessile che, negli anni della transizione verso l'economia di mercato, è riuscito a creare una propria azienda proprio nella sua città natale, Troyan. All'inizio aveva quattro dipendenti, che alla fine del 2000 erano diventati 19, adesso per la "Kalinel" lavorano 760 operai, di cui 170 nella fabbrica creata nella città di Cherven Bryag. La catena "Ikea" è uno dei maggiori clienti della "Kalinel", e acquista le sue coperte e i suoi cuscini per i propri punti vendita in tutto il mondo, anche in Asia. "Alcuni amici mi hanno chiamato dal Canada, dicendo di aver comprato nostri cuscini. Sull'etichetta c'è scritto "Ikea", ma grazie al codice a barre si capisce che è un nostro prodotto. Lavoriamo anche con la "Kaufland" e con altre grandi catene in tutto il mondo", ci dice Radevski.

Qual'è il segreto del successo di questa ditta bulgara, che i gruppo dell'Europa occidentale preferiscono ai più economici prodotti cinesi? Qual'è la ricetta del piccolo miracolo economico di questa cittadina di 23mila abitanti?

All'interno della "Kalinel"
Il segreto del successo è nel fattore geografico. Quando l'ordine è ricevuto di lunedì, gli articoli vengono prodotti nel giro di pochi giorni e l'intera partita è pronta per il venerdì successivo. "In questo modo siamo più concorrenziali dei cinesi. Abbiamo dalla nostra parte il fattore tempo, perché siamo più vicini ai nostri mercati di riferimento. Un nostro camion, soprattutto adesso che i confini sono caduti, arriva nel giro di tre giorni in ogni punto d'Europa, Mosca compresa. La nostra ditta è più famosa fuori dai nostri confini che non in Bulgaria... recentemente volevo acquistare una nuova macchina per la produzione di cuscini, e ho iniziato a guardarmi in giro in Europa. Dovevo andare in Germania per vedere come funziona questo macchinario, ma poi alcuni partner dalla Finlandia mi hanno fatto sapere che non ero gradito. - Qualsiasi ditta, ma non la Kalinel - avrebbero detto i tedeschi. E' comprensibile che abbiano paura della nostra concorrenza: da noi la paga media è dieci volte inferiore alla loro", racconta ancora Radevski.

Prima di creare una sua ditta personale, Radevski ha lavorato come caporeparto nella fabbrica tessile di proprietà pubblica „Viteks“, sempre a Troyan. Nel 1993 ha deciso di entrare nel settore privato. L'accumulazione primaria di capitale è avvenuta attraverso il commercio con la Macedonia e la Russia. Il commercio, all'epoca, sembrò a Radevski un lavoro "facile e redditizio", ma vista la sua grande esperienza nel campo tessile, decise poi di dare vita ad un'azienda tutta sua. All'inizio produceva soltanto ovatta in poliestere, poi un giorno, passeggiando con la figlia su un campo non lontano dalla città, dove all'epoca si raccoglievano le immondizie, decise che quello era un posto ottimo dove costruire un fabbrica. Nacque così la "Kalinel".

"A Troyan non c'è disoccupazione", è quello che raccontano quasi tutti in città. Mentre alcuni sostengono che il lavoro non c'è solo per gli scansafatiche, e che Troyan attira manodopera anche dai distretti vicini, altri sottolineano invece che a ricevere buoni stipendi è solo un circolo ristretto di manager, e che sì, c'è lavoro, ma solo per manodopera non qualificata. A Troyan, comunque, si può assistere ad un boom economico nel settore delle piccole e medie imprese. Qui c'è un forte spirito d'iniziativa, orientato verso la tradizionale produzione di mobili, il turismo e la tipica ceramica di Troyan, dipinta a mano. In città e nei paesi vicini ci sono centinaia di piccole imprese che producono mobili e ceramiche. Il turismo ha portato poi all'esplosione del mercato immobiliare. I prezzi degli appartamenti sono molto alti, quasi come a Sofia, e non ci sono appartamenti sfitti. Una piccola stanza in affitto, per fare un esempio, costa 200 leva al mese, in linea coi prezzi della capitale.

La Kalinel è l'impresa più grande di Troyan, e fornisce lavoro a molti suoi cittadini, e quindi chiedo al proprietario come mai qui non ci sia disoccupazione. Gli operai della "Kalinel" ricevono in media uno stipendio di 480 leva al mese (240 euro), che recentemente è stato però aumentato a 600. L'incentivo ha aumentato la produttività nel momento stesso in cui è stato annunciato. "Appena l'hanno capito, gli operai hanno iniziato a lavorare a pieno regime".

Nella mentalità bulgara l'acquisto della casa è di grande importanza. Marin Radevski lo sa, e quindi aiuta i suoi dipendenti migliori, facendo da garante verso le banche affinché offrano loro mutui al tasso agevolato del 7%. “Chiamo le banche e gli spiego che conosco bene quella persona, e che restituirà il credito elargito. Naturalmente, però, non garantisco per tutti“.

Nel dialetto locale la parola polendak (da pole, campo) significa contadino, e ha una sfumatura negativa: significa persona incapace e senza iniziativa. Marin Radevski ritiene che l'abitudine a lottare per la sopravvivenza nei difficili territori di montagna, si sia rivelata nel tempo un vantaggio per gli abitanti di Troyan, che hanno dovuto sempre darsi da fare in molti campi diversi. Così è nata la tradizione della ceramica, che un tempo veniva prodotta in quasi ogni casa.

Tradizionale manifattura di ceramiche - Troyan
"I nostri antenati, per dare il pane alla propria famiglia, producevano patate, grano e miglio nei loro poveri campi, oltre ad allevare vani animali. Mio nonno era vasaio, durante l'inverno produceva stoviglie che poi durante l'estate vendeva ai polendatzi. Così si guadagnavano la pagnotta quasi tutti, a Troyan. Inoltre preparavano la rakiya, che poi vendevano allo stesso modo".

Quest'uomo parla con animazione di investimenti per milioni di euro, delle nuove macchine per la sua azienda del rapporto vivo con i suoi operai ma, siccome i bulgari tengono particolarmente ai propri figli, non nasconde l'orgoglio nel dire che che "anche per me, come per ogni genitore, i bambini sono la più grande ricchezza". La ricchezza, per Marin, non si misura in macchine di lusso che, come sottolinea, non ha. Vive con la famiglia in un appartamento di 56 metri quadri e va in vacanza solo una volta l'anno, all'estero, perché, spiega, "è più economico". Di lui parlano con grande rispetto come uno dei principali donatori della municipalità, del locale museo dell'artigianato e della chiesa. Lui stesso, però, dice che non ama buttare i soldi al vento. Racconta con orgoglio che quest'anno ha portato sedici dipendenti a Monaco, tutti ingegneri, per vedere le ultimissime novità in campo di macchinari tessili.

Nell'ufficio della "Kalinel" ci sono diagrammi e grafici, dai quali è evidente che l'azienda è in espansione: ogni anno che passa aumentano produzione e quote di mercato, e si cercano nuove ditte per i subappalti. Secondo Radevski, il problema dell'emigrazione dei giovani nei paesi più sviluppati deve essere affrontato con idee nuove."Non dobbiamo andare in Europa o in America, ma al contrario portarle qui, in Bulgaria. Io mi impegno in questa direzione con tutte le mie forze, producendo e vendendo merci di qualità europea. Non è un processo rapido, ma se non ci impegniamo noi in prima persona, nessuno verrà da fuori a farlo per noi".http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8136/1/43/

Turchia: Possibili prospettive

Per quanto riguarda l’Europa, l’Italia, forte sostenitrice dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea, si pone in testa per un rapporto privilegiato

In primo luogo deve evidenziarsi la forte decisione di Ankara a svincolarsi il più possibile da forniture americane cercando alternative che possano garantire una adeguato tranfer di tecnologia a vantaggio dell'industria nazionale. Per quanto riguarda l’Europa, l’Italia, forte sostenitrice dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea, si pone in testa per un rapporto privilegiato. Le affinità che avvicinano le due terre sono molte come la prossimità geografica, storica e socio-culturale, tanto che l'Italia è il secondo partner commerciale con Ankara.

Il rapporto italiano nei confronti della Turchia si può dire unico in Europa in quanto la Francia è profondamente ostile alla sua entrata nell’Unione, con una posizione ancor più accentuata in questo senso con il nuovo presidente Nicolas Sarcozy e in aggiunta con la normativa relativa all’utilizzo del velo nelle scuole si pone in profondo contrasto con le tradizioni islamiche. Allo stesso modo si pone anche la Germania. L’unica favorevole con l’Italia è l’Inghilterra che vuole favorire le strategie mediorientali ed europee di Washighton che vede nella Turchia una testa di ponte verso il Medio Oriente. Date le posizioni europee, in campo economico, la più adeguata a contrattare con la Turchia rimane l’Italia che si è fatta promotrice della vendita dell’Eurofighter cercando di coinvolgere nel progetto di assemblaggio lo stesso paese acquirente, in modo da poter offrire delle agevolazioni sul prezzo del prodotto e, sopratutto, garantire un buon trasferimento di know-how de eventualmente di tecnologia. Con l’adesione della Turchia, il consorzio si amplierebbe a cinque partner, inglobando un paese strategico per incrementare il mercato. La proposta implicherebbe il coinvolgimento nell’assemblaggio dei caccia Eurofighter per le forze aeree turche e di altri esemplari eventualmente venduti a Pakistan ed Emirati Arabi. Resta il fatto che la scelta turca a favore dell'F-35 è ormai definitiva e che le possibilità per l'Eurofighter rimangono legate a quanto l'Italia e l'Europa sapranno arrivare ad offrire in termini politici e di ritorni industriali.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30033

USA : false confessioni estorte con minaccia di pena di morte
di Rico Guillermo*

Alcuni uomini minacciati di pena di morte potrebbero aver confessato un crimine che non avevano commesso.

Dopo lunghi e intensi interrogatori, inclusivi di minacce di perseguire la pena di morte, nel 1997 quattro marines hanno confessato una violenza ed un omicidio a Norfolk, in Virginia. Oggi e' emersa una nuova prova che indicherebbe che tutti e quattro potrebbero essere non colpevoli e ben quattro ex procuratori generali della Virginia si sono uniti alla lunga lista di persone che chiede al govervatore Tim Kaine di graziare gli uomini in virtu' del grossolano errore giudiziario.

Tre degli uomini sono infatti stati condannati all'ergastolo senza parola per la violenza e l'omicidio di Michelle Moore-Bosko, mentre il quarto marine abbia passato oltre 8 anni in prigione per violenza. I quattro uomini, conosciuti come "i quattro di Norfolk" ora affermano la loro innocenza e dicono che la polizia li ha costretti a confessare anche grazie alle minacce di una condanna a morte e di abusi fisici.

Le loro confessioni non combaciavano ed i particolari che hanno fornito non si sono adattati con le prove raccolte dalla polizia. Inoltre, nessuna prova fisica raccolta sulla scena del delitto li ha collegati al crimine. Inoltre un collega di uno dei marines ha sempre cercato di testimoniare che l'imputato era bordo della nave su cui prestava servizio, al momento del crimine, ma non e' stato ascoltato: "Il mio piu' grande errore - ha dichiarato - e' stato credere che il sistema giudiziario andasse avanti nella giusta maniera. Non potevo concepire che qualcuno che era evidentemente innocente potesse andare in prigione. Era li' che sbagliavo".

Omar Ballard, un noto criminale che conosceva la vittima e che sta scontando 40 anni di prigione per violenza carnale e violenze su una teenager commessi appena dieci giorni dopo l'omicidio di Moore-Bosko, ha scritto una lettera in cui confessava il crimine e in seguito e' stato confermato che l'unica prova fisica trovato sul DNA metteva in relazione Ballard e la vittima.

In un recente articolo sul New York Times, Alan Berlow ha analizzato perche' i quattro marine hanno confessato tutti un crimine non commesso ed ha intervistato esperti che dicono che i quattro hanno dovuto affrontare un tipo di interrogatorio che conduce spesso a false confessioni.

Gli studi compiuti in generale sulle false confessioni, hanno trovato un certo numero di indicatori ricorrenti, come la violenza, le minacce di violenza, le minacce di condanne dure come l'esecuzione e l'adozione di strategie come l'isolamento, l'insonnia e gli interrogatori lunghi sotto pressione, un po' - anche se in scala ridotta - come nelle prigioni della CIA per terroristi, per le quali gli stessi esperti del Pentagono hanno recentemente criticato l'attendibilita' delle informazioni ottenute con le violenze fisiche e psicologiche.

Oltre che negli USA, la questione degli interrogatori che inducono le persone a confessare si sta presentando in tutta la sua mostruosa evidenza anche in Giappone, dove pure i procuratori vogliono arrivare al processo con la vittoria in tasca e molti poliziotti si sono mostrati senza scrupoli abusando in modo sconvogente della carcerazione preventiva.

Come dimostra anche il caso dei quattro di Norfolk, peraltro, oltre all'ingiustizia della condanna e detenzione di innocenti, le false confessioni indotte comportano anche la reiterazione del reato da parte dei veri colpevoli, che non vengono piu' ricercati dopo l'individuazione del capro espiatorio condannato forzosamente.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org



agosto 25 2007

Aleviti, sunniti, sciiti: analogie e differenze (I)

Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

Cosa è ortodosso e cosa eterodosso? E' uno dei temi trattati in questa doppia intervista a Aykan Erdemir, antropologo e Mustafa Şen, sociologo, entrambi della Middle East Technical University di Ankara. La prima di due parti
Vorrei soffermarmi sulla questione del posto che gli aleviti occupano nel mondo islamico rispetto alle correnti sciita e sunnita, possiamo tracciare un quadro generale?

Aykan Erdemir: Nel mondo islamico la divisione fondamentale tra sunniti, il 90%, e sciiti, 10%, risale agli avvenimenti seguiti alla morte del profeta Maometto, la questione della successione, di chi prenderà il suo posto, la lotta per il Califfato. Per i sunniti il successore deve essere Ebu Bekir, per gli sciiti invece Ali, marito di Fatima la figlia di Maometto, è destinato a prendere il posto del profeta. Tra gli sciiti, come tra i sunniti, ci sono poi correnti diverse. Quella dei tre imam, Deydi, quella dei sette imam, gli Ismailiti, quella dei dodici imam, di cui si parla spesso negli ultimi tempi in relazione a quanto accade in Iran ed in Libano.

Gli aleviti non rientrano in nessuna di questa due grandi correnti. Si, tra gli Aleviti ci sono i dodici imam come discendenti del profeta che torneranno un giorno a portare pace e giustizia nel mondo, elementi che avvicinano gli aleviti agli sciiti. Nella teologia e nella pratica ci sono però molte differenze. La ritualità alevita non prevede le cinque preghiere quotidiane, non c’è il mese del digiuno e neppure il pellegrinaggio alla Mecca. la credenza nella uguaglianza tra uomini e donne che condividono lo stesso spazio nella preghiera, l’esistenza di un semah, l’uso della musica, l’uso degli alcolici nelle cerimonie, sono tutti elementi che mostrano quanto gli aleviti siano lontani dalla tradizione sciita.

Nelle cerimonie alevite si parla molto dei fatti di Kerbela nell’odierno Iraq, città dove nel 680 d.C. l’esercito omayyade assassinò Hussein nipote di Maometto. N.d.A). Il ruolo della sofferenza, del martirio sono importanti così come nella tradizione sciita, non è un punto comune?

AE: Sì certo, il sentimento dell’aver subito un ingiustizia, di essere stati oppressi è un elemento comune con gli sciiti. L’ingiustizia patita a Kerbela da Ali nel corso della lotta per la successione, l’avvelenamento di suo figlio Hasan e l’uccisione del fratello Hüssein sono elementi importanti tra gli aleviti ma anche qui ci sono differenze rilevanti soprattutto per quanto riguarda il dolore e la sua drammatizzazione.

La questione del lutto tra gli sciiti è molto importante, durante il periodo del muharrem potete vedere queste differenze. Ferirsi, tagliarsi, colpirsi con delle catene, anche se si tratta di tradizioni che stanno perdendo la loro forza, sono elementi caratteristici del mondo sciita. Tra gli aleviti queste tradizioni sono completamente assenti. Il ricordo dei fatti di Kerbela avviene durante la cem, attraverso orazioni funebri, una modalità poetica ed artistica, questa è una differenza importante. Un’altra differenza è che nella cerimonia della cem c’è il momento in cui si ricorda l’ascensione di Maometto al fianco d Allah, miraçlama. In questa fase assistiamo anche alla divinizzazione della figura di Ali, questa una differenza importante rispetto a gran parte del mondo sciita.

Si parla spesso di aleviti e bektashi come fossero due sinonimi, qual è la differenza?

AE: I bektashi sono una confraternita e quindi chiunque può diventare bektashi. L’alevismo è qualcosa che passa attraverso il padre e la madre. Quindi i bektashi eleggono i loro dede, i loro leader spirituali mentre per gli aleviti il dede è una carica che si trasmette tra le generazioni, da padre in figlio.

La confraternita dei bektashi è stata considerata il braccio spirituale dei giannizzeri, il corpo militare d’elite dello stato ottomano. Non c’è una contraddizione con la filosofia alevita fondata sulla tolleranza e “l’umanesimo anatolico”?

Mustafa Şen : Questa relazione tra bektashi e giannizzeri in realtà rappresenta un’incognita che nemmeno gli storici hanno indagato a fondo. Con le riforme di Mahmut II, la modernizzazione ottomana ha soppresso i giannizzeri ed allo stesso tempo la confraternita, è un momento di passaggio e su questo non sappiamo molto. In realtà in epoca ottomana ogni professione, corporazione, aveva legami privilegiati con una confraternita religiosa. I giannizzeri sono legati ai bektashi. Il problema è guardare l’impero ottomano come uno stato nazionale moderno e in questa prospettiva vediamo le relazioni tra confraternite e il centro come unidimensionali.

Molti intellettuali aleviti vedono in realtà di cattivo occhio una relazione tra i bektashi ed il potere ottomano. Io credo che non avendo molte informazioni sia sbagliato fare delle generalizzazioni. Nel mondo ottomano c’erano diversi rapporti di forza e i bektashi possono aver avuto una relazione privilegiata con i giannizzeri, del resto molti esponenti di spicco dei giannizzeri sappiamo erano bektashi.

La religione nel mondo ottomano non aveva però un carattere così conservatore come vorrebbero gli islamisti di oggi. I sunniti non avevano una posizione così predominante e il potere ottomano intrecciava relazioni coi differenti gruppi religiosi in modo pragmatico, strumentale a seconda delle circostanze. Dobbiamo poi considerare il particolare carattere dei giannizzeri formati da bambini cristiani, reclutati secondo il sistema della devşirme, cioè venivano rapiti dalle famiglie di origine e poi spesso affidati a famiglie alevite-bektashi perché gli aleviti non facevano discriminazioni rispetto ai loro figli naturali, quindi le famiglie alevite rappresentavano un ambiente ideale per crescere i futuri soldati.

Di nuovo vorrei tornare sulla questione dell’alevismo come Islam sincretico, non ortodosso, qual è il suo punto di vista?

AE: Io credo che fino al 16° secolo nell’Islam sia impossibile parlare di una ortodossia consolidata, neanche lo stato ottomano aveva le idee ben chiare su cosa fosse l’ortodossia sunnita. In questo contesto quindi non è possibile parlare neanche di eterodossia, forse di metodoxia. Dopo il 16° secolo si può parlare di una ortodossia sunnita hanefita. E’ possibile parlare di ortodossia nella Turchia contemporanea?

Ufficialmente siamo in un paese laico ma probabilmente c’è un’ortodossia ufficiosa per così dire rappresentata dalla Presidenza degli Affari religiosi.

Per quanto riguarda il concetto di sincretismo è un termine molto usato ma di difficile applicazione. Dal punto di vista antropologico non ci sono religioni non sincretiche e allora perché usiamo il termine eterodosso solo per gli aleviti? Io credo che dietro questo equivoco ci sia un pregiudizio e cioè quello per cui si vuole mostrare che il sunnismo è puro ed omogeneo mentre l’alevismo sarebbe una sorta di versione deteriorata e allora se usiamo il termine sincretico solo per l’alevismo mi risulta difficile accettarlo. Io credo che qui cominciano serie questioni scientifiche, politiche e morali. (1 – continua)
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8063/1/51/

ONU: 12.000 IN FUGA DA MOGADISCIO NEL MESE DI AGOSTO




Sarebbero circa 12.000 le persone fuggite da Mogadiscio nel mese di agosto. Lo rivela un documento dell’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) in Somalia, secondo cui il numero di abitanti in fuga dalle violenze sale a 43.000 se si prendono in considerazione i dati dall’inizio di giugno e che riflettono l’aumento di insicurezza che ha investito la città nelle ultime settimane. L’agenzia annuncia anche che in previsione dell’inizio di una nuova stagione di traffici e delle migrazioni, i rappresentanti di diverse agenzie dell’ONU si riuniranno nel Puntland il 21 e 23 agosto. L’incontro, a cui parteciperanno anche rappresentanti delle autorità locali, mira a definire una strategia che eviti ‘nuove catastrofi’, considerando il prezzo in vite umane pagato dai migranti che affrontano il Golfo di Aden per lasciare il Corno d’Africa e raggiungere lo Yemen, porta della penisola araba, in fuga da fame, violenza, siccità o semplicemente in cerca di lavoro e di una vita migliore.
http://www.misna.org/


agosto 24 2007

Macedonia-Grecia, la nuova porta dei migranti verso l'Europa


In alcune zone al confine tra Grecia e Macedonia si sta abbandonando l'agricoltura per il più redditizio traffico di migranti. I Balcani sono solcati da rotte verso l'Europa occidentale. In continuo mutamento
Di Daniela Trpcevska – Globus (pubblicato sulla stampa locale il 19 giugno 2007)

Selezionato e tradotto da Le Courrier des Balkans e Osservatorio sui Balcani

L'Europa si trova davanti una grande sfida: come affrontare l'afflusso di migranti che tentano ogni anno di attraversare le sue frontiere? E' sempre più difficile per la “vecchia Europa” proteggersi dall'arrivo di clandestini dalla Cina, dal Pakistan, dall'Albania, dall'Iraq, dal Bangladesh o dalla Turchia, nella loro fuga dalla miseria.

Nascosti nei container dei camion, nei taxi o nei bagagliai di autovetture rischiano la loro vita intraprendendo viaggi molto pericolosi. Tutte le ricerche sui canali e sulle reti di migrazioni portano all'aeroporto di Belgrado. E' il punto d'entrata maggiore in tutta Europa. Poi le rotte portano alla Macedonia. Ma quest'ultima non è la destinazione finale. Tentano infatti di entrare in Grecia. Una volta raggiunto ad esempio l'aeroporto di Salonicco, non vi è più alcuna barriera che li separi dall'Europa occidentale.

Cuscinetto d'Europa

“Rappresentiamo una barriera di protezione dell'Europa. L'afflusso di migranti provenienti da Oriente si blocca a questa barriera. I clandestini, una volta individuati, sono immediatamente ricondotti nei loro paesi d'origine. Se questa frontiera diventa permeabile l'Europa crollerà sotto il peso di cinesi, curdi e albanesi”, afferma il responsabile della pubblica sicurezza in Macedonia, Lupco Todorovski.

I paesi dei Balcani, che formano un cuscinetto esterno dell'Unione europea, rinserrano le fila di fonte ad una delle rotte più frequentate dei traffici di clandestini. Le polizie dei Paesi dei Balcani sono particolarmente soddisfatte dei risultati ottenuti con l'operazione “Danubio”. La più importante rete balcanica di traffici di migranti, che movimentava milioni di euro, è stata smantellata e sessanta trafficanti si sono ritrovati dietro alle sbarre.

In Macedonia i due trafficanti più pericolosi sono stati arrestati: si hanno le prove del loro coinvolgimento nel passaggio di centinaia d'emigranti. Malgrado il successo di quest'operazione, le autorità sottolineano che il traffico non si è arrestato, dato che rappresenta un business di ingenti somme di denaro.

I trafficanti sono ben organizzati e agiscono in connessione con le reti criminali dei paesi vicini. Le pene più severe, che possono arrivare sino a otto anni di reclusione, non li fanno desistere dal continuare a seguire i propri affari. I migranti, nella gran parte dei casi, imbrogliati dai trafficanti e inseguiti dalla polizia, vengono rimpatriati senza più soldi e senza più documenti.

Le rotte

I cinesi, gli albanesi, i pachistani, gli indiani ma anche, negli ultimi tempi, gli iracheni, attraversano i Balcani per emigrare. Alcuni, tra loro, affrontano le rotte via terra che, dopo l'arrivo all'aeroporto di Skopje passa per il Kosovo, per la Bosnia, la Croazia, la Slovenia sino all'Italia e all'Austria.

I migranti cinesi utilizzano più spesso l'aeroporto di Belgrado per arrivare nei Balcani non avendo bisogno di alcun visto per entrare in Serbia. Dopodiché, gruppi ben organizzati, li prendono in consegna e li dirigono verso tre direzioni: verso l'Ungheria, la Macedonia o la Croazia.

“Gli emigranti cinesi utilizzano spesso l'aeroporto di Belgrado. A volte arrivano invece a Istanbul o atterrano all'aeroporto di Skopje. Nel corso del 2005 si è verificato anche un afflusso di migranti cinesi in Albania. Si sono installati in alcuni campi, si sono procurati dei documenti e infine sono arrivati in Grecia attraverso la Macedonia. Questa rotta è ancora attiva ma i trafficanti cercano senza sosta nuovi itinerari, i meno dispendiosi e che presentino i meno rischi possibili”, spiega Sande Kitanov, a capo del settore che controlla il traffico di esseri umani all'interno del ministero degli Interni macedone.

Molti migranti curdi utilizzano le rotte che passano per Istanbul, Pristina o Tirana. Gli organizzatori di questo traffico parlano molto bene il curdo e hanno buoni contatti all'interno degli aeroporti. I trafficanti, spesso, applicano dei visti falsi ai passaporti. A volte cambiano solamente la fotografia, utilizzando passaporti di altre persone, con visti regolari.

“I falsi passaporti turchi sono difficili da individuare. E' anche molto facile sostituire la foto. Vi sono stati anche casi di uomini che viaggiavano in Europa con passaporti intestati a donne. In pochi conoscono il turco e si possono rendere conto dell'inganno”, aggiunge l'ispettore Mome Jakimovski.

Nel 2005 una rete di traffico di migranti peruviani, organizzata da una persona del Kosovo, è stata smantellata. Questo kosovaro aveva fatto la conoscenza di un peruviano ed avevano aperto un'agenzia turistica, che serviva da paravento per il traffico di clandestini verso la Grecia, via Pristina. La rete funzionava nei due sensi di marcia: alcuni kosovari sono partiti infatti verso il Perù per poi andare negli Stati Uniti. La rete è stata smantellata dall'UNMIK.

I migranti che non hanno risorse finanziarie a volte decidono di intraprendere da soli questo cammino pieno di spine. “Vengono dall'Albania in Macedonia passando da Struga, poi prendono una macchina o un taxi per arrivare a Skopje. Infine proseguono verso Gevgelija, alla frontiera con la Grecia. Utilizzano il fiume Vardar come punto di riferimento, seguono il suo corso. Ma a volte si perdono ed invece di arrivare a Gevgelija arrivano a Tabanovce [frontiera con la Serbia]!”, spiegano i poliziotti.

Immensi profitti

I trafficanti macedoni hanno solide relazioni con i criminali dei paesi vicini. E' difficile bloccare il loro business perché è fonte di enormi profitti. “Il trasferimento di un migrante cinese attraverso la Macedonia può far guadagnare dai 1000 ai 1500 euro e il solo attraversare la frontiera può costare 300-400 euro. I migranti albanesi pagano tra i 1000 e i 2000 euro”, spiega l'ispettore Jakimovski.

E' facile calcolare i profitti rappresentati dal traffico. Il trasferimento di un gruppo di una decina di migranti albanesi in Grecia non costa più di 500 euro ai trafficanti. Ma fanno pagare questo “servizio” almeno 1500 euro a testa e quindi hanno un guadagno netto di circa 15.000 euro.

Il trafficking è un'attività molto florida nelle regioni di Gevgelija, Strumica e Dojran, vicino alla frontiera greca. A Gevgelija, la gente sta abbandonando l'agricoltura. “Abbandonano i pomodori e i peperoni per il traffico che permette loro di guadagnare molti più soldi. Chiedono 50 euro a persona per far attraversare la frontiera”, spiegano i nostri interlocutori.

I clandestini vengono condotti lungo dei sentieri per passare la “frontiera verde”, è così che la polizia chiama quella parte di confine che non viene controllato ininterrottamente. I trafficanti di solito alloggiano i clandestini presso dei loro contatti logistici, a Dojran e Gevgelija, prima di fare passare loro la frontiera. “I collaboratori locali dei trafficanti sono dei veri esperti. Conoscono bene il terreno, hanno dei contatti con i poliziotti di frontiera. Rappresentano un anello fondamentale nella catena che porta i migranti in Grecia. I migranti sono convinti del fatto che la Grecia sia il paese della salvezza, perché da lì è facile raggiungere qualsiasi destinazione dall'aeroporto di Salonicco”, piega il capo della polizia Kitanovski.

Come sbarazzarsi dei cinesi ...

I migranti cinesi arrivano a pagare circa 15.000 euro a seconda del numero di paesi che devono attraversare per arrivare in Europa. Spesso viaggiano in aereo. Per guadagnare questi 15.000 euro spesso devono lavorare per degli anni presso colui il quale ha finanziato il loro viaggio. Si tratta di una forma di sfruttamento del lavoro difficile da dimostrare.

“Il problema, quando si catturano dei clandestini, è che non hanno alcun documento d'identità. Per noi è difficile arrivare ad una loro identificazione, perché aspettiamo a lungo informazioni che ci provengono dalla Cina. Inoltre i costi di rimpatrio sono a carico del paese dove sono stati bloccati i clandestini. Costi enormi per i nostri paesi”, sottolinea il capo della polizia Kitanovski.

Tenendo conto che il costo di rimpatrio di un migrante cinese può variare dai 2000 ai 3000 euro si capisce perché tutti tentano di sbarazzarsi di loro e dirigerli verso i paesi vicini. “Succede anche che i greci, per liberarsi dei clandestini, li trasportano con dei camion sino al punto di frontiera di Bogorodica. E quando si prova a rimandarli in Grecia i migranti si gettano alle gambe dei poliziotti, piangono e mostrano, con dei gesti, di essere stati maltrattati in Grecia”, racconta il capo della sicurezza pubblica Ljupco Todorovski.

Le sanzioni

Le pene previste per le organizzazioni criminali che si occupano di traffico di clandestini vanno sino a otto anni di prigione, ma questo non fa desistere i trafficanti dai loro affari a causa dei grossi profitti che ne possono derivare. Tutti i nostri interlocutori sono d'accordo su questo.

Il traffico di migranti è stato introdotto come delitto specifico nel codice penale macedone nel 2004. Da allora, in conformità con la convenzione di Palermo e le direttive del Consiglio d'Europa, sono previste pene sino a otto anni. Le stesse pene sono previste per chi si occupa di traffico di minori.

MEDIORIENTE:
Si prepara la guerra, parlando di pace
Analisi di Peter Hirschberg

GERUSALEMME, (IPS) - Nell’ultima settimana, i funzionari israeliani hanno usato quasi tutte le occasioni pubbliche per affermare che Israele non ha intenti bellicosi contro la Siria. Fonti ufficiali di Damasco hanno rilasciato analoghi pacifici proclami, insistendo sulle loro intenzioni non belligeranti nei confronti di Gerusalemme. E ultimamente, alti funzionari di due stati arabi hanno fatto sapere a Israele che la Siria non ha in programma un attacco nei prossimi mesi.

A cosa è dovuta dunque la crescente tensione tra Gerusalemme e Damasco, e perché i leader israeliani sono così preoccupati della possibilità di una guerra con il loro vicino settentrionale? Ciò che li preoccupa è il vasto programma siriano per il riarmo, le esercitazioni militari della Siria sul confine con Israele, e il timore che anche se entrambe le parti non desiderano la guerra, un errore potrebbe portare al conflitto.

”Israele non è interessato alla guerra con la Siria, ma ci stiamo preparando per qualunque eventualità”, ha dichiarato il Primo Ministro Ehud Olmert durante una recente visita al quartier generale del Comando settentrionale dell’esercito.

Il Vice-Presidente siriano Faroukh a-Shara ha detto che Damasco non “inizierebbe la guerra...il popolo in Siria non vuole la guerra, ma non accetterà nulla di diverso dal ritiro israeliano da tutto il territorio occupato delle Alture del Golan”.

Le tensioni sono state acuite, in parte, dalle esercitazioni che l’esercito israeliano sta effettuando sulle Alture del Golan, attribuite alla necessità di riorganizzazione dell’esercito nella ripresa della guerra in Libano che risale a un anno fa. Israele è preoccupato per il riarmo della Siria, soprattutto per l’avvento di armi sofisticate di produzione russa, come missili antiaerei e anticarro. Pare che siano stati parzialmente acquistati con finanziamenti iraniani, ma molti dei carichi non sono ancora arrivati.

I media russi hanno recentemente riferito che i missili antiaerei sono parte di un affare di armi da 900 milioni di dollari. Il sistema missilistico è noto come Pantsyr S1 ed è costituito da armi anti-aeree a corto raggio che possono essere montate sul retro dei veicoli. Il timore nei circuiti della difesa israeliana è che questi missili possano arrivare nelle mani degli Hezbollah in Libano meridionale.

I siriani stanno inoltre costruendo estese fortificazioni di difesa lungo la parte meridionale e settentrionale delle Alture del Golan. Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, la Siria ha dispiegato 200 dei suoi più sofisticati missili terra-aria vicino al confine con Israele.

Funzionari della difesa israeliana stanno inoltre cercando di interpretare quelli che ritengono segnali di guerra provenienti dal Presidente siriano Bashar Assad. Negli ultimi mesi, Assad aveva avanzato proposte di pace a Israele, dichiarando di essere pronto a tornare al tavolo delle trattative. Tuttavia, queste dichiarazioni si sovrappongono ad avvertimenti di “resistenza”, fatti in coppia con Hezbollah, il gruppo sciita che gode del sostegno siriano e iraniano nel Libano meridionale e che ha combattuto Israele durante le ostilità dello scorso anno in Libano.

Un timore di Israele è che se esploderanno nuovamente le ostilità con Hezbollah, la Siria potrebbe intraprendere un’azione militare circoscritta nel tentativo di riacquisire un pezzo delle Alture del Golan e costringere Israele al tavolo dei negoziati.

Israele ha sottratto alla Siria quel tratto montuoso strategico nella guerra del 1967, e Damasco chiede da allora la restituzione del Golan come prezzo per la pace con Israele. Le due parti si sono incontrate l’ultima volta ad un tavolo di trattative nel 2000, quando il primo ministro israeliano Ehud Barak ha incontrato Farouk a-Shara negli Usa. I negoziati si sono tuttavia interrotti e le due parti non si sono più incontrate.

Mentre la Siria pretende la restituzione delle Alture in cambio della pace, Israele esige che vengano applicati rigidi accordi di sicurezza per riconsegnare l’area strategica, compresa una profonda zona demilitarizzata sul lato siriano del confine. Israele ha un punto di osservazione molto sofisticato sul Monte Hermon, nella posizione più alta delle Alture del Golan, noto in Israele come “gli occhi del paese”. Dal Monte Hermon, Israele può controllare su ampio raggio il territorio siriano.

I leader israeliani e le alte cariche militari si sono incontrate settimanalmente per valutare le intenzioni siriane. Il Generale maggiore Amos Yadlin, capo dell’intelligence militare, non crede che Damasco stia pianificando un attacco ad Israele, ma teme lo scenario dell’”errore”, nel quale le tensioni tra le due parti potrebbero andare fuori controllo. “La Siria non ha in programma una guerra, ma lo scenario di un possibile malinteso è piuttosto rilevante”, è una sua recente dichiarazione.

Ehud Barak, oggi ministro della difesa, ha cercato di placare i timori siriani sulle estese esercitazioni militari israeliane nelle Alture del Golan, dichiarando che le manovre sono parte di uno sforzo per assicurare la preparazione di Israele nella ripresa della guerra in Libano. “Israele non è interessato alla guerra con la Siria, e riteniamo che nemmeno la Siria voglia una guerra”, ha recentemente dichiarato Barak nel tentativo di mitigare le crescenti tensioni.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=988

Darfur : esercito commette violenze su donne e bambini , rapporto ONU
di Carla Amato

Il governo del Sudan deve proteggere le donne ed i bambini del Darfur dalla violenza sessuale e di genere perpetrata dai suoi stessi soldati. Lo chiede un nuovo rapporto dell'ufficio dell'Alto Commissario per i diritti dell'uomo che illustra casi di rapimento, violenza e violenza sessuale nel Darfur del sud.

Nonostante la firma degli accordi di pace da parte della quasi totalita' di gruppi in conflitto, la regione e' ancora travagliata da una guerra civile che vede contrapposti i gruppi ribelli e le truppe filogovernative Janjaweed, mentre l'esercito nazionale bombarda dall'alto e crescono i gruppetti di banditi che assaltano i villaggi e i convogli. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise, ed oltre un milione di fuggitivi sono rifugiati in campi profughi interni o esterni al Paese. La situazione di insicurezza interna non favorisce il ritorno di questi profughi ne' la serenita' di chi e' rimasto a casa.

Il rapporto ONU - un aggiornamento di quello pubblicato nell'aprile 2007 - contiene le testimonianze delle vittime e dei testimoni oculari che descrivono come le donne siano state rapite, mantenute in stato di schiavitu' sessuale o siano state sottoposte ad altre violazioni dei diritti dell'uomo a Deribat e nelle citta' vicine dalle forze armate sudanesi (SAF) e dai gruppi affiliati. Queste ed altre violazioni si sono verificate dal dicembre 2006 come conseguenza degli attacchi a terra e dall'aria sui civili della zona.

Il rapporto - pubblicato in collaborazione con la missione delle Nazioni Unite nel Sudan (UNMIS) - dice che gli abusi possono anche costituire crimini di guerra, e nota che il governo sudanese non ha fatto nessuna inchiesta in merito, mentre le autorita' locali hanno indicato di aver spedito denunce alle forze armate sudanesi. Nel frattempo, il Consiglio consultivo del Sudan sui diritti dell'uomo ha informato UNMIS che sta proponendo di istituire un comitato di indagine insieme con la missione dell'Unione Africana in Sudan per investigare sulle violazioni denunciate dal rapporto.

Fra le raccomandazioni del rapporto:

  • Il governo e le fazioni ribelli devono cessare tutti gli attacchi contro i civili, particolarmente le donne ed i bambini
  • Il governo deve istituire un corpo indipendente per indagare sui rapimenti, le violenze e la schiavitu' sessuale commessi nella regione e i sospetti responsabili devono essere portati davanti alla giustizia in processi rispondenti agli standard internazionali di imparzialita' e in modo pubblico
  • Il governo deve diffondere immediatamente fra le truppe istruzioni sul comportamento da tenere e chiarire che gli stupri ed altre forme di violenza sessuale non saranno tollerati.
  • Il governo deve rivedere la sua legislazione, in modo che le donne non siano trattenute dallo sporgere denuncia dal timore di essere accusate di adulterio
  • L'unione africana deve essere presente nella zona, negoziando la sua presenza con i firmatari dell'accordo di pace del Darfur.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



agosto 23 2007

Turchia: Eurofighter o F-35

La Turchia gode di una forte alleanza con gli Stati Uniti in seguito alla sua entrata nella NATO durante la guerra fredda

Il rapporto tra le due nazioni, però, con la caduta dell’Unione Sovietica, è andato sempre più affievolendosi e contestualmente il nuovo assetto dello scenario globale ha aumentato gli interessi per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Questi i retroscena dell’intricata faccenda che porta la nazione turca, dopo aver fpartecipato allo sviluppo del caccia americano F-35, a valutare seriamente l’ipotesi d’acquisto del Eurofighter Typhoon, il nuovo caccia di completa produzione europea. Il confermarsi della volontà di consolidare il rapporto con l’Europa e il concretizzarsi di un accordo tra Italia e Turchia per il velivolo multiruolo si avvicina ancor di più con la riconferma a presidente di Erdogan.

Negli ultimi anni la Turchia è stata al centro del dibattito europeo per diverse ragioni, in primis per una questione non ancora risolta riguardante la sua entrata o meno nell’unione. Le posizioni favorevoli o contrarie, come si può ben immaginare, sono influenzate dall’economia, ma non solo, infatti non deve sottovalutarsi che la Turchia ha una collocazione geografica particolarmente interessante, trovandosi all’interno dell’attuale triangolo d’instabilità globale tra Medio Oriente, Caucaso e Balcani. Date queste premesse, si può sostenere che la posizione strategica, la forte crescita economica e i legami all’Occidente poiché membro NATO, ONU, OSCE, nonché l’unico paese del Medio Oriente vicino all’entrata nell’Unione Europea la rendono un terreno particolarmente appetibile per stringere nuove alleanze economiche e politiche . L’unico neo che si pone come ostacolo in questo, è la percezione della Turchia come un paese “repressivo ed aggressivo”, che solleva il dibattito della società civile occidentale sulle opportunità che le si possono riconoscere in quanto stato emergente.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30030

SALUTE-ASIA:
Hiv/Aids dal volto di donna
Zofeen Ebrahim

COLOMBO, (IPS TerraViva) (IPS) - Prosegue a pieno ritmo la “femminizzazione” di Hiv e Aids nell’area Asia/Pacifico, e lo dimostra il fatto che quasi il 40 per cento dei nuovi casi di Hiv colpisca le donne, anche se le ultime stime assicurano che, rispetto alle previsioni, è sceso il numero di persone che vive con questa malattia nella regione.

Secondo Nafis Sadik, consulente e inviata speciale per l’Hiv/Aids in Asia/Pacifico del Segretario generale delle Nazioni Unite, ciò che è allarmante è il tasso sproporzionato di Hiv tra le giovani donne sposate.

Il matrimonio e la fedeltà sembrano offrire scarsa protezione dalla malattia, e i comportamenti sociali continuano a mantenere le donne in condizione di povertà e prive di potere, ha dichiarato Sadik all’ottavo Congresso internazionale sull’Aids in Asia e Pacifico (ICAAP) a Colombo.

“È arrivato il momento di dare (alle donne sposate) un volto, una voce”, ha detto Prasada Rao, direttore regionale del Programma congiunto dell’Onu su Hiv/Aids.

Citando uno studio del Programma Onu per lo sviluppo, Rao ha dichiarato che in Asia meridionale il 40 per cento delle donne vive nella casa dei suoceri dopo la morte per Aids del marito, e all’80 per cento di queste donne vengono negati i diritti di proprietà.

L’Hiv (acronimo inglese per virus di immunodeficienza umana) colpisce il sistema immunitario provocando la sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids).

Il crescente tasso di Hiv tra le donne più giovani è in parte dovuto alla falsa idea che l’ignoranza delle donne riguardo al sesso e alla sessualità prematrimoniale sia un bene, ha sostenuto Sadik, sottolineando come la necessità di un’educazione sul sesso e l’Aids per le giovani donne sia fondamentale per fronteggiare l’epidemia.

In paesi come Tailandia e Cambogia, più del 35 per cento dei nuovi casi di Hiv vengono registrati tra le donne sposate; una tendenza che preoccupa gli esperti, anche se gli ultimi dati ufficiali mostrano che sono 5,4 milioni - e non 8,3, come era emerso dalle stime precedenti - le persone che vivono con l’Hiv nella regione.

Annmaree O'Keeffe dell’agenzia di aiuti australiana AusAID, ha definito l’Hiv/Aids una questione che riguarda la giustizia, l’educazione, il business, le donne e lo sviluppo, e ha dichiarato: “È un tema che richiede intuito, leadership e impegno per affrontare cause impopolari come i diritti e i bisogni delle minoranze stigmatizzate e socialmente emarginate, e se necessario una sfida alle norme sociali riguardanti il genere e la sessualità”.

“La discriminazione contro le donne, le relazioni di potere ineguali tra uomini e donne, sono alla base delle ineguaglianze di genere che alimentano la ‘femminizzazione’ dell’epidemia”, ha detto Sunila Abeysekera, direttrice esecutiva di Inform, con sede in Sri-Lanka, un centro di documentazione che si occupa di diritti umani nelle situazioni di guerra e di conflitto.

Anche dopo trent’anni di impegno - soprattutto di adesione formale - da parte dei governi nella tutela dei diritti delle donne, Abeysekera considera il mondo un “luogo estremamente pericoloso” per la popolazione femminile.

“La violenza sessuale e la dipendenza economica aumentano la vulnerabilità delle donne verso l’Hiv”, concorda O’Keeffe. “Il debole status sociale ed economico delle donne in molte società significa che le donne non hanno una posizione di potere sufficientemente forte per poter negoziare sul sesso sicuro”.

Perciò, il modello dell’ABC (acronimo inglese per astinenza, fedeltà e uso del preservativo) ha scarse probabilità di successo nel tutelare le donne, a meno che non si prendano in considerazione situazioni contestuali più ampie.

“Se solo consideriamo chi è generalmente più forte in ciascuno di questi tre ambiti di relazioni sessuali (astinenza-fedeltà-uso del preservativo), capiremo quanto sia spesso limitata la capacità di negoziazione delle donne”, ha aggiunto.

Abeysekera concorda, spiegando che le impari relazioni di potere rendono le donne più vulnerabili al sesso violento e coercitivo, che spesso le mette in condizione di svantaggio, lasciandole con poche o nessuna possibilità di rifiutare il sesso, e ancora meno di negoziare per un sesso protetto e sicuro con il proprio partner.

Laddove le donne sono soggette allo sfruttamento sessuale, Abeysekera evidenzia il bisogno di guardare al nesso tra le due pandemie interconnesse - violenza contro le donne e Hiv/Aids - e non solo attraverso la lente della salute, ma anche per affrontarlo come un problema sociale e culturale.

“Così come la violenza contro le donne e l’Hiv/Aids sono temi legati alla fisiologia, all’epidemiologia e all'organismo, essi sono altrettanto legati alla trasformazione politica e sociale”, secondo Abeysekera.

“Ma la sfortuna delle donne non finisce qua. Una volta colpite dall’Hiv, queste donne diventano bersaglio di ulteriori discriminazioni e violenze, proprio per la loro positività alla malattia. “Il timore delle violenze può portare le donne a non chiedere informazioni e a non sottoporsi al test di controllo, impedendo loro di accertare lo stato della malattia e di ricevere cure e assistenza”.

“Il matrimonio è tutt’altro che una garanzia di protezione dall’Hiv per le donne”, concorda O'Keeffe, citando ad esempio la Cambogia, l’India e la Tailandia, dove alcuni studi hanno mostrato che i mariti sono la principale fonte di Hiv per le donne. “E una volta che le donne diventano positive all’Hiv, anche le norme di genere predominanti aumentano le probabilità di essere condannate, emarginate e rifiutate dalle loro famiglie”.

Ai leader è stato chiesto di creare ambienti più favorevoli alle donne e di investire nell’educazione femminile, per poter offrire loro opportunità economiche, un ambiente legale adeguato e dei sistemi che le proteggano dalle discriminazione.

“Dobbiamo rafforzare la nostra determinazione per creare un mondo in cui le donne e le ragazze possano vivere libere da ogni forma di discriminazione, coercizione e violenza, anche dalla coercizione e dalla violenza sessuale”, ha detto Abeysekera, sollecitando un’analisi di genere coerente, un adeguato stanziamento di risorse, e un impegno verso i diritti umani e l’empowerment delle donne.

A livello politico, la direttrice di Inform ha chiesto ai leader di puntare sulla tutela dei diritti delle donne con le garanzie di legge, e di contrastare le tradizioni e le pratiche che fanno delle donne cittadini di seconda categoria. (Terra Viva è una pubblicazione dell’IPS). http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=987

Benzina sul fuoco birmano
Si è tenuta oggi la maggiore manifestazione di protesta contro il regime birmano degli ultimi due anni, con oltre 20 arresti
In Birmania la gente scende in piazza. E se non si riesce più a scalfire l'arroganza del regime militare che sposta città (la capitale da Yangun a un nuovo agglomerato creato nel nulla della foresta tropicale), cambia nomi (il Paese si chiama ufficialmente Myanmar) incarcera oppositori e mette il silenziatore al partito d'opposizione (che era uscito dalle elezioni del 1990 come maggioranza qualificata dei due terzi dei votanti, per poi vedere le consultazioni annullate), la protesta esplode dalle pance dei cittadini quando vengono annichilite le necessità pratiche, quotidiane.
 
gli arrestati di vitaBenzina sul fuoco. Infatti i Birmani sono scesi in piazza ieri nella ex capitale per protestare contro il raddoppio del prezzo della benzina; era la prima manifestazione di protesta che veniva inscenata negli ultimi due anni nel Paese, salvo le fiaccolate fuori casa della Leader del dissenso agli arresti domiciliari, la Premio Nobel per la pace 1991 Aung Saan Suu Kii. I manifestanti erano circa 300, ma sono stati dispersi in poche ore dopo che la metà di loro sono stati caricati (secondo testimonianza dei reporter dell'agenza di stampa 'France Presse' presenti alla protesta) da auto che li avevano avvicinate a motore a basso regime. Le proteste di oggi hanno bissato una marcia simile che si era svolta domenica, sebbene non di questo spessore. Gli arresti  ufficiali, dichiarati dal regime, includono una lista di sei attivisti pro diritti umani, praticamente l'intellighenzia dell'opposizione nel Paese, per la manifestazione odierna, e 13 sotto aresto da ieri per le manifestazioni di domenica.
 
studenti della Generazione '88Vita dura. "Stiamo marciando per far conoscere la mondo i tempi terribili che la Giunta militare riserva ai cittadini birmani, per di più adesso aumentati da questa impennata del prezzo del carburante", ha detto ai reporter dell'agenzia 'Associated Press' un semplice cittadino che aveva partecipato alla marcia. All'improvviso i manifestanti si sono trovati il cammino sbarrato da poliziotti in borghese e funzionari del ministero della censura che li hanno avvicinati, chiesto i documenti e trasportati a decine per accertamenti in caserma. Alla manifestazione di domenica c'erano anche stati dei controlli, ma nessun arresto ai danni dei maggiori rappresentanti del movimento di protesta spontaneo "Studenti della Generazione '88". Gli arresti sono avvenuti martedì sera. "Sappiamo che i nostri amici sono stati portati alla prigione fuori Yangun di Kiaik Ka San, ma ci aspettiamo parecchi altri arresti altri arresti - ha detto ala tv araba Al Jazira Ko Go Kii, altro veterano delle proteste - qua tira una brutta aria per noi attivisti dei diritti umani, credo stia per arrivare un'ondata di repressione dura". Il racconto di martedì sera arriva da Htay Kywe, un altro leader di Generazione '88, ai microfoni di Al Jazira: "La polizia segreta ha bussato di notte alle loro case, ha buttato tutto all'aria, sequestrato cellulari, tutte le pubblicazioni che avevano, i computer, e li ha portai in prigione".
 
una studentessa sotto un ritratto di A. S. Suu KiiGenerazione di Ribelli, quella '88. Il gruppo è espressione del movimento che nel 1988 voleva rovesciare la giunta militare al potere dal 1958 con un golpe, e ha visto i suoi sette principali rappresentanti incarcerati per "messa in pericolo della stabilità e della integrità della nazione". I nomi più famosi tra di essi sono quelli di Min Ko Naing e Ko Ko Gyi. La Lega nazionale per la Democrazia, il partito di opposizione che aveva vinto nel 1990, ha avvisato lunedì con un comunicato ufficiale che le proteste potrebbero crescere fino a diventare di massa, se il prezzo della benzina costringerà ancora i cittadini a cercare altri soldi o un mezzo di fortuna per andare al lavoro, come succede da una settimana a Yangun (ex Rangun) e Mandalay, le due principali città birmane. Il raddoppio della benzina ha poi influito anche sui generi alimentari di prima necessità: anche la carne ha visto raddoppiare i prezzi. Secondo i maggiori corrispondenti nel Paese, da febbraio le condizioni di vita per il cittadino comune, tra inflazione, disoccupazione e limitazioni nella diffusione dei generi di prima necessità, sta provocando una serie di spontanee marce di protesta, ma questa era la prima in cui allo scontento dell'uomo della strada si miscelava l'organizzazione del gruppo "Genrazione '88", e di fatto è stata di gran lunga la manifestazione di maggiore richiamo. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8592
 


agosto 22 2007

Kosovo, prima dello status il voto

scrive Saša Stefanović

A novembre in Kosovo si voterà e saranno un nuovo governo e un nuovo parlamento ad affrontare la questione dello status. Intanto la comunità serba si divide: partecipare o meno all'appuntamento elettorale?
Dopo qualche settimana di dibattito sembra che il Kosovo andrà alle elezioni legislative il prossimo novembre. L'appuntamento elettorale dovrebbe seguire ai 120 giorni di negoziazioni gestite dalla cosiddetta “Troika” - Ue, Stati uniti e Russia – che si conlcuderanno con un rapporto consegnato nelle mani del Segretario Generale Onu Ban Ki Moon, il prossimo 10 dicembre.

Prima che si sappia quindi quale sarà il destino istituzionale del Kosovo quest'ultimo avrà un nuovo parlamento ed un nuovo governo.

In una dichiarazione congiunta rilasciata nei giorni scorsi ai media kosovari il Team negoziale kosovaro per lo status ha chiesto al Rappresentante Speciale Onu in Kosovo, Joachim Ruecker, di fissare una data per le elezioni, suggerendo la terza settimana di novembre.

In quest'ultima si suggerisce inoltre che le amministrazioni locali rimangano in carica per due anni, le istituzioni centrali per quattro e il presidente per cinque, in modo da evitare sovrapposizioni di mandati.

Si è inoltre suggerito l'elezione diretta dei sindaci e una soglia del 5% per entrare in parlamento.

La proposta ora attende una risposta e decisione da parte di Ruecker. Nel frattempo l'amministrazione internazionale, l'Unmik, ha autorizzato la Commissione elettorale centrale ad avviare le procedure per l'organizzazione delle elezioni.

“Come ha ricordato il Rappresentante Speciale Joachim Ruecker, l'Unmik auspica che il processo democratico in Kosovo vada avanti”, ha affermato il vice-Rappresentante Steven Shook “ma è altresì importante che il processo elettorale non interferisca con quello sullo status”.

Lo stesso messaggio è stato veicolato dal portavoce dal Team negoziale kosovaro sullo status, Skender Hyseni: “Il processo sullo status è una questione al di sopra di tutte le questioni, e quindi tutto il resto le è subordinato”.

Anche se in Kosovo un'ampia sezione del panorama politico è a favore di nuove elezioni vi è anche chi preferirebbe posticiparle. Tra questi vi è l'AAK, partito il cui presidente è Ramush Haradinaj, attualmente all'Aja ed ex primo ministro ed i cui rappresentanti occupano ruoli chiave nell'attuale governo tra i quali la poltrona di primo ministro, con Agim Ceku. L'AAK teme, nel caso di nuove elezioni, di ottenere meno seggi rispetto alla tornata elettorale precedente.

Anche i piccoli partiti kosovari, a meno che non riescano a creare coalizioni tra loro, rischiano di perdere molto e di non riuscire ad eleggere alcun rappresentante in parlamento, bloccati dalla soglia del 5%.

E' probabile quindi che il panorama politico kosovaro muti e che compaiano nuove coalizioni politiche. Altra mina vagante sulle prossime elezioni è rappresentata dal fatto che molti partiti, negli ultimi anni, non si sono adeguati alle prescrizioni di legge e ai loro doveri nei confronti della Commissione elettorale centrale.

Secondo l'OSCE vi sarebbero ben 29 partiti politici che a tutt'oggi non rispettano la legislazione vigente. Se non provvedessero a regolarizzare la loro posizione potrebbero venir esclusi dalla tornata elettorale.

Da parte della comunità serba permane, a otto anni dalla fine della guerra, un forte senso di insicurezza e una limitata o del tutto assente influenza sulle istituzioni del Kosovo. Il boicottaggio di queste ultime, suggerito da Belgrado, non li ha certo aiutati ad integrarsi in Kosovo e non ha aiutato lo stesso Kosovo ad uscire dal postconflitto.

Oliver Ivanovic, leader della Lista serba per il Kosovo e Metohija, afferma: “Il boicottaggio delle elezioni nel 2004 è stata un'esperienza negativa. Ora, tre anni dopo, ci siamo autoisolati e non siamo in grado di proteggere gli interessi della comunità serba che rappresentiamo”.

“Ascoltare i consigli di Belgrado ci ha portati dove siamo ora. Sarebbe stato meglio se Belgrado fosse stata più collaborativa. Temo che non raggiungeremo mai i risultati del 2001 quando ottenemmo 22 seggi nel Parlamento del Kosovo. Se questo fosse il caso, almeno dal punto di vista teorico, potremmo anche essere nella posizione di chiedere il posto di primo ministro. O perlomeno qualche ministro”, aggiunge Ivanovic.

In merito alle prossime elezioni Ivanovic ritiene che queste ultime siano una grande opportunità per tutti i partiti. “In particolare per quelli che insistono sul processo democratico. Ritengo che le elezioni siano molto importanti per la comunità albanese – aggiunge Ivanovic - I loro leader hanno promesso loro l'indipendenza. Ma non sono riusciti ad ottenerla per quando avevano promesso. E le elezioni in qualche modo li bloccheranno. Perché sarà un nuovo governo a gestire lo status”.

“Sono sicuro che tutte le piattaforme politiche dei partiti albanesi che correranno alle prossime elezioni saranno simili: al primo posto lo status, poi l'economia e infine la situazione sociale. E l'elettorato seglierà chi riuscirà a dare spunti concreti sul secondo e il terzo punto”.

“Per i serbi invece ci sono due cose importanti. Se partecipiamo riusciremo a essere coinvolti nella vita politica kosovara e, cosa ancor più importante, il nostro coinvolgimento politico garantirà la possibilità di rimanere in Kosovo”, afferma Ivanovic a Osservatorio.

Ivanovic si è poi detto contrario ad un'eventuale soglia di sbarramento da applicare anche ai partiti della comunità serba aggiungendo: “Se decideremo di partecipare alla prossime elezioni saremo in grado di ottenere 15-16 seggi in Parlamento. Questo implicherà una maggiore influenza politica. Anche se non siamo d'accordo con il piano Ahtisaari non possiamo dimenticare che in quest'ultimo è previsto un nucleo di nuove municipalità serbe con forte autonomia. Non scordiamocene”.

Goran Bogdanovic, presidente della sede locale del Partito democratico (DS) e membro della presidenza DS e del Team negoziale serbo è più cauto nell'analizzare la situazione politica ed una possibile partecipazione alle elezioni. “Non posso dire nulla ora dato che non ci siamo ancora incontrati con il direttivo del partito per discutere in modo approfondito la questione. In principio sosteniamo i mezzi legali per perorare le nostre cause politiche”. La risposta quindi se i DS partecipaeranno o nmeno alle elezioni in Kosovo arriverà da Belgrado.

Ma in Kosovo ci sono molti altri partiti che rappresentano la comunità serba locale e che stanno diventando politicamente sempre più attivi. Tra questi due - Nuova democrazia, il cui presidente è Branislav Grbić, ministro del governo del Kosovo per le comunità e i ritorni e il Partito liberale indipendente, il cui presidente è Boban Petrovic - correranno sicuramente per le elezioni.

Molto è in gioco alle prossime elezioni. La comunità albanese del Kosovo deve essere in grado di scegliere l'élite appropriata per traghettarla in un Kosovo indipendente, quella serba vuole invece ritornare sul palcoscenico per difendere i propri diritti prima che sia troppo tardi. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8139/1/51/

sse

AIUTI AI TERREMOTATI PERUVIANI: UN' ASSURDA 'CANAGLIATA'



“Mi sembra una canagliata, frutto di una mente malata che, nel pieno della commozione nazionale, sta cercando di fare scadente propaganda politica. Respingiamo tutto con forza”: lo ha detto alla radio peruviana ‘Rpp’ Ollanta Humala, capo dell’opposizione peruviana, a proposito di scatole di tonno fatte circolare - non si sa da chi - come aiuti inviati ai terremotati del Perù con etichette che includono una frase di propaganda politica a favore dello stesso Humala e del presidente venezuelano Hugo Chavez, suo sostenitore nella campagna elettorale 2006, insieme con le loro foto. Perfino il presidente peruviano Alan Garcia, che pure nella campagna per il ballottaggio dell’anno scorso si era duramente scontrato con Humala, non ha aggiunto le sue critiche a quelle di organi di stampa che hanno immediatamente proceduto, come in un ben orchestrato piano di ‘disinformazione’ allestito con pessimo gusto da oppositori di Chavez e Humala, al linciaggio morale dei due. Humala si era recato nei giorni scorsi in visita alle zone colpite dal sisma e, abbandonando per la prima volta le antiche polemiche, si è messo a disposizione del governo di Lima nell'organizzazione dei soccorsi; Caracas era stata subito sollecita e generosa nel concedere aiuti "non etichettati".
http://www.misna.org/

.ELEZIONI-MALI:
Smentite le peggiori aspettative
Almahady Cissé

BAMAKO, (IPS) - “In politica”, ha detto una volta l’ex primo ministro britannico Harold Wilson, “una settimana è un tempo molto lungo”. Secondo lo stesso principio, il panorama politico può cambiare ancora di più in un mese, e i recenti sviluppi in Mali ne sono un esempio.

 



Circa un mese fa, l’IPS sottolineava il timore che in questo paese dell’Africa occidentale il numero delle parlamentari donne avrebbe potuto risultare più che dimezzato nelle ultime elezioni legislative (si veda: http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=967).

Korotoumou Mariko-Thera, portavoce dell’organizzazione ” per la cooperazione delle donne nei partiti politici”, aveva spiegato all’IPS che nella legislatura 2007-2012 poteva addirittura non essere eletto neanche un rappresentante donna. Nel precedente parlamento, su 147 legislatori 14 erano donne. Questi timori si sono rivelati infondati con l’annuncio, il 12 agosto, dei risultati finali delle elezioni, tenutesi in due turni il mese scorso. Mentre al primo turno non è stata eletta nessuna donna, al secondo ne sono state nominate 15. In totale, si erano presentati 1.408 candidati, di cui 227 donne (circa il 16 per cento del totale); mentre all’ultimo turno erano rimaste in corsa 26 donne. “È un successo che ci consola, visto che al secondo turno speravamo nel migliore dei casi di avere 13 donne (elette)”, ha detto Mariko-Thera in un’intervista con l’IPS.

La notizia sull’esito delle elezioni è arrivata una settimana dopo i 15 giorni a disposizione della Corte costituzionale per annunciare i risultati finali - un ritardo che il presidente della corte Salif Kanouté ha attribuito agli sforzi dell’istituzione di emettere un giudizio sensato in una disputa elettorale complessa. Erano state presentate ben 250 richieste di annullamento dei risultati provvisori.

I risultati del collegio di Koulikoro, nel Mali meridionale, e di Timbuktu e Goundam, nel nord, sono stati rovesciati.

“Per fortuna, questo cambiamento non ha colpito le donne”, ha detto Oumou Traoré-Touré, segretaria esecutiva del Coordinamento delle Organizzazioni non governative e delle Associazioni delle donne del Mali.

Le donne, tuttavia, costituiscono ancora appena il 10,2 per cento del nuovo parlamento, pur rappresentando circa la metà della popolazione del Mali. Generalmente si ritiene che le rappresentanti donne debbano controllare circa un terzo dei seggi legislativi per esercitare un’influenza reale in parlamento.

Nonostante il sollievo per il fatto che le elezioni di luglio non abbiano spostato indietro l’orologio quanto alla rappresentatività delle donne in parlamento, restano le perplessità sul modo in cui alcune candidate donne hanno condotto la loro campagna elettorale.

L’analista politico Bassaro Touré racconta che in alcuni casi le donne hanno utilizzato denaro di dubbia provenienza, imbrogliando per ottenere il sostegno degli elettori: “Hanno distribuito macine, pentole, vasche da bagno, mortai e pestelli, sacchi di grano, di sale, di denaro, di sapone. Hanno cospirato con i rappresentanti dell’amministrazione per farsi strada”. Le candidate donne, ha aggiunto Touré, hanno di fatto adottato le stesse tattiche usate dai candidati uomini - abbandonando alcune tematiche care alle donne, come la promozione della parità di genere o la lotta contro la mutilazione genitale femminile.

La sociologa Astan Diallo è dello stesso parere: “Credo si siano comportate come gli uomini; non c’era nessuna differenza tra uomini e donne: gli stessi discorsi, la stessa confusione; le campagne erano identiche”.

Il denaro ha avuto un ruolo determinante nel successo elettorale delle donne che hanno vinto al secondo turno - più il denaro che la forza delle loro argomentazioni, ha spiegato Diallo all’IPS. “Dobbiamo richiamarle all’ordine, senza il timore di criticarle ove necessario, o di sostenerle”.

Mariko-Thera riconosce che i finanziamenti sono stati fondamentali per le campagne elettorali, ma sostiene che le donne abbiano anche dimostrato un certo intuito politico nelle ultime fasi della corsa alla legislatura: “Per il secondo turno, hanno saputo costruire alleanze strategiche con i diversi settori della società, e orientarsi su una campagna rivolta alla base”.

Alle elezioni legislative in Mali, gli elettori devono scegliere tra le diverse liste di candidati che i partiti politici presentano per i singoli collegi elettorali. Se nessuna lista ottiene la maggioranza dei voti, è previsto un secondo turno, e i votanti devono scegliere tra le due liste che hanno ottenuto più voti al primo turno. Il partito la cui lista ottiene la maggioranza dei voti al secondo turno può occupare tutti i seggi del rispettivo collegio con i candidati della propria lista.

I candidati indipendenti possono presentarsi nei seggi dei collegi con un solo parlamentare. “Delle 15 donne elette, 14 sono sulle liste dei partiti politici, mentre una sola candidata donna indipendente è stata eletta nel Bourem, nel nord del paese”, ha segnalato Boukary Daou, giornalista e analista politico della capitale Bamako.

Secondo Daou, le donne hanno più possibilità di essere elette attraverso le liste di partito, piuttosto che come candidate indipendenti; questo rispecchia il fatto che è generalmente più facile convincere i partiti ad avanzare gli interessi politici delle donne, piuttosto che persuadere le comunità a superare la visione tradizionale delle donne che tende a vederle confinate in casa.

Nelle prime elezioni democratiche tenutesi in Mali circa 15 anni fa, dopo un lungo periodo con un solo partito al governo, solo due donne erano state elette in parlamento. Il loro numero è salito a 18 nelle successive elezioni del 1997, tornando a scendere a 14 nelle votazioni del 2002.

Alle ultime elezioni parlamentari di luglio, sono stati registrati oltre sei milioni di votanti su una popolazione di 13,8 milioni di abitanti. Ma solo un terzo degli elettori registrati ha effettivamente votato - sia al primo che al secondo turno.www.ipsnotizie.it

Con il taxi per Chisinau

Ad Occidente inizia l’Unione Europea, ad Est il resto del mondo. Un giro in taxi per la capitale della Moldavia.
Il taxista Ghena (Foto Linda Holzgreve)
Sono le 21 di un sabato sera, Chisinau. Non appena arriva il taxi mi siedo, per precauzione, nel sedile posteriore. Alla guida un personaggio sulla quarantina, corporatura massiccia e pelle bronzea. «Ciao! Mi chiamo Ghena» si presenta sogghignando. «Oggi ti mostro come si guida in Moldavia.» I nostri sguardi si incrociano nello specchietto retrovisore. Sorrido gentilmente. «Nessuno si attiene alle regole» dice Ghena con tono trionfale. Poi si tampona la fronte con un fazzoletto. Fuori ci sono quasi 40 gradi. «Facciamo finta di essere al Polo Nord» propone, non appena ci buttiamo nel traffico notturno di Chisinau.

Da agente segreto a taxista

Da un anno e mezzo Ghena è taxista, ma solo come antidoto contro la noia, sostiene. Infatti sarebbe un pensionato. «Tempo addietro ero nella polizia». Si guarda attorno, indeciso se continuare a svelarmi il suo passato. Ma il suo orgoglio lo tradisce: «Ero membro di Omon, una milizia speciale anti-terrorismo». Alla rotonda svolta. Si dirige verso Telecentru, un quartiere a sud del centro cittadino per mostrarmi le ville che lì sono state costruite. Nel tragitto parliamo del mondo del taxi a Chisinau. Ci sono diverse ditte in città, che si fanno concorrenza sulla grandezza e la qualità della vettura. Il costo per il passeggero dipende dal tipo di auto e dal tragitto. Una tratta breve costa meno di una lunga e viaggiare su un auto nuova è più caro che farlo su una vecchia. Per muoversi all’interno dei quartieri cittadini la tariffa è circa un euro. Con 10 euro si arriva fino al fiume Nistro, confine naturale con la regione separatista della Transnistria.

Una periferia spettrale

Raggiungiamo Telecentru. I nuovi edifici del quartiere scompaiono protetti dietro enormi cancelli di metallo. Il taxi procede a stento e lentamente su queste strade sterrate. In un angolo qualcuno ha piantato delle rose. Attorno, sacchi di sabbia uno sopra l’altro. «Presto qui sarà tutto asfaltato» spiega Ghena con fare perspicace. La Moldavia è il Paese più povero d’Europa, con il salario medio che arriva a malapena a 100 euro mensili.
Villenboom in Telecentru (Foto: Linda Holzgreve) Allo stesso tempo i prezzi degli immobili non sono tanto più bassi rispetto all’Occidente. Ma per chi sono state costruite queste ville? Ghena risponde in un lampo. Qui vivono diplomatici e impiegati delle organizzazioni internazionali. La maggioranza degli abitanti di Chisinau non trae vantaggio dal boom edilizio ma Ghena non sembra preoccuparsene. È comunque contento perché «almeno qui qualcosa si muove». Ci spostiamo su Boulevardul Dacia. A sentire Ghena questa è la strada più lunga d’Europa. Porta fuori dalla città, fino all’aeroporto per arrivare poi a toccare tutti i villaggi esterni. Grandi cartelloni pubblicitari vegliano sul traffico stradale. Non ci sono lampioni, solo i fari delle auto illuminano la strada. A bordo carreggiata, alcuni giovani hanno acceso il fuoco in un accampamento. Tutto è spettrale e sporco e si vedono le tracce dei moldavi che hanno lavorato qui, lontani dai loro cantieri, come quelli vista da Ghena poco fa a Telecentru. Gli chiedo cosa pensa dello sviluppo economico in Moldavia e subito ricevo un’alzata di spalle in risposta. «Tempo fa, uno doveva aspettare anche 20 anni per ricevere un auto nuova. Oggi questi problemi non si pongono nemmeno più. Uno l’auto se la compra.» Ma l’auto da sola non fa la felicità delle persone. Ghena spera che l’Occidente investa nel suo Paese per migliorarne il futuro, in particolare per comprare vino moldavo. C’è una buona tradizione in questo campo e la Moldavia potrebbe diventare competitiva. Ghena si volta verso di me e mi chiede se vogliamo bere qualcosa insieme. «In un bar potresti avere un tavolo. Non puoi scrivere bene seduta là dietro.» Continuiamo il giro, diretti di nuovo verso il centro.

Romania, che invidia!

Chiedo perché gli investitori europei dovrebbero essere interessati alla Moldavia. La risposta di Ghena è ottimista. Vede il suo Paese come un potenziale membro dell’Unione Europea. Ne è convinto. «Con un po’ di aiuto possiamo soddisfare i criteri di ammissione. Per quale ragione non potremmo fare quello che ha fatto la Romania?» Una volta la stessa Moldavia era parte della Romania. Le grandi ambizioni della vecchia madrepatria rendono spesso i moldavi frustati perché ambiscono a tenere il passo dei rumeni. E da Bucarest si aspettano anche solidarietà concreta. «In caso contrario nessun altro ci darà una mano», conclude Ghena. Considera la candidatura del suo Paese per l’ingresso nell’Unione anche un forte segnale verso la Russia, perché una scelta chiara per l’Ue sarebbe percepita come una scelta contro la Russia.

Dopo due ore il nostro viaggio giunge al termine. Ci dirigiamo verso una fermata dell’autobus quando improvvisamente vicino a noi, un esplosione. Fiamme e fumo raggiungono il cielo. Prima che possa obiettare qualcosa Ghena si è già mosso per vedere cosa succede. Non appena ci avviciniamo un gruppetto di giovani si è raccolto di fronte ad un ristorante. Ci fanno segno che è tutto a posto e si rallegrano per un fuoco d’artificio mal funzionante. Intanto Ghena sta già discutendo con uno del gruppo per la prossima corsa.
Linda Holzgreve - Chisinau http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11855


agosto 21 2007

RIBELLIONE NEL NORD: COINVOLTE “RICCHE POTENZE STRANIERE”?



Il governo di Niamey ha di nuovo accusato “ricche potenze straniere” di finanziare i militari disertori che lasciano l’esercito regolare per unirsi alla ribellione esistente nel nord del paese. Il capo del settore Comunicazione del governo ha annunciato dagli schermi della televisione nazionale l’esistenza di prove che dimostrerebbero come non meglio precisate potenze straniere stiano finanziando la ribellione e pagando “mercenari incaricati di piazzare mine anticarro e antipersona” nelle strade del nord del paese. Nei giorni scorsi era stato lo stesso presidente del Niger ad accusare il gruppo francese Areva (numero uno mondiale nel campo del nucleare civile e, fino a qualche settimana fa, detentore in regime di monopolio dei giacimenti di uranio del Niger) di finanziare i ribelli del Movimento nigerini per la giustizia (Mnj).
http://www.misna.org/


Paradosso peruviano
Terremoto, gli aiuti ci sono, ma non arrivano e la gente resta isolata. Il bilancio di 510 è ancora incerto
“Sono passati 6 giorni e il Perù resta in ginocchio. A peggiorare il tutto ci si mettono anche i vandali, che assaltano e rubano proprio nelle zone più colpite, dove c'è lo stato di emergenza assoluto. Non c'è nessuna sicurezza e non riesco a farmi una ragione del perché la gente si approfitti anche di queste situazioni”. Clara Virdis è una volontaria del Focsiv in Perù e anche mercoledì 15 agosto, giorno del tragico terremoto che ha colpito il sud del paese, Clara era là. Ha sentito le scosse e la paura, e adesso sta assistendo “impotente” a una vera e propria tragedia umanitaria, peggiorata da sciacallaggio e disorganizzazione.

TerremotatiParole, parole, parole. “In alcune zone le piccole scosse di terremoto sono ormai all'ordine del giorno – spiega - c'è insicurezza e ancora panico. Il governo ne sta approfittando, ancora una volta, per dimostrare che senza l'intervento delle forze armate il paese andrà a rotoli. Ma sotto i nostri occhi, il piano di emergenza e distribuzione degli alimenti approntato dal governo sta paralizzandosi. La gente si lamenta per la mancanza di organizzazione, tutto è congestionato”. Dalle sue parole traspaiono disperazione e scoramento. A quanto racconta, a Chincha, una delle aree più colpite e anche fra le più difficili da raggiungere, le strade sono ancora interrotte e sono in molti a non aver ancora ricevuto nessun aiuto. La gente si sente dimenticata ed è in preda alla disperazione. “Ci sono case che stanno per cadere, ancora tante persone che vivono vicino alla spiaggia, la periferia di una zona che si chiama Cañente è completamente distrutta. Come se non bastasse, le notizie vengono manipolate dalla stampa locale – precisa Clara – e, in base all'orientamento politico o ideologico, vengono enfatizzati alcuni aspetti rispetto ad altri, rafforzando ciò che più interessa, come per esempio la visibilità delle imprese che in questo momento stanno facendo donazioni”.

corsa agli aiutiDesaparecidos. E mentre a Chincha e nelle piccole zone rurali gli abitanti si sentono olvidados dalle autorità, a Pisco, centro urbano gravemente colpito dal terremoto, il presidente Alan Garcia ha sistemato il suo quartier generale e ogni giorno appare in Tv. “Nonostante questo però, ancora tantissima gente è alla ricerca dei suoi familiari e non riesce a mettersi in comunicazione con obitori e centri di assistenza. A Pisco, continuano a raccogliere morti che poi vengono chiusi in sacchi di plastica neri e riuniti nel centro della Plaza de Armas affinché possano essere riconosciuti. A causa del caldo e della mancanza di acqua, i cadaveri non vengono adeguatamente conservati e c'è il rischio che si propaghino epidemie per la mancanza di condizioni sanitarie adeguate. E sono queste cose a farmi ancora più male. Sembra che gli avvertimenti della terra non vengano ascoltati: sono segnali di richiamo al valore della vita, della natura, che intendono ricordarci come solo uniti possiamo far fronte a queste situazioni. È questo che ogni istante ho in mente ed è per questo che mi sento così impotente”.

Donne con la mascherina per evitare contagiIl caos. E come la famosa Pisco e la meno nota Chincha, ci sono San José, El Guayabo, Hoja Redonda e cento altri nomi ancora, tutti villaggi dove gli abitanti, da mercoledì, passano la notte in strada e in cui nessuno è ancora in grado di stabilire il bilancio delle vittime.
Eppure da ogni dove piovono indumenti, alimenti e medicinali. La comunità internazionale e l'intero Perù si sono impegnati in una vera e propria corsa ai soccorsi. Ma l'unica certezza è il caos. E così le decine di migliaia di terremotati si sentono abbandonati. Un'assurdità che il presidente Garcia, fra un proclama e l'altro, dovrebbe prendersi la briga di risolvere, quanto prima. 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8580


agosto 20 2007

Il Vento nuovo da Bishkek
Si conclude il summit della Sco, che riunisce Russia, Cina e repubbliche dell'Asia centrale
Si sono concluse di venerdì 17 le esercitazioni militari congiunte più importanti nella breve storia della Sco, Organizzazione di Cooperazione di Shangai, alleanza tra Cina, Russia, Uzbekistan, Kazakhstan, Tagikistan e Kirghizistan. Data infausta per i superstiziosi, ma di buon auspicio per un network che ha superato i confini della cooperazione militare. I presidenti dei 6 Paesi (ai fondatori del ‘95 si aggiunse l’Uzbekistan nel 2001) hanno assistito con orgoglio alle esercitazioni dei loro soldati, come si vede dalle loro espressioni soddisfatte nelle foto di circostanza, che contribuiscono involontariamente a creare un’atmosfera da adolescenti di fronte a un plastico del ‘Risiko’.
 
DA sinistra ilt agiko Rahmonov,il cinese Jintao, il russo Putin, il kazako Nazarbaiev e il kirghizo BakievAd Maiora Semper. A questi ‘wargames’, iniziati il 9 agosto scorso ad Urumqi, nella regione autonoma Uighura dello Xinjiang cinese, hanno partecipato per la prima volta tutti i membri della Sco. Conclusione in grande stile venerdì scorso, a Celiabirsk, negli Urali: per la prima volta nella loro storia una esercitazione congiunta militare tra russi e cinesi su suolo russo. Ben 6.500 soldati, di cui duemila russi e 1.600 cinesi. Il gran finale dopo il summit di giovedì 16 tra i sei leader a Bishkek, in Kirghizistan, per stringere nodi sempre più stretti in questa alleanza. Per i cinesi è evidente come si tratti ormai della loro alternativa alla Nato, utile a trovare sponde all’estero che riconoscano il loro diritto a non essere disturbati nel trattare questioni interne spinose come la forzosa riunificazione di Taiwan. Il quotidiano ufficiale ‘China Daily’ ha scritto in un editoriale come ormai “l’ambito della Sco per la sicurezza va oltre il disarmo regionale e dei confini, per estendersi alla gestione di minacce non tradizionali come terrorismo, forze secessioniste e gruppi religiosi estremisti”. I nomi ‘Cecenia’ e ‘separatisti Uighuri’ vi vengono per caso in mente? L’organizzazione era nata nel 1995 per risparmiare risorse allentando il confronto sui rispettivi confini asiatici.
 
 
Il logo della SCOYankee Out dalla Via della Seta. Ma i margini di sviluppo della Sco aumentano: il presidente kazako Nursultan Nazarbaiev annuncia dal Summit l’imminente creazione di un network per sfruttare le fonti energetiche in comune. La Sco vede insieme due dei maggiori fornitori di gas al mondo (Russia e Kazakihstan) con le due potenze industriali che più ne richiederanno in futuro, Cina e India. E se la loro influenza in Asia aumenta, gli Stati uniti invece vedono sempre più precario l’equilibrio in cui volevano inserirsi. Non ultimo va registrato il ritiro Usa dalla base strategica di Kharshi-Khanabad in territorio uzbeko nell’aprile 2006, snodo fondamentale per le operazioni in Aghanistan e  per esercitare pressione ai confini di Russia e Cina. E vacilla la loro postazione di Manas, Kirghizistan, dove il nuovo presidente  Kurmanbek Dumaiev, ex alleato degli Stati Uniti, ha chiesto l’anno scorso un affitto 100 volte più consistente per tenere i jet Usa sul proprio territorio, a pochi giorni da un summit Sco. E quest’anno va peggio: il 17 luglio da Dushambe hanno detto di essersi accordati con Mosca per schierare nella base aerea di Ayni velivoli militari russi. L’Armata Rossa invierà jet Sukhoj 25 ed elicotteri Mi-24 e Mi-28. Così Mosca esclude del tutto le speranze Usa di accattivarsi l’alleanza militare tagika.
 
Altra immagine dei leader a BishkekRitorna la stagione ‘Fredda’. Intanto Vladimir Putin può bellamente dire in giugno che il Trattato sulle Forze Convenzionali, firmato con la Nato per il disarmo post-Guerra Fredda dai suoi predecessori, è ormai carta straccia. Tanto il 14 luglio annuncia nuovi legami a Est, con un Protocollo di cooperazione tra la Otsc, erede del Patto di Varsavia tra Paesi ex-Urss (Armenia e Bielorussia oltre ai già citati) e la Sco. La Otsc ha gli stessi membri del patto di Shangai, tranne la Cina. Segno che tra le due ex potenze comuniste ormai è alleanza stabile. “Si passa ad una seria fase di ristrutturazione della sicurezza Russa dopo il riarmo dei Paesi alla frontiera europea” secondo l’analista Gleb Pavlovskij sulla ‘Asia Review’. Un rialzo dei toni confermato dall’annuncio di Vladimir Putin di voler riprendere i voli dei bombardieri strategici a lungo raggio, attitudine dissuasiva verso gli avversari scomparsa con la perestroijka.
 
Vengo Anch’io! No tu no. E soprattutto il club attira in continuo nuovi membri. Già India, Pakistan e Mongolia inviavano negli anni scorsi rappresentanze diplomatiche ‘in osservazione’. A cui quest’anno si aggiungono i leader di Turkmenistan e Afghanistan, desiderosi di non perdere il treno di un’alleanza che come numero di abitanti e potenziale energetico surclassa di parecchio Nato e Unione Europea. Ma è soprattutto Mahmud Ahmadinejad, presidente iraniano, ad attirare i fotografi presenti al summit nella capitale Kirghiza. Per il secondo anno consecutivo, dopo l’incontro del 15 luglio 2006 a Shangai, il leader iraniano si è proposto come settimo membro dell’organizzazione, che diventerebbe così sempre più una ‘Anti Nato’. Se un comunicato ufficiale del ministero degli Esteri di Mosca riportava venerdì che “di fronte a una richiesta ufficiale, la Russia considererebbe seriamente la candidatura, anche se al momento non è prevista una espansione della nostra organizzazione”. Per adesso però, nemmeno quest’anno AhmadiNejad ha incassato il risultato sperato. Ma la ‘Nato dell’Est’, come molti commentatori hanno ribattezzato la Sco, ha conquistato i cuori e le menti di tutti coloro che si oppongono alla supremazia militare Usa.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8578

Libano : Olanda ospitera' tribunale Hariri
di Mauro W. Giannini

Sara' l'Olanda ad ospitare il tribunale speciale internazionale che dovra' giudicare i responsabili dell'attentato del 14 febbraio 2005, che uccise l'ex primo ministro libanese Rafik Hariri ed altre ventidue persone. La disponibilita' del governo olandese e' stata comunicata dal primo ministro Jan Peter Balkenende con una lettera al segretario generale ONU Ban Ki-moon.

Il portavoce di Ban ha reso nota in una dichiarazione l'approvazione per questa disponibilita'. Il segretario ONU inviera' una delegazione nei Paesi Bassi nelle prossime settimane per discutere le disposizioni pratiche richieste per l'istituzione ed il funzionamento della corte. Secondo le regole, il tribunale non sara' istituito fino a che non ci saranno contributi finanziari sufficienti.

Sembra probabile che occorra almeno un anno per l'inizio dei lavori del tribunale speciale per il Libano, che e' stato richiesto dal governo libanese e che si occupera', oltre che dell'attentato Hariri, anche di altri 17 casi recenti, fra cui l'uccisione del parlamentare libanese Walid Eido, morto con altri sette a giugno in un'altra esplosione a Beirut.


www.osservatoriosullalegalita.org



agosto 19 2007

A Locarno l'indipendenza rumena

Da Locarno, scrive Nicola Falcinella

Si è da poco concluso il Festival del film di Locarno. Come era accaduto a Cannes, grande attenzione per la cinematografia rumena, a partire dal restauro del lungometraggio ''Indipendenta Romaniei'', del 1912
Prima di “Quo vadis?” di Enrico Guazzoni (1913), di “Cabiria” di Giovanni Pastrone (1914) e di “Nascita di una nazione” di David W. Griffith (1915) c’era “Indipendenta Romaniei”. Era il 1912 e il coraggioso e giovane Grigore Brezeanu realizzò un film per i 35 anni della vittoria del Regno di Romania contro l’Impero Ottomano. Fu il primo lungometraggio della storia del cinema, a lungo dimenticato e creduto perduto, anche perché il produttore Leon M. Popescu, spinto dalla disperazione per il fallimento economico dell’operazione, ne bruciò pochi anni dopo una copia insieme ad altri suoi film.

La pellicola è tornata d’attualità al 60° Festival di Locarno svoltosi dall’1 all’11 agosto. Nel concorso internazionale della prestigiosa vetrina svizzera c’era “Restul e tacere – Il resto è silenzio” (il titolo deriva da un verso dell’Amleto sheakespeariano) di Nae Caranfil, che fa rivivere in maniera divertente l’avventura di quella grande produzione, il primo kolossal di celluloide. Occasione perfetta per presentare il restauro - eseguito dal Centro nazionale per il cinema e l’Archivio nazionale dei film per il 95° anniversario dell’opera - di quel che resta di “Indipendenta Romaniei”.

In origine durava oltre due ore. Nel Teatro di Locarno, con accompagnamento al pianoforte dal vivo, ne è stata proiettata un’ora e un quarto. Oltre che il primo lungometraggio fu anche la prima docu-fiction: per assecondare il re Carlo (che finanziò il film e – come racconta Caranfil – scelse l’attore che doveva impersonarlo sullo schermo), alla fine dell’epica ricostruzione storica delle battaglie del 1877 corrono le immagini dei festeggiamenti per il trentacinquesimo anniversario.

Se per limiti tecnici le battaglie erano riprese in un’unica inquadratura, colpisce la composizione del quadro: le riprese non sono quasi mai frontali con una valorizzazione della profondità di campo che sorprende.

Brezeanu (che affidò al padre Ion, nome di spicco del Teatro Nazionale di Bucarest, uno dei ruoli principali) firmò la regia con Aristide Demetriade, anche attore insieme alle grandi star di allora, come Aristizza Romanescu o Constantin Nottara. Tutti nomi che ritornano nel film di oggi, il più costoso (prodotto dalla Domino Film e dalla Cargo Film senza ricorrere a finanziamenti stranieri) del cinema rumeno contemporaneo: Caranfil ha aspettato vent’anni perché la sua sceneggiatura diventasse un film.

Il caso vuole che la riscoperta avvenga nell’anno d’oro della Romania con la doppia vittoria di Cannes di Cristian Nemescu (morto giovanissimo un anno fa appena terminate le riprese di “California Dreamin’ “, premiato nella sezione “Un certain regard”) e Cristian Mungiu (Palma d’Oro per “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” in uscita italiana il 24 agosto).

Anche a Locarno la Romania ha vinto un premio, il Pardino d’oro per il miglior cortometraggio a “Valuri – Onde” di Adrian Sitaru, mentre il Pardino d’argento è stato assegnato a “Ich bin dran” del turco-tedesco Ismet Ergun.

Tornando a “Restul e tacere”, che sa ricreare l’epica, il coraggio e la sfrontatezza di quella sfida, è rimasto senza premi esattamente come lo scorso anno “Paper Will Be Blue”. Ma se il film di Munteanu aveva forse la “colpa” di essere claustrofobico e poco chiaro per chi non conosce bene i fatti del dicembre 1989 che ribaltarono il regime di Ceausescu, la pellicola di Caranfil ha pagato l’apparente leggerezza del tono.

Il film di due ore e mezzo, divertente e pensato per un pubblico largo, era tra i più belli dei 19 in concorso e avrebbe meritato qualcosa (o gli attori Marius Florea Vizante e Ovidiu Nicolescu o la fotografia) anche se “The Rebirth” del giapponese Masahiro Kobayashi è stato il giusto Pardo d’oro del sessantesimo. “Restul e tacere”, che sarebbe opportuno avesse una distribuzione italiana, sviluppa un discorso interessante sul cinema e sull’immortalità senza pomposità e intellettualismi, in modo comprensibile a tutti senza sminuire la riflessione.

Sempre la Romania completava la piccola rappresentanza balcanica con il documentario “Nu te supara, dar…” di Adina Pintilie (nessuna parentela con il grande Lucian), in gara nella sezione “Cineasti del presente”. Un esordio notevole, rigoroso e pudico nel ritrarre la vita di alcuni ospiti di un ospedale psichiatrico. Si apre con una frase di Sant’Agostino sul cogliere i momenti di felicità della vita, poi un’ora di piccoli gesti quotidiani. Un anziano che da quarant’anni sposta pietre da un punto all’altro del cortile e si interrompe solo per un gestaccio all’indirizzo dei compagni. Uno si sporca e il pannolone gli viene cambiato da un altro ricoverato che dà una mano agli inservienti. Due sempre in coppia discutono sul trascendente. La frase del titolo è l’intercalare che usano per contraddirsi. La sensazione è che la ricerca del divino si accompagni con la follia e solo chi si stacca in qualche modo dalla “normalità” sa guardare in alto: solo chi percorre instancabile con il sole e la pioggia quello spiazzo asfaltato tra i reparti può porsi davvvero i problemi grandi dell’esistenza.

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8130/1/51/

Benjamin e Fatmata
11 agosto, la Sierra Leone al voto per il presidente, il parlamento e un referendum per la costituzione
Le elezioni presidenziali e legislative dello scorso 11 agosto in Sierra Leone, secondo gli osservatori internazionali, si sono svolte in un clima pacifico e corretto. In vantaggio per la carica di capo dello Stato, mentre sono stati scrutinati il 45,3 percento delle schede, è Ernest Bai Koroma, leader del All Peoples Congress, a cui viene accreditato un 46,58 percento di preferenze. L'inseguitore più vicino è Solomon E. Berewa, del Sierra Leone People's Party, con il 36,13 percento delle preferenze. Il paese africano, dilaniato in passato da una sanguinosa guerra civile costata la vita ad almeno 50mila persone, sembra avviato a un futuro più sereno, anche se i problemi della popolazione restano tanti, come racconta il reportage del nostro inviato Vauro Senesi.
 
  
Dal nostro inviato
Vauro

Indossa un t-shirt nera, con su una scritta bianca " Juve Club malo". La scritta spicca sulla maglietta come il bianco degli occhi spicca sulla sua pelle scura. Benjamin ha 21 anni e , se non fosse per la sua espressione serissima e il timbro basso , quasi un sussurro monotono, della sua voce, ne dimostrerebbe meno.
 
le strade di freetownInfanzia rubata. Eppure Benjamin non ha mai avuto una infanzia. Di se stesso bambino ha un ricordo confuso, come un flash che si rifletta violento su uno specchio, riproiettando immagini sovraesposte, senza contorni e senza successione temporale. " combattimenti-racconta con il suo sussurro- tanti combattimenti: fuoco,lampi,grida….per quattro anni ho combattuto. Per quattro o cinque anni". Benjamin non e’ nemmeno certo di quanto sia durato il flash che ha bruciato la sua fanciullezza, come lui bruciava villaggi di capanne e spesso chi ci viveva dentro. "Ci drogavano:cocaina e brown brown (una miscela a base di polvere da sparo) eravamo quasi permanentemente sotto l’effetto di queste sostanze, non sentivamo niente ne’ fame ne’ dolore, ne’ paura ne’ pietà". Il tono della voce di Benjamin non cambia, non vi si coglie traccia di autogiustificazione, come quando racconta di come sia diventato uno delle migliaia di bambini soldato che hanno reso atroce , oltre ogni umana immaginazione , la guerra civile che ha insanguinato la Sierra Leone sino ai primi mesi del nuovo secolo. " Non so niente dei miei genitori, se sono vivi, se sono morti. Avevo dieci anni quando fui rapito dai ribelli del Ruf (fazione antigovernativa) che avevano attaccato il mio villaggio. Fui costretto a combattere, o combattevi per loro o ti uccidevano. Mi portarono per sei mesi in un campo di addestramento per insegnarmi a montare e smontare il fucile. Ci facevano ammazzare i prigionieri, civili e militari, con il mitra, ma prima con il machete. Prima ho avuto il machete, il fucile me l’hanno dato più tardi….."
 
Orrore quotidiano. I due ragazzini che con il machete mozzarono il braccio sinistro di Fatmata, all’altezza della spalla, erano di poco piu’ grandi di lei, che aveva nove anni. " Ricordo ancora bene il sasso dove mi costrinsero ad appoggiare il braccio per tagliarmelo via" racconta Fatmata Kabu, che oggi e’ una bellissima ragazza di venti anni, dai lineamenti sottili ed aggraziati, due orecchini lunghi le pendono dai lobi, come pende la manica vuota del vezzoso vestito verde che indossa. Fatmata e Benjamin vivono non lontani l’uno dall’altra, anche se qui, le strade sterrate e piene di buche , rendono molto piu’ lunghe ed incerte le distanze. Fatmata frequenta il centro di un prete Italiano, Padre Maurizio Boa, che si prende cura dei bambini mutilati dalla guerra proprio da quando incontrò lei nel 1995. Il centro sorge nell’immediata periferia di Freetown, in un area chiamata Kissy Low Cost, per il prezzo relativamente basso che paga chi si può permettere solo l’affitto di una stanza e non di una casa, e per questo può essere considerato già fortunato. Benjamin invece vive a Lakka, un villaggio sul mare a poco più di venti chilometri dalla capitale. Li, in un vecchio albergo turistico abbandonato per la guerra, un altro prete italiano, Padre Berton, ha fondato un rifugio per gli ex bambini soldato, "The Family Home Movment".
 
l'ospedale di emergency a freetown, in sierra leoneUn posto sicuro. Zainatu Turay e’ la giovane coordinatrice del rifugio. " Fu proprio Padre Berton -racconta- ad andare a parlare con il capo dei ribelli, nel 1999, quando già stavano per entrare a Freetown, perchè gli consentisse di portare via con se almeno i combattenti più piccoli. Riuscì a convincerlo, e tra loro c’era anche Benjamin"-"si, ma poi arrestarono lui" la interrompe Benjamin, con un sorriso un po’ forzato sul volto. Ma Zainatu continua a spiegare come, dopo essere riusciti in tempo di guerra a strappare bambini dalle fila dei ribelli ed anche da quelle dei governativi, continui l’impegno per farne uscire altri che, catturati a quel tempo, sono cresciuti nelle carceri dove sono rinchiusi ancora oggi. "Cerchiamo, dopo averli ospitati qui per un periodo di primo riadattamento, famiglie che accettino di adottarli, in modo che possano reintegrarsi nella società attraverso nuovo affetti. Non e’ facile, molti sono già ragazzi grandi, soffrono di disturbi psichici, delle conseguenze dell’uso prolungato di droghe, e poi alcuni capi famiglia non ne vogliono sapere-"Quello potrebbe avere ucciso mio figlio, mutilato mia moglie- dicono- perchè dovrei aiutarlo?" Non capiscono che loro, anche se hanno commesso atrocità tremende, non ne hanno colpa. Erano solo bambini, sono vittime non carnefici, i veri carnefici sono quelli che li hanno costretti a commetterle". Le capanne di alcune famiglie , che hanno accettato di adottare questi ragazzi sorgono poco fuori le mura di cinta del vecchio albergo. Pochi giorni fa un tifone particolarmente violento ha scoperchiato i tetti di lamiera che le coprono. Sono casupole di una sola stanza, senza elettricità ne acqua, come quasi tutte qui in Sierra Leone. Qualche gallina magra razzola nella terra fangosa sulla quale sorgono, frotte di bambini seminudi giocano nelle pozze di acqua piovana. Nemmeno la lussureggiante bellezza delle palme e della spiaggia poco lontana riesce a distrarre dall’eterna povertà che raccontano. Mary Jonson se ne sta ritta in piedi davanti alla sua capanna. L’età avanzata le ha rubato alcuni denti dalla bocca e le ha dato in cambio le rughe profonde che le solcano il viso, magro come il corpo, ma non e’ riuscita a sottrarle la vivacità degli occhi, brillano quando parla dei suo " children". Lei nel tempo ne ha adottati tanti. " Tutti in questa area sanno che io sono una buona madre-dice orgogliosa- da quando Padre Berton mi chiese di accudire il primo, non so nemmeno io quanti figli ho tirato su. Adesso alcuni vivono e lavorano a Freetown, altri vanno a scuola e hanno trovato sistemazione in altre famiglie. Ma moltissimi mi vengono a trovare quando possono, anche da lontano. Io non ne ho mai abbandonato nessuno e loro non abbandonano me".
 
Aspettando il futuro. Benjamin però una famiglia non l’ha ancora trovata, la sua e’ in questo centro, insieme agli altri novanta ragazzi che ci vivono. Qui sta imparando a fare il falegname, cosi, se ne troverà una, potrà essere di sostegno. Appoggiato alla ringhiera di colonnine di cemento bianco della terrazza che dà sul mare, vecchio reperto dei passati fasti dell’albergo, mi mostra una lunga cicatrice che ha sulla gamba destra. " Un giorno lo chiesi al comandante-dici che combattiamo per il popolo, perchè allora lo ammazziamo?- racconta- e lui mi rispose colpendomi con la lama del machete proprio qui sulla gamba". Poi torna a nascondere la cicatrice sotto il pantalone. Ma le cicatrici di Fatmata o quelle di Isatu, un'altra bambina oggi diciottenne, rimasta con un moncone al posto del braccio, non si possono nascondere, e risultano tristemente evidenti nei corpi giovani dei ragazzi e delle ragazze che attorniano Padre Maurizio. Lo ascoltano mentre ci racconta come iniziò la pratica devastante delle mutilazioni. " Quando il Ruf nel 1997, perse le elezioni e non accettò la vittoria del partito del presidente Kabba, i ribelli cominciarono a mozzare i pollici alla gente. Si votava lasciando l’impronta del pollice sul registro, perchè qui sono quasi tutti analfabeti. – Vai a farti restituire il dito da Kabba- dicevano dopo averglielo amputato. Poi, con l’inferocirsi della guerra, tagliare arti divenne il sistema del terrore. Via mani, braccia, gambe, a tutti, anche ai bambini piccoli. Quando nel 1999 i ribelli sono entrati in città, qui dal tetto di casa mia, ho visto menomare persone a decine, una dietro l’altra, come in una macelleria. Gridavano, piangevano, chiedevano pietà ma era inutile….E io non potevo fare niente." Conclude, e dietro le lenti degli occhiali gli occhi gli si arrossano per le lacrime trattenute. " Quando incontro qualcuno mutilato, non riesco ad avvicinarmi a lui- mi dice Benjamin- provo vergogna ."
 
Dimenticare l'odio. Non sarà facile per Benjamin convincersi che la cicatrice che nasconde sotto il pantalone e quella aperta, che nasconde dentro di se, sono uguali a quella che chiude il moncherino di Fatmata. Tutti e due bambini violentati dalla follia della guerra, che il caso ha fatto si che uno appaia carnefice e l’altra vittima. Potrà accadere che Benjamin e Fatmata si incontrino davvero. Sia il centro di padre Berton che quello di padre Maurizio, fanno infatti riferimento all’ospedale di Emergency di Goderich, per l’assistenza medica e chirurgica per i loro ragazzi e ragazze. "Quando si e’ subita una amputazione da bambini –spiega Gianpaolo Pedrini,chirurgo ortopedico- il moncone dell’arto cambia con la crescita e quindi bisogna intervenire per renderlo adatto a una futura protesi. Qui e’ difficile sopravvivere alla povertà quando si e’ tutti interi- prosegue, abbandonando il linguaggio clinico- figurati se ti manca un braccio o una gamba! Una protesi funzionale puo’ salvare la vita". Il centro di Padre Berton, quello di Padre Maurizio, l’ospedale di Emergency sono fili sottili ma resistenti, che si intrecciano tra loro per ricucire la lacerazione della guerra, che continua ad infettarsi con la miseria. Fili tessuti con la tenacia di chi ci crede. Di chi crede che un giorno Benjamin possa incontrarsi con Fatmata. Lui senza provare vergogna , lei senza provare paura. 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8562


agosto 18 2007

RIFIUTANO AIUTI IN CIBO DAGLI USA, “DANNEGGIANO I CONTADINI” LOCALI
 

‘Care’, una delle più grandi organizzazioni non governative (ong) mondiali, ha respinto una donazione di 45 milioni di dollari in grano dal governo degli Stati Uniti, poichè ritiene che questi rifornimenti danneggino i produttori agricoli dei paesi in cui sono diretti gli aiuti. “Vogliamo fare gli interessi dei popoli poveri e sostenere aiuti efficienti e questo metodo non lo è” ha detto la presidente di Care, Helel Gayle, a fonti di stampa internazionali. Ricevere “aiuti in natura” è stato finora il modo principale con cui l’ong, così come pure gli altri organismi umanitari, ha ricevuto sostegno dagli Usa. I prodotti vengono acquistati dal governo americano dai produttori statunitensi e donati alle organizzazioni umanitarie che li distribuiscono o li rivendono sui mercati dei paesi poveri e con i proventi finanziano altri progetti di sviluppo. Questo metodo - dice Care - finisce per essere una forma di dumping che danneggia i produttori locali. Il rifiuto di ‘Care’ ha avuto l’effetto di riaccendere un dibattito sul meccanismo con cui gli Usa forniscono aiuti all’estero, proprio mentre il Congresso statunitense sta discutendo la nuova normativa sull’agricoltura. Per legge da oltre un decennio gli Stati Uniti forniscono gran parte dei loro aiuti internazionali in prodotti agrolimentari (soprattutto grano e olio vegetale) acquistati dagli ultra-sovvenzionati produttori agricoltori americani, così di fatto il denaro speso rientra in circolo nel paese. Negli ultimi due anni, i tentativi di modificare la legge in modo che almeno una parziale quantità di aiuti venga concessa in denaro sono falliti sia per la pressione delle lobby agrolimentari sia delle compagnie di trasporto marittimo che si occupano di trasportare le derrate nei paesi poveri. Anche l’attuale disegno di legge in discussione al Congresso, che vorrebbe introdurre almeno il 25% dei aiuti in denaro, deve fare i conti con le stesse opposizioni. Lo stesso ‘Government Accountability Office’, sorta di ‘Corte dei conti’ del Congresso, ha definito il meccanismo “intrinsecamente inefficiente”, poichè le ong beneficiate ricavano dalla vendita del prodotto solo il 70-80% del valore inclusi i costi di trasporto. Non tutte le ong condividono le critiche di ‘Care’, la quale precisa di non essere contraria alla fornitura di aiuti alimentari in occasione di situazioni di emergenza come carestie e cataclismi, ma ne mette in dubbio l’efficacia in un contesto di aiuto allo sviluppo. Nel 2005 ‘Care’ decise di rinunciare progressivamente a questa formula di aiuti entro il 2009, tentando di rimpiazzare quelle risorse con aiuti in denaro.

 

http://www.misna.org/



agosto 17 2007

WASHINGTON: LA COLLA NON VA BENE, VIA I MANIFESTI CONTRO LA GUERRA IN IRAQ




Le autorità di Washington hanno minacciato di multare una coalizione di organizzazioni contrarie alla guerra in Iraq se non entro oggi non verranno ritirati i manifesti che pubblicizzano una manifestazione organizzata per il prossimo mese a Washington proprio per protestare contro l’intervento Usa in Iraq. Secondo la polizia, infatti, la colla utilizzata dall’associazione ‘Answer’ per affiggere i manifesti che invitano al corteo del 15 settembre prossimo non è conforme alle norme in vigore nella capitale e per questo l’associazione sarà multata di 10.000 euro se non ritirerà tutti i cartelloni. Sahara Sloan, una dei responsabili di Answer ha rigettato le accuse di aver usato colla ‘non conforme’ denunciando le minacce come frutto di un “calcolo politico”. La marcia dovrebbe coincidere con la pubblicazione d’un rapporto molto atteso del comando americano in Iraq per fare il punto sulla situazione sul campo e segnerà l’inizio di una settimana di protesta contro il conflitto iracheno che dovrebbe richiamare migliaia di attivisti dagli Stati Uniti e dal Canada.
http://www.misna.org/

Sicurezza dei prodotti, Pechino cerca di evitare una “guerra” con gli Usa
La Cina annuncia l'invio di una delegazione negli Usa per concordare nuove regole di controllo. Nel Paese aumentano le richieste di bloccare le importazioni cinesi, mentre Pechino adotta “ritorsioni” verso i prodotti statunitensi.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina manderà due delegazioni negli Stati Uniti a fine agosto e a settembre, per concordare nuove norme di controllo su sicurezza e qualità dei prodotti. Vuole così prevenire l’adozione di misure e leggi protezioniste verso le importazioni, dopo i recenti scandali dei giocattoli tossici che l'hanno coinvolta . Pechino continua ad assicurare controlli più rigidi, ma in molti denunciano che il governo era a conoscenza della nocività dei giochi.

Oggi Wang Xinpei, portavoce del ministero del Commercio, ha assicurato che “aumenteranno il controllo sulla qualità della produzione destinata all’esportazione”. “La Cina ha esportato 300mila bastimenti di giocattoli, per un valore di 7 miliardi di dollari nel 2006. Solo 29 sono stati rimandati indietro, uno su 10mila”. “La maggior parte dei nostri giocattoli sono sicuri – aggiunge, ripetendo la principale difesa cinese contro simili accuse – è irresponsabile e malizioso mettere sotto accusa la qualità dell’intera esportazione cinese”.

Ma queste argomentazioni appaiono sempre meno convincenti con il ripetersi degli scandali: due giorni fa la multinazionale Mattel ha ritirato dal mercato altri 18,2 milioni di giocattoli molto popolari (9,5 milioni solo negli Usa), come le bambole Barbie e Polly Pocket e i pupazzi di Batman, che contengono vernice al piombo (fino a 3 volte il massimo consentito negli Usa) e piccoli magneti che possono essere estratti e ingoiati dai bambini. Il 65% della produzione Mattel viene dalla Cina e la ditta ha annunciato una radicale revisione dei controlli in questi impianti e ha addirittura istituito un telefono e una e-mail d’emergenza per dare informazioni e tranquillizzare i consumatori in vista dei regali natalizi. Secondo agenzie internazionali, che citano una fonte ufficiale della China Toy Association, la Cina sapeva da marzo che i magneti usati nei giochi non erano sicuri, ma non ha mai preso iniziative.

Negli Stati Uniti, il senatore Charles Schumer osserva che nel 2007 il 60% dei prodotti bocciati dalla Commissione Usa per la sicurezza dei prodotti per i consumatori sono cinesi: dagli alimenti ai giocattoli, dalla cioccolata alle vitamine. Ieri il senatore Dick Durbin ha accusato Pechino di avere “insufficienti standard di sicurezza” e ha proposto di “fermare e ispezionare tutti i prodotti cinesi per bambini che contengono vernice”. Pure ieri, il senatore Cristopher J. Dodd ha chiesto al presidente George W. Bush di “congelare” subito tutte le importazioni di giocattoli cinesi.

Intanto la Cina ha vietato l’importazione di carne di maiale di molti fornitori Usa, in quella che gli  analisti ritengono una "ritorsione". Pechino dice che la carne contiene ractopamina, un ormone per la crescita consentito negli Stati Uniti, ma bandito in Cina. Ieri Zhao Baoqing, primo segretario  per il Commercio presso l'ambasciata cinese a Washington, in una conferenza stampa ha detto che il suo governo potrebbe disporre controlli a campione su ogni carico di alimenti Usa, dal 1° settembre. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10080&size=A


LIBANO:
Rifugiati palestinesi torturati dall'esercito
Anand Gopal e Saseen Kawzally

BADDAWI CAMP, Nord del Libano, (IPS) - I palestinesi costretti dai combattimenti nel campo profughi di Nahr al-Bared, Libano settentrionale, accusano l’esercito libanese di torture e abusi sui civili.

Mentre lo scontro tra il gruppo islamico sunnita Fatah al-Islam e l’esercito libanese entra nella sua dodicesima settimana, migliaia di abitanti di Nahr al-Bared hanno cercato rifugio nel vicino campo di Baddawi. Molti forniscono descrizioni dettagliate sui giorni trascorsi in detenzione sotto duri interrogatori.

Fadi Wahbi, 36 anni, ha detto all’IPS di essere stato arrestato e interrogato dall’esercito libanese, mentre fuggiva da Nahr al-Bared con la sua famiglia. È stato trattenuto due giorni alla vicina base militare di Kobbeh e successivamente trasferito in quello che ritiene fosse il Ministero della difesa a Beirut, insieme ad altri uomini giovani e adulti che avevano abbandonato la battaglia.

Inizia così il lungo tormento di Wahbi. Funzionari del carcere lo hanno accusato di appartenere a Fatah al-Islam, e lo hanno tenuto bendato per otto giorni in una prigione affollata, insieme a decine di altri con accuse simili. Quando ha iniziato a insistere sulla propria innocenza, hanno cominciato a picchiarlo.

”Ogni volta che dicevo che non stavo mentendo, mi colpivano”, ricorda. “Non sapevo da dove arrivassero i colpi, sono rimasto per la maggior parte degli otto giorni bendato e senza dormire”. Anche le autorità carcerarie hanno torturato Wahbi, facendo ruotare le sue estremità al punto da fargli quasi perdere conoscenza. Ha poi raccontato di essere stato costretto a rimanere in piedi per giorni, in posizioni terribili.

”Pensavo che sarebbe durato una o due ore, ma mi hanno tenuto in piedi per 36 ore, ammanettato dietro la schiena, bendato”, ha raccontato. “Ogni due o tre ore cadevo, appena toccavo il pavimento, qualcuno mi sbatteva al muro. È successo cinque o sei volte. Poi cadere ha iniziato a piacermi, perché significava riposo per le mie gambe. Era così doloroso che preferivo cadere e riposare qualche secondo, anche se poi mi colpivano”.

Decine di palestinesi sono stati tenuti in un’unica stanza, senza spazio per dormire e impossibilitati a comunicare tra loro.

”Allungare le gambe non era permesso, dormivamo ammanettati, seduti con la schiena contro il muro e le gambe legate”, racconta. “Se cercavamo di allungare le gambe, c’era sempre qualcuno pronto a colpirle con un calcio”.

In seguito è stato trasferito a Kobbeh, nel Libano settentrionale, e dopo il suo rilascio è riuscito a raggiungere un ospedale vicino.

Le conseguenze psicologiche sono state enormi, ricorda Wahbi, “a un certo punto avevo le allucinazioni, vedevo cose inesistenti. Una volta ho immaginato una porta che si apriva nel muro e mi portava dalla mia famiglia. Mi sono alzato e ho iniziato a correre verso la parete. Mi ha raggiunto una guardia urlando: ‘Che stai facendo? Cerchi di farti male? Non hai il permesso di farti male, solo noi possiamo farti male’, e ha iniziato a picchiarmi”.

La storia di Wahbi rispecchia le testimonianze di decine di palestinesi, la maggior parte dei quali troppo terrorizzati per rilasciare dichiarazioni. Milad Salameh, infermiere alla Clinica Shifa nel campo di Baddawi, dice di aver assistito a oltre 30 casi di abusi commessi dall’esercito.

”Molte delle ferite”, ha raccontato all’IPS, “erano state perpetrate durante l’arresto, nei centri di detenzione dell’Esercito. Molti arrivavano da noi con segni di tortura, abusi e botte. Abbiamo visto anche tracce di elettroshock, alcuni avevano subito abusi sessuali, come lo stupro con una bottiglia”.

Il Centro palestinese per i diritti umani Shahed, con sede a Beirut, ha documentato oltre 50 casi di tortura tra gli abitanti di Nahr al-Bared. Mahmoud al-Hanafi, direttore del centro, ha raccontato all’IPS che l’Esercito ha sistematicamente ignorato i diritti umani nella sua battaglia contro Fatah al-Islam, e ha chiesto sia all’Esercito che a Fatah al-Islam il rispetto della quarta Convenzione di Ginevra, che regola il trattamento dei civili in guerra.

Il portavoce dell’esercito libanese, Generale Salah Hajj Suleiman, ha detto all’IPS che “l’esercito libanese è un’istituzione nazionale, agiamo secondo le leggi del governo, non compiamo abusi sui civili”, e ha aggiunto che “l’esercito libanese non arresta nessuno che non abbia precedenti penali”.

Gli scontri sono iniziati a fine maggio quando Fatah al-Islam, che nei mesi precedenti si era stabilito a Nahr al-Bared, ha aperto il fuoco sulle forze di sicurezza libanesi. La successiva battaglia tra l’esercito e i militanti ha provocato centinaia di morti, e molti palestinesi accusano l’Esercito di aver attaccato civili indifesi.

In un episodio riferito da profughi locali a Baddawi, e documentato dal centro di Shahed, Nayef Salah Saleh, residente a Nahr al-Bared, aveva tentato di portare un furgone con 25 civili fuori dal campo. Alcuni testimoni affermano che cecchini dell’Esercito hanno sparato e ucciso Saleh, mandando il furgone fuori strada e facendolo così fermare.

Muntaha Abu Khalil, incinta di quattro mesi, aprendo la portiera è stata scaraventata in una tempesta di proiettili. L’Esercito ha circondato il furgone e arrestato molti dei suoi occupanti, compresi tre bambini. I bambini, tra cui Amer Bahij Abdallah, 16 anni, raccontano di essere stati successivamente torturati.

Abdallah ha ricordato che gli hanno “coperto il viso con un panno nero: sono stato colpito, picchiato e mi hanno fatto l’elettroshock per costringermi a dare informazioni su Fatah al-Islam”, Il ragazzo ha dichiarato di non aver nulla a che fare con il gruppo.

Da quando sono iniziati i combattimenti al nord, centinaia di palestinesi raccontano di essere stati arrestati e picchiati ai posti di blocco dell’Esercito in tutto il paese. Un operatore palestinese arrivato in Libano da Tripoli, che ha parlato all’IPS mantenendo l’anonimato, ha detto di essere stato “picchiato a un posto di blocco da circa dieci soldati perché stavo scherzando con un amico”.

Altri, come Ahmad Hazbour, ex residente di Nahr al-Bared, ha dichiarato che ai posti di blocco venivano picchiati, abusati verbalmente, e poi arrestati.

La creazione dello stato di Israele nel 1948 ha prodotto centinaia di migliaia di profughi palestinesi. Molti sono venuti in Libano, e da allora vivono in campi soffocanti e claustrofobici. Per legge, i rifugiati vengono considerati stranieri e sono pertanto esclusi da molti diritti fondamentali goduti dai cittadini libanesi, compreso il diritto al lavoro (non sono ammessi a oltre 70 professioni). I palestinesi non possono possedere alcuna proprietà in Libano, e nemmeno entrare nel processo politico.

”Il campo è stato attaccato perché siamo palestinesi”, ha detto Muhammad Naddwi, 23 anni, residente a Nahr al-Bared, manifestando quel sentimento di discriminazione vissuto da molti palestinesi in Libano. I campi sono spesso bersaglio del fuoco di diversi eserciti – l’esercito libanese ha distrutto il campo di Nabatiyeh nel 1973, e molti dei residenti a Nahr al-Bared sono rifugiati nel campo di Tel az-Zaatar, distrutto dalle forze cristiane nel 1976.

Con la casa rasa al suolo e ancora fresca la memoria di torture e abusi, molti palestinesi di Nahr al-Bared sono scossi e senza speranza.

”Alcuni di loro, appena rilasciati venivano direttamente in clinica”, ha raccontato l’infermiere Salameh. “Non volevano parlare con nessuno, né essere curati. Cercavano solo un posto sicuro dove stare da soli, e piangere”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=983

Scenario spartizione

scrive Francesco Martino

Per la prima volta negli ambienti della diplomazia internazionale si parla ufficialmente di spartizione del Kosovo. Un'ipotesi, per uscire dall'impasse sullo status, che sono però in molti a contrastare
Alla ricerca affannosa di una via d'uscita dal vicolo cieco costituito dalla questione kosovara, la diplomazia internazionale è arrivata a sfatare l'ultimo tabù in tema di opzioni possibili, quello cioè della divisione della regione secondo linee etniche.

A far balenare questa possibilità sono state le parole di Wolfgang Ischinger, rappresentate dell'Ue della “troika”, formata da Unione Europea, Stati Uniti e Russia, incaricata dal Gruppo di Contatto di guidare un ulteriore round di negoziati tra Belgrado e Pristina, dopo il definitivo fallimento del tentativo di far passare il piano Ahtisaari in Consiglio di Sicurezza per la ferma opposizione della Russia.

“La nostra missione, in linea di principio, sostiene qualsiasi accordo che venga sottoscritto da entrambe le parti. Questo comprende tutte le opzioni”, ha dichiarato Ischinger domenica 12 agosto a Pristina, durante il primo giro di colloqui, tenuti primi a Belgrado e poi in Kosovo nello scorso week-end. Alla domanda se tra queste opzioni fosse contemplata la spartizione, Ischinger ha poi risposto:“Sì, se le due parti raggiungono un accordo al riguardo”.

L'opzione della spartizione non è certamente nuova. Già nel 2002 veniva proposta dall'allora premier serbo Djindjic come minore dei mali per venire fuori dall'impasse kosovara. Adesso, però, viene menzionata per la prima volta da un alto esponente della diplomazia internazionale, dopo essere stata sempre rigettata in modo deciso.

Ischinger si è poi affrettato a specificare che “la troika non propone né supporta la divisione del Kosovo”, affermando che le sue dichiarazioni sono state riportate in modo inesatto dai media. In ogni caso, però, il sasso è stato lanciato.

Le reazioni ufficiali non si sono fatte attendere. A farsi portavoce della posizione di Pristina è stato il presidente kosovaro Fatmir Seidju, che ha addirittura minacciato il ritiro del team negoziale dal nuovo round di negoziati fino a quando l'opzione della spartizione rimarrà sul tavolo, perché, ha spiegato, “l'integrità territoriale del Kosovo è inviolabile”.

Belgrado ha mantenuto invece un atteggiamento più defilato, pur rigettando ufficialmente ogni proposta di divisione.

“Mosca potrebbe aprire una discussione sulla divisione del Kosovo, se questa fosse un'idea serba, ma questa di sicuro non viene da Belgrado”, ha dichiarato poi l'ambasciatore russo in Serbia Aleksandar Aleksejev, aggiungendo poi che “la Russia continua a rispettare pienamente la posizione del Gruppo di Contatto secondo cui questa possibilità è inaccettabile”.

A difendere pubblicamente la proposta rimane forse soltanto l'ex premier serbo Zoran Zivkovic, uno dei più stretti collaboratori di Djindjic. “La divisione del Kosovo non è certo una soluzione ottimale, ma rimane certamente la meno negativa per entrambe le parti”, ha dichiarato Zivkovic all'agenzia Beta.

A rigettare con forza la divisione sono invece i serbi del Kosovo, soprattutto quelli che vivono nelle enclavi a sud del fiume Ibar. “La Serbia non deve farsi attirare nel progetto di spartizione”, ha dichiarato al quotidiano Dnevnik Momcilo Trajkovic, leader del Srpskog pokreta otpora sa Kosova. “Per quanto possa suonare eretico, è meglio l'indipendenza controllata alla divisione...perché questa può portare a nuova tensione e scontri per le sfortunate comunità serbe che vivono a sud dell'Ibar”.

E' difficile dire quanto sia reale, oggi, la possibilità di una spartizione formale del Kosovo (una divisione de facto tra la maggior parte della regione abitata dagli albanesi e della zona a nord di Mitrovica, abitata da serbi, è una realtà dal 1999).

Quello che è certo è che questa opzione aprirebbe una lunga serie di scenari di difficile soluzione.

Innanzitutto la spartizione viene vista dai contendenti in termini profondamente diversi: per Belgrado la questione viene vista come eventuale rinuncia alla sovranità in cambio della zona di Mitrovica; da parte kosovara , invece, la divisione viene vista nei termini di scambio di territori, Mitrovica in cambio di Presevo e Bujanovac, cittadine della Serbia meridionale abitate da albanesi.

Rimettere mano ai confini è poi un'operazione a rischio, perché rischia di riaprire molte questioni ancora non risolte, come il delicato accordo raggiunto in Macedonia tra la componente macedone e albanese, per non parlare poi della difficile convivenza tra Republika Sprska e Federazione croato-musulmana in Bosnia.

Aver aperto la questione della spartizione potrebbe essere stato il tentativo di smuovere in qualche modo le acque intorno ad un negoziato che somiglia molto ad una “missione impossibile”.

Se l'obiettivo è davvero quello di arrivare ad una soluzione di compromesso, il fallimento sembra inevitabile, visto che Belgrado e Pristina rimangono fermi nelle loro posizioni sul vero punto nodale, e cioè l'indipendenza.

Anche la possibilità di riuscire a vincere le riserve di Mosca, che per il momento, dopo aver bloccato il piano Ahtisaari si gode una piccola rivincita dopo le molte umiliazioni subite sul teatro balcanico, sembra molto improbabile.

La posizione russa è chiara: il piano Ahtisaari non è accettabile come base per i nuovi negoziati, i negoziati stessi non hanno scadenza e i 120 giorni di lavoro della troika non sono l'ultimo passo prima della soluzione dello status del Kosovo e in ogni caso le decisioni finali devono essere prese all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

Con gli Stati Uniti che premono verso una soluzione rapida, che al momento resta lo scenario più probabile, e che significa riconoscimento dell'indipendenza anche fuori dalla cornice Onu, il giocatore più debole, e che di certo ha più da perdere, è l'Unione Europea, divisa al suo interno e incapace di parlare con una sola voce.

Secondo molti analisti, il motivo principale dei colloqui affidati alla troika, insieme al tentativo di smarcamento dal veto russo in Consiglio di Sicurezza, è proprio guadagnare tempo per far sì che all'interno dell'Ue si raggiunga una “massa critica” di consenso intorno all'eventuale riconoscimento di una dichiarazione di indipendenza unilaterale da parte del Kosovo.

A dividere l'Unione ci sono alcune questioni spinose: da una parte la preoccupazione di stati come Spagna e Slovacchia, che hanno rapporti delicati con le proprie minoranze, di veder sancito il diritto di secessione nel cuore dell'Europa.

Dall'altra c'è la consapevolezza che il riconoscimento dell'indipendenza kosovara porterebbe a un drastico peggioramento dei rapporti con la Serbia, rendendo reale l'incubo del “buco nero nel giardino di casa” che i Balcani Occidentali rappresenterebbero per un periodo indefinito.

In questi giorni sulle pagine del quotidiano Politika di Belgrado sono rimbalzate anche minacce di ritirarsi dal processo di integrazione, mentre il premier Vojslav Kostunica ha ribadito che “ i paesi che vogliono mantenere relazioni normali e amichevoli con la Serbia, devono rispettare la nostra integrità territoriale”.

La prospettiva di una chiusura serba e dell'allacciamento di relazioni privilegiate con la Russia sembra attualmente piuttosto improbabile, nonostante l'appoggio di Mosca sulla questione del Kosovo, almeno a dar retta ad un recente sondaggio, in cui il 71% dei serbi ha dichiarato che “l'ingresso nell'Ue rimane una priorità, anche se il Kosovo verrà perduto”, ma è certo che Bruxelles corre comunque il rischio di veder congelato per anni il processo di avvicinamento della Serbia.

Alla fine, però, il rischio più grande che corre l'Europa, nella cornice dei nuovi negoziati è che tutto resti come prima, e che il tempo passi senza portare ad iniziativa ed unità.

“Se il Kosovo si dichiara indipendente, la Serbia cercherà di convincere i paesi dell'area a non riconoscerlo, mentre gli Usa faranno di tutto per assicurare questo riconoscimento”, ha dichiarato ai microfoni della BBC Gerald Knaus, direttore dell'influente think tank berlinese European Stability Initiative. “Alla fine si assisterà al ritorno nella regione di tensione ed instabilità, proprio quello che tutti volevano evitare”.

Uno scenario difficile da digerire innanzitutto proprio dall'Europa.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8129/1/45/


agosto 16 2007

“Un mosaico di voci, ecco la mia Europa”

Geert Mak con Mauro Buonocore


 

È la forza dei piccoli fatti, della storia vissuta sulla propria pelle e della voce che la racconta. Questa è la storia che piace a Geert Mak, giornalista olandese, che nel 1999, ha girato l’Europa in lungo e in largo, da Parigi a Verdun, da Predappio a Guernica, passando per Cefalonia, Norimberga, Auschwitz, Vichy, Berlino e Pietrogrado. Ai confini del ‘900, Mak ha attraversato il continente raccogliendone l’anima nei racconti delle persone che a quel secolo hanno dato vita. Dagli articoli pubblicati durante il viaggio per il quotidiano olandese NRC Handelsblad è nato un libro che, come un diario, ripercorre, mese per mese, le tappe raggiunte: Europa. Viaggio attraverso il XX secolo (Fazi editore) oltre mille pagine di quella che gli esperti chiamano storia evenemenziale, in cui singole voci e singoli fatti si compongono nel mosaico del secolo europeo.
“La memoria dei nostri padri, dei nostri nonni – dice Mak – può aiutarci a capire l’atmosfera, l’aria del loro tempo, e noi, così, possiamo cercare di riviverlo, anche se solo nell’immaginazione, avendo di fronte ai nostri occhi la forza dell’esperienza vissuta che ci trasmette fatti e sensazioni, con dettagli e particolari che sfuggono normalmente alla storia ufficiale. È importante conoscere le storie che camminano parallele alla Storia”.

Sono importanti le storie dei singoli, ma non è rischioso leggere il passato attraverso i ricordi personali? Non si rischia di deviare un po’ dalla ricostruzione del vero?

Bisogna saper scegliere e selezionare. A volte i ricordi e la memoria possono essere strani, la gente tende a dimenticare le cose brutte e a esagerare le cose belle, bisogna fare attenzione. Ma nei ricordi individuali emergono elementi che sfuggono ai manuali. Nei racconti dei tedeschi che si riparavano dai bombardamenti, ad esempio, si tocca la loro paura, e parlando ora con quelle persone possiamo capire come hanno fatto esperienza della storia. Ovviamente non basta alla conoscenza, la storiografia tradizionale è indispensabile, ma noi dovremmo cercare di mettere insieme le due cose per avere una quadro completo.

Per un anno intero ha girato l’Europa parlando con le persone che incontrava e raccogliendo testimonianze. Ha trovato, in questa sua esperienza, un comune sentire per cui si possa dire che le persone che ha incontrato sono europei e non solamente polacchi, italiani tedeschi o spagnoli?

No. Le sensazioni della gente e la loro appartenenza si formano e si identificano a un livello che è nazionale. In realtà in nazioni diverse ci sono diverse attitudini nei confronti dell’Europa e del sentirsi europei.
L’Europa è un’entità dalle molte facce, e chiunque voglia pensarla come istituzione ha in mente Bruxelles, una proiezione che va al di fuori della propria realtà nazionale. Questo è un problema oggi e lo sarà per il futuro perché tutti noi ci aspettiamo grandi cose dall’Europa, ma ciascuno di noi si aspetta cose diverse, non esiste un progetto univoco, non esistono delle aspettative e delle aspirazioni univoche verso l’Europa.

Il suo viaggio ha toccato molti paesi dell’est che sono entrati da poco a titolo effettivo nell’Ue. Sono paesi in cui la crescita della democrazia conta molto sulle promesse dell’Unione.

Non è solo una questione di promesse, è una questione di apertura, possibilità e opportunità. Sono un po’ pessimista su questo.
Ho visto cambiare con i miei occhi paesi come la Polonia e l’Ungheria negli ultimi anni, e bisogna dire che l’Unione europea come fattore di modernizzazione e di cambiamento funziona, ma non so dire se abbastanza velocemente. Questa è un’altra cosa.
Stiamo parlando di paesi che scontano un ritardo abbastanza elevato, soprattutto se leggiamo cifre e dati socio-economici; gli abitanti della vecchia Europa dell’est si aspettavano, prima di entrare nell’Ue, che in pochi anni sarebbero arrivati allo stesso tenore di vita che hanno i cittadini dell’ovest. Oggi un miglioramento inizia ad esserci, ma è lento ed è un cambiamento indirizzato soprattutto alle generazioni future, sono loro che ne raccoglieranno i frutti. Gli attuali neocittadini europei probabilmente non faranno in tempo a vedere le loro condizioni economiche e di sviluppo radicalmente cambiate e migliorate grazie all’Unione. Io non so, quindi, se le attuali popolazioni di questi paesi abbiano pazienza sufficiente per saper aspettare a lungo. Il pericolo più grande, che è anche un fattore di accelerazione di questa impazienza, è il populismo che possiamo veder vincere e crescere in molte di queste realtà, come ad esempio Polonia e Ungheria. I leader populisti stanno cercando di raccogliere queste impazienze e giocarle a loro favore, portandole verso una direzione che allontanerà questi paesi dalla modernizzazione. Credo che arriveranno tempi complicati.

Se ad est l’impazienza non genera fiducia verso l’Unione europea, ad ovest, persino nei paesi tradizionalmente euro-entusiasti, la distanza tra l’Europa, le sue istituzioni, e la vita dei cittadini sembra tangibile. L’Europa appare sempre come qualcosa di distante, non sarà che l’europeismo si percepisce troppo come un discorso da intellettuali e da politici?

No, no. Credo che sia vero esattamente il contrario. Esiste un modo di raccontare l’Europa in maniera esclusivamente filosofica, come se si trattasse di un argomento tutto intellettuale.
Ma in realtà possiamo vedere l’Europa negli individui, nei cittadini; oltre ogni discorso filosofeggiante, possiamo vedere l’esistenza di un’Europa delle persone, perché l’europeizzazione è parte della globalizzazione; le nostre vite sono interconnesse, sono legate tra di loro in un mondo che attraversiamo con una facilità mai conosciuta prima. E grazie a questo movimento, grazie alle enormi possibilità di comunicare agevolmente oltre le distanze, si formano delle reti di comunicazioni e di relazioni che sono del tutto nuove rispetto al passato, e per le quali le distanze non sono un grosso problema. L’Europa era già anni fa una comunità basata su questi principi; l’Europa esiste concretamente, è fatta di connessioni di comunicazione, è fatta di movimenti artistici, è fatta di discussioni e di scambi di idee. Questa dimensione esisteva già negli anni Quaranta, ma dopo la guerra mondiale, abbiamo dovuto ricostruirla da capo.
Non stiamo facendo altro che riparare ai nostri errori passati.


 


 

caffeeuropa.it


Campagna tra gentiluomini

scrive Franco Juri

Il favorito Lojze Peterle
In Slovenia ad ottobre le elezioni presidenziali. Tre i candidati che si giocheranno la poltrona. Dopo una stagione di duri scontri istituzionali sembra prevalere una cultura del dialogo alla quale non si era più abituati
Il ventuno ottobre prossimo la Slovenia eleggerà il suo nuovo presidente della repubblica, il terzo dall'indipendenza nel 1991, dopo Milan Kučan e Janez Drnovšek. Quest' ultimo, il cui mandato all'insegna di uno stile decisamente poco convenzionale ha suscitato negli ultimi anni più di qualche polemica e constribuito ad inasprire i rapporti istituzionali tra la presidenza ed il governo, non ricandiderà.

A contendersi seriamente la poltrona presidenziale saranno questa volta in tre; il candidato del centrodestra Lojze Peterle e due candidati del centrosinistra, Danilo Türk e Mitja Gaspari. Li segue nei sondaggi, ma senza grandi possibilità di concorrere per un eventuale ballottaggio, Zmago Jelinčič, l'ultranazionalista e goliardico leader del partito nazionale sloveno (SNS).

Lojze Peterle, democristiano della prima ora, attualmente europarlamentare del partito Nova Slovenija, affiliato al partito popolare europeo, è stato il primo premier della Slovenia indipendente e più tardi, nel primo governo Drnovšek, anche ministro degli Esteri. E' l'esponente politico conservatore sloveno più apprezzato, non solo a destra, in quanto ha sempre saputo mantenere la propria autonomia anche nel suo travagliato rapporto di alleanza con Janez Janša.

Peterle candida come „indipendente“ ma con l'appoggio „esterno“ di Nova Slovenija (NSI), del Partito democratico sloveno (SDS) e del Partito popolare (SLS). La sua immagine di politico coerente con le proprie posizioni conservatrici e cattoliche gli garantisce l'appoggio della chiesa, la sua reputazione di politico dal giusto savoir faire populista e che sa dialogare con tutti senza mai esasperare i toni, lo avvicina anche a tanti elettori di centro.

La sua campagna, iniziata dopo una candidatura a sorpresa che ha spiazzato la compagine di destra e chiuso le porte a candidati più fedeli a Janša, si svolge all'insegna di un porta a porta per tutta la Slovenia. Cinquantanove anni ben portati Peterle va in giro per il paese con la fisarmonica e spesso in bicicletta. Nonostante le cure per un cancro incipiente diagnosticato alcuni anni fa oggi è in ottima forma fisica e secondo i sondaggi è il grande favorito. Potrebbe passare al primo turno.

Il centrosinistra partecipa alle presidenziali disunito e con due candidati. Fallite le trattative tra la la Democrazia liberale (LDS) e i Socialdemocratici (SD) nonché il gruppo di »Zares«, nato da una recente scissione dei democratici liberali, e dopo che Borut Pahor, presidente SD e favoritissimo nei sondaggi, si era ritirato per guidare piuttosto il partito ad una probabile vittoria alle prossime politiche, l'opposizione ha puntato divisa su due candidati, entrambi apprezzati dall' opinione pubblica.

Danilo Türk, 56 anni, ex ambasciatore all'Onu ed ex consigliere politico di Kofi Annan, è attualmente professore universitario presso la facoltà di giurisprudenza di Lubiana. Politico dai toni diplomatici e moderati, portamento anglosassone, fu il sostenitore più coerente dell' iniziativa svedese „per un mondo senza armi nucleari“ cui aderì anche la Slovenia nel 1999.

Ma dopo l' ultimatum americano che ordinò al piccolo paese candidato Nato di uscirne al più presto, la Slovenia abbandonò l'iniziativa spaventata e imbarazzata, mentre Türk cadde nel dimenticatoio politico riparando nelle sfere internazionali. Poco conosciuto in patria sta ora rimontando la china da candidato „indipendente“, avvicinandosi agli elettori anche con le tecniche del populismo e con l'appoggio dei socialdemocratici , degli ex democratici liberali di Zares, del partito governativo dei pensionati (Desus) e di una folta schiera di personalità pubbliche. I sondaggi lo danno al secondo posto con serie possibilità di affrontare Peterle ad un secondo turno.

La democrazia liberale appoggia invece un altro candidato »indipendente«; Mitja Gaspari, ex ministro del Tesoro nel governo Drnovšek ed ex governatore della Banca nazionale. Gaspari ha l'indiscutibile merito di ever portato la Slovenia nell'euro ed è premiato agli occhi di tanti elettori sloveni pure dall'ingiustizia subita di recente per mano di Janez Janša che ne ha minato la rielezione a governatore, proposta dal presidente Drnovšek. E' il meno populista dei tre, forse persino troppo schivo e pacato per le masse. Un politico dallo stile sobrio e forse penalizzato da un'immagine da tecnocrate ed esperto finanziario di difficile presa tra gli elettori. Comunque Gaspari ha l'appoggio di importanti e rispettabili nomi della sfera pubblica, tra cui spiccano quelli di Jože Mencinger, ex rettore dell'Università di Lubiana e ministro dell'Economia nel primo governo democratico e Dušan Mramor, ex ministro delle Finanze con i primi diritti d' autore sul „miracolo economico“ sloveno risconosciuti persino dal governo Janša. Gaspari e Türk si contendono l'accesso ad un possibile ballottaggio con Peterle.

Infine Zmago Jelinčič, l'ultras che sogna ad alta voce di conquistare militarmente l'Istria croata, amante dei riflettori e delle armi, nemico giurato dei Rom, candidato del prorio partito e unico elemento di effervescenza in una campagna elettorale che si presenta sin dalle prime battute estremamente corretta, una campagna tra tre gentiluomini che si riconoscono mutuamente tanti meriti e che hanno deciso di riportare nel paese, dopo qualche anno di politica biliare, una certa cultura del dialogo alla quale non si era più abituati. Un toccasana.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8124/1/50/


L’ "OPZIONE NUCLEARE" DELLA CINA: SCARICARE IL DOLLARO

 

DI PAUL CRAIG ROBERTS
Online Journal

A 24 ore da quando ho riferito dell'annuncio da parte della Cina che è la Cina, e non la Federal Reserve, a controllare i tassi di interesse Usa tramite la sua decisione di acquistare, detenere o abbandonare le obbligazioni del Tesoro Usa, la notizia è apparsa in forma sterilizzata e non minacciosa in poche fonti giornalistiche Usa.

Lo Washington Post ha trovato un professore di economia della University of Wisconsin che fornisse rassicurazioni sul fatto che "non è realmente credibile la minaccia" che la Cina sarebbe intervenuta nel mercato valutario o delle obbligazioni in qualche modo che potesse danneggiare il valore del dollaro o alzare i tassi di interesse Usa, perché tramite tali azioni la Cina danneggerebbe il suo stesso portafoglio di investimenti.

Il segretario al Tesoro Usa Henry Paulson, appena tornato da Pechino, dove ha dato ordini alla Cina di alzare il valore dello yuan cinese "senza ritardi", ha ignorato l'annuncio cinese definendolo "francamente assurdo". [Another Shot in Currency Fight Chinese Threaten Divestment, di Krissah Williams, 9 Agosto 2007]

Tanto il professore che il segretario al Tesoro si sbagliano di grosso.

Come prima cosa sappiate che l'annuncio non è stato fatto da un ministro o un vice ministro del governo. Il governo cinese preferisce solitamente dare importanti annunci tramite organizzazioni di ricerca che lavorano strettamente con il governo. Questo annuncio è venuto da due simili organizzazioni. Un alto funzionario del Development Research Center, un'organizzazione a livello del gabinetto di governo, ha fatto sapere che la stabilità finanziaria Usa era troppo dipendente dal finanziamento cinese del deficit statunitense perché gli Usa potessero dare ordini alla Cina. Un funzionario della Chinese Academy of Social Sciences ha fatto notare che lo stato delle riserve di valuta del dollaro Usa sono dipendenti dalla buona volontà della Cina come creditore Usa.

Ciò che i due funzionari hanno detto è assolutamente vero. E’ qualcosa che alcuni di noi sanno da molto tempo. Ciò che è diverso è che la Cina ha richiamato pubblicamente l'attenzione sulla dipendenza di Washington dalla buona volontà cinese. Facendo ciò la Cina ha segnalato che non si sarebbe fatta mettere da parte e non avrebbe accettato intimidazioni.

I cinesi non fanno minacce. Al contrario uno dei funzionari ha detto: "la Cina non vuole nessun fenomeno indesiderabile nell'ordine finanziario globale". Il messaggio cinese è differente. Il messaggio è che Washington non ha l'egemonia sulla politica cinese e che se la questione passasse da spinte a forti pressioni Washington si dovrebbe aspettare il caos finanziario.

Paulson può parlare duramente, ma il Tesoro non ha valute straniere con cui riscattare il suo debito. Il modo in cui il Tesoro paga le obbligazioni in scadenza è tramite la vendita di nuove obbligazioni, una vendita che diverrebbe difficile in un mercato in caduta e abbandonato dal maggior compratore.

Paulson ha trovato conforto nella sua osservazione che le grandi riserve cinesi di buoni del Tesoro Usa ammontano "a un solo giorno di volume di commercio dei buoni del Tesoro". Questo è un paragone senza senso. Se la scorta raddoppiasse improvvisamente, Paulson penserebbe che il prezzo delle obbligazioni non cadrebbe e i tassi di interesse non crescerebbero? Se Paulson crede davvero che i tassi di interesse Usa sono indipendenti dall'acquisto e dalla detenzione da parte della Cina delle obbligazioni del Tesoro, Bush farebbe meglio a cercarsi rapidamente un nuovo segretario al Tesoro.

Esaminiamo ora l'opinione dell'economista della University of Wisconsin che la Cina non potrebbe esercitare il suo potere perché ne risulterebbe una perdita nelle sue riserve in dollari. È vero che se la Cina mettesse sul mercato una percentuale significativa delle sue riserve, o solo smettesse di acquistare nuove emissioni obbligazionarie del Tesoro, i prezzi delle obbligazioni cadrebbero e le restanti riserve cinesi varrebbero meno. La domanda però è se ciò avrebbe una qualche conseguenza per la Cina e, se la avesse, ciò sarebbe un prezzo maggiore o minore dell'evitare i costi che Washington sta cercando di imporre alla Cina.

Gli economisti americani sbagliano nel loro ragionamento quando assumono che la Cina ha bisogno di grandi riserve di valuta straniera. La Cina non ha bisogno di riserve di valuta estera per le usuali ragioni di appoggiare la propria valuta e pagare gli scambi commerciali. La Cina non permette che la sua moneta sia scambiata sul mercato valutario. Infatti non ci sono abbastanza yuan disponibili da scambiare. Gli speculatori, nello scommettere su un eventuale crescita del valore dello yuan, stanno cercando di catturare i futuri guadagni commerciando lo "yuan virtuale". L'altra ragione è che la Cina non ha deficit commerciali con l'estero e non ha bisogno di riserve in altre valute con cui pagare i suoi debiti. Infatti, se la Cina avesse dei creditori, i creditori sarebbero contenti di essere pagati in yuan dal momento che tale valuta viene considerata sottovalutata.

Nonostante l'appoggio cinese al mercato delle obbligazioni del Tesoro, le grandi riserve cinesi di strumenti finanziari valutati in dollari sono andate deprezzandosi per un certo periodo dal momento che il dollaro perde valore rispetto ad altre valute, a causa del fatto che la gente e le banche centrali di altri paesi stanno riducendo le loro riserve in dollari o smettendo di accrescerle. Le riserve in dollari della Cina riflettono lo status di creditore che la Cina ha acquisito quando le aziende Usa hanno trasferito in Cina la loro produzione. La Cina ha ottenuto tecnologia e abilità commerciali dalle aziende Usa che hanno spostato i loro impianti in Cina. La Cina ha grandi città costiere così intasate di attività economica e commerci da far sembrare le grandi città americane come paesi di campagna. La Cina ha portato circa 300 milioni dei suoi cittadini a migliori standard di vita e si sta impegnando ora a sviluppare un grosso mercato interno che è quattro o cinque volte più grosso di quello dell'America.

L'idea che la Cina non possa esercitare il suo potere senza perdere il suo mercato USA è sbagliata. I consumatori americani sono tanto dipendenti dall'importazione di beni fabbricati in Cina quanto lo sono dall'importazione di petrolio. Inoltre i profitti dei marchi Usa sono dipendenti dalla vendita agli americani di prodotti che fabbricano in Cina. Gli Usa non possono, come rappresaglia, bloccare le importazioni di beni e servizi dalla Cina senza dare un colpo da ko alle aziende e ai consumatori americani. La Cina ha molti mercati e può permettersi di perdere il mercato Usa più facilmente di quanto gli Usa possono permettersi di perdere dagli scaffali di Wal-Mart i prodotti di marca Usa fabbricati in Cina. Infatti gli Usa sono dipendenti dalla Cina persino per i prodotti di tecnologia avanzata. A dire la verità una così grande parte della produzione Usa è stata spostata in Cina che molti beni da cui i consumatori dipendono non sono più prodotti in America.

Ora considerate il costo che la Cina pagherebbe nello scaricare i dollari o i buoni del Tesoro e paragoniamolo al costo che gli Usa stanno cercando di imporre alla Cina. Se il secondo è maggiore del primo alla Cina converrebbe esercitare l' "opzione nucleare" di scaricare il dollaro.

Gli USA vogliono che la Cina rivaluti lo yuan, cioè che renda più alto il valore in dollari dello yuan. Ad esempio Washington vuole che il dollaro valga 5,5 yuan anziché otto yuan. Washington pensa che ciò farebbe aumentare le esportazioni Usa in Cina dal momento che sarebbero più economiche per i cinesi e farebbe diminuire le esportazioni cinesi negli Usa dal momento che queste sarebbero più costose. Ciò porrebbe fine, pensano a Washington, al grosso deficit commerciale che gli Usa hanno con la Cina.

Questo è un modo di pensare che risale ai giorni precedenti allo offshoring [trasferimento della produzione in Stati esteri, come è accaduto per le aziende americane con la Cina n.d.t.]. Nei vecchi tempi le aziende nazionali e straniere erano in competizione l'una per il mercato delle altre e un paese con una moneta svalutata avrebbe acquisito un vantaggio. Oggi, però, circa metà delle cosiddette importazioni in Usa dalla Cina non sono altro che la produzione di aziende americane destinata al mercato americano, e che è stata trasferita all'estero. Le aziende Usa producono in Cina, non a causa del cambio, ma perché il lavoro, la legislazione e i costi di sfruttamento sono molto più bassi in Cina. Inoltre molte aziende Usa si sono semplicemente trasferite in Cina e il costo dell’abbandonare i loro nuovi stabilimenti cinesi e riportare la produzione negli Usa sarebbe molto alto.

Una volta che vengono considerati tutti i costi non è chiaro quanto la Cina dovrebbe rivalutare la sua moneta in modo da cancellare i suoi vantaggi nei prezzi e far riportare alle aziende americane in Usa una parte della loro produzione sufficiente a chiudere il gap commerciale.

Per capire gli errori nelle affermazioni del professore dello Wisconsin e del segretario al Tesoro Paulson, considerate che se la Cina dovesse aumentare il valore dello yuan del 30%, il valore delle riserve cinesi in dollari diminuirebbe del 30%. Ciò avrebbe nel portafoglio di investimenti cinese lo stesso effetto dello scaricare sui mercati dollari e buoni del Tesoro.

Considerate anche, che se la rivalutazione fa crescere verso l'alto lo yuan rispetto al dollaro (la moneta di riserva), ciò fa crescere lo yuan anche rispetto a ogni altra valuta scambiata. Perciò i cinesi non possono rivalutare lo yuan come ha ordinato Paulson senza rendere le merci cinesi più costose, non solamente per gli americani ma dappertutto.

Paragonate questo risultato all'ipotesi che la Cina scarichi di dollari. Se lo yuan è fissato al dollaro, la Cina può scaricare dollari senza alterare il tasso di cambio tra lo yuan e il dollaro. Se il dollaro cade lo yuan cade con esso. Beni e servizi prodotti in Cina non diventerebbero più costosi per gli americani e diventerebbero più convenienti altrove. Scaricando i dollari la Cina espanderebbe il suo ingresso in altri mercati e accomulerebbe ulteriori riserve in valuta straniera dal surplus commerciale.

Ora considerate i costi non finanziari per l'immagine interna e la attuale crescita di prestigio della Cina del permettere al governo Usa di stabilire il valore della propria moneta. I problemi dell'America sono autoprodotti, non sono causati dalla Cina. Una potenza in crescita come la Cina è probabile che si dimostri un riluttante capro espiatorio per il decennale abuso americano del suo status di produttore delle riserve monetarie.

Gli economisti e i funzionari del governo credono che una crescita nei prezzi al consumo del 30% sia buona se risulta da una rivalutazione dello yuan, ma sarebbe terribile, e inaccettabile, se la stessa crescita del 30% nei prezzi al consumo risultasse da una tariffa apposta sui beni prodotti in Cina. I sovraccarichi consumatori americani sarebbero colpiti in modo egualmente duro in entrambi i modi. È paradossale che Washington stia facendo pressioni sulla Cina per alzare i prezzi al consumo negli Usa mentre accusa la Cina di danneggiare gli americani. Come al solito il danno che subiamo ci viene inflitto da Washington.

Paul Craig Roberts [email : paulcraigroberts@yahoo.com] è stato Assistante Secretario al Tesoro dell’amministrazione Reagan. E’ autore di "Supply-Side Revolution : An Insider's Account of Policymaking in Washington"; "Alienation and the Soviet Economy" e "Meltdown: Inside the Soviet Economy", ed è coautore con Lawrence M. Stratton di "The Tyranny of Good Intentions : How Prosecutors and Bureaucrats Are Trampling the Constitution in the Name of Justice". Clickate qui per leggere l’intervista a Roberts di Peter Brimelow del Forbes Magazine sulla recente epidemia di cattiva condotta dei procuratori.

Titolo originale: "China’s "nuclear option" to dump the dollar is real"

Copyright © 1998-2007 Online Journal

Fonte: http://onlinejournal.com
Link
13.08.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO


NORD UGANDA: NUOVI STUDI SUL CONFLITTO



"La popolazione ritiene che sia il governo sia lo Lra (Lord resistance army, Esercito di resistenza del Signore), e in particolare i loro capi, siano responsabili dei danni provocati durante il conflitto": lo afferma un rapporto dell'Alto Commissariato per i diritti umani dell'ONU sulla base di interviste con 1725 vittime del ventennale conflitto che, prima della tregua siglata lo scorso anno, ha fatto decine di migliaia di morti e circa un milione e mezzo di sfollati. Secondo l'inchiesta svolta nelle regioni Acholi, Lango e Teso, i sopravvissuti vogliono essere risarciti dal governo e intendono scoprire la verità sul passato, specialmente l'identità dei responsabili". Secondo altri tre diversi centri di studio americani, il 37% dei 3000 adulti acholi avrebbe raccontato di essere stato sequestrato dallo Lra; durante la prigionia, il 29% sarebbe stato costretto a trasportare carichi, il 14% a saccheggiare, il 7% a ferire e il 3% a uccidere. Oltre l'85% degli interpellati ha poi dichiarato di aver perso tutto — fonti di sostentamento, case — e ora desidera salute, pace, cibo, terra, denaro, istruzione e giustizia. Infine, alla domanda su quali siano state le radici del conflitto, il 54% ha risposto "la lotta per il potere" e il 33% "la ribellione dello Lra".
http://www.misna.org/


La spallata
L'Akp di Erdogan candida Abdullah Gul alla presidenza. E la Turchia si chiede cosa succederà
Se alla fine prevarrà la matematica, si potrebbe dire “molto rumore per nulla”. Perché il ministro degli esteri Abdullah Gul, come quattro mesi fa, è di nuovo il candidato del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) alla presidenza della Turchia. Forte del trionfo alle elezioni del 22 luglio, il partito del premier Recep Tayyip Erdogan tenta quindi la spallata finale, e a meno di colpi di scena sembra che niente potrà fermare Gul. Per l'élite laica del Paese, che lo scorso aprile si ribellò all'idea di vedere la presidenza finire in mano a un islamico con moglie velata, sarebbe un colpo duro da digerire. Ma secondo molti osservatori, anche quelli che hanno accolto positivamente la sua vittoria elettorale, l'Akp sbaglia a cercare di stravincere. Perché il pericolo è quello di destabilizzare la Turchia.

Abdullah Gul con la moglie HaydunnisaVerso la presidenza. Gul ha annunciato la sua candidatura martedì mattina, dopo aver discusso in un incontro “fruttuoso” con il leader del partito nazionalista Mhp, Devlet Bahceli. La presenza di 70 deputati nazionalisti in Parlamento è ciò che rende diverso il quadro istituzionale da quello di aprile, quando l'Assemblea era divisa tra Akp e Partito repubblicano del popolo (Chp). Insieme al Chp, l'Mhp costituisce l'opposizione laica al governo. Ma contrariamente ai parlamentari del partito fondato da Ataturk, che quattro mesi fa uscirono dall'aula durante le votazioni per la presidenza puntando a far mancare il numero legale, i nazionalisti hanno promesso di non boicottare i lavori. In pratica: anche senza ricevere il voto di altri deputati, l'Akp (che ha 341 deputati su 550) dovrebbe essere in grado di eleggere Gul al terzo turno di scrutinio il 28 agosto, quando basteranno 276 voti e non una maggioranza dei due terzi. Lo stesso esito che ci si attendeva in primavera, ma il ricorso – sfruttando un cavillo inedito – del Chp alla Corte costituzionale annullò tutto e portò alle elezioni parlamentari anticipate.

I dubbi. Ma se l'esito sembra così scontato, non ci si spiegherebbe perché la seconda candidatura di Gul sia stata così sofferta. Secondo gli analisti, il premier Erdogan avrebbe cercato di convincere il suo fedele alleato a desistere, per non alimentare un clima di scontro. Dopotutto, era stato lo stesso Erdogan a promettere un “candidato di compromesso” nel caso l'Akp avesse vinto le elezioni. Ma le pressioni della base – basta ricordare il coro “Gul presidente” della folla di Ankara durante il comizio per celebrare il trionfo del 22 luglio – hanno evidentemente convinto il ministro degli esteri a rivendicare una carica che non concede gli stessi poteri del premier, ma è piena di significato. Già nei suoi discorsi di dieci anni fa, quando militava nel “Partito del benessere” poi messo fuorilegge perché troppo islamico, Gul presentava la conquista del palazzo presidenziale di Cankaya come un obiettivo fondamentale per cambiare il Paese.

Il premier turco Recep Erdogan, con alle spalle un ritratto di Mustafa AtaturkI timori dei laici. In Turchia il presidente nomina gli ufficiali, comanda le forze armate e ha potere di veto sulle proposte di legge. Tradizionalmente il ruolo è stato ricoperto da ex generali, giuristi e altri esponenti dell'élite laica. La militanza islamica di Gul – molti membri dell'ex Partito del benessere sono poi confluiti nell'Akp – è una minaccia per chi teme una deriva religiosa della Turchia. E poi la moglie di Gul, Hayrunnisa, non solo porta il velo ma alcuni anni fa si è appellata alla Corte europea per i diritti umani dopo che l'università di Ankara le aveva negato l'iscrizione, proprio per il suo fazzoletto ai capelli. Secondo le attuali leggi turche, che proibiscono il velo negli uffici pubblici, la signora Gul dovrebbe togliersi il velo nel palazzo che dovrebbe diventare casa sua.

I possibili scenari. L'opposizione laica non ha preso bene la notizia della seconda candidatura di Gul. Deniz Baykal, leader del Chp, ha annunciato un altro boicottaggio in aula e si è rifiutato di incontrare l'aspirante presidente, dichiarando che Gul “userà la carica di presidente per trasformare la Turchia in uno stato mediorientale, cacciando giudici e rettori universitari fedeli ai principi laici del Paese”. Ora tutti attendono una mossa dei militari, autori di quattro colpi di stato negli ultimi cinquanta anni. In aprile bastò una presa di posizione pubblicata sul sito delle forze armate, per far capire che aria tirasse. “Anche se l'esercito permette a Gul di diventare presidente”, spiega Wolfango Piccoli, un'analista dell'Eurasia Group, “sarà più vigile e sicuramente aspetterà il primo errore di Gul o di Erdogan. Questo potrebbe rendere la vita difficile al governo sulla questione dei guerriglieri curdi in Iraq, sull'Unione Europea e forse anche sulle privatizzazioni delle compagnie statali”. L'altro rischio è che la vendetta si compia per via giudiziaria. Lasciando il seggio di deputato, Gul perderebbe anche l'immunità. E se la magistratura decidesse di rimettere le mani nello scandalo di corruzione per il quale è stato condannato Necmettin Erbakan, leader dell'ex Partito del benessere, Gul stavolta non sarebbe più intoccabile. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8570
 


agosto 15 2007

Quella maledetta casa di Slawson Avenue

La crisi dei mutui subprime e i mercati finanziari globali

di Sbancor

Slum.jpgUna crisi sistemica potrebbe iniziare così. Oggi, giovedì 9 agosto alle ore 14.15 mi telefona un amico da un’agenzia di stampa tedesca. Mi dice che circolano rumors in Germania sulla crisi di una banca. Soggiunge, preoccupato, che “i rumors” si sono spinti fino a sostenere che per qualche ora è stato chiuso il mercato interbancario. Gli prometto di informarmi. Recupero lentamente un po’ di lucidità dal torpore postprandiale. Apro Bloomberg scorrendo le market news. La prima notizia che attrae la mia attenzione è che la British Bankers Association ha comunicato che il tasso overnight interbancario, il cosiddetto London Interbank Offered Rate (LIBOR) è salito dal 5,35% al 5,86%. Il livello più alto dal 2001. Sembra che a determinare l’incremento siano le preoccupazioni sui mutui immobiliari “subprime” americani. Ora i “subprime” sono la grande paura che da febbraio agita i mercati. Si tratta di mutui ipotecari concessi a clienti che hanno redditi bassi e lavoro spesso precari, in quartieri che certo non assomigliano a Beverly Hills.

Non so se qualcuno di voi è pratico di Los Angeles, ma la strada che viene in mente a me, quando si parla di “subprime” è Slawson Avenue. La prima parte è abitata da afroamericani. La seconda da ispanici. La seconda suscita qualche apprensione a percorrerla di giorno. Non voglio pensare cosa accade lì la notte. Finii a Slawson per un errore di guida, tanti anni fa, e sono ancora grato al Signore per aver riportato indietro la mia pelle intatta.

Non divaghiamo. Dunque le compagnie specializzate in mutui concedevano prestiti a clienti del cazzo che si compravano case del cazzo. Pensavano di guadagnarci comunque perché il mercato immobiliare americano era impazzito. E i prezzi crescevano ogni giorno. E quindi i clienti del cazzo sulla base del nuovo e più alto valore dell’immobile continuavano a indebitarsi (re-financing, si chiama la cazzo di tecnica). E quelli delle compagni glieli concedevano, perché sapevano che anche se il cliente del cazzo falliva, loro in dieci giorni avrebbero avuto dal tribunale la casa. Il cui prezzo continuava a crescere. Si fosse fermata qui sarebbe stata solo una speculazione del cazzo.

Ma no, no. Hanno continuato, gli idioti: i mutui venivano venduti alle Grandi Case, cioè alle principali banche come Chase, Citigroup, Morgan Sanley, Goldman Sachs, Bears Stern, che li trasformavano in titoli (Asset backed Securities, CDO, CD’S ecc.). La cartaccia veniva collocata presso altre Banche, Fondi Comuni, Fondi Pensione. La cartaccia girava. La cartaccia aveva incominciato a impestare anche le banche europee.

Produzione di merda attraverso merda.

Le banche europee che si sono infarcite della “cartaccia” “made in U.S.A. finora sono la BNP-Paribas parigina, che ha dovuto bloccare i riscatti da tre fondi. La Ikb tedesca è praticamente fallita, la NIBC Bank olandese è nei guai. Idioti. Un trader della Commerzbang AG dice che “La liquidità si è seccata completamente, gli investitori non stanno reinvestendo denaro per paura dei subprime”. I Iivelli si sono alzati di colpo drammaticamente da ieri.


E’ un campanello d’allarme. Ma non è sufficiente. Vado in sala cambi e guardo la Reuters.

FRANCOFORTE, 14.06: La Banca Centrale Europea ha assegnato fondi per 94,8 miliardi di Euro in un’asta veloce al tasso fisso del 4% destinata a fornire liquidità al sistema. Come preannunciato la BCE ha soddisfatto per intero le richieste, giunte da 49 istituti bancari dell’ara euro. L’operazione regolata oggi, prevede il rientro dei fondi iniettati domani.

E’ un secondo campanello. Avrà ragione il mio amico tedesco?

Vado sulla pagina Reuters dedicata alle banche. E’ un bollettino di guerra.

- BNP Paribas: ha congelato fondi per 1,6 miliardi di euro per problemi legati ai “subprime”.
- Commerzbank: dice di essere esposta al rischio subprime tramite le sue filiali di New York. Nega problemi seri.
- NIBC BANK: la banca olandese ha ammesso perdite per 137 milioni di euro legati ad asset-backed securities USA. E’ esposta per 391 milioni di dollari al rischio “subprime”.
- WESTLB: la banca tedesca dice che la sua esposizione nei subprime è limitata. Ma non da cifre. Qualcosa mi dice che è la banca in crisi di cui parla il mio amico.
- AXA: la più grande assicurazione francese. Dice di aver un’esposizione “bassa”. Guardo le cifre: 2,3 miliardi euro. Alla faccia…
- WESTLB MELLON: è un fondo della WESTLB. Congelato. Ma la Royal Bank of Scotland assicura che non ci sono subprime americani, ma solo prime europei. Ho paura che i miei colleghi siano non solo ladri, ma anche bugiardi.


Bollettino BCE: linguaggio sfumato da banchieri centrali. Messaggio chiarissimo, però: “Il mercato mondiale dei prestiti ad elevata leva finanziaria (c’est a dire indebitati fino al collo) ivi compreso un ampio segmento europeo (quanto ampio?) mostra alcune analogie con il mercato statunitense dei mutui ipotecari di qualità non primaria (subprime), che potrebbe dar adito a timori, nel caso di una svolta avversa nel ciclo del credito”.

Il campanello d’allarme è diventato un campanaccio.

Ritorno su Reuters mentre con la coda dell’occhio vedo nervosismo fra i traders. Una solitaria bestemmia dal desk dei mercati asiatici: L’Euro è in picchiata sullo Yen: -2%. E un segnale preoccupante. Vuol dire che gli investitori comprano yen e vendono euro per ridurre la loro esposizione al “carry trade” più rischioso di solito effettuato sulla base della valuta giapponese. Se fosse così dovrebbero esserci ripercussioni sui mercati emergenti dell’Est Europa, penso. Ma è già troppo tardi. In questi casi i mercati sono più veloci dei miei neuroni e delle sinapsi un po’ intorpidite dall’estate romana: Il Fiorino Ungherese sta già cadendo dell’1% verso l’Euro. La Banca centrale dell’Ucraina sta intervenendo sui cambi comprando dollari per sostenere la propria sgangherata moneta: l’hryvnias.

Sono le 16.00 p.m.

Le Borse sono tutte in “rosso”: per visualizzare le tabelle di dati delle borse mondiali clicca qui.

Anche Wall Street è al ribasso. A guidarlo sono Citigroup e Goldman Sachs. Il valore di una azione della Citigroup ha perso 1,74$. Goldman Sachs 7,16$. Non pochi. Due dei più grandi gruppi bancari americani travolti dai mutui concessi a clienti insolventi per case di bassa qualità. Ma è tutto l’indice azionario del settore finanziario che segna “profondo rosso”: -2,7%

Verso sera arriva la notizia che anche la FED sta pompando liquidità sui mercati: 24 miliardi di dollari.

Ormai non c’è dubbio siamo in una crisi sistemica. Medito. Se le “Grandi Case”, per fare soldi sono costrette a comportarsi da volgari usurai negli ”slums” di Los Angeles o di New York, stiamo decisamente “alla frutta”. Perché in fondo la crisi dei “subprime” non è altro che questo.

La crisi del ’29 fu innescata, fra l’altro, da speculazioni edilizie in mezzo alle paludi della Florida. Non vorrei che quella del 2007 iniziasse a Slawson Avenue, Los Angeles. California.


Venerdì 10 agosto. Ore 9.30. Attendo l’apertura dei mercati. In banca non c’è più quasi nessuno. Tutti al mare. Idioti. Arrivano le prime notizie. Apertura negativa. Altre notizie si rincorrono: tutte le banche centrali stanno iniettando liquidità nel sistema: LA FED, la BCE, la Bank of Japan, la Banca Centrale Australiana, quella Canadese. Alla fine si arriva a una somma intorno a 131,3 miliondi di dollari. Quanto cazzo ci sta costando Slawson Avenue?

Effetto sul mercato? Zero. I titoli continuano a scendere in picchiata. I rendimenti sull’obbligazionario sembrano reagire, ma poi seguono il loro percorso, che come è noto è inverso a quello delle azioni. Salgono. I maledetti salgono! I BOT sono al 4,25%, livelli mai visti negli ultimi anni

Siamo in crisi di liquidità. La bestia nera del capitalismo finanziario è di nuovo fra noi. E’ la bestia nera ha fame. Si è mangiata solo in Europa 380 miliardi di Euro sulla capitalizzazione delle Borse.

Altre news confermano che stavolta la crisi è incredibilmente europea. Una crisi europea costruita sui mutui spazzatura americani. Meraviglie del mercato-mondo!.

“In giornata si sono rafforzate voci di un possibile intervento urgente delle banche centrali americana (Federal Reserve) ed europea (Bce) sui tassi d'interesse. Dopo una partenza pesante Wall Street ha iniziato a risentirne positivamente, per poi tornare in rosso. I mercati Usa erano sembrati sollevati dal fatto che la banca centrale potrebbe tagliare i tassi di un quarto di punto già entro agosto senza attendere la riunione del 18 settembre. Il tentativo di ripresa della Borsa americana, però, è stato di breve durata: per pochi attimi il Dow Jones è tornato positivo a +0,27%, il Nasdaq a +0,50% e lo Standard & Poor's a +0,61 per cento. Alle 19,30 ora italiana i tre indici perdevano rispettivamente lo 0,65%, lo 0,66% e lo 0,38 per cento. Countrywide Financial (-6,28% alle 19 ora italiana, dopo una partenza ancor più disastrosa a -12%), il più importante operatore Usa nel comparto del credito immobiliare, ha reso noto di trovarsi a fronteggiare «perdite senza precedenti» che potrebbero ridurre sensibilmente i profitti. Countrywide ha aggiunto che «il mercato secondario e la situazione relativa alla liquidità sta evolvendo rapidamente ed il potenziale impatto sulla società è al momento sconosciuto».
Ieri Home Bank Mortgage, un colosso nei settori dei mutui aveva chiesto la protezione “under chapter 11”, una cosa simile alla nostra amministrazione controllata. Non è il primo operatore a saltare. Ad aprile la stessa sorte era toccato ad un altro “big”: “New Century Financial corp.”.

HBK ha debiti con le principali banche: JPMorgan, Commerzbank, Fortis. Come impatteranno queste crisi sulle banche?

La sera le borse europee assomigliano a Waterloo, dopo la battaglia. Solo che oggi gli inglesi hanno perso: Londra ha lasciato sul campo il 3,7% del suo valore. Gli altri valori compresi fra il 2,5% e il 3,5%.

Non sono i soli. Scorrendo il listino americano scopro che la Halliburton – l’impresa legata a Dick Cheney, ha perso il 6,6%. Sorrido cattivo. In fondo Slawson Avenue non è poi così male…
image001.png
NOTE: Chart of weekly search term share of traffic to 'all categories.' Breaks in graph represent insufficient data.
SOURCE: Hitwise

 

http://www.carmillaonline.com/archives/2007/08/002339.html


Generazione jugoslava (II)

scrive Andrea Rossini

La memoria della seconda guerra mondiale in Jugoslavia, tra discorso pubblico e privato. Il ruolo della cinematografia e dei Memoriali. La generazione dei figli e la responsabilità per il passato, l'Europa e le guerre degli anni '90: intervista a Rada Ivekovic
Foto: Luka Zanoni

Vai alla prima puntata dell'intervista

Rada Ivekovic, filosofa, insegna al Collège International de Philosophie di Parigi e all'Università di St-Etienne

Non si possono stabilire legami diretti tra seconda guerra mondiale e guerre recenti. Tuttavia i simboli della seconda guerra mondiale sono stati utilizzati ampiamente nelle guerre degli anni '90. Perché?

Perché questo funziona efficacemente, sono simboli riconoscibili: è il modo più veloce di trasmettere un messaggio e raggiungere il pubblico che lo vuole ascoltare. Quando il sistema è crollato, e la Jugoslavia si è divisa, noi siamo usciti da un campo simbolico ed epistemologico. Il vecchio gergo è stato eliminato, sia quello politico che le vecchie narrazioni. Sono state buttate, e si è passati a nuove storie, nuovi simboli e alla costruzione di nuovi messaggi politici, ma per arrivare a questo si è dovuto iniziare con elementi che erano noti dal sistema simbolico precedente. Quindi abbiamo gli “ustascia” e i “cetnici”, sappiamo chi sono e cosa hanno fatto. Iniziamo da qui: è come se costruissimo qualcosa di nuovo con mattoni vecchi. E’ un processo abbastanza veloce.


Vai al Dossier memoriali
Prima e all’inizio della guerra, fino a quando fu possibile, ho vissuto sempre tra Zagabria e Belgrado. Le due televisioni si erano già divise, e non si potevano vedere i canali delle altre nelle singole repubbliche. Ognuno aveva il suo, e in Croazia come in Serbia alla televisione si vedevano praticamente le stesse immagini, ma con due versioni opposte: da una parte: “Ecco cosa ci fanno gli ustascia”, e dall’altra: “Ecco cosa ci fanno i cetnici”. Da questi stimoli la motivazione per il nazionalismo diventa così forte che nell’arco di qualche settimana – credo di non esagerare - può mettersi in moto l’intera nuova storia in modo che funzioni. Sono sufficienti una telecamera, un carro armato e un breve testo. Tutto questo, naturalmente, a condizione che già sia crollata la casa collettiva, che sia già crollato il tetto: la gente ha perso il lavoro, ha perso il riparo, c’è stato il crack economico, c’è stato il crollo sistemico del socialismo reale e del socialismo autogestito jugoslavo, c’è stata la fine della guerra fredda, è crollato lo stato comune. L’unico discorso alternativo che si presentò allora fu quello nazionalista. Ed è stato costruito molto facilmente.

Lei ha citato il ruolo di film come “Sutjeska” nel trasmettere la memoria della seconda guerra mondiale negli anni '60 e '70. Quale giudizio dà della nuova cinematografia sulle guerre recenti, in particolare dell'opera di Kusturica e della sua lettura delle guerre degli anni '90?

In un certo senso ogni tempo e ogni società hanno la cinematografia che si meritano. Negli anni ‘60 e ‘70 questa cinematografia ci ha dato le immagini per quello che veniva tramandato ufficialmente, anche se devo dire che in quella cinematografia c’erano già persone che non aderivano completamente all’immagine ufficiale. C’erano sia dei personaggi che anche degli avvenimenti pieni di dubbi. In ogni caso quella cinematografia recava in sé il progetto di una società migliore. La Jugoslavia è uscita dalla seconda guerra mondiale con un progetto, ed era un progetto sociale, si pensava che si sarebbe costruita una società migliore.

Da questa situazione e da questa nuova guerra si esce senza un progetto di questo tipo. Neanche Kusturica ha un tale progetto. Kusturica è un regista di talento eccezionale, un talento crudo, completamente grezzo, assolutamente impulsivo e privo di alcuna coerenza storica, ma con una grande forza espressiva e capacità di convincere tramite le immagini. Mi ricordo i suoi primi film, meravigliosi. Ad esempio “Ti ricordi di Dolly Bell”, o “Papà è in viaggio d’affari”, critici a livello locale. Ricordo di averlo difeso, anche per iscritto, dai critici ufficiali che lo avevano attaccato per aver parlato di qualcuno che durante il socialismo era stato in prigione per motivi politici in un modo che non era stato gradito. I nostri critici si sono sentiti offesi e per questo all’epoca abbiamo tutti difeso, per quel che potevamo, la libertà di Kusturica come regista, così come quella di altri artisti. Con i film che ha fatto successivamente è stato diverso. Ci sono stati molti film sugli zingari, molto spettacolari, con molto Fellini, e questo è un diverso genere di film. Poi c’è stato “Underground” e altri molto meno significativi, che penso siano molto «belli» da guardare e che possano essere apprezzati da quanti non conoscono la situazione della Jugoslavia e la sua storia. Per una come me però ci sono cose storicamente inesatte, inaccettabili e, a parte questo, politicamente stupide. In particolare in “Underground” si riconnettono alcune situazioni delle guerre degli anni ’90 ad una lettura monodimensionale della seconda guerra mondiale, cosa che storicamente non sta in piedi. Per esempio ha rappresentato la Croazia come esclusivamente ustascia e fascista. Io vengo da una famiglia antifascista croata: tutta la famiglia da entrambe le parti è stata partigiana, quindi so molto bene che la Croazia non è stata così come lui la rappresenta e che non si può darle la colpa, e soprattutto tutta la colpa, della spartizione. Dov’è il nazionalismo serbo, che pur ebbe un grande ruolo nelle ultime guerre, nei film di Kusturica?

Il film «Underground» in ogni caso ha più livelli, ed è molto interessante per quanto riguarda tutta la sfera dell'inconscio. “Underground” è in realtà l’inconscio, non solo di Kusturica ma forse anche di tutta la nostra generazione: quello che non abbiamo saputo né voluto vedere, e soprattutto quello di quanti hanno voluto il conflitto. Kusturica, che non traspone razionalmente il suo pensiero politico, non perché è un artista ma perché non ha un pensiero politico, in realtà produce irrazionalmente dei lampi che possono funzionare bene dal punto di vista filmico e cinematografico, ma nei quali lui per primo non sa quanto del suo inconscio e delle verità alternative abbia lasciato emergere. Penso che l’intero film parli del nostro inconscio. Che cos’è il nostro inconscio? E' all'interno della complessità della nostra storia, che non conosciamo perché è coperta dalla storia ufficiale. Kusturica, al livello razionale e esplicito, nelle sue interviste ecc., ha optato per la storia ufficiale nazionalista detta “jugoslava”, quella che storicamente viene dal progetto gran serbo, e tutto questo avvolto in una grande ignoranza con grande “licenza poetica”. Lui prova ad indovinare cosa c’è nascosto lì sotto e la sua intuizione, tutta la sua linea interpretativa, è la più facile e la più semplice, ma politicamente la più sciocca. Nel suo messaggio unidimensionale non si possono trovare quella moltitudine di storie alternative, di racconti individuali, di racconti collettivi, di avvenimenti e legami tra le guerre precedenti e quelle di oggi.

Qual è la causa delle guerra degli anni ‘90 in Jugoslavia? Per “Underground” la causa sta semplicemente nel fatto che le repubbliche fascistoidi più ad ovest hanno voluto separarsi. Ma la storia avvenuta è più complessa. Così, ad una lettura più profonda, Kusturica inconsciamente dice la verità sulla complessità della storia, ma in superficie non la dice, anche se questa è solo una delle possibili non-verità. Sia le verità che le non verità sono molte. Esiste in questo film di Kusturica una verità artistica su questa complessità, accanto a falsità politiche. Penso che ci siano molte analogie con scrittori come Gabriel Garcìa Màrquez, ad esempio. Ha scritto bei romanzi che la maggior parte di noi ama, ma in ogni intervista politica che ho
letto si è rivelato uno stupido unidimensionale. Con questo, non sto paragonando il regista con la grandezza e importanza artistica di Garcìa Màrquez al quale Kusturica non si compara, ma ben con l’ottusità politica dell’autore che non appare nelle sue opere ma in qualche intervista. Quindi Kusturica non è solo in questa stupidità politica accompagnata da un grande talento e forza artistica. Comunque film ulteriori, come «Gatto nero gatto bianco» e altri, sono stati dei veri flop da ogni punto di vista, incluso artistico. Penso si sia esaurito per aver sbagliato terreno. Il suo terreno artistico non è politico.

Come ricordare le guerre degli anni '90? Se bisognasse costruire oggi un Memoriale, chi potrebbe farlo e cosa dovrebbe contenere?

Questa è una domanda a cui non ho risposta, e non sono sicura che sia una buona domanda. Noi ora non viviamo in un'unica storia, e non ci sarà un’unica – come dire – verità ufficiale. Ci sono molte verità ufficiali e molte verità non ufficiali e non saprei chi potrebbe riunirle, a parte forse qualcuno dall’estero con un punto di osservazione lontano. Ma chi guarda dall’esterno non ha sempre uno sguardo attento e non soddisferà mai la gente che ha vissuto quei fatti in questo o in quel modo. D’altra parte io in un certo senso oggi inorridisco con tutto il mio essere di fronte all’idea di monumenti, e di monumenti definitivi. Forse perché mi sembra che nessun monumento possa contenere tutto, e non possiamo pensare di affidarci ad un monumento che metta insieme tutte le diverse ossa come in un frullatore [kosti u mixeru, ndt]. Se ci deve essere un monumento, allora dico che la cosa più importante sarà l’espressione artistica e non più il valore politico. Quello che possiamo pero’ costruire insieme, e che non possiamo fare altrimenti che insieme, è il nostro futuro comune e condiviso. E’ possibile farlo con tanti simboli e per tante ragioni diverse. Monumenti, bandiere ... personalmente per me sono finiti, non voglio più averci nulla a che fare, anche se è chiaro che gli Stati continueranno con queste cose. (2 – fine) http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8115/1/51/

INDIA E PAKISTAN: 60° ANNIVERSARIO INDIPENDENZA TRA PARATE E TENSIONI



India, con oltre un miliardo di abitanti, e Pakistan, con 160 milioni di cittadini, festeggiano oggi e domani il 60° anniversario dell’indipendenza da Londra e la successiva divisione del subcontinente indiano in due paesi; teoricamente entrambi indipendenti dalla mezzanotte tra il 14 e 15 agosto 1947, il Pakistan festeggia il 14 agosto e l’India il 15 soltanto perché in quest’ultimo paese il viceré giunse in ritardo all’appuntamento. Salve di cannoni già all’alba e poi parate e discorsi hanno fatto oggi da contrappunto in Pakistan a un clima pesante, un misto di paura per attentati - motivo per cui sono stati proibiti i fuochi artificiali - e di tensioni politiche più complesse dovute anche alle ripetute critiche di marca soprattutto americana mosse di recente al presidente Parvez Musharraf, fino a qualche settimana fa trattato invece, almeno pubblicamente, come un alleato di punta; recenti divergenze sulla gestione della crisi della “Moschea Rossa” e della lotta al terrorismo sembrano aver modificato alquanto lo stato delle cose. “Non è per l’America che ci battiamo, ma per noi stessi” ha sentito il bisogno di precisare Musharraf in un enfatico discorso alla nazione tutto puntato contro il terrorismo di ogni matrice. Le celebrazioni si svolgono in uno dei momenti di maggiore crisi istituzionale del paese, governato da Musharraf da otto anni, cioè da quando nel 1999 il generale prese il potere con un colpo di stato incruento. C’è grande timore per l’instabilità che potrebbe derivare dalle prossime elezioni presidenziali, motivo di scontro tra il presidente e la Corte Costituzionale, previste fra il 15 settembre e il 15 ottobre, e quelle legislative del 15 novembre. Inoltre, negli ultimi mesi, nel paese si sono moltiplicati gli attentati, molti dei quali compiuti da ‘kamikaze’, perfino nel cuore della capitale. Anche nella vicina India la minaccia terroristica è al centro di questo sessantesimo anniversario della nascita del paese: in vista delle celebrazioni di domani il governo ha fatto dispiegare decine di migliaia di soldati e di poliziotti nelle principali città, dopo una serie di minacce di attentati di separatisti musulmani del Kashmir.
http://www.misna.org/



agosto 14 2007

Medioevo iraniano
Un'intellettuale di Teheran commenta l'ondata repressiva del governo di Ahmadinejad
Scritto per noi da
Nardana Talachian 
 
Oltre ai tanti problemi economici della gente, aggravati dopo il razionamento della benzina, va aggiunto un giro di vite sulla, per così dire, sicurezza che prima di ogni altra cosa colpisce la privacy e la libertà d’espressione. Solo che questa volta il regime abbellisce le proprie azioni con gli ingannevoli slogan sulla sicurezza e cultura sociale.
 
donne velate a teheranUn periodo oscuro. Mai nella storia islamica si è parlato dell’integralismo sciita. Vuoi per l’esempio offerto dall’Imam Ali (genero del Profeta Mohammad e primo Imam di sciiti), vuoi per l’influenza della cultura iraniana cui dopo la conquista degli arabi preferì assorbire lo sciismo per la sua opposizione ai dogmi dei califfi dell’epoca. Ma a quanto pare da quando hanno preso le redini i pasdaran filointegralisti, a qualcuno piace piantare grane seguendo il modello dei fanatici sunniti. Per prima cosa hanno tappato la bocca di verità. Sono pochi oggi i quotidiani iraniani oppositori al governo. L’unica voce autonoma dei riformatori, Sharq, è stata chiusa la settimana scorsa per aver intervistato una poetessa lesbica, pur chiedendo scusa nella prima pagina per cinque giorni consecutivi. Da due anni, con l’inizio della bella stagione, viene immediatamente limitata la libertà delle donne, che rischiano di essere arrestate dal reparto di ‘guida islamica’ della polizia iraniana. Ma non solo donne, quest’anno anche i maschi in giro con camicette strette e capelli all’occidentale hanno rischiato la multa e il carcere. I giovani iraniani, più di due terzi della popolazione del Paese, vengono repressi con tutti i mezzi possibili. Sono limitate anche le loro scelte per sfogarsi. Da due settimane i promotori del piano di sicurezza hanno filtrato il portale web persianblog che aveva visto nascere dei talenti che non a caso protestavano contro il sistema corrotto del Paese. Insomma, un moderno Medioevo all’iraniana, solo che invece dei roghi esistono torture fisiche, lunghi anni di carcere ed addirittura impiccagione. Quest’ultima è la cattiva sorte di più di 150 iraniani nel 2007, e si dice che sia ancora lunga la lista delle esecuzioni. Gli ultrateocratici del regime iraniano sclegono la sentenza di morte per ogni tipo di crimine, che sia assassinio, traffico di droghe, stupro o protesta contro la corruzione del governo. Un palese abuso delle leggi religiose esattamente come avveniva nell’età buia occidentale.

un uomo giustiziato a teheranInterpretazioni e religione. Nel Corano ci sono chiari riferimenti per la pena che spetta agli assassini, adulteri e ladri, che purtroppo non ha niente a che vedere con la legislazione iraniana. Per alcuni esponenti religiosi iraniani della diaspora, o rinchiusi nella città di Qom, le pene islamiche vanno applicate in una società dove non ci sia povertà e miseria, e dove tutti i ceti della società possano godere il minimo di benessere. Oltretutto, secondo loro, tutte le mosse del governo islamico devono corrispondere ai canoni islamici.
Secondo il Corano, nel contrappasso, c’è la possibilità di vita. Anche se lo stesso libro sacro raccomanda i fedeli ad essere indulgenti e perdonatori: Se sopporterete con pazienza, ciò sarà [ancora] meglio per coloro che sono stati pazienti (XVI Sura, 126). D’altro canto non si tratta di una novità in materia religiosa. Quella islamica è esattamente la stessa legge divina riportata nella Bibbia:
Facemmo scendere la Torâh, fonte di guida e di luce. Con essa giudicavano tra i giudei, i profeti sottomessi ad Allah, e i rabbini e i dottori: [giudicavano] in base a quella parte dei precetti di Allah che era stata loro affidata e della quale erano testimoni. Non temete gli uomini, ma temete Me. E non svendete a vil prezzo i segni Miei. Coloro che non giudicano secondo quello che Allah ha fatto scendere, questi sono i miscredenti. Per loro [giudei e cristiani] prescrivemmo vita per vita, occhio per occhio, naso per naso, orecchio per orecchio, dente per dente e il contrappasso per le ferite. Quanto a colui che vi rinuncia per amor di Allah, varrà per lui come espiazione. Coloro che non giudicano secondo quello che Allah ha fatto scendere, questi sono gli ingiusti (IV Sura, 44-45).
 
il presidenete iraniano ahmadinejadPopoli e governi. I pragmatici iraniani, però, non esitano a manipolare la legge divina per portare avanti le politiche della repressione soprattutto contro gli oppositori. Lo scorso mese il capo della polizia della capitale, Bahram Radan ed il capo procuratore di Teheran, Saeed Mortazavi, sono stati ospiti di un programma sul terzo canale dell’Irib, seguito dalla maggioranza dei giovani. Per tre sere si è discusso di vari aspetti del piano di sicurezza. Sono andate in onda le scene della caccia ai malviventi nella down town di Teheran, le interviste con dodici delinquenti, pochi minuti prima di un’impiccagione collettiva, e le testimonianze delle ragazze e donne stuprate e violentate. L’opinione pubblica iraniana, però, sembra condividere quest’aspetto del piano di sicurezza, perché garantisce, appunto, la loro sicurezza a condizione che siano solo i malviventi a pagare con la vita le violenze commesse. Anche se, secondo i sociologi iraniani, questa maratona delle esecuzioni capitali non potrà avere un effetto duraturo e prima o poi istigherebbe alle azioni di vendetta e ritorsioni sia contro il popolo che lo stesso governo.
Indifferente alle critiche interne e sordo alle voci di protesta che arrivano dall’estero, l’Iran di Ahmadinejad è deciso a ripercorrere le orme di un medioevo scuro.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8557

Chiese, stato e comunità internazionale

Da Skopje, scrive Risto Karajkov

Il governo macedone presenta un disegno di legge sulle libertà religiose, frutto del delicato equilibrio tra pressioni internazionali e negoziati con le comunità di religiose del paese. Ora la parola passa al parlamento
Dopo mesi di rinvii, a metà luglio il governo del primo ministro Nikola Gruevski ha approvato il disegno di legge sulle comunità religiose. Il disegno di legge, firmato dal primo ministro , è stato quindi inviato al parlamento. Questa approvazione segna la fine di una lunga fase di negoziati con le varie comunità religiose nel paese sulla nuova cornice legale da dare alla libertà di espressione religiosa in Macedonia.

Adesso, durante l'estate, toccherà al parlamento discutere il disegno di legge, e il dibattito si presenta tutt'altro che facile.

“Sono sicuro che otterremo una legislazione moderna, di qualità probabilmente sconosciuta nella regione fino ad oggi”, ha dichiarato ad inizio luglio il ministro degli Esteri Antonio Milosovski.

L'elaborazione del progetto di legge non sembrava un compio arduo, nel momento in cui, nello scorso autunno, il governo si mise al lavoro per redigerlo. Ma presto si è capito che le difficoltà non sarebbero mancate, a causa delle differenze tra le richieste della comunità internazionale e quelle dei maggiori gruppi religiosi nel paese.

L'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno richiesto una legge che prevedesse piena libertà per ogni aspetto della vita religiosa. Tra l'altro, questo significa possibilità di registrare comunità religiose senza alcuna restrizione. D'altra parte, le organizzazioni delle principali comunità religiose macedoni, quella ortodossa, mussulmana e cattolica, si sono presto trovate d'accordo nel richiedere che non possa essere registrata più di un'organizzazione religiosa per ogni fede.

Il governo si è trovato sotto pressione, nel tentativo di cercare un fragile equilibrio: soddisfare le richieste provenienti dall'esterno e mantenere relazioni corrette con i principali gruppi religiosi, che non hanno tardato a esprimere la propria insoddisfazione quando il governo li ha informati che da Bruxelles erano stati sollevati dubbi sul progetto originale di legge, che salvaguardava la posizione dominante delle organizzazioni religiose “ufficiali”.

Gruevski stesso ha deciso allora di iniziare, nello scorso novembre, colloqui ufficiali col Sinodo della Chiesa Ortodossa Macedone, un'iniziativa senza precedenti in Macedonia.

“Abbiamo messo sul tavolo differenti punti di vista. Credo ci siano stati progressi, ma ci sarà bisogno di ulteriori discussioni”, aveva dichiarato brevemente Gruevski dopo l'incontro.

“Abbiamo letto e analizzato la proposta di legge. C'è ancora lavoro da fare”, gli aveva fatto eco monsignor Timotej, portavoce del Sinodo.

Dietro commenti così generici, si nascondevano in realtà posizioni essenzialmente diverse. I negoziati sono stati portati avanti lontano dalle luci della ribalta, e poche informazioni sono arrivate al pubblico. Alcuni prelati, comunque, non hanno nascosto la propria insoddisfazione.

“I nostri politici sono capaci anche di pensare, quando si prostrano di fronte agli inviati internazionali?”, ha chiesto con amarezza l'archimandrita di Vardar, Agatangel. “Io non voglio entrare a forza nell'Ue, e non sono schiavo della mistificazione del processo di adesione”.

Per i leader religiosi macedoni, l'Occidente dovrebbe sforzarsi di capire l'essenza particolare della coesistenza religiosa pacifica in Macedonia.

Tra le righe della polemica, però, si nascondono non pochi elementi politici.

L'opinione pubblica macedone è stata scossa dal recente tentativo di un religioso ortodosso, considerato scismatico, di registrare una Chiesa Serba in Macedonia, con l'aiuto della Chiesa Serba Ortodossa. Nonostante l'intervento della comunità internazionale, il religioso è finito in prigione.

Parte della crisi d'identità in Macedonia è dovuta proprio al fatto che la chiesa locale non viene riconosciuta da nessun'altra chiesa ortodossa, un elemento di cui si può osservare facilmente il peso.

La Comunità Religiosa Islamica, d'altra parte, ha difficoltà con alcuni gruppi mussulmani che operano in modo indipendente, come la comunità dei Bektashi di Tetovo che, tra le altre cose, detiene considerevoli proprietà.

Secondo alcuni analisti, le ansie delle gerarchie ortodossa e islamica in Macedonia sono largamente esagerate. Perché temere la competizione di gruppi minori, se la fede dei propri adepti è salda? Dovrebbero quindi, concludono, mostrare maggiore elasticità.

Nello scorso inverno il disegno di legge è stato inviato a varie istituzioni internazionali, come la Commissione di Venezia, l'OSCE, e il Consiglio d'Europa, affinché queste dessero consigli e lo approvassero.

Alla fine del 2006 il presidente Branko Crvenkovski ha sottolineato che l'approvazione della legge è di vitale importanza in vista dell'atteso invito ad entrare nella Nato, visto che il supporto del Congresso americano dipendo proprio da questa.

Il Segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, lo ha confermato durante il recente summit di Ohrid, dichiarando che “le libertà religiose devono essere rispettate in Macedonia”, se il paese spera di poter essere ammesso all'alleanza.

Un paio di giorni dopo, anche il Vaticano ha espresso il suo supporto alle richieste della comunità internazionale. A inizio luglio, poi, l'arcivescovo Dominique Mamberti, capo della diplomazia vaticana, si è recato in visita a Skopje.

“La Santa Sede crede che verrà presto approvato un testo di legge in accordo con gli standard europei sulle libertà religiose”, ha dichiarato Mamberti.

Secondo Zvonko Micunski, direttore della Commissione per le Comunità Religiose, il disegno di legge è stato redatto in largo accordo con i suggerimenti delle istituzioni internazionali.

L'ultima revisione del punto più sensibile, l'articolo 8, è arrivata proprio poco prima che il disegno di legge venisse firmato dal primo ministro.

Originariamente l'articolo 8 prevedeva che non potesse esistere più di un'organizzazione religiosa per ogni fede. All'ultimo momento, il testo è stato così corretto: “una chiesa, una comunità o gruppo religioso può essere registrato solo nel caso in cui tale gruppo non sia già esistente”. Questo significa che chi vorrà registrarsi nel tempo non potrà usare né il nome né i simboli delle comunità già registrare.

L'ultimo importante cambiamento dell'ultimo minuto è l'attribuzione ai tribunali della giurisdizione sulla registrazione delle comunità. Questa novità, probabilmente, non è stata accolta con favore dalle gerarchie religiose, che possono esercitare più facilmente la propria pressione sui politici, che dipendono dai voti, piuttosto che sui giudici.

Molti analisti considerano il disegno di legge come più avanzato rispetto agli standard dei paesi vicini, come ad esempio Grecia e Bulgaria, già membri dell'Ue.

I leader religiosi hanno però espresso in generale l'idea che non bisognerebbe toccare la legislazione esistente nei punti in cui questa già funziona bene.

“Che vantaggio avremmo da modifiche che potrebbero portare ad un peggioramento nei rapporti tra i vari gruppi religiosi, e tra questi e lo stato?”, chiede il rettore della facoltà di teologia Ratomir Grozdanovski.

“Credo che ogni cittadino, ogni credente in Macedonia senta già di avere garantita piena libertà religiosa”, ha dichiarato il Reis-ul-Ulema Effendi Rexhepi, leader della comunità musulmana nel paese.

Il governo ha cercato di trovare un compromesso, e al tempo stesso di soddisfare, per quanto possibile, le richieste della comunità internazionale. Anche la delega ai tribunali a decidere sulle registrazioni sembra una soluzione ragionevole in una democrazia secolare.

Adesso, però, il disegno deve essere approvato dal parlamento, e dai deputati che rispondo alla costituzione, ma si recano anche in chiesa o alla moschea. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8121/1/46/

Giocattoli tossici, si impicca direttore di fabbrica
Si tratta del capo di una fabbrica di giocattoli cinese, coinvolta nella vicenda della Mattel, che ha ritirato dal mercato alcuni prodotti contenenti un livello eccessivo di piombo. Oltre il 10% dei bambini cinesi ha troppo piombo nel sangue.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Si è suicidato Zhang Shuhong, capo della Lee Der Industrial Company Limited, una delle ditte al centro dello scandalo per i giocattoli tossici. Lo hanno reso nto oggi i media locali. La sua compagnia ha realizzato 967mila giocattoli che la multinazionale Usa Mattel Incorporated ha ritirato dal commercio questo mese perché realizzati con una vernice con eccessivo contenuto di piombo e destinati a bambini di età prescolare. Sono giochi molto popolari, con il marchio Fisher-Price, come Big Bird, Dora, Diego, Elmo. La ditta si è difesa dicendosi imbrogliata dal fornitore della vernice, che aveva assicurato essere in regola. Il 9 agosto l’Amministrazione generale per la supervisione sulla qualità, l’ispezione e la quarantena le ha vietato in via cautelativa le esportazioni. L’11 agosto Zhang è stato trovato impiccato in un magazzino.

In Cina sono fatti la gran parte dei giocattoli venduti negli Stati Uniti, ma negli ultimi mesi è esplosa una polemica sulla loro sicurezza. A giugno la RC 2 Corporation di New York ha respinto 1,5 milioni di binari ferroviari di legno perché dipinti con una vernice al piombo, fatti dalla Hansheng Wood Products Factory, altra ditta ora colpita dal divieto per le esportazioni.

Pechino si difende sostenendo che i suoi prodotti sono di elevata qualità e in media migliori degli altri Paesi e che solo alcune ditte producono merci di qualità insufficiente o contraffatte. Ma il principale problema è che spesso le fabbriche hanno numerosi fornitori, per cui è difficile il controllo sull’esatta provenienza di materie prime, componenti, additivi chimici o alimentari. I recenti scandali, tuttavia, hanno colpito ditte che fanno grandi esportazioni all’estero, finora reputate più rispettose degli standard di sicurezza rispetto alle fabbriche che producono per il mercato locale. La Cina produce il 75% dei giocattoli del mondo, ma un rapporto del 2005 pubblicato in un giornale di Pechino ha stimato che il 60% delle fabbriche usa vernice con un contenuto di piombo superiore ai limiti di sicurezza internazionali. Uno studio del 2004 ha riscontrato che il 10,5% dei bambini presenta almeno 100 microgrammi di piombo in un litro di sangue, un livello considerato nocivo dall’Organizzazione mondiale della sanità.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10069&size=A



agosto 13 2007

Pino Scaccia, che lo aveva intervistato in aprile, lo definisce l'ultimo giornalista libero della Somalia. Sono sicuro che sbagli e che cento altri ne raccoglieranno l'eredità.

Ali Iman Sharmarke, dopo molti anni in Canada, nove anni fa era ritornato in patria per dirigere radiotv Horn Afrik. Lo hanno ucciso ieri a Mogadiscio, di ritorno dal funerale di Mahad Ahmed Elmi, direttore di Radio Capital. Sharmarke aveva appena finito l’orazione funebre, una durissima requisitoria contro la violenza politica che sta sconvolgendo Mogadiscio e la Somalia. A questo link Alberizzi sul Corriere. http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp


agosto 12 2007

A PROPOSITO DI SCO

 

image

Articolo di M.K. Bhadrakumar dall'Asia Times:

"Può sembrare strano che un'organizzazione di cooperazione regionale cominci il proprio summit annuale sullo sfondo di esercitazioni militari. L'Unione Europea, l'Associazione degli Stati dell'Asia del Sud Est, l'Unione Africana, l'Organizzazione degli Stati dell'America Latina – nessuna di queste l'ha mai fatto. Di conseguenza, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) sta attirando enorme interesse, tenendo le sue esercitazioni militari su ampia scala tra il 9 e il 17 agosto. La SCO sta dicendo forte e chiaro alla comunità internazionale che non c'è nessun "vuoto" nello spazio strategico dell'Asia Centrale che debba essere riempito da organizzazioni di sicurezza provenienti dall'esterno della regione. Le esercitazioni, col nome in codice "Missione di Pace 2007", saranno tenute a Čeljabinsk, nel distretto militare russo del Volga-Urali ed a Urumqi, capitale della regione autonoma cinese del Xinjiang-Uyghur. L'incontro della SCO è previsto a Bishkek, capitale del Kirgyzstan, il 16 agosto. Dopo l'incontro, in un gesto altamente simbolico, i capi di stato e i ministri della difesa di tutti i paesi membri della SCO - Cina, Russia, Kazakhstan, Kirgyzstan, Uzbekistan e Tajikistan - assisteranno alla conclusione dell'esercitazione militare congiunta a Urumqi. La SCO non ha mai tenuto un'esercitazione militare completa che coinvolgesse tutti gli stati membri. Vi parteciperanno circa 6500 militari, compresi 2000 russi e 1600 cinesi. È la prima volta che la Cina invia le proprie truppe aviotrasportate a un'esercitazione militare all'estero. Russia e Cina schiereranno rispettivamente 36 e 46 velivoli ciascuna e forniranno sei aerei militari da trasporto Il-76 per realizzare simulazioni di assalti condotti da unità aviotrasportate. Un esperto militare cinese, Peng Guangqian dell'Accademia Cinese delle Scienze Militari, citato dal People's Daily, ha dichiarato che "L'esercitazione ha principalmente la scopo di dimostrare che la cooperazione in materia di sicurezza tra gli stati membri della SCO è aumentata, le loro capacità anti-terroristiche si sono rafforzate, le relazioni sino-russe sono migliorate e le forze armate dei paesi membri si sono modernizzate". Il China Daily, pubblicazione di proprietà dello stato, ha sottolineato che le esercitazioni mostrano che "la cooperazione della SCO sulla sicurezza è andata oltre le questioni del disarmo regionale e dei confini, estendendosi alla gestione di minacce non tradizionali come il terrorismo, le forze secessioniste ed i gruppi religiosi estremisti". Il Ministero della Difesa cinese ha sottolineato che le esercitazioni "non sono dirette contro altri paesi e non coinvolgono gli interessi di paesi esterni alla SCO". Il vice comandante delle Forze di Terra russe, il Generale Vladimir Moltenskoj, ha inoltre informato i media che le esercitazioni "non sono mirate contro paesi terzi".

L'OTSC abbraccia la Cina

Malgrado queste precisazioni, è fin troppo evidente che la cooperazione strategica sino-russa sta raggiungendo un livello qualitativamente nuovo. L'indicatore più importante in questo senso è che l'incontro a Bishkek potrebbe vedere la firma di un protocollo formale di cooperazione fra la SCO e l'Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC). Il documento dovrebbe definire chiaramente le tendenze di cooperazione fra le due organizzazioni di sicurezza regionale nel futuro prossimo. Si tratta indubbiamente di uno sviluppo importante nello spazio strategico eurasiatico. La collaborazione formale proposta fra la OTSC e la SCO coinvolge in sostanza la OTSC più la Cina, poiché gli Stati membri della SCO sono già membri dell'OTSC, tranne la Cina (gli Stati membri della OTSC sono quindi la Russia, la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakhstan, il Kyrgyzstan, l'Uzbekistan ed il Tajikistan). Non può essere sfuggito a nessuno che la collaborazione di OTSC e SCO è stata formalizzata il 14 luglio, appena un mese dopo la decisione di Mosca di sospendere la propria partecipazione al Trattato sulle Forze armate Convenzionali in Europa (FCE). L'FCE è il primo trattato per la riduzione delle armi convenzionali stipulato fra Est e Ovest dopo la Seconda Guerra Mondiale. L'influente analista strategico russo Gleb Pavlovskij ha avvertito il 14 luglio che "la decisione di oggi non è propaganda, è una transizione ad una nuova seria fase nella costruzione di nuova struttura di sicurezza della Russia contro lo scenario del riarmo dei paesi alle nostre frontiere". Riferendosi all'implacabile accerchiamento della Russia da parte degli Stati Uniti ha aggiunto che "praticamente tutti i paesi lungo i confini meridionali e occidentali della Russia sono pieni di missili… Nel Caucaso, nelle regioni del Mar Nero e in quelle del Caspio è in corso una folle corsa agli armamenti, supportata da paesi europei e non europei, nessuno dei quali si sente limitato dal FCE". In questo contesto, dice Pavlovskij, Mosca preferirà optare per "nuovi equilibri contrattuali" in Europa ed in Asia. "Se i paesi di Europa e Asia sono pronti a questo, la Russia sarà la prima ad acconsentire a questi negoziati". Nella presa di contatti istituzionali tra OTSC e SCO possiamo vedere la prima prova dei "nuovi equilibri contrattuali" cui Pavlovskij ha accennato. L'idea russa di rafforzare la OTSC per controbilanciare la NATO è ormai evidente da mesi. La scorso dicembre, parlando al Forum sui Media della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e degli stati baltici, il vice primo ministro (contemporaneamente ministro della Difesa della Russia) Sergej Ivanov ha detto, "la prossima cosa logica da fare seguendo la strada del rafforzamento della sicurezza internazionale può essere lo sviluppo di un meccanismo di cooperazione fra la NATO e la OTSC, seguito da una chiara divisione delle sfere di responsabilità. Questo metodo ci darebbe un potere contrattuale sufficientemente affidabile ed efficace per prendere provvedimenti collettivi nelle situazioni di crisi nelle varie regioni del mondo". [corsivo aggiunto dall'autore dell'articolo]. Ivanov era di certo consapevole che la NATO non è minimamente interessata a dialogare con la OTSC (i paesi della OTSC coprono approssimativamente il 70% del territorio della ex Unione Sovietica). Da tre anni a questa parte la Russia propone una cooperazione limitata fra OTSC e NATO nel controllo del traffico di droga provenente dall'Afghanistan. Ma la NATO, su ordine di Washington, sta temporeggiando. Una coerente politica della NATO (e di Washington) è sempre stata quella di non riconoscere lo status della OTSC come organizzazione di sicurezza regionale e di dialogare piuttosto con gli Stati membri di questa su base bilaterale. Di conseguenza, ciò che Ivanov sottolineava è che Mosca sarà assolutamente determinata a resistere all'invasione della NATO nei territori delle ex repubbliche sovietiche. Mosca valuta infatti che la NATO non esiterà a espandersi ulteriormente, proponendo ad alcuni stati della CSI di entrare a far parte dell'organizzazione. La Russia si oppone a tale espansione, ma i suoi sforzi diplomatici non funzionano. L'opzione militare è diventata necessaria. Nel suo discorso, Ivanov non solo ha messo in chiaro il ruolo della OTSC in Europa, ma ha anche suggerito che Mosca vede i paesi dell'Asia Centrale della SCO, in particolare la Cina, come suoi potenziali alleati nel blocco. Alcuni mesi dopo, in maggio, parlando ad un congresso a Bishkek sulle minacce e sulle sfide per la sicurezza nel ventunesimo secolo, il segretario generale della OTSC Nikolaij Bordjuzha ha attaccato frontalmente la NATO dicendo che questa persegue "una politica di espansione e consolidamento della propria presenza militare-politica nel Caucaso ed in Asia Centrale". Ha aggiunto che queste attività comportano "sfide e rischi" ed insidiano la stabilità dello spazio post-sovietico. Bordjuzha ha sviluppato il discorso dicendo che la strategia statunitense per l'Asia centrale punta a causare "fratture" fra i paesi della regione da un lato e la Russia e la OTSC dall'altro. Ha detto che Washington sta tentando di riorientare gli stati centro-asiatici verso gli Stati Uniti "in una nuova formazione che comprende, oltre agli stati dell'Asia Centrale, l'Afghanistan, il Pakistan e, in futuro, l'India". Effettivamente di recente la Russia non è riuscita a disturbare più di tanto la strategia della NATO per l'Asia Centrale. D'altra parte la NATO ha sottostimato la propria capacità di intrufolarsi in una regione dove l'influenza tradizionale della Russia era predominante e dove Mosca è determinata a mantenere quella situazione a tutti i costi. In questi ultimi due anni, Mosca ha dato rapido impulso alla OTSC considerandola il proprio bastione contro la NATO nell'Asia Centrale. Alcuni commentatori russi prevedono che la OTSC sia destinata a trasformarsi in un nuovo Patto di Varsavia. Sia come sia, in misura quasi direttamente proporzionale all'enfasi posta da Mosca sull'OTSC, i paesi dell'Asia centrale si sono affrettati a riunirsi sotto il suo ombrello; tra essi spicca il Kazakhstan , che era tra gli "obiettivi" principali identificati dalla NATO. L'entrata dell'Uzbekistan nell'OTSC ha consolidato significativamente la portata dell'organizzazione nella regione centro-asiatica.

Convergenza Sino-Russa

Chiaramente la Cina apprezza che le contraddizioni e la lotta fra la Russia e le potenze occidentali negli anni successivi alla guerra fredda attraversino un momento di definizione. Scrivendo recentemente sul People's Daily, Wang Baofu, vice direttore dell'Istituto degli Studi Strategici affiliati all'Università Cinese della Difesa Nazionale, ha detto che "Questa mossa della Russia [la sospensione del FCE] indica in primo luogo la sua riluttanza a scendere a ulteriori compromessi unilaterali sull'importante questione della sicurezza nazionale… e, secondariamente, il suo rifiuto di rimanere indifferente mentre gli Stati Uniti tentano di schierare un sistema antimissile in Europa orientale allo scopo di spostare seriamente l'equilibrio strategico Russia-USA". Wang ha notato che i problemi di sicurezza della Russia sono destinati a moltiplicarsi nel prevalente scenario "di squilibrio", dove gli Stati Uniti "sono impegnati a prendere o usare l'Europa per rafforzare la propria superiorità strategica nei confronti della Russia". Il 19 luglio un portavoce del ministro degli affari esteri cinese "ha preso nota della dichiarazione della Russia [sul FCE] e del suo problema di sicurezza". Il portavoce ha aggiunto che lo schieramento del sistema anti-missilistico degli Stati Uniti "insidierà la stabilità e l'equilibrio strategici internazionali. Questo non condurrà certo alla sicurezza regionale ed alla fiducia reciproca fra i paesi". Nel frattempo, i commentatori cinesi hanno osservato che "la Russia ultimamente sembra inasprire la propria posizione diplomatica" e "il proprio atteggiamento" verso l'occidente. Quello che le valutazioni cinesi sottintendono è che la posizione "netta" di Mosca punta a mettere la Russia su una base di parità con le potenze occidentali.

A proposito dell'Asia Centrale (e dell'Afghanistan) la Cina condivide le stesse preoccupazioni della Russia, in particolare su due aspetti. In primo luogo, anche la Cina nutre gli stessi dubbi circa i disegni della NATO nell'Asia centrale. La Cina continua ad apprezzare gli sforzi russi per mantenere la NATO fuori dall'Asia centrale. Per citare un commento recente del People's Daily, "conoscendo bene l'importanza strategica dell'Asia Centrale, negli ultimi anni la NATO non ha risparmiato i propri sforzi per promuovere le relazioni con i paesi della regione. Ma per la NATO non è facile fare progressi, data la tradizionale influenza predominante della Russia in questa regione, un'influenza che Stati Uniti e l'Europa non potranno mai sperare di eguagliare. "Concentrandosi sul potenziamento della OTSC la Russia ha mostrato una forte opposizione alla NATO. Ora ai rapporti poco amichevoli tra la Russia e la NATO si deve aggiungere la difficoltà di quest'ultima a mettere in atto la propria strategia in Asia Centrale". Gli interessi della Cina coincidono con l'approccio russo, che mira ad aumentare l'influenza della OTSC in Asia Centrale. Il legame OTSC- SCO permette ai russi di "limitare" la NATO ai bordi sud-occidentali dell'Eurasia. E questo va nella stessa direzione degli interessi cinesi. In secondo luogo, sta diventando sempre più evidente che sia la Russia che la Cina stanno pensando molto al concetto di Asia Centrale. Il fatto è che non sarebbe realistico per la Russia e la Cina (e per la SCO) occuparsi dei processi in atto nella regione senza prendere in considerazione gli sviluppi in Afghanistan, Iran e Pakistan. Un commentatore russo ha recentemente scritto sulla Nezavisimaja Gazeta che i vicini meridionali dell'Asia Centrale (Afghanistan, Iran e Pakistan) hanno "per il Tajikistan un'importanza molto maggiore dei battibecchi con l'élite kazaka". Probabilmente la SCO è già portata a ritenere che l'Asia Centrale come comunità distinta ha più a che fare con la storia - la sua storia antica, medioevale e sovietica - che con le attuali realtà politiche. La SCO ha fatto i conti con il fatto che anche se l'Asia Centrale e del Sud hanno fatto parte per molto tempo di realtà geopolitiche diversissime, ora non è più così, specialmente dopo che l'11 settembre 2001 ha fornito agli Stati Uniti l'occasione per stabilire una presenza a lungo termine in Afghanistan e fare un significativo salto in avanti nei propri rapporti con gli stati centroasiatici. Dopo aver consolidato la propria presenza in Afghanistan, la politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Asia Centrale ha cambiato forma. Gli Stati Uniti sperano di modificare la regione impiegando metodi diversi, più flessibili, fondati sulla cooperazione nei campi della sicurezza, dei trasporti e dell'energia, così come attraverso continui sforzi volti a determinare "cambi di regime". Nel frattempo, si è rivelata utile anche la continua espansione dell'influenza degli Stati Uniti nell'Asia Meridionale, poiché l'Afghanistan è un collegamento vitale che può legare l'Asia Centrale con quella del Sud. Di recente Washington ha cercato un coinvolgimento maggiore nella cooperazione regionale dell'Asia Meridionale, mirando a ottenere lo status di stato osservatore nella SAARC, l'Associazione dell'Asia del Sud per la Cooperazione Regionale che include l'India, il Pakistan, il Bangladesh, lo Sri Lanka, il Nepal, le Maldive, il Bhutan e l'Afghanistan. Sembra anche che Washington abbia incontrato un certo grado di successo nel persuadere l'India a raffreddare la propria passione iniziale verso la SCO.

L'Iran cerca la SCO

La SCO tende a sentire sempre di più l'esigenza di evolvere la propria strategia della "Grande Asia Centrale", che include anche l'Iran e l'Afghanistan e in certa misura anche il Pakistan. Questo sta forse già accadendo, e potrebbe riflettersi in vari modi al vertice della SCO a Bishkek. In primo luogo, l'Iran sta facendo una decisa offerta per assicurarsi l'appartenenza a tutti gli effetti alla SCO. Teheran ha presentato la domanda formale al paese ospitante, il Kirgyzstan, in aprile. Solitamente, una simile azione sarebbe dovuta avvenire dopo consultazioni preliminari con gli stati membri di SCO. Probabilmente si sta lentamente sviluppando un consenso all'interno della SCO, se non esiste già, sull'ingresso dell'Iran. Significativamente, il delegato del ministro degli Esteri iraniano Mahdi Safari la settimana scorsa ha rivelato che il presidente Mahmud Ahmadinejad avrebbe assistito all'incontro della SCO. Safari da allora ha visitato Pechino, dove si è incontrato, tra l'altro, con Li Hui, il delegato del ministro degli Affari esteri cinesi sulle questioni dell'Europa dell'Est, dell'Asia Centrale e della SCO. Da Pechino, Safari si è poi diretto a Mosca. I rapporti russo-iraniani stanno dichiaratamente passando un momento difficile a causa del ritardo della Russia nel completare la centrale nucleare di Bushehr in Iran. Effettivamente, la Russia ha "politicizzato" la questione ed è improbabile che fornisca combustibile nucleare a Bushehr finché il dossier atomico dell'Iran rimarrà aperto. Nonostante il raffreddamento nei rapporti Russia-USA, Washington e Mosca si sono sempre trovate d'accordo sulle questioni che riguardano l'appartenenza al "club nucleare". Inoltre, la Russia ha molto da guadagnare sfruttando l'accordo sulla cooperazione per il nucleare civile con gli Stati Uniti, firmato in margine all'incontro informale fra i presidenti George W. Bush e Vladimir Putin il 2 luglio; è una concessione importante da parte di Washington, perché permette alla Russia di installare le attrezzature per il ritrattamento del combustibile nucleare esausto di origine statunitense per scopi commerciali, e questo è un affare davvero vantaggioso. Nei termini immediati, la concessione di Washington ha spianato la strada affinché la Russia possa ritrattare il combustibile di origine statunitense usato della Corea del Sud e di Taiwan. Ma allo stesso tempo, il clamore a proposito di Bushehr dà curiosamente alla Russia la chiave per bloccare ogni possibile nuovo tentativo degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per spingere verso una nuova risoluzione o a sanzioni contro l'Iran perché non ha sospeso il suo programma di arricchimento dell'uranio. Commentatori moscoviti hanno evidenziato che la recente visita degli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica all'impianto ad acqua pesante di Arak è stata "un vero passo avanti" e la prova che "gli iraniani sono pronti a dare all'AIEA risposte esaurienti". Evidentemente, Bushehr non è l'unico elemento dei rapporti Russia-Iran. Entrambi i paesi sono abbastanza pragmatici da realizzarlo. Effettivamente, entrambi i paesi devono essere certi che non ci sia il minimo ostacolo alla loro cooperazione bilaterale. La Russia condivide con l'Iran gli interessi nell'Asia Caspica e Centrale. L'Iran è l'unica potenza del Caspio, probabilmente, con cui la Russia ha identità totale di vedute per quanto riguarda l'inammissibilità della partecipazione di poteri extra-regionali (leggi gli Stati Uniti e la NATO) sulle questioni che riguardano la sicurezza della regione caspica. La Russia dovrà collaborare strettamente con l'Iran all'incontro dei paesi del litorale caspico che si terrà a Teheran quest'anno. Bordyuzha dell'OTSC potrebbe aver sfoggiato una spavalderia eccessiva quando recentemente ha invitato l'Iran ad aderire all'associazione come stato membro. Ma la proposta non mancava di una sua serietà. Durante la visita del ministro degli affari esteri kirghiso Kadyrbek Sarbayev a Teheran il 15 luglio, l'influente presidente del Comitato per la Sicurezza e del Comitato per le Politiche Estere del Majlis (parlamento) Iraniano, Ala'eddin Broujerdi, ha criticato pesantemente le intrusive politiche regionali degli Stati Uniti in Asia Centrale. Ha apertamente accusato gli Stati Uniti di aver complottato per destabilizzare la regione dell'Asia Centrale. Cosa interessante, Broujerdi ha richiesto l'esclusione delle organizzazioni di sicurezza extra-regionali dall'Asia centrale. La posizione di Broujerdi sulla sicurezza dell'Asia Centrale è quasi la stessa di Russia e Cina. Un punto chiave da tenere d'occhio all'incontro di Bishkek sarà il ruolo dell'Iran nella cooperazione energetica, oggetto di interesse comune da parte di Russia e Cina. Da parte sua, la Russia sarebbe avvantaggiata se l'Iran dirottasse i propri flussi di energia verso i mercati asiatici piuttosto che verso quello europeo (martedì Safari avrebbe detto a Pechino, "l'Iran è disposto ad elaborare un piano energetico per coprire l'intero fabbisogno dell'Asia").

La Russia guarda con disagio ai rinnovati sforzi di Turchia e Unione Europea (malgrado le apparenti riserve degli Stati Uniti) per schierare l'Iran sia come fornitore del gas, sia come paese nel quale far passare il gas turkmeno nell'ambito del proposto oleodotto "Nabucco", che rivaleggia con i progetti energetici russi nei Balcani e nell'Europa meridionale. Il mese scorso, Turchia e Iran hanno firmato un memorandum d'intesa a tale proposito. La settimana scorsa, la Turchia ha stretto un accordo con Italia e Grecia, che saranno i fruitori del gas iraniano. La Russia sta guardando attentamente e spera che l'Iran non entri nel progetto Nabucco. La Russia ha un ulteriore interesse nell'incoraggiare l'Iran a diventare un fornitore di energia per la Cina, se questo può rendere meno probabile un qualsiasi conflitto di interessi tra Russia e Cina riguardo le riserve energetiche dell'Asia Centrale (particolarmente in Turkmenistan). Infatti, il proposto gasdotto cinese verso il Turkmenistan può essere facilmente esteso all'Iran. Per concludere, l'Iran ha un ruolo importante nella grande strategia russa che implica una variante dell'idea di un cartello mondiale del gas.

La sfida afghana della SCO

Da questo punto di vista, sembra giunto il tempo affinché la SCO rifletta seriamente sui propri futuri rapporti con l'Iran. Senza dubbio, due grandi domande attendono il vertice della SCO: l'ammissione dell'Iran come membro titolare e la direzione della collaborazione della SCO con il Turkmenistan. Parallelamente alla strategia SCO della "Grande Asia Centrale" che coinvolge l'Iran, ci si può aspettare che il vertice proponga nuove iniziative nei confronti dell'Afghanistan. Di nuovo, sia la Cina che la Russia vedono con crescente preoccupazione la sempre più profonda crisi in quel paese. Per citare un commento del People's Daily di giugno, "il 'fenomeno dei Taliban ' ha prodotto grave preoccupazione… il loro ritorno ha sfidato pesantemente l'autorità del governo afgano… i Taliban si sono sviluppati e sono più forti... traggono massimo vantaggio dal malcontento degli abitanti per le condizioni di vita e dai sentimenti anti-americani… i Taliban hanno stimolato i loro contatti con i superstiti di al-Qaeda… l'Afghanistan rischia di trasformarsi in un secondo Iraq". Il pensiero russo a riguardo va nella stessa direzione. Anzi, Mosca è andata oltre ed ha apertamente messo in discussione la logica del monopolio degli Stati Uniti sulla soluzione del conflitto in Afghanistan. Mosca, come Pechino, è incline all'adozione di un approccio "a doppio binario". In primo luogo, tenterà di collaborare strettamente e su basi bilaterali con il governo presieduto dal presidente Hamid Karzai. La visita dal ministro degli affari esteri Sergej Lavrov a Kabul ha indicato un intensificato lavoro della diplomazia russa sul problema afgano. Allo stesso tempo, Mosca sta anche cercando un metodo multilaterale che coinvolga la OTSC. Significativamente, Bordyuzha ha suggerito questa settimana che "noi [OTSC e SCO] dovremmo collaborare per impedire ai Taliban di tornare al potere, altrimenti avremo per molti anni gravi problemi in Afghanistan". Bordjuzha ha fatto cenno alla possibilità di un vasto conivolgimento della SCO in Afghanistan. Ha detto che "il lavoro dovrebbe essere condotto in tutte le sfere, in quella politica e in quella economica, e nel fornire assistenza al governo nella formazione di forze armate e di forze di polizia, così come nella lotta contro il traffico di droga". L'incontro della SCO fornirà di certo proposte mirate ad intensificare le azioni dello SCO-Afghanistan Contact Group.

Emicranie americane

Il vertice della SCO quindi sfida gli Stati Uniti sotto vari aspetti. L'unione di OTSC e SCO è una doppia battuta d'arresto inflitta alle politiche regionali degli Stati Uniti. Entrambe le entità sono bestie nere per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Questi si sono impegnati a soffocare queste due organizzazioni nella culla, e invece ora le vedono riunirsi dotate di nuova forza. Il piano tattico degli Stati Uniti che proietta la NATO nella regione asiatica centrale si trova di fronte un ostacolo arduo. Il dilemma degli Stati Uniti è intenso. A meno che la NATO non inglobi altri paesi dell'Asia Centrale, non ci può essere un "accerchiamento" completo della Russia o della Cina. Ed è privo di senso che la NATO rimanga bloccata nel Caucaso Meridionale. Effettivamente è in gioco anche la credibilità della NATO. Mentre le cose seguono il proprio corso, la "trasformazione" dell'organizzazione non sta progredendo senza problemi. L'Afghanistan si è trasformato in un boccone amaro per la NATO, che non può sputarlo né inghiottirlo, e ne sta sfigurando il volto. Nessuna campagna propagandistica può nascondere il fatto che la popolazione afghana vede la NATO sempre più come una forza di occupazione. Oltre alle truppe insufficienti, i comandanti lamentano un disperato bisogno di intelligence. Inoltre la "forza trascinante" degli Stati Uniti all'interno della NATO è in diminuzione. Questa settimana, il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema ha richiesto apertamente la cessazione di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Afghanistan, a meno che non siano strettamente sotto il comando della NATO. Il cambiamento di leadership in Francia, Germania e Gran Bretagna non sembra funzionare nel senso previsto da Washington. Di conseguenza, Washington farà del suo meglio per evitare che la SCO "invada" il territorio afgano. Washington conterà su Karzai per soffocare le aperture della SCO. Il problema degli Stati Uniti sarà che l'iniziativa SCO sull'Afghanistan non potrà essere messa in questione. Karzai farebbe la figura del pazzo se dovesse respingere un'offerta di aiuto dalla SCO. Dopo tutto questa ha un legittimo interesse nella stabilizzazione della situazione afghana, poiché la stabilità della regione è collegata ad essa per molti aspetti. D'altra parte, la morsa di Washington su Kabul si indebolirà sempre di più una volta che l'Afghanistan svilupperà la "SCO connection". Washington dovrà essere estremamente prudente, poiché gli afgani conoscono e svolgono bene il proprio ruolo nel "Grande Gioco". Più importante, gli Stati Uniti si troveranno sempre più costretti a fare lavoro di squadra, cosa che non sdi addice né alla loro strategia geopolitica né alla condizione di unica superpotenza.

In tutto questo, il Pakistan rimane un giocatore imprevedibile, data la fluidità della sua situazione interna, anche se Islamabad dovrebbe lavorare assieme a SCO e Cina. La maggior parte dei rifornimenti per le forze NATO in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Sarà ironico se gli Stati Uniti si ritroveranno a dover sostenere i combattimenti in Afghanistan, mentre la SCO guadagnerà l'adulazione pubblica fra la popolazione afgana e in tutta la regione come "costruttrice di nazioni". Secondariamente, Washington sa che la partecipazione della SCO al problema afghano significa che la Russia farà il suo grande rientro nel Hindu Kush, oltre a sventare il grande disegno degli Stati Uniti per manovrare la NATO come un'organizzazione di sicurezza globale. Stranamente, il 17 luglio, il Tajikistan ha annunciato di aver concluso un accordo per lo schieramento di velivoli da combattimento russi nella base aerea di Ayni, fuori da Dushanbe. Le indicazioni sono che anzitutto la Russia schiererà jet Su-25 ed elicotteri Mi-24 e Mi-8. Lo schieramento russo avverrà secondo le disposizioni della OTSC. Mosca ha appena deluso l'ultima speranza degli Stati Uniti di guadagnarsi l'appoggio del Tajikistan. Ma tutto questo sembrerà insignificante a Washington se il vertice SCO dovesse decidere di ammettere l'Iran come membro titolare. C'è una sola possibilità che la SCO decida di guadare le feroci correnti contrarie nella regione del Golfo Persico. Ma Washington la osserverà con nervosismo. Il punto è che Iran, Russia e Cina hanno tutte "perso", in maniere diverse, dopo il contratto statunitense da 63 milioni di dollari nella regione del Golfo. Washington ancora una volta ha mostrato che "il vincitore prende tutto". Così "i perdenti" non possono essere incolpati se imparano velocemente e capiscono che la logica di creare una rete interna per diminuire le proprie "perdite" potrebbe persino far riguadagnare un territorio oramai fuori dal loro controllo. Certamente, Ahmadinejad sarà una delle attrazioni principali del vertice della SCO e la sua presenza a Bishkek avrà altri significati che non semplici questioni di protocollo.

Traduzione Tlaxcala

http://poganka.splinder.com/


tristemente famosa "School Of Americas - SOA" ha addestrato per decenni militari divenuti famosi per i loro crimini e per la loro ferocia in tutto il continente Latino Americano, dal Salvador al Cile. Anche Haiti è stata banco di prova di torture e massacri per ex alunni della cosiddetta "Scuola dei Dittatori". Anzi Haiti ha meritato l'istituzione di una scuola personale e di agenzie specializzate in violenze e repressione.


Haiti prima della classe
alla Scuola delle Americhe

Di Alma Giraudo , per Selvas.org


Queste immagini si riferiscono al reportage della manifestazione a Fort Benning (Georgia - USA) nel 2006 contro la School Of Americas - Foto di Linda Panetta - http://opticalrealities.org/


:: HAITI - Licenziamenti alla telefonica nazionale::
Debito in cambio di privatizzazioni

 


Luglio 2007

Il 21 giugno scorso il Congresso degli Stati Uniti, ignorando le decine di migliaia di lettere, fax, mails e telefonate ha rigettato l'emendamento del senatore McGovern che proponeva il taglio dei fondi al “Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHISIC)”, com'è stata ribattezzata la famosa “Scuola delle Americhe” (School Of Americas - SOA) di Fort Benning, in Georgia, taglio che ne avrebbe determinato la chiusura. Per 214 voti contro 203 la “scuola degli assassini” continuerà ad esistere.
E' ben nota la serie di “diplomati” in questa scuola provenienti da tutti i Paesi dell'America Latina e Caraibi, come sono noti i loro crimini, dal Salvador al Cile.
Ad Haiti, un numero di uguali barbare azioni condotte da diplomati della SOA non è così ben conosciuto e posto all'attenzione del mondo: gli esecutori sono ancora liberi e qualche volta esercitano ancora potere.
Un caso rimasto nella memoria di tutti: 11 Settembre 1988, quando l'allievo della School Of Americas, Franck Romani, allora sindaco di Port-au-Prince e capo dei brutali Tontons Macoutes, orchestrò un assalto alla parrocchia di S. Giovanni Bosco, la parrocchia di Padre Jean-Bertrand Aristide. Mentre padre Aristide stava celebrando messa, individui armati abbatterono la porta della chiesa sparando, poi bruciarono la parrocchia. Cinquanta persone morirono e 77 rimasero ferite. Coloro che cercavano di scappare furono colpiti con bastoni e pietre. Dopo, gli assassini si vantarono delle loro azioni: in televisione giurarono di finire Aristide, promettendo che se avesse ancora celebrato messa, solo dei corpi sarebbero stati presenti nella chiesa.

La CIA, il Dipartimento di Giustizia, il Pentagono, varie Agenzie, hanno avuto un forte ruolo nel creare ed addestrare polizia e forze militari in Haiti. Per combattere la “guerra alla droga” nel 1986, per esempio, gli USA crearono il SIN (National Intelligence Service). Composto da ufficiali dell'esercito Haitiano, questo dipartimento aveva come obiettivo principale la persecuzione dei sostenitori di Aristide: dopo poco tempo, durante le elezioni, i soldati Haitiani condussero un selvaggio massacro di votanti a Port-au-Prince. Il colonnello Gambetta Hyppolite, un diplomato della Scuola delle Americhe, condusse un attacco parallelo nella città di Gonaives: le elezioni furono sospese.
Il Congresso USA determinò che gli abusi sugli haitiani furono eccessivi e sospese l'aiuto militare ad Haiti. La CIA però continuò spendendo un milione di dollari all'anno per l'equipaggiamento e l'addestramento militare. Washington volse lo sguardo quando gli ufficiali del SIN furono implicati in traffico di cocaina ed il Congresso non sollevò obiezioni agli atti di terrorismo, incluse torture, compiute contro i sostenitori d'Aristide.




L'11 settembre haitiano

Nel 1991 Jean-Bertrand Aristide divenne Presidente di Haiti. Otto mesi dopo, il collaboratore della CIA, Michel Francois, Capo della Polizia nazionale haitiana e fondatore dell'Unità Anti-Gang, che di routine torturava i prigionieri a morte, guidò un colpo di stato contro il Presidente Aristide. Francois era un diplomato della Fort Benning's Infantry School (scuola di fanteria di Fort Benning), Philippe Biamby, un altro organizzatore del colpo era anche stato anch'esso addestrato alla scuola di fanteria in Georgia e Raul Cedras, il leader che prese il potere dopo che il governo democratico fu abbattuto, era un diplomato della stessa Scuola delle Americhe .
Durante il regime di Cedras, l'11 Settembre 1993 nella Chiesa del Sacro Cuore si commemorava il quinto anniversario del massacro della chiesa di S. Giovanni Bosco. Sotto gli occhi dei media e degli osservatori dei diritti umani gli uomini di Cedras circondarono la chiesa, trascinarono fuori un uomo di affari, Antoine Izméry, importante sostenitore di Aristide, e gli spararono alla testa uccidendolo.


L'anno successivo un altro sostenitore di Aristide, Padre Jean-Marie Vincent fu ucciso a Port-au-Prince. Quando Padre Vincent guidò un movimento contadino per sostenere la riforma agraria alcuni anni prima, il massacro di centinaia di contadini non fece impressione a Washington, come non la fece la morte violenta di 5.000 persone durante gli anni insanguinati di Cedras. L'assassinio di un sacerdote, comunque, attrasse l'attenzione. Il Dipartimento di Stato USA che si attivò per “proteggere la democrazia” ad Haiti stabilendo un nuovo “programma”, l'addestramento investigativo (the Investigative Training Assistance Program). Le persone da addestrare furono reclutate ampiamente dall'esercito Haitiano, selezionate in modo da escludere coloro che fossero fedeli ad Aristide. Fra questi “protettori della democrazia” selezionati vi erano membri degli squadroni della morte, trafficanti di droga, ed altri ufficiali noti per le pratiche di tortura. Un anno dopo che il Programma fu fondato il numero degli “allievi” raddoppiò, raggiungendo i 3.000. Con un numero così alto gli USA decisero di aprire una nuova struttura, che collocarono non ad Haiti ma in Missouri, a Fort Leonard Wood. Così nacque la versione in lingua Creola della Scuola delle Americhe. Tale scuola fu l'ultima metamorfosi di un processo iniziato nel 1934, quando gli USA, dopo due decadi di occupazione di Haiti, crearono la “Guardia di Haiti”, per subentrare ai marines, sul modello della “Guardia Nazionale” in Nicaragua, stabilita per garantire la sicurezza alla dittatura di Somoza.



Oltre a Fort Benning e Fort Leonard, un efficiente programma di addestramento era in opera in Ecuador, finanziato dalle forze speciali USA. E' qui, in Ecuador, che il noto Guy Philippe è stato addestrato. Nel 2000, da capo della polizia di Cap Haitien, con altri alunni dell'accademia dell'Ecuador organizzò un fallito colpo di stato, in uno sforzo per resuscitare l'esercito haitiano che era stato sciolto dal Presidente Aristide. Il fallito colpo portò Philippe all'esilio nella Repubblica Dominicana, ed è qui che lo si ritrova nel febbraio 2004, rifornito di moderne armi inviate dagli Stati Uniti sottoforma di “aiuto alla Repubblica Dominicana” per guidare il secondo tentativo di colpo di stato, questa volta riuscito poiché i marines USA, il 29 febbraio 2004, entrarono al palazzo presidenziale di Port-au-Prince sequestrando e deportando l'allora legittimo Presidente Aristide (1)


Sotto il regime sponsorizzato dagli Stati Uniti, le truppe delle Nazioni Unite sono state inviate ad Haiti come “peacekeepers” ma, come l'esercito Haitiano, non hanno dato protezione ai poveri né ai religiosi che operavano al servizio dei poveri, quasi tutti esponenti della Teologia della Liberazione. Jean-Bertrand Aristide aveva detto una volta "Il crimine del quale sono accusato è il crimine di predicare cibo per tutti gli uomini e tutte le donne”. Questo è stato il crimine anche di Padre Gerard Jean-Juste che distribuiva un piatto di minestra ai bambini poverissimi di Port-au-Prince nella sua parrocchia di Saint Claire: nell'Ottobre 2004, centinaia di bambini furono testimoni dell'arresto del loro sacerdote da parte di uomini pesantemente armati e mascherati. Padre Jean-Juste fu gettato in un'angusta, gelida, sporca cella, dove il trattamento fu brutale e le condizioni orribili e quando un detenuto morì le guardie attesero 12 ore prima di rimuoverne il corpo. Migliaia di Haitiani, la maggioranza dei quali prigionieri politici pro-democrazia hanno vissuto in tali condizioni durante il regime di Latortue (2004 - 7/2/2006). Gerard Jean-Juste fu infine rilasciato, ma arrestato di nuovo alcuni mesi più tardi, dopo che alcuni uomini armati spararono all'interno della sua chiesa. I “peacekeepers” della Nazioni Unite non risposero alle richieste di protezione del sacerdote (2)




Le tante scuole della repressione
Il cileno Eduardo Aldunate è il vice comandante della forza militare della Minustah (la missione di “peacekeepers” delle Nazioni Unite). Nella sua carriera era stato addestrato in tortura nella Scuola delle Americhe a Panama e successivamente ha prestato servizio agli ordini di Pinochet.
Perché certi esponenti della Chiesa sono stati bersaglio di una tale repressione ad Haiti? Una risposta è scritta nel Documento di Santa Fe, del 1980, un documento dell'amministrazione Reagan che spiega la necessità per la politica USA di opporsi ai membri della Chiesa che abbracciano la Teologia della Liberazione: la loro opzione preferenziale per i poveri era, ed è ancora oggi, un elemento critico per il capitalismo produttivo. In Haiti, Padre Vincent Jean-Juste e Aristide, come i sacerdoti e le suore in Salvador (3) assassinati nel 1980 dall'esercito, si sforzavano di correggere la violenza strutturale di un sistema che lascia la maggioranza della popolazione del Terzo Mondo senza mezzi sanitari, senza educazione, senza futuro. Per questo sono stati torturati, stuprati, imprigionati, uccisi.
Già al tempo dei Duvalier tali esponenti religiosi furono oggetto di violenti attacchi da parte delle forze armate di Haiti. La polizia segreta di Jean-Claude Duvalier (i famosi “Baby Doc”) torturò un giovane, Padre Jean-Juste, nel 1971 per il suo rifiuto di impegnarsi ad obbedire alla dittatura.
Ma la stessa Gerarchia Ecclesiastica ha attaccato questi esponenti religiosi, dando il proprio contributo alla repressione. Ordinando a Padre Aristide di lasciare il suo Paese, ad esempio, il Vaticano ha rinforzato l'agenda delle forze armate Haitiane e dell'elite della quale proteggevano gli interessi. Allo stesso modo l'Arcivescovo Haitiano in una predica nel 1990 accusò il neo eletto Presidente Aristide di essere un “socio-bolscevico” dimostrando il suo disprezzo per il processo democratico.
Gli assassini ed i torturatori non necessariamente hanno ricevuto un addestramento diretto dalla Scuola delle Americhe e dalle sue branche: per aver sviluppato il senso del diritto all'abuso ed alla violenta de-umanizzazione degli altri, possono essere stati addestrati tramite i programmi finanziati da agenzie militari e civili che hanno come scopo l'avanzamento degli interessi politici ed economici degli Stati Uniti che, nel nome della “sicurezza nazionale” supportano la violenza strutturale che flagella questo lato di Terzo Mondo. Come i centri di detenzione e tortura, i molti tentacoli della repressione sono indifferenti alle frontiere nazionali. Dopo che la Scuola delle Americhe fu costituita a Panama, ufficiali militari francesi che avevano sviluppato strategie di contro rivoluzione in Vietnam e le avevano perfezionate in Algeria, si recarono alla Scuola di Panama per addestrare alla tortura soldati dei Paesi Latino Americani: i loro “mentori” venivano dalla Germania, dalle SS Hitleriane.

Tratto da “School of the Americas: the Haitian Case” di Adrianne Aron (4) per haitisolidarity.net


NOTE:
(1) “Haiti: cronache di una morte annunciata” (www.selvas.org/newsHA0206.html)

(2) Padre Jean-Juste è stato scarcerato il 29.01.2006 a causa delle sue condizioni di salute dopo forti pressioni da parte di organizzazioni e singoli da tutto il mondo. Attualmente si trova negli Stati Uniti per sottoporsi a sedute di chemioterapia in quanto malato di leucemia. Parte delle false accuse nei suoi confronti sono cadute, ma alcune (detenzione di armi da fuoco) non sono state ancora esaminate
(3) In Salvador è stata di recente aperta la “International Law Enforcement Academy”
(4) Adrianne Aron, di Berkeley, è psicologa, membro del Comitato per il Diritto alla Salute in America Centrale ed ha lavorato a lungo con i sopravvissuti alle torture in Guatemala ed in Salvador . E' membro del SOA Watch.



Pechino, esperimenti anti -inquinamento, ma ai media è vietato parlarne
Per 4 giorni sarà vietata la circolazione a un terzo dei veicoli, per diminuire l’inquinamento dell’aria. Ma è vietato parlare dei conseguenti disagi e ci sarà persino un controllo sui forum internet. Intanto l’architetto dello stadio olimpico denuncia il “falso sorriso” delle autorità che vogliono far dimenticare problemi attuali e vergogne passate.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Dal 17 al 20 agosto a Pechino sarà vietata la circolazione di 1,3 dei 3 milioni di veicoli che la percorrono ogni giorno, in previsione delle Olimpiadi di agosto 2008 per migliorare la qualità dell’aria. Ma ai media è proibito raccontare i disagi che ci saranno. Intanto l’architetto dello stadio olimpico “Nido d’uccello” denuncia il “falso sorriso” ostentato dal governo per i Giochi.

Il bando di oltre un terzo dei veicoli avverrà con i numeri di targa e ci sarà un’accurata misurazione sulla qualità dell’aria. Si spera una diminuzione del 40% delle emissioni inquinanti. Il funzionario del settore traffico Liu Xiaoming, nell’annunciare ieri questo blocco parziale, ha previsto che ogni giorno circa altri 2 milioni di persone dovranno servirsi dei mezzi di trasporto pubblici, i quali saranno potenziati ed entreranno in funzione mezz’ora prima dell’orario normale. Molti negozi saranno aperti un’ora più tardi. Le auto degli uffici pubblici e delle aziende statali saranno “tagliate” del 70%. Una “lettera aperta” ai residenti invita a privilegiare biciclette e trasporti pubblici, con ampio richiamo alla “nobile responsabilità” di ospitare i Giochi.

Ma ieri ai media è arrivata una circolare degli addetti alla propaganda del Partito comunista che proibisce di raccontare i disagi che ci saranno e annuncia un attento controllo sui siti web che ospitano forum di discussione e scambio di notizie e opinioni per evitare che vadano in rete lamentele sugli inconvenienti nel traffico.

Polveri e fumi di scarico sono un flagello per la Città, con una coltre di smog che per la maggior parte dell’anno impedisce persino di vedere il cielo. Al punto che Jacques Rogge, presidente del Comitato olimpico internazionale, ha prospettato che le gare di resistenza (come maratona e ciclismo) potrebbero essere spostate. Molti atleti programmano di arrivare a Pechino il più tardi possibile, anche solo 4 o 5 giorni prima dell’inizio delle gare, come ha indicato John Coates, capo della delegazione australiana.

Intanto Ai Weiwei, uno di più noti architetti cinesi autore del progetto del nuovo stadio olimpico “Nido d’uccello”, critica la “falsa immagine” di felicità e benessere che il governo ha propagandato con la cerimonia preolimpica dell’8 agosto. Ai ha passato 5 anni in un campo di lavoro nel remoto Xinjiang dove fu mandato il padre Ai Qing, considerato uno dei maggiori poeti moderni del Paese ma colpito dalla “purga” degli anni ’50 e denunciato come “nemico dello Stato e persona di destra”. 

All’agenzia Reuters, Ai osserva che una Nazione non può “celebrare [il presente] ed essere così orgogliosa, se dimentica il suo passato. Devi esaminare con attenzione te stesso, piuttosto che ostentare un falso sorriso.” Pechino, invece, vuole nascondere “troppe cose. L’intera struttura politica, la situazione dei diritti civili…corruzione, inquinamento, [problemi della] istruzione”. “E allora diciamo: scordiamo tutto e accendiamo grandi fuochi d’artificio”. “Questa gente ha una grande opportunità ma si presta a essere manipolata, perché non ha consapevolezza di sé”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10059&size=A



agosto 11 2007

Politici della transizione, figli della televisione

Da Sofia, scrive Francesco Martino

Georgi Lozanov
Televisione, politica, cultura. Il mezzo televisivo è stato e continua ad essere, nel bene e nel male, un protagonista della transizione in Bulgaria e nei Balcani contribuendo a definire, e a volte a creare, i fenomeni che l'hanno segnata. Ce ne parla l'esperto di media Georgi Lozanov
Georgi Lozanov, esperto di media ed informazione, è uno degli intellettuali bulgari più autorevoli. Ha fatto parte del Consiglio nazionale per la radio e la televisione e del Consiglio per i media elettronici. Docente nella facoltà di giornalismo dell'Università di Sofia e nella Nuova Università Bulgara, è il presidente della Balgarska Mediina Koalicija(BMK).


Nelle società moderne, i media vengono considerati il più importante strumento di controllo sui poteri costituiti. Più volte, però, lei ha affermato che, in Bulgaria, i media non rappresentano un vero “quarto potere”. Perché?

Innanzitutto bisogna spiegare cosa intendo per “quarto potere”. Il potere dei media è diverso da quelli costituiti, perché è, per così dire, il potere dell’ “utente finale”, sia esso lettore, ascoltatore o spettatore. Questo utente utilizza il canale aperto dai media per controllare e bilanciare l'operato dei poteri costituiti, e quindi il “quarto potere” appartiene all’individuo, piuttosto che ai media. Detto questo, il problema in Bulgaria nasce dal tipo di élite nata con la transizione, che è piccola, compromessa e monolitica, e negli stretti rapporti che si sono creati tra i rappresentati di questa élite nelle sfere della politica, del business e dei media. Questa intimità è pericolosa soprattutto per questi ultimi, che tendono a somigliare sempre più al potere costituito piuttosto che rappresentare una forma di controllo civile.

Ma come è cambiato nel corso degli anni della transizione il rapporto tra classe politica e mondo dei media?

I media hanno creato questa classe politica. Con il crollo del regime, un’intera élite è stata messa da parte.Trovarne una nuova così, su due piedi, non era però affatto un'operazione semplice. La selezione dei nuovi leader è avvenuta allora attraverso un fenomeno di “auto-acclamazione” e “auto-definizione”, con cui i nuovi politici hanno potuto posizionarsi nello spettro politico del nuovo corso. Per avere legittimità, però, questo doveva avvenire davanti ad un vasto pubblico, che solo i media erano in gradi di fornire. La nuova classe dirigente è nata quindi attraverso un processo di “simulazione” sui mezzi di informazione: prima ne è apparso il volto mediatico, e solo inseguito i suoi protagonisti si sono materializzati nel mondo “reale”. Questo, soprattutto nei primi anni della transizione, ha portato a una forte dipendenza dei politici dai media, e allo stesso tempo ad una forte pressione per il loro controllo.

Ma oggi le cose sono cambiate? Oppure i media continuano a costruire la classe politica, come sembra il caso del sindaco di Sofia e leader di GERB Boyko Borisov?

Ci sono stati importanti cambiamenti. Oggi la pressione sui media non è più solo politica, ma passa attraverso rapporti corporativi molto più complessi, è diventata soprattutto economica. Questo naturalmente, non significa che le cose siano diventate più semplici. Riguardo a Borisov, credo che si tratti di un tipico caso di personaggio politico creato attraverso un forte apparato mediatico, anzi, forse è in assoluto il caso più chiaro e visibile di questo fenomeno. Al tempo stesso, però, credo che si tratti dell’ultimo leader politico a sorgere attraverso la modalità della “simulazione” sui media.

Come è cambiato, invece, il rapporto del pubblico con i media, e soprattutto con la televisione?

La televisione, e questo è un fenomeno generale, entra sempre più profondamente nel campo dell’intrattenimento. In una società in transizione come la nostra, i processi civili e politici rimangono al centro dell’interesse del pubblico, ma vengono seguiti sempre di più attraverso la televisione, che li trasforma in show, sottolineandone gli aspetti sensazionalistici. E’ interessante notare che, in Bulgaria, i dibattiti politici si tengono solitamente all’interno dei programmi della fascia mattutina, tradizionalmente dedicata all’intrattenimento leggero. Il contenitore condiziona anche il contenuto, e la politica, quindi, viene ridefinita in termini di intrattenimento e minore impegno.

Che cosa ha lasciato in eredità la vecchia televisione di regime al nuovo servizio pubblico?

Nulla, se non forse gli stereotipi e il modo di pensare. Tutto il resto è cambiato, basti pensare che da un mondo il cui il canale pubblico era “la” televisione, e godeva di monopolio assoluto, siamo passati ad una situazione in cui la tv pubblica non è leader e, appesantita da una struttura ormai vecchia e sovfadimensionata, non riesce a rispondere alle sfide della concorrenza privata.

Tra gli obiettivi della Balgarska Mediina Koalicija (BMK), rete di organizzazioni non governative che si occupano di mezzi di comunicazione, di cui lei è presidente, c’è quello di una piena armonizzazione della legislazione bulgara sui media con gli standard europei. Questo obiettivo è stato raggiunto?

Questa priorità è venuta a decadere automaticamente con l’ingresso del paese nell’Unione Europea. D'altronde, il capitolo “Politica e Cultura audiovisiva” è stato chiuso da molto tempo. Altra questione, naturalmente, è capire quanto questa armonizzazione sia effettiva sul campo, visto che in Bulgaria si fanno buone leggi, ma poi non si rispettano. Un altro problema viene poi dal fatto che le nuove regole approvate per creare tale armonizzazione sono nate vecchie, visto che non prendono in considerazione innovazioni tecnologiche fondamentali quale la digitalizzazione dei media e dell’informazione.

La televisione viene in gran parte controllata dalla pubblicità. E’ libero il mercato della pubblicità, in Bulgaria?

In Bulgaria non esiste una legge anti-trust, e quindi il mercato non è veramente libero, visto che l’attuale legislazione consente il nascere di posizioni monopolistiche. Oggi esiste un monopolio, le cui origini vanno fatte risalire ai cambiamenti impetuosi che hanno sconvolto la società nel primo periodo della transizione. Un’altra grave limitazione è data dal fatto che in Bulgaria i molti media esistenti possono contare su un mercato pubblicitario ancora poco sviluppato. Questo significa che nessuno vuole perdere i propri inserzionisti, e raramente un media pubblicherà informazioni che possano danneggiare chi lo finanzia con la pubblicità. Ci sono gruppi economici potenti che si reclamizzano su quasi tutti i media, costruendosi così una “quasi-immunità” da ogni tipo di critica.

In Bulgaria si assiste ad un forte rinascere di tendenze nazionaliste. Che ruolo gioca la televisione in questa dinamica?

Il fenomeno della rinascita del nazionalismo è forte. Naturalmente questo nazionalismo non è che una forma, la peggiore, di populismo, che consiste nel dire al pubblico quello che già si aspetta di ascoltare e trova terreno fertile là dove mancano idee politiche. In Bulgaria abbiamo assistito a un paradosso, forse in parte vicino al caso italiano, in cui un canale televisivo, “Skat Tv”, ha dato vita ad un movimento politico nazionalista, quello di Ataka.

Ma questa modalità di creazione mediatica di forze politiche può divenire un modello o è destinata a rimanere un esempio isolato?

Quello che è successo con Ataka è, secondo me, un modello che guarda al passato. La televisione, oggi, entrando a contatto con internet, si sta liberalizzando tecnologicamente, e smette gradualmente di essere un media che parla ad un pubblico massificato. Credo quindi che, con la scomparsa della “massa”, e con la specializzazione sempre maggiore del mezzo, la televisione cesserà di avere le potenzialità per forgiare movimenti politici.

In Bulgaria esiste una televisione etnica rom, “Roma Tv”, con sede a Vidin, nella regione nord-occidentale del paese. Media di questo tipo possono contribuire all’integrazione delle comunità di minoranza, o si corre il rischio che possano diventare un nuovo “ghetto mediatico”?

Non c’è una risposta univoca a questa domanda. Le comunità di minoranza, e soprattutto quella rom, sono molto emarginate dal punto di vista mediatico, e quindi qualsiasi tipo di “integrazione televisiva”, anche basata solo sull’ intrattenimento, rappresenta un fenomeno positivo. L’uomo moderno non vive solo nel mondo degli oggetti e delle cose, ma anche in quello delle parole e delle immagini. Chi vive solo in quello degli oggetti è uno schiavo, e dare spazio ad una comunità nel mondo mediatico significa aiutarla a modernizzarsi. L'esistenza di questa tv, che di fatto è rivolta ad un quartiere rom, è dunque in sé positiva, ma rischia di diventare un fenomeno negativo nel momento in cui diviene l'intero mondo mediatico di riferimento di questa comunità, mentre gli altri media non riescono a trovare canali comunicativi che possano giungere fino a lei. Alla fine potrebbe ripetersi il fallimento rappresentato dall'introduzione delle notizie in turco sulla tv nazionale, gesto liberale che, purtroppo, ha una ricaduta comunicativa pressoché nulla.

Tv e Balcani. Nell’area esistono alcune emittenti regionali, come “Balkanika Tv” e “Pink Tv” che si occupano prevalentemente di musica e intrattenimento. Esiste la possibilità di creare emittenti regionali che possano trattare di temi diversi, come politica e cultura?

Ho personalmente preso parte ad un progetto per la creazione di un canale culturale balcanico, sponsorizzato allora dall’Open Society Institute, che però non è andato in porto. I motivi sono innanzitutto di natura ideologica: la storia ha creato tra i popoli balcanici divisioni profonde, e gli avvenimenti passati sono constante fonte di polemica e scontro. C’è poi, a livello clturale, una forte ignoranza reciproca, e il mezzo televisivo non si presta ad una visione “difficile”, in cui bisogna spiegare continuamente a chi guarda di cosa si sta parlando. L’altro aspetto problematico è la mancanza di un mercato comune nei Balcani, e quindi di inserzionisti interessati a farsi pubblicità su un tale media. Si potrebbe in qualche modo aggirare il problema coinvolgendo aziende multinazionali, come la Coca-Cola, per capirci, ma a qual punto più che di “televisione balcanica”, bisognerebbe parlare di una mera televisione “nei Balcani”, fatta con mezzi che provengono fuori dall’area.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7895/1/51/

SUDAN:
I ribelli uniti nei colloqui, ma senza i loro leader
Daniel Luban

WASHINGTON, (IPS) - I leader dei litigiosi gruppi ribelli del Darfur hanno definito una posizione comune, negoziata dopo quattro giorni di colloqui tra i mediatori di Tanzania, Nazioni Unite e Unione africana terminati lunedì scorso.

I ribelli sperano che la loro posizione comune permetterà di avviare i colloqui di pace col governo del Sudan entro due o tre mesi, secondo l’inviato speciale dell’Onu in Darfur Jan Elliason.

Ma l’assenza nei colloqui dei principali leader dei ribelli rischia di togliere valore a quest’ultimo accordo, avvertono alcuni analisti.

“È un passo avanti, ma il vero lavoro deve ancora cominciare”, ha detto all’IPS Alex de Waal, esperto del Darfur presso il Social Science Research Council.

I colloqui, tenutisi nella città tanzaniana di Arusha dal 3 al 6 agosto, si sono svolti a meno di una settimana dall’approvazione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu di una risoluzione che istituiva la più grande missione nel mondo di peacekeeping in Darfur.

Secondo Elliason e Salim Ahmed Salim, inviato dell’Unione africana, i negoziati hanno prodotto una piattaforma comune su “divisione del potere, divisione della ricchezza, accordi sulla sicurezza, terra/hawakeer [le terre di uno specifico clan o gruppo etnico], e questioni umanitarie”, benché Waal avverta che la posizione comune deve ancora essere sostanzialmente definita.

I negoziati di Arusha hanno riunito i rappresentanti dell’Esercito di liberazione del Sudan (SLA) e del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM), entrambi divisi al loro interno in fazioni rivali sin dall’inizio del conflitto in Darfur, quattro anni fa.

Ma due importanti leader dei gruppi, Suleiman Jamous e Abdel Wahid Mohammed al-Nur, non erano presenti ad Arusha, e secondo gli esperti la loro assenza non promette nulla di buono riguardo all’esito dei colloqui.

Jamous, coordinatore umanitario dello SLA e figura molto ammirata tra i ribelli, è stato tenuto per oltre un anno in custodia di fatto presso un ospedale dell’Onu in Sudan. Il governo sudanese ha minacciato di arrestarlo se avesse lasciato l’ospedale.

”Jamous ha acquisito un certo profilo per la sua natura particolarmente conciliatoria, le sue qualità di statista tra i più affermati, il fatto che le sue mani non si sono mai macchiate di sangue”, ha spiegato all’IPS prima dell’inizio dei colloqui Eric Reeves, un accademico esperto del Sudan.

“La sua presenza sarebbe di estrema importanza e potrebbe avere un ruolo pacificatorio. Ma proprio per questo [il governo di] Khartoum lo tiene in prigione”.

Uno dei principali gruppi ribelli, SLA-Unity, ha minacciato di boicottare i colloqui se Jamous non fosse stato ammesso a partecipare, benché secondo l’agenzia Reuters il gruppo avrebbe poi fatto marcia indietro.

Anche Al-Nur, presidente fondatore dello SLA, non era presente ai negoziati. Ma in questo caso si trattava di una decisione personale.

Venerdì scorso, al-Nur aveva criticato i colloqui in un’intervista al Sudan Tribune, dichiarando che “i mediatori parlano di unità tra i ribelli, ma di fatto incoraggiano le divisioni al loro interno, perché invitano chiunque, che abbia una pistola, un automezzo, o un telefono satellitare, a partecipare”.

Benché adesso viva a Parigi e non comandi più un folto esercito in Darfur, al-Nur rimane una figura ampiamente rispettata dai 2,5 milioni di persone sfollate a causa del conflitto.

”Nur viene ancora visto dalla maggior parte [degli sfollati] dei campi come la voce degli sfollati”; ha detto Reeves all’IPS. “Il buon esito del meeting verrebbe seriamente compromesso se lui decidesse di boicottarlo”.

Reeves ha poi avvertito che “se prendessimo solo una minoranza, o anche un’ampia parte, dei gruppi ribelli per tentare di concludere un accordo, sarebbe la ricetta per un altro fallimento come quello dell’insediamento di Abuja”.

L’accordo di pace del maggio 2006 negoziato tra i ribelli e il governo sudanese ad Abuja, Nigeria, fu firmato solo da uno dei principali gruppi ribelli - la fazione dello SLA guidata da Minni Minawi - e divenne ben presto lettera morta.

I negoziati dello scorso weekend si sono tenuti appena pochi giorni dopo l’approvazione all’unanimità del Consiglio di sicurezza Onu della risoluzione per il dispiegamento di una missione “ibrida” Nazioni Unite/Unione africana in Darfur, composta da 26.000 unità, per il mantenimento della pace. La missione dovrebbe andare a sostituire l’esercito dell’Unione africana, composto di 7.000 persone, e da molti giudicato inefficace.

Benché diversi gruppi di pressione per il Darfur si siano detti cautamente ottimisti sul passaggio della risoluzione, secondo i critici i tempi necessari per dispiegare la nuova forza sarebbero inaccettabilmente lenti, e la risoluzione sarebbe stata fortemente indebolita per garantire l’approvazione della Cina. Jan Pronk, ex inviato dell’Onu in Sudan, ed espulso dal paese nell’ottobre 2006 per aver criticato il governo di Khartoum, ha espresso delle riserve riguardo alla risoluzione.

In un’intervista al quotidiano olandese Trouw, Pronk ha dichiarato che la risoluzione risulterebbe “enormemente” svuotata, osservando che i peacekeeper non potranno sequestrare o disfarsi delle armi illegali. Pronk ha poi ribadito le critiche sui tempi troppo lunghi necessari allo spiegamento, affermando che “ci vorrà moltissimo tempo prima che la missione diventi operativa”.

Il conflitto in Darfur è cominciato nel febbraio 2003, quando i membri delle tribù di etnia africana della regione imbracciarono le armi contro ciò ai loro occhi erano stati decenni di indifferenza e discriminazione da parte del governo di Khartoum, dominato dagli arabi.

Da allora è iniziata una campagna, appoggiata dal governo, fatta di sfollamenti, stupri e uccisioni per mano delle milizie Janjaweed, che ha provocato 450.000 morti e 2,5 milioni di sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite e dell’Unione africana.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=980


agosto 10 2007

Ingrid Betancourt, come i media italiani si prestano al gioco di una giornalista golpista

Ingrid Betancourt

Credo che la notizia della presunta liberazione di Ingrid Betancourt  dovesse essere trattata con più delicatezza e serietà di come è stato fatto. Se non altro per rispetto verso i suoi familiari e per tutti gli altri sequestrati.
Ancora una volta la stampa italiana si è distinta per cialtroneria e pressappochismo.
L’Unità riporta in questo articolo come la  stampa francese faccia  notare che “i quotidiani italiani si sono basati su un’unica fonte per giunta poco affidabile”.
Molto poco affidabile.
La fonte infatti, la giornalista venezuelana  Patricia Poleo, “esule”a Miami, racconta di aver avuto l’informazione da militari di Caracas, ma ovviamente dichiara di non poter fare nomi.
La Poleo è accusata in Venezuela di essere addirittura la mandante dell’omicidio del magistrato Danilo Anderson, oltre che ha apertamente appoggiato il golpe contro Chávez dell’11 aprile.
La falsa notizia ha fatto sì che tra ieri e oggi i mezzi di comunicazione impazzissero letteralmente.
La Colombia ancora una volta purtroppo fa parlare di sé solo se l’argomento  ha il nome e il volto di Ingrid Betancourt.
In questo caso se ne è parlato troppo e malissimo.
Secondo Omero Ciai su La Repubblica,  se Chávez, che pure si era offerto come mediatore,  dovesse ottenere qualche risultato, questo automaticamente dimostrerebbe “un suo legame di complicità con la guerriglia”.
Il Tempo, quotidiano romano, riporta invece ciò che sostiene Patricia Poleo e cioè che il presidente venezuelano vedrebbe rialzate le sue quotazioni “in difficoltà davanti all’opinione pubblica internazionale dopo la vicenda del mancato rinnovo della licenza all’emittente Rctv” .
Al GR3 (edizione delle 8.45) di  radio3  questa mattina,  il Prof. Luigi Bonanate,  docente di relazioni internazionali all’Università di Torino, parlando di cambiamenti (una “terza via”, secondo il professore,  che si differenzia  dalla tendenza del passato dei governi a  richiudersi in se stessi  e da rivoluzioni ormai datate) in America Latina e  di “nuove presidenze”, cita a pari merito Lula, Chávez e Uribe (??!!).
Su l’Opinione.it diretto da Arturo Diaconale, il titolo (La “clemenza“ di Chávez) non lascia spazio a dubbi: era Chávez che teneva sotto sequestro la Betancourt e ha deciso di liberarla.
Sempre secondo l’Opinione, le FARC sarebbero diventate una “formazione paramilitare comunista” e anzi se “sono ancora attive in Colombia lo si deve, a quanto pare, soprattutto a lui”.
Chi è “lui”? Ovviamente Hugo Chávez, chi altri?
Si legge infatti: “Stando a fonti vicine all’opposizione venezuelana (e alle proteste colombiane), Chávez ha fornito alle Farc rifugi sicuri oltre il confine, armi e addestramento, subentrando a Cuba in questo ruolo storico di esportazione della rivoluzione nell’America Latina. Questo suo gesto di magnanimità, la liberazione di Ingrid Betancourt, dopo cinque anni di sequestro, sarebbe dunque un suo atto propagandistico.”
Giornata di stranezze,  e così solo  Panorama ricorda che forse la liberazione della Betancourt  sarebbe tutt’altro che una buona notizia per il presidente colombiano.
Intanto l’intransigenza di Uribe allontana sempre più la possibilità di uno scambio umanitario.
La sua proposta di concedere un’area smilitarizzata per 90 giorni soltanto dopo la liberazione di tutti i prigionieri, giudicata inaccettabile da tutti gli osservatori, a Rocco Cotroneo del Corriere della sera appare invece “come una piccola apertura”.
Purtroppo fino a che la situazione in Colombia non verrà affrontata nel modo giusto, con uno sguardo attento da parte della comunità internazionale sulle reali responsabilità che ha il potere politico colombiano, la solidarietà resterà una parola senza senso.
A Patricia Poleo non importa nulla della Betancourt, vuole solo gettare ombre e dubbi sul presidente Chávez e oggi i media   italiani bene si sono prestati al suo gioco.http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=293

Su Radio Maryia il Vaticano balbetta




di Paolo Soldini

Il caso non è chiuso. Dalla sala stampa vaticano ieri, dopo un lungo e imbarazzato silenzio, sullo scandalo montato intorno all’udienza concessa dal papa al direttore dell’emittente antisemita polacca Radio Maryia è uscita una nota penosa: «Con riferimento alle domande di chiarimento relative al “baciamano” avuto dal P. Tadeusz Rydzyk al termine dell’Angelus di domenica 5 agosto - vi si legge - si comunica che il fatto non implica alcun mutamento nella ben nota posizione della santa Sede sui rapporti tra cattolici ed ebrei». È molto, molto difficile pensare che questa minimizzazione dei fatti (non si è trattato di un “baciamano”, ma di un incontro formale, evidentemente concordato in precedenza), espressa con un linguaggio che più burocratico raramente s’era visto, possa placare l’irritazione delle comunità ebraiche e anche, va detto, di qualche ambiente cattolico.
Richard Prasquier che come presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif) è fra i più autorevoli esponenti dell’ebraismo europeo, nonché un esperto proprio di rapporti con la chiesa cattolica, non trattiene lo sdegno. «Sono molto, molto turbato - dice in un colloquio continuamente interrotto da telefonate di solidarietà e da richieste di interviste - Sono turbato per l’incontro in sé, ma soprattutto per il fatto che nel corso del colloquio da Benedetto XVI non sia venuta al direttore di Radio Maryia neppure la più piccola delle critiche. Oltretutto l’incontro è avvenuto lo stesso giorno in cui è morto il cardinale Lustiger, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla memoria dell’Olocausto. Posso anche arrivare a capire che il capo della chiesa cattolica debba qualche volta ricevere delle persone discutibili, ma se non sente il bisogno di dire alcunché, beh, allora mi preoccupo».http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=92017

POPOLO MAYA CHIEDE PROCESSO PER EX-DITTATORE RÍOS MONTT




“Non chiediamo vendetta, ma giustizia per i nostri morti, per tutto quello che il popolo Maya è stato costretto a subire in 36 anni di guerra”: così Edwin Canil, indigeno 'Maya-Ixil' sopravvissuto al conflitto interno (1960-’96) ha riassunto le ragioni che hanno spinto migliaia di nativi a scendere in piazza a Nebaj, nel nord del paese, uno dei distretti più colpiti dalla violenza durante la politica di ‘terra bruciata’ della dittatura di Efraín Ríos Montt - al potere dal 23 marzo 1982 all'8 agosto 1983 – candidato a deputato alle elezioni del 9 settembre. Al grido di ‘No all’impunità!”, i nativi hanno reso omaggio a oltre un migliaio di vittime della repressione portando in corteo un lenzuolo lungo cinque metri e largo due su cui erano scritti i nomi dei loro familiari e amici uccisi durante la guerra civile. “Intendiamo recuperare la memoria storica ed esigere che Ríos Montt sia processato per genocidio per i massacri compiuti nell’area indigena Ixil” ha detto Antonio Caba, presidente della ‘Asociación para Justicia y Rencociliación’ (Ajr), tra gli organismi che hanno querelato l’ex-generale, su cui pesa anche un mandato di cattura internazionale ai fini dell’estradizione, emanato dalla giustizia spagnola ma finora rimasto lettera morta. Secondo il rapporto presentato nel 1999 dalla Commissione per il chiarimento storico (Ceh) il conflitto provocò almeno 200.000 vittime, tra morti e ‘desaparecidos’, il 45% del solo dipartimento di 'El quiché' dove si trova l’area indigena Ixil.

http://www.misna.org/

POLITICA-SIERRA LEONE:
Tradurre il diritto di voto in un voto reale
Rachel Horner


FREETOWN, (IPS) - Avere il diritto di voto è una cosa; esercitarlo in modo appropriato, o anche solo esercitarlo, è un’altra, come ha dimostrato la Sierra Leone in vista delle elezioni generali di sabato prossimo.

Sono passati quasi 50 anni da quando in questo stato dell’Africa occidentale fu concesso il voto alle donne. Ma il prossimo 11 agosto, alcune di loro rischiano di non poter esercitare a pieno titolo il loro diritto, in gran parte perché la tradizione e la mancanza di un’educazione tra le donne continuano a tenerle lontane dal processo politico.

“Ci sono meno probabilità che le donne, rispetto agli uomini, conoscano la data delle prossime elezioni; meno probabilità che conoscano i nomi dei partiti politici; e meno probabilità che si attribuiscano un alto livello di conoscenza del processo elettorale”, si osserva in una sintesi sui punti chiave del sondaggio “Elezioni in Sierra Leone 2007: analisi esaustiva delle linee di fondo su conoscenze, priorità e fiducia”.

Lo studio è stato condotto dalla British Broadcasting Corporation (BBC), World Service Trust e Search for Common Ground, un’organizzazione non governativa internazionale finanziata dal Ministero britannico per lo sviluppo internazionale.

Mentre l’80 degli uomini intervistati ha dichiarato di conoscere la data delle imminenti votazioni, solo il 65 per cento delle donne sapeva il giorno esatto. La percentuale degli uomini che conoscevano quella data era particolarmente basso nei distretti di Pujehun (52 per cento) e di Bo (43 per cento), entrambi nella Sierra Leone orientale. Più di un terzo degli uomini ha detto di conoscere a fondo il processo elettorale, rispetto a un quarto delle donne intervistate.

Analogamente, uno studio del 2006 dell’agenzia di aiuti Oxfam con sede in Gran Bretagna e del 50/50 Group, ha rivelato che quasi un quarto delle persone intervistate nei distretti orientali di Kailahun e Koinadugu - il 23,8 per cento - credeva che una donna non potesse votare un candidato di sua scelta.

Sono però in atto delle iniziative per cambiare questa situazione, tra cui una campagna nazionale organizzata dal 50/50 Group per promuovere una maggiore partecipazione delle donne nelle imminenti elezioni presidenziali e parlamentari.

Il progetto è stato avviato di recente, grazie ai finanziamenti del “Fondo di sviluppo per le donne africane”, con sede nella capitale del Ghana, Accra. Il 50/50 Group è un’organizzazione della società civile che si batte per aumentare la rappresentatività delle donne in politica, dal momento che costituiscono circa la metà della popolazione. Il censimento 2004 della Sierra Leone stimava una popolazione di circa cinque milioni di persone, di cui il 52 per cento donne.

Nemata Eshun-Baiden - fondatrice ed ex presidente del gruppo -, rivolgendosi ai giornalisti della capitale della Sierra Leone, Freetown, ha dichiarato che l’iniziativa era anche intesa a mostrare alle donne come evitare di votare scheda nulla.

Un comunicato stampa del 50/50 Group osserva: “Nonostante… la formazione già realizzata… è necessaria un’ulteriore formazione, oltre a migliorare la consapevolezza delle donne per superare le barriere messe in piedi contro la loro partecipazione e la loro possibilità di fare scelte consapevoli nelle elezioni”.

“La maggioranza delle donne non è ancora politicamente, socialmente ed economicamente attrezzata per la partecipazione politica”.

La campagna si sta svolgendo sotto forma di workshop co-diretti dai funzionari della Commissione elettorale nazionale (NEC). Durante i laboratori vengono simulate delle sezioni elettorali, per dare alle donne la possibilità di esercitarsi nel voto, con l’uso di schede elettorali dimostrative.

Le schede elettorali mostrano le foto dei candidati, per aiutare le votanti analfabete - un aspetto particolarmente rilevante per le donne in Sierra Leone. Secondo il Rapporto sullo sviluppo 2006 delle Nazioni Unite, solo il 24 per cento delle donne del paese sa leggere e scrivere, rispetto al 46,9 per cento degli uomini.

Nei workshop vengono poi discussi altri aspetti del processo elettorale, e radio e televisione trasmettono messaggi in diverse lingue locali per sollecitare le donne a votare. Secondo un sondaggio di BBC e Search for Common Ground, “una maggiore percentuale di radioascoltatori, rispetto ai non ascoltatori, conosce la data delle elezioni, e una maggiore percentuale di ascoltatori, rispetto ai non ascoltatori, riferisce di avere più fiducia nella propria conoscenza del processo elettorale”.

Il 50/50 Group prevede anche di collaborare con la commissione elettorale per valutare l’efficacia della campagna, analizzando il possibile aumento nel numero delle donne che voteranno alle prossime elezioni, rispetto alle precedenti votazioni (secondo il portavoce della NEC, sono stati registrati circa 2,6 milioni di votanti per le prossime elezioni, di cui il 49 per cento donne).

Ma in un paese in cui anni di guerra civile hanno colpito in modo particolare le donne, le mogli e le madri logorate dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza del nucleo familiare saranno in grado di partecipare ai workshop?

Ehun Baiden si dice ottimista: “Useremo dei megafoni… (e) faremo qualsiasi cosa perché le donne abbandonino la loro routine per partecipare ai nostri seminari”, ha detto all’IPS.

Se le donne cominceranno ad esercitare il loro potere di voto, è assai probabile che cambieranno l’aspetto della politica in Sierra Leone.

Dal Rapporto di Oxfam e 50/50 Group sulle elezioni 2007 in Sierra Leone è emerso che il 75 per cento delle donne intervistate vorrebbe votare per un candidato presidenziale donna, mentre solo il 55 per cento degli uomini farebbe questa scelta. Nessuno dei tre principali partiti politici del paese ha scelto una donna per rappresentarlo nelle elezioni presidenziali.

Le donne compongono il 14,5 per cento della legislatura uscente della Sierra Leone, e ci sono anche tre donne tra i ministri di gabinetto (si veda 'SIERRA LEONE: Caught Between Leaving the Kitchen and Putting Food on the Table', su www.ipsnews.net)

La Sierra Leone è uno dei paesi più colpiti dalla povertà nel mondo, dopo che le sue ampie riserve di diamanti sono servite ad alimentare la brutale guerra civile conclusasi nel 2002. Il Rapporto Onu sullo sviluppo osserva che tre quarti della popolazione del paese vivono con meno di due dollari al giorno.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=979

community

Gli ultimi post sui babelblog

Last discussions in the forums

Gli ultimi babeliani registrati

Autore
Click here to find out more!

Dossier: IMMIGRAZIONE, UE TERRA PROMESSA

Thomas Huddleston - Brussels - 8.8.2007
'Not another Nordic Malta - yet'

Qui Svezia. «Non vorrete mica farci diventare la Malta del Nord?»

La crisi dei rifugiati iracheni è planetaria ma solo il 4% ha cercato riparo in Europa. Principalmente nel Paese scandinavo.
Per la prima volta da cinque anni il numero di rifugiati nel mondo è in crescita. L'allarme arriva da António Guterres, l’Alto Commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite e già Presidente del Portogallo. Le cifre sono contenute in un rapporto pubblicato il 20 giugno 2007, Giornata mondiale per i rifugiati. Gli esperti avvertono che il numero dei richiedenti asilo in Europa raddoppierà arrivando a 40mila nel 2007. Causa principale dell'esodo, la guerra irachena. L’invasione guidata dagli Stati Uniti e la seguente guerriglia hanno spinto quattro milioni di iracheni lontano dalle loro case. Circa la metà di questi trova comunque sistemazione nel proprio Paese nonostante la guerra civile. Altri hanno trovato riparo nelle vicine Giordania e Siria.

Iraq-Svezia solo andata. In cerca di pace

Nella speciale classifica dei rifugiati gli iracheni detengono il terzo posto nel mondo e il primo in Europa. Nel solo biennio 2005/06 la richieste di asilo da parte di iracheni sono cresciute del 50%. In questo scenario la Commissione europea riapre la spinosa questione della politica d’asilo comune a tutti e 27 gli Stati membri. Le notizie dal confine Sud-Est dell’Unione non sono incoraggianti. Paesi come Malta rifiutano di ammettere il flusso continuo delle carrette del mare piene di migranti e richiedenti asilo. Le organizzazioni umanitarie rispondono condannando queste politiche.
Voli di linea quotidiani permettono agli iracheni in fuga di raggiungere la generosa Svezia dalla città di Erbil, nell'Iraq settentrionale. Il Paese scandinavo era già diventato un autentico paradiso già dal 1997 al 2003, quando accoglieva i perseguitati dal regime di Saddam. Molti beneficiarono delle generose politiche per l’integrazione destinate ai rifugiati. Altri si riunirono alle loro famiglie grazie all'accogliente atmosfera delle già ben inserite comunità irachene, come a Sodertalje, città a sud di Stoccolma o la città portuale di Malmö. Dopo i finlandesi, gli iracheni sono il secondo gruppo etnico più numeroso nel Paese.

E Stoccolma chiede di condividere il fardello

La stampa europea considera tutto questo un problema dell'Europa del Sud, che non riuscendo a fronteggiarlo rende sempre più preoccupati i pacifici e generosi Paesi del nord Europa. Stoccolma teme che il crescente numero di rifugiati iracheni: oltre 18mila, infatti, hanno richiesto l'asilo dal 2006, più di ogni altro Paese europeo. «Non vorrete mica farci diventare la Malta del Nord?» scherza André Nilen del Dipartimento svedese per l’immigrazione. Nel febbraio 2007 il Ministro per l’Immigrazione e le Politiche europee Astrid Thors chiese agli altri Paesi Ue di condividere il fardello svedese. Un tema sottolineato anche dal Commissario europeo alla Giustizia Franco Frattini nel giugno 2007. Dal 6 luglio, il Governo svedese ha adottato una politica che si ispira a quella dei Paesi del Sud Europa e si appresta così a riconoscere meno rifugiati. Il Dipartimento per l’immigrazione ha annunciato che solo coloro chi è esposto a minacce specifiche, e non più generali, riceverà asilo. Ciononostante il futuro di questa proposta è incerto, avendo scatenato le proteste dei legali dei rifugiati e degli immigrati iracheni.

Servono soluzioni innovative

«Sono 200 anni che il nostro Paese non è in guerra» afferma Nilen. «La nostra unica esperienza con la guerra, in tutti questi anni, è stato dare rifugio a chi ne stava scappando». Fedele al suo carattere, la Svezia spera che si possa trovare una soluzione alternativa che permetta di accogliere come sempre i rifugiati iracheni. «Ci lamentiamo solamente perché a Bruxelles l'argomento non è trattato in modo creativo e utile. La Svezia vuole sollevare la questione il più possibile e anche prendere l’iniziativa in materia.»
Proposte innovative potrebbero far diminuire in Svezia la richiesta di dislocare i rifugiati in altri posti. La concentrazione delle famiglie irachene a Sodertalje o Malmö ha spesso come conseguenza la disoccupazione e il sovraffollamento, due delle principali ragioni usate per chiedere il taglio dei sussidi e diminuire il numero di rifugiati. Alcuni chiedono la linea dura e pretendono che la legge definisca con precisione le zone adibite ai rifugiati: «Gli studi sui profughi arrivati in Svezia durante le guerre balcaniche degli anni Novanta dimostrano che se gli immigrati si stabiliscono città piccole, come Malmö, possono trovare maggiori opportunità di lavoro e un'istruzione sicura per i figli», spiega Nilen.

Iraqi refugee (Photo: .ash/ Flickr)PORTE CHIUSE AGLI IRACHENI. È POLEMICA IN SVEZIA

"Pace", "No alla violenza", "Sì all’amore". Questi gli slogan degli iracheni di religione cristiana residenti in Svezia che il 30 giugno 2007 hanno partecipato alle manifestazioni pacifiche in diverse città, tra cui Göteborg e la città meridionale di Linköping. Le proteste, con le quali si chiedeva al Governo svedese una maggiore disponibilità nel concedere asilo, sono nate dopo la recente delibera del Dipartimento svedese per l’immigrazione, secondo cui sarà possibile offrire asilo ai soli iracheni provenienti dal Sud e dal Centro del Paese in caso di reali violenze.
«Se gli iracheni cristiani non si convertono all’Islam, vengono espulsi» ha spiegato Suham Dawood, portavoce della Chiesa Assira d’Oriente nella sua dichiarazione al quotidiano liberale conservatore Östgöta Correspondenten. Il deputato di sinistra Hans Linde ha affermato a Göteborg che la violenza «ha ormai raggiunto dimensioni tali da poter essere definita pulizia etnica. È giunta a un livello così estremo che, da cittadino svedese, non riesco proprio a comprendere».
Il Dipartimento per l’immigrazione sostiene fermamente che, al momento, in Iraq non vi sia alcun conflitto armato. Paradossalmente, sul quotidiano di Stoccolma Dagens Nyheter il 13 luglio 2007 si leggeva che il Dipartimento aveva appena rifiutato di mandare inviati a Baghdad per verificare la situazione attuale, poiché la loro sicurezza non poteva essere garantita. Delle indagini sul posto si è presa carico la Giordania.

Articolo di Waldemar Ingdahl, cafébabel.com Stoccolma

Scheda tradotta da Antonella Iecle
Thomas Huddleston - Brussels http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11766


agosto 9 2007

ALLARME MALNUTRIZIONE PER CENTINAIA DI MIGLIAIA DI PERSONE NEL SUD



Sono circa 520.000 le persone “ad alto rischio di insicurezza alimentare” che hanno bisogno di un immediato aiuto umanitario: è l’allarme lanciato dagli esperti mozambicani e internazionali che si occupano di monitorare la sicurezza alimentare nel paese. Secondo l’ultimo rapporto, realizzato sulla base degli studi condotti nei mesi scorsi, gli eventi climatici che hanno colpito il Mozambico nel corso dei primi mesi dell’anno (alluvioni del fiume Zambezi a Febbraio e Marzo, il passaggio del ciclone Favio a febbraio e le scarse piogge cadute sul sud del paese da Ottobre all’inizio del 2007) hanno seriamente messo a repentaglio la capacità di produzione e di sussistenza alimentare di almeno sette province della zona meridionale e centrale del Mozambico. Gli esperti ritengono che la ‘stagione della fame’, che normalmente inizia in ottobre, quest’anno verrà anticipata ad Agosto e Settembre e rischia di trascinarsi fino al Marzo del 2008, quando la situazione dovrebbe tornare alla normalità. Se la seconda stagione dei raccolti dovesse andare male, il numero di persone che avrà bisogno di aiuti umanitari immediati per sopravvivere salirà a quasi 700.000. La situazione che si va delineando in Mozambico sfiora il paradosso se si tiene conto del fatto che la zona nord del paese ha fatto registrare quest’anno un surplus di mais, ma, a causa degli alti costi dei trasporti interni, il flusso di cibo tra le due aree del paese è limitato e insufficienti a coprire i bisogni delle zone meridionali.


http://www.misna.org/

Cina : a un anno da Olimpiadi cresce repressione libera stampa
di Gabriella Mira Marq

Gli attivisti cinesi per i diritti umani stanno subendo una sorveglianza ancora piu' stretta del solito e 20 giornalisti stranieri sono stati arrestati in Cina mentre coprivano una manifestazione per la liberta' di espressione.

Ad un anno dai giochi olimpici di Pechino, che diverse organizzazioni per i diritti delle minoranze cinesi chiedono di boicottare, la Cina si conferma repressiva nei confronti della liberta' di espressione e di stampa. Lo denunciano questi eventi e lo denunciano anche le principali organizzazioni non goverative, come Amnesty International e Human Rights Watch.

Recentemente un gruppo di persone e' stato arrestato durante una manifestazione contro la polluzione a Xiamen ed e' stato arrestato anche l'ecologista Wu Lihong, le cui proteste mirano ad evitare la contaminazione del del gran lago Taihu. Come ha poi denunciato il quotidiano francese Libération, nell'ultimo anno e mezzo la quasi totalita' delle associazini non governative cinesi ha ricevuto visite regolari della polizia e di persone "vicine al governo".

Ad una decina fra esse e' stato impedito di accettare fondi da istituzioni internazionali come Oxfam e cio' ha paralizzato i loro progetti. Le organizzazioni colpite hanno un punto in comune: favoriscono lo cambio di informazioni con la societa' civile e il fatto di fornire informazioni sui diritti alle persone svantaggiate.

Secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, le notizie sulla repressione della libera informazione in Cina aumentano le preoccupazioni per la situazione dei circa 700 giornalisti stranieri che sono oggi a Pechino e per i cira 30.000 che si pensa convergeranno sulla capitale cinese da tutto il mondo per i giochi olimpici. Nel 2001, quando Pechino fu selezionata quale sede olimpica, le autorita' cinesi assunsero un impegno per il rispetto dei diritti umani, ma le denunce della stampa straniera e delle organizzazioni non governative sembrano mostrare un quadro diverso.

Secondo AI, non solo Pechino non sta mantenendo la promessa fatta sui diritti umani, ma "la polizia sta utilizzando il pretesto dei giochi per ampliare l'uso della detenzione senza processo" e vari attivisti di Pechino stanno sopportndo gli arresti dominciali ed una stretta sorveglianza politica. Secondo un'informativa di HRW, "il governo cinese continua ad ccusare, intimidire e detenere i giornalisti stranieri e il loro colleghi locali che informano su temi sensibili come la dissidenza politica, il Tibet, l'AIDS o le manifestazioni popolari".

E va notato che le nazionalita' diverse dei giornalisti coinvolti sono garanzia di veridicita' delle accuse, spesso rintuzzate dalle autorita' come complotti di parte.

Questa settimana Reporter senza Frontiere ha organizzato una protesta contro le violazioni alla liberta' di espressione nel Paese. Il risultato e' stata la detenzione, per due ore, di una ventina di giornalisti di vari Paesi stranieri che erano presenti per coprire l'evento. E ieri il presidente di RSF, Fernando Castelló, la vicepresidente, Rubina Möhring, il segretario generale, Robert Ménard e il responsabile dell'organizzazione in Asia, Vincent Brossel, sono stati espulsi dalla Cina dopo che - secondo una nota dell'organizzazione - si erano rifiutati di formare un documento con cui si impegnavano a non organizzare piu' atti di protesta.

Considerando che lo slogan dei giochi olimpici cinesi sara' "un mondo, un sogno", ci si chiede invece se per tanti non sara' un incubo.


www.osservatoriosullalegalita.org



agosto 8 2007

ENERGIA-SUD AMERICA:
In stallo il progetto per il mega gasdotto
Humberto Márquez

CARACAS, 7 agosto 2007 (IPS) - Il progetto sudamericano di un mega-gasdotto per il trasporto di gas naturale dai Caraibi al Rio de la Plata, destinato a rifornire anche gran parte del Brasile, “si è raffreddato grazie agli attacchi da parte dello stesso Sud America”, e ai tentativi degli Stati Uniti di ritardare i piani, denuncia il presidente venezuelano Hugo Chávez.

Il gigantesco progetto era stato presentato a Rio de Janeiro nell’aprile 2006 da Chávez, dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da Néstor Kirchner, presidente argentino. Le spese per coprire gli 8.000 chilometri di gasdotto e collegare i tre paesi oltre a Paraguay, Uruguay, Perù ed Ecuador, si aggirerebbero intorno ai 25 miliardi di dollari.

Il gasdotto dovrebbe attraversare la regione brasiliana oppure aggirarla dal lato orientale, trasportando fino a 150 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno - l’equivalente di circa metà dell’attuale consumo venezuelano - dal nord-est del Venezuela ai principali centri urbani e industriali dei paesi a sud.

”Fortunatamente per l’America Latina, il Venezuela ha una delle più grandi riserve di gas del mondo. Qui il gas durerà un secolo”, ha dichiarato Chávez la settimana scorsa in un incontro con alcuni suoi sostenitori, ad ovest di Caracas.

Le riserve di gas del Venezuela sono stimate intorno ai 150 trilioni di piedi cubici, al nono posto nel mondo, ma la maggior parte di questo gas è associato al petrolio grezzo, che deve essere pompato per l’estrazione del gas. La Bolivia è la seconda riserva di gas naturale del Sud America, con 52 trilioni di piedi cubici, ma qui il gas è non associato, è gas libero.

L’entusiasmo iniziale per il gasdotto, che secondo l’accordo raggiunto a Rio de Janeiro doveva essere presentato agli altri governi sudamericani a settembre, è stato frenato da lunghi intervalli tra gli incontri, tempi dilatati per approfondire le ricerche sul progetto, e un silenzio ufficiale sul tema.

”Non possiamo costringere nessuno” a partecipare al progetto del gasdotto, ha dichiarato Chávez, aggiungendo che la proposta è motivata da un desiderio di cooperazione regionale, perché “se avessi pensato solo ai soldi, avremmo venduto (il gas) al Nord America”.

L’organizzazione ambientalista Friends of the Great Savannah (AMIGRANSA), un enorme parco nazionale nel sud-est del Venezuela, era entusiasta. “Per fortuna tutto ciò che è stato detto su questo ammirevole piano titanico è stato confermato dagli esperti sudamericani e dai loro studi di fattibilità”, ha dichiarato il gruppo.

Alicia García di AMIGRANSA ha detto all’IPS che “da un punto di vista ottimistico, il presidente Chávez potrebbe essere in possesso di informazioni sull’impraticabilità del gasdotto; ma volendo essere pessimisti, forse sta facendo pressioni sui suoi alleati per ricevere pieno appoggio”.

Chávez dovrebbe incontrare Kirchner la settimana prossima, ma le sue dichiarazioni sul presunto “raffreddamento” del progetto sul mega-gasdotto sono giunte dopo l’incontro del ministro per l’energia venezuelano Rafael Ramírez con il presidente argentino.

Secondo i resoconti dei governi sudamericani interessati, sette gruppi di esperti, in totale circa 50 persone, stavano studiando la fattibilità economica e tecnica del gasdotto, oltre agli aspetti ingegneristici, al tragitto previsto, ai fattori finanziari, ambientali e sociali.

Il disappunto di Chávez riflette la fase di stallo negli incontri e negli studi per trasformare il progetto in realtà, e sembra dimostrare la legittimità delle critiche al gasdotto.

”Anche senza considerare le questioni ambientali o di profitto, il progetto è impraticabile perché il Venezuela oggi non possiede il gas per alimentarlo”, ha detto all’IPS Luis Giusti, ex presidente della compagnia petrolifera di stato (PDVSA), poche ore prima che Chávez annunciasse le nuove difficoltà.

Nell’ultimo anno, il progetto è stato aspramente criticato, anche da chi era destinato a beneficiarne.

”Non ha senso in termini economici: attraversa molti fiumi e foreste, per questo è impossibile calcolarne i costi; e trasportare il gas venezuelano in Argentina sarebbe troppo caro”, ha detto il segretario per l’energia dello stato brasiliano di Rio de Janeiro, Wagner Victer.

A dispetto dell’alleanza politica tra La Paz e Caracas, il vice ministro degli idrocarburi boliviano, Julio Gómez, aveva detto nell’aprile 2006 che il gasdotto “è un progetto assurdo, pura follia”. Il parlamento boliviano l’ha definita “concorrenza sleale”, o dumping del Venezuela contro i tentativi della Bolivia di far salire i prezzi del proprio gas.

Ma la battaglia più violenta è stata condotta dagli ambientalisti, che hanno raccolto le firme in quattro continenti perché i governi annullassero il progetto. Lettere ai presidenti firmate da AMIGRANSA sono state consegnate in occasione del Vertice sudamericano sull’energia tenutosi ad aprile in Venezuela.

”L’integrazione dei nostri popoli richiede uno spostamento di paradigma dal modello di sviluppo subordinato ai combustibili fossili che è stato imposto alla nostra civiltà”, dice la lettera di AMIGRANSA, che denuncia il progetto perché “aumenterebbe il nostro debito ambientale e sociale, e quindi la povertà”.

Costruire il gasdotto e creare le strade e le attrezzature necessarie per la sua manutenzione “sarebbe l’ultimo passo verso la distruzione della giungla amazzonica, della regione venezuelana della Guayana, e di molti ecosistemi delle coste caraibica e atlantica, con il rischio imminente nella regione di conseguenze devastanti per il pianeta”, secondo gli ambientalisti.

Le proteste di Chávez sul gasdotto potrebbero portare a nuovi attriti, poiché le accuse sono divise tra Brasile e Venezuela.

”Niente e nessuno riuscirà a separarci”; ha più volte ripetuto Chávez, riferendosi all’alleanza politica con Lula, nonostante le evidenti divergenze mostrate quest’anno da Caracas e Brasilia.

La prima - altra questione legata all’energia - riguarda l’accordo tra Stati Uniti e Brasile per sviluppare la produzione e il mercato globale dell’etanolo come combustibile alternativo alla benzina, una scelta criticata da Chávez e dal presidente cubano Fidel Castro poiché andrebbe contro gli interessi dell’umanità che, sostengono, ha più bisogno di raccolti che di biocombustibili.

I due presidenti si sono scontrati anche sulle procedure di ingresso a pieno titolo del Venezuela nel Mercato Comune dell’America del Sud (Mercosur), nato come associazione tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay.

Lula ha rimproverato Chávez per aver definito il parlamento brasiliano “pappagalli dell’impero (Usa)”, dopo le critiche mosse da alcuni parlamentari a Caracas per non aver rinnovato la licenza ad una stazione televisiva privata ostile al suo governo. Il Brasile non ha ancora ratificato l’ingresso del Venezuela nel Mercosur.(http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=978


agosto 7 2007

La morte di un patriarca

Mihaela Iordache

Si sono tenuti venerdì scorso i funerali del patriarca romeno Teoctist. Aveva guidato la chiesa ortodossa rumena per un ventennio. Dal regime di Ceausescu sino agli anni della democrazia. Ora la successione
Un giorno di lutto nazionale in Romania, venerdì scorso, per i funerali del Patriarca della Chiesa ortodossa romena Teoctist. Il Patriarca si è spento lunedì, 30 luglio, nell’ospedale Fundeni di Bucarest, all’età di 92 anni per arresto cardiaco insorto in seguito alle complicazioni di un intervento alla prostata cui si era sottoposto nello stesso giorno.

Il capo del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa romena entrò nell’ordine monastico all’ètà di 13 anni, durante il regime comunista divenne vescovo. Fu eletto Patriarca il 9 novembre 1986, restando in carica anche dopo la Rivoluzione dell’89.

Durante i 20 anni alla guida della chiesa in un paese dove su 22 milioni di abitanti l’86,8% si dichiara ortodosso, Teoctist è riuscito a consolidare i rapporti con tutte le Chiese Ortodosse, nonché a rafforzare i legami ecumenici con la Chiesa Romano-Cattolica, con le chiese Protestanti, altri culti e organismi ecumenici. Il suo nome resterà per sempre nella storia per aver invitato Papa Giovanni Paolo II a visitare la Romania. Primo invito dopo il grande scisma tra Occidente ed Oriente del 1054.

E fu nel maggio 1999 che per la prima volta un Pontefice visitò un paese a maggioranza ortodossa. L’entusiamo spontaneo della gente uscita per le strade della capitale Bucarest si era tradotto in un grido comune “Unitate, Unitate” (Unità, Unità) all’indirizzo della chiesa ortodossa e cattolica.

Ma l’attività di Teoctist non è stata priva di difficoltà sia durante il terrore del comunismo sia dopo la caduta del regime. Nonostante sia riuscito a resistere a molti compromessi imposti dal regime comunista, spesso gli attacchi all’indirizzo della chiesa sono stati attacchi alla sua persona, essendo accusato di aver collaborato con l’ex regime e in particolare con la polizia politica della Securitate.

Il servizio romeno di informazioni ha precisato invece che ad essere pedinato è stato il patriarca. Ai giornalisti presenti l’anno scorso ai festeggiamenti dei suoi 20 anni di patriarcato aveva risposto che la sua maggior amarezza è stata vedere le chiese demolite, i preti imprigionati ingiustamente nel periodo comunista: ”La demolizione delle chiese. Ne abbiamo costruite altre nuove, ma quelle che sono state demolite se ne sono andate (…)”.

E' stato comunque una figura controversa. Criticato anche per l’atteggiamento passivo nei confronti della demolizione delle chiese. Solo a Bucarest è stato costretto ad accettare la demolizione di 26 chiese, veri e propri monumenti storici.

Dopo la Rivoluzione del dicembre 1989 in un clima di forte contestazioni di natura politica rilevanti alla demolizione delle chiese nella capitale romena, nella riunione del Santo Sinodo del 10 gennaio 1990 ha annunciato un suo ritiro in segno di penitenza. Si è poi rifugiato al monastero di Sinaia sino ad aprile quando il Sinodo lo ha richiamato in seguito a richieste arrivate da tutto il paese da parte dei fedeli, del clero, delle parrocchie e monasteri.

La successione e la lotta per il potere

La Chiesa ortodossa romena è autocefala dal 1885 e patriarcale dal 1925. Sono circa 19 milioni di fedeli distribuiti in 19 diocesi che seguono il rito bizantino in lingua romena. E' la maggiore per numero di fedeli dopo quella russa. E' organizzata come Patriarcato ed è formata da sei metropolie a loro volta composte da arcivescovadi per un totale di 11.102 parrocchie,13.925 preti e diaconi, 14.870 luoghi di culto. Per i fedeli romeni all’estero ci sono inoltre tre metropolie e due vescovadi in Europa e un arcivescovado sul continente americano.

La morte del Patriarca Teoctist ha determinato speculazioni nei confronti del suo successore e discussioni sulla necessità di riforme. La chiesa ortodossa ha rivendicato sempre un appoggio da parte dello stato. D'altronde la legge sui culti prevede che il clero ortodosso (ma anche gli altri culti) ricevano soldi dallo stato. Sono previste inoltre anche altre modalità di finanziamento dagli enti locali.

Forse anche per questo le componenti laiche della società spesso richiedono di avere informazioni sulle spese e i beni delle gerarchie ecclesiastiche nonché su aspetti morali, quali eventuali collaborazioni dei sacerdoti con l’ex polizia politica del regime Ceausescu, la Securitate.

Pochissimi quei rappresentanti della chiesa che hanno confessato pubblicamente la loro collaborazione. I dossier sui sacerdoti collaboratori della Securitate e del regime comunista nonché l’atteggiamento rispetto ad alcune proprietà greco-cattoliche non ancora restituite sono alcuni dei problemi principali rimasti in sospeso dopo la morte del Patriarca.

L’elezione di un nuovo capo della Chiesa ortodossa romena potrebbe quindi riaprire le discussioni su argomenti sensibili come quelli enunciati sopra. Sintetizzando, si sfidano due correnti: modernismo e tradizionalismo. La domanda ricorrente è se dopo Teoctist ci sarà una continuità oppure si troverà spazio ed apertura per una riforma.

Per il periodo della sede vacante la sede patriarcale è occupata provvisoriamente dal metropolita Daniel di Moldova e Bucovina. Il patriarca verrà eletto dal Collegio Elettorale della Chiesa, composto quasi per metà dai laici. Il voto sarà segreto e il patriarca verrà eletto tra i due o tre candidati indicati dal Santo Sinodo dopo 41 giorni di sede vacante.

La lotta per la successione è in realtà cominciata già anni fa. Il capitale di fiducia di cui gode la chiesa - è la prima istituzione nei sondaggi di gradimento dei romeni - rappresenta un punto di attrazione da non sottovalutare per i politici che in questi giorni hanno pellegrinato alla bara del patriarca. Non è quindi escluso che dietro alle quinte dell’elezione del nuovo capo della chiesa ortodossa romena ci siano anche loro, i politici, a cercare alleanze con un candidato piuttosto che un altro.

Tra i rappresentanti dei laici nel Collegio elettorale della Chiesa ci sono nomi noti di politici come il presidente del PNTCD (partito democristiano), Marian Milut, il vicepresidente del PD (democratici), Sorin Frunzaverde, il vicepresidente PNL (liberali), Cornel Popa, l’accademico Balaceanu Stolnici, l’ex senatore Dorel Onaca. Il loro voto avrà quindi un peso nell’elezione del patriarca. Dei 180 membri del Collegio, circa 70 sono laici.

I favoriti alla poltrona patriarcale sono il metropolita Daniel di Moldova, visto come un modernista e il metropolita Teofan di Oltenia, percepito come un tradizionalista. “L’Ecumenista” Daniel ha 56 anni, è laureato in Teologia a Sibiu, ha studiato a Strasburgo e Freiburg im Breisgau e ha due dottorati in teologia. Mentre il rappresentante del tradizionalismo, Teofan ha 48 anni, è laureato in Teologia a Bucarest, ha un dottorato in teologia a Parigi ed è stato tra la gerarchia ecclesiale molto vicina al patriarca Teoctist. Gli analisti considerano che molto dell'elezione si giocherà sull’atteggiamento conservatore oppure, al contario, più aperto dei candidati rispetto ai dogmi della chiesa.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8098/1/48/

BASILAN: CIVILI IN FUGA PER TIMORE OFFENSIVA ESERCITO



Almeno 7000 persone avrebbero già lasciato le proprie case nell’isola meridionale di Basilan per timore di un’imminente offensiva dell’esercito contro i responsabili della morte di 14 soldati in scontri avvenuti il 10 luglio con i separatisti del Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf) nell’area di Al Bakra. Un’operazione già annunciata dal governo di Manila e ‘congelata’ la scorsa settimana in attesa dell’esito delle indagini condotte dal ‘Comitato bilaterale di coordinamento della cessazione delle ostilità’ (Ccch) per stabilire con esattezza chi abbia ucciso i ‘marines’, dieci dei quali sarebbero stati decapitati. Secondo il Comitato, la responsabilità sarebbe dei militanti del gruppo radicale islamico Abu Sayyaf, mentre il Milf ha ripetutamente negato di aver commesso atrocità contro i militari. La stampa filippina riporta oggi che almeno 5000 soldati sarebbero pronti a lanciare l’attacco e avrebbero già allestito un cordone per impedire la circolazione di generi di prima necessità per isolare i combattenti. La presidente Gloria Arroyo ha inoltre annunciato l’invio di squadre mediche del governo nella regione, in vista di una possibile emergenza sanitaria dovuta agli imminenti combattimenti. I combattimenti avvenuti il 10 luglio erano stati inizialmente collegati dalle autorità filippine alle operazioni di ricerca di padre Bossi, rapito il 10 giugno e rilasciato dopo 39 giorni di prigionia; una circostanza che non ha tuttavia trovato in seguito conferme indipendenti.
[FB] http://www.misna.org/




Hiroshima, 62 anni fa l’atomica
La città giapponese ricorda le vittime del bombardamento Usa; il sindaco “contro” Washington che non ha saputo arrestare la proliferazione. Dopo la recente sconfitta elettorale, il premier Abe, incontra i sopravvissuti e promette maggiore assistenza sanitaria. Tra tre giorni l’anniversario di Nagasaki.

Hiroshima (AsiaNews/Agenzie) – Migliaia di sopravvissuti all’atomica, bambini e autorità governative si sono riunite oggi al Parco della Pace ad Hiroshima, per commemorare le vittime dell’ordigno nucleare, nel 62esimo anniversario del bombardamento. Durante la commemorazione il sindaco della città, Tadatoshi Akiba, è intervenuto contro gli Stati Uniti, colpevoli di “non essere riusciti ad arrestare la proliferazione nucleare”.

Al Parco della Pace, vicino al luogo dell’impatto, i partecipanti alla celebrazione hanno osservato un minuto di silenzio alle 8.05 ora locale, quando il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò la bomba atomica su Hiroshima, il 6° agosto 1945. Quel giorno morirono 140mila persone. Solo 3 giorni dopo un altro aereo americano lanciò una bomba al plutonio su Nagasaki facendo circa 80mila morti. Sei giorni dopo il Giappone si arrese.

Ieri durante un incontro con 7 gruppi di sopravvissuti ad Hiroshima, il premier Shinzo Abe ha ribadito che il Giappone continuerà a tenere fermi i principi di non possedere, sviluppare o importare armi nucleari sul suo territorio. Le dichiarazioni seguono le forti polemiche sollevate il mese scorso dal ministro della Difesa, Fumio Kyuma - poi dimessosi - secondo cui i bombardamenti atomici americani potevano essere giustificati; in proposito Abe ha presentato le sue scuse e anzi, ha promesso un maggior sostegno medico ai sopravvissuti e un piano contro malattie dovute alle radiazioni. L’iniziativa non è stata accolta con favore da tutti. Una parte dell’opinione pubblica e alcuni analisti la giudica “poco sincera” e “priva di linee concrete”, leggendovi una mossa per recuperare consensi dopo la disfatta elettorale del suo partito nelle ultime elezioni per la Camera Alta.

Il numero totale delle vittime di Hiroshima riconosciute dal governo è di 253.008.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10011&size=A



agosto 6 2007

Phoenix in viaggio verso Marte, pianeta affollato

 

Armata di una piccola ma potente trivella, una sonda americana e’ partita per una nuova avventura marziana. Phoenix Mars Lander e’ in viaggio verso il pianeta rosso, sempre piu’ affollato da robot e fotografato dal cielo in vista di una futura missione umana. Al centro dell’attenzione del nuovo sbarco su Marte della Nasa sara il polo nord del pianeta, per esplorarne i ghiacci. […]
   Phoenix deve il proprio nome al fatto di essere rinata, come la mitologica araba fenice, dalle ceneri di una missione che fu cancellata dalla Nasa dopo il fallimento nel 1999 di Polar Lander, una sonda scesa al polo sud di Marte e subito andata perduta. Uno dei tanti precedenti che spingono l’agenzia spaziale alla cautela e la terranno con il fiato sospeso fino a quando, il 25 maggio 2008, Phoenix non avra’ posato le proprie tre zampe sul pianeta rosso. Per ora il lancio da Cape Canaveral alle 5:26 locali di sabato (le 11:26 in Italia) ha rispettato il copione, con un razzo Delta II che ha messo Phoenix in rotta per un viaggio di 679 milioni di chilometri. 
   Solo cinque dei 15 tentativi fino a ora compiuti di scendere su Marte sono risultati dei successi, in tutti i casi ad opera di sonde americane. Ad aprire la strada erano state, nel 1975-76, Viking 1 e 2, seguite da Pathfinder nel 1996 e dai sorprendenti Spirit e Opportunity, che dal 2004 continuano a setacciare il suolo marziano nonostante la loro missione fosse prevista solo per pochi mesi. Il piccolo ‘lander’ europeo Beagle 2 ando’ invece perduto nel 2003, ma la sonda che lo trasportava, Mars Express - un progetto in buona parte italiano - continua a fotografare il pianeta rosso in orbita, insieme alle americane Mars Odissey e Mars Reconnaissance Orbiter. Da pochi mesi si e’ invece spenta un’altra sonda che ha studiato con successo Marte per anni, Mars Global Surveyor.
   Altre missioni sul suolo marziano sono in programma nei prossimi anni, a partire da una russo-cinese che dovrebbe prendere il via nel 2009. Nel frattempo pero’, se Phoenix rispettera’ le attese, le conoscenze sulla composizione del pianeta dovrebbero aumentare in modo significativo.
   La sonda scendera’ in una zona di Marte equivalente al Circolo polare artico terrestre: il polo nord vero e proprio avrebbe presentato sfide eccessive, per le temperature che vi si registrano. In pratica, Phoenix operera’ in una zona a una latitudine equivalente al nord dell’Alaska o della Groenlandia.  Gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, che con l’universita’ dell’Arizona guidano la missione, hanno scelto per l’atterraggio l’area piu’ piatta e priva di rocce possibile, per cercare di ridurre al massimo i rischi.
   Il braccio robotizzato della sonda trivellera’ il ghiaccio solido come cemento - che si trova sotto uno strato di alcuni centimetri di soffice polvere - per prelevarne campioni. Piccoli forni e ampolle dotate di acqua permetteranno di esaminarli sia ad alte temperature, sia disciolti in un sorta di zuppa marziana. Lo scopo della missione non e’ tanto quello di trovare tracce di vita, bensi’ di rintracciare composti organici che possono essere indicatori che le condizioni per la vita ci sono o ci sono state sul pianeta. Il ghiaccio, secondo gli scienziati, e’ la parte di Marte dove e’ piu’ probabile che siano stati conservati al meglio questi possibili indizi.
   La missione, che costa 420 milioni di dollari, servira’ anche a verificare la possibilita’ di estrarre acqua ghiacciata dal suolo marziano, che costituirebbe una risorsa preziosa per la prima missione umana, che la Nasa progetta intorno al 2030.
   ‘’Sono sicuro che gli uomini andranno su Marte e che la loro missione sia importante, perche’ possono fare il lavoro di 100 robot'’, ha commentato lo scrittore di fantascienza Kim Stanley Robinson, che ha dedicato molti dei propri lavori a immaginare la futura colonizzazione umana di Marte. Robinson in qualche modo andra’ in avanscoperta con Phoenix. La sonda porta con se’ un disco che raccoglie una sorta di biblioteca marziana in formato digitale: oltre a ‘Green Mars’ di Robinson, ci sono testi di Voltaire, Carl Sagan, Ray Bradbury, Isaac Asimov e Percival Lowell. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/08/05/phoenix-in-viaggio-verso-marte-pianeta-affollato/#more-348



agosto 5 2007


Sane competizioni tra media

Finalmente siamo in grado di superare la vecchia competizione auditel. Chisseneimporta se il varietà del sabato sera della Rai è battuto da quello di Canale 5? Oggi la partita è più divertente.

Nel mondo Google si candida a battere Murdoch in termini di utenti unici. Harry Potter se la vede con The Sims in termini di appassionati. E Agosto si confronta con Web, almeno in Italia.

Già, il traffico internet scende drammaticamente in agosto. Il tempo per le vacanze fisiche fa concorrenza al tempo per il computer, che resta ancora una specie di termosifone. Nel tempo mediatico complessivo (che riusciremo prima o poi a misurare), le battaglie dell'audience televisiva cessano di essere centrali e diventano relativamente meno importanti. Alla lunga conterà di più il tempo e l'attenzione e la fiducia che i contenuti specifici, che viaggiano sulle diverse piattaforme, riescono ad attrarre.

Una dinamica mentale è avviata: potrebbe, indirettamente, portare a una tv di qualità migliore...
http://blog.debiase.com/

Fermate gli economisti, prima che ci ammazzino tutti.

Restringi post Espandi post

Pubblicato da Debora Billi in Current Affairs


E' il succo di un articolo , ripreso da più parti, pubblicato sul blog di analisi geopolitica Arabesques. Tanto per rimanere in tema con le discussioni di ieri.

Così esordisce l'autore, John Feeney:

Gli economisti tradizionali stanno cercando di ucciderci. Loro naturalmente non la vedono così, ma dovrebbero. Le politiche standard che promuovono crescita senza fine stanno distruggendo l'ecosistema. Convergendo e interagendo con altre minacce quali la crescita della popolazione, il picco del petrolio, e gli eccessivi consumi pro capite, le politiche di crescita economica che loro promuovono stanno causando un collasso ambientale globale. E quando influenti economisti spingono politiche ecocide invece di giocare un ruolo centrale nel proteggere l'ecosistema, come chiamarlo se non omicidio?

Il resto dell'articolo racconta di una nuova classe di economisti in via di formazione, gli economisti ambientali. L'autore poi cerca di capire come mai gli economisti tradizionali, anche di fronte ad una sempre più evidente insostenibilità delle teorie finora propugnate, si ostinino a perseguire la medesima strada... e le risposte scivolano ahinoi sullo psicanalitico.

Potrebbe essere che essi semplicemente si sentano più a proprio agio con le teorie economiche che hanno imparato, e cambiarle è difficile. Ma c'è dell'altro. Per esperienza, sospetto che molti economisti, avendo investito le loro vite professionali nella teoria neoclassica, ne apprezzino la potenza e la logica, vedendo invece l'economia ambientale come una minaccia alla teoria e quindi alla loro stessa identità. Temono forse che i cambiamenti possano minacciare la loro credibilità di economisti? Vedono sminuito il proprio ruolo nell'eventualità di un sistema radicalmente diverso. Gli economisti, insomma, stanno semplicemente lavorando per preservare la propria identità professionale?

Inquietante. In pratica, esiste una casta con un potere enorme che sta rimanendo abbarbicata al proprio spazio di influenza mettendo a rischio tutti noi. Il mantra della crescita eterna non può essere messo in discussione pena la perdita di credibilità... e, aggiungerei io, perchè suona tanto bene: piace ai politici, che possono promettere miracoli italiani, riprese, ripresine e sol dell'avvenir; piace ai cittadini, che possono cullarsi nel fatuo sogno di un arricchimento che arriverà sempre "domani"; piace alla classe imprenditrice, che continua ad alimentare i mercati finanziari confidando che comunque non si può far altro che far più soldi.

Che non piaccia al pianeta e al nostro futuro non frega nulla a nessuno, anche perchè nessuno ci capisce niente. E' infatti un sistema assai più difficile da comprendere, e oggi a pochi va di mettersi ad analizzare ed approfondire per capire qualcosa quando si può semplificare tutto con uno slogan. Come "la crescita economica", appunto.  http://petrolio.blogosfere.it/


Repressione in Salvador ::
America LatinaBernardo Belloso del CRIPDES e la protesta della gente (© Foto G. Trucchi)
Imboscata del governo contro
la popolazione
Repressione e violenza contro la società civile

L'approvazione in settembre del 2006 della discussa Legge Speciale Contro Atti di Terrorismo, e la detenzione con uso eccessivo di violenza di 14 persone che partecipavano ad una protesta contro la privatizzazione dell'acqua, ha destato profonda preoccupazione.
Malgrado siano trascorsi più di 15 anni dalla firma degli Accordi di Pace che hanno messo la parola fine alla sanguinosa guerra civile, per la società salvadoreña resta vivo il ricordo della repressione sistematica dei corpi di élite dell'Esercito e degli Squadroni della Morte, i quali operavano impunemente contro la popolazione civile.
I fatti accaduti a Suchitoto hanno risvegliato paure ed incubi che si credevano ormai sepolti insieme alle armi molti anni fa.



La Lista Informativa "Nicaragua y más" ha conversato con Bernardo Belloso, integrante della Giunta Direttiva della Asociación para el Desarrollo de El Salvador (CRIPDES), per conoscere i dettagli di quanto accaduto a Suchitoto e come ciò s'inserisce nel contesto attuale del paese centroamericano (originale in spagnolo su www.rel-uita.org )


- Che cosa è successo esattamente a Suchitoto?
- Prendendo in considerazione la problematica che esiste nel paese rispetto al deterioramento ambientale, alla situazione di estrema povertà della popolazione, alle disuguaglianze esistenti e alle violazioni dei diritti umani, varie organizzazioni sociali hanno promosso un foro con la partecipazione di rappresentanti dei municipi dei dipartimenti di Cuscatlán e Cabañas. Il foro verteva essenzialmente sulla problematica dell'acqua e sull'analisi del progetto della politica di decentralizzazione di questa risorsa, promosso dal presidente Antonio Saca.
Lo scorso 2 Luglio, il Presidente ha deciso di lanciare pubblicamente questo progetto a Suchitoto e purtroppo le due attività hanno coinciso nello stesso posto. A questa situazione bisogna anche aggiungere che varie organizzazioni di altre zone del paese si sono ritrovate a Suchitoto per protestare contro questa politica del governo, la quale anticipa una futura privatizzazione delle risorse idriche.

- Che cosa è successo dopo?
- Alcuni membri della nostra organizzazione erano in viaggio per poter partecipare al foro, quando sono stati intercettati ed arrestati violentemente da membri della Polizia Nazionale Civile (PCN). Invece di portarli ad una delegazione del Dipartimento, li hanno portati proprio nel luogo in cui si sarebbe svolto il foro, provocando la reazione della gente che era arrivata per partecipare all'attività. Mentre iniziava una forte discussione tra i leader comunali e la Polizia per tentare di ricomporre la situazione, sono arrivati improvvisamente i corpi speciali dell'Unità di Mantenimento dell'Ordine (UMO), tirando bombe lacrimogene, gas pimienta e cercando di sfollare la gente sparando pallottole di gomma.
È stato in questo momento che hanno catturato le altre persone, le quali sono state condotte alla Delegazione della Polizia della città. Abbiamo subito formato una commissione per negoziare la liberazione delle persone arrestate, ma all'improvviso è intervenuta nuovamente la UMO ed ha iniziato a picchiare ed a sparare sulla gente, provocando vari feriti ed intossicati. La gente ha iniziato a scappare ed è stata inseguita dagli agenti della UMO, mentre sul posto faceva il suo ingresso un forte contingente militare con mezzi corazzati (tanquetas). Alla fine non è stato possibile intavolare una negoziazione.

- Che cosa hanno fatto con la gente arrestata?

- Hanno fermato 14 persone e le hanno portate via senza dare nessun tipo di informazione, tanto che alla fine pensavamo fossero state fatte sparire come accadeva nel passato. Siamo poi riusciti a sapere che erano state condotte alla Delegazione di Cojutepeque e durante questo trasferimento, si sono verificati vari episodi di violenza e di violazione ai diritti umani.

- Che tipo di violazioni?

- Alcuni degli arrestati sono stati trasportati in elicottero e quando erano nelle vicinanze dal lago Suchitlan, alcune delle nostre compagne sono state minacciate dicendo loro che le avrebbero lanciate nel vuoto. Alcuni altri sono invece stati fatti scendere in un campo ed hanno simulato una fucilazione. Tutto questo lo consideriamo come un forte passo indietro rispetto al processo che abbiamo costruito a partire dagli Accordi di Pace del 1991.

- Quanta gente si trova ancora in prigione e qual è la loro situazione?

- Durante l'udienza pubblica che si è realizzata il 7 Luglio, la giudice speciale ha liberato il compagno Facundo Dolores García. Nonostante ciò, al resto delle compagne e compagni ha applicato una detenzione preventiva di tre mesi, affinché il PM possa svolgere le indagini del caso e gli avvocati difensori preparare la prossima udienza. Consideriamo che le condizioni in cui stanno vivendo le persone nei centri penitenziari è totalmente inumana. Non viene permessa la consegna di alimenti da parte dei parenti, dormono per terra, in uno stato di permanente sovraffollamento nelle celle ed in condizioni di totale insalubrità, senza acqua per lavarsi.
Inoltre, la loro vita corre seri rischi e subiscono continue minacce, sia da parte delle autorità che degli altri detenuti. Nel caso dei compagni che si trovano nel carcere di Mariona, a San Salvador, sono anche obbligati a pagare dei tributi agli altri detenuti per evitare di essere attaccati ed uccisi.
Vogliamo denunciare questa situazione inumana, non solo perché colpisce i nostri compagni e compagne, che consideriamo detenuti politici, ma anche perché è la situazione che normalmente si vive nelle carceri del Salvador ed attenta contro i diritti umani delle persone.
- Si dice anche che le persone arrestate siano ora accusate di terrorismo…

- In un primo momento le persone che viaggiavano in macchina sono state accusate di non avere rispettato un segnale stradale, ma il giorno dopo a Cojutepeque, le stavano già accusando, insieme agli altri arrestati, di organizzazione illecita, disordini nella via pubblica e danni alla proprietà, ed è totalmente falso.
Alla fine siamo giunti alla conclusione che si tratta di un fatto puramente politico, in quanto le persone responsabili della Delegazione della Polizia di Cojutepeque hanno ammesso che sono arrivati ordini dall'alto per far sì che le persone venissero arrestate. Per poter fare questo legalmente era necessario trovare una figura giuridica che lo permettesse e l'unico modo era accusarle di terrorismo.
La Legge Speciale Contro Atti di Terrorismo prevede infatti il carcere preventivo per tre mesi, per dare la possibilità al PM di svolgere le indagini e questo è quello che ha fatto la giudice speciale, la quale non ha nemmeno voluto vedere le prove d'innocenza presentate dagli avvocati difensori. Come movimenti sociali abbiamo già presentato un esposto in cui chiediamo che si accelerino i tempi dell'udienza pubblica, in modo da ottenere la liberazione immediata dei nostri compagni e compagne.

- Che lettura fate di questi fatti all'interno di un contesto sociopolitico più ampio che si sta vivendo in Salvador?


- Siamo di fronte ad una chiara manovra governativa per destabilizzare i movimenti sociali.
Il governo sa che la situazione di povertà nel paese si è acutizzata a causa della firma del CAFTA, e che la gente si sta organizzando per scendere in piazza ad esigere che non vengano più violati i diritti umani e che si sviluppino politiche per cambiare questa disastrosa situazione. Per poter far fronte a questa congiuntura, le forze reazionarie hanno approvato la Legge Speciale Contro Atti di Terrorismo, con la quale si proibisce con forza che la gente si organizzi e che manifesti per le strade. Esiste un attacco diretto e sistematico ai leader delle organizzazioni sociali ed è per questo motivo che inaspriremo le nostre proteste e le mobilitazioni, informando a livello nazionale ed internazionale e chiedendo, inoltre, che la Legge Speciale Contro Atti di Terrorismo venga abrogata.
© (Testo e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - gtrucchi@itanica.org )

terrorismo : Non è mai colpa di nessuno
 

Uno degli alti ufficiali dell’antiterrorismo inglese, Andy Hayman, è stato ritenuto colpevole da una commissione di inchiesta indipendente di aver deliberatamente ingannato la Polizia di Londra, evitando di informarli immediatamente che Jean Charles De Menezes – il ragazzo brasiliano ucciso il 22 luglio 2005 nel metro di Londra – non aveva alcun legame con organizzazioni terroristiche di alcun tipo.

In altre parole, pur sapendo fin dall’inizio della completa estraneità di De Menezes al cosiddetto”terrorismo islamico”, il silenzio di Hayman – che ha comunicato alla Polizia la verità solo il giorno dopo – ha permesso che si diffondesse in tutto il mondo la notizia che un ”sospetto terrorista era stato ucciso mentre cercava di sfuggire all’arresto della Polizia”.

Il brutale omicidio – colpito alla schiena, e poi finito con sette colpi in testa, davanti alla gente inorridita – aveva mandato al mondo un chiaro messaggio di “rigore” da parte del governo inglese, mentre era servito ad aumentare la psicosi di “essere circondati da terroristi islamici” un pò dovunque nel mondo.

Invece De Menezes non solo non c’entrava nulla, ma si è poi anche scoperto che non si fosse affatto “comportato in modo sospetto” – come sostenne per lungo tempo la Polizia londinese - nè che stesse “fuggendo dopo aver saltato la barriera” ...

... quando gli hanno sparato: aveva appena comperato un giornale, era transitato normalmente attraverso la barriera - dopo aver pagato - e si era semplicemente messo a correre per riuscire ad acchiappare un treno in partenza dalla piattaforma.

Naturalmente, il Pubblico Ministero della Corona (Crown Prosecution Services) ha già stabilito che nessun rappresentante della legge sarà individualmente incriminato per il caso De Menezes.

Massimo Mazzucco

Fonte

Questo il sito aperto dalla famiglia di Jean Charles, che cerca supporto per avere giustizia, e per ottenere l’abolizione della regola “shoot-to-kill” implementata dalla polizia londinese dopo gli attentati del 7 Luglio 2005.

Questo è quello che pensa David Shyler – il noto “whistleblower” dei Servizi Segreti inglesi – sugli attentati di Londra di quel giorno.

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1969



maggio 20 2007

La "velina" è ufficiale

John Frank Pinchao è stato sequestrato per quasi nove anni dalle FARC. Una ventina di giorni fa è riuscito a scappare, e l'altro ieri è tornato finalmente alla civiltà. Di fronte all'immenso interesse dei mezzi di comunicazione per la sua storia, la Presidenza della Repubblica decide di...

La foto qui a destra è di nove anni fa: Pinchao aveva 24 anni. Oggi la famiglia lo ha rivisto decine di chili più magro, con le mani distrutte dalla vegetazione e dalle sanguisughe che ha dovuto affrontare durante la sua fuga e scosso da un'esperienza inumana e brutale - il sequestro. Sembra incredibile che un essere umano possa passare quasi dieci anni incatenato, nella giungla, privato della libertà, perennemente angosciato e cosciente che la sua vita dipende da mille fattori, tutti indipendenti dalla sua volontà. Eppure, questo succede da decenni, in Colombia.

Qui a sinistra, il poliziotto è ripreso mentre ricorda la sua cattività. In particolare i compagni di prigionia, lasciati al loro triste destino ed eventualmente anche alle rappresaglie delle FARC legate alla sua fuga. Pinchao ha portato notizie di Ingrid Betancourt: è viva, in salute, legge, scrive, ha tentato la fuga 5 volte, dorme incatenata. Anche Clara Rojas sta bene ed è confermato che ha un bambino di tre anni - il più giovane ostaggio sulla faccia della terra.

Sono decine e decine i sequestrati che Pinchao ha incontrato negli ultimi tempi, o perché erano tenuti nello stesso campo o perché li incrociava durante le numerose marce di disorientamento. Ieri e l'altro ieri una processione di parenti lo ha cercato per avere notizie dei propri cari da una fonte credibile: alcuni hanno avuto buone notizie, altre terribili conferme.

"Nelle ultime ore" - recita un annuncio sulla home page della Presidenza della Repubblica - "[abbiamo] ricevuto più di 45 richieste dai mezzi di comunicazione per intervistare [...] Pinchao. [...] Considerando che il suo racconto è d'interesse pubblico ed il suo precario stato di salute, l'Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica ha deciso di realizzare un'intervista [...] destinata alla pubblicazione e divulgazione da parte dei mezzi di comunicazione".

Dietro questa decisione c'è una specie di dichiarazione implicita di quale sia la posizione del Governo colombiano riguardo all'informazione: quando un tema è d'interesse pubblico, chi informa dev'essere lo stesso governo. I media possono dedicarsi allo sport ed alla farandula (show business) e - beninteso - a ristrasmettere le veline ufficiali.http://bogotalia.blogspot.com/



aprile 9 2007

DIPLOMATICO IRANIANO ACCUSA IRAQ E SERVIZI SEGRETI AMERICANI DI TORTURE

http://www.misna.org/


"Acoltata la mia risposta che l’Iran ha solo relazioni ufficiali con il governo e i rappresentanti iracheni, intensificarono le torture con metodi diversi per giorni e notti”: lo ha affermato - attribuendo la responsabilità delle torture si servizi segreti americani con la complicità del governo iracheno - Jalal Sharafi, il diplomatico iraniano rilasciato martedì a Baghdad, dove era stato rapito il 4 febbraio da uomini in uniforme. Sharafi è secondo segretario dell’ambasciata iraniana in Iraq, incaricato dei contatti per l’apertura di una sede della banca nazionale iraniana a Baghdad; ha parlato alla televisione statale dell’Iran e sul sito dell’agenzia di stampa ‘Fars’di Teheran, in prima pagina, accanto alla notizia delle dichiarazioni di Sharafi, campeggia un vistoso simbolo della Cia (Central intelligence agency) e di Washington. Il diplomatico è stato rilasciato mentre erano ancora in stato di arresto in Iran i 15 marinai inglesi catturati il 23 marzo e liberati mercoledì scorso; Inghilterra, Stati Uniti d’America e Iran hanno ufficialmente negato qualsiasi legame tra la liberazione di Sharafi e quella dei militari inglesi. Washington ha ovviamente smentito anche qualsiasi altro coinvolgimento nel caso Sharafi.




aprile 4 2007

Mogadiscio, la quiete prima della tempesta
Torna la calma in città dopo i 400 morti dei giorni scorsi, ma si temono nuovi scontri
Non c'è pace per Mogadiscio, sconvolta la scorsa settimana da quattro giorni di violenze che, secondo una locale organizzazione per i diritti umani, avrebbero provocato 381 vittime solo tra i civili. “La stima non include miliziani e soldati somalo-etiopi, quindi i morti reali sono molti di più - rivela a PeaceReporter il giornalista somalo Abukar Albadri, residente in città - Ora la situazione è calma, ma gli scontri potrebbero riprendere”.

Donne in fuga da MogadiscioFuga. La calma, tornata in città ieri mattina, sembra destinata a essere breve. Oggi pomeriggio si terrà infatti un incontro tra leader dei clan locali e militari etiopi, per tentare di trovare un accordo che ponga fine alle violenze. “La popolazione non è molto ottimista sull'esito – continua Albadri – perché già due settimana fa le parti avevano raggiunto un cessate-il-fuoco, violato però dagli etiopi che avevano tentato di approfittarne per conquistare nuove basi in città. Oggi, i leader dei clan metteranno in chiaro che una tregua è possibile solo se le truppe somalo-etiopi non faranno nuovi scherzi”. Che gli abitanti della città siano scettici è confermato dalla fuga di civili verso le campagne: secondo l'Onu, dallo scorso 21 marzo 47.000 persone avrebbero lasciato Mogadiscio, aggiungendosi alle altre 49.000 scappate in febbraio. “Tutta gente che si deve arrangiare per sopravvivere, visto che nessuna agenzia umanitaria o Ong sta fornendo alcun aiuto”, continua il nostro interlocutore.

Emergenza. Per di più, i fuggitivi sarebbero vittime degli attacchi di criminali, appostatisi fuori città per derubare gli sfollati. “Ci sono notizie di donne stuprate e di continui furti e violenze nei loro confronti”, rivela Albadri. Per chi rimane, la situazione non è migliore. “Alla mancanza di elettricità e acqua negli ultimi giorni si è aggiunta l'emergenza sanitaria – continua il giornalista – perché le centinaia di corpi abbandonati lungo le strade si stanno decomponendo, aumentando il rischio di infezioni e malattie. Ma né il governo di transizione né le truppe dell'Unione Africana, confinate nel porto, nell'aeroporto e vicino al palazzo presidenziale, stanno facendo nulla per risolvere la situazione”.
Per di più c'è il concreto rischio che le truppe etiopi, che tanta parte hanno avuto nello sconfiggere le Corti islamiche, fino a dicembre padrone di Mogadiscio, decidano di arrivare alla resa dei conti con le milizie claniche. “Ieri centinaia di soldati etiopi e di truppe del governo di transizione, provenienti da Baidoa, sono arrivate in città per rinforzare il contingente governativo”. Come a dire che, nei colloqui di oggi pomeriggio, non ci crede nessuno.

Miliziani somaliAlleanze. Le milizie non sembrano intenzionate a cedere il campo, anche perché sfruttano l'alleanza di fatto con gli uomini delle Corti islamiche rimasti in città. “Gli etiopi sono più forti – conferma Albadri – ma le milizie arruolano ogni giorno decine di uomini stanchi di vedere le loro case bombardate indiscriminatamente dai colpi di mortaio. Sia le milizie che le Corti hanno quindi un obiettivo comune: scacciare lo straniero. Ma mentre ai clan non importa sapere cosa verrà dopo, le Corti non transigono su questo, e vogliono un governo non secolare, ma basato sulla sharia (la legge islamica, ndr)”. L'operazione, organizzata dal governo la scorsa settimana per ripulire la città dalle armi dei miliziani e durata tre giorni, si è dimostrata ancora una volta inefficace. Il mix tra formazioni armate, irregolari ma determinate, e un governo fantoccio tenuto in piedi solo dall'impegno etiope si sta trasformando in un cocktail mortale per la città.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7700


aprile 3 2007

EDUCAZIONE-SUD AFRICA:
La scuola che impedisce lo sviluppo
Sarah McGregor

JOHANNESBURG, 2(IPS) - Per 16 anni, Themba è stata fiera di essere un’insegnante in Sud Africa. Ma na recente ondata di violenza nella sua scuola ha reso la situazione talmente snervante che adesso potrebbe essere costretta a lasciare il lavoro.

“Mi sembra di essere una guardia di sicurezza, non un’insegnante”, ha detto Themba, che ha chiesto di restare anonima. “Alcune mattine non mi va neanche di alzarmi dal letto. Gli studenti sono fuori controllo, e i genitori non si preoccupano. Quindi mi chiedo: che cosa ci faccio io qua?”.

La scuola dove lavora si trova a Sebokeng, un distretto nero a sud di Johannesburg, diventato una base di reclutamento per le gang, e un rifugio per gli spacciatori. L’ambiente appare cupo come durante l’apartheid: vetri rotti, banchi di legno scheggiati, e il laboratorio informatico vuoto. L’unico elemento nuovo è una rete elettrica che adesso circonda l’area.

In queste condizioni, quasi il 75 per cento degli studenti ha dovuto ripetere l’anno scolastico, dopo essere stato bocciato l’anno scorso agli esami di ammissione, che valutano la preparazione di base e sono obbligatori per entrare all’università.

Dopo 13 anni di democrazia, il sistema educativo del paese deve ancora combattere per cancellare le disuguaglianze storiche.

Il divario di classe è diventato tanto evidente quanto il divario razziale in mutamento. Mentre gli alunni delle famiglie nere e bianche della classe media che prima vivevano nelle aree urbane bianche possono permettersi un’educazione decente, la maggioranza dei bambini neri è ancora impantanata in un’istruzione scadente in periferie e aree rurali.

Benché la legge nazionale preveda l’istruzione gratuita, le scuole hanno continuato a far pagare le tasse scolastiche alle famiglie povere. Il Sud Africa, gigante economico della regione, sta paradossalmente correndo il rischio di essere il solo paese dell’Africa meridionale a mancare l’Obiettivo di sviluppo del millennio che prevede di migliorare l’accesso all’educazione primaria entro il 2015.

I dati della Banca Mondiale mostrano che i tassi di iscrizione nella scuola primaria in Sud Africa sono scesi dal 92 per cento nel 1998 all’89 per cento nel 2004. Il governo ha frettolosamente introdotto un sistema di scuole “senza tasse” per rendere l’educazione accessibile alla metà più povera della popolazione, e questo ha portato qualche miglioramento nei dati delle iscrizioni.

”L’educazione primaria universale entro il 2015 è realmente raggiungibile”, sostiene David Archer, direttore del gruppo per l’istruzione dell’organizzazione non governativa internazionale ActionAid. “Ma è necessario un cambiamento decisivo nell’efficacia, nella migliore gestione e nel migliore uso dei finanziamenti”.

L’aumento nei numeri non è stato compensato da un miglioramento nella qualità dell’educazione. In un recente studio, l’Istituto di giustizia e riconciliazione del Sud Africa (IJR) ha concluso che le scuole, nell’80 per cento dei casi, offrono un’istruzione “di una qualità talmente scarsa, che rappresentano un serio ostacolo per lo sviluppo sociale ed economico”.

Gli esperti imputano questi standard deplorevoli a moltissimi fattori: le violenze che comprendono lo stupro sono un elemento molto diffuso nelle scuole; e la povertà opprimente e l’Hiv/Aids si aggiungono alle altre disgrazie tra i banchi scolastici. Questa malattia colpisce allo stesso modo studenti e insegnanti, in un paese con 5,5 milioni di persone positive all’Hiv su una popolazione di 48 milioni di abitanti.

Nel frattempo, gli alti livelli di stress e i bassi stipendi stanno allontanando decine di insegnanti come Themba dall’insegnamento. I nuovi reclutamenti, secondo IJR, non bastano a colmare il gap, sempre più ampio.

Secondo alcuni, il pessimo stato dell’istruzione non sarebbe principalmente un problema economico. Il Sud Africa spende circa il sei per cento del suo prodotto interno lordo (PIL) nell’educazione, una percentuale che equivale a quella dei paesi ricchi.

Jonathan Jansen, preside di facoltà all’Università di Pretoria, si congratula con l’African National Congress (ANC), attualmente al governo, per aver più che raddoppiato il budget per l’istruzione dal 1994. Ma critica anche il perdurare di un “sistema a due scuole”.

“Le scuole nere sono in gravi difficoltà, e ci sono poche politiche o piani che fanno pensare che il modello nazionale del sistema a due scuole stia per essere cambiato”, ha scritto recentemente su un quotidiano sudafricano.

Qualcuno sostiene che il cuore del problema sarebbe la mala gestione, mentre altri accusano gli insegnanti di non conoscere i programmi di base usati nelle scuole, o di una scarsa motivazione sul lavoro.

L’Unione sudafricana degli insegnanti democratici (Sadtu) ribatte che è ingiusto attribuire delle colpe agli insegnanti, che hanno già un carico di lavoro eccessivo e non ricevono praticamente nessun sostegno nell’applicazione di programmi che cambiano continuamente. E che devono anche sopportare il peso di infinite pratiche burocratiche.

”Abbiamo bisogno di una formazione migliore, e che le autorità incaricate dell’istruzione comincino a promuovere una nuova morale”, ha detto Jon Lewis, portavoce di Sadtu. La ministra dell’istruzione Naledi Pandor ha pubblicamente deplorato che l’attuale scarsità di competenze potrebbe colpire la futura produttività lavorativa, intralciando il cammino del Sud Africa verso una maggiore prosperità.

In risposta, ha annunciato che le istituzioni scadenti che non riescono a invertire la rotta dovrebbero essere chiuse. Per risolvere la questione della sicurezza, il governo dovrebbe attrezzare le scuole statali con più strumenti per la lotta alla criminalità, come telecamere e altri dispositivi per la sicurezza.

Anche studenti e genitori sono stufi di questo stato di cose. “Adesso posso dire che sto andando a scuola, ma forse tre insegnanti si faranno vedere solo per sei ore di lezione”, spiega Nokulunga, 20 anni, una ragazza madre che frequenta la scuola secondaria nel distretto di Orange Farm, vicino Johannesburg.

“Se vieni per giocare, puoi farlo. Se vuoi imparare, allora sta a te”, ha aggiunto Nokulunga, che non ha voluto dare il suo nome completo.

Mbongeni Tito racconta di aver ritirato il figlio di 14 anni dalla scuola per farlo lavorare nella fattoria di famiglia, per proteggerlo dalla cattiva influenza dei suoi compagni e allontanarlo dalla tentazione di fare uso di droghe e creare problemi. “Ho preso questa decisione quando ho capito che stava meglio a casa invece che a scuola”, ha detto Tito.(http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=888

GOVERNO MINACCIA SCONFINAMENTI IN CONGO CONTRO RIBELLI




Una richiesta di collaborazione è stata rivolta dal governo di Kampala a quello della Repubblica democratica del Congo e alla locale missione di pace dell’Onu per fronteggiare la presenza di ribelli che dall’est dell’ex-Zaire compiono incursioni armate in Uganda. Lo ha reso noto il ministro della Difesa ugandese Crispus Kiyonga - citato dal quotidiano filogovernativo New Vision - aggiungendo che il suo paese ha “diritto all’autodifesa” anche con incursioni armate “nelle zone di origine” di questi gruppi, cioè nel confinante Congo. “Il popolo ugandese – ha detto – deve ricevere garanzie che il governo non permetterà nel suo territorio attacchi da parte di questi terroristi”. Il riferimento è ad almeno tre formazioni ribelli attive da anni nell’est dell’ex-Zaire, con frequenti sconfinamenti: Forze democratiche alleate (Adf secondo l’acronimo inglese), Esercito popolare della salvezza (Pra) ed Esercito nazionale di liberazione dell’Uganda (Nalu). Secondo il governo ugandese la presenza in Congo di “forze negative” – così definite dallo stesso Kyionga – deve essere affrontata “a livello regionale”. In tutta l’area orientale congolese sono ancora attivi gruppi armati che dovrebbero essere disarmati da una forza congiunta tra Congo, Unione Africana e Onu (attraverso la missione di pace Monuc). Finora però l’obiettivo non è stato raggiunto e le scorribande di queste formazioni avvengono soprattutto a danno della popolazione civile delle province orientali dell’ex-Zaire, in particolare Nord e Sud Kivu. Nell’estremo nord del Congo sarebbero rientrati in queste settimane anche drappelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, LRA) la guerriglia attiva da oltre 20 anni nel nord Uganda che da mesi sta conducendo con il governo di Kampala un negoziato, al momento interrotto. L’esercito ugandese in passato ha invaso il Congo appoggiando nel 1996-97 l’avanzata di Laurent Desiré Kabila (padre dell’attuale presidente Joseph Kabila) per poi combattere contro le truppe governative fino al 2003; diversi rapporti Onu accusano Uganda (e anche Rwanda) di coinvolgimento diretto nel perdurante saccheggio e sfruttamento illegale delle enormi risorse minerarie del Congo, principale motivo del conflitto che per anni ha devastato la regione dei Grandi Laghi.
http://www.misna.org/


aprile 1 2007

EX-MINISTRO INTERNI: “STATO INFILTRATO DAL CRIMINE ORGANIZZATO”

http://www.misna.org/


“Lo Stato è profondamente infiltrato dalla mafia della droga, un problema che riguarda l’intera nazione, non solo il governo. (I narcotrafficanti, ndr) comprano la gente, finanziano i candidati dei comitati civici e dei partiti, corrompono coloro che lavorano all’interno delle istituzioni del potere giudiziario”: lo ha detto al quotidiano Prensa Libre l’ex-ministro degli Interni Carlos Vielmann, dimessosi nei giorni scorsi nel pieno di un’ondata di violenza scoppiata dopo l’assassinio, il 19 febbraio scorso, di tre deputati salvadoregni alla periferia di Città del Guatemala, seguito dall’esecuzione in carcere di quattro poliziotti accusati di aver ucciso i parlamentari. “La società non è pronta ad affrontare il crimine organizzato e tanto meno è cosciente di quanto questo sia penetrato all’interno dello Stato e minacci la stabilità del paese” ha aggiunto Vielmann. La scorsa settimana il rappresentante dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani in Guatemala, Anders Kompass, aveva ribadito la sua preoccupazione per “la crescita incontenibile della violenza” nel paese più popoloso dell’America Centrale che conta attualmente più omicidi che durante gli anni bui della guerra civile (1960-’96), con una media di 5.000 l’anno; una situazione, aveva aggiunto Kompass, “che rivela l’esistenza di uno Stato fallito e al collasso



marzo 30 2007

Polonia - La lotta infinita di Jaroslaw Kaczynski contro comunisti e servizi segreti




QuadrantEuropa



In Polonia i comunisti hanno perso il potere dopo accordi con l'opposizione. La conseguenza è che Varsavia non ha mai fatto i conti con la propria storia. Il governo Kaczynski vuole colmare questa lacuna. Con metodi però discutibili.




Uklad in polacco ha molti significati. Vuol dire rete, accordo, patto. Uklad è una parola che in Polonia ha già fatto venire molti mal di testa e probabilmente continuerà a farlo. Diritto e Giustizia, il partito dei fratelli Kaczynski, ha vinto le elezioni del settembre 2005 promettendo una lotta senza quartiere al sistema dell’uklad.

Lotta alla "rete grigia" e complessità polacche

Da quando è diventato primo ministro, Jaroslaw Kaczynski ha dedicato a questo scopo gli sforzi principali della sua azione di governo. Per lui e i suoi collaboratori si tratta di smantellare la “rete”composta da ex comunisti, collaboratori dei servizi segreti, pezzi dell’elite politica liberale e uomini d’affari corrotti.

Una “rete grigia” che secondo il capo del governo di Varsavia continua a controllare la Polonia e a bloccare la vera democratizzazione del paese. Liberare Stato e società dalla corruzione e dall’intreccio post comunista e rinnovare moralmente il paese. Cancellare la terza repubblica, nata nel 1989 sulla base di un “compromesso putrido” con i comunisti.

Demonizzare tutto quanto fatto da allora ad oggi e dare il via alla quarta repubblica. Ecco la missione politica, quasi l’ossessione, dei gemelli Kaczynski. Come se in Polonia non ci fosse mai stato un cambio di sistema e di regime. Come se nel frattempo Varsavia non facesse parte dell’Ue e non fosse entrata nella Nato. Come se le istituzioni democratiche non fossero mai nate.

Paese complesso la Polonia. È stato il primo ad iniziare la resistenza al dominio comunista, ma uno degli ultimi a tenere elezioni libere. La sua emancipazione dal totalitarismo è avvenuta per gradi. Il primo passo nella primavera del 1989 – anticipando di sei mesi il crollo delle dittature comuniste nei paesi vicini – è stata la tavola rotonda tra Solidarnosc e le autorità comuniste.

Le personalità politiche dell’opposizione moderata, il futuro presidente della repubblica Lech Walesa, il capo del primo governo non comunista Tadeusz Mazowiecki e l’influente giornalista Adam Michnik per non mettere in discussione le condizioni che stavano permettendo la fuoruscita pacifica dal regime totalitario, rinunciavano a prendere visione dei registri segreti dei servizi di sicurezza comunisti.

I fautori delle trattative basavano la loro azione politica su valutazioni realistiche. I comunisti erano al potere in tutti i paesi del blocco orientale, il muro di Berlino era ancora in piedi e la Polonia pullulava di truppe sovietiche. Impossibile concepire strategie più radicali.

Tale prova di realismo politico, che ha permesso a Varsavia di mettersi alla testa del movimento democratico dell’Europa orientale, ha però comportato dei sacrifici. Il più importante tra questi è stato l’accordo che ha permesso ai vecchi detentori del potere di mantenere fino all’ultimo il controllo di istituzioni importanti tra cui il ministero degli Interni e quello della Difesa.

I dicasteri addetti alla gestione dei servizi segreti interni e militari sono passati nelle mani di Solidarnosc solo nel maggio 1990. Fino a quel momento l’opposizione non ha potuto prendere visione degli archivi dei servizi, che nel frattempo venivano epurati delle loro parti più compromettenti. È proprio questa moderazione nella fase di transizione ad essere messa oggi sotto accusa dai Kaczynski.

Cambiamento solo di facciata

Per Diritto e Giustizia il cambiamento sarebbe stato solo di facciata, mentre il potere sostanziale continuava a restare nelle mani delle solite cordate. Solo nel 1997 il Parlamento deliberando per la prima volta su questa faccenda, obbligava un circolo ristretto, circa 30mila tra alti burocrati e dirigenti politici, a fare luce sul proprio passato.

Ciò nonostante, la maggior parte dei quadri degli ex servizi segreti polacchi non è stata ancora identificata. Un fatto insopportabile per Jaroslaw Kaczynski.

Molti riconoscono che i gemelli hanno ragione quando affermano che in Polonia un vero ricambio delle classi dirigenti non è ancora avvenuto. Ad essere respinta, è la loro visione in bianco e nero degli avvenimenti dell’89 e la volontà di portare a termine oggi, diciotto anni dopo e in una Europa completamente cambiata, quello che allora non era stato possibile fare.

Approvazione della lustracia

Il primo passo per la realizzazione di questa strategia è stato fatto giovedì scorso. Dopo un lungo dibattito la legge sulla lustracia (radiografia) è entrata in vigore. Questa complessa normativa si basa essenzialmente su due elementi.

In primo luogo diverse centinaia di migliaia di persone, il numero esatto non è ancora certo, saranno obbligate a dichiarare pubblicamente se hanno mai collaborato con i servizi comunisti. In un secondo momento l’ “Istituto della memoria nazionale”, Ipn, avrà il compito di comporre una lista composta da tutte le persone che in quanto impiegati, dirigenti, confidenti o anche vittime, si trovavano negli archivi dei servizi segreti comunisti.

Un compito quasi impossibile. Secondo Antoni Dudek storico e collaboratore dell’Inp, solo il 15 percento degli atti archiviati durante il regime comunista saranno disponibili. Il resto è stato distrutto.

Il numero delle persone da controllare è stimato tra le 300mila e le 700mila, una cifra tra le dieci e le venti volte superiore a quella del 1997. Gran parte dell’elite sociale polacca - parlamentari, membri di governo, politici locali, avvocati, direttori di scuola, docenti universitari, dirigenti aziendali e giornalisti – verrà passata al setaccio.

Gli appartenenti a questi gruppi saranno obbligati a dichiarare se durante gli anni del totalitarismo hanno in qualche modo collaborato con gli “organi della sicurezza dello Stato”.

Tutti coloro che hanno dichiarato o dichiareranno il falso - i controlli verranno fatti con gli atti custoditi dall’Istituto della Memoria - perderanno per dieci anni il diritto di svolgere il proprio lavoro e non potranno esercitarne un altro. Nelle intenzioni degli autori della legge la pubblicazione di tutti i lavori dovrebbe smascherare definitivamente le cordate della società polacca legate ai servizi segreti comunisti.

Fonti storiche nel caos e opposizione dei media

Difficile che questo desiderio possa diventare realtà. Visto lo stato di caos in cui si trovano gli atti in possesso dell’Istituto nazionale per la Memoria si può facilmente affermare che i lavori proseguiranno all’infinito.

Queste prospettive rendono ancora più feroce lo scontro sulla legge. Le maggiori proteste finora sono state espresse da un importante e serio giornale polacco, la Gazeta Wyborcza di Adam Michnik.

A favore della politica dei fratelli Kaczynski è schierato invece Rzeczpospolita, quotidiano di orientamento conservatore. Al centro della battaglia delle due testate vi è il fatto che la lustracia non risparmierà i media. Anche giornalisti, direttori e proprietari di giornali, dovranno fare i conti con il proprio passato. Per Rzeczpospolita dato che analizzare la società è il compito più importante del “quarto potere” giornalistico, non si vede perché proprio i rappresentanti dei media dovrebbero essere esentati dalla “radiografia” voluta dal parlamento.

Gazeta Wyborcza ritiene invece che con le sue prospettive di indeterminatezza la lustracia della stampa diventerebbe lo strumento dei Kaczynski per mettere sotto il proprio controllo gli organi liberali e di sinistra.

Guidati dalla famosa pubblicista Eva Milewicz – che già negli anni sessanta combatteva la dittatura – molti rinomati giornalisti hanno già fatto appello alla disobbedienza civile contro la legge.

Colpisce la sostanziale somiglianza degli argomenti usati dalle due parti. Jaroslaw Kaczynski ritiene che la stampa non deve essere risparmiata dalla lustracia perché durante la dittatura comunista i clan mediatici erano particolarmente forti. I suoi avversari in questo tentativo di repulisti vedono invece rivivere i metodi usati proprio durante il periodo totalitario.

“Per la prima volta dal 1989”, si può leggere in un appello messo online dal sito di Gazeta Wyborcza, “il potere politico tenta di far dipendere lo stato professionale dei giornalisti da un permesso di lavoro”.

Per contrapporsi alla legge i suoi critici affermano che in molti paesi comunisti dell’est Europa era pratica comune mettere nelle liste dei servizi persone senza che queste lo sapessero e spesse volte senza che vi fosse stato nessun contatto.

È possibile che a non venire distrutte siano state proprio le liste che riguardano queste persone. Se cosi fosse a Varsavia ne vedranno delle belle.




marzo 29 2007

DIRITTI:
Una nuova iniziativa per il controllo del traffico di esseri umani
Sanjay Suri http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=885

LONDRA, (IPS) - Una nuova iniziativa è stata presentata all’inizio di questa settimana per combattere il traffico di esseri umani nel mondo.

”Questa è la più grande iniziativa di questo tipo mai lanciata”, ha detto all’IPS in un’intervista Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC). “È stata creata per istituire una struttura per tutte le iniziative singole realizzate finora. Stiamo parlando della creazione di un contenitore dove ogni iniziativa sarà valorizzata, moltiplicandone la visibilità e impatto”.

L’iniziativa è stata lanciata con una campagna di sensibilizzazione che durerà tutto l’anno, e si servirà di un fondo che riuscirà ad estendere la campagna fino all’inizio del prossimo anno.

”Siamo ancora in fase preparatoria”, ha detto Costa. “Il lancio di questa iniziativa globale serve a far conoscere alle persone le molte iniziative in corso. Abbiamo bisogno di mettere insieme chi lotta per la libertà, la libertà degli altri popoli, e vogliamo creare un fondo che sarà attivato all’inizio del 2008”.

Secondo l’UNODC, il problema ha raggiunto “proporzioni epidemiche negli ultimi dieci anni”, la maggior parte delle vittime sono donne e ragazze giovani, molte delle quali costrette alla prostituzione o diversamente sfruttate sessualmente.

Il lancio dell’iniziativa coincide con il bicentenario dell’abolizione del commercio transatlantico di schiavi e dell’abolizione del mercato degli schiavi nell’Impero britannico. Una serie di eventi in tutto il mondo che si concluderanno con la Conferenza internazionale contro il traffico di esseri umani che si terrà dal 27-29 novembre di quest’anno a Vienna, così riporta una dichiarazione dell’UNODC.

Circa 2,5 milioni di persone in tutto il mondo vengono reclutate, catturate, trasportate e sfruttate, secondo le stime degli esperti internazionali.

Il traffico di esseri umani, sia per sfruttamento sessuale che per lavori forzati, colpisce virtualmente tutte le regioni del mondo, denuncia il rapporto.

Tuttavia, aggiunge l’UNODC, “poiché il traffico di esseri umani è un crimine sotterraneo, con vittime per lo più sconosciute e non identificate, le cifre reali non si conoscono. Secondo il governo degli Stati Uniti, il numero delle persone coinvolte ogni anno nel traffico internazionale è compreso fra 600 mila e 800 mila".

Il traffico di umano è diventato un grande affare, prosegue il rapporto. Secondo le Nazioni Unite, il valore del mercato totale del traffico illecito di esseri umani ammonta a 32 miliardi di dollari. Di questi, circa 10 miliardi derivano dalla “vendita” iniziale degli individui, e il resto rappresenta i profitti stimati di attività e beni prodotti dalle vittime di questo barbaro crimine.

Il problema non si limita a poche regioni, sostiene Costa. “La questione del traffico di esseri umani e le risultanti forme di moderna schiavitù non hanno confini, né passaporto”. Tuttavia, prosegue, “se si guarda alla radice, si capisce bene dove è localizzato geograficamente il problema”.

In linea generale, “la prima causa è rappresentata dalle condizioni socio-economiche che rendono le persone vulnerabili e disposte a tutto, compreso il rischio di cadere nella trappola dei trafficanti e divenire così i moderni schiavi”, ha detto Costa all’IPS. “Il secondo punto è che in alcune culture i padri vendono le loro figlie per fronteggiare le difficoltà socio-economiche; diventa così un gigantesco problema di vulnerabilità”.

Il commercio è alimentato dalla domanda: “c’è gente che va alla ricerca di sesso esotico, o di tappeti o di altra merce a buon mercato prodotta da bambini e bambine con le loro manine. In passato abbiamo visto i casi di produttori molto noti di articoli sportivi, manufatti in alcuni villaggi in condizioni di schiavitù, in questo senso i problemi sono tanti”.

Alla domanda sul traffico dall’Europa dell’Est a quella dell’Ovest, Costa ha risposto che la difficile situazione conomica dell’est, soprattutto dei paesi dell’ex Unione Sovietica, “ha spinto ad emigrare a qualunque costo e il crimine organizzato sfrutta questo desiderio di trovare un lavoro, un buon lavoro – soprattutto per le ragazze – giovani molto belle che vengono dall’Est e diventano molto vulnerabili al traffico”.

Tuttavia, ha proseguito, l’Europa è solo una delle regioni dove si svolge il traffico, “e non voglio parlare solo dell’Europa dell’Est”.

In un recente rapporto dell’UNODC intitolato “Traffico di persone: percorsi globali”, vengono identificate Tailandia, Cina, Nigeria, Albania, Bulgaria, Bielorussia, Moldavia e Ucraina tra le più grandi 'fonti' per il traffico. Tailandia, Giappone, Israele, Belgio, Olanda, Germania, Italia, Turchia e Stati Uniti sono citate come le destinazioni più comuni.

Il Protocollo Onu contro il traffico delle persone, effettivo dal dicembre 2003, considera il traffico umano un crimine. Il Protocollo è stato firmato e ratificato da più di 110 paesi, ma i governi firmatari e i loro sistemi giudiziari non si sono di fatto adeguati, denuncia l’UNODC.

”Pochi sono i criminali condannati, e la maggior parte delle vittime non ricevono aiuto, al contrario, molte delle stesse vittime sono condannate per accuse come ingresso o permanenza illegale”.

Principali partner della nuova iniziativa saranno i governi, "perché i governi sono gli attori principali, dato che solo per loro è possibile porre fine a questo traffico in maniera diretta”, ha detto Costa.

”Quello che cerchiamo di realizzare con questa iniziativa è affrontare i paesi e ricordare loro gli impegni che hanno sottoscritto e a cui devono attenersi. Noi forniremo le risorse, si spera, per aiutare i paesi a mettere in pratica tutto questo, in termini di legislazione nazionale, criminalizzazione dei trafficanti, soccorso alle vittime, e prevenzione, in caso di persone vulnerabili e potenziali vittime”.

L’iniziativa opererà anche a fianco delle organizzazioni religiose e “soprattutto delle organizzazioni della società civile; sono state loro le nostre orecchie, i nostri occhi sul territorio, identificando le condizioni in cui le vittime vengono prese, e aiutandoci nelle operazioni di soccorso”.

Gran parte delle nuove risorse per la lotta al traffico andranno alle organizzazioni della società civile, ha concluso Costa.


marzo 27 2007

DA 10 ANNI UNA RADIO 'VIENNESE' INSEGNA A CAPIRE L'AFRICA


Contro gli stereotipi, i pregiudizi e la difficoltà dell’inserimento di giornalisti di origine africana nei mezzi d'informazione austriaci, 10 anni fa andava in onda a Vienna Radio Afrika International (RAI), prima e forse unica stazione in Europa “contro l’ignoranza sul continente africano”, come hanno sottolineato i fondatori nella cerimonia per l’anniversario. Nel 1997 RAI nasceva in un piccolo scantinato alla periferia della capitale austriaca, dando l’opportunità a molti giornalisti di origine africana di parlare del loro paese di provenienza, di sfatare i miti e le informazioni false propagate in Europa da media non africani e soprattutto di raccontare gli stati africani non definendoli solo “paesi sottosviluppati”. Il primo programma si chiamava “per non dimenticare” e si occupava di importanti personalità di origine africana, come Miriam Makeba, Louis Armstrong e Patrice Lumumba, padre dell’indipendenza congolese. Oggi Radio Afrika organizza scambi con giornalisti africani e corsi per chi vuole diventare giornalista esperto di Africa; una versione stampata dei programmi (Tribune Afrikas Print) esce settimanalmente con il Wiener Zeitung, quotidiano viennese.
http://www.misna.org/



marzo 22 2007

DONNE-CONTADINE SUL PALCOSCENICO PER L’EGUAGLIANZA SOCIALE



http://www.misna.org/
Una compagnia teatrale composta da sole donne contadine della provincia di Henan sta avendo grande successo in tutto il paese, con una raccolta di testi sulla vita quotidiana che è stata pubblicata da due delle più prestigiose università cinesi. Nata nel 2000 per iniziativa di Wang Zia, 39 anni, indicata fra l’altro tra le ‘1000 donne per il Nobel per la Pace 2005’, la compagnia da allora ha scritto, prodotto e rappresentato spettacoli in varie parti del paese, finché le opere sono state raccolte in un libro, ‘Grassroots also have voices’ (Anche le radici hanno voce), e studiate dagli allievi dell’università Tsinghua a Pechino e dell’ateneo Nankai a Tianjin. “I nostri principi sono intensificare la vita culturale, incoraggiare gli autodidatti e promuovere la parità tra i sessi” ha detto Wang Zia, che ha deciso di guidare la compagnia, composta da attrici tra 21 e 70 anni, dopo aver seguito un corso sull’eguaglianza sociale. Dal primo spettacolo messo in scena, ‘Mountain Flower’ (Fiore di montagna), storia di bimbi costretti a lasciare la scuola perché le famiglie avevano perso la terra, la compagnia ha moltiplicato le proprie iniziative: adesso parte del gruppo è anche coinvolta in iniziative contro le violenze in famiglia e a favore della terza età.




marzo 21 2007

PENA DI MORTE-USA:
Gli abolizionisti vedono la vittoria all’orizzonte
Adrianne Appel http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=879

BOSTON, (IPS) - I sostenitori della campagna contro la pena di morte negli Usa sono convinti che la tendenza verso una messa al bando nazionale delle esecuzioni capitali sia ormai inarrestabile; secondo alcuni si arriverà alla chiusura definitiva dei bracci della morte entro 15 anni.

“Si sta per scatenare una tempesta che ormai si prepara da alcuni anni”, ha detto all’IPS David Elliot, della Coalizione Nazionale per l’abolizione della pena di morte.

Dei 50 Stati Usa, 38 mantengono la pena di morte, secondo il Death Penalty Information Centre.

Due Stati (Maryland e New Jersey) sembra siano sul punto di abolire la pena capitale; e altri quattro (Connecticut, Illinois, New Mexico e North Carolina), ha riferito Elliot, dovrebbero seguirli, vietando questa pratica nel proprio territorio.

Altri, tra cui Arkansas, Missouri e South Dakota, hanno posto una moratoria sulle esecuzioni, a seguito di una recente sentenza della Corte suprema Usa. In California, un giudice federale ha fermato le esecuzioni ordinando un’indagine sul sistema della pena di morte in questo Stato.

Entro 15 anni, l’intero sistema Usa della pena capitale potrebbe essere completamente soppresso, secondo Elliot.

Nell’ottobre 2006, secondo il Death Penalty Information Centre, 3.334 persone si trovavano nel braccio della morte. Generalmente, è il governatore dello Stato a decidere quando una pena deve essere eseguita, e non è inusuale che un detenuto resti in attesa di esecuzione per 10 anni, o anche di più. Dal 1976, quando la pena di morte è stata ripristinata, sono state giustiziate 1.064 persone negli Usa.

Gli attivisti fanno risalire l’inizio della fine della pena capitale negli Usa al rifiuto, sette anni fa, del governatore dell’Illinois, George Ryan, di firmare un ordine di esecuzione.

A questa coraggiosa presa di posizione era seguita una moratoria di Stato ufficiale, che è ancora in vigore oggi.

“Potevo mandare a morte un altro figlio dell’uomo, in base a un sistema di pena capitale così imperfetto come quello che abbiamo in Illinois?”, chiedeva Ryan all’epoca.

Di recente, altri funzionari e governatori hanno espresso pubblicamente le loro incertezze sul sistema della pena capitale, in particolare dopo gli episodi di esecuzioni dolorose e disumane, e su un metodo che ha certamente mandato a morte persone innocenti.

Il governatore del Maryland, Martin O’Malley, è tra coloro che hanno preso parte attiva nell’attuale dibattito sull’abolizione nazionale di questa pratica.

“Dal 1978, abbiamo giustiziato cinque persone e liberato un accusato, dopo che era stata dimostrata la sua innocenza. C’è qualcuno tra noi che vorrebbe sacrificare la vita di un membro della nostra famiglia - accusato, condannato e giustiziato a torto - per assicurare l’esecuzione di cinque assassini condannati a ragione?”, ha chiesto O’Malley in un recente articolo sul Washington Post.

In Montana, il vice procuratore generale John Connor, uno dei principali pubblici ministeri dello Stato, ha annunciato all’assemblea legislativa che non vuole più che il suo nome venga associato alla pena di morte.

“Mi sembra assolutamente incongruente dire che rispettiamo la vita a tal punto da dedicare tutto il nostro denaro, tutte le nostre risorse, la nostra competenza legale e il nostro intero sistema, per giudicarti e toglierti la vita… Francamente, non credo che io potrei continuare a farlo”, ha detto Connor all’assemblea, secondo quanto riferito dall’agenzia stampa Associated Press.

In tutto il paese, negli ultimi 30 anni, 123 detenuti nel braccio della morte sono stati dichiarati innocenti, ha riferito l’avvocato del Maryland Paul B. DeWolfe in un’intervista con l’IPS. Molte di queste persone hanno denunciato il tipo di trattamento loro riservato, e a molti non è piaciuto quello che hanno sentito.

“È a seguito di questi casi, che il pendolo ha cominciato a oscillare contro la pena di morte”, ha detto DeWolfe.

Una delle persone prima condannate e poi prosciolte, e attuale attivista contro la pena di morte, è Juan Melendez. È stato liberato dalla prigione della Florida nel 2002, dopo essere rimasto nel braccio della morte per quasi 18 anni.

Ha raccontato all’IPS che la sofferenza peggiore era stata vedere le guardie che venivano a prelevare un uomo che aveva vissuto nella cella accanto alla sua, e al quale era ormai molto legato, per giustiziarlo.

“C’era la sedia elettrica allora, con una potenza di 2.010 volt. Quando andò via la luce [nella prigione], capì che stavano spezzando la sua vita, mentre io non potevo far niente”, ha detto.

La prigione era piena di topi e scarafaggi, ha ricordato, e non c’era l’aria condizionata.

Centinaia di gruppi di cittadini, organizzazioni religiose, avvocati e legislatori, si sono uniti agli attivisti come Melendez, per dare al movimento abolizionista il forte slancio che ha oggi.

La mobilitazione si basa su diversi punti. Tra questi, la questione dei costi.

“Uccidere due uomini anziani ogni anno per 50 milioni di dollari? Ci sono modi migliori per garantire la sicurezza pubblica”, ha detto all’IPS Mark Elliot, di Florida Alternatives to the Death Penalty.

Un altro punto è il razzismo. Il sistema della pena di morte negli Usa viene considerato fortemente discriminatorio nei confronti delle persone di colore.

“È particolarmente curioso che dal 1769 non sia stato giustiziato nemmeno un bianco per aver ucciso un nero. Questa è la realtà della pena capitale in Florida”, ha osservato Elliot.

Un’accurata indagine sull’iniezione letale - il metodo di esecuzione utilizzato in 37 Stati - è stata avviata a seguito di un provvedimento della Corte suprema Usa che forniva i mezzi legali per fermare le esecuzioni in molti Stati.

“Ci era stato venduto come un metodo più 'umano' di morire. Ma stiamo imparando che non può esistere nessun metodo umano di giustiziare qualcuno”, ha dichiarato David Elliot.

L’anno scorso, la Corte suprema ha stabilito che i detenuti nel braccio delle morte possono dichiarare in tribunale che l’iniezione letale viola l’ottavo emendamento della Costituzione americana, che proibisce le pene crudeli e inusitate. Dieci Stati hanno velocemente vietato ogni esecuzione. La Corte suprema è giunta a questa decisione dopo aver esaminato il caso in Florida di Clarence Hill, un uomo con l’età mentale di un bambino 10 anni che era rimasto nel braccio della morte per quasi un quarto di secolo.

Nonostante lo storico decreto della corte, la vita di Hill non è stata risparmiata. Tre mesi dopo, l’allora governatore Jeb Bush ha emesso il mandato di esecuzione e Hill è morto per iniezione letale. Solo pochi mesi dopo la Florida ha giustiziato un altro prigioniero, Angel Nieves Diaz, la cui agonia si è prolungata per più di 34 minuti.

“Questo sembra senz’altro aver scatenato una forte reazione generale”, ha detto all’IPS Todd Doss, avvocato sia di Hill che di Diaz.

Oggi i sondaggi mostrano che una leggera maggioranza di cittadini Usa preferisce l’ergastolo senza condizionale alle esecuzioni, ha spiegato all’IPS Judi Caruso, della Coalizione contro la pena di morte del New Mexico. Il sondaggio Gallup 2006 mostrava che per la prima volta dopo 20 anni la popolazione si sta allontanando dall'esecuzione capitale, con il 48 per cento di persone che preferiscono l’ergastolo senza condizionale.

“Stanno rivalutando un sistema che è guasto; guasto senza possibilità di essere riparato”, ha detto Caruso.(


marzo 13 2007

CONTINUA OFFENSIVA NEL SUD, KARZAI FIRMA IMMUNITÀ PER ‘SIGNORI DELLA GUERRA’

http://www.misna.org/


Due afgani morti e tre soldati feriti (due afgani e uno appartenente alla coalizione internazionale) è il bilancio di un’operazione militare nei pressi di Gerneshk, nella Provincia di Helmand, lanciata prima dell’alba nell’ambito della massiccia offensiva, denominata ‘Achille’, contro i talebani nel sud del paese. “Un attacco di precisione ha fatto due morti tra gli insorti” e “ nessuna vittima civile” ha riferito il portavoce della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) sotto l’egida della Nato, riferendosi ad un raid contro una casa in cui erano nascoste armi. L’offensiva ha come scopo principale i talebani e il loro tentativo di dotarsi, attraverso il traffico illegale, di missili terra aria Stinger per abbattere l’aviazione Isaf e afgana. Un attacco aereo nel sud della provincia di Helmand avrebbe provocato cinque vittime e quattro feriti tra i civili, secondo la denuncia di un capo tribale raccolta oggi da agenzie internazionali; non è chiaro se si tratti della stessa operazione riferita dall’Isaf a Gerneshk. L’operazione ‘Achille’ vede coinvolti 4500 soldati inglesi, canadesi, americani e olandesi e un migliaio di truppe afgane. Nella provincia occidentale di Fahar, invece, almeno una decina di poliziotti sarebbero rimasti uccisi per l' esplosione di un ordigno. Lo hanno
riferito fonti della sicurezza, precisando che i poliziotti viaggiavano a bordo di un veicolo che è stato investito dalla deflagrazione di una bomba piazzata sul ciglio della strada. Sabato il presidente afgano Hamid Karzai ha firmato una controversa legge, approvata dalle due camere del Parlamento, che garantisce “l’immunità legale e giudiziaria tutte le parti coinvolte nei conflitti precedenti al 2002”, il che comprende anche gravi crimini commessi dai ‘signori della guerra’, molti dei quali siedono oggi nell’Assemblea nazionale. La legge era stata contestata da una parte dei deputati che ritengono troppo alto e controproducente il prezzo da pagare per la “riconciliazione”, oltre il fatto che l’amnistia va contro leggi internazionali sui crimini di guerra e contro l’umanità di cui l’Afghanistan aderisce. La nuova legge potrebbe garantire l’immunità anche a chi ha commesso crimini dopo il 2002, inclusi gli attuali insorti: “Individui e gruppi che ancora si oppongono militarmente al governo - stabilisce la norma - possono avvalersi dei privilegi di questa risoluzione, se cessano le ostilità e rispettano la costituzione dell’Afghanistan”.



marzo 12 2007

Cecenia, tornano le bombe
I russi intensificano i bombardamenti aerei e d’artiglieria. Anche nelle regioni abitate
Artiglieria russa in azionePer dimostrare che la guerra in Cecenia è finita, l’8 marzo il neopresidente Ramzan Kadyrov ha riaperto ai voli l’aeroporto Severny di Grozny, chiuso dal 1999. C’è da augurarsi che i piloti siano bravi a schivare le cannonate. Le forze militari russe stanno infatti intensificando ed estendendo l’uso dell’aviazione e dell’artiglieria pesante in Cecenia. Secondo i dati e le notizie raccolte dal giornalista indipendente russo Andrei Smirnov, i bombardamenti russi sulle presunte postazioni della guerriglia sono sempre più frequenti. E non più solo sulle montagne del sud, ma anche sulle zone pedemontane e nelle valli nel centro della repubblica, più densamente abitate. Infatti ora accade più frequentemente che le bombe cadano anche sulle abitazioni civili, facendo vittime tra la popolazione.
 
Aviazione russa in azioneBombardate anche le regioni vicino a Grozny. Lo scorso 1° dicembre, la fattoria della famiglia Gaytemirov è stata colpita da due missili sparati da un caccia-bombardiere russo nei pressi del villaggio di Surokh, nel distretto meridionale di Shatoi: due donne e due uomini sono rimasti gravemente feriti. La casa è andata distrutta.
Il 24 dicembre l’artiglieria russa ha colpito per la prima volta nelle vallate a est della capitale Grozny: per ore è stata martellata la periferia del villaggio di Avtury, nel distretto di Shali. Ci sono stati danni alle abitazioni, ma nessun ferito.
Il 21 febbraio, sono state bombardate le foreste sulle colline a sud di Stari Atagi, solo quindici chilometri a sud di Grozny, e altre località sulle montagne più a sud.
Il 27 febbraio l’artiglieria è entrata in azione nel distretto di Vedenò.
L’1 e il 2 marzo le bombe russe sono cadute per la prima volta anche nelle pianure del distretto di Urus-Martan, una decine di chilometri a sud-ovest della capitale.
 
Proiettili d'artiglieria russiUna strategia decisa dal nuovo comandante russo. Lo scorso ottobre, dopo la morte di un civile nei bombardamenti sul villaggio di Serjen-Yurt, il comandante delle forze militari russe nel Caucaso, generale Yevgeny Baryaev, aveva difeso l’uso dell’artiglieria come strumento “necessario per tenere lontani dai centri abitati i ribelli, tagliando così i loro canali di rifornimento”.
In dicembre, il posto di Baryaev è stato preso dal generale Yakov Nedobitko, che ha immediatamente ordinato l’intensificazione dei bombardamenti aerei e d’artiglieria. Detto, fatto. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7498


marzo 11 2007

POLIZIA LOCALE USA TORTURA IN MODO “SISTEMATICO”, SECONDO ONU
 

La polizia nigeriana utilizza la tortura nei confronti dei sospettati “in modo abituale”: lo ha detto ieri Manfred Nowak, rappresentante speciale dell'ONU per lalotta alla tortura, in una conferenza stampa tenuta nella capitale nigeriana al termine di una visita durata una settimana. Spari alle gambe, aggressioni, percosse, ma anche mancate cure mediche alle ferite causate durante le torture sono state registrate con impressionante costanza dal rappresentante dell’Onu. “Almeno per quanto riguarda la polizia locale, sono arrivato alla conclusione che l’uso della tortura è sistematico” ha detto Nowak. “Si tratta di una pratica abituale utilizzata per estorcere confessioni o informazioni” ha aggiunto, sottolineando che “la totale impunità” garantita finora agli agenti delle forze di polizia, alimenta questo stato di cose. Nowak ha precisato che, nonostante gli sforzi del governo - compiuti dal 1999, quando il paese tornò a un’amministrazione civile dopo anni di gestione militare, sono ancora pochi i risultati concreti. Tortura a parte, il sistema giudiziario, secondo Nowak, discrimina i poveri che non sono in grado di pagarsi un avvocato e ottenere un rilascio su cauzione. Scarse prove di tortura, invece, sono state rinvenute nelle prigioni nazionali dove però, è stato registrato un sovraffollamento di detenuti ancora in attesa di giudizio. Secondo lo stesso governo nigeriano, sono più di 25.000 (il 65% dell’intera popolazione carceraria nazionale) sono i detenuti a cui non è stato ancora formalmente contestato alcun reato e che restano in carcere anni a causa dei ritardi del sistema giudiziario o della cattiva gestione degli istituti di pena.http://www.misna.org/


Un continente per due
Bush e la Rice in America Latina per recuperare le relazioni con diversi paesi e screditare il leader venezuelano
Tocca a George W. Bush oggi, come toccò a John Kennedy quaranta anni fa, guardare negli occhi i cittadini sudamericani e spiegare loro che il 'socialismo del XXI secolo' pensato e voluto da Chavez è un grande pericolo, che va combattuto prima che sia troppo tardi.
 
Chavez, numero uno venezuelano e Bush suo parigrado UsaLe proteste. Il viaggio di Bush non è certo iniziato sotto i migliori auspici. In Brasile, a San Paolo, Bush e Condoleezza Rice hanno trovato un clima tensione che da molto tempo non si vedeva da quelle parti. Migliaia di manifestanti, armati di cartelli e striscioni (uno recitava lo slogan “Assassino fuori”, un altro mostrava il suo volto e la scritta “Ricercato”) hanno protestato contro la presenza di Bush scatenando anche incidenti con la polizia paulista. Risultato? Diciotto feriti, tutti manifestanti. Non solo. Bush si deve essere accorto della diffidenza nei suoi confronti anche dal fatto che ieri, al momento del suo arrivo, c'erano 3.700 fra poliziotti e soldati a controllare che non accadesse nulla durante i suoi spostamenti. In più due elicotteri da guerra superequipaggiati vigilavano sull'albergo dove George e Condi alloggiavano. Quasi simultaneamente anche a Bogotà, in Colombia, gruppi anti-statunitesi hanno ingaggiato tafferugli con le autorità. E la paura di incidenti resta alta anche per i prossimi giorni quando l'uomo più potente (e forse odiato) del pianeta visiterà Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico, considerati Paesi amici. E se la lotta alla povertà è stata il cavallo di battaglia del presidente americano, Chavez ha subito voluto gettare benzina sul fuoco: “Gli Usa e il suo presidente hanno imposto al sudamerica il neoliberismo, il trattato di libero commercio (Tlc) e l'Alca (Area de Libre Comercio de las Americas) e lo hanno fatto solo per farci sprofondare ancora di più nella povertà. Adesso gli Usa si accorgono che nel continente esiste la povertà. L'hanno creata loro”.
 
Il sogno di ChavezDon Camillo e Peppone. Sembra un film d'altri tempi, tipo quelli che hanno preso spunto dai racconti di Guareschi, quello che quasi quotidianamente mettono in scena il numero uno Usa e il leader venezuelano. Sono decine ormai gli scontri verbali che segnano i rapporti fra Caracas e Washington. Quello più celebre è avvenuto nel palazzo dell'Onu a New York, quando dal palco dei relatori Chavez disse che Bush era il diavolo e che la sua presenza in sala aveva lasciato anche un forte odore di zolfo. E le diatribe verbali continuano.
Se il primo si trova a San Paolo in visita ufficiale a Lula, l'altro nella serata di venerdì è stato alla testa di un corteo pacifico anti Bush sfilato per le strade di Buenos Aires.
Ma non sarà l'unica occasione. Quando Bush farà visita al suo 'amico' Alvaro Uribe, presidente della fedelissima Colombia, Chavez sarà a La Paz, dal suo amico Morales, per partecipare ad una manifestazione nella quale troverà senz'altro occasione per polemizzare. E pare che continuerà con il discorso iniziato nello stadio di Buenos Aires: “ Gringo go home! - avrebbe detto Chavez - Non c'è niente da fare in queste terre e mi dispiace per chi ti ha invitato, i miei amici Lula, Tabarez Vazquez e Uribe”.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7497


marzo 9 2007

Via da Srebrenica

I profughi bosgnacchi ritornati a Srebrenica minacciano di andarsene in massa se la città non verrà sottratta alla giurisdizione della Republika Srpska e riconosciuta come distretto speciale. Continua la tensione dopo la sentenza della Corte dell'Aja
Di J. Šarac, per Nezavisne Novine, 6 marzo 2007 (tit. orig. Iseljenje 14. marta)

Traduzione per Osservatorio di Balcani: Ivana Telebak


In centro a Srebrenica
“La Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha formulato una chiara sentenza su chi ha commesso il genocidio, e nessuno ha più il diritto di lasciare Srebrenica sotto l'ingerenza della RS [Republika Srpska]”, dice Sadik Ahmetovic, uno dei membri del Comitato d'iniziativa per lo sgombero collettivo dei ritornanti di Srebrenica.

I bosgnacchi chiedono che Srebrenica riceva lo status di distretto. In caso contrario, per il 14 marzo è annunciato lo sgombero collettivo dei bosgnacchi rientrati.

Il Comitato d'iniziativa per lo sgombero collettivo di Srebrenica, che l'altro ieri ha inviato ai funzionari locali e internazionali un proclama con le loro richieste, considera che il Governo della RS non si è mai seriamente occupato di progetti mirati a rivitalizzare questo comune e a creare le condizioni per una sopravvivenza sostenibile. Secondo le valutazioni, a Srebrenica sono occupati soltanto circa 250 rientrati di nazionalità bosgnacca.

“Il Governo della RS ha dimenticato anche i cittadini di nazionalità serba perché la sua politica è di non fare nulla in questo luogo, per evitare che ci sia un ritorno maggiore dei bosgnacchi”, afferma Ahmetovic.

Il presidente del Comitato, Cazim Durakovic, afferma che il proclama e la decisione sullo sgombero collettivo non hanno un retroscena politico, ma piuttosto il desiderio dei cittadini che, nonostante il tragico passato e il calvario che hanno vissuto, hanno cercato di normalizzare la vita di Srebrenica.

“Il proclama è stato scritto prima della decisione dell'Aja, e la sentenza ha solamente aumentato il desiderio di andarsene via”, ha sottolineato Durakovic.

Hatidza Mehmedovic, che è ritornata a Srebrenica cinque anni fa, dice che i diritti dei rientrati sono minacciati. I ricordi dei giorni felici le hanno conservato il desiderio di vivere a Srebrenica, ma, dice, non ci sono le condizioni elementari per poterlo fare.

“Se devi curarti, non puoi farlo, ti mandano a Belgrado, invece Tuzla e Sarajevo sono come l'estero. Ma io non voglio curarmi in Serbia”, dice Mehmedovic.

Secondo le valutazioni del Comune, la metà dei circa 4.000 rientrati bosgnacchi sono in modo formale, ma non anche in modo amministrativo, rientrati nel paese d'origine. Nonostante il ritorno, continuano ad essere registrati nei comuni della Federazione BiH per poter godere di certi benefici (per gli invalidi di guerra, per i combattenti smobilitati, per l'educazione scolastica), che difficilmente o in nessun modo potrebbero realizzare registrando la residenza nella RS.

Non sono meno insoddisfatte la sedicenne Verica Stjepanovic e la diciasettenne Meliha Rahmanovic. Se le si presenta l'occasione vorrebbero lasciare Srebrenica, della quale dicono che è una “città morta”.

“Vogliamo vivere insieme, in pace, ma ci separano continuamente. Al Governo RS non interessa come viviamo, che non sappiamo dove andare quando usciamo, che la gente è senza lavoro. Forse persino i bosgnacchi hanno più aiuti di noi serbi”, dice Verica Stjepanovic.

Il sindaco di Srebrenica Abdurahman Malkic per oggi ha organizzato un incontro con i rappresentanti del Comitato d'iniziativa per lo sgombero collettivo. Lui dice che le richieste di questo comitato sono simili alle richieste dell'amministrazione di Srebrenica, che cinque anni fa ha accettato la risoluzione sullo status particolare di Srebrenica. Malkic dice che il Governo della RS non vuole abilitare le risorse naturali di Srebrenica, con le quali si stimolerebbe lo sviluppo del comune e si aumenterebbe l'occupazione. Come esempio porta il caso delle terme di Guber, che, dice lui, “sono state privatizzate con lo scopo di non farle lavorare”.

“Il premier Dodik in buona parte ha contribuito alla creazione di una difficile situazione politica a Srebrenica. Ma lo sgombero dei rientrati è un avvallo inconsapevole della pulizia etnica. Non sono per avvallare questa pulizia, ma sono per la realizzazione delle richieste contenute nel proclama”, ha sottolineato Malkic.

Lui crede che il potere locale non può da solo risolvere il problema, ma che le entità e la comunità internazionale in BiH debbano partecipare perché si tratta di una cosa seria. Tuttavia, ieri a Srebrenica tranne alcuni team di giornalisti non ci sono stati altri visitatori.

Un mondo senza basi militari straniere
Kintto Lucas http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=870

QUITO, (IPS) - Più di 1000 attivisti ed esperti provenienti da 30 diversi paesi si sono riuniti lunedì scorso nella capitale dell’Ecuador, annunciando la creazione di una rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere. La Rete “No-basi” coordinerà azioni strategiche contro le oltre 1000 basi militari sparse in tutto il mondo.

Lina Cahuasquí, attivista della Coalizione No-base Ecuador, ha spiegato all’IPS che la Rete sarà “uno spazio democratico, plurale, legato alle lotte permanenti delle organizzazioni sociali che si battono per un sistema privo di eserciti e basato sul rispetto, l’equità, la giustizia e la cultura della pace”.

La conferenza, primo incontro mondiale nel suo genere, proseguirà fino a venerdì, per esaminare l’impatto delle basi militari straniere e le lotte delle popolazioni locali contro la loro presenza.

Le sessioni della prima giornata sono state dedicate alla condivisione delle esperienze di ciascun paese. Si sono poi pianificate delle strategie congiunte, e giovedì 8, giornata internazionale delle donne, una carovana di “donne per la pace” partirà da Quito per arrivare al porto occidentale di Manta, sede della più grande base americana del Sud America.

Al termine degli incontri, si terrà un festival della cultura a Quito e a Manta, e verrà lanciata una campagna di solidarietà internazionale per la chiusura definitiva della base di Manta. Cahuasquí ha segnalato che quasi tutte le basi militari straniere nel mondo appartengono agli Stati Uniti, che sono insediati in 737 diversi paesi. Le altre appartengono a Russia, Cina, Gran Bretagna e Italia.

“E senza contare le basi militari segrete, come le quattro installazioni gestite dagli Usa in Iraq”, ha aggiunto.

“Ma gli Usa non hanno basi solo nei paesi in via di sviluppo: ne possiedono 81 in Germania e 37 in Giappone”, ha segnalato l’attivista, oltre alle 17 basi militari Usa in America Latina e Caraibi, precisamente in Colombia, Perù, El Salvador, Aruba, Curaçao, Honduras, Ecuador e nella baia di Guantanamo, a Cuba.

Wilbert van der Zeijden, del Transnational Institute in Olanda, ha auspicato che l’incontro promuova “una diffusa campagna globale” contro la presenza di eserciti e basi militari straniere in tutto il mondo.

”Se non possiamo chiudere tutte le basi, dovremmo almeno riuscire a indebolire la rete militare Usa, che consente (alle basi) di attaccare dove e quando vogliono”, ha commentato.

Corazón Fabros Valdez, dalle Filippine, membro del Comitato organizzatore internazionale della conferenza, spera che l’incontro dell’Ecuador consoliderà il consenso mondiale al movimento per la chiusura della base di Manta, rafforzando la determinazione del governo nel rescindere il contratto di locazione alla sua scadenza, nel dicembre 2009.

“Abbiamo capito l’importanza della solidarietà internazionale dopo i successi ottenuti nella lotta contro le basi militari Usa nelle Filippine”, ha osservato Valdez.

“Le Filippine - ha proseguito - hanno avuto basi militari Usa per oltre 100 anni, che sono state usate contro il Vietnam e altre nazioni. Tra gli effetti peggiori, abbiamo assistito a violazioni dei diritti umani e della democrazia”.

Il nuovo presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha già annunciato che non rinnoverà la locazione della base di Manta, come avevano chiesto alcuni portavoce dell’amministrazione di George W. Bush, che avrebbero voluto estenderla al 2012.

Manta, nel Pacifico, 260 chilometri da Quito, è il principale porto dell’Ecuador.

Anche Herbert Docena, ricercatore di Focus on the Global South nelle Filippine, ha auspicato che la conferenza trasmetta un messaggio molto chiaro: che i popoli di tutto il mondo non vogliono le basi militari straniere sul proprio territorio.

“Oltre alla dichiarazione politica, vogliamo istituzionalizzare la Rete No-Basi in tutto il mondo, e renderla più dinamica, per poter intraprendere progetti a medio e lungo termine”, ha detto Docena all’IPS.

“Gli Stati Uniti hanno sostenuto Ferdinando Marcos (1965-1986) con cifre di denaro esorbitanti, in cambio del suo consenso per mantenere le basi Usa nelle Filippine. Senza il loro appoggio a Marcos, non avremmo mai avuto una dittatura tanto lunga”, ha spiegato.

“È stato solo dopo la chiusura delle basi, nel 1992, che abbiamo capito quanto inquinamento avevano prodotto”.

Presente alla conferenza anche la pacifista Usa Cindy Sheehan, madre di Casey Sheehan, un soldato ucciso in Iraq. È venuta per raccontare la sua storia, e per unirsi alla carovana delle Donne per la pace.

Cahuasquí ha parlato della base Usa di Vieques, Porto Rico, come di un esempio delle conseguenze negative delle basi militari. “La zona è stata contaminata da metalli pesanti, prodotti chimici, e persino scorie nucleari come l’uranio impoverito, con effetti nocivi sull’acqua, gli esseri umani e l’ambiente in generale”, ha spiegato.

Molte basi vengono presentate in modo positivo, come centri di cooperazione e di scambio, ma in realtà possiedono attrezzature per comunicazioni hi-tech, e vengono usate per lo spionaggio, come in Nuova Zelanda.

Gli attivisti hanno discusso dei risultati finora ottenuti nella loro lotta, citando il caso dell’Italia, dove più di 100.000 persone sono scese in piazza per manifestare il loro rifiuto ad una violazione della sovranità nazionale.

Un altro esempio è stata la rivolta pacifica della popolazione di Porto Rico, per la chiusura della base di Vieques, dopo 60 anni di presenza militare Usa.

L’Ecuador, poi, ha rifiutato la proposta Usa di installare un’altra base militare sull’isola di Baltra, nelle Galapagos, mentre Panama ha cacciato la marina Usa. E ancora, negli ultimi anni, Uruguay, Argentina e Brasile hanno smesso di partecipare alle manovre navali congiunte con gli Stati Uniti.

“Siamo incoraggiati dalla posizione del governo ecuadoriano sulla chiusura della base di Manta, ma siamo anche preoccupati per le pressioni che gli Usa stanno esercitando su questo paese per mantenere la base”, ha detto Cahuasquí.

Accanto agli attivisti, hanno partecipato all’incontro anche alcuni legislatori provenienti dal Brasile, dal Venezuela e dai paesi europei, come il segretario generale del Consiglio per la pace mondiale (World Peace Council), il parlamentare europeo Tobias Pflueger, e la ricercatrice messicana Ana Esther Ceceña.

Tra i dimostranti, anche Kyle Kakihiro, impegnato nella difesa dei diritti dei nativi hawaiani, della giustizia ambientale e della smilitarizzazione, e Andrés Thomas, membro di Democracy Now, Usa.


marzo 7 2007

ALIMENTAZIONE-CUBA:
L’ansia del pane quotidiano
Patricia Grogg http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=868

L'AVANA, (IPS) - Una delle principali preoccupazioni della famiglia media cubana è il cibo, per il quale, secondo diversi studi, si spendono circa due terzi del reddito.

“Da quando mi sveglio ed esco per andare al lavoro tutte le mattine, penso a cosa farò da mangiare per cena”, ha raccontato un’insegnante di 40 anni, sposata, con due figli, e che assiste il padre anziano.

I suoi problemi oggi sono diversi rispetto ai primi anni di matrimonio, nel ’90, quando c’era la recessione economica e una penuria generalizzata. Secondo i critici del blocco Usa contro Cuba, durato quarant’anni, l’embargo ha avuto ripercussioni profondamente negative sull’economia dell’isola.

“Oggi si trovano molti prodotti nei negozi e nell’agromercado (il mercato di frutta e verdura), ma non possiamo permetterceli”, ha detto la donna, che ha parlato con l’IPS nell'anonimato.

Il reddito mensile della sua famiglia, compresa la pensione del padre, è di circa 1000 pesos cubani, equivalenti a 40 pesos convertibili (CUC). Sono entrambe monete in corso a Cuba, ma per alcuni acquisti è necessario avere i CUC, che possono essere comprati negli uffici di cambio statali, per 25 pesos o 80 centesimi di dollaro.

La donna riconosce che la sua situazione non è delle peggiori: vive infatti in una casa di sua proprietà, non paga la scuola della figlia minore (il figlio maggiore già lavora), e neanche le spese mediche per il padre, perché “di questo si occupa lo stato”. Tuttavia, aggiunge, “ciò che riceviamo con la tessera di razionamento [la ‘libreta’] non è sufficiente, non com’era prima”.

Le tessere annonarie familiari vengono consegnate annualmente, e il razionamento viene usato dal governo cubano per assicurare che ogni cittadino abbia accesso ad un paniere di alimenti di base a un prezzo sovvenzionato, che copre “non meno della metà del fabbisogno nutrizionale”, secondo le stime ufficiali.

Il sistema dovrebbe garantire un’equa distribuzione di riso, fagioli, zucchero, caffè, olio, uova, sale, pasta, pane e biscotti, pesce, pollo, altre carni come salsicce, e latte e yogurt per i bambini.

La spesa mensile per persona nei prodotti sovvenzionati e razionati oscilla tra 26 e 38 pesos, secondo uno studio del Centro de Estudios de la Economia Cubana (CEEC), presso l’Università dell’Avana, al quale l’IPS ha potuto accedere.

I beni razionati hanno soddisfatto adeguatamente i bisogni basilari delle famiglie fino agli anni ’80, ma adesso coprono appena i loro bisogni per 10 o 12 giorni al mese, secondo ricercatori e consumatori.

Per completare la loro dieta, i consumatori devono recarsi agli agromercado, alcuni molto forniti e con prodotti di migliore qualità, ma dove i prezzi vengono fissati in base alla domanda e all’offerta.

Per il manzo, l’olio o il burro, servono i CUC. “Alle volte compriamo un panetto di burro da 250 grammi nella rete di negozi che accettano solo i CUC, che al cambio ci costa più di 30 pesos”, ha riferito l’insegnante.

“Il lavoratore che vive del proprio stipendio si trova in una situazione difficile, perché con ciò che riceve può comprare moltissimi prodotti sovvenzionati, ma non può permettersi altri articoli, anch’essi necessari, che vengono venduti a prezzo di mercato”, ha ammesso il presidente della Banca centrale Francisco Soberón alla fine del 2005.

Da un sondaggio sulla situazione economica delle famiglie realizzata dall’Ufficio nazionale di statistica nel 2001, era emerso che oltre il 66,3 per cento della spesa dei residenti all’Avana finiva in cibo e bevande, mentre solo il 33,7 per cento in altri consumi.

“È evidente che la situazione è rimasta praticamente invariata negli ultimi anni, e ciò dimostra la scarsa elasticità della struttura delle spese di consumo”, indica lo studio del CEEC. In confronto, le famiglie in Costa Rica e Spagna spendono in cibo solo il 33 per cento e il 26 per cento rispettivamente del loro reddito.

Benché le razioni alimentari non coprano tutti i bisogni nutrizionali della popolazione, tra il 2001 e il 2005 si è visto qualche lieve miglioramento, si legge nello studio, grazie alle misure adottate “per migliorare l’alimentazione dei cubani sia quantitativamente che qualitativamente”

L’analisi segnala un incremento delle quote per la produzione di riso nelle province orientali, maggiori tonnellate di riso e fagioli raccolti, una più frequente distribuzione di prodotti della carne, consegne più ampie e regolari di yogurt di soia, e un aumento nella distribuzione di olio vegetale.

L’insieme di questi approvvigionamenti, conclude lo studio, ha permesso un “miglioramento apprezzabile nel consumo di elementi nutritivi” tra il 2000 e il 2005, con aumenti del 31 per cento in termini di energia; del 34 per cento per le proteine e del 46 per cento dei grassi

Al di là delle statistiche, l’insegnante deve portare con sé molto denaro contante quando va a fare la spesa: “Nell’agromercado più vicino a casa - racconta - la carne di maiale costa tra i 20 e i 25 pesos; una testa d’aglio, tre o quattro pesos; un mazzo di lattuga dai tre ai cinque pesos, e le cipolle tra 4.50 e 10 pesos la libbra. Questa settimana ho trovato la malanga [un tubero molto apprezzato a Cuba] a due pesos”.

Un economista, che ha preferito rimanere anonimo, ha raccontato all’IPS che i prezzi dei prodotti sul mercato libero erano aumentati del 4,3 per cento nel 2006 rispetto al 2005; ed erano già cresciuti del 7,1 per cento rispetto al 2004.

A suo parere, i prezzi non scenderanno finché non aumenterà la produzione alimentare, che nel 2006 è retrocessa per il secondo anno consecutivo, con un calo del 10 per cento nella raccolta di tuberi e ortaggi. Nel 2005, la produzione era scesa del 20 per cento, a causa soprattutto di una persistente siccità.

Secondo l’economista, neanche la produzione di bestiame, in particolare di bovini, è riuscita a recuperare i livelli e gli indicatori di efficienza degli anni ’80.

“Nel 2006 - ha spiegato - ci sono state buone precipitazioni in tutto il paese e non si sono visti uragani, e questo dimostra che il continuo calo della produzione alimentare non può essere attribuito esclusivamente alle condizioni del tempo”.

Questo tema è stato al centro del dibattito negli incontri dell’Assemblea nazionale del potere popolare (parlamento unicamerale) lo scorso dicembre, dove si è evidenziato che uno dei principali motivi sarebbe la morosità dello stato nel pagare i prodotti che acquista dai contadini.

“Come possiamo avere cibo se non paghiamo i nostri maggiori produttori, che forniscono il 65 per cento di ciò che mangiamo?”, ha chiesto Raúl Castro, presidente cubano ad interim, oltre che deputato.

La discussione verrà ripresa nelle sessioni dell’Assemblea di giugno, quando le autorità agricole dovranno consegnare un “rapporto ufficiale breve e concreto, e senza giustificazioni” sulla questione.

Secondo gli esperti economisti, Cuba dovrà aumentare la propria produzione alimentare agricola e industriale, non solo abbassando i prezzi, ma anche riducendo la dipendenza di questo settore dalle importazioni, che negli ultimi due anni sono aumentate del 35 per cento.

Secondo i dati ufficiali, nel 2006 il paese ha speso 948 milioni di dollari nella distribuzione razionata degli alimenti di base per i suoi 11,2 milioni di abitanti.


marzo 4 2007

ONU : le ragazze parlano dei diritti delle ragazze
di Carla Amato

2000 ragazze provenienti da tutto il mondo si sono riunite oggi presso la sede delle Nazioni Unite a New York per discutere dei loro diritti. Fra loro una ragazza ex bambina soldato della Repubblica democratica del Congo rapita all'eta' di 11 anni, una vittima di stupro dello Zambia contagiata dall'AIDS ed una giovane lavoratrice del Nepal.

Per effetto della discriminazione e della violenza in tanti Paesi del mondo, 55 milioni di ragazze non frequentano la scuola e milioni di esse lavorano come domestiche. Altri milioni sono sfruttate nelle fabbriche o nei laboratori artigianali. Il 40% dei bambini soldato sono ragazze e piu' del 60% dei giovani fra i 15-25 anni contagiati dall'AIDS sono donne.

Fra queste ultime le vittime di stupro, ma anche le bimbe soldato. Molte bimbe soldato hanno anche bambini rifiutati dalle loro comunita'. Con questo fardello e prive di studi alle spalle - dato che hanno trascorso nella giungla l'infanzia e l'adolescenza - distrutte nella psiche e nel fisico, queste bimbe troppo grandi non hanno un futuro, perche' non possono reinserirsi, ne' hanno vita lunga se malate.

www.osservatoriosullalegalita.org


marzo 2 2007

Il mercato immobiliare ha fatto boom

   

I partiti dell'opposizione in Montenegro chiedono aumenti delle imposte e pianificazioni territoriali più restrittive. Per limitare l'onda crescente di investitori immobiliari stranieri. Una nostra traduzione
Di Nedjeljko Rudovic*, Podgorica, per BIRN, Balkan Insight, 15 febbraio 2007 (titolo originale: “Real Estate boom in Montenegro Worries Opposition”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta


Aumentare la tassazione sui passaggi di proprietà: questa è la pressante richiesta rivolta al governo del Montenegro ora che crescono le preoccupazioni per il boom sfrenato degli investimenti immobiliari stranieri, che potrebbe comportare un deterioramento ambientale nonché l’arrivo nel Paese delle mafie straniere.

Il nuovo Stato indipendente dell’Adriatico è divenuto negli anni recenti un popolare approdo per i potenziali compratori alla ricerca di case di vacanza.

I prezzi più bassi rispetto alla vicina Croazia, le bellezze naturali e la posizione geografica del Montenegro, ad un’ora di volo da Roma, hanno portato ad un affollamento di acquirenti stranieri.

Ma alcuni ritengono che il governo non stia traendo molto vantaggio dalla situazione ricavandone delle entrate supplementari. Certi membri dell’opposizione vorrebbero anche che lo Stato controllasse più rigorosamente l’afflusso di valuta straniera, soprattutto di quella proveniente dalla Russia, al fine di impedire che il Montenegro diventi la meta favorita dei russi.

Il governo ha dichiarato che prenderà in considerazione l’ipotesi di innalzare l’attuale tassa del due per cento sui passaggi di proprietà, ma che non prevede incrementi sostanziali, dato che non vuole scoraggiare i potenziali acquirenti.

Il mercato immobiliare in Montenegro continua ad essere in crescita. Attualmente i prezzi al metro quadro per i terreni costieri vanno dai 50 ai 200 euro al metro quadro, a seconda delle località, mentre i prezzi degli appartamenti e delle ville, sempre al metro quadro, variariano dai 1.500 ai 3.000 euro. Inoltre le agenzie prevedono che i prezzi continueranno a crescere a causa della enorme e costante domanda.

I dati del ministero delle Finanze mostrano che le entrate derivanti da passaggi di proprietà immobiliari nel 2006 si sono quadruplicate rispetto al 2004, per un ammontare totale di circa 750 milioni di euro.

Ciò si è tradotto per il governo in un netto incremento delle imposte complessivamente riscosse sulle proprietà immobiliari: dai 3,84 milioni di euro del 2004 e dai 5,14 milioni del 2005, si è passati ai 14,64 milioni del 2006.

Questi dati riflettono una crescita nella domanda immobiliare, ma suggeriscono anche che da questa tendenza lo Stato potrebbe trarre un profitto assai maggiore se innalzasse la percentuale d’imposta.

Per il momento gli investitori stranieri, che sono in maggioranza russi, britannici e irlandesi, stando a quanto riferiscono le agenzie immobiliari, devono aprire delle imprese private in Montenegro per poter comprare dei terreni, dato che le persone fisiche straniere per legge non possono farlo.

Nebojsa Medojevic, leader del Movimento per i cambiamenti, il più forte partito di opposizione, sostiene che il governo potrebbe fare in futuro un uso più estensivo di questa clausola.

“Noi proponiamo che tutte queste imprese siano obbligate per legge ad assumere almeno un dipendente locale”, ha detto. “Ci sono 10.000 di queste compagnie di proprietà di stranieri, per cui ciò vorrebbe dire 10.000 nuovi posti di lavoro”.

In aggiunta Medojevic chiede una più rigida regolamentazione ambientale, per avere la sicurezza che i compratori possano costruire solo ciò che è stato deciso nei piani regolatori. Per il momento il Paese non ha un sistema coerente di piani regolatori, il che vuol dire che i proprietari terrieri spesso possono virtualmente fare ciò che vogliono con i loro terreni, senza dover considerare la presenza e la capacità delle esistenti reti idriche, fognarie, di produzione e distribuzione energetica, nonché le possibilità di accesso alla rete stradale.

Medojevic ha poi dichiarato a Balkan Insight che si dovrebbero anche alzare le tasse per i possessori di seconde case che per un intero anno non vivono nelle loro proprietà.

Anche la tassa d’acquisto del due per cento dovrebbe essere aumentata, ha insistito, e i guadagni dovrebbero essere reinvestiti nella parte settentrionale, ancora non sviluppata, del Montenegro.

Nella vicina Croazia imprese e persone fisiche, locali e straniere, devono pagare una tassa sulle case di vacanza. Questa tassa è imposta dalle municipalità locali, nella misura di 5-15 kuna al metro quadro. Le case di vacanza sono tutte utilizzate solo occasionalmente o stagionalmente. In aggiunta tutti i turisti devono pagare una piccola quota giornaliera di circa un euro.

Il governo del Montenegro è più cauto, attento a non allontanare compratori che solo recentemente hanno scoperto il Paese. Koviljka Mihajlovic, assistente del ministro delle Finanze, ha dichiarato a Balkan Insight che l’ufficio delle imposte ha già suggerito di aumentare la tassa sulle compravendite immobiliari.

“Faremo probabilmente una valutazione nel corso di quest’anno e quasi sicuramente decideremo di aumentare la tassa”, ha detto Mihajlovic. “Comunque questo aumento non sarà significativo, e non entrerà in vigore prima del prossimo gennaio”.

Mihajlovic ha poi sostenuto che il Montenegro ha consapevolmente optato per un basso regime fiscale per attrarre gli investitori, e che proprio per questo motivo l’attuale tassa sulle proprietà immobiliari non dovrebbe aumentare di molto.

Il governo non ha risposto alle richeste portate avanti dal Movimento per i cambiamenti, di porre maggiore attenzione alla provenienza del flusso di denaro che dall’estero arriva in Montenegro.

Medojevic sostiene che gran parte di questo flusso è destinato a riciclare denaro sporco. “In maggioranza le proprietà immobiliari vengono pagate in contanti, non tramite conti bancari”, ha detto Medojevic. “Ecco perché lo Stato dovrebbe essere attento rispetto al problema del riciclaggio del denaro. Il fatto è che insieme a questa enorme quantità di denaro russo arriva anche la mafia russa che lo possiede”.

Da molto tempo c’è il sospetto che gli investitori stranieri, specialmente quelli russi, stiano riciclando denaro proveniente da attività illecite tramite l’acquisto di proprietà immobiliari in Montenegro.

La polizia ha aperto un’inchieta su due cittadini russi arrestati all’aeroporto di Podgorica nel dicembre 2006 perché trovati in possesso di 745.000 euro e 6.100 dollari americani. Essi non sono stati in grado di fornire alcuna prova documentale sulla provenienza di questo denaro. Le indagini sono tuttora in corso.

Medojevic ha affermato di temere un’ondata di cittadini russi con dubbie credenziali di uomini d’affari, che si riverserebbero in Montenegro per collocare i propri soldi di provenienza illegale.

Sinisa Stevovic, leader di una ONG ambientalista in Montenegro, ha detto che l’espansione incontrollata del mercato sta danneggiando l’ambiente e mettendo sotto pressione la capacità delle infrastrutture.

In Croazia gli acquisti da parte di stranieri delle proprietà immobiliari site lungo la popolare costiera sono controllate dal ministero della Giustizia, che deve dare la propria esplicita approvazione ad ogni compravendita.

E uno speciale ministero croato per il Mare, il turismo, il traffico e lo sviluppo è diventato negli ultimi anni più attivo nel coordinare i piani urbani genarali e locali.

In Croazia vige una tassazione del cinque per cento su tutti i passaggi di proprietà in ambito immobiliare e, come in Montenegro, la percentuale è unica, non essendo previste norme specifiche per gli acquirenti stranieri.

Tornando al Montenegro, Stevovic ha proseguito dicendo che l’attuale tassa del due per cento sulle compravendite non permette di procedere molto nella direzione di coprire i costi del miglioramento delle fatiscenti infrastrutture: reti stradali, idriche e fognarie.

“Il terreno agricolo è stato velocemente convertito in insediamenti illegali, senza alcuna pianificazione riguardo alla sostenibilità del loro uso e mantenimento”, ha sostenuto.

Ma l’analista finanziario Predrag Drecun ha dichiarato che il mercato immobiliare non può essere incanalato e costretto con la facilità che si immaginano certe ONG e certuni leader dell’opposizione.

Drecun ha detto che sarà difficile imporre delle soluzioni che non scoraggino gli investitori. Ha suggerito che il Montenegro potrebbe anche seguire l’esempio della Gran Bretagna, dove gli stranieri sono incentivati ad acquisire le case in lease (comodato d’uso) di 99 anni, anziché acquistarle propriamente.

“Da come stanno adesso le cose il Montenegro potrebbe diventare di proprietà degli stranieri” ha detto Drecun. “Ecco perché noi dovremmo valutare se offrire la terra agli investitori stranieri con la formula del lease di 99 anni, come hanno fatto gli inglesi”.


* Nedjelko Rudovic è coordinatore di BIRN per il Montenegro. Balkan Insight è la pubblicazione web di BIRN.

DOPO RAID ‘CASCHI BLU’, BANDE ARMATE SI SPOSTANO IN ZONE RURALI
   

Le bande criminali haitiane, basate principalmente nelle baraccopoli della capitale Port-au-Prince, si sarebbero trasferite nelle zone rurali dopo i recenti raid della missione delle Nazioni Unite (Minustah), seminando il panico tra la popolazione contadina. Lo ha denunciato Patrick Joseph, deputato della località settentrionale di Saint-Michel, dove un capo della malavita organizzata, noto come ‘Belony’, fuggito dalla ‘bidonville’ di Cité Soleil, si è stabilito recentemente alla testa di un centinaio di uomini armati. “Hanno trovato riparo vicino a una montagna. Si spostano in gruppi con armi d’assalto e la popolazione di Saint-Michel è in preda al panico” ha detto Joseph. Una notizia confermata a Radio Metropole anche da alcuni residenti che hanno denunciato saccheggi e furti di bestiame. Edmond Mulet, inviato dell’Onu ad Haiti, ha riferito che operazioni della Minustah sono in corso nell’area dove operano gli uomini di ‘Belony’: “Per le forze di sicurezza è più facile trovarli, perché nelle aree rurali non passano inosservati”. Testimonianze provenienti dalla località meridionale di Les Cayes segnalano anche in quella zona la presenza di gang armate provenienti da Port-au-Prince, dove la Minustah ha intensificato le operazioni anti-criminalità; altre bande si sarebbero trasferito oltre frontiera, nella vicina Repubblica Dominicana. http://www.misna.org/


PENA DI MORTE-GIAPPONE:
Suspense omicida
Suvendrini Kakuchi

TOKYO,(IPS) - Il giorno di Natale dello scorso anno è rimasto impresso nella memoria di Kaoru Okashita, 60 anni, condannato giapponese nel braccio della morte. Aveva sentito da lontano il passo delle guardie che marciavano verso la sua cella di prima mattina, per poi vederle miracolosamente passare oltre senza fermarsi.

”Ho pensato che fosse giunta l’ora della mia morte”, ha scritto Okashita alla sua amica e insegnante di poesia Keiko Mitsumoto. “Quando le guardie hanno oltrepassato la mia porta, ho tirato un sospiro di sollievo”. Dal 2004, Okashita e Mitsumoto si scambiano lettere attraverso le sbarre della prigione.

Okashita ha tutte le ragioni per sentirsi miracolato. Il 25 dicembre dell’anno scorso, quattro dei suoi compagni nel braccio della morte sono stati impiccati, tra cui Yoshie Fujinami, 72 anni, un semi-invalido che, secondo gli attivisti, riusciva a stento a stare in piedi.

Le loro esecuzioni si sono tenute dopo una sospensione di 15 mesi. Il nuovo ministro della giustizia Jinen Nagase voleva dimostrare di non avere scrupoli, al contrario del suo predecessore buddista, sulla firma degli ordini di esecuzione. Nagase è un aperto sostenitore della pena capitale.

”È importante considerare i sentimenti delle vittime e della popolazione”, ha detto. “Bisogna mantenere l’ordine sociale”.

Una posizione così determinata è condivisa dalla maggioranza dell’opinione pubblica giapponese.

Due anni fa, un sondaggio ufficiale mostrava che più dell’80 per cento dei giapponesi è a favore della pena di morte. Più della metà della popolazione la considera un deterrente efficace e l’unica punizione possibile per qualsiasi tipo di omicidio, come riportava la stampa in quell’occasione. Solo il sei per cento si è detto totalmente contrario alla pena capitale.

Tuttavia, tra questi oppositori vi sono sempre più individui che stanno attivamente prendendo posizione. Mitsumoto, 61 anni, è una di loro. Maestra di tanka (poesia), Mitsumoto ha risposto a una lettera di Okashita che le chiedeva di accettare un suo verso.

”Mi oppongo alla pena di morte non per una questione di giustizia, ma semplicemente perché la vita è preziosa”, ha detto Mitsumoto all’IPS. “Attraverso le sue lettere e poesie, ho capito che Okashita ha imparato a ridare un valore alla vita, per questo voglio che viva”.

La storia commovente dell’amicizia tra un condannato per l’omicidio di due persone nel 1989 e la sua maestra di poesia è diventata pubblica dopo l’uscita a dicembre di un’antologia di tanka, “L’inizio della fine”. Curato da Mitsumoto, il volume include alcuni poemi che le aveva inviato Okashita insieme alle lettere che le mandava una o due volte al mese.

Le poesie di Okashita esprimono il profondo rimorso per i suoi crimini e la paura del rifiuto sociale.

Gli oppositori della pena di morte concordano sul fatto che i giapponesi sono severi e non perdonano. E questo spiegherebbe il quasi totale sostegno alla pena di morte.

”Il sentimento estremamente conservatore del Giappone rispetto all’ordine sociale rafforza l’idea che chi commette un grave crimine meriti la più severa delle punizioni”, ha detto Misaki Yagishita di Amnesty Giappone. “Per questo c’è un forte sostegno alla pena di morte, che viene considerato il mezzo migliore per liberare la società dai criminali”.

Gli attivisti giapponesi contro la pena capitale stanno concentrando la loro campagna sui metodi dell’esecuzione vigenti nel paese: sostengono che la morte per impiccagione sia particolarmente crudele, e che può causare la decapitazione.

Accusano inoltre le autorità di estrema indifferenza verso i diritti delle persone in attesa di esecuzione. Viene evidenziata l’atroce pratica di tenere segreta la data dell’impiccagione ai compagni del braccio della morte e alla famiglia. A testimoniare questa pratica è la lettera inviata da Okashita dopo Natale alla sua maestra di poesia.

Anche altri compagni del braccio della morte hanno raccontato di come sentono i passi delle guardie di prima mattina - l’unico modo per capire che l’esecuzione è vicina. Le famiglie vengono informate solo a impiccagione avvenuta.

Gli attivisti che combattono la pena capitale stanno portando adesso la loro campagna in tribunale. Recentemente, Shuichi Adachi, un avvocato di Hiroshima, ha intrapreso un’azione legale contro la pratica di impedire ai prigionieri nel braccio della morte l’incontro con i loro avvocati. Ai condannati viene solo concesso di vedere una o due volte al mese la loro famiglia più prossima e i rappresentanti religiosi.

”Le condizioni dei condannati all’ergastolo sono molto più umane”, ha detto Adachi, che vorrebbe sostituire la pena di morte con l’ergastolo. “Possono incontrare i loro avvocati, anche se i crimini commessi sono simili a quelli dei condannati a morte. Non è giusto”.

Gli attivisti si stanno preparando alle prossime esecuzioni dopo le ultime dello scorso Natale. Alla fine di febbraio il numero dei condannati in attesa di esecuzione in Giappone è arrivato a 100. Lo scorso anno si era visto un aumento delle sentenze capitali - circa 21 - dopo che i tribunali giapponesi avevano assunto una posizione più severa sui crimini violenti.

Gli attivisti temono inoltre il probabile effetto della nuova mossa del ministro della giustizia, che ha deciso di far deporre in tribunale le vittime dei crimini. Gli avvocati hanno protestato, poiché questo potrebbe alimentare le emozioni e far crescere ancora il numero delle sentenze di morte.

Ma gli attivisti si aspettano un maggiore sostegno dei gruppi religiosi nel loro sforzo di cambiare l’opinione pubblica. Secondo loro, Oomoto-kyo, un gruppo religioso d’ispirazione scintoista che si oppone alla pena capitale, sta pensando di intensificare il suo impegno.

”Le esecuzioni possono essere combattute con argomentazioni contrarie fondate sul valore della vita. Questo è un concetto particolarmente rispettato nelle religioni giapponesi”, ha dichiarato Katsuya Kimura, rappresentante della divisione internazionale di questo gruppo. “Abbiamo in programma diverse conferenze con altre organizzazioni religiose per raggiungere un consenso sulla strategia da seguire”, ha confermato.

Finora, i gruppi religiosi giapponesi sono rimasti divisi sulla questione della pena di morte. La maggior parte degli scintoisti, fede indigena del Giappone, sostiene la pena capitale, mentre le organizzazioni di orientamento cristiano e buddista vi si oppongono fermamente.(


marzo 1 2007

DARFUR: ANTONIO CASSESE A RADIO VATICANA SU RECENTI INCRIMINAZIONI
 

“Non si tratta di un grande passo né di un passo molto significativo: il procuratore ci ha messo 20 mesi per compiere queste indagini e avrebbe, quindi, potuto benissimo incriminare personaggi anche molto più importanti, che sono al vertice di Khartoum”: lo sostiene Antonio Cassese, docente di Diritto internazionale all'Università di Firenze, fondatore del Tribunale penale per l’ex-Jugoslavia, commentando le due richieste di provvedimento contro l’ex-ministro degli Interni Ahmed Mohamed Haroun (oggi vice-ministro per gli affari umanitari) e un ex-comandante delle milizie 'janjaweed' presentate dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi). La Commissione internazionale di inchiesta, creata da Kofi Annan e dal Consiglio di Sicurezza – che lo stesso Cassese ha presieduto tra il 2004 e il 2005 - “aveva elencato in un documento segreto ben 51 persone, con nomi, cognomi e fatti loro attribuiti, e tra queste persone vi erano personaggi di altissimo livello” ha detto ancora Cassese a Radio Vaticana. “Sarebbe stato, quindi, più drammatico e più incisivo – ha aggiunto - agire proprio contro questi personaggi”. Il procedimento avviato dal procuratore capo della Cpi Luis Moreno-Ocampo costituisce comunque, secondo lo studioso, “un passo che va nella giusta direzione; spero che tra breve il procuratore faccia altri importanti passi per incriminare altre persone, perché purtroppo, dal gennaio 2005, quando noi consegnammo il Rapporto a Kofi Annan, la situazione non è migliorata ma si è addirittura aggravata".www.misna.org


AFRICA OCCIDENTALE:
Investire contro la desertificazione dà i suoi frutti
Brahima Ouédraogo

OUAGADOUGOU, (IPS) - Gli esperti del Comitato inter-statale per la lotta contro la siccità nel Sahel (Comité inter Etats de lutte contre la sécheresse au Sahel, CILSS) hanno lanciato un appello ai donatori perché investano di più nella lotta contro la desertificazione in questa regione, una scelta vincente per l’economia.

La regione del Sahel è compresa tra il deserto del Sahara e l’area equatoriale, una lunga fascia orizzontale che si estende lungo gran parte dell’Africa.

”Oggi il Sahel sta tornando verde. E questo è il risultato degli investimenti fatti in passato. Con gli ‘Studi sul Sahel’, vogliamo dimostrare che questi investimenti hanno un impatto economico sulla vita delle popolazioni”, ha dichiarato Issa Martin Bikienga, segretario generale del CILSS, riferendosi a un rapporto reso pubblico verso la fine dello scorso anno.

L’analisi è stata realizzata nel 2005 e 2006 nelle regioni del Niger di Tahoua, Maradi, Zinder e Tillabery, e mostra i risultati incoraggianti prodotti dai programmi contro la desertificazione, come la rigenerazione e l’aumentata densità della copertura vegetale. “Dove venti anni fa c’erano tre alberi per ettaro, oggi ci sono tra i 20 e i 150 alberi”, segnala lo studio.

Si sta sviluppando anche l’uso delle risorse vegetali, come la vendita di mangime e di legna da ardere, che generano profitti significativi per gli agricoltori.

Secondo il rapporto, gli agricoltori pensano che i livelli di povertà siano diminuiti, e oggi si sentono meno vulnerabili agli effetti della siccità rispetto ai primi tempi degli investimenti nella gestione delle risorse naturali. “Lo standard di vita della popolazione rurale è più alto rispetto a venti anni fa”, a detta degli esperti che hanno condotto lo studio.

Il CILSS è stato creato nel settembre 1973, dopo la grande siccità che ha colpito il Sahel negli anni ’70, e comprende Burkina Faso, Capo Verde, Ciad, Gambia, Guinea-Bissau, Mali, Mauritania, Niger e Senegal.

Si stima che circa il 70 per cento della terra di cui si occupa il CILSS sia saharo-saheliana, ossia con meno di 200 millimetri (mm) di pioggia in media all’anno, mentre fino al 25 per cento sarebbe completamente saheliana, con precipitazioni che variano tra 300 e 750 mm all’anno.

Gli “Studi sul Sahel” hanno anche rivelato un aumento dello specchio d’acqua della regione, e una maggiore disponibilità di acqua. E questo avrebbe contribuito ad una diversificazione del raccolto.

Secondo Edwige Liéhoun, esperta in gestione delle risorse naturali presso il CILSS, lo studio ha dimostrato che nonostante le previsioni fosche, il Niger è riuscito a mettere in atto una politica efficace per recuperare la terra degradata.

“Abbiamo anche scoperto che dopo aver ripristinato il suolo degradato, che all’inizio era totalmente improduttivo, è possibile ottenere una o due tonnellate di produzione per ettaro”, ha spiegato.

I ricercatori hanno poi osservato che, mentre nel 1984 le donne impiegavano due ore e mezzo al giorno per raccogliere la legna, oggi impiegano non più di mezz’ora per fare lo stesso lavoro.

Lo studio registra inoltre importanti successi contro la desertificazione nella valle del Maggia, nella regione di Tahoua.

”Vogliamo documentare gli investimenti compiuti negli ultimi 15-20 anni, per dimostrare che ciò che era stato avviato ha cominciato a dare dei frutti”, ha detto Liéhoun.

Secondo Chris Reij, consulente di gestione delle risorse naturali presso l’Università di Amsterdam in Olanda, i risultati provano che la popolazione è riuscita a fronteggiare condizioni ambientali avverse che addirittura minacciavano la loro stessa esistenza.

Liéhoun avverte però che investire nella gestione delle risorse naturali non dà risultati immediati. I donatori devono pazientare: “Dobbiamo attendere diversi anni. I partner non devono aspettarsi di vedere gli effetti dei loro investimenti già dopo tre anni”.

Per meglio valutare gli effetti economici degli investimenti contro la desertificazione nell’intera regione del Sahel, il CILSS presenterà presto un altro studio effettuato in Burkina Faso, Mali e Senegal.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=864

Darfur : Corte internazionale accusa ex ministro interni Sudan
di Carla Amato

Il procuratore capo della Corte criminale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha dichiarato ieri che Ahmad Muhammad Harun, ex ministro degli interni del governo del Sudan ed Ali Kushayb, un capo della milizia Janjaweed, hanno commesso insieme crimini contro la popolazione civile in Darfur.

Sulla base delle prove raccolte durante gli ultimi 20 mesi, la procura ha concluso che vi sono motivi ragionevoli per credere che Ahmad Harun ed Ali Kushayb, (anche conosciuto come Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman) abbiano una responsabilita' penale rispetto a 51 presunti crimini di guerra e contro l'umanita'. I crimini presunti sono stati commessi durante gli attacchi ai villaggi ed alle città di Kodoom, di Bindisi, di Mukjar e di Arawala, in Darfur, fra l'agosto 2003 e il marzo 2004. L'inchiesta ha messo a fuoco alcuni degli avvenimenti più gravi e gli individui che, secondo le prove, hanno la responsabilita' maggiore di quegli avvenimenti.

All'inizio del 2003, Ahmad Harun era stato nominato capo dell'Ufficio sicurezza del Darfur ed il suo compito principale - secondo la procura - era il coordinamento dell'amministrazione, il reclutamento, la costituzione di un fondo per procurare armi alla milizia Janjaweed, giunta alla fine a decine di migliaia di componenti. Nel corso di una riunione pubblica, Ahmad Harun ha detto che come capo dell'ufficio aveva l'autorita' di grazia o di morte su chiunque in Darfur, per mantenere la pace e la sicurezza.

Il Sudan e' una repubblica federale di cui il Darfur fa parte. Diversi gruppi di ribelli armati hanno cercato negli anni di ottenere maggiore autonomia per la regione. Il conflitto ha quindi riguardato gli attacchi dei ribelli alle installazioni governative sudanesi in Darfur e la campagna di contrasto realizzata dal governo contro i ribelli. Tuttavia gli attacchi effettuati alle citta' ed ai villaggi in Darfur non hanno designato alcun ribelle come bersaglio, ha sottolineato Ocampo, ma solo civili, basandosi sulla spiegazione che erano sostenitori delle forze ribelli.

Le prove raccolte da Ocampo indicano che in parecchie occasioni Ahmad Harun incito' la milizia Janjaweed ad effettuare tali attacchi. Per esempio, nell'agosto 2003, prima di un attacco a Mukjar, Ahmad Harun ha fatto un discorso dove ha dichiarato quello “poiché i figli del Fur sono diventati ribelli, tutto il Fur" e' divenuto preda della milizia Janjaweed. Ali Kushayb, “colonnello dei colonnelli„ , era al comando della milizia Janjaweed da meta' 2003. Le prove indicano che Ali Kushayb ha dato ordini ai Janjaweed ed armato le forze aggredendo con esse le popolazioni civili con stupri ed altre offese sessuali, uccisioni, torture, atti disumani, saccheggi, spostamenti della Comunità residente ed altri presunti crimini.

Ocampo ha spiegato le difficolta' dell'inchiesta: "Raggiungere le vittime era la priorita' per il nostro ufficio. Poiché abbiamo il dovere di proteggere le vittime ed i testimoni, abbiamo condotto le loro interviste all'esterno del Darfur. Non era possibile proteggere i testimoni in Darfur. Abbiamo intervistato i testimoni intorno al mondo, raggiungendo la gente in 17 Paesi e raccogliendo quasi 100 dichiarazioni. L'indagine e' stata notevolmente aiutata dai documenti raccolti dalla Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite". "Durante il corso della nostra ricerca - ha proseguito Ocampo - abbiamo anche raccolto e rivisto i documenti redatti dalla Commissione dell'inchiesta nazionale sudanese. È interessante rilevare che molti risultati erano concordi con i risultati dalla Commissione d'inchiesta ONU. Abbiamo rivisto una relazione del ministro di difesa del Sudan ed abbiamo ottenuto informazioni dagli alti funzionari sudanesi".

In base alle prove portate davanti alla Corte, ha detto Ocampo, il caso e' ammissibile e sara' passato al vaglio dell'udienza preliminare. Se i giudici determineranno che ci siano motivi ragionevoli per credere che gli individui chiamati in causa abbiano commesso i crimini loro contestati, decideranno il loro rinvio a giudizio.

Va detto che la Corte criminale internazionale, pur avendo sede a L'Aja, non va confusa con la Corte penale internazionale de L'Aja, che e' un tribunale dell'ONU e non puo' giudicare crimini di individui, ma solo dispute riguardanti Stati, ma e' invece uno strumento giudiziario indipendente voluto e stipulato da oltre 200 soggetti, fra Stati e ONG, con il trattato di Roma, e quindi puo' giudicare solo i crimini commessi nei Paesi che abbiano acconsentito a farne parte. Il Sudan ha sottoscritto il trattato l'8 settembre 2000 ma non ha siglato l'Accordo sui privilegi e le immunita', quindi non e' dato sapere cosa possa accadere nel caso di incriminazione di un suo funzionario.

Va considerato altresi' che una commissione giuridica voluta dall'ex segretario ONU Kofi Annan e presieduta dall'italiano Antonio Cassese, concluse che il Darfur non si e' trattato di genocidio, ma eventualmente di crimini contro l'umanita'. La differenza, consiste nella volonta' di eliminare un gruppo con caratteristiche positive ben definite - nazionali, etniche, razziali o religiose -, ne' si puo' definire il gruppo con una negazione, ad es. non Arabi, ma solo con caratteristiche positive. Per questo, difettando motivazioni e caratteristiche giuridiche proprie del genocidio, e' errato parlare di genocidio nel caso del Darfur, ma semmai di crimini contro l'umanita' e crimini di guerra.

A giudizio degli inviati dell'ONU in Sudan, la situazione del Darfur "e' una delle crisi umanitarie esasperate dalle accuse mutue fra popolazione e governo" in cui vi sono "prove di violazione dei diritti umani, incluso stupri di donne e ragazze" e "mancanza di sicurezza per le persone rifugiate". In quattro anni nella regione centinaia di migliaia di persone sarebbero state uccise e decine di migliaia stuprate. Oltre 1.500.000 persone sono sfollate nei capi per rifugiati in Sudan o in Ciad. Il commissario per i diritti umani Luoise Arbour aveva sottolineato anche la situazione di rischio dei campi di rifugiati, dove decine di migliaia di persone erano protette da soli tre poliziotti sudanesi. Piu' spesso non c'erano affatto poliziotti nei campi, il che permette ai miliziani Janjaweed di agire impunemente.

L'iniviata per le violazioni dei diritti delle donne aveva poi denunciato che "donne e ragazze hanno sofferto molteplici forme di violenza durante gli attacchi nei loro villaggi, compreso stupri, uccisioni, roghi di case... le donne sono state torturate durante gli interrogatori da parte delle forze di sicurezza per essere parenti o sospette ribelli" e che numerose sono le "prove di violenze continuative contro le donne e le ragazze rifugiate da parte della milizia 'appoggiata dal governo' e delle forze di sicurezza. In particolare stupri e bastonature avvengono quando donne e ragazze lasciano i campi rifugiati per cercare legna o altri prodotti". Conseguono traumi da stupro, ferite, rischio AIDS.


www.osservatoriosullalegalita.org


febbraio 23 2007

I turchi con la
Germania nei sogni

Daniele Castellani Perelli


Ma quanto sono tedeschi, i turchi di Germania? Nella terra di Goethe se lo chiedono da anni, sempre più insistentemente, e ogni programma televisivo, ogni partita di calcio, ogni libro che tocchi il tema viene sistematicamente scandagliato in cerca di una risposta. Fatto sta, però, che dal 2000 le richieste di cittadinanza tedesca avanzate dai turchi sono diminuite addirittura di un terzo. Secondo l’etnologo di Francoforte Werner Schiffauer, considerato uno dei maggiori esperti di Islam nel paese, la colpa sarebbe dei tedeschi, la cui attitudine negativa impedirebbe l’integrazione degli immigrati di seconda generazione. “Questa seconda generazione ha oggi tra i 30 e i 35 anni, ed è composta da cittadini istruiti che hanno frequentato scuole e università tedesche”, ha dichiarato in un’intervista alla Berliner Zeitung, dal titolo “I musulmani hanno paura dei tedeschi”.

Per lo studioso questi giovani, che ricoprono ruoli di leadership all’interno della comunità, rappresentano un’opportunità unica per la Germania: sono moderni, aperti, europei, e si battono per la riforma delle proprie comunità. Il problema è che lo scetticismo e la chiusura dei tedeschi non permette loro di emergere completamente: “Le posizioni riformiste sono viste dalla maggioranza della popolazione come delle operazioni di facciata, costruite sulla doppiezza e sulla manipolazione. Tutto ciò conferma la posizione di quanti credono che la società tedesca non accetterà mai in alcun modo l’Islam, e che un musulmano può vivere solo in una società islamica”.

Sarà anche così, ma intanto i media tedeschi sembrano studiarle tutte per far sentire i turchi a casa propria. Era già successo, per esempio, che delle fiction o dei telefilm includessero personaggi turchi in contesti tedeschi, anche in ruoli di primo piano. Ma stavolta gli “Özdags” sono un’altra cosa. A questa simpatica e caciarona famiglia di immigrati di prima, seconda e terza generazione è dedicata un’intera docu-fiction (una specie di reality, una puntata alla settimana). Gli Özdags gestiscono un forno nella città multiculturale di Colonia. Padre e madre sono immigrati turchi, e i loro figli (4 maschi e 3 femmine) si confrontano ogni giorno con la sfida dell’integrazione senza rinnegare i valori tradizionali dei genitori. “Lo abbiamo fatto per i tedeschi – ha spiegato il regista Ute Diehl – perché volevamo che dessero un’occhiata a come vivono i loro vicini turchi”.

A testimonianza del fatto che la tv tedesca si è fatta nel tempo sempre più sensibile al tema, in questi ultimi due anni sono state ben tre le serie dedicate ai turchi di Germania. Ha cominciato Ard, il principale canale pubblico, con “Turco per principianti”, una fiction che mostrava la convivenza tra un uomo turco e una donna tedesca. “Gli Özdags possono fornire nuovo materiale al dibattito - ha dichiarato all’International Herald Tribune Michael Mangold, esperto di media e integrazione al Centro Arte e Media di Karlsruhe – Dimostreranno anche che si devono prendere sul serio gli immigrati, perché da loro dipenderà l’economia tedesca nei prossimi anni”.

Ma il lato tedesco-tedesco non è l’unico ad avere l’esclusiva dell’apertura culturale. A fine gennaio il settimanale Die Zeit ha pubblicato una lettera dei uno dei più noti turchi-tedeschi, il giornalista televisivo Birand Bingül. Trentadue anni, Bingül conduce sul canale Wdr l’unico programma della tv tedesca dedicato alle politiche dell’integrazione, “Cosmo TV”. “Turchi-tedeschi, lottate per la vostra integrazione! – si appella Bingül – Il sogno di mio padre (e della sua generazione, che fossero medici o operai, che venissero da Istanbul o dall’Anatolia, che fossero istruiti o no) era rappresentato da un unico desiderio: voleva una vita migliore, in Germania, grazie alla Germania”.
“Non è una questione d’onore – conclude Bingül, il cui testo è stato pubblicato anche in turco – per la seconda e la terza generazione, portare il più avanti possibile il proprio sogno tedesco di una vita migliore in libertà, benessere e felicità? C’è bisogno di un po’ di coraggio per cambiare. Ma sarà un vantaggio per tutti”.

 


 



 

 

caffeeuropa.it


DARFUR, DA CORTE PENALE INTERNAZIONALE PRONTE PROVE SU CRIMINI DI GUERRA
 

Martedì 27 febbraio il procuratore generale Luis Moreno-Ocampo “presenterà le prove” di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro da quasi quattro anni di scontri tra milizie locali e governative. Lo riferisce un comunicato della Corte penale internazionale (Cpi/Icc), con sede all’Aja nei Paesi Bassi, ricevuto dalla MISNA. Già lo scorso dicembre, intervenendo all’incontro annuale degli Stati membri della Corte, il procuratore capo della Cpi Moreno-Ocampo aveva riferito che, “sulla base di un’accurata e completa valutazione di tutte le prove raccolte”, erano stati identificati “i crimini più gravi e alcuni di coloro che potrebbero essere considerati i principali responsabili”. Una volta presentate le prove e nominati i sospetti, si terranno le udienze preliminari per decidere se emettere un mandato di comparizione o di arresto nei confronti degli individui citati, mentre le accuse formali seguiranno successivamente. L’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani commesse in Darfur è stata aperta sull’esplicita richiesta avanzata nel marzo 2005 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, secondo le cui stime negli ultimi quattro anni in Darfur almeno 200.000 persone sono state uccise e oltre 2,5 milioni hanno abbandonato case e villaggi. La Corte penale internazionale è stata istituita nel 2002 con giurisdizione su crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio commessi dal 1° luglio di quell’anno.http://www.misna.org/



febbraio 21 2007

Croazia-Italia: armistizio diplomatico

Drago Hedl
Dopo accesi botta e risposta, sfociati in una vera e propria “guerra diplomatica”, si sono finalmente smorzati i toni tra Zagabria e Roma. Tuttavia per gli analisti croati la delicata questione delle foibe andrebbe risolta. Il presidente Mesic propone una commissione italo-croata di esperti
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

“Terminata la guerra diplomatica Napolitano-Mesic”; “Mesic porge la mano della riconciliazione”, “L'Italia si è ritirata”, sono solo alcuni dei titoli comparsi sulle prime pagine dei giornali croati di domenica scorsa, e che hanno espresso la soddisfazione della Zagabria ufficiale per il fatto che il gravoso episodio diplomatico con l'Italia sia stato finalmente superato. Il presidente croato Stjepan Mesic ha firmato una dichiarazione con la quale dice che le parole del presidente italiano non sono state di revanscismo, e che non hanno messo in questione gli Accordi di Osimo, e in seguito da Roma è giunta la tranquillizzante dichiarazione del ministro italiano degli Affari Esteri Massimo D'Alema secondo la quale i toni polemici nella recente dichiarazione di Napolitano, a proposito del Giorno del ricordo delle foibe, il 10 febbraio, non si riferivano alla Croazia, e che l'Italia non mette in questione l'Accordo di pace del 1947, e nemmeno gli Accordi di Osimo e di Roma. A Zagabria con sollievo sono state accolte le parole con le quali il presidente italiano “con soddisfazione ha constatato che Mesic ha accettato le spiegazioni”, e in particolare è stata ben accolta quella parte della dichiarazione dove si dice che l'Italia offre il sostegno alla Croazia per il suo ingresso nell'UE.

La diminuzione delle tensioni fra Zagabria e Roma, nella capitale croata è stata accolta con sollievo. Al vertice politico del Paese, che già da mesi sta conducendo una guerra diplomatica con la Slovenia circa una serie di questioni di frontiera, ciò che meno serviva era aprire un altro fronte con i vicini, cioè con l'Italia, un altro membro dell'Unione europea. La Croazia è andata parecchio avanti nelle trattative per entrare nell'Unione europea, spera che entro la fine del decennio possa entrare in questa potente unione ed è consapevole che per far questo le serve il sostegno di tutti i membri, prima di tutto dei vicini. Così, nella lunga guerra diplomatica con la Slovenia e in questa con Italia che è scoppiata all'improvviso, ma che si è altrettanto velocemente calmata, Zagabria si è trovata in una situazione paradossale: i suoi rapporti diplomatici sono decisamente migliori con i vicini orientali, Serbia e Montenegro, con i quali fino a ieri era in guerra, piuttosto che con i membri dell'Unione europea, Slovenia e Italia, in compagnia delle quali vorrebbe entrare con tutte le sue forze in Unione europea.

Le fonti vicine al presidente croato dicono che la forte reazione di Mesic in realtà è stata la risposta all'uscita del ministro italiano degli Esteri D'Alema, quando in Slovenia, alcuni mesi fa, in modo abbastanza chiaro disse che l'Italia potrebbe aprire la questione dell'accordo stretto con l'ex Jugoslavia. Questo è stato il segnale che a Roma forse si stesse pensando alla revisione di questi accordi, sicché la reazione di Mesic andrebbe letta in questo contesto. Ma, affermano le fonti vicine al presidente croato, questo non è certo stato l'unico motivo di una tale reazione.

Il sottoscritto all'inizio di febbraio, nel periodo in cui è iniziata la guerra diplomatica fra Italia e Croazia, ma quando non aveva ancora preso le dimensioni “infuocate” alle quale si è giunti la settimana scorsa, ha avuto occasione di parlare con il presidente croato a proposito della sua intervista rilasciata alla televisione italiana. Dall'altra parte dell'Adriatico gli è stato rimproverato che parlando delle foibe ha affermato che questi crimini - commessi dai partigiani di Tito contro i militari italiani in Istria - siano stati una conseguenza della vendetta per i crimini precedenti compiuti dai membri delle forze fasciste italiane contro la popolazione croata in Istria. Mesic allora ha detto che non aveva voluto in alcun modo né negare né minimizzare le vittime italiane, ma che aveva voluto avvertire che, quando si parla di loro, bisogna dire che anche i croati dell'Istria furono vittime delle forze occupanti italiane.

In quell'occasione, Mesic all'autore del presente articolo ha chiarito che purtroppo in Italia di questo non si parla, ed ha ripetuto che in nessun modo vuole sminuire i crimini delle foibe, ma che per la verità storica bisogna dire anche quello che durante la Seconda guerra mondiale su quei territori è accaduto ai croati.

Ecco perché, dicono gli analisti, la sua proposta di formare una commissione comune, italo-croata di esperti forensi e di storici, alla quale potrebbero unirsi anche degli esperti neutrali, di cui ha avanzato la proposta all'apice della crisi diplomatica fra Roma e Zagabria, sembra ragionevole e, aggiungono gli analisti, il tabù sulle foibe, che ha regnato per molti anni dopo la fine della guerra, in realtà è un vecchio peccato del governo jugoslavo e del governo italiano che hanno pensato che la cosa migliore fosse cacciare queste e altre questioni scomode sotto il tappeto.

L'eventuale commissione comune di esperti forensi e di storici che dovrebbe indagare quante sono in realtà le persone finite nelle foibe non avrà un compito facile. Il professore Marino Manin dell'Istituto croato per la storia ha reso noto sullo “Jutarnji list” che i dati relativi alle parziali esumazioni svolte sotto il controllo degli alleati occidentali sul territorio della Venezia Giulia, dunque sul territorio che allora si trovava sotto l'amministrazione dell'Esercito jugoslavo, hanno indicato 286 vittime. Ma riguarda solo la popolazione residente, cioé le persone che vivevano nella parte croata della Venezia Giulia, e non i soldati italiani. Il professore Manin avverte che non si tratta di risultati finali, e allo stesso tempo indica anche i dati che compaiono nella letteratura scientifica italiana secondo la quale il numero delle vittime delle foibe è di 16.500 persone (Luigi Papo), e 12.000, secondo quanto affermano gli storici un po' più moderati.

Le valutazioni fondate, dice il professore Manin, vanno da circa 4.500 fino a 6.000 vittime delle foibe - e ciò è supportato anche da alcuni elenchi di nomi delle vittime. Ma questi numeri non si riferiscono solo al territorio della parte croata dell'Istria, bensì all'intero territorio ad ovest della linea di frontiera Rapallo-Roma dove ha operato l'allora esercito jugoslavo, ivi compreso il territorio di Trieste.

Sebbene le differenze anche in questo senso sembrano parecchie, concludono gli analisti politici di Zagabria, questo problema andrebbe risolto, perché esso, in relazione ai problemi interni di entrambi i paesi, potrebbe sempre apparire come terreno di nuovi disaccordi e tensioni nei rapporti fra Roma e Zagabria.


febbraio 20 2007

SENZA TERRA’: NUOVE INVASIONI DI LATIFONDI INCOLTI



Forte per la prima volta del sostegno della ‘Centrale unitaria dei lavoratori’ (Cut) il ‘Movimento dei contadini senza terra’ (Mst) ha cominciato una serie di occupazioni di ‘fazendas’ (latifondi) improduttive nella zona del Pontal do Parapanema e nella regione di Alta Paulista, nello stato meridionale di San Paolo, invadendo 12 proprietà in dieci municipi, con un’estensione totale di 15.000 ettari. Il Mst ha mobilitato oltre un migliaio di famiglie di lavoratori rurali residenti in 23 accampamenti, a cui si sono uniti 800 militanti della Cut: “Quello che vogliamo sono cambiamenti rapidi. Chiediamo che la riforma agraria sia considerata un’emergenza dal governo federale” ha detto José Rainha Junior del Mst. La mobilitazione punta anche a denunciare l’espansione progressiva delle piantagioni di canna da zucchero in cui sono impiegati in condizioni precarie migliaia di braccianti. In una nota congiunta, Mst, Cut e altre organizzazioni sindacali contadine precisano che le ‘fazendas’ occupate sono incolte e tutte interessate da decreti di espropriazione già notificati dall’Istituto nazionale di colonizzazione e riforma agraria (Incra), ma bloccati dal Tribunale regionale federale. “Vogliamo denunciare la cruda realtà di questo paese...la giustizia delle élites fa il gioco dei ‘grileiros’ (possidenti illegali) contro gli interessi dei contadini” si legge nel comunicato; i due organismi hanno ribadito la fiducia nel governo del presidente Luis Ignácio Lula da Silva e nel neo-governatore di San Paolo, José Serra.
http://www.misna.org/




febbraio 15 2007

IL MAIALE CINESE NON INSULTA L'ISLAM

La Tv di stato non trasmetterà spot e slogan con immagini dei suini, in segno di rispetto verso la comunità dei 20 milioni di musulmani cinesi. Anche se il 18 febbraio iniziano i sontuosi festeggiamenti del capodanno lunare, con l'apertura dell'Anno del maiale

Fernando Amaral


Il maiale cinese sarà un po’ meno grasso. Proprio quello dell’Anno del maiale, che si apre il 18 febbraio, con le sontuose celebrazioni del capodanno lunare, la principale festività del Celeste impero. Sarà un maialino tanto magro da sparire dalla Tv di stato. Eppure l’Anno del maiale è un portatore di fortuna e abbondanza. Spiazzando tutti, la tv nazionale cinese ha annunciato che non saranno trasmesse immagini di maiali nei programmi e negli spot pubblicitari. E non si potrà nemmeno pronunciare slogan come “Buon anno del maiale!”, consueto nelle strade di Pechino. Il perché di questa inconsueta restrizione è presto svelato: il governo ha inteso esprimere un particolare segno di rispetto verso comunità musulmana residente in Cina, 20 milioni di credenti, residenti per la maggior parte nella provincia del Xinjiang, nell’estremo occidente centroasiatico della Cina. E’ una misura per disinnescare eventuali proteste. Pechino, insomma, non vuole rogne, in vista del capodanno. Nulla che possa turbare una nazione che ritrova speranza e ottimismo nelle prospettive di felicità offerte dalla benaugurante ricorrenza.
Il Partito comunista conferma così la linea di “carota e bastone” verso i musulmani cinesi. Alla repressione di ogni istinto ribelle si sono sempre associati gesti che esprimono assoluto rispetto. Dopo la persecuzione durante la Rivoluzione culturale (1966-1970), le autorità cinesi hanno introdotto infatti una serie di misure concilianti. Come, ad esempio, rendere disponibile il cibo halal su aerei, navi e treni, o imporlo alle mense delle fabbriche. I musulmani, poi, godono di due giorni di ferie in più per osservare le loro festività, e possono costruire nuove moschee. Il numero dei permessi per il pellegrinaggio alla Mecca è andato via via crescendo, ed è autorizzata la stampa e la diffusione di materiale religioso islamico al di fuori delle moschee. Nel 1989 è nata perfino l'Università islamica di Xi’an. Più di quanto viene concesso ai cristiani, cultori di una religione ancora considerata “importata”.
Sta di fatto che la prescrizione del governo cinese ha scombinato i piani di multinazionali come Coca-cola e Nestlè che avevano già calibrato la loro campagna pubblicitaria sui simboli del capodanno lunare. Con tanto di maialini di Walt disney o spot coi i grufolanti animali.
Soddisfatta, invece, la comunità musulmana. Ma Yunfu, vicepresidente della Associazione Islamica Cinese (riconosciuta dal governo) ha spiegato ai cinesi “han” (l’etnia maggioritaria) che per i suoi correligionari risulta intollerabile vedere o solo menzionare il maiale. Il provvedimento del governo è stato dunque una lieta sorpresa.
In tal modo Pechino vuole smentire, anche sul piano internazionale, la sua fama di governo oppressore di religioni. E quando un recente sondaggio dice che oggi i cinesi credenti in un dio sono oltre 300 milioni, l’élite politica cinese pensa che dovrà adeguarsi a questa nuova ondata di religiosità. Anche sacrificando qualche maiale.http://www.lettera22.it/showart.php?id=6659&rubrica=59



OGGI LA ‘LISTA NERA’ DEGLI SCOMPARSI DURANTE GUERRA CIVILE

Sarà pubblicata oggi sui quotidiani nepalesi la lista di 812 persone scomparse durante i dieci anni di conflitto interno redatta dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (Icrc). Nella maggioranza dei casi si tratta di persone che erano in custodia delle forze dell’ordine ma non pochi di loro sono stati sequestrati dai ribelli maoisti, precisa l’organizzazione umanitaria internazionale. “Chiediamo alle famiglie che attendono con ansia notizie dei loro parenti di controllare la lista e se il loro nome non è tra quelli in elenco o se hanno informazioni riguardo altre persone citate li preghiamo di contattarci” ha detto il capo della delegazione dell’Icrc in Nepal, Mary Werntz, alla vigilia della pubblicazione. Quella dei ‘desaparecidos’ del conflitto nepalese è rimasta una ferita aperta nonostante il paese abbia ritrovato la pace a novembre dello scorso anno dopo dieci anni di guerra civile costata la vita a 13.000 persone. Sono centinaia gli individui (guerriglieri maoisti, simpatizzanti della guerriglia o presunti tali, militari e normali cittadini) di cui non si ha più traccia da anni. Nonostante l’impegno preso dal governo, nella maggioranza dei casi non è stato possibile conoscerne il destino. Gli ultimi dati ufficiali disponibili risalgono al luglio dello scorso anno quando una commissione parlamentare composta da un singolo deputato e varata due mesi prima rintracciò solo 104 casi - tra persone “rilasciate dalle forze dell’ordine” e “uccise durante scontri” - mentre non è stato possibile fornire informazioni per altri 602, che esercito e polizia affermano di non aver mai avuto in custodia (la lista ufficiale complessiva superava di poco i 700 casi). L’indagine fu condotta prima della firma definitiva dell’accordo di pace e prima del coinvolgimento degli ex-ribelli maoisti nel parlamento. “Il fatto di non sapere nulla di ciò che è accaduto ai loro cari è motivo di un’intollerabile sofferenza per le famiglie degli scomparsi, che invece hanno diritto di sapere” ha detto Werntz, ricordando che per il diritto umanitario internazionale le parti coinvolte nei conflitti hanno l’obbligo di predente tutte le misure necessarie per ricostruire il destino degli scomparsi e comunicarlo alle famiglie.
http://www.misna.org/



febbraio 12 2007

Dare occhi al mondo: ricordando Anna Politkovskaja
Daniele Barbieri
Cecenia degli orrori: non si sa o non si vuole sapere? Perché l'omertà si allarga dalla Russia a tutti gli altri Paesi? Qual è il modo migliore per continuare il lavoro coraggioso di Anna Politkovskaja? La giornalista russa è stata assassinata 5 mesi fa da un sicario: il 7 ottobre 2006, quasi un regalo di compleanno per il presidente Vladimir Putin che era - con il generale Ramzan Kadyrov - il principale oggetto delle sue continue denunce.

Sabato 10 febbraio le Donne in nero hanno organizzato a Bologna un'intera «Giornata per Anna Politkovskaja»; andando su htpp://babs.altervista.org/donneinnero.htm si trova il programma completo.

L'intensissima giornata inizia al mattino nel Palazzo D'accursio con Patricia Tough. Poi subito alcune pagine da Cecenia, disonore russo [Fandango editore] lette da Sara Nanni dove Anna Politkovskaja racconta di essere stata picchiata, intimidita, minacciata, messa in un buca perché «faccio il mio lavoro di giornalista».

«In qualsiasi circostanza rompere il silenzio sulla Cecenia è una scelta importante, per questo sono felice di essere qui» è l'esordio di Francesca Sforza. Racconta la sua esperienza lì, come inviata del quotidiano La Stampa, per due volte anche da clandestina, perché i giornalisti embedded servono a ben poco. «Si rischia in guerra ma anche quando vai via» perché hai visto troppo: «la Cecenia ti segue con le sue storie terribili e continua a minacciarti». Anna Politkovskaja è stata uccisa lontano da lì ma quasi certamente la sua colpa si chiamava Cecenia. In astratto - ragiona Sforza - si può criticare lo stile appassionato, «quasi missionario» della Politkovskaja ma in circostanze simili come altrimenti fare informazione onesta? «Il male profondo di questo Paese è aver fatto saltare tutte le relazioni umane, ormai non c'entra più la politica o la religione [...] è come se fosse stato fatto un elettrochoc a un intero popolo». A guerra ufficialmente finita la Cecenia è un Paese chiuso e distrutto. Un popolo intero che vive nel terrore. E' cruda la testimonianza della Sforza. Racconta di Groznyj - che un tempo aveva tutto - senza neppure l'acqua. Una guerra civile: la Russia è sempre presente ma sta a guardare, «è stata abile a tirarsi fuori» e a mettere i clan uno contro l'altro. Un Paese dove violenze e rapimenti non s'interrompono più. L'unica organizzazione - Memoriale - che in Cecenia si batte per difendere i diritti umani quando riesce a raccogliere le denunce è comunque costretta a pubblicarle anonime.

Oltre a essere docente universitaria a Firenze, Elena Dundovich è una delle fondatrici della sezione italiana di Memoriale che nacque negli anni '80 in Urss come istituto di ricerca sulle vittime dello stalinismo ma oggi è l'unica organizzazione per la difesa dei diritti umani presente in quasi tutti i Paesi dell'Est europeo. La sua ricostruzione storica aiuta a comprendere come nacquero le due guerre cecene. «Per capire cosa è accaduto bisogna leggere La Russia di Putin [in italiano da Adelphi] dove Anna Politkovskaja spiega come è fallita ogni transizione democratica». Nel '94 temendo forse un effetto-domino o per distrarre l'attenzione dalla situazione economica disastrosa e dalla mancanza di un progetto, Eltisn - presidente della Federazione russa - manda le truppe contro la Cecenia che, ormai da tre anni, si è proclamata indipendente. La prima guerra cecena si trascina per un paio d'anni. Ma le frontiere non sono blindate, gli orrori delle truppe russe vengono raccontati e così l'opinione pubblica si mobilita costringendo Eltsin a un armistizio. Mentre in Russia il potere passa a Putin, in Cecenia si rafforza il fondamentalismo islamico con mire espansioniste su alcuni piccoli Stati confinanti. Iniziano anche gli attentati terroristici, attribuiti ai ceceni, in Russia: c'è chi insinua che dietro ci siano i servizi segreti di Putin. Come che sia è un ottimo pretesto per la seconda guerra che inizia nel '99. Ma stavolta l'intero Paese è come murato, i media blindati. «E' inquietante dirlo ma ora i russi appoggiano la guerra»: Putin resuscita «l'orgoglio nazionale», ripete «siamo ancora una grande potenza» e in un Paese allo sfascio è vissuto come un uomo d'ordine. In ogni caso Putin estende il suo controllo sui media. In uno dei pochi giornali rimasti indipendenti - e che per questo pagherà un altissimo prezzo di sangue - la Novaja Gazeta, lavora Anna Politkovskaja. Lei è fra quelle che pensa esserci i servizi segreti russi dietro molti attentati attribuiti ai ceceni. Oggi la guerra appare finita. In un ambiguo referendum ha vinto la fazione filo-Mosca. Ma la popolazione resta vittima di violenze da ogni parte e il muro di silenzio resta altissimo.

«Ricordarla è anche interrogarsi sul tipo di giornalismo che vogliamo in Russia e altrove. Darle voce significa raccontare il mondo che non vediamo, come scrisse Giovanni De Mauro sul settimanale L'Internazionale» avverte Roberta Freudiani, traduttrice della ricerca Le fidanzate di Allah [manifesto libri] di Julia Juziki. Parla di alcuni suoi scritti ancora non tradotti, della sua idea che si poteva usare l'informazione per difendere la legalità, per combattere l'indifferenza. Politkovskaja scelse di stare dalla parte delle vittime, di cercare i ragazzi che scomparivano in Cecenia. Non era contro Putin per ideologia ma contro il cinismo, il razzismo, i morti, le bugie. «Un bandito» lo definiva. Dopo arresti, denunce, una fucilazione simulata, botte, un tentativo di avvelenamento che l'aveva portata a un passo dalla morte, cinque mesi fa Anna Politkovskaja è uccisa. Il suo omicidio è in relazione con la ricerca della verità che lei perseguiva. Per questo bisogna continuare il suo lavoro, non ci si può permettere di avere paura.

Prima che inizi il dibattito, Francesca Esposito [della scuola di musica Ivan Illich] accompagnata dal Trio Moka canta «On ni vernuslia iz poja» - Dal fronte non è più tornato - i versi clandestini, ma popolarissimi in Russia nonostante la censura, di Vladimir Visotskji contro la guerra.

Molte le domande. Le più semplici - e difficili - sono quelle sul «e noi cosa possiamo fare?». In sala si raccolgono firme sulle petizioni di Amnesty. Uno degli intervenuti spiega che c'è un blog [il riferimento è matteobloggatorussia@blogspot.com] dove è possibile leggere la traduzione degli articoli della Novaja Gazeta. Il ricatto che Putin agita in faccia all'Europa si chiama gas. Eppure - ricorda una ragazza - qualcuno chiede conto alla Russia di quel che accade in Cecenia. Lo ha fatto di recente anche un capo di governo, Angela Merkel: non è più brava o meglio informata ma si muove così per la grande pressione dell'opinione pubblica tedesca. E' possibile anche da noi. L'invito di Patricia è che in Italia il movimento contro la guerra rompa il tabù. Intanto «molte piccole cose si possono fare» suggeriscono Giorgia Bottani [haistan@tiscali.it] e poi Elena Murdaca del Comitato per la pace nel Caucaso [cpc_italia@yahoo.it] anche garantendo a studenti ceceni di studiare in Italia - e a Bolzano, Roma, Parigi già lo si fa - oppure, come ad Arezzo, aiutando l'incontro fra i giovani di popoli che dovrebbero essere nemici.

Serve a qualcosa denunciare? Parlando a Mantova, a quella domanda Anna Politkovskaja rispose all'incirca così: «Voi da qui non potete fare qualcosa di risolutivo ma parlare è sempre importante». Conoscere la verità non è solo un diritto, è anche un dovere. E nel libro «Proibito parlare» - un'antologia dei suoi scritti, appena uscita negli Oscar Mondadori - viene ricordata una sua frase: «La cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo».

Questa è la cronaca soltanto della mattinata: nel pomeriggio e in serata a Bologna si è parlato ancora di Cecenia e di continuare il «lavoro» di Anna Politkovskaja, in Russia e qui. Grazie a Lucia Manassi di Radio Città del capo e a Sara Sartori di Radio Fujiko, conduttrici della giornata, nei prossimi giorni troverete su questo sito altre notizie e materiali della giornata bolognese. E le Donne in nero preparano un libretto. Ma una giornata come questa ha un valore ancora maggiore se viene imitata, se in altre città si parlerà di Anna Politkovskaja, si romperà il tabù sulla Cecenia.

http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_10288.html


MEDIA:
Un altro anno sanguinoso per la stampa
Guthrie Gray

WASHINGTON, (IPS) - Un altro anno cruento per la stampa di tutto il mondo: nel 2006 è cresciuto il numero di giornalisti uccisi e arrestati, riferisce il rapporto annuale della Commissione per la tutela dei giornalisti (CPJ), con sede a New York.

Il documento, dal titolo “Attacchi alla stampa nel 2006”, riporta numerosi casi di violenza e censura contro la stampa. Secondo il rapporto, nel 2006 sono stati uccisi 55 giornalisti per ragioni direttamente collegate al loro lavoro, rispetto ai 47 del 2005, e per il secondo anno di fila, riferisce il rapporto, i giornalisti iracheni rappresentano la maggioranza di quelli uccisi.

Anche il numero di operatori dei media arrestati e censurati continua a crescere, con 134 giornalisti dietro le sbarre in tutto il mondo. Tra gli arrestati, uno su tre è un giornalista web, un blogger o un redattore online, prosegue il rapporto. In quello che la CPJ definisce “la pressione più forte del governo da Piazza Tiananmen”, la Cina detiene il record mondiale, per l’ottavo anno di seguito, con 31 operatori dei media in carcere.

Il rapporto cita anche gli omicidi mirati in Russia, “l’aumento di autocrati democraticamente eletti in America Latina, e l’abolizione dello status di osservatori neutrali ai corrispondenti di guerra”, come minacce alla libertà di stampa.

Il rapporto di 323 pagine, che riferisce nel dettaglio le circostanze di ogni attacco, arriva una settimana dopo l'analogo documento annuale di Reporter senza frontiere, l’organizzazione con sede a Parigi.

”È un record preoccupante quello dei giornalisti e operatori media assassinati o messi in prigione in tutto il mondo nel 2006”, riferisce il rapporto di RSF, “e si teme per quanto potrebbe accadere nel 2007, dato che solo a gennaio sei giornalisti e quattro operatori media sono stati assassinati”. Il rapporto RSF cita diversi regimi dittatoriali, come Corea del Nord, Eritrea, Cuba e Turkmenistan tra i “colpevoli principali” nel mettere a tacere la stampa, ma giudica anche le democrazie, “altro caso in cui servono dei progressi”.

Il rapporto RSF dichiara che in Iraq 65 tra giornalisti e operatori dei media sono stati assassinati. La violenza in quello stato ha colpito il maggior numero di giornalisti mai registrato dalla CPJ.

La sintesi della CPJ per l’Iraq ha fornito cifre inferiori. Quattro giornalisti vittime di “fuoco incrociato o azioni di guerra”, e 28 assassinati, molti a seguito di minacce. Secondo il rapporto, il fuoco incrociato e altri “incidenti legati ai combattimenti” avevano causato un numero maggiore di morti tra i giornalisti nei primi due anni del conflitto.

”Quasi tutti questi omicidi sono rimasti impuniti”, ha detto all’IPS Joel Campagna, coordinatore della CPJ per il programma in Medio Oriente e Nord Africa. “Questi attacchi rappresentano il tentativo dei gruppi ribelli di minacciare l’ordine politico nel paese”.

L’Iraq è il paese al mondo che conta più giornalisti uccisi dall’invasione Usa nel marzo 2003. Secondo la CPJ, con le vittime dell’anno scorso, arriva a 97 il numero totale di giornalisti uccisi in Iraq dall’invasione. Anche trentasette tra interpreti, autisti, montatori, e impiegati d’ufficio sono stati assassinati per la loro collaborazione con la stampa.

Il rapporto evidenzia inoltre che 30 dei giornalisti uccisi lo scorso anno in Iraq sono iracheni, mentre solo due sono stranieri, entrambi residenti a Londra.

”Questo fa parte di una tendenza continua, secondo cui i giornalisti iracheni si assumono la maggior parte del rischio in questo conflitto”, ha detto Campagna. “Cresce il loro ruolo di informatori dal campo, esponendoli a un rischio maggiore: da quando i giornalisti iracheni sono diventati occhi e orecchie del conflitto, sono diventati le vittime principali”.

Il 28 giugno del 2006, il corrispondente dell'IPS Alaa Hassan è stato colpito da sei proiettili mentre guidava la sua auto per andare a lavorare a Baghdad: si trovava su un ponte già teatro di altri omicidi, e si è imbattuto in quella che si ritiene una casuale azione di violenza. Originario di Babilonia, nell’Iraq centrale, Hassan, 35 anni, ha lasciato sua moglie incinta del loro primo bambino.

Se in Iraq gli omicidi di giornalisti sono un attentato per destabilizzare il paese, in altre parti del mondo prigione, censura e violenza contro la stampa sono motivate da una pretesa di stabilità.

Il rapporto dichiara che il governo del Presidente Hu Jintao “ha realmente messo a tacere alcuni dei migliori giornalisti in Cina”. Il documento ricorda il caso di Zhao Yan, il ricercatore del New York Times in carcere dal 2004. Malgrado la pressione internazionale possa aver contribuito all’