Sul disastro combinato in questi anni principalmente dal governo peronista del Berlusca sulla ricerca, universitaria e industriale, avevamo sempre usato il termine brain drain, fuga di cervelli.
Oggi Rep ne conia uno nuovo: strage di cervelli. E il termine, numeri alla mano, ci sta tutto.
Ragazzi, qui si parla del periodo dal 2015. Se pensate che gli ultimi quindici anni siano stati difficili, preparatevi; da metà del prossimo decennio ricorderemo gli anni passati come quelli delle vacche grasse.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Se Berlusconi fosse in politica per l’Italia e non per se stesso si sarebbe dimesso da mesi. Se Berlusconi fosse un uomo politico di una democrazia occidentale farebbe un’altro mestiere da anni. E invece siamo nella solita italietta, e Berlusconi e’ diventato il vero problema del Paese. Lo e’ il suo caso personale ma anche come emblema massimo della deriva morale, del degrado istituzionale, dell’illegalita’ diffusa che devasta le istituzioni e caratterizza la classe politica, la societa’.
Oggi alcuni baroni alla Violante, uno dei simboli della gerontocrazia italiana, di quella tipologia di politici che hanno trovato nella totale irresponsabilita’ la chiave per le loro interminabili carriere, aprono spiragli all’immunita’ di Berlusconi. Disquisiscono su fantomatiche differenziazioni tra democrazia e legalita’ e lasciano intendere che il voto popolare di fatto autorizzi Berlusconi a rimanere dov’e’ e quindi ci vuole qualche garbuglio per proteggerlo, magari un bel lodino bipartisan.
E cioe’ i baroni non discutono come prevenire che persone indegne raggiungano i vertici della Repubblica. Non propongono assetti giuridici che difendano lo Stato dall’epidemia del malaffare e della criminalita’ che infetta le istituzioni per spartirsi potere e torta pubblica. Non studia misure per combattere l’erosione della istituzioni e della credibilita’ pubblica per mano del peggior frutto dell’egoismo individualista che il crollo dei macro sistemi politici ha generato.
No, i baroni, compreso quelli rosa, parlano di come far si che il voto popolare prevalga sulla legge una volta che un farabutto e’ riuscito a sedersi sulle poltrone che contano. Ebbene, la domanda e’: secondo Violante, se per paradosso un domani gli italiani scoprissero di aver eletto per errore un Provenzano in cravatta cosa devono fare? Tenerselo per cinque anni perche’ ha vinto le elezioni? Oppure devono avere gli strumenti per mandarlo dove merita e riparare cosi l’errore?
Sono discorsi che un Paese devastato dalla criminalita’ organizzata come l’Italia deve affrontare. Ed e' per questo che l’apertura dei baroni rosa all’immunita’ di un presidente del Consiglio indegno di una democrazia fondatrice dell’Unione Europea com’e’ l’Italia, rientra probabilmente in quelle vecchie logiche partitocratiche estranee al comune elettore. In quelle cose che si cerchera’ di tirar fuori dalla sabbia quando sara’ passato troppo tempo per capire e per far saltare la carriera dei baroni responsabili. Per questo ogni giorno che passa la Costituzione appare come il baluardo da difendere, il metro di misura per comprendere quanto l’Italia sia sprofondata nel fango.
Stragi del 1993 e possibile competenza della Corte penale internazionale di Massimiliano Trematerra*
La Corte Penale internazionale che ha sede ha l’Aja ha competenza per la decisione su reati di massima gravità ovunque e da chiunque siano stati commessi.
Lo Statuto di Roma della Corte Penale internazionale del 17 luglio 1998 stabilisce quali sono le fattispecie incriminabili dal procuratore internazionale. Tra esse identifica l’“attacco diretto contro popolazioni civili” come la condotta che implichi “la reiterata commissione di taluno degli atti preveduti al paragrafo 1 (ad es. omicidio n.d.r.) contro popolazioni civili, in attuazione o in esecuzione del disegno politico di uno Stato o di una organizzazione, diretto a realizzare l’attacco” (art. 7 dello Statuto).
L’organizzazione mafiosa siciliana facente capo ai 'corleonesi' ha, ormai, ammesso mediante le dichiarazioni di svariati collaboratori di giustizia, che le stragi avvenute in Italia nel 1993, tra cui Firenze – via dei Georgofili e Milano – Via Palestro, le due stragi romane e l’attentato del 1994 all’Olimpico, fossero parte di un medesimo disegno criminoso attuato da quel gruppo su iniziativa e mandato di Autore 1 ed Autore 2 (questo il nome in codice trapelato sinora dalle Procure inquirenti).
Si vuole, insomma, prospettare la eventuale riconducibilità delle condotte criminose poste in essere in quel lontano 1993 nell’ambito della fattispecie di attacco diretto contro popolazioni civili. In tale caso, risulterebbe immediatamente radicata la competenza della Corte penale internazionale.
Il funzionamento della Corte è autonomo e complementare a quello delle giurisdizioni penali nazionali. La giurisdizione penale italiana vi sta indagando attraverso quattro Procure, Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano, a seguito delle predette rivelazioni di ex appartenenti a Cosa Nostra. Eventuali incriminazioni per gli Autori di queste stragi potrebbero, dunque, essere avviate anche d’ufficio dalla Corte Penale internazionale, senza che alcun potere possano esercitare i Governi nazionali.
I singoli Stati, infatti, potrebbero persino abrogare le fattispecie criminose previste dall’ordinamento interno, senza che questo infici la sussistenza della potestà giurisdizionale della Corte: l’art. 17 dello Statuto detta condizioni di procedibilità dell’azione e se, da una parte, stabilisce che l’azione della Corte è improcedibile se già sono “in corso di svolgimento indagini o provvedimenti penali condotti da uno Stato che ha su di esso giurisdizione”, dall’altro stabilisce, altresì, che è fatta salva l’ipotesi che “lo Stato non intenda iniziare le indagini o non abbia la capacità di svolgerle correttamente e di intentare un procedimento”.
Dunque, eventuali azioni che il Potere dovesse svolgere per ostacolare l’esercizio dell’azione penale sul territorio nazionale non intaccherebbero la procedibilità dell’azione penale internazionale.
NOTA: la Corte penale internazionale non va confusa con la Corte Penale dell'ONU, sebbene entrambi si occupino di crimini contro l'umanita'. La prima e' infatti una espressione indipendente della volonta' di circa 200 fra Stati e organizzazioni non governative per i diritti, la seconda e' un organismo dell'ONU.
* giurista, componente del Comitato tecnico-giuridico dell'Osservatorio
Silvio Berlusconi oggi è andato a far visita al presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko - considerato da molti governi occidentali un vero e proprio tiranno e per questo isolato diplomaticamente - e non ha trovato nulla di meglio che lodarlo perché amato dal popolo.
So che la sua gente la ama. E questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti.
La cosa ironica è che le ultime elezioni in Bielorussia, secondo gli osservatori internazionali, sono state la fiera dei brogli elettorali. Mi aspetto sui giornali di domani almeno le stesso livello di indignazione di quando Prodi si negò al Dalai Lama. Ma non mi faccio illusioni.
Leggo dal sito www.governoberlusconi.it che Berlusconi, nel suo viaggio nei paesi arabi, “ha visitato la ‘Perla’, l’isola artificiale in costruzione che comprende una quarantina di torri, nove isolette private, centinaia di negozi in gran parte italiani e una marina capace di ospitare un migliaio di natanti, il tutto per un valore di oltre 20 miliardi di euro. Una realizzazione che ha profondamente colpito il Presidente per la rapidità con la quale viene portata avanti (i lavori, cominciati nel 2002, si concluderanno nel 2013 ma già adesso l’isola è abitata). In Qatar, l’Italia è interessata soprattutto a partecipare alle grandi commesse per le infrastrutture. Berlusconi ha elogiato la politica di modernità dell’Emirato”.
Il caso ha voluto che questo elogio alla moderna politica di sviluppo (immobiliare e finanziario) di certi paesi arabi e alla loro rapidità realizzativa, abbia coinciso con il crac del Dubai World, “un conglomerato finanziario – così dice ‘Repubblica’ – controllato dallo Stato”, che “ha chiesto alla banche una moratoria di sei mesi perché non riesce più pagare gli interessi su 59 miliardi di dollari di debito”. “Dubai – continua ‘Repubblica’ - negli ultimi anni era diventato il simbolo dello sviluppo immobiliare senza freni” ma oggi “rischia di crollare sotto il peso dei debiti”. Pensare che ancora il 24 novembre scorso il Ministro Scajola dichiarava che Dubai aveva superato la crisi, che sarebbe cresciuta del 5% nel 2010 e che guardava con simpatia all’Italia e con ammirazione ai suoi prodotti.
Ecco dove conducono la “rapidità realizzativa”, le veloci impennate dei valori immobiliari, l’impetuosa corsa finanziaria, le bolle di ogni tipo, i guadagni facili, gli indebitamenti arrischiati, la ricchezza che si genera dal nulla finanziario, le speculazioni audaci, lo Stato ridotto a semplice spettatore delle più avventate scalate, il mattone facile, il lusso, la logica aziendale del profitto applicata alla politica. Quando gli unici valori proposti e praticati sono quelli economici, la politica più che tramontare diventa cieca.http://l_antonio.ilcannocchiale.it/
Breve Manuale su come Tenere Diviso il Movimento Progressista
Ieri sera ho partecipato a una riunione con 16 rappresentanti di diversi gruppi e associazioni, erano presenti (in teleconferenza) alcuni Amici di Grillo, ex comunisti, ecologisti e gente etica che vuol cambiare il mondo. Argomento: come si fa a unirsi nel movimento? Dopo 3 ore di discussione ho dovuto dire: ragazzi io mi ritiro così non si va da nessuna parte. Un bel disastro che mi ha fatto capire che l’idea di realizzare un PATTO alla francese da noi è molto lontana. Mancano proprio i presupposti. Questa riunione è stata molto utile proprio per misurare la distanza iniziale che ci separa. La cosa divertente è che condividiamo perfettamente gli obiettivi del nostro fare politico. Siamo d’accordo su tutto. Ma unirsi risulta impossibile. Ne ho tratto un breve manuale di come riuscire a restare divisi facendo un grande regalo a Berlusconi e alla casta politica.
1.Disprezzare le persone con le quali si vuole unirsi.
Una persona ha iniziato il suo intervento dicendo che Grillo è un manipolatore e che il suo braccio destro Casaleggio è interessato solo ai soldi (“Me lo ha detto uno che lo conosce”). Io credo al contrario che Beppe Grillo sia un eroe. Uno che ha avuto un coraggio che è rarissimo e una capacità straordinaria di creare un movimento. E credo che Casalegno sia un genio che ha saputo inventarsi con quattro soldi un sistema di comunicazione che raggiunge milioni di persone e fa cultura; e che se era interessato ai soldi, con la testa che ha, poteva fare ben altro, guadagnarci 100 volte di più e avere meno rotture di coglioni. Io stimo enormemente Grillo, credo che lui abbia una sua straordinaria specificità. Io non voglio cambiare Grillo. Io penso che lui abbia creato una grande comunità, diversa da quella che si riconosce in Banca Etica, nei Verdi, nelle Liste Civiche, nel Movimento della Decrescita Felice, nel Movimento di Transizione, nella Repubblica di Alcatraz e nei mille gruppi locali o che si occupano di questioni specifiche. Io amo tutta questa gente. Io credo in loro. Io voglio unirli perché penso che sia necessario mettere insieme tutte le nostre tribù per far nascere un grande popolo ribelle.
2. Iniziare con un bel discorso politico.
Pare incredibile ma c’è ancora gente che crede sia necessario spiegarti che il capitalismo è malvagio e i politici corrotti quando ci si incontra in 17, in un posto privato come una teleconferenza, solo tra persone che fanno politica attiva nel Movimento da anni. A sentire un bel pippone rivoluzionario di dieci minuti ti viene da metterti a soppesare le parole una per una tipo: un bel modo per dedicarsi a spaccare il capello in 4 invece di parlare di quello che vogliamo fare. E poi che senso ha? Ancora non si è capito che le ragioni politiche e emotive del nostro impegno sono diverse e piene di sfaccettature? Ancora si pensa che dobbiamo essere d’accordo sui punti e sulle virgole prima di metterci a lavorare insieme?
3. Partire dal programma.
Ieri sera una persona ha prima di tutto presentato un programma in 4 punti: Togliere alle banche il potere di stampare denaro, libertà economica e di informazione, democrazia diretta, una vera class action. Cioè quattro punti di programma strategici. Li condivido. Ma la mia sensibilità mi suggerisce che in un programma vorrei anche l’abolizione del segreto bancario internazionale e un po’ di ecologia. Il mio amico Paolo, che è bellissimo e gay, dice che vorrebbe anche un accenno alla liberazione sessuale. Anche quella è essenziale. E Giovanna, ne sono certo, chiederebbe un drastico cambiamento nel modo di partorire delle donne imposto dalle Asl e nei programmi educativi degli asili e delle scuole. Se si vuole unirsi NON BISOGNA PARTIRE DAL PROGRAMMA PER CAMBIARE IL MONDO! Bisogna trovare obiettivi concreti, realizzabili in tempi brevissimi comprensibili e condivisibili dal 99% degli italiani. Partire dal programma strategico è devastante. (Dei 4 punti di programma proposti ieri sera solo la Class Action è un reale obiettivo potenzialmente realizzabile subito.)
4. Partire dal metodo.
Ieri sera una persona ha detto una cosa che condivido: il problema non è Grillo o non Grillo, il problema è quello di costruire un metodo democratico, un modo di far funzionare il dibattito in modo condiviso. Bellissimo. Poi ha detto: abbiamo un professore universitario che ha sintetizzato questo metodo democratico e bisogna che tutto il Movimento lo adotti, facciamo una serie di corsi per tutti, quando tutti avranno imparato a discutere in modo democratico avremo la democrazia interna al Movimento e potremo cambiare l’Italia. Sbagliato. Perché se si inizia a discutere su come discutere in modo democratico vengono fuori subito 12 idee diverse su come fare. E’ un meccanismo insito nella democrazia: l’essere umano differenzia le sue idee. Neanche sul metodo di discussione funziona il pensiero unico. Se il metodo democratico di tipo A diventa la discriminante per unirsi avremo alle prossime elezioni lo schieramento che pratica al suo interno il metodo democratico A e lo schieramento che pratica il metodo B.
5. Partire dalla formazione.
E’ giustissimo. La formazione è essenziale. Ma se dopo 40 anni che faccio politica un compagno si rivolge a me dicendomi: “Devo incontrarti di persona per spiegarti perché la democrazia diretta è tutto.” Mi viene da pensare che mi trovo davanti a un maniaco della scuola quadri. Quella che ho frequentato dal 71 al 74. Una cosa bestiale. E tutta la mia anima ribelle mi dice di fuggire perché sono di fronte a un uomo capace di leggermi tutto il Capitale di Carl Marx senza cambiare neppure per un istante il tono della voce. E non ho voglia di fare nessun Patto Unitario con lui.
6. Fregarsene dei risultati.
Ieri sera una persona ha detto: “Non mi importa se alla fine raggiungiamo il 16% oppure il 3%, l’importante e che siamo coerenti.” Anche io voglio essere coerente. Ma voglio anche cambiare l’Italia. Non mi interessa se il giorno della mia morte posso dire: “C’ho provato ma gli altri erano tanto cattivi… Solo io avevo capito tutto ma non mi hanno ascoltato.” Io voglio morire potendo dire: “Questo mondo è migliore di come l’ho trovato”. Quindi la prima domanda che mi faccio è: cosa è possibile ottenere realmente oggi? Su quale obiettivo positivo posso trovare milioni di persone d’accordo? Non parto da quel che è teoricamente più giusto. La lotta politica è come il gioco delle bacchette cinesi: devi togliere prima la bacchetta che sta sopra, anche se vale poco. Io parto cercando di realizzare il primo risultato utile realmente ottenibile. Un piccolo successo, una piccola gratificazione, ti viene voglia di andare avanti e ti poni obiettivi più ambiziosi. E coltivi l’unità!
7. Decidere adesso che il PD non cambierà mai.
Io non penso che il Partito Democratico sia una ghenga di venduti, ladri e traditori. Io conosco gente di grande valore e onestà che milita nel PD. Io voglio permettermi di immaginare che sia in corso un processo di crescita della società civile italiana; credo che si stia lentamente colmando un divario rispetto a paesi come la Danimarca, dove politici ladri come in Italia non se ne trovano. Quindi amo la parte sana del PD, e voglio dialogare. Voglio favorire il suo rinnovamento per avere domani un alleato migliore. Quindi lavoro per l’unità. Credo che se esistesse un movimento grande, unito su pochi obiettivi essenziali di buon senso, realmente realizzabili subito e condivisi, anche il PD dovrebbe fare i conti con questi obiettivi. E spero che un giorno sapremo esprimere una volontà di collaborazione e cooperazione anche con il PD. Ovviamente questo non sarà possibile fino a quando il PD non rinuncerà a candidare personaggi inquisiti, fino a quando non rinuncerà alle sue aree grige di rapporti con faccendieri, inciucisti, collusi e magnaccia. Ma io credo che il PD dovrà fare grandi scelte alla svelta se vuole esistere ancora fra 12 mesi. E credo che prima o poi ci sarà di nuovo una coalizione progressista al governo in Italia. Io lavoro per questo. Battere le destre e togliere dal potere chi è direttamente parte di un colossale malaffare e conflitto d’interessi che ci avvelena. Io, comunque non credo che Prodi e Berlusconi siano uguali precisi identici. Io comunque preferivo Prodi di gran lunga. E lo preferivano anche le migliaia di famiglie che ora stanno assaggiando gli effetti di uno stile di governo demenziale, tragico e strafottente.
8. Non avere nessuna fiducia nel Movimento.
Io credo nel progresso.
Come Marx credo che esista una forza positiva, oggettiva, che spinge la storia verso il meglio. L’intelligenza dei popoli. Credo che ora l’unità non sia matura. Ma credo che il percorso sia irrinunciabile. Abbiamo internet, abbiamo la voglia di unirci, abbiamo la necessità di farlo. Troveremo 100 modi di collaborare, 100 modi di creare democrazia e partecipazione diretta, pochi obiettivi semplici e la volontà di realizzarli. Noi vinceremo. Se non siamo completamente pirla vinceremo perché abbiamo la storia dalla nostra parte. Il mondo migliora costantemente e gli stronzi sono una specie in via di estinzione
Ho prodotto la seconda puntata della mia panoramica sull’irriverenza online. La trovate come sempre sull’edizione online di Aprile.
In questo caso si parla di détournement online, cioè della deriva di prodotti mediatici in altri prodotti mediatici, al fine di cambiarne il senso, spesso ribaltando il significato del prodotto di partenza.
Alla fine, onde evitare di farla più lunga del solito, nell’articolo faccio tre esempi. Il primo è il Google bombing, che in effetti rovesciava (uso i verbi al passato perché pare che ora non si possa più fare) il fine stesso del fare una ricerca, pilotandone i risultati.
Il secondo riguarda l’uso politico della registrazione di domini. E’ una tecnica decisamente originale e forse di scarsa applicabilità e ha colpito Glenn Beck, il più scorretto e retorico tra i predicatori di Fox News.
Il più interessante, però, è il terzo, perché credo meriterebbe un po’ più di attenzione.
Nonostante il gruppo sia palesemente scherzoso e giochi sul paradosso – basta osservare che i due amministratori si fanno chiamare “Magister Venerabilis” e “Ics Ipsilon Zeta” – ci sono cascati in tanti. Curiosamente non gli allarmisti di sinistra, quelli che fanno le raccolte firme di Repubblica, ma i militanti di destra.
Basta dare un’occhiata all’elenco dei fan che vogliono riabilitare il Venerabile Maestro* ed ecco che vengono fuori la Gioventù Italiana dell’Alto Adige, Azione Giovani di Asti, la Giovane Italia di Asti, la Giovane Italia dei Nebrodi, Azione Giovani di Reggio Emilia, il Circolo PdL di Roccapiemonte, Azione Giovani di Rende e la Giovane Italia dell’Alcantara.
Sono tutte associazioni organiche al PdL. Tutti gruppi e associazioni che si dichiarano senza problemi fan di un tentato golpista e apertamente antidemocratico. Il tutto in uno scenario in cui perfino Berlusconi stesso, che era iscritto alla P2, ha sempre vissuto la cosa con estremo imbarazzo, non certo un’attività di cui andare fiero.
Paura, eh?
Chissà cosa ne dicono il PdL di Asti, di Reggio Emilia e dell’Alto Adige.
In verità, più che ciò che mi spaventa di più è constatare che i suddetti berlusconiani, dall’Alcantara ad Asti, non sono stati in grado di distinguere una pagina apertamente paradossale e scherzosa da una seria. Ci sarebbe riuscito perfino un bambino, neanche tra i più svegli. Il fatto che si siano associati pubblicamente a idee mostruose, semmai, è un’aggravante.
* risparmiatevi pure le ironie sul fatto che tra gli iscritti c’è pure l’Associazione Giovani Organettisti, perché in privato le abbiamo già fatte tutte.http://www.enrico-sola.com/2009/11/il-venerabile-maestro-e-chi-lo-venera/
L'ellissi di amorale merda umana (anzi, "disumana")
1.
terzismo (ter-zì-smo) s.m. Lo stesso che terzaforzismo • Der. di terzo || 1996
terzaforzismo (ter-za-for-zì-smo) s.m. In politica, la ricerca di una terza posizione tra due schieramenti contrapposti • Comp. di terzo e di un der. di forza || 1996
Spesso è assai difficile datare la nascita di un termine (e quasi sempre è impossibile stabilire chi l’abbia messo al mondo), ma qui il Devoto-Oli non fa neanche lo sforzo, e incorre in uno dei peccati capitali dei wikipediani, il cosiddetto recentismo, col quale deve intendersi quella particolare forma di miopia che non consente di guardare molto bene indietro: il terzaforzismo è un termine che non è nato nel 1996, ma molti anni prima (almeno trenta, forse quaranta), per definire quella “terza posizione” tra Usa e Urss che in realtà era plurale (si parlò di terzaforzismo per De Gaulle, Tito, Brandt e qui da noi, in Italia, furono definiti terzaforzisti alcuni liberali, alcuni socialisti, perfino alcuni missini). Riguardo a terzismo, invece, può darsi che il Devoto-Oli abbia ragione, può darsi che sia stato usato per la prima volta proprio nel 1996, quando in alcuni (di qua e di là nei “due schieramenti contrapposti” del centrodestra e del centrosinistra, ma anche in altri, non schierati) andò maturando preoccupazione, talvolta prossima all’insofferenza (però dai toni sempre miti, non di rado paciosi), per un bipolarismo che generava un clima sempre più rovente. Il terzismo conobbe qualche fortuna nel 1997, quando i due schieramenti in campo tentarono il dialogo sulle riforme istituzionali con la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Fu il periodo in cui si usarono molto anche altri due termini.
bipartisan /barpa:trz’aen || in it. baip’artizan/ agg., ingl. invar. Nel linguaggio politico, approvato o sostenuto sia dalla maggioranza che dall’opposizione: accordo b. alla Camera; decreto b. • estens. Apprezzato o seguito da persone di tendenze politiche opposte: giornale b. ? Comp. di bi- ‘bi’ e partisan ‘partigiano, che parteggia’ || sec. XX
Anche qui, per inciucio, il Devoto-Oli cade in recentismo: se è vero che fu proprio D’Alema (la Repubblica, 28.10.1995) a farlo diventare d’uso frequente, è altresì vero che il dialettale ‘nciucio era già stato italianizzato da Malaparte, Marotta e Rea.
2.
“Che faranno, quando Berlusconi scomparirà, quei giornalisti e politici che si sono specializzati nell’agitare flabelli al suo passaggio, a inventare false notizie, a deformare quelle vere e soprattutto ad omettere, omettere e ancora una volta omettere? Che faranno i revisionisti di mestiere, gli specializzati a sostenere che il problema è un altro, che le questioni serie sono altre e chi parla male di lui peste lo colga? E i terzisti, caro Battista? I terzisti avranno ancora qualcosa da scrivere? Vorrei essere tranquillizzato su questo punto. Comunque un posto a tavola non si nega a nessuno che abbia una buona scrittura; c’è sempre la rubrica di «Come eravamo» che può essere un dignitosissimo «pied-à-terre» per i terzisti in disarmo”
Eugenio Scalfari, la Repubblica, 22.11.2009
Recupero solo adesso l’editoriale nel quale, domenica 22 novembre, Eugenio Scalfari inscrive Pierluigi Battista nell’ellissi di amorale merda umana (anzi, “disumana”). Lo recupero grazie agli articoli che Libero, il Giornale e Il Foglio hanno pubblicato a commento nei giorni seguenti, e che si pongono al centro dell’ellissi, marginando il Corriere della Sera e i suoi editorialisti terzisti. Uno per tutti:
“Il bersaglio grosso [di Eugenio Scalfari] è la malapianta terzista. Anzi direttamente Pigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, reo di aver posto una cruciale domanda: ma che fine faranno, un giorno, tutti quelli che da anni campano solo sull’antiberlusconismo? Sullo schema tribale del nemico-amico, senza mai la capacità di fare i conti anche con la propria parte? Apriti cielo, ecco il «tradimento del chierico», la peggiore delle amoralità: rifiutarsi apertamente – gesto lucido, laico, intellettualmente motivato – di schierarsi in base al preconcetto”
Maurizio Crippa, Il Foglio, 26.11.2009
Come può aspirare a dirsi “terza” una posizione così appassionatamente difesa da una delle due? Con quale malafede Battista può definire equidistante la sua posizione, quando è così ben inscritta nell’ellissi entro la quale l’opinione di uno dei due schieramenti in campo è definita “preconcetto”? E come può Battista chiamarsi fuori dallo “schema tribale del nemico-amico”(ma Karl Schmitt non era con Leo Strauss uno dei numi tutelari de Il Foglio?), quando la stampa filogovernativa scatta in sincrona e sollecita manovra difensiva?
Il vizio (l’amoralità) che una delle due posizioni (Scalfari) rimprovera alla posizione terza (Battista) non è lodato come virtù dall’altra posizione (Crippa)? E allora sia consentito un terribile avverbio: dove sta oggettivamente Battista? E, levando ogni implicazione di valore morale a ciò che sta dentro l’ellissi, riducendola da figura retorica a mera espressione geometrica, Battista è dentro o fuori?
3.
Se in 1. abbiamo cercato di abbozzare il contesto, e in 2. abbiamo tratteggiato i termini della questione, ci resta da chiarire se una posizione come quella che possiamo assumere come “opinione di Battista” sia legittimamente definibile come “terza”, volendo dare a terzo il significato di equidistante (o almeno “fuori dallo schema tribale del nemico-amico”). Ma prima sarà il caso di dire dove, a mio modesto avviso, Scalfari sbaglia.
Sbaglia, innanzitutto, nel ritenere che la moralità (quale, poi?) possa farsi criterio sufficiente nel delineare una dignità del politico. Sbaglia, poi, nel dire che “un posto a tavola non si nega a nessuno che abbia una buona scrittura”: la buona scrittura non basta, bisogna avere anche altre virtù, che adesso, su due piedi, non saprei dire quali.
Ciò detto, chiuderei questo pippone dicendo che talvolta, tra due schieramenti, due posizioni, due opinioni, non v’è altra terza via che l’acquiescenza ad una delle due (quasi sempre prossima alla complicità fruttuosa di interesse, diretto o indiretto).
Nel caso del berlusconismo e dell’antiberlusconismo non si può scegliere altro: sono i caratteri del berlusconismo, com’è per ogni forma di populismo dai tratti autoritari, a escludere la possibilità di equidistanza tra critici e sostenitori. La negazione di una “terza posizione” è teoricamente e praticamente negata da Berlusconi stesso. E i Battista, i Galli della Loggia, i Polito, ecc. – coscientemente o no – sono oggettivamente suoi complici. Non saranno merde umane, come Scalfari dice senza dirlo, ma sono complici. Prima o poi dovranno renderne conto agli storici. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Eurozona, saranno i consumatori tedeschi a impedire default Italia?
di Elysa Fazzino
Il debito crescente porterà alla spaccatura dell'eurozona? John Plender, opinionista del Financial Times, osserva che la stabilità dell'eurozona è ancora una volta in questione, mentre c'è chi scommette «pesantemente» sul default dell'Italia e i rendimenti sul titoli del debito pubblico di paesi periferici come la Grecia si allontanano ulteriormente dal benchmark tedesco. Vuol dire che i "fondamentali" si stanno deteriorando?
Le stime di deficit dei paesi Ue – nota il Ft – sono triplicate dal 2,8% del 2008 al 6,9% di quest'anno; per il 2010 la stima è del 7,5%.
La solidarietà Ue sarà messa alla prova, prevede il Financial Times. Aumenta la preoccupazione per le conseguenze degli squilibri finanziari tra la Germania e altri paesi del Nord europeo, che hanno surplus finanziari, e i paesi con ampi deficit, in gran parte del Sud. «L'unione monetaria ha protetto i paesi deboli dell'eurozona dalle crisi valutarie, ma da quando c'è il "credit crunch" questi deficit sono diventati più difficili da finanziare».
Se nell'Europa del Sud il deficit corrente e il debito diventassero insostenibili, le banche tedesche che hanno finanziato i deficit potrebbero avere bisogno di essere soccorse., avverte Plender. In alternativa, per impedire ai paesi debitori di fare default, potrebbero cercare di risolvere il pasticcio fiscale facendo ricorso a una clausola del trattato di Maastricht che permette il sostegno finanziario a paesi dell'eurozona in difficoltà per fattori al di fuori del loro controllo. Un intervento del genere si avvicina per la Grecia. E «ci sono seri dubbi su come i paesi con deficit possono restaurare la loro competitività per aiutare a ridurre gli squilibri».
In Italia, Spagna e Grecia, stando a quanto ha stimato Goldman Sachs, il tasso di cambio reale dovrebbe scendere del 30% per ripristinare l'equilibrio. «Ma poiché la svalutazione non è un'opzione, l'aggiustamento deve avvenire attraverso mercati del lavoro inflessibili. La sgradevole questione è a quale livello di disoccupazione sarà restaurata la competitività». Ci sono aggiustamenti in atto, ma «il consumatore tedesco dovrà fare di più per sostenere i paesi con deficit. Questo non può essere dato per scontato».
L'ipotesi che l'Italia o la Germania decidano di lasciare il club non appare plausibile, secondo l'opinionista, perché «la prospettiva di svalutazione provocherebbe un prosciugamento di denaro dal sistema bancario, mentre il valore del debito e il costo del servizio del debito aumenterebbero». «Per i politici è molto più facile – continua – subappaltare la politica fiscale alla Commissione europea e dire all'elettorato che i conseguenti dolori sono colpa dei cattivi tedeschi».
I paesi con surplus di bilancio, secondo Plender, hanno più incentivi a lasciare l'eurozona, se i paesi deboli portano giù il valore dell'euro. «Ma la storia insegna che è sempre pericoloso sottovalutare l'impegno politico per l'unione monetaria».
Fino a quando, però, i contribuenti tedeschi, e non solo, sono disposti a sborsare per gli «spendaccioni» paesi del Sud? L'aggiustamento degli squilibri europei – continua il Ft - sarà lento e comporterà effetti negativi per la crescita dell'eurozona, a meno che i consumatori dell'Europa del Nord non facilitino il processo. Conclusione: i consumatori del Nord, tedeschi per primi, devono spendere, è nel loro interesse.
Io ho aderito alla manifestazione del 5 dicembre contro Berlusconi da subito, e nonostante che sarò atterrato in Italia solo a partire dal 4 dicembre. La manifestazione nasce dalla famosa società civile: un gruppo di giovani italiani che si sono auto-organizzati su Facebook.
Quasi da subito, alla loro iniziativa hanno aderito le varie componenti minori dell’opposizione: Grillo e i grillini, l’IDV, Sinistra e Libertà, i Comunisti. Il PD no. Come al solito, ha giocato al Sor Tentenna: prima hanno detto sdegnosi e sdegnati “noi non aderiamo a manifestazioni altrui: ne organizziamo di nostre” Ah sì? Fatelo, allora, invece di stare con le mani in mano. Poi si sono aperte le prime crepe, provenienti dalla corrente-dei-mariniani-che-non-è-una-corrente. Quindi sono venute le adesioni anche di chi è franceschiniano e bersaniano. Alla fine, il risultato è dei migliori: il PD formalmente non ha aderito alla marcia del 5, ma di fatto ci saranno migliaia di suoi militanti a marciare.
Trovo stantia la polemica che i piddini fanno DI CONTINUO contro CHIUNQUE altro faccia opposizione a Berlusconi. E se sono seguaci di Grillo, non vanno bene. E se sono seguaci di Travaglio, non vanno bene. E se sono seguaci di Di Pietro per carità. E se sono seguaci di SL sono atomizzati. AVETE ROTTO I COGLIONI! Non siete i depositari dell’unica opposizione possibile, in Italia, e mi pare che alle elezioni questo concetto sia plastico, ma lo è anche tutto l’anno, quando infatti un gruppo di blogger organizza una manifestazione e piano piano ottiene l’adesione di tutti e anche di componenti del PD. Dimostrando non solo che il PD ha bisogno di lezioni sul come si fa opposizione, ma anche di un serio ciclo di ripetizioni pomeridiane.http://anellidifum0.wordpress.com/
Attacco violentissimo del premier: "I magistrati ci portano alla guerra civile"
ROMA - Berlusconi attacca a tutto campo davanti all'ufficio di presidenza del Pdl. Batte i pugni sul tavolo, dopo settimane di polemiche con Fini e con i finiani, lanciando un aut-aut ai contestatori: chi non è d'accordo se ne va dal partito. E parte di nuovo con violentissime accuse alla magistratura, indicata come una forza eversiva che "attenta alla vita del governo" e "rischia di portare il Paese sull'orlo della guerra civile".
NON E' CHE BERLUSCONI, PENSANDO ALLA GRECIA, AL DEBITO PUBBLICO ECC ECC....NON STA PENSANDO DI METTERE LE MANI AVANTI?
Così, a occhio, secondo voi che cosa penseranno all’estero di una maggioranza che sottrae alla giustizia dei comuni mortali un membro del governo accusato di camorra, e di un premier che vuole cambiare il codice per non rischiare di vedersi coinvolto in inchieste di mafia?
Ma abbiamo idea del fatto che all’estero – prima che arrivasse a Palazzo Chigi il pagliaccio – parlavano dell’Italia quasi solo per la mafia?
E abbiamo idea di quanto è drammaticamente anti italiano, per il famoso “prestigio internazionale” – quello che sta combinando il partito del premier in questi giorni?http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/25/lanti-italiano/#comments
Stiamo assistendo a una delle più grandi buffonate nella storia d'Italia: il salvataggio processuale del sig. Berlusconi. Altrimenti detto processo breve o legge Savoia (quella che garantiva l'immunità alla casa regnante).
Talk show, telegiornali servili, grandi dichiarazioni, statistiche finte e meno finte....di tutto e di più. Che schifo.
Di fatto il salvataggio ex lege di B. sarebbe la fine della Repubblica uguale per tutti.
Il problema è che abbiamo troppi zombie tenuti in vita solo da B.
Per colpa di questa sinistra benevola l'Italia sta diventando un imbuto,troppi stranieri e con poche garanzie ,vedendo la nostra giustizia a prendere provvedimenti
A ROMA PROLIFERANO PARABOLE SUI BALCONI ED ALLE FINESTRE COME SE NE VEDONO NELLE CITTA'MEDIO-ORIENTALI. PERCHE'LA GIUNTA NON INTERVIENE?SI TRATTA SI DECORO URBANO
HO PARBLEU...SIG. CORDERO, COSA VUOLE FARE DA GRANDE, IL REDATTORE SVIZZERO NR. DUE....AD PERSONAM? SHAPEAU!!!!!!LEI SI CHE SE NE INTENDE!
Il nuovo corso del Pd bersaniano sembra incentrato sul consueto postulato con cui ci hanno ammorbato per un quindicennio: quello secondo cui la Questione Berlusconi «non interessa alla gente», sicché bisogna parlare dei «veri problemi della gente», cioè lavoro, scuola, sanità e così via.
A me sembra che il ragionamento – se di ragionamento si tratta – abbia in sè un bel baco.
Primo, perché è insultante verso la famosa «gente»: considerata un branco di idioti a cui si presume non interessi nulla avere un premier che delinque, purché siano assicurati alcuni servizi essenziali. E insultare in questo modo i cittadini non credo che serva né a migliorare il grado di civiltà dell’Italia né a prendere voti.
Secondo, perché non si capisce in base a quali motivazioni fingere che non ci sia la Questione Berlusconi – con tutto il suo carico di invasività nella cosa pubblica – dovrebbe portare a grandi mobilitazioni di popolo sugli altri temi.
Terzo, perché anche un’ameba a questo punto capirebbe che se lavoro, scuola, sanità, ambiente etc. sono ignorati dall’attuale esecutivo, è anche o soprattutto perché si tratta di una banda di inetti, scelti non sulla base di meriti e competenze ma solo in quanto yes men del padrone, impegnati peraltro notte e giorno a difendere il posto e la fedina penale del medesimo.
La risoluzione della Questione Berlusconi – con il suo mix di miracolismo, charity sociale, terrore dell’innovazione, potere mediatico e affidamento alle virtù taumaturgiche del leader – è palesemente prodromica rispetto al “ben governare”, insomma.
Se il Pd lo capisse – e sì che non è una cosa difficile – avrebbe meno paura a sporcarsi le mani affrontando a viso aperto il problema, anziché gironzolarci intorno fingendo che non ci sia.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Ciampi si dichiara amareggiato per le leggi ad personam ,sarebbe bastato da parte sua non firmare la legge elettorale porcellum di Calderoli ,lasciando il maggioritario ed oggi al governo ci sarebbe ancora Prodi e niente leggi ad personam. http://www.giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/
Post della domenica, giusto se vi siete persi qualche passaggio.
A che punto siamo con le leggi salvapremier? Abbastanza nel casino. Si sta procedendo su strade diverse. Da un lato la norma che dovrebbe abbreviare i processi, dall’altra l’idea di un nuovo Lodo Alfano per la alte cariche dello Stato, infine l’ipotesi (abbastanza tramontata) di reintrodurre semplicemente l’immuntà parlamentare, che ovviamente includerebbe anche il premier.
Partiamo dalla prima.
Per il “processo breve” i finiani e il resto della maggioranza stanno continuando a trattare su alcuni aspetti, come la durata dei diversi gradi di giudizio e l’articolo che escludeva gli immigrati irregolari. Se trovano un accordo, la legge dovrebbe passare al Senato prima di Natale e alla Camera forse entro febbraio-marzo. Ma c’è il rischio che a Montecitorio venga modificato qualcosa e allora la discussione torni a Palazzo Madama, quindi si arrivi almeno all’estate per l’approvazione.
Basterebbe a salvare Berlusconi?
Per quanto riguarda i due dibattimenti già iniziati (Mills e fondi neri Mediaset) forse sì, ma dipende da diverse variabili, a iniziare dalla durata massima che verrà alla fine stabilita per il primo grado, che potrebbe passare da due a tre anni; oltre che dai vari “legittimi impedimenti” che il premier potrebbe addurre per fare rinviare le udienze. In ogni caso Berlusconi non si fida, anche perché può arrivare nel frattempo il rinvio a giudizio per la questione Mediatrade, senza contare quello che sta succedendo a Palermo.
Che cosa sta succedendo a Palermo? Ad esempio, continuano a saltare fuori i pizzini passati da Provenzano al defunto sindaco mafioso Vito Ciancimino. Ieri ne è uscito uno del 2000 in cui Provenzano scriveva a Ciancimino: «Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione (…) hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo».
E chi era quel senatore? Ovvio che nessuno può dirlo, ma tutti pensano a uno stretto collaboratore del premier già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. E poi da Palermo potrebbe uscire altro.
Tipo?
Il pentito Gaspare Spatuzza testimonierà presto al processo d’appello a Dell’Utri. Spatuzza ha già messo a verbale la dichiarazione secondo cui il suo boss, Graviano, nel ‘94 gli aveva detto che Berlusconi si era accordato con la mafia per un patto politico-elettorale tra Cosa Nostra e Forza Italia, intermediario lo stesso Dell’Utri.
E quindi?
E quindi con queste previsioni a Berlusconi la legge sul processo breve rischia di non bastare più. Per stare tranquillo, avrebbe bisogno dell’immunità.
Un altro lodo Alfano?
Sì, ma dopo la bocciatura della Consulta non è facile. Bisognerebbe fare una legge costituzionale, con tempi lunghi e modalità complesse: una modifica della Costituzione deve essere approvata da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono trascorrere almeno tre mesi. Nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi, si andrebbe poi a un referendum confermativo. Lo stesso dicasi per la reintroduzione dell’immunità parlamentare, che è stata ventilata per qualche giorno ma che pure avrebbe bisogno di una revisione costituzionale.
E quindi?
Quindi in questi giorni c’è chi (come uno degli avvocati di Berlusconi, Gaetano Pecorella) ha ipotizzato una “legge-ponte” che metta al riparo il premier in attesa di una modifica della Costituzione.
Così a occhio sembra una porcheria pazzesca..
In effetti è tutto da vedere che Napolitano firmi una roba del genere. Però uno spiraglio c’è.
Quale?
L’Udc di Casini sostiene che basterebbe approvare una leggina di pochi righe che blocchi i procedimenti contro il premier per legittimo impedimento fine a fine mandato.
Perché Casini sostiene una cosa del genere?
Perché lui pensa che tutta Italia è bloccata attorno ai processi di Berlusconi, meglio dare al premier un salvacondotto fino a fine legislatura che rottamare migliaia di processi con norme come quella sul processo breve.
E a Berlusconi questa cosa andrebbe bene? Certo che sì, ma non è facile né farla votare dalla componente finiana del Pdl né farla passare dal Quirinale come se niente fosse.
E poi rischierebbe una nuova bocciatura della Consulta.
Sì, in effetti se passa come legge ordinaria c’è anche questo rischio, ma è secondario perché comunque così il premier guadagnerebbe un anno, che è quel che gli serve per far passare nel frattempo un nuovo lodo Alfano come legge di revisione costituzionale.
Quindi?
Quindi Berlusconi in queste settimane è nervoso come non lo era mai stato, questo ormai lo ammettono perfino i giornali del premier. Perché il Cavaliere è incerto sulle diverse ipotesi per salvarsi – con i vari Ghedini, Pecorella e Alfano che litigano tra di loro sulla strategia migliore – e teme che nessuna scelta lo metta completamente al sicuro, anche perché deve prima passare attraverso le forche caudine di Fini e (poi, eventualmente) di Napolitano. Per questo ogni tanto fa balenare – magari via Schifani – l’ipotesi di elezioni anticipate, soprattutto per spaventare Fini. Salvo poi ritirare la mano.
E perché ritira la mano?
Perché non le può indire lui, le elezioni anticipate. Lui può solo dimettersi, poi Napolitano potrebbe tranquillamente dare l’incarico a un altro, tipo lo stesso Fini o Casini. E quest’ultimo ha già detto che «in Parlamento una nuova maggioranza si troverebbe in dieci minuti». Per Berlusconi sarebbe lo scenario più agghiacciante: fuori dal governo e senza una maggioranza che lo mette al riparo dai processi.
E quindi?
E quindi vedremo come ne escono i consiglieri legali del premier, e a quale lui darà ascolto. Al momento l’ipotesi più probabile è ancora quella che passi in primavera la legge sul processo breve, e poi si vedrà se e cosa succede agli altri eventuali procedimenti. Con il premier ancora a Palazzo Chigi ma sulla graticola chissà fino a quando. Che poi è quello che vuole Fini e in un certo senso anche il Pd.
Anche il Pd?
Sì, perché Bersani ha bisogno di tempo. Tempo per ricostruire il partito (non siamo nemmeno arrivati alle nomine interne), per radicarlo sul territorio, e soprattutto per far nascere il partito di centro Rutelli-Casini con cui spera di fare asse alle prossime politiche per conquistare la maggioranza. Ma in Italia tutto è in movimento, sempre, e non è detto che la situazione non precipiti prima.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/22/salvapremier-faq/#more-5264
Che fa un politico con molta visibilità quando lo beccano con le mani nella marmellata di decine di amanti e non può farne a meno? Si defila e organizza gli incontri all'estero.
Se ne va prima in Russia per un paio di giorni, con tanto di finta tempesta di neve, e poi si inbosca in Arabia per un tour inutile di quasi una settimana.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Da gennaio la testata è di proprietà di Alexandre Pougatchev, figlio del banchiere russo Sergueï
Il quotidiano francese France Soir avrebbe licenziato le corrispondenti da Roma e Mosca perché critiche nei confronti del potere politico. Lo afferma Le Monde, che ha contattato le dirette interessate. Liquidate perché troppo "negative" sull'operato del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del premier russo Vladimir Putin. Dallo scorso gennaio lo storico quotidiano francese è di proprietà di Alexandre Pougatchev, figlio del banchiere russo Sergueï.
La collaboratrice da Roma Ariel Dumont è stata licenziata il 13 novembre, dopo che le era stato detto di non scrivere più nulla su Berlusconi. La giornalista dice di essere stata "molto prudente". Nonostante ciò, è stata più volte rimproverata di "anti-berlusconismo" e costretta a "riscrivere un pezzo sulla Mostra di Venezia" in cui parlava del film 'Videocracy' e delle critiche di Michael Moore al presidente del Consiglio. A Nathalie Ouvaroff, corrispondente da Mosca, negli ultimi mesi sono stati rifiutati tutti i pezzi politici. Accusata di essere "troppo critica" nei confronti di Putin, è stata dirottata su argomenti sociali. Ma anche questi non sono risultati graditi, e la collaborazione è stata interrotta senza alcuna spiegazione.
La direttrice generale delegata, Christiane Vulvert, uscita indenne dal riassetto voluto da Pougatchev, ha spiegato che le collaborazioni con Dumont e Ouvaroff non sono state affatto interrotte. "Non rimproveriamo loro nulla, tentiamo semplicemente di equilibrare i servizi dall'estero per ragioni di budget. Non dobbiamo alle corrispondenti alcun indennizzo poiché occasionalmente ci avvaliamo ancora della loro collaborazione".http://it.peacereporter.net/articolo/19042/Francia%2C+quotidiano+di+proriet%E0+russa+licenzia+corrispondenti+critici+su+Berlusconi+e+Putin
Adesso, senza voler fare necessariamente la parte di colui al quale B sta sulle scatole (tanto lo sapete che è così), e passando l'80% del mio tempo fuori dall'Italia, devo proprio confermare che l'effetto di questo signore sull'immagine del nostro paese è devastante.
Ora, se si trattasse solo dell'immagine, vabbè, chissenefotte, direbbe Bondi. Il fatto è che non solo di questo si tratta. L'influenza dell'imbarazzante inadeguatezza (e incapacità) del signor B ha un effetto disastroso anche su tutto il resto. Economia. Affari. Turismo. Investimenti (chi cazzo volete che investa in Italia quando l'unico asset, come disse B qualche anno fa, sono le segretarie più fighe d'Europa?). Eccetera. Perception is reality, qualcuno dice. E la percezione che si ha oggi nel mondo del nostro paese è che è un gran bel posto di merda, fatta eccezione dei soliti spaghetti, il cibo, la Toscana, Pisa e le Cinque Terre. Certo, ancora, chissenefotte del resto del mondo, direbbe Bondi. Beh, qui avrei qualcosa da ridire, visto che in fondo l'Italia è parte di questo mondo - almeno fino a prova contraria.
Prendere ad esempio il Corruption Perception Index, appena pubblicato. Badate al nome: è un Perception Index, ma perception is reality si diceva, e l'Italia ne viene fuori alquanto malconcia, in termini di perception. Il signor Marschall, responsabile per l'Europa dell'ente che ha commissionato la ricerca afferma:
(...) la flessione [dell'Italia, passata dal 41al 63] è dovuta a quello che noi chiamiamo l' "effetto Berlusconi"...
Vengono tutti dagli Usa sondaggisti e consulenti degli sfidanti alle prossime presidenziali ucraine.
Esattamente cinque anni fa, era la fine di novembre, centinaia di migliaia di ucraini si riversarono nella Maidan, la piazza dell’indipendenza a Kiev, per protestare contro i brogli e le intimidazioni che avevano portato alla sconfitta di Viktor Yushchenko alle elezioni presidenziali. Erano i primi passi di quella che poi sarebbe passata alla storia come la “rivoluzione arancione”; la prima di una lunga serie di proteste e manifestazioni che, in diversi paesi, dal Libano alla Moldova, dal Kirghizistan alla Birmania all’Iran, hanno avuto come comune denominatore la capacità di iniziativa dei giovani, l’utilizzo delle nuove tecnologie, il ricorso a un colore (o a un fiore) come codice linguistico e mediatico per simboleggiare in tutto il mondo un difficile cammino di democrazia.
Da quell’autunno molte cose sono cambiate in Ucraina, ora come allora, però, all’ombra del gigante russo e al crocevia della proiezione europea e, soprattutto, americana in una frontiera geopolitica strategica, dall’energia alla Nato.
Soprattutto, quello che all’epoca dello scontro tra Yushchenko e Viktor Yanukovich fu additato dalla Russia come il mandante occulto degli “arancioni”, e cioè gli Stati Uniti, con il loro software rivoluzionario pronto all’uso, oggi è un player decisivo delle prossime presidenziali che si terranno nel gennaio 2010.
E non tanto la Casa Bianca, sebbene il vicepresidente Joe Biden sia volato a Kiev l’estate scorsa per rassicurare i vertici ucraini della salda amicizia che li lega all’Occidente e agli Usa. Quanto, piuttosto, una nutrita squadra di consulenti elettorali a stelle e strisce, sciamati da quelle parti per assistere i vari candidati, in una sorta di gioco di ruolo che vede attribuite ai vari Yushchenko, Yanukovich e alla premier Yulia Tymoshenko le silhouettes dei duellanti americani dell’anno scorso, da Barack Obama a John McCain o Hillary Clinton.
Al fianco del presidente ucraino Yushchenko, infatti, si è schierato l’ex-sondaggista di Hillary, Mark Penn, mentre con il suo partito “Ucraina Nostra” ha lavorato il pollster di Bill Clinton, Stan Greenberg (oltre ad una serie di consulenti di area repubblicana come Neil Newhouse – excollaboratore di Mitt Romney – o Stephen Schmidt, già capo-campagna di Arnold Schwarzenegger).
Il suo sfidante Yanukovich viene, invece, massaggiato da una vecchia volpe della consulenza elettorale come Paul Manafort, grazie all’intercessione di un ricchissimo imprenditore ucraino, Rinat Akhmetov. Assieme a Manafort, che colla sua società ha collaborato alla campagna di Mc- Cain, è arrivato a Kiev anche Tad Devine, spin-doctor democratico che aveva assistito Al Gore nel 2000 e John Kerry nel 2004. Entrambi si sono rivelati determinanti nella operazione di svecchiamento del messaggio di Yanukovich, il candidato filorusso che ha perso un po’ del suo grigiore, assumendo atteggiamenti e un look più rassicurante per i palati occidentali.
Anche Tymoshenko non è stata da meno. Dietro ai fortunati slogan della sua campagna (“Loro parlano, lei lavora”, “Loro promettono, lei lavora”, “Loro tramano, lei lavora”) c’è la mano nientemeno di Akpd, la ditta di David Axelrod, l’architetto della vittoria di Obama. Il baffuto consigliere oggi alla Casa Bianca ha fatto un passo indietro dalla società, ma i suoi sodali come Larry Grisolano – un asso dei video – e il sondaggista John Anzalone lavorano per il partito della premier.
Un altro personaggio-chiave della campagna di Obama, il pollster Joel Benenson – che aiuta anche Gordon Brown in Gran Bretagna – legge, invece, i numeri di Arseniy Yatsenyuk, ex-presidente della camera.
Laddove, insomma, cinque anni fa garrivano i vessilli arancioni dei ragazzini accampati, oggi si scontrano fior di professionisti della consulenza politica Usa in una sorta di rivincita in campo neutro della sfida per la Casa Bianca. Yes We Gas?
Gli avvenimenti degli ultimi giorni ci dicono che la maggiornanza è in crisi, per la prima volta appesantita, non sostenuta, dalla figura di Berlusconi.
Intanto escono i dati di IPR marketing sulla popolarità del governo e sulla fiducia nei partiti (che non rappresenta le intenzioni di voto, ma ci dà il loro stato di salute).
Più delle tabelle ci aiuta un grafico.
Si vede bene il declino costante del PDL, la crescita speculare dell’UDC, il declino irregolare dell’IDV e la crescita del PD. Che ormai raggiunge lo stesso livello di fiducia del partito di Di Pietro. La Lega se ne sta costantemente in fondo, ma non credo che questo dato la preoccupi molto: lei è amata dallo zoccolo dei suoi elettori, odiata dalla maggior parte degli altri.
Si può dire qualcosa di più su questi dati? A parte l’andamento generale, che non ha bisogno di considerazioni troppo approfondite, sarebbe interessante sapere se ci sono partiti che sono in aperta competizione per la fiducia popolare. Una cosa è sapere che quando il PDL perde lo fa a favore del PD, un’altra è se perde rispetto alla Lega o all’UDC. Per saperlo bisognerebbe avere a disposizione i dati individuali, non le scarne aggregazioni che ci vengono presentate su sito di Repubblica. Però un piccolo test possiamo farlo.
Nella tabella qua sotto presento i dati delle correlazioni tra le variazioni di fiducia nei vari partiti per vedere se ci sono delle regolarità “di breve periodo”. In pratica per capire se alcuni partiti aumentano la fiducia quando altri la perdono o se ci sono partiti che guadagnano o perdono fiducia insieme.
Il risultato è questo: i cambiamenti di consenso tra PDL e Lega sono correlati inversamente, ovvero quando la la Lega guadagna il PDL perde e viceversa. Al contrario, le oscillazioni di PDL e UDC sono di segno concordanti. Tutte le altre associazioni sono così deboli da sembrare casuali.
L’accoppiata occhiello-titolo del Giornale di oggi la dice lunga sull’autonomia di pensiero attribuita (dalla sua medesima parte politica!) a Renato Schifani.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
La lotta alla corruzione in Italia deve far sorridere in molti all'estero, ma in fondo non è una grande novità per i (pochi) italiani informati sui debordanti malcostumi italiani. Transparency International, l'organizzazione non governativa che studia l'indice di corruzione nei vari paesi del mondo, ha pubblicato oggi sul suo sito web la classifica aggiornata relativa alla corruzione percepita. Ebbene, l'Italia su 180 paesi, dopo il poco edificante 55° posto dello scorso anno, è scesa ancora di 8 posizioni piazzandosi 63°.
Clamorosi i sorpassi di diversi paesi europei che ancora guardiamo con la puzza sotto il naso come la Turchia, l'Ungheria, la Lettonia, la Slovacchia e la Polonia. Ma ancor più gravi sono i sorpassi di paesi additati da sempre come il crocevia di ogni malefatte, come la Cuba comunista o i paesi africani come la Namibia, il Sud Africa o Mauritius.
Consoliamoci per aver tenuto ancora a distanza (seppur di poco) la Grecia e la Romania. Finché questi due paesi saranno più corrotti di noi non saremo il fanalino di coda dell'Unione Europea.http://www.sconfini.eu/Cronaca/classifica-sulla-corruzione-litalia-precipita-al-63d-posto.html
Le passeggiate non hanno valore statistico. Ma - a volte - ci azzeccano. Qualche settimana fa, il dominus di questo blog - stanco di parlare di crisi e di una politica italiota ripetitiva e inconsistente - si era concesso quattro passi nel centro della sua città, Piacenza, il capoluogo più a nord della ricca Emilia. Dirà qualcuno di voi: embè? Embè, certo: nulla di strano o eccezionale. Se non fosse che sulla sua strada, aveva trovato ad attenderlo uno spettacolo piuttosto deprimente: una sfilza di negozi falliti, vetrine vuote e serrande abbassate. Di qui un post (titolo sarcastico: “Una passeggiata di salute”). E una considerazione piccola piccola: pare - almeno a Piacenza e dintorni - che la crisi - quella famosa crisi che la vulgata ufficiale vorrebbe chiusa e conclusa - stia davvero colpendo duro. A partire, appunto, dai commercianti e dai loro clienti.
Bene. Evidentemente chi scrive non aveva avuto le traveggole. Nè uno sguardo troppo pessimista. Un paio di giorni fa - infatti - i commercianti di Confcommerciohanno rovesciato sui desk delle redazioni dei giornali una raffica di statistiche. Stastiche - va da sè e visto il clima da Orwell’s economy (se la guerra è pace, anzi peacekeeping, anche una crisi può diventare un mezzo miracolo economico) - si diceva: statistiche che però non hanno avuto che poco spazio sulla grande stampa. Peccato. Perchè parlavano chiarissimo. E dicevano due cose:
Nel 2009 - anzi, nei primi nove mesi dell’anno - hanno chiuso i battenti ben 50mila negozi. Una “strage” compensata solo in parte da nuove aperture. Secondo l’ufficio statistico di Confcommercio, infatti, il bilancio di quest’anno si dovrebbe chiudere con 20mila negozi in meno (rispetto a natale 2008)
Tutta colpa - si fa per dire - dei consumi delle famiglie. Che nel 2009 dovrebbero scendere - alla faccia del consumismo e del turbocapitalismo - di quasi 2 punti percentuali (-1,7%).
I freddi numeri, insomma, confermano quello che l’uomo della strada può vedere con i suoi occhi. E non solo a Piacenza. I clienti non comprano, i commercianti non vendono e qualcuno chiude.
Ma c’è di più. Ed è bastato fare un’altra passeggiata per capirlo.
E infatti: camminare per il centro di Piacenza - oggi come oggi - è un po’ come viaggiare con la macchina del tempo. Sembra di stare a gennaio. Perchè ci sono già - di fatto - i saldi:
Saldi - o per meglio dire “promozioni” - nei negozi di camicie…
… di scarpe…
… nei negozi di vestiti per bambini…
… e per adulti.
Ma la stessa musica suona nei negozi di articoli per la casa…
… al Coin…
… all’Upim…
…eccetera…
eccetera.
Dirà qualcuno di voi: meno male, perchè era ora che i prezzi scendessero, e bla e bla e bla.
Ecco. Magari fosse così semplice. I saldi fuori stagione, cioè prima di Natale, avevano già fatto il loro debutto un anno fa a Londra e New York. Ed erano stati accolti senza nessun entusiasmo. Perchè se i prezzi scendono, beh, questo non è un cattivo segnale, è un pessimo segnale. Tecnicamente: il problemuccio si chiamadeflazione. E rischia di innescare un circolo vizioso di questo tipo. Se i prezzi scendono, i profitti calano. Se i profitti calano, le aziende licenziano. Ma i licenziati comprano ancora meno e i prezzi continuano a calare. E così via.
Il problemuccio - come chi scrive ha ripetuto almeno mille volte - si è verificato un paio di volte nella Storia. Durante la Grande depressione del 1929; e durante il cosiddetto “decennio perduto” - cioè gli anni Novanta - in Giappone. E purtroppo - visto l’andazzo e i consumi in calo - potrebbe verificarsi ancora. Ma e condizionali a parte: sta di fatto che i saldi a Piacenza - e probabilmente non solo a Piacenza - ci sono. E sta di fatto che questo valzer di chiusure e promozioni sta facendo le sue prime vittime: i lavoratori.
Dati di Confcommercio alla mano: i negozi nel 2009 dovrebbero lasciare a casa 130mila persone (tra commessi e quant’altro). Tanto è vero che, da gennaio a settembre, le ore di cassaintegrazione sono aumentate del 330% (rispetto al 2008). Ore di cassaintegrazione che - sempre a settembre - erano già, in quantità, pari a tutte quelle registrate nell’ultimo triennio (dal 2005 al 2008).
Dati e dati di fatto un tantino inquietanti. Ma bisogna preoccuparsi, quindi? Assolutamente, no. Per lo meno secondo l’house organ - o giornale di famiglia, diciamo - del nostro premier, al secolo Berlusconi Silvio. Cioè “Il Giornale”. Che questa settimana in prima pagina ha pubblicato un articolodal contenuto inequivocabile. Il succo? Delle statistiche non ci si deve fidare, la ripresa c’è. Certo: verrebbe da chiedersi di chi o cosa ci si debba fidare, quindi. Ma visto lo stranamore del nostro Belpaese per crocifisso e crocifissi, la risposta è più che scontata. Fidiamoci e affidiamoci alla divina provvidenza. E magari - già che ci siamo - accendiamo pure un cero a San Gennaro.
P.S. Chiudo con una breve notarella, diciamo così, tecnica. Non ho scritto tutto ’sto pappone per direche siamo di fronte a una massiccia ondata di deflazione, per cui si salvi chi può e “terremoto e traggedia” (anche se i prezzi di case, petrolio, e azioni sono oggi molto più bassi rispetto ai massimi toccati nel 2007 e nel 2008; e il problema, nonostante le massiccie iniezioni di liquidità delle banche centrali, per il momento c’è eccome in diversi Paesi). Ma solo per suggerire ai lettori di questo blog di aprire bene i loro occhi, di guardarsi attorno e di non fidarsi troppo di chi vorrebbe già oggi festeggiare un ritorno alla normalità. O spacciare facili soluzioni.
Il villaggio globale costruito nei 20 anni passati dalla caduta del muro di Berlino è dannatamente più complesso di quello che raccontano gli inguaribili ottimisti dell’informazione e della politica ufficiale, e dei sogni venduti da certi sedicenti guru della controinformazione e salvatori della patria a pagamento, con la loro paccottaglia di cd, divvuddì e spettacoli da piazzare ai soliti militanti e militonti in cerca di qualche causa persa. Oggi come oggi: basta un, chiamiamolo così, errore di valutazione a Wall Street per scatenare un’ondata di serrande abbassate e di saldi fuor stagione nel cuore della provincia emiliana, più avvezza ai tortellini che ai su e giù della Borsa. Per rendersene conto, appunto, a volte basta fare una passeggiata. Ma in un mondo così, uscire dalle crisi, beh, fidatevi, non è una passeggiata. Tanto meno di salute.bamboccioni-alla-riscossa.org/?p=4512 -
"I contatti con il mondo delle imprese e dei commercianti mi fanno dire che c'è un diffuso ottimismo". Ipse dixit Berlusconi. Sei giorni fa. Oggi un’importante azienda fa sapere di un piano di ristrutturazione che, da qui al 2011, porterà ad una riduzione d'organico del 21%, pari a 600 posti di lavoro. Quell’azienda è Mondadori. http://danielesensi.blogspot.com/
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, tenta di vendere le perline colorate alle popolazioni indigene che hanno appena scoperto l’uso del fuoco. E lo fa benissimo, con una intervista al Tempoin cui proclama (corsivi nostri):
“Abbiamo attuato un altro punto del programma di governo. E tutto questo compatibilmente con le esigenze del bilancio pubblico. Non ci saranno quindi sforamenti. La gente avrà più soldi in tasca e questo aiuterà a rilanciare i consumi e quindi la ripresa economica”
Aver saputo prima che, con il semplice rinvio del pagamento di imposte si sarebbe prodotto il rilancio dei consumi, avremmo potuto risolvere i problemi del paese già da un pezzo. Ma che ci fosse un punto del programma intitolato “rinvio del pagamento degli acconti d’imposta” ci era sfuggito.
L’intervista, nel consueto stile zerbinico che ormai caratterizza ampia parte della stampa italiana, e non solo i famigli, prosegue con l’arrembante richiesta di chiarimenti da parte della cronista candidata al Pulitzer, che incalza il sottosegretario: “Perché solo l’Irpef? Non c’era un piano per ridurre anche l’Ires e l’Irap? Cosa ne è stato?” Sotto questo fuoco di fila di domande, che partono dal presupporto che sì, le tasse sono state ridotte, Bonaiuti capitola e sintetizza il motto del governo più popolare degli ultimi millecinquecento anni: People First. Ma soprattutto confessa:
“Non è una misura fatta per le feste natalizie. E un altro tassello della politica del governo finalizzata a ridurre il peso delle imposte. In questo modo si lasciano più soldi in tasca ai cittadini e si diffonde un clima di maggiore tranquillità e di fiducia verso la ripresa economica. Il taglio dell’Irpef è pari a 3,8 miliardi. Sono davvero tanti di questi tempi”
Beh si, sono davvero tanti. Soprattutto considerando che tra pochi mesi dovranno rientrare nelle casse pubbliche, con il saldo della dichiarazione dei redditi. Saranno contenti i commercialisti, la semplificazione avanza a grandi passi. Ma lo slogan di Bonaiuti è efficace: prima la ‘ggente. O almeno i gonzi che ci credono.http://phastidio.net/2009/11/13/pirla-first/#more-4073
Un amico che vive in Spagna si è preso la briga di fare un collage di servizi e programmi sull’Italia mandati negli ultimi mesi nelle tivù di quelle parti e del Sudamerica.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
I messaggi neanhe troppo cifrati si stanno moltiplicando da giorni. Dopo il giornale di Chiasso che minacciava di pubblicare i nomi dei ministri italiani titolari di conti segreti in Svizzera. Dopo le ironie su Tremonti che da fiscalista non si opponeva certo alle tendenze esterofile dei suoi clienti. Dopo l’annuncio del quotidiano “Mf” secondo cui sarebbe in vendita un cd con l’elenco di lorsignori correntisti nel Canton Ticino. Dopo la divulgazione dell’elenco di imprenditori che si affidarono all’avvocato svizzero Pessina per la cura dei loro capitali. Oggi è “Libero” a citare le preoccupazioni di Berlusconi a causa dei riflettori puntati sulla Arner Bank, terminale di vari pagamenti in nero legati alle attività aziendali e familiari.
Scommettiamo che nel giro di pochi giorni l’offensiva per far rientrare i capitali italiani illegalmente trasferiti in Svizzera si ammorbidirà, e di molto? Chi di scudo fiscale ferisce…http://www.gadlerner.it/2009/11/13/presto-fate-la-pace-con-la-svizzera.html
Il punto intorno a cui sto mentalmente girando da tre o quattro giorni, ora ve lo voglio raccontare per bene.
Qua il discorso a me pare che un uomo, da solo, ha sconfitto lo Stato. Si, perchè siamo al momento in cui un singolo è in grado di:
condizionare il Parlamento, che è stato chiuso – chiuso! il Parlamento chiuso! Nessuno ne ha parlato! Il Parlamento chiuso! - per due settimane in attesa che ci fosse l’esigenza di discutere qualcosa che, a giudizio del suo governo, valesse la pena discutere. Adesso hanno la Finanziaria, che devono discutere, e il Processo breve, che vogliono discutere: sennò, chiuso. Il Parlamento chiuso! Manco Luigi Quattordici!
imporre al Paese la discussione di una norma che, per risolvere un problema suo – oramai lo afferma esplicitamente, senza paura di moderarsi o di essere ipocrita quel tanto che decenza richiede – manda all’aria l’intero sistema giudiziario, patrimonio comune di tutti noi. Perchè stiamo parlando, qui, di una contingentazione obbligatoria dei tempi processuali, ma senza nessun aumento di fondi per riuscire ad ottenerla. Mondo giuda, è come rimproverare la macchina perchè sta ferma se è senza benzina.
E sotto questo individuo, lo ha scritto ieri la direttrice de Gregorio, c’è un intero paese che si divide: alcuni fanno il tifo, altri fischiano per i suoi problemi, solo suoi, di uno solo. Io non so, la domanda è certamente banale: ma perchè nessuno si incazza?
Io probabilmente vivo nel paese delle favole, ma non puà essere che la discussione pubblica di un paese civile arrivi ad occuparsi di se (e se si, in che modo) sia più opportuno risolvere i problemi privati di un soggetto singolo; neanche se reggesse – e non regge, infatti manco più la usano – la scusa del “sono problemi che hanno molti”.
Anche perchè il messaggio, e qui è il vero tema, credo, il messaggio che si passa in questo modo è devastante al superlativo assoluto (che è devastantissimo, direi, ma è bruttino); il messaggio è che se assurgi, se ascendi, ad un posto di potere politico diventi intoccabile. Ti puoi occupare dei tuoi problemi quanto ti pare, con a tua totale disposizione la macchina dello Stato, e nessuno ti dirà niente – le rinnovate attenzioni sull’autorizzazione a procedere e sull’immunità parlamentare non è che capitano ora, per caso. Rimetteranno tutto, così il risultato sarà che se riesci ad entrare nella casta, termine abusato ma più che mai ora necessario, politica, sarai blindato. Farai il comodo tuo. E se qualcuno alzerà la cresta, tu sarai nelle condizioni di alzare un putiferio.
Ora, davanti a queste direzioni esplicitamente oligarchiche (più potere per chi già ne ha, meno occasioni per chi ne ha poche)… non so, razionalità, buon senso, istinto di autoconservazione persino, vogliono che le persone normali, in generale, non accettino senza difendersi di essere prese a bastonate. Intendo: se tu vieni per picchiarmi, io la porta non te la apro.
Invece qui si dibatte allegramente, siamo agli “a questo punto”di Sansonetti, ai commenti ultras su Spazio Azzurro ( “La sinistra accusa il governo e Berlusconi di voler instaurare una dittatura. Invece ,complici magistratura giornali banche industrie prepara un colpo di stato.” ), alle “riforme necessarie”.
Mi sento di dire che quando un politico, rappresentante del popolo, è in grado di andare in televisione a presentare lo spappolamento di tutti i processi in corso – per qualsiasi motivo lo dica – come una “riforma necessaria”, beh, noi abbiamo una serie rilevante di problemi davanti, anche se nessuno pare vederli. Lo Stato esiste per aiutare e proteggere il singolo, quando funziona bene – certo, a volte ha funzionato male e lo ha oppresso e violato: in ogni caso, il protetto, il singolo cioè, oggi sta assassinando il protettore per garantirsi la sopravvivenza, mentre tutti gli altri applaudono. Sembra il Vangelo.
Qualcuno dice che è come il fascismo: uh, no, no di certo. Per alcuni aspetti è un po’ peggio: almeno il fascismo era politica. Qua c’è solo un uomo perseguitato dal suo passato che scappa di corsa tra i palazzi del potere, inseguito dalla polizia, mentre mezzo paese gli urla dalle tribune “non di la! vai di la! forza! occhio dietro! spara al lampadario! butta giù la colonna! sei tutti noi!”. Ogni tanto qualcuno fa la ola.http://davanti.wordpress.com/
Perfino Antonio Baldassarre ha definito «imbarazzante, incostituzionale e desolante» la legge sui processi brevi.
Non so se avete presente chi è Baldassarre, ma oltre che giudice costituzionale notoriamente vicino alla destra è stato presidente della Rai in quota Berlusconi nonché – pochi mesi fa – candidato sindaco a Terni per il Pdl.
Adesso voglio sentire il Cavaliere dire che è comunista anche lui.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Se provate a chiacchierare questa mattina con qualcuno dei finiani – magari quelli della destra british che circolano attorno a Farefuturo – li troverete di ottimo umore. Voglio dire: uno si aspetta che siano lì a orecchie basse – dopo il nuovo salvacondotto regalato al premier – invece loro fanno il segno di vittoria con la manina.
Il ragionamento è semplice: ti spiegano che se Fini non avesse concesso nulla, si sarebbe rotto il Pdl, sarebbe scattata una grande campagna mediatica contro il “traditore” che presiede la Camera, quindi si sarebbe andati a elezioni anticipate, con probabile vittoria di Silvio e fine dei giochi, Gianfranco escluso per sempre dalla possibile successione.
Invece adesso secondo loro le cose dovrebbero andare così: unità del Pdl apparentemente salvaguardata, inizio di un iter lungo e complicato alle due camere sulla legge per il processo veloce, sfilza di emendamenti e di discussioni, possibile filibustering (o simile) dei dipietristi, Cavaliere sempre più sudato che preme in ogni modo mentre gli altri traccheggiano, udienze del processo Mills che intanto vanno avanti, incertezza sulla firma di Napolitano sotto la legge quando questa alla fine verrà passata, e via così per diversi mesi.
Senza dire che si aprirà un’altra questione di costituzionalità (lo spiega bene Raffaele Della Valle intervistato da Libero, ma anche Bruno Tinti sul Fatto) per cui è possibile che alla fine la Consulta cancelli tutto un’altra volta.
Risultato: premier cotto a fuoco lento, logorato nell’immagine ma soprattutto nella psiche e nella “agenda politica” da una questione che lui voleva mettersi rapidamente alle spalle – con una leggina killer – e che invece terrà banco (almeno) tutto l’inverno, se non tutto il 2010.
Con l’idea che sì, magari alla fine il premier si salverà dal processo Mills e da quello per frode fiscale sui fondi neri Mediaset, ma intanto arriverà il rinvio a giudizio per la questione Mediatrade, quindi la graticola non si spegnerà comunque, la sua immagine si deteriorerà sempre di più mentre si costruiranno i nuovi equilibri del futuro centrodestra post berlusconiano di cui Fini prenderà la guida.
Bah.
Come vedete non si vola altissimo, d’altro canto siamo nei palazzi della politica romana e non all’Accademia di Atene.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/11/processo-veloce-cottura-a-fuoco-lento/#more-5120
La sentenza sul Lodo Alfano spiegata ai non giuristi di Marco Mambrini
È ormai trascorso un mese da quando la Corte costituzionale, il 7 ottobre, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 1 della legge 23 luglio 2008, n. 134 (Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato) più conosciuta come “Lodo Alfano”. Un mese, nell’arco del quale cittadini, giornalisti, blogger, politici ed opinionisti di ogni sorta hanno avuto modo di parlare, raccontare, analizzare, esaltare, criticare la decisione della Consulta.
Alquanto singolare, tuttavia, è il fatto che questa attività si sia per lo più concentrata nell’arco delle prime due settimane; se è vero infatti, da un lato, che la decisione della Consulta ha avuto una rilevanza notevole nel panorama politico italiano, e come tale meritava tutta l’attenzione dei media, è altrettanto vero, dall’altro, che le “motivazioni” della decisione della Corte (e quindi la vera e propria sentenza, n. 262/2009) sono state depositate in Cancelleria solamente il 19 ottobre scorso, ovverosia poco più di due settimane fa. Ci sarebbe insomma da chiedersi come mai tutti si siano lanciati in grandi discorsi (di critica o di elogio, a seconda dei casi) quando di tutto il ragionamento operato dalla Corte si sapeva soltanto che il “Lodo Alfano” era incostituzionale, e che tale illegittimità era dovuta ad un contrasto con gli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 138 (procedimento per la revisione della Costituzione e per l’approvazione di leggi costituzionali).
Per quale motivo non appena è stata depositata la sentenza è calato il silenzio? La risposta va purtroppo ricercata in due fattori: il primo, la incapacità dei media di compiere una seria lettura delle sentenze (di qualunque Corte o Tribunale esse siano) e riportarne i contenuti ai cittadini; il secondo, la crescente indifferenza degli Italiani verso quei valori di cui la Carta costituzionale è portatrice, accompagnata alla incapacità di valutare quegli stessi valori a prescindere dall’ideologia politica.
Va infatti rilevato come il popolo italiano sia abituato a vivere la politica, e tutto ciò che ad essa è direttamente o indirettamente connesso, quale una partita di calcio: tutta la questione relativa al “Lodo Alfano” è stata interpretata quale fosse un importante derby, e la stessa decisione della Consulta quale un gol decisivo messo a segno dalla squadra dell’opposizione, per cui gioire se si tifa o si fa parte di questa squadra, o dannarsi (o meglio ancora dannare l’arbitro… ovviamente “toga rossa”, e quindi venduto) se si tifa o si fa parte della squadra di governo. Eppure né il Palazzo della Consulta è un campo da gioco, né la decisione della Corte può essere accostata ad un mero risultato sportivo o politico.
Ciò che purtroppo molti italiani non hanno compreso, in tutta questa vicenda, è che se davvero una partita si è “giocata”, questa non ha avuto come antagoniste due fazioni politiche, bensì ha visto schierati da un lato (consapevole o meno) il popolo italiano tutto, la Costituzione ed i principi su cui questa si fonda, e dall’altro un ristretto gruppo di persone, convinte di poter abusare dei poteri che quello stesso popolo e quella stessa Carta hanno loro attribuito. Un simile evento non può essere semplicisticamente considerato alla pari di una partita di calcio, o di una battaglia puramente politica, e come tale non può essere liquidato con analisi superficiali attinenti le sole conseguenze politiche del caso, o con inconsistenti critiche circa la imparzialità “dell’arbitro”. Ecco allora che vi è un preciso dovere civico di noi tutti di andare oltre il semplice dispositivo della sentenza, e leggere quindi – e capire – le ragioni con cui la Corte è arrivata dire che il “Lodo Alfano” è incostituzionale.
Scopo di questo articolo è dunque quello di accompagnare quanti vorranno nella lettura dei punti principali della sentenza n. 262/2009, anche al fine di fornire maggiore coscienza circa quanto contenuto nella nostra Costituzione, e consentire così anche al lettore medio (non giurista) di effettuare autonomamente un, seppur minimo, controllo circa eventuali future scelte del legislatore in materia. Si badi che il testo della norma censurata, ovverosia il c.d. “Lodo Alfano”, non viene qui riportato in quanto facilmente reperibile in rete, nonché leggibile all’interno della sentenza stessa.
Detto ciò, possiamo ora intraprendere la lettura della sentenza n. 262/2009, e lo facciamo con ordine, partendo dalla prima questione affrontata dalla Corte: la presunta violazione dell’art. 136 della Costituzione.
Tale articolo afferma che “quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Ciò che la Corte, in sostanza, si chiede, è se il legislatore abbia di fatto creato una norma (il “Lodo Alfano”) che è incostituzionale in partenza in quanto identica ad una precedente norma che è già stata espressamente dichiarata incostituzionale. I più, infatti, saranno certamente a conoscenza del fatto che l’attuale Presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi, già nel 2003 aveva tentato di sospendere i processi che lo vedevano imputato attraverso quello che era stato denominato “Lodo Schifani” (l. 20 giugno 2003, n. 140, concernente “Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato”), poi dichiarato incostituzionale con sentenza n. 24/2004.
La risposta che fornisce la Corte su questo punto è molto chiara: “perché vi sia violazione del giudicato costituzionale è necessario che una norma ripristini o preservi l'efficacia di una norma già dichiarata incostituzionale. Nel caso di specie, il legislatore ha introdotto una disposizione che non riproduce un'altra disposizione dichiarata incostituzionale, né fa a quest'ultima rinvio. La disposizione presenta, invece, significative novità normative”. Il legislatore, infatti, non è un completo sprovveduto, e di fronte alla bocciatura del “Lodo Schifani” si è basato sulla citata sentenza n. 24/2004 per creare un nuovo “Lodo”, compiendo quindi diverse correzioni rispetto al precedente. Posto quindi che ci troviamo di fronte ad una norma diversa rispetto al precedente “Lodo”, va ora capito se le correzioni apportate sono tali da poter dire che la nuova norma sia costituzionalmente legittima; ed infatti, l’argomento immediatamente successivo di cui si occupa la Corte concerne la idoneità o meno della legge ordinaria, a disporre la sospensione del processo penale instaurato nei confronti delle alte cariche dello Stato.
Va infatti precisato che il legislatore, avendo a disposizione due strumenti, la legge ordinaria e la legge costituzionale, ha optato per la prima: la Consulta si chiede allora se tale alternativa fosse effettivamente esistente, o se invece il legislatore avrebbe necessariamente dovuto disciplinare la materia attraverso una legge costituzionale. La differenza tra le due tipologie di legge, che potrebbe apparire al lettore come puramente terminologica, risulta invece molto concreta se si considerano le differenti maggioranze necessarie per approvare una legge ordinaria (di cui agli artt. 70 ss. Cost.) ed una legge costituzionale (di cui all’art. 138 Cost.), oltre al fatto che una legge costituzionale si colloca nella medesima posizione gerarchica della Costituzione, ed ha quindi una “forza” maggiore rispetto alla legge ordinaria.
Il lettore deve infatti tenere in considerazione che al fine di approvare una legge ordinaria è semplicemente richiesta l’approvazione della stessa, a maggioranza semplice, da parte sia della Camera dei Deputati che del Senato della Repubblica; ben diverso, invece, è il procedimento di approvazione di una legge costituzionale, la quale, proprio in ragione del fatto che la sua forza è uguale a quella della Costituzione, richiede ben due deliberazioni distanziate tra loro di almeno tre mesi da parte di ciascuna Camera (ossia due deliberazioni da parte della Camera e due da parte del Senato), esigendo inoltre nella seconda votazione, sia di Camera che di Senato, la maggioranza assoluta dei componenti; ma non solo, in quanto a meno che nella seconda votazione non si raggiunga la maggioranza di addirittura i due terzi dei componenti di ciascuna Camera, vi è la possibilità per cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di una delle due Camere, di far precedere l’entrata in vigore della norma costituzionale da un referendum popolare (esattamente come avvenuto per il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006).
Si noti che la particolare procedura per l’approvazione delle leggi costituzionali è volta a far sì che la Costituzione possa essere modificata o integrata solo laddove ciò trovi largo consenso tra i cittadini: è questa una garanzia che fa sì che la Costituzione venga detta rigida, e che pertanto non sia modificabile, integrabile o addirittura abrogabile da una semplice legge ordinaria, la quale, come già segnalato, è fonte subordinata alla Costituzione, e come tale non può contenere disposizioni con questa contrastanti.
Chiarita, a grandi linee, la differenza tra legge costituzionale ed ordinaria, va innanzitutto detto che molti, tra politici e giornalisti, hanno sin da subito affermato che la Corte costituzionale, con la citata sentenza n. 24/2004, avesse implicitamente accolto la tesi secondo cui una norma quale il “Lodo Schifani” o il “Lodo Alfano” potrebbe benissimo essere una legge ordinaria. Questa è anche la tesi della difesa; scrive infatti la Corte: “La difesa della parte privata e la difesa erariale deducono […] che questioni sostanzialmente identiche a quelle riferite all'art. 138 Cost. ed oggetto dei presenti giudizi di costituzionalità sono state già scrutinate e dichiarate non fondate da questa Corte con la sentenza n. 24 del 2004, riguardante l'art. 1 della legge n. 140 del 2003, del tutto analogo, sul punto, al censurato art. 1 della legge n. 124 del 2008.”
La Consulta, tuttavia, respinge con forza le illazioni circa un suo implicito pronunciamento in favore dell’idoneità della legge ordinaria, ed afferma: “è indubbio che la Corte non si è pronunciata sul punto. La sentenza n. 24 del 2004, infatti, non esamina in alcun passo la questione dell'idoneità della legge ordinaria ad introdurre la suddetta sospensione processuale. In secondo luogo, non si può ritenere che tale sentenza contenga un giudicato implicito sul punto. Ciò perché, quando si è in presenza di questioni tra loro autonome per l'insussistenza di un nesso di pregiudizialità, rientra nei poteri di questa Corte stabilire, anche per economia di giudizio, l'ordine con cui affrontarle nella sentenza e dichiarare assorbite le altre”. Sebbene questo punto possa sembrare di poco interesse, va detto che sono ancora in molti, tra opinionisti e politici, ad affermare che la Corte costituzionale “ha smentito se stessa”; cosa che invece, come il lettore può evincere dalle parole stesse della Consulta, non risulta assolutamente essere vera.
Accertato dunque che con la sentenza sul “Lodo Schifani” la Corte costituzionale non si era espressa circa l’idoneità o meno di una legge ordinaria per poter prevedere sospensioni dei processi penali per le alte cariche dello Stato, il punto va ora chiarito. A tal proposito va capito se tutte le prerogative (o immunità in senso lato) di organi costituzionali devono essere stabilite con norme di rango costituzionale. Va innanzitutto chiarito, con parole semplici, cos’è una prerogativa. La prerogativa è un istituto, potremmo dire uno strumento, diretto a garantire e tutelare lo svolgimento delle funzioni degli organi costituzionali attraverso la protezione dei titolari delle cariche ad essi connesse; si tratta di specifiche protezioni delle persone munite di status costituzionali, tali da sottrarre queste persone all'applicazione delle regole ordinarie al fine di garantire l'esercizio della loro importante funzione, e dunque derogatorie rispetto al principio di uguaglianza dei cittadini.
A questo punto qualche lettore potrebbe sobbalzare sulla sedia e dire: ma come, io sapevo che la Corte costituzionale ha bocciato il “Lodo Alfano” perché vìola il principio di uguaglianza, e adesso leggo qui che deroghe a questo principio sono possibili?! Ebbene sì, deroghe al principio di uguaglianza sono possibili, nonché previste dalla Costituzione stessa (si veda, a titolo d’esempio, l’art. 90 Cost.); ma attenzione: come la stessa Corte afferma, le prerogative previste dalla Costituzione sono “frutto di un particolare bilanciamento e assetto di interessi costituzionali”; sono cioè necessarie, “fisiologiche” dice la Corte, al buon funzionamento dello Stato.
Ma la domanda è: può il legislatore con legge ordinaria prevedere nuove prerogative o anche semplicemente estendere quelle già esistenti? La risposta che dà la Corte è negativa: “il legislatore ordinario, in tema di prerogative (e cioè di immunità intese in senso ampio), può intervenire solo per attuare […] il dettato costituzionale, essendogli preclusa ogni eventuale integrazione o estensione di tale dettato”. Dunque le prerogative di organi aventi rilievo costituzionale non possono essere introdotte con legge ordinaria.
È ora però necessario capire se il “Lodo Alfano” costituisce o meno una prerogativa. Posto che la ratio, ovverosia lo scopo, della norma è quella di proteggere le funzioni proprie dei titolari di alcuni organi costituzionali (per un approfondimento su questo aspetto si veda il lungo punto 7.3.2.1 delle considerazioni in diritto, qui non riportato poiché di facile lettura e comprensione), resta da accertare se la sospensione disciplinata dal “Lodo” deroghi al principio di uguaglianza creando una disparità di trattamento, la quale, come abbiamo poc’anzi visto, è l’ulteriore caratteristica delle prerogative. La risposta della Corte costituzionale non può che essere, anche su questo punto, affermativa. Ciò in considerazione del fatto che il “Lodo Alfano”, dice la Corte, “si applica solo a favore dei titolari di quattro alte cariche dello Stato, con riferimento ai processi instaurati nei loro confronti, per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi e, in particolare, ai reati extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica”.
Ma la Corte va oltre. La sentenza, infatti, non parla solo di “evidente disparità di trattamento delle alte cariche rispetto a tutti gli altri cittadini che, pure, svolgono attività che la Costituzione considera parimenti impegnative e doverose”: la violazione del principio di uguaglianza è ravvisata anche con specifico riferimento alle alte cariche dello Stato prese in considerazione dal “Lodo”,ossia, lo ricordo, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Presidente della Camera ed il Presidente del Senato.
Tale violazione è dovuta da un lato al fatto che le cariche in questione sono tra loro disomogenee (sia per fonti di investitura che per natura delle loro funzioni), e quindi non risulta giustificata una loro parità di trattamento quanto alle prerogative; dall’altro, non è giustificata nemmeno la disparità di trattamento tra i Presidenti e i componenti dei rispettivi organi costituzionali, e ciò sia dal punto di vista delle immunità (Presidente del Consiglio e ministri sono indistintamente soggetti all’art. 96 Cost., così come Presidenti delle Camere e parlamentari sono soggetti alla disciplina uniforme dell’art. 68), sia dal punto di vista delle funzioni loro assegnate: la Costituzione attribuisce “rispettivamente, alle Camere e al Governo, e non ai loro Presidenti, la funzione legislativa (art. 70 Cost.) e la funzione di indirizzo politico ed amministrativo (art. 95 Cost.). Non è, infatti, configurabile una preminenza del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto ai ministri, perché egli non è il solo titolare della funzione di indirizzo del Governo, ma si limita a mantenerne l'unità, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri e ricopre, perciò, una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares.”
Detto ciò, si capisce molto bene come nel “Lodo Alfano” sussistano “entrambi i requisiti propri delle prerogative costituzionali, con conseguente inidoneità della legge ordinaria” ad attribuire alle suddette alte cariche “un eccezionale ed innovativo status protettivo, che non è desumibile dalle norme costituzionali sulle prerogative e che, pertanto, è privo di copertura costituzionale”. Ecco dunque spiegato il motivo per il quale la Corte ha ravvisato l’illegittimità costituzionale del “Lodo” proprio per la violazione del combinato disposto degli articoli 3 e 138 della Costituzione. http://www.osservatoriolegalita.org/09/acom/11nov2/1100mambrilodo.htm
Washington (Associated Press). Il presidente americano Barack Obama, spazientito dal tempo che e’ costretto a perdere nel rincorrere Silvio Berlusconi impegnato tra udienze, colloqui con Ghedini, liti con Napolitano, bigliettini a camerieri di corte tra cui Feltri e Ferrara, pizzini a D’Alema e altri impegni mondani, ha deciso di donare lo scudo spaziale di George W. Bush al premier italiano. “In questo modo – ha precisato Obama – sara’ in una botte di ferro contro tutti i procedimenti intentati contro di lui e finalmente avra’ un momento per parlare con me di questioni internazionali: adesso, se per caso telefono a Palazzo Chigi, o mi risponde Bondi con quella voce di merda oppure sento solo un gran ansimare di zoccole”. Il gentile dono si e’ infatti reso necessario dopo la recente decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Ha cosi’ proseguito il presidente americano: “Silvio mi dice sempre che in Italia ci sono i comunisti che non lo lasciano lavorare: e allora quale rimedio migliore di tutte le testate rimaste in eredita’ dalla guerra fredda? Io credevo che con le leggi ad personam riuscisse a sbrigarsela in due mesetti, invece non c’e’ mezzo. Tra collusioni con la mafia, corruzione, abuso d’ufficio, falso in bilancio, falso ideologico, conflitto d’interessi e pugnette varie Silvio passa almeno 20 ore del suo tempo a lavorare sulla giustizia. Le altre 4 le passa con le troie”. Obama ha anche spiegato che all’interno dello scudo spaziale ci saranno anche dei cadeau per gli uomini piu’ vicini al premier: un trattore anale per Gianni Letta, un paio di palline da viaggio per Bondi, una farfallina per Mara Carfagna e una scatola di scoregge per Ghedini.http://anskijeghino.wordpress.com/
Lo scrivevo ieri. Dopo il vertice B-Fini di oggi, la sensazione è confermata. Di più, rilanciata. L'appeal di statista che Fini aveva sfoderato da Fazio, domenica sera, è un pallido ricordo (mentre invece torna d'attualità, in queste ore, la Fini-Giovanardi, per dire). Si parla di trovare in tutti i modi (todo modo), una soluzione ai guai giudiziari di B. E la terza carica dello Stato incontra il presidente del Consiglio per rifiutare la proposta della prescrizione breve (un'amnistia) per concedere all'imputato un termine improrogabile e una durata massima dei processi (si parla di sei anni, e non si capisce nemmeno perché proprio sei). Una norma ad personam, personaliter che riguarda solo B, di cui Fini è il primo responsabile, altro che richiamo ai valori della Costituzione. Che tempo che fa? Brutto.http://www.civati.splinder.com/
di sandro brusco, La ragione per cui è una baggianata si comprende istantaneamente guardando l'andamento del tasso di cambio tra sterlina ed euro:
In sostanza, due anni fa ci volevano 1,4 euro per comprare una sterlina, ora ne bastano 1,1. Quindi, come per magia, il PIL britannico, quando espresso in euro, è andato giù. O, se volete vederla in modo ottimista, il PIL italiano misurato in sterline è andato su. Fine della storia.
Non avevo voglia di scrivere questo post. Il mondo è pieno di demagoghi che cercano di manipolare la presentazione dei risultati economici a proprio vantaggio. Certi trucchi poi sono così banali che passa la voglia di commentarli. Quindi, quando ho visto Berlusconi che si vantava del sorpasso del PIL nominale italiano su quello britannico ho pensato: che palle, ma chi vuoi che ci caschi? È chiaro che si tratta della solita storia del tasso di cambio ballerino.
Ma mi sbagliavo. Dopo un giorno in cui si continuano a vedere titoli trionfali sui giornali e praticamente nessuna menzione del tasso di cambio sterlina/euro sono stato costretto a vincere la pigrizia e mi sono deciso a buttare giù queste due righe per ripristinare un minimo di verità e decenza. Sono stato stimolato da un articolo di Raoul Minetti, un collega professore di economia in Amerika. Il quale si è preso la briga e di certo il gusto non di dare a tutte il consiglio giusto ma di ripescare una vecchia storia del 2003 quando, udite udite, il PIL dell'Italia superò nientepopodimenoche quello della Cina. Mi permetto di citarlo estesamente:
Durante il 2003 il PIL della Cina crebbe ad un tasso spettacolare del 9.1%; la nostra lumachella Italia sperimentò sempre nel 2003 una modestissima crescita del suo PIL dello 0.3%. ... Eppure, alla fine del 2002 la Cina era al sesto posto nella classifica mondiale del PIL davanti all’Italia e, incredibilmente, alla fine del 2003 l’Italia (che in quell’anno era cresciuta 30 volte meno) sorpassò la Cina e divenne di nuovo la sesta economia del mondo davanti alla Cina! ... il “sorpasso dopato” fu dovuto ai forti cambiamenti dei tassi di cambio durante il 2003. Quando confrontati a livello internazionale i PIL dei vari paesi vengono convertiti in dollari USA al tasso di cambio corrente. Durante il 2003 l’Euro (in cui si misura il PIL nominale italiano) si apprezzo’ del 20% rispetto al dollaro mentre il tasso di cambio RMB (la valuta cinese) rispetto al dollaro rimase praticamente invariato durante il 2003. In sintesi: a causa del massiccio apprezzamento dell’Euro, nonostante il suo PIL fosse cresciuto solo dello 0.3% rispetto all’anno precedente, l’Italia si trovo’ ad avere un tasso di crescita del suo PIL valutato in dollari di circa il 20%.
I dati 2009, ovviamente, sono solo stimati (credo siano un po' migliorati ultimamente). Il quadro però è chiaro. Il Regno Unito non è la Cina, in termini di tassi di crescita, ma è certo meglio dell'Italia. Però al tempo stesso nell'ultimo anno la sterlina si è svalutata rispetto all'euro. Il ''sorpasso'' dipende solo e unicamente dalla svalutazione della sterlina.
Per correggere il fattore ''tasso di cambio ballerino'' e rendere comparabili i valori tra paesi, il Fondo Monetario Internazionale fornisce statistiche basate sulla parità dei poteri d'acquisto (ne abbiamo già parlato su nFA). Se compariamo il valore assoluto del PIL per Italia e Regno Unito otteniamo la seguente tabella (numeri in miliardi di dollari PPP).
2007
2008
2009*
Italia
1794,6
1814,6
1750,0
Regno Unito
2167,7
2230,5
2159,3
Se invece compariamo i valori pro capite la tabella è la seguente (numeri in dollari PPP):
2007
2008
2009*
Italia
30478,8
30580,8
29273,9
Regno Unito
35601,1
36522,9
35286,0
Quindi, ci spiace, ma nessun sorpasso.
Un paio di considerazioni finali.
Primo, è veramente fastidioso essere governati da gente che cerca continuamente di imbrogliarti. Che non sia corretto trarre grandi conclusioni comparando i PIL di due paesi semplicemente moltiplicando per un tasso di cambio è cosa stranota. Questa è la ragione per cui i vari enti internazonali cercano di sviluppare metodologie di confronto basate sulla parità dei poteri d'acquisto. Si può discutere se lo facciano bene o male, sulla bontà dei vari aggiustamenti e delle varie tecniche. Non si può discutere che, in presenza di una forte volatilità del tasso di cambio, non ha molto senso comparare i valori dei PIL in moneta nazionale moltiplicati per il tasso di cambio. Non ha senso esattamente perché succedono cose come quella descritta da Raoul riguardo la Cina o come quella di cui si discute qua: si creano illusioni di crescita o calo dove non ci sono. In particolare, è chiaro che i nostri governanti stanno cercando di far passare l'idea che l'Italia ha superato la Gran Bretagna in PIL nominale grazie alla buona performance economica dell'Italia, favorita (ma c'è bisogno di dirlo?) dal superman che abbiamo come PresDelCons. Non è così. È una balla. È una balla spudorata.
Secondo, ma cosa fa la stampa? In tutti i paesi del mondo i governanti cercano di farsi belli raccontando fregnacce, questa non è certo una prerogativa di Berlusconi. La stampa libera dovrebbe essere lì apposta per impedirlo, spiegando che di fregnacce si tratta e costringendo quindi i politici a evitare di dirle. In Italia sembra esserci un fallimento totale di questo ruolo della stampa. Se i media vicini a Berlusconi passano per buona la storia del sorpasso possiamo sospettare che sia per malafede, e questo è già grave. Ma se lo fanno anche l'Unità e Repubblica allora l'unica spiegazione possibile diventa l'incompetenza. Possibile che nessuno si accorga di queste cose elementari? Possibile che debbano arrivare i professori emigrati in Amerika per fare il punto, orrendamente banale, che il superamento della Gran Bretagna è dovuto alla svalutazione della sterlina? Poi magari ci tocca pure sentirci dire che Berlusconi è un grande comunicatore. Bella forza, può dire qualunque idiozia senza che nessuno lo faccia notare.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/La_baggianata_del_sorpasso_della_Gran_Bretagna#body
Domani la Corte di Palermo deciderà se accogliere nel dibattimento sul processo al senatore ed ex capo di Publitalia la deposizione del pentito di mafia che ha già fatto riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Tornano a disturbare i sonni del senatore Marcello Dell’Utri i fantasmi del ’92 e del ’93. E proprio quando il vento, in quel di Palermo, sembrava soffiare a suo favore. I tanti niet della Corte presieduta da Claudio Dall’Acqua alle richieste del pg Gatto, erano parsi di sicuro buon auspicio in vista della sentenza d’appello che era attesa per il prossimo dicembre. A cinque anni esatti dalla condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sopraggiunta dopo 211 udienze dibattimentali e una mole di prove tanto imponente che nel corso della requisitoria i pm si erano trovati costretti a tralasciarne molte, «per crisi di abbondanza». A settembre scorso i giudici avevano deciso di non ascoltare Massimo Ciancimino, figlio di don Vito – protagonista della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato – che in questi ultimi tempi ha fatto riaffiorare in molti soggetti istituzionali ricordi inquietanti quanto la loro tardività. Mentre nei mesi e negli anni precedenti i rifiuti erano arrivati pressoché per tutte le richieste dell’accusa.
Compresa quella di ammettere una memoria e i documenti che secondo il pg avrebbero dimostrato come Forza Italia, nel 1994-95, avesse tentato di far approvare una serie di norme favorevoli a Cosa nostra. In perfetta aderenza con quanto raccontato a processo dai collaboratori di giustizia e in particolare da Salvatore Cucuzza. Che aveva ricostruito gli incontri milanesi di Mangano, “l’eroico” stalliere di Arcore, con Dell’Utri proprio in quel periodo, per concordare insieme al senatore modifiche al Codice penale molto favorevoli per l’organizzazione criminale e per i carcerati. Ed è proprio da quegli anni lontani che parte oggi la ricostruzione dell’ultimo grande pentito di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza. L’ex boss di Brancaccio, braccio destro dei Graviano, che la Corte ha deciso di ascoltare, sospendendo la requisitoria, ormai alle battute finali.
Spatuzza, l’uomo che con le sue dichiarazioni ha fatto riaprire le indagini sulla strage di via D’Amelio, ha ricordato quella trattativa durata almeno fino al 2004, e che aveva come referenti Berlusconi e «il nostro paesano Dell’Utri». Altra cosa rispetto a quei «crastazzi dei socialisti», ha spiegato, ripetendo le parole del capomafia Giuseppe Graviano che, a un incontro al caffè Doney di via Veneto, a Roma, era giunto esultante. «Ci siamo messi il Paese nelle mani». L’allusione era a quei due politici grazie ai quali, dice Spatuzza, «avevamo ottenuto quello che cercavamo», in un periodo in cui Graviano «mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica». Erano gli anni bui delle bombe. Nella Capitale gli stragisti stavano progettando l’ultimo grande attentato (all’Olimpico, fallì per un guasto al telecomando dell’ordigno) e Berlusconi stava scendendo in campo con un partito che – assicura la prima sentenza – la mafia siciliana, in testa Provenzano, aveva deciso all’unanimità di appoggiare.
Nella stessa i rapporti di quel periodo tra Dell’Utri e i Graviano, arrestati nel ’94 proprio a Milano, risultano accertati. Ed è uno di loro, Filippo, che nel 2004 nel carcere di Tolmezzo con Spatuzza parla di dissociazione e dei malumori manifestati dai boss ristretti in cella. «Se non arriva niente da dove deve arrivare – sono le parole di Graviano – è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». I messaggi di insofferenza all’esterno del carcere in quegli anni arrivano in vari modi, e chissà se hanno raggiunto quei “referenti” dei quali Spatuzza a breve parlerà ai giudici. E chissà se il timore più grande è che quelle dichiarazioni non si fermino a Palermo, ma raggiungano altre sedi giudiziarie dove nuove prove potrebbero riaprire vecchie ferite, giacché il reato di strage non va in prescrizione.
Fonte: Terra (Monica Centofante, 5 Novembre 2009)http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1987&joscclean=1&comment_id=5514#josc5514
Altro aggiornamento del superindice Ocse, altro tripudio di pacche sulle spalle ed autocongratulazioni. Siamo fatti così, insuperabili nel dar corpo alle ombre, nel bene e nel male. Dunque, vediamo il dato di settembre: “gli indicatori mostrano chiaramente una crescita in Italia, Francia, Regno Unito e Cina, mentre in Canada e Germania si vedono dei segni di espansione potenziale”. Bene, c’è in atto una ripresa, lo sapevamo da tempo. Quello che molti nostri politici non riescono a cogliere è che un leading indicator esprime una previsione di quello che potrebbe accadere tra sei-nove mesi. Non è assolutamente detto che la previsione si realizzi, ed anzi alcune recenti ricerche segnalano che il grado di correlazione del CLI (Composite Leading Indicator) dell’Ocse con la crescita effettivamente conseguita nei due-tre trimestri successivi si è ridotto, nell’era della globalizzazione.
Ma c’è dell’altro, ed è un caveat metodologico piuttosto serio. Scrive l’Ocse:
«Sebbene i segni di espansione siano evidenti in diversi Paesi, devono essere interpretati con cautela. In effetti il miglioramento atteso dell’attività economica, in rapporto al suo livello potenziale di lungo termine, può essere parzialmente attribuito a un decremento di questo stesso livello potenziale di lungo termine stimato e non soltanto al miglioramento dell’attività economica in sé»
Che tradotto vuol dire: attenzione, perché queste variazioni così vistose del CLI possono derivare dal fatto che ci troviamo in un “nuovo mondo”, dove il potenziale di crescita di lungo periodo si è abbassato. Che, detto in altri termini, suggerisce che ad un boom del CLI può corrispondere, dopo due-tre trimestri, una variazione del Pil piuttosto esigua, e come tale insufficiente a riassorbire la disoccupazione.
Le reazioni politiche di maggioranza al dato sono comprensibili: siamo in una congiuntura mai sperimentata prima, in cui le categorizzazioni a cui eravamo abituati sono venute meno, e dove le correlazioni tra fenomeni si sono in generale indebolite. Si pensi al concetto di benchmark, l’indice di riferimento, nei fondi comuni di investimento. Se in un anno l’indice di borsa perde il 20 per cento ed il mio fondo comune, che su quella borsa investe, perde “solo” il 10 per cento, il gestore verrà a dirmi che “ha battuto il benchmark”, e nella sua ottica è un grande risultato, quasi sempre sufficiente a fargli intascare un robusto bonus. Il risparmiatore viene convinto che, “date le condizioni dei mercati”, possiede un fondo di eccellenza. E’ forse è anche vero ma, come dicono i cinici, “tu non mangi la performance relativa”. Sei comunque più povero che a inizio anno.
A questo concetto corrisponde, nella comunicazione politica di oggi, la nozione di “posti di lavoro salvati”, che appare surreale al senso comune ma serve per rivendicare la giustezza del proprio operato, e che è stata adottata un po’ ovunque, dall’America di Obama alla Francia di Sarkozy. L’obiettivo, dopo un trattamento intensivo fatto di messaggi come questi, è quello di avere un elettorato “confuso e felice”, cioè meno incline al pessimismo, almeno fin quando non viene direttamente colpito da eventi traumatici quali la disoccupazione.
Appuntamento al dato di Pil del primo trimestre 2010, cioè quello maggiormente correlato con la variazione del superindice Ocse di settembre 2009, pubblicata oggi. Ma non trattenete il respiro: sarà una notizia priva di rilievo, un po’ come le smentite date in due righe nelle pagine interne. Difficile che qualcuno dei nostri pensosi editorialisti torni sulla correlazione tra CLI e Pil. E certamente per quell’epoca avremo altri temi su cui dibattere.
Ah, e per quanti preferiscono tenere i piedi per terra, ed al futuribile dei leading indicators preferiscono gli indicatori coincidenti, basati su hard data, ecco il mercato del lavoro americano di ottobre. E non ha per nulla una bella faccia. Ma che c’importa, tanto noi abbiamo “agganciato la ripresa”, come direbbe qualche zelante portavoce.http://phastidio.net/2009/11/06/gli-arcana-mundi-dellocse/#more-4043
di giorgio topa, Titolone su repubblica.it di oggi: "OCSE vede ripresa, Italia al top". E subito sotto: "USA, disoccupazione record".
Analoghi titoli sugli altri quotidiani italiani.
Insomma, giornalismo della serie: non solo l'Italia va meglio di tutti, ma guardate cosa succede a quei cattivoni capitalisti-imperialisti-egemonisti; la logica esasperata del mercato a tutti i costi che poi si autodistrugge e collassa sotto il peso delle proprie contraddizioni interne, ecc. ecc.
Poi sono andato a guardare l'articolo. Ho trovato le seguenti frasi:
L'economia dei paesi Ocse continua a mostrare forti segnali di ripresa e dall'Italia arrivano le indicazioni più positive.
Primi! Siamo primi!
La notizia è accolta con molta soddisfazione dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "C'è un diffuso ottimismo. C'è effettivamente una sensazione, anzi segnali concreti di una ripresa con il peggio della crisi ormai alle spalle, basta guardare i dati dell'Ocse. Anche per quanto riguarda i contatti con il mondo delle imprese c'è ottimismo". Il premier sottolinea inoltre il dato secondo il quale "L'Italia sta meglio di altri Paesi. Abbiamo superato anche l'Inghilterra. Siamo sesti contributori alle spese delle Nazioni Unite, terzi per quelle dell'Europa".
Ah, l'Inghilterra! La perfida Albione! L'ossessione del sorpasso, e il riferimento - assolutamente esilarante - ai contributi alle Nazioni Unite! Non li paga più nessuno, i contributi all'ONU. Più seriamente, essi sono legati al PIL totale, mentre per fare confronti fra paesi di solito si usa il PIL pro capite. Capita così che la Spagna nel 2009 paghi solo $80.7 milioni di contributi ONU contro i $138.1 dell'Italia, nonostante che la Spagna abbia superato l'Italia come reddito pro-capite già nel 2006 (dati OCSE [cliccate sul tab "Comparison with other OECD countries" per la riga "GDP per capita" sotto "macroeconomic trends - Gross Domestic Product (GDP) - size of GDP"]: nel 2007 il GDP per capita della Spagna era $31,586 (PPP) contro $30,381 per l'Italia). Nel 2008 il risultato finale darà una distanza ancor maggiore perché il PIL spagnolo è diminuito meno dell'italiano (anche se, per il momento, la loro disoccupazione è aumentata ben di più). Comunque BS, nella fretta di gioire, si è sbagliato: non è vero che abbiamo superato la perfida Albione nella specialissima classifica dei contributi all'ONU: nel 2009 il Regno Unito paga $180.6 milioni!
Ma veniamo alla parte sugosa dell'articolo, ossia all'indice che è aumentato, al ranking in cui siamo primi, finalmente, primi nel nostro posto al sole delle classifiche mondiali, come da sempre ci spetta grazie al fattivo operare del nostro magnifico governo.
Per l'Italia è avanzato di 1,3 punti dal mese precedente, mentre la crescita su base annua, pari a 10,8 punti, è la più consistente tra i paesi considerati. Secondo l'organizzazione in Italia l'economia è orientata su "espansione".
...Ma che cosa, cosa è cresciuto del 10.8% su base annua? Quando si parla di crescita economica ci si riferisce alla crescita del PIL reale (totale o pro capite), e una crescita del 10.8% fa effettivamente colpo. Poi però leggi più attentamente e scopri che a crescere del 10.8% è stato "il superindice". Si, proprio così, il superindice OCSE per l'Italia è cresciuto questo mese del 10.8% su base annua! Ma cos'è?? Non si sa, il giornalista di Repubblica non lo dice, si limita a menzionarlo ben quattro volte nel corso del breve trafiletto. Idem per i giornalisti degli altri quotidiani italiani. Evidentemente lo conoscono tutti così bene che non c'è bisogno di spiegarlo.
Una veloce occhiata ai dati OCSE [a sinistra, cliccate su "General Statistics" - Key Short Term Economic Indicators - Quarterly National Accounts (GDP constant prices)] rivela che come crescita del PIL reale, nel secondo trimestre 2009 (l'ultimo per il quale i dati sono disponibili) l'Italia è messa meglio di Spagna e Islanda, ma peggio di Francia, Germania, Irlanda, Giappone, Corea e USA. Era messa peggio in quelli precedenti, ed essendo la variazione totale la somma delle trimestrali, non credo proprio che sia messa meglio della media. Ad occhio e croce è messa peggio, ma non ho fatto la somma. Ma non dovrei deviare.
Andiamo quindi a cercare questo superindice OCSE. A naso, si tratta di un indice di "leading indicators" ovvero indicatori congiunturali che in teoria dovrebbero essere correlati con crescita futura. Ho trovato infatti questo news release dell'OCSE, che sembra essere la fonte dell'articolo di Repubblica.
Orbene, questi "composite leading indicators" sono un po' come una salsiccia: si prendono un bel po' di serie storiche, le si massaggia un po', le si butta in un calderone, le si cucina per bene, et voilà, ecco il superindice.
...Detto in modo più tecnico, si fanno i seguenti steps (p.4 del documento): si preselezionano le serie storiche (Reference series, Components series), si filtrano (Periodicity, Seasonal adjustment, Outlier detection, Cycle identification, Normalisation), si valutano (Length of the lead, Cyclical conformity, Extra/missing cycles, Performance), si aggregano (Weighting, Lag shifting & inversion, Aggregation), e si presentano (Amplitude adjusted, Trend restored, 12-month rate of change).
Una vera salsiccia d'alta qualità. Anzi, forse, una stupenda mortadellona da fare a fette, o cubetti ... Il problema qual è? Il problema è che non c'è ancora nulla da mangiare. È una mortadella-annuncio, una salsiccia-della-speranza, come i treni per Lourdes. Di lavori in più e di maggiori soldi in tasca per gli italiani, al momento, non ce n'è manco mezzo! C'è solo una bella torta volante in cielo, da usarsi come scusa per continuare a non far niente, per non riformare nulla, per lasciare tutto come sta: tanto funziona, visto?
Non solo, almeno ultimamente, pare che la performance previsiva del superindice si sia deteriorata (ottimo il pezzo di Mario, di cui mi son accorto solo ora purtroppo). Ma al giornalista di Repubblica, e al lettore mediano, queste cose non interessano. L'importante è avere ottimismo e pensare di essere primi senza aver fatto nulla di concreto. Tutto merito dello stellone, visto che lo stellone sempre ci assiste?
Forse che anche a Repubblica cominciano ad essere preoccupati per quello che potrebbe succedere alle "fabbriche di odio e di fango" a cui si riferisce Michele?
Una quantità impressionante di “oscuramenti”. Concentrati soprattutto su Raidue, la rete di Stato che in alcune regioni è già stata tolta dall’analogico e si può vedere solo sul digitale terrestre. Per convincere con le cattive gli italiani a passare al mitico Dtt.
Il quadro che emerge dal dossier dell’associazione Altroconsumo è quello di una tivù di Stato che viola apertamente le norme del servizio pubblico e arriva a oltre 400 ore di black out sulla piattaforma satellitare di Sky in soli due mesi, dal 4 agosto al 4 ottobre 2009: per la precisione, 413 ore in 60 giorni, pari 6 ore e 52 minuti di oscuramenti al giorno: qui l’elenco completo.
Nel calderone di trasmissioni che gli abbonati Rai non hanno potuto vedere sul satellite c’è di tutto, dai telegiornali ad “Arsenio Lupin”, da “Cominciamo bene estate” a “Fuori orario”. Un fuoco di fila di oscuramenti apparentemente casuale, ma che ha colpito soprattutto Raidue (220 ore di black out sulle 413 complessive): in questo modo, gli spettatori delle regioni dove lo switch off è già avvenuto, sono stati di fatto privati del loro diiritto di abbonati di vedere i programmi Rai.
Senza dire che il contratto di servizio pubblico firmato con lo Stato dalla Rai obbliga la tivù di Stato a emettere i propri contenuti su tutte le piattafrome disponibili.
Per questo Altroconsumo si è rivolta al tribunale di Roma presentando un ricorso contro la Rai per quella che definisce «una pratica commerciale scorretta, lesiva dei diritti e degli interessi collettivi dei consumatori utenti».
Secondo Altroconsumo, «privare gli utenti della visione di telegiornali, programmi di attualità e approfondimento politico, persino le previsioni meteo, significa aver violato il Testo Unico sulla radiodiffusione, il contratto di servizio e la delibera 481/06/ CONS dell?Autorità garante per le comunicazioni. Queste norme impongono al servizio pubblico di trasmettere su tutte le piattaforme esistenti».
L’associazione di consumatori ha chiesto quindi al giudice del Tribunale di inibire il prima possibile «la pratica illecita degli oscuramenti».
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha chiamato le cancellerie europee per spiegare che quella dell'esponente del Pd "è una candidatura forte". Ora, conoscendo il personaggio credere che tale slancio sia gratis e’ francamente impossibile. Se Berlusconi raccomanda D’Alema in Europa deve aver ricevuto una contropartita di quelle pesanti. Chissa’, magari un Bersani al guinzaglio per permettere a Silvio di arrivare a fine legislatura superando le sempiterne grane giudiziarie. Del resto con la vittoria di Bersani, non osteggiata da Berlusconi, D’Alema ha temporaneamente vinto l’eterna sfida con Veltroni e con la frangia nuovista guidata da Marino. E di fatto rimane il vero grande vecchio del Pd, il vincitore occulto del congresso, e fino al prossimo segretario restera’ il deus ex machina del fallito riformismo pidiano, quello che ha spazio sui giornali, quello che influisce nell’ombra, quello della saggezza del giorno dopo. Il sapiente enigmatico che non si abbassa a chiamare le cose col proprio nome per non rischare di cadere nel volgare antiberlusconismo. Anche perche’ gli conviene, come si vede oggi. E perche’ il tango con Berlusconi lo balla da tempo e Berlusconi non puo’ che essergli riconoscente. Dai tempi della Bicamerale che permisero a Berlusconi di legittimarsi in un periodo in cui sembrava vicino alla fine. O ai tempi in cui con drammatica lungimiranza l’opposizione, fortemente influenzata dalla saggezza d’alemiana, evito’ di affrontare il conflitto di interessi. Ebbene, i fatti dicono che oggi Berlusconi raccomanda D’Alema agli esteri europei, come se tra le sue file non avesse nessuno da sistemare, come se non gli facesse comodo piazzare un fedele pronto a ricostruire una reputazione politica rovinata dopo mesi si scandali finiti oltre confine. La domanda allora e’ perche’? Cosa ha messo D’Alema sul tavolo di Berlusconi di cosi appetitoso da farlo abboccare? Cosa ha spinto D’Alema a ricadere nel tango fatale col magnate brianzolo? La senzazione e’ che ancora una volta ci si trovi difronte ad una misera questione personale legata alla carriera e agli interessi di questi due amanti segreti. E in altre parole, che non ci sia nulla di nuovo. E’ un fatto che le sopraffini doti politiche di D’Alema non abbiano storto un capello all populismo berlusconiano e anzi lo abbiano fatto crescere rigoglioso. Consapevolezza evidentemente sfuggita a molti. A partire da da quegli elettori delle primarie del Pd che D’Alema e’ riuscito a convincere a votare per Bersani.
L’impegno rischia di essere gravoso ma la promessa è solenne: “conto di avere due mega [2 megabit, ndPh.] di banda larga per tutti a partire dal 2010”. Il ministro della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione, Renato Brunetta, scommette forte sulla riduzione dei tempi per l’eliminazione completa del ‘digital divide‘ in Italia, il ritardo infrastrutturale che oggi riguarda più del 12% della popolazione, cioè 7,8 milioni di italiani che non hanno attualmente accesso ad Internet a banda larga.
Intervenendo alla trasmissione radiofonica ‘Il Brunetta della Domenica’, il ministro ha preso come esempio la Finlandia, che nei giorni scorsi si è impegnata a garantire per legge la connessione a banda larga per tutti i cittadini e citato proprio quei ”Paesi nordici” in cui ognuno ha a disposizione un mega di banda larga. (Ansa, 18 ottobre 2009)
Come è andata a finire?
Vediamo:
Gli 800 milioni del piano Romani-Brunetta per il superamento del digital divide e che da tempo attendono di essere sbloccati dal Cipe sono stati sostanzialmente ‘congelati’ in attesa della fine della crisi, “perché il governo ha cambiato l’ordine delle priorità”. Lo ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che, in merito all’ipotesi avanzata dal viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani di ricorrere al mercato finanziario se i fondi pubblici non saranno disponibili, ha commentato: “Faremo l’uno e l’altro”.
Lo stanziamento, ha spiegato Letta nel corso della conferenza stampa dedicata alle Giornate di studio marconiane, organizzate per celebrare il centenario della consegna del Nobel per la Fisica a Guglielmo Marconi, era stato previsto “prima dell’avvento della crisi”, ma in seguito il governo “ha voluto fare una riflessione in funzione della diversa scala di priorità. Abbiamo dovuto riconsiderare le cose per dare la precedenza a questioni come gli ammortizzatori sociali”, perché “l’occupazione è la nostra principale preoccupazione”. I fondi, ha comunque sottolineato Letta, “stanno lì, non sono stati spesi né sciupati: una volta usciti dalla crisi si potrà riprendere l’ordine della priorità, e la prima sarà la banda larga” – (Ansa, 5 novembre 2009)
Alcune considerazioni spicciole: il paese è in crisi fiscale, come i più avvertiti tra voi avranno realizzato. Non c’è nulla di male a stabilire delle priorità, anzi è una prova di responsabilità e realismo. Il discorso cambia leggermente quando, tra i proclami di uno dei principali esponenti dell’esecutivo e la pietra tombale posta dall’”internet umano” di Palazzo Chigi (uno che la banda ce l’ha da sempre larghissima) passano solo diciassette giorni.
La crisi si è aggravata negli ultimi diciassette giorni all’insaputa di Brunetta oppure si è trattato della solita grancassa di effetti-annuncio, caratteristici non solo e non tanto di una specifica maggioranza di governo quanto di una classe politica che o non riesce a realizzare che il fondo del barile è già stato raschiato oppure, consapevole di ciò, si fa beffe di un elettorato credulo e tendente alle amnesie? I lettori mettano una croce sulla risposta prescelta. E per precauzione, continuino a fare una robusta tara alle dichiarazioni di esponenti del “governo del fare”.
Dal cappello delle idee geniali – sempre stracolmo – il Governo di Sua Prestanza Psico-Fisica ha tirato fuori l’ennesimo coniglio: aprire (forse che sì forse che no) nuovi casinò negli hotel a 5 stelle.
L’idea geniale coincide – del tutto casualmente e vi prego di non ridere - con quella della criminalità organizzata che da anni ha messo nei frigo di ogni continente le migliori riserve di champagne per brindare all’evento.
Per chi non fosse pratico dei casinò – che ho avuto il disgusto di frequentare a causa della mia professione e non certo per diletto – ricordo che all’interno e all’esterno i mafiosi in giacca e cravatta girano con la stessa velocità con la quale la pallina rotea nel piatto della roulette.
Una differenza in vero c’è: la pallina si ferma, le mafie no.
Decine di inchieste della magistratura in tutto il mondo hanno appurato la presenza nei casinò dei mafiosi che lì riciclano investimenti colossali. Nulla ferma però la genialità dei nostri politici che, infatti, nella lotta alla mafia – nonostante si sappia che i criminali vanno colpiti nel portafoglio – fanno solo chiacchiere. E distintivo.
Del resto, se così non fosse, non si spiegherebbe perché tutti i nostri politici – della maggioranza e della pseudo-opposizione del neo leader Charlot-Bersani -i tecnici, gli esperti e gli studiosi che campano di prebende e servilismo politico abbiano bellamente ignorato (come tutti del resto) lo studio della task force finanziaria dell’Ocse – il Gafi – pubblicato a marzo 2009 e visibile sul sito www.fatf-gafi.org.
Il titolo dello studio della task force antiriciclaggio è tutto un programma: “Vulnerabilità dei casinò e del gioco”.
Ho capito, comunque, perché lo studio è stato ignorato: è in lingua inglese e, come tutti sanno, i nostri governanti parlano e scrivono a malapena l’italiano. Come possono conoscere l’inglese se puntano al dialetto nelle scuole (altra idea geniale)? Impossibile.
E allora io – che quando vivevo a Londra parlavo e scrivevo l’inglese meglio dell’italiano parlato di Bossi e Rotondi e che ancora riesco a leggiucchiare e scribacchiare – vi dico che cosa racconta questo drammatico studio che dovrebbe far riflettere l’intero mondo politico e no sulla opportunità di aprire nuovi casinò.
LO STUDIO DELL’OCSE: NUMERI E FATTURATI MILIARDARI
Gli studiosi dell’Ocse – e non dunque l’umile e ignorante giornalista quale sono – certificano che i casinò nel mondo sono almeno 2.987 di cui 168 in Africa, 234 tra Asia e Australia, 1.296 in Europa e 1.289 nelle Americhe. Poi ci sono i casinò online: almeno 17 di cui 2 in Africa, 5 in Asia, 6 in Europa e 4 nelle Americhe. Si stima che le entrate siano state complessivamente nel 2006 di almeno 70 miliardi di dollari. Ai quali si aggiungono almeno 15 miliardi dei casinò online. Cifre – si badi bene – calcolate per (enorme) difetto.
Scrivo sempre “almeno” – riportandolo testualmente dallo studio - perché in realtà la stessa task force è consapevole che in molti Paesinon si riesce neppure a sapere il numero esatto dei casinò. Del resto ben 29 nazioni tra quelle prese in considerazione non hanno una legislazione antiriciclaggio. Tredici sono in Africa, 8 in Asia, 6 nelle Americhe e due in Europa: Grecia e Repubblica Ceca.
E a proposito della Repubblica Ceca, in Europa vanta (quasi) il record di casinò: 158. In realtà in tutte le nazioni dell’ex blocco comunista dell’Est i casinò spuntano come funghi: 7 in Bulgaria, 15 in Croazia, 75 in Estonia, 14 in Lettonia, 18 in Lituania, 20 in Romania, 169 in Russia, 7 in Serbia-Montenegro, 4 in Slovacchia, 23 in Slovenia, 45 in Ucraina. E cosa vogliano significare i Paesi dell’ex blocco comunista nel riciclaggio del denaro sporco provenienti da luridi traffici, ormai lo sanno anche le pietre. Quelle con cui è stato costruito Palazzo Chigi e i Palazzi romani del potere (compresi quelli leghisti), evidentemente, no.
Ma la cosa straordinaria è che i casinò crescono come funghi e spesso fuori da ogni regola proprio nei nuovi mercati: da quello asiatico a quello africano.
Prendiamo Macao (Cina) a esempio. E’ l’area con lo sviluppo più impetuoso, con un volume di affari nel 2007 di 10 miliardi di dollari. Macao ha una popolazione di 500mila abitanti ma nel 2008 i suoi 31 casinò hanno ricevuto 31 milioni di visite e le tasse sulle entrate rappresentano il 70% del bilancio della regione.
I Paesi che rientrano nei cosiddetti “paradisi fiscali” sono ovviamente fuori gioco. Poco si sa – a esempio – delle case da gioco nelle navi a largo delle isole del Pacifico. E poco o nulla si sa di ciò che accade a Panama dove ci sono 14 casinò e 29 sale da gioco. Panama (piccolissima) ha il secondo mercato del gioco in America Latina dietro l’(enorme)Argentina. La legislazione antiriciclaggio è di fatto inesistente in Costa Rica, Salvador, Nicaragua, Repubblica Dominicana. Di Colombia, Ecuador e Paraguay addirittura non si sa nulla. E stiamo parlando – si badi bene – di nazioni dove il narcotraffico è vitale e con esso il reinvestimento dei capitali, organizzato spesso con la regia in Europa della ‘ndrangheta calabrese. Bolivia e Brasile proibiscono invece i casinò. Trinidad e Tobago ufficialmente non ha casinò ma 72 club privati.
Negli Stati Uniti il record con 845 casinò che con i 63 del Canada si dividevano (fino al 2007) il 50% del mercato globale ma la sensazione è che i nuovi mercati “borderline” stiano erodendo quote significative.
Tra i Paesi emergenti vale la pena di citare anche Palau, Timor Est, Papua ma soprattutto la Thailandia dove le stime parlano di almeno 4 fino a 17 miliardi di dollari di puntate illegali con oltre 100mila persone arrestate ogni anno (avete letto bene) a causa di questo traffico. E la Thailandia – oltre ad essere crocevia di traffici di droga – è anche una calamita economico-criminale per la prostituzione, la pedofilia, i traffici di organi ed esseri umani. Solo a Bangkok ci sono tra i 200 e i 300 casinò illegali.
Sri Lanka e Myammar, inoltre, operano fuori da una cornice legale, così come Bangladesh, Brunei Darussalam, l’intera Cina, Taipei, Indonesia, Mongolia e Pakistan. Tutti Stati nei quali i traffici di ogni tipo sono la consuetudine.
E cominciamo ad addentrarci (prima di venire all’Italia e all’Europa) sui motivi per i quali l’Ocse (ma non l’Italia che pure ne fa parte) ha deciso di alzare le antennine sui rischi “nei” e “dei” casinò.
Vi elenco i motivi per i quali i casinò – secondo la task force Gafi, non secondo me – sono ad alto rischio riciclaggio:
1)operano spesso 24 ore al giorno con enormi volumi di transazioni in contanti (i i contanti, si sa, non lasciano quasi mai tracce)
2)offrono spesso servizi finanziari
3)operano talvolta in Paesi con carenza o assenza di leggi antiriciclaggio
4)molti casinò sono collocati in aree politicamente deboli o instabili o in aree confinanti con zone ad alto rischio terrorismo
5)il turismo organizzato nei luoghi internazionale di gioco può nascondere il riciclaggio
6)il turn over dello staff nei casinò è un punto debole nella vigilanza
LE INFILTRAZIONI MALAVITOSE
Ma veniamo all’aspetto più inquietante: quello per il quale al crescere del numero dei casinò cresce il rischio di infiltrazioni delle mafie mondiali.
“I casinò – scrivono testualmente quei “comunisti” del Gafi – sono costantemente attenzionati dai criminali per la loro influenza criminale e la potenzialità criminale. La criminalità organizzata cerca di controllare o possedere casinò o parti di casinò. Gli sforzi dei criminali sono finalizzati a favorire furti, frodi, usura, riciclaggio e altri crimini”.
Basta? No che non basta. “I casinò – scrivono ancora i “bolscevichi” dell’Ocse – sono luoghi nei quali i criminali socializzano e amano dipanare trame criminali”. Insomma: posti in cui fare e pianificare affari. Hi che bellezza guagliò.
METODI E TECNICHE PER RICICLARE IL DENARO SPORCO
Agli studenti universitari che volessero dilettarsi in una piacevole e alternativa tesi (invece delle solite palle a uso dei portaborse dei prof), ai politici parolai che sperano nell’apertura di nuovi casinò in Italia, ai portaborse leccapiedi dei politici parolai e agli affaristi senza scrupoli che un po’ girano nelle stanze della politica e un po’ in quelle della malavita (spesso gli uffici coincidono) consiglio la lettura da pagina 27 in avanti dello studio del Gafi.
Da lì in poi – con numerosissimi esempi e casistica – sono descritte le innumerevoli e fantasiose tecniche con le quali viene lavato il denaro sporco di narcotraffico, pedotraffico, traffico d’armi e ogni più ributtante e ripugnante azione del genere criminale.
Il ventaglio delle furbate è spaventosamente ampio e mi limito a riportare (solo) alcuni metodi:
1)contanti, chips del casinò, crediti per le macchine da gioco, assegni e certificati del casinò, i voucher per acquistare le chips, le carte reward
2)gli acconti, le linee personali di credito, le facilitazioni
3)le perdite internazionali
4)le vincite e le perdite intenzionali
5)il cambio dei titoli
6)la complicità degli impiegati
7)la carte di credito e a debito
8)i falsi documenti
Sbizzarritevi a leggere in quante centinaia di impensabili e fantasiose varianti possono essere declinate queste tecniche con un unico scopo finale: lavare il denaro sporco.
E VENIAMO ALL’EUROPA E ALL’ITALIA
Nel sottolineare che – a detta del Gafi – la Nuova Zelanda è il Paese che vanta una regolamentazione modello antiriciclaggio nel settore casinò, veniamo a ciò che accade in Europa e in particolare nei Paesi a noi “vicini-vicini”. Eh sì, perché una delle scuse più patetiche che si sentono quando si parla di nuove centrali in Italia è questa: “ma li abbiamo a quattro passi dalle frontiere, perché vietarne di nuovi da noi?”. La penserà così, suppongo, a esempio l’onorevole “celoduro” Giacomo Stucchi (Lega Nord Padania) che ha perorato con un disegno di legge il 25 luglio 2008 la causa del casinò di San Pellegrino Terme “pregevole opera in stile liberty dell’inizio del 900, di proprietà del Comune, ancora oggi una struttura perfettamente funzionante per manifestazioni turistiche, artistiche e culturali”. Ma che c’entra questa brodaglia strappalacrime con l’apertura di un casinò?
L’Italia non può permettersi di aggiungere nelle mani della criminalità organizzata altri appigli legali dietro i quali nascondere il malaffare (oltre a quelli che già hanno). E i casinò rappresentano una tentazione troppo forte.
L’Austria ha 12 casinò che nel 2007 hanno generato 190 milioni di entrate e 2,44 milioni di visitatori.
La Germania ha 62 casinò che hanno generato 944 milioni di entrate nel 2005 con 7,7 milioni di clienti. Malta ha 3 casinò e la Spagna 39 con 3,3 milioni di visitatori. I casinò sono illegali in Islanda e Norvegia (anche in Turchia). La Francia ne ha 161.
In Italia esistono a San Remo, Saint Vincent, Venezia e Campione d’Italia. Ma come leggo su ww.agipronews.itnel corso dell’ultima legislatura sono state presentate 14 proposte di legge (di cui 12 dalla maggioranza) per l’istituzione di nuovi casinò a: Ostuni, Stresa, Gardone Riviera, Chianciano Terme, Fiuggi, Viareggio, Fasano, La Maddalena, Asiago, San Pellegrino e Taormina (si veda, su quest’ultima località il mio post del 25 luglio 2008).
Più o meno un numero equivalente a quelli che la sexy ministra al Turismo Michela “coscialunga” Vittoria Brambilla avrebbe in mente negli hotel di lusso (anche se sul numero di questi hotel è buio fitto: c’è chi parla di una quindicina, chi di una trentina e oltre. Mah, nell’Italia turisticamente disastrata non si sa neppure quanto hotel a 5 stelle abbiamo…).
Trovo il sindaco di Venezia Massimo Cacciari misantropo, odioso e antipatico. Siccome anche io sono misantropo, odioso e antipatico come un chewing gum sotto la suola, rispecchiandomi nella sua odiosità a pelle, spesso mi ritrovo a riflettere sulle sue opinioni (condivisibili, o meno, sempre molto intelligenti).
Ebbene, in una bellissima intervista il 16 ottobre al Corriere del Veneto dal titolo: “Casinò di Venezia: servono soci privati e subito.Incassiprecipitati. Se continueranno ad ostacolarli la Spa creperà”, il “sindaco-filosofo-docente-dongiovanni-teorico del pd alternativo” vede ancora una volta lungo.
La liberalizzazione dei casinò metterebbe in ginocchio quelli esistenti, compreso quello di Ca’ Farsetti, che ogni anno fattura tra i 100 e i 200 milioni e che però (da tempo) è in crisi profonda. “Ormai – spiega Cacciari – la concorrenza è ovunque, soprattutto dallo Stato con Superenalotto e macchinette”. La strategia del rilancio – per Cacciari - passa dall’apertura ai privati e dal posizionamento all’interno di una rete internazionale di gioco.
Ecco, questa è una proposta sulla quale – con tutti gli approfondimenti e le attenzioni, visto anche l’esempio poco edificante del fallimento del matrimonio da gioco tra Venezia e Malta -riflettere. L’apertura di nuove sedi, la liberalizzazione dei casinò, no quelle no, sono idee che è bene lasciarle partorire ai quaquaraqua delle mafie. Nazionali e no.
La Cina fa paura, dunque, quanto a prospettive di sviluppo, così come l’India, altro Paese in via di sviluppo, dove i casinò sono autorizzati in una sola regione ma priva di legislazione antiriciclaggio.
"Par condicio, un'altra legge ad personam"
(c. l.)
la Repubblica
ROMA - Il progetto berlusconiano di riforma della par condicio in vista delle regionali inizia il suo iter in Parlamento e il centrosinistra insorge: «È una nuova legge ad personam».
Ieri la pubblicazione del ddl firmato dal pidiellino Ignazio Abrignani negli atti ufficiali di Montecitorio e l´assegnazione alle commissioni Comunicazioni e Affari costituzionali. La proposta, già registrata col numero 2805, che gode dell´imprimatur del premier Berlusconi e del ministro Scajola, prevede la cancellazione della par condicio, appunto, per dar spazio su radio e tv ai partiti in proporzione alla loro presenza in Parlamento. E poi, diritto di tribuna per tutti per un massimo del 10 per cento degli spazi e il ritorno degli spot a pagamento.
Ma il firmatario del ddl, Abrignani, responsabile elettorale del Pdl, annuncia già una modifica a quella parte del testo contestata più delle altre. «Per togliere alibi alla sinistra - dice - proporrò un emendamento soppressivo del comma che prevedeva la reintroduzione degli spot elettorali a pagamento». Novità non casuale, che matura dopo che il presidente della Camera Fini - in un incontro informale - aveva suggerito al deputato di correggere in quel senso il testo, per evitare al premier nuovi attacchi sul conflitto di interessi. Ad ogni modo, anche la correzione in corsa conferma come sia intenzione del premier e del Pdl di imprimere un´accelerazione per far sì che i vincoli della norma oggi in vigore possano cadere prima della campagna elettorale. «Puntiamo a reintrodurre un principio democratico - sostiene Abrignani - la sovranità appartiene al popolo che la esercita col voto, un criterio che va applicato anche alla comunicazione politica». Per cui, più pesi in Parlamento, più appari in tv.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini è scettico sulla possibilità che il testo diventi legge prima delle regionali. I suoi, nel Pdl, nutrono perplessità anche sui contenuti. Italo Bocchino, vice capogruppo alla Camera, si limita a dire che «sul testo bisogna riflettere e la riflessione è aperta» e si prepara ad incontrare oggi, insieme col capogruppo Cicchitto il firmatario del ddl Abrignani. E la Lega? Silenzio non casuale dagli uomini di Bossi. L´ipotesi più accreditata in seno alla maggioranza è che il Senatùr possa inserire il pacchetto par condicio (e il sì del Carroccio) nella trattativa col premier Berlusconi sulle presidenze delle regioni del Nord.
L´opposizione non ci sta. «Prima approviamo le norme sul conflitto di interessi» incalzano il senatore Vincenzo Vita (Pd) e Giulietti di Articolo 21. «Già il premier usufruisce di uno spazio enorme, avvantaggiarlo col meccanismo proporzionale sarebbe iniquo - ragiona il democratico Roberto Zaccaria - per non dire degli spot che favoriscono chi ha più fondi e sappiamo a chi ci riferiamo». Modificare la par condicio ridurrebbe gli spazi di democrazia, sostiene il dipietrista Francesco Pardi. E poi, «il governo l´ha già cancellata relegando ai margini l´opposizione in tv» protesta Lorenzo Cesa (Udc): «Cancellare la norma sarebbe grave». Protestano, fuori dal Parlamento, i Comunisti italiani: «Intollerabile un´altra legge ad personam».
é attribuito a Hans-Dietrich Genscher, ministro degli esteri duranti il governo Kohl,di aver detto durante un ricevimento che gli Austriaci avevano un ottimo ufficio stampa ,poichè erano riusciti a far passare per Tedesco Hitler e per Austriaco Beethoven. La stessa cosa può dirsi ,almeno in parte,per Rutelli che non paga per i suoi veri fallimenti politici .Ha ragione malvino e torto civati,gilioli,sofri etc Rutelli in punta di diritto non ha necessità di dimettersi ,ma è responsabile di innumerevoli fallimenti politici di cui non è mai stato chiamato a rispondere. La tendenza alla filosofia propria della politologia Italiana,dal giornalismo fino ad arrivare ai blogger, ha fatto si che non ci si concentrasse sui veri fallimenti dell'ex radicale , posso pensare ,ad esempio , tutto il male di un progetto di una diga ,di una autostrada , dal punto di vista filosofico ,rovina l'ambiente ,il panorama ,incrementa il consumismo etc, ,ma se è il progetto stesso che non funziona ,la diga ,per esempio, non sta in piedi, tutto il castello filosofico è risolto dall'inizio e taglia la testa al toro .Di Bertinotti e del suo ritorno agli anni 70 chiunque può pensare quello che vuole ,ma elettoralmente non funziona ,così pure il progetto neocentrista di Rutelli pervicacemente perseguito si è rivelato sballato. Ricordiamoci che alle elezioni politichedel 2006 si rese protagonista di due disastrosi e cinici errori politici ,in prima luogo speculando su una maggioranza ,che comunque al Senato sarebbe stata tenue, spedì al Senato i guastatori ,Fisichella ,Dini ,Binetti, ed altri teocon contando di tenere Prodi sotto attacco da destra mentre Bertinotti lo teneva sotto scacco da sinistra con i vari Turigliatto ,poi i risultati andarono come tutti sanno e la maggioranza da tenue divenne minima ,l'altro grave errore ,frutto dello stesso pensiero centrista che oggi lo porta fuori dal PD, fù quello di voler presentare le liste della Margherita al Senato contando su un presunto sfondamento nell'elettorato moderato ,sfondamento che non vi fù ,con l'Ulivo anzi che alla Camera prendeva più di DS e Margherita insieme e dava ,lui si ,i voti decisivi per la vittoria , la strategia fallimentare costava Lazio e Piemonte al Senato ed in definitiva la vita del governo Prodi con il ritorno del nano.Che la strategia centrista di Rutelli fosse fallimentare ,qualunque cosa uno ne pensi dal punto di vista filosofico , viene confermato dalle elezioni comunali di Roma ,nella Capitale il centrosinistra dal 2001 almeno ha una maggioranza strutturale, vince sempre tutte le elezioni, tutte le elezioni tranne una quella per il Campidoglio candidato Rutelli che ancora volta persegue uno sfondamento al centro ,sfondamento che non avviene ,mentre perde i suoi voti a sinistra ,perdendo ,mentre nello stesso giorno alla Provincia Zingaretti vince . Ce ne sarebbe stato abbastanza per accompagnare Rutelli onorevolmente alla porta come avviene dappertutto ,con AL Gore ,Jospin, Schröder prossimamente Brown perchè si può aver vinto tanto ,ma quando si perde il progetto non funziona elettoralmente non filosoficamente. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/11/02/perche_rutelli_ha_fallito.html
Dieci giorni dopo, mi pare che la massa di verbali, ipotesi e teorie sulla vicenda Marrazzo rischi di creare un filo di confusione sulle responsabilità politiche della questione, alcune delle quali invece sono chiarissime.
La prima – ovvio – riguarda il governatore che pagava affinché la sua vita sessuale non venisse alla luce: ma Marrazzo si è dimesso ed è politicamente polverizzato, quindi amen.
Per capire se ci sono stati altri eventuali comportamenti politici come e più gravi di quelli di Marrazzo – e per vedere quindi se meriterebbero o no altre dimissioni – proviamo a basarci sulla testimonianza resa da Carmen Pizzuti, titolare dell’agenzia Masi alla quale si erano rivolti i carabinieri furfanti.
La ricostruzione che segue quindi non è una teoria, ma solo un riepilogo delle dichiarazioni di Pizzuti e delle conseguenze logiche che ne derivano.
Alfonso Signorini, dice Pizzuti, ha ricevuto il video il 5 ottobre e ne ha ottenuto non solo la visione, ma anche una copia masterizzata, pur non avendo fin dall’inizio – parole sue – alcuna intenzione di pubblicarlo. Del resto, al fine di pubblicarlo sul suo giornale o su altri della Mondadori non c’era alcuna utilità nel tenerne copia, visto che non ne aveva (ancora) acquistato i diritti.
Perché dunque se lo tiene? All’agenzia dice: «Per farlo vedere ad altri membri della Mondadori».
Da quel momento il video è memorizzato nei server di Segrate, proprietà del premier. Di lì arriva subito a Marina Berlusconi, che avvisa suo padre (non si sa se inviandogli o no anche il video). Siamo al 5 o al massimo il 6 ottobre.
Dal 5-6 ottobre al 19 ottobre Berlusconi sa quindi di avere in mano uno straordinario documento per azzerare o per tenere in pugno un avversario politico.
Che cosa farne?
Ufficialmente, il Cavaliere in prima persona non fa niente, ma i vertici della Mondadori decidono di farlo pubblicare da un giornale “amico” anche se non di proprietà: Libero. Ed è il solito Signorini a telefonare all’agenzia Masi anticipando la chiamata di Belpietro, direttore di Libero. Che puntualmente arriva il 12 ottobre.
Il 14 ottobre c’è dunque l’incontro tra l’agenzia Masi e Angelucci, editore di Libero, per la definizione della compravendita. La trattativa va a buon fine.
A questo punto, 14 ottobre all’ora di pranzo, la sorte del video sembra decisa, con la Mondadori che si è fatta tramite per la pubblicazione del video che inchioderà Marrazzo. E dato che la Mondadori non ne riceverà alcun vantaggio editoriale – in termini di copie dei suoi giornali – è evidente che l’intermediazione per la pubblcazione su Libero è stata una decisione politica.
Poi però lo stesso 14 ottobre, cinque ore dopo l’avvenuto accordo tra Angelucci e l’agenzia, Signorini (avvertito ovviamente dell’affare fatto con Libero) blocca tutto e fa sapere all’agenzia Masi che, invece, il video va venduto a Panorama.
Si ignorano le ragioni di questo cambio di rotta.
E’ possibile tuttavia che la notizia che il video uscirà su un altro giornale abbia creato qualche malumore ai vertici di Panorama, che quindi hanno chiesto di prenderselo loro. O forse sono i vertici di Segrate che hanno deciso di pubblicare il video in proprio anziché per interposto Libero.
Fatto sta che il 14 ottobre alle 17 Signorini telefona alla Masi, l’agenzia obbedisce e Angelucci resta a mani vuote.
Il 14 ottobre è un mercoledì. Panorama quindi ha già chiuso il numero che sarà in edicola due giorni dopo, il 16. Per lo scoop su Marrazzo occorre quindi rinviare al numero che sarà in edicola venerdì 24, e che chiude in redazione martedì 20.
Il 19, tuttavia, c’è un nuovo cambio di rotta. Berlusconi, in possesso del video da almeno 13 giorni, chiama Marrazzo per avvisarlo. Marrazzo vuole mettere tutto a tacere e ringrazia il premier, ignaro di quel che era successo tra i Berlusconi, Signorini, Libero e la Masi nei 12 giorni precedente.
Subito dopo – il 19 stesso – Signorini telefona quindi all’agenzia Masi per bloccare la compravendita a Panorama e dice all’agenzia che il video va venduto allo stesso Marrazzo. A Panorama viene dunque bloccato lo scoop. Il giorno dopo, il 20, si avviano i contatti tra Marrazzo e la Masi.
Il 21 mattina, però, Berlusconi ritelefona a Marrazzo, che si trova a un convegno al residence Ripetta. Dalla telefonata Marrazzo torna livido «come se avesse avuto un malore». Evidentemente il premier gli ha detto che ormai è tardi, è successo qualcosa di definitivo.
Infatti è successo che la sera prima i Ros hanno bloccato il fotografo Scarfone e il mattino stesso – mentre Marrazzo andava al convegno – ne hanno perquisito lo studio trovando il video.
Fine della ricostruzione.
Ora, si ignorano i motivi per cui Berlusconi tra il 6 e il 19 ottobre abbia cambiato idea tre volte, prima decidendo di far pubblicare il video a Libero, poi a Panorama e infine di farlo comprare dallo stesso Marrazzo.
Può darsi che – conservando una copia del video nei suoi server a Segrate – abbia ritenuto più utile tenersi uno strumento di ricatto verso il Pd anziché bruciare il governatore. Ma questa è solo un’ipotesi.
Quello che è certo invece è che Berlusconi mente spudoratamente quando si vanta di aver avvisato Marrazzo comportandosi da gentiluomo, «al contrario di quello che avrebbero fatto i leader della sinistra». Una balla pazzesca: lui, la figlia Marina e il “braccio armato” Signorini lo stavano prima facendo pubblicare su Libero e poi su Panorama. Solo alla fine, per motivi ancora ignoti, hanno deciso di farlo comprare dallo stesso Marrazzo (conservandone però copia a Segrate).
Altrettanto certo è che, nella vicenda del video, Signorini e i suoi capi non si sono comportati da semplici “potenziali clienti” dello stesso, ma da gestori del suo destino, deviandone i venditori a loro piacimento prima verso una terza parte (Libero), poi a se stessi (Panorama) e infine al ricattato (Marrazzo).
Non so, vedete voi se questo comportamento non è politicamente (almeno) altrettanto grave che andare a trans e pagare affinché nessuno ti scopra.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/01/marrazzo-for-dummies/#more-4918
Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
Qualcuno nutriva dei dubbi? Berlusconi non si dimetterebbe neanche se condannato da un tribunale della Repubblica italiana. Poco gli importa che altri capi di governo eletti direttamente dal popolo, da ultimo l’israeliano Ehud Olmert, si siano sentiti in dovere di lasciare l’incarico a seguito di un semplice rinvio a giudizio per corruzione. Il miliardario che da quindici anni considera Palazzo Chigi uno strumento della sua personale impunità, persegue ormai esplicitamente una sovranità assoluta, sganciata dalla divisione dei poteri su cui si fonda la democrazia liberale. Rivendica il diritto di vivere al di sopra della legge.
La differenza fra Berlusconi e Olmert risiede nel potere economico e mediatico che prescinde dal voto dei cittadini, senza cui l’uomo più ricco d’Italia non avrebbe vinto le elezioni e non avrebbe potuto instaurare la relazione di “consenso e amore” che oggi sente peraltro vacillare. Farà di tutto per sottrarsi al giudizio della magistratura, ben sapendo che una condanna per corruzione in atti giudiziari nel processo Mills (600 mila dollari bonificati dalla Fininvest all’avvocato inglese nel 1998, come già una sentenza d’appello ha accertato) comporterebbe automaticamente la sua interdizione dai pubblici uffici. Ma per riuscirci Berlusconi non deve solo stravolgere la legislazione vigente. Ha bisogno altresì di occultare con lo strumento della disinformazione la realtà dei fatti, spacciando i reati su cui è in corso la doverosa verifica giudiziaria come invenzioni dei “giudici di sinistra”.
Non è certo una rivelazione clamorosa quella divulgata ieri da Bruno Vespa per fare pubblicità al suo libro. Ma colpisce la disinvoltura con cui Berlusconi pretenderebbe di dare per scontata l’inverosimiglianza delle accuse di cui è chiamato a rispondere: “Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto”. Cosa vuol dire “processi come questi”? Di quale “sovvertimento della verità” egli parla? Quando mai lo stato di diritto verrebbe leso dalla promulgazione di una sentenza?
A Berlusconi non basta più far coincidere i suoi interessi patrimoniali con il destino politico della destra italiana. L’incertezza lo costringe a forzare le apparenze, oltrepassando i limiti della funzione istituzionale di presidente del Consiglio fino a rappresentarsi come capo indiscusso della Nazione, unico garante di un popolo vilipeso da poteri ostili. Non a caso le voci che osano sottoporre a verifica critica i suoi comportamenti –ieri se l’è presa di nuovo con “Repubblica” e “L’Espresso”- vengono additate come “anti-italiane”. E’ del tutto evidente l’analogia semantica con la propaganda di regime che negli anni più bui del Novecento contrapponeva l’Italia “grande proletaria” all’opposizione degli “stranieri in patria”. Berlusconi, certo, non è Mussolini, sebbene talvolta appaia voglioso di somigliargli perfino nell’abbigliamento. Del resto il paragone storico si è manifestato farsesco nella disinvoltura con cui egli ha gridato al “disegno eversivo” quando un tribunale lo ha toccato nel portafoglio (sentenza Mondadori): quasi che in ballo non fossero soldi suoi ma l’oro della patria.
Il presidente che si autodefinisce in anticipo immune dalle sentenze di tribunale, sentendosi in diritto di abusare del responso delle urne per liquidare i contrappesi stabiliti dalla Costituzione al potere governativo, sa bene che l’unica arma a sua disposizione per realizzare tale azione di forza è la propaganda. Ecco perché confida di approvare prima delle elezioni regionali del marzo 2010 una legge che abroghi la “par condicio”. Ampliando gli spazi televisivi a disposizione dei partiti maggiori ma, soprattutto, liberalizzando gli spot pubblicitari con cui intende bombardare la cittadinanza e gonfiare gli introiti della sua Publitalia. Pur di ottenere la fine della “par condicio” e un nuovo Lodo che fermi i processi a suo carico, è disposto a concedere molto ai suoi alleati Bossi e Fini. A loro volta pronti ad approfittarne.
Tale progetto di stravolgimento della nostra democrazia viene elaborato lontano dalla sede istituzionale del governo, Palazzo Chigi, dove Berlusconi non mette piede ormai da dieci giorni. Prima il viaggio “privato” alla corte di Putin, prolungato con la scusa di una falsa nevicata, a costo di rinviare una riunione del consiglio dei ministri tenutasi la settimana successiva in sua assenza. Rinchiuso ad Arcore, tra voci incontrollate di scarlattina o chissà quali altre malattie, riceve i dignitari alla sua corte privata e, senza apparire, lancia in tv le sue accuse ai magistrati. Tutto ciò non è normale. Il metodo di governo di Berlusconi risulta sempre più opaco. Il suo dispregio preventivo per gli atti della magistratura, ne conferma la pericolosità. http://www.gadlerner.it/2009/11/01/un-abuso-della-sovranita-popolare.html
Io sono stato corretto con Marrazzo, mi ha anche ringraziato (a lui piace). Io ho solo detto che casualmente è pervenuto un video alla Mondadori, un'azienda di cui io non so nulla (tant'è che è da quindici anni che non leggo un libro), un video per lui compromettente, che se fosse caduto in mano alla sinistra ne sarebbe uscito un grosso scandalo, diversamente, consegnandolo a Feltri, è stato messo tutto a tacere. Io a Marrazzo ho dato la possibilità di sputtanarsi da solo, gli ho detto testualmente: questa è una pistola, è carica, adesso vedi tu cosa ne vuoi fare, ti lascio libertà di coscienza. Questo fesso ha deciso di dire tutto alla moglie? Cazzi suoi. Piero, tu lo sai che ti sono amico, ti ho segnalato a mio figlio per un posto a La Fattoria, così in mezzo alle vacche ti rilassi, non ci pensi e ti mettiamo in camera con Veridiana Mallmann, così un poco alla volta ne esci, ti va? E dai, la figa è come la bicicletta, cribbio!... Non volevo dire questo, sono stato frainteso. Bonaiutiiiiii!
di Dario Cambi
Libertà e Giustizia ValdiCornia, Con il contributo prezioso e quanto mai lucido delle due docenti della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’UNISI, Elisa Giomi e Sabrina Benenati, ci siamo trovati con buon numero di persone ( oltre 100) in una sala cinematografica di Piombino, insolitamente affollata per un Martedi all’ora di cena, a vedere e poi analizzare il documentario di Erik Gandini, Videocracy.
Ormai già conosciuto, almeno dai frequentatori del web, anche per la censura del trailer da parte delle reti mediaset e rai, il docu-film svedese presentato al recente Festival di Venezia ha rappresentato soprattutto un’occasione che, come Libertà e Giustizia, volevamo cogliere.
Osservare e cercare di capire insomma quanto sia stato determinante per il declino socio-valoriale del nostro paese, il linguaggio televisivo ed i suoi contenuti, espressi sempre più con toni ed immagini violentemente sessiste, al punto da costruire una nuova famiglia di disvalori nel grande pubblico e nella società mediatica post-moderna.
Gandini ha voluto raccontare attraverso le immagini l’Italia di oggi, quella che non legge più i giornali, quella dei giovani che non conoscono l’inglese, che escono tardi la sera firmati dalla testa ai piedi, quella dove imperversa l’idea ed il desiderio di divertirsi. Conta solo quello che va in televisione, solo quello fa testo a livello di informazione ormai. La cultura televisiva è così imperante che è entrata in tutti gli strati della vita del paese, nella politica, nel sistema di valori e nella vita quotidiana. Oramai contano solo i soldi, l’apparenza, l’edonismo e l’egoismo. Potere e Tv sono legati e Berlusconi impersonifica a pieno questo potere. La sua forza? Per Gandini non ci sono dubbi:” E’ riuscito a promettere uno stile di vita. Ha venduto sogni di felicità, fatti di belle donne e divertimento ed è riuscito a non far venire fuori i problemi del Paese, quelli reali vissuti sulla pelle della maggioranza delle persone. Basta non farli vedere in televisione. E poi in Italia si vota Berlusconi anche perchè la sinistra non rappresenta una vera alternativa.”
In Videocracy un regista del Grande Fratello racconta come Mediaset rispecchi la personalità del suo capo, anzi del Presidente perchè è così che lui si presenta e parla sempre di sè. In Italia vige il comandamento ” Pensa agli affari tuoi, a quelli della tua famiglia e a gli amici.” La guida ideologica è quella del furbetto o del vittimista.
Ecco che una prima riflessione si basa sul perchè Berlusconi abbia vinto così tanto negli ultimi 15 anni. Lo ha fatto prima di tutto nella testa della gente. Elettori trasformati in pubblico e in compratori di sogni. Veline diventate giganti del pensiero, show-girls da calendario nominate ministre per le pari opportunità. Il tutto mescolato in un’orrenda melassa dove il corpo delle donne viene mercificato insieme ai peggiori stereotipi del sessismo, della furbizia, dell’arricchiento facile e alla portata di tutti. L’impunità legalizzata ed il corpo come merce e come potente chiave di accesso per il regno dell’impossibile: la Tv.
In Videocracy purtroppo non passano le immagini dell’altra Italia. Quella che ancora resiste e si interroga per capire come poterne uscire. Perchè non vuole assomigliare a Lele Mora o al tatuato Corona. Ma a noi sorge un dubbio atroce: quell’Italia c’è ancora ?
C’è ed esiste, ma non è a favore di telecamera, non fa audience nemmeno sulla stampa locale ( che pure di notizie di cinema pieni a discutere di politica non ne dovrebbe avere molte, e oggi è una gran bella notizia ), figuriamoci se fa audience sulle tv del presidente e di quelle che controlla.http://legvaldicornia.wordpress.com/2009/10/21/riflettendo-su-videocracy/
La sfida delle primarie si è svolta sull'asse innovazione contro conservazione ,con la vittoria della bocciofila, esattamente come la sfida delle politiche si era svolta sulla stessa asse. La proposta di Marino è stata troppo innovativa per un elettorato impaurito così come la proposta di Veltroni conteneva troppa innovazione rispetto alla proposta di Berlusconi .Il paradosso è che domani la proposta di D'alema ,ehmm, Bersani, sarà sempre troppo avanzata rispetto al nano e troppo conservativa rispetto alle innovazioni ,manifeste ed in incubazione , necessarie ed ormai ,anche se ancora minoritarie, presenti nel campo del centrosinistra ,con il risultato di perdere voti a destra e a manca. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/26/conservazione_versus_innovazio.html
Ho una sensazione, trasmessami da un politico informato e confermatami da un collega: la storia del Papello 2 (trattativa tra mafia e Forza Italia) ci riserverà un epilogo tragico? Ci sarà un Salvo Lima anche per Berlusconi? http://www.uqbar.ilcannocchiale.it/
L’autosospensione di Marrazzo e le sue prossime dimissioni sono dovute alla consapevolezza che la sua posizione personale era diventata insostenibile agli occhi del proprio elettorato.
D’altronde Berlusconi confida — probabilmente a ragion veduta — che lo scandalo di Noemi Letizia e delle escort non lo danneggerà più che tanto.
Questo ci dà un’idea di uno degli aspetti fondamentali dello scontro politico italiano, qualcosa che va al di là dell’immenso potere finanziario e mediatico di Berlusconi.
Da una parte abbiamo un popolo, quello di centro sinistra, che con tutti i suoi difetti è ancora fatto di cittadini di una repubblica, convinti della sostanziale uguaglianza di governanti e governati, e del principio di responsabilità dei leader.
Dall’altro abbiano una plebaglia priva di autetici sentimenti civili, culturalmente incapace di concepire le istituzioni se non come rapporto tra un capopopolo e il gregge.
Di una cosa va dato atto a Benito Mussolini. Nei discorsi che teneva dal balcone di Palazzo Venezia, e dalle smorfie che faceva dopo aver strepitato qualcosa al microfono, tirandosi leggermente indietro — ignaro della presenza della cinepresa e del fatto che era iniziata l’era del teleobiettivo — riluce palpabile il suo disprezzo per quella marmaglia adorante giù nella piazza. Si poteva permettere di trattarla come la sua escort.
E’ molto comodo governare gente così, rende la vita più facile.
Potete immaginare chi ha ereditato oggi questa fortunata condizione?http://subecumene.wordpress.com/2009/10/24/gli-italiani-meta-cittadini-e-meta-escort/#more-724
A furia di parlarne, gli iscritti al gruppo di Facebook "Uccidiamo Berlusconi" sono passati da 12mila nel primo pomeriggio a quasi 15mila ora. E questo dimostra una volta di più il teorema di Barnum.
Anche Silvio Berlusconi, come Giulio Tremonti, adesso dice che il posto fisso è “un valore”.
Benissimo. A questo punto dovrebbe seguirne che:
1) Marco Biagi esce dal Pantheon della destra economica italiana.
2) Il fronte berlusconiano smetterà di trarre vanto di aver fatto la Legge 40.
3) Guglielmo Epifani non verrà più additato come mandante morale dell’omicidio di Marco Biagi per aver detto che quella legge faceva schifo.http://subecumene.wordpress.com/
«(…) E’ questa l’ipotesi di un governo totalmente deideologicizzato che si adatta gommosamente agli umori prepolitici della gente: umori che dovendo essere resi compatibili e quindi sommabili, necessitano a loro volta di essere plasmati, orientati e semplificati con un uso smodato di valori semplici, proposti acriticamente attraverso potenti e non contrastabili strumenti di informazione propagandistica nelle mani del governo.
E’ un circolo massmediatico. Una forma di autocrazia che usa per i suoi fini di potere la più efficace delle forme di condizionamento oggi possibile, la comunicazione.
Finché il circolo comunicativo non si interrompe, non è teoricamente concepibile la perdita del potere da parte di chi lo detiene.
Dovrebbe essere, in assenza di forze perturbative esterne fuori controllo, l’invenzione della formula del potere perpetuo.
(…) Se questo progetto andrà in porto, sarà perché glielo sarà stato permesso dall’acquiescenza e dalla cecità degli altri».
Gustavo Zagrebelsky sulla nascita del fenomeno Berlusconi, luglio 1994.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Roma - 19 ott 2009. ''Mi sconvolgono le parole di Pietro Grasso, da un lato sembra quasi giustificare in alcune sue parole la trattativa con la mafia''. Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 in via D'Amelio, a ''24 Mattino'' su Radio 24 per parlare di trattativa tra Stato e mafia. ''Io - ha aggiunto Borsellino - ritengo che se e' vero che la trattativa puo' aver salvato la vita a qualche politico, allora e' vero che la trattativa e' stata barattata con la vita di Paolo Borsellino. Mi sconvolge questo tipo di affermazione''.
''E mi sconvolge anche l'idea di una trattativa - ha detto Borsellino - Io da anni ripeto, prima inascoltato mentre ora mi stanno arrivando conferme anche da parti istituzionali, che mio fratello e' stato ucciso proprio per la trattativa. Mio fratello costituiva un ostacolo a questa trattativa, ritengo addirittura che la veemenza con la quale si e' opposto ad essa ha causato la necessita' di eliminarlo, e anche in fretta. Conoscendo bene mio fratello - ha aggiunto - so che avrebbe portato all'attenzione dell'opinione pubblica questa scellerata trattativa''.
''E' pazzesco - ha aggiunto ancora Borsellino - che se ne parli oggi, 17 anni dopo. Perche' Grasso non ha fatto questa affermazione sulla trattativa nel momento in cui Mancino negava che la trattativa ci fosse stata? Perche' Martelli ha parlato solo ora? Perche' tante persone nelle istituzioni parlano oggi di cose che, se avessero denunciato 15-16 anni fa, avrebbero potuto cambiare le cose?''. Borsellino e' tornato anche sul presunto incontro tra suo fratello e l'allora ministro dell'Interno Mancino, il primo luglio 1992 al Viminale, incontro che Mancino ha sempre negato: ''Ma secondo lei - ha detto - devo credere a quello che dice Mancino o a mio fratello che in una sua agenda, quella grigia, in cui appuntava ora per ora i suoi appuntamenti ha scritto proprio Mancino? Io devo credere a mio fratello che non si puo' essere preconfigurato un falso appuntandosi in un'agenda un incontro che non c'e' stato a futura memoria''.
''Oggi - ha sottolineato - grazie alle rivelazioni di Ciancimino, al papello, posso arrivare a pensare che non sia stato Mancino a prospettare a Paolo la trattativa perche' forse Paolo ne era gia' al corrente. Ma le cose non cambiano perche' il primo luglio, quando Paolo per me ha incontrato certamente Mancino, ne avra' sicuramente parlato di questa trattativa. Mancino ostinatamente nega, io - ha concluso - credo a mio fratello piuttosto che a Mancino''.
Se andate con IPhone sul sito di Repubblica mentre apri si apre una icona che ti obbliga a dare ok x scaricare sul desktop il loro sito, x uscire ho dovuto spegnere!
A questo punto bisogna tirar fuori una frase appropiata "Non c'è più religione". DE BENEDETTISTA AGLI ITALIANI COME PICASSO STA AI FRANCESI=INDIGESTO AGLI OCCHI DELLA GENTE.TANTO..LASCIA QUI TUTTO ANCHE LUIIIIIII..PER FORTUNAAA
Chi sono i fenomeni che hanno inventato 1 centesimo di € ?invece di andare avanti siamo tornati alla pietra .Li perdo sempre e non li trovo più e non compri niente. Silvio ti vogliono attaccare come al Gen. CUSTER,Toro Seduto Coppola ha detto:"non è tempo di sotterrare l'ascia di guerra".Ho paura che la storia verrà invertita.
tugliamo i privelegi alle cooperative,alla CGIL,che è un vero partito politico affiliato alla sinistra.Che servizio sociale svolgono? Lavorano solo per i loro tesserat
Vi ricordate quando in Italia c'era il problema delle nascite?Non era altro che un equilibrio naturale ambientale,adesso il problema che siamo in molti e nel modo?
SCUSA MODY Perkè pubbliki certe porkerie dei sinistri? SPAZIO AZZURRO come dice la scritta, è "dedicato alle opin.degli elett.e dei simpatizz.del PDL" ke centrano gli ODIATORI? ---
[Inverti la storia anche tu, crea il tuo Toro Osborone e mandalo a G.O.D.! Scarica la versione base dell'immagine e quella con i pali di supporto, incollala sul panorama che preferisci e manda tutto a G.O.D. o a me, oppure segnalalo nei commenti.
È per il bene comune, per lo Zeitgeist italico, per rilanciare l'immagine del nostro bel paese.
Il Capo.]http://mirumir.blogspot.com/
Chi tocca i fili muore
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica
Coincidenze. Che volete che siano? Soltanto coincidenze. Poco meno di due settimane fa, viene fuori che il premier è convinto di essere il bersaglio di un complotto internazionale. Vuole scoprire chi tira le fila dell´operazione.
Così chiede aiuto «ai servizi di una potenza amica e non alleata», scrive il Corriere della sera (6 ottobre). Senza giri di parole, Berlusconi implora l´aiutino dell´amico Putin. L´indiscrezione galleggia non smentita per ventiquattro ore. Soltanto quando l´opposizione ne chiede conto con un paio di interrogazioni parlamentari, l´Egoarca salta su e nega tutto, ma la frittata è già fatta. Non sentendogli aprire bocca per un giorno intero, gli uomini del capo si sentono autorizzati in quelle ore a qualche confidenza pericolosa: lui avrebbe chiesto all´amico del Kgb qualche dossier da usare contro i suoi avversari, il capo dello Stato è il primo della lista. Balle, senza dubbio. Come è una coincidenza, soltanto una coincidenza, che il giornale di Berlusconi pubblichi ora un primo dossier delle polizie segrete dell´ex-impero sovietico contro Corrado Augias. Tanto fumo, neppure l´ombra di arrosto in quelle cartacce. Tant´è. Corrado non ha bisogno di essere difeso qui. Lo farà da solo.
Qui interessa ragionare del dispositivo di dominio che Berlusconi ha inaugurato con la politica dello scandalo e sulla necessità, per il premier, dello scandalo come metodo di governo. Detto in altro modo, perché un potere solido nelle alleanze politiche, gratificato da un´imponente maggioranza parlamentare, premiato dal diffuso consenso degli elettori, rinuncia a governare per abbandonarsi a un´aggressione permanente alimentata dalla menzogna?
Le due questioni sono connesse, se si tiene il fuoco sulla menzogna. La menzogna è necessaria a Berlusconi per punire, distruggere e, al tempo stesso, creare. Berlusconi l´ha usata e l´userà a piene mani. Può farlo senza sforzo. Dispone di un agglomerato di potere politico-mediatico-burocratico spaventoso. Non lo utilizza per confutare le ragioni degli avversari o convincere gli altri delle proprie buone ragioni. Lo dispiega per denigrare chi non si conforma, per demolire i perplessi; per punire la reputazione di chi (pochi giornali, qualche testimone) non occulta i "duri fatti"; per screditare la fiducia in chi non si inchina alla sua volontà o convenienza (è accaduto al presidente della Repubblica, al presidente della Camera, ai giudici costituzionali, all´editore, al direttore, al fondatore di questo giornale). È la ragione che, il 3 ottobre, ha spinto centinaia di migliaia di cittadini ad affollare piazza del Popolo in difesa dell´articolo 21 della Costituzione nella convinzione non che, in Italia, non ci sia in assoluto libertà di stampa, ma che sia indispensabile proteggere, come ha detto Roberto Saviano, «la serenità di lavorare, la possibilità di raccontare senza doversi aspettare ritorsioni». Anche chi, ieri, ha mostrato una legittima perplessità per quella protesta, potrà oggi forse convenire che in Italia è sempre più presente e opprimente l´intimidazione per chi si rifiuta di tacere, di dimenticare e omettere; per chi si ostina a smascherare le favole dell´Egoarca lasciando affiorare nella nebulosa "politica narrativa" del Cavaliere la realtà o, più semplicemente, la legge. A costoro è riservata una brutale menzogna e la barbara rappresaglia dei giornali e delle televisioni controllate dal premier. Ne hanno fatto le spese in molti, qualche nome lo abbiamo già fatto (Giorgio Napolitano, Gianfranco Fini, i giudici della Consulta eletti dal Quirinale, Carlo De Benedetti, Ezio Mauro, Eugenio Scalfari). Altri nomi è doveroso ricordare: Veronica Lario, accusata di avere un amante dal Brighella che oggi dirige il giornale del marito; Dino Boffo, direttore dell´Avvenire, umiliato con un documento contraffatto reso pubblico dal giornale dell´Egoarca; Raimondo Mesiano, il giudice civile che ha deciso il risarcimento per la "sentenza Mondadori" comprata dalla Fininvest (inseguito dalle telecamere nascoste di Mediaset, è risultato colpevole di indossare calze turchesi).
Nelle redazioni, in Parlamento, nelle istituzioni c´è oggi la consapevolezza che chi contraddice la "narrazione" dell´Egoarca deve essere pronto a subire una severa lezione perché la sua reputazione sarà minacciata dalla menzogna. Che ha altre due funzioni specifiche nel sistema politico di Berlusconi. Distrugge la trama stessa della realtà; crea una narrazione fantastica che nega eventi, parole e documenti per sostituirli con una scena di cartapesta popolata di verità rovesciate, fantasmi, fumose dicerie, immaginari complotti politici. Così, per stare alle ultime cronache, si deve dire che la Corte costituzionale ha smentito se stessa bocciando la "legge Alfano" (non è vero, dicono schiere di costituzionalisti); che Berlusconi ha subito 106 processi (sono dodici più quattro sospesi). Si deve sostenere che «la sentenza Mondadori è giusta» dimenticando la corruzione del giudice che se l´è lasciata scrivere dai corruttori pagati dalla Fininvest. Si deve dire che nel 1994 il primo governo Berlusconi si sbriciolò per un avviso di garanzia e non per la decisione di Umberto Bossi. Cancellata la realtà, la si può creare come s´inventa una filastrocca ripetendola poi ad infinitum. E dunque: c´è un complotto internazionale di un gruppo editoriale italiano (il gruppo Espresso); c´è l´aggressione di una magistratura politicizzata che vuole distruggere il patrimonio del premier-tycoon; c´è in atto una manovra che vuole espropriare il popolo della sua volontà da parte «della sinistra» e di rappresentanti delle istituzioni che sono «tutti di sinistra». Sul nascondimento della realtà e sulla menzogna Berlusconi costruisce la sua politica che si nutre soltanto di comunicazione e non di azioni e decisioni, tutte risolte nell´annuncio di iniziative che verranno. Condotta esclusivamente sui media e coi media, la politica vuota di Berlusconi, piena soltanto dei suoi privati interessi, deve controllare con pugno di ferro lo spazio mediatico perché è in quel perimetro che è nato, è stato costruito e oggi si deve difendere il suo potere. È questa la ragione che induce il premier a distruggere, a spaventare chi, in quel perimetro, fa il suo lavoro rispettandone la decenza. È questa la ragione che gli suggerisce di non affermare – governando – la legittimità del proprio potere (che peraltro nessuno nega), ma di mostrare come la natura più nascosta di quel potere sia la violenza pura. Un abuso di potere che, sì, colpisce i suoi avversari o critici, ma serve da lezione anche a chi, nel suo schieramento, nel suo esecutivo, vuole essere alleato e consigliere leale e non corifeo e cane fedele.
Quel che abbiamo sotto gli occhi non è, allora, una guerra tra gruppi editoriali né la guerra di un gruppo editoriale contro un governo, come racconta la "narrazione" berlusconiana accettata purtroppo anche da chi vuole essere il sereno custode delle terre di mezzo. Questa banalizzazione, che inventa una «guerra», nasconde la realtà: chi tocca i fili della comunicazione – e quindi della politica e degli interessi dell´Egoarca – mette in gioco la sua reputazione, la sua dignità, il bene più prezioso: il suo buon nome. Bisognerà avere presto molto coraggio, nel mondo dell´informazione, nelle istituzioni, nelle magistrature, per denunciare lo scandalo di una politica che vive di scandali e menzogne.
Basta, e’ venuta l’ora di tirare la linea. Il paese reale, quello democratico, quello delle liberta’, quello dei ciondoli a farfallina, deve scendere sul sentiero di guerra per difendere le istituzioni e i beni di Silvio Berlusconi. Dopo i recenti, inaccettabili attacchi di giudici e toghe comuniste, e’ giunto il momento di imbracciare le armi, unirsi ai 300.000 bergamaschi di Bossi e a quegli arditi che, il giorno stesso del pronunciamento della Corte (In)costituzionale, riandarono con la mente alle 5 giornate ed alzarono improvvisate barricate nel centro di Milano, mentre il popolino della sinistra, fintamente ignaro, continuava a sorseggiare Aglianico e mangiare olive e crema fritta all’ascolana. Il popolo delle liberta’, giustamente scandalizzato per quell’attacco alla democrazia, scendeva dai predellini e bruciava le macchina in piazza, mentre la sinistra beota si bruciava la gola con il prosecco.
Ma noi valorosi, che difendiamo i valori cattolici e dunque Silvio Berlusconi, plaudiamo a quei partigiani della liberta’ che, dopo gli ignobili attacchi di Mesiano e BiffoBoffo – a proposito, che dispiacere che hai dato ai tuoi genitori, che adesso sanno di avere un figlio gay! – sono entrati in clandestinita’ assieme al direttore della Voce di Rimini Franco Fregni e all’intellettuale cattolico Bruno Sacchini, ancora alla macchia per contrastare l’entrata in commercio della RU486. Ma ve lo potete scordare: la pillola della morte non sara’ mai disponibile sul nostro suolo sacro, ogni confezione che viene spillata e Gesu’ piange, e noi Gesu’ non lo vogliamo far piangere, mai. E poi, ci riconosciamo – ma no, e’ troppo poco, rendiamo grazie! -alle geniali parole del ministro Scajola, che ha reso inutili migliaia di studi pseudo-scientifici, ore di pallosissime conferenze e quintali di pagine e pagine – quanti alberi si potevano salvare! - e fregnacce del genere affermando proprio poche ore fa che “la sessualita’ e’ tra maschio e femmina”.
Si parla tanto di cambiare la Costituzione: ma perche’ sprecare tanto tempo, quando come ben sappiamo e’ stata scritta dai comunisti e quindi tanto vale stracciarla? E allora via, diamo le chiavi dello stato in mano alla nostra classe dirigente, ai Mantovano, ai Quagliariello, ai Gasparri, alle Gelmini, che i risultati gia’ si stanno vedendo. E basta con i deliri neocomunisti di un Urso o di un Fini, sull’ora di Islam insegnata a scuola! Che l’andassero ad imparare da Al-Qaeda il loro Islam, gli sporchi musulmani! Ma siamo fiduciosi, quando Maria Stella si erge a difensore dei valori cattolici, i risultati sono decisivi quasi quanto l’arcigna opera di ricristianizzazione portata avanti da Anskij, Ghino e i loro confratelli di fede.
Infatti, dice che vuole il voto per l’ora di religione, Maria Stella, ma sara’ sufficiente? Anskij e Ghino non vogliono fermarsi al semplice riallineamento dell’ora di religione cattolica, qui serve ben altro, come una completa riscrittura del curriculum scolastico in chiave cristiana, di diritto naturale e difesa delle tradizioni cattoliche in Italia. Basta scienze, ma avanti col disegno intelligente degli scienziati “piu’ preparati” e delle “ricerche piu’ avanzate”, indicati da Padre Livio Fanzaga; basta codice civile o cazzate varie, ma abituiamoci alle folgoranti visioni di Renato Farina, secondo il quale “uccidere un gay e’ meno grave che uccidere un padre di famiglia”; al posto dell’ora di ginnastica, una bella riproposizione della via crucis in onore di nostro signore ed insegnamento di marce e composizione di squadracce, al fine di sostenere fattivamente le istanze degli altri camerati che in ogni parte d’Italia, contro trans e froci, stanno finalmente riportando la moralita’ a livelli accettabili.
Ma soprattutto, vigilare. I loschi disegni dei comunisti sono ovunque: non appena D’Alema smette di parlare d’affari con Berlusconi, riprende subito le sue trame. E quindi uniti, popolo delle liberta’, in nome di Silvio, Marina, Barbara, Piersilvio, Luigi e tutti gli altri. L’Italia sono loro, siamo noi, ma solo se siamo loro.http://anskijeghino.wordpress.com/
Grazie al sito più comico della blogosfera si può vedere Berlusconi raccontare che grazie a lui gli Usa e la Russia hanno firmato un trattato per la riduzione delle armi nucleari. Sembra di sentire le panzane raccontate dagli ubriachi al bar. Peccato solo che era il presidente del consiglio che parlava alla Festa del PDL.
Io vi dico i sintomi e voi traetene le conclusioni: il paziente evidenzia un senso grandioso di importanza (per esempio, esagera risultati, si aspetta di essere notato come superiore senza un'adeguata motivazione); è assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza e potenza sessuale; crede di essere speciale e unico; richiede eccessiva ammirazione; ha la sensazione che tutto gli sia dovuto; si approfitta degli altri per i propri scopi; crede che gli altri lo invidino; mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi; se non si ritiene abbastanza ammirato può soffrire di manie di persecuzione; crede che il disturbo narcisistico della personalità sia un'invenzione della psichiatria comunista.http://formamentis.splinder.com/
Il pesce rosso, oltre ad essere oramai diventato l’animale di compagnia più compatibile e quindi culturalmente anche simbolo del consumismo dei nostri tempi, ha sempre portato con se la triste fama di smemorato. Una memoria addirittura di soli tre secondi. Il suo paragone con l’On. Massimo D’Alema non vuole essere chiaramente offensivo, ma solo utile per spiegare i fatti di questi giorni, ma che prima meritano, per comprendere più a fondo questo ragionamento, un veloce riepilogo del decennio politico precedente. Nel 1997 l’allora Governo Prodi, spinto da una voglia di riformismo improvviso, istituì la Commissione Parlamentare per le Riforme Costituzionali chiamata poi più semplicemente Bicamerale, checon i voti importanti di Forza Italia elesse a suo presidente Massimo D’Alema.
L’ istituzione di questa commissione era chiaramente mossa da ogni buon proposito e votata alla revisione di ampie parti della Costituzione, tra cui la anche le modifiche del sistema giudiziario e l’aumento dei poteri del Premier. Purtroppo, dopo un anno esatto di lavoro, arrivò al capolinea, poiché il 1 febbraio 2008 l’allora capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, ribaltando completamente la sua posizione a riguardo, fece fallire questo progetto. Un fallimento che causò non pochi problemi all’allora governo e che invece rafforzo e rinvigorì lo stesso Berlusconi, e a detta di molti, anche lo stesso d’Alema, nemmeno scalfito da questo fallimento:
«E da questa rottura comincia la sua rivincita. Anche perché egli non pagò alcun prezzo e fu anzi aiutato dalla campagna sull’inciucio che, sostenuta in modo aspro anche da una parte della opinione del centro-sinistra, gli spianò la strada scaricandolo di ogni responsabilità per aver fatto fallire le riforme costituzionali».
L’economista Paolo Sylos Labini alcuni anni dopo spiegò che con Berlusconi «la legittimazione politica scattò automaticamente» proprio a causa di questa Bicamerale e che, sempre secondo Labini «non era possibile combatterlo avendolo come partner per riformare niente meno che la Costituzione, con l’aggravante che l’agenda fu surrettiziamente allargata includendo la riforma della giustizia, all’inizio non prevista. E la responsabilità dei leader dei Ds fu gravissima».
Ora, ai giorni nostri e pur sempre con le dovute sfumature che giustamente la differenziano, la storia sembra volersi ripetere. C’è sempre un Silvio Berlusconi, questa volta premier, in difficoltà per via dei tantissimi problemi che in questi mesi lo hanno bersagliato e culminati nella recente pronuncia e cancellazione ad opera della Consulta della “Legge Alfano“. La sua reazione e i duri attacchi ad ogni istituzione competente non hanno fatto breccia nel cuore degli italiani, come indicano chiaramente i sondaggi che lo vedono ai minimi storici e per la prima volta in un drastico calo di consensi con un meno 17% rispetto a un anno. Anche se il premier sostiene che un’imprecisata maggioranza del 70% degli italiani lo appoggia.
In tutto questo pantano fa capolino Massimo D’Alema, che in un incontro casuale con il premier, avvenuto nel contesto della presentazione dell’alleanza tra Malpensa e Fiumicino a Villa Madama. Artefice della reunion, neanche ha dirlo, è stato Gianni Letta, che secondo fonti giornalistiche, prendendo sotto braccetto il “leader maximo” del PD, lo ha avvicinato al Cavaliere. Si è denotato in questa occasione un cordialissimo scambio di battute con un D’Alema: «Sono qui perché sulle cose importanti che riguardano il futuro del Paese, io ci sono» e un Berlusconi ha controbattuto che «Ci vorrebbero più occasioni di trovarsi insieme nell’interesse del paese. Io lo dico sempre». Un dialogo con un premier molto propositivo «Il più felice sarei io, spero che di occasioni come questa ce ne siano altre» e un D’Alema che non si nasconde: «Io sono sempre pronto».
Il pesce rosso è smemorato, anche se per essere onesti una cosa bisogna dirla: E’ una bufala. I pesci rossi non hanno poca memoria ed è uno studio della Playmounth a stabilire che questi simpatici animali ricordano per ben tre mesi e distinguono forme, colori e suoni. Il peccato è che le liste per le primarie siano già state fatte.http://www.dirittodicritica.com/2009/10/16/il-pesce-rosso-dalema/#more-2865
Quando mi dicono che fede e ragione possono andare d’accordo, penso al ponte sullo stretto di Messina. Il progetto, c’è. E la piramide è indispensabile, strepita il faraone. Avrà qualche puntello di calcolo razionale, il ponte, figuriamoci se non ce l’ha. Cifre che la ragione dichiara inoppugnabili fino a sisma contrario (in un’area ad alto rischio sismico), e però bisognevoli di fede più che di collaudo straordinario: la fede nell’indispensabilità del ponte. Retto dalla ragione, il ponte necessita di fede per reggere davvero.
Ho solo una domanda: è tanto indispensabile che lo ricostruiamo subito se un terremoto lo butta giù? Stabiliamolo prima, così fortifichiamo la fede. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Da voi la TV presenta come strano un giudice che va dal barbiere e fa avanti e indietro, mentre un pres-del-consiglio che va a mignotte, fa i festini con decine di ragazze, invita minorenni alle feste e annulla appuntamenti ufficiali per fare quello di cui sopra, non viene presentato per niente.
Siete messi proprio maluccio.
Berlusconi a Matrix, sostenendo che i giudici hanno cominciato a occuparsi di lui solo per demolire la sua carriera politica: “Non ho mai avuto processi prima della mia discesa in campo”
Repubblica — 14 febbraio 1990
VENEZIA Dopo l’ impugnazione da parte della Procura generale di Venezia della sentenza che proscioglieva Silvio Berlusconi, accusato di falsa testimonianza, l’ imprenditore milanese è stato convocato per il 2 maggio prossimo dal giudice veneziano Luigi Lanza, davanti al quale dovrebbe rispondere dello stesso reato. Berlusconi ha ricevuto la convocazione nei giorni scorsi, ma potrebbe anche rinunciare a comparire e chiedere che nei suoi confronti venga applicata l’ amnistia (un nuovo provvedimento di clemenza, infatti, dovrebbe essere approvato entro il mese di aprile). In caso contrario, dopo l’ interrogatorio dovrebbe attendere le decisioni della Corte veneziana.http://www.wittgenstein.it/page/2/
Disossare.
E' questo il fine del moderno dittatore.
La dittatura calssica si attrezzava con apparati violenti per reprimere la reazione dei dissidenti.
Quella moderna disossa: priva i soggetti della voglia o dei mezzi per reagire.
Una scuola debole crea insicurezza critica
Un lavoro precario crea insicurezza economica.
Così, minata dalle insicurezze, la dissidenza si depotenzia prima di maturare un'azione critica.
Senza bisogno di manganelli.
E l'impegno per la manutenzione della democrazia diventa un peso tutto sulle spalle della parte consapevole, delle già esigua minoranza istruita e occupata.
Troppo poco per una nazione democratica.
Istruzione e lavoro vertrebano la democrazia.
Se di questi elementi ne manca uno, gli altri si atrofizzano.
Al Newsweek sono eccitatissimi dall'iniziativa della Brambilla sulle belle notizie che verranno dall'Italia. Si sono portati avanti e hanno messo il Berlusca in prima pagina (sfondo nero e testo bianco, Dump Berlusconi). Qui l'Articolo, catastrofista anti-italiano etc etc.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Se è un complotto, è mondiale. Coinvolge tutta la grande stampa internazionale, senza distinzioni fra conservatori e progressisti. Ieri Newsweek e l’Observer, oggi il Washington Post portano avanti la campagna di “sputtanamento” dell’Italia - secondo quel che sostengono i tanti replicanti delle baggianate del padrone. E’ vero il contrario: questo governo squalifica l’Italia in tutto il mondo. Non servirà il pronto intervento degli ambasciatori, comandati con sprezzo del ridicolo a rintuzzare le critiche dei media internazionali, né la “task force” istituita o forse soltanto annunciata da Maria Vittoria Brambilla per tutelare il buon nome di “Magic Italy”. Fin quando non si volterà pagina, l’Italia verrà percepita all’estero come uno staterello bananiero, un paradiso penale e fiscale dominato da un cartello di impresentabili. Ed è una percezione corrispondente al vero. Altro che “complotto antitaliano”! Ben vengano le critiche della stampa e della cultura internazionali.
Sul sito Italia dall’estero una rassegna di traduzioni di articoli della stampa internazionale.
L'educazione e il 'saper vivere' non si comprano. Qui a Washington, anche se non se ne parla a livello ufficiale, le foto che ritraggono il Premier italiano che si lascia andare a gesti sguaiati di apprezzamento fissando in zona pubica il vestito di Michelle Obama sono ancora oggetto di derisione negli incontri serali intorno ad una tavola con qualche diplomatico occidentale. Questo episodio si inquadra in una casistica che ha raggiunto il suo diapason con il reiterato "abbronzato" rivolto al giovane Presidente degli Stati Uniti ed anche alla moglie. Per chi vive in America da anni e' un motivo di profondo sconcerto il fatto che milioni di amati concittadini che vivono nella Penisola non si rendano conto che le battute e i comportamenti goliardici o da spogliatoio di una squadra di calcio non fanno parte della dotazione strumentale di uno statista. Soprattutto quando impegnato in missioni all'estero nelle quali rappresenta l'Italia anche con il suo "body language". Tanto per essere chiari: uno come Gianni Agnelli (anche se oggetto di invidie e critiche) ha sempre rappresentato il suo paese di nascita in modo elegante, riuscendo a diventare un apprezzato punto di riferimento del modo di essere 'italiano'. Lui era nato con il cucchiaio d'argento in bocca, ma l'educazione gliela avevano insegnata giorno dopo giorno.
Tommaso Labate per il Riformista (ripreso da Dagospia)
Nessun capo di Stato lo abbraccia. E, soprattutto, nessuna first lady lo bacia più. Non solo: in molti, come ha dimostrato la stretta di mano a distanza che gli ha concesso Michelle Obama all'ultimo G20 di Pittsbourgh, cercano di tenerlo a distanza il più possibile. Perché negli ultimi grandi appuntamenti internazionali, a cominciare dal G8, il gotha della politica mondiale sembra tenere alla larga Silvio Berlusconi senza che lui reagisca sovvertendo il protocollo costituito, anzi dimostrando all'Aquila un'inusuale compostezza? La chiave del giallo sta in una segretissima nota del Quai d'Orsay, ministero degli esteri francese, recapitata alla Farnesina a inizio luglio, pochi giorni prima dell'inizio del G8 aquilano. Nel documento c'erano chiarissime indicazioni sui «gesti» che Parigi avrebbe ammesso durante le foto e le riprese video del vertice, considerando - era il sottotesto - «non gradito» qualsivoglia fuori programma. Le condizioni erano precisamente indicate. E non solo dalla Francia, visto che anche le cancellerie di Londra e Berlino s'erano mosse, sempre in via ufficiosa, nella medesima direzione. Viste le imminenti elezioni politiche, che poi l'hanno vista vincitrice, Angela Merkel temeva l'impatto pressoopinione pubblica di riprese e/o fotografie «poco ortodosse» con un Berlusconi che, allora anche più di oggi, era nel mirino della stampa (soprattutto estera) per le escort. Allo stesso modo la Gran Bretagna voleva evitare il remake dell'incidente del G20 precedente, quando sua maestà Elisabetta aveva dovuto rimproverare il Cavaliere urlante («Mister Obamaaa, mister Obamaaa») durante la foto finale. Infine la Francia, probabilmente, voleva scongiurare il pericolo che Carlà diventasse suo malgrado oggetto delle galanterie del Berluscon cortese. E infatti la first lady francese disertò tutte le occasioni ufficiali e gli incontri col presidente del Consiglio. Da allora, niente baci niente abbracci durante i summit. Una legge contra personam che il premier italiano, suo malgrado, dovrà rispettare.
“Quando il premier si rivolge alla magistratura perchè gli hanno dato del ‘buffone’ la magistratura dice che è stata una goliardata. Anche per questo occorre chiarire il rapporto tra istituzioni e magistrati”.
Così oggi il “premier” a Benevento. FALSO.
La magistratura, assolvendomi dopo tre anni e mezzo di regolari processi, NON ha scritto che si trattò di una goliardata, ma dell’esercizio del diritto di critica politica, provata dal resto delle frasi che quel giorno rivolsi all’imputato in fuga: fatti processare, rispetta la Costituzione ecc. ecc.
Anche per questo - cioé per garantire il cittadino dagli abusi e dalle vendette del potere (spina dorsale del magistrato di turno permettendo) - occorre mantenere la funzione giudiziaria indipendente dal governo.
Di passaggio, è sempre bene ricordare che - al contrario di quel che il “premier” ripete ossessivamente da anni e ha dichiarato anche oggi a Benevento - il presidente del consiglio dei ministri, secondo la Costituzione italiana, NON è eletto dal popolo. Ma designato dal presidente della repubblica e “fiduciato” insieme al governo dal parlamento. I cittadini votano una coalizione di partiti (peraltro con minimo potere di scelta dei parlamentari,grazie alla “porcata” Calderoli), NON il capo del governo. Il fatto che da qualche anno sulle schede elettorali si trovi il cognome di una persona (l’imputato eternamente in fuga dai processi che s’è appropriato della parola Libertà), è una forzatura di marketing priva di valore giuridico e incompatibile con l’ordinamento costituzionale, visto che fino a prova contraria la nostra è una repubblica parlamentare, NON presidenziale.
Non solo. Anche sul piano numerico, dire che “il popolo” o “la maggioranza degli italiani” ha votato per l’attuale “premier” o per l’attuale maggioranza parlamentare è FALSO. La gran maggioranza degli aventi diritto al voto (tra voti dispersi per partiti senza quorum, voti all’attuale opposizione, astenuti, schede bianche e nulle) NON ha votato per la coalizione guidata da Silvio Berlusconi. (cfr. dati ufficiali elezioni europee 2009)
Infine, appellarsi al voto popolare o addirittura al surrogato dei sondaggi (che immancabilmente registrano un consenso straripante e perfino “imbarazzante” per il committente) al fine di mettersi al di sopra della legge ed eliminare le mediazioni è contrario allo spirito della democrazia costituzionale. Perché in democrazia il principio di maggioranza NON è l’unica regola e nel rispetto delle altre regole (il principio di uguaglianza, la separazione dei poteri, la funzione delle istituzioni di garanzia, le prerogative del parlamento e dell’opposizione) risiede la fondamentale differenza fra governare e comandare.
E’ l’ABC della democrazia, lo so bene. Ma oggi è tempo di abbecedario.
Sarebbe il caso che gli oppositori morigerati, oggi riuniti a congresso, lo riprendessero in mano per replicare colpo su colpo a tutte queste spudorate mistificazioni populiste. Fa riferimento al tema su Repubblica di oggi Ilvo Diamanti. http://www.pieroricca.org/
Il direttore del New York Times "Pronto a rispondergli"
Francesca Paci
Maurizio Molinari
La Stampa
La «stampa estera» non ci sta. I direttori dei giornali anglosassoni non amano essere trascinati nella polemica, soprattutto se legata alle vicende interne di un Paese straniero. La risposta, in questi casi, è generalmente un no comment: «Sono le nostre cronache a parlare». Stavolta però, il j’accuse di Silvio Berlusconi è diretto, troppo per rinunciare, sia pur in nome del fair play, al diritto di replica.
«Succede spesso che i premier se la prendano con la stampa estera e la usino a mo' di capro espiatorio, ma non mi è mai capitato nessuno che, come Berlusconi, avesse un tale disprezzo per la realtà dei fatti» osserva Bill Emmott, ex direttore dell'Economist, il settimanale britannico che incrocia le armi con il nostro capo del governo sin dal 2001, quando, a ridosso delle elezioni che l'avrebbero portato al potere, lo definì «inadatto a governare l’Italia».
Le parole sono pietre e rimbalzano lontano. Il direttore del New York Times Bill Keller se le trova sulla scrivania di primo mattino. «Se Berlusconi ha particolari rimostranze nei confronti della nostra copertura mi piacerebbe ascoltarle, sono pronto a rispondergli. Non c'è motivo per me di rispondere ad affermazioni generiche» commenta tagliando corto. L'unica sfida che conta oggi, nella redazione progettata da Renzo Piano, è quella dei talebani in Afghanistan. Quel che colpisce, negli Usa come in Gran Bretagna, è la durezza dell'affondo. Al Financial Times, il quotidiano economico della City, le bocche sono cucite ma gli occhi tradiscono sorpresa. Nessuno afferra davvero la logica. Il Financial Times, a differenza dei giornali di Murdoch, non ha interessi in Italia e fatica a comprendere l'anatema berlusconiano, a meno di leggervi la reazione di un politico in difficoltà che si difende dalle critiche mediatiche, a cui non è abituato, attaccando.
Non che in passato Berlusconi avesse lesinato critiche ai corrispondenti esteri. Ma si trattava per lo più di battute. «E' sconcertante che il primo ministro italiano possa reagire in questo modo alla copertura della stampa straniera - nota Alan Rusbridger, numero uno dello storico Guardian -. Sembra incapace di distinguere tra le critiche dirette a lui e quelle al suo Paese. La sua idea di stampa indipendente appare piuttosto strana a molti giornalisti europei».
Gli inglesi in realtà cortocircuitano con il ruolo di Berlusconi prima ancora che con il suo pensiero. «Nel Regno Unito un imprenditore che avesse un tale controllo sui media non potrebbe mai diventare primo ministro» continua Bill Emmott. Magari ci sarà pure un pizzico di pregiudizio, ma nulla che ecceda la dose standard: «La copertura giornalistica di un Paese straniero riflette sempre un po' gli stereotipi che ci sono su quel Paese. Succederà di certo anche ai corrispondenti italiani. Ammesso che in Gran Bretagna esistano cliché sull'Italia, ce ne sono altrettanti su Spagna, Francia, Germania». E se le critiche giornalistiche di Londra, New York, Parigi, finissero per rafforzare l'immagine di Berlusconi tra gli italiani? «La gente considera i media arroganti. La radice del successo di Berlusconi però è nel suo ottimismo, la positività ai confini della realtà, il vantaggio garantitogli dalla cattiva reputazione della sinistra che come alternativa non è migliore».
Passa un giorno dai funreali della frana di Messina, causata da anni di abusivismo a go-go, e il centro destra si prepara alla prossima porcata: una legge regionale in Lombardia per assegnare al presidente della regione tutte le competenze per la realizzazione delle opere della Expo e così evitare le verifiche di impatto ambientale.
Poi tutti a piangere le vittime dell'inondazione, e tutti a dire "le case come in Abruzzo", blabla.http://carlettodarwin.blogspot.com/
È un gioco a premi che consiste nell'osservare un fenomeno politico, nel caso in questione il Nobel di Obama, e rosicare, ma rosicare, ma rosicare tantissimo. Perchè è troppo presto e perchè è troppo tardi, perchè sù e giù, perchè i risultati, perchè le aspettative.
Ricordatevi poi del tizio a cui date il favore politico in Italia e ricordatevi che, mentre eleggevano Obama, andava a mignotte invece di festeggiare.
Poi ricominciate a rosicare, ma rosicare, ma rosicare tantissimo.http://carlettodarwin.blogspot.com/
“Che fine ha fatto Tony Binarelli?”. Questo mi chiedeva, con ossessività inconsolabile, Luigi Amicone stanotte dopo il quinto giro di cedrata guatemalteca (allungata col rododendro sdrucciolo). Gliel’avevo passata per affogare nell’alcol i dolori del Lodo, ingiustamente divelto dalla Consulta, sperando negli effetti abbacinanti delle Ericaceae macerate. Di solito funziona, ma più Luigi beveva e più mi raccontava di quella volta che era piccolo e guardava in tivù i giochi illusionistici di Tony Binarelli con Claudio Brachino e Laura Ravetto (di cui è, come me, segretamente innamorato). Da quella volta Amicone ci ha la fissa con Binarelli. Va capito.
Secondo Luigi, la bocciatura del Lodo Alfano è la mossa più esecrabile della minoranza golpista che governa questo paese, insufflandolo di demoniaca criminosità.
Ha pianto molto, Amicone. Vederlo così mi ha fatto male. Se avete un dvd di Binarelli, mandatelo al fermo posta di Flores D’Arcais (poi lui me lo girerà, usando un uccello migratore marxista per postino).
La forza del centrodestra è però quella di reagire con serenità alle traversie bolsceviche della storia. Ieri nessuno è andato sopra le righe: nessuno. E sì che ce n’era motivo. Quei comunisti della Consulta, organo notoriamente stalinista, hanno dato un colpo ferale alla democrazia italiana. Al male non c’è davvero mai fine (e io che credevo che l’Armageddon fossero gli articoli di Piero Valesio).
Quanto dolore, ieri, guardando la tivù. Per forza che poi uno si dà alla cedrata guatemalteca: è l’unica salvezza. Umberto Bossi ha detto che scenderà in piazza con i Galli, e non si è capito se la sua fosse un’immagine squisitamente campestre o se piuttosto alludesse a Calderoli quale novello Obelix. Adolfo Urso, che già con quel nome non parte facilitato (peggio sarebbe solo Benito Perego), trascinava stancamente le sue floride membra linguistiche nello scantinato trotzkista di Ilaria d’Amico a La7. Maurizio Belpietro, col suo prognatismo bulimico, trasudava la consueta simpatia abbacinante (cit), minacciando di abbandonare lo studio se non lo facevano parlare almeno sette ore e mezzo senza interruzioni. E poi c’era lui, Maurizio Lupi, il grandissimo Lupi, uno che quando parla sa cosa dice ma non lo sanno gli altri, improvvisamente vittima di una mutazione genetica: le orecchie da Spock, il viso quadrato come un Playmobil uscito sghembo dalla fabbrica, lo sguardo arguto di chi ha capito che il triangolo si chiama così perché non ha quattro angoli (ma tre).
Quanto dolore, quanta mestizia. Che scenario post-atomico. E voi che godete di tutto questo, che leggete le menate di Travaglio, che tintinnate con le vostre manette attaccate alla cintura quasi che fossero portachiavi proletari.
Siete davvero dei delinquenti senza cuore (cit).
Fortunatamente c’è chi ha saputo fotografare con lucidità la situazione, unendo l’aplomb di Brunetta con la propensione alla digressione intellettuale di Gasparri. Ecco i tre interventi che più di tutti hanno saputo interpretare l’incresciosa situazione contingente. Vagliamoli (?).
La silloge bondiana. Also sprachSandro Bondi: “Ogni giorno sono stupefatto (si intuisce dalla pettinatura) dalla determinazione, dal coraggio e dalla forza morale che il Presidente del Consiglio esprime di fronte a quello che di sconcertante accade da quasi 20 anni in questo sventurato Paese (sventurato è la parola giusta). Dobbiamo sapere tutti che senza di lui, senza la testimonianza quasi eroica (togli il quasi, cribbio) e certamente commovente (molto commovente) che offre al servizio della libertà, della democrazia e dello sviluppo dell’Italia, saremmo tutti privati della possibilità di guardare al futuro con un minimo di speranza”. Bravo Bondi. Di lui mi piace la misura, il coraggio intellettuale, quel suo non essere mai servile. Quelle sue iperboli a metà strada tra Milan Channel e l’Istituto Luce. Daje Sandrino.
Il Fede addolorato. Eravamo tutti convinti che Emilio Fede non avrebbe mai più sofferto come quella volta delle bandierine prodiane dopo le elezioni del ‘96. E invece. Ieri è andato in onda alle 19, poco dopo la sentenza della Consulta. Era devastato. Vi segnalo il reperto audio-video.
Lo si analizzi, con la consueta dovizia. Premetto: ha parlato tre minuti senza dire niente. Ma non tutti possono avere la profondità di Angusto Minzolini.
“L’opposizione… Pifdnd (Pierferdinando) che dice Non è….ehh (ehh)…in questo paese dicepierdndcasin (traduco:dice Pier Ferdinando Casini) che fa parte dell’opposizione… non c’entra Di Pietro e quello che dice Di Pietro non ci interessa (ma infatti: andasse pure a sculacciare le antilopi del Caucaso, quel mona di Di Pietro)… In questo paese dice (chi?) in questo paese c’è scarsa attitudine a rispettare le leggi soprattutto le sentenze (è una critica a Berlusconi, ma Fede pensava che il soggetto fosse Belfagor e quindi non l’ha censurata)… Non è un giudizio universale (quale?) la Corte Costuzionale ha espresso una legge che si è rivlt eeehh ahhhh ghrmrhngtr a questo (chiarissimo). Naturalmente (certo, naturalmente) il Governo dice Casini che ha preso il voto degli elettori (chi li ha presi i voti, Casini? CHI è il soggetto, porca miseria?) deve continuare a fare il suo lavoro a occuparsi cioè del problema degli itlniii (???) che vengono prima di quelli (prima di chi?)… che possono essere contenuti…nella sentenza o il risultato (ma il risultato di che? E poi la sentenza cosa contiene? Gli italiani? Mah). Per Gaetano Pecorella, che è uno degli avvocati che ha difeso davanti alla corte il Lodo Alfano (con risultati straordinari, aggiungerei) il risultato dice non cambia il quadro politico… il risultato la sentenza qualunque essa sia (addio, è andato in loop: resettate Emilio) Se fosse negativo (è negativo) non sarebbeunasentzadicndnaberluscmarim (qui si è sfiorato l’embolo)…riaprirebbe soltanto i processi (hai detto niente)”.
Qui c’è una pausa satura di dramma interiore. Si prosegua con l’esegesi.
“Poi naaaaaa…. (gesticola con fare ansiogeno, se gli avessero sterminato la collezione dei Trudini avrebbe sofferto di meno)… la Lodo (”la Lodo”, certo. E magari pure “Le Alfano”, “Gli Governo”, “I Italia”: articoli in libertà, come la Costituzione) è stato respintoooo (effetto eco-rinculo) non all’unanimità ma a maggioranza (una consolazione, il gol della bandiera lo avete fatto: Leonardo si è fermato molto prima). Eeeehhhhhh (eeeehhhhh)….Cicchitto (oh ecco, Cicchitto lo volevo) dalla Consulta un attacco a Berlusconi (ma chi lo dice? Cicchitto? Fede? E stai calmo, Emilio, che poi non ti capisco) Berlusconi dice orailpopoloitalianodovràfarsentirelasuavoce (qui si è rischiata la sincope) ma… questa è…. Fa parte..ggghm ggghm (toh, ora Fede parla come Java di Martyn Mystère, che però - duole dirlo - si fa capire meglio)… del…diciamo delle…reazioni a caldo (ma COSA dici, Emilio? Sicuro di star bene? Vuoi una Cedrata Guatemalteca anche tu?). Buttiglione dice (ma chi se ne frega di Buttiglione, via) Si rispetti il pronunciamento della Corte Costituzionale ma questo non vuol dire dimissioni né elezioni (sempre arguto, Buttiglione). Eeeeh…chhhh..av…dettoooo (ma che è, un telegrafo rotto?)… il restoooooo…con riflessione (oddio lo stiamo perdendo) legittima e si potrebbe aggiungere serena ammesso che uahhhhhhhhhh il Presdconsiglio (crasi che sta per “Premier”) potesse essere sereno in queste ore (serenissimo, lo vedremo tra poco) ma certamente già convinto da ieri di quello che sarà….eeeeeehhhh…saranno i problemi da affrontare (niente dai, io oggi non ti capisco)…. E ha detto Comunque vada io vado avanti perché devo guidare questo paese legittimato dalla ehhh maggioranza degli elettori (non ti vedo bene, Emilio). Non cambia secondo me… non so cosa diranno i sondaggi (mi sa che in questo momento non sai molte cose, Emilio) ma son quasi convinto che seeeee era ieri il 68 virgola otto (sempre precisi, ’sti sondaggi: 68, non 67 o 79. 68.8. Precisi) di fiducia in Berlusconi ehhh domani o dopodomani sarà forse di più (e qui sono d’accordo) perché si aggiunge a tanti altri di problemi (eeehhh?) e comunque non cambia il quadro politico (sì Emilio, questa è l’unica cosa che abbiamo capito)…tutt’altro”.
Ancora una pausa straziante, poi il finale.
“Eeeeeehhhhh….ghhhhm (ancora il neanderthaliano Java)….c’è Bossi (oh ecco, Bossi mi mancava: che dice quel mattacchione dell’Umberto?)…dice….eeehhhh cosa dice Bossi? (addio, parla da solo)…. Ha espresso naturalmente solidarietà al Presidente del Consiglio (certo: naturalmente)… poi ha detto Andiamo avanti non ci piegano (qui secondo me c’era anche un “cazzo!” rafforzativo, Bossi parla così, ma è stato omesso in rispetto alle casalinghe di Voghera)… ehhhh… nemmeno pupazzocontoggghhh (???????) parla del suo incontroconsilvioberlusconidicendonemmenoluivuoleleelezionianticipate (quando Fede accelera, non è mai un bel segno). L’ho trovato forte e questo mi ha fatto molto piacere l’ho trovato deciso a combattere (ma chi è che sta parlando adesso, Bossi? Fede? Adolfo Urso? Non si sa)… Devo dire che di questo non ci possono essere dubbi (sulla grammatica, magari, un po’ di dubbi sì). Mmmmmmmmhhhhhh (oddio, perché ora muggisce?) Bersani (ah, è Bersani che lo rende ruminante) che è il candidato legittimo (lo decide lui chi è legittimo e chi no) quello che certamente andrà al posto di Franceschini che certamente ha fatto il suo tempo (questo, va detto, è ineccepibile)…. Ehhhhh (ehhhhhh) tra laaaaaa (trallallero-llero-lla) aaaaaaaaaaaahhhh (sì, è andato) alla segreteria del Partito Democratico Mi pare che la decisione metta un punto fermo e dica che senza una legge costituzionale Berlusconi e le alte cariche sono cittadini come tutti gli altri e sono tenuti a sottoporsi a giudizio (virgole mai, eh) Berlusconi continua a fare… continui (ecco, magari il congiuntivo è meglio) a fare il suo mestiere sapendo che poiiii cisi…cisi.. (cisi che?) ci saranno ooohhhh i processi davanti ai quali lui ha detto (lui chi? Bersani? Berlusconi? Biribicchio? SPIEGATI, Emilio, diamine. Sembri il codice fiscale di Martufello) Ma io vado in tribunale sono pronto a tutto a difendermi come ha fatto da tanto tempo (sì, dalla Banca Rasini) se ricordiamo ttoqllabbiamofatto (traduco: tutto quello che abbiamo fatto)”.
Qui Fede è svenuto. Gli siamo vicini.
Il Berlusca Avvelenato. Ecco il terzo e ultimo reperto. Tutto si può dire, di Silvio Berlusconi, tranne che sia iracondo. Lui non sbaglia mai una parola. Certo, i soliti garantisti diranno ora che è stato irrispettoso con il Presidente della Repubblica (”Mi aveva promesso che avrebbe garantito sulla Consulta, lui li conosce quelli di sinistra”), che è stato sgarbato con Rosy Bindi (”Lei è più bella che intelligente”, battutona peraltro non sua ma di Vittorio Sgarbi). E si potrebbe eccepire (cit) sul suo essersi presentato al Cardinal Bertone, che in via teorica di santità dovrebbe intendersi, come “San Silvio da Arcore”.
Dettagli marginali. E’ il discorso pronunciato a caldo davanti ai cronisti che ci consegna il Berlusconi d’annata. Un uomo sereno, rispettoso delle regole, unicamente teso agli interessi del Paese e piacevolissimo nell’eloquio. A me quasi erotizza, veramente.
Ascoltiamolo e carichiamoci tutti.
“Niente (quando uno comincia una frase con “Niente”, quasi sempre gli girano le palle) non succede nulla (proprio nulla)… Andiamo avanti abbiamo governato cinque anni con o senza Lodo andiamo avanti (si sta incazzando, occhio). Io non ci ho mai creduto (disse la volpe all’uva) perché con una Corte Costituzionale con 11 giudici di sinistra (undici, non uno di più, non uno di meno: il voto poi è stato 9 a 6, evidentemente due dei comunisti si son fatti dettare il voto da Latorre) era impossibile che approvassero questo. Dopotutto voglio dire eehhh la la la (la la la) la sintesi qual è: Menomale che Silvio c’è (certo, come no. E’ proprio la sintesi che viene in mente a tutti noi. Uno sente la notizia della Consulta e pensa d’acchito: “Menomale che Silvio c’è”. Un ragionamento molto logico, Silvio: un po’ come se Azeglio Vicini a Italia ‘90, dopo la semifinale con l’Argentina, avesse detto: “La sintesi qual è? Menomale che Zenga c’è”). Perché se non ci fosse Silvio (solo Alberto Tomba, nella storia recente, parlava di se stesso in terza persona) con tutto il suo governo e con il supporto del 70 percento (70: non 71 o 69, 70. Precisi) degli italiani saremmo in mano a una sinistra (che non esiste) che farebbe del nostro paese quello che tutti sapete (a dire il vero, se c’è una cosa che nessuno ha ancora capito, è cosa vorrebbe fare la sinistra del paese, e più in generale cosa farebbe la sinistra, ma forse ci siamo distratti).
Qui Berlusconi ci spiega. State attenti.
“E quindi bene così (sì, benissimo: vamos). Abbiamo una minoranza di magistrati rossi organizzatissima (ad esempio quella delle sentenze anarchiche su scuola Diaz e Bolzaneto) che usano la giustizia ai fini di lotta politica e uno (e due, e tre, la Rosina fa il caffè). Abbiamo il 72 percento della stampa (72: non 71 o 73, 72. Preciso) che è di sinistra. Abbiamo tutti gli spettacoli di approfondimento della televisione pubblica pagata coi soldi di tutti che sono di sinistra (anche il programma a cui ha telefonato ieri sera a RaiUno). Ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici (tipo quelli di Grillo e Luttazzi, che la tivù non la faranno mai più), il Capo dello Stato sapete voi da che parte sta e abbiamo 11 nella Corte Costituzionale eletti dai Tre Capi dello Stato della sinistra (???) che… fanno della Corte Costtznl (solita crasi) non un organo di garanzia ma un organo politico. Noi andiamo avanti (menomale, un po’ di timore lo avevo), i processi che mi scaglieranno addosso a Milano (e che sono, molotov?) sono delle (lo scandisce) autentiche f-a-r-s-e. Io sottrarrò qualche ora alla cura della cosa pubblica (anche più di qualche ora, noi non ci offendiamo mica) per andare là e sbugiardarli tutti (minaccia o promessa?). Queste cose qua a me mi caricano (”a me mi” non si dice: è l’abc della comunicazione, uffa), agli italiani gli caricano (GLI caricano? GLI caricano? GLI caricano? Ma come parliiiiiiiii??????). Viva l’Italia, viva Berlusconi! (che sarebbe lui)”.
Qui si sente, sullo sfondo, un “bravo bravo!”. Era Amicone, nascosto sul calzino (destro) del Premier.
E ora scusate, vado a chiedere l’amicizia su Facebook a Benito Perego.
P.S. “Ericaceae” è la famiglia a cui appartiene il Rododendro. Tanto per farvi capire quante cose so. A me non la si fa (cit).http://scanzi-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/10/08/lhanno-presa-bene/
Non è ancora quel fresco profumo di libertà che aspireremo a pieni polmoni quando saremo del tutto venuti fuori da questo che è il periodo più nero della nostra storia, ma è come quel primo refolo di vento fresco che, alla fine dell'inverno, ci fa capire che la primavera sta per arrivare, che le pesanti nubi che coprono il cielo si dissolveranno e che il sole tornerà a splendere.
Da tanto tempo non sentivo dentro di me una gioia così grande, la voglia di prendere in mano una Agenda Rossa, quel simbolo di verità e giustizia negate che, a Palermo e a Roma, ci ha accompagnati in queste indimenticabili giornate di lotta di luglio e di settembre, e correre a perdifiato per le strade della mia città per festeggiare, per la prima volta dopo tanti anni, questa vittoria della verità e della giustizia.
Il giudizio della Corte Costituzionale è senza appello, la legge che, per proteggerne soltanto uno, decretava l'impunità per le quattro più alte cariche dello Stato va contro i dettami della Costituzione e deve essere abrogata in toto.
Non esistono cittadini per i quali, anche se la legge è uguale per tutti, questa deve essere applicata in maniera diversa, l'articolo 3 della Costituzione non può essere impunentemente aggirato e anche chi ritiene di non essere sottoposto alla legge deve inchinarsi di fronte ad essa.
Mi chiedo se quello che dovrebbe essere il garante della nostra Costituzione e che invece ha finora permesso che essa venisse distrutta a colpi di decreti legge incostituzionali firmati come si firma la ricevuta di un telegramma, si renda conto, ora che è stato sconfessato dalla Suprema Corte, organismo che la lungimiranza dei nostri Padri Costituenti ha posto a tutela del nostro bene supremo, la Costituzione Repubblicana nata dal sangue dei martiri della Resistenza, di quale è il danno che è stato così arrecato alla nostra democrazia e alla Istituzione che egli rappresenta.
Arrivare a firmare addirittura in anticipo sulla sua approvazione da parte del Parlamento una legge che istituisce il riciclaggio di Stato affermando che è inutile da parte del Presidente della Repubblica non firmare una legge tanto deve essere poi necessariamente firmata quando viene ripresentata, significa rinunciare alle proprie funzioni e dovrebbe avere come naturale conseguenza quella di dimettersi dalla propria carica.
Io ho un profondo rispetto delle Istituzioni ma pretendo che questo rispetto venga anche da chi quelle Istituzioni è chiamato ad occupare e che, se si ritiene inadeguato ad occuparle, ne tragga le naturali conseguenze.http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1807:lannuncio-della-primavera&catid=2:editoriali&Itemid=4
Dopo la "marcia su Roma" e l'incarico di formare il governo, Mussolini intimò nel suo primo discorso alla Camera dei deputati di non intralciarlo minacciandone lo scioglimento.
“Ora è accaduto per la seconda volta, nel breve volgere di un decennio, che il popolo italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e si è dato un Governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento [...].
Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo.
Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto [...].
Non bisogna dimenticare che al di fuori delle minoranze che fanno della politica militante ci sono 40.000.000 di ottimi Italiani i quali lavorano, si riproducono, perpetuano gli strati profondi della razza, chiedono ed hanno il diritto di non essere gettati nel disordine cronico, preludio sicuro della generale rovina [...].
Io non voglio, finché mi sarà possibile, governare contro la Camera: ma la Camera deve sentire la sua particolare posizione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni”.
Benito Mussolini, Discorso alla Camera, 16 novembre, 1922
L'immunità illegittima
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica
SE SI mette la sordina alla rituale filastrocca di Berlusconi (giudici comunisti) e alle intimidazioni di Bossi; se si lasciano in un canto le stralunate favole dell'avvocato Ghedini (processi evanescenti) e si legge - lontano dal rumore - la decisione della Corte costituzionale, si può dire che è finita come doveva finire.
Come si sapeva sarebbe finita, perché non c'era nulla di più scontato che la bocciatura della legge immunitaria che l'Egoarca s'era apparecchiato. La Consulta dichiara illegittimo l'articolo 1 della "legge Alfano" - legge perché è del tutto improprio e abusivo parlare di "lodo" che è un arbitrato condiviso, mentre quella legge è al più un arbitrio. Nell'art. 1 si legge che "i processi penali nei confronti del (...) presidente del Consiglio (è il solo tra le quattro alte cariche dello Stato che ha di questi grattacapi, ndr) sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione".
La previsione viola, dicono i giudici, due principi costituzionali perché "tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge" (art. 3) e "le leggi di revisione della Costituzione sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni (...)" (art. 138). Ora è in discussione qui non il che cosa, ma il come. La Corte ha già riconosciuto, nella bocciatura della "legge Schifani", che è di "interesse apprezzabile" l'"esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle rilevanti funzioni connesse a quelle cariche". Detto in altro modo, i giudici costituzionali non ritengono avventato (incostituzionale) che si voglia offrire - nell'interesse dei governati - un "ombrello" protettivo a chi governa il Paese, presiede lo Stato e il Parlamento. D'altronde fino al 1993, la Costituzione ha previsto l'immunità per i parlamentari (potevano essere inquisiti, processati o arrestati solo con l'autorizzazione della Camera di appartenenza).
Dunque, va bene un'immunità che tuteli la "serenità" di chi governa, ma attraverso quale percorso legislativo la si deve garantire? L'iter deve essere quello ordinario che può essere combinato con una maggioranza semplice o quello più complesso che impone al Parlamento due deliberazioni a distanza di tre mesi e una maggioranza dei due terzi, senza la quale la legge - prima della sua entrata in vigore - può essere sottoposta a referendum popolare? Era questa la questione che doveva decidere la Corte.
Ecco, la Consulta ha concluso (e non è una sorpresa) che per assicurare serenità a chi governa, si deve correggere la Costituzione e quindi non è sufficiente una legge ordinaria. L'obiezione che governo e maggioranza oppongono, con furore, a questa conclusione è: potevate dircelo prima; ne avete avuto l'occasione, non lo avete fatto: perché? Esplicitamente, il ministro di Giustizia, Angelino Alfano, protesta: "È incomprensibile come i giudici costituzionali abbiano potuto spendere, nel 2004, pagine su pagine di motivazioni senza fare alcun riferimento alla necessità di una legge costituzionale. Tale argomento, preliminare e risolutivo, è inspiegabile che venga evocato quest'oggi". L'accusa di Alfano, che riecheggia anche nelle proteste di Berlusconi ("Sono stato preso in giro"), non ha fondamento.
Come hanno spiegato, più di un anno fa e in ogni occasione utile, cento costituzionalisti con un pubblico appello. Nel 2004, alla Corte fu sufficiente la constatazione preliminare dei difetti di legittimità della "legge Schifani" per affondare quello "scudo", "assorbito - si leggeva nella sentenza - ogni altro profilo di illegittimità costituzionale". Era, è la frase chiave di quella sentenza. Oggi chi protesta la dimentica o preferisce dimenticarla. La Corte non rinnega principi da se stessa già enunciati, come tende a dire la maggioranza, perché, nel 2004, "si limitò a constatare che la previsione legislativa difettava di tanti requisiti e condizioni (la doverosa indicazione dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata, il doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità del premier e dei presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto".
Ma le osservazioni critiche della Consulta non pregiudicavano la questione di fondo: "la necessità che qualsiasi forma di prerogativa che comporta deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale". Ripetiamolo allora. Si può attenuare il principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma soltanto se si riscrive la Costituzione e, per farlo, bisogna muoversi nel solco delle regole previste dalla revisione costituzionale, perché una legge ordinaria non è idonea a introdurre nel nostro ordinamento una disposizione che affievolisca il principio che ci rende tutti uguali davanti alle legge, anche se la volontà popolare ti ha spedito a Palazzo Chigi.
Le polemiche che infiammano ora la scena politica non parlano dell'esito - prevedibilissimo perché già scritto - della decisione della Corte Costituzionale, ma di un conflitto tra il primato del diritto e i diritti dell'investitura popolare. Berlusconi ritiene che, sostenuto dalla maggioranza del Paese, debba essere liberato da ogni controllo e reso immune da un potere che immagina sottordinato, subalterno. Egli si ritiene l'unico e solo depositario (proprietario?) del "vero e reale diritto del popolo" e, in quanto tale, gli deve essere concesso di agire e di decidere anche contra legem.
Il suo potere non deve trovare ostacoli, non deve essere limitato o condizionato dal contesto politico e istituzionale, dal Parlamento, dai contrappesi, dalla stessa Costituzione e dai suoi garanti. Egli è il popolo, è l'Italia e grida "Viva l'Italia, viva Berlusconi". Questa identificazione gli consente - lo pretende - di liberarsi di un passato oscuro, di avere mano libera nell'esercizio del comando e della decisione. Quando, imputato nel processo Sme, il 16 giugno del 2003 finalmente si presentò in un'aula di Tribunale non per essere interrogato (sempre si è avvalso della facoltà di non rispondere), ma per rendere dichiarazioni spontanee, Berlusconi esordì con la stessa prepotenza di queste ore.
Disse al presidente del Tribunale che gli ricordava che la legge è uguale per tutti, "Sì, è vero la legge è uguale per tutti ma per me è più uguale che per gli altri perché mi ha votato la maggioranza degli italiani". È quel che dice e ripete oggi e pretenderà che diventi reale, domani. Ci aspettano giorni tristi.
La Corte Costituzionale con una sentenza dalla portata ciclopica ha dichiarato l’incostituzionalità della legge 124/2008, il Lodo Alfano. E questo lo sappiamo tutti: ora tiriamo giù qualche riflessione.
Il migliore dei mondi possibili
L’incostituzionalità è stata rilevata sia parametrata all’articolo 3 della Costituzione, sia all’articolo 138: in sostanza il vizio è nel merito e nel metodo. Nel merito: la legge introduce una irrazionale discrepanza fra le posizioni giuridiche dei cittadini comuni e quelle dei “magnifici 4″ protetti dalla legge, e questo attenta all’uguaglianza formale sancita dall’articolo 3. Nel metodo: una disciplina del genere dovrebbe essere introdotta con riforma costituzionale, con tutti gli appesantimenti e i maggiori controlli che questo comporta. E’ lo scenario peggiore per la posizione del premier: la sua tesi è stata appallottolata e cestinata, la norma scritta dai suoi, su misura per lui, è stata strappata via dall’ordinamento, i suoi processi riprenderanno da domani stesso. Per chi si oppone a Berlusconi, è una vittoria su tutta la linea. A Silvio è andata veramente veramente male.
Sussulto di orgoglio
Una decisione molto sorprendente se si pensa che la Corte con il Cavaliere è sempre stata tiepidina, sempre attenta a non impicciarsi troppo, sempre pronta a nicchiare, a dire a metà, a limare e lasciar correre. Così nella vicenda Mediaset-conflitto di interessi, in cui per 3 volte (1988, 1994, 2002) i giudici avevano concesso tempo al governo per risolvere la situazione per via legale. Così per quanto riguardò il lodo Schifani, in cui la Corte rigettò approvando, o approvò ma dovette rigettare: infatti essa disse che l’intento che la legge si prefiggeva (sostanzialmente lo stesso del lodo Alfano), era ammirevole, ma che scritto in quel modo non si poteva proprio fare: in allegato una breve lista di quello che il governo avrebbe dovuto correggere per rendere la legge conforme a Costituzione. E siamo arrivati ad oggi.
Spararle veramente grosse
A mio parere (a-mio-parere) il problema è che le parti civili (Silvio Berlusconi in quanto cittadino), e l’Avvocatura dello Stato (Silvio Berlusconi in quanto primo ministro – ehi, ma è la stessa persona! Strano!) si sono avventurate per terreni accidentati e pericolosi. Niccolò Ghedini ha usato quella che il Times ha definito una “impostazione Orwelliana”: la legge è uguale per tutti, ma l’applicazione è diversa per eletti e non eletti. Ovvero, per alcuni la legge esiste ma non vale. Allo stesso modo Gaetano Pecorella ha sostenuto che il Premier debba avere la più ampia garanzia perchè oramai “è eletto dal popolo, e la nuova legge elettorale sostanzialmente cambia la forma di governo del nostro paese”.
Davanti a queste argomentazioni, la Corte era a un bivio: o piegare la testa, e quindi avallare queste tesi, o rifiutarsi di mettere per iscritto e firmare cretinate. Il punto è che queste tesi appaiono inconsistenti, per il semplice fatto che non stanno scritte da nessuna parte, e in particolare se cercate in Costituzione non le troverete. Il fatto che la legge abbia due livelli di applicazione è palesemente in contrasto con l’articolo 3, comma uno, la solita uguaglianza formale; il fatto che il nostro Stato sia diventato una forma presidenziale diversa dalla parlamentare per effetto di una qualunque legge elettorale poi è enorme. La nostra Costituzione, rigida fino a prova contraria – che speriamo non arrivi mai – istituisce una forma di Governo parlamentare: sostenere davanti alla Corte che essa è cambiata implicitamente, come suggeritoci dal Compagno Gastaldi in uno dei suoi commenti, è una mossa non esattamente da aquile.
Anche l’argomento per cui tutti ora si ritengono offesi e si indignano, cioè l’incostituzionalità ex articolo 138 (riforma costituzionale), è poco saldo: questi dicono che la Corte, nel cassare il lodo Schifani, non aveva detto esplicitamente che il problema era la gerarchia delle fonti. Ma ciò era ampiamente deducibile: il lodo Schifani era incostituzionale, dunque per una disciplina identica serve una riforma costituzionale. Di più: esso era incostituzionale perchè tentava di derogare all’articolo 3, che è un principio supremo dell’ordinamento. Per la Corte questo vuol dire che anche su una eventuale riforma costituzionale essa si riserva di sollevare dei dubbi, e di bloccare l’eventuale procedimento.
Spararle ancora più grosse
La Corte quindi ha avuto compassione di se stessa e ha agito come doveva. Forse è per questo che, secondo Gasparri, Gelmini, Bonaiuti, Ghedini e lo stesso Berlusconi, essa è immediatamente decaduta dal suo ruolo di garanzia. Questa è la nota abitudine per cui l’arbitro è bravo solo quando ti da ragione, e quando concede il rigore agli altri è proprio un venduto. Inoltre, per Berlusconi, il Presidente della Repubblica è un vecchio comunista (era tempo che voleva dirlo, gli si leggeva in faccia, l’ha detto finalmente), e la Corte è piena di giudici nominati da Presidenti della Repubblica comunisti che sono 15 anni che armano il fortino rosso di piazza del Quirinale.
Bossi afferma che se tutto questo andrà ad intaccare il procedimento del federalismo, loro prenderanno le armi. Precedentemente aveva affermato che la Corte doveva stare attenta a non urtare il volere del popolo. E altre amenità del genere.
Amenità inascoltabili, eversive, e che in qualunque paese del mondo avrebbero determinato una sollevazione popolare con immediate dimissioni del soggetto e damnatio memoriae perenne e perpetua, e così sia. Ma quest’argomento mi sta venendo a noia.
Spararle troppo grosse
Tempo fa, in un vecchio post sul blog di Francesco Costa (che ho voglia di andare a recuperare ), discutevamo su quanto fosse realistico l’avvento di una dittatura nel nostro paese. Il Costa giustamente rispose che il problema non si poneva, perchè il mondo moderno, la situazione internazionale, la Nato e l’Europa non avrebbero mai permesso che questo succedesse.
Bene: questo vuol dire che se non ci fossero gli altri, tolto il contesto quindi, noi saremmo pronti per una dittatura. Gli elementi ci sono tutti: una crisi economica folgorante, il debito pubblico europeo con meno speranze di rientrare a livelli normali nel breve periodo, un governo dai poteri debordanti e abusati che gode di un innaturale consenso sulla persona del leader, creato da anni di cultura televisiva ammazza-neuroni e tenuto in vita ogni giorno da una informazione barzelletta, con una opposizione impegnata in una dialettica interna senza fini ne frutti, incapace di fare fronte comune, per di più odiata dal paese e che, in fondo in fondo, questo paese non lo capisce, non lo ha mai capito e non gli interessa neanche tanto, di capirlo; ciliegina, badilate di fango ogni volta che è possibile sugli organi di garanzia, Corte Costituzionale e Capo dello Stato. La Repubblica di Weimar non è molto lontana da qui, e in quel caso non andò a finire bene.
E ora?
E ora il Processo Mills riparte. Senza lo scudo Alfano il premier è solo davanti ai giudici di Milano, e rischia da tre a otto anni di galera: corruzione in atti giudiziari. Dice che dedicherà alcune delle sue ore per presentarsi davanti al giudizio e mettere la parola fine a queste “autentiche farse” che dei giudici comunisti gli sventolano addosso per fargli perdere tempo. Bene, una cosa normale, cioè. Come faremmo tutti, cioè.
Ma nelle sue parole rintracciamo altri elementi. Primo, il prossimo passo sarà quello di mettere mano al meccanismo di funzionamento della Corte Costituzionale, al meccanismo di elezione dei giudici supremi. Secondo, c’è ancora un’altra carta che il Premier può giocare: la riforma dell’ordinamento giudiziario che il fido Alfano sta da tempo elaborando. Qui potrebbe trovare luogo un complessivo riordino della materia, con chissà quali effetti (depenalizzazioni? interventi sui termini di prescrizione? ricusazione dei giudici? tutto è possibile). L’attenzione, a parer mio, servirà ancora alta, nei prossimi giorni.
LODO ALFANO: CECCANTI, SENTENZA CONFERMA IMPOSTAZIONE RELAZIONE DI MINORANZA
"La sentenza di oggi della Corte costituzionale si basa sui due fondamentali argomenti della relazione di minoranza presentata al Senato. A dimostrazione che non è vero che l’opposizione parlamentare sia incapace di argomentare e di farsi valere, nonostante la forza dei numeri consenta sul momento alla maggioranza di prevalere, anche contro la Costituzione". Lo afferma il senatore del Pd Stefano Ceccanti della commissione Affari costituzionali.
"Nella nostra relazione - spiega - si sosteneva e si motivava che “la previsione di tale immunità processuale mediante legge ordinaria appare incompatibile con la natura segnatamente costituzionale della prerogativa introdotta”, cioè di una violazione dell’articolo 138 della Costituzione e altresì di “un vulnus all’articolo 3 della Costituzione”, cioè il principio di uguaglianza".
"Rispetto alla mancata citazione dell’art. 138 nella precedente sentenza - prosegue - che derivava dal fatto che i giudici che avevano impugnato la norma non avevano posto allora quella questione, stavolta invece opportunamente sollevata, nella relazione ricordavamo le parole del Presidente Elia, secondo cui “chi tace non dice nulla”.
"La causa della maggioranza era persa in partenza - aggiunge Ceccanti - Non le hanno comunque giovato le tecniche difensive, una peggiore dell’altra. Si è partiti con le argomentazioni politicistiche della Avvocatura dello Stato, si è passati poi alle minacce di scioglimenti e di manifestazioni di piazza, per finire con un’improbabile difesa di avvocati parlamentari in palese conflitto di interesse. Questi ultimi, di fronte all’organo che deve far rispettare la Costituzione, hanno osato proporre un primato della Costituzione materiale intesa come opposta a quella formale, in nome di un malinteso primato della politica nonché una teoria orwelliana secondo cui il principio di uguaglianza è un qualcosa di simbolico che può tranquillamente essere violato da leggi ordinarie".
"La Corte - conclude il senatore del Pd - si conferma quel baluardo del diritto che fu voluto dai nostri Costituenti. La maggioranza mediti su questa nuova e prevedibile sconfitta di fronte ad essa, che segui altri episodi analoghi come il conflitto di attribuzione sul caso Englaro, ed eviti ora di approvare nuove leggi incostituzionali ad personam".http://www.landino.it/articoli.php?id=567
Finchè in Italia resta in vigore la Costituzione repubblicana nata dal concorso unitario di tutte le forze democratiche e antifasciste, varrà in questo paese il principio che la legge è uguale per tutti. La bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale ci garantisce che esiste ancora un equilibrio dei poteri, requisito essenziale della libertà e della democrazia. La suprema Corte denuncia non solo la scorciatoia con cui si è voluto aggirare l’obbligo di una legge di riforma costituzionale, ma anche la palese violazione dell’Articolo 3 che impone l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ora bisognerà fronteggiare le minacce sovversive di Bossi, roboanti ma speriamo più vicine al bluff che a un’azione di forza. Ma ricorderemo quella di oggi come una giornata radiosa della storia repubblicana.http://www.gadlerner.it/2009/10/07/viva-la-costituzione-della-repubblica.html
Dopo due giorni di discussioni, minacce e pressioni, la Corte Costituzionale ha detto chiaro e tondo (si spera, vedremo la motivazione) che la legge è uguale per tutti. Sarebbe bastato un minuto per ribadire l'articolo 3 della Costituzione, ma siamo in Italia e dunque ci son volute 48 ore. C'era qualche giudice costituzionale (6 su 15, si dice) che la pensava diversamente. Per fortuna è rimasto in minoranza. Berlusconi ritorna al suo status naturale, quello di imputato. E forse il presidente Napolitano rifletterà su quella firma in calce a una legge incostituzionale, una delle tante. E' bello avere un giornale libero per poterlo scrivere. E' bello sapere che abbiamo almeno un'istituzione di garanzia che non si è ancora venduta all'Utilizzatore finale.
Il cavaliere illegalista
Franco Cordero
la Repubblica
Due secoli fa il malato d´Europa era l´Impero ottomano, guarito attraverso radicali terapie laiche. La prognosi è severa nel caso clinico Italia 2009: malattia organica, ormai conta trent´anni, da quando governi corrotti aprono l´etere al pirata venuto dalla P2, covo d´una pericolosa criminalità eversiva in colletto bianco.e s´insedia, monopolista d´una televisione con cui disgrega i neuroni collettivi; tre volte occupa Palazzo Chigi adoperando i mangiatori dell´erba televisiva quale massa elettorale. Mentre istupidiva l´audience rastrellando pubblicità, allungava i tentacoli negli affari: editoria, banca, finanza, commercio, cinematografo, assicurazioni e via seguitando; ogni atto del governo in materia economica tocca interessi suoi (in quale misura gli riesce comodo lo scudo fiscale?); nessuno lo vede eroico asceta. Chiamarlo illegalista è eufemismo: edifica l´impero mediante corruzione, frode, plagio; vince le cause comprando chi giudica. Le guerre da corsa implicano dei rischi. Sinora li ha elusi, aiutato da oppositori imbelli o quasi complici: saliti due volte al governo, chiudono gli occhi sul conflitto d´interessi che trasforma l´Italia in una signoria privata indefinibile secondo le categorie politiche; ha tante pendenze e se ne disfa mutando le norme penali (vedi falso in bilancio) o attraverso partite defatigatorie, finché il tempo estingua i delitti; diabolicamente fortunato, esce indenne dal caso monstre perché, a causa d´una svista legislativa poi corretta, la pena inasprita non gli risulta applicabile e la meno grave, graziosamente addolcita dalle attenuanti cosiddette generiche, sta nei limiti in cui opera la prescrizione del reato. Salvo per il rotto della cuffia, ma Dio sa quanta materia pericolosa nasconda un sottosuolo blindato da scatole cinesi e paradisi fiscali. Gli serviva un´immunità: gliela votano, invalida, ma nel dichiararla tale (gennaio 2003), la Corte scioglie questioni collaterali; risalito al governo, la pretende, minacciando misure devastanti quale sarebbe la sospensione dei processi (almeno due su tre), incluso il suo, dove l´accusa, congeniale ai precedenti, è d´avere corrotto l´avvocato inglese testimone (il lupo non perde i vizi); in lingua anglosassone, bill of indemnity, così nei cinque anni seguenti nessun pubblico ministero gli viene tra i piedi; poi scalerà il Quirinale, padrone d´una Repubblica ridisegnata sulle sue molto anomale misure. Vengono utili le metafore inglesi: affollate da asini che dicono sì muovendo la testa (nodding ass), le Camere votano; il Capo dello Stato non obietta; l´indecoroso bill diventa legge ma obiettano i giudici chiamati ad applicarla e gli atti finiscono alla Consulta.
Cominciamo dalla prospettiva: questioni simili sono definibili in vacuo, fuori d´ogni riferimento all´attuale realtà italiana, come fossimo sulla luna tra spiriti disincarnati? No, il controllo delle leggi cade in spazi storicamente determinati: la Corte le vaglia, caso mai fossero passibili d´uso perverso, contro i fini dell´ordinamento definiti dalla Carta; e sappiamo lo sfondo. Eccolo, l´Italia invasa dal plutocrate populista, pifferaio, re delle lanterne: non sa un acca dell´ars gubernandi occidentale, coltiva gl´interessi suoi, converte il pubblico in privato, odia i poteri separati e non vede l´ora d´abolirli in una regressione al dominio prepolitico; perciò l´Europa trattiene il fiato davanti allo scempio italiano. Non sto chiedendo scelte in odio al tiranno: sarebbe decisione politica; idem se santificasse il fatto (monopolista dei poteri esecutivo, legislativo, mediatico, economico, s´impadronirà anche del giudiziario); e sottintendeva logiche d´un quietismo padronale l´argomento addotto dall´Avvocatura dello Stato (una sentenza ostile al famigerato lodo indebolirebbe il governo, ergo lasciamo le cose come stanno). La politica non c´entra. Va stabilito se nell´Italia 2009 le norme fondamentali tollerino un capo del governo immune: i tre contitolari hanno la funzione delle finestre dipinte, salvano la simmetria; l´interessato è lui; e notiamo en passant come sia l´unico, mancando ogni termine analogo (Europa, Usa, ogni Stato evoluto).
Nel merito la questione è presto risolta. Gli avvocati della corona d´Arcore ventilano un´immunità compatibile con l´art. 3 (i cittadini eguali davanti alla legge): l´art. 24 Cost., c. 2, garantisce la difesa, diritto inviolabile; e come può difendersi l´augusta persona, dedita alla res publica? Fossi in loro, non insisterei: Sua Maestà esercita una napoleonica capacità d´attenzione sincrona dividendosi tra gli affari suoi e le cose pubbliche, talvolta mischiandoli; e le cronache dicono quanto tempo gli resti da spendere nel rituale serotino. Suona futile anche il sèguito, che la gestione della res publica esiga uno scenario psichico quieto: sapersi imputato glielo disturba, con danni ai sudditi. La versatilità dell´homo in fabula scongiura ogni pericolo. Anche quest´argomento, poi, riesce pericoloso dove tira in ballo i pregi del lavoro tra palazzo e ville: non merita tutela l´interesse dei cittadini ad avere governanti seri?; lo sarebbe un barattiere cronico? Da notare come il bill of indemnity sia assoluto: copre ogni delitto comune, fosse anche enorme (prassi mafiosa, narcotraffico planetario, Spectre); chiunque abbia la testa sul collo ammetterà che sia un privilegio eccessivo. Importa poco che le Camere obbedienti non l´abbiano votato come legge costituzionale (mancava il tempo, incombendo la decisione nella maledetta causa milanese): nascerebbe altrettanto invalido sotto tale forma, perché vigono delle priorità tra gl´interessi tutelati dalle norme fondamentali; e qui è in gioco niente meno che la divisione dei poteri. Concedergli l´immunità significa ungerlo monarca assoluto, in figure reminiscenti della scalata hitleriana 1933-34. Mancano solo la legge dei pieni poteri e il cumulo cancellierato-presidenza della Repubblica, fusi nel nome mistico "Führer". C´è poco da stare allegri, anzi cade l´umore: una volta nascevano dei giuristi; che salto da Bartolo, Baldo, Alciato ad Angiolino Alfano, ma siamo equanimi. Chi l´aveva preceduto nell´ultimo governo soi-disant centrosinistro? Clemente Mastella, attuale europarlamentare berlusconiano.
Baciami, stipido
Caro Silvio, non tentare elezioni anticipate,tieniti stretta la maggioranza che hai e continua a governare bene, la gente non è stipida e non ha l'anello al naso....
Codici URG.ISSIMO per Silvio rinuncia loda Alfano, dimissioni dicendo per bene paese, nomina Bertolaso k.o. opposiz. in ombra loro nuovo segretario tutta it con voi 33761935
Subito
Perchè non ci mettiamo tutti d'accordo e diamo noi i soldi a Silvio per pagare 750.000.000 di euro alla CIR Sono sicuro che riusciamo a farlo.
Arimani coperto
RUTELLI IL REDIVIVO,OGNI TANTO TIRA FUORI LA TESTA PER DIRE.NIENTE.A RUTE' ARIMANI COPERTO E' MEIO PE TE' E PE TUTTA L'ITALIA.STAI ZITTO FAI + BELLA FIGURA ARICOMP
Eventualmente
Per l'amor di Dio, non molli, eventualmente si potrebbe spostare in conto corrente in Mediolanum, sarebbe un ottimo aiuto, non ci lasci nelle mani di tali farabutt
Cento
Silvio non mollare ti prego! Invito i vertici Pdl a organizzare una colletta per fininvest, io un centinaio di euro li darei e secondo me anche tantissima altra gent
Settantacinque Presidente, senza offesa, il Suo Impero finanziario non deve morire: quanti siamo noi elettori, 10 milioni? 750 milioni, vale a dire 75 euro per 1. 75 E io ve li darei
Diecibastano SE IL PRESIDENTE BERLUSCONI HA BISOGNO NOI CHE LO ABBIAMO VOTATO E CHE CREDIAMO IN LUI FAREMO UNA SOTTOSCRIZIONE PER AIUTARLO CON 10 EURO A TESTA RIUSCIAMO SICURAMENT
Facciamo tre Io propongo di aiutare Silvio in questa condanna ingiusta, ognuno di noi versi tre euro alla causa con un sms!!! Così faremo sentire il nostro affetto al Presidente!
Tornelli manifestazioni ad altronza sotto le finestre della procura!!!! e mandiamoli a lavorare tutti una buona volta!!! forza minisitro Brunetta mettigli i tornelli !!!!
Molti europarlamentari e gruppi politici stanno lanciando una 'campagna per chiedere al Parlamento Europeo di passare una risoluzione che condanni i recenti tentativi di intimidire la stampa in Italia e condanni ogni violazione della libertà e del pluralismo dei media'. Questo a ragion veduta. Infatti le ingerenze del governo sulla stampa possono creare un precedente pericoloso e ripercuotersi in altri Paesi dell'Unione. Questa risoluzione, nella sostanza, 'invita la Commissione Europea, il Consiglio d’Europa, e gli Stati Membri a vigilare, investigare, e agire per evitare ogni possibile violazione in Italia dei diritti ribaditi nel Trattato dell’Unione Europea, seguendo la procedura dell’Articolo 7 del Trattato dell’Unione'. Gli europarlamentari sottoscrittori ravvisano perciò una mancanza di risposta europea agli attacchi di Berlusconi alla stampa e ricordano che le istituzioni europee hanno l'autorità per condannare tali intimidazioni (diciamo anche il dovere). La questione sollevata dai sottoscrittori verrà discussa al Parlamento europeo giorno 7 e 8 ottobre. Intanto, il sito European Alternatives, sostenuto proprio dagli europarlamentari sottoscrittori, lancia una petizione per chiedere al Consiglio Europeo di sanzionare il governo italiano (aprendo procedimenti legali) e di delegittimarlo nel voto del Consiglio Europeo stesso. Per partecipare alla petizione, cliccare sul link in fondo a questo articolo. Fra gli Europarlamentari che hanno finora espresso il loro sostegno alla campagna:
Sonia Alfano MEP (IdV, ALDE, Italia)
Rosario Crocetta (PD, S&D, Italia)
Luigi de Magistris (IdV, ALDE, Italia)
Sylvie Guillaume (PS, S&D, Francia)
Sarah Ludford MEP (LibDem, ALDE, Regno Unito)
Gianluca Susta MEP (PD, S&D, Italia)
Gianni Vattimo MEP (IdV, ALDE, Italia)
Judith Sargentini MEP (GL, Verdi, Olanda)
Isabelle Durant (Greens, Belgio)
Bart Staes (Greens, Belgio)
Eva Lichtenberger (Greens, Austria)
Pascal Canfin (Greens, Francia)
Jan Philipp Albrecht (Greens, Germania)
Hélène Flautre (Greens, Francia)
Marije Cornelissen, Parlamentare Europeo (Olanda)
Bas Eickhout, Parlamentare Europeo (Olanda)
Caroline Lucas, Parlamentare Europeo (Regno Unito)
Catherine Greze, Parlamentare Europeo (Francia)
Franziska Keller, Parlamentare Europeo (Germania)
Emilie Turunen, Parlamentare Europeo (Danimarca)
Entra in scena la notte trascinando con sè le canute speranze di un cambiamento, di un'evoluzione, anche solo di un movimento o di un sussulto in questa paurosa e immobile cloaca di stupratori dello Stato e della democrazia.
Che questa notte dia armonia agli animi tormentati di coloro che all'alba del giorno, ormai venturo, indosseranno le rotte toghe alle quali, appesi e avvinghiati, milioni di doloranti italiani urleranno: "O solenni giudici! Fate sì che il Nano non abbia a depredare ancor il nostro dilaniato ano!"
Il primo argomento - e cioè che la Corte avrebbe lasciato impregiudicato il problema della violazione, o meno, dell’art. 138 Cost. - è davvero un argomento inconsistente. La sentenza n. 24 del 2004 è stata una decisione d’incostituzionalità ai sensi degli artt. 3 e 24 Cost. Orbene, se gli artt. 3 e 24 Cost. hanno costituito il «parametro» alla cui luce è stata dichiarata l’incostituzionalità dell’art. 1 della legge n. 140 del 2003, vuol dire che gli artt. 3 e 24 Cost. si ponevano come «gerarchicamente superiori» alla legge n. 140. Ma se ciò è vero, come è possibile sostenere che la legge n. 140 avesse, in quanto legge ordinaria, la forza normativa necessaria e sufficiente per modificare le norme costituzionali in forza delle quali l’art. 1 cit. è stato dichiarato incostituzionale?
Ergo, la Corte costituzionale, sia pure implicitamente, ha risolto anche il problema della necessità della forma costituzionale. Che poi la Corte non l’abbia detto esplicitamente nel dispositivo, non significa nulla, avendo la Corte stessa espressamente sottolineato che «Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale». D’altra parte, con riferimento all’art. 3 Cost., la Corte costituzionale non ha forse ribadito più di una volta (prima della sentenza n. 24 del 2004) che il principio d’eguaglianza è un principio supremo dell’ordinamento che non potrebbe essere inciso neppure con una legge costituzionale?
Secondo argomento. La legge n. 128 del 2008 - come non si stanca di ripetere il Ministro Alfano - è venuta incontro a tutti i rilievi critici contenuti nella sentenza n. 24 del 2004. Non è esatto. I suoi consiglieri non sono stati precisi. La legge n. 124 del 2004 reitera infatti l’errore della legge n. 140 del 2003 almeno sotto tre profili: a) perché prevede un automatismo generalizzato nell’applicazione dell’improcedibilità che non tiene conto della diversità delle fattispecie criminose e degli elementi di fatto; b) perché viola il principio della ragionevole durata dei processi, che non è posto a garanzia del solo imputato, ma dello stesse esercizio della funzione giurisdizionale; c) perché non tiene conto del fatto che la posizione dei Presidenti delle assemblee e del Presidente del Consiglio non può essere diversificata rispetto alla posizione giuridica, rispettivamente, dei parlamentari e dei Ministri. Per cui, fin quando non venga introdotta, con una legge costituzionale, una nuova generale disciplina dell’immunità parlamentare (diversa, ovviamente, dalla sospensione obbligatoria dei processi), l’immunità, ancorché temporanea, dei Presidenti delle assemblee e del Presidente del consiglio dei Ministri per i processi relativi a reati comuni dovrà necessariamente essere la stessa di quella attualmente prevista per i parlamentari.
Una delle innovazioni che il Fatto sta portando nel giornalismo italiano è la duplicazione dell'articolo di fondo. L'articolo di fondo è una specialità tutta italiana (non lo troverete nei giornali inglesi e statunitensi, dove le opinioni si trovano nelle apposite pagine degli editoriali) e di solito viene considerata l'espressione della "voce" unitaria della testata, la voce dominante nella quale si ricompone la polifonia tipica di ogni giornale. In termini semiotici si tratta della voce dell'enunciatore, per quanto delegato. L'articolo di fondo svolge una funzione particolarmente importante nei "quotidiani attivisti" dove la grigia neutralità della testata di solito si antropomorfizza nella figura carismatica del direttore padrone (come dimostrato dai due esempi - per molti versi quasi antitetici - di Vittorio Feltri e Giuliano Ferrara).
Il Fatto, però, sta sistematicamente sdoppiando l'articolo da fondo. A sinistra - sotto il titolo principale - c'è il fondo istituzionale (di solito firmato dal direttore Antonio Padellaro) e a destra - da solo - il fondo militante (di solito affidato alla penna sarcastica di Marco Travaglio). Oggi la cosa è particolarmente divertente perché da una parte Padellaro - con deferenza - chiede conto a Napolitano della sua decisione di firmare lo "scudo fiscale", mentre dall'altra Travaglio si scatena e chiama il capo dello stato "Ponzio Pelato" (va peggio a Berlusconi che diventa "Al Tappone" o il "cainano").
Potrebbe essere il simbolo di un'indecisione sulla linea da tenere (più istituzionale quella di Padellaro e più militante quella di Travaglio), ma a me pare una precisa strategia comunicativa: quella del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.
paferrobyday
ps. però quelli che si lamentano della deriva manettara del Fatto sono gli stessi che si lamentano quando - sempre sul Fatto - un cronista serio come Marco Lillo dimostra - in modo difficile da contestare - come Mara Carfagna (tramite il padre) abbia pagato un appartamento nel pieno centro di Roma a valori molto inferiori a quelli di mercato. In un paese normale è un indizio grave di evasione fiscale. In un paese normale un ministro della Repubblica avrebbe molti problemi a giustificare un comportamento di questo tipo. Invece in Italia ci si stupisce che si perda tempo per cercare di far venire alla luce reati considerati poco più che delle bagatelle. E allora, forse, il giornalismo dei quotidiani attivisti ce lo meritiamo. http://giornalismoparma.typepad.com/paferrobyday/2009/10/il-doppiofondo.html#more
Ben venga il nuovo che avanza, a patto che la novità serva effettivamente a qualcosa. Ieri, su ‘Repubblica.it’ si salutava con enfasi il debutto di ImHalal, il portale che blocca i contenuti web giudicati illeciti o rischiosi per una retta condotta islamica. Questo motore di ricerca “islamicamente corretto” è nato dall’intraprendenza di Reza Sardeha, un ventenne irano-kuwaitiano che vive in Olanda e studia Business Management. Per alcune parole scatta l’avviso di “haram”, cioè a rischio: accade con “sesso” e “bikini”, e con le vignette su Maometto”.
Quando la ricerca tocca “temi sensibili”, una schermata avverte il navigatore dei rischi, classificandoli con una scala da uno a tre. Spetta poi all’utente scegliere se proseguire o meno nell’esplorazione.
Così, ad esempio digitando la parola “sex” si ottiene una risposta che recita: “Opps. La tua richiesta ha un livello haram di due su tre. I risultati possono essere proibiti. Se pensi ancora di voler proseguire clicca qui”. Stesso risultato se si inseriscono termini come gay, lesbian, pig o pork (rispettivamente omosessuale, lesbica, maiale e porco in inglese). O se si prova con “Satanic Verses” il titolo del libro che ha attirato sulla testa di Salman Rushdie una fatwa di condanna a morte.
Le ricerche possono essere effettuate in una quindicina di lingue fra cui l’inglese, il russo, l’arabo e il pashto. L’italiano al momento non è incluso. Anche per chi non è pratico di idiomi stranieri però, un’occhiata può risultare interessante: un vocabolo internazionale come “bikini” ottiene un livello di haram di due su tre. Mentre le pagine si aprono senza problemi se la parola ricercata è “burqini”, il costume da bagno integrale che tante polemiche ha generato nei mesi passati in Europa.
Peccato però che l’ImHalal del precocissimo Sardeha si riveli presto una Maginot digitale, e cioè, di un’aggirabilità quasi infantile, come le frontiere polacche da parte dei clandestini cinesi. Provate anche voi: digitate la vostra pornostar del cuore, che so, Ginger Havana piuttosto che Jada Fire, ed ecco i risultati, con foto molto esplicite, che non concedono nulla all’immaginazione e senza ‘opps’ di sorta.
Ma se provate a digitare Patrizia D’Addario, Imhalal esplode. Escorts, sex tapes, Berlusconi’s bedroom. Alla faccia dell”islamicamente corretto e dei temi sensibili. Contro la lascivia da basso impero del quarto governo Berlusconi, contro la porcineria senile del premier e la depravazione complice e compiacente dei suoi mandarini, non c’è motore di ricerca (islamico) che tenga.
Per Economist l'Italia è tornata ai tempi di Mussolini
Massimo Solani
L' Unità
Che fosse «inadatto» a governare l’Italia, l’Economist lo ha scritto a chiare lettere e in più di una occasione. Ma questa volta il settimanale inglese ha decisamente alzato il tiro e, dopo aver raccontato ai lettori d’Oltremanica e non solo dello scandaloso conflitto di interessi del presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi e delle sue innumerevoli disavventure giudiziarie, non esita a paragonare l’Italia del 2009 a
quella del Ventennio fascista. «È dai tempi di Mussolini - spiega infatti l’autorevole settimanale - che
non si aveva un governo italiano che interferisse con i media in maniera così lampante e allarmante».
Unaanalisi impietosa, sotto al titolo “La museruola per chi fa informazione”, che prende le mosse dalla
manifestazione per la libertà di stampa in programma domani a Roma sottolineando che i giornalisti
e tutti gli italiani «hanno ottime ragioni per essere preoccupati» e «per protestare». «Questo sabato 3
ottobre si terrà a Roma una manifestazione per difendere la libertà di stampa - scrive l’Economist - Non in
una lontana dittatura, ma proprio in Italia. Ebbene, i giornalisti che l’hanno indetta hanno buone ragioni
per preoccuparsi».
FREEDOM HOUSE
Del resto, è l’analisi del settimanale inglese, a testimonianza della gravità della situazione italiana sul fronte dell’informazione ci sono i risultati dell’ultimo rapporto sulla libertà d’informazione pubblicato dalla Freedom House, l’istituto di ricerca di Washington che si pone come obiettivo la promozione della democrazia liberale nel mondo. E nell’ultimo lavoro infatti l’Italia è stata declassata al 73° posto fra i 195 paesi analizzati. Uno stato «solo parzialmente libero» posizionato appena sopra la Bulgaria. «L’Italia - si legge in quel documento - è stata retrocessa nella categoria dei paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell’eccessiva concentrazione della proprietà dei media».Una fotografia a tinte fosche a cui l’Economist affianca le recenti querele mosse dal premier contro l’Unità e la Repubblica, «l’assalto senza precedenti
lanciato alla Rai» e le polemiche piovute su Annozero per aver deciso di ospitare «una donna (Patrizia D’Addario) che sostiene di essere stata pagata per trascorrere una notte con il primo ministro». Una situazione che per il settimanale inglese dimostra come «l’Italia di Berlusconi si sta allontanando dall’Europa occidentale per somigliare alle più deboli democrazie dell’Est».
A conferma di quanto andiamo pubblicando da tempo. L'ultima spiritosaggine del Cavaliere ha reso ancora piu' difficile il gia' difficile rapporto con la coppia Obama.
Accogliendolo al G-8, prima che cominciasse il vertice dell'Aquila, Berlusconi prese da parte Obama e gli fece: «Ti prego, non dare retta alla stampa italiana, a quel che scrive sul mio conto. Robaccia». Il presidente americano, attonito, tagliò corto: «Non parlo l'italiano, non leggo i vostri giornali». Se cercava comprensione o, addirittura, complicità, il cavaliere fece un buco nell'acqua.
No, con Barack Obama proprio non va. E le ultime bravate di certo non l'aiuteranno a costruire quel rapporto personale che vantava di avere con George W. Bush. La sua ultima "wisecrack", spiritosaggine, ha fatto già il giro del mondo e all'ambasciata di via Veneto non c'hanno trovato proprio niente da ridere: «Ma che diamine gli passa per la testa, a Silvio Berlusconi?», si chiede Mary Vallis, del canadese National Post, una domanda retorica che sintetizza bene lo stupore che attraversa la stampa di tutto il mondo.
Dalla rete americana Abc all'indiano Hindustan Times, la Michelle «abbronzata» del comizio milanese di Silvio suscita sconcerto. Tanto più che tutti avevano notato, a Pittsburgh, sia lo sguardo del premier che si soffermava lungamente sulla mise della First Lady, con il presidente americano evidentemente imbarazzato, sia il fatto che Michelle avesse poi abbracciato e baciato tutti gli ospiti europei, per stringere diplomaticamente la mano al Silvio tricolore. Curioso che nessuno abbia spiegato al presidente del consiglio come quelle che a lui e ai suoi fan sembrano brillanti battute di spirito suonino come offese inspiegabili e oltraggiose oltreoceano.
Dare dell'«abbronzato » a un nero, spiega Judith Stiles, una giornalista statunitense attenta ai fenomeni razziali, è forse perfino peggio che dirgli «sporco negro». «Perché quest'insulto osceno comunque riconosce l'identità dell'altro, pur volendola sfregiare, mentre dargli dell'abbronzato è come dirgli "sei un bianco come noi, solo che hai la tintarella, insomma non sei un negro come quelli là"». Il cosiddetto subtext, il sottinteso, delle battute ripetute sull'abbronzatura di Barack e Michelle è dunque semplicemente micidiale per le orecchie americane.
In Italia non si coglie fino in fondo quanto sia profondamente razzista lo "spirito" del cavaliere, altrimenti si eviterebbe - sul fronte opposto - di fare a propria volta gli spiritosi per sottolinearne il fondo fascista. Ieri l'Unità aveva in prima pagina una foto di Michelle con il titolo «Abbronzatissima, ah ah». Certo, era chiaro l'intento dell'operazione, eppure l'effetto era opposto, rischiava di echeggiare proprio quel che si voleva deprecare. È come una battuta antisemita che uno vuole stigmatizzare con un'altra battuta, con il risultato di finire sullo stesso piano e amplificare quel che s'intende deprecare.
Tornando all'ottuso e razzista umorismo berlusconiano, si sente dire oltreoceano che questa volta il suo errore è doppio e imperdonabile. Passi per il primo scivolone, quando, appena eletto, definì Barack «giovane, bello e abbronzato». Il presidente se la legò al dito, anche se fece finta di non sentire. Allora, da parte italiana gli emissari di Berlusconi si diedero da fare per stemperare l'oltraggio, spiegando che davvero, nel linguaggio di Silvio, quello era un «complimento»
OBAMA E BERLUSCONI ALLA CASA BIANCA
Berlusconi - si disse agli stupefatti collaboratori del presidente - è un tipo che esibisce con orgoglio la sua perma-tan, l'abbronzatura artificiale che si porta tutto l'anno, ha un passato di cruise ship entertainer, di intrattenitore da navi da crociera, insomma è un irriducibile battutaro. È che adesso ha osato fare lo spiritoso con Michelle, che, peraltro, diversamente da Barack, ha un passato abbastanza tosto di vita nel ghetto. Per lei, sul colore della pelle, le battute li fanno quelli del Ku Klux Klan. E Michelle, poi, non è una semplice First Lady. È la più ascoltata e, ovviamente, assidua adviser del presidente. Insomma, il passo falso questa volta gli sarà fatale a Washington. http://oscarb1.blogspot.com/
Lo ripeto: non accade quasi mai che i media canadesi si occupino di Italia. Ultimamente accade spesso, e solo per riportare le frasi razziste che il Sultano regala a destra e manca. Non potete capire l’effetto dirompente che hanno queste frasi sull’opinione pubblica canadese. E’ il modo migliore per spingere milioni di consumatori a boicottare le merci italiane nel mondo.http://anellidifum0.wordpress.com/
mi chiamo Davide, ho 23 anni, ti scrivo per raccontarvi un fatto del tutto irreale che ieri mi ha avuto come protagonista davanti all’entrata secondaria del Lido di Milano.
Come ben noto, era il giorno del comizio del presidente Berlusconi. Cosi, prendo il mio scooter e vado fuori dal lido per cercare di chiedere un paio di cose al Premier.
Arrivato a destinazione, parcheggio il mezzo in P.le Stuparich e mi siedo sul marciapiede un poco decentrato dall’altra parte dell’entrata, di fianco a due camionette dei carabinieri parcheggiate. Dopo quattro secondi netti arriva il primo carabiniere dicendomi in tono sostenuto che dovevo andare via di li. Ci tengo a precisare che la mia persona si presentava cosi: scarpa da tennis bianca, jeans, maglia nera,felpa a righe, borsa a tracolla con all interno altre due felpe, un libro, un quotidiano, un deodorante. Ero disarmato, senza droghe e null’altro in mio possesso, una personcina a modo, innocua, seduta sul ciglio di una strada di Milano.
Tornando alla descrizione dei fatti, dopo ripetute richieste da parte dell’agente di togliermi di mezzo e altrettanti no in risposta, si presenta un signore ingiaccato e incravattato sulla cinquantina, che con fare paterno mi consiglia di allontanarmi aggiungendo che quelli come me li conosce bene. Alla mia richiesta di spiegazioni, visto che non stavo facendo nulla di male ed ero solo, risponde che non può dirmelo: “segreto di stato!”- gli rispondo con un sorriso a 60 denti. Lui rincara la dose dicendomi anche che in quella strada al momento c’era divieto di sosta e fermata! Al che mi è venuto spontaneo alzarmi e chiedere quale somiglianza trovava tra me e, chessò, un’auto, un motorino, un pullman… I toni cominciano a farsi piu accesi, mi prendono per un braccio e portano davanti al palalido, li mi viene chiesto il documento che senza problema gli consegno, al che il simpatico ometto se ne va in mezzo ad un altro gruppetto di carabinieri e comincia a parlare alla radio, ne avrà per 30 minuti! Nel frattempo continuo a cercare di avere qualche spiegazione sul perché un libero cittadino solo, incensurato, disarmato non possa stare davanti all’entrata di un palazzetto ad aspettare il proprio Presidente del Consiglio, ma nulla: i tutori dell’ordine restano impassibili. Dopo aver chiacchierato al telefono con chissà chi, torna l’ometto incravattato e con lui altri cinque colleghi, che sembrano i Blues Brothers. L’uomo incravattato, indicandomi, chiede ai colleghi se mi conoscevano, loro chiaramente rispondono: “no, mai visto!”; l’incravattato ribatte con un imperativo da film d’azione: “da oggi lo conoscete!”, suscitando in me una fragorosa risata di incredulità! Occhio, lui è quel ragazzo pericoloso che siede sui marciapiedi di Milano, attenzione!
Dopo il simpatico siparietto con i simil Blues Brothers, il nostro eroe decide di tornare al telefono sempre col mio documento in mano, io stufo e parecchio innervosito ormai per la paradossale situazione in cui mi trovavo, decido di estrarre dai pantaloni il cellulare e fare un paio di foto all’agente col mio documento in mano, ma appena il collega mi vede puntare il telefono in direzione dell’ometto, decide di storcermi il polso giustificandosi con un: “cosa stai facendo? di foto non se ne possono fare!”; comincio a chiedere ai carabinieri presenti se si rendono conto che sono parte integrante di un regime, anzi che lo stanno facendo fiorire, esercitando la repressione verso semplici cittadini. Nessuno fiata, tutti in silenzio, io continuo.
Dopo poco torna l’agente col documento e mi invita a prendere lo scooter e andare via subito, io ormai in loop chiedo perchè una persona libera che non sta facendo nulla di male non può stare nemmeno a 300 metri dalla porta da dove poco dopo sarebbe arrivato il Premier. Nessuna risposta. Caro Piero, il mio non è il primo né l’ultimo fatto del genere, però mi sento di raccontarlo a te, per dare a chi legge un motivo in più per riflettere se un sistema politico che non tollera la presenza fisica di un potenziale e pacifico dissidente sia la democrazia che avevano in mente coloro che scrissero la Costituzione, la stessa su cui poliziotti e questori, se non mi sbaglio, dovrebbero aver giurato.
Saluti, Davide
Risposta
Caro Davide,
grazie della lettera. Gli attuali governanti fanno i gradassi ma hanno paura di ogni singola voce di dissenso, di una domanda, di una notizia, di una pernacchia. E per questo condizionano i capi della polizia. Se una voce si leva dal coro qualche testa rischia di saltare. Ecco che allora i capetti schierano in massa la manovalanza. E i soldati semplici eccedono nello zelo pur di non subire lavate di testa dai superiori. C’è da indignarsi ma non da stupirsi: capetti e soldati semplici sono solo rotelle di un ingranaggio gerarchico controllato dalla peggiore classe politica d’Europa: un po’ mafiosa, un po’ fascista, un po’ piduista, un po’ affarista, un po’ secessionista, un po’ clericale, un po’ anzi molto delinquenziale, un po’ anzi prima di tutto democraticamente e moralmente analfabeta. Son passato anch’io ieri davanti al palalido, per registrare l’ennesimo fotogramma da regimetto bananiero. Erano centinaia le rotelle in borghese e in divisa, a proteggere il sorriso di plastica di un pagliaccio in doppiopetto. Un avanzo di tribunale protetto dall’esercito, ecco l’atmosfera: niente male no? Un tipetto così sicuro di sé e dei suoi sondaggi da far sgomberare interi quartieri quando si esibisce in pubblico. Noi eravamo in due, su uno scooter. Appena ci siamo fermati ce ne sono arrivati addosso una mezza dozzina, poi è uscito un tipo tutto leccato, insaccato in un ridicolo gessato. Aveva l’aria del padrone di casa e ci ha consigliato di andarcene avvisandoci che avevano già preso il numero di targa dello scooter. Nemmeno di sederci su una panchina nel parchetto del piazzale ci è stato permesso,”per motivi di sicurezza”. Ci ha raggiunto una coppia di ragazzi che venivano dal comizio, per dirci che se ne andavano nauseati per quello che avevano visto e sentito, per il clima di fanatica intolleranza verso chi non manifestava - con le ovazioni, con i frequenti battimani, con l’espressione del viso - un vivo e sincero entusiasmo per le sparate del leader, una su tutte: le scritte sui muri contro i militari morti a Kabul attribuite con un triplice vergogna all’opposizione parlamentare. Ma qualcuno, dopo il comizio, è riuscito ad avvicinarlo e a compiere il temutissimo agguato: una ragazza giovanissima, ben diversa dalle aspiranti noemi e carfagne… Le rotelle dell’ingranaggio, mai troppo solerti, non hanno riconosciuto in lei la potenziale guastafeste. Ecco la sua lettera. P.
Ciao Piero!
Sono Roberta. Oggi sono andata alla “Festa della Libertà”. Un clima surreale: signorotti con Libero (da quel che ho capito regalato dallo staff) sottobraccio, giovani mamme che insegnavano ai bambini a dire “Silvio”. Dopo esserci sorbiti un’ora e mezza di menzogne e applausi, io e mio papà siamo andati sul retro del palco e sono riuscita ad intrufolarmi. Ho seguito il tuo consiglio: l’ho chiamato per nome, lui felice mi ha stretto la mano e io gli ho detto “Silvio, fai uno smacco ai comunisti, fatti processare, dimostra la tua innocenza in un tribunale, come tutti i cittadini, hai capito? Vai in tribunale, rinuncia al lodo Alfano!” Poi una guardia del corpo mi ha detto che sì, aveva capito e potevo anche andarmene. Mio papà ha filmato l’incontro, ma, a causa della bassa risoluzione della fotocamera e del vociare di osannanti elettori, la qualità non è ottimale. In ogni caso ti farò avere il video al più presto.
Grazie di tutto. Roberta
In coda allo scambio avvenuto in diretta ieri sera, e dopo aver letto in giro diversecoseinteressanti e qualche delirio, sono sempre più convinto che la forza vera della puntata di ieri sia stata quella di far vedere a cinque milioni di persone quello che fino a ieri non avevano visto, cioé Brunetta e Berlusconi allo stato grezzo, senza mediazioni.
Il resto - tranne forse la buona intervista di Formigli a Feltri - era poco o niente a confronto con quello stralcio di realtà messa lì, all’inizio, senza tutti gli smussamenti e gli edulcoramenti imposti per mesi dai tg di Stato.
Santoro viene dalla scuola Guglielmi, quella della realtà che irrompe sul piccolo schermo. E la realtà politica dell’Italia oggi sta tutta in quei due show. http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Paradossalmente, la “tivù di sinistra”, la tivù d’opposizione, la tivù dei farabutti, alla fine, consiste nel far vedere il premier e il suo clone capelluto.
Ecco le parole di chi ce l' ha fatta ad uscire dal tunnel del berlusconismo
E se ce l' ha fatta lui, puoi riuscirci anche tu!
Prova, tentar non nuoce. Avrai sicuramente delle ricadute, perché il berlusconismo ha molti mezzi, e potenti, per ingannare gli uomini tenendoli legati a sé. Ma non ti arrendere, pensa alle molte ricompense che ti attendono, quando sarai finalmente riuscito a liberarti da questa droga letale che ti avvelena la vita: non dovrai più vergognarti di dichiarare la tua nazionalità quando vai all' estero, non vedrai più complotti o golpisti ovunque, potrai a buon diritto proclamarti veramente liberale e democratico, non penserai più al pagamento delle tasse come ad un furto ma un' occasione per contribuire al benessere della nazione ecc. ecc. ecc. La Malfa: Berlusconi addio
Sono deluso da questo governo
Caro Direttore, lo scorso 4 settembre ho inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi una lunga lettera per illustrare le ragioni del mio disagio nei confronti soprattutto della politica economica del Governo, tanto più in questa difficile crisi mondiale. Proprio la politica economica era stata, all’indomani dell’ingresso dell’Italia nell’euro, uno dei motivi determinanti che mi indussero a proporre al PRI di lasciare la coalizione di centrosinistra e di entrare nella coalizione guidata da Berlusconi. L’ingresso nell’euro rendeva indispensabile e urgente una profonda svolta nella politica economica italiana perché con l’euro non sarebbe stato più possibile tutelare la competitività industriale del Paese attraverso periodiche svalutazioni del cambio della lira con cui si coprivano le nostre debolezze strutturali.
Le due linee portanti del programma del centrodestra erano la riduzione della pressione fiscale e le liberalizzazioni. Viste le dimensioni del debito pubblico la riduzione delle imposte presupponeva una decisa riduzione della spesa corrente ed in particolare una contrazione dell’area delle amministrazioni pubbliche che soffocano le capacità di azione dei cittadini. Invece tra il 2001 ed il 2006 non vi è stata alcuna riduzione della spesa pubblica corrente; la pressione fiscale è rimasta quella che era; il progetto di liberalizzazioni che avevo sottoposto al Consiglio dei ministri come responsabile del progetto Lisbona, venne accantonato nel 2006 e mai più ripreso.
Ancora più deludente il bilancio di questo primo anno e mezzo di legislatura.
Accantonato ogni progetto ambizioso di riordino della Pubblica amministrazione (compresa l’abolizione delle Province) per ridurre la spesa corrente e quindi ridurre la pressione fiscale, il Governo ha finito per limitarsi ad una politica del giorno per giorno. Ma questo non ci garantisce affatto l’aggancio alla ripresa mondiale quando avverrà perché comunque l’Italia non è sufficientemente competitiva.
Non abbiamo condiviso la riforma federalista dello Stato dalla quale scaturiranno inevitabilmente, per il modo con cui essa è stata articolata, nuovi oneri per la finanza pubblica. In mancanza di una vera riorganizzazione di tutta la macchina politico-amministrativa, la promessa di devolvere al centro-nord maggiori risorse fiscali assieme alla necessità di garantire al Sud le risorse di cui gode attualmente porterà sicuramente ad un aumento del deficit o della pressione fiscale.
Su un piano più politico, ho molti dubbi su vari aspetti della politica estera, mentre una lunga serie di errori sta mettendo in crisi quel delicato equilibrio fra lo Stato laico e la Chiesa cattolica che fu uno dei frutti migliori della collaborazione fra DC e partiti laici nel dopoguerra.
Il tempo entro il quale l’Italia deve cambiare strada si sta facendo sempre più breve. Il mondo non attende le nostre pigrizie e le nostre esitazioni. Nuovi paesi si affacciano sul mercato e gli spazi per l’Italia tendono a ridursi perché le imprese hanno costi, tra cui quelli fiscali, troppo elevati. La scuola e l’Università, da cui nasce l’innovazione, versano in condizioni disperate. Il sistema pensionistico richiede, per essere sostenibile, un allungamento dell’età pensionabile. La Pubblica amministrazione è insopportabilmente estesa e costosa.
Ecco perché sono giunto alla conclusione che per noi una fase si è chiusa ed è necessario aprire una riflessione sul modo nel quale realizzare nel Paese la svolta politica indispensabile per fermare il declino italiano che dura da quindici anni e preparare un degno futuro per i nostri giovani.
Mi creda.
Giorgio La Malfa, Deputato del gruppo misto (Componente Repubblicani regionalisti popolari)
Qualche domanda e risposta sulle uscite recenti di Berlusconi, Brunetta e altri.
Una cosa lunghetta, chi ha fretta molli qui.
Perché Brunetta ha parlato di «élite golpiste di merda»?
Per capirlo facciamo un passo indietro. Il primo a parlare di manovre e complotti - fin dal giugno scorso - è stato Berlusconi. Brunetta ha solo strillato in modo un po’ più triviale quello che il premier va dicendo da mesi.
E cioè?
Cioè che è in corso una grande manovra contro di lui, un complotto interno e internazionale per farlo fuori.
E perché lo dice?
Ci sono tre ragioni diverse: una tattica, una strategica e una con basi un po’ più concrete.
Partiamo dalla prima.
Aldilà delle possibili componenti semiparanoiche, quando il premier sostiene che c’è un accordo tra le procure, i giornali italiani e stranieri e i “poteri forti” per complottare contro di lui, intende solo screditare chi lo critica (o eventualmente lo indaga) per non rispondere alle critiche medesime. Quando mette insieme “El Pais” alla D’Addario, “The Times” ai magistrati di Palermo, il caso Noemi e la sentenza Mills, la Repubblica all’Economist e così via, lo scopo è mettere tutti insieme per dare l’idea - la rappresentazione mediatica - di una Spectre mondiale che vuole osteggiarlo. Pura tattica di comunicazione.
E l’aspetto tattico-strategico?
E’ più interessante. Il 6 ottobre (o subito dopo) la Consulta si pronuncerà sul lodo Alfano, e il premier sta preparando il terreno nel temutissimo caso di una bocciatura. Dovesse essere respinto il Lodo Alfano, dirà che la Consulta è composta in maggioranza da giudici comunisti che vogliono sovvertire la sovranità popolare: li accuserà di “golpe”, appunto. In questo modo cercherà di provocare un compattamento-arroccamento della sua maggioranza («ve l’avevo detto io che stavano preparando un colpo di Stato»). E se questo compattamento-arroccamento non bastasse, il terreno sarebbe preparato anche per un’azione più forte, come le dimissioni per andare a elezioni anticipate.
Quando e con che esiti?
Gli serve giusto il tempo di abolire la par condicio (com’è già stato preannunciato) e quindi fare una campagna elettorale molto robusta anche in tv. A quel punto, in caso di vittoria si garantirebbe Palazzo Chigi per il tempo sufficiente a essere eletto al Quirinale dopo Napolitano. E così, in pratica, resterebbe presidente della Repubblica a vita.
Che cosa può impedire questo disegno? Solo una rottura nella maggioranza. Cioè un distacco dal Pdl di Fini e dei parlamentari che gli rimarrebbero fedeli, per costituire un governo (com’è stato chiamato) “di salute nazionale” fatto da uomini di Fini e di centro, con l’appoggio esterno del Pd o di una sua larga fetta.
In questo caso Berlusconi cosa farebbe? Accuserebbe violentemente Napolitano e Fini di colpo di Stato e direbbe che quel governo è privo di sovranità popolare. Cosa poi farebbe in pratica, è meglio non immaginarlo. Comunque ha già detto: «Nessuno si illuda che accetti, come feci nel ‘95, un altro governo».
Ma avrebbe ragione, in caso di un governo Fini-Casini o simile, a dire che il governo è privo di sovranità popolare?
Tecnicamente no, perché in Italia si eleggono i parlamentari, non i governi. Poi i parlamentari scelgono il governo che vogliono. Lo prevede la Costituzione. Politicamente però la questione è più complicata.
Perché?
Perché alle elezioni del 2008 Berlusconi ha fatto un piccolo “strappo” alla Costituzione mettendo sul simbolo del Pdl la dicitura “Berlusconi presidente”. Quindi ha surrettiziamente introdotto già nella scheda una scelta del premier, che in Italia non è costituzionalmente prevista. Questo gli consentirebbe di dire che un governo senza di lui (o contro di lui) non si poggia sulla sovranità popolare, perché la maggioranza ha messo la croce su “Berlusconi presidente”. Insomma, si aprirebbe una grave crisi istituzionale e politica, su questo non c’è dubbio. Con i media del Cavaliere - e il suo blocco sociale - che a quel punto sarebbero schierati militarmente.
Scenari a parte, perché le recenti accuse di complotto possono anche avere un aspetto concreto?
Perché Berlusconi ha ragione quando dice che il suo governo sta inusualmente sulle scatole a molti, in Italia e all’estero. E che questi molti vedrebbero con favore un cambiamento a Palazzo Chigi. Dopodiché, di qui al complotto c’è di mezzo il mare.
Sì, ma chi sono questi “molti”?
Anzitutto la Casa Bianca. Obama non solo non apprezza l’uomo Berlusconi, ma soprattutto è irritato per la politica energetica del nostro governo, tutta basata sulla stretta alleanza-amicizia di Roma con Tripoli e Mosca. Inoltre non si fida affatto delle promesse di Berlusconi sul nostro contingente in Afghanistan, e il nuovo ambasciatore non apprezza il forte potere nel governo di Bossi, che come noto vuole il ritiro.
Oltre a Obama? La cancelliera Merkel, che detesta personalmente il premier. Quasi tutte le cancellerie europee, irritate per gli attacchi di Berlusconi all’Ue. Una parte della Chiesa cattolica, che non ha gradito né i suoi festini rosa né l’ingresso a piedi uniti del Giornale in una questione interna della Chiesa, come l’affare Boffo: da sempre la Chiesa vuole risolversi le sue beghe da sola, senza imposizioni esterne.
E i poteri economici italiani?
In realtà sono divisi, e lui lo sa. Una parte decisamente con lui, una parte decisamente contro, e una parte maggioritaria che aspetta di vedere che aria tira (basta vedere l’estrema cautela con cui si muovono in questi giorni il Corriere, La Stampa e il Sole 24 ore). Quello che al premier sta sicuramente sulle scatole però è che Montezemolo abbia messo su una fondazione che ricorda molto l’Associazione per il Buongoverno, cioè il nucleo da cui poi è nata Forza Italia. Il premier teme che questa fondazione sia la base di un nuovo partito-movimento che lavori per un ribaltone di governo.
Quindi quando parla di élite di merda, Brunetta ce l’ha con Montezemolo?
Certo, anche se lui nega. Ma non solo.
Chi altri?
Ovviamente il gruppo Espresso-Repubblica, che in questa fase di “Pd non pervenuto” ha fatto una supplenza di opposizione. E poi probabilmente gli alleati e gli amici di Casini, sia in Vaticano sia nell’imprenditoria. Ma più in generale, l’uscita contro le élite è un richiamo diretto al “popolo”, secondo quella che Edmondo Berselli chiama “insurrezione del potere”. E’ cioè un tentativo di creare un rapporto diretto, non intermediato, tra governanti e base popolare, in vista di un plebiscitarismo cesarista in cui tutti i soggetti indispensabili in una democrazia compiuta (giornali, giudici, parlamentari, contrappesi di potere vari) vengono diminuiti di ruolo in vista di un rapporto diretto tra la massa e il capo.
Il tutto a che scopo?
Beh, Berlusconi ha sempre detto apertamente di voler governare senza lacci e lacciuoli, senza noiose commissioni parlamentari, lunghe votazioni in aula, giornali che remano contro, gente che gli rompe le scatole. Lui vede la democrazia come un mandato diretto dal popolo al principe senza intermediazioni né contrappesi. E se riesce a imporre questa visione, anche il 6 ottobre per lui non è più un giorno così temibile.
Perché?
Che cos’è la Consulta se non un organo di controllo e di intermediazione che non viene eletto direttamente dal popolo? Se quei quindici anziani signori - tutti giuristi di chiara fama, molto laureati e abbastanza benestanti - dovessero bocciare il Lodo Alfano, come si fa a non accomunarli alle “élite di merda”?
Quindi?
Quindi Brunetta probabilmente non ha affatto sbroccato. Ma ha compiuto un attacco molto più mirato di quanto sembri. Con annesso insulto preventivo e delegittimante verso chiunque provi a mettere in difficoltà il premier (come la Consulta) o - peggio - a cercare una soluzione di governo alternativa.
(riproduzione NON riservata)http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/09/21/%c2%abelite-golpista%c2%bb-faq/#more-4044
Martedì 15 settembre il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato ospite di Bruno Vespa a "Porta a porta" in una edizione speciale della trasmissione dedicata alla consegna delle prime case nelle zone terremotate abruzzesi. Nel suo discorso, praticamente un soliloquio, Berlusconi ha citato numerosi dati sulla politica del governo. Quali veri e quali falsi?
Silvio Berlusconi: “Abbiamo fatto molte misure anti crisi, ne cito una per tutte, 34 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali, per garantire chiunque perda un posto di lavoro di essere aiutato dallo stato…Noi abbiamo dato l’esempio, perché prima e meglio degli altri abbiamo esteso, questo aiuto, questa assistenza dello stato, a tutte le categorie, anche agli artigiani, che non l’avevano, anche ai commercianti che non l’avevano. Il tutto senza aumentare l’imposizione fiscale, senza mettere una tassa in più o un aumento di tassa in più.”
Falso.
Considerando la tavola III.2 dell’ultimo Dpef (vedi tabella allegata) alla voce “Misure volte a migliorare il funzionamento del lavoro” vediamo che le risorse stanziate per il quadriennio 2008-2011 per “estendere questa assistenza dello Stato” ammontano a 7,2 miliardi di euro. A questi vanno sommati gli 8 miliardi di interventi a favore dell’occupazione previsti (ma solo in parte stanziati) dall’accordo Stato-Regioni per il biennio 2009-2010. In base all’accordo lo Stato concorre per 5,35 miliardi (1,35 derivanti dalla Finanziaria 2009 e 4 miliardi dal Fas - Fondo per le aree sottoutilizzate). Le Regioni concorrono per 2,65 miliardi provenienti dall’Fse - Fondo Sociale europeo. Anche sommando queste cifre, il totale spalmato su 4 anni, risulterebbe essere 15,2 miliardi, molti meno dei 34 miliardi di euro cui ha fatto riferimento Berlusconi. Tra l’altro dei 5,35 miliardi per ammortizzatori in deroga attribuiti allo Stato dall’accordo Stato-Regioni, fino a questo momento, sono stati versati solo 825 milioni (151 con il dm 19 febbraio 2009 e 674 ml con il dm 7 luglio 2009).
Silvio Berlusconi: “Per quanto riguarda le persone che perderanno il lavoro, vale la stessa situazione di quelli che l’hanno già perso. Abbiamo destinato agli ammortizzatori sociali, una cifra importante, ve la ricordo, 34 miliardi di euro.”
Forse in questo caso il Presidente del Consiglio fa riferimento anche alle risorse ordinarie degli ammortizzatori, quindi non più alle misure di estensione della copertura degli stessi. Ma anche se questa è l’interpretazione di ciò che ha detta, il dato è falso.
La spesa stimata per il 2009 per gli interventi “ordinari” (non in deroga-proroga degli stessi) di cigo e cigs, mobilità, indennità di disoccupazione è pari a 20 miliardi. Questa spesa sta a fronte di versamenti in capo a lavoratori e aziende che vengono gestiti ed erogati dall’Inps. Il relativo sistema assicurativo-mutualistico - che configura il diritto a determinate prestazioni - può comportare problemi di cassa - come senz’altro quest’anno - di cui lo Stato si deve far carico, così come del resto, negli anni di congiuntura positiva, si sono determinate eccedenze utilizzate ad altri scopi.
Anche metodologicamente è dunque scorretto sommare la spesa dovuta per gli ammortizzatori ordinari con le risorse stanziate, a valere sulla fiscalità generale, per incrementare i livelli di tutela e la platea delle persone interessate.
Silvio Berlusconi: “Con me è cambiato tutto, ho detto primo con chi mi sarei alleato, secondo qual era il programma di governo che ci si impegnava a realizzare, il programma che ho sempre portato a termine, terzo chi era il presidente del consiglio”.
Falso.
Prendiamo alcuni punti del “Contratto con gli italiani” firmato da Silvio Berlusconi nel 2001 durante la stessa trasmissione Porta a Porta.
1 - Riforma fiscale
Abbattimento della pressione fiscale:
con l'esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire annui;
con la riduzione al 23% per i redditi fino a 200 milioni di lire annui;
con la riduzione al 33% per i redditi sopra i 200 milioni di lire annui;
con l'abolizione della tassa di successione e della tassa sulle donazioni.
Durante il mandato del Governo Berlusconi, le due aliquote non sono state introdotte, mentre le tasse sulle successioni e sulle donazioni sono state effettivamente abolite anche per i redditi oltre i 350 milioni di lire.
2 - Lavoro Dimezzamento dell'attuale tasso di disoccupazione, con la creazione di almeno 1 milione e mezzo di posti di lavoro.
L'obiettivo del dimezzamento non è stato raggiunto. Secondo l'Eurostat al gennaio 2001 il tasso di disoccupazione era il 9,9% (il dimezzamento avrebbe richiesto di scendere quindi al 4,95%); cinque anni dopo, nel 2006 era sceso al 7,1%, il minimo storico secondo l'ISTAT, ma comunque al di sopra del 4,95%.
3 -Pensioni Innalzamento delle pensioni minime ad almeno 1 milione al mese» (cifra espressa nelle vecchie Lire, ovvero 516 Euro).
Nel 2006, si può stimare, con l’indagine dello stesso anno della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, che vi fossero ancora 4,4 milioni di persone con pensione inferiore ai 550 euro.
4 - Criminalità
L'introduzione del poliziotto, carabiniere o vigile di quartiere nelle città col risultato di una forte riduzione del numero dei reati rispetto agli attuali 3 milioni
Nel 2001, in base ai conti dell'Istat, il numero dei reati non era di 3 milioni ma di 2.163.826.
In totale dal 2001 l 2005 (l’Istat non fornisce i dati per il 2006) sono aumentati del 26,2%, registrando nel 2005, 2.731.129 reati.
Silvio Berlusconi: “Il debito pubblico italiano è il 106% del PIL. Il debito privato delle famiglie italiane è soltanto il 34% del debito. L’Italia è al 106%, la Francia è al 49, la Germania è al 63%, l’Inghilterra è al 100%”.
Falso per quanto riguarda il debito pubblico dei paesi europei come si può vedere dalla tabella seguente con i dati forniti dall’Eurostat.
General government debt/GDP (2008)
EUROSTAT
Italy
105,8
Germany
65,9
France
68,1
UK
52
Fonte: Eurostat
Short description: EU definition: the general government sector comprises the subsectors of central government, state government, local government and social security funds. GDP used as a denominator is the gross domestic product at current market prices. Debt is valued at nominal (face) value, and foreign currency debt is converted into national currency using end-year market exchange rates (though special rules apply to contracts). The national data for the general government sector are consolidated between the sub-sectors. Basic data are expressed in national currency, converted into euro using end-year exchange rates for the euro provided by the European Central Bank.
Vero, invece, che il debito private delle famiglie italiane, in rapporto al Pil si aggira intorno al 34,2%, per un ammontare totale di 524 miliardi di euro (Fonte: Cgia di Mestre)
Silvio Berlusconi: “Intanto vorrei ricordare che nel passato, prendiamo ad esempio le risorse impiegate in Irpinia, sono state ben 60 miliardi di vecchie lire, quindi 30 miliardi di euro attuali, e come ricordato paghiamo ancora una accisa di 75 lire, quindi non ci sono dubbi…” Bruno Vespa: “Forse 3 miliardi di euro, presidente” Silvio Berlusconi: “No! 60 miliardi di lire sono..” Bruno Vespa: “3 miliardi di euro.” Silvio Berlusconi: “Nooo, no, 3 miliardi di euro sono 6.000 miliardi di lire, sono 30 miliardi di lire, 60 miliardi di euro. Quindi, credo che i miliardi che sono stati dati all’Irpinia saranno i miliardi che saranno dati all’Aquila per le necessità di ricostruzione del patrimonio artistico.”
Falso per entrambi. Lasciamo ai lettori i calcoli.
"Se il trattato di Lisbona non dovesse passare occorrerebbe rivisitare l'attuale assetto dell'Europa per creare un nucleo di stati che operino al di la' dell'unanimita".
Il riferimento è al referendum del prossimo 2 ottobre, tramite il quale l’Irlanda dovrà decidere se ratificare o meno il testo di riforma della Costituzione europea, affossata nel 2005 dal no congiunto di Francia ed Olanda.
In una precedente consultazione gli irlandesi avevano già respinto il trattato, la cui entrata in vigore, di prassi, richiederebbe l’adesione unanime degli stati membri.
Quello di Berlusconi è quindi un pronunciamento saggio. Con o senza Irlanda, si va avanti lo stesso.
Bene. Bravo. Evviva l’europeismo del nostro premier.
Tuttavia lo sa, Berlusconi, che all’interno della sua maggioranza c’è qualcuno che rema contro? Ovvero, lo sa, Berlusconi, che proprio in questi giorni gli eurodeputati della Lega Nord, assieme ai colleghi del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia, stanno facendo recapitare ad ogni elettore irlandese una brochure a colori di sette pagine per dirgli di votare "no" all’imminente referendum?
Nel giugno del 2008 Umberto Bossi ebbe a dichiarare: "La Lega Nord sarà compatta sul voto a favore della ratifica del trattato europeo siglato a Lisbona. Noi siamo uniti, dove vado io vanno tutti. Quello che io dico di votare, votano. e se dico di votare sì, tutti votano sì". L’autorità del Senatur forse si ferma alle Alpi. O forse è la Lega che fa il doppio gioco. http://danielesensi.blogspot.com/
“Se Berlusconi ha talvolta un Ego da manicomio, non è che sia pazzo, è solo moderno”, campione di quell’“ethos di nuovissimo conio, che i sociologi chiamano «individualismo espressivo»” (Il Foglio, 17.9.2009). [In quanto all’«individualismo espressivo», è presto detto in cosa consista: “Invece di essere umili di fronte a Dio e alla storia, per noi la ricerca della salvezza comincia a passare attraverso un contatto intimo con il proprio sé, esponendo la bellezza, il potere e il tratto divino che il proprio sé contiene” (David Brooks – The Guardian, 15.9.2009)].
Si tratta dello stesso modello argomentativo usato nel 1992, nelle puntate de Il gatto (Canale 5): tutti ladri dunque nessun ladro, il furto è un fenomeno ambientale, un ethos che i giudici chiamano Tangentopoli. Craxi accettò il consiglio: in Parlamento chiese di essere lapidato, ma solo da chi non avesse mai peccato, e non servì a molto. Qui è anche peggio: gli umili di fronte a Dio (e/o alla storia) sono autorizzati a scagliare la prima pietra.
Fossi in Berlusconi, mi toccherei le palle.http://malvino.ilcannocchiale.it/
L’avvocatura dello Stato ha presentato alla Corte Costituzionale un memoriale di ventuno pagine in cui viene chiarita la posizione difensiva che si intende tenere in udienza riguardo alla Questione di Legittimità Costituzionale sollevata sul Lodo Alfano.
La tesi su cui si basa la linea di difesa è semplice, e vecchia: Il Lodo alfano è non solo legittimo, ma doveroso, perchè un uomo di governo non può essere chiamato a rispondere davanti a un giudice mentre è in carica, in quanto…ha di meglio da fare, nel senso che ha un mandato per governare e se sta troppo tempo in tribunale si finisce per danneggiare “l’interesse generale all’esercizio efficiente delle funzioni pubbliche”. Inoltre, molto spesso succede che “la sola minaccia di un procedimento penale può costringere alle dimissioni prima che intervenga una sentenza ed anche quando i sospetti diffusi presso la pubblica opinione si sono dimostrati infondati”. Quindi, tanto vale lasciar governare chi deve farlo, senza che ne venga turbata “la serenità”.
Questa impostazione, come abbiamo detto, non è nuova. Vittorio Emanuele Orlando, grande giurista di epoca Giolittiana, liberale, poi fascista di comodo, autodefinitosi “fieramente mafioso” perchè per lui la mafia era la somma dei valori del popolo siciliano, ne era un grande fan. Le cariche monocratiche vanno dotate di immunità assoluta, diceva, perchè esse devono esercitare le loro funzioni in piena libertà: se arrestano il Presidente del Consiglio, non c’è più nessuno che governa.
Ecco, ma oggi questo non sta scritto da nessuna parte, cioè non sta scritto in Costituzione, che è il posto dove dovremmo cercare se volessimo prendere in considerazione una ipotesi del genere. Le immunità previste dalla Carta sono quelle per il Presidente della Repubblica (art.90), e per i parlamentari (art.86). Mai si accenna a delle garanzie per la Presidenza del Consiglio: il Capo del Governo e i Ministri godono delle immunità garantite ai parlamentari, nel caso siano anche deputati o senatori (sono quindi insindacabili, irresponsabili per gli atti di funzione e non sottoponibili a misure detentive senza l’assenso della Camera di appartenza). Che le cariche di vertice siano improcessabili per i reati comuni, non è scritto.
E quando il Costituente ha voluto scrivere, lo ha fatto; se non ha scritto, è inutile che stiamo ad inventarci che questo è un interesse “diffusamente tutelato” in Costituzione. Non si può ipotizzare una legge implicita dove c’è una frase esplicita, dice il mio prof: si indichi l’articolo della Costituzione, si indichi il punto scritto in cui questo interesse gode di ampia tutela, e inizieremo a discuterne.
E’ probabile che la Costituzione nulla comandi al riguardo perchè la nostra è una forma di governo parlamentare, e il capo del Governo, in caso di impedimento, è comunque e sempre sostituibile con qualcun altro che possa godere della fiducia del Parlamento. Non così per il Presidente della Repubblica, che è una carica di garanzia, non così per i Parlamentari, che hanno una durata predeterminata (la legislatura). Infatti, loro hanno delle immunità, perchè sono insostituibili: il Capo del Governo non lo è, e quindi la tesi di Orlando è, mi pare, inapplicabile.
Peraltro anche dove il Capo del Governo è davvero insostituibile, ovvero in America, quando qualcuno si è azzardato a dire che il Presidente non poteva essere giudicato (Nixon, 1982), o che non poteva essere processato finchè doveva adempiere ai propri obblighi di stato (Clinton, 1997), la Corte Suprema si è messa a ridere, e ha chiarito che la separazione dei poteri non mette nessuno al di sopra delle leggi e che le attribuzioni di poteri costituzionali non devono diventare scuse per ottenere privilegi.
Mi sembra che qui, poi, si stia suggerendo alla Corte Costituzionale di ritirare fuori dal cassetto una sua antica giurisprudenza, che ha iniziato ad essere disapplicata piu o meno intorno al 93, quella del “bilanciamento degli interessi Costituzionali”: secondo questa giurisprudenza, il Costituente avrebbe dato indicazione affinchè fra l’interesse di chi chiama davanti a un giudice una carica politica per avere una sentenza, e l’interesse a far governare tranquillo un uomo di stato, prevarrebbe il secondo, sacrificando l’interesse della parte lesa: mi dispiace signora, non abbiamo tempo per i suoi diritti. Fortunatamente questo indirizzo, come abbiamo detto, è oramai abbandonato in favore di nuove e più corrette interpretazioni (sent. 58/2000, la cosiddetta”svolta”).
Riassumendo, da parte della Avvocatura si afferma che sarebbe ammissibile una deroga all’articolo 3 primo comma, quello che dice siamo tutti uguali davanti alla legge, sulla base di un interesse diffuso che non è scritto da nessuna parte; allo stesso modo viene sacrificato il diritto all’ azione in giudizio, a poter avere un regolare processo insomma (art.24), a favore di questo interesse fantasma. Ma la Corte da questo orecchio ci sente male: per lei l’articolo 3 è un “principio supremo dell’ordinamento”, e come tale non sono ammissibili deroghe: neanche con una riforma costituzionale si potrebbe introdurre una disciplina derogatoria.
Una legge del genere è talmente doverosa che non esiste in nessuna altra parte del mondo. Questa legge non è conforme a Costituzione, e questo memoriale è suicida. Se la Corte decidesse per la costituzionalità del Lodo, sarebbe una decisione molto politica.http://davanti.wordpress.com/2009/09/17/smontiamo-il-memoriale/
Quello che sta succedendo alla Rai non è solo una questione di rinvii, censure, vetrine al premier e omologazioni. E’ anche una storia di utilizzo spudorato delle reti pubbliche per aumentare il fatturato di Mediaset. Come? Oscurando sempre più spesso la tv di Stato sul satellite di Sky, per convincere la gente ad abbonarsi a Mediaset Premium. Un caso gigantesco di conflitto d’interesse, in cui si danneggia consapevolmente il servizio pubblico per dare vantaggi a un broadcaster privato, quello che appartiene al premier.
Qui sotto (da L’espresso in edicola domani) ho sintetizzato la questione
L’ultimo incubo degli appassionati di calcio italiani è un numero a nove cifre: 199.303.404. è il call center - a pagamento e con scatto alla risposta - a cui si devono rivolgere i telespettatori che vorrebbero vedersi il campionato sul digitale terrestre di Mediaset, ma non ci riescono.
Al numero in questione, com’è uso, per parlare con un essere umano ci si mette delle mezz’ore, perché si viene rinviati da un risponditore automatico all’altro. Così in questi giorni le sfuriate dei clienti riempiono i forum di Internet e i centralini delle associazioni consumatori.
Che cos’è successo?
Molto semplice: che la pay-per-view del calcio di fatto non esiste più. Il sistema di carte prepagate con cui negli ultimi anni i calciofili potevano comprarsi le singole partite su Mediaset Premium (sul famoso digitale terrestre) è stato sostituito da un abbonamento dentro il quale Mediaset vende altri suoi canali - tipo Steel o Joy - che faticavano a decollare da soli. Di qui le proteste e i problemi di mancate attivazioni.
Perché Mediaset ha fatto questo passo, che ne aumenta i fatturati ma ne mette a rischio la popolarità?
La risposta non è per nulla tecnica: è molto economica e politica. E non riguarda solo gli appassionati di pallone, ma tutti i contribuenti e i telespettatori che pagano il canone della Rai.
Per rispondere, infatti, bisogna tornare al 2005, l’anno in cui Mediaset lancia la sua proposta per il calcio sul digitale terrestre in concorrenza con quella satellitare di Sky. L’offerta di Mediaset è vantaggiosa: basta comprarsi il decoder del digitale terrestre - scontato, con il contributo dello Stato - e poi ciascuno può acquistare il match a cui è interessato a tre euro a partita (poi gli euro diventano sei, poi otto).
Nel frattempo il digitale terrestre viene gradualmente proposto e imposto in ogni modo: grandi campagne pubblicitarie pagate con i soldi pubblici, nuovi sconti per l’acquisto di decoder, perfino finanziamenti ai senior citizen purché si facciano questo benedetto Dtt. Poche voci si alzano a far notare che il digitale terrestre in Italia vuol dire fondamentalmente Mediaset, l’unico broadcaster che ha pronti diversi canali free e a pagamento per la nuova piattaforma.
Quindi lo “switch over” verso il Dtt va avanti, coperto dalla stampa amica: «Entro il 2012 tutti gli italiani devono passare al digitale terrestre», minaccia “il Giornale” del 22 agosto scorso, tacendo sul’esistenza delle piattaforme satellitari e di quelle via Internet. Così, dopo le regioni campione Sardegna e Val d’Aosta, in estate si impone il Dtt nel Lazio e in Piemonte, e ora sta iniziando la campagna d’autunno in Campania.
Il problema è che per convincere gli utenti a passare al Dtt in queste settimane si sta attuando una politica vagamente minatoria che colpisce tutti: quella di oscurare - a sorpresa e senza alcun criterio logico - la visibilità dei canali Rai sul pacchetto Sky.
Per capire l’entità di questa manovra, basta guardare i numeri.
Dall’inizio dell’estate a oggi i programmi Rai che sono improvvisamente spariti dagli schermi di chi vede la tivù via satellite sono stati più di duecento.
Nelle ultime settimane, poi, il criptaggio è diventato un mitragliamento: tra i colpiti e affondati i telefilm “La signora in giallo”, i cartoni “Bunnytown”, “Krypto the Superdog” e “Pucca Funny Love”, la sitcom per bambini “Due uomini e mezzo”, la fiction “7 Vite”, diversi film (come “La banda degli onesti”, “Totò, Peppino e la malafemmina”, “La casa dei sette falchi” e “Tre sul divano”), un po’ di partite di calcio (Galles-Italia under 21 e Georgia-Italia, per la quale l’oscuramento si è esteso anche al collegamento prima e ai commenti dopo).
E poi ancora: le “macchie”, come vengono chiamate in gergo, hanno colpito “Girlfriends”, i “Power Rangers”, “Law&Order”, “NCIS Unità anticrimine”, “Harper’s Island”, lo speciale Champions League su Raitre (5 settembre), il programma d’informazione “Cominciamo bene estate” (Raitre, 9 settembre), fino all’incredibile oscuramento - alla faccia del servizio pubblico - di oltre metà del Tg1 delle 13,30 (il 9 settembre scorso).
Lo scopo è evidente: rendere la visione della Rai con il telecomando Sky un percorso a ostacoli e convincere così la gente - una volta spento l’analogico - a passare al digitale terrestre.
Del resto basta guardare bene che cosa è stato criptato: molti programmi per ragazzini (che così fanno i bravi e passano a Boing sul digitale Mediaset); telefilm e serie tivù (così anche i genitori capiscono che aria tira e guardano Joi o Steel, sempre sul Dtt di Mediaset); e un po’ di pallone (così anche i calciofili sanno che per vedersi le partite è meglio non usare Sky).
La politica del criptaggio colpisce prima di tutto i telespettatori - specie quelli nelle cui regioni l’analogico è stato già spento - ma anche la Rai, che perde in media due punti di share per ogni trasmissione oscurata. In pratica, si usa la Rai (danneggiandola) per convincere la gente a passare al Dtt, una piattaforma che avvantaggia Mediaset. La quale invece su Sky cripta poco o niente, per non perdere audience.
La manovra funziona, e anche molto bene: otto milioni e mezzo di famiglie italiane si sono già comprate l’accrocco del Dtt (a parte o inserito nei nuovi apparecchi): il doppio rispetto a un anno fa. Il digitale terrestre decolla. Gli abbonamenti a Sky si fermano.
E così si può capire anche che cosa è successo al calcio su Mediaset Premium. A questo punto infatti il pubblico - che non si fida più del telecomando Sky dove i programmi scompaiono all’improvviso - è pronto per l’abbonamento a Gallery, con dentro il pallone più i canali in Dtt di Mediaset.
L’esca della pay-per-view non serve più a Piersilvio e ai suoi. Spento l’analogico e distrutta l’affidabilità di Sky grazie al mitragliamento di “macchie”, resta solo l’abbonamento al Dtt di Mediaset.
Certo, in tutto questo una scappatoia ci sarebbe: acquistare un ulteriore decoder, quello di Tivusat. Tivusat è la nuova piattaforma satellitare congiunta di Rai e Mediaset, dove fanno vedere tutto quello che invece viene oscurato su Sky.
Peccato che i nuovi decoder (peraltro quasi introvabili nei negozi) costino attorno ai 150-200 euro. A cui ci sono da aggiungere altri 100-150 euro di installazione e attivazione. E ovviamente il decoder non è compatibile con Sky, ed esige quindi un’altra presa e un altro telecomando.
Insomma non proprio una soluzione “consumer friendly”.
Infatti finora Tivusat è un mezzo flop: da quando il decoder è in commercio ne sono stati venduti circa diecimila, a fronte di un potenziale di almeno tre milioni di utenti, quelli che per motivi orografici non sono raggiunti dal digitale terrestre. I quali adesso, per fruire di un servizio pubblico per cui pagano già il canone, devono sborsare altri 300 euro.
Vittime collaterali della strategia delle macchie Rai, che serve solo a garantire l’espansione di Mediaset e dei suoi programmi a pagamento a costo di danneggiare in un solo colpo sia i telespettatori sia la tivù pubblica.
A proposito, tra un po’ iniziano i reality e i talent show, più i vari programmi nazional-popolari ad alta audience: si accettano scommesse su sparizioni del segnale, oscuramenti e criptaggi.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/09/17/cosa-sta-succedendo-nel-tuo-televisore/#more-3965
C'è un lungo e bellissimo pezzo di Francesco Costa, divertente e tutto basato su un ipotetico necrologio del Berlusca da scriversi nel 2020. Il Costa analizza la politica praticata tra una festa e l'altra dal tipo di Arcore e si concentra sugli effetti polarizzanti e devianti che ha avuto sulla sinistra italiana: Ora che Silvio Berlusconi è morto, possiamo affermare con qualche certezza che la sua eredità più profonda e duratura non sia stata tanto l’aver trasformato la destra italiana, quanto aver cambiato la sinistra. Anno dopo anno, governo dopo governo, una buona metà dell’elettorato italiano è diventata sempre meno interessata alle vicende del paese e dei suoi concittadini, e sempre più appassionata alle vicende personali dell’allora premier.
È un ragionamento che a me ha sfiorato spessissimo in questi anni; io, da un punto di vista strettamente personale, non so se attribuirlo al tipo in questione o al mio trasferimento e girovagare all'estero. Però è un dato di fatto che nel panorama politico europeo percepisco poca differenza tra destra e sinistra, ovvero non ho nesun problema a essere governato (e anche a votare) i partiti della destra istituzionale locale, i democratici o i liberali. Così come, saette su di me, non ho avuto problemi con l'azione politica di Bush e non ne ho in Francia per Sarko.
E l'argomento principale che uso nelle discussioni con gli amici o nella mia famiglia allargata tedesca è che ci vuole coraggio a chiamare destra la CDU, dovrebbero farsi un giro in Italia. E tutti annuiscono.
Ecco, se c'è un limite all'analisi del Costa è proprio quello: l'azione del Berlusca è stata senza dubbio di spostare a destra il baricentro politico italiano; o forse, per meglio dire, di interpretare al meglio il populismo becero che alberga nell'italiano medio. Insomma, la sinistra è sì diventata centro. Anzi, a fare un paragone con le altre democrazie europee, la sinistra italiana è praticamente una specie di centro centro centro destra, à là Moretti. E non lo è diventata negli ultimi anni: lo era gia col primo governo Prodi e con l'appoggio a Dini. Aveva dentro di sè i liberali e i democristiani.
Ma nel contesto politico europeo non è questo il problema, come non lo è la CDU tedesca, i gollisti francesi o i conservatori spagnoli. Il problema sono le macerie della destra italiana che lascerà il Berlusca: una destra dove un Fini è visto come un appestato, il giornalismo è squadrismo, la politica interna è fatta di barconi di poveracci ributtati in Libia, accordi con dittatori e dove le ammucchiate di ragazze avvenenti a casa di un politico sono diventate normali.
La sinistra ci può mettere pochissimo a ritrovare gli argomenti perduti, a concentrarci sul sociale e a ritornare ad essere un punto di attrazione per i più deboli. Ma come faranno i milioni di persone che hanno votato per un tipo che cambia idea ogni cinque minuti, che pretende la TV ammorbidata sotto i suoi piedi, che di economia non capisce niente e che per anni non è riscito a cambiare nulla a parte la patente a punti, a trovare un nuovo referente?
E soprattutto, abituati a essere continuamente stimolati ad andare sempre più a destra, si fermeranno o avranno bisogno di dosi più massicce?http://carlettodarwin.blogspot.com/
La ciausescata e’ andata a male, le temperature dell’udience a casa Vespa sono da pieno autunno: 13,47%. Perfino un certo Garko scalda i cuori piu’ del declino berlusconiano. Bene per Garko, malissimo per un uomo che ha costruito il suo impero economico e il suo successo politico con la televisione. Come e’ potuto succedere? Sono saltati perfino Ballaro’ e Matrix, due trasmissioni rivolte ad un pubblico politicamente sensibile e quindi potenzialmente disposte ad ascoltare il ruggito del vecchio leone, eppure niente. Vespa e’ sceso perfino sotto la media dei suoi ascolti in prima serata.
Chissa’, forse e’ stata solo una infelice coincidenza, Garko e’ il nuovo Mastroianni e la sua fiction e’ straordinaria. Cosa sfuggita ai calcoli della strategia mediatica del Premier. Oppure non ha funzionato il marketing pre-evento e sono tutti usciti a fare quattro passi o hanno preferito le partite su Sky. Se fosse cosi, quando Berlusconi consegnera’ le case vere ai terremotati, potrebbe provare costringere tutte le reti televisive a trasmettere la corazzata Potemkin in lingua originale. Oppure intervenire da Vespa a reti unificate, lasciando la corazzata a Rai 3.
Un’altra interpretazione del flop d’ascolti potrebbe trovarsi nel fatto che alla fine, nonostante i mille scandali che la attraversano, la politica interessa molto meno di quello che crede. Molti italiani votano, certo, e molto di piu’ di altre democrazie occidentali. Ma alla fine quello che vorrebbero e’ che una volta selezionati i politici facessero il proprio lavoro. E non e’ che non sappiano degli scandali, ma alla fine quello che gli interessa e’ un lavoro, uno stipendio decente, un futuro per i loro figli, tutti argomenti che non erano nella scaletta di Vespa. E nemmeno in quella del Paese negli ultimi mesi.
E questo e’ proprio il dramma principale della caduta del populismo berlusconiano, un Paese intero nel mezzo di una profonda crisi economica inchiodato alle anomalie personali del proprio Premier. E giustamente, perche’ in ballo c’e’ la qualita’ della democrazia, cosa che rende l’agenda secondaria. Ma questo e’ un passaggio forse non ancora pienamente acquisito se non da chi ha scelto di non vedere Porta a Porta, da tutti coloro che hanno reagito al violento abuso di potere mediatico del proprio presidente, ignorandolo. Gente che non abboccherebbe nemmeno se Berlusconi facesse il porta a porta, ma quello vero.
E DIPIETRO CON LA SUA PLOMB HA DICHIARATO SUL GIORNALE DI VESPA "QUEL CONDUTTORE UN BOIA" QUESTI SONO I TERMINI EDUCATI E REMOGERATI CHE IL NS EXPM TONINO USA X BRUN
L'opinione pubblica si comporta con il nano come quelle mogli picchiate e malmenate dai mariti che non si decidono a lasciarli e prendono ancora più botte .http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/09/17/masochismi.html
Perché il nuovo ambasciatore americano esordisce parlando di gasdotti, cioè di Putin.
Secondo Romano Prodi, «bisogna che qualcuno metta sul tavolo la complementarietà degli interessi europei e russi».
Parole dette ieri dopo un incontro a Mosca con Vladimir Putin.
Sempre ieri, nella sua prima intervista a un giornale italiano, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, David H. Thorne, diceva a Maurizio Caprara del Corriere della Sera, che «una delle grandi preoccupazioni della politica americana è la dipendenza energetica dell’Italia e di tutta l’Europa». Dietro le due dichiarazioni si leggono in controluce le due posizioni che animano il dibattito europeo e transatlantico sulla questione energetica e che si rispecchiano nei due grandi progetti oggi in competizione per l’approvvigionamento del Vecchio continente.
Il gasdotto Nabucco, che porterà metano azero in Europa, attraversando quattro paesi e facendo confluire il gas, infine, nel deposito austriaco di Baumgarten an der March. Il progetto, avviato dalla Ue e sostenuto da Washington, trova un concorrente significativo in South Stream, il gasdotto lanciato dal consorzio Gazprom-Eni, che trasporterà metano russo in Europa, sfruttando il fondale del Mar Nero e attraversando la Bulgaria.
La presidenza del consorzio South Stream era stata inizialmente offerta a Romano Prodi (che però ha rifiutato), come forma di garanzia politica. Poi Silvio Berlusconi se n’è fatto padrino, presenziando ad Ankara, il 6 agosto scorso, alla firma del protocollo di cooperazione per il via libera della Turchia ai lavori per le condutture nel fondo del mar Nero. E di fronte agli esterrefatti Tayyip Erdogan e Vladimir Putin ha rivendicato che «si tratta di un grande successo della nostra azione e delle nostra diplomazia commerciale».
Ma se andando all’osso immediato della disputa, essa può essere ridotta alla scelta tra due direzioni geostrategiche che vanno entrambe inquadrate nella logica bipolare ereditata dalla guerra fredda, il confronto va osservato in realtà su un piano più articolato, almeno da parte americana.
L’amministrazione Obama ha posto tra i suoi obiettivi prioritari il progressivo affrancamento dalla dipendenza dai combustibili fossili. Per motivi ambientali ed economici ma anche per ragioni di sicurezza nazionale.
Tutti i recenti conflitti che hanno visto impegnate le forze Usa sono legati direttamente o indirettamente al controllo del greggio.
Ma è chiaro che il passaggio dall’era del petrolio a quello delle energie sostenibili e rinnovabili non avverrà in breve tempo né sarà lineare. Inoltre, non è una sfida che l’America può intraprendere da sola, anche se oggi è molto motivata a farlo dopo il boicottaggio di Kyoto.
È dunque nell’interesse degli Stati Uniti, di questa amministrazione, avere sponde e interlocutori su tutto il ventaglio dei dossier energetici. Quindi non solo quello immediato del gas, che ha anche un’evidente valenza politica, di contenimento del potere russo. Ma anche quello mediorientale, con il caso iraniano in primo piano. Lo “scongelamento” dell’Iran serve a rimettere in circolazione le sue enormi riserve petrolifere. Non ultime le energie rinnovabili. L’ambasciatore Thorne si propone di promuovere intese e partnership americano-italiane nel meridione italiano per gli impianti e le tecnologie eoliche e solari. E poi, certo, c’è il nucleare, ma è uno scenario del tutto virtuale, visto che in Italia l’energia atomica resta una via a dir poco controversa, mentre negli Usa – osservava ieri Ermete Realacci – «non è un caso se non sono state costruite centrali dalla metà degli anni ’70».
È un disegno in cui anche l’accordo Fiat-Chrysler va oltre il salvataggio di un’azienda, essendo diventato il simbolo di una svolta verso il risparmio energetico con il sostegno di una casa italiana. È un disegno, insomma, su cui, non solo il governo, ma anche il nostro centrosinistra “obamiano” dovrà dire la sua.
Si chiamino a raccolta i trombettieri
portiamo in piazza gli sbandieratori
gli emissari del sire, gli araldi in grande stuolo
rullino i tamburi per il regno
che avanzino le schiere delle insegne
davanti stiano sempre gli stendardi
gli alfieri, tutti i conti ed i baroni
marchesi, ciambellani ed i lacché
cocchieri in pompa magna
bien sur, les cocotes du régime!
L'Italia ha di cui vantarsi, oggi il suo re ha fatto la carità! Niun osi contraddir la sua bontà
che la forca subirà
e in terra sconsacrata sarà sepolto.
Scànsati ognor al suo passare!
E china il capo in reverenzia.
Il sire è buono, è santo
in eterno adorerem la sua mercé
che per suo valore e nobiltà
oggi ci fa la carità! Taccian gli infedeli e i comunardi
i senzatetto e i malpensanti
i pessimisti ed i coglioni
i licenziati e gli insegnanti.
Tacciano per sempre i menagrami
i poveri e i malati
le solite fanciulle d'intelletto
che degne non son mai delle sue brache!
Tacciano i salotti dei pulciosi
i mercati popolari
le strade non del tutto illuminate
i pugni e le rivolte
e i giudici dei fori popolari. Tutto è pronto, lo spettacolo ha da iniziare
il servo di raiuno ha un solo vizio:
leccare sempre il culo al nostro sire!
Dopo l’outing di Fini, Casini lo segue sbaciucchiato da Rutelli, Bossi rilancia da Venezia, Berlusconi tace mentre il Pd continua a dormire. L’Italia, nel frattempo, s’interroga su quali saranno i frutti di tale tempesta di fine estate. In realta’ la vera lite, le botte, sono tra il rigurgito intelletuale della destra finiana e le volgarita’ lombardo-venete. Bossi e Fini finalmente sono arrivati alle mani, e Casini coglie l’occasione per proporsi sulla scena per rimpiazzare Bossi nella compagine dei Tories de noialtri che Fini ha lanciato. La rissa e’ scoppiata perche’ il vecchio magnate e’ alle corde e i suoi alfieri scalpitano per salire sul ring post populista. E’ la crisi berlusconiana il detonatore, quelle cose Fini e Casini le pensano da anni.
Scoppiata la rissa, Casini ha interesse che Bossi e Fini continuino a darsele di santa ragione, ha interesse che la Lega stramazzi al tappeto per poi proporsi come buon samaritano. Berlusconi invece no, per lui questa rissa oggi non ci voleva. Siamo alla vigilia del suo rilancio mediatico, a pochi giorni dal grande show Abruzzese dove l’”uomo del fare” si riproporra’ ai tele-elettori in tutta la sua magnificenza. A reti unificate ancora non si puo’ ma Vespa ha apparecchiato col servizio migliore e gli schiamazzi di Ballaro’ non rovineranno la serata. Berlusconi lo sa, nella sua Italia c’e’ solo una medicina: gli effetti speciali che facciano dimenticare le stecche.
Per i mal di pancia dei politicanti, invece, la purga migliore e’la lancetta dei sondaggi. Se riesce a far risalire il suo gradimento gli odiati politicanti di professione in vena di follie ritorneranno all’ovile. Bossi, da parte sua, fa quello che sa fare, manganella. L’unica novita’ e’ che sotto c’e’ finito Fini e quelle idee bizzarre che turbano le convinzioni padane. Bossi sa che se i padani cominciassero a leggere libri e viaggiare la vita della Lega sara’ ancora piu’ breve. Affinche’ regga il folclore padano serve ignoranza, odio e paura: dei terroni, di Roma, degli immigrati non importa. Quello che conta e’ che il popolo padano beva senza farsi domande e senza guardarsi troppo in giro. Proprio quello che Fini ha proposto.
Si vedra’ nelle prossime settimane quanto i leader della destra italiana saranno disposti a combattere: chi cedera’, chi crollera’, chi scappera’. Ma in politica e’ piu’ complicato. Nella destra italiana i muscoli li ha solo Berlusconi, la sua rete di potere, il suo impero mediatico ed economico. E se si mette a menare le mani lui sono grane per tutti i comprimari che lo hanno accompagnato nella sua iperbole politica. E perfino se emergessero legittime divergenze politiche - la frattura tra populismo italiano e un’emergente destra europea - e’ impensabile che Berlusconi con rinunci a sferrare qualche colpo. Del resto alla fine e’ lui che ha piu’ da perdere, e’ lui che ci lascera’ le penne per primo.
Bossi ha fretta, vuole il federalismo fiscale ad ogni costo. Nel 94 per lui Berlusconi era un piduista amico dei mafiosi, oggi e’ l’unica possbilita’ che ha di mantenere la parola coi padani. Questa e’ la politica oggi in Italia: Bossi ha bisogno dell’appoggio di Berlusconi in Parlamento e nel pieno di puttanopoli scatena l’ennesimo polverone per proteggerlo. Secondo Bossi le prostitute che frequentavano le case del Premier sono frutto di un complotto mafioso. Niente KGB o Mossad, dunque.
L’anziana coppia Bossi-Berlusconi oggi si complementa piu’ che mai. Da una parte Berlusconi, politicamente inconsistente e privo di qualsivoglia progetto politico che non sia il suo ego, dall’altra Bossi politicamente pragmatico privo di qualsivoglia idea politica che non sia padana. Un populista personale e un populista provinciale. Stessa pasta con la differenza che Berlusconi deve rendere conto solo a se stesso, mentre Bossi deve rendere conto alle paure padane.
Una compatibilita’ basata sul bisogno reciproco dei voti dell’altro per perseguire i propri obiettivi. E nel fatto che tali obiettivi non sono incompatibili. L’ego di Berlusconi per sopravvivere e’ pronto a sopportare tutto cio’ che gli serve, compreso l’isolazionisno razzista della Lega. Stessa cosa per Bossi, per lui Berlusconi puo’ anche aprire un bordello a Palazzo Grazioli a patto che non manchino i voti in Parlamento per far passare le follie padane.
Anche la fretta li accumuna, entrambi sanno che gli rimane poco tempo. Diventano vecchi e sanno che scomparso il leader populista non rimane nulla dietro di lui. E i due vecchi stanno forse cominciando a capire che la storia ha deciso di andare da un’altra parte. L’aria internazionale si e’ fatta irrespirabile mentre sul fronte interno le tempeste fanno prevedere il peggio. Sembra abbiano deciso che se arriva il tempo della pensione ci andranno tenendosi per mano.
I processi contro 'la Repubblica' e 'l'Unità', denunciate da Silvio Berlusconi per 1 e 2 milioni di euro di danni, si annunciano avvincenti e spettacolari quant'altri mai. Da mettersi in fila e pagare il biglietto. Il civilista del premier Fabio Lepri (studio Previti) intravede un "animus diffamandi" in vari articoli che mettono in dubbio l'efficienza degli apparati riproduttivi dell'illustre cliente presentando "il dottor Berlusconi come soggetto aduso a pretese iniezioni sui corpi cavernosi del pene o affetto da problemi di erezione". Com'è noto, l'onere della prova tocca a chi accusa. Infatti il penalista del capo del governo, on. avv. prof. Niccolò Ghedini, ha già annunciato al 'Corriere' che l'insigne assistito, in precedenza definito eventuale "utilizzatore finale" di escort, "è pronto ad andare in aula a spiegare che non solo non è un gran porco, ma nemmeno impotente". Anzi, di più: intende "spiegare a venti milioni di italiani, suoi affezionati elettori, che è perfettamente funzionante".
Al momento non è dato sapere in quali forme l'utilizzatore darà in aula la plastica dimostrazione del perfetto funzionamento. Ma converrà esserci quel giorno in aula. Anche perché i legali di 'Repubblica' e 'Unità' potrebbero citare un testimone che la sa lunga in materia. Uno che il 27 giugno 2008 titolò su 'Libero' a tutta prima pagina: "Il guaio di Silvio è la gnocca". E un anno dopo, 19 giugno 2009, con agile piroetta, scrisse sempre su 'Libero' a proposito dei casi Noemi & Patrizia: "Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale. Fantasie. Frequento da alcuni anni gli urologi. Questioni di prostata, data l'età. Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel '96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele. Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello. Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono. Fossi in Silvio avrei la tentazione di sbandierare in tv il certificato del dottore".
L'autore del dolce stilnovo si chiama Vittorio Feltri e non è omonimo dell'attuale direttore de 'il Giornale'. È proprio lui: lo stesso che ora, con grave sprezzo del pericolo, pubblica le denunce integrali ai due quotidiani che, come lui, han dubitato della virilità del Capo. In attesa che Lepri e Ghedini denuncino pure lui, c'è una sola faccia più tosta della sua: quella di un tizio che, quando Feltri fu condannato a 18 mesi per aver diffamato il defunto senatore Chiaromonte sul caso Mitrokhin, ululò sdegnato contro il malvezzo di denunciare e condannare i giornalisti: "Resto sconcertato alla notizia che Feltri venga condannato per un reato di opinione. A questo punto è definitivamente urgente depenalizzare i reati a mezzo stampa" (Ansa, 13 febbraio 2006). Era Silvio Berlusconi. Poi, col lodo Alfano, ha abolito soltanto i suoi. (Vignetta di Natangelo)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Primarie di coalizione
di Claudio Croci,
Con notevole clamore , recentemente , i tre candidati alla Segreteria del PD si sono trovati d’accordo a modificare lo Statuto dopo l’elezione del nuovo Segretario in un punto importante e cioè quello delle Primarie di coalizione volendo significare che l’elezione del Segretario Nazionale non significherà automaticamente candidatura alla Presidenza del Consiglio.
D’altra parte non si tratta di alcuna novità . Infatti nel 2008 la candidatura di Veltroni alla Presidenza non è affatto scaturita dalla elezione a Segretario del PD , peraltro maturata quando alla Presidenza del Consiglio vi era già un Presidente della stessa formazione politica , ma da un accordo tra PD ed IdV ad indicare Veltroni ,quale Presidente designato , indicazione che emerge necessaria dall’attuale legge elettorale . La designazione del Segretario era quindi frutto di un accordo politico. Lo Statuto del Partito prese atto di un dato di fatto e propose in una logica più propagandistica che istituzionale che la figura del Segretario del Partito fosse anche il candidato naturale alla guida del Governo.
Questa norma statutaria fu proposta ed accettata in un clima elettorale poco opportuno a riflessioni di lungo periodo , difatti Parisi mise subito l’accento su questo punto come su altri dello Statuto che dovevano essere riviste alla luce dell’effettive prime esperienze del PD , ma come noto l’Assemblea del Giugno 2008, unica convocata dopo le elezioni , fu tutto fuorché una riflessione democratica sull’essenza profonda delle regole interne del PD.
Oggi la questione è stata riproposta dai tre candidati e si è preso atto che siano necessarie primarie di coalizione per designare l’eventuale candidato alla Presidenza del Consiglio. Ora questo non significa affatto un necessario ritorno alla logica dalemiana che vede le due cariche distinte , ma semplicemente potrebbe anche significare , e alcuni ulivisti la intendono in questo modo , accentuare l’uso delle primarie anche alla individuazione del Premier oltre a quelle del Segretario Nazionale.
Ma oltre a questo vi sono ulteriori implicazioni che ribaltano nettamente l’impostazione dalemiana . Se infatti i partiti coalizzati decidono di indire le Primarie è naturale che si dettino delle regole sul rispetto dell’esito delle primarie stesse ; ad esempio che il candidato eletto avrà il compito lui e non i partiti di scegliere i Ministri e che inoltre possegga una sorta di veto a su candidature che non garantiscano pienamente la fedeltà di maggioranza, in definitiva le primarie eleggono una figura decisonale per tutta la coalizione che enfatizzi l’uso delle primarie stesse , altrimenti per quale motivo chiamare a raccolta tutti gli elettori anche al fine di impedire il ritorno a comportamenti tipo Rossi o Turigliatto o Mastella che determinarono la caduta del governo Prodi . Ma se le primarie impongono questi vincoli alla coalizione non si ritorna alla concezione , mai realizzata, peraltro , di quell’Ulivo originario che vedeva la nascita di un soggetto estraniante la vecchia concezione partitica tesa a dare all’elettore la possibilità di scelta di un soggetto deciso prima delle elezioni e determinato dagli elettori ? Ma se è così allora questa è una forma nuova di bipolarismo e cioè quel bipolarismo vincolante che vede nei due poli aggregazioni più stretti di una semplice coalizione : nascono due soggetti politici di cui i due leader , scelti da tutta la coalizione, saranno destinati ad assumere la Presidenza del Governo. Ma è lo stesso principio dell’Ulivo . Ma allora la posizione dalemiana va a coincidere con questa proposta ? Penso affatto che no . Difatti l’UdC di cui i dalemiani reclamano l’alleanza come decisiva , non accetterà mai elezioni primarie di coalizione vincolate a meno che a essere eletto non sia Casini , ma in tal caso più che primarie di coalizione , si tratterebbero di primarie a candidato unico . Per cui nell’accordo a ben guardare è stato il fronte ulivista pro-Franceschini ad avere partita , in teoria , vinta.
Fini sa chi e’ Berlusconi, e lo sa dal primo giorno che e’ sceso in campo. Fini conosce la verita’ sui castelli di menzogne costruiti dal Premier in quindici anni, e’ ridicolo credere il contrario. Fini e’ tutto tranne che ingenuo, Fini e’ un calcolatore che procede a piccoli passi verso la meta, con determinazione e cinismo intelligente se serve. Non sarebbe leader della ex destra italiana da vent’anni con la sicurezza di un impiegato se fosse diversamente.
Ebbene, per convenienza personale e del suo partito, Fini, pur conoscendo l’uomo Berlusconi, ha deciso di unirsi prima come alleato e poi addirittura come socio fondatore della Pdl. Un patto col diavolo, un’Opa sul partito dei conservatori italiani che Fini oggi ammette di avere in mente. Oggi Fini svela implicitamente di aver sorvolato sull’anomalia democratica di Berlusconi perche’ gli serviva il suo consenso nel Paese e il suo potere per perseguire il progetto di destra europea.
Alcuni ritengono che questa sia la politica. L’equilibrio tra interessi e valori. Altri pensano che si tratti solo di bieca partitocrazia dove al posto delle idee contano i voti e tutto e’ legittimo pur di vincere. Sta di fatto che lanciata l’Opa, Fini sapeva che non era ancora venuto il suo momento e’ ha scelto di aspettarlo alla Camera dei Deputati, un ruolo che lo tenesse fuori dalle porcherie populiste e gli tenesse in frigo un’autorita’ morale utile per puntare alla leadership dei Tories alla matriciana una volta il vecchio si fosse deciso a mollare.
Ora, Fini ha capito che il momento che aspetta da anni sta arrivando. Berlusconi sta crollando sotto le macerie della sua inconsistenza politica e della sua miseria morale. Ad inchiodarlo, paradossalmente, e’ il suo peccato minore, la lussuria, minore ma dannatamente dimostrabile. In complessi casi di corruzione se hai i milioni per permetterti certi ghedini in Italia te la cavi sempre, ma se una escort ti sputtana col telefonino i complessi teoremi difensivi e i cavilli processuali non servono. Se poi cadi a livello di pettegolezzo il tuo giudice torna ad essere il popolo che ti sei rufianato in campagna elettorale, non quello del tribunale.
E quel tipo di sputtamento o lo ammetti subito o lo neghi ad oltranza intimidendo gli sputtanatori sperando che il tempo saturi le ferite delle coscienze piu’ cristianamente sensibili. Berlusconi ha scelto la seconda strada come se fosse la prima balla che dicesse al Paese e non l’ennesima in un Paese allo stremo della sua ipocrita pazienza. E tutto nel bel mezzo di un contesto europeo che non attendeva altro che avere in mano prove della non democraticita’ del fenomeno Berlusconi. Un errore che Fini ha colto al volo e nel momento di massima debolezza del suo cavallo, lo frusta. La chiamano politica anche questa, attaccare il tuo socio nel momento di crisi per prendergli il posto. Adesso bisognera’ vedere se il cavallo Berlusconi stramazzera’ al suolo inerme sotto il peso di tutti i cavalieri di latta che si porta sul groppone da anni o se, da uomo dello spettacolo, fara’ il colpo di scena portandosi nella tomba politica tutto il cast del berlusconismo, Fini incluso.
Lo scandalo in Parlamento
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica
È giunto il tempo che Silvio Berlusconi vada in Parlamento ad affrontare uno scandalo che, sempre di più e ancor più limpidamente, rivela il disordine della sua vita privata.
Che sarebbe anche affar suo, certo (lo si dice per i "neutralisti"), se non fosse contraddittorio con l´ordine che voleva imporre per legge alla nostra vita e incompatibile con la rappresentazione che ha dato di se stesso agli elettori. Questo è già un problema di difficile soluzione per Berlusconi, ma non appare più il cuore dello scandalo. La gravità del caso politico – da affrontare con urgenza alla Camera e al Senato, nel luogo "politico" per eccellenza, – si annuncia nella sventatezza con cui il capo del governo assolve alle sue responsabilità pubbliche e si radica nella sua vulnerabilità. Un controllo delle date delle "feste" a Palazzo con gli impegni pubblici del presidente del Consiglio svela come, a volte, il premier viene meno ai suoi doveri istituzionali per non rinunciare ai suoi piaceri privati. La serietà della questione è soprattutto, però, nella vulnerabilità che oggi circonda la sua persona e il suo ufficio. Il via vai di prostitute a Palazzo Grazioli, le cene, le feste, il sesso, le orge, insomma le abitudini di vita e il veleno della satiriasi espongono con tutta evidenza Silvio Berlusconi a pressioni e tensioni che nessuno è in grado oggi di immaginare. Nemmeno il presidente del Consiglio. Nemmeno l´occhiuta "squadra" dei suoi collaboratori più stretti che finora ha pensato di uscire dall´angolo in cui il premier si era cacciato da solo con le intimidazioni all´informazione, le pressioni sui possibili testimoni, i trucchi di sottomesse burocrazie della sicurezza.
Che l´Egocrate si fosse cacciato in un guaio che, con il tempo, sarebbe diventato catastrofico, è stato chiaro quando Patrizia D´Addario ha mostrato le fotografie e le registrazioni raccolte nella notte trascorsa con il premier. Ora Gianpaolo Tarantini completa il disegno e quel che si vede è esattamente quel si intuisce e si racconta da mesi. Un giovanotto ambiziosissimo, uomo d´affari temerario e cinico grimpeur sociale, fa leva sulle ossessioni personali di Berlusconi (ritorniamo a chiederlo, dopo la denuncia pubblica della moglie: quali sono le sue condizioni di salute?) per avvicinarlo, blandirlo, conquistarne l´attenzione e l´amicizia. Tarantini ingaggia prostitute per il premier. Le accompagna nel suo Palazzo. Le rimborsa con moderazione e le paga, generoso, se fanno sesso con Berlusconi che finge di non sapere, non vedere, non capire. In qualche occasione, Tarantini offre alle "ragazze" (e lo ammette) della cocaina per ricompensarle. In cambio, il giovanotto, diventato prosseneta, chiede al capo del governo buoni contatti e autorevole influenza per chiudere affari con lo Stato. Il capo del governo glieli offre.
Sesso, prostituzione, affari, droga. In questo ambiente è precipitato Silvio Berlusconi, per un´intima fragilità irrisolta e denunciata per tempo da Veronica Lario. Da questo ambiente possono saltar fuori molti intrighi e troppi ricatti che il capo del governo è ormai palesemente incapace di prevedere e controllare, come ha fatto sempre in passato immaginando per se stesso un´impunità eterna. Se ieri il tentativo di liquidare quest´affare come «spazzatura» e violazione della privacy era malinconico, oggi è irresponsabile. La vita disordinata che ha condotto – e che, secondo alcune fonti, ancora conduce in palazzi più appartati – rende Silvio Berlusconi pericolosamente esposto a coercizioni e vulnerabile alle pressioni. Questa sua debolezza non è un "affare di famiglia" (ammesso che lo sia mai stato), ma interpella la credibilità delle istituzioni e minaccia la sicurezza nazionale. Quante sono le ragazze che possono umiliare pubblicamente o addirittura compromettere il capo del governo? Le amiche di Tarantini, se il giovanotto ha detto il vero, sono più o meno trenta. Come Patrizia D´Addario, qualcuna tra loro ha conservato imbarazzanti documenti sonori o visivi di Berlusconi? Dove finiscono o dove possono finire le informazioni – e magari le registrazioni e le immagini – in loro possesso? Senza voler considerare, poi, che Gianpaolo Tarantini è stato soltanto uno – uno solo – dei ruffiani del presidente, l´ultimo arrivato, il più arruffone a quanto pare.
Il lento ma inesorabile disvelamento della vita disordinata di un premier attossicato dalla sexual addiction deve pure trovare un punto di arrivo con un chiarimento pubblico se non si vuole trascinare nel baratro – con la reputazione di Berlusconi – anche la credibilità delle istituzioni. I costi pagati dal rifiuto del capo di governo a illuminare ciò che ancora oggi è oscuro non possono essere illimitati. Per evitare di chiarire i suoi rapporti con una minorenne, è salito su un ottovolante di dinieghi, abusi, aggressività, conflitti brutali che non gli ha portato e non gli può portare fortuna. La festa di Casoria; le rivelazioni degli incontri con Noemi allora minorenne lo hanno costretto a mentire in televisione. Quella menzogna non l´ha avuta vinta e sono saltati fuori i portfolio che vengono consegnati a Berlusconi per scegliere i «volti angelici»; la cerchia dei ruffiani che gli riempie il Palazzo e la Villa di donne a pagamento; migliaia di foto che lo ritraggono, solo, circondato da decine di ragazze di volta in volta diverse; i ricordi imbarazzati e imbarazzanti di capi di Stato che gli hanno fatto visita; la confessione di una prostituta pagata per una cena e per una notte di sesso con in più la promessa di una candidatura alle Europee e poi in consiglio comunale; intercettazioni telefoniche (un centinaio) con cui gli vengono annunciate "brune" e "bionde", indimenticabili che giustificano la diserzione del premier da un appuntamento ufficiale. Fino a quando potrà durare il silenzio dell´Egocrate? Che cosa lo costringe a mentire o gli impone di tacere? Non sono una via di uscita – ieri ce n´è stato un altro – gli ininterrotti flussi verbali, uguali nelle parole, nei gesti, nelle pause, nell´inutilità di guadagnare il rispetto che ha perduto. Che cosa deve ancora accadere perché Berlusconi trovi la forza, il coraggio, l´assennatezza di offrire al Paese quella verità su se stesso che ancora oggi rifiuta? La crisi personale di una leadership può diventare, per ostinazione di un narciso smarrito, discredito di una nazione? Il dramma di un uomo e di una leadership può diventare la tragedia di un Paese? Vada in Parlamento, finalmente, e si racconti, ci racconti. Non può cavarsela consigliando, al solito, di non leggere i giornali. L´informazione non ha altra possibilità che continuare a raccontarlo. La questione è se Berlusconi può raccontare se stesso. In pubblico e senza complicità.
La stampa italiana -quella”vera”: Repubblica, il Corriere- si è finalmente svegliata sulle “connection” Berlusconi-Gheddafi e oggi entrambi i giornali dedicano ampio spazio all’argomento, partendo dalla famosa intervista di Berlusconi alla “sua” Nessma TV, intervista che è rimasta nel dimenticatoio per ben due settimane.
Occupandomi di media arabi ed essendo una persona che segue attentamente gli sviluppi dei social media, ho potuto guardare quell‘intervista, come ho scritto grazie a @rafik, collega tunisino di Twitter, lo scorso 28 agosto. Ho postato in inglese, dato che questo blog è innanzitutto uno spazio di riflessione sui media arabi, e non sulle questioni italiane. Sono un’analista di media arabi, non di politica italiana.
Eppure, in quanto cittadina italiana che ha a cuore quello che succede in questo paese, ho creduto opportuno avvisare i colleghi di Repubblica -citati proprio quel giorno in tribunale da Berlusconi per le famose “10 domande”- della suddetta intervista e dei pericolosi legami di “esportazione del conflitto di interessi” che faceva presagire. Ho avvisato via email molti redattori del giornale, la direzione, e anche la redazione del sito web Repubblica.it, segnalando la suddetta intervista, chiedendo di pubblicarla e di portarla all’attenzione del pubblico italiano. Ho creduto opportuno inoltre postare un’ulteriore analisi, in italiano stavolta, che mettesse in luce il triangolo Berlusconi-Ben Ammar-Gheddafi, rispolverando la notizia riportata lo scorso giugno dal Sole24ore sull’ingresso della società Lafitrade vicina al leader libico nel capitale della Quinta Communications di Ben Ammar (e Berlusconi).
Sul Manifesto dello scorso 30 agosto, in occasione della visita di Berlusconi in Libia, è stata ripubblicata la gran parte di questo post a pagina 3.
Intanto, contemporaneamente, il blogger Daniele Sensiaveva tradotto l’intervista di Nessma in italiano, postandola su You Tubee dandone ampia diffusione, con vari post, anche lui a partire dal 28 agosto.
Alla faccia di tutto questo, Repubblica, il Corriere e persino Beppe Grillo, ripubblicano giorni dopo la notizia senza mai citare nessuna di queste precedenti analisi, e ignorando scandalosamente persino il suddetto articolo del 30 agosto su il Manifesto (persino i “colleghi” de l’Unita pubblicano la notizia il 31 agosto, un giorno dopo il Manifesto, senza mai citarlo). Republica, il Corriere, Grillo pubblicano persino il video tradotto da Sensi, senza mai citarne il nome. Per fortuna che lui che conosce bene il comportamento “corretto” dei nostri media nei confronti dei blogger, aveva provveduto saggiamente a mettere un banner sul video con il nome del suo sito.
Il 4 settembre John Hooper, corrispondente del The Guardian, pubblica un ampio servizio dal titolo “The Qaddafi-Berlusconi connection” portando all’attenzione le ambiguità di un Berlusconi in affari privati con Gheddafi e allo stesso tempo in affari pubblici: la pericolosa, appunto, esportazione del conflitto di interessi. E aggiunge:
“What is as striking as anything about all this is the role played – or rather, not played – by the Italian media. In all the thousands of words I have read and heard since June about the dealings between the Berlusconi and Gaddafi governments, I had not read even one that called attention to this new link between the two leaders. My attention was drawn to it by a reader. Libya’s entry into Quinta, which I suspect would have been front-page news in any other European country, was reported briefly by a couple of dailies, but in their financial section. Neither piece made any allusion to the link to Nessma”.
Traduco: “Ciò che è scioccante quanto tutto il resto in questa faccenda è il ruolo giocato -o meglio, non giocato- dai media italiani. Nelle migliaia di parole che ho letto e sentito da giugno sugli accordi fra i governi di Berlusconi e Gheddafi, non ne ho letto nemmeno una che portasse l’attenzione su questo nuovo legame fra i due leader. Me ne sono accorto grazie a un lettore. L’entrata della Libia in Quinta, che sospetto sarebbe stata notizia di prima pagina in qualsiasi altro paese europeo, è stata riportata brevemente da un paio di quotidiani, ma nella loro sezione finanziaria. Nessun articolo ha fatto alcuna allusione al legame con Nessma“.
Grazie a John Hooper, e al suo attento lettore che forse è un lettore dei blog, o un frequentatore dei social network, il The Guardian ha scritto quello che era dovere dei nostri quotidiani scrivere. Eppure Repubblica ha avuto anch’essa la segnalazione da un lettore su questi bui legami -almeno uno di questi lettori sono io, e sospetto chissà quanti altri segnaleranno cose importanti che cadono nei dimenticatoi dei nostri media, così troppo presi -da destra e da sinistra- da gossip, mutande, escort, e si risvegliano dai loro sogni da reality soltanto quando arrivano fonti autorevoli come un quotidiano inglese a esortarli sulle cose veramente importanti che succedono nel loro stesso paese…
Il lettore in Italia non conta niente. Tantomeno conta il blogger. Lo dimostra la mia storia, quella di Daniele Sensi, e di tanti altri blogger che scrivono per amor di verità, per passione politica, e che non si meritano nemmeno una riga -una riga, signori!in tanta carta e inchiostro, cos’è una riga una di grazie!?- per il lavoro di documentazione che fanno.
Persino Beppe Grillo, il blogger italiano più famoso nel mondo, non si prende la briga di fare quello che persino un adolescente riuscirebbe a fare, ricercare su Internet una notizia, la sua fonte -anzi le sue fonti visto che di tante voci la Rete parla- andare indietro nel tempo, trovare connessioni. Grillo scrive il 3 settembre come se nulla fosse esistito prima!
Questa storia porta ad una serie di amare conclusioni. Intanto, che la stampa italiana mainstream non riesce a riconoscere la valenza di una notizia, se a segnalargliela non è un giornale straniero. I giornalisti pagati per fare inchieste non si sa cosa facciano nel nostro paese, se si aspetta la segnalazione di un lettore a un giornale straniero per arrivare a riconoscere l’importanza di qualcosa.
Poi, che la stampa di minoranza non conta niente: talmente zero che il Manifesto, pur essenso un quotidiano nazionale, viene ignorato apertamente, come se quella notizia il 30 agosto non l’avesse mai data. E persino quando il Sole24ore porta alla luce la notizia dell’ingresso della Libia in Quinta Communications, la cosa rimane relegata alle notizie finanziarie. Come dire, ogni giornale faccia il suo lavoro e il Sole faccia pure notizie finanziarie, il Manifesto tiri su polveroni terzomondisti, tanto alla stampa mainstream non interessa.
Con i blogger i nostri media mainstream sono anche più sfacciati che con i colleghi della stampa “di settore”. I blogger non meritano nemmeno di essere citati, ci si puo appropriare del loro lavoro di documentazione e traduzione ma attribuirgli un nome, un volto, una firma, quello proprio no. Alla faccia della proprietà intellettuale, dell’etica professionale, etc etc etc
Come si fa in questo paese ad essere presi sul serio quando si parla di giornalismo? e quando nei salotti bene dei nostri media mainstream si interloquisce sulla rete, i social media, Twitter, come si fa ad essere credibili se non si è pronti ad attribuirgli dei meriti, ma solo a rapinarli?
Su Internet vige un rispetto e un’etica di citazione che i nostri media se lo sognano. E comportamenti come quello di Repubblica e di tutti gli altri colleghi si pagano a caro prezzo, quello della reputazione.
Noi continueremo a documentarci, a tradurre, a scrivere per amore di verità. E lo faremo con correttezza ed etica, le uniche cose che finora ci hanno ripagato, le uniche cose che servirebbero a questo paese e che non abbiamo, a sinistra e a destra.
Se l’atteggiamento dei nostri media non cambia, quello dei nostri giornalisti non cambia, come possiamo pensare che cambi il nostro paese? e non è solo Berlusconi che cita i giornali e chiude le trasmissioni il problema.
Il problema siete anche voi che usate la stessa sonante moneta di gossip e sciacallaggio, il problema è chi non indaga su quello su cui dovrebbe indagare, ma alza carrozzoni e polveroni mediatici e si è scordato cos’è l’etica, l’indagine giornalistica, il diritto di citazione, la correttezza professionale e, soprattutto, la sua reputazione che, benedetto Internet, per fortuna è sotto gli occhi di tutti.
Penso che sia meglio continuare ad occuparsi di media arabi e scrivere in inglese. La prossima segnalazione sui fatti di casa nostra la faccio direttamente al The Guardian e al signor John Hooper che, thanks God, sente il dovere di citare quel suo lettore anonimo..
La stampa in Italia e’ libera grazie alla porcus regius benevolentia. Le televisioni sono obiettive ed espressione di un giornalismo strettamente rispettoso della deontologia prefessionale: obiettiva, completa, disinteressata. Ore di giornalismo purissimo che inondano quotidinamente il popolo italico di sapere e lo aiutano a vivere in piena consapevolezza quel ruolo di cittadini che e’ indispensabile ad ogni democrazia.
Ormai tutto questo è normalità. Il problema oggi non è più Berlusconi, ma il Berlusconismo. La coscienza degli italiani è infatti ripiegata su se stessa, non accetta ma nemmeno combatte; è amorfa e immobile al susseguirsi degli avvenimenti, come se andasse incontro al suo destino già scritto, quello di Paese illiberale (o come sosteneva la FreedomHouse americana, di paese "semilibero").
I continui suoi attacchi (dalle semplici dichiarazioni fino alle querele plurimilionarie) alle istituzioni (ricordate cosa disse al Parlamento Europeo?), alla magistratura, al giornalismo, fino a soggetti singoli con pressioni perfino personali (Montanelli, Biagi, Santoro, Mauro, Guzzanti, Luttazzi, tanto per citarne alcuni fino a Raitre) e più in generale a chiunque non la pensi come lui (e soprattutto con chi è dietro e sopra di lui, dalla IOR alla P2), sono oggi normale amministrazione quotidiana, quasi un abitudine. Il suo affermare e smentire giornalmente ogni sua stessa dichiarazione non fa altro che mescolare le carte, rendendo alla fine indistinguibile alla massa chi ha ragione e chi ha torto, ma soprattutto chi dice il vero e chi il falso.
Ma il bello è come sia possibile ancora stravolgere la realtà: definirsi un liberale e chiamare un partito politico "Partito delle Libertà" è come minimo assurdo dopo quanto detto.
Concludo con un video, di Ascanio Celestini, sperando che questo mio sfogo/riflessione sia utile a quanti hanno ancora dei dubbi su dove fare una croce in cabina elettorale, sempre se ci sarà una prossima volta per farla quella croce.
Ai giornalisti che lo avevano seguito a Danzica e che gli chiedevano conto dei dubbi espressi ieri da una portavoce della Commissione europea circa il trattamento riservato ai potenziali profughi politici, il presidente del Consiglio italiano ha risposto furibondo non solo che non si trattava di un “richiamo” all’Italia (il che formalmente è anche giusto: a Bruxelles è stata annunciata una richiesta di chiarimenti), ma ha reagito - come spesso gli accade - rivoltando il tavolo e cancellando in un colpo solo i concetti costitutivi dell’Unione europea e - prima di essa - delle Comunità europee. Cioè il centro della politica italiana degli ultimi 60 anni. Il fatto che ne sia probabilmente inconsapevole aggrava la situazione.
Nell’ordine, Berlusconi ha:
chiesto che singoli commissari e loro portavoce non parlino più pubblicamente di cose riguardanti gli stati membri, per non dare “armi” alle opposizioni
chiesto che a pronunciarsi pubblicamente in questi casi siano solo il presidente della Commissione e il suo portavoce
annunciato che porterà la questione al prossimo Consiglio europeo (riunione di capi di stato e di governo dell’Unione)
minacciato, in caso non fosse accolta la sua proposta, di bloccare il funzionamento del Consiglio facendo mancare il proprio voto
chiesto che in caso di recidiva i commissari e i loro portavoce siano “dimissionati in maniera definitiva”.
Al presidente del Consiglio italiano sembrano sfuggire gli elementi essenziali della struttura costituzionale europea:
l’Unione europea non è - nella sua essenza - una struttura “intergovernativa”, ma sovrannazionale, cui - in conseguenza di precise scelte costituzioniali e politiche - l’Italia ha ceduto parte della propria sovranità
di questa organizzazione l’organo sovrannazionale più importante è la Commissione europea che ha due compiti fondamentali: l’iniziativa legislativa (è la Commissione che studia e propone l’adozione di nuove norme) e il controllo della aderenza della legislazione e della prassi degli stati membri ai trattati e alla legislazione europea. Se nota un problema, al termine di una precisa e lunga procedura, la Commissione - diciamo così - può denunciare lo stato alla Corte di Giustizia
la Commissione è un organo costituzionalmente indipendente dal Consiglio europeo o dal Consiglio dei ministri, essa deve - invece - ottenere la fiducia del Parlamento europeo, che può anche revocarla. Una volta indicato il presidente, i governi e i loro rappresentanti non hanno più voce in capitolo sul funzionamento della Commissione
ammesso e non concesso, cioè, che sia possibile oltre che auspicabile che a parlare di Pesca non sia il commissario alla Pesca, il Consiglio europeo non ha alcun titolo per discutere o men che meno imporre qualcosa alla Commissione — a meno, naturalmente, che apra una nuova conferenza intergovernativa per cambiare radicalmente i Trattati
men che meno, dunque, può “dimissionare” chicchessia della Commissione.
Il problema è che il capo del governo italiano non riesce a uscire da una visione della politica e del mondo dove il governo - anzi, il capo del governo eletto è l’inizio e la fine di tutto. Il conflitto o anche solo le divergenze tra diversi organi pubblici nella sua visione del mondo sono da eliminare e ricondurre ad unità sulla base dell’unico parametro, quello “dell’eletto” e della maggioranza di cui questo è espressione e guida.
La democrazia occidentale è nata quando ci si è resi conto che il conflitto nelle società non poteva e, dunque, non doveva essere annullato e che occorrevano regole gestirlo. Sono i regimi totalitari di qualsiasi genere (religioso o politico) che pensano possibile, dunque auspicabile, dunque necessario cancellare il conflitto. La posizione naturale di Berlusconi è tecnicamente totalitaria e si rispecchia nei confronti delle istituzioni, come della stampa, come di qualunque organismo o individuo di peso che consapevolmente o inconsapevolmente intralci la sua lettura della realtà.
Il fatto che tutto questo sia alimentato da una ignoranza profonda circa la natura, le competenze e il funzionamento dell’Unione europea non fa che peggiorare la situazione. Una ignoranza comune alla maggioranza degli altri politici - e probabilmente dei giornalisti: vedremo domani - ma la cosa naturalmente non consola affatto. Anzi.http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/
L'impossibile paragone con il Watergate
Alezander Stille
la Repubblica
Il paragone fatto tra l´attacco del premier Silvio Berlusconi alla stampa italiana e straniera e la lotta tra il presidente Richard Nixon e la stampa americana è interessante sia per i suoi paralleli sia per i suoi punti di divergenza.
Né i primi né i secondi fanno onore al premier italiano. Nixon aveva ereditato un paese spaccato sia dalla guerra in Vietnam sia dalla lotta per i diritti civili per i neri. Il presidente repubblicano aveva promesso di portare la pace in Vietnam quando si era candidato nel 1968 ma dopo due o tre anni era diventato chiaro che stava cercando invece di espanderla, cominciando dalle operazioni segrete in Cambogia e in Laos. Le proteste contro la guerra avevano prodotto i primi morti quando quattro studenti non armati furono ammazzati da truppe della guardia nazionale americane nel campus della Kent State University nel 1970. La frustrazione dei neri nei ghetti delle città industriali del Nord avevano causato sommosse durante le quali furono bruciati interi quartieri di molte città. Gli scontri a fuoco tra la polizia e le "pantere nere," erano costati la vita a nove poliziotti e dieci membri del gruppo.
In questo contesto di scontro sociale e politico forte, Nixon si sentiva isolato e, a causa della sua indole paranoica, pensava di avere contro i poteri forti del paese. Effettivamente, i principali media del paese, dopo aver appoggiato il governo nei primi anni di guerra, si erano, per la maggior parte, opposti alla guerra in Vietnam.
Nel 1971, il New York Times aveva cominciato a pubblicare i cosiddetti "Pentagon Papers", migliaia di pagine di una grande inchiesta interna del Pentagon per capire meglio la storia e l´andamento della guerra in Vietnam. Il rapporto segreto aveva documentato come i presidenti Lyndon Johnson e Nixon avevano spesso mentito sulla guerra, esagerando i successi e nascondendo i pareri di molti esperti che avevano denunciato che la guerra non era militarmente vincibile. Un consulente importante del rapporto, Daniel Ellsberg, un ex falco deluso dall´andamento del conflitto, avevo deciso di dare i "Pentagon Papers," – ancora coperti dal segreto – sia al New York Times sia al Washington Post. Quando il quotidiano newyorkese aveva cominciato a pubblicarli, Nixon era andato su tutte le furie. La Casa Bianca era riuscita per poco tempo a bloccarne la pubblicazione ma il New York Times aveva fatto appello e le corti superiori (compresa la Corta Suprema americana) avevano tolto il blocco, stabilendo che il chiaro interesse pubblico dei documenti rendeva legale la loro pubblicazione. Il Washington Post si era poi unito al New York Times nel pubblicarli.
In risposta alla crisi Nixon creò un piccolo ufficio di servizi segreti nella Casa Bianca: si chiamavano gli "idraulici," perché il loro lavoro era di impedire fughe di notizie. In più gli assistenti di Nixon compilarono un elenco di "nemici," che inizialmente aveva 21 nomi, per arrivare poi a 30.000.
La prima operazione degli "idraulici" fu di entrare di notte nell´ufficio dello psicoterapeuta di Daniel Ellsberg, il responsabile della fuga dei Pentagon Papers. L´idea era di raccogliere materiale per distruggere la reputazione e forse ricattare Ellsberg. La seconda operazione – quella più famosa – fu l´irruzione negli uffici del Partito Democratico nel Watergate Hotel. L´operazione fu l´inizio della fine di Nixon. Il luogo comune su Watergate è che Nixon fu costretto a dimettersi perché aveva mentito. È vero che non aveva diretta conoscenza dei singoli atti degli "idraulici" ma l´idea di usare il governo per punire i "nemici" era stata sua. Fu un insieme di cose – dall´uso di armi improprie contro i nemici al depistaggio delle indagini – a dare l´impressione di un presidente che aveva sovvertito elementi chiave dell´ordinamento democratico e a dettare la fine di Nixon.
Durante gli scandali dei Pentagon Papers e del Watergate, il New York Times e il Washington Post avevano mantenuto la schiena dritta. Nonostante i suoi tentativi, Nixon non era stato affatto in grado di intimidire i giornali e le televisioni.
Veniamo ai paralleli con l´Italia di Berlusconi. Il premier italiano, come Nixon, divide il mondo tra amici e nemici. Ma il contesto in cui si muovono è profondamente diverso. Nixon non riusciva assolutamente a controllare o intimidire giornali e tv e il suo manipolo di ex agenti Cia non riuscì a combinare che una minima parte di quello che speravano i loro padroni.
In Italia abbiamo un quadro ben diverso. Berlusconi domina il Paese con una forte maggioranza e un´opposizione debolissima. Quelli che osano criticare il leader sono pochissimi. Le principali sei televisioni – da cui si informa circa il 70 per cento degli italiani – sono direttamente o indirettamente in mano al presidente del Consiglio. Una situazione senza paralleli nel mondo democratico. Il primo ministro – attraverso la sua famiglia – è proprietario di un´armata mediatica: due quotidiani, un settimanale e tanti altri giornali, dalle riviste femminili ai periodici di gossip, che danno un quadro rassicurante della discussa vita familiare del premier. Ma i rapporti di forza ora sono molto diversi: oltre ai suoi media, Berlusconi ha in mano la televisione di Stato. Che rimane zitta, come Rai Uno, oppure viene zittita come sembra essere il caso di Rai Tre.
Berlusconi, prima di iniziare la sua controffensiva, ha fatto cambiare il direttore del Giornale. Da allora il Giornale funziona, ma con più efficacia, come l´ufficio che doveva punire i nemici di Nixon. Non si è capito, a questo punto, da dove il Giornale abbia ottenuto le informazioni per distruggere la reputazione del direttore dell´Avvenire, il giornale cattolico che ha osato criticare il premier. Sono venute dai servizi segreti? Se è così, abbiamo un caso simile a quello degli "idraulici", con l´aggravante che strumenti del governo lavorano in sincronia con i media del primo ministro.
Invece di essere sottoposto alla legge come Nixon, dunque Berlusconi si sottrae a tutti i suoi processi e rifiuta di rispondere alle domande. Al contrario cerca di criminalizzarle. E i media principali invece di indignarsi fanno finta che questo sia un normale scontro di potere in una democrazia come tutte le altre.
Vedevo ieri su Sky che hanno fatto un sondaggio sulla libertà di stampa in Italia, con risultati un po’ inquietanti - la maggioranza diceva che “è in pericolo” - ma si sa che quel tipo di sondaggio non vale niente.
Quindi? (E’ una roba lunghina, chi ha fretta molli qui)
C’è la libertà di stampa in Italia?
Certo, è garantita dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. E in Italia chiunque può fare un giornale d’opposizione - ne sta anche nascendo uno nuovo - e se non ne ha i mezzi economici può aprire un sito o un blog e scrivere quello che gli pare.
E allora dov’è il problema?
Per capirlo bisogna prima di tutto rovesciare il cannocchiale e capire che il problema di fondo non è la libertà di manifestare con ogni mezzo le proprie idee: il problema è la pluralità delle fonti a cui i cittadini attingono abitualmente le informazioni e le opinioni da cui poi si fanno un’opinione propria.
Che cosa significa?
Significa che non bisogna vedere la cosa dal punto di vista dell’emissione delle notizie ma da quello della ricezione. Come s’informano gli italiani? A quali media attingono contezza dei fatti e confronto fra opinioni? A un bacino di media molto diversi tra loro per impostazione politica e culturale o no? Ecco: Se la stragrande maggioranza delle persone attinge fatti e opinioni da media che hanno una sola impostazione politica e culturale, la situazione non è sana.
Qualche esempio?
Per iniziare, da sempre solo un decimo degli italiani acquista quotidiani. Gli altri nove decimi hanno come fonte di informazione prevalente o unica la televisione. E degli otto canali televisivi nazionali, cinque sono controllati dal governo (Raiuno, Raidue e i tre di Mediaset), uno sta con l’opposizione (Raitre) più due minori abbastanza neutrali (La7 e Sky).
Beh, gli italiani non sono mica costretti a vederli, lo fanno di loro volontà.
Certo. Ma non si può dire che sia sano un sistema informativo nel quale - anche per abitudini storiche consolidate nelle famiglie da decenni - nove italiani su dieci attingono solo a un’informazione omologata.
Possono sempre acquistare i quotidiani.
Sì, ma anche qui entrano in gioco abitudini storiche. Dal 1945 a oggi gli italiani comprano in media meno di sei milioni di quotidiani al giorno. Non è che all’improvviso tutti corrono all’edicola perchè la tivù è omologata, anche perchè la maggior parte dei cittadini neppure se n’è accorta di questo processo graduale di omologazione. E comunque anche nei quotidiani non è che stiamo tanto bene come pluralità.
In che senso?
Nel senso che se prendiamo i più diffusi quotidiani d’informazione, vediamo che solo due sono d’opposizione, La Repubblica e l’Unità. Poi ce sono quattro (Il Giornale, Il Tempo, Il Quotidiano Nazionale, Libero) dichiaratamente con il premier. E due, molto importanti, che recentemente hanno svoltato e ora sono molto più prudenti con il premier.
Quali?
Il Corriere e La Stampa. Non è un segreto per nessuno che le precedenti direzioni erano sgradite al premier. E i due direttori infatti sono saltati dopo le elezioni vinte dal premier. Così come non è un mistero che le attuali direzioni siano molto più morbide e accettabili per il governo.
Quindi?
Quindi in Italia ci sono di fatto solo due quotidiani d’opposizione abbastanza diffusi, che comunque non arrivano insieme al milione di lettori.
Se la gente li compra poco, sono problemi loro.
La gente li compra più o meno come li ha sempre comprati negli ultimi anni. Chi si occupa di media sa bene che le abitudini storiche contano. Per esempio, Panorama è nato e si è affermato nei decenni come settimanale “liberal”, ora invece appartiene al premier ed è apertamente di destra: ma intanto ha fatto propri i mezzi economici, la diffusione del brand, l’abitudine all’acquisto, il know how professionale e tante altre cose che ne garantiscono la diffusione. Si pensi anche al Corriere e al Tg1: sono due grandi testate con un pubblico storico, ma il loro recente cambiamento di linea (diventata molto cauta nel primo caso e apertamente filogovernativa nel secondo) ha ridotto la pluralità e la disomogeneità dell’informazione a cui abitualmente attingono gli italiani.
Quindi?
Quindi il problema è che - mettendo insieme la situazione televisiva e quella dei quotidiani - il 90-95 per cento degli italiani non attinge più ad alcuna fonte d’informazione critica vero il governo. Ha informazioni e pareri solo benevoli verso il premier, o tutt’al più prudenti e neutrali. E questa non è una situazione sana in una democrazia. Se poi ci mettiamo anche il fatto che gli unici due quotidiani d’opposizione sono stati portati in tribunale dal premier…
Beh, il premier è un cittadino come gli altri, può portare in giudizio chi gli pare. Che sia un cittadino come gli altri è difficile da dirsi, visto che ha fatto una legge che lo rende ingiudicabile. Ad ogni modo: sì, in termini giuridici il premier può citare chi gli pare, ma in termini politici è un fatto molto pesante. Nelle democrazie occidentali è rarissimo che un capo del governo in carica citi in tribunale i quotidiani che gli si oppongono. Perfino D’Alema quando divenne premier rimise tutte le cause che aveva intentato. Il sospetto che ci sia un’intimidazione è molto forte.
Beh, sarà il tribunale a decidere se Repubblica e l’Unità hanno ragione o torto. Sì. fra sei o sette anni. Intanto resta l’intimidazione. La stessa cosa che è stata fatta con l’Avvenire.
La questione Boffo?
Esatto. Al premier dava molto fastidio che il quotidiano dei vescovi attaccasse proprio lui, che si presenta come paladino dei cattolici e amico della Chiesa. Non era tanto il quotidiano in sé - che vende pochino - ma l’eco che ogni attacco aveva negli altri media, anche stranieri. Fosse o meno al corrente della prima pagina del Giornale su Boffo, è chiaro che avere chiamato un “picchiatore” editoriale come Feltri (che ben conosceva, avendolo avuto nel gruppo per quasi quattro anni) era finalizzato ad attaccare i suoi avversari, incluso Boffo.
Alla fine Boffo si è dimesso…
Appunto, ma il problema non è né lui né l’Avvenire: il problema è che gli attacchi personali a Boffo, così come quelli a Ezio Mauro e ad altri, hanno lo scopo di “convincere” tutti i giornalisti e i direttori che è meglio per loro se non criticano il premier. Se osano farlo, sanno che c’è un gruppo politico-mediatico, che può avvalersi anche di professionisti di “intelligence”, che passerà al setaccio il loro passato e il loro presente per scoprire se hanno pagato in nero una colf, se si fanno le canne, se sono mai andati a prostitute, se hanno sempre versato il canone della Rai etc. Solo in Italia, tra le democrazie, esiste un capo di governo che ha dei media e delle “barbe finte”, e li usa entrambi per deligittimare i suoi avversari.
Ma cosa c’entra l’intelligence? La solita storia dei servizi deviati? Alt, nessuno è in grado di dire che il premier abbia mai usato uomini dei servizi. Ma esistono le sicurezze private. Chi ha organizzato il set con registratori e macchine fotografiche nascoste per intrappolare L’espresso a fine maggio, cosa finita il giorno dopo sul Giornale? Chi ha passato al Giornale la velina su Boffo “omosessuale molestatore”?
Comunque, se dai giornali torniamo alle tivù, ci sono anche La7 e Sky, su cui finora si è sorvolato.
Sì. La7 non ha una linea antigovernativa, ma nemmeno apertamente filogovernativa. Tuttavia questo a Berlusconi non basta e adesso ci sta mettendo le mani, ed è probabile il cambio di direttore con uno più schierato: Telecom, proprietaria de La7, ha tutto l’interesse (per motivi economici) a intrattenere buoni rapporti con il governo ed è quindi facile che lo assecondi. Ma c’è anche un altro scenario, cioè l’ingresso nella proprietà del tycoon tunisino Tarak Ben Ammar, che è vicinissimo a Berlusconi, e anche suo socio in Nessma tv. In questo caso anche La7 diventerebbe apertamente filoberlusconiana.
E Sky?
Ammesso che si possa definire antiberlusconiana (il che non è), ricordiamoci che giunge a meno di un decimo degli italiani, i quali comunque ne guardano soprattutto il calcio. E in ogni caso Berlusconi a Sky sta facendo una guerra serrata, sia in veste di premier sia come proprietario di Mediaset, per ridurne ulteriormente il peso: gli ha raddoppiato le tasse, ha speso una valanga di soldi pubblici per imporre il digitale terrestre (che toglie molti abbonati a Sky), ha fatto togliere i canali satellitari Rai dal pacchetto Sky, si è perfino inventato una piattaforma satellitare Rai-Mediaset in funzione anti Sky. E gli abbonati a Sky infatti non crescono più, sono fermi sotto i cinque milioni.
Resta Raitre. Sì. Anche se i segnali che arrivano in questi giorni non lasciano molto spazio all’ottimismo. Si parla di cancellare alcune trasmissioni non gradite al premier. Ed è in forse la voce più critica verso il premier.
Ricapitolando? Ricapitolando in Italia abbiamo la stragrande maggioranza dei cittadini che si fa un’opinione basandosi su media omologati. Restano fuori da questa omologazione due quotidiani (il cui spazio di critica il premier cerca di ridurre drasticamente attraverso offensive mediatiche, citazioni in tribunale e delegittimazioni personali) e una rete Rai (che Berlusconi sta cercando di purgare dalle sue voci più critiche).
In tutto ciò però non abbiamo parlato di Internet. Non ne abbiamo parlato per non svegliare il cane che dorme. Sulla Rete infatti Berlusconi è indietro. E’ un tycoon televisivo di 73 anni, probabilmente pensa che la Rete non modifichi le opinioni e non sposti il consenso. Sul breve ha ragione, perché gli italiani che si informano via Internet sono ancora una minoranza. Specie nella massa elettorale che lui definisce “con un’intelligenza da dodicenne che non sta nemmeno al primo banco”. Sul lungo può avere torto.
Quindi?
Quindi non serve a molto gridare alla “libertà di stampa minacciata”, perché trovi sempre qualcuno che ti dice che esiste il Tg3, esiste il Manifesto e così via. Serve invece capire i meccanismi con cui Berlusconi sta riducendo drasticamente la pluralità e la disomogeneità politico culturale dei media a cui attingono gli italiani. E serve lavorare per andare nella direzione opposta, provando ad aumentare il più possibile questa pluralità.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/09/03/liberta-di-stampa-faq/#more-3687
Gli advertorials, per chi non lo sapesse, sono articoli redazionali promozionali mascherati da notizia senza che ne venga, come obbligatorio, dichiarato con adeguata evidenza il fine pubblicitario.
Il quotidiano anglosassone “The Guardian” dalla metà di agosto in poi ha pubblicato una serie di articoli dedicati agli advertorials con particolare riferimento alle decisioni prese dall’ ASA – l’equivalente britannico del nostro Istituto di Autodisciplina Pubbblicitaria – nei confronti di “The Daily Express” che è stato sanzionato per ben quattro volte per questa pratica in sole due settimane.
Sono queste modalità che ingannano il pubblico ed al tempo stesso, a mio avviso, sviliscono ulteriormente la già scarsa credibilità del giornalismo, delle quali ho avuto modo di parlare relativamente di recente con specifico riferimento ad un giornale che ne ha addirittura fatto pratica quotidiana e dunque linea di prodotto, di business senza che nessuno [ad esclusione del sottoscritto] apparentemente abbia sollevato obiezioni al riguardo.
Non ci si sorprenda perciò se il nostro Presidente del Consiglio utilizza, anche, questo mezzo per promuovere la propria immagine affidandosi a Signore e Signorini di casa propria, confermando, coerentemente alla sua concezione di giornalismo e di utilizzo dei media, che il modello a lui caro era ed è rimasto quello di una informazione senza domande ed ovviamente senza risposte.
Esemplare sotto questo profilo l’apertura e la conclusione della intervista pubblicata ieri su “Il Giornale” [di casa] che a tutta pagina pubblicava con il titolo “Ecco cosa penso di questo momento” la visione di Mr B. sullo scenario mondiale passando, ovviamente per la querelle con “L’Avvenire” e con il quotidiano diretto da Ezio Mauro.
Insomma nell’epoca dell’ assopimento e dell’ intorpidimento delle coscienze, dell’ infotaitment, di [pardon] tette e culi, il potere attualmente ha trovato un nuovo mezzo per proseguire sulla propria strada superandosi nella concezione manipolatoria di cosa sia informazione.
Se gli articoli promozionali mascherati da notizie vengono definiti con il neologismo advertorials , come dovremmo definire le interviste promozionali? Personalmente avrei pensato di coniare il termine Berlustories, si accettano suggerimenti.
Il nostro illuminato ministro dell'agricoltura, Luca Zaia, ha dichiarato quanto segue: "Bisogna finirla di considerare ubriaco chi beve due bicchieri: è in atto una criminalizzazione del vino". Secondo il ministro Zaia, introdurre per legge il concetto per cui chi beve non guida e chi guida non beve, sarebbe un "criminalizzare il vino ed uccidere uno dei comparti più pregiati del made in Italy".
Il ministro Zaia ci informa che "solo il 2,09 per cento degli incidenti è causato da guidatori in stato d'ebbrezza". Uno di questi incidenti, uno di questi 2.09%, ha ridotto una ragazza in queste condizioni:
Questa ragazza si chiama Jacqueline Saburido ed é rimasta sfigurata, mentre altre due ragazze sono morte, perché l'auto sulla quale viaggiava é stata investita da un ubriaco. Jacqueline, prima dell'incidente, era cosí:
E se fosse sua figlia, ministro? Se sua figlia fosse stata ridotta in questo stato da uno che non si é voluto sentire criminalizzato e non ha voluto uccidere uno dei comparti più pregiati del made in Italy?
Il problema principale dell'alcool é che toglie alle persone la capacitá di valutare. Tante volte, come volontario in Pubblica Assistenza o come agente della Municipale, ho avuto a che fare con persone ubriache, e la prima cosa che ti dicono é: "Non sono mica ubriaco!!". Tutti quelli che commentano "ma io so quando fermarmi!", "a me due bicchieri non fanno niente!", eccetera eccetera, forse non hanno ben presente due cose:
1. quando hai bevuto troppo, tutti se ne accorgono, tranne tu
2. lo "stato di ebbrezza" é diverso dall'essere ubriachi ed influisce soprattutto sul livello di attenzione e sulla velocitá dei riflessi.
Quando si guida una macchina in autostrada a 130km/h si percorrono 36 metri in un secondo. Su una strada extraurbana, a 90km/h, in un secondo di metri se ne fanno 25 ed in cittá, a 50km/h, se ne fanno quasi 14. Questo significa che in cittá, rispettando i limiti (grassa risata), mezzo secondo di ritardo su una frenata significa percorrere lo spazio occupato da un minibus, ed é piú che sufficiente ad uccidere qualcuno.
Il ministro Zaia, come tutti noi italiani quando un problema ci tocca da vicino, tira in ballo il fatto che ci sono "ben altre" cause, ed il suo grido di protesta é ripreso da tutti quelli che sostengono quest'idea dei "due bicchieri che non fanno niente". Antistaminici, farmaci che inducono sonnolenza, semplice idiozia al volante. E nessuno parla poi dei vecchi rincoglioniti, che con il loro cappello in testa viaggiano a 25km/h sulle loro pandine e te li trovi davanti all'improvviso (ma i vecchi rincoglioniti votano, e votano Lega...). Sicuramente l'abbassamento drastico del tasso di alcool nel sangue non risolverá tutti i problemi legati agli incidenti, ma ne risolverá alcuni. Pochi, dice Zaia. Poco piú del 2%. Rimane peró il fatto che guidare dopo aver bevuto é piú rischioso che guidare essendo sobri e se, imponendo un limite zero al tasso alcolemico, si puó salvare anche una sola vita, é giusto farlo. Nessuno proibisce di bere, si introduce una cultura molto semplice, bsata sul principio che ho giá citato: chi guida non beve, chi beve non guida. Piano, semplice, lineare, ci arriverebbe anche il figlio di Bossi. É sacrosanto volersi godere una cena con gli amici bevendo una bottiglia o due di buon vino e magari un bell'ammazzacaffé alla fine, ma per rientrare a casa esistono gli autobus, i taxi, le mogli astemie, l'amico tirato a sorte che quella sera non beve e porta a casa gli altri, senza contare l'ormai sottostimato cavallo di San Francesco (che oltretutto, dopo una bella cena, quattro passi all'aria fresca fanno solo bene).
Facendo parte di un governo con una maggioranza solida, il ministro Zaia potrá sempre farsi promotore delle campagne contro gli antistaminici, o a favore del ritiro perpetuo della patente a tutti gli ultrasessantacinquenni: aumenterá ulteriormente la sicurezza, diminuendo le cause di rallentamento dei riflessi al volante. Peró l'alcool é una di queste cause, inutile nascondersi dietro ad un dito.
Secondo l' ISTAT, "nell’anno 2007 sono stati rilevati 230.871 incidenti stradali, che hanno causato il decesso di 5.131 persone, mentre altre 325.850 hanno subito lesioni di diversa gravità". Il 2.09%, il dato fornito da Zaia, ci dice quindi che nel 2007 ci sono stati 4779 incidenti provocati da persone che avevano bevuto, e questi incidenti hanno provocato 6745 feriti e 106 morti. Solo perché qualcuno "si é voluto divertire" bevendo alcool e poi si é messo al volante. Se, proibendo di bere a chi guida e di guidare a chi beve, si riuscisse ad evitare anche uno solo di quei 106 morti ne sarebbe valsa la pena. Perfino se quella vita salvata fosse di un ministro leghista. http://laustriaco.blogspot.com/
Dopo la canagliata di Vittorio Feltri al direttore di “Avvenire”, i furbi hanno avuto buon gioco a alzare polveroni di parole - contro i falsi moralismi, contro gli scandali sessuali, contro la violazione della privacy, eccetera - per nascondercisi dentro.
Quello che dallo scorso aprile riguarda il capo del governo Silvio Berlusconi non è affatto uno scandalo sessuale. Non lo alimenta il moralismo. Non mette in discussione il diritto alla privacy. Non è pettegolezzo. E specialmente non ha come confine il buco della serratura, ma qualcosa di un po’ piu’ ampio come la libertà di stampa, la libertà di critica, i diritti dell’opinione pubblica, i doveri della politica.
Lo scandalo nasce da una minorenne che ha così tanta consuetudine con il presidente del Consiglio da chiamarlo in pubblico Papi. La qual cosa genera la reazione della moglie del presidente del Consiglio che scrive “mio marito frequenta minorenni”, “mio marito è un uomo malato”, affidando le sue dichiarazioni all’agenzia Ansa, e preannunciando la richiesta di divorzio. Alla quale il presidente del Consiglio - forte del suo sproporzionato potere - replica con una notevole sequenza di bugie avvelenate, inesattezze, insulti, piccole vendette, autentiche menzogne pronunciate senza contraddittorio su tutte le tv pubbliche e private, sui quotidiani e sui suoi settimanali. Menzogne e inesattezze seguite dal silenzio tremante di quasi tutti i mezzi di informazione italiani che anziché continuare il racconto, analizzare i fatti, cercare testimonianze, smentite, conferme, si rivelano succubi di un solo potere che quel silenzio pretende e impone.
Seguono rivelazioni sulle feste che il presidente del Consiglio organizza nelle sue residenze (non) private, ma luoghi “di rilevanza istituzionale”, l’ingaggio di donne a tassametro, la frequentazione di giovani imprenditori che affittano escort, l’esistenza di un monte premi che sconfina nella politica, la ingloba con la promessa di candidature elettorali, in un permanente corto circuito tra favori sessuali e risarcimenti, satiriasi e solitudini notturne, miserabile bigiotteria e milionari seggi al Parlamento europeo. A un tale punto di ossessiva ripetitività da rendere plausibile il sospetto che i legittimi (e commoventi) eccessi di Papi finiscano per influenzare illegittimamente le funzioni politichedel Cavalier Berlusconi, limitare la sua libertà di azione politica, indebolirlo, esporlo ai ricatti influenzando la sua capacità di giudizio, sovvertendo la sua scala di priorità, decisioni, scelte, fino a renderlo incapace di districarsi tra interesse privato e doveri pubblici. E magari farlo scivolare - una volta scoperti e raccontati per la loro pubblica rilevanza - lungo una pericolosa deriva esistenziale, annerita dal rancore, dove solo abita il cupo desiderio di vendetta. (Vignetta di thehand)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Berlusconi sta attraversando una delle sua crisi piu’ nere della sua iperbole politica. Ha perfino fatto incazzare i preti che fino a ieri gli facevano l’occhiolino per ragioni di bilancio. E’ nel bel mezzo di uno sputtanamento internazionale a livello di Craxi il giorno prima che partisse per la Tunisia. Sul fronte interno Fini, il presunto delfino, e’ in piena crisi anni 70, sembra che presto cominciera’ a fumarsi le canne in pubblico e si fara’ crescere i capelli. I cattolici della Pdl hanno cominciato ad andare a messa anche il giovedi per purificarsi dalle porcherie presidenziali. Un terremoto di fronte al quale Pit Bull-Feltri ha annunciato la strategia governativa: “morto io morti tutti”.
Ebbene, e il Pd dove cazzo e’? A Genova? Ad applaudire Bersani che non vuole rinunciare alla parola sinistra? Bella svolta, e che dire della parola poltrona? Oppure ad ascoltare Francheschini che parla e parla ma non si riesce a ricordare una parola di quello che dice. Sindrome che sta colpendo anche la Serracchiani, un nome un destino. O forse sono a Genova ad ammirare il buon Marino che giorno dopo giorno sembra un boy scout in vacanza ad Amsterdam quando ancora ci si divertiva. E che dire di D’Alema, dove cazzo e’ finita la sua lingua saccente tanto apprezzata dalla nomenclatura? Sta forse facendo i calcoli di quale posizione gli conviene per sopravvivere?
O forse hanno tutti paura, D’Alema e gli altri portavoce di correnti ammuffitte, che se crolla il vecchio porco crolla tutto. E poi magari si deve cominciare a fare politica seriamente e per certe minestre riscaldate non ci sara’ piu’ posto. Gia’, se crolla Berlusconi crolla un sistema e si riparte da zero. Altro che prima e seconda Repubblica. Quelle erano tutte balle, l’Italia e’ piu’ corrotta oggi del periodo di Tangentopoli senza parlare delle infiltrazioni mafiose. La seconda Repubblica deve ancora nascere, e se ci fosse un’opposizione sarebbe impegnata a progettarla.
C’è un termine caro alla blogosfera e alla sua cultura: è il “racconto”. Si sottintende “racconto dei media”. E si intende: come i fatti di ogni giorno vengono dotati di un senso per opera dei media. Chi non coglie quest’ansia, dell’opinione pubblica che si esprime in rete, per la “correttezza” del racconto, a volte anche con una ingenua pretesa di “equidistanza dagli interessi” dello stesso, perde un passaggio importante dello spirito di questi tempi. Il racconto non è pulito di interessi, ma può essere molto sporco e soprattutto è oscuro, duro da capire.
Chi si fa domande sul racconto ha ragione, perché il racconto è tutta la società. E’ la coscienza del presente e la memoria dei “fatti” nel futuro”. Il racconto “è” l’informazione. E credo che sbagli assai chi tende a considerare ciò che avviene in queste settimane come lo scontro di due curve contrapposte.
Nelle carte del processo di Boffo, tutte pubblicate dal Giornale, di omosessualità non si parla. Per poterlo fare, è stato necessario pubblicare un documento anonimo - ripeto: anonimo, quindi possiamo dire: “di dubbia origine”? - recapitato nei mesi scorsi alle curie di mezza o tutta Italia. Per poter dire cosa? Che Boffo è omosessuale. Ma si può dire: ti accuso perché sei omosessuale? No, si fustiga “l’incoerenza” del giornalista. Ed è un falso, chi lo fa sa bene che al suo pubblico è il sapore forte del sesso che farà effetto. Ecco perché quello cui stiamo assistendo in questi giorni è un caso di aggressione politicamente motivata che ha lo scopo di degradare moralmente una persona “servendosi” dell’accusa di omosessualità.
Proviamo a raccontare questo caso a un ipotetico interlocutore straniero. Non un russo, un talebano o un uzbeko. Un interlocutore occidentale. Dunque un giornalista viene colpito perché - e lo si dice apertamente - ha criticato il presidente del consiglio “essendo omosessuale”. E allora?, verrebbe da dire… Voi vedete come sia ipocrita il discorso pubblico, di quei giornali e media che cercano una posizione “terza”, su questo punto: si sorvola sul punto fingendo rispetto della privacy. Che è come dire che taciamo della ferita di uno che è stato ucciso per rispetto alla vittima. E qual è il proiettile che ha fatto questo morto della dignità? L’omosessualità. Cioè si distrugge qualcuno “rivelando” non una condanna che a nessuno importa, ma una condotta lecita, legittima e accettata PUBBLICAMENTE in ogni paese civile come un dato indisponibile per chiunque voglia insultare - insulto che in molti paesei civili è reato.
L’accusa a Boffo è resa possibile dalla radicata - in questo la vittima e suoi carnefici sono portatori dello stesso equivoco - concezione dell’omosessualità come sconvenienza, errore e vizio.
Altrimenti ogni questione sarebbe chiara: io-giornalista sono omosessuale e questa è la mia vita personale, ma a te uomo di governo chiedo conto dei tuoi comportamento IN QUANTO uomo di governo, non in quanto praticante di un certo stile di vita.
Non sembra che questo passaggio abbia molto colpito la politica, i giornali, perfino la rete. Tutti a parlare di vita privata, e fingere che non sia in corso un rito fascista di distruzione personale.
Ma quando in una società avviene una mostruosità simile, forse dovrebbero essere i giornalisti che vanno a indagare dentro i particolari del racconto per renderli pubblici e metterli nella giusta luce. A vedere le carte false e le carte falsficate, quelle anonime e quelle firmate. Dovrebbero esserci uomini politici che si ribellano, dovrebbero esserci blogger, magari di sinistra e magari difensori dei diritti civili, che si incazzano per l’accusa rivolta al loro “avversario”.
E qui è legittima una domanda: c’è una egemonia omofobica nella società italiana? Anni di dicriminazioni e “condanne morali” non hanno creato un clima tale in questo paese per cui appare normale e scontato che in questa vicenda l’omosessualità sia considerata come stigma e infamia, e usata per colpire ed eliminare l’avversario? Dobbiamo davvero abboccare all’amo “dell’incoerenza”.
Sì, possiamo “rallegrarci” (lo faccia chi crede, io no) che lo sputo contro vento sia tornato sulla faccia di uno dei picchiatori più duri, ma la barbarie civile ai suoi danni offende tutti noi in quanti cittadini. E resta che la benzina che alimenta questo rogo è un comportamento umano che è di fatto reso clandestino e criminale (possiamo scandalizzarci a questo punto che adolescenti e adulti di borgata picchiano e insultano “i froci”? Sicuri sicuri che possiamo?).
In un paese civile, uno da cui l’Italia di oggi è lontana secoli-luce, la rilveazione di questi giorni sarebbe stata respinta proprio per il suo stesso contenuto dicriminante. E per la logica da curva ultrà che è il teorema ad essa sotteso. In questo paese viene presa sul serio e c’è chi legge ridendo e divertendosi.
E se è così, se ci consoliamo perché il rogo non arde (ancora) per noi e ne siamo grati al potere che lo accende, allora siamo messi male. Molto male.http://zambardino.blogautore.repubblica.it/
Dov'è finita l'informazione
Edmondo Berselli
la Repubblica
Esploso in questi mesi come una battaglia di verità, davanti alle contraddizioni e alle bugie del premier, lo scandalo Berlusconi diventa oggi un problema di libertà, come sottolineano tutti i grandi quotidiani europei, evidenziando ancor più il conformismo silente dei giornali italiani. Prima la denuncia giudiziaria delle 10 domande di "Repubblica", un caso unico al mondo: un leader che cita in giudizio le domande che gli vengono rivolte, per farle bloccare e cancellare, visto che non può rispondere. Poi l´intimidazione alla stampa europea, perché non si occupi dello scandalo. Quindi il tentativo di impedire la citazione in Italia degli articoli dei giornali stranieri, in modo che il nostro Paese resti all´oscuro di tutto. Ecco cosa sta avvenendo nei confronti della libertà di informazione nel nostro Paese.
A tutto ciò, si aggiunge lo scandalo permanente, ma ogni giorno più grave, della poltiglia giornalistica che la Rai serve ai suoi telespettatori, per fare il paio con Mediaset, l´azienda televisiva di proprietà del premier. È uno scandalo che tutti conoscono e che troppi accettano come una malattia cronica e inguaribile della nostra democrazia. E invece l´escalation illiberale di questi giorni conferma che la battaglia di libertà si gioca soprattutto qui. La falsificazione dei fatti, la mortificante soppressione delle notizie ridotte a pasticcio incomprensibile, rendono impossibile il formarsi di una pubblica opinione informata e consapevole, dunque autonoma. Anzi, il degrado dei telegiornali fa il paio con il pestaggio mediatico dei giornali berlusconiani. Molto semplicemente, il congresso del pd, invece di contemplare il proprio ombelico, dovrebbe cominciare da viale Mazzini, sollevando questa battaglia di libertà come questione centrale, oggi, della democrazia italiana.
In quest´ultima stagione del berlusconismo abbiamo contemplato l´apice del conflitto d´interessi, l´anomalia più grave (a questo punto la mostruosità) della politica italiana. Si è vista l´occupazione della Rai e specialmente dei vertici dei telegiornali, cioè ruoli pubblici trasformati in postazioni partigiane; e nello stesso tempo la blindatura militare dei media di proprietà diretta o indiretta del capo del governo.
Berlusconi voleva un´anestesia della società italiana, in modo da poter comunicare ai cittadini esclusivamente le sue verità, i successi, le vittorie, le sue spettacolari "scese in campo" contro i problemi nazionali. L´immondizia a Napoli, il terremoto in Abruzzo, la continua minimizzazione della recessione. Una e una sola voce doveva essere udita, e gli strumenti a disposizione hanno fatto sì che fosse praticamente l´unica a essere diffusa e ascoltata.
Ma evidentemente tutto questo non bastava. Non bastava una maggioranza parlamentare praticamente inscalfibile. Non bastava al capo del governo neppure il consenso continuamente sbandierato a suon di sondaggi. Nel momento in cui la libertà di informazione ha investito lo stile di vita di Berlusconi, e soprattutto il caotico intreccio di rozzi comportamenti privati in luoghi pubblici o semi-istituzionali, il capo della destra ha deciso che occorreva usare non uno bensì due strumenti: il silenziatore, per confondere e zittire l´opinione pubblica, e il bastone, per impedire l´esercizio di un´informazione libera.
Negli ultimi mesi chiunque non sia particolarmente addentro alla politica ha potuto capire ben poco, in base al «sistema» dei telegiornali allineati, dello scandalo che si stava addensando sul premier. Un´informazione spezzettata, rimontata in modo incomprensibile, privata scientemente delle notizie essenziali, ha occultato gli elementi centrali della vicenda della prostituzione di regime. Allorché alla lunga lo scandalo ha bucato la cortina del silenzio, è scattata la seconda fase, quella dell´intimidazione. L´aggressione contro il direttore di Avvenire, Dino Boffo, risulta a questo punto esemplare: il giornale di famiglia, riportato rapidamente a una funzione di assalto, fa partire il suo siluro; nello stesso tempo l´informazione televisiva, con una farragine di servizi senza capo né coda, rende sostanzialmente incomprensibile il caso.
Come in una specie di teoria di Clausewitz rivisitata e volgare, il killeraggio giornalistico, cioè una forma di guerra totale, priva di qualsiasi inibizione, si rivela un proseguimento della politica con altri mezzi. In grado anche di fronteggiare le ripercussioni diplomatiche con la segreteria di Stato vaticana e con la Cei. La strategia rischia di essere efficace, peccato che configuri un drammatico problema di sistema. Ossia una ferita gravissima a uno dei fondamenti della democrazia reale (non dell´astratta democrazia liberale descritta dai nostri flebili maestri quotidiani). Purtroppo non si sa nemmeno a quali riserve di democrazia ci si possa appellare. Ci sono ancoraggi, istituzioni, risorse di etica e di libertà a cui fare riferimento? Oppure il peggio è già avvenuto, e i principi essenziali della nostra democrazia sono già stati frantumati?
Basta una scorsa alla più accreditata informazione straniera per rendersi conto del penoso provincialismo con cui questo problema viene trattato qui in Italia, della speciosità delle argomentazioni, del servilismo della destra (un esponente della maggioranza ha dichiarato ai tg che la rinuncia di Berlusconi a partecipare alla Perdonanza, dopo l´attacco del Giornale a Boffo, «disgustoso» per il presidente della Cei Angelo Bagnasco, era un atto «di straordinario valore cristiano»). Oltretutto, risulta insopportabile l´idea che nel nostro futuro, cioè nella nostra politica, nella nostra cultura, nella nostra idea di un paese, ci sia un blocco costituito dall´informazione di potere, un consenso organizzato mediaticamente nella società, e al di fuori di questo perimetro pochi e rischiosi luoghi di dissenso. Questa non è una democrazia. È un regime che non vuole più nemmeno esibire una tolleranza di facciata. Quando tutti se ne renderanno conto sarà sempre troppo tardi.
Oggi il direttore di Libero pubblica un editoriale nel miglior stile in cui lui fa il duro e puro contro l'ipocrisia dilagante, che permetterebbe di attaccare un presidente del consiglio, che fa i festini mentre fuori il mondo sta vivendo la peggior crisi economica dal '29, e non il direttore di un giornale espressione della Conferenza Episcopale, reo di essere un frocio e molestatore.
E lo fa subliminando parole del tipo "senza peli sulla lingua", "senza reticenze né reverenze nei confronti di nessuno", "Secondo te noi di Libero dovremmo risparmiare una parrocchia".
Senza, senza reverenze, risparmiare.
Come a dire che loro l'altro caso bomba di privato-pubblico l'avessero trattato in qualche modo; come a dire che avessero mandato qualcuno a cercare le modelle che si facevano far male nel dopo festino. Invece di pubblicare le foto a tette nude della moglie del tipo che faceva i festini.
Questa è ipocrisia della peggior specie; di chi lo è e fa tutto per dire che no, lui proprio non è ipocrita. E fa pure il figo a far finta che lui non è ipocrita.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Ho già espresso la mia ammirazione per l'enorme intelligenza politica dimostrata dagli elettori di Berlusconi, in particolare i legalitari, e i lavoratori dipendenti. Oggi trovo doveroso aggiungere a queste categorie quella generale dei suoi elettori del sud, che si ritroveranno a guadagnare di meno soltanto perché vivono sotto la linea Gotica. Quella dei crociati dell'antiterrorismo, che di certo apprezzeranno il coreografico omaggio delle Frecce Tricolori a Gheddafi. Quella degli appartenenti alle forze dell'ordine, che invece dell'aumento delle risorse in cui speravano, dovranno gestire le risse fra ronde, del genere Vendicatori Verdi adoratori del Po contro clericonazisti del centro ''Cristo s'è fermato a Evola'', che si contendono lo straniero da annegare e/o bruciare.
La categoria che però in assoluto merita il trofeo di ''Beautiful Mind'' dell'anno è sicuramente quella dei cattolici che hanno votato papi Silvio convinti che rappresentasse e difendesse i Valori della Famiglia.
Ecco, questo mio pezzo potrebbe anche finire qui, perché suppongo stiate già ridendo abbastanza da insospettire i colleghi, o i parenti. Probabilmente ridereste ancora di più a sentire alcuni dei sofismi acrobatici prodotti in questi mesi da certi clericoparolai silviofili, nel patetico tentativo di negare l'evidenza che, se l'inferno cattolico esistesse davvero, l'anima nera di papi ci finirebbe sparata dentro come un rigore a porta vuota. Causando una rissa fra ronde sataniche che si contenderebbero il grato compito di bollirla nella merda rovente per l'eternità.
Questa però non è ancora la parte più comica di tutta la faccenda.
Puntando all'improbabile restauro della sua immagine di difensore della fede, Berlusconi ha già tentato di farsi ricevere da Ratzi, ma persino l'ex Hitlerjung abituato a golpisti, negazionisti, e pedofili, stavolta sembra essersi schifato.
Il tentativo di controsputtanamento ai danni dell'Avvenire ha poi ottenuto addirittura l'effetto contrario, e Silvio il pecoreccio smarrito s'è visto sbattere la porta in faccia anche da Bertone. La Chiesa Cattolica non ha nessuna voglia d'essere per l'ennesima volta associata a un frequentatore di minorenni.
C'è però qualcuno che, anche volendo, difficilmente potrà rifiutare l'annunciata visita di papi: la salma di Padre Pio, esposta dai frati in una cripta rivestita d'oro massiccio come il deposito di Paperon de' Paperoni, molto coerente con la regola francescana della povertà assoluta.
Berlusconi si recherà quindi a rendere telegenico omaggio alla reliquia, alla quale toccherà abbozzare in cambio d'un regalino, come una escort qualunque. A meno che, rianimato da un virus mutante, o dall'incazzatura, il Pio teschio non si strappi la maschera di silicone stile Mission Impossible, e addenti le chiappe di Silvio, dando inizio all'epico sequel di Radioactive Zombie Orgy: Pietralcina Zombie Apocalypse in 3D.http://www.carmillaonline.com/archives/2009/08/003158.html
Per una volta ci sentiamo di elogiare in pubblico Berlusconi e i suoi avvocati, infatti hanno deciso di denunciare il quotidiano Repubblica per le 10 domande che continua a rivolgere, per altro invano, al presidente medesimo. Adesso, tuttavia, debbono davvero farci sognare e non fermarsi qui.
Dal servizio d’ordine berlusconiano ci attendiamo in rapida successione denunce a pioggia contro la stampa estera, querele a catinelle contro la stampa cattolica che ha osato sollevare la questione morale, il ritiro delle concessioni a quelle poche emittenti che hanno dato le notizie contestate, lo stralcio delle interrogazioni parlamentari già presentate, l’immediata cacciata, per altro già programmata, dei direttori di Rai Tre e del Tg3 che non hanno ancora riunciato spontaneamente al libero esercizio del diritto di cronaca, contro il quale per altro è già pronta la legge cappuccio sulle intercettazioni.
Da re Silvio ci aspettiamo tutto questo, aiutato magari da Bossi che ci ha fatto sapere che il vecchio amico è forse vittima di un complotto ordito dalla mafia, subito dopo si è chiuso in bagno e si è fatto una pantagruelica... risata.
Un solo dubbio ci tormenta: il presidente accetterà di presentarsi in tribunale e di rispondere almeno alle domande del giudice? Magari vorrà farne qualcuna più di dieci, magari convocherà in aula il signor Letizia, grande protagonista dimenticato di questa storia, oppure vorrà sentire la signora Veronica che ha dato inizio alla vicenda e che non ha mai voluto ritrattare alcunché.
Accetterà il vecchio leone di presentarsi nelle aule oppure non concederà facoltà di prova, oppure rifiuterà ogni contraddittorio magari nascondendosi dietro il dolo Alfano?
Vogliamo sperare di sì, forse non ha voluto rispondere a Repubblica solo perchè gli stanno sulle scatole, forse ha riservato il suo pubblico pentimento alla processione della Perdonanza e al processo contro il quotidiano diretto da Ezio Mauro, forse in quell’aula ci stupirà tutti con effetti speciali e rassegnerà le dimissioni, smentendo tutte le nostre cattiverie di questi anni.
Se fossimo in un paese semi normale, da domani tutti i giornali, anche i più distanti da Repubblica, dovrebbero impegnarsi a ripubblicare le 10 domande, tanto per far capire che a nessuno può essere concesso scherzare con l’articolo 21 della Costituzione.
Probabilmente non accadrà, allora ciascuno di noi le rimetta sul suo sito, sul suo blog, dove cavolo può e vuole, persino sulla tovaglia di carta della pizzeria, ma facciamogli capire che non riuscirà mai a comperare tutto e tutti.
A destra molti riescono a votare Berlusconi perche’ sono convinti che la politica e’ tutto un marciume, e che i politici sono tutti uguali. E cioe’ lo sanno benissimo che Berlusconi e’ un corruttore e bugiardo, ma lo e’ come tutti gli altri e con un enorme vantaggio: non ha bisogno di soldi. Per il mondo di destra gli estratti conto e il potere di Berlusconi dimostrano il suo valore, il resto sono chiacchiere. Certo, c’e’ anche una componente motivata dall’odio verso la sinistra e quelli che si sono bevuti la panzana della modernizzazione del Paese, ma dopo quindici anni anche i piu’ tonti hanno capito il bluff. Oggi a votare centrodestra sono rimaste le casalinghe da Tg4, coloro che hanno ottenuto vantaggi e la maggioranza di vittime del qualunquismo amorale. E cioe’ della convinzione che i governanti sono tutti ladri e bugiardi e si tratta semplicemente di scegliere quello che garantisce meglio i propri interessi. E’ questa la differenza col qualunquismo di sinistra, quello di sinistra crede ancora che un leader e una politica pulita e morale sia possibile, quello di destra no. Quello di destra agisce per dimostrare che lo schifo e’ uguale ovunque e quindi bisogna tenerselo perche’ non ci sono alternative. E in questa chiave di lettura, ad esempio, che si distinguono le operazioni giornalistiche di La Repubblica e Il Giornale delle ultime settimane. La prima cerca la verita’ in prospettiva di un Paese migliore, la seconda cerca di sputtanare gli avversari per dimostrare che non ci sono differenze. Si tratta di un punto politico di fondo rispetto alla quale negli ultimi anni ha prevalso il qualunquismo di destra. L’entrata della chiesa sulla scena rischia, pero’, di far saltare gli equilibri. Gli elettori di destra la chiesa la frequentano con una certa costanza. E quello che non passa in chiesa non e’ tanto la deriva deriva morale della politica, ma darla per scontata o addirittura esibirla come qualita’. Andare a mignotte e dire le bugie e’ contro gli insegnamenti cattolici, d’accordo, ma le debolezze si possono perdonare a patto che il peccatore comprenda e cerchi di contenersi. Insomma, non c’e’ perdono senza pentimento. La chiesa non puo’ perdonare alla destra il rinunciare a credere che sia possibile costruire una democrazia accogliente, pulita e sostanzialmente morale. O in altre parole che non ci sia un‘alternativa a Berlusconi.
Dalle vostre parti è successa l'ennesima storiella di censura con la quale penso ormai vi siete abituati; stavolta addirittura censurano il promo di un film, neanche il film. Fantastici.
Da quello che ho capito dal trailer è esattamente la mia opinione: in Italia qualcuno si è divertito a fare un esperimento, basato su figa e tette e trasbordato in politica. Esperimento partito dagli anni '80, esploso con Boncompagni e diventato da fenomeno di costume a cultura nazionale.
Però c'è una cosa che adoro di queste storielle: immaginarmi il boiardo di turno alle prese col problema, oppure la riunione di dirigenti della RAI che ne discutono. Tutta gente chenesò, sulla 50ina. Magari anche professionisti affermati, bravi manager dei media. Che stanno lì, discutono però non la dicono tutta. Poi che si inventano il motivo del rifiuto. Poi che scrivono la lettera. Poi che la rivedono in tutti gli aspetti. Quanto mi piacerebbe vedere una scena del genere dal vivo.
PS: ovviamente è un tipo di censura che ha effetti esattamente opposti... tutti a vedere il video su youtube!
La voragine del debito pubblico si sta allargando in un modo così esagerato da non trovare più alcun raffronto con altri periodi storici. Tra una notizia sull'emergenza caldo (novità assoluta in Italia per il mese di agosto) e una conferenza stampa patinata di qualche esponente del governo, intervallata da interessantissime interviste a vacanzieri in spiaggia e i recenti sviluppi sull'ultima diatriba tra Corona e Ventura, i telegiornali di regime si sono "dimenticati" di dare il giusto risalto ad una notizia da nulla, che timidamente il Sole 24 Ore ha osato menzionare in una brevissima nota priva di qualsivoglia commento: Nel mese di luglio 2009 si è registrato un fabbisogno del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 4 miliardi, rispetto a un saldo positivo di 1.67 miliardi realizzato nel mese di luglio del 2008. Lo comunica il Tesoro, aggiungendo che nei primi sette mesi del 2009 si è registrato complessivamente un fabbisogno di circa 53,6 miliardi, superiore di circa 31,3 miliardi a quello dell'analogo periodo 2008 pari a 22,3 miliardi.
Capito bene? No? In soldoni significa che l'illuminato governo Berlusconi-Tremonti ha consumato nel solo mese di luglio 5,67 miliardi di euro in più dell'anno scorso e nei primi sette mesi dell'anno nientepopodimeno che 31,3 miliardi di euro in più rispetto all'esecutivo Prodi nei primi 7 mesi del 2008.
31.300.000.000 di euro (circa 522 euro per ogni italiano, neonati e ultracentenari compresi)! Una cifra spaventosa che altro non fa che aumentare un debito pubblico ampiamente fuori controllo e che oramai Tremonti stesso dispera dal riuscire a risanare. Un macigno che questi professionisti dello spreco hanno messo sulle spalle di numerose generazioni a venire. Si potrebbe pensare: i soldi sono stati utilizzati per costruire ponti, scuole, strade, edilizia pubblica, ricerca, università, sanità e sono utili a rilanciare l'economica in difficoltà. Niente di più falso: i soldi in più sono usciti per esempio per aumentare di ben 4 miliardi i già sontuosi stipendi pubblici in modo particolare dei quadri e dei dirigenti, altri 5 miliardi sono stati sciupati per i "consumi intermedi", ovvero quelli necessari a (non) far funzionare la Pubblica Amministrazione (fornitori, aziende appaltatrici, consulenti esterni), altri 9 miliardi in più per le pensioni (ma qui il Governo non ha colpe, semplicemente perché sono aumentati i pensionati), altri 4 miliardi di euro per "altre prestazioni sociali" e "altre spese correnti" e così via...
Un disastro, figlio dell'incapacità di risparmiare, della miopia nel tagliare, del clientelismo e della corruzione che - come ha spiegato la Corte dei Conti, nella sua relazione del giugno scorso - pesa in modo non più sostenibile dall'economia italiana e che preannuncia disastri ancora maggiori. Fino a quando Tremonti potrà permettersi di indebitare il Paese? Il ministro dell'Economia ha ereditato da Padoa Schioppa un rapporto deficit/Pil di circa il 103,5%, in poco più di un anno ci stiamo avvicinando al 115%.
Berlusconi vince anche perché spende più di quanto incassa (i soldi non sono suoi), per mantenere oggi il consenso. In futuro, quando il mondo non darà più credito all'Italia facendola precipitare in bancarotta, forse, lui non ci sarà più. E gli italiani resteranno con il cerino in mano.http://www.sconfini.eu/Economia/quanto-ci-e-costato-un-anno-di-governo-berlusconi-tremonti-520-euro-in-piu-a-testa-neonati-e-ultracentenari-compresi.html
Dossier: Eritrea-Italia, tutti gli amici di Isayas....L'Italia e il sostegno al dittatore eritreo
Dossier:
Eritrea-Italia, tutti gli amici di Isayas
L'Italia è un importante sostegno per il dittatore eritreo: il nostro Governo lo appoggia politicamente e favorisce gli investimenti delle imprese italiane nel piccolo Paese del Corno d'Africa. Dimenticando le ricorrenti violazioni dei diritti umani perpetrate dal Governo di Asmara condannate da Amnesty International e dal Dipartimento di Stato Usa.
A cura di Enrico Casale
Business is business. As usual. Il tradizionale pragmatismo degli anglosassoni sembra avere contagiato politici e imprenditori italiani. Anche per loro, gli affari sono affari. Come sempre. Anche quando si tratta di investire in un Paese come l'Eritrea. Una nazione governata da un dittatore senza scrupoli, Isayas Afeworki, che ha fatto dei diritti umani e politici carta straccia. Un «presidentissimo» che, dopo aver portato il suo Paese all'indipendenza, lo ha guidato in una guerra fratricida contro gli etiopi e poi, dopo il cessate-il-fuoco con il gigante vicino, ha continuato ad alimentare l'odio e la tensione per perpetrare il suo potere. Politico di formazione marxista, Isayas ha dapprima cercato di liberalizzare l'economia, salvo poi riprenderne il controllo e centralizzare ogni decisione. Così qualsiasi investimento, qualsiasi mossa deve passare dalle forche caudine del partito unico e della sua burocrazia. Ma questo non sembra fermare i nostri imprenditori. O, almeno, una parte di essi. La necessità di venire a patti con il regime non sembra spaventarli.
L'Eritrea è un Paese povero, senza grandi risorse naturali. Ma la manodopera è ben formata, parla l'italiano ed è abituata a lavorare con gli italiani. E poi la sua posizione è strategica: una sorta di ponte naturale fra l'Africa e l'Asia. Certo, così facendo si rafforza il regime. Ma questo non c'entra con gli affari. E poi gli imprenditori si muovono in un solco aperto per loro dalle buone relazioni che Governo ed enti locali italiani tengono con il regime eritreo. Ragioni geostrategiche ed economiche dunque si intrecciano. E Isayas ne trae vantaggio.
Amnesty International ha pubblicato nel 2004 un rapporto sull'Eritrea. Pagine durissime. L'organizzazione denuncia torture, detenzioni arbitrarie, sparizioni di oppositori politici. «Migliaia di oppositori politici e di persone che hanno criticato il Governo - spiegano i responsabili di Amnesty - sono attualmente detenuti in località segrete e senza accesso al mondo esterno. I luoghi di detenzione sono raramente comunicati ai familiari e molti prigionieri sono di fatto "scomparsi"». Tra essi un gruppo di 11 dirigenti eritrei arrestati nel 2001 per «tradimento» sulla base di una presunta collaborazione con l'Etiopia. Vita dura anche per i giornalisti: 18 sono stati arrestati e ogni pubblicazione indipendente è stata chiusa (l'Eritrea è ultima nella classifica sulla libertà di stampa redatta da Reporter senza Frontiere). Molti leader religiosi sono perseguitati. In Eritrea sono stati messi al bando tutti i culti al di fuori di quelli ortodosso, cattolico, luterano e islamico. Persecuzioni durissime hanno colpito i Testimoni di Geova, le Chiese pentecostali, ma anche gruppi islamici radicali. Nella morsa è però finito anche il patriarca ortodosso Antonios, rimosso dal suo incarico e messo agli arresti domiciliari in agosto per aver preso posizioni non allineate al regime. «La tortura - continua il rapporto di Amnesty - è sistematicamente applicata negli interrogatori e a scopi disciplinari, specialmente per punire chi ha eluso la leva, i disertori, i soldati accusati di reati militari». Quello della leva obbligatoria è diventato un dramma. Ragazzi e ragazze sono sottratti agli studi per essere arruolati e inviati in campi di «addestramento». Qui le ragazze spesso vengono violentate e i ragazzi torturati. Le diserzioni sono aumentate. Gran parte dei ragazzi arrivati di recente in Italia sono disertori.
Il numero di rifugiati è cresciuto. Secondo l'Acnur, nel 2005 i rifugiati eritrei erano 131.119. Di questi 110.927 si trovano in Sudan e 8.719 in Etiopia. Fuggono da violenza e povertà che si fanno ogni giorno più dure. Non esiste più un'economia e la gente dipende dagli aiuti che arrivano dall'estero. Il Governo ha ordinato una riduzione della distribuzione degli aiuti alimentari da parte delle agenzie Onu e delle ong. L'obiettivo sarebbe quello di passare da un regime di assistenza a uno di autosostenibilità. Ma così, secondo le agenzie umanitarie, si rischia di mettere in pericolo la sopravvivenza di 2,3 milioni di persone (dei 3,6 milioni di abitanti). A queste misure si associano anche continue ritorsioni contro le stesse Ong: sequestri di vetture, divieti di recarsi in alcune regioni, pressioni politiche. In ottobre, il Governo ha imposto serie restrizioni agli spostamenti della missione Onu incaricata di controllare il confine tra Etiopia ed Eritrea. In agosto aveva bandito dal suolo eritreo l'Usaid, l'organizzazione umanitaria del Governo Usa. Il Dipartimento di Stato Usa ha più volte ribadito che quello eritreo è un regime dittatoriale senza alcun rispetto per i diritti umani.
«Dettagli» che non preoccupano il Governo italiano e la nostra classe politica. Isayas viene spesso in Italia dove ha molti amici. Il più importante è il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Per il Cavaliere, Isayas non è intimo come potrebbe essere Vladimir Putin, ma tra loro corre buon sangue. Isayas è stato ospite a Villa Certosa, la residenza sarda del premier. Un privilegio riservato ai più importanti leader stranieri. Nel Governo hanno buoni rapporti con Isayas anche Mirko Tremaglia, il ministro per gli Italiani all'estero, e Adolfo Urso, vice-ministro dell'Economia con delega al Commercio estero. Il leader eritreo vanta amicizie importanti anche a livello locale: spicca Roberto Formigoni, il presidente della Regione Lombardia. Isayas è stato accolto più volte al Pirellone dal Governatore. «Incoraggerò gli imprenditori lombardi - ha detto Formigoni a margine di una visita - a cogliere le numerose opportunità di investimento esistenti in Eritrea». La Regione Lombardia ha addirittura sottoscritto un accordo-quadro per l'assistenza nella regione del Maekel. Promotore di quest'intesa e dell'amicizia tra Isayas e Formigoni è Pier Gianni Prosperini, assessore regionale al Turismo. L'amicizia con il presidente eritreo non è una prerogativa del centrodestra. Anche nel centrosinistra ci sono molti estimatori, forse un retaggio del passato, quando Isayas era considerato una sorta di Che Guevara del Corno d'Africa. Hanno buone relazioni le regioni Toscana, Marche ed Emilia Romagna che hanno nel tempo finanziato progetti di cooperazione con alcune regioni dell'Eritrea.
Il rischio è che l'Italia ripeta con l'Eritrea gli sbagli commessi in passato con la Somalia. «I Governi italiani - osservano membri dell'opposizione eritrea - si ostinarono a sostenere il vecchio dittatore somalo Siad Barre fino alla fine. Siad Barre era l'uomo dell'Italia nel Corno d'Africa. Proprio come lo è ora Isayas Afeworki. E, come lui, Isayas sta governando con pugno di ferro, mettendo in contrapposizione i suoi generali. C'è il pericolo che, se Isayas dovesse cadere, l'Eritrea si trasformi nella terra dell'anarchia e, proprio come in Somalia, si scateni una guerra civile».
Favoriti da un quadro di amicizia politica, gli imprenditori hanno approfittato della situazione e hanno iniziato a investire in Eritrea. A dire il vero una presenza italiana nel Paese c'è sempre stata, favorita anche dagli speciali rapporti con l'ex colonia. In questi ultimi anni, però, c'è stata un'accelerazione. Nel rapporto del 2004, l'Istituto per il Commercio Estero italiano (Ice), pur tra mille distinguo, raccomanda di investire nel piccolo Paese africano: «[...] il Paese ha offerto considerevoli opportunità di impiego per capitali italiani, lo stesso può ripetersi nel prossimo futuro. Tale prospettiva rende strategicamente fondato essere presenti in Eritrea e instaurare contatti e rapporti economici fin da oggi». Anche se la Sace (l'istituto che assicura gli investimenti esteri) ritiene elevato il rischio di investimento, ponendo il Paese a livello 7, il più alto. L'Ice indica alcuni gruppi italiani che stanno già investendo. In primis, l'Italcantieri, la società di costruzioni che fa capo a Paolo Berlusconi, il fratello del presidente del consiglio. Ad Asmara, l'Italcantieri ha progettato un villaggio residenziale di un migliaio di appartamenti in palazzine di quattro piani. Nell'ultimo anno sono poi circolate molte voci su un suo possibile intervento a Massaua per ricostruire l'intero Lido fatto radere al suolo dal Governo (anche questo abbattimento è stato eseguito da una ditta italiana). Altre voci parlavano di un intervento ad Assab. L'Italcantieri smentisce. Un'altra ditta molto impegnata in Eritrea è la Zambaiti. Il gruppo tessile bergamasco ha acquistato l'ex cotonificio Barattolo e vi ha delocalizzato alcune produzioni. Attualmente già confeziona camicie per importanti marche della moda italiana. Quella con l'Eritrea è una passione per il titolare Giancarlo Zambaiti, che vanta un'amicizia personale con Isayas.
L'on. Adolfo Urso nella primavera 2005 ha scelto Asmara per lanciare il suo «Progetto Africa». Nel comunicato del ministero si leggeva: «L'on. Urso nell'esprimere l'appoggio del Governo italiano in merito alle riforme intraprese dall'Eritrea [...] auspica che si concretizzi un'attività parallela, volta ad avvicinare il mondo imprenditoriale italiano all'Eritrea stessa, in modo da sostenerla non solo economicamente ma attraverso azioni che la avvicinino alla realtà industriale italiana». Al workshop, oltre alla delegazione governativa, hanno preso parte una trentina di aziende italiane. Tra esse la Ams (Alenia Marconi System), una società che produce sistemi radar di comando e controllo per la difesa, sistemi navali, radar per il traffico aereo civile; la Domina Vacanze, una multinazionale del turismo; la Tlc Italia, una società telefonica e di sicurezza dati.
Tutto questo senza nessuna protesta da parte italiana per le violazioni dei diritti umani. Tacendo anzi sull'espulsione dell'ambasciatore italiano nel 2001 e del contingente dei carabinieri nel 2005. Probabilmente gli affari contano di più. Business is business. http://www.giovaniemissione.it/index.php?option=content&task=view&id=724
Il caldo tunisino deve avergli dato alla testa. Nella sua visita a Tunisi, infatti, il premier Berlusconi ha confessato di voler passare alla storia come "il premier che ha sconfitto la Mafia".
Ottimo sogno, e mille auguri. Davvero. Intanto, però, potrebbe limitarsi a rispondere alle domande contenute ne "L'odore dei soldi" di Travaglio e Veltri, che invece Berlusconi portò davanti al tribunale per diffamazione, perdendo come al solito la causa (e se non fu diffamato, dunque le cose ivi scritte sono vere). Oppure spiegarci tutte le cose contenute nelle motivazioni della sentenza Dell'Utri, quella che ha condannato il senatore Pdl (e braccio destro di Berlusconi fin dall'epoca di Publitalia) per concorso esterno in associazione mafiosa, in cui vengono dettagliamente descritte le prove a carico dell'intreccio di interessi tra le aziende del premier e Cosa Nostra, e addirittura si condanna Dell'Utri per essere stato "l'intermediario" fra gli "interessi di Berlusconi" e quelli Cosa Nostra. Giusto per fare qualche esempio, eh ...
Si attende una risposta. Prima del Giudizio Universale, possibilmente ...
P.S. Oddio, può sempre essere che il Premier abbia voluto fare una delle sue battute ... in tal caso, sarebbe la migliore delle sue. In assoluto.
La tv austriaca su Berlusconi: la dittatura dei sorrisi
Ieri vi ho dato il link alla principale rivista canadese McLean's, che ha pubblicato un lungo servizio sul Sultano. Oggi, tramite YouBlob, ecco un servizio giornalistico della ORF2, rete austriaca, sull'Italia di Berlusconi.
Questa è la prima parte, le altre quattro le trovate su YouTube oppure glogclipcinetv. Naturalmente, non troverete mai questa trasmissione su nessuna rete italiana.
Questo video è anche una risposta al mio amico Dandy, che tempo fa ha paragonato il governo Berlusconi a quello Prodi attraverso la comparazione del ministro Tremonti al ministro Turco. Lui sosteneva che tutto sommato Tremonti fosse meglio della Turco. Io gli ho detto che si trattava di due ministri con funzioni diverse, e che in ogni caso la Turco non si è resa responsabile degli atti di cui s'è reso responsabile Tremonti. Poi la discussione è degenerata, lui s'è offeso e ha offeso a sua volta. Spero che in futuro torni su questi lidi a dire ciò che pensa, e che non se la prenda se divento tagliente quando leggo delle opinioni che giudico una follia. Dopotutto, la blogosfera è soprattutto confronto di opinioni diverse, e se uno viene qui a dire delle enormità, verrà qui trattato in modo enorme.
Sfogliando la sceneggiata confezionata dal settimanale Chi sul Presidente verginello, vengono i brividi. Non tanto per le foto ritoccate e le solite balle srotolate a valanga per sommergere la verita’. Per queste cose, dopo oltre quindici anni, viene solo un immenso senso di noia e di tristezza. Quello che lascia allibiti e’ che il Premier abbia una considerazione talmente bassa degli italiani da ritenerli degni di tali baggianate. Come se pensasse ci siano cittadini cosi deboli da ritenere credibile il servizietto pubblicato dal settimanale di pettegolezzi di suo proprieta’.
Ma probabilmente non e’ cosi, nemmeno Berlusconi arriva a tali livelli di strafottente tracotanza, il servizietto di Chi serve giusto per animare le chiacchiere dalla parrucchiera. Gia’, perche’ una percentuale ridotta che si beve quella roba c’e’, ma e’ molto ridotta. Target Tg4 per intenderci. Per tutti gli altri berluscones imperbiabili al pettegolezzo industriale, invece, il Premier sembra determinato a seguire la solita strategia: negare l’evidenza, gridare al complotto, aggiungere menzogna a menzogna, nella speranza che la verita’ ceda il passo ancora un volta.
Una strategia utile affinche’ anche al bar e in ufficio, e non solo dalla parrucchiera, il suo popolo non rimanga a corto di munizioni e risponda agli attacchi comunisti. Ma questa e’ una cosa diversa dal ritenere che i berluscones-pensanti credano alle balle del Premier. Lo sanno benissimo anche loro che mente. Lo sanno benissimo che Berlusconi si e’ portato prostitute e ragazzine ambiziose a letto quando ancora era sposato. E lo sanno grazie alle prove inconfutabili diffuse dalle oasi di stampa libera rimaste.
Perche’ allora i berluscones pensanti non fanno saltare il banco e stanno al gioco delle balle presidenziali? In parte per la faziosita’ autodistruttiva che vige in Italia e cioe’ l’odio per l’avversario politico domina ogni altra cosa, perfino la ragione, perfino la propria dignita’ personale. E in parte perche’ nel centrodestra non c’e’ una vera alternativa a Berlusconi. Il populismo italiano e’ Berlusconi. E affinche’ vada tutto all’aria il degrado deve superare una soglia di sopportazione che i berluscones hanno alzato a livelli sconosciuti nel nostro Paese.
A poche settimane dalla riapertura delle indagini sulle stragi di mafia del '92-'93, che lo hanno già visto coinvolto una volta, e dalla pubblicazione della lettera del '94 con cui l'ex-capo della mafia Bernardo Provenzano gli prometteva il proprio appoggio politico in cambio di spazi televisivi, il Presidente del Consiglio mette in scena una roboante campagna "contro la mafia e le forze del male" per rifarsi il trucco e confondere gli identikit giudiziari che nuovamente lo chiamano in causa.
Sul piano della strategia linguistica la tecnica è ormai collaudata: Berlusconi rivolge per primo ai suoi avversari - non importa se fondatamente o meno - le accuse che loro potrebbero rivolgere a lui, in modo da "bruciarle" mediaticamente. In questo caso, annuncia "l'antimafia delle leggi contro l'animafia delle chiacchiere", proprio perché sa che la sua campagna rischia di essere liquidata come un "antimafia delle chiacchiere", cioè una trovata puramente mediatica, senza riscontro nella sua politica reale, che da anni favorisce la criminalità organizzata (fino al recente "scudo fiscale"). Spendendo per primo la parola "chiacchiere" in un falso moto di indignazione, Berlusconi impedisce che altri possano rivolgerla a lui, pena il rischio di risultare ripetitivi e di non "fare notizia". Lo scopo di queste accuse quindi non è quello di denunciare le malfatte vere o presunte dei suoi avversari, ma quello di togliere loro, letteralmente, le parole di bocca.
Di seguito, il riassunto delle puntate precedenti in un video di Marco Travaglio e in quattro suoi recenti articoli.
Smemoratezze di Mancino e Violante (VoglioScendere 07.08.09)
Ayala smentisce Mancino sull'incontro con Borsellino (VoglioScendere 04.08.09)
Esternazioni di Mancino, Violante, Ayala e Martelli (VoglioScendere 28.07.09)
Esternazioni di Riina e Ciancimino jr (VoglioScendere 19.07.09)http://linguaditerra.blogspot.com/2009/08/il-padrino-e-il-barbatrucco.html
I crimini diventano notizia. Ma i media, in particolare la tv, hanno ampio spazio per enfatizzare questi fatti. Lo hanno usato abbondantemente nell'ultima campagna elettorale. Influenzando in maniera pesante la percezione che i cittadini hanno del problema della sicurezza. Lo mostrano con chiarezza tre grafici tratti da una indagine curata da Ilvo Diamanti, promossa dalla Fondazione Unipolis in collaborazione con Demos e l'Osservatorio di Pavia.
Il numero delle notizie sulla criminalità segue, nel periodo 2005 – 2008, un trend crescente e nel 2007 si assiste ad una vera e propria esplosione di notizie relative ad atti criminali. Realtà e notiziabilità si muovono in modo autonomo. All’esplosione dell’attenzione mediatica nel 2007 corrisponde una diminuzione, seppur lieve, del numero dei reati. Inoltre, se consideriamo le indagini demoscopiche, vediamo come, al diminuire dei reati e al contemporaneo crescere delle notizie sulla criminalità, la percezione dell’opinione pubblica segua il dato mediatico e non quello reale. Quando poi le notizie sulla criminalità diminuiscono e i reati diminuiscono, anche la percezione diminuisce, e di molto: 53,1% primo semestre 2008 contro 39,8% secondo semestre 2008.
TELEGIORNALI AL VAGLIO
Sono queste alcune delle osservazioni che emergono dalla seconda edizione dell’indagine “La sicurezza in Italia: significati, immagine e realtà”. L’indagine, che ha utilizzato un campione nazionale rappresentativo composto da oltre duemila individui, ha misurato la rappresentazione sociale e mediatica della sicurezza in Italia da una duplice prospettiva, mettendo a confronto percezione, rappresentazione (e realtà): i dati raccolti da Demos riassumono le percezioni dell’opinione pubblica; mentre l’analisi realizzata dall’Osservatorio di Pavia prende in considerazione la presenza sui media di notizie relative a crimini e reati, attraverso l’analisi dei Tg delle principali reti nazionali, Rai e Mediaset.(1)
Nel grafico qui sotto sono evidenziati mese per mese il numero di notizie presente nei telegiornali. Il dato più eclatante è la crescita di attenzione ai reati nel periodo settembre - dicembre 2007. .Nei primi 10 mesi del 2008 l’andamento, pur mantenendosi mediamente più elevato, sembra ritornare alla “normalità” del periodo 2005-2006.
Se aggreghiamo i dati per semestre si nota ancora meglio l’andamento delle notizie che presenta una chiara impennata nel primo semestre 2007 per toccare la vetta nel secondo semestre 2007 e poi ridiscendere nel primo semestre 2008, ancora però nettamente sopra gli altri semestri del 2005 e del 2006.
I reati invece sono sostanzialmente stabili, con una gobba del grafico tra il secondo semestre 2006 e il primo semestre 2007 con un andamento in graduale discesa.
Se aggiungiamo al numero dei reati e alla loro visibilità in televisione la percezione che i cittadini hanno del rischio criminalità si ottengono indicazioni che meritano qualche approfondimento. In questo grafico, infatti, la linea gialla indica la percentuale di risposte positive alla domanda “secondo lei, c’è maggiore o minore criminalità nella zona in cui abita rispetto a cinque anni fa?” nei sondaggi effettuati da Demos.
AUDIENCE E POLITICA
Appare perciò probabile che il cambiamento del clima d’opinione dipenda dal cambiamento del clima politico e mediatico. Fra i due ambiti il rapporto è stretto, quasi simbiotico. La lunga campagna elettorale che ha caratterizzato l’Italia nei mesi precedenti il voto di aprile, ha certamente avuto forti riflessioni sulla comunicazione mediatica. Temi come la sicurezza e la criminalità hanno ottenuto grande visibilità perché prioritari nell’agenda dei politici in vista del voto, conseguentemente l’insicurezza è divenuta in tv tema di prima serata, un titolo da posizionare in testa ai notiziari.
Commenta Ilvo Diamanti: “(…) l’insicurezza costituisce un tema particolarmente attraente per i media, e particolarmente utile per la politica. Dal punto di vista politico ed elettorale, avvantaggia soprattutto la destra. Dal punto di vista della comunicazione mediatica, fa audience, per cui incontra facilmente l’attenzione dei media. Trova molto sensibile e reattiva soprattutto la tivù commerciale”.
LE PAURE DEI CITTADINI
Il risultato più importante dell’analisi è che la notiziabilità dei reati segue logiche del tutto proprie, raramente connesse con la dinamica del numero dei reati, creando quelle ondate mediatiche che provocano insicurezza generica, o al contrario, e peggio, incentrata su un particolare aspetto che assume una rilevanza sproporzionata rispetto alla sua reale portata. La separazione tra andamento dei reati e andamento delle notizie ha come contraltare una buona correlazione tra quest’ultimo e quello della percezione dell’insicurezza da criminalità. Nel ribadire la complessità del fenomeno possiamo comunque ragionevolmente pensare che l’esposizione mediatica incida in modo sensibile sulle paure dei cittadini.
(1) Nel periodo 1 gennaio 2005 e 31 ottobre 2008, sono stati considerati i telegiornali del prime time di Rai e Mediaset: Tg1 delle 20.00, Tg2 delle 20.30, Tg3 delle 19.00, Tg4 delle 19.00, Tg5 delle 20.00 e Studio Aperto delle 18.30. Di ogni telegiornale sono state classificate le notizie per attribuirgli o meno una delle categorie di reato usate normalmente nelle rilevazioni del Ministero degli Interni.
Eni, sarà vero ma non ci credo
Vedremo: dal governo nemico
di Papi&Ugo temiamo il peggio:
soluzione finale alla Sardegna
di Giorgio Melis
Squilli di tromba, fanfare, inni al governo salvifico per una misura di tamponamento che in realtà blocca solo temporaneamente la chiusura del petrolchimico di Porto Torres. Un risultato certo importante e positivo: frutto della “lotta dura senza paura” pronta a diventare aperta ribellione degli operai e degli amministratori locali, non certo del pugno sul tavolo governativo del tremulo sCappellacci, che stavolta non ha fatto retromarcia perché sarebbe rimasto solo col cerino in mano e Scariola (per conto di Papi-Silvio) non poteva scaricarlo mentre vacilla la Sicilia. Risultato nell'immediato significativo ma provvisorio, a termine. Abbassate i toni, non c'è niente da esultare e tutto ancora da temere.
Sarà pure vero che l'Eni ha fatto un piccolo passo indietro. Ma è stato imposto dalla dura reazione dei sardi e dal momento nazionale. Col sex-gate che propone un Berlusconi ripugnante e un'Italia disonorata, la crisi che incalza, il Cnel che annuncia altri 500 mila disoccupati, i conti pubblici in picchiata devastante, la pressione fiscale al massimo, l'evasioni trionfante e incoraggiata con lo scudo fiscale (5 per cento di tasse per chi riporta i capitali in Italia: da vergognarsi) dalla politica economica “etica” di Tremonti. Con questi chiari di luna, mentre dal Mezzogiorno parte la rivolta contro il Nord-Lega (ma Berlusconi domicilia il forum del Mediterraneo a Milano, notoriamente baricentrica tra Gibilterra e Suez), il Cavaliere non poteva permettersi un'escalation della protesta anche nella Sardegna-fantasmatica (le proteste cancellate dall'informazione televisiva del padrone), con ulteriori ricadute sulla sua immagine che nel mondo è da tempo e resta, nonostante la buona prova del G8, di irrecuperabile depravato clown. Era rischioso veder salire nelle prime pagine la rabbia impotente dell'isola di cui osa, offendendoci, dichiararsi concittadino. Vade retro, già la Sardegna è confusa con la Certosa e avvertita nel mondo come il bordello di lusso del satrapo per gli exploit delle schiave del sesso a pagamento. Infine, perché ora è chiaro a tutti, inclusi i più tosti e convinti sostenitori nuragici di Papi che lui rappresenta il governo più nemico che la Sardegna abbia mai avuto dalla nascita dell'autonomia.
Al timone dell'Italia postribolare del premiato marchettificio Berlusconi, con codazzi di magnaccia, tenutarie e guardiani dei suoi casini privati su cui svetta il tricolore al Viagra, il premier ha fatto ai sardi in pochi mesi più danni di mille Attila. Mentre ingannava tanti cittadini in buona fede, disperati o geneticamente e mentalmente schiavi più che servi. I danni dello scippo del G8, quelli diretti più gli altri indotti senza contare le opere scippate e quelle incompiute con i soldi nostri, resteranno un colpo mortale, offensivamente sferrato senza neanche informare e senza alcuna reazione del “burattino” Cappellacci: quello che “dignità vo cercando ch'è sì rara” e lui non troverà mai.
Lo stop provvisorio all'Eni non convince: sembra purtroppo solo una dilazione prima della soluzione finale che arriverà in autunno: fatta sbollire la reazione sociale, ottenuta per stanchezza la rassegnazione al peggio. Come ben immaginano amministratori, dipendenti e sindacalisti che oggi, bongré malgré, devono fingere di credere che l'intero apparato industriale sardo non sarà spazzato via.
Contra spem, si deve sperare che non accada ma è difficile crederci dopo aver visto la gigantesca, disgustosa capacità di inganno che Berlusconi, assecondato dai suoi ascari sardi, ha esercitato contro i sardi. Pensate che Mariano Delogu, un tempo combattente vigoroso, ha dovuto protestare col ministro Bondi perché la Sardegna è l'unica regione esclusa dal finanziamento delle centinaia di progetti culturali approvati dal ministero. Come se fosse di nuovo l'isola dei mastrucati latrones, analfabeti e fuori dall'Italia, dal mondo e dalla cultura: benché negli anni scorsi grandi iniziative e progetti culturali, informatici, ambientali e sociali della Giunta Soru fossero rimbalzati sull'informazione internazionale come modelli da seguire. Questo citato è un esempio calzante del rispetto riservato oggi ai sardi lobotomizzati politicamente e ri-berlusconizzati. Ma la protesta di Delogu si sarebbe dovuta sentire fragorosamente prima e per mille altre e gravissime infamie consumate ai nostri danni. Ormai è archiviata, quasi rimossa, la condizione del Sulcis, camposanto industriale appestato e irredimibile dai suoi veleni, con seimila disperati senza prospettive: quelli cui Berlusconi aveva annunciato salvezza e futuro con la telefonata a Putin. Temiamo, battendo per l'opposto, che lo stesso accada a Porto Torres, Ottana, Assemini-Macchiareddu.
Nel cratere della crisi nazionale che esploderà in autunno, la Sardegna sparirà del tutto nel silenzio esterno e nelle tremebonde giaculatorie del suo presidente putativo, pendolare a Roma (che botta, venerdì scorso: ben tre ministri sugli undici annunciati) al seguito del suo zainetto, con lo stemmino nuovo dei quattro mori disperati: è stata la sua prima indifferibile pensata: gli ha procurato una decisiva ernia cerebrale, speriamo non anche testicolare. Mentre lo scrivano-zerbino di Terrapieno, sotto dettatura del verro-Zunk che comanda a bacchetta politici e amministratori senza mai comparire, annuncia che tutto quel accade è colpa ovviamente di Soru, mentre sCappellacci sta facendo o farà risorgere la Sardegna: rischia prematuramente la morte annunciata per il troppo ridere.
Il peggio deve sempre arrivare: è quasi al traguardo. Il governo cancella la grande conquista di Soru e dell'assessore Francesco Pigliare. L'intesa con lo Stato per il regime regionale di entrate fissato in legge e introdotto nello Statuto, grazie al quale - regnante Romano Prodi - la Sardegna ha ottenuto i 9 decimi di tutte i tributi riscossi nell'Isola, dopo decenni in cui era stata derubata nel silenzio generale. Ora, con un semplice emendamento, il governo cancella quello storico accordo e stabilisce che le quote saranno discrezionalmente decise dal capo del governo con un semplice decreto presidenziale, senza alcun ruolo per il parlamento. Cioè, saremo di nuovo alla mercé di Roma. Per fortuna sCappellacci annuncia che variazioni potranno esserci solo se migliorative o lui farà fuoco e fiamme. E' gia stato allertato un Canadair per spengere l'incendio e freddare i suoi bollenti spiriti, dovuti forse al fatto che non sa (o non vuole sapere) niente di quel che decidono. E' persona assolutamente disinformata dei fatti che riguardano la Sardigna: dopo l'umiliazione del G8 hanno capito che possono giocarselo come un topolino con un gattaccio nel suo zainetto.
Siamo nelle condizioni migliori perché presto ci venga comunicato, meglio a cose fatte per non costringere sCappellacci alla sceneggiata delle finte proteste gassose, dove sarà costruita la centrale nucleare. O, più verosimilmente, dove saranno stoccate le scorie nucleari. Per una parte delle quali (depositate in Francia e Svizzera, che producono e ci vendono l'energia atomica) l'Italia paga royalties gravose. Saranno eliminate forse portandole manu militari, senza possibilità di opporsi, in Sardegna: così potrà contribuire al bilancio nazionale, magari aggiungendovi qualche euro dei fondi europei non ancora scippati. Pensate che perfino il ministro dell'ambiente Prestigiacomo ha votato contro il decreto anticrisi per una norma, parole sue, che abolisce ogni tutela dell'ambiente: anche per le centrali nucleari.
Questo è il nostro futuro, bella gente: come l'abbiamo scelto: meno un 45 per cento, rispettabile ma insufficiente. Vorremmo sbagliarci ma temiamo in autunno drammatiche conferme e repliche dell'inimicizia del governo di Papi, più nervoso perché dovrà controllarsi come “utilizzatore finale”, euro-sex-farmacologico, di escort in numero ridotto. Sempre sia lodato dai suoi plaudenti e felici cantori del “meno male che Silvio c'è”, da sua eminenza monsignor Money, di tantissimi mentecatti e cialtroni del centrosinistra, decisivi per farlo vincere. Gli stessi che ora vorrebbero ancora comandare nel Pd: dopo averne fatto un cimitero chiamato partito mai tornato.
La colonizzazione è un processo inarrestabile, una volta che siano state rispalancate le porte all'invasore marciante sulle schiene degli schiavi genuflessi. Mano male che c'è anche Paolo, inteso come Maninkid-Geronimo con bandana apache dei suoi manifesti elettorali. Ormai convertito ad apostolo, profeta e atleta dell'indipendenza della Sardegna dall'Italia. Curioso, è stato il peggior nemico di Soru. Il quale è stato in assoluto - con molti limiti e gravi errori - il presidente, anche più di Pietro Soddu e Mario Melis, che più si era concretamente contrapposto agli abusi, prepotenze e discriminazione dello Stato italiano. Prima conflittualmente con Berlusconi (2004-2006) e poi positivamente con Prodi, ha ottenuto storiche conquiste ma soprattutto uno status di dignità e rispetto che nella buia storia ai sardi non era mai stato accordato in Italia e nel mondo. Non era obbligatorio rieleggerlo, solo perché non si era mai scappellacciato a Roma e ovunque, teneva la testa dritta senza piegarla davanti a chiunque. Non era neanche obbligatorio, per deporlo, tradire la propria terra, farsi servi e schiavi, complici del massacro economico, sociale, politico e culturale verso il quale la Sardegna marcia inarrestabilmente. Indipendenza? L'unica possibile, prima della catastrofe che ci aspetta, sarebbe stata quella dai tanti troppi sardi vocati al servaggio e proni a chiunque: se c'è da sgarrettare per livida invidia un conterraneo che osi sollevare la testa , specie fuori dall'Isola, sopra la storica palude umana detta Sardegna. Giustamente, ora ci riportano anche i terroristi e meditano di allocarvi le carceri speciali per detenuti di gran nome e pericolo: la servitù carceraria confermerà l'antico ruolo di isola-galera per una terra malmeritata da tribù affollate di aspiranti camerieri senza dignità.http://www.altravoce.net/2009/07/22/eni.html
A ferragosto anche i ghost writer vanno in vancanza e ai leader tocca andare a braccio, cosicché Berluscone, preso dall'ispirazione e in stile George W. Bush, si lascia andare a una considerazione del tipo: difendere i cittadini dagli attacchi esterni, e per questo c'è l'esercito e ci sono le forze armate, e dagli attacchi interni delle forze del male schierando in campo le forze del bene*. Non sono un dottore e non so se tra gli effetti collaterali del Viagra e del Cialis rientrano anche le visioni mistiche, ma bisognerebbe approfondire. Non è un paese per Azazel, Maroni in persona ha ritirato il permesso di soggiorno al professor Woland, in Italia non può praticare, figuriamoci, fanno problemi anche Silvan. E' chiaro che per questi il buon governo consiste nell'arte di utilizzare le shrapnel, l'artiglieria stordente, e di saper tacere le cose che vanno taciute, e allora quanto darei per sapere cosa si dicono Alfano e Maroni mentre ritornano a casa, i discorsi epurati dalle stronzate del canovaccio mediatico, ma sono cose che a noi comuni mortali non è dato sapere, si intende per il nostro bene. (quando tutto manca immaginateveli sul cesso con la faccia rossa e la vena che pulsa sul collo perché colti da improvvisa e molesta stitichezza e di questi grandi ministri e grandi leaders mondiali avrete la rappresentazione più fedele alla realtà).http://formamentis.splinder.com/
Emilio Fede vola con gli aerei di Stato a casa del Premier a meta’ agosto. E cioe’ non usa i soldi suoi e nemmeno quelli del suo padrone per andare in Sardegna, ma usa i soldi dei contribuenti. Un’interpretazione dei fatti consona ai soliti comunisti. Di coloro che, inconsapevoli del nuovo paradigma, hanno ancora la forza di scandalizzarsi, i soliti pessimisti e disfattisti per intenderci.
Per le persone serie, invece, Fede che usa i soldi pubblici per andare dal suo datore di lavoro e mentore, ha due chiavi di lettura piu’ storicamente coerenti. La prima e’ il classico chissenefegra ed evviva il papi, che funziona con la massa populista. La seconda, per i populisti piu’ esigenti intellettualmente, giornalai compresi, e’ che Fede a casa di Berlusconi oggi e’ essenziale.
Una presenza strategicamente importante al punto da giustificare il volo di Stato. Mai come oggi, infatti, Berlusconi ha bisogno di una leccatina a domicilio. Quella dalla tv dopo un po’ ha scarso impatto. E Silvio sta del resto passando un periodo infernale. Il fuoco nemico e’ cosi intenso al punto che potrebbe ritrattare qualche balla. Cosa che aprirebbe una falla dalle conseguenze inimmaginabili nelle legioni della propaganda populista.
Ecco allora l’importanza strategica nazionale di Fede a Villa Certosa oggi: la presenza di una persona in grado di sfoderare di fronte al magmate brianzolo tutto l’alto menu della piaggeria tarda populista. E rinfrescare il grande capo con tutte le panzane inventate dal giornalismo organico per giustificare le sue porcherie. Incoraggiandolo a tener duro e assicurandolo che gli italiani continuano a bere le sue panzane anche sotto l’ombrellone.
Prioritario defraudarlo di quel poco che ormai era rimasto e che ha avocato a sé come la migliore delle soluzioni.
Ma la cosa tragicomica è che giornalisti "meridionali" (come Domenico Tempio del giornale La Sicilia di oggi) ne avallano le scelte.
E mentre per un popolo qualsiasi certe dichiarazioni siffatte lo avrebbero fatto insorgere contro questi Premier e questi politici, per i Siciliani queste dichiarazioni diventano IL VERBO da seguire servilmente, come sempre ha fatto nella storia del resto.
Al massimo da noi in Sicilia le guerre si fanno solo come lotte "intestine" sulla scelta del Sultano da servire e sull'aguzzino da cui farsi martoriare.
Popolo di pecoroni che lotta sulla scelta del macellaio da cui farsi sgozzare.
Quando un popolo non è disposto a versare il proprio sangue per la propria libertà (e la propria autodeterminazione), quel popolo MERITA di essere schiavo!
Un tempo schiavo degli Angioini, poi degli Asburgo, degli Svevi, dei Savoia, degli Aragonesi, dei Borboni, oggi dei Berlusconi!!!
Non importa chi, al massimo le città lotteranno fra loro per guadagnarsi
IL PRIMATO DEL SERVILISMO!!!
E così avremo Catania contro Palermo, Messina contro Catania, e tanto per salire un pò sul continente, anche Palermo contro Napoli, Bari contro Taranto, tutti contro tutti, ma TUTTI al servizio del Sovrano di turno.
Sia Benvenuta la Vostra Maestà, Eccellentissimo Silvio Primo!!!
Ora che il decreto sulla sicurezza è entrato in vigore siamo sicuramente più sicuri. Le ronde sono state, finalmente, istituzionalizzate. La clandestinità è reato. Tuttavia, la sicurezza si è affermata anche senza decreti.
Lo confermano i dati del Ministero dell'Interno. Nel 2008 il numero dei reati è sceso di otto punti percentuali rispetto all'anno prima. La riduzione riguarda tutti i tipi di delitti. Dalle rapine agli scippi ai furti. Resta il problema della percezione, che tanto preoccupa il centrodestra. Oggi che governa. Assai meno ieri, quand'era all'opposizione. Negli anni del governo guidato da Prodi, quando al Viminale c'era Amato, era legittimo avere paura. Anche se il calo dei reati è cominciato nella seconda metà del 2007. Ed è proseguito nel semestre successivo.
Andare troppo a fondo nell'analisi dell'evoluzione dei reati, però, potrebbe sollevare qualche dubbio. Sul fatto che la sicurezza in Italia costituisca un'emergenza. O almeno: un problema emergente. Nuovo. In fondo, risalendo al 1991, quasi vent'anni fa, si scopre che il peso dei reati è superiore a quello attuale: 4666 per 100mila abitanti, allora; 4520 oggi. In termini percentuali: lo 0,1 in più. Non molto, si dirà. Anche se, quando si tratta di reati, ogni frazione è rilevante. Tuttavia, la verità è che la variazione percentuale dei reati (negli ultimi dieci anni, almeno) ha un andamento ondivago. Ma segna una sostanziale continuità. Dal 4,2% sulla popolazione, nel 1999, si passa al 4,5% di oggi. Una variazione minima. Che, peraltro, conferma l'Italia come uno dei paesi più sicuri - o meno insicuri - d'Europa.
I cambiamenti più rilevanti, nello stesso periodo, riguardano, invece, la sfera delle percezioni. A fine anni novanta l'Italia era attanagliata dall'angoscia. Poi, nella prima metà del nuovo millennio si è rassicurata. Per cadere preda del terrore nei due anni seguenti. Fino a intraprendere di nuovo una strada più sicura, a partire dall'autunno del 2008. Come ha mostrato il II Rapporto Demos-Unipolis, presentato lo scorso novembre.
Un dato recente suggerisce, peraltro, che la tendenza non sia cambiata. Anzi. In occasione delle elezioni del 2008, infatti, il 21% degli elettori aveva indicato nella "lotta alla criminalità" il tema più importante ai fini della scelta di voto. Ma alle elezioni europee del 2009 questa componente si riduce sensibilmente: 12%. (Indagini post-elettorali condotte da LaPolis, Università di Urbino). Difficile vedere nel cambiamento del clima d'opinione solo - o principalmente - il riflesso della "realtà", come alcuni pretenderebbero. In fondo, l'aumento dei reati che, per quanto limitato, si verifica nel biennio 2004-2005, non accentua l'inquietudine sociale. Mentre negli anni seguenti la paura dilaga.
Un osservatore malizioso potrebbe, semmai, cogliere una costante politica, dietro ai mutamenti dell'opinione pubblica. Visto che, incidentalmente, l'insicurezza cresce quando governa il centrosinistra. E viceversa. Tuttavia, la relazione più significativa riguarda senza dubbio l'attenzione dedicata dai media. In particolare, dalla televisione. Anzi, sotto questo profilo, assistiamo davvero a una realtà - o forse a una fiction - profondamente nuova e diversa rispetto al passato.
Basta scorrere i dati del recentissimo report dell'Osservatorio di Pavia su "Sicurezza e media" (curato da Antonio Nizzoli) per rilevare la rapida eclissi (scomparsa?) della criminalità in tivù. Infatti, i telegiornali di prima serata delle 6 reti maggiori (Rai e Mediaset) dedicano agli episodi criminali ben 3500 servizi nel secondo semestre del 2007, poco più di 2500 nel secondo semestre del 2008 e meno di 2000 nel primo semestre di quest'anno. In altri termini: se i fatti criminali sono calati di 8 punti percentuali in un anno, le notizie su di essi, nello stesso periodo, sono diminuite di 20. Ma di 50 (cioè: si dimezzano) se si confronta il secondo semestre del 2007 con il primo del 2009. Più che un calo: un crollo. In gran parte determinato da due fonti. Tg1 e Tg5, che da soli raccolgono e concentrano oltre il 60% del pubblico. Le notizie relative ai reati proposte dal Tg1 in prima serata, dal secondo semestre del 2007 al primo semestre del 2009, si riducono: da oltre 600 a meno di 300. Cioè: si dimezzano. Insomma, per riprendere i propositi del nuovo direttore del Tg1 (poco responsabile di questo trend, visto che è in carica solo da giugno): niente gossip; ma neppure nera. Solo bianca. Tuttavia, è nel Tg5 che il calo di attenzione in tal senso assume proporzioni spettacolari. Il numero di servizi dedicato a episodi criminali, infatti, era di 900 nel secondo semestre del 2007. Nel primo semestre del 2009 scende a 400. Insomma, la criminalità si riduce un po' nella percezione sociale e sensibilmente nell'opinione pubblica. Ma nella piattaforma televisiva unica di Raiset - o Mediarai - quasi svanisce. E chi non si rassegna (come Canale 3 - pardon: Tg3) viene redarguito apertamente dal premier. Il quale, tuttavia, non ha motivo di avere paura. Se - come ha recitato tempo addietro - l'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura. E la paura erompe soprattutto dalla televisione. In questo paese dove il confine tra realtà reale e mediale è sempre più sottile. Allora il premier non ha nulla da temere. Ronda o non ronda. Ronda su ronda. La paura scompare insieme alla criminalità. Oppure riappare. A (tele) comando.
I cittadini hanno il diritto di sapere se la Gelmini e’ andata a letto con Berlusconi per diventare ministro oppure no. Non c’entra nulla se il fatto non e’ penalmente rilevante, perche’ lo e’ politicamente. E non c’entra nulla nemmeno la morbosa curiosita’, il gossip e quant’altro. C’entra invece che in una democrazia sana i cittadini hanno il diritto ad essere governati da un potere politico assolutamente trasparente. Hanno il diritto di sapere tutto delle figure pubbliche che li governano, e questo perche’ devono essere in grado di valutare l’operato dei potenti, verificare i loro valori e quindi votare in maniera consapevole.
Sapere se e’ vero o meno che il ministro Gelmini, paladina della meritocrazia, guidi il dicastero dell’istruzione perche’ ha fatto l’amore col Presidente del Consiglio, ad esempio, e’ utile affinche’ i cittadini non credino una parola di quello che dice quando parla di merito e di trasparenza. E oltre a non votarla piu’, il cittadino puo’ interpretare la sua riforma della scuola per quello che gia’ molti sospettavano: che fosse solo una montatura messa in piedi da Tremonti per far cassa. Identica cosa per la Carfagna con l’aggravante del background da velina.
E idem per il Premier che bacia l’anello al Papa e si erge a paladino della famiglia e poi, da sposato, va con prostitute dell’eta’ di sua figlia e nega tutto mentendo. La verita’ dei fatti e’ importante affinche’ i cittadini siano in grado di valutare la coerenza e i valori del proprio Premier. Se invece i cittadini sono tenuti all’oscuro dalla verita’ dei fatti che riguardano le cariche pubbliche sono come ingannati, pensano di sostenere un certo tipo di persone e valori e invece ne sostengono altri.
Una sorta di truffa ai danni della collettivita’ nel breve periodo, e un rschio enorme nel lungo. Senza trasparenza e verita’, un domani la democrazia italiana potrebbe essere governata da qualunque delinquente e avere come ministre delle veline. Ma affinche’ il potere sia accountable, come dicono gli inglesi, serve piena liberta’ di stampa e certezza della pena. Due pilastri della democrazia che il populismo italico ha eroso per permettere all’amore gelminico di produrre i suoi frutti.http://www.tommasomerlo.ilcannocchiale.it/
Seguire contemporaneamente le vicende di due paesi cosi' simili e cosi' abissalmente diversi come l'Italia e la Germania fa venire il capogiro.
Leggere la Sueddeutsche e La Repubblica (in Italia per il momento non c'e' di meglio) e' come andare sulle montagne russe, si deve continuamente svitare un pezzo di cervello e riavvitarne un altro, altrimenti non si capisce nulla e viene solo il mal di testa.
Quello che in italia e' prassi comune qui e' scandalo, quello che qui e' patrimonio della societa' civile in italia viene bollato come "nazista" e cio' che in italia e' cultura corrente qui e' solo reato.
Per fortuna in questo periodo le differenze vengono appiattite dagli scandali, anche se il pezzo di cervello va svitato e riavvitato altrimenti non si capisce piu' cosa e' scandalo e dove.
Mentre l'italia si stava dibattendo, in crescendo di pornografia, fra Puttanopoli, il decreto anticrisi e la legge bavaglio, qui scoppiava un altro scandalo e si scatenava una campagna di stampa contro un ministro federale, Ulla Schmidt.
Ulla Schmidt (in foto) e' l'attuale ministro federale alla salute (Gesundheitministerium) in quota alla SPD, quindi per gli italiani una comunista.
Che ha combiinato la ministra? Un cosa che le sta costando, ma neanche troppo.
Ulla e' partita per le vacanze, e' andata in Spagna. Il fatto e' che ci e' andata con la macchina di servizio, in italia si direbbe con l'auto blu', con tanto di autista. Duemilacinquecento chilometri pagati dal contribuente.
Gia' questo sarebbe un danno, ma il destino ci ha aggiunto la beffa: in Spagna ladri si sono introdotti nella camera di albergo dell'autista e gli hanno fregato, tra le altre cose, le chiavi della macchia, quindi la macchina. La cosa si e' saputa e lo scandalo e' scoppiato.
Lo scandalo nello scandalo e' stato l'autodifesa della ministra.
Costei ha dato una spiegazione abbastanza scivolosa del suo operato, in pratica ha detto che in Spagna, nel bel mezzo della vacanza, avrebbe dovuto avere un incontro di lavoro, quindi aveva bisogno della sua macchina di servizio attrezzata come un ufficio. Far venire un tecnico per attrezzare la sua camera d'albergo come ufficio, dice la ministra, sarebbe venuto a costare l'equivalente dei viaggio, cioe' circa 3500 Euro.
L'associazione dei contribuenti tedeschi, calcola invece in circa 10.000 euro il costo della traversata, includendo nella spesa la camera di albergo per l'autista e le ore di straordinario dovute. La posizione dell'autista e' a sua volta ambigua, visto che pare che si sia portato dietro il figlio, pagando pero' di tasca propria la sua sistemazioen in hotel.
In pratica i giornali, non solo quelli di destra, ma pure quelli progressisti, stanno martellando sulla vicenda.
Cio' che si trova scandaloso pero' non e' il fatto in se', gia' abbastanza fastidioso, quanto perche' la ministra, lungi dal volersi dimettere, non si e' scusata, non ha dato nessun segno di contrizione, di pentimento o perlomeno di imbarazzo! Anzi la ministra continua a rivendicare la correttezza dell'uso dell'auto, senza nemmeno accettare che per il tedesco comune la cosa possa sembrare strana.
No, non e' vero, di una cosa la signora Schmidt si e' rammaricata, per il fatto di aver fornito un nuovo argomento a coloro i quali pensano che la politica sia una gran porcheria, dove ognuno pensa a farsi i fatti propri.
Il carico da undici pero' ce lo ha messo il candidato della SPD alle prossime elezioni per il cancellierato, Frank-Walter Steinmeier. Costui infatti ha deviato dalla prassi e NON si e' dissociato dalla ministra. Molti, anche di sinistra, dicono che questo potra' costargli le elezioni.
Cio' che piu' mi fa girare la testa sono le parole che vengono usate dai giornali. Quasi tutti picchiano duro e quasi tutti ammettono che, e' vero, ci sono ben altri scandali, pero' qui e' in gioco la "reputazione" di un ministro della Repubblica. Usano proprio questa parola e la Sueddeutsche sottotitola un suo articolo con "la reputazione e' rovinata".
Questa della reputazione e' una cosa che in Italia e' scomparsa fin dai tempi di tangentopoli.
Gli italiani, ormai trasformati in perfetti legulei, dibattono sulla opportunita' di far sedere gente in parlamento basandosi sugli atti dei processi. A dire il vero non dibattono nemmeno piu' di questo, visto che ci sono dei veri criminali fra i deputati, ma il discorso e' che la reputazione non esiste piu'.
La reputazione e' qualcosa di intangibile, ma che in certi ambienti, come quello scientifico o medico vale ancora. Per motivi stranissimi in Italia non vale piu' e anzi ti guardano come se gli offendessi la mamma se tiri in ballo la questione e se insisti ti dicono che sei un "giustizialista", parola che non vuol dire nulla, nonostante un tizio in questo spazio abbia maldestramente tentato di spiegarne il significato.
Io mi chiedo...ma...l'italiano medio, se deve andare a farsi curare, si farebbe mettere le mani addosso da un dottorone che non e' mai stato condannato o nemmeno processato o persino indagato, ma ha la reputazione di quello che risparmia sugli anestetici o che opera sotto l'effetto della cocaina?!?
Per i funzionari statali la reputazione di una persona non esiste, esistono i dati di fatto, esiste la casella giudiziaria. Pero' noi non siamo funzionari statali, siamo elettori, cittadini, consumatori e a noi la casella giudiziaria non basta, abbiamo bisogno del certificato di qualita', della reputazione.
Io mi avvito il pezzo di cervello italiano, leggo sta vicenda della Schmidt e rido. I tempi di mastella sono ormai lontani.
Quello che mi fa male e' che molti commentatori tedeschi si fanno la domanda che temo da anni. Si chiedono "anche la politica tedesca si sta italianizzando?".
Fa male vedere esportati gli elementi piu' deteriori della propria cultura. http://derpilger.splinder.com/post/21082414#more-21082414
Ma quant'è bello il liberale anti-comunista che si fa prendere in giro dal magnaccia di turno che gli fa credere che farà la rivoluzione liberale? Io ho creduto CHE Berlusconi fosse l’uomo che avesse chiesto l’aiuto mio e di tante altre intelligenze per costruire un’Italia moderna, liberale, democratica, libera, aperta, intelligente rispettosa dell’individuo e delle regole.
Ha fatto il contrario: ha costruito il suo cesarismo ed ora siamo alla tratta delle bianche, alle sgualdrine con il registratore che ricattano il Capo del Governo della MIA Repubblica e che lo sputtanano davanti al mondo perché lui non ha fatto il piacere che la sgualdrina si aspettava. E’ intollerabile e devo dire che era imprevedibile un tale degrado, lasciando stare Noemi, il racconto del suo fidanzato e tutto il resto, registrazioni fantasma comprese.
Ma quant'è bello che una persona matura ci metta più di un decennio a capire quello che tutti dicevano nel 1994; ah no, Occhetto era un terrorista comunista, Segni un prezzolato agente cubano, la stampa era tutta comunista, etc etc. Non era quel tipo con cerone e con la voglia di fare male alle donne già così..
Sarebbe tanto dire che vi eravate sbagliati e che i Segni, Martinazzoli, Occhetti, Prodi, avevano ragione?
Provoca rabbia l’opposizione del gruppo di Repubblica Forse perché le altre sono flebili, o in tutt’altre faccende interessate.
Il premier sulle escort: "Non sono ricattabile". Il Pd: pronti a mobilitarci
Un uomo politico che di criminali se ne intende, come provano le condanne inflitte per reati molto gravi ad alcuni dei suoi più stretti amici, ieri si è permesso di attaccare i cronisti politici di Repubblica, indicandoli così: «Quelli sono dei delinquenti».
Bisogna risalire a Richard Nixon nei nastri del Watergate per trovare un simile giudizio nei confronti di un giornale. Oppure bisogna pensare alla Russia dove impera a carissimo prezzo la verità ufficiale di Vladimir Putin, non a caso amico e modello del nostro premier.
Questa isteria del potere rivela la disperazione di un leader braccato da se stesso, con uno scandalo internazionale che lo sovrasta mandando a vuoto il tallone di ferro che schiaccia le televisioni e spaventa i giornali conformisti, incapaci persino di reagire agli insulti contro la libertà di stampa.
Quest´uomo che danneggia ogni giorno di più l´immagine del nostro Paese e toglie decoro e dignità alle istituzioni, farà ancora peggio, perché reagirà con ogni mezzo, anche illecito, al potere che gli sta sfuggendo di mano, un potere che per lui è un fine e non un mezzo.
Noi continueremo a comportarci come se fossimo in un Paese normale. In fondo, questo stesso personaggio ha già cercato una volta di comperare il nostro giornale e il nostro gruppo editoriale, ed è stato sconfitto, dopo che – come prova una sentenza – con i suoi soldi è stato corrotto un magistrato: a proposito di delinquenti. Non tutto si può comperare, con i soldi o con le minacce, persino nell´Italia berlusconiana.
Si dice che durante la guerra contro l’Iraq, gli ayatollah iraniani mandassero i ragazzini a camminare davanti ai carrarmati: così, se c’era una mina, saltavano loro e il cingolato era salvo.
Bene: ora, in Italia, Berlusconi sta usando la Rai esattamente nello stesso modo. Nella sua guerra contro Murdoch, manda avanti la tivù di Stato facendole perdere ascolti e denaro, al solo scopo di preservare il suo cingolato, cioè Mediaset.
Se volete una prova plastica di questa strategia realizzata a spese nostre - visto che la Rai la manteniamo noi- leggetevi l’articolo su “Libero” di oggi del nuovo vicedirettore di Raiuno, Gianluigi Paragone. Un misto di bugie e di incompetenza che ha dell’incredibile.
Paragone infatti spiega che la Rai fa benissimo a togliere i suoi canali satellitari a Sky perché, se inclusi nel pacchetto Sky, - «regalano opportunità di raccolta pubblicitaria a un concorrente. Come se uno vendesse un giornale fatto per un terzo da articolo scritti dai suoi giornalisti, per un terzo da articoli di Libero e per un terzo da articoli del Corriere, poi lo porta in edicola e presso gli inserzionisti pubblicitari piazzandolo come un suo prodotto. In poche parole quelli di Sky salgono sulla giostra di viale Mazzini e non pagano il biglietto: geni loro o pirla gli altri».
Ora, in questo capoverso Paragone è riuscito a infilare tre balle - o tre grezze - spaventose.
Primo, gli spot pubblicitari che passano sui canali Rai attraverso la piattaforma Sky non vengono pagati a Sky ma alla Rai. E’ stupefacente che Paragone non lo sappia, o finga di non saperlo. La Rai fa il sei per cento di audience sulla piattaforma Sky e quindi incassa circa 140-150 milioni di euro l’anno grazie al passaggio sulla piattaforma Sky.
Secondo, sulla “giostra della Rai” quelli di Sky pagavano il biglietto eccome. Cinquanta milioni di euro l’anno, secondo l’ultima proposta rifiutata da viale Mazzini al solo scopo di fare un favore a Berlusconi. Cinquanta milioni di euro che ora la Rai non incasserà più, peggiorando vistosamente i suoi conti già in rosso.
Terzo, per legge in Italia la Rai è un servizio pubblico (so che fa ridere ma è così). E per legge il servizio pubblico deve raggiungere tutti. Quindi ha l’obbligo di andare via satellite nelle zone non raggiunte dal digitale terrestre. Pur di impoverire il pacchetto Sky, ora quindi la Rai è costretta a pagare di tasca propria una nuova piattaforma satellitare, Tivùsat, fatta in joint venture con una’azienda che in teoria dovrebbe essere una concorrente, cioè Mediaset.
Nella sua sesquipedale ignoranza, tutto l’articolo di Paragone ha in realtà un solo scopo: quello di andare contro Sky, che Berlusconi considera il suo vero concorrente.
In altre parole: il proprietario di Mediaset, entrato a Palazzo Chigi, usa il suo potere politico per nominare alla Rai uomini che facciano la guerra al suo concorrente privato, Sky. E, pur di combattere Murdoch, fa perdere centinaia di milioni alla Rai, che tanto non è mica sua, la pagano i contribuenti.
Poi qualcuno dice che il conflitto d’interessi non esiste.
(tutto ciò tralasciando il fatto che da oggi con il nostro canone paghiamo pingue stipendio, auto blu e chauffeur a uno che, com’è evidente, non sa una mazza di televisione. In compenso capisce tutto di Internet, essendo autore tra l’altro del seguente sublime pensiero: «Fino a che punto è giusto che internet sfugga a un qualsivoglia controllo? Mi dicono: fermare la rete è impossibile. E’ talmente vero che infatti ci riescono solo i cinesi, spesso maestri di censura. Ci sarà una via di mezzo oppure siamo costretti ad assistere al declino di un mezzo potenzialmente stupendo e aperto in una sorta discarica? Internet copre sconcezze e barbarie (un solo esempio: la pedofilia) perché garantisce l’anonimato».http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/08/07/lui-mente-tu-paghi-silvio-incassa/#more-3469
Alcuni oggi sottolineano criticamente “battuta” (?) di Silvio Berlusconi che ieri ha lodato i cronisti sportivi per non aver cercato in ogni modo di porre delle domande in una conferenza stampa-soliloquio sul futuro del Milan. Ma non mi sembra che molti si siano scandalizzati che Berlusconi fosse lì, battuta o non battuta.
Ricordiamo le ironie quando nel 2004 la maggioranza di centrodestra approvò la legge sul conflitto di interessi, la c.d. Legge Frattini, che come unica conseguenza reale nella situazione politico-aziendale del presidente del consiglio ebbe le sue dimissioni dalla presidenza del Milan. Sarà stato poco, ma anche quello è risultato - sostanzialmente - una farsa. Perché uno si dimette da presidente se non per piantarla di fare il presidente?
Beh, ieri Berlusconi si è precipitato a Milanello (seguiamo qui l’Ansa) “per incontrare l’ad della società, Adriano Galliani, e l’allenatore Leonardo. Al centro dell’incontro le questioni di mercato dopo la cessione di Kakà ed il mancato arrivo di altri giocatori. Argomento spinoso sarà però la questione Andrea Pirlo, richiesto dal Chelsea dell’ex allenatore rossonero Carlo Ancelotti. Il futuro del centrocampista potrebbe decidersi proprio oggi“.
E infatti, poco dopo è Berlusconi, non il vicepresidente e amministratore delegato Adriano Galliani (si noti che nella struttura della società sul sito del Milan nessuno ha sostituito Berlusconi nella carica di presidente), ad annunciare ai cronisti che il centrocampista Pirlo non sarebbe stato ceduto e, anzi, sarebbe stato acquistato un nuovo attaccante.
Tutto normale? Diranno che si trattava di questioni di soldi e di investimenti e che perciò l’azionista aveva l’ultima parola. Giusto (forse), ma allora non si tratta più di un “mero proprietario”, o no?
Diranno anche che di fronte ad altri e più gravi problemi questi contano poco. No, perché questo del Milan è l’unico caso nel quale la legge aveva avuto un effetto sia pure minimo e ciò che è accaduto ieri dimostra che l’effetto è puramente formale: Berlusconi continua a gestire il Milan, figuratevi il resto.http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/
«Berlusconi ha un atteggiamento puttaniero di disprezzo per le donne, tutte le donne, essendo un gran porco e una persona che ha corrotto la femminilità italiana schiudendo carriere impensabili a ragazze carine che hanno imparato solo quanto sia importante darla alla persona giusta al momento giusto, sollecitate in questo anche dalle madri, quando necessario».
(…)
«Ci sono delle voci che ho potuto verificare come purtroppo attendibili (non prove, ovviamente, altrimenti le avrei presentate io), secondo cui un famoso direttore ha mostrato e fatto leggere a un numero imprecisato di persone (deputati e deputate di Forza Italia per lo più) i verbali che tutti i direttori di giornale hanno, ma che avrebbero deciso di non usare su sollecitazione del Presidente Napolitano.
Si tratta di trascrizioni da intercettazioni avvenute nell’ambito dell’inchiesta di Napoli e poi fatte distruggere da Roma, in cui persone che ora ricoprono cariche altissime si raccontano fra di loro cose terribili che la decenza e la carità di patria mi proibiscono di scrivere, anche se purtroppo sono sulla bocca di coloro che hanno letto i verbali. Io ne conosco almeno tre. Dunque io non ho molti dubbi su quato è accaduto ed accade».
E poco sotto, nei commenti, in risposta a un lettore che chiede delucidazioni:
«Io dico, e lo confermo, che le cose che mi sono state raccontate da più fonti (e io sono uno dei mille e più di mille raggiunto dai dettagliati resoconti di chi ha letto) sono assolutamente disgustose: rapporti anali non graditi, ore e ore di tormenti in attesa di una erezione che non fa capolino, discussioni sul prossimo set, consigli fra donne su come abbreviare i tormenti di una permanenza orizzontale pagata come pedaggio.
I dettagli sono centinaia e non sono io che li nascondo, perché io sono soltanto uno cui alcuni lettori dei verbali (persone serissime, uomini e donne, tutti della stessa area di centro destra) hanno raccontato ciò che hanno letto, ovviamente con una massiccia concordanza dei dettagli stessi.
Il giorno in cui un magistrato, lette queste mie parole, volesse interrogarmi per sapere da chi ho avuto queste relazioni e chi fosse il giornalista che ha fornito il materiale in lettura, farei il mio dovere e farei i nomi».
Paolo Guzzanti, fatto eleggere da Berlusconi nelle liste del Pdl e tuttora parlamentare, interviene a modo suo sugli scandali sessuali di Berlusconi.
(Grazie a Giuseppe Paladina)http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/08/05/dagli-amici-mi-guardi-iddio/#comments
C’è un paese reale, contenuto nelle tv, nel gossip, nei sondaggi e nel reality politico berlusconiano, di cui siamo spettatori e di cui tutti parlano, e c’è un paese virtuale espresso dalle vicende del governo, dallo stato dell’economia italiana, dalla curvatura che ha impresso la crisi allo stato del nostro Paese. No, non ho confuso i due termini. Volevo proprio dire “reale” a proposito della tv e dei sondaggi, e “virtuale” riguardo alle vicende che toccano concretamente la nostra vita. Perché l’effetto principale prodotto dal berlusconismo è proprio questo: una specie di “ribaltamento” della normale percezione delle cose. Per cui la virtualità, l’immaginario, la chiacchiera diventano sostanza della nostra vita (anche politica!) mentre l’esistenza quotidiana e gli atti concreti di governo sembrano noiosamente svanire dal nostro giudizio. Un gioco di ombre e luci, di verità e finzione davvero spaventoso. Per quanto possa durare non so, fatto sta che oggi le classiche categorie della “verità”, della “realtà”, della “vita” sembrano non essere mai esistite. Con ciò confortando le analisi dei più moderni pensatori.
Faccio un esempio. Scalfari ha denunciato da tempo il fenomeno dei 35 miliardi di euro di maggiori spese ordinarie. Si tratta di circa 70.000 miliardi di lire, appena 20.000 miliardi sotto la manovra monstre di Amato nel 1992. Un fatto enorme per un Paese come l’Italia, la cui spesa pubblica è già altissima e i conti a rischio. Tremonti non ha mai risposto sul tema. Le manovre finanziarie, inoltre, avvengono sempre a colpi di decreto. Come dice Bersani, i conti deragliano e il governo taglia gli investimenti e gonfia la spesa corrente per tenersi buoni i consensi. Si va avanti quasi al ritmo di un decreto al giorno, e mai si è discusso sul serio, in Parlamento, di crisi economica. Il problema, aggiunge Bersani, è che “non c’è più lo spazio, il luogo fisico per la nostra battaglia”. “Il vero capo del governo è il ministro dell’economia, che sfugge con i decreti al controllo collettivo del Consiglio dei Ministri e poi del Parlamento e dell’opposizione”. Insomma, non si sa pubblicamente nulla di quel che accade, dove siano destinati i rivoli di spesa, e i luoghi di discussione sono esautorati. Bene, anzi male. Ecco una tipica “virtualizzazione” delle vicende reali: il bilancio dello Stato, i flussi di spesa, la proporzione tra spesa corrente e spesa per investimenti, il contenimento degli sprechi, la trasparenza nelle scelte sono questioni concretissime e realissime, che incidono sulla nostra vita ben più delle cliccatissime foto di Corona e Belen. Eppure, persino gli addetti ai lavori annaspano alla ricerca di notizie. Di converso, le vicende mediatiche (dalla tv ai social network: non salvo nulla) avvolgono la nostra vita e paiono riempirla e “concretizzarla” più della disoccupazione, più della sanità che non funziona, più dell’incerto futuro, più della politica di questo governo, che è ormai una specie di Monopoli. Questa è la rivoluzione culturale avvenuta sottotraccia, in questi anni, ma con successo. Quando occupi le “casematte”, puoi davvero plasmare le coscienze a tuo piacimento. Puoi parlare al “popolo” senza mediazioni. Puoi entrare in sintonia con la gggente (o, meglio, la gggente entra gagliardamente in sintonia con te, e magari approva pure le tue scorribande private).
Ha detto in un'audizione parlamentare Corrado Calabrò (Agcom) (*) che il 75% circa (75%!) delle casalinghe e dei pensionati italiani si forma una propria convinzione politico-elettorale e decide il proprio voto dalla semplice (e talvolta unica) visione della Tv e del Tg televisivo. Ecco perché Minzolini. Ecco perché la Rai è contesa come la più bella del reame. Ecco perché Mediaset e la lotta contro Rupert Murdoch. Ecco perché controllare i flussi dei ricavi pubblicitari. Ecco perché Corona e Belen. Ecco perché il blob mediatico. E ho detto tutto, diceva il grande Peppino de Filippo.
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(*) Dice Calabrò: "Secondo un’indagine del Censis, il 69,3% degli elettori si è informato attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai telegiornali per scegliere chi votare. I Tg restano il mezzo principale per orientare il voto soprattutto per i meno istruiti (76%), i pensionati (78,7%) e le casalinghe (74,1%). Al secondo posto si colloca ancora la tv con i programmi di approfondimento (come Porta a Porta, Matrix), a cui si è affidato il 30,6% degli elettori".http://l_antonio.ilcannocchiale.it/2009/08/04/blob.html
Il Giornale pubblica le foto delle vacanze private di Sarko e di Carlà. Prese col teleobiettivo che potrebbe essere stato un fucile di precisione, violando la privacy di un primo ministro mentre passava qualche ora tranquillo al mare, blablabla.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Ho aspettato qualche giorno per vedere se qualcuno si sarebbe degnato di parlare dell'affondo (lungo, interessante e in Inglese) che Der Spiegel ha fatto su berlusconia, ma niente. Il prossimo che dice "la stampa estera viene usata contro di noi, noi siamo meglio di voi, blablabla" gli rido in faccia.
In realtà sui commenti della stampa estera è calato un velo di assuefazione minzoliniano. Sono mesi che ci sono commenti quotidiani molto pesanti, ma ormai non se ne parla più. Va bene così.http://carlettodarwin.blogspot.com/
BERLUSCONI IRRISO ALL0' ESTERO MA AGLI ITALIANI VA BENE COSI ?
DI MASSIMO FINI Il gazzettino
Nei giorni del G8 ero in Corsica, ho comprato l’Expresse e sono sobbalzato. Il titolo di copertina recitava a tutta pagina: "Enquête sur le bouffon de l’Europe: Berlusconi". Era il culmine di una serie di pesantissime critiche portate al premier italiano da vari giornali europei americani, giapponesi, buona parte dei quali liberali: Financial Times, Daily Telegraph, Wall Street Journal, Herald Tribune, El Pais, El Mundo, Youmuri Shimbun, Vremia Novosti, Tagespiel, Le Monde, The Guardian, The New York Times. Poi il G8 è andato bene (nel senso che non è successo nulla di male) e Obama ha risdoganato, sul piano internazionale, Berlusconi definendolo una "leadership forte", ma i problemi posti dalla figura del Cavaliere al nostro Paese sono rimasti tali e quali. Sono quelli indicati dall’Express che, dopo il titolo irridente, si limita a farne una nuda elencazione.
1) Nel maggio del 1990, quando nessun "accanimento giudiziario" di tipo politico poteva essere ipotizzato nei suoi confronti, Berlusconi è stato dichiarato "testimone spergiuro" dalla Corte d’Appello di Venezia (aveva cioè giurato il falso in tribunale dichiarando che stava nella P2 solo da tre giorni mentre era iscritto da tre anni). Fu salvato da un’amnistia voluta dagli odiati comunisti per ripulirsi delle loro rogne (finanziamenti illeciti da Mosca).
2) Proprietario di metà del sistema televisivo nazionale, là dove in nessun Paese liberaldemocratico un uomo politico può possedere nemmeno un giornale di quartiere. Per cercare di spiegare l’"anomalia" italiana, altrimenti incomprensibile ai suoi lettori, il columnist del New York Times Robert Mackey ha scritto:
"Immaginate un mondo dove Donald Trump possedesse la NBC, fosse presidente degli Stati Uniti, offrisse a Miss California, in cambio dei suoi favori, un seggio al Senato, e sarete solo a metà per capire che cosa succede in Italia".
3) Un colossale conflitto di interessi che si estende dalla Tv all’editoria di carta stampata (è proprietario della più grande casa editrice italiana e di un importante quotidiano) al settore immobiliare, finanziario, assicurativo e persino al calcio, che Berlusconi promise di risolvere nel 1994 ma che da quindici anni sta lì e pesa come un macigno sulla vita politica ed economica italiana.
4) Una serie di leggi "ad personam" e "ad personas" per cavare dagli "impicci giudiziari" sè e i suoi amici, leggi che hanno scardinato codici penali italiani rendendo quasi impossibile il perseguimento di alcuni reati. Berlusconi è stato processato per falso in bilancio, fondi neri, frode fiscale, finanziamenti illeciti, corruzione della Guardia di Finanza, corruzione di magistrati. In alcuni casi se l’è cavata abolendo, per legge, il reato di cui era imputato, in altri con la prescrizione, ma almeno in due occasioni la Cassazione, giudicando sul processo connesso, ha accertato che il Cavaliere quei reati li aveva commessi anche se non erano più perseguibili per il decorso del tempo.
5) "Lodo Alfano" che sottrae il premier a ogni tipo di processo (anche per omicidio) fino alla conclusione del suo mandato, violando il principio-cardine della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
6) Sentenza di primo grado del Tribunale di Milano che ha accertato che Berlusconi ha corrotto con 600mila dollari un testimone, l’avvocato inglese David Mills, perchè rendesse testimonianze false (testimonianze che gli hanno consentito di essere assolto in altri processi).
7) Cena con due giudici della Suprema Corte che dovranno decidere sulla costituzionalità del "lodo Alfano".
8) Intercettazione delle telefonate Berlusconi-Saccà da cui si evince che il premier usa la Rai-Tv, Ente di Stato, per piazzare favorite, sue o dei suoi amici (i cosidetti casi Noemi ed escort, di cui pur l’Express si occupa, non li prendiamo in considerazione perchè le vicende private del premier, come quelle di qualsiasi altro cittadino, se non si concretano in reati, sono fatti suoi).
Domenica scorsa il Daily Telegraph, quotidiano conservatore britannico, ripercorrendo questa lista ha scritto: "In qualsiasi altro Paese Berlusconi, come politico, sarebbe morto e sepolto da tempo". Agli italiani invece va bene così.
Massimo Fini
Fonte: http://www.massimofini.it/
Uscito su "Il gazzettino" il 31/07/2009
E’ probabile che il mistero delle “trenta bellissime tombe fenicie” presenti a Villa Certosa abbia una spiegazione semplicissima; non è altro che una delle tante, creative balle che Silvio Berlusconi ama raccontare a chi gli capita a tiro; si tratti di tutti gli italiani in blocco o delle gentili visitatrici che accorrono a frotte nelle sue residenze private. Accattivante come sempre, l’uomo che ha convinto la maggioranza degli italiani di essere sceso in politica per amor loro, nella versione guida turistica appare più irresistibile che mai. Stando a quanto egli stesso illustra a Patrizia D’Addario, nemmeno a Mirabilandia sono concentrate tante attrazioni in una volta, dalla gelateria del presidente che fa anche i sorbetti alla balena fossilizzata; dai meteoriti al lago coi cigni convertibili; dal labirinto dove ogni grotta è una scultura alla famosa necropoli. E pazienza se la signora D’Addario, da scaltrita intellettuale qual è, mostra interesse solo per la gelateria. E pazienza se i soliti pignoli spaccano il capello in quattro sostenendo che, qualora la necropoli fosse davvero fenicia, si tratterebbe di una scoperta clamorosa. Probabilmente, fa intendere l’avvocato Ghedini, Berlusconi ha detto “fenicie” per far colpo sulla sua ospite intellettual-chic, ma in realtà sapeva benissimo che non era così. Ciò non toglie che la comunità scientifica internazionale si interroghi sulla vera natura di quelle “trenta bellissime tombe”; e che, in attesa che l’avvocato Ghedini organizzi una visita guidata in loco, formuli le più diverse ipotesi. Ecco alcune tra quelle che abbiamo raccolto in via confidenziale.
Le trenta bellissime tombe non sarebbero fenicie, ma nemmeno sarebbero tombe; si tratterebbe dei boudoir utilizzati da Giampi Tarantini per alloggiare trenta amiche sue di passaggio a Villa Certosa. I costumi e i monili di ispirazione fenicia sarebbero da riferire alla “Notte Punica”, il tema della festa in costume in programma quella sera.
Le trenta bellissime tombe fenicie sarebbero copie moderne tanto fedeli quanto fasulle. Le avrebbe commissionate Berlusconi stesso per il numero del “Segno del Fenicio”, uno dei tanti scherzi che il premier-buontempone si diverte a giocare ai suoi ospiti (come la celebre gag del vulcano finto). Berlusconi ha appena finito di raccontare la leggenda dei trenta fantasmi fenici che si aggirerebbero nella Villa che all’improvviso si spalancano le tombe, sulle note di una nenia appositamente composta da Mariano Apicella.
Le trenta tombe sarebbero in realtà di epoca imperiale romana, per la precisione riferibili al basso impero. Si tratterebbe di sepolcri clandestini scavati per ospitare altrettanti tribuni che si erano candidati alla guida del Partitus Democraticus, una velleitaria formazione politica del v° secolo che si proponeva di rovesciare l’imperatore ma non ne ebbe mai il tempo perché sempre impegnata a rovesciare i propri capi.
Le trenta tombe fenicie sarebbero in realtà trenta tavernette abusive costruite negli ultimi cinque anni in altrettanti palazzi di Milano Due, trasportate e rimontate segretamente a Villa Certosa, ma solo in via temporanea, in attesa cioè del più vicino condono edilizio. Si distinguerebbero dalle tombe fenicie per l’arredo, leggermente meno sobrio.
Queste le ipotesi che abbiamo raccolto in via confidenziale dalla comunità scientifica, ma gli archeologi raccomandano di seguire con attenzione i prossimi sviluppi. Nessuna di questa ipotesi è certa al cento per cento e non si può affatto escludere che ce ne saranno altre. http://antefatto.ilcannocchiale.it/