Il rapporto della commissione Esteri del Senato sulla fuga di Bin Laden dalle montagne di Bora Bora. Solo 100 soldati ad inseguirlo, ennessimo fallimento della strategia di Rumsfeld. Un report molto interessante, che spiega come la mancata cattura abbia influito sull'attuale disastro in Afghanistan. http://www.andreamollica.blogspot.com/
Scrutando nella sua sfera di cristallo analitica in una relazione intitolata Global Trends 2025, ha predetto che la preminenza globale dell’America scomparirà gradualmente nei prossimi 15 anni -- in congiunzione con l’emergenza di nuove potenze globali, specialmente la Cina e l’India, nota Michael T. Klare.
La preminenza dell’America scompare quindici anni in anticipo
Un memo per la CIA: potreste non essere pronti per il viaggio nel tempo, ma eccovi comunque nel 2025! Le vostre stanze potrebbero essere un po’ piccole, la vostra abilità di esigere alloggi migliori potrebbe essersi volatilizzata, e i comfort potrebbero non essere di vostro gradimento, ma dovete farci l’abitudine. Da adesso in poi sarà la vostra realtà.
Okay, adesso arriviamo alla versione seria di quanto sopradetto: nel novembre del 2008 il National Intelligence Council, un affiliato della Central Intelligence Agency ha pubblicato la più recente di una serie di pubblicazioni futuristiche mirate a guidare la nuova amministrazione Obama. Scrutando nella sua sfera di cristallo analitica in una relazione intitolata Global Trends 2025, ha predetto che la preminenza globale dell’America scomparirà gradualmente nei prossimi 15 anni -- in congiunzione con l’emergenza di nuove potenze globali, specialmente la Cina e l’India, nota Michael T. Klare. La relazione ha esaminato le molte sfaccettature del futuro ambiente strategico, ma la sua conclusione più sbalorditiva e che fa notizia, riguardava la proiezione nel lungo termine dell’erosione del predominio dell’America e dell’emergenza di nuovi competitori globali. “Sebbene gli Stati Uniti rimarranno probabilmente il singolo attore più potente [nel 2025]”, afferma definitivamente, la “forza relativa del paese -- anche nella sfera militare -- sarà in declino e il potere degli USA sarà più ridotto”.
Quello, certo, era allora, questo -- circa 11 mesi nel futuro -- è il presente e come le cose sono cambiate. Le predizioni futuristiche dovranno solo adeguarsi alle realtà estremamente mutevoli del presente momento. Seppure fosse stata pubblicata dopo l’inizio del crollo economico globale, la relazione è stata scritta prima che la crisi raggiungesse le sue massime dimensioni ed ha dunque enfatizzato che il declino del potere americano sarebbe stato graduale, estendendolo sull’orizzonte dei 15 anni della valutazione. Ma la crisi economica e gli eventi ad essa connessi hanno sovvertito radicalmente quella tempistica. A seguito di enormi perdite economiche subite dagli Stati Uniti durante lo scorso anno e dello strabiliante recupero economico della Cina, lo spostamento del potere globale previsto dalla relazione è stato accelerato. A tutti gli effetti, il 2025 è già qui.
Molte delle generali predizioni fatte via dicendo nella relazione Global Trends 2025 sono in effetti, già superate. Il Brasile, la Russia, l’India e la Cina -- complessivamente conosciuti come i paesi BRIC -- hanno già ruoli ben più assertivi negli affari economici globali, mentre la relazione aveva previsto che sarebbe successo forse tra una decina d’anni circa. Al tempo stesso, il ruolo dominante globale un tempo monopolizzato dagli Stati Uniti con l’aiuto dei maggiori poteri industriali dell’Occidente -- conosciuti collettivamente come il Gruppo dei 7 (G-7) -- è già sfumato con notevole rapidità. Paesi che un tempo facevano riferimento agli Stati Uniti per la guida sulle maggiori questioni internazionali ignorano il parere di Washington e stanno creando al contrario le proprie reti di politica autonome. Gli Stati Uniti stanno diventando sempre meno inclini all’uso delle proprie forze militari all’estero mentre i poteri rivali aumentano le loro capacità e gli attori non-statali fanno affidamento sui mezzi di attacco “asimmetrici” per superare il vantaggio degli USA nella potenza di fuoco.
Nessuno sembra ammetterlo -- ancora -- ma diciamocelo chiaro e tondo: in meno di un anno del periodo di 15 anni [previsto] di Global Trends 2025, i giorni dell’indiscusso predominio globale dell’America sono giunti al termine. Ci potranno volere una, due (o tre) decadi prima che gli storici potranno guardarsi indietro e dire con sicurezza, “quello è stato il momento in cui gli Stati Uniti hanno smesso di essere il potere predominante del pianeta e sono stati costretti a comportarsi come ogni altro grande giocatore in un mondo fatto di molti grandi poteri in competizione tra loro”. Le indicazioni di questa grande transizione, tuttavia, sono lì solo per chi le vuole vedere.
Sei tappe sulla strada per diventare una nazione ordinaria
Ecco il mio elenco dei sei recenti sviluppi che indicano che stiamo entrando nel “2025” oggi. Tutti e sei erano sui giornali nelle ultime settimane, anche se non erano tutte raccolte sulla stessa pagina. Rappresentano (insieme ad altri eventi affini) uno schema: la forma, in effetti, di una nuova era che si sta formando. 1. Al summit globale sull’economia di Pittsburg del 24 e 25 settembre scorsi, i leader dei maggiori poteri industriali, i G-7 (G-8 comprendendo la Russia) hanno concordato di dare la responsabilità per la sorveglianza dell’economia mondiale al gruppo più ampio ed inclusivo dei G-20, aggiungendo la Cina, l’India, il Brasile, la Turchia ed altre nazioni in via di sviluppo. E se sono stati espressi dei dubbi sulla capacità di un tale gruppo più ampio di esercitare la leadership globale effettiva, non c’è dubbio che la mossa in sé ha segnalato uno spostamento del luogo del potere economico mondiale dall’Occidente all’Est e al Sud globale -- e con tale spostamento è stato registrato un declino sismico del predominio economico dell’America.
Jeffrey Sachs della Columbia University ha scritto sul Financial Times che “il vero significato dei G-20 non consiste nel passaggio della staffetta da parte dei G-7/G-8, ma da parte del G-1, gli Stati Uniti”. “Persino durante i 33 anni del forum economico dei G-7, gli USA prendevano le decisioni economiche importanti”. Sachs ha inoltre notato che il declino della leadership americana nel corso delle ultime decadi è stato oscurato dal crollo dell’Unione Sovietica e da un’iniziale vantaggio dell’America nella tecnologia dell’informazione, ma è impossibile ora non constatare lo spostamento del potere economico dagli Stati Uniti alla Cina e ad altre potenze economiche nascenti.
2. Stando alle notizie, i rivali economici dell’America starebbero conducendo riunioni segrete (e non poi così segrete) per esplorare un ruolo diminuito per il dollaro americano -- che sta rapidamente perdendo il suo valore -- nel commercio internazionale. Fino ad ora l’uso del dollaro come mezzo internazionale di scambio ha dato agli Stati Uniti un notevole vantaggio economico: possono semplicemente stampare dollari per adempiere ai propri obblighi internazionali mentre le altre nazioni devono convertire le proprie valute in dollari, sovente con grossi costi aggiuntivi. Tuttavia adesso molti dei maggiori paesi commerciali -- tra cui la Cina, la Russia, il Giappone, il Brasile e i paesi petroliferi del Golfo Persico -- stanno considerando l’uso dell’euro, o di un “canestro” di valute come nuovo mezzo di scambio. Se tale piano venisse adottato accelererebbe la caduta precipitosa del valore del dollaro ed eroderebbe ulteriormente l’influenza americana negli affari economici internazionali.
Una discussione simile avrebbe avuto luogo, secondo quanto riportato, l’estate scorsa durante un summit dei paesi del BRIC. Appena un concetto fino ad un anno fa, quando l’idea stessa del BRIC è stata architettata da un capo economista della Goldman Sachs, il consorzio BRIC è diventato realtà in carne ed ossa il giugno scorso quando i leader dei quattro paesi hanno tenuto un convegno inaugurale a Yekaterinburg, in Russia.
Il fatto stesso che Brasile, Russia, India e Cina abbiano scelto di incontrarsi come gruppo è stato considerato significativo, dato che possiedono insieme circa il 43% della popolazione mondiale e si stima che rappresenteranno il 33% del prodotto interno lordo mondiale entro il 2030 -- circa quanto gli Stati Uniti e l’Europa occidentale in quel periodo. Seppure i leader del BRIC abbiano deciso di non formare un corpo permanente come i G-7 per il momento, hanno concordato di coordinare gli sforzi per sviluppare alternative al dollaro e riformare il Fondo Monetario Internazionale in modo tale da dare più voce in capitolo ai paesi non occidentali.
3. Sul fronte diplomatico, Washington è stata respinta sia dalla Russia che dalla Cina nel suo sforzo di garantire sostegno per accrescere la pressione internazionale sull’Iran affinché cessi il suo programma di arricchimento nucleare. Un mese dopo che il presidente Obama ha cancellato i piani di dispiegare un sistema di missili antiballistici nell’Europa dell’est, un’evidente offerta per assicurarsi l’appoggio della Russia per la linea dura nei confronti di Tehran, i massimi capi russi stanno chiaramente indicando di non avere alcuna intenzione di approvare forti nuove sanzioni sull’Iran. “Le minacce, le sanzioni e le minacce di pressioni nella situazione attuale, ne siamo convinti, sarebbero controproducenti” ha dichiarato il ministro degli esteri russo Sergey V. Lavrov, a seguito di un incontro con il segretario di stato americano Hillary Clinton tenutosi a Mosca lo scorso 13 ottobre. Il giorno seguente, il primo ministro russo Vladimir Putin ha detto che la minaccia di sanzioni era “prematura”. Dati i rischi politici che ha corso Obama cancellando il programma missilistico -- una mossa ampiamente condannata dai repubblicani a Washington -- lo sbrigativo rifiuto all’appello americano per la cooperazione sulla questione dell’arricchimento dell’Iran può solo essere interpretato come un ulteriore segno dell’indebolimento dell’influenza americana.
4. Si può inferire esattamente lo stesso da un incontro ad alto livello tenutosi a Beijing lo scorso 15 ottobre tra il primo ministro cinese Wen Jiabao e il primo vice presidente dell’Iran Mohammed Reza Rahimi. “La relazione sino-iraniana ha testimoniato un rapido sviluppo, dato che i leader dei due paesi hanno avuto frequenti scambi, e la collaborazione per il commercio e per l’energia si è allargata ed approfondita”, ha detto Wen Jiabao nella Grande Sala del Popolo. In un momento in cui gli Stati Uniti sono impegnati in un vigoroso sforzo diplomatico per persuadere, insieme ad altri paesi, la Cina e la Russia a ridurre i loro legami commerciali con l’Iran come un preludio a sanzioni più dure, la dichiarazione della Cina può essere solo considerata come un palese rifiuto di Washington.
5. Dal punto di vista di Washington, gli sforzi per assicurare il sostegno internazionale per la guerra in Afghanistan sono stati anche accolti con una risposta marcatamente deludente. In quello che può essere solo considerato un triviale e riluttante voto di sostegno per lo sforzo bellico guidato dagli USA, il primo ministro britannico Gordon Brown ha annunciato lo scorso 14 ottobre che la Gran Bretagna aggiungerà altre truppe al contingente britannico in Afghanistan -- ma non più di 500, e solo se anche le altre nazioni europee aumenteranno il loro coinvolgimento militare, cosa che indubbiamente sa di essere molto improbabile. Finora questo piccolo contingente provvisorio rappresenta la somma totale delle truppe aggiuntive che l’amministrazione di Obama è riuscita a strappare agli alleati europei dell’America, nonostante il sostenuto sforzo diplomatico per rafforzare le forze combinate della NATO in Afghanistan. In altre parole, persino l’alleato europeo dell’America più leale ed ossequioso non pare più disposto a portare il fardello di ciò che è ampiamente considerato come l’ennesima costosa e debilitante avventura militare americana nel grande Medio Oriente.
6. Infine, in una mossa di straordinaria importanza simbolica, il comitato olimpico internazionale (COI) ha scartato Chicago (oltre che Madrid e Tokyo) scegliendo Rio de Janeiro per ospitare le Olimpiadi estive del 2016, la prima volta che una nazione sudamericana viene prescelta per questo onore. Finché la votazione non ha avuto luogo Chicago era considerata una forte candidata, specialmente da quando Barack Obama, precedentemente residente a Chicago, è comparso a Copenhagen per fare pressioni sul comitato. Ciononostante, in uno sviluppo che ha scioccato il mondo intero, Chicago non solo ha perso, ma è stata la prima città ad essere eliminata durante proprio la prima votazione.
“Il Brasile è passato da paese di seconda classe a paese di prima classe, ed oggi abbiamo iniziato a ricevere il rispetto che meritiamo” ha detto il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante i festeggiamenti per la vittoria a Copenhagen dopo la votazione. “Potrei morire in questo istante e ne sarebbe già valsa la pena”. In pochi l’hanno detto, ma nel corso del processo per la decisione sulle olimpiadi, gli USA sono stati sommariamente e palesemente surclassati in un attimo da unico superpotere a mero partecipante, un momento simbolico su un pianeta che entra in una nuova era.
Essere un paese ordinario
Questi sono solo alcuni esempi dei recenti sviluppi che indicano, all’autore, che i giorni del predominio globale dell’America sono già giunti al termine, con anni di anticipo rispetto alle aspettative della comunità dell’ intelligence americana. È sempre più chiaro che gli altri poteri -- persino i nostri più vicini alleati -- stanno perseguendo in misura sempre maggiore politiche estere indipendenti, senza tener conto di quali pressioni possa cercare di fare Washington.
Certo, niente di tutto questo significa che per ancora un po’ di tempo a venire gli USA non manterranno la più grande economia mondiale e, in termini di pura distruttività, la più potente forza militare.
Tuttavia, non vi è dubbio che l’ambiente strategico in cui i leader americani devono prendere le decisioni critiche, quando si tratta di interessi nazionali vitali, è cambiato radicalmente dall’inizio della crisi economica globale.
Ancor più importante, il presidente Obama e i suoi esperti consiglieri stanno, così sembra, iniziando con riluttanza a modificare la politica estera americana con in mente questa nuova realtà globale. Questo appare evidente, ad esempio, nella decisione dell’amministrazione di rivisitare la strategia americana sull’Afghanistan.
Dopotutto era solo marzo quando il presidente abbracciava una nuova strategia orientata sulla controinsurrezione in Afghanistan, che coinvolgeva l’aumento dei soldati americani sul territorio e l’impegno di sforzi protratti per conquistare i cuori e le menti dei villaggi afgani dove i Talebani avevano riguadagnato terreno. È stato su questa base che ha licenziato il comandante in carica delle forze americane in Afghanistan, generale David D. McKiernan, sostituendolo con il generale Stanley A. McChrystal, considerato un più vigoroso fautore della controinsurrezione. Tuttavia quando McChrystal ha presentato ad Obama il conto per l’attuazione di questa strategia -- da 40 000 a 80 000 truppe in più (oltre le circa 20 000 extra truppe solo recentemente impegnate nel conflitto) -- in molti nel ristretto circolo del presidente si sono evidentemente sbiancati.
Non solo un così grande schieramento costerà centinaia di bilioni di dollari al Ministero del Tesoro americano, che può a stento permetterselo, ma gli sforzi a cui saranno sottoposti i corpi dell’esercito e della marina saranno molto probabilmente al limite della sopportabilità, dopo anni di viaggi multipli e di stress in Irak. Questo prezzo sarebbe certo più tollerabile se gli alleati dell’America si facessero maggiormente carico dell’onere, ma sono sempre meno pronti a farlo.
Senza dubbio, i leader della Russia e della Cina non sono del tutto scontenti di vedere gli Stati Uniti esaurire le proprie risorse economiche e militari in Afghanistan. In questi frangenti, non ci sorprende che il vice presidente Joe Biden, insieme ad altri, chieda una svolta nella politica americana, rinunciando all’approccio della controinsurrezione ed optando invece per una strategia meno costosa “antiterroristica”, finalizzata in parte a schiacciare Al Quaeda nel Pakistan -- utilizzando aeromobili radiocomandati e forze speciali, piuttosto che un gran numero di truppe americane (e lasciando relativamente invariati i livelli delle truppe in Afghanistan).
È troppo presto per prevedere come si svolgerà la revisione del presidente della strategia americana in Afghanistan, ma il fatto stesso che non abbia accettato immediatamente il piano McChrystal e che abbia lasciato a Biden così tanto spazio per perorare la sua causa, suggerisce che potrebbe finire col riconoscere la follia dell’espansione delle imprese militari americane all’estero in un momento in cui la sua egemonia globale sta calando.
Si avverte la cautela di Obama in altre sue mosse recenti. Sebbene continui ad insistere che l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran sia inammissibile e che l’uso della forza per prevenirlo rimane un’opzione, si è chiaramente mosso in modo da minimizzare la possibilità che tale opzione -- che sarebbe inoltre intralciata dai recalcitranti “alleati”-- sarà mai impiegata.
Il risvolto della medaglia è che ha dato nuova linfa alla diplomazia americana, cercando rapporti migliori con Mosca ed approvando i contatti diplomatici rinnovati con quelli che in precedenza erano stati paria come il Burma, il Sudan, e la Siria. Anche questo riflette la realtà del nostro mondo che cambia: che l’atteggiamento di bullismo, “io sono meglio di te” adottato dall’amministrazione Bush nei confronti di questi ed altri paesi per quasi otto anni ha ottenuto ben poco. Pensiamola come una tacita conferma che l’America adesso sta discendendo dal suo status di “unico superpotere” globale fino allo status di ordinario paese. Questo, dopotutto, è quello che fanno i paesi ordinari; coinvolgono gli altri paesi nel discorso diplomatico, che gli piaccia o meno il loro attuale governo.
Allora, benvenuti nel mondo del 2025. Non assomiglia al mondo del nostro passato recente, quando gli Stati Uniti sovrastavano tutte le altre nazioni, e non si armonizza bene con le fantasie di potere globale di Washington dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Ma è la realtà.
Per molti Americani la perdita di tale egemonia può essere fonte di disagio, o persino di disperazione. D’altra parte, non dimentichiamoci i vantaggi di essere un paese ordinario come ogni altro: nessuno si aspetta che il Canada, la Francia o l’Italia mandino altre 40 000 truppe in Afghanistan, in aggiunta alle 68 000 che sono già lì e alle 120 000 ancora in Irak. E nessuno pretende neanche che questi paesi spendano $925 bilioni di dollari dei contribuenti per farlo -- l'attuale stima del costo di entrambi i conflitti secondo il National Priorities Project.
Rimane il quesito: per quanto tempo ancora Washington penserà che gli Americani possono permettersi di finanziare un ruolo globale che prevede il presidio di gran parte del pianeta e di combattere guerre lontane nel nome della sicurezza mondiale, quando l’economia americana sta perdendo così tanto terreno a vantaggio dei suoi competitori? Questo è il dilemma che dovranno affrontare il presidente Obama e i suoi consiglieri nel mondo alterato del 2025.
Michael T. Klare è professore di studi per la pace e per la sicurezza mondiale presso l’Hampshire College, ed è l’autore di Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy (Owl Books). Il suo precedente libro “Blood and Oil” è disponibile in versione film documentario dalla Media Education Foundation, al sito Bloodandoilmovie.com.
Le elezioni di martedì hanno reso più amaro il primo anniversario della vittoria di Barack Obama. Il presidente si è speso forse più di quanto sarebbe stato auspicabile – un errore già commesso poco tempo fa con il flop del tentativo olimpico di Chicago – e le sconfitte democratiche in Virginia e New Jersey , le due consultazioni più importanti, riportano sulle terra le supposte doti taumaturgiche del primo inquilino nero della Casa Bianca. Giovani e minoranze etniche, componenti essenziali della coalizione sociale obamiana, sono rimasti tranquillamente a casa, condannando così alla sconfitta Corzine e Deeds, le due vittime più significative della rimonta repubblicana. Una resurrezione però molto parziale, dato che si parla di elezioni dove ha votato poco più della metà degli elettori di un anno fa. Gli exit poll hanno illustrato dati già rilevati dalla gran parte dei sondaggi. Ad un anno di distanza, l’entusiasmo dell’elettorato democratico e la rabbia anti Bush e anti Gop degli indipendenti sono ormai archiviati. Il tasso di disoccupazione al 10%, i controversi salvataggi statali che hanno aggravato la situazione debitoria del governo federale e lo stallo di alcune riforme hanno ridotto il vantaggio dei democratici che aveva portato prima alla riconquista del Congresso e poi alla storica vittoria di Obama. Un fenomeno antico, che caratterizza il sistema politico statunitense. Nel dopoguerra, solo 2 volte il partito che esprimeva la Casa Bianca ha conquistato le elezioni di medio termine, in circostanze definibili come eccezionali. Il post 11 settembre che galvanizzò i repubblicani nel 2002, e la rabbia contro l’impeachment che portò alla tenue vittoria democratica nel 1998. E’ dunque probabile che l’anno prossimo si scriverà di una sconfitta liberal alle midterm, anche perché una maggioranza così ampia mancava al Congresso da oltre 30 anni. Sull’eventuale vittoria del Gop nel 2010 le elezioni di martedì non hanno però detto praticamente nulla. New Jersey e Virginia hanno proseguito la ormai ventennale tradizione che manda all’opposizione nello Stato il partito al potere a Washington, Dc. Più che indicative del futuro, le due consultazioni confermano tendenze già note dell’elettorato americano, la diffidenza verso l’eccesso di potere nelle mani di una singola formazione politica e le difficoltà degli incumbent in periodi di crisi. Perfino Bloomberg, che ha speso circa 100 milioni di dollari contro i neanche 10 del suo sfidante, ha rischiato di perdere un’elezione sostanzialmente abbandonata dai democratici. Gli exit poll hanno inoltre mostrato un discreto tasso di approvazione del presidente: 57% in New Jersey, dove il 20% di chi apprezza Obama ha votato contro il democratico, l’impopolare Corzine. In Virginia lo score del presidente si è attestato al 48, in un elettorato molto diverso da quello di novembre 2008, e la stessa percentuale, un quinto di chi approva l’operato presidenziale, ha votato per il Gop. Alle urne per le governatoriali la maggioranza arrideva però agli elettori di McCain, al 51% rispetto al 43% di chi aveva scelto Obama. Uno swing di 14 punti molto simile al margine di vittoria ottenuto dal repubblicano McDonnell, che ha ottenuto una vittoria così convincente da potersi immaginare una scalata alla politica nazionale. La rimobilitazione della base democratica sarà dunque essenziale per affrontare il giudizio di metà mandato degli statunitensi, solitamente severo. L’entusiasmo di alcuni commentatori repubblicani, giustificato solo per l’amarezza d i tonfi del 2006 e del 2008, è però molto affrettato. Nelle due suppletive per la Camera dei Rappresentanti i democratici hanno vinto, come era nelle aspettative in California, mentre a New York hanno strappato un seggio detenuto dal partito di Lincoln da circa 150 anni. L’eroe dei Tebaggers e dei commentatori FoxNews, il conservatore Douglas Hoffman, ha costretto al ritiro la moderata repubblicana Scozzafava, ma ha regalato il seggio ai democratici. Un esito sorprendente, poiché nell’ultimo decennio solo una volta nel 2001 il partito all’opposizione aveva perso un’elezione speciale della Camera. Una sconfitta che consegna a Obama e alla leadership congressuale un Congresso leggermente spostato a sinistra proprio quando arriva il momento decisivo della riforma sanitaria. Un democratico moderato ha sostituito un repubblicano centrista a New York, mentre in California un liberal ha preso il posto di una clintoniana. A conferma di risultati più variegati di quanto raccontato sui media, due referendum promossi dalla destra antistatalista in Maine e a Washington, simili nell’ispirazione alla celeberrima Prop 13 che lanciò Reagan, sono stati sconfitti nettamente, mentre lo Stato del New England ha bocciato ancora una volta i matrimoni gay. Considerando che in New Jersey i repubblicani hanno guadagnato solo un mandato all’Assemblea legislativa, rimanendo così in netta minoranza, e che in Virginia sono stati strappati solo 4 seggi ai democratici, nonostante la vittoria a valanga del ticket Gop, i veri vincitori appaiono i candidati governatori. McDonnell e – in misura minore – Christie hanno intercettato la mobilitazione dell’elettorato conservatore e la parziale disaffezione di quello moderato rispetto ai democratici, e più in generale rispetto ai politici al potere, basandosi su un messaggio pragmatico e non divisivo, tanto che lo stesso McDonnell si era perfino complimentato con Obama per il premio Nobel . Un messaggio non proprio coerente rispetto a quanto vuole la base conservatrice, che si innamora di politici, Palin prima e ora Hoffman, indigeribili per la maggioranza degli americani. Negli Stati Uniti si vince al centro, da sempre, e la tornata elettorale di ieri, quasi ossessiva nel rispettare la tradizione degli Stati chiamati al voto e il carattere locale di queste competizioni, lo conferma ancora una volta. Niente di nuovo sul fronte americano, e mai lo si sarebbe potuto trovare quando solo la metà degli elettori delle presidenziali si presenta alle urne.http://andreamollica.blogspot.com/
La notizia del Nobel per la pace a Barack Obama arriva in una Gerusalemme dove i poliziotti schierati attorno alla parte araba della Città Vecchia di Gerusalemme sono più dei civili. Arriva mentre dalla moschea di Al Aqsa risuona alta la chiamata alla preghiera. Arriva mentre coloro che non possono entrare ad Al Aqsa (gli israeliani concedono l'ingresso, da giorni, solo alle donne di tutte le età e agli uomini di più di 50 anni) stanno pregando fuori dalla porta di Damasco, su di un marciapiede sudicio, di fronte ai negozietti di falafel e telefonini chiusi, forse per lo sciopero indetto da Fatah. Arriva mentre la predica da Al Aqsa viene sparsa dagli altoparlanti perché possa giungere oltre le mura antiche di Solimano, sino a coloro che stanno pregando lontano dalla Spianata delle Moschee.
La notizia del Nobel a Obama arriva in uno dei momenti di forte tensione che Gerusalemme ha già più volte conosciuto nella sua storia. E se razionalmente tutti sappiamo che è troppo presto, per questo Nobel, di qui, da questa parte del mondo, molti di noi sanno quanto in questo Nobel ci sia non solo speranza, ma la richiesta di più energia, più fantasia, più coraggio.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/
2 presidenti americani in carica avevano vinto il Nobel per la Pace. Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson. Due progressisti, uno repubblicano, quando il Gop ragionava ancora, l'altro democratico. E' un'ottima compagnia. http://andreamollica.blogspot.com/
È un gioco a premi che consiste nell'osservare un fenomeno politico, nel caso in questione il Nobel di Obama, e rosicare, ma rosicare, ma rosicare tantissimo. Perchè è troppo presto e perchè è troppo tardi, perchè sù e giù, perchè i risultati, perchè le aspettative.
Ricordatevi poi del tizio a cui date il favore politico in Italia e ricordatevi che, mentre eleggevano Obama, andava a mignotte invece di festeggiare.
Poi ricominciate a rosicare, ma rosicare, ma rosicare tantissimo.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Bersani -D'Alema dice che il vincitore delle primarie non deve essere necessariamente il candidato premier , insomma sarebbe come che gli elettori votano Obama ,ma il candidato lo sceglie l'UDC. http://www.giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/
Dopo alcuni mesi di finte cortesie, i repubblicani hanno calato la maschera e sono tornati ad essere i feroci avvoltoi di sempre.
Bruciati per la vittoria di Obama, che ha portato alla presidenza quello che per molti di loro dovrebbe essere semplicemente un loro schiavo, i repubblicani hanno fatto buon viso a cattivo gioco, mentre affilavano le armi per abbattere al più presto l’usurpatore del potere bianco.
Dopo alcune scaramucce di poco conto, lo hanno atteso al varco sulla storica riforma sanitaria, vera e propria spina nel fianco della politica americana. Ci aveva già rimesso le penne Hillary Clinton, nel ’93, quando si illuse di portare avanti una riforma che togliesse alle assicurazioni private lo strapotere raggiunto, da semplice “moglie del presidente”.
Lo scontro sulla sanità portò al famoso “gridlock” del ’94, lo stallo totale fra Casa Bianca e Parlamento - allora in mano ai repubblicani - che impedì a Clinton di far approvare qualunque legge di una certa importanza per oltre due anni.
Ora ci sta provando Obama, con una legge che introduce la possibilità per il governo di competere direttamente con le assicurazioni private, ...
... offrendo al cittadino un’alternativa concorrenziale. I repubblicani hanno finto di stare al gioco, ma dopo due mesi di tira-e-molla, con oltre 180 emendamenti introdotti dai democratici per accontentarli, hanno finito per non accettarne nemmeno uno.
A questo punto Obama – che chiaramente sulla riforma sanitaria si gioca la presidenza – ha detto che andrà avanti con i soli democratici. Ma anche fra di loro il disaccordo regna sovrano, mentre una deputata repubblicana è arrivata a dire “siamo disposti a tagliarci letteralmente le vene in parlamento, pur di evitare che questa legge venga approvata”.
Il clima, ormai permanente, è questo, mentre sullo sfondo cominciano a farsi sentire le prime voci – non solo democratiche – che chiedono un rientro incondizionato dall’Afghanistan. Altri lo chiamerebbero sconfitta.
Nel frattempo le bordate contro Obama arrivano ormai da ogni lato. E’ di ieri la notizia che quasi metà delle famiglie americane (di chissà quali stati?) terranno a casa i loro figli dopodomani (martedì è il primo giorno di scuola negli Stati Uniti), per “evitare che debbano ascoltare il discorso di Obama” sulla pubblica educazione.
Discorso che naturalmente richiama i genitori ad una maggiore responsabilizzazione nell’educazione dei propri figli.
E’ di poche ore fa invece la notizia che Van Jones, il “guru verde” dell’amministrazione Obama ha dovuto dare le dimissioni.
Il motivo? E’ stato accusato di “anti-patriotismo” dai repubblicani per aver firmato, nel 2004, una petizione che chiedeva la riapertura dell’inchiesta sull’11 settembre.
I cittadini hanno diritto alla trasparenza delle istituzioni. E adesso, a differenza di qualche anno fa, possono dare una mano. I primi esempi arrivano dagli Stati Uniti: da anni la fondazione indipendente Sunlight è impegnata a far pressione sul Congresso e sul governo per avere accesso ai dati e pubblicarli su internet. Ora collaborano con i cittadini per analizzare l'oceano di documenti prodotti ogni anno. Ecco, la funzione di cane da guardia del potere può contare sul pubblico (attraverso il crowdsourcing) per progetti più ampi del passato.
La democrazia non finisce con il voto nell'urna, ma può diventare più di prima un processo aperto e continuo.
La cosa più triste dell'incontro organizzato da Obama tra Henry Louis Gates Jr. - il professore nero di Harvard arrestato dalla polizia dopo essere entrato in casa sua forzando la porta perché aveva dimenticato le chiavi - e il sergente che l'ha arrestato, è il fatto la birra più alcolica tra quelle servite è stata una Bud Light (e l'ha bevuta il presidente). Un paese che beve birre a bassa gradazione alcolica non può dominare il mondo. Qui invece la vignetta più divertente sulla cosa.
Survey Usa ha realizzato 13 indagini sull'approvazione del presidente in Alabama, California, Oregon, Iowa, Kentucky, Kansas, Minnesota, Missouri, New Mexico, New York, Virginia, Washington e Wisconsin. I valori più bassi si riscontrano in Kentucky e Kansas, mentre il consenso maggiore arriva da California e New York. Male l'Upper Midwest, con Minnesota e Wisconsin che appoggiano l'operato del presidente con una maggioranza risicata, 51 e 50 rispettivamente. Tiepido il consenso di Oregon e Washington, mentre stupisce la relativa forza in Missouri, un solido 55% per un Stato perso a novembre 2008. Il risultato peggiore arriva dalla Virginia, dove Obama ottiene solo il 44% di approvazione, contro il 42 dell'ultra conservatore Alabama. Stupisce il basso consenso di Obama tra gli afro-americani, solo il 70% mentre nelle indagini degli altri istituti si trova abitualmente al 90%. In Virginia Obama ottiene solo il 48% nella zona settentrionale, sottocampionata, mentre a novembre aveva ottenuto quasi i 2/3 dei voti. Inoltre il sondaggio di SurveyUsa sovracampiona la zona della Shenandoah Valley, l'area più conservatrice dello Stato, che a novembre rappresentava il 17% del campione e ora ben il 26%. Questo apparente errore potrebbe spiegare il flop tra gli indipendenti, e la relativa sottorappresentazione dell'elettorato democratico. http://andreamollica.blogspot.com/
Le audizioni di Sonia Sotomayor si sono svolte senza sorprese e i repubblicani hanno escluso l’utilizzo dell’ostruzionismo. Un sospiro di sollievo per Obama, che può così incamerare il primo successo della sua presidenza da quello che si prospetta come il suo maggior avversario, il Senato degli Stati Uniti.
Niente Borkizzazione per Sonia Sotomayor. Il primo giudice ispanico nominato per la Corte Suprema ha superato con disinvoltura le audizioni del comitato giudiziario del Senato. Il gruppo del Gop le ha chiesto conto di alcuni suoi commenti scabrosi tacciati di razzismo da alcuni esponenti conservatori, ma Sotomayor ha rimarcato come la sua carriera di giudice mostri la sua indipendenza da qualsivoglia preferenza razziale o sessuale. Il magistrato ha evitato di prendere posizione su alcuni dei temi più polarizzanti, come aborto o matrimonio gay, ottenendo un sostanziale via libera dai repubblicani. L’esponente anziano del comitato giudiziario, il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, ha annunciato l’intenzione di non opporre l’ostruzionismo alla nomina. Senza il filibustering, per approvare la nomina presidenziale basta la maggioranza semplice, e il sostegno pressoché unanime del gruppo democratico più qualche repubblicano già espostosi verso il Sì indicano una conferma ormai scontata della Sotomayor. Una vittoria importante per Obama, che avrebbe vissuto con terrore un grilling prolungato e astioso della sua nomina per la Corte Suprema, in un periodo nel quale il suo consenso inizia a oscillare verso il basso.
MAGGIORANZA NON COSI’ SUPER – L’ex senatore junior dell’Illinois ha affrontato con molta deferenza il rapporto con il Congresso, e mentre alla Camera dei Rappresentanti può contare su una maggioranza amica, il gruppo democratico del Senato si è rivelato al momento un ostacolo molto ostico da aggirare. A fine giugno Al Franken è stato nominato senatore dopo 5 mesi di battaglia legale, regalando così ai Democratici il sessantesimo voto, la quota necessaria per superare l’ostruzionismo procedurale che impedisce il voto sui provvedimenti legislativi. Il cambio di partito di Arlen Specter e l’arrivo di Al Franken sembravano un tonico per l’Amministrazione, ma gli esponenti più moderati del caucus hanno subito precisato come il loro voto, anche nelle questioni procedurali, non sia garantito. Nei primi sei mesi di attività la Casa Bianca non ha mai ricevuto il sostegno di una parte significativa dei Congressmen del Gop, con l’eccezione delle due senatrici del Maine, Snowe e Collins, eredi di una tradizione politica, l’Eisenhower o Rockefeller Republicanism, pressoché estinta a destra da ormai 20 anni. Il gruppo democratico del Senato è diventato così l’avversario principale per le riforme progressiste proposte da Obama in campagna elettorale, l’introduzione di una tutela universale della salute e la riduzione delle emissioni carboniche, che dovrebbero rappresentare il Change tanto reclamizzato dal podio dei comizi. Proposte di legge che però sono state accolte con molta freddezza da una parte dei senatori democratici, che grazie alle particolari regole di funzionamento reclamano il loro ruolo fondamentale di legislatori
DIVISIONE INTERNA – L’Era Bush appare lontana un secolo, se si osservano le dinamiche della Trifecta democratica – Trifecta significa controllo di Casa Bianca e Congresso da parte di un solo partito. All’epoca di W, grazie anche al clima post 11 settembre che incrementava de facto i poteri dell’Amministrazione, i gruppi repubblicani di Camera e Senato marciavano compatti dietro le indicazioni del presidente, con il sostegno, saltuario ma spesso utile, di esponenti moderati dei Democratici, particolarmente concentrati nei distretti congressuali o negli Stati vinti dal Gop alle presidenziali. Grazie a questa condizione politica, l’agenda presidenziale promessa in campagna elettorale aveva avuto una rapida traduzione legislativa, come nel caso del maxi taglio fiscale oppure per le misure di sicurezza nazionale. Il mancato sostegno della parte più conservatrice dei democratici e i non pochi dubbi serpeggianti tra i repubblicani avevano invece fermato il grande obiettivo del Gop, la privatizzazione del sistema pensionistico. Obama si trova invece in una situazione molto meno favorevole nei rapporti con il Congresso, l’unico potere legislativo nell’ordinamento costituzionale statunitense. Anni di critiche al debordante ruolo dell’esecutivo hanno ripristinato la sacralità dell’ostruzionismo al Senato, un meccanismo procedurale che permette il voto solo se i 3/5 dei membri della Camera Alta sono favorevoli all’esame. Caduto parzialmente in disuso tra il 2002 e il 2006, il filibustering è stato subito rivendicato dai repubblicani, che non hanno subito significativi cedimenti nella loro opposizione frontale alla nuova Amministrazione. Il più significativo cambio di paradigma rispetto alla precedente trifecta è la mancata capacità di attrarre i voti dei senatori e deputati dell’opposizione rappresentanti di Stati vinti da Obama. I senatori repubblicani di Florida, Ohio, New Hampshire, North Carolina, Indiana, Iowa e Nevada , con la ormai consueta eccezione del duo rosa del Maine, si sono opposti compattamente alle iniziative più importanti della Casa Bianca, e con ogni probabilità avverseranno la riforma sanitaria e le riduzioni delle emissioni serra. Una situazione ancora più ingarbugliata, dato che i senatori democratici espressione di Stati di orientamento repubblicano hanno più volte raffreddato i progetti di legge dell’Amministrazione, come successo per il pacchetto di stimolo economico. Dagli investimenti per il trasporto pubblico alle spese per l’educazione, la frazione moderata del Caucus si è mostrata molto scettica rispetto ad un’agenda liberal pensata più per l’elettorato metropolitano che per l’anima rurale ancora decisiva al Senato. Il tentativo di Evan Bayh di ricreare anche alla Camera Alta la coalizione dei Blue Dog, il gruppo, o corrente per dirla all’italiana, conservatore della House, non è andato a buon fine, ma il centrismo indefesso di Ben Nelson o Mary Landrieu occupa molte notti di Rahm Emanuel, il braccio destro di Obama, delegato principale per i rapporti con il legislativo.
CONNECTICUT COMPROMISE 222 ANNI DOPO - Obama è il primo presidente espressione delle Ideopolis, le metropoli, ricche di minoranze razziali e lavoratori ad istruzione universitaria, che hanno permesso ai democratici la tintura blu di Stati precedentemente repubblicani. La Camera dei Rappresentanti, i cui rappresentanti sono espressi in base alla popolazione, è un alleato fedele del presidente, dato che la corrente maggioritaria è quella liberal, e i New Democrat, gli ex clintoniani, sono molto vicini al progressismo moderato che caratterizza l’agenda della Casa bianca. Al Senato ogni Stato esprime invece 2 rappresentanti, frutto dell’accordo chiamato Connecticut Compromise tra le allora 13 colonie, e per questo motivo lo spirito conservatore della Middle America è ancora decisivo. Sulla riformasanitaria i centristi dei Dems, capeggiati da Ben Nelson, Nebraska, ed Evan Bayh, Indiana, hanno chiesto una dilazione dei tempi, frustrando le pressioni di Obama che spera di chiudere entro l’anno, e si mostrano molto scettici verso l’istituzione del fondo pubblico modello Medicare. Alla Camera la corrente liberal ha già chiarito che non accetterà nessuna riforma senza la nuova assicurazione pubblica, ed una mediazione tra le due posizioni rende estremamente difficile il compito dell’Amministrazione, rimasta finora in secondo piano per evitare il fiasco dell’Hillarycare. L’unica speranza per Obama deriva dalla procedura di conciliazione, che in materia di budget prevede la maggioranza semplice e non l’inarrivabile quota 60. Per la riforma sanitaria è stata prevista, ma è stata esclusa invece per il Waxman-Merkley Act sulle riduzioni delle emissioni serra, rendendo così necessaria l’approvazione di un testo ancora più mitigato rispetto alle richieste dei gruppi ambientalisti.
ARMI DI RICATTO - Il conservatorismo istituzionale del Senato è la vera opposizione all’agenda di Obama, e l’attuale deferenza verso i poteri del Congresso potrebbe trasformarsi in astiosa rassegnazione come ai tempi dell’Amministrazione Carter. A differenza dei repubblicani, i democratici non hanno la tradizione di condurre battaglie alle primarie contro i candidati troppo distanti dall’ideologia del partito. Nei lunghi decenni di dominio conservatore, gli elettori liberal si rassegnavano a sostenere i candidati più eleggibili, in particolar modo al Senato, mentre in casa Gop il maggior attivismo della base ha reso politicamente più omogenei i rappresentanti federali. I costi crescenti delle campagne elettorali spingono inoltre molti senatori a seguire gli interessi dei loro maggior finanziatori, e in Stati dove le maggiori imprese sono i gruppi assicurativi o quelli energetici, le riforme obamiane risultano già molto indigeste. Finora il presidente non ha speso il suo carisma e la forza della Casa Bianca per premere sui senatori più riottosi, ma se vorrà realizzare le promesse fatte in campagna elettorale dovrà cambiare passo per non vedere uccidere i suoi progetti di legge più significativi. All’epoca del New Deal Roosevelt sfidò la Corte Suprema portando l’America alla più grave crisi costituzionale degli ultimi 100 anni, e benché un simile dramma appaia lontano, il confronto con i baroni di Capitol Hill sarà la vera chiave per il successo dell’Amministrazione.
La tabella di Pollster evidenzia il calo del tasso di approvazione di Obama. Alan Abramowitz nota però come nei gruppi demografici forniti da Gallup nulla sia cambiato, e il consenso all'operato del presidente ricalchi quasi perfettamente i breaks dell'exit poll 2008. Il calo più marcato è stato rilevato tra i repubblicani (-5), tra gli elettori Gop di orientamento moderato (-9) e tra gli abitanti del Sud (-5). La coalizione sociale Obamiana regge perfettamente, e considerando che il 6 novembre 2012 la quota del voto dei giovani e delle minoranze etniche crescerà, il quadro per il presidente rimane più che confortante. http://andreamollica.blogspot.com/
Un altro acclamato tour mondiale di Obama, con tappe russe, italiane e africane. Una patina di successo che non nasconde le difficoltà legate alla recessione mangia posti di lavoro.
Per la terza volta nel suo mandato il presidente americano ha preparato la valigia per dormire una settimana fuori dalle mura di Pennsylvania Avenue. Un incontro coi temuti Russi, l’ormai desueto vertice mondiale conosciuto – ancora per poco – come G8, il primo incontro con Papa Ratzinger e una tappa in Ghana, non lontana dalle sue radici africane. I risultati del viaggio mondiale sono contrastanti, anche se la politica estera di Obama inizia a chiarirsi. Lo scenario della recessione globale è sempre minaccioso sullo sfondo, e l’instancabile fornace che brucia migliaia di posti di lavoro in America scotta anche il viso immacolato del più carismatico presidente americano degli ultimi decenni.
DISARMO CON RISERVE – Nel discorso tenuto a Praga il presidente americano aveva delineato la sua visione di un mondo senza armi nucleari, un’eco della prece già recitata nella visita berlinese del luglio 2008. L’incontro con il capo di Stato Medvedev ha prodotto un’intesa su nove punti che in parte rafforza la strategia obamiana. Il trattato di riduzione delle armi nucleari START, in scadenza a dicembre, sarà proseguito. L’accordo informale postula una diminuzione delle testate strategiche impiegate a 1500/1650, rispetto alle 1700/2220 previste dal SORT, il trattato firmato da Bush e Putin a fine 2002. Una riduzione non così cospicua come era nelle aspettative americane, e l’ampia forchetta lasciata alle controparti sulla riduzione dei missili di lancio, i cui limiti son fissati tra i 500 e i 1110, rimarca le difficoltà ancora esistenti. Il nodo ereditato dall’Amministrazione Bush è il sistema di difesa missilistico della Nato, che dovrebbe proteggere l’Europa da un eventuale attacco iraniano. La Russia è però sempre opposta al progetto, e non ha trovato soddisfazione alle sue richieste. Il presidente non ha mai parlato in campagna elettorale dell’argomento, rifiutato nella piattaforma presidenziale di Gore, ma successivamente mai sconfessato in casa democratica per la sua popolarità nell’elettorato americano di origine polacca o slava, storicamente antirusso. I vertici del Pentagono sono schierati indifesa dello scudo spaziale, e Russia e Usa hanno rilasciato una dichiarazione comune che rimarca la necessità di uno studio sull’argomento, con conseguente creazione di un apposito database. Una soluzione molto vaga, che non sfiora il dissenso esistente sui siti missilistici, probabilmente concessa come contropartita per il vero incasso statunitense del vertice. I cieli russi si aprono infatti agli aerei americani impegnati in Afghanistan, che potranno trasportare, per 4.500 voli annui, armi e soldati impiegati nella lotta ai Talebani passando per la Russia, evitando così il pericoloso Passo Khyber che attraversa la frontiera col Pakistan . Un punto strategico molto importante, che permetterà agli Stati Uniti di risparmiare molti soldi per operazioni militari che costano, tra Kabul e Baghdad, più di 100 miliardi di dollari l’anno. Inoltre, la Russia ha accetto di firmare un accordo comune per cooperare nella lotta al narcotraffico e alla ricostruzione delle infrastrutture in Afghanistan, un passo importante che rafforza le possibilità di successo delle operazioni di contrasto all’insurrezione talibana e all’anarchia seguita al sostanziale collasso del governo Karzai, ormai più sindaco di Kabul che presidente del Paese.
GLI OTTO NANI – L’Aquila ha ospitato forse l’ultimo vertice del G8, un’istituzione ormai retaggio di un mondo che non esiste più. Alcuni quotidiani anglosassoni hanno pubblicato le perplessità sull’organizzazione italiana, ma lo sconcerto trapelato dalle fonti riguardava la natura di un’istituzione ormai percepita come inadeguata dalla prima potenza mondiale. Il forum de L’Aquila ha avuto un esito positivo, ma nessun impegno rilevante è stato deciso dagli 8 grandi, a parte il consueto stanziamento per risolvere la fame mondiale, aumentato a 20 miliardi di dollari rispetto ai 15 stabiliti dal G20 di Londra. Sull’Iran il G8 ha trovato parole dure per condannare la repressione delle proteste, ma nessun’azione concreta è stata prevista, così come un semi fallimento è stato l’accordo sul clima, subito sconfessato da Cina e India, destinate ad entrare nella Top 5 delle economie mondiali quando nel 2020 dovrebbero verificarsi le prime, significative riduzioni delle emissioni carboniche. Il no asiatico riecheggia le difficoltà trovate in casa dal Waxman-Merkley Act, perché i senatori del North Dakota o del Missouri sono tanto affezionati al carbone quanto i comunisti cinesi. L’Europa ha accolto con un sospiro di sollievo l’arrivo degli Stati Uniti sul fronte impegnato a combattere il riscaldamento globale, ma rispetto all’era Bush sono cambiati più i toni della sostanza. La legge approvata dalla Camera dei Rappresentanti è più timida rispetto alla legislazione comunitaria del 20-20-20, e rischia di essere ulteriormente annacquata dal Senato, i cui membri sono molto sensibili alle donazioni, parecchio munifiche, delle imprese energetiche. Il dissenso di Cina e India sul global warming è molto lontano dall’essere smussato, e la recessione globale ha frenato le emissioni carboniche, ma ha pure rallentato la spinta verso la green economy, idealizzata in tempi di vacche grasse ma accantonata quando l’economia in generale sembra mancare.
ANCORA CRISI – Il G8, allargato nei suoi lavori alle 5 maggiori economie emergenti, poi ulteriormente arricchito dalla presenza di altri Paesi invitati dalla presidenza italiana, ha dato il sigillo globale alla persistenza della crisi. La fine della recessione appare ancora molto lontana, e l’eco in casa americana è drammatica, con un tasso di disoccupazione ormai prossimo alla doppia cifra. Era dall’inizio della presidenza Reagan che gli Stati Uniti non registravano valori così’ negativi, e l’inquietudine dei cittadini americani si nota in molte indagini demoscopiche. L’ultimo viaggio si è concluso con la prima sosta del presidente in Ghana, un luogo molto vicino all’inizio dell’improbabile viaggio, l’incipit di ogni comizio del candidato Obama. Nell’Africa nera il primo presidente di pelle scura ha enfatizzato il valore della responsabilità e della democrazia, rifuggendo in modo netto dalla retorica del terzomondismo progressista. La Casa Bianca si è curata di rimarcare come il Ghana sia stato scelto per l’elevata qualità della sua democrazia, lontana dalla corruzione e dagli scontri sanguinosi che caratterizzano molti Stati del Continente Nero. Obama ha visitato i labirinti del castello di Cape Coast, dove furono imprigionati migliaia di schiavi prima di partire per le coste degli Stati Uniti. Nel suo discorso all’università di Accra, Obama ha rimarcato però come il futuro sia nelle mani degli africani, e che le attuali piaghe del Continente non possano essere attribuite allo sfruttamento coloniale. Una presa di posizione nitida e lontana dalla facile retorica che il presidente avrebbe potuto utilizzare per conquistare il pubblico africano. Negli ultimi viaggi all’estero Obama era riuscito ad ottenere qualche punto in più nei sondaggi e pure ad allontanare nei media l’eco della crisi, e i toni scelti dal presidente saranno sicuramente graditi nei salotti statunitensi. I fratelli africani possono anche aspettare.http://www.giornalettismo.com/archives/31706/il-mondo-puo-attendere/
E’ un voltaireiano Barack Obama che da Mosca ha chiuso ogni polemica sulla posizione dell’attuale governo di Washington rispetto al colpo di stato in Honduras: “gli Stati Uniti appoggiano il ritorno di Mel Zelaya in Honduras anche se questo si è fermamente opposto alle politiche nordamericane”.
E inoltre: “Non appoggiamo Zelaya perché siamo d’accordo con lui. Lo appoggiamo in nome di un principio universale per il quale i popoli debbono poter eleggere i propri dirigenti, che ci piacciano o no. E dobbiamo riconoscere chiaramente: gli Stati Uniti non hanno sempre agito correttamente su questo punto ma il mio governo non cercherà di imporre governi ad altri paesi”.
Sarebbe (anche per l’ammissione di responsabilità) un discorso da prima pagina quello di Barack Obama a Mosca e che va ben oltre la crisi honduregna se non si perdesse nel porto delle nebbie degli irriformabili media del pensiero unico e quindi lo mettiamo in prima pagina noi, media partecipativo.
Per dar seguito alle affermazioni del Presidente, ieri a Washington Mel Zelaya è stato ricevuto dal segretario di Stato Hillary Clinton non per una visita formale o una photo opportunity ma per oltre due ore al termine delle quali Clinton ha reiterato l’appoggio al governo legittimo honduregno e si è fatta parte attiva dello sblocco della situazione accettando come mediatore il premio Nobel 1987, il costaricense Oscar Arias.
L’iniziativa, necessaria, statunitense, supporta il concerto latinoamericano e profila un percorso di soluzione alla crisi honduregna. Contemporaneamente il dittatore di Bergamo alta, Roberto Micheletti cercava disperatamente proprio il premio Nobel per la pace, che infine, dopo un giro di telefonate con ogni angolo del continente, si è fatto carico della mediazione. Domani giovedì, a San José del Costarica, Roberto Micheletti incontrerà l’uomo contro il quale ha orchestrato il golpe e che fino ad oggi voleva arrestare e forse uccidere.
“Non sarà un incontro da pari a pari”, ha dichiarato Arias. L’inserimento di Arias come figura centrale di mediazione evidentemente esautora il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), José Miguel Insulza, protagonista del fallito tentativo di rientro di Mel Zelaya di domenica.
Il presidente legittimo, nell’accettare l’incontro con il suo sequestratore, con l’assenso sia del governo statunitense che del concerto latinoamericano, ha affermato: “sarà una mediazione, non una negoziazione, che avrà come oggetto la piattaforma per l’uscita di scena dei golpisti”. Inoltre ha comunicato (dettaglio non marginale) di aver destituito l’ambasciatore honduregno negli Stati Uniti Roberto Flores Bermúdez, che lavorava per conto dei golpisti. Il governo degli Stati Uniti inoltre ha stigmatizzato come “razziste” le dichiarazioni del Ministro degli Esteri del dittatore di Bergamo alta, Enrique Ortez, che aveva definito Obama “il negretto”.
Intanto a Tegucigalpa, ci sarebbero circa 800 persone in stato d’arresto. Ciò non è bastato per fermare le pacifiche manifestazioni contro il golpe con una novità: Xiomara Castro de Zelaya (nella foto), moglie del presidente legittimo, per la prima volta era alla testa della manifestazione.http://www.gennarocarotenuto.it/9208-barack-obama-gli-stati-uniti-appoggiano-il-ritorno-di-mel-zelaya-in-honduras-il-dittatore-di-bergamo-alta-tratta-la-resa/#more-9208
la nuova maggioranza silenziosa
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Fiorello Cortiana
I risultati del ballottaggio tra Podestà e Penati nella città di Milano forniscono delle suggestioni che sarebbe miope leggere alla luce di chi ha vinto e di chi ha perso “nonostante uno straordinario recupero”. Il capoluogo della provincia che detiene il primato italiano del PIL, che ospita migliaia di imprese legate all’ICT, al design e alla moda e che ospiterà nel 2015 l’EXPO è da sempre un indicatore cruciale ed esigente delle tendenze politiche.
Milano-Italia, dunque, come relazione per cogliere la natura della salute della politica nel Paese.
Se al ballottaggio in provincia di Milano ha votato il 44,99% degli elettori, a fronte della media nazionale del 45,86%, la riflessione da fare è sulla “maggioranza silenziosa” che ha scelto di non partecipare al voto. Un tempo questa maggioranza era di natura conservatrice, non frequentava le piazze turbolente del cambiamento, ma faceva sentire il proprio peso nelle urne.
Oggi sconcertata e non motivata dall’offerta politica del mercato elettorale, essa pratica e alimenta la consuetudine alla disaffezione alle procedure democratiche per determinare la rappresentanza popolare. Non è un caso che le formazioni più populiste ne traggano vantaggio.
In questo senso il fatto che in città Penati abbia avuto la maggioranza del 50,19% poco importa, se non alle diverse cordate dei due schieramenti per regolare i conti interni rispetto all’uso delle risorse normative, finanziarie ed economiche della cosa pubblica.
Più di 686.000 elettori, il 24% dell’elettorato provinciale, al secondo turno ha contribuito a fare diventare maggioranza coloro che non hanno partecipato al voto nella città del maggior attivismo associazionistico e del volontariato d’Italia.
A fronte di questo quadro, se Berlusconi era stato il prodotto più probabile della crisi di forma e di contenuto dei partiti popolari della Prima Repubblica, la sua evidente difficoltà apre il campo a scenari indefiniti, in quanto tali generatori di inquietudine.
Nell’era post ideologica egli, grande comunicatore in sintonia con le sensibilità profonde degli italiani, aveva sdoganato un costume culturale post politico e antipolitico. I successi mondiali del Milan, piuttosto che la spensieratezza di trasmissioni come Drive In o il vuayourismo dei Reality, confermavano il disimpegno degli italiani dopo gli anni difficili e pesanti della democrazia bloccata.
Oggi il Premier ha scelto di dare una dimensione pubblica alle sue questioni personali con la puntata dedicata di Porta a Porta e il giuramento sulla testa dei figli, la attendibilità delle sue affermazioni è messa in discussione dalle comparse del reality di Palazzo Grazioli e Villa Certosa, oscurati dai Tg ma che oscurano i reality nei palinsesti.
Berlusconi ha effettuato una “discesa in campo” senza controllarne la natura e le regole.
Se a questo quadro aggiungiamo la vendita di Kakà e forse di Pirlo, la presa di distanze di Paolo Maldini e la percezione di un disimpegno da patròn del Milan, Berlusconi oggi sembra il personaggio insicuro di trasmissioni delle quali prima era il produttore e il regista.
Il disagio elettorale conseguente non si traduce in consenso all’opposizione cui qui al Nord, evidentemente, non vengono affidate le preoccupazioni, le domande e le speranze. Questa è la questione non solo territoriale che definisce la natura di un partito democratico popolare.
A fronte di tutto ciò quali sono le preoccupazioni espresse dalle leadership politiche e parlamentari della maggioranza? L’approvazione di una legge sulle intercettazioni che consegni al pettegolezzo privato la comunicazione sociale sugli attori della politica pubblica o leggi elettorali che relativizzino ancor più la capacità negoziale dell’elettorato, eliminando insieme alle preferenze i ballottaggi e quant’altro risulti un turbamento per l’omeostasi oligarchica della rappresentanza.
Con approcci di questo tipo e le selezioni di cultura e classe politica conseguenti ci si deve chiedere con quale soggettività politica l’Italia può partecipare al processo di definizione dell’Europa come protagonista di uno scenario multipolare nella globalizzazione in atto.
Al contrario sarebbe necessario promuovere processi di partecipazione informata alla vita politica e alle sue deliberazioni, affinché la Comunità/Paese sia efficace protagonista del proprio futuro.
Alla fine è questa la cifra politica del successo di Obama, essere una piattaforma di partecipazione responsabile dei cittadini e non una trasmissione televisiva da guardare con il telecomando in mano.http://www.facebook.com/inbox/readmessage.php?t=1077316067012
I fedelissimi del premier fanno i finti tonti o veramente pensano che Obama possa essere amico di Berlusconi?
Tutti i telegiornali e i quotidiani assoggettati agli interessi del premier si stanno dando da fare per accreditare la tesi che Obama avrebbe incluso Berlusconi nel novero dei suoi grandi amici.
Io, e mi meraviglio che il TG3 e Repubblica non lo abbiano notato, sono invece convinto che il sig. TV sia stato accolto col minimo di cortesia che si poteva usare senza scadere nella mancanza di educazione.
Lo “spottone” che il nostro amico aveva immaginato di regalarci si è risolto in un nulla di fatto, tanto è vero che quando è sceso dalla vettura che lo ha condotto alla Casa Bianca aveva una faccia nera come la mezzanotte. Con una strana espressione negli occhi ha detto qualcosa che non sono riuscito a capire e poi, avendo avvistato una telecamera, ha trovato il modo di farsi riprendere per qualche secondo in più, asciugandosi il sudore. Nessuno è più bravo di lui nel fiutare la presenza di un camcorder.
La scena appena descritta è sparita dai telegiornali.
A riceverlo si è presentata una bionda signora e non Obama e sul viso del cavaliere non è apparsa alcuna traccia dei sorrisi a trentadue denti che tanto spesso ci elargisce ridendo delle sue barzellette stantie o fingendo di non ricordare il nome di Mills.
L’umore nero è continuato anche durante la conferenza stampa. La telecamera ha inquadrato quasi sempre Obama tanto che anche Vespa dallo studio di “Porta a Porta” se ne è lamentato. Era evidente che lo show, sapientemente preparato, stava andando in frantumi mentre il cavaliere, dal canto suo, non riusciva a capacitarsi che proprio lui che ne possiede centinaia, non fosse al centro dell’attenzione di quell’unica telecamera.
Che dire del contenuto dei colloqui? Gli USA sono sempre i nostri migliori alleati, è, quindi, stato facile trovare le giuste convergenze su Iran, Iraq e conflitto israelo-palestinese; e poi, lo si sa, l’inquilino della Casa Bianca è un pragmatico e il suo interesse immediato era di ottenere altri soldati per l’Afghanistan e poter trasferire qualche “guantanamero” nelle nostre prigioni.
Il Presidente del Consiglio ha sciorinato poi la solita storiella del giuramento di riconoscenza che egli avrebbe fatto agli Stati Uniti e ha risparmiato a Obama, questo bisogna riconoscerglielo, i racconti della mamma che salvava gli ebrei e del padre che lo portava per cimiteri americani. Ha infine concluso con una patetica profferta di amicizia.
Avrei volentieri evitato di scrivere queste quattro righe, ma per tutta la giornata, stampa e televisione asservite si sono scatenate in un crescendo glorificante una grande amicizia nata fra le mura della Casa Bianca e poiché questa è una grossa menzogna non ho potuto resistere.http://www.agoravox.it/Berlusconi-alla-Casa-Bianca-uno.html
Lasciamo andare, per un momento, l'analisi puntuale del voto Europeo, basato sulle percentuali e sui flussi.
Occupiamoci invece degli effettipolitici, una volta tanto, agli interni del Centro-Destra.
Al di là delle dichiarazioni roboanti di solidarietà nei confronti del Premier, un sottile venticello di preoccupazione comuncia a soffiare nei piani alti della coalizione.
Le dichiarazioni minacciose, le battute da comico daavanspettacolo cominciano a preoccupare anche il centro-destra, in quanto sonola misura dell’incapacità di un Primo Ministro di capire e di governare una paese cosi’ complesso come l'Italia, in un momemto così difficile per l'economia.
Insomma,con una maggioranza così forte in entrambi i rami Parlamento, sentire fare ipotesi di Governo tencnico, di Governo istituzionale, le formule possone essere tante, ma l'effetto è lo stesso:ingenera insicurezza in Berlusconi.
Probabilmente fino a che il patto tra il Premier e la Lega reggerà non succederà nulla, ma il semplice accenno a queste ipotesi (si fanno i nomi di Tremonti, Letta, Draghi), spiega molto più dei numeri, il nervosismo che il risutato elettorale ha indotto nel Presidente del Consiglio.
Non ci sono solo i problemi interni nei i prossimi giorni durante la visita ad Obama, il nostro dovrà spiegare molte cose, in termini di politica estera, che probabilmente non sono gradite all'attuale Amministrazione Americana.
Il triangolo Europeo, Gran Bretagna, Francia, Germania ha praticamente escluso l'Italia dai grandi paesi europei.
La politica di amicizia, se non di complicità con Putin ci rende sospetti, l'eccessivo entusiamo per la visita di Gheddafi ci rende ridicoli.
Non sararanno certo al centro dei colloqui, le battute infelici, come quelle sull'abbronzatura, o la sguaiata dichiarazione che la vittoria di Obama favorirà il terrorismo Islamico, ma certo non aiuteranno l’ Italia e il suo rappresentante, al quale comunque è stata riservata un'accoglienza di secondo livello.
Quindi il risultato del voto Europeo, aiutato anche dal vento di destra, che spira in tutt'Europa, sembravaaver premiato la stabilità di governo, ma i RUMORS, che Berlusconi spera non diventino boatos, stanno sicuramente innervosendo ed inacidendo il bravo premier.
Il discorso di Obama al Cairo ha riscosso il favore dell’opinione pubblica mondiale, ma il focus dell’Amministrazione rimane la politica interna. Il record negativo sull’occupazione statunitense spinge la riforma sanitaria, il punto cardine dell’agenda democratica
Il mondo è innamorato di Obama. Il primo presidente nero degli Stati Uniti, di origine africana e con un evidente carisma personale , miete consensi ed anche il mondo islamico ha accolto con grande favore il discorso del Cairo. L’enfasi delle prime reazioni si è subito affievolita, anche perché al netto della retorica nessuna apertura concreta è arrivata dal fronte più radicale della variegata galassia musulmana. Le imminenti elezioni presidenziali in Iran chiariranno se il principale avversario dell‘America – Cina e Russia a parte – punterà sul moderato riformismo dell’ex primo ministro Mousavi o premierà lo scontro promosso da Ahmadinejad. La questione nucleare, e l’appoggio dell’Iran ai movimenti terroristici dell’Islam radicale, rimarranno comunque sul tappeto anche con l’arrivo di un nuovo presidente. L’Amministrazione americana sembra però propendere più per un lungo lavoro di makeup dell’immagine degli Stati Uniti, un ruolo che riesce eccezionalmente bene ad Obama, che inizia ad assomigliare all’incarnazione del potere carismatico di weberiana memoria. La politica estera, al di là dei bagni di folla europei e dell’apprezzamento generalizzato dell’opinione pubblica mondiale, rimane però ancora in secondo piano rispetto alla difficile situazione interna, nonostante sia l’aspetto più apprezzato dagli americani secondo i sondaggi.
DISOCCUPAZIONE = IMPOPOLARITA’ - Il quadro demoscopico della presidenza Obama rimane molto confortante. Gli indici di approvazione dell’operato si sono stabilizzati su valori molto alti, intorno al 60%, così come il rapporto delle opinioni favorevoli/sfavorevoli premia in maniera netta i democratici rispetto ai repubblicani. Alcuni segnali di inquietudine però si scorgono già, e presto potrebbe arrivare il probabile calo. Storicamente si nota un legame – banalmente intuibile – tra l’andamento del tasso di disoccupazione e l’approvazione dei presidenti. La luna di miele di inizio mandato e l’indubbio fascino della personalità di Obama sono al momento i fattori decisivi, ma l’affascinante patina che ricopre l’attuale inquilino della Casa Bianca potrebbe rapidamente deteriorarsi. A maggio il tasso di disocuppazione è salito al 9.4%, il valore più negativo degli ultimi 25 anni. Nonostante i licenziamenti diminuiscano da alcuni mesi, le imprese non assumono e anche a giugno, così come nei prossimi mesi, l’indice dei senza lavoro dovrebbe essere superiore al 9%. Numeri molto pericolosi, simili a quelli che costarono una brusca sconfitta a Reagan alle mid-term del 1982, dopo che la sfavorevole situazione economica aveva trascinato verso il basso l’apprezzamento dell’ex governatore della California. John Judis, commentatore di The New Republic, ha previsto per Obama un destino molto simile a quello di Reagan, sottolineando l’inevitabile crollo del consenso nel caso di valori così negativi sull’occupazione. L’Amministrazione ne è consapevole, e la controversa semi nazionalizzazione di General Motors è il più palese tentativo di frenare l’impatto negativo della congiuntura sui posti di lavoro. Un’operazione non apprezzata però dall’opinione pubblica, perché la preferenza verso i fallimento era l’opinione maggioritaria riscontrata dalle indagini svolte sul bailout del colosso di Detroit.
SANITA’ AL PRIMO POSTO - In un periodo di recessione e di difficoltà interna ogni Amministrazione americana rinuncia ad un ruolo propositivo e trainante in politica estera, al di là dei compiti necessari che la superpotenza mondiale deve svolgere. Dopo l’approvazione del maxi pacchetto di stimolo economico e il consenso del Congresso all’ambizioso budget Obama sta iniziando a spingere la madre delle riforme, l’introduzione di una tutela sanitaria universale. La universal healthcare è la parola d’ordine di ogni piattaforma presidenziale dei candidati democratici dai tempi di Truman, e mai come in questo momento l’occasione sembra propizia. Il Congresso è in mano democratica, e al Senato, così come alla Camera, i Congressmen conservatori timorosi di perdere i loro seggi conquistati in bastioni repubblicani sono meno numerosi rispetto all’epoca Clinton, quando la riforma disegnata da Hillary naufragò miseramente dopo un’aspra e lunga battaglia. Con una mossa che conferma la sua deferenza verso il potere legislativo Obama ha chiesto al gruppo senatoriale democratico di redigere un testo che si basi su alcuni punti fermi: libertà di scelta nelle cure, copertura universale e sostenibilità finanziaria. Un programma abbastanza vago, così come l’accordo strappato al complesso sanitario industriale sulla volontaria riduzione dei costi e conseguentirisparmi. Il presidente ha però deciso di agire, e Organizing for America, la struttura che ha preso il posto dell’organizzazione elettorale guidata da David Plouffe, per supportare l’Amministrazione Obama, ha convocato sabato 6 giugno il primo meeting per lanciare una campagna sulla riforma sanitaria
IL FONDO PUBBLICO – Le figure chiave al Senato saranno Max Baucus, il presidente del potentissimo comitato finanziario, e Ted Kennedy, il leader democratico che si è battuto storicamente più di tutti per introdurre la copertura sanitaria universale. Lo strumento richiesto da economisti ed esperti liberal è l’avvio di un fondo assicurativo pubblico, sul modello di Medicare, che competa con le compagnie private e riesca ad offrire una copertura minima anche a chi non sarebbe in grado di affidarsi al privato. Alcuni senatori moderati del gruppo democratico si sono apposti ad una simile ipotesi, sponsorizzata, seppur sottovoce al momento, anche da Obama. Il presidente ha però rimarcato l’importanza di mantenere l’introduzione della tutela universale della salute nelle modalità tipiche dell’American way, fermando così le suggestioni più stataliste sostenute dai gruppi di interesse liberal. I repubblicani sono contrari all’introduzione di un fondo pubblico, ma hanno mostrato volontà di collaborazione e disponibilità al dialogo. La richiesta della base democratica è pressante, e l’investimento stanziato nel budget mostra la serietà dell‘Amministrazione, che ha fissato al primo punto della sua agenda questa riforma. Inoltre, è stato chiarito come per l’approvazione della riforma servirà la maggiora semplice al Senato e non i 60 voti necessaria superare l’ostruzionismo. Il palcoscenico mondiale è il luogo migliore per il carisma di Obama, ma i voti si trovano a Main Street, e senza una ripresa timida dell’economia ed un efficace risposta alle difficoltà finanziarie delle famiglie americane – una discreta percentuale di esse stenta a seguire gli aumenti dei premi assicurativi – anche i super cool rischiano al posto.http://www.giornalettismo.com/archives/28806/28806/
Repubblica Ceca: seggi elettorali inesistenti, ma che figurano. Elettori italiani iscritti nelle liste 355, ma che sono diventati magicamente 668! 2 sezioni ufficiali sono invece diventate 10! Nella III circoscrizione i votanti risultano essere più degli elettori (103,51%). Com'è possibile tutto ciò? Il Ministero degli Interni gonfia i dati a vantaggio di Berlusconi! Il Consolato è già stato avvertito e si è messo in comunicazione con il Ministero degli Interni. E' probabile che questi dati verranno presto cancellati dal sito del Ministero, ma noi conserviamo una mail che ci giunge da un testimone oculare, presente ai seggi nella Repubblica Ceca. Il nome dell'autorevole testimone non lo riportiamo, a meno che egli stesso non lo voglia. In questo caso lo invitiamo a scriverci nuovamente. In ogni caso, lo ringraziamo. Italiani, sveglia! Sito del Ministero La III circoscrizione Le dieci sezioni dichiarate (anziché le due reali - vedere 'comunicazioni pervenute')http://italianimbecilli.blogspot.com/
In un mondo dominato dalla comunicazione dell’immagine, un politico di successo deve possedere una naturale eleganza, sapersi circondare di ottimi e fidati collaboratori, e sapere gestire il proprio ‘body language’. Sono talenti che il presidente Obama possiede e che giustificano il successo che questo 47nne ottiene presso le platee più diverse. Nel suo formidabile intervento all’università del Cairo Obama ha saputo interpretare con compostezza ed efficacia quanto andava leggendo sul teleprompter, sottolineando con moderata gestualità, i passaggi più importanti del suo discorso che sino all’ultimo momento aveva personalmente corretto. Poi si è cambiato d’abito: ha indossato una maglietta nera su un paio di pantaloni Kaki, ha fatto una rapida visita in elicottero alle piramidi di El Giza per poi farsi portare all’aeroporto. Dopo avere salutato personalità egiziane e diplomatici americani rispettosamente in attesa, si è messo a salire di corsa e senza sforzo la lunga scala collegata alla porta del suo AirForce One.
E quella dimostrazione di efficienza fisica ha parlato più di mille parole. Tutto studiato, si dirà, per i media internazionali. Verissimo. Ma c’è chi se lo può permettere e chi invece, quando ci prova, scade nel ridicolo.
L'apertura del dialogo con il mondo musulmano è l'occasione per ricordare alle potenze occidentali l'abbiccì dei loro valori fondativi. Soprattutto all'Italia, recentemente declassata a Paese parzialmente libero, ribattezzata "Berlusconistan" dal Time e accusata di aver reintrodotto le leggi razziali.
"Democrazia, legalità, rispetto della legge, libertà di parola, libertà di religione: non sono semplicemente principi dell'Occidente, ma principi universali, che loro possono abbracciare". Nell'intervista rilasciata l'altro ieri a Justin Webb per la BBC e riproposta oggi da Repubblica, Obama si riferisce al mondo musulmano,cui indirizzerà domani dal Cairo un atteso discorso di riconciliazione, fidando nel potere simbolico della sua identità meticcia e della sua origine musulmana. Ma se con "loro" si intendessero gli italiani, l'affermazione non farebbe una piega. La lista dei valori occidentali pare infatti concepita per parlare, al tempo stesso, al Medio Oriente e alle potenze occidentali dell'area: prima fra tutte l'Italia, che per l'opinione pubblica internazionale sta dando segni sempre più pericolosi di un tradimento di questi valori, in favore di atteggiamenti non dissimili da quelli del dispotismo orientale.
Rispetto solo parziale della libertà di stampa - che secondo Freedom House apparenta appunto l'Italia a Paesi come l'Egitto e la Turchia; violazione dei diritti umani - con la pratica dei respingimenti censurata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo e con il ritorno alle leggi razziali denunciato anche da Famiglia Cristiana; instaurazione di un regime autocratico e personalistico con attacco quotidiano alla divisione dei poteri dello stato - additato internazionalmente, tra gli altri, da El Pais; esibizione impunita di pratiche nepotistiche, clientelari e corruttive, allegramente intrecciate a un mercimonio maschilista della sessualità femminile - che hanno permesso al Time di ribattezzare l'Italia Berlusconistan e all'Indipendent di parlare di fascism, disultan e di harem. Ecco il ritratto dell'Italia che Obama non può non tenere presente, affacciandosi sulle sponde del Mare Nostrum, dove la Penisola rappresenta da sempre un avamposto della civiltà occidentale.
Obama è il presidente di un'America che, dopo otto anni di guerra al terrorismo, si è accorta di aver smarrito sé stessa nel perverso gioco di specchi, causato dall'odio e dalla paura, che può trasformare un combattente nell'alter-ego del proprio nemico. Ora l'America sembra essere rinsavita, ma la periferia italiana dell'Impero è rimasta prigioniera di quel labirinto di illusioni. L'odio dei "clandestini" ha proiettato un'orda di pregiudicati al governo. La paura del velo islamico, simbolo di un patriarcato desueto, ha installato al centro della scena un harem patriarcale senza veli. Il razzismo ha trasformato la "brava gente" in una razza spregevole, cui i governi stranieri esitano ad accordare, sotto elezioni, il proprio appoggio negli affari economici. Il disprezzo verso i poveri e i lavoratori, che si traduce da anni in riduzioni salariali, ha minato la domanda interna, e sprofonda ogni giorno di più la classe media nelle condizioni di miseria che ieri forse dileggiava.
E' una vertiginosa spirale autodistruttiva, solo malamente dissimulata dalla censura, quella che il berlusconismo ha instaurato in Italia. Inappuntabilmente, il Financial Times dipinge Berlusconi come "un pericolo in primo luogo per l'Italia, e un esempio negativo per tutti". Stabilizzare il Medio Oriente oggi comporta il porre un argine a questa vertigine. Il discorso di Obama al Cairo sarà pronunciato anche perché Roma intenda.http://linguaditerra.blogspot.com/2009/06/obama-al-cairo-perche-roma-intenda.html
Stati Uniti: Arturo Valenzuela nuovo responsabile per le relazioni con l’America Latina
Valenzuela sostituisce Thomas Shannon, che ha occupato questa posizione per diverso tempo nel corso dell’amministrazione Bush.
Il 12 maggio il Presidente degli USA, Barack Obama, ha inserito un altro tassello nella ricomposizione delle relazioni emisferiche, nominando Arturo Valenzuela come responsabile del Dipartimento di Stato per le relazioni con l’America Latina. Valenzuela sostituisce Thomas Shannon, che ha occupato questa posizione per diverso tempo nel corso dell’amministrazione Bush.
Arturo Valenzuela è cileno di nascita e ha compiuto una carriera di rango accademico negli Stati Uniti. Attualmente è il direttore del Centro di Studi Latinoamericani dell’Università di Georgetown e in passato ha già ricoperto la carica di delegato per l’America Latina in seno al NSC (National Security Council) nel corso della Presidenza Clinton. Grande conoscitore della regione, l’esperienza di Valenzuela è più profonda per quanto riguarda la zona del Cono Sur (Cile e area del Mercosur) e Cuba. Inoltre, l’amicizia personale con José Miguel Insulza, attuale presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani, e con la presidentessa cilena Michelle Bachelet, potrebbe essere uno strumento in più a favore degli USA per garantire un rilancio delle relazioni con l’America Latina. L’approccio di Valenzuela è infatti contrario a politiche volte a sviluppare ingerenze dirette nelle questioni interne agli Stati latinoamericani. Valenzuela dovrà affrontare due nodi principali, in parte legati tra loro: la questione cubana e la relazione tesa con il Venezuela. Barack Obama ha dichiarato di voler procedere verso un progressivo “disgelo” dei rapporti con L’Avana, effettuando già un passo concreto attraverso la limitazione di alcune sanzioni imposte all’isola caraibica prima del Summit delle Americhe di un mese fa. Per quanto riguarda i rapporti con Caracas, c’è la volontà da parte di Washington di intavolare un confronto basato sul dialogo con Hugo Chávez, anche se per il momento oltre a gesti simbolici ed episodi basati sulla retorica non si sono verificati progressi concreti.
La nomina di Valenzuela non rappresenta esattamente una rottura con il passato ma si inserisce nella politica sostanzialmente prudente adottata da Obama in questi primi mesi di Governo: il leader della Casa Bianca ha infatti inserito nel suo staff, non solo per la politica estera, figure che hanno già operato durante le presidenze Clinton e Bush. Le previsioni per il medio periodo sono di una parziale ripresa dei rapporti emisferici, nel solco di quanto già iniziato negli ultimi anni dell’amministrazione Bush (approfondimento delle relazioni con i partner più importanti e “amici”, come Brasile, Messico e Cile). La normalizzazione dei rapporti con Venezuela e Cuba sarà strategica per proteggere la regione da influenze di potenze esterne, come Russia, Cina e Iran, che in questo periodo stanno cominciando ad approfittare del vuoto di potere lasciato negli scorsi anni da Washington.
PPP, in un sondaggio demograficamente favorevole ai repubblicani, non lascia speranze agli oppositori di Obama, il cui tasso di approvazione è rilevato al 55%, 9 punti meno rispetto a Gallup, storicamente più affidabile. L'elettorato del 2008, rispetto al campione dell'indagine, era più giovane, meno bianco e più progressista. Auguri con i Tea-parties e l'antidarwinismo. http://andreamollica.blogspot.com/
Chi cospira per azzoppare l’anatra Silvio?
IL COMPLOTTO DI OBAMA
L’Italia, crocevia di tutti i complotti internazionali. All’epoca della “guerra fredda” era uno dei topoi della sinistra nostrana che scorgeva puntualmente lo zampino di qualche agenzia o potenza estera – Cia, Kgb, Mossad, la Libia – dietro certi tornanti opachi della tortuosa vicenda italiana.
Già, su un pianeta spaccato come una mela, che pullulava di 007 d’ogni risma, tutto era possibile, tutto era verosimile. E talvolta vero. Il mondo – il mondo italiano – oggi sembra capovolto rispetto a quello d’allora: a strillare alle trame dello straniero contro il Bel Paese sono i berluscones. Sì, loro. E l’obiettivo non sono solo i soliti corrispondenti stranieri che si crogiolano nella dolce vita di Roma facendo a gara chi denigra di più l’Italia (Berlusconi). Ma il bello di questo mondo alla rovescia è che è l’America, anzi il presidente Obama stesso, a intorbidare le acque tricolori. Nel tentativo, niente di meno, di far fuori re Silvio.
La sua è una cospirazione progressista in piena regola. In combutta con Gorbaciov (ricevuto due mesi fa alla Casa Bianca), l’erede di Bush si starebbe infatti adoperando per far saltare l’asse Berlusconi-Putin, il perno intorno a cui ruota la politica internazionale berlusconiana (cioè gli affari suoi): un’intesa “europea”, la loro, in contrasto e in competizione con i tentativi del presidente Medvedev di dialogare con Obama e, in sintonia col presidente americano, di proiettare la potenza russa più verso Oriente – la Cina – che verso la Vecchia Europa. Tra il farneticante e lo squinternato, quest’analisi campeggiava sulla prima di Libero di giovedì, con il solito titolo a tutta pagina: «Obama come Giuda».
È possibile leggere tra le righe e trovarvi indizi di qualcosa di meno delirante? Un aiuto ci è venuto ieri dal più “autorevole” Corsera. Il “retroscenista” Francesco Verderami, narrando quella che la cerchia ristretta berlusconiana considera una manovra, con diversi protagonisti, tesa a fare del Cavaliere un’“anatra zoppa”, parla di «lobby internazionali», insieme alla solita magistratura e a settori della finanza italiana. Perché dovrebbero avercela con lui, non è chiaro. E chi siano, più precisamente, questi ambienti internazionali, è ancora meno chiaro. Ma sembra di capire che non si tratti di pura paranoia.
A chi pensa Berlusconi? Più volte s’è detto, da parte dei suoi esegeti, che, essendo l’Italia un “giocatore” di serie B nell’arena mondiale, il Cavaliere pensa di compensare questo gap con una diplomazia dalla forte impronta personale. Pacche sulle spalle e inviti in Sardegna. Galanterie alle signore ed eccentricità. Ma non solo.
Ai tempi di Bush, con Aznar, aveva costruito una piccola rete amicale che in effetti sembrava funzionare, seppure al servizio di cause assai discutibili, ma della quale era uno dei protagonisti.
E con questo network alle spalle, aveva anche messo su un solido rapporto con Vladimir Putin. Di quel sistema di amicizie resta solo quella con Putin, nel frattempo degradato a numero due del Cremlino, sebbene ancora dotato di notevole potere, almeno quello di contrastare Medvedev.
E con Washington? Finora gli è riuscita solo la goliardata di farsi fotografare insieme a Obama e Medvedev nella photo opportunity alla fine del G20 londinese. Dacché Obama si è insediato alla Casa Bianca, che si sappia, c’è stata una sola telefonata, implorata agli strateghi della Casa Bianca dal fido ambasciatore Gianni Castalleneta, giunta in coda a quelle con gli altri grandi della terra. Niente altro. Non un incontro. Nessuna accoglienza alla Casa Bianca. Anzi, il tanto strombazzato invito a Washington, dopo diversi slittamenti, si tradurrà in qualcosa di concreto, forse, solo una decina di giorni prima del vertice del G8 in Italia. Che il premier italiano sia snobbato può anche essere una scortesia, ma diventa un fatto politico se si trova a rivestire il ruolo di presidente di turno del G8. Per giunta, seppure a un livello inferiore, la cancellazione all’ultimo istante della visita di Frattini a Teheran è anche da legare al disappunto americano per il ruolo intrapreso dall’Italia nella regione che Washington – Hillary Clinton, in particolare – intende gestire rigorosamente in prima persona, Senza fare troppe dietrologie, s’intuisce facilmente che il rapporto privilegiato con Vladimir Putin, privo oggi di contrappesi, quello americano in particolare, e pesantemente connotato da interessi personali, espone fortemente Berlusconi e fa storcere più di un naso a Washington e nelle altre capitali. Se su Noemi, all’estero, sghignazzano, sulla commistione affari-politica sono terribilmente seri. http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/110632/chi_cospira_per_azzoppare_lanatra_silvio
La green economy deve favorire la fuoriuscita dalla crisi, ma soprattutto contribuire al riorientamento strategico di alcuni settori industriali e alla nascita di start-up in grado di competere in un contesto in rapido mutamento. L’esempio dell’auto negli Usa. L’editoriale di Gianni Silvestrini.
Quali sono gli elementi di forza della “green economy” nell’attuale fase di crisi e di transizione?
Una prima caratteristica strategica riguarda l’aiuto alla trasformazione delle economie e la capacità di rendere meno traumatico il passaggio al contesto che verrà imposto nei prossimi decenni dai vincoli energetico-ambientali.
Prendiamo il caso dell’auto negli Usa. Era evidente che i modelli che continuavano ad essere sfornati erano poco competitivi, tanto che i rivali giapponesi avevano progressivamente eroso importanti quote di mercato. L’attuale crisi economica ha estremizzato le difficoltà e al contempo ha offerto una soluzione. L’amministrazione Obama ha infatti condizionato l’erogazione di aiuti federali ad una inversione delle scelte strategiche delle major automobilistiche.
Green economy e occupazione
Molti studi hanno dimostrato che investimenti nel campo dell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili comportano ricadute occupazionali superiori rispetto ad investimenti in settori energetici convenzionali. E già questo è un buon argomento per lanciare piani incisivi, come quello programmato negli Usa, per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici pubblici.
Per restare in Italia, una misura come quella delle detrazioni fiscali del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici rappresenta uno strumento che, con costi limitati per lo Stato grazie all’emersione del sommerso e all’incremento del gettito fiscale, è in grado di dare un impulso all’economia e consente di ridurre le importazioni energetiche.
Si può però fare di più. L’Enea ha recentemente valutato l’impatto di un incisivo programma di riqualificazione dell’edilizia pubblica, evidenziando i vantaggi di una manovra di questa ampiezza. Infatti, a fronte di una spesa di 8,2 miliardi di euro, si avrebbe una crescita della produzione attivata di 19 miliardi di euro, un incremento complessivo del Pil nell’ordine dello 0,6 punti percentuali in un anno e un incremento della domanda di lavoro di circa 150.000 unità.
La green economy apre al futuro
Ma c’è una ragione più di fondo che motiva l’accelerazione nei confronti delle tecnologie verdi. Le prospettive sul medio e lungo periodo saranno infatti condizionate da alti prezzi dell’energia, come ci ricorda la IEA, e dalla necessità di ridurre drasticamente le emissioni climalteranti. E’ evidente che si profila una forte richiesta di nuove tecnologie e l’apertura di interessanti mercati. L’Amministrazione statunitense con il suo pacchetto “green” gioca in qualche modo d’anticipo accelerando la conversione di alcuni comparti e favorendo la creazione di nuovi settori per posizionarsi in maniera efficace nel futuro contesto di economie a basso contenuto di carbonio.
L’operazione Chrysler-Fiat in questo senso è emblematica di un cambio di pelle impensabile fino a poco tempo fa. Il caso dell’auto Usa indica la possibilità della trasformazione di un modello sociale, organizzativo e mentale, prima ancora che tecnologico. I veicoli efficienti, di dimensioni inferiori erano già in circolazione, ma non venivano considerati adatti dalle grandi case automobilistiche. La bancarotta all’orizzonte e un sostegno governativo condizionato ad una conversione “verde”, hanno determinato le condizioni per una rinnovata competitività di questo strategico comparto.
Nell’attuale delicata fase di crisi, i governi dovrebbero quindi calibrare con attenzione gli interventi in modo da facilitare la ripresa economica e al contempo attrezzarsi nei confronti delle sfide che verranno sul fronte energetico, non appena ripartirà la corsa dell’oro nero, e sul fronte climatico con gli obblighi al 2020.
Il nostro paese ha in passato sottovalutato le opportunità che derivavano dagli impegni di Kyoto, muovendosi in ritardo, mentre paesi come la Germania coglievano l’occasione creando interi nuovi comparti industriali, come nel caso delle rinnovabili che occupano 280.000 addetti. Adesso, con le trattative per il post-Kyoto, siamo entrati in un’altra fase delicata che delinea ancora maggiori spazi di intervento. La rapidità con cui negli ultimi due anni abbiamo recuperato un ruolo nelle rinnovabili e gli investimenti in atto nella produzione di tecnologie solari fanno ben sperare sulla capacità di riuscire a reinserirci nella grande partita.
La green economy non è una formula magica. Per essere vincente deve riuscire a favorire la fuoriuscita dalla crisi, ma soprattutto deve contribuire al riorientamento strategico di alcuni settori industriali e alla nascita di start-up in grado di competere in un contesto in rapido mutamento.
Il piano Obama per il Medioriente: Gerusalemme est ai palestinesi
Il Jerusalem Post ha pubblicato oggi alcune anticipazioni del piano messo a punto per il Medio oriente messo a punto dal presidente Barack Obama insieme al re giordano Abdallah, che si è recato in visita a Washington ad aprile. Il piano prevede la nascita di uno stato palestinese indipendente ma demilitarizzato, con Gerusalemme Est come capitale; la città vecchia di Gerusalemme diventerebbe una «zona internazionale»; inoltre il piano prevede la possibilità «di un limitato diritto al ritorno» nelle loro case per i profughi palestinesi.
Il presidente Usa dovrebbe illustrare il piano nel discorso che terrà al Cairo fra tre settimane. Lunedì, Obama ha incontrato alla Casa bianca il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ribadendo di sostenere la soluzione dei due stati. Netanyahu invece non ha mai accennato alla nascita di uno Stato palestinese.
Secondo funzionari Usa citati dal sito di Haaretz, gli Stati uniti si aspettano da Israele concessioni concrete ai palestinesi prima del viaggio di Obama al Cairo, in programma per il 4 giugno. In particolare, gli Usa si aspettano che, nella riunione di gabinetto in programma per domenica, il governo israeliano decida di alleviare le restrizioni all’ingresso e all’uscita di merci da Gaza. L’idea, tuttavia, sembra scontrarsi con una prima presa di posizione dell’Arabia Saudita, contraria a una normalizzazione graduale dei rapporti.www.carta.org
Effetto Obama?
Tra Russia e America
il “reset button”
si è già inceppato
Dalla Georgia s’era finito, dalla Georgia si ricomincia. Agosto 2008, “guerretta” tra Mosca e Tbilisi: tra Cremlino e Occidente cala la cortina. Poi alla Casa Bianca è arrivato Barack Obama e con lui un’incoraggiante schiarita nei rapporti con Mosca, condita da reciproci gesti di distensione e dalla riattivazione del consiglio Nato-Russia, sospeso dopo il conflitto agostano.
La nuova stagione, fotografata dalla formula del “reset button” coniata da Joe Biden, sembra tuttavia non decollare. La tormenta giunge ancora dalla Georgia, dove lo scorso 5 maggio s’è registrato un ammutinamento, giusto alla vigilia delle esercitazioni congiunte con l’Alleanza atlantica. La ribellione è stata orchestrata dai russi per “sabotare” le manovre, ha urlato il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, paventando tra l’altro l’ipotesi di colpo di stato, poi però smentita. Golpe o non golpe, ammutinamento spontaneo o indotto dall’estero, c’è che le esercitazioni Nato-Georgia hanno irritato i russi. Medvedev le ha definite una provocazione. Ma c’è da dire che Dmitry ha provocato a sua volta, siglando un’intesa con Abkhazia e Ossezia del sud – le ex province secessioniste di Tbilisi “liberate” dalla Russia – con cui si appalta ai militari di Mosca il controllo delle frontiere dei due staterelli. Cosa incompatibile col piano di pace varato nel settembre scorso, che stabilisce il ritiro dei russi sulle linee pre-conflitto.
Il nuovo dissidio ha avuto ricadute sul consiglio Russia-Nato, inceppandone nuovamente i meccanismi.
A peggiorare le cose, infine, la recente espulsione di due diplomatici russi accreditati a Bruxelles – spioni, secondo la Nato – e quella, scattata come forma di rappresaglia, di due canadesi impiegati negli uffici dell’Alleanza a Mosca.
Ma non doveva essere “reset button”? C’è chi confida nel viaggio di Obama a Mosca, previsto dal 6 all’8 luglio. La visita in Russia, ha detto Barack la scorsa settimana, è una ghiotta occasione per “resettare” le incomprensioni.
Qualcuno ha arricciato il naso, chiedendosi: come fa il presidente a parlare così, quando la situazione in Georgia è quella che è e Mosca ha rimesso la bandierina anche in Ucraina, l’altro grande rompicapo post-sovietico? Si sbaglia comunque a pensare che Barack snobbi Tbilisi e Kiev. Più semplicemente, ha posposto la vertenza. La sua strategia, riflette il Financial Times, punta a risolvere innanzitutto faccende come l’Afghanistan, l’Iran e il disarmo, dove sa che la Russia è disponibile a cooperare, lasciandosi dietro i dissapori sorti su questi fronti durante l’era Bush. Ciò non toglie che prima o poi si dovrà affrontare il nodo ucraino-georgiano. Mosca non ha intenzione di regalare i due paesi all’Occidente, anche perché, Brzesinski docet, la Russia senza l’Ucraina perde la sua dimensione di impero e la Russia è impero o non è.
Che ci si aspetta da Obama? «Washington, a Kiev e Tbilisi, non potrà offrire il sostegno che accordò in passato ai paesi Baltici, ma non vuole affatto abbandonarle», annota sempre il Financial Times.
Insomma, anche se la Russia ha al momento il pallino in mano (del resto ha vinto una guerra), la Casa Bianca lascerà una finestra aperta, non spegnerà la fiammella della speranza per georgiani e ucraini.
L’Europa, invece, chissà. Nella famiglia comunitaria c’è chi preferirebbe sacrificare Kiev e Tbilisi sull’altare dei buoni rapporti con la Russia. «L’idea di una “seconda Europa” calibrata su Mosca ha scarso appeal sulle ex repubbliche sovietiche e si capisce perché. Ma a meno che Bruxelles non offra benefici tangibili a questi paesi – sottolinea l’Economist – anche il fascino comunitario potrebbe presto consumarsi». E l’America, aggiungiamo noi, da sola non può fare miracoli.
New York. C’è grande speranza, a Washington, che Barack Obama possa riuscire nella formidabile impresa di riformare la sanità americana, rendendola più a buon mercato e accessibile a tutti i cittadini. E’ perlomeno dai tempi di Richard Nixon che i vari presidenti degli Stati Uniti promettono, e poi non riescono, di ampliare la copertura sanitaria degli americani, oggi garantita soltanto a poveri, bambini, anziani e per i servizi di pronto soccorso. Sono 46 milioni gli americani che non hanno nessuna copertura sanitaria, in un paese dove il 50 per cento della popolazione non paga tasse sui redditi.
Ogni volta che la Casa Bianca ha provato ad eliminare questa anomalia americana, è sempre stata costretta a fare marcia indietro per le differenze politiche tra i due partiti (“per l’idiozia dei democratici”, ha scritto il liberal Joe Klein su Time), ma soprattutto a causa dell’opposizione di un vasto schieramento di lobby e poteri forti, quello che gli stessi obamiani chiamano “complesso sanitario-industriale”, capace di sfruttare alla perfezione il terrore degli americani di dover rinunciare al loro pur imperfetto sistema, in cambio di code, attese e burocrazie tipiche dei sistemi sanitari pubblici come quelli europei e canadese.
Obama sta tentando una strada diversa, meno radicale di quella che nel 1993 stava facendo fallire la presidenza Clinton, più in armonia con le lobby del settore, come del resto aveva fatto George W. Bush, assieme alle industrie farmaceutiche, con il programma di fornitura gratuita delle medicine agli anziani. Il segnale che questa può essere la volta buona è arrivato ieri dalla Casa Bianca, da una riunione tra Obama e le lobby della sanità (medici, ospedali, assicurazioni, aziende farmaceutiche). Questa volta, il complesso sanitario industriale si è schierato a favore della riforma, anziché contro, probabilmente perché ha colto un cambiamento di clima a favore della copertura universale e quindi preferisce partecipare al tavolo della riforma, piuttosto che esserne escluso.
La lobby ha promesso a Obama un taglio dei costi della sanità per duemila miliardi di dollari in dieci anni con risparmi, entro cinque anni, di 2500 dollari per ogni famiglia americana. In realtà, più che di un taglio, si tratta di una riduzione dal 6 al 4,5 per cento della crescita dei costi già previsti. Oggi la spesa sanitaria è pari al 17 per cento del pil, se le lobby della salute manterranno la promessa nel 2019 la spesa aumenterà solo di un punto, anziché dei quattro preventivati.
L’offerta del complesso sanitario-industriale garantisce a Obama un alleato fondamentale per la sua riforma sanitaria in discussione al Congresso. Il risparmio promesso, i seicento miliardi di dollari già stanziati nel bilancio e un aumento delle tasse da sessanta miliardi di dollari sui grandi patrimoni, costituiscono il tesoro a disposizione della Casa Bianca per finanziare il sistema di copertura universale pubblica. I dettagli del piano non ci sono ancora, ma la strategia di Obama e della sua zarina della sanità, Nancy-Ann DeParle, si basa esattamente su questa vaghezza.
“Possiamo farcela, dobbiamo farla e la faremo entro la fine dell’anno”, ha detto ieri Obama, ma la riforma spetta al Congresso sulla base di una serie di indicazioni che tengano conto della riduzione degli sprechi, della libertà di scegliere medici e cure e della garanzia che il servizio sanitario sia di qualità e a prezzi accessibili. Il Nobel Paul Krugman non canta ancora vittoria, ma pensa che l’offerta delle lobby sia “la miglior notizia di politica che abbia sentito negli ultimi tempi”. Il saggista liberal Jonathan Cohn, esperto di sanità, ha detto che “è una gran cosa, se non altro per il segnale politico chiaro che manda”. L’analista Michael Cannon del Cato Institute, un centro studi iper liberista, ricorda però che la proposta proviene da una lobby industriale, cioè da chi considera gli alti costi come maggiori introiti: “E’ tutto troppo bello per essere vero”.
La riforma del codice fiscale americano non sembra esattamente il tipo di argomento destinato a spopolare nelle comunita’ di Internet. Ma se a parlarne e’ Barack Obama, come e’ avvenuto oggi alla Casa Bianca, il tema diventa subito oggetto di conversazione online tra un nutrito gruppo di persone: per la precisione, 165.000 su Facebook, 177.000 su MySpace e 38.000 su Twitter (per ora…).
Sono gli ‘amici’ che il presidente degli Stati Uniti ha gia’ raccolto sul web in un fine settimana, dopo che la Casa Bianca ha aperto venerdi’ sera proprie pagine sui tre popolari siti del mondo dei social networks. L’offensiva fa parte della strategia ‘White House 2.0′ che Obama ha portato con se’ alla presidenza, dopo averla utilizzata con successo in campagna elettorale. […]
Fin dal periodo della transizione dei poteri, alla fine dello scorso anno, Obama ha cominciato a diffondere video presidenziali su YouTube, suscitando tra l’altro qualche critica per il presunto favoritismo della nuova amministrazione nei confronti di Google, che controlla il sito. Eric Schmidt, il numero uno della societa’ di Mountain View, ha peraltro ottenuto un posto nel comitato dei consulenti scientifici di Obama.
La settimana scorsa, in occasione del traguardo del 100mo giorno di presidenza, lo staff internettiano della Casa Bianca ha in qualche modo risposto alle critiche facendo un regalo al principale rivale di Google, aprendo una pagina su Flickr, il servizio di pubblicazione di foto gestito da Yahoo!: gli uomini del presidente vi hanno pubblicato 291 scatti insoliti che raccontano i mesi di debutto del 44mo presidente degli Stati Uniti. E adesso e’ arrivato il momento di Facebook, MySpace e Twitter. Obama li aveva utilizzati ampiamente in campagna elettorale, ma non erano stati ancora integrati tra i servizi presidenziali ufficiali, raccolti sul sito WhiteHouse.gov.
Agli ‘amici’ su Facebook e a coloro che seguono il presidente su Twitter, la Casa Bianca offre per il momento segnalazioni abbastanza formali, invitando a seguire i discorsi del presidente o a leggere l’ultima iniziativa di legge. Per il lancio dei nuovi strumenti di comunicazione, nel fine settimana, la Casa Bianca ha puntato soprattutto a diffondere informazioni sulla nuova influenza.
”La tecnologia sta avendo un impatto importante su come e dove tutti noi consumiamo informazioni e comunichiamo l’uno con gli altri”, afferma il blog ufficiale di Obama, nel presentare le nuove iniziative. Il sito della Casa Bianca, aggiunge la presentazione di White House 2.0, ”e’ una parte importante dello sforzo dell’amministrazione di usare internet per raggiungere il pubblico velocemente, ma non e’ l’unica”. Da qui la proposta agli americani di aggiornarsi sulla crisi economica o sull’influenza scegliendo Obama come amico su Facebook, Twitter o MySpace.
Per il presidente e i suoi strateghi, e’ un altra modalita’ importante per mantenere in piedi l’imponente banca dati di contatti con gli americani che ha permesso ai democratici di battere gli avversari lo scorso novembre. I repubblicani sono consapevoli del ritardo, e nel fine settimana hanno lanciato a loro volta un nuovo sito (www.wethepeopleplan.org) per avviare un dialogo online e cercare di colmare il gap tecnologico.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/05/04/obama-cerca-amici-online/#more-411
In Messico quella che noi chiamiamo “mascherina” si chiama anche “tappabocca”. E i messicani, che in 5.000 anni di rigogliosa storia ne hanno viste di carestie, guerre ed epidemie indotte, fin da quella dei conquistadores, non hanno perso né la capacità di riflettere né la lingua tagliente e non si fanno tappare la bocca neanche dalla presunta nuova pandemia. A Città del Messico, poco dopo la scossa di terremoto dell’altro giorno girava (ovviamente di bocca in bocca) una battuta fulminante: “Cos’ha detto il Messico all’influenza? Uuuhhh, guarda come tremo”.
Oramai sembra evidente che i numeri delle prime ore, complice l’effetto valanga del sistema mediatico mainstream locale (Azteca e Televisa, un duopolio privato che il nostro a confronto è zucchero) e internazionale, erano stati gonfiati e i morti, che per un breve momento erano saliti per bocca dello stesso presidente Felipe Calderón a 159, sono stranamente precipitati ad appena una ventina.
Una ventina concentrati un una megalopoli di venti milioni di abitanti, dove una dozzina di decessi vengono dai quartieri più poveri e in un contesto dove qualunque influenza che si rispetti fa un numero di vittime ben maggiore. Dopo l’antrace e l’aviaria anche la suina, ribattezzata influenza A o H1N1 per neutralizzarne il nome (si dice su ordine della multinazionale della carne suina Smithfield Food Inc.), sta retrocedendo dalla categoria di “pandemia” a quella di psicosi indotta dai media e dal governo.
Quello che è più preoccupante è che far paura ai cittadini oramai è considerato, non solo in Messico (vedi allarme immigrati e sicurezza in Italia o la guerra al terrorismo di Bush), una normalissima e accettabile pratica di governo. Per muovere l’opinione pubblica, spostare voti, far passare per accettabili politiche vergognose “l’allarme è necessario”. Lo ha ammesso con candore, davanti a centinaia di giornalisti, non un pubblicitario pentito ma il dottor Miguel Ángel Lezama, il massimo responsabile messicano per la vigilanza epidemiologica, quasi un Bertolaso messicano. Diffondere l’allarme mondiale, la vera pandemia è nelle teste, è stato “una manera de actuar” per impedire la diffusione del virus laddove in castigliano “actuar” può voler dire “agire” ma anche “recitare”.
Emerge così la sensazione di avere assistito ad una recita per la quale l’informazione ufficiale utilizza i media (che a seconda del contesto reagiscono in modo pavloviano amplificando ogni informazione allarmante e cancellando quella rassicurante, o viceversa) per diffondere un preciso messaggio. E’ una maniera corretta di agire quella di Lezama e Calderón? Loro lo dicono apertamente: “se non avessimo fatto così i morti non sarebbero 20 ma 3.000”. Non solo, come ricorda Julio Hernández López su “La Jornada”, all’entrata nel ministero della Salute non si trova nessuno che porti una mascherina e lo stesso Lezama non ha difficoltà ad ammettere alla stampa che il tappabocca sia del tutto inutile (poi la stampa dimentica di dirlo) ma che è stata distribuita a milioni di messicani per tranquillizzare (effetto placebo) quella stessa opinione pubblica che il governo ammette di aver voluto terrorizzare. E’ la stessa tecnica di chi in Italia ha inventato un allarme criminalità che nei dati non esiste per poi mandare l’esercito in strada davanti al Colosseo e ai monumenti o permettere le ronde dei cittadini per far credere che il governo agisce (o recita).
Non c’è la controprova che con la paura il governo messicano abbia davvero evitato migliaia di morti ma resta il dubbio che se in questi anni avesse investito in un sistema sanitario migliore e in uno educativo capace di produrre cittadini più consapevoli avrebbe ottenuto risultati migliori. Ma soprattutto la domanda è: mentire, allarmare, terrorizzare, Shock and awe, è una maniera democratica di governare? Giovanna Botteri, corrispondente da New York della RAI, inviata in questi giorni in Messico (che fa infotainment registrando i servizi per il TG con la mascherina appena un po’ calata) si preoccupa in ogni singolo servizio di spiegarci che il turismo messicano è fottuto per anni. Non è così, in fondo la gente continua ad andare in Egitto nonostante il rischio attentati e sta già tornando a Napoli nonostante la vergogna dei rifiuti sia stata messa in piazza in tutto il mondo per motivi politici per poi far credere che fosse stata risolta magicamente dal governo Berlusconi. Le Piramidi, gli scavi di Pompei, Tenochtitlán o i murales di Diego Rivera non possono essere incatenati a lungo da una quarantena mediatica.
Di sicuro però il turismo in Messico, fondamentale risorsa di un paese in crisi strutturale da un quarto di secolo con 12 milioni di emigrati e 40 milioni di poveri, subirà un gravissimo contraccolpo. Possibile che il governo Calderón sia così pazzo da giocare col turismo con tre milioni di immigrati che stanno tornando dagli Stati Uniti espulsi dalla crisi prima che da leggi migratorie inumane e ai quali proprio non si sa cosa far fare tanto che il Cardinale primate Norberto Rivera invita a pregare per loro?
Riavvolgiamo il nastro. Il 16 aprile 2009, sembra un secolo ma sono passate appena due settimane, Barack Obama viaggiava per la prima volta in vita sua in Messico e in America latina. Come abbiamo dato conto in Giornalismo partecipativo e Latinoamerica, l’incontro con il neopresidente statunitense per Felipe Calderón andò malissimo. Laddove il presidente messicano si aspettava di poter coinvolgere Obama in un contesto nel quale i problemi principali del Messico, il narcotraffico, la crisi economica, l’emigrazione (che hanno come detonante il trattato di libero commercio in vigore dal 1994) fossero cogestiti come questioni bilaterali, Obama rispondeva assumendosi alcune responsabilità ma rimanendo fermo nel mantenere il pieno controllo su temi che considera fatti interni statunitensi (in primo luogo la gestione dell’immigrazione) disinteressandosi di altri problemi drammatici a Sud della frontiera. Il governo messicano, soprattutto un governo di destra come quello del PAN guidato da Calderón, ha le mani legate. Non può e non vuole modificare il modello economico che sta affondando il paese, non sa combattere il narcotraffico (col suo corollario di corruzione dilagante) se non mostrando una militarizzazione del territorio senza speranza, non riesce a cogestire con gli Stati Uniti la questione migratoria per ottenere condizioni più umane per quei milioni di messicani usa e getta che lavorano oltre frontiera.
A un mese dalle elezioni parlamentari non si sa chi avrà voglia di partecipare, sfilare, assistere a comizi in mascherina. Di sicuro nessuno da giorni parla più del narcotraffico. Le migliaia di morti veri, quella della guerra civile dei narcos, i cadaveri decapitati, i regolamenti di conti, sono completamente oscurati dall’epidemia. E i problemi sociali? La povertà, l’esclusione che si è solo appesantita con il PAN al potere? I soldati in giro a migliaia servono solo a regalare mascherine o sono l’unica maniera per regolare la febbre messicana che non è il virus ma il conflitto sociale sempre sul punto di esplodere? Perfino i problemi migratori possono essere accettati. Chi criticherebbe oggi Obama se chiudesse le frontiere rimandando sine die qualsiasi misura che alleviasse la condizione di milioni di disperati? Perfino quelle imprese chiuse per decreto, quegli imprenditori che non sanno più bene perché non stanno lavorando, quella vita paralizzata, quella mazzata sul turismo servirà a drogare in peggio e mescolare le carte dei dati economici dell’unico paese latinoamericano già in recessione. E alla fine il governo che “actúa” (che agisca o reciti poco importa), che fa (e i media si incaricano di offrire spazi infiniti come per il nostro presidente operaio) contro un’epidemia quasi fantasma tranquillizzando i cittadini con mascherine placebo, dalla presunta pandemia non ha che da guadagnarci.http://www.gennarocarotenuto.it/7639-messico-la-recita-che-i-media-nascondono-sul-virus/#more-7639
David Souter lascerà a giugno la Corte Suprema. L'Associate Justice, unica nomina al massimo tribunale americano del presidente Bush I, fornirà ad Obama la possibilità di scegliere il primo giudice per la Corte Suprema. Souter, molto vicino ai repubblicani ai tempi della sua attività in New Hampshire ma allontanatosi dal conservatorismo giurisprudenziale del blocco guidato prima da Rehnquist e ora Roberts, ha deciso di abbandonare l'incarico a vita per ragioni personali.
La vittoria di Obama ha sicuramente influito sulla sua scelta, perché probabilmente non avrebbe lasciato la Corte senza la garanzia di un sostituto vicino alla sua filosofia giurisprudenziale. Souter, che ha 69 anni, ha voluto inoltre assicurarsi che sia il suo collega più anziano, John Paul Stevens, che Ruth Ginsburg, operata di cancro, non abbandonassero l'incarico alla fine del term della Corte Suprema. Ginsburg e Stevens formano, insieme a Breyer e appunto Stevens, il blocco moderato/liberal che ha contenuto la svolta conservatrice impressa dalle nomine di Reagan prima e poi di George W Bush. La rivoluzione attesa dalla base repubblicana è stata però fermata dallo schianto del Gop al Senato - passato in 4 anni da 55 a 40 seggi - e dalla sconfitta alle ultime presidenziali. Secondo il NY Times, possibili sostituti di Souter potrebbero essere Elena Kagan, Solicitor General dell'Amministrazione, e due donne che appartengono alle corti di appello federali, Sonia Sotomayor e Diane Pamela Wood.
Arlen Specter è passato dal gruppo repubblicano al gruppo democratico. Con il riconoscimento della vittoria di Al Franken, i democratici avranno 60 senatori, la supermaggioranza necessaria per evitare l'ostruzionismo, e spesso lo stop dei progetti di legge più sensibili. E' una buona notizia?
Sì e no. Specter avrebbe con ogni probabilità perso le primarie del Gop, e nella sfida per il Senato la tendenza progressista della PA avrebbe determinato la vittoria del candidato democratico. Sembra che Specter abbia ottenuto l'assenza di uno sfidante alle primarie democratiche. Il cambio di partito del senatore repubblicano, che ha 79 anni e correrà per ottenere un mandato che scadrà quando ne avrà 86, rafforza i moderati del caucus, come Bayh o Nelson. E' una notizia discreta per Obama, mentre è confermata la svolta a destra del Gop. http://andreamollica.blogspot.com/
Parla all’America con video di YouTube, raccoglie domande in inediti forum online alla Casa Bianca, diffonde foto ufficiali assai poco istituzionali, e tempesta gli americani con sms, mail e ogni altro strumento che permetta di stare in contatto 24 ore su 24. In 100 giorni, Barack Obama ha tenuto a battesimo una versione 2.0 della presidenza degli Stati Uniti, con iniziative che segnano gia’ una rivoluzione sul piano dell’immagine e della comunicazione.
Sulla scia di quello che avevano gia’ fatto con successo in campagna elettorale, Obama e il suo team hanno impresso alla presidenza l’aspetto di un ’social network’. Nell’epoca internettiana della condivisione e delle comunita’, il 44mo presidente americano ha virtualmente aperto le porte dello Studio Ovale all’opinione pubblica, spesso rompendo gli schemi delle tradizioni di comunicazione della Casa Bianca. E mettendo a segno, anche in questo, una serie di primati. […]
Obama e’ il primo presidente in carica a essersi seduto nel salotto di un comico Tv, Jay Leno, per cercare di ‘vendere’ con un sorriso il proprio piano economico. E’ il primo ad aver organizzato alla Casa Bianca un town hall meeting (un’assemblea popolare tipica del sistema politico americano) tutto gestito sul web, rispondendo in diretta alle domande arrivate dagli utenti della Rete. E neppure l’ex vicepresidente Al Gore, che si mise nei guai anni fa sostenendo di aver ”inventato Internet”, aveva un blog sul sito ufficiale presidenziale come ha Obama.
La svolta e’ diventata visibile fin dai primi minuti della nuova presidenza, il 20 gennaio scorso: poco dopo il giuramento del successore di George W.Bush, lo staff di Obama ha messo in rete una versione del sito WhiteHouse.gov profondamente rinnovata e innovativa, caratterizzata da una forte prevalenza di immagini. Macon Phillips, direttore dei New Media alla Casa Bianca, in realta’ ha poi dovuto lottare per alcune settimane con i limiti tecnologici e le barriere di sicurezza della sede presidenziale. Ma con il tempo ha cominciato a riproporre sul sito ufficiale gli strumenti di comunicazione che la sua societa’ di strategie web, Blue State Digital, aveva utilizzato in campagna elettorale sul sito BarackObama.com, caratterizzato da un’atmosfera simile a quelle di Facebook o MySpace.
A differenza di buona parte dei predecessori, Obama ha inoltre tenuto in piedi buona parte dell’apparato di comunicazione della campagna elettorale, affidando al proprio ex manager, David Plouffe, il compito di continuare a mobilitare milioni di americani su temi come il bilancio federale. Plouffe guida ‘Organizing for America’, una struttura forte di una banca dati di informazioni su 13 milioni di attivisti che opera ora all’interno del Partito Democratico (di cui Obama controlla le strutture di comunicazione).
Robert Gibbs, il portavoce di Obama e uno dei membri di lunga data del cerchio ristretto dei consiglieri, nei primi 100 giorni ha seguito la linea del proprio boss nel divertirsi a spiazzare i veterani della stampa alla Casa Bianca. Nelle conferenze stampa, Obama ha stupito i giornalisti delle maggiori testate dando la parola, per esempio, a un blogger della rivista online Huffington Post. E ai media e’ arrivato in questi mesi un flusso enorme e insolito di foto ufficiali assai poco istituzionali, che ritraggono Obama dietro le quinte (gli scatti piu’ intimi sono opera di Pete Souza, un fotografo che lo segue da anni).
Ma la rivoluzione nelle comunicazioni e i ritmi che l’hanno accompagnata, in 100 giorni hanno anche fatto le prime vittime. La piu’ autorevole e’ proprio la responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca, Ellen Moran, che ha mollato l’incarico per trasferirsi a lavorare nel piu’ tranquillo ministero del Commercio, sostenendo di voler ”dedicare piu’ tempo alla famiglia”. L’avvio a passo di carica della 44ma presidenza apre adesso interrogativi su quanti membri dello staff di Obama riusciranno a mantenere ritmi del genere per quattro anni (o piu’).http://marcobardazzi.com/blog8/2009/04/27/in-100-giorni-obama-inventa-la-casa-bianca-20/#more-404
Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo sfondo ci sono sfide estreme.
I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari, politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.
Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi, innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche ‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di risalita». Essendo più prudente di altri, prova però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di toccare il fondo. Ma gli altri, quelli che vorrebbero che il viaggio riprendesse come prima, quelli della parentesi, loro non sono prudenti, neanche ora. Se i commerci a livello planetario sono in picchiata, per loro è comunque un buon segno che almeno non sia più a caduta libera. Se negli ultimi due mesi è evaporato un quarto dei commerci, magari nei prossimi due si volatilizzerà solo un ottavo ancora.
Nel mainstream perciò non trovano grande spazio certe analisi quantitative che appaiono nei media che invece fanno poche riverenze all’ortodossia del liberismo in rotta. Fra queste analisi circola in particolare quella di Leap/Europe 2020, un sito francese che in questi ultimi anni ha visto lontano. Dai dati a disposizione viene estrapolata una tendenza: la discesa degli USA porta a una depressione senza precedenti, vicina a un punto di insostenibilità che, se varcato - e potrebbe essere molto presto - segnerebbe una rottura storica drammatica, a partire dalla moneta [«Eté 2009: La rupture du système monétaire international se confirme», Europe 2020, 15 aprile 2009].
Gli USA hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi grazie all’afflusso di denaro di prestatori esterni, la Cina su tutti. Ora gli USA vorrebbero che anche il salvataggio fosse al di sopra dei propri mezzi, finanziato ancora una volta dalla Cina. Al gigante asiatico infatti non converrebbe far crollare di botto il sistema se per caso volesse uscire dalla trappola del dollaro, visto che ha già incamerato 1400 miliardi di titoli di debito in dollari, sempre più scottanti.
Se consideriamo la dimensione degli “stimulus” e “bailout” messi in campo negli ultimi mesi, l’unica via di uscita ancora “normale” per gli USA è che i risparmiatori cinesi e di qualche altro paese puntino ancora (e questa volta soltanto) sui bond statunitensi, rendendosi ancora più prigionieri del gioco pericoloso.
Solo che – fanno notare gli analisti di Europe 2020 - i prigionieri dedicano i loro pensieri migliori al modo di evadere, magari senza farsi riacciuffare e senza rompersi le gambe. E lo fanno con circospezione. Il 24 marzo 2009 il governatore della Banca centrale di Pechino lanciava un ‘ballon d’essai’. Ipotizzava che il dollaro lasciasse il posto nei commerci a una valuta di riserva internazionale. Sondava e avvertiva insieme, consapevole della forza immensa che i nuovi equilibri spostavano nel mondo (un G20 anziché un esangue G8).
Secondo Europe 2020 tutti i nuovi membri del club del potere mondiale sono pronti a concordare i loro passi con la Cina, quando si renderà necessario. Si è parlato molto degli accordi swap fra Cina e Argentina, ma sono rilevantissimi anche quelli fra Brasile e Argentina, fra Cina e Sud Corea, e così via. Sono una sorta di "baratti" bilaterali che tagliano fuori il dollaro. Ovviamente il club anglosassone prova a resistere ripetendo all’infinito le strade già battute (e qui vediamo le carenze strategiche del progetto obamiano). L’Europa si barcamena e non ha un progetto politico che possa suonare come una sfida a quel che resta della subalternità a Washington.
La Cina c’è, invece. I passi li fa alla chetichella, ma li fa. Il ritmo della fuga, sebbene graduale e attento a non smarrire un suo ruolo stabilizzante, ha numeri impressionanti.
Ogni mese la Cina si sta liberando di 50-100 miliardi di titoli in dollari. La depressione dei prezzi in questo caso favorisce lo shopping pechinese. Sotto lo sguardo benevolo di Hu Jintao i cinesi comprano minerali, metalli industriali, terreni agricoli e risorse energetiche a prezzi bassi. In certi casi ne fanno incetta, e i prezzi risalgono, ma non più di tanto. Se pure i cinesi si tengono lontani dalle azioni nel mercato USA, ne comprano in Europa e Asia. Cercano di tesaurizzare i dollari USA trasformandoli rapidamente in beni non statunitensi più durevoli. Una corsa alla Roba, perché il resto, il dollaro, sarà carta straccia.
Puoi coprire le scarpe da tip tap con tre paia di calze, ma se fai passi come questi farai comunque rumore. Entro settembre 2009 la Cina avrà tolto dalle sue mani 600 miliardi di patate bollenti col simbolo del dollaro. Ma non acquisterà nemmeno quel che gli USA - fra stimoli e salvataggi - saranno costretti a emettere in più dell’ordinario, ossia un ammontare tra i 500 e i 1000 miliardi di nuovi titoli di debito. E chi li compra, allora? Gli USA si troveranno a dover inventare qualcosa per risolvere lo sbilancio. Uno squilibrio che può raggiungere i 1600 miliardi di dollari.
È uno scenario che diventerà ancora più drammatico, una volta giunto al ‘redde rationem’. Il governatore della Federal reserve Ben Bernanke sarà forzato ad acquistare i suoi stessi Buoni del Tesoro.
Questo si chiama: stampare dollari.
La cosa non è nuova. Quando Bernanke dichiara in pratica che la Fed è pronta a oliare la zecca, i T-bond crollano del 10% in un solo giorno.
Il momento X della prossima estate, con un simile scenario, segnerebbe anche una perdita secca di centinaia e centinaia di miliardi per i cinesi. Ma per loro sarebbe il male minore. Perché a quel punto l’insolvenza USA sarebbe conclamata e la salvezza starebbe nell’essersi posizionati meglio nel frattempo.
Siamo davvero alla vigilia di una tale insolvenza? Secondo Europe 2020 i dati dicono proprio questo. La spesa pubblica è esplosa per tenere a galla Wall Street (+41%) e si associa a un crollo mai visto prima degli introiti tributari (-28%). Soltanto nel mese di marzo 2009 il deficit federale ha toccato quota 200 miliardi di dollari, poco meno della metà del deficit di tutto il 2008, che Bush aveva comunque portato troppo fuori misura. Le cose non vanno meglio a livello degli Stati, a partire dalla California di Schwarzenegger, giù “per li rami” fino ai livelli di governo locale. Non c’è verso per fermare la spirale, per ora. Le professioni di ottimismo nella ripresa sono solo parole.
Il Fondo Monetario Internazionale ha rifatto i conti delle perdite che sono e saranno determinate dal collasso finanziario in corso: non più 2.200 miliardi di dollari, bensì 4.100 miliardi. Sono oltre 600 dollari di perdite pro capite a livello mondiale, inclusi i neonati della Nuova Guinea, i vecchietti degli ospizi, e gli evasori totali. Chi pagherà? Andrebbe richiesto a quelli che «i segnali di ripresina» e a quelli che «il peggio è ormai alle spalle».
Insomma, inevitabile che dopo la fase 1 arrivi la fase 2. La Cina sarà costretta a non misurare i passi come prima e a trovare una soluzione diversa. Secondo gli studiosi francesi sono plausibili diversi scenari.
Uno di questi potrebbe essere lo yuan renminbi che diventa valuta di riserva internazionale al posto del dollaro, in compagnia dell’euro, dello yen e di altre monete. Oppure si può accelerare l’istituzione di una nuova valuta di riserva che risiederà su un paniere di monete che lascia da parte il club anglosassone.
Inutilmente sarà lubrificata la zecca di Bernanke, il dollaro non dominerà più.
In alternativa a questi due scenari, che comunque presuppongono uno scheletro di globalizzazione ancora presente, ce n’è un altro: una dislocazione geopolitica globale, imperniata su blocchi economici continentali, che basano ciascuno i propri scambi su una diversa moneta di riserva “regionale”. Da noi l’euro, altrove nuove monete con funzioni simili. Il WTO diventerebbe una voce morta delle enciclopedie. Una soluzione a suo modo ben accomodata, ma proprio per questo più improbabile, perché le convulsioni attese non sono affatto ordinate.
Europe 2020 punta la sua attenzione sulla riunione di New York del G20, nel Settembre 2009, a ridosso dell’Assemblea generale dell’ONU. I dati sin qui esposti addensano intorno a quel periodo l’ora X delle rotture monetarie. Il summit assisterà alla gravità della crisi che starà martoriando gli Stati Uniti, un paese in cui già oggi un cittadino su due sostiene di essere ad appena due stipendi di distanza dalla bancarotta), all’interno di una tendenza già in atto che vede la crescita drammatica della violenza urbana e degli omicidi.
Sarebbe uno scenario di ‘default’ degli Stati Uniti. Un tracollo alla massima potenza. Che a sua volta innescherebbe tante reazioni. Quali? Difficile dirlo, e capire le interazioni.
Per Europe 2020 il default potrebbe avverarsi secondo quattro diversi modi, o con una combinazione di essi. Due scenari implicano vie d’uscita ordinate, gli altri due avvengono nel caos:
1) il Fondo Monetario Internazionale fa per la prima volta agli USA quello che ha fatto centinaia di volte agli altri stati: prende in carico il budget federale e prescrive severi tagli al bilancio (da tagliare ce n’è: l’immane spesa militare, ma anche i programmi sociali). È uno sbocco quasi insostenibile dal punto di vista politico, in presenza di un complesso militare-industriale che incorpora riserve di golpismo, e di una società che non saprebbe metabolizzare le rinunce, perché politici e pubblicità le hanno lisciato il pelo per decenni dicendo al mondo che “il tenore di vita americano non è negoziabile”;
2) il Dipartimento del Tesoro decide di emettere buoni del Tesoro in altre monete invece che in dollari. Ripeterebbe un atto di circa trent’anni fa, su scala più piccola, ossia un’emissione di yen e marchi decisa nel corso di una crisi minore del dollaro. Il difetto di questo esito è che i bond emessi sarebbero così tanti da mettere nei guai gli altri paesi coinvolti. Non si dimentichi ad esempio che in un solo anno il Fondo monetario Internazionale prevede che il debito pubblico italiano passerà dal 106% al 121% del PIL.
3) il dollaro dimezza di colpo il suo valore in rapporto alle altre valute. L’amministrazione Obama darebbe respiro finanziario al bilancio federale e ai bond posseduti dagli stranieri con dollari deprezzati. Una soluzione unilaterale che aumenterebbe però il disordine globale .
4) poiché vendere ai soliti investitori esteri i bond del Tesoro risulta sempre più difficoltoso, la Federal Reserve è costretta a incrementare il programma TARP (Troubled Asset Relief Program), così che si innesca la svalutazione del dollaro, che risulta a quel punto meno desiderato da chi investe su beni in dollari. È il canovaccio in parte già intrapreso. Come si combinerà questa dinamica con gli altri sbocchi?
Per capire quanto le evocazioni di una “ripresina” siano solo pensieri illusori, basti considerare che negli USA i principali istituti di credito beneficiati dai massicci aiuti pubblici, a febbraio 2009 hanno diminuito del 23% i finanziamenti concessi in rapporto a ottobre 2008, quando il Tesoro avviò il sostegno alle banche attraverso il TARP. Segno che anche l’economia reale precipita.
In questo quadro di crisi gli analisti francesi, nonostante l’afasia dell’Europa, vedono in essa un’area «meno esposta ai fattori destrutturanti», perché meno dipendente – con l’eccezione del Regno Unito - dal «dollaro-debito» e perché la sovranità degli Stati membri della UE è molto più forte dei singoli Stati che compongono gli USA (dove non a caso si affaccia nel dibattito politico lo spettro della secessione). La Germania considererà di vitale importanza avere intorno a sé un’area di integrazione che sia ancora il mercato di riferimento per la sua industria. Forzando il senso dell’analisi, il default degli USA ha più possibilità di verificarsi della disgregazione della UE.
Un default, o comunque una crisi che si avvita, non sarà un evento come tanti. Sono tempi eccezionali. Europe 2020 arriva a consigliare di preoccuparsi dei paesi in cui circolano troppe armi da fuoco, nonché a prepararsi a una interruzione dei pubblici servizi essenziali, quelli sostenuti da organizzazioni vaste, per affidarsi invece nei giorni o settimane dell’emergenza alle reti comunitarie e familiari a corto raggio. E consiglia di fare in un certo senso come la Cina: usare come riserva di valore non il denaro ma metalli preziosi e beni fisici di facile scambio, utilizzabili anche nell’ipotesi che le banche restino chiuse nei giorni del crollo.
Quando il rapporto è uscito non era ancora nota la proiezione del FMI sul debito pubblico italiano che sfonda gli argini (come quello di altri paesi, del resto). Ma le previsioni per i risparmi erano già in linea con questa realtà. Il che implicherà pensioni integrative a lungo impoverite e pressioni più forti sui risparmiatori (dove ancora ce ne sono, non certo in USA) per ripagare la bolla del debito pubblico, l’ultima bolla. E questo senza considerare ancora la possibile grande ripresa dell’inflazione, una volta che la banchisa della liquidità si scongelerà.
Obama ha insomma una bella gatta da pelare.
Il 70% degli scambi di moneta avviene presso centri finanziari ricompresi nella sfera d’influenza del dollaro, a Londra, New York, Tokio: «Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.» L’epicentro è lì.
Nel dicembre 2008 il Pentagono ha ricevuto un rapporto di Nathan P. Freier dell’Istituto di studi strategici dello US Army War College, nel quale viene descritto il rischio di disgregazione del territorio USA e dei suoi confini per effetto della crisi.
Obama non ha fatto rotolare alcuna testa nell’apparato della Difesa, nonostante abbia vinto le elezioni proclamando di voler cambiare profondamente la strategia militare del predecessore. Le forze armate potrebbero essere chiamate a garantire l’integrità territoriale USA e la continuità di governo, suggerisce Freier.
Questi scenari previsionali si fermano lì. Bastano già le previsioni infondate degli ottimisti a oltranza per dover speculare più oltre.
Possiamo dire tuttavia che questi sono scenari di guerra, e che chi gioca con il facile ottimismo è un’irresponsabile. In perfetta continuità con l’irresponsabilità beota degli anni che ci hanno portato al disastro.
Dovremo essere pronti a non accettare nessuna scorciatoia: guerre all’Iran, ossessioni antiterroristiche alimentate a bella posta, poteri speciali, il catalogo è vasto. Obama si mostra ancora come il punto d’equilibrio in cui si intrecciano insieme fili di credibilità e di speranza. Ma una volta che quell’equilibrio si spezzerà saremo tutti in pericolo.
"Ehi, io sono il cacciatori, te dovevi essere una raccoglitrice"
"Si era piazzato sopra a quello che volevo raccogliere"
L'Homo Sapiens Sapiens è una specie meno recente di quanto comunemente si pensi.
Vi sono, anzi, specie e varietà di mammiferi assai più recenti della nostra ( non casualmente, ad esempio, tra i topi ed i ratti, per non parlare, ovviamente, dei cani).
La nostra specie si è sviluppata, cosi come la conosciamo, più di centomila anni fa ed ha convissuto, per la maggior parte della sua esistenza, con altre specie di ominidi tra cui la più famosa è quella dei cugini neanderthaliani.
Perchè questa pappardella?
Principalmente perchè, molto spesso, la ragione non spiega, se non parzialmente, il nostro modo di programmare ed agire.
Bisogna tornare, nonostante, tutto, alle nostre origini, per capire il motivo profondo di certe nostre croniche "incapacità prospettiche".
C'e' una intera categoria di fenomeni, ben conosciuta ai sociologi ed ancora di più agli analisti di borsa, che si spiega soltando ammettendo che la mente umana sia portata a "scontare" gli eventi futuri rispetto a quelli presenti oltre il limite del ragionevole.
Questo non si può comprendere se non accettando che la nostra capacità di ragionamento e di pianificazione è "tarata" sul breve-medio termine.
In fondo questo ha un senso logico, per una specie che si è sviluppata durante epoche durissime, dove la necessità di pianificazione poteva arrivare, a stento, all'accumulo di provviste per l'inverno.
Se questo avrebbe implicato l'estinzione di una grande specie di animali, fonte primaria di proteine nobili e di pelliccie, come in effetti è successo abbastanza spesso, (basterà ricordare l'estinzione causa caccia forsennata dei cavalli, originari delle americhe, dei rinnoceronti lanosi, degli Orsi delle caverne, dei Mammuth....) poco importava.
Erano così pochi, gli uomini e durava così poco la loro vita, che non si sentiva il bisogno di una pianificazione più a lungo termine. Non c'era, evidentemente, una sufficiente pressione selettiva verso comportamenti più "virtuosi" o "assennati" di un certo livello minimo.
Lo sviluppo delle civiltà agrarie ha pesantemente cambiato questa situazione, ma non abbastanza.
Il collasso per superamento dei limiti di "capacità portante" di decine di civiltà prima della nostra lo dimostrano.
La pianificazione veniva fatta, in effetti, ma la scala adottata per i processi decisionali più "strategici", qualche generazione, con grande fatica e solo grazie alla memoria di precedenti disastri, era ancora insufficiente. Anche qui citerò i Maya, i Sumeri, o gli stessi romani, che hanno comunque strutturato delle società consapevolmente vocate alla stabilità, durate poi in effetti almeno alcuni secoli.
Non credo ci sia bisogno di ripetere, ancora una volta, come siamo lontanissimi anche da questi modesti e parziali, sia pur convinti ed ostinati, tentativi di pianificazione a lungo termine.
Possiamo, tuttavia, trarre importanti lezioni dal loro evidente fallimento.
Quello che pare evidente, ogni volta che si studiano gli antichi disastri, è che, nei momenti critici, "sfugga" completamente l'andamento esponenziale delle rogne, con il risultato che quando ci si decide ad agire, è già troppo tardi.
Più di tante chiacchiere, serve ad illustrare il punto il cosidetto "indovinello del giardiniere", enunciato quasi trenta anni fa, in modo classico, da uno dei padri del movimento per una transizione "morbida", che il sottoscritto e Debora hanno avuto l'onore di conoscere, Lester Brown, fondatore del WorldWatch Institute .
Nel libro chiamato, appunto Il 29esimo giorno, edito nel 1980, Lester riportava l'indovinello , raccontato da Robert lattes a Donella Meadows (due grandi, tra parentesi) e da questa a lui.
La storia è questa; uno stagno viene improvvisamente colpito da una proliferazione incontrollata di ninfee, che entro trenta giorni l'avranno invaso completamente.
Ogni giorno, nel loro folle proliferare, le ninfee raddoppiano.
Il giardiniere, che se ne è accorto per tempo, quando il fenomeno è agli inizi, decide però di non intervenire subito, perchè ha altro e di meglio da fare, ci sono urgenze maggiori, il principale gli ha ingiunto di occuparsi primariamente delle siepi di bosso lungo il viale di accesso alla villa, delle rose della signora, dei fiori freschi nelle camere degli ospiti....per farla breve, è indaffaratissimo con il tran tran quotidiano.
Insomma: il giardiniere decide di occuparsene, di queste dannate ninfee, solo quando avranno coperto metà della superficie del laghetto.
Calcola che, a quel punto, in un paio di giorni di duro lavoro, riuscirà a liberare il laghetto dall'infestazione.
Domanda: in che giorno dal'inizio dell'infestazione il giardiniere comincerà a darsi da fare?
Domanda 2 ( implicita, in quasi tutte le citazioni dell'ormai noto indovinello, ma non meno importante, eppure mai fatta espressamente PRIMA): una volta che deciderà di darsi da fare, ce la farà il giardinere a debellare l'infestazione?
Le risposte, ovviamente, sono che il giardinere si darà da fare IL VENTINOVESIMO GIORNO ( da qui il titolo del libro di Lester Brown) e che, con le premesse che vi ho dato, NON CE LA FARA' a debellare l'infestazione, che a quel punto starà crescendo ad un ritmo doppio di quello con cui lui è in grado di rimuoverla.
Le ninfee il trentesimo giorno, copriranno il 50% del laghetto ma lui potrà rimuoverne, al massimo, solo il 25%.
Il trentunesimo giorno le ninfee ci metteranno solo un terzo del giorno, per coprire il 25% rimasto e il giardinere, per quanto lavori dall'alba al tramonto, non potrà fare altro che assistere alla copertura totale del laghetto, ed alla sua rapida morte per anossia.
Se solo si fosse mosso, non dico presto, ma entro il ventottesimo giorno, ce l'avrebbe fatta.
Purtropppo, il ventisettesimo giorno, le ninfee coprivano solo il 12.5% della superficie del laghetto e lui proprio non è riuscito a trovare il tempo necessario per occuparsene una mezza giornata.
Non credo ci sia bisogno di continuare.
Vedete bene quanto sia di micidiale ed invasiva attualità questo indovinello.
Siamo proprio strutturati così.
Non siamo, d'istinto, in grado di fare previsioni che non siano lineari.
Cosa c'entrano in sostanza i Cro-Magnon?
Quando la nostra specie è stata "cablata" doveva fare solo previsioni tra punti vicini tra loro nel tempo e nello spazio.
Come sapete la differenza tra una linea retta e una curva stramba a piacere, che passino tra due punti vicini è quasi insignificante.
Quasi.
Ai tempi delle caverne la differenza era trascurabile.
Ora, che siamo al ventisettesimo giorno, non più.
Abbiamo tempo per decidere ed intervenire?
Ancora un pochino, diciamo fino al tramonto.
Una scala temporale, fuori di metafora?
Breve, brevissima, purtroppo.
Parliamo di anni, non di decenni.
Pensateci, quando guardate Porta a Porta.
Non è più il momento, assolutamente, di pensare ai dehors delle stanze degli ospiti.
GUANTANAMO: BARACK OBAMA COME RAÚL ALFONSÍN E LA CIA COME I CARAPINTADAS ARGENTINI
Gennaro Carotenuto
Forse non si sentirà proprio rumore di sciabole negli Stati Uniti, ma l’impunità garantita da Barack Obama ai torturatori della CIA per i crimini contro l’umanità commessi a Guantanamo, in Iraq, Afghanistan e altri paesi nell’era Bush, disegna una democrazia statunitense fragile e incapace di fare davvero i conti col suo passato. Così l’amnistia garantita da Obama alla CIA per le violazioni dei diritti umani somiglia tanto alle leggi dell’impunità in America latina.
Barack Obama ha cambiato molte cose rispetto al decennio infame di George Bush, almeno dal punto di vista formale. Sostiene di volere un nuovo inizio con Cuba, ma non pensa né di abolire l’embargo né di restituire all’isola, come pure sarebbe ragionevole, la base di Guantanamo, a tutti gli effetti un possedimento coloniale illegale. Rispetto al resto del Continente ha dispensato sorrisi e strette di mano, ma le differenze politiche restano immutate già che vende all’estero quello stesso neoliberismo affamatore la critica del quale in casa lo ha portato alla Casa Bianca.
Allargando lo sguardo, Obam ha eliminato il tono insostenibile da crociata del bene contro il male propria di George Bush, dell’infelice idea di “scontro di civiltà” propagandata pappagallescamente da tutti i comunicatori al suo servizio. Questi sostenevano che l’America latina (e in altro contesto il Medio Oriente) che si ribellava al neocolonialismo e al fondomonetarismo con una visione di progresso civile e giustizia sociale dalla quale gli Stati Uniti e l’Europa avrebbero molto da imparare, fossero “assi del male”. Pertanto le vite dei cittadini e i processi democratici del Continente potevano essere schiacciati dall’onnipotenza del presunto “impero del bene”.
Nonostante tale retorica appaia per fortuna superata, proprio il più impresentabilmente infame dei crimini commessi e rivendicati dal governo degli Stati Uniti, l’uso cosciente, regolato eppure indiscriminato della tortura e la violazione dei diritti umani, rappresenta la cartina tornasole di quanto il governo di Barack Obama può e deve fare se davvero vuole riportare gli Stati Uniti tra le nazioni civili.
Ebbene il Presidente Barack Obama, che ha avuto il coraggio di rendere pubblici alcuni ordini di servizio con i quali veniva organizzata la tortura da parte della CIA, con gli stessi criteri insegnati per decenni ai torturatori latinoamericani, ha allo stesso tempo esteso ai colpevoli l’ombrello sinistro dell’impunità. Rendendo pubblici al mondo i memorandum, il presidente ha scardinato il discorso pubblico dei torturatori di sempre: casi limitati, mano troppo pesante di alcuni, esagerazione dettata da necessità, poche mele marce. No, da Dan Mitrione a Lynndie England la tortura per il governo degli Stati Uniti, era politica di Stato.
Per altri, con alla testa Amnesty International, il presidente Obama, con la pubblicazione e il contemporaneo dare pieno appoggio alla CIA, applica un’amnistia di fatto e impedisce che giustizia venga fatta per quelle torture. Per Manfred Nowak, austriaco, relatore speciale per le Nazioni Unite, la decisione di Obama di non processare i torturatori viola ulteriormente il diritto internazionale e la convenzione contro la tortura che obbliga a perseguire i colpevoli.
In tale contesto il riferimento più chiaro per l’Obama che condanna il peccato ma assolve il peccatore, è proprio alle fragili democrazie latinoamericane dopo il ciclo delle dittature fondomonetariste degli anni ’60-’80 che avevano violato in massa i diritti umani usando gli stessi manuali forniti dalla CIA e in omaggio alla “dottrina di sicurezza nazionale”, un’ideologia simile a quella della “guerra al terrorismo” di George Bush.
Anche in quel contesto capi di Stato che avevano un forte appoggio popolare alla maniera Barack Obama, come l’argentino Raúl Alfonsín, riuscirono per una breve stagione a fare giustizia. Purtroppo la sovversione dei militari, per esempio con la rivolta dei carapintada, indusse una democrazia ancora fragile alle leggi della vergogna, quella di “punto finale” e “obbedienza dovuta”. In maniera molto più felpata e rapida la poco commendevole visita di lunedì di Obama alla sede centrale della CIA a Langley a fornire rassicurazioni sulla loro stessa impunità ai torturatori, il disagio dei quali era stato preoccupante per il presidente, segue la stessa traccia.
Obama poteva fermare le torture per il futuro, e probabilmente chiudere davvero Guantanamo (se così sarà non sarà poco) ma ha dimostrato di non avere né la forza né la volontà di perseguitare i colpevoli rifugiandosi nell’eterna ignominia assolutoria della tradizione militare dell’ubbidire a ordini.
Ma una democrazia che media con i carnefici è una democrazia fragile. Dovranno essere i sistemi giudiziari delle altre democrazie del mondo ad aiutare gli Stati Uniti non dando tregua ai torturatori, e cominciando con i mandanti, George Bush, Dick Cheney, Donald Rumsfeld, perseguitandoli ovunque, impedendo loro di uscire dagli Stati Uniti e aprendo spiragli alla giustizia di quel paese trascinandoli davanti ad un tribunale penale internazionale. Gli Stati Uniti, come il Cile quando Augusto Pinochet si trasformò nel “paziente inglese”, da soli non ce la possono fare.
Così come i conservatori avevano la riunione del mercoledì chez Grover Norquist, anche gli obamiani si riuniscono i mercoledì da Axelrod. Ecco chi sono gli uomini dello spin di Obama.http://www.camilloblog.it/
Anche da noi s’è sentita qualche critica a Barack Obama: troppo cordiale con Hugo Chavez, si è detto, quasi a non tener conto che si tratta pur sempre di un autocrate populista che controlla la maggioranza dei consensi nel suo paese con uno uso cinico e spregiudicato dei media, ormai da tempo ridotti a mero amplificatore della propaganda di regime.
Ritengo che siano critiche troppo severe, deve essere stato preso in contropiede. Ti senti gridare alle spalle: “Mr. Obamaaa!”, ti volti, ti trovi davanti un faccione che sorride e una mano tesa, e lì per lì non tieni conto che hai davanti un uomo di merda. Sorridi pure tu, e i fotografi fanno il resto. http://malvino.ilcannocchiale.it/
E' il giorno del giuramento di Barack Obama dal quale si attendono anni di grandi cambiamenti in campo energetico e ambientale. Un'analisi di Silvia Zamboni dell'attività della nuova amministrazione sarà pubblicata nel prossimo numero di QualEnergia. Ne riprendiamo alcuni stralci.
Nell’ultimo discorso programmatico tenuto l‘8 gennaio scorso prima dell’insediamento alla Casa Bianca, il neo presidente ha presentato le linee-guida del suo “Piano per la ripresa e i nuovi investimenti” (American Recovery and Reinvestment Plan) che associa parte degli interventi anti-crisi economica alle misure anti-riscaldamento globale, e avvia così la realizzazione del piano presentato in campagna elettorale “Nuova energia per l’America”. ... ... ...
Questo piano servirà a creare o a mantenere in vita entro la fine del 2010 tra i tre e i quattro milioni di posti di lavoro, ha calcolato lo Studio sull’impatto occupazionale del piano, (The job impact of the American Recovery and Reinvestement Plan), presentato dai suoi esperti il giorno dopo.
Non del solito piano di lavori pubblici si tratta, bensì, “di un piano che riconosce il paradosso e l’opportunità offerte insieme in questa fase: che ci sono milioni di americani in cerca di lavoro mentre in tutto il paese c’è un sacco di lavoro da fare”, ha detto il neo presidente Usa. Per questo le priorità saranno l’energia e l’istruzione, la sanità e nuove infrastrutture necessarie per mantenere forza e competitività nel XXI secolo. La stragrande maggioranza (il 90%) dei nuovi posti di lavoro sarà creata nel settore privato, mentre in quello pubblico saranno preservati dai tagli i posti degli insegnanti, dei poliziotti, dei vigili del fuoco e delle altre categorie che garantiscono servizi essenziali.
Per dare vita ad un sistema energetico pulito, nei prossimi tre anni sarà raddoppiata la produzione di energia da fonti non fossili. … ... ...
Ma quanto ha pesato il programma energetico verde sulla vittoria elettorale di Obama?
Per il Presidente dei Friends of the Earth Usa, Brent Blackwelder, l’elezione di Obama e di molti candidati ambientalisti in tutto il paese ha espresso al contempo il rigetto per le politiche energetiche fallimentari dell’era Bush e un mandato storico per realizzare cambiamenti su larga scala, in profondità. Secondo l’analisi delle dichiarazioni raccolte all’uscita dai seggi, per più del 60% è stata invece l’economia a orientare il voto. Se i cambiamenti climatici possono non aver dominato le intenzioni di voto degli elettori, le strategie complessive di Obama in materia di politiche energetiche hanno però contribuito a delinearne l’immagine di portatore del cambiamento, commentava Ben Block del Worldwatch. E resta il fatto che gli elettori hanno largamente premiato i candidati al Congresso che avevano chiesto interventi più incisivi in materia di lotta ai cambiamenti climatici: al Senato e alla Camera dei Rappresentanti sono stati eletti 92 dei 116 candidati ambientalisti sostenuti dalla League of Conservation Voters .
E gli ambientalisti d.o.c cosa pensano delle politiche energetico-ambientali di Obama?
Per Flavin “siamo a un punto di svolta per le questioni ambientali, in cui il progresso in campo ambientale è legato strettamente all’economia. Conta meno il controllo dei livelli di inquinamento rispetto alla creazione di nuove industrie, sia che si tratti di uso fonti rinnovabili, efficienza energetica, nuovi sistemi di trasporto, o nuovi edifici verdi”.
Con la realizzazione del sogno di Martin Luther King - un presidente nero alla Casa Bianca - l’America buona ha rilanciato nel mondo la sua promessa carica di aspettative, fortemente tinte anche di verde. La domanda, ora, è se (come speriamo) Obama ce la farà a mantenerla. Sarebbe una svolta di valore mondiale.
Silvia Zamboni
tratto da articolo pubblicato sul n. 2/09 di QualEnergia (di prossima uscita)
Con un previsto colpo di spugna su una legge di George W.Bush e l’affermazione dell’impegno a “proteggere il diritto di scelta della donna”, il presidente Barack Obama ha riaperto il dibattito sull’aborto negli Usa e potrebbe riaprire anche quello sulla ricerca sull’embrione. Ma per ora si tratta di un approccio soft, che lascia la porta aperta al dialogo, a conferma dell’esigenza di Obama di non scatenare battaglie culturali nel Paese, in un momento in cui ha bisogno di unità bipartisan per le emergenze economiche. […]
Obama ha firmato un ordine esecutivo con cui rimuove un divieto nell’uso di fondi federali per la promozione dell’interruzione di gravidanza all’estero, che è al centro di un palleggiamento politico da 25 anni.
Nel 1984 l’allora presidente repubblicano Ronald Reagan stabilì quella che è stata battezzata “la dottrina di Città del Messico”, dal luogo dove si teneva quell’anno un vertice dell’Onu sulla popolazione. In pratica, Reagan vietò l’uso di soldi pubblici per organizzazioni non governative, attivisti e cliniche che, nell’ambito di iniziative di pianificazione familiare nei Paesi in via di sviluppo, praticavano aborti o li proponevano nei loro consultori. Bill Clinton, al suo arrivo alla Casa Bianca nel 1993, fece della rimozione della ‘Mexico City Policy’ l’obiettivo del suo primo ordine esecutivo da presidente e scelse di firmarlo il 22 gennaio, nell’anniversario della sentenza ‘Roe contro Wade’ che nel 1973 rese legale l’aborto negli Usa. Bush, non appena diventato presidente nel 2001, annullò la decisione di Clinton sempre nella data simbolica del 22 gennaio, quando a Washington da anni decine di migliaia di persone invadono il Mall per la cosiddetta ‘Marcia per la vita’, contro l’aborto.
Obama aveva fatto sapere da tempo che avrebbe riportato la situazione all’epoca di Clinton, annullando l’ordine di Bush, ma ha scelto - con un altro simbolismo - di non farlo il 22 gennaio. Un gesto che è stato letto come un segno di volontà di non andare allo scontro con gli antiabortisti, che hanno invaso ieri la stessa spianata dove, 48 ore prima, circa due milioni di persone avevano salutato il giuramento di Obama. Il presidente ha invece diffuso, nell’anniversario di ‘Roe contro Wade’, una dichiarazione nella quale ha ribadito il proprio impegno per “il diritto di scelta della donna” e sottolineato la convinzione che la sentenza del 1973 “non solo protegge la salute e i diritti riproduttivi delle donne, ma rappresenta un principio più ampio: che il governo non deve interferire nelle questioni familiari più private”. Ma le battaglie sul fronte etico sembrano solo rimandate negli Usa.
La Chiesa cattolica è pronta a scendere in campo contro Obama se sul suo tavolo arriverà per la firma una legge, il Freedom of Choice Act (Foca), che il Congresso sta sviluppando e che dovrebbe prevedere una rimozione di tutti i limiti all’aborto decisi a livello federale e statale negli ultimi decenni. “Siamo preoccupati - ha detto alla Radio Vaticana il vescovo di Orlando, Thomas Gerard Wenski - per il fatto che gli ideologi pro-aborto possano prevalere in Congresso e presentare a Obama una proposta di legge abortista più radicale: speriamo che ciò non accada, ma se dovesse accadere, speriamo di riuscire a convincerlo a non firmarla”.
E un altro possibile scontro potrebbe maturare sul terreno della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Obama ha promesso di rimuovere i limiti al finanziamento federale alla ricerca sull’embrione stabiliti da Bush nel 2001. La Fda, l’agenzia federale che vigila sulla ricerca scientifica, ha mandato un segnale di inversione di rotta in questo senso, autorizzando per la prima volta una società privata a svolgere test con staminali embrionali su pazienti umani.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/24/obama-in-azione-sullaborto-con-cautela/#more-354
Mentre George W.Bush si congeda dagli americani con un Economic Report of the Presidentpsichedelicamente ottimista e basato sull’assunzione voodoo di una ripresa tanto più vibrante quanto più profonda la recessione (per i dettagli, citofonare Tokyo), un sondaggio telefonico condotto dal New York Times sul tasso di approvazione della presidenza di GWB segna nuovi record negativi: solo il 22 per cento degli intervistati approva i risultati conseguiti negli otto anni di mandato. Ronald Reagan e Bill Clinton lasciarono l’incarico con un approval rate del 68 per cento, Bush padre al 54 per cento ed il “disastroso” Jimmy Carter con il 44 per cento. Il 77 per cento del campione disapprova la gestione dell’economia da parte di GWB, ed il 71 per cento dà un giudizio negativo sulla operazione irachena.
Le cose vanno meglio (si fa per dire) nell’azione antiterrorismo, con i favorevoli al 47 per cento, ed un quasi-plebiscito tra i repubblicani. Anche il vice di GWB, Dick Cheney, pare godere di grande successo presso l’opinione pubblica, con uno storico 13 per cento di approvazione. La storia riabiliterà entrambi? E come? Per il momento i due si godono le agiografiche lodi del nostro tuttologo di riferimento, strenuamente impegnato nella riparazione del proprio lutto, e che quotidianamente ci conferma l’assoluta, necessaria e necessitata continuità dell’azione di Obama con quella del suo predecessore, inferendola da dettagli come le manifestazioni spontanee di Tehran oppure (più decisivamente) dal fatto che il sole continui a sorgere ad est, esattamente come durante gli otto anni di Bush alla Casa Bianca.http://phastidio.net/2009/01/17/la-dura-legge-dellaudience/#more-2504
Tra repubblicani e democratici è sfida anche in cucina. Lo stereotipo vuole il repubblicano soggetto da steakhouse, un vorace carnivoro che placa il suo appetito solo davanti a bistecconi jumbo-size, rigorosamente blue rare. Il democratico, invece, preferisce riconoscersi nella filosofia ‘Slow Food’: cibo buono, pulito, giusto e possibilmente francese. Poi la realtà contraddice lo stereotipo e così scopriamo che in quattro anni di presidenza Clinton di cibo buono, pulito e giusto alla Casa Bianca ne è passato pochissimo e che Hillary, alla faccia del salutismo sbandierato, adorava mantecare i suoi pop-corn con camionate di burro e delirava per piccantissimi hamburger greci di rara gravezza. Tre giorni fa Jim Rutenberg del ‘New York Times’ ha raccontato l’attesa per il giuramento di Obama da parte dei ristoratori di Washington. Quando elessero Bush, Fortune titolò ‘Carnivores have stormed the capital’ e infatti il ‘Red Sage’ il ristorante preferito da Clinton chiuse i battenti nel giro di poco tempo, mentre a Washington esplose una vera e propria steakhouse-mania: Smith & Wollensky, Nick & Stef’s e Angelo & Maxie’s, solo per citare le più apprezzate. Aumentarono anche i locali tex-mex, forse in onore di Bush che aveva sempre dichiarato amore verso questa cucina, ma il presidente è stato un pessimo affare per i ristoratori di Washington. In otto anni, non è quasi mai uscito dalla Casa Bianca e quando lo ha fatto, ha cenato sempre e solo al Peking Gourmet Inn in Falls Church. Obama invece in una sola visita a Washington ha già girato più ristoranti (Bobby Van’s Steakhouse e Ben’s Chili Bowl) che Bush in due presidenze. E questo ha creato una grande aspettativa tra i ristoratori della capitale. Se poi aggiungiamo che il nuovo presidente ha un palato di larghe vedute, educato a rijstaffel indonesiani e a lomi salmon hawaiani, una moglie che lo delizia con manicaretti afroamericani, una leggenda come Alice Waters disposta a curargli l’orto della Casa Bianca, una passione per le cucine etniche, ci sono tutte le premesse per una nouvelle vague della cucina di Washington, felicissima di lasciarsi alle spalle otto anni di filet mignon e sirloin steak.
Se Dio ha intenzione di prendere parte all’Inauguration Day e aiutare Barack Obama nel suo lavoro di presidente, avrà vita dura. Prima dovrà attendere di essere autorizzato da un giudice, a cui si sono rivolti gli atei che intendono ‘cacciarlo’ dalla cerimonia al Capitol. Poi dovrà assistere a scontri sulle figure di reverendi che, parlando a nome di Dio, sembrano venir catalogati non tanto per le proposte teologiche, quanto per le fazioni che rappresentano in battaglie roventi come i matrimoni gay. […]
Dio e le preghiere sono da sempre una presenza costante nel giorno dell’insediamento di un nuovo presidente e finora non avevano mai creato grandi controversie. Tutti i presidenti da Franklin Delano Roosevelt a oggi hanno aggiunto la frase “So help me God” (che Dio mi aiuti) alla breve formula del giuramento presidenziale dettata dalla Costituzione. La tradizione viene fatta risalire al primo presidente, George Washington, anche se gli storici hanno messo di recente in discussione le fonti secondo le quali mormorò le quattro parole dopo aver giurato sul balcone di Federal Hall a New York, nel 1789. Abraham Lincoln, l’idolo di Obama, le pronunciò a sua volta e i successori quasi tutti ne seguirono l’esempio.
Un gruppo di atei, guidati dal californiano Michael Newdow - già protagonista di gesti analoghi - ha fatto ricorso ad un giudice federale di Washington per chiedergli che prima di martedì imponga un divieto di menzionare Dio al presidente della Corte Suprema, John Roberts, che leggerà la formula di giuramento da far ripetere a Obama. Il presidente eletto ha però già fatto sapere che, anche nell’improbabile caso che qualcuno dica a Roberts di astenersi dal chiedere aiuti dal Cielo, lui userà comunque la formula dei suoi predecessori.
E’ probabile che il cristiano protestante Obama e il cattolico Roberts abbiano accennato alla vicenda ieri sera, quando il presidente eletto si è incontrato per un’ora a porte chiuse con il giudice scelto da George W. Bush per guidare il massimo organo giudiziario d’America (Obama gli votò contro).
Atei a parte, una guerra di religione fa da sottotraccia ai preparativi per la gigantesca cerimonia dell’Inauguration Day. Obama ha suscitato ire negli ambienti della sinistra liberal quando ha scelto per l’invocazione ufficiale sul palco del Capitol il reverendo Rick Warren, un evangelico che è stato tra coloro che si sono battuti in California contro i matrimoni gay. Obama ha un rapporto di lunga data con Warren e lo ha utilizzato come ‘consigliere spirituale telefonico’ dopo la rottura con il controverso pastore Jeremiah Wright, l’incendiario reverendo della teologia della liberazione nera che ha creato non pochi imbarazzi in campagna elettorale per il futuro presidente.
Obama ha in qualche modo rassicurato la propria base scegliendo Gene Robinson, primo vescovo apertamente gay della Chiesa episcopale, per un’altra preghiera pubblica che aprirà le cerimonie domenica, sulla scalinata del Lincoln Memorial. Il presidente eletto ha poi distribuito con il bilancino gli interventi in un altro tradizionale momento di preghiera, mercoledì nella National Cathedral. Il sermone principale toccherà a una donna, Sharon Watkins della Christian Church, ma ci sarà spazio per rappresentanti delle comunità islamiche, tre rabbini ebrei, leader di varie denominazioni protestanti e l’arcivescovo cattolico di Washington, Donald Wuerl.
Con i cattolici, che non avranno il microfono nella cerimonia sul Capitol, Obama e il suo team sono comunque impegnati in questi giorni in una intensa attività diplomatica fuori dai riflettori. E la Conferenza dei vescovi americani ha fatto arrivare sul tavolo del nuovo presidente una lunga lettera con riflessioni e proposte su economia, politica estera, sanità, con un’attenzione particolare ai temi della vita e della difesa della famiglia. I vescovi offrono dialogo, ma senza compromessi su aborto e matrimoni gay.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/15/dio-e-linauguration-day/#more-339
USA: DA GUANTANAMO A SPIE, OBAMA PRONTO A RAFFICA ORDINI
di Marco Bardazzi
WASHINGTON - Una raffica di firme per segnalare una svolta e denunciare quello che la nuova leadership politica di Washington giudica un abuso di potere esecutivo compiuto da George W.Bush negli ultimi anni. E' il gesto con cui Barack Obama intende aprire la propria presidenza, annunciando un pacchetto di ordini esecutivi che dichiarino chiusa l'era di Guantanamo, delle intercettazioni antiterrorismo e delle pratiche controverse di interrogatorio. L'ex professore di diritto costituzionale Obama intende mandare soprattutto un messaggio all'America e al mondo: a suo avviso, Bush e il suo vice Dick Cheney dopo l'11 settembre 2001 hanno abusato dei loro poteri costituzionali ed è ora che gli eccessi della 'guerra al terrorismo' vengano neutralizzati. Per farlo, indicano indiscrezioni che trapelano dallo staff di Obama, il nuovo presidente ricorrerà all'arma degli ordini esecutivi, la stessa usata da Bush per creare l'apparato anti terrorismo. Da mesi i suoi consiglieri legali studiano i provvedimenti dell'attuale amministrazione, per stabilire come e quando annullarli. Nello stesso tempo la nuova squadra cerca di non legare troppo le mani al presidente: nello scenario post-11 settembre, probabilmente neppure la Casa Bianca di Obama rinuncerà a strumenti eccezionali per la lotta al terrorismo. La data di inizio della fine di Guantanamo dovrebbe essere il 21 gennaio prossimo, il primo giorno pieno di lavoro di Obama nello Studio Ovale. Ma tra la firma sull'ordine di chiusura della prigione militare a Cuba, e il momento in cui le celle saranno davvero deserte, passerà molto tempo. Forse un anno, prevede sul New York Times Sarah Mendelson, autrice di un rapporto su come chiudere Guantanamo realizzato dal 'Center for strategic and international studies' (CSIS). Passare al setaccio uno per uno i casi dei 248 detenuti ancora sull'isola, trovare paesi disponibili a ospitare quelli ritenuti non più pericolosi, trasferire il 'nucleo duro' di Al Qaida in una base militare negli Usa e soprattutto inventare una nuova procedura per incriminarli e processarli, non sarà semplice. Neppure i democratici che controllano il Congresso da due anni, pur opponendosi all'esistenza di Guantanamo, sono riusciti a mettere a punto disegni di legge che indichino come processare di fronte a tribunali ordinari presunti terroristi catturati dai militari, dalla Cia e da servizi d'intelligence stranieri in modo poco ortodosso. O come far entrare nei processi fonti di prova ottenute in prigioni segrete, talvolta ricorrendo a pratiche di interrogatorio come il 'waterboarding', da più parti ritenute forme di tortura. Il rebus giudiziario ha spinto lo stesso Obama a un passo di cautela, avvertendo in un'intervista che sarà "una sfida" chiudere Guantanamo nei primi 100 giorni della presidenza: "E' più difficile di quanto molta gente pensi", ha affermato, aggiungendo che in ogni caso la prigione sarà comunque chiusa. Ma le aspettative create da Obama in campagna elettorale ora rischiano di creare scontento tra i sostenitori. Una coalizione di organizzazioni per i diritti umani, nella quale spiccano Amnesty International, Human Rights Watch e il Center for Constitutional Rights, si sono date appuntamento domani a Washington per presentare a Obama una lista di decisioni da prendere nei primi 100 giorni "per mettere fine alla presidenza imperiale" di Bush. La nuova amministrazione agirà in questa direzione con la firma di alcuni importanti ordini esecutivi, secondo quanto ha rivelato a The Politico il senatore democratico Russ Feingold, dopo colloqui con il team di Obama. Oltre a Guantanamo, saranno presi di mira il programma di intercettazioni segrete anti terrorismo, le pratiche di interrogatorio utilizzate negli ultimi anni, e iniziative come la 'rendition' di sospetti terroristi da parte di paesi stranieri. Obama ha già indicato chiaramente in che direzione vuol andare scegliendo una critica delle scelte di Bush, Dawn Johnsen, per dirigere l'Office of Legal Counsel, la sezione del ministero della Giustizia che sforna i pareri legali per le scelte della Casa Bianca. L'attesa per le decisioni di Obama è intanto forte anche nella stessa base di Guantanamo, dove c'é incertezza sui processi di fronte alle commissioni militari (l'iter dovrebbe riprendere il 26 gennaio), e dove una quarantina di detenuti stanno conducendo uno sciopero della fame di protesta per le loro condizioni. E il Pentagono nel frattempo ha lanciato un allarme: il numero degli ex detenuti tornati a combattere dopo la scarcerazione da Guantanamo è cresciuto dal 7 all'11% del totale ed è ora di 61.
Ida Dominijanni - Bilancio di una delle peggiori presidenze della storia degli U.S.A.
Giunto per fortuna degli Stati uniti, nostra e di tutto il mondo all’ultimo atto della sua rovinosa presidenza, George W. Bush riesce ancora una volta a non deluderci con la sua beata incoscienza, o falsa coscienza.
Lui sì che è deluso: proprio così, «deluso» dal mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Iraq, neanche fosse un bambino che giocava alla caccia al tesoro e non è arrivato al traguardo.
Errori? No, semplicemente qualche volta «le cose non sono andate come pianificato»; ma lui ha fatto sempre quello che gli sembrava giusto fare e tanto basta, la buona fede è quella che conta. Era in buona fede anche quando s’è inventato il campo di Guantanamo?
Certo che sì, in mala fede sono quei paesi che l’hanno contestato ma quand’è stato il momento si sono rifiutati di accollarsi qualche detenuto. Abu Ghraib? Non c’è problema, la tortura «non ha danneggiato la reputazione morale dell’America»: «la gente sa che America significa libertà», basta la parola. L’Europa, quella sì che è un problema, quella sì che ha una bassa reputazione morale: s’è permessa di dire che la guerra in Iraq era senza mandato, e si permette di sindacare sulle gerarchie mediorientali: «In certe parti d’Europa si può essere popolari addossando a Israele la responsabilità di ogni problema del Medio oriente, e si può diventare popolari partecipando al Tribunale criminale internazionale». Lui invece la popolarità facile la rifiuta: «Avrei potuto diventare più popolare accettando Kyoto. Ma sentivo che era un trattato ingiusto».
Il presidente ammette solo, bontà sua, di avere usato talvolta un linguaggio aggressivo: questione di toni; problema di carattere. Adesso promette che lascerà intera la scena a Obama e si occuperà solo di portare il caffé la mattina a Laura, e a noi non resta che da sperare che mantenga davvero la promessa.
Quanti sono i danni lasciati sul campo da otto anni di presidenza Bush?Due guerre, la riabilitazione della tortura e l’attivazione di Guantanamo, i diritti di libertà gravemente lesionati all’interno, una crisi finanziaria ed economica gravissima, la disoccupazione galoppante….fin qui siamo agli effetti misurabili. Ma quelli non misurabili? La devastazione della «reputazione morale dell’America» non sarebbe niente se non fosse accompagnata dalla devastazione del termine Occidente, diventato l’ascia di guerra per lo scontro di civiltà, del termine democrazia, diventato la bandiera delle spedizioni di conquista, del termine libertà, diventato sinonimo di mercato e imprenditorialità.
La lotta al terrorismo internazionale condotta in modo guerrafondaio e controproducente sarebbe reversibile, se non fosse che nel frattempo siamo diventati «terroristi» presunti in troppi, dai musulmani che manifestano per Hamas e a cui l’ineffabile Giovanardi, qua in Italia, vuole negare il permesso di soggiorno all’ex ministro degli esteri D’Alema che si permette di dire che con Hamas prima o poi bisognerà obtorto collo trattare se si vuole riaprire una possibilità d’esistenza alle forze arabe moderate anti-Hamas.
La paranoia securitaria sarebbe un trauma elaborabile degli Stati uniti post-11 settembre se non fosse diventata ideologia e tecnica di governo planetaria e cemento della disgregazione sociale. Non per caso è questo l’unico testimone che Bush tenta di passare a Obama: «la più grave minaccia che il nuovo presidente dovrà affrontare sarà il rischio sempre esistente di un attacco terrorista contro il territorio americano». Tradotto: lasci stare la speranza e continui a governare con la paura. Un’eredità mortifera, una tazzina di caffé avvelenata che speriamo che Obama rifiuti di bere.
Dopo le polemiche per la scelta di Rick Warren - pastore evangelico anti-gay - per la benedizione durante la cerimonia del giuramento di Barack Obama, il 20 gennaio, la campagna del presidente eletto ha fatto sapere che il reverendo Gene Robinson- primo vescovo episcopale apertamente gay - pronuncerà la preghiera che questa domenica darà inizio ai festeggiamenti. Naturalmente tutto deciso da tempo. Naturalmente. Un colpo al cerchio. E uno alla botte. Politico
Ammanettati e bendati, l’11 gennaio 2002 i primi 20 detenuti di Guantanamo sbarcarono nella base militare americana a Cuba, dopo un volo di 13.000 chilometri dall’Afghanistan. Sette anni dopo, l’anniversario dell’apertura della prigione piu’ contestata del mondo cade nell’imminenza dell’arrivo alla Casa Bianca di un nuovo presidente, Barack Obama, e nell’attesa per le sue decisioni su cosa fare del carcere e dei 250 prigionieri che vi si trovano. […]
Obama ha promesso di chiudere il centro di detenzione e il capo del Pentagono, Robert Gates - confermato nell’incarico dal presidente eletto - ha chiesto ai propri esperti di studiare le possibili soluzioni per mantenere la promessa. Ma per il momento resta l’incertezza, in assenza di indicazioni precise su come risolvere gli interrogativi legali sullo status di ‘combattenti nemici’ dei detenuti e come far fronte alle esigenze di sicurezza legate a figure come Khalid Sheikh Mohammed, lo stratega reo confesso dell’attacco dell’11 settembre 2001.
Le organizzazioni per i diritti umani, da Amnesty a Human Rights Watch, stanno ricordando l’anniversario con iniziative e manifestazioni legate dalla comune richiesta a Obama di ”annunciare la data della chiusura di Guantanamo”. Ma non e’ chiaro se il presidente eletto sara’ in grado di farlo al momento del suo insediamento, il 20 gennaio.
A Guantanamo, intanto, la situazione e’ tesa in questi giorni per uno sciopero della fame che coinvolge oltre il 10% dei 250 detenuti presenti. La protesta in occasione dell’anniversario e’ legata, secondo gli avvocati dei detenuti, alla disperazione per l’assenza di prospettive sul futuro, ma anche da una certa rabbia per la scarcerazione dello yemenita Salim Hamdan, condannato lo scorso agosto per essere stato un collaboratore di Osama bin Laden, ma poi trasferito in Yemen. ”Assisto 17 yemeniti che sono furiosi - ha detto l’avvocato David Remes al Miami Herald - perche’ Hamdan, che e’ stato condannato per terrorismo, e’ stato rilasciato mentre loro, che non sono incriminati per alcun reato, continuano a marcire in cella”.
Sette anni dopo, la prigione e’ assai diversa da quella che trovarono i primi 20 che arrivarono dall’Afghanistan. All’epoca furono ospitati a Camp X-Ray, la prigione rudimentale fatta di gabbie e capanne di legno per gli interrogatori che e’ rimasta aperta solo tre mesi ed e’ ora abbandonata tra le erbacce (anche se i media internazionali continuano a proporre immagini di Guantanamo con i detenuti in tuta arancione inginocchiati, che risalgono solo a quei tre mesi). Da allora sono sorte strutture piu’ moderne in cemento che assomigliano - soprattutto nel caso delle ultime due ad essere inaugurate, Camp 5 e 6 - a un qualsiasi carcere federale di massima sicurezza americano. Le tute arancioni vengono usate solo per i detenuti che sono in punizione, mentre la divisa ordinaria e’ completamente bianca.
Oltre 600 detenuti sono stati trasferiti ad altri paesi o rimessi in liberta’ dal Pentagono nel corso di questi sette anni, e una sessantina dei circa 250 ancora in cella sono gia’ stati etichettati come non piu’ pericolosi, in attesa di trovare paesi disponibili a ospitarli.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/11/sette-anni-di-guantanamo/#more-333
Una ripresa verde. Barack Obama dovrebbe inquadrare il piano di stimolo economico nel senso di una grande modernizzazione energetica, capace di rendere la crescita duratura e sostenibile. Nel sondaggio condotto per Politico da HartResearchGroup il 66% degli intervistati ritiene che per essere efficace lo stimolo economico dovrebbe prevedere importanti investimenti per rendere gli Usa una Nazione leader nel campo delle energie alternative. Solo la regolazione dei mercati finanziari è indicata come misura economica più efficace, un evidente contraccolpo della crisi di Wall Street. Una consapevolezza ambientale così diffusa da superare perfino il paradigma della riduzione generale delle tasse, ritenuto efficace solo dal 50% del campione. http://andreamollica.blogspot.com/
Giancarlo Elia Valori, non e' un tipo 'comodo'. Abituato a parlare fuori dei denti, i suoi interventi hanno spesso suscitato polemiche anche se i suoi oppositori gli riconoscono grande esperienza e conoscenza soprattutto dei problemi del Medio Oriente.
Ospitiamo volentieri questa intervista che costituisce un interessante canovaccio per chi dovra' suggerire al Presidente eletto Barack Obama soluzioni adeguate per risolvere la crisi in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente.
E, piaccia oppure no, il parere di Giancarlo Elia Valori, viene seguito con attenzione a Washington.
Suggeriamo al Lettore di andare su Internet per leggere il 'bio' di Valori.
Mentre Barack Obama ascende alla Presidenza USA, gli Stati Uniti teorizzano, per mezzo dei loro più influenti think tanks, la “età della non polarità”, il momento del sostanziale abbandono da parte degli Stati Uniti del loro ruolo di superpotenza globale. Come vede questa situazione iniziale?
Barack Obama e il suo, vice-presidente Joe Biden, che suppongo svolgerà un forte ruolo nella futura amministrazione USA, vogliono con ogni evidenza liberarsi dell’Iraq, che continua a consumare l’attenzione americana in Medio Oriente e nel Golfo Persico, favorendo la stabilizzazione del governo di Al Maliki e l’autonomia energetica di Baghdad. Immagino che Obama abbia netta la percezione della presenza dell’Iran nel quadrante iracheno, e il rilievo cruciale che ha la congiunzione territoriale e strategica che l’Iraq ha con l’Afghanistan e quindi con l’Asia Centrale. La Federazione Russa ha securizzato le sue linee sostenendo il riarmo nucleare iraniano, mentre alcune forze interne al regime di Teheran potrebbero accettare un accordo con gli USA che stabilizzasse l’Iran come potenza nucleare in cambio di una presenza di Teheran come risolutore delle tensioni afgane e come elemento di stabilizzazione del regime di Kabul. Un progetto peraltro già attivato nel quadro della Shangai Cooperation Organization. Barack Obama, Joe Biden e Ms. Clinton potrebbero riattivare il progetto GUAM (Georgia Ucraina Azerbaigian e Moldavia) per integrare gli interessi iraniani nel sistema centrale asiatico. Il Pakistan, con la tensione agli estremi ai confini con l’India contigui all’Afghanistan, non potrà estendere al massimo il suo “braccio” strategico verso il territorio afgano, e questo permetterà il massimo di estensione del sistema iraniano-saudita-americano verso Kabul. Per l’Unione Europea, Obama vuole soprattutto un forte legame NATO con gli Europei per risolvere, il prima possibile, il dramma afgano. Il contemporaneo sostegno all’ulteriore allargamento dell’UE avrà effetti negativi sui maggiori partners europei degli USA, mentre l’interesse primario USA per l’entrata della Turchia nell’UE potrà causare tensioni con la Francia e con la Chiesa Cattolica. Obama cercherà in ogni caso una mediazione “forte” dell’UE per gestire la questione iraniana, ma questo implica che gli Stati UE abbiano le stesse idee su Teheran, il che, talvolta, non ci pare accadere. Gli altri aspetti del programma europeo di Barack e di Joe Biden riguardano il disarmo nei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia e la collaborazione per le global issues che stanno tanto a cuore ai think tanks USA: il riscaldamento globale, l’ecologia, la prevenzione dei conflitti. Non che queste cose non siano fondamentali, certo, ma c’è il pericolo della eterogenesi dei fini di cui parlava Giovanni Gentile, che abbiamo visto purtroppo all’opera in fasi passate della politica statunitense.
Lei non ha fatto cenno, se non per la querelle irachena, al Medio Oriente. Come cambierà la politica USA verso quel quadrante con la Presidenza Obama?
I documenti dell’allora candidato Obama sul Medio Oriente sono scarsi ma significativi: Obama sosterrà la politica di pace di Israele nei confronti dell’ANP e della soluzione due popoli-due stati, che era stata la chiave, non dimentichiamolo, della Presidenza di George W. Bush. Immagino che Obama, da Presidente USA, intenda stabilizzare il Medio Oriente rendendo democratico e federalista l’Iraq, ponendosi come potenza occidentale egemone negli Stati del Golfo, e portando la linea di intervento diretto degli USA verso il Golfo Persico e l’Asia Centrale, il che implica una regionalizzazione del Medio Oriente e una sua gestione fortemente multilaterale con l’EU e, in futuro, perfino con la Russia. Non sarebbe una cattiva idea, ma gli USA, a mio avviso, non dovrebbero sottovalutare le tensioni dell’Egitto e della Giordania. Né la vastità degli interessi sauditi nella regione. Il sostegno ad Israele non mancherà di certo da parte del Presidente Barack Obama, ma sempre in un quadro di politica multilaterale con l’UE. A questo, probabilmente, serve la sottolineatura che il ticket Obama-Biden ha fatto della situazione a Cipro e in Turchia. Direi che, oggi, Obama pensa ad una sorta di controllo remoto del Medio Oriente. Ma questo progetto non può non riaffermare lo storico legame tra gli USA e lo Stato Ebraico. Che e' essenziale per essere credibili con Teheran.
La Cina. Il “convitato di pietra” della politica estera e economica degli USA. Come si muoverà Barack Obama con Pechino?
Le dichiarazioni del team presidenziale sono state, diversamente da quello che è accaduto per i quadranti strategici africano e perfino mediorientale, molteplici e approfondite, per quanto riguarda la Cina. Questa sarà una presidenza delle strategie indirette, non della “globalizzazione della democrazia”, come quella di G.W. Bush. Anche la democrazia universale era, peraltro, una “strategia indiretta”, per stabilizzare i punti di crisi. Ma il terrorismo non è un’entità autonoma, è un processo politico complesso che ha strutture, organizzazioni, reti e media che vanno ben oltre il semplice atto di terrore, il jihad è un progetto politico globale che ha anch’esso un vasto arsenale di “strategie indirette”. C’è poi il problema che i terroristi e i loro amici, quando ci sono le elezioni, votano anche loro, ed i risultati di questa fretta elettorale si sono visti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il Presidente Obama, se posso formulare un modesto consiglio, dovrebbe aggiungere alla democratizzazione globale una serie di altre operazioni, sia militari che indirette, volte ad evitare che il processo di globalizzazione della democrazia occidentale si ritorca contro lo stesso occidente e destabilizzi ulteriormente strutture politiche che, invece, dovrebbero essere, machiavellicamente, “atterrate e vinte”. Joe Biden e Obama hanno sostenuto la necessità, in campagna elettorale, di un “candido dialogo” con la Cina, sostenendo gli alleati storici degli USA nella regione. Il problema è che la Cina possiede direttamente il 20,45% dei titoli di debito pubblico degli USA, e che ogni espansione prevista della spesa pubblica USA dovrà passare dal sistema finanziario cinese e dai suoi “fondi sovrani”, e quindi il salvataggio e la ristrutturazione della economia statunitense passano da un rafforzamento dei tratti bilaterali del sistema USA-Cina. Tanto maggiore il sostegno finanziario di Pechino, tanto minore l’autonomia USA in Asia, tanto maggiore la capacità degli USA di ridenominare i propri debiti e venderli alla UE, tanto maggiore sarà l’autonomia USA in campo globale, soprattutto in Asia e nel Pacifico, ma anche in Africa e, in futuro, in Medio Oriente. La capacità di cooptare la Cina in una politica di protezione ambientale globale, data la situazione infelice del regime di Pechino in campo ecologico, sarà determinante, e Obama lo ha scritto e detto. Ma, anche qui, tanto maggiore la disponibilità cinese a inserire “limiti allo sviluppo” nel suo turbocapitalismo trainato dall’export, tanto maggiori e lunghe nel tempo saranno le certezze che i dirigenti di Pechino desidereranno avere sui comportamenti economici, finanziari, strategici degli USA e dei suoi alleati europei. Gli altri aspetti della politica obamiana verso la Cina saranno quelli dei diritti umani e della cessazione delle politiche repressive di Pechino verso le sue minoranze e della amicizia cinese mostrata ai regimi corrotti e repressivi del Sud est asiatico e dell’area periferica della Cina. Non è impossibile che questo talvolta riesca, ma Pechino ha bisogno di un suo estero vicino amico e che permetta la sua rapida proiezione di potenza in tutto lo hearthland asiatico. Quindi, o si procede a una politica di inglobamento della Cina in alleanze regionali, come la Shangai Cooperation Organization, che diluiscano l’”egemonismo” occidentale in un quadro di stabilità multipolare, oppure la Cina continuerà a tradurre nella lingua di Mao Zedong e di Zhou Enlai la ferocia unificatrice di Qin Shi Huang, il primo imperatore han che chiuse la fase degli “Stati Combattenti” e abolì il feudalesimo nella Cina. Mao diceva che occorreva essere “mille volte più feroci di Qin Shi Huang”. Dubito che il Presidente Obama riuscirà a convincere Pechino, governata da comunisti, e quindi da lettori di Hobbes e Machiavelli, ad una politica dei “diritti umani” senza solide contropartite. La questione della politica di “una sola Cina”, che gli USA hanno tacitamente accettato “sui due bordi dello stretto di Taiwan”, senza riconoscere la sovranità della Cina comunista sulla Repubblica di Taiwan, senza peraltro riconoscere la sovranità di Taiwan sul suo territorio, potrebbe diventare il grimaldello attraverso il quale bloccare gli USA in Estremo Oriente. La questione, per Pechino, è solo di tempo e di forma, non di sostanza. Prima o poi, Taiwan sarà parte della Repubblica Popolare Cinese, e si tratta casomai di vedere come questa operazione sarà accettata dalla Federazione Russa, dall’India e, soprattutto, dal Giappone. Potrebbe essere parte di un big deal: noi cinesi diventiamo finanziatori della ripresa americana, voi ci lasciate mano libera nel Pacifico. E’ una delle vere poste in gioco, e sarà bene vedere se l’Europa, che ha subito finora i contraccolpi della crisi finanziaria USA, potrà porsi in collaborazione amichevole con gli USA per finanziare la ripresa economica americana, che sarà tanto più solida e sana tanto meno sarà legata ad un solo mercato di beni e di capitali che sarà capace di riattivare la locomotiva americana. Non lasciare soli gli USA, non lasciare sola la Cina. Potrebbe essere uno slogan utile sia per l’Italia che per l’UE.
E ora parliamo della Federazione Russa. Dopo la crisi in Georgia, le tensioni sulla complessa situazione mediorientale, lo shopping petrolifero e gaziero degli europei in Russia e in Asia Centrale, Mosca non è più la “potenza regionale” alla quale si potevano fare tutti i dispetti strategici possibili. Come vede la nuova politica di Barack Obama nei confronti di Mosca?
Gli analisti russi vedono la crisi USA come l’inizio della regionalizzazione della superpotenza americana. E’ la stessa prospettiva di lungo periodo che hanno gli analisti cinesi, probabilmente indiani, certamente iraniani. Gran parte della mediazione sui “punti caldi” delle questioni strategiche che riguardano gli USA verte sull’esatto timing in cui costringere una America indebolita a cedere su punti essenziali, sui quali si costruiranno le egemonie globali future. Ora, gli analisti russi hanno accolto con favore la elezione di Barack Obama in quanto egli collaborerà con la Federazione Russa per risolvere la crisi economica che attanaglia entrambi i Paesi, e soprattutto farà cessare la “guerra fredda”. Per i dirigenti russi, i tentativi di isolare Mosca in Kossovo, in Georgia e in Ucraina, e di ripetere la dislocazione dei missili strategici di nuova generazione e le reti di early warning in Polonia e Cechia sono state la dimostrazione definitiva che la guerra fredda non è mai cessata. Gli amici russi non hanno torto: la Russia e gli USA mantengono Triadi (missili nucleari strategici, sottomarini con armi atomiche, bombardieri strategici) per un totale di 2000 testate in stato di alta allerta, mentre la Cina l’India e il Pakistan stanno creando Triadi nucleari, mentre l’UE e la NATO hanno depotenziato il loro sistema nucleare strategico e espanso l’area della armi nucleari non strategiche, sia in Europa che altrove. Quindi, la Russia non più comunista di oggi vuole esattamente quello che voleva l’URSS all’epoca della guerra fredda: la denuclearizzazione dell’Europa. Il che è impossibile, certamente, e Mosca lo sa bene, ma l’idea dei decisori russi è quella di coinvolgere gli USA e la UE, e quindi la NATO, in un sistema multipolare di sicurezza che sia delineato sull’asse Nord-Sud, non sull’asse Est-Ovest. Mosca potrebbe offrire in cambio una pacificazione forte del Medio Oriente, l’apertura agli occidentali dell’area siberiana, la stabilizzazione del confronto con le piccole potenze regionali emergenti, una mano forte contro il jihad globale. Uno scambio ineguale, certamente, ma che potrebbe tornare ragionevole se gli USA intendessero davvero operare una recovery rapida e stabile della loro economia troppo finanziarizzata. Una “Alleanza Per la Pace” con la Russia potrebbe essere utile per l’UE e gli USA sul piano economico, definire finalmente lo scontro con il jihad, regionalizzare le economie concorrenti ed emergenti del Sud Est asiatico e dell’area indiana, stabilizzare l’Afghanistan. Si tratta di capire quanta è la buona fede di Mosca, la capacità di gestione autonoma delle crisi UE e USA, e definire i sistemi di riequilibrio economico tra USA,, Cina e Russia, troppo squilibrati a favore del debito pubblico statunitense, ed infine definire una politica monetaria che ricostruisca un “paniere” di monete” e il loro range di oscillazione, proibendo così molti attacchi di guerra economica infra ed extra occidentali e evitando le punte più severe dei cicli economici. Non si tratta di eliminare il Dollaro USA come lender of first and last resort, ma si potrebbe immaginare una nuova macchina monetaria simile a quella impostata con il Progetto Euro, in cui una divisa prima fittizia e poi reale prende progressivamente il posto delle monete emesse nei paesi della “Alleanza per la Pace”, che servirebbero, con oscillazioni simili a quelle del vecchio “serpente monetario” europeo, per le transazioni interne. Un progetto futuribile, ma tutto è ugualmente futuro, prima di esser realizzato. E’ una “identità degli indiscernibili”, come la chiamava Leibniz. E' uguale tutto quello che non si può differenziare. Se Obama farà passi seri verso la smilitarizzazione bilaterale del confine terrestre europeo, e accetterà status differenziati per l’entrata in futuro di Ucraina e, passata la buriana dell’estate scorsa, della Georgia, nella NATO, la Federazione Russa potrebbe ricominciare a pensare strategicamente ad un rapporto collaborativi sia con la NATO che con gli USA. E, si ricordino sempre i Paesi europei che fanno affari grossi con la Federazione Russa nel settore energetico, che senza un braccio armato, non minaccioso certo ma credibile tous azimuts, gli affari durano poco. E’ la storia, per ripetere una citazione machiavelliana, dei “profeti disarmati che sempre ruinano”, e non vincono mai.
Israele e il Medio Oriente. Ne abbiamo già parlato in questa sede, ma vorrei chiederLe qualche chiarimento in più: come vede il futuro dello Stato Ebraico, durante la Presidenza Obama e magari oltre?
Israele verrà vestito nell’abito stretto della vecchia politica “due popoli-due stati”, che è peraltro anche statisticamente inesatta. E ricorda troppo da vicino la regionalizzazione su basi etniche che tanti danni ha fatto nei Balcani dai primi anni ’90 in poi. Una balcanizzazione del Medio oriente è lo scenario peggiore, immagino, per Tel Aviv. E certo l’”Hanastan” nella Striscia di Gaza, l’afflusso di mujaheddin nell’area confinaria ad Israele soprattutto dalla Giordana e dall’Irak, la prossima penetrazione violenta, se non vi saranno contrasti seri, della Cisgiordania dell’ANP da parte di Hamas e dei movimenti collegati, è uno scenario globalmente poco incoraggiante, per usare un eufemismo. La Presidenza Obama potrebbe essere utilissima per Israele se riuscisse a securizzare il “secondo cerchio” dei confini arabi e islamici di Tel Aviv, stabilizzando l’Iraq, sostenendo la politica di Abdallah di Giordania contro il suo jihad che si unisce a quello di passaggio, tenendo ferma la Siria e integrando il potere e la credibilità russa nel mondo arabo per favorire una decelerazione della ascesa agli estremi della guerra, che oggi sarebbe, per Israele, tra sé e le sedi regionali del jihad globale. Si potrebbe immaginare una pressione sull’Iran per disattivare il suo sostegno ad Hezbollah in cambio di una trattativa seria sul nucleare di Teheran, da rivedere comunque in chiave civile e gestendo la questione in rapporto con Russia e Cina. Israele potrebbe, come già ha iniziato a fare , attivare una intesa strategica con Mosca, e lavorare con l’India ad un triangolo strategico Turchia-Israele-India che copra e metta in sicurezza l’area del Golfo Persico e la Penisola Arabica. Una maggiore affidabilità ideologica e strategica dell’UE potrebbe far pensare addirittura ad un ampliamento del legame bilaterale attuale tra NATO e Israele, e ad una garanzia NATO sulla sicurezza marittima e a lungo raggio di Egitto e Libano che cadrebbe immediatamente se cadessero anche le condizioni contrattate della sicurezza a medio raggio di Tel Aviv. Lo Stato Ebraico sopravviverà, certamente, ma sarà sempre più capace di internazionalizzarsi fuori dallo schema regionale mediorientale, in cui Tel Aviv potrebbe divenire il pivot della integrazione e dello sviluppo economico per tutti in cambio di serie e verificabili condizioni di pace. La Pace non sarà mai perpetua, come sognava Immanuel Kant, ma si può fare molto di più di quanto oggi si immagina per pacificare e stabilizzare il Pianeta. E la Presidenza Obama, con la sua attenzione alle global issues del clima, dell’ecologia, dello sviluppo dell’Africa e dei diritti umani, certamente sarà un centro di irradiazione del nuovo equilibrio mondiale a cui tutti, in Europa e in Medio Oriente, tendiamo, magari anche senza saperlo.http://oscarb1.blogspot.com/
Questa mattina il Guardian è uscito con un articolo in cui - citando fonti non precisate all'interno dello staff di Barack Obama - si delineava la futura strategia del presidente in Medio oriente e si diceva che erano previsti contatti - almeno a basso livello (operativi dei servizi, pareva di capire)- con Hamas. Questa sera è arrivata la smentita di una portavoce di Obama, Brooke Anderson, a Fox News. Si tratta di una smentità molto secca. Ma l'articolo parlava di rapporti attraverso canali segreti. E quindi un minimo di ambiguità rimane. Fox News
WASHINGTON - L'America di Barack Obama terrà fede "ai suoi più alti valori e ideali" e farà la lotta al terrorismo senza ricorrere alla tortura, nel rispetto della Convenzione di Ginevra. Con poche parole pronunciate presentando i nuovi vertici della Cia e dell'apparato di intelligence, il successore di George W.Bush ha preso le distanze e sostanzialmente condannato la linea che il paese ha seguito negli anni dopo l'11 settembre 2001.
A due giorni dal settimo anniversario dell'apertura della prigione di Guantanamo (i primi detenuti arrivarono nella base navale a Cuba l'11 gennaio 2002), Obama ha spiegato quale sarà la linea con cui intende affrontare "il mondo di sfide non convenzionali" che si è delineato in questi anni. Al nuovo direttore della Cia, l'italoamericano Leon Panetta, al prossimo Direttore nazionale dell'intelligence, l'ammiraglio Dennis Blair e al capo dell'antiterrorismo alla Casa Bianca, John Brennan, Obama ha detto di aver dato "un mandato chiaro".
La direttiva é che non ci saranno torture e gli Usa rispetteranno le direttive internazionali sui prigionieri di guerra, "non solo perché è ciò che siamo come paese, ma anche perché alla fine questo ci renderà più sicuri e ci aiuterà a cambiare i cuori e le menti nella nostra lotta contro l'estremismo". Un implicito e netto capo d'accusa contro il 'waterboarding', le prigioni segrete, le intercettazioni clandestine e altri metodi usati dall'amministrazione Bush nella lotta al terrorismo.
Una linea, quella della leadership uscente, che in questi giorni viene difesa in interviste soprattutto dal vicepresidente Dick Cheney, secondo il quale non c'é niente di cui scusarsi nella lotta al terrorismo, perché l'America non ha mai torturato e le scelte che sono state fatte hanno impedito che i terroristi colpissero ancora dopo l'11 settembre. Obama non è sceso nei dettagli di come intende combattere la sfida al terrorismo o di come farà a mantenere la promessa elettorale di chiudere Guantanamo e trasferire altrove i capi di al Qaida che vi si trovano detenuti. Al momento, il messaggio che il nuovo presidente intende mandare è che l'intera gestione dell'intelligence sarà diversa.
La scelta di Panetta, ex capo dello staff di Bill Clinton, va in questo senso. Il funzionario clintoniano non ha esperienza specifica di servizi segreti e alla Cia come a Capitol Hill sono molte le voci che si sono levate per criticare la mossa di Obama, ponendo le basi per rendere dura la vita di Panetta a Langley, il quartiere generale della Central Intelligence Agency alle porte di Washington. "Voglio che sia chiara una cosa" ha detto Obama, in una conferenza stampa nella capitale con al fianco Panetta: il nuovo direttore sarà soprattutto una persona "che ha la mia piena fiducia".
Dopo anni di polemiche per gli errori d'intelligence sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e dopo gli innumerevoli scontri tra Pentagono e Cia, Obama punta soprattutto sul fatto di avere capi delle spie di cui fidarsi. Toccherà anche a loro sondare il terreno per valutare come attuare per esempio "l'approccio pratico e pragmatico" che Obama vuol avere con l'Iran. E sarà probabilmente anche Panetta, come è già avvenuto con suoi predecessori alla Cia, a dover tastare il polso del Medio Oriente per cercare forse anche nuovi interlocutori, se sono vere le indiscrezioni del britannico 'Guardian' sull'intenzione di Obama di aprire un canale con Hamas.
New York. A dodici giorni dall’ingresso alla Casa Bianca, Barack Obama ha annunciato di voler “ricostruire l’America” dopo la crisi di questi mesi “creata dall’irresponsabilità nei saloni dei consigli di amministrazione e nelle stanze di potere di Washington”. Con uno dei suoi grandi discorsi, il più importante da quando è stato eletto, Obama ha cercato di trasmettere fiducia sul futuro dell’economia americana e di convincere il Congresso ad approvare il suo piano da 775 miliardi di dollari: “Non credo sia troppo tardi per cambiare rotta, ma lo sarà se non prendiamo provvedimenti seri il più presto possibile”. Dal palco della George Mason University in Virginia, e in diretta televisiva nel resto del paese, il prossimo presidente ha presentato al pubblico il piano di salvataggio dell’economia e di ammodernamento delle sue istituzioni. La situazione, ha detto Obama, potrebbe “peggiorare in modo drammatico” e la disoccupazione superare il dieci per cento, se il Congresso non adotterà in modo bipartisan il suo progetto per “creare o salvare tre milioni di posti di lavoro nei prossimi anni”. In tempi di crisi, ha ribadito Obama in quello che sembra essere soltanto la prima di una serie di comunicazioni dirette agli americani, “solo lo stato può fornire la spinta di breve termine necessaria a farci uscire da questa recessione grave e profonda”.
E’ vero, ha aggiunto, che “non possiamo dipendere esclusivamente dalle iniziative pubbliche per creare lavoro e crescita di lungo termine”, ma in questo momento la ricetta è governare col deficit e tagliare le tasse, lasciando più soldi nelle tasche delle famiglie per far riprendere i consumi e nei bilanci delle imprese per creare posti di lavoro. Gli investimenti obamiani sono diretti a costruire e migliorare le infrastrutture (strade, ponti, scuole), alla ricerca scientifica e tecnologica, alla modernizzazione del settore sanitario e alla produzione di energia alternativa. Obama ha fornito pochi dettagli: una riduzione delle tasse da mille dollari per il 95 per cento degli americani, un credito fiscale di 3 mila dollari per ogni posto di lavoro creato, il raddoppio della produzione di energia alternativa in tre anni, il miglioramento dell’efficienza energetica, la fornitura di computer, laboratori e biblioteche per le scuole pubbliche, l’ampliamento della rete Internet a banda larga.
Obama ha riconosciuto che “qualcuno potrebbe essere scettico su questo progetto”, visto che in questi mesi è stato già speso molto denaro pubblico, ma ha promesso che in questo caso non si tratta di denaro sprecato, perché sono “investimenti in cose che funzionano”. Tra gli scettici ci sono il Wall Street Journal e l’Economist, preoccupati che il disavanzo di bilancio possa diventare incontrollabile, raggiungendo quota 1.800 miliardi di dollari. Il Journal amette che, comunque, è meglio usare la leva del deficit, piuttosto che aumentare le tasse. L’Economist propone di approfittare della crisi per riformare il sistema fiscale, previdenziale e sanitario. Il taglio delle tasse, però, non convince tutti e, ieri, il Washington Post ha fatto l’elenco dei deputati e senatori del Partito democratico non proprio entusiasti di un paio di riduzioni fiscali proposte da Obama (uno è John Kerry).
“Un costo considerevole”
“Non c’è alcun dubbio che il costo di questo progetto sarà considerevole – ha detto Obama – Ma è altrettanto certo che le conseguenze del fare poco o del fare nulla porteranno a un ulteriore deficit di lavoro, di entrate e di fiducia nella nostra economia”. L’obiettivo, però, non è creare posti di lavoro pubblici, ma di crearne nel settore privato e di conservare quelli a rischio tra gli insegnanti, poliziotti, vigili del fuoco.
Il piano è soltanto il primo passo, ha aggiunto Obama, ne seguiranno altri per evitare che il fallimento delle istituzioni finanziarie non metta ulteriormente in pericolo l’intera economia, ma anche per assicurare che l’intervento pubblico sia “straordinario” e si svolga con regole certe per chi riceve gli aiuti e con la massima protezione per i contribuenti. L’idea è di riformare il sistema, cambiando le regole di cui si sono approfittati “i malfattori di Wall Street”. C’è stata, ha detto, un’era di irresponsabilità di manager, politici e banchieri: “Per anni troppi manager di Wall Street hanno preso decisioni imprudenti e pericolose, cercando profitti senza badare al rischio. Le banche hanno effettuato prestiti senza preoccuparsi se questi potessero essere ripagati. I politici hanno sprecato soldi. Il risultato è stata una devastante perdita di fiducia nell’economia, nei mercati finanziari e nello stato”.
Washington vive un’insolita parentesi con due presidenti al lavoro. Dentro la Casa Bianca ce n’e’ uno, George W.Bush, che si occupa di politica estera. All’ esterno un altro presidente, Barack Obama, ha ormai rotto ogni indugio e si dedica all’economia senza attendere la cerimonia di giuramento: dopo aver aggiornato ieri i media nella sua prima conferenza stampa nella capitale, oggi fa un discorso pubblico in tutto e per tutto presidenziale, dettagliando il piano con cui conta di rimettere in piedi l’America.
I due presidenti, che vivono a poche decine di metri l’uno dall’altro sui due lati del parco Lafayette - uno alla Casa Bianca, l’altro in un albergo - si sono brevemente incrociati nello Studio Ovale insieme a tre predecessori (Jimmy Carter, George Bush senior e Bill Clinton), prima di tornare entrambi alle rispettive occupazioni. Obama ha ribadito che fino al 20 gennaio lascera’ a Bush piena liberta’ di manovra nel gestire la crisi di Gaza, ma gli ha ormai tolto il controllo della linea di politica economica del paese. […]
In un discorso alla George Mason University, alle porte della capitale, il presidente eletto spieghera’ agli americani e al mondo i contenuti del piano di stimolo all’economia da circa 800 miliardi di dollari (ma forse di piu’) con cui intende affrontare di petto la crisi e creare o proteggere 3 milioni di posti di lavoro in due anni. Obama dovrebbe anche dare qualche altra indicazione su come intende contenere ”a livelli fattibili” il deficit smisurato che lo attende. ”Il Congressional Budget Office - ha detto Obama nella conferenza stampa - ha annunciato che il deficit che erediteremo sara’ di 1.200 miliardi di dollari. E sappiamo che con il piano di rilancio salira’ ancora. Il mio staff economico prevede che il deficit sopra i 1.000 miliardi sara’ una realta’ per i prossimi anni. Ma il nostro problema non e’ un deficit di dollari: e’ un deficit di fiducia, di responsabilita’. Cambiamenti e riforme non possono essere solo slogan elettorali: devono diventare principi fondamentali del governo”.
Per tenere sotto controllo le modalita’ con cui Washington spende i soldi, Obama ha deciso di nominare un ‘mastino’ dei conti pubblici, Nancy Killefer, che avra’ l’inedita carica di ‘Chief performance officer’ alla Casa Bianca. La Killefer, un’ altra ex dell’amministrazione Clinton (lavorava al Tesoro), guidera’ un ufficio incaricato di seguire da vicino il funzionamento dei programmi federali. ”E’ un’esperta nelle politiche di ottimizzazione e nell’eliminazione dell’ inefficienza”, ha detto di lei Obama.
Il presidente eletto scendera’ nel dettaglio della messa a punto del nuovo piano non solo con il suo discorso pubblico, ma anche in una riunione a porte chiuse con la commissione Finanze del Senato, nella quale cerchera’ di tastare il polso del Congresso e capire con quanta rapidita’ sia pronto a mandargli per la firma una legge di spesa sulla quale cominciano a serpeggiare molte preoccupazioni. Come ha evidenziato The Politico, dopo un giro d’orizzonte tra i democratici, la preoccupazione del partito che ha vinto le elezioni e’ di non trovarsi di fronte a uno scenario nel quale l’enorme piano di stimolo ottenga una rapida vittoria d’immagine iniziale, per poi creare pero’ problemi economici di lungo termine peggiori di quelli attuali.http://marcobardazzi.com/blog8/2009/01/08/i-due-presidenti-di-washington/#more-329
Prima di affrontare il misterioso “silenzio di Obama” su Israele, che ormai occupa le prime pagine di mezzo mondo, sarebbe utile cercare di liberarsi di certi preconcetti grossolani, sia da parte di chi vede in lui il salvatore supremo dell’umanità, sia di chi lo vede come un burattino costruito in laboratorio.
Chiunque affrontasse la questione con un minimo di realismo, capirebbe infatti che nessuna delle due tesi può essere vera in assoluto, e che la verità deve necessariamente trovarsi nella zona grigia che le separa.
Quando hai una persona che nel suo passato ha dimostrato ripetutamente di essere animato da ideali limpidi e sinceri, e la ritrovi seduta nell’ufficio ovale della Casa Bianca, la vera domanda da porsi è quanto - in quale misura, cioè - questo individuo abbia dovuto rinunciare ai propri ideali, per accomodare i poteri forti che gli hanno permesso di arrivare fino lì.
Ma che li avesse è fuori discussione (non basta certo la PNL, per scatenare in quel modo le masse travolgenti che poi lo hanno eletto), come è fuori discussione che non possa averli mantenuti intatti fino alla soglia di quell’ufficio. L’ultimo che ha creduto di poterlo fare ha trovato la risposta nei proiettili di Dallas.
E da allora, purtroppo, abbiamo visto alla Casa Bianca solo presidenti che provenivano dalle stesse fila da cui partirono quei proiettili. Le uniche due eccezioni, Jimmy Carter e Bill Clinton, hanno solo confermato che oltre un certo limite non si può comunque andare. Carter ha cercato in tutti i modi di restare fedele al suo pacifismo congenito, ma ha dovuto pagare con la pubblica gogna - che gli sarebbe costata la rielezione - l’inanità a cui fu costretto nel caso degli ostaggi di Teheran. Clinton invece, molto più astuto e opportunista, è riuscito a passare alla storia come una persona che a 25 anni partecipava ai cortei pacifisti, con tanto di spinello e barba lunga, mentre a 50 ordinava di sganciare bombe all'uranio impoverito sui bambini jugoslavi.
Cosa sia accaduto nel frattempo, rimane un mistero che forse solo lui potrà spiegare.
Eppure, anche di fronte a questa contraddizione monumentale, ...
... non si può affermare in modo semplicistico che Clinton “abbia tradito i propri ideali per arrivare al potere”. Proprio perchè abbiamo stabilito che i compromessi sono necessari, bisognerebbe valutare l’insieme del suo operato, e vedere se per caso, in otto anni di presidenza, sia riuscito a realizzare anche qualcosa di positivo, magari proprio “in cambio” di quella guerra “inevitabile”.
Bisogna infatti sapere, a sua volta, in che modo gli sia stata presentata quella guerra dai militari che l’avevano preparata, e quanto “inevitabile” fosse quindi l’intervento armato che lui alla fine ha sottoscritto.
Sia chiaro, non sto in alcun modo cercando di assolvere Clinton: una guerra rimane una guerra, e chi la autorizza commette un crimine imperdonabile in ogni caso (D’Alema, in questo, gli fa ottima compagnia). Dico solo che non abbiamo informazioni sufficienti per valutare il comportamento dei singoli individui, all’interno di situazioni così complesse come una guerra nei Balcani. E’ assolutamente possibile, infatti, che Clinton abbia fatto buon viso a cattivo gioco, trovandosi incastrato in una trappola senza uscita, ottenendo magari mano libera su un altro fronte, come ad esempio la questione palestinese.
Non dimentichiamo infatti che proprio alla fine del suo mandato, Clinton era quasi riuscito a far suggellare uno storico accordo fra palestinesi e israeliani, che solo la testardaggine di Arafat riuscì a far deragliare all’ultimo momento. Si potrà argomentare finchè si vuole sui termini di quell’accordo, ma nessuno può negare che oggi, se Arafat l’avesse firmato, milioni di suoi concittadini vivrebbero in un vero e proprio paradiso, rispetto all’inferno in cui sono ormai condannati a languire, se non a estinguersi del tutto.
L’artefice di quell’accordo si chiamava William Jefferson Clinton, e oggi curiosamente è proprio sua moglie, nelle vesti di Ministro degli Esteri, che ritorna da quelle parti. Potrà essere un caso, certamente, e i motivi che hanno portato Obama a scegliere lei possono essere del tutto indipendenti dal Medio Oriente. Di fatto però fu proprio Hillary Clinton l’unico personaggio “di alto rango” dell’amministrazione USA a dichiararsi apertamente a favore dei “due stati contigui e indipendenti”, nel suo ultimo viaggio in Israele. (Non facciamoci confondere, perfavore, dalla retorica elettorale dei mesi scorsi, piena di strombazzate pro-Israele da parte di chiunque avesse un microfono fra le mani. Una cosa sono le parole dal pulpito, intese a raggranellare ogni voto possibile – e a tranquillizzare, in certi casi, segmenti particolarmente “sensibili” dell’elettorato - ben altra sono le azioni messe in pratica una volta iniziato a governare. Se i Clinton erano arrivati, 10 anni fa, ad un soffio dalla firma di un accordo di quella portata, significa che l’intento da parte loro c’era stato, e pure tutto).
A sua volta Obama ha dovuto andare in Israele, indossare il cappellino locale, e baciare un muro ritenuto importante da chi abita da quelle parti. Obama ha anche fatto un discorso, trasmesso in mezzo mondo, nel quale ha confermato in modo inequivocabile l’appoggio degli Stati Uniti all’ “amico e alleato Israele”. Ma l’abbiamo visto molto più contento e gioioso, se proprio vogliamo guardare, in mille altre occasioni.
Pensare che un qualunque candidato alla presidenza possa evitare una sceneggiata del genere è da ingenui, e pensare che possa permetterselo uno che ha già i suoi problemi in casa propria, a causa della pelle non proprio luminosa, lo è ancora di più.
Non si capisce peraltro perchè dovremmo prendere per buone certe frasi “diplomatiche” dei candidati, mentre accogliamo con totale scetticismo ogni loro promessa verso di noi.
Se mentono a noi con quella faccia di palta, perchè mai dovrebbero essere sinceri fra di loro?
E’ chiaro quindi che ogni frase ed ogni gesto dei candidati vada interpretato in luce del rapporto specifico che esiste in quel momento fra le loro aspirazioni e le necessità - o le paure - di chi dovrebbe dargli ii voto.
Quando Hillary Clinton era in lizza per la presidenza, Obama era “impreparato”, “discontinuo” e “inaffidabile”. Oggi è il più grande leader della storia, che risolleverà con mano ferma le sorti della sua nazione. Quale delle due affermazioni è vera? Nessuna, ovviamente. Dove sta la verità? In una gradazione qualunque fra i due estremi.
***
In luce di tutto questo, proviamo ad analizzare i pochi segnali che siamo riusciti a cogliere, riguardo alla crisi palestinese e ad un silenzio di Obama che diventa ogni giorno più “rumoroso”.
Prima di tutto, dobbiamo ricordare l’infelice “profezia” di Joe Biden, colta per caso dai cronisti dietro le quinte di un comizio. “Scommetto che entro sei mesi dall’inaugurazione – disse Biden ai presenti – Obama dovrà affrontare una grave crisi internazionale, creata appositamente per metterlo alla prova”.
Ora, non si conoscono molti gruppi di potere, nè certamente nazioni, che si dilettino a scatenare crisi a comando, solo “per vedere la faccia che fa” la persona coinvolta. Mentre bisogna riconoscere che Israele ha sviluppato, nel corso dei decenni, una straordinaria abilità nel far partire i razzi palestinesi proprio quando la cosa gli tornava più comoda.
Chiunque conosca la storia di Israele, infatti, sa bene che i sionisti hanno sempre visto con diffidenza qualunque accordo con i palestinesi – Oslo, per loro, fu l’orrore degli orrori – trovando regolarmente il modo di farli arrabbiare, alla vigilia di qualunque stretta di mano importante. (A loro volta, i palestinesi appaiono talmente stupidi, nell’abboccare ogni volta in modo così clamoroso, da legittimare il sospetto che fra i loro ”leader” si nasconda qualcuno con intenti ben diversi da quelli dichiarati).
Ma soprattutto, dobbiamo tener presente che l’unica “pace” che cercano davvero i sionisti, al di là delle parole, è quella che regnerebbe nella Grande Israele (l’antico sogno, mai tramontato, dei “padri fondatori”), una volta partito – o sepolto - l’ultimo palestinese che abbia mai camminato su quella terra.
Non ci sono alternative nella loro mente, e non si può nemmeno pensare di iniziare a inquadrare la questione palestinese, se non si tiene conto di questa premessa fondamentale.
Ecco perchè la soluzione del problema può venire solo dall’interno di Israele: finchè i sionisti staranno al governo, continueranno ad usare l’esercito nel modo criminale in cui lo hanno usato fino ad oggi, e nulla potrà fermarli.
C’è però una parte di israeliani che da tempo si oppone al genocidio dei palestinesi. Che lo faccia per motivi etici o per paura delle bombe poco importa: di fatto esiste una quota sostanziale di israeliani – rabbini compresi – che vorrebbe arrivare ad un accordo di coesistenza pacifica dei due popoli. Sono però una minoranza, che non riesce a crescere a causa della continua propaganda interna – ancora più feroce di quella internazionale – che li soffoca sul nascere: provate voi a sostenere la necessità di un accordo pacifico, quando siete circondati da immagini, discorsi, filmati, urla, proclami e manifestazioni che dipingono sistematicamente l’arabo come un animale assetato di sangue.
E’ quindi necessario, prima di tutto, trovare il modo di aiutare questa minoranza a diventare una maggioranza.
Anche perchè dall'esterno, oggi, si può fare molto poco. Per troppi anni i sionisti hanno avuto mano libera nel compiere alla luce del sole crimini che una volta, se non altro, cercavano di nascondere agli occhi del mondo, e ci vorrà del tempo prima di capovolgere in qualche modo questo meccanismo perverso.
Otto anni di macinamento mediatico, nei quali chiunque assomigli ad un arabo rischia di ritrovarsi “collegato ad Al-Queda”, hanno permesso all’occidente di chiudere anche il secondo occhio, che già osservava controvoglia il genocidio in corso.
Per otto anni Bush ha finto di redarguire i propri alleati, che nel frattempo occupavano molte posizioni importanti nella sua amministrazione, dando di fatto il beneplacito per la costruzione di un muro che ha sepolto per sempre i sogni residui di una nazione palestinese.
Nel frattempo i neocons hanno avuto il loro tornaconto, imperversando in maniera vergognosa, sia nel mondo che in casa propria, protetti dalla scusa della “guerra al terrorismo”.
Non a caso il nome in codice dell’operazione 11 settembre era “Il Grande Matrimonio”. Mentre i cronisti tutto il mondo, in quelle ore, si domandavano chi potessero essere i responsabili, da Tel Aviv un Nethaniahu vistosamente impaziente ci faceva sapere con grande certezza che “è ora di dire basta al terrorismo islamico, che da oggi ha dimostrato di saper portare morte e distruzione ovunque nel mondo”. Gli faceva eco, poco dopo, Shimon Perez, mostrando altrettanta certezza sui responsabili, e pari deteminazione nella volontà di sterminarli.
Erano circa le quattro del pomeriggio: dalle macerie delle Torri Gemelle arrivavano ancora le urla dei pochi sopravvissuti al crollo, mentre l’Edificio 7 non aveva ancora nemmeno raggiunto la temperatura critica a cui si sarebbe fusa la fatidica colonna 79. Ma loro sapevano già con certezza chi fosse stato.
Quello che è successo nei giorni, nei mesi, e negli anni seguenti, lo sanno tutti coloro che hanno avuto la forza e la costanza di guardare.
Dopo un sistematico sterminio di massa, nel quale interi campi profughi venivano rasi al suolo come inutili formicai, oggi i palestinesi sono ridotti a vivere in sacche di territorio tanto insensate dal punto di vista logistico quanto disumane dal punto di vista personale. Quando un ragazzo deve fare due ore di coda al check-point per andare a scuola – nel proprio paese - e altrettante per tornare a casa, vuol dire che per lui la vita ha perso ogni significato.
Nel frattempo Gerusalemme è stata circondata da un enclave talmente fitto di colonie che da una parte la protegge in maniera impenetrabile, dall’altra taglia definitivamente fuori i palestinesi dai traffici con la capitale, azzerando del tutto il già scarso valore dei loro prodotti agricoli.
Quelli che resteranno, se ne resteranno, saranno ridotti al rango di schiavi.
Ma a quella fase bisogna ancora arrivarci, è Israele sembra improvvisamente colta da una fretta furibonda di chiudere in qualche modo la partita.
Diventa quindi difficile sostenere che questa fretta non sia in qualche modo collegata alll’imminente cambio di guardia a Washington, ed è ancora più curioso che Ehud Barak abbia sentito il bisogno di citare proprio la frase pronunciata da Obama (“se lanciassero dei razzi contro la stanza in cui dormono le mie figlie farei tutto il possibile per difenderle”) a giustificazione di una reazione armata che non ha nulla di diverso da quella che Israele mette sistematicamente in atto da decenni, ogni volta che i palestinesi si azzardano a lanciare qualcosa di fumante oltre la barricata.
Si chiama excusatio non petita, e in questo caso non solo denuncia una anomala coda di paglia da parte di Israele, ma porta a domandarsi perchè mai sia proprio con le parole di Obama che Israele voglia avallare le sue azioni più recenti.
Forse per rendergli più difficile un’eventuale presa di posizione più distante dalla loro, una volta entrato alla Casa Bianca?
Nella stesa luce va infatti letto anche il patetico tentativo di un presunto leader di Hamas, che dalla TV (libanese) ha finto di insultare Obama “perchè non interviene” a favore dei palestinesi. A questo va aggiunto il provvidenziale messaggio del “solito” Al-Zahwari, che si è messo a rampognare Obama proprio per lo stesso motivo, dimenticandosi completamente che solo un mese fa lo aveva accusato di essere un negro venduto alla causa dei padroni bianchi. (Voglio dire, se è venduto ai padroni bianchi, perchè stupirsi se poi non interviene per gli schiavi scuri? Casomai dimmi "visto che avevo ragione?", e torna a casa tua. Ma non farmi di nuovo lo stupito, perchè a questo punto non ti crede più nemmeno il mio cane).
Sarà un caso, infatti, ma anche questo messaggio di Al-Zahwari è stato miracolosamente recuperato dal SITE Intelligence Group, una curiosa organizzazione che combatte il terrorismo, e si vanta apertamente di offrire informazioni sui gruppi terroristici “non reperibili altrove”. (Mai una volta che Al-Queda mandi queste cassette alla redazione di Novella 2000, piuttosto che a Panorama: avvisa sempre il SITE, un nemico dichiarato, e poi “sparisce” regolarmente dal server che li ospitava).
Sembra quindi evidente il desiderio di Israele di “stanare” con ogni mezzo a disposizione Obama dal suo silenzio, obbligandolo a schierarsi apertamente dalla loro parte prima del discorso inaugurale.
Cosa avranno da temere da lui, che li ha portati ad agire così frettolosamente - guadagnadosi il disprezzo del mondo intero – nelle ultime settimane in cui Bush gironzola intorpidito per la Casa Bianca?
Come avranno interpretato in Israele il silenzio di Obama, con il coro mondiale che cantava in loro favore, da dover sentire così fortemente la mancanza del suo giudizio?
La risposta precisa, naturalmente, l’avremo solo con il tempo. E’ però interessante notare cosa ha risposto un portavoce di Obama, alla millesima volta che un cronista gli chiedeva perchè il futuro presidente taccia su Israele: “Come Obama ha già spiegato, c’è un solo presidente per volta. E non vogliamo dare al mondo l’impressione che la politica estera americana sia contraddittoria”.
Oooops! Scivolone freudiano, o avviso ai naviganti?
Da parte sua Obama, pressato ormai costantemente dalla stampa, ha dichiarato oggi che sin dal primo giorno affronterà la situazione del Medio Oriente in modo radicale e prioritario, con la finalità di portare al più presto alla soluzione dei problemi nella regione. Non ha specificato di chi.
Sia chiaro, nessuno si aspetta che Obama, nel suo discorso inaugurale, denunci pubblicamente gli “amici e alleati di Israele”, e nemmeno pronuncerà, probabilmente, una sola frase che contenga il nome di Israele.
Sarebbe però interessante sentirsi dire, ad esempio, che da oggi tutte le nazioni devono impegnarsi a rispettare le leggi internazionali, nell’interesse di un equilibrio collettivo, per capire che il famoso “veto automatico”, che gli Stati Uniti pongono sistematicamente al Consiglio di Sicurezza, proteggendo Israele da qualunque risoluzione contro di loro, non sia più da considerarsi un fatto scontato.
In fondo, non dimentichiamolo, è sempre l’America a sostentare Israele, sia militarmente che economicamente. Quelli possono minacciare quello che vogliono, ma se l’America decidesse di chiudere i rubinetti, gli amici sionisti hanno finito di fare i gradassi, soprattutto in casa loro.
Altrettanto si dica per l’Europa, che ha sul tavolo già da tempo la complicata richiesta di Israele di entrare nell’Unione, ha in questo momento la rara possiblità di pretendere da loro qualcosa in cambio, prima di accettarli.
Perchè allora – ci si domanderà – tutto questo non accade?
La risposta, a mio parere, è di sottile natura psicologica: esattamente come i neocons contavano sullo sdegno popolare, contro chiunque volesse mettere in dubbio la vera natura degli attentati alle Torri Gemelle, oggi nessuno osa aprir bocca contro Israele, perchè sa che verrebbe immediatamente ricattato dalla classica accusa di antisemitismo, amplificata e supportata da un coro mondiale.
In altre parole, finchè Israele può contare sullo ”scandalo a comando”, nel quale tutti i media occidentali scattano all’unisono contro il “nemico di Sion”, nessuno avrà sufficienti vantaggi personali da rischiare l’ondata di ostracismo che gli deriverebbe sicuramente da una tale presa di posizione.
Un paziente lavoro dietro le quinte, però, potrebbe smontare almeno in parte quest’arma di cartone, convincendo l’Europa a prepararsi per dire basta tutti insieme, in maniera certo delicata, ma anche chiara ed efficace.
Solo togliendo la spina al ricatto mediatico – non a caso esercitato sempre con grande tempismo dai sionisti – si può pensare di ridare coraggio alla minoranza di israeliani favorevoli alla convivenza con i palestinesi, dando nel frattempo al mondo una compattezza sufficiente per estirpare una volta per tutte il cancro del sionismo.
Dipende sempre dal tornaconto di ciascuno, e non certo dai principi morali, ma le armi per porre fine al ricatto, volendo, ci sono tutte, e la situazione sembra in qualche modo matura per farlo. (Fra l’altro, non si vedono particolari motivi per cui la Russia dovrebbe opporsi a questo tipo di strategia. Anzi).
In conclusione: se io fossi al posto di Obama, per un lavoro così complesso e delicato cercherei una persona che conosca già bene i più importanti leader mondiali (anche per non andare a disturbare inutilmente quelli sbagliati), e che conosca altrettanto bene la questione palestinese, dopodichè le offirei il posto di Ministero degli Esteri.
Forse tutto questo è solo un’illusione, ma diversi indizi mi permettono almeno di coltivarla con un barlume di speranza.
Almeno bisogna riconoscere a José María Aznar di aver rotto un unanimismo di facciata in attesa dell’insediamento di Barack Obama.
Ma le sue dichiarazioni sul neopresidente statunitense rilasciate a Vanity Fair sono imbarazzanti quasi quanto quelle di Silvio Berlusconi che definì Obama abbronzato.
Per Aznar, che ha difeso tutto il suo operato come capo del governo a partire dalla guerra in Iraq, Obama è “un esotismo storico” e la sua presidenza si concluderà con un “prevedibile disastro economico”.
Il termine “esotismo” ostenta un razzismo dichiarato e non interpretabile, come ha stigmatizzato il vicesegretario del PSOE José Blanco, ma Aznar non finisce lì. Con le stesse parole di Silvio nostro afferma che George Bush “sarà ricordato dalla Storia come un grande statista” e che sta vivendo adesso “l’ora dell’ingratitudine”.
Peccato che proprio George Bush sia stato molto ingrato con Aznar e in queste stesse ore abbia dato a lui e a qualcun altro un grande dolore. Infatti nell’ultima settimana del suo mandato Bush decorerà con la “medaglia presidenziale della libertà” i suoi tre “amici e alleati leali”. Sono il britannico Tony Blair, l’australiano John Howard, e il colombiano Álvaro Uribe. Né di José María Aznar né di Silvio Berlusconi vi è traccia.http://www.gennarocarotenuto.it/5266-jose-maria-aznar-barack-obama-un-esotismo-e-sar-un-disastro/#more-5266
Riceviamo e pubblichiamo con piacere un articolo di Vincenzo Susca, docente e ricercatore del CeaQ presso l’Université Paris Descartes Sorbonne. Collabora con l’Università IULM di Milano.
I cambiamenti che affiorano sulle superfici delle istituzioni politiche americane, di cui Barack Obama è un indice emblematico, così come le piaghe esibite dalla crisi del sistema finanziario, entrambi eventi che pongono all’attenzione l’urgenza e la profondità di un passaggio storico critico, non sono altro che le prime lampanti emergenze di una mutazione antropologica e culturale di vaste dimensioni, che scombussola gli assi portanti su cui la modernità occidentale si è incardinata. Una trasformazione incubata nei sotterranei dell’immaginario collettivo americano e occidentale, l’underground che oggi progressivamente si impone sul ground come il protagonista della vita collettiva.Lo spirito della cultura digitale e le forme della politica
Qual è l’origine simbolica e comunicativa del neopresidente americano? Una lunga parabola ha accompagnato il dispiegamento della storia politica statunitense dell’ultimo secolo, operando verso un detrimento progressivo dei contenuti astratti, programmatici e ideologici della sostanza politica appannaggio di dati emozionali, affettivi e immaginari prossimi alle trame del vissuto collettivo. Da Roosevelt a Kennedy passando per Reagan e Clinton sino a Schwarzenegger e Obama: nonostante tutte le differenze e le sfumature che caratterizzano tali figure, possiamo scorgere nella loro processione le sostanze di uno slittamento verso un paradigma politico-culturale dove lo spettacolo, il coinvolgimento passionale e sensibile, insieme con l’adesione simbolica, prevalgono su tutto il resto. Si realizza così un passaggio cruciale dalla politica-spettacolo, ovvero da una forma di scenografia mediatica che funge da leva ad un discorso che resta fondato su un asse programmatico e ideologico, alla politicizzazione dello spettacolo, allorché lo show è in sé e per sé il cuore vivo del sistema, la sua anima profonda.
L’EMOZIONE PUBBLICA
Le gesta di passione collettiva e connettiva che hanno gettato con forza, quasi come uno schiaffo gioioso, Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America, con il loro carico di leggende, miti struggenti e coinvolgimenti viscerali, suggeriscono l’ascesa dal basso di una soggettività multisfaccetata, composta tra l’altro dal caleidoscopio di emarginati, di outsider e di poeti maledetti del nostro tempo (che altro sono gli hacker, i blogger e i nuovi creativi se non l’attualizzazione anodina di questa figura storica?). Si tratta di una figura dalle tante facce che pressa dal basso per soppiantare la classe dirigente sinora al potere, con tutti gli orpelli narrativi e culturali che porta con sé.
“We can change, we can change, we can change” è il ritornello che tambureggia come una formula magica dal sapore estatico nell’ambito del videoclip di Will.i.am Yes we can, tormentone mediatico che a partire da YouTube ha attraversato gli schermi e i display di tutta l’America (e non solo) ponendosi come una linfa simbolica in grado di fondere ad Obama larga parte delle sensibilità a cui egli ha ammiccato prima e durante la campagna elettorale. La promessa di un cambiamento radicale è la leva strategica del suo successo, orientata su un’organizzazione sistematica e crossmediale – con la rete al centro e la stampa, la televisione, il faccia a faccia e gli altri media a completare l’operazione – di mezzi e simboli atti a testimoniare e a suggellare un poliedrico cambiamento di stile. Esso si incarna contemporaneamente nel corpo del leader, giovane, agile e tendenzialmente informale, nel colore della sua pelle, nella maniera in cui il messaggio politico è articolato dal basso, in modo orizzontale e connettivo, apparentemente senza un vertice e una scrittura predeterminati, così come nel modo di rivolgersi non più a una mera “opinione pubblica”, di tipo razionale e astratto, ma alla “emozione pubblica”, ovvero a una soggettività che pensa con i sensi e non semplicemente con la testa.
YES WE CAN E LA TECNOMAGIA
Su questa scia, il videoclip Yes we can è l’apoteosi della riproduzione digitale di Obama. Esso è stato prodotto, non a caso, non da un’agenzia di comunicazione politica ma da Will.i.am, musicista dei Black Eyed Peas, e da Jesse Dylan, figlio di Bob. Nel video compaiono, in un montaggio serrato che non ha niente da invidiare alle creazioni delle grandi major americane, star come Scarlett Johansson, John Legend, Herbie Hancock, Common e Nick Cannon. I cantanti, tramite un caleidoscopio in cui sono remixati in modo fabuloso suoni, parole e immagini, recitano i toccanti passaggi del discorso con cui Obama ha aperto le primarie nel New Hampshire. Il corpo del candidato è gradualmente associato a quello delle star, la sua voce superposta alla loro e tradotta in musiche, sino al momento in cui si giunge a una sorta di confusione tra star e politico in cui è la prima ad esibire il vero volto del secondo, che abdica al fascino della fantasmagoria spettacolare. In questa epifania il corpo di Obama celebra ed è sacrificato ai culti mondani e pagani delle tribù elettroniche. I suoi discorsi sono macinati dal linguaggio tecnomagico e polverizzati in pillole di estetica emozionale che sollevano il pathos e stabiliscono un rapporto mistico in cui gli utenti, Obama e le star si ritrovano fusi in una grande comunione. L’identificazione simbolica è raggiunta per mezzo della condivisione di sostanze estetiche pregne di elementi affettivi e immaginari. Il contenuto politico tout court è così relativizzato e ridotto a rumore di fondo di tale trance.
Le frasi pronunciate dal video contemplato da milioni di persone palpano il cuore dello spettatore, vengono ritmate secondo una scansione che genera prima una partecipazione affettiva e poi un progressivo incantesimo. Il testo fa leva su un uso della rete che privilegia l’aspetto tecnomagico e non-razionale del mezzo. L’utente ha un ruolo limitato nell’interpretazione del messaggio, può solo lasciarsene incantare o rifiutarlo. Obama, le star e il pubblico, compenetrati come sono dal testo tramite la congiunzione di volti, parole e ritmi, divengono all’interno di questa poesia un corpo unico che vibra all’unisono. Con un ritmo sempre più sincopato, si giunge alla ripetizione forsennata di sole tre parole che, come una formula magica, suscitano l’estasi dello spettatore: “Yes we can”, che anticipa il finale sublime in cui “hope” si dissolve in “vote”. Ma qui il volto di Obama non compare più, coperto com’è dagli strati di carne e di bit di cui egli è un’espressione e non l’origine, un interprete e non il regista.
DALL’IMMAGINARIO AL GOVERNO
Siamo giunti a uno snodo critico delicato e denso di conseguenze: Obama ha incentrato il suo percorso elettorale sull’identificazione del suo corpo politico in primo luogo con quello delle reti, a tal punto da porsi come il primo presidente espressione della cultura digitale, così come di una molteplicità di figure sociali che hanno trovato una manifestazione privilegiata nella rete senza tuttavia esserne native. Siamo quindi al cospetto di un fenomeno complesso, dove il successo dei blog, dei forum, di YouTube e dei video clip entra in sinergia con una cospicua rivincita, tra gli altri, dei sobborghi metropolitani e della working class.
Obama ha indossato il web 2.0 a tal punto da scaturirne in modo spontaneo, naturale, realizzando con esso una sublime dissolvenza incrociata in grado persino di nascondere i tratti più intrinsecamente politici del senatore afroamericano, la sua appartenenza alle élite contro le quali tuttavia la sua candidatura punta l’indice. Marshall McLuhan scriveva negli anni Sessanta che “se il medium è il messaggio, l’utente è il suo contenuto”. La formula luccica in modo lapalissiano di fronte alla configurazione del web 2.0: sono gli utenti i protagonisti del medium, il loro cuore pulsante, la sorgente simbolica, affettiva e cognitiva – nell’ordine di pertinenza del paesaggio digitale – di ogni sua manifestazione.
Obama sgorga da un torrente culturale – da un’onda elettronica e antropologica – di cui non è né il creatore, né il regista, ma un attore: un divo proiettato dalle fantasmagorie del cyberspazio sulla poltrona più nobile di Washington. Dopo l’elezione, dislocato come sarà dai forum della rete agli uffici delle istituzioni, cosa ne resterà di questa origine simbolica? Potrà Obama conciliare lo spirito delle rete con quello dei partiti, delle burocrazie e degli attori economici che ancora reggono e governano il sistema di potere americano? Se è vero che ogni epoca storica configura il proprio sistema politico e di sapere attorno alle proprie basi immateriali – all’immaginario, ai sentimenti e alle relazioni che ordinano la vita quotidiana – e a misura del medium che parla il sentire collettivo, fino a che punto il paradigma politico affinatosi sulle logiche del modello televisivo può soddisfare l’anima e le forme della cultura postmoderna?
Sinora Obama ha scelto di lasciarsi trasportare dall’onda elettronica, lasciando sottotraccia in modo sottile i propri tratti più spiccatamente politici. Da questo momento in poi le regole del gioco e gli attori cambiano. Dalla rete già si levano, d’altra parte, mormorii amari rispetto alla selezione di un’équipe di governo che Le Monde non ha esitato a definire in prima pagina “centrista”.
Una delle lezioni consegnate dall’ultimo decennio di storia politica è che l’immaginario collettivo può essere sedotto e persino vampirizzato durante le campagne elettorali, mentre le frasi ad effetto e le promesse di felicità disseminate prima del voto si traducono in violenti boomerang nelle fasi di passaggio ai fatti, quando la politica, deludendo le aspettative suscitate, si mostri, dura e cruda, spoglia di tutti i sogni liberati nell’aria, per quello che è. Nell’ambito di questa dialettica il ruolo di Obama rischia di essere limitato, ostacolato com’è, al di là di quale possa essere la sua vera anima, dalla pesantezza del sistema che lo sovrasta alle spalle. Il rischio del tradimento è dietro l’angolo. How can we change?
PER APPROFONDIRE
A. Abruzzese, Analfabeti di tutto il mondo uniamoci. Il crepuscolo dei barbari, Bevivino Editore, Milano, 2009.
C. Bardainne, V. Susca, Ricreazioni. Galassie dell’immaginario postmoderno, Bevivino Editore, Milano, 2008.
G. da Empoli, Obama. La politica nell’era di FaceBook, Marsilio, Venezia, 2008.
M. Maffesoli, La trasfigurazione del politico. L’effervescenza dell’immaginario postmoderno, Bevivino Editore, Milano, 2009.
V. Susca, D. de Kerckhove, Transpolitica. Nuovi rapporti di potere e di sapere, Apogeo, Milano, 2008.http://www.politicaonline.it/?p=564#more-564
"Il monopolio delle idee buone non appartiene ad un solo partito. Se e' una buona idea la prenderemo in cosiderazione".
Questa la frase che sarebbe stata pronunciata dal presidente Barack Obama in occasione del suo primo incontro a Capitol Hill con i leaders del Partito Repubblicano che sembra abbiano gradito molto l'atmosfera che ha caratterizzato questo meeting.
Il piano di Obama per venire incontro alle difficolta' dei cittadini, delle famiglie e delle piccole imprese prevede 300 miliardi di dollari da iniettare nell'economia americana che sta ansimando.
Il presidente Obama non tralascia occasione per ricordare che l'anno appena inziato si presenta con una fisionomia non certo rassicurante.
Obama non e' un clown della politica e parla chiaro perche' non vuole essere accusato di recitare la parte del medico pietoso che, secondo il proverbio italiano, fa la piaga purulenta.
"L'economia e' molto malata- ha detto il presidente- La situazione sta peggiorando. Dobbiamo agire e agire subito per interrompere il ciclo della recessione".
Negli Stati Uniti ci sono al momento piu' di 10.3 milioni di persone che hanno perduto il posto di lavoro. Ma le statistiche non tengono conto di quelli che l'occupazione l'hanno perduta dopo avere lavorato meno di un anno, fenomeno questo che coinvolge un gran numero di lavoratori che sono stati messi fuori da un'azienda e che avevano trovato una qualche occupazione temporanea per tirare avanti.
Si prevede che la massa di lavoratori disoccupati sara' destinata ad incrementarsi molto nei prossimi mesi.
Il fatto che i repubblicani abbiano fatto sapere ai mezzi di informazione che hanno apprezzato il modo con il quale Obama ha iniziato il suo contatto con i vertici del mondo politico del Campidoglio, non dovrebbe meravigliare piu' di tanto.
Basta rileggere le pagine di " The Audacity of Hope"(Three Rivers Press) il libro scritto da Barack Obama e che contiene il suo manifesto politico.
Obama e', tra i vari talenti, uno scrittore magistrale. Anche i suoi interventi durante la campagna elettorale sono stati dettati da lui al suo ghost writer che poi li ha adattati secondo il pubblico al quale erano diretti e attualizzati.
Nel suo libro il presidente nero si riferisce alla sua esperienza sia in seno al parlamento dell'Illinois che successivamente nei tre anni passati in senato.
E tocca in particolare la radicalizzazione degli atteggiamenti pubblici della politica, la polarizzazione che, soprattutto i repubblicani hanno messo in essere negli ultimi otto anni arrivando ad attacchi forsennati e personalizzati che hanno dustrutto candidature come quella di John Kerry pluridecorato del Vietnam.
Ma al di la' della facciata in bianco e nero della politica ufficiale dei partiti, alimentata dalla spettacolarizzazione dei media, esiste un'America che e' fatta di persone molto distanti dalla politica di Washington.
Parlando con la gente, visitando piccoli e grandi centri, Barack Obama si e' reso conto che le vera America ragiona ed agisce in modo diverso dai suoi rappresentanti politici. E il terreno comune sul quale instaurare un lavoro di scelta per risolvere i problemi e' molto piu' consistente.
Questa e' stata la chiave di volta che ha consentito al candidato nero di entrare in sintonia con gli umori del popolo, di capirne i problemi, di rifiutare la standardizzazione politica. Ed e' questa la molla che ha fatto scattare il consenso alimentato dalla speranza di un cambiamento da tutti auspicato e voluto ma in netto contrasto con la ripetitivita' dei sermoni della politica ufficiale.
Adesso Barack Obama e' chiamato a dimostrare di essere capace non solo di sintonizzarsi con la gente comune ma di impostare e risolvere i gravi problemi che attanagliano la societa' americana. http://oscarb1.blogspot.com/
Lo hanno atteso in centinaia per ore al freddo di fronte all'ingresso dello Hay Adams, un albergo storico nel centro citta' di Washington. E quando finalmente il corteo di SUV ha scortato la limousine supercorazzata del presidente eletto, e' stato un tripudio di acclamazioni e battimani, che hanno sommerso le urla di un gruppo di manifestanti contro il massacro in atto a Gaza. Barack Obama ha raggiunto la sua suite dove alloggera' per un paio di settimane. Avrebbe dovuto essere ospitato nella Blair House, la dependence della Casa Bianca, come si e' fatto per tutti i presidenti eletti in attesa della cerimonia della inauguration.
Ma George W. Bush, forse sollecitato dalla moglie Laura, ha accampato la scusa che le stanze della dimora erano gia state impegnate da tempo con altri ospiti in visita all'attuale presidente. E quindi Obama poteva andare in albergo. E con questo gesto, mascherato con una scusa infantile, Bush ha posto il sigillo alla sua disastrosa amministrazione confermando la pochezza della sua persona e lo stile cafone di chi lo consiglia.
Al di la' dell'attesa per il 20 gennaio, giorno dell'inauguration, tutti qui a Washington sono convinti che questo giovane presidente e la sua bella famiglia riusciranno a colmare il gap tradizionale che ha da sempre contradistinto il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e la Capitale della Federazione.
Una citta' di quasi 600mila abitanti, in gran parte AfricanAmericans, divisa in due nella considerazione di chi abita temporaneamente alla White House: da una parte il quadrilatero politico di Washington. E dall'altra il Distretto di Columbia, il resto della citta', che non interessava soprattutto ai presidenti repubblicani che si sono sempre opposti al riconoscimento del DC come il 51mo stato federale, proprio perche' si tratta di un serbatoio di voti per il Partito Democratico.
Uno degli ultimi atti di Clinton presidente fu quello di scegliere per la flotta di auto blindate della presidenza la targa con il motto "No taxation without representation" che fu la bandiera che scateno' nel 1766 la rivolta dei coloni contro gli inglesi. Una targa adottata da tutti i residenti a Washington.
Oggi gli abitanti della capitale degli Stati Uniti, pur pagando le piu' alte tasse in America, non possono eleggere propri rappresentanti operativi al senato ed alla camera.
Obama sicuramente terra' conto di questa dicotomia e stabilira' un nuovo rapporto con Washington DC e con quella parte della citta' da sempre dimenticata dal potere politico. http://oscarb1.blogspot.com/
Natale di guerra per milioni americani che vivono nei distretti industriali toccati pesantemente dalle riduzioni di personale. Ma anche i dipendenti pubblici non dormono sonni tranquilli. A cominciare da quelli della California. Il Governatore Schwarzenegger ha dichiarato che se non interviene il governo federale, il più importante stato della federazione andrà in bancarotta. Quanto ai 600mila che vivono a Washington, la maggioranza ha tirato i remi in barca. La tradizionale paranoia consumistica è quest’anno molto ridimensionata: la gente compra solo cose utili e alimentari. C’è però una minoranza che freme d’impazienza. Sono i professionisti dei party, quelli che non sono felici se non sono invitati a qualche evento importante. I biglietti d’invito per i venti gala annunciati per l’inaugurazione della presidenza Obama ancora non sono arrivati ed è tutta una corsa a conoscere la gente giusta al posto giusto. Quanto al presidente eletto, ha destato ammirazione la sua foto ripresa alla Hawaii che lo mostra con un fisico tirato e in gran forma. Circola comunque il dubbio di come sia stato possibile ad un paparazzo di fotografarlo sulla spiaggia. E se fosse stato un cecchino?
Tra il gruppo di advisor del neo eletto presidente Barak Obama vi e’ anche un interessante duo, Cass Sunstein, un professore di legge, ed Richard Thaler, un economista. Entrambi sono gli autori di ‘Nudge’, uno dei primi libri che applica le scoperte di psicologia cognitiva e di ‘economia comportamentale’ al costruire politiche che possano rendere migliore la vita dei cittadini. Thaler e Sunstein introducono la nozione di ‘paternalismo liberale’ che ritengono non essere un ossimoro perche’ il fervore anti-paternalista dei liberali classici si basa su un assunto falso e su alcune malintesi. L’assunto e’ che la gente faccia sempre scelte nel loro migliore interesse. Secondo Sunstein e Thaler questo assunto e’ verficabile ma si rivelato essere falso da una vasta letteratura sperimentale.
Il primo malinteso e’ che esista un’alternativa all’essere paternalisti visto che nella maggior parte delle situazioni sociali, qualcuno dovra’ prendere una decisione e condiziona quelle di altri attori. Il secondo malinteso e’ che il paternalismo comporti sempre la coercizione, ma secondo Sunstein e Thaler questo non e’ sempre vero.
Ragionando su queste linee questi due studiosi americano sono arrivati a proporre una nuova archiettura per favorire le scelte sensate dei cittadini su questioni di scelta come i fondi previdenziali, assicurazioni sanitarie, investimenti dei risparmi, ecc.
Si tratti di essere ‘architetti della scelta’, nel senso di fornire un contesto in cui gli errori piu’ comuni e dannosi, frutto di tendenze cognitive umane, sia resi meno facili, pur lasciando la possibilita’ all’individuo di sbagliare. Un esempio e’ quello di scegliere con cura le scelte di ‘default’ perche’, come dimostra molta ricerca in merito, la gente e’ molto condizionata da quali siano le condizioni di base se nessun scelta attiva viene operata.
Naturalmente il dibattito scientifico e politico e’ aperto su quanto sia opportuno il ‘paternalismo liberale’, ma l’aspetto interessate e’ come anche in America facciano strada aspetti di governance che qualcuno chiamerebbe ‘dirigista’ o forse ‘centralista’ in un paese come l’Italia. Prendiamo il caso del Mezzogiorno italiano, in questo caso del ‘paternalismo liberale’ sarebbe auspicabile per scoraggiare, pur lasciando la liberta’ di scelta, alcuni comportamenti sociali che sono chiramente contro il benessere collettivo di quelle comunita’. L’immagine della politica forte, come servirebbe nel Sud d’ITalia, non e’ quella dell’uomo forte ma del coraggio di fare del sano paternalismo per spezzare la lunga serie di circoli viziosi che imprigiona le comunita’ meridionali italiane. Oltre ad un Obama, anche in Italia ci vorrebbe un po’ di ‘paternalismo liberale’.http://www.giuseppeveltri.it/blog/?p=787
La sera del 4 novembre, a Chicago, Barack Obama ha ringraziato i suoi elettori con uno dei suoi consueti e formidabili discorsi, pronunciati con la cadenza, il ritmo e la circolarità tipica di un sermone domenicale, come nella migliore tradizione oratoria del reverendo Martin Luther King, come in una canzone di James Brown. Una frase di quel discorso, in particolare, l’indomani è stata ripresa da tutti i giornali ed è comparsa sulle copertine dei settimanali: “It’s been a long time coming, but tonight, change has come to America”, c’è voluto molto tempo, ma stasera, in America è arrivato il cambiamento.
Un passo indietro. La straordinaria avventura di Obama è cominciata undici mesi prima, la notte del caucus dell’Iowa, con una vittoria clamorosa su Hillary Clinton e John Edwards al primo appuntamento della lunga corsa alla nomination presidenziale del Partito democratico. In quell’occasione, a Des Moines, Obama ha centrato il discorso della vittoria su un punto: “Our time for change has come”, è arrivato il nostro momento per il cambiamento. Ancora una volta lo stesso stile gospel, con l’interazione tra il predicatore e i suoi fedeli, con Obama in piedi su un palco-pulpito, circondato da ragazzi che sottolineavano con “yeah” di commozione le frasi più ispirate del discorso. Di nuovo la stessa frase sul “change” che sarebbe arrivato dopo un lungo e faticoso cammino. Il 20 gennaio è il giorno in cui Obama diventerà il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti e, sul palco della cerimonia, a festeggiarlo ci sarà la cantante soul Aretha Franklin. Nel suo secondo disco, “I never loved a man the way I love you”, anno 1967, Aretha canta una canzone che si intitola “A change is gonna come”.
C’è qualcosa che unisce – da quella prima sera a Des Moines, fino al trionfo di Chicago del 4 novembre e al nuovo inizio del 20 gennaio – il primo presidente afroamericano al verso di una canzone di quarantaquattro anni fa che si intitola, appunto, “A change is gonna come”. Non è soltanto una canzonetta, Obama e il suo speechwriter Jon Favreau non hanno citato a caso quel verso e quella storia. L’autore della canzone è Sam Cooke, il gigante della musica soul e uno dei principali interpreti, con la sua canzone, della lotta per la desegregazione razzista degli anni Sessanta.
Scritta in risposta al quesito di Bob Dylan in “Blowin’ in the wind” – quanti anni devono trascorrere perché a un popolo sia concesso di essere libero? – e perché voleva scendere in un albergo della Louisiana riservato ai bianchi, “A change is gonna come” è diventata l’inno del movimento dei diritti civili e il manifesto poetico dell’inevitabilità del cambiamento. Il verso citato da Obama dice: “I was born by the river in a little tent, oh and just like a river I’ve been running ever since, it’s been a long time comin’, but I know a change gonna come, o yes it will” (sono nato in una piccola capanna sulla riva del fiume, oh e proprio come un fiume da allora non ho fatto altro che correre, ma ci vuole molto tempo per arrivare, ma so che il cambiamento arriverà, oh, sì che arriverà”).
La canzone di Sam Cooke è del 1963, pubblicata l’anno successivo, quando Obama aveva tre anni e sua madre (bianca) aveva appena sfidato le convenzioni dell’epoca, sposandosi e facendo un figlio con un studento nero e africano. “A change is gonna come” è una delle testimonianze più importanti di un’era e di un genere musicale strettamente legati alle lotte per i diritti civili della popolazione nera. Ci sono poche cose più americane del soul, grazie al suo impasto di sogni, politica, religione e dollari. Allo stesso modo ci sono poche cose più tipicamente made in Usa della storia di Obama.
La soul music è una particolare espressione della musica nera, un derivato del rhythm ‘n blues nato a Memphis, in Tennessee, e nel delta del Mississippi, un fenomeno musicale caratterizzato da un forte legame con la fede e la musica religiosa gospel, e arricchito dall’incontro con la tradizione rurale bianca, come l’hillbilly e il country, prodotti dell’altra grande città musicale del Tennessee, Nashville.
Quasi tutte le più grandi personalità del soul sono stati leader religiosi, in alcuni casi veri predicatori come Salomon Burke e Al Green. Uno come James Brown, invece, è stato una figura a metà tra il capo religioso e il leader politico. I primi esempi di soul risalgono agli anni Cinquanta, con le incisioni di Ray Charles per l’Atlantic di New York, ma il periodo più influente è quello che va dal 1959 al 1968 e che comincia con l’incisione di “What’d I say” di Ray Charles con cui vengono fissati i canoni della black music moderna. L’era del soul finisce politicamente con l’uccisione del reverendo Martin Luther King, il 4 aprile del 1968, a Memphis, otto mesi dopo la scomparsa di Otis Redding, uno degli interpreti più carismatici del genere.
Eppure, oggi, in questi anni di era pre-Obama si sta assistendo a una rinascita del soul, non solo con i fenomeni pop alla Amy Winehouse, Duffy, Adele e perfino con l’italiana Giusi Ferreri, ma anche con un vero e proprio revival soul di etichette e band e artisti capaci di ricreare quelle atmosfere musicali e di vita degli anni sessanta. Due anni fa il film “Dreamgirls”, ispirato alla storia di Diana Ross e delle Supremes, ha vinto due Oscar. Nel 2004 anche “Ray”, dedicato a Ray Charles, aveva vinto due statuette. Oggi nei cinema americani c’è “Cadillac records”, la storia di Etta James, Muddy Waters e dell’etichetta di Chicago Chess. Spike Lee sta preparando la grande biografia di James Brown.
Il soul non è stato soltanto la colonna sonora della stagione dei diritti civili, ma esso stesso uno strumento di integrazione sociale culturale del profondo sud. Nelle sale di incisione della Stax, King, Hi, Soulwax e negli studi di Muscle Shoals e Fame, lavoravano fianco a fianco artisti e produttori bianchi e neri (Isaac Hayes, David Porter, Chips Moman, Booker T. Jones, i Mar-Keys) per un pubblico multirazziale che comprava i loro dischi quando ancora in diversi stati ai neri non era consentito di entrare negli stessi luoghi aperti ai bianchi. Non solo, per la prima volta, grazie al successo commerciale del soul, si sono cominciati a vedere i primi esempi di integrazione economica afroamericana. Sono stati i soulman i primi neri in grado di creare onestamente ricchezza nello show business. James Brown ha definito il fenomeno come il primo esempio di “black capitalism”. Grazie al soul, per la prima volta, grandi artisti neri come Sam Cooke, Ray Charles e James Brown hanno potuto chiedere il pieno controllo sulla produzione e e non hanno più avuto bisogno di tutori.
L’integrazione tra bianchi e neri è alla base della musica moderna, a partire dalla nascita del jazz, all’inizio del secolo scorso. Il soul deve la sua nascita al Rythmn ‘n blues e a un gruppo di intraprendenti impresari bianchi, spesso ebrei come il Leonard Chess interpretato da Adrien Brody in “Cadillac records”. Chess e Jerry Wexler dell’Atlantic di New York hanno cominciato a diffondere la “race music” e a spianare la strada alle successive espressioni autoctone della cultura nera. Il R&B nasce con l’emigrazione degli anni Venti dei neri dal sud verso le città del nord, in coincidenza con il richiamo dei grandi conglomerati industriali come Chicago, Detroit, Kansas City, St Louis.
Il blues ritmico era la fusione tra il lamento malinconico delle campagne del sud e il ritmo cosmopolita delle orchestre da ballo delle città. Nel Dopoguerra, a Chicago, è diventato elettrico. Si sono formati i primi piccoli gruppi con il cantante che suonava la chitarra elettrica, accompagnato da piano, basso e batteria. B.B. King, Muddy Waters, Howlin Wolf, Willie Dixon, Buddy Guy, John Lee Hooker, Sonny Boy Wiliamson, Memphis Slim, Bo Diddley, senza saperlo, hanno inventato il rock, la sua base musicale, quella che avrebbe conquistato intere generazioni, riempito stadi e costruito icone moderne.
A Chicago l’etichetta principe è, appunto, la Chess degli omonimi fratelli Leonard e Phil, ebrei polacchi, avventurosi gestori del Macamba night club nel Southside di Chicago, lo stesso quartiere nero che è stato il punto di partenza della carriera politica di Barack Obama. I Chess hanno scoperto e lanciato Chuck Berry, il primo musicista capace di dare al rock un’estetica (la “duck walk”) e una poetica successivamente omaggiata da tutti, dai Beatles, agli U2, a Bruce Springsteen.
Ai tempi, però, quella era ancora “race music”, musica fatta dai neri per i neri, confinata in un circuito segregato di locali, negozi e radio. E loro, gli artisti del blues elettrico, erano l’immagine vivente del pregiudizio razziale dei bianchi, erano quasi tutti black man un po’ cialtroni e vagabondi, spesso ubriachi e pieni di donne. I produttori bianchi trovarono un modo per fare soldi da quella musica, ripulendola dalla sua negritudine, aggiungendo arrangiamenti meno ruvidi e naturalmente facendola interpretare a un cantante bianco.
Lo sdoganatore della musica nera è stato un giovane camionista di Tupelo che si chiamava Elvis Presley, un bianco, bello e biondo che cantava e si dimenava come un nero. Presley ha reso presentabile una musica che apparentemente non lo era. Ma un aiuto decisivo è arrivato dall’Europa, con una delle poche, involontarie e più colossali operazioni di risarcimento culturale dopo la liberazione dal nazifascismo. Nella seconda metà degli anni Sessanta, infatti, l’America ha assistito alla “British invasion”, una specie di D-day al contrario, con i musicisti inglesi guidati dai Beatles e dai Rolling Stones che hanno riportato negli Stati Uniti la musica nera del profondo sud, in America ignorata, mal giudicata o candeggiata con risciacqui pop e bianchi.
I Beatles sono arrivati in America nel 1964 e nel reportorio avevano brani Motown, di Chuck Berry, di Little Richard. Il contributo più grande è stato dei Rolling Stones, grazie a loro il blues e tutto il resto sono stati definitivamente accettati nel paese che li ha creati. Mick Jagger e Keith Richards sono diventati amici scambiandosi i dischi di Muddy Waters e hanno chiamato il loro gruppo Rolling Stones, ispirandosi al titolo di una sua canzone. Nel 1965, sono andati a Chicago negli studi Chess e hanno registrato canzoni di Sam Cooke, Otis Redding, Marvin Gaye e Solomon Burke, poi usciti nella versione americana del loro terzo disco, “Out of our heads”.
Dodici anni prima, nel 1953, la storia della black music e della cultura americana ha conosciuto il punto di svolta musicale: l’Atlantic Records di New York ha messo sotto contratto un cantante pianista nero, cieco per una grave forma di infezione agli occhi non curata. Ray Charles era l’emblema della condizione di vita dei black nel sud degli Stati Uniti negli anni Cinquanta. A sette anni ha perso la vista, perché la sua famiglia non aveva i mezzi per aiutarlo. Un decennio prima, la regina del blues Bessie Smith era morta dissanguata perché nessun ospedale aveva accettato di ricoverarla. Ray Charles, detto The Genius, ha riarrangiato la musica che cantava da bambino nella sua chiesa in Georgia, cambiando le parole, esasperando ritmo e sensualità.
Le versioni edulcorate bianche non potevano reggere il confronto e Ray Charles ha cominciato a scalare le classifiche pop, fino a vendere un milione di copie. Ma se Ray Charles ha aperto la strada dell’integrazione razziale, è stato il Sam Cooke di “A change is gonna come” a indicare la via d’uscita. Nato povero nel Mississippi, bello e naturalmente elegante, Cooke era un cantante raffinato che si rivolgeva con la stessa intensità al pubblico bianco e nero. Amava la bella vita, le macchine sportive, le donne. Era considerato un nero a metà, un nero fino a un certo punto, un venduto. Cooke era il nero che piaceva ai bianchi, dava ai bianchi un’immagine accettabile e meno aggressiva di quella di Ray Charles. Era ambiguo, Cooke. Alternava pezzi da crooner (“For sentimental reasons”, “Cupid”) a canzonette ottimistiche (“Wonderful Word”) e, soltanto di rado, a richiami alla condizione della sua gente (“Chain Gang”). Cooke si esibiva in modo levigato e accattivante al Copa, locale di lusso con un pubblico bianco a cui offriva gli standard della musica di successo del tempo. Solo saltuariamente si inoltrava fino alla 129esima strada di Manhattan per cantare nei piccoli club neri di Harlem.
Sam Cooke è stato anche un abile businessman, ha creato un’etichetta discografica, la Sar, ha lanciato artisti come Johnnie Taylor e Bobby Womack e ha stipulato con la Rca un contratto milionario, uno dei primi esempi di successo interrazziale negli anni in cui, in Alabama, a Rosa Parks non era consentito sedersi nei posti del bus riservati ai bianchi. Fu ucciso a trentatré anni in circostanze mai ben chiarite, l’11 dicembre 1964, dalla custode del motel di Los Angeles dove era andato con una ragazza. “A change is gonna come” è uscita dopo la sua morte.
L’editore Adam Bellow, figlio di Saul Bellow, in un’intervista al Foglio ha detto che i neri come Obama e sua moglie – gente di successo che ha frequentato le migliori scuole del paese – sono come quegli ebrei degli anni Sessanta che ce l’avevano fatta e che si sentivano in colpa per il loro successo. Nel caso degli Obama, questo può essere il motivo per cui hanno scelto di frequentare la chiesa nera e radicale di Jeremiah Wright: una forma di rispetto nei confronti dei genitori, un modo di assaporare una parte di quel mondo antico, familiare, eppure lontano. Se è così, lo strumento con cui Sam Cooke ha saldato il conto con il suo successo tra i bianchi è stata proprio “A change is gonna come”, la canzone-manifesto diventata la colonna sonora delle marce per diritti civili e, quarant’anni dopo, del trionfo di Obama.
Oltre a Ray Charles e Sam Cooke, il terzo elemento della trinità soul è stato James Brown. Nato in South Carolina, Brown ha avuto un’infanzia miserabile che si è trasformata in maniacale disciplina e totale dedizione al lavoro, quasi a voler esorcizzare la paura della fame e della povertà estrema. James Brown era “the hardest working man in the show business”, il cantante dallo stile messianico che aveva un rapporto speciale con il pubblico e riusciva a trasformare gli show in cerimonia politica, ascetica e religiosa, come ha sottolineato ironicamente la sua partecipazione al film “The Blues Brothers”.
Il 5 aprile del 1968, ventiquattr’ore dopo l’assassinio di Martin Luther King, è passato alla storia come il giorno in cui James Brown ha salvato Boston. Era previsto un suo concerto al Garden e c’era il rischio di una rivolta nera. La polizia era in allerta, Brown e il sindaco hanno deciso di trasmettere il concerto in diretta tv, per evitare l’afflusso di masse nere in centro. Il piano ha funzionato. E quando la folla è salita sul palco, James Brown ha detto: “Siamo neri, siamo neri, siamo tutti neri, credo di meritare un po’ di rispetto dalla mia gente”. Sei mesi dopo ha inciso “Say it loud, I’m black and proud”.
In quei mesi, mentre montava la protesta dei ghetti, l’uomo che aveva sdoganato la musica nera, Elvis Presley, era in crisi profonda. Elvis aveva bisogno di rilanciare la sua carriera e per farlo si è affidato ai maestri del soul, incidendo “From Elvis in Memphis”, un tributo a quella musica nera di cui dieci anni prima si era appropriato senza dire grazie. Questa volta, però, Elvis ha trovato il modo di ricambiare il favore: il singolo che nel 1969 è andato al primo posto in classifica, il suo primo numero uno dopo nove anni si intitola “In the Ghetto” e racconta la disperazione della vita dei neri (“And the snow flies, in a cold morning in Chicago, a little baby is born in the ghetto… and his mama cries”).
A molti quella di Elvis era sembrata una furbata commerciale e politicamente corretta, ma qualche anno prima sarebbe stato impensabile per un bianco cantare una canzone così nera. C’era voluto molto tempo, ma finalmente il cambiamento era arrivato. La vittoria di Obama non è giunta all’improvviso, non è stato un colpo di fortuna, è un successo conquistato quarant’anni fa, arrivato nella testa di una nazione, prima ancora che nelle urne, grazie alle sue musiche, ai suoi ritmi, alla sua anima.
di Cataldo Intrieri
e Christian Rocca
USA: ECONOMIA PEGGIO PREVISTO, OBAMA ALLARGA IL NEW DEAL
di Marco Bardazzi
WASHINGTON - Da quando ha vinto le elezioni, Barack Obama non ha fatto che ricevere informazioni sempre più cupe sullo stato dell'economia americana. Ma, in una riunione a porte chiuse nei giorni scorsi a Chicago, a Obama è stato illustrato un quadro da vero e proprio allarme rosso, che parla del rischio per gli Usa di avere altri 4 milioni di nuovi disoccupati nel 2009. Per questo, il presidente eletto ha deciso di 'allargare' il proprio New Deal: più spesa pubblica e offensiva a tutto campo del governo federale per creare o salvare tre milioni di posti entro il 2011. Obama è alle Hawaii per trascorrere una vacanza fino a Capodanno con la famiglia e ricaricare le batterie, dopo un intenso anno elettorale. Ma il successore di George W. Bush ha portato con sé in spiaggia le preoccupazioni per lo stato di salute del 'sistema America'. "L'economia rischia di affondare", ha detto senza giri di parole il suo vice Joe Biden in un'intervista domenicale. E il settimanale Newsweek, nel proclamare Obama l'uomo più potente del 2009, gli ha affidato un compito epocale: "Salvare il capitalismo americano". Martedì scorso, rivelano fonti dello staff della transizione, in una riunione con i propri consiglieri economici Obama ha ricevuto nuovi dati e previsioni messe a punto da Christina Romer, l'economista di Berkeley studiosa della Grande Depressione degli anni '30, nominata alla guida dei consulenti economici della futura Casa Bianca. La Romer ha descritto uno scenario secondo il quale l'attuale recessione creerà una crisi economica "più seria di qualsiasi altra abbiamo vissuto nell'ultimo mezzo secolo". Senza interventi drastici, gli Usa rischiano di veder evaporare altri 4 milioni di posti di lavoro nel 2009, il doppio di quelli andati persi quest'anno, e il tasso di disoccupazione schizzerebbe oltre il 9% (é attualmente al 6,7%). L'ultima volta che la disoccupazione è stata così alta, fu all'inizio della presidenza di Ronald Reagan negli anni Ottanta. La reazione che Obama e i suoi collaboratori stanno mettendo a punto, però, è praticamente l'opposto della 'Reaganomics' e delle sue ricette di tagli alla spesa pubblica, libero mercato e incentivi fiscali. Il prossimo presidente intende invece dar vita a un gigantesco programma di interventi pubblici alimentato da uno 'stimolo' le cui dimensioni continuano a crescere nelle previsioni: le ultime indiscrezioni parlano di un piano economico compreso tra 675 e 775 miliardi di dollari che Obama intende contrattare con il Congresso (ma potrebbe gonfiarsi fino a mille miliardi). Massicci programmi di costruzione di opere pubbliche, ristrutturazioni di scuole ed edifici federali e sviluppo dell'informatizzazione, saranno al centro del piano. Solo poche settimane fa, Obama aveva promesso di creare entro il 2011 tra i due e i 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro. Ma dopo aver discusso con i collaboratori le previsioni della Romer, il presidente eletto ha deciso che non era abbastanza. Il traguardo diventa ora quello di creare o preservare tre milioni di posti in due anni, cercando nel frattempo di limitare il numero di quelli che andranno perduti. Obama, secondo le indiscrezioni, ha dato ordine ai suoi collaboratori di essere "più coraggiosi" nel preparare la ricetta che il presidente eletto comincerà a presentare ai leader di Camera e Senato al suo ritorno dalle vacanze il 2 gennaio. Il nuovo Congresso verrà inaugurato il 6 gennaio e l'obiettivo è mettere a punto una legge di stimolo da far approdare sulla scrivania di Obama in tempo per il suo insediamento, il 20, nello Studio Ovale. Oltre a nuove spese, nel piano ci sarà un massiccio taglio fiscale da 150 miliardi di dollari per le famiglie a basso e medio reddito. I destinatari degli sforzi per la ripresa saranno la classe media e le famiglie dei lavoratori, come Obama ha confermato annunciando una nuova iniziativa: la creazione di una task force per la classe media alla Casa Bianca, che sarà guidata da Biden.
Un rapporto del Worldwatch Institute parla della strada per arrivare a un'economia a basse emissioni di gas serra. Tra 20 anni le fonti rinnovabili potrebbero fornire quasi il 60% dell'elettricità Usa, mandando in pensione il carbone.
Le nuove tecnologie permetterano una rapida decarbonizzazione del sistema energetico mondiale nei prossimi vent’anni. Negli Usa, da qui al 2030, le fonti pulite renderanno possibile la chiusura di centinaia di centrali a carbone, eliminando un terzo delle emissioni e creando milioni di posti di lavoro. È un report che emana ottimismo quello pubblicato ieri dal Worldwatch Institute che si intitola “Low-Carbon Energy: A Roadmap” (vedi in allegato) e parla della transizione verso un'economia a basse emissioni.
“Le tecnologie che servono a decarbonizzare l’economia, a differenza di quelle per il sequestro della CO2, sono già all’opera e destinate a rendere obsolete le fonti fossili”, dichiara Christopher Flavin, presidente dell’istituto e autore del report. Lo studio, focalizzato soprattutto sulla realtà statunitense, dipinge scenari e indica il percorso verso un sistema energetico che permetta di contenere il riscaldamento globale.
Il solare - si vede in una delle figure proposte dal report - ha la potenzialità teorica, con le tecnologie attuali, di fornire circa più di 4 volte il fabbisogno energetico mondiale e 7 volte quello dei soli Stati Uniti; anche geotermia e eolico hanno ciascuno un potenziale superiore al fabbisogno del pianeta. Fondamentale dunque per decarbonizzare l’economia – raccomanda lo studio - spingere sulle rinnovabili, specie quelle dei piccoli impianti, e sull’efficienza enegetica; ad esempio, quella degli edifici - responsabili del 40% dei consumi Usa - che secondo il report potrebbero usare il 70% di energia in meno. Un ruolo di primaria importanza lo deve avere poi anche la cogenerazione: l’80% dell’energia attualmente dispersa sotto forma di calore può essere infatti recuperata e dare agli Stati Uniti almeno 150 gigawatt più di quello che ora fornisce il nucleare.
Lo scenario proposto dal report per il 2030 riguardo alla produzione di elettricità negli Usa, è incoraggiante. La fetta delle fonti fossili - attualmente il 68% della torta - diventa il 36%, da produrre in cogenerazione. Il nucleare, secondo lo scenario, scenderà dal 20% attuale al 7%, mentre il restante 57% dell'elettricità Usa, nel 2030 verrà tutta da fonti pulite. Per un mix elettrico del genere – sottolinea lo studio - sarà importante investire in una rete elettrica “intelligente”, la famosa “smart grid” capace di accogliere e coordinare l’energia fluttuante (aleatoria) fornita dalle rinnovabili, nella quale si integrerà benissimo la diffusione di auto elettriche e ibride plug-in.
Dal punto di vista economico, la transizione verso un sistema energetico a basse emissioni è un modo per stimolare l’economia. Gli investimenti nelle rinnovabili sono passati dai 20 miliardi di dollari del 2002 ai 71 del 2007. Nel 2006 negli Stati Uniti le rinnovabili hanno dato lavoro a 386mila persone. Il compito della classe politica in questo momento – spiega Flavin – è sostenere lo slancio economico di questo settore, vulnerabile alla crisi perché caratterizzato da aziende relativamente piccole e sottocapitalizzate.
Obama, con gli ingenti investimenti in rinnovabili ed efficienza promessi, pare muoversi nella direzione giusta e giustificare l’ottimismo del Worldwatch Institute e del suo presidente Flavin, che conclude così la presentazione del documento: “Siamo all’inizio di una rivoluzione energetica, con una leadership politica forte potremmo cogliere l’opportunità unica di usare tecnologie e politiche per scongiurare la più grande minaccia creata dall’uomo che il nostro pianeta abbia mai affrontato”.
Il sostituto del deceduto Heider è un giovanotto di 27anni senza ne arte ne parte che non fa che confermare che il partito di Heider era Heider stesso, il partito viveva di luce riflessa del leader ,si incarnava nella sua persona e non c’era nessun partito al di fuori della sua persona. Populismo ,senz’altro, demagogia ,anche ,ma è ormai evidente che la crisi dei partiti ,così come siamo stati abituati a conoscerli, è ormai un fenomeno mondiale e anche in democrazie proporzionali si inseriscono vieppiù elementi plebiscitari , basti come esempio per tutti come in Germania il segretario della SPD ,i socialdemocratici tedeschi, Beck sia stato allontanato a favore di Steinmeier ,più mediatico ,meglio piazzato nei sondaggi e scelto pur non essendo un politico di formazione , ad ennesima riprova che anche in Germania ,come oramai in tutto il mondo occidentale , l’era dei partiti come li conoscevamo è finita , ed il centrosinistra a livello mondiale ha vinto ,ad esempio in Australia, o come con Obama negli USA, se si inserisce in dinamiche maggioritarie e non si rinchiude in fortini identitari ormai assediati, d’altre parte a destra ,l’abbiamo visto, vi è la presenza di elementi populistici e plebiscitari nelle campagne elettorali che fanno si che i candidati si connettano direttamente ,senza filtri partitici , con l’elettorato .Pulsioni populiste da contrastare evidentemente ,ma con cui si deve necessariamente fare i conti e che non si possono affrontare nella società mediatica con strumenti inadatti , basti pensare alla campagna elettorale Presidenziale Americana in cui i due contendenti hanno fatto a gara a prendere le distanze da “Washington” ,noi diremmo da “ROMA”dall ’establishment ,e a presentarsi agli occhi degli elettori come outsider pur rappresentando entrambi ormai due partiti leggeri ,ma che ,nonostante tutto ,rappresentano comunque una zavorra insormontabile per qualunque candidatura che voglia essere minimamente competitiva.La crisi dei partiti ,della partitocrazia secondo una fortunata espressione , non è quindi una prerogativa Italiana ,anzi , nell’ultima tornata elettorale nell’arco alpino ,Austria ,Svizzera ,Baviera, c’è stata la contemporanea frana dei partiti storici e l’avanzata di nuove formazioni che con i partiti storici hanno poco in comune, si dirà ,invece, che ,in Italia , ben più pesanti ,lugubri e minacciosi sono gli elementi populistici e plebiscitari rappresentati da Berlusconi ,con una deriva che non ha eguali ,questa si ,nel mondo occidentale ,ma che proprio per questo richiede una risposta all’altezza delle sfide. Il partito democratico, nato non dimentichiamolo mai , dall’evoluzione dell’Ulivo ,geniale intuizione di Prodi difesa con perdite ,ma con successo dalla nomenklatura partitica testarda ed ottusa, non è stato invece all’altezza delle temperie in cui ci troviamo , le primarie sono si state recepite ,ma non comprese quasi che potessero inserirsi in continuità nelle politica dei vertici chiusi e delle decisioni prese da pochi e non rappresentare un momento di rottura con la politica fino ad allora praticata. Come era prevedibile le primarie, nonostante Veltroni ,hanno terremotato la riserva indiana della sinistra , legata a modalità di fare politica antidiluviane ,ma hanno intaccato solo in minima parte il recinto della destra proprio perché il confronto è stato vissuto nel centrosinistra ancora nello schema della forma partito , credendo che con la nascita del partito democratico non si fosse fatto solo il primo passo di un lungo cammino,ma si fosse giunti già all’approdo.
Il partito democratico infatti coltiva la pericolosa illusione da una parte di aver sterilizzato i contrasti , mentre inevitabilmente i contrasti sono destinati sempre a venire alla luce perché sono il sale della democrazia, e dall’altra di poter rimanere in mezzo al guado nella forma partito , con tessere e tesserine ,segreterie ,circoli e circoletti .Si crede ,infatti, che tutto il”kit” ,tutto l’occorrente per affrontare la realtà esterna sia presente nelle risorse interne dei partiti ,partiti che come vediamo tutti i giorni in tutto il mondo sono sempre più screditati , e ,soprattutto, in Europa si rinchiudono in se stessi invece di aprirsi alle realtà esterne. In tutte le democrazie inoltre ,anche in quelle bipartitiche, le differenti visioni del mondo ,gli scontri ,le dure lotte sono all’ordine del giorno ,quello che conta sono in realtà le regole d’ingaggio che permettono di sciogliere i nodi politici , non bisogna perciò aver paura dei contrasti ,ma semplicemente trovare le modalità democratiche per risorverli ,modalità che in realtà sono già presenti ,le primarie, ma di cui non si sono comprese le conseguenze .Un esempio aiuta a chiarire meglio la situazione a Firenze ,come in molte altre realtà, l’anno prossimo si vota, il sindaco uscente al termine dei due mandati non è più ricandidabile ,bisogna quindi trovare un nuovo candidato ,tutti i termini della situazione sono perciò ampiamente conosciuti ,si sa quando si vota , si sa che il sindaco uscente non è ricandidabile ,eppure il partito democratico si incarta in una spirale senza uscita quando i termini del problema sono apparentemente semplici, prima ,infatti , propone di tenere primarie solo per il partito democratico ,di fronte al fatto che con molte forze si andrà poi uniti alle elezioni comunali pare logico andare alle primarie aperte ,ma ecco l’apparente problema ,troppi candidati sembrano troppi ,vanno ridotti , magari con manovre d’apparato,mentre non ci si preoccupa minimamente di assicurarsi che il vincitore rappresenti almeno il 50% degli elettori ,con modalità sperimentate come la legge elettorale australiana ad esempio o il doppio turno ,preoccupazione del resto non affrontata per le primarie comunali di Velletri,in modo che sia veramente il candidato “migliore” a presentarsi alle comunali con maggior chance di successo, poi si preparano le primarie nel recinto del pd ,infine di fronte agli scandali si “ripiega” finalmente sulle primarie di coalizione con necessario doppio turno.Cosa si dovrebbe fare a Firenze e dappertutto invece dovrebbe essere chiaro ,stabilire con largo anticipo la data delle primarie ,primarie aperte a tutti,affinché outsider ,anche Obama all’inizio era un outsider, abbia aggio di crearsi una organizzazione in grado di intercettare voti ,la vera chiave da ora in poi di fare politica, e rendere la sua candidatura competitiva facendo inizialmente un favore naturalmente a se stesso ,ma poi in definitiva alla stessa coalizione poiché può portare valore aggiunto e soprattutto voti aggiuntivi. Il partito democratico perciò è chiamato a decidere se vuole essere in grado di immettere nel circuito della politica i valori le abilità e le competenze della società civile ,ovvero invece utilizzare le primarie come mero strumento per dirimere nodi ormai non più diversamente scioglibili .
La fine dei programmi e l’ora dei THINK TANKS.
Sono comprensibili le obiezioni di chi lamenta ,di fronte alla turbopolitica, la perdita dei programmi ,la coperta di linus della cosiddetta sinistra radicale, se contano i candidati ,le persone secondo la vulgata popolare, quale spazio c’è per programmi ben meditati e concertati ? A ben vedere questa età dell’oro dei programmi non è mai esistita ,come sa bene chi ha partecipato a qualunque livello alla stesura di un programma , con trattative in bilico fra il suk ,la farsa e la sceneggiata ,trattative farraginose e confusionarie che producono programmi altrettanto confusi o al massimo adatti ai libri dei sogni ,ma non si può necessariamente derubricare questa obiezione nel novero di quelle che non meritano risposte .Innanzitutto nella politica maggioritaria ,e maggioritaria è volente o nolente anche nel proporzionale o si governa o si sta all’opposizione tertium non datur, il candidato ,diremmo quasi il corpo del candidato , è politica ,lo è il suo modo di parlare ,di gesticolare lo è il modo di esporre che veicola un universo di valori che di per se già è in parte un programma ,la sobrietà di Prodi ,ad esempio, già indicavano un modo di governare che si sarebbe realizzato nell’azione di governo e dubitiamo che molti abbiano letto pienamente il programma di Berlusconi nondimeno si sono ritrovati nei suoi valori nei suoi disvalori e nelle sue televisioni senza bisogno di leggere una riga del programma , non c è nessuna necessità quindi di analisi ,report , paper position ,tutto dovrebbe essere affiditato unicamente ad una politica plebiscitaria senza spazio per la discussione? Ma quando mai, proprio questa modalità ,se ben utilizzata e compresa, offre la possibilità per una analisi raffinata e precisa anche se necessariamente conflittuale soltanto bisogna cambiare luogo di osservazione . Un think tank (letteralmente "serbatoio di pensiero") è un organismo ,un gruppo di lavoro o una società tendenzialmente indipendente dai partiti politici ,anche se spesso collaterale ad essi che si occupa di analisi delle politiche a qualsiasi livello a partire del livello locale fino al livello internazionale, producendo dati ,informazioni ,dando consigli e fornendo previsioni ,non è,come erroneamente si pensa una prerogativa del mondo anglosassone basti pensare alle Stiftung tedesche , un think tank ha un ruolo perciò di trasmissione di idee ,un ruolo non inteso in senso assoluto poichè i think tanks anche all’interno di uno stesso schieramento “lottano” nel senso buono del termine l’un l’altro per ottenere attenzione ,autorevolezza e per realizzare le politiche da loro proposte ,,”lottano” in maniera reattiva e veloce e contemporaneamente in maniera riflessiva e con un orizzonte di lungo periodo producendo sia soluzioni pret a porter che analisi per problemi dei decenni a venire. In questa ottica i politici sono le diramazioni finali di un organismo politico ,sono uno strumento necessario ,non sempre utili idioti come dice l’assessore regionale Di carlo, che però acquisiscono informazioni non più necessariamente in prima persona ,ma attraverso la mediazione di associazioni ,comitati ,istituti,reti che in qualunque modo li si voglia chiamare sono serbatoi di pensiero, e che ,spesso, in maniera informale e senza esserne pienamente consapevoli sono di fatto think tanks .In futuro quindi è del tutto evidente che questa modalità di fare politica si espanderà ,che lo si voglia o no, perché in una situazione di continuo cambiamento i partiti possono solo rispondere necessariamente in maniera non flessibile e quindi devono acquisire flessibilità presso attori esterni. In poche parole non esisterà più ,ma di fatto gia non esiste più, un programma unico ,una sorta di assicurazione casco ,un programma omnicomprensivo, in grado di proteggere la politica dai rischi degli imprevisti ,ma esisterà invece una serie di attori in concorrenza più o meno felice fra loro che discutono ,gareggiano fra loro con diverse interpretazioni della realtà non necessariamente incompatibili fra loro ,ma necessariamente diverse fornendo letture alternative e concorrenziali della realtà e basando il proprio successo unicamente sulla propria autorevolezza e non su posizioni di potere .In questa ottica perciò si incastrano primarie e think tanks ,distruzione creativa alla Schumpeter per il personale politico con la continua affermazione di volti nuovi e conseguentemente ,cosa più importante, con nuovi modelli di organizzazione politica ,la vera lezione che ci viene da Obama è questa , ,ma distruzione creativa anche per le idee in continuo e fecondo confronto fra loro ,il partito democratico può diventare ,deve diventare per la sua stessa sopravvivenza oltre che per il bene del sistema paese , il partito del centrosinistra non un partito del centrosinistra ,deve contenere al suo interno i cosiddetti riformisti e radicali , regolando di volta in volta secondo le contingenze di tempo e luogo con le primarie ,momentaneamente sempre momentaneamente i risultati non saranno mai definitivi, i rapporti di forza e facendo nel contempo continuamente affluire con i think tanks nuove idee .Il partito democratico così delineato è in realtà un campo di forze mai definitivamente strutturato in cui gli obiettivi ed i valori vengono scelti sempre unicamente dagli elettori e non dagli stati maggiori e che attraverso le primarie delimitano in maniera temporale e temporanea lo spazio fisico e valoriale del campo del centrosinistra .Solo ed unicamente in questo modo in Italia e ,oramai ,non soltanto in Italia, si potrà attrarre quell’elettorato non partitico decisivo in ogni elezione . Cittadini per l'ulivo"Velletri fuori dalla palude"circolo Volontè
Barack e burattini. L'open politic di Obama e la distanza dell'Italia
Photo by Charis Tsevis
Il 4 novembre scorso si è conclusa la battaglia politica che ha cambiato i confini della mappa elettorale statunitense, decretando la vittoria di Barack Obama.
Il New York Times il giorno successivo scriveva: “oggi è uno di quei momenti della storia in cui vale la pena di fermarsi a riflettere su alcuni fatti fondamentali. Un americano che si chiama Barack Hussein Obama, figlio di una bianca e di un nero, che a malapena ha conosciuto suo padre, che è stato cresciuto dai nonni, molto lontani dai centri del potere, è stato eletto quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti” . Certo passando per la carica di senatore dell’Illinois, certo muovendosi dall’interno del ventre politico, ma questo fatto da solo non giustifica e non basta a spiegare la vittoria, l’entusiasmo, la speranza.
L’alternativa che Barack Hussein Obama ha saputo proporre non garantiva di risolvere tutti i problemi del Paese, ma di agire laddove i singoli cittadini non potevano e non possono intervenire: nella regolazione dell’economia e nella definizione di politiche ambientali ed energetiche che promettono di risollevare il paese dalla crisi; puntando su una scuola che sia in grado di preparare i giovani a competere in un mercato globale; restituire al mondo l’immagine degli Stati Uniti come la culla della democrazia, annunciandone limiti nelle esportazioni.
Il tempo e i fatti ci diranno quanti di questi che sono solo alcuni dei punti del programma elettorale di Obama verranno realizzati, attraverso quali strumenti e con quali risultati. Sta di fatto che il filo rosso, lo slogan, di tutta la campagna elettorale è stato “change”, a cui rispondeva l’eco di milioni di cittadini “yes, we can”, come a racchiudere in una parola una promessa, e in questa un intero programma elettorale. E se le promesse dovranno superare il vaglio dei fatti, una prima e radicale novità è innegabile e risiede nell’uso, durante la campagna elettorale, dei media non tradizionali: internet in testa a tutti.
Un primo elemento estremamente significativo è che l'attività di fundraising di Obama, peraltro ancora in corso, è stata molto più efficace di quella dello sfidante McCain, grazie soprattutto alle donazioni pervenute attraverso il sito internet mybarackobama.com.
La coda lunga dei sostenitori ha contribuito a incoronare il futuro presidente, come il candidato da un miliardo di dollari.
Le potenzialità della rete sono state intuite e utilizzate con estrema professionalità dallo staff di Obama durante tutta la campagna elettorale. A partire da youtube su cui sono stati pubblicati spot elettorali e video, più o meno indipendenti, che hanno raggiunto milioni di utenti, praticamente a costo zero.
L’altra grande intuizione, perseguita con successo, è stata la possibilità di utilizzare i social network come strumento di diffusione, ad effetto moltiplicatore, di informazioni e messaggi in grado di raggiungere un pubblico vastissimo di internauti, distanti anche ideologicamente dai tradizionali mezzi di comunicazione di massa. A questo proposito abbiamo chiesto ad Antonio Sofi, professore di Sociologia della Comunicazione all'Università di Firenze e autore di spindoc.it , di fornirci una chiave interpretativa di questo fenomeno in cui il medium, oltre a essere messaggio diventa qualcos’altro, innescando meccanismi che seppure nati nella realtà e tra relazioni virtuali, si sviluppano e vivono nella first life. “Dietro i nuovi media non c’era solo un nuovo canale, ma un blocco sociale in deficit di rappresentanza poiché nessuno fino ad allora era stato in grado di interpretarne lo stile di comunicazione. Si tratta, per lo più, di giovani con un buon livello di istruzione e che fanno un uso intenso delle nuove tecnologie. La campagna elettorale è stata il centro di gravità di tutte queste energie che si sono, poi, trasferite sul territorio.
La vera innovazione di Barack Obama è stata utilizzare questi nuovi media come facilitatori di partecipazione, in grado di sfruttare quei meccanismi psicologici che vanno dalla percezione di aumentata prossimità alla causa a cui si aderisce, fino all’intimità digitale che si stabilisce grazie ad essa. Obama ha saputo aprire le porte della partecipazione dal basso anche alla definizione dei temi e delle tappe della propria campagna elettorale, per esempio, attraverso un social network dedicato agli eventi, i cittadini hanno proposto i contenuti della discussione e contribuito a definirne le tappe.
Obama è riuscito a rendere i suoi sostenitori parte attiva della campagna elettorale, attraverso la promozione di iniziative, comitati e addirittura il porta a porta nelle ultime settimane”
Lo stesso concetto è ripreso da un interessante articolo di Carola Frediani che evidenzia come "la campagna obamiana sviluppa strumenti web, li incorpora nell'ecologia della rete; ovvero utilizza perfettamente la sua grammatica e alla fine il discorso fila… Il passaggio dal digitale all'analogico, dalla chiacchiera internet ai discorsi tra la gente in carne e ossa, dai clic del mouse alle nocche battute sulla porta è stato fatto. Internet, con la sua ubiquità e i suoi multiformi mezzi, è come se avesse "pompato" le conversazioni analogiche con steroidi digitali. La barriera tra online e offline, da sempre temuta, ma anche da sempre un poco fittizia, è stata abbattuta”.
Change.gov: un nome, un programma.
“Change.gov fornisce le risorse per comprendere meglio il processo di transizione e le decisioni prese in questa direzione. Costituisce, inoltre, un’opportunità di ascolto delle vostre idee su come fronteggiare le sfide che il Paese dovrà affrontare. L’amministrazione di Obama serberà una lezione essenziale derivata dal successo della campagna elettorale: le persone unite intorno a scopi comuni possono ottenere grandi risultati” si legge in una pagina del sito change.gov che accompagnerà il processo di transizione presidenziale.
Compito del sito è da un lato di comunicare in modo informale il processo di transizione, dall’altro di non disperdere e, anzi, tenere vivo l’ampio bacino di partecipazione dal basso.
Change.gov offre ai propri utenti la possibilità di proporsi per diventare parte del personale del team governativo Obama - Biden. Attraverso la compilazione di un modulo online, gli interessati possono candidarsi per le posizioni lavorative disponibili a partire dall'insediamento di Obama.
Di contro a questa iniziativa di reclutamento, degna della Nike o di Procter & Gamble, la veste è molto meno "2.0" delle precedenti iniziative: i contributi sono raccolti attraverso moduli online, non visibili agli elettori fino, presumibilmente, all’approvazione dello staff.
L’agenda politica, in un primo momento trasferita pedissequamente dal sito della campagna elettorale a change.gov è stata successivamente rimossa e poi reintegrata in versione ridotta. Il motivo? “Si è trattato di un errore procedurale – spiega Antonio Sofi - la legge americana non consentiva, infatti, ai siti web governativi di copiare i contenuti di un siti di campagna elettorale perché questi sono sostenuti da finanziamenti pubblici. Così hanno tolto le pagine di programma, le hanno riaggiustate e messe online”.
Al di là del singolo episodio che pure aveva scatenato un gran parlare tra bloggers e abitanti attivi della rete, è certo cosa ben diversa mobilitare forze dal basso per una vittoria elettorale dal portare avanti un’open politic sostanziale, libera da proclami. Obama non potrà trascurare la base elettorale che lo ha sostenuto e che si aspetta azioni coerenti con le aperture annunciate: a cominciare dal gruppo OpenGovernment.us – composto da Doris Lessig, tra i fondatori dei Creative Commons, dagli attivisti di MoveOn.org, dall'evangelista del web 2.0 Tim O'Reilly, da Jimmy Wales di Wikipedia, da Mozilla e molti altri ancora – che ha inviato alla squadra di Obama una lettera aperta, in cui si chiede che vengano sempre adottatitre principi-baseper agevolare la condivisione e la circolazione dei contenuti creati durante il periodo di transizione.
Come a dire: la rete non dimentica.
Barack e burattini
E noi quanto siamo lontani da questo modello?
“Anni luce – risponde Antonio Sofi. Obama viene citato, più o meno a proposito, da molti, solo che viene preso a modello il suo carisma senza considerare l’aspetto più importante che risiede nell'innovazione delle prassi politiche che egli ha introdotto. Il modo in cui Obama ha condotto la campagna elettorale è coerente con quello con cui sta iniziando questo interregno. Una open politic che si spera diventerà un open government, aperto alla rete, alla dinamica di internet, al feedback e all’interazione con i cittadini. In Italia oltre alla difficoltà di decollo dei progetti di e-government sembra non esserci neanche attenzione per gli aspetti comunicativi, politico-elettorali che in teoria potrebbero essere efficaci.
Durante l’ultima campagna elettorale il PDL ha scelto di non usare i nuovi media, tranne che per mettere in piedi la Tv delle Libertà, prontamente spenta dopo le elezioni.
Il PD ha provato ad attivare i network sociali, ma l’impatto è stato pressochè nullo anche perché la macchina si è attivata tardivamente. In Italia non mancano solo le idee manca anche un blocco sociale di persone che, consapevole dell’uso di internet, voglia partecipare e magari anche farsi influenzare. In America si è parlato del coinvolgimento nella campagna dei millennials, la generazione dei 18/25 enni che erano al primo voto e che hanno partecipato alla campagna in maniera forte. Evidentemente in Italia manca questo blocco coeso di persone che non è emerso".
Quindi non dobbiamo preoccuparci solo dei recenti dati Eurostat che vedono l'Italia recedere al terzultimo posto in Europa nella diffusione di internet, il nostro è anche un ritardo sociale?
"Le due cose sono strettamente interrelate. I mellennials sono una generazione che è molto definita, tra le altre cose, da una specifica fruizione mediale e tecnologica, dichiaratamente caratterizzata dal rifiuto di televisione e quotidiani, ma altamente fidelizzata all'uso delle tecnologie sociali. Il ritardo tecnologico e infrastrutturale ha portato alla difficoltà di emersione di questo blocco elettorale che d'altronde neanche negli Stati Uniti era così compatto quattro anni fa".http://portal.forumpa.it/story/46272/barack-e-burattini-lopen-politic-di-obama-e-la-distanza-dellitalia
Barack Obama ieri ha nominato Hilda L. Solis a capo del dipartimento del Lavoro. E' una scelta che è piaciuta molto ai sindacati Ma i centristi hanno storto in naso. Los Angeles Times, The New Republic
Vista la loro palese incapacità a non litigare, e la voglia di tutto il popolo di sinistra di vedere finalmente dirigenti coesi, e i sondaggi in picchiata, i nostri chiamarono Veltroni a fare il salvatore della patria. Uòlter, solleticato nell'ambizione di una vita e sinceramente convinto di poter porre delle condizioni e di poter fare finalmente anche in Italia il partito democratico americano che da tempo sognava, accetta e si imbarca nell'impresa.
Dato che è anche lui ceto politico, commette l'errore di utilizzare l'investitura popolare delle primarie non per puntellare il governo Prodi, ma per lanciarsi in impossibili accordi istituzionali con un esperto di bidoni come Berlusconi. Per una specie di nemesi della storia, commette lo stesso errore del Baffino della bicamerale e così permette a un Berlusconi attaccato da tutti gli alleati di risorgere e di mangiarseli in un sol boccone, i suoi alleati riottosi.
Le elezioni anticipate vanno come dovevano andare. La campagna elettorale di Veltroni è certo troppo solitaria, ma per certi versi geniale e piena di idee e di entusiasmo. Ed infatti il risultato nazionale è il migliore possibile nelle condizioni date.
Ma la disgrazia del ceto politico del centrosinistra è la distanza abissale dalla gente, cosicché di fronte all'impuntatura di Rutelli, nessuno è in grado di dire al Cicoria una cosa del tipo TSRAR (Tutto Salvo Rutelli A Roma). La sconfitta a Roma distrugge Veltroni o, meglio, segnala il "liberi tutti" del ceto politico peggiore annidato nel PD. Veltroni, pugile suonato non dal risultato nazionale ma da quello romano, non sa reagire in tempo. Invece di chiamare a se il popolo delle primarie, quando ancora era possibile perché l'entusiasmo elettorale e delle primarie era fresco, per governare il partito nuovo contro la nomenclatura dei dirigenti, accetta di sciogliere la sua segreteria di giovani, di formare il direttorio dei vecchi col bilancino delle correnti, insomma di farsi commissariare. Nella speranza di rifiatare e di tenere insieme il partito, il partito reale e solito, quello fatto dalla somma mai veramente sommata dei ceti politici di DS e Margherita.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I bei discorsi veltroniani, le sue idee di innovazione, di bella politica, di riformismo moderno, di rottamazione del petrolio e ambientalismo del sì, si fanno rapidamente vacua perorazione di fronte a un partito che si trasforma in pochi attimi in un insieme di bande di amministratori e in centinaia di militanti sempre più sconsolati e sbandati. Anche in questa sua seconda esperienza di segretario, Veltroni non ha saputo governare la macchina partito - un disastro in organizzazione, con idee brillanti ma che restano idee.
Le bande di amministratori poi, comportano anche un conto salato da pagare. La Magistratura, che non è mai stata di sinistra (come alcuni si sotinano a credere) neanche durante la prima mani pulite, in parte fa certamente bene il suo lavoro, in parte annusa l'aria. E l'aria - e l'impagabile faccia di tolla di Berlusconi- dice che la questione morale esiste solo nel PD.
Che questo comporti il travaso di voti verso il furbo Di Pietro in Abruzzo, è in fondo la cosa meno importante. Ciò che conta, è il crollo della partecipazione elettorale. Le persone, pur di non votare PD (e non solo), non votano. E non votano perché la credibilità di questo nuovo partito è irrimediabilmente persa. Almeno fino a quando non ci saranno facce davvero nuove a tutti i livelli.
Quando si dice che il voto non è più ideologico o di appartenenza, si dice una cosa vera solo in parte, perché c'è ancora molta gente che si rifiuterà sempre di votare a destra (e, dall'altra parte, che si rifiuterà sempre di votare a sinistra). Però chi sta a sinistra è disposto a non votare, piuttosto che dare un voto turandosi il naso come ha continuato a fare in questi anni. E però c'è davvero anche una quota grande di voto mobile, che cambia da destra a sinistra in funzione di fattori complicati e semplici al tempo stesso. Ad esempio, l'amministrazione comunale di Veltroni alla fine si è concentrata o è stata percepita come concentrata essenzialmente su due temi: cultura e spesa sociale - ossia sul doppio target "intellettuali" e "poveri". Non ha dato risposte visibili di vivibilità concreta per chi non è né povero né intellettuale, le risposte sule buche nelle strade, sulla manutenzione del verde, sulla vera trasformazione del trasporto pubblico, incluso il coraggio apparentemente suicida dal punto di vista elettorale ma sicuramente pagante nel medio periodo di azioni drastiche di chiusura del traffico. In cosa, un cittadino medio, avrebbe dovuto trovare così qualitativamente ed anche moralmente diversa una giunta di sinistra che non ti cambia la vita da una di destra?
E' paradossale il controtempo italiano rispetto al resto del mondo. A un mondo in movimento rapidissimo e caotico, da Obama in poi, si contrappone un'Italia stabilmente rassegnata alla dittatura dolce del berlusconismo e al declino della chiusura leghista. A un mondo che si affida ai giovani, si contrappone un'Italia paese per vecchi.
_______ Una nota sulle elezioni abruzzesi. In questa tabellina ho messo a confronto i voti delle recentissime politiche con le regionali. L'ultima colonna riporta la differenza percentuale fra un voto e l'altro, e dice cose molto interessanti:
ha votato solo il 73% di quelli che ad aprile lo avevano fatto (ovviamente le due platee elettorali non sono esattamente le stesse, ma la distanza di pochi mesi rende la cosa sostanzialmente irrilevante);
il PD ha preso molto meno della metà dei voti che aveva ad aprile (41%);
l'Italia dei Valori ha preso oltre il 40% in più dei voti che aveva ad aprile. In un contesto in cui complessivamente ha votato molta meno gente, l'aumento assoluto di voti è effettivamente un risultato eccezionale. Per spiegare il quale non basta certo la presenza del candidato presidente.
Il PDL ha preso fra il 55 e il 70% (a seconda se si considera di fatto nel PDL anche "Rialzati Abruzzo") dei voti che aveva alle politiche: Chiodi non è stato eletto con la maggioranza assoluta dei votanti, ed è stato eletto da molte meno persone rispetto a quelle che ad aprile avevano votato PDL. Quindi non c'è nessuna valanga di consensi al governo Berlusconi e alla PDL, ma semplicemente c'è la scomparsa della sinistra e del centrosinistra.
Niente di nuovo sul fronte della sinistra estrema: ammesso che ci sia, il voto della sinistra radicale non torna all'ovile ma, al più, passa dal voto "utile" al PD al voto "moralmente utile" a IdV.
Il presidente eletto l’ha definita la questione che decidera’ ”il futuro dell’America per i decenni a venire”. Il nuovo ministro l’ha dipinta come ”la battaglia per i diritti civili della nostra generazione”. L’ educazione finisce sotto i riflettori negli Usa con la scelta di Barack Obama di affidare al capo delle scuole di Chicago, Arne Duncan, il compito di guidare uno dei ministeri piu’ complessi e una delle riforme piu’ difficili e combattute negli Usa. Obama ha fatto l’annuncio della nomina nella palestra di una scuola di Chicago, lo stesso giorno in cui ha riunito il proprio team per l’economia, con una scelta che manda un segnale preciso: se piani di ’stimolo’ e interventi economici servono per aiutare il paese a riprendersi dalla crisi nel breve termine, nel lungo periodo ”la strada per i posti di lavoro e la crescita comincia nelle nostre aule scolastiche”. Ed e’ qui che Obama intende applicare strategie che Duncan ha usato a Chicago e che faranno discutere. Per esempio una maggiore meritocrazia per gli insegnanti, con bonus e aumenti legati alla performance degli studenti. O un maggior sostegno alle ‘charter schools’, scuole che ricevono finanziamenti pubblici ma sono sottoposte a meno regolamentazioni, in cambio di risultati. […]
”Cerchiamo di non essere accecati dall’ideologia: se le ‘charter schools’ funzionano, proviamole”, ha detto Obama nel presentare Duncan. Un esempio dell’approccio pragmatico con il quale cerchera’ di trovare una strada da percorrere in mezzo a schieramenti di pensiero contrapposti, che difendono con passione (e minacce di scioperi) le loro posizioni. ”Non si puo’ continuare cosi’ - ha detto Obama, parlando della battaglia ideologica in atto sul tema dell’istruzione e della situazione delle scuole -, e’ moralmente inaccettabile per i nostri bambini ed economicamente insostenibile per l’America. Abbiamo bisogno di una visione per un sistema educativo da XXI secolo. E’ qui che si decidera’ se resteremo in questo secolo la potenza economica globale che siamo stati nel ventesimo.”.
La scelta del ministro dell’Educazione era tra quelle accompagnate da forti attese, perche’ anche all’interno del partito democratico il tema divide profondamente ed era difficile per Obama non scontentare qualcuno. Due fazioni si confrontano. Da una parte ci sono i cosiddetti riformatori, guidati da alcuni sovrintendenti d’assalto e innovatori come Joel Klein a New York e Michelle Rhee a Washington (e in misura minore lo stesso Duncan a Chicago), che puntano su premi agli insegnanti con i migliori risultati, promozione delle ‘charter schools’ e duri criteri di valutazione che puniscano le scuole che non stanno al passo con gli standard. Dall’altra parte ci sono i sindacati degli insegnanti e un vasto mondo di educatori che ritengono che la strada da seguire sia quella di maggiore finanziamento pubblico, classi piu’ piccole e minori riforme.
Uno scenario nel quale si inserisce la necessita’ di decidere cosa fare del programma scolastico ‘No Child Left Behind’ (nessun bambino lasciato indietro) varato dal presidente George W.Bush nel 2001 con l’appoggio anche di esponenti democratici importanti, come Ted Kennedy. La legge deve essere rinnovata in Congresso e da essa dipende il futuro delle scuole che non raggiungeranno i risultati previsti.
Obama sulla legge di Bush come sulle altre scelte da fare in tema di educazione, ha ribadito di voler agire con pragmatismo. Duncan e’ risultato il candidato migliore per offrire un compromesso tra i sostenitori di maggiore meritocrazia e i potenti sindacati della scuola. Il quarantaquattrenne futuro ministro, un prodotto di Harvard come Obama e compagno di basket del presidente eletto, potrebbe riuscire a trovare il consenso bipartisan e dentro lo schieramento progressista necessario per una riforma di vasto respiro. Ma non e’ detto che Duncan riesca a evitare battaglie ideologiche sull’educazione: il suo appoggio per esempio al controverso progetto di aprire a Chicago la prima scuola pubblica d’America riservata solo a gay e lesbiche, non lo aiutera’.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/12/16/arne-il-cestista-a-cui-obama-affida-le-scuole/#more-312
E' uno degli ultimi policy briefing del Carnegie Endowment for Peace, ovviamente diretto a Barack Obama e alla politica estera della prossima amministrazione (pressata come non mai, negli ultimi giorni, dai desiderata che arrivano dalla regione mediorientale...). Lo ha scritto Paul Salem, e dice a Washington che la pace è meglio farla, tra Siria e Israele.
Dopo William Jefferson Clinton e George Walker Bush, l’America si appresta ad assistere al giuramento come 44.mo presidente di Barack Hussein Obama. E’ stato lo stesso presidente eletto a sgombrare il campo dagli interrogativi sul fatto se userà o meno, il 20 gennaio, il secondo nome scomodo. E il ritorno di ‘Hussein’ sul biglietto da visita presidenziale accompagna un’apertura di Obama all’Islam: “Abbiamo un’occasione unica di rilanciare l’ immagine dell’America nel mondo, in quello musulmano in particolare”. […]
In un’intervista al ‘Chicago Tribune’, il quotidiano di casa, il prossimo presidente ha confermato le indiscrezioni sulla sua intenzione di recarsi dopo l’insediamento in una capitale del mondo islamico per pronunciare un discorso che già si preannuncia storico. Una data e un luogo per il momento non ci sono (si è parlato dell’Egitto), ma la visita sarà l’occasione per un segnale preciso: “Saremo inflessibili - ha detto Obama - nell’eliminare il tipo di estremismo terroristico che abbiamo visto a Mumbai. Nello stesso tempo, saremo implacabili nel desiderio di creare un rapporto di rispetto reciproco e di collaborazione con Paesi e popoli di buona volontà che vogliono che i loro cittadini e i nostri progrediscano insieme. Il mondo é pronto per questo messaggio”.
Farà in qualche modo parte dello stesso messaggio anche la scelta di Obama di utilizzare nella cerimonia del giuramento il secondo nome, che durante la campagna elettorale è stato usato dagli avversari per dipingerlo come un ‘arabo’ e un’anomalia per l’America. “La tradizione - ha detto Obama - è quella di usare tutti e tre i nomi e io la seguirò. Non sto cercando di tentare di affermare qualcosa, farò semplicemente quello che hanno fatto tutti gli altri presidenti”.
La promessa di tentare di cambiare la percezione degli Usa nei luoghi dove in questi anni l’idea di America ha coinciso con l’immagine di Guantanamo, è stato il punto forte di un’ intervista insolita per Obama. Il presidente eletto ha aperto per la prima volta ai cronisti la porta del proprio spartano ufficio a Chicago, ma l’appuntamento ha finito per coincidere con il caos vissuto dalla città per l’arresto del governatore dell’Illinois, Rod Blagojevich, accusato di aver messo all’asta la poltrona in Senato di Obama. Il presidente eletto lavora in stanze con l’arredamento ridotto all’essenziale in un edificio del governo proprio di fronte alla Corte federale dove è comparso in manette il governatore in disgrazia (poi rimesso in libertà su cauzione), e Obama ha fatto capire che non è semplice concentrarsi sulla transizione, la creazione della squadra di governo e i grandi temi internazionali.
Negli uffici del presidente eletto gli uomini del Secret Service sono più di quelli dello staff, perché l’apparato della transizione è in gran parte a Washington. I cronisti lo hanno trovato seduto su una poltrona circondata da gusci di noccioline sparsi sul pavimento, in una stanza dove Obama vive in mezzo a palloni da basket che lo aiutano a convivere con la realtà di clausura, e ha confessato che gli pesa vivere “in questa bolla”. “Era già dura in campagna elettorale - ha detto - è andata sempre peggio, e ora è molto pesante. Non posso più gironzolare nel quartiere e vedere gente”.
Obama ha aperto anche una finestra sulla propria vita spirituale. Dopo la rottura a primavera con il controverso reverendo nero Jeremiah Wright, che era stato per anni il suo pastore, il presidente eletto si tiene alla larga da mesi da qualsiasi chiesa. Ma non rinuncia a chiedere per telefono consiglio, sostegno e preghiere a “pastori di varie denominazioni e anche trasversali allo schieramento politico: non sono neppure sicuro che abbiano tutti votato per me…”. Tra loro ci sono T.D.Jakes, un influente reverendo nero che guida una mega-chiesa di Dallas; Rick Warren, altro leader di una megachiesa, che in estate organizzò un faccia a faccia tra Obama e John McCain; e Joseph Lowery, della Southern Christian Leadership Conference.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/12/10/io-barack-hussein-obama-giuro-solennemente/#more-308
Il volto nuovo che Chicago aveva mostrato al mondo con l’elezione a presidente dell’idolo di casa, Barack Obama, e’ gia’ stato sporcato. Il governatore democratico dell’Illinois, Rod Blagojevich, e’ finito in manette con l’accusa di aver fatto di tutto per ottenere guadagni economici e favori dalla ‘vendita’ del seggio di senatore lasciato libero da Obama. Una vicenda di ”corruzione di portata impressionante”, come l’hanno definita gli investigatori, che non coinvolge comunque il presidente eletto.
”Voglio che sia chiaro che non c’e’ assolutamente alcuna accusa” contro Obama, ha detto in una caotica conferenza stampa a Chicago il procuratore federale Patrick Fitzgerald, l’uomo che negli anni scorsi aveva messo in difficolta’ la Casa Bianca di George W.Bush con il cosiddetto Cia-Gate. ”Sono rattristato dalla vicenda, ma non ho mai avuto contatti con il governatore e il suo ufficio”, ha detto Obama ore dopo l’arresto, parlando al fianco di Al Gore venuto a discutere con lui di clima ed energia: un faccia a faccia che ha finito con il venir oscurato dall’esplosione dello scandalo. […]
Il rischio di qualche imbarazzo pero’ esiste, per il senatore dell’Illinois eletto alla presidenza. Nella valanga di intercettazioni che hanno portato alla luce il traffico di favori, minacce e vere e proprie estorsioni messo in piedi nell’ ultimo mese da Blagojevich per sfruttare il potere di eleggere il successore di Obama a Washington, compaiono contatti con membri dello staff obamiano e riferimenti tra gli altri a Valerie Jarret, l’avvocatessa di Chicago amica di vecchia data degli Obama, nominata consigliere della futura Casa Bianca.
Ma dagli atti resi pubblici finora, contenuti in 76 pagine di accuse redatte dall’Fbi, il presidente eletto sembra uscire bene. ”La gente di Obama non vuol darmi niente - si legge per esempio in un’intercettazione di Blagojevich - nient’ altro che apprezzamento. Che vadano a farsi fottere”.
Il governatore e’ stato arrestato a casa alle 6:30 del mattino dall’Fbi, che ha messo le manette anche al suo capo dello staff John Harris. L’accusa e’ di aver sollecitato soldi e favori per assegnare al miglior offerente la poltrona di senatore. Blagojevich e’ anche accusato di aver minacciato di creare danni economici al Chicago Tribune, un quotidiano di orientamento repubblicano che da tempo lo attaccava (e che proprio ieri ha dichiarato bancarotta): il governatore, al momento dell’arresto, stava per far saltare alcuni finanziamenti statali al giornale nel caso non fossero stati licenziati commentatori ’scomodi’. ”Abbiamo agito per metter fine a una baldoria di corruzione che stava avvenendo nell’ ufficio del governatore”, ha detto Fitzgerald, che ha sottolineato come per la legge Blagojevich resti in carica e mantenga tra l’altro il potere di nominare il successore di Obama (ma il vice governatore Pat Quinn lo ha gia’ esortato a dimettersi).
Blagojevich e’ in seguito comparso in tuta da ginnastica di fronte a un giudice federale, che gli ha concesso la liberta’ provvisoria in attesa dell’udienza per l’incriminazione.
Il governatore figlio di immigrati serbi era sopravvissuto finora a una serie di scandali, compresi alcuni che lo vedevano coinvolto insieme all’imprenditore immobiliare di Chicago Tony Rezko, un personaggio che in passato ha avuto piu’ volte a che fare anche con Obama e che era stato usato in campagna elettorale prima da Hillary Clinton, poi da John McCain per cercare di danneggiare l’immagine del senatore dell’Illinois.
”Quello che e’ accaduto farebbe rivoltare Lincoln nella tomba”, ha detto Fitzgerald nella conferenza stampa, citando il presidente-simbolo dell’Illinois che Obama utilizza come fonte di ispirazione. Nelle pagine dell’Fbi si racconta di iniziative di ogni genere prese da Blagojevich per sfruttare la nomina che aveva nelle sue mani. ”Voglio farci soldi, il seggio e’ una cosa di valore, non si da’ via per niente”, dice in un’ intercettazione il governatore, che aveva anche lasciato aperta la possibilita’ alla fine di nominare se stesso, o di barattare con Obama un posto da ambasciatore o da ministro della Sanita’. Blagojevitch e’ stato ascoltato chiedere tra l’altro che la moglie venisse assunta in importanti consigli d’amministrazione, con uno stipendio di 150.000 dollari l’anno. ”Aveva praticamente messo in vendita il seggio - ha detto Fitzgerald - si comportava come il procuratore di un campione sportivo. Il cinismo che emerge dalle conversazioni e’ sconvolgente”.
Per Chicago e’ la seconda doccia fredda in due giorni, in un periodo in cui la citta’ si sentiva nuova capitale d’America: il crack del Chicago Tribune era stato un altro colpo duro. Il caso Blagojevich riprecipita la metropoli nello stereotipo di luogo della politica sporca, un’etichetta che si porta addosso dai tempi di Al Capone. Il governatore democratico era salito al potere proprio promettendo di ripulire Chicago e l’Illinois dal ”caos” in cui a suo dire erano stati lasciati dal predecessore repubblicano, George Ryan, che sta scontando sei anni in cella per corruzione.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/12/09/tangentopoli-a-chicago/#more-307
A me, Renato Soru, piaceva già da un pezzo, da quando, come imprenditore (Tiscali), fece delle audaci scelte di politica commerciale. La stima era poi cresciuta quando, primo tra i governatori di regione, accettò di far accollare alla Sardegna un po’ dei rifiuti campani. Non è da tutti dimostrare di avere le “palle” prendendo una decisione che gli avrebbe alienato consensi tra i suoi conterranei.
Fatta questa premessa, l’intervista rilasciata domenica sera a Fabio Fazio, che segue quella rilasciata alla Bignardi qualche settimana fa, ha “illuminato” molti facendo di Soru un credibile candidato alla successione di Veltroni, l'unico, attualmente, in grado di ergersi sopra i giochi delle correnti del PD, l'unico che, già da ora, potrebbe erodere il consenso del Cavaliere, insomma una (non) giovane speranza bianca, l’Obama italiano da tanti cercato.
Peccato che, con le “nostre” abitudini politiche, con i “nostri” politici perpetui, per avere qualche chances, dovrà aspettare almeno altri dieci anni.
A Chicago, la citta’ del presidente eletto Barack Obama, il potente Tribune dichiara bancarotta. A Miami il prestigioso Herald e’ in cerca di acquirenti. E a Manhattan il New York Times in crisi di liquidita’ ipoteca l’asset piu’ prezioso: il grattacielo di 52 piani di Renzo Piano sulla Ottava Avenue. Si prospetta un Natale di crisi per l’editoria americana, che non e’ in condizioni molto migliori dell’industria dell’auto in questi giorni al centro dell’attenzione. […]
Piu’ del 20% del settore editoriale ha problemi finanziari, secondo le stime del Wall Street Journal, e il calo del 15% della pubblicita’ (cartacea e online) registrato dal settore nei primi nove mesi dell’anno non sembra solo il frutto della recessione. Gli analisti vedono una crisi strutturale e si aspettano una riorganizzazione complessiva, con fusioni, tagli e scelte dolorose. I media americani sono considerati da Wall Street ancora troppo frammentati: l’editore piu’ potente, Gannet (UsaToday), controlla per esempio il 13,6% della circolazione dei quotidiani e gli esperti vedono spazio per accorpamenti. Non manca chi ipotizza per i media piani di salvataggio simili a quelli per i quali Detroit sta battendo cassa in Congresso, ma e’ una possibilita’ che appare lontana.
Nel frattempo, di fronte all’emergenza, ogni gruppo tenta la propria strada. The New York Times Company, la societa’ controllata dal clan familiare dei Sulzberger, ha affidato alla societa’ immobiliare Cushman & Wakefield il compito di spremere soldi dal grattacielo di Piano, inaugurato lo scorso anno come nuovo quartier generale del quotidiano piu’ influente d’America. La societa’ possiede il 58% del grattacielo e i consulenti immobiliari dovranno trovare una serie di strumenti finanziari che portino al New York Times un’immediata iniezione di liquidita’ da 225 milioni di dollari, per far fronte ai costi di due linee di credito da 400 milioni di dollari l’una.
A Chicago invece Tribune Company, la societa’ acquistata nel dicembre 2007 per 8 miliardi di dollari dal magnate immobiliare Sam Zell, ha scelto la strada drastica del ‘Chapter 11′. Il gruppo ha presentato in un tribunale del Delaware la domanda di protezione dai creditori che fa scattare le procedure della bancarotta. Tribune Co., che controlla due tra i maggiori quotidiani americani, Los Angeles Times e Chicago Tribune, ha assunto gli esperti della societa’ Lazard per far fronte alle scadenze che incombono per 13 miliardi di dollari di debiti. ”Nell’ultimo anno abbiamo fatto progressi significativi per trasformare Tribune in un’impresa che persegue l’innovazione”, ha detto Zell, lamentando pero’ che la situazione complessiva dell’economia sta creando difficolta’ enormi. I giornali e le Tv del gruppo continueranno a operare, ha comunque promesso Zell.
In Florida un altro gigante dei media, McClatchy, secondo indiscrezioni cerca acquirenti per il Miami Herald, offrendo non solo il quotidiano, ma anche il patrimonio immobiliare che lo accompagna, a partire dalla sede del giornale affacciata sull’ Oceano. Nel resto degli Usa, gruppi grandi e piccoli sono alle prese con scelte analoghe e con l’esigenza di tagliare i costi.
La situazione di crisi offre nel frattempo nuove opportunita’ a chi resta solido. E’ il caso per esempio della Cnn, reduce da una stagione elettorale che l’ha vista regina degli ascolti, con conseguente aumento dei profitti pubblicitari. Il network fondato da Ted Turner nei giorni scorsi ha lanciato una sfida alla Associated Press e alla sua redazione planetaria (4.000 giornalisti sparsi in 243 uffici in 97 paesi del mondo). La CNN si offrira’ come agenzia di stampa a basso costo ai giornali che ritengono l’abbonamento alla AP troppo costoso.
Nello stesso tempo, pero’, la stessa Cnn sta tagliando: ha fatto rumore nel mondo dei media americani l’annuncio che verra’ cancellata l’intera redazione scienza e ambiente, compreso il responsabile Miles O’Brien, un veterano della CNN e uno dei volti piu’ noti del network.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/12/08/il-lunedi-nero-dei-media/#more-306
Non sarà il messia però a Barack Obama è bastato annunciare un colossale piano di investimenti pubblici per far volare le Borse di tutto il mondo.
Lui ha parlato, i mercati gli hanno creduto e di questi tempi non è poco. È presto per dire se sia nato il nuovo leader mondiale ma certo il futuro presidente degli Stati Uniti sembra avere già trovato le parole giuste per affrontare la crisi più profonda dal dopoguerra.
Non ha promesso miracoli.
Anzi, ha spiegato che saranno tempi duri, molto duri, e che i benefici si vedranno solo dopo, molto dopo. Ha parlato dell’economia americana come di un malato grave, e della necessità di «iniettare subito nuovo sangue al paziente per stabilizzarlo ».
Ha annunciato imp o n e n t i i n v e s t i - menti in infrastrutture materiali e immateriali, in scuole, ospedali, internet, energie alternative. E contemporaneamente ha preso le distanze dal soccorso pubblico all’industria dell’auto messo in piedi dall’amministrazione Bush, chiedendo condizioni precise, senza che si regali niente a nessuno. Ma soprattutto ha saputo restituire ai mercati la merce oggi più rara e più preziosa: la fiducia. Quella stessa fiducia che un’Europa che marcia sempre in ordine sparso e una presidenza anche moralmente compromessa come quella che sta per lasciare la Casa Bianca non sanno più suscitare.
Le Borse hanno fiducia nell’uomo nuovo venuto da Chicago.
Il segnale arrivato ieri è che sono disposte a rischiare sul futuro se il futuro riuscirà ad affrancarsi dal passato, se il mercato saprà voltare pagina dandosi regole più severe, se si aprirà un vero New Deal come quello annunciato dal più formidabile piano di investimenti pubblici dagli anni Cinquanta ad oggi. La credibilità accademica del Dream team costruito dal futuro presidente ha fatto il resto, sgretolando la tradizionale diffidenza degli investitori privati verso l’intervento pubblico nell’economia. Anzi, oggi anche le Borse sembrano essere diventate filo-keynesiane. Obama ha dimostrato di essere disposto a giocarsi il tutto per tutto. Molti sono disposti a seguirlo.
Nei giorni abbronzati dell’elezione di Obama, Silvio la buttò in calcio d’angolo dicendo che avrebbe dispensato volentieri i suoi consigli al giovane Barack. Secondo me non solo i consigli sono arrivati ma Obama ha preso attentamente appunti: per essere sicuro di fare l’esatto contrario.
Non può essere infatti una coincidenza che dove Silvio Berlusconi elimina gli sgravi all’edilizia ecocompatibile, bloccando di fatto il comparto, Barack Obama punta su una rivoluzione ecoambientale che crei posti di lavoro. Roba da poco, un pannicello caldo visto che ci mette sopra una piccola fiche pari a 100 miliardi di dollari destinati a creare “lavoro verde”.
Dove Berlusconi vuole regolamentare (imbavagliare) Internet, Obama la considera il motore del futuro. Soldi pubblici porteranno la banda larga in ogni scuola pubblica (quindi quelle per poveri negli SU) ed in ogni ospedale. Se Barack Obama (ed ogni altro dirigente politico dotato di senno) pensa sia indispensabile investire nella scuola e nella ricerca, Berlusconi ha fatto ministro Mariastella Gelmini che sta facendo l’esatto contrario.
Obama fa come a Cuba (davvero) e manda a casa le lampadine a basso consumo mentre da noi Giulio Tremonti tira un sospiro di sollievo perché il basso costo del petrolio nel 2009 dovrebbe far risparmiare la bella cifra di 1.01 (un euro e un centesimo) al giorno a famiglia e quindi potranno continuare a sprecare come prima. E’ quasi un’altra Social Card! Grazie Tremonti!
Obama non è ancora presidente, e potrebbe fallire miseramente o tradire le attese, e il Venerabile Licio Gelli prevede che comunque in 3 o 4 mesi al massimo sarà fatto fuori, il che detto da lui, che in genere è “persona informata dei fatti” è particolarmente sinistro.
Ma almeno va nella giusta direzione: educazione, ambiente, nuove tecnologie. L’Italia di Berlusconi invece va in senso contrario: descolarizzazione, no a Kioto, manifatture come nell’800. Altro che ecoballe!
Se Tremonti fa bene a ricordarci continuamente che siamo il terzo paese più indebitato al mondo, gli Stati Uniti sono il primo. Ed è anche per quello che Barack Obama (se glielo lasceranno fare) vuole svoltare. Ma noi quando facciamo una bella inversione a U?
Le riunioni di governo nella Cabinet Room della Casa Bianca dal 20 gennaio prossimo saranno una sorta di simposio universitario dell’Ivy League. Seduti insieme al presidente Barack Obama intorno al tavolo ovale, ci saranno un numero insolito di superlaureati di Harvard, Yale, Princeton, Cambridge e altre universita’ d’elite da cui provengono 22 dei 35 principali membri dell’ amministrazione scelti finora da Obama. […]
Sono curriculum smisurati e ‘pesanti’, quelli che portano con se’ molti membri della futura squadra di governo. E sui media la circostanza crea interrogativi: l’ultima amministrazione veramente ‘intellettuale’ che l’America ha avuto fu quella di John F.Kennedy, ma i suoi brillanti protagonisti, alcune tra le menti migliori dell’epoca, finirono per impantanare il paese nel Vietnam e per farsi la guerra l’un l’altro.
Obama, un presidente modellato da Columbia University e Harvard Law e un ex professore dell’Universita’ di Chicago, ha scelto finora un numero senza precedenti di esponenti di governo con carriere accademiche impressionanti. Il consigliere economico del presidente sara’ Larry Summers, ex rettore di Harvard. Il consigliere legale di Obama, Greg Craig, ha lauree di Harvard, Cambridge e Yale Law School. Susan Rice, l’ambasciatrice all’Onu (una posizione che sotto Obama tornera’ a essere del rango di ministro), oltre alle molteplici lauree e’ una prestigiosa ‘Rhodes Scholar’. Un gruppo di ex compagni di studi di Obama ad Harvard hanno ricevuto posti alla Casa Bianca.
”I piu’ brillanti non sempre sono i migliori”, ha messo in guardia l’opinionista del New York Times Frank Rich, citando l’esperienza di Kennedy. Anche il Washington Post e’ andato a sondare gli storici della presidenza per tracciare paralleli kennedyani e ricordare gli scontri interni e gli errori commessi dalla squadra di Jfk (poi ereditata da Lyndon Johnson), nella quale spiccavano il giovane e brillante Consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy, il capo del Pentagono harvardiano Robert McNamara e lo storico Arthur Schlesinger.
Per gli osservatori, mentre il governo Obama sta emergendo come uno dei piu’ diversificati di sempre dal punto di vista delle etnie e della presenza di donne, il rischio nel mettere insieme troppi intellettuali e’ che si crei una ‘bolla’ culturale che li isoli dal resto del paese.
Il contrasto e’ comunque netto tra la squadra di Obama e il primo governo di George W.Bush, nel quale al fianco della professoressa di Stanford Condoleezza Rice, c’erano esponenti provenienti da universita’ secondarie, come Dick Cheney e il ministro del Tesoro Paul O’Neill, e anche influenti consiglieri che non avevano finito il college, come Karl Rove. http://marcobardazzi.com/blog8/2008/12/07/il-governo-degli-intellettuali/#more-304
INDIA, PAKISTAN E L'ATTIVISMO "AFGANO" DEGLI STATI UNITI Perché gli Usa si fanno in quattro per evitare che Islamabad e Delhi precipitino in un nuovo rovinoso conflitto? La risposta sta a Kabul
Emanuele Giordana
Quando sei anni fa, dopo l'attacco al parlamento indiano messo in atto nel 2001 dal gruppo terrorista kashmiro Lashkar-e-Toiba, India e Pakistan furono sul punto di entrare in un nuovo conflitto, l'azione mediatrice della comunità internazionale si fece sentire con una certa debolezza. Se il contenzioso alla fine si risolse in nulla, ciò fu dovuto al pragmatismo e al senso della realtà delle leadership indiana e pachistana che, a una guerra dagli esiti incerti e con l'aggravante del possibile uso dell'arma nucleare, preferirono la via del dialogo, per quanto compromesso da quell'azione eclatante, messa in opera dallo stesso gruppo adesso accusato degli attentati a catena di Mumbai.
Ora però le cose stanno diversamente.
Il viaggio in India e Pakistan di Condoleezza Rice, che pur essendo il ministro degli esteri uscente dell'Amministrazione Bush rappresenta anche le preoccupazioni e i timori del neo eletto Barak Obama, sta a dimostrare con quanta apprensione gli Stati Uniti seguano le vicende del subcontinente indiano e spiegano perché Washington si stia spendendo tanto in quell'area. Il suo viaggio infatti, accompagnato da una copertura mediatica sui fatti di Bombai che racconta tutta l'attenzione dell'America a quella fetta di mondo, è stato organizzato simultaneamente alla visita in Pakistan del capo di stato maggiore americano Mike Mullen, il "soldato" più alto in grado dell'apparato militare americano. Che non ha mancato, mentre Washington faceva di tutto per chiedere agli indiani di reagire con la testa prima che col cuore, di fare pressione sul governo di Islamabad per un maggior impegno nella lotta contro i terroristi che albergano nel Paese dei puri.
A che pro? Solo per evitare un conflitto tra due potenze regionali?
Washington ha in Asia una preoccupazione che si chiama Afghanistan. Come le indiscrezioni e le prime dichiarazioni alla stampa hanno già raccontato, il paese guidato da Karzai è una delle priorità del nuovo presidente e forse la prima nell'agenda di politica estera dell'Amministrazione. Obama ha compreso che, se l'Iraq è stato un errore, un insuccesso in Afghanistan – militare e politico – sarebbe una sconfitta dell'intera strategia planetaria degli Stati Uniti da cui sarebbe davvero difficile riprendersi. Per questo Obama ha fatto un appello al dialogo con Teheran, ribaltando la politica di Bush, e ha deciso di prendere per le corna il diavolo afgano inviando più truppe nel paese e studiando un piano per armare le milizie locali (decisioni su cui per altro è in corso un ampio dibattito). Ma ha anche progettato di aggredire il mostro con un approccio regionale che tenga conto di una guerra interna in cui si agitano diversi attori internazionali: tra cui il Pakistan e l'India.
Per l'India, che ha aperto in Afghanistan diversi consolati e pompato milioni di dollari in cooperazione, il rapporto con l'Afghanistan è un modo per contenere le mire pachistane che, in onore alla teoria militare della "profondità strategica", considerano quelle terre la retrovia necessaria in caso di aggressione indiana.
Washington sa che il Pakistan in particolare è "la chiave" di ogni possibile successo o insuccesso, come ha scritto in un editoriale il Washington Post, e dunque è fondamentale uno stretto rapporto con Islamabad, nelle cui aree di confine con l'Afghanistan si addestrano talebani e qaedisti, miliziani arabi e jihadisti di ogni bandiera. Un conflitto con l'India "distoglierebbe" Islamabad dalla sua frontiera Ovest e questo lo si è ben capito quando, qualche giorno fa – mentre i toni erano molto accessi - il ministro ella Difesa pachistano ha minacciato di spostare i 100mila uomini che Islamabad impiega sui confini occidentali verso quelli orientali: sulla frontiera cioè con l'India. Se ciò avvenisse, come Washington sa bene, sarebbero davvero servite a qualcosa le stragi di Mumbai e i terroristi avrebbero ottenuto più di quanto avrebbero potuto sperare.
Una guerra tra India e Pakistan dunque, non sarebbe solo una disgrazia per questi due paesi e un conflitto gravido di conseguenze imprevedibili per la regione trattandosi di due potenze atomiche, ma sarebbe l'indiretta causa di un insuccesso sul fronte afgano, oggi il più importante per chiunque sieda sulla poltrona di Washington. Ecco perché l'America si sta facendo in quattro. Anche l'Europa si sta muovendo, seppur più in sordina. Forse potrebbe fare meglio perché questo è davvero il momento di dare una mano agli Stati Uniti in una mediazione difficile ma fondamentale. Che allontani lo spettro della guerra e impedisca ai jihadisti di sentirsi al riparo di un conflitto tra le due potenze nucleari dell'Asia meridionale.
UE - NATO: atteso uno stop, ma non definitivo, all’integrazione NATO di Georgia e Ucraina
La possibile integrazione nella NATO di Tbilisi e Kiev resta la questione politico-strategica più spinosa dei rapporti NATO-Russia, e di conseguenza anche fra i paesi dell’UE e Mosca
Gli USA, grandi sponsor dell’integrazione dei due paesi ex sovietici nell’Alleanza Atlantica da molti anni, hanno fatto una parziale marcia indietro il 26 novembre, allorché il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha affermato che “E’ chiaro che [i due paesi] non sono pronti per diventare membri”. Di fronte alla determinata opposizione di Mosca, alle conseguenze della guerra russo-georgiana, all’instabilità politica ucraina e alle ritrosie di Francia e Germania, Washington sembra aver deciso per uno stop. Il 2 e 3 dicembre, il vertice della NATO non dovrebbe dunque procedere alla concessione del Membership Action Plan (MAP) per Georgia e Ucraina.
Ciò non significa tuttavia che la questione sia chiusa. Fonti diplomatiche riferiscono che gli USA potrebbero provare a eludere la questione del MAP per poi aumentare la cooperazione militare diretta con Tbilisi e Kiev, e invitarle a unirsi all’Alleanza in un secondo momento. Operazione delicata, che dipenderà molto dall’evoluzione dei rapporti USA-Russia nei prossimi anni di amministrazione Obama. Per il momento, Mosca può ritenersi soddisfatta e il partenariato strategico UE-Russia ha buone possibilità di essere rilanciato. Ma altre crisi diplomatiche e strategiche restano possibili nei prossimi anni, e con esse nuove ondate di instabilità grave nelle due repubbliche ex sovietiche, in particolare in Ucraina. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=34341
Parisi: "Walter doveva lasciare come Al Gore. Non è lui che può dare un futuro al Pd"
di Luciano Nigro, Repubblica -
ROMA - «Veltroni avrebbe dovuto farsi da parte, semplicemente, come Al Gore. E invece è dal giorno della disfatta di Roma che invoca "conte" e congressi impossibili. E´ come la supplente che più grida "basta" più alimenta il caos». E´ sferzante Arturo Parisi con il segretario del Pd che su Repubblica sfida i suoi avversari a venire allo scoperto e porre il problema della "leadership".
Perché, professore? Non crede che l´incontro del 19 dicembre possa essere l´occasione di un chiarimento nel Pd?
«Nessuna conta è legittima in quella direzione da lui stessa nominata. E il congresso è stato più volte rinviato, si figuri adesso quando ormai le elezioni europee bussano alle porte».
Da sei mesi lei attacca il segretario "inadeguato" e il Pd affossatore dell´Ulivo. Chi altri ha sfidato Veltroni, secondo lei?
«Sarebbe meglio chiederlo a lui. Invece di denunciare come "anonimi" oppositori che conosce benissimo, sarebbe meglio che li chiamasse in causa per nome e cognome e li invitasse ad un confronto aperto».
E i veleni da dove vengono?
«Non è dalla parte degli ulivisti che deve guardare chi li cerca. A differenza dei suoi oppositori occulti, ho denunciato apertamente i suoi errori politici. Semmai, di fronte alla profondità del danno, la mia opposizione è andata indurendosi».
Dunque non chiederà a Veltroni di farsi da parte?
«Solo chi non ha orecchie non ha sentito quello che gli chiedo da mesi. Il segretario ama rivendicare la sua vittoria nelle primarie. Dimentica che lui le primarie le ha vinte, ma ha perso le elezioni finali. Il suo caso è quello di McCain, non di Obama. Ce lo vede McCain a rivendicare la rivincita? Il guaio è che Veltroni ama riferirsi alla America per la parte che torna».
Con chi lo cambierebbe, se si facesse da parte?
«Con chi riesce a proporre un futuro al Paese e a costruire un partito che lavora per quel futuro. Ma se non apriamo un confronto sul futuro non riusciremo mai a capire chi intende mettersi al servizio di questo futuro e men che mai quali sono le sue proposte».
Quanto è grave la questione morale nel Pd?
«L´unica questione morale degna in un partito di questo nome è la questione del rispetto delle regole. Mantenere la parola data. Dire solo cose che si pensa di poter mantenere. Noi invece ci stiamo riempendo di paroloni in italiano, e ancor più in inglese, che sappiamo di non poter onorare. E la gente ci misura. Tra un peccatore confesso e un virtuoso finto gli italiani preferiscono sempre il peccatore confesso. Almeno non gli fa la predica».
A Firenze è giusto che gli indagati partecipino alle primarie?
«Firenze è meglio lasciarla ai fiorentini e a chi conosce le cose. Quanto agli indagati, dobbiamo abituarci all´idea che, fino a che non si è condannati, si deve essere riconosciuti innocenti. Anche perché si può essere indagati per cose molto diverse tra loro».
In Europa il Pd deve aderire al Pse o ha ragione Rutelli che non vuole morire socialista?
«Il Pd è un partito nuovo. Se il Pd deciderà di associarsi al Pse, mi assocerò al Pse, ma a precise condizioni, sulla base di un confronto aperto, e di una decisione democratica. Mai però entrerò nel Pse al seguito del segretario dei Ds».
Lei agita il referendum contro il lodo Alfano e contro la legge elettorale come una clava. E´ un Pd "dipietrista" quello che ha in mente?
«Su Di Pietro e il Pd io so una cosa sola. Che Veltroni lo ha scelto come unico alleato mentre diceva di presentarsi da solo, e soprattutto inaugurava una linea di dialogo con quello che lui definiva "principale esponente dello schieramento a noi avverso", quello che i cittadini continuavano a chiamare Berlusconi. A cambiare è stato Di Pietro, Berlusconi oppure Veltroni?».
Bill Richardson entra nella futura amministrazione Obama, con l’incarico di ministro del Commercio, e l’arrivo del governatore del New Mexico fa accrescere la pattuglia ispanica che lavorera’ per il prossimo presidente degli Stati Uniti. Ma mentre continua a riempire le caselle del proprio esecutivo, Barack Obama e’ alle prese con il terreno minato delle scelte da fare per l’intelligence: la necessita’ di voltar pagina alla Cia sta rendendo difficile definire che guidera’ le spie americane nei prossimi anni. […]
Obama ha promesso in campagna elettorale una svolta netta nella guerra clandestina al terrorismo e piu’ volte ha criticato le iniziative condotte in questi anni da Cia e Nsa. La prima ha gestito una rete di prigioni segrete per terroristi che ha provocato imbarazzi e problemi alla diplomazia americana nel mondo. Al network delle celle clandestine - che in parte forse e’ ancora operativo - e’ stata poi collegata la pratica delle ‘renditions’, le catture e i trasporti forzati di sospetti terroristi, che si e’ portata dietro anche azioni legali come il processo a Milano per il caso Abu Omar. Quanto alla Nsa, l’agenzia di spionaggio elettronico, e’ stata a sua volta al centro di dure polemiche dopo la scoperta del programma di intercettazioni segrete antiterrorismo lanciato dall’ amministrazione Bush dopo l’11 settembre 2001.
Difficile, per questo, che alla guida delle Cia possa restare Michael Hayden, che negli ultimi anni ha diretto l’una e l’altra delle due agenzie piu’ discusse. Ma sul nome del successore Obama sembra incontrare serie difficolta’, come hanno segnalato sia il New York Times, sia il Washington Post. Il candidato fino a pochi giorni fa in pole position era John Brennan, un veterano dell’intelligence che ha lavorato come consulente per Obama. Ma la sua partecipazione alle contestate operazioni antiterrorismo di questi anni, ha fatto crescere la fronda contro di lui da parte dell’ala sinistra dei sostenitori di Obama, gia’ scontenti dalle scelte ‘centriste’ fatte dal presidente eletto in tema di squadra di politica estera e sicurezza nazionale.
Alla fine Brennan ha dovuto ritirare la candidatura e la mossa ha mandato un segnale chiaro al mondo dell’intelligence, sintetizzato dall’ex agente della Cia Marc Lowenthal: ”Chi ha lavorato alla Cia durante la guerra al terrorismo, adesso e’ contaminato”. Ma le alternative, in questo modo, si riducono molto. Oltre ad Anthony Lake, un esperto di sicurezza gia’ membro di passate amministrazioni, come possibili direttori sono ora menzionati Stephen Kappes, il numero due attuale dell’ agenzia, rientrato da poco in servizio dopo essere stato isolato perche’ critico sui metodi usati; Tim Roemer, un membro della commissione d’inchiesta sull’11 settembre; e Chuck Hagel, il senatore repubblicano amico di Obama il cui nome era gia’ circolato per posizioni nel team di politica estera.
I tempi di una scelta di Obama per la Cia e per la posizione di Direttore nazionale per l’intelligence (un posto dove puo’ restare Mike McConnell), sono incerti. Ma l’iter per la creazione del resto della squadra di governo va avanti a pieno ritmo. Oggi e’ stata la volta dell’ingresso di Richardson al posto di ministro del Commercio. Il governatore del New Mexico ed ex avversario elettorale di Obama proviene da una famiglia ispanica e si e’ presentato a Chicago parlando in spagnolo.
Un’innovazione che strizza l’occhio alla sempre piu’ influente comunita’ dei ‘latinos’, che sembrano destinati ad avere ampia rappresentanza nell’amministrazione Obama. Oltre a Richardson, ci sara’ Louis Caldera (figlio di immigrati messicani) alla guida dell’ufficio militare della Casa Bianca, mentre il posto di responsabile del commercio estero sembra pronto per Xavier Becerra, un deputato ispanico della California. Obama potrebbe inoltre scegliere il deputato dell’ Arizona Raul Grijalva, un altro figlio di immigrati messicani, come ministro dell’Interno, mentre nel team della transizione ha un posto di primo piano il premio Nobel per la chimica messicano Mario Molina.http://marcobardazzi.com
Con la scelta di Hillary Clinton a Segretario di stato, Obama annuncia la svolta nella politica estera Usa rispetto all’amministrazione Bush: si punta sulla moral suasion, sugli strumenti della diplomazia e sul multilateralismo, piuttosto che sull’approccio bellicista e unilaterale che hanno caratterizzato il decennio precedente
Lettera22
Le ruggini della dura campagna per la nomination democratica sembrano cancellate. Barak Obama ha scelto ufficialmente l'ex rivale Hillary Clinton come segretario di Stato. Completando le nomine della squadra per la sicurezza nazionale, il Presidente, che entrerà in carica il 20 gennaio, ha confermato Robert Gates (già capo del Pentagono con Bush) come segretario alla Difesa. Gli altri nomi che comporranno il team sono: il governatore dell'Arizona Janet Napolitano segretario per la Sicurezza interna; Eric Holder ministro della Giustizia, il generale dei marine in pensione James Jones consigliere per la Sicurezza nazionale; Susan Rice, consigliere di politica estera di Obama, ambasciatrice alle Nazioni Unite.
“La nomina di Hillary Clinton è un segnale per amici e nemici", ha detto con enfasi Obama nel presentare l'ex first lady alla guida del dipartimento di Stato, ribadendo che la Clinton “avrà la mia completa fiducia”. La scelta è caduta su una personalità democratica di alto profilo come Hillary perché “conosce i leader del mondo”, e “sarà la persona giusta per guidare il rilancio della diplomazia” che la nuova amministrazione vorrà imprimere. Con la scelta della Clinton, Obama annuncia la svolta nella politica estera Usa rispetto all’amministrazione Bush: si punta sulla moral suasion, sugli strumenti della diplomazia e sul multilateralismo, piuttosto che sull’approccio bellicista e unilaterale che hanno caratterizzato il decennio precedente.
“In questo mondo incerto è venuto il momento per un nuovo inizio per la politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti”, ha proclamato. Il presidente Usa, a pochi giorni dalla strage di Mumbai in India, sottolinea che “la politica di sicurezza nazionale è bipartisan. Davanti alla sicurezza della nazione e del nostro popolo non siamo nè democratici nè repubblicani: siamo americani”, pronti a rispondere alla minaccia globale del terrorismo internazionale, che “l’11 settembre ci ha insegnato non è attivo solo nei nostri confini”.
Il cambio di strategia risulta chiaro in uno dei quadranti più caldi: l’Iraq. Qui Obama ha affidato al capo del Pentagono Gates la missione di “mettere fine alla guerra in Iraq e cedere il controllo della sicurezza agli iracheni”.
“Il nostro destino – ha sottolineato Obama con tono idealista – è legato al resto del mondo” anche su questo fronte non solo su quello dell'economia. Si prepara, dunque, “una nuova alba per la leadership americana” che “integri l'aspetto militare, diplomatico, della sicurezza e dell'economia”.
Sulla stessa lunghezza d’onda le parole della Cinton: “L'America non può risolvere le crisi senza il mondo, e il mondo non può risolverle senza l'America”, ha detto nel suo primo discorso da segretario di Stato in pectore. Parlando a Chicago a fianco di Obama, Hillary ha promesso che l'America “tornerà a collaborare con la comunità internazionale” nell'affrontare le crisi planetarie. Accettando l'incarico, la Clinton ha citato Kennedy sottolineando il “momento cruciale” che vive la nazione, in cui si disegna il “destino dei nostri figli”.http://www.lettera22.it/showart.php?id=9956&rubrica=12
L’Obama tedesco si chiama Cem Özdemir e non ha genitori che vengono dall’Africa. Più naturalmente, trattandosi di Germania, vengono dalla Turchia, da quella vasta e povera area interna che da anni fornisce braccia operaie alla florida industria tedesca e oggi spesso turba i sonni di parte del mondo politico: l’Anatolia. Non è neppure diventato il presidente del più potente paese del mondo ma più prosaicamente il co-presidente del partito dei Verdi, seppur nello stato più importante d’Europa. Non è poco.
Özdemir è nato a Bad Urach, in Svevia, ha quarantadue anni, cinque in meno di Obama ma incarna a suo modo quel salto generazionale che ormai preme alle porte anche della politica tedesca e che i Verdi, come tradizione, hanno in parte anticipato, affiancando alle figure storiche del partito (Claudia Roth, co-presidente confermata,Renate Künast e Jürgen Trittin candidati di vertice per le elezioni politiche del prossimo anno) questo giovane figlio di emigrati nella cabina di regia del partito.
A parte uno spiritoso titolo del quotidiano berlineseTagesspiegelche gioca con il suo nome (“Yes we Cem”) le analogie con Obama finiscono qui. Il resto è tutto nelle mani di Özdemir, ex pupillo di un altro padre nobile del partito, Joschka Fischer. Non è stata semplice la sua elezione alla prima carica dei Verdi: non era lui la prima scelta ed è toccato a lui solo perché i candidati più accreditati hanno rinunciato. Non avrà neppure compito facile, stretto tra i vecchi dirigenti, personalità di grande impatto che certamente gli ruberanno la scena. A lui spetta un ruolo più oscuro, di organizzatore e di mediatore fra le diverse anime del partito: dovrà provare a ricondurre a unità le tendenze a volte indipendentiste delle varie sezioni regionali, tremendamente gelose della loro autonomia e poco propense a farsi governare dal centro.
E tuttavia questo turco-tedesco dalla faccia allungata, dalle basette pronunciate, che assomiglia a un Elvis Presley arrivato fuori tempo massimo, potrebbe ribaltare il ruolo da fochista che gli viene preannunciato. Giovane di belle speranze non lo è più. Quando nel 1994 venne alla ribalta della scena politica nazionale, eletto deputato nella sua regione del Baden-Württemberg, aveva solo 28 anni e un futuro davanti a sé. Amato e coccolato da tv e giornali, ove compariva sciorinando la sua brillante parlantina, sembrò giocarsi quel futuro inciampando in un paio di scandaletti: un credito a tassi vantaggiosi ricevuto da un consulente di pubbliche relazioni e l’utilizzo per viaggi privati dei bonus aerei ottenuti con viaggi di servizio (peccato che costò anche al postcomunista Gysi, oggi uno dei due leader della Linke, la poltrona di assessore all’Economia del Senato berlinese).
Si eclissò per un po’ di tempo, prima facendo ilricercatore negli Stati Uniti, nel German Marshall Fund, il think tank di Washington specializzato nella cura dei rapporti transatlantici,poi rientrando in politica dalla porta secondaria (si fa per dire) del Parlamento europeo: oggi è ancora eurodeputato, anche se ormai di nuovo abile e arruolato per la politica interna. Nel frattempo ha pubblicato anche un libro di successo sulla Turchia, raccontando ai tedeschi, in maggioranza contrari all’ingresso di Ankara nell’Ue, ma anche ai turco-tedeschi, che del paese dei loro avi hanno una visione idealizzata, la complessità e le potenzialità della Turchia moderna.
Nell’arena politica tedesca si riaffaccia con qualche idea nuova, tenuta un po’ in sordina nel lungo e difficile cammino che lo ha portato al vertice del partito, nel timore di scatenare dibattiti e di fare ancora un passo falso. Da lui ci si attende un ulteriore passo verso un partito meno ideologico e più pragmatico. Le sue idee sull’ecologia sono eterodosse rispetto al canovaccio storico deiGrünen: in estate si era pronunciato per una visione realista della questione energetica, non escludendo l’ipotesi di appoggiare la costruzione di centrali a carbone pulito per rendere credibile la prevista fuoriuscita dal nucleare entro il 2021. Ma proprio la settimana scorsa i Verdi hanno rispolverato il movimentismo di un tempo, partecipando in massa al blocco dei treni contenenti scorie radioattive francesi dirette al deposito di Gorleben, in Bassa Sassonia.
Tuttavia, il giorno dopo la sua nomina Özdemir è sembrato avere le idee chiare sul tema che già manda in fibrillazione la politica tedesca: quello delle alleanze. L’affermarsi di uno schema pentapartitico nel paese (ai tradizionali partiti di massa Cdu e Spd e alle formazioni dei liberali e Verdi ora si è aggiunta quella della sinistra radicale, la Linke) impone la ricerca di alleanze inedite rispetto agli equilibri passati e offre alle due formazioni più centriste (liberali e Verdi, questi ultimi irrobustiti negli ultimi tempi dal voto borghese) l’opportunità di essere l’ago della bilancia in coalizioni di colore differente. Per restare al caso dei Verdi, sta ormai facendo scuola il laboratorio di Amburgo, dove gli ecologisti governano con il centrodestra. E Özdemir non si è fatto sfuggire l’occasione per dichiarare di guardare anche a destra: nessun pregiudizio per una coalizione nero-verde o Giamaica (in Germania va di moda rappresentare i governi con i colori dei partiti e la Giamaica si riferisce al giallo dei liberali, al nero della Cdu e al verde degli ecologisti) anche a livello federale.
E’ troppo presto per dire se il 2009 sarà l’anno della grande svolta per i Verdi. E tuttavia con un quadro politico in movimento e con la prospettiva dell’abbandono della classe dirigente sessantottina dopo l’ultima battaglia, potrebbe spettare proprio all’Obama tedesco il compito di completare il cambio generazionale del partito, fornendogli quella veste pragmatica nuova che gli elettori di più recente acquisizione sembrano apprezzare.http://walkingclass.blogspot.com/
Barack Obama sa scrivere molto bene, al punto che a quarantasette anni ha già pubblicato due premiatissimi libri di memorie, ma i formidabili discorsi con cui ha conquistato l’America e il mondo occidentale sono stati scritti da un ragazzino di 27 anni che si chiama Jonhatan Favreau, nato nel 1981 in Massachusetts.
Laureato nel 2003 all’Università Holy Cross di Worcester, Jon Favreau ha cominciato a lavorare quattro anni fa con l’allora candidato presidenziale del Partito democratico John Kerry. Aveva soltanto ventitré anni quando ha incontrato per la prima volta Obama. Gli uomini di Kerry l’avevano mandato ad assistere il poco conosciuto politico di colore impegnato, dietro il palco della convention di Boston, a provare il discorso con cui avrebbe poi stupito l’America. A un certo punto, Favreau ha interrotto le prove di Obama, suggerendogli di cambiare una frase del discorso, perché conteneva qualche ripetizione con una battuta precedente. Obama, ricorda Favreau, lo guardò male: “Ma chi è questo ragazzino?”.
Sconfitto Kerry, Favreau si è trovato senza lavoro. Obama e il suo portavoce Robert Gibbs si sono ricordati del ragazzino e dell’episodio dietro il palco di Boston e così Favreau è stato assunto prima come assistente al Senato, poi come capo degli speechwriter della campagna presidenziale. La leggenda vuole che Obama scriva i suoi discorsi a mano, su un bloc notes. In realtà li scrive Favreau, aiutato da altri due ragazzi, uno ventisettenne e uno che dall’alto dei suoi trent’anni si considera “l’anziano statista del gruppo”.
“Barack si fida molto di Jon – ha detto lo stratega politico David Axelrod – E non è uno che si arrende facilmente all’idea di dover affidare a qualcuno così tanta autorità sulle sue stesse parole”. Obama invece gli ha affidato pensieri e parole della sua avventura politica, sapendo che Favreau non l’avrebbe deluso. I due si intendono al volo: quando c’è tempo o il discorso è molto importante, Favreau si siede mezz’ora con Obama. Obama parla, Favreau scrive al computer. Poi Favreau mette a posto gli appunti, scrive il testo e manda il discorso a Obama. Durante la giornata Favreau si segna e assorbe qualsiasi cosa dica Obama, in modo da entrare meglio nel personaggio a cui poi deve fornire parole, frasi, concetti. Favreau fa anche un’immersione nei libri e nei discorsi di Robert Kennedy e di Martin Luther King. Così sono stati scritti il discorso di accettazione della candidatura alla convention di Denver, quelli di sei mesi prima, in Iowa, prima e dopo la storica vittoria contro Hillary Clinton, e quasi tutti gli interventi durante la campagna elettorale.
Ora Favreau è stato nominato capo dell’ufficio da cui escono tutti i discorsi della Casa Bianca, dove avrà di che scrivere. I presidenti degli Stati Uniti fanno in media quasi due discorsi al giorno, circa cinquecento l’anno. Tra il 1993 e il 2001, Bill Clinton ha parlato pubblicamente 4.474 volte. George W. Bush, a un mese e mezzo dalla fine del suo secondo mandato, ne ha fatti una manciata di meno. Con lui hanno lavorato tredici persone nell’ufficio che cura il “presidential speechwriting”. Favreau sta già lavorando al discorso di inaugurazione del 20 gennaio e sta assemblando la squadra che lo seguirà alla Casa Bianca e che dovrà sfornare discorsi su qualsiasi tema e per qualsiasi occasione.
“Tutto quello che dice il presidente è importante – ha detto Terry Edmonds, predecessore clintoniano di Favreau alla Casa Bianca – Non ci sono gerarchie, perché ogni volta che il presidente parla le sue parole hanno impatto globale”.
PAKISTAN, OPERAZIONE "ISI" La svolta di Zardari. Mano dura coi servizi segreti interni e mano tesa all'India
Emanuele Giordana
L'attenzione di Barak Obama e quella dei paesi che partecipano alla missione Isaf in Afghanistan, dove il presidente Karzai ha appena chiesto un agenda del ritiro delle truppe straniere, è concentrata sul Pakistan, ritenuto la pedina chiave nello scacchiere regionale.
Il momento è difficilissimo per il premier Asif Ali Zardari, il cui carisma è debole come il governo la cui maggioranza è in mano al suo partito. Non di meno, Zardari sta cercando di dimostrare che fa sul serio: sia sul piano interno che in campo internazionale; sia per rassicurare i pachistani sulla sovranità nazionale del paese, sia per garantire agli alleati che Islamabad sta facendo le cose con fermezza. Le ultime mosse, che rischiano di complicargli la vita, parlano chiaro: ridimensionamento dell'Inter-Services Intelligence (Isi), il potentissimo servizio segreto, stato nello stato praticamente fuori controllo; l'offensiva nelle aree tribali e una mano tesa all'India cui ha appena proposto la creazione di una nuova piattaforma per migliorare i rapporti economici tra le due sorelle del subcontinente. Oltre a una zona libera da armi nucleari nell'Asia del Sud, il che significa la rinuncia della corsa atomica di India e Pakistan o quantomeno un ridimensionamento della “guerra fredda” tra i due paesi che, come fu per Urss e Usa, si gioca sul filo della bomba atomica (Zardari ha per ora enunciato il principio che Islamabad vuole rinunciare al "first strike": è la prima volta che il Pakistan si spinge così avanti rispetto al nucleare).
Ma se la mano tesa all'India ha tempi lunghi e irti di paletti, la mano dura con l'Isi – operazione non meno complicata – può almeno esser fatta senza aver bisogno di una controparte straniera ma semmai di un consenso popolare scontato. In Pakistan tutti si augurano infatti ferrei limiti per chi ha sempre agito come un corpo separato, senza disdegnare azioni ai limiti della legge quando non completamente fuori da ogni regola.
Al momento Islamabad ha deciso di smantellare la “sezione politica” dell'Isi (quella che “inventò” i talebani), come ha annunciato senza entrare in particolari qualche giorno fa il ministro degli esteri del governo Gilani, Shah Mahmood Qureshi, è che ieri è stata ufficialmente confermata da Gilani. Una mossa cui non è estraneo il capo di stato maggiore dell'esercito generale Ashfaq Kayani, il potente capo dei militari pachistani già a capo dell'Isi.
Fondata nel 1948 dal generale britannico Robert Cawthome, vice capo di stato maggiore nell'esercito del Pakistan dopo lo smembramento del Raj britannico, conterebbe circa 10mila funzionari tra civili e militari, il suo budget non è noto e le operazioni “coperte” comprenderebbero sequestri, abusi, traffici illeciti, torture e persino omicidi. Sfugge persino al controllo delle forze armate e un primo tentativo di portarla sotto l'egida del ministero degli Interni è recentemente fallito. Ora Zardari ci riprova.
New York. I democratici americani hanno raggiunto quota 58 senatori su cento, due in meno della super maggioranza con cui potrebbero evitare le manovre ostruzionistiche dell’opposizione repubblicana. Il cinquantottesimo seggio è quello dell’Alaska, dove la battaglia si è conclusa con la sconfitta del repubblicano Ted Stevens, condannato una settimana prima del voto per aver ricevuto regali da un finanziatore. Il vincitore è il sindaco di Anchorage Mark Begich, il quale ha ribaltato lo svantaggio iniziale, vincendo con 3.724 voti di scarto.
La quota sessanta senatori democratici è ancora possibile, perché due seggi non sono stati ancora assegnati, in Minnesota e in Georgia. In realtà nemmeno il seggio dell’Oregon, vinto ufficiosamente dallo sfidante democratico Jeff Merkley, è stato ancora assegnato, ma tutti i giornali lo danno per certo. In Minnesota, il senatore repubblicano Norm Coleman è avanti di 215 voti sull’ex comico del Saturday Night Live Al Franken, ma in caso di scarto così ridotto la legge prevede che si debba procedere a un riconteggio. Il vantaggio per Coleman era più del doppio, ma prima che partisse il riconteggio sono state trovate molte schede, comprese una quarantina nel bagagliaio di un presidente di seggio, quasi tutte a favore di Franken. Il riconteggio delle quasi tre milioni di schede è appena cominciato.
In Georgia, invece, il senatore uscente Saxby Chambliss ha preso il 49,8 per cento dei voti, contro il 46,8 dello sfidante democratico, ma per la legge locale se nessun candidato supera il 50 per cento si rivota in una specie di ballottaggio al quale partecipano soltanto i primi due arrivati. Il voto è previsto per il 2 dicembre, con il repubblicano favorito non solo perché è arrivato in testa, ma anche perché il terzo candidato libertario-liberista che aveva preso il 3,4 per cento questa volta non ci sarà e, inoltre, perché il democratico non potrà contare sulla mobilitazione obamiana del 4 novembre. In teoria ci sono in ballo anche altri due seggi, quelli lasciati liberi dal presidente eletto Barack Obama in Illinois e dal vicepresidente eletto Joe Biden in Delaware. La legge americana prevede che in caso di dimissione di un senatore è il governatore dello stato a scegliere, senza convocare elezioni, un sostituto che però resta in carica soltanto due anni, invece che sei, fino alle successive elezioni di metà mandato del 2010. I governatori dell’Illinois e del Delaware sono democratici e quindi non c’è alcun dubbio che sceglieranno un esponente del loro partito. Si parla di Jesse Jackson jr. o di una donna soldato invalida e reduce dell’Iraq per l’Illinois e si è a lungo speculato sul figlio trentanovenne di Biden per il Delaware, ma ieri Beau Biden ha detto di non essere interessato, anche perché per un anno è in Iraq come capitano della Guardia nazionale del Delaware.
Sono 58, dunque. Una maggioranza solida e a prova di defezioni. Ma i democratici hanno buone possibilità di conquistare anche i due seggi rimanenti, con i quali – a quota sessanta – potranno far passare al Senato qualunque nomina presidenziale e qualsiasi proposta politica. Ecco perché, martedì, il gruppo democratico al Senato ha deciso di non espellere Joe Lieberman e di non togliergli la presidenza della commissione sulla Sicurezza nazionale. Lieberman, ex candidato vicepresidente di Al Gore nel 2000, ha sostenuto la guerra al terrorismo di George W. Bush e sostenuto John McCain alle elezioni, parlando addirittura alla convention repubblicana di St. Paul. Due anni fa, era stato sconfitto alle primarie democratiche da un candidato pacifista ma, da indipendente, è riuscito a mantenere il seggio e, una volta al Senato, è stato il cinquantunesimo voto con cui i democratici hanno potuto guidare il Senato. La sinistra radicale e parecchi suoi colleghi volevano punirlo, ma è intervenuto Obama a frenare. In un colpo solo, il presidente eletto ha mostrato grazia e realismo, anche perché in caso di vittoria in Minnesota e in Georgia, il voto di Lieberman sarà ancora una volta decisivo.
Manuel Castells si sta occupando dei rapporti tra potere e sapere nella "networkrd society". L'anno prossimo pubblicherà un nuovo libro che dovrebbe intitolarsi "Communication and power" per la Oxford University Press. Ecco alcune idee che ha raccontato oggi alla Bocconi di Milano:
Politica e media
Secondo Castelles, se i media sono diventati lo spazio pubblico del potere, il messaggio politico è necessariamente un messaggio inviato attraverso mass media. E i messaggi più potenti sono legati a immagini (nel senso di oggetti visivi, non di fotografie). Qual è l'immagine più efficace (effective)? La persona. Da cui deriva la personalizzazione della politica...
L'epoca della mass-self communication
Per Castells, è una forma di comunicazione abilitata da internet che parte da chiunque e raggiunge tutti, in un sistema di massa per la comunicazione di massa (a mass system of mass communication). Un fenomeno che rappresenta una straordinaria opportunità per il contropotere (conterpower). Castell osserva anche un fenomeno interessante: se da un lato nel mondo declina l'associazionismo (come nei partiti politici), dall'altro si assite su internet a uno "straordinario livello di coinvolgimento nei paesi del mondo: è una nuova forma di 'civic society'". Esempi? Movimenti collettivi (ongoing movements), ambientalismo, instant communities (quelle che nascono con gli sms, in ogni parte del mondo. gli utenti di telefonia mobile sono più di 3 miliardi).
La campagna di Obama
Cosa ha cambiato Obama nella campagna politica? Castells evidenzia alcuni aspetti:
- il sistema di finanziamento (funding) con tre milioni di donatori. Un ragazzo dal pubblico ha chiesto qual è la differenza con Howard Dean. Secondo Castells, Dean non è andato molto oltre la raccolta di fondi, Obama è riuscito a coinvolgere le persone (con la sua abilità comunicativa, con uno staff preparato per gestire comunità online). Senza dimenticare la straordinaria rapidità con cui i sostenitori hanno risposto agli attacchi della Clinton prima, e di McCain/Palin poi: attraverso video su Youtube, post dei blog, ecc
- la capacità di mobilitare i gruppi su questioni particolari (mobilize on a particular issue). Per Castells, Obama ha compreso la lezioni di un maestro negli studi di comunità di Chicago, Saul Alinsky : semplificando, invece di rivolgersi a ogni gruppo (donne, giovani, immigrati) su questioni specifiche, sono importanti le questioni capaci di coinvolgere, di unire gli elettori. Obama ha portato questo modello su internet.
Nel dibattito successivo, piuttosto partecipato, sono emerse alcune osservazioni: Federico Rampini di Repubblica ha raccontato che in Cina qualsiasi movimento di protesta, anche nelle aree rurali, usa sms per organizzarsi e inviare notizie a Honk Kong. Silvano Tagliagambe ha ricordato la distinzione tra due spazi pubblci: l'agorà e il teatro, quasi una distinzione tra ragione e emozione. E Michele Salvati ha sottolineato che la teoria di Castells è "alla frotiera della teoria della democrazia. Ma non tutti se ne sono accorti". http://comunitadigitali.blogosfere.it/2008/11/manuel-castells-potere-e-sapere-nella-societa-reticolare.html
Presentare il curriculum, qualche busta paga e lettere di raccomandazione non basta per venir presi in considerazione per lavorare nell’amministrazione Obama. La prima presidenza che comincia nel pieno dell’era dei ’social network’ pretende di conoscere assai di più: diari, libri, ogni testo scritto nell’ultimo decennio, ma anche posta elettronica, alias usati sul web, interventi sui blog e anche foto, messaggi e quant’altro pubblicati su siti come Facebook. […]
Le 8 mila poltrone, poltroncine e sgabelli in palio a Washington nel governo federale con l’arrivo di Barack Obama, richiedono a chi aspira a un posto uno sforzo di ricerca e di memoria senza precedenti. I requisiti a cui rispondere aumentano con l’importanza del lavoro e per le posizioni più alte occorre passare attraverso 63 richieste, elencate su sette pagine di un questionario, che obbligano a non lasciare in ombra alcun aspetto della vita pubblica e anche privata degli aspiranti membri del Team Obama.
Il questionario, pubblicato dal New York Times, è un altro segno della prudenza con cui il presidente eletto sta vivendo la fase della transizione, dopo essere stato altrettanto cauto e rigoroso durante la campagna elettorale. Sono del resto nel segno della cautela e della volontà di attingere all’esperienza degli anni di Clinton le prime nomine decise da Obama. Il neo presidente ha affidato la gestione della transizione all’ex capo dello staff nella Casa Bianca clintoniana, John Podesta, si farà rappresentare al G20 dall’ex segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, e i soli due incarichi che ha annunciato sono rivestiti da personaggi della stessa area.
Dopo la scelta di Rahm Emanuel come capo dello staff (é un ex consigliere della Casa Bianca del presidente degli anni Novanta), anche il responsabile dello staff del vice Joe Biden proviene dalla vecchia guardia: si tratta di Ron Klain, che ha svolto lo stesso lavoro sotto l’allora vicepresidente Al Gore. Un passo che ha spinto alcuni commentatori, come Marc Ambinder di The Atlantic, a cominciare a chiedersi quali siano i segni del “cambiamento” promesso da Obama, se continua a scegliere insider di Washington per posti-chiave.
Quel che è certo è che il metodo per analizzare i candidati ad entrare nell’amministrazione appare diverso e assai più minuzioso che in passato. Gli ‘Obama boys’ di Chicago che lavorano alla squadra che prenderà il controllo della capitale, non vogliono correre rischi e tentano di evitare imbarazzi futuri al presidente. Nel 1993 Clinton si trovò in crisi d’immagine per aver scelto uno dopo l’altro due ministri della Giustizia che non avevano pagato tasse per collaboratori domestici e Obama cerca di non cadere nello stesso tranello.
Ma nell’era di Internet le trappole sono assai di più e si nascondono anche nella Rete. E’ per questo che nei questionari su cui sudano in questi giorni migliaia di aspiranti servitori dello Stato, viene chiesto tra l’altro di presentare elenchi dei ‘nickname’ con cui negli ultimi anni i candidati hanno comunicato sul web e segnalare qualsiasi comunicazione “potenzialmente imbarazzante”. “Se hai mai avuto un diario - si chiede alla domanda numero 14 - che contenga qualcosa che, se reso pubblico, possa suggerire un conflitto di interesse o essere una possibile fonte di imbarazzo per te, la tua famiglia o il presidente eletto, per favore descrivi di cosa si tratta”.
Chi passa l’esame del lungo questionario e le nuove regole anti-lobbismo annunciate nei giorni scorsi da Podesta, non è peraltro ancora al traguardo: dopo essere stato messo sotto torchio dagli obamiani, sarà la volta di rispondere agli interrogatori di legge e alle indagini dell’Fbi e a quelle dell’Ufficio etico del governo.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/11/13/un-lavoro-con-obama-mostrami-il-diario-segreto/#more-280
Il 54% dei cattolici americani hanno votato per Barack Obama, che porta con sé alla Casa Bianca il primo vice cattolico nella storia degli Stati Uniti, Joe Biden. Ma dal Vaticano ai vescovi statunitensi, la gerarchia ecclesiastica è già allarmata dai progetti di Obama di prendere di mira, come primi atti presidenziali, decisioni di George W.Bush sull’aborto e sulle staminali embrionali.
[…]
Mentre la Santa Sede, per bocca del ‘ministro della Salute’, cardinale Javier Lozano Barragan, ribadisce a Obama il ‘no’ della Chiesa alla ricerca che coinvolga l’embrione, da Baltimora dove sono riuniti per la loro assemblea annuale, i vescovi americani hanno espresso preoccupazione per le posizioni del successore di Bush.
La “gioia” dei vescovi di fronte all’elezione del primo afroamericano alla presidenza, è temperata dalla convinzione che l’idea del bene comune “non può mai incarnarsi adeguatamente in alcuna società, quando coloro che attendono di nascere possono essere uccisi legalmente”, come ha detto il presidente dei vescovi, cardinale Francis George, che è anche l’arcivescovo di Chicago, la città di Obama. Il presidente eletto ha spaccato il fronte cattolico negli Usa, con molti fedeli che hanno abbracciato il suo approccio sull’aborto mirato a ridurre il fenomeno attraverso una riduzione della povertà e un rafforzamento della rete sociale che aiuti le donne. “Questo legame tra povertà e aborto è da provare”, ha ribattuto George, criticando le posizioni di Obama e Biden (un cattolico ‘pro choice’, per la scelta delle donne).
Più netto il giudizio del cardinale di Boston, Sean O’Malley, che si è detto commosso dall’elezione di un nero (”E’ come la caduta del Muro di Berlino”), ma ha accusato Obama di avere “una posizione deplorevole sull’aborto” e di essere “manovrato da Planned Parenthood”, una delle maggiori organizzazioni abortiste. Obama ha un gradimento del 100% da parte dei gruppi a favore dell’interruzione di gravidanza, per le posizioni che ha tenuto in Illinois e in Senato.
Nel fine settimana, lo staff di Obama ha fatto sapere che il presidente eletto sta studiando vari ordini esecutivi di Bush, per individuare quelli che già il 20 gennaio possono venir cancellati con un colpo di penna. In cima alla lista c’é la decisione di Bush dell’agosto 2001 di limitare i fondi federali per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. “I vescovi sperano di poter discutere” con Obama di questa scelta, ha detto George, ribadendo l’esortazione a percorrere la strada della ricerca sulle cellule adulte e da cordone ombelicale.
Un’altra iniziativa attesa da Obama dovrebbe ricalcare uno dei primi gesti compiuti da Bill Clinton quando prese il potere nel 1993. Clinton annullò restrizioni imposte da Ronald Reagan, che vietavano alle organizzazioni internazionali che ricevono fondi federali americani di proporre in altri Paesi l’aborto come metodo di pianificazione familiare. Bush reimpose le restrizioni annullate da Clinton e ora Obama dovrebbe tornare sulla linea clintoniana con un semplice ordine esecutivo. Un tema sul quale la Chiesa con ogni probabilità darà battaglia.
Le prese di posizione di vescovi e Santa Sede non hanno suscitato immediate reazioni di Obama, che cerca di star lontano dalla polemica. A ribadire la linea obamiana di affrontare il tema dell’aborto cercando di cambiare le condizioni sociali che lo favorirebbero, è stato il giurista cattolico Douglas Kmiec, che durante la campagna ha posto le basi per giustificare in un libro un voto cattolico per la coppia ‘pro choice’ Obama-Biden.
A Baltimora, le reazioni dei vescovi all’esito delle elezioni sono state di vario tenore. La soddisfazione per l’elezione di un afroamericano e per la bocciatura dei matrimoni gay in California (favorita anche dal voto dei neri), è stemperata dal disagio per le posizioni dei cattolici che si avviano a guidare il Paese: oltre a Biden, la ’speaker’ della Camera Nancy Pelosi e forse l’ex candidato presidente John Kerry, per il quale si parla di un posto da segretario di Stato, tutti a favore dell’interruzione di gravidanza e della ricerca sull’embrione.
I vescovi si sono detti grati che il Paese “sia arrivato al punto in cui a Obama non è stato chiesto di rinunciare alla sua eredità razziale per diventare presidente”, mentre “a John Kennedy fu chiesto di promettere che la sua fede cattolica non lo avrebbe influenzato”. Nella vita pubblica, ha denunciato George, “i cattolici non possono ancora venir considerati parte completa dell’esperienza americana, se non sono disposti a mettere da parte alcuni insegnamenti cattolici fondamentali”.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/11/11/la-chiesa-barack-e-joe-il-cattolico/#more-277
Ma cos'è successo a Trento? Avevo letto questo pomeriggio un livoroso sfogo su Tocque-Ville, una goccia a cui non avevo dato troppo peso e invece si è trasformata in una rapida: ha vinto il candidato di centro con il 57% relegando il leghista al 35%, la destra passa dal 47% delle politiche al 30% attuale, numeri da ribaltone bulgaro. Ce n'è abbastanza perché Veltroni ci veda il vento che cambia, ça va sans dire, e devo ammettere che le vie dell'elettorato sono misteriose perché nel buon Lorenzo Dellai io difficilmente ci avrei visto un Obama, troppo pallido, troppo democristianamente calvo e poco americanamente atletico, eppure... io dico subito che di questo accordo tra PD e democristiani non mi importa niente, non è nelle mie corde, però mi piace vedere i musi lunghi a destra, ci passo le giornate a vederli sgomenti ed impegnati a darsi una spiegazione per Obama, mi sta bene che si diano una spiegazione anche per Dellai (alla destra fa sempre bene un po' di ginnastica mentale, sennò le si atroffizza il neurone).http://formamentis.splinder.com/
Howard Dean non si ricandida alla guida del Dnc. Si apre lo spazio per il geniale generale di Obama, David Plouffe?
PS
Pare di no, da questa smentita via email a Marc Ambinder
Scherzi a parte, è uno spot magistrale, così efficace perché profondamente diverso dalle lezioncine petulanti cui ci avevano abituato i candidati democratici (Kerry in testa). Il messaggio è puramente emotivo, ed è vincente per questo. Perché attiva le reti mentali della speranza, dell'entusiasmo, della fiducia, mischiando immagini del candidato che parla alla gente, immagini del candidato che sta con la gente (bambini, soldati, lavoratori), immagini della gente che il candidato ha saputo ispirare.
Quella di Obama è la prima campagna democratica fondata sui valori dai tempi di Clinton. E' anche per questo che ha saputo rivolgersi a molti moderati e conservatori: perché ha proposto un messaggio diretto anche a loro. Perché ha parlato dei loro valori con le loro parole.
Sono curioso di vedere lo spot di 30 minuti di mercoledì. Se l'hanno preparato con la stessa abilità di questo potrebbe segnare il punto definitivo.
ELEZIONI-USA: Questo è un momento storico
Intervista esclusiva a Barack Obama, candidato democratico alle presidenziali americane
Detroit, (IPS) - Che vinca o perda le elezioni di novembre, Barack Obama ha già fatto la storia degli Stati Uniti, come primo afroamericano a guidare uno dei due maggiori partiti politici.
In questa intervista esclusiva, concessa il 2 settembre, dopo la nomination ufficiale, al corrispondente di Ips Bankole Thompson, il candidato democratico difende la scelta del senatore Joe Biden come vice presidente e risponde a domande ad ampio raggio, dal genocidio nella regione sudanese del Darfur, alla guerra in Afghanistan, fino allo stato dell’economia statunitense e a come migliorare i redditi e l’assistenza sanitaria per tutti i cittadini.
IPS: Quando ha scelto Joe Biden come candidato alla vice presidenza, i critici hanno detto che si tratta di un cambiamento rispetto al messaggio di portare un cambiamento a Washington. È così?
Barak Obama: Joe Biden non è un politico, ma uno statista. Intendo dire che comprende le regole e i modi di Washington, ma non si lascia controllare da essi, e nei suoi trenta e passa anni al Senato ha sempre lavorato con un alto senso di sé e del proprio servizio.
Torna a casa in Delaware ogni notte in treno, e lo fa da anni. Ha contrastato i leader del proprio partito quando sentiva di doverlo fare e la sua esperienza in fatto di politica estera non ha pari nel Senato statunitense. L’ho scelto tenendo presente gli interessi del paese, non le convenienze politiche del momento.
IPS: Washington è nota per essere un luogo di crepe tra i partiti. Come pensa di costruire il consenso necessario a produrre il cambiamento di cui parla in campagna elettorale e ad affrontare la situazione economica?
BO: In questo momento la situazione a Washington è completamente rovesciata. La città è governata dai lobbisti e da interessi molto potenti, spesso contro gli interessi dei cittadini. Come presidente, lavorerò a Washington per fare tutto ciò che ho sempre fatto nella vita: costruire alleanze attorno a valori e obiettivi comuni, per fare in modo che le cose siano fatte. Perfino in un ambiente come questo, sono convinto che ci sono molte più cose in comune di quante molti non pensino.
Il punto chiave è identificare e sviluppare questi legami comuni in un modo che costringa il governo a lavorare per e non contro il popolo americano, e a coinvolgere più americani nel processo decisionale del governo.
IPS: L’amministrazione Bush è stata criticata dai gruppi per la difesa dei diritti umani per non aver fatto molto in Darfur, Sudan. Quale sarà il suo approccio in conflitti internazionali come il genocidio in Darfur?
BO: Come presidente, farò della fine del genocidio in Darfur una mia priorità. Ho viaggiato con le Nazioni Unite per incontrare i funzionari sudanesi e ho visitato i campi profughi sul confine tra Chad e Sudan per aumentare la consapevolezza internazionale sul disastro umanitario in corso.
Da presidente, prenderò misure immediate per far terminare il genocidio in Darfur aumentando la pressione sui sudanesi e sul governo per fermare le uccisioni e smetterla di impedire lo spiegamento di una robusta forza internazionale. Considererò il governo di Khartoum responsabile del rispetto degli impegni assunti in base all’Accordo di pace che ha messo fine ai 30 anni di guerra tra il nord e il sud del paese. Ho anche lavorato con il senatore repubblicano Sam Brownback per far approvare, nel 2006, il Darfur peace and accountability act.
IPS: Quale questione sarà immediatamente affrontata in una amminstrazione Obama? La guerra in Iraq, il lavoro, gli espropri di case, l’energia o le tasse per l’istruzione superiore?
BO: Dopo otto anni di presidenza Bush e vicepresidenza Cheney, e dopo le politiche che hanno messo in moto, sappiamo tutti di avere molto lavoro da fare, a casa e all’estero. L’economia è in uno stato pietoso e minacciata dall’aumento dei fallimenti e dal crollo del valore degli immobili; i prezzi dell’energia continuano a consumare una porzione sempre maggiore dei nostri redditi e i costi dell’assistenza sanitaria sono ormai fuori controllo.
Nel frattempo, continuiamo a combattere una guerra che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e non avrebbe mai dovuto essere cominciata, mentre il vero nemico continua a nascondersi sulle montagne afghane. C’è molto lavoro da fare, ma il punto essenziale è mettere le persone giuste nella posizione che ci consenta di cominciare ad affrontare tutte queste sfide che abbiamo davanti.
IPS: Data l’unicità della sua nomination in questo momento storico, ci sono molte aspettative da parte dei cittadini rispetto a quello che lei potrebbe fare se fosse eletto a novembre. Pensa che possa essere un fardello o al contrario che sia giusto che le persone si attendano tanto dalla sua candidatura?
BO: In realtà penso che le aspettative siano alte perché i cittadini non credono che il governo degli ultimi otto anni abbia fatto un buon lavoro, ed essi apprezzano ciò che avviene quando un governo lavora come è successo durante la presidenza Clinton. Non posso certamente considerare tutto ciò un fardello, perché ho scelto di correre per la presidenza, ma certo apprezzo questo momento storico.
Da questo punto di vista, il mio compito principale è continuare a riconoscere il contributo di quelli che hanno preparato la strada, e di onorare il loro lavoro facendo sempre del mio meglio. Qualsiasi cosa meno di questo sarebbe inaccettabile.
IPS: Che ruolo potrebbe avere l’ex vice presidente Al Gore in un’amministrazione Obama, dal momento che lei ha incluso la questione del riscaldamento globale nella sua campagna?
BO: Saremmo onorati di avere il suo appoggio e la sua competenza su un ampio spettro di temi, compresa la lotta alle cause del riscaldamento globale e la protezione dell’ambiente.
Date le migliaia di persone che hanno partecipato alla convention di Denver, lei è convinto che le truppe democratiche saranno unite dietro la sua bandiera a novembre?
Penso che il partito democratico sia unito come non mai, e siamo tutti decisi a vincere a novembre. Continuiamo a dare il benvenuto a chiunque voglia unirsi alla nostra causa, per riportare la speranza nel nostro paese e a Washington il cambiamento di cui abbiamo bisogno.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1280
Perché non avremo mai
un Obama o un McCain
di ILVO DIAMANTI
UNA PERSONALIZZAZIONE impersonale e irresponsabile caratterizza la politica italiana. Una democrazia mediatica, affollata di volti e nomi noti e visibili. Che, tuttavia, ha ridotto e quasi abolito la possibilità, per gli elettori, di esprimere scelte e preferenze "personali". Visto che ormai la costruzione delle rappresentanze politiche e parlamentari è un fatto praticamente esclusivo dei partiti, ridotti a cerchie di gruppi dirigenti ristrette e centralizzate. Eppure, quasi vent'anni fa, la storia era cominciata diversamente. La crisi del sistema politico era stata sancita, è vero, dal referendum del 1991, che riduceva le preferenze elettorali a una sola.
Ma si trattava, allora, di ridimensionare un sistema partitocratico, nel quale le preferenze costituivano uno strumento di controllo della società e, al tempo stesso, un elemento di scambio fra gruppi di potere. In seguito, siamo passati a sistemi elettorali che personalizzano il rapporto fra elettori ed eletti. Anzitutto a livello locale, con l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Provincia e, quindi, di Regione. Un rapido processo di presidenzializzazione diffusa, che il sistema elettorale della Camera e del Senato ha assecondato attraverso il maggioritario di collegio, che rende più immediato e trasparente il rapporto tra i parlamentari, i cittadini e il territorio.
Quel modello, ne siamo consapevoli, non ha ridotto la frammentazione dei partiti, tanto meno il distacco fra sistema politico e società. Ha, tuttavia, segnato una frattura, almeno a livello simbolico. Partiti contro presidenti. Riassunto dell'opposizione fra vecchio e nuovo, come ha osservato Mauro Calise.
D'altronde, i partiti si sono, anch'essi, personalizzati tutti. Dal 1994 ad oggi. Dall'archetipo insuperato, Silvio Berlusconi, fino a Walter Veltroni. Da Forza Italia all'Ulivo. Dal Partito democratico al Popolo della libertà. Passando per le diverse liste. Per limitarci alle principali: Lista Pannella e Bonino, la Lista di Pietro. Ma anche Alleanza nazionale, prima di confluire nel Pdl, nonostante disponesse di identità e organizzazione, era un soggetto identificato con il suo leader, Gianfranco Fini. E nell'Udc, ormai, la C evoca l'iniziale di Casini.
La personalizzazione è, ovviamente, enfatizzata dall'uso dei media. La televisione, in particolare, ha dato ai partiti un volto, un'immagine familiare. Anche in questa fase. I ministri più popolari appaiono al pubblico personaggi caratterizzati, che recitano in fiction di successo. Due sopra tutti. Brunetta, il vendicatore dei cittadini contro i servi fannulloni dello Stato (gli statali, appunto).
Mariastella Gelmini, protettrice dei genitori e degli alunni dagli insegnanti incapaci; restauratrice delle virtù perdute: la buona condotta, i buoni costumi (i grembiulini), i buoni maestri (unici). Mentre, all'opposizione, incontra un successo larghissimo Antonio Di Pietro, che interpreta il garante della legalità contro ogni abuso della politica; e anzitutto contro Berlusconi (che ne è il compendio). Ma anche Beppe Grillo. Attore protagonista della protesta di piazza.
Passando dal versante della partecipazione a quello della comunicazione, occorre rammentare che la costruzione del Partito democratico e, prima, dell'Ulivo, è avvenuta attraverso le primarie. Un rito di massa per celebrare la scelta del leader. Prodi, Veltroni.
Tuttavia, da qualche tempo, la personalizzazione della politica avviene insieme alla spersonalizzazione della scelta di voto. Imposta, per quel che riguarda le elezioni politiche, dalla legge elettorale in vigore dall'autunno 2005. Un proporzionale con premio di coalizione e liste bloccate. Cioè: senza preferenze.
La legge, inventata in fretta dal centrodestra al fine di contrastare il successo annunciato del centrosinistra (particolarmente avvantaggiato dal maggioritario), ha, nei fatti, rafforzato le leadership centrali di "tutti" i partiti. Consentendo loro di controllare e condizionare le candidature e, quindi, gli eletti. Mentre ha spezzato il legame dei candidati con gli elettori. Tanto che i candidati sono quasi spariti dal territorio, nel corso della campagna elettorale, limitandosi, perlopiù, ad apparire accanto ai leader nazionali, durante le manifestazioni più importanti.
Il problema avrebbe dovuto e potuto essere ridimensionato attraverso il ricorso alle primarie. Che, tuttavia, è divenuto molto intermittente. Quasi assente. Anche il Partito democratico ha usato le primarie con cautela. Evitando, comunque, di renderle troppo aperte e competitive. A livello nazionale, d'altronde, sono servite all'investitura di leader pre-destinati.
Mentre l'elezione dell'assemblea costituente e degli organismi rappresentativi a livello territoriale è stata vincolata dall'esigenza di garantire l'equilibrio tra componenti oltre al controllo (e al mantenimento) dei gruppi dirigenti. Anche nella scelta dei candidati alle amministrative (sindaci o presidenti), le primarie vengono guardate con diffidenza e trattate con prudenza. Impossibile che emergano outsider. Un Obama o un McCain de noantri. Inutile attenderli.
La questione si ripropone, oggi, in relazione al sistema elettorale che si sta progettando in vista delle prossime elezioni europee. Prevede, com'è noto, una soglia di sbarramento (3-4 per cento), per ridurre la frammentazione. Inoltre, un numero più ampio di circoscrizioni. Infine: l'abolizione delle preferenze. Su cui non c'è accordo. Ma che, indubbiamente, non dispiace - anzi, piace - ai partiti, in generale. Anche ai maggiori: Pdl e lo stesso Pd. In quanto permette loro di regolare e distribuire, con precisione algebrica e senza rischi, i posti tra le componenti (sotto)partitiche. An e Fi, da un lato. Ds e Margherita, dall'altro. Che ancora resistono e agiscono. Accanto ad altre correnti.
Vorremmo ribadire che non siamo tifosi delle preferenze. Abbiamo memoria di quando costituivano un metodo di scambio clientelare. Però insospettisce la paura che suscitano nei partiti, oggi che non hanno più basi di massa e sono ridotti a ristrette cerchie di vertice. Il contrasto tra l'enfasi sulla personalizzazione e la crescente spersonalizzazione del voto riassume quanto sia fittizia, oggi, l'opposizione fra partiti e presidenti. Visto che i presidenti identificano partiti "chiusi", la cui classe dirigente si riproduce in modo endogamico. Al proprio interno. Senza competizione; ma, semmai, per cooptazione, dall'alto.
Questo modello, peraltro, è coerente con la biografia del centrodestra. Inventata, scritta e interpretata da un Sovrano: Silvio Berlusconi. (Se ne è discusso molto nel recente convegno della Società italiana di scienza politica, all'Università di Pavia). Ma il centrosinistra e, soprattutto, il Partito Democratico - per storia, cultura e sociologia - non hanno prospettive senza coltivare il rapporto con il territorio e con la società. Senza rivalutare le primarie come metodo "vero" di consultazione e di selezione della classe dirigente. Senza dare agli elettori la possibilità di esprimere - in nessun modo - le loro preferenze personali. Senza vincolare gli eletti a un rapporto responsabile con gli elettori. Meglio che il Pd ci pensi, in vista delle prossime elezioni europee. Che, come sempre, avranno anzitutto effetti politici "nazionali". http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre.html
DEMOCRATS Un finale pirotecnico per un un leader carismatico. E enigmatico
Il visionario pragmatico
GUIDO MOLTEDO DA DENVER
Un gran finale con fuochi d’artificio e musica di qualità (Stevie Wonder) era la conclusione più “logica” di una convention altamente spettacolare, per una nomination che definire presidenziale è poco. È l’incoronazione di fronte a un’immensa platea adorante di un idolo, di un personaggio “larger then life”, come dicono gli americani quando vogliono definire un fenomeno che supera i limiti della realtà. Politica spettacolo? Di più. Personalizzazione estrema della politica? Siamo oltre.
Nei giorni della convention, i discorsi di personaggi come Hillary e Bill Clinton, o di Michelle e Joe Biden avevano suscitato passioni tumultuose e ovazioni mai viste prima in un raduno politico. Specie quando ha parlato Hillary che «ha fatto cadere giù la casa», come le ha riconosciuto Obama nella sua apparizione a sorpresa mercoledì sera. E proprio quella breve performance ha fatto capire come fosse nulla quello che si era visto e sentito prima. Il Pepsi Center è letteralmente esploso, una corrente di alta tensione emotiva che solo le rockstar sanno generare. Un delirio che spinge una dirigente politica razionale come Nancy Pelosi a definire Barack «un leader che ci arriva con la benedizione di Dio».
Si è detto e scritto molto della rockstar Barack Obama. Meno del perché il più grande partito del più importante paese del pianeta, e tanti americani, ne siano stati contagiati in un crescendo inarrestabile fino alla scelta di portare un personaggio così alla Casa Bianca. Non semplicemente un nero, già di per sé un fatto storico, ma un fenomeno carismatico di questa natura, senza precedenti. Non un populista, non un demagogo, come spesso accade nei momenti di crisi di un paese.
Perché tutto è Obama tranne che un propagandista cinico e ruffiano. Caso mai è esattamente il contrario. Incarna, sì, la speranza e il cambiamento in un paese che ha fame di queste parole. Ma lo fa con i piedi per terra. Dice di lui Cassandra Sunstein, che lo conosce dai tempi dell’università insieme a Chicago: «Barack? È un minimalista, non nel senso che è sempre a favore dei piccoli passi (non lo è) ma perché preferisce soluzioni che possano essere accettate da gente con un ampio spettro di inclinazioni teoriche».
«Quando offre approcci visionari – prosegue Sunstein – lo fa come un minimalista visionario, cioè come qualcuno che tenta di acconciarsi alle credenze che definiscono la maggioranza degli americani, e non di ripudiarle».
A Barack viene rimproverato, appunto, di non avere una Big Idea, dietro la generica speranza e il vago cambiamento. È un messaggero senza un messaggio. Ma paradossalmente è qui la sua forza. Il suo carisma. L’idea cioè che sia autentico quando ripete alle sue platee: siete voi non io, io senza di voi chi sono? L’idea insomma di non calare dall’alto la politica, ma di farla crescere dal basso.
Il meccanismo, propagandisticamente, funziona. Obama sa “connettersi” (“connecting” è l’altra parola-chiave della nuova politica americana) con l’America di oggi, sicuramente con il suo partito, che, come ci dice fieramente un insegnante, un delegato del Missouri, «è il People’s Party, la forza politica che accoglie tutti sotto la sua Grande Tenda, senza discriminazioni, senza chiederti “da dove vieni?”». E se non lo era più, il partito del popolo, se era diventato il partito delle lobby e dei palazzi di Washington, grazie a Obama torna essere una forza autenticamente popolare.
Anche qui l’antipolitica? Questa percezione è legittima e per niente estranea alla genesi del fenomeno, non solo per la sua personalità peculiare, ma perché il senatore dell’Illinois è da troppo poco nel giro washingtoniano per esserne stato contaminato. Ha un’immagine “pura”, anche se c’è il rovescio della medaglia che tanto eccita gli avversari: l’inesperienza, l’enigma su chi è davvero, la sensazione di firmare con lui un assegno in bianco.
Insomma, Obama è un personaggio che sfugge alle definizioni. Dice di lui uno dei suoi più stretti collaboratori, Chris Lu: «È come il test di Rorschach: ognuno ci vede quello che vuole».
Di nuovo, qui, l’altra faccia della medaglia.
Cosa ci vedono quegli elettori democratici, ben 18 milioni, che gli hanno preferito Hillary nelle primarie? Nulla che li interessi. Cosa ci vede la mai tanto citata working class? Qualcosa di irritante, anche se non sanno bene cosa. Già, perché adesso tutti questi tripudi dovranno tradursi in voti, anche dove finora il fenomeno non ha fatto breccia quando non è visto con ostilità.
La grande fascinazione lascia ora il posto alla prosaica lotta finale per la conquista della Casa Bianca. Contro un avversario forse troppo sottovalutato e che invece si sta rivelando un osso duro. E che ricorre, contrariamente alle aspettative, alle armi aggressive della denigrazione del rivale, mai abbastanza vituperate moralmente ma ancora efficaci politicamente.
Ma anche su questo terreno Barack e la sua squadra sanno come muoversi. E d’altra parte sarebbe particolarmente ingenuo pensare che una macchina di potere come il Partito democratico non voglia far di tutto per vincere a novembre. Si può pensare ogni male possibile dei Clinton e del loro entourage, ma non che siano insinceri quando dicono che l’America non merita altri quattro anni di un altro Bush. Anche perché non si voterà solo per la presidenza, ma per il rinnovo della camera e di un terzo del senato, senza contare le tante cariche locali. Davvero qualcuno pensa che ci siano dei democrats ansiosi di perdere la Casa Bianca, e così rischiare anche di perdere seggi al congresso, solo per far dispetto a Obama? «Incredibile – ci dice Anthony Sistilli, delegato “italiano” dei Democrats Abroad – che i media continuino a ricamarci sopra, anche dopo quel che si è visto in questi giorni al Pepsi Center».
E infatti quel che si è visto non è tanto l’unità ritrovata, che non sembra solo di facciata, quanto una determinazione a vincere insieme. Con una squadra di fuoriclasse.
Il ticket con Biden si combina bene con il duo clintoniano, mentre anche pesi massimi come John Kerry o personaggi come il governatore del Montana Brian Schweitzer hanno dato prova alla convention di poter offrire un forte contributo. E tanti altri così dello stesso calibro. Da Denver viene fuori un gruppo di mastini determinati a condurre una campagna elettorale che non lascerà solo l’idolo delle folle. Lo aiuterà nella cruciale battaglia per la raccolta dei fondi e lo coprirà bene su tutti i versanti delicati. La politica internazionale. Il rapporto con l’America profonda. La guerriglia anti-repubblicana.
Il tutto con una base ipermotivata che farà un capillare porta a porta e insieme un altrettanto efficace porta a porta via internet.
McCain non avrà invece un dream team di questo calibro al suo fianco, ma un controverso compagno di viaggio e diversi altri compagni da non far salire proprio sul suo treno. George Bush, innanzitutto.
Ma a questo punto, insomma, uno cosa deve fare?
Preso atto che la Russia di Putin può rosicchiarsi e annettersi pezzi di Georgia a suon di bombe, e tutto quello che otterrà dall'opinione pubblica occidentale sarà un sommesso mormorio; preso atto che il Diritto internazionale è la legge del più forte addobbata con qualche nastrino; che la democrazia non è necessariamente un destino; preso atto di tutto ciò, come dovrebbe comportarsi, mettiamo, un pacifista cresciuto tra Ottanta e Novanta, per salvare giusto la propria dignità?
Per adesso mi sono venute in mente solo tre opzioni, vedete voi se ne avete di migliori.
1. La prima opzione potremmo chiamarla Realpolitik, ma sarebbe ancora un nome troppo gentile. È il riflesso che scatta quando dopo un paio di giorni di georgiani massacrati sui giornali, la tv finalmente inquadra la faccia di Bush II, con l'aria contrita di uno che è tornato prima dalle vacanze a causa di un'Abcazia che ancora non ha capito cosa sia, forse una malattia della milza. A quel punto dalla tua poltrona d'occidente realizzi una cosa terribile, e cioè che se dobbiamo proprio tornare in Guerra Fredda (e ci stiamo tornando) tu non avresti dubbi a scegliere tra il minchione texano e Putin. Cioè, vogliamo mettere? Il primo è un incapace che si è trovato nell'eredità di famiglia l'esecutivo di una Superpotenza, un dislessico che si è fatto dettare l'agenda internazionale da una banda di terroristi beduini. Il secondo è il vero uomo che nel cuore putrido dell'impero del male si è fatto strada a colpi di judo, uno che da solo ha rimesso in piedi un impero, altro che alitalia, un impero! In fondo basta così poco, dalla poltrona d'occidente. Disinserisci la funzione “pietà” e di colpo non è più un bombardatore di innocenti, ma un grande protagonista della Storia che sta mettendo sotto il tacco un fastidioso celenterato. Stringi un po' gli occhi. Con le bande nere sopra e sotto sembra fiction, vedi? La scena più divertente è quella della telefonata in cui il Grande Uomo dice a Saakashvili dove può ficcarsi l'appoggio degli occidentali. Come si fa a non ammirarlo, un Malvagio così? Se Machiavelli fosse vivo, non avrebbe dubbi. Sarkozy e Berlusconi, che appunto sono vivi, dubbi non ne hanno. Quest'uomo può gelarci nel giro di due inverni: ci tiene per le palle, ma farsi tenere per le palle da lui è quasi un onore. Non è come il minchione, che per cercare un tizio sepolto sotto il Karakorum ci sta tenendo impegnato un po' di truppe da cinque, dico, cinque anni. Lui arriva, bombarda e si annette l'Ossezia: rapido e doloroso, è un uomo del XXI secolo (ma anche nel XVI o nel IV avrebbe fatto la sua porca figura).
No, questa non è neanche Realpolitik, è qualcosa di molto più profondo. È la fine della Storia come ce la siamo raccontata per più di un secolo, come un percorso verso la libertà dell'individuo, o verso la società degli uguali, in ogni caso come un romanzo a lieto fine a cui mancavano tra l'altro poche pagine. No, probabilmente la Storia futura somiglierà alla passata, un lungo elenco di violenze e prevaricazioni senza fine, dinastie di uomini forti che decadono in figliocci minchioni, finché nuovi barbari arrivano, spodestano e spadroneggiano, ma poi decadono anche loro, una palla tremenda ben nota a chi ha provato a orientarsi tra le dinastie cinesi. Il futuro è questo, niente di nuovo sotto il sole: se per vostra sfortuna siete uomini di ingegno e non di lignaggio, vi conviene spogliarvi di ogni ideologia residuale e mettervi a corte del Principe più cinico che trovate in giro. Più somiglia a Putin, meglio è.
2. Ma se ti spogli di ogni ideologia, sei proprio sicuro che ti resti qualcosa? E se saltasse fuori che l'ideologia non era nei vestiti che indossavi, ma nella tua carne e nel sangue, nella tua dignità di essere umano che non ci sta, per Dio, non è nato per sottomettersi alla legge del più forte? In fin dei conti si potrebbe ricominciare benissimo da qui. Le idee le abbiamo, volendo abbiamo anche gli strumenti. Un tiranno ci taglieggia col gas? Dovremo rinunciare al gas. E appena possibile anche al petrolio, che finanzia il terrorismo. E a tutte le materie prime e alla manodopera sottopagata con cui le nuove tirannidi stanno drogando il nostro stile di vita. Non sarà facile e nemmeno indolore, serviranno sacrifici, ma non li stiamo già facendo? Non ci stiamo già allenando per questo? È da quindici, vent'anni, che ci alleniamo a riconoscere l'oppressione in un pieno di benzina, in un succo di frutta, nel logo di una scarpa – forse la comparsa all'orizzonte di tiranni moderni come Putin e i suoi colleghi cinesi è quello che ci voleva per darci una sveglia, per rispolverare quella vecchia idea di Mondo Libero che a fine secolo scorso trovavamo banale e perfino un po' scontata, e invece no. Si tratta di una sfida titanica, beninteso: non solo contro la Storia, ma anche contro la politica spicciola dei nostri piccoli governanti. Necessiterebbe di uno sforzo emozionale molto alto, per raggiungere la temperatura di fusione necessaria a forgiare un'ideologia nuova, che vista da vicino poi somiglierebbe molto a una religione. Ma probabilmente è proprio una religione quella che ci vuole per convincerci a separare la spazzatura, a spegnere le luci inutili, a sopportare un po' di più il buio e il freddo, e a chiamare tutto questo con un nome che da solo dovrebbe illuminare e scaldare: Libertà...
3....eh? Sì, scusate, mi ero appisolato (sempre qui sulla poltrona d'occidente) e ho fatto un sogno in cui l'Europa restava al buio e diventava una specie di delirio quacchero. Ma a chi la vogliamo raccontare? Se ci staccano la spina noialtri ci mettiamo cinque minuti a cominciare a divorarci a vicenda, sotto i cuscinetti di ciccia siamo belve. E poi, che bisogno c'è di vedere tutto nero. La soluzione è molto più semplice: vedrete che adesso Barack Obama farà un bellissimo discorso, vincerà le elezioni, e la differenza tra il bene e il male diventerà molto più chiara: dico, te l'immagini? Obama contro Putin? Puoi esitare anche soltanto un secondo nel scegliere da che parte stare? Un sorriso da telefilm contro il ghigno dell'agente kgb? La famiglia interrazziale contro lo zar che per compleanno si fa uccidere le giornaliste? E se l'obamania ti sembra una soluzione troppo semplicista, attento: forse sei solo tu a essere troppo complicato. Davvero sei cresciuto tra Ottanta e Novanta? Allora ormai la maggioranza della popolazione mondiale è più giovane di te. Se l'entusiasmo occidentale (più europeo che americano) per l'Uomo Nuovo trasmette una frequenza che non capti più, alla fine è un problema tuo. Ma se ci rifletti bene, Obama incarna tutta quella voglia di sentirsi cittadini del mondo liberi civili e democratici che Bush frustrava. Magari è un abbaglio. Quasi sicuramente lo è. Ma intanto ci farà perdere tempo, due o tre anni, prima della solita delusione. E nel frattempo ci potrebbe anche venire un'idea migliore.http://leonardo.blogspot.com/
Denver. Barack Obama accetterà la candidatura a presidente degli Stati Uniti giovedì sera, al termine dei quattro giorni di convention del Partito democratico di Denver, in Colorado. Lo stato ospitante è uno dei campi di battaglia alle prossime elezioni del 4 novembre, il territorio bushiano (sia nel 2000, sia nel 2004) che con più probabilità potrebbe passare nella colonna dei democratici. In palio ci sono nove Grandi Elettori, considerati decisivi per raggiungere 270, la quota necessaria a vincere le elezioni presidenziali americane. In vantaggio, sia pure d’un soffio, c’è il candidato democratico Barack Obama e la tendenza politico-elettorale favorisce il suo partito almeno dal 2006, cioè da quando i democratici hanno conquistato la poltrona di governatore. Il partito ha scelto Denver come sede della sua convention proprio per questo, perché da tempo convinto che in questo stato, così come in tutta la regione delle Montagne rocciose, situata nel cosiddetto “interior west”, potesse cominciare la rivincita politica sui repubblicani.
Anche un secolo fa, nel 1908, i democratici hanno tenuto a Denver la convention. In quell’occasione nominarono uno dei più formidabili oratori della loro storia: William Jennings Bryan, un leader progressista e religioso che mescolava politica riformatrice e linguaggio evangelico. Bryan, in seguito, è passato alla storia per le sue battaglie contro l’insegnamento dell’evoluzionismo darwiniano nelle scuole, culminate nel 1925 nel processo “Scope Monkey”. Senza la religione, diceva Bryan, non ci può essere vero cambiamento. Dopo la convention di Denver del 1908, il predecessore di Obama vinse in Colorado ma perse le elezioni generali contro William Howard Taft.
In Colorado la partita non sarà facile per Obama, anche se la convention lo aiuterà, perché lo stato non è soltanto sede di alcune delle enclave più liberal d’America, come le località sciistiche di Aspen e Telluride, ma anche dell’Accademia dell’Aeronautica militare e, soprattutto, di “Focus on the Family”, l’organizzazione militante cristianista di James Dobson che ha preso il posto della “Moral Majority” e della “Christian Coalition” alla guida della della destra religiosa americana. I moderni borghi radical chic e il quartier generale della “Jesus Machine” di Colorado Springs, insieme nello stesso stato del west che è grande poco meno dell’Italia ed è abitato da poco meno di cinque milioni di persone. Il Colorado è uno di quegli stati americani che si notano subito sulla cartina geografica, grazie alla sua perfetta forma rettangolare e ai suoi confini artificiali. Un bestseller appena uscito negli Stati Uniti, “How the States got their shapes” di Mark Stein, spiega che il Colorado ha questa forma squadrata come quasi tutti gli altri stati che lo circondano perché nella seconda metà dell’Ottocento il Congresso di Washington aveva deciso per quanto possibile di creare uguali i nuovi stati, mentre ad attenuare le diseguaglianze con le ricche, potenti e popolose 13 ex colonie provvedeva già la Costituzione con il sistema bicamenrale e la rappresentanza paritaria al Senato.
La storia del Colorado è strettamente connessa all’epopea americana del west, alla corsa all’oro, alla lotta contro la schiavitù e ai più rigorosi principi costituzionali federali. Nel 1876, a cento anni esatti dalla nascita degli Stati Uniti, il presidente Ulysses S. Grant ha firmato l’ingresso del Colorado come trentottesimo stato dell’Unione e, da allora, il motto locale è “lo stato del centenario”. Nel 1854 fu scoperto l’oro in una zona al centro dei quattro territori e improvvisamente arrivarono da ogni dove cinquantamila persone. La gran parte dei giacimenti era in Kansas, ma il governo locale era impegnato a sedare la violenta battaglia tra schiavisti e abolizionisti e non era in grado di amministrare le esigenze dei cittadini dei nuovi insediamenti che chiedevano un governo più vicino e presente. Nel 1859, i rappresentanti delle miniere d’oro si riunirono e crearono il “territorio di Jefferson”, cercando di inglobare quasi tutti i giacimenti di oro e argento, ma anche vasti terreni agricoli. Il Congresso, nel 1861, rispose alla richiesta dei residenti creando il territorio del Colorado, peraltro con l’errata convinzione che il fiume Colorado nascesse dentro i suoi confini. Il fiume locale, in realtà, era il Grand river, poi rinominato anch’esso Colorado nel 1921. Washington mantenne i confini est e ovest decisi dai residenti, ma accorciò quelli settentrionali e meridionali. La larghezza del Colorado, ampia sette gradi, era la stessa dell’Oregon e, successivamente, è diventata il modello per le dimensioni dello stato di Washington, del Wyoming, del Nord e del Sud Dakota, in osservanza del principio che tutti gli stati, per quanto possibile, devono essere creati uguali.
Il Colorado è il primo stato dell’Unione ad aver ottenuto con un referendum popolare il diritto di voto per le donne, nel 1893. La speranza di Obama, con la convention di Denver e con le buone probabilità di strapparlo ai repubblicani, è che possa essere anche il primo ad aver lanciato ed eletto un presidente nero alla Casa Bianca.
Più che parlarci dei candidati, dei quali sappiamo già molte cose, ogni elezione americana sembra rivelarci qualcosa di nuovo rispetto al popolo che si ritrova ogni quattro anni a scegliere uno fra i leader politici più importanti nel mondo.
Nel 2000 abbiamo visto come sia bastata una reazione di “antipatia“ verso il presuntuoso e arrogante Al Gore, che da grande favorito è riuscito a soccombere di fronte al “piccolo uomo qualunque“ impersonato da George W. Bush. (Sappiamo tutti che ci fu l’intervento della Corte Suprema, ma in teoria Gore non avrebbe mai dovuto permettere a Bush di avvicinarsi così tanto, nei risultati elettorali, da potervi fare ricorso).
Nel 2004, nonostante tutti avessero capito che la guerra in Iraq era un disastro ormai irreversibile, bastò che Dick Cheney agitasse per qualche settimana lo spauracchio del “ritorno del terrorismo“, e nuovamente l’America corse a ripararsi ... dietro allo stesso uomo che l’aveva trascinata in quel disastro.
Ora con Obama e McCain stanno succedendo cose molto strane, che nuovamente ci insegnano qualcosa del popolo americano che evidentemente non conoscevamo.
Dopo aver vinto la tenace battaglia con la Clinton per la nomination, Obama aveva veleggiato per oltre un mese con un vantaggio nei sondaggi, rispetto a McCain, che si aggirava sugli otto-dieci punti di percentuale. In altre parole, se si fosse votato in quel momento, Obama avrebbe vinto con il 48% circa dei voti, ...
... contro il 38% circa di McCain (il resto dei voti andava ai candidati “di frangia”, sia di destra che di sinistra).
Da quel giorno Obama non solo non ha commesso errori, ma ha rinforzato il suo messaggio con diversi interventi di un certo spessore, incastonando il tutto in un viaggio internazionale – Europa e Medio Oriente - decisamente di successo: eppure oggi, sorprendentemente, Obama si ritrova con un paio di punti di svantaggio rispetto a McCain nei sondaggi nazionali.
Che cosa è successo nel frattempo? Apparentemente nulla, non fosse per l’uscita di due spot pubblicitari contro Obama, che evidentemente hanno avuto un effetto addirittura superiore a qualunque aspettativa da parte repubblicana: nel primo spot Obama veniva paragonato - in maniera volgare e grossolana – alla starlette Paris Hilton. Le immagini di Obama che raccoglie applausi a Berlino erano mescolate a quelle della Hilton che raccoglie applausi in passerella, mentre il commento dello spot diceva: “Oggi Obama è certamente una star, ma è in grado di guidare una nazione come l’America?”
Nel secondo spot i repubblicani riprendevano un tema già utilizzato dalla Clinton, che nuovamente metteva in dubbio la “preparazione“ di Obama nel caso di una qualunque emergenza nazionale.
Naturalmente, nessuno di questi spot è supportato da fatti o aneddoti che possano far dubitare delle effettive capacità di Obama, ma è stato sufficiente “dirlo”, per capovolgere un trend che sembrava destinato a regalargli una schiacciante vittoria nel mese di novembre.
Nel frattempo sono iniziati i confronti televisivi, anche se in forma non ufficiale (i due candidati attendono la Convention di ciascun partito, per la nomina ufficiale), e ormai si è capita chiaramente la diversa strategia che ciascuno ha scelto di utilizzare nelle pubbliche occasioni. Obama si rivolge alla parte “intelligente“ della nazione, dando risposte complesse e ragionate, che mostrano chiaramente il suo livello di consapevolezza rispetto ai problemi trattati. McCain invece predilige le risposte “di pancia“ - delle semplici e banali frasi fatte, come “non aumenterò le tasse“, “difenderò l’America dai mali del mondo“, “la vita è sacra e l’aborto è un peccato mortale“, ecc. - intese ad accontentare i livelli meno preparati della popolazione, che normalmente vogliono sentirsi dire certe cose senza preoccuparsi di affrontarle con metodo critico.
Sono le “due Americhe” di cui si è parlato già altre volte: la “Blue America” (gli stati democratici, collocati soprattutto sulle coste est e ovest, con popolazione di prevalenza urbana e intellettualmente più progredita), e la “Red America” (gli stati centrali, a prevalenza rurale, meno colti e con forte caratterizzazione religiosa), che tornano a fronteggiarsi con apparente parità di forze.
Il vantaggio, almeno teorico, rimane sempre dalla parte di Obama, in quanto lui può ancora erodere buona parte del cosiddetto “centro” (gli indecisi), mentre McCain può solo sperare di mantenere la propria base sulle posizioni già raggiunte. Ma il lavoro è ancora tutto da fare.
Fra una decina di giorni ci sarà la convention democratica, e solo a quel punto inizierà per Obama la vera fatica per riuscire a conquistare la Casa Bianca.
New York. “Rinnovare la promessa americana” è il titolo del programma di Barack Obama. Cinquantuno pagine, in prima bozza, presentate dalla Commissione presieduta dal governatore dell’Arizona Janet Napolitano al “Platform standing committee” che potrà ancora modificarle prima di sottoporle ai delegati alla Convention di Denver del Partito democratico (25-28 agosto). Il documento delinea il piano d’azione del presidente Obama ed è diviso in un preambolo e quattro capitoli, ciascuno dei quali contiene il verbo “rinnovare”. La prima parte svela le idee obamiane per “rinnovare il sogno americano”, cioè le sue proposte sull’economia. La seconda spiega come “rinnovare la leadership americana” nel mondo. La terza parte è sulle questioni etico-sociali, la quarta sull’innovazione istituzionale. Obama comincia col dire che “l’America è il paese che ha guidato il Ventesimo secolo, costruito una fiorente classe media, sconfitto il fascismo e il comunismo e fornito generose opportunità a molte persone”. Oggi, però, “siamo a un bivio, siamo nel sesto anno di una guerra a due fronti, la nostra economia è in difficoltà, il nostro pianeta è in pericolo”. Obama promette assistenza sanitaria di qualità per tutti e poi aiuti alle famiglie, migliore istruzione e più tasse solo per le famiglie che guadagnano più di 250 mila dollari. Sui trattati di libero scambio, Obama è meno populista di qualche mese fa ma conferma di voler rinegoziare il Nafta e di voler imporre ai partner il rispetto degli standard internazionali su lavoro e ambiente.
Sulla politica estera e di sicurezza nazionale, la Platform ribadisce la contrarietà alla guerra in Iraq e il piano di ritiro “responsabile” in 16 mesi. Obama insiste sulla cautela delle operazioni di rientro e annuncia che, in ogni caso, in Iraq resterà “una forza residua impegnata in missioni specifiche: colpire i terroristi, proteggere la nostra ambasciata e il personale civile, consigliare e sostenere le Forze di sicurezza irachene e fare in modo che gli iracheni compiano progressi politici”. La differenza con John McCain non è grande, salvo che il repubblicano pensa di legare il rientro delle truppe alla situazione sul campo, non al calendario. Obama parla di “porre fine alla guerra in Iraq”, evitando il verbo “vincere” che, invece, usa a proposito della guerra in Afghanistan, definita “giusta”. Agli alleati e alla Nato, Obama chiederà l’invio di altre truppe, mentre sul fronte interno aumenterà la dimensione di esercito e marine di 92 mila unità. L’America di Obama si impegnerà nella diffusione della democrazia (ma non con la forza) e per fermare la proliferazione di armi di distruzione di massa. Sull’Iran, il programma dice che “il mondo deve evitare che l’Iran acquisisca armi nucleari”. Obama comincerà con la diplomazia, ma “mantenendo tutte le opzioni sul tavolo”.
Un capitoletto è dedicato alle “armi da fuoco”. Obama “riconosce che il diritto a portare armi è una parte importante della tradizione americana”, ma pensa a “ragionevoli regolamentazioni” diverse tra stato e stato. “Onoriamo il posto centrale che la fede ha nelle nostre vite”, si legge a pagina 43 assieme ad altre considerazioni sull’importanza della religione e delle associazioni caritatevoli. Il paragrafo sull’aborto è intitolato “choice”, “scelta”. Per la prima volta dal 1992 scompare la parola “raro” dalla nota formula clintoniana dell’aborto “legale, sicuro e… raro”. Salvo correzioni in corso d’opera, il programma di Obama sostiene il pieno “diritto della donna a scegliere di abortire” e si oppone “a qualsiasi tentativo di indebolire o mettere a repentaglio tale diritto”.
Veltroni-Carneade? I neoseparatisti
snobbano anche il segretario: il Pd
è cosa nostra, lo liquidiamo da soli:
anatomia di un suicidio pro-destra
di Giorgio Melis
Più che giorno della verità e del giudizio, potrebbe trasformarsi in giorno del rifiuto e dello sfregio. Esiziale per il Pd sardo, offensiva, quasi delegittimante, per Walter Veni e gli altri leader nazionale del Pd. Respinti con modi barbari da una parte del loro partito mentre si chinano sul capezzale del moriente Pd sardo, che indulge al solito nel feroce, autodistruttivo sport prediletto da molti sardi. Lo sgarrettamento degli avversari. Molto più attraente, sicuro e meno rischioso che combattere gli avversari della destra. Vuoi mettere il piacere di una bella guerra civil-tribale? C'è più gusto. Basta essere spregiudicati al massimo. Determinati come sempre nelle scelte più negative. Avere ben chiaro il messaggio da mandare ai militanti, elettori e all'opinione pubblica. Il Pd sardo è cosa nostra, ce lo ammazziamo da soli e vadano retro Roma e il gentil Veltroni. Stiamo lavorando per voi: ovvero per sparare partito in parti sensibili e regalare la Regione alla destra fra dieci mesi. Dando una mano decisiva ad eleggere l'uomo che Berlusconi indicherà ai sudditi nuragici, così come alle politiche si è preso motu proprio cinque deputati mai visti e passati nell'isola dei Mori imbelli: senza una protesta da destra ma neanche da sinistra.
Questo manda a dire l'annuncio, se verrà confermato in concreto, che Antonello Cabras, Giacomo Spissu, perfino l'aspirante ex-segretario giubilato Giulio Calvisi (di nomina romana, non lo dimentichi) e altri statisti e magni legislatori del fronte anti-Barracciu diserteranno la riunione convocata da Veltroni, Fioroni e altri. Ci saranno Renato Soru e anche Antonello Soru e Tore Ladu, capogruppo alla Camera. Ma non gli oppositori, disinteressati alla ricerca di una sintesi, una mediazione-soluzione per uscire dal cul de sac in cui il partito è stato messo dalla dimissioni di Cabras e successiva elezione contestata di Francesca Barracciu. A questo fronte del rifiuto, rivolto anche al segretario nazionale, interessa solo liquidare la neo-segretaria non ancora convalidata dalla commissione di garanzia del partito, andare a nuove primarie a ottobre e tenerle aperte magari fino alla vigilia delle elezioni regionali in assemblea permanente: micidiale fuoco amico-nemico, per la gioia insperata del centrodestra cui si stende il tappeto rosso per tornare alla Regione dopo il tragico lustro del Polo di malgoverno 1999-2004, quando l'autonomia è scesa davvero agli inferi sotto tutti gli aspetti, inclussi quelli di massa morale-giudiziari. Alleati come questi, sono assolutamente insperabili per gli avversari poltici: al punto di apparire loro soci di fatto.
Il nefasto inizio di tutto: le primarie truccate d'autunno perse-vinte da Cabras.
Poche parole per riassumere questa penosa vicenda. Nell'autunno scorso, alla primarie si presentano Cabras e Soru. La scelta del presidente è contestata per varie ragioni, anche di opportunità, da molti: incluso Soro, Ladu, perfino e con forza dall'oggi vituperata Barracciu, che ha Sorgono - il centro di cui è sindaco - traina per il cardinalskipper Cabras una maggioranza più che bulgara. Nonostante abbia contro le nomenklature quasi al completo dei e Margherita, Soru vince le primarie. Viene dato per perdente perché Cabras ottiene il soccorso bianco-nerazzurro di moltissimi militanti e decine di dirigenti dei partiti del centrodestra. Tutto documentato (solo nel nostri giornale, 15 articoli tutti dettagliati, mai sfiorati da una smentita) con nomi, cognomi, soprannomi, luoghi e circostanze e numerose auto-confessioni. Fra le più eclatanti, quella di Gianni Bigio. Allora presidente della Confindustria sarda, post-fascista dichiarato e convinto (il padre era federale del regime per vent'anni, un più simpatico fratello consigliere regionale di An, lui si dice anche aspirante alla nomination a governatore col Pdl) che ammette sui giornali di essere andato da Cagliari a Sant'Antioco per votare, nel seggio del Pd, per il suo conterraneo Cabras.
Le urne fondanti inquinate da destra e non per caso: Cabras accetta tutto.
In concreto, le primarie Pd sono inquinate dalla destra nel momento fondante: per mobilitazione “spintanea” comunque organizzata. Nei conteggi finali, Cabras prevale numericamente di poco in quella che è una squalificante disfatta di tutto il Pd decisa dagli avversari coinvolti non casualmente. Soru all'inizio contesta, sembra deciso ad andare fino in fondo impugnando le urne truccate, poi - sbagliando e oggi deve pentirsene - non insiste perché si o lo convincono che meglio lasciar perdere per non dividere il già lacerato partito mai nato.
Al contrario di Cabras, che non fa una grinza. Non si butta niente: inclusi i voti da destra, specie perché sono stati decisivi per la sua vittoria immaginaria. Così ottiene l'ultimasegreteria dei suoi 4 partiti 4 (Psi, Federazione democratica, Ds e ora Pd-bianconerazzurro ad personam), essenziale per poter ottenere la deroga e tornare in Parlamento dove è dal 1994, due volte sottosegretario, nella segreteria Ds con Fassino, in precedenza assessore alla programmazione e anche Presidente della Regione. Una non resistibile scalata, ma alla fine arriva il cursus dis-honorum con il ruolo raccattato ricettando i voti dal centrodestra. Si va alle elezioni politiche, che in Sardegna vanno meglio che in campo nazionale. Ma Cabras è strapazzato in casa, a Sant'Antioco e nel suo Sulcis, con uno scarto di venti punti rispetto alla destra. Lo stesso accade a Palo Fadda, già segretario della Margherita, eletto con la mission mirata di abbattere Soru: anche lui viene stracciato al voto perfino nel suo paese (e altri) benché da 30 anni ne sia padre-padrone-padreterno come inamovibile assessore alla sanità per cinque (ha alle spalle appena cinque legislature regionali e ora due parlamentari, benché una chiusa dopo due anni e l'attuale agli inizi). Non fa una grinza neanche stavolta e passa oltre.
Nella prima assemblea post-voto, Cabras annuncia che Renato Soru è il candidato per il bis alla Regione; snobba, quasi scarica i partiti di sinistra, punta sull'Udc del suo amico Oppi, uno dei massimi sponsors conclamati - con molti noti esponenti di primo piano - della sua non vittoria alle primarie.
Tore Ladu in campo contro l'ex nemico Soru, lo scenario sconvolto.
Lo scenario cambia poche settimane dopo. C'è un parte del Pd che vorrebbe disarcionare Soru (per sostituirlo con chi? O chiedono Obama in prestito o qui davvero non c'è un credibile nome spendibile) ma a questo punto il gioco si fa duro e cominciano a giocare i duri. Antonello Soro, che è stato sempre coerente sulla ricandidatura del presidente, anche quando era contro la scelta per la segreteria del Pd e aveva apertamente appoggiato Cabras. E, new entry, Tore Ladu, tosto avversario de “il Nurago” Soru. Per calcolo, convenienza e realismo, anche Ladu si è convinto che senza Soru le elezioni regionali sono di certo pre-perdute. Si dà il caso che i nomenklati che hanno comandato di tutto e di più nei due partiti confluiti nel Pd abbiano lasciato alle spalle un cimitero politico: zero rinnovamento, siamo alle ultimissime file, in campo solo gregari fedeli e impresentabili, soprattutto triste apparato di sottopancia senza qualità.
Barracciu: vacco di coccio contro vasi di ferrovecchio.
La mossa di Ladu in sinergia con Soru spariglia i giochi, Cabras si ritrova senza maggioranza e si dimette. Non presenta un candidato, impedisce a uno dei suoi (Silvio Lai) di presentarsi per la segreteria benché Soru e altri siano pronti a votarlo. Nello stallo, per uscire dal pantano in cui i cabrarissi vogliono tenere gli avversari fino all'estenuazione e magari alla resa, viene fuori la candidatura di Francesca Barracciu.La classica bella anattroccola corvina che dovrà farsi cigno, se ci riuscirà. Non ha grande esperienza ma è determinata benché vaso di coccio in questo scontro con vasi di ferrovecchio. Per non subire il surplace, Soru e i suoi la eleggono con 66 voti (la maggioranza dell'assemblea di 155 componenti ne avrebbe richiesto 78) perché il gruppo Cabras diserta in massa e fa disertare la votazione. Comunque all'assemblea si erano iscritti 121 componenti e i 66 voti della neo-segretaria sono oltre il 51 per cento dei partecipanti registrati. A questo punto scatta una sub-guerra tribale nuorese con tocco di femminismo ostile alla Barracciu: si unisce al gruppo Cabras una quota che l'aveva combattuto, ricambiata, in precedenza. Il grande sparpaglio nel quale risuonano voci esagitate del presidente del Consiglio regionale Spissu e specie di altri ex socialisti come lui. Si parla di legalità violata: terreno scivoloso visto che c'è qualcuno con un pesante rinvio a giudizio (processo alle porte) per presunta truffa di molti miliardi allo Stato quand'era anche vicepresidente del Consiglio e un altro incombente. Di qui la pensata con appello a Veltroni perché azzeri tutto, indica nuove primarie a ottobre.
Nuove primarie con chi ha già barato una volta?
Questa è la pensata davvero più azzardata. Rifare le primarie in autunno, significa tenere tutto per aria fino a fine anno, cioè fino alla vigilia delle elezioni. Quanti cittadini ci andrebbero, dopo che è stato fatto strame delle precedenti, quelle fondanti? E quanti invece sarebbero i simpatizzanti del Pdl che andrebbero a votare contro Soru per levare di torno il candidato ostico ai loro leaders? Insomma, realisticamente, non per cultura del sospetto ma per specifico precedente sul quale Cabras e i suoi non hanno mai speso una parola, che affidamento darebbero primarie sicuramente avvelenate o presumibilmente inquinate dal Pdl? Sono una grande risorsa se sono vere e pulite. Le prime sono state truccate e sporcate: chi potrà fidarsi, qualcuno è in grado dare garanzie che non avremmo un bis ora anzi più verosimile?
Il rischio dell'azzeramento, partito delegittimato e altri rischi.
La dirigennza nazionale potrebbe preferire un azzeramento per ragione statutarie e anche per motivazioni politiche. Un percorso da non escludere. A patto di valutarne le conseguenze. Si sancirebbe una vittoria a tavolino dell'area Cabras che sul campo ha preferito disertare e neanche consentire che venisse eletto un suo esponente condiviso con i voti di Soru e dei suoi. Non si è voluto un accordo perché si perseguiva solo la rottura, perché niente cambiasse e tutto restasse com'è sempre stato in mano agli apparati e alla nomenklatura di comando e di potere da decenni. Impermeabile anche al rinnovamento con giovani che, come scrive Giorgio Macciotta sul nostro giornale non sono meglio o peggio di quelli che le precedenti generazioni avevano messo in pista anche a meno di trent'anni: da allora purtroppo ancora in posizioni dominanti.
Lo sfregio a Veltroni: il separatismo ora alligna nel Pd che l'aveva combattuto in Sardegna per mezzo secolo?
Ma in tutta questa vicenda, l'aspetto sgradevole e preoccupante è in quest'ultima decisione - se non sarà smentita in extremis - di disertare l'incontro con Veltroni di Cabras, Spissu, pare perfino Giulio calvisi. Uno sfregio al segretario nazionale da un ex componente la direzione (Cabras), un presidente di Consilio (Spissu) e salvo smentite, l'ultimo leader regionale dei Ds, Giulio Calvisi, arrivato al ruolo apicale su indicazione romana. Sta nascendo un separatisimo di partito nel Pd nazionale, un “Roma ladrona” lanciato dalla Sardegna nei confronti di Veltroni? Sarebbe come non riconoscergli ruolo e autorità: da parte di dirigenti che hanno avuto responsabilità di primo piano, anche parlamentari e di governo. Una faccenda davvero ignobile se tutto fosse legato al rifiuto della presenza di Francesca Barracciu: appestata perché non riconosciuta, quasi fosse un'avversaria esterna e non una compagna di partito, contro la quale si sono anche minacciate le carte bollate. Quando si avanzano simili pregiudiziali, significa che si persegue solo la rottura e ci sta lo sgarbo grave al segretario nazionale che prova a mediare. Classica anatomia di un suicidio politico. Ma anche e non casuali prove tecniche di intelligenza col nemico, per regalare la Regione alla destra.http://www.altravoce.net/2008/08/05/veltroni.html
NEW YORK - In mezzo a sondaggi di segno discendente Barack Obama si è confidato con la rivista Essence: "Non ho paura di perdere", ha detto il candidato democratico aggiungendo che, in caso di sconfitta il 4 novembre contro John McCain, avrà dalla sua il sostegno morale della sua famiglia.
Sono giorni di dispiaceri per Obama: dopo il sondaggio Rasmussen che ieri ha dato il suo rivale John McCain avanti di un punto percentuale, dopo un UsaToday/Gallup che addirittura ha messo il repubblicano in vantaggio di quattro punti, anche gli altri rilevamenti in cui il senatore dell'Illinois è tuttora in vantaggio rivelano una gara virtualmente testa a testa.
Il candidato democratico ha festeggiato ieri sera a Boston il suo 47esimo compleanno: ha raccolto 5 milioni di dollari spegnendo le candeline con i sostenitori ma tra i partecipanti alla festa c'erano alcuni big della politica del Massachusetts che evocano pesanti sconfitte nella storia delle elezioni presidenziali: l'ex governatore Michael Dukakis, battuto dal primo presidente George W.H. Bush nel 1988, e il senatore John Kerry, sconfitto dal figlio George W. Bush nel 2004.
Per Obama, che al rientro dal viaggio in Europa ha subito un erosione degli indici di gradimento, è essenziale a questo punto una rimonta per ricreare lo stato di grazia con gli elettori che lo aveva accompagnato alla vittoria nella stagione delle primarie. Ieri, mentre il candidato democratico festeggiava con i 'grandi trombati', McCain mandava il delirio decine di migliaia di bikers vestiti di pelle al maxi-raduno di Sturgis in South Dakota. "Non molto tempo fa un paio di centinaia di berlinesi hanno fatto un sacco di rumore per il mio rivale. Io preferisco il rombo di 50 mila Harley Davidson", ha detto il senatore repubblicano alla Woodstock dei 'selvaggi': una strizzata d'occhio a un elettorato bianco che consapevolmente o inconsciamente non manderebbe mai alla Casa Bianca un presidente nero.
Essence è una rivista destinata agli americani di colore, su Ebony, un altro magazine con la medesima audience, Michelle Obama fa oggi la 'ragazza copertina'. Secondo Obama, il primo afro-americano con reali chance di conquistare la Casa Bianca, negli Stati Uniti è ancora impossibile trascendere la questione della razza. Se però sarà lui il nuovo presidente degli Stati Uniti, la sua elezione "cambierà in qualche misura le dinamiche razziali" del paese. "Se avrete mia moglie Michelle come First Lady, se avrete le mie figlie Malia e Sasha che si rincorrono nel South Lawn, questo cambierà il modo con cui l'America guarda a se stessa", ha detto Obama a Essence: "Cambierà il modo con cui i bambini bianchi giudicano i loro coetanei neri, e i bambini neri giudicano se stessi".
Quanto al fatto che l'America sia pronta ad eleggere il suo primo presidente nero Obama ha concordato che "ci sarà gente che non voterà per me a causa del colore della pelle". Secondo il senatore di colore tuttavia questi elettori non avrebbero votato per lui in ogni caso: "Per via delle mie prese di posizioni politiche, anche se fossi stato un bianco".
Non è stato un rientro facile per Barack Obama dopo i successi in Medio Oriente e in Europa. Prima è arrivato il sondaggio Wall Street Journal-Nbc dagli Stati Uniti: McCain è in rimonta. Poi sono arrivati i primi dubbi europei: mandare nostre truppe in Afghanistan per alleggerire le tasse degli americani non è esattamente il senso che noi diamo all’idea di lavorare insieme. Chiusa la luna di miele “oltremare”, il candidato democratico si trova alle prese con gli effetti collaterali interni del successo ottenuto all'estero. In patria il suo rivale ha controbattuto giocando sull’immaginario repubblicano più popolare, solleticando quella sorta di franco populismo patriottico che rappresenta una delle carte sicure da offrire a una Right Nation disorientata. Se l’avversario va in Europa a riscuotere credenziali, il vero americano resta in patria a battere villaggi, fast food, stadi di baseball e a parlare con la gente comune. Strategia che potrebbe apparire consumata ma che invece funziona, e ancora tanto.
McCain è esperto e ora si dimostra anche spregiudicato, ripercorrendo alla bisogna questo brogliaccio forse un po’ semplicistico ma di sicura presa su una parte non piccola suo elettorato: il candidato-fighetto di là a farsi bello con i capi di Stato europei di fronte ai paparazzi, il candidato-patriota di qua a far di conto con i problemi dell’America. Ha assunto in questa fase il ruolo di outsider, Mc Cain, concedendo al più avvenente Obama il fardello del favorito e del predestinato. Se quello viaggia credendosi già presidente, lui punta sul fascino della rincorsa. Lo incalzerà per tutta la campagna elettorale accusandolo di idealismo e di arrendevolismo, provando a scavare un solco tra due Americhe, quella che disarma di fronte al pericolo e quella che resiste e fa quadrato. E’ propaganda ma, appunto, siamo in campagna elettorale e McCain sa che può farcela solo se dà fondo all’onda lunga della Right Nation, se risuscita lo spirito di George W. Bush nonostante George W. Bush,senza rinnegarlo ma anche senza mai evocarlo.
Messa così per Obama si fa più dura. Il suo viaggio “oltremare” è stato un successo d’immagine. Le tappe in Afghanistan e Medio Oriente lo hanno messo in mezzo ai soldati e ai generali, ai problemi della guerra quotidiana, delle strategie militari, delle emergenze da affrontare. Quelle in Europa lo hanno consegnato alla trama di rapporti diplomatici con i capi di Stato e di governo che sarà preziosa se sarà eletto. In entrambi i casi, Obama ha raggiunto lo scopo di dimostrare agli americani di poter essere un presidente autorevole e apprezzato all’estero, capace di maneggiare i temi internazionali, di calibrare le proposte, di ascoltare, di dialogare ma anche di decidere e di proporre.
Poi c’è stato il discorso di Berlino, di fronte a una folla straripante ed entusiasta: una grande esibizione politica e mediatica che ha spinto il fronte di McCain a correre ai ripari per parare il colpo e controbattere. Mentre la gran parte dei commentatori è andata alla ricerca della frase famosa, che rimanesse a imperitura memoria di questo ennesimo evento americano-berlinese sulla scia dei due illustri precedenti (Kennedy e Reagan) e sottolineando involontariamente ancora una volta la bizzarria di un candidato accolto come fosse già un capo di Stato, lui, Obama, ha tracciato una sorta di programma generale della sua prossima politica estera con abbondanti riferimenti al ruolo dell’Europa. E qui si è ascoltato un Obama assai diverso dall’icona pacifista che gli stessi tedeschi (ed europei) si erano costruiti nei mesi scorsi. Parole nette sulla minaccia nucleare iraniana, invito a guardare oltre le divisioni sull’Iraq per assicurare una rapida transizione democratica al paese e, infine, la richiesta di un maggiore impegno comune sull’Afghanistan.
L’Afghanistan come punto centrale della lotta al terrorismo fondamentalista, una sorta di ritorno al futuro, al luogo in cui l’amministrazione Bush aveva iniziato la sua azione di contrasto al terrore per poi scivolare nel buco nero di Bagdad. Obama è stato attento a considerare l’importanza strategica del cosiddetto mondo islamico moderato e la retorica dei ponti da costruire e dei muri da abbattere individua questa svolta strategica che si rifletterà anche sul piano diplomatico. Ma ha soprattutto incardinato in una prospettiva generazionale la sfida complessiva portata dal terrorismo, dalle nuove povertà, da una globalizzazione che dopo aver prodotto molti effetti positivi per il mondo presenta oggi l’altra faccia della medaglia e un conto salato da pagare.
"Vaste programme", avrebbe detto con qualche sarcasmo il generale De Gaulle. Eppure Obama ha tracciato, forse per la prima volta nella sua ormai lunga avventura elettorale, un’idea di politica estera che esce dal cono d’ombra propagandistico. In questa sfida generazionale, della sua e della nostra generazione, Obama vede lo spazio per rinsaldare quel legame transatlantico che può ancora fornire frutti preziosi. E’ forse l’ultima spiaggia e non è detto che sia una spiaggia ancora balneabile. Stati Uniti ed Europa, nonostante la retorica che viaggia tra le due sponde dell’Atlantico, sembrano destinate piuttosto a dividere i loro destini, perché diversi – geopoliticamente ed economicamente – cominciano ad essere i loro interessi: basti pensare al problema delle risorse energetiche, ai rapporti con la Russia, all’Asia centrale. E basta leggere i commenti dei più brillanti opinionisti della Right Nation, come Victor Davis Hanson sulla National Review, per capire quanto sul versante conservatore prevalga ormai l’idea di un’America deve andare avanti da sola, a strenua difesa del mondo unipolare, forte delle sue tradizioni e del suo patriottismo.
La nuova divisione, che dopo il viaggio europeo di Obama si approfondisce fra i due candidati, ricalca davvero due modi opposti di intendere l’America e il suo rapporto con il resto del mondo e, per quel che maggiormente ci interessa, con l’Europa. Da un lato il “cittadino del mondo” (mai espressione è stata tanto criticata dai giornali conservatori), dall’altro il patriota americano. Da una parte il tentativo di costruire assieme all’Europa una grammatica per comprendere il nuovo mondo multipolare, dall’altra una sorta di conflitto permanente a difesa dell’idea della fine della storia. Da un lato la strada sdrucciolosa ma anche affascinante di una nuova frontiera, dall’altro la sicurezza di un approccio duro ma già sperimentato.
Non si sa ancora quali saranno i temi su cui si giocheranno i prossimi e decisivi mesi di campagna elettorale. E visti i chiari di luna che si prospettano sul versante economico (onda lunga della crisi immobiliare, debolezza del dollaro, esplosione dei costi energetici) è probabile che saranno i temi interni a divenire determinanti. Tuttavia, dopo il viaggio “oltremare” di Obama, i due candidati hanno messo in tavola le loro carte internazionali. E in nessun mazzo è ancora possibile rintracciare l’asso piglia tutto.
(pubblicato sul Secolo d'Italia del 31 luglio 2008)http://walkingclass.blogspot.com/
Alcuni anni fa, quando rinunciai alle trenta Benson&Hedges giornaliere che m'avvelenavano a morte, m'accorsi di uno strano fenomeno: nel giro di pochi mesi, prima Marco, poi Claudio, quindi un po' alla volta tutti gli altri amici, smisero di fumare. Ora, quando ci troviamo a cena, solo qualche raro fumatore incallito se ne va fuori, vergognandosi, a fumare quasi di nascosto una sigaretta. Eravamo tutti nella fase della vita, pensai, in cui si fanno scelte giuste, prima che sia tardi. Eppure intuii che c'era anche un forte elemento d'emulazione, in quella decisione quasi collettiva. Avevamo bisogno di un buon esempio, di una spintarella a fare la cosa giusta.
Quella spinta gentile, che in inglese si chiama “nudge”, è ora una teoria economica che sta sparirgliando il tradizionale gioco tra destra e sinistra: il suo guru, Richard Thaler, è venuto da Chicago a Londra non a scoraggiare giornalisti che ancora fumano, bensì a prendere contatto con il capo dei conservatori, David Cameron, che sta riformulando le classiche ricette thatcheriane. E poiché Thaler ha già influenzato in patria le proposte del candidato democratico Barack Obama, la questione si fa interessante: se questo americano dal faccione allegro ha qualcosa per tutti, right or left, merita attenzione.
Intervistato da Aditya Chackabortty per il “Guardian”, Thaler ha detto un'ovvietà: “Gli economisti pensano che la gente abbia un cervello come un supercomputer, che può risolvere ogni cosa. Ma la mente umana è più simile a un vecchio Apple Mac, che marcia lento e si blocca facilmente”. Perciò, potendo decidere, compiamo spesso la scelta sbagliata: mangiamo troppo, beviamo troppo, prendiamo il tram quando potremmo andare a piedi, spendiamo per cose inutili quando dovremmo risparmiare qualcosa. E, accipicchia, fumiamo. Thaler, che insegna economia e scienza del comportamento all'Università di Chicago e ha pubblicato con Cass Sunstein la summa delle sue teorie, “Nudge”, pensa che la gente abbia bisogno di una spintarella a fare la cosa giusta. Esempio: in America, dove i contributi per la pensione sono volontari, ha convinto Obama, che conosce da quando era solo “quel tipo magrissimo dal nome strambo”, a proporre un contributo automatico: il lavoratore resta libero di rinunciare, ma moltissimi per inerzia accetterebbero di farsi la pensione.
E il conservatore inglese Cameron, erede d'una scuola che vedeva nel mercato l'unico regolatore dei comportamenti dei cittadini (non esiste la società, diceva la Thatcher, ma solo gli individui), l'ascolta: per aiutare i consumatori a risparmiare energia, ha suggerito che le compagnie del gas o dell'elettricità scrivano nelle bollette quanto consumano i loro vicini, a titolo di confronto. Non teme Thaler di proporre sistemi un po' paternalistici, di destra? No, riponde lui, perché la teoria del “nudge” va oltre gli schemi politici, “usa mezzi di destra per fare cose di sinistra”. Tanto che i consiglieri di Cameron citano tre casi in cui le idee di Thaler possono aiutare: convincere i giovani che la moda del coltello in tasca (una piaga delle periferie inglesi) è socialmente inaccettabile, scoraggiare il consumo esagerato d'alcool (il “binge drinking”) e l'obesità, invogliare la gente alla raccolta differenziata dei rifiuti.
Non vi ricorda nulla, la spazzatura? A Napoli dicono che “accà nisciuno è fesso”, perché evidentemente pensano di avere un supercomputer per cervello, ma forse pure i napoletani avrebbero bisogno di una spintarella a fare scelte di vita migliori. E anche il governo di Roma, così prevedibile, potrebbe trovare nel libro di Thaler e Sunstein qualche idea originale: possibile che il ministro dell'Interno, espressione di un partito xenofobo, non abbia nulla di meno scontato da fare che prendersela con gli zingari in fasce, che quello dell'Economia, benché creativo, faccia crociate contro gli speculatori come una volta si denunciavano i complotti plutocratici, e che il presidente del Consiglio, che ha una certa dimestichezza con i tribunali, voglia impedire agli italiani di sapere, grazie a una sentenza di tribunale, se sono governati da un galantuomo?
Ma il “nudge” non è la panacea di tutti i mali: chi s'intestardisce a sbagliare, resta libero di farlo. “Probabilmente la mafia è del tutto immune alle spintarelle”, ha detto Thaler, ironicamente ma non troppo, al “Guardian”. Perché mai avrà scelto questo esempio?
(“Nudge”, di Richard Thaler e Cass Sunstein, è pubblicato in America da Caravan per Yale University Press, 304 pagine, 26 dollari. Importante sul tema è anche “The Psycology of Persuasion”, di Robert Cialdini. Nelle foto, dall'alto: il vizio del fumo visto da FreakingViews.com; Richard Thaler; il leader conservatore britannico David Cameron; il candidato democratico alla presidenza americana Barack Obama).http://chelseamia.corriere.it/
NEW YORK - Gli ultimi sondaggi tornano a dare il senatore nero dell'Illinois, Barack Obama, un democratico, in testa davanti al suo avversario repubblicano John McCain, il senatore dell'Arizona, nella corsa alla Casa Bianca.
Ma quello pubblicato oggi dal New York Times e da Cbs News preoccupa lo staff della sua campagna elettorale. E' vero che anche secondo il Nyt Obama ha diversi punti di vantaggio su McCain, ma è anche vero che la candidatura del senatore nero dell'Illinois non ha avuto particolari effetti positivi nelle relazioni tra bianchi e neri negli Stati Uniti.
Non è un dettaglio, perché potrebbe significare che, nel segreto dell'urna, il 4 novembre, molti elettori bianchi pur pubblicamente favorevoli al partito democratico potrebbero decidere di bocciare il candidato afro-americano. Tra gli elettori che potrebbero decidere di portare alla Casa Bianca John McCain, ci sono in particolare gli aficionados di Hillary Clinton, l'ex first lady battuta da Obama al termine delle lunghissime primarie democratiche. Hillary aveva l'appoggio delle 'tute blu' bianche di Ohio e Pennsylvania (due Stati decisivi per le elezioni, ma profondamente colpiti dalla crisi dell'auto e dell'acciaio), un elettorato che non voterà volentieri per un nero.
Secondo il sondaggio del New York Times e della Cbs News, rimane differente tra bianchi e neri anche la percezione dello stesso Obama e della moglie Michelle. Innanzi tutto il senatore è decisamente più popolare tra gli afro-americani, visto che l'80 per cento ne ha una opinione favorevole, contro il 30% tra gli elettori bianchi.
Meno popolare è la candidata first lady Michelle, che piace al 58% degli elettori neri, ma solo al 24% di quelli bianchi.
Tra gli elettori afro-americani, la maggior parte dei quali sono democratici, Obama ha un appoggio del 90%, McCain del 2% soltanto. Tra i bianchi il senatore nero conquista il 37% delle intenzioni di voto, il suo collega dell'Arizona il 46%. Complessivamente, secondo il sondaggio, Obama rimane comunque ampiamente in testa nelle intenzioni di voto, con un vantaggio di circa 6 punti, 45 contro 39%, su McCain.
Sono buoni i risultati che il senatore nero sta ottenendo tra gli ispanici, che potrebbero rappresentare l'ago delle bilancia: il 62% degli elettori latini è pronto a votare per Obama (il 23% per McCain), e la metà degli ispanici americani ne ha una immagine favorevole. L'ultimo dei sondaggi pubblicati oggi, quello della Reuters/Zogby, conferma che Obama ha almeno 7 punti di vantaggio su McCain, 47 contro 40%. Altri danno il senatore nero fino a 9 punti avanti.
Oggi, Obama è tornato a parlare di politica internazionale, a pochi giorni da un suo viaggio in Europa e in Medio Oriente, mentre McCain si è concentrato sulla questione della scuola. Tutto o quasi li separa in politica internazionale, meno l'idea di inviare rinforzi in Afghanistan. Ma l'esperta in politica estera di Obama, Susan Rice, ha definito "surrealista" il piano di McCain, chiedendosi come farebbe a inviare più soldati in Afghanistan e a ridurre il deficit di bilancio proseguendo la guerra in Iraq.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_729094604.html
NEW YORK - Hillary Clinton ha perso le primarie democratiche in vista della Casa Bianca, ma con i suoi circa 1.600 delegati alla Convention del partito, cioé quasi le metà del totale, l'ex first lady conta, e conterà davvero.
Come comportarsi nei confronti di Hillary è forse il nodo più grosso da risolvere per Barack Obama, il senatore dell' Illinois che verrà incoronato ufficialmente candidato del partito democratico alla fine della Convention in calendario a Denver in Colorado, dal 25 al 28 agosto.
Secondo il Wall Street Journal gli staff di Obama e di Hillary stanno negoziando proprio la posizione dell'ex first lady alla Convention, visto che l'ipotesi di un dream ticket, con la Clinton vice del senatore nero come è stato più volte suggerito, sembra ormai essere tramontata.
Le ipotesi allo studio sono diverse, e la più semplice sarebbe un 'no' esplicito di Hillary al suo nome sulla scheda elettorale, con Obama eletto attraverso un voto a mano alzata. Il messaggio di un partito ricompattato sarebbe molto forte, ma non è affatto detto che la cosa funzioni.
Non sono da escludere contestazioni da parte degli aficionados, uomini e sopratutto donne, di Hillary, che potrebbero fischiare il senatore o protestare pesantemente durante la lettura dei risultati. Per tali ragioni sarebbe forse meglio lasciare la possibilità ai circa 1.600 delegati clintoniani di votare per l'ex first lady, la quale poi girerebbe automaticamente i consensi ottenuti ad Obama.
Ma anche in questo caso emergono una serie di problemi, soprattutto di carattere logistico, perché verrebbe di fatto offerto ad Hillary uno spazio significativo in seno alla Convention. Obama dovrà darle la possibilità di pronunciare un discorso in un momento di grande ascolto, accompagnato da un filmato che ripercorre i momenti significativi della sua carriera politica, garantendole un ingresso (sotto applausi scroscianti) sul palcoscenico insieme con il marito ex presidente Bill e la figlia Chelsea.
E' difficile inoltre trovare il momento giusto per l' intervento dell'ex first lady. Se Hillary prenderà la parola lunedì 25 agosto, in apertura, avrà un'ottima copertura ma rischierà di essere 'dimenticata' nei giorni successivi. Quindi c'é chi pensa sia meglio il giorno successivo, ma l'ex first lady rischia di perdere la copertura tv a scapito dell'oratore principale, quello cioé che pronuncerà il cosidetto 'keynote speech' (nel 2004, a Boston, fu proprio Obama il 'keynote speaker').
Offrire troppo spazio all'ex first lady comporta una serie di rischi. Tutti ricordano quello che successe nel 1988: quando il pastore nero Jesse Jackson ottenne ampio spazio in cambio del suo ritiro. La copertura mediatica di Jackson fu talmente ampia che oscurò di fatto l'intervento del candidato alle presidenziali Michael Dukakis, che a novembre venne pesantemente sconfitto da George Bush padre. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_106638637.html
Folla entusiasta per Barack Obama, il candidato democratico per la Casa Bianca
di Emanuele Riccardi
NEW YORK - Sarà una investitura da rockstar quella del candidato alla Casa Bianca Barack Obama, il 28 agosto a Denver in Colorado. Il senatore dell'Illinois ed il partito democratico che lo appoggia hanno deciso di fare le cose in grande, con un occhio anche all'elettorato ispanico, giudicato sempre più decisivo nelle presidenziali del 4 novembre.
Dopo tre giorni di Convention dal 25 al 27 agosto nel Pepsi Center della città, in grado di ospitare 20mila persone soltanto, la kermesse democratica si sposterà nel vicino Invesco Field, lo stadio dei Broncos, la locale squadra di Football, che può contenere fino a 75mila persone.
"Il Partito Democratico nominerà ad agosto un candidato che incarna il vero cambiamento - ha spiegato il presidente del partito Howard Dean - e per noi portare alcune grosse novità alla Convention, significa adattarsi a questa nuova realtà ".
Gli organizzatori della convention vogliono dare all' investitura del candidato il massimo di pubblicità ed ottenere un impatto mediatico che sia il più grande possibile. Come ha spiegato in una e-mail inviata a tutti i sostenitori di Obama, il manager della campagna, David Plouffe, il partito ha addirittura organizzato un concorso.
I biglietti per la festa di investitura saranno ovviamente gratuiti, ma tra coloro i quali verseranno un contributo di almeno cinque dollari verranno estratte a sorte 10 persone che verranno invitate, con tutte le spese pagate, alla Convention, e potranno incontrare "backstage" (cioé dietro le quinte) lo stesso Obama, insieme ad una persona di loro scelta. Cioé esattamente come succede con le rockstar in tournee.
La decisione sulla superfesta di investitura, oltre a catturare l'attenzione dei media, ha come obiettivo di sedurre l'elettorato ispanico, che a prima vista sembra più favorevole ad Obama. Ma alla fin fine potrebbe scegliere il suo avversario repubblicano John McCain, favorevole in passato ad una legge (poi bocciata dal Congresso) che offriva una sorta di amnistia a parte dei circa 12 milioni di clandestini, per lo più ispanici, negli Usa.
I Latinos sono numerosi in Colorado, come in tutto il Sud Ovest degli Stati Uniti, ed Obama ha avviato, già da settimane, una vasta operazione di seduzione per conquistare gli elettori. Sia McCain sia Obama hanno un intervento previsto domani a Washington alla conferenza della League of United Latin American Citizens. E tutti e due si recheranno la prossima settimana a San Diego, in California, al consiglio nazionale de 'La Raza', un'altra grossa organizzazione di ispanici.
Gli ultimi sondaggi danno Obama ampiamente in testa tra i latinos (62 contro 28%), ma non è detto che le cose andranno così in Stati chiave come la Florida, dove gli esuli ex cubani sono spesso più vicini ai repubblicani e tendono a preferire McCain.
Oggi i due candidati sono tornati ad occuparsi di economia. McCain si è detto pronto a riportare in equilibrio i conti pubblici in quattro anni, cioé entro il primo mandato, attraverso risparmi sulla previdenza sociale ed i programmi medici destinati agli anziani.
Obama avrebbe dovuto pronunciare un discorso a Charlotte, in North Carolina. Ma a causa di un problema tecnico, l'aereo che lo stava portando da Chicago a Charlotte ha dovuto fare un atterraggio di emergenza a St.Louis, in Missouri.
Nulla di grave ma il senatore nero ha dovuto annullare l'incontro. Nel testo che avrebbe dovuto pronunciare, diffuso alla stampa, Obama ha tra l'altro chiesto il varo di un nuovo pacchetto di stimoli economici destinati alle persone più colpite dalla crisi.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_106550929.html
Dopo il discorso sulla patria di lunedì e quello sulla famiglia di un paio di settimane fa, ieri pomeriggio Barack Obama ha pronunciato, davanti a un gruppo di pastori cristiani, un altro “major speech” sulla fede e a favore delle associazioni caritatevoli di ispirazione religiosa con cui è riuscito a scavalcare il “conservatorismo compassionevole” di George W. Bush. A Zanesville, in Ohio, Obama ha annunciato che, da presidente, amplierà e potenzierà le attività dei gruppi “faith-based”, ovvero le associazioni religiose impegnate in attività solidali che sono state il pilastro della politica interna di Bush. Considerate da molti intellettuali liberal come l’anticamera dell’avvento della teocrazia in America, le “faith-based initiative” sono state invece definite da Obama “particolarmente adatte a offrire solidarietà e aiuto perché il cambiamento non arriva dall’alto, ma dal basso, e poche organizzazioni sono più vicine alla gente delle nostre chiese, sinagoghe, templi e moschee”.
Obama ha detto, inoltre, che in caso di elezione alla Casa Bianca nominerà “un nuovo Consiglio per le partnership di fede e di quartiere”, in sostituzione dell’Office of faith-based initiative di Bush che secondo il candidato democratico non ha mantenuto le promesse e non è stato dotato dei finanziamenti necessari. “Il nuovo Council of faith-based and neighborhood partnership – ha detto Obama in Ohio – sarà una parte centrale della mia Amministrazione”.
Il primo direttore dell’analogo ufficio bushiano, John DiIulio, ha detto che “Obama ha offerto una visione onesta, prudente e pragmatica per il futuro delle partnership delle comunità solidali e delle organizzazioni religiose no profit e si è anche concentrato in modo ammirevole sui gruppi che forniscono servizi sociali vitali alla gente e alle comunità bisognose: il suo piano mi ricorda il meglio dei discorsi che fecero nel 1999 il vicepresidente Al Gore e l’allora governatore del Texas George W. Bush”. Anche David Kuo, l’iperconservatore religioso ex numero 2 di DiIulio, poi uscito dalla Casa Bianca sbattendo la porta e dopo aver accusato Bush e Karl Rove di aver preso in giro la comunità evangelica, si è pronunciato favorevolmente sul piano di Obama, anche perché la campagna del senatore democratico gli ha chiesto una consulenza preventiva prima di rendere note le sue proposte.
Il discorso in Ohio è uno dei tanti tasselli della strategia obamiana per sottrarre i voti evangelici al Partito repubblicano, non particolarmente attratti dal laico John McCain. Il New York Times ieri ha raccontato che da qui a ottobre il quartier generale di Obama organizzerà “mille feste e dozzine di concerti di rock cristiano”.
Obama ha cominciato il discorso in Ohio con un ricordo personale: “Non sono cresciuto in una famiglia particolarmente religiosa, ma l’esperienza a Chicago mi ha mostrato come la fede e i valori possano essere l’ancora della mia vita. E col tempo sono arrivato a vedere la mia fede sia come dedizione personale a Cristo sia come dedizione alla mia comunità; per cui se mi limitassi a sedere in chiesa e a pregare per tutto quello che voglio, non soddisferei la volontà di Dio a meno che non uscissi a fare il lavoro di Dio”.
Le associazioni caritatevoli di ispirazione religiosa, secondo Obama, non sono un’alternativa all’impegno dello stato o delle associazioni laiche, ma “le sfide che ci troviamo di fronte sono semplicemente troppo grandi per lo stato”. Obama ha spiegato che è stato Bill Clinton il primo a firmare una legge, approvata dal Congresso repubblicano, che ha aiutato il lavoro sociale dei gruppi religiosi, ma ha anche riconosciuto che “il presidente Bush è stato eletto con la promessa di ‘guidare gli eserciti della compassione’ e ha istituito l’Ufficio delle Faith-based initiative”. Obama ha detto che toccherà a lui aiutare i gruppi religiosi perché crede che sia “una buona idea” l’istituzione di “una relazione tra la Casa Bianca e i gruppi di base, sia religiosi sia laici”. Il candidato democratico ha ribadito che tutto ciò non metterà in dubbio la separazione tra stato e chiesa, ma soltanto se si eviteranno le discriminazioni e l’uso del denaro federale per fare proselitismo.
Il ruolo del suo Consiglio per le partnership di fede e di quartiere sarà ancora più ampio, ha spiegato Obama: “Aiuterà a fissare il nostro programma nazionale”, perché se la sua Amministrazione vorrà aiutare i bambini poveri o lottare contro i genocidi e contro l’Aids, “a Capitol Hill avremo bisogno di uomini di fede che sappiano rappresentare queste sfide non soltanto come crisi di sicurezza o umanitarie, ma anche come crisi morali. Noi sappiamo che la fede e i valori possono essere una fonte di forza per le nostre vite – ha concluso Obama – Lo sono stati per me. E lo sono per molti americani. Ma possono anche essere qualcosa di più, possono essere la fondazione di un nuovo progetto di rinnovamento americano”.
Christian Rocca
Barack Obama ha preparato un programma di finanziamenti federali alle organizzazioni religiose che e’ “alla destra” di quello di Bush. Fara’ delle faith-based initiatives un “baricentro morale” della propria amministrazione, aumentera’ i soldi pubblici per le chiese che si battono contro poverta’ e Aids e dara’ loro anche il permesso, per legge, di assumere e licenziare persone solo sulla base del loro credo religioso. L’obiettivo e’ ovviamente la caccia all’importante voto degli evangelici, ma all’interno del partito di Obama sono in molti a storcere la bocca.http://blog.marcobardazzi.com/
Barack Obama e’ per la prima volta in vantaggio nei sondaggi su John McCain in tutti e tre gli stati degli Usa ritenuti critici nel voto di novembre per la Casa Bianca, Florida, Ohio e Pennsylvania. Lo indica una rilevazione della Quinnipiac University.
Il candidato dei democratici alla presidenza guida per 47-43% in Florida, 48-42% in Ohio e 52-40% in Pennsylvania. I tre stati si rivelarono decisivi nel 2004 nella sfida tra George W.Bush e l’allora candidato presidenziale dei democratici John Kerry e vengono ritenuti importanti anche nel voto di quest’anno. […]
Nessun candidato e’ mai riuscito a diventare presidente negli Usa dal 1960 senza aver vinto almeno due dei tre stati chiave. Florida, Ohio e Pennsylvania rappresentano, complessivamente, 68 dei 270 voti elettorali necessari per aggiudicarsi la vittoria nella corsa alla Casa Bianca.
Ma gli strateghi sottolineano che le elezioni 2008 si stanno rivelando innovative da molti punti di vista e potrebbero portare novita’ anche nella mappa degli stati decisivi, con stati un tempo ritenuti ’sicuri’ per l’uno o l’altro partito che stavolta potrebbero tornare in gioco.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/06/19/bad-news-per-mccain/#more-90
Un interessante studio della BBC rivela come una delle chiavi del successo di Barack Obama alle primarie democratiche degli Stati Uniti, sia stato l’utilizzo accorto della rete, che potrebbe ora diventare una delle determinanti per la vittoria alle Presidenziali. Steve Schifferes, osserva come Internet sia da considerare come una delle pedine più importanti nella comunicazione politica americana da diversi anni a questa parte.
Perché mai, pertanto, Obama sarebbe riuscito a sfruttare meglio l’enorme importanza della rete, e perché Hillary Clinton, o i candidati precedentemente ritiratisi, non sono stati in grado di cogliere le piene potenzialità di questo essenziale ingranaggio della macchina comunicativa?
Secondo Schifferes, le ragioni sono diverse. Innanzitutto, osserva il giornalista, Internet favorisce gli outsiders, e permette loro di ottenere in breve tempo notorietà e fondi. Al di là di questo, Phil Noble, un esperto in relazioni tra Internet e politica, dopo aver studiato l’evoluzione mediatica dei candidati alle primarie democratiche, ha notato come il sito Internet di Obama fosse già pienamente funzionante e ricco di contenuti nel momento in cui l’aspirante Presidente degli Stati Uniti diede la sua adesione alla candidatura alle primarie democratiche. Così come pronti erano i numerosi strumenti in grado di permettere ai visitatori di compiere donazioni con estrema facilità, andando perciò ad ingrassare le risorse finanziarie di Obama, che si sono dimostrate in grado in reggere l’onerosa campagna fino alla fine.
Ma secondo Noble e Schifferes, il vero successo della politica mediatica di Obama è stata la grande capacità di mobilitare la gente attraverso l’utilizzo della rete, che ha consentito al candidato democratico di reclutare migliaia e migliaia di volontari nei vari Stati del Paese, e in particolar modo nelle aree meno densamente popolate, o in quegli Stati dove si svolgevano i sottovalutati caucus.
Inoltre, continua Schifferes, contrariamente ai suoi rivali Obama ha dimostrato di apprezzare e incoraggiare la comunicazione attraverso i siti di social network più noti, come MySpace e Facebook, recuperando una buona fetta della popolazione più giovane.
E McCain? Ora che l’avversario di Obama non è la Clinton, bensì il candidato repubblicano, Noble ha spostato la sua attenzione sul confronto con McCain, che non ha saputo utilizzare la rete al meglio durante le ultime primarie. Eppure proprio lui è stato uno degli artefici della campagna mediatica sulla rete quando, nel 2000, perse le primarie contro George Bush. Che sia di cattivo auspicio per Obama? http://www.onemarketing.it/10/06/2008/internet-chiave-del-successo-di-obama
New York. “In politica ci sono due cose importanti – diceva nel 1896 Mark Hanna, lo stratega del presidente americano William McKinley – la prima sono i soldi e non mi ricordo quale sia la seconda”. La partita tra Barack Obama e John McCain si gioca anche su questo, sul ruolo e sull’influenza del denaro nel processo politico, non solo su chi sarà capace di raccogliere più finanziamenti. La campagna elettorale, finora, ha movimentato 950 milioni di dollari, già 250 milioni in più rispetto al ciclo elettorale del 2004. Il tetto di un miliardo di dollari sarà superato facilmente. La macchina da soldi di Obama ha già raccolto 264 milioni di dollari, contro i cento di McCain, ma il Partito repubblicano ha fatto meglio dei democratici. Oggi McCain e i repubblicani hanno a disposizione 85 milioni cash, mentre Obama e i democratici venti di meno, facilmente recuperabili anche grazie al consistente gruppo di contribuenti clintoniani ora pronti a sostenere il vincitore delle primarie.
Entrambi i candidati hanno un curriculum da riformatori e sono impegnati a ridurre il potere dei lobbisti e il condizionamento degli interessi speciali. Ma una cosa è fare politica da outsider, un’altra da candidati alla Casa Bianca. A volte qualche compromesso è necessario. McCain è l’autore della legge McCain-Feingold che limita e regolamenta il finanziamento alla politica, Obama è stato l’unico candidato a rinunciare ai soldi dei lobbisti (e a restituire i finanziamenti ricevuti dall’amico e consigliere Tony Rezko, prima accusato e poi condannato per corruzione). McCain è noto per le sue battaglie contro i gruppi di pressione di K Street, ma Obama e i democratici lo accusano con un efficacissimo spot televisivo lanciato ieri mattina di avere tra i suoi top advisor gente che ha rappresentato gli interessi di governi stranieri, di feroci dittatori, di oligarchi russi, della famiglia reale saudita. Un paio di consiglieri si sono dimessi per aver curato gli interessi del regime birmano, anche se poi al Senato McCain si batte per impedire ai petrolieri della Chevron di fare affari con la giunta di Rangoon e i democratici sono favorevoli.
Il principale punto di scontro tra i due è quello del finanziamento pubblico. McCain accusa Obama di non voler onorare la promessa di accettare i soldi federali, una cosa mai successa da quando il “public financing” è stato introdotto nel 1976. Obama è convinto di poter raccogliere più soldi di quelli garantiti dalle casse federali e non vuole essere legato ai limiti di spesa imposti dal finanziamento pubblico. Il candidato che riceve gli 84 milioni federali, da spendere tra le convention di fine agosto e inizio settembre e il giorno delle elezioni, rinuncia a convogliare nel processo ulteriori soldi.
Per evitare un contraccolpo alla sua immagine di uomo nuovo della politica, Obama giustifica il suo probabile rifiuto spiegando di aver messo in piedi un esercito di un milione e mezzo di piccoli contribuenti che può essere considerato un modello parallelo di finanziamento pubblico. I repubblicani fanno notare che nelle ultime due dichiarazioni dei redditi Obama non ha messo la croce sulla casella “3 dollari per la campagna presidenziale”, e lo accusano di considerare buoni soltanto i soldi che raccoglie lui.
Trucchi per aggirare le leggi
Obama però ha confermato le sue credenziali riformatrici annunciando che sotto la sua guida d’ora in poi anche il Partito democratico, anche se non retroattivamente, adotterà le regole contrarie a ricevere i finanziamenti dei lobbisti federali e dai Pac, i comitati di azione politica che intervengono a sostegno di un candidato o di una battaglia politica. McCain, pressato da Obama, invece non sembra disposto a rinunciare a quei soldi, anche se sono una percentuale minima del totale, e spiega che aggirare le regole autoimposte dal suo avversario è facile, tanto è vero che Obama riceve contributi individuali da gran parte dei top manager di hedge fund e dai dipendenti di varie corporation.
McCain, invece, aggira la sua stessa legge che limita a 2.300 dollari il contributo massimo che una persona può versare a un candidato. Il senatore dell’Arizona, infatti, sta già delegando al partito la raccolta fondi, in modo che i grandi donatori possano versare in un colpo solo 70 mila dollari: 2.300 per le primarie, altri 2.300 per le presidenziali, 28.500 per il partito nazionale e il resto a comitati locali, anche se poi saranno tutti usati a favore del candidato.
L’Irlanda è l’unico paese dell’Unione europea ad aver organizzato, per obblighi costituzionali, un referendum per l’approvazione del Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre del 2007 dai membri Ue per rimpiazzare la bozza di costituzione del 2005. Il neo primo ministro Brian Cowen ha lanciato accorati appelli al voto favorevole, ma gli irlandesi non sembrano ascoltarlo: il quotidiano «Irish Times» oggi ha pubblicato un sondaggio che dà i «no» al 35 per cento e i «sì» al 30. Rimangono ancora moltissimi gli indecisi, il 28 per cento, ma di certo l’Europa aspetterà il 12 giugno, data del referendum, con molta trepidazione. Proprio come nel 2005, quando la Francia e la Olanda bocciarono il Trattato costituzionale. Non a caso tutti gli altri paesi europei hanno scelto la via parlamentare per approvare il trattato: la Francia ha persino modificato la sua Costituzione per poterlo fare.
FRASE DEL MESE:avete gia le vostre bocche sul mio "coso"(Maradona ai giornalisti dopo la vittoria dell'Argentina con l'Uruguay)
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quando,e non se, l'italia andrà in default ,elettori del nano, non dite di non averlo saputo ,di non averlo votato ,la colpa sarà solo vostra.
IL PEGGIOR CENTROSINISTRA è MEGLIO DELLA MIGLIORE DESTRA.
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